La maieutica di Danilo Dolci e l’autocostruzione
Sono stati due giorni intensi, di quelli che lasciano il segno dentro e fuori, quelli che abbiamo vissuto nel fine settimana tra Ivrea e il Castello di Albiano. Un cammino collettivo inserito nella cornice de “La pacifica invasione: tanti modi per volere la pace”, un’iniziativa promossa da Emergency, Sentieri di Pace e il Presidio per la pace di Ivrea. Al centro del nostro percorso c’era l’eredità di Danilo Dolci, la sua voce scomoda e profetica, e soprattutto la pratica viva del suo pensiero.   IL CONFRONTO AL LICEO GRAMSCI: LA FORZA DELLA NONVIOLENZA Questo intenso fine settimana è iniziato sabato 19 settembre nell’Auditorium del Liceo A. Gramsci di Ivrea. Più di trenta persone hanno partecipato alla conferenza dal titolo “Pratiche e lotte nonviolente: il caso Danilo Dolci”. Insieme a me c’erano Amico Dolci, figlio del poeta di Trappeto, e Giuseppe Barone, suo biografo e profondo conoscitore del pensiero. Abbiamo cercato di restituire ai presenti l’attualità di un ammonimento che non smette di interpellarci: “Rivoluzione è curare il curabile profondamente e presto, è rendere ciascuno responsabile”. Non una teoria astratta, ma un esercizio quotidiano di democrazia diretta, ascolto e partecipazione, dove la nonviolenza non è mai passività, ma azione radicale di trasformazione della realtà.   AL CASTELLO DI ALBIANO: IL LABORATORIO DI MAIEUTICA STRUTTURALE Dalla parola alla pratica il passo è stato naturale. Domenica 20 settembre ci siamo spostati nella suggestiva cornice del Castello Vescovile di Albiano. Qui, quindici partecipanti si sono uniti al proseguimento laboratoriale della conferenza, dedicandosi al cuore pulsante del metodo dolciano: La Maieutica strutturale. In cerchio, dialogando, interrogandoci a vicenda per fare emergere le risorse che già abitano le comunità, abbiamo sperimentato cosa significhi educare e autoeducarsi reciprocamente, uscendo dalla logica della delega per entrare in quella della co-responsabilità. Siamo partiti dalla domanda di Giuseppe su cosa sono e in cosa si differenziano la Trasmissione e la Comunicazione, raggiungendo concetti molto profondi, sia in senso tecnico che poetico.   IMPARARE FACENDO: L’AUTOCOSTRUZIONE DI UNA PANCHINA DI ENZO MARI La conclusione di questo percorso laboratoriale ha preso una forma concreta, fatta di legno e manualità. Seguendo lo spirito del progetto Autoprogettazione? di Enzo Mari e del libro Imparare facendo, ci siamo cimentati nell’autocostruzione di una panchina. Non si è trattato semplicemente di assemblare dei pezzi di legno, ma di compiere un gesto politico e comunitario. Tagliare, levigare, montare insieme significa riappropriarsi della capacità di produrre il proprio mondo materiale, rifiutando la logica alienante del consumo passivo. Alla fine del laboratorio, la panchina è stata donata ufficialmente alla comunità del Castello di Albiano, accompagnata dalla consegna del libro Imparare facendo. Un presidio di sosta, di dialogo e di bellezza, che ora dimora tra le mura storiche del castello come testimonianza tangibile di cosa significhi, ancora oggi, praticare la pace attraverso le mani e la mente. Ettore Macchieraldo
September 20, 2026
Pressenza
La nave Oyvon di Medici Senza Frontiere soccorre 31 persone
Oggi il team di Medici Senza Frontiere (MSF) a bordo dell’Oyvon ha soccorso 31 persone. “Abbiamo temuto che i naufraghi venissero respinti in Libia” dichiara Chiara Milanese, capo progetto di MSF. Dopo aver fatto salire tutte le persone a bordo della Oyvon, l’equipaggio ha visto arrivare alcune motovedette, che hanno raggiunto l’imbarcazione su cui viaggiavano le persone soccorse e le hanno dato fuoco. Tra i naufraghi ci sono 6 donne e 12 minori, 9 dei quali non accompagnati. La maggior parte è originaria dell’Eritrea. L’Oyvon è diretta a Catania, il porto di sbarco che le è stato assegnato. “Le persone soccorse in mare non dovrebbero essere rimpatriate in Libia, dove corrono rischi molto gravi, tra cui estorsioni, detenzioni arbitrarie, violenze e sfruttamento” aggiunge Milanese di MSF. Medecins sans Frontieres
September 20, 2026
Pressenza
Villacidro, 23 settembre: incontro con El Salvador
 Maria Teresa Messidoro racconta la Biblioteca di Comunità di San Francisco Echeverría. L’incontro è organizzato dall’associazione SEMM (Sardegna Europa Mediterraneo Mondo)1 di Villacidro, si svolgerà mercoledì 23 settembre alle ore 18’30, presso la Mediateca Comunale Fabrizio De André in Via Parrocchia 190 a Villacidro. L’appuntamento si inserisce all’interno della III edizione del festival letterario Leggere Emozioni e sarà condotto da
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
IMI: un giorno per ricordare gli schiavi di Hitler ma…
… ma ancora oggi molti non conoscono quel che accadde ai soldati italiani che, dopo il settembre 1943, rifiutarono di collaborare con il nazifascismo, finendo nei lager tedeschi in condizioni durissime. UNA BREVE NOTA INTRODUTTIVA DELLA “BOTTEGA” E A SEGUIRE 3 APPUNTAMENTI – 20, 25 e 30 SETTEMBRE – AL «MICHELETTI» DI BRESCIA. Mentre il ministro Crosetto farfugliava scemenze sulla
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
SALERNO: CONVEGNO CONTRO I LICENZIAMENTI RITORSIVI!
PUBBLICHIAMO SOTTO IL MANIFESTO CON IL QUALE VENERDI’ 25 SETTEMBRE 2026 A SALERNO SI SVOLGERA’ UN CONVEGNO PER CONFRONTARSI FRA VARI DELEGATI LICENZIATI DAI PADRONI PER AVER OSATO DIFENDERE I DIRITTI E LA SICUREZZA SUL LAVORO. VISTO LA NUTRITA PRESENZA DI CONSIGLIERI COMUNALI E PARLAMENTARI, PROBABILMENTE IN VISTA DELLE ELEZIONI,  RICORDIAMO  AI LICENZIATI PARTECIPANTI DI NON FARSI ILLUDERE DA EVENTUALI PROMESSE E CHE LA RESISTENZA AL PADRONATO PASSA SEMPRE DALLA CAPACITA’ DEI LAVORATORI DI ESSERE UNITI E DI DARE RISPOSTE DI LOTTA. SOLIDARIETA’ DA PARTE DEL SI COBAS A TUTTI I LICENZIATI! S.I. COBAS NAZIONALE   L'articolo SALERNO: CONVEGNO CONTRO I LICENZIAMENTI RITORSIVI! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Vercelli Pride 2026: una festa di protesta contro il ddl sull’antisemitismo
L’INIZIATIVA COORDINATA DA ARCIGAY RAINBOW VERCELLI-VALSESIA E PROMOSSA CON IL SOSTEGNO DI NUMEROSE ASSOCIAZIONI E AGGREGAZIONI LOCALI E CON L’ADESIONE DI AMNESTY INTERNATIONAL, ANPI, CGIL,  CHIESA VALDESE E PD, HA ANIMATO IL CENTRO DELLA CITTÀ IERI, SABATO 19 SETTEMBRE.   Il corteo al seguito della sua ‘madrina’, la drag queen Priscilla, e insieme a Vincenzo Giurbino, il giovane che ad agosto è stato bersaglio degli insulti scritti sui muri della stazione ferroviaria di Tronzano Vercellese, ha coinvolto i manifestanti a esprimersi vivacemente, con performance teatrali e spettacolari azioni dimostrative, su molti temi dell’inclusione con rispetto delle differenze e dei diritti, anche sul DDL 1004.   «Il Pride è soprattutto politica – ha proclamato Priscilla nell’occasione – Non è una vetrina, non è un prodotto e non è qualcosa da rendere innocuo per non disturbare nessuno. Deve mettere in discussione ciò che produce discriminazione e disturbare chi pretende di decidere quali amori siano rispettabili, quali corpi siano accettabili, quali famiglie siano vere e quali persone siano degne di esistere» [Il Pride come spazio politico e di libertà nel discorso di Priscilla, madrina del Pride 2026]. Una manifestante, Licia Sesia, riferisce che Priscilla ha detto: «Il pride, l’orgoglio, non può essere ora solo pro-differenza di genere o di orientamento sessuale, ma anche pro-Palestina e pro tutti i popoli che sono oppressi, il popolo congolese, il popolo senegalese, le donne afghane, perché la lotta queer è questa. Essere al Pride è sentirsi appartenenti ad una visione, una coscienza politica e una visione intersezionale del mondo. La lotta è femminista, transfemminista, antifascista». E della propria esperienza al Vercelli Pride, cui ha partecipato arrivando da Casale Monferrato, Licia Sesia racconta: > Avevo ascoltato l’appello di Priscilla divulgato da Fanpage e sui social. Per > me emozionante. Tanto da indurmi a scrivere dei cartelli con le mie idee. > > Mi hanno ispirata le ‘lezioni’ della vecchia scuola, quella del nonno che > militava nell’ANPI e nella CGIL, delle mie esperienze, ora ‘giovanili’, di > studentessa universitaria a Padova, di frequentazione del Laboratorio > Anarchico PerlaNera ad Alessandria. > > Oggi il movimento no global è frammentato, diviso in tante etichette e > categorie, e siccome è disgregato viene manovrato da chi, con la strategia del > divide et impera, si impone su tutti definendo uno o l’altro gruppo sociale un > nemico. > Contro ogni ‘capro espiatorio’ collettivo si fomentano le polemiche e si > attizza l’odio che innescano una escalation di bullismo, mobbing e, poi, > violenza fisica. Mi sono chiesta: chi lo ha capito prima di me, e di noi, > adesso? > > La risposta è stata: Giacomo Matteotti. > > Lui ha visto, e denunciato, i fatti che avvenivano in quegli anni in cui la > propaganda e la manipolazione mediatica erano equiparabili a quelle con cui > adesso viene bersagliato chi non si piega alla forza prepotente del > ‘moralismo’ imperante, chi dissente e obietta, chi protesta contro le > ingiustizie e si oppone all’autoritarismo. > > Mi sono riconosciuta in più categorie tra quelle che ieri hanno marciato > insieme al pride. > > Quella degli antifascisti, in cui mi ‘ritrovo’ ricordando che Umberto Eco in > Il fascismo eterno ha chiaramente descritto quali siano i comportamenti e le > caratteristiche del fascismo che non è mai ‘finito’, si è solo adattato ai > tempi e permane, soprattutto nelle istituzioni da cui non è mai stato > spodestato. > > E quella dei pacifisti nonviolenti che cercano di trovare e co-costruire > azioni alternative all’avversione e alla contrapposizione contro un nemico > costruito ad hoc da chi aizza i poveri a combattere guerre tra poveri e, poi, > a formare o pagare gli eserciti che fanno stragi di innocenti per proteggere > gli interessi economici e geopolitici delle multinazionali che si spartiscono > le risorse globali. > > Un movimento trasversale che, come nella città in cui abito, aggrega tante > persone diverse, molte che compongono anche i collettivi femministi e i > ‘circoli’ ambientalisti e antifascisti, a praticare insieme mezz’ora di > silenzio per la pace una volta alla settimana. > > E in cui confluiscono molteplici realtà, come il circuito di Piazze di donne > per la Pace, la lega Women united against Nato or not to war not to NATO, > l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e la > rete NoBavaglio. > > In questo ‘spirito’ e con queste prospettive mi sono unita al ‘carro’ del > Mattone Rosso di Vercelli. > > Ho partecipato al pride per protestare contro il meccanismo perverso, > mascherato da meccanismo protettivo, del DDL ‘antisemitismo’. > > Se non riusciremo a impedire che tale proposta di legge venga approvata, i > giornalisti avranno restrizioni sulle pubblicazioni di notizie. > > Riducendo la libertà di informazione verrà offuscata la trasparenza > sull’operato della magistratura e, così, saranno ‘insabbiati’ tanti illeciti e > ‘coperte’ molte ingiustizie, tra cui quella di ridefinire l’etichetta che > denomina un determinato gruppo sociale stigmatizzandone gli appartenenti. > > E nel Pride ho trovato il ‘contenitore’ perfetto per l’inclusione spontanea di > attiviste, attivisti, attivist*, famiglie, singoli e chiunque si riconosceva > nello ‘spirito’ della piazza, un luogo in cui siamo stati tutti insieme > finalmente uniti in un cammino comune per creare l’alternativa alla > globalizzazione che pochi ricchi e potenti vogliono imporre a noi tutti > prevaricando su ognuno, senza accettare l’unicità di ciascuno e le differenze > che ci distinguono, ma non ci rendono tra noi avversari o nemici. Arcigay Rainbow Vercelli-Valsesia è l’associazione di promozione sociale che organizza il Vercelli Pride dal 2019. Nata dalla volontà di un gruppo di attiviste e attivisti locali, l’associazione lavora ogni giorno per creare spazi sicuri, inclusivi e accessibili per tutte le persone LGBTQIA+ del territorio vercellese e della Valsesia. Il Vercelli Pride è tornato nel 2026 con rinnovata energia e determinazione: più grande, più inclusivo, più forte. Un evento che è insieme celebrazione, rivendicazione politica e momento di comunità. Crediamo che la visibilità salva le vite. Ogni bandiera arcobaleno sventolata per le strade di Vercelli è un atto d’amore e di resistenza. Fotoreportage di Licia Sesia:   Redazione Piemonte Orientale
September 20, 2026
Pressenza
“No vax”, ex deputati e filosofi: il Corriere della Sera rilancia le liste di “putiniani”
Il Corriere della Sera ha compilato la nuova lista dei presunti putiniani d’Italia. Questa volta nel mirino finiscono gli osservatori italiani invitati in Russia per seguire le elezioni che rinnovano la Duma. Il titolo dell’articolo, Elezioni in Russia, ex deputati, no vax e filosofi: chi sono i membri, stabilisce già la sentenza: appartengono a un’«Internazionale» nella quale «tutti apprezzano lo zar». Seguono nomi e santini, precedenti politici, apparizioni televisive e vecchie opinioni su Green Pass e vaccini, dosati per suggerire al lettore non soltanto che la delegazione sia inaffidabile, ma che lo sia per una sorta di tara ideologica. Il sigillo arriva in chiusura della rassegna italiana, senza argomentazioni, ma con un’ammiccante condanna: «La variopinta delegazione italiana presenta molte sfumature, diciamo così». Il Corriere non analizza il lavoro degli osservatori, né verifica con quali criteri intendano valutare lo svolgimento delle elezioni. Preferisce ricorrere alla fallacia dell’argumentum ad hominem: anziché entrare nel merito del loro operato, costruisce un ritratto ideologico deformato, selezionando precedenti politici, apparizioni televisive e opinioni personali del tutto estranee all’incarico. L’attenzione viene così spostata dai fatti alle persone, scegliendo gli elementi più facilmente strumentalizzabili per esporle al sarcasmo e condizionare preventivamente la percezione del pubblico. In questo modo, l’obiettivo non è quello di stabilire se la delegazione operi in modo rigoroso e indipendente, ma di orientare preventivamente il giudizio del lettore: gli osservatori diventano inaffidabili non per ciò che hanno fatto durante la missione, ma per le posizioni espresse in passato su temi trasversali: Russia, Green Pass, vaccini e guerra in Ucraina. E, allora, l’ambasciatore Vito Grittani viene presentato attraverso il suo incarico per l’Abkhazia e una biografia liquidata come «di ampie vedute, seppure un pochino particolari». Angelo d’Orsi è uno storico, saggista ed ex docente universitario, già fondatore movimento politico Agorà, ma diventa un personaggio «assunto a notorietà per le sue comparsate nei talk show», cancellando con un colpo di penna il suo curriculum accademico. Gli altri nomi completano una galleria nella quale ogni dettaglio deve trasformarsi in indizio. Il metodo non è nuovo. Nel marzo 2022 Gianni Riotta pubblicò su Repubblica, con tanto di fotografie, l’«identikit dei putiniani d’Italia»: Massimo Cacciari, Barbara Spinelli, Diego Fusaro, Ugo Mattei, Marcello Foa e Gianluca Savoini vennero riuniti sotto l’etichetta di «giustificazionisti del Cremlino». Una lista di “cattivi”, dipinti come presunti fiancheggiatori del nemico, alla quale Riotta cercava di conferire una patina di autorevolezza richiamando la pubblicazione Russian Active Measures: Yesterday, Today, Tomorrow, edita negli Stati Uniti nel 2021. Peccato che alcuni dei nomi inseriti nell’articolo – tra cui Mattei, Fassina, Boldrini e Spinelli – non comparissero affatto nello “studio” citato. Il riferimento alla ricerca finiva così per funzionare non come fonte della lista, ma come una cornice autorevole applicata a una classificazione costruita a titolo personale. Poco dopo, la patente di filoputinismo fu estesa persino a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevole di aver ricordato l’inefficacia delle sanzioni e ridimensionato la retorica occidentale sul conflitto. A Cacciari non restò che rispondere: «Io putiniano? Non rispondo a queste stupidaggini, con gli idioti non discuto». Erano i mesi del boicottaggio di Dostoevskij, dell’esclusione degli atleti e perfino del bando dei gatti russi dalle kermesse feline. Le liste rappresentavano il gradino successivo: non confutare le idee, ma classificare chi le esprimeva, trasformando il dubbio in sospetto e il sospetto in colpa. Una forma di maccartismo editoriale utile a intimidire. Nel nuovo elenco del Corriere curato da Marco Imarisio ricompare lo stesso ponte costruito da Riotta tra la Russia e il dissenso contro il Green Pass. Di Giorgio Deschi, additato come “irredentista”, si evocano gli scontri di Trieste del 2021; di Donato Lorenzo Tilli, liquidato come “No vax”, una vignetta sarcastica sui vaccini; il filosofo Arturo Ferrara è descritto attraverso la sua opposizione alla «narrativa emergenziale», ai «vaccini inutili e dannosi» e alle armi all’Ucraina. Gabriele Lorenzoni, invece, è ricordato per essersi opposto all’intervento di Zelensky alla Camera. Informazioni che possono raccontare solo in parte le loro idee, ma non ne provano l’incompetenza né documentano irregolarità. Il procedimento è quello della contaminazione: si accostano posizioni infamanti e si lascia al lettore l’inevitabile sentenza di condanna. “No vax”, “filorussi”, “vannacciani”, “ultradestra”, “complottisti”: categorie diverse vengono fuse in un solo campo semantico, dove ogni dissenso conferma tutti gli altri. La pandemia diventa un archivio permanente di cattiva reputazione, da riaprire per delegittimare qualcuno. Il punto non è stabilire in anticipo se gli osservatori siano affidabili né attribuire una patente di regolarità alle elezioni russe, ma valutare il loro operato sulla base di elementi pertinenti. Quali protocolli seguiranno? In quanti seggi saranno presenti? Potranno assistere allo scrutinio, consultare i reclami e pubblicare un rapporto verificabile? Esistono legami politici, istituzionali o economici tali da comprometterne l’autonomia? Sono queste le domande che dovrebbe porre un’inchiesta giornalistica. Le opinioni espresse sul Covid non forniscono alcuna risposta: servono soltanto a tracciare il confine tra chi è considerato rispettabile e chi deve essere preventivamente screditato. Si può criticare il sistema russo e contestare la scelta degli osservatori, ma suggerire che il dissenso sanitario sia la prova generale del tradimento geopolitico non è informazione: è “character assassination”. E quel «diciamo così» usato come chiosa ammiccante dice molto più sul metodo del giornale che sulla delegazione italiana. The post “No vax”, ex deputati e filosofi: il Corriere della Sera rilancia le liste di “putiniani” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Oltre la logica della reclusione: la pratica della cura e il valore incondizionato dell’esistenza
Rilanciamo il comunicato postato sulla pagina social della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO, diramato “a seguito delle recenti operazioni investigative e delle perquisizioni che hanno coinvolto operatrici e operatori sanitari in tutta Italia per il rilascio di certificati di non idoneità nei Cpr”_ _______________________ Assistiamo con profonda inquietudine a una deriva politica e culturale che pretende di disconoscere la centralità dell’essere umano e della vita vulnerabile per perseguire un’idea di ordine fondata sulla segregazione. Quando l’esercizio della protezione di chi soffre viene osservato con sospetto, si rischia di smarrire il senso stesso della convivenza e del valore del gesto d’aiuto verso l’altra/o. Rivolgiamo la nostra più viva e limpida vicinanza alle dottoresse di Bologna e a tutte le professioniste e i professionisti della salute coinvolti negli accertamenti di questi giorni. La loro attenzione e il loro giudizio professionale non sono espressione di scelte arbitrarie, ma affondano le radici nella presenza concreta di corpi e menti, nella loro unicità e insostituibile realtà. Il loro operato risponde alla natura stessa della pratica clinica e all’inderogabile dovere deontologico della cura: riconoscere la persona che si ha davanti, ascoltarne la fragilità e tutelarne l’integrità fisica e interiore di fronte a luoghi e condizioni che ne compromettono profondamente la salute. La cura non può essere subordinata a esigenze di controllo, né la valutazione medica trasformata in un ingranaggio di coercizione. Considerare l’intervento sanitario un mero ostacolo al funzionamento della macchina dell’allontanamento significa rovesciarne il senso e tradire la responsabilità della cura, fondata sulla tutela della salute e della dignità umana. Ribadiamo pertanto con assoluta fermezza che il giudizio clinico e le certificazioni che ne derivano non possono essere delegittimati o strumentalizzati a fini politici. Chi ne porta la responsabilità deve poter operare in piena autonomia, al riparo da pressioni e condizionamenti. Rifiutiamo infine l’ostinazione verso la reclusione e la gestione emergenziale della vita dei/lle migranti e restiamo al fianco di chi mette al centro gli esseri umani, continuando a difendere uno spazio in cui l’ascolto, la custodia della salute e la tutela dei corpi rimangono le sole bussole e l’unico orizzonte incrollabile del nostro vivere comune. BIBLIOTECA DELLE DONNE E CENTRO DI CONSULENZA LEGALE UDIPALERMO Redazione Palermo
September 20, 2026
Pressenza
Il corpo a scuola
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Acmos -------------------------------------------------------------------------------- “Ascolto. Non sempre capisco, ma rispondo comunque. Contribuisco con un’eco che ha il dovere di lasciare qualcosa di proprio“ (Paul Claudel) Mi è capitato diverse volte, insegnando filosofia a ragazzi di quindici o sedici anni al liceo, di fermarmi improvvisamente e chiedere: “Aspetta, cosa ho appena detto? Qualcuno me lo può spiegare?”. L’unica risposta che ricevo è il silenzio, o versioni fortemente distorte, a volte persino l’esatto contrario! Com’è possibile, se l’ho appena detto? È già svanito nel nulla? Immagino che questa “evaporazione” abbia qualcosa a che fare con i risultati del rapporto PISA, di cui tutti parlano in questi giorni (finché non spariscono a loro volta dal ciclo di notizie). Ovunque sento la stessa diagnosi: i social media e l’intelligenza artificiale hanno eroso le capacità di comprensione della lettura degli studenti, fondamento e pietra angolare di tutte le altre abilità, attraverso la facilità, l’immediatezza e la delega. Una sospetta unanimità. Dà per scontata una concezione di cosa sia la comprensione, qualcosa di simile alla capacità di elaborare e riprodurre informazioni, uno sforzo costante sulla memoria e sull’attenzione, concepite come i “binari” dell’apprendimento. Ma è davvero così? Questa è la comprensione? È così che funzionano la memoria e l’attenzione? Torno alla scena iniziale: se in quell’aula riesco a fermarmi e ad avviare una conversazione su ciò che ho spiegato, improvvisamente c’è tempo per qualcos’altro: qualcuno fa una domanda, qualcun altro risponde, una persona fa un’associazione, qualcun altro ricorda qualcosa, ne scaturisce una discussione, qualcuno si indigna, qualcuno racconta un’esperienza come esempio. In altre parole: il corpo, la memoria, l’immaginazione, le emozioni, il linguaggio e le relazioni entrano tutti in gioco. E con tutto questo, insieme, iniziamo a riappropriarci dell’oggetto della conoscenza. Iniziamo a capire. L’apprendimento è un’attività che richiede un coinvolgimento attivo e una partecipazione costante. Ciò che riceviamo dagli altri diventa nostro solo quando lo facciamo nostro. Non c’è comprensione senza riappropriazione e trasformazione di ciò che viene compreso. La lettura funziona allo stesso modo. Leggere significa inventare, ricreare ciò che si legge; ogni libro si completa nella mente del lettore. Il lettore è un avventuriero (senza binari) che collega ciò che legge con ciò che ha letto, ciò che legge con ciò che ha vissuto, attivando il corpo, la memoria e l’immaginazione. In questo senso, Roland Barthes affermava che durante la lettura compiamo due movimenti simultanei: immergere la mente nel testo ed elevarla, ricevere o ascoltare qualcosa e dare libero sfogo a risonanze e pensieri. Elevare la mente non significa distrarsi o disperdersi, ma piuttosto interpretare, rispondere a ciò che stiamo leggendo. Non esiste una prima operazione (oggettiva) di comprensione, di elaborazione delle informazioni, di decifrazione dei segni e di decodifica di un messaggio, seguita da un’operazione (soggettiva) di giudizio o interpretazione. Associare, interrogare e entrare in risonanza con il testo è già leggere, è già comprendere. Si tratta di farlo entrare in una rete di relazioni che gli conferisce significato per me. La memoria, lungi dall’essere semplicemente una capacità di ritenzione o assorbimento, un “deposito” o un “magazzino” in cui le informazioni che cerchiamo si depositano, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, per ricostruire il significato, è una riserva vivente che si confronta con il nuovo, una capacità di connessione, una rete di relazioni ed evocazioni che cerchiamo di attivare per leggere, comprendere, apprezzare. Leggere e comprendere sono processi che hanno qualcosa di digestivo, di riflessivo; attraversano il corpo. Sì, è vero: l’apprendimento avviene attraverso la sofferenza, ma non la sofferenza di uno sforzo privo di gioia, di una volontà senza desiderio, bensì la sofferenza della nostra memoria, della nostra immaginazione, delle nostre emozioni. È l’unica cosa che può dare vita a ciò che leggiamo e ascoltiamo. Comprendere significa incorporare, incarnare, e per incorporare bisogna essere in grado di sentire, ricordare, risuonare, associare e rispondere. Comprendiamo il significato con tutti i nostri sensi. E ciò che non incorporiamo, ciò che non recuperiamo, evapora. Amore e desiderio, tempo e attenzione I risultati del Rapporto PISA potrebbero riflettere il crollo di un modello didattico che presuppone che la conoscenza passi da una mente all’altra senza bisogno di appropriazione individuale, nel quadro della gigantesca trasformazione antropologica, tecnica, economica e culturale che stiamo vivendo. Da molti anni il pensatore Franco Berardi (Bifo) parla di “generazioni post-alfabetizzate”, educate sotto il dominio dell’immagine, dello schermo e del flusso digitale, anziché della tradizionale alfabetizzazione lineare e alfabetica. La precarietà generale della vita, l’indebolimento dei legami e l’ipermediazione dell’esperienza, l’accelerazione e l’istantaneità come temporalità dominanti, l’automazione come modalità di risposta… Quale tipo di scuola potrebbe offrire un’esperienza diversa, capace di “resistere” agli effetti più devastanti di questo cambiamento generale del panorama? Non si tratta di ripristinare, ma di inventare, a partire da una diversa concezione dell’apprendimento e della comprensione, un altro significato di ciò che la scuola è e può essere. Se, come propongo, comprendiamo dall’interno, quando abitiamo qualcosa, quando ci influenza, quando ci riguarda, quando ci chiama come protagonisti della nostra avventura, allora non si tratta semplicemente di trovare un nuovo “metodo pedagogico”, più “formazione degli insegnanti” o “insegnare a usare meglio la tecnologia”, ma soprattutto di ripristinare le condizioni del corpo a scuola. Amore e desiderio, tempo e attenzione. Il desiderio, inteso come forza motrice, come potenza, può affrontare difficoltà e sofferenze. Come possiamo entrare in una relazione intima con la conoscenza, sia essa matematica, geografica o filosofica? Perché qualcuno dovrebbe voler interiorizzare qualcosa, farla propria? Abbiamo una risposta convincente, risalente ad almeno 2.500 anni fa, nel Simposio di Platone: al centro di ogni apprendimento c’è Eros. L’insegnante non trasmette principalmente la conoscenza, ma piuttosto l’amore per l’oggetto della conoscenza e per l’atto stesso di apprendere. Questo Eros nell’educazione può risvegliare il desiderio non solo di essere istruiti, preparati o educati, ma di ricercare la conoscenza in modo indipendente e con gli altri, di superare le difficoltà senza arrendersi, di accedere all’ignoto. Il desiderio, inteso come forza motrice, come potere, non come mero capriccio o futile appetito, può affrontare difficoltà e sofferenze, come sa chiunque abbia imparato a suonare uno strumento musicale. Non va confuso con la “motivazione”: gli studenti sono motivati ad apprendere ciò che devono apprendere, ma viene risvegliato il desiderio di uscire e cercare la conoscenza in autonomia. Il desiderio ha sempre bisogno di qualcosa che rimanga sconosciuto, un enigma e un senso di assenza. Appassisce e svanisce se tutto è già fatto, programmato e previsto, se non c’è spazio per coinvolgere le nostre capacità di associazione e interpretazione. E se non c’è desiderio, come spiegava Simone Weil, non c’è nemmeno attenzione. Prestiamo attenzione a ciò che desideriamo e comprendiamo ciò che conta. La mancanza di attenzione non si spiega con un problema cerebrale nei ragazzi e nelle ragazze, ma principalmente con una carenza di desiderio e apatia. E di cosa ha bisogno questa attenzione desiderosa per sostenersi? Di tempo. Ha bisogno di tempo. Affinché ciò che inizialmente è esterno possa iniziare a toccarci, a raggiungerci, a influenzarci. Per perderci e poi ritrovarci, per conversare e vagare, per sbagliare e ripensare. Il tempo è ciò che ci permette di trasformare ogni limite – un errore, un malinteso, un fallimento – in una nuova forza, una nuova esperienza di apprendimento. Nella scuola di oggi, con la sua infinita produttività e performance, la sua burocrazia e gestione, il suo sovraffollamento e il caos quotidiano, questo tempo esiste ancora? Il significato della scuola Come possiamo guarire e rivitalizzare il corpo docente? Un corpo precario ed esausto, un corpo stressato sull’orlo di un esaurimento nervoso, un corpo isolato e individualizzato, tagliato fuori dalla connessione affettiva e intellettuale con gli altri corpi, un corpo schiacciato dalla gestione e dalla burocrazia, un corpo lacerato quotidianamente tra l’obbligo di stare al passo con il programma e il desiderio di fermarsi e parlare, di ascoltare, di pensare con gli studenti, un corpo esausto, incapace di Eros, di accendere la voglia di imparare… Certamente, il punto di partenza sono le rivendicazioni che hanno alimentato le diverse mobilitazioni e gli scioperi scolastici degli ultimi mesi: salari dignitosi, sostegno alla diversità e all’inclusione, riduzione delle ore di insegnamento, rapporto studenti-insegnanti più basso e limitazione della burocrazia. In queste richieste quantitative provenienti da chi vive la scuola in prima persona, possiamo anche scorgere aspirazioni qualitative per un diverso tipo di scuola: una scuola egualitaria e inclusiva, con tempo sufficiente per ascoltare e dedicare attenzione a ogni studente, e in cui il rapporto insegnante-alunno sia centrale, anziché l’ossessione neoliberale per la performance. Queste richieste sono indubbiamente il punto di partenza, ma l’obiettivo finale è ripensare la struttura stessa della scuola. Che tipo di scuola vogliamo? Cosa è più importante? Il disagio all’interno della comunità scolastica è una questione materiale, ma anche di significato. Qual è il ruolo dell’insegnante? Come possiamo recuperare la sua autorità – non l’autorità del potere (gerarchia e comando), ma l’autorità, la credibilità e la fiducia che emanano dall’individuo e sono riconosciute dagli altri, un’autorità che non viene obbedita per paura, ma accettata? Queste richieste sono al tempo stesso il fondamento e lo strumento, ma l’obiettivo finale è trasformare la scuola. Restituirle la sua essenza. -------------------------------------------------------------------------------- Grazie a Estefanía Gomáriz, Álvaro García-Ormaechea, Raquel Mezquita e Lucía Currás Nores per feedback e commenti -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt.es, qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO MOTTANA: > L’urlo soffocato -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Il corpo a scuola: la capacità di cura -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il corpo a scuola proviene da Comune-info.
September 20, 2026
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DECISIONI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI DELEGATI A BOLOGNA!
L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI DELEGATI DEL 18 SETTEMBRE 2026 CONVOCATA A BOLOGNA NELLA SEDE SI COBAS HA DECISO IL SEGUENTE PERCORSO PER ARRIVARE ALLO SCIOPERO ENTRO LA PRIMA DECADE DI OTTOBRE 2026 👉SI FARANNO LE RIUNIONI IN CALL DI FILIERA IN MODO DA POTER MEGLIO VALORIZZARE IL CONFRONTO CON I DELEGATI ESPRIMENDO UNA DECISIONE SUGLI SCIOPERI, COME ESSERE PRESENTI SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE SOSTENENDO LE SITUAZIONI PIÙ DEBOLI. QUINDI, SI DOVRANNO PROGRAMMARE I GIORNI D’INCONTRO SINGOLARMENTE PER SDA,GLS,BRT, FEDEX, UPS. ECC. LA NECESSITÀ DI SVOLGERE LE RIUNIONI SERVONO A RAFFORZARE IL RUOLO DEI DELEGATI E PER CONDIVIDERE LE SCELTE, PER ORGANIZZARE LO SCIOPERO IN MODO PIÙ EFFICACE. LA FEDIT CI HA GIÀ DETTO CHE NON VUOLE PIÙ FARE ACCORDI CON IL SI COBAS E NEI FATTI STANNO CONCORDANDO CON I CONFEDERALI LE IPOTESI DI ACCORDO SUL PREMIO DI RISULTATO E QUELLO SUL PICCO NATALIZIO CON PREVEDIBILI REGALI AI PADRONI. ANCHE PER QUESTO, MA NON SOLO, SERVE DARE UNA RISPOSTA DI LOTTA PIÙ INCISIVA E SOPRATTUTTO COLLETTIVA! I PUNTI FONDAMENTALI IMMEDIATI DA RIVENDICARE SONO: 👉 TICKET DA 8 A 10 €. 👈 👉 PDR DI 2400€. Le date delle call si definiranno subito dopo il coordinamento nazionale del 27 Settembre 2026 BISONA ARRIVARE AD UNO SCIOPERO NELLA PRIMA SETTIMANA DI OTTOBRE. 📍👉 RILANCIAMO LA LOTTA !! L'articolo DECISIONI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI DELEGATI A BOLOGNA! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.

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