Rinviato al 2 ottobre il voto su Ddl liberticida che equipara antisionismo e antisemitismo
La seduta del 9 settembre della commissione Affari costituzionali sul DDL che imbavaglia ogni critica a Israele si è chiusa senza votazioni, dopo l’avvio della discussione generale. Per oggi è attesa la riunione di un nuovo Ufficio di presidenza della commissione, chiamato a definire il calendario. L’ipotesi è che le votazioni sugli emendamenti comincino da martedì prossimo. Il rinvio, […] L'articolo Rinviato al 2 ottobre il voto su Ddl liberticida che equipara antisionismo e antisemitismo su Contropiano.
September 10, 2026
Contropiano
L’architetto della Cancellazione: la vergognosa crociata di Tony Blair contro l’identità palestinese
La Palestina non può essere Cancellata con un tratto di penna imperiale, e il passato di Tony Blair non può essere ripulito dalla sua ultima finta opera di pace. Fonte Di Iqbal Jassat – 9 settembre 2026 Quando si è diffusa la notizia che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair si era recato a Ramallah … Leggi tutto "L’architetto della Cancellazione: la vergognosa crociata di Tony Blair contro l’identità palestinese" L'articolo L’architetto della Cancellazione: la vergognosa crociata di Tony Blair contro l’identità palestinese proviene da Invictapalestina.
September 10, 2026
Invictapalestina
In Lombardia nasce la Rete dei Comitati Stop ai Data Center
Nell’ultimo anno le richieste per la realizzazione di nuovi data center nei territori dell’hinterland milanese e pavese sono cresciute in modo esponenziale. Parliamo di infrastrutture energivore di grandi dimensioni, che consumano tantissimo suolo, tantissima acqua, provocano isole di calore, rumore ed emissioni. Di fronte al moltiplicarsi dei progetti, in molti […] L'articolo In Lombardia nasce la Rete dei Comitati Stop ai Data Center su Contropiano.
September 10, 2026
Contropiano
Il futuro possibile: tre vite cambiate dall’istruzione
Quando nel 2018 è sbarcato sulle coste dell’isola di Samos, a bordo di uno di quei gommoni che ogni giorno traghettavano centinaia di profughi dalla Turchia, Mahdi aveva solo 11 anni. Il suo era stato un viaggio lungo insieme alla famiglia, in fuga da un Afghanistan dilaniato da guerra e violenza, nella disperata speranza di costruire un nuovo presente in Europa.  Sull’isola greca, però, trovò una situazione tutt’altro che rosea: dall’inizio della crisi siriana nel 2015, il campo si era rivelato totalmente inadeguato all’accoglienza di grandi flussi migratori. Mahdi era uno dei tantissimi bambini costretti a sopravvivere per mesi, a volte anni, in un luogo pericoloso, dove valeva la legge del più forte: un girone dell’inferno che alimentava il trauma, il dolore e una profonda frustrazione. Nello stesso periodo, in Siria, Ghada era fuggita dalla sua città natale – Khan Shaykhun – dopo il terribile attacco chimico con il gas sarin del 4 aprile 2017, che causò circa 100 morti e oltre 200 feriti. Aveva 10 anni e da tre viveva tra bombardamenti e continui sfollamenti. Insieme alla sua famiglia si stabilizzò nel campo sfollati nella zona di Ad Dana, nel nord ovest del Paese. Le giornate scorrevano tra paura e incertezza, nel freddo gelido che entra nelle ossa d’inverno e nel caldo torrido che rendeva le tende del campo quasi invivibili. Dopo anni trascorsi così, Ghada non credeva che sarebbe mai tornata a scuola.  Intanto, nella Repubblica Democratica del Congo viveva Annie, la sesta di dodici fratelli e sorelle: durante la pandemia di Covid, all’età di 7 anni, si recava ogni giorno alla miniera di Kolwezi, per scavare e lavare le pietre, alla ricerca del cobalto da poter vendere per ricavare 1 o 2 dollari. Le sue giornate trascorrevano nella polvere, nella fatica e in condizioni di vita insalubri. Annie era una bambina minatrice, come lo era sua madre da oltre 11 anni: nonostante i suoi genitori pregassero ogni giorno per poter offrire un futuro diverso ai propri figli, il presente non sembrava voler lasciare spazio ad alcuna alternativa.  Mahdi, Ghada e Annie erano solo tre dei 273 milioni di bambini al mondo fuori da ogni percorso scolastico: per loro, la possibilità di scegliere il proprio futuro sembrava essersi già chiusa in partenza. Si stima che nei Paesi a basso reddito, il 36% dei bambini e giovani sia fuori dalla scuola (contro il 3% nei Paesi ad alto reddito) e solo 1 su 4 riesca a terminare la scuola secondaria superiore: più un’eccezione, che una regola. Tuttavia, per Mahdi, Ghada e Annie il destino ha scelto un’altra traiettoria. È successo quando hanno avuto l’opportunità di accedere alle Scuole di Emergenza di Still I Rise a Samos, Ad Dana e Kolwezi. Qui, oltre a ricevere un’istruzione di qualità, si sono riappropriati del loro diritto a essere bambini, e i loro percorsi di vita sono completamente cambiati.  Annie ha lasciato la miniera, si è rivelata una delle studentesse più brillanti e ha vinto una borsa di studio che le ha permesso di proseguire gli studi nella Scuola Internazionale in Kenya dell’organizzazione. Oggi ha 13 anni e sogna di aiutare le persone meno fortunate di lei. Ghada si è appassionata alla lingua inglese, ha potuto reintrodursi nel sistema scolastico pubblico e oggi – a 18 anni – frequenta il primo anno del corso di laurea in Lingua inglese, presso la Facoltà di Lettere. Il suo sogno è diventare insegnante e trasmettere a tutti l’amore per lo studio.  Annie, prima e dopo E Mahdi? Dopo due anni difficili tra Samos e un campo della Grecia continentale, si è finalmente stabilito in Germania con la propria famiglia. Oggi ha 19 anni, si è diplomato, lavora nell’ambito della Security ed è diventato lottatore professionista di MMA. Ma non è finita qui.  Lo scorso luglio, Mahdi è ritornato come volontario a Still I Rise, nella Scuola in Kenya dove studiano adolescenti profughi e in situazione di vulnerabilità come era lui, e che in lui hanno trovato un mentore e un modello da seguire. Dopo otto anni, un cerchio si chiude, altri si aprono e la partita del proprio futuro, iniziata tra i banchi di scuola, è ancora tutta da giocare. The post Il futuro possibile: tre vite cambiate dall’istruzione appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 10, 2026
L'INDIPENDENTE
Cresce l’opposizione ai data center
«Pensavamo davvero di aver vinto», afferma Lee Ziesche, copresidente dei Democratic Socialists of America (Dsa) di Tucson, in Arizona, ricordando con rammarico l’agosto del 2025. Insieme ad altri gruppi e migliaia di membri della comunità, i Dsa si erano battuti contro la società di sviluppo immobiliare Beale Infrastructure per un enorme centro dati sull’intelligenza artificiale chiamato Project Blue. In questa città desertica, l’acqua è preziosa e rappresenta anche un servizio pubblico. (L’eccessivo consumo idrico è un aspetto molto criticato del boom dei data center.) Gli sviluppatori avevano affermato che non avrebbero costruito il Progetto Blue a meno che la città di Tucson non avesse annesso il terreno; in questo modo, il data center sarebbe stato servito dalla rete idrica di Tucson. «C’era una forte opposizione [al data center] per molte ragioni», spiega Ziesche, «ma la cosa più importante è che il risparmio idrico fa parte della cultura locale. Tutti lo imparano a scuola». Inoltre, aggiunge Ziesche, «lo scorso marzo abbiamo raggiunto i 38 gradi, quindi siamo ovviamente molto consapevoli della crisi climatica». «Ho visto molta opposizione a grandi progetti infrastrutturali», afferma Ziesche, che ha anche combattuto contro gli oleodotti a New York, «e non ho mai visto niente di simile alla resistenza [al Project Blue] a Tucson. D’estate qui è piuttosto deserto; i turisti invernali se ne vanno e fa davvero caldo». Ma quell’estate, mille persone si sono presentate a un’assemblea pubblica. Il Consiglio comunale ha deciso all’unanimità di non annettere il terreno per il data center, il che significava che la città non avrebbe fornito l’acqua. Una vittoria! La forte opposizione ha prevalso nell’ambito del processo decisionale democratico: il comune. Ma a quanto pare non è stata questa l’arena decisiva. Con una repentina inversione di rotta, lo sviluppatore ha deciso di procedere comunque con il Progetto Blue, utilizzando l’aria al posto dell’acqua come refrigerante. Un cambiamento radicale, dovuto interamente alla resistenza, ma che non risolve le preoccupazioni dei residenti. Con temperature così elevate e un data center che fa lievitare le bollette elettriche già altissime delle famiglie, Ziesche afferma: «Sarà impossibile sopravvivere». «Questi miliardari della tecnologia, e del resto, lo abbiamo sempre saputo a proposito dei capitalisti», afferma Ziesche, «sono disposti a sacrificare intere comunità per realizzare un profitto». Ancor peggio, la sconfitta ha messo in luce la fragilità delle istituzioni democratiche della città: il popolo, unito, può essere facilmente sconfitto quando non ha l’ultima parola. Sono iniziati i lavori per il Progetto Blue. Le proteste continuano, ma sembrano ormai perdute. Ciononostante, Ziesche afferma che i socialisti di Tucson hanno imparato la lezione sugli investimenti della comunità in energia e infrastrutture e stanno portando avanti una nuova campagna per chiedere l’intervento dello Stato. La battaglia per il data center, dice Ziesche, «ha davvero ampliato la base di coloro che credono nell’intervento dello Stato e in soluzioni potenzialmente socialiste». Sette americani su dieci si oppongono alla costruzione di un grande centro dati per l’intelligenza artificiale nella propria comunità. In effetti, sono pochi i temi che uniscono gli americani di ogni schieramento politico come questo. Persino tra i repubblicani, sono più numerosi coloro che ritengono che la costruzione di nuovi centri sia un male. Eppure, la maggior parte dei politici tradizionali, sia democratici che repubblicani, non riesce a cogliere l’occasione. Ciò pone i socialisti, che non sono vincolati a grandi finanziatori con interessi acquisiti nel boom dell’Ia, in una posizione unica. I socialisti democratici sono in una posizione migliore rispetto a entrambi i principali partiti per opporsi all’oligarchia, una cancrena americana del ventunesimo secolo che ogni battaglia per i data center sembra rivelare di nuovo. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia UN PROBLEMA DI CLASSE Ci sono validi motivi per l’opposizione popolare ai data center: prima fra tutti, la rabbia per l’avidità delle multinazionali e il senso di impotenza popolare derivante dall’essere esclusi dalle decisioni importanti a livello locale. Sia i Repubblicani che i Democratici sono finanziati dalle grandi aziende tecnologiche, dall’industria dei combustibili fossili e dai super ricchi, mentre i socialisti sostengono che queste multinazionali e questi miliardari dovrebbero uscire dalla politica e, idealmente, non esistere affatto. Nelle recenti primarie, dove i data center sono diventati un tema centrale, i socialisti democratici hanno vinto o sono arrivati molto vicini alla vittoria. In Michigan, dove lo stato ha offerto incentivi per la costruzione di data center e l’energia da essi richiesta viene utilizzata per sfruttare le lacune nelle leggi statali sull’energia pulita e costruire nuove infrastrutture per i combustibili fossili, Chris Gilmer-Hill di Detroit ha vinto le primarie per la Camera dei rappresentanti statale . Gilmer-Hill è un attivista per la giustizia ambientale e ha fatto dei data center una questione centrale del suo programma. Non era il solo: in uno stato dove la questione era centrale, altri socialisti e progressisti contrari ai data center hanno ottenuto grandi successi, con le vittorie alle primarie per il Congresso di Will Lawrence e Donavan McKinney, per non parlare del candidato al Senato Abdul El-Sayed. A Denver, la socialista democratica Melat Kiros ha vinto le sue primarie per il Congresso a giugno, proponendo anche lei una moratoria sui data center. E sebbene Francesca Hong non abbia prevalso alle primarie per la carica di governatore in Wisconsin, la questione dei data center ha certamente contribuito a renderla una forte contendente in quella che si è rivelata una sconfitta di misura. Le ragioni per cui le persone odiano i data center – e l’intelligenza artificiale generativa nella sua forma attuale, estrattiva e guidata dai miliardari – sono profondamente in linea con la più ampia agenda politica dei socialisti democratici. Sarahana Shrestha, membro dell’Assemblea statale di New York per il Partito Socialista Democratico nella Hudson Valley, impegnata a favore di una moratoria statale sulla costruzione di nuovi data center, afferma che la battaglia non riguarda tanto scenari alla Terminator in cui l’Ia si rivolta contro di noi, quanto piuttosto questioni concrete e immediate come l’accessibilità economica e la disuguaglianza. Mentre gli abitanti delle zone rurali dello Stato di New York lottano contro l’aumento dei costi dell’elettricità e le minacce alla rete elettrica, i data center faranno lievitare ulteriormente le loro spese energetiche. I data center godono di un trattamento speciale ridicolo sotto forma di generosi sussidi fiscali, il che rappresenta di per sé un problema di classe di ampia portata. Inoltre, afferma Gilmer-Hill, «anche se obbligassimo i data center a pagare la loro giusta quota, la stessa aliquota di tutti gli altri, non riusciremmo comunque a impedire che, di fatto, rendono i costi più elevati per tutti». I data center, inoltre, ritardano la necessaria transizione verso le energie rinnovabili, richiedendo un maggiore consumo di combustibili fossili e aggravando la crisi climatica. Il loro fabbisogno energetico viene utilizzato dalle compagnie petrolifere e del gas per giustificare la costruzione di ulteriori infrastrutture per petrolio e gas, persino a fronte di temperature record, tempeste e inquinamento da incendi boschivi legati alla crisi climatica. A Tucson, ad esempio, le compagnie elettriche sostengono di aver bisogno di energia prodotta da centrali a gas per alimentare questi data center e stanno promuovendo la costruzione di un gasdotto multimilionario. «Le persone stanno capendo che i data center non sono davvero al nostro servizio», afferma Ziesche. Come sottolinea Gilmer-Hill, nel migliore dei casi i data center creano pochissimi posti di lavoro, e nel peggiore potrebbero lasciare senza un impiego molti americani. Sebbene il presidente Donald Trump abbia affermato la settimana scorsa – con il caratteristico e affabile rispetto che mostra sempre ai suoi elettori delle zone rurali – che le comunità che si oppongono ai data center scelgono di essere «arretrate e povere», la verità è che i benefici economici sono notevolmente esagerati . Come dice Shrestha a proposito delle promesse che i miliardari della tecnologia fanno alle comunità, «non sono solo le macchine ad avere delle allucinazioni». LEGGI ANCHE… MOVIMENTI A/I, SE IL DISSENSO DIVENTA TERRORISMO Annarosa Pesole COMBATTI I DATA CENTER, SALVA LA DEMOCRAZIA Al di là delle minacce specifiche poste dai data center, le lotte a livello nazionale stanno risvegliando la consapevolezza della propria impotenza di fronte ai desideri dei miliardari, ovvero della debolezza delle istituzioni democratiche. «Stiamo davvero comprendendo quanto sia importante poter prendere queste decisioni in autonomia come comunità», afferma Ziesche, «e non vederci imporre questi progetti mastodontici dalle grandi aziende tecnologiche». I socialisti democratici sono profondamente impegnati nell’espansione del controllo e della proprietà democratica, il che li pone in una posizione privilegiata per dare voce a questa rabbia e incanalarla verso soluzioni politiche. «Ciò per cui i socialisti lottano sono i beni pubblici per il pubblico», afferma Shrestha, e queste lotte rafforzano la tesi a favore di un’energia di proprietà e sotto controllo pubblico. A Tucson, i Dsa avevano già avviato una campagna per l’energia pubblica, ma la sconfitta contro il data center l’ha rafforzata notevolmente, evidenziando la necessità che l’energia sia controllata dai cittadini, proprio come già avviene per l’acqua. Ora, afferma Ziesche, i socialisti stanno trasformando la battaglia per il data center in un referendum sull’azienda di servizi pubblici privata. Dopo lo scandalo del Project Blue, dice, «vedo molte persone che non sono affatto socialiste sostenere la nostra campagna per l’energia pubblica». Nello Stato di New York, i Dsa con rappresentanti eletti, tra cui Shrestha e la senatrice statale Kristen Gonzalez, stanno spingendo per una moratoria a livello statale sulla costruzione di nuovi data center. Come compromesso, la governatrice Kathy Hochul ha emesso un ordine esecutivo che stabilisce una versione attenuata, sospendendo le nuove costruzioni per un anno. I socialisti nello Stato di New York sono più avanti nella lotta per l’energia rinnovabile di proprietà pubblica, avendo approvato il Build Public Renewables Act nel 2023 (sebbene l’attuazione di tale legge rimanga una battaglia in corso). Ma nella Hudson Valley, come a Tucson, una delle prossime grandi campagne è quella di nazionalizzare l’azienda elettrica, come già avviene in molte piccole città e comuni americani. Gonzalez sta anche lavorando a una legge per porre fine ai sussidi fiscali ai data center. Solo nella contea di Rockland, gli enti statali e locali hanno stanziato almeno 321 milioni di dollari in sussidi energetici e fiscali ai data center. In un recente ordine esecutivo, Hochul ha espresso l’intenzione di collaborare con il legislatore per porre fine a tali sussidi. Ma tale intenzione non si è ancora tradotta in legge e, considerando il suo operato in materia di clima e la sua storia di connivenza con gli inquinatori, ci sono validi motivi per credere che ci vorrà una dura battaglia per ottenerla. Se non fosse per legislatori socialisti come Gonzalez, la fine dei sussidi ai data center non farebbe nemmeno parte del dibattito politico democratico. A livello di base, è raro che noi americani siamo così convinti su qualcosa. Osservando i sondaggi, ma anche le migliaia di persone di ogni tendenza politica che affollano le riunioni pubbliche, parlano con i vicini e firmano petizioni per l’energia pubblica, sembra chiaro che i Democratici e i Repubblicani tradizionali farebbero bene, dal punto di vista elettorale, ad affiancare i socialisti almeno su questo tema. Shrestha riflette sul fatto che in Wisconsin, l’avversario di Francesca Hong, un democratico che si era opposto a una moratoria a livello statale, potrebbe ora perdere la carica di governatore a favore di un repubblicano. «Anche da un punto di vista puramente politico», afferma, «il sostegno dei democratici ai data center sembra così sconsiderato. Se il Partito Democratico è anche solo minimamente interessato a combattere la crisi climatica, a rendere la democrazia funzionante, a vincere le elezioni, deve assumere una posizione ferma contro questi data center». Ma anche in assenza della partecipazione dei Democratici tradizionali, è probabile che il movimento socialista democratico continui a essere all’avanguardia su questo tema. «Ogni giorno le persone si stanno rendendo conto di come questo sistema sia stato truccato a nostro danno», afferma Gonzalez. E aggiunge che se i socialisti riusciranno a «dare l’esempio di una buona governance su questo tema, credo che potremo dimostrare che la nostra visione positiva per il futuro, per i lavoratori, è popolare». *Liza Featherstone è editorialista di JacobinMag e giornalista freelance. Ha scritto, tra le altre cose, Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers’ Rights at Wal-Mart (Basic Books, 2002) e Divining Desire: Focus Groups and the Culture of Consultation (Or, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Cresce l’opposizione ai data center proviene da Jacobin Italia.
September 10, 2026
Jacobin Italia
L’IMPATTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DEI DATA CENTER SUL LAVORO. INTERVISTA A ELIANA COMO
Torniamo a parlare di Data Center e Intelligenza Artificiale. Questa volta affrontando l’impatto di queste tecnologie rispetto al mondo del lavoro. Radio Onda d’Urto ne ha parlato con Eliana Como sindacalista Fiom e della Fondazione di Vittorio della CGIL. Eliana Como in questi giorni sta partecipando alla conferenza dell’International Network on Digital Labor che si sta tenendo a Ginevra proprio su questi temi. L’impatto della riorganizzazione produttiva derivata dall’applicazione dell’Intelligenza Artificiale si distende su tutta la catena del valore e dunque del lavoro. Dai data workers – che nel sud globale addestrano i modelli in condizioni di ipersfruttamento – alle fabbriche, dove all’introduzione di queste nuove tecnologie corrisponde un aumento del carico e dell’intensità del lavoro, del controllo e del disciplinamento interno, fino ad arrivare al settore creativo. Gli effetti di questa ristrutturazione non si possono solo circoscrivere alla perdita di posti di lavoro, ma comprendono nuove forme di assoggettamento, di messa a valore e a lavoro del nostro tempo. Con Eliana Como Radio Onda d’Urto ha discusso degli scenari che si aprono, tanto dal punto di vista dell’organizzazione produttiva, quanto da quello delle risposte che lavoratrici e lavoratori iniziano a mettere in campo. In Italia ed in particolare in Lombardia la testimonianza concreta di questa rivoluzione imposta dall’alto è la corsa all’oro dei Data Center, le infrastrutture materiali fondamentali per l’Intelligenza Artificiale. E’ forse questo un possibile terreno di ricomposizione su cui si può superare la contrapposizione imposta dall’alto tra ambiente e lavoro? Questa una delle domande poste a Eliana Como, sindacalista Fiom e della Fondazione di Vittorio della CGIL, alla quale al contempo abbiamo chiesto qual è il dibattito a riguardo all’interno del sindacato. Ascolta o scarica.
September 10, 2026
Radio Onda d`Urto
La lezione di Roberto Loddo
In ricordo di un militante anomalo in tempi di frazionamenti, integralismi e intolleranze. Per me prima, una quindicina di anni fa, Roberto era quello che stava con Gisella Trincas e gli altri dell’Asarp, l’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica, della quale continuavo a seguire saltuarialmente qualche evento. Erano anni in cui, per motivi famigliari, frequentavo solo marginalmente ed occasionalmente
September 10, 2026
La Bottega del Barbieri
[Da Roma a Bangkok] Pax silica. Terre rare e colonialismo
A luglio scorso nelle Filippine ci sono state importanti manifestazioni contro l'accordo Pax silica che ha portato il governo del paese a concedere agli Usa un ampio territorio, corrispondente alla vecchia base militare a stelle e strisce, per sfruttare i giacimenti di nichel. E' solo uno degli esempi - uno dei più importanti, dei tentativi dell'occidente di togliere alla Cina il monopolio sulle terre rare mettendo in atto di nuovo pratiche colonialiste.
September 10, 2026
Radio Onda Rossa
Perù: la Nazione Chapra denuncia minacce contro la presidente e difensora ambientale
Il Governo Territoriale Autonomo della Nazione Chapra (GTANCH) ha denunciato attacchi e minacce contro la sua presidente Olivia Bisa Tirko, che era già stata riconosciuta dal Ministero Pubblico come difensora ambientale in situazione di rischio, a causa di minacce legate al suo lavoro. “Dalla Nazione Chapra denunciamo pubblicamente un nuovo atto di violenza e intimidazione contro la nostra presidente, Olivia Bisa Tirko e la sua famiglia, avvenuto intorno alle 18.00 di domenica 5 settembre, quando si stava recando verso la città di San Lorenzo, nella provincia di Datem del Marañón, Loreto” (nella foresta amazzonica del Perù) hanno dichiarato gli abitanti in un comunicato ufficiale. La presidente e difensora ambientale, Olivia Bisa, è stata intercettata domenica scorsa da un’unità mobile (mototaxi), costringendola a effettuare una manovra d’emergenza per evitare di cadere in un burrone. Successivamente, la leader e la sua famiglia sono state minacciate con un’arma da fuoco, “puntando direttamente alla testa di Olivia. Di fronte a questa situazione, alcuni membri della comunità sono intervenuti per proteggere la leader e la sua famiglia, provocando la fuga dei malviventi dalla zona” hanno indicato. URGENTE: PROTEZIONE PER I DIFENSORI AMBIENTALI Di fronte all’attentato contro la difensora ambientale, la senatrice Ruth Luque si è pronunciata indicando che “è particolarmente grave che, dopo questi fatti, Olivia non abbia ricevuto assistenza immediata presso la stazione di polizia di San Lorenzo (locale). Una difensora minacciata non può recarsi presso una struttura di polizia in cerca di protezione e trovarsi senza una risposta tempestiva. La Polizia del Perù deve spiegare quanto accaduto e garantire un intervento immediato di fronte a situazioni di rischio”. La deputata Ruth Luque ha inoltre chiesto al Ministero della Giustizia, alla Polizia Nazionale e alle altre istituzioni competenti di “attivare e rafforzare urgentemente le misure di protezione per Olivia Bisa e la sua famiglia, nonché indagare sui fatti, identificare i responsabili e garantire che non vi sia impunità. Nei territori in cui avanzano le economie illegali, proteggere le persone difensore significa anche recuperare l’autorità dello Stato. Non possiamo lasciare Olivia Bisa né alcuna difensora ad affrontare da sola queste minacce” ha aggiunto. Secondo il Ministero della Giustizia, in Perù sono stati registrati più di 450 casi di rischio e attacchi contro difensori ambientali, tra giugno 2019 e febbraio 2026; e più di 370 ambientalisti e leader indigeni hanno affrontato procedimenti di criminalizzazione giudiziaria per difendere i propri territori. Redacción Perú
September 10, 2026
Pressenza
Antisionismo non è antisemitismo
Cosa faceva chi non era antisemita con le leggi razziali del periodo fascista? Disubbidiva… Oggi è chiamato eroe. Disubbidiremo… (m.l.b.) Anche a Palermo, come a Roma davanti a Montecitorio e in altre decine di città, ieri si è svolto un presidio contro un disegno di legge che non vuole combattere l’antisemitismo (la legge c’è già), ma solo la libertà di espressione e di manifestazione del dissenso. L’antisionismo NON È antisemitismo! (f.f.)   Redazione Palermo
September 10, 2026
Pressenza
L’estrema povertà degli stranieri
In Italia un terzo delle famiglie composte soltanto da stranieri  vive in povertà assoluta.  E avere un lavoro spesso non basta: è infatti povero anche il 29,1% delle famiglie con almeno uno straniero in cui la persona di riferimento è occupata.  Mentre in Europa si moltiplicano trasferimenti, rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere, Alleanza contro la povertà rilancia questi numeri e questo tema, chiedendo di riportare al centro persone, diritti e inclusione. E lo fa affrontando i principali nodi che caratterizzano il dibattito attuale.  Primo, i “dublinanti”, da alcuni giorni tornati al centro delle cronache: Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno annunciato o avviato infatti trasferimenti verso l’Italia, considerata responsabile dell’esame delle loro domande.  “Come questo tema si intrecci con la povertà (o almeno con la marginalità), sottolinea Alleanza contro la povertà, è evidente dai numeri: nel 2024 in Italia sono state presentate 151.120 domande d’asilo, mentre le Commissioni territoriali hanno esaminato 78.565 prime istanze. Alla fine dell’anno risultavano circa 180mila richiedenti asilo in attesa di una decisione, quindi in condizioni di grave precarietà sociale ed economica. Dietro i numeri delle domande d’asilo, dei trasferimenti e dei rimpatri ci sono persone, titolari di diritti fondamentali che le politiche pubbliche hanno il dovere di rendere concretamente esigibili. Dati nazionali sull’incidenza della povertà tra i soli richiedenti asilo non esistono. Esistono però indicatori molto chiari della loro fragilità economica. Chi è ospitato nei centri governativi o nei CAS riceve 2,50 euro al giorno per le spese personali, circa 75 euro al mese. Per chi resta fuori dall’accoglienza la legge italiana non prevede alcun contributo economico. Inoltre, dal 12 giugno 2026 il richiedente deve aspettare 90 giorni dalla formalizzazione della domanda prima di poter lavorare, contro i 60 previsti in precedenza”. La povertà è estremamente diffusa anche tra i rifugiati già riconosciuti: una categoria diversa e, almeno in teoria, più tutelata grazie allo status ottenuto. Eppure, un’indagine UNHCR stima che il 43,5% viva di questi in povertà assoluta, il 67% sotto la soglia di povertà relativa e il 26% in grave deprivazione materiale e sociale. Se la povertà è così diffusa perfino dopo il riconoscimento della protezione, tanto più deve esserlo tra chi è ancora sospeso nell’attesa, con pochi euro in tasca e un accesso limitato al lavoro e ai percorsi d’integrazione. Ma questo possiamo solo ipotizzarlo, perché dati, appunto, non ce ne sono. C’è poi, caldissimo in questa caldissima estate, il tema della remigrazione, introdotta il 17 gennaio 2026 con la raccolta delle firme per la proposta di legge popolare “Remigrazione e riconquista”. Il testo definisce la remigrazione come il ritorno “volontario e assistito” nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente presenti in Italia da almeno 12 mesi, dei richiedenti asilo disposti a rinunciare alla domande e dei titolari di permessi temporanei in scadenza. La platea potenzialmente interessata è quindi molto ampia: alla fine del 2024 i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno erano oltre 3,8 milioni. Chi aderisce riceverebbe un incentivo, ma dovrebbe accettare il divieto di tornare stabilmente in Italia. La proposta prevede inoltre un Fondo per la remigrazione (1 miliardo di euro l’anno, incrementabile fino a 2 miliardi), una tassa del 3% sulle rimesse inviate all’estero, l’abolizione della programmazione annuale dei flussi di ingresso per lavoro, l’espulsione obbligatoria dello straniero regolare condannato in via definitiva per un delitto e la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione in caso di condanna per una serie molto ampia di reati. “I rischi sono evidenti, sottolinea Alleanza contro la povertà. Primo, sottrarre risorse all’integrazione aumenta povertà e marginalità. Secondo, tassare le rimesse colpisce il reddito di famiglie che spesso vivono in Paesi poveri. Terzo, incentivare la partenza dei regolari può inoltre aggravare la carenza di lavoratori: in Italia – lo ricordiamo – gli occupati stranieri sono 2 milioni e 514mila, ovvero il 10,5% del totale. Con punte del 30,9% nei servizi, del 20% in agricoltura, del 18,5% in alberghi e ristoranti e del 16,9% nell’edilizia”. C’è un intreccio evidente tra essere stranieri ed essere poveri nel nostro Paese: nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2% delle famiglie composte soltanto da stranieri, contro il 6,2% delle famiglie di soli italiani, quasi sei volte tanto. Se poi si allarga l’analisi a tutte le famiglie con almeno uno straniero, l’incidenza sale al 30,4%, pari a circa 716mila famiglie. E il lavoro non basta: è povero il 29,1% delle famiglie con stranieri in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2% di quelle italiane. La ragione emerge anche dai dati del Ministero del Lavoro: la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4% rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori. Pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite. E anche l’accesso alle misure di contrasto è spesso sbarrato: per ottenere l’Assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi. L’ultimo rapporto dell’Asylum Information Database (Country Report: Italy – 2024 Update), pubblicato nel luglio 2025 segnala che, nonostante l’incidenza della povertà sia quasi sei volte più alta, nel maggio 2024 soltanto il 9,5% delle famiglie beneficiarie dell’Adi era straniero. L’Alleanza contro la povertà chiede: 1. La revisione e il rafforzamento delle attuali misure di contrasto alla povertà, riducendo da cinque a due anni continuativi il requisito di residenza in Italia per accedere all’Assegno di inclusione; 2. il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel SAI e percorsi immediati di lingua, formazione, lavoro e casa per richiedenti asilo e rifugiati; 3. il contrasto al lavoro povero, allo sfruttamento e al caporalato, con la garanzia di alloggi dignitosi (anche sulla base del recente decreto PA) e trasporti pubblici, il superamento dei ghetti, controlli, monitoraggi e piena applicazione dei contratti; 4. che le risorse pubbliche siano investite nell’inclusione, non sottratte ai servizi per finanziare l’allontanamento degli stranieri regolari; 5. che si rafforzino, con norme e risorse, il SAI, gli affidi e i tutori volontari e sia garantito, tutte le volte che è possibile e necessario, il prosieguo amministrativo fino a 21 anni. L’Alleanza contro la povertà durante questa estate ha mantenuto alta l’attenzione contro la povertà per i diritti e l’inclusione con la serie di approfondimenti “La povertà non ha ferie”. Questo è il terzo approfondimento. I primi due hanno avuto per tema gli “anziani” e la “disabilità e i caregiver”. Qui la prima puntata della serie “La povertà non ha ferie”, dedicata alle persone anziane: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/la-poverta-non-ha-ferie-una-serie-estiva-a-puntate-per-conoscerla-meglio-primo-focus-anziani/;  Qui la seconda puntata dedicata a disabilità e caregiver: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/estate-disabilita-e-caregiver-quasi-3-famiglie-su-10-a-rischio-poverta/.  Giovanni Caprio
September 10, 2026
Pressenza

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