«Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN
Abbiamo intervistato Dario Salvetti e Valentina Baronti in merito alla nuova
campagna di finanziamento dal basso per il progetto di conversione ecologica
della fabbrica ex-GKN. Il progetto viene visto come un’ultima fondamentale
opzione che si unisce idealmente ai movimenti e alle lotte che hanno agitato il
nostro paese nel 2025.
Da qualche settimana è partita la campagna di finanziamento dal basso per GFF,
il progetto di riconversione della Fabbrica ex-GKN. Ci puoi raccontare cosa vi
ha portato a questa nuova iniziativa di rilancio dopo più di quattro anni di
lotta?
La reindustrializzazione dal basso della ex-GKN è in gravissimo pericolo.
Diremmo quasi sull’orlo dell’abbandono. Nessun piano industriale può stare in
piedi all’infinito. Ogni mese il piano si logora o deve essere continuamente
rielaborato. Il fallimento della reindustrializzazione dal basso non sarebbe un
fatto privato, ma qualcosa che, secondo noi, impatterebbe pesantemente
sull’intero movimento. Primo, perché una sconfitta della ex-GKN, dopo un
movimento di quattro anni, non potrebbe non avere ripercussioni su qualunque
lotta che un domani si ponga il problema di rispondere a licenziamenti o
delocalizzazioni. Secondo, perché avanziamo questa ipotesi: il nostro esempio dà
fastidio al riarmo; l’idea che dal declino industriale si esca con la fabbrica
socialmente integrata e con la riconversione ecologica dà fastidio a chi
sostiene che il riarmo sia il viatico per la crescita industriale.
Per questo abbiamo dovuto accelerare. Il tempo sta finendo. E ci siamo spinti
non solo a chiedere di “investire” diventando azioniste/i popolari, ma anche a
donare su produzioni dal basso, un metodo più rapido e diretto. La donazione può
essere fatta con qualsiasi cifra, anche se la nostra indicazione simbolica è di
donare il valore di un’azione per GFF (ex GKN for Future). È il quinto Natale
che passiamo in presidio nella fabbrica chiusa nel 2021. Tutto quello che
abbiamo fatto in questi quattro anni, insieme alla comunità solidale che ci ha
sostenuto e che ancora lotta a fianco a noi, ha un obiettivo preciso: riaprire
la fabbrica, riportare quei 500 posti di lavoro sul territorio. Un compito che
non dovrebbe spettare a un collettivo operaio segnato da 15 mesi senza stipendio
e oggi all’ottavo mese di disoccupazione, ma che di fatto ci siamo trovati a
dover costruire pezzo per pezzo, trovando sempre nuovi strumenti ogni volta che
la strategia della nostra controparte cambiava.
La reindustrializzazione dal basso è servita a togliere ogni alibi al capitale
privato e all’intervento pubblico. Ha prodotto questo paradosso: di solito ti
licenziano dicendo che «manca il lavoro». Qui l’arcano è svelato: una fabbrica
che licenzia operai che propongono un piano industriale e che viene venduta a
soggetti immobiliari evidentemente legati alla stessa proprietà che licenzia. Il
capitale privato e quello pubblico vanno inesorabilmente verso la speculazione
finanziaria, immobiliare e il riarmo. Sono incapaci o non hanno alcuna volontà
di uscire dall’economia fossile. Perfino gli stessi fondi ESG, cosiddetti
ecologicamente e socialmente sostenibili, rinculano verso il finanziamento del
riarmo.
Per questo dobbiamo risalire la corrente e sbattere contro i meccanismi di
questa stessa economia. Per questo abbiamo dovuto, ancora una volta, trovare uno
strumento nuovo: una campagna di azionariato popolare diffuso, che riesca a
coprire i due milioni di euro che avrebbero dovuto mettere questi investitori.
L’obiettivo è ambizioso, ma non ci spaventa: del resto, se il 9 luglio del 2021
ci avessero detto che avremmo resistito quattro anni e prodotto un nostro
progetto industriale, ci sarebbe sembrata fantascienza.
Avete più volte denunciato l’assenza delle istituzioni nel sostegno alla vostra
vertenza. Cosa è accaduto all’ipotesi del Consorzio a sostegno della fabbrica
promesso dalla Regione Toscana?
Il Consorzio di sviluppo industriale della Piana Fiorentina è uno strumento per
le tante crisi industriali che interessano l’area in cui si trova la ex-GKN. È
nato su nostra proposta, con una legge regionale scritta insieme alle
intelligenze solidali, presentata alla Regione, che per mesi l’ha ignorata,
portata in discussione grazie alla mobilitazione, alle tendate e allo sciopero
della fame, e infine approvata il 23 dicembre scorso, in seguito a un presidio a
oltranza sotto l’aula del Consiglio regionale.
Questo per chiarire che quella legge e quel Consorzio sono il frutto della
lotta, nati per dare una risposta alla chiusura della ex-GKN, come esempio
virtuoso di come si può rispondere alla deindustrializzazione. Ebbene, il
Consorzio è stato infine costituito prima della pausa per le elezioni regionali,
ma è rimasto lettera morta e, cinque mesi dopo la sua nascita non ha ancora
fatto neanche un atto ufficiale. Anzi, il Consorzio sembra diventato il modo per
fare il delitto perfetto: le istituzioni si muovono, ma così lentamente da non
dare fastidio alla speculazione immobiliare e lasciare intanto che il Collettivo
di fabbrica muoia. Insomma, per così dire: l’operazione è riuscita ma il
paziente è morto.
La verità è che il Consorzio rischia di non agire né ora né mai. Perché ha uno
strumento che non sappiamo se mai utilizzerà: la dichiarazione di pubblica
utilità sulle aree industriali e un piano regolatore di indirizzo pubblico
industriale. Ancora una volta, ci viene presentato come tecnico un problema di
natura politica.
Nella campagna evocate la Global Sumud Flotilla: per quali aspetti dite di voler
imitare il loro modello?
Sono entrambi esempi di mutualismo conflittuale, di un’azione costruita dal
basso che vuole essere una concreta denuncia della scelta scellerata dei nostri
governi. Al pari della Flotilla, sappiamo che andremo a sbattere contro il
blocco, sappiamo che le nostre navi sono piccolissime in confronto a un’economia
europea che ha deciso di abbandonare anche solo la parvenza del Green Deal per
correre verso il riarmo e la guerra. Lo sappiamo, ma dobbiamo partire, in
qualsiasi condizione perché, dopo quattro anni di rinvii e parole vuote, in un
clima di guerra e repressione, l’unico progetto sano su questa fabbrica è il
nostro e, insieme ai pannelli fotovoltaici e alle cargo bike, porta con sé
un’idea di futuro diverso, che continuiamo a rivendicare, non solo per noi.
La Flotilla cosa era? Privata o pubblica? Non era pubblica perché non
apparteneva a uno Stato, ma non era privata perché era una forza pubblica dal
basso. Non nasce per sostituirsi a quello che dovrebbero fare gli Stati, ma per
disvelare quello che non fanno. Questi sono i punti di contatto. Noi non
sosteniamo che la transizione ecologica sia possibile senza un intervento
pubblico complessivo. Noi disveliamo la sua mancanza.
di Luca Mangiacotti
La campagna di finanziamento dal basso proseguirà a fianco a quella per
l’azionariato popolare. Che differenza c’è tra le due e come scegliere cosa
sostenere?
Il primo azionariato popolare che abbiamo lanciato ha raccolto manifestazioni di
interesse per un milione e mezzo di euro. Si tratta di singoli o di associazioni
che hanno scelto di acquistare un numero tale di azioni (da un minimo di 500
euro) da poter far parte dell’assemblea della cooperativa GFF. Questa scelta la
stiamo concretizzando attraverso una piattaforma di investimento, alla quale
chiediamo a tutti i manifestatori di interesse di versare la quota per cui si
erano impegnati.
E questo non è solo una raccolta fondi, ma anche uno strumento democratico per
partecipare direttamente alle scelte future della cooperativa e dare quindi
corpo a quella che abbiamo chiamato la fabbrica socialmente integrata.
Parallelamente, però, ci siamo trovati anche a dover accelerare sul resto del
finanziamento del progetto. Abbiamo ovviamente altri investitori istituzionali a
cui ci stiamo rivolgendo – istituti di credito, fondi – ma cosa succede se ci
tengono mesi e mesi a verificare il progetto e si tirano indietro all’ultimo
secondo (magari, chissà, anche perché così consigliati da pezzi della politica)?
Dobbiamo aumentare il grado di autonomia del nostro progetto. E dobbiamo farlo
in fretta. Ogni mese che passa, la disoccupazione disgrega la lotta. Per
velocizzare la costituzione dell’azionariato, quindi, abbiamo creato la
possibilità di una donazione a un singolo azionista popolare collettivo. Arci
nazionale si è messa a disposizione per raccogliere questi contributi e poi
valutare di costituire un azionista collettivo di GFF.
In un Paese dove il riarmo sembra un precipizio verso cui stiamo lanciandoci
senza freni, la vostra campagna si pone come alternativa per una vera
transizione ecologica. Cos’altro si può fare oggi in Italia per opporsi alla
deriva bellica?
Ci pare che la strada sia stata tracciata chiaramente dalle mobilitazioni di
questo autunno, quando il movimento ecologista è sceso in piazza insieme ai
lavoratori e alle lavoratrici per dire no al genocidio e all’economia che lo
sostiene, la stessa economia che chiude le fabbriche, deindustrializza,
licenzia, impoverisce la società, taglia il welfare e intanto decide di
indebitarsi per la scelta suicida del riarmo e della guerra. È un’unica lotta e
la parola d’ordine rimane la stessa che abbiamo lanciato quattro anni fa:
convergenza. Il movimento nei porti, o più in generale contro la logistica di
guerra, è fondamentale. Così come è fondamentale respingere la repressione e la
criminalizzazione del movimento in solidarietà alla Palestina e contro il
genocidio.
Il nostro caso è un tassello che si aggiunge a tutto questo. Qual è il ricatto
che rischia di schiacciare tutte e tutti noi? Se l’economia diventa ogni giorno
di più un’economia di guerra, come faccio a produrre un salario per me o ad
avere un contratto senza contemporaneamente produrre per l’economia di guerra?
Come già detto, l’alternativa non la produce la singola fabbrica. Ma un chiaro
esempio di reindustrializzazione alternativa in una fabbrica diventa un esempio
concreto e immediato.
Potete trovare in questo link tutte le informazioni per partecipare alla
campagna
La copertina è di Margherita Caprilli
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