Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno […] L'articolo Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale” su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Da liberista a “predatorio”, l’imperialismo sta cambiando forma
Per i prossimi 8 e 9 maggio, la Rete dei Comunisti sta organizzando un forum di discussione, in coerenza con uno stile di lavoro consolidatosi negli anni, per cercare di mettere a fuoco la turbolenta fase storica che stiamo attraversando e le forme con cui il capitalismo, nella sua dimensione […] L'articolo Da liberista a “predatorio”, l’imperialismo sta cambiando forma su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Prigionieri palestinesi
Essere a sostegno di quanto il popolo palestinese sta facendo, non solo dopo la fatidica data del 7 ottobre ma ben prima. La cosiddetta narrazione mainstream, impone quella data, mettendo il silenziatore a quanto è accaduto prima. La determinazione e la capacità di resistenza del popolo palestinese ha smontato questa […] L'articolo Prigionieri palestinesi su Contropiano.
April 14, 2026
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Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action
Nella giornata di sabato la polizia di Londra ha arrestato 523 persone durante una protesta a Trafalgar Square, nella capitale britannica. Gli attivisti sono stati arrestati per aver espresso solidarietà con il gruppo “Palestine Action” . Da quando questa organizzazione è stata dichiarata “terrorista” dal governo del Regno Unito lo […] L'articolo Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Per la destra europea, la remigrazione è iniziata
LUCREZIA INNOCENTI 1 Dopo forti divisioni in aula, Il testo passerà ai negoziati interistituzionali per l’approvazione del Consiglio UE Lo scorso 26 marzo, il Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria ha approvato il testo 2 di quello che, per l’estremismo e la violenza dei suoi contenuti, è stato ribattezzato Regolamento Deportazioni. Infatti, il testo del Regolamento Rimpatri – questa la sua ufficiale denominazione – comprime radicalmente i diritti delle persone migranti e rappresenta un ulteriore scivolamento della disciplina europea verso un approccio repressivo e securitario alla migrazione. La norma è stata presentata come uno strumento per far fronte all’inefficienza del sistema dei rimpatri, ma contiene tutt’altro: inasprimento delle misure sanzionatorie, standard di cooperazione irrealistici cui i migranti devono attenersi, aggiramento dei diritti dei minori e della privacy. Le cifre dell’approvazione (389 a favore, 206 contrari, 32 astenuti) parlano chiaro: il PPE, partito di maggioranza al Parlamento Europeo, ha scelto di consolidare un allineamento con le stesse forze della destra estrema che per più legislature ha tentato di isolare. Ciò compone un quadro preoccupante, che ha suscitato un’acuta divisione tra le formazioni parlamentari. DETENZIONE INVECE DI INTEGRAZIONE, SORVEGLIANZA INVECE DI TUTELA Approvata in Commissione Libertà Civili (LIBE) due settimane prima , la proposta aveva già scatenato lo sdegno da parte di moltissime organizzazioni della società civile e della sinistra parlamentare, che ha da subito condannato la pericolosità e l’inadeguatezza della norma ad affrontare la questione della migrazione irregolare. Notizie/Regolamenti UE IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 Come adesso è chiaro, il peggioramento delle misure coercitive non si limita a un ampliamento dei presupposti e della durata della detenzione (fino a 24 mesi). Diventeranno una realtà gli hub di rimpatrio, che prevedono la detenzione in centri localizzati in paesi non-Ue e non sottoposti alla giurisdizione europea – centri, dunque, dove il mantenimento degli standard in diritti umani è tutt’altro che garantito. Diventerà una realtà anche la detenzione delle famiglie con minori e dei minori non accompagnati, in violazione del superiore interesse del minore, un principio che dovrebbe ispirare qualunque scelta giuridica e politica a tutela dei diritti umani. Secondo più esperti ed europarlamentari, la possibilità di colpire anche i minori con la detenzione richiama pericolosamente la gestione repressiva che sta prendendo piede oltreoceano: simili misure avvicinano sempre di più il modello europeo a quello statunitense dell’ICE 3, dove gli abusi sono sistematici e le tutele inesistenti. Ma non basta: il nuovo regolamento porta anche all’erosione dei rimedi legali a disposizione di chi si trovi destinatario di un ordine di rimpatrio. In particolare, l’effetto sospensivo dei ricorsi varrà soltanto a discrezionalità del giudice: ciò significa che d’ora in avanti un ricorso non provocherà necessariamente la sospensione della procedura di rimpatrio, svuotando di fatto l’efficacia di questi rimedi giurisdizionali. Oltre all’acuirsi del controllo sulla mobilità e sui corpi delle persone migranti, il regolamento pone anche il problema della sorveglianza digitale e della diffusione di dati personali. Ciò era già stato denunciato 4 nel 2025 da organizzazioni attive nell’ambito dei diritti digitali, quando la Commissione Europea aveva presentato la prima proposta del regolamento: con lo scopo di coordinare la deportazione, i dati personali e biometrici delle persone migranti potranno essere trasferiti tra paesi membri e con i paesi terzi di rimpatrio. Questo esporrà gli individui destinatari di ordini di rimpatrio a rischi sistemici di violazioni e fughe di dati, e agevolerà l’utilizzo di tecnologie di sorveglianza ai fini della profilazione razziale. Inoltre, PICUM e Médecins du Monde 5 hanno evidenziato come raccogliere i dati medici ai fini della deportazione avrà l’esito di trattenere i migranti irregolari dal richiedere cure mediche, minacciando l’effettivo godimento del diritto universale alla salute. Politiche di questo genere non renderanno più efficiente il sistema dei rimpatri, perché non intervengono sulle cause primarie dell’irregolarità, né sono accompagnate da opzioni alternative che siano di fatto percorribili. È estremamente allarmante che una norma così lontana dal patrimonio dei valori europei goda del sostegno del PPE, che ha votato per la sua approvazione insieme a tutti i gruppi della destra sovranista – Conservatori e Riformisti, Patrioti per l’Europa e Europa delle Nazioni Sovrane. UNA DERIVA A DESTRA SEMPRE PIÙ DEFINITIVA Molti Eurodeputati dei gruppi contrari al regolamento – S&D, Verdi/ALE, The Left e una porzione di Renew Europe – hanno evidenziato come i popolari europei abbiano tradito la loro storia scegliendo di schierarsi con le forze dell’estrema destra, e ne abbiano così legittimato le pretese. Inserito in questa nuova coalizione di voto, il PPE starebbe smantellando ciò che resta dei diritti fondamentali in Europa 6 insieme ai gruppi dell’estrema destra, segnalando un posizionamento sempre più definitivo verso questa ala del parlamento. Il voto del 26 marzo arriva infatti a conferma e conclusione di un processo già in atto: l’isolamento dei partiti sovranisti e la loro esclusione dalle decisioni sostanziali del Parlamento Europeo, il cosiddetto cordone sanitario, sembra essere giunto a una fine. Questo slittamento della politica europea non è problematico soltanto nei confronti del Regolamento Rimpatri: tutta la gestione del fenomeno migratorio in Europa e la radicalizzazione del discorso politico sull’immigrazione risente già dei suoi effetti. Infatti, secondo il Migrant Return Policy Index (MIREX) 7, un indice elaborato da Migration Policy Group, le politiche sul rimpatrio a livello europeo vedono già una forte prioritizzazione della coercizione sulla tutela dei diritti. Ulteriormente, come rilevato da PICUM, la criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti è una tendenza in continua crescita nel continente Europeo, da un buon numero di anni. In un sistema che già fa della coercizione un elemento preponderante, un nuovo impulso alla securizzazione andrà di conseguenza a rafforzare questo approccio e le narrative politiche ad esso connesse. Non sono infatti mancate dichiarazioni come quelle di Roberto Vannacci (ESN) su un auspicato inizio della remigrazione in Europa, né parallelismi trionfalistici tra l’adozione di questo regolamento e la vittoria della “linea Meloni”. Infatti i return hub del Regolamento Rimpatri presenteranno, seppure con differenze, molti tratti simili al modello italiano dei centri per il rimpatrio in Albania, di cui però sono stati ampiamente comprovati malfunzionamenti e irregolarità. Allo stesso modo, le potenziali inefficienze del sistema dei rimpatri predisposto dal nuovo regolamento sono già individuabili. E ADESSO? Il Regolamento Rimpatri, se approvato definitivamente in questa forma, non condurrà a quanto promesso dalle forze che lo hanno sostenuto: con molta probabilità, risulterà piuttosto in un’erosione dei diritti dei migranti senza concreti avanzamenti nell’efficienza del sistema. Il contenuto della norma è stato infatti costruito su un presupposto fallace e con una metodologia debole. In primis, perché non c’è evidenza sufficiente 8 per ritenere che l’esternalizzazione delle procedure di rimpatrio e il loro inasprimento agisca da deterrente per i migranti futuri; in secondo luogo perché nella fase di redazione della proposta sono mancate valutazioni d’impatto e consultazioni 9 che potessero renderla effettivamente incisiva e adeguata all’area di intervento. Sandro Gozi (Renew Europe), nel commentare l’esito della votazione in plenaria, ha sottolineato un punto cruciale nell’attuazione futura del regolamento: una simile norma, più propagandistica che efficace, sarà probabilmente oggetto di una serie di contenziosi che renderanno la sua applicazione frammentata e gravosa. Ad ogni modo, il testo legislativo dovrà essere sottoposto ai negoziati interistituzionali (i cosiddetti triloghi) per l’approvazione del Consiglio Ue. Si prevede che lo svolgimento dei negoziati non incontrerà grandi difficoltà: la maggioranza degli Stati membri è a favore di un inasprimento della politica migratoria, e molti paesi stanno già lavorando 10 per predisporre le loro infrastrutture per il rimpatrio in questa direzione. In vista dei triloghi, il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (ECRE) ha rivolto un appello alle istituzioni europee 11, sollecitando un intervento per mantenere la disciplina del rimpatrio in linea con i principi fondamentali dell’Unione. L’Unione Europea potrà difficilmente continuare a vantare garanzie e tutele universali, se persisterà nel normalizzare la detenzione delle persone vulnerabili, la deportazione verso paesi terzi, la discrezionalità delle autorità in decisioni di simile spessore. È indispensabile che le politiche migratorie cessino di costituire veicoli di propaganda, per strutturarsi invece su un’impostazione evidence-based e conforme all’impianto valoriale europeo. 1. Sono laureata in Scienze Politiche e Studi Internazionali presso l’Università di Firenze, dove attualmente frequento la laurea magistrale in Relazioni Internazionali. Come attivista di Amnesty International mi occupo di diritti umani, con particolare attenzione ai temi della migrazione e dei conflitti. Ho trascorso un periodo di formazione in Spagna in una fondazione impegnata nella cooperazione e salute globale, e collaboro come ambasciatrice con una fondazione dedicata all’integrazione e all’impegno europeo ↩︎ 2. Regolamento sui rimpatri: il Parlamento pronto ad avviare i negoziati, Comunicato stampa ↩︎ 3. The Return Regulation will ‘ICE-ify’ the EU’s migration policy, Ceps (26 marzo 2026) ↩︎ 4. The EU must stop the digitalisation of the deportation regime and withdraw the new Return Regulation, Access Now (giugno 2025) ↩︎ 5. Unprotected: How proposed EU rules on deportation threaten the universal right to health, PICUM e Medecins du Monde (ottobre 2025) ↩︎ 6. Aula divisa ma sull’immigrazione vince il ‘sì’ alla stretta, il Parlamento UE approva il controverso regolamento rimpatri, EUNews (26 marzo 2026) ↩︎ 7. New Migrant Return Policy Index reveals major human rights gaps in European return policies, Migration Policy Group (6 marzo 2026) ↩︎ 8. The EU’s New Approach on Returns: More Externalisation, Less Protection and Safeguards, Action Aid (13 marzo 2025) ↩︎ 9. More than 200 Organisations: Inhumane Deportation Rules Should be Rejected, Action Aid (15 settembre 2025) ↩︎ 10. Il parlamento europeo approva la creazione di “hub di rimpatrio” per migranti, Afp (26 marzo 2026) ↩︎ 11. ECRE Statement: European Parliament Vote on the Return Regulation (26 marzo 2026) ↩︎
Ungheria. Tra peste e colera
Il nuovo Parlamento di Ungheria sarà così composto. La maggioranza a un partito di estrema destra nazionalista, guerrafondaio contro la Russia e amico di Ursula Von der Leyen e Merz. La minoranza a un partito di estrema destra nazionalista che sta con le guerre di USA e Israele e subisce […] L'articolo Ungheria. Tra peste e colera su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
[TuttaScenaTeatro] 9841 / Rukeli + Dialoghi degli dei ● martedì 14 aprile 2026 ore 14
TUTTA SCENA TEATRO martedì 14 aprile 2026 ore 14 ● 9841 / RUKELI di Gianmarco Busetto con Gianmarco Busetto suoni Enrico Tavella regìa Gianmarco Busetto ed Enrico Tavella La storia del pugile tedesco di origine sinti Johann Trollmann, detto Rukeli. La vicenda umana e sportiva di un uomo che, da solo, ha osato sfidare la propaganda nazista con uno dei più geniali e potenti atti di comunicazione della storia. Un atto d’amore e dignità che si racconta sotto la pelle tragica di una Germania sfigurata, e che emerge nel tempo e nei luoghi di oggi, più vivo di allora, con la forza della riflessione. https://archive.org/details/9841.Rukeli.1 (56') info https://www.farmaciazooe.com/wp-content/uploads/2014/09/9841_Rukeli_FarmaciaZooE_Presentazione.pdf ore 15 ● DIALOGHI DEGLI DEI de I Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Iliano, Giulia Solano La fortuna di Luciano – scrittore e retore greco, di origine siriane, nato a Samosata nel 125 d.C. – è legata soprattutto alla serie dei cosiddetti 'dialoghi degli dei: un "divertissement" squisitamente letterario, in cui l’autore, attingendo dal patrimonio del mito, offre una rappresentazione originale, ironica, sorprendentemente quotidiana della cosmogonia classica. Gli scontri “familiari” tra Zeus e Era, le continue lagnanze per le malefatte di Eros, i pettegolezzi tra Dioniso, Ermes ed Apollo resistono alla sfida del tempo, continuando a farci sorridere, ergendosi anzi a topos di molti meccanismi che animeranno poi la commedia moderna. È sorprendente come, a distanza di secoli, questi dialoghi continuino ad “intrattenere” l’ascoltatore: queste deliziose miniature, cesellate in un fraseggio agile ed arguto, continuano ad essere “discorsi per far passare il tempo”. Insieme per la prima volta, I Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica si interrogano proprio sul senso profondo della parola “intrattenimento”, alla divertita ricerca di forme desuete per “passare il tempo”. https://archive.org/details/dialoghi.degli.dei (44') info https://www.sacchidisabbia.com/spettacoli/dialoghi-degli-dei/ ----------------------- ore 15:45 ospite: ● la fotografa Monica Pittaluga presenta la sua mostra MIEI CARI Roma – WSP Photography, 21 marzo > 30 aprile 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/04/11/monica-pittaluga-miei-cari/ ------------------------------------------- ● l'Agenda della settimana teatrale romana a cura di Simone Nebbia di Teatro e Critica -------------- segnalazioni: ● Andrea Paolotti, codirettore artistico, presenta la 4^ edizione della rassegna EXPO • teatro italiano contemporaneo Roma – Teatro Belli, 03 febbraio > 23 aprile 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/02/03/expo-teatro-italiano-contemporaneo-4-edizione/ ● Penelope Filacchione, ideatrice e curatrice, ptresenta la 5^ edizione di STRADE DELL’ARTE A MONTEVERDE sabato 18 aprile 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/04/13/strade-dellarte-a-monteverde-5-edizione/ ● il coautore Maurizio Fabretti presenta la seconda edizione del libro PIÙ COLLA COMPAGNI - una storia dagli anni ’70 (2026) https://tuttascena1.wordpress.com/2026/04/11/maurizio-fabretti-piu-colla-compagni-una-storia-dagli-anni-70/ ----------------------------------- TUTTA SCENA TEATRO (già RadioTeatro) trasmissione settimanale, il martedì ore 14, sigla di David Schacherl via dei Volsci 56 - 00185 Roma streaming https://www.ondarossa.info/player-ror.html facebook http://www.facebook.com/pages/RadioTeatro/312426765448394 e-mail visionari@ondarossa.info l'Archivio completo di TuttaScenaTeatro e RadioTeatro in podcast: 2026 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2026/01/archivio-tutta-scena-teatro-2026 2025 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2025/01/archivio-tutta-scena-teatro-2025 2024 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2024/01/archivio-tutta-scena-teatro-2024 2023 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2023/01/archivio-tutta-scena-teatro-2023 2022 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2022/01/archivio-tutta-scena-teatro-2022 2021 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2021/01/archivio-tutta-scena-teatro-2021 2020 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/01/archivio-tutta-scena-teatro-2020 2019 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-tutta-scena-teatro-2019 2018 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/07/archivio-tutta-scena-teatro-2018 2018 http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/01/archivio-radioteatro-2018 2017 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/archivio-radioteatro-2017 2016 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2016 2015 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2015 2014 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2014 2013 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2013 2012 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2012 2011 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2011 2010 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2010 2008/9 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2008-9 ------------------------ buon ascolto!  
April 14, 2026
Radio Onda Rossa
Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare
UNO STUDIO FMI CONFERMA LA SCARSA EFFICACIA DELLA SPESA MILITARE SULLA CRESCITA. AL CONTRARIO, IL RIARMO SFOCIA IN GUERRA E REPRESSIONE SOCIALE Romaric Godin su Mediapart Dopo aver tentato e esaurito un gran numero di tentativi per rilanciare la crescita e la produttività, i leader occidentali hanno trovato una nuova formula magica per assicurarci un futuro felice: il riarmo. L’aumento della spesa militare, inizialmente presentato come un mezzo di difesa, è ormai considerato anche un mezzo per sostenere la crescita economica. Questo «keynesismo militare» è ormai quasi la dottrina ufficiale di un paese come la Germania, dove il governo di «grande coalizione» guidato dal conservatore Friedrich Merz non nasconde che il suo piano di investire fino a 150 miliardi di euro entro il 2029 nel settore militare deve consentire una ripresa della crescita. Di fronte all’esaurimento del proprio modello economico, la Germania sembra aver trovato un modo per riutilizzare le proprie capacità industriali. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha così dichiarato lo scorso anno che «la politica di difesa e sicurezza è un fattore economico essenziale». Gli istituti economici tedeschi promettono, dal canto loro, una ripresa dell’attività grazie a questa rilanciata spesa militare. Questo scenario non è sorprendente. Dopo il fallimento dei vari piani di rilancio e di sostegno monetario volti a rilanciare la crescita, dopo il sostegno quasi incondizionato dello Stato che ha fatto seguito alla crisi sanitaria, l’opzione militare sembra essere diventata l’ultima ancora di salvezza per economie ormai prive di slancio. A sostegno dello scenario secondo cui il keynesismo militare consentirebbe di rilanciare la crescita in modo sostenibile, esistono alcuni esempi storici. Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi del 1929 grazie ai massicci e rapidi investimenti che lo Stato ha destinato al settore della difesa a partire dal 1940. Una volta superato un breve periodo di transizione, questa espansione si è estesa al settore civile e ha costituito la base della crescita dei tre decenni successivi. È principalmente su questo esempio che si fonda la speranza degli attuali leader. Ma è ragionevole sperare che si ripeta? Uno studio pubblicato ad aprile dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) cerca di tracciare un quadro storico degli episodi di «rilancio militare». L’FMI ha osservato l’andamento di 164 paesi dal 1945 e ha individuato 215 episodi di «crescita della spesa militare», definita come un periodo di aumento medio di almeno un punto di PIL di tale spesa negli ultimi due anni. UN EFFETTO SULLA CRESCITA LIMITATO E SOSTENUTO DALLO STATO Negli episodi analizzati, l’FMI identifica un aumento medio di 2,7 punti di PIL per una durata media di due anni e mezzo; un’espansione media del 2,7% del PIL attraverso una durata media di due anni e mezzo; un’espansione finanziata per due terzi da un aumento della spesa pubblica. Questo shock di domanda determina quindi, in media, un ulteriore aumento del PIL in linea con l’incremento della spesa. In altre parole, il «moltiplicatore» della spesa militare è pari a 1: un euro investito nella difesa fa aumentare il PIL di un euro. Nel dettaglio, si osserva tuttavia che la trasmissione della crescita del PIL al resto dell’economia passa principalmente attraverso la spesa pubblica, che aumenta del 9% in tre anni, poi attraverso i consumi delle famiglie (+3% in tre anni) e gli investimenti privati (anch’essi vicini al 3%). D’altra parte, una tale ripresa deteriora il commercio estero stimolando le importazioni. Quest’ultimo elemento è importante perché dimostra che, al di là del «moltiplicatore», la ripresa militare dipende in larga misura dalla spesa pubblica. L’autonomia della crescita privata è debole e ciò comporta quindi un aumento del deficit pubblico. In altre parole, la crescita generata dal riarmo non si autofinanzia: è costosa per lo Stato. L’FMI stima quindi che ogni rilancio militare costi in media 2,6 punti di PIL di deficit supplementare e 7 punti di PIL di debito pubblico. Certo, l’FMI segnala un effetto duraturo sui guadagni di produttività, ma occorre precisare immediatamente tre elementi. Innanzitutto, questi guadagni non sono sufficienti a «finanziare» il rilancio a medio e lungo termine. Inoltre, secondo il FMI, tali aumenti sono in gran parte attribuibili a un «miglioramento dell’utilizzo delle capacità produttive». Una volta completata la ripresa, tale utilizzo non potrà che ridursi. Infine, la maggior parte dei dati del FMI proviene dai paesi emergenti, dove il livello di produttività è relativamente basso e favorisce quindi questo tipo di reazione. In definitiva, quindi, la dipendenza della ripresa militare dalla domanda pubblica, che di fatto è logica nella misura in cui l’acquirente finale delle armi è lo Stato, comporta due conseguenze principali. Innanzitutto, questa ripresa, fortemente dipendente dal flusso di denaro pubblico, non si mantiene nel tempo una volta che tale flusso si esaurisce. In secondo luogo, e soprattutto, il mantenimento di questo flusso verso la spesa militare deve, in definitiva, avvenire a scapito di altre spese. Poiché lo Stato perde risorse a causa di questa ripresa, deve necessariamente operare delle scelte a favore dell’esercito e a scapito della spesa per i servizi pubblici o della spesa sociale. È il classico dibattito tra il «pane» e le «armi». È qui che si chiude la trappola: per essere efficace nel breve termine, la ripresa militare deve avvenire attraverso un nuovo deficit, ma ciò comporta a lungo termine tagli alla spesa pubblica che gravano sulle attività civili complessive. La crescita è quindi non solo più debole, ma anche più dipendente dalla spesa militare. È inoltre più inflazionistica, poiché di fronte a un crescente fabbisogno di risorse necessarie alla difesa, le attività civili si surriscaldano rapidamente. La carenza di risorse porta quindi a un aumento dei prezzi al consumo. Tutti i periodi di riarmo sono anche periodi di inflazione, a meno che non vengano adottate misure di rigoroso controllo dei prezzi e di razionamento. DEFICIT, AUSTERITÀ E REPRESSIONE SOCIALE Ciò che a volte viene presentato come una «soluzione» economica non lo è quindi affatto. Nel dettaglio, per quanto riguarda l’Europa, la maggior parte degli studi non permette di credere in una ripresa della crescita sufficientemente duratura da evitare tagli a scapito dei servizi pubblici e della spesa sociale. Il FMI esamina il caso della Polonia, un paese che ha aumentato notevolmente la spesa militare, in particolare per le attrezzature. Tale spesa è così passata dal 2,2% del PIL al 4,5% tra il 2021 e il 2025. Ma se la Polonia sta registrando una crescita sostenuta, non lo deve a questo sforzo bellico. «L’impatto macroeconomico sull’aumento della spesa militare in Polonia è stato modesto», riassume il FMI. Le conseguenze sulla spesa pubblica sono invece ben tangibili. Nel caso della Germania, uno studio del giugno 2025 condotto da due ricercatori dell’Università di Mannheim, Tom Krebs e Patrick Kaczmarczyk, non dice altro. «L’analisi mostra che il moltiplicatore di bilancio della spesa militare in Germania non è superiore a 0,5 e può addirittura attestarsi a 0», spiegano i due economisti, che ricordano che il moltiplicatore della spesa per le infrastrutture è do 2 e quello della spesa per l’assistenza alle persone del 3%. Ciò significa che un euro speso per la difesa in Germania genera 50 centesimi di crescita e contribuisce quindi ad aumentare il deficit. I calcoli dell’Unione europea non lasciano sperare in risultati migliori. L’UE si aspetta solo un effetto «moderato» sulla crescita dall’aumento di 1,5 punti di PIL della spesa per la difesa. Il debito pubblico, dal canto suo, potrebbe aumentare complessivamente da 4 a 5,5 punti di PIL. Inevitabilmente, ciò porta a rafforzare il potere dei finanziatori e quindi dei mercati finanziari sulle politiche economiche. Ma queste politiche economiche sono politiche di classe: fanno ricadere l’essenziale dell’aggiustamento sul mondo del lavoro. Ci si dovrà quindi aspettare che si esigano «sacrifici» dai popoli in nome della difesa regionale o nazionale. Già in Francia, l’Alto Consiglio delle finanze pubbliche, custode di queste politiche di classe, ha chiesto di privilegiare le politiche militari rispetto a quelle sociali per garantire il finanziamento dello sforzo militare. In un testo del dicembre 2025, il think tank proeuropeo Bruegel sottolinea la necessità di un «maggiore aggiustamento dei bilanci dei paesi membri dell’UE» per far fronte all’aumento delle spese militari. In realtà, la repressione sociale fa parte di un insieme che rientra nella logica della militarizzazione dell’economia. Quando l’attività economica diventa parte della «difesa nazionale», la contestazione non è più ammessa. L’accumulazione del capitale realizzata in questo quadro diventa sacra, e opporvisi diventa un crimine. E’ una delle ragioni per le quali il settore della difesa è così importante per il capitalismo contemporaneo al di là dell’impatto stretto economico. LA FUGA IN AVANTI MILITARE Ma a tutto c’è un limite. La persistenza della questione del finanziamento conduce a un dilemma che spesso sfocia in una disastrosa fuga in avanti. Poiché le spese militari aumentano il deficit commerciale proprio mentre cresce il fabbisogno di valuta estera per finanziare tali spese, una politica di riarmo su vasta scala può sfociare nelle classiche crisi della bilancia dei pagamenti. L’unico modo per sfuggirvi è, quindi, o fare marcia indietro, oppure ricorrere alle armi per ottenere accesso diretto alle risorse attraverso la guerra. In Le Salaire de la destruction (pubblicato in edizione tascabile da Tempus/Perrin nel 2016), lo storico Adam Tooze spiega come il riarmo tedesco avviato nel 1934 sia giunto nel 1938 a un punto morto: gli afflussi netti di valuta estera si stavano esaurendo e minacciavano il paese di una crisi estera e l’industria della difesa di una carenza di risorse. A quel punto ci sono solo due opzioni: la riconversione civile, dolorosa dal punto di vista sociale, o la fuga in avanti militarista. La guerra diventa quindi l’opzione «più ragionevole»: quella che permette di sostenere l’industria militare assicurando, attraverso la predazione militare, le risorse necessarie. È questa la scelta che verrà fatta dal regime nazista, trascinando il mondo nella distruzione. Più vicino a noi, la Russia ha conosciuto una ripresa della crescita entrando in guerra contro l’Ucraina nel 2022. Ma dopo poco più di due anni, il progressivo esaurimento delle risorse finanziarie del Cremlino l’ha costretta a ridurre la domanda civile con tassi elevati per mantenere la priorità data all’esercito. E anche in questo caso, essendo la crescita globale diventata altamente dipendente dalla domanda militare, la soluzione scelta prenderà la forma di una vera e propria corsa sfrenata in avanti in campo militare. Del resto, questa logica della fuga in avanti è all’opera anche quando la crescita è più forte e più duratura. È logico: se la crescita dipende sempre più dalla spesa militare, bisogna fare di tutto per mantenerne la necessità. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno così mantenuto una spesa militare sostenuta per tutta la durata della guerra fredda, utilizzando i «teatri secondari» del loro conflitto per rinnovare e vendere le scorte e sperimentare nuove armi. Questa corsa sfrenata avrà un prezzo molto alto. La guerra del Vietnam porterà Washington a seppellire gli accordi economici di Bretton Woods e la corsa agli armamenti degli anni ’80 esaurirà e condannerà l’URSS e il suo blocco. Anche il caso israeliano è un esempio di questa dinamica nefasta tra crescita e spese militari. Il settore tecnologico dello Stato ebraico dipende in gran parte dal settore militare. Alimentare i conflitti permette quindi di sostenere la crescita del paese. La ripresa militare è quindi un’idea pericolosa. Non solo non è promettente dal punto di vista economico, ma prepara il terreno alla repressione sociale e a una fuga in avanti militarista e distruttiva. È senza dubbio per questo motivo che è diventata la politica preferita dai leader del capitalismo contemporaneo. The post Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Le illusioni e i pericoli del keynesismo militare sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 14, 2026
Popoff Quotidiano
La mia infanzia nel Weather Underground
I MIEI GENITORI FONDARONO IL GRUPPO RIVOLUZIONARIO. SONO NATO IN CLANDESTINITÀ E HO TRASCORSO I MIEI PRIMI ANNI IN FUGA Zayd Ayers Dohrn da The New Yorker Una fredda mattina del 1980, quando non avevo ancora quattro anni, mia madre mi svegliò mentre era ancora buio, premendo il viso contro la mia guancia. «Dobbiamo andarcene», mi sussurrò. «Subito.» Rotolai giù dal materasso, mi infilai dei vestiti e la seguii giù per cinque rampe di scale senza dire una parola, portando le mie scarpe da ginnastica e camminando in punta di piedi per non svegliare i vicini. Fuori, mio padre stava già raschiando il ghiaccio dal parabrezza della nostra station wagon arrugginita. Mia madre era in piedi sulla soglia. I suoi capelli, che aveva tenuti corti e tinti di rosso come parte di un travestimento, stavano ricrescendo, lisci e scuri fino alle spalle. Se ne stava immobile, cullando il mio fratellino, ma i suoi occhi continuavano a sbirciare verso l’incrocio di Harlem, seguendo ogni auto che passava. Alla fine, mio padre fischiò due volte, il nostro solito segnale – uno corto, uno lungo – e lei mi condusse sul sedile posteriore. Mio padre si voltò una volta a guardare dietro di noi per vedere se fossimo seguiti, mi fece l’occhiolino nello specchietto retrovisore e poi sterzò verso l’Interstate 80, in direzione ovest. I miei ricordi di quel periodo sono vaghi, ovviamente. Li ricordo nel modo in cui chiunque “ricorda” i momenti importanti della propria infanzia: sovrapposti alle tradizioni di famiglia, alle storie raccontate dai miei genitori e ai dettagli che ho ricostruito da conversazioni recenti. Ma sotto sotto ci sono memorie sensoriali autentiche. Tra le più remote, forse segnate dalla paura di quella notte: l’odore freddo della città e il confuso senso di disorientamento del risveglio mentre fuori era ancora buio. Ricordo di essermi chiesto perché ce ne stessimo andando e cosa ci sarebbe successo dopo. Un decennio prima, mia madre, Bernardine Dohrn, aveva dichiarato guerra al governo degli Stati Uniti. Lei e mio padre, Bill Ayers, avevano contribuito a fondare il gruppo rivoluzionario militante Weather Underground e si erano impegnati a opporsi alla guerra del Vietnam e a combattere violentemente contro quello che consideravano uno Stato di polizia fascista qui in patria. Loro e i loro amici fecero esplodere bombe al quartier generale della polizia di New York, al Campidoglio, al Dipartimento di Stato e al Pentagono. Indossavano travestimenti, vivevano sotto falso nome, costruirono una rete di rifugi sicuri e divennero il bersaglio di una caccia all’uomo internazionale. Nel 1970, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover definì mia madre “la donna più pericolosa d’America”. Quell’ottobre, divenne solo la quarta donna nella storia a figurare nella lista dei “Dieci più ricercati” dell’FBI. Sono nata nella clandestinità e ho trascorso i miei primi anni in fuga. Nel 1980, però, i miei genitori avevano finalmente deciso di costituirsi. A Chicago ci aspettava un patteggiamento, ma, affinché l’accordo funzionasse, dovevamo presentarci di persona in tribunale. Se fossimo stati catturati lungo il tragitto, mia madre avrebbe trascorso decenni in prigione. Quella notte il viaggio in auto fu teso; mio padre dice che mantenne la nostra station wagon ben al di sotto del limite di velocità. La mattina seguente ci fermammo in un’area di sosta dove c’era un Burger King. Mentre mia madre rimaneva in macchina ad allattare il bambino, io e mio padre entrammo nel locale, e una simpatica coppia di anziani iniziò a parlarmi mentre ero in fila, solo per fare due chiacchiere. «Ehi, tesoro», mi disse l’uomo, sorridendomi dall’alto. All’epoca avevo i capelli biondi lunghi fino alle spalle e la gente pensava sempre che fossi una bambina. «Siete in vacanza?» Sapevo che non avrei dovuto parlare con gli sconosciuti, ma mio padre era impegnato a ordinare da mangiare e mi sentivo in dovere di dire qualcosa. La mia risposta, negli anni successivi, è diventata uno scherzo ricorrente in famiglia. «Stiamo andando a Chicago», dissi loro, «così mia madre può costituirsi all’FBI». Mio padre si voltò, sorpreso, cercando di capire. «Oh. Sì, non lo so», disse, cercando di far una risata forzata. «Forse qualcosa che ha visto in TV? Ehi, Z, devi andare in bagno prima di partire? Saluta.» Salutai con la mano. E, prima che arrivasse il nostro cibo, mi prese in braccio e corse verso la nostra auto. Mentre si immetteva di nuovo sull’autostrada, disse a mia madre che pensava che qualcuno lo avesse riconosciuto. Stava cercando di proteggermi, credo. Mio padre sapeva che non volevo deludere mia madre a tutti i costi, che non avrei voluto ammettere di aver infranto i rigidi codici di segretezza della resistenza clandestina. La ammiravo. La stimavo. Volevo essere come lei. Naturalmente, crescendo, le cose si sono complicate. Ora so che il tipo di resistenza violenta dei miei genitori ha avuto conseguenze tragiche per la nostra famiglia e un costo mortale per le persone che ci circondavano. Tre delle persone più vicine ai miei genitori furono uccise da un’esplosione accidentale mentre preparavano un attentato a una base della US Army. Altri hanno trascorso decenni dietro le sbarre, lasciando i propri figli senza madre o senza padre. E anni dopo, quando il gruppo si frammentò in fazioni sempre più militanti, alcuni presero parte a una disastrosa rapina in banca che causò la morte di una guardia innocente e di due agenti di polizia: tre uomini che quel giorno stavano semplicemente facendo il loro lavoro e che hanno lasciato i propri figli, le proprie famiglie. Naturalmente, all’epoca non sapevo nulla di tutto questo. Ricordo solo di aver guardato il volto di mia madre nello specchietto retrovisore, chiedendomi cosa stesse pensando – se anche lei avesse paura – mentre scrutava le mappe del nostro sbiadito atlante stradale Rand McNally. Nella nostra famiglia, di solito era mio padre a guidare, ma non c’era mai alcun dubbio su chi stabilisse la nostra direzione. «Esci alla prossima uscita», gli ordinò. «Prenderemo le strade secondarie». Mia madre non è sempre stata una rivoluzionaria. È cresciuta come una ragazza bianca della classe media a Whitefish Bay, nel Wisconsin. Suo padre era il responsabile del credito di una catena locale di negozi di elettrodomestici, un immigrato ebreo di seconda generazione e un repubblicano di lunga data. All’inizio mia madre sembrava desiderosa di compiacere tutti; era una studentessa con il massimo dei voti e, a diciassette anni, divenne la prima della famiglia ad andare all’università, all’Università di Chicago, dove presto proseguì gli studi alla facoltà di giurisprudenza come una delle poche studentesse del suo primo anno. Ma permettere a tua figlia di vedere del mondo più di quanto tu abbia fatto significa che potrebbe arrivare a vedere quel mondo in modo molto diverso. Nel 1966, Martin Luther King Jr. venne a Chicago per guidare una serie di proteste contro il razzismo e la discriminazione abitativa. «Osservando King, sera dopo sera, mentre predicava in chiesa – mi ha raccontato mia madre di recente – ha cambiato la mia vita». «Il movimento per i diritti civili aveva bisogno di avvocati – persone disposte, idealmente, a lavorare gratis — e ben presto si offrì come volontaria. «Non ne sapevo nulla», raccontò ridendo. «Ero una studentessa del secondo anno di giurisprudenza. Indossavo una fascia al braccio con la scritta “Legal”. Era ridicolo!» Nel 1968, mia madre era a New York quando sentì delle urla provenire dalla strada. Il dottor King era appena stato ucciso a Memphis, nel Tennessee. Mia madre afferrò la borsa e prese la metropolitana per la Quarantaduesima Strada. “Non so perché l’ho fatto”, mi disse. «Ma, quando sono arrivata lì, c’erano migliaia e migliaia di persone a Times Square. Volevo stare in mezzo a una folla di persone che piangevano. E che erano arrabbiate. Entrambe le cose». Quella rabbia la allontanò dalla politica di non violenza di King e la spinse verso un’ideologia più militante. Fu presto eletta alla leadership nazionale di Students for a Democratic Society, il più grande gruppo di protesta studentesca del Paese in quel periodo. Fu attraverso l’S.D.S. che incontrò mio padre, figlio di un importante amministratore delegato di un’azienda di servizi pubblici. Lui era cresciuto in un ricco sobborgo di Chicago, aveva bruciato la sua cartolina di leva all’Università del Michigan e poi aveva abbandonato gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla protesta. Poi, nel 1969, mia madre divise l’S.D.S. a metà, formando una fazione più radicale del gruppo chiamata Weatherman. (Il nome era tratto dal testo di “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan: “Non c’è bisogno di un meteorologo / Per sapere da che parte tira il vento.”) Quell’ottobre, i Weathermen devastarono il quartiere commerciale di lusso di Chicago — il Magnificent Mile — con mattoni, catene e mazze da baseball, bruciando vetrine, spaccando macchine, e scontrandosi con agenti di polizia armati: le cosiddette rivolte dei «Days of Rage». La loro dichiarazione rilasciata dopo la protesta ha dato il titolo al recente film di Paul Thomas Anderson sui rivoluzionari americani contemporanei: Da qui in poi sarà una battaglia dopo l’altra — con i giovani bianchi che si uniscono alla lotta e si assumono i rischi necessari. Pig amerika, state attenti. C’è un esercito che cresce nelle vostre viscere e vi distruggerà. Mia madre aveva trovato un nuovo modello di riferimento, più rivoluzionario: Fred Hampton, il carismatico ventunenne presidente delle Pantere Nere di Chicago. Divennero amici e compagni. I Weathermen e le Pantere Nere tenevano riunioni insieme e si scambiavano informazioni sulla sorveglianza governativa e sugli informatori della polizia. Per un attimo sembrò che potessero contribuire a realizzare il sogno di Hampton di una “coalizione arcobaleno” interrazziale di gruppi di attivisti radicali. Ma, due mesi dopo, anche Hampton era morto, giustiziato dalla polizia di Chicago mentre dormiva nel suo letto con la sua ragazza incinta accanto a lui. Un informatore dell’FBI aveva corretto la bevanda di Fred con un sedativo in modo che non si svegliasse durante il micidiale raid notturno. Questo nuovo omicidio fece perdere la testa a mia madre e ai suoi amici. «Ero furiosa», mi disse, ancora visibilmente infuriata decenni dopo, «per l’assoluto marciume della vita americana». La notte successiva, i Weathermen posizionarono tazze di plastica da caffè piene di polvere nera sotto i cofani delle auto della polizia in tutta Chicago. L’esplosione distrusse le auto di pattuglia e fece saltare i finestrini degli edifici vicini. Pochi mesi dopo, mia madre e mio padre, insieme a circa un centinaio di altri membri del gruppo, cambiarono nome, tagliarono i ponti con le loro famiglie e scomparvero. Il 21 maggio 1970, una cassetta audio fu consegnata ai giornali di tutto il Paese a nome del loro gruppo, che aveva appena cambiato nome, il Weather Underground. «Salve, sono Bernardine Dohrn», inizia la registrazione. «Sto per leggere una dichiarazione di stato di guerra». Due settimane dopo, una bomba di dinamite esplose al secondo piano del quartier generale della polizia di New York. Il presidente Richard Nixon convocò immediatamente una riunione d’emergenza nello Studio Ovale. «Centinaia, forse migliaia di americani – per lo più sotto i trent’anni – sono determinati a distruggere la nostra società», disse ai suoi capi dei servizi segreti. «Non intendo stare a guardare mentre dei sedicenti rivoluzionari commettono atti di terrorismo in tutto il Paese». Quando ero ancora un ragazzino, viaggiando in auto con i miei genitori attraverso il Paese, credo di aver immaginato che la clandestinità fosse un luogo fisico, come se potesse avere una sua doppia pagina nell’atlante stradale che mappasse un arcipelago nascosto di rifugi, comunità e luoghi di incontro: un’intera geografia sotterranea segreta. Ma non era un luogo, in realtà; mio padre diceva che era solo uno stato d’animo. «Sono entrato nella clandestinità cambiando nome», mi disse. «Un giorno ero una cosa, e il giorno dopo ne ero un’altra». Trovare un nuovo nome fu sorprendentemente facile. Un Weatherman si recava in auto in un cimitero di campagna e si guardava intorno finché non trovava la lapide di una persona che avrebbe avuto più o meno la sua età ma era morta da neonato. Poi si sarebbe recato al tribunale della contea per richiedere un certificato di nascita sostitutivo. In breve tempo avrebbe ottenuto un documento ufficiale con la sua foto, ma con un nuovo nome e un’identità completamente nuova. Mio padre si fece crescere la barba. Mia madre si tagliò i capelli corti, li tinse di rosso e iniziò a vestirsi come una hippie californiana – occhiali grandi e abiti svolazzanti – invece che con il suo caratteristico look fatto di pelle nera, minigonne e stivali al ginocchio. Si sistemarono in alloggi sicuri – appartamenti economici in quartieri popolari. Trovarono lavoro come operai edili, scaricatori di porto e tate – lavori che non richiedevano la tessera di previdenza sociale e venivano sempre pagati a fine giornata, in contanti. Nel frattempo, la loro campagna di attentati si intensificò. A luglio, una bomba scosse una base dell’esercito statunitense vicino al Golden Gate Bridge. Il giorno dopo, un’esplosione frantumò l’atrio di vetro e marmo dell’edificio della Bank of America a New York. Il metodo che usavano era semplice: una giovane donna bianca vestita da segretaria entrava in un edificio, metteva una borsa o una borsetta in un bagno o in un ufficio vuoto, impostava un timer e se ne andava. Poche ore dopo, qualcuno avrebbe chiamato per dare l’avvertimento. Pochi minuti dopo, la bomba sarebbe esplosa. Le telefonate di avvertimento impedirono per lo più gravi perdite. Dopo che un’esplosione accidentale in una fabbrica di bombe nel West Village uccise tre Weathermen, i sopravvissuti, sconvolti dalla morte dei loro amici, giurarono di rinunciare alla violenza letale. Ma gli attacchi, sebbene volessero essere simbolici, erano comunque pericolosi e avventati. E, sebbene i Weathermen oggi continuino a sostenere di non essere stati dei terroristi — che le loro bombe non avevano lo scopo di mutilare o uccidere, ma di lanciare un messaggio — resta il fatto che far esplodere delle bombe comporta una minaccia implicita di violenza. Può terrorizzare la gente. E mentre ci possono essere momenti nella storia in cui alcuni di noi ammetterebbero la necessità di una resistenza illegale e violenta – la Germania nazista, per esempio, o il Sud sotto la schiavitù – la dinamite è uno strumento controproducente in una democrazia, per quanto imperfetta. Far saltare in aria gli edifici non aiuta a costruire un movimento di massa o a creare lo slancio per un cambiamento duraturo. Ma, se l’obiettivo era attirare l’attenzione, la campagna di attentati del Weather Underground fu un enorme successo. Trasformò mia madre in un simbolo: un’eroica fuorilegge antigovernativa per alcuni, una terrorista violenta e antiamericana per molti altri. Attori e rockstar della scena controculturale – tra cui la band Jefferson Airplane – iniziarono a donare denaro e automobili alla causa. I settimanali alternativi ristamparono la foto segnaletica di mia madre con il messaggio “Bernardine Dohrn benvenuta qui!”. Gli adolescenti appesero la pagina alle finestre o alle pareti, come i poster di Che Guevara, Malcolm X o Tupac nelle stanze degli studenti di oggi: non tanto un segno di una specifica ideologia politica quanto una manifestazione impressionistica di ribellione giovanile. Quel settembre, i miei genitori furono contattati da una setta di trafficanti di marijuana e LSD in California con l’incredibile nome di Brotherhood of Eternal Love, che voleva aiuto per far evadere il loro eroe, Timothy Leary, dalla prigione. Leary, uno psicologo di Harvard diventato guru dell’LSD, era diventato famoso per aver esortato i giovani a usare l’LSD per «accendersi, sintonizzarsi, abbandonare tutto». Era stato condannato a vent’anni di reclusione per possesso di due spinelli – uno dei primi casi-test della «guerra alla droga» del governo – e i membri della Confraternita erano determinati a liberarlo. In cambio di un sacchetto di carta pieno di contanti – ventimila dollari in banconote non contrassegnate – il Weather Underground accettò di occuparsene. Elaborarono un piano. Utilizzando le mappe introdotte di nascosto da un avvocato radicale che rappresentava sia Leary che mia madre, diedero a Leary le istruzioni su come arrampicarsi, mano dopo mano, lungo un cavo telefonico per più di sessanta metri attraverso il campus della prigione, nel cuore della notte. Una volta superato il muro di cemento, si lasciò cadere su un prato, dove un gruppo di Weathermen lo aspettava in un furgone, vestiti come una famiglia in gita di pesca. Tinsero rapidamente i capelli di Leary, gli diedero vestiti nuovi e un passaporto, e lo portarono fuori dal paese – ma non prima che lui e i miei genitori festeggiassero insieme in una radura nel bosco, fumando uno spinello e ascoltando Jimi Hendrix. «È stato divertente», ricorda mia madre. «Voglio dire, eravamo lì in piedi in un boschetto di sequoie in California, e c’erano tutti quei titoli sui giornali che dicevano che se n’era andato». Con il passare del decennio, però, i miei genitori sono cresciuti – come succede ai giovani ribelli – e mia madre, inaspettatamente, ha iniziato a pensare di avere dei figli. «Forse è stato il fatto di compiere trent’anni», mi ha detto. «Ero così irremovibile fino a quel momento. «Ero davvero convinta che non sarebbe toccato a me. E invece, all’improvviso, è successo proprio a me. Non so come spiegarlo». Scoprì di essere incinta in una clinica gratuita nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco. I test di gravidanza casalinghi non erano ancora molto diffusi, quindi dovette correre il rischio di presentarsi di persona alla clinica e poi chiamare qualche giorno dopo per conoscere i risultati. L’infermiera al telefono sembrava dispiaciuta mentre le dava la notizia; a quanto pare, la maggior parte delle donne non sposate sperava in un risultato negativo. «Mi dispiace davvero dirti questo», disse. «Ma sei incinta». Mia madre, però, era al settimo cielo. «Ahhh!» gridò al telefono. «È meraviglioso!» I miei genitori affittarono un appartamento malandato con una camera da letto che si affacciava su un parco nel quartiere di Fillmore. Comprarono sacchi di vestiti per neonati di seconda mano e decorarono l’appartamento con arazzi economici e peluche. «Eravamo al sicuro da molto tempo», mi disse quando le chiesi se avesse considerato i pericoli di avere un figlio mentre era una fuggitiva. «Sentivo che sapevamo come stare al sicuro». Trovarono un’ostetrica tramite amici fidati. E io nacqui a casa, nella primavera del 1977, in un rifugio sotterraneo. I miei genitori non mi hanno mai mentito su nulla di tutto questo, tranne forse per qualche omissione. Mia madre dice che ha cercato di spiegarmelo in modo che una bambina di quattro anni potesse capire. Facevamo parte di un’alleanza ribelle, come Luke Skywalker o la principessa Leia, in lotta contro un impero malvagio. Eravamo fuorilegge, come la volpe animata del “Robin Hood” della Disney, che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Così appresi, nei miei primi ricordi, che i miei genitori trasgredivano la legge e che l’FBI dava loro la caccia. Ma non credo che avessi capito esattamente chi – o cosa – fosse “F.B.I.”. Perché l’FBI voleva catturarci? Cosa sarebbe successo se ci avesse trovati? Non riuscivo proprio a farmi un’idea di cosa fosse un’agenzia federale. Per me era solo una presenza spaventosa che perseguitava la nostra famiglia in continuazione: l’uomo nero dei miei sogni d’infanzia. Secondo i miei genitori, all’età di tre anni avevo già imparato a riconoscere tra la folla i poliziotti in borghese e gli agenti dell’FBI. Bisognava guardare le loro scarpe (mocassini di pelle economica, ben lucidati) e le loro auto (di fabbricazione americana, spoglie, ma con antenne radio potenziate e il rombo rivelatore di un V-8 potenziato). Mi insegnarono a non usare mai telefoni fissi che potessero essere rintracciati: portavamo rotoli di monete da dieci centesimi in tasca e telefonavamo dai telefoni a gettoni. Imparai a parlare in codice. “Scarpe marroni” significava agenti in borghese. Vivere in fuga significava essere “al corrente dello scherzo”. Quando avevo quattro anni, ho imparato a percorrere una “traiettoria”, quel complicato intreccio di curve e tornanti che usavamo per seminare chi ci seguiva. Su per le scale fino ai binari sopraelevati, aspettare due minuti, tornare indietro, attraversare il parco, passare dai campi da basket, girare l’angolo. Era un po’ come giocare: una versione per adulti del travestimento o del nascondino, ma solo la mia famiglia conosceva tutte le regole. In ogni posto in cui ci fermavamo per più di una o due settimane, i miei genitori trovavano nuovi lavori, si tingevano i capelli di colori strani, parlavano con nuovi accenti e assumevano nomi sconosciuti. Mia madre si faceva chiamare Louise (Lou) Douglas, Rose Brown, Lorraine Anne Jellins, H. T. Smith, Sharon Louise Naylor e Karen Lois DeBelius. Mio padre diventava Joe Brown, Tony Lee, Jules Michael Taylor, Hank Anderson, and Michael Joseph Rafferty, Jr. Io volevo sentirmi parte del loro mondo da adulti. Così, anche se tanto nessuno conosceva il mio vero nome e non avrei avuto un certificato di nascita fino all’età di cinque anni, in presenza di estranei cominciarono a chiamarmi Z. Mi sembrava tutto stranamente normale. Praticamente tutti quelli che conoscevo all’epoca erano fuggitivi. E, nel corso degli anni, incontrai altri bambini i cui genitori erano anch’essi in fuga: «cuccioli delle Pantere» e «ragazzi del Weather» come me, senza scuola e senza un posto fisso da chiamare casa. Jad Joseph, il cui padre, Jamal, era un membro clandestino delle Pantere Nere di New York, ricorda che suo padre disse alla famiglia di prepararsi per un viaggio in auto e sbottò: «Se arrivate con trenta secondi di ritardo, qualcuno potrebbe morire!». Jad mi ha raccontato: “E io ho detto: ‘Papà, nessuno morirà perché siamo in ritardo da nonna’”. Altri amici ricordano di essere stati portati in giro come “coperture” quando i loro genitori erano fuori a perlustrare i luoghi da bombardare. L’idea era che una coppia con un bambino al seguito non sarebbe sembrata troppo sospetta mentre faceva una passeggiata vicino a una stazione di polizia o a una base militare. Il mio amico Thai, i cui genitori facevano parte della leadership del Weather Underground, ricorda che un giorno suo padre, Jeff Jones, tornò a casa e trovò l’appartamento della loro famiglia a Hoboken circondato dai poliziotti: un ispettore dei vigili del fuoco aveva individuato la sua piccola coltivazione di piante di marijuana sulla scala antincendio. Jeff andò a prendere Thai all’asilo quel pomeriggio, e la loro famiglia non tornò mai più a casa. Abbandonarono tutto ciò che possedevano da un giorno all’altro: cartelle cliniche, libri, foto di quando erano bambini, giocattoli. La mia famiglia trascorse un periodo in alcune comunità in Oregon, dove giocavo con altri bambini in una cascata che chiamavamo “la lavatrice” e imparavo a mungere la muca (che, naturalmente, si chiamava Emma Goldmilk). Abbiamo alloggiato in campeggi per roulotte in Virginia e in pensioni malandate nei quartieri poveri di Detroit. Ma sfogliando l’atlante stradale, mi sono accorto che non abbiamo mai visitato i luoghi turistici suggeriti dalla guida: Disneyland, la diga di Hoover, l’Alamo. Nelle rare occasioni in cui la mia famiglia si prendeva il tempo per fare un giro turistico, era per visitare monumenti all’ingiustizia – i luoghi insanguinati di linciaggi, massacri e rivolte violente – in modo che potessi interiorizzare le lezioni di resistenza radicale. «Questi erano combattenti per la libertà», mi sussurrava mia madre. «È qui che sono stati uccisi. Ricordalo. Anche tu sei una combattente per la libertà». Non mi sentivo affatto una combattente per la libertà e, vista la fine raccapricciante e tragica che sembrava aver colpito la maggior parte degli eroi dei miei genitori, non ero affatto sicura di volerlo diventare. Eppure, nonostante tutto l’ovvio pericolo, sapevo che i miei genitori mi avrebbero sempre protetta, a qualunque costo. Questa era la base su cui si fondava il mio fragile senso di sicurezza: che la mia nascita avesse cambiato tutto. Mia madre e mio padre mi dicevano sempre che avevano smesso di partecipare ad “azioni” violente dopo la mia nascita, che si erano impegnati, per il bene della nostra famiglia, a costruire un futuro diverso. Ma, come la maggior parte delle storie sulle origini, ora so che la nostra era per lo più un mito. Alla fine degli anni Settanta, la mia famiglia era tornata ad Harlem. Mio padre, come Tony Lee, aveva accettato un lavoro come insegnante alla mia scuola materna per potermi tenere d’occhio. Mia madre era di nuovo incinta e lavorava in una boutique di abbigliamento di lusso per bambini sull’Ottantunesima Strada chiamata Broadway Baby. Come ho scoperto solo di recente, quel lavoro offriva un vantaggio inaspettato: ogni volta che mia madre incontrava una cliente di un certo tipo – una donna giovane, bianca e incinta, proprio come lei – le chiedeva un documento d’identità per verificare un assegno e poi memorizzava rapidamente i suoi dati personali. Qualche giorno dopo, una donna entrava in un ufficio della Motorizzazione Civile e diceva all’impiegato di aver perso il documento d’identità. Verificava la propria identità fornendo nome, data di nascita, indirizzo e numero di patente corretti, e le veniva rilasciato un duplicato sul posto. Questi documenti d’identità venivano poi utilizzati per noleggiare veicoli che venivano impiegati in una serie di rapine in banca da parte di ex membri delle Pantere Nere e del Weather Underground, cellule di fuggitivi determinate a mantenere viva la rivoluzione. Intorno al 1978 o 1979, i miei genitori mi portarono al mio primo campeggio, ad Alderson, nel West Virginia. I miei ricordi del viaggio sono vaghi e impressionistici, basati per lo più su storie che ho sentito in seguito. Ma lo considero un periodo divertente: la mia prima volta a piantare una tenda, a cucinare su un fornello a gas portatile, a sdraiarmi su una coperta sotto le stelle. Recentemente, però, mentre ricostruivo il percorso della mia famiglia attraverso la clandestinità, ho notato qualcosa di strano in quel particolare punto sull’atlante stradale: il nostro campeggio era proprio accanto a una prigione federale, la F.P.C. Alderson, che nel 1979 era nota soprattutto per ospitare una detenuta di nome Assata Shakur. Shakur era stata una figura di spicco delle Pantere Nere di New York, un gruppo che si era unito ai miei genitori nella clandestinità nei primi anni Settanta, si ribattezzò Black Liberation Army e diede il via a una guerra senza quartiere contro il N.Y.P.D., scatenando una serie di scontri sanguinosi in cui persero la vita sia agenti di polizia che membri della resistenza nera. Shakur era, come mia madre, giovane, militante, donna e fotogenica, e ben presto divenne un simbolo politico e l’obiettivo di una caccia all’uomo condotta congiuntamente dall’F.B.I. e dal N.Y.P.D. L’ex vice commissario della polizia di New York definì Shakur “l’anima” del B.L.A., “la chioccia che li teneva uniti, li spingeva ad andare avanti, li spingeva a sparare”. Shakur fu infine arrestata nel 1973, dopo che un controllo stradale si trasformò in uno scontro a fuoco mortale che uccise due agenti della polizia di Stato, ferì Shakur e uccise il suo migliore amico – l’uomo da cui prendo il nome – Zayd Malik Shakur. Nel 1978, quando facemmo la nostra gita in campeggio con la famiglia in West Virginia, Assata era rinchiusa da quattro anni, e i suoi amici della resistenza nera erano disperati nel volerla liberare. Quando feci notare a mio padre la “coincidenza” del luogo in cui ci trovavamo in campeggio, ammise finalmente – sebbene il loro coinvolgimento non sia di dominio pubblico – che erano stati reclutati per fare un sopralluogo alla prigione. “Scattammo un sacco di foto”, mi disse. “Disegnando mappe e cercando di capire se ci fosse un modo per far uscire Assata. C’era la sensazione che una coppia di giovani bianchi con un bambino potesse fare qualsiasi cosa senza attirare l’attenzione.” Le mappe non furono mai utilizzate, perché Shakur fu trasferita dal West Virginia a una prigione nel New Jersey. Quell’autunno, un vecchio amico contattò mio padre attraverso la rete di comunicazioni clandestina, componendo un numero stampato su un pezzo di nastro Dymo sbiadito e parlando con lui da una cabina telefonica pubblica. Qualche giorno dopo, mio padre osservò da un alto sperone roccioso l’uomo che percorreva Central Park. Alla fine, si incrociarono sul sentiero che circonda il bacino idrico, e l’uomo andò dritto al punto: il Black Liberation Army aveva un incarico da affidare a Bill – qualcosa di illegale e potenzialmente pericoloso. «Ricordo di averci riflettuto a lungo con Bernardine», mi disse mio padre, quando gli chiesi della scelta che aveva fatto quel giorno. «In un certo senso, non volevo davvero farlo. Ma, da un altro punto di vista, non desideravo altro che farlo.” “Eri un padre,” gli ricordai. “Non ci hai pensato? Ai rischi che stavi correndo?” “Beh, è come tutto il resto dell’essere coinvolti nel movimento,” disse. “Da un lato, come ogni altro essere umano, il granello dell’universo che capisci meglio è la tua vita. Quindi, vuoi averla. D’altra parte, se sei una persona che si è impegnata in qualcosa di più grande, vuoi che anche quella cosa più grande funzioni. E così questa contraddizione non mi ha mai abbandonato del tutto. Come si fa ad assumersi la responsabilità di se stessi e della propria famiglia e, allo stesso tempo, assumersi una certa responsabilità per il mondo più ampio?” Qualche settimana dopo, mio padre si è dato malato al lavoro alla mia scuola materna. Mi lasciò a casa con mia madre, che era ormai incinta di sette mesi di mio fratello, e prese il treno della linea 1/9 diretto a un parcheggio in centro. Lì trovò un furgone ad attenderlo. La chiave era sotto lo zerbino. Il biglietto del parcheggio era infilato nell’aletta parasole. Un’ora dopo, parcheggiò il furgone davanti a un grande magazzino Laneco in un centro commerciale del New Jersey e si preparò ad aspettare. A pochi chilometri di distanza, il leader paramilitare del B.L.A. Sekou Odinga arrivò alla prigione. Consegnò un documento d’identità, firmò il registro dei visitatori con un nome falso e fu accompagnato a trovare Shakur. Si abbracciarono e, approfittando dell’abbraccio, Odinga le passò una pistola Magnum calibro .357. I due presero rapidamente in ostaggio una sorvegliante della prigione. In pochi minuti, arrivarono altri due soldati armati del B.L.A., ammanettarono una guardia sotto la minaccia delle armi e, insieme a Shakur, si ammucchiarono in un furgone dirottato, uscirono dai cancelli della prigione senza sparare un colpo e si dispersero nelle auto di fuga in attesa guidate da amici bianchi della clandestinità. A pochi chilometri di distanza, il contatto di mio padre nel B.L.A. bussò al finestrino, caricò qualcosa o qualcuno nel retro del suo furgone e gli disse di guidare. Mio padre non è ancora sicuro di cosa stesse trasportando; non crede che fosse Shakur in persona, ma quel giorno la clandestinità doveva disperdere un gran numero di persone e attrezzature: armi, fuggitivi e membri della rete di supporto. «Una delle cose di un’azione come quella», mi disse, «è che la sua complessità ti permette di svolgere un ruolo molto piccolo in un angolo remoto, senza nemmeno capire bene quale fosse il quadro generale». Ma mentre imboccava una strada nel New Jersey con il furgone, diretto verso Manhattan, cominciò a sentirsi nervoso. «Tenevo le mani sul volante nella posizione delle due e delle dieci», ricordò. «Cercavo di sembrare il più normale possibile». Poi vide un posto di blocco più avanti: un agente della polizia statale faceva accostare metà delle auto per un controllo. «Si erano accorti di tutto», mi disse. «È stato davvero terrificante. Ma, ovviamente, il punto fondamentale del fatto che fossi io a guidare il furgone è che sono un ragazzo bianco che guida un furgone, e loro non stanno cercando quello». Trattenne il respiro, sperando che il vantaggio di essere bianco reggesse. «Mi guardò dritto negli occhi. E io… sono semplicemente passato. Ricordo, molto chiaramente, di aver provato un’euforia assoluta una volta superato quel poliziotto. Ce l’avevo fatta! Ero passato! Ero sopravvissuto!» Parcheggiò il furgone, lasciò la chiave e il biglietto del parcheggio, comunicò la sua posizione e tornò a casa. Assata Shakur Nel 1984, Shakur è riapparsa all’Avana, dove le è stato concesso l’asilo politico dal governo di sinistra di Fidel Castro. Ha vissuto a Cuba per decenni, tenendo conferenze e scrivendo la sua autobiografia, ed è diventata un simbolo globale della liberazione dei neri – ciò che lei definiva una “maroon”, ovvero una schiava fuggitiva. Shakur è morta l’anno scorso, dopo aver ispirato generazioni di scrittori e attivisti neri, artisti hip-hop come Nas e Mos Def, e il personaggio della militante Perfidia Beverly Hills, interpretata da Teyana Taylor, nel film “One Battle After Another”. Ma per me la storia dell’evasione di Shakur non era solo un pezzo di storia politica radicale, ma una sorprendente rivelazione riguardo alla mia famiglia. Perché, sebbene crescendo avessi sempre capito che i miei genitori erano disposti a sacrificare i loro amici, la loro libertà e persino la loro vita per la loro causa, in qualche modo non mi era mai venuto in mente che fossero disposti a sacrificare anche me e mio fratello. «Hai davvero pensato a cosa sarebbe successo se vi avessero scoperti?», ho chiesto a mio padre di recente. Ora ha ottantuno anni, porta gli occhiali e ci sono ciuffi di capelli bianchi che spuntano da sotto il berretto da baseball. «Sì», ha detto. «Pensavo che la mia vita sarebbe finita». «E allora perché?» «Perché era importante», ha detto. «Perché il mondo aveva bisogno che accadesse». La fuga di Shakur si rivelò l’ultima azione riuscita dei movimenti clandestini rivoluzionari degli anni Settanta. Due mesi dopo, all’inizio del 1980, nacque mio fratello Malik, e i miei genitori decisero di costituirsi. Il nostro rifugio a Harlem stava diventando affollato. Non di oggetti: la culla di Malik, come la mia, era un cassetto del comò rivestito di coperte. Ma, proprio come alcuni genitori si rendono conto dopo il secondo figlio che avranno bisogno di una casa più grande o di un minivan, mia madre decise che una famiglia di quattro persone era semplicemente troppo numerosa per lo stile di vita clandestino. «Mi sembrava che non ti avessimo fatto troppo male costringendoti a vivere da fuggitivo», mi disse. (Non ero proprio d’accordo, ma lasciai correre.) «Due bambini erano un’altra cosa. E tu stavi crescendo. Il mondo era andato avanti». Così, quel dicembre, i miei genitori mi svegliarono nel cuore della notte per il nostro ultimo viaggio attraverso il Paese, nascosti. In un tribunale di Chicago, circondata dalla polizia e dai microfoni, mia madre lesse una breve dichiarazione, chiarendo che arrendersi non significava rinunciare. «Non rimpiango affatto i nostri sforzi di unirci alle forze di liberazione», disse al giudice. «Rimango impegnata nella lotta che ci attende». Si dichiarò colpevole di violazione della libertà provvisoria e di aggressione aggravata, reati minori risalenti alle rivolte dei Days of Rage, dieci anni prima, quando un poliziotto aveva cercato di afferrarla e lei gli aveva dato un calcio nelle palle. Pagò una multa di millecinquecento dollari e fu rilasciata lo stesso giorno, con tre anni di libertà vigilata. Mi stupisce ancora che un’ex fuggitiva tra le più ricercate potesse cavarsela con una semplice bacchettata sulle mani. Ma mia madre era stata in clandestinità per molto tempo; la maggior parte delle accuse contro di lei erano state ritirate a causa della condotta scorretta dell’FBI smascherata nello scandalo COINTELPRO: intercettazioni telefoniche senza mandato, irruzioni, furti con scasso e tentativi di ricatto. Il governo aveva i propri crimini da nascondere. E, nel 1981, gli anni Sessanta dovevano sembrare storia antica; Ronald Reagan stava per prestare giuramento come presidente, eletto con la promessa di “rendere di nuovo grande l’America”. La maggior parte del Paese sembrava pronta ad andare avanti. A conti fatti, i miei genitori se ne andarono appena in tempo. Più tardi quello stesso anno, alcuni ex membri del Weather Underground e del B.L.A. tentarono di assaltare un furgone blindato della Brink’s nello Stato di New York; l’operazione si trasformò in uno scontro a fuoco mortale, con i rapinatori che spararono a una guardia e a due agenti di polizia. Fu una catastrofe morale e politica per il movimento; ciò portò a decine di arresti e alla fine degli ultimi residui della clandestinità. Gli amici dei miei genitori, David Gilbert e Kathy Boudin, avevano guidato il furgone utilizzato per la fuga in quella rapina. Entrambi furono condannati a decenni di reclusione. Lasciarono il loro figlio neonato, Chesa, dicendo alla tata che sarebbero tornati presto, ma semplicemente non tornarono mai più a casa. I miei genitori adottarono Chesa quando aveva appena diciotto mesi. Divenne parte della nostra famiglia, il mio secondo fratello, e un ricordo vivente, per me, di quanto facilmente avrei potuto perdere mia madre e mio padre, proprio come Chesa aveva perso i suoi. «Ero ancora allattato al seno quando furono arrestati», mi ha raccontato di recente. «Più tardi, dicevo loro: “Perché dovevate andarvene entrambi? . . . Basta una sola persona per guidare una macchina.”» Passarono gli anni. Io e i miei fratelli siamo cresciuti. Andammo al liceo. Giocavamo nella Little League. A volte c’erano dei lampi del nostro passato da fuggitivi: un ticchettio al telefono che poteva essere (o ero paranoico?) un’intercettazione dell’FBI; lettere dal Canada o da Cuba che arrivavano senza timbro postale. Ma quando diventammo adolescenti i miei genitori avevano lavori normali da classe media, e la nostra famiglia conduceva una vita americana abbastanza tipica. La nostra storia scomparve dalle notizie. La maggior parte delle persone che incontravamo non aveva mai sentito parlare del Weather Underground. Quando i nostri amici o vicini scoprivano il passato della nostra famiglia, la loro reazione era solitamente di incredulità o di lieve eccitazione, come se avessero scoperto che un genitore dell’associazione genitori-insegnanti era stato un tempo una pornostar. Chesa Boudin Dopo anni di lotta e terapia, Chesa è diventato uno studente con il massimo dei voti, ha ottenuto una borsa di studio Rhodes e ha proseguito gli studi alla Yale Law School. Alla fine è stato eletto procuratore distrettuale di San Francisco, inserendosi in un’ondata di procuratori progressisti eletti durante il dibattito sul razzismo scaturito dall’omicidio di George Floyd. In seguito è stato destituito – nell’ambito della reazione contraria a quel momento storico – e ora dirige un centro di assistenza legale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università della California a Berkeley, impegnandosi a riformare il sistema di giustizia penale dall’interno. Anche Assata Shakur ha lasciato una figlia, Kakuya, di cinque anni, che ora è assistente sociale a Chicago e ha una famiglia sua. Ha visto sua madre per l’ultima volta più di vent’anni fa. «Ci penso spesso», mi ha detto Kakuya prima della morte di sua madre, «al fatto che lei mi ricordi come una quindicenne. Cioè, wow, mia madre non sa davvero chi sono come donna. Non conosce i miei figli». Kakuya mi ha detto che ammira ancora l’impegno radicale di sua madre, ma prova anche un senso di perdita e di rimpianto per i costi della lotta di sua madre. «Perché avere un figlio?», ha chiesto, retoricamente. «Perché l’hai fatto quando sapevi che non avresti potuto crescermi?». Tutti noi ragazzi cresciuti nella clandestinità conosciamo quella sensazione: quella di essere vittime involontarie della guerra dei nostri genitori. Nessuno di noi ha deciso di seguire le orme violente dei propri genitori. La maggior parte di noi ha dedicato la propria vita a crescere una famiglia e a un tipo di cambiamento più graduale e pacifico. I nostri genitori – gli eroi della nostra infanzia – si sono rivelati esseri umani imperfetti che non sono mai stati all’altezza della loro stessa idea rivoluzionaria, e tutti noi dovevamo convivere con la consapevolezza che le loro scelte radicali comportavano un prezzo da pagare non solo per noi, ma anche per le altre famiglie che ne erano state colpite, per gli altri bambini che dovevano crescere senza i propri genitori. Ho passato anni a cercare di distinguere ciò che ammiro di mia madre e mio padre – il loro sacrificio e il loro impegno, la loro radicale solidarietà con il movimento per la libertà dei neri – dalla violenza e dal settarismo che spesso minavano la loro causa. Quella contraddizione potrebbe essere il motivo per cui sono diventato uno scrittore invece che un rivoluzionario: perché non ho mai provato appieno la loro certezza morale in bianco e nero su ciò che verrà dopo, né il loro istinto radicale di far saltare in aria le cose nel tentativo di cambiare il mondo. Ma ultimamente ho riflettuto molto, in questa nuova era di resa dei conti razziale, violenza poliziesca e crescente autoritarismo, su come sarà il futuro per i nostri figli. Io e mia moglie abbiamo due figlie e penso spesso a come spiegare loro la storia della nostra famiglia. Naturalmente, le nostre ragazze non hanno bisogno di imparare a riconoscere i poliziotti in borghese o a seguire un percorso – non ancora – ma mi chiedo comunque quali parti della loro eredità rivoluzionaria potrebbero trovare utili, sia come ispirazione che come monito. Perché questa è la cosa curiosa dell’eredità: inizia come qualcosa che ricevi, forse a malincuore, dal tuo passato. Ma diventa qualcosa che devi decidere come trasmettere al futuro. Recentemente, mi sono seduto con mia madre nel suo salotto, a Hyde Park, nella zona sud di Chicago. Ora ha ottantaquattro anni, con i capelli brizzolati e una rete di sottili rughe che le solcano la pelle. Ma i suoi occhi verdi sono ancora intensi come sempre, e mi fissano. «Sai, è buffo», mi ha detto. «Lo capirai quando avrai la mia età… spero che tu arrivi a questa età. Penso ai miei genitori più ora di quanto abbia fatto per anni e anni. Mio padre si è allontanato dalla sua famiglia per così tanto tempo». Suo padre, Bernard, era scappato dai propri genitori a quattordici anni per inseguire la sua versione del sogno americano. «È stato ironico quando ho in qualche modo replicato quello schema», ha detto. «Sono scappata. Anche se è uno schema molto americano, da immigrati, non è vero?» «Lo è?» esordii. «Non ne sono sicura… Nessun altro nella nostra famiglia è mai diventato un rivoluzionario o un fuggitivo federale.» All’improvviso mi sorrise, guardandomi dritto negli occhi. «I tuoi figli potrebbero diventarlo», disse. «Non si può mai sapere.» tratto da “Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground” Zayd Ayers Dohrn è docente di scrittura drammatica alla Northwestern University e ideatore della serie di podcast “Mother Country Radicals”.   The post La mia infanzia nel Weather Underground first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La mia infanzia nel Weather Underground sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 14, 2026
Popoff Quotidiano
Il disaccordo tra Stati Uniti e Iran lascia la fragile tregua nelle mani di Israele e della sua scommessa sulla guerra
di Juan Antonio Sanz,    Público.es, 13 aprile 2026.   Tel Aviv approfitta del fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran per alimentare la guerra in Libano e fare pressione su Trump affinché rompa la tregua con Teheran. Il Vice Presidente USA J.D. Vance (sin.) e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Getty Images/Reuters È servito a poco che gli inviati degli Stati Uniti, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, e quelli dell’Iran cercassero di destreggiarsi a Islamabad per arrivare almeno a un accordo sommario, se una delle richieste di Teheran in questi negoziati falliti era quella di fermare Israele in Libano. Nonostante l’importanza attribuita da Washington all’incontro nella capitale pakistana, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto orecchie da mercante al tentativo di consolidare il cessate il fuoco e ha intensificato l’offensiva dell’esercito israeliano in Libano, la carta con cui può far deragliare l’intero processo di pace con l’Iran. Dopo 21 ore di negoziati, gli inviati di Stati Uniti e Iran non sono riusciti a raggiungere un consenso sui punti chiave di scontro, che incombono come una spada di Damocle sulla fragile tregua raggiunta pochi giorni fa, che ha momentaneamente fermato i bombardamenti sul territorio iraniano e le rappresaglie contro i paesi arabi alleati di Washington nel Golfo Persico. Ma le controversie più accese restano in sospeso, come la riapertura dello stretto di Ormuz, che ora anche il presidente statunitense Donald Trump intende bloccare, la revoca delle sanzioni che gravano sull’Iran e la restituzione dei fondi iraniani congelati, o il destino del programma nucleare di Teheran, che la Casa Bianca vuole completamente distrutto. E l’Iran non è disposto a rinunciare ai suoi due migliori scudi, l’arricchimento dell’uranio e il controllo dello stretto di Ormuz, contro un’eventuale nuova aggressione in futuro. Nonostante l’importanza dell’incontro, il primo a tale livello tra statunitensi e iraniani in 47 anni, e sebbene nessuno dei negoziatori abbia sbattuto definitivamente la porta, l’esito negativo dei colloqui getta ulteriore incertezza sulla crisi aperta il 28 febbraio dall’attacco senza alcuna provocazione da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e il 2 marzo da Tel Aviv contro il Libano. Senza il Libano, non ci sarà pace in Medio Oriente Tra questi punti di difficile consenso rimane presente, se possibile con maggiore virulenza, l’offensiva condotta da Israele nel sud del Libano e contro la capitale di questo paese, Beirut. Con la scusa di distruggere le postazioni dell’organizzazione filo-iraniana Hezbollah, l’esercito israeliano sta massacrando civili e aprendo la strada a una vera e propria invasione del paese confinante. Durante i colloqui di Islamabad, l’esercito israeliano ha ignorato le richieste provenienti dagli Stati Uniti di interrompere i bombardamenti e l’avanzata, almeno durante i negoziati. Ma Netanyahu, artefice di questa nuova crisi in Medio Oriente, non è disposto a lasciarsi sfuggire l’occasione che gli ha offerto 45 giorni fa la credulità di Trump nei confronti del suo consiglio di lanciare l’attacco combinato contro l’Iran e i suoi alleati. Sarà difficile che gli Stati Uniti e l’Iran raggiungano un minimo accordo su questi altri punti controversi se Israele continua a essere determinato a conquistare parte del Libano e ad annientare Hezbollah, principale alleato di Teheran in Medio Oriente. Il discredito per l’Iran sarebbe totale nella regione. Inoltre, il regime degli ayatollah sa che se Netanyahu prende il controllo del sud del Libano, poi volgerà lo sguardo verso la Siria per espandere le sue conquiste oltre le Alture del Golan, e la voce del sionismo negli Stati Uniti spingerà per un’altra guerra futura, fino a trasformare l’Iran in uno stato fallito che non minacci l’espansionismo israeliano, compresa l’occupazione di Gaza e i passi verso l’annessione della Cisgiordania. Gaza in Libano Martedì prossimo, in un’apparente deferenza di Netanyahu nei confronti di Trump, le delegazioni di Israele e del Libano si riuniranno a Washington per discutere di un eventuale cessate il fuoco. Il problema è che l’offensiva lanciata dall’esercito israeliano in Libano non è contro il governo di Beirut né contro le sue forze armate, nonostante anche queste ultime siano oggetto di attacchi collaterali e i loro soldati vengano uccisi dagli israeliani. L’offensiva di Israele è contro Hezbollah e contro la popolazione sciita, che sono accusati di proteggere quelle milizie islamiste alleate dell’Iran. Da quando è scoppiata la guerra, solo in Libano sono morte 2.000 persone e più di 6.400 sono rimaste ferite dai bombardamenti di Israele, come ha riferito questo fine settimana il Ministero della Sanità Pubblica libanese. Di questi morti, 165 erano bambini. Inoltre, le bombe, i missili e i droni israeliani hanno causato la morte di 85 operatori sanitari e hanno colpito una mezza dozzina di ospedali e una ventina di centri sanitari. Il peggiore degli attacchi è avvenuto mercoledì, con 357 libanesi uccisi da un’ondata di bombardamenti israeliani in appena dieci minuti. La situazione non migliorerà, poiché l’esercito israeliano ha già avvertito che Hezbollah si sta insediando in zone di Beirut lontane dai sobborghi a maggioranza sciita. Questo avvertimento indica che l’intera capitale libanese potrebbe diventare un obiettivo militare prioritario e che l’esercito di Netanyahu potrebbe esigere la sua completa evacuazione, seguendo il modello utilizzato a Gaza. Con questi messaggi, Israele intende anche provocare lo scontro tra i libanesi sciiti e i loro compatrioti sunniti e cristiani. Più di 1,2 milioni di libanesi sono già stati costretti ad abbandonare le loro case, soprattutto nella zona meridionale del paese, che Israele ha indicato di voler prendere sotto il proprio controllo come «area di sicurezza». Il fantasma delle città palestinesi di Rafah e Gaza, sgomberate con la forza e rase al suolo dall’esercito ebraico, aleggia sul Libano. Durante i negoziati tenutisi a Islamabad tra iraniani e statunitensi, Israele ha intensificato i suoi attacchi e ucciso più di venti persone con i bombardamenti sferrati in quelle ore critiche. Il massacro è continuato questa domenica, con altre decine di libanesi uccisi sotto le bombe israeliane, un messaggio evidente di pressione in vista dei negoziati della prossima settimana a Washington. Un incontro a Washington messo in discussione prima ancora di tenersi La presidenza libanese ha indicato di aver già contattato Israele per preparare tale incontro. Hezbollah ha denunciato il fatto di non poter essere presente alla negoziazione di un cessate il fuoco in cui le milizie sciite sono in realtà una delle due parti in conflitto. In questi colloqui di Washington si profila anche una possibilità molto preoccupante: che Israele li sfrutti per ottenere un maggiore sostegno da Trump nella sua guerra in Libano, che gli Stati Uniti si distacchino finalmente dal conflitto con l’Iran e che Netanyahu riesca nuovamente a convincere la Casa Bianca a dare il colpo di grazia al regime islamico di Teheran. Sebbene Israele non abbia contemplato un eventuale sbarco delle proprie truppe in territorio iraniano, punta affinché gli Stati Uniti lo facciano, nonostante il disastro che ciò potrebbe comportare dal punto di vista militare. Ma anche un fallimento statunitense in un’operazione del genere servirebbe a rendere Washington più dipendente da Israele, al quale non porrebbe più alcun ostacolo nell’assumere il suo ruolo di grande potenza militare del Medio Oriente, armato ancora di più dagli Stati Uniti e con il diritto di conquistare e controllare qualsiasi suo vicino. Netanyahu, «l’Hitler dei nostri tempi», secondo la Turchia Le spade sono alzate, tra iraniani e statunitensi apparentemente disposti a sfruttare lo slancio di Islamabad, anche se non si raggiungesse alcun accordo e il divario fosse molto grande, e anche da parte di Israele, deciso a far saltare in aria qualsiasi consenso. In questo senso, due paesi così diversi come la Spagna e la Turchia hanno denunciato questi tentativi di Netanyahu e dei suoi falchi di mandare all’aria l’incipiente processo di pace con l’Iran. Così, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, in dichiarazioni rese note domenica, ha accusato Tel Aviv di continuare a essere «ostinatamente impegnato in una guerra che non fa bene a nessuno», anche se era già stato raggiunto il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran lo scorso 8 aprile. In un’intervista a elDiario.es, Albares ha sottolineato, riferendosi a Israele, che «ci sono molte persone interessate, non solo a far sì che quei negoziati a Islamabad non portino a nulla, ma a impedire che si arrivi nemmeno a sedersi al tavolo». Non sorprende che il massacro di quelle trecento persone da parte dell’esercito israeliano mercoledì in Libano sia avvenuto dopo la notizia della tregua tra Stati Uniti e Iran. Una tregua definita da Albares «molto fragile» e «apertamente» minacciata. Questa domenica anche il Ministero degli Affari Esteri della Turchia, un paese con molti interessi in Medio Oriente e per il quale la guerra in Iran rappresenta un rischio molto elevato, si è espresso sulla doppiezza di Netanyahu, soprattutto se venissero attuati i piani di Israele, rivelati all’inizio del conflitto, di espandere il conflitto alla regione del Kurdistan, un’area condivisa da Iran, Iraq, Turchia e Siria. Il governo di Ankara ha accusato il primo ministro israeliano, che ha nuovamente definito «l’Hitler dei nostri tempi», di boicottare i negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran, tra l’altro per evitare di essere condannato nel suo paese per uno dei procedimenti giudiziari per corruzione in cui è coinvolto. «L’obiettivo attuale di Netanyahu è sabotare i negoziati di pace in corso e proseguire le sue politiche espansionistiche nella regione, perché altrimenti sarà processato nel suo paese e probabilmente mandato in prigione», ha indicato il comunicato turco. Il capo del governo israeliano ha approfittato della guerra in corso per rinviare le udienze dei processi a suo carico. Lo stesso Trump, sostenuto dalla potente lobby ebraica degli Stati Uniti, ha chiesto una grazia per Netanyahu. Opportunamente, la guerra in Iran e l’offensiva scatenata in Libano hanno ritardato tale processo. La tensione tra Israele e Turchia è aumentata vertiginosamente negli ultimi anni nel contesto delle diverse offensive israeliane in Libano e Siria, ma si è ulteriormente inasprita con questa guerra contro l’Iran. Le suddette accuse turche sono arrivate dopo che Netanyahu aveva dichiarato su X che la sua intenzione era quella di continuare la guerra «contro il regime terroristico dell’Iran e i suoi alleati, non come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che va d’accordo con loro e massacra i propri cittadini curdi». Boicottare i negoziati Queste accuse di far saltare in aria i negoziati non sono le prime che Netanyahu riceve. Quando, nel bel mezzo dell’invasione israeliana di Gaza, si aprirono colloqui mediati da Stati Uniti, Qatar ed Egitto per fermare il genocidio per mano dell’esercito israeliano, fu Netanyahu a sabotare ripetutamente quel processo, a rompere le tregue con il gruppo palestinese Hamas e a tornare sulla via della violenza, di cui la principale vittima è stata la popolazione di Gaza. Mentre Israele mantiene la sua offensiva in Libano, la situazione a Gaza non è migliorata nel semestre di tregua tra Israele e Hamas, con un processo di pace promosso in modo teatrale da Trump e pervertito dai continui attacchi dell’esercito ebraico alla popolazione civile e dall’abbandono da parte di chi, come il governo statunitense, si era impegnato ad aiutare nella ricostruzione della Striscia palestinese. Sabato, le forze israeliane hanno bombardato diversi campi profughi a Gaza e ucciso una ventina di persone, tredici delle quali nel campo di Bureij, nel centro della Striscia. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza lo scorso 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso circa 750 persone. E dall’inizio dell’invasione israeliana nell’ottobre 2023, almeno 72.000 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito ebraico. Juan Antonio Sanz èungiornalista e analista per Público su tematiche internazionali. È laureato in Servizi di intelligence e Storia militare. È stato corrispondente dell’agenzia EFE in Russia, Giappone, Corea del Sud e Uruguay, docente universitario e cooperante in Bolivia, nonché analista giornalistico a Cuba. Parla correntemente inglese e russo. È autore di un libro di viaggi e folklore. https://www.other-news.info/noticias/el-desacuerdo-entre-eeuu-e-iran-deja-el-fragil-alto-el-fuego-en-manos-de-israel-y-su-apuesta-por-la-guerra/ Traduzione di Other News Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
April 13, 2026
Assopace Palestina

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