Dentro il CPR di Macomer, un’isola dentro l’isola
Il Rapporto 2026 del Tavolo Asilo e Immigrazione denuncia un modello fondato sulla privazione della libertà e incapace di raggiungere gli obiettivi dichiarati. Il viaggio nei dieci CPR italiani attraversa anche Macomer, dove emergono criticità sui diritti, sulla salute mentale, sulla gestione della struttura e dati che parlano ancora una volta di un luogo in cui i diritti fondamentali, non
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Cancerogeni sul lavoro, l’Ue stringe le regole: oltre 20mila malattie evitabili in 40 anni
L’Unione Europea ha approvato nuove regole per proteggere chi, durante il lavoro in fabbrica o negli impianti industriali, entra regolarmente in contatto con polveri, vapori e particelle che possono aumentare il rischio di tumori e danni ad altri organi. Secondo le stime della Commissione, le misure potrebbero prevenire nei prossimi quarant’anni circa 1.700 casi di tumore ai polmoni e 19mila altre malattie professionali. La revisione riguarda sostanze molto diverse tra loro, ma accomunate dal rischio che comportano quando vengono respirate o assorbite in modo ripetuto nel tempo. Tra queste ci ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Cancerogeni sul lavoro, l’Ue stringe le regole: oltre 20mila malattie evitabili in 40 anni appeared first on L'Indipendente.
October 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (1a parte)
IL DIRITTO D’ASILO PUÒ ESSERE FORMALMENTE RICONOSCIUTO E, CONTEMPORANEAMENTE, RESO QUASI IMPOSSIBILE DA ESERCITARE? È QUESTA LA DOMANDA, PROFONDAMENTE GIURIDICA PRIMA ANCORA CHE POLITICA, CHE HA ATTRAVERSATO L’INCONTRO «QUELLO CHE TRIESTE NON VEDE. LA ROTTA BALCANICA: TRA ARRIVI, ATTESE E BUROCRAZIA», ORGANIZZATO IL 20 OTTOBRE 2026 PRESSO LA SEDE DELL’ARCI DI TRIESTE, CON L’INTERVENTO DI GIANFRANCO SCHIAVONE, PRESIDENTE DEL CONSORZIO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ (ICS), ESPERTO DI MIGRAZIONI INTERNAZIONALI E COMPONENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI GIURIDICI SULL’IMMIGRAZIONE (ASGI). Ho partecipato alla conferenza perché ritengo che il fenomeno migratorio debba essere affrontato attraverso la conoscenza delle dinamiche internazionali, l’analisi rigorosa delle norme e l’osservazione delle loro conseguenze concrete. A Trieste, città nella quale ho scelto di vivere e dove frequento la Piazza del Mondo, queste questioni non rappresentano per me soltanto una materia di studio: incontrano quotidianamente persone, storie e condizioni di vulnerabilità che interrogano direttamente il nostro sistema democratico. L’intervento di Schiavone ha delineato un quadro particolarmente preoccupante: quello di una progressiva trasformazione delle procedure di protezione internazionale in un sistema nel quale l’accesso ai diritti rischia di essere ostacolato proprio dagli strumenti amministrativi che dovrebbero garantirlo. Il punto di partenza non può che essere la Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, riconosce allo straniero al quale sia impedito nel proprio Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Tale disposizione deve essere letta in relazione agli articoli 2 e 3, che tutelano i diritti inviolabili e il principio di eguaglianza, all’articolo 24, che garantisce il diritto alla difesa, e all’articolo 113, che assicura la tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione. Sul piano sovranazionale, l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto d’asilo nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo di New York del 1967, mentre l’articolo 19 vieta le espulsioni collettive e tutela contro l’allontanamento verso Paesi nei quali sussista un grave rischio di pena di morte, tortura o trattamenti inumani o degradanti. A completare il quadro intervengono l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il principio di non-refoulement, sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, nei rispettivi ambiti applicativi. Non si tratta di affermazioni programmatiche prive di conseguenze. Sono disposizioni che pongono limiti precisi all’esercizio del potere statale, anche quando quest’ultimo viene giustificato attraverso esigenze di sicurezza, gestione delle frontiere o razionalizzazione amministrativa. Proprio su questo terreno si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le cui principali disposizioni hanno trovato applicazione dal 12 giugno 2026. Il regolamento (UE) 2024/1348 disciplina una procedura comune di protezione internazionale, mentre il regolamento (UE) 2024/1351 interviene sulla gestione dell’asilo e della migrazione, ridefinendo anche i meccanismi di responsabilità e solidarietà tra Stati membri. A essi si affiancano, tra gli altri, la direttiva (UE) 2024/1346 sulle condizioni di accoglienza e il regolamento (UE) 2024/1356 relativo agli accertamenti preliminari. L’obiettivo dichiarato della riforma è rendere più uniforme ed efficiente il sistema europeo. Tuttavia, l’efficienza amministrativa non può diventare un valore assoluto, né può essere perseguita comprimendo oltre i limiti consentiti le garanzie individuali. Una procedura più rapida non è necessariamente una procedura più giusta, soprattutto quando la persona interessata non dispone degli strumenti linguistici, giuridici e materiali indispensabili per far valere le proprie ragioni. Durante la conferenza, Schiavone ha ricostruito le contraddizioni del precedente sistema di Dublino, evidenziando come la responsabilità attribuita prevalentemente agli Stati di primo ingresso abbia contribuito a produrre squilibri strutturali. Secondo la sua analisi, il sistema europeo ha finito per reggersi anche sulla mobilità spontanea delle persone tra gli Stati membri, in assenza di un meccanismo di redistribuzione sufficientemente efficace. Il nuovo quadro normativo introduce strumenti di solidarietà, ma non elimina automaticamente le tensioni tra responsabilità degli Stati di primo ingresso, interessi dei Paesi di destinazione e aspirazioni individuali dei richiedenti protezione. La libertà delle persone di costruire relazioni familiari, sociali e professionali continua a confrontarsi con un sistema nel quale la distribuzione delle competenze amministrative può prevalere sulle concrete prospettive di integrazione. La rotta balcanica rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa contraddizione. Attraversando Paesi caratterizzati da differenti sistemi giuridici e capacità di accoglienza, le persone migranti affrontano controlli, respingimenti, situazioni di precarietà e ostacoli nell’accesso alle procedure di protezione internazionale. Schiavone ha inoltre sottolineato un paradosso che merita particolare attenzione: l’inasprimento dei controlli e la progressiva chiusura delle possibilità di attraversamento autonomo possono incrementare la dipendenza dalle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. La domanda di mobilità, infatti, non viene necessariamente eliminata dalle restrizioni; può semplicemente essere intercettata da reti criminali sempre più organizzate e remunerative. Occorre distinguere, naturalmente, il traffico di migranti dalla tratta di esseri umani, trattandosi di fenomeni giuridicamente differenti, disciplinati anche dai Protocolli addizionali alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Ma proprio questa distinzione impone politiche capaci di contrastare lo sfruttamento senza criminalizzare indiscriminatamente chi cerca protezione. È però sulla situazione di Trieste che l’intervento ha assunto i caratteri di una denuncia particolarmente severa. Secondo i dati e le ricostruzioni illustrati da Schiavone, dal 2022 la città avrebbe conosciuto un progressivo deterioramento delle condizioni di accesso all’asilo e all’accoglienza, con persone costrette a permanere per settimane o mesi in strada prima di ottenere la registrazione della domanda o una sistemazione. La questione decisiva riguarda la distinzione tra manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e successiva formalizzazione amministrativa della domanda. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015 stabilisce che le misure di accoglienza si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, nel rispetto delle condizioni previste dall’ordinamento. Ne consegue che il funzionamento degli uffici non può essere utilizzato per differire arbitrariamente il riconoscimento di una posizione giuridica già rilevante. Nel corso dell’incontro sono stati descritti appuntamenti fissati a distanza di circa tre mesi e mezzo, documenti privi di indicazioni sufficientemente chiare sulla finalità della convocazione e difficoltà nel dimostrare quando una persona abbia effettivamente manifestato la volontà di presentare domanda. Se tali prassi vengono confermate, il problema non riguarda semplicemente la lentezza burocratica. Il rischio è che l’amministrazione, attraverso la dilazione temporale e l’incertezza documentale, finisca per ostacolare l’esercizio di diritti che la legge è tenuta a garantire. Particolarmente significativo è il riferimento alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 1° agosto 2025, nella causa C-97/24, S.A. e R.J.. La Corte ha chiarito, con riferimento alla disciplina dell’accoglienza allora applicabile, che uno Stato membro non può sottrarsi alla responsabilità derivante dalla mancata garanzia delle condizioni materiali essenziali invocando il temporaneo esaurimento delle strutture disponibili, neppure quando questo sia conseguenza di un afflusso improvviso e imprevedibile. Il principio giuridico è di straordinaria importanza: l’insufficienza organizzativa non costituisce, di per sé, una giustificazione per privare una persona indigente delle condizioni indispensabili a un’esistenza dignitosa. La pubblica amministrazione dispone certamente di margini organizzativi e di discrezionalità, ma questi devono essere esercitati entro i confini della legalità, della proporzionalità e del rispetto dei diritti fondamentali. L’articolo 97 della Costituzione impone il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione; non autorizza, al contrario, a trasformare le carenze del sistema in un onere sopportato esclusivamente dai soggetti più vulnerabili. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Le responsabilità dei promotori e dei realizzatori delle GOII
Il Club di Roma affermò nel 1972 nel Rapporto I limiti della Crescita che “è probabile che le risorse interconnesse della Terra – il sistema naturale globale in cui tutti viviamo – non possano sostenere gli attuali tassi di crescita economica e demografica ben oltre l’anno 2100, ammesso che si arrivi a quel punto, nemmeno con tecnologie avanzate. Senza uno sforzo congiunto a livello mondiale, l’esito non potrà che essere un disastro.” (1) Questa premessa è forse utile perché ricorda che l’allerta di un ”disastro” è stata data oltre mezzo secolo fa e ciò rappresenta di per sé un fattore aggravante delle responsabilità dei partigiani della Crescita infinita. Possiamo affermare che, per la loro dimensione e diffusione globale, le Grandi Opere infrastrutturali partecipino orgogliosamente al processo dell’infinita crescita voluta dalle politiche economiche degli ultimi due secoli (2), promosse con smisurata Hybris (3), che oggi presenta tragicamente il conto con un progressivo riscaldamento dell’atmosfera dagli effetti climatologici e sociali sempre più devastanti. La responsabilità dei Promotori e dei Realizzatori delle Grandi Opere dei danni all’ambiente era stata indicata dal Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) con la Sentenza del 2015, che ha tuttavia un valore solo morale. La Grande Opera Inutile e Imposta Torino-Lione fornirebbe (fornisce già) un contributo al riscaldamento globale e alla qualità dell’aria del quale vorremmo chiedere il riconoscimento da un tribunale. L’opposizione contro la Torino-Lione ha attivato molte iniziative per fermare questa GOII (Grande Opera Inutile e Imposta), potrebbe essere auspicabile adottarne altre di carattere giuridico? (4) Proponiamo per una prima valutazione giuridica, e quindi per la discussione allargata, tre possibili Azioni Legali Collettive: TPP/ILVA, KlimaSeniorinnen e Arendt. (5) Si potrebbe così attivare un’accresciuta mobilitazione alla resistenza alle Grandi Opere e ad un’indispensabile conversione di massa contro la crescita infinita. 1. IL CASO TPP / ILVA Nella Sentenza del 2015 del TPP è descritta la natura delle Grandi Opere, con particolare riguardo alla Torino-Lione, e il contributo della loro realizzazione al cambiamento climatico, al depauperamento delle acque, alla distrazione (distruzione) di enormi risorse pubbliche e ha indicato delle responsabilità senza tuttavia poter perseguire in sede penale o civile i responsabili. Nella Sentenza è scritto tra l’altro che: * vi sono state violazioni ai diritti fondamentali di persone e popoli, * queste violazioni si sono realizzate tanto per commissione che per omissione, * la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita in primo luogo ai governi italiani che si sono succeduti negli ultimi due decenni, alle autorità pubbliche responsabili della assunzione delle decisioni e delle misure che sono state sopra denunciate, ai promotori del progetto e all’impresa responsabile della sua esecuzione TELT (Tunnel Euralpin Lion Turin) …. e che la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita anche all’Unione europea. * Il TPP raccomanda ai movimenti sociali, alle associazioni e ai comitati di sperimentare ogni legittimo strumento per costringere gli Stati in caso di inadempimento degli obblighi suddetti, in particolare il ricorso al Comitato sull’adempimento della Convenzione di Aarhus, cfr. la Sentenza TPP del 2015.  Il TPP ha anche fatto molte importanti raccomandazioni all’Italia, alla Francia, all’Unione europea. Anche alla luce del caso “ILVA”, nel quale il Tribunale di Milano, riconoscendo (6) la priorità alla salute contro gli interessi economici, ha ordinato con decreto del 26 febbraio 2026 (7) la sospensione dell’attività dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, si potrebbe per analogia chiedere alla CEDU la fermata dei cantieri della Torino-Lione? 2. IL CASO SVIZZERO L’associazione svizzera delle “KlimaSeniorinnen – Anziane per il clima” fondata nel 2016, stanche dell’immobilismo del loro Paese sul cambiamento climatico, ha citato la Confederazione Svizzera tramite la Corte europea dei diritti dell’uomo – CEDU, per ottenere il riconoscimento di un diritto collettivo a difesa della protezione dal riscaldamento globale. Il 9 aprile 2024 (8) la CEDU ha dato ragione alle ricorrenti, e questa sentenza è destinata a fare scuola: secondo i giudici di Strasburgo, la Svizzera non sta facendo abbastanza per proteggere le persone dagli effetti del cambiamento climatico. Per la prima volta una corte internazionale ha riconosciuto in modo così netto che la protezione dagli effetti potenzialmente letali del cambiamento climatico è un diritto umano. Un documentario (9) racconta le azioni di un gruppo di queste donne anziane svizzere che hanno citato in giudizio il proprio paese per inazione climatica di fronte alle ondate di calore. Al momento non è tuttavia ancora chiaro se e in che misura la giurisprudenza della CEDU influirà sulla prassi dei tribunali federali. Si potrebbe imitare questa iniziativa? 3. IL CASO ARENDT, LA RESPONSABILITÀ DEI FUNZIONARI Questo caso potrebbe essere impiegato per tutte le Grandi Opere e non solo. Tra gli argomenti delle opposizioni alle Grandi Opere non è mai stato dato spazio al riconoscimento delle responsabilità dei funzionari (“grigi burocrati”, avrebbe scritto Hannah Arendt) che a vario livello, impegno e noncurante disinvoltura realizzano la decisione politica di fare una Grande Opera, come se tale decisione politica contenesse un ego te absolvo da ogni responsabilità (10) dei danni generati da tale opera, al pari dei militari in guerra. Citiamo, a questo proposito, l’affermazione di Mario Virano (che fu presidente dell’Osservatorio Torino-Lione, commissario straordinario del Governo per l’opera e infine direttore generale di TELT) da lui proferita il 17 dicembre 2015: da buon soldato ho obbedito agli ordini. (11) Si potrebbe chiedere ad un tribunale di esprimersi sulla responsabilità di questi soggetti elencate nella Sentenza del TTP? -------------------------------------------------------------------------------- (1) The Limits to Growth – The earth’s interlocking resources – the global system of nature in which we all live – probably cannot support present rates of economic and population growth much beyond the year 2100, if that long, even with advanced technology. … Short of a world effort, the outcome can only be a disaster”. https://www.clubofrome.org/publication/the-limits-to-growth/, tradotto in italiano con il fuorviante titolo Rapporto sui limiti dello sviluppo (invece di crescita). (2) Il Canale di Suez fu costruito tra il 1859 e il 1869 (3) Hybris: Insolenza, Tracotanza, è l’orgoglio che si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze. (4) Ricorsi alla Corte dei conti non hanno avuto seguito, ma non ne conosciamo i dettagli. (5) Segnaliamo questo Dossier https://www.rigeneriamoterritorio.it/climate-change-litigation-cause-legali-italia/ (6) Salvo un ribaltamento della situazione da parte della Cassazione che deve esprimersi entro il 25 ottobre. (7) Sentenza di Milano – https://www.unionedirittiumani.it/newsletter/caso-ex-ilva-di-taranto-il-tribunale-di-milano-ordina-la-sospensione-dellattivita-dellarea-a-caldo-a-partire-da-agosto-2026-salvo-modifiche-del-piano-ambientale/ (8) Sentenza CEDU – https://hudoc.echr.coe.int/?i=001-233258 Commento giuridico della Sentenza CEDU – thttps://www.diritticomparati.it/verein-klimaseniorinnen-and-others-v-switzerland-una-conferma-del-ruolo-fondamentale-dei-diritti-umani-per-la-tutela-del-clima/ Portale del Governo Svizzero – https://www.admin.ch/it/newnsb/wr35SCyLrHAZ Articolo del quotidiano La Stampa del 12 marzo 2026 – https://www.lastampa.it/esteri/2026/03/12/news/anziane_per_il_clima_klimaseniorinnen_sentenza_corte_europea_diritti_oggi-15541135/ (9) Il Documentario “Troppo Caldo” – https://www.amnesty.it/eventi/trop-chaud-le-anziane-per-il-clima-vs-la-svizzera/ (10) La Responsabilità di TELT secondo Virano – https://www.presidioeuropa.net/blog/la-responsabilita-di-telt-secondo-virano-e-l%E2%80%99inerte-natura/ Convegno Storie di Opacit: – Convegno del 18 ottobre 2025  – Conclusioni di Alberto Ziparo (11) La Stampa 17 dicembre 2015 https://www.presidioeuropa.net/blog/virano-da-buon-soldato-ho-obbedito-agli-ordini/ PresidioEuropa No TAV
October 21, 2026
Pressenza
Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
QUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI TENTARE DI RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA. IL PRIMO: INTERESSARSI A GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ L’IMMAGINAZIONE COLLETTIVA È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO? BASTERÀ? Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre” Plinio S. -------------------------------------------------------------------------------- L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre. Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra. In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano,  cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano. Cinquanta anni fa Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le  rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque. Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore  in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”. L’autunno della convulsione Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea. Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza americana. Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong, da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno 2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo troppo a lungo compresso. Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla paralisi. In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia, finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la mercanzia da consegnare. Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di rivolta o di coscienza. Dopo la convulsione, il collasso Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare. Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo. Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra. Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad avvelenare l’aria la terra e il mare. Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti umanitari avviano un genocidio su scala planetaria. Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile (in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città). «Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo. Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente, petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando milioni di dollari. Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra. È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo? Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno vinto le elezioni. Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione fascistoide. Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze del sapere, e farne patrimonio comune. Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo, quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia? La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati. Ricordando Macao Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica. Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva diventare violento, preferirono lasciare. Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto. Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di democrazia e di vita sociale. Non so Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio. Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Premio Caruana Galizia 2026: premiata l’inchiesta sull’accordo Italia-Albania sui migranti
Il premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026 è stato assegnato questo mercoledì a un’indagine sull’accordo in materia di migrazione tra l’Italia e l’Albania. L’articolo premiato, a firma dei giornalisti Giacomo Zandonini, italiano, e Maite Vermeulen, olandese, e pubblicato sulla piattaforma giornalistica dei Paesi Bassi De Correspondent, tratta di un accordo che ha permesso all’Italia di costruire un centro di detenzione e un centro di smistamento per richiedenti asilo in territorio albanese. Il premio è stato consegnato durante una cerimonia al Parlamento europeo da un rappresentante di una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i paesi dell’Unione europea. Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo, e Pina Picierno, vicepresidente responsabile del premio, hanno partecipato all’evento nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo. Tra il 4 maggio e il 31 luglio 2026 centinaia di giornalisti provenienti dai 27 paesi dell’UE hanno presentato le loro storie. Prima di decretare il vincitore, la giuria ha selezionato 10 delle 344 candidature. A proposito dell’inchiesta I giornalisti Giacomo Zandonini e Maite Vermeulen hanno trascorso 18 mesi a indagare sull’accordo in materia di migrazione tra Italia e Albania per conto della piattaforma De Correspondent. Stando alle indagini, lo scopo dell’accordo era di intercettare i migranti diretti in Italia e condurli in Albania, paese al di fuori dell’UE, dove venivano spediti attraverso una procedura di asilo accelerata e poi rimpatriati nei loro paesi d’origine. Il loro articolo ripercorre le origini dell’accordo ed esamina il motivo per cui diversi paesi dell’UE lo considerano un “modello innovativo” per il futuro della politica migratoria europea. Per ricostruire il quadro completo, i giornalisti hanno presentato oltre trenta richieste in materia di libertà di informazione in sei paesi europei, rivolgendosi anche alla Commissione europea, al Consiglio Ue e all’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’UE (Frontex). Hanno seguito piste finanziarie e intervistato il personale dei centri, i migranti detenuti, gli avvocati e diversi parlamentari, rappresentanti del governo e residenti locali in Albania. Gli autori hanno evidenziato i notevoli ostacoli incontrati nel corso dell’inchiesta. In particolare, è stato loro negato l’accesso ai centri gestiti dall’Italia in Albania, mentre alcune informazioni di base, tra cui il numero delle persone detenute, sono rimaste riservate. Hanno anche scoperto che le spese sono state erogate tramite procedure di emergenza, aggirando le normali procedure di appalto pubblico, e che al personale è stato chiesto di firmare accordi di riservatezza. In collaborazione con Bebe Blanco Agterberg, responsabile del coordinamento fotografico, Sharon Coone, esperta di progettazione dell’informazione, e il fotografo Francesco Bellina, i giornalisti esaminano le criticità dell’accordo sul piano dei diritti umani e le sue implicazioni per i principi fondamentali dello Stato di diritto in Europa. Fonte: Comunicato dell’Ufficio Stampa del Parlamento Europeo Redazione Italia
October 21, 2026
Pressenza
I lavoratori portuali non lavorano per la guerra: 30 ottobre seconda Giornata internazionale di azione. 100 porti, 17 Paesi e 4 continenti
Le adesioni alla seconda Giornata internazionale di azione dei lavoratori portuali, in programma il 30 ottobre, sono in aggiornamento: continuano ad arrivare manifestazioni di sostegno da parte dei sindacati di vari Paesi, portando il totale a oltre 100 porti in quattro continenti, una cifra impensabile fino a pochi mesi fa. Tra gli ultimi a unirsi all’iniziativa figurano la sezione locale 10 dell’ILWU nei porti di San Francisco e Oakland, negli Stati Uniti, l’Unión de Estibadores e Jornaleros nel porto di Veracruz, in Messico, e la sezione dei lavoratori portuali di Amburgo del sindacato ver.di, in Germania. Mercoledì, inoltre, abbiamo ricevuto l’importante notizia che il Consiglio europeo dei lavoratori portuali (EDC) ha deciso di partecipare all’azione. Al momento, gli scioperi interesseranno un tratto di costa che va dalla Francia sud-occidentale al Pireo, per un totale di quasi 1.100 miglia nautiche, mentre i sindacati coinvolti sin dall’inizio gestiscono il 40% di tutto il traffico di container nel Mediterraneo. Sono coinvolti alcuni dei più grandi hub di trasbordo, come Tangeri, Marsiglia, il Pireo, Gioia Tauro, Genova e Mersin, oltre ai principali porti del Nord Europa, del Messico e dell’India. Secondo un primo calcolo lo sciopero potrebbe bloccare 40.000 container per un giorno. Questa giornata di mobilitazione dimostra il potere della classe operaia organizzata nell’opporsi alla guerra. Condanniamo il genocidio del popolo palestinese, perpetrato dallo Stato di Israele con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO, dell’UE e dei governi che collaborano con esso, nonché il vergognoso blocco contro Cuba e le altre aggressioni imperialiste. Basta con la militarizzazione delle banchine e l’automazione che causa tagli occupazionali. In molti Paesi sono stati proclamati scioperi per il 30 ottobre, in Italia sarà uno sciopero generale contro guerra e carovita. I lavoratori portuali non lavorano per la guerra! Nessun lavoratore dovrebbe lavorare per la guerra! Lotta unitaria dei lavoratori di ogni Paese e settore contro la guerra e lo sfruttamento! La giornata internazionale è stata promossa da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e Orsa Porti (Italia) contro i traffici di armi nei porti. In Italia al momento le città portuali in cui si terrà la mobilitazione sono: Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro, ma ci aspettiamo ulteriori adesioni prima della giornata di sciopero. Ecco la mappa con tutte le mobilitazioni previste ad oggi. Unione Sindacale di Base
October 21, 2026
Pressenza
HeArt of Gaza a Cuggiono
Arriva in città dopo aver girato l’Italia e non solo “HeArt of Gaza”, mostra d’arte itinerante internazionale che raccoglie i disegni e le testimonianze di bambine e bambini palestinesi. Il progetto nasce a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza, grazie all’iniziativa dell’artista Mohammed Timraz e dell’illustratrice irlandese Féile Butler. Si tratta di una straordinaria raccolta di 40 opere composte da immagine e testo realizzate dai bambini e adolescenti nella Tenda degli artisti, spazio sicuro creato a Gaza per offrire a bambini e ragazzi un luogo di gioco, condivisione e normalità attraverso il disegno. Possiamo così toccare con mano e “sentire” il dolore, la paura, la perdita, il lutto e l’angoscia ma anche la speranza e la resilienza di quei giovanissimi palestinesi che alla loro tenera età hanno già attraversato l’inferno. L’inaugurazione della mostra è fissata per venerdì 23 ottobre alle 18.30 in villa Annoni (piazza XXV Aprile, Cuggiono). Dopo i saluti dell’amministrazione comunale, interverranno la presidente di Anpi Cuggiono e un’attivista di Amnesty per parlare della situazione in Palestina ma anche del coinvolgimento dei bambini nei conflitti in tutto il mondo. Organizzano Anpi, Ecoistituto della Valle del Ticino, Amnesty International e Acli Cuggiono. La mostra rimarrà aperta dal 24 ottobre al primo novembre con i seguenti orari: da martedì a venerdì 16-18, sabato e domenica 10-12 e 16-18, lunedì chiuso. Domenica 25 ottobre nel pomeriggio si terrà il laboratorio creativo “La tenda degli artisti”. Le scuole potranno visitare la mostra su appuntamento in orario mattutino: per prenotarsi scrivere a chiaragua@yahoo.it. Giovedì 29 alle 21 sempre in villa Annoni si terrà l’incontro “Arte che cura – L’impatto del trauma infantile”. Relatori Alberto De Giorgi, psicologo e psicoterapeuta specializzato in traumi, e Serena Longoni, artista e arteterapeuta clinica. L’ingresso è libero e gratuito. Claudia Cangemi
October 21, 2026
Pressenza
Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cosa può succedere agli uomini quando perdono il lavoro o quando il lavoro diventa la loro unica dimensione esistenziale, quando una relazione affettiva, familiare, amicale entra in crisi o termina, quando stanno per diventare padri ma non sono ancora adulti? Perché quando accade è più probabile che agiscano violenza? Perché, prima di agire violenza, molte delle loro richieste di aiuto restano inevase? Esistono dei luoghi di prevenzione in cui essere ascoltati e in cui gli uomini in crisi possono trovare supporto e costruire nuovi modi di relazione? Di questo e altro si parlerà giovedì 29 ottobre 2026 dalle ore 18 alle ore 19, a conclusione del progetto “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, promosso dall’associazione nazionale Maschile Plurale, in collaborazione con l’associazione Cambiamenti di Pescara, l’associazione Centro Famiglie di Catania e l’Associazione Persone comuni (editore di Comune). Dopo un anno di ricerca, prevenzione e formazione sulla violenza di genere, le associazioni promotrici del progetto – finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Ue – condividono i principali risultati raggiunti. L’incontro è aperto a chiunque interessato. Intervengono Massimiliano Sfregola e Pietro Reggiani (coordinatori del progetto), Caterina Peroni (ricercatrice), Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi (redazione di Comune), Luca Battaglia (presidente dell’associazione cambiamenti) e Antonello Arculeo (presidente dell’associazione Centro Famiglie). Il webinar si terrà in modalità diretta streaming su Facebook nella pagina di Comune: https://www.facebook.com/Comuneinfo. -------------------------------------------------------------------------------- . Scarica e diffondi la locandina . -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni articoli sul progetto sono leggibili qui: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Il dissalatore di Filicudi, fermato dal Tar: posidonia, autorizzazioni a “salami” e patrimonio UNESCO
 La valutazione ambientale non può ridursi a uno strumento di legittimazione delle opere: deve garantire la tutela degli ecosistemi e riconoscere i limiti ecologici dei territori.   UN ECOSISTEMA FRAGILE, UN PATRIMONIO DA TUTELARE Il caso del dissalatore di Filicudi riporta al centro una questione fondamentale: quale ruolo svolgono oggi le valutazioni ambientali? Sono strumenti effettivi di prevenzione e tutela oppure rischiano di trasformarsi in procedure che accompagnano la realizzazione delle opere, anche in contesti di elevato valore naturalistico? Con il decreto assessoriale del febbraio 2026, la Regione Siciliana ha autorizzato la costruzione di un impianto di dissalazione a Filicudi, nelle Isole Eolie. L’intervento interessa un contesto di particolare sensibilità ecologica, inserito nella Rete Natura 2000 e compreso nell’arcipelago riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio mondiale. In un territorio insulare così fragile, la valutazione degli impatti non può limitarsi alla verifica formale di singoli parametri. Deve considerare le relazioni tra gli ecosistemi, gli effetti cumulativi delle opere e la vulnerabilità degli habitat interessati.   LA PRATERIA DI POSIDONIA: UN RISCHIO RICONOSCIUTO, MA NON ADEGUATAMENTE VALUTATO Una delle criticità più rilevanti riguarda la presenza di praterie di Posidonia oceanica, habitat fondamentale per l’equilibrio ecologico del Mediterraneo. Queste praterie contribuiscono alla conservazione della biodiversità, alla stabilità dei fondali, alla protezione delle coste e allo stoccaggio del carbonio. Nel decreto viene riconosciuta la presenza della Posidonia, ma, secondo le criticità evidenziate nell’atto autorizzativo, non risulta adeguatamente approfondito l’impatto che lo scarico della salamoia, caratterizzata da un’elevata concentrazione salina, potrebbe produrre sull’habitat, né vengono chiarite sufficientemente le possibili conseguenze nel lungo periodo. La questione non è secondaria. La dispersione della salamoia e le sue interazioni con le caratteristiche idrodinamiche locali devono essere valutate attraverso analisi scientifiche specifiche, capaci di considerare la sensibilità dell’ecosistema e gli effetti potenzialmente cumulativi. In presenza di incertezze significative, il principio di precauzione impone di non sottovalutare i rischi e di acquisire gli elementi necessari prima di assumere decisioni irreversibili. Riconoscere formalmente un habitat protetto, senza approfondire adeguatamente le conseguenze dell’intervento, rischia di svuotare la tutela della sua efficacia sostanziale.   LE AUTORIZZAZIONI «A SALAMI»: IL PROGETTO NON PUÒ ESSERE VALUTATO A PEZZI Un’altra criticità riguarda la separazione della componente marina da quella terrestre del progetto, secondo una logica riconducibile al cosiddetto salami slicing: la frammentazione di un intervento unitario in segmenti distinti, sottoposti a valutazioni separate. Questa impostazione può ridurre la percezione dell’impatto complessivo, facendo apparire sostenibili singole componenti che, considerate nel loro insieme, potrebbero evidenziare criticità rilevanti. Un dissalatore è infatti un sistema integrato: captazione dell’acqua marina, trattamento, infrastrutture terrestri e scarico della salamoia sono elementi interdipendenti. La loro valutazione deve restituire una visione complessiva delle pressioni esercitate sull’ambiente costiero. La frammentazione procedurale non deve diventare un modo per eludere l’esame degli effetti cumulativi o ridurre la portata delle verifiche ambientali. La tutela degli ecosistemi richiede una valutazione unitaria, coerente con le relazioni ecologiche reali e con il principio di precauzione.   IL VALORE UNESCO NON PUÒ ESSERE IGNORATO Colpisce inoltre l’assenza, nel decreto, di un riferimento esplicito al riconoscimento UNESCO delle Isole Eolie. L’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale identifica un valore universale eccezionale che deve essere considerato nelle decisioni capaci di incidere sull’integrità del sito. Il riconoscimento UNESCO non comporta un divieto automatico di qualsiasi trasformazione, ma richiede attenzione alla conservazione dei valori che hanno motivato l’iscrizione. Trascurare questa dimensione significa indebolire la visione complessiva del territorio e separare la decisione amministrativa dal contesto culturale e ambientale nel quale si inserisce. In luoghi di eccezionale valore naturalistico, la pianificazione delle infrastrutture deve misurarsi con la necessità di preservare il patrimonio comune, evitando che le esigenze contingenti prevalgano sulla responsabilità verso le generazioni future.   LA VALUTAZIONE AMBIENTALE DEVE POTER DIRE ANCHE NO Il caso di Filicudi solleva infine una questione più generale: la necessità di esaminare alternative progettuali e modalità diverse di soddisfare il fabbisogno idrico, compresa l’alternativa zero. Prima di autorizzare un’opera, occorre verificare non soltanto come realizzarla, ma anche se sia necessaria, quali alternative siano disponibili e quali conseguenze comportino. La sostenibilità non può essere ridotta a un insieme di prescrizioni, mitigazioni e compensazioni che accompagnano decisioni già assunte. Una valutazione ambientale efficace deve poter modificare un progetto, imporre approfondimenti e, quando i rischi non siano adeguatamente esclusi o risultino incompatibili con la tutela degli habitat, condurre anche a un diniego. La vicenda del dissalatore di Filicudi richiama dunque tre esigenze irrinunciabili: proteggere la prateria di Posidonia, impedire che la frammentazione amministrativa oscuri gli impatti complessivi e riconoscere pienamente il valore del Patrimonio UNESCO. La transizione ecologica non si misura dal numero di infrastrutture realizzate, ma dalla capacità di garantire servizi essenziali senza compromettere gli equilibri naturali. La valutazione ambientale deve tornare a essere uno strumento di scelta responsabile e di tutela effettiva, capace di riconoscere che non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è necessariamente compatibile con la salvaguardia del territorio. Aurelio Angelini
October 21, 2026
Pressenza

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