Maranza. La razzializzazione di una parola e la paura dei giovani – di Marco Antonio Pirrone
Accade spesso che gruppi, generazioni o segmenti di esse, movimenti, generino dal basso connotazioni identitarie, come forme di autodefinizione e di autorappresentazione, talvolta anche politica, che poi il potere e la comunicazione mediatica, oggi davvero dominante e pervasiva, trasformano in uno stigma, senza neanche preoccuparsi di comprendere e ascoltare che cosa vi sia dietro. [...]
November 8, 2026
Effimera
In mille a Cremona per dire: “Adèss Baasta!”
7 novembre 2026. Una pacifica, grande e partecipata manifestazione di circa un migliaio di persone, fra cui molti giovanissimi, si è svolta a Cremona contro il carovita, il riarmo e a favore del diritto al lavoro, allo studio, alla casa e alla salute: è ora di dire basta alle ingenti somme di denaro pubblico che vengono dissipate dal governo in manovre improduttive, contrarie agli interessi dell’umanità e volte all’escalation militare, a discapito dei servizi essenziali. Le richieste dei manifestanti sono chiare:” vogliamo finanziamenti per scuola, sanità e abitare, salari aumentati e più tempo per la vita”, tassazione degli extraprofitti degli speculatori. Un no netto al caro carburanti, all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e delle bollette in vista dell’inverno. E poi, non per ultima, c’è l’aspra critica a “big tech” che con i propri e vasti sistemi digitali condiziona l’economia globale, la comunicazione e la vita quotidiana, comprando e distruggendo le nostre campagne. Il folto gruppo di manifestanti è partito poco dopo le 15 dal parcheggio di Via Mantova, ex Foro Boario, e attraverso le vie Rialto, Ghisleri e Marmolada è giunto a Porta Romana. Per poi proseguire lungo le vie Gaspare Pedone, Bonomelli e Platina fino all’arrivo in piazza Marconi. Balli, musica, colori, gioia condivisa hanno caratterizzato il percorso e tutto si è svolto in modo pacifico e privo di tensioni. Molti gli striscioni presenti con gli slogan di protesta. Gli organizzatori ci tengono a dire che “non è importante chi organizza, è importante esserci, compatti, uniti attorno a rivendicazioni condivise. Per questo molte realtà hanno aderito, quel che conta non sono le sigle, ma quanti saranno in piazza”. In ogni caso circa quaranta associazioni del territorio hanno contribuito alla realizzazione mettendo il loro tempo e impegno. Fra queste anche i presidi territoriali che da molti mesi scendono in piazza periodicamente a sostegno del popolo palestinese, contro il genocidio e il riarmo. Una nota a fine di questa giornata importante per il consolidamento dei valori umani e della coesione comunitaria: questi sono i giorni di Diwali, una delle festività più importanti e sentite della tradizione induista, celebrata anche dai sikh (molto presenti sul nostro territorio) ed è la celebrazione delle luci, simboleggia il trionfo della luce sull’oscurità, della conoscenza sull’ignoranza e del bene sul male. Che sia di buon auspicio!!   Redazione Italia
November 8, 2026
Pressenza
“NAZA” è una finestra su un mondo che nemmeno gli abitanti di Gaza possono raggiungere
di Mohammed Sawwaf,  The New York Times, 7 novembre 2026.   Crediti: Tarini Sharma Ho guardato “NAZA” mentre un drone israeliano volava sopra la mia testa. Ho guardato il film — un documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che è diventato oggetto di polemiche e di attenzione a livello internazionale — sul mio portatile, seduto all’interno di un edificio che in qualche modo è ancora in piedi nel sud-ovest di Gaza. A sinistra dell’edificio c’è un condominio ridotto a un cumulo di macerie. Di fronte, un campo per sfollati. Nelle vicinanze si trovano i resti di un’università distrutta, ora utilizzata come rifugio. In tutta la zona si sente il rumore dello “zannana”, il drone di sorveglianza israeliano che non smette mai di sorvolarci qui a Gaza. Lo chiamiamo “zannana” in arabo per via del suono costante che emette: zzzzzzz. Ci sorveglia. A volte ci bombarda. «NAZA» è stato girato quasi interamente sui tetti di Tel Aviv. Al riparo della notte, agenti dei servizi segreti e soldati israeliani anonimi siedono in cima a grattacieli e condomini insieme a Yuval Abraham. Descrivono come ci abbiano preso di mira sistematicamente, come abbiano sganciato bombe su di noi da uffici lontani da Gaza. Quel punto di osservazione mi ha sconvolto. Durante tutto il film, si ha la sensazione che loro possano vedere tutto, mentre nessuno può vedere loro. A Gaza, questo è il nostro rapporto con gli aerei israeliani che sorvolano i nostri cieli. I missili arrivano dall’alto, ma la decisione di lanciarli sembra provenire da un luogo per noi irraggiungibile. I tetti su cui i registi hanno girato queste interviste vanno oltre una semplice scelta visiva. È un’immagine di potere: chi sta in alto osserva, mentre chi sta in basso è esposto. Volevo vedere “NAZA” sia per il successo internazionale che il film ha riscosso, sia per lo spazio che concede a chi ha preso parte alla macchina dell’uccisione. Anch’io sono un giornalista e un regista. Quando ho letto delle recensioni del film, mi sono chiesto: perché viene data loro questa tribuna? La nostra storia era così incompleta da aver bisogno che fossero proprio i carnefici a raccontarci come siamo stati uccisi? Ho guardato “NAZA” due volte. Il Guardian, che ha coprodotto il film, è riuscito a inviarmi un link per guardarlo qui a Gaza. Quando l’ho finito, non mi stavo più chiedendo se questo film avrebbe dovuto essere realizzato. Per me, la risposta è sì. Il film mi ha offerto una finestra su un mondo che non potevo raggiungere da solo: io posso arrivare alle macerie, ma i registi che hanno realizzato “NAZA” possono arrivare alla persona che decide quale casa debba diventare macerie. Io posso filmare un bambino ferito dopo un bombardamento. Loro possono interrogare la persona che ha preso parte alla decisione che lo ha provocato. I due resoconti non si annullano a vicenda; l’uno completa l’altro. Molte delle rivelazioni del film le conosciamo già. Sappiamo che Israele ci sta osservando. Sappiamo dell’uso dell’intelligenza artificiale in guerra; abbiamo letto di Lavender, il sistema di intelligenza artificiale utilizzato per individuarci, e abbiamo raccolto testimonianze di persone che sono state arrestate o prese di mira dopo essere passate davanti alle telecamere dell’esercito israeliano che si ritiene utilizzino il riconoscimento facciale. Eppure, pur sapendo ciò che so, sentire i membri delle unità d’élite dei servizi segreti parlare di come ci sorvegliavano mi ha fatto sentire come se stessi soffocando. Per loro stessa ammissione, tracciano ogni nostro movimento. I nostri telefoni. Le nostre chiamate. I nostri messaggi. Dove si trova una persona. Quando torna a casa. In una scena, uno degli intervistati racconta di aver hackerato il telefono di una ragazza per scoprire quando suo padre sarebbe tornato a casa. Queste informazioni intime hanno contribuito a determinare il momento di un attacco. La ragazza, la sua famiglia, sono diventati numeri in un altro calcolo. Ecco perché, man mano che il film andava avanti, non guardavo più “NAZA” da giornalista, ma da persona che cerca di sopravvivere. Gli intervistati hanno raccontato a Yuval Abraham come la decisione di rendere qualcuno un bersaglio si basi su probabilità e algoritmi — che hanno ucciso consapevolmente persone che sapevano non stessero prendendo parte alla guerra, basandosi esclusivamente su informazioni inconcludenti ricavate dai loro telefoni. Durante il mio lavoro, mi sono chiesto più di una volta: dovrei lasciare il mio telefono a casa? Dovrei parlare di un’idea per un film su WhatsApp? È meglio non discutere certe idee con i colleghi quando abbiamo i telefoni vicino? Una conversazione normale potrebbe essere interpretata in un altro modo? Poi mi rimetto in discussione. Forse è meglio non nascondere nulla, tenere il telefono con me e, in tutto ciò che faccio, chiarire che sono semplicemente un giornalista e un regista. È uno strano modo di vivere: cercare di immaginare come ti vede una persona che ti osserva, affinché non decida che sei qualcos’altro. Mentre gli intervistati raccontavano ai registi i vari attacchi che avevano condotto, la mia mente è tornata a ciò che ho vissuto in questi lunghi anni. Ho pensato al 17 novembre 2023, quando sono rimasto intrappolato sotto un edificio bombardato, incapace di muovermi. Tra le macerie accanto a me giacevano i corpi di intere famiglie. «NAZA» è l’acronimo ebraico di «danno collaterale.» Ero un NAZA quel giorno, o ero un bersaglio? Appena nove giorni prima, avevo subito una frattura al cranio mentre mi trovavo sotto un altro edificio che era stato bombardato. Due dei miei figli erano rimasti feriti. Eravamo NAZA anche quel giorno? Gli ufficiali e i soldati descrivono l’esistenza di regole del gioco che solo loro conoscevano, mentre noi a Gaza cercavamo di indovinare dove la morte avrebbe potuto trovarci. Ci faceva sembrare che Gaza fosse un videogioco. Sullo schermo, hanno raccontato gli intervistati ai registi, vedono bersagli e icone. Quando la missione è finita, il giocatore può alzarsi dalla sedia. Ma la persona all’interno del gioco non può andarsene. Nel pieno della guerra, abbiamo iniziato a capire le regole. Una volta, stavo cercando riparo vicino a Salah al-Din Road, un’autostrada principale che attraversa tutta la Striscia, quando hanno iniziato a cadere granate e i quadricotteri hanno iniziato a sparare vicino a noi. Nel caos, ho visto un uomo che cercava di attraversare l’autostrada accasciarsi e smettere di muoversi. La gente diceva che fosse morto lì. Guardandolo, abbiamo capito che non potevamo più attraversare quella strada. Da quaggiù, potevamo dedurre molte cose da ciò che vedevamo e sentivamo. Capivamo se una zona era diventata off-limits dal numero di quadricotteri che vedevamo nel cielo o dai rumori dei bombardamenti. Potevamo vedere quando un intero edificio veniva distrutto apparentemente per uccidere una sola persona, o un’intera zona bombardata con un unico obiettivo in mente. Capivamo quando un bombardamento veniva usato per costringerci a fuggire. «NAZA» ha confermato ciò che noi — le vittime che hanno raccontato le storie dall’interno della macchina di morte — sospettavamo da tempo. In una delle scene più impressionanti del film, un intervistato ha parlato dell’autorizzazione a un attacco per uccidere un numero enorme di civili: fino a 500 persone, anche se ha detto di non sapere quante ne fossero state effettivamente uccise. (Le Forze di Difesa Israeliane hanno negato di aver approvato un attacco con un numero così elevato di vittime.) Mentre ascoltavo, ho cominciato a pensare: conosco questo posto? Negli ultimi tre anni ho assistito a così tanti attacchi da averne perso il conto — a volte decine in un solo giorno. Ma a volte i ricordi di un singolo momento di distruzione rimangono vividi. Ne ho subito pensato uno. All’inizio della guerra, c’era un quartiere a Shuja’iyya, nella parte orientale di Gaza, dove alcuni sostenevano che fossero state uccise centinaia di persone — altri dicevano più di 500. Mi sono recato lì poco dopo gli attacchi e ho visto un intero isolato di un quartiere raso al suolo, con polvere e calcinacci sparsi sui corpi. Non posso dire con certezza che l’incidente a cui si riferiva l’intervistato sia avvenuto proprio lì. Ma anche solo la possibilità che ciò che avevo visto potesse essere il risultato di ciò di cui l’uomo stava parlando sullo schermo era terrificante. Gli ufficiali israeliani nel film descrivono come sono state prese le decisioni di sganciare le bombe; io ricordo com’erano quei luoghi dopo. La verità sulla guerra a Gaza vive tra queste due realtà. «NAZA» non completa quella storia. Ne inizia un’altra: ora dobbiamo andare dall’altra parte dell’algoritmo che decide delle nostre morti, verso ogni NAZA, e restituire loro i nomi, i volti. Le loro vite. Ogni NAZA è una storia. È nostra responsabilità raccontare anche quella storia. Mohammed Sawwaf è un regista e produttore di documentari. È il fondatore di Alef Multimedia, una società mediatica indipendente con sede a Gaza. Di recente è stato coproduttore di “American Doctor”, un film che segue tre medici americani impegnati come volontari a Gaza durante il culmine della crisi umanitaria. https://www.nytimes.com/2026/11/07/opinion/naza-documentary-gaza-israel.html Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
November 8, 2026
Assopace Palestina
Naufragio in Senegal: almeno 21 morti
Almeno 21 persone sono morte in seguito al naufragio di una canoa al largo della città senegalese di Kébémer, nella parte nord-occidentale del Paese. A riferirlo è stato il ministero dell’Interno senegalese, che ha precisato che il bilancio delle vittime risale alla sera del 7 novembre. «I servizi competenti dello Stato sono mobilitati per proseguire le ricerche, soccorrere eventuali sopravvissuti e assistere le famiglie», ha dichiarato il ministero. Non sono ancora chiare le cause dell’incidente. The post Naufragio in Senegal: almeno 21 morti appeared first on L'Indipendente.
November 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase
Questa frase ha cinque parole. Anche questa ne ha cinque. Si potrebbe continuare a lungo. Scrivendo frasi di cinque parole. Ma non sarebbe molto interessante. Leonard Cohen sarebbe stato d’accordo. Lui ne avrebbe tolte quattro: «Vorrei poter dire tutto con una parola sola – scrisse una volta – Odio tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase». Insomma, gli piaceva lavorare per sottrazione. Qualcuno, vicino a lui, lo prese troppo alla lettera. A un certo punto della sua carriera Leonard Cohen si era abbastanza rotto le palle. Bella la musica, bella la fama, bello suonare e vendere dischi, bello sublimare la propria disperazione in qualcosa di bello, ma a sessant’anni aveva deciso che poteva anche bastare. Un giorno è uscito di casa, ha salutato amici e colleghi e se n’è andato, semplicemente, in un posto dove nessuno sarebbe venuto a disturbarlo. È una tentazione che prima o poi viene a tutti. Dopo i quarant’anni, in media, capita sei volte al giorno. Non tutti se lo possono permettere, ma un musicista milionario ha qualche margine di manovra in più. Il posto è un tempio buddista. Il Mount Baldy Zen Center, un gruppo di casette di legno a duemila metri, sulle montagne sopra Los Angeles. Niente riscaldamento, sveglia alle tre del mattino, ore di meditazione e pavimenti da lavare. Cohen ci saliva da più di vent’anni per andare a trovare il suo maestro, Joshu Sasaki, un monaco giapponese che nel 1994 di anni ne ha ottantasette. Adesso gli fa da cuoco, da autista e, la sera, da compagno di sakè. Nel 1996 lo ordinano monaco e gli danno un nome nuovo, Jikan, che vuol dire più o meno «il silenzioso». Un’investitura che suona come un pensionamento anticipato. E infatti Cohen, per diversi anni, alla sua carriera di musicista non ci pensa più. «Il lusso più grande – spiegherà poi – era non dover pensare a cosa fare dopo». A quello, giù a valle, ci sta pensando Kelley Lynch. Kelley Lynch è la manager di Leonard Cohen, alla quale il cantante canadese ha affidato l’intera gestione del suo patrimonio. Si occupa dei contratti, dei diritti e dei soldi, entra ed esce da casa sua come una di famiglia. Cohen intanto se ne sta tranquillo. Lontano dai beni materiali. A contemplare le nuvole sulla cima coppi del buddismo. Senza sapere però che laggiù, tra i comuni mortali, Kelley Lynch gli sta rubando tutto. Leonard Cohen versione monaco zen Nel 1999 Cohen scende dalla montagna. Sul monte Baldy ha smesso di fare il cantante, ma non ha mai smesso di scrivere. Torna a Los Angeles con le tasche piene di versi. Lì ritrova Sharon Robinson, che con lui aveva già scritto alcuni brani e che adesso diventa la sua socia. Lavorano in due garage: quello di lei, tre posti auto trasformati in studio, e quello di lui, con lo studio al piano di sopra. Per quasi due anni le registrazioni fanno avanti e indietro tra un garage e l’altro su un hard disk portatile. Nel 2001 esce il nuovo album, il primo disco di inediti dopo nove anni. Contiene dieci canzoni nuove e si intitola, con una certa coerenza, Ten New Songs. È anche il primo disco di Cohen registrato interamente in digitale e, bisogna ammetterlo, un po’ si sente. Nei crediti si legge che le basi sono arrangiate, programmate e suonate da Sharon Robinson. O meglio, dal computer di Sharon Robinson. Di musicisti in carne e ossa ce ne sono pochissimi: una chitarra nel primo singolo, un arrangiamento d’archi in un altro pezzo. Il resto lo fanno timide tastiere, sintetizzatori esangui e una batteria elettronica che tiene il tempo con l’apatia di un metronomo deluso dalla vita. A tratti il tappeto sonoro sembra quello di un piano bar d’albergo all’una di notte, quando in sala sono rimasti solo il pianista e un cliente che non ha nessuna voglia di salire in camera. Poi attacca la voce di Cohen, più bassa e consumata che mai, e si capisce che il cliente è lui. La settima traccia del disco è Alexandra Leaving. Cohen la ricava da una poesia di Konstantinos Kavafis del 1911, Il dio abbandona Antonio. Antonio è Marco Antonio, il console romano. Una notte, mentre si trova ad Alessandria, assediato da Ottaviano che vuole strappargli il potere, si affaccia alla finestra e sente un corteo attraversare la città. È il dio Dioniso, il suo dio, che lo abbandona. Kavafis gli rivolge una raccomandazione: non lamentarti, non cercare illusioni, non convincerti che sia stato soltanto un sogno. Affacciati alla finestra, ascolta fino in fondo il suono di ciò che se ne va e saluta Alessandria. Perché anche la città, ormai, ti sta lasciando. Cohen prende quella poesia e la trasforma, come sempre, a modo suo. Alessandria diventa una donna, Alexandra. Antonio diventa un uomo che la guarda mentre lei si prepara a lasciarlo. È ancora nel suo letto, ancora vicina a lui, ma entrambi sanno che tutto sta per finire. «D’improvviso la notte si è fatta più fredda – canta Cohen all’inizio del brano – La dea dell’amore si prepara a partire». Lui lo sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Ha visto fallire ogni progetto, ogni tentativo di trattenere ciò che stava andando via. Non gli resta che assistere alla partenza, senza protestare, senza chiedere un’altra possibilità. Dire addio ad Alexandra mentre è ancora lì, e poi dirle addio un’altra volta, quando sarà soltanto un ricordo. È la fine di un amore raccontata come la fine di una civiltà. Perché a volte perdere una persona significa perdere anche tutto il mondo che avevamo costruito intorno a lei. https://www.youtube.com/watch?v=ELGaHaZzwjU Mentre metteva in musica Antonio che, affacciato alla finestra, ascoltava Alessandria andarsene, Cohen avrebbe fatto bene a dare un’occhiata anche fuori dalla sua finestra. Avrebbe visto i suoi soldi fare la stessa fine. Nello stesso anno in cui esce Ten New Songs, una fetta consistente dei diritti sulle sue canzoni viene venduta alla Sony. Prezzo: otto milioni di dollari. I soldi finiscono in una società appena nata, la Traditional Holdings. A Cohen hanno spiegato che sarà intestata ai figli. Non proprio. Sulla carta, il 99,5 per cento è della sua manager. Cohen se ne accorge tre anni dopo. Nel 2004 sta registrando un altro disco, Dear Heather. A ottobre un dipendente della società avvicina sua figlia, Lorca, e le consiglia di dire al padre di dare un’occhiata ai conti. Lorca risponde che tanto il padre sta per andare in pensione: «Non potrà andarci» ribatte gola profonda. Cohen va in banca e scopre di aver appena pagato, senza saperlo, settantacinquemila dollari della carta di credito della sua manager. Il giorno dopo la licenzia e quel pomeriggio lei prova a ritirare altri quarantamila dollari da un’altra filiale. I contabili fanno il resto: dal fondo per la vecchiaia mancano più di cinque milioni. Cohen ha settant’anni, il suo margine di manovra si è ristretto parecchio, e per pagare gli avvocati ipoteca la casa. Nel 2006 un giudice condanna Kelley Lynch a restituirgli nove milioni e mezzo. Lei non si presenta nemmeno e quei soldi non arriveranno mai. Per rifarsi una pensione gli resta una cosa sola da fare: tornare a fare il cantante. Un avvocato, Robert Kory, rinuncia alla parcella e diventa il suo manager. L’11 maggio del 2008, dopo quindici anni lontano dai concerti, Cohen sale sul palco del Playhouse di Fredericton, in Canada. Settecentonove posti. A luglio è alla O2 di Londra davanti a sedicimila persone. Prima di attaccare Ain’t No Cure for Love ricorda che l’ultima volta che aveva suonato lì aveva sessant’anni ed era “solo un ragazzino con un sogno folle”.  La battuta la ripete ogni sera, cambiando soltanto il nome della città. Leonard Cohen in concerto Quasi vent’anni dopo quei concerti, ed esattamente dieci anni dopo la morte di Leonard Cohen, ci sono ancora tanti ragazzi con il “sogno folle” di vivere scrivendo canzoni. E c’è ancora chi prova a fregarli. Questa settimana su L’Indipendente abbiamo raccontato la storia di Riccardo, giovane cantautore napoletano truffato da un manager che prometteva di portarlo in giro a suonare in tutta Italia e che invece si è portato in giro solo i suoi soldi. Cambiano le cifre rispetto a Cohen, e di parecchi zeri, ma il meccanismo è sempre lo stesso. Riccardo, in ogni caso, non si è perso d’animo e ha ricominciato a suonare e a inseguire il suo sogno: «Cerco di muovermi in modo indipendente – ci ha detto – Credo di riuscire tranquillamente a farlo, un mini tour». Leonard Cohen odiava tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase. Figuriamoci quello che può succedere tra l’inizio e la fine di un sogno.  Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase appeared first on L'Indipendente.
November 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Novembre di impegno e partecipazione per i pacifisti giapponesi
Il 3 novembre 2026, una grande manifestazione si è svolta a Tokyo davanti alla Dieta nazionale per celebrare l’80° anniversario della Costituzione pacifista giapponese e opporsi fermamente ai tentativi di revisione dell’Articolo 9 promossi dal governo Takaichi. La mobilitazione della società civile non si è esaurita con le celebrazioni dell’anniversario, ma è entrata in una fase di resistenza permanente. La piazza di Tokyo ha infatti dato il via a una fitta rete di iniziative periodiche e appuntamenti mirati che accompagneranno il Paese per tutto l’autunno, con l’obiettivo di contrastare i piani governativi di riarmo forzato e il budget record della difesa previsto entro la fine dell’anno. Questo impegno si traduce in azioni concrete e costanti che vedono i pacifisti giapponesi scendere in strada ogni settimana. I presidi davanti al Parlamento continuano a fare pressione sulle istituzioni contro la revisione dei documenti sulla sicurezza nazionale, mentre i movimenti giovanili animano regolarmente i lunedì e i venerdì all’Hibiya Park. Durante queste proteste in pausa pranzo, le assemblee all’aperto diventano laboratori di controinformazione e piazze digitali per sensibilizzare i passanti e i cittadini più giovani. Nelle prossime settimane, la protesta civile si intreccerà con importanti appuntamenti istituzionali e culturali. Dal 15 novembre al 6 dicembre, il Tokyo Human Rights Awareness Festival dedicherà ampi spazi al legame indissolubile tra il pacifismo costituzionale e i diritti fondamentali, culminando nelle giornate del 5 e 6 dicembre presso il Tokyo International Forum. Parallelamente, il 28 novembre, la Nikkei Hall ospiterà il Forum annuale della Goi Peace Foundation intitolato “Connecting Hope, Creating Peace”, un momento di raccordo internazionale in cui ONG e attivisti globali si uniranno per difendere il modello di disarmo istituzionale giapponese, ribadendo che la pace si costruisce solo attraverso il diritto e la nonviolenza. Pace – pace@liste.peacelink.it oppure visita https://liste.peacelink.it/gestione/lists/pace.liste.peacelink.it Peacelink Telematica per la Pace
November 8, 2026
Pressenza
Israele: leader dell’opposizione incaricato di formare il governo
Il presidente israeliano Herzog ha comunicato al leader del partito di opposizione Yashar!, Gadi Eisenkot, la propria intenzione di affidargli l’incarico di formare il nuovo governo israeliano. La cerimonia per il conferimento formale del mandato dovrebbe tenersi oggi alle 17. L’annuncio era nell’aria da tempo: dopo le consultazioni, i partiti arabi, che detengono complessivamente 19 dei 120 seggi del Parlamento israeliano, hanno indicato proprio Eisenkot a Herzog come possibile nuovo premier. Insieme a loro, gli altri partiti dell’opposizione hanno espresso il proprio sostegno alla sua candidatura, portando a 67 il numero dei membri della Knesset che lo hanno raccomandato per l’incarico. The post Israele: leader dell’opposizione incaricato di formare il governo appeared first on L'Indipendente.
November 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando l’Albania era colonia italiana, storia di un film osteggiato
Documenti inediti rinvenuti negli archivi diplomatici in giro per l’Europa ricostruiscono una vicenda ancora del tutto sconosciuta, che riguarda la lavorazione di un film con Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Anouk Aimée e un quasi esordiente Sergio Castellitto. Il film, diretto da Luciano Tovoli, uno dei più affermati direttori della fotografia del nostro cinema, era Il generale dell’armata morta, tratto dal romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadare. Le riprese erano previste fra il 1980 e il 1982, in Albania, dove i fatti raccontati avvennero realmente. Ma dopo contatti, viaggi e sopralluoghi e il denaro versato alla Banca di Stato albanese, la troupe fu imbarcata su un aereo e rimandata in Italia, senza che fosse girato neppure un metro di pellicola. Si è sempre attribuita la responsabilità agli albanesi, ma i documenti consultati negli archivi diplomatici raccontano di una segretissima trama politico-diplomatica che cercò di bloccare la lavorazione della pellicola. Gli apparati di due grandi democrazie, Italia e Francia, agirono nell’ombra affinché il film non si facesse. L’Italia, che esercitò forti pressioni nei confronti dell’isolata Albania, non voleva quel film perché riapriva la pagina dell’occupazione fascista e delle atrocità sulle popolazioni civili, intaccando il mito dell’“italiano brava gente”; Parigi aiutò Roma in questa impresa in cambio del sostegno segreto nella chiusura delle radio private attive dal territorio italiano, come Radio Corsica Internazionale e Radio K. Il film si fece comunque, fu girato in Abruzzo e uscì nel 1983; ma, all’insaputa di Mastroianni e Tovoli, era diventato la pedina di una battaglia internazionale. Nonostante il trionfo di pubblico e critica in Francia, nel nostro Paese non fu mai distribuito nelle sale cinematografiche. Ora un libro narra tutta la vicenda, ricostruendola dalle fonti. L’Associazione culturale “Tina Modotti”  invita venerdì 13 novembre 2026 alle ore 18.15 in Casa del popolo “Antonio Gramsci” (Via Ponziana 14 – 1° piano, Trieste) alla presentazione del libro: Una storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo (Bibliotheka ed., 2025) di Antonio Caiazza. Antonio Caiazza, giornalista alla redazione Rai di Trieste, ha seguito per anni le vicende Balcaniche per diverse testate. In particolare, all’Albania ha dedicato diversi servizi televisivi, articoli e due libri: In alto mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro (Instar Libri 2008) e il romanzo La notte dei vinti (Nutrimenti 2014), racconto della sanguinosa epurazione che colpì la nomenklatura di Tirana a metà degli anni ’70. L’autore dialogherà con Gianluca Paciucci. Redazione Friuli Venezia Giulia
November 8, 2026
Pressenza
Signornò: il futuro non è la guerra
Giovedì 12 novembre 2026 alle 18.30 presso i locali di via Valdirivo 15/b  l’Assemblea permanente contro guerre e riarmo e NonUnaDiMeno (Trieste) invitano all’incontro “Signornò: il futuro non è la guerra!”  SignorNo! Il Futuro non è la Guerra! Giovedì 12 Novembre ore 18.30 in via Valdirivo 15/b l’Assemblea Permanente contro le guerre e il riarmo e Non Una di Meno Trieste invitano a un incontro-dibattito con: *Luca dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università  *uno studente medio di Monaco, dello Sciopero Europeo Studentesco contro la Leva Militare del 20 novembre. In tutta Europa i giovani stanno scendendo in piazza contro il carovita e contro i tagli ai servizi sociali; ma anche contro la guerra e il riarmo che tolgono ancora più risorse a scuola e sanità. Mentre la maggioranza della politica e dei mass media si concentra sulle vetrine rotte senza vedere la violenza di un mondo che genera ogni giorno guerra, genocidi, sopraffazione , miseria ed emarginazione – le proposte di leggi per la reintroduzione della leva militare spuntano in tutti i Paesi europei! D’altronde, il programma di riarmo europeo di circa 800 miliardi di euro, ha le sue esigenze! Se ci si riarma lo si fa per far la guerra! Se si farà la guerra, si avrà bisogno di soldati! Redazione Friuli Venezia Giulia
November 8, 2026
Pressenza

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.