INCENDIO AL SITO LOGISTICO BRT BOVISA DI MILANO
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI, CON LEGGERO RITARDO, IL COMUNICATO DELLA RETE NAZIONALE LAVORO SICURO SULL’INCENDIO NEL SITO DI BRT BOVISA A MILANO PERCHE’ DIMOSTRA QUANTO SIAMO LONTANI DALLA SICUREZZA DEI LAVORATORI DA PARTE DELLE AZIENDE. QUELLO CHE SI NOTA IN MODO EVIDENTE E’ CHE BRT NON HA MAI PENSATO DI ISTITUIRE UNA SQUADRA DI SICUREZZA ANTI-INCENDIO PERCHE’ COSTAVA  TROPPO EVIDENTEMENTE. ANCORA PIU’ GRAVE DA UN VIDEO MESSO SUI SOCIAL  CHE UN LAVORATORE TENTA SI “SPEGNERE” LE FIAMME ALTE CON UN ESTINTORE NON IDONEO A QUEL TIPO DI FIAMMA ANZICHE METTERSI IN SICUREZZA. BUONA LETTURA. SI COBAS NAZIONALE. Assistiamo al “solito” scenario, al “solito” intervento del “giorno dopo”. Da un paio di anni gli incendi sono in forte crescita anche se al momento non possiamo contare su un registro nazionale davvero esaustivo del fenomeno. Non vi è dubbio, le cause sono diverse e diversamente combinate a seconda della circostanza dai fattori favorenti come ad esempio, i mutamenti climatici e la insufficienza degli interventi di prevenzione e manutenzione. Ma almeno, per carità, non si cerchi di utilizzare il tema dei mutamenti climatici come attenuante perché i mutamenti climatici in atto dovrebbero semplicemente consigliare maggiore attenzione. Attenzione e prevenzione, spesso carente o assente, attività queste, che dovrebbe semplicemente, rientrare in una valutazione del rischio (DVR) costantemente aggiornata. Ma non è così! È costume (cattivo), in circostanze come questa del deposito BTR che le istituzioni, tendano a minimizzare i rischi e l’impatto sanitario ambientale in particolare nei casi in cui “miracolosamente” non si sono avuti feriti gravi o morti. Si tira un ipocrita sospiro di sollievo ma, l’impatto senza morti e feriti, può essere comunque produttivo di ricadute gravi anche se gli inquinanti vengono con una certa rapidità trasportati lontano dalle correnti di aria. Certamente è “meglio” che i veleni si disperdano e non entrino nelle abitazioni e nei polmoni delle persone esposte ma se le sostanze inquinati e non inquinanti (in una certa misura) vengono trasportati lontano dal sito di emissione dei fumi comunque contribuiscono all’inquinamento del pianeta. Con la combustione del poliuretano si producono sostanze tossiche come il monossido di carbonio e il cianuro di idrogeno. Il litio (cui fanno riferimento i dati di cronica) si comporta come per il poliuretano e può essere causa di esplosione e di incendi particolarmente aggressivi e difficile da spegnere. Altri dettagli al momento non sono a nostra conoscenza, ma è impossibile che in un incendio che coinvolge carta (lignina) e plastica (cloro) non si sviluppi la “famigerata diossina di Seveso”. Dover restare per lunghe ore al chiuso senza poter azionare i condizionatori (in questa giornate!) è motivodi grave distress soprattutto per le persone più vulnerabili. Prendiamo atto dell’ennesimo “eroico” intervento dei lavoratori vigili del fuoco la cui esposizione a rischio, troppo spesso, viene negata dagli enti che sono poi chiamati a valutarne la eziologia professionale delle loro patologie. Valutazione avversa al riconoscimento, nonostante il parere della OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che classificata come “cancerogeno” il lavoro dei vigili (rischi per fortuna non ineluttabili dei danni ma resta il fatto che le condizioni operative restano sempre difficili e costrittive). Studi recenti hanno focalizzato, dopo il “vecchio” rischio amianto rischi altrettanto gravi legati agli incendi. Qui l’attenzione è sugli effetti dei Pfas contenuti nelle schiume e pare persino in certi ddppii. Ai lavoratori intervenuti all’incendio BRT esprimiamo sostegno e solidarietà coerentemente col nostro impegno ad ottenere il riconoscimento delle malattie professionali che ovviamente attecchiscono se e quando la prevenzione non è stata sufficiente. Parimenti esprimiamo solidarietà sia ai cittadini del quartiere Bovisa e di tutta Milano sia ai lavoratori BRT che hanno rischiato di essere coinvolti più pesantemente. In verità i lavoratori della logistica (lo abbiamo verificato ancora una volta in un recente incontro con i lavoratori di Parma aderenti a Si.Cobas) da tempo richiamano l’attenzione sulla necessità di monitorare il contenuto delle merci movimentate. La vigilanza preventiva, soprattutto ad opera dei lavoratori, deve diventare una prassi attraverso la puntuale segnalazioni degli incidenti e dei quasi incidenti e la loro raccolta in un apposito registro. I lavoratori avranno opportunità per esplicitare meglio le criticità del lavoro nelle prossime assemblee di gruppo operaio omogeneo finalizzate ad “azioni” di miglioramento su salute e sicurezza. Oltre alle ipotizzabili e concretamente attuabili azioni di miglioramento in chiave di prevenzione primaria è utile occuparsi anche di prevenzione secondaria, cioè è necessario adoperarsi affinché l’incendio non si manifesti. A tal proposito non è retorico chiedersi: i magazzini sono dotati di “sistemi sprinkler” in grado di percepire automaticamente la produzione di fumo e dunque di reagire con l’attivazione e la diffusione di sostanze antifumo? Abbiamo constatato negli interventi finalizzati alla prevenzione che troppo spesso l’installazione del sistema “sprinkler” viene considerato un optional lasciato alla “trattativa” tra assicurato e assicuratore. Trattativa in cui l’assicurato si lascia condizionare solo dal valore della merce da tutelare considerando “gratis” il rischio di danni all’ambiente o addirittura lo stesso rischio di danno alla salute e alle persone. Su tutto questo le assemblee di gruppo omogeneo devono vigilare sulla piene e aggiornata valutazione dei DVR e a maggior ragione in tempi di “mutamenti climatici” aggravati dall’incuria padronale per l’ambiente naturale. Noi lavoratori siamo parte integrante della natura! Solo i lavoratori estranei alla logica del profitto a tutti i costi possono esercitare la vera prevenzione a tutela della loro salute e della salute di tutti. Oggi è il 50° anniversario del disastro industriale della Icmesa di Seveso : siamo ancora lontani da una vera prevenzione che renderebbe possibile un “mondo giusto” RETE NAZIONALE LAVORO SICURO L'articolo INCENDIO AL SITO LOGISTICO BRT BOVISA DI MILANO proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Sfratto di una centenaria alla Garbatella, simbolo della crisi abitativa e degli alloggi vuoti a Roma
C’è un contrasto stridente che racconta l’abbandono sociale di Roma: da un lato gli annunci patinati sui grandi progetti urbanistici della città, dall’altro la realtà spietata di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto. Questa emergenza silenziosa, ignorata dai grandi media, sta stravolgendo il tessuto umano della Capitale, espellendo i suoi abitanti storici. Le denunce dei comitati degli inquilini e le inchieste pubblicate in questi giorni dai media locali fotografano una situazione impressionante: Roma continua a essere tra le città italiane con il maggior numero di sfratti eseguiti. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, anziani, lavoratori e bambini costretti ad abbandonare le proprie case senza sapere dove andare. Non è un semplice effetto del mercato. È il risultato di un modello di sviluppo che considera la casa sempre più un investimento finanziario e sempre meno un diritto. La rendita immobiliare, la speculazione e la crescita incontrollata degli affitti turistici stanno espellendo dalla città migliaia di residenti, trasformando interi quartieri in luoghi destinati al turismo o agli investimenti immobiliari. La vicenda della signora Pina, la donna di cento anni residente nei complessi di via Giovanni Andrea Badoero alla Garbatella, rappresenta il simbolo più doloroso di questa deriva. La mobilitazione di numerosi cittadini e cittadine, insieme ai comitati, alle organizzazioni sindacali, ai movimenti, alle forze politiche e ai rappresentanti delle istituzioni, ha impedito finora che quella donna venisse sfrattata dopo aver vissuto per decenni nella stessa casa, ottenendo il rinvio dell’esecuzione. Quel rinvio non è stato un fatto casuale. È il primo risultato di una mobilitazione che ha saputo costruire una rete ampia e determinata. La mobilitazione popolare e il tempestivo interessamento delle istituzioni di prossimità hanno contribuito a evitare che lo sfratto venisse eseguito nell’indifferenza generale. È la dimostrazione che, quando una comunità si mobilita e le istituzioni più vicine ai cittadini scelgono di assumersi le proprie responsabilità, è possibile ottenere risultati concreti e aprire uno spazio per affrontare il problema. Ma il rinvio non cancella il problema. Anzi, lo rende ancora più evidente. La vicenda assume infatti contorni ancora più assurdi se si considera quanto denunciato dagli stessi inquilini e  dagli organi di informazione: nello stesso complesso immobiliare, gestito da una società, oltre cento appartamenti risultano vuoti e inutilizzati. Una situazione che, secondo le segnalazioni dei residenti, si ripete anche in altri complessi della città, da via Rava a viale Marconi fino a via Toscani. È difficile spiegare ai cittadini perché si proceda con gli sfratti mentre numerose abitazioni rimangono chiuse per anni. Case costruite con una funzione sociale vengono lasciate inutilizzate, contribuendo ad alimentare la scarsità di alloggi disponibili e la crescita dei prezzi. È una gestione che favorisce la rendita e penalizza chi cerca semplicemente un luogo dove vivere. Intanto l’emergenza abitativa cambia volto. Non riguarda più soltanto le persone in condizioni di estrema povertà. Sempre più spesso a perdere la casa sono lavoratori dipendenti, pensionati, famiglie monoreddito, giovani coppie e studenti. Persone con un reddito che fino a pochi anni fa consentiva di vivere dignitosamente, ma che oggi non riescono più a sostenere canoni diventati insostenibili. Roma rischia così di trasformarsi in una città dove possono vivere soltanto coloro che hanno redditi più elevati, mentre chi lavora, studia o è in pensione viene progressivamente spinto verso la periferia o addirittura fuori dal territorio comunale. È un modello urbanistico che rompe il tessuto sociale, svuota i quartieri della loro identità e trasforma il diritto all’abitare in un privilegio. Anche il Piano Casa del Governo Meloni, recentemente approvato dal Parlamento, risulta largamente insufficiente rispetto a questa emergenza. Le risorse destinate all’edilizia pubblica restano modeste e il ricorso all’housing sociale affidato ai privati non affronta il nodo principale: gli affitti continuano a essere determinati dai valori di mercato e rimangono inaccessibili proprio per chi rischia lo sfratto. Senza un massiccio investimento pubblico e senza il recupero del patrimonio immobiliare inutilizzato, difficilmente questa situazione potrà cambiare. Ma le responsabilità non riguardano soltanto il Governo. Anche il Comune di Roma e la Regione Lazio non possono limitarsi ad assistere passivamente a questa emergenza. Servono decisioni coraggiose. Occorre rafforzare il coordinamento tra Campidoglio e Prefettura affinché gli sfratti che coinvolgono persone in condizioni di particolare fragilità vengano graduati e accompagnati da soluzioni abitative alternative. Nessuno dovrebbe essere costretto a finire in strada senza un passaggio da casa a casa. Allo stesso tempo è necessario aprire un confronto con i grandi proprietari immobiliari e con gli enti previdenziali che detengono migliaia di appartamenti inutilizzati, accelerare l’assegnazione degli alloggi popolari vuoti, contrastare la speculazione e regolamentare con maggiore efficacia la proliferazione delle locazioni turistiche nelle zone ormai sature. La casa non può essere trattata come una qualsiasi merce finanziaria. È un diritto fondamentale per garantire dignità, sicurezza e coesione sociale. La vicenda della signora Pina dimostra che una parte della comunità cittadina non intende più assistere in silenzio a questa deriva. È da questa esperienza che bisogna ripartire. Le vertenze per il diritto alla casa non possono rimanere episodi isolati, ma devono parlarsi, sostenersi e costruire alleanze sempre più ampie. Difendere la signora Pina significa difendere il diritto di tutti a continuare a vivere nella propria città. Perché una Roma che espelle i suoi abitanti per lasciare spazio soltanto alla rendita e alla speculazione è una città che, poco alla volta, perde anche la propria anima. Al contrario, una comunità che si organizza, resiste e costruisce solidarietà dimostra che cambiare le cose è possibile.   Giovanni Barbera
July 11, 2026
Pressenza
ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”
Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan)  e del sostegno internazionale all’Emirato talebano. Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso. Cambiare il nome senza cambiare la sostanza Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre. L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile. Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene i suoi esponenti vengono spesso valorizzati nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile. Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive. Lo sdoganamento dei fondi congelati Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero. Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie. E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante. È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale. UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani. Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica. Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale. Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti. La Risoluzione 2026 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”. È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.   Puoi leggere la versione integrale qui CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 11, 2026
Pressenza
Lettera aperta al Presidente Mattarella sulla ICMESA 50 anni dopo. Seconda parte
continua da Prima parte Ho letto e riletto le relazioni che analizzano 15-20 anni dopo lo stato di salute di quella popolazione. Qualche dubbio mi sorge ancora. Ad esempio si dichiara dove sono state recuperate le informazioni (ospedali della zona, registro tumori regionale, ecc.). Purtroppo manca un dato fondamentale per decidere se un caso potesse rientrare o meno nella ricerca: i sanitari che hanno avuto in carico il paziente hanno condotto un’anamnesi completa tendente a scoprire se quella persona aveva avuto l’occasione di vivere temporaneamente e per quanto tempo, di operare in quella zona e per quanto tempo e con che mansione, ecc. Debbo svelare un segreto personale: il reparto di Urologia dell’ospedale di Desio mi ha seguito per un tumore maligno alla vescica per molti anni, sono certo che il mio caso non risulta negli elenchi analizzati. Temo siano molti altri i pazienti, oltre a quelli che ho avuto occasione di conoscere in corsia da ricoverato o in ambulatorio e che mi hanno narrato storie ricollegabili a quell’evento. Nelle statistiche si dice che non ci furono aumenti di casi all’apparato urinario negli anni successivi. Questo dato varrebbe la pena di essere ricontrollato con maggior precisione. Concludo ritornando alle origini e cioè ai primi grandi errori commessi subito dopo l’evento. Qualcuno ricorda che una bella quota di carogne animali venne trasportata, in fretta e furia, al forno inceneritore del macello comunale di Milano, sito in via Lombroso. Mi chiedo se ci fu qualcuno in Regione o all’Ufficio Speciale che si preoccupò di fare analizzare forno, camini, terreni attorno a via Lombroso. Qualcun altro ricorda la teoria, mai dimostrata completamente, che la TCDD essendo insolubile in acqua avrebbe potuto rimanere sotto i primi terreni ma non scendere oltre perché sarebbe stata trattenuta dallo strato argilloso presente dovunque. Questo non è vero in toto. Esistono molte aree dove quello strato argilloso è stato forato per centinaia di anni, quindi la diossina avrebbe potuto filtrare sino alla falda più profonda. Forse l’ho fatta troppo lunga, Caro Presidente, mi auguro che tu possa leggere queste mie accorate parole e che tanti altri, soprattutto tra le giovani generazioni, possano trarne qualche utile insegnamento per la loro e le prossime generazioni. Con assoluto e immutato rispetto, Tullio Maria Quaianni (medico del lavoro) -fine- Redazione Milano
July 11, 2026
Pressenza
Milano interrompa i rapporti con Israele
In queste settimane proseguono le attività di raccolta firme per la delibera di iniziativa popolare contro tutti gli accordi Milano-Israele. A Gaza il genocidio non è finito, l’entità sionista e gli USA proseguono le azioni criminali in Libano, Iran e Cisgiordania. Il comune di Milano attraverso le sue società partecipate […] L'articolo Milano interrompa i rapporti con Israele su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Re Imagine Peace: Il futuro è pace
Pressenza, 9 luglio 2026.     Continuiamo la pubblicazione di schede informative sulle persone che partecipano a Re-Imagine Peace di cui siamo media partner. Crediamo che la conoscenza del programma e delle persone che vi parteciperanno sia la migliore informazione che possiamo dare. Maoz Inon e Aziz Abu Sarah Ci saranno anche Maoz Inon e Aziz Abu Sarah tra gli ospiti dell’evento Re-Imagine Peace il prossimo week end a Firenze. Benché impegnatissimi negli ultimi mesi nella tournée di lancio del loro libro The Future Is Peace, la loro testimonianza non poteva mancare in questo evento che al di là dei momenti musicali è stato concepito per far conoscere al pubblico italiano alcune delle situazioni che con più impegno si stanno muovendo tra Israele e Palestina, in una prospettiva di riconciliazione. Perché la Pace, come entrambi amano ricordare ogni volta che possono, “non può essere solo una parola, ma una cosa che si fa, che si costruisce giorno dopo giorno.”   In una situazione che più disperante non si potrebbe immaginare, con il terrorismo dei coloni che ormai dilaga in Cisgiordania, i sondaggi che nonostante tutto confermano la popolarità di Netanyahu, Maoz e Aziz sono continuamente in movimento per raggiungere i pubblici più diversi. E anche l’altra sera eccoli protagonisti di un partecipato webinar su Zoom, testimonial di quel sorprendente campo di pace tra Israele e Palestina, che ormai può proprio definirsi una coalizione, con decine di organizzazioni che il 30 aprile scorso si sono date convegno per l’ennesimo (perché era il terzo della serie) Summit di Pace a Tel Aviv: in migliaia a confrontarsi nel concreto delle possibili soluzioni sul terreno, accomunati dallo slogan It’s Time, Il Momento è Ora! (ne abbiamo riferito anche su Pressenza qui e qui). Entrambi imprenditori nell’ambito del cosiddetto ‘turismo di pace’, l’israeliano Maoz e il palestinese Aziz non si erano mai veramente incontrati fino ai tragici eventi del 7 ottobre, quando i genitori di Maoz vennero trovati carbonizzati nella casa in cui lui stesso era cresciuto all’interno del Kibbutz Netiv HaHasara, a poca distanza dall’alto muro di separazione con Gaza. E pochi giorni dopo, ecco il messaggio di condoglianze di Aziz Abu Sarah: “So cosa provi, ci sono passato…”  Per Aziz l’esperienza del lutto inconsolabile era stata la perdita di un fratello amatissimo, Tayseer, negli anni della prima intifada. Aveva nove anni quando si trovò ad assistere alla cattura: di notte, dentro casa, come per chissà quante altre case, trascinato via dai soldati dell’IDF per aver lanciato qualche sasso. La detenzione durò poco più di un anno, che però gli costò la vita. Poche dopo essere stato liberato fu necessario il ricovero d’urgenza in ospedale, per le lesioni interne provocate dalle torture. “Tayseer era il mio punto di riferimento. Non potrò mai dimenticare il momento in cui venne portato via, la rabbia che provai nel vederlo tornare così rovinato, l’abisso in cui sprofondai quando morì, il desiderio di vendetta che continuai a covare per anni” ricorda Aziz. Fino a che non decise di imparare la lingua del nemico. “In quella scuola piena di poveri immigrati, approdati in Israele non certo per scelta, io ero l’unico palestinese e il vero miracolo fu l’insegnante: un’israeliana dotata di grande empatia, che percepì la mia rabbia e mi permise di esprimerla, nel più totale rispetto.” Esperienza inimmaginabile per il giovane Aziz, che degli israeliani aveva conosciuto solo la violenza delle divise e gli abusi dei check point.”  Fu grazie a quel primo incontro con l’altra parte che Aziz decise di unirsi ai Parents Circle Families Forum (PCFF) e alla loro pratica di reciproco riconoscimento nel lutto: “La possibilità di percepirsi come esseri umani e non per forza nemici, con la voce che ti si incrina mentre racconti la tua storia e la commozione che ti assale mentre ascolti la storia di chi ti sta accanto, tutti in cerchio. Una storia importante quella dei PCFF per migliaia di famiglie come la mia, e che è stata fondamentale per me: è grazie a loro se sono quello che sono adesso.” Fu grazie a quel semplice messaggio di condoglianze di Aziz verso Maoz che i due decisero di incontrarsi. Aziz era rimasto colpito dalle parole che Maoz aveva pronunciato in una delle interviste televisive rilasciate in quei drammatici giorni, quando tra le lacrime aveva descritto il dolore in cui si trovava non solo per la perdita dei genitori, ma “al pensiero della punizione collettiva che sta per scatenarsi sull’intera striscia di Gaza. Non oso immaginare in quanti periranno, vittime innocenti…” Parole che esprimevano un’esigenza di radicale liberazione: dalla gabbia del risentimento e verso qualcosa ben oltre la vendetta come unica risposta all’aggressione.  Nel giro di poche settimane il loro incontro era già diventato un progetto: con precise scadenze, obiettivi da raggiungere. E la chiarezza circa il fatto che niente si può fare da soli, semmai insieme al maggior numero di altre realtà, magari non sempre d’accordo, ma in convergenza: “L’importanza di muoverci in coalizione, di questo siamo stati consapevoli fin dal principio. Non importa quanto possa essere impegnativo l’investimento organizzativo, relazionale, di comunicazione, questa chiarezza continua a guidarci in ogni cosa che facciamo”. Il primo step in questo percorso è stata la partecipazione ai Ted Talks di Vancouver nell’aprile 2024: confronto calibrato nei minimi particolari e infatti applauditissimo. Un mese dopo eccoli all’Arena di Pace di Verona, la loro fratellanza benedetta da Papa Francesco, con Alex Zanotelli a far da testimone e tutti e quattro uniti nell’abbraccio che venne ripreso dalle telecamere di tutto il mondo.  Ma l’evento davvero significativo per il loro progetto, fu il 1° luglio dello stesso anno, con il primo Summit di Pace a Tel Aviv: 50 diverse organizzazioni e relative istanze che per un’intera giornata si avvicendarono sul palco del Menorah Stadium. E a coronare quel primo anno di attivismo, eccoli a guidare una settimana di trekking in Cisgiordania: un’occasione unica per molti giovani (e meno giovani) israeliani che non avrebbero mai osato avventurarsi da soli. I risultati si vedranno al Peace Summit dell’anno successivo, 8/9 maggio 2025, a Gerusalemme: una due giorni che invade la città di eventi, seminari, laboratori, momenti musical/teatrali e che nella plenaria del secondo giorno, cui partecipano i delegati di 60 diverse organizzazioni, affronta non poche questioni complicate. Per esempio l’annoso dibattito circa la soluzione “a due Stati” rispetto a un’ipotesi di confederazione, di “Land for All” (Terra per Tutti) che non potrà ignorare l’illegittimità degli insediamenti in Cisgiordania, in termini di reale giustizia, diritti, opportunità, indennità per i crimini subiti, penalità per i perpetratori. Dibattito che il recente conflitto con l’Iran ha reso secondario, ma che anche quest’anno è stato il tema dell’ennesimo Peace Summit del 30 aprile scorso, di nuovo in migliaia a riempire gli spalti dell’Expo Center, con incontri, dibattiti, focus tematici sui più diversi temi e il Patriarca di Gerusalemme Monsignor Pizzaballa che all’improvviso si aggira tra gli stands.  The Future is Peace, Il Futuro è Pace sarà il tema oltre che il libro che Aziz Abu Sarah e Maoz Inon verranno a promuovere una volta di più per il pubblico di Re-Imagine Peace. Un libro in forma di viaggio, mappatura di luoghi del cuore, condivisione di storie, momenti, narrazioni, che il New York Times ha elencato tra i più interessanti titoli in uscita quest’anno, e che per i due co-autori è molto di più: un progetto, anzi un modello di fratellanza in azione, che si riverbera ben oltre il perimetro del loro vissuto. Aziz Abu Sarah e Maoz Inon saranno protagonisti dell’evento The Future is Peace, sabato 11 luglio al Teatro Nazionale di Firenze alle 15,30. Concluderà l’incontro la musicista Neta Weinar.
July 11, 2026
Assopace Palestina
I diritti non si classificano
SILVA MASO Quando, anni fa, ho deciso di aprire le porte di casa e iniziare ad accogliere persone, pensavo che significasse semplicemente offrire un posto dove dormire. Ho scoperto che, a volte, significa lasciarsi cambiare dalla storia che quella persona porta con sé. A. è rimasta a casa mia per circa sei mesi. Il tempo necessario per trovare un lavoro, sistemare i documenti e provare a ricostruire una vita che le era stata spezzata. La sera raccontava. L’infanzia. La scuola. Il parco. Le amicizie. Le risate. I sogni. Una vita normale. La stessa che potrebbe raccontare mia figlia. Poi, un giorno, tutto si è fermato. Con l’arrivo dei talebani non c’erano più il lavoro, la scuola, la libertà, il futuro. C’era solo la fuga. Sola. Senza lingua. Senza soldi. Senza più il riconoscimento di ciò che era stata. Con una sola possibilità: sopravvivere. Ha ricominciato dalle pulizie. Non perché fosse il suo destino. Ma perché quando ti portano via tutto, ricominciare è l’unico modo per non sparire. Una sera non sono riuscita a trattenere le lacrime. Non per il dolore dei suoi racconti. Ma per il silenzio che arrivava dopo. Le ho detto: «Mettiamoci nei panni dell’altra». Ci siamo scambiate i vestiti. Io ho indossato ciò che era riuscita a portare con sé nella fuga. Un regalo di suo fratello. Un frammento di casa cucito nella stoffa. Lei ha indossato i miei. L’empatia non è capire. È attraversare. È accettare il peso di una vita che non è la tua. Quel vestito non era un vestito. Era una madre lasciata indietro. Una lingua che non puoi più parlare. Una libertà strappata senza colpa. La paura di non avere più un posto nel mondo. Per questo, quando oggi sento parlare di Afghanistan, non riesco a separare il dibattito politico dal volto di A. L’Afghanistan dei talebani non è diventato un Paese sicuro 1. Le donne continuano a essere private dell’istruzione, del lavoro e della libertà di movimento. Il dissenso viene represso. I diritti fondamentali continuano a essere negati. Eppure l’Unione Europea ha ripreso i contatti con il regime talebano, ricevendone una delegazione a Bruxelles, con l’obiettivo di costruire accordi che possano facilitare anche il rimpatrio di cittadini afghani. La chiamano gestione dei flussi migratori. Ma quando la convenienza politica rischia di prevalere sulla tutela dei diritti umani, la domanda da porsi è un’altra: che valore hanno davvero quei diritti, se possono diventare negoziabili? Le politiche migratorie non riguardano numeri. Riguardano persone. Riguardano donne come A., che hanno perso tutto per poter continuare a vivere. Quando una scelta politica finisce per ignorare la realtà vissuta da chi fugge, il rischio è che una definizione amministrativa pesi più di una vita umana. A. ha diritto di vivere. Come ogni persona che fugge da guerra, persecuzione o violenza. Nessun accordo politico, nessuna categoria burocratica e nessuna ragione di opportunità potranno mai cambiare questo principio. I diritti non si classificano. Si garantiscono. 1. Per approfondire la situazione in Afghanistan consigliamo di seguire il lavoro del Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) e la lettura di questo articolo (NdR.) ↩︎
Repubblica Dem. Congo: nuovi scontri nella provincia di Sud-Kivu
Si segnalano nuovi scontri sugli altipiani del Minembwe, nella provincia del Sud-Kivu, dove le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) sono impegnate in combattimenti contro i gruppi armati attivi nella regione, tra cui i ribelli del Movimento M23 e dell’Alliance Fleuve Congo (AFC), alleati con le Forze di difesa ruandesi (RDF) e il gruppo ribelle burundese RED Tabara. Secondo varie fonti presenti sul territorio, proseguono le operazioni militari con un ricorso sempre maggiore a droni e offensive aeree, a testimonianza di un’evoluzione delle tattiche messe in atto sul campo. Inoltre, diverse fonti attive a livello locale parlano di attacchi con droni da parte del movimento M23 contro le postazioni delle FARDC. Si segnalano perdite umane e materiali, ma al momento nessun bilancio ufficiale o indipendente ha permesso di confermare con precisione il numero di vittime o l’entità dei danni. In aggiunta, una fonte indipendente, che ha chiesto di rimanere anonima, ha confermato quanto sta circolando sui social media riguardo a un bombardamento a opera delle Forze di difesa ruandesi (RDF) a Mikenge e a ingenti perdite. La situazione resta in costante evoluzione. Per la redazione Pressenza francofona, Roger Seko Raphaël -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI LAURA FRESCINA Rédaction Rep. Dem. Congo
July 11, 2026
Pressenza
[2026-07-18] CENA BENEFIT E MUSICA ACUSTICA @ Spazio Anarchico 19 Luglio
CENA BENEFIT E MUSICA ACUSTICA Spazio Anarchico 19 Luglio - Via Rocco da Cesinale, 18, 00154 Roma RM (sabato, 18 luglio 20:00) CENA BENEFIT E MUSICA ACUSTICA Sabato 18 luglio abbiamo organizzato una cena benefit alle ore 20:30 allo Spazio Anarchico 19 Luglio in via Rocco da Cesinale 16 a garbatella (metro B). Una serata di chiacchiere e convivialità con intervalli musicali in acustico.  Vi aspettiamo per un brindisi estivo! (A) sottoscrizione libera Gruppo Anarchico C. Cafiero FAI Roma www.cafierofairoma.wordpress.com
July 11, 2026
Gancio de Roma

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