Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco. La ricostruzione […] L'articolo Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile su Contropiano.
April 8, 2026
Contropiano
GrandiEventi&GrandiSpeculazioni@ZazieNelMetrò 9/4
SPORT E PROFITTO SONO ORMAI UN BINOMIO INSCINDIBILE: DIETRO LA RETORICA DELLO SPETTACOLO E DELL’ORGOGLIO NAZIONALE SI NASCONDE UNA SCIA DI ECOMOSTRI INCOMPIUTI, COLATE DI CEMENTO E MONTAGNE DI DENARO PUBBLICO DRENATO A FAVORE DI SPECULATORI E GRANDI INTERESSI IMMOBILIARI, VERI REGISTI DELLO SVILUPPO URBANO. ATTRAVERSO LEGGI SPECIALI, COMMISSARIAMENTI E DEROGHE, VENGONO AGGIRATI DIRITTI E TUTELE FONDAMENTALI, SACRIFICANDO AMBIENTE, SALUTE E TERRITORI SULL’ALTARE DELL’EMERGENZA E DELLA VELOCITÀ. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi di Milano-Cortina, raccontate come “a costo zero” mentre il conto reale si misura in consumo di suolo, emissioni di CO₂, disboscamenti e perdita di biodiversità. Lo vediamo oggi a Bagnoli, a Napoli, dove l’area dell’ex Italsider — in attesa di una bonifica da oltre trent’anni — rischia di essere nuovamente piegata agli interessi dell’America’s Cup, rinviando ancora una volta giustizia ambientale e diritto alla salute. In territori segnati dall’abbandono e dall’incuria istituzionale, il copione si ripete. Tutto questo in nome di eventi che promettono sviluppo, prestigio e benessere diffuso, ma che producono privatizzazione degli spazi, cementificazione e disuguaglianze, lasciando profitti a pochi e macerie a molti. Perché questo meccanismo continua a riprodursi indisturbato a ogni grande evento? Cosa resta davvero, una volta spenti i riflettori? E soprattutto: quali strumenti abbiamo per opporci a questo modello di sviluppo e costruire alternative? Ne parliamo con Duccio Facchinetti direttore di Altreconomia, Antonella Mautone giornalista freelance, la fotografa Flavia Bravetti e alcun@ rappresentati dei Comitati che si oppongono a questi scempi. Zazie nel metrò – Via Ettore Giovenale, 16 (Pigneto) L'articolo GrandiEventi&GrandiSpeculazioni@ZazieNelMetrò 9/4 proviene da Romattiva.
April 8, 2026
romattiva.org
MEDIO ORIENTE: USA E IRAN ANNUNCIANO 15 GIORNI DI CESSATE IL FUOCO. ISRAELE ATTACCA ANCORA LIBANO E PALESTINA
In Iran si fermano, dopo 40 giorni, le bombe e si torna a un tavolo negoziale, per 15 giorni. Trump ha dato l’ok a 2 settimane di cessate il fuoco, non è chiaro da quando, mediato dal Pakistan. Washington precisa che lo stop vale “a condizione che l’Iran acconsenta all’apertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz” (in foto). L’Iran ha accettato la proposta anche grazie all’intervento della Cina. Il primo round di trattative per un accordo complessivo è previsto a Islamabad venerdì. Dovrebbero esserci il vicepresidente JD Vance, oltre a Witkoff e Kushner. Ad annunciare l’intesa è stato il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif, che parla di cessate il fuoco immediato e ovunque, “inclusi il Libano e altrove”. Subito Israele prova, come già fatto in Palestina e nello stesso Libano, a minare l’accordo per tornare alla guerra totale e permanente; Netanyahu prima si dice “sorpreso” dall’accordo, obbligato ad accettarlo dagli Usa, ma “sul Libano nessun’intesa”. All’alba nuovi raid, con 8 morti e 22 feriti a Sidone, con il totale delle vittime dal 2 marzo arrivato a 1538 morti e 3mila feriti. La corrispondenza da Beirut, per Radio Onda d’Urto, di David Ruggini, capomissione di Un Ponte Per in Libano. Ascolta o scarica. Anche in Iraq l’accordo vale, tanto che le milizie sciite fanno sapere di avere aderito al cessate il fuoco. Sempre in Iraq dopo 7 giorni di prigionia la giornalista americana Shelly Kittleson è libera. Khataib Hezbollah, che l’ha rapita il 31 marzo a Baghdad, ne ha annunciato il rilascio. In cambio della liberazione di alcuni prigionieri del gruppo e a condizione che la reporter lasci il Paese Così la situazione, fluida, dentro e fuori dall’Iran. Di Palestina invece non parla nessuno: Trump torna a minacciare la Resistenza palestinese, imponendo la resa e il disarmo totale, mentre Israele continua a colpire, tanto in Cisgiordania (3 feriti a Masafer Yatta e raid di coloni e polizia vicino a Betlemme) quanto a Gaza, dove torna a scarseggiare il cibo visto il perdurare dello stop ai valichi, mai riaperti davvero nonostante l’accordo ormai di ottobre. L’Oms rilancia l’allarme sanità per le condizioni drammatiche in cui vivono oltre 2 milioni di palestinesi. Sul fronte economico, l’Iran dovrebbe riaprire nelle prossime ore lo Stretto di Hormuz, in accordo con l’Oman, altro paese rivierasco. Sui mercati il petrolio perde il 18%, scendendo sotto i 95 dollari al barile. Il gas (-16%) è invece sotto i 45 dollari. Cresce di valore, dopo settimane di crollo, il Bitcoin, sopra i 70mila dollari.
April 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Spazio Regaldi: al via la C8PA 2026
Inizierà il prossimo lunedì 13 aprile la quinta edizione del C8PA, il torneo di calcio popolare autogestito che negli anni è diventato un appuntamento atteso e partecipato da squadre, associazioni e comunità del territorio. Un torneo che mette al centro ciò che conta davvero: accessibilità, inclusione, rispetto, mutualismo e autogestione. Il C8PA non è solo un calendario di partite: è un’esperienza collettiva che rivendica un’idea diversa di sport. Qui il calcio è uno strumento per costruire relazioni, attraversare differenze, creare comunità. In campo scendono squadre con storie, percorsi e identità diverse, unite da un principio comune: il calcio appartiene a chi lo pratica, non a chi lo compra. L’organizzazione è interamente autogestita: tempi, spazi, regole e responsabilità vengono condivisi tra le realtà partecipanti. È questo il cuore del torneo: un modello sportivo dal basso, dove la partecipazione vale più del risultato e il gioco è occasione di incontro, confronto e crescita collettiva. Uno dei più prestigiosi premi è infatti il Barotto di Legno, trofeo destinato all’ultima classificata. Spazio Regaldi Situato in Barriera di Milano, Via Claudio Monteverdi, 4, 10154 Torino, lo Spazio Sportivo Autogestito Regaldi è un campo sportivo comunale nel cuore di Torino, autogestito da diverse realtà del territorio. Qui il calcio diventa molto più di un gioco: è uno spazio aperto e condiviso, attraversato ogni giorno da squadre popolari, rifugiati, associazioni e abitanti del quartiere. Un luogo dove si costruiscono relazioni, si pratica inclusione e si dà forma concreta a un’idea di comunità basata sulla partecipazione Formula del torneo Il C8PA 2025 si articola in quattro gironi settimanali (lunedì, martedì, mercoledì e giovedì), ciascuno composto da quattro squadre. Ogni girone disputa un calendario completo di gare tra aprile e maggio, con partite alle 20:00 e alle 21:00. Al termine della fase a gironi, il torneo prosegue con: Quarti di finale: 25–28 maggio Semifinali / Barotto: 1–4 giugno Finali: 9–10 giugno aprile Pagina web https://c8pa.wp-234.workers.dev/ Profilo Instagram https://www.instagram.com/torneoc8pa Facebook https://www.facebook.com/share/1CVs1REC6t/?mibextid=wwXIfr Redazione Torino
April 8, 2026
Pressenza
Sovranità satellitare
La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, come conferma il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe. di Marco Schiaffino (*) Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi
La «suezificazione» di Hormuz
Persino per i suoi standard, l’ultimatum di Donald Trump della domenica di Pasqua, pubblicato sul social Truth, è stato scioccante quanto a sconsideratezza e per il panico che tradiva, per non parlare dei suoi presupposti islamofobi sullo scontro di civiltà. «Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e il giorno del ponte, tutto in uno, in Iran – ha scritto il presidente – Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno. Vedrete! Sia lode ad Allah. Presidente Donald J. Trump». In un messaggio successivo pubblicato lo stesso giorno, Trump ha detto espressamente che l’Iran deve «Raggiungere un accordo o Aprire lo stretto di Hormuz. Il tempo stringe: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!». Lo Stretto di Hormuz, punto nevralgico attraverso il quale transita un quinto delle forniture globali di petrolio e gas, è di fatto bloccato dall’Iran da oltre cinque settimane. I prezzi del petrolio sono quasi raddoppiati e la chiusura ha provocato una carenza sui mercati globali di fertilizzanti ed elio – sottoprodotti della produzione di gas – preannunciando una crisi per i raccolti mondiali e la produzione di microchip. Vi è un ampio consenso tra gli analisti sul fatto che l’Iran possa mantenere lo stretto chiuso a tempo indeterminato semplicemente spaventando le compagnie di assicurazione marittima. Una guerra di terra statunitense, presentata dai falchi come soluzione alla crisi, non farebbe altro che aggravare la situazione degli Stati uniti. Il calcolo alla base dell’ultimatum di Trump, ammesso che ne abbia formulato uno, sembra essere che Teheran rinuncerà alla sua influenza per timore di un’escalation. Ciò appare dubbio: finora, Teheran ha rapidamente risposto agli Stati uniti e a Israele sul piano dell’escalation, replicando attacchi, principalmente contro le monarchie del Golfo Persico, ma anche contro Israele. Un attacco così sfacciato contro infrastrutture civili in Iran – inequivocabile crimine di guerra – provocherebbe probabilmente una rappresaglia contro infrastrutture simili negli stati costieri del Golfo. Un tempo considerate un deterrente contro gli attacchi, le basi americane nel Golfo sono state identificate da Teheran come un casus belli per una guerra contro le monarchie d’oltremare. I monarchi di Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Bahrein, Qatar e Kuwait ospitano basi statunitensi da decenni; pur avendo prospettive diverse, tutti nutrono una profonda ambivalenza riguardo all’utilizzo dei propri territori per condurre questa guerra. Se da un lato desiderano un indebolimento dell’Iran, dall’altro sono perfettamente consapevoli di pagarne il prezzo quando gli Stati uniti intensificano le ostilità. Nonostante siano dotati di armamenti avanzati, nessuno di loro ha mai lanciato neppure un drone nello spazio aereo iraniano. LEGGI ANCHE… GUERRA NON C’È UN MODO GIUSTO PER FARE LA GUERRA ALL’IRAN Ben Burgis Trump è ben consapevole della difficile situazione dei suoi presunti alleati arabi. Di recente, rivolgendosi a una platea di luogotenenti del principe ereditario saudita, ha affermato che Mohammed bin Salman gli stava «baciando il culo», chiara dimostrazione di quanto, agli occhi di Trump, il Regno dipenda da lui. Riyadh non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica in risposta. La volgarità di questi commenti lascia intendere che Trump potrebbe ignorare le pressioni esercitate dai leader del Golfo per evitare un’escalation. Sembra non avere scrupoli nel combattere l’Iran fino all’ultimo arabo. Gli analisti iraniani concordano che Trump darà seguito alla sua minaccia a meno che l’Iran non rilasci una dichiarazione che possa essere presentata negli Stati uniti come una «vittoria» per il presidente. Tuttavia, a giudicare dalle azioni intraprese finora, è improbabile che l’Iran ceda; un portavoce del ministero degli esteri della Repubblica islamica ha osservato che «i negoziati sono del tutto incompatibili con ultimatum, crimini e minacce di crimini di guerra», affermando esplicitamente che Teheran non accetterà una scadenza imposta da Washington. L’Iran, invece, mira a trasformare lo Stretto di Hormuz da via navigabile internazionale ad accesso libero in un corridoio marittimo da cui sia l’Iran che l’Oman (le cui acque territoriali comprendono lo stretto) possano ricavare introiti di guerra. Questo modello avrebbe molto in comune con l’accordo economico rappresentato dal Canale di Suez, uno stretto canale artificiale che collega il Mar Rosso al Mediterraneo attraverso l’Egitto. Il Cairo estorce miliardi di dollari in pedaggi alle navi che cercano di evitare il passaggio intorno al continente africano. Questo sistema è stato anche la conseguenza imprevista di una guerra fallimentare condotta da Israele, Regno unito e Francia nel 1956 contro il nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser, che progettava di nazionalizzare il canale. Alcuni commentatori iraniani hanno ipotizzato l’introduzione di una tassa di 1-2 milioni di dollari per ogni nave che transita, con esenzioni per le navi degli alleati. Equivarrebbe di fatto a una tassa sui paesi arabi del Golfo Persico, che Teheran considera cobelligeranti, nonché sugli Usa e sull’economia europea. Ironicamente, questa «suezificazione» dello stretto non è necessariamente incompatibile con l’ultimatum di Trump. L’annuncio di un simile sistema equivarrebbe ad «aprire» lo stretto, e gli Stati uniti non pagherebbero, almeno direttamente, un solo centesimo di ciò che l’Iran definisce riparazioni. Trump potrebbe semplicemente ignorare i pedaggi e affermare di aver costretto quei «pazzi bastardi» ad aprire le acque. Allo stato attuale, questo sembra essere l’esito più probabile del conflitto, lo sarebbe anche se Trump avesse attaccato alcune delle 150 centrali elettriche iraniane e l’Iran avesse risposto con un contrattacco nel Golfo Persico. Se per un attimo consideriamo questo scenario come un esito scontato, la guerra in Iran trasformerà diversi presupposti sia all’interno dei sistemi integrati della geopolitica che del capitalismo globale. In primo luogo, le basi statunitensi in paesi come quelli europei, il Giappone e la Corea del Sud potrebbero non essere più percepite come un deterrente contro nazioni terze, ma come un rischio strategico. Sia la Cina che i suoi stati confinanti allineati con Washington guarderanno al fallimento della deterrenza militare statunitense nel Golfo Persico come a un presagio di un eventuale futuro conflitto tra Cina e Stati uniti. In secondo luogo, il rapporto tra capitalismo e Israele potrebbe essere ripensato. Israele ha combattuto una guerra per il cambio di regime contro l’Iran, che avrebbe dovuto aprire i mercati iraniani al capitale occidentale, ma che potrebbe invece rafforzare l’Iran, spingendolo a tassare la fonte energetica del commercio stesso, almeno in Occidente. *Arron Reza Merat era corrispondente da Teheran. Ora vive a Londra. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La «suezificazione» di Hormuz proviene da Jacobin Italia.
April 8, 2026
Jacobin Italia
Società civile italiana: la nuova Politica energetica di Cassa Depositi e Prestiti rischia di aumentare la dipendenza energetica dalle fonti fossili
Roma, 08 Aprile 2026 – Action Aid Italia, Focsiv, Legambiente, Movimento Laudato Si’ e ReCommon – con il sostegno internazionale di CAN Europe, Counter Balance e Oil Change International – esprimono rammarico per la nuova Politica del settore energia di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che introduce modifiche limitate rispetto alla precedente versione e non risponde all’urgenza di un riallineamento degli investimenti coerentemente agli obiettivi climatici. Nonostante la diminuzione dei progetti finanziati da Cassa Depositi e Prestiti relativi al settore dell’energia derivante dai combustibili fossili, la Politica non introduce un consolidamento chiaro e strutturato verso gli obiettivi climatici. Tale aspettativa era rafforzata dal fatto che la sua revisione fosse stata preceduta da una consultazione pubblica, volta a valutare anche il contributo della società civile. In particolare, le organizzazioni osservano come la Politica faccia ancora riferimento al gas come “un contributo importante alla transizione energetica”, necessario “a preservare la sicurezza energetica”.   Numerosi studi mostrano come l’attuale infrastruttura di gas esistente in Italia sia in grado di soddisfare la domanda interna. Inoltre, in uno scenario coerente con gli obiettivi climatici, l’infrastruttura di gas odierna ha margini di riserva ampiamente soddisfacenti e tali da garantire un sistema energetico sicuro dal punto di vista dei volumi, senza la necessità di investire in un’espansione ulteriore della produzione. In questo quadro, ulteriori investimenti nel gas rischiano di tradursi in capacità inutilizzata e, quindi, in stranded asset. Per Cassa Depositi e Prestiti ciò significherebbe esporsi al rischio di allocare capitale in infrastrutture destinate a perdere valore prima del termine della loro vita economica, con possibili ricadute sulla solidità degli investimenti e sull’utilizzo efficiente del risparmio pubblico. La politica attua, inoltre, una distinzione formale tra gas convenzionale e non-convenzionale, concedendo quindi potenziale supporto incondizionato a infrastrutture legate al gas fossile convenzionale. Per quanto concerne invece il gas non-convenzionale, l’istituzione finanziaria applica il termine in maniera limitata, tralasciando le operazioni in acque ultra-profonde, nel Bacino della foresta amazzonica e nella Regione artica. Di conseguenza, anche progetti caratterizzati da elevati rischi ambientali e climatici potrebbero restare finanziabili.    CDP considera positivamente i biocarburanti prodotti “da biomasse residuali o di scarto e da materie prime sostenibili, ovvero non-competitive con la filiera alimentare e compatibili con l’uso sostenibile del suolo”, senza tuttavia esplicitare quale sia la metodologia adottata nel valutare la sussistenza di questi criteri. In ultimo, nonostante CDP sia chiamata costantemente a gestire fondi di terze parti – ad esempio, il Fondo Italiano per il Clima – i riferimenti a questo aspetto contenuti nella Politica sono marginali e, di conseguenza, non normati, con il rischio che l’istituzione permetta il finanziamento con fondi di terze parti di operazioni che, al contrario, non potrebbe finanziare con i fondi propri. Il timore delle organizzazioni è che, in assenza di una stringente Politica del settore energia, i volumi finanziati da CDP per infrastrutture fossili possano nuovamente aumentare, come avvenuto nel caso dell’altra istituzione finanziaria pubblica italiana, SACE.
April 8, 2026
ReCommon
Sull’arte del possibile
Per alcun3 la politica è l’arte della mediazione Per noi la politica è l’arte del possibile! Mercoledì 25 marzo nel piazzale del Laboratorio Occupato e Autogestito Acrobax è successo qualcosa che forse possiamo definire più di una semplice assemblea cittadina contro gli sgomberi degli spazi sociali. Perchè per la verità, è stato anche tanto altro. Un mettere a disposizione pratiche, linguaggi, proposte, parole da mettere a fattor comune, per leggere insieme il presente, emozioni, risate, intenzioni, nuove possibilità. E insieme il grande ecosistema sociale fatto da case occupate, spazi sociali, case delle donne e delle comunità, movimenti e collettivi transfemministi, ecologisti e antispecisti, reti di solidarietà con il popolo palestinese, sindacati di base, collettivi studenteschi e universitari, palestre popolari, comitati di quartiere, ha provato a tracciare traittorie. Come? Provando a rispondere alle domande necessarie a comprendere la tempesta che stiamo attraversando. Al tempo del regime di guerra, del genocidio a Gaza, della deriva autoritaria, dell’approvazione di leggi liberticide, come i DL Sicurezza, Caivano e per le periferie, sull’antisemitismo, sulle organizzazioni antifasciste, della discussione di leggi intrise di violenza patriarcale come il DDL Bongiorno, ci siamo chiest3: Chi siamo? Chi sono e cosa rappresentano oggi, nella tempesta, gli spazi sociali? Siamo una possibilità. Siamo quell’idea che può cambiare il mondo. Siamo spazi di libertà e liberazione per non soccombere a un presente così buio. E dove rendere possibile un futuro migliore. Siamo lotte, mutualismo, cooperazione, sindacalismo sociale, organizzazione. Siamo spazi di democrazia radicale, che ridisegna il senso di parole come sport, salute, abitare, socialità. Siamo ciò che fa saltare il banco e riconquista spazio per la gioia, il desiderio, la fantasia, il diritto alla felicità. Siamo ecosistemi infestanti per la giustizia sociale. Siamo istituzioni partigiane. In poche parole Forza! Quella “forza che tiene unita la galassia”. Cosa vogliamo e perchè ci attaccano? Perché siamo anticorpi sociali al loro regime di guerra e alla loro deriva autoritaria. Perché siamo quotidianamente in mezzo alle persone e ai territori di cui conosciamo e condividiamo difficoltà e bisogni. Perché, quotidianamente, costruiamo insieme la possibilità di trasformare le istanze territoriali in realtà. Mostrando che un’alternativa al sistema esiste. Perché siamo intelligenza collettiva che consente di non soccombere alla paura. Perché siamo una fitta rete di connessione tra territori diversi, ma che vivono e denunciano le stesse enormi contraddizioni del modello di città che vogliono imporci. Perché siamo stat3 e continuiamo ad essere spina dorsale e infrastrutture organizzative dei movimenti sociali, che continuano ostinatamente ad aprire spazi di liberazione e di partecipazione. Laddove vorrebbero chiudere e silenziare tutto. E ci temono, perché quell’idea che può cambiare il mondo la pratichiamo ogni giorno. Siamo pazz3! Arrendetevi!…O del come continueremo insieme a navigare per uscire dalla tempesta E una cosa è certa: per essere all’altezza della sfida che abbiamo davanti, non possiamo restare ferm3! Non possiamo restare al margine! Non possiamo avanzare solo divis3 e in ordine sparso! Ce lo dicono le piazze di questo autunno per la Palestina. Ce lo dicono le maree transfemministe dell’8 marzo. Ce lo dice la piazza contro i re e le loro guerre di sabato 28 marzo. Per poter navigare nella tempesta abbiamo bisogno di rotte e strategie comuni da mettere in pratica. Per questo sarà necessario continuare a confrontarci e attivarci su alcune proposte. Per essere insieme ancora una volta spina dorsale e infrastruttura dei movimenti. Ripartiamo dal 25 aprile e dal 1 maggio, in cui proporre una cooperazione e una comune comunicazione. Date importanti, da declinare al presente: contro la torsione autoritaria, contro la guerra. Per riaprire una stagione di lotta per i diritti. Ripartiamo come equipaggi di terra al fianco degli equipaggi di mare della flotilla che sta nuovamente per mettersi in viaggio verso Gaza. Teniamoci pront3 nuovamente a Bloccare Tutto! Ripartiamo dal continuare a costruire insieme l’opposizione al DDL Bongiorno sul consenso, al DL Sicurezza e alle proposte di legge sull’antisemitismo e sulla criminalizzazione delle organizzazioni antifasciste. Perché sono espressione della pressione eversiva e liberticida che muove guerra al nemico pubblico interno. Assumiamoci la responsabilità collettiva di dare continuità a questa discussione trovando il tempo in cui vederci, parlarci e organizzarci. E oltre alle manifestazioni già previste, sarà importante costruire, insieme, un momento di mobilitazione che, nei prossimi mesi, porti per le strade di questa città la nostra ricchezza, forza e possibilità. La nostra voce unita, autonoma e indipendente. Abbiamo imparato a farlo in tutti questi anni e lo abbiamo sperimentato durante l’autunno passato, si chiama metodo flotilla e significa unirsi nelle differenze per raggiungere un obiettivo comune: porre fine al genocidio, fermare la corsa al riarmo e alla guerra che strozza le nostre vite e i diritti di tutt3. Tornare in piazza insieme e affermare il modello di città, di vita e di società che vogliamo! Proponiamo quindi di tornare nuovamente ad incontrarci il 22 aprile ore 18:30 a LOA Acrobax (Via della Vasca Navale,6)
April 8, 2026
Acrobax Project
Nel silenzio del Mediterraneo
-------------------------------------------------------------------------------- Da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire. Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete. Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti. Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana. Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel silenzio del Mediterraneo proviene da Comune-info.
April 8, 2026
Comune-info
Doping accademico e fabbriche di revisioni pilotate
Il “publish or perish” è ormai uno standard globale che spinge i ricercatori a pubblicare molto e a ottenere numerose citazioni. In Italia questa pressione è rafforzata da indicatori bibliometrici legati all’abilitazione scientifica nazionale. Ciò incentiva pratiche discutibili come la frammentazione delle ricerche e l’abuso di autocitazioni. Emergono inoltre fenomeni come le fabbriche di revisioni pilotate (“review mills”), reti di revisori che si favoriscono reciprocamente e usano le revisioni per gonfiare le proprie citazioni. Nonostante le denunce, le sanzioni sono rare e il contrasto resta affidato a piccoli gruppi di studiosi indipendenti. “Tutti dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole”. Per Alberto Baccini, docente di Economia presso l’Università di Siena, il sistema delle citazioni fai da te è ormai una consuetudine accettata nel mondo accademico. In Italia, “esistono casi clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si occupano di investigare le frodi scientifiche. Ormai queste pratiche ricordano, per analogia, il doping nello sport”. Quanto è diffuso in Italia il fenomeno del publish or perish? “Oggi il fenomeno non è soltanto italiano, ma rappresenta uno standard globale della scienza. Ai ricercatori viene richiesto di pubblicare molto e di essere molto citati. Esiste quindi una pressione diffusa sia sulla quantità delle pubblicazioni sia sul numero di citazioni ricevute. In Italia questa pressione è stata formalizzata con l’introduzione dell’abilitazione scientifica nazionale. Questo sistema è relativamente recente. Per molti anni la carriera accademica non è stata guidata da indicatori bibliometrici così rigidi”. I ricercatori come raggiungono queste soglie? “In un mondo ideale queste soglie verrebbero raggiunte semplicemente attraverso un buon lavoro scientifico: si produce ricerca di qualità, gli altri studiosi la utilizzano e la citano. Nella pratica, però, il sistema tende a incentivare comportamenti diversi. La ricerca viene spesso suddivisa nella cosiddetta “minima unità pubblicabile”. Invece di condensare risultati diversi in un unico articolo, si preferisce frammentarli in più pubblicazioni. Se un risultato può generare due articoli anziché uno, questo diventa più conveniente perché aumenta il numero complessivo delle pubblicazioni”. E per le citazioni? “Per quanto riguarda le citazioni, le strategie possono essere ancora più varie. La più semplice è l’autocitazione: ogni volta che si scrive un articolo si citano i propri lavori, anche quando non sarebbero strettamente necessari. Non tutte le autocitazioni sono scorrette, ma è possibile ampliare artificialmente il numero di riferimenti ai propri studi. Se invece di citare tre articoli realmente rilevanti se ne citano otto, quelle citazioni in più contribuiscono comunque ad aumentare gli indicatori bibliometrici dell’autore”. Quali sono le conseguenze per la ricerca? “Queste pratiche possono ricordare, per analogia, il doping nello sport. Tutti dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole. Nella scienza accade qualcosa di simile: alcune pratiche sono formalmente scorrette e, se vengono scoperte, possono essere denunciate pubblicamente”. Parliamo del fenomeno delle review mills “Si tratta di reti di revisori che si scambiano valutazioni favorevoli o utilizzano il processo di revisione per rafforzare le proprie citazioni. È emerso solo di recente. Per molto tempo è stato difficile studiare queste dinamiche perché i processi di peer review erano completamente riservati. Analizzando lo stile di queste revisioni è diventato possibile individuare pattern sospetti e ricostruire eventuali reti di revisione coordinate”. Quanto è diffuso in Italia? “In Italia questo problema appare particolarmente accentuato. Esistono casi clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si occupano di investigare le frodi scientifiche. Spesso questi casi circolano nella letteratura internazionale e in piattaforme specializzate, ma quando arrivano nel dibattito finiscono per ricevere poca attenzione”. Come individuate le revisioni sospette? “Per chi cerca di individuare articoli sospetti non esistono criteri semplici o universali. Non ci sono pattern facilmente riconoscibili. Alcuni ricercatori hanno sviluppato strumenti per individuare possibili anomalie, ad esempio cercando nei testi scientifici frasi insolite generate da traduzioni automatiche o da strumenti di riformulazione. In altri casi si analizzano pattern linguistici o bibliometrici per segnalare articoli potenzialmente problematici, che poi devono essere esaminati uno per uno”. In che modo si interviene quando emergono delle revisioni sospette? “È raro aspettarsi delle sanzioni reali. Nella maggior parte dei casi l’unica conseguenza è l’esposizione pubblica del comportamento. La diffusione di questi comportamenti sta diventando così ampia che è difficile contrastarla. Molte delle indagini sulle frodi scientifiche sono portate avanti da piccoli gruppi di ricercatori e analisti che lavorano spesso in modo indipendente. Queste persone dedicano molto tempo a individuare comportamenti sospetti e a documentarli pubblicamente, ma incontrano spesso grandi difficoltà nel portare questi casi all’attenzione del pubblico più ampio”. L’intervista è apparsa originariamente su Lumsanews il 27 marzo 2026.
April 8, 2026
ROARS
In una lettera ai colleghi statunitensi, psicologi iraniani chiedono un dialogo sulla salute mentale di Trump
PressTv. Un gruppo di psicologi iraniani, in una lettera aperta ai loro omologhi americani, ha sollecitato un dialogo professionale riguardo a gravi preoccupazioni psicologiche e di personalità relative al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La lettera, firmata dalla “Società Psicologica Iraniana”, chiede un esame scientifico dei modelli comportamentali del presidente degli Stati Uniti, che secondo loro rappresentano una minaccia diretta alla pace globale. Nella lettera, gli psicologi iraniani si interrogano sull’esistenza, negli Stati Uniti, di un qualsiasi meccanismo per valutare e garantire la stabilità psicologica e la salute mentale del presidente in carica. Gli autori indicano la “retorica ostile, il tratto estremo di ricerca dell’attenzione, la mancanza di empatia e il narcisismo, l’impulsività e i pensieri deliranti, la disconnessione dalla realtà, il disprezzo dei diritti altrui, minacce e insulti verso altre nazioni, contraddizioni, e comportamenti antisociali e disumani” di Trump. Secondo la lettera, questi segnali comportamentali sollevano “serie preoccupazioni riguardo a possibili disturbi psicologici e di personalità, come il narcisismo, il disturbo istrionico e quello delirante.” La lettera afferma, inoltre, che Trump “non è vincolato da alcuna regola e, come uno psicopatico, ha condotto il mondo in un baratro di fuoco e distruzione.” Viene criticato in particolare lo slogan Make America Great Again (MAGA), sottolineando che le politiche portate avanti sotto questa bandiera hanno “imposto costi significativi ad altre nazioni e intensificato ansia, paura e ostilità verso il vostro Paese nel mondo.” Gli psicologi richiamano l’attenzione sulla guerra di aggressione in corso tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, descrivendola come “una nuova forma di trauma attraverso bombardamenti continui e assassinii” che avrà “conseguenze fisiche e psicologiche durature.” La lettera fa riferimento alla sofferenza psicologica del popolo iracheno, affermando che “non si è ancora ripreso dalla sofferenza causata dai massacri americani nel loro Paese.” Per quanto riguarda l’Iran, menziona il martirio di 168 studenti delle scuole elementari a Minab e l’assassinio della Guida della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, che secondo loro ha creato “sofferenza e pressione sul popolo.” Gli psicologi auspicano che la lettera possa “avviare una discussione costruttiva tra psicologi in Iran e negli Stati Uniti d’America,” sottolineando al contempo la responsabilità professionale condivisa. “Indipendentemente dai confini geografici, condividiamo una responsabilità comune nel sostenere la salute mentale dell’umanità e contribuire alla pace e alla giustizia globale,” afferma il testo. Essi sottolineano che l’analisi scientifica di questi modelli comportamentali “può portare a una comprensione più profonda delle conseguenze di tali comportamenti distruttivi che disturbano la salute mentale globale e aiutare a presentarne le ripercussioni psicologiche.” La lettera si conclude con un appello a riflettere sulle “responsabilità sociali e professionali della comunità psicologica globale nelle attuali condizioni critiche,” osservando che la comunità psicologica in Iran resta “profondamente impegnata nei suoi principi professionali fondamentali” e intende condividere le proprie riflessioni e preoccupazioni riguardo al ruolo della psicologia nel mantenimento della pace e della stabilità globale. Gli psicologi iraniani affermano che numerosi studi hanno dimostrato che “la stabilità psicologica dei leader ha un impatto diretto sulle principali decisioni riguardanti il mondo e, di conseguenza, sulla salute mentale dei cittadini e sulla pace globale.” Ciò avviene nel contesto della guerra di aggressione illegale e non provocata degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, che finora ha causato la morte di oltre 2.000 persone. L’aggressione ha preso di mira principalmente civili e infrastrutture civili. La questione ha acceso un dibattito negli Stati Uniti e all’estero sulla salute mentale di Trump, con molti che chiedono la sua rimozione dall’incarico ai sensi del 25° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
April 8, 2026
InfoPal

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.