Miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura bellica: se lo dice “Il Sole 24 ore”…L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche
per il fianco Sud
Mentre si consuma la frattura Nato con gli Usa, nasce una realtà industriale
europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi
bilaterali vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Le grandi
aziende della Difesa hanno creato joint venture in Ucraina e stanno ricostruendo
la filiera produttiva. Una rivoluzione che va oltre i singoli governi
di Charly Ghezzi
“Il Sole 24 ore” del 14 agosto 2026
I baricentri della sicurezza europea e dell’economia di guerra hanno subito una
mutazione strutturale che non consente più scorciatoie retoriche: l’Europa sta
smettendo di essere l’ausiliario logistico di Washington per diventare, per
necessità prima ancora che per disegno dottrinale, il garante finanziario,
industriale e strategico della difesa ucraina e della propria deterrenza
convenzionale. La transizione non è figlia di una pianificazione accademica, ma
della cruda presa d’atto che l’equilibrio transatlantico è mutato in modo
irreversibile. Con gli Stati Uniti assorbiti dal confronto strategico
nell’Indo-Pacifico e da dinamiche legislative interne che rendono i flussi di
bilancio intermittenti, le cancellerie del vecchio Continente sono state
chiamate a colmare un vuoto che misura miliardi di euro, milioni di proiettili e
una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura manifatturiere. Il
passaggio dalle donazioni emergenziali di materiale di magazzino a una
programmazione pluriennale integrata rappresenta la vera discontinuità di questa
fase storica. Tra il 2024 e il 2026, l’Unione europea ha dovuto trasformare la
propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale
bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello
Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra
33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto –
per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev. Ma è sul terreno della finanza
straordinaria che si è consumato lo strappo più significativo: al vertice G7 di
Borgo Egnazia del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il
meccanismo Extraordinary Revenue Acceleration (ERA) da 50 miliardi di dollari,
cui l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con
il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024. Il
servizio del debito non grava sui contribuenti europei, ma capitalizza le
rendite nette straordinarie generate dai circa 210 miliardi di euro di asset
sovrani della Banca Centrale della Federazione Russa immobilizzati presso il
depositario centrale Euroclear in Belgio, traducendo una leva di diritto
finanziario internazionale in un flusso costante da 2,5 a 3 miliardi di euro
all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione.
Il tema fiscale del riarmo Ue
Questo impianto multilaterale trova il suo asse portante nelle quattro grandi
economie europee – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – che hanno
progressivamente ancorato il proprio sostegno a trattati bilaterali decennali
sottoscritti nel quadro della Dichiarazione congiunta del G7 di Vilnius. Londra,
anticipando le capitali continentali nel gennaio 2024, ha formalizzato il
proprio accordo bilaterale stanziando pacchetti da oltre 3 miliardi di sterline
annue focalizzati su missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow, droni
marittimi e munizionamento guidato. A febbraio 2024, Berlino e Parigi hanno
impresso una svolta decisiva: la Germania ha stanziato oltre 7 miliardi di euro
annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di
difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia
ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage
2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR. Nello stesso frangente, il
24 febbraio 2024, l’Italia ha siglato a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla
sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi
missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie
radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali guidate
da campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità
navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.
L’apparato manifatturiero della Difesa
Tuttavia, l’efficacia della leva finanziaria si scontra con la rigidità
dell’apparato manifatturiero. Per tre decenni, la Base Tecnologica e Industriale
della Difesa Europea (EDTIB) è stata dimensionata per operazioni di proiezione
expeditionary a bassa intensità, determinando una cronica scarsità di presse per
lo stampaggio a caldo, catene di montaggio automatizzate e, soprattutto,
precursori chimici essenziali come nitrocellulosa, esogeno (RDX) e ottogeno
(HMX). Prima del 2022, l’intera capacità europea per i proiettili d’artiglieria
standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno. Attraverso lo
strumento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), finanziato con 513
milioni di euro dal bilancio UE e capace di mobilitare oltre 1,4 miliardi di
investimenti complessivi lungo la catena di valore, e la strategia EDIS/EDIP
approvata a livello comunitario, i colossi industriali del continente –
Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo – hanno avviato un piano di
espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di
colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro
il 2027.
La mutazione più rilevante sul piano tattico e logistico non avviene però nei
poligoni della Germania settentrionale o nelle valli francesi, ma direttamente
dentro i confini sovrani ucraini. La vulnerabilità intrinseca delle linee di
comunicazione transfrontaliere che attraversano i nodi di smistamento in
Polonia, Slovacchia e Romania ha imposto una delocalizzazione avanzata: i
costruttori europei non si limitano più a spedire hardware finito, ma creano
joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio
ucraino. Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e
le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e
l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi
CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle
unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo
avanzato della manifattura militare europea. Sul fronte del combattimento
tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha
accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere
da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel,
Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha
neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze
standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz). La risposta tecnologica
europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala
di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci
di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a
15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al
disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo
per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale
d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a
corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con
munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex
di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono
lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce
balistiche e da crociera.
Un modello ormai avviato
Questo compendio di trasformazioni industriali, finanziarie e tecnologiche
produce un impatto geopolitico diretto sulla postura del Cremlino. Al di là dei
continui attacchi, la dottrina di Mosca, storicamente fondata sull’ipotesi che
la frammentazione politica delle democrazie occidentali e l’esaurimento delle
scorte Nato avrebbero inevitabilmente aperto la strada a una resa per
logoramento, si trova oggi di fronte a una realtà industriale europea
stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali
giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi
futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà
prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono
presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da
flussi di capitale sovrano e da una capacità produttiva autonoma che non può
essere smantellata da un singolo ciclo elettorale. Per l’Europa, la sfida dei
prossimi cinque anni non consiste nel decidere se assumere la leadership della
propria sicurezza, ma nel dimostrare la disciplina fiscale e la coesione
politica necessarie per consolidare un primato. Che – va detto – non servirà
soltanto per il fianco Est, ma anche per quello Sud. Non è dato sapere come si
svilupperanno le tensioni in Medioriente e se tali tensioni porteranno altra
instabilità in Africa. Se dovesse succedere, bisognerà replicare lo schema
intrapreso a Est.