La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di CeutaA Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El
Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone
rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.
Notizie/Confini e frontiere
NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ
Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio
Raffaello Rossini
8 Agosto 2026
Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono
nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che
continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine.
È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire
l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi
deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di
controllo.
1. LA SPUGNA DI CONFINE
Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un
passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il
dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e
prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto
“pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di
poche ore.
Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case
autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono
una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna
che assorbe e trattiene.
Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città
Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati –
si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in
un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere
di Benzú e Tarajal.
La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle
croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi
recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme
repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni
indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali
compresi i dispersi.
PH: Raffaello Rossini
2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA
In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità
paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci
giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla
geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono
con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il
proprio stato di sospensione.
I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata
e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa
soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti.
L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di
Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una
capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che
supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in
tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle
all’addiaccio.
Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA):
la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di
oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132
posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli
nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della
penisola.
Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori
dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la
micro-procura di controllo del territorio.
L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi
sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la
raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento,
ti potrebbero rapinare».
PH: Raffaello Rossini
3. FRATTURE NEL BARRIO
Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola
d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola
non scritta della convivenza transfrontaliera.
Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de
Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso
all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma
bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per
la strada.
> «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma
> fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire».
È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica
del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati
da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile
locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano
costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e
dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando
con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da
perdere.
4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE
Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare
arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione
sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno.
Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato
un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio
per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra.
Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito
direttamente dai residenti.
L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata:
tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta
interna promossa dagli abitanti.
Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una
capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono
garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti
empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide.
Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne
e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a
decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande.
Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana
del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino
delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e
arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone
per sempre nei burroni del quartiere.
Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con
un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e
attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro,
che cade a pezzi?».
PH: Raffaello Rossini
5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI
Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo
livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono
nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere
intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura
volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite.
In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le
minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono
le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la
fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di
trattenimento arbitrario.
Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una
maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del
posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi
insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e
tentativi di contatto.
In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la
vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di
genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo
degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC).
Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la
prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di
monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei
ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto
per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio
istituzionale.
PH: Raffaello Rossini
6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO
L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge
nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove
l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la
grammatica di questo margine:
«I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri.
Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che
aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli
buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non
ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti.
Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani,
marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso
di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di
Sánchez né del PP.
Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha
scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i
politici. Mia madre, grazie a Dio.
Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non
lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci
penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono
che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente».
7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE
Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul
campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono
ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura
ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi
interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile.
La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono
docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è
pressoché inesistente.
I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per
il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti
dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per
effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e
sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come
l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio,
sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le
persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo.
L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo
sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali
come la Cruz Blanca.
Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o
socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a
farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa
della Polizia Nazionale e dei blindati militari.
Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i
finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi
europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera.
Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di
euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza
migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare
in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno
stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione
giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano
inghiottiti dai circuiti informali della frontiera.
PH: Raffaello Rossini
8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE
Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie
ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e
l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale.
In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del
Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali –
siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario
fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte.
Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso:
risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo,
un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene
congelata nell’attesa.
Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura
d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della
pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di
una transenna rossa.
Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti
polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste
dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una
chiamata verso casa.
Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a
spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in
cui continuare ad attendere.
PH: Raffaello Rossini