ISRAELE ESPELLE TUTTE LE PERSONE TORTURATE A BORDO DELLA FLOTILLA. PRESIDI DI DENUNCIA IN TUTTA ITALIA
Espulsi tutti i 430 attivisti e attiviste della GSF II. La Farnesina fa sapere che tutti, inclusi tutti i cittadini italiani, sono decollati dall’aeroporto di Eilat con tre voli charter verso Istanbul. Questo dopo essere stati rapiti da Israele in acque internazionali, deportati ad Ashdod e qui vittime di violenze, anche sessuali, torture, botte, umiliazioni. L’aggiornamento da Maria Elena Delia, portavoce italiana della GSF Ascolta o scarica Rispetto a quanto accade quotidianamente agli oltre 10mila prigionieri politici palestinesi rapiti da Tel Aviv (almeno 89 dei quali ammazzati), in questo caso le telecamere hanno ripreso cosa sia davvero lo Stato di Israele, sedicente unica democrazia del M.O. E finirà agli atti dell’indagine della Procura di Roma il video diffuso  sui propri canali social dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, in cui appaiono i partecipanti alla missione inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena e derisi dallo stesso ministro. Il filmato finirà nel procedimento in cui i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in   che verranno ascoltati dalla Procura. Per una volta, le cancellerie occidentali si scandalizzano, Italia compresa. Convocato l’ambasciatore israeliano a Roma ed il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato  che “a nome del Governo italiano ho appena formalmente chiesto all’Alto Rappresentante Kaja Kallas di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri Ue l’adozione di sanzioni contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti”. Nel pomeriggio gli equipaggi di terra della Flotilla hanno organizzato diverse iniziative per denunciare l’accaduto e accogliere attivisti e attiviste: una anche a Brescia, in piazza Duomo, dalle ore 18.30, con un flash mob.   Ai nostri microfoni, Marco della redazione in collegamento dal flash mob bresciano Ascolta o scarica Dalla piazza bresciana, le interviste a: Cesare di Assenze Ingiustificate Ascolta o scarica Massimo del Movimento non violento Ascolta o scarica Sara Gielli Ascolta o scarica Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo Ascolta o scarica
May 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Val di Zena e Idice: gli amministatori in silenzio per l’Eternit(à)
Ancora discariche abisive.  – di Vito Totire (*) Idice-Zena: ancora smaltimenti abusivi; campa cavallo che la fibra cresce? Anni fa i cittadini residenti in val di Zena hanno attaccato cartelli di grandi dimensioni chiedendo «mettete in sicurezza la val di Zena». Ma qualcuno rema in senso contrario. A Monterenzio abbiamo riscontrato nel “solito posto” (dove furono smaltiti una tubazione in
Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale
Il 23 maggio ricorre il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. A Palermo, ogni anno, si tengono varie iniziative istituzionali e scolastiche, … Leggi tutto L'articolo Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Abitare il confine della memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Kelly Sikkema su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Due conversazioni parallele su memoria, frontiera e scrittura. Da una parte l’esperienza dell’esilio e delle lingue attraversate; dall’altra il confronto con Srebrenica e con la persistenza del trauma storico europeo. Il montaggio prova a mettere queste voci in relazione senza sovrapporle. Di questi temi — memoria, confine, lingua, testimonianza — Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro discuteranno insieme venerdì 22 maggio alle ore 18 alla libreria Libraccio, Via Nazionale 254. Un dialogo aperto sul rapporto tra scrittura e memoria nello spazio europeo contemporaneo, accompagnato dalle preziose presenze di Anilda Ibrahimi e Paola Del Zoppo. -------------------------------------------------------------------------------- Nelle parole di Gazmend Kapllani e Gabriele Santoro il ricordo non coincide mai con la semplice conservazione. Si costruisce invece dentro uno spazio instabile, fatto di spostamenti, ritorni, testimonianze incomplete, traduzioni. La memoria non custodisce soltanto ciò che è stato: modifica il modo in cui il presente continua a leggere il passato. Per Kapllani, la memoria nasce dentro l’esperienza dell’espatrio e della discontinuità. I suoi personaggi attraversano paesi e lingue diverse senza poter contare su una narrazione lineare dell’identità. Ricordare significa allora misurarsi con fratture, omissioni, reinvenzioni. Anche la lingua diventa parte di questo movimento: non una casa stabile, ma uno spazio da abitare ogni volta di nuovo. Nel lavoro di Santoro, invece, la memoria si confronta con la persistenza del trauma storico. Srebrenica non è soltanto un luogo della storia europea recente: è un territorio in cui il passato continua a produrre effetti, tensioni, rimozioni. Da qui nasce una scrittura che rinuncia alla voce definitiva e sceglie piuttosto una forma corale, laterale, fatta di documenti, ascolto, frammenti. Entrambi gli autori lavorano sul confine, non soltanto in senso geografico. Il margine diventa un punto di osservazione: una posizione da cui le narrazioni ufficiali perdono compattezza e mostrano le proprie contraddizioni. In questo spazio, la letteratura non interviene per semplificare o ricomporre, ma per restituire complessità alle relazioni tra memoria, storia e linguaggio. Tra le due conversazioni emerge una stessa idea di memoria: non qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si attraversa. Per Kapllani, il ricordo prende forma dentro l’esperienza dello spostamento, nella tensione continua tra lingue e appartenenze. Per Santoro, nasce invece dal confronto con un paesaggio segnato dalla guerra e dalla persistenza delle sue tracce. In entrambi i casi, però, la scrittura si muove in una zona di soglia, dove il racconto non può più coincidere con una versione unica o stabile dei fatti. È forse da questa posizione laterale che diventa possibile sottrarre la memoria tanto alla retorica identitaria quanto alla riduzione documentaria e interrogarsi anche sulla funzione odierna della letteratura e della narrazione. Le scritture di Santoro e Kapllani non offrono una sintesi: mettono in relazione voci, tempi e frammenti, lasciando visibili le fratture che attraversano il presente. Intervista a Gazmend Kapllani Tornare a parlare con Gazmend Kapllani significa ogni volta ritrovare una riflessione lucidissima sul rapporto tra memoria, migrazione e lingua come esperienza di attraversamento. In questa conversazione, il ricordo emerge non come appartenenza stabile, ma come movimento continuo tra identità, frontiere e narrazione. Gazmend, ciao, sono sempre felice quando posso dialogare con te. Comincio da una questione che mi preme molto, quella della memoria come oggetto statico, che a me non piace perché mi pare legato a un atteggiamento che rischia di essere autoritario sulla narrazione delle storie. Nei tuoi libri la memoria non è mai un archivio, ma un viaggio: un attraversamento continuo tra lingue, luoghi e identità. Che cosa significa, per te, ricordare quando il ricordo stesso è in movimento? È possibile una memoria che appartenga ai migranti, cioè a chi ha più di una patria e più di una lingua? Il soggetto della memoria e del passato e di una rilevanza immensa specialmente per l’uomo moderno. È nell’era moderna che la memoria e il passato diventa un soggetto di studio, dove si creano i musei per conservarla e mostrarla e Freud vuole trovare nell’atto del ricordare le cause del malessere dell’individuo e le risorse per la terapia. Una delle ragioni per cui la memoria diventa un oggetto così enorme nella modernità ha a che fare anche con il fatto che l’uomo moderno si sente espatriato e sperduto nella grande massa, progettato costantemente verso il progresso ed il futuro, senza più la bussola della tradizione per interpretare il mondo. Il successo straordinario del nazionalismo come ideologia e narrazione nell’era moderna sta anche nel fatto che è stato capace, più di ogni altra ideologia, di offrire agli espatriati della modernità un immaginario (oppure un’illusione) di continuazione tra passato, presente e futuro. Una casa tutta nuova e moderna piena di antichi oggetti che ci legano con il passato e la memoria. Da questo punto di vista a me interessa molto l’emigrazione e il migrato non solo perché ho una lunga esperienza personale dell’immigrazione, ma anche come un simbolo e metafora dell’uomo moderno espatriato. Alcuni personaggi nei miei libri vivono tra lingue e paesi diversi, dove l’atto di ricordare diventa più complesso perché la loro vita è fatta non di continuazioni ma di rotture, non di passi successivi ma di ripartenze. Il mondo in qui sono nati oppure vivono e diventato una trappola, un po’ come diventa per Dante una trappola il suo viaggio nel al di la, dove non ha capito nemmeno lui come e finito. Molti personaggi dei miei libri avrebbero con tanta voglia recitato Dante: Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita. Dante si è dato Virgilio per assisterlo a fare il suo viaggio, i miei personaggi di solito non hanno nessun Virgilio per indicare loro la strada. Devono inventarla, trovarla, crearla da soli. Cosi che ricordare per loro significa prima di tutto la capacita di raccontare questo viaggio tra luoghi, celi, lingue, diverse. Questo viaggio e la loro stessa identità, cosi che ricordare e raccontare e un atto di farsi una identità, di lacciare una traccia, tragicomica, in un mondo che è diventato una trappola. A questo punto mi permetti di leggere un brano dal mio primo romanzo Breve Diario di Frontiera – dall’ultimo capitolo del libro “Memorie di un espatriato” > Gli stranieri sono condannati a dialogare con i propri ricordi, con il proprio > passato. O meglio, sono condannati a prendere posizione rispetto a essi. > Alcuni, molti, forse la maggior parte, “scelgono” la strategia dell’oblio come > la più indicata data la loro condizione di espatriati. “Sbarazzatosi” del peso > del passato, lo straniero sente di poter affrontare meglio l’impervio cammino > che lo attende e in cui il ruolo che ricopre è quello del facchino, in senso > sia letterale sia metaforico. Del resto, lo status di migrante induce spesso a > un estraniamento da se stessi. Così a un certo punto si ha l’occasione di > perdersi, di mettere una pietra sul passato, di reinventarsi un’identità, una > nuova vita: tutto ricomincia da zero. Alcuni ci riescono, altri invece no. Ma > quando questo processo di rimozione fallisce, la memoria si vendica, i ricordi > tornano più vividi e cinici che mai spezzando tutte le catene e riempiendo > l’anima di grida che sovrastano le parole, di parole che fanno balbettare, di > fantasmi e di ombre che popolano gli incubi di notte e le nevrosi di giorno. > Infatti, quando si giunge a una rottura completa con i ricordi, si presentano > soltanto due alternative: seppellirli per sempre nell’oblio o arrendersi al > loro simulacro deforme. > > Ma ci sono anche quelli che invece preferiscono aggrapparsi ai ricordi e > trasformarli in una specie di scrigno in cui riporre l’orologio fermo della > vita precedente. Allora i ricordi somigliano a una veneranda mummia: si tratta > della “età dell’oro”, di qualcosa che non è mai esistito né mai esisterà. > Quanti conservano i loro ricordi e il loro passato alla stregua di “mummie > venerande” a volte sono ritenuti degli eroi in virtù della loro strenua > resistenza nei confronti del divenire. In realtà si tratta di un eroismo da > bancarotta: coloro che si mostrano inclini a questo genere di ricordi o sono > bloccati dalla paura o rifuggono da un presente che a loro pare doloroso per > trovare rifugio nell’idealizzazione del passato. > > Altri stranieri invece preferiscono intrattenere con i ricordi un rapporto più > distaccato. Non se ne sentono ostaggi ma neppure hanno la forza di > sopprimerli. Non considerano le loro radici né come scudo protettivo né come > marchio d’infamia. In questo caso i ricordi non sono una tradizione > sclerotizzata, nostalgia per le proprie radici e per gli odori del passato, un > orologio fermo, incompatibili con il presente. Non si tratta di ricordi > fossilizzati. Sono parte di un sé in perenne evoluzione. Sono il trampolino di > lancio che aiuta lo straniero a sperimentare i mutamenti con maggiore > autenticità e onestà, e se possibile con maggiore saggezza. «Sulla mia strada > ho incontrato il dolore, grazie al quale continuo ad andare avanti», recitano > i versi di una canzone dei migranti di Marsiglia. Questo incontro con il > dolore che ci fa continuare ad andare avanti è la condizione umana per > eccellenza. E il modo di raccontare questo incontro forma la trama stessa dei > nostri ricordi. > > Mi viene in mente allora che nel pensiero decoloniale, il border thinking è il > luogo da cui si guarda il mondo “dal margine”. Tu scrivi spesso dal confine, > fisico e simbolico: quanto questo sguardo liminale cambia il modo di > raccontare la storia collettiva? Cosa si vede, dalla soglia, che i centri non > riescono a vedere? > > Se posso parlare in un modo un po’ filosofico direi che il centro di solito > definisce il margine ed il margine di solito immagina il centro. È la > differenza tra definire ed immaginare. Ma credo che dal margine il mondo si > veda pieno di contraddizioni, di ambiguità e di una complessità irriducibile > ad ogni definizione. Per uno scrittore, la scelta tra vedere il mondo dal > centro o dal margine ha anche un grande valore etico ed estetico. Hannah > Arendt nel suo saggio Noi rifugiati, parlando della storia tormentata degli > ebrei, fa una distinzione tra il parvenu che vede il mondo dal centro e il > “paria consapevole” che non rinuncia a vedere sé stesso ed il mondo dal > margine. Scrive Arendt che tutta la tradizione ebraica della creatività, > dell’umanesimo, dell’intelligenza disinteressata, e della ironia viene da una > minoranza di ebrei – come Heine, Kafka eccetera – che non volevano diventare > dei parvenu e che hanno preferito la condizione del “paria consapevole”. Penso > spesso a questa distinzione di Arendt come scelta morale ed estetica. Una dura > scelta ma la sola secondo lei, che ti da la capacita di vedere la storia umana > non come un libro chiuso e la politica non come privilegio di un solo gruppo. > E questo penso che si vede sopra tutto dal margine (che non si vede sempre dal > centro): che la storia umana non è mai un libro chiuso. > > Sono d’accordissimo, e credo questo si connetta al pensiero che esprimevo > nella prima riflessione. La Storia tende a semplificare, la memoria a > complicare. Come si può raccontare un passato condiviso senza cadere né nella > retorica nazionale né nel vittimismo? E che ruolo può avere la letteratura nel > restituire la complessità del trauma storico? > > Storia e memoria, soggetto affascinante. Io credo che la storia, intesa come > ricerca storica, complica la memoria. Quello che la semplifica è la > commemorazione della storia, che ha a che fare con l’immagine che una comunità > vuole avere di sé stessa. E poi il nazionalismo aggressivo che combina in una > maniera paradossale e banale la vittimizzazione e la superiorità (“siamo stati > sempre vittime” e “siamo superiori”) trasforma la memoria ed il passato in una > caricatura dolorosa. In questi casi, la storia non si esplora, ma si apprende > a memoria perché diventa propaganda. Ma la letteratura complica anche la > memoria, perché ci ricorda la complessità dell’esistenza umana sulla terra: di > cui noi umani abbiamo una straordinaria capacità di scordarci continuamente. > Comunque io sono molto più interessato a quello che è avvenuto nel 20esimo > secolo, e che può succedere di nuovo, con la memoria. I regimi totalitari > hanno provato a controllare ed a cancellare del tutto la memoria. Io sono nato > e cresciuto sotto un regime totalitario in Albania. Ovviamente, ci sono sempre > state, nella storia umana, tirannie che hanno tentato di controllare o > addirittura cancellare il passato, di solito per cancellare la cultura e la > memoria di un gruppo oppure di una civiltà intera. Ma per la prima volta nella > storia umana ci sono stati nel ventesimo secolo regimi che hanno voluto > controllare in maniera assoluta e cancellare anche la memoria individuale, la > maniera in cui una persona umana si deve ricordare e raccontare il passato. > Nel 1984 diOrwell, Winston Smith comincia la resistenza contro il regime > totalitario con l’atto di ricordare in segreto. Dalla vita e sopravvivenza > sotto i regimi totalitari abbiamo appreso che la libertà di ricordare (e di > dimenticare) e connessa con la liberta di costruirsi una identità individuale > e va di mano in mano con la libertà di pensare, di ricercare, di creare, di > informarsi, di leggere, di scrivere, di raccontare. E per questo che nei miei > libri l’atto di ricordare è anche un atto di testimonianza, nel senso del > ribadire della identità individuale che è stata schiacciata dal terrore di > utopie collettivistiche come il comunismo, il fascismo, il nazismo – ma anche > dal nazionalismo ed il razzismo. La memoria nello stesso tempo rivela anche > l’ironia della storia nel senso che la storia umana non è una catena di causa > ed effetti ma di imprevedibilità. Viviamo in un tempo in cui la memoria è spesso usata come strumento politico, talvolta di potere. Come possiamo distinguere tra il ricordare come gesto di libertà e il ricordare come imposizione? E dove si colloca, in questo spazio, la responsabilità dello scrittore? Il ventesimo secolo – di cui siamo tutti eredi, anche quelli che non sono nati in quel secolo – e stato il secolo del trionfo e del collasso delle ideologie messianiche. Per questa ragione la memoria, individuale e collettiva, e diventata centrale perché e stata calpestata, controllata, malmenata, manipolata, esplorata in maniera dettagliata, glorificata. Gli S.S. ad Auschwitz dicevano ironicamente agli Ebrei: “non potrete raccontare perché non sopravviverete, e anche se sopravviverete nessuno vi crederà”. Ai Gulag di Stalin succedeva la stessa cosa. Raccontare: per me e questa la responsabilità e sfida principale dello scrittore, anche per quelli che non hanno per fortuna conosciuto Auschwitz e Gulag. Grazie per tutte queste risposte così precise nel pensiero. Prima di chiudere ti vorrei fare una domanda più relativa a una questione diversa, perché come sai mi occupo tanto di traduzione. Hai scritto che “ogni lingua è una casa, ma anche una frontiera”. Come cambia la memoria quando viene tradotta? La lingua in cui si scrive — o in cui si è costretti a scrivere — modifica il modo in cui ricordiamo e diamo forma al passato? La memoria non cambia quando viene tradotta ma suona in una maniera diversa, direi, come i vari strumenti in un’orchestra sinfonica. Penso che il fatto che io sono attratto a scrivere nelle lingue degli altri penso che ha da fare con questo: la diversità del suono che poi può dare un’altra forma al modo di esplorare e raccontare la memoria. Parlo di questo nel mio libro Mi Chiamo Europa dove rifletto sulla relazione che abbiamo con lingue diverse. Scrivendo in una lingua che non è la tua madrelingua, ricrei e rinnovi la tua identità, quella culturale, ma soprattutto, quando si tratta della scrittura, quella del narratore. L’immigrazione vuol dire ricominciare da zero la tua vita. Narrare in una lingua che non è la tua lingua madre è come cominciare la narrazione della tua vita dall’inizio. Credo anche che per potere avere una relazione creativa con la lingua che non è la tua madrelingua uno deve avere una relazione creativa con la lingua o con le lingue in cui si è creato l’immaginario primordiale. Penso che Nabokov, Conrad, e Arendt e molti altri ed altre che hanno creato grandi opere scrivendo in lingue che non sono la loro madrelingua (non a caso sono tutti e tutte migrati e rifugiati) non sarebbero cosi creativi senza una relazione fortissima con la loro madrelingua. -------------------------------------------------------------------------------- Intervista a Gabriele Santoro Con Gabriele Santoro la conversazione parte da Srebrenica, ma si allarga rapidamente al rapporto tra storia, testimonianza e scrittura. Ne nasce una riflessione sulla memoria come spazio ancora aperto, attraversato da voci, assenze e conflitti che continuano ad agire nel presente. In Nessun’altra casa, la memoria sembra nascere non da un archivio chiuso, ma da un movimento continuo tra ritorni, rovine, testimonianze e silenzi. Che cosa significa, per te, ricordare un luogo come Srebrenica trent’anni dopo il genocidio, quando il passato continua ancora ad agire nel presente? Srebrenica è la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci ha consegnato. Oggi Srebrenica non è solo questione di verità, giustizia e memoria del genocidio, ma ci pone dinanzi alla scelta di quale società vogliamo essere. Il dialogo o la barbarie del principio etnico della cittadinanza. Srebrenica è il posto in cui è necessario andare per comprendere la direzione che ha preso il mondo. È un luogo che richiede cura e attenzione. La storia e le storie non possono scivolare nell’oblio o essere soltanto terreno di battaglia tra memorie contrapposte e rischiare la deriva del negazionismo. Le condizioni di vita sono difficili e questa è una nuova sconfitta per la comunità internazionale. A ogni ripartenza da Srebrenica, ho sentito che sarei dovuto fermarmi un giorno in più. Non bisogna lasciare sole le persone ferite e coraggiose, vere costruttrici di pace, che animano anche questo libro. La memoria, in questo libro, è qualcosa che si conserva o qualcosa che si attraversa? La memoria non appartiene soltanto al passato. La memoria sopravvive soltanto nella misura e nell’estensione di chi ha la volontà di darle spazio. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. I luoghi s’intrecciano e vivificano nella memoria delle persone. I paesaggi, che ho attraversato in Bosnia e raccontato in questo libro, non sono intermezzi, ma ambienti del pensiero: luoghi attraversati – una biblioteca, un ponte, una fabbrica, la discendenza – che restituiscono la trama degli spazi in cui il dolore e la cura hanno preso forma; qui il montaggio diventa geografia, e le voci trovano un’eco materiale. Nel libro scegli spesso una forma corale, fatta di frammenti di vite, lingue e generazioni diverse. Hai scritto che “non c’è una voce unica che possa raccontare Srebrenica”: quanto questa impossibilità di una voce definitiva ha influenzato la struttura stessa del racconto? Le testimonianze sono un atto di resistenza alla frantumazione della realtà e dell’umanità provocata dalla guerra, e rappresentano un gesto di fiducia che affida la ricomposizione del conflitto al potere dell’immaginazione. Il lettore incontra biografie, gesti minimi, lessici diversi, e riconosce nella loro giustapposizione la verità frastagliata dell’esperienza. Questo libro non cerca la grande sintesi, non chiede al lettore di condividere un punto di vista, non costruisce una tesi. Offre qualcosa, credo, di più raro: una grammatica minima della responsabilità, fatta di soggetto, relazione, ascolto. La sua struttura corrisponde a questo intento e alla ricomposizione dei frammenti. La mia mente è piena delle immagini che popolano le storie e hanno popolato la mia scrittura. E cosa può fare la letteratura quando la storia ufficiale rischia di ridurre il trauma a numeri, cronologie o categorie astratte? Alla fine di una guerra restano soltanto le tessere del mosaico andato in pezzi delle vite di migliaia d’innocenti che non sono numeri. Come mi ha detto a Sarajevo, la ricercatrice Nirha Efendić, che ha visto scomparire 33 famigliari nel genocidio di Srebrenica, ogni memoria, ogni fotografia, ogni storia raccontata serve a rendere possibile il futuro. Il nostro futuro. Ogni immagine sottratta alla distruzione contraddice il progetto stesso del genocidio, che non voleva soltanto uccidere, ma annientare la possibilità che qualcuno potesse ancora dire “io ero qui”. Questo è vero per Srebrenica e per tutti i luoghi martoriati dai crimini di guerra. Questo libro è un archivio costruito dal basso, dalle famiglie, dalle madri, dai figli, da chi ha attraversato l’indicibile e ha continuato – nonostante tutto – a proteggere un frammento di memoria. La Drina, nel libro, non è solo un fiume: è una soglia geografica, storica e simbolica. Tu racconti spesso i margini, i territori di frontiera, i luoghi attraversati dalla frattura. Che cosa si vede da quei confini che il centro — politico, culturale o europeo — continua invece a non vedere? Il fiume Drina è l’asse simbolico e narrativo dell’opera. Scorre come una linea di continuità e di frattura, confine naturale e insieme spazio condiviso, luogo di passaggi e di ritorni. L’ho percorso come si percorre una memoria: con rispetto, esitazione, consapevole che ogni sponda conserva storie che non possono essere ridotte a un’unica voce. Sulla Drina ho percepito il senso più alto del confine non soltanto tra la Bosnia e la Serbia. In particolare conservo un ricordo. Il pomeriggio dopo la prima visita al Memoriale di Srebrenica, abbiamo trascorso alcune ore distesi sulla riva della Drina. In quel momento preciso per me è cominciato un processo di elaborazione di quanto avevo vissuto e le immagini hanno continuato a lavorare nella mia mente fino alla scrittura. Sui confini si osserva la loro porosità. Nel pensiero decoloniale si parla di border thinking come di uno sguardo che nasce dalla periferia della storia. Quanto il lavoro di ascolto fatto a Srebrenica ti ha costretto a mettere in discussione le narrazioni occidentali sulla guerra, sulla memoria e persino sull’idea di Europa? Dalla prima sera a Srebrenica ho capito e rapidamente dovuto elaborare di essere di fronte alla storia di un tradimento. Che fosse quello il sentimento più vivo e diffuso. L’Europa, che parlava di multiculturalismo e pluralità, aveva mai considerato come propri i morti e le sorti di Srebrenica? Quale responsabilità concreta avevano assunto le Nazioni Unite nel fallimento più irrimediabile della propria storia? Questo libro è anche un dispositivo di ascolto che ha assunto uno sguardo diverso. Come si ascolta ripetere nelle liturgie degli anniversari, se l’Europa è morta nel 1995 a Srebrenica, in tutti questi anni abbiamo fatto davvero poco per dimostrare che il genocidio pianificato, e attuato in presenza di forze militari europee, ci riguardasse direttamente. Così come ci interpellano tutte le vittime innocenti delle guerre jugoslave di ogni nazionalità. Questo libro esce dopo trenta lunghi anni dall’Accordo di pace di Dayton, ed è ancora difficile parlare di Srebrenica, e non solo di Srebrenica, perché non vogliamo considerare nostra quella storia, quando lo è. I suoi nodi non sciolti riguardano tutti dal ritorno dei nazionalismi all’idea stessa del vivere insieme. Nel libro emerge continuamente una tensione tra storia e memoria: da una parte i documenti, le sentenze, le prove; dall’altra le fotografie salvate, i racconti familiari, le assenze. Come si può tenere insieme queste due dimensioni senza trasformare il dolore “né in retorica né in spettacolo”? Il rapporto, tutt’altro che pacificato, e che continua a produrre rumore e a rappresentare un problema, tra storia e memoria. Non come categorie opposte, ma come due forme diverse di cura del passato. Questo libro traccia percorsi della memoria e della Storia mediante indagini e interviste, affidando al lettore dieci testimonianze, dieci storie che riuniscono tre generazioni e che rivelano dei confini invisibili, storie che raccontano di una società in cui carnefici e vittime vivono, oggi come allora, nella medesima strada. Nel moltiplicarsi di nessi la storia e le storie di Srebrenica non appaiono più solo come un fallimento collettivo internazionale, ma si fanno monumento, esse stesse luoghi della memoria in cui si può guardare, osservare, contemplare la contemporaneità, europea e non solo, raggiungendo una prospettiva visiva diversa, un pensiero per una pace difficile, laboriosa e necessaria. Hai scelto una scrittura che “non spiega: accompagna”. È anche una scelta etica? La guerra non è mai uno strumento della politica, ma con i suoi meccanismi di cause ed effetti, poi incontrollabili, produce l’unica certezza di voragini irreparabili nella vita delle persone. La scelta è stata di camminare al fianco delle persone nel processo ancora difficile di racconto delle ferite. Al contempo non ho rinunciato all’analisi. La guerra in Bosnia ha incubato e generato esiti che oggi vediamo moltiplicarsi nei molti scenari mondiali di conflitto aperti: la violazione del diritto internazionale, il calpestamento di quello umanitario, i disegni politici di pulizia etnica, il fallimento indotto delle Nazioni Unite e del suo progetto originale, il ritorno a un sistema internazionale basato sulla potenza e sulla prepotenza. Questa dimensione politica credo emerga tra le pagine di Nessun’altra casa. Di fronte a un trauma collettivo come il genocidio di Srebrenica, qual è il limite tra raccontare e appropriarsi del dolore degli altri? Scrivere di Srebrenica significa prendersi una grande responsabilità, non soltanto davanti ai fatti, alla Storia, ma soprattutto davanti alle persone. Le storie raccontate, messe per iscritto e condivise ampliano, rendono per sempre la vita dall’umana esperienza. Voci e destini che altrimenti sarebbero rimasti facilmente in silenzio, sarebbero caduti nell’oblio. Preservare le storie è un atto di cura e di responsabilità. È un modo di schierarsi contro l’oblio e l’indifferenza. Dimenticare non succede sempre improvvisamente. Spesso è un’onda che rifluisce lenta, in modo quieto, quando smettiamo di ascoltare e di porre domande. Cito un passaggio di una lettera molto toccante che ho ricevuto dalla comunità di Adopt Srebrenica dopo l’uscita del libro: “In questo modo le storie delle persone di Srebrenica possono vivere più a lungo, viaggiare di più e restare nella memoria di coloro che le ascolteranno e le leggeranno. Ringraziamo per la fiducia, il rispetto e il coraggio che ha permesso alle voci di Srebrenica di essere ascoltate oltre i confini di questo luogo”. Questo è esattamente il confine sul quale ho danzato per cinque anni, il tempo di questo percorso pieno di legami da custodire. Nel libro convivono testimonianze, reportage, traduzioni, parole trovate e parole perdute. Quanto la traduzione — non solo linguistica, ma anche emotiva e culturale — è parte essenziale del lavoro sulla memoria? Credo che la memoria non sia ciò che resiste al tempo, ma ciò che ciascuno di noi sceglie di salvare dal tempo. E che il nostro compito, oggi, sia ascoltare quelle immagini, quei resti, quelle parole che arrivano fino a noi non per chiedere consolazione, ma per ricordarci che la storia vive esattamente lì, nei luoghi in cui nessuno pensava che potesse restare qualcosa. Questa scelta richiede la traduzione dei frammenti per ricomporre le tessere del mosaico linguistico, emotivo e culturale. Non c’è storia senza memoria, perché senza le voci dei sopravvissuti i fatti rimangono muti. Ma non c’è nemmeno memoria senza storia, perché senza l’ordine delle prove la memoria rischia di diventare vulnerabile, manipolabile, preda delle identità ferite. Il lavoro di riscrittura le testimonianze cuce storia e memorie. Ti è capitato di percepire che alcune esperienze resistessero alla lingua, come se ci fossero eventi che nessuna parola riesce davvero a contenere? «Alcune storie sono raccontate a bassa voce, altre restano confinate nelle famiglie e molte non sono mai dette completamente. Molto spesso queste sono storie di persone a cui raramente viene data la possibilità di parlare. Persone, che siamo certi, avrebbero molto da dire. Ma il processo di traduzione non è scontato. Chi legge il libro, credo incontri l’immensa possibilità delle parole che qui incontra l’indicibilità dell’orrore dei crimini di guerra. Sì c’è un’immagine difficile da tradurre. La storia di un giovane uomo, detenuto nei campi di concentramento riapparsi nella guerra in Bosnia, che ha visto scambiata la propria libertà con la restituzione del corpo di un soldato ucciso. Questo scambio l’ha paradossalmente annientato. Ed è stato difficile trovare le parole». E in quei casi, quale può essere il compito della scrittura? Percorrere il buio e accorgersi della luce. In questo mosaico di storie e paesaggi irrompe una luce forte. È la resistenza della vita che si nutre della capacità di trovare ancora le parole e ascoltare il silenzio. Viviamo in un tempo in cui la memoria pubblica è spesso terreno di conflitto politico, negazione o manipolazione. Nel caso di Srebrenica, il negazionismo continua a essere una presenza concreta. Che responsabilità ha oggi uno scrittore o un giornalista quando decide di lavorare sulla memoria di una guerra? In Bosnia ho imparato soprattutto che per i sopravvissuti la guerra non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è difficile decifrare che cosa possa diventare. Rielaborare e affrontare la memoria della guerra in Bosnia da Srebrenica a Sarajevo significa occuparsi del presente del mondo pieno di guerre e divisioni. Questo è un lavoro lontano dai riflettori che assume uno sguardo di responsabilità. Questo è un libro in cui la letteratura dà i nomi. È l’urgenza più forte che ho avvertito nello scrivere. Dà voce alle persone e imprime i loro nomi, perché la narrazione della guerra spesso produce anche una spersonalizzazione. Nel tuo libro la “casa” sembra essere insieme un luogo reale e una domanda aperta. Dopo aver attraversato queste storie, che cosa significa per te il titolo Nessun’altra casa? Nel libro, la parola “casa” emerge come simbolo di tutto ciò che è stato perduto, ma anche come luogo in cui il passato, nonostante la brutalità della guerra, continua a vivere. Non sono solo le mura di un’abitazione che vengono distrutte, ma tutto ciò che esse rappresentano: le radici, la famiglia, il legame con una comunità. Ogni voce riporta è una testimonianza di perdita, un atto di resistenza contro l’oblio e la distorsione della memoria, una finestra sulla capacità di trovare un senso, anche nel dolore più insostenibile. Ho scelto di scrivere l’ultima pagina del libro con un’immagine molto forte. Dževada, una giovane donna nata durante la guerra, evoca un vuoto, un buco che resta dentro. Ma nella sua tessitura di una quotidianità complessa, nella ricerca di frammenti di felicità, c’è l’idea di portante di Nessun’altra casa. -------------------------------------------------------------------------------- * · Per approfondire il lavoro editoriale di Gazmend Kapllani e la ricerca letteraria sui confini culturali europei: Del Vecchio Editore * · Sul tema della memoria di Srebrenica e del lavoro internazionale di testimonianza e archivio: Srebrenica Memorial Center * · Per rileggere il testo di Hannah Arendt citato da Kapllani, Noi rifugiati, ancora centrale nel dibattito su esilio, identità e appartenenza: The Hannah Arendt Center – We Refugees -------------------------------------------------------------------------------- Paola Del Zoppo insegna Letteratura tedesca presso l’Università di Urbino, traduttrice letteraria e direttrice editoriale per Del Vecchio Editore, si occupa di studi letterari e culturali comparati, teoria della letteratura e delle connessioni tra studi sociali e politici e letteratura. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A CAROLINA MELONI: > Da una terra all’altra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abitare il confine della memoria proviene da Comune-info.
May 21, 2026
Comune-info
Washington prepara la guerra contro Cuba
Il 20 maggio 2026, giorno dell’indipendenza cubana, dagli Stati Uniti sono partite due operazioni simultanee contro Cuba. La prima: l’incriminazione annunciata dal Dipartimento di Giustizia statunitense contro Raúl Castro per i fatti del 1996 legati a Hermanos al Rescate. La seconda: il videomessaggio di Marco Rubio rivolto al popolo cubano, costruito con il linguaggio dell’“aiuto umanitario”, ma intriso della solita retorica coloniale con cui Washington tenta da decenni di parlare a Cuba come se fosse ancora una propria colonia. Non è una coincidenza. È una strategia politica coordinata. Da una parte criminalizzare la direzione storica della Rivoluzione cubana; dall’altra tentare di presentare gli Stati Uniti come “salvatori” del popolo cubano dopo aver contribuito per oltre sessant’anni al suo strangolamento economico. Rubio ha annunciato 100 milioni di dollari di “aiuti” da distribuire tramite ONG e Chiesa cattolica, accusando la direzione cubana della crisi economica dell’isola. Ma questa è forse la menzogna più oscena. Perché Rubio appartiene precisamente a quell’apparato politico che ha dedicato la propria esistenza all’asfissia economica di Cuba. È parte della macchina che sostiene il blocco, le sanzioni finanziarie, il sabotaggio energetico, l’isolamento bancario e le misure coercitive contro il popolo cubano. Prima strangolano un paese e poi si presentano con gli “aiuti”. Prima producono scarsità e poi accusano il socialismo della fame che loro stessi contribuiscono a creare. Rubio parla di diritti umani, ma il suo intero percorso politico è legato ai settori più aggressivi dell’estrema destra cubano-americana di Miami, cresciuta storicamente all’ombra della CIA, della guerra fredda, delle operazioni clandestine e dell’industria milionaria dell’anticastrismo. Dietro la retorica morale di Rubio esiste infatti un universo politico fatto di lobby, finanziamenti opachi, reti di potere e personaggi storicamente associati a corruzione, narcotraffico, riciclaggio e terrorismo anticubano. L’estrema destra di Miami non è nata come movimento democratico: è nata come continuazione politica, economica e criminale dei settori che dopo il 1959 persero privilegi, affari e controllo sull’isola cubana. Rubio è l’erede diretto di quella struttura. Non è un caso che durante la sua carriera sia stato coinvolto in numerose polemiche su fondi occulti, spese personali con denaro politico, relazioni con ambienti corrotti del Partito Repubblicano della Florida e protezioni costruite dentro il sistema di potere miamense. Non è un caso che figure vicine alla sua ascesa politica siano finite travolte da scandali di frode, riciclaggio e corruzione. E non è un caso che la sua carriera sia cresciuta proprio dentro quell’ambiente storico dove per decenni si sono intrecciati affari, politica, servizi d’intelligence, mafia anticastrista e denaro sporco. Eppure oggi Washington pretende di presentarlo come volto “democratico” della libertà. L’ipocrisia raggiunge il livello massimo proprio sul caso Hermanos al Rescate. Gli Stati Uniti raccontano la storia come se si fosse trattato di innocenti voli civili abbattuti senza motivo. Ma il Governo Rivoluzionario cubano ha ricordato che tra il 1994 e il 1996 furono denunciate oltre 25 violazioni deliberate dello spazio aereo cubano, comunicate ufficialmente agli organismi internazionali e alle stesse autorità statunitensi. Cuba avvertì pubblicamente che non avrebbe tollerato ulteriori provocazioni. Washington lo sapeva. E lasciò che accadesse. Perché l’obiettivo non è mai stato salvare vite. L’obiettivo era provocare Cuba. Creare incidenti. Alimentare tensioni. Costruire martiri mediatici utili alla propaganda anticubana. Lo stesso Governo cubano ha ricordato che gli Stati Uniti ignorarono deliberatamente gli avvertimenti ufficiali inviati alle proprie autorità e permisero che dal proprio territorio continuassero ad agire gruppi ostili contro Cuba. Ed è qui che emerge il vero nodo politico: gli Stati Uniti accusano Cuba di “violazione dei diritti umani” mentre continuano a sostenere guerre, occupazioni, sanzioni e operazioni di destabilizzazione in mezzo mondo. Con quale autorità morale Washington parla di diritti umani? Il paese di Guantánamo. Il paese dell’Iraq. Dell’Afghanistan. Della Libia. Dei colpi di Stato in America Latina. Delle sanzioni economiche che affamano i popoli. Rubio accusa Cuba di essere una minaccia. Ma Cuba non invade paesi. Cuba non possiede centinaia di basi militari sparse nel mondo. Cuba non fonda la propria economia sull’industria bellica. Cuba non esporta guerre. Cuba manda medici. Cuba manda insegnanti. Cuba manda vaccini. Cuba forma gratuitamente studenti stranieri provenienti dai paesi più poveri del pianeta. Questa è la differenza storica che l’impero non riesce a sopportare: gli Stati Uniti esportano guerra; Cuba esporta solidarietà. Anche chi non condivide il socialismo cubano dovrebbe comprendere una verità elementare: nessun tribunale statunitense, nessun Marco Rubio e nessun governo straniero hanno il diritto di decidere il destino del popolo cubano. Perché quando un impero pretende di stabilire quali paesi abbiano diritto alla sovranità e quali no, il problema non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il futuro stesso del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli. L’incriminazione contro Raúl Castro non è giustizia. È guerra politica. È propaganda imperiale travestita da legalità. È il tentativo disperato di criminalizzare una Rivoluzione che, nonostante blocco, terrorismo, sabotaggi, isolamento e sessant’anni di aggressioni, continua a non piegarsi davanti a Washington. E forse è proprio questo che gli Stati Uniti non riescono a perdonare a Cuba: il fatto che una piccola isola assediata abbia avuto più dignità, più coraggio e più umanità di un impero intero. Perché l’impero può comprare governi, finanziare campagne mediatiche, imporre sanzioni, fabbricare accuse e minacciare il mondo con la propria potenza militare. Ma davanti a Cuba continua a fallire nel punto essenziale: non è riuscito a piegarla, non è riuscito a farla obbedire, non è riuscito a metterla in ginocchio. Ed è per questo che continua ad attaccarla. Perché Cuba rappresenta tutto ciò che l’impero teme di più: un popolo che, nonostante fame, isolamento e aggressioni, ha scelto di restare sovrano invece di diventare servo. i di parlare a Cuba come se fosse ancora una propria colonia. Federica Cresci Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista Redazione Italia
May 21, 2026
Pressenza
Il Global Sumud Land Convoy invita le autorità della Libia Orientale a onorare gli impegni per un passaggio sicuro
Il Global Sumud Land Convoy (GSLC) chiede alle autorità di sicurezza in Libia e nella Mezzaluna Rossa libica di riprendere urgentemente il coordinamento e di tradurre le garanzie dichiarate in azioni concrete, a seguito di un’inspiegabile interruzione delle comunicazioni al valico di Sirte. Nell’incontro di ieri, i rappresentanti del GSLC hanno incontrato le autorità di sicurezza libiche e la Mezzaluna Rossa libica. Il convoglio ha consegnato una lettera ufficiale chiedendo supporto per il suo passaggio attraverso il territorio libico ed entrambe le parti hanno concordato di tenere un incontro di monitoraggio per finalizzare le procedure di consegna e gli accordi di attraversamento. Nonostante tale accordo, non ha avuto luogo alcun incontro di monitoraggio. Da questa mattina, gli organizzatori del convoglio hanno inviato ripetute comunicazioni, tra cui una data confermata per la riunione concordata, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. Gli organizzatori del GSLC riconoscono le dichiarazioni positive precedentemente rilasciate dalle autorità libiche e dalla Mezzaluna Rossa libica. Ora è necessario dimostrare questa buona volontà. Le parole di sostegno e un accordo concreto per incontrarsi non possono essere lasciati disgiunti dai fatti. Il GSLC è una missione umanitaria civile. Ne fanno parte partecipanti provenienti da oltre 20 Paesi, tra cui professionisti del settore medico, ingegneri, educatori e osservatori legali. Ha completato tutte le fasi precedenti del suo viaggio in collaborazione con le autorità ospitanti e senza incidenti. I palestinesi di Gaza non possono aspettare. Chiediamo alle autorità libiche e alla Mezzaluna Rossa di onorare i loro impegni, rispondere alle comunicazioni in sospeso e adottare misure immediate per consentire a questo convoglio di procedere. Ogni giorno di ritardo è un giorno in cui l’assedio regge. Global Sumud Flotilla
May 21, 2026
Pressenza
CARCERE: SITUAZIONE AL LIMITE DEL DISUMANO, “SI VIENE MURATI VIVI”. IL RAPPORTO DI ANTIGONE
È stato presentato martedì 19 maggio, a Roma, il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia. Un report che fotografa un sistema penitenziario sempre meno accessibile alla comunità esterna e in cui i detenuti passano sempre più tempo in cella, al punto che il titolo scelto per questo nuovo rapporto inerente l’andamento degli ultimi 12 mesi è “Tutto chiuso”. Il rapporto evidenzia infatti non solo il consolidamento di alcuni dei problemi ormai strutturali del sistema carcerario italiano – sovraffollamento in primis – ma per la prima volta registra un rallentamento, e in alcuni casi un vero e proprio arretramento, del sistema delle misure alternative alla detenzione. Un sistema penitenziario sempre più punitivo e lontano, quindi, dai dettami costituzionali in materia, in cui le presenze continuano ad aumentare non per un effettivo aumento della criminalità – in diminuzione -, bensì per le politiche messe in atto da questo governo. “Il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio – scrive Antigone nella presentazione del rapporto, e aggiunge –  Oggi oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata chiusa in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica. Negli ultimi mesi circolari del DAP hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno. Nel promuovere queste misure si è fatto spesso riferimento a presunte questioni di sicurezza all’interno degli istituti eppure, proprio a partire da queste misure, è cresciuta la tensione, come dimostrano ancora una volta i dati. Più carcere non significa più sicurezza.” Ai nostri microfoni, Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone Ascolta o scarica
May 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Bolivia: Manifestanti circondano la capitale chiedendo la rinuncia del presidente
Indigeni, contadini e sindacalisti hanno cercato di entare in Plaza Murillo, dove si trova la sede del governo, ma sono stati repressi, quattro morti. Questo lunedì, l’affollata marcia di migliaia di attivisti sociali, indigeni e sindacalisti è giunta a La Paz proveniente dall’altipiano boliviano nell’ambito dello sciopero generale contro il presidente, Rodrigo Paz, e le […]
Costituito il Coordinamento antifascista per la Costituzione nel IV municipio di Roma
La consapevolezza del progetto eversivo del governo Meloni verificato nel corso dell’attuale legislatura e il costante tentativo di manomettere la Costituzione come la recente proposta referendaria hanno portato nel IV municipio di Roma, alla costituzione del Coordinamento antifascista per la Costituzione. Su iniziativa del circolo Anpi Caterina Martinelli e con il contributo della Camera del lavoro Cgil Roma est, il 20 maggio si sono ritrovate forze politiche democratiche di diverse collocazioni (Pd, M5S, SI , PRC, Roma futura, Sinistra civica ecologista) e mondo dell’associazionismo (V zona, Diversamente SCUP, gruppo Incontri). Tutte con l’ambizione di coinvolgere altre realtà sociali, ma con riferimenti precisi, così come indicati dal voto del 22 e 23 marzo: antifascismo e Costituzione. Contrastare l’affermarsi di una realtà in cui il monopolio della ricchezza e della forza si accompagna all’aumento delle disuguaglianze e del razzismo significa per il neonato Coordinamento contrastare la cultura reazionaria e fascista. Nella fase distopica di questi anni e a fronte dei periodici attacchi all’assetto costituzionale, vivificare e attuare la Costituzione nata dalla Resistenza è una scelta prioritaria per riqualificare la democrazia. Il Coordinamento antifascista per la Costituzione, trovata l’unanimità del percorso, ha definito una prima iniziativa pubblica e avviato la riflessione per i futuri appuntamenti. Se la vittoria del No alla legge Nordio Meloni è una pietra miliare, le proposte di legge di iniziativa popolare (sanità, appalti e grandi ricchezze) sottoposte alla firma dei cittadini rappresentano un pungolo e un sostegno. Per farla breve, sembra che ci sia un fermento democratico e che il vento cominci a cambiare direzione.   Redazione Roma
May 21, 2026
Pressenza
A inizio maggio 2026, il gruppo vicentino Acciaierie Beltrame ha presentato alla Città metropolitana di Torino un’istanza per avviare la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) con un obiettivo preciso: rimettere in funzione il forno elettrico ad arco con colata continua dello stabilimento di San Didero. L’impianto, chiuso ormai da dodici anni, potrebbe tornare a produrre acciaio. Si parla di un investimento previsto di 40 milioni di euro, una capacità produttiva dichiarata di 800mila tonnellate all’anno e, secondo le prime comunicazioni aziendali, di 150 nuovi posti di lavoro in un territorio che negli ultimi dieci anni ha conosciuto soprattutto crisi, cassa integrazione e promesse tradite. https://www.notav.info/post/il-ritorno-del-forno-elettrico-ad-arco-a-colata-continua-il-sospetto-di-non-valere-nulla/ Con l’ex sindaca e cittadina di San Didero Loredana Bellone abbiamo parlato della storia dell’acciaieria ma anche del passato industriale della Val di Susa, tra mancate bonifiche, nocività e licenziamenti. Appuntamento venerdì 29 maggio alle 20:30 al Polivalente di San Didero per parlare dell’eventualità della riapertura, delle preoccupazioni e dell’opposizione che si sta creando al progetto.
May 21, 2026
Radio Blackout
Avviso Pubblico fa 30 anni
Il 22 maggio l’assemblea nazionale a Roma «Mettiamo il Bene in Comune. Avviso Pubblico. Trent’anni di impegno per la legalità, contro mafie e corruzione».  È il titolo dell’assemblea nazionale di Avviso Pubblico che si svolgerà a Roma, il 22 maggio, presso la Sala della Protomoteca, Musei Capitolini, a partire dalle ore 11 (con registrazioni dei partecipanti dalle ore 10:30). L’assemblea di
Proposta di legge elettorale: l’Audizione di Carteinregola in Commissione Affari Costituzionali
Il 19 maggio 2026 l’Associazione elettorale è stata audita nell’ambito dell’esame delle proposte di legge C. 157 Magi, C. 2236 Pavanelli, limitatamente all’articolo 5, e C. 2822 Bignami, recanti «Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica», nel gruppo delle associazioni di cui facevano parte anche ARCI nazionale e ACLI nazionale. Riportiamo il testo dell’intervento di Carteinregola e i link per scaricare gli interventi delle altre associazioni e quelle dei costituzionalisti che spesso hanno partecipato alle nostre iniziative: Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Roma «Sapienza», Enrico Grosso, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino, Francesco Pallante, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino, Massimo Villone, professore emerito di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli «Federico II». Nella sezione Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali sono presenti i materiali di tutte le audizioni. SCARICA Atto Camera: 2822 La registrazione dell’audizione sulla web tv della Camera Legge elettorale – Azzariti, Clementi, Caruso, Grasso, Violini, professori; Carte in Regola, ACLI, ARCI, associazioni Intervento Carteinregola a 1h 43′ ca da inizio Scarica Memoria ACLI, Memoria ARCI Memoria Azzariti Memoria Villone, Memoria Pallante, Memoria Grosso scarica Memoria The Good Lobby per il voto ai fuori sede TESTO INTERVENTO ASSOCIAZIONE CARTEINREGOLA ALL’AUDIZIONE INFORMALE DEL 19 MAGGIO 2026 PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI NELL’AMBITO DELL’ESAME DELLE PROPOSTE DI LEGGE C. 157 MAGI, C. 2236 PAVANELLI, LIMITATAMENTE ALL’ARTICOLO 5, E C. 2822 BIGNAMI, RECANTI «DISPOSIZIONI IN MATERIA DI ELEZIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E DEL SENATO DELLA REPUBBLICA» Egregio Presidente, Illustri Onorevoli, desidero ringraziarvi per aver invitato l’Associazione di cui sono Presidente, Carteinregola, all’Audizione informale nell’ambito dell’esame dei progetti di legge riguardanti  “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, un tema molto importante per la cittadinanza e per la nostra democrazia. Carteinregola è un’associazione di cittadini attivi senza connotazioni partitiche, nata 13 anni fa principalmente con l’obiettivo della  promozione della trasparenza e della partecipazione, e per il monitoraggio delle norme che riguardano  la tutela del patrimonio collettivo, i diritti e la qualità della vita dei cittadini. Il nostro intervento non tratterà aspetti tecnici e giuridici,  che altri relatori hanno già affrontato e affronteranno con competenza e profondità, ma intende osservare la proposta di legge dal punto di vista della trasparenza e della partecipazione dei cittadini e delle cittadine, che  sono chiamati a  eleggere i propri rappresentanti, un  punto di vista che in democrazia deve essere ostinatamente preservato.   Il progressivo aumento dell’astensionismo  è un dato allarmante, che dovrebbe far preoccupare chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia in Italia,  di cui il voto della cittadinanza  è il fondamento e la condizione essenziale. I dati sull’affluenza ci dicono che siamo passati dal 92% nel 1948, all’83% nel 2006, al 73% nel 2018 e al 64% nel 2022. Una flessione assai  preoccupante. Per quanto questa tendenza sia la conseguenza di più fattori, resta  indiscutibile che il  dato rifletta un progressivo allontanamento delle persone dalla politica, soprattutto dai partiti,  una manifestazione della sfiducia di una grossa fetta dell’elettorato nella possibilità che il proprio voto possa contribuire alla costruzione di una società che rispecchi le sue aspirazioni. Da anni in Italia si motivano le  numerose modifiche delle leggi elettorali, così come  anche questo Disegno di legge 2822 di cui oggi parliamo, con l’esigenza di “governabilità”, di “stabilità”.   Come già osservato anche in questa sede  da voci autorevoli di cui condividiamo molti punti di vista, la “stabilità”, ammesso che questo disegno di legge possa assicurarla, non può essere a discapito della rappresentanza, fondamento della nostra democrazia e della Costituzione italiana. Privare le cittadine e i cittadini della possibilità di dare la propria preferenza a chi si   candida,  imponendo scelte calate dall’alto dai vertici dei partiti;  moltiplicare  candidature che  spesso non hanno alcun rapporto con i territori; mandare in Parlamento percentuali di eletti  che non rispecchiano le percentuali dei voti  espressi dall’elettorato; ridimensionare  il ruolo del parlamento  con il continuo ricorso ai  decreti-legge  spesso convertiti attraverso la  fiducia;  sono tutti aspetti  che fanno sì che la cittadinanza percepisca il parlamento come  un  consesso di personaggi che poco hanno  a che fare non solo con le loro scelte elettorali, ma anche con le loro vite e con i loro problemi. La sorprendente  partecipazione  al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, un referendum su un tema assai complesso, con connotazioni tecniche incomprensibili ai più  e che fino a meno di tre mesi dalla data della consultazione era  rimasto fuori dai radar dell’informazione,  ha dimostrato che la crescita dell’ astensionismo non è  un ineluttabile fenomeno del nostro tempo, ma che al contrario, quando sono in ballo valori costituzionali assai sentiti dall’elettorato, anche da quello più giovane, le persone  rispondono e si mobilitano. Come Carteinregola ad ogni appuntamento elettorale,  con il nostro gruppo di lavoro, Laboratorio per una politica trasparente  e democratica,   cerchiamo di promuovere una approfondita informazione sulle modalità del voto,  sui programmi elettorali di ogni partito –  mettendo a confronto le proposte sui temi di cui ci occupiamo -, sulle liste e sui  profili di chi si candida (nel Lazio), sollecitando candidati e partiti a impegnarsi  a loro volta per la partecipazione dei cittadini, non solo in occasione del voto ma sempre, con una presenza costante  sui territori,  rendendo le  campagne  elettorali  solo  il  passaggio di un percorso. Ci stiamo impegnando per far conoscere anche questo  Disegno di legge elettorale 2822, perché  solleva temi  che a nostro avviso meriterebbero  un dibattito assai più importante e diffuso, mentre  finora sono rimasti in un ambito strettamente parlamentare o partitico. Le principali  fonti di informazione, se ne parlano,   si soffermano soprattutto sulle contrapposizioni  tra maggioranza e  opposizione, senza spiegare i contenuti del provvedimento. Ma senza un adeguato dibattito pubblico sui provvedimenti che si adottano, non si avranno elettrici ed elettori  consapevoli, capaci di comprendere  le ricadute per la nostra democrazia di quanto si sta apparecchiando. Venendo alla proposta di legge, il nostro primo rilievo  riguarda il momento  scelto per l’approvazione di una legge elettorale. Come altri hanno già osservato, non si può approvare una legge elettorale   che cambia le regole, a meno di un anno dalle consultazioni elettorali. E’ una prassi irrispettosa delle istituzioni e degli elettori. Entrando nel merito, ponendoci dal  punto di vista della cittadinanza  condividiamo anche molte delle obiezioni mosse al DDL da altre autorevoli persone audite. Quale  rappresentanza  Come ricordato da alcuni interventi che ci hanno preceduto,   il valore primario della legge elettorale in un sistema parlamentare è l’effettiva rappresentatività dell’assemblea rappresentativa, non la stabilità governativa. Questo disegno di legge a nostro avviso comprime ulteriormente la rappresentanza, con il “premio di governabilità,   definito giustamente “abnorme”, dato che può produrre artificialmente  maggioranze che non riflettono  le scelte  dell’elettorato, creando  un evidente squilibrio tra i voti raccolti  da partiti e schieramenti nelle urne e i seggi attribuiti alla Camera e al Senato. Il diritto  di scegliere i propri rappresentanti Suscita in noi grande preoccupazione la scelta, che continua ad essere operata anche in questa proposta di legge, delle liste bloccate.  “L’elettore può  esprimere  il proprio voto solo in favore di una lista di partito”, da sola o incoalizione con altre, “su una scheda dove sono già prestampati  i nomi dei candidati delle liste” di collegio, con  il blocco dei candidati sulle liste circoscrizionali per l’attribuzione del premio.  Persone candidate  scelte dai partiti e imposte all’elettorato, facendo venir meno il rapporto, che dovrebbe essere necessario,  tra elettore ed eletto. Distorsioni accentuate dalla possibilità per chi si candida di presentarsi in più collegi. Infatti la proposta prevede che “sono confermate le pluricandidature: il medesimo candidato può presentarsi nelle liste circoscrizionali per l’assegnazione del premio e, contemporaneamente, in fino a cinque liste di collegio plurinominale”. Ciò significa che il seggio, al quale l’elettore  pensa di aver contribuito con il suo voto, potrà essere assegnato a una figura  diversa da quella indicata nella scheda. Il “premierato mascherato” Altro elemento di preoccupazione è la richiesta di indicare nel programma elettorale il nome del candidato proposto come Presidente del Consiglio. Concordiamo con chi  l’ha definito “premierato mascherato” e con chi ha giustamente osservato  che “le elezioni servono a eleggere il Parlamento, non il Governo”. Non bisogna temere il  pluralismo In questi anni abbiamo assistito all’approvazione di leggi che a nostro avviso scardinano principi costituzionali,  come l’Autonomia Regionale Differenziata, contro cui  la nostra associazione si batte da tempo, ma anche come la riforma costituzionale della magistratura, fallita grazie al referendum, riforme  blindate dalla maggioranza, senza alcun confronto con le opposizioni.  Vediamo in questa proposta di  legge elettorale  un ulteriore slittamento verso un sistema  che, oltre a  comprimere  una effettiva rappresentanza, annulla il necessario pluralismo: il parlamento dovrebbe riflettere l’articolazione delle opinioni politiche del corpo elettorale ed essere sede di dialogo e di confronto tra tutte le forze politiche, nella misura in cui rappresentano parti dell’elettorato, non un agone dove prevale una maggioranza creata artificialmente. Questa proposta di legge quindi, a nostro parere,  non è migliorativa di nessuno degli aspetti critici che riguardano i diritti dei cittadini e il rapporto fra chi vota e chi viene eletto o eletta. Sarebbe auspicabile che le forze politiche ne fermassero l’iter  e avviassero una riflessione ampia e condivisa. Chiediamo di restituire alle cittadine e ai cittadini la possibilità di scegliere chi li rappresenterà  e di sapere a chi danno il voto. Chiediamo di riaprire le porte del confronto  politico, non solo  nei consessi ristretti dei partiti, o nei salotti televisivi, o negli happening elettorali,  ma  di riportarlo  nei territori, tra le persone,  con  uno scambio che non teme critiche.   Chiediamo di favorire la partecipazione al voto, con un’informazione trasparente e facilmente accessibile sui programmi  e sulle persone candidate, abbandonando  la narrazione che mette al centro della scena solo i  leader e i ping pong  sul fatto del giorno. Infine ci uniamo alle associazioni che da anni portano avanti proposte  sul tema, per chiedere  un impegno  per rendere effettivo il diritto di voto anche per i cosiddetti “fuori sede”,   un diritto che riguarda molte categorie che per lavoro o per esigenze personali vivono lontani dal luogo di residenza, ma che riguarda  soprattutto i giovani,  cui spetta farsi parte attiva  nelle scelte per il  futuro del nostro Paese e raccogliere il testimone dei valori che ci sono stati tramandati, a cominciare da quelli  della nostra Costituzione. Associazione Carteinregola Anna Maria Bianchi, Presidente con Isabella Pierantoni Roma, 19 maggio 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
May 21, 2026
carteinregola

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