Una persona, un voto. Un appello da sottoscrivere e diffondere
Riceviamo dal “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo e volentieri riproponiamo Carissime e carissimi, vi preghiamo di sottoscrivere e diffondere questo appello “Una persona, un voto” affinché a tutte le persone che vivono nel nostro paese, e che nel nostro paese intendono restare, dopo un ragionevole lasso di tempo (e crediamo che sei mesi sia abbastanza) sia riconosciuto il diritto di voto in tutte le elezioni, senza il quale non vi è democrazia ma un regime razzista e schiavista in conflitto con i valori fondanti della stessa Costituzione della Repubblica italiana. Di seguito riproponiamo l’appello così come già diffuso nel 2017. * Un appello all’Italia civile: sia riconosciuto il diritto di voto a tutte le persone che vivono in Italia Il fondamento della democrazia è il principio “una persona, un voto”; l’Italia essendo una repubblica democratica non può  continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui. Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano. Una persona, un voto. Il momento è ora. * Vi preghiamo di inviare le voste adesioni agli indirizzi: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it Vi preghiamo di diffondere ulteriormente questo appello. Grazie di cuore per quanto potrete fare. Una persona, un voto. Il momento e’ ora. Il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” Viterbo, 5 luglio 2026 Tra i firmatari del 2017: padre Alex Zanotelli, Lidia Menapace, partigiana, femminista e senatrice emerita, Rocco Altieri, docente e saggista, direttore dei “Quaderni Satyagraha”, Centro Gandhi di Pisa, Anna Bravo, storica, Elisabetta Donini, scienziata, punto di riferimento delle Donne in nero di Torino, Haidi Gaggio Giuliani, Chiara Ingrao, Monica Lanfranco, Raniero La Valle, Luigi Manconi sociologo, Alessandro Marescotti, fondatore e presidente di Peacelink, Giorgio Nebbia, ecologista, Riccardo Orioles, giornalista, Moni Ovadia, Anna Puglisi e Umberto Santino, fondatori del “Centro Impastato” di Palermo, Olivier Turquet, coordinatore nazionale di Pressenza, Laura Tussi, Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Il 4 luglio di Trump e quello di Mamdani
Nel 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti i discorsi del presidente Donald Trump e del sindaco di New York Zohran Mamdani offrono il quadro di un Paese in cui convivono visioni opposte del passato, del presente e del futuro. Trump ha pronunciato il suo discorso dal Monte Rushmore, dove sono scolpiti i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, lanciandosi in una retorica celebrazione della grandezza dell’America: “A 250 anni, l’America è la Repubblica più antica del mondo. Siamo il popolo più libero del mondo. Abbiamo la Costituzione più giusta e duratura del mondo. Siamo il Paese più forte e potente del mondo. E per grazia di Dio, gli Stati Uniti d’America sono la nazione di maggior successo, più realizzata e più eccezionale mai esistita nella storia dell’umanità. La nascita e la sopravvivenza della nazione americana sotto la protezione di Dio è semplicemente la cosa migliore e più incredibile che sia mai accaduta su questo pianeta per mano dell’uomo. Nessun altro Paese ha fatto più bene a questo mondo degli Stati Uniti d’America. Dobbiamo ricordare che ciò che abbiamo creato in questo paese non è la normalità. Non è la norma. È l’eccezione. È raro. È inestimabile. Ed è veramente miracoloso. Il trionfo dell’indipendenza americana è stato il risultato delle persone più straordinarie della storia, della cultura più straordinaria della storia e delle idee più straordinarie della storia, che insieme hanno creato la repubblica più straordinaria di sempre.” Tale grandezza è però minacciata da “radicali ed estremisti interni” e qui Trump riesuma la minaccia comunista con uno stile che ricorda i deliri maccartisti degli anni Cinquanta: “Il comunismo è il nemico dei popoli liberi ovunque, in tutto il mondo, non funziona mai, è il nemico della Costituzione, soprattutto è il nemico del 4 luglio 1776 – è il nemico per eccellenza”, per poi impegnarsi in un solenne giuramento: “Dichiariamo e giuriamo che l’America non sarà mai un Paese comunista.“ Bisogna fare uno sforzo per superare la prima reazione di sghignazzo davanti a tanta tronfia retorica, che ignora la realtà (la “grandezza” dell’America è basata sulla schiavitù e sul genocidio dei nativi e nel nuovo mondo multipolare non è più il Paese più forte e potente) per chiedersi il motivo di toni così esagerati perfino per un soggetto al limite dello squilibrio mentale e del ridicolo come Trump. Il suo interesse non è tanto quello di rivolgere un monito ai “nemici esterni” da combattere con bombardamenti e guerre commerciali, ma appunto a quelli interni, identificati con i pericolosi comunisti che minacciano l’identità americana, ma soprattutto rischiano di vincere le elezioni di metà mandato. Insomma, gli odiati democratici, ma soprattutto la corrente dei socialisti democratici di cui fa parte Mamdani e che ultimamente hanno vinto una primaria dopo l’altra in vista delle elezioni di novembre. Nessuno di loro si può definire comunista: il Partito Democratico è nella sua essenza una copia di quello Repubblicano (basti pensare alla politica estera imperialista portata avanti da tutti i presidenti senza distinzioni), ma non sono comunisti neanche i socialisti democratici. Nel linguaggio rozzo di Trump, però, è più facile agitare lo spettro della minaccia rossa, sperando che questa retorica anni Cinquanta funzioni ancora. E qui veniamo al punto centrale, ben rappresentato dal discorso di Mamdani in occasione del 4 luglio: non si tratta solo di una differenza tra politici, o tra un miliardario ottantenne e un giovane sindaco musulmano, ma di visioni del Paese opposte. Da una parte l’arroganza del bullo che pensa di poter risolvere tutto con ogni tipo di violenza, il potere del denaro e la legge del più forte, dall’altra la rivendicazione di un’America multi-etnica, costruita dagli immigrati e dai lavoratori, che ha ancora molto da fare per realizzare gli ideali proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza. Anche il luogo dove Mamdani ha tenuto il discorso ha una grande valenza simbolica: la sede del Municipio di New York, seduto alla scrivania appartenuta a George Washington e circondato da un gruppo di immigrati che avevano appena ottenuto la cittadinanza statunitense. Tutto il discorso e alcuni passi in particolare mostrano l’enorme differenza di tono e contenuto rispetto al tracotante messaggio di Trump. “Per i potenti l’America è un’arena di supremazia, dove solo a pochi eletti è concessa la libertà, dove non tutti sono creati uguali. L’America, se lo chiedete a loro, diventa meno americana quanto più persone accoglie. L’America, vi diranno, appartiene solo a chi ha l’accento giusto o la giusta tonalità di pelle. Il resto di noi, insistono, dovrebbe essere grato per il semplice fatto di poterla visitare. Quanto sono meschini, deboli e privi di originalità! In ogni momento del nostro passato, coloro che hanno governato attraverso l’esclusione e l’isolamento hanno cercato di conquistare il potere e arricchirsi mettendoci gli uni contro gli altri. La divisione è il trucco più antico della politica e anche il più meschino. Ma più e più volte — anche 250 anni fa — quelle forze di divisione sono state sconfitte dalle forze del progresso. Come scrisse Thomas Paine: «Questo nuovo mondo è stato il rifugio per gli amanti della libertà civile e religiosa perseguitati…». Eppure oggi, troppi dei nostri leader non credono in una visione di questa nazione come rifugio per i perseguitati — ma piuttosto come una nazione che perseguita chi vi cerca rifugio”. Riferendosi a New York, Mamdani si chiede: “Mentre celebriamo i nostri 250 anni, cosa vediamo? Vediamo una città piena di contraddizioni all’interno di una nazione piena di contraddizioni. Vediamo il Paese più ricco della storia del mondo — un Paese in cui i bambini vanno a dormire affamati mentre il primo “trillionario” del mondo brama ancora di più. Vediamo monopoli che dominano ogni settore e oligarchi che comprano le elezioni. Vediamo agenti mascherati che terrorizzano le nostre strade e mangiano il cibo cucinato dai nostri vicini privi di documenti prima di portarli via di nascosto in furgoni senza contrassegni”. Le contraddizioni evidenti a New York si estendono a tutto il Paese e lo sguardo di Mamdani si allarga: “Vediamo una nazione la cui immensa ricchezza è stata costruita da chi ha le mani callose e sporche di terra — coloro che faticano nelle fabbriche e scolpiscono la pietra — e vediamo una nazione che ha permesso che gran parte di quella ricchezza finisse invece nelle mani delicate di un ristretto numero di privilegiati. Vediamo l’America nelle assicurazioni sanitarie che sfruttano i malati, ma anche nell’infermiera che fa il doppio turno e poi si ferma sulla strada di casa per controllare un vicino malato. Vediamo l’America nei proprietari immobiliari per i quali la negligenza è un modello di business. La vediamo anche nel padre che rimbocca le coperte ai figli sotto un soffitto macchiato dalle infiltrazioni, che si sveglia prima dell’alba per andare al lavoro e crede ancora che il suo Paese possa fare di meglio per la sua famiglia. Vediamo l’America quando spendiamo i soldi delle nostre tasse in bombe e salvataggi finanziari, quando vendiamo le nostre elezioni al miglior offerente. Eppure la vediamo altrettanto chiaramente in ogni americano che crede ancora che questo Paese appartenga a noi, il popolo. Vediamo l’America ogni volta che i vicini si stringono l’uno all’altro — senza chiedersi da quanto tempo vivono qui, o quali documenti abbiano — mentre l’ICE invade i nostri quartieri. Vediamo l’America ogni volta che giovani e anziani restano in piedi sotto la pioggia battente o nel caldo torrido per esprimere il loro voto. Vediamo l’America ogni volta che i lavoratori chiedono di più — non solo per sé stessi, ma per i propri concittadini. C’è chi risponde a chi chiede di più all’America con un semplice ritornello: «Amala o vattene!». Ma il patriottismo non ha mai significato fingere che la nostra nazione sia priva di difetti. Il patriottismo è ogni atto di giusto dissenso, è ogni marcia sotto il sole cocente, è ogni protesta organizzata con un decennio di anticipo sui tempi, perché amare il nostro Paese significa lottare per la sua versione migliore. È proprio perché amiamo questa nazione che non la lasceremo.” Anna Polo
July 5, 2026
Pressenza
Torna la Tenda per la Palestina e contro le armi
Da domenica 5 luglio saremo di nuovo nel prato a lato della biblioteca civica di Varese, in via Sacco 9. Porteremo il nostro impegno in difesa dei palestinesi e di tutti i popoli oppressi, e contro le armi, la militarizzazione e la propaganda di guerra. Tutti i giorni dalle 09:00 alle 19:00 offriremo tempo e informazioni a chiunque desideri dotarsi di strumenti di lotta e resistenza. La Tenda è un luogo simbolico di ospitalità, senza pretese di rappresentanza univoca, dominio, prevaricazione. Una dimora senza porte e senza pareti, solo un punto di incontro per chi vorrà frequentarla, per esserci e riconoscerci uguali, e difendere i diritti di tutti. Perché la nostra libertà non ci basta se non siamo tutti al sicuro e liberi: questo soltanto si può chiamare pace. La pace non lascia morti per terra, né mutilati, orfani, case distrutte, malati senza cure, studenti senza scuole, anziani in povertà, genitori senza figli, libri senza lettori, affamati senza cibo, assetati senza acqua, natura distrutta, strade impercorribili, ponti crollati. Tutto questo si fa con le armi, e quello che si fa con le armi si chiama guerra. Saremo qui per ricordarlo a tutti perché la verità e la giustizia sono un requisito imprescindibile per una pace vera, quella che tutti desideriamo. La Tenda continuerà ad essere un progetto in costruzione fatto di idee, proposte e collaborazioni che arriveranno strada facendo. Non possiamo prometterti un’agenda già fatta, ma ti garantiamo che ci saremo. Se vuoi sapere cosa si fa nella Tenda vieni alla Tenda: ogni giorno troverai qualcuno e qualcuno troverà te. Andremo avanti finché ne avremo le forze. Vieni, fermati e ritorna portando degli amici. Palestina libera! Liberaci tutti !   Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV dal 2002 attivo sul territorio per diffondere consapevolezza sulla condizione del popolo palestinese Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Albania: una nuova generazione di Rom è consapevole dei propri diritti di cittadinanza ed è orgogliosa della propria identità culturale
A Tirana incontro Emiliano Aliu un attivista Rom impegnato nel sostenere una nuova generazione e di Rom ad inserirsi nella società albanese senza perdere la propria identità culturale, le proprie radici. Come si chiama l’associazione di cui fai parte ? Coordino le attività di Roma Versitas Albania (RVA), un’organizzazione della società civile che opera in Albania ufficialmente dal 2016 per promuovere i diritti, l’inclusione sociale e lo sviluppo della comunità Rom. Il nome in italiano può essere tradotto in italiano come Università Rom d’Albania. Non si riferisce a un’università nel senso tradizionale del termine, ma rappresenta un luogo di crescita, apprendimento e opportunità. Il nome riflette la nostra convinzione che l’istruzione, la conoscenza e la partecipazione attiva siano strumenti fondamentali per costruire una società più giusta e inclusiva. Attraverso il nostro lavoro sosteniamo bambini, giovani, donne e famiglie Rom, promuovendo l’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi e alla piena partecipazione alla vita sociale. Come Direttore Esecutivo di Roma Versitas Albania, sono orgoglioso di contribuire ogni giorno a creare opportunità concrete e a valorizzare il potenziale delle persone, contrastando stereotipi e discriminazioni e favorendo il dialogo e la collaborazione tra le diverse comunità. Di che cosa si occupa specificatamente questa associazione? Roma Versitas Albania (RVA) è un’organizzazione che lavora per rafforzare il percorso educativo e professionale dei giovani Rom ed Egiziani in Albania, con un obiettivo chiaro: trasformare l’accesso all’istruzione in uno strumento reale di cambiamento sociale. Il cuore del nostro lavoro è l’educazione. Accompagniamo gli studenti lungo tutto il loro percorso, dalla scuola fino all’università e oltre, attraverso mentoring individuale, tutoraggio, borse di studio, orientamento accademico e supporto allo sviluppo delle competenze. L’idea è semplice ma fondamentale: più studenti completano gli studi, più aumenta la possibilità di costruire una nuova generazione di professionisti e leader Rom capaci di incidere nella società. Accanto all’educazione, lavoriamo sull’occupazione e sull’inserimento nel mondo del lavoro. Supportiamo i laureati nell’accesso a tirocini e posizioni professionali, in particolare nella pubblica amministrazione, con l’obiettivo di aumentare la rappresentanza Rom nei processi decisionali. Un altro pilastro centrale è la partecipazione civica e politica. Promuoviamo la presenza attiva dei giovani Rom nei processi democratici, rafforzando la loro capacità di contribuire alle politiche pubbliche e di rappresentare le proprie comunità a livello locale e nazionale. Tutto questo si inserisce in una visione più ampia: costruire una società più equa, dove i giovani Rom non siano solo beneficiari di programmi, ma protagonisti del cambiamento. Qual era la situazione dei Rom durante il regime stalinista e come è cambiata in questi ultimi decenni (quali problemi non ancora risolti e quali passi in avanti sono stati compiuti)?  Durante il regime comunista in Albania, che seguiva una linea fortemente stalinista, la situazione delle comunità Rom era caratterizzata soprattutto da invisibilità istituzionale e assimilazione forzata. Lo Stato promuoveva l’idea di un’uguaglianza formale tra tutti i cittadini, ma nella pratica questo significava anche cancellare le differenze culturali. I Rom non venivano riconosciuti come minoranza con una propria identità specifica e, di conseguenza, la loro lingua, le tradizioni e le forme di organizzazione comunitaria non erano valorizzate. Molte famiglie vivevano in condizioni di marginalità, spesso in insediamenti abusivi o in quartieri periferici, con accesso limitato a opportunità economiche e con poche possibilità di mobilità sociale reale. Con la caduta del regime e la transizione democratica, la situazione è cambiata in modo significativo, ma non in maniera lineare. Da un lato, si è aperto lo spazio per il riconoscimento dei diritti delle minoranze, per la libertà di associazione e per l’emergere di organizzazioni Rom della società civile, che prima non potevano esistere. Questo ha permesso di avviare programmi di istruzione, inclusione e partecipazione civica. Dall’altro lato, la transizione economica ha anche aggravato alcune vulnerabilità già esistenti. Disoccupazione, povertà e discriminazione strutturale sono rimaste sfide centrali, spesso rendendo difficile un accesso equo a scuola, lavoro e servizi pubblici. In alcuni casi, i pregiudizi sociali sono diventati persino più visibili rispetto al passato. Negli ultimi decenni, però, ci sono stati passi avanti concreti. Si è rafforzato il riconoscimento delle comunità Rom a livello istituzionale, sono aumentate le iniziative educative e i programmi di inclusione sostenuti anche da partner internazionali. Soprattutto, è cresciuta una nuova generazione di giovani Rom più istruiti e più presenti nella vita pubblica, che sta lentamente cambiando la narrazione e il ruolo delle comunità nella società. La realtà oggi resta quindi complessa: da un lato progressi importanti, dall’altro problemi strutturali ancora aperti. Ma rispetto al passato, esiste oggi uno spazio reale di partecipazione e cambiamento che prima non c’era. La mia storia personale è profondamente legata al lavoro che svolgo oggi con Roma Versitas Albania. Sono cresciuto in un contesto in cui l’accesso all’istruzione e alle opportunità non era qualcosa di scontato, soprattutto per molte famiglie della comunità Rom. Questo ha influenzato molto il mio percorso e la mia scelta di dedicarmi al diritto, all’educazione e alla difesa dei diritti umani. Ho studiato Giurisprudenza e ho conseguito un Master in Diritto Internazionale ed Europeo. Nel corso degli anni ho lavorato in diversi ruoli legati alla giustizia sociale e all’inclusione: come consulente legale, come collaboratore in progetti dell’OSCE sull’integrazione dei Rom, come traduttore e docente di lingua romani, e anche all’interno dell’ufficio dell’Avvocato del Popolo, dove mi sono occupato di discriminazione e tutela dei diritti. Ho avuto anche un’esperienza nella governance locale, come vicepresidente del Consiglio Municipale di Rrogozhina, un ruolo che mi ha permesso di vedere da vicino come le politiche pubbliche incidono concretamente sulla vita delle persone. Tutto questo percorso non è separato dalla mia vita familiare. La mia famiglia, come molte altre, ha vissuto le difficoltà di accesso all’istruzione e all’integrazione sociale, ma ha sempre attribuito un grande valore all’educazione. Questo ha fatto la differenza e ha influenzato anche il modo in cui oggi guardo al mio lavoro: non come qualcosa di astratto, ma come una responsabilità concreta verso le nuove generazioni. Oggi, come Direttore Esecutivo di Roma Versitas Albania, il mio obiettivo è semplice nella sua essenza: creare le condizioni affinché i giovani Rom possano avere opportunità reali di studio, crescita e partecipazione, indipendentemente dal punto di partenza. Mauro Carlo Zanella
July 5, 2026
Pressenza
Il caldo non mi toglie i fiati
Puntata perlopiù musicale dedicata ai “fiati” che neppure il caldo rovente potrà toglierti……. Ma abbiamo dato spazio anche ai lavoratori in sciopero di Meat-To.. Play list a cura di DJ Pastich * Nu Genea – Praya Magia * Fat Freddy’s Drop – Clean The House * Ibrahim Maalouf – True Sorry * Ibrahim Maalouf – Red & Black Light * Racing Mount Pleasant – Call It Easy * Maruja – The tinker * Maruja – Born to die * Ada Montellanico e Giovanni Falzone – Abbey * Black Country New Road – Concorde * Moor Mother – Umzansi * Mercan Dede – Mercanistan * Mercan Dede – 800 * Zu – Charagma * Zu – Carbon
Il rifiuto della leva in Israele: gli obiettori di coscienza tra dissenso politico e fratture sociali
L’ultimo giorno dell’anno scolastico (il 19 giugno, ndr) in Israele coincide tradizionalmente con un momento di passaggio verso la vita adulta. Per molti studenti significa prepararsi al servizio militare obbligatorio, considerato uno degli elementi fondanti dell’identità nazionale. Quest’anno, però, per un gruppo crescente di giovani è diventato anche il momento di una scelta pubblica di dissenso. La diffusione nelle scuole israeliane della lettera “Ci rifiutiamo!”, sottoscritta da oltre centoventi ragazze e ragazzi prossimi alla chiamata alle armi, ha riportato al centro del dibattito il tema dell’obiezione di coscienza, mettendo in discussione uno dei pilastri più consolidati della società israeliana: il rapporto tra cittadinanza, servizio militare e appartenenza allo Stato. In Israele la leva obbligatoria rappresenta molto più di un adempimento previsto dalla legge. Gli uomini prestano servizio per circa trentadue mesi, le donne per circa ventiquattro, ma soprattutto l’esperienza militare costituisce un autentico rito di passaggio, un momento di formazione personale e un elemento che spesso facilita l’inserimento nel mondo del lavoro, nelle università e nella vita pubblica. Per questo motivo rifiutare l’arruolamento non significa soltanto sottrarsi a un obbligo giuridico, ma mettere in discussione un elemento identitario profondamente radicato nella cultura del Paese. I firmatari della lettera appartengono alla generazione degli “Shministim“,  gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori che, da decenni, rappresentano la componente più attiva dell’obiezione di coscienza israeliana. Le loro motivazioni intrecciano ragioni etiche, politiche e umanitarie. Nel documento i giovani contestano le politiche del governo israeliano, l’occupazione dei Territori palestinesi, il ruolo dell’esercito nei confronti della popolazione civile e le conseguenze umanitarie dei conflitti. A loro giudizio, indossare l’uniforme significherebbe partecipare a un sistema che ritengono incompatibile con i principi di giustizia e di rispetto dei diritti umani. La scelta di distribuire migliaia di copie della lettera proprio nelle scuole non è casuale. L’obiettivo è aprire un confronto tra i coetanei, rompere un consenso spesso dato per scontato e invitare le nuove generazioni a interrogarsi sul rapporto tra coscienza individuale, responsabilità civile e obbedienza alle istituzioni. La risposta delle autorità israeliane è storicamente molto rigorosa. L’ordinamento riconosce infatti solo limitate possibilità di esenzione dal servizio militare, prevalentemente per motivi religiosi, sanitari o familiari. L’obiezione di coscienza motivata da ragioni politiche non gode di un riconoscimento generale e chi rifiuta la leva può essere sottoposto a procedimenti disciplinari e penali nell’ambito della giustizia militare. In numerosi casi gli obiettori vengono arrestati e condannati a periodi di detenzione nelle carceri militari. Alla scarcerazione possono essere nuovamente convocati e, in caso di ulteriore rifiuto, andare incontro a nuove condanne, dando vita a un ciclo che può ripetersi più volte. Alle conseguenze giudiziarie si aggiungono quelle sociali. In una società in cui il servizio militare rappresenta un forte elemento di integrazione, gli obiettori vengono spesso considerati disertori o traditori da una parte dell’opinione pubblica. Non mancano casi di isolamento familiare, difficoltà nei rapporti personali e ostacoli nell’accesso ad alcune opportunità lavorative, dove l’esperienza nelle Forze di Difesa Israeliane continua a rappresentare un importante titolo informale. Pur rimanendo numericamente limitato rispetto alle decine di migliaia di giovani che ogni anno entrano nelle Forze di Difesa Israeliane, il movimento degli obiettori costituisce un indicatore significativo delle trasformazioni in corso all’interno della società israeliana. Da una parte permane una concezione della sicurezza nazionale fondata sulla necessità della difesa militare, percepita da molti come una condizione indispensabile per la sopravvivenza dello Stato. Dall’altra emerge una componente, soprattutto giovanile, che rivendica il primato della coscienza individuale, dei diritti umani e della ricerca di soluzioni politiche ai conflitti, rifiutando di identificare il patriottismo esclusivamente con l’obbedienza militare. La lettera dei centoventi studenti assume così un significato che va oltre il gesto individuale. Essa riflette le profonde tensioni che attraversano oggi Israele, in una fase segnata dalla guerra, dalle divisioni interne e dal crescente confronto sul rapporto tra sicurezza, democrazia e diritti fondamentali. In questo contesto, l’obiezione di coscienza continua a rappresentare una scelta minoritaria, ma capace di interrogare il Paese su uno dei nodi più delicati della sua identità contemporanea.  Di seguito il testo della lettera ripreso dal sito mosaicodipace.it > Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la > presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli > interessi del governo dittatoriale. Siamo stati tutti cresciuti nel mito > secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci > terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che > dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano > all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista. > > Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono > parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi > nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra > scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni. Negli ultimi due > anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a > contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato > come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele > campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni > incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? > > Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio > della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali > donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il > fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano. > Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte > dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un > fenomeno nuovo. > > Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, > annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in > Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. > L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi > della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla > parte sbagliata della linea di confine. > > Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”? Le guerre infinite > hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che > dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi > antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti. Siete disposti a > diventare parte delle statistiche? Siete pronti a compiere un simile > sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane > per rafforzare il proprio dominio? E voi cosa farete? Laura Tussi
July 5, 2026
Pressenza
Palestina Israele: incarnare un altro modo e fare speranza insieme
Soprattutto in questi giorni, l’immagine dei topi che mordono i bambini e le bambine a Gaza mi si para davanti agli occhi. Insopportabile. Cedere alla tentazione di una ferocissima rabbia morale per l’ingiustizia e lasciarsi invadere dall’odio per chi ha la responsabilità di tutto ciò? Cedere alla tentazione di una migrazione interiore, che non tollera il dolore e l’impotenza e scade nella disperazione o nell’indifferenza? Come spesso dice Sulaiman Khatib, co-fondatore di Combatants for Peace, bisogna avere un piede nella realtà e un piede nel sogno. Il 2 luglio, in tutta Israele, si sono svolte manifestazioni antigovernative per marcare 1000 giorni dal 7 ottobre 2023. Il fulcro delle proteste è la forte richiesta dell’istituzione immediata di una commissione d’inchiesta statale e indipendente. Questa protesta resta fortemente focalizzata sulle proprie vittime e sulla crisi politica interna, ma apre probabilmente uno squarcio. Soprattutto non è il solo segnale di protesta. Proprio palestinesi e israeliani che vivono dal fiume Giordano al mare Mediterraneo scelgono di ‘incarnare un altro modo’ (espressione usata spesso da Combatants for Peace) e ‘fare speranza insieme’ (espressione usata dagli attivisti Maoz Inon e Aziz Abu Sarah). Il prossimo 6 novembre, il movimento congiunto di israeliani e palestinesi Combatants for Peace compirà 20 anni. Appena qualche giorno fa, la coalizione It’s Time, di cui Combatants for Peace è membro, ricordava in un messaggio che due anni fa iniziava il percorso di un nuovo movimento per la pace, la sicurezza e la giustizia in Israele. It’s Time, è parte del network che promuove il Festival Re-Imagine Peace, che si svolgerà a Firenze il prossimo fine settimana, dove si potranno incontrare Palestinesi e Israeliani/e che co-resistono e re-immaginano la pace, parola tradita e abusata. Qui il programma del festival: https://www.reimaginepeacefestival.it/programma/ Combatants for Peace riflettono sul loro 20° anniversario: “Guardando indietro oggi, ciò che appare più straordinario non è tanto la fondazione di Combatants for Peace, quanto la sua capacità di resistere per vent’anni di conflitto, occupazione, guerra, sconvolgimenti politici e profonde perdite. Intere generazioni sono cresciute conoscendo poco altro che violenza, sfollamento, espropriazione e paura… Eppure il nostro movimento è persistito perché non si è mai basato su un accordo assoluto. Si è fondato su un impegno condiviso per la nonviolenza, i diritti umani e la consapevolezza che nessuno dei due popoli può raggiungere la libertà, la dignità o la sicurezza a spese dell’altro.” Una delle capacità più necessarie in questo momento storico è proprio quella di ‘saper stare nel disaccordo’, ricordando l’interconnessione che ci soggiace: poter continuare a dialogare partendo da punti di vista diversi, senza disumanizzare l’altro, senza gareggiare per superiorità morale, strumentalizzando la propria vittimizzazione; mantenendo al contempo una consapevolezza delle asimmetrie di potere e un senso di giustizia che va verso la responsabilità e la riconciliazione. “In tutto questo tempo, molti si sono chiesti se palestinesi e israeliani/e potessero davvero collaborare, soprattutto di fronte alla realtà dell’occupazione, della disuguaglianza e della negazione dei diritti fondamentali.” Le accuse di ‘normalizzazione’ agli incontri e alle attività che coinvolgono sia palestinesi che israeliani sono sempre dietro l’angolo, talvolta necessarie per richiamare la consapevolezza di cui sopra, altre volte forse, ideologiche e cieche delle possibilità. Probabilmente, parte dello scetticismo arriva dall’abuso del binomio ‘pace e dialogo’, drogato da una ‘industria della pace liberale’ che confonde pace con quiete e status quo. “Eppure, nonostante tutte le supposizioni, il nostro movimento continua a crescere, sostenuto da persone che comprendono che i nostri futuri sono interconnessi e che una pace duratura richiederà uguaglianza, libertà e diritti umani per tutti/e. In occasione di questo anniversario, rendiamo omaggio non solo alla nostra organizzazione, ma anche a una comunità che ha continuato a insistere – spesso quando ciò si è rivelato difficile, impopolare e profondamente personale – sul fatto che un’altra via sia ancora possibile.” Combatants for Peace si sta preparando per lanciare la più grande iniziativa di solidarietà globale digitale e un raduno di locali e internazionali in solidarietà per la raccolta delle olive in autunno in Cisgiordania, che culminerà proprio con il loro anniversario il 6 novembre 2026. Per ricevere aggiornamenti, aggiungersi al canale whatsapp del gruppo italian Friends of Combatants for Peace: https://linktr.ee/CfPItalia Immagino e prego che nei prossimi anni – o meglio ancora, a partire da ora – Combatants for Peace possa contribuire alla riconciliazione in un contesto in cui la violenza e la disumanizzazione siano finite e le responsabilità siano riconosciute, in cui le persone si liberino dalla paura e dalla rabbia e siano pronte a guarire insieme e a riparare la rete di relazioni, in cui i leader siano compassionevoli e guidati dalla Vita, e in cui la Terra possa essere ciò che è: generosa, abbondante e nutriente per tutte le persone che la abitano. Il 1° luglio 2024 si è svolto il primo evento della coalizione It’s Time alla Menora Arena, il più grande evento per la pace nella storia recente di Israele. Da allora, la coalizione ha continuato a crescere e ad espandersi. Oggi comprende circa 85 organizzazioni per la pace e per una società inclusiva. Hanno organizzato il Peace Summit di Gerusalemme (maggio 2025) e il People’s Peace Summit (fine aprile 2026), eventi sull’educazione alla pace, sessioni di presentazione delle iniziative di ‘presenza protettiva’, una conferenza sulla salute mentale e molto altro ancora. Migliaia di persone – donne e uomini, ebrei e palestinesi, giovani e anziani, membri della Knesset, giornalisti, personalità pubbliche, artisti, educatori e professionisti della salute mentale, attivisti e volontari della “presenza protettiva” – hanno preso parte, stanno prendendo parte e continueranno a prendere parte al lavoro. ‘Arab ‘Aramin e Ygal Elhanan, durante The People’s Peace Summit, 2026, hanno ricordato ciascuno la propria sorella: Arab ha ricordato sua sorella Abir uccisa davanti scuola da un soldato israeliano; Yigal ha ricordato sua sorella Smadar, uccisa in un attentato suicida di due palestinesi. Yigal ha però aggiunto che Smadar è stata uccisa anche “dalla politica di occupazione, furto, espropriazione, uccisioni, separazione e annientamento”. ‘Arab ha detto con tono assertivo: “Non siamo naïfs, lo sappiamo la pace non è facile. La politica di totale distruzione del popolo Palestinese, nella Gaza devastata, nella Cisgiordania che soffre del terrorismo dei settlers spalleggiati dall’esercito israleiano… non porterà sicurezza agli israeliani. La soluzione è che tutti/e dal fiume al mare godano della libertà e dell’uguaglianza… Nella società civile la speranza è viva ed è al lavoro”. La coalizione continua il suo lavoro, con la convinzione che “I due popoli che condividono questa terra meritano di vivere in sicurezza e dignità. I nostri figli meritano un futuro all’insegna dell’uguaglianza, della giustizia e della pace. Deve essere così. Può essere così. Sarà così.”. Per aggiungersi al canale whatsapp della coalizione It’s Time: https://bit.ly/42zfQrB Note: Citazioni da Combatants for Peace https://app.getresponse.com/view.html?x=a62b&co=BoIzI8&m=BUMxmJ&mc=JB&s=BQPcD9u&u=z5YMw&z=EhoTycc& Citazioni da It’s Time: Messaggio 1 luglio canale whatsapp https://bit.ly/42zfQrB Citazioni da The People’s Peace Summit 2026: https://www.youtube.com/watch?v=Z6nOTkXzQHI&t=5447s Ilaria Olimpico
July 5, 2026
Pressenza
Crescono i comuni “rifiuti free”. I dati dell’edizione 2026 di Comuni Ricicloni di Legambiente
In Italia nel 2026 tornano a crescere i Comuni rifiuti free che salgono quota 675 (contro i 663 del 2025) su un totale di 7.894 comuni italiani. Un dato che fa ben sperare dopo il lieve calo del 5% registrato lo scorso anno. Il merito di questi Comuni è quello di mantenere la produzione pro capite di rifiuto indifferenziato avviato a smaltimento al di sotto dei 75 kg/ab/anno. È quanto emerge in estrema sintesi dalla 33esima edizione di “Comuni Ricicloni” di Legambiente. Comuni Ricicloni compie 33 anni. Un’iniziativa, quella di Legambiente, che dal 1994 monitora la gestione dei rifiuti nei Comuni italiani, grazie all’invio dei dati di produzione da parte dei Comuni, dei Consorzi, delle Comunità montane e dei gestori dei servizi di igiene urbana in forma volontaria. Il Nord si conferma l’area del Paese con più comuni virtuosi, il 60,3% del totale si concentra qui, anche se registra una contrazione rispetto allo scorso anno (-16 comuni); contro il 32,8% del Sud e delle isole (in crescita rispetto al 2025 con 16 comuni in più); e il 6,8% del Centro. Quest’ultimo registra, dopo anni di immobilismo, una crescita importante con 16 comuni in più rispetto al 2025 arrivando a quota 46. Altro dato interessante è il numero complessivo di cittadini residenti in Comuni Rifiuti Free, che passa da 3.715.010 dello scorso anno agli attuali 4.086.781, nonostante il numero complessivo dei Comuni Rifiuti Free sia aumentato di sole 12 unità. A livello regionale, il Veneto si conferma leader assoluto per numero di comuni rifiuti free (165), seguito da Lombardia (104) e Campania (73). Quest’ultima è la prima regione del Sud per comuni rifiuti free. Per quanto riguarda i Comuni capoluogo di provincia, su 54 che hanno partecipato al concorso di Legambiente e che sono stati presi quest’anno in esame, 35 (il 65% del campione e il 33% del totale) hanno raggiunto e superato l’obiettivo del 65% e 5 sono Rifiuti Free, mantenendo la produzione di rifiuto indifferenziato al di sotto di 75 kg pro-capite all’anno. Ad aggiudicarsi questo doppio riconoscimento sono Pordenone, Belluno, Nuoro, Trento e Treviso. In particolare, Nuoro, entrata in classifica lo scorso anno, conferma la sua posizione e il suo impegno in questo settore. La gestione virtuosa dei rifiuti rappresenta, si legge nel dossier, una sfida fondamentale per tutti i comuni italiani, ma assume un’importanza ancora maggiore nei capoluoghi di provincia e di regione. Proprio per questo motivo in questa edizione abbiamo voluto fare un focus su di essi: queste città concentrano infatti una popolazione più numerosa e producono quantità di rifiuti significativamente superiori rispetto ai comuni più piccoli. Una raccolta differenziata efficiente consente di ridurre l’impatto ambientale, limitare il ricorso alle discariche e favorire il recupero di materie prime. La normativa italiana, in particolare il Decreto Legislativo n. 152 del 2006 (Testo Unico Ambientale), ha fissato obiettivi precisi in materia di raccolta differenziata. Tra questi, il raggiungimento del 65% di raccolta differenziata entro il 31 dicembre 2012 da parte di tutti i comuni italiani. I capoluoghi, per il loro ruolo strategico e la loro capacità organizzativa, dovrebbero fungere da modello per gli altri enti locali”. Per quanto riguarda i comuni sotto i 5.000 abitanti, i Comuni che primeggiano sono: Borrello (CH), Ripacandida (PZ), Morano Calabro (CS), Domicella (AV), Mordano (BO), Valvasone Arzene (PN), Rocca Santo Stefano (RM), Pieve Ligure (GE), Foresto Sparso (BG), Monteleone di Fermo (FM), Montefalcone nel Sannio (CB), Barone Canavese (TO), Atzara (NU), Castel di Lucio (ME), Terre d’Adige (TN), Calvi dell’Umbria (TR), Verrayes (AO) e Sospirolo (BL). Nella categoria dei Comuni tra 5.000 e 15.000 abitanti ci sono: Pratola Peligna (AQ), Casali del Manco (CS), Cimitile (NA), San Prospero (MO), Chions (PN), Sacrofano (RM), Luni (SP), Villongo (BG), Venafro (IS), Sammichele di Bari (BA), Sennori (SS), San Giuseppe Jato (PA), Serravalle Pistoiese (PT), Altopiano della Vigolana (TN), Loria (TV). Infine, tra i Comuni sopra i 15.000 abitanti troviamo: Siderno (RC), Bacoli (NA), Nonantola (MO), Azzano Decimo (PN), Fonte Nuova (RM), Carugate (MI), Monserrato (CA), Ribera (AG), Monsummano Terme (PT), Pergine Valsugana (TN), Vedelago (TV). “I dati in crescita dei comuni rifiuti free, ha sottolineato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, sono un segnale importante ma il Paese, a partire dalle grandi città, non deve abbassare l’attenzione perché può e deve fare molto di più in fatto di gestione virtuosa dei rifiuti. L’economia circolare rappresenta una leva strategica per l’Italia che va sostenuta con politiche e interventi concreti a livello europeo e nazionale. Ma tutto parte da una buona qualità della raccolta differenziata e da un efficace e concreto avvio al riciclo, riducendo al minimo l’indifferenziato avviato a smaltimento o ai termovalorizzatori. Per questo continuiamo con forza il nostro concorso nazionale, premiando le migliori pratiche di gestione e prevenzione dei rifiuti, con l’obiettivo di trasformarle in una politica unitaria e virtuosa su tutto il territorio nazionale. Fino ad oggi l’Italia ha detenuto un primato su raccolta differenziata e riciclo, serve un impegno comune per mantenerlo anche in futuro.” Qui il dossier: https://ricicloni.it/media/dossier/pdf/RO-2026-ComuniRicicloni_web1621258235.pdf. Giovanni Caprio
July 5, 2026
Pressenza
Traffico di armi dai porti italiani. Una vittoria parziale ma straordinaria al Tar di Bologna
Il primo luglio un’importante sentenza del Tar ha obbligato l’Agenzia delle Dogane di Ravenna a rivelare parzialmente i dati sui traffici di armi. La vicenda nasce a seguito di un’istanza di accesso civico promossa dalla giornalista Linda Maggiori, nostra autrice e collaboratrice di  Altreconomia, testata  per cui ha redatto il dossier La flotta del genocidio. Le Dogane hanno strumentalmente rigettato l’istanza, trincerandosi dietro la tutela dell’ordine pubblico e della concorrenza. I giudici amministrativi hanno ribadito che l’accesso alle informazioni è fondamentale È partito tutto da un accesso civico generalizzato formulato da chi scrive lo scorso gennaio, nel quale si chiedeva all’ufficio doganale Romagna 1 “la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestre (gennaio-aprile, maggio-agosto, settembre-dicembre) e divisi per export transito, e se possibile destinazione e provenienza”. Le Dogane hanno rigettato l’istanza sottolineando che la pubblicazione di questi dati avrebbe “minato la sicurezza nazionale e i rapporti tra gli Stati”, appellandosi paradossalmente alla Legge 185/1990 che a loro dire prevede un regime di segretezza sugli armamenti (mentre storicamente è nato con la motivazione opposta, proprio per opporsi al regime di segretezza di epoca fascista). Assistita dall’avvocato Andrea Maestri, l’11 febbraio, ho quindi presentato ricorso al Tar. L’udienza si è tenuta il 13 maggio e le Dogane hanno presentato una loro “relazione difensiva”, dove affermano che “non può non tenersi conto del rischio di possibili strumentalizzazioni derivanti dalla pubblicazione dei dati in questione, con potenziale pregiudizio per l’ordine pubblico e la politica estera. La divulgazione delle informazioni richieste comporterebbe la rivelazione di dati economici strategici suscettibili di utilizzo da parte di potenziali concorrenti, arrecando un danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente controinteressati”. Come già raccontato nel dossier di Altreconomia “La flotta del genocidio”, le principali compagnie che scalano dal porto di Ravenna sono Msc e Zim e sono state coinvolte, nel 2025, in traffici di armi, dual use e prodotti agricoli verso colonie israeliane illegali. Ma ciò che sappiamo è solo una minima parte della realtà. Per questo è necessario avere tutti i dati. Per giustificare il diniego, le Dogane hanno inoltre aggiunto che “non può bastare ‘l’interesse mediatico’ per avere diritto di conoscere dati e/o informazioni sensibili, poiché l’interesse pubblico […] è qualcosa di ben diverso dall’interesse del pubblico. Orbene sia consentito dubitare che, nel caso di specie, le reiterate richieste della ricorrente siano dirette a consentire un controllo diffuso sull’operato delle pubbliche amministrazioni, sembrando di contro ‘orientate’ a un interesse mediatico connesso ai pur tragici eventi che hanno animato (e purtroppo continuano a caratterizzare) lo scenario geopolitico del Medio Oriente, che nulla hanno a che fare con la legittimità dell’operato di questa Amministrazione”. Il traffico di armi verso un genocidio in corso è quindi derubricato al far rumore. Dopo 45 giorni di attesa, il primo luglio arrivata la sentenza del Tar. > “Il diniego di Adm non è supportato da adeguata e idonea motivazione, in > quanto il mero dato numerico e quantitativo di materiale bellico e armamenti > partiti dal porto di Ravenna nell’anno 2025 appare neutro e, quindi, > irrilevante rispetto agli  interessi pubblici richiamati dall’Amministrazione, > non costituendo tali dati un ‘pregiudizio concreto’ alla tutela dei suddetti > interessi. Nemmeno è chiarito dall’Amministrazione in quali termini le > informazioni richieste avrebbero ‘natura sensibile’, tale da compromettere gli > interessi pubblici tutelati dalla disposizione normativa richiamata. > > Non pare condivisibile nemmeno […] che la divulgazione delle informazioni > richieste comporterebbe la rivelazione di dati economici strategici > suscettibili di utilizzo da parte di potenziali concorrenti, arrecando un > danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente > controinteressati, atteso che, come detto, si tratta unicamente di generici > dati numerici e quantitativi, senza alcun riferimento, ovviamente, ai > nominativi dei soggetti interessati al transito (destinatari, spedizionieri, > etc.), per cui il rischio paventato dall’Amministrazione […] non appare > concretamente (ma nemmeno potenzialmente) configurabile. […] > > Adm non spiega in che termini le informazioni e i dati richiesti sarebbero > informazioni di natura riservata o fornite in via riservata dalle autorità > doganali durante l’effettuazione dei loro compiti […]. Per le esposte ragioni, > dunque, il diniego di accesso generalizzato alla richiesta relativa alla > ‘quantità di materiale bellico’ è illegittimo e va annullato, con conseguente > ordine all’Amministrazione di concedere l’accesso ai dati e alle informazioni > richieste”. Il Tar però non ha accolto il ricorso per la parte che riguarda il “Paese di provenienza e/o destinazione” del materiale bellico e degli armamenti transitati per il porto di Ravenna in quanto “può determinare, indubbiamente, una interferenza con la tutela degli interessi pubblici connessi alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali, come sopra declinati”. In realtà è facile dedurre dove vanno buona parte delle armi che partono da Ravenna. I dati statistici ci dicono che a maggio 2026 sono partiti 1.800 container verso i porti di Haifa e Ashdod, 2.400 ad aprile e così via gli altri mesi prima, con una media di 1.500-2.000 container ogni mese. Israele resta sempre in cima a tutte le destinazioni delle navi che escono dal porto di Ravenna. Secondo l’avvocato Maestri si tratta di “una vittoria parziale ma straordinaria per l’impatto che ha nella lotta per la trasparenza e nella causa per i diritti umani violati in Palestina anche grazie al transito di armi dal nostro porto. Viene fortemente stigmatizzata la genericità e pretestuosità delle motivazioni utilizzate dalle Dogane per bloccare l’accesso a informazioni che invece sono un diritto di ogni singolo cittadino e dell’opinione pubblica posto che la stessa legge definisce il diritto di accesso come un corollario del principio democratico”. Questa sentenza è importante non solo per Ravenna perché potrà essere usata come giurisprudenza per avere trasparenza anche in tutti i porti d’Italia, dove si sta rafforzando una rete di attivisti e lavoratori per opporsi ai traffici di armi. Linda Maggiori
July 5, 2026
Pressenza
“Coordinamento Pace e Disarmo” di Castelleone, un modello vincente di coesione sociale e attivismo dal basso
Nella Bassa tra Crema e Cremona sorge una fiera cittadina che in diverse occasioni ha mostrato di tener fede al nome che porta: Castelleone. Da che ne ho memoria il piccolo centro è attivo in ogni sfera della società civile; i suoi abitanti, meno di diecimila, sono impegnati a farlo vivere in ogni modo – con attività sportive, culturali e sociali, e non solo. Alcuni di loro negli ultimi anni hanno sentito l’urgenza di unirsi alla protesta globale contro la guerra e il genocidio in Palestina e hanno così fatto della città il punto di riferimento di un’intera comunità, che include la campagna circostante fatta di piccoli paesi e agglomerati di cascine. Il Coordinamento Pace e Disarmo nacque un anno fa, con una presentazione ufficiale al Teatro Leone e da allora gli attivisti hanno tessuto reti e coinvolto anime. Pochi giorni fa si sono commemorati i mille giorni di genocidio del popolo palestinese; migliaia di piazze in Italia e nel mondo hanno fatto sentire le proprie voci di denuncia e di sdegno e tra di esse c’era anche quella di Castelleone. La ricorrenza coincideva con il ventiquattresimo flashmob per Gaza organizzato dal gruppo. Ogni sabato mattina l’appuntamento è sotto l’Arco del Voghera con cartelli e bandiere. Da lì in fila indiana si raggiungono i luoghi icona della città: la biblioteca, il palazzo del Comune, il Torrazzo. Il serpentone si dipana tra le vie facendosi strada tra le sedie dei bar sotto i portici e le bancarelle del mercato a chilometro zero; lo accompagna una cassa su un trolley da cui esce musica impegnata – per l’importante occasione era la registrazione dell’ultimo concerto di Roger Waters. In ogni tappa uno o più volontari leggono poesie tratte da “Il Loro Grido è la Mia Voce – poesie da Gaza”; il libro edito da Emergency viene passato da una mano all’altra con grande cura e rispetto, alcuni lo appoggiano un istante sul petto. Ho chiacchierato a lungo con Erika Erinaldi, che mi ha raccontato la loro storia e di come non ci sia voluto poi molto perché le porte delle case si aprissero e nuovi partecipanti si unissero al gruppo. Servivano solo un po’ d’iniziativa e un briciolo di coraggio – siamo persone pacifiche che leggono poesie e sorridono ai passanti. Erika si stupiva di come in centri vicini ben più grandi (come Crema, Soresina, Offanengo, Soncino, ecc.) sul tema Palestina da tempo non si muova una mosca. Tutti sanno ma si tace e il passo verso l’indifferenza è dietro l’angolo. E invece quanto sarebbe potente una rete di piccolissime realtà disseminate nei nostri territori? Dalle Alpi alle Madonie, passando per pianure e spiagge, Appennini e Tavoliere. E non solo per essere solidali verso un popolo oppresso: un’“organizzazione” spontanea dal basso e di grande respiro servirebbe a far crescere senso civico, a capire a fondo i problemi del territorio e a saperlo difendere. Non per ultimo, otterrebbe il risultato di infondere continua linfa vitale ai piccoli borghi, che spesso languiscono o, peggio, si trasformano in dormitori all’ombra delle grandi città, sempre più inaccessibili. L’esempio di Castelleone vuole essere un appello a ogni cittadino che vede ciò che sta succedendo in Palestina ed è stanco di voltarsi dall’altra parte. Ognuno di noi può avere diverse motivazioni per non impegnarsi, ma il più delle volte, se siamo sinceri con noi stessi, dovremo ammettere che cadono tutte sotto la scure della coscienza. La coscienza mostra che ciò che sta accadendo là non è separato dal disordine e degrado morale a cui assistiamo qua. Che le cose non si risolveranno nascondendole sotto il tappeto e nemmeno rinchiudendoci in un mondo fatato di shopping, vacanze relax, grigliate con gli amici e passatempi di ogni sorta. Non perché la leggerezza del vivere sia sbagliata in sè; lo diventa quando occupa l’intero spazio dell’umano. Allora l’uomo dimentica la propria sacralità e diventa un oggetto che consuma ed è consumato dal sistema in cui sopravvive. Uno dei nostri cartelli porta scritto “Il processo di disumanizzazione sta avanzando – fermiamolo”. È uno dei cartelli più apprezzati; va a ruba. Che sia il segno di un desiderio di rinascita che cova in tanti di noi?   Marina Serina
July 5, 2026
Pressenza
894 persone giustiziate in Iran in sei mesi
Il regime iraniano ha giustiziato un totale di 894 persone negli ultimi sei mesi, tra cui almeno 15 donne e decine di cittadini curdi. Il Centro iraniano per i diritti umani ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulle esecuzioni capitali compiute dal regime iraniano nei primi sei mesi del 2026. Secondo il rapporto, in questo periodo il regime ha giustiziato 894 persone nel Kurdistan orientale (Rojhilatê Kurdistan) e in tutto l’Iran. Il rapporto afferma che 24 persone sono state giustiziate nella provincia dell’Azerbaigian occidentale (Urmia), 20 nella provincia di Kermanshah e 50 nella provincia del Lorestan. Si segnala inoltre che alcune esecuzioni sono state registrate nelle carceri di Sanandaj (Sine), nonostante la limitata disponibilità di informazioni ufficiali. L’organizzazione ha sottolineato che tra i giustiziati figuravano 15 donne e 32 prigionieri politici, alla maggior parte dei quali è stato negato l’accesso a una rappresentanza legale indipendente e il diritto a un giusto processo. Il rapporto afferma inoltre che 234 dei giustiziati avevano un’età compresa tra i 35 e i 36 anni e che una parte significativa delle esecuzioni ha avuto luogo nelle regioni curde, con alcuni casi collegati ad accuse politiche e a reati di protesta. Ha inoltre aggiunto che il tasso di esecuzione è aumentato di più del 30 % rispetto all’anno precedente. L'articolo 894 persone giustiziate in Iran in sei mesi proviene da Retekurdistan.it.
July 5, 2026
Retekurdistan.it

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