[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Tre giorni in Val d’Agri
L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sono sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto. […] Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata. La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università. Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale. La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere. qui il resoconto dettagliato dell’iniziativa: Tre giorni in Val d’Agri – Comune-info Comune-info
August 12, 2026
Pressenza
Le diverse forme della violenza di genere e credibilità del racconto: due decreti del Tribunale di Bologna riconoscono lo status di rifugiata
Due pronunce del Tribunale di Bologna riconoscono, in riforma delle decisioni della Commissione territoriale, lo status di rifugiata a due richiedenti in fuga da violenze di genere: una cittadina della Sierra Leone sottoposta a mutilazione genitale femminile e destinata a succedere alla madre nella società segreta Bondo (decreto del 12 giugno 2026), e una cittadina della Costa d’Avorio fuggita da un matrimonio forzato e poi vittima di tratta in Tunisia (decreto del 27 febbraio 2026). Entrambe ribadiscono un punto centrale: le COI non possono essere usate per negare credibilità a fenomeni esistenti e strutturali. COSTA D’AVORIO – VITTIMA DI VIOLENZA DI GENERE E DI MATRIMONIO FORZATO NONCHÉ VITTIMA DI TRATTA AI FINI DELLO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO IN TUNISIA: RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna, relatore Dott. M. Gattuso, in riforma della decisione della Commissione territoriale, riconosce lo status di rifugiata a una richiedente ivoriana fuggita dal Paese di origine per sottrarsi alla violenza di genere e al matrimonio forzato, nonché successivamente – nell’ambito del proprio percorso migratorio – vittima di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo in Tunisia. La Commissione territoriale di Bologna aveva ritenuto non credibile il racconto in quanto, sulla base delle informazioni disponibili dalle COI, vi sarebbe da un lato una presunta “bassa incidenza” del fenomeno dei matrimoni forzati in Costa d’Avorio e, dall’altro, una asserita incongruenza con il profilo personale della richiedente, qualificata come donna adulta e istruita, negando di conseguenza qualsiasi forma di protezione. Il Tribunale, al contrario, censura in modo netto tale impostazione, evidenziando come non possa configurarsi alcuna contraddizione logica tra il racconto individuale e le COI, osservando che “va evidenziato, in vero, come possa parlarsi di contraddizione se un fenomeno è escluso dalle COI, o è, quantomeno, riferito come altamente improbabile, non potendosi invece, già da un punto di vista logico, parlare di una “incoerenza” o “contraddizione” se un fenomeno nel paese d’origine effettivamente sussista, seppure – secondo le informazioni reperite dalla Commissione territoriale – in modo infrequente“. Parimenti, viene ritenuta infondata l’argomentazione relativa al profilo personale della richiedente, in quanto le stesse fonti confermano che i matrimoni combinati e le pratiche coercitive non sono affatto limitati alle minorenni né esclusi in presenza di un minimo livello di istruzione, specie in contesti rurali e di grave povertà. Sulla base delle COI acquisite, il Collegio ricostruisce un quadro caratterizzato da una persistente diffusione della violenza di genere in Costa d’Avorio, da pratiche di matrimonio forzato radicate soprattutto nei contesti rurali e da gravi carenze nella protezione statale, evidenziando come il rifiuto del matrimonio imposto possa comportare conseguenze estremamente gravi, fino alla diseredazione, all’espulsione dal nucleo familiare o a violenze anche estreme. In tale contesto, il Tribunale ribadisce il corretto metodo di valutazione della credibilità alla luce dell’art. 3, co. 5, d.lgs. 251/2007 e della giurisprudenza di legittimità, richiamando il principio della “procedimentalizzazione legale della decisione” e affermando che le dichiarazioni del richiedente, ove coerenti e plausibili, “possono anche – di per sé sole – costituire prova dei fatti“, imponendo il riconoscimento del beneficio del dubbio. Ulteriore profilo di rilievo è rappresentato dalla qualificazione della vicenda migratoria della ricorrente anche in termini di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento lavorativo in Tunisia, profilo del tutto ignorato dall’organo amministrativo. Il Tribunale valorizza, infatti, una serie di indicatori tipici della tratta di persone dalla Costa d’Avorio alla Tunisia: il reclutamento mediante promessa di lavoro, la contrazione di un debito, la sottrazione dei documenti, la reclusione in ambiente domestico, l’assenza totale di retribuzione, il controllo continuo e la limitazione della libertà personale. Tali elementi, corroborati anche dalla relazione dell’ente anti-tratta, consentono di ricondurre la vicenda a una “vera e propria riduzione in servitù“. Le COI richiamate confermano, inoltre, la diffusione di reti di traffico che reclutano donne ivoriane con promesse fraudolente di lavoro all’estero, esponendole a sfruttamento domestico e lavorativo nei paesi di transito, tra cui la Tunisia e la Libia, nonché l’elevata vulnerabilità delle donne lungo le rotte migratorie, con frequenti situazioni riconducibili alla tratta. Ciò posto, il Tribunale di Bologna riconosce lo status di rifugiata alla richiedente sulla base della sua appartenenza sia al gruppo sociale delle donne vittime di violenza di genere (a causa del matrimonio forzato dal quale è fuggita) sia a quello delle donne vittime di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo, correggendo l’approccio riduttivo della Commissione territoriale. La decisione si segnala, dunque, per l’importante chiarimento metodologico in ordine all’uso delle COI – che non possono essere impiegate per negare credibilità in presenza di fenomeni comunque esistenti – nonché per il riconoscimento della centralità degli indicatori di tratta anche nei casi di sfruttamento lavorativo domestico, spesso sottovalutati in sede amministrativa. Tribunale di Bologna, decreto del 27 febbraio 2026 SIERRA LEONE. MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI E RIFIUTO DI SUCCEDERE ALLA MADRE NELLA SOCIETÀ BONDO: RICONOSCIUTO LO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto lo status di rifugiata a una cittadina della Sierra Leone, sottoposta a mutilazione genitale femminile all’età di otto anni e destinata a succedere alla madre nell’esercizio della pratica di MGF all’interno della società segreta Bondo. La ricorrente aveva riferito di essere fuggita dopo essersi rifiutata di assumere il ruolo attribuitole dalla tradizione familiare. La Commissione territoriale aveva giudicato poco credibile questa parte del racconto, ritenendola generica e stereotipata e contestando, in particolare, l’assenza di una specifica prova della mutilazione subita. Il Tribunale riforma tale valutazione richiamando il criterio elaborato dalla Corte di cassazione per l’esame delle dichiarazioni del richiedente: “In tema di protezione internazionale, la valutazione del racconto del richiedente asilo deve avvenire dapprima secondo il modello cd. “atomistico-analitico”, che comporta un iniziale, rigoroso esame di ciascun singolo “fatto indiziante” emergente dalla narrazione del ricorrente, per poi procedere a una valutazione complessiva e globale di tutti quei fatti che, alla luce dei principi di coerenza logica, compatibilità inferenziale, congruenza espositiva, concordanza prevalente, possa condurre all’approdo della prova presuntiva del “factum probandum”. Ne consegue che, alla luce di tale ragionamento probatorio, il giudice ben potrà ritenere credibili solo parte delle dichiarazioni del ricorrente, non potendosi ritenere che un giudizio negativo di credibilità su alcune parti del racconto possa travolgere tutte le singole circostanze oggetto di dichiarazione” (Cass. civ., sez. III, 13 giugno 2022, n. 19045). Ogni circostanza deve essere esaminata autonomamente e poi ricondotta al più ampio quadro probatorio, verificandone la coerenza con gli altri elementi acquisiti e con le informazioni sul Paese d’origine. Nel caso esaminato, la ricorrente aveva descritto in modo costante e lineare la mutilazione subita, il ruolo della madre nella società segreta e le pressioni ricevute affinché ne proseguisse l’attività. La narrazione trova riscontro nelle fonti internazionali relative alle società Bondo e Sande, nelle quali la mutilazione costituisce un rito di iniziazione e il rifiuto della successione espone la donna all’emarginazione familiare e comunitaria. La certificazione ginecologica prodotta in giudizio ha inoltre attestato la mutilazione genitale di II grado. Su tali basi, il Tribunale ha formulato una “prognosi di assoluta attendibilità della versione dei fatti fornita dalla ricorrente“. Accertata la credibilità, il decreto distingue gli elementi costitutivi dello status: “L’art. 7 individua gli atti – e quindi la forma che devono assumere – di persecuzione, mentre è il successivo art. 8 che qualifica le ragioni che consentono di ritenere quegli atti idonei all’accoglimento dello status di rifugiato“. La mutilazione genitale integra un atto persecutorio per la gravità della lesione fisica e psichica e per la sua natura di violenza fondata sul genere. Il riconoscimento dello status richiede, inoltre, la riconducibilità della persecuzione a uno dei motivi convenzionali e la sussistenza di un fondato timore, da accertare mediante una prognosi concreta sul rischio in caso di rimpatrio: “Ai fini del riconoscimento della protezione maggiore occorre il fondato timore di persecuzione basato su un giudizio di prognosi futura circa il rischio di subire atti di persecuzione“. In questa valutazione assume rilievo l’art. 3, comma 4, del d.lgs. n. 251/2007. Il fatto che la ricorrente sia già stata sottoposta a mutilazione genitale non esclude l’attualità del rischio persecutorio. Nel caso di specie, la prognosi richiesta dall’art. 3 del d.lgs. n. 251/2007 non riguarda, infatti, la sola ripetizione dell’identico atto già subito: le fonti richiamate dal Tribunale documentano anche il pericolo di successive reinfibulazioni, in particolare dopo il parto. La nascita in Italia della secondogenita della ricorrente ha introdotto inoltre un ulteriore e decisivo elemento nella valutazione del rischio futuro. Il decreto afferma: “Deve certamente ritenersi assai elevato, con un grado di probabilità rilevante, che in caso di rientro in Sierra Leone, la piccolina […] possa trovarsi esposta al pericolo di subire il medesimo trattamento senza che la odierna ricorrente possa evitarlo“. Il pericolo cui sarebbe esposta la minore non rimane estraneo alla posizione giuridica della madre. Esso concorre direttamente alla prognosi persecutoria relativa alla ricorrente, la quale, in caso di rimpatrio, sarebbe nuovamente assoggettata al sistema familiare e comunitario dal quale era fuggita e posta nell’impossibilità concreta di proteggere la figlia dalla medesima pratica subita durante l’infanzia. Il rischio assume così una dimensione intergenerazionale, in quanto la tradizione che aveva imposto la mutilazione alla ricorrente è la stessa che, attraverso la linea familiare, minaccia ora la figlia. Nel caso in esame, tale conclusione è rafforzata dal ruolo rivestito dalla madre della ricorrente nella società segreta. Secondo il Tribunale, quest’ultima “non avrebbe difficoltà a rintracciare la figlia e la nipotina e quindi esercitare la pressione sufficiente e necessaria per proseguire nella pratica di famiglia”. Tribunale di Bologna, decreto del 12 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Ivana Stojanova per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione: * da parte di cittadini/e della Sierra Leone; * da parte di cittadini/e della Costa D’Avorio. * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Attentato a Ranucci, Lavitola confessa: “Io il mandante”
Dopo cinque ore di interrogatorio, il giornalista e imprenditore italiano Valter Lavitola ha confessato di avere orchestrato l’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci. «Sono stato io ad organizzare l’attentato. L’ho fatto per il bene di Ranucci; correva dei pericoli di cui lui non era a conoscenza», avrebbe detto, ripreso dalla stampa nazionale. Il movente, si legge nelle prime ricostruzioni sarebbe stato quello di rafforzare la scorta del giornalista, a cui si era avvicinato negli ultimi anni. The post Attentato a Ranucci, Lavitola confessa: “Io il mandante” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 12, 2026
L'INDIPENDENTE
New York, un giudice blocca temporaneamente la tassa sulle seconde case dei super ricchi
Lunedì Wayne M. Ozzi, giudice della Corte Suprema Statale di Staten Island, ha sospeso temporaneamente l’applicazione della “pied-à-terre tax” annunciata in aprile dal sindaco di New York Zohran Mamdani, appoggiata dalla governatrice dello Stato Kathy Hochul e destinata a fruttare alla città almeno 500 milioni di dollari da investire in spese sociali. La città aveva pubblicato un registro fiscale di circa 960.000 proprietari di case di lusso, che non le utilizzano come residenza principale e aveva iniziato a inviare avvisi a 17.000 di loro. Il tribunale ha ordinato di fermare tali avvisi e di rimuovere il registro fiscale in seguito a un ricorso presentato contro il sindaco e il direttore del Dipartimento delle Finanze della città da un gruppo di proprietari, secondo cui le residenze identificate sono in realtà prime case e pertanto non soggette alla tassazione. Il 31 agosto è prevista un’udienza a cui parteciperanno entrambi le parti. L’ufficio del sindaco ha annunciato l’intenzione di fare appello contro la decisione del tribunale. “Siamo fiduciosi sia riguardo alla tassa sui pied-à-terre sia riguardo alla capacità di applicarla in modo equo ed efficace” ha dichiarato il portavoce Matt Rauschenbach. “Chi può permettersi una seconda casa da svariati milioni di dollari a New York City può permettersi di pagare la sua giusta quota” ha commentato Jen Goodman, portavoce della governatrice Hochul.     Anna Polo
August 12, 2026
Pressenza
Quando la scuola fa disimparare la pace. Intervista ad Antonio Mazzeo su Casa del Sole TV
«HANNO MILITARIZZATO L’INFANZIA» L’Italia ha smesso all’improvviso di difendere i principi della pace. Non parliamo di leggi, ma di pratica quotidiana: protocolli fra Istruzione e Difesa, visite di classe alle basi militari, aziende belliche accolte nell’orientamento scolastico, generali in cattedra. Se la guerra si insegna, la pace si può insegnare. Da questa convinzione nasce Handalino, la fiaba che Antonio Mazzeo ha portato ai bambini e alle bambine delle elementari insieme al pupazzo omonimo, maturata durante il suo viaggio verso Gaza con la Freedom Flotilla a bordo della nave Handala. Una storia sui diritti dell’infanzia negati, raccontata con le parole dei più piccoli. E la domanda nasce spontanea: il massacro di Gaza ha risvegliato le coscienze? Nelle scuole qualcosa si è mosso davvero, o resta un moto d’indignazione senza traduzione politica? Casa del Sole TV ne parla con Antonio Mazzeo, giornalista d’inchiesta e insegnante, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Intervista a cura di Jeff Hoffman. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
I bambini della Cisgiordania hanno gli stessi diritti dei bambini di tutto il mondo
UNICEF/CISGIORDANIA: 174 bambini palestinesi uccisi e oltre 1.500 feriti e 3 bambini israeliani uccisi e 15 feriti fra gennaio 2024 e luglio 2026 * Oltre 800.000 bambini in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, incontrano ostacoli all’accesso a un’istruzione sicura e continuativa; * Solo nel 2026 sono stati documentati 99 episodi legati all’istruzione, tra cui bambini uccisi, feriti o arrestati all’interno delle scuole o mentre si recavano a scuola; scuole demolite; edifici scolastici utilizzati dalle forze armate; e bambini a cui è stato negato l’accesso all’istruzione; * Secondo il Servizio penitenziario israeliano, almeno 355 bambini palestinesi della Cisgiordania sono attualmente detenuti nelle strutture militari israeliane. Quasi la metà – 164 bambini – è sottoposta a detenzione amministrativa senza alcuna accusa né processo. Dichiarazione di Hannan Sulieman, Vicedirettrice generale UNICEF, in occasione della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’escalation di violenza in Cisgiordania 12 agosto 2026 – “.. La situazione nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, continua a deteriorarsi… …negli ultimi tre anni, la violenza dei coloni e le operazioni sempre più militarizzate hanno subìto una forte escalation in tutta la Cisgiordania…. … Tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno, l’ONU ha verificato che 174 bambini palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est: si tratta di più di un bambino alla settimana.  Più di 1.500 sono rimasti feriti. Quasi la metà dei feriti è stata colpita da proiettili veri. Nello stesso periodo, 3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti. I ragazzi, in particolare gli adolescenti, costituiscono la maggior parte dei bambini uccisi e feriti. L’ONU continua a monitorare e verificare gravi violazioni ai danni dei bambini in Cisgiordania… Allo stesso tempo, stanno aumentando gli episodi di violenza da parte dei coloni. Tra gli episodi documentati figurano bambini colpiti da arma da fuoco, picchiati, accoltellati e spruzzati con spray al peperoncino… abitazioni e mezzi di sussistenza attaccati… e infrastrutture idriche danneggiate o distrutte. E come indicato nell’ultima relazione annuale del Segretario Generale sui bambini e i conflitti armati, l’assunzione di responsabilità per le gravi violazioni commesse contro i bambini rimane estremamente rara. Questi episodi lasciano ben più che ferite fisiche. I bambini che sopravvivono a gravi lesioni potrebbero convivere con disabilità per il resto della loro vita. Alcuni rischiano l’arresto. Altri faticano a tornare a scuola. Esporre un bambino alla violenza, alle incursioni, alle intimidazioni e allo sfollamento comporta un profondo impatto psicologico… … Secondo il cluster sull’istruzione, oltre 800.000 bambini in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, incontrano ostacoli all’accesso a un’istruzione sicura e continuativa a causa della chiusura delle scuole, dell’insicurezza, delle restrizioni alla circolazione e dei danni alle infrastrutture. Solo nel 2026 sono stati documentati 99 episodi legati all’istruzione, tra cui bambini uccisi, feriti o arrestati all’interno delle scuole o mentre si recavano a scuola; scuole demolite; edifici scolastici utilizzati dalle forze armate; e bambini a cui è stato negato l’accesso all’istruzione. … Secondo l’OCHA, in tutta la Cisgiordania, negli ultimi due anni e mezzo sono state imposte oltre 900 ulteriori barriere e restrizioni alla circolazione. Molti varchi vengono chiusi frequentemente, il che comporta forti limitazioni alla libertà di movimento e all’accesso ai servizi essenziali, compresi i servizi sanitari e le fonti idriche. … Secondo il Servizio penitenziario israeliano, almeno 355 bambini palestinesi della Cisgiordania sono attualmente detenuti nelle strutture militari israeliane: si tratta del numero più alto degli ultimi otto anni. Quasi la metà – 164 bambini – è sottoposta a detenzione amministrativa senza alcuna accusa né processo. I bambini detenuti continuano a denunciare violenze, maltrattamenti, trattamenti umilianti e degradanti, nonché condizioni di vita difficili – con una situazione di alimentazione e igiene inadeguate che provoca un’estrema perdita di peso e una diffusione dilagante della scabbia tra i minori detenuti… … Nonostante queste difficoltà, l’UNICEF e i suoi partner rimangono sul campo. Quando le famiglie sono costrette ad abbandonare le proprie case, l’UNICEF e i suoi partner forniscono assistenza di emergenza, servizi di salute mentale e di sostegno psicosociale, denaro contante, acqua potabile e prodotti per l’igiene, oltre a sostegno per garantire la continuità dell’istruzione. Ma l’assistenza umanitaria può solo mitigare le conseguenze. Non può eliminare le cause. Ciò richiede un’azione politica. Oggi, quindi, mi rivolgo a questo Consiglio con quattro richieste urgenti. Primo: proteggere i bambini. Il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani devono essere rigorosamente osservati e rispettati. Le norme relative all’applicazione della legge devono essere rispettate e la forza letale deve essere utilizzata solo quando è strettamente inevitabile per proteggere la vita. Devono essere messe in atto misure di salvaguardia specifiche ovunque possano essere presenti dei bambini. La detenzione amministrativa dei bambini deve cessare e tutte le pratiche relative ai bambini palestinesi nel sistema di giustizia militare devono essere allineate agli standard internazionali in materia di giustizia minorile e diritti dei bambini. Ci uniamo all’appello del Segretario Generale nell’esortare Israele a concordare e attuare un piano d’azione con le Nazioni Unite per porre fine e prevenire gravi violazioni contro i bambini. Secondo: porre fine allo sfollamento forzato dei bambini e delle famiglie palestinesi. Gli Stati membri devono esercitare la loro influenza politica e diplomatica per impedire ulteriori sfollamenti e manifestare tolleranza zero nei confronti della violenza contro i bambini, le famiglie e le comunità. Terzo: garantire ai bambini l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e ad altri servizi essenziali. I bambini devono poter raggiungere la scuola in sicurezza. E i bambini che necessitano di cure mediche devono poter raggiungere ospedali e strutture sanitarie. Infine: proteggere le operazioni umanitarie. Le forniture essenziali devono poter entrare e transitare in Cisgiordania senza inutili ritardi. I servizi pubblici da cui dipendono i bambini e le famiglie devono essere protetti da eventuali interruzioni. E le organizzazioni umanitarie e i loro partner devono poter operare in sicurezza, in modo indipendente e senza misure amministrative che impediscano loro di raggiungere i bambini bisognosi.” … I bambini della Cisgiordania hanno gli stessi diritti dei bambini di tutto il mondo: il diritto di vivere, di imparare, di essere protetti e di immaginare un futuro al di là della violenza e della paura. L’UNICEF continuerà a impegnarsi per la tutela di tutti i bambini e a fornire assistenza umanitaria e protezione a ogni bambino che riusciamo a raggiungere… “ UNICEF
August 12, 2026
Pressenza
Vietato parlare di Gaza: l’accertamento senza oggetto. Conferenza stampa del 4 agosto 2026, Camera dei deputati
Il 4 agosto, nella Sala Stampa della Camera, si è tenuta la conferenza stampa “Vietato parlare di Gaza: docenti sotto ispezione”, promossa dalla deputata Stefania Ascari. Sono intervenuti Massimo Sabbatini e Marina Boscaino del Liceo “Vivona” di Roma, Salvatore Bullara del Liceo “Righi” di Roma, lo studente Adriano Cerri, Dario Furnari per USB Scuola e Tommaso Marcon per OSA. I fatti sono già noti: il messaggio di Sabbatini agli ex studenti il 6 luglio, l’articolo del Tempo due giorni dopo, le convocazioni dell’USR Lazio dal 9 luglio (clicca qui per i dettagli). Meno noto è il meccanismo con cui si sono svolte. Quello che vogliamo mettere in luce è appunto il meccanismo, le sue conseguenze e le reazioni contro di esso a tutela della scuola come luogo fondante della democrazia. Le convocazioni erano prive di oggetto, per docenti, studentesse e studenti allo stesso modo. Nessuno — Sabbatini incluso — sapeva di cosa rispondere. Sono stati convocati tutti i docenti uomini di latino e greco dell’istituto e i rappresentanti di classe delle quinte: lo stesso identikit anonimo — “un professore di latino e greco di un liceo di Roma” — con cui «il Tempo» aveva aperto il caso. Il mandato non è pubblico. Non si può dire che un oggetto non esistesse, solo che non è mai stato reso noto ai convocati — ed è questa la circostanza che conta. La FLC CGIL di Roma e del Lazio ha parlato di un’azione avviata «in assenza, per quanto è dato sapere, di qualsiasi contestazione formale, di un mandato reso noto, di un oggetto dichiarato». Secondo la stampa, gli ispettori avrebbero poi indicato come oggetto la diffamazione del docente da parte del quotidiano, e l’accertamento si sarebbe chiuso senza rilievi: nessuna nota ufficiale lo conferma. Certo è solo che nessun provvedimento è stato adottato. 1. UNA SOLIDARIETÀ CHE NON È SENTIMENTO Cerri, rappresentante d’Istituto e di Consulta, ha riferito che ad alcuni studenti sono stati ispezionati anche i telefoni — fatto gravissimo, al di fuori da ogni prerogativa ispettiva — e ha parlato di solidarietà tra studenti, studentesse e docenti. Non è un moto d’animo: è il riconoscimento di una condizione comune. Trattandosi di rappresentanti delle quinte, erano tutti maggiorenni: la differenza di tutela con un docente di ruolo, che dispone di un procedimento disciplinare codificato, non è dunque quella tra un adulto e un minore, ma tra chi ha uno statuto professionale riconosciuto e chi ne è privo. Anche questa differenza viene azzerata in partenza dall’assenza di un oggetto dichiarato. Senza addebito non ci sono garanzie da attivare. La solidarietà emersa tra docenti, studentesse e studenti costituisce un elemento rilevante: contrasta l’aspettativa delatoria dell’ispezione. Storicamente è apparsa nei momenti di crisi sociale e politica: numerosi gli esempi durante il fascismo e la Resistenza. Il Sessantotto non offre un’alleanza pronta: l’occupazione di Palazzo Campana, nel 1967, colpiva proprio l’autoritarismo dei docenti, e chi tra loro mostrò apertura — Bobbio, Paci — fu a sua volta contestato. Tuttavia le pressioni portarono alla legge Codignola del 1969, che apriva a tutti i corsi di laurea — privilegio fino ad allora del liceo classico — l’accesso dei diplomati di ogni percorso quinquennale. L’alleanza si costruisce dopo, sulle 150 ore del 1973 e sugli organi collegiali del 1974: le stesse cariche che oggi, al “Vivona”, portano i nomi di Boscaino e Cerri. Furnari (USB) ha esteso l’asse ai lavoratori e alle lavoratrici, dentro una lettura più ampia della scuola neoliberista. Le mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 sono state lette come un ritorno agli anni Settanta: il paragone regge sull’asse studenti-lavoratori, che in quelle piazze si è ricomposto davvero. Quello che riemerge oggi al Vivona è un altro asse, più recente e meno scontato, prodotto da un dispositivo che ha convocato tutti con lo stesso metodo e lo stesso silenzio. 2. UN ORGANO COSTITUZIONALE “La scuola è il primo strumento della democrazia”, ha detto Cerri. Boscaino ne ha dato la cornice giuridica — articoli 33 e 34, pluralismo, laicità, inclusione — e una precisazione controintuitiva: nel caso Sabbatini la libertà di insegnamento non è in gioco, perché il messaggio è stato inviato a esami conclusi, tra privati cittadini. Che il docente non stesse insegnando non attenua l’anomalia dell’ispezione: la aggrava. Ha chiuso citando Calamandrei: «La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri tessuti» (11 febbraio 1950). Un ufficio che convoca per categoria, senza addebiti, non vigila su un settore amministrativo qualsiasi: interviene su un organo costituzionale. E se la funzione è ematopoietica, il danno non si misura sulle settimane di audizioni: un organismo che smette di produrre sangue non lo segnala all’istante, ma gli effetti nel tempo sono devastanti. 3. L’INTIMIDAZIONE NON HA BISOGNO DELLA SANZIONE Bullara, già ispezionato al “Righi” per aver parlato di Palestina, l’ha detto con la massima economia: non serve la sanzione, basta agitare le acque. È il chilling effect — l’autocensura per paura delle conseguenze, anche quando nessuna conseguenza arriva — e il caso “Vivona” ne è la prova sperimentale: nessun rilievo, e tutti gli effetti — telefoni ispezionati, un corpo docente che ha imparato che “restiamo umani” può costare una convocazione. L’assenza di oggetto non è un vizio, ma è funzionale. Un addebito formulato sarebbe stato contestabile, e circoscritto. Uno taciuto lascia indeterminato il perimetro del lecito, ed è proprio questa indeterminazione a produrre l’autocensura. Vale anche all’interno: convocare una categoria senza spiegare perché divide senza bisogno di dividere apertamente, perché nessuno sa se sia stato risparmiato o solo non ancora raggiunto. Su un corpo docente già frammentato tra ruolo e precariato, il metodo è efficiente. Che il fronte comune si sia comunque formato, in Parlamento il 4 agosto, non era scontato. 4. IL METODO, NON L’EQUIDISTANZA Bullara ha contestato l’idea che lo studioso debba comportarsi come in un talk show, dando spazio uguale a ogni posizione. Marcon (OSA) ne ha tratto la conseguenza: la scuola neutra non esiste, né esiste democrazia senza conflitto. Lo studioso non lavora per contraddittorio: confronta fonti secondo criteri verificabili, non bilancia posizioni. L’equidistanza chiede al docente di rinunciare proprio a ciò che ne fa la competenza. E poiché lo studioso non punta a convincere, l’oggettività del metodo non implica neutralità dell’esito: se le fonti convergono, converge il giudizio. Confondere le due cose ha un solo effetto pratico: rendere illegittima ogni conclusione, comunque raggiunta. L’indottrinamento si riconosce da qui: è il discorso che chiede adesione senza esporre le fonti. Se le conclusioni fondate non sono simmetriche, il dissenso è la norma del discorso pubblico. Trattarlo come disfunzione da correggere per via ispettiva non protegge il pluralismo: chiede silenzio, e lo chiama equilibrio. 5. LA CASA DI TUTTI Ascari ha ricordato che il Parlamento è la casa di tutti, e ha riassunto il messaggio implicito dell’amministrazione: attenzione a cosa dite, a cosa insegnate. È una lettura, non il contenuto di un atto, e non ha bisogno di esserlo: l’effetto è più efficace non dichiarato. Bullara ha osservato che stampa, politica e sindacati non avevano dato spazio a queste vicende: il 4 agosto quello spazio si è aperto alla Camera, cuore della democrazia e spazio di confronto politico e sociale. Il caso “Vivona”, come tanti altri segnalati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si sarebbe chiuso senza rilievi — ma le domande che pone restano senza risposta. È un altro caso, quello su chi lo ha disposto, a restare aperto. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Isolati, non soli
Siamo isolati, ma non siamo soli. Non si può restare in silenzio di fronte alla devastante realtà che oggi viviamo, una realtà che ha preso forma proprio grazie a quella frase infame pronunciata da Margaret Thatcher: “There is no such thing as society” (non esiste la società). Una frase che non era solo un’idea politica, ma una condanna, un veleno lento che ha corroso le fondamenta stesse della convivenza civile. E oggi, purtroppo, quella definizione si è realizzata in tutta la sua crudezza, trasformandoci in una società pulviscolare, come definita dal crepuscolare Giuliano Ferrara. Quella frase, che sembrava solo un’iperbole ideologica, è diventata una profezia nefasta, anzi un progetto ben architettato secondo un saggio uscito da poco in Germania. Ha legittimato l’egoismo sfrenato, ha giustificato l’abbandono dei più deboli, ha demolito ogni senso di responsabilità collettiva. La società, intesa come un organismo vivente fatto di legami, solidarietà e mutuo sostegno, è stata smembrata in milioni di atomi isolati, ognuno lasciato a se stesso, senza alcun vincolo né dovere verso l’altro. Dietro questa frase si nascondeva un’ideologia che ha esaltato il libero mercato e l’individualismo come valori supremi, ma che ha dimenticato una verità fondamentale: nessun individuo può vivere isolato. La società non è una semplice somma di singoli, ma un intreccio di relazioni, di diritti e doveri reciproci. Questa frammentazione ha generato un clima di sfiducia, paura e isolamento. Le persone si sentono sole, abbandonate, spesso costrette a competere l’una contro l’altra in un gioco spietato dove vince chi ha più risorse, chi è più aggressivo, chi riesce a sopravvivere meglio in un sistema spietato che ci mette gli uni contro gli altri, creando paure e psicosi collettive (invasione dei migranti!). Non possiamo più permettere che questa visione nichilista continui a dominare il nostro presente e il nostro futuro.  Dobbiamo ribellarci a questa società pulviscolare, ricostruire legami, riscoprire la solidarietà, riaffermare che la società esiste eccome, e che senza di essa non c’è futuro, non c’è giustizia, non c’è umanità. È tempo di resistere. Non con la violenza, ma con la forza della nonviolenza, della solidarietà concreta, della partecipazione attiva e consapevole.  Dobbiamo costruire comunità resilienti, promuovere il dialogo, gli abbracci gratuiti, sostenere chi è più fragile, e riaffermare il valore imprescindibile della società come bene comune.  Solo così potremo spezzare le catene dell’individualismo esasperato e suicida per ricostruire un mondo più giusto, umano e amorevole, in cui l’altra persona non viene vista come una minaccia. La frase di Thatcher non è stata solo un errore politico: è stata un crimine contro la convivenza civile. E oggi, mentre viviamo le sue tragiche conseguenze, è nostro dovere rispondere con coraggio, impegno e speranza attiva e concreta, per restituire dignità umana e sociale a tutte le persone ricostruendo una società viva. Dobbiamo riprenderci il futuro che l’élite criminale ci ha rubato. Ray Man
August 12, 2026
Pressenza
Comune-info.net: Tre giorni in Val d’Agri
DI FRANCESCO MASI SU COMUNE-INFO DEL 10 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Masi, pubblicato su Comune-info il 10 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le parole della guerra: un podcast su come la lingua può normalizzare la violenza
La giornalista Francesca Mannocchi, insieme a Chora Media ed Emergency, ha creato un podcast dal titolo Le parole della guerra. In questo lavoro la sua riflessione si concentra su come la lingua con cui si racconta una guerra non descriva la realtà ma la produca sulla base degli interessi di chi la guerra la racconta. Ciò avviene perché le parole hanno la capacità di plasmare la percezione collettiva e di decidere cosa si possa dire e cosa no, chi può essere sacrificato, che cosa è un crimine e cosa è semplicemente una procedura. Questi aspetti si possono comprendere a pieno se si considera che la lingua utilizzata per raccontare una guerra è anche la stessa che la prepara. In un processo lento, ma scrupoloso e ripetitivo, le persone vengono abituate all’idea della violenza e si inizia a definire il nemico. Nel costruirsi del discorso bellico emerge soprattutto la necessità di creare una distanza tra come i fatti vengono raccontati e come questi sono accaduti realmente. Francesca Mannocchi sottolinea, giustamente, che questa distanza non è fatta soltanto di omissioni e mistificazioni ma segue una logica precisa. Gli eserciti hanno capito che la lingua è un campo di battaglia e che bisogna combattere su questo campo con strumenti precisi: 1) la sostituzione. Questa tecnica consiste nel trasformare persone e luoghi in categorie astratte. Ad esempio, un uomo che rientra a casa diventa “un individuo che si sposta nell’area operativa”, una città assediata si trasforma in un “teatro delle operazioni”. Ogni sostituzione riduce la complessità del reale, lo spessore esistenziale degli individui in gioco e trasforma la vita in qualcosa da classificare, una procedura amministrativa da cui ci si sente distanti. Ciò consente di rendere accettabile la violenza ed è proprio per questo che generalmente nei comunicati militari si usa la sostituzione. 2) Inversione della causa. In questo caso chi spara risponde sempre a qualcosa. Lo fa sempre per reazione e quindi c’è sempre legittimità dell’operato; infatti, chiunque venga messo nella condizione di dover rispondere ad una minaccia è giustificato nelle proprie azioni, anche le più crudeli. 3) L’uso dei verbi della coscienza interiore, ad esempio percepire, ritenere, credere. Questi verbi servono a creare uno scudo intorno a ciò che viene percepito, sentito, ritenuto. La coscienza interiore non è attaccabile perché rimanda ad una sfera impenetrabile. La soggettività del soldato diventa la misura di tutto. 4) Il passivo senza agente. Ad esempio, quando si legge “i civili sono stati colpiti” senza che venga esplicitato chi sia l’autore del gesto. Questa tecnica serve a trasformare la violenza in un evento naturale, un qualcosa che accade da solo e di cui non si può incolpare nessuno. Questi meccanismi sono stati affinati nel corso dei decenni e sono diventati automatici. Hanno subito una sorta di naturalizzazione; si ritrovano nella stampa e nella politica plasmando la percezione collettiva, entrano nei tribunali e regalano l’impunità. Si mescolano con la vita quotidiana e fanno della violenza qualcosa di ordinario. Così, ad esempio, i bambini e le bambine palestinesi imparano che la guerra è il loro destino. La violenza non solo viene giustificata nel passato ma è resa pensabile anche nel futuro. Di fronte a una tale deumanizzazione chiedere giustizia – per un nonno di Nablus che deve accudire i suoi nipoti rimasti orfani per un attacco ingiustificato di soldati israeliani in borghese – significa innanzitutto restituire il nome, fare di un veicolo percepito come una minaccia terroristica, una famiglia che è stata uccisa mentre tornava a casa. Francesca Mannocchi ricorda infine l’articolo 11 della Costituzione, come chi lo ha scritto avesse conosciuto gli orrori della guerra e volesse rifiutare non solo i fatti atroci di cui è stato o è stata testimone ma anche le parole con cui la guerra era stata prima preparata e poi raccontata. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non essere d’accordo con le parole di questo podcast. Sono parole che innanzitutto ci riportano al presente, ad un momento in cui la forte crescita degli investimenti in ambito militare si accompagna ad una normalizzazione della violenza e ad una giustificazione della guerra su scala planetaria. Pensiamo dunque che sia importante fare controinformazione mostrando il vero volto della guerra e le conseguenze nefaste di una crescente militarizzazione della società. Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=0DD56G4OIck Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 12, 2026
Pressenza
Trasferimenti Dublino: annullati per violazione obblighi informativi e per le carenze sistemiche del sistema di asilo croato
Il Tribunale di Roma, Sezione Diritti della Persona e Immigrazione, con due distinti decreti resi su ricorsi ex art. 27 Reg. UE n. 604/2013 (Dublino III), ha accolto le impugnazioni proposte contro altrettante decisioni di trasferimento dell’Unità Dublino del Ministero dell’Interno, dichiarando in entrambi i casi la competenza dello Stato italiano a esaminare la domanda di protezione internazionale.  Il primo decreto si concentra sulla violazione degli obblighi informativi previsti dagli artt. 4 e 5 del Regolamento, tema di particolare rilievo anche in vista dell’applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Richiamando la sentenza della Corte di Giustizia del 30 novembre 2023 (cause riunite C-228/21 e altre) e la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 25310/2024, Cass. n. 10331/2024 e Cass. n. 13037/2025), il Collegio ribadisce che il colloquio personale costituisce un momento centrale e insostituibile della procedura, con funzione informativa e partecipativa distinta da quella dell’opuscolo informativo, e che la sua omissione – cui è equiparato lo svolgimento senza le modalità garantistiche previste – comporta di regola l’annullamento della decisione di trasferimento. Nel caso concreto l’amministrazione, pur onerata della relativa prova, aveva prodotto un modulo standard dal quale risultavano unicamente le generalità e il domicilio del richiedente, senza alcuna traccia delle informazioni da lui fornite; il verbale non era sottoscritto dal mediatore culturale né risultava la consegna dell’opuscolo. Rileva, inoltre, che il colloquio sarebbe stato in concreto decisivo, avendo il ricorrente un fratello titolare di protezione sussidiaria e regolarmente residente in Italia da oltre dieci anni, unico riferimento familiare rimasto. Tribunale di Roma, decreto del 23 marzo 2026 Il secondo decreto affronta invece le carenze sistemiche del Paese di destinazione, applicando l’art. 3, par. 2, del Regolamento, che impone di non dare corso al trasferimento quando sussistano fondati motivi di ritenere che il richiedente sarebbe esposto al rischio di trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’art. 4 della Carta. Sulla scorta di un ampio e aggiornato quadro di fonti internazionali – tra cui i rapporti del Consiglio d’Europa (CPT), del Comitato ONU per i diritti umani e del CERD, i report AIDA, Swiss Refugee Council, Human Rights Watch e Amnesty International – il Collegio ritiene documentata una sistematica violazione dei diritti fondamentali dei migranti in Croazia, che si manifesta sia nei respingimenti violenti e collettivi alla frontiera con la Bosnia-Erzegovina, sia nelle gravi criticità delle condizioni di accoglienza (sovraffollamento, carenze igieniche e sanitarie, accesso limitato ai rimedi giuridici) e nelle specifiche difficoltà dei richiedenti rientranti in base al Regolamento, spesso privati di continuità delle cure e di adeguate informazioni. Il Tribunale afferma che, in ossequio al principio di cautela, il giudice può annullare il trasferimento non solo in presenza di prova certa, ma anche del ragionevole dubbio che sussistano tali carenze, respingendo peraltro la tesi ministeriale di una rigida gerarchia delle fonti utilizzabili (richiamata la CGUE, C-392/22). Tribunale di Roma, decreto del 28 aprile 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul Regolamento Dublino

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