USA Midterm Elections 2026, una svolta “rossa” nella storia dell’America?I dati sulla vittoria Dem
Le Elezioni di midterm negli USA (1), svoltesi il 3 novembre 2026, hanno
sconvolto il mondo. Gli Stati Uniti si sono recati alle urne per rinnovare i 435
seggi della Camera, 35 su 100 totali del Senato ed eleggere 36 governatori.
Alla vigilia del voto c’erano alcuni Stati indicati come fondamentali per
stabilire chi avrebbe vinto le elezioni di midterm del 2026, in particolare per
il controllo del Senato e nelle 36 corse per le cariche di Governatore: dal
Maine alle Carolina del Nord e del Sud, passando per il Texas e l’Ohio fino
all’Alaska, l’attenzione era puntata sui seggi senatoriali in palio in questa
tornata.
Così è stato. A decidere la corsa, in particolare per il Senato, sono stati i
risultati in alcuni Stati chiave: Texas, Kansas, Iowa, Ohio, Maine, North
Carolina, South Carolina e Michigan.
Il Partito Democratico ha vinto le elezioni di midterm 2026 negli Stati Uniti, e
ha ottenuto il controllo dell’intero Congresso.
Alla Camera dei Rappresentanti, quando il conteggio delle schede è ancora in
corso, i liberal si erano già assicurati 224 seggi quando la maggioranza
richiesta è di 218. Dopo la fine dello spoglio, alla Camera – dove il voto non
avviene a livello statale, ma distrettuale – i Democratici hanno ottenuto una
ampia vittoria con 253 seggi (contro i 157 dei Repubblicani) che consegna loro
la maggioranza dell’Aula.
Al Senato i Dem si non aggiudicati 54 seggi contro i 44 seggi dei Repubblicani,
vincendo i Oregon, Colorado, New Mexico, Kansas, Texas, Minnesota, Iowa,
Illinois, Michigan, Ohio, Georgia, Suoth Carolina, North Carolina, Virginia,
Delaware, New Jersey, Rhode Island, Massachusetts, New Hampshire e nel Maine.
Per quanto riguarda la corsa per l’elezione dei governatori, i Dem si sono
aggiudicati la maggioranza dei governatori: 28 contro i 20 Repubblicani, rubando
5 seggi a quest’ultimi e vincendo in Oregon, California, Nevada, New Mexico,
Arizona, Texas, Colorado, Minnesota, Iowa, Wisconsin, Michigan, Illinois, Ohio,
Pennsylvania, New York, Maine, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut,
Maryland e Georgia.
Sia Camera sia il Senato sono adesso in mano ai Dem, sancendo una sconfitta
netta per Donald Trump e per il Partito Repubblicano.
Un voto generazionale e non solo…
Secondo Voter Poll CNN, effettuato il giorno del voto, a livello nazionale i
dati indicano che il 58% delle donne ha sostenuto i candidati Democratici alla
Camera contro il 40% per i Repubblicani. Gli uomini sembrano invece divisi, con
poco meno della metà dei voti espressi per ciascun partito. Per fascia d’età,
quasi due terzi delle persone sotto i 45 anni hanno dichiarato di aver votato
per i Democratici. La fascia di età compresa tra i 45 e i 64 anni ha sostenuto i
Democratici con il 51% dei voti contro il 48% per i Repubblicani.
Secondo il sondaggio CNN denominato Voter Poll, la vittoria Dem alle elezioni di
midterm è frutto dell'”Effetto Mamdani”: il successo del sindaco Zohran Mamdani
a New York ha mostrato che una proposta politica progressista può parlare ad un
elettorato giovane e multiculturale se è in grado di affrontare di affrontare
questioni concrete poco care alla destra internazionale: affitti, trasporti
pubblici, sanità, potere d’acquisto dei salari e costo della vita.
Se si guarda al voto in base all’età, si capisce che è la Generazione Z ad avere
il merito dello spostamento a sinistra degli USA: il 76% dei 18-24enni ha votato
per i Dem; il 68% dei 25-29enni ha votato Dem; il 63% dei 30-39enni ha votato
Dem; il 56% dei 40-49enni ha votato Dem; tra i 50 e i 64enni il voto si
spartisce in egual modo tra Dem e Repubblicani; mentre tra gli over 65 hanno
vinto i Repubblicani con il 51%.
Non si tratta solo di un voto generazionale, ma anche su base etnica in una
realtà sempre più multiculturale come gli USA. Secondo Voter Poll CNN, i Dem
hanno vinto soprattutto tra gli afroamericani (con il 89%), tra i latinos (con
il 62%), tra gli asiatici (con il 70%) e tra le altre minoranze (con il 53%);
mentre i Repubblicani hanno stravinto esclusivamente nella popolazione bianca
(con il 51%).
La vittoria dei Dem è una “ondata blu”?
“La società americana ha votato contro le politiche che non fanno altro che
impoverire le persone. Contro l’odio, contro il sessismo, contro il negazionismo
climatico e contro i privilegi delle élite”. Lo ha scritto su X il premier
spagnolo socialista Pedro Sanchez. “È successo in Brasile, è appena successo
negli Stati Uniti e succederà presto anche in Spagna. L’ondata di estrema destra
su cui Feijóo e Abascal stanno cercando di cavalcare non sta più crescendo: si
sta sgretolando”, ha aggiunto.
Sui media occidentali si è parlato della vittoria dei Dem come“L’onda blu che
travolge gli Usa”, ma ciò che emerge da questo voto è ben altro. La vittoria dei
Dem è stata segnata dall’elezione dei primi deputati dichiaratamente socialisti
seguaci di Bernie Sanders e non semplicemente “liberal-democratici” alla
Clinton. Queste elezioni sono state una “vittoria nella vittoria”: non solo è
stata sconfitta l’alt-right di Donald Trump e del Partito Repubblicano, ma anche
la destra dell’establishment del Partito Democratico (Joe Biden, Hillary
Clinton, Kamala Harris… Etc…) di stampo liberal.
In sostanza ha vinto la “sinistra” del Partito Democratico (DP) legata al
socialista Bernie Sanders, colui che da anni si batte per la tassazione degli
ultraricchi, la tassazione progressiva, un piano di politiche sociale, la difesa
dell’ambiente e dei nativi nordamericani, il diritto al lavoro, oltre al
contrasto alla pervasiva povertà negli USA, all’erosione delle libertà
costituzionali e all’ampliamento delle diseguaglianze economiche.
Loro sono i Democratic Socialist of America (DSA) che, con oltre 130.000 membri,
sono la più grande organizzazione socialista degli Stati Uniti (che gli Stati
Uniti abbiano mai visto dagli anni Dieci del Novecento) che crede che i
lavoratori debbano gestire sia l’economia che la società civile, e dimostrano il
nostro impegno verso questo principio essendo “un’organizzazione della, per e a
favore della classe lavoratrice”.
In queste elezioni di metà mandato, il DSA ha fatto la storia. Oltre 130 sezioni
del DSA in 43 Stati hanno sostenuto candidati socialisti e iniziative
referendarie in tutto il Paese, vincendo: sono 9 i candidati socialisti che
hanno vinto in 7 distretti congressuali. La Camera dei Rappresentanti avrà ora
la più alta rappresentanza di socialisti mai registrata prima d’ora, nella
storia degli USA. Il DSA ha quadruplicato la sua presenza al Congresso, inviando
“a Washington un blocco socialista che lotterà per anteporre le persone al
profitto”.
Oltre a Bernie Sanders e alla rielezione di Alexandria Ocasio-Cortez (per il
quinto mandato), gli altri socilisti ad aver conquistato un seggio alla Camera
sono:
* Donavan McKinney e Rashida Tlaib in Michigan;
* Angela Gonzales-Torres, in Califonia;
* Melat Kiros, in Colorado;
* Chris Rabb, in Pennsylvania;
* Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, a New York
Il 4 novembre, a Los Angeles, la socialista Nithya Raman ha sconfitto la sindaca
democratica uscente Karen Bass con il 52,1% dei voti, mettendo al primo posto in
agenda la questione abitativa e l’emergenza senzatetto.
Non si tratta di una semplice “onda blu” ma – per la prima volta – di un’onda
rossa che sta cambiando anche i volti del Partito Democratico. A differenza di
volti dell’establishment democratica neoliberale, i DSA hanno un programma
radicale che non ha bisogno di interpretazioni o insinuazioni. Sul loro sito si
legge: “Siamo entusiasti di guidare la lotta per i diritti della classe
lavoratrice, puntando all’assistenza sanitaria universale (Medicare for All),
all’embargo sulle armi contro Israele e all’abolizione dell’ICE. Combatteremo
fianco a fianco con i sindacati e gli attivisti della comunità per raggiungere
questi obiettivi. Abbiamo tutti la responsabilità collettiva di resistere e
sconfiggere Trump, il suo gabinetto corrotto, gli oligarchi che li finanziano, i
membri del Congresso che li sostengono e i governatori che li imitano.”
I loro candidati provengono dalla classe operaia e promettono di lottare per la
classe operaia: tutto questo nella patria che ha dato i natali al maccarthismo.
La maggior parte di loro sono pionieri come Jaelynn Scott, che diventerà la
prima legislatrice statale transgender dello Stato di Washington. Sono
sindacalisti come Robert LeVertis Bell, il primo socialista eletto nel governo
statale del Kentucky dal XIX secolo. Oltre a solidarizzare con i BRICS ed aver
espresso solidarietà a Lula in Brasile, sono instancabili sostenitori della fine
del genocidio in Palestina, come la deputata Rashida Talib.
Le loro iniziative rientravano tra le oltre 300 candidature e proposte
referendarie promosse dal DSA a livello nazionale. Hanno ispirato migliaia di
lavoratori americani ad aderire al DSA e a organizzarsi attorno alle
rivendicazioni del loro Programma “Workers Deserve More!”.
Nonostante i DSA al Congresso siano ancora una minoranza, i nuovi legislatori
socialisti – candidati nelle liste del Partito Democratico – hanno ottenuto una
presenza significativa nell’assemblea legislativa e sono stati affiancati da
alleati populisti di sinistra come Abdul El-Sayed del Michigan e Troy Jackson
del Maine.
Nell’ultimo decennio la sinistra socialista del DP ha dibattuto animatamente su
come rapportarsi al Partito Democratico: se creare egemonia al suo interno; se
sfruttarne tatticamente le liste per creare un proprio partito; o se formare
immediatamente un terzo partito alternativo ai Dem e ai Repubblicani per porre
fine al loro bipolarismo. Per ora, candidarsi con il DP rimane il modo più
sicuro per rafforzare la loro leadership e la loro presenza al Congresso.
Ora serve un gruppo parlamentare che li rappresenti al meglio e che o sia in
grado di organizzare il conflitto politico all’interno del Partito Democratico o
sia in grado di proseguire gli sforzi per costruire un polo socialista
all’interno del Partito Democratico stesso, ampliando il lavoro già svolto da
Sanders, Aoc e dal sindaco di New York Zohran Mamdani.
(1) Le elezioni di metà mandato (Midterm Elections) sono delle elezioni negli
Stati Uniti che si tengono ogni quattro anni, due anni dopo le elezioni
presidenziali. In tale occasione si rinnovano tutti i seggi della Camera dei
rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche
esecutive dei singoli Stati federati a partire dai governatori. L’Articolo II,
Sezione 1, Comma 1 della Costituzione degli Stati Uniti fissa la durata del
mandato presidenziale a quattro anni, mentre l’Articolo I, Sezione 2, Comma 1
stabilisce un mandato di due anni per i membri del Congresso eletti alla Camera
dei Rappresentanti. L’Articolo I, Sezione 3, Comma 1 prevede invece un mandato
di sei anni per gli eletti al Senato, con il Comma 2 che divide tale assemblea
in tre “classi”, in modo che circa un terzo dei seggi sia soggetto a rinnovo
elettorale ogni due anni.
https://www.usvotefoundation.org/what-are-midterm-elections
Lorenzo Poli