[2026-06-05] Jazz All'Inferno: Anatomy of The Sun @ Ex 51
JAZZ ALL'INFERNO: ANATOMY OF THE SUN Ex 51 - Via Aurelio Bacciarini 12, Valle Aurelia (venerdì, 5 giugno 21:00) Jazz All'Inferno è una rassegna di jazz indipendente che dal 2019 promuove la musica dal vivo lontana dai circuiti del business Anatomy of The Sun in concerto il 05/06/2026 all'EX51!! Anatomy of the Sun, ultimo album di Elena, intende mettere in evidenza la fusione tra la tradizione del jazz e un percorso di ricerca compositiva e sonora tutta personale. Il riferimento al sole, stella madre e antica, prende ispirazione dalle Cosmicomiche di Italo Calvino, Storie del sole, stelle e galassie: come tutti i cosmonauti, anche Elena Paparusso investiga in parallelo i propri sentieri emotivi."Stiamo navigando nel sole, all'interno dell'esplosione solare dove non contano bussole né radar", scriveva Calvino Elena Paparusso - voce Domenico Sanna - pianoforte Francesco Poeti - basso elettrico Matteo Bultrini - batteria VENERDÌ 8/5 INIZIO ORE 21:00 SPAZIO SOCIALE EX51 VIA AURELIO BACCIARINI 12 INGRESSO A SOTTOSCRIZIONE METRO A FERMATA VALLE AURELIA / TRENO LINEA FL3 FERMATA VALLE AURELIA
June 2, 2026
Gancio de Roma
Studentati privati, i nostri occhi su Roma
I progetti per la capitale, pensati per renderla più attrattiva ai grandi investimenti, non sono nuove forme abitative nate per rispondere a bisogni emergenti. Sono prodotti finanziari. di Chiara Davoli e Edoardo Quattrucci (*) Il processo di finanziarizzazione immobiliare sta trasformando profondamente il modo in cui le città italiane producono e distribuiscono l’abitare, come abbiamo avuto già modo di affrontare.
La democrazia non è un’eredità, ma una responsabilità quotidiana
In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani desidera rivolgere una riflessione alla comunità scolastica e, in particolare, alle giovani generazioni, chiamate a raccogliere l’eredità più preziosa consegnata dal 2 giugno 1946: la consapevolezza che la democrazia non è una conquista definitiva, bensì una costruzione quotidiana. Ogni anno celebriamo la Festa della Repubblica ricordando il referendum che consentì agli italiani di scegliere liberamente il proprio futuro dopo gli anni della dittatura e della guerra. Eppure, a ottant’anni da quella scelta storica, la domanda più importante non è cosa accadde allora, ma cosa sta accadendo oggi. Viviamo in un’epoca straordinaria. Mai nella storia dell’umanità così tante persone hanno avuto accesso all’informazione, alla conoscenza e agli strumenti di comunicazione. Eppure assistiamo, contemporaneamente, alla crescita delle guerre, all’espansione dei discorsi d’odio, all’indifferenza verso le sofferenze altrui, all’isolamento sociale e alla difficoltà di costruire relazioni autentiche. È un paradosso che dovrebbe interrogare profondamente il mondo della scuola. Possiamo conoscere in tempo reale ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza, ma rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi siede accanto a noi in classe. Possiamo parlare con il mondo intero attraverso uno schermo, ma talvolta fatichiamo ad ascoltare chi vive nella nostra stessa comunità. Possiamo accedere a una quantità immensa di dati, ma non sempre sviluppiamo la capacità di comprendere il significato umano delle informazioni che riceviamo. Forse la sfida più grande del nostro tempo consiste proprio in questo: imparare nuovamente a riconoscere l’altro come persona. Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni del 2 giugno, quando richiama la necessità che prevalga la forza della legge e non la forza delle armi, non riguardano soltanto i conflitti internazionali. Esse chiamano in causa ciascuno di noi. Ogni volta che prevale la prepotenza sul dialogo, l’umiliazione sul rispetto, l’esclusione sull’inclusione, si produce una piccola ferita ai principi che sostengono la convivenza democratica. Per questa ragione il Coordinamento ritiene che la scuola debba essere considerata oggi uno dei più importanti presìdi democratici del Paese. Nelle aule scolastiche non si trasmettono soltanto conoscenze. Si costruiscono visioni del mondo. Si apprendono le regole della convivenza civile. Si sperimenta il valore della partecipazione. Si impara che la libertà individuale acquista significato soltanto quando si accompagna alla responsabilità verso gli altri. Ai giovani desideriamo rivolgere un invito particolare. Non considerate la Costituzione un semplice documento storico né un insieme di norme da studiare per una verifica. La Costituzione è una narrazione collettiva che parla anche di voi. È il racconto di donne e uomini che, dopo aver conosciuto la guerra, la repressione e la privazione delle libertà fondamentali, decisero di affidare il futuro del Paese alla dignità della persona umana, all’uguaglianza e alla solidarietà. Ogni generazione è chiamata a riscrivere quel racconto attraverso le proprie scelte. La qualità della democrazia italiana dipenderà dalla vostra capacità di difendere la verità contro la disinformazione, il dialogo contro l’aggressività, la partecipazione contro l’indifferenza, la cooperazione contro la cultura dello scarto. Al personale scolastico, ai dirigenti, ai docenti e a tutti coloro che operano quotidianamente nelle istituzioni educative, desideriamo rivolgere un sentimento di profonda gratitudine. In una società spesso attraversata da tensioni, fragilità relazionali e disorientamento culturale, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi nei quali è possibile incontrare la diversità senza temerla, confrontarsi senza annullarsi reciprocamente, crescere senza rinunciare alla propria identità. Educare ai diritti umani oggi significa molto più che trasmettere contenuti. Significa insegnare ai giovani che la dignità non è negoziabile, che nessuna persona può essere ridotta a un’etichetta, che il rispetto delle differenze non indebolisce una comunità ma la rende più forte. Forse la riflessione più urgente che gli ottant’anni della Repubblica consegnano alla scuola riguarda proprio il concetto di cittadinanza. Per troppo tempo abbiamo pensato che essere cittadini significasse principalmente esercitare dei diritti. Ma il futuro delle democrazie dipenderà dalla capacità di comprendere che cittadinanza significa anche prendersi cura degli altri, delle istituzioni democratiche, dei beni comuni, della verità e della pace. Una Repubblica può sopravvivere a molte crisi economiche, a profonde trasformazioni sociali e persino a difficili passaggi politici. Ciò che rischia davvero di indebolirla è la perdita della capacità di riconoscersi come comunità umana. Il contrario della democrazia, infatti, non è soltanto la dittatura. Il contrario della democrazia è l’indifferenza verso il destino degli altri. A ottant’anni dalla sua nascita, la Repubblica continua dunque a rivolgere a ciascuno di noi una domanda semplice e al tempo stesso impegnativa: quale società stiamo costruendo con le nostre parole, le nostre scelte e i nostri comportamenti quotidiani? Dalla risposta a questa domanda dipenderà non soltanto il futuro delle istituzioni democratiche, ma la qualità umana della nostra convivenza civile. Romano Pesavento, presidente CNDDU Maddalena Brunasti
June 2, 2026
Pressenza
La Repubblica celebrata dalla Meloni non è quella del 2 giugno 1946
In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto un’affermazione importante: “dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani”. Una frase che potrebbe esser stata pronunciata da uno statista: parole importanti, che lascerebbero presagire l’esplicitazione di una visione di quello che lei pensa debba essere la Repubblica del futuro, perché questo richiederebbe la responsabilità pubblica che ha assunto di fronte al Paese.  Ma la frase di Meloni invece è morta lì. Nessuna visione, nessuna prospettiva.  Non sapremo mai probabilmente quale sia la sua idea di “Repubblica di domani”.  Quello che sappiamo, e stiamo sperimentando però, è quale sia la sua idea di Repubblica di questi 4 anni e mezzo di governo.  La Repubblica in cui lei annovera a padre della patria l’estensore di ordini di fucilazione di partigiani, quale è stato Giorgio Almirante nella sua fase Repubblichina, e poi occulto facilitatore dello stragismo fascista di Stato, durante la sua direzione del Movimento Sociale Italiano. La Repubblica che ha strutturato uno Stato securitario, oppressivo e poliziesco, perseguito inizialmente con il grottesco decreto “anti-raveparty”, e poi attuato con tutti i decreti sicurezza, fatti approvare in maniera obbediente alla sua maggioranza in Parlamento. La Repubblica che copre la strage di Cutro, che riporta in Libia con un volo di Stato un torturatore e uno stupratore quale Usāma al-Maṣrī, che costruisce lager per migranti in Albania in accordo con l’autocrate rosso Edi Rama, censurati dalla legislazione europea, e che oggi ospitano più poliziotti italiani in villeggiatura che persone migranti. La Repubblica che è tutt’ora complice e fiancheggiatrice del genocidio di Gaza, e asservita agli interessi geopolitici di Trump. La Repubblica che in questi 4 anni e mezzo, ha abbandonato decine di migliaia di cittadini colpiti da luttuose alluvioni e catastrofi naturali a causa della crisi ecoclimatica.  La Repubblica in cui le mafie, la corruzione pubblica e privata, senza alcun spargimento di sangue, operano come neanche riuscivano a fare durante la ‘stagione delle stragi’ e di Tangentopoli.  La Repubblica dell’economia di guerra, del riarmo, della militarizzazione delle scuole e delle università, e del probabile ritorno alla leva militare obbligatoria.  L’idea di Repubblica, con cui Meloni governa questo Paese, è concreta nella vita dei cittadini italiani, anche attraverso altre scelte che riguardano la sanità, la scuola, i diritti delle persone, specie quelle più fragili.  La consapevolezza di questo concreto presente porta a concludere che, anche se lei la covi intimamente, la sua idea di ‘Repubblica di domani’ non avrà sicuramente niente a che vedere con i valori e le radici di quel 2 giugno 1946.  Ci si augura solo che, quanto prima possibile, Meloni torni ad appartenere alla ‘Repubblica di domani’ da semplice cittadina, che onori per primo con il suo tempo, cosa che non ha mai fatto, quel valore che apre la Costituzione all’articolo 1. Leonardo Animali
June 2, 2026
Pressenza
I principi che definiscono lo “spazio digitale sicuro per i minorenni”
L’UNICEF ha accolto con favore l’accordo storico raggiunto dai ministri del G7 responsabili del digitale e della tecnologia sui principi comuni per uno spazio digitale più sicuro per i bambini: è la prima volta che le maggiori economie mondiali si allineano su un approccio condiviso alla sicurezza dei minori online. Nel documento, G7 Common Set of Principles defining a safer and more secure digital space for minors, sono enunciati i principi e specificati: * impegni in materia di sicurezza e privacy sin dalla progettazione (by design), * soluzioni di verifica dell’età efficaci, affidabili, basate sul rischio, appropriate e rispettose dei diritti, * sistemi di raccomandazione (recommender systems) che privilegiano la sicurezza e il benessere dei bambini rispetto al coinvolgimento, * un intervento urgente contro gli abusi sessuali sui minori generati dall’intelligenza artificiale. “Questo è un momento cruciale per i bambini. Per la prima volta, le maggiori economie mondiali hanno concordato un obiettivo comune: garantire la sicurezza dei bambini online – ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF – Ciò che conta ora è trasformare questi principi ambiziosi in obblighi concreti per le aziende le cui scelte di progettazione e governance plasmano le esperienze quotidiane dei bambini, e farlo rapidamente. I pericoli online non sono inevitabili, sono il risultato di scelte di progettazione e governance, e tali scelte possono essere modificate. Siamo stati troppo lenti con i social media. Con l’IA già presente nei feed e nelle aule dei bambini, abbiamo una finestra di opportunità ristretta per agire nel modo giusto, integrando la sicurezza fin dall’inizio, non aggiungendola a posteriori”. Con oltre 100 milioni di bambini che vivono nei paesi del G7 e altri miliardi che utilizzano piattaforme plasmate da questi mercati, l’accordo offre un’occasione unica per garantire tutele a ogni bambino. L’UNICEF invita ora i membri del G7 e l’industria a passare rapidamente dai principi all’azione, pubblicando e attuando il piano di implementazione concordato con scadenze chiare e responsabilità definite. Con la più ampia base di dati al mondo sui danni online, l’UNICEF è pronta a sostenere i governi, l’industria e i partner nel trasformare questo accordo in un cambiamento concreto per i bambini. In vista degli incontri, l’UNICEF ha fornito ai ministri dati globali sui danni online e sulle risposte efficaci. UNICEF
June 2, 2026
Pressenza
Una Repubblica per la pace e l’inclusione
Come ogni anno il 2 giugno, la festa della Repubblica, è l’occasione per riflettere sul percorso che ha portato l’Italia fuori dalla guerra e dal fascismo verso la democrazia. Gli ottant’anni del referendum costituzionale sono un’opportunità ulteriore che ci porta a ribadire una volta di più come il 2 giugno debba essere una festa di popolo e non delle forze armate. La parata militare, ancorché accompagnata da rappresentanze della società civile, tradisce lo spirito e la lettera della Costituzione della Repubblica che è “fondata sul lavoro” (art 1) che è “ripudia la guerra” (art. 11). È tempo di mettere al centro del nostro sistema democratico le cittadine e i cittadini che “hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione” (art. 3) di alcuna natura non solo per il tempo di una parata o di una festa, ma per la costruzione di una società libera e democratica. Nel tragico scenario internazionale di guerre e violenze è tempo di dare alla società la sicurezza del tempo di pace senza corsa al riarmo, necessaria premessa di nuove guerre, ma con il frutto del lavoro di ciascuna e ciascuno rivolto al benessere collettivo. Anche per questo ci siamo fatti promotori con altre realtà della società civile di una proposta di legge di iniziativa popolare per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Pensiamo a una difesa che non crei nemici immaginari, ma che protegga contro l’ignoranza, l’esclusione, lo sfruttamento, l’offesa alla dignità, all’ambiente e alla diversità. Come associazione interconfessionale per la pace, il CIPAX esprime la propria gioia per la ricchezza della diversità delle fedi presenti in Italia. Questa diversità non costituisce alcuna minaccia, ma una straordinaria occasione per condividere valori, spiritualità, momenti di incontro finalizzati a una società più libera e inclusiva. CIPAX, centro interconfessionale per la pace – APS Via Ostiense, 152B– 00154 Roma segreteria@cipax-roma.it www.cipax-roma.it www.facebook.com/CIPAX   Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Come nelle aule scolastiche israeliane si indottrina alla supremazia ebraica
di Amos Brison, in un’intervista a Nurit Peled-Elhanan,  +972 Podcast, 29 maggio 2026.   Se i palestinesi compaiono nei libri di testo israeliani, non compaiono mai come palestinesi. Appaiono come “arabi”, come nemici, come una “minaccia demografica” — sempre, secondo le parole dell’ospite di oggi, la studiosa di educazione e linguistica Nurit Peled-Elhanan, come “un problema da risolvere”. La ricerca di Peled-Elhanan sui libri di testo israeliani ha tracciato il modo in cui i palestinesi, così come gli “altri” interni a Israele — gli ebrei mizrahi ed etiopi — sono rappresentati all’interno del sistema educativo, e come tali rappresentazioni modellino l’immaginario morale e politico della società israeliana. Queste domande sono diventate particolarmente urgenti dal 7 ottobre, poiché il genocidio perpetrato da Israele a Gaza ha messo in luce cosa accade quando i bambini cresciuti in un ambiente che disumanizza sistematicamente i palestinesi diventano soldati, elettori e leader politici. Per Peled-Elhanan, la questione è diventata anche personale. Nella repressione del dissenso seguita alla guerra, ha sperimentato in prima persona come il sistema tratti coloro che contestano le sue narrazioni ufficiali. Nurit Peled-Elhanan Amos Brison: vorrei iniziare dal presente. Secondo lei, quale ruolo ha svolto il sistema educativo israeliano nel condurci a questo momento in cui Israele è guidato da un governo di estrema destra, di stampo kahnista, che ha commesso un genocidio a Gaza? Nurit Peled-Elhanan: Ebbene, il sistema educativo israeliano è sempre stato molto razzista nei confronti dei palestinesi e, come lei ha detto, degli ebrei non ashkenaziti. Sebbene sia razzista anche nei confronti degli ebrei dell’Europa orientale, tutto ciò che è “orientale” viene trattato in modo razzista. Non sappiamo nulla di loro, proprio come non sappiamo nulla degli ebrei mizrahi, degli ebrei arabi, né sappiamo nulla degli etiopi, né sappiamo nulla degli ebrei dell’Europa dell’Est, in realtà, se non il fatto che sono stati sterminati. Non si trova da nessuna parte alcun materiale su queste comunità — nulla. Nei libri, sono rappresentati come il problema che lo stato ha dovuto affrontare. Se si pensa che oggi oltre il 60% degli studenti è di origine mizrahi ed etiope, come si sentiranno leggendo queste cose? Ma soprattutto i palestinesi, naturalmente: questa è la cosa più importante. Non sono mai stati descritti come esseri umani o come società — la loro cultura, le loro abitudini, i loro costumi, la loro storia, la loro civiltà non vengono mai insegnati. Sono sempre stati descritti come un problema da risolvere, persino nei libri di quelli che venivano definiti i «nuovi storici», dove venivano citati, ma citati in modo razzista, come hanno fatto Elie Barnavi e altri. Credo quindi che l’atteggiamento generale sia che i palestinesi – o meglio, non vengono mai chiamati palestinesi, ma arabi di Israele o semplicemente arabi – rappresentano un problema da risolvere e che noi dobbiamo risolverlo. Credo che alcune settimane fa uno di questi pogromisti abbia detto: «Voi ci avete insegnato che sono un problema da risolvere. Quindi lo stiamo risolvendo». Ha detto proprio così. Non credo ci sia molta differenza. Naturalmente, oggi è più estremo, è più volgare, è più palese, ma l’atteggiamento c’è sempre stato. Amos Brison: Nelle sue ricerche, ho notato che lei ha indicato la storia e la geografia come due campi particolarmente importanti per questo tipo di indottrinamento. Nurit Peled-Elhanan: E le scienze civiche, sì. Amos Brison: E le scienze civiche. Può spiegarci perché questi ambiti sono così importanti? Quello che trovo più interessante, per me, è la geografia. È forse meno intuitiva; potrebbe fornirci qualche esempio? Nurit Peled-Elhanan: In Israele, la geografia ha lo scopo di riprodurre, diffondere o insegnare l’identità territoriale. L’identità israeliana è un’identità territoriale. Le mappe e i libri parlano della «Terra di Israele», mai dello stato di Israele. E questo avviene di proposito. Tutte le mappe raffigurano la Grande Terra di Israele, non lo stato di Israele. Persino su una mappa intitolata «Gli arabi di Israele», non compare nemmeno una città araba. Quindi la sensazione è che vivano tra noi, sopra di noi, il che è orribile per gli israeliani. Nemmeno Nazareth, nemmeno Akko. Sono raffigurati come un peso, come persone che rifiutano la modernità, come persone che si rifiutano di dare qualcosa per il bene comune. Questa è una citazione tratta da “La geografia della Terra di Israele”. E questo è tutto ciò che sappiamo di loro: che sono primitivi, che sono parassiti e che non vivono da nessuna parte, perché sulla mappa non vediamo i luoghi in cui vivono. E naturalmente gli insediamenti, gli insediamenti ebraici illegali in Palestina, vengono presentati come parte di Israele, parte dello stato di Israele. C’è una mappa che li mostra. Dicono che i confini di Israele siano confini temporanei e, sulla mappa, si vedono due soldati che puntano le armi verso il Libano e la Siria, per esempio. Quindi tutto questo è geografia. Ci sono quei grafici, ad esempio, i grafici del progresso. Il progresso è espresso da un numero minore di figli e da un’età più avanzata al momento del matrimonio. La questione demografica è un tema ricorrente in Israele, come ben sapete. Per questo vi presentano tutti questi grafici e tabelle demografici. In un grafico che è stato accettato da Human Development – un’organizzazione che produce grafici ogni anno – si afferma di essere riusciti a collocare Israele all’ultimo posto nella lista dei paesi sviluppati, in contrapposizione ai paesi non sviluppati. Ma c’è un asterisco che indica che il grafico relativo a Israele non rappresenta la popolazione non ebraica. È stato accettato da questa organizzazione americana, Human Development. Amos Brison: E, naturalmente, l’insegnamento della storia svolge un ruolo cruciale. Vorrei citare un passaggio tratto da uno dei suoi articoli: «Come in altri stati nazionali, il compito principale dei libri di testo israeliani è quello di costruire una narrazione nazionale continua al fine di definire e consolidare l’identità nazionale per tutti i cittadini ebrei». Nurit Peled-Elhanan: Sì, intendo dire che altri paesi hanno fatto lo stesso, come la Germania, la Francia e così via. Siamo direttamente collegati a un passato biblico. La vita degli ebrei in quella che viene chiamata diaspora è stata ridotta quasi a nulla. Questo passato antico ha preso il suo posto, e noi siamo direttamente collegati a questo passato antico e, naturalmente, agli eroi: Masada, Giosuè, il Giosuè biblico e così via. Questo crea ciò che Pierre Nora chiama il «culto della continuità». Amos Brison: Ricordo che, crescendo nel sistema educativo israeliano, gli studi biblici occupavano una sorta di posizione intermedia: si trattava di storia, di letteratura o di mitologia? Credo che questa confusione non fosse del tutto casuale. Nurit Peled-Elhanan: Certamente no. Per le scuole laiche, si tratta di storia, sì. Amos Brison: Quale ruolo direbbe che l’Olocausto riveste nell’istruzione israeliana? Nurit Peled-Elhanan: Ai bambini israeliani viene insegnato «un Olocausto». Eyal Naveh, nel suo libro “Past in a Storm”, afferma che l’Olocausto è l’elemento principale dell’identità israeliana, molto più del sionismo, ad esempio, o della fondazione dello stato di Israele. Dalle mie ricerche posso affermare che lo scopo dell’insegnamento dell’Olocausto in Israele è quello di traumatizzare ogni anno, ancora e ancora e ancora, e di creare un terrore profondo di un altro Olocausto. Lo vediamo chiaramente: durante la Guerra del Golfo, tutti parlavano di un’altra Shoah, come nel libro “Shoah and the Syndrome”. E il 7 ottobre, Shoah, tutto è Shoah. La sociologa Julia Resnik spiega che fino agli anni ’70 gli studi sull’Olocausto non rivestivano grande importanza. Ma dopo la guerra del ’73, come sapete, si verificò un’enorme ondata di emigrazione da Israele. La gente diceva: «Scusate, questo non fa per me». Il Ministero dell’Istruzione ha ideato un piano per trattenere i giovani in Israele. Ecco cosa hanno escogitato: traumatizzarli e spaventarli a tal punto riguardo al mondo esterno da indurli a restare e ad essere pronti a sacrificare le proprie vite e, ovviamente, quelle degli altri. La mia conclusione è che questa sia la funzione principale dell’educazione sull’Olocausto, poiché non impariamo nulla sulle persone. Le persone — ad eccezione di poche come Anna Frank o Annick Lever — non vengono mai presentate con il proprio nome. Non hanno una biografia. Sono completamente disumanizzate. Vengono presentate come esempi di categorie. E a volte si incontra qualcuno con la storia di un’altra persona o di un omicidio in un determinato luogo, e se si prendono sette libri, ogni libro racconta che si tratta di un altro luogo. Non ha importanza. Come ha scritto Shmuel Krakowski: «Sappiamo così tanto dello sterminio, ma non sappiamo nulla degli sterminati». Quindi non è pensato per far provare a noi o ai bambini alcuna empatia o lutto. No, è pensato per traumatizzarli, per renderli persone post-traumatizzate che hanno paura di tutto ciò che non è loro stessi. Questa è la cosa principale. Amos Brison: Sì. Intendo dire, vede un nesso tra il modo in cui l’insegnamento dell’Olocausto plasma le aule israeliane e il modo in cui agli studenti israeliani viene insegnato a vedere i palestinesi? Nurit Peled-Elhanan: Sì, innanzitutto i palestinesi hanno sostituito i tedeschi come potenziali sterminatori. Ben-Gurion disse che avrebbe accettato il risarcimento dalla Germania per difenderci dagli arabi nazisti. Così sono diventati nazisti, e questo è tutto. Va bene, tutti noi vogliamo vivere a Berlino. Ma dobbiamo avere uno sterminatore per giustificare noi stessi. Così sono diventati i potenziali sterminatori. Tutto qui. C’è un capitolo nei libri di storia e anche nell’esame finale, il Bagrut, l’esame di maturità, che si intitola «La formazione della memoria dell’Olocausto». Questo capitolo include tutti gli attacchi terroristici dei palestinesi — completamente decontestualizzati, fuori contesto, così come vengono sempre presentati dai media: «all’improvviso si sono alzati e ci hanno ucciso». In questo capitolo, dopo ogni attacco terroristico, c’è sempre la stessa frase. «Questo evento ha dimostrato agli israeliani la loro vulnerabilità e la loro debolezza e li ha fatti identificare con i sopravvissuti all’Olocausto». Dopo ogni attacco terroristico. Poi, nell’esame di maturità, ci sono delle domande. «Scelga un attacco terroristico e ci dica in che modo ha influenzato la memoria dell’Olocausto». Quindi vengono costantemente accostati. A volte è molto evidente, come quando [Menachem] Begin considerava Arafat il nuovo Hitler. L’invasione del Libano ci ha salvati da un altro Auschwitz. In un libro di Ketzia Tabibian sull’attacco terroristico di Entebbe, l’autrice afferma che alcuni dei terroristi erano tedeschi e che divisero i passeggeri in ebrei e non ebrei, quindi si tratta di [Joseph] Mengele. Si assiste costantemente a questa equiparazione tra palestinesi e nazisti. Amos Brison: Ritiene che nelle aule israeliane vi sia spazio per collegare la memoria dell’Olocausto a qualche tipo di ideale universale di antirazzismo o qualcosa di simile? Nurit Peled-Elhanan: L’unica scuola che lo abbia mai fatto è stata la Kedma, la scuola Kedma a Shchunat HaTikva, un quartiere povero di Tel Aviv. Avevano un programma per la Giornata della Memoria intitolato «La settima candela». Quindi sei candele per i sei milioni e una settima candela per tutti gli altri genocidi, per tutte le altre vittime del razzismo nel mondo. Questo fece infuriare le autorità. Yitzhak Rabin era primo ministro. Era furioso. Chiamò [Ron] Huldai, [sindaco di Tel Aviv], per, non so, per far chiudere la scuola. Persone di ogni tipo, non so — si fa il nome di [l’ex ministro dell’Istruzione] Limor Livnat — dissero loro: «Non vi permetteremo di appropriarvi del nostro Olocausto con la vostra danza del ventre marocchina». Ah, perché hanno anche suonato una canzone di Hannah Szenes, “Eli Eli”, cantata da un gruppo di HaBrera HaTiv’it, sapete, su un ritmo marocchino. È stato bellissimo ciò che hanno fatto. Ma hanno detto: “Non ci ruberete il nostro Olocausto con le danzatrici del ventre”. Insomma, l’intero paese era furioso. Anche se alcune persone, in particolare i sopravvissuti all’Olocausto, si sono congratulati con loro. Yad Vashem ha adottato il programma, ma non so se altre scuole lo abbiano mai ripreso da Yad Vashem. Non mi risulta che altre scuole lo stiano facendo. Amos Brison: Vorrei tornare un attimo al sistema educativo israeliano nel suo complesso, in particolare al sistema scolastico ebraico. Esso è suddiviso in diversi filoni, giusto? Vi sono il sistema statale laico (Mamlakhti), quello statale religioso (Mamlakhti Dati) e quello ultraortodosso. Non so se lei si occupi di tutti questi filoni, ma potrebbe forse illustrarci le differenze significative tra loro e il modo in cui vengono rappresentati i palestinesi e le altre minoranze? Nurit Peled-Elhanan: Oggi non vengono affatto rappresentati. Il mio studio si conclude nel 2021, e già negli ultimi anni si ha questa idea molto astratta di terrore e nemico, ma non hanno un nome; non si sa chi siano. Diventano molto astratti. Non ho studiato gli ortodossi, anche se ho letto il libro. Voglio dire, non c’è nulla da studiare lì perché è così palese. Capisce cosa intendo? Non si può fare alcuna analisi. Ma penso che le scuole statali e le altre scuole che formano i piloti e tutte le unità d’élite dell’esercito, che non sono meno criminali di quei piccoli soldati, di quei pogromisti, solo in modo diverso. Anche se si chiede alle persone che si definiscono di sinistra sionista, tutte ammirano ancora l’esercito. Capisce? Anche oggi. Anche oggi. Questa è l’educazione che hanno ricevuto: l’esercito è al di sopra di ogni giudizio, l’esercito è al di sopra di ogni critica, l’esercito ha sempre ragione, e così via, non importa. E se l’esercito fa qualcosa di sbagliato, ha una buona ragione. È così che, ad esempio, negli anni ’90, quando i libri menzionavano massacri come quello di Deir Yassin, di Kfar Qasim o di Qibya, alla fine del capitolo si diceva sempre che le conseguenze di vasta portata erano positive per gli ebrei. Quindi non vi dicevano: «Siamo andati a uccidere tutta la popolazione di Qibya perché volevamo la sicurezza». No. Ma alla fine del capitolo, si parlava di rappresaglie del tipo: «Quello che è successo a Qibya ha infuso una certa fiducia negli ebrei israeliani». Capisce? E questo, persino nei libri di scrittori di sinistra come A.L. Naveh. Un po’ di fiducia, d’accordo? Quindi questo, nell’analisi del discorso, si chiama «spiegazione consequenziale». Si prendono le conseguenze e le si trasformano in causa. Non è necessario dire esplicitamente: «Siamo andati a ucciderli». No. Ma poiché li abbiamo già uccisi, il risultato è positivo per noi. Per quanto riguarda Deir Yassin, ad esempio, hanno affermato che il massacro di Deir Yassin abbia provocato il panico e la fuga precipitosa degli arabi di Israele. Persino una persona moderata come Weizmann lo definì un «miracolo». Ecco come si conclude il capitolo. Capisce? Amos Brison: Sì. Nurit Peled-Elhanan: Quindi, anche se descrivono dei massacri, alla fine del capitolo si capisce che, in fin dei conti, è stato un bene per noi. E oggi non descrivono più i massacri, non descrivono più nulla. Ma è molto importante saperlo, perché la gente dice sempre: «Parla della Nakba? Non parla della Nakba». Sì, menzionano la Nakba negli anni ’90, all’inizio del 2000. Ma cosa dicono della Nakba? Dicono che è stato “per il meglio”. Amos Brison: Intendo dire, quali parallelismi rileva dalle sue ricerche sui libri di testo israeliani e sul sistema educativo in senso più ampio? Rileva dinamiche simili in altre società e in altri periodi storici? Nurit Peled-Elhanan: Non credo che sia molto diverso. Sapete, tengo conferenze in tutto il mondo e, ogni volta che parlo nelle scuole, le persone iniziano a riflettere sulle proprie narrazioni e sui propri libri di testo, d’accordo? Che sia in Italia, dove il massacro in Croazia non viene menzionato, o in altri luoghi. Ero in Lussemburgo, hanno iniziato a parlare dei francesi. È molto simile perché questa è la “raison d’être” [ragione d’essere] dei libri di scuola. Perché abbiamo bisogno dei libri di scuola? Lo stato ha bisogno dei libri di scuola per legittimare i propri atti controversi e per creare questo mito della continuità. Altrimenti, non servono i libri di scuola. Quindi è molto simile in altri luoghi. Credo che in Israele, poiché ciò comporta conseguenze pratiche immediate come l’uccisione di persone — cosa che non si verifica in altri luoghi — intendo dire, non in Europa. È fondamentale sapere cosa sta succedendo lì, ma non è molto diverso da altri luoghi. No, questo patriottismo, la narrativa nazionale inventata e la nazionalità inventata, la nazione, d’accordo? Non menzionano mai coloro che vivono ai margini della nazione. Ho dei libri di scuola dall’Uzbekistan, dove descrivono davvero gli armeni in modo orribile. So che in India ora hanno cambiato tutti i libri di scuola; li hanno cambiati. In Turchia. Tutti questi libri di testo hanno il loro paria, hanno quello che viene definito il loro «trauma prescelto», derivante da qualcosa di orribile accaduto nelle generazioni passate e che viene imposto ai nemici di oggi. Sono stato in Spagna di recente e mi hanno detto che non insegnano nulla sull’era di Franco. Quindi anche loro hanno questo mito della continuità con il passato. Questa è la natura dei libri di scuola. È la natura dei libri di scuola. Ma, ripeto, abbiamo conseguenze molto immediate quando i bambini dicono che sono un problema da risolvere e poi vanno a ucciderli. Amos Brison: Ritiene che esistano forse dei segnali di allarme a cui le persone possono prestare attenzione qualora si trovino di fronte a un sistema educativo o a libri di testo che preparano i bambini ad accettare fenomeni quali il dominio, la gerarchia etnica o persino la violenza di massa? Nurit Peled-Elhanan: Innanzitutto, credo che i genitori dovrebbero leggere ciò che studiano i propri figli. Dovreste partecipare di più in questo senso, d’accordo? Leggete. Leggete ciò che leggono loro, leggete i loro compiti — leggete. Dovete sapere cosa sta succedendo. Perché i ragazzi, sapete, tutti mi chiedono quando tengo conferenze altrove: «Perché non vanno su Internet a verificare la verità?» Nessuno di 14 o 15 anni va su Internet a verificare il materiale scolastico. Non gliene importa nulla, vogliono solo superare l’esame. Ma proprio perché vogliono superare l’esame, queste sono le uniche cose che leggono. Non sentono nient’altro. E questo è il punto. Quindi penso che si debbano davvero educare i genitori a farlo. Perché dopo, all’improvviso, si arriva a queste idee, sapete, secondo cui non ci sono persone innocenti a Jenin, non ci sono bambini innocenti a Gaza. Da dove vengono? Amos Brison: Esistono esempi di società che sono riuscite a riformare con successo un programma di studi di questo tipo? Nurit Peled-Elhanan: Sì. In Irlanda l’hanno fatto molto bene. E ci sono libri comuni in Corea e in Giappone, e anche in Francia e in Germania. Ma gli insegnanti non sono molto soddisfatti perché l’Olocausto è praticamente scomparso da questi libri, sa. Qualcosa del tipo: la Germania non è stata molto gentile con la Francia e la Francia non è stata molto gentile con la Germania e l’economia ne ha risentito terribilmente, qualcosa del genere. Quando ero in Lussemburgo, gli insegnanti dicevano che era “inaccettabile” e che avrebbero portato i bambini da soli ad Auschwitz e così via per insegnare loro l’Olocausto. Ma sì, ci sono, ci sono momenti del genere continuamente. C’è anche questo, sa, l’apprendimento della narrazione dell’altro. È stato scritto dagli stessi insegnanti, con la guida di un professore palestinese e di un professore israeliano. Da una parte c’è la narrazione palestinese, dall’altra quella israeliana. Inutile dire che in Israele non lo permettono nelle scuole. Il Ministero dell’Istruzione palestinese lo ha autorizzato come progetto, sapete, per due o tre settimane. C’è una scuola in Israele che lo ha insegnato, Sha’ar Negev, ma poi hanno sentito l’impulso di dirlo al mondo intero, ed è stato vietato. Persino ai miei studenti lo proponevo come esercizio, capisce? Mi rispondevano: «No, no, no, non ne vogliamo sapere. Non ne vogliamo sapere». Ecco, la situazione era questa. Van Leer presenta una serie di due narrazioni, e ciò che accade in esse è davvero molto, molto significativo. Ad esempio, nella serie di Van Leer, l’atteggiamento dello storico palestinese che scrive delle vittime israeliane e l’atteggiamento dello storico israeliano e nei confronti delle vittime palestinesi sono gli stessi. Praticamente non ne parlano. Parlano dei propri, e poi dicono: «Dall’altra parte, ci sono state alcune vittime e così via». Ritengo che, a fini di ricerca, sia molto importante fornire questo materiale agli insegnanti per osservare come funzionano queste dinamiche. Amos Brison: Ha menzionato il sistema educativo palestinese. Ebbene, da decenni viene demonizzato dai funzionari israeliani, con l’accusa di perpetuare il rifiuto del diritto di Israele ad esistere, di sostenere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e di preparare i bambini alla guerra contro Israele. Vorrei chiederle come valuta questa posizione e quali aspetti vengono tralasciati da queste critiche? Nurit Peled-Elhanan: Innanzitutto, questo non è il mio campo di specializzazione. La principale esperta in materia è la dottoressa Samira Elayan, che studia il sistema educativo palestinese ormai da anni e ha scritto un libro molto importante sull’istruzione a Gerusalemme Est. Quello che so lo ho appreso dal suo studio e poi tutti i libri dell’Autorità Palestinese sono disponibili su Internet. È possibile leggerli in inglese. I libri di testo palestinesi sono costantemente controllati e censurati, direttamente da Israele e indirettamente da persone che lavorano per Israele, come il Parlamento Europeo, la Banca Mondiale e così via. Quindi, anche se volessero scrivere ciò che lei ha detto, non potrebbero. È una menzogna. È una bugia bella e buona. La prima edizione dei libri di testo palestinesi risale all’inizio degli anni 2000, ed è stata pubblicata dopo Oslo, e loro desideravano fortemente scriverla nello spirito di Oslo. Quindi c’è una mappa di Israele, e c’è un intero capitolo sugli studiosi e gli eroi ebrei e così via. Ciò che non abbiamo. Dato che non è successo nulla, come sapete, nel 2018 hanno pubblicato una nuova versione, e questa nuova versione è molto più nazionalista. Parlano apertamente delle colonie, usano il termine «occupazione» e così via, ma non c’è nulla che non sia vero. Ora, c’è questa terribile organizzazione chiamata IMPACT, che si maschera da organizzazione accademica perché ha affittato una stanza all’università, ma non è un’organizzazione accademica. Nessuna rivista pubblica mai nulla di ciò che fanno, ma hanno molti soldi e molta influenza. Non so perché. In tutti questi anni, grazie al Premio Sacharov, mi è capitato spesso di recarmi al Parlamento europeo. E ogni volta che ci vado, dico alle persone: «Dovete monitorare il sistema israeliano, non solo quello palestinese», e questa è la prima volta che ricevo un invito a recarmi all’UNESCO per parlarne. Ma una volta, dopo che questo ha colpito le persone – non so cosa abbiano detto –, il Parlamento voleva bloccare il bilancio, il bilancio destinato all’istruzione per l’Autorità Palestinese. Samira ed io siamo state convocate con urgenza e l’abbiamo salvato. Voglio dire, abbiamo risparmiato sul bilancio perché abbiamo dimostrato che stanno mentendo. Stanno semplicemente mentendo. Tutto ciò che dicono è una pura menzogna, perché, come le ho detto, anche se volessero, non potrebbero. Ora a Gerusalemme Est, ad esempio, si studiano i libri dell’Autorità Palestinese, ma sotto il controllo e la censura del Ministero dell’Istruzione israeliano. Quindi i bambini ricevono libri con pagine bianche: c’è il titolo, la nazionalità palestinese, e poi tre pagine bianche. Hanno anche cancellato il simbolo dell’Autorità Palestinese dalla copertina e molti, molti paragrafi all’interno. Ad esempio, quando si parla di nazionalità, inseriscono riferimenti al sionismo e, insomma, intervengono sul contenuto dei libri. I palestinesi non possono fare nulla per opporsi, perché altrimenti non riceverebbero i fondi. Naturalmente, esiste materiale didattico che non proviene dal Ministero dell’Istruzione, proprio come nel nostro caso. Abbiamo questo libro orribile intitolato “Derech HaMelech” che dice… Amos Brison: Torat HaMelech. Nurit Peled-Elhanan: Sì, «Si possono uccidere i bambini nemici e violentare le donne nemiche», ma questo non proviene dal Ministero dell’Istruzione. Proviene da ogni sorta di rabbini che forse hanno maggiore influenza, ma non dal Ministero dell’Istruzione. Quindi abbiamo studiato, Samira ha studiato e io ho studiato solo i libri autorizzati, quelli che vengono utilizzati nelle scuole. Amos Brison: L’Unione Europea ha pubblicato nel 2021 un importante studio sui libri di testo, i libri di testo ufficiali dell’Autorità Palestinese. Nurit Peled-Elhanan: Esatto. Amos Brison: E se rispettino i principi di pace, tolleranza e non violenza. Perché non sono stati condotti studi analoghi sui libri di testo israeliani? Nurit Peled-Elhanan: Non so darle una risposta. So che un giorno c’è stata una “giornata del bambino”, o qualcosa del genere, al Parlamento Europeo, e io ero stata invitata. Hanno parlato dei bambini che soffrono in tutto il mondo. Non hanno accennato alla Palestina. E quando ho chiesto: “Perché non parlate della Palestina?”, mi hanno risposto: “Quella è un’altra questione”. Sono paralizzati dalla paura dell’antisemitismo. Hanno tanta paura di essere definiti antisemiti. Allora ho detto loro: “Nessuno è mai morto per essere stato definito antisemita. Nessuno è mai morto per essere antisemita, ma tantissime persone, bambini e neonati muoiono perché vengono definiti palestinesi. Allora di cosa avete paura?”. Ma naturalmente ci sono anche altre cose. Insomma, non sono così ingenua. Ci sono tutti quei paesi coinvolti nell’occupazione che hanno stipulato ogni sorta di accordo con Israele e così via. È una questione economica. Ma loro non affrontano l’argomento. Ve l’ho detto, questo invito che ho ricevuto dall’UNESCO è il primo in assoluto. È molto più facile diffamare i palestinesi che criticare davvero il sistema educativo israeliano. Amos Brison: Sì. Di recente, secondo quanto riferito, il nostro ministro dell’istruzione, Yael Kish, avrebbe cercato di nascondere i risultati insoddisfacenti ottenuti dagli studenti israeliani nei test di inglese, ebraico e scienze. Ha ordinato all’Autorità per la misurazione e la valutazione nell’istruzione di sospendere la pubblicazione dei rapporti in attesa di una revisione. Cosa rivela questo riguardo allo stato del sistema educativo? Ritiene che vi sia un nesso tra questo fatto e l’indottrinamento politico oggetto delle sue ricerche? Nurit Peled-Elhanan: Certo, certo, certo, certo. Voglio dire, queste persone, sono tutte, sa, mentono. Hanno questa ideologia — un’ideologia fascista — a tutti i costi. Circa 10 anni fa, eravamo ultimi nei test dell’OCSE in ogni parametro tranne che nella povertà. Ok? Non è una novità. Israele è in fondo alla classifica da anni. La situazione peggiora continuamente, ovviamente, perché sono impegnati con il patrimonio culturale, il nazionalismo e tutte queste cose. Incoraggiano i giovani ignoranti a fare qualsiasi cosa. Voglio dire, saranno dei bravi soldati, diciamo. Ok. Obbediranno a qualsiasi ordine. Se non sanno nulla, potete infettare le loro menti con qualsiasi virus vogliate, specialmente se non conoscono nessun’altra lingua. Questo è davvero molto incoraggiante. Molti programmi vengono scritti dagli insegnanti, che non usano più i libri di testo. Ma è una battaglia lunga e molto dura. Amos Brison: Haaretz ha recentemente riportato la notizia di un’unità segreta legata al Ministero dell’Istruzione che tiene sotto controllo gli insegnanti che criticano il governo o la guerra. Vorrei collegare in qualche modo la sua storia a questo argomento, poiché lei stessa è stata sospesa nel 2023, poco dopo il 7 ottobre, dal David Yellin College, a causa di alcuni commenti che aveva pubblicato in un gruppo WhatsApp del corpo docente. In seguito lei si è dimessa, adducendo come motivo la persecuzione politica. Come interpreta questa campagna contro insegnanti e accademici? Quale impatto ritiene che avrà sull’istruzione in Israele in futuro? Nurit Peled-Elhanan: Innanzitutto, non sono stata sospesa. Mi sono dimessa. Il rettore dell’università voleva sospendermi, ma esistono delle procedure che non ha voluto seguire, e la direzione gli ha detto, l’amministrazione gli ha detto: «Non può farlo». Credo che anche i suoi avvocati gli abbiano detto che non può farlo. Quello che è successo è che c’è un sociologo all’Università Ebraica di nome Gad Yair, e dopo il 7 ottobre ha pubblicato due video. Uno spiegava perché Hamas è nazista, e l’altro presentava un piano esplicito per la “Nakba Due”. C’era questo gruppo WhatsApp a cui non ho mai partecipato in vita mia, ma ho letto ciò che dicevano. E molti docenti dicevano: “Sì, sono nazisti”, e così via. Ho deciso di reagire, ma non sapevo che sarebbe stato così, come dire, scandaloso. Ho spiegato perché Hamas non è nazista, poiché i nazisti erano uno stato dotato di un esercito che dominava minoranze indifese e le sterminava, e questo non è il rapporto che intercorre tra noi e Hamas — grazie a Dio. Loro non ci dominano e noi non siamo minoranze indifese, e così via. Poi ho citato Jean-Paul Sartre, da un’introduzione che ha scritto a Franz Fanon, “I dannati della terra”, dove dice: “Dopo anni e anni in cui il suo tallone gli ha premuto sul collo e lei ha tolto la gamba, il piede dal suo collo e gli ha permesso di guardarla, che tipo di sguardo pensa che troverebbe nei suoi occhi?” E ho detto: questo è lo sguardo che abbiamo visto il 7 ottobre. Ora quel gruppo è chiuso. L’amministrazione non ha il diritto di intervenire, ma c’erano due insegnanti, so chi sono, che si sono precipitati a riferirlo al rettore. Lui mi ha scritto subito una lettera, dicendo che vuole sospendermi fino all’udienza. Come le ho detto, altri membri dell’amministrazione gli hanno detto: «Non è questo il modo di procedere. Non può decidere da solo. Esiste una procedura e così via». E il suo avvocato dice la stessa cosa, quindi ha lasciato perdere. Ho detto: «Non mi presenterò a nessuna udienza». Lui ha risposto: «Va bene, invece della sospensione, inserirò una nota nel suo fascicolo in cui si afferma che lei giustifica il massacro e sostiene il terrorismo». Ho detto: «Va bene, se alla fine inserirà questa nota nel mio fascicolo, allora mi dimetterò». E mi sono dimessa. La cosa positiva è stata che i docenti erano sgomenti, e così hanno deciso di redigere un codice etico per l’istituto che specificherà i diritti dell’amministrazione e i diritti dei docenti. Quindi ne è venuto fuori qualcosa di buono. Per me, è stato un modo per dire addio. Amos Brison: E godersi la pensione. Nurit Peled-Elhanan: E godermi la pensione, sì. Amos Brison: Ritiene che al momento vi sia spazio all’interno delle istituzioni scolastiche israeliane per voci dissenzienti? Nurit Peled-Elhanan: Sì, ci sono molte scuole private, scuole democratiche e scuole dialogiche, e in tutte queste scuole è possibile farlo, sì. Amos Brison: Sì. Quanto impatto hanno a questo punto? Nurit Peled-Elhanan: Nessuno. Ma non credo che si debbano giudicare le azioni delle persone in base al loro impatto sul sistema. Perché sappiamo che tutte le organizzazioni meritevoli, a partire da Breaking the Silence, Yesh Din, il Families Forum e Standing Together, tutte queste meravigliose organizzazioni, non hanno alcuna rappresentanza politica. E allora? Stanno creando un certo mondo alternativo in cui queste cose stanno accadendo. Questo è tutto ciò che possiamo fare. Possiamo vivere nel nostro piccolo mondo alternativo. Amos Brison: E forse, per concludere, dopo tutto ciò che ha studiato e vissuto, come sarebbe un sistema educativo veramente diverso tra il Fiume e il Mare, come diciamo noi? E cosa ci vorrebbe per arrivarci, se fosse possibile? Nurit Peled-Elhanan: Oggi non è possibile, ma, ripeto, potrebbe essere un’iniziativa privata. Credo che si debba scrivere una narrazione comune. Una narrazione che abbracci i 100-200 anni di storia di questo luogo. Sì, di tutti coloro che vivono qui. Credo che dovrebbe includere letteratura, poesia, architettura, agricoltura e iniziative e raccontare davvero ai bambini la storia di questo luogo. Perché in Israele abbiamo questo complesso secondo cui apparteniamo all’Europa e non al Medio Oriente. Quindi non sappiamo nulla del Medio Oriente. Non studiamo nulla sul Medio Oriente. Trasformiamo il Medio Oriente nella culla della civiltà invece che in un luogo da temere e da conquistare. Vi dirò che nel 2009 ho avuto questa idea insieme a un professore palestinese, Sami Adwan, e abbiamo chiesto a dei volontari di unirsi a noi per iniziare a scrivere questa narrazione collettiva. Sono arrivate persone da tutto il paese: la risposta è stata tale che non riuscivo a crederci. Penso che ci sia la possibilità di fare qualcosa del genere. Per conoscere il luogo in cui si vive e per apprezzarlo, perché oggi a nessuno piace il posto in cui vive. Voglio dire, tutti dichiarano: «amiamo, amiamo, amiamo». Ma non amano nulla. Hanno paura. Quindi questa potrebbe essere una soluzione molto valida, capisce. Non avverrà in un istante, ma se avete qualcosa da offrire, forse qualcuno lo accoglierà. Ma naturalmente non potete aspettarvi che qualcosa di improvviso abbia un impatto su tutto il paese. L’educazione richiede tempo, molto tempo. Vedete, anche l’educazione che Israele sta impartendo — razzista, bellicosa, aggressiva e così via — ha richiesto tempo e un lavoro meticoloso. Quindi la contro-educazione, ovviamente, richiederà tempo, molto tempo. Amos Brison: Grazie, Nurit. Questo episodio è stato prodotto da Jennifer Cutler con il contributo della redazione di +972. Non dimenticate di iscrivervi ovunque ascoltiate i podcast e di lasciarci una recensione: è di grande aiuto per consentire ai nuovi ascoltatori di scoprire il programma. Visitate 972Mag.com per reportage approfonditi, analisi e opinioni dal campo in Israele-Palestina. E non dimenticatei di scaricare l’app +972 e di iscrivervi alle nostre newsletter. Inoltre, 972 Magazine è un organo di informazione indipendente e senza scopo di lucro che ospita giornalisti palestinesi e israeliani impegnati a favore dell’equità, della giustizia e della libertà di informazione. https://www.972mag.com/podcast-transcript-how-israeli-classrooms-indoctrinate-jewish-supremacy Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 2, 2026
Assopace Palestina
MSF: a Tiro molti morti e feriti. Vittime anche tra lo staff dell’ospedale Jabal Amel
Medici Senza Frontiere (MSF) condanna l’attacco aereo sferrato dall’esercito israeliano la sera del 1° giugno nelle vicinanze dell’ospedale Jabal Amel, supportato da MSF, a Sour/Tiro. Secondo il ministero della salute, l’attacco ha causato finora 4 morti e 127 feriti, tra cui 39 membri del personale ospedaliero. Tra i feriti, 4 versano in condizioni critiche e sono ancora ricoverati in terapia intensiva. Intanto, si sta ancora procedendo al recupero dei corpi sotto le macerie e il numero totale di morti e feriti potrebbe ancora aumentare. L’attacco ha causato gravi danni allo stesso ospedale Jabal Amel, compresi il reparto di degenza, di radiologia e l’unità di terapia intensiva. Una parete di una sala operatoria è stata gravemente danneggiata, lasciando un grande buco, e l’équipe medica ha dovuto trasferire d’urgenza metà dei pazienti rimasti in terapia intensiva in un altro reparto per garantirne la sicurezza. Il giorno precedente, anche il vicino ospedale Hiram – un’altra struttura supportata da MSF – era stato colpito da un attacco aereo israeliano e, secondo il ministero della salute libanese, 13 operatori sanitari erano rimasti feriti. Questi attacchi si inseriscono in un contesto di forte escalation della violenza negli ultimi giorni, con la periferia sud di Beirut nuovamente sottoposta lunedì a ordini di evacuazione da parte di Israele, a seguito di un ordine di evacuazione generale emesso domenica per una vasta area a sud fino al fiume Zahrani. “Questi ripetuti attacchi riflettono una grave incapacità di proteggere la missione medica e sottolineano l’urgente necessità di salvaguardare i civili, il personale medico, le strutture sanitarie e l’accesso continuo alle cure salvavita”, ha dichiarato Omar Ebeid, coordinatore di progetto di MSF nel Libano meridionale. View of the damage at Jabal Amel Hospital following an Israeli strike carried out on 1 June in Sour (Tyre), southern Lebanon. Medecins sans Frontieres
June 2, 2026
Pressenza
Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo
Le elezioni del 31 maggio hanno aperto uno scenario che fino a poche settimane fa appariva quantomeno poco probabile: alla chiusura dei preconteggi del voto del primo turno delle presidenziali, con il 58,7 per cento di partecipazione elettorale, l’ex outsider dell’estrema destra Abelardo de la Espriella della lista “Firme por la Patria”, filo trumpiano e difensore dei paramilitari, sfiderà con il 43.74% il candidato del Pacto Histórico, candidato della coalizione “Alianza por la vida”, Iván Cepeda Castro, secondo con il 40.90%, il prossimo 21 giugno al ballottaggio per le presidenziali in Colombia. Quel giorno si definirà il nuovo governo che a partire dal prossimo 7 agosto si insedierà alla Casa de Nariño, il palazzo presidenziale nella capitale colombiana, a seguito del primo governo di sinistra della storia colombiana che durante questi ultimi quattro anni è stato guidato da Gustavo Petro: sarà una virata verso una nuova estrema destra, che va oltre (e con) l’uribismo, nel solco di Trump, Milei, Noboa e Bukele, e della ripresa della guerra, dell’estrattivismo e del paramilitarismo, o si riuscirà a rilanciare nelle urne la continuità di una proposta di governo progressista e popolare, con l’orizzonte della pace e della giustizia sociale? Se nelle scorse settimane questa seconda opzione sembrava la più probabile, dopo il primo turno lo scenario è fortemente riconfigurato: da mesi era in testa nei sondaggi la formula che vede candidato presidente Iván Cepeda Castro, senatore di sinistra, figura riconosciuta delle lotte per i diritti umani, fondatore del movimento delle vittime dei crimini di Stato (suo padre fu un leader politico della Unión Patriótica assassinato dai paramilitari nel 1994), con Aida Quilcué, leader del movimento indigeno del Cauca ed ex senatrice, oggi candidata vicepresidenta. Insieme hanno riempito le piazze con grandissime mobilitazioni, forti del sostengo popolare al presidente e al governo uscente (il più alto degli ultimi decenni) e dei buoni risultati delle elezioni parlamentari dello scorso marzo dove il Pacto Histórico si era confermato primo partito a livello nazionale. > Ma questa volta il primo turno è di fatto diventato un secondo turno > anticipato, con il voto dell’elettorato di destra spostato direttamente su > Abelardo de la Espriella, che ha fatto irruzione nell’ecosistema digitale > negli ultimi mesi, con un forte sostegno dell’estrema destra a livello > internazionale e statunitense in particolare, convogliando sulla sua figura i > voti della destra tradizionale. Infatti, la candidata del partito Centro Democratico, la destra (estrema) tradizionale dell’uribismo, Paloma Valencia, dopo aver ottenuto oltre 3 milioni di voti alle primarie di marzo, si è fermata al 6.92%, non andando oltre il milione e seicentomila voti: è evidente che gran parte del suo elettorato ha votato direttamente il candidato visto come favorito per affrontare la proposta della continuità dell’attuale governo di sinistra, e che l’alleanza con il centrodestra moderato di Oviedo, dichiaratamente omosessuale e candidato vicepresidente con Valencia, non ha pagato in termini elettorali (e proprio Oviedo difficilmente sosterrà, a differenza di Valencia, il voto per Espriella, apertamente omofobo e misogino, aprendo una contesa anche su un settore di votanti di centrodestra in vista del secondo turno). Quarto il centro moderato di Fajardo, con il 4,26 %, pochissime percentuali per tutti gli altri e le altre candidate, a partire dall’ex sindaca di Bogotà Claudia López, che per poco non ha raggiunto l’1 per cento. * * Seppur questo risultato è apparso in buona parte inatteso, la figura di estrema destra di Abelardo de la Espriella stava crescendo in maniera significativa nelle ultime settimane nelle reti sociali e nei sondaggi, fino ad arrivare a presentarsi come il più votato al primo turno in vista del ballottaggio: se la sfida delle sinistre e del progressismo nei mesi scorsi era confrontarsi con l’eredità dell’uribismo, adesso la contesa è su un piano politico differente definito dal protagonismo di una figura nuova sullo scenario politico colombiano che, in sintonia con Trump, Milei, Bukele e Noboa, punterà sulle politiche tradizionali dell’estrema destra, oltre a promettere di “sventrare la sinstra e incarcerare i suoi dirigenti”, minacciando di usare la forza contro Petro e Cepeda (in un paese devastato dalla violenza, reduce da genocidi politici e terrorismo di stato,  queste parole detto da un avvocato difensore dei paramilitari e dei narcotrafficanti pesano veramente tanto). > Nel programma di Abelardo de la Espriella troviamo le ricette dell’estrema > destra a livello internazionale: allineamento strategico in politica estera > con gli Stati Uniti e Israele, smantellamento del pubblico, mano dura > repressiva, intensificazione della guerra. Le proposte vanno dalle carceri speciali alla Bukele, fino ad un intenso e duro attacco contro le politiche sociali e le conquiste di questi anni di governo progressista, misure contro l’aborto e i diritti lgbtqi+, smantellamento della giustizia transizionale e degli accordi di pace, politiche in favore dell’impresa privata e dei latifondisti, misure in favore dell’estrattivismo e contro la transizione energetica. Con il 43,7 per cento dei voti (che corrisponde a 10.361.499 voti), De la Espriella andrà al secondo turno forte del sostegno di Uribe e della destra tradizionale, mentre Iván Cepeda, con il 40,9 per cento, avendo ottenuto il numero più alto di voti nella storia della sinistra al primo turno elettorale delle presidenziali in Colombia, con 9.688.361 voti (ben un milione in più rispetto al primo turno di Petro di quattro anni fa), dovrà comporre alleanze con parti del centro moderato, ma soprattutto conquistare voti tra le milioni di persone che si sono astenute al primo turno, che potrebbero votare, almeno in parte, al ballottaggio, e che saranno decisive per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Cepeda ha vinto sulla costa dei Caraibi, sulla costa Pacifica, nelle regioni più povere e marginalizzate, ed in quelle colpite storicamente dalla guerra, ma anche nelle grandi città della costa, a Cali e Bogotá (seppure nella capitale con risultati che si possono migliorare); nelle regioni interne, a Medellin e in alcune delle aree colpite dalla crisi umanitaria degli ultimi anni, ha invece vinto Abelardo, riproducendo una mappa elettorale simile a quattro anni fa. Saranno tre settimane decisive per mantenere la speranza e difendere la democrazia per delle elezioni che hanno un valore che andrà bel oltre i confini nazionali colombiani e riguarda quantomeno lo scenario latinoamericano, se non oltre: la contesa sarà durissima, venti giorni di campagna elettorale decisive per la definizione del prossimo presidente in un paese ancora più fortemente polarizzato di quanto non lo fosse già. Quattro anni fa, Petro ha recuperato oltre tre milioni di voti tra il primo e il secondo turno, vincendo le presidenziali, nonostante la somma dei voti del primo turno dei due candidati di destra fosse superiore a quanto ottenuto, in termini di numeri di voti, dalla sinistra. > Seppure ci troviamo in uno scenario differente e difficile, la possibilità di > tornare a vincere per le sinistre è aperta, e queste tre settimane di campagna > saranno decisive per negoziare accordi elettorali ma anche e soprattutto per > convincere nuovi votanti in uno scenario più polarizzato che mai. Da ieri è cominciata una campagna elettorale completamente nuova, dove ogni passaggio, ogni parola e azione saranno decisive, e dove è in gioco non solo la scelta di un presidente, ma il futuro del paese, la possibilità stessa della democrazia, della pace e della difesa della vita in un paese che viene da sessant’anni di conflitto armato, diseguaglianza e violenza, e che in questi quattro anni ha conosciuto importanti avanzamenti e iglioramenti in termini di crescita economica, di diritti sociali e condizioni socio-economiche, dall’innalzamento del salario minimo all’abbassamento del tasso di disoccupazione ed informalità, con significativi avanzamenti per i diritti del lavoro, delle economie popolari e delle comunità indigene ed afrodiscendenti, in un panorama però segnato anche dai limiti incontrati dal processo della pace totale e da una nuova intensificazione delle violenze dei gruppi armati e del narcotraffico. In questo scenario, bisogna tener conto del contesto geopolitico, oltre a quello ideologico: un fattore di grande importanza è l’influenza sulle elezioni dell’ingerenza statunitense, passato negli ultimi mesi per le minacce di Trump di bombardare la Colombia e le misure contro Petro (dopo l’attacco contro il Venezuela a gennaio, mentre continuano le minacce e il blocco criminaale contro Cuba), ai dazi e alle tensioni militari al confine con l’Ecuador attraverso le politiche del presidente filo trumpiano Noboa, fino alle fake news e agli ingenti finanziamenti per campagne mediatiche e nelle reti sociali contro il governo Petro che arrivano da tanti esponenti dell’estrema destra statunitense e latinoamericana: un campo di battaglia decisivo in vista del ballottaggio. > Nelle piazze, nelle reti sociali e nelle strade ieri sono cominciate le > mobilitazioni per questo secondo turno elettorale: nei quartieri popolari e > nelle università, in tanti e tante sono scese in strada per fare campagna e > difendere la democrazia e la vita contro l’estrema destra, e per dare > continuità al progetto di trasformazione sociale cominciato con gli accordi di > pace, le rivolte sociali e il governo Petro. Ivan Cepeda, dopo aver chiesto di attendere i risultati ufficiali dello scrutinio elettorale, denunciando rischi di frodi elettorali nel preconteggio, a seguito dell’annuncio del presidente Petro, che ha presentato una denuncia di una alterazione del censo elettorale corrispondente a poco più di 800mila voti (poco più della differenza di voti tra De La Espriella e Cepeda), ha dichiarato che bisognerà mobilitarsi per vincere le elezioni contro il fascismo e il paramilitarismo, e per continuare il progetto del cambiamento sociale e politico in Colombia. Poche ore dopo, il presidente Petro ha dichiarato: “Abbiamo tutti il dovere morale di lottare contro il fascismo mafioso che ha governato per decenni la Colombia con Uribe e che oggi vuole tornare al potere con Abelardo. Ma Abelardo ha perso nella sua regione natale, ed è stato sconfitto in tutta la regione dei Caraibi: la gente del suo territorio sa cosa può succedere se un fascista difensore del paramilitarismo torna al potere. Invito tutte le persone democratiche a unirsi per difendere la democrazia contro la morte che si avvicina. Invito la gioventù colombiana a votare in massa per difendere la vita. Oggi serve una vera e grande alleanza per la vita”. Dalla forza e dall’efficacia di questa alleanza per la vita passerà la possibilità e la speranza della Colombia, dell’America Latina e oltre, per resistere alla guerra e al fascismo e all’estrattivismo, e per costruire orizzonti politici di trasformazione nel regime di guerra globale.   Immagine di copertina a cura di Alioscia Castronovo, mobilitazione contro l’ingerenza di Trump in Colombia, Bogotá, 2026. L'articolo Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo proviene da DINAMOpress.
June 2, 2026
DINAMOpress
Ciao Gianni Mattioli
Il saluto di Vincenzo Miliucci   Il 1°giugno è venuto a mancare Gianni Mattioli, compagno antinucleare con cui abbiamo condiviso tra gli altri le vincenti battaglie contro l'energia padrona, che hanno portato fin dal 1987 a chiudere il ciclo dell'energia nucleare in italia, primi al mondo.  Diversamente collocati e impegnati, ci siamo trovati accomunati a confliggere contro i piani energetico-capitalisti, votati all'estrattivismo fossile e al perdurare del nucleare in Europa. Per ultimo, "contro la ripresa del nucleare in Italia" voluta dal governo Meloni: milioni e successivi miliardi di euro buttati, per una energia obsoleta e pericolosa, al pari della guerra e del riarmo.   Gianni Mattioli,sarà ricordato a Roma martedi' 6|6 ore 17 c|o Chiesa Valdese (via Cossa)   Da QualEnergia:   È morto a 86 anni Gianni Mattioli, fisico, docente universitario e tra le figure più importanti dell'ambientalismo scientifico in Italia. Il suo nome è legato, insieme a quello di Massimo Scalia, scomparso il 12 dicembre 2023, alle battaglie contro il nucleare, alla stagione referendaria, all'impegno per il risparmio energetico e alla promozione delle fonti rinnovabili. Con Scalia e Gianni Silvestrini fu tra i fondatori, nel 1978, del Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche. Fu anche tra i padri della rivista QualEnergia, nata nel 1981, di cui fu direttore per sei anni. Nato a Genova nel 1940, Mattioli si laureò in Fisica all'Università "La Sapienza" di Roma nel 1964 e nel 1973 divenne docente nella stessa facoltà. Nel 1977 entrò in contatto con le popolazioni di Montalto di Castro, dove era prevista la costruzione di una centrale nucleare. Da quel momento l'impegno civile per la tutela della salute, dell'ambiente e del territorio divenne uno dei cardini della sua attività pubblica, fino all'impegno politico nel movimento ecologista. Deputato, sottosegretario e poi ministro per le Politiche comunitarie, Mattioli ha rappresentato una generazione di studiosi e militanti che seppe unire rigore scientifico, partecipazione democratica e battaglie ambientali. Da fisico, riteneva essenziale portare i temi dell'energia e dell'ambiente fuori dal recinto degli specialisti, rendendoli materia di confronto pubblico e di consapevolezza collettiva. Anche per questo vogliamo ricordarlo non solo per il ruolo avuto nella storia dell'ambientalismo italiano, ma per il contributo generoso e sempre rispettoso, dato alla costruzione di una cultura energetica critica, informata e vicina alle istanze dei territori. Una cultura alla quale anche QualEnergia, rivista e testata web, devono una parte importante delle proprie radici
June 2, 2026
Radio Onda Rossa
Storia e analisi dell’evoluzione del caporalato in Italia
L’autore de “Il Caporalato. Una Storia” pubblicato nella collana “Nodi dell’Italia repubblicana” di Carocci editore all’iniziativa organizzata venerdì 5 giugno a Salerno da Memoria in Movimento ODV, che spiega:  > L’evoluzione del caporalato in Italia, dal secondo dopoguerra a oggi, > restituisce la dimensione storica di una pratica che, pur trasformandosi, > conserva rilevanza sociale e incidenza economica strutturale, essendo una > realtà non confinabile al solo settore agricolo del Mezzogiorno, secondo una > rappresentazione riduttiva ancora molto diffusa. > > Nel libro Il Caporalato. Una Storia l’analisi delle dinamiche economiche e del > mercato del lavoro si intreccia con i flussi migratori, gli sviluppi > normativi, le risposte istituzionali e l’azione degli attori sindacali, > evidenziando infine le connessioni del fenomeno con la criminalità > organizzata, la violenza di genere e forme di sfruttamento del lavoro > minorile. > > L’autore, Giovanni Ferrarese è assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi > sul Mediterraneo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, insegna Storia > contemporanea nell’Università degli Studi di Salerno. venerdì 5 giugno 2026 a Salerno alle 18:30 – Casa del Volontariato (via F. Patella / traversa del corso V. Emanuele altezza civico 90) presentazione del libro IL CAPORALATO. UNA STORIA Introduce Mary Abbondanza – Coordina Alfonso Conte Anselmo Botte ed Eugenio Gammaldi dialogano con l’autore, Giovanni Ferrarese Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza

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