“L’ascesa alla felicità” di Dolci riedita a Palermo
“Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?”. Un’affermazione attualissima che ci pone di fronte all’anelito verso una felicità condivisa che nel mondo d’oggi appare quanto mai lontana, considerato lo scenario di guerre e genocidi che producono centinaia di migliaia di morti fra civili inermi e bambini. Attualissima ma non attuale perché questa domanda la rivolgeva un giovanissimo insegnante di una scuola serale di Sesto San Giovanni a Milano ad una platea di studenti e operai fra cui giovani come lui, ma anche uomini meno giovani segnati dalla guerra e dalla lotta per la Resistenza al regime nazifascista: siamo nel 1948 e l’insegnante di 24 anni risponde al nome di Danilo Dolci, l’intellettuale del secolo scorso che meglio di tanti ha saputo coniugare il pensiero con l’agire concreto diventando uno dei più importanti e riconosciuti esponenti del movimento per la Pace e per la non violenza. Se ne parla a Palermo e l’occasione ci è offerta dal libraio ed editore Nicola Macaione che da poco ha riportato alle stampe a distanza di quasi ottanta anni L’ascesa alla Felicità, un’antologia per argomenti che la stamperia Cesare Tamburini di Milano aveva prodotto in sole duecento copie di carta ciclostilata nel 1948, scritta e commentata da Dolci “per mettere a disposizione dei giovani operai, affamati di sapere, quanto non era giusto tenessi solo per me”. Alla presentazione del libro, svoltasi in due giornate venerdì 10 e sabato 11 aprile rispettivamente allo Spazio Cultura della Libreria Macaione e alla scuola “Giovanni Falcone” allo ZEN, i curatori dell’opera Giorgio Carlo Schultze, Giuseppe Barone, Daniela e Amico Dolci, questi ultimi figli del sociologo triestino, ne hanno raccontato la genesi ai tempi della sua prima pubblicazione ed il recente fortuito ritrovamento dell’unica copia ancora esistente presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, salvata anch’essa tra le tante altre opere dagli “angeli del fango” dopo la famosa alluvione del 1966. L’incontro diventa l’occasione per conoscere Dolci prima dell’esperienza di Nomadelfia con don Zeno Saltini nel 1950 e prima che l’anno successivo venga in Sicilia per stabilirsi a Trappeto fra contadini e pescatori per portare avanti le sue battaglie nonviolente in favore degli ultimi, dei ‘banditi’ come lui li definiva, attraverso i digiuni, lo sciopero alla rovescia, la lotta per l’acqua, per un lavoro dignitoso, anch’esso tema attualissimo: proprio venerdì è giunta la notizia della tragica morte sul lavoro dei due operai caduti dalla gru in via Marturano a Palermo i cui nomi è giusto ricordare affinché non siano solo dei numeri in una statistica sugli incidenti (o sarebbe meglio definirli omicidi) sul lavoro: Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine. Tornando all’antologia, il giovane Dolci racchiude in essa citazioni e scritti di pensatori antichi e moderni apparentemente distanti fra loro, i suoi “amici più cari”, come li definisce, a cui dice di essersi rivolto perché ci aiutino a fermarci e riflettere, a dialogare con loro compiendo un vero e proprio atto rivoluzionario soprattutto in una società quasi esclusivamente concentrata sulla compulsiva consultazione degli smartphone, come ci ricorda Giorgio Schultze nel suo intervento evocando efficacemente l’immagine di ‘vibrazioni che entrano in risonanza’. Si tratta delle prime pagine in cui si manifesta la ‘maieutica reciproca’ di Dolci, l’idea di una cultura diversa che abbia ricadute concrete, di libri come strumenti di lavoro e non da essere semplicemente consegnati ad uno scaffale: Giuseppe Barone, collaboratore di Dolci dal 1985, raccontando come egli mettesse in cerchio gli studenti per far loro delle domande e da lì avviare una discussione, ci dice che ‘senza un’idea maieutica dei rapporti sociali non può esistere una democrazia” e questo è il senso profondo dell’opera svolta dal sociologo triestino. Dolci fu in costante contatto con tanti intellettuali dell’epoca, da Bertrand Russell a Bruno Zevi, da Elio Vittorini a Carlo Levi, da Lucio Lombardo Radice ad Aldo Capitini, i quali sostennero le sue battaglie e ne presero le difese, anche nei tribunali come fu per Piero Calamandrei che da avvocato lo difese nel processo seguito allo sciopero alla rovescia del 1956 in cui, insieme ad operai e braccianti, lo stesso Dolci si dette da fare per riparare una trazzera comunale subendo l’arresto e la reclusione presso il carcere dell’Ucciardone. Fra i tanti intellettuali citati, giusto ricordare anche Franco Alasia, scrittore ed esponente della nonviolenza che faceva parte del gruppo di studenti del 1948 alla scuola di Sesto San Giovanni. Durante l’incontro c’è spazio anche per racconti familiari quando Amico Dolci narra della visita nella loro casa della matematica Emma Castelnuovo e della loro paura di figli adolescenti di essere interrogati dall’autrice dei libri di testo sui quali studiavano, salvo poi finire a giocare con lei. E ricordare anche il grosso callo da scrittura che il padre aveva sviluppato fra le dita scrivendo senza mai usare una macchina da scrivere migliaia e migliaia di pagine, di biglietti, di relazioni, di rapporti ‘per riprodurre quella sensazione di gioia di incontrarsi’. E Daniela Dolci, l’altra figlia, sottolinea l’importanza di veicolare questo libro nelle scuole perché questo è un libro scritto per i giovani in quanto offre spunti di riflessioni significativi per la crescita culturale, non essendo necessariamente un libro da leggere dall’inizio alla fine considerato che ogni singola pagina offre il pretesto per avviare discussioni e ragionamenti. La riedizione di questo libro è stata concepita anche per contribuire al rilancio del Borgo “Danilo Dolci” e di tutte le attività collegate fra cui il Centro di Sviluppo Creativo; è, inoltre, prevista la costituzione a breve della Fondazione “Danilo Dolci” ed altre attività quali il progetto “Casa per la Pace” come luogo aggregativo per i giovani nonché la III edizione del Festival “Palpitare di nessi” dal 25 al 28 giugno prossimi. In ultimo, un cenno ai documentari che il regista Alberto Castiglione, presente all’incontro, ha realizzato nel 2004 (“Danilo Dolci, memoria e utopia”) e nel 2007 (“Verso un mondo nuovo”), fino al più recente “Inchiesta su Danilo Dolci” del 2024, disponibili sul canale YouTube. A chiusura dell’incontro, molto partecipato da semplici cittadini insieme a docenti, rappresentanti della società civile, a Padre Francesco della Parrocchia di San Luigi, al Presidente dell’VIII Circoscrizione Marcello Longo, all’Assessore comunale Fabrizio Ferrandelli e molti altri, Nicola Macaione, che ha efficacemente condotto il dibattito, ci ha consegnato l’ultimo pensiero di Danilo Dolci riportato nella quarta di copertina del libro: “L’umanità intelligente e autocritica, in quanto ha incondizionata la propria libertà, ha propria norma l’Utopia, ideale perfezione”. Enzo Abbinanti
April 12, 2026
Pressenza
La parola della settimana. Sguardo
(disegno di ottoeffe) È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli, ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane scorribande di ragazzini. Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente, in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine dei cellulari a Montesanto e così via. Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano, ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono: Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali, applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità; l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro. (per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi). E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit: La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina, proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per uno sguardo di troppo) (credits in nota 1) Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio. Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta, in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone. (foto di guido harari) In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito, Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità, appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA, non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che dell’Impero, l’ultima parola del disco. Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli, riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri, anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre, la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna) Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app, quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe essere a sua volta in fin di vita. Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore. Che domani torni, che va bene così. Sì, per come mi parli. Tu, perché siamo qui. È questione di sguardi, è un attimo. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti (1995)
April 12, 2026
Napoli MONiTOR
Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12
SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO Indigna tutto di questo caso cinematografico. Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante. Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”. Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione. In particolare muove allo sconcerto però la visione del film. Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi. Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto. Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.
April 12, 2026
Radio Blackout - Info
Lavoro assassino ieri come oggi: la Strage della Flobert, dodici morti. Nessuna memoria
Questa è la storia di una strage dimenticata. Dimenticata davvero. Chi se la ricorda più? Napoli. Sant’Anastasia, 11 aprile 1975. Ore 13:25. Un secondo dopo arrivò il boato. Non un rumore normale, no: un tuono venuto da sotto, come se la terra si fosse rotta in due per sputare fuori tutto il veleno accumulato. Era la Flobert che saltava in aria. Una baracca di lamiera dove si fabbricavano proiettili per pistole giocattolo. Roba che fa “bang” senza ammazzare nessuno. Invece quel giorno ammazzò tutti. Dodici corpi sparpagliati come stracci sporchi tra le lamiere contorte. Quasi tutti ragazzi. Con le mani ancora senza calli e gli occhi pieni di «tanto poi passa». Assunti da poco, pagati in nero. Uno solo rimase in piedi: Ciro Liguoro. Per una manciata di secondi, uno spostamento di pochi metri. Miracolo, lo chiamarono. Ma lui, negli anni, l’ha sempre detto con la voce bassa, quasi vergognandosi: «Miracolo un cazzo. Solo fortuna di merda». I corpi erano irriconoscibili. Le madri arrivarono e non sapevano più quale pezzo fosse il figlio loro. Le identificazioni durarono giorni. Giorni di pianti, di urla soffocate. La fabbrica non c’era più. Sparita. Come se non fosse mai esistita. Solo un cratere nero, lamiere piegate come carta stagnola. Ciro se ne stava lì, vivo per sbaglio, con le orecchie che fischiavano ancora e la faccia bianca come un lenzuolo lavato male. Intorno a lui la gente diceva: «Povero Cristo». Ma lui pensava solo a quei compagni che un attimo prima ridevano di una battuta scema sul capo che non pagava gli straordinari. Ridevano. Poi più niente. Cinquant’anni dopo, la polvere è ancora lì. Non quella della Flobert, no. Quella nuova. Quella che si posa ogni giorno sulle scarpe degli operai che escono di casa e non sanno se torneranno. Le chiamano morti bianche. La Lombardia in testa, come sempre. Poi Veneto, Puglia, Lazio. Gli stranieri muoiono il doppio degli italiani. Perché loro prendono i lavori che gli italiani non vogliono più: dove il contratto è una firma su un foglio stropicciato. Un operaio rumeno schiacciato da una gru, un pakistano caduto dal ponteggio, un italiano sbranato dalla macchina che doveva “solo” riparare. E ogni volta è la stessa commedia. Le sirene delle ambulanze, i telegiornali che ci mettono trenta secondi di pietà. E Ciro Liguoro, cinquant’anni dopo, ancora con gli occhi lucidi, continua a dire la stessa cosa semplice, da uomo che ha visto l’inferno e ne è uscito vivo per caso: «Non dimenticatevi di loro. Perché se li dimenticate, prima o poi tocca a qualcun altro. E quel qualcun altro potrebbe essere vostro figlio». Redazione Italia
April 12, 2026
Pressenza
Solidarietà con Cuba dall’Internazionale Anarchica
Riceviamo e volentieri diffondiamo “Solidarietà con il popolo cubano  e i nostri compagni anarchici Dal 13° Congresso dell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche, tenutosi ad Atene (3-5 aprile 2026), inviamo il nostro incondizionato sostegno e la nostra solidarietà ai nostri compagni anarchici a Cuba, che non hanno potuto recarsi sul posto per partecipare ai lavori dell’IFA. L’embargo economico contro Cuba è in vigore dagli anni ’60, ma negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno irrigidito la loro posizione, imponendo sanzioni alle navi che trasportano petrolio verso l’isola e minacciando dazi contro i paesi che lo forniscono. La coercizione punitiva imposta a un intero popolo affinché viva in condizioni estreme e devastanti (senza alcuna elettricità, essenziale per il funzionamento delle infrastrutture di base per la sopravvivenza umana) costituisce un crimine contro l’umanità. Nessuna tolleranza, nessun silenzio di fronte al crimine che gli Stati Uniti stanno commettendo contro il popolo cubano e alla guerra globale che stanno conducendo contro l’umanità — una guerra che domani raggiungerà tutti noi, in ogni angolo della terra. Internazionale delle Federazioni Anarchiche (IFA-IAF) 3-5 aprile 2026 – Atene, Grecia” Redazione Italia
April 12, 2026
Pressenza
L’industria dei cybersicari che attacca costantemente Cuba
Dietro ogni video di denuncia, ogni tweet virale e ogni “testimonianza straziante” da Cuba c’è una struttura finanziaria che pochi conoscono. Non sono attivisti indipendenti. Sono mercenari digitali che operano con fondi di agenzie statunitensi come USAID e NED. Un’industria che trasforma la miseria in merce e il “clic” in munizioni. Nell’attuale geopolitica, il confronto tra Stati Uniti e Cuba ha trasceso i metodi tradizionali. Non si tratta più solo di blocco economico o pressione diplomatica. La guerra si è spostata nell’ambiente digitale, e in essa è emersa una figura specifica: il cybersicario. Questo attore, che si presenta sotto la veste di una persona indipendente editorialmente e come un attivista popolare, costituisce in realtà un anello fondamentale in una catena di sovvenzioni esterne progettata per erodere il consenso sociale all’interno dell’isola. La sua presunta “indipendenza” è una costruzione narrativa finanziata da agenzie governative statunitensi. La figura dell’influencer o youtuber che “informa da Cuba” si presenta al pubblico internazionale come un testimone organico della realtà nazionale, spesso rischiando la sua sicurezza personale per “dire la verità”. Tuttavia, le indagini rivelano una realtà drasticamente diversa. Le impronte digitali lasciate dai Cybersicari dimostrano che la loro provenienza è nella maggior parte dei casi rintracciabile negli Stati Uniti, in Messico e Spagna. Ciò smaschera la convinzione che si tratti di semplici cittadini residenti a Cuba che stanno denunciando la situazione sull’isola. La costruzione di un’immagine di “perseguitato  politico” o “giornalista sotto controllo” funge da moltiplicatore del valore di mercato del contenuto nella monetizzazione in YouTube o Facebook oltre a fungere da catalizzatore per ricevere sovvenzioni esterne. Negli ultimi anni, l’industria dei contenuti su Cuba ha subito una mutazione verso quella che viene chiamata “documentazione del disincanto”. I creatori internazionali e locali concentrano le loro attenzioni non sulla critica politica diretta, ma sull’amplificazione delle crepe sociali ed economiche, spesso utilizzando tecniche di manipolazione visiva per esacerbare la percezione del collasso del paese. Casi come quello dello youtuber statunitense Elliot o della coppia australiana Justin e Alina esemplificano come il contenuto sulla crisi umanitaria diventi un prodotto virale che alimenta la narrazione dello “Stato fallito”. La strategia non cerca solo di informare, ma di distruggere simbolicamente le istituzioni cubane attraverso reti di mercenari digitali che, accovacciati dietro notizie false e account di troll, saturano lo spazio mediatico. L’infrastruttura mediatica che sostiene l’ecosistema digitale anticubano non è il risultato della generazione spontanea di entrate per clic, ma una rete che dipende strutturalmente dai fondi federali statunitensi. Tra il 2001 e il 2021, si stima che il governo degli Stati Uniti abbia stanziato un totale di 218.367.438 dollari in programmi di destabilizzazione politica a Cuba, di cui oltre 25 milioni sono stati specificamente stanziati per “media e libero flusso di informazioni”. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) ha storicamente operato come braccio esecutivo della politica di “cambio di regime”. Nel 2024, l’agenzia ha stanziato 2,3 milioni di dollari per programmi mediatici indipendenti sull’isola, cifra  che fa parte del budget di 9,5 milioni dedicato esclusivamente a Cuba. Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump l’USAID è stata sciolta e incorporata direttamente dal Dipartimento di Stato, Il segretario di Stato Marco Rubio ha seguito questa ristrutturazione, ma si è preoccupato che i finanziamenti per Cuba, Nicaragua e Venezuela non venissero modificati. Sono stati cancellati l’83% dei programmi globali dell’USAID, ma non quelli previsti per questi tre paesi. Questa manovra ha confermato che, mentre i fondi per la salute globale e gli aiuti umanitari in Africa sono stati tagliati, il finanziamento per i media che incitano alla  sovversione a Cuba è stato considerato una priorità strategica intoccabile. Il National Endowment for Democracy (NED) integra il lavoro dell’USAID concedendo sovvenzioni a piattaforme che richiedono un maggiore grado di separazione dal governo degli Stati Uniti. Nel 2024, la NED ha finanziato progetti di media digitali per importi compresi tra i 50.000 e i 230.000 dollari per “promuovere la libertà di espressione” e “tracciare le minacce contro i giornalisti”. Un caso emblematico è quello di “El Toque”, una piattaforma che riceve finanziamenti dal NED e dal Dipartimento di Stato per obiettivi di manipolazione economica, come l’alterazione dei tassi di cambio per generare inflazione interna. I dati che giornalmente pubblica è stato dimostrato sono del tutto manipolati e non rispecchiano la realtà finanziaria dell’isola. El Toque aveva nel 2024  un budget di  970.000 dollari, di cui l’80% proveniva da sovvenzioni (di cui la metà da fonti statunitensi). Media come CubaNet e ADN Cuba non sono semplicemente piattaforme di notizie, ma società di comunicazione politica che dipendono quasi interamente dall’assistenza esterna. CubaNet, con sede a Miami, ha ricevuto 500.000 dollari direttamente dall’USAID nel 2024 per raggiungere i giovani cubani. Da parte sua, ADN Cuba ha ricevuto un contratto di 1.085.895 dollari nel settembre 2024, rinnovando un precedente fondo di 1,5 milioni per il periodo 2022-2024. Dal 2020, ADN Cuba ha accumulato un totale di 3.072.123 dollari in fondi USAID, di cui ha dimostrato solo una frazione del loro uso. Queste cifre rivelano che il contenuto di queste piattaforme non è un sottoprodotto della domanda di informazioni, ma un servizio prepagato. Quando l’amministrazione Trump ha congelato i fondi all’inizio del 2025, questi media sono entrati in uno stato di “disperazione mediatica”, chiedendo donazioni pubbliche e ammettendo che senza il sostegno delle organizzazioni finanziate dal governo federale, i loro collaboratori sull’isola non sarebbero stati in grado di continuare. Inoltre negli ultimi anni, il NED e l’USAID hanno coltivato una rete di rapper, artisti e creatori di contenuti per diffondere messaggi contro il governo, usando la musica e la cultura urbana come un “cavallo di Troia” ideologico. Per combattere questo assedio mediatico Cuba ha sviluppato un sistema di controinformazione che consiste nel denunciare pubblicamente queste piattaforme e i loro contenuti. Articoli su media come Granma e Cubadebate, insieme a programmi di inchiesta televisiva, hanno esposto gli importi e i nomi dei beneficiari dei fondi USAID e NED. Rompendo l’anonimato dei flussi di capitale, l’aura di “indipendenza” degli influencer si indebolisce. Parallelamente  il governo cubano ha promosso una campagna educativa affinché i cittadini identifichino le tecniche di manipolazione emotiva e l’uso di notizie false. Ciò include l’analisi di come gli algoritmi dei social media danno priorità ai contenuti di odio e polarizzazione per favorire gli interessi dei finanziatori. In conclusione si può affermare con certezza che il fenomeno dei sicari informatici non è un movimento spontaneo della società civile. È un’industria mercenaria altamente strutturata. La sua totale dipendenza dai fondi federali statunitensi e la sua capacità di trarre profitto dalla crisi economica rivelano una nuova forma di intervento che utilizza il “clic” come munizione. Infine bisogna notare che i finanziamenti per la sovversione digitale a Cuba rimangono un pilastro non negoziabile della politica estera degli Stati Uniti, nonostante la ristrutturazione delle agenzie governative. L’indipendenza che gli attori presenti in rete rivendicano finisce dove inizia l’assegno dell’USAID e delle altre agenzie del governo degli Stati Uniti. (Razones de Cuba)     Andrea Puccio
April 12, 2026
Pressenza
EireneFest: incontro nazionale “Educazione e Libri per la pace e la nonviolenza”
  10 aprile 2026, Roma. L’EireneFest 2025–2026 si presenta così: un laboratorio diffuso di idee, pratiche educative e visioni politiche che mettono al centro la pace e la nonviolenza. Non un semplice festival, ma un percorso lungo un anno. L’appuntamento conclusivo dell’edizione 2025, ospitato alla Fondazione Basso, ha riunito educatrici, studiosi e attiviste in una giornata densa di interventi e confronto su come trasmettere alle nuove generazioni una cultura alternativa alla violenza. Fin dalle parole di apertura di Simona Fraudatario emerge il senso dell’iniziativa: costruire spazi di riflessione critica a partire dai libri, intesi non solo come strumenti teorici ma come veri e propri dispositivi di trasformazione sociale. Un impegno sostenuto anche dalla collaborazione con il Polo Europeo della Conoscenza e dal contributo dell’8 per mille della Chiesa Valdese.  La geografia e la pace nei processi educativi La prima relazione, affidata alla prof.ssa Elena Dell’Agnese, ribalta un’idea diffusa: la geografia non è neutra. È uno “strumento di potere” per costruire una visione critica che aiuta a capire le ingiustizie e le disuguaglianze. La visione dello spazio è relazionale, ovvero luoghi non sono entità fisse, ma cambiano significato a seconda di chi li attraversa. Da qui il rischio della cosiddetta “trappola territoriale” ovvero del considerare lo Stato come unico attore e limitare la solidarietà entro i suoi confini. La geografia “serve ad approssimarsi all’altro, a creare un sentimento più elevato di umanità”, sottolinea la professoressa citando l’anarchico geografo e naturalista Pëtr Kropotkin. E’ essenziale per una vera educazione alla “pace positiva” di Johan Galtung, che non si accontenta dell’assenza di violenza ma vuole costruire equità, educare all’armonia, riconciliare i traumi, gestire il conflitto. Giovani e pace Per Gianmarco Pisa, parlare di pace significa attraversare il conflitto, non evitarlo né rimuoverlo. Presentando il lavoro di Alberto L’Abate, insiste su un punto: anche nelle situazioni più drammatiche esiste sempre un’alternativa, come sosteneva anche Johan Galtung. Dai Corpi Civili di Pace alle “ambasciate popolari”, emerge una diplomazia dal basso, non istituzionale, che individua nell’educazione e nell’intervento diretto due strade essenziali per la soluzione pacifica del conflitto. Senza consapevolezza dei diritti e partecipazione democratica, però, non può maturare un consenso reale ed autentico. A tale scopo è necessaria una pedagogia della liberazione dalla subordinazione a ogni forma di potere dominante. Fare spazio alle “domande legittime”, anche quelle a cui le insegnanti e gli insegnanti non sanno (ancora) rispondere per costruire insieme nuove risposte, secondo la lezione della maieutica di Danilo Dolci. Si tratta di cercare i “fondamenti”, così come li intende Pat Patfoort, di ciascuna delle parti del conflitto, attraverso uno stretto collegamento tra ricerca, formazione e azione: la pratica viva della ricerca-azione. Scuola e pace. Una scuola sotto pressione: tra militarizzazione e riscrittura della storia. L’intervento di Michele Lucivero, filosofo, docente e ricercatore italiano specializzato in etica e antropologia, si colloca dentro un lavoro di analisi e denuncia portato avanti negli ultimi anni dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, di cui è cofondatore. Un impegno che trova sintesi anche nel volume “Comprendere i conflitti. Educare alla pace. Atti I convegno nazionale”, nato dal convegno del 10 maggio 2024 significativamente intitolato “La scuola va alla guerra?”. Al centro dell’intervento, una critica netta alla trasformazione silenziosa che attraversa la scuola italiana e alla crescente presenza dei militari nei percorsi educativi: dai protocolli del Ministero d’Istruzione e Merito con il Ministero della Difesa ai progetti nelle classi e nei PCTO. Non semplici collaborazioni, ma un cambiamento culturale che rischia di normalizzare la guerra, presentandola in chiave educativa e “valoriale”. Per Lucivero, la sfida è rimettere al centro una scuola che formi alla pace, anche recuperando, in chiave attuale, l’idea di “pace perpetua” di Immanuel Kant del 1975. L’idea kantiana di una federazione di Stati universale e la progressiva scomparsa degli eserciti permanenti appare oggi lontana, ma resta un riferimento politico e pedagogico. D’altronde in Italia esistevano eserciti regionali che poi sono scomparsi in favore di un esercito nazionale. L’ONU, in questa prospettiva, rappresenta un tentativo – incompleto – di realizzazione di quel progetto Kant. Una didattica per la pace passa necessariamente dalla demilitarizzazione del linguaggio e della narrazione storica, ridotta troppo spesso a una sequela di guerre. Rimettere al centro solidarietà, fratellanza, sorellanza significa anche interrogarsi sul senso stesso della “difesa della patria”, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione per formare cittadine e cittadini capaci di immaginare e praticare la pace. Educare senza dominare: la sfida della maieutica dolciana Per Tiziana Morgante — educatrice, collaboratrice di Danilo Dolci e docente presso l’I.C. “Piersanti Mattarella” di Roma — l’educazione alla pace passa attraverso una trasformazione profonda delle relazioni educative. Nella sua pratica quotidiana sperimenta l’approccio della maieutica reciproca, appreso in Sicilia proprio accanto a Dolci. È da qui che nasce un’immagine potente: quella della violenza come “zecca”. Dolci utilizzava questo parallelo per descrivere il dominio come una forma di parassitismo — un virus che si nutre dell’altro fino a distruggerlo. Un’immagine che, sorprendentemente, è riemersa recentemente nelle parole di un bambino, in una delle classi di Morgante: segno di quanto certi meccanismi siano intuitivamente comprensibili, anche dai più piccoli. Da questa consapevolezza prende forma una critica radicale al modello educativo tradizionale: non si può insegnare la nonviolenza attraverso pratiche autoritarie. La maieutica invita invece a porre le domande giuste al momento giusto, a partire dai bisogni reali, per costruire insieme percorsi di cambiamento. Il nodo è il rapporto tra potere e dominio: il dominio schiaccia, il potere si condivide. E proprio da qui, secondo Morgante, può nascere una scuola capace non solo di parlare di pace e nonviolenza, ma di praticarle ogni giorno. La vera sfida, allora, è partire da sé: riconoscere i modelli educativi interiorizzati, spesso segnati da logiche violente e autoritarie, per avviare un lavoro consapevole di decostruzione e ricostruzione.  Costruttrici e costruttori di pace Le parole di Valentina Ripa, professoressa, ispanista e catalanista, portano l’attenzione su esperienze reali, come la Comunità di Pace di San José de Apartadó in Colombia: persone comuni che, dal 1997, hanno scelto la nonviolenza anche sotto minaccia. Situata nel comune di Apartadó (Antioquia), la comunità si estende in 32 frazioni rurali e basa la propria sopravvivenza soprattutto sulla coltivazione del cacao, venduto attraverso una filiera solidale. Nonostante la scelta dichiarata di pace, ha subito nel tempo oltre 300 assassinii dalla sua fondazione, senza mai rinunciare alla propria posizione nonviolenta. A sostenerla e proteggerla c’è anche l’accompagnamento internazionale di realtà come Operazione Colomba, che garantiscono monitoraggio dei diritti umani e presenza civile sul territorio. Una storia raccontata anche nel libro “Con loro, come loro. Storie di donne e bambini in fuga” di Gennaro Giudetti e Angela Iantosca (Paoline, 2024), che restituisce il volto concreto della pace vissuta ogni giorno. Accoglienza degli sfollati, rifiuto delle armi, difesa del territorio: una pratica quotidiana di resistenza nonviolenta, che richiama le esperienze e il pensiero di Don Tonino Bello e Alex Zanotelli, simboli italiani dell’impegno per la pace. La pace disarmata e la manipolazione del conflitto Chiude la sessione Giorgio Ferrari, perito in energia nucleare, con un intervento sulla geopolitica del disarmo, in particolare in Medio Oriente. Un contributo di stringente attualità, che — sottolinea — non ha bisogno di libri: “parla già la cronaca”, a partire dall’attacco del giugno 2025 di Israele in Iran. Al centro, la costruzione del “nemico” attraverso narrazioni manipolate: un meccanismo già visto, ricorda Ferrari, ai tempi di Saddam Hussein. Tra dati sull’arricchimento dell’uranio e risoluzioni internazionali, emerge un quadro complesso, ma il nodo resta politico: il vero pericolo è la proliferazione degli arsenali nucleari e l’incapacità della comunità internazionale di governarla. Da qui la necessità, ribadita con forza, di un impegno globale: tutti gli Stati dovrebbero aderire e ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare. Anche perché, dal 1974, le Nazioni Unite hanno approvato ben 44 risoluzioni per istituire in Medio Oriente una zona libera da armi nucleari e di distruzione di massa — un obiettivo ancora lontano, ma sempre più urgente. Tavola rotonda: “Come proporre ai giovani la pace e la nonviolenza: un festival del libro lungo un anno” con Annabella Coiro, Elena Dell’Agnese, Michele Lucivero, Tiziana Morgante, Gianmarco Pisa, Valentina Ripa, Olivier Turquet. Nel confronto finale, una domanda attraversa tutti gli interventi: come coinvolgere davvero ragazze e ragazzi? Le esperienze raccontate vanno in una direzione chiara: * laboratori partecipativi nelle scuole * “parlamenti” degli studenti * scaffali o intere biblioteche dedicate alla nonviolenza * percorsi annuali costruiti sui bisogni delle alunne e degli alunni Per Annabella Coiro, la chiave è lavorare sugli adulti: senza coerenza educativa, ogni progetto fallisce. Non si educa “addestrando”. Si parla anche di decolonizzare lo sguardo, superare la visione bellicista ed economista, dare spazio alla condivisione e alla cooperazione tra le persone. E’ necessaria anche una nuova narrazione perché «siamo maggioranza, anche se ci raccontano come minoranza». Un festival che diventa processo EireneFest si conferma così qualcosa di più di un evento culturale. È un processo educativo e politico che attraversa scuole, territori e comunità. Il libro resta il punto di partenza, ma non il punto di arrivo: diventa laboratorio, azione, connessione tra luoghi e persone. In un tempo segnato da conflitti e polarizzazioni, la sfida è forse tutta qui: disarmare il linguaggio, prima ancora delle armi, e costruire – giorno dopo giorno – una cultura della pace che non sia solo dichiarata, ma praticata.             Olivier Turquet
April 12, 2026
Pressenza
Espérance Hakuzwimana, Piergiorgio Pulixi, Georges Simenon con…
… con Massimo Carlotto, Marco Lupis, Candice Fox, Marino Niola – recensioni di Valerio Calzolaio   A esequie avvenute – Massimo Carlotto Edizioni e/o 2025 Pag. 213 euro 18 Padova e dintorni nel nordest. Gennaio 2025. Marco Alligatore Buratti, investigatore sprovvisto di licenza per indagini non autorizzate e guadagni di provenienza spesso illecita, comincia ad annoiarsi, dell’ultimo caso si è
L’accordo introvabile, la sconfitta inaccettabile
Niente accordo, dopo le prime 21 ore di confronto. O le ultime. La differenza è chiaramente abissale, ma per intuire da quale parte vada l’ago della bilancia bisogna eliminare l’immensa massa di propaganda che avvolge tutto il contenzioso concreto tra Iran e Usa-Israele. A prima vista, ascoltando le poche frasi […] L'articolo L’accordo introvabile, la sconfitta inaccettabile su Contropiano.
April 12, 2026
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April 12, 2026
Contropiano
Anthropic mette Claude al servizio della sicurezza delle big tech
Dopo aver testato l’ultima versione del loro modello Claude, ‘Claude Mythos Preview’, su dei benchmark di sicurezza informatica, Anthropic si è resa conto della grande abilità del modello nello scovare vulnerabilità nel codice, quasi al livello dei più esperti analisti in carne ed ossa. L’azienda quindi, preoccupata dell’impatto che tecnologie […] L'articolo Anthropic mette Claude al servizio della sicurezza delle big tech su Contropiano.
April 12, 2026
Contropiano
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April 12, 2026
Contropiano

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