PER CHI È ROMA? Il futuro della città si decide insieme
SABATO 31 OTTOBRE 2026 H 9.30 – 18.00 SPAZIO PUBBLICO, VIA DI PORTA MAGGIORE 52, ROMA “Per chi è Roma?” nasce per creare uno spazio di incontro, confronto e iniziativa sulla città pubblica e sul diritto all’abitare. Una giornata per mettere in comune le visioni, le esperienze e i saperi delle tante realtà di cittadinanza attiva che in questi anni hanno proposto alternative alle scelte di governo della città. La giornata si articolerà in quattro tavoli tematici – trasformazioni urbanistiche, politiche per l’abitare, questione ecologica e modello di sviluppo urbano – per avviare un percorso di elaborazione comune e costruire insieme un’idea diversa di Roma. Per chi è Roma? È la domanda da cui vogliamo partire e che attraverserà questa prima giornata di confronto. È la domanda che abbiamo posto pubblicamente all’inizio dell’estate, in un appello ampiamente sottoscritto da cittadine e cittadini romani. Chi riesce oggi a vivere davvero questa città? Chi può permettersi di abitarla, di muoversi, di accedere ai suoi servizi e alle sue opportunità? E soprattutto: come possiamo costruire una città più giusta, capace di contrastare le disuguaglianze invece di riprodurle? Oggi a Roma il diritto a vivere la città e a trarre vantaggio dalle opportunità che offre è diventato un privilegio. La pressione del turismo e della rendita hanno trasformato intere parti della città, rendendo sempre più difficile immaginare che chi vive del proprio lavoro possa abitarci. La distanza tra chi beneficia delle trasformazioni in atto e chi ne paga le conseguenze in termini di disagi e disfunzioni è sempre più ampia e evidente. Gentrificazione ed espulsioni non si fermano al centro ma hanno raggiunto le periferie storiche, dove destinare più della metà del proprio salario alla casa è diventato, per molte persone, una condizione ordinaria. Crescono i tempi e i costi degli spostamenti, i servizi fondamentali sono insufficienti, le condizioni di lavoro peggiorano, e prendersi cura della propria salute, studiare e far studiare i propri cari, coltivare relazioni, progetti e aspirazioni è precluso a una porzione crescente di chi vive a Roma. Le scelte di chi governa la città su questi temi sono sembrate spesso ambivalenti, contraddittorie, senza un reale confronto con la città e non adeguate all’entità delle sfide. La città è animata allo stesso tempo da una straordinaria ricchezza di iniziative di cittadinanza attiva che si oppongono ad alcune delle trasformazioni in atto e propongono visioni e progettualità alternative. Un mosaico di realtà, situazioni e storie diverse, così come diverse sono le forme di interlocuzione con chi governa la città, che crediamo debba e possa essere ricomposto per dare forza alle singole battaglie e costruire insieme un’idea diversa di Roma. “Per chi è Roma?” si rivolge a queste realtà per offrire uno spazio non solo di analisi e discussione, ma di produzione di idee, alleanze e iniziativa. Vuole immaginare una città a misura di chi la abita, accessibile, pubblica, inclusiva e sana, nella quale la prossimità sia un diritto e la diversità una ricchezza da difendere. L’obiettivo è avviare un percorso di elaborazione comune articolato in quattro tavoli tematici: le trasformazioni urbanistiche, per interrogarsi sulle scelte che stanno ridisegnando Roma e sugli interessi che le orientano; le politiche per l’abitare, per affrontare la crisi abitativa e ricostruire il diritto alla casa come componente essenziale del diritto alla città; la questione ecologica, per mettere al centro salute, ambiente, mobilità, suolo, energia e giustizia climatica; e la questione economica e del lavoro, per discutere quale economia sostiene oggi la città, chi beneficia della ricchezza che vi viene prodotta e chi invece ne sopporta i costi. Compila il form di registrazione L’iniziativa è a cura dei promotori dell’appello Per chi è Roma il futuro della città si decide oggi del 15 luglio 2026 Per osservazioni e precisazioni sul testo dell’iniziativa scivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 9 ottobre 2026
October 9, 2026
carteinregola
Anne Holt, Francesco Musolino, Cristina Cassar Scalia con…
…Massimo Cassani, Ivan Sciapeconi, Roberto Mercadini (recensioni di Valerio Calzolaio) Ruggine e diamanti – Anne Holt Traduzione di Margherita Podestà Heir Einaudi Torino 2026 (orig.: 2025) Pag. 433 euro 20   Oslo. Estate 2024. Mercoledì 19 giugno consegnano una torta al cioccolato al vicino di una casa isolata dalle parti di Ammerud e dei boschi di Lillomarka. Il giorno dopo
La Marcia Mondiale per far germogliare una rivoluzione nonviolenta
> Quando si parla di rivoluzione, spesso si immaginano soltanto folle che > invadono le strade in modo spettacolare, a volte con violenza, assaltando > edifici simbolici, ecc. Esiste però una forma di rivoluzione più silenziosa > che sta germogliando in tutto il pianeta, dalla base sociale fino alle > iniziative di alcuni leader ispirati e che, evidentemente, non appare nei > mezzi di comunicazione ufficiali. Per mettere in luce tutti questi contributi positivi che stanno emergendo in diverse parti del pianeta, nel 2009 un idealista e moderno Don Chisciotte originario della Mancia (Spagna), Rafael de la Rubia, ebbe l’ispirazione e propose quella che sembrava una follia: fare un percorso attraverso il pianeta. Con il sostegno di Silo e la collaborazione di amici umanisti di tutto il mondo, prese così il via la 1ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, con un’équipe multiculturale di una dozzina di persone che attraversò diversi continenti, partendo da un luogo simbolico della Nuova Zelanda e arrivando a Punta de Vacas (Argentina, 2009), con una tappa in India sotto gli auspici di Gandhi. Furono 93 giorni attraverso 97 Paesi dei cinque continenti. Non si trattava tanto di camminare fisicamente, quanto di fare luce, lungo tutto il percorso, sulle iniziative a favore della pace e della nonviolenza, e ispirando altre persone a realizzare azioni nella stessa direzione. Questo avvenne in ambiti quali la cultura, l’educazione, l’ecologia e la politica, attraverso marce naturalmente, ma anche concerti e giornate tematiche, sia sociali che culturali. COM’È STATO POSSIBILE? CON QUALI MEZZI? Tutto questo è stato realizzato in modo completamente autonomo, senza il sostegno finanziario di alcuna istituzione e senza pubblicità commerciale di multinazionali, ma con collaborazioni puntuali nelle nostre attività e campagne, secondo il luogo, in modo da non mettere mai in pericolo la nostra libertà di espressione né compromettere le nostre posizioni. POI SONO ARRIVATE LA 2ª E LA 3ª MARCIA Dopo aver realizzato la prima Marcia, con la chiara intenzione di continuare a diffondere questi ideali di nonviolenza, si è presa in considerazione la possibilità di realizzare una seconda Marcia dieci anni dopo, nel 2019. Questa volta faceva il giro completo del pianeta, partendo da Madrid e tornando a Madrid 159 giorni dopo, dopo aver attraversato 51 Paesi e 122 città. Nel frattempo, l’esperienza aveva ispirato un gruppo di donne, che presero l’iniziativa di organizzare marce regionali in America Centrale e in America Latina. Non si aspettarono altri dieci anni per la Marcia successiva: la 3ª Marcia si è svolta nel 2024-2025, partendo dalla Costa Rica (il Paese che ha abolito il proprio esercito dichiarando la Pace al mondo) e tornando nuovamente lì. Tutte le Marce hanno seguito gli stessi criteri, adattando però parte dei temi iniziali ai luoghi e al momento storico. E OGGI SIAMO ARRIVATI ALLA QUARTA EDIZIONE? Di fronte alla situazione mondiale, nella quale si stanno presentando sempre più conflitti, rendendo più complicati gli spostamenti e aumentando anche la pressione economica necessaria per autofinanziare un percorso internazionale, si è deciso di cambiare formato. Si sarebbe realizzata una marcia in ogni città, cioè nel periodo compreso tra due date simboliche: il 21 settembre, Giornata Internazionale della Pace, e il 2 ottobre, Giornata Internazionale della Nonviolenza (con uno scarto di circa un giorno in più o in meno). E si sarebbe fatto ogni anno. Ed è proprio ciò che stiamo facendo. Per quanto ne sappiamo, fino a oggi la 4ª Marcia nella mia città si è svolta in più di 200 città distribuite nei diversi continenti, dove sono state organizzate attività come marce, figure umane e iniziative culturali. Tra gli altri Paesi, possiamo citare: Nepal, Bangladesh, India e Filippine in Asia; Colombia, Argentina, Brasile ed Ecuador in America; in Europa, Italia, Spagna, Francia, Danimarca e Grecia; e in Africa, Senegal e Benin. L’obiettivo è arrivare a 1.000 città, proseguendo ogni anno fino al 2029, per celebrare il ventesimo anniversario della 1ª Marcia Mondiale. In altre parole, ogni anno, durante quei giorni, si vuole realizzare il maggior numero possibile di attività nelle città di tutto il mondo. Siamo passati da un percorso geografico alla produzione del maggior numero possibile di eventi concomitanti per lanciare un segnale al mondo. Riteniamo che, affinché questo abbia un impatto, sia fondamentale il tema della comunicazione. CHE COSA HA PERMESSO E CHE COSA STA FACILITANDO LA MARCIA MONDIALE? Da una parte, ha aperto porte a diversi livelli per trasmettere il nostro punto di vista: * A persone con una certa influenza nel loro ambiente, siano esse personaggi della cultura, intellettuali o politici, che hanno ricevuto la delegazione della Marcia o partecipato a giornate e forum. * A livello di istituzioni e di organismi internazionali, con i quali si continua a collaborare, come Mayors for Peace, WILPF, la Cumbre Mundial de Premios Nobel de la Paz, Peace Boat, ICAN — campagna per la proibizione delle armi nucleari —, l’Iniziativa delle Religioni Unite, la Federazione della Terra, tra gli altri. In questo modo si moltiplicano le connessioni e le possibilità. * Educazione: nelle scuole è stata promossa la realizzazione di laboratori, giornate tematiche e simboli umani della pace e della nonviolenza. I simboli, realizzati anche in molte altre occasioni, hanno permesso di entrare in modo ludico nel tema e di aiutare le persone a prendere coscienza di ciò che significano pace e nonviolenza: mettere il proprio corpo, affrontare la violenza e opporvisi. È stata inoltre proposta l’assunzione di un impegno etico: non utilizzare mai le proprie conoscenze per danneggiare un altro essere umano. * Università: l’esperienza della Marcia ha favorito notevolmente l’incontro con e tra università di diversi Paesi e continenti, creando progressivamente relazioni e collaborazione, con l’idea di costruire una rete internazionale di università per la pace e la nonviolenza attiva. Va sottolineato il caso dell’Università di Perugia, dove si è svolto un incontro con più di 40 rettori e dove è in corso un protocollo d’intesa per sviluppare nuove iniziative, e quello dell’Università per la Pace delle Nazioni Unite, con sede in Costa Rica, che ora ha una sede a Roma. * L’apertura verso altre culture e tra le culture, attraverso concerti ed esposizioni di artisti che condividono alcune delle loro opere. «Il semplice fatto di sapere che, in altri luoghi, in tutto il pianeta, ci sono persone che lavorano anch’esse per la pace e la nonviolenza incoraggia a continuare ad agire con speranza». Dare visibilità ad azioni che, in linea di principio, non ricevono alcun sostegno e alle quali i mezzi di comunicazione non danno spazio apre la mente delle persone che molto spesso pensano che il loro problema di violenza sia esclusivo, così come lo sarebbero le possibili soluzioni. * Approfondire ciò che significa realmente la nonviolenza e applicare la sua metodologia d’azione nella vita quotidiana. * Senza dimenticare che la 1ª Marcia Mondiale ha dato origine alla creazione di Pressenza, l’agenzia di stampa internazionale umanista oggi attiva in numerosi Paesi. Per concludere, è opportuno sottolineare un tema chiave, un concetto fondamentale di questa Marcia: promuovere l’espansione numerica e geografica di qualsiasi iniziativa a favore della pace e della nonviolenza, invitando qualsiasi persona o collettivo a riprodurre e ampliare azioni, grazie ai contatti creati dalla Marcia. Per esempio: un coro di una città X entra in contatto con un altro coro con l’obiettivo di creare una rete di 1.000 cori per la pace. Per facilitare la moltiplicazione dei simboli umani, è stato redatto un manuale d’istruzioni in diverse lingue, affinché possano essere riprodotti ovunque e a qualsiasi scala. L’idea è uscire dalla nostra zona di comfort per ampliare e moltiplicare l’eco di ciò che facciamo, sia in termini di dimensioni sia di numero e di luoghi, creando queste reti di nonviolenza. Andare oltre le richieste di pace e il pacifismo, che reclama la fine delle guerre, per avanzare verso la costruzione di una vera cultura della nonviolenza. Per questo continuiamo, perché pensiamo e sentiamo che questo è il tentativo che vale la pena fare. https://theworldmarch.org/ PRESENTAZIONE DIAPOSITIVE: Martine Sicard
October 9, 2026
Pressenza
Università Pegaso sotto inchiesta: soldi ai giornali in cambio di articoli favorevoli
Soldi e investimenti pubblicitari in cambio di un’informazione “addomesticata”, con contenuti giornalistici scomodi modificati, ridimensionati o bloccati prima della pubblicazione. È attorno a questo meccanismo che ruota il presunto sistema di condizionamento della stampa ricostruito dalla Procura di Napoli nell’inchiesta sull’Università telematica Pegaso e sul gruppo Multiversity, che negli scorsi giorni ha portato alla notifica di 22 avvisi di garanzia. Tra gli indagati figurano dirigenti aziendali, manager dell’editoria e direttori di alcune delle principali testate italiane. Secondo i magistrati, la finalità sarebbe stata quella di proteggere la reputazione dell’ateneo dalle notizie relative a una precedente indagine su irregolarità nelle iscrizioni, negli esami e nei titoli di studio. Al centro della vicenda c’è la figura di Fabio Domenico Vaccarono, presidente del gruppo UniPegaso-Multiversity. Con alcuni dirigenti del fondo proprietario Cvc, l’amministratore delegato Francesco Durante e i rappresentanti della società di comunicazione Comin & Partners, avrebbe organizzato una rete di interlocutori privilegiati nel mondo dell’informazione. I pm contestano, a vario titolo, associazione per delinquere finalizzata a corruzione tra privati, istigazione alla corruzione e, in alcuni casi, estorsione. Il meccanismo, definito nelle conversazioni «coverage one to one», prevedeva di utilizzare campagne pubblicitarie, collaborazioni editoriali e stanziamenti aggiuntivi come leva per poter conoscere in anticipo i contenuti degli articoli, intervenire sui titoli e sulle pagine o ottenere che determinati pezzi non venissero pubblicati. Il decreto di perquisizione cita rapporti con editori e concessionarie collegati, tra gli altri, a Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Il Mattino, Domani, Il Foglio, Libero, Fanpage e Il Fatto Quotidiano. La presenza nell’elenco non implica, di per sé, che tutte le testate o i loro rappresentanti abbiano accettato le richieste. Secondo gli inquirenti, tuttavia, il nesso tra gli investimenti pubblicitari prospettati agli editori e le richieste di intervenire sulle notizie giudiziarie andrebbe a dimostrare il tentativo di condizionare l’informazione a favore del gruppo. Uno degli episodi più significativi risale all’8 giugno 2026, quando si profilava la pubblicazione delle prime notizie sull’indagine relativa alla precedente gestione dell’università. Vaccarono chiedeva a un collaboratore di organizzare una riunione per decidere «se contestualmente attiviamo Il Mattino per mettere quello all’acqua di rose». Il giorno successivo il quotidiano trattava la vicenda nelle pagine locali di Napoli. Anche Repubblica, stando agli atti dell’indagine, avrebbe circoscritto la copertura all’edizione locale. Parallelamente, con la concessionaria Piemme si discuteva di investimenti pubblicitari nell’ordine di 400-600mila euro, e, secondo la Procura, la proposta di un investimento pubblicitario da 100mila euro a favore di Domani sarebbe stata finalizzata a ottenere dal direttore della testata un articolo dai contenuti più vaghi o direttamente la rinuncia alla sua pubblicazione. I rapporti economici erano consistenti anche altrove. Tra il 2023 e il 2026 Multiversity e Pegaso avrebbero versato oltre 1,1 milioni di euro in pubblicità al gruppo Sole 24 Ore. Per Il Foglio si prospettava un investimento fino a 300mila euro. A Francesco Cancellato, direttore di Fanpage e indagato, Vaccarono avrebbe proposto un sistema di segnalazioni preventive, vantandosi successivamente di aver ottenuto la modifica di un titolo. Un altro passaggio riguarda Il Fatto Quotidiano. Dopo un articolo sulle presunte irregolarità di Pegaso, Vaccarono ha contattato il direttore del portale web Peter Gomez, lamentando il titolo e chiedendo di evitarne la pubblicazione online. I pm ritengono che il contenuto sia stato bloccato, mentre la testata precisa che l’articolo era rimasto online per oltre mezza giornata ed era accessibile agli abbonati digitali. Gomez ha negato di aver ricevuto denaro o favori personali; Cancellato ha rivendicato l’autonomia editoriale di Fanpage. Claudio Cerasa, direttore del Foglio, ha assicurato che tutto sarebbe avvenuto regolarmente, mentre Andrea Malaguti, ex direttore della Stampa, si è dichiarato disponibile a fornire chiarimenti agli investigatori. La magistratura farà il suo corso e chiarirà i dettagli di queste specifiche vicende. Certo è che quelli descritti nelle carte sono tra i metodi più in voga tra le aziende – e le università telematiche non fanno evidentemente eccezione – per cercare di influenzare i media. Non si parla infatti solo dell’acquisto di semplici spazi pubblicitari, cosa di per sé perfettamente legale, ma di veicolare denari alle testate con lo scopo di ottenere in cambio contenuti giornalistici favorevoli. Questa perversa dinamica è una delle ragioni per le quali L’Indipendente, per poter incarnare un metodo giornalistico che non faccia sconti a nessuno, ha sin dall’inizio scelto di non ospitare alcuna pubblicità. Il nostro giornale è peraltro tra i pochi che, sulle numerose opacità del mondo delle università private (e specialmente delle università telematiche) ha realizzato importanti inchieste. In due approfondimenti ci siamo in particolare concentrati sui rapporti tra università private e mondo politico, sull’espansione economica delle università online e sui problemi legati alla qualità dell’offerta formativa. The post Università Pegaso sotto inchiesta: soldi ai giornali in cambio di articoli favorevoli appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE
[Le faremo sapere] Chiacchiere
Trasmissione settimanale a cura della redazione musicale di radio Ondarossa Questa settimana chiacchiere Per proposte artistiche scrivere a ondarossa@ondarossa.info con oggetto per la redazione musicale.
October 9, 2026
Radio Onda Rossa
È morto Peppino Sammarco, storico capo scorta di Falcone
È morto a Palermo, dopo una lunga malattia, Peppino Sammarco, conosciuto come “Indio”, storico capo scorta del giudice Giovanni Falcone. Classe ’59, agente della Polizia di Stato e membro del gruppo “Quarto Savona 15”, Sammarco era scampato alla strage di Capaci del 23 maggio 1992 per un incidente subìto nelle settimane precedenti all’eccidio. Negli anni successivi aveva dedicato la propria vita alla testimonianza e alla memoria, partecipando a incontri pubblici e iniziative nelle scuole del Paese per raccontare l’eredità di Falcone e ricordare i poliziotti uccisi dalla mafia. La notizia è stata diffusa dai colleghi del Reparto Scorte di Palermo, che lo hanno sostenuto fino all’ultimo. The post È morto Peppino Sammarco, storico capo scorta di Falcone appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Intelligenza artificiale a scuola: tra moratoria e divieto c’è una terza strada, le competenze
AIPIA ci ha inviato quest’articolo come contributo al dibattito sulla AI apertosi sulle pagine di Pressenza. Volentieri lo pubblichiamo. Davanti all’intelligenza artificiale a scuola la scelta sembra ridursi a due opzioni: lasciarla entrare senza condizioni o chiudere la porta. In Europa e in Italia, però, alcune regole che proteggono bambini e ragazzi esistono già, e la più efficace riguarda gli adulti che stanno loro accanto. Conoscerle aiuta genitori, insegnanti e associazioni a fare domande precise, invece di restare sospesi tra entusiasmo e paura. La moratoria di New York e la domanda che lascia aperta Su Pressenza, Marcelo Trivelli ha raccontato la decisione del sindaco di New York, Zohran Mamdani: una moratoria di un anno sull’uso diretto dell’IA generativa, cioè dei sistemi che producono testi, immagini e risposte su richiesta, per circa 600.000 studenti delle scuole pubbliche, dall’infanzia all’ottavo anno. Il punto dell’articolo è una distinzione che merita attenzione. Una moratoria non vieta: concede il tempo di studiare gli effetti prima di introdurre uno strumento in massa, in una fase dello sviluppo in cui la fatica di cercare una risposta fa parte dell’apprendimento. Trivelli richiama il principio di precauzione e il paragone con i farmaci, che si sperimentano prima di essere distribuiti. Resta però una domanda. Che cosa succede quando l’anno finisce, o nei paesi dove nessuno ha deciso una pausa? In Europa una parte della risposta è già scritta nelle norme. Cosa è già vietato in Europa: le emozioni degli studenti L’AI Act, il Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, elenca all’art. 5 le pratiche considerate inaccettabili. Tra queste, alla lettera f) del paragrafo 1, c’è l’uso di sistemi di IA per inferire le emozioni di una persona nei luoghi di lavoro e negli istituti di istruzione, salvo che il sistema serva per motivi medici o di sicurezza. Il divieto si applica dal 2 febbraio 2025. In concreto, significa che nessuna scuola europea può adottare un software che osserva il volto di un alunno e ne deduce noia, ansia o distrazione per valutarlo o per segnalarlo all’insegnante. È una scelta di principio, prima ancora che tecnica: lo stato d’animo di un bambino in classe non è un dato da estrarre e classificare. Il divieto copre però solo uno degli usi possibili. Un assistente che risponde alle domande di matematica o che riscrive un tema non legge le emozioni, e quindi non ricade in questa regola. Minori di 14 anni e consenso dei genitori: la legge 132/2025 Qui entra in gioco la legge italiana. La legge 23 settembre 2025, n. 132, che contiene disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale, stabilisce all’art. 4, comma 4, che l’accesso dei minori di quattordici anni alle tecnologie di IA, e il conseguente trattamento dei loro dati personali, richiede il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto del GDPR e del Codice privacy. Per le famiglie è un punto di appoggio concreto. Se un istituto propone una piattaforma di IA a studenti delle elementari o delle medie, i genitori hanno titolo per chiedere che cosa fa lo strumento, quali dati raccoglie, dove li conserva e per quanto tempo. Il consenso, per avere senso, deve essere informato, e la scuola deve essere in grado di spiegare in modo semplice ciò che chiede di accettare. La stessa legge, all’art. 24, delega il Governo a prevedere percorsi di alfabetizzazione e formazione sull’uso dei sistemi di IA e a rafforzare le competenze nei curricoli scolastici. È un’indicazione di direzione, che dipende dai decreti attuativi. Intelligenza artificiale a scuola, il punto debole: la formazione degli adulti Divieti e consensi proteggono, ma da soli non bastano. Un bambino che usa l’IA generativa a casa, sul telefono di un fratello o di un genitore, sfugge a qualsiasi regola scolastica. La protezione più duratura passa dalla capacità degli adulti di capire che cosa sta succedendo e di accompagnarlo. L’AI Act lo riconosce all’art. 4, dedicato all’alfabetizzazione in materia di IA. Nella versione modificata dal Regolamento (UE) 2026/1744, in vigore dal 27 luglio 2026, fornitori e deployer, cioè le organizzazioni che usano i sistemi, adottano misure per sostenere lo sviluppo dell’alfabetizzazione del proprio personale, tenendo conto delle conoscenze, dell’esperienza e del contesto d’uso. Una scuola che introduce uno strumento di IA rientra in questa logica: chi lo usa con gli studenti deve saperne riconoscere limiti ed errori. L’UNESCO va nella stessa direzione. La sua guida sull’IA generativa nell’istruzione e nella ricerca, pubblicata il 7 settembre 2023, chiede ai governi di proteggere i dati degli studenti, di validare gli strumenti sul piano etico e pedagogico prima dell’uso in classe e di formare i docenti. Secondo quanto riportato dal servizio di notizie delle Nazioni Unite, la guida suggerisce di considerare un limite di età di 13 anni per l’uso in classe. È lo stesso riferimento che Trivelli richiama nel suo articolo. Il filo che unisce queste indicazioni è chiaro. La precauzione funziona quando chi educa sa distinguere un uso che aiuta a pensare da uno che sostituisce il pensiero. Precauzione ed educazione: dove si incontrano Pressenza e AIPIA Pressenza dà spazio da anni a una visione umanista e nonviolenta, attenta ai diritti delle persone più esposte, e i minori lo sono più di tutti davanti a tecnologie progettate da altri. L’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit indipendente con sede a Roma, lavora sull’altro lato della stessa questione: rendere comprensibili le regole e le competenze necessarie a usare l’IA in modo consapevole. Per chi vuole orientarsi tra divieti, obblighi e scadenze, la guida all’AI Act di AIPIA raccoglie in un solo punto il calendario del regolamento europeo e le principali disposizioni della legge 132/2025, compresa quella sul consenso dei genitori. I due mondi si incontrano su un terreno preciso, l’educazione. Associazioni, comitati di genitori e gruppi di insegnanti che leggono Pressenza possono partire dalle norme per aprire un confronto informato con le scuole del proprio territorio. Sul versante scolastico, AIPIA promuove anche AI NEXT, un programma gratuito rivolto alle scuole. Che cosa chiedere alla scuola, già da quest’anno Una famiglia o un’associazione che voglia applicare il principio di precauzione senza aspettare una moratoria può fare poche domande, semplici e legittime. Quali strumenti di IA usa la scuola, e per quali attività. Se è stato chiesto il consenso dei genitori per gli alunni sotto i 14 anni, e con quali informazioni. Quale formazione hanno ricevuto i docenti che li usano. Quali dati degli studenti finiscono ai fornitori. Sono domande che non presuppongono sfiducia. Servono a trasformare un’adozione silenziosa in una scelta discussa. Il paragone con i farmaci regge anche in un altro senso. Un medicinale sicuro non basta: serve qualcuno che sappia quando prescriverlo, a chi e in che dose. Per l’IA a scuola quella figura è l’insegnante formato, affiancato da genitori che conoscono le regole e hanno gli strumenti per chiederne il rispetto. Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA Redazione Italia
October 9, 2026
Pressenza
Pena di morte: un Nobel e gli ignobili (Usa)
Il premio Nobel 2026 è contro «i boia di Stato». Una breve nota della Bottega. A seguire Riccardo Noury sull’orrore di Christa Pike e un articolo di Angela Napoletano sulla vergogna statunitense di trasmettere una fucilazione «in diretta». UNA BREVE INTRODUZIONE Assegnato oggi il «Nobel per la pace» a Navi Pillay (ne riparleremo in Bottega). L’ira di Israele e Usa
La rabbia dei liceali
LA PROTESTA È ESPLOSA A FINE SETTEMBRE COINVOLGENDO IN POCHISSIMO TEMPO OLTRE MILLE LICEI IN TUTTA LA FRANCIA. IL MOVIMENTO HA PORTATO MEZZO MILIONE DI PERSONE A MANIFESTARE IL 6 OTTOBRE. ALLE PROTESTE DEI LICEALI SI SONO UNITI IN SCIOPERO UNIVERSITARI, DOCENTI, GENITORI, SINDACATI. LA POLIZIA HA RISPOSTO CON FERMI DI MASSA E CARICHE VIOLENTISSIME, CAUSANDO CENTINAIA DI FERITI IN DIVERSE CITTÀ, IN GRAN PARTE QUINDICENNI. STUDENTI E STUDENTESSE PROTESTANO NON SOLO PER I TAGLI ALLA SCUOLA, LA CARENZA DI DOCENTI, IL SOVRAPPOPOLAMENTO DELLE AULE, LA FATISCENZA DELLE STRUTTURE, LA REPRESSIONE POLIZIESCA CHE DURA DA TEMPO. LA QUESTIONE CHE DI FATTO SOLLEVANO VA OLTRE LA RICHIESTA DI AUMENTARE I SOLDI PER LA SCUOLA, RIGUARDA QUALE IDEA DI PERSONA E DI CITTADINANZA LA SCUOLA INCARNI. PER QUESTO IL POTERE TEME GLI ADOLESCENTI. MA UNA SOCIETÀ PUÒ DIRSI ATTENTA AI PROCESSI DEMOCRATICI SE I GIOVANI POSSONO CONTRIBUIRE A CAMBIARLA, SCRIVE EMILIA DE RIENZO. ASCOLTARLI SUL SERIO SIGNIFICA ACCETTARE CHE POSSANO METTERE IN DISCUSSIONE LE PRIORITÀ DEFINITE DAGLI ADULTI. QUEI RAGAZZI NELLE STRADE CI RICORDANO PRIMA DI TUTTO CHE IL CONTRARIO DELLA DEMOCRAZIA NON È SOLTANTO L’AUTORITARISMO. È ANCHE L’IDEA CHE IL MONDO, COSÌ COM’È, NON POSSA ESSERE MESSO IN DISCUSSIONE Foto di Elliott Ledain su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026, le proteste degli studenti francesi si sono diffuse in centinaia di istituti. I ragazzi chiedono insegnanti presenti, classi meno affollate, edifici scolastici dignitosi e maggiori investimenti nell’istruzione. Non sono richieste rivoluzionarie: riguardano le condizioni necessarie per poter studiare. Eppure la risposta delle forze dell’ordine ha prodotto conseguenze gravissime. Un quindicenne ha perso una mano in seguito all’esplosione di una granata durante un intervento della polizia; decine di adolescenti hanno riportato lesioni agli occhi e al volto. Sono state avviate indagini su diversi episodi e il ministro dell’Interno è stato costretto a sospendere almeno l’uso delle granate stordenti durante queste manifestazioni. A scuola chiediamo ai ragazzi di imparare a ragionare, a esprimersi, a essere cittadini responsabili. Poi, quando provano a esercitare queste capacità fuori dalle aule, rischiamo di considerarli soprattutto un problema di ordine pubblico. E c’è un paradosso ancora più doloroso: chiediamo ai giovani di prepararsi a un futuro sul quale avranno responsabilità, ma spesso non riconosciamo loro un’autorità sufficiente per discutere il presente che stiamo consegnando loro. Finché i giovani imparano, ascoltano, si preparano a entrare nella società, vengono considerati nel loro ruolo. Quando cominciano a contestare le condizioni che gli adulti hanno costruito, diventano improvvisamente inesperti, manipolabili, irresponsabili. Se protestano, qualcuno sostiene che non capiscono le conseguenze delle loro azioni; se sono arrabbiati, si cerca chi li abbia sobillati; se la protesta si radicalizza, le ragioni iniziali rischiano di scomparire dietro le immagini degli scontri. È un meccanismo che non riguarda soltanto la Francia. Invece di chiedersi perché i giovani siano arrivati a protestare, ci si concentra su come riportarli all’ordine. A scuola per imparare impara a discutere e a dissentire Non tutte le proteste necessariamente sono giuste per il solo fatto di essere giovani, e i ragazzi non sono un gruppo omogeneo. Hanno contraddizioni, pregiudizi, possono sbagliare. Ma proprio per questo dovrebbero essere riconosciuti come interlocutori, non trattati come persone alle quali spetta soltanto imparare dagli adulti. Una democrazia non protegge i giovani impedendo loro di sbagliare. Li protegge garantendo che possano dissentire, partecipare e mettere in discussione le decisioni, senza essere esposti a rischi ingiustificati. La scuola, in questo senso, è un luogo decisivo: è uno dei primi luoghi in cui si sperimenta se la propria voce conta, se le regole possono essere discusse, se chi ha autorità è disposto ad ascoltare, se il dissenso viene accolto oppure punito. Se la democrazia si insegna soltanto come materia, ma non si pratica nelle relazioni quotidiane, diventa una parola vuota imparata a memoria. Per questo molto insegnanti, capi d’istituto e genitori appoggiano i loro figli e studenti e manifestano con loro. Che cosa teme allora il potere negli adolescenti che chiedono una scuola diversa? Perché impedisce loro di partecipare alle decisioni che li riguardano? Questi ragazzi non stanno chiedendo di abbattere il sistema. Chiedono che una delle istituzioni fondamentali della società democratica sia all’altezza della propria funzione. E allora la questione non è soltanto quanti soldi vengano investiti nella scuola, benché le risorse siano essenziali. È anche quale idea di persona e di cittadinanza la scuola incarni. Una scuola democratica non è quella in cui tutti sono d’accordo. È quella in cui si impara a discutere, a dissentire, a riconoscere le ragioni altrui e a partecipare alle decisioni comuni. Una scuola nella quale i ragazzi sperimentino di avere una voce, anziché apprendere soltanto che l’autorità ha sempre l’ultima parola. Per questo, quando la protesta studentesca viene affrontata prevalentemente come un problema di sicurezza, si perde un’occasione educativa e politica. Si può anche riaprire un istituto, disperdere un assembramento o arrestare chi ha commesso un reato, ma non si può esimere di rispondere alle domande che hanno portato i ragazzi in strada. Una società è democratica se i giovani e gli studenti possono contribuire a cambiarla. Ascoltarli davvero significa accettare che possano mettere in discussione le nostre priorità, il modo in cui spendiamo le risorse, la scuola che abbiamo costruito, il mondo del lavoro che li aspetta e persino l’idea di futuro che abbiamo preparato per loro. Significa rinunciare, almeno in parte, alla presunzione di sapere già che cosa sia meglio per loro. E questo vale per la scuola, ma anche per la politica. Forse la domanda più scomoda che ci pongono quei ragazzi francesi non è soltanto perché protestino. È questa: che valore attribuiamo alla loro parola, se siamo disposti ad ascoltarla soltanto quando non mette in discussione nulla? Una protesta può essere numerosa, visibile, capace di coinvolgere molti istituti e tuttavia rimanere minoritaria rispetto all’insieme della popolazione. E una maggioranza silenziosa, o semplicemente non coinvolta, può giudicarla non in base alle domande che pone, ma al disagio che produce: le strade bloccate, le lezioni interrotte, gli scontri, la sensazione che qualcuno stia mettendo in discussione un equilibrio al quale si è abituati. E su questo purtroppo che fanno leva molti politici. Quando il bisogno di tranquillità diventa più importante della necessità di ascoltare, il mantenimento dell’ordine può finire per valere più delle ragioni per cui una società dovrebbe cambiare. La democrazia non è la difesa dell’esistente La democrazia non consiste nel conservare ciò che c’è, ma nel mantenere aperta la possibilità di trasformarlo. Se una generazione incontra una scuola che non risponde ai suoi bisogni, ha il diritto di chiedere che cambi. Se i giovani vedono un futuro diverso da quello che gli adulti hanno immaginato per loro, non stanno necessariamente rifiutando la società: possono star cercando di renderla più abitabile. E la loro richiesta non dovrebbe essere accolta soltanto se è compatibile con le nostre abitudini. La democrazia è una ricerca continua di maggiore libertà, uguaglianza, partecipazione. È ciò che apre spazi che prima non esistevano e riconosce diritti che prima non erano riconosciuti. Difendere la democrazia significa anche difendere il diritto di cambiare la società democratica. Altrimenti, in nome della stabilità, finiamo per proteggere soprattutto chi si trova già in una posizione di potere. Quando la richiesta di cambiamento viene percepita da una parte della popolazione come una minaccia all’ordine, quali forze riescono a raccogliere quel disagio? E che responsabilità hanno le forze democratiche nel non lasciare che la domanda di sicurezza cancelli quella di giustizia? Una democrazia si misura anche dalla sua capacità di accogliere chi non si accontenta del mondo che ha ereditato. I giovani non hanno necessariamente tutte le risposte, ma non è questo che dovremmo chiedere loro. Dovremmo domandarci se siamo ancora capaci di ascoltare le domande che ci rivolgono, anche quando ci costringono a cambiare. Perché il contrario della democrazia non è soltanto l’autoritarismo. È anche l’idea che il mondo, così com’è, non possa essere messo in discussione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rabbia dei liceali proviene da Comune-info.
October 9, 2026
Comune-info
Vitol, ovvero come ti finanzio il genocidio
“Follow the money”, cioè “segui il denaro”: è il semplice ma rivoluzionario concetto alla base delle indagini di Giovanni Falcone che in questo modo potevano risalire alle strutture organizzative di “Cosa nostra” e poi alle singole persone che beneficiavano dei proventi delle attività criminali. Per quanto riguarda, invece, la rete internazionale di Stati e singole società multinazionali conniventi con lo Stato di Israele, tutt’ora alle prese col proprio obiettivo genocidario e di pulizia etnica in Cisgiordania, bisogna seguire i flussi di gas, petrolio e idrocarburi: negli ultimi tre anni, infatti, le importazioni di greggio e idrocarburi dello Stato sionista hanno conosciuto un’impennata eloquente da ricollegarsi direttamente all’impegno bellico (tanto per fare un esempio un carro armato in movimento consuma gasolio fino a dieci volte di più di una macchina di cilindrata media, per non parlare dei consumi iperbolici dei jet cacciabombardieri). All’ interno della filiera degli idrocarburi, in particolare, bisogna accendere i riflettori sui cosiddetti “trader”: si tratta di un ente, operatore commerciale o negoziatore, che nel settore delle materie prime indica una figura professionale molto più complessa del semplice compratore-venditore perché è un professionista (o socio-dirigente, ecc ) che individua opportunità di mercato, negozia contratti di acquisto e vendita e cerca di generare un margine economico gestendo i rischi associati all’operazione. Questo è quanto ci suggerisce la rivista Altraeconomia (https://altreconomia.it/i-commercianti-di-petrolio-che-contribuiscono-ad-alimentare-la-macchina-militare-di-israele/),basandosi su recenti indagini di SOMO (https://www.somo.nl/behind-the-barrel-the-oil-traders-fueling-israels-genocide/),attraverso dati di Oil Exchange International (https://oilchange.org/about/),Data Desk (https://datadesk.eco/)e Kpler (https://www.kpler.com/).In questo processo Altraeconomia inserisce un’ulteriore indizio, su uno dei protagonisti-chiave di questi traffici ricollegabili al genocidio, spesso trascurato perché operante quasi “sottotraccia” e difficilmente visibile e individuabile. Si tratta di Vitol, di cui Pressenza ha già parlato in un suo articolo-inchiesta su uno dei suoi dirigenti oggi trasferitosi nel paese-cardine del traffico internazionale e di idrocarburi e degli interscambi finanziari. Ma non c’è in ballo solo la compravendita, l’intermediazione o in noleggio dei vettori, la raffinazione dei prodotti grezzi, perché dopo aver individuato le “opportunità di business” – e tra queste anche i giacimenti teoricamente palestinesi o libanesi – va gestito il “rischio”: il prezzo, infatti, potrebbe cambiare prima della consegna, il cliente potrebbe non pagare, i costi di trasporto potrebbero aumentare. Il trader, in questo caso Vitol, coordina le coperture finanziarie e tutte le attività operative atte a gestire in modo profittevole anche questi rischi. l’Italia non può tirarsi fuori da queste responsabilità perché Vitol controlla le raffinerie di Sarroch in Sardegna ed è, tra le altre partecipazioni, co-proprietario a Rovigo del rigassificatore Adriatic LNG, situato al largo di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, nell’Alto Adriatico. Stefano Bertoldi
October 9, 2026
Pressenza
Il Premio Nobel per la Pace 2026 sceglie la pace
Il Premio Nobel per la Pace è stato appena assegnato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay, la quale, a differenza della vincitrice dello scorso anno, non sta implorando l’esercito più grande del mondo di attaccare il suo Paese, né sta conducendo una guerra, come hanno fatto vari premiati in passato. Non è neppure, come vari vincitori precedenti, un’ammirevole filantropa impegnata in un campo estraneo alla guerra. In realtà, Navi Pillay è da tempo riconosciuta come una promotrice della causa della pace. Nel 2025 le è stato conferito il Premio per la Pace di Sydney, in Australia. La fondazione che assegna tale premio ha dichiarato: “La giudice Pillay ha svolto un ruolo fondamentale nel contrastare l’ondata globale di impunità per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, sostenendo la responsabilità, lo Stato di diritto e la tutela della dignità umana – dal Sudafrica allo Sri Lanka, dal Ruanda al Myanmar, fino ai Territori palestinesi occupati. Ha operato per la giustizia nel cuore di alcuni dei conflitti più brutali dell’umanità.” Accettando il Premio per la Pace di Sydney 2025, Navi Pillay ha dichiarato: “Questo premio non è solo mio. Appartiene a tutti coloro che, nel corso di decenni e attraverso i continenti, si sono opposti all’ingiustizia – spesso a caro prezzo. Appartiene a ogni sopravvissuto che ha trovato il coraggio di testimoniare, a ogni difensore dei diritti umani che rimane saldo di fronte alle minacce e all’ostilità, e a ogni giovane che osa credere in un mondo migliore e più giusto.” Pillay è stata una prominente sostenitrice dello Stato di diritto in contrapposizione al dominio delle stragi di massa e il suo lavoro è stato citato dai sostenitori della pace in Palestina e dell’eliminazione dei droni da combattimento. Il fatto che il Comitato che assegna il Premio Nobel abbia finalmente riconosciuto una persona il cui lavoro ha in qualche modo affrontato gli orrori del sionismo è un segnale incoraggiante. Pillay è “la persona che ha compiuto il lavoro maggiore o migliore per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti e per l’organizzazione e la promozione di congressi di pace”, come richiesto dal testamento di Alfred Nobel? L’idea non è ridicola. Nel periodo precedente all’annuncio di quest’anno, c’erano persino commentatori non satirici che spingevano affinché Donald Trump ricevesse il premio per la sua guerra contro l’Iran. Questa è la seconda volta in tre anni che il premio viene assegnato a una persona meritevole. Anche nel 2024, il premio era effettivamente legato alla pace. Il Comitato per il Nobel ha spesso assegnato il premio per la pace a importanti fautori della guerra e, altrettanto spesso, a benefattori il cui operato in vari campi non aveva nulla a che vedere con l’abolizione della guerra. Ha inoltre spesso assegnato il premio a oppositori e vittime degli obiettivi dell’impero occidentale, ma mai a sostenitori dichiarati della guerra e di governi fascisti. A Trump non sarebbe mai stato assegnato il premio direttamente. La scelta, l’anno scorso, di una persona che gli chiedeva di attaccare il proprio Paese è stata chiaramente un tentativo di fare la cosa più vicina possibile all’assegnazione del premio direttamente al Presidente degli Stati Uniti. La maggior parte dei vincitori degli ultimi anni hanno compiuto azioni meritevoli ma del tutto estranee al lavoro in questione (Kailash Satyarthi e Malala Yousafzai per la promozione dell’istruzione, Liu Xiaobo per aver protestato in Cina, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) e Albert Arnold (Al) Gore Jr. per la lotta ai cambiamenti climatici, Muhammad Yunus e Grameen Bank per lo sviluppo economico, ecc.), oppure si sono effettivamente impegnati nel militarismo e, se interpellate, si sarebbero opposte all’abolizione o alla riduzione degli eserciti permanenti (l’Unione Europea, Barack Obama, ecc.). Henry Kissinger è ricordato come Premio Nobel per la Pace, mentre Gandhi non è mai stato considerato all’altezza. Il Comitato per il Nobel ha fatto infuriare Trump perché ha assegnato il premio al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale, dopo aver pronunciato l’unico discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace a favore della guerra, si è recato a Hiroshima e ha detto a tutti i presenti, compresi i sopravvissuti alle bombe atomiche che in seguito avrebbero ricevuto il premio, che le armi nucleari non sarebbero state eliminate durante la sua vita. Ha poi continuato a diffondere i soliti miti a favore della guerra. Tre anni fa il Comitato per il Nobel ha assegnato un premio per la pace che vedeva l’Iran nei panni del Venezuela. Da allora, abbiamo visto l’Iran bombardato e minacciato dai difensori della civiltà occidentale. Non sarebbe stato sorprendente se il premio di quest’anno fosse andato a qualche vittima del governo di Cuba o della Russia, della Cina o della Corea del Nord, della Groenlandia o forse della luna — qualche nuovo bersaglio del Pentagono. Il fatto che il premio sia invece andato a qualcuno che ha difeso lo Stato di diritto opponendosi alla guerra e al genocidio rappresenta un enorme passo avanti. Questo servirà a orientare i futuri Premi Nobel per la Pace ancora di più verso la pace, al punto che un giorno vengano assegnati a chi si batte per l’abolizione della guerra? Oppure servirà solo a mantenere rispettabile il premio, dato che viene periodicamente utilizzato per promuovere la causa dell’imperialismo? Il tempo lo dirà. I premi che ci hanno portato a questo punto sono stati molto eterogenei. Nel 2022, con lo sguardo rivolto alle notizie del momento, non c’era dubbio che il Comitato avrebbe trovato un modo per concentrarsi sull’Ucraina. Ma ha evitato chiunque cercasse di ridurre il rischio che quella guerra, all’epoca relativamente minore, potesse degenerare o provocare un’apocalisse nucleare. Ha evitato chiunque si opponesse a entrambe le parti in guerra, o chiunque sostenesse un cessate il fuoco, negoziati o il disarmo. Non ha nemmeno fatto la scelta che ci si sarebbe potuti aspettare, ovvero selezionare un oppositore della guerra russa in Russia e un oppositore della guerra ucraina in Ucraina. Invece, il Comitato Nobel ha scelto difensori dei diritti umani e della democrazia in Bielorussia, Russia e Ucraina, ma il gruppo ucraino è stato premiato per essersi “impegnato nell’identificare e documentare i crimini di guerra russi contro la popolazione civile ucraina”, senza alcun riferimento alla guerra come crimine né alla possibilità che la parte ucraina del conflitto stesse commettendo atrocità. Il Comitato per il Nobel potrebbe aver tratto insegnamento dall’esperienza di Amnesty International, denunciata per aver documentato i crimini di guerra commessi dalla parte ucraina. Nel 2021 il premio è andato a difensori dei diritti umani in Russia e nelle Filippine, nel 2020 al Programma Alimentare Mondiale e nel 2019 al Presidente dell’Etiopia, al quale è stato attribuito un certo legame con la pace in quanto aveva preso parte a un accordo di pace. Ma era un presidente e comandante di un esercito e non aveva alcun bisogno di finanziamenti o sostegno. Si era reso responsabile di ogni sorta di violenze e di violazioni dei diritti umani, per cui un difensore dei diritti umani nel suo Paese avrebbe potuto ricevere il premio se i rapporti del governo statunitense con quel Paese fossero cambiati. Il premio del 2018 non ha preso di mira la guerra in sé, ma la violenza sessuale nelle guerre. Niente male, relativamente parlando. Il premio del 2013 ha preso di mira le armi chimiche. Ma guardando indietro nel tempo, vediamo una pratica comune che consiste nel premiare molto spesso o veri e propri fautori della guerra o sostenitori di buone cause che non hanno nulla a che vedere con la pace, nonché la pratica di utilizzare il premio per scopi politici occidentali ostili alla pace. Sebbene praticamente ogni argomento possa essere collegato alla guerra e alla pace, l’evitare il vero attivismo pacifista trascura intenzionalmente lo scopo per cui il premio fu istituito da Alfred Nobel e l’influenza di Bertha von Suttner. Il Premio Nobel per la Pace si è in gran parte trasformato in un riconoscimento a iniziative positive scelte a caso, che non offendano una cultura dedita alla guerra senza fine. È stato assegnato per il giornalismo, per l’impegno contro la fame, per la tutela dei diritti dei bambini o delle donne, per la sensibilizzazione sul cambiamento climatico e per la lotta alla povertà. Sono tutte buone cause e possono tutte essere collegate alla guerra e alla pace, ma queste cause dovrebbero trovare premi a loro dedicati. Il Premio Nobel per la Pace è talmente dedito a premiare funzionari potenti e a evitare l’attivismo per la pace che spesso viene assegnato proprio a chi scatena le guerre, tra cui Abiy Ahmed, Juan Manuel Santos, l’Unione Europea e Barack Obama, solo per citarne alcuni. A volte il premio è andato a oppositori di alcuni aspetti della guerra, promuovendo l’idea di una riforma pur mantenendola come istituzione. Questi riconoscimenti si sono avvicinati maggiormente allo scopo per cui il premio è stato istituito e includono i premi del 2017, del 2018 e del 2024. Il premio è stato inoltre utilizzato per promuovere la propaganda di alcuni dei principali fautori della guerra a livello mondiale. Premi come quelli del 2023 e del 2025 sono stati impiegati per denunciare violazioni dei diritti umani in nazioni non occidentali prese di mira dalla propaganda delle nazioni occidentali volta a finanziare le armi. Questo permette ogni anno ai media occidentali di speculare, prima dell’annuncio del premio, se esso andrà a temi propagandistici preferiti, come Alexei Navalny. L’assegnazione del premio non ha contribuito in alcun modo negli ultimi anni a ridurre le guerre e forse ha sortito l’effetto opposto, con premi assegnati agli oppositori del governo russo prima dell’escalation della guerra in Ucraina. Nel 2021, in un momento in cui il più grande trafficante d’armi del mondo, il più assiduo scatenatore di guerre, il principale dispiegatore di truppe in basi straniere, il più grande nemico della Corte Penale Internazionale e dello Stato di diritto negli affari internazionali, nonché sostenitore di governi oppressivi — il governo degli Stati Uniti — stava proclamando a gran voce una divisione tra le cosiddette democrazie e le non-democrazie, il Comitato Nobel ha scelto di gettare benzina sul fuoco, dichiarando: “Fin dalla sua fondazione nel 1993, la *Novaja Gazeta* ha pubblicato articoli critici su argomenti che spaziano dalla corruzione, alla violenza della polizia, agli arresti illegali, alle frodi elettorali e alle “fabbriche di troll”, fino all’uso delle forze militari russe sia all’interno che all’esterno della Russia. Gli oppositori della *Novaja Gazeta* hanno risposto con vessazioni, minacce, violenza e omicidi.” Quell’anno il premio fu assegnato anche a un giornalista delle Filippine già finanziato dalla CNN e dal governo statunitense, in realtà da un’agenzia governativa statunitense spesso coinvolta nel finanziamento di colpi di Stato militari. Il fatto che ogni anno vi siano sempre numerosi candidati che soddisfano plausibilmente i criteri del testamento di Alfred Nobel e che avrebbero potuto ricevere a giusto titolo il Premio Nobel per la Pace è stato dimostrato dal grande attivista norvegese per la pace, ormai scomparso, Fredrik Heffermehl e dai War Abolisher Awards, istituiti da World BEYOND War per colmare il vuoto lasciato dal frequente abbandono, da parte del Comitato Nobel, della causa della fine della guerra. Il premio di quest’anno rappresenta un notevole miglioramento. Il Comitato Nobel ci dice che “la pace richiede giustizia”. È vero. Richiede anche l’impegno a favore della pace. Un giorno anche quel lavoro potrebbe ricevere il premio per la pace.     David Swanson
October 9, 2026
Pressenza

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