Tre giorni in Val d’Agri--------------------------------------------------------------------------------
Foto Coordinamento Nazionale No Triv
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L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della
Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo,
nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena
del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata
nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono
avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano
tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo
impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei
grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro
dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal
Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza
strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi
il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto
lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo”
comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare
il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo
bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella
saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo,
Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università)
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La mobilitazione
L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla
spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza
di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno
trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza
Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il
genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in
atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria,
Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il
surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto
di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La
progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di
istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e
reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità
politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità
di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il
velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza
di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA
di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni
assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e
attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni
promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val
d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la
lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle
sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica
irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e
del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di
tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte
regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri
più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni
comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere
alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della
crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità
variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e
le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.
Prima giornata
Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val
d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione
della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in
Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint,
Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe
nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come
focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione
e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della
infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato
il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli,
sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate
nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in
piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il
fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di
guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e
delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago
delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a
quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa
alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore
propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi
tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui
fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco)
Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris
(Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare),
Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto
Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune
alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori),
Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla
tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con
la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del
riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento
delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò
che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità,
degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel
dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal
protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto:
solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione
energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso
degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione
agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei
cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta
contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi
monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di
una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della
ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili
per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli
assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e
finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione
del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la
digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare
quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni –
Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al
centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi
lavora la terra.
Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso
l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio,
sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito
un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni,
energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di
lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che
hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della
Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub
energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico
delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici
i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e
Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti
dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science,
Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a
quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia
Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’
ISS, (Istituto Superiore di Sanità).
I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia
geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri,
non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono
in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più
ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in
più al mese, e malattie circolatorie”.
La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di
ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per
la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25
milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei
dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già
nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle
migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico
di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti
rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo
7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di
salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata
a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli
studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e
dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono
infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri
fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono
destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera
ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri
anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il
gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni.
Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR),
reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di
entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso
119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000
tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio,
rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni
significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un
anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in
atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più
contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti
metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela
della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una
parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale
a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di
impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono
già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili
all’esposizione della popolazione residente.
Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria
potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali?
Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva
organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione.
Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli
integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La
loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della
ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione
preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi
anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti
biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente,
l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto.
L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia
consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei
benefici associati ai diversi scenari di intervento.
Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione
centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti
dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare
decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle
comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di
epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale
cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli
studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei
risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della
conoscenza.
Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e
attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari
gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia
da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi,
sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter
processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate
all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce
da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche
oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti
normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura
la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale
climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le
multinazionali minerarie.
Seconda Giornata
Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi,
i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato
l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies
Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio,
alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso
del problema e delle proteste dei lavoratori:
https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha
denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a
costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di
progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici
più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla
banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale
Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione
di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e
Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il
Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di
dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore
amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento
dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie
ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo,
quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione
Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al
registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il
traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto
conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi,
intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il
progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di
petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava
procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al
provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per
snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi.
Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni
parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma
della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato.
A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte
della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La
Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette
quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia),
sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali
quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto
emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e
dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto,
dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa
Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22
dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione
all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto,
nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il
precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione
attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche
conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della
Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al
rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi
Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP
Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo
Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione
della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la
direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie,
di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi
estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse
nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della
Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”.
Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e
la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti
nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche
adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di
desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle
tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di
lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque
del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi!
Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni
all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che
potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza
specificare a quali condizioni.
Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della
SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei
borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene
trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati
(il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime
previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento
delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in
coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori
pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di
iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante,
antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio),
fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti
chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi
liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del
Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale.
L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote
effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione
al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il
flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai
fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad
oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e
attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi.
Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni
idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti
dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa
(2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di
simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”.
Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e
controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli
di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici
relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total
rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per
decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo
sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle
attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e
terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione
Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque
meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di
variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del
torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni. Se si considera
il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve
giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a
grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione
in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente
fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici
e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte
Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile
lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata,
Puglia, Calabria.
Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti
della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della
Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato
da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono
almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via
Taranto ad Israele
(https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/).
Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili,
guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci
tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di
pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un
derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per
attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo
laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee
e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti
responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito
francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale
eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e
distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale
lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il
ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e
Calabria.
Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue
componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito
Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare
centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero
lucano.
Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza
del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata
di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei
confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante
il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di
Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per
l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i
lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo
insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio
sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta,
e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore.
A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto
Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi
terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area
limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è
momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore
per incongruenza tecnica
(https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/).
Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali.
Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a
giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio
proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di
Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da
Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di
Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di
Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi)
che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica”
relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di
trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori
diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto
internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei
conflitti.
Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una
Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti
internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori
e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per
la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero
tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi
socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla
trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più
grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata.
All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla
Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione
secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta
già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A.
Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo
al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su
chimica, fisica dei materiali e biotecnologie.
L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio
Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom
Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo
italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista
ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai
danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e
delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La
Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente
dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata
del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva
di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013,
ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente
rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari
bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo
e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti,
considerata la loro notevole articolazione discorsiva.
Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a
tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente
concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti
Collaterali).
Terza giornata, conclusioni e proposte
Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone,
con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza,
guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola
carovana di auto.
Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio
Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio
all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle
telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca
Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI,
denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il
comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della
Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che
subirono, si sa ancora poco.
La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro
Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di
struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei
boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità
per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche
minerarie ai primi del ‘900.
Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90,
quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti
delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di
attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del
Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di
un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale
che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti
progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della
Basilicata.
La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno
politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi
forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con preoccupazione
la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo
cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione
del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la
militarizzazione nelle scuole e nelle università.
Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza
culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra,
l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una
traduzione alla cultura giovanile attuale.
La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre
l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti
dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento
dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute,
Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative
non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso,
sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle
viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata.
Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e
con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare
(anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa
10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì
all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che,
malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e
fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata
chiede di vivere.
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Francesco Masi, NoTriv
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