Condividere il calice, custodire l’umano
L’IA COME BENE COMUNE E TEOLOGIA ALGORITMICA. IN DIALOGO CON STEFANO LENA Foto di BoliviaInteligente su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Trovo molto interessante l’articolo di Stefano Lena – Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? – che contesta a Bifo – L’amaro calice – la trasformazione della contingenza in destino tecnologico inevitabile. L’Intelligenza artificiale oggi è sì, concentrata, proprietaria, militarizzata e capace di produrre delega cognitiva, ma da ciò non segue che debba esserlo per essenza. Il rischio esiste precisamente perché la traiettoria non è ancora completamente decisa ma proprio questa sospensione apre alla ragione della speranza di ancora possibili alternative. Se il problema – si domanda Stefano Lena – è una particolare concentrazione di potere economico, tecnologico e politico, perché ciò che è politicamente costruito non può almeno in linea di principio essere politicamente trasformato? Il testo compie inoltre un secondo passaggio, non si limita a invocare astrattamente un’altra IA, ma indica alcune possibili forme istituenti: infrastrutture pubbliche, accesso universale, partecipazione alla governance, audit indipendenti, limiti alla concentrazione. Dove Bifo tende a vedere nell’IA un destino, Lena una tecnologia politicamente ridirigibile. Tuttavia l’articolo, proprio nella sua giusta opposizione al determinismo di Bifo, rischia di inclinare verso il polo opposto: una separazione molto netta fra tecnologia e regime politico della tecnologia. La mia persuasione è che se l’IA è una tecnica storicamente configurata e pertanto suscettibile di trasformazione, non è neutrale nei suoi effetti, né infinitamente plastica. Le sue architetture incorporano orientamenti verso il calcolo, la previsione, la standardizzazione, la sostituzione, la concentrazione. Governarla democraticamente significa quindi intervenire non soltanto sulla proprietà e sull’accesso, ma anche sulla forma tecnica, sulla scala, sui fini, sui limiti della delega e sugli ambiti nei quali deve essere possibile decidere di non utilizzarla. Una IA pubblica, aperta e democraticamente governata, potrebbe impoverire la capacità di giudizio, uniformare il linguaggio, come trasformare ogni esperienza in dato calcolabile. Come dire, la proprietà comune è una condizione importante, ma non sufficiente, perché anche un apparato pubblico può diventare tecnocratico come una tecnologia universalmente accessibile può produrre dipendenza generalizzata. Allora il problema dell’IA si sposta altrove. Lena affronta soprattutto la questione politico-economica: chi possiede l’IA, chi vi accede, chi governa gli scopi. Ma emerge una domanda ontologico-antropologica che non può essere evasa: quale forma dell’umano e della relazione viene istituita da questa infrastruttura cognitiva? Quale temporalità produce? Quale spazio lascia alla domanda, all’alterità. all’opacità, alla sofferenza, alla decisione responsabile? (cfr. Luca Taddio, Il Tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era digitale, il melangolo 2026) La democratizzazione dell’IA è dunque necessaria, ma non dissolve automaticamente ciò che, in altro luogo, chiamo teologia algoritmica: la forma in cui l’infrastruttura digitale globale e i dispositivi di calcolo assumono funzioni analoghe a quelle tradizionalmente attribuite al divino. Bisognerebbe allora riflettere sul fatto se vi è una logica asintotica di sostituzione dell’umano da parte dell’IA, distinta dal determinismo tecnologico, ma inscritta come tendenza immanente nell’intreccio fra capacità computazionale, razionalità economica, competizione geopolitica e desiderio umano di sottrarsi alla fatica del pensare, all’errore e al rischio. Certo, l’asintoto della sostituzione potrebbe non essere mai raggiunto integralmente e, tuttavia, orientare il presente, dove la sostituzione estrema non richiede necessariamente la scomparsa biologica dell’uomo, ma può ben compiersi quando l’essere umano rimane nel circuito come destinatario, consumatore, o esecutore, cessando di essere responsabile della decisione. Quella che abbiamo denominato teologia algoritmica (la “trascendenza immanente dell’IA) consiste allora nel fatto che un prodotto interamente interno alla storia assume progressivamente funzioni un tempo appartenenti al trascendente: onniscienza, previsione, giudizio, orientamento, confessione, produzione del senso. Essa non elimina semplicemente il possibile: lo preseleziona, fino a far coincidere ciò che può accadere con ciò che il sistema riesce a calcolare. La domanda essenziale è allora: a quali condizioni l’IA può diventare un bene comune senza rendere algoritmico il comune? Non è sufficiente distribuire più equamente l’accesso alla medesima potenza tecnica, se la sua forma continua a sottrarre agli esseri umani la capacità di interrogare, giudicare e decidere. La democratizzazione riguarda la proprietà e il governo dell’infrastruttura; la custodia dell’umano esige qualcosa di ulteriore. Il bene comune originario non è, infatti, l’intelligenza artificiale. È la possibilità che il mondo continui a essere abitato da esistenti distinti, capaci di iniziare qualcosa che non sia già contenuto nei dati e anticipato dal calcolo. L’IA può divenire uno strumento comune soltanto se rimane subordinata a questo comune più radicale: la facoltà degli esseri umani presenti e futuri di pensare, dissentire, assumere responsabilità e trasformare il mondo senza trovarlo già interamente preselezionato dagli apparati. Il bene comune più originario è,quindi, la possibilità che il mondo continui a produrre altri inizi. Fra il fatalismo tecnologico e la fiducia nella piena plasticità politica dell’IA si apre pertanto una terza posizione. La tecnologia non è un destino, ma neppure una materia indifferente alla quale il potere possa imprimere qualsiasi forma. È un phármakon storicamente configurato, attraversato da tendenze che possono essere contrastate, rallentate e diversamente orientate. La politica comincia nel riconoscimento di questa ambivalenza: non quando sceglie semplicemente fra accettazione e rifiuto, ma quando istituisce soglie, conserva alternative e impedisce che una traiettoria contingente diventi irreversibile. Il calice può dunque essere condiviso, purché la condivisione non riguardi soltanto l’accesso al suo contenuto, ma anche il potere di determinarlo, limitarlo e, quando necessario, rifiutarlo. Condividere l’IA dovrebbe significare conservare collettivamente la facoltà di decidere che cosa non delegarle. Solo allora essa potrebbe servire il comune senza appropriarsene, potenziare l’umano senza sostituirlo e aprire possibilità senza far coincidere il possibile con il calcolabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Condividere il calice, custodire l’umano proviene da Comune-info.
September 12, 2026
Comune-info
«Non bruciare il bordo alla lettera»
Una poesia di Sunay Akın scelta dalla “cicala del sabato” (*)   Non bruciare il bordo alla lettera, e non parlare d’amore per pagine e pagine. Soltanto, mentre chiudi la busta, calca molto quelle tue labbra schive. (da Poesia #196, traduzione di Laura Rotta e Giampiero Bellingeri) (*) Qui, il sabato, regna “cicala”: libraia militante e molto altro, Cicala invia ad
September 12, 2026
La Bottega del Barbieri
11 settembre 2001
È dal 2001 che mi chiedo che cosa avvenne veramente l’“Undici Settembre”. Negli anni ho imparato a osservare solo e soltanto i fatti. Nel 2007 ho scritto un libro-inchiesta, in cui mettevo in fila documenti e testimonianze che hanno portato alla luce lacune, omissioni e falsificazioni presenti nella versione ufficiale. Questo non significa che: a) Gli americani si siano buttati giù da soli le Torri Gemelle per costruirsi la scusa per attaccare Afghanistan e Iraq e rubarne il petrolio… b) Le Torri Gemelle siano state distrutte dagli uomini di Bin Laden, ma gli americani lo sapevano e li hanno lasciati fare. c) L’attacco all’America sia stato orchestrato dal complesso militare-industriale o dalla lobby ebraico-finanziaria. Nessuno può dimostrare la fondatezza di queste tesi. Ma, altrettanto, nessuno può certificare l’attendibilità della versione ufficiale dei fatti. Come ha scritto qualcuno: «È difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità». All’indomani dell’11 settembre i nomi e i volti dei colpevoli vennero dati in pasto alla stampa e all’opinione pubblica in fretta. Troppo in fretta. Come prova furono sbandierati i documenti di identità – perfettamente integri – dei presunti dirottatori, dopo un disastro dal quale non si salvarono nemmeno le scatole nere degli aerei. Ancora oggi sono state identificate poco più di 1600 vittime su 2977. Un aereo si schiantò sul Pentagono. Eppure le autorità americane, che hanno voluto mostrare infinite volte l’impatto e il crollo delle Due Torri, non hanno mai presentato al pubblico una sola immagine dell’aereo che si avvicinava al quartier generale della Difesa americana. Il più sorvegliato al mondo. Senza video, nell’era dei media, le discussioni continueranno inevitabilmente all’infinito. Che sia solo una sorprendente casualità il fatto che le Torri siano crollate verticalmente, come accade solo agli edifici demoliti in maniera controllata e con accurata pianificazione? Perché è crollata con la stessa dinamica anche la terza torre (World Trade Center 7), se nessun aereo l’ha colpita? E così via, decine e decine di incongruenze. A distanza di 25 anni da quell’inferno è possibile affermare, senza tema di smentita, che almeno da un punto di vista giudiziario non un solo processo è stato portato a termine contro esecutori e mandanti. Fatta eccezione per Zacarias Moussaoui, figura di secondo piano, aspirante dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre si addestrava in una scuola di volo americana. Anzi: l’indiziato numero uno, Osama Bin Laden, che ha fatto la fine che conosciamo, in vita non era mai stato formalmente incriminato da un Gran Giurì per le stragi dell’11 settembre. Era invece ricercato per gli attentati contro le ambasciate degli Stati Uniti a Dar-es-Salam (Tanzania) e a Nairobi (Kenya), avvenuti il 7 agosto 1998. I tre incriminati – Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente dietro gli attentati, Walid bin Attash e Mustafa al Hawsawi – tutti “ospitati” a Guantanamo, attendono ancora di conoscere la loro sorte. Una postilla su Khalid Sheikh Mohammed. Fu catturato in Pakistan nel 2003. Tecnicamente reo confesso. Il guaio è che le sue confessioni sono avvenute – per stessa ammissione della CIA – sotto tortura. Mentre i suoi carcerieri lo sottoponevano alla procedura nota come “waterboarding”, nella quale il sospetto viene sdraiato con la testa più bassa dei piedi, bendato e legato, gli si mette in bocca un panno e gli si versano in faccia litri e litri d’acqua, dandogli la sensazione di annegare. Una tecnica praticata durante la “Grande Inquisizione”. Secondo la documentazione resa pubblica da Barack Obama, Khalid Sheikh Mohammed, dopo la cattura, fu sottoposto per 183 volte in un mese al waterboarding: una media di sei torture al giorno. Il 24 agosto 2009 un rapporto dell’intelligence ha gettato una luce ancora più sinistra sulla vicenda: nelle 159 pagine si legge che gli 007 che interrogarono Mohammed lo minacciarono di uccidergli i figli di 7 e 9 anni se non avesse confessato. Nessun tribunale americano, neppure negli anni della Seconda guerra mondiale – quando l’FBI arrestava gli agenti hitleriani negli USA – ha mai accettato confessioni estorte con la tortura. Insomma: nella culla del “Giusto Processo”, come si possono ritenere attendibili le 26 pagine di confessioni rese da Mohammed, detenuto da anni in condizioni bestiali, sottoposto a torture fisiche e mentali tali da cancellarne la personalità? Ed eccoci al nodo. 25 anni dopo l’11 settembre non si è mai celebrato un processo contro i presunti autori dell’attacco. Non uno. È un’anomalia giudiziaria colossale: un crimine epocale, quasi tremila morti, e nessun tribunale che abbia potuto ricostruirlo con prove, testimoni, imputati. La giustizia americana ha preferito le prigioni segrete, le torture, i procedimenti speciali. Ha scelto l’eccezione permanente al posto della regola. Il risultato? Una verità sospesa, intoccabile, che non passa mai dal vaglio di un’aula di tribunale. Ma non è solo un fallimento giudiziario. È soprattutto una scelta politica. Rinunciare a un processo pubblico ha significato blindare la narrazione, impedire che prove e testimonianze incrinassero l’architettura ufficiale. La verità è rimasta proprietà esclusiva della politica e dei servizi, non dei giudici e dei cittadini. Per questo, dopo ventiquattro anni, il giudizio è netto: l’America che si proclama culla del “giusto processo” ha tradito se stessa proprio nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrare al mondo la sua forza di diritto. Ha preferito lasciare tutto sospeso, nel limbo, e così facendo ha alimentato l’abisso dei dubbi, delle diffidenze, delle falsità. Non sono un complottista. Ma sono nato e cresciuto nel Paese delle stragi di Stato. Ho imparato a dubitare. Mi viene facile. Redazione Palermo
September 12, 2026
Pressenza
[Musica Machina] puntata 214 del 12 settembre
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #27 (settembre 2026) Ciuffy Rouge - So Far So Good mixtape (Settembre 2026) H501L – Atmospheric DnB mixtape (settembre 2026)   Puntata 214 trasmessa sabato 12 settembre 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, September 12, 2026).
September 12, 2026
Radio Onda Rossa
Palestina: l’Italia assassina del governo Meloni
Nel dossier di oggi aggiornamenti, analisi, appuntamenti, recensioni.   PALESTINA – Proprio l’Italia è l’unico tra i Paesi fondatori Ue – assieme alla Germania – a non aver imposto sanzioni ai prodotti in arrivo dalle colonie illegali di Israele in Palestina, oltre ad avere chiuso gli occhi, ormai da 3 anni, di fronte al genocidio a Gaza, che prosegue quotidiano.
September 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad, che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.  Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese). La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per i diritti umani. Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.  Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro lo compra. The post Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
What do we have to say about the future? Go forth and multiply! May 10 - 100 - 1000 servers spark up! https://keepitfree.ai/announcements/go-forth-and-multiply-may-10-100-1000-servers-spark-up/ #keepItFree #AutisticiInventati
September 12, 2026
cavallette
Quello che abbiamo da dire sul futuro? Andate e moltiplicatevi! 10 - 100 - 1000 server nascano! https://keepitfree.ai/it/announcements/andate-e-moltiplicatevi-10-100-1000-server-nascano/ #keepItFree #AutisticiInventati
September 12, 2026
cavallette
Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente
NEGLI ULTIMI GIORNI SONO APPARSI SU COMUNE TRE STIMOLANTI ARTICOLI SULLA COSIDDETTA INTELLIGENZA ARTIFICIALE: L’AMARO CALICE (FRANCO BERARDI BIFO), IL CALICE CONDIVISO. PER UN’AI COME BENE COMUNE? (STEFANO LENA) E UMANITÀ E NUOVE TECNOLOGIE (RINO MALINCONICO). QUI UNA NUOVA NOTA DI BIFO -------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ho letto i due testi – Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? (Stefano Lena) e Umanità e nuove tecnologie (Rino Malinconico) – e ringrazio Stefano e Rino per averli scritti. Sembra che io mi sia messo nell’antipatica posizione del cattivo e che devo avere per forza un piglio un po’ severo, e ribadire malefiche profezie (posizione imbarazzante, lo ammetto, ma me la sono andato a cercare e me lo merito). La risposta di Stefano è molto interessante, e su molti punti credo che abbia più ragioni lui che Doctorow.  L’automa cognitivo (quella che abitualmente si chiama Intelligenza artificiale è in ultima analisi l’automa capace di simulare e sostituire l’intelligenza umana) potrebbe avere funzioni utili piuttosto che funzioni distruttive. Ma perché questo accada occorre una cosa molto semplice ma in verità molto complicata: l’autonomia della soggettività sociale dall’interesse del Capitale. Questa autonomia, a mio (meditato) parere, non è più nell’ordine del possibile per ragioni politiche, strutturali, tecniche, e soprattutto cognitive. Il secolo ventuno non conosce più l’alternativa sociale al capitalismo perché non conosce più la possibilità di autonomia della mente. La sconfitta del movimento operaio (avvenuta nel ventesimo secolo) non è stata un incidente di percorso… è stata l’ultima possibilità di emancipazione della razza umana dalla tanatopolitica del capitale. Quell’ultima possibilità è andata a finire come sappiamo, per ragioni che andrebbero approfondite (se ne avessimo il tempo): tradimento strategico della sinistra, precarizzazione del lavoro, decomposizione sociale prodotta dalla grande migrazione… In assenza di una soggettivazione autonoma, la tecnologia è nelle mani del profitto e della guerra. Quando dico “soggettività” intendo prima di tutto: che ne è della mente collettiva? Anche qui la mia risposta è antipatica, la mente collettiva è già stata riformattata: siamo di fronte alla disintegrazione dell’attenzione per effetto dell’accelerazione del flusso, alla cancellazione della memoria vivente per effetto della frammentazione del tempo e dell’appiattimento sull’istante. Non si tratta di minacce per il futuro, si tratta di quel che è già accaduto negli ultimi due decenni, e le conseguenze sono già in via di dispiegamento. Il lavoro vivo della mente è sottomesso al capitale tecnologico. Il cervello umano è per gran parte (nella generazione emergente) dipendente dall’automa. Probabilmente è tutta colpa mia: non sono più in grado di immaginare un futuro perché è svanita in me la simpatia per il genere umano. L’ho detta grossa, no? Ma è così. Dopo Auschwitz era possibile pensare che il genere umano sarebbe divenuto umano, e che il femminile avrebbe prevalso sull’istinto di dominazione. Dopo Gaza non è più possibile. E mi pare che questa antipatia per il genere umano ormai sia quel che di meglio c’è in circolazione. L’evidente intenzione maggioritaria di non riprodurre il genere umano ne è la prova. E i bambini mi chiederà qualcuno? Per i bambini provo compassione perché sono vittime dell’egoismo riproduttivo (che per fortuna regredisce), e futuri carnefici per vendetta. Mi pare che l’inconscio femminile stia maturando una intenzione: piuttosto che così, meglio niente. Simpatia per il nulla? Lo confesso, anche se so che sarò accusato di nichilismo. Ma non ho più paura di quell’accusa, forse perché il nulla è il mio prossimo futuro. [Franco Berardi Bifo] [Forse con questa nota alcuni lettori di Comune, cui sto già abbastanza antipatico, finiranno per detestarmi. Ma io gli voglio bene lo stesso] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Pensiero e immaginazione [Giorgio Agamben] Quella nuova morte in vita toccata alla donna [Lea Melandri] Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano [Paolo Mottana] Gli algoritmi non hanno vita propria [Raúl Zibechi] Alexa e le altre [Stefano Rota] La retorica dell’innovazione [Sara Gandini e Paolo Bartolini] Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech [SP e DL] -------------------------------------------------------------------------------- Franco Berardi Bifo ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- . . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente proviene da Comune-info.
September 12, 2026
Comune-info
Radio Gaza arriva in Sardegna. Due incontri per parlare di Gaza e libertà dell’informazione
Il progetto indipendente Radio Gaza, nato attorno alle inchieste del regista Michelangelo Severgnini, sarà protagonista di due incontri pubblici in Sardegna, a Sassari e Cagliari, rispettivamente il 14 e 16 settembre. Al centro del tour la situazione nella Striscia di Gaza, il ruolo dell’informazione e la costruzione di spazi indipendenti di informazione realmente indipendente. Radio Gaza è un documentario crudo e diretto che ci fa interrogare sul modo in cui la terribile violenza coloniale e genocida che si è abbattuta su Gaza viene raccontata. Il progetto si propone come uno spazio di informazione e controinformazione geopolitica, con l’intento di portare all’attenzione del pubblico aspetti della realtà della Striscia di Gaza che, secondo i promotori, rischiano di rimanere ai margini del racconto dei grandi media. Al centro dell’iniziativa ci sono le inchieste e il lavoro del regista Michelangelo Severgnini, attraverso i quali Radio Gaza cerca di costruire una narrazione alternativa sulla guerra e sulla tragedia umanitaria che continua a colpire la popolazione palestinese anche dopo il “cessate il fuoco”. Il tour sardo promosso dall’associazione Sandalia e appunto dal progetto Radio Gaza, prenderà il via lunedì 14 settembre alle 18.30 a Sassari. L’evento nel capoluogo turritano è organizzato da Sa Domo de Totus e La Costituente per Sassari e la proiezione avrà luogo nella Sala convegni di quest’ultima associazione, in viale Umberto 122. A dialogare con l’autore del documentario sarà Cristiano Sabino. La seconda tappa è prevista mercoledì 16 settembre alle 18.30 a Cagliari, negli spazi della Confederazione Sindacale Sarda, in via Marche 9. In questo caso il confronto con il regista sarà affidato al giornalista Simone Spiga. L’ingresso alle proiezioni è libero. Le due iniziative intendono offrire uno spazio di confronto non soltanto sulla situazione di Gaza, ma anche sulle modalità attraverso cui la guerra e l’utilizzo della violenza vengono raccontati, sul rapporto tra informazione e geopolitica e sulla necessità di costruire strumenti autonomi di comunicazione. Radio Gaza si presenta infatti come un’esperienza che intreccia informazione, inchiesta e solidarietà, nella convinzione che raccontare guerre e genocidi significhi anche interrogarsi sulle fonti, sulle narrazioni dominanti e sulle realtà che rischiano di rimanere invisibili. Durante gli incontri sarà inoltre possibile sostenere il progetto attraverso una raccolta fondi destinata a Radio Gaza. Associazione Sa Domo de Totus 07100 Sassari – Via Frigaglia 14B domodetotus@gmail.com CF: 92164980903 ———————— Per sostenere Radio Gaza: PayPal: @apocalissegaza Conto corrente intestato a Associazione Sandalia Onlus IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676 BIC: BPMOIT22XXX Causale: Apocalisse Gaza     Redazione Sardigna
September 12, 2026
Pressenza
Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD
In Bassa Sassonia, cuore industriale di Volkswagen e istituzione che detiene il 20% dei diritti di voto del colosso automobilistico, la crisi dell’auto si è trasformata anche in una questione politica. Mentre il gruppo di Wolfsburg porta avanti una pesante ristrutturazione, tra tagli all’occupazione e riconversioni industriali, il governo regionale guidato dal socialdemocratico Olaf Lies si trova stretto nel doppio ruolo di azionista e decisore politico. Un cortocircuito che AfD ha sfruttato attaccando la gestione della crisi e che, sullo sfondo delle recenti elezioni, contribuisce a spiegare il legame tra il terremoto Volkswagen e l’avanzata dell’estrema destra. Da una parte c’è il gruppo industriale che era il secondo costruttore di automobili al mondo per vendite, il primo per fatturato (in Europa primo in tutto), e che da un po’ ha lanciato un piano da 100.000 licenziamenti che hanno traumatizzato la Germania, oltre che il mondo dell’economia e della finanza. Dall’altra parte la formazione politica di estrema destra che ha vinto in maniera roboante le elezioni regionali, ottenendo quasi il 45% dei consensi. La strana coppia è tenuta insieme dalla natura “mista” pubblico-privata dell’ormai ex colosso industriale di Wolfsburg, la città creata nel 1938 per ospitare i lavoratori della fabbrica. Per scelte fatte in altre epoche, la Bassa Sassonia, lo Stato federale in cui si trova la città, detiene una quota azionaria dell’azienda pari al 20%, con diritti di voto pari al 20%. Questa partecipazione è stata introdotta nel 1960 con una legge speciale che porta il nome del marchio automobilistico, Legge Volkswagen (Vw Gesetz). Proprio questa norma ha contribuito a garantire nel tempo allo Stato un peso strategico all’interno dell’azienda ben superiore alla sua quota azionaria detenuta. Per lo statuto speciale Vw, confermato e blindato dalla legge del 1960, ogni decisione straordinaria dell’assemblea dei soci va presa con maggioranza superiore all’80% dei voti: avendo lo Stato il 20% dei voti stessi, è evidente il ruolo strategico che ha sempre avuto. Inoltre, l’istituzione ha diritto a due posti (su 20) nel Consiglio di sorveglianza dell’azienda e uno è assegnato proprio al primo ministro dello Stato federale, l’altro al ministro dell’Economia. Il premier della Bassa Sassonia, il socialdemocratico Olaf Lies – e qui si arriva al punto della questione – nella sua posizione è talmente “aziendalista” che nelle scorse settimane ha sostanzialmente approvato il piano di licenziamenti “lacrime e sangue” programmati dall’azienda, per tenere il passo della concorrenza cinese e dei dazi americani. Secondo Lies, un mancanto accordo tra i vertici del gruppo avrebbe potuto arrecare più danno degli stessi tagli. Il problema è che la Bassa Sassonia era una delle poche regioni tedesche dove AfD non avesse ancora superato SPD (il partito di Lies) nei sondaggi e nei gradimenti degli elettori. Va anche ricordato che proprio la crisi automotive, un tempo una delle locomotive dell’economia tedesca, ha spinto gli esponenti di AfD ad accusare le ingerenze e interferenze della politica nelle vicende del gruppo, oltre alle critiche al Green Deal e all’elettrificazione. Come noto, Volkswagen (che in quella regione chiave, oltre alla sede centrale, ha anche sei stabilimenti) ha deciso di passare la mano per lo stabilimento di Osnabruck, che produce modelli cabriolet (T-Cross) e per il quale era già stata decisa la chiusura nel 2027. La fabbrica sarà rilevata da un fondo israeliano, Aurelius Capital – oltre che dallo Stato, che fa valere la sua quota di partecipazione – e sarà riconvertita per usi bellici: la prima commessa sarà la fornitura di componenti per il sistema di difesa aerea Rafael Advanced Defense Systems, compagnia controllata e gestita direttamente dal governo di Tel Aviv, per lo scudo Iron Dome. La conversione non sarà ovviamente indolore: dei 2300 addetti attualmente allo stabilimento, solo la metà ha la garanzia di conservare il posto di lavoro. Si annuncia e si prepara una crisi sociale e politica che AfD ha già anticipato, criticando l’operazione e accusando la politica, ossia la gestione del Land. A questo punto, per il primo ministro Olaf Lies la situazione è diventata molto complicata. Da un lato il suo ruolo di socio e dirigente in Volkswagen, dall’altro il suo incarico politico che gli impone – o imponeva – di cercare di contrastare AfD e la sua ascesa politica. Un doppio ruolo, il suo, che in Italia sarebbe probabilmente definito conflitto di interessi. «Dobbiamo trasmettere la certezza di poter risolvere questi problemi. In caso contrario, le forze estremiste riceveranno una spinta», ha dichiarato Lies prima della consultazione elettorale che ha premiato in modo netto AfD, il quale ha conquistato una vittoria perentoria (44.2%): SPD, la sigla a cui appartiene il primo ministro, si è fermata a 9.2%. «C’è il timore che questa incertezza tra i dipendenti favorisca l’AfD nelle elezioni locali, in particolare nelle sedi Volkswagen»: il ruolo di Cassandra, col senno di poi, nelle parole ha dichiarato a Reuters Sebastian Lechner, leader statale del partito conservatore di opposizione CDU – che governava e che si è fermata al 18%, la metà dei voti presi nella precedente tornata elettorale. Lies (e con lui le forze che si opponevano ad AfD) è rimasto probabilmente schiacciato nel suo doppio ruolo tra accompagnare la ristrutturazione Vw – in un primo momento si era opposto ai tagli, poi ha dato il via libera al piano che ne prevede altri 50mila per tenere i costi in equilibrio – e convicere la popolazione dell’efficacia di questa operazione, in sostanza fare digerire ai concittadini i licenziamenti su cui la stessa AfD soffiava come sul fuoco. «I piani per tagliare i posti di lavoro e rivedere la struttura di Volkswagen sono una catastrofe per migliaia di famiglie» ha dichiarato a Reuters uno dei leader di AfD, Ansgar Schledde. Quella che insomma sembrava una “semplice” operazione di riconversione a usi bellici di uno stabilimento, pur con tutte le critiche e le zone d’ombra legate agli acquirenti israeliani e nell’ottica della direzione di marcia presa dall’Europa che ha posto al 2035 il termine per la graduale eliminazione dei motori a combustione (anche negli Stati Uniti il Pentagono sta trattando coi colossi dell’auto Ford e General Motors per una loro parziale trasformazione a fabbriche di armi), pare proprio sia diventata una colossale buccia di banana per l’establishment di governo della Bassa Sassonia. Olaf Lies ha dichiarato che l’accordo con il fondo Aurelius Capital per il trasferimento dello stabilimento di Emden permette di prendere tempo per risolvere la situazione di altri quattro stabilimenti a rischio, da qui al 2030, ma a giudicare dai risultati delle elezioni, pare non sia andato benissimo il suo tentativo di giocare su due tavoli e ci sarebbe da chiedersi, forse, se lui avrà altrettanto futuro, politicamente parlando. The post Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
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