[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Cosa significa l’attacco israeliano ad Abu al-Duhur?
Israele ha inviato un messaggio diretto alla Turchia riguardo ai suoi sforzi per espandere la propria sfera di influenza militare in Siria e aumentare il controllo sulle infrastrutture strategiche. Ieri mattina, aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la base aerea militare di Abu al-Duhur, nella campagna di Idlib, nel nord-ovest della Siria. La televisione di stato siriana, citando una fonte militare, ha riferito che la pista di atterraggio e i magazzini della base sono stati colpiti da otto raid aerei. Fonti locali e militari non hanno segnalato vittime, ma la struttura ha subito danni materiali. Situata a circa 70 chilometri a est del confine turco, Abu al-Duhur non è stata utilizzata come base aerea militare attiva per lungo tempo. Tuttavia, conserva un’importanza strategica poiché si trova lungo una via di transito tra le province di Hama e Aleppo ed è vicina al deserto siriano. Ciò che ha conferito all’attacco un significato che va oltre le tensioni israelo-siriane, tuttavia, non è tanto la localizzazione dell’obiettivo quanto la giustificazione fornita in seguito da Israele. L’ufficio del ministro ha affermato che era stato raggiunto un accordo precedente con il governo di Damasco sul mantenimento dello “status quo” in materia di sicurezza. Ha tuttavia accusato il governo siriano di essere sul punto di violare tale accordo consentendo alla Turchia di schierare truppe in una base aerea vicino ad Aleppo. La dichiarazione di Israele indica che l’attacco ad Abu al-Duhur era inteso come un messaggio di deterrenza non solo verso Damasco, ma anche verso Ankara. Una delegazione militare turca era presente nella base prima degli attacchi Il quotidiano londinese in lingua araba Al-Araby Al-Jadeed ha riferito, citando fonti sul posto, che una delegazione militare turca aveva visitato Abu al-Duhur il giorno prima dell’attacco. Secondo il rapporto la delegazione ha ispezionato i lavori preliminari volti a rimettere in servizio la pista. Fonti hanno affermato che i lavori erano ancora in una fase iniziale, che all’interno della base erano presenti alcune apparecchiature di comunicazione e che un drone da ricognizione di tipo Bayraktar aveva sorvolato la zona. Un aereo da ricognizione israeliano sarebbe stato avvistato mentre sorvolava la base dopo la partenza della delegazione, e l’attacco sarebbe avvenuto diverse ore dopo. Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, ha avanzato un’affermazione simile. Un funzionario turco, parlando con l’agenzia di stampa statunitense Axios, ha smentito tali affermazioni. Reazioni da Ankara e Damasco Il Ministero degli Esteri siriano ha condannato “fermamente” gli attacchi aerei israeliani contro Abu al-Duhur. Il ministero ha descritto gli attacchi come una continuazione delle violazioni della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria. Anche la Direzione delle comunicazioni della Presidenza turca ha respinto le affermazioni dell’ufficio del Primo Ministro israeliano sulla Turchia, definendole “frivole” e sostenendo che fossero volte a legittimare gli attacchi aerei contro la sovranità e l’integrità territoriale della Siria. Nella dichiarazione si afferma che la Turchia continuerà la sua cooperazione con il governo di Damasco su basi legittime “per stabilire pace, stabilità e prosperità” in Siria. Le dichiarazioni provenienti da Damasco contraddicono anche la versione israeliana di uno “status quo”. Una fonte diplomatica del Ministero degli Esteri siriano ha dichiarato ad Al Jazeera, emittente con sede in Qatar, che non esiste alcun accordo di sicurezza con Israele che limiti la capacità della Siria di sviluppare le proprie istituzioni civili o militari. La stessa fonte ha anche affermato che Israele era stato informato dell’assenza di forze straniere ad Abu al-Duhur. Le ambigue osservazioni di Barrack Le dichiarazioni rilasciate a Reuters da Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, e dagli ambasciatori ad Ankara, rendono questa incertezza particolarmente evidente. Barrack ha affermato che l’attacco israeliano rifletteva una “percezione, giusta o sbagliata che sia”, secondo cui la Turchia “avrebbe potuto aumentare la sua presenza in questa base nel prossimo futuro”. In altre parole, Barrack non ha confermato che la Turchia si stesse preparando a schierarsi ad Abu al-Duhur, ma ha affermato che Israele ha agito perché percepiva tale possibilità come una minaccia. Un altro punto importante emerso dalle dichiarazioni di Barrack è stato che Ankara non era stata informata dell’operazione in anticipo. Secondo Barrack, la Turchia aveva osservato aerei israeliani dirigersi verso il suo confine e sarebbe stato “ragionevole” per Ankara preparare una risposta militare. Barrack ha affermato che si è evitata un’escalation più grave e ha aggiunto che Washington sta lavorando per istituire un meccanismo di de-escalation più solido tra Turchia, Israele e Siria. Perché proprio adesso? Nella tempistica dell’attacco israeliano ad Abu al-Duhur, emergono tre dinamiche principali. Innanzitutto gli sforzi del governo di Damasco per ricostruire le proprie istituzioni e infrastrutture militari stanno diventando sempre più concreti. In secondo luogo Israele non considera più il sostegno della Turchia a questo processo esclusivamente come influenza diplomatica, ma come un fattore che potrebbe alterare gli equilibri militari in futuro. In terzo luogo, i colloqui sulla sicurezza tra Israele e Siria, mediati dagli Stati Uniti, non hanno ancora prodotto un quadro vincolante concordato da entrambe le parti. Ibrahim Hamidi, caporedattore della rivista londinese Al Majalla, ha richiamato l’attenzione anche sulla tempistica dell’attacco ad Abu al-Duhur. Ha ripubblicato un post del 10 agosto che mostrava un pilota siriano impegnato in un volo di addestramento su un aereo da caccia a Idlib, aggiungendo la domanda: “Il bombardamento odierno dell’aeroporto di Abu al-Duhur, nella campagna di Idlib, da parte di Israele è stato una risposta a questo passo?”. Abu al-Duhur rappresenta la continuazione della crisi T4? Ciò che rende l’attacco ad Abu al-Duhur ancora più significativo è il fatto che non si è trattato del primo episodio di questo tipo. Una crisi simile si è verificata intorno alla base aerea di Tiyas/T4, nella Siria centrale, nell’aprile del 2025. Aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la base in seguito a notizie secondo cui la Turchia si stava preparando a schierare forze in diverse basi aeree siriane, tra cui la T4. Esiste una sorprendente somiglianza tra i due episodi. In entrambi i casi, una base aerea siriana che aveva attirato l’interesse di delegazioni militari turche e che era in fase di valutazione per una possibile riattivazione, è stata presa di mira poco dopo da Israele. Il governo israeliano sembra chiaramente credere che il dispiegamento di sistemi di difesa aerea turchi in Siria potrebbe limitare la libertà d’azione di cui gli aerei da guerra israeliani hanno goduto per anni. Il Jerusalem Post, con sede in Israele, ha riportato il 1° aprile 2025 che una fonte della sicurezza israeliana aveva descritto l’attacco al T4 in questi termini. Secondo la fonte, Israele stava segnalando che non avrebbe permesso a una base aerea gestita dalla Turchia di limitare la sua libertà d’azione. Da questa prospettiva, Abu al-Duhur può essere visto come un altro esempio della linea rossa emersa al T4. Il rischio principale evidenziato dall’attacco Israele non si oppone solo alla presenza militare turca nelle aree vicine ai suoi confini, ma considera anche gli sforzi di Ankara per costruire una capacità duratura in grado di rimodellare le infrastrutture militari siriane come una minaccia alla propria sicurezza. Allo stesso tempo, la questione va oltre una singola base aerea. Israele vuole vincolare il più possibile il riarmo della Siria e gli sforzi per costruire una rete di difesa aerea regolare alle proprie esigenze di sicurezza. Con l’intensificarsi del sostegno militare turco all’esercito siriano, gli interessi dei due Paesi potrebbero entrare in conflitto più diretto, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo dello spazio aereo siriano e le relative condizioni. Sul fronte diplomatico, intanto, l’attacco ad Abu al-Duhur potrebbe complicare ulteriormente i colloqui sulla sicurezza in corso tra Israele e Siria, anziché porvi fine. Il governo di Damasco non vuole accettare restrizioni esterne al suo diritto di ricostruire l’esercito e le infrastrutture militari. Israele, dal canto suo, vuole che qualsiasi accordo di sicurezza limiti fin dall’inizio le capacità militari che considera una minaccia. Il risultato è una situazione in cui le parti non concordano nemmeno sul significato di “status quo”. È qui che risiede il rischio principale evidenziato da Abu al-Duhur: la Siria si sta trasformando da un’arena in cui le tensioni tra Turchia e Israele si limitano alla diplomazia a un’arena in cui esiste il rischio di un contatto militare diretto e di errori di valutazione. L'articolo Cosa significa l’attacco israeliano ad Abu al-Duhur? proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
Retekurdistan.it
‘Ndrangheta: consegnato all’Italia il boss Paviglianiti, catturato in Spagna
L’autorità giudiziaria spagnola ha disposto la consegna all’Italia di Domenico Paviglianiti, ritenuto un esponente di vertice dell’omonima cosca di ’ndrangheta. Arrestato il 26 giugno a Soria, dopo essere rimasto irreperibile dal 2022, era ricercato in base a un mandato d’arresto europeo per un cumulo di pene superiore a 19 anni per associazione mafiosa, omicidio e armi. Trasferito da Madrid a Roma con la collaborazione di Interpol, Polizia spagnola e Guardia di finanza, è stato condotto in carcere. Il suo percorso criminale risale anche alla seconda guerra di ’ndrangheta, quando sostenne la cosca De Stefano contro i Condello. The post ‘Ndrangheta: consegnato all’Italia il boss Paviglianiti, catturato in Spagna appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Rimini finanzia chi lavora contro le donne
Rimini finanzia ancora chi lavora contro le donne: basta soldi pubblici al Meeting di CL Torna anche quest’anno, dal 21 al 26 agosto, il Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Comunione e Liberazione. Una macchina di potere che per due decenni ha avuto in Roberto Formigoni il suo volto politico più riconoscibile: presidente della Lombardia per diciotto anni, condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2019 a 5 anni e 10 mesi di carcere per corruzione nel crac Maugeri-San Raffaele. Un sistema che si è retto per anni su fondi pubblici regionali dirottati verso gli affari di pochi. Non un incidente di percorso, ma il prodotto di un modello di potere clientelare che ha attraversato la sanità, l’edilizia, gli appalti — e che ha avuto nel Meeting una delle sue vetrine. E oggi, a Rimini, quella stessa macchina continua a ricevere patrocini e soldi pubblici mentre dà spazio, stand e legittimità a chi vuole toglierci diritti. Tra gli espositori dell’edizione 2026 c’è Pro Vita & Famiglia, che non si limita a osteggiare l’aborto ma diffonde disinformazione anche sulla contraccezione, definita “non generativa” . Non è la prima volta che il Meeting apre le porte a chi vuole riportare indietro i diritti delle donne: nel 2000 ospitò la presentazione del libro “Aborto: il genocidio del XX secolo”, con Roberto Fiore, fondatore di Forza Nuova, tra i relatori. Un episodio che il Meeting non ha mai sentito il bisogno di prendere le distanze da esso. Tutto questo avviene con il patrocinio e i finanziamenti decennali del Comune di Rimini e con contributi pubblici erogati negli anni dalla Regione Emilia-Romagna — enti governati da giunte che nei loro programmi elettorali si riempiono la bocca di autodeterminazione, consultori, politiche femministe. Nei fatti, mettono la faccia e i soldi pubblici su un evento che dà voce e visibilità a chi lavora esattamente nella direzione opposta. Non ci interessano le rassicurazioni di facciata su “dialogo” e “confronto aperto”. Un ente pubblico che finanzia o patrocina chi ospita stabilmente posizioni contrarie alla legge 194 non è neutrale: sceglie da che parte stare, e sceglie la parte sbagliata. Chiediamo, senza ambiguità:  • stop immediato a ogni patrocinio e contributo pubblico, diretto o indiretto, al Meeting di Rimini da parte del Comune di Rimini e della Regione Emilia-Romagna;  • che quei soldi vengano dirottati subito ai consultori familiari pubblici, ridotti all’osso da anni di tagli e disinteresse, e alle associazioni femministe e ai centri antiviolenza che ogni giorno fanno il lavoro vero — informare, accogliere, sostenere le donne — mentre altri lo fanno solo a parole, o lavorano contro. Rimini EcoSocialista Redazione Romagna
August 20, 2026
Pressenza
Livorno, sabato 5 settembre: Gli orti urbani non si toccano! Corteo nazionale
Riceviamo e diffondiamo: 🐦CONTINUA LA LOTTA IN DIFESA DEGLI ORTI URBANI🌳 Chiediamo a tutte e tutti di dare il massimo risalto alla manifestazione nazionale che si terrà il 5 settembre per controbattere alla gentrificazione della nostra città e alla speculazione edilizia del costruttore Frangerini e del comune suo complice. 🦎Dal 3 settembre sarà attivato anche un campeggio per chi desiderasse vivere a pieno lo spazio🏕 Nel frattempo gli orti ospiteranno iniziative di ogni tipo, invitiamo tutta la cittadinanza a partecipare ad una lotta che la coinvolge direttamente! Per informazioni o adesioni scrivere a resisterealcemento@gmail.com Continueremo a gridarlo: CHI SEMINA CEMENTO, RACCOGLIE RESISTENZA!
August 20, 2026
il Rovescio
Amnesty International: “L’accordo Italia-Albania è un disastro. L’Unione Europea deve porre fine a piani crudeli in materia d’immigrazione”
L’accordo tra Italia e Albania per l’esternalizzazione della detenzione di persone migranti e richiedenti asilo sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani di queste persone. Lo ha dichiarato Amnesty International in una ricerca pubblicata a poche settimane di distanza dai fatti di Ceuta, che hanno messo in evidenza i pericoli insiti nelle politiche migratorie dell’Unione Europea, da tempo basate sull’esclusione e sul confinamento. La ricerca, intitolata “Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani”, esamina l’accordo del 2023 che ha istituito due centri in Albania gestiti dalle autorità italiane. Tale accordo ha comportato il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, con un accesso fortemente limitato all’assistenza legale. Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio. “Il fine ultimo della detenzione extraterritoriale è produrre un effetto deterrente e cercare di aggirare ed evadere la responsabilità di rispondere alle necessità di chi migra e l’obbligo di dare asilo a chi ne necessita. L’accordo dell’Italia con l’Albania dimostra ancora una volta l’inevitabile costo umano di tale approccio”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee. “Poco prima che entrasse in vigore, Amnesty International aveva dato l’allarme sul dannoso impatto che l’accordo avrebbe inevitabilmente avuto sui diritti delle persone in pericolo in mare e su quelli delle persone che sarebbero state trasferite in Albania. Ora, queste preoccupazioni si sono chiaramente materializzate”, ha aggiunto Geddie. Amnesty International ritiene che le proprie conclusioni debbano servire da ammonimento all’Unione Europea sul disastroso impatto delle politiche in materia d’immigrazione, che cercano sempre più di fare affidamento su Stati al di fuori delle sue frontiere per gestire il fenomeno migratorio, invece di aumentare i percorsi regolari e sicuri. Crudeltà gratuita Tra ottobre 2024 e gennaio 2025, sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento di queste persone, l’Italia ha cessato i trasferimenti. Nel marzo 2025, tuttavia, il governo italiano ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia. A seguito di ciò, negli ultimi 15 mesi centinaia (si ritiene oltre 500) uomini prevalentemente razzializzati sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër. In questo centro, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 ‘eventi critici’, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo. Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente avvolto dal segreto. Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia. Un avvocato intervistato da Amnesty International ha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare in modo adeguato la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite. “Le persone detenute in Albania sono comprensibilmente traumatizzate: possono aver attraversato deserti, aver subito detenzione e violenza in Libia, essere sopravvissute a una traversata in mare a bordo di imbarcazioni inadatte alla navigazione, venire intercettate dalle autorità italiane e, infine, aver viaggiato per giorni verso l’Albania. Altre, trasferite in Albania dai centri di detenzione in Italia, sono state strappate alle loro vite, alle comunità e alle reti di sostegno. Ciò che sono costrette a subire è una crudeltà intollerabile e gratuita”, ha sottolineato Geddie. Indebolire lo stato di diritto I tribunali italiani e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno giudicato incompatibili con le norme dell’Unione Europea le leggi e le prassi italiane circa la gestione delle richieste d’asilo da parte di persone provenienti da Paesi designati “sicuri” dall’Italia, a causa della cui designazione si applicano procedure accelerate d’esame. Hanno anche stabilito che non vi sono sufficienti salvaguardie a disposizione delle persone richiedenti asilo. Nonostante una serie di sentenze dei tribunali italiani che hanno ordinato il ritorno in libertà delle persone detenute in Albania, il governo italiano ha proseguito ad applicare l’accordo. Ha cercato di limitare le verifiche dei tribunali sulla designazione dei “Paesi sicuri” ricorrendo alla decretazione d’urgenza, senza spiegare i motivi di questo indebolimento dello stato di diritto. Le persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia e qui già detenute vengono anche sottoposte a trasferimenti extraterritoriali illegali, non previsti dalle norme italiane ed europee. “È abbondantemente chiaro che il modello Italia-Albania è impossibile da attuare nel rispetto degli obblighi italiani sui diritti umani. Questo dato di fatto deve sollecitare l’Unione Europea a porre definitivamente termine a ogni futuro progetto di espandere l’uso della detenzione extraterritoriale e di altre modalità di esternalizzazione”, ha sottolineato Geddie. “Le autorità italiane devono immediatamente mettere fine all’accordo con l’Albania, attuare alternative alla detenzione delle persone migranti – che nel diritto internazionale deve rimanere l’ultima misura a disposizione – e assicurare l’accesso a procedure d’asilo effettive e non discriminatorie e a un’accoglienza nel territorio italiano che rispetti la dignità di tutte le persone in cerca di protezione internazionale. Tutte le persone rifugiate e migranti dovrebbero poter accedere a effettive salvaguardie legali ed essere oggetto di un monitoraggio indipendente”, ha concluso Geddie. Ulteriori informazioni L’accordo Italia-Albania è entrato in vigore il 23 febbraio 2024 con validità di cinque anni e conseguente rinnovo automatico. Per la sua attuazione, il governo italiano risulta abbia previsto oltre 670 milioni di spesa fino al 2028. Poiché il Ministero dell’Interno italiano, citando motivi di sicurezza e di ordine pubblico, ha negato ad Amnesty International di visitare i centri di detenzione in Albania, questa ricerca si è basata sulla corrispondenza con lo stesso ministero, sulla revisione di atti giudiziari, su informazioni condivise con la rete della società civile “Tavolo asilo e immigrazione”, su relazioni di parlamentari e difensori civici e su interviste con agenzie delle Nazioni Unite e con due avvocati di persone detenute a Gjadër. Lo scorso giugno una delegazione di Amnesty International Italia ha percorso via mare la rotta da Brindisi a Shëngjin a bordo di un’imbarcazione della cooperativa transfemminista e popolare “Seasters”. L’iniziativa, che ha ripercorso il tragitto utilizzato per il trasferimento dei migranti nell’hotspot in Albania, ha visto anche la partecipazione dell’artista Laika, presente a bordo con una sua opera. Italia: detenzione extraterritoriale delle persone migranti – Amnesty International Italia     Amnesty International
August 20, 2026
Pressenza
Miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura bellica: se lo dice “Il Sole 24 ore”…
L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche per il fianco Sud Mentre si consuma la frattura Nato con gli Usa, nasce una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Le grandi aziende della Difesa hanno creato joint venture in Ucraina e stanno ricostruendo la filiera produttiva. Una rivoluzione che va oltre i singoli governi di Charly Ghezzi “Il Sole 24 ore” del 14 agosto 2026 I baricentri della sicurezza europea e dell’economia di guerra hanno subito una mutazione strutturale che non consente più scorciatoie retoriche: l’Europa sta smettendo di essere l’ausiliario logistico di Washington per diventare, per necessità prima ancora che per disegno dottrinale, il garante finanziario, industriale e strategico della difesa ucraina e della propria deterrenza convenzionale. La transizione non è figlia di una pianificazione accademica, ma della cruda presa d’atto che l’equilibrio transatlantico è mutato in modo irreversibile. Con gli Stati Uniti assorbiti dal confronto strategico nell’Indo-Pacifico e da dinamiche legislative interne che rendono i flussi di bilancio intermittenti, le cancellerie del vecchio Continente sono state chiamate a colmare un vuoto che misura miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura manifatturiere. Il passaggio dalle donazioni emergenziali di materiale di magazzino a una programmazione pluriennale integrata rappresenta la vera discontinuità di questa fase storica. Tra il 2024 e il 2026, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev. Ma è sul terreno della finanza straordinaria che si è consumato lo strappo più significativo: al vertice G7 di Borgo Egnazia del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo Extraordinary Revenue Acceleration (ERA) da 50 miliardi di dollari, cui l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024. Il servizio del debito non grava sui contribuenti europei, ma capitalizza le rendite nette straordinarie generate dai circa 210 miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale della Federazione Russa immobilizzati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, traducendo una leva di diritto finanziario internazionale in un flusso costante da 2,5 a 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione. Il tema fiscale del riarmo Ue Questo impianto multilaterale trova il suo asse portante nelle quattro grandi economie europee – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – che hanno progressivamente ancorato il proprio sostegno a trattati bilaterali decennali sottoscritti nel quadro della Dichiarazione congiunta del G7 di Vilnius. Londra, anticipando le capitali continentali nel gennaio 2024, ha formalizzato il proprio accordo bilaterale stanziando pacchetti da oltre 3 miliardi di sterline annue focalizzati su missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow, droni marittimi e munizionamento guidato. A febbraio 2024, Berlino e Parigi hanno impresso una svolta decisiva: la Germania ha stanziato oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR. Nello stesso frangente, il 24 febbraio 2024, l’Italia ha siglato a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali guidate da campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta. L’apparato manifatturiero della Difesa Tuttavia, l’efficacia della leva finanziaria si scontra con la rigidità dell’apparato manifatturiero. Per tre decenni, la Base Tecnologica e Industriale della Difesa Europea (EDTIB) è stata dimensionata per operazioni di proiezione expeditionary a bassa intensità, determinando una cronica scarsità di presse per lo stampaggio a caldo, catene di montaggio automatizzate e, soprattutto, precursori chimici essenziali come nitrocellulosa, esogeno (RDX) e ottogeno (HMX). Prima del 2022, l’intera capacità europea per i proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno. Attraverso lo strumento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), finanziato con 513 milioni di euro dal bilancio UE e capace di mobilitare oltre 1,4 miliardi di investimenti complessivi lungo la catena di valore, e la strategia EDIS/EDIP approvata a livello comunitario, i colossi industriali del continente – Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo – hanno avviato un piano di espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027. La mutazione più rilevante sul piano tattico e logistico non avviene però nei poligoni della Germania settentrionale o nelle valli francesi, ma direttamente dentro i confini sovrani ucraini. La vulnerabilità intrinseca delle linee di comunicazione transfrontaliere che attraversano i nodi di smistamento in Polonia, Slovacchia e Romania ha imposto una delocalizzazione avanzata: i costruttori europei non si limitano più a spedire hardware finito, ma creano joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino. Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea. Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz). La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera. Un modello ormai avviato Questo compendio di trasformazioni industriali, finanziarie e tecnologiche produce un impatto geopolitico diretto sulla postura del Cremlino. Al di là dei continui attacchi, la dottrina di Mosca, storicamente fondata sull’ipotesi che la frammentazione politica delle democrazie occidentali e l’esaurimento delle scorte Nato avrebbero inevitabilmente aperto la strada a una resa per logoramento, si trova oggi di fronte a una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitale sovrano e da una capacità produttiva autonoma che non può essere smantellata da un singolo ciclo elettorale. Per l’Europa, la sfida dei prossimi cinque anni non consiste nel decidere se assumere la leadership della propria sicurezza, ma nel dimostrare la disciplina fiscale e la coesione politica necessarie per consolidare un primato. Che – va detto – non servirà soltanto per il fianco Est, ma anche per quello Sud. Non è dato sapere come si svilupperanno le tensioni in Medioriente e se tali tensioni porteranno altra instabilità in Africa. Se dovesse succedere, bisognerà replicare lo schema intrapreso a Est.
August 20, 2026
il Rovescio
L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid
David Morens, consigliere senior dell’Ufficio del direttore del NIAID dal 2006 al 2022, ha ammesso davanti a un tribunale federale di avere partecipato a un piano per occultare documenti sui finanziamenti alla ricerca sui coronavirus e sottrarre alla trasparenza comunicazioni sulle origini della pandemia. Account privati, informazioni riservate ed email fatte «sparire» servivano a proteggere EcoHealth Alliance e a contrastare la pista della fuga dal laboratorio di Wuhan. In cambio delle sue «manovre dietro le quinte», Morens ricevette regali illeciti – tra cui bottiglie di vino – e la promessa di cene in ristoranti stellati. Rischia fino a cinque anni di carcere e una multa di 250 mila dollari, ma la portata della sua confessione supera il destino giudiziario personale: ora l’inchiesta potrebbe travolgere anche Anthony Fauci, finora protetto dalla grazia preventiva concessagli da Joe Biden. La dichiarazione di colpevolezza ha consentito a Morens di ottenere il ritiro degli altri quattro capi d’imputazione, alcuni dei quali prevedevano fino a vent’anni di carcere. La sentenza sarà pronunciata a novembre. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il piano prese forma nell’aprile 2020, dopo la revoca del finanziamento NIH a EcoHealth Alliance per un progetto sui coronavirus dei pipistrelli, condotto anche attraverso il Wuhan Institute of Virology. La decisione arrivò mentre cresceva il sospetto che il SARS-CoV-2 potesse essere fuoriuscito dal laboratorio cinese. Morens e gli altri soggetti coinvolti si impegnarono allora ad aiutare il presidente dell’organizzazione, Peter Daszak, a recuperare i fondi e a «contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio». Per eludere le richieste di accesso agli atti previste dal Freedom of Information Act, il gruppo spostò le comunicazioni sull’account Gmail personale di Morens. In una delle email successivamente acquisite dal Congresso, l’ex consigliere scrisse di avere imparato a «far sparire le email». Nell’aprile 2021, spiegò inoltre che il sistema consentiva di raggiungere anche i vertici del NIAID: «Non c’è da preoccuparsi per le richieste FOIA. Posso inviare il materiale a Tony [Fauci] sul suo account Gmail privato, oppure consegnarglielo al lavoro o a casa sua. È troppo intelligente per permettere ai colleghi di inviargli materiale che potrebbe causare problemi». Attraverso questi canali circolarono informazioni non pubbliche del NIH, vennero revisionate lettere destinate alla dirigenza dell’agenzia e trasmessi retroscena a un «Alto funzionario 1 del NIAID» che, secondo la ricostruzione della CBS, sarebbe proprio Fauci. Morens ammise infine l’accordo con Daszak per l’elargizione di regali illeciti: dopo aver ricevuto delle costose bottiglie di vino, indicò come modo per «meritarlo»: la pubblicazione, su una prestigiosa rivista medica, di un commento scientifico a sostegno dell’origine naturale del virus. Fauci ha sempre negato di conoscere le attività del collaboratore “senior” e, al momento, non è accusato nel procedimento. Nei suoi diari, pubblicati dal senatore Rand Paul, annotava colloqui con Morens proprio mentre cresceva la pressione sui finanziamenti a EcoHealth. Le stesse 1.141 pagine mostravano che fin dal gennaio 2020 era al corrente dei sospetti sul sito di clivaggio della furina e della possibilità che il virus fosse stato modificato e poi fuoriuscito accidentalmente dal biolaboratorio di Wuhan. Ipotesi discussa privatamente ai massimi livelli, ma successivamente liquidata davanti al pubblico come una «teoria del complotto». La confessione di Morens arriva così nel momento peggiore per l’immunologo statunitense. Il 29 luglio l’ex consigliere sanitario della Casa Bianca si è appellato 111 volte al Quinto emendamento durante l’audizione davanti alla Commissione del Senato per la Sicurezza interna, rifiutando di rispondere anche a domande apparentemente innocue. Pochi giorni dopo, la Commissione lo ha dichiarato in oltraggio al Congresso e ha trasmesso il deferimento al Dipartimento di Giustizia. Intanto, dagli oltre 34 mila SMS recuperati dal suo telefono governativo sono emersi i dubbi espressi in privato sul possibile rischio di aborto dopo la seconda dose dei vaccini a mRNA, appena nove giorni prima delle rassicurazioni pubbliche rivolte alle donne incinte. La dichiarazione di colpevolezza di Morens non dimostra, da sola, una responsabilità penale di Fauci. Certifica, però, l’esistenza di un sistema organizzato per sottrarre documenti alla trasparenza, proteggere EcoHealth Alliance e contrastare la pista della fuga dal laboratorio. Ciò che per anni è stato liquidato come “complottismo” è ora entrato negli atti di un tribunale federale. The post L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Accoglienza dei richiedenti asilo: accertata l’illegittimità del silenzio della Prefettura di Torino
Il TAR Piemonte, Sezione Prima (R.G. n. 354/2026) ha accertato l’illegittimità del silenzio serbato dalla Prefettura di Torino rispetto alla richiesta di inserimento in accoglienza. Il ricorrente, richiedente asilo di cittadinanza iraniana, aveva presentato l’11 luglio 2025 istanza di inserimento nel sistema di accoglienza, senza mai ricevere risposta. Nelle more del giudizio l’amministrazione lo ha collocato in una struttura di accoglienza prefettizia, ma il TAR ha riconosciuto il permanere dell’interesse all’accertamento dell’illegittimità del silenzio, anche a fini risarcitori. La sentenza chiarisce che alle domande di accesso alle misure di accoglienza si applica il termine generale di 30 giorni previsto dall’art. 2, co. 2, l. 241/1990, e non il termine di 180 giorni dei procedimenti “riguardanti l’immigrazione”: l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale è infatti disciplinata dalla direttiva 2013/33/UE e dal d.lgs. 142/2015, che esigono l’erogazione tempestiva delle misure sin dalla manifestazione di volontà di chiedere protezione (conformi Cons. Stato, sez. III, n. 5503/2024 e TAR Piemonte, sez. I, n. 1362/2025). Il TAR ha inoltre precisato che l’inserimento in lista d’attesa non esclude il silenzio: l’amministrazione ha comunque l’obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso e motivato. T.A.R. per il Piemonte, sentenza n. 1195 del 27 maggio 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento.
Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi
Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere? Fonte Hanin Majadli – 19 agosto 2026 Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane … Leggi tutto "Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi" L'articolo Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi proviene da Invictapalestina.
August 20, 2026
Invictapalestina
Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani
Da Sde Teiman ai sospetti terroristi ebrei, Honenu fornisce supporto legale ai più noti estremisti israeliani, coltivando al contempo legami politici. Fonte Di Jessica Buxbaum – 19 agosto 2026 Nel 2025, la società israeliana è stata coinvolta in un acceso dibattito dopo la diffusione pubblica di un video che mostrava guardie israeliane violentare una detenuta … Leggi tutto "Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani" L'articolo Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani proviene da Invictapalestina.
August 20, 2026
Invictapalestina

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