Tecnopolitica, svolta totalitaria--------------------------------------------------------------------------------
Foto di Shamsudeen Adedokun su Unsplash
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La politica serve a governare e a decidere, quindi deve avere la capacità di
interpretare e gestire gli eventi, oltre la mera autoreferenzialità. Quando il
contributo avviene dall’esterno – l’associazionismo, fino ai movimenti
rivoluzionari -, oltre i partiti, con la partecipazione propulsiva delle varie
anime presenti nella società essa si arricchisce culturalmente e socialmente.
Questo tipo di coinvolgimento, in larga parte, è morto da tempo. I partiti, a
loro volta, dopo l’intrinseca crisi di riconoscimento a partire dagli anni
Settanta del secolo scorso, trasformati in qualcosa di diverso, attraversati da
fenomeni di portata globale, e da essi dominati, rimangono gruppi di interesse
particolare, distanti dalla materialità delle esistenze, e idonei solo a salvare
forme anacronistiche mentre la sostanza cambia.
Con l’arrivo di personalità forti, che concentrano il potere economico e
indirizzano la comunicazione, capaci, a modo loro, di interpretare lo spirito
dei tempi e comunque di influenzare le masse (Berlusconi, Trump, i sovranisti),
meglio di chi si erge dall’alto di un sapere tecnocratico (Draghi, Lagarde, von
der Leyen, Cottarelli, et similia), post-democrazia e post-verità sono diventate
la normalità da fronteggiare per salvare la democrazia e la politica stessa. Da
quando la tecnologia ha fatto passi da gigante, rimodellando il quotidiano di
ognuno, un presente inevitabile che avvilisce le facoltà umane, essa è diventata
strumento di potere a disposizione del potere. Una nuova Weltanschauung. Questo
reazionari e tecnocrati lo sanno bene. Le innovazioni applicate in qualsiasi
ambito economico, invece di snellire le attività non rappresentano altro che
manifestazioni aggiornate di servilismo. E creano una nuova forma di burocrazia
(digitale). Da un lato chi le distribuisce e padroneggia (sviluppatori, datori
di lavoro) e dall’altro chi le subisce (gli utenti, i lavoratori). Un processo
di alienazione continua con in più l’ansia da prestazione e la dipendenza da
contenuti e app. La tecnica al servizio di altri settori, come quello militare o
legato alla gestione dell’ordine pubblico, diviene mezzo di annichilimento oltre
le regole giuridiche nel primo caso, e corre il rischio di mutare, in senso
autoritario, i rapporti tra i consociati, nel secondo caso.
Se i soggetti che dovrebbero avere ruoli di autorevolezza e responsabilità
(genitori, educatori, esponenti delle istituzioni e delle forze armate,
operatori sanitari, titolari di azienda) abdicano al loro ruolo viene a crearsi
un vuoto difficile da colmare. Questa è una ferita aperta che ci trasciniamo dal
momento in cui certe incombenze sono state delegate, acriticamente, alla
tecnica. E adesso vengono a galla tutte le distorsioni prodotte. Pensiamo
all’uso dei telefonini sin dalla tenera età. Oramai il danno è fatto. Correre ai
ripari, attraverso le limitazioni, anche se tardive, può servire a recuperare
quelle facoltà cognitive disperse nel buco nero della rete informatizzata. La
crescita (anormale) velocizzata e mediata dalla tecnologia, ma che rallenta
l’apprendimento, e modifica le relazioni e le esperienze di vita. Quando poi
determinati episodi si verificano con una certa frequenza, sono i casi di
bullismo, omofobia, intolleranza, accoltellamenti, risse, e chiamano in causa
chi dovrebbe vigilare sui discenti, allora viene a concretizzarsi quella
ibridazione con la macchina, che sopperisce all’affettività e trasforma le
esistenze di quanti non sono in grado di padroneggiare gli stati d’animo.
L’educazione, il rispetto, sembrano essere qualcosa di un’altra epoca, perdute
nei meandri dell’odierna distopia. E con esse anche la prevenzione, l’invito al
dialogo e all’ascolto. Sostituiti dall’uso della forza, che per mezzo delle
leggi e dell’interventismo dei corpi dello Stato, disconosce le ragioni altrui,
imponendo un modello che criminalizza e punisce ciò che è considerato devianza.
Così, avviene in ambito di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico. Tutto
appartiene al calderone securitario, che si tratti di singoli cittadini che
vanno in escandescenza o di qualche fanatico religioso, fino alle manifestazioni
dal basso e non eterodirette, che turbano maggioranza ed opposizione
parlamentare, unite nel preservare il decoro dell’élite, e per questo incapaci
di spiegare le ragioni delle lotte sociali.
Per tale motivo il potere politico-mediatico tende a concentrarsi sui fatti di
cronaca, per evidenziare la violenza dei sudditi (i manifestanti) ma non quella
degli apparati e di chi dovrebbe tutelarli, ed oltre ad essere l’ennesima
operazione di distrazione di massa con dati gonfiati (quanti agenti feriti) e
opinabili, approfitta del clima di tensione creato ad hoc per far passare
provvedimenti legislativi di restrizione delle libertà. Fermi preventivi, misure
cautelari, utilizzo di dispositivi e mezzi tecnologici (i droni, l’intelligenza
artificiale, le telecamere, i controlli biometrici) che, da strumenti da
utilizzare in via eccezionale per garantire la sicurezza, rendono normale, in
nome di un astratto pericolo, l’osservazione delle masse.
Alla fine la tecnica serve a potenziare gli interessi che ci girano intorno:
quelli economici, che da una società in pieno stato emergenziale (reale o
creato) trovano beneficio (le tante piattaforme web, le strutture di
tracciamento e quelle detentive), e quelli di una ridefinizione del fare
politico pensato come reazione dell’uomo solo al comando. Dietro la retorica
della sicurezza si delinea la svolta totalitaria che conduce alla dissoluzione
della società.
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