La Solidarietà Deportatadi Maurizio Giacobbe – Micropolis
Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik
In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua
per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo
esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a
seguire i progetti che abbiamo avviato.
Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare
alle richieste di Israele?
Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in
Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero
degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato
e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci
hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello
staff locale e dei loro familiari.
Una profilazione completa del personale?
Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere;
stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è
questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla
Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è
l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per
coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne
l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro
operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a
tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori.
Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni?
ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro
nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare
soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di
Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché
c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato
con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le
varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi
abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative,
socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a
Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con
le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive,
soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta
attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era
possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani,
abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per
le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era
stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe
di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che
purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività
fuori da quegli spazi.
So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina
sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando
qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel
documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza
bom- bardata.
Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a
queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle
dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di
diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste
per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei
pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla
Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este-
ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni
private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o
tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e
curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno
distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in
questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man
mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici,
costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a
piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre
andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa
non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che
Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che
riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi
educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a
sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così.
Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato
immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana
sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei
terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci
hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in
Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare
alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente
dovremo cambiare diverse cose.
Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della
chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era
possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare?
A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla
pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si
sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le
rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti
gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno
tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con
gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra
fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i
palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione
di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc.
ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto
l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a
mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le
più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza
però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti
progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano
loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono
più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi-
nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un
futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli
operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui
partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però
importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro
condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e
comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti
hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati.
Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto
su Gaza?
In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove
vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò
vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È
difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi,
ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita
40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la
frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo
atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di
Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i
palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi,
talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli
esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro
progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità
di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi
della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente
ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci
sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in
atri sono realizzati in tende.
Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E
per le metodologie basate sulle nuove tecnologie?
Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la
stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I
materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la
Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la
connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché
per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un
sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un
po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente
la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile
palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese.
Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è
disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più,
ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato
spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia
che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle
ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette
di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della
tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase
uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare
dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni
probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si
acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo
solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto
del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento
delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.