26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA!
Alle 18,40 parte la manifestazione da dove è stato ucciso dai poliziotti Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna. Al grido di giustizia per l’ucciso ucciso dagli sgherri dello Stato Italiano centinaia di giovani hanno marciato per il quartiere. Non la giustizia dei padroni si chiede, i poliziotti che l’hanno ammazzato rischiano tuttalpiù qualche mese, perché lo Stato e le sue istituzioni sono i mandanti della repressione che si abbatterà sui proletari. Socialismo o barbarie è la nostra proposta di lotta non solo per difendere il salario e la vita dei lavoratori, ma per una società dove non ci siano più sfruttati, dove non ci siano più padroni. La richiesta di giustizia non è di per sé legata al fatto che facciano un processo equo secondo le leggi borghesi ma al fatto che la lotta formi militanti di una rivoluzione contro questo sistema basato sul profitto. Guerra alla guerra, guerra ai padroni che si battono per mantenere il loro dominio, basato su guerre, miseria e morte. S.I. COBAS NAZIONALE   L'articolo 26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Storie di ordinaria violenza in Cisgiordania
Anche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che al Festival di Berlino. Qual è la situazione dell’area che hai visitato? Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir. La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle proprie abitazioni. Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a quello che ha fatto e si penta. Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita? Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche ora dopo. La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti, alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio, cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio, riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio. I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4. Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto) e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione. 1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen 2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/ 3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/ 4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone 5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/ Enrico Campolmi
July 26, 2026
Pressenza
#stopthegenocideingaza🇵🇸 26 luglio 2025 - Esattamente un anno fa l'ignobile assalto israeliano all'imbarcazione " #Handala" della #Freedom #Flotilla Coalition a meno di 40 miglia dalla Striscia di #Gaza
July 26, 2026
Antonio Mazzeo
I BOSS DEL S. RAFFAELE SI SENTONO OFFESI!
SOLIDARIETA’ ALLA COMPAGNA MARGHERITA! Commentando il provvedimento disciplinare del 24 giugno a carico della compagna Margherita, portavoce della RSA del San Raffaele ci eravamo dichiarati “tutti diffidati” perché si intestava proprio nei termini di diffida l’avvio della procedura disciplinare. Per i boss del San Raffaele la denuncia dei fatti e dei misfatti nella gestione dell’ospedale e un’onda che ha lasciato il segno. La linea aziendale criticata come lontana anni luce dalla sua missione assistenziali, propria di una istituzione che rimanda a santità, (povero San Raffaele, anche lui diffidato?) palesa solo criteri affaristici e una disinvolta corsa a mettere le mani su quote di potere e di denaro. Con la lesa maestà, al buon nome e al prestigio violato non certamente dai compagni, viene addebitata alla compagna e a tutta la RSU la colpa gravissima di aver detto cose che sono poi state ampiamente ribadite da tutti i media. Fatti eclatanti ed evidenti a tutti. Nella favola danese “il re è nudo” il bambino non malato di ipocrita piaggeria dice quello che vede. Come nella favola tutti sanno e vedono ma pochi hanno il coraggio di dire e raccontare, non episodicamente come fa certa stampa che si avventa sullo scandalismo, ma lo scempio quotidiano della sanità una volta pubblica e universale. Margherita, come il bambino di Andrsen ha semplicemente raccontato una pura verità che tanta paura incute a chi puro non è. La portata del licenziamento sorprende ed è un vero e proprio salto nel processo di disciplinamento che avviene non a caso proprio a partire dai luoghi di lavoro perché qui si gioca il mantenimento della disciplina che si vuole da caserma. Quando il non allineamento, la disubbidienza è espressa direttamente dai lavoratori la repressione è rigorosa ed inevitabile.     I novelli Torquemada, però, devono pagare un costo salatissimo perché con questo fare da inquisitori gettano via l’ultimo orpello che riveste il vero volta di questa democrazia ad uso e abuso del capitale. Aumenta la repressione ma aumenta anche la sfiducia nelle istituzioni. Si cantano inni al Diritto e alla Costituzione “più bella del mondo” e alle tante forme di libertà formali. Solo formali, nient’altro che formali e viene svelato il vero ruolo delle forme e delle istituzioni che sono solo travestimenti di una medesima dittatura quella del capitale che opera a livello economico, politico, organizzativo, ideologico e militare. Se l’obbiettivo da conseguire è il profitto questi non risparmiano nessuna sacca di socialità e umanità. Questo incredibile licenziamento al pari degli interventi delle forze dell’ordine che invadono il ruolo del personale sanitario e determinano la tragica fine di Abderrahim Fakir a Bologna, i delitti le ingiustizie e i morti anonimi sul lavoro segnano con cadenza quotidiana il mosaico della democrazia che altri non è se non una “trappola e un inganno per i poveri e gli sfruttati”. Cara margherita hanno colpito te e si preparano a colpire tutti noi. Siamo con te e ti vogliamo bene. Ma nulla è vano e questa tua vicenda ci aiuta a combattere il pregiudizio democratico e rafforza in noi la convinzione che l’unica democrazie possibile e quella di classe. Lunedì 27 luglio ore 11.00 conferenza pubblica in Spianata San Raffaele Via Olgettina MI S.I. COBAS NAZIONALE! L'articolo I BOSS DEL S. RAFFAELE SI SENTONO OFFESI! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Disinformazione ufficiale
Il signor Giovan Battista Brunori, sionista per ragioni familiari – ha sposato Giovanna, discendente del rabbino Elia Benamozegh – corrispondente della RAI in Israele, ha definito innocui “escusionisti” i protagonisti del pogrom antipalestinese a Tel, nei pressi di Nablus. Decine di video mostrano questi “coloni” armati aggredire gli abitanti davanti […] L'articolo Disinformazione ufficiale su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
Gaza e la missione umanitaria negata: incontro a Foggia con gli attivisti del Global Sumud Convoy fermati in Libia
Martedì 28 luglio, alle ore 20:30, la Casa del Giovane di Foggia (via Candelaro, di fronte Parco S. Felice) ospiterà un importante incontro-dibattito per riaccendere i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria e sanitaria nella Striscia di Gaza. L’evento vedrà la partecipazione dei due attivisti pugliesi, di cui una foggiana, rientrati in Italia dopo essere stati arbitrariamente trattenuti per un mese dalle autorità della Libia Orientale. L’incontro è organizzato dalla Comunità Sulla strada di Emmaus, dal Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) e da Project Allegria OdV. Durante la serata sarà proiettato il documentario “Gaza: medici sotto attacco”, una cruda testimonianza sulle condizioni del personale sanitario e delle infrastrutture ospedaliere sotto i bombardamenti. Ci sarà inoltre una raccolta fondi da destinare alle attività di impegno umanitario, educativo e sociale di Project Allegria, un’organizzazione che ha sede anche a San Severo (FG) ed un proprio operatore attivo a Gaza a favore dei bambini e dei minori. I testimoni: la vicenda dei due attivisti pugliesi All’incontro prenderanno la parola Dina Alberizia, Domenico Centrone e Sara Suriano. I primi due facevano parte del gruppo dei dieci attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy (la missione via terra della Global Sumud Flotilla) fermati in Libia. Lo scopo della missione era rompere simbolicamente il blocco e raggiungere la Striscia di Gaza attraverso la Libia, l’Egitto e il valico di Rafah per consegnare aiuti umanitari urgenti e sanitari alla popolazione stremata. Il focus della manifestazione: il genocidio a Gaza La catastrofe umanitaria in corso nella Striscia di Gaza è un vero e proprio processo di genocidio ai danni della popolazione palestinese. Dopo il 7 ottobre 2023, le operazioni militari hanno causato un livello senza precedenti di uccisioni di civili, lo sfollamento di massa della popolazione e la distruzione sistematica di infrastrutture vitali, tra cui ospedali, scuole e reti idriche. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari sta deliberatamente utilizzando la fame e la deprivazione medica come armi di guerra contro la popolazione civile. Il sistema sanitario a Gaza è totalmente collassato: gli ospedali rimasti in piedi sono privi di medicinali essenziali, anestetici ed elettricità. Medici, infermieri e operatori umanitari lavorano in condizioni estreme, spesso diventando loro stessi bersaglio dei conflitti, come documentato nel filmato che sarà proiettato durante la serata. Come evidenziato dai rapporti di Amnesty International, le azioni e le politiche messe in atto configurano la violazione della Convenzione ONU sul genocidio del 1948, ignorando le misure restrittive e vincolanti disposte dalla Corte Internazionale di Giustizia. Cosa chiediamo Di fronte a questa emergenza morale e legale, si invoca con forza, ancora una volta: il cessate il fuoco immediato: stop permanente a tutte le operazioni militari; l’accesso umanitario incondizionato: sblocco immediato dei valichi per cibo, acqua e cure mediche; sanzioni e risposte diplomatiche: l’intervento delle istituzioni europee e internazionali per sospendere gli accordi di cooperazione ed esigere il rispetto del diritto internazionale. I promotori invitano la cittadinanza, gli organi di stampa e le associazioni locali a partecipare numerosi per sostenere il valore della solidarietà internazionale e della pace. Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza
Video. I diritti dei palestinesi in un documentario ONU del 1979
26 luglio 2026 Questa è una breve introduzione a un documentario prodotto nel 1979 dalle Nazioni Unite con il titolo “The Palestinian People Do Have Rights”. Il film ripercorre la storia della Palestina, la nascita dello stato ebraico e le guerre dal 1948 al 1979. La storia è raccontata da una prospettiva di solidarietà con i palestinesi. L’intero film (di 53 min) è disponibile sul sito web della biblioteca delle Nazioni Unite: https://media.un.org/avlibrary/en/asset/d264/d2646540 Questa è solo un’introduzione di 3 min:
July 26, 2026
Assopace Palestina
26 luglio 1992: Rita Atria è la settima vittima di via D’Amelio
“26 luglio 1992. A Roma muore, ufficialmente per suicidio, Rita Atria, una ragazza di 17 anni, testimone di giustizia in seguito all’uccisione del padre capomafia e del fratello che voleva vendicarsi. Rita aveva un rapporto filiale con Paolo Borsellino e dopo la strage di via D’Amelio scriveva rivolgendosi al magistrato: “Sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”. Recentemente l’Associazione a lei intitolata ha chiesto la riapertura delle indagini sulle condizioni che l’hanno portata alla morte, denunciando le gravi carenze del sistema di protezione”. (dalla pagina facebook del No Mafia Memorial Palermo) Nel libro Io sono Rita. Rita Atria: la settima vittima di via D’Amelio (ed. Marotta&Cafiero di Scampia), Nadia Furnari, fondatrice dell’Associazione succitata, e le giornaliste Giovanna Cucè e Graziella Proto, sulla base di un profondo scavo nei documenti d’archivio e negli atti processuali, avanzano infatti l’ipotesi che non di suicidio si sia trattato ma di una violenza oscura perpetrata per mettere a tacere la giovanissima testimone. (cfr. il nostro articolo Io sono Rita. Intervista a Nadia Furnari). Per non dimenticarla, riprendiamo le parole della quarta di copertina del primo libro a lei dedicato, Una ragazza contro la mafia, scritto da Sandra Rizza per la casa editrice La Luna di Palermo nel 1993: > Si è uccisa a diciassette anni. Quando ne aveva undici la mafia le ha > ammazzato il padre, pochi anni dopo il fratello. Si è ribellata al destino del > silenzio, voleva una vita diversa, ha raccontato ai magistrati quello che > sapeva sulla mafia (e sulla politica, ndr) del suo paese (Partanna di Trapani, > ndr). > > La paura della vendetta mafiosa l’ha esiliata dalla Sicilia. […] La breve vita > di Rita ha le cadenze di una tragedia greca, l’onnipotente mafia la domina > come un destino […]. E’ una giovane donna sospesa fra la realtà di un mondo > violento nelle sue pulsioni e chiuso nelle sue regole e i sintomi di un mondo > che vuole cambiare, il ritratto della lacerazione di una donna siciliana > d’oggi. Riportiamo anche una sua lettera o forse appunto di diario, scritto da Roma, dove viveva sotto copertura: > Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia > vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato > mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento > saranno uccisi. > > Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo > aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel > giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di > comportarci. > > Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta. “Né drogata né ubriaca né stordita da psicofarmaci: lucida fino all’ultimo, Rita Atria, presente a se stessa […] – scrive  Sandra Rizza – S’è davvero uccisa?”. Rendiamole giustizia… >     Redazione Palermo
July 26, 2026
Pressenza
A proposito del caso Fakir e dintorni | La tanatopolitica del dispotismo che imita l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu – di Salvatore Palidda
Fakir, Magherini, Aldrovandi, Cucchi, Uva e tanti altri sono stati fatti morire o lasciati morire nelle strade, nelle carceri e nei CPR con modalità simili a quelle che si ripetono per mano dell’ICE di Trump o col genocidio dei palestinesi da parte dei militari israeliani. È la tanatopolitica per eliminare l’“umanità in eccesso”, superflua, [...]
July 26, 2026
Effimera
La conquista delle élite. Dov’è andata a finire la neutralità della Finlandia?
> Non sono i carri armati e i missili a decidere il futuro dell’Europa, ma le > sue élite e di chi esse siano al servizio. La Finlandia mostra a che punto > questa questione possa portare – e la Svizzera è già da tempo nella stessa > situazione. Oggigiorno le conquiste militari iniziano raramente con i soldati. Cominciano nelle aule universitarie, nei programmi delle borse di studio, nelle think tanks e attraverso relazioni esclusive. Chi conquista le teste, spesso poi non ha più bisogno di ricorrere alla violenza. L’autore finlandese Olli Tammilehto ha elaborato questa tesi controversa prendendo come esempio il proprio Paese – e non manca di destare attenzione anche in Svizzera. Per decenni la Finlandia è stata considerata un intelligente esempio di neutralità politica. Oggi il Paese fa parte della NATO e, con un accordo sulla difesa, ha concesso agli Stati Uniti l’accesso a 15 basi militari. Una di queste si trova nelle immediate vicinanze della Flotta del Nord russa. Dal punto di vista di Mosca, la Finlandia passa così ad essere un obiettivo prioritario. Il prezzo da pagare per una maggior sicurezza potrebbe essere, paradossalmente, meno sicurezza. Per Tammilehto questo sviluppo non è casuale. Egli lo considera il risultato di un coinvolgimento pluridecennale della leadership politica nelle relazioni transatlantiche. Programmi di scambio, università d’élite, fondazioni e organizzazioni come Atlantik-Brücke, German Marshall Fund, Fulbright o l’International Visitor Leadership Program del governo statunitense avrebbero plasmato, nel corso di generazioni, politici, funzionari, studiosi e addetti ai media. Senza alcuna imposizione, ma grazie a valori condivisi, carriere e relazioni personali. Chi viene socializzato in questo modo, ad un certo punto inizia a vedere gli interessi americani come se fossero i propri. Come esempio, l’autore cita l’attuale presidente finlandese Alexander Stubb. Quest’ultimo ha trascorso anni formativi negli Stati Uniti e descrive lui stesso quanto il modo di pensare americano lo abbia influenzato. In seguito ha intrattenuto rapporti con Valerie Plame, successivamente rivelatasi un’agente della CIA, e durante la guerra in Georgia del 2008 è stato in stretto contatto con l’allora segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice. Per Tammilehto queste non sono coincidenze, ma tasselli di una strategia a lungo termine. Spetta a ciascuno giudicare se le sue conclusioni, nel dettaglio, siano convincenti. È tuttavia indiscutibile che da decenni gli Stati Uniti investano ingenti risorse in programmi di scambio internazionali, networks di dirigenti e forum sulla politica di sicurezza. L’obiettivo è quello di conoscere fin da subito i futuri leaders, creare una rete di contatti e convincerli a sostenere idee strategiche comuni. Ciò avviene in modo trasparente, legale e, nella maggior parte dei casi, con grande successo. La Svizzera non fa eccezione. Anche qui le think tanks transatlantiche, le fondazioni, i programmi universitari, le conferenze sulla sicurezza e le reti di relazioni internazionali fanno parte da tempo della quotidianità politica. Numerosi leaders provenienti dal mondo della politica, dell’amministrazione, dell’economia, dell’esercito e dei media si muovono con naturalezza in questi ambienti. Il networking internazionale è prezioso, purché non si trasformi in dipendenza intellettuale. A maggior ragione un Paese neutrale deve porsi una domanda scomoda: chi influenza veramente quelle persone che decidono in questioni di politica estera, di sicurezza ed economiche? L’indipendenza, infatti, non è una questione di confini nazionali. Inizia nella mente. Se le élite politiche assumono la prospettiva delle grandi potenze prima ancora che vengano prese le decisioni, un Paese perde la propria sovranità molto prima che venga firmato il primo trattato. La vera difesa della neutralità non inizia quindi con nuove armi. Inizia con uno spirito libero – e con élite che abbiano il coraggio di rappresentare innanzitutto gli interessi del proprio Paese. Fonte: Olli Tammilehto: Finland and the Results of Elite Capture. 13.7.26 -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette ZEITPUNKT
July 26, 2026
Pressenza
L’“altra Italia” di Goffredo Fofi
A un anno dalla morte desidero ricordare Goffredo Fofi, il grande disobbediente, consigliando la lettura di uno dei suoi libri che amo di più: Le nozze coi fichi secchi, l’ancora del mediterraneo, Napoli 1999. Forse non è stata ancora richiamata la dovuta attenzione sul sottotitolo del libro: “storie di un’altra Italia”. Al riguardo occorre osservare che Fofi fa propria l’idea gobettiana di “un’altra Italia”, di cui però non ne racconta la storia, tanto meno la Storia, ma le storie. L’“altra Italia” che ci propone Fofi non è quella delle figure illustri e nemmeno quella degli e delle intellettuali ma coincide con l’Italia delle minoranze libertarie, è l’Italia del dissenso e dell’eresia, della protesta e della disobbedienza civile contro l’Italia dell’accettazione e della rinuncia. La sua è un’Italia popolata di persone comuni, intessuta di storie individuali e collettive, alcune delle quali raccolte viaggiando in treno, un’Italia eretica che si richiama a guide eccentriche: da Gandhi a Capitini, da Victor Serge ad Albert Camus. Un’Italia costituita di incontri mancati, di incontri sciupati, di incontri reali con (quelle che seguono sono mie classificazioni): compagni e maestri: Danilo Dolci, Manlio Rossi Doria, Raniero Panzieri, Danilo Montaldi, Elvio Fachinelli, Marco Lombardo Radice, Alex Langer, Giovanni Pirelli, partigiani: Ferruccio Parri e Giorgio Agosti; poeti: Pier Paolo Pasolini; religiosi: Tullio Vinay, scrittori: Carlo Levi, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Franco Fortini, Paolo Volponi; scrittrici: Elsa Morante, Grazia Cherchi, Camilla Cederna, Anna Maria Ortese. Fofi richiama l’attenzione su “qualche prete” (che cito nell’ordine da lui prescelto): don Peppino Diana, monsignor Raffaele Nogaro, don Tonino Bello, don Pino Puglisi, padre Alex Zanotelli, “due grandi «strani» preti come don Helder Camara e Ivan Illich”, don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, don Zeno Saltini, padre Giovanni Vannucci, padre Camillo De Piaz, il teologo Mario Cuminetti, padre David Maria Turoldo. A partire da Ada Gobetti, ricorda le “donne di ieri”: Margherita Zoebeli, Maria Calogero, Anna Lorenzetto, Dina Bertoni Jovine, Ida Pescioli, Ida Sacchetti, Sara Melauri, Ebe Flamini, Margherita Caetani, Angela Zucconi, Anna Maria Levi, Teresa Ciolfi, Gigliola Venturi, Bianca Guidetti Serra. Da Ada a Bianca, due partigiane-maestre che Fofi incontra a casa Gobetti, in via Fabro 6, la casa di Piero Gobetti e di Ada Prospero, dove il 16 febbraio 1961 era stato fondato il Centro Gobetti. Nelle pagine dedicate ad Ada troviamo illustrato il tratto caratteristico che accomuna le cittadine e i cittadini dell’Italia di Fofi: “Sembrava che Ada non sciupasse nessun momento della sua giornata e che considerasse fondamentale il dialogo con tutti coloro dai quali si poteva avere qualcosa da apprendere, senza far pesare quanto si aveva da insegnare loro”. Mi sento fortunato per il fatto di averlo incontrato e di aver lavorato con lui. Grazie Goffredo per averci insegnato con il tuo impegno che “nonostante tutto, nonostante il conformismo e l’omologazione, l’arroganza degli arricchiti e la vacuità dei leader, esiste una varietà di situazioni possibili nelle quali si reagisce e si inventa e si costruisce”. Pietro Polito
July 26, 2026
Pressenza

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