Una cella. Per due donne: Sadia è somala e…
… sta dentro una prigione mentre l’altra è in Italia dove comanda. di Alessandro Ghebreigziabiher (*)   C’era una volta una cella. Una cella africana. Anzi, no: italiana. Di nome e di fatto, ovvero fattura, costruita durante l’epopea colonialista nostrana nel Corno d’Africa prima di diventare “neo”, “post” o come altro si possa definire quel che accade oggi. Oggi, già.
Un ricordo
Un ricordo Ricordo quando ci siamo conosciuti all’Isola Polvese alla presentazione delle missioni in Libano e in Nepal, e al ritorno scopristi che l’internazionalismo era un’altra cosa. Ricordo quando vendevi…
May 8, 2026
La Nemesi
Laika con Justice for Palestine a Roma e Bruxelles per chiedere la fine dell’accordo tra UE e Israele
All’alba dell’8 maggio, alla vigilia della Giornata dell’Europa, la street artist Laika ha compiuto un doppio blitz a Roma e Bruxelles, affiggendo tre opere che denunciano la complicità dell’Unione Europea e del Governo Italiano con Israele. L’azione artistica nasce dall’incontro con Justice for Palestine, l’iniziativa dei cittadini europei che chiede la sospensione totale dell’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. In via Quattro Novembre, davanti agli uffici di Roma del parlamento UE, l’opera di Laika ritrae Giorgia Meloni (dal titolo “Close friends”) che si dà la mano con il colono israeliano ritratto dalla copertina dell’Espresso mentre brutalizza e minaccia dei contadini palestinesi allontanandoli dalla loro terra. “Il Governo italiano è stato uno dei principali ostacoli per arrivare a sanzioni efficaci nei confronti dello stato di Israele“, afferma l’artista. A Bruxelles, in Rue Wayenberg, a pochi passi dall’Europarlamento, Benjamin Netanyahu, invece, è ritratto in un bacio con Ursula von der Leyen (dal titolo “A bloodthirsty love”), a testimoniare la complicità dell’UE con Israele. In entrambe le città, lo stesso filo conduttore: “Dikè: Justice in danger”, che ritrae la Giustizia messa sotto sequestro da due soldati dell’IDF. Un poster a Place Sainte Catherine, l’altro a Via della Cordonata. Con oltre 1 milione di firme raccolte nei paesi dell’UE, oltre 250.000 solo in Italia, Justice for Palestine impegna le istituzioni europee a prendere posizione per isolare dal punto di vista diplomatico, economico e commerciale Israele, a fronte della palese violazione dei diritti umani e del diritto internazionale con cui agisce a Gaza e nei territori occupati, tra il genocidio dei palestinesi nella Striscia e il regime di apartheid a cui sono sottoposti in Cisgiordania. Le opere di Laika accompagneranno nei prossimi mesi la campagna per pretendere la fine dell’accordo UE-Israele, che vede protagonista numerose organizzazioni della società civile e dell’associazionismo palestinese in tutta Europa. “Colpire l’economia dell’apartheid e del genocidio, a cominciare dal mercato delle armi, è lo strumento di lotta non violenta più efficace che ci sia per fermare i crimini di Israele e il progetto di cancellazione dei palestinesi“, afferma l’artista. Laika conclude con un appello per la liberazione dei due militanti della Global Sumud Flotilla: “Sono qui anche per chiedere l’immediata liberazione di Saif Abu Keshek e Thiago Avila, sequestrati illegalmente da Israele in acque internazionali”.   Ufficio stampa Laika Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza
Piombino hub nazionale del traffico di armi?
CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE INFRASTRUTTURE PUBBLICHE IMMAGINARE UN ALTRO SVILUPPO PER I NOSTRI PORTI CONVEGNO GIOVEDÌ 14 MAGGIO DALLE 16:00 ALLE 19:00 CENTRO GIOVANI DI PIOMBINO L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università pubblica il comunicato di USB Piombino e Livorno che, in collaborazione con il gruppo Donne in nero di Piombino, ha organizzato un convegno sul traffico di armi nel porto di Piombino. Interverranno: Francesco Staccioli (esecutivo nazionale USB trasporti) Linda Maggiori (giornalista di inchiesta) Alessio Biondi (RLS di sito porti provincia di Livorno) Alessandro Volpi (docente universitario) A seguire dibattito con interventi di partiti, collettivi e associazioni. La lotta al transito di armi, carburante o altro materiale ad uso bellico destinato a Israele o ad altri teatri di guerra, ha sempre contraddistinto il lavoro di USB nei porti italiani in questi anni. Partendo da Genova e grazie anche alla spinta più recente delle Flottille dirette a Gaza, questo movimento di opposizione è cresciuto sempre più, raggiungendo una visibilità inedita e soprattutto dimostrando che inceppare la logistica della guerra è materialmente possibile. Innumerevoli ragioni ci spingono ad assumere questa posizione: l’internazionalismo e lo spirito di solidarietà verso i popoli oppressi in primo luogo, ma anche la difesa della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela dell’occupazione, che solo uno sviluppo commerciale delle attività portuali può realmente garantire. Anche a Piombino il nostro sindacato ha affiancato gruppi di cittadini (in particolare il gruppo delle Donne in nero) e i comitati che si oppongono al rigassificatore nel denunciare i rischi per la sicurezza connessi alla movimentazione di armi e mezzi militari. Ci sembra che negli ultimi mesi la frequenza e l’intensità di carico delle navi Severine e Capucine sia in preoccupante crescita. Che siano per esercitazioni della NATO in Europa o direttamente destinate a rifornire le guerre Usa e israeliane nel Golfo Persico (si veda il maxi-carico del 30 marzo scorso diretto in Arabia Saudita), stanno rendendo il porto di Piombino un hub sempre più cruciale. La guerra non è un fatto lontano, parte da noi, dalle nostre banchine. E a quelle può anche tornare, rendendole un obiettivo militare. Crediamo che questo scenario non sia né eticamente né politicamente accettabile e che risulti inoltre economicamente deleterio a livello occupazionale. Abbiamo portato avanti questa battaglia in città in diverse occasioni, dai tre scioperi generali dell’autunno (tra cui la manifestazione del 3 ottobre, con 1500 persone che entrarono in porto) a presidi in centro e a vari incontri di approfondimento. Dopo aver partecipato alla recente manifestazione contro il rigassificatore dello scorso 11 aprile organizzata dal Comitato di Salute Pubblica, abbiamo avvertito l’esigenza di un momento di confronto e approfondimento più strutturato. Da quali realtà è composto oggi il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che si oppongono alla guerra, nei porti come nelle ferrovie e nelle industrie? Che ruolo hanno i porti toscani e in particolare quelli di Livorno e Piombino nella logistica bellica USA e NATO? Perché e in che modo l’articolo 11 della Costituzione italiana e la legge 185/1990 sul divieto di esportazione di armi verso stati belligeranti vengono spesso aggirati o apertamente violati senza che le autorità competenti intervengano? Quali rischi per la sicurezza sono connessi alle operazioni di carico e scarico di tale materiale, vista anche la presenza del rigassificatore in porto? Perché infine è non solo giusto ma anche economicamente ragionevole opporsi ai piani di riarmo e puntare su altri tipi di sviluppo anche in ambito portuale? Con questo convegno intendiamo non solo diffondere informazione e suscitare dibattito tra i lavoratori e i cittadini ma anche interpellare direttamente le autorità competenti, le istituzioni e la classe dirigente locale e regionale sul futuro del nostro porto. Piombino non può e non deve diventare un Hub del gas e delle armi. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
May 8, 2026
Pressenza
Uno studio sull’Ecuador infonde speranza: le foreste pluviali possono rigenerarsi più rapidamente del previsto
> Buone notizie dall’Ecuador: le foreste pluviali possono riprendersi più > velocemente di quanto si pensasse. Uno studio dell’Università Tecnica di > Darmstadt mostra che la biodiversità sui terreni agricoli abbandonati in > Ecuador è tornata a oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. > Tuttavia, i ricercatori avvertono che questo recupero funziona solo se le > foreste primarie intatte sono vicine. Le foreste pluviali tropicali sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità sulla Terra ma i più minacciati. La deforestazione, l’agricoltura e il cambiamento climatico mettono in pericolo la biodiversità e l’equilibrio ecologico mondiale. Un gruppo di ricerca dell’Università Tecnica di Darmstadt ha studiato un’area della foresta pluviale nella regione di Chocó, nel nord-ovest dell’Ecuador, per oltre tre decenni, osservando come si sviluppa l’ex terreno agricolo una volta che non viene più utilizzato. Il risultato è la rigenerazione naturale dalla quale si può ottenere molto, ma non può sostituire la protezione attiva della foresta. GLI EX TERRENI AGRICOLI SI POSSONO RECUPERARE QUASI COMPLETAMENTE IN 30 ANNI I ricercatori hanno confrontato 62 siti, tra cui pascoli, piantagioni di cacao, le cosiddette foreste secondarie (che ricrescono naturalmente dopo la deforestazione o l’uso agricolo) e foreste primarie incontaminate. Alcune di queste aree sono protette dall’organizzazione ecuadoriana per la conservazione Jocotoco e fanno parte di una riserva più grande. Le foreste secondarie studiate si sono sviluppate dopo essere state utilizzate per decenni come pascoli o piantagioni di cacao. I ricercatori hanno analizzato 16 gruppi di organismi, tra cui animali, piante e batteri, coprendo oltre 8.500 specie e sequenze batteriche. I loro risultati mostrano che la biodiversità ha recuperato oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. In altre parole, i danni causati dalla deforestazione o dall’agricoltura intensiva possono, in larga misura, essere invertiti. Circa tre quarti delle specie tipiche delle foreste primarie sono tornate. Tuttavia, ciò non significa che l’ecosistema sia completamente ripristinato dopo tre decenni; alcuni gruppi di specie impiegano molto più tempo per riprendersi. GLI ANIMALI SVOLGONO UN RUOLO CHIAVE NELLA RIGENERAZIONE Gli animali con grandi areali — come uccelli, pipistrelli, scimmie e api — sono particolarmente importanti. Disperdono i semi, impollinano le piante e aiutano a ripristinare i terreni. Anche le popolazioni animali si sono riprese. Nel corso di circa 38 anni, sono stati in grado di ricolonizzare ex terreni agricoli o migrare dalle foreste vicine, sostenendo il ritorno di specie vegetali. Gli alberi, al contrario, spesso impiegano più tempo a riprendersi. Molti alberi tipici della foresta pluviale crescono lentamente, raggiungono la maturità riproduttiva tardi e sono relativamente rari. Le colonie batteriche, tuttavia, hanno mostrato uno scarso recupero. I ricercatori interpretano questo come un possibile effetto a lungo termine dell’agricoltura intensiva e delle condizioni ambientali alterate. L’USO DEL SUOLO E L’AMBIENTE CIRCOSTANTE SONO CRUCIALI Non tutte le aree sono state rigenerate alla stessa velocità. Le ex piantagioni di cacao si sono riprese più velocemente dei pascoli, probabilmente perché gli alberi, l’ombra e la lettiera delle foglie sono rimasti più intatti. Anche l’ambiente circostante si è rivelato determinante. Il rapido recupero della foresta pluviale era possibile solo perché le foreste intatte nelle vicinanze fungevano da serbatoi da cui le specie potevano tornare. Senza tali foreste, la rigenerazione sarebbe probabilmente molto più lenta — o potrebbe non verificarsi affatto. LO STUDIO EVIDENZIA L’IMPORTANZA DI PROTEGGERE LE FORESTE PRIMARIE Lo studio dimostra che la ripresa è possibile. Nelle regioni con agricoltura su piccola scala, la rigenerazione naturale può essere una strategia efficace ed economica. Allo stesso tempo, i ricercatori mettono in guardia contro il falso ottimismo. La protezione delle foreste secolari rimane essenziale: sono cruciali per il recupero di terreni già degradati. A livello mondiale, ogni anno si perdono da quattro a sei milioni di ettari di foresta tropicale, all’incirca le dimensioni della Svizzera o della Lituania. I risultati dell’Ecuador evidenziano sia il potenziale che i limiti della rigenerazione naturale. Le foreste pluviali possono tornare se la terra è protetta, ha abbastanza tempo ed è circondata da foreste intatte. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. KONTRAST.at
May 8, 2026
Pressenza
Israele trattiene miliardi di shekel dai fondi dell’Autorità Palestinese, spingendo la Cisgiordania sull’orlo del baratro
Austerità, disoccupazione di massa e debito crescente attanagliano la Cisgiordania, mentre le entrate non versate aggravano una crisi economica che dura da anni. Le Forze di Difesa Israeliane avvertono che la situazione potrebbe innescare un’inasprimento della tensione. Fonte: English version Immagine di copertina: Ramallah, la scorsa settimana. L’Autorità Palestinese non è in grado di pagare … Leggi tutto "Israele trattiene miliardi di shekel dai fondi dell’Autorità Palestinese, spingendo la Cisgiordania sull’orlo del baratro" L'articolo Israele trattiene miliardi di shekel dai fondi dell’Autorità Palestinese, spingendo la Cisgiordania sull’orlo del baratro proviene da Invictapalestina.
May 8, 2026
Invictapalestina
Contestazione a Napoli contro MSC tra genocidio e inquinamento
Movimenti e reti territoriali protestano contro l’impatto ambientale delle grandi navi, il traffico di armamenti e i progetti previsti a Bagnoli in vista dell’America’s Cup 2026. Il 7 maggio a Napoli, a bordo della nave da crociera MSC Divina, attraccata nel porto di Napoli, si teneva il convegno dal titolo “Prevenzione, performance e salute – promuovere una cultura della prevenzione concreta”, promosso dalla Fondazione Fioravante Polito. Durante l’iniziativa, un gruppo di abitanti della città ha avviato una contestazione contro MSC (Mediterranean Shipping Company S.A.) esponendo cartelli e facendo speakeraggio; dal comunicato stampa diffuso dopo l’intervento, diramato dalla rete di cui fanno parte Mare Libero, No America’s Cup, Giardino Liberato, Ecologie Politiche, Laboratorio Iskra, Centro Handala Ali, BDS Napoli e Salerno e altre realtà, si legge: “Una giornata di lotta contro MSC: se si vuole parlare di salute e prevenzione, non si può prescindere dal parlare dell’inquinamento prodotto dalle navi da crociera e dei suoi effetti sulla salute, a partire proprio dalle gigantesche navi della compagnia di navigazione MSC. Studi internazionali, ormai da anni, denunciano l’impatto drammatico di queste navi sulla qualità dell’aria, e oltre a questo, abbiamo voluto aggiungere anche l’impatto della MSC su altre persone, sull’altra sponda del Mar Mediterraneo: la popolazione palestinese. MSC, infatti, trasporta regolarmente materiale militare verso Israele, è dunque complice della macchina bellica sionista responsabile di un genocidio ancora in corso, della distruzione quasi totale della Striscia di Gaza, del suo sistema sanitario, del suo ambiente. Questo il nostro contributo alla giornata di oggi e alla solidarietà con tutte le persone sterminate, sfruttate e inquinate.” Di MSC si è già parlato su questa testata, ma, purtroppo, non basta mai: la compagnia di shipping ha molti piani su cui essere contestata, come evidenziato dal comunicato: dalle implicazioni con il genocidio in Palestina e con l’industria bellica mondiale alla sua condotta scellerata in materia di impatto ambientale. Per il primo aspetto, MSC è, infatti, al centro dell’attenzione del movimento BDS che da vent’anni denuncia le complicità delle organizzazioni e delle attività economiche con l’occupazione israeliana della Palestina e del sistema di apartheid che Israele ha ormai radicato in tutta la Cisgiordania. MSC agisce su vasta scala, operando su 520 porti di scalo in 155 Paesi, ma, nonostante sia oggi la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale, è una società privata controllata dalla famiglia Aponte, originaria di Napoli. La proprietà comprende anche la MSC Cruises. Il suo coinvolgimento nel trasporto di armi impiegate dalle forze militari israeliane nella Striscia di Gaza e in Asia occidentale è diretto: come riportato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori in varie sue indagini sul tema, riguarda ormai non solo le navi ma anche i terminal. Nell’articolo apparso su Altreconomia il 20 marzo scorso, Maggiori scrive: “Gli otto container arrivati a Gioia Tauro fanno parte di una partita più grande di 23 carichi di acciaio balistico partiti dall’India tra dicembre e gennaio su quattro diverse navi cargo della compagnia Mediterranean Shipping Company (MSC). I porti di transhipment sono appunto Gioia Tauro e il Pireo di Atene, da dove i container dovrebbero essere trasbordati su altre navi e dirigersi poi nell’Hadaron Terminal del porto di Ashdod, in Israele. Il ruolo di MSC in questa storia è preponderante visto che non solo le navi sono tutte sue ma anche i terminal: sia l’Hadaron sia il Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro sono entrambi nelle mani del gruppo di Gianluigi Aponte.” Altre fonti autorevoli inchiodano la compagnia marittima. Sempre a marzo 2026, il network Embargo for Palestine ha presentato alla Camera il dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio”. Nel rapporto si legge che “dall’inizio del genocidio in corso a Gaza nell’ottobre 2023, l’Italia ha mantenuto un flusso strategico e continuativo di equipaggiamenti militari e risorse energetiche verso Israele, favorendo direttamente l’infrastruttura tecnica dell’aggressione (…). Una fitta rete di aziende italiane, enti collegati allo Stato e infrastrutture logistiche ha consegnato a Israele almeno 416 spedizioni di carattere militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante provenienti dall’Italia – quantitativi confermati attraverso registri di spedizione che rappresentano probabilmente solo una frazione della reale portata dei trasferimenti.” MSC è stata coinvolta in questo traffico con molti dei suoi natanti, tra cui la MSC MELANI III, la MSC EAGLE III e la MSC ALBANY, che, dopo un trasbordo presso il Vizhinjam International Seaport, ha condotto il suo carico al Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro il 14 dicembre 2025 e da lì è ripartito il 19 dicembre a bordo della MSC DORADO VIII, sempre con destinazione IMI Systems. Un altro aspetto da considerare: l’azienda è anche sponsor dell’America’s Cup 2026, progetto che prevede un intervento a Bagnoli giudicato negativamente da tanti studiosi poiché estremamente impattante sulla congestione di un’area già fragile sotto il profilo geologico e sociale, provata da anni di speculazioni immobiliari che non hanno tenuto in conto i diritti alla salute, alla casa, al lavoro delle popolazioni locali. Questi elementi descrivono solo parzialmente il quadro delle gravi complicità della MSC con l’industria della morte e con le attività responsabili dell’inquinamento e dello sfruttamento delle nostre coste (interessato anche il litorale di Napoli Est, al centro di un piano di espansione della darsena di cui MSC è inclusa), che chiariscono, quindi, le solide motivazioni della contestazione. Nel pomeriggio del 7, i manifestanti si sono poi spostati a piazza Municipio, invitando la cittadinanza a una pubblica assemblea, per discutere di come avviare azioni ulteriori in cui possa essere rappresentata la voce delle persone che i territori li vivono. L’accento è stato messo in modo incisivo sulla necessità di connettere la lotta per il diritto all’abitare dei Napoletani con le ingiustizie che i grandi capitali finanziano nel mondo, ad esempio, attraverso la produzione di armi. MSC incarna pienamente la forma e la sostanza con cui agisce il neoliberismo in questa fase storica: da un lato racconta di assunzioni e grandi investimenti; dall’altro contribuisce a distruggere vite, diritti, ambiente. Gli attivisti lo hanno sottolineato fortemente e lanciato un calendario di mobilitazioni in collegamento con le iniziative dei comitati di quartiere di Bagnoli. FONTI Altreconomia – Il porto di Gioia Tauro e il traffico d’armi verso Israele Dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio” Instagram – Reel sulla contestazione BDS Italia – Il coinvolgimento di MSC nella logistica di guerra BDS Italia – Block the Boat Ottopagine – Napoli, protesta sulla MSC Divina Nives Monda
May 8, 2026
Pressenza

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