Strasburgo, 16 giugno. Manifestazione contro i nuovi OGM
Nuovi OGM: appello alla manifestazione europea di Centro Internazionale Crocevia (*) Una coalizione di agricoltori, breeders, trasformatori e consumatori si mobiliterà a Strasburgo contro l’inaccettabile deregolamentazione degli OGM-NGT, in vista del voto del Parlamento europeo. Il 17 giugno il Parlamento europeo voterà sulla proposta di un nuovo regolamento relativo alle piante geneticamente modificate mediante nuove tecniche genomiche (OGM-NGT). Questa proposta
TELT, una società in cerca di nuovi finanziamenti nega la rendicontazione delle proprie attività
Con l’Accordo del 2012 è stata creata la società franco-italiana TELT, promotore pubblico e ente aggiudicatore (stazione appaltante) indicata all’art. 6 dell’Accordo 2012, incaricata di realizzare la sezione transfrontaliera della seconda linea ferroviaria tra Torino e Lione di 65 km comprensiva di un tunnel a due canne di 57,5 km di cui 12,5 in territorio italiano e 45 in territorio francese. Il profilo di TELT TELT dispone di poteri e responsabilità, ecco uno stralcio dall’Accordo del 2012: “Il promotore pubblico ha la qualifica di gestore dell’infrastruttura e potrà delegare tutte o alcune delle missioni che gli sono affidate concludendo accordi con altri gestori di infrastrutture dei due Stati. Esso è l’unico responsabile della conclusione e del monitoraggio dell’esecuzione dei contratti, richiesti dalla progettazione, dalla realizzazione e dall’esercizio della sezione transfrontaliera dell’opera. È altresì competente ad effettuare qualsiasi operazione in grado di facilitare la realizzazione delle missioni sopra elencate.” Nel suo sito TELT afferma che “si impegna a rispettare gli accordi internazionali e a realizzare l’infrastruttura nei tempi previsti e nel pieno rispetto non solo dei più alti standard qualitativi, ma anche dell’ambiente e della legalità.” Se il potere di TELT è quasi “infinito”, la comunicazione ai suoi azionisti (i cittadini contribuenti) è “finita” e si limita a narrare i fatti come successi. Manca la rendicontazione Mentre nel sito di TELT non vi è alcuna traccia della rendicontazione contabile obbligatoria per legge, PresidioEuropa ha pubblicato tutti i Bilanci LTF e TELT. Scarse o nulle sono le informazioni che TELT fornisce circa l’aumento del costo dei lavori giunto a €16,1 miliardi (un aumento del 187% sul costo iniziale di €8,6 miliardi), sulle retribuzioni dei dirigenti, sulle cause dei ritardi nei lavori di almeno 5 anni, sui problemi geologici incontrati, sui feriti e sui morti sul lavoro, sui danni causati all’ambiente e agli acquiferi, sui contenziosi con le imprese appaltatrici, sulle trattative in UE con CINEA, sulle spese non direttamente inerenti i lavori di realizzazione del tunnel, quali ad esempio le innumerevoli attività di relazioni pubbliche. I media ricevono da TELT informazioni riservate e rassicuranti che li porta a fornire ai lettori il racconto di un’impresa che avanza sicura nel futuro, con l’inaugurazione del tunnel nel 2034 (anni fa era prevista con certezza nel 2029). Ironicamente l’acronimo di TELT potrebbe essere Tacete  E  Lasciateci  Trafficare. Una visione alternativa Da parte nostra ci permettiamo di dubitare fortemente che questa previsione corrisponda al vero. I lavori sono finanziati con irregolare lentezza da Italia, Francia e UE. L’ultimo finanziamento CEF2 della UE di €700 milioni è stato erogato nel gennaio 2024 e ha impegnato TELT a svolgere lavori per €1,4 miliardi entro il 30 giugno 2026. Il prossimo finanziamento della UE potrebbe essere disponibile solo nella seconda metà del 2028. TELT informa che i lavori procedono con regolarità, si può dunque ritenere che avrà realizzato entro la fine di giugno 2026 tutte le opere previste dal suddetto finanziamento CEF2. Come TELT troverà nuovi finanziamenti per evitare la sospensione delle sue attività In attesa che il Parlamento europeo approvi il Bilancio UE 2028-2034, dal 1° luglio 2026 fino ad almeno il 30 giugno 2028 TELT non disporrà di alcun finanziamento europeo, una spiacevole situazione che potrebbe fermare i cantieri e la stessa attività di TELT che non dispone di fondi propri. Per chiarire la situazione abbiamo chiesto a TELT in che modo finanzierà i suoi costi e pagherà le società appaltatrici per consentire di proseguire la loro attività dopo il 30 giugno 2026. La Direttrice Generale Aggiunta Italia di TELT ing. Manuela Rocca afferma: “Con riferimento alla Sua richiesta si rappresenta che, nel corso degli ultimi mesi, sono state puntualmente fornite tutte le indicazioni e le precisazioni richieste, con particolare riferimento al finanziamento dell’opera da parte degli Stati e della Comunità europea ai sensi dei Trattati e dei Grant Agreement. Tali precisazioni sono ritenute dalla scrivente società pienamente esaustive. Alla luce di quanto precede, non si ravvisano ulteriori elementi da aggiungere.” Questa risposta pare indicare la possibilità che l’Italia, e forse anche la Francia, forniscano i fondi secondo quanto previsto all’art. 17 dell’Accordo del 2012, rinunciando per questo periodo, e forse per il futuro, al cofinanziamento della UE. Italia e Francia dovranno chiarire Attendiamo conferme o smentite ufficiali dai Governi italiano e francese. PresidioEuropa No TAV
June 12, 2026
Pressenza
Sento il bisogno di una casa comune
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco con convinzione alla campagna “Un tetto Comune”, perché sento il bisogno di una casa comune capace di accogliere differenze, pratiche di solidarietà e desiderio di trasformazione sociale. Una casa antifascista, antirazzista e antisessista, che contrasti ogni forma di oppressione e discriminazione. Una casa garantista e antipenale, che metta al centro i diritti, la giustizia sociale e la libertà, rifiutando la cultura della punizione. Una casa antimilitarista e libertaria, che scelga la pace contro la guerra, l’uguaglianza contro i privilegi e l’autodeterminazione contro ogni autoritarismo. Con affetto [Italo Di Sabato] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sento il bisogno di una casa comune proviene da Comune-info.
June 12, 2026
Comune-info
Quella bussola che tiene la direzione verso il senso di comunità
-------------------------------------------------------------------------------- In mezzo allo sbando totale a cui assisto sgomenta Comune rappresenta la bussola che tiene la direzione verso il senso di comunità, di appartenenza alla famiglia umana che sono gli unici che ci possono salvare. [Daniela Dal Lago] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella bussola che tiene la direzione verso il senso di comunità proviene da Comune-info.
June 12, 2026
Comune-info
Professoressa bloccata in aeroporto perché ritenuta “pericolosa”. Extinction Rebellion denuncia decine di fermi illegittimi in due anni
Bloccata per la terza volta in sei mesi al controllo passaporti dell’aeroporto di Malpensa, perché segnalata come “persona pericolosa”: professoressa di Extinction Rebellion decide di denunciare l’accaduto. Il movimento denuncia decine di fermi simili negli ultimi due anni, senza la redazione di verbale e tutti effettuati su persone incensurate, violando le garanzie previste a tutela della libertà personale. Lo scorso venerdì mattina, una professoressa di Torino di rientro da Montreal – dove si era recata per assistere il marito vittima di un incidente – è stata bloccata e perquisita dalla polizia di stato al controllo passaporti all’aeroporto di Milano Malpensa, poiché apparentemente risultava segnalata come “persona pericolosa”. La denuncia dell’accaduto arriva da Annalisa, una persona attiva in Extinction Rebellion senza precedenti penali, che ha deciso di rendere pubblico quanto le è successo, dopo l’ennesimo fermo ingiustificato a persone attive nel movimento: “È la terza volta in sei mesi che vengo bloccata al controllo passaporti, uscendo o rientrando in Italia dall’area Schengen. Chiaramente non si tratta di controlli doganali a campione in quanto la lettura del mio passaporto attiva un allerta della Polizia di Stato che fa scattare il fermo e la perquisizione” – dichiara Annalisa –  “Ma io non ho condanne di nessun tipo, non sono nemmeno mai stata rinviata a giudizio e nessun agente mi ha spiegato quale sia la ragione di questi fermi, né quale sia la lista che stanno consultando.”. Il caso di Annalisa non è isolato. Extinction Rebellion riporta infatti, negli ultimi due anni, decine di segnalazioni di blocchi al controllo passaporti, in uscita e rientro nell’area Schengen, per persone che hanno anche solo occasionalmente partecipato a proteste del movimento. In tutti i casi, come è successo ad Annalisa, al controllo del passaporto si viene bloccati, per essere accompagnati in una stanza per un’attesa che dura anche ore, per essere poi condotti al controllo doganale del bagaglio. Nei casi più gravi si è arrivati alla perquisizione corporale, alle minacce di denunce per resistenza o, in un caso, a far perdere il volo o a far scendere le persone dal treno. “Gli agenti che eseguono il fermo, tuttavia, anche di fronte a domande precise e circostanziate, non spiegano le ragioni del controllo, non indicano quali sarebbero i presunti profili di rischio, giustificando l’operazione come una perquisizione casuale” commenta ancora Annalisa. “Di fronte alla richiesta di verbale la risposta è sempre stata un rifiuto, giustificato da un generico ‘non è previsto’”. Venerdì tuttavia, dopo molto insistenze, Annalisa ha ottenuto il rilascio di un documento della Polizia di Frontiera, indirizzato alla Dogana di Malpensa, con cui si chiede “ai sensi degli art. 12 e/o 13 del D. Lgs. 141/24 TUD di sottoporre a visita e controllo del bagaglio e degli altri oggetti in possesso della predetta passeggera, nonché a volerla invitare a esibire gli oggetti e i valori portati sulla persona”. Il verbale farebbe quindi riferimento a una perquisizione doganale casuale, fattispecie che Extinction Rebellion, insieme ai suoi legali, ha adesso deciso di mettere in dubbio, alla luce della frequenza di questi controlli a persone legate al movimento e, soprattutto, al ripetersi del controllo a carico della stessa persona nel giro di pochi mesi. Extinction Rebellion è un movimento internazionale che utilizza la disobbedienza civile nonviolenta per fare pressione sui governi affinché intraprendano azioni incisive e immediate per fermare la distruzione degli ecosistemi e il caos climatico, come si può leggere sul sito dell’organizzazione. Il movimento è attivo in Italia dal 2019 e in questi anni ha portato l’attenzione sulle responsabilità, nel nostro paese, nel mantenere e promuovere un’economia basata sui combustibili fossili, attraverso azioni dirette rigorosamente nonviolente, dal grande impatto visivo, che attirano l’attenzione e che, volutamente, portano disturbo, ma nel corso delle quali non si è mai verificato alcun danno a cose o persone. Nonostante questo, nella Relazione per il 173esimo anniversario della Polizia di Stato, aggiornato al 31 dicembre 2024,  Extinction Rebellion viene citata per avere attuato “proteste che hanno portato, come conseguenza delle condotte violente registratesi, al deferimento di 114 attivisti“.  Proteste che, al contrario, hanno invece registrato centinaia di archiviazioni da parte della magistratura che ha più volte riconosciuto la legittimità delle proteste nell’ambito del diritto di manifestazione e espressione del pensiero garantiti dalla Costituzione, e decine di annullamento dei fogli di via notificati dalle Questure di Torino e Bologna dai TAR Piemonte e Emilia Romagna. In alcune di queste, sono stati inoltre registrati fermi di polizia illegittimi, durati ore, in alcuni casi sfociati in perquisizioni corporali ingiustificate, come a Bologna, nel Tutte situazioni ora al vaglio della magistratura in seguito agli esposti presentati dalle persone che hanno subito tali trattamenti. È quindi probabile che le persone che hanno partecipato a manifestazioni di Extinction Rebellion, anche se non sottoposte a procedimenti penali, siano finiti in un registro riservato delle Forze dell’Ordine che dà loro pieni poteri su come controllare queste persone, senza il parere di un giudice. “È per me incomprensibile come la Polizia di uno stato democratico possa interferire in maniera così invasiva sulla libertà di una persona incensurata e dei suo famigliari senza spiegarne il motivo e senza rispettare l’obbligo di rilasciare un verbale circostanziato o di comunicare l’accaduto a un magistrato” conclude Annalisa. “E’ mio diritto, e di tutte le persone di Extinction Rebellion, sapere perché accade questo. Per questa ragione sto valutando con gli avvocati se ci siano gli estremi per depositare un esposto e invito chiunque a denunciare pubblicamente quanto sta succedendo, prima che sia troppo tardi per la nostra democrazia” Extinction Rebellion
June 12, 2026
Pressenza
Afghanistan: denunciamo detenzione di una operatrice sanitaria e crescenti restrizioni nei confronti delle donne
In Afghanistan un’operatrice sanitaria di Medici Senza Frontiere (MSF) è stata fermata dai rappresentanti del ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (PVPV) mentre si recava, accompagnata dal marito, all’ospedale regionale di Herat, dove lavora nel reparto pediatrico supportato da MSF. È stata accusata di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto alle donne nel paese, è stata trattenuta per 2 giorni e, infine, rilasciata l’8 giugno dopo aver dovuto firmare – insieme al marito e ad altri membri della famiglia – un impegno scritto a indossare in futuro l’abbigliamento specifico imposto dal PVPV. MSF è indignata per l’arresto e la detenzione di una propria dipendente nell’ambito dell’applicazione delle norme sul codice di abbigliamento in vigore nella città. Questo episodio non è un caso isolato. Le donne in Afghanistan devono affrontare restrizioni molto severe alla libertà di movimento e all’accesso alla vita pubblica, che hanno conseguenze dirette sull’accesso alle cure e sulla fornitura di servizi sanitari in tutto il paese. MSF è a conoscenza delle segnalazioni secondo cui, nell’ultima settimana, un gran numero di donne è stato arrestato dai rappresentanti del PVPV a Herat. Il 9 giugno, una manifestazione contro le restrizioni imposte alle donne è stata dispersa con violenza dalla polizia, che ha fatto uso di armi da fuoco, bastoni e fruste, causando diversi feriti e nuovi arresti. Dal 2021, le donne in Afghanistan sono state sempre più escluse dalla vita pubblica. A loro è vietato l’accesso all’istruzione secondaria e superiore, è precluso l’accesso a molti ruoli nel settore pubblico e umanitario, hanno un accesso limitato all’assistenza sanitaria e sono escluse dagli spazi pubblici. Altre misure rivolte alle donne, come l’obbligo di indossare il burqa e di essere accompagnate da un mahram (accompagnatore maschile) quando escono di casa, compromettono ulteriormente l’accesso ai servizi medici essenziali e ostacolano la capacità delle operatrici sanitarie di fornire assistenza. Queste restrizioni colpiscono in modo sproporzionato le donne e i bambini, che spesso si affidano al personale medico femminile per ricevere cure in modo sicuro e nel rispetto della cultura locale. Il personale femminile rimane fondamentale per il lavoro di MSF in Afghanistan. MSF gestisce attualmente 7 progetti in 7 province, fornendo assistenza ostetrica, pediatrica, traumatologica e per la cura della tubercolosi. Le donne costituiscono il 45% del personale infermieristico che lavora per MSF nel paese; nei progetti incentrati sulla maternità rappresentano più della metà della forza lavoro e sono essenziali per fornire assistenza in spazi clinici riservati alle donne. Medecins sans Frontieres
June 12, 2026
Pressenza
Il Golfo e Israele: guerra, normalizzazione ed economia globale
di Diana Buttu, Adam Hanieh,    Al-Shabaka, 10 giugno 2026.   La guerra statunitense-israeliana contro l’Iran e il Libano, così come il genocidio in corso in Palestina, stanno ridefinendo il panorama politico della regione. Le alleanze vengono ricalibrate e le vecchie convinzioni sul potere degli Stati Uniti vengono messe alla prova. La guerra ha inoltre sottolineato quanto l’economia globale rimanga profondamente legata ai combustibili fossili e all’importanza strategica del Golfo all’interno delle reti energetiche e commerciali internazionali. Queste crisi stanno inoltre rivelando che ciò che accade in Palestina non rimane confinato alla Palestina. Al contrario, l’imperialismo e lo sfruttamento si sono estesi in tutta la regione e le loro ripercussioni si fanno sentire in modo acuto in tutto il Sud del mondo attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, l’insicurezza alimentare, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e l’aggravarsi della precarietà economica. Pertanto, comprendere la Palestina significa comprendere il sistema che genera queste crisi. In questa tavola rotonda, gli analisti palestinesi Diana Buttu e Adam Hanieh esaminano ciò che questo momento rivela riguardo all’evoluzione dell’architettura del potere imperiale statunitense, riguardo all’ordine regionale che sta prendendo forma e alle implicazioni per la lotta per la liberazione palestinese. Questa tavola rotonda è tratta da una conversazione registrata il 19 maggio 2026 per un episodio del podcast Rethinking Palestine. È stata modificata per la pubblicazione. In che modo l’attuale guerra regionale sta ridefinendo le relazioni tra gli Stati Uniti, Israele e gli Stati arabi del Golfo? Adam Hanieh Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi due decenni è un tentativo da parte degli Stati Uniti di normalizzare le relazioni tra gli Stati arabi del Golfo e il regime israeliano, che sono, di fatto, i due pilastri del loro progetto imperiale in Medio Oriente. Ciò è chiaramente antecedente al genocidio a Gaza e all’attuale guerra statunitense-israeliana contro l’Iran e il Libano. Per comprendere questa evoluzione è necessario collocarla nel più ampio contesto geopolitico. In risposta al relativo declino della potenza statunitense a livello globale, Washington ha cercato di riaffermare la propria supremazia in regioni quali il Medio Oriente. Uno dei modi in cui ha tentato di farlo è stato quello di riunire questi due pilastri [Stati arabi e Israele] sotto un unico ombrello statunitense. Al centro di questa strategia c’è l’ascesa della Cina e il ruolo del Golfo nell’economia energetica globale. La Cina dipende dal Medio Oriente per circa il 60% delle proprie importazioni di petrolio e per una quota consistente del proprio gas naturale liquefatto (GNL), mentre il Golfo è diventato anche un nodo logistico fondamentale per le ambizioni commerciali globali di Pechino. Allo stesso tempo, nonostante i crescenti investimenti nelle energie rinnovabili non stiamo assistendo a una vera e propria transizione lontano dai combustibili fossili. Infatti, la produzione globale di petrolio, carbone e gas ha raggiunto livelli record lo scorso anno. Ciò a cui stiamo assistendo è invece un processo additivo in cui l’energia rinnovabile si sovrappone a una base di combustibili fossili in espansione. Le monarchie del Golfo esemplificano questa dinamica, guidando l’espansione delle energie rinnovabili in tutta la regione e aumentando al contempo la produzione di petrolio e gas, principalmente per ridurre il consumo interno di combustibili fossili nella produzione di energia elettrica e per esportare maggiori quantità di petrolio e gas all’estero. Per questi motivi, il Golfo rimane strategicamente centrale in questo ordine mondiale dominato dai combustibili fossili, non solo per gli Stati Uniti ma anche per la Cina e per l’economia globale in generale. Una componente più ampia della strategia statunitense consiste quindi nel contrastare la crescente influenza della Cina nella regione attraverso il progetto di normalizzazione, assicurandosi al contempo il mantenimento del controllo sulle reti energetiche e commerciali che sono alla base dell’economia globale. Diana Buttu All’indomani dell’ottobre 2023, l’opinione pubblica israeliana ha semplicemente smesso di interessarsi alla normalizzazione. Non era più in cima all’agenda, e tuttora non lo è. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invece rivolto la propria attenzione all’indebolimento degli Stati arabi e alla riduzione della loro influenza politica ed economica. Ecco perché, nel corso degli ultimi mesi di guerra – una guerra promossa da Israele – uno degli obiettivi del regime israeliano è stato quello di creare una frattura tra questi Stati arabi. In una certa misura, tale frattura è già emersa. Allo stesso tempo, il regime israeliano ha cercato di indebolire economicamente gli Stati arabi, con l’obiettivo più ampio di affermarsi come potenza regionale dominante. La questione non è più la normalizzazione, bensì la creazione di un ordine regionale che costringa questi paesi a trattare con lo stato sionista, poiché l’unico modo per raggiungere gli Stati Uniti è attraverso di esso. Ciò a cui Netanyahu, il suo governo e gran parte dell’opinione pubblica israeliana sembrano ora dare la priorità è il dominio regionale: non solo il dominio militare e politico, che Israele esercita da tempo attraverso i propri rapporti con gli Stati Uniti, ma una forma più ampia di supremazia in cui non è consentito l’emergere di alcuna potenza concorrente nella regione. Ciò comporta anche l’indebolimento dell’influenza economica degli Stati del Golfo. Da questo punto di vista, azioni quali l’attacco sferrato da Israele contro il Qatar nel settembre 2025 e la continua spinta verso lo scontro con l’Iran riflettono una logica strategica più ampia. Persino gli attacchi di rappresaglia contro Israele sono considerati un costo accettabile se contribuiscono al raggiungimento di obiettivi più ampi: l’espansione territoriale in luoghi come il Libano, la Siria e Gaza, e l’indebolimento dei centri alternativi di potere economico e politico arabo. Tuttavia, all’interno del Golfo stanno cominciando ad emergere diversi schieramenti. Alcuni attori si chiedono perché abbiano investito così massicciamente negli Stati Uniti – e, nel caso degli Emirati Arabi Uniti, negli accordi con Israele – se nessuno dei due si è dimostrato in grado di offrire una protezione o un’assistenza significativa. Altri, invece, insistono e sostengono che un allineamento più profondo rimane l’unica via praticabile per il futuro. Ciò che è significativo è che non sembra più esserci un unico approccio regionale unificato, come invece sembrava esserci in passato. La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’OPEC segnala un consolidamento più profondo della loro alleanza con il regime israeliano? Adam Hanieh La decisione degli Emirati Arabi Uniti di ritirarsi dall’OPEC è in parte legata all’attuale situazione del mercato petrolifero mondiale. Il ruolo principale dell’OPEC è stato tradizionalmente quello di moderare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale, ma in un contesto in cui i prezzi del petrolio sono elevati – e probabilmente lo rimarranno nel prossimo futuro – gli Emirati Arabi Uniti sembrano cercare una maggiore libertà di aumentare la produzione e le esportazioni senza questi vincoli. Questa mossa riflette anche tensioni più ampie tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che rimane la forza dominante all’interno dell’OPEC. Negli ultimi anni l’economia degli Emirati Arabi Uniti si è inoltre diversificata. Il petrolio rimane un settore centrale, ma settori quali la logistica, la finanza, la petrolchimica, l’intelligenza artificiale, i data center e le energie rinnovabili hanno registrato una crescita significativa, il che significa che il petrolio riveste ora un ruolo leggermente meno dominante rispetto al passato. Detto questo, è chiaro che gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, hanno recentemente intensificato le loro relazioni sia con Israele che con gli Stati Uniti, nell’ambito di un più ampio obiettivo strategico volto a rafforzare i legami con Israele attraverso il progetto di normalizzazione scaturito dagli Accordi di Abramo. Lo si evince dai rapporti pubblicati sul fatto che Israele starebbe fornendo sistemi d’arma agli Emirati Arabi Uniti durante l’attuale conflitto, nonché dalle speculazioni riportate dalla stampa israeliana  in merito alla visita di Netanyahu negli Emirati Arabi Uniti avvenuta alcuni mesi fa. Pertanto, almeno nel caso degli Emirati Arabi Uniti, la normalizzazione sembra effettivamente intensificarsi. Ciononostante, non mi sorprenderebbe se all’interno dell’élite politica degli Emirati Arabi Uniti si discutesse se questa sia la strategia giusta da perseguire. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, invece, la situazione rimane più complessa e riflette in parte la frattura esistente tra questo paese e gli Emirati Arabi Uniti. Resta da vedere se l’Arabia Saudita finirà per seguire lo stesso percorso. Cosa rivela l’approccio del regime israeliano alla normalizzazione con gli Stati arabi riguardo al modo in cui esso percepisce il proprio ruolo nella regione? Diana Buttu Prima dell’ottobre 2023, in Israele si era registrata una forte spinta a portare avanti il progetto di normalizzazione con gli Stati arabi. Tale progetto mirava, in gran parte, a mettere in secondo piano i palestinesi e a trasmettere all’opinione pubblica israeliana il messaggio che il regime non avesse mai avuto realmente bisogno di affrontare la questione palestinese. Invece, avrebbe potuto instaurare rapporti di pace e legami economici con il mondo arabo senza porre fine all’occupazione, senza smantellare il progetto coloniale e, naturalmente, senza affrontare la questione dei diritti fondamentali dei palestinesi e, soprattutto, del diritto al ritorno. Il regime israeliano sostiene da tempo di volere «la pace con i propri vicini», eppure non ha mai instaurato con l’Egitto qualcosa che si possa definire a tutti gli effetti una pace cordiale, nonostante l’accordo di pace in vigore dal 1979. Lo stesso vale per la Giordania, nonostante l’accordo del 1994. E sebbene il regime israeliano non sia mai stato in guerra con gli Emirati Arabi Uniti, anche in quel caso il rapporto è stato altamente asimmetrico. Si vedono certamente israeliani recarsi negli Emirati Arabi Uniti, ma non si osserva lo stesso movimento nella direzione opposta. Dall’ottobre 2023, tuttavia, anche il dibattito sulla normalizzazione è in gran parte scomparso dal discorso pubblico israeliano. In effetti, mi sorprenderebbe se la maggior parte degli israeliani fosse in grado di citare cinque paesi arabi oltre ai quattro che abbiamo appena menzionato. Ciò deriva in parte dal modo in cui Israele si considera separato dalla regione. Gli israeliani generalmente non imparano l’arabo e Israele si è storicamente immaginato allineato con l’Europa piuttosto che integrato nel Medio Oriente. Per questo motivo, la normalizzazione non ha mai riguardato realmente l’integrazione nella regione. E dall’ottobre 2023, il dibattito politico israeliano si è ulteriormente polarizzato. Di conseguenza, la normalizzazione non sembra più essere l’obiettivo centrale. In linea di massima, al giorno d’oggi gli israeliani non sono principalmente interessati alla normalizzazione. Probabilmente non lo sono mai stati. La retorica ha sempre riguardato la “pace”, ma la traiettoria politica ha riguardato sempre più il dominio piuttosto che la coesistenza. Quale ruolo sta svolgendo la Cina nel contesto del relativo indebolimento del dominio statunitense nella regione? Adam Hanieh Sebbene gli Stati Uniti continuino a detenere il predominio militare e finanziario, ritengo che stiamo assistendo a un relativo indebolimento della loro influenza a livello globale. La loro posizione non è più così incontrastata come un tempo. Allo stesso tempo, credo che in Cina sia in corso un dibattito su quanto attivo debba essere il ruolo che il paese dovrebbe svolgere nel Medio Oriente, o se sia invece più vantaggioso lasciare che gli Stati Uniti continuino a lottare mentre il loro predominio regionale si indebolisce. Facendo seguito al mio precedente intervento, tale dibattito è influenzato dal riconoscimento da parte della Cina dell’importanza della regione, data la sua dipendenza dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente, in particolare dagli Stati del Golfo. Esiste inoltre un nesso più ampio tra il commercio petrolifero e il predominio del dollaro statunitense a livello globale, che riveste grande importanza poiché è alla base della capacità di Washington di imporre sanzioni a stati e aziende in Cina e altrove. Negli ultimi anni, la Cina ha compiuto uno sforzo deciso sia per aumentare le proprie riserve petrolifere sia per diversificare le proprie importazioni energetiche, allontanandosi dal Medio Oriente per rivolgersi a partner quali la Russia. In questo momento, la Cina e la Russia sono impegnate in intense discussioni su nuovi progetti di gasdotti che collegheranno i due paesi. Ma al di là dell’energia, la regione è diventata sempre più centrale nella più ampia strategia globale della Cina. L’iniziativa Belt and Road, ad esempio, fa ampio ricorso al Golfo come snodo logistico fondamentale: circa il 60% del commercio cinese con l’Europa e l’Africa transita per Dubai. La regione riveste quindi un’enorme importanza strategica per le ambizioni commerciali globali della Cina. Per tutti questi motivi, ritengo che i responsabili politici cinesi siano ben consapevoli di ciò che sta accadendo in Medio Oriente e della questione più ampia relativa al futuro del potere statunitense nella regione. È difficile, tuttavia, immaginare che la Cina possa assumere lo stesso tipo di ruolo in materia di sicurezza che gli Stati Uniti hanno storicamente svolto nella regione. La Cina non dispone della stessa rete di basi militari né della stessa capacità di proiezione militare. Diana Buttu Per quanto riguarda più specificamente la Palestina, la Cina ha storicamente assunto una posizione piuttosto coerente: si oppone all’occupazione e sostiene una soluzione a due stati, proprio come molti altri paesi. Tuttavia, al di là di ciò, ha generalmente evitato di essere coinvolta profondamente nella lotta palestinese. C’è forse un’eccezione degna di nota, ovvero l’aver ospitato la Cina i colloqui di riconciliazione tra le fazioni politiche palestinesi durante il genocidio. L’obiettivo dichiarato era quello di incoraggiare una qualche forma di unità palestinese in modo che potesse esserci almeno una strategia politica unitaria per affrontare il regime israeliano. Ma al di là di ciò, il ruolo della Cina sembra piuttosto limitato. Nelle mie conversazioni con persone provenienti dalla Cina, l’opinione è stata costantemente quella secondo cui, sebbene Pechino sia solidale con la Palestina, la sua politica estera non prevede fondamentalmente un intervento diretto o un coinvolgimento politico più profondo. Detto questo, ciò rimane comunque ben distinto dalla posizione degli Stati Uniti, che non hanno mai realmente sostenuto che una qualsiasi parte della Palestina debba essere libera. In che modo l’attuale shock economico globale causato dalla guerra sta influenzando le comunità vulnerabili, in particolare nel Sud del mondo? Adam Hanieh Dobbiamo smettere di considerare la regione semplicemente come un gigantesco rubinetto di petrolio. Il Golfo è profondamente integrato nelle catene di approvvigionamento globali, e ciò significa che le guerre che coinvolgono l’Iran o il Libano hanno ripercussioni ben oltre i confini del Medio Oriente, in particolare nei paesi vulnerabili del resto del Sud del mondo. Uno degli sviluppi chiave degli ultimi anni è che le economie del Golfo si sono diversificate andando oltre la semplice esportazione di petrolio greggio e gas. Sono ora importanti esportatori di prodotti chimici, fertilizzanti e altri prodotti petrolchimici. Circa un terzo delle spedizioni mondiali di fertilizzanti passa attraverso lo Stretto di Hormuz, insieme ad esportazioni quali zolfo ed elio. L’impatto dell’aumento dei prezzi di questi prodotti, unitamente alla possibilità di interruzioni dell’approvvigionamento, comporta che i paesi del Sud del mondo corrano il rischio di subire shock di portata molto più ampia dei propri sistemi alimentari. L’aumento dei prezzi del gas fa lievitare i costi dei macchinari, dell’irrigazione e dei trasporti. Anche i prezzi dei fertilizzanti sono in aumento. Persino la plastica utilizzata per il confezionamento degli alimenti dipende in larga misura dalle esportazioni petrolchimiche del Golfo. Molti paesi che dipendono dalle importazioni del Golfo stavano già affrontando gravi crisi prima dell’inizio della guerra. Il Sudan ne è un chiaro esempio. Il paese è stato devastato dalla guerra civile per anni e già affrontava una grave insicurezza alimentare, pur dipendendo fortemente dalle importazioni di fertilizzanti dal Golfo. Lo Yemen e il Libano presentano vulnerabilità simili. Pertanto, le ripercussioni provenienti dal Golfo vengono amplificate da queste crisi preesistenti. In tal senso, i paesi del Sud del mondo ne risentiranno probabilmente in misura molto più grave rispetto a paesi come il Regno Unito o altri stati europei. In che modo tutto ciò sta influenzando la lotta per la liberazione palestinese? Diana Buttu Non ci vuole molto perché il mondo smetta di prestare attenzione alla Palestina. I primi due anni del genocidio hanno costretto le persone a guardare a Gaza a causa della portata della distruzione: città intere rase al suolo, decine di migliaia di bambini uccisi e quasi 100.000 morti secondo alcune stime. Ma anche allora, gran parte di ciò che il regime israeliano stava facendo altrove continuava a passare inosservato: in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati nel 1948 e in Libano. E ora, con l’espansione della guerra regionale e il persistere del genocidio, è diventato molto facile per il mondo tornare a quella che viene definita la «normalità», il che, in pratica, significa ignorare nuovamente la Palestina. Concentrarsi veramente sulla Palestina richiederebbe di confrontarsi con il regime israeliano – e gli Stati Uniti, il Canada e gli stati dell’Europa occidentale semplicemente non vogliono farlo. Così l’attenzione si è spostata da Gaza verso l’Iran, che è esattamente ciò che voleva Netanyahu . Nel frattempo, dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, le forze di occupazione israeliane hanno continuato a bombardare Gaza quotidianamente. Da allora centinaia di palestinesi sono stati uccisi e migliaia feriti, eppure pochissimi attori internazionali ne parlano. Non vi è stata alcuna significativa ricostruzione, né un afflusso significativo di generi alimentari o attrezzature per la ricostruzione, e Israele ha continuato ad espandere il proprio controllo su Gaza. Lo stesso Netanyahu si è recentemente vantato del fatto che le forze israeliane controllano ora il 60% del territorio e intendono conquistarne altro. I palestinesi sono stati ancora una volta abbandonati, poiché l’attenzione internazionale si è spostata altrove. E purtroppo, questo esito era del tutto prevedibile. Adam Hanieh è un economista politico palestinese e docente presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. La sua attività di ricerca verte sul capitalismo globale e sull’economia politica del petrolio. Il suo ultimo libro si intitola “Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market” (2024). Diana Buttu è un’avvocata che in passato ha ricoperto il ruolo di consulente legale della delegazione palestinese ai negoziati e ha fatto parte del team che ha contribuito al successo del ricorso contro il muro dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.  Interviene spesso su questioni relative alla Palestina per testate giornalistiche internazionali quali la CNN e la BBC; è analista politica per Al Jazeera International e collabora regolarmente con la rivista The Middle East.  Svolge la professione forense in Palestina, specializzandosi in diritto internazionale dei diritti umani. https://al-shabaka.org/roundtables/the-gulf-and-israel-war-normalization-and-the-global-economy/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 12, 2026
Assopace Palestina
Il grido di Tirana
Nonostante le minacce e gli insulti, dopo undici giorni consecutivi, il movimento non solo resiste, ma cresce. Martedì nella città di Fier, durante una tappa del tour che celebra il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama ha detto che per venerdì 12 giugno la discussione sulle richieste del movimento deve finire. Una sorta di ultimatum. Non è chiaro cosa intendesse nel concreto, ma sappiamo che venerdì Edi Rama prevede di fare in pompa magna la grande festa per il trentacinquesimo del suo partito proprio a Tirana. Il Primo Ministro nei giorni scorsi ha pubblicato anche un comunicato rivolto alla stampa internazionale, dai toni surreali, dove attacca tutti i media del mondo che hanno parlato delle proteste e spiega loro che dalle informazioni e i calcoli che il Governo ha fatto, sono 2.000 le persone che stanno protestando. Avete capito bene: duemila. La risposta alle più o meno velate minacce sulla giornata di venerdì 12 giugno e su questi calcoli, che sono diventati un boomerang che ha prodotto centinaia di meme, la vedete nella foto della piazza di giovedì sera. Non è intelligenza artificiale. Forse la manifestazione più grande da quando è scoppiata la rivoluzione. Lo scarto tra il nervosismo, la volgarità, la violenza verbale e becera, le fake news che vengono agitate contro il movimento e la creatività, la dissacrazione, la bellezza e la popolarità del movimento è sempre più evidente. Ogni arma contro il movimento viene ribaltata, “memetizzata”, disinnescata. Nel frattempo, sul piano documentale, inchieste di Reporter.al e Shteg.org hanno svelato passaggi di proprietà da 306.000 euro nell’area di Zvërnec, ma anche gli atti del Governo che hanno disposto il passaggio di 5,6 milioni di metri quadrati dell’isola di Sazan, il 90 per cento dell’isola, dal demanio pubblico ad una struttura statale che ha la missione di valorizzare il patrimonio e gli “investimenti strategici”. Nel corso dei giorni, tra i tanti slogan che rappresentano le voci del movimento e delle tantissime ragioni della protesta, che attacca tutto il sistema e tante altre situazioni oltre alla questione della laguna di Narta, ce n’è uno che ora dopo ora è diventato sempre più importante, sempre più duro, sempre più popolare: Dorëheqje, Dimissioni. La diaspora in tutto il mondo sta continuando ad organizzare manifestazioni e presidi ovunque, ma questo fine settimana, a partire da domani (oggi, ndr), il luogo dove essere per chi ne ha la possibilità è proprio Tirana, il cuore della rivoluzione. Comune-info
June 12, 2026
Pressenza
Prorogata la detenzione a Bengasi dei 10 membri del Convoglio di Terra detenuti in Libia: rilasciasciateli!
La Global Sumud Flotilla (GSF) esprime profonda preoccupazione sul piano diplomatico e legale a seguito delle informazioni secondo cui la detenzione di 10 volontari umanitari del Convoglio Terrestre Global Sumud a Bengasi sarebbe stata prorogata di ulteriori 30 giorni. I volontari sono attualmente trattenuti dall’Agenzia di Sicurezza Interna dell’Est (ISA), un potente organismo di sicurezza che opera sotto l’autorità de facto delle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) nella Libia orientale. Secondo le informazioni trasmesse attraverso canali diplomatici, questa presunta proroga solleva gravi interrogativi sulla gestione della procedura preliminare e sulla mancanza delle più basilari garanzie procedurali. La GSF non ha ancora ricevuto una conferma ufficiale scritta dell’ordine di proroga e sta richiedendo con urgenza la relativa documentazione legale. La decisione sarebbe stata adottata senza un’adeguata notifica alle famiglie o ai rappresentanti legali dei detenuti e fa seguito a una precedente comparizione davanti al pubblico ministero avvenuta senza che le famiglie o i loro rappresentanti ne fossero informati. Non si tratta di una semplice questione procedurale. Si tratta della continua detenzione di civili disarmati, tra cui medici, che partecipavano a una missione umanitaria volta a rompere l’assedio di Gaza e a consegnare aiuti al popolo palestinese. L’utilizzo di procedure legali opache per prolungarne la detenzione non fa che aggravare la responsabilità politica di coloro che li stanno trattenendo. Sebbene fonti diplomatiche indichino che i volontari ricevano beni essenziali, compresi cibo e accesso alle docce, la GSF sottolinea che condizioni materiali di base non rendono legittima una detenzione. La mancanza di comunicazioni consolari regolari, di chiarezza giuridica e di documentazione ufficiale relativa alla presunta proroga di 30 giorni configura una grave violazione dei diritti umani fondamentali. I governi dei Paesi di cui i detenuti sono cittadini non possono più trattare questa vicenda come una semplice pratica consolare da gestire in silenzio. Devono agire pubblicamente, con urgenza e in modo coordinato, per ottenere il rilascio e il rimpatrio di questi civili non violenti – professionisti del settore sanitario, operatori umanitari, un regista e un giornalista – arrestati dopo aver tentato di portare aiuti umanitari a Gaza. Ogni ulteriore giorno di detenzione aumenta la responsabilità politica delle autorità che li trattengono e dei governi che dispongono degli strumenti diplomatici necessari per intervenire. Global Sumud Flotilla
June 12, 2026
Pressenza
Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili – di Nadir Dendoune
Qualche giorno fa, in occasione della "festa della mamma", che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall'Algeria nel 1959, e a tutte le "madri invisibili". Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona [...]
June 12, 2026
Effimera

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