Guerre. Corsa al collasso climatico
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Donne in nero Bari -------------------------------------------------------------------------------- Nonviolenza o diritto a difendersi? La discussione su guerre e riarmo rischia di ridursi a una contrapposizione di principi astratti invece di fare i conti con la realtà. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la comparsa della bomba atomica aveva suscitato un vasto movimento per l’interdizione di quell’arma, ma anche di tutte le guerre, ritenendo che qualsiasi “escalation” avrebbe portato a prospettarne l’impiego; una minaccia ben presente nelle successive guerre in Corea, Vietnam e ora in Ucraina. Da tempo, però, alla minaccia nucleare si è aggiunta e sovrapposta quella della crisi climatica ormai in pieno corso. Il fattore “rischio” si è aggravato: mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti, media, centri di ricerca, Università – tutti legati tra loro in una rete di rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla. Per questo la rotta verso il baratro climatico non cambierà se non in forme parziali, ipocrite e inefficaci, anche perché ha una solida base in abitudini, stili di vita, mancanza di alternative, convinzioni – per lo più frutto di ignoranza indotta – che coinvolgono, in misura diversa, miliardi di abitanti della Terra. L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al “riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla catastrofe climatica. Innanzitutto, perché le guerre, le loro devastazioni di territori e habitat, la produzione di armi e il loro uso legato ai combustibili fossili (le armi “verdi” non esistono) sono tutti fattori di una sua accelerazione. Poi, perché il ripudio (autentico) della guerra, costituisce una breccia attraverso cui milioni di cittadini e cittadine possono arrivare a mettere in crisi l’idea di uno “crescita” continua, oggi più che mai affidata alle armi, che ignora la catastrofe a cui ci stiamo condannando. Dunque, a ripudiare la guerra non c’è solo la nonviolenza. Ancora più astratto dalla realtà è la rivendicazione del diritto a difendersi. Difesa di chi? si era chiesto. E da chi? Il governo di Israele ritiene che il diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi, quale ricorso alle armi è mai possibile per una popolazione ridotta in quelle condizioni contro l’esercito più feroce del mondo? Non è proprio questo il caso in cui solo la mobilitazione internazionale può imporre un cambio di rotta a livello diplomatico e negoziale? Cambiando quadrante, possiamo ancora chiamare “difesa” gli attacchi ucraini agli impianti russi posti a migliaia di chilometri dal fronte? Che cosa li differenzia dagli attacchi agli impianti ucraini da parte dei russi? Dopo l’invasione che ha segnato una sconfitta per Putin, che pensava di arrivare a Kiev con una passeggiata, ma anche con la perdita delle regioni orientali per il governo ucraino, si poteva e doveva cercare un compromesso, resuscitare gli accordi di Minsk, fermare la guerra in cui era sfociato il confronto “geopolitico” tra Russia e Nato in corso da anni sulla pelle della popolazione ucraina. Invece quella guerra ha subìto un salto di livello. “Viva gli Himars!” aveva esclamato qualcuno, preso dall’entusiasmo, quando il fronte ucraino era stato dotato dei primi razzi a lunga gittata per fare da contrappeso alle incursioni dell’aviazione russa. Senza accorgersi dello spirito bellicista che quell’entusiasmo stava inoculando in tutte le istituzioni europee e di cui vediamo ora le conseguenze; né del fatto che da allora la “difesa” non ha più riguardato la popolazione dell’Ucraina, esposta a un quotidiano massacro; e nemmeno i suoi soldati, mandati in prima linea a farsi ammazzare senza più capire perché; ma solo le carriere delle gerarchie militari che – come la controparte russa – non tengono in alcun conto le loro vite. Il confronto era ormai passato a strumenti che funzionano solo grazie a una centralizzazione del comando che, dalla parte ucraina, fa capo alla Nato; il “diritto alla difesa” si è così trasformato in un confronto con solo due esiti possibili: vittoria o resa. Dove vittoria, per l’Ucraina, cioè per la Nato, significa dissoluzione del regime putiniano o dell’intera Federazione Russa; che in tal caso hanno già fatto sapere di essere pronti a usare l’atomica. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la difesa delle vite e delle aspettative della popolazione ucraina? Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che Zelenski aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare. E non offrirà, come è stato immaginato, l’occasione di supplire con una leva di immigrati al vuoto di uomini validi, persi al fronte o fuggiti per sottrarsi alla leva. No. L’Ucraina si ritroverà arsenale e laboratorio bellico di un’Unione europea piena di vecchi incattiviti e di istituzioni logore, prigioniera di un’economia di guerra, divisa da sovranismi contrapposti, in gara per scaricarsi a vicenda il “peso” dei migranti; gara a cui l’Ucraina non potrà sottrarsi. In un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che l’Europa e il mondo hanno deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI OLIVIERO BETTINELLI: > Disertare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre. Corsa al collasso climatico proviene da Comune-info.
September 28, 2026
Comune-info
Se la #scuola va alla #guerra… anche con la #pace lo si può fare Si è svolta questa mattina a #Udine, presso la sala riunioni della Camera del Lavoro CGIL, la presentazione del libro di Antonio Mazzeo “La scuola va alla guerra: Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia” (Manifesto Libri). https://friulisera.it/se-la-scuola-va-alla-guerra-anche-la-pace-lo-puo-fare/
September 28, 2026
Antonio Mazzeo
La Sardegna: da periferia del mondo a laboratorio di etica e diritto politico.
Raccogliere e sviluppare alcuni elementi cardine del pensiero politico di Roberto Loddo potrebbe fare della Sardegna, ora microcosmo periferico con dentro “tutti i mali del mondo”, un laboratorio alternativo di politiche sociali avanzate Mi ha colpito moltissimo un frammento del pensiero di Roberto Loddo (la cui recentissima scomparsa ci lascia tuttora, e ci lascerà a lungo, increduli e affranti) riportato dal giornalista Costantino Cossu nel suo bellissimo e toccante articolo su Il Manifesto del 9 settembre scorso “.. Il nostro obiettivo è intercettare dalla Sardegna, periferia del mondo, le contraddizioni del sistema in ogni dimensione della società. E immaginare un’alternativa..».  Mi ha colpito ma non sorpreso: si tratta di un concetto del tutto riconoscibilissimo nella cornice, tanto estesa da comprendere l’umanità nella sua naturale interezza, della nitida visione politica, ed etica, di Roberto. Visione di un intellettuale “non di regime”* che vuole, come direbbe Gramsci indicarci la strada per sostituire a questa incivile e illegittima** dirigenza politica (in realtà ridotta a un disastroso “dominio” fondato su odio e violenza) il primato della Costituzione, del diritto e dell’etica. Quello che mi sembra essenziale in questa frase è il suo potere simbolico: nel senso proprio di una parola che vuole indicare il recupero, attraverso l’incontro progettuale tra persone, di un oggetto-significato di importanza fondamentale***. Si tratta di un Incontro concretamente fattivo dunque, perché fin dalla sua in-tenzione mira ad una con-divisione di frammenti prima isolati, che solo insieme acquistano un significato dalle potenzialità decisive e determinanti per una intera comunità. Roberto ci ha detto e ripetuto (e ora forse con ancora più forza che mai continua a dirci) che la Sardegna, nonostante (e forse grazie a) la sua marginalità geografica, sociale, anagrafica, produttiva, è un microcosmo peculiare in cui possiamo ritrovare quanto di più orribile e contorto attraversa oggi il mondo e la società, ma anche risorse naturali, umane, culturali per molti versi uniche e incomparabili. Questa terra ci offre dunque l’opportunità di farne un laboratorio attivo e eticamente ricco, per una ri-costruzione di un ambiente e di un futuro dignitosamente vivibile: impegno la cui enorme rilevanza consentirebbe di riporre insieme risorse, ma soprattutto ricomporre gli sparsi membri che oggi subiscono un disfacimento totale del luogo fisico e di quello sociale in cui si trovano “gettati”. Roberto aveva, ha, ben presenti le priorità intorno a cui ritrovarsi in questo urgentissimo presente programmatico, e le ribadiva sul suo Manifesto Sardo, scrivendone o accogliendo con generosità i contributi di chi le condivideva (ma non solo). Credo che ora il nostro compito sarebbe riprenderle in mano queste priorità, queste esigenze improrogabili, e insieme riaprire lo sguardo verso una visione “giusta” del nostro ruolo etico e del nostro futuro. Compito obbligato, se non vogliamo assistere ad una dissoluzione ulteriore, e irreversibile, di questa terra. Compito e proposito intorno al quale vorrei invitare a “convergere” tutte le organizzazioni impegnate nel sociale. In fondo tra i sardi la visione di un nuovo futuro circola da tempo: sono sempre di più le mobilitazioni per la Pace, contro il Genocidio, per la salvaguardia dell’Ambiente, della Sanità pubblica, del Lavoro pulito e salubre, contro le innumerevoli speculazioni e servitù (dalla madre di tutte, quella militare, che vorrebbe ridurre l’isola ad una “piattaforma strategica” inabitabile, se non da mostri in divisa votati a distruggere e autodistruggersi, a quella carceraria, ignobile e sprezzante verso la dignità, e la vita stessa, dei reclusi e dei migranti). Si tratta di “accoglierla” questa visione, in una rete attiva che metta insieme i cocci dispersi di un proposito unitario, dandogli corpo e forza perché si possa pretendere che venga tradotto in azione politica da chi noi, attraverso il nostro voto, riterremo idoneo a rappresentarci politicamente. Questi gli argomenti prioritari da salvaguardare e/o affrontare: * Ambiente e salvaguardia degli equilibri ecologici****, strettamente connessi con i due seguenti punti fondamentali: * Salute e istruzione pubbliche (non può non essere posto un accento particolare sulla salute mentale: facendo riferimento ai diritti sanciti con la l. 180 “BASAGLIA” e successiva 833/1978, diritti oggi calpestati; e in quanto, dichiara l’UNICEF, “alla base della capacità umana di pensare, provare sensazioni, imparare, lavorare, instaurare relazioni profonde. La prevenzione, promozione e cura della salute mentale è una delle principali priorità..ed è tutelata all’art. 24 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza). * Questione palestinese: può fare tantissimo quest’isola, proprio perché ora così ignobilmente coinvolta con l’Apartheid Israeliano e con l’olocausto palestinesi. Può intervenire decisamente con una coraggiosa torsione politica, interpretando la presenza dell’RWM Italia e la funzione servile dei porti, da cui passano armi e petrolio funzionali ai massacri e genocidi, per quello che sono: elementi estranei e infernali, da estirpare, in un’isola istituzionalmente votata alla Pace * Giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani: con prese di posizione concrete e fattive in solidarietà con tutti i popoli vittime della violenta, continuativa, reiterata ingordigia coloniale (come, tra i tanti, i popoli cubano o i sudanese). Infatti la pace con la nostra terra (perché diventi un laboratorio privilegiato in (e per) un mondo eticamente devastato, deve comportare il rispetto delle persone, e dei popoli, senza alcuna distinzione) contro ogni suggestione illegale all’odio, alle guerre e all’annientamento dell’altro. In tal senso i nostri rappresentanti politici dovranno avere una posizione inequivocabile, alla luce della certezza e solidità etica e giuridica delle norme del diritto costituzionale e universale. * Accoglienza, dei migranti, dei profughi (contro respingimenti, torture, “remigrazione”, lager come i CTR) e in favore di un inserimento socio-lavorativo congruo e responsabile. * Condizioni dei detenuti, ora sottoposti a trattamenti inumani, che emanano un sentore di intenti di fatto punitivi-vendicativi. Un sistema moderno, civile, costituzionale, responsabile dell’ “avere in custodia” la vita di esseri umani, deve assicurare ai reclusi condizioni umane di detenzione e un trattamento impostato al recupero sociale e lavorativo.. Tutto ciò nella convinzione che la condivisione operativa sui punti tracciati non è un punto di arrivo definitivo, ma è un processo ineludibile che per tradursi in programmi politici ha bisogno della convergenza delle tante sigle, organizzazioni, persone che si devono finalmente rendere conto di avere in comune molto di più di quello che le separa. Trovandoci alla vigilia di elezioni di fondamentale importanza i punti indicati sopra potrebbero essere dunque trasmessi da questa vasta base proponente ai rappresentanti politici che chiedono i nostri voti, con la richiesta di una risposta programmatica netta, definita e definitiva, ed eticamente-giuridicamente-politicamente vincolante sui singoli punti. Ecco dunque: nell’intercettare tutti insieme “da questa terra alla periferia del mondo le contraddizioni del sistema”, nell’“immaginare un’alternativa” e nell’imporla alla politica possiamo concretamente costruire un futuro per la nostra isola e, insieme, onorare nel migliore dei modi la memoria di una persona e un amico eccezionale. *Gaetano Azzariti: Una costituente non dichiarata, la destra riscrive la Repubblica, art. Il Manifesto, 23/01/2026 ** L’illegittimità salta subito all’occhio nel momento in cui si confrontano gli atti di governo (in gran parte sotto forma di d.l. “urgenti”) anche solo con gli articoli fondamentali della costituzione. Per quel che riguarda la UE il confronto deprimente si può fare con la carta dei diritti fondante e con il diritto internazionale. ***Qui uso la parola simbolo nel suo significato originale: Nell’uso degli antichi Greci, mezzo di riconoscimento, di controllo e sim., costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto (per es., un pezzo di legno), che i discendenti di famiglie diverse conservavano come segno di reciproca amicizia. (Enciclopedia Treccani). ****È evidente che il tutto può essere approfondito, ma questa non è una semplice cornice, in quanto rimanda interamente a quanto gli articoli della Costituzione in primis (ma anche i Codici nazionali e internazionali del diritto) impongono. Questo vale per tutti i punti che, tra l’altro sono naturalmente interconnessi proprio come i valori fondamentali dei diritti umani sono assoluti: non scindibili l’uno dall’altro! Aldo Lotta Redazione Sardigna
September 28, 2026
Pressenza
La scuola dentro la guerra: l’esercito di Crosetto non…
… non si ferma alle caserme. Articoli ripresi da Osservatorio repressione e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ..   Non chiamatelo semplicemente “ritorno della leva”. La formula è efficace, ma rischia persino di nascondere la dimensione della trasformazione in corso. Quello che sta prendendo forma intorno al ministero della Difesa è un progetto molto più ampio:
September 28, 2026
La Bottega del Barbieri
A Fiumicello Villa Vicentina la Marcia Mondiale inizia con La Strada
Fiumicello Villa Vicentina, la parte internazionale della Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la NonViolenza nella mia città, parte da La Strada per ritrovare l’umanità perduta   Questo cammino ha preso ufficialmente il via a Fiumicello Villa Vicentina con un evento di profondo impatto emotivo e sociale. Domenica 20 settembre, alla vigilia della Giornata Internazionale della Pace, la comunità si è ritrovata per l’apertura della fase internazionale della Manifestazione, inaugurata da una potente rappresentazione teatrale: “La Strada”, uno spettacolo ispirato all’omonimo e celebre romanzo di Cormac McCarthy. Un deserto post-apocalittico sul palcoscenico L’adattamento teatrale ha catapultato il pubblico in un mondo post-apocalittico cupo e spietato. In questa finzione scenica, poco importa cosa sia successo o quale catastrofe abbia originato il disastro; l’attenzione si concentra interamente su ciò che resta. Sullo sfondo di una terra desertificata si muovono faticosamente sparuti gruppi di profughi sopravvissuti: figure disumanizzate, logorate dalla fame e spinte dal solo istinto di soddisfare i bisogni primari, ormai incapaci di tessere relazioni che non siano regolate dalla cinica legge dell’ homo homini lupus. In questo vuoto assoluto l’unico elemento a non poter essere cancellato è la strada, che diventa così il simbolo del percorso necessario da compiere: una via per riscoprire un’umanità perduta, per rintracciare i “buoni” rimasti, coloro che, nonostante tutto, continuano a portare il fuoco. Nell’annientamento totale delle cose e delle coscienze, sono l’amore incondizionato di un padre e il candore del suo bambino a generare la speranza, l’unica luce capace di indicare una via d’uscita dal caos e dalla barbarie in cui l’umanità sembra sprofondata. Dal dramma al dibattito: i temi della nonviolenza Al termine dell’angosciante ma necessaria messa in scena, il focus si è spostato sul confronto attivo. Si è aperto infatti un ricco e partecipato dibattito che ha visto dialogare il pubblico, i docenti saliti sul palcoscenico e la regista Michela Vanni. L’analisi dell’opera ha offerto lo spunto per toccare i temi caldi che animano la Marcia Mondiale: l’urgenza della Pace, la necessità del divieto assoluto delle armi nucleari e il rifiuto categorico della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Non è mancata una profonda riflessione sulla giustizia ambientale, evidenziando lo stretto legame tra la nonviolenza e la lotta per garantire un pianeta che sia ancora abitabile e sostenibile per le future generazioni. L’appello finale: vincere la rassegnazione È stata una serata densa, capace di scuotere gli animi. Se la prima parte dell’evento ha mostrato il rischio della deriva disumana a cui l’indifferenza può condurre, la conclusione ha voluto tracciare una rotta positiva e costruttiva. L’incontro si è chiuso con un invito a formulare proposte concrete da mettere in pratica nella quotidianità di ognuno: coltivare una maggiore attenzione e l’empatia verso l’altro, combattere la passività e sconfiggere la rassegnazione. È stato condiviso il monito a manifestare con fermezza, ogni giorno, il proprio dissenso verso le violenze e le ingiustizie che insanguinano il resto del mondo, ricordando che la costruzione della Pace comincia dai passi che decidiamo di fare insieme sulla nostra strada.   Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza
September 28, 2026
Pressenza
FLOP DELLA PIAZZA SÌ TAV A TORINO, MENTRE IN VAL DI SUSA IL MOVIMENTO NO TAV PREPARA LA MARCIA DEL 3 OTTOBRE
Doveva essere la risposta del fronte Sì Tav, quella andata in scena domenica 27 settembre a Torino. Nonostante i proclami e la presenza di mezza elitè politica regionale ieri davanti alla sede del Comune, però, erano presenti forse 200 persone. “Dalla piazza dei (quasi) 40mila al presidio di poche centinaia di persone”, ironizzano sul web a 8 anni dalla manifestazione delle “Madamine” nel 2018. “Siamo molto inteneriti dalla narrazione di questo grande flop, su cui davvero neanche ci sentiamo di infierire troppo data la sua insignificanza” scrive il Movimento No Tav dalla Val di Susa. “È questo il dato da evidenziare. Non il numero di persone ma che il presidio di ieri non fosse per nulla incisivo. Sicuramente servito per fare un bel bagno di realtà, anche se, così come l’ormai obsolescenza dell’opera, non lo ammetteranno mai”. Lo storico movimento valsusino di opposizione alla maxi opera, comunque, ha già rimboccato le maniche e si prepara alla marcia di sabato 3 ottobre mentre sul fronte della repressione arriva – una volta tanto – una buona notizia: è tornato in Val di Susa Giorgio Rossetto, storico compagno No Tav e di Askatasuna, uscito dal carcere di Torino dove ha scontato gli ultimi 40 giorni per una condanna dopo la revoca delle misure alternative. Rossetto è tornato così a casa, a Bussoleno. “Purtroppo però non possiamo dire che Giorgio sia tornato libero: il 28 febbraio 2023 la Procura di Torino aveva chiesto e ottenuto tre anni di sorveglianza speciale, sospesa con il carcere e ora ripartita”, dice il movimento No Tav. Gli aggiornamenti dalla Val di Susa con Guido Fissore, storico attivista No Tav. Ascolta o scarica.
September 28, 2026
Radio Onda d`Urto
L’Università di Bologna continua a collaborare con Israele: presentata un’interrogazione
È passato più di un anno da quando il Senato Accademico dell’Alma Mater di Bologna ha approvato una mozione per interrompere le collaborazioni con gli atenei israeliani legate a possibili progetti a doppio uso, civile e militare. Ancora oggi, tuttavia, l’applicazione concreta di tale decisione pare lontana dal realizzarsi. Il nodo dei rapporti con gli enti di ricerca israeliani nasce da un’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United, che rileva come l’ateneo emiliano sia coinvolto in un progetto nell’ambito del programma europeo Horizon, dedicato allo sviluppo di tecnologie di IA potenzialmente utilizzabili anche nel settore della difesa. Sul caso, la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione parlamentare: «È necessario fare assoluta chiarezza sulle collaborazioni ancora attive tra l’Università di Bologna e soggetti israeliani finanziati, direttamente o indirettamente, con risorse pubbliche italiane ed europee», ha dichiarato Ascari a L’Indipendente. «Ho chiesto al Governo una mappatura completa e pubblica dei rapporti ancora in essere, non solo a Bologna ma anche negli altri Atenei italiani, e criteri chiari per valutare la natura dual use dei progetti». L’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United si concentra sulle collaborazioni degli atenei europei con le istituzioni accademiche israeliane, analizzando il programma europeo Horizon, nell’ambito del quale Israele figura come Paese partner. In totale, Israele partecipa a 793 progetti del programma, l’80% dei quali coinvolge enti israeliani legati al settore della difesa. Le università europee coinvolte in progetti di ricerca con entità israeliane sono 386, e 34 di queste, provenienti da Spagna, Paesi Bassi, Italia e Belgio, hanno sottoscritto 38 nuovi progetti legati proprio alla difesa; tra di esse, anche Bologna. Il progetto più controverso in cui è coinvolta l’università emiliana è denominato NeAixt e vede la collaborazione del produttore israeliano di semiconduttori Weebit Nano, che, fino all’inizio del 2026, collaborava con Elbit Systems, una delle maggiori aziende belliche israeliane. L’Università di Bologna ha motivato la possibile contraddizione tra la partecipazione a NeAixt e gli impegni assunti in Senato facendo riferimento a presunti obblighi internazionali della Repubblica Italiana. La stessa inchiesta di Investigate Europe e Reporters United, tuttavia, ricorda che, nel dicembre 2025, l’Università di Delft era riuscita a defilarsi dal progetto. Il caso di Delft, insomma, solleva dubbi sull’effettiva impossibilità di ritirare la propria partecipazione a NeAixt. In ogni caso, il coinvolgimento dell’ateneo ha rinnovato la mobilitazione studentesca: il 15 settembre, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, gli studenti hanno organizzato un corteo per chiedere lo stop alla partecipazione a progetti con le università israeliane. Sul caso è intervenuta anche la deputata Ascari, che nella sua interrogazione parlamentare ricostruisce quanto deliberato negli anni dall’Università di Bologna, per poi rimarcare il suo coinvolgimento nel progetto NeAixt. L’ateneo, ci ha spiegato la deputata, «ha assunto un impegno pubblico dichiarando di non avviare nuove collaborazioni con soggetti israeliani e di valutare con attenzione quelle già esistenti, soprattutto quando possono riguardare tecnologie utilizzabili anche in ambito militare. Le successive precisazioni relative agli obblighi derivanti dai programmi europei non possono tradursi in una zona d’ombra». La deputata solleva diverse questioni e chiede una mappatura completa, corredata di dati su oggetto, durata e fonti di finanziamento, delle collaborazioni attive tra l’ateneo e gli enti israeliani di ricerca; una verifica delle relazioni tra i partner israeliani e l’esercito di Tel Aviv; un chiarimento sui criteri utilizzati per definire i progetti a doppio uso. Ascari chiede inoltre al governo se intenda promuovere linee guida nazionali sulla trasparenza delle collaborazioni scientifiche che potrebbero essere utilizzate in ambito militare e se interverrà in sede europea affinché Horizon garantisca tali standard. La deputata chiede infine conferma del grado di partecipazione degli atenei italiani a progetti a doppio uso con Israele. «Non è ovviamente una richiesta contro la ricerca né contro il mondo accademico», precisa Ascari, «ma una richiesta di coerenza, responsabilità e controllo democratico sull’uso delle risorse pubbliche, a maggior ragione in un contesto segnato da crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio». The post L’Università di Bologna continua a collaborare con Israele: presentata un’interrogazione appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
CPR: “COME LA DEPORTAZIONE SI È FATTA MODELLO E CHI CI GUADAGNA”. L’INTERVISTA A LUCA RONDI, AUTORE DI “FRONTIERA ALBANIA”
Radio Onda d’Urto torna a parlare dei lager di Stato, i Cpr, con una lunga intervista a Luca Rondi, autore per Altreconomia del libro inchiesta “Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna”. Con Luca Rondi siamo partiti innanzitutto dall’indagine della Procura di Ravenna che ha ipotizzato un’associazione a delinquere finalizzata alla falsità ideologica a carico di 23 medici in varie città italiane, tra cui, unico indagato, è Nicola Cocco, che ai nostri microfoni aveva parlato di “un tentativo di distogliere lo sguardo dal cuore della questione, le condizioni nei Cpr” e dalla loro patogenicità. Gli inquirenti contestano la regolarità dei certificati di inidoneità al trattenimento nei Cpr rilasciati a cittadini stranieri per bloccarne l’espulsione, mentre i professionisti coinvolti respingono le accuse e denunciano la sproporzione delle operazioni di polizia rispetto a quanto viene contestato, oltre che all’attacco mosso alla deontologia medica e all’autonomia della professione sanitaria e anche il fallimento delle politiche migratorie, cui fiore all’occhiello sono proprio i lager dello Stato, i CPR. Il commento di Luca Rondi, giornalista di Altreconomia. Ascolta o scarica “Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna” è il titolo dell’ultimo libro inchiesta pubblicato da Altreconomia, collana Le Talpe, nel giugno di quest’anno. La prefazione del libro è di Behrouz Boochani, pluripremiato scrittore, giornalista studioso e regista curdo, ex prigioniero dello stato australiano e delle sue folli politiche migratorie. Lo presentiamo con l’autore Luca Rondi. Ascolta o scarica Luca Rondi è nato a Biella nel 1995, è un giornalista d’inchiesta, inizia la sua carriera nei quotidiani locali poi dal 2019 scrive per il mensile Altreconomia. Le sue inchieste principali riguardano le rotte migratorie, il funzionamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) e le condizioni delle carceri italiane. Tra i suoi saggi di inchiesta e progetti multimediali ricordiamo: “Respinti. Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo”, scritto nel 2022 con Duccio Facchini): un’analisi dettagliata sui respingimenti e la violazione dei diritti ai confini europei; “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” scritto con Lorenzo Figoni: libro-inchiesta nato dopo la pubblicazione del report Rinchiusi e sedati (2023), incentrato sull’abuso di psicofarmaci nei centri di detenzione temporanea per migranti. Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante: un podcast curato insieme a Silvia Baldetti nel 2022.
September 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Omicidio Regeni: tre 007 egiziani condannati a 10 anni, uno assolto
A distanza di oltre un decennio dai fatti, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni in primo grado tre imputati per il sequestro di Giulio Regeni: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Assolto l’altro imputato, il generale Tariq Sabir. Il ricercatore italiano fu sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto il 3 febbraio, con segni di torture. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, imputato anche per omicidio, e diciassette anni e mezzo per gli altri. Gli imputati sono rimasti irreperibili per la mancata cooperazione egiziana. The post Omicidio Regeni: tre 007 egiziani condannati a 10 anni, uno assolto appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La discussione apertasi sul libro “Salario o reddito. Il conflitto nella società del lavoro senza fine” di Toni Casano,  Antonio Minaldi e Sergio Riggio continua a offrire nuovi spunti di approfondimento sulla proposta politica di cui è permeato il testo: la necessità di introdurre il reddito di base universale e incondizionato. L’ultimo incontro si è svolto presso l’Istituto Gramsci all’interno dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo il 24 settembre scorso ed ha visto la partecipazione, oltre al pubblico accorso numeroso nonostante le tante iniziative in corso nel capoluogo siciliano, di Giovanni Di Benedetto, docente e attivista dei Cobas, Francesco Maria Pezzulli, sociologo e ricercatore indipendente che scrive sulla rivista SudComune e Barbara Evola, co-segretaria del Partito della Rifondazione Comunista a Palermo. Il dibattito è stato moderato da Daniela Musumeci, della redazione di Palermo dell’Agenzia Pressenza, la quale ha aperto i lavori mettendo in relazione il messaggio evangelico della parabola della vigna, in cui il padrone paga a tutti lo stesso salario indipendentemente dalle ore di lavoro fatte, con l’affermazione resa celebre da Marx da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. Ed in effetti il parallelismo, che ai più può sembrare forzato, trova ampia conferma nel fatto che il principio enunciato nella Critica al programma di Gotha risale ad un passo degli Atti degli Apostoli! (At 4,35) Da qui in poi il dibattito si è sviluppato sulla ricerca di un modello che superi la funzione del lavoro salariato instauratasi nel sistema capitalistico-industriale per dare vita a uno strumento di piena distribuzione della ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale. Non vi è dubbio come un tema del genere, rimanendo all’interno di un sistema fondato sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro salariato, apra una serie di contraddizioni non facilmente risolvibili, come messo in evidenza da Di Benedetto il quale, evocando le possibili strumentalizzazioni a cui si presta la proposta del reddito di base universale e incondizionato, a partire da dove trovare le fonti di finanziamento (i più rispondono dalla fiscalità generale), arriva persino ad immaginare che una tale idea possa favorire, paradossalmente, più la conservazione che il cambiamento, in quanto depotenzierebbe la spinta propulsiva – del marxismo tradizionale – verso una reale trasformazione della società. Anche Pezzulli, in qualche modo, pur richiamando le ragioni argomentative della funzione del reddito – già elaborati nei famosi Grundrisse di Marx e ripresi con vigoria dal filone teorico operaista, costituitosi attorno alla rivista dei Quaderni Rossi,sin dagli inizi degli anni sessanta – egli afferma che esso (il RBI) non sarebbe altro che la restituzione di un valore prodotto da ciascun individuo attraverso la produzione immateriale di plusvalore, mediante le transazioni commerciali e finanziarie (citando, ad esempio, il funzionamento delle “Carte Fedeltà” dei supermercati), tuttavia non può fare a meno di sottolineare la grande capacità del sistema capitalistico di condizionare le coscienze: infatti, anziché liberarci dal lavoro, la salarizzazione che è dentro di noi ci spinge ad usare il tempo libero che ci rimane per cercare altro lavoro! E allora si arriva al tema dei temi, quello di cui oggi quasi non si può più parlare e che più di quanto accadeva centosettanta anni fa si agita non solo in Europa, ma nel villaggio globale: il superamento del sistema capitalistico per costruire una società che superi la logica del profitto e del mercato, recuperando in chiave critica l’attualità del comunismo marxiano.  Su questo punto, Barbara Evola ci ricorda che il dibattito sul reddito non è nuovo ed ha conosciuto molte declinazioni alcune delle quali rese concrete da scelte politiche di alcuni governi in Europa come in Italia, anche se mai è arrivato a realizzarsi nell’ottica dell’universalità e dell’incondizionabilità. Così come è risalente nel tempo il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro, sempre nell’ottica che alla liberazione del lavoro debba necessariamente seguire la liberazione dal lavoro. Ma per Evola tale prospettiva non può che vedere la luce soltanto attraverso il superamento del capitalismo. In conclusione, ai tre autori del libro, che partendo da analisi e punti di vista diversi hanno tracciato una linea comune per affermare la necessità di superare la logica estrattivista in favore della redistribuzione della ricchezza, va senz’altro riconosciuto il merito di aver posto una questione che stimola tante domande, arrivando ad una sola risposta: l’idea di una società fondata sulla giustizia sociale e sulla libertà sostanziale non può trovare dimora all’interno delle mura del sistema capitalistico fondato sul profitto e sullo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo. Ma può trovare piena legittimità nel conflitto dualistico contemporaneo e che  nella lotta sul reddito e sull’appropriazione del tempo liberato la moltitudine sociale può riconoscere il nuovo terreno fertile del processo antagonista, inverando pratiche – ora e subito – di autonomia diffusa del comune per il soddisfacimento dei bisogni singolari e collettivi.  Siamo ancora, per quanto lunga sia, nella fase di transizione e l’idea del reddito universale e incondizionato, inteso come redistribuzione della ricchezza, non può che essere un percorso attraversato – in modo permanente – da stadi intermedi di conquista di spazi politici e sociali autodiretti e che, grazie alle lotte stesse, contribuiscano alla sperimentazione costante e concreta della società sempre più liberata dalla sfera eteronoma dominante, sovrapponendo ad essa l’allargamento della sfera dell’autonomia. Enzo Abbinanti
September 28, 2026
Pressenza
[Impatto - voci contro le nocività] Considerazioni sul corteo contro l'inceneritore
Commentiamo tramite due corrispondenze telefoniche il riuscitissimo corteo contro l'inceneritore di Roma, tenutosi ad Albano sabato scorso 26 Settembre. Durante la trasmissione sono stati lanciati diversi appuntamenti, dalla contestazione al Forum Mediterraneo per l'acqua di martedì 29 Settembre alla fermata Metro EUR Fermi (ore 16:00), alla manifestazione per la tutela dei Boschi dei Colli Albano di Sabato 10 Ottobre alle ore 10:00 a Rocca di Papa. Chiudiamo con qualche considerazione sulla delega al governo a legiferare sul tema nucleare, appena passata al senato.
September 28, 2026
Radio Onda Rossa

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