TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali
Non c’è innovazione alimentare che tenga di fronte a un genocidio. Non c’è burger di proteine vegetali, trancio di carne coltivata, che valga il silenzio su Gaza. Grazia Parolari – Invictapalestina – 29 Aprile 2026 Si svolgerà a Milano Rho, dall’11 al 14 Maggio, TUTTOFOOD, la Fiera di riferimento per il settore agroalimentare in collaborazione, … Leggi tutto "TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali" L'articolo TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali proviene da Invictapalestina.
April 29, 2026
Invictapalestina
#stopthegenocideingaza🇵🇸 1° Maggio a #Taranto con la "Kanafani" della Freedom Flotilla Italia - 100 Porti 100 Città #freedomflotilla #1maggio #nowar
April 29, 2026
Antonio Mazzeo
Conferenza internazionale di Santa Marta: tagliare le armi per salvare la vita
Durante il quinto giorno della Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili viene presentato il Rapporto Il doppio dividendo: come la riduzione della spesa militare può finanziare una transizione giusta. Redatto dalla Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà (WILPF) e dalla Fossil Fuel Treaty Initiative, il Rapporto sostiene che la riduzione delle spese militari sia una delle leve più significative – e politicamente più evitate – a disposizione per finanziare una transizione globale equa verso l’abbandono dei combustibili fossili. Esamina i profondi legami strutturali tra militarismo, dipendenza dai combustibili fossili e crisi climatica.  Il rapporto sottolinea che nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2,7 trilioni di dollari da parte di 100 Paesi.  Nel 2025, questa cifra è salita a 2,88 trilioni di dollari e potrebbe raggiungere dai 4,7 ai 6,6 trilioni di dollari entro il 2035.  La spesa delle forze armate più grandi era 30 volte superiore ai finanziamenti per il clima attualmente destinati alle nazioni più vulnerabili del mondo. Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore della giustizia climatica e della pace e formula raccomandazioni per i governi e la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un trattato sui combustibili fossili. Al centro del report alcuni risultati principali. Ridurre la spesa militare per finanziare una transizione globale equa rappresenta una soluzione vantaggiosa per tutti nell’attuale contesto mondiale. Il pianeta si sta riscaldando a un ritmo senza precedenti e gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati. Allo stesso tempo, anche i conflitti armati e gli sfollamenti forzati hanno raggiunto il livello più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con 62 conflitti in 36 Paesi nel 2024 e oltre 117 milioni di persone sfollate con la forza a metà del 2025. Questa cifra non riflette nemmeno i costi umani, ecologici ed economici dei conflitti in espansione e del genocidio in Medio Oriente e in Ucraina. A marzo 2026, più di 240.000 persone erano state uccise dalla violenza legata ai conflitti e dai genocidi nei dodici mesi precedenti.  Si tratta di una crisi di priorità, non di risorse.  I Paesi più ricchi del mondo dedicano alla guerra 30 volte più risorse di quelle fornite ai Paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. La guerra e le attività militari, alimentate dalla spesa militare, sono tra i fattori più rilevanti, sistemici e sottovalutati della crisi climatica. Se fossero un Paese, le forze armate mondiali sarebbero il quarto maggior responsabile delle emissioni di carbonio, dopo Cina, Stati Uniti e India. Un solo jet militare – il B-52 Stratocruiser – consuma in un’ora la stessa quantità di carburante che un automobilista medio impiega in sette anni. Le guerre hanno inoltre un impatto devastante sull’ambiente, compreso il degrado del suolo, dell’acqua, del territorio e dell’agricoltura. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico e la distruzione ambientale stanno causando dislocazioni e disordini che, a loro volta, impongono ulteriori spese militari come risposta. Oltre all’inquinamento, la militarizzazione compromette le condizioni necessarie allo sviluppo sostenibile. L’aumento delle spese militari rafforza la competizione geopolitica, erode la fiducia, indebolisce le istituzioni multilaterali e riduce lo spazio per la cooperazione internazionale di cui hanno bisogno lo sviluppo sostenibile e una transizione equa verso l’abbandono di petrolio, gas e carbone. Dare priorità alle questioni militari e di sicurezza significa anche che le risorse vengono dirottate verso tali scopi a scapito di altre necessità, come l’utilizzo di minerali critici per le energie rinnovabili. Nel 2024 il costo globale della violenza per l’economia ammontava a 19,97 trilioni di dollari USA. Al contrario, si stima che porre fine alla fame nel mondo entro il 2030 costerà solo 40 miliardi di dollari USA all’anno. Non esiste una via credibile per rendere più ecologiche le forze armate. I combustibili fossili sono la linfa vitale dei sistemi militari e i cicli di approvvigionamento consolidano questa dipendenza per decenni. Il rapporto traccia il deficit di finanziamento necessario per una transizione globale equa, mettendolo a confronto con la spesa militare ed esaminando l’impatto di quest’ultima sulla sicurezza umana, sulle emissioni, sulla distruzione ecologica e sulla cooperazione internazionale. Il documento delinea le modalità con cui la spesa militare può essere ridotta e riassegnata a favore della giustizia climatica e della pace, e formula raccomandazioni per i governi e la società civile su come raggiungere tale obiettivo, anche attraverso un trattato sui combustibili fossili. Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-la-marcia-dei-popoli-chiude-tre-giorni-di-lotta-impegni-per-la-vita-non-per-la-morte/       Redazione Italia
April 29, 2026
Pressenza
[2026-05-08] Proiezione del documentario "L'Ultima Neve. Appennino Terremotato e conflitti in alta quota". @ CSOA Forte Prenestino
PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO "L'ULTIMA NEVE. APPENNINO TERREMOTATO E CONFLITTI IN ALTA QUOTA". CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (venerdì, 8 maggio 19:00) Il documentario "L'ultima neve. Appennino Terremotato e conflitti in alta quota" realizzato da Veronica Machiavelli e Cecilia Fasciani, racconta le trasformazioni e le resistenze nei territori montani dell'Appennino colpiti dal sisma del 2016-17, evidenziando i conflitti ambientali, sociali e politici intorno agli investimenti sulle infrastrutture sciistiche. Saranno presenti Veronica Machiavelli ed Enrico Mariani, autore del libro Abitare sospeso. Etnografia nel post- terremoto del 2016-17 in Appennino centrale, uno studio sui profondi cambiamenti del territori che furono epicentro della sequenza sismica del 2016.
April 29, 2026
Gancio de Roma
Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra. Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec […] L'articolo Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Nuovi container al porto di Gioia Tauro con materiale per la guerra di Israele
Questa mattina 5 nuovi container a bordo della nave MSC Virginia sono entrati nel porto di Gioia Tauro, trasportando acciaio balistico diretto a Israele. L’allarme è scattato questa mattina all’alba quando la MSC Virginia ha fatto ingresso nel Medcenter Container Terminal, di proprietà del gruppo Aponte. Da fonti Bnc (Bds National committee) e dalla campagna No Harbour for Genocide risulta che i container trasportino acciaio ad uso militare, partiti dall’India (acciaieria RL Steel) e diretti alle industrie belliche israeliane. Saranno trasbordati e ricaricati su altra nave diretta a Israele tra domani e dopodomani. Anche questa nave, come le altre navi MSC in precedenza coinvolte nel traffico di acciaio balistico (MSC Marie Leslie, Siena, Danit e Vega), viaggia sulla linea di navigazione “Himalaya Express” della MSC. Anche questa è partita dal porto indiano di Nhava Sheva. La data di partenza è il 15 marzo 2026. E anche il contenuto, secondo le fonti, è analogo a quello dei precedenti container fermati e ispezionati a Gioia Tauro e Cagliari: acciaio di grado militare, destinato quindi a fabbricare armi e proiettili. Mentre si aspetta una decisione sugli altri carichi, non ancora formalmente sequestrati, scatta quindi un nuovo allarme. Ricapitolando le precedenti “puntate”: 8 container sono stati fermati e ispezionati nel mese scorso a Gioia Tauro, risultando dal tracciamento ancora in porto. I primi 5 container, sono arrivati a bordo della MSC Leslie e scaricati il 2 marzo. Gli altri 3 sono stati trasbordati dalla MSC Siena il 17 marzo. Dalla data dell’ispezione (18 marzo) non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale di una qualsiasi autorità. Per gli 11 container fermati a Cagliari si sa qualcosa di più: la risposta del Sottosegretario ai Trasporti Ferrante all’interrogazione parlamentare presentata dall’On. Antonino Iaria (M5S) ha svelato che gli 11 container, fermati nel porto di Cagliari, sono stati identificati come contenenti materiale siderurgico dual-use. I container si trovano tuttora in custodia presso l’area portuale, in ammissione temporanea, in attesa delle determinazioni dell’UAMA, l’autorità nazionale competente a rilasciare autorizzazioni. “L’effettiva natura di tali beni e il loro utilizzatore finale potranno essere determinati soltanto quando e se il responsabile legale dell’operazione di transito presenterà una specifica istanza all’UAMA per ottenere la necessaria autorizzazione.” Insomma per la prima volta in Italia, si getta una luce sulla zona grigia e opaca dei transiti, che permette di aggirare facilmente la legge 185/90 (che pure dovrebbe normare anche il transito).  L’European Legal Support Center ha intanto inviato una lettera/diffida alle autorità del porto di Gioia Tauro (come anche a Cagliari) chiedendo trasparenza sui risultati delle ispezioni: “Le autorità continuano a negare la piena trasparenza su ciò che è stato trovato, a chi fosse realmente destinato il carico e se fosse stato autorizzato a proseguire. Questo silenzio contribuisce a proteggere le reti logistiche, le aziende, gli assicuratori e le autorità statali che consentono il flusso di materiali legati ai crimini israeliani. Ma questo intervento dimostra che queste rotte possono essere smascherate, interrotte e contestate.” Ora si aggiungono nuovi carichi. Ancora una volta sono stati allertati i lavoratori del porto, le Dogane e ogni Autorità, con il supporto del gruppo legale Elsc (European legal support center). Il coordinamento dei porti messo in piedi da Bds Italia gruppo embargo, è già entrato in azione e sta facendo tutto il possibile per coordinare la mobilitazione affinché anche questo acciaio non arrivi ad alimentare il genocidio e i crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano. Linda Maggiori
April 29, 2026
Pressenza
Roma. Individuato lo sparatore del 25 aprile. E’ un giovane della comunità ebraica
Le indagini sull’uomo che ha sparato a pallini contro due manifestanti dell’Anpi a Roma lo scorso 25 aprile hanno portato ad un fermo. Il sospettato è un ragazzo di 21 anni legato alla Comunità ebraica di Roma. Il giovane, Eithan Bondi, avrebbe ammesso la propria responsabilità, è stato fermato nella […] L'articolo Roma. Individuato lo sparatore del 25 aprile. E’ un giovane della comunità ebraica su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
L’assemblea degli azionisti di Snam torna a essere a porte chiuse. ReCommon manifesta lo stesso tutte le sue perplessità sul piano di metanizzazione della Sardegna, fortemente voluto dalla multinazionale fossile italiana
Roma, 29 aprile 2026 – Oggi Recommon non potrà intervenire in qualità di “azionista critico” all’assemblea degli azionisti di Snam. La società, infatti, dopo aver tenuto le assemblee a porte aperte durante gli ultimi due anni, ha deciso di limitare la partecipazione diretta degli azionisti, seguendo l’esempio delle altre grandi multinazionali e banche italiane. In questo modo, denuncia ReCommon, si riducono gli spazi di confronto pubblico su decisioni strategiche di queste grande aziende che sono spesso anche partecipate dallo Stato, come Snam.    Nonostante queste limitazioni, ReCommon ha sottoposto a Snam una serie di domande scritte relative al piano di metanizzazione della Sardegna, un progetto che punta a introdurre il gas nell’isola con decenni di ritardo, in un contesto storico in cui la priorità dovrebbe essere ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e accelerare la transizione energetica. Il piano di metanizzazione della Sardegna partirebbe con una prima fase incentrata con la presenza di una nave rigassificatrice FSRU nel porto di Oristano e la realizzazione di una dorsale di gasdotti per portare il gas fino al Sulcis e Cagliari. La seconda fase prevede un’altra FSRU a Porto Torres, legata però alla possibile conversione a gas della centrale di Fiume Santo di Ep Produzione (filiale della società ceca EPH), oggi ancora a carbone. Il gas in forma liquida arriverebbe in Sardegna attraverso le cosiddette “virtual pipeline”, cioè navi spola che trasporterebbero il gnl dai rigassificatori dell’Italia continentale, principalmente dal terminale OLT a Livorno, per il quale Snam prevede anche un ampliamento.    Le perplessità di ReCommon riguardano, in particolare, nella Fase 1 del progetto il fatto che oltre il 50% della domanda prevista di gas risulta legata a un unico soggetto industriale, Eurallumina. Snam afferma che il progetto della dorsale sud resta economicamente sostenibile anche senza il contributo della domanda di Eurallumina. Questa la risposta fornita dalla società: “Sono state effettuate delle analisi di sensitività sulla potenziale variazione della domanda attesa, che confermano come i benefici della metanizzazione siano comunque superiori ai costi nel periodo considerato, anche in presenza di una domanda significativamente inferiore”. Sede di Snam, foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon, 2025 Questa affermazione rappresenta un elemento di forte vulnerabilità, anche perché Eurallumina non è oggi un consumatore industriale attivo. Lo stabilimento è in forte crisi e non produce più dal 2009. Nel piano decennale di Snam ed Enura, Eurallumina viene comunque considerata come principale driver della domanda futura di gas in Sardegna. ReCommon crede sia rischioso legare la realizzazione di un ampio progetto infrastrutturale a un impianto che non è operativo da oltre dieci anni e la cui riattivazione resta incerta e costosa. L’associazione solleva dubbi sulla solidità degli scenari delineati da Snam, specialmente in assenza dell’eventuale impiego del gas da parte di Eurallumina.   Sempre in merito al progetto di metanizzazione della Sardegna, permangono poi forti criticità legate all’assenza di un’analisi costi-benefici recente, indipendente e trasparente. Le analisi finora richiamate da Snam risultano infatti basate su studi antecedenti alle profonde trasformazioni del contesto energetico mondiale e italiano, determinate dalla crisi del 2021-2022 e da quella attuale, che hanno provocato un’estrema volatilità dei prezzi e delle forniture di gas. In questo contesto, la Sardegna potrebbe rappresentare un caso emblematico di transizione diretta dal carbone a un sistema energetico maggiormente elettrificato e autosufficiente, senza un passaggio strutturale al gas, opzione che ad oggi non sembra nemmeno essere stata valutata. Nelle risposte che Snam ha fornito a ReCommon su questo tema, la società fa sempre riferimento a un’analisi costi-benefici aggiornata nell’ambito del Piano Unico di Sviluppo 2025–2034, precisando che si tratta di una revisione interna elaborata dagli stessi soggetti promotori dell’infrastruttura e non di una nuova valutazione indipendente esterna.   Un altro elemento di incertezza che rimane è sulla coerenza tra il progetto di Snam, le infrastrutture previste tra fase 1 e fase 2 della metanizzazione e l’effettiva domanda di gas dell’isola, anche considerando la mancanza di dati pubblici dettagliati e indipendenti su domanda attesa, scenari di consumi e il livello di utilizzo delle infrastrutture previste nel medio e lungo periodo.   «Il piano di Snam allarga alla Sardegna la dipendenza dal gas, e in particolare dal gas naturale liquefatto importato, di cui soffre il sistema economico italiano, e chiude gli spazi per costruire  un sistema energetico realmente sostenibile. Questo carica sulle spalle delle generazioni future dei costi che né Snam, né il  governo vogliono stimare, e che si aggiungono ai gravi danni alla salute  delle persone e all’ambiente generati dal carbone» ha affermato Paola Matova di ReCommon.
April 29, 2026
ReCommon
Il valore dell’antifascismo: una parola ancora viva
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 25 Aprile 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Il 25 Aprile di quest’anno è stato diverso, e chi era in piazza lo ha sentito. Non la solita commemorazione affidata alle grandi città, ai cortei prevedibili, ai discorsi già scritti. Questa volta le piazze si sono moltiplicate: borghi, quartieri, centri piccoli che hanno scelto di esserci. Una partecipazione che non si concentrava, si diffondeva — come fanno le cose quando nascono davvero dal basso. E c’erano tutti. I vecchi che quella storia la portano ancora nel corpo, i giovani che l’hanno incontrata nei libri e l’hanno fatta propria. Insieme, senza che nessuno dovesse spiegare all’altro perché era lì. Le parole d’ordine erano contro la guerra, per la pace, contro chi usa la forza come unica lingua. La parola “antifascista” oggi non indica soltanto una posizione storica contro un regime del passato: richiama un criterio di giudizio sul presente. Ed è proprio questo che la rende scomoda. Quando una parola smette di essere soltanto commemorativa e torna a essere viva, entra nel campo della politica nel senso più profondo. Antifascismo non significa solo ricordare il ventennio come un evento concluso; significa esercitare una responsabilità attiva contro ogni forma di autoritarismo, di culto del capo, di manipolazione della paura. In questo senso è una parola-specchio: ci obbliga a guardare quanto di quel passato sopravviva oggi sotto altre forme nei linguaggi, nelle istituzioni, nelle nostre reazioni verso l’altro e nell’indifferenza verso i diritti altrui. Lo vediamo nelle piazze che si oppongono alla guerra, nelle reti di solidarietà verso chi fugge dai conflitti, nelle voci che rifiutano la normalizzazione della violenza. Qui l’antifascismo torna a parlare il linguaggio della pace e della responsabilità collettiva. Si manifesta nel rifiuto della logica delle armi: una pratica politica che si oppone alla forza bruta e riconosce nella militarizzazione del pensiero la premessa di ogni deriva autoritaria. C’è un’eredità profonda in tutto questo: l’antifascismo delle origini non fu un atto di obbedienza, ma una scelta di libertà. Migliaia di giovani decisero di rischiare la vita non perché costretti da una divisa o da un ordine superiore, ma per una decisione intima e radicale. Non combattevano per conquistare territori o per affermare la superiorità di una nazione, ma per rendere possibile una comunità di uomini e donne liberi. Il loro orizzonte non era il confine, ma il genere umano. Per questo la loro lotta si distingueva dalla guerra di conquista e dalla violenza esercitata come dominio: nasceva dalla responsabilità di costruire una storia diversa. Eppure oggi quella parola viene talvolta percepita come “sovversiva”. Non perché invochi la violenza, ma perché agisce come un contropotere critico rispetto a narrazioni che vorrebbero neutralizzare il confine tra democrazia e autoritarismo. Se tutto viene ridotto a opinione, se il dissenso contro la violenza del potere viene bollato come tradimento, allora l’antifascismo perde il suo statuto di fondamento civile e viene degradato a semplice etichetta ideologica. Non è un caso che persino nelle celebrazioni del 25 Aprile emergano tensioni e contestazioni. Gli episodi di disturbo o insofferenza verso richiami espliciti all’antifascismo mostrano che la memoria non è mai neutrale: resta un terreno vivo, attraversato da conflitti sul significato del presente. Anche le discussioni attorno alla presenza della Brigata Ebraica nei cortei ricordano quanto sia necessario distinguere tra memoria storica e uso politico della memoria. Difendere il ruolo della Brigata nella Liberazione è doveroso; altra cosa è piegare quella storia a schieramenti contemporanei. Quando la memoria smette di interrogare il presente e diventa giustificazione, tradisce sé stessa. L’antifascismo è il passaggio dal solipsismo del potere assoluto alla pluralità del “noi”. È la scelta di chi non accetta che la dignità umana venga sacrificata sull’altare del realismo politico o della forza militare. Difendere il pluralismo e la pace non è un esercizio retorico, ma la manutenzione quotidiana di un artificio delicato chiamato democrazia. In tempi di crisi, le società cercano spesso rifugio in linguaggi semplificatori: identità rigide, nemici interni, richiami all’ordine. L’antifascismo, al contrario, ricorda che la democrazia è complessità e conflitto regolato. È meno seducente di una risposta facile, ma è l’unica garanzia contro chi vorrebbe trasformare il cittadino in un soldato o in un suddito silenzioso. Una democrazia non dovrebbe temere la parola antifascista; dovrebbe riconoscerla come la propria linfa vitale. Se oggi appare sovversiva, è perché ricorda che la libertà non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un pensiero in cammino: ogni generazione deve decidere se custodirlo o lasciarlo consumare fino all’oblio. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALESSANDRO PORTELLI: > Una memoria che parla di conflitto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il valore dell’antifascismo: una parola ancora viva proviene da Comune-info.
April 29, 2026
Comune-info
Bussoleno: esposto alla Procura della Repubblica
Mentre si continua a parlare di avanzamento dei lavori della Torino-Lione, emerge con sempre maggiore evidenza un vuoto grave e tutt’altro che secondario: l’assenza della Valutazione di Impatto Sanitario per […] The post Bussoleno: esposto alla Procura della Repubblica first appeared on notav.info.
April 29, 2026
notav.info

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