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Manifestazioni in Rojava chiedono il riconoscimento costituzionale della lingua curda
In occasione della Giornata internazionale della lingua madre, migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città del Rojava, chiedendo il riconoscimento costituzionale della lingua curda e l’istruzione garantita nella lingua madre in una nuova Siria. A Hesekê, Qamişlo, Tirbespiyê, Dirbêsiyê, Til Temir, Amûdê, Dêrik e in altre località, i manifestanti hanno chiesto il riconoscimento costituzionale della lingua curda in Siria e il diritto garantito all’istruzione nella lingua madre. Le marce sono state organizzate prevalentemente da istituti scolastici dell’Amministrazione Autonoma. Insegnanti, studenti e rappresentanti della società civile hanno partecipato alle manifestazioni in gran numero. Erano esposti in bella vista striscioni con slogan come “La nostra lingua è la nostra identità” e “L’istruzione nella lingua madre è il nostro legittimo diritto fondamentale”. Nelle dichiarazioni è stato sottolineato che il curdo non deve essere limitato a un riconoscimento simbolico o a poche ore di insegnamento. La lingua deve essere sancita come lingua ufficiale in una futura costituzione siriana. Sebbene sia stato adottato un provvedimento formale tramite decreto, secondo i manifestanti ciò non è sufficiente a tutelare in modo permanente i diritti linguistici. Diversi relatori hanno sottolineato che il riconoscimento della diversità linguistica è un prerequisito fondamentale per la ricostruzione democratica della Siria. Hanno affermato che la tutela della lingua madre è indissolubilmente legata all’identità culturale e alla partecipazione sociale. Le manifestazioni si sono concluse con dichiarazioni congiunte e un rinnovato impegno a continuare a sostenere la tutela istituzionale e costituzionale della lingua curda. L'articolo Manifestazioni in Rojava chiedono il riconoscimento costituzionale della lingua curda proviene da Retekurdistan.it.
February 21, 2026
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KNK: La nostra lingua madre è la nostra identità e il nostro futuro
Nella sua dichiarazione del 21 febbraio, il KNK (Congresso nazionale del Kurdistan) ha chiesto l’uso del curdo nella vita quotidiana per proteggerlo affermando: “La lingua madre non è solo un mezzo di comunicazione; per noi curdi è la nostra identità, la nostra esistenza e il nostro futuro”. Il KNK (Congresso nazionale del Kurdistan) ha rilasciato una dichiarazione per il 21 febbraio, giornata mondiale della lingua madre. Il KNK ha affermato che, per preservare la ricchezza della lingua curda, tutti dovrebbero dare priorità all’uso del curdo nelle proprie case e nella vita quotidiana. La dichiarazione, che ha richiamato l’attenzione sul 21 febbraio e sull’importanza della lingua madre afferma: “Questa giornata ci ricorda l’importanza che la lingua madre riveste come elemento di identità e valore per ogni persona sulla terra. In questo senso, la lingua non è solo un mezzo di comunicazione; è anche il tesoro della cultura, della storia, dell’identità e della visione del mondo di ogni popolo. Proteggere e sviluppare la lingua madre è un dovere fondamentale di ogni individuo e di ogni società per la sua sopravvivenza. Perché se una lingua non viene protetta e viene trascurata, alla fine scomparirà; e con essa, scompariranno anche la storia e la cultura di quel popolo”. Per noi curdi, la lingua curda (con tutti i suoi dialetti) è il pilastro più importante su cui poggia la nazione curda. Pertanto, preservare la lingua non è per noi solo una questione accademica, ma una questione nazionale e una questione di salvaguardia della nostra stessa esistenza. Lo scopo principale di questa giornata non è solo celebrare, ma anche ricordare alcuni messaggi importanti: * Preservare la diversità culturale: la lingua di ogni nazione è la sua finestra sul mondo. Attraverso la lingua, le persone imparano a conoscere se stesse, a entrare in contatto con il mondo e a comprenderne la visione. * Incoraggiare e rafforzare l’istruzione nella lingua madre rafforza e fornisce agli individui di quella comunità le competenze e le capacità necessarie per sviluppare la propria personalità. * Riconoscimento, accettazione e sviluppo del rispetto reciproco tra diverse società, popoli e nazioni. Durante il processo di affermazione del predominio sul curdo e sulle altre lingue in Kurdistan attraverso le lingue delle nazioni egemoni, la proibizione del curdo da un lato e la sua umiliazione, sminuimento ed emarginazione dall’altro, miravano alla sua eliminazione, prendendo di mira la lingua come elemento fondamentale della struttura nazionale. Purtroppo la lingua curda è ancora a rischio di estinzione ed erosione. Ciò è particolarmente diffuso nel nord e nell’est del paese. Questo perché il curdo non è sufficientemente utilizzato come lingua madre nella vita quotidiana, nelle famiglie e nella società, e la lingua dominante è maggiormente preferita. Ancora più pericoloso è il fatto che il curdo non abbia trovato il suo giusto posto nel sistema educativo. Nel corso della loro lotta nazionale, i curdi hanno sempre considerato la lingua un ambito da proteggere e preservare. Tuttavia, quest’ambito deve essere ulteriormente rafforzato. Affinché i curdi possano continuare a esistere come nazione viva, con tutta la loro unicità, la consapevolezza linguistica deve essere profondamente radicata nella personalità dei singoli individui. Nel Kurdistan meridionale, le istituzioni ufficiali esistono da molto tempo e la lingua curda è riconosciuta dalla Costituzione irachena. Tuttavia, a causa della mancanza di una politica linguistica coerente e di un piano solido, la situazione della lingua curda è frammentata e problematica. Pertanto, il Governo Regionale del Kurdistan deve affrontare seriamente questi ostacoli e regolamentare i settori linguistico e dell’istruzione. Inoltre, il livello di utilizzo del curdo nei media ufficiali, nei partiti politici e in altre istituzioni dovrebbe essere monitorato e guidato responsabilmente. Il Rojava oggi dimostra una forte volontà di affrontare i delicati sviluppi e cambiamenti in Siria; ha accumulato una significativa esperienza, in particolare in termini di difesa nazionale e autonomia. Oltre alle questioni politiche e sociali, anche le questioni culturali e nazionali – in particolare la lingua curda e il processo educativo – devono essere garantite costituzionalmente in modo permanente, e il curdo deve diventare la lingua dell’amministrazione e dell’istruzione. Nelle altre due parti del Paese, il curdo non è incluso nel sistema educativo; inoltre, è seriamente minacciato dalle politiche religiose, settarie, razziali e nazionaliste dei sistemi statalisti e occupanti. La ricchezza dei dialetti e delle lingue vernacolari della lingua curda è un indicatore della sua forza e unicità. Pertanto, si dovrebbe dare importanza alla lingua curda in tutti i suoi dialetti, preservando ogni dialetto al suo posto e includendolo nel sistema educativo. Anche i curdi che vivono all’estero nella diaspora, cresciuti immersi nella lingua e nella cultura dei paesi ospitanti e che portano con sé due lingue native nella loro identità, devono preservare, sviluppare e proteggere la loro lingua madre, il curdo, dall’estinzione. Nell’ambito di questa importante questione, celebriamo la giornata internazionale della lingua madre con tutti i curdi e il popolo del Kurdistan. Questa giornata dovrebbe essere un’opportunità per impegnarsi e lottare ogni anno di più; dovrebbe richiamare l’attenzione della comunità internazionale e delle istituzioni specializzate nel campo della lingua e della cultura, e portare all’ordine del giorno l’oppressione e le minacce contro il curdo e le altre lingue locali da parte delle forze di occupazione in Kurdistan. La lingua madre non è solo un mezzo di comunicazione tra le persone: per noi curdi è la nostra identità, la nostra esistenza e il nostro futuro. “L’uso e lo sviluppo della lingua curda è un dovere umanitario, nazionale e patriottico di ogni individuo curdo.” L'articolo KNK: La nostra lingua madre è la nostra identità e il nostro futuro proviene da Retekurdistan.it.
February 21, 2026
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Nel Cantone dell’Eufrate l’istruzione nella lingua madre è offerta in 572 scuole
Şêrîn Ebdî, co-presidente del Consiglio per la scienza e l’istruzione di Kobanê, ha osservato che prima degli attacchi, l’istruzione nelle lingue native della popolazione era fornita in 572 scuole nel cantone dell’Eufrate del Rojava. Il curdo, con il suo ricco vocabolario di 1,2 milioni di parole, compresi i dialetti, è tra le lingue più ricche del mondo, eppure è a rischio di estinzione. La lingua curda, che ha lottato per la sopravvivenza contro turco, persiano e arabo, ha preservato la sua ricchezza fino ad oggi. Şêrîn Ebdî, co-presidente del Consiglio per la Scienza e l’Istruzione di Kobanê, ha espresso la sua valutazione alla nostra agenzia (MA) in occasione della Giornata Mondiale della Lingua Madre, il 21 febbraio. Le donne curde hanno portato avanti la lingua fino ai giorni nostri “La lingua madre è l’identità di una persona”, ha affermato Şêrîn Ebdî, aggiungendo: “Le persone trasmettono i loro pensieri e sentimenti attraverso la lingua. Trasmettono la loro cultura e i loro valori di generazione in generazione. Per il popolo curdo, il curdo è la loro esistenza e la loro identità”. Ricordando che il Kurdistan è stato occupato da arabi, persiani e turchi, Şêrîn Ebdî ha continuato: “Le madri curde hanno protestato la lingua curda e l’hanno difesa fino ad oggi. Le donne curde, attraverso i loro canti, i loro dengbej (menestrelli curdi), i loro racconti e i loro lamenti, hanno portato la lingua curda fino ai giorni nostri”. 572 scuole, 72.000 studenti, 4.190 operatori dell’istruzione Şêrîn Ebdî ha osservato che la rivoluzione del Rojava del 19 luglio ha anche fatto rivivere la lingua madre, affermando: “Nei 15 anni trascorsi, l’istruzione nella lingua madre è stata fornita in Rojava a tutti i livelli di istruzione, dalla scuola materna alla scuola primaria, secondaria, superiore, universitaria e persino post-laurea. ll Rojava sta attualmente affrontando un grave attacco, ma prima degli attacchi, nel cantone dell’Eufrate c’erano 572 scuole attive. 72.000 studenti curdi e arabi ricevevano istruzione in queste scuole. C’erano 4.190 tra insegnanti, dirigenti e personale”. Sottolineando la necessità del popolo curdo di difendere la propria esistenza con lo slogan “La nostra lingua è la nostra esistenza”, Şêrîn Ebdî ha affermato: “Per difendere la nostra esistenza, dobbiamo prima proteggere la nostra lingua. Se una nazione non protegge la propria “Lingua e cultura, resteremo sempre sotto la lingua e la cultura degli occupanti”.   MA / Omer Akin L'articolo Nel Cantone dell’Eufrate l’istruzione nella lingua madre è offerta in 572 scuole proviene da Retekurdistan.it.
February 21, 2026
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Gli atleti israeliani
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni si stanno svolgendo i XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026, e, mentre il mondo celebra l’universalità dello spirito olimpico, io cerco i volti dei miei carnefici, fra gli “atleti” israeliani. Come si passa dall’essere un’educatrice che vuole portare aiuti umanitari a una persona che cerca i volti dei propri torturatori in una cerimonia olimpica? In un mondo giusto io dovrei essere a Gaza a svolgere il mio lavoro di educatrice in emergenza, con il pieno sostegno del mio Stato e protetta dal diritto internazionale. Invece mi ritrovo davanti a uno schermo a scrutare i volti di ex IOF israeliani che sfilano come eroi, per cercare qualsiasi dettaglio che mi permetta di riconoscere chi mi ha fatto del male. Quando sono partita da Otranto, sulla nave “ospedale” Conscience, ero piena di speranza ma consapevole di non avere la certezza di arrivare a Gaza. Ero anche a conoscenza del “trattamento” riservato dagli israeliani a tutti coloro che cercano di portare aiuti umanitari in Palestina. Non mi sono mai illusa di tornare illesa, ma sapevo che non c’era assolutamente nulla che potessero fare al mio corpo che non avessero già fatto alla mia anima in questi due anni di genocidio. E soprattutto sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata temporanea e infinitamente insignificante rispetto a quello che le mie sorelle e i miei fratelli palestinesi subiscono ogni giorno. E avevo ragione, su tutto. Ad eccezione di una cosa che non avevo calcolato: le torture e gli abusi fisici finiscono; la violenza istituzionale, no. Da quando sono tornata ho cercato in tutti i modi di resistere all’identità di “vittima”, anche per mantenere il focus su chi continua a soffrire: quello che ho subito io in pochi giorni, i palestinesi lo subiscono da decenni, e sentire sulla mia pelle parte di ciò che provano mi ha fatto sentire “allineata” per la prima volta in due anni. Ma io sono potuta tornare a casa. Loro no. E per settimane ho vissuto una specie di sindrome del sopravvissuto che mi ha fatto sentire colpevole di non essere ancora lì, impedendomi di raccontare ciò che avevo subito perché troppo “insignificante” se paragonato a quello che vivono a Gaza. Vedere celebrati come atleti, quasi come eroi, persone che potrebbero avermi torturato mi ha risvegliato da questo limbo emotivo: quello che sto vivendo rappresenta esattamente lo stesso tipo di impunità sistematica che permette ciò che sta accadendo a Gaza. Non devo scegliere tra di-gnificare il mio dolore e onorare il loro. Entrambi meritano spazio, perché entrambi denunciano lo stesso sistema di violenza e impunità. Un sistema che si manifesta anche — e forse soprattutto — nelle azioni del mio stesso Stato, attraverso un percorso sistematico di violenza istituzionale che si aggiunge al trauma originario e che si sviluppa su tre livelli progressivi: il mancato riconoscimento di ciò che abbiamo subito, come se la tortura, gli abusi, la violazione dei nostri diritti umani non fossero accaduti o — peggio — non contassero affatto; il victim blaming, ovvero l’accusa di “averlo cercato”, per trasformare un atto di solidarietà in una provocazione che merita punizione; e la celebrazione dei carnefici, presentati come eroi olimpici, anche se potrebbero benissimo essere i nostri aguzzini. Questa progressione non è casuale; al contrario, ha un’intenzione e un messaggio politico preciso: la nostra esperienza non conta e viene delegittimata, mentre chi ci ha fatto del male viene onorato, in una forma di gaslighting istituzionale perfetta che aggiunge trauma psicologico al trauma fisico già subito. Tutto questo ha un nome preciso e delle conseguenze ampiamente documentate nella letteratura scientifica: l’assenza di protezione da parte dello Stato di fronte a un male, unita all’attiva celebrazione di chi potrebbe esserne l’artefice, è tradimento istituzionale, e le conseguenze vanno oltre il trauma originario. Studi scientifici lo dimostrano da decenni: PTSD (Post traumatic stress disorder) complesso, alienazione dalla tua stessa comunità, perdita totale di fiducia nelle istituzioni, isolamento sociale — perché chi ti crederà se lo Stato stesso ti smentisce? E poi c’è la rivittimizzazione: vedere presentati come eroi “olimpici” ex soldati che potrebbero essere responsabili degli abusi che io e le mie compagne abbiamo subito è un’esperienza traumatica. Il fatto che io debba chiedermi “era lui?”, guardando quelle facce, aggiunge un livello di violenza psicologica alla violenza già subita; vedere i carnefici liberi, o addirittura celebrati, è una forma di ritraumatizzazione riconosciuta dalla ricerca scientifica. Anche la vittimizzazione secondaria è documentata da oltre vent’anni, mostrando l’impatto psicologico negativo conseguente alle difficoltà affrontate da chi cerca assistenza presso le istituzioni dopo violenze e aggressioni. E quando le istituzioni che dovrebbero aiutarti ti accusano e ti ostacolano, le vittime ritirano le denunce e quelle future imparano a tacere. Si crea così una cultura di complicità, e questa è una scelta: il tradimento istituzionale sistemico non è un errore isolato, ma la dichiarazione politica di quali vite contano e quali no. Io appartengo alla seconda categoria. E Gaza anche. Ma anche fra le persone di serie B esiste chi conta più di altri: quello che è successo a me può essere testimoniato proprio perché sono tornata. I palestinesi non hanno questo privilegio. Le loro testimonianze vengono seppellite sotto le macerie. La differenza tra me e loro non sta solo nella gravità della violenza subita, ma anche nel passaporto che ho in mano e nel colore della mia pelle. Eppure neanche questi privilegi bastano quando usi la tua voce per chi non ne ha una. Non è solo “mancanza di giustizia”, ma anche perpetuazione del trauma. L’evidente discrepanza tra la retorica pubblica sulla violenza di genere e sulla protezione delle vittime di violenza e la realtà che io e le mie compagne stiamo vivendo dimostra come i principi di tutela delle vittime vengano applicati in modo selettivo quando sono politicamente convenienti e ignorati quando le vittime sono “scomode” o i carnefici servono determinati interessi. Se questo è il trattamento riservato a una cittadina italiana, quale giustizia possono aspettarsi i palestinesi? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli atleti israeliani proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
L’accusa è: «antifascismo»
Eppure il processo si terrà il 27 febbraio 2026 (non del 1936 o del 1926). di Cecco Bellosi. Venerdì 27 febbraio, alle 9,30 presso il Tribunale di Como, inizierà il processo contro di me per danneggiamento alla teca e alla lapide raffigurante Benito Mussolini e Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra. Considerate, la teca e la lapide che in realtà
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
[Musica Machina] puntata 192 del 21 febbraio 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce - Spazio novità #5 (febbraio 2026) H501L - Petar Dundov monography session mix #1 (febbraio 2026)   Puntata 192 trasmessa sabato 21 febbraio 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, February 21, 2026).
February 21, 2026
Radio Onda Rossa
“Niente giochi su un pianeta morto”. Attivisti travestiti da ermellini invadono il centro di Milano
Esponenti di Extinction Rebellion e Rete Artivismo travestiti da ermellini hanno dato vita a una performance nella metropolitana e nelle vie del centro di Milano, per denunciare gli effetti del cambiamento climatico e la falsa soluzione dei Giochi Olimpici, incapaci di dare un futuro alla montagna italiana. Extinction Rebellion, insieme a Rete Artivismo, torna a far sentire la propria voce attraverso una performance che si è svolta sulla metropolitana e nelle vie centrali di Milano. Un gruppo di attiviste e attivisti, travestiti da ermellini, hanno incontrato la popolazione e i turisti presenti in città per i Giochi Olimpici, dando vita a brevi pièce teatrali che denunciano gli effetti del cambiamento climatico, le responsabilità del governo e la falsa soluzione delle Olimpiadi invernali, presentate, per bocca di Matteo Salvini, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, come un’opportunità: “Sono reo confesso: grazie all’Olimpiade facciamo cose che non hanno a che fare solo con lo sport e che resteranno aiutando tutto il Paese”. “Non vogliamo negare il valore dello sport, ma smentire la narrazione ufficiale delle “Olimpiadi a impatto zero” dichiara Extinction Rebellion. “A fronte di spese ingenti (circa 3,4 miliardi secondi i dati ufficiali), i benefici per i territori montani sono limitati e anzi emergono molte criticità: disboscamento, consumo di suolo, opere realizzate in aree a rischio geologico e infrastrutture che resteranno probabilmente inutilizzate dopo i Giochi”. Secondo i dati scientifici più recenti l’altezza media stagionale del manto nevoso sulle Alpi è diminuita di oltre l’8% ogni dieci anni, mentre la durata della copertura nevosa si è ridotta di circa il 6%. Le proiezioni climatiche indicano che, nel corso del XXI secolo, la neve diventerà sempre più rara al di sotto dei 1.500–2.000 metri di quota, con conseguenze dirette sul turismo invernale, sulla gestione delle risorse idriche e sui servizi ecosistemici.  “Le Alpi si stanno riscaldando a velocità doppia rispetto alla media globale – denuncia Extinction Rebellion – e i territori alpini stanno subendo trasformazioni rapide e devastanti. Secondo le previsioni, tra pochi anni non ci sarà più neve sotto i 2mila metri. Le politiche attuali si sforzano di mantenere vivo il turismo legato allo sci grazie all’innevamento artificiale, una soluzione dispendiosa e ad alto impatto ambientale. Per questo ci chiediamo: stiamo celebrando una festa dello sport o il funerale della montagna?”. La crisi degli sport invernali è già evidente. Il monitoraggio annuale di Legambiente mostra una situazione paradossale:  in Lombardia, Veneto e Trentino sono stati censiti 78 impianti e edifici dismessi legati allo sci, mentre crescono gli investimenti nell’innevamento artificiale, spesso in territori sempre più poveri d’acqua. In alcuni casi si è arrivati a soluzioni estreme, come il trasporto della neve in elicottero. Un vero e proprio “accanimento terapeutico” su un settore strutturalmente compromesso, che continua a ricevere risorse pubbliche pur restando elitario e poco accessibile, se pensiamo che uno skipass giornaliero sulle Dolomiti costa circa 80 euro. La scelta dell’ermellino come specie simbolo non è casuale. Questo piccolo mammifero, scelto come mascotte dei Giochi, è noto per la sua capacità di cambiare colore durante i mesi invernali: dal marrone al bianco, per mimetizzarsi nel manto nevoso ed eludere così i predatori. Oggi, a causa della mancanza di neve, questa strategia di sopravvivenza è diventata controproducente: il pelo bianco rende infatti l’animale più visibile e facile preda di volpi e rapaci. “Con questa azione vogliamo rilanciare il dibattito sul futuro della montagna italiana, che non può dipendere dal turismo dello sci e dai grandi eventi come i Giochi invernali, che concentrano risorse e investimenti in modo poco trasparente. Riteniamo fondamentale coinvolgere le popolazioni e i soggetti della società civile nelle decisioni che riguardano i loro territori, come è anche previsto dalla Convenzione di Aarhus, sottoscritta dall’Italia”. FONTI Borgna I. (2025), «Da mascotte delle olimpiadi di Milano-Cortina a specie a rischio estinzione: ma gli organizzatori dei giochi invernali hanno però la possibilità di aiutare gli ermellini» https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/ambiente/2025/da-mascotte-delle-olimpiadi-di-milano-cortina-a-specie-a-rischio-estinzione-gli-organizzatori-dei-giochi-invernali-hanno-pero-la-possibilita-di-aiutare-gli-ermellini Gobiet A. et al. (2014), «21st century climate change in the European Alps – A review», Science of The Total Environment, 493, 1138-1151, https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2013.07.050. Intergovernmental Panel on Climate Change (2021), Climate Change 2021: The Physical Science Basis, in www.ipcc.ch. Legambiente (2025), Nevediversa. Una montagna diversa è possibile? Il punto sul turismo invernale nell’era della crisi climatica, https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/nevediversa. Kotlarski S. et al. (2023) «21st Century alpine climate change», Climate Dynamics 60, 65–86, https://doi.org/10.1007/s00382-022-06303-3. Matiu M. et a. (2021), «Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019», The Cryosphere 15, 1343-1382, https://doi.org/10.5194/tc-15-1343-2021. Michelini L. – Vacchiano G. (2024), «L’impatto simbolico ed ecologico del taglio del bosco di larici a Cortina per la pista di bob», Altreconomia, https://altreconomia.it/limpatto-simbolico-ed-ecologico-del-taglio-del-bosco-di-larici-a-cortina-per-la-pista-di-bob/. Portale delle opere per Milano-Cortina 2026: https://www.simico.it/piano-delle-opere/. UNCEM Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (2025), Rapporto Montagne Italia 2025: Istituzioni movimenti innovazioni. Le Green Community e le sfide dei territori, Rubbettino, Soveria Mannelli.   Extinction Rebellion
February 21, 2026
Pressenza
Giù le mani dalla Costituzione. Intervista a Nicola Gratteri
Riportiamo di seguito alcuni commenti riferiti all’intervista a Nicola Gratteri, Procuratore di Napoli. La versione integrale si può vedere al link https://youtu.be/BldzoruIsAk. “II potere illegale è la gestione mafiosa su un gruppo di persone, sull’intera collettività, su un territorio, quello del quale io mi occupo per cercare di contrastarlo.” Nicola Gratteri, Procuratore di Napoli, risponde così alla domanda su cosa sia il potere. Ovviamente ci sono i tre poteri legali di ogni Stato democratico: giudiziario, legislativo ed esecutivo, rappresentato dal governo. Purtroppo il potere legislativo rappresentato dal Parlamento ha abdicato quasi del tutto alla sua funzione, lasciando che il governo si occupi anche della creazione delle leggi. Con la riforma Nordio vengono modificati 7 articoli della Costituzione e nei fatti il procedimento del doppio passaggio in Parlamento non è stato rispettato, perché la riforma Nordio è stata accettata dalla maggioranza senza nessuna modifica né alla Camera dei Deputati, né al Senato. Quando si parla di accentramento dei poteri si dimentica di specificare che non è un problema formale, ma di sostanza, perché se il governo dominasse anche il potere giudiziario, avrebbe così un potere assoluto sui cittadini. Allora bisogna immaginare che vinca il sì e ci sia un governo  comunista; forse non tutti sarebbero contenti, tanto per far comprendere alla destra che questa sciagurata riforma non conviene a nessuno. Un chiarimento personale: mi sono iscritto a Rifondazione Comunista tre anni fa, siamo democratici e non vogliamo affidare un potere assoluto a nessuno. Penso che anche nella destra ci siano molte persone che vogliono difendere la Costituzione, ultimo baluardo a salvaguardia di una democrazia sotto attacco evidente in modi diversi. Il procuratore di Napoli sottolinea lo squilibrio dei poteri istituzionali che si creerebbe se nel referendum vincesse il sì. Ci spiega che esiste il rischio reale di sottomettere il lavoro della magistratura inquirente alla volontà politica del governo attraverso lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, con un’alta corte in aggiunta. Con la riforma Nordio i componenti del CSM sarebbero estratti a sorte, ma la parte di nomina politica diventerebbe molto più forte, in quanto già selezionata dalla maggioranza di governo. La presidente Meloni pensava di vincere il referendum attribuendo una forte connotazione politica alla scelta dei cittadini. Sembra evidente invece che non si tratta di una scelta politica, ma della necessità di salvare gli equilibri costituzionali, che sarebbero compromessi da questa riforma autoritaria. Quindi bisogna comprendere che la scelta non è tra destra e sinistra. La linea di confine si trova nella consapevolezza che la nostra Costituzione è l’ultimo baluardo di salvaguardia di tutti i cittadini contro una deriva autoritaria che sta contagiando non solo l’Italia, ma tutto l’Occidente. Giù le mani dalla Costituzione. Al referendum vota NO. Ray Man
February 21, 2026
Pressenza
Rinviata l’illegale udienza per Nicolás Maduro e Cilia Flores, rapiti negli Stati Uniti
La corte federale di New York ha riprogrammato la seconda udienza – illegale per il diritto internazionale – per il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, la deputata Cilia Flores, per il 26 marzo 2026, in seguito a un accordo tra l’accusa e la difesa. Secondo il documento ufficiale, il cambio di data, originariamente previsto per il 17 marzo, è stato autorizzato dal giudice Alvin K. Hellerstein a causa di “problemi di pianificazione e logistici”. E’ stato rivelato che il Presidente Maduro e Cilia Flores avevano effettuato una visita consolare con un rappresentante del Venezuela. In una comunicazione, l’ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York ha informato il giudice Hellerstein che il 30 gennaio 2026 i due avevano effettuato una visita consolare con un funzionario in rappresentanza della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Il documento, datato 17 febbraio 2026, è conforme all’ordinanza del tribunale emessa durante la presentazione e la lettura delle accuse del 5 gennaio, quando Hellerstein ordinò al governo degli Stati Uniti di facilitare l’accesso degli imputati ai servizi consolari e di informare il tribunale una volta che la decisione fosse stata presa. La comunicazione è firmata dal procuratore federale Jay Clayton e dai suoi sostituti e conferma che lo Stato venezuelano ha potuto esercitare il suo diritto di protezione consolare sul presidente costituzionale e sulla primera combatiente, rapiti il 3 gennaio. Il rapimento di un Presidente in carica – secondo le disposizione della Dottrina Rubio – e il suo trasferimento a un tribunale straniero costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale, contraria ai principi di sovranità e di non-ingerenza, nonchè una dichiarazione di guerra al diritto internazionale che rischia di ridefinire il perimetro del diritto internazionale e dei poteri extraterritoriali degli Stati Uniti. Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Il risarcimento all’algerino con 23 condanne e le bugie di Giorgia Meloni
Riprendiamo dalla pagina Facebook di Danilo Criscuolo. Ha mentito ancora. Spudoratamente, senza alcuna decenza. Ieri Giorgia Meloni ha pubblicato un video. È diventato virale in poche ore, milioni di visualizzazioni, migliaia di condivisioni, la macchina del consenso a pieno regime. Racconta la storia di un cittadino algerino con 23 condanne a cui un giudice del Tribunale di Roma ha riconosciuto 700 euro di risarcimento. Magistratura “politicizzata”, dice la premier. “L’ennesimo ostacolo alla lotta contro l’immigrazione”, aggiunge. Il video dura un minuto e mezzo. E in quel minuto e mezzo la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana mente. Sistematicamente, spudoratamente, su ogni singolo punto rilevante della vicenda, ma per capire quanto mente bisogna partire da quello che non racconta. Perché è lì, nella storia vera, che la propaganda crolla. L’uomo in questione ha cinquant’anni. Vive in Italia da diciannove. Ha una compagna italiana. Ha due figli minorenni. Ha ventitré condanne e su questo nessuno discute: è un uomo con un passato criminale grave. Ma si trovava nel CPR di Gradisca d’Isonzo, regolarmente detenuto, con un provvedimento di espulsione già convalidato, in attesa di rimpatrio. Stava seguendo un percorso di recupero della genitorialità, con visite settimanali ai bambini, che dal CPR di Gradisca poteva tranquillamente effettuare. Il 10 aprile 2025 gli comunicano che sarà trasferito a Brindisi, in un nuovo Centro di permanenza per i rimpatri. Era una bugia. Lo caricano, gli legano i polsi con fascette contenitive e invece di trasferirlo in Puglia, lo portano in Albania, nel centro di Gjader, senza dirgli nulla. Nessun provvedimento scritto. Nessuna motivazione notificata. Nessuna comunicazione sulla destinazione reale. Nessuna possibilità di contattare il suo avvocato. Nessuna possibilità di avvisare la compagna. La compagna ha raccontato: “Mi ha detto che appena arrivato a Brindisi mi avrebbe chiamata. Non ho avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania”. Due giorni in cui una donna con due figli piccoli non sapeva dove fosse il padre dei suoi bambini. Non perché fosse scappato. Non perché fosse latitante. Perché lo Stato italiano gli aveva mentito sulla destinazione e gli aveva impedito di fare una telefonata. Il giudice Corrado Bile del Tribunale di Roma ha letto le carte, ha esaminato i fatti, ha applicato la legge. E ha stabilito che quel trasferimento era avvenuto “con modalità degradanti e lesive dei fondamentali diritti della persona”. Ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare 700 euro di risarcimento per violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: il diritto alla vita privata e familiare. Questo è quello che è successo. Adesso vediamo quello che Meloni ha raccontato. Meloni dice che l’uomo è stato risarcito perché il governo “ha tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”. È la prima bugia ed è la più grave, perché ribalta completamente la realtà. L’uomo non è stato risarcito perché lo Stato voleva espellerlo. È stato risarcito perché lo Stato gli ha mentito su dove lo stava portando, gli ha impedito di parlare con un avvocato, lo ha trasferito legato con fascette senza un provvedimento scritto e lo ha fatto sparire per due giorni dalla vita dei suoi figli. Che poi debba essere espulso è un altro discorso, su cui peraltro la sentenza non dice una parola. Meloni dice che “non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito in Albania”. È la seconda bugia. La sentenza non vieta la detenzione in CPR. Condanna il modo in cui quel trasferimento è avvenuto: con l’inganno, senza provvedimento, senza contatto con il difensore. Se il Viminale lo avesse fatto rispettando le procedure (una notifica, un provvedimento scritto, la possibilità di una telefonata) non sarebbe successo niente. Niente di niente. Meloni dice che “i giudici hanno stabilito che per lui non ci sarà un’espulsione”. Terza bugia. La sentenza non si pronuncia sull’espulsione. Non la menziona. Se l’uomo fosse rimasto a Gradisca d’Isonzo, dove era regolarmente detenuto e dove l’espulsione era già stata notificata, oggi sarebbe ancora lì in attesa di rimpatrio. È stato il trasferimento in Albania, quello illegittimo, quello fatto con l’inganno, a creare il problema. E il trasferimento irregolare è stato disposto non dai giudici, ma dal Ministero dell’Interno. Cioè dal governo. Meloni dice che “lo Stato viene sanzionato per aver provato a far rispettare le regole”. Quarta bugia e anche qui si ribalta la realtà. Lo Stato viene sanzionato per l’esatto contrario: per non aver rispettato le regole. Il giudice scrive “mancata osservanza di regole di buona amministrazione. E ancora: “Violazione di diritti convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”. Quattro affermazioni. Quattro bugie. In un minuto e mezzo di video. E qui arriviamo al punto vero, quello che rende questa storia un vero e proprio metodo. Meloni mette le ventitré condanne nell’apertura del video perché sa esattamente cosa sta facendo. Le ventitré condanne fanno schifo a tutti. Giustamente. Nessuna persona sana di mente pensa che ventitré condanne siano una cosa accettabile. E Meloni lo sa. E ci costruisce sopra il suo numero di prestigio: vi racconta le condanne per farvi indignare con il giudice, quando il giudice non ha detto che le condanne vanno bene. Il giudice ha detto una cosa sola: non puoi mentire a un detenuto su dove lo stai portando. Non puoi impedirgli di parlare con un avvocato. Non puoi trasferirlo legato con fascette senza un provvedimento scritto. Non puoi, nemmeno se ha ventitré condanne. Nemmeno se ne ha duecentotrenta.  Si chiama habeas corpus. Esiste da quando nel 1215 i baroni inglesi imposero la Magna Carta al re Giovanni. Ottocento anni. È il fondamento di ogni Stato di diritto che si rispetti. E vale per tutti. Perché nel momento in cui non vale per tutti, non vale per nessuno. C’è poi un dettaglio che rende tutto ancora più grottesco. I giuristi e gli esperti auditi in Parlamento avevano avvisato il governo, per tempo e per le vie formali, che i trasferimenti in Albania presentavano esattamente quei profili di illegittimità che hanno poi prodotto questa sentenza. Il governo sapeva. È stato avvertito. Ha scelto di andare avanti lo stesso. E adesso pubblica video per dare la colpa ai giudici di una conseguenza che gli era stata ampiamente preannunciata. Lo schema, se ci fate caso, è sempre lo stesso. Sempre identico. Il governo viola la legge. Un giudice lo certifica. Il governo pubblica un video per attaccare il giudice. E milioni di persone si indignano con chi ha applicato le norme invece che con chi le ha calpestate. E il messaggio implicito? Quello che Meloni non dice a voce alta, ma vuole che arrivi? Votate Sì al referendum e queste sentenze non ci saranno più. Il che è, prevedibilmente, l’ennesima bugia. Perché anche con la separazione delle carriere approvata e appesa in ogni tribunale d’Italia, quella sentenza sarebbe stata identica. Identica. La riforma non cambia una virgola del diritto d’asilo. Non cambia una virgola delle convenzioni internazionali. Non cambia una virgola dell’habeas corpus. Non cambia niente che abbia a che fare con questa storia. Ma il video serviva. L’algerino con ventitré condanne serviva. La rabbia serviva. A un mese dal referendum, per questa premier, tutto fa brodo. Anche mentire spudoratamente agli italiani.   Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodríguez firma la storica Legge sull’Amnistia per la Coesistenza Democratica
La Presidente vicaria (1) venezuelana Delcy Rodríguez ha firmato giovedì 19 febbraio 2026 la Legge di Amnistia per la Coesistenza Democratica (Ley de Amnistía para la Convivencia Democrática), approvata all’unanimità lo stesso giorno dall’Assemblea Nazionale. La legge è il risultato di un disegno di legge da lei stessa presentato lo scorso gennaio, volto a promuovere la riconciliazione nazionale. La Presidente ha espresso la speranza che la legge “serva a sanare le ferite lasciate dal confronto politico alimentato dalla violenza e dall’estremismo; che serva a ripristinare la giustizia […] e la coesistenza pacifica tra i venezuelani”. Una delegazione di parlamentari, guidata da Jorge Arreaza e Nora Bracho, ha lasciato il Campidoglio Nazionale dopo l’approvazione del disegno di legge e si è recata al Palazzo di Miraflores per consegnarlo a Delcy Rodríguez. “State portando speranza al Venezuela”, ha detto ai deputati che le hanno presentato il testo. Rodríguez ha ringraziato tutti i parlamentari per aver approvato la legge. “È stato un atto di grandezza, di altruismo… che ha eliminato un po’ di intolleranza”. “Dobbiamo sapere come chiedere perdono e come riceverlo”, ha affermato. La legge appena approvata mira a “concedere un’amnistia generale e completa” agli individui “perseguiti o condannati per la presunta o comprovata commissione di reati politici o correlati, dal 1° gennaio 1999 al 30 gennaio 2026”. Gli eventi considerati in tale periodo sono: * Il colpo di stato dell’11 aprile 2002, compresi gli assalti e gli attacchi contro governatorati, uffici sindacali e strutture pubbliche e private. * Gli atti di violenza per motivi politici commessi nell’ambito dello sciopero e del sabotaggio commerciale e petrolifero da dicembre 2002 a febbraio 2003. * Gli atti di violenza di matrice politica avvenuti nel febbraio, marzo e agosto 2004; nel maggio 2007; dopo le elezioni presidenziali del 2013; nel febbraio e giugno 2014; nel marzo e agosto 2017; nel gennaio e aprile 2019 e nelle elezioni presidenziali del luglio 2024. Una volta entrata in vigore la legge, la polizia, gli organi investigativi e l’esercito “concluderanno tutte le indagini e i procedimenti relativi ai suddetti eventi”. Allo stesso modo, tutti i fascicoli relativi ai casi aperti contro coloro che hanno ottenuto l’amnistia dovranno essere distrutti. La legge stabilisce inoltre che l’Esecutivo Nazionale sarà responsabile dello sviluppo e dell’attuazione di meccanismi per garantire il rispetto delle norme di legge.  Come primo passo è stata nominata una commissione speciale, composta da 23 parlamentari di tutte le correnti politiche, che avrà il compito di monitorare l’attuazione dell’amnistia. E’ giusto ricordare che non è la prima volta che i governi bolivariani approvano amnistie importanti. Il 31 agosto 2020 il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato un decreto d’indulto per 110 detenuti con procedimenti in corso o che stavano scontando condanne. Tra di loro vi furono anche guarimberos e terroristi di gruppi paramilitari di estrema destra.   (1) Molti siti latinoamericani e occidentali si riferiscono a Delcy Rodriguez come “Presidente ad interim”, coem se fosse le la Presidente del Venezuela a tutti gli effetti. Questa è una definizione errata e confusionaria che rientra perfettamente nel caos informativo sul Venezuela, come ha denunciato Mariela Castro Espìn. Definirla Presidente ad interim ha il fine mediatico di assimilarla a tutti/e quelli/e che hanno fatto di tutto in questi anni per destabilizzare, non solo il Venezuela Bolivariano, ma anche altri Paesi dell’America Latina guidati da governi progressisti, cercando di impossessarsi del potere politico (alcune volte riuscendoci).  Vedasi: Jeanine Anez, golpista di estrema destra che prese il potere dopo la detronizzazione di Evo Morales in Bolivia, si autoproclamò Presidente ad interim; Dina Boluarte, la golpista peruviana di destra che voltò le spalle al Presidente socialista Pedro Castillo, si definì Presidente ad interim; e anche Juan Guaidò, il golpista d’estrema destra che nel 2019 non riconobbe la sconfitta elettorale in Venezuela, si autoproclamò fallacemente Presidente ad interim. In Venezuela il Presidente costituzionale rimane Nicolas Maduro Moros, nonostante il sequestro illegale in violazione del diritto internazionale da parte degli USA; mentre Delcy Rodriguez è la Presidente vicaria, ovvero la Presidente incaricata di fare funzioni del potere esecutivo dalla Corte Suprema. Questa è una differenza che gli stessi chavisti tengono a sottolineare per ribadire che la presidenza di Delcy Rodriguez è legittima e sostenuta dallo stesso Maduro. https://www.eluniversal.com/politica/226938/presidenta-e-delcy-rodriguez-sanciona-emblematica-ley-de-amnistia Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Leonardo, affari di guerra: delegazione nigeriana supervisiona la maxi commessa di 1,2 miliardi
Il ministro della Difesa del Paese africano è stato ospite della Divisione elicotteri della società italiana a Vergiate e di quella aerea a Venegono Inferiore Supermarket Leonardo SpA per le forze armate della Nigeria. Il 17 ottobre 2025 il ministro della difesa nigeriano Mohammed Badaru Abubakar si è recato in visita a due stabilimenti lombardi della holding produttrice di sistemi bellici. Badaru Abubakar è giunto in Italia con la delegazione governativa guidata dal presidente Bola Ahmed Tinubu, in visita ufficiale a Roma per partecipare all’AQABA Process Meeting, l’iniziativa di cooperazione internazionale anti-terrorismo in Africa occidentale promossa dalla Presidenza del consiglio italiana e dal Regno di Giordania. Nello specifico il ministro della difesa nigeriano è stato ospite della Divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate e di quella aerea a Venegono Inferiore (Varese). Nei due stabilimenti sono in via di realizzazione gli elicotteri d’attacco AW109 “Trekker” e i caccia-intercettori M-346 destinati all’Aeronautica militare della Nigeria. A Vergiate il ministro Badaru Abubakar ha avuto modo di ispezionare le operazioni di assemblaggio dei “Trekker”: tre di questi velivoli sono già pronti per la consegna; altri tre saranno completati entro la fine dell’anno e gli ultimi quattro nei primi mesi del 2026. Grazie agli elicotteri AW-109 di Leonardo, l’Aeronautica militare nigeriana punta a rafforzare le sue capacità di supporto al combattimento, trasporto aereo tattico ed evacuazione medica. A Venegono Inferiore è stato possibile assistere alle operazioni di assemblaggio dei caccia M-346. Si tratta di una versione modificata dell’addestratore avanzato del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di supporto aereo avanzato e ricognizione tattica. La Nigeria ne ha ordinati 24. Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura dei velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni. Tre caccia sono in avanzata fase di produzione, mentre per altri tre prenderanno il via a breve i test di volo. La consegna sarà completata in quattro tranche di sei velivoli ciascuno, comprensivi di sistemi d’arma e componenti elettroniche. Secondo le autorità nigeriane, grazie alle caratteristiche delle missioni aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di combattimento delle forze armate nigeriane. “La visita ai due stabilimenti di Leonardo riflette l’attenzione dell’amministrazione Tinubu per le acquisizioni strategiche militari, l’addestramento congiunto e le partnership internazionali in modo da rendere più sicuro lo spazio aereo della Nigeria”, riporta il comunicato emesso dal ministero della Difesa. Negli ultimi anni si sono particolarmente rafforzate le relazioni militari e la cooperazione industriale tra Italia e Nigeria. Un accordo è stato sottoscritto nel 2017 dai rispettivi governi per migliorare l’interscambio di intelligence e operare congiuntamente nel settore navale e anti-terrorismo. Lo scorso anno, ad aprile, le autorità nigeriane hanno annunciato l’intenzione di acquistare da Leonardo i 24 caccia d’attacco M-346 e i 10 elicotteri AW109 “Trekker”. La firma del contratto è stata stipulata a metà ottobre 2024 in occasione della visita in Italia di una delegazione dei ministeri della Difesa e delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Hasan Abubakar. L’accordo con Leonardo prevede che una parte della formazione dei piloti nigeriani sia svolta presso l’International Flight Training School dell’Aeronautica Militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello scalo di Decimomannu (Sardegna). Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di munizionamento degli M-346 di Leonardo, le forze armate nigeriane si sono rivolte ad una società israeliana di gestione della logistica e delle infrastrutture informatiche e di telecomunicazione, Ebony Enterprises Ltd., con quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv. “Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346 Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa. Ancora Elbit Systems e un’altra azienda leader del comparto industriale-militare israeliano, Rafael Advanced Defense Systems Ltd, forniranno componenti cruciali per i caccia, tra cui il sistema radar PESA e varie tipologie di munizioni guidate di precisione. Gli M-346 di Leonardo – secondo Analisi Difesa – saranno dotati inoltre di pod Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e sorveglianza. Anche i Litening e i Reccelite sono prodotti dalla società israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Gli elicotteri AW-109 “Trekker” sono già in dotazione delle forze armate nigeriane. Il 12 novembre 2024 tre di questi velivoli sono stati consegnati alla Marina militare. La cerimonia si è svolta presso l’hangar della Caverton Helicopters Limited (CHL) a Ikeja, Lagos. I tre elicotteri sono stati dotati di un pattino di atterraggio che assicura una migliore capacità di carico e la possibilità di atterrare sui ponti delle unità da guerra. Essi sono utilizzati per effettuare voli di trasporto a lungo raggio e - grazie a sofisticate videocamere FLIR - per svolgere missioni di intelligence e riconoscimento in mare e in terra. Anche l’Aeronautica militare nigeriana si è dotata lo scorso anno di due elicotteri AW109 “Trekker”. I velivoli utilizzano per le attività di manutenzione, riparazione e revisione gli impianti della divisione elicotteri del gruppo Cavetron a Lagos. Leonardo SpA spera di poter fornire alle forze armate nigeriane anche il sistema radar avanzato RAT 31DL/M nell’ambito dell’ambizioso programma MITRACON (Military Total Radar Coverage of Nigeria) promosso dal governo per modernizzare i sistemi di sorveglianza e potenziare la copertura dello spazio aereo. Progettato per rispondere alle esigenze belliche NATO, il radar RAT 31DL/M è un sistema tattico a lungo raggio che opera in L-Band contro le “minacce” rappresentate da aerei, missili e droni.   Articolo pubblicato in Africa ExPress il 15 novembre 2025, https://www.africa-express.info/2025/11/15/leonardo-affari-di-guerra-delegazione-nigeriana-supervisiona-la-maxi-commessa-di-12-miliardi/
February 21, 2026
Antonio Mazzeo Blog