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Milano: indagini sul ruolo della Polizia e Carabinieri nella morte di Ramy Elgaml e Abderrahim Mansouri
A Milano sono almeno 2 le inchieste che riguardano la morte di due giovani, entrambi di origine migrante. Ad accomunarli il ruolo attivo delle forze di polizia e carabinieri. Da un lato Ramy Elgaml, morto nel quartiere Corvetto al termine di un inseguimento di ben 8 km compiuto dai carabinieri nel novembre 2024; qui alleggerita l’imputazione per il carabiniere che ha speronato lo scooterone su cui viaggiava anche Ramy, mentre su “Il Domani” le intercettazioni di altri carabinieri, indagati per depistaggio, che dicono di aver “brutalizzato un testimone”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il commento di Barbara Indovina, avvocata della famiglia di Ramy Elgaml. Dall’altro lato c’è un’altra inchiesta, che vede 4 gli agenti di Polizia indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell’indagine sulla morte del 28enne Abderrahim “Zak” Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel ‘boschetto’ di Rogoredo. Vicenda per cui è già indagato per omicidio un altro poliziotto. La ricostruzione ha portato ora a ipotizzare per altri 4 agenti anche un presunto ritardo nella richiesta di soccorsi, mentre i legali della famiglia del giovane oggi ribadiscono: “Abderrahim non aveva una pistola, non solo non l’ha puntata contro, non ce l’aveva”. Rajaa, compagna di Milano in Movimento, che sta seguendo l’inchiesta. Da Radio Onda d’Urto
Trento: AXA = GENOCIDIO Danneggiata una filiale
Riceviamo da email anonima e diffondiamo: AXA = GENOCIDIO Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 febbraio, col favore delle tenebre, abbiamo danneggiato la sede di AXA assicurazioni a Trento. AXA trae enormi profitti dal genocidio in corso nei territori occupati di palestina, dato che investe direttamente più di 170 milioni di euro ogni anno in aziende che producono armi, di cui una buona fetta tratta anche armi al fosforo bianco e all’uranio impoverito. Sostanzialmente contribuisce a fornire armi di distruzione di massa ad un esercito di assassini sionisti fanatici guidati da un’elite colonialista senza scrupoli. Cosa potrebbe andare storto? Un mese fa apprendevamo la notizia della condanna del nostro compagno Juan a 5 anni di carcere per attentato con finalità terroriste (280bis) contro la scuola di polizia POLGAI a Brescia, scuola nella quale sono passate anche le milizie sioniste che oggi applicano sui palestinesi ciò che in Italia hanno appreso. Appena un giorno dopo Anan Yaesh, partigiano palestinese detenuto in Italia su mandato israeliano, veniva condannato a 5 anni e 6 mesi sempre per terrorismo, con l’accusa di aver organizzato le brigate di autodifesa di Tulkarem, gruppo della resistenza palestinese nato nel medesimo campo profughi. In una spirale di guerra interna che lo stato porta avanti ai danni dei proletari, ancor di più se essi lottano per la libertà, il nostro compito resta sempre quello di individuare il nemico in casa nostra e agire di conseguenza. Ancor di più se in “casa nostra” fa capolino la milizia razzista e assassina dell’ICE, accolta a braccia tese da tutti quegli inetti che si nascondono dietro al tema della remigrazione. Riportiamo anche la vittoria del gruppo inglese Palestine Action che, nonostante conti una trentina di membri in galera con le solite accuse di terrorismo, è riuscito con più di 50 giorni di sciopero della fame collettivo a far rescindere un accordo da più di un miliardo di euro tra il colosso militare israeliano Elbit e il governo britannico. Al loro sciopero della fame si sono uniti vari prigionieri in solidarietà, tra cui il nostro compagno Stecco, prigioniero dello stato nel carcere di Sanremo. Libertà per Anan, Juan, Stecco e Palestine action. Libertà per la Palestina e per tutti gli oppressi del mondo. Alla prossima, chissà…
February 18, 2026
il Rovescio
Lione: “è stato un agguato teso dai fascisti”, l’inchiesta di Contre-Attaque ribalta la narrazione attorno alla morte del 23enne neofascista
Francia. Prosegue la strumentalizzazione mediatica contro le realtà antifasciste e di sinistra dopo la morte di un 23enne neofascista a Lione nello scontro tra 16 fascisti e 13 antifascisti. La controinchiesta dal basso condotta dal sito di movimento francese contre-attaque.net fa emergere contraddizioni nella versione di media e Stato, “basata – si legge – sulla narrazione dell’estrema destra: un cattolico non violento di 23 anni, assassinato a sangue freddo da “antifa”, come sostiene nelle prime risultanze pure la procura di Lione, che indaga sui fatti”. L’articolo di contre-attaque-net, con foto, video e testimonianze diretta, mostra invece l’assalto compiuto dai fascisti e la risposta degli antifascisti, numerosi dei quali feriti a loro volta. Le grida dei passanti avrebbero però costretto entrambi i gruppi a disperdersi. Dopo la confusione, nessuno è rimasto a terra. Subito dopo il 23enne neofascista si è rifiutato, al pari delle altre persone coinvolte, di andare in ospedale; successivamente il malore, l’emorragia celebrale e infine la morte. Sempre Contre Attaque ricorda che, dal 2022 a oggi, i neofascisti hanno fatto 11 vittime e 19 feriti gravi, nel silenzio dei media e della politica francese. La traduzione, a cura di Radio Onda d’Urto, dell’articolo dettagliato di contre-attaque.net pubblicato nella giornata di mercoledì 17 febbraio. 11 le persone fermate, tutte antifasciste, uno dei quali legato indirettamente a LFI, La France Insoumise, contro cui da giorni si concentra un fuoco incrociato tra lepenisti, macroniani e pure socialisti, tutti d’accordo nell’attaccare il partito di sinistra, palesando pure una sorta di “cordone di esclusione politica” contro LFI, che in mattinata ha dovuto evacuare la propria sede nazionale, nel 10/o arrondissement di Parigi, in seguito alla minaccia della presenza di una bomba. L’intervista a Cédric di Radio Zinzine, media indipendente del sud est della Francia. Marc Lefevre, militante de La France Insoumise di Lione. Da Radio Onda d’Urto
[Brema, Germania] Fuoco a Tesla! Stazioni di ricarica e quadri elettrici incendiati!
> Da Dark Nights, 25.11.25 Switch off Tesla! Switch off il capitalismo dell’IA! Switch off il fascismo! Distruggiamo la COP30: la scorsa settimana, i rappresentanti degli Stati membri delle Nazioni Unite sono volati a Belém, in Brasile, con un entourage follemente numeroso di giornalisti, forze dell’ordine e scienziati, per riflettere sulla loro inazione, scattare foto di gruppo e rilasciare dichiarazioni che non manterranno. Tutto questo mentre i nostri governanti sono più preoccupati di garantire all’industria tedesca materie prime sufficienti e di assicurarsi una carriera dopo il mandato, piuttosto che cercare di impedire la completa distruzione del pianeta. Belém è stata riqualificata per i turisti, i ricchi e i politici in vista del vertice della COP. Mentre i turisti passeggiano lungo il nuovo e scintillante molo del porto, le case sono state sgomberate e gli sfruttati e i poveri sono stati spinti ai margini della città. I quartieri sono stati sepolti sotto il cemento. È la stessa dinamica di gentrificazione e repressione che conosciamo da altri incontri dei potenti del mondo. La tradizione della colonizzazione si manifesta attraverso lo sfruttamento della foresta pluviale, l’agricoltura industriale, l’estrazione mineraria e la produzione di petrolio che distruggono i territori indigeni. Saluti solidali agli indigeni che hanno preso d’assalto l’edificio della conferenza sul clima, scatenando un momento di rivolta.  Pensiamo che questo sia il momento giusto per ribadire che non dobbiamo credere alle loro menzogne nemmeno per un istante. Lo sfollamento dalle città, la distruzione della terra e la colonizzazione dei territori: tutte queste lotte sono interconnesse. Ecco perché abbiamo dato fuoco a quattro stazioni di ricarica Tesla e a due armadi elettrici adiacenti con della benzina. Sabotiamo questo regime mortale! Sabotiamo il loro capitalismo verde! Musk incarna perfettamente questa logica e non è un caso che sia la persona più ricca del pianeta. Vogliamo vedere il suo impero in fiamme! Switch off Tesla! Switch off il capitalismo dell’IA! Switch off il fascismo! Stampa: https://www.weser-kurier.de/bremen/stadtteil-obervieland/e-ladesaeulen-brennen-in-bremen-kattenturm-polizei-sucht-zeugen-doc83at0p5a4fn1f8s4rdtl Fonte: Tumulte
[Atene, Grecia] Rivendicazione dell’attacco coordinato ad Ano Patissia
> Da Dark Nights, 16.2.26 La routine quotidiana di condizioni di lavoro medievali, l’umiliazione di classe, lo sterminio del proletariato, l’impunità dei datori di lavoro, il terrorismo, le misure di austerity che strangolano la base sociale, la tortura nelle stazioni di polizia infernali, le centinaia di omicidi ai confini della Fortezza Europa, la miseria nei centri di detenzione, la sorveglianza panottica permanente e la mappatura di ogni movimento, l’intensificazione della repressione e dell’arsenale legale dello Stato richiedono un’intensificazione della resistenza sociale e la rottura dell’onnipotenza dello Stato attraverso la diffusione di azioni aggressive e polimorfiche di violenza sociale dirette contro questo sistema insaziabile che annienta la vita umana e ci tratta come esseri sacrificabili, come numeri. Ancor più quando questa routine quotidiana è macchiata dal sangue delle persone della nostra classe, con omicidi capitalisti-statali commessi in nome del profitto e dell’avidità. Recentemente, abbiamo assistito all’omicidio di massa di cinque lavoratrici alla “Violanta” di Trikala, sepolte vive sotto tonnellate di macerie a causa di un’esplosione provocata da una fuga di propano, e all’omicidio di 15 migranti da parte della polizia portuale al largo della costa di Chios, durante un violento respingimento. Allo stesso modo, il guerrigliero urbano anarchico Kyriakos Xymitiris, ucciso prematuramente mentre maneggiava esplosivi in un appartamento in via Arkadias ad Ambelokipi il 31 ottobre 2024, scelse di armarsi per combattere «questo mondo marcio che si nutre della propria carne» e di dedicarsi interamente alla lotta rivoluzionaria contro l’autocompiacimento e il compromesso, con determinazione d’acciaio, umiltà e ottimismo. Noi, a nostra volta, la sera di domenica 1° febbraio, abbiamo compiuto un attacco contro obiettivi in via Patission ad Ano Patissia, colpendo e causando danni materiali alle vetrine e ai bancomat di tre banche (Eurobank, Alpha Bank e Optima Bank), nonché a una vetrina della Nova Bank. Dedichiamo questa azione al nostro compagno Kyriakos Xymitiris e ai nostri compagni perseguitati nel caso Ambelokipi, che sono imprigionati da 15 mesi. La nostra è una chiamata alla diffusione e alla moltiplicazione degli attacchi in vista dell’imminente processo per il caso. P.S. Esprimiamo la nostra solidarietà e forza ai compagni di Salonicco, recentemente oggetto di una crescente repressione da parte dello Stato e dell’arbitrarietà della polizia. L’ultimo esempio è il numero senza precedenti di arresti (oltre 300) durante un concerto all’Università Aristotele di Salonicco, a seguito di attacchi alle forze dell’ordine avvenuti all’esterno della sede. LIBERTÀ PER I COMPAGNI DEL CASO AMBELOKIPI KYRIAKOS XYMITIRIS SEMPRE PRESENTE Fonte: athens indymedia
Febbraio sta diventando orribile
Un orrore anche oggi con 4 morti sul lavoro il 32enne nel veronese e altri 3, tra questi il secondo schiacciato dal trattore in 3 giorni. Ministro Lollobrigida dell'Agricoltura, dica qualcosa contro questa strage di sua competenza. Si metta una mano sul cuore e agisca, nel 2025 ne sono morti 143 in questo modo orrendo. Un genitore non tornava a casa dal lavoro, l'hanno trovato morto probabilmente schiacciato tra due camion. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio di Bologna morti sul lavoro http://cadutisullavoro.blogspot.it
Sì, l’arte, quando vera arte, è “politica”
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.  Distinguere il lavoro delle persone da quello dei politici sembra riecheggiare una qualche poco lucida e mistificante forma di qualunquismo. Ritenere l’arte “l’opposto della politica” pare richiamare la “torre d’avorio”,  concezioni snob e aristocratiche di elitismo e intellettualismo. Si tratta di una posizione, discutibile come tutte le posizioni politiche, da respingere, perché riduce l’arte a ornamento, la creazione artistica a fatto decorativo anziché ad azione sociale, ma soprattutto vecchia, datata, ormai – si sarebbe portati a ritenere se non si dovesse ancora incappare in siffatti incidenti – superata. Anno 1947, un caso su tutti. Vittorini, replicando a Togliatti, difende le ragioni della cultura come distinte dalle ragioni della politica, invitando la sfera politica a entrare nella sfera culturale secondo le forme, i modi e i linguaggi propri della cultura (e non della politica) e rimarcando che politica e cultura “certo sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o come componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia”.  Togliatti, interloquendo con Vittorini, aveva sostenuto: “Troppo sommario il tuo giudizio, perché tra politica e cultura passano legami strettissimi di dipendenza reciproca, e tutte e due si muovono nella storia, quando si adeguino, s’intende, ai loro obiettivi. Altrettanto sommaria, e quindi non accettabile, mi sembra la tua distinzione tra i momenti in cui il politico opera o tende a operare trasformazioni solamente quantitative, e il momento in cui la sua azione incide sulla qualità. […] Credo che non ti sarà difficile vedere come anche la più radicale e profonda delle azioni rivoluzionarie rinnovatrici è stata preparata e ha il suo germe in un lavoro lungo, lento, tenace, che ha aspetti politici e aspetti culturali a un tempo. […] L’uomo politico, anzi, la corrente politica che noi siamo, ha tutto il diritto di collocarsi e muoversi con piena libertà, cioè sul piano dell’esame critico dei differenti indirizzi di cultura che si manifestano nel Paese. Sarebbe bella che dovessimo, poiché siamo uomini politici e corrente politica, disinteressarci di queste cose! Come se l’affermarsi o lo svilupparsi in un modo piuttosto che nell’altro di un determinato indirizzo di cultura non possa avere le più profonde ripercussioni sullo sviluppo più o meno rapido e persino sul successo di una corrente politica come la nostra!”.  È questo il punto: nella misura in cui gli indirizzi della cultura e la maturazione delle forme della cultura incidono, per dirla in termini contemporanei, sulla definizione degli immaginari collettivi e sulle modalità di costruzione della narrazione pubblica, del consenso, dell’egemonia, essi, quegli indirizzi culturali e quelle forme culturali, agiscono esattamente sul terreno della politica e interagiscono con i soggetti della politica nella costruzione di un orientamento generale e di un senso comune. Impossibile, allora, pensare  che la cultura, per riprendere Wenders, possa “restare fuori dalla politica”. L’arte assume, infatti, un’intrinseca caratura politica, sia, sotto il profilo euristico, come piano specifico di svolgimento di una comunicazione interpersonale orientata, sia, sotto il profilo ermeneutico, come griglia di lettura dei fenomeni sociali complessi e come strumento di azione nella società, in relazione ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, in riferimento alle sue tensioni e ai suoi conflitti. Rappresentando la tipicità delle figure sociali descritte, la totalità delle infinite, possibili, relazioni tra soggetto e oggetto nei loro rapporti storici, sociali, dialettici, e la tendenza verso le finalità, sociali, culturali, politiche, da perseguire, l’arte e, in generale, la cultura tutta prospettano una direzione e segnalano la funzione propriamente sociale della poiesis (ποíησις), della creazione.  Bene ha risposto, a Wenders, Arundhati Roy, scrittrice e intellettuale: “Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo. Lo dico chiaramente: ciò che è successo a Gaza, e che continua a succedere, è il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, così come da diversi altri paesi europei, che si rendono complici del crimine. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dirlo, sappiano che la storia li giudicherà”.  Con esemplare chiarezza, tornando a quello stesso 1947, il concetto fu espresso da György Lukács, con Gramsci, il più grande filosofo marxista, e tra i più grandi contemporanei, in Occidente: «L’arte fa vedere la vita dolorosa e la vittoria finale del principio umano, della sua ingegnosità, e il carattere tipico della vita individuale. Questo principio generale umanistico fa sì che l’arte ha qualcosa di insostituibile nella nascita e nell’evoluzione dell’umanità ed è solo partendo da questi principi che si può fondare filosoficamente una presa di posizione marxista in favore del grande realismo (da Omero a Gorkij). Solo partendo da questi principi diventa possibile una valutazione esatta del passato e del presente. […] Ci troviamo così dinanzi a un duplice pericolo: da una parte, l’accademismo staccato dalla vita; dall’altra, la volgarizzazione […]. In particolare è necessario ricordarsi che la generalizzazione dei problemi non deve mai essere fatta a spese dell’analisi concreta dei fatti».  Riferimenti: Le dichiarazioni di Wim Wenders e le polemiche alla Berlinale 2026, Il Mitte, 16.02.2026: www.ilmitte.com/2026/02/cinema-politica-berlinale-2026-dibattito-dichiarazioni-regista  Fulvio Poletti, Berlinale, Gaza e il mito dell’arte neutrale, Naufraghi, 17.02.2026: https://naufraghi.ch/berlinale-gaza-e-il-mito-dellarte-neutrale-arundhati-roy-risponde-con-il-boicottaggio  Per una lettura critica della nota polemica Vittorini-Togliatti e la nota relazione di György Lukács del 1947 sia permesso rimandare a G. Pisa, “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, Multimage, Firenze 2026.  Immagine:   Gianmarco Pisa
February 18, 2026
Pressenza
El Salvador: sognare un viaggio, un viaggio da sogno
Sabato 21 febbraio, a Torino (Centro SABIR, Via Dego 6 – Circoscrizione 1 Centro-Crocetta), presentazione del viaggio solidale nel paese centroamericano promosso dall’associazione culturale Lisangà. Ingresso libero. C’è un momento in cui un viaggio nasce. Non quando si compra un biglietto, ma quando prende forma un desiderio di incontro, di ascolto, di partecipazione. Dopo il viaggio zero, Lisangà continua a raccontare e
February 18, 2026
La Bottega del Barbieri
February 18, 2026
La Nemesi
Quando la burocrazia vale più dei carri armati
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di L.F. su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “La proprietà è un furto”. Quando Proudhon scrisse questa frase provocatoria nell’Ottocento, intendeva smascherare il fatto che dietro ogni titolo di proprietà formalmente legittimo si nasconde spesso un’appropriazione originaria violenta, poi normalizzata attraverso il diritto. La proprietà non nasce dal nulla: nasce da atti di forza che vengono poi cristallizzati in documenti, registri, catasti. Ma c’è un rovesciamento ancora più cinico di questa dinamica: quando il catasto stesso, lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà esistente, diventa il meccanismo attraverso cui si compie il furto, quando la registrazione burocratica non documenta una realtà preesistente, ma la trasforma a favore di chi controlla l’apparato amministrativo. È esattamente quello che sta accadendo in Cisgiordania. Il provvedimento invisibile che cambia tutto C’è un tipo di notizia che quasi sempre passa sotto la soglia dell’indignazione pubblica, perché non ha l’estetica dello drammaticità immediata: non è un bombardamento, non è una dichiarazione incendiaria, non è un video virale. È una delibera, una procedura, un fascicolo amministrativo. Eppure, nel lungo periodo, può valere più di un’operazione militare: perché produce irreversibilità. In questi giorni il governo israeliano ha approvato la ripresa e istituzionalizzazione della registrazione catastale delle terre in Cisgiordania, con un focus particolare sull’Area C – quella zona che costituisce circa il 60% della Cisgiordania e che secondo gli Accordi di Oslo dovrebbe essere sotto pieno controllo militare e amministrativo israeliano solo temporaneamente, in attesa di un accordo definitivo. Tradotto in modo comprensibile: si rimette in moto un dispositivo burocratico che decide, in ultima istanza, chi “esiste” giuridicamente sul territorio e chi no. Chi ha diritti documentabili e chi è solo un’ombra tollerata fino a revoca. Perché il catasto non è “solo tecnico” Il nodo non è il catasto in sé. In uno stato di diritto funzionante, un registro catastale dovrebbe essere uno strumento di certezza giuridica e tutela dei proprietari: sapere esattamente chi possiede cosa, proteggere i diritti di proprietà, facilitare transazioni trasparenti, impedire espropriazioni arbitrarie. Ma il nodo è il contesto: un territorio occupato militarmente da oltre 57 anni, frammentato amministrativamente in aree A, B e C con regimi giuridici differenti, sottoposto a ordinanze militari che si sovrappongono a leggi ottomane, giordane, israeliane, con archivi storici discontinui, documentazioni spesso incomplete o deliberatamente non riconosciute dalle autorità occupanti. In questo contesto specifico, il “tecnico” diventa immediatamente e inevitabilmente politico: perché tende a trasformarsi in una inversione dell’onere della prova che penalizza sistematicamente chi ha meno accesso agli strumenti burocratici del potere. Il labirinto impossibile Per capire quanto sia kafkiana la situazione, bisogna ricostruire il labirinto giuridico-amministrativo in cui si trovano intrappolati i palestinesi che devono “dimostrare” la proprietà delle loro terre. La Cisgiordania ha conosciuto, negli ultimi 150 anni, almeno cinque diversi regimi di proprietà terriera. Il primo, Impero Ottomano (fino al 1917): sistema complesso basato su categorie come miri (terre statali), mulk (proprietà privata piena), waqf (terre religiose), matruka (terre comuni). Molte terre non erano formalmente registrate perché la registrazione comportava tasse e coscrizione militare, quindi le famiglie spesso evitavano di registrare formalmente proprietà tramandate da generazioni. Il secondo, Mandato Britannico (1917-1948): tentativo di modernizzare il catasto, ma incompleto. Molte aree rurali rimasero fuori dalla registrazione sistematica. Il terzo, Amministrazione Giordana (1948-1967): continuò parzialmente il lavoro britannico, ma con discontinuità e lacune, specialmente nelle zone rurali e beduine. Il quarto, Occupazione israeliana (dal 1967): impose ordinanze militari che si sovrappongono a tutti i sistemi precedenti, dichiarando spesso “terre statali” quelle non registrate secondo criteri israeliani. Il quindo, Autorità Nazionale Palestinese (dal 1993, solo Aree A e B): competenza limitata e frammentata, senza continuità territoriale. Ora, immaginiamo di essere un contadino palestinese la cui famiglia lavora quella terra da generazioni. Quali documenti dobbiamo produrre per “dimostrare” la proprietà? L’impossibilità strutturale della prova Il primo problema è rappresentato dai documenti che non esistono. Molte famiglie palestinesi hanno ereditato terre di generazione in generazione senza mai formalizzare la proprietà secondo i criteri ottomani, britannici o giordani. Non per negligenza, ma perché: la registrazione comportava costi e rischi (tasse, coscrizione); in società tradizionali la proprietà era riconosciuta dalla comunità, non da un archivio statale; le terre comuni (per pascolo, raccolta legna) non avevano proprietari individuali registrabili. Risultato: non esiste un documento originario da cui partire per dimostrare la catena di proprietà. Il secondo problema sono i documenti che sono stati distrutti. Guerre, devastazioni, sfollamenti hanno fatto sparire archivi. Molti palestinesi hanno perso documenti durante la Nakba del 1948, durante la guerra del 1967, durante demolizioni di case, confische, evacuazioni forzate. Come provare la proprietà se il documento che la attestava è stato distrutto in un bombardamento o confiscato durante uno sfollamento? Il terzo problema sono i documenti che non vengono riconosciuti. Anche quando i documenti esistono, infatti, l’autorità militare israeliana spesso non li riconosce perché: non sono conformi agli standard israeliani di registrazione; sono in arabo ottomano antico, difficile da interpretare; mancano passaggi formali nella catena di trasmissione ereditaria; non seguono le procedure burocratiche israeliane imposte dopo il 1967. Un documento perfettamente valido sotto il diritto giordano quindi può essere semplicemente ignorato dall’amministrazione israeliana. Il quarto problema è legato invece all’inversione dell’onere della prova. Mentre in un sistema giuridico normale lo Stato deve dimostrare che una terra è pubblica prima di appropriarsene, qui funziona al contrario: la terra viene presunta statale (cioè israeliana) finché il palestinese non dimostra il contrario con documenti che, come abbiamo visto, spesso non esistono, sono stati distrutti, o non vengono riconosciuti. È come se ti dicessero: “Questa casa è mia, a meno che tu non dimostri con documenti vecchi di 100 anni, conformi a criteri che io decido unilateralmente, che è tua. E se non ci riesci, la prendo legalmente…”. Il quinto problema, infine, è il tempo come nemico. Molte terre palestinesi sono classificate come “non coltivate” o “abbandonate” perché: il proprietario non ha potuto accedervi a causa di restrizioni militari; sono state dichiarate “zone militari chiuse”; sono state separate dal villaggio dal Muro di Separazione. Il proprietario è in esilio e non può tornare Dopo un certo periodo di “non utilizzo” (determinato unilateralmente), queste terre vengono dichiarate “abbandonate” e quindi trasferibili allo Stato. Ma il non-utilizzo è spesso conseguenza diretta delle restrizioni imposte dall’occupante. È un meccanismo dunque che si autoalimenta: ti impedisco di coltivare la terra, la terra diventa “non coltivata”, posso dichiararla abbandonata, la registro come statale. Facciamo un caso reale, ripetuto migliaia di volte. Una famiglia palestinese possiede terre tramandate dal nonno. Il nonno le aveva ereditate dal padre, che a sua volta le aveva lavorate per decenni sotto gli ottomani. Nessuna registrazione formale, perché nella cultura tradizionale la proprietà era riconosciuta dalla comunità del villaggio. 1967: arriva l’occupazione israeliana. La terra è in Area C. Anni ’80: Israele dichiara parte di quella terra “zona militare” o “riserva naturale”. La famiglia non può più accedervi. Anni ’90: dopo anni di non-coltivazione forzata, la terra viene classificata come “abbandonata”. Anni 2000: viene assegnata a un insediamento coloniale o dichiarata “terra statale”. Ora: con il nuovo catasto, la famiglia dovrebbe “dimostrare” la proprietà… Ma con quali documenti? Il nonno non aveva registrato niente formalmente. Gli archivi ottomani (se esistevano) sono inaccessibili. L’amministrazione israeliana non riconosce la testimonianza della comunità come prova. La terra era stata resa inaccessibile da ordinanze militari israeliane. Risultato: la terra passa formalmente allo Stato israeliano. Legalmente. Burocraticamente. Senza sparare un colpo. Come funziona l’inversione dell’onere della prova Il principio pratico del nuovo catasto funziona così: se tu, palestinese, non riesci a dimostrare con documenti formali e catene complete di titolarità (spesso storicamente difficili o impossibili da ricostruire per tutte le ragioni appena spiegate) che quella terra è davvero tua secondo criteri stabiliti unilateralmente dall’autorità occupante, quella terra viene classificata come “terra dello Stato”. E una volta che la terra diventa formalmente “dello Stato” nei registri ufficiali, tutto ciò che segue – pianificazione territoriale, permessi edilizi, infrastrutture, destinazioni d’uso, assegnazioni a coloni – tende a muoversi inesorabilmente in una sola direzione. Non serve dichiarare urlando “annessione formale”. La fai silenziosamente, con timbri, mappe catastali, registri amministrativi che trasformano l’assenza di documenti in perdita di diritti. È l’annessione burocratica: meno visibile, più duratura, molto più difficile da contestare o rovesciare. L’architettura dell’irreversibilità Il provvedimento catastale assume un significato che va ben oltre la singola misura amministrativa. Non è un atto isolato, è un tassello di una strategia sistematica di annessione a bassa visibilità mediatica. Una strategia che non punta solo al controllo militare temporaneo del territorio (che potrebbe essere reversibile in caso di accordo politico), ma alla sua trasformazione giuridico-amministrativa permanente: rendere la presenza palestinese più fragile, più contestabile sul piano formale, più revocabile in qualsiasi momento; rendere invece il controllo israeliano più “normale”, più amministrativo, più profondamente radicato nelle carte e nei computer, più difficilmente discutibile sul piano pratico anche da parte della comunità internazionale. Quando un insediamento coloniale viene costruito, può (in teoria) essere smantellato, come è successo a Gaza nel 2005. Ma quando la proprietà della terra sottostante viene trasferita formalmente nei registri dello Stato, quando le mappe catastali ufficiali riflettono una realtà diversa, quando gli archivi amministrativi consolidano una situazione di fatto in situazione di diritto, l’irreversibilità diventa molto più profonda. È la differenza tra occupazione (che il diritto internazionale riconosce come situazione temporanea e reversibile) e sovranità amministrativa de facto (che crea fatti compiuti difficilissimi da smantellare). “L’Ordine del Caos”: il diritto come strumento di dominazione Insomma, nei conflitti contemporanei la dominazione non passa soltanto attraverso la forza militare bruta, ma sempre più attraverso l’architettura del diritto e della burocrazia (è questo il tema centrale del libro L’Ordine del Caos, Ombre corte, scritto dall’autore dell’articolo, ndr). Non è l’assenza di leggi, non è il puro caos hobbesiano. È qualcosa di più insidioso: l’uso selettivo, asimmetrico e strumentale delle regole formali per produrre ordine per alcuni e caos per altri. È la moltiplicazione di regimi giuridici sovrapposti e contraddittori che rendono impossibile la certezza del diritto per chi è debole, ma offrono mille strumenti legali a chi è forte. Il diritto internazionale viene solennemente proclamato nelle conferenze e nelle risoluzioni ONU (la Cisgiordania è “territorio occupato”, gli insediamenti sono “illegali secondo il diritto internazionale”, l’annessione è vietata). Ma sul terreno, la realtà materiale cambia giorno dopo giorno attraverso dispositivi tecnici che producono conseguenze giuridiche sostanziali. Si approva un piano regolatore che rende impossibile costruire case palestinesi dichiarando il 70% dell’Area C “zona militare” o “riserva naturale”. Si istituisce un regime di permessi edilizi talmente complesso che il 98% delle richieste palestinesi viene respinto. Si demoliscono costruzioni “abusive” mentre pochi chilometri più in là crescono insediamenti con piscine e centri commerciali. E ora: si registra catastalmente la proprietà secondo criteri che favoriscono sistematicamente una popolazione a scapito dell’altra. È l’ordine del caos: non l’assenza di regole, ma la proliferazione controllata di regole contraddittorie, la loro applicazione selettiva, il loro uso come strumento di ingegneria sociale e territoriale. Ordine perfetto per chi controlla l’apparato burocratico-militare. Caos kafkiano per chi lo subisce. La normalizzazione attraverso la tecnocrazia C’è un elemento ulteriore, ancora più sottile, in questa strategia: la normalizzazione attraverso il linguaggio tecnocratico. Un catasto suona neutrale. Suona addirittura progressista, modernizzante: “finalmente portare certezza giuridica”, “superare la confusione amministrativa”, “garantire i diritti di proprietà”. Chi può opporsi a principi così ragionevoli? Ma è esattamente qui che si annida la trappola retorica che produce effetti reali. Perché il linguaggio tecnico-amministrativo nasconde le asimmetrie di potere che ne determinano l’applicazione concreta. Presentare come “modernizzazione amministrativa” quello che è sostanzialmente uno strumento di consolidamento dell’occupazione è un’operazione di mascheramento ideologico perfetta. È lo stesso meccanismo che funziona con le “Zone militari chiuse”, le “Riserve naturali strategiche”, i “Piani di sviluppo territoriale”, le “Procedure di sicurezza standardizzate”. Tutto suona tecnico, necessario, inevitabile. E proprio questa patina di inevitabilità tecnocratica è ciò che permette di procedere senza suscitare lo scandalo che una dichiarazione politica esplicita provocherebbe. Se Israele dichiarasse domani “annetto formalmente l’Area C”, ci sarebbe (o dovrebbe quantomeno esserci) una reazione internazionale immediata, condanne, forse anche sanzioni (quelle no… siamo consapevoli). Ma se si procede per via amministrativa – un catasto qui, una pianificazione territoriale là, una riclassificazione delle terre dall’altra parte – ogni singola misura sembra troppo piccola, troppo tecnica, troppo “interna” per giustificare una crisi diplomatica. E intanto, passo dopo passo, l’annessione di fatto si consolida in annessione di diritto registrata negli archivi dello Stato. La complicità silenziosa della comunità internazionale E qui arriva la domanda politica inevitabile, scomoda, che riguarda anche e soprattutto noi europei che amiamo proclamarci “difensori del diritto internazionale”: se diciamo di difendere il diritto internazionale, che cosa facciamo concretamente davanti a misure che, passo dopo passo, rendono permanente ciò che il diritto internazionale definisce espressamente temporaneo (l’occupazione) e trasformano in “amministrazione normale” ciò che è, sostanzialmente, appropriazione territoriale e consolidamento coloniale? Perché c’è una forma di complicità anche nel silenzio tecnocratico, anche nel “non è il momento”, anche nel “è troppo complesso per intervenire”, anche nel limitarsi a “deplorare” senza mai passare a conseguenze concrete. Quando l’Ue finanzia progetti di sviluppo in Area C che poi vengono demoliti sistematicamente dall’amministrazione militare israeliana, e si limita a “esprimere preoccupazione” senza trarne conseguenze politiche, sta di fatto normalizzando l’ordine del caos. Sta accettando che esistano regole per alcuni (Israele può demolire, espropriare, registrare catastalmente) e regole diverse per altri (i palestinesi devono dimostrare l’indimostrabile per mantenere diritti che il diritto internazionale riconosce loro in teoria). Quando si continua a parlare di “soluzione a due Stati” mentre il territorio dello Stato palestinese viene metodicamente frammentato, registrato, riclassificato, trasferito nei catasti israeliani, si sta di fatto fingendo che il tempo non conti, che l’irreversibilità materiale e giuridica che si accumula giorno dopo giorno sia reversibile con un accordo politico futuro. Ma la verità è che ogni giorno che passa senza conseguenze per queste misure rende più difficile, più costoso, più improbabile qualsiasi accordo futuro. Perché smantellare un insediamento è una cosa; smantellare una struttura di proprietà consolidata nei registri catastali, con transazioni economiche, con diritti acquisiti riconosciuti dal sistema giuridico israeliano, è tutt’altra cosa. Perché l’annessione non avviene solo quando viene dichiarata C’è una lezione generale, qui, che va oltre il caso specifico israeliano-palestinese e che illumina molti conflitti contemporanei. L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata formalmente con un atto sovrano solenne. Avviene anche, forse soprattutto, quando viene registrata burocraticamente, amministrata quotidianamente, normalizzata nei file degli uffici catastali, consolidata nelle pratiche routinarie dello Stato. Questa è la forma di potere più insidiosa del XXI secolo: non quella che si manifesta con la violenza spettacolare e quindi genera resistenza e indignazione, ma quella che si infiltra nelle procedure, che si naturalizza nei formulari, che si sedimenta negli archivi. È il potere che non ha bisogno di giustificarsi ideologicamente perché si presenta come pura necessità tecnica. È il potere che non teme il dibattito politico perché si sottrae al dibattito collocandosi nel regno dell’amministrazione, dove solo gli esperti possono entrare e dove il cittadino comune si perde in labirinti di competenze sovrapposte, cavilli procedurali, rimandi infiniti. È il potere, insomma, che produce l’ordine del caos: un sistema che appare caotico e incomprensibile a chi lo subisce, ma che ha una sua logica ferrea, una sua razionalità strumentale perfetta per chi lo gestisce. Quando la proprietà diventa davvero un furto Torniamo alla provocazione iniziale: la proprietà è un furto? Nel caso del catasto in Cisgiordania, la risposta è inequivocabile: sì, quando lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà diventa il meccanismo attraverso cui si compie l’appropriazione/espropriazione. Il catasto non sta documentando una realtà preesistente. Sta creando una nuova realtà giuridica che trasforma terre palestinesi lavorate da generazioni in “terre statali” israeliane semplicemente perché i criteri di prova sono stati costruiti in modo tale da rendere impossibile la dimostrazione della proprietà palestinese. È il furto perfetto: legale, burocratico, irreversibile. E silenzioso. La notizia del catasto in Cisgiordania sembra piccola, tecnica, noiosa. Non fa notizia come un bombardamento o un’evacuazione forzata. Ma nel lungo periodo è forse più decisiva, perché produce quel tipo di cambiamento che poi diventa “realtà sul terreno” difficilissima da smantellare. Quando tra vent’anni (se non prima) Israele dirà “ma ormai l’Area C è nostra da decenni, guardate i catasti, guardate le mappe, guardate le proprietà registrate, guardate le transazioni economiche, guardate le infrastrutture – come potete chiedere di smantellare tutto questo?”, quella argomentazione sarà supportata da migliaia di faldoni, database, registri ufficiali che sono stati riempiti proprio in questi anni, proprio con provvedimenti come quello di questi giorni. L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata. Avviene anche quando viene registrata… nel silenzio. E noi, che cosa facciamo mentre i registri si riempiono? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando la burocrazia vale più dei carri armati proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info
Radio Africa: Senegal, Burkina Faso, Sudan
Lo spazio redazionale si apre con il ricordo della strage di Addis Abeba, uno dei più efferati crimini del colonialismo italiano, avvenuta tra il 19 e il 21 febbraio 1937, allorché almeno 20.000 persone vennero massacrate dai fascisti e dalla popolazione italiana residente in Etiopia. Iniziative di commemorazione si terranno a Roma, a Torino, a Bologna e in diversi altri luoghi. Senegal: lunedì 9 febbraio Abdoulaye Ba, studente di medicina dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar (UCAD), è morto nel corso di violenti scontri tra studenti e polizia all'interno del campus universitario. Gli studenti delle università senegalesi protestavano contro la mancanza di pagamento delle borse di studio che, per molti, rappresentano l’unica fonte di reddito. A seguito di questi scontri, le autorità senegalesi hanno chiuso la residenza studentesca "fino a nuovo avviso", costringendo gli e le studenti a tornare dalle loro famiglie, spesso lontane, senza indicazioni sul proseguimento delle lezioni. Burkina Faso: il Burkina Faso è stato colpito, nel fine settimana, da una serie di attacchi da parte di presunti jihadisti contro distaccamenti militari nel nord e nell'est del paese. Il bilancio delle vittime ha raggiunto almeno venti morti. Il Burkina Faso, governato dalla giunta del capitano Ibrahim Traoré, è vittima di violenze da parte di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico da oltre un decennio. Mentre la giunta ha promesso un ritorno alla sicurezza entro pochi mesi dalla presa del potere, il Paese rimane intrappolato in una spirale di violenza che ha causato decine di migliaia di vittime tra civili e militari dal 2015 Sudan: l’ Agenzia Reuters ha riferito che l'Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l'esercito sudanese da quasi tre anni. Questa rivelazione fa luce sull’ulteriore coinvolgimento di attori esterni nella sanguinosa guerra civile sudanese che ormai divide il paese in due entità separate e coinvolge civili innocenti producendo una crisi umanitaria che sembra senza fine.
February 18, 2026
Radio Onda Rossa