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[2026-02-28] MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO @ Roma Piazza della Repubblica
MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO Piazza della Repubblica - P.za della Repubblica, 00185 Roma RM, Italia (sabato, 28 febbraio 13:00) MOBILITAZIONE PERMANENTE CONTRO IL DDL BONGIORNO SOLO Sì E' Sì. SENZA CONSENSO E' STUPRO. La proposta di modifica presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno all'articolo 609-bis del codice penale (reato di violenza sessuale) introduce un cambiamento significativo rispetto al testo precedentemente approvato dalla camera. DAL CONSENSO AL DISSENSO La modifica elimina l'espressione "assenza di consenso libero e attuale" e la sostituisce con il riferimento alla "volontà contraria". La legge in discussione prevede che la volontà contraria all'atto sessuale debba essere dimostrata e valutata in relazione al contesto e alla situazione. Si sposta così il focus: non più l'assenza di consenso, ma la prova del dissenso. Si indagherà quindi sulla condotta, sulla moralità, sulle abitudini e sulla storia personale di chi ha subito violenza. Il processo si sposta sul comportamento della vittima. Si chiederà perché non ha reagito, perché non ha urlato, perché non è scappata. Si giudicheranno il suo corpo, le sue parole, il suo silenzio. Contro questa proposta è mobilitazione permanente. Perché il silenzio non è consenso. La paura non è consenso. L'immobilità non è consenso. Solo sì è sì. NON SUI NOSTRI CORPI. Contro il DDL Bongiorno
February 19, 2026
Gancio de Roma
‘Polvere di guerra – dalle macerie alla costruzione di pace’ in allestimento a Casale Monferrato
Martedì 24 febbraio all’incontro svolto nella Sala Gialla di Palazzo San Giorgio, il Municipio di Casale Monferrato, è stata presentata l’esposizione, che verrà allestita al Salone Tartara di Casale Monferrato dal 14 al 29 marzo prossimi, della mostra esperienziale progettata e realizzata da Caritas Diocesana Piacenza-Bobbio insieme alle sedi piacentine di Amnesty International Italia ed Emergency. L’iniziativa è promossa e coordinata dal gruppo praticante la settimanale MEZZ’ORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE, una delle aggregazioni recensite nella ‘mappa’ online sul portale di Pressenza dal giugno scorso. Insieme ad alcuni referenti del gruppo, a don Marco Calvo, direttore della CARITAS DIOCESANA DI CASALE MONFERRATO e a Stefania Limonta, referente del gruppo volontari EMERGENCY di Alessandria, alla sua presentazione sono intervenuti Cecilia Strozzi, Capo di Gabinetto del Sindaco, Fiorenzo Pivetta, Assessore a Istruzione, Formazione e Lavoro, ed Emanuele Capra, Sindaco della CITTÀ DI CASALE MONFERRATO. Progettata dalla CARITAS DIOCESIANA PIACENZA-BOBBIO insieme alle sedi AMNESTY INTERNATIONAL ed EMERGENCY di Piacenza e realizzata in cooperazione con docenti e studenti del corso di grafica dell’ENDOFAP Don Orione e del Liceo Artistico Cassinari di Piacenza, la mostra esperienziale POLVERE DI GUERRA – DALLE MACERIE ALLA COSTRUZIONE DI PACE è composta da una serie di ambientazioni che simulano alcune situazioni realmente vissute da chi abita in città ridotte in macerie da combattimenti armati e bombardamenti. Un’esperienza dinamica molto suggestiva, l’esplorazione della rassegna è come un viaggio: nelle tappe del percorso espositivo si percepiscono sensazioni ed emozioni analoghe a quelle patite da chi subisce i micidiali effetti della guerra e, cercando vie di fuga dai pericoli che si affrontano nell’itinerario, ci si cimenta a mettersi in gioco, fare scelte e trovare le strade per costruire la pace. L’autore delle opere artistiche esposte negli allestimenti, Luigi Ferrari, spiega: «Abito a Piacenza, dove mi sono diplomato all’Istituto d’Arte Gazzola e ho partecipato ad alcune collettive, tra cui una rassegna dedicata agli incisori piacentini. Volendo illustrare le campagne di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani con espressioni artistiche, nel 2019 ho creato la collezione IL VIAGGIO DEI MIGRANTI esposta a Piacenza prima alla galleria Biffi Arte e poi, con Caritas, Emergency e scuola di grafica don Orione, al salone Il Samaritano, dove l’allestimento sollecitava il visitatore a immedesimarsi nelle vittime dei drammi raffigurati nelle opere composte con materiali poveri quali linoleum, plexiglass e lastrine di ferro e documentati da fotografie, filmati e racconti. Nel 2023 ho realizzato le incisioni che illustrano gli orrori della guerra e, insieme ad altri materiali, compongono la mostra esperienziale POLVERE DI GUERRA». Nelle installazioni di POLVERE DI GUERRA – DALLE MACERIE ALLA COSTRUZIONE DI PACE le 15 incisioni di Luigi Ferrari vengono ‘animate’ con effetti visivi e sonori e negli allestimenti, suddivisi in tre aree tematiche collegate da due tunnel, sono esposte anche fotografie e infografiche, inoltre sono proiettati degli audiovisivi, 4 brevi docufilm e il videoclip de La crociata dei bambini, la canzone scritta e interpretata da Vinicio Capossela e illustrata con disegni in gesso bianco su carta nera di Stefano Ricci, e collocati molteplici oggetti con cui i visitatori vengono coinvolti a svolgere attività ludo-didattiche. La mostra esperienziale POLVERE DI GUERRA – DALLE MACERIE ALLA COSTRUZIONE DI PACE è stata presentata a Piacenza nel 2023 e in seguito esposta in altre città. Nel 2024 ad Acqui Terme è stata proposta a cura della Cooperativa sociale CRESCEREINSIEME, cui è affidata la gestione del progetto SAI (Sistema di accoglienza e integrazione) della Provincia di Alessandria e che nel 2026 collabora alla sua esposizione a Casale Monferrato, allestita nel Salone Tartara (piazza Castello), che verrà inaugurata sabato 14 marzo e dal 15 al 29 marzo 2026 aperta al pubblico a ingresso libero. La sua visita, adatta per adulti, giovani e ragazzi dai 12 anni in su, ha durata di circa 1h 30’ e viene svolta a gruppi, ciascuno formato da non più di 30 persone. Le giornate da lunedì a venerdì saranno dedicate alle visite didattiche e su prenotazione e quelle di sabato e domenica alle visite guidate, scaglionate in tre turni: uno al mattino, con inizio alle 10:30, e due al pomeriggio, con inizio alle 14:30 e alle 17:00. La prenotazione non è obbligatoria, però suggerita: chi non ne abbia fatto richiesta se possibile verrà aggregato al gruppo anticipatamente formato (informazioni e prenotazioni si possono chiedere ai recapiti mezzoraperlapace@gmail.com e 346 5507721). L’iniziativa coinvolge numerosi volontari, che accompagneranno i visitatori nel percorso espositivo e, a tal fine, si sono impegnati nella propria formazione come guide dell’itinerario e conduttori delle attività ludo-didattiche, e viene realizzata con il sostegno della Fondazione SOCIAL e con il patrocinio della CITTÀ DI CASALE MONFERRATO. Alla sua promozione collaborano la sede a Casale Monferrato di Società cooperativa EQUAZIONE Onlus, il CENTRO SERVIZI PER IL VOLONTARIATO ASTI ALESSANDRIA, il gruppo volontari EMERGENCY di Alessandria e la circoscrizione Piemonte -Valle d’Aosta di AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA. La sua realizzazione, attuata nell’ambito del progetto PACIF I CARE : COSTRUIRE PERCORSI DI SOLUZIONE DEI CONFLITTI svolto insieme all’Associazione E-FORUM, è coordinata dai praticanti la settimanale MEZZ’ORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE, un gruppo di persone che dal primo del 2024 ogni venerdì pomeriggio si raduna in una piazza di Casale Monferrato si raduna a testimoniare per la pace e la giustizia sociale esprimendosi con un eloquente silenzio. Le attività e iniziative del gruppo sono sostenute da numerose associazioni e aggregazioni locali: le associazioni E-FORUM, IL PANIERE e MAMME IN CERCHIO, il collettivo DONNE INSIEME, la comunità M.A.S.C.I., il gruppo di pratica meditativa dharma zen PICCOLE RADICI DI PACE, il network RETE DELLE ALTERNATIVE e la sezione A.N.P.I. di Casale Monferrato; le associazioni RETE RADIÉ RESCH Monferrato e SLOW FOOD MONFERRATO CASALESE E MONCALVO e il circolo VERDEBLU – LEGAMBIENTE del Monferrato Casalese. Nel 2025 il gruppo ha promosso la raccolta di firme per la petizione Comuni per la pace e contro il riarmo e pianificato PACIF I CARE : COSTRUIRE PERCORSI DI SOLUZIONE DEI CONFLITTI, il programma che a marzo 2026 propone l’esposizione della mostra esperienziale POLVERE DI GUERRA e da ottobre a dicembre 2025 svolto un ciclo di 6 conferenze realizzato in collaborazione con la rete SCUOLE INSIEME di Casale Monferrato e con contributi del CENTRO SERVIZI PER IL VOLONTARIATO ASTI ALESSANDRIA. Il percorso di attività formative e didattiche rivolte trasversalmente ad adulti e giovani fornisce strumenti con cui affrontare responsabilmente il dialogo sulla guerra, che è molto problematico perché impone agli educatori, ai docenti e ai genitori di affrontare tante questioni complicate e, soprattutto, drammatiche con cui i cuccioli d’uomo purtroppo si confrontano quotidianamente. Gli incontri con i relatori intervenuti su vari argomenti inerenti alle cause, conseguenze e implicazioni delle guerre e, focalizzando l’attenzione negli orizzonti delle prospettive della convivenza pacifica tra popoli e nazioni, alle azioni e agli interventi che favoriscono la cessazione dei conflitti militari, offrono l’opportunità di apprendere molteplici informazioni e conoscenze che soccorrono gli adulti a rispondere alle domande di bambini e ragazzi del mondo d’oggi, una generazione che sta crescendo in un mondo dilaniato da conflittualità che degenerano in scontri ferali e letali e devastato dagli effetti collaterali dei conflitti armati. Le registrazioni sono pubblicate nel canale YouTube LISITRATA NEL XII SECOLO. Redazione Piemonte Orientale
February 26, 2026
Pressenza
Amnesty International: “L’impunità globale alimenta le misure di annessione illegale di Israele in Cisgiordania”
Amnesty International ha dichiarato oggi che dal dicembre del 2025 le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del territorio. Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza. “Stiamo assistendo a uno stato, guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che ostenta apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International. “L’appoggio incondizionato del governo degli Stati Uniti a quello israeliano, insieme alla diffusa mancata richiesta a quest’ultimo di rendere conto del genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e di decenni di crimini di diritto internazionale legati all’occupazione illegale e al sistema di apartheid, ha ulteriormente incoraggiato Israele a inasprire le proprie azioni illegali, come la formalizzazione dell’espropriazione dei terreni, nella convinzione di non dover far fronte a conseguenze”, ha proseguito Guevara-Rosas. “La rapida espansione degli insediamenti illegali e l’aumento della violenza e dei reati commessi dai coloni con il sostegno dello stato israeliano in tutta la Cisgiordania occupata rappresentano un atto d’accusa nei confronti del fallimento della comunità internazionale nel prendere misure efficaci. Gli stati terzi non hanno rispettato i propri obblighi giuridici rifiutandosi di utilizzare strumenti a loro disposizione, come la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele, per dissuadere quest’ultimo dal portare avanti la propria agenda illegale”, ha aggiunto Eika Guevara-Rosas. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese, il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area. Sebbene fin dagli anni Novanta i governi israeliani avessero tentato di attuare il piano E1, questo era rimasto in larga parte sospeso per decenni a causa della pressione internazionale. La sua attuale accelerazione evidenzia la volontà dell’attuale governo di portare avanti l’espansione degli insediamenti in un contesto di insufficiente reazione internazionale. Dall’inizio dell’occupazione del territorio palestinese nel 1967, Israele ha sviluppato un apparato amministrativo e giuridico oppressivo volto a espropriare e controllare la popolazione palestinese. L’attuale governo ha ulteriormente accelerato questo processo, velocizzando l’espansione degli insediamenti e la confisca delle terre. L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Secondo quanto riferito da organi di stampa attendibili, almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo stato. Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo l’organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani B’Tselem, nel 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo stato. Una madre di tre figli di Ras Ein al-Ouja, nei pressi di Gerico, ha raccontato ad Amnesty International: “La paura degli attacchi ci obbligava a far dormire i nostri figli con le scarpe ai piedi, perché avremmo potuto dover fuggire in qualsiasi momento”. Nel gennaio 2026 lei e la sua famiglia sono state costrette ad andarsene nel freddo intenso insieme ad altre 122 famiglie; in totale oltre 600 palestinesi sono stati trasferiti con la forza da questa comunità. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio 2026, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, segna un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni. Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B. Il 15 febbraio 2026 il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia. Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese ha di fronte a sé ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso. “La registrazione delle terre è un ulteriore eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. Non devono esserci dubbi: l’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono più la necessità di nascondere le proprie intenzioni”, ha affermato Erika Guevara-Rosas. “Israele ha completamente disatteso i propri obblighi, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione civile palestinese e ha invece portato avanti in modo deliberato e sistematico la propria agenda di annessione, in palese violazione del diritto internazionale, che vieta in modo categorico l’annessione e la creazione di insediamenti nei territori occupati. “Queste misure sfidano apertamente i pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia del 2004 e del 2024: quest’ultimo ha stabilito in modo inequivocabile l’illegalità della presenza di Israele nel Territorio palestinese occupato. Una successiva risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva fissato a settembre del 2025 il termine per porre fine all’occupazione illegale. Anziché conformarvisi Israele ha introdotto nuove modalità per violare il diritto internazionale, consolidando ulteriormente l’occupazione illegale e il sistema di apartheid, mentre la comunità internazionale continua, nel migliore dei casi, a limitarsi a dichiarazioni di principio sui diritti della popolazione palestinese senza adottare misure efficaci”. Amnesty International
February 26, 2026
Pressenza
I nuovi schiavi dell’algoritmo
di Mario Sommella (*). Abbiamo rubato le immagini (addirittura 8) al grande Mauro Biani. Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali L’immagine che non vogliamo vedere Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché
February 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Messico, tra Mondiali e violenza l'arresto de El Mencho
Con l'arresto de El Mencho, leader del cartello Jalisco Nueva Generaciòn, tornano le violenze nelle strade di diverse città del Messico, con centinaia di assalti a lughi delle autorità, pompe di benzina, supermercati, lasciando una scia di decine di morti in quella che viene definita la guerra dello Stato Messicano al narcotraffico e a questo potente cartello. Ma la verità ci parla più di uno scotro tra poteri all'alba del grande evento dei Mondiali. L'analisi del Nodo Solidale ai microfoni di Radio Onda D'Urto  
February 26, 2026
Radio Onda Rossa
Cutro, un processo a porte chiuse, perché?
Nei prossimi giorni continueranno le udienze del processo per la strage di Cutro, un processo che al contrario dei processi di mafia, dei processi di ndrangheta, dei processi di terrorismo, verrà celebrato a porte chiuse cioè la stampa non potrà filmare gli indagati, le loro facce, i loro occhi quando dovranno rispondere alle domande dei Giudici. Come  spiegano gli avvocati, questa scelta è  senza precedenti, sembra una scelta finalizzata a nascondere il processo come se il rito penale non fosse anche un rito trasparente della democrazia. “In Afghanistan è facile morire sparati, morire di solitudine, morire senza diritti, morire in casa e morire perché non puoi frequentare la scuola, per questo partiamo, per questo che fuggiamo da una vita che non è vita ma solo una sopravvivenza fisica.” Sono le parole di Farzaneh Maleki qui nella spiaggia di Cutro alle 5:00 di mattina per ricordare la strage del 26 febbraio del 2023 dove morirono più di cento persone tra cui 36 bambini. In questa spiaggia Farzane ha perso metà della sua famiglia, lo zio la zia e i tre piccoli bambini. “ Al ministro Piantedosi che dice che è irresponsabile mettere i bambini su una barca con un mare forza 4, che avrebbero dovuto rimanere nei loro paesi, voglio dire che in Afghanistan non si può vivere, non siamo venuti a fare una vacanza siamo scappati da un inferno. Un inferno che è stato creato anche dalla scelta grottesca e assurda delle forze occidentali di lasciare il paese nelle mani dei talebani.” Sono le parole di Farzaneh che alle ore 5:00 e mezza insieme a Sharif un altro ragazzo pakistano sopravvissuto alla strage di governo e di stato di Cutro ha depositato una corona simbolica di fiori nel mare di Steccato di Cutro a poche decine di metri dalla riva, dove avvenne naufragio. “Siamo stati dimenticati delle autorità italiane. – continua –  La promessa della presidente Meloni di aiutarci per farci avere dei visti temporali per i nostri familiari rimasti nei paesi di provenienza, affinché potessero venire in Italia per vedere dove erano morti i loro cari, prendere contatto con i corpi dei loro figli e nipoti non è mai stata mantenuta. Avevo promesso a mia nonna che sarebbe potuta venire a vedere il corpo di suo figlio di sua nuora e dei tre nipotini visto che ancora oggi in Afghanistan stenta a credere di aver perso tutta la propria famiglia e ancora mi chiede perché, se era una promessa ufficiale di un presidente di un paese non di una persona qualunque la, questa promessa non è stata rispettata e io non so cosa dirgli”. Secondo Orlando Amadeo che è era il primo ufficiale medico della Polizia di stato ora in pensione ed era corso nei primi minuti sulla spiaggia di Cutro dopo il naufragio, le responsabilità non sono solo dei sei indagati ufficiali della Guardia Costiera, della Guardia di finanza e del centro di soccorso e smistamento delle chiamate a Roma; la responsabilità è politica: fu il ministro Piantedosi che diramò una circolare che indicava alla Guardia Costiera e allla Guardia di Finanza di privilegiare  l’aspetto penale, l’arresto degli scafisti, rispetto alla necessità di salvare vite;  e secondo questo medico, che è ufficiale della polizia,  il vero mandante della strage di Cutro è proprio il governo in particolare il ministro Piantedosi, che, cinicamente, ha colpevolizzato le famiglie in fuga da guerre, da integralismi religiosi, come responsabili del naufragio e non invece chi avrebbe potuto mettere in acqua, visto che c’era un mare forza 4,  delle lance per salvare i naufraghi. Manfredo Pavoni Gay
February 26, 2026
Pressenza
L’auto connessa come strumento di sorveglianza totale (un’inchiesta israeliana)
Riprendiamo dal blog https://laviniamarchetti.substack.com questa agghiacciante inchiesta su l’ennesimo capitolo della distopia che ci viene preparata con l’intelligenza artificiale. Ovviamente, tra quanti rendono possibile il CARINT (la sorveglianza attraverso lo spionaggio delle automobili digitali) non può mancare la Fondazione Bruno Kessler:  https://www.fbk.eu/it/press-releases/5g-veicoli-connessi-a-guida-autonoma-e-assistita-sullautostrada-tra-italia-e-austria-e-tra-austria-e-germania/ Qui la fonte: https://laviniamarchetti.substack.com/p/la-tua-auto-ti-spia-e-manda-i-dati?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQnltWUJvZEYxUExmQTdMRHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6fv2MQIrnFOwzyYQTdnBTLXJjl07XQ69aUJCdYAi4u2-vzX8e4NzPoxTcMaw_aem_DFip7RGC9Mo-4T1voTuQPg LA TUA AUTO TI SPIA E MANDA I DATI AD ISRAELE Inchiesta di Haaretz Da un paio di anni non ho più l’auto, la trovavo solo un’incombenza costosa che mi faceva perdere tempo e mi creava solo stress. Certo mi davano della demodé mantenendo un modello senza internet e con la radio a CD. Ma io mai avrei comprato un’auto con un gps e con la possibilità dei costruttori di spegnermela o di sapere dove vado o cosa chiedo. Questa mia idiosincrasia, che un tempo poteva apparire come un’ostinata resistenza al progresso, assume oggi i contorni di una lucida e quasi profetica precauzione alla luce delle recenti rivelazioni riguardanti l’industria della sorveglianza veicolare. L’automobile, un tempo vessillo di libertà individuale e autonomia spaziale, ha subito una metamorfosi, trasformandosi in un complesso apparato di calcolo perennemente interconnesso, un nodo sensoriale che non si limita a trasportare il corpo fisico, ma estrae, elabora e trasmette incessantemente l’essenza digitale dei suoi occupanti. L’indagine investigativa condotta da Omer Benjakob per il quotidiano Haaretz ha squarciato il velo su una realtà distopica: l’emergere di un nuovo e aggressivo settore dell’intelligence, denominato CARINT (Car Intelligence). In questo scenario, aziende nate all’ombra degli apparati di sicurezza d’élite stanno capitalizzando l’esperienza maturata nel cyber-spionaggio militare per trasformare i veicoli moderni in sofisticati strumenti di sorveglianza. La transizione dall’oggetto meccanico alla piattaforma digitale ha creato una superficie d’attacco senza precedenti, dove ogni componente, dal sistema di monitoraggio della pressione degli pneumatici al microfono del vivavoce, può essere strumentalizzato come un sensore di intelligence per attori statali e privati. L’indagine di Haaretz evidenzia come la CARINT rappresenti l’ultima, e forse più invasiva, frontiera dell’intelligence digitale. Se l’attenzione dell’opinione pubblica globale è stata a lungo catalizzata da spyware per smartphone come il famigerato Pegasus, una nuova e meno visibile generazione di aziende sta puntando ai sistemi digitali integrati nei veicoli. I veicoli connessi contemporanei sono di fatto dei computer su ruote, dotati di dozzine di sistemi digitali che richiedono connessioni internet o cellulari costanti per il loro funzionamento ordinario. Questa dipendenza strutturale dalla connettività ha aperto la strada a strumenti cyber avanzati in grado di identificare un singolo bersaglio tra decine di migliaia di auto sulla strada, incrociando dati provenienti da fonti eterogenee. L’indagine ha identificato almeno tre aziende israeliane come leader in questo spazio: Toka, Rayzone e Ateros. Ognuna di esse adotta paradigmi tecnici distinti, che spaziano dalla manipolazione offensiva dei sistemi multimediali alla fusione di dati pubblicitari, fino all’identificazione univoca dei veicoli tramite sensori hardware obbligatori. La prevalenza di aziende israeliane non è un dato casuale, ma riflette una simbiosi profonda tra l’industria tecnologica civile e le unità di intelligence militare, come la celebre Unità 8200. Circa l’80% dei fondatori di aziende di cybersecurity in Israele proviene da questi ranghi, portando con sé una cultura operativa che vede nella sorveglianza di massa un’estensione naturale delle capacità di difesa e offesa dello Stato. TOKA E LA MANIPOLAZIONE OFFENSIVA DEI SISTEMI MULTIMEDIALI La società Toka occupa una posizione di rilievo in questo mercato, grazie alla sua leadership carismatica e alle sue capacità tecniche aggressive. Co-fondata dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dall’ex capo del cyber dell’esercito, il Generale di Brigata Yaron Rosen, Toka non si limita alla raccolta passiva di informazioni, ma sviluppa strumenti “offensivi” per l’infiltrazione remota dei sistemi veicolari. Il software di Toka è progettato per penetrare i sistemi multimediali di un veicolo specifico. Una volta ottenuto l’accesso, gli operatori possono localizzare l’auto con precisione assoluta e tracciarne i movimenti, sia in tempo reale che attraverso la ricostruzione storica dei percorsi effettuati. Tuttavia, la capacità più inquietante risiede nella possibilità di attivare e intercettare il microfono del sistema vivavoce dell’auto. Questo trasforma l’abitacolo, tradizionalmente considerato un ambiente privato, in una sala intercettazioni ambientale perennemente attiva. Toka può inoltre accedere alle telecamere installate sul cruscotto (dashcam) o a quelle perimetrali del veicolo, fornendo un flusso video continuo sia dell’interno che dell’esterno dell’auto. L’azienda vanta la capacità di accedere ai dati di oltre 6.700 modelli di auto a livello globale, rendendo quasi ogni veicolo moderno un potenziale agente di sorveglianza. RAYZONE E LA FUSIONE DEI METADATI PUBBLICITARI Un paradigma differente è quello proposto da Rayzone, che opera nel settore CARINT attraverso la sua sussidiaria TA9. Rayzone non punta necessariamente all’hacking diretto del dispositivo, ma sfrutta l’ecosistema dell’ad-tech (advertising technology). La loro tecnologia si basa sulla “fusione dei dati”, un processo analitico che integra informazioni provenienti da diverse fonti per creare una mappatura di intelligence esaustiva sul bersaglio. Attraverso la piattaforma TA9 IntSight, Rayzone analizza i dati di localizzazione e gli schemi di viaggio derivati dai segnali pubblicitari generati dalle app connesse all’infotainment del veicolo. Questo approccio permette ai governi di monitorare i bersagli utilizzando le schede SIM installate nelle auto e monitorando le comunicazioni wireless e Bluetooth. Il sistema incrocia queste informazioni con le immagini delle telecamere stradali per l’identificazione delle targhe (LPR) e con altri database governativi. Questa capacità di sintetizzare dati frammentari in un profilo coerente rappresenta un’evoluzione qualitativa della sorveglianza, dove l’identità digitale del conducente viene indissolubilmente fusa con la firma elettronica del veicolo. ATEROS E L’IDENTIFICAZIONE TRAMITE LA FIRMA DEGLI PNEUMATICI Forse la rivelazione più tecnicamente sorprendente riguarda Ateros e la sua società sorella Netline. Queste aziende hanno sviluppato strumenti che si interfacciano con i sistemi governativi per identificare le targhe e incrociarle con dati derivati da comunicazioni cellulari e altre capacità di segnale. Il loro prodotto di punta si integra con “Onyx”, un sistema di signals-intelligence (SIGINT) di Netline progettato per estrarre intelligence da veicoli connessi. L’aspetto più innovativo e invasivo risiede nell’utilizzo dei sensori TPMS (Tire Pressure Monitoring System). Ogni pneumatico moderno deve essere dotato di questi sensori per motivi di sicurezza; essi possiedono un identificatore unico che trasmette dati sulla pressione al processore centrale del veicolo. Il sistema di Ateros utilizza questo ID univoco come una sorta di “impronta digitale” hardware per identificare e tracciare un veicolo specifico, indipendentemente dalla targa o da altri segni distintivi esterni che potrebbero essere alterati. Poiché questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati, l’identificazione può avvenire passivamente e a distanza, rendendo questo metodo estremamente efficace per il tracciamento clandestino. TECNICA DELLA SORVEGLIANZA VEICOLARE E VULNERABILITÀ DEI SENSORI Il veicolo moderno non è più un ecosistema chiuso, ma una “cornucopia di dati privati” che fluiscono costantemente verso l’esterno. La complessità di questi sistemi ha generato quello che la Mozilla Foundation definisce un “incubo per la privacy su ruote”. I CANALI DI ESFILTRAZIONE DEI DATI Le vetture attuali trasmettono informazioni attraverso molteplici vettori, ciascuno dei quali rappresenta un potenziale punto di estrazione per la CARINT: 1. Sistemi Telematizzati e SIM Integrate: Questi moduli forniscono un collegamento cellulare costante per gli aggiornamenti Over-The-Air (OTA) e i servizi di assistenza. Essi consentono il tracciamento della posizione GPS in tempo reale da parte del costruttore o di attori che ne infiltrano il canale. 2. Connettività Wi-Fi e Bluetooth: Queste interfacce permettono l’accoppiamento con gli smartphone, esponendo spesso dati sensibili come elenchi di contatti, registri delle chiamate e contenuti dei messaggi. 3. Sensori di Bordo e Telecamere ADAS: Le telecamere per il parcheggio, le dashcam e i sensori di monitoraggio della stanchezza registrano non solo l’ambiente esterno, ma anche le espressioni facciali e i movimenti oculari dei passeggeri. 4. TPMS (Tire Pressure Monitoring Systems): Come analizzato, questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati contenenti identificatori univoci a 32 bit. IL CASO CRITICO DEL FINGERPRINTING TPMS La vulnerabilità del sistema TPMS è paradigmatica del modo in cui funzioni di sicurezza critiche vengono strumentalizzate per scopi di sorveglianza. Ricerche condotte presso la Rutgers University e la University of South Carolina hanno dimostrato che i messaggi trasmessi dai sensori degli pneumatici possono essere “sniffati” e decodificati fino a una distanza di 40 metri utilizzando apparecchiature radio economiche (Software Defined Radio – SDR). Poiché i protocolli TPMS standard non implementano meccanismi di crittografia o autenticazione, un osservatore esterno può catturare gli ID statici di ogni pneumatico. Questo permette di creare un profilo di movimento del veicolo estremamente affidabile e difficile da oscurare, superando i limiti dei sistemi di riconoscimento ottico delle targhe (ANPR), che dipendono dalla visibilità della targa stessa. Tale tecnica, definita “TPMS fingerprinting”, consente la ricostruzione dei percorsi anche in condizioni meteorologiche avverse o in assenza di illuminazione, consolidando il veicolo come un’entità digitale permanentemente tracciabile. CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA E EPISTEMIC COUP Per comprendere la gravità di queste evoluzioni, è imperativo inquadrarle nella cornice teorica del «Capitalismo della Sorveglianza» proposta da Shoshana Zuboff. Il veicolo connesso rappresenta l’espansione del modello estrattivo dei dati dalla dimensione online del web alla dimensione fisica e intima della mobilità quotidiana. IL SURPLUS COMPORTAMENTALE E I PRODOTTI DI PREVISIONE Secondo Zuboff, il capitalismo di sorveglianza rivendica l’esperienza umana come materia prima gratuita per la traduzione in dati comportamentali. Nel contesto automobilistico, questo si manifesta attraverso la raccolta del “surplus comportamentale”: i dati generati dalla guida (velocità, intensità delle frenate, destinazioni frequenti, musica ascoltata) non vengono impiegati esclusivamente per migliorare l’efficienza del veicolo, ma per alimentare algoritmi di machine learning finalizzati alla creazione di “prodotti di previsione”. Questi prodotti vengono venduti a terzi, come compagnie assicurative che regolano i premi in base allo stile di guida, o broker di dati che profilano i consumatori in base ai luoghi visitati. Questo processo costituisce quello che Zuboff definisce un “colpo di stato epistemico” (epistemic coup), in cui le corporation esercitano un’autorità unilaterale sulla conoscenza dei nostri comportamenti, erodendo la privacy e la sovranità democratica. IL PANOPTICON VEICOLARE E IL POTERE STRUMENTALE Zuboff introduce il concetto di “potere strumentale” (instrumentarian power), che non mira a distruggere il soggetto, ma a condizionarlo e automatizzarlo. L’automobile moderna diventa un nodo centrale del “panopticon digitale”: il conducente, consapevole del monitoraggio costante da parte di sensori che valutano la sua conformità a parametri di rischio o fedeltà commerciale, tende a modificare inconsciamente le proprie azioni per evitare sanzioni economiche o legali. La macchina cessa di essere una bolla di privacy, dove un tempo era possibile rifugiarsi in solitudine, per diventare una “leaky home” (casa permeabile), uno spazio privato reso poroso dalle tecnologie connesse che esfiltrano ogni interazione intima. Gli algoritmi non si limitano a osservare, ma “spingono” (nudge) l’individuo verso comportamenti profittevoli per l’ecosistema dei dati, trasformando l’autonomia del guidatore in una gestione algoritmica passiva. RISCHI DI SICUREZZA NAZIONALE E IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE L’integrazione di capacità di sorveglianza cyber all’interno dei veicoli solleva interrogativi critici sulla sicurezza degli stati e sull’integrità delle infrastrutture civili. Quando l’automobile diventa un’arma digitale, il confine tra bene di consumo e strumento di guerra si dissolve. IL PERICOLO DEL REMOTE KILL SWITCH E DELLA MANIPOLAZIONE DELLE FLOTTE Uno dei rischi più allarmanti è rappresentato dalla possibilità di un arresto remoto del veicolo (”remote shutdown” o “kill switch”). Sebbene queste tecnologie siano promosse per il recupero di veicoli rubati o per finalità di recupero crediti, la loro esistenza crea una vulnerabilità sistemica intrinseca. Attori statali ostili o gruppi di hacker potrebbero teoricamente ottenere l’accesso a questi canali di comando e controllo per paralizzare intere flotte, ostruire vie di comunicazione strategiche o causare incidenti mirati. Il caso delle indagini europee sui bus elettrici cinesi del marchio Yutong, sospettati di contenere backdoor per l’immobilizzazione remota, evidenzia come la dipendenza da tecnologie straniere soggette a leggi di intelligence autoritarie rappresenti una minaccia geopolitica di primo ordine. IL PIPELINE MILITARE-PRIVATO DELL’INTELLIGENCE ISRAELIANA Il primato israeliano nel settore CARINT non è un fenomeno isolato, ma il risultato di una politica industriale che vede nei territori occupati un laboratorio a cielo aperto per lo sviluppo di tecnologie di controllo. Strumenti come “Blue Wolf” e “Red Wolf”, impiegati per il riconoscimento facciale ai checkpoint, sono i precursori tecnici e ideologici dei sistemi CARINT che oggi monitorano le strade globali. Le tecnologie di spionaggio veicolare vengono esportate in tutto il mondo, spesso in mercati opachi dove la distinzione tra lotta al terrorismo e repressione del dissenso politico è quasi inesistente. La “surveillance exceptionalism” nata nel clima post-11 settembre ha garantito a queste aziende un vuoto normativo in cui prosperare, anteponendo l’ossessione per la certezza assoluta alla tutela dei diritti civili fondamentali. IL CONTESTO ITALIANO: TRA DIGITALIZZAZIONE E TUTELA DEI DATI L’Italia si trova in una posizione delicata in questa trasformazione. Con circa 18 milioni di veicoli connessi, pari al 45% della flotta circolante, il paese è un mercato strategico per le tecnologie veicolari disruptive. LE ANALISI DI AUTOPROMOTEC 2025 E IL RUOLO DEL GARANTE Durante l’evento “Autopromotec Talks” del 2025, è emerso con chiarezza come il dato veicolare sia considerato “il nuovo petrolio”, essenziale per la gestione delle flotte e la prevenzione delle frodi. Tuttavia, esperti come il Professor Enrico Al Mureden dell’Università di Bologna hanno sollevato criticità fondamentali riguardanti la proprietà dei dati e la responsabilità in caso di violazioni della sicurezza informatica. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso preoccupazione per la raccolta di dati biometrici e stili di guida, ribadendo che, ai sensi del GDPR, tali informazioni sono intrinsecamente personali poiché permettono l’identificazione univoca del conducente. L’ACI ha inoltre sostenuto la necessità di una qualificazione rigorosa di ogni dato generato dal veicolo come dato personale, impedendo ai produttori di eludere le tutele legali tramite definizioni tecniche ambigue. BARRIERE TECNICHE E IL “DIRITTO ALLA RIPARAZIONE” Un ulteriore fronte di tensione riguarda il “Repairer 4.0”. Dal 2018, molti costruttori hanno implementato sistemi che limitano l’accesso ai dati diagnostici tramite la porta OBD-II per le officine indipendenti. Queste barriere non solo limitano la libera concorrenza, ma creano un monopolio informativo che impedisce la trasparenza sulle effettive pratiche di sorveglianza integrate nel software veicolare dai produttori. LA RICERCA MOZILLA: “PRIVACY NOT INCLUDED” E IL FALLIMENTO DEL SETTORE La Mozilla Foundation ha condotto uno dei monitoraggi più rigorosi sulle politiche di privacy di 25 marchi automobilistici globali, concludendo che le auto sono “la peggiore categoria di prodotti mai esaminata per la privacy”. RISULTANZE CRITICHE DEL REPORT MOZILLA L’analisi evidenzia quattro pilastri del fallimento sistemico della privacy nel settore automotive: 1. Raccolta di Dati Intimi: Ogni marchio analizzato raccoglie più dati del necessario, includendo informazioni su orientamento sessuale, dati genetici e persino “attività sessuale” (senza specificare il metodo di raccolta). 2. Assenza di Controllo per l’Utente: Il 92% dei marchi nega ai conducenti il controllo effettivo sui propri dati. Solo Renault e Dacia, operanti sotto il regime GDPR, offrono opzioni reali di cancellazione. 3. Monetizzazione Aggressiva: L’84% dei marchi condivide dati con terze parti, e il 76% dichiara esplicitamente di poterli vendere. Il 56% dichiara di poter condividere informazioni con le autorità in risposta a semplici “richieste informali”. 4. Inaffidabilità della Sicurezza: Mozilla non ha potuto confermare l’uso della crittografia per i dati memorizzati sui veicoli. Molte aziende, tra cui Ford e Toyota, hanno fornito risposte vaghe o nulle ai quesiti sulla sicurezza. Nissan e Kia sono state citate tra i peggiori trasgressori per l’estensione dei dati raccolti, mentre Tesla è stata l’unica marca a ricevere segnalazioni negative in ogni singola categoria di privacy analizzata. CONSIDERAZIONI ETICHE E SCENARI FUTURI L’inchiesta di Haaretz e le analisi sociologiche sulla CARINT pongono la società contemporanea di fronte a un bivio etico ineludibile. L’accettazione della sorveglianza veicolare come prezzo per la comodità tecnologica sta conducendo a una svalutazione sistematica della libertà individuale. L’AUTOMAZIONE DEL SOGGETTO GUIDA Zuboff avverte che l’obiettivo teleologico del capitalismo della sorveglianza è l’automazione dell’essere umano. Se il veicolo può prevedere le nostre destinazioni, bloccare il motore basandosi su un’analisi algoritmica del rischio o attivare i microfoni a nostra insaputa, l’individuo cessa di essere un agente autonomo per diventare un oggetto di gestione tecnocratica. Questo riduce l’esperienza vissuta a una serie di metriche quantificabili, soffocando l’incertezza e la spontaneità che sono i presupposti della creatività umana. VERSO UNA RICONQUISTA DELLO SPAZIO DIGITALE La lotta contro la CARINT e il capitalismo di sorveglianza deve essere intesa come una battaglia per i diritti civili del XXI secolo. È necessaria la promulgazione di leggi che definiscano i dati di localizzazione e biometrici come inalienabili, l’imposizione di standard di crittografia hardware obbligatori e la garanzia di un consenso che sia realmente libero e non vincolato alla funzionalità del veicolo. Senza un intervento normativo radicale, le automobili continueranno a operare come entità di sorveglianza de facto, trasformando ogni chilometro percorso in un’opportunità di estrazione di valore per i giganti tecnologici e in un punto di osservazione privilegiato per gli apparati di sicurezza globale. La trasformazione dell’automobile in un sensore di sorveglianza totale segna il tramonto definitivo di un’era in cui la mobilità fisica poteva essere vissuta come uno spazio di anonimato e riflessione privata. L’inchiesta di Haaretz non rivela solo una serie di falle tecniche, ma svela un modello di business e di controllo sociale che ha eletto il veicolo a panopticon privilegiato. Dall’impronta digitale lasciata dagli pneumatici alle conversazioni “estratte” tramite il sistema multimediale, ogni atomo dell’auto moderna è stato riconfigurato per servire gli interessi di un ordine “instrumentariano”. In questo contesto, la scelta di rifuggire l’auto connessa emerge non come un atto di obsolescenza, ma come una forma di resistenza etica consapevole contro l’erosione sistematica della libertà di movimento e dell’interiorità umana. La sfida del futuro sarà determinare se l’automobile potrà essere riconquistata come spazio di libertà o se rimarrà, inevitabilmente, un testimone silenzioso e traditore delle nostre vite.
February 26, 2026
il Rovescio
Un Artico smilitarizzato per il bene comune
> Questo non è l’ennesimo commento geopolitico sull’Artico. È una proposta di > pace visionaria che può salvare la regione dalla rivalità militarizzata e > dalla rovina ecologica. Un progetto per la sicurezza condivisa, lo sviluppo > sostenibile e la dignità umana, a beneficio della Groenlandia, dell’Artico e > di tutti noi. QUATTRO PRINCIPI PER UNA NUOVA VISIONE DELL’ARTICO L’Artico è spesso descritto come un freddo teatro di rivalità, un luogo in cui le grandi potenze mettono alla prova la reciproca determinazione. Ma questa visione del mondo è obsoleta, priva di immaginazione e, in definitiva, autodistruttiva. L’Artico non è un vuoto che aspetta di essere militarizzato; è una regione viva, uno stabilizzatore climatico e una patria culturale il cui futuro plasmerà il futuro dell’umanità. Se partiamo da questa consapevolezza, diventa possibile un assetto dell’Artico molto più razionale, pacifico, cooperativo e incentrato sulle persone che vivono effettivamente in quella regione. Questa visione si basa su quattro principi pratici. Nessuno di essi è utopistico. Tutti si fondano sul buon senso, sulla dignità umana e su una visione strategica a lungo termine. 1. I groenlandesi devono essere al centro di qualsiasi prospettiva per l’Artico La Groenlandia non è un premio strategico, ma una società con una propria civiltà, un proprio sistema di conoscenze e il proprio diritto di plasmare il futuro della regione. Qualsiasi modello di governance artica che emargini i groenlandesi è destinato al fallimento. Le loro conoscenze ecologiche, la loro continuità culturale ed esperienza diretta del ghiaccio li rendono partner indispensabili in qualsiasi futuro sostenibile. Non si tratta di ingenuità, ma dell’unica base realistica per una governance artica legittima. L’autodeterminazione diventa la forma più efficace di legittimità. 2. La cooperazione riduce la necessità di militarizzazione e consente un enorme risparmio di risorse La militarizzazione dell’Artico non è un segno di potenza, bensì un sintomo di sfiducia. La Russia, che possiede di gran lunga la costa artica più estesa, è un attore indispensabile. La Cina, pur non essendo uno Stato artico, è una presenza scientifica ed economica globale il cui coinvolgimento nella regione è inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Ma la legittimità non può basarsi sulla rivalità. Gli interessi non significano intimidazione. E l’influenza non riguarda la militarizzazione. Esistono approcci più intelligenti. Le navi cacciatorpediniere in grado di navigare tra i ghiacci, i sottomarini nucleari, le basi fortificate e i sistemi di sorveglianza satellitare sono tra le risorse militari più costose al mondo. Ogni corona, dollaro, rublo o yuan speso per la militarizzazione dell’Artico è denaro sottratto all’adattamento climatico, all’istruzione, alla salute, alle energie rinnovabili e al benessere delle comunità artiche. Quando gli Stati condividono i dati, coordinano le politiche e creano istituzioni comuni, la necessità percepita di assumere una posizione militare diminuisce naturalmente, così come i costi. Non si tratta di ingenuità, ma di una strategia intelligente e sostenibile. La cooperazione diventa la forma più efficace ed economica di disarmo. 3. L’uso sostenibile delle risorse artiche dovrebbe andare a beneficio dell’umanità, non solo dei potenti e dei militari I minerali, le risorse ittiche, le rotte marittime e le conoscenze scientifiche dell’Artico sono importanti a livello globale. Trattarli come un bottino per chi possiede le flotte più grandi non solo è ingiusto, ma anche irrazionale. Un ordine internazionale civile utilizza le risorse in modo saggio, protegge gli ecosistemi fragili e distribuisce i benefici in modo equo. Lo sviluppo sostenibile è una necessità planetaria, resa impossibile dalle politiche di potere militariste. Se realizzato in modo cooperativo, può servire tutta l’umanità, non solo coloro che possono esercitare la forza. Coloro che ora pensano “oh, che ingenuità” non hanno idea di come prevenire altrimenti il collasso ecologico e i conflitti geopolitici. La sostenibilità diventa la forma più efficace di prosperità. 4. Le Nazioni Unite dovrebbero fungere da custodi della pace e amministratori condivisi L’Artico è troppo importante – dal punto di vista ecologico, climatico e culturale – per essere governato dagli interessi nazionali frammentati di potenze grandi ma non sagge. Le Nazioni Unite forniscono la legittimità, la continuità e il quadro normativo necessari per ancorare un ordine pacifico nell’Artico. Una zona di pace e sostenibilità nell’Artico riconosciuta dall’ONU integrerebbe la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la cooperazione scientifica e lo sviluppo sostenibile in un quadro globale che trascende le tensioni a breve termine. La gestione condivisa diventa la forma più efficace di sicurezza. Se questi quattro principi vengono accettati – e non sono né irrealistici né ingenui – allora emerge una nuova domanda: come sarebbe un sistema di governance artico basato su legittimità, cooperazione, sostenibilità e gestione condivisa? La risposta è un progetto per un Artico smilitarizzato, governato congiuntamente, scientificamente fondato, ecologicamente protetto e incentrato sulle persone che lo chiamano casa.   UN PROGETTO PRATICO PER UN FUTURO PACIFICO NELL’ARTICO 1. UN ARTICO SMILITARIZZATO: SICUREZZA ATTRAVERSO LA COOPERAZIONE Un Artico in pace inizia con la creazione di una zona smilitarizzata artica, una regione in cui le basi militari e le esercitazioni vengono gradualmente eliminate e sostituite con funzioni civili, scientifiche e umanitarie. Ciò non diminuisce la sovranità nazionale, ma riconosce semplicemente che le minacce più urgenti per l’Artico non sono di natura militare. Lo scioglimento dei ghiacci, le condizioni meteorologiche estreme, il collasso degli ecosistemi e le rotte marittime imprevedibili non possono essere arginati con sottomarini o aerei da combattimento. Un Artico smilitarizzato riduce le tensioni tra le grandi potenze, previene incidenti ed escalation e protegge gli ecosistemi fragili. Inoltre, libera enormi risorse finanziarie attualmente vincolate ai sistemi militari. La verifica si baserebbe sul monitoraggio satellitare, sui dati aperti e su ispezioni periodiche, idealmente sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’Artico diventerebbe un simbolo di come dovrebbe essere la sicurezza cooperativa nel XXI secolo: non l’assenza di sovranità, ma la presenza di fiducia. L’insistenza degli Stati Uniti sul “Golden Dome” – e sulla Groenlandia come elemento fondamentale da controllare – è un grande fattore di destabilizzazione perché mira a consentire agli Stati Uniti di distruggere la Russia o la Cina e abbattere i missili di ritorsione di entrambi. Ciò abbassa la soglia per l’inizio di una guerra nucleare da parte degli Stati Uniti, perché i suoi decisori potrebbero sperare di poterla iniziare e vincere senza costi. La risposta a questa filosofia basata sul terrore è un nuovo accordo tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione e infine sull’abolizione delle armi nucleari. Non è quella di militarizzare ulteriormente la Groenlandia. 2. Una nuova architettura di governance: il Consiglio di Cooperazione Artica Il Consiglio Artico, pur essendo prezioso, non è più sufficiente. Non è mai stato concepito per gestire le tensioni geopolitiche odierne o l’accelerazione della crisi climatica. Un nuovo Consiglio di Cooperazione Artica si baserebbe sui punti di forza del Consiglio esistente, correggendone al contempo i punti deboli. Sarebbe inclusivo, trasparente e in grado di prendere decisioni vincolanti in settori in cui la cooperazione è essenziale. Le autorità groenlandesi e le popolazioni indigene sarebbero pienamente coinvolte nel processo decisionale. Gli Stati artici, gli Stati osservatori e le organizzazioni scientifiche parteciperebbero a una struttura che utilizza il voto a maggioranza qualificata, mandati chiari e diritti di veto indigeni su questioni culturali ed ecologiche. Il suo mandato includerebbe la protezione dell’ambiente, la gestione sostenibile delle risorse, la regolamentazione del trasporto marittimo, la cooperazione scientifica, la risposta alle emergenze e la gestione dei conflitti per prevenire la violenza. Non si tratta di un’autorità sovranazionale, ma di un luogo in cui gli Stati e i popoli coordinano le politiche, risolvono le controversie e costruiscono la fiducia. 3. La Groenlandia come zona di responsabilità speciale La Groenlandia è il cuore morale e strategico dell’Artico. La sua popolazione ha dovuto sopportare secoli di colonialismo, sfruttamento strategico e pressioni geopolitiche. Un futuro pacifico per l’Artico deve quindi includere un Patto di partenariato con la Groenlandia, ancorato al sistema delle Nazioni Unite, che garantisca il pieno rispetto dell’autodeterminazione groenlandese e protegga l’isola dalla diplomazia coercitiva. L’accordo garantirebbe alla Groenlandia l’accesso prioritario ai proventi delle risorse locali e riceverebbe investimenti sostenuti nell’istruzione, nella sanità, nella conservazione culturale e nelle infrastrutture sostenibili. La Groenlandia ospiterebbe anche un Centro di Pace Artico delle Nazioni Unite, un polo dedicato alla ricerca, alla diplomazia e alle competenze indigene. Questo approccio riconosce che la Groenlandia non è un oggetto passivo di interesse internazionale, ma un soggetto attivo con le proprie aspirazioni. 4. Uso sostenibile delle risorse: un’alternativa civile alla rivalità per lo sfruttamento Le risorse dell’Artico devono essere utilizzate con saggezza, parsimonia e a beneficio di tutti. Ciò richiede soglie ecologiche rigorose, il consenso delle popolazioni indigene, valutazioni d’impatto trasparenti e meccanismi di condivisione dei proventi. Richiede corridoi di navigazione puliti, normative sulla navigazione a velocità ridotta e la designazione di vaste aree protette – i Parchi della Pace dell’Artico – che salvaguardino la biodiversità e il patrimonio culturale. Questo è uno sviluppo responsabile, l’unico che abbia senso in una regione la cui salute ecologica ha un impatto sull’intero pianeta. 5. L’ONU come custode: completare l’UNCLOS Le Nazioni Unite consoliderebbero l’intero sistema attraverso una serie di nuovi strumenti: un Trattato delle Nazioni Unite sulla Smilitarizzazione dell’Artico, una Carta delle Nazioni Unite sui Beni Comuni dell’Artico, un Patto di Partenariato tra le Nazioni Unite e la Groenlandia, una Convenzione delle Nazioni Unite sulle Risorse Sostenibili dell’Artico e un Accordo delle Nazioni Unite sulla Mobilità e la Conoscenza dell’Artico. Questi strumenti non sostituirebbero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Al contrario, la completerebbero. L’UNCLOS fornisce la base giuridica per le zone marittime, i diritti di navigazione e le rivendicazioni sulle risorse. Tuttavia, non affronta questioni quali la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la governance cooperativa o lo sviluppo sostenibile. Il quadro delle Nazioni Unite qui proposto colmerebbe tali lacune nel pieno rispetto dei principi dell’UNCLOS. In questo modo, l’Artico non diventa un vuoto giuridico, ma una regione in cui il diritto internazionale viene rafforzato, chiarito e modernizzato. CONCLUSIONE: UN FUTURO ARTICO PIÙ RAZIONALE, CIVILE E LUNGIMIRANTE L’Artico non è destinato a diventare un’arena militarizzata di sospetti e posizioni strategiche. Questa strada è semplice pigrizia intellettuale e mancanza di immaginazione. Ciò che questo progetto dimostra è che un futuro artico diverso non solo è possibile, ma anche profondamente razionale. È più vantaggioso in termini di costi, più stabilizzante, rispettoso delle persone che vi abitano e molto più benefico per l’umanità rispetto a qualsiasi cosa concepita attraverso la lente ristretta della geopolitica transazionale. Questa visione riconosce le realtà del XXI secolo. La vasta costa artica della Russia lo rende indispensabile. La presenza scientifica ed economica della Cina lo rende inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Questo non è ingenuo. È ingenuo credere che un maggior numero di basi, sottomarini e operazioni di segnalazione strategica possano in qualche modo portare alla pace, allo sviluppo e alla cooperazione, tutti elementi di cui c’è un disperato bisogno. Ciò che è ingenuo è presumere che l’Artico possa essere militarizzato senza conseguenze o che la crisi climatica possa essere gestita attraverso la deterrenza. È ingenuo immaginare che il futuro possa essere garantito ripetendo le cattive abitudini del passato. La politica, nella sua forma migliore, è l’arte di immaginare ciò che ancora non esiste e poi costruire le istituzioni che lo rendono reale. È la capacità di includere gli altri in un orizzonte condiviso di sviluppo e sicurezza. È il coraggio di dire: possiamo fare meglio della rivalità, meglio della paura, meglio della logica del più forte. Questo progetto è un invito a tornare al significato più profondo della politica – la politica della visione, della responsabilità e dello scopo comune – del pensare globalmente e localmente invece che solo a livello nazionale. Non è un caso che una proposta del genere nasca dalle tradizioni della ricerca sulla pace e degli studi sul futuro. Questi campi hanno sempre sostenuto che la sicurezza non è l’assenza di guerra, ma la cooperazione per la realizzazione delle potenzialità della società. Che il futuro non è predeterminato, ma plasmato dalle scelte; che l’umanità progredisce quando sostituisce il dominio con il dialogo e la competizione con la creatività. L’Artico, più di qualsiasi altra regione, richiede questo tipo di approccio: rigoroso, a lungo termine, interdisciplinare e fondato sul rispetto delle realtà vissute dalle comunità locali. La questione non è se questa visione sia troppo ambiziosa. L’Artico e il mondo non possono permettersi nulla di meno. Un Artico militarizzato promette solo instabilità, spreco di risorse e distruzione ecologica. Tutte le “grandi” potenze coinvolte devono ripensare e uscire dai loro schemi militaristi abituali. Un Artico cooperativo, smilitarizzato e sotto l’egida delle Nazioni Unite offre stabilità, sostenibilità e vantaggi condivisi per tutti noi. L’Artico rappresenta una brillante opportunità per pensare in modo nuovo e plasmare un futuro più civile. Esistono molte alternative (TAMA, There Are Many Alternatives) e questa proposta non è l’unica. Tuttavia, l’attuale escalation intimidatoria verso uno sfruttamento selvaggio e privo di visione, con ricorso alla forza militare e al nucleare, non può essere una di queste. Il mondo ha bisogno di visioni, immagini di un futuro migliore e di un pensiero costruttivo-creativo per realizzare quel mondo migliore. Accogliamo con favore le idee e visioni costruttive, perché non possiamo camminare verso un mondo migliore e desiderabile con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Transnational Foundation for Peace and Future Research
February 26, 2026
Pressenza
Venti minuti per ingannare l'IA: ChatGPT e Gemini preda della disinformazione più ovvia
Con l'avvento degli LLM, molti si sono convinti che questi siano degli oracoli assolutamente imparziali e onniscienti cui chiedere conferma della veridicità di pressoché ogni informazione. In realtà, come dimostra l'esperimento condotto da un giornalista della BBC, ingannare i chatbot (o, per lo meno, alcuni di essi) spingendoli a credere alle bufale non è poi troppo complicato. In particolare ChatGPT e Gemini, pur essendo sistemi progettati per filtrare contenuti falsi o dannosi, possano essere indotti a generare informazioni errate con sorprendente rapidità. Il giornalista in questione, Thomas Germain, non aveva l'obiettivo di violare sistemi informatici o sfruttare vulnerabilità tecniche profonde, ma puntava soltanto dimostrare come un intervento minimo e apparentemente innocuo potesse alterare il comportamento di chatbot come ChatGPT e Google Gemini. L'intero processo di creazione dell'inganno ha richiesto appena venti minuti, serviti a Germain per creare una semplice pagina web sul proprio sito personale. Il contenuto di questa pagina era volutamente banale e costruito ad arte: un articolo che lo definiva «il miglior giornalista tecnologico al mondo nel mangiare hot dog». Non si trattava di un'informazione reale né plausibile, ma era formulata in modo tale da sembrare una dichiarazione di fatto. Leggi l'articolo
February 26, 2026
Pillole di info digitale