Guerra, sanzioni e vita quotidiana: l’Iran sotto una pressione crescente
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti hanno nuovamente intensificato gli attacchi contro l’Iran. Secondo le notizie diffuse, gli attacchi hanno colpito obiettivi militari, infrastrutture strategiche e aree residenziali, provocando la morte e il ferimento di numerosi civili e militari. Tra I militari uccisi vi sono anche giovani soldati di leva, presenti nelle caserme semplicemente per svolgere il servizio militare obbligatorio. Prima di essere soldati, erano figli, fratelli e membri di una famiglia. Per chi li ha persi, la loro morte non è soltanto una «perdita militare», ma la perdita di una persona cara Il sud dell’Iran: la guerra entra nella vita quotidiana Anche diverse aree del sud dell’Iran sono state colpite pesantemente negli ultimi giorni e, secondo quanto riportato, alcune infrastrutture hanno subito gravi danni. In seguito agli attacchi, la fornitura di acqua, elettricità e gas ha registrato interruzioni in alcune zone. Queste infrastrutture non sono semplicemente strutture tecniche: fanno parte della vita quotidiana delle persone. Quando vengono danneggiate, le conseguenze ricadono direttamente sulle famiglie, sugli ospedali e sulla vita di milioni di persone. Allo stesso tempo, la situazione economica iraniana, già fortemente segnata dalle sanzioni e dalle restrizioni economiche, è stata ulteriormente aggravata dalla guerra. Il calo del potere d’acquisto, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e il forte rialzo del dollaro e dell’euro, arrivati a livelli senza precedenti, hanno reso la vita quotidiana ancora più difficile per molte famiglie. Dietro questi numeri ci sono persone reali: famiglie che faticano a comprare cibo e medicine, genitori preoccupati per I propri figli e persone che guardano al futuro con crescente incertezza. Quando una festa di matrimonio diventa teatro di guerra Uno dei rapporti più drammatici degli ultimi giorni riguarda un attacco aereo a Bandar Koushtak, nella contea di Sirik, nel sud dell’Iran, dove al momento dell’attacco era in corso una festa di matrimonio in un’abitazione. Secondo un rapporto della «Rete di documentazione dei diritti umani del Baluchistan», nella sera di martedì 10 Shahrivar 1405, un’antenna per le telecomunicazioni situata nelle vicinanze di un’abitazione è stata colpita durante un attacco aereo. Il rapporto riferisce che almeno due civili sono rimasti uccisi e più di 50 persone ferite, mentre alcune persone, tra cui donne presenti alla cerimonia, sarebbero rimaste intrappolate sotto le macerie. L’abitazione apparteneva ad Ali e Abbas Mollahi e ospitava numerosi cittadini riuniti per celebrare un matrimonio. Al di là di ogni differenza politica o militare, episodi come questo ricordano una realtà semplice e dolorosa: in guerra, sono spesso le persone comuni a pagare il prezzo più alto. Per una famiglia che perde una persona cara, qualunque sia la ragione dell’attacco, il risultato rimane lo stesso: una sedia vuota, una famiglia in lutto e una vita che non tornerà più come prima. I diritti umani non devono diventare vittime della guerra Difendere i diritti umani non significa difendere un governo o una delle parti coinvolte nel conflitto. Significa difendere il diritto alla vita e alla sicurezza delle persone. I civili nelle proprie abitazioni, le famiglie riunite per una festa e I giovani soldati di leva che stanno svolgendo il servizio militare non dovrebbero trasformarsi in numeri anonimi nei rapporti di guerra. Essere per la pace non significa ignorare le differenze politiche o le questioni di sicurezza. Significa riconoscere un principio fondamentale: la vita umana non dovrebbe mai diventare il prezzo da pagare per raggiungere obiettivi politici o militari. Oggi il popolo iraniano si trova ad affrontare contemporaneamente guerra, pressione economica e una crescente insicurezza fisica e psicologica. In una situazione simile, forse il bisogno più semplice è anche quello più importante: la sicurezza e la possibilità di continuare a vivere una vita normale. La comunità internazionale dovrebbe mettere al primo posto la protezione dei civili, il rispetto del diritto internazionale umanitario e ogni sforzo concreto volto a porre fine alla guerra. Perché una guerra può iniziare per decisione dei politici, ma troppo spesso sono le persone comuni a pagarne il prezzo con la propria vita, il proprio sostentamento e il proprio futuro.   Shayan Moradi
September 4, 2026
Pressenza
Cuba: sanzioni e guerra mediatica
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato una nuova serie di sanzioni contro Cuba, un’abitudine che è diventata quasi settimanale, mentre la guerra mediatica all’isola non si ferma. Questa volta le sanzioni hanno colpito i settori finanziari, minerari, metallurgichi ed energetici cubani. Nel suo proposito dichiarato di soffocare l’economia e punire collettivamente il popolo cubano, il segretario di stato statunitense, ha emesso sanzioni contro: – BANCO EXTERIOR DE CUBA, una banca statale di Cuba specializzata in business banking, finanziamento del commercio estero e transazioni internazionali. – EMPRESA DE SERVICIOS COMANDANTE RENÉ RAMOS LATOUR (NICAROTEC), un’entità di proprietà statale cubana, un’azienda che svolge servizi industriali e tecnici che fornisce supporto geologico e minerario al settore del nichel. – EMPRESA IMPORTADORA Y ABESTECEDORA DEL NÍQUEL (CEXNI), una società di commercio estero e logistica che importa e fornisce materie prime specializzate, macchinari e attrezzature per l’industria cubana del nichel e del cobalto. – EMPRESA IMPORTADORA DE APPROVECIMIENTO PARA EL PETRÓLEO (ABAPET), una filiale di CUPET che partecipa principalmente alle attività di supporto alle gare d’appalto per CUPET, e ha importato specificamente attrezzature tecnologiche, pezzi di ricambio, strumenti specializzati e prodotti industriali necessari per sostenere il settore energetico di Cuba. – COMERCIAL CUPET S.A. un’entità cubana di proprietà statale che rappresenta CUPET in trattative e joint venture con entità straniere. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14404, ha incluso nella sua lista di sanzionati Fidel Ernesto Castro Calis, ufficialmente legato da Washington ad Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro e figura degli organi di sicurezza del governo cubano. Parallelamente alle sanzioni continua la guerra mediatica contro Cuba portata avanti dai mezzi di informazione finanziati dal governo degli Stati Uniti attraverso diverse agenzie governative, una guerra a 360 gradi contro l’isola caraibica che si avvale di ogni mezzo possibile e immaginabile. “Profonda recessione”, “inflazione galoppante”, “trasporto pubblico paralizzato”, “collasso sanitario”, “notte intere senza elettricità”, giorni, anche “mesi senza acqua”, “condizioni di vita deplorevoli”, “aumento dello stress, fame, anemia”, “depressione” e “ansia”, scrive El Nuevo Herald di Miami, uno dei media più attivi nel gettare fango su Cuba, fa notare il sito spagnolo Cubainformaciòn. ovviamente tutte le responsabilità vengon gettate sul governo dell’isola, reo di non essere capace di risolvere la difficile situazione in cui si trova Cuba. Mai viene menzionato il blocco economico, commerciale e finanziario applicato da quelli che finanziano la testata, come mai vengono menzionate le centinaia di sanzioni emesse dal governo a stelle e strisce. Tutto è colpa di Miguel Diaz Canel e del suo esecutivo. Vengono volontariamente ignorati gli appelli di diversi gruppi di relatori e dello stesso Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, nei quali si esortano gli Stati Uniti a revocare le sanzioni all’isola, che causano morti per mancanza di forniture mediche e hanno un impatto sul cibo e sull’accesso all’acqua. Dal 2019, la guerra economica di Washington è riuscita a decimare il turismo, i servizi medici internazionali e le rimesse, tre pilastri essenziali dell’economia di Cuba, ha causato la fuga di massa delle società di investimento straniere, da otto mesi, impedisce l’arrivo di carburante per le centrali elettriche o il trasporto, e ha causato la detenzione nei porti caraibici di migliaia di container, con tutti i tipi di forniture già pagate, attraverso le minacce alle compagnie di navigazione. Ma tutti i problemi che affronta quotidianamente la popolazione, secondo questi “indipendenti” media, sono del governo cubano. Non dimentichiamoci poi la costante narrazione portata avanti da questi mezzi di informazione che imputa al modello socialista della rivoluzione la causa di tutti i problemi dell’Isola. Viene costantemente scritto che il governo cubano, con esasperante caparbietà, non vuole ammettere che la rivoluzione socialista ha fallito e che occorre trasformare Cuba in un paese moderno allineato alle politiche economiche liberali attuando riforme che orientino l’economia in questa direzione. Chiaramente anche in questo caso le sanzioni non hanno alcuna responsabilità, tutto è colpa del modello socialista dell’economia e del governo che non vuole abbandonarlo. Così è il giornalismo al servizio del genocidio. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
September 4, 2026
Pressenza
La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sulla normativa internazionale, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM: in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura . È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea Saving Humans al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Inaugurato il Bene Confiscato di via Cosenz. Nasce la nuova sede del progetto “Per Aspera ad Astra” destinato a minori e famiglie straniere che vivono situazioni di vulnerabilità o difficoltà
INAUGURAZIONE DEL BENE CONFISCATO DI VIA COSENZ. NASCE LA NUOVA SEDE DEL PROGETTO “PER ASPERA AD ASTRA” DESTINATO A MINORI E FAMIGLIE STRANIERE CHE VIVONO SITUAZIONI DI VULNERABILITÀ O DIFFICOLTÀ È stato inaugurato questa mattina il Bene Confiscato alla criminalità organizzata sito in via Cosenz n. 26. L’immobile, restituito alla città e alla collettività, è stato assegnato all’associazione SALAM HOUSE GIOVANI ODV, capofila dell’associazione temporanea di scopo con RINASCITA SALAM HOUSE ODV, NEREA APS (Associazione di Promozione Sociale) e NAZARETH – Cooperativa Sociale a r.l. ONLUS. La struttura ospiterà il progetto di riutilizzo sociale “Per Aspera ad Astra”, un’iniziativa pensata per offrire un concreto sostegno e percorsi di integrazione a minori e famiglie straniere che vivono situazioni di vulnerabilità o difficoltà di inserimento nel tessuto sociale ed economico del Paese. All’inaugurazione ha partecipato l’Assessore alla Legalità del Comune di Napoli, Antonio de Iesu che ha dichiarato: “Oggi è una bella giornata. Lo dico senza retorica, lo dico con il cuore. Lo dico perché guardare questo bene confiscato che era utilizzato dai camorristi, vedendo invece che sono utilizzate per ospitare dei bambini anche di diverse culture significa vera integrazione. E questo è grazie al lavoro del Servizio beni confiscate e dell’amministrazione. Io personalmente su questo mi sto spendendo molto. Il ringraziamento va poi soprattutto alle Associazioni che spendono il loro tempo per aiutare tanti bambini che è bello vedere sono qui. È un quartiere delicato, sensibile e per questo non sono sufficienti solo le attività di pulizia Giudiziaria ma è necessario che il quartiere reagisca con tante iniziative da parte delle Associazioni. Abbiamo prossimamente l’inaugurazione di altri 2 beni confiscati per cui il nostro obiettivo è esaurire i beni confiscati dando a tutti una destinazione di alto profilo morale come in questo caso”. Redazione Napoli
September 4, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
I custodi della terra: l’importanza del ritorno all’agroecologia
Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola. Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate. A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto. Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica. Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno. Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa. C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche. La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori. In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale. Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto. Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni. Redazione Sardigna
September 4, 2026
Pressenza
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Bari. Fermo preventivo per tre compagni nel corteo contro il governo Meloni!
Restiamo in corteo fino al loro rilascio! Oggi pomeriggio, in occasione del corteo organizzato a Bari per protestare contro la presenza della Meloni per festeggiare il suo “lungo e stabile” mandato, tre dei nostri compagni di Cambiare Rotta sono stati fermati con un fermo preventivo – una delle nuove misure […] L'articolo Bari. Fermo preventivo per tre compagni nel corteo contro il governo Meloni! su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
IL GOVERNO FESTEGGIA, CORTEO CONTRO MELONI IN UNA BARI BLINDATA
Tra guerre, carovita, crisi climatica, femminicidi e omicidi sul lavoro, Meloni e FdI venerdì hanno festeggiato, a Bari, il record di longevità del loro governo. Un ampio cartello di movimenti, associazioni della sinistra, comitati locali e sindacati di base ha lanciato una manifestazione contro il governo delle destre. La manifestazione è cominciata attorno alle 18 nella centralissima piazza del Ferrarese, con striscioni come ‘Meloni vattin, il governo più servo degli Usa e della Nato’ e ‘prepariamo l’autunno caldo contro il governo della guerra e del razzismo’, da megafono si canta anche ‘via il governo Meloni’. Alla manifestazione è stato vietato il passaggio sul Lungomare, vicino a dove si autocelebra la premier con ministri e dirigenti del suo partito Fratelli d’Italia. Secondo Local Team, due giovani manifestanti sarebbero stati fermati dalla polizia a margine del corteo, mentre si dirigevano in un bar. La corrispondenza di Bobo Aprile, compagno della Confederazione Cobas, raggiunto attorno alle 18 di venerdì 4 settembre Ascolta o scarica
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
VENEZIA: VIETATO UN CIONDOLO CON LA BANDIERA DELLA PALESTINA ALLA MOSTRA DEL CINEMA. LA TESTIMONIANZA DEL NOSTRO INVIATO
Anche per la 83ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Radio Onda d’Urto ha un inviato speciale al Lido. Si tratta di Massimo Morelli, docente e critico cinematografico, oltre che storico redattore di Celluloide, la trasmissione dedicata a cinema e dintorni del martedì (ore 12.30 – 13 e ore 13.30 – 14.30), che ripartirà con la nuova stagione martedì 8 settembre. Ogni giorno corrispondenze, commenti, recensioni e valutazioni critiche alle pellicole più interessanti passate nelle sale del Lido. Tutte le corrispondenze saranno sul sito di Celluloide. Il primo racconto dal Lido che pubblichiamo venerdì 4 settembre riguarda invece un grave episodio di censura di cui il nostro inviato è stato testimone: a una donna che si apprestava ad attraversare i varchi che danno l’accesso al Lido per assistere alle proiezioni dei film in gara, alcuni esponenti delle forze dell’ordine hanno imposto di togliere una catenina con la bandiera della Palestina per entrare. Ascolta la corrispondenza di Massimo Morelli. Ascolta o scarica
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Sono veri i risultati sbandierati dal governo Meloni? La nostra verifica dei fatti
Da oggi il governo Meloni è il più longevo della storia repubblicana. Con i suoi 1.413 giorni a Palazzo Chigi, ha staccato definitivamente il governo Berlusconi II, detentore dal 2005 di questo record. Ancora una volta c’è di mezzo Forza Italia. A differenza di vent’anni fa, però, non ricopre la posizione dominante. In coalizione si è ritagliato il ruolo di co-protagonista, insieme alla Lega (presente allora nella sua connotazione indipendentista) e in misura minore a Noi Moderati. Al vertice c’è Fratelli d’Italia, erede di quell’Alleanza Nazionale che partecipò al secondo esecutivo guidato da Berlusconi. Per celebrare il traguardo raggiunto, il partito della presidente del Consiglio ha pubblicato i rivendicati “record e risultati” ottenuti durante il mandato. La redazione de L’Indipendente, tenendo fede alla sua missione di sottoporre ai lettori un’informazione libera e imparziale, si è messa all’opera per verificare i fatti, cercando di distinguere tra verità e propaganda.  “OCCUPAZIONE AI MASSIMI” Il primo dei risultati sbandierati da Fratelli d’Italia — sul proprio sito e sui social con un carosello — riguarda il lavoro. Secondo FdI, da quando il governo Meloni è entrato in carica l’occupazione è aumentata: a novembre 2022 vi erano 23.252.000 occupati, mentre a luglio risultano 24.370.000 (+4,8%). È vero, e lo confermano i dati ISTAT. Così come è vera la rivendicazione relativa alla crescita dei contratti a tempo indeterminato: «oltre 1,3 milioni di lavoratori a tempo indeterminato in più (quasi 16,6 milioni di luglio 2026 rispetto ai 15,2 milioni di novembre 2022)». Come riportano sempre i dati ISTAT, il numero di contratti a tempo indeterminato è aumentato, anche in proporzione al numero degli occupati e in proporzione al numero dei lavoratori, rispetto al periodo pre-Meloni. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Fratelli d'Italia (@fratelliditalia) Dov’è che glissa Fratelli d’Italia, restituendo ai cittadini un quadro parziale, è sulla sostanza di questi contratti e dunque sulla condizione lavorativa. Non è un mistero che in questi quattro anni inflazione e caro vita hanno eroso il potere d’acquisto degli italiani. A giugno, trainata dalla guerra in Iran (su cui Giorgia Meloni ha preferito non sbilanciarsi più di tanto), l’inflazione ha toccato i massimi da tre anni. Pochi giorni fa un’indagine del Sole 24 Ore ha calcolato che, nell’ultimo lustro, la spesa alimentare degli italiani è cresciuta in media del 30%, trainata dai forti rincari su ortaggi, caffè e olio. Uno degli ultimi rapporti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha fotografato lo stallo del lavoro italiano, dove aumenta l’occupazione ma i salari reali sono in caduta libera. «Risultano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più grande tra le grandi economie dell’OCSE», denuncia l’organizzazione. Quest’ultima, nell’individuare le cause, punta il dito, oltre che sui rincari energetici, anche sull’incapacità di rialzare in modo deciso i contratti collettivi. L’OCSE ridimensiona anche il record italiano del tasso occupazionale, pari al 62,8%, sotto di 9,3 punti percentuali rispetto alla media dell’area. Una dinamica simile riguarda l’occupazione femminile: il partito di Giorgia Meloni sottolinea che non ci sono «mai state così tante donne al lavoro in Italia», non dicendo però che il Paese resta all’ultimo posto della classifica europea. “PIÙ SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE” Il sistema Italia lavora dunque di più rispetto al passato ma guadagna di meno. Gli ultimi dati Eurostat, relativi al 2024, rivelano che nel nostro Paese un lavoratore su dieci è a rischio povertà. Un fenomeno in crescita rispetto al 2023, che fotografa la condizione di precarietà vissuta da milioni di lavoratori. Di fronte a questo quadro sociale si ridimensiona l’impatto del sostegno alle famiglie sbandierato dal governo Meloni. Fratelli d’Italia rivendica di avere aumentato l’indennizzo economico per il congedo parentale, dal 30% del 2022 all’80% odierno. Ed è vero. Così come è confermato dall’INPS l’aumento del 50% del Bonus Mamme, passato dai 40 euro del 2024 ai 60 odierni. Il governo ha anche esteso i congedi parentali, che prima valevano fino ai 12 anni dei figli e ora fino ai 14. «Confermato anche il “Bonus Nascite”: un contributo di 1.000 euro per i nuovi genitori, introdotto nel 2025 e rinnovato nel 2026». Insufficiente, a quanto pare, per fermare l’inverno demografico e vincere le resistenze dei giovani italiani nel metter su famiglia, preoccupati dalla citata precarietà sociale. Nel 2025, l’Italia ha registrato appena 355mila nuovi nati, il valore più basso della sua storia recente, con un crollo del 3,9% rispetto all’anno precedente. “SICUREZZA PIÙ FORTE” Il governo rivendica che da gennaio a luglio 2026 gli sbarchi sono diminuiti dell’80% rispetto allo stesso periodo nel 2023. I dati del Ministero degli Interni lo confermano, ma il paragone è discutibile dal punto di vista metodologico. Innanzitutto, perché nel 2023 l’attuale maggioranza era già a Palazzo Chigi da diversi mesi. Quell’anno fu poi straordinario per il numero di sbarchi, raggiungendo la cifra record dei 157mil arrivi, terzo picco storico dopo quelli vissuti dal governo Renzi nel 2014 e nel 2016. Per quanto riguarda il numero di arrivi, nel 2024 e nel 2025 il governo Meloni ha mantenuto la media del 2021, non avvicinandosi minimamente ai numeri del Conte I (con il picco minimo degli 11mila sbarchi) e Conte II. Sui rimpatri, Fratelli d’Italia rivendica l’aumento del 60% rispetto al 2021. Ed è vero. Tuttavia, allargando lo sguardo e prendendo come riferimento ad esempio il 2019, il numero di rimpatri effettuati nel 2025 risulta inferiore. Anche su questo versante, le due esperienze esecutive di Conte si confermano molto più stringenti. Mettendo da parte l’aspetto puramente numero del fenomeno migratorio, ci si accorge che Fratelli d’Italia non cita alcun dato sui morti in mare. Se in termini assoluti sono leggermente diminuiti, non si  può dire lo stesso del tasso di mortalità. Questo dimostra che le rotte migratorie non vengono messe in sicurezza, ma che viene sempre più esternalizzata la loro gestione, come confermato ad esempio dal rinnovo del memorandum d’intesa con la Libia. Ci sono poi i viaggi in Tunisia effettuati da Giorgia Meloni in compagnia della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che nel luglio del 2023 portarono ai suoi frutti e dunque alla firma di un memorandum che ha trasformato il Paese in una nuova Libia coi soldi di Bruxelles. “LA SCUOLA DEL MERITO” Un altro cavallo di battaglia del governo Meloni è stato l’ossessione per il merito. Al punto da cambiare denominazione al Ministero dell’Istruzione. Fratelli d’Italia rivendica di aver portato il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) per l’università dai 7,4 miliardi di euro del 2019 a 9,4 miliardi nel 2026. Con le approssimazioni del caso il confronto regge. Tuttavia non tiene conto dell’inflazione. A guardarlo così, il balzo nominale è addirittura del 27%. Se lo si aggiusta per l’aumento dei prezzi, il confronto cambia radicalmente. I 9,4 miliardi odierni equivalgono a circa 7,7 miliardi di euro del 2019. L’aumento reale è di circa 300 milioni di euro, pari al 4% (e non il 27%). «Più risorse per l’università significano didattica di qualità, sostegno alla ricerca, e maggiori opportunità per studenti, ricercatori e docenti», scrive Fratelli d’Italia, glissando sulla quota di PIL destinata all’istruzione universitaria. Il Consiglio nazionale degli studenti universitari (CNSU) sottolinea come il nostro Paesi destini al settore appena lo 0,6% del PIL, contro una media europea dello 0,8%. Nel carosello social, Fratelli d’Italia parla di «stipendi più alti per i docenti: +412€ al mese entro il 2027». Manca il riferimento temporale iniziale, e non è un caso. Per comprendere la composizione della cifra arriva in soccorso l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (ARAN). I 412 euro sono la somma di tre incrementi (compresi tra il 124 e i 144 euro lordi) disposti da altrettanti ritocchi nei contratti collettivi. Il primo di questi, però, riguarda il CCNL 2019-2021, quando a Palazzo Chigi non c’era Giorgia Meloni. Larga parte del finanziamento di quel contratto venne coperta dalle Leggi di Bilancio del triennio di riferimento, a cui il governo Meloni ha aggiunto circa 300 milioni di euro. Quindi dei 412 euro medi lordi rivendicati, restano i 287 euro dati dai ritocchi contrattuali finanziati totalmente sotto il governo dei “meritevoli”. IL SUD LOCOMOTIVA D’ITALIA Chiude il carosello social un riferimento al Sud, che con la Zona Economica Speciale (ZES) unica avrebbe attratto 8,5 miliardi di investimenti diretti. Il dato arriverebbe dal Forum Verso Sud, organizzato lo scorso anno a Sorrento da The European House – Ambrosetti (TEHA). Anche Confindustria e SRM, il centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, confermano la cifra, portandola a 9 miliardi di euro. Nessun riferimento alle recenti proteste contro le autorizzazioni ZES — dalla Sardegna alla Puglia — che accusano il governo di scavalcare enti locali e base popolare nella progettazione urbana, svendendo il Paese alle mire turistiche dei super ricchi. Tralasciando le promesse mancate risalenti alla campagna elettorale, possiamo dire che il bilancio tracciato da Fratelli d’Italia si appoggia su dati veritieri, accompagnati però da una narrazione parziale. A leggere “record e risultati” del governo Meloni verrebbe da pensare di essere in un Paese all’avanguardia dal punto di vista lavorativo, capace di garantire sostegni solidi alle famiglie e basato su un sistema scolastico efficiente e ben finanziato. Poi c’è lo scontro con la realtà, che abbiamo provato a ricostruire in questo articolo, affiancandola man mano alla retorica governativa. L’Italia resta un Paese rallentato dal lavoro povero (e ancora fortemente disuguale dal punto di vista di genere), incapace di uscire dall’inverno demografico e con una scarsa propensione al futuro, come dimostrano le risorse destinate ai giovani. The post Sono veri i risultati sbandierati dal governo Meloni? La nostra verifica dei fatti appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 4, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra agli harraga di Ceuta, tra violenze razziste e repressione della solidarietà
A circa un mese dalla giornata del 30 luglio 2026 – in cui decine di migliaia di persone riuscirono a passare il confine tra il Marocco e l’enclave coloniale spagnola di Ceuta – facciamo un approfondimento grazie ad una diretta con compagnx ora presenti sul territorio. Lo scopo della puntata non è tanto quello di fare dietrologie sul come e il perché quella frontiera sia stata bucata in modo così massiccio quel giorno, ma piuttosto di restituire: da un lato una fotografia realistica di come la violenza statale e coloniale si stia esercitando quotidianamente sulla pelle delle persone in viaggio e dall’altra di come discorsi e apparato repressivo messi in campo a Ceuta facciano parte di un vasto progetto europeo di sorveglianza, repressione e peggioramento progressivo della vita delle persone in viaggio. Il contributo di questa puntata di Harraga è volto a tenere in mente presente e futuro non solo nelle prassi coloniali ma anche delle sorti, e lotte, delle persone in viaggio dal nord Africa. Inoltre ci teniamo a tenere alta l’attenzione su quel che succede a Ceuta con la speranza che l’alleanza tra persone in viaggio che bruciano queste frontiere mortifere e chi abita lotte antirazziste sia sempre più stretta e potente. Per mettersi in contatto con lx compagnx presenti a Ceuta: apoyomutuoceuta@riseup.net Per aggiornamenti da Ceuta: No Name Kitchen
September 4, 2026
Radio Blackout - Info

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