CPR: 14ENNE DETENUTO IN VIA CORELLI. “CI SAREBBERO ALTRI MINORENNI” L’ALLARME DELLA RETE MAI PIÙ LAGER – NO AI CPR
“Un 14enne nel CPR di via Corelli a Milano” è questa è la denuncia arrivata tramite la rete Mai più lager – no AI CPR. La notizia arriva da una testimonianza diretta, corredata da foto e documenti, che confermano l’età del minorenne. La legge, tuttavia, vieta il trattenimento di persone minorenni, considerate inespellibili. “La parte più inquietante è che questo ragazzino, che non è che ci vuoi un occhio clinico per capire che ha le fattezze di un bambino, ci ha riferito che all’interno del CPR ci sarebbero anche altri minorenni – commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Nicola Cocco, medico della rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) – In Italia non esiste, ad esempio, una certificazione dell’età tramite strumenti biometrici. Mi chiedo: il medico che ha valutato l’idoneità al trattenimento di questo ragazzo di 14 anni su quali elementi si è basato e quale valutazione ha redatto?» Le segnalazioni sono state inviate al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, con la richiesta urgente di trasferire i minori fuori dal centro. La situazione si aggrava ulteriormente se si considerano le condizioni strutturali degradate del CPR, con infiltrazioni, ambienti umidi e la presenza di animali. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Nicola Cocco, medico della rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni)  Ascolta o scarica.
April 22, 2026
Radio Onda d`Urto
No alla svolta di Acerbo, la parola agli iscritti e alle iscritte di Rifondazione Comunista
Maurizio Acerbo finalmente esplicita la linea che traspariva nel primo documento congressuale, un cambio di postura del Partito rispetto all’analisi internazionale, alle relazioni sociali e politiche nazionali, al ruolo che un partito comunista deve avere nei confronti della guerra, della economia di guerra e delle politiche neoliberiste che necessariamente alla guerra conducono. Acerbo ha così sintetizzato il punto dirimente (che pure non vuole sottoporre alla discussione seria e decisiva della base), pesante macigno fino ad ora negato: alle elezioni nazionali dobbiamo proporre un fronte antifascista contro il governo, per mandare a casa la Meloni. Non possiamo rischiare che per un misero 0,50 la destra possa vincere le prossime elezioni. Si sposta l’orizzonte della costruzione del socialismo oltre la dimensione temporale delle vite dei militanti e delle masse popolari, si teorizza un passaggio, necessario alla nostra rappresentanza elettorale, dentro al campo del neoliberismo, per battere le destre. Andiamo a questa svolta a mani nude, poichè essa non è alimentata da una credibile analisi teorica sulla fase e sulle destre. Si preferisce insultare chi dissente o al massimo impartire lezioni sulla pericolosità del socialfascismo nella storia del movimento operaio. Questa svolta si regge sulle seguenti fragilissime basi: 1. la forza crescente della internazionale nera, come elemento centrale della fase, mentre io penso che la chiave di interpretazione sia la guerra, la crisi del neoliberismo a egemonia Usa che trascina verso il conflitto tutte le élite occidentali e la possibilità oggettiva di una controtendenza a livello internazionale; (i passi avanti del multipolarismo e i Brics) 2. una lettura dei movimenti proPal, degli scioperi generali ,della vittoria al referendum per l’autonomia della magistratura ,che vede un ritorno dei giovani e dei soggetti sociali alla politica così come si presenta nel sistema bipolare; invece io penso che quelle siano state dimostrazioni della potenza possibile della eccedenza, di chi si pensa e vuole essere fuori dal bipolarismo E questa potenza rimane inerte se la politica non propone un altro mondo possibile e una rottura con la vecchia politica; 3. 3) una valutazione positiva degli spostamenti a sinistra che sarebbero avvenuti nel centro sinistra, discutibili in sé, ma soprattutto figli di un’ottica politicista, cui sfugge la più complessa dinamica fra Partiti e organizzazioni di massa storiche e non. A questa il Partito ha sempre guardato come alimento della nostra pratica unitaria e come occasione per costruirci un profilo netto e per agire l’egemonia di un pensiero e di un orizzonte alternativo. A tal punto la tattica del Fronte per la Costituzione ci ha già appiattiti sulle posizioni del centro sinistra, che non abbiamo speso una parola ufficiale nel lungo dibattito che la Via Maestra ha sviluppato nella elaborazione e messa a punto della LIP sulla sanità, che la CGIL sta per lanciare come elemento forte di un programma. Medicina Democratica, il Forum per la Salute ed altre importanti soggettività attive nelle lotte sulla sanità hanno espresso severe critiche alla fine non recepite. La mediazione al ribasso è già avvenuta, la legge sarà presentata come avanzatissima e noi siamo stati invisibili. Sarà difficile impegnarsi come Partito in una campagna di massa per una legge che tiene in piedi quello che oggi è il punto di attacco della privatizzazione del Sevizio Sanitario, e cioè le Assicurazioni, le mutue private e soprattutto il Welfare aziendale dei contratti collettivi nazionali, che sempre più numerosi spezzettano l’unità della classe. In una situazione simile di lavoro nelle organizzazioni di massa e nei movimenti sulla autonomia differenziata noi siamo stati promotori del Comitato contro ogni Autonomia Differenziata che ha avuto un ruolo importantissimo nel costruire una posizione avanzata e unitaria che mettesse all’angolo chi distingueva fra le varie materie possibili. Questa nuova prassi è il prezzo per raggiungere l’obiettivo dell’accordo tecnico unitario? Non so come potremmo chiamare questo silenzio. Bisogna che la parola sia ridata alla base, come rende possibile lo statuto, scritto ben prima dell’ultimo congresso.   Per ulteriori info: https://infoalternative.it/italia/politica-italia/rifondazione-la-parola-torni-alle-iscritte-e-agli-iscritti/   GIOVANNA CAPELLI Laureata in lettere classiche, è stata prima docente e poi, dal 1981 fino alla pensione, dirigente scolastica nella scuola di base. Si è impegnata nella lotta per la difesa della scuola pubblica, per una didattica attenta ai diritti dei bambini e delle bambine e una pratica di lavoro docente cooperativo, luogo privilegiato di ricerca pedagogica e di competenza relazionale. Attiva nel Movimento Studentesco della Università Cattolica del Sacro Cuore dal 1968, ha attraversato la storia del movimento delle donne milanesi a partire dalla sfida dell’intreccio fra femminismo e marxismo (nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo e nel Partito Comunista Italiano). Nel 1991 fonda con altre compagne a Milano la sezione di donne del PCI “Teresa Noce”. In Rifondazione Comunista dal 1992, è in relazione con le altre donne che nel partito sperimentano spazi e pratiche di autonomia di genere, dando vita alla esperienza del “Forum delle donne” del PRC. Eletta senatrice alle elezioni politiche 2006 nella circoscrizione Lombardia con Rifondazione Comunista, a Palazzo Madama è membro della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) fino al 2008.  Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Bielorussia, Lukashenko avverte Washington su possibili conseguenze di una guerra con Cuba
In un’intervista al canale televisivo RT, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha avvertito gli Stati Uniti delle possibili ripercussioni di una guerra con Cuba, riferisce BelTA. Lukashenko ha dichiarato che un conflitto con Cuba sarebbe estremamente costoso per gli USA, affermando che “la storia suggerisce che ne uscireste con il naso insanguinato”. Ha sottolineato la vicinanza geografica di Cuba agli Stati Uniti (definendola il loro “cortile di casa”) e ha predetto che diverse nazioni sosterrebbero discretamente l’isola in caso di attacco. «Se vi intromettete anche negli affari di Cuba e iniziate a combattere i cubani… la storia ci insegna che ne uscirete feriti. Ci saranno Paesi che, in silenzio e con calma, daranno il loro sostegno a Cuba. Ed è difficile prevedere come andranno a finire le cose», ha affermato Aleksandr Lukashenko. Il capo di Stato ha sottolineato che Cuba, a differenza dell’Iran, si trova in prossimità degli Stati Uniti. “Cuba è proprio nel cortile di casa [dell’America], non lontano dalla casa di Donald Trump. Ne avete davvero bisogno? Certo che no”, ha affermato. Il presidente ritiene che gli Stati Uniti debbano instaurare relazioni normali con i paesi dell’emisfero occidentale. “A Cuba e in Messico, e lo so bene, così come in Nicaragua e Venezuela, la maggior parte delle persone comprende cosa rappresentano gli Stati Uniti d’America. Ed è necessario costruire relazioni normali con gli americani. Bene, allora andiamo avanti e costruiamo queste relazioni”, ha affermato.  Lukashenko ha criticato aspramente le recenti politiche di Washington che hanno causato gravi carenze di carburante ed energia a Cuba, influenzando settori vitali come la sanità e l’istruzione. https://eng.belta.by/president/view/lukashenko-warns-us-of-possible-consequences-of-war-with-cuba-179296-2026/ Lorenzo Poli
April 22, 2026
Pressenza
Solidarietà al partito dei CARC
Cronaca di repressioni annunciate, stiamo parlando delle perquisizioni avvenute nella mattinata del 21 aprile nelle abitazioni di alcuni attivisti dei CARC tra Toscana e Campania, fra cui un minore, trattenuti poi in questura per molte ore. I capi di imputazione sono particolarmente pesanti e va colto il dato specificamente politico di una inchiesta che applica l’articolo 270-bis del codice penale italiano con cui si puniscono le «associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo» anche internazionale «o di eversione dell’ordine democratico». Si noti che si intende punire il proposito, non l’attuazione o la preparazione di una qualche azione. Ed è questo l’articolo in base al quale è stato condannato in primo grado il militante palestinese Anan Yaneesh che vivendo in Italia non avrebbe certo potuto compiere nessuna azione armata nella sua terra, in Cisgiordania. Se il 270-bis era da tempo utilizzato per reati di terrorismo, ora invece viene curvato sempre più in reato di opinione per essere applicato in procedimenti contro realtà sociali e politiche non terroristiche ma di lotta e di opposizione come appunto i CARC. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vede nell’utilizzo del reato associativo un’ autentica minaccia alla democrazia e alla partecipazione attiva in ambito sindacale, sociale e politico. All’occorrenza questo articolo potrebbe essere agitato per colpire molti altri attivisti, ed è ormai oggetto di forti critiche da parte di legali, giuristi e osservatori dei diritti civili. Non ci sono fatti violenti commessi dai militanti dei CARC, il 270-bis si presta invece per ridurre al silenzio le organizzazioni di opposizione, delegittimarle in ambito sociale alimentando la caccia alle streghe tipica di ogni clima emergenziale, quel clima che oggi indistintamente colpisce attivisti sindacali per gli scioperi di settembre ed ottobre, attivisti sociali e politici impegnati nei movimenti ambientalisti, dell’abitare e contro la guerra e il genocidio in Palestina. L’Osservatorio, esprimendo la propria solidarietà agli attivisti dei CARC, si fa quindi promotore di una campagna di solidarietà attiva contro l’emergenza delle legislazioni speciali. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La condizione delle persone anziane nell’area metropolitana fiorentina
Le pensionate e i pensionati dell’area metropolitana fiorentina vivono una condizione di fragilità sempre più estesa. È quanto emerge dal rapporto “Vivere al minimo”, promosso da SPI Cgil Firenze, Cgil Firenze, Caritas Firenze e VoisLab, basato su 445 interviste agli utenti dei servizi Spi-Caritas realizzate tra aprile e giugno 2025. I dati fotografano una situazione preoccupante: il 68,3% degli anziani vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale, mentre il 48,5% è in grave deprivazione. Solo poco più di 3 su 10 si collocano sopra una soglia minima di benessere. Sul piano dei redditi, emerge una forte insufficienza delle pensioni: tra gli anziani più fragili, oltre il 76% di chi vive solo percepisce meno di 800 euro al mese, ben al di sotto delle soglie necessarie per una vita dignitosa. Le disuguaglianze di genere sono marcate: fino all’86,4% delle donne risulta sotto la soglia di povertà. La difficoltà economica si riflette nella quotidianità: oltre il 72% degli anziani non riesce a risparmiare, mentre una parte è costretta a spendere più del proprio reddito. Inoltre, più di un quarto (27%) rinuncia alle cure sanitarie per costi, tempi di attesa o difficoltà organizzative. Critica anche la dimensione abitativa: se il 55,3% vive in una casa di proprietà, quasi 1 anziano su 4 è in affitto e una quota significativa fatica a sostenere spese e utenze. Tra i più vulnerabili, oltre il 50% considera l’affitto un peso insostenibile. A tutto questo si aggiunge la fragilità delle reti sociali: tra le persone più in difficoltà, oltre il 50% non può contare su un aiuto familiare o amicale, con effetti diretti su isolamento e qualità della vita. Il quadro che emerge è quello di una vulnerabilità strutturale, che riguarda reddito, casa, salute e relazioni. Lo studio pone l’accento sulla fragilità del sistema di welfare e individua quattro criticità strutturali. La prima riguarda l’adeguatezza dei trattamenti previdenziali e para-previdenziali rispetto ai panieri di spesa effettivi delle aree metropolitane. L’indagine evidenzia una porzione ampia di pensioni al di sotto delle soglie Istat di povertà assoluta, con incidenze particolarmente elevate tra le donne e tra chi vive solo; la forbice fra reddito disponibile e soglia di sussistenza, per i single over65 nell’area metropolitana toscana, supera spesso i cento euro mensili e, in molti casi, è ben più ampia. Tale scostamento non è assorbito da meccanismi di integrazione sufficientemente stabili e universalistici, con il risultato che gli shock di spesa (affitti, utenze, cure) si trasformano in morosità e rinunce. La seconda criticità riguarda la limitata capacità di risparmio e la conseguente esposizione a indebitamento o consumo di patrimonio. Più di sette anziani su dieci non riescono ad accantonare nulla; fra gli utenti dei servizi Caritas la quota sale ulteriormente e non è raro che si spenda più del reddito mensile, intaccando risparmi o ricorrendo a prestiti. Una terza criticità concerne l’abitazione e la quarta fragilità riguarda, infine, le reti sociali.  Per SPI Cgil, Caritas e VoisLab è necessario un cambio di passo nelle politiche pubbliche, con interventi integrati su pensioni, welfare territoriale, abitare e servizi di prossimità. “La condizione delle persone anziane, hanno sottolineato  Mario Batistini, segretario generale dello Spi Cgil di Firenze e Giancarla Casini  della Cgil di Firenze, deve essere considerata una questione strutturale di giustizia sociale e non un ambito residuale delle politiche pubbliche. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione, ciò che conta non è solo vivere più a lungo, ma le condizioni in cui si invecchia: reddito, lavoro, salute, casa, servizi e relazioni sociali determinano la qualità della vita nella terza età. Inoltre, la condizione delle persone anziane è strettamente legata a quella delle generazioni più giovani: precarietà del lavoro e indebolimento dei diritti oggi rischiano di tradursi in maggiore vulnerabilità domani. Dalla ricerca emerge anche il valore di un metodo basato sulla collaborazione tra sindacato, terzo settore e ricerca, capace di trasformare l’ascolto quotidiano dei bisogni in conoscenza utile a orientare le politiche pubbliche. Serve un cambio di approccio: mettere al centro la dignità nella vecchiaia significa investire sulla coesione sociale e sul futuro della comunità”.  E Marzio Mori, direttore della Caritas di Firenze, ha aggiunto: “I risultati della ricerca mostrano come, per molte persone anziane, la vecchiaia sia diventata una stagione di restrizione: si rinuncia all’essenziale, si misura ogni spesa, si evita di chiedere aiuto fino all’ultimo. Spesso si soffre in silenzio. La povertà, quando riguarda gli anziani, è quasi sempre una povertà nascosta, accompagnata da vergogna, pudore, timore di ‘pesare sugli altri’. L’esperienza realizzata a Firenze dimostra che è possibile costruire alleanze autentiche, produrre conoscenza rigorosa, dare voce a chi spesso non ne ha. Dimostra anche che si può scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Prendersi cura delle persone anziane non e solo una buona politica. E un atto di giustizia. E un gesto di umanità. E’ una responsabilità verso il futuro”. Qui lo studio: https://cgilfirenze.it/wp-content/uploads/2026/04/INTERNO-2-BOZZA.pdf.  Giovanni Caprio
April 22, 2026
Pressenza
«The Rest and the West»: presentazione dell’ultimo libro di Mezzadra e Neilson
Il volume, scritto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson e pubblicato a ottobre 2025 per Meltemi editore, affronta il dibattito che si è costruito all’interno del panorama politico internazionale sui nuovi rapporti di forza tra potenze, piccole, medie e grandi, e sulla loro competizione per acquisire posizioni egemoniche nell’attuale scenario globale. Durante l’evento è stata posta particolare attenzione intorno alla critica del concetto di “campismo”, ovvero su come superare la formazione di nuovi blocchi di potere e di alleanze tra potenze globali, che rischiano di cancellare o inibire la formazione di nuovi soggetti politici dal basso, a partire dai movimenti sociali. Hanno partecipato alla discussione: * Giacomo Cuoco, dottorando Roma Tre * Sandro Mezzadra, autore del libro, Unibo * Miriamo Tola, John Cabot University La moderazione dell’iniziativa è stata condotta da Francesco Raparelli. La presentazione del libro si è tenuta a Esc atelier autogestito il 26 febbraio 2026. Riprese e montaggio sono a cura di Milos Skakal. La copertina è di Hajime e diffusa da Dennis Sylvester Hurd (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «The Rest and the West»: presentazione dell’ultimo libro di Mezzadra e Neilson proviene da DINAMOpress.
April 22, 2026
DINAMOpress
Il cortocircuito sul consenso e i nodi politici del ddl Valditara e del ddl Bongiorno
Negli ultimi anni, il sistema scolastico italiano ha iniziato — con lentezza e tra molte ambiguità — a riconoscere che educare significa anche fornire strumenti per abitare consapevolmente le relazioni. In questo quadro, il concetto di consenso ha fatto il suo ingresso, seppur in modo frammentario, nei percorsi educativi: non come imposizione ideologica, ma come risposta a un’evidenza sociale sempre più difficile da ignorare. > Violenza di genere, incapacità diffusa di riconoscere i confini propri e > altrui, difficoltà ad accettare e rispettare le differenze — comprese quelle > legate all’orientamento sessuale e all’identità dellə più giovani — non sono > emergenze astratte, ma fenomeni concreti che attraversano anche le aule > scolastiche. Questo ingresso, tuttavia, non è stato il frutto di una strategia sistemica o di una chiara volontà istituzionale. Al contrario, è dipeso in larga misura dall’iniziativa di singolə insegnanti che, all’interno di un sistema scolastico fortemente femminilizzato, hanno scelto di assumersi il rischio di affrontare temi scomodi. Un lavoro alimentato dal dialogo costante con realtà del territorio, come associazioni transfemministe e centri antiviolenza, che in questi anni hanno portato nelle scuole pratiche fondamentali. Un contributo importante è arrivato anche dallə attivistə di Non Una di Meno che in diverse città sono intervenutə nelle scuole per colmare il vuoto di educazione sessuo-affettiva, chiamate direttamente dallə studenti durante i periodi di occupazione. È su questo lavoro sommerso di sinergia tra il dentro e il fuori scuola, non sempre riconosciuto e talvolta apertamente osteggiato, che si è costruito quel poco di educazione al consenso oggi presente nelle scuole. Un lavoro che ha richiesto non solo competenze pedagogiche, ma anche esposizione personale e capacità di resistere a pressioni culturali e istituzionali. > È precisamente su questo terreno fragile che interviene il disegno di legge > promosso da Giulia Bongiorno. Nel nuovo impianto, il reato di violenza > sessuale non si fonda più sull’assenza di un consenso libero e attuale, ma > sulla prova di un dissenso. È un passaggio tutt’altro che neutro. Significa > spostare il baricentro: non più verificare se ci sia stato un “sì”, ma se sia > stato espresso un “no”. È qui che la questione giuridica si intreccia con quella educativa. Se il diritto non parla di consenso, anche la cultura educativa perde un riferimento. La scuola si trova così in una posizione paradossale: da un lato tenta di costruire nellə studenti una grammatica del consenso; dall’altro, il quadro normativo si propone di tornare a privilegiare una logica del dissenso, della prova, della contestazione. Non è una contraddizione teorica, è un corto circuito concreto. Come si costruisce una cultura della responsabilità condivisa, se il modello giuridico ruota attorno alla capacità di opporsi? Il problema non è solo che il disegno di legge (ddl) sia “troppo debole” o “troppo forte”. Il problema è che si muove nella direzione opposta rispetto all’evoluzione culturale e giuridica europea. Un punto di riferimento fondamentale è la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia, che indica chiaramente nel consenso il criterio centrale per definire la violenza sessuale e assegna alla scuola un ruolo esplicito nella prevenzione: educare al rispetto reciproco, all’uguaglianza e all’autodeterminazione. > Il ddl si discosta da questa impostazione, tornando a un paradigma basato sul > dissenso. Le conseguenze non sono solo processuali, ma educative e dunque > sociali: non perché il ddl vieti l’educazione al consenso — non lo fa — ma > perché ne erode il fondamento. Trasmette un messaggio implicito: il problema > non è ottenere un sì, ma evitare un no. In questo quadro si inserisce l’approvazione definitiva del ddl Valditara, prevista al Senato per mercoledì 22 aprile, un provvedimento che va a colpire direttamente l’educazione sessuo-affettiva nelle aule. Il disegno di legge, che prende il nome del ministro dell’Istruzione e del Merito, rappresenta un grave attacco alla scuola pubblica e un torto importante a insegnanti, studenti, associazioni e realtà che operano quotidianamente nella scuola per promuovere la cultura del consenso. Vietando l’educazione sessuo-affettiva nella primaria e introducendo nella scuola secondaria un meccanismo di consenso informato che di fatto delega interamente la materia all’ambito familiare – si rinuncia a intervenire in quei contesti dove sarebbe più urgente farlo. Bambinə e ragazzə vengono così lasciatə isolatə in una condizione di maggiore vulnerabilità e solitudine e la scuola, in quanto istituzione, viene relegata a una posizione di subalternità rispetto alla famiglia, che esercita un ruolo di controllo e censura preventiva. > Il ddl Bongiorno e il ddl Valditara, pur agendo il tema del consenso in modo > paradossalmente opposto, intervengono entrambi producendo conseguenze > gravissime sul piano educativo e delineando un progetto comune, volto a > ostacolare l’educazione sessuo-affettiva e la prevenzione della violenza di > genere; una strategia che coinvolge altri dispositivi — come le nuove > Indicazioni Nazionali e le Linee Guida per l’Educazione Civica — ma di cui > questi due disegni di legge restano i pilastri più nocivi. Siamo fortemente convintə che la scuola non possa essere, in questa fase più ancora che in altre, un attore accessorio: è uno dei pochi spazi in cui è possibile costruire, in modo sistematico, una cultura delle relazioni basata sulla reciprocità e sul riconoscimento dell’altro. Proprio per questo,deve poter essere — e diventare sempre di più — uno spazio safe per tuttə, in cui ogni studentə possa esprimersi senza timore, riconoscersi ed essere riconosciutə, senza che le differenze diventino motivo di esclusione o violenza. Uno spazio in cui la relazione non sia un elemento marginale, ma il cuore stesso dell’esperienza educativa: dove si impari non solo a conoscere, ma a stare con l’altrə, a rispettarne i limiti, a comprendere il valore del consenso e della libertà reciproca, uno spazio dove immaginare e costruire relazioni di benessere. Non è un’esigenza astratta: negli ultimi anni le cronache segnalano un aumento degli episodi di molestie, pressioni e comportamenti violenti anche tra giovanissimə, spesso consumati proprio negli spazi della socialità quotidiana e non sempre riconosciuti come tali. > È urgente dunque riconoscere la scuola come un luogo in cui è possibile > intervenire in modo precoce e sistematico, contrastando stereotipi, dinamiche > di sopraffazione e modelli relazionali violenti e offrendo alternative > concrete fondate sull’ascolto, sul rispetto e per l’appunto sul consenso. Indebolire questo ruolo significa lasciare un vuoto che difficilmente può essere colmato altrove: rinunciare a uno dei pochi contesti in cui la violenza può essere non solo nominata, ma disinnescata, e in cui si può costruire, giorno dopo giorno, una cultura in cui la violenza non è normalizzata, ma riconosciuta e rifiutata. La questione riguarda allora l’idea di società che si vuole promuovere. Una società in cui le relazioni si fondano su un consenso esplicito e condiviso, oppure una in cui ciò che conta è, ancora una volta, dimostrare di aver detto “no” mettendo in tensione il linguaggio con cui una generazione imparerà a nominare — e a vivere — le proprie relazioni. La copertina è di Gabriele Pennisi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il cortocircuito sul consenso e i nodi politici del ddl Valditara e del ddl Bongiorno proviene da DINAMOpress.
April 22, 2026
DINAMOpress
Da Cosenza, dai SUD,  una nuova sfida comune
Facendo seguito al comunicato sull’Assemblea meridionale, tenutasi in quel di Cosenza lo scorso 11/12 aprile, ripreso dalla redazione siciliana di Pressenza.com, per completezza di informazione pubblichiamo adedso la nota politica conclusiva dei lavori, postata sulla pagina social de La Base_   A Cosenza abbiamo dato vita a due giorni di discussione e confronto importanti, dando seguito al percorso collettivo iniziato a Messina negli scorsi mesi e facendo insieme un ulteriore passo in avanti. Eravamo in tante, da ogni parte dei sud. Decine e decine di compagne impegnate sui territori hanno risposto alla chiamata alla discussione, confermando quanto questo momento fosse necessario. Lo abbiamo ribadito sin dall’inizio. È necessario uno spazio di confronto collettivo e permanente tra le realtà politiche e sociali impegnate nei sud, che i sud li vivono e che nei sud si autorganizzano. Uno spazio capace di rafforzare e amplificare la nostra azione e di sviluppare, attraverso la discussione collettiva, un nuovo pensiero sui sud, che aggiorni e attualizzi le lenti attraverso cui leggere i processi politici, sociali ed economici che attraversano i nostri territori. Tutto ciò con una consapevolezza comune che è emersa con chiarezza nel corso delle due giornate. La trasformazione radicale di cui abbiamo bisogno alle nostre latitudini può nascere solo dalla capacità di mettere in campo nuove mobilitazioni sociali e dal riconoscimento del conflitto e dell’organizzazione come strumenti fondamentali per costruire la forza necessaria a uno scontro con la controparte. Una controparte che ha prodotto le condizioni materiali che vediamo ogni giorno fuori dalle nostre porte: di distruzione dei territori, povertà, prevaricazione, emigrazione e sfruttamento. Una minaccia costante, quotidiana, per le nostre vite. Il cammino comune che abbiamo rafforzato in questi giorni rappresenta quindi un’urgenza e una necessità, un’assunzione di responsabilità collettiva. La scelta di mettere al centro i sud come pluralità è uno stimolo a riflettere sull’evoluzione dei processi di periferizzazione e marginalizzazione, su come il capitalismo estrattivista e la ridefinizione degli stati in senso competitivo, abbiano ridisegnato anche in senso spaziale le differenze territoriali, che non scompaiono, ma diventano più complesse: attraversano città e aree interne, centri e periferie, Nord e Sud. Territori caratterizzati spesso dalle stesse dinamiche socio-economiche, a lungo considerati come spazi a disposizione, sacrificabili, da mettere a valore e da cui estrarre risorse materiali e umane a vantaggio dei centri, attraverso la logica della “accumulazione per espropriazione”. Una logica di dominio sui territori che si intreccia con processi di marginalizzazione e valorizzazione estrattiva dei corpi, che colpiscono in modo specifico le donne e le soggettività non binarie nei contesti dei sud. Per questo, l’analisi e l’azione devono partire necessariamente da presupposti di intersezionalità, capaci di mettere in relazione le diverse matrici di oppressione e di svelare come esse si co-producono all’interno dei dispositivi di potere. Su questo stesso terreno di sfruttamento, dobbiamo contrastare le immagini più romantiche, quelle del turismo diffuso, dei borghi “autentici”, della cartolina “dove il tempo si è fermato”, perché funzionano come dispositivi di mercificazione, che riducono territori e vite a oggetti di consumo. Ciò che viene celebrato come qualità, o addirittura volano di “sviluppo”, diventa facilmente valore da estrarre, senza produrre trasformazioni materiali concrete per chi quei luoghi li abita quotidianamente. Ci siamo riconosciute come territori e soggettività che affrontano sfide comuni, a partire dalla crisi socio-ecologica che minaccia la nostra stessa esistenza, ma guardando anche oltre, alle tante periferie e aree marginali che dal resto d’Italia si estendono fino agli altri paesi del Mediterraneo. Le trasformazioni che interessano i nostri territori non possono essere comprese pienamente se non all’interno di dinamiche globali. Oggi, qui e ora, il meccanismo della guerra si configura come un paradigma di governo che assume forme molteplici e arriva fino a noi con grande forza. È un dispositivo che dobbiamo riconoscere e contrastare, dai piccoli paesi alle grandi città, individuando obiettivi chiari attorno ai quali mobilitarci. Riteniamo fondamentale che il Mediterraneo smetta di essere un mare di morte e torni a essere uno spazio di solidarietà e di mobilitazione internazionale contro la guerra globale. E proprio sul terreno delle mobilitazioni, le piazze dell’autunno contro il genocidio del popolo palestinese e il No al governo Meloni attraverso il referendum hanno rappresentato l’emersione di un’insoddisfazione crescente nel Paese, che arriva con forza dai Sud e dalle giovani. Una domanda politica chiara che ci riguarda. C’è una disponibilità al rifiuto della miseria di questo stato di cose che cogliamo collettivamente nei tanti territori che hanno contribuito alla discussione di questi giorni, uno stimolo importante per tutte a rafforzare le connessioni, ad interrogarsi su nuovi strumenti all’altezza della fase politica che viviamo. Abbiamo vissuto due giorni di entusiasmo e fiducia. Abbiamo rafforzato relazioni sincere e profonde. Ci siamo riconosciute come compagne. Nelle discussioni, dentro e fuori i momenti assembleari, abbiamo condiviso la soddisfazione per la ripresa di questo cammino comune, oltre le differenze e le specificità di ciascuna, nel segno del riconoscimento reciproco. Negli anni abbiamo visto diversi tentativi fallire, ma da Messina a Cosenza e nei prossimi appuntamenti che verranno abbiamo posto le basi per una storia nuova, forte della condivisione di un intento comune: rafforzare un luogo di discussione e confronto per amplificare le nostre voci, per connettere e potenziare le iniziative che conduciamo sui territori, per tenere viva una nuova riflessione sui Sud alla luce delle mutate condizioni globali e del Paese. Vogliamo vivere una vita bella e vogliamo avere la possibilità di viverla nei nostri territori. Questo processo dipende dalla nostra capacità d’azione, senza appelli a terzi e senza attese messianiche. Noi, qui e ora. È stato solo l’inizio. Da oggi siamo impegnate ad alimentare uno spazio di discussione comune da Sud per i Sud. Sono tanti gli appuntamenti che, città per città e territorio per territorio, ci vedranno protagoniste. Il prossimo 8 agosto torneremo a mobilitarci collettivamente a Messina, non solo contro il ponte in quanto infrastruttura, ma contro il ponte come modello di sviluppo che si vuole imporre ai nostri territori. Alla lotta. Per una nuova stagione di riscatto e conflitto sociale. I Sud si organizzano insieme.   IL DIBATTITO ASSEMBLEARE PUÒ SEGUITO È STATO TRASMESSO IN DIRETTA SU RADIO CIROMA.ORG         Redazione Sicilia
April 22, 2026
Pressenza
Contro il pessimismo della psicologia
Le idee di Abraham Maslow tra psicologia umanistica, spiritualità e crisi del senso nell’Occidente contemporaneo. Questo articolo è la prefazione a «Religioni, valori… L'articolo Contro il pessimismo della psicologia sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
April 22, 2026
L'INDISCRETO
L’agente del Mossad morto misteriosamente sul Lago Maggiore era un pezzo grosso
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April 22, 2026
Contropiano
Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque»
IL SINDACO DI NEW YORK STA SFRUTTANDO IL MOMENTO DEI SUOI «100 GIORNI» PER PARLARE DEL «CAMBIAMENTO CHE IL SOCIALISMO DEMOCRATICO PUÒ PORTARE» John Nichols su The Nation Il sindaco della città più grande degli Stati Uniti è apparso giovedì nel programma di grande ascolto CBS Mornings e ha esaltato il fascino nazionale del socialismo democratico. «Prima di diventare sindaco, ero membro dell’Assemblea [in rappresentanza] di Astoria e Long Island City. A quel tempo, mi veniva detto che si poteva essere socialisti democratici solo nel nord-ovest del Queens. Poi sono diventato sindaco. Ora, la prossima sfida è lo Stato. La sfida successiva sarà il Paese. Penso che questa sia una politica che può prosperare ovunque perché, francamente, c’è una sola maggioranza in questo Paese: la classe lavoratrice”, ha dichiarato Zohran Mamdani durante un’intervista in cui ha esaltato i successi dei suoi primi 100 giorni come sindaco di New York City. “Ed è ora di avere una politica che la metta al centro di ciò che stiamo perseguendo, e non come parte dell’appendice”. Questa è stata l’ultima versione della risposta unica del sindaco all’attenzione che gli è stata rivolta al termine delle sue prime 14 settimane in carica. La campagna pubblicitaria dei 100 giorni di Mamdani ha presentato riflessioni convincenti sui suoi risultati – progressi nell’assistenza all’infanzia universale e nelle strade più sicure, repressione dei proprietari disonesti, 102.000 buche riempite – ma c’era da aspettarselo. Da quando il presidente Franklin Roosevelt lo fece nel pieno della Grande Depressione, i governanti appena eletti hanno utilizzato il parametro arbitrario dei primi 100 giorni per rassicurare gli elettori sul fatto che nelle elezioni dello scorso novembre fosse stata fatta la scelta giusta. Ma Mamdani sta facendo qualcosa di più: sta interpretando il suo mandato, ancora agli inizi, non solo come una prova della sua capacità di governare, ma anche come un segno che l’ideologia del socialismo democratico può funzionare nella pratica, non solo in teoria. Anzi, suggerisce, i suoi primi mesi in carica hanno cominciato a dimostrare «il cambiamento che il socialismo democratico può portare». «Dopo anni di promesse non mantenute, nessuno poteva essere biasimato per aver dubitato che il governo avesse né la capacità né l’ambizione di ribaltare lo status quo. Eppure, come ho detto in quel gelido pomeriggio di gennaio a più di 8,5 milioni di newyorkesi: non ci scuseremo per ciò in cui crediamo. Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico», ha dichiarato Mamdani nel suo discorso ai sostenitori festanti, che sventolavano cartelloni con scritte come «Assistenza all’infanzia per tutti», «Generi alimentari a New York: cibo fresco, prezzi equi» e «Politica delle buche» durante l’evento dei 100 giorni di domenica scorsa in una sala concerti del Queens. «So che ci sono molti che usano “socialista” come una parolaccia, qualcosa di cui vergognarsi. Possono provarci quanto vogliono, ma non ci vergogneremo di usare il governo per lottare per i molti, non semplicemente per i pochi», ha continuato Mamdani. «Non ci vergogneremo di aggiungere altre pompe di calore agli edifici della New York City Housing Authority nei Rockaways, o di costruire più alloggi assistiti ad Harlem o di stare saldi al fianco dei nostri vicini trans. Non ci vergogneremo di investire in cliniche per la salute mentale dei giovani, né di lavorare per chiudere Rikers o lottare per gli immigrati presi di mira dall’ICE. «A tutti i newyorkesi, che siate vittime della crudeltà del governo federale o soffochiate dalla crisi degli alloggi, noi saremo al vostro fianco». Sul palco, il sindaco è stato affiancato dal senatore del Vermont Bernie Sanders, la cui candidatura alla presidenza nel 2016 ha riacceso l’interesse per il socialismo democratico in tutto il Paese e la cui candidatura del 2020 ha spinto il giovane Zohran Mamdani a entrare nella scena politica. Domenica, il senatore ha sottolineato l’orientamento ideologico delle osservazioni di Mamdani e il cambiamento che Mamdani rappresenta. «Sono stato sul palco con centinaia e centinaia di sindaci e funzionari pubblici di ogni tipo», ha detto Sanders. «Questa è la prima volta in assoluto che sono stato presentato da qualcuno che ha parlato con orgoglio del socialismo democratico, ed è una sensazione fantastica». Ciò che ha reso così avvincente il discorso di Mamdani sul socialismo è stata la sua determinazione a collegare la storia dei successi passati alle lotte attuali. «Poiché il governo è una serie di scelte», ha spiegato il sindaco, «il socialismo è la scelta di lottare per ogni newyorkese, per estendere la democrazia dalle urne al resto delle nostre vite. Non siamo certo i primi socialisti ad abbracciare il buon governo. Cento e dieci anni fa, la città di Milwaukee elesse un sindaco di nome Daniel Webster Hoan. Hoan era considerato giovane per quella carica: aveva solo 35 anni quando entrò in carica. Lo so, pazzesco, vero? Ma soprattutto, Hoan non si scusò affatto per essere socialista». Raccontando la straordinaria storia del sindaco socialista che è rimasto in carica più a lungo tra quelli di una grande città americana — uno dei tre sindaci del Partito Socialista della città più grande del Wisconsin, Hoan fu eletto nel 1916 e rimase in carica fino al 1940 — Mamdani ha ricordato che «il sindaco Hoan sapeva allora ciò che sappiamo oggi: il valore di un’ideologia può essere giudicato solo dai suoi risultati». Come disse una volta Emil Seidel, il sindaco socialista che precedette Hoan, la loro intera filosofia di governo era semplice: ‘Perseguire l’obiettivo e raggiungerlo’. Sotto il sindaco Hoan, Milwaukee costruì il più grande sistema di parchi pubblici della nazione e superò la Grande Depressione meglio di quasi qualsiasi altra città americana. Sotto il sindaco Hoan, Milwaukee ha eliminato la corruzione e la concussione, ha costruito il primo complesso di edilizia popolare finanziato dal comune della nazione e ha trasformato il sistema fognario della città. Credeva, proprio come noi, che per realizzare questa grande società dovessimo tassare i ricchi. Oggi conosciamo questi leader come i “socialisti delle fogne”. Ma per anni, gli abitanti di Milwaukee li hanno conosciuti semplicemente come leader che mantenevano le promesse. È ora di portare tutto questo a New York City.” E, in definitiva, nel resto di un paese dove, se Zohran Mamdani ha ragione, il socialismo ha il potenziale per “fiorire ovunque”. John Nichols è direttore esecutivo di The Nation. In precedenza ha ricoperto il ruolo di corrispondente per gli affari nazionali e di corrispondente da Washington della rivista. Nichols ha scritto, co-scritto o curato oltre una dozzina di libri su argomenti che spaziano dalla storia del socialismo americano al Partito Democratico alle analisi dei sistemi mediatici statunitensi e mondiali. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con il senatore Bernie Sanders, è il bestseller del New York Times, It’s OK to Be Angry About Capitalism. The post Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Mamdani vuole dimostrare che il socialismo democratico «può prosperare ovunque» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
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