Pisa: creato un intestino artificiale per ridurre la sperimentazione sugli animali
Un intestino creato in laboratorio, tecnicamente un bioreattore di pochi centimetri, con una membrana che si contrae e si rilassa e cellule umane che si dispongono da sole in rilievi tridimensionali. È il risultato del lavoro dell'Università di Pisa coordinato da Giovanni Vozzi, del Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione e del centro di ricerca "E. Piaggio", in collaborazione con Yu Shrike Zhang del Brigham and Women's Hospital e della Harvard Medical School di Boston. La novità, pubblicata sulla rivista scientifica Results in Engineering non sta nella miniaturizzazione, ma nel movimento... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Pisa: creato un intestino artificiale per ridurre la sperimentazione sugli animali appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 4, 2026
L'INDIPENDENTE
Il baratto che umilia la Costituzione
Il ritiro dell’emendamento sul ballottaggio ha svelato ciò che era già nell’aria: un accordo tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Roberto Vannacci. E forse il pacchetto prevede anche il sacrificio della Lega di Salvini, già in difficoltà per gli smottamenti interni. La rinuncia allo strumento che doveva emarginare Vannacci, in cambio della sua benedizione a Giorgia Meloni per il Quirinale. Il leader di Futuro Nazionale, sanzionato e sospeso dal ministro Crosetto, diventa l’ago della bilancia della destra. La legge elettorale contro la massima carica dello Stato. Disposti a tutto. Ora, con il premio di maggioranza monstre ormai cosa fatta, il sostegno di Vannacci minaccia di cancellare quel residuo di democrazia che il Paese conserva. Perché un premio così schiacciante, che consegna il Parlamento a una sola parte, realizza di fatto un premierato senza riforma costituzionale e cancella le istituzioni di garanzia. La forma resta parlamentare, la sostanza è presidenziale. Il Presidente della Repubblica, di fronte a una maggioranza così compatta, non avrebbe altra scelta che affidare il governo al candidato prescelto dalla coalizione relativamente vincitrice. L’indicazione politica diventa un vincolo, non un suggerimento. A parlare di “mera indicazione” al Capo dello Stato si omette un aspetto fondamentale: il Presidente, in quel sistema, non potrebbe discostarsene senza provocare una crisi istituzionale. È dunque una reticenza che nasconde la verità: il premierato di fatto è già qui, senza che nessuno abbia avuto il coraggio di discuterne pubblicamente, né di scriverlo in Costituzione. È un sistema che aggira la Carta costituzionale senza modificarla che nessuno sembra voler fermare. Il centrosinistra, in questo quadro, latita. Incapace di sfruttare il vantaggio potenziale che gli deriva dall’atteggiamento antisistema di Futuro Nazionale ed incapace di trovare una linea comune, si limita a guardare. E nel farlo, asseconda e legittima una deriva che pure blandamente denuncia, tra un’invocazione di primarie web e l’altra ai gazebo, senza mai dire quale sia la sua prospettiva politica. Né da una parte, né dall’altra conoscono la Vergogna ed è questo il segnale più grave. Gregorio De Falco
September 4, 2026
Pressenza
Resistenti, come fili d’erba
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- “C’è un arancio sul ramo, che sfiora il mio letto, entra luce da un buco nel tetto. Io quel buco l’ho fatto, per guardare le stelle e guardandole insieme mi sembran più belle…” (Bruno Lauzi) Devo molto a Comune, mi ha insegnato a fermarmi, a costruire un mio pensiero non contrapposto e a offrirlo agli e alle altre con serietà e serenità, prendendo parte a una riflessione collettiva che si facesse forza della comune capacità di ascolto, che si costruisse a partire da un condiviso interesse per il pensiero dell’altro, che puntasse all’intento di muoversi insieme, pur nelle differenze, sapendo individuare cambiamenti auspicati e obiettivi comuni. Le tante volte che ho pensato di non avere forza per prendere parola e agire contro l’incrudelimento delle condizioni di esclusione, sfruttamento, de-umanizzazione delle persone con cui passo tanta parte della mia vita leggere e incontrare le iniziative concrete e reali che Comune instancabilmente rilancia e descrive, mi ha dato lo slancio per uscire, partecipare, sostenere, agire. Per questo sostengo e promuovo la campagna “Un tetto Comune” che, come è scritto sulla porta al momento chiusa di Spin Time, afferma che “un altro mondo è possibile e necessario”. E non ho mai trovato nulla di più globale di quel “necessario” che non ha nulla di egoistico, di accaparratorio, ma al contrario parla per il bene di tutte e tutti, con una coscienza e un respiro planetario. Un altro mondo è necessario, per mantenere vive le ragioni per cui si è vivi, per restituire centralità e dignità alle ragioni dell’umano, per ritornare a credere nella fonte primaria della esistenza, che non è il denaro, ma la gioia. Che non è il potere, ma la possibilità. Che non è il possesso, ma l’uso consapevole e condiviso. Il necessario che la campagna di Comune ci invita a immaginare e difendere è quello stesso, struggente e risvegliante, che ha portato la comunità boliviana residente a Spin Time a voler offrire agli abitanti e sostenitori riuniti in presidio dopo la trappola con cui è stato sgomberato, le sue danze! Una danza per la vita. Una danza per la dignità. Una danza per ricordare al potere la forza dei corpi, la resistenza dell’armonia, la radicalità delle culture. Danzare per resistere allo sgombero, danzare per strada ridisegnando le priorità della città, danzare, inutilmente danzare e proprio per questo caparbiamente dimostrare quello che fa dire alla Szymborska “A tale vista mi abbandona sempre la certezza/ che ciò che è importante/ sia più importante di ciò che non lo è”. Per questo, dell’appello con cui Comune motiva la campagna, la frase che amo è “accettare la fragilità dell’esistente”. Perché è quella che ci dà la nella grande e durissima lotta contro la cecità del capitalismo fossile e concentrazionista. La nostra fragilità, riconosciuta e difesa, è il primo argine contro l’insidiosa colonizzazione della nostra coscienza, quella che azzera la bellezza del ciclo della vita, che da giovani ci fa sentire adulti incompleti e da adulti ci espone al terrore della vecchiaia incipiente. La gioia della nostra fragilità è liberatoria personalmente e aggregativa socialmente. Se io posso essere diverso dal mito commerciale che mi propongono moda, finanza e social, se non devo correre a spendere psiche, tempo e denaro per ricalcare mascella, look e tacchi dell’icona che segna il successo… allora posso smettere di giudicarmi un fallito se non “ottempero” e posso smettere di giudicare sbagliati quelli che non si confanno. L’accettare la fragilità è un principio rivoluzionario, che parte dal profondo di ciascuno di noi, ma ha conseguenze politiche e sociali potenti. Costruiamo il nostro tetto, dunque, aperto al mondo, come quello di Lauzi, per guardare insieme le stelle e cucito alla terra, come l’erba della Szymborska, per farci liberamente capaci di metterci insieme e sentirci, anche tra diversi, “noialtri”, da qualsiasi parte del mondo e del costume si venga. -------------------------------------------------------------------------------- [Claudio Tosi] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Resistenti, come fili d’erba proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano InMovimento -------------------------------------------------------------------------------- C’è una notizia di cui si parla troppo poco. Tony Blair avrebbe chiesto ad Abu Mazen di cancellare la parola “Palestina” dai libri di scuola dell’Autorità Palestinese e sostituirla con “Samaria”. A rivelarlo è Jeremy Greenstock, ex ambasciatore britannico all’ONU, che dice di aver ricevuto l’informazione da una fonte ministeriale: la richiesta sarebbe arrivata dal Board of Peace, l’organismo che dovrebbe gestire il “day after” a Gaza, come condizione per considerare l’Autorità Palestinese affidabile. L’offerta sarebbe stata respinta. Il Blair Institute smentisce in blocco. Che sia vera o no nei dettagli, la richiesta è coerente con tutto ciò che Blair rappresenta da vent’anni. Inviato del Quartetto per il Medio Oriente dal 2007 al 2015, ha lasciato quell’incarico senza un solo risultato verificabile sul processo di pace, mentre la colonizzazione della Cisgiordania proseguiva indisturbata sotto il suo mandato. Prima ancora, ha portato il Regno Unito in una guerra d’aggressione contro l’Iraq motivata da prove false sulle armi di distruzione di massa, un atto per cui la Chilcot Inquiry lo ha giudicato responsabile di aver esagerato la minaccia. È l’uomo che una parte della sinistra europea (da noi quel soggettino di Renzi che lo giudica un modello) continua a citare come statista illuminato, dimenticando che il suo blairismo ha svuotato la socialdemocrazia inglese della sua sostanza redistributiva per allinearla al mercato. Che oggi sia lui, tramite un board co-diretto da Jared Kushner e legato agli interessi israeliani e statunitensi nella ricostruzione di Gaza, a dettare condizioni sull’identità nazionale palestinese, è la sintesi perfetta di chi è stato e di cosa continua a fare. Sostituire “Palestina” con “Samaria” non è un dettaglio lessicale. Samaria è il nome biblico con cui il sionismo revisionista, da Begin in poi, designa la Cisgiordania per negarne la natura di territorio conteso e affermarne l’appartenenza storica a Israele. Imporlo nei libri scolastici significherebbe imporre alla popolazione palestinese la cancellazione toponomastica della propria terra, esattamente mentre 158 Stati membri dell’ONU riconoscono lo Stato di Palestina e la Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Chiedere a un popolo di rinunciare al nome della propria terra come prezzo per essere giudicato “capace di pace” non è diplomazia: è la richiesta di un atto di sottomissione formale, un altro passo verso la pulizia etnica ed il genocidio, ed è notevole che a formularla sia proprio chi si presenta come garante neutrale del dopoguerra. Il colonialismo ha tante facce… quella di Blair è una delle peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
DRO (TN): GRANDE PARTECIPAZIONE ALLA MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA CONTRO IL RADUNO NAZIROCK
Erano almeno 1500 le persone che oggi pomeriggio, giovedì 3 settembre, hanno partecipato alla mobilitazione antifascista chiamata nella frazione di Pietramurata, a Dro (TN), per opporsi al raduno nazirock organizzato dai nazifascisti del Veneto Fronte Skinhead. L’iniziativa, inizialmente lanciata dalla Cgil, ha poi riunito diverse realtà sociali, politiche, istituzionali e di lotta del territorio nella costruzione di questa mobilitazione (tuttora in corso, ndr.) che, fin dal concentramento, si è distinta per la partecipazione ampia e plurale. Una presenza per certi versi “sorprendente”, per il piccolo comune trentino, come racconta ai nostri microfoni Filippo del collettivo Sarca dal Basso fin dal primo collegamento, realizzato a pochi minuti dall’inizio del concentramento Ascolta o scarica Il corteo è poi partito vivace e determinato, nonostante il massiccio dispositivo poliziesco messo in campo in tutta l’area del Basso Sarca e il cambio di percorso imposto all’ultimo. Il corteo – animato da fumogeni e molti interventi – doveva infatti raggiungere l’Hotel Ciclamino di Pietramurata, luogo scelto per la 4 giorni nazista, ma così non è stato, o almeno sulla carta: una parte del corteo ha infatti deviato comunque verso l’Hotel e il blocco della celere. Ascoltiamo ancora Filippo, del collettivo Sarca dal Basso e residente del comune di Dro, nel collegamento realizzato durante la manifestazione  Ascolta o scarica Infine, un ultimo collegamento con Filippo, in cui racconta il tentativo della celere di inibire la parte di corteo che si era staccata per provare ad avvicinarsi all’Hotel, mentre l’altra si dirigeva verso il punto di scioglimento predefinito.  Ascolta o scarica
September 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Storia della Pace: Gandhi, artigiano della nonviolenza
L'azione nonviolenta deve cercare la vittoria, ma il suo fallimento, sempre possibile, non le fa perdere senso: essa e' di per se stessa una vittoria. "La natura stessa della resistenza nonviolenta - scrive Gandhi - è tale che i frutti del movimento sono contenuti nel movimento stesso".
September 3, 2026
PeaceLink
Abusivismi, scarichi illegali e denunce: Legambiente fotografa l’assalto alle coste italiane
Sei illeciti all’ora, una media di 156 al giorno per un totale di 56.812 violazioni totali. Sono i numeri dell’assalto alle coste italiane fotografato nel report Mare Monstrum di Legambiente. Incrociando i dati di polizia e capitanerie di porto da 15 Regioni e 61 province costiere è stato possibile mappare le criticità e le violazioni commesse sulle nostre coste. Il pericolo numero uno per l’ecosistema marino è rappresentato dall’inquinamento legato alla gestione illegale di rifiuti e alla depurazione con 7.317 reati. Poi si trova il ciclo illegale del cemento, al secondo posto con 6.189 reati, la pesca illegale (4.338 reati) e il sequestro di attrezzatura con 11.243 oggetti sequestrati. Rispetto al 2024, reati e sanzioni sono in lieve calo: fattore che, stando al report, è imputabile a una flessione dei controlli sul territorio (750.828, -19,8% rispetto al 2024) e all’effetto deterrente prodotto dall’inasprimento delle pene per i reati ambientali. La mappa fotografata da Legambiente segnala anche come le Regioni a tradizionale presenza mafiosa si confermino come quelle con maggior presenza di reati. In Campania, Puglia, Sicilia e Calabria si concentra la metà del totale nazionale. Guardando lo storico degli ultimi 26 anni (dal 1999 ad oggi) i reati in queste regioni sono stati 260.399 (su 483.195 del totale nazionale). La colpa, come scrive Legambiente, è principalmente della «criminalità organizzata che continua saccheggiare mare e costa, in combutta con il nutrito e agguerrito esercito di faccendieri, pirati di nuova generazione e trafficanti, spalleggiati dall’immancabile schiera di corrotti e corruttibili in forza alla pubblica amministrazione». Seguono poi Liguria, Lazio, Sardegna e Toscana.  In campo di inquinamento, la regione peggiore – dal punto di vista delle indagini – è la Campania con 1.655 (il 22,6% del totale nazionale), ma anche il resto del Paese arranca «tra procedure d’infrazione, guasti ripetuti e chiusure temporanee». Anche il primato per il ciclo illegale del cemento – dall’estrazione di materie prime agli abusi edilizi – va alla Campania, la regione detiene il 18,8% dei reati accertati a livello nazionale (il numero da ricercare è 1.166). Per la pesca illegale, la regione meno virtuosa è la Sicilia con 816 reati (circa il 19% del totale nazionale) mentre il podio per numero di reati per le violazioni del Codice di navigazione è composto da Campania (834), Liguria (319) e Sicilia (305).  Di fronte a tutto questo Legambiente torna a chiedere un impegno corale che veda in prima linea Governo, Parlamento, Regioni e Comuni, mettendo al centro una serie di priorità. Queste vanno dal rafforzamento del sistema dei controlli repressivi e del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale al completamento della rete di depurazione e al rilancio dell’economia circolare delle acque reflue, che si raggiungerebbe con l’adeguamento delle reti fognarie e l’approvazione dei decreti su riuso delle acque depurate in agricoltura. Contro l’abusivismo edilizio e le occupazioni illegali, Legambiente chiede tolleranza zero attraverso il ripristino del ruolo operativo dei Prefetti per le demolizioni, uno stanziamento di 150 milioni l’anno per gli abbattimenti e sanzioni penali per i funzionari omissivi. L’appello di Legambiente termina poi con la tutela della biodiversità garantendo il pieno recepimento delle norme sui rifiuti navali nei porti, lo stop agli scarichi oltre le 12 miglia (termine delle acque territoriali di uno stato) e l’inasprimento delle sanzioni contro la pesca illegale. The post Abusivismi, scarichi illegali e denunce: Legambiente fotografa l’assalto alle coste italiane appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
CRONACA NERA: TRA OMICIDI, SUICIDI E FEMMINICIDI LA STRAGE NON SI FERMA MAI. IL COMMENTO DI DONATELLA ALBINI
I cadaveri di un uomo, di una donna e di un minore sono stati trovati in una casa di Finale Ligure, nel Savonese. Sarebbero stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti non escludono che possa trattarsi di un duplice omicidio-suicidio. Femminicidio, con successivo suicidio, anche a Ostia, a Roma: una donna è stata trovata morta in casa, al quarto piano di un palazzo, mentre il cadavere di un uomo era in strada. Sarebbero madre e figlio. Secondo una prima ricostruzione, la donna sarebbe stata soffocata con un cuscino e poi l’uomo si sarebbe lanciato dalla finestra. Potrebbe essere stato un femminicidio-suicidio anche quello avvenuto in provincia di Firenze lungo l’autostrada A1. Un uomo si è lanciato nel vuoto da un viadotto in zona Barberino del Mugello, al bivio tra la Panoramica e la Direttissima. Quando sono intervenuti gli agenti della Polizia hanno rinvenuto, poco distante da quello dell’uomo, anche il corpo senza vita di una donna, pare la sua ex compagna. Quello cui si sta assistendo nelle ultime settimane, tra femminicidi e omicidi-suicidi, è l’acutizzarsi di una strage che, in realtà, non si ferma mai. Solo lunedi scorso a Pietralata, quartiere a nord-est di Roma, padre, madre e figlia di 5 anni sono stati trovati morti. Con loro è stato trovato senza vita anche il cane di famiglia. Tutti e tre presentavano ferite da arma da fuoco e nell’abitazione è stata recuperata una pistola regolarmente detenuta. L’ipotesi su cui si stanno concentrando i carabinieri e la procura di Roma è quella di un omicidio-suicidio familiare, rafforzata dal ritrovamento di numerose lettere indirizzate ai parenti. Dietro la strage di Pietralata c’è una storia di disperazione e isolamento che accomuna molti caregiver che si trovano ad accudire figli con gravi disabilità. Su questo sentiamo il commento di Donatella Albini, nostra collaboratrice e storica femminista bresciana.Ascolta o scarica 
September 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Comunicare i dati delle esportazioni di armi dai porti italiani. Il parere della Regione Emilia-Romagna
Da tempo su Pressenza stiamo dando notizia (a differenza di altri media) delle esportazioni di armi dai porti italiani, sia per i sequestri che in alcuni casi sono stati effettuati dalla Finanza, sia per la specifica richiesta di accesso ai dati avanzati da una giornalista di inchiesta alla Agenzie delle Dogane di Ravenna. Per un’inquadramento dei problemi rinviamo al recentissimo articolo di Gianni Alioti di Weapon Watch https://www.pressenza.com/it/2026/09/sorpresa-secondo-lavvocatura-dello-stato-siamo-in-una-guerra-mondiale-a-pezzi/ Nei giorni scorsi la Regione e il Sindaco di Ravenna hanno preso una importante posizione sulla questione, richiedendo di avere una risposta e un accesso ai dati dell’export armiero nel merito non solo locale ma di livello nazionale, cioè per tutti i porti. Si tratta di una proposta di grande rilievo nel chiedere accesso ai dati e trasparenza. Ecco i comunicato stampa integrale della Regione e del Comune. Porto di Ravenna. Armi, de Pascale e Barattoni scrivono al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: “Garantire uniformità di comportamento e fornire i dati sui transiti di tutti gli scali italiani” Il presidente della Regione Emilia-Romagna e il sindaco di Ravenna in merito alla richiesta di accesso agli atti sul transito di armamenti dallo scalo ravennate Bologna – “Siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che la pronuncia della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi, tutelando invece le informazioni relative a provenienze e destinazioni, avesse tenuto ampiamente conto della necessità di garantire questo equilibrio”. Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, in una lettera inviata al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, intervengono sulla vicenda giudiziaria relativa a un’istanza di accesso agli atti presentata all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna, riguardante la trasparenza dei traffici di materiale bellico e componenti di armamenti attraverso il porto della città. All’istanza, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna si è opposta e il Tar di Bologna ha censurato, seppur parzialmente, tale decisione, ora sottoposta al giudizio del Consiglio di Stato. Parallelamente, un’altra articolazione territoriale dell’Agenzia, quella di Livorno, a fronte di un’analoga richiesta ha fornito una risposta di diverso tenore, comunicando i quantitativi annui di transito. “Posto che conosciamo la professionalità e la competenza delle donne e degli uomini dell’Agenzia delle Dogane e il loro preziosissimo contributo a tutela del traffico portuale, e che riteniamo sbagliato che in questo momento si trovino, loro malgrado, al centro di una polemica nazionale di cui non hanno alcuna responsabilità diretta- sottolineano de Pascale e Barattoni- siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che il pronunciamento della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi proteggendo invece provenienze e destinazioni, avesse tenuto in ampio conto tale equilibrio”. Da qui la richiesta di garantire uniformità di comportamento dell’Agenzia su base nazionale, “anche al fine di evitare il moltiplicarsi delle richieste e la diffusione di dati parziali che, in assenza di elementi di confronto, rischiano di distorcere la percezione del singolo scalo rispetto alle sue vocazioni distintive. Chiediamo pertanto alla sede centrale di fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano, in coerenza con quanto già diffuso per il porto di Livorno- concludono de Pascale e Barattoni-. Riteniamo che tali dati possano contribuire ad accrescere la conoscenza di cittadine e cittadini per un dibattito pubblico improntato alla serietà e alla correttezza, senza pregiudizio per la sicurezza nazionale”. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza
Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta
GENOVA 2001 – 2026 #7. DA GENOVA A GAZA. CONTINUANDO A CAMMINARE IMMAGINANDO IL POSSIBIL di Caterina Peroni Il movimento globale di Genova 2001 condensava le lotte di una generazione. La rivoluzione tornava possibile a partire dal conflitto. Di fronte al razzismo coloniale, al genocidio e al patriarcato dobbiamo trasformare in programma politico quanto scuote i pilastri del capitalismo GENOVA 2001-2026 #6. DOVE TUTTO HA INIZIO di Luca Daminelli A Genova si sono manifestate nelle stesse giornate la potenza dell’agire collettivo e l’impotenza davanti alla violenza dello Stato. Genova ha segnato passaggi radicalmente differenti per generazioni diverse. Per molti e molte, ha significato una scelta personale-politica di militanza GENOVA 2001 – 2026 #5. LA CITTÀ 25 ANNI DOPO di redazione Tra caldo torrido e decine di eventi, Genova ricorda le giornate del luglio 2001, mentre arriva la notizia della morte di Abderrahim Fakir. Molte persone arrivate da fuori e tante persone giovani, ma è mancato un coordinamento e un percorso unitario GENOVA 2001 – 2026 #4. GENOVA NEL TEMPO LUNGO DEI MOVIMENTI di Brenda Fedi Cos’è Genova 2001 per chi ha cominciato a fare politica molto dopo? Per evitare di viverla come un macigno identitario o un trauma muto, l’autrice (storica dei movimenti e militante) propone di provare a ricostruire la complessità storica e di lungo periodo delle contestazioni del luglio 2001 GENOVA 2001 – 2026 #3. GENOVA PER ME di Fabio Zeta «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. GENOVA 2001 – 2026 #2. C’ERAVAMO ALLORA, CI SIAMO ANCORA di Emiliano Viccaro Una testimonianza da via Tolemaide a Genova, punto di arrivo di un percorso di lotta, da Seattle a Praga, Napoli… oggi, mentre si muore di caldo, il mostro politico occidentale produce oppressioni e genocidi, in continuità con chi nel 2001 si asserragliava nella zona rossa GENOVA 2001 – 2026 #1. L’ORIZZONTE DELL’INVENZIONE COLLETTIVA di Giuliana Visco A 25 anni dal G8 di Genova possiamo riconoscere che i mesi precedenti di preparazione a quelle giornate furono un laboratorio di immaginazione politica. Per un momento, si rese visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Il laboratorio politico che rese possibile Genova continua ancora oggi a parlarci L'articolo Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
DINAMOpress

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