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TROPPO DA DIFENDERE
“Crediamo sia importante lasciare traccia di un percorso che non è arrivato al capolinea ma in un momento dove tutto è chiaro“ Dev’essere piccolo l’impiegato che l’Ater ha mandato due volte al sesto ponte per attaccare prima un avviso di sgombero un po’ generico e poi, due giorni dopo, un foglio più esplicito dove si … Leggi tutto "TROPPO DA DIFENDERE"
February 6, 2026
L38Squat
Fantascienza, surreale e tutto il resto – 8
Una nuova serie di Mauro Antonio Miglieruolo (*). Ottava puntata con 15 immagini. Stavolta sul “treno” sale anche un certo db.   Per l’ottava volta buongiorno – o anche ottimo giorno – oppure buonpomeriggio, buona notte, buonasera (a seconda di dove siete) Con il supporto del ferroviere dibbì – che oggi mi affianca – associo la parola treno all’idea del
February 13, 2026
La Bottega del Barbieri
La spesa militare porta alla crescita economica? Un’analisi critica
> Sentiamo spesso dire in ragione della guerra in Ucraina che il riarmo è un > imperativo della politica sulla sicurezza. Ancora più forte è il consenso su > un altro argomento: se lo Stato aumenta la domanda di armamenti, questo da una > spinta alla crescita economica. La giustificazione a tale argomento é da trovare nella strategia economica del keynesismo militare, secondo cui gli investimenti statali in armamenti, finanziati dal debito, dovrebbero stimolare l’economia e combattere la disoccupazione. Preso atto dell’attuale recessione, secondo questo argomento gli armamenti potrebbero anche rappresentare un’opportunità economica e tecnologica (1). Questa spesso è l’opinione anche di coloro che sono critici nei confronti del riarmo: se gli investimenti statali in armamenti portano effettivamente alla crescita economica, ciò crea anche margine di manovra per future spese sociali e nell’istruzione. A maggior ragione, i sindacati dovrebbero verificarne criticamente la plausibilità. MOLTIPLICATORE FISCALE Nel dibattito sugli effetti economici della spesa pubblica militare, il moltiplicatore fiscale è il parametro fondamentale. Esso indica di quanto aumenta o diminuisce il prodotto interno lordo (PIL) quando lo Stato modifica la propria spesa. Gli economisti Tom Krebs e Patrick Kacmarczyk hanno attualmente calcolato un valore massimo di 0,5, forse addirittura vicino allo zero, per la spesa militare (2). In concreto: ogni euro investito genera al massimo 50 centesimi di produzione economica aggiuntiva, forse anche nulla. La causa: gli armamenti sono beni industriali non riproducibili. Un semplice confronto rende chiaro questo calcolo. La produzione di un carro armato richiede risorse e manodopera specializzata simili a quelle necessarie per la produzione di una locomotiva (3). Il carro armato rimane poi, si spera, nel suo deposito, mentre il locomotore trasporta merci e persone, contribuendo così a una nuova produttività e a nuove entrate fiscali. Per fare un confronto: gli investimenti nelle infrastrutture civili pubbliche raggiungono un moltiplicatore fiscale quattro volte superiore, ovvero 2. Per quanto riguarda la spesa per l’istruzione e l’assistenza, i due ricercatori hanno calcolato addirittura un moltiplicatore pari a 3, ovvero sei volte superiore. RISCHIO DI INFLAZIONE O MOTORE PER L’OCCUPAZIONE? Ma non sono solo i valori bassi del moltiplicatore fiscale a mettere in dubbio la promessa del keynesismo militare. Ingenti investimenti previsti nell’armamento fanno aumentare la domanda di materie prime e di manodopera qualificata, con conseguente aumento dei prezzi. Se la scarsità dell’offerta fa aumentare i prezzi dei materiali, ciò può portare all’inflazione. Così ha sottolineato anche la presidente della BCE (Banca Centrale Europea N.d.T.) Christine Lagarde rispondendo a una domanda del deputato europeo Fabio De Masi (4). E allo stesso tempo il settore civile rimane indietro, poiché non è in grado di competere per i materiali e la manodopera qualificata, rimanendo a mani vuote. Gli investimenti unilaterali nella difesa portano a una concorrenza spietata a scapito degli investimenti necessari nella protezione del clima, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria di qualità e in alloggi a prezzi accessibili. La perdita di posti di lavoro comporta sempre anche un indebolimento dei sindacati. L’argomento dell’occupazione diventa quindi facilmente una leva per ricattare. Ma il settore degli armamenti potrebbe diventare un motore per l’occupazione? Un confronto quantitativo indica una direzione diversa: gli investimenti statali in settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza o le infrastrutture rispettose del clima generano un effetto sull’occupazione da due a tre volte superiore (5). AUMENTANO LE EMISSIONI DI CO2, IL KEYNESISMO VERDE È TROPPO DEBOLE La revisione del freno all’indebitamento punta unilateralmente sull’aumento delle spese per gli armamenti. In questo modo viene sovvenzionato in modo permanente un settore noto per le sue enormi emissioni di CO2. Dei 500 miliardi del fondo di investimento per i prossimi 12 anni, 100 miliardi dovrebbero essere destinati alla tecnologia verde. Tuttavia, gli 8,33 miliardi all’anno sono una cifra troppo esigua per realizzare la transizione verso un’economia sostenibile e rispettosa del clima. La decisione di aumentare massicciamente le spese militari mette in secondo piano gli investimenti in un ambiziosa protezione del clima (6). Senza sufficienti sovvenzioni statali, le misure per la protezione del clima si riducono alla tariffazione e alla regolamentazione delle emissioni di CO2. L’onere dell’abbandono dei combustibili fossili ricade quindi unilateralmente sulle aziende e sui privati. Ciò farà perdere ancora più consenso alla transizione climatica e rafforzerà le resistenze. AUMENTARE LE QUANTITÀ Una fetta considerevole degli appalti pubblici finisce nelle mani di aziende americane. Questo riduce l’impatto positivo sul territorio nazionale. Secondo il Libro bianco dell’UE, entro il 2030, miliardi di investimenti dovrebbero fluire per far crescere la quota di mercato degli armamenti europei dal 20% al 50%. Tuttavia, a causa delle quantità limitate, la produzione europea spesso non riesce a tenere il passo con i concorrenti americani. Per diventare redditizi, i volumi devono aumentare. Le quantità di approvvigionamento europee da sole non sono sufficienti. Si creano eccessi di capacità e la pressione dell’efficienza economica spinge il settore a cercare mercati di sbocco anche all’estero. Con l’aumento delle esportazioni di armi, tuttavia, crescono i rischi di un’escalation più rapida dei conflitti, di un prolungamento delle guerre e della distruzione dei mezzi di sussistenza. CORRUZIONE E PROFITTI ECCESSIVI Poiché la concorrenza tra i produttori di armi è scarsa e le procedure di appalto sono spesso poco trasparenti, l’aumento della spesa porta già oggi a corruzione e profitti eccessivi. T. Krebs e P. Kaczmarczyck spiegano che la spesa pubblica aggiuntiva per gli armamenti non aumenta la produzione, poiché le capacità sono già sfruttate al massimo. Al contrario, essa finisce “principalmente nelle tasche dei proprietari delle aziende produttrici di armi sotto forma di dividendi più elevati”. (7) Mancano strutture di controllo permanenti per impedire reti poco trasparenti tra l’industria degli armamenti e la politica. Non solo rischiamo di perdere margini di manovra economici nel settore civile, ma ci esponiamo anche a un’influenza incontrollata delle lobby. Gli stretti legami tra industria degli armamenti, politica, media mainstream ed esercito rischiano di consolidarsi in un complesso militare-industriale-pubblicistico. QUANDO IL RIARMO AUMENTA, SONO SOPRATTUTTO I LAVORATORI A SOPPORTARNE IL PESO Anche se si ragiona in termini puramente economici, tralasciando le questioni etiche, la conclusione rimane la stessa: gli investimenti statali in senso keynesiano non garantiscono il nostro tenore di vita in modo duraturo. Ci si possono aspettare al massimo effetti a breve termine. L’attuale sospensione del freno all’indebitamento per le spese militari occulta il nesso tra riarmo e smantellamento dello Stato sociale. Infatti, il riarmo a credito non può continuare all’infinito. Già il rimborso degli interessi sul prestito per gli armamenti deve essere pagato dal bilancio ordinario, che continua a essere soggetto al dominio del debito. Il potenziamento dell’esercito tedesco fino a renderlo il più forte d’Europa, come annunciato dal cancelliere Merz, ci rende più poveri! (8) “Cannoni” e “burro” non sono conciliabili. Sono destinati ad aumentare i ripetuti attacchi al reddito di cittadinanza, alla giornata lavorativa di otto ore, alla retribuzione in caso di malattia, alle infrastrutture sociali come l’assistenza ai giovani e l’integrazione, ai corsi di integrazione o ai vari centri di consulenza. Anche nel campo dell’istruzione e della cultura non si esita a procedere a tagli. La salvaguardia delle conquiste sindacali sarà possibile solo in condizioni di pace. L’impegno sindacale non può quindi limitarsi alle condizioni salariali e di lavoro, ma deve comprendere anche le domande relative alla guerra e alla pace. Quando il riarmo aumenta, sono soprattutto i lavoratori a sopportarne il peso. Autore ospite:  Gabriele Heller, Gruppo di lavoro Educazione alla pace e politica di pace della GEW – Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (sindacato dell’istruzione e della scienza) di Berlino Note: 1. Katherina Reiche, Ministra dell’economia in: n-tv.de/wirtschaft/Reiche-wuerde-Ruestungsfirmen-aus-Transformationsfonds-foerdern ︎ 2. Patrick Kaczmarczyk, Tom Krebs: Höhere Militärausgaben werden die deutsche Wirtschaft kaum beleben, in Surplus, 19. Juli 2025 ︎ 3. Wolfgang Edelmüller: Europas Rüstung und ihre wirtschaftlichen Folgen, in Makroskop, 21. Mai 2025 ︎ 4. Ralph Schmeller: EZB zerlegt EU-Narrativ: Aufrüstung bringt kaum Wachstum, in Berliner Zeitung, 16. Dezember 2025 ︎ 5. Heike Dierbach: Ausgaben für Rüstung statt Soziales bringen wenig wirtschaftlichen Nutzen, Greenpeace-Studie, 8. Dezember 2023 ︎ 6. Isabella Weber und Tom Krebs: Der Militärkeynesianismus schadet der Klimawende, in Surplus, 13. März 2025 ︎ 7. vedere 2 ︎ 8. Ralf Krämer in: Gewerkschaften in der Zeitenwende, Ulrike Eifler (Hg.), vsa-Verlag, 2025 ︎ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
February 13, 2026
Pressenza
Un’altra scuola è possibile
Tre generazioni in sintonia oggi pomeriggio al presidio di Palermo per la libertà d’insegnamento, che ha chiuso la settimana di controinformazione nelle scuole voluta dai Cobas e dall’Osservatorio contro la militarizzazione: studenti (USB, Antudo, Cambiare Rotta, Collettivo Scirocco), giovani docenti e docenti anziani (Assemblea No Guerra, No Muos, Laboratorio Ballarò e naturalmente Cobas Scuola). In sintonia anche gli interventi: decisi contro il riarmo, il securitarismo, la criminalizzazione del pensiero critico; espliciti nella denuncia della fuga dalla democrazia del cosiddetto Occidente. Una vecchia insegnante ha ricordato come nei suoi 40 anni di servizio pubblico avesse realizzato seminari interculturali, invitando in classe anche ragazzi rom e africani, gemellaggi con classi parallele del carcere Ucciardone, cineforum gestiti dalle ragazze sui movimenti di liberazione delle donne e come avesse progettato l’insegnamento del Novecento (tutto, questione mediorientale inclusa) e la lettura analitica della Costituzione (oggi vilipesa e smantellata), quando ancora questi percorsi non erano previsti nei programmi ministeriali. Oggi la pedagogia attiva e partecipata dal basso è ancora possibile? Forse sì, ma con un bel po’ di coraggio. A rafforzare proprio questo coraggio invitano i giovani attivisti, che insistono sulla necessità di valorizzare gli organismi collegiali nelle scuole contro il dirigismo governativo, e il loro entusiasmo, il loro spirito di resistenza, sono una sferzata di energia per tutti. Contro il militarismo si intona la canzone del disertore, rimodulata sull’aria di un canto alpino della Grande Guerra. Si improvvisa anche una lezione di storia contemporanea, visto che siamo in via Generale Magliocco, un aviere che bombardò la Libia con l’iprite e morì poi nel ’36 durante l’occupazione dell’Etiopia – e raccontiamo che l’Italia, con la Gran Bretagna, fu il primo Paese al mondo ad usare armi chimiche (già nel 1911) nel suo “imperialismo da straccioni”, come lo definì Lenin. Ma soprattutto si mette in luce il nesso fra riarmo, militarizzazione del territorio, inquinamento, anzi avvelenamento e dissesto idrogeologico. E il pensiero va subito a Niscemi, alla sua sughereta e alla devastazione della frana. C’è un giovane laureato che interviene sulla vicenda, affranto ma non rassegnato. Si parla, oltre che del Muos, anche degli F35 a Birgi e di come la Sicilia, ma non solo l’isola, l’Italia tutta sia terra a sovranità limitata, con buona pace dei sedicenti sovranisti nostrani… E la gente che passa si ferma e ascolta. Ci chiede ancora volantini quando non ce ne sono più… Qualche stella in cielo mentre arrotoliamo striscioni e cartelli, un tempo clemente in un inverno buio…   Daniela Musumeci
February 13, 2026
Pressenza
MESOPOTAMIA: “LA PACE POSSIBILE. LA PROPOSTA DI ÖCALAN”, GLI AUDIO DELL’INCONTRO DELL’11 FEBBRAIO 2026 A MILANO
Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento del leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Öcalan. Da allora, Öcalan si trova in isolamento sull’isola-carcere di Imrali, nel Mar di Marmara, in Turchia. Abdullah Öcalan, che quasi un anno fa, il 27 febbraio 2025, ha lanciato un appello “per la pace e una società democratica” inaugurando un nuovo dialogo con lo stato turco, è l’ideatore del modello di autogoverno del confederalismo democratico, che da quasi 14 anni trova applicazione in Rojava, il Kurdistan siriano, e nell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, nata dalla rivoluzione del luglio 2012. La rivoluzione confederale e l’autogoverno del Rojava affrontano in queste settimana l’ennesima minaccia esistenziale, per via dell’attacco su larga scala lanciato all’inizio di gennaio dal cosiddetto governo di transizione siriano. Dopo settimane di guerra e resistenza, le Forze siriane democratiche, che difendono i territori del nord-est siriano, hanno ottenuto un accordo di cessate il fuoco. Di tutto questo si è parlato mercoledì 11 febbraio, nell’auditorium di Radio Popolare a Milano, in un incontro dal titolo “La pace possibile. La proposta di Ocalan” che ha visto la partecipazione – tra gli altri – dei giornalisti Murat Cinar e Benedetta Argentieri, di Adem Uzun, del Congresso nazionale del Kurdistan (Knk), e Salih Muslim, ex co-presidente del Pyd (Partito dell’Unione Democratica), organizzazione politica che guida la rivoluzione in Rojava. In questa puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente, trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto, vi proponiamo le registrazioni di alcuni interventi dell’incontro. Ascolta o scarica la trasmissione.
February 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Tratta TAV Avigliana Orbassano: intervista ad Andrea Archinà, sindaco di Avigliana
L’inizio del 2026 porta con sé due rilevanti notizie sul progetto TAV Torino Lione. La prima viene dalla Corte dei Conti Europea che esprime, seppure velatamente, la sua forte preoccupazione per i ritardi nella costruzione della nuova linea ferroviaria AV (+ 18 anni) e per l’aumento vertiginoso dei costi (+127% rispetto alle stime iniziali). La seconda notizia, che tocca più da vicino la Valle di Susa e la cintura ovest di Torino, richiama enti locali e istituzioni a presentare le proprie osservazioni sul progetto definitivo della tratta nazionale Avigliana – Orbassano in Conferenza dei servizi, unico luogo istituzionale ove le amministrazioni locali possono ancora far sentire la loro voce. Il tam tam mediatico e le condivisioni social di quest’ultima notizia ne mostrano subito la rilevanza e non nascondono nuove perplessità e una montante preoccupazione dei territori, delle amministrazioni e delle comunità. È in questo clima che rivolgo alcune domande ad Andrea Archinà, sindaco di Avigliana, vicepresidente dell’Unione Montana Valle Susa e da sempre, insieme alla sua Giunta, contrario alla realizzazione della nuova linea AV Torino – Lione. Andrea Archinà | Foto Ufficio Stampa della Città di Avigliana Immediato è il riferimento di Archinà ai tempi nella annosa vicenda TAV. Era il 2011 quando alla Giunta dell’allora Sindaca Carla Mattioli veniva chiesto di partecipare all’iter di approvazione, attraverso proprie osservazioni, del progetto preliminare della tratta Avigliana – Orbassano. Dopo 15 lunghi e complessi anni la giunta di Avigliana è nuovamente chiamata, in tempi strettissimi, a presentare le proprie osservazioni sull’attuale progetto definitivo, osservazioni peraltro non vincolanti per RFI. Un primo elemento è pertanto significativo. Mentre all’opinione pubblica viene raccontato che l’opera va avanti, che lo scavo del tunnel di base fra Susa e Saint Jean de Maurienne sta procedendo a grandi passi, “…noi stiamo  capendo solo ora in modo più definito come questo treno arriverà a congiungersi con la tratta internazionale e come avrà accesso al tunnel di base”. Questa dilatazione dei tempi si instaura nell’iter di realizzazione di un’opera immaginata 30 anni fa e che oggi, nel 2026, non ha ancora un’idea esatta di come si articolerà nella sua parte finale di interconnessione. I presupposti temporali della linea AV Torino Lione, come opera strategica che doveva battere sul tempo l’imminente declino economico dell’area, sono venuti meno. Archinà rileva che “forse nemmeno fra trent’anni vedremo l’opera realizzata, anche in relazione al drammatico contesto internazionale in costante drammatica evoluzione”. Le parole di Archinà si concentrano poi sulla compressione degli spazi di interlocuzione e sulla limitata possibilità delle amministrazioni di incidere realmente sui temi progettuali. Il dialogo con RFI in Conferenza dei servizi e con l’Osservatorio è spesso  stato possibile esclusivamente dietro sollecitazione delle amministrazioni e dell’Unione Montana, che hanno sempre avuto il polso di quel che effettivamente sta accadendo sul territorio. Archinà sottolinea che l’opposizione all’opera, al netto delle diverse posizioni dei sindaci e al di là delle oggettive difficoltà di giustificarne la costruzione in termini trasportistici, di sostenibilità economico-ambientale e sociale è sempre stata portata avanti da un nutrito fronte comune di amministratori locali. Mantenere unito questo fronte comune è stato possibile e forse naturale poiché si sono sempre condivise le preoccupazioni sulla futura vivibilità della valle di Susa, sull’impatto dei cantieri, sull’insalubrità dell’ambiente, sulle ricadute socio-sanitarie. Questo stesso fronte comune ha però sempre assistito, come afferma Archinà “…ad un’interlocuzione sempre molto scarna, poco rispondente alle richieste di entrare nel merito tecnico dell’opera. Basti pensare che dal suo insediamento a capo dell’organo monocratico dell’Osservatorio TAV Torino Lione (aprile 2023), le amministrazioni locali hanno avuto la possibilità di incontrare due sole volte Il Commissario di Governo Calogero Mauceri aldilà delle riunioni dell’Osservatorio dove è ormai noto che non si decida proprio nulla e tantomeno si analizzano i progetti”. Le preoccupazioni del sindaco Archinà si concentrano poi sulla reale possibilità che la città da lui amministrata venga “tagliata in due e snaturata da un punto di vista urbanistico” da quanto è previsto nel progetto definitivo. Le aree abitative poste a nord e a sud della linea ferroviaria saranno infatti realmente separate le une dalle altre da immensi cantieri con la conseguenza di profonde modifiche alla viabilità cittadina. Nonostante le sollecitazioni, da oltre un anno mezzo molti comuni della Valle stanno aspettando la trasmissione dei progetti previsti per le barriere anti-rumore che RFI dovrebbe realizzare tra Bussoleno e Avigliana a tutela delle aree residenziali. L’atteggiamento di TELT e di RFI è, nelle considerazioni di Archinà, “un grave schiaffo istituzionale”. “Se prima si promette ai sindaci la disponibilità di spazi per discutere gli aspetti tecnici dell’opera, le buone intenzioni vengono tradite quando si fa pervenire il progetto definitivo al protocollo del Comune di Avigliana il 22 dicembre, con la concomitante richiesta di presentare le osservazioni entro 60 giorni, festività natalizie comprese”. Sebbene sia chiaro che non può esservi reciproco affetto fra i proponenti l’opera e i Sindaci contrari alla sua realizzazione, Archinà osserva che un certo atteggiamento di “snobismo” è riservato anche a quei Sindaci che hanno mostrato una sostanziale accettazione dell’opera. Sono infatti comuni come Susa e Chiomonte che attendono ancora le promesse compensazioni eche oggi, stanno subendo enormi impatti determinati dalle continue varianti di progetto. Basti pensare a Susa che sta vedendo “… atterrare sul suo territorio il materiale destinato alla fabbrica dei conci di Salbertrand, non ancora disponibile”. Anche in questo caso le istituzioni locali hanno più volte segnalato che tale area non sarebbe stata pronta entro i termini stabiliti. Nessuno è più sordo di chi non vuol sentire! Lo stesso rischio Archinà lo intravede nel dialogo impostato negli anni dalle amministrazioni di Rivoli e Rivalta. Se è vero che il progetto definitivo avrà un pesantissimo impatto sui territori, con il risultato finale di “… una totale e irreversibile snaturalizzazione dell’unico polmone agricolo ancora presente nella cintura ovest di Torino”, è altrettanto vero che le osservazioni presentate al progetto preliminare dal Comune di Avigliana nel 2012 sono state considerate in minima parte ed anzi per alcuni aspetti si è assistito ad un peggioramento di alcuni aspetti progettuali oggi contenuti nel definitivo. Il raccordo tra l’uscita dalla galleria naturale e l’innesto della bretella di interconnessione sulla linea storica, nel preliminare previsto solo quale interconnessione da utilizzarsi in casi di emergenza, impatterà sul territorio di Avigliana determinando l’occupazione di enormi aree di sedime comunale, l’abbattimento di alcuni edifici e l’occupazione di aree che oggi sono indispensabili per le strategie urbanistiche del comune e dell’Amministrazione e che diventeranno cogenti sin dall’approvazione del progetto definitivo anche se l’opera non troverà i finanziamenti per anni. Sempre attraverso le parole di Archinà, “…assistiamo al perseverare della folle idea di voler giustificare un’opera che, da anni, non è più oggettivamente giustificabile. Se la variante era stata pensata per dirottare il transito merci verso Orbassano e consentire un più agevole e frequente transito dei treni passeggeri sulla linea Torino –Avigliana secondo le previsioni di un potenziamento del SFM3, è oggi chiaro che tale aumento della frequenza dei treni passeggeri diventa funzionale a giustificare la realizzazione della paventata e mai verificatasi saturazione della linea storica”. Quel che non accade, si può decidere di farlo accadere! Il tema che sta a cuore al sindaco Archinà è relativo alle scelte e alle priorità che un amministratore deve porre alla base delle sue decisioni strategico – urbanistiche. Decido oggi di sacrificare il territorio per imporre una grande opera che tutelerà il transito di ipotetiche e non provate quantità di merci che viaggeranno fra quarant’anni o mi assumo oggi la responsabilità di tutelare tutti quei cittadini che viaggiano sull’attuale tratta e che sperimentano ogni giorno cancellazioni di treni, ritardi e disservizi? L’auspicio accorato e responsabile di Archinà è che si possa trovare un’interlocuzione diversa, nella quale ogni posizione assuma il medesimo valore e che non riaffermi un quadro di subalternità degli enti locali rispetto ai proponenti l’opera. “…Sarebbe ora di interrompere questo iter scellerato, rimettersi intorno a un tavolo e chiedersi di che cosa abbiamo realmente bisogno, cosa serve ai territori e come intercettare queste esigenze. È ora di coinvolgere seriamente i sindaci e non trattarli come quelli che rompono le scatole”. Oggi le amministrazioni comunali hanno il dovere di far capire ai cittadini che se l’opera andrà avanti nei termini paventati “…verranno buttati all’aria decenni di programmazioni urbanistiche, di politiche indirizzate a favorire l’insediamento industriale, alla tutela ambientale, alla gestione del SIC (Sito di Importanza Comunitaria) dei laghi di Avigliana, ai progetti di sviluppo locale”. Di fronte a questo enorme spreco, a questa follia, tutto ciò che la politica locale e regionale è stata capace di mettere in campo è la reazione grossolana, scomposta, a tratti livorosa alla decisione del Sindaco di Rivoli (Alessandro Errigo) di formare una commissione tecnica di esperti notav per valutare l’impatto della linea ferroviaria Torino-Lione sul territorio della città. Le verità oggettive che smontano, pezzo per pezzo il castello di carte costruito dai promotori e dai gruppi di interesse intorno alla nuova linea ferroviaria AV, rappresentano da sempre una minaccia. Archinà ricorda, con la speranza che ciò non riaccada a danno di Errigo, della ferita subita nel 2012 quanto era stato espulso dal Partito Democratico formalmente per essersi candidato in una lista contraria a quella ufficialmente sostenuta dal PD regionale, nella sostanza perché già allora dichiaratamente contrario all’opera. “E’ ora di tornare alla responsabilità politica delle decisioni. È ora che i partiti tornino a provare sulla loro pelle, proprio come accade a noi sindaci, il peso e le conseguenze di decisioni prese dopo studi, analisi, valutazioni e non per partito preso o per dogma. I veri interessi e le esigenze dei cittadini e delle generazioni future potranno essere soddisfatti e tutelati solo quando gli amministratori e i decisori politici si riapproprieranno di quell’onestà intellettuale, di quel coraggio, che consentirà loro di abbandonare gli slogan e di riconoscere che le cose sono cambiate”. Ciò che un tempo appariva “strategico” e indispensabile, oggi risulta totalmente inutile. Il segreto è comprendere questo passaggio e saper reindirizzare le risorse economiche a soddisfazione di nuove ed emergenti necessità. Il progetto TAV è diventato secondo Archinà “lo svilimento e la negazione di qualsiasi politica efficiente che va nell’interesse dei cittadini, una perpetua sottrazione di risorse che sarebbero indispensabili per portare avanti priorità e assi di sviluppo ben più importanti. Senza risorse e impegnati a fronteggiare la minaccia del TAV noi amministratori di valle siamo tuttavia impegnati a guardare a strategie di sviluppo diverse. Io sono fortemente convinto che le persone debbano reincontrarsi, noi abbiamo perso l’abitudine di fare le cose insieme, di creare nuove idee, di aprirci al cambiamento”. Tutto ciò sarà possibile solo in uno spazio urbano bello, salubre, capace di accogliere tutte le generazioni. Con i “piccoli e grandi atti folli del TAV” questo non potrà essere realizzato. Centro Sereno Regis
February 13, 2026
Pressenza
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Dieci anni senza David Bowie e …
… altre vite con David Bowie. Un saggio di Ignazio Sanna.   INTRODUZIONE Premessa: scopo di questo articolo, oltre al ricordo di un personaggio veramente straordinario come David Bowie, è dare la possibilità a chi lo volesse di compiere un viaggio, eventualmente anche a tappe, tra le sue musiche migliori e le altre sue attività, attraverso i numerosi link. David
February 13, 2026
La Bottega del Barbieri
A Minneapolis la nonviolenza ce l’ha fatta
Talvolta non ci accorgiamo dei successi delle strategie nonviolente. Ovvero non viene messo in evidenza quanto si è riuscito a ottenere grazie a movimenti popolari diffusi e organizzati che si sono opposti nonviolentemente agli abusi di potere e alla violenza. In questi giorni, Tom Homan, responsabile delle politiche di frontiera di Trump, ha comunicato ufficialmente che l’operazione che prevedeva la presenza dell’Ice in Minnesota è praticamente conclusa e che i poliziotti stanno smobilitando. Naturalmente l’amministrazione Trump parla di un successo per cui oggi il Minnesota “è meno uno Stato santuario per i criminali”, dicono. La verità è che la pressione popolare si era rafforzata e diffusa e ha costretto a battere in ritirata. Ora, però, non bisogna mollare anche perché, oltre a Renée Good e Alex Pretti, le due persone assassinate nel corso delle proteste, le operazioni hanno provocato gravi danni e traumi nella comunità di Minneapolis. Non bisogna mollare e fare in modo che quello che è successo lì non si ripeta altrove. Pensate che nel Congresso di quel Paese democratico, l’opposizione non riesce nemmeno a condizionare il sì al rifinanziamento delle missioni dell’Ice a criteri basilari come l’obbligo di mandati delle procure per effettuare i raid, l’identificabilità e la riconoscibilità degli agenti che devono essere a volto scoperto. Ma intanto a Minneapolis la nonviolenza ha segnato un punto a suo favore. Mosaico di pace
February 13, 2026
Pressenza
TRASPORTO AEREO: I SINDACATI CONFERMANO GLI SCIOPERI DEL 16 FEBBRAIO E DEL 17 MARZO
I sindacati di base e confederali tirano dritto e confermano gli scioperi del settore aereo in calendario il 16 febbraio e il 7 marzo nonostante il Garante, e Salvini, vogliano… posticiparli per non dare fastidio alle Olimpiadi. Il ministro ha annunciato la precettazione. Per lui i lavoratori che rivendicano i propri diritti (come un contratto scaduto da 20 mesi, turni massacranti e licenziamenti quando conviene) sono “irresponsabili e anti-italiani”. Francesco Staccioli, rappresentante nazionale del trasporto aereo di Usb.Ascolta o scarica
February 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Milano, 14 febbraio: tenda contro la guerra e l’economia di guerra
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, insieme ad altre associazioni e organizzazioni, partecipa alla Tenda Contro la Guerra e l’economia di guerra di sabato 14 febbraio a Milano dalle 10:00 alle 13:00 in Piazza Vigili del fuoco (Lambrate). Durante l’incontro in piazza, che cade nella settimana di mobilitazione per le libertà d’insegnamento, sarà presentato anche il Vademecum contro la militarizzazione e gli Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. LAVORO, SANITÀ, SCUOLA E SERVIZI SOLDI PER I QUARTIERI, NON PER LA GUERRA In che modo la guerra sta condizionando la nostra vita, il lavoro, la vita del quartiere, la nostra salute? Vieni alla Tenda: spazio al dialogo con microfono aperto, banchetto con materiale informativo, spazio per i bambini per disegni e lettere da inviare in Palestina. Confrontiamoci, organizziamoci, facciamo rete, mobilitiamoci! Mettiti in contatto con noi: tendacontrolaguerra.zona3@gmail.com MILANO PER LA PALESTINA, CASORETTO PER LA PALESTINA, SANITARI PER GAZA, LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA_LOC, GIOVANI PALESTINESI D’ITALIA_GPI, PANETTERIA OCCUPATA, P.CARC, PATRIA SOCIALISTA, OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
February 13, 2026
Pressenza
Tratta TAV Avigliana Orbassano: “E’ ora di tornare alla responsabilità politica delle decisioni”. Intervista ad Andrea Archinà, sindaco di Avigliana
Da Serenoregis.org di RobertoMairone.  L’inizio del 2026 porta con sé due rilevanti notizie sul progetto TAV Torino Lione. La prima viene dalla Corte dei Conti Europea che esprime, seppure velatamente, […] The post Tratta TAV Avigliana Orbassano: “E’ ora di tornare alla responsabilità politica delle decisioni”. Intervista ad Andrea Archinà, sindaco di Avigliana first appeared on notav.info.
February 13, 2026
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