Si è conclusa l’occupazione dell’Università di San Marcos
Gli studenti dell’Università Nazionale Maggiore di San Marcos (UNMSM) hanno posto fine all’occupazione del campus universitario, in seguito all’istituzione di un tavolo di dialogo e alla firma di un accordo per la cessazione della protesta; le lezioni in presenza e le attività accademiche riprenderanno quindi giovedì 28. Gli accordi raggiunti prevedono che l’università pubblichi il proprio rifiuto del progetto di legge 12736 che consente la rielezione delle autorità universitarie e lo trasmetta al Congresso della Repubblica (principale richiesta degli studenti). Inoltre, la richiesta di conclusione del mandato delle principali autorità universitarie sarà discussa in Assemblea Universitaria prima del 26 luglio 2026. È stato inoltre concordato che il rappresentante della Federazione Universitaria di San Marcos (FUSM) partecipi con diritto di voto alle sessioni dell’Assemblea Universitaria, del Consiglio Universitario e delle sue commissioni, per tutta la durata del procedimento giudiziario con la federazione. Allo stesso modo, non saranno avviati procedimenti amministrativi contro gli studenti che hanno partecipato all’occupazione. Il tavolo di dialogo era composto dal rettore Jerí Ramón, dal vicerettore accademico, dal rappresentante dei presidi dell’università, da tre rappresentanti del Difensore del Popolo e da tre rappresentanti degli studenti, che hanno tenuto l’incontro presso il Centro Culturale di San Marcos, meglio conosciuto come La Casona. L’occupazione della città universitaria di San Marcos è iniziata lo scorso 12 maggio e terminerà il 27 maggio a mezzogiorno. Gli studenti universitari accusano l’attuale amministrazione di voler modificare gli statuti e i regolamenti interni per favorire una rielezione e garantire la continuità di un gruppo politico; inoltre, hanno denunciato irregolarità nei precedenti processi elettorali, l’esclusione delle liste dell’opposizione e la mancanza di trasparenza, oltre all’inerzia delle autorità di fronte alle rivendicazioni studentesche. Attualmente, oltre a San Marcos, altre università sono in lotta: all’Università Nazionale di Ucayali (Ucayali) gli studenti protestano pacificamente per nuove autorità e per denunce di irregolarità nella gestione universitaria, e all’Università La Cantuta (Lima) gli studenti hanno occupato parte della città universitaria denunciando l’appropriazione indebita della residenza universitaria. Redacción Perú
May 27, 2026
Pressenza
[2026-05-29] Festa di Fine Anno - Lokomotiv Prenestino @ Scuola Pisacane
FESTA DI FINE ANNO - LOKOMOTIV PRENESTINO Scuola Pisacane - Via di Acqua Bullicante, 30, 00177 Roma RM (venerdì, 29 maggio 17:00) Salva la data!  Venerdì 29 Maggio è tempo di fare festa con la Lokomotiv Prenestino! Vi aspettiamo alla Scuola Pisacane per festeggiare la fine di questo anno sportivo. Basket, pallavolo e taekwondo vi aspettano sul campo, da fine scuola fino al tramonto.  Festa di Fine Anno Lokomotiv  29 Maggio 2026  Scuola Pisacane – Via di Acqua Bullicante 30, Roma  Merenda per tutti! Passa a trovarci e festeggia con noi!
May 27, 2026
Gancio de Roma
LOMBARDIA: VIA LIBERA IN COMMISSIONE AMBIENTE ALLA NUOVA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE
La Lombardia si appresta ad avere una nuova legge regionale sulla Valutazione d’impatto ambientale (Via). La maggioranza di centro destra ha approvato a maggioranza in Commissione Ambiente un testo che ridefinisce le competenze tra Regioni ed Enti locali, lasciando alla Regione la competenza sulle trasformazioni urbane o industriali, e dare agli Enti Locali quelle paesaggistiche. Lo scopo dichiarato è quello di “velocizzare” le procedure, ma ancora molte questioni da definire saranno decise direttamente dalla Giunta Fontana al governo della Regione.  Hanno votato contro le minoranze. Abbiamo chiesto alla consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Paola Pollini di spiegarci perché. Ascolta o scarica
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto
LOTTE OPERAIE: VENERDÌ SCIOPERO GENERALE DEL SINDACALISMO DI BASE “CONTRO GUERRA, PRECARIETÀ E CAROVITA”
Sciopero generale di 24 ore venerdì 29 maggio proclamato da diverse sigle del sindacalismo di base, tra cui Confederazione Unitaria di Base, SI Cobas, Usi-Cit e altre organizzazioni del comparto. Le motivazioni dichiarate vanno oltre le vertenza settoriali: al centro aumenti di salari, diritto allo sciopero, precarietà, politiche sociali ritenute insufficienti, opposizione alle guerre e sostegno alla Flotilla, oltre che il tema della sicurezza e delle morti sul lavoro. Un impianto rivendicativo ampio, che tiene insieme lavoro, società e politica, e che coinvolgerà diverse categorie di lavoratori del pubblico e del privato. Nel trasporto ferroviario lo sciopero inizia alle 21 di giovedì 28 maggio e termina alle 21 di venerdì 29 maggio, coinvolgendo personale del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, oltre a operatori come Italo e Trenord. Lo sciopero riguarda anche il trasporto pubblico locale, con modalità diverse da città a città. Anche il comparto istruzione e ricerca rientra nella mobilitazione. Le scuole potrebbero quindi registrare assenze del personale. Come sempre in questi casi, la gestione è demandata ai singoli istituti, che dovranno comunicare preventivamente eventuali variazioni. Nel corpo nazionale dei Vigili del fuoco la mobilitazione assume una forma diversa e più contenuta. Lo sciopero è previsto per quattro ore, dalle 9 alle 13 per il personale turnista, mentre il personale giornaliero e amministrativo aderirà per l’intera giornata. Un altro settore chiave è quello della rete autostradale. Qui lo sciopero segue un orario diverso rispetto al resto del pubblico impiego: inizia alle 22 del 28 maggio e termina alle 22 del 29 maggio. L’impatto atteso riguarda gestione del traffico, pedaggi e servizi connessi. Anche il sistema sanitario nazionale è incluso nello sciopero. Restano comunque garantite le prestazioni essenziali e le urgenze, come previsto dalla normativa sui servizi pubblici essenziali. Coinvolti anche il privato e in particolare il settore della logistica. Qui diversi i picchetti e i blocchi programmati dalle prime ore di venerdi 29 maggio. A Torino appuntamento alle 5.00 davanti alla fabbrica Fiorentini di Trofarello in via Marco Biagi 8 a sostegno della vertenza di lavoratori e lavoratrici degli appalti Elpe per un “giusto contratto”.Alle 8.00 in Piazza Massaua con Torino per Gaza. In serata alle 18 da Piazza Castello fiaccolata contro la guerra. Da Torino Daniele dei Si Cobas Ascolta o scarica 
May 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Inquinamento: molte città oltre i limiti europei 2030
La preoccupazione di ISDE: “Serve accelerare sulle politiche di riduzione del traffico e delle emissioni” A pochi mesi dall’inizio del 2026, numerose città italiane risultano già oltre o prossime ai nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria che entreranno in vigore nel 2030. È quanto emerge dall’analisi pubblicata da ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente, che richiama l’attenzione sui livelli
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 26 05 2026
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 26 05 2026 La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e DJ Arpon
Il mondo va male: ecco il documento dell’Onu che invita alla post-crescita
Olivier De Schutter è un cattedratico belga, ma non solo. Egli è infatti anche relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani. Ma chi pensa che svolga questo ruolo asetticamente, senza andare al fondo del problema, si sbaglia di grosso. Queste le sue parole nel 2024, quando presentò al Consiglio dei Diritti Umani “Eradicating poverty beyond growth” (da cui il libro La povertà della crescita): “Per quasi sei anni, le Nazioni Unite mi hanno affidato il compito di riferire sulle soluzioni più promettenti al mondo per sradicare la povertà… La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta. E l’eliminazione della povertà non può continuare a essere utilizzata come scusa per perseguire un PIL in costante aumento, quando questa ricerca, al contrario, spinge le persone verso lavori mal retribuiti e spesso pericolosi per soddisfare le esigenze dell’élite… Dobbiamo respingere il mito secondo cui la crescita economica equivale al progresso umano. Anche se questo può sembrare un pensiero radicale, dopo quasi un secolo in cui ci è stato detto che tutto ciò che conta è la velocità con cui cresce l’economia, sono ottimista sul fatto che presto diventerà l’opinione dominante. Perché il pianeta, e i suoi abitanti, non sopravviveranno senza di esso…Oggi posso affermare con certezza che, nonostante ciò che politici, economisti, esperti di sviluppo e persino le istituzioni delle Nazioni Unite ci hanno indotto a credere, la risposta non è semplicemente stimolare la crescita economica”. Ed è proprio sulle basi di questo rapporto che il 22 aprile scorso a Ginevra, è stata presentata la Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report ponderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle ONG e della società civile) approntato sempre da Oliver De Schutter. In pratica, cosa afferma il documento? Che la crescita economica sta portando sempre più ad un concentramento di ricchezze in poche mani (“Viviamo su un pianeta che non è mai stato così ricco. Nel 2024 i miliardari hanno visto crescere le loro fortune in media di 2 milioni di dollari al giorno e si prevede entro un decennio ci saranno cinque trilionari”) e, nel contempo, ad una sempre più ampia fetta di persone nel mondo che vivono nella miseria. C’è dunque qualcosa di profondamente sbagliato ed anche immorale nella crescita, ma nello stesso concetto di crescita, perché crea miseria ed impoverisce la Terra (“La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta”). Ciò detto, il documento indica un percorso da adottare da parte delle nazioni del mondo, una “roadmap” appunto, e, anche se non arriva ad indicare la decrescita come soluzione ai mali, ha il coraggio di riconoscere che la crescita, questa crescita, l’unica che conosciamo, è un male, che un Pil che equipara la produzione di un’arma alla realizzazione di un alloggio per bisognosi è una mostruosità, che occorre in buona sostanza passare alla fase della post-crescita. Nonostante la portata che potremmo definire “rivoluzionaria” del documento (o forse proprio per questo), esso non ha avuto eco sui media di regime. Che, invece, in direzione del tutto opposta (“ostinata e contraria”) ci raccontano ad esempio che la Germania destinerà nei prossimi anni mille miliardi di euro in armi, in modo da diventare la corazzata bellicista d’Europa (ora che l’industria automobilistica non tira più). Sarà dura, molto dura abbandonare il paradigma della crescita… prima che giustamente ci estinguiamo. Con la crescita, la via appare segnata. Fabio Balocco
May 27, 2026
Pressenza
Che si potesse sopravvivere fuori da Gaza era una menzogna
di Abubaker Abed,  Palestine Deep Dive, 26 maggio 2026.   A un anno dalla mia partenza da Gaza in cerca di sopravvivenza e libertà, sto ora cercando di sopravvivere a un’occupazione mentale e a una morte emotiva. Abubaker Abed a Dublino, Irlanda. Sdraiato con il mio corpo tremante e fragile su un materasso fatiscente sotto la mia coperta blu preferita nella stanza degli ospiti di casa nostra, ho videochiamato il mio amico Abdul-Ruhman Ismail per salutarlo e creare alcuni ricordi finali prima di mettere piede fuori da Gaza per la prima volta nella mia vita. Era inconsolabile. Dietro la sua faccia allegra si nascondeva un oceano di dolore e perdita: era la prima volta che ci saremmo separati in oltre 12 anni. «Ci vediamo tra un’ora e mezza alla rotatoria [a Deir al-Balah], da dove partirò. Per ora, passerò un po’ di tempo con la mia famiglia e preparerò le mie cose», gli ho detto prima di riagganciare. Mia madre è venuta a sedersi accanto a me, cercando di alleggerire il peso della separazione. Il suo viso era pallido; i suoi occhi bruciavano di tristezza e angoscia. Non era più la stessa madre che avevo conosciuto per tutta la vita. Le ho stretto forte la mano e le ho detto, con la voce strozzata dal dolore: «Me ne vado perché voglio vederti al sicuro e felice per sempre. Non voglio più metterti in pericolo. Starò bene e ti prometto che ci rivedremo prima di quanto immaginiamo. Ti prego, non versare una lacrima perché, se lo fai, io resterò». Lei ha risposto, con uno sguardo afflitto: «Che tu possa trovare pace e gioia nel tuo imminente viaggio». Pochi minuti dopo, i rumori delle esplosioni sono risuonati tra le chiamate alla preghiera dell’alba. Mi sono fermato alla finestra, respirando la brezza dell’alba contaminata dalla polvere da sparo. Sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta per un po’ che avrei sentito quei brutti suoni di morte a Gaza. Il tempo stringeva. Mia madre mi esortava a sbrigarmi e a prepararmi. Ho preso le mie quattro penne, il mio taccuino da giornalista, due cambi di vestiti e i miei documenti personali e li ho infilati a forza nella mia borsa da viaggio. Ci era permesso portare solo una piccola borsa, anche se avrei voluto portare molto di più. Sentivo che gli oggetti di casa avrebbero potuto attenuare l’impatto di questo esilio imposto. Ma l’occupazione voleva che fossimo spogliati di tutto. L’addio Mi sono vestito, ho recitato le preghiere dell’alba e ho scattato foto con ogni membro della mia famiglia e di ogni stanza della nostra casa. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo, ma continuavo a sperare. La mia casa era pervasa da un silenzio opprimente prima che ci salutassimo per l’ultima volta, ma speriamo non per sempre. La paura che potessi essere arrestato dall’occupazione ci attanagliava il cuore mentre abbracciavo tutti con forza. Un taxi che avevamo prenotato con giorni di anticipo aspettava fuori per portarmi al punto di raccolta in centro. Mio padre, i miei due fratelli e i miei due amici Khalid e Ismail sono venuti con me. Ho guardato a lungo e intensamente la mia casa, il mio quartiere, gli ulivi e le palme. Volevo che quelle immagini restassero impresse nella mia mente. Ho sussurrato a me stesso: «Tornerò. Lo farò sicuramente». Mia madre è scesa a piedi nudi, con il velo che le ricadeva appena sulla testa e gli occhi pieni di lacrime. L’ho guardata e le ho ribadito la mia promessa: «Tornerò. Ci vedremo tra poco. Voglio che tu sorrida, mamma». Ma dubito che abbia potuto cogliere il mio tentativo di sorriso con i suoi occhi pieni di lacrime che scrutavano attraverso i finestrini incrinati dell’auto. Abbiamo incontrato Ismail al punto di raccolta e abbiamo scattato altre foto. Ci siamo scambiati risate e sorrisi mentre cercavamo di alleggerire l’atmosfera e negare l’enormità di ciò che stava accadendo. Poi sono salito sull’autobus che mi avrebbe portato fuori da Gaza per la prima volta nei miei 22 anni. Abbiamo attraversato la Palestina storica; era la prima volta che vedevo con i miei occhi la mia patria occupata e profanata, fino al valico di frontiera di Karm Abu-Salem, controllato da Israele, al confine con la Giordania. Lì ho trascorso la notte con altri palestinesi di Gaza, per lo più studenti, a cui era stata data la mia stessa opportunità di sfuggire al genocidio. Il giorno dopo ho preso un aereo per la Turchia dove ho fatto scalo prima di arrivare alla mia destinazione finale, Dublino, in Irlanda. Era il 18 aprile 2025. Adattamento forzato Il genocidio era ancora in corso in quel momento. Avevo vissuto l’intero orrore fin dall’inizio – e a un certo punto avevo smesso di sentirmi sano di mente. L’unico momento in cui mi sono sentito me stesso è stato per un breve istante quando è stato annunciato il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Ma il processo di adattamento all’Irlanda non è stato facile. In realtà, adattarmi alla mia nuova vita è stato assolutamente tortuoso. Parlare sempre una lingua straniera, incontrare e cercare di entrare in contatto con nuove persone e sforzarmi di comprendere una cultura nuova e aliena hanno esaurito le mie energie emotive. In tempi normali, sarebbe stato emozionante, ma con il peso del mio cervello segnato dal trauma e le paure di ciò che poteva accadere alla mia famiglia e ai miei amici ancora a Gaza, è stata una vera e propria lotta, per usare un eufemismo. In realtà, la mia mente e la mia anima non hanno mai lasciato Gaza. È stato solo il mio corpo fisico a trasferirsi. All’inizio c’è stato un breve momento in cui mi sono sentito come se fossi stato portato dall’inferno al paradiso, ma l’euforia iniziale si è rapidamente dissipata. Una cosa che mi ha permesso di andare avanti in tutto questo è stata la consapevolezza che dovevo continuare a difendere la mia patria e amplificare le voci del mio popolo, nonostante gli innumerevoli ostacoli. Sentivo questa responsabilità gravare su di me e non c’era tempo per riposare. Ma, nonostante mi sia buttato a capofitto nel lavoro e mi sia immerso nel movimento filopalestinese in Irlanda, mi sento ancora sempre un estraneo. Per molti versi lo sono. Sono lontano dalla mia famiglia e sto affrontando una vita totalmente nuova e diversa. Allo stesso tempo, la mia missione è dimostrare a persone del mio stesso sangue e della mia stessa pelle che il mio popolo merita di vivere come loro, con dignità e diritti fondamentali. Questa missione non mi è mai sembrata normale – e, ovviamente, non dovrebbe esserlo. Camminando per le strade di Dublino, fermandomi lungo le anse del fiume Liffey, ammirando lo splendido panorama della città, nulla di tutto ciò mi ha commosso o distolto dal genocidio in corso contro il mio popolo. Cercavo di rubare un momento di gioia o felicità, ma il mio cuore era spento. L’emozione predominante era, ed è, l’intorpidimento. Quello che ho visto a Gaza sembra avermi congelato il sangue nelle vene. Ma ciò che mi faceva più male era osservare le persone intorno a me. Non riuscivo a comprendere come gli amici potessero camminare e ridere per strada, bevendo una Coca-Cola, mentre decine di migliaia di persone venivano uccise a Gaza. Non riuscivo a capire come la gente potesse andare da McDonald’s a godersi un pasto mentre i bambini morivano di fame nella mia città natale, o come gli studenti universitari potessero tornare a casa felici dopo le lezioni mentre tutte le università della Striscia erano ridotte in macerie. Come facevano tutti a continuare a vivere come se nulla stesse accadendo? Mi chiedevo: “Come e perché le persone possono fare questo? Tutte le proteste per la Palestina che si vedono in TV e sui social media sono solo una facciata? E se, Dio non voglia, uno dei loro cari fosse ucciso o ferito? Sarebbero in grado di continuare a vivere in questo modo?” Vita aliena Non riuscivo a rispondere a queste domande, ma ero determinato a capire. Man mano che il mio impegno a favore di Gaza si intensificava, intervenivo alle grandi marce per la Palestina a Dublino e alle conferenze di solidarietà in diverse città irlandesi. Ho persino visitato il Regno Unito e la Grecia, tenendo vari discorsi online a persone di ogni provenienza, compresi americani e canadesi. Gaza è dentro di me – e non posso fare a meno di paragonare il mondo esterno a casa mia. A Dublino, ogni mattina, le strade sono inondate di gente che si stropiccia gli occhi per scacciare il sonno e si precipita al lavoro. Ci sono autobus e treni che trasportano gli studenti alle università e alle scuole, e gabbiani che stridono sorvolando le acque. Non ho mai visto un anziano o un’anziana portare oggetti pesanti e qualcuno che venisse in loro aiuto. Nessuno in auto si è mai fermato per darmi un passaggio mentre stavo annegando sotto un acquazzone. Raramente ho visto giovani prendersi cura dei propri genitori o accompagnarli. Non ho nemmeno visto genitori giocare con i propri figli o passare abbastanza tempo con loro. Tutti sono invece impegnati con i loro telefoni. Qui gli anziani sono come foglie d’autunno, fragili e delicati. Gli adulti sono criceti in una ruota. I giovani sono sfruttati come robot. Bambini cresciuti davanti agli schermi. Tutti sembrano impegnati a sopravvivere, ma non a vivere. Tutto ciò che vedevo era un favore o un servizio in cambio di denaro. Nulla è gratuito. Queste scene mi hanno spezzato il cuore e mi hanno aperto gli occhi sulle catene imposte dal capitalismo, che trasforma le persone in macchine individualiste e materialiste. Mi sono reso conto che le persone in Occidente sono fisicamente libere ma mentalmente oppresse. Non riescono a pensare ad altro che alla sopravvivenza e a guadagnare più soldi. La vera sopravvivenza L’idea di “sopravvivenza” che mi ero immaginato a Gaza era incompleta. Nessuno mi aveva detto come le persone debbano lavorare dieci ore al giorno per sopravvivere, come debbano passare anni a ripagare i propri debiti, come siano intrappolate in una schiavitù invisibile, o come vengano trascinate in prigione per aver criticato Israele o per aver espresso la loro opinione. A Gaza, ho sempre detto quello che pensavo: ho criticato aspramente i miei assassini e i loro complici e ho sostenuto il diritto del mio popolo all’autodifesa e i combattenti della resistenza ogni volta che ne avevo l’occasione. Non ci ho mai pensato due volte, nonostante i bombardamenti costanti sopra la mia testa. Fuori da Gaza, mi è stato detto non una o due volte, ma innumerevoli volte, cosa dovessi dire o come dovessi comportarmi. Nella Gaza pre-genocidio, nonostante il blocco paralizzante, un giorno di lavoro poteva sfamare me e la mia famiglia per l’intero mese, l’assistenza sanitaria era gratuita negli ospedali e le persone si fermavano volontariamente per aiutarmi in ogni momento senza nemmeno che glielo chiedessi. Questo non perché le risorse fossero abbondanti, ma perché crediamo nella comunità e ci consideriamo un tutt’uno. Durante il genocidio, sentivo i barbari che mi parlavano dei meriti della “civiltà” e i tiranni che mi insegnavano la cosiddetta “democrazia”. Il mondo è capovolto. Le nazioni che sostengono di rappresentare la democrazia e la civiltà si rendono responsabili di atti di orribile terrorismo e barbarie, compreso il genocidio, mentre le nazioni considerate incivili sono quelle che difendono questi ideali. Controllo silenzioso Fuori da Gaza, i miei post sono monitorati. Le mie parole sono sorvegliate. A casa, non temevo la morte per aver detto la verità. Ma fuori da Gaza, devo scegliere con cura le mie parole e curare attentamente i miei post. “Non puoi dire questo”; “Scegli bene le parole quando parlerai mercoledì”; e “Non menzionare mai il genocidio nella conversazione”. Ricordo ancora questi diversi suggerimenti che ho ricevuto prima di parlare a eventi in tutto l’Occidente. Alcuni eventi non sono stati nemmeno filmati o pubblicizzati nel caso avessi detto qualcosa di ritenuto troppo “rischioso”. Altri sono stati cancellati. Avrei dovuto recarmi negli Stati Uniti nell’agosto dello scorso anno, ma sono stato inserito in una lista di sorveglianza dall’amministrazione Trump ed etichettato come giornalista “sostenitore del terrorismo”, quindi ho dovuto annullare il viaggio. Tutto questo perché ho sostenuto un diritto sancito a livello internazionale: il diritto di resistere a un’occupazione illegale. Ma è davvero questa la democrazia di cui mi parlavano? Non mi è stato ripetutamente detto che Gaza era un cimitero per la libertà di parola e che doveva essere liberata dalla “tirannia” di Hamas? Niente di tutto questo ha senso. È stata un’esperienza surreale vedere il governo britannico rinchiudere anziani e disabili per aver esposto cartelli contro un genocidio, per poi leggere di centinaia di persone ammanettate e deportate dagli Stati Uniti a causa di alcuni vecchi post. In Germania, ho visto agenti di polizia maltrattare e umiliare delle donne. Questo era l’Occidente “libero”. L’Occidente “civilizzato” che dona miliardi di dollari a Israele affinché continui il suo genocidio a Gaza e l’omicidio di massa di civili innocenti in tutta la regione. Non le chiamo più “democrazie” perché ciò che hanno fatto ricorda piuttosto le dittature autoritarie del passato. Trovo inoltre sorprendente che non ci sia un solo governo occidentale che non sostenga Israele finanziariamente o militarmente. È sbalorditivo che, sebbene ogni paese presenti uno spettro politico diversificato e un’ampia gamma di opinioni, non siano mai in disaccordo sul sostegno a Israele. I partiti Democratico e Repubblicano negli Stati Uniti possono litigare tra loro sull’assistenza sanitaria gratuita e sui diritti LGBTQ+, ma mai su Israele. I politici laburisti e riformisti si sono urlati contro senza sosta in occasione delle recenti elezioni, ma non per fermare la vendita di armi a Israele. C’è un segreto qui che nessuno può contestare: le elezioni di queste nazioni sono una farsa ingannevole in cui gli elettori hanno diritti farseschi di votare in elezioni in cui vincono sempre le stesse persone, indipendentemente da chi venga votato al potere. Guerra interiore Ogni viaggio che ho intrapreso è stato estenuante e faticoso. L’aerofobia è sempre presente. Un senso di terrore e trauma mi assale ogni volta che vedo un aereo. Mi ricordano gli aerei da guerra che hanno spazzato via intere famiglie, tra cui quella di mio cugino e di mia zia – e hanno raso al suolo il mio quartiere. Ogni volta che incontravo persone nuove, il mio cuore diventava più vulnerabile e la mia mente più affaticata. Il mio cuore batte ancora a casa. La mia testa pensa solo alla mia famiglia. Un minuto di notizie alla radio è sempre stato in grado di distruggere tutto. L’ansia costante che questo produce è insormontabile. Come posso sentirmi anche solo un po’ sano di mente quando partecipo alle preghiere nelle moschee di Dublino e Londra e non si fa alcun riferimento a Gaza? Come posso credere che esista una ummah musulmana quando bevono, mangiano e si divertono mentre un’intera popolazione viene massacrata e rinchiusa come animali? E cosa posso dire delle migliaia di palestinesi della diaspora che condividevano sui social media immagini dei loro viaggi e del cibo che avevano gustato mentre la gente veniva massacrata facendo la fila per il cibo nei centri di distribuzione della GHF a Gaza? Le contraddizioni, la separazione tra due mondi, entrambi pur sempre umani, mi stanno facendo impazzire. Più fondamentalmente, mi fanno chiedere se ci sia ancora qualche speranza per l’umanità. Notti infinite A giorni alterni, gli incubi mi svegliano di soprassalto — visioni di bombardamenti, di essere ucciso, di mangiare di nuovo cibo per animali e di perdere le persone che amo. Stringo i denti ogni volta che guardo il telegiornale. A volte piango, e piango per ore. Il mio cuore sembra un vaso in frantumi, pieno di emozioni contrastanti. Mi sento in colpa ogni volta che qualcuno viene ucciso o ferito a Gaza. Provo una paura costante per la mia famiglia. Mi vergogno quando bevo acqua pura e mangio del buon cibo. Provo nostalgia di casa ogni volta che cammino all’aperto o ammiro la bellezza della natura. Provo rimorso e rabbia per aver preso la straziante decisione di lasciare la mia famiglia. I miei genitori mi mancano profondamente. Più di ogni altra cosa, voglio stare di nuovo con loro. Questo senso di nostalgia mi ha accompagnato per tutto l’anno. Nulla in questa vita estenuante e superficiale – intrisa di paura, traumi e lavoro disumanizzante – ha mai alleviato il mio dolore. La promessa di libertà e sopravvivenza è un miraggio che svanisce sempre quando cerco di afferrarlo. Sono stato emotivamente morto, il che mi ha devastato anche fisicamente. La sopravvivenza non è mai solo fisica. Anche la libertà non è solo una condizione fisica. È anche mentale. A Gaza, la morte mi pioveva addosso, ma mi sentivo un vero sopravvissuto: la mia mente non era stata colonizzata. In esilio, ora sto lottando più di ogni altra cosa per la dignità e la libertà della mia mente. Abubaker Abed è un corrispondente di guerra occasionale di Deir al-Balah, a Gaza. È stato catapultato in una zona di guerra attiva per documentare il genocidio. È un giornalista e commentatore di calcio. https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcDxlPBRPgllNHdFnFTXdrDzPXLfLXmgksjrXshHmbTmSswMWBFxnnJWwGNnKwSVHl Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 27, 2026
Assopace Palestina
I sei attivisti fermati a Sirte tornano in Italia: “La solidarietà non si arresta”
Al rientro gli attivisti impegnati nel Land Convoy verso Gaza. Restano ancora in Libia est 10 attivisti/e della Global Sumud Flotilla, tra cui due di cittadinanza italiana, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, nessuna notizia sulle loro condizioni. La portavoce: “Tutte le strade che percorriamo per raggiungere Gaza sono bloccate, in un modo o nell’altro. Non fermiamo la solidarietà con la Palestina” Non è bastata la consegna di una prima lettera per chiedere un passaggio sicuro: le trattative per procedere secondo il diritto internazionale sono ancora una volta state bloccate. Nella giornata di domenica 24 maggio, alle 15:22 circa (ora locale), dieci partecipanti civili del Global Sumud Land Convoy sono stati fermati al valico 5+5 nei pressi di Sirte, dopo aver avviato un processo negoziale volto a facilitare la missione umanitaria del convoglio di terra di GSF, partito dalla Mauritania. Il dialogo consolare avviato nei giorni precedenti è stato immediatamente intensificato. Nonostante ciò, non si hanno al momento informazioni certe sulle condizioni fisiche, sul luogo di detenzione e sui tempi di eventuale rilascio delle attiviste. La portavoce della delegazione italiana Delia: “Stiamo provando a raggiungere Gaza in diversi modi, e le modalità con cui viene impedito il passaggio sono altrettanto diverse ma presentano un filo conduttore comune: senza israele non é possibile raggiungere in nessun modo la Palestina”. C’è un movimento globale, civile, spontaneo e determinato, che guarda verso Gaza e la Palestina. Persone di ogni provenienza, cultura e condizione si sentono chiamate ad avvicinarsi, a testimoniare, ad intervenire, guidati si da una mancanza politica, ma anche da un impulso etico, quasi universale, in direzione Palestina, luogo in cui i diritti umani vengono messi continuamente alla prova. Un segnale che la società civile non è indifferente. Un segnale che, quando i governi esitano, le persone sentono comunque il dovere di agire. Non ci arrenderemo, mai. E riusciremo ad arrivare a Gaza. Chiediamo: -informazioni ai governi e alla Libia orientale -Prova di vita -Accesso consolare -Rilascio immediato dei partecipanti del convoglio Global Sumud Land attualmente detenuti La solidarietà non si arresta e non si blocca ai confini. Ogni convoglio fermato ne genera altri mille. Per la Palestina. Per la libertà di movimento. Per la liberazione dei popoli oppressi e la fine del sionismo nel mondo. Global Movement to Gaza
May 27, 2026
Pressenza
Senegal: il mandato del popolo è incompatibile con le ricette del FMI e della Banca mondiale
Il 22 maggio 2026 il presidente Bassirou Diomaye Faye ha posto fine a una sorta di coabitazione piuttosto inedita, poiché si verificava per la prima volta in Senegal. In sostanza, i senegalesi avevano portato al potere la coppia «Diomaye-Sonko». Ci sembra quindi opportuno porci delle semplici domande: La vittoria di questa coppia è compatibile con il mantenimento di una costituzione (un presidenzialismo forte), ispirata in gran parte a quella della V Repubblica attualmente in vigore in Francia? Questo tipo di gestione politica verticale è in crisi in tutto il mondo e provoca alla popolazione molti danni interni ed esterni. È opportuno costruire sulle macerie del vecchio sistema sconfitto il 24 marzo 2024 un altro modello di organizzazione politico-istituzionale molto più conforme alle necessità del popolo, che ha portato al potere una coppia e non un singolo individuo, come vorrebbe una costituzione «bonapartista», ovvero un presidente forte con poteri da semidio? Rispondere a questa duplice domanda significa andare a identificare più a fondo le radici della problematica sollevata. Questa rottura è il culmine di due anni di tensioni crescenti, che hanno messo in luce due visioni politiche antagoniste: quella del presidente, considerata più conciliante, e quella di Ousmane Sonko, orientata maggiormente verso una rottura radicale. Tuttavia, ci si interroga sul fattore scatenante immediato: le dichiarazioni del primo ministro davanti ai deputati poche ore prima della sua destituzione hanno costituito la goccia che ha fatto traboccare il vaso? In quell’occasione Sonko ha dichiarato che «il presidente ha sbagliato», alludendo al modo di gestire i fondi politici, una sorta di casse nere per le quali una certa opacità è da sempre la regola. È stato questo a far precipitare lo scontro tra i due? Prima di essere destituito, Ousmane Sonko si è espresso davanti ai deputati. «Il presidente ha sbagliato», prima di aggiungere «Spero che rinsavisca», ponendo un ultimatum al proprio capo per l’adozione di un testo di riforma. Questo aspetto, a nostro avviso, è certamente interessante dal punto di vista della cronologia dei fatti, ma riteniamo che l’essenziale sia altrove. È risaputo che il sistema, tramite la Banca Mondiale e il FMI, aveva sospeso ogni erogazione e stava esercitando pressioni per una ristrutturazione del debito che avrebbe comportato l’attuazione di un programma di austerità, una cura da cavallo che solo i sinistri «esperti» del FMI e della Banca Mondiale conoscono. Sonko rifiutava tutto questo. Una raccomandazione del FMI che propone le dimissioni di Sonko come condizione preliminare per qualsiasi ripresa dei rapporti con il Senegal rappresenta per noi il punto di partenza di ogni analisi seria che tenga conto delle legittime aspirazioni del popolo senegalese. Il programma di PASTEF, sulla base del quale la squadra Diomaye-Sonko ha ottenuto il mandato popolare, è incompatibile con le ricette di finanziatori come l’FMI e la Banca Mondiale. Ciò costituisce la base politica della rottura tra i due leader. Aggiungiamo che un ego smisurato potrebbe essere stato un elemento acceleratore della rottura del duo al vertice dello Stato. Una rottura ovviamente aiutata anche dalle manovre di settori dello «Stato profondo» sotto varie forme, ovvero tutti i sostenitori del sistema clientelare scosso nell’elezione rivoluzionaria del marzo 2024; le forze conservatrici legate al vecchio sistema corrotto che hanno contribuito alla spogliazione del popolo e alla sua precarietà. La sequenza politica che si apre è senza precedenti: Sonko e il suo partito, maggioritari all’Assemblea nazionale, si ritrovano all’opposizione di fronte al presidente che hanno portato al potere. In ogni caso, i cittadini nella loro diversità, che nel marzo 2024 si sono mobilitati per smantellare un sistema neocoloniale, rimangono la forza motrice imprescindibile e determinante in questo momento politico. Da loro dipende se si approfondirà o meno il percorso politico-sociale avviato in occasione delle elezioni presidenziali del 2024. Restiamo attenti a questa maggioranza del popolo perché è lei, nella sua calda moltitudine, nella sua gioiosa e creativa diversità, che potrà scrivere le future pagine e sequenze in un percorso pieno di senso e invochiamo con tutte le nostre forze che sia posto sotto il sigillo della non violenza. «Quel senso tante volte perduto e tante volte ritrovato» che apre a un futuro radioso, riallacciandosi così agli antenati che, in diverse forme, hanno lasciato questo paese, l’Africa, il mondo un po’ migliori. L’entrata in scena dei giovani e delle donne, del popolo, avverrà sicuramente. Quando? In quali forme? Con quali modalità? Speriamo che la violenza sia assente da questo inevitabile faccia a faccia. Per noi stessi, per l’Africa e per tutte le persone di buona volontà. N'diaga Diallo
May 27, 2026
Pressenza
«L’algoritmo della farfalla»
Una graphic novel scritta da Lucio Cascavilla e disegnata da Giunia C., con la postfazione della rete Mai più Lager – No ai CPR e l’introduzione del ricercatore Pietro Cingolani. Il libro è edito da Morsi Editore, un’officina editoriale indipendente di Torino nata nel 2021 per dare voce a progetti di editoria militante: fumetti, libri illustrati e opere di critica sociale che uniscono narrazione visiva e sguardo radicale sul presente. Lolade è una donna Yoruba giunta in Italia da una decina d’anni. Con il permesso di soggiorno e un marito italiano, la sua vita sembrava costruita su basi solide. Poi, mentre era per strada, due carabinieri l’hanno arrestata perchè sospettata di uno scippo. Scagionata dal furto, si ritrova accusata dagli stessi agenti di resistenza a pubblico ufficiale. Prima ancora di essere rinviata a giudizio, viene spedita in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. > Nei CPR non ci capita mai nessuno di famoso. Ai giornalisti non è permesso > entrare. La verità si viene a conoscere solo quando qualcuno riesce a uscire. Dopo qualche giorno nel Centro arriverà la giovane Ife. E poi Laurent. Tre storie che si intrecciano in uno spazio che non dovrebbe esistere, almeno non così. UNA FALLA NEL SISTEMA GIURIDICO L’apertura dei CPR ha significato, nella pratica, una sospensione dei diritti giuridici fondamentali. Si può essere condannati e incarcerati anche senza aver commesso alcun fatto. Questa falla nel sistema giudiziario europeo – e mondiale – apre la strada a detenzioni ingiustificate che possono protrarsi nel tempo senza alcun controllo reale. Il sistema dei CPR gestito da privati porta la situazione all’estremo: l’ente gestore non è più interessato all’amministrazione della giustizia, ma al numero dei reclusi, grazie ai quali riceve fondi dal governo. Più detenuti ci sono, più i rimborsi saranno elevati. Una macchina economica alimentata dalla privazione della libertà. ROMPERE IL SILENZIO Raccontare la storia di Lolade, Ife e Laurent significa rompere un muro di silenzio. Ai giornalisti non è permesso entrare nei CPR, e la verità si viene a conoscere solo quando qualcuno – grazie a qualche cavillo giudiziario – riesce a uscire e torna a raccontare quel che è stato. Se nella prigione si contano i giorni per uscire, dai CPR si vorrebbe uscire senza però essere rispediti nei paesi dai quali si è arrivati, né essere trasferiti nei cosiddetti paesi terzi, lontanissimi. Morsi Editore: Nata nel 2021 a Torino dal desiderio di unire diverse realtà artistiche e culturali, Morsi è un’officina indipendente di fumetti, libri illustrati e progetti creativi. Produce un’editoria militante che offre uno sguardo radicale su politica, cultura, arte e società attraverso mezzi di comunicazione artistica. Sensibilizzazione della collettività e focus sull’attualità trovano un punto d’incontro con le arti visive e una nuova editoria, rivolgendo uno sguardo critico verso la disobbedienza creativa. Grazie alla collaborazione con autori e artisti, Morsi crea prodotti cartacei che affrontano con narrativa e disegno la critica sociale.

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.