[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
I femminicidi, i transcidi, i lesbicidi,… non sono numeri, ci vogliamo contare viv3
Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea(Torino), Tania Terrin(Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Otto, li abbiamo contati sono i femminicidi in un mese. Otto femminicidi in un mese! E tanti troppi altri tentativi interrotti da qualsivoglia situazione fortuita altrimenti sarebbero anche di più Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo? Questa la domanda che il quotidiano la Repubblica ha rivolto a Tatiana Montella in una intervista pubblicata il 21 agosto 2026  e ripubblicata anche nel blog dell’osservatorio di Non una di meno e che vi leggiamo https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/tatiana.mp3 Insieme a questa leggiamo anche l’articolo pubblicato sempre dall’Osservatorio il 22 agosto che è una riflessione sulla legge 181/25, quella per intenderci che ha riconosciuto il reato di femminicidio … MA c’è un ma … Il reato di femminicidio, la legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis, una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Ascoltiamo il perché in questo articolo dal titolo I femminicidi non sono numeri: vogliamo contarci vivə scritto da Babs per l’Osservatorio https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/babs-def.mp3  
August 22, 2026
RadioSonar.Net
L’assedio di Qusra. Un uomo di Toledo vi ritorna per difendere la sua casa dal terrore israeliano
di Michael Leonardi,  The Palestine Chronicle, 21 agosto 2026.   L’assedio di Qusra è la storia di un villaggio in una settimana. È anche la logica dell’occupazione, resa visibile perché una telecamera di sicurezza, un passaporto americano e una città natale che si è rifiutata di distogliere lo sguardo hanno costretto alcuni funzionari a prenderne atto. Loai Ridi si è recato a Qusra per difendere la sua casa dal terrore israeliano. (Foto: Loai Ridi, per gentile concessione) Stavo già seguendo l’assedio di Qusra prima che il nome di Loai Ridi entrasse nella vicenda. Due giorni fa mi sono svegliato e ho visto di nuovo quel nome sul mio telefono nell’elenco delle notizie riportate da La Repubblica, uno dei numerosi media italiani che hanno seguito da vicino le vicende del villaggio. Toledo, la mia città natale, era già nei miei pensieri. La contea di Lucas — dove Toledo è la città più grande — dopo oltre un anno di pressioni da parte del movimento locale di solidarietà con i palestinesi, aveva appena deciso di non rinnovare il proprio titolo obbligazionario israeliano da cinque milioni di dollari, un’altra vittoria per il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Ho chiamato una mia cara amica palestinese a Toledo, Afaf Adwan, originaria di Gaza. Toledo è una comunità molto unita. Ovviamente conosceva Loai. Mi ha messo in contatto con lui. Afaf ha perso molti amici e familiari durante il genocidio a Gaza. È in prima linea nel costruire solidarietà a casa sua. La mattina del 20 agosto ho parlato con Loai dalla casa che ancora non gli è permesso lasciare. Qusra è un villaggio a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata. Intorno al 9 agosto, i coloni provenienti dagli avamposti vicini hanno bloccato le strade, strappato pietre dai muri, interrotto l’elettricità e l’acqua e circondato tre abitazioni appartenenti alle famiglie Abu Ridi e Hassan. Volevano che le persone all’interno fuggissero in modo da potersi appropriare delle loro proprietà. Tra le persone intrappolate c’erano donne e bambini: nipoti, parenti. Il fratello di Loai, Qusay, e suo nipote si trovavano nella casa di Loai. Sua madre, di 83 anni, vive a meno di dieci minuti di distanza, in un’altra casa anch’essa sotto assedio. Altri membri della famiglia sono intrappolati nelle loro abitazioni. L’intera zona è stata dichiarata zona militare vietata dalle forze di occupazione israeliane. Loai Ridi vive a Toledo da ventitré anni. È una figura ben nota nella comunità. Ha creato un’attività di stazioni di servizio e autolavaggi in tutto l’Ohio nord-occidentale e nell’Indiana. È nato e cresciuto a Qusra. Ha due figlie. Nel 2023 ha iniziato a costruire una casa sui terreni ancestrali affinché avessero un posto nel villaggio, un legame con la storia della loro famiglia. Negli ultimi otto mesi, i lavori di costruzione sono stati interrotti. Gli operai avevano paura di venire. Le condutture dell’acqua vengono ripetutamente sabotate. L’elettricità viene spesso interrotta. Ha assistito all’assedio tramite le telecamere di sicurezza da Toledo. Dopo sette notti insonni, è partito in aereo da Detroit. «Non posso lasciare che i coloni mi rubino la casa mentre sto a guardare», ha detto appena atterrato. Ha visto sua madre per cinque minuti al suo arrivo. Da allora non è stato loro permesso di vedersi. A nessuno è consentito entrare o uscire dalla sua proprietà. Cinque o sei giorni fa è stato permesso alle Nazioni Unite di consegnare un po’ di cibo. Quelle scorte si stanno esaurendo. Nonostante le dichiarazioni pubbliche dell’ambasciatore statunitense Mike Huckabee, l’ambasciata a Gerusalemme comunica a Ridi solo che sta «monitorando» la situazione e cercando di risolverla. Non ci sono stati altri aggiornamenti. Le forze di occupazione sono appostate fuori dal cancello. I coloni vagano liberamente e spesso vengono visti fraternizzare con i soldati. Quei soldati difendono i coloni, non le famiglie sotto assedio. Quando Loai è arrivato a casa, è salito sul tetto e ha issato una bandiera americana. Ciò non ha impedito a un colono di entrare nella sua proprietà la mattina seguente. Il colono ha detto ai soldati che quell’uomo avrebbe dovuto essere arrestato. Gli hanno detto di tornare dentro. Da Toledo, la Comunità Ebraica di Toledo gli ha inviato un messaggio di solidarietà. Hanno definito la violenza dei coloni disgustosa e abominevole. Huckabee, un sionista evangelico che da tempo sostiene la colonizzazione della Cisgiordania, ha definito gli uomini che circondavano le case «terroristi israeliani». Ha affermato che le loro azioni rientravano nella definizione statunitense di terrorismo: atti volti a far temere per la propria vita e a costringere le persone a modificare il proprio comportamento. Li ha distinti dai «veri coloni (settlers)», definendoli «unsettlers (teste bacate)  ». Craig Mokhiber, ex direttore dell’ufficio di New York dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, respinge del tutto questa terminologia: «La Palestina è già stata colonizzata da millenni, quindi questi intrusi razzisti e criminali non possono essere definiti a ragione “coloni”. Non sono ‘coloni’; sono bande sioniste violente e paramilitari del regime israeliano. Non vivono in ‘insediamenti’, ma in avamposti coloniali armati (e illegali). Non sono coinvolti in ‘scontri tra coloni’, ma in linciaggi e pogrom. Chiamarli con il loro vero nome è importante, e porre fine alla loro impunità è un dovere urgente di tutta l’umanità». La distinzione tracciata da Huckabee è una distinzione di comodo. Permette a un ambasciatore che sostiene il progetto coloniale di condannarne i teppisti più visibili senza mettere in discussione il progetto stesso. Gli avamposti sono illegali anche secondo la legge israeliana. Gli insediamenti che servono sono illegali secondo il diritto internazionale. L’esercito che resta a guardare, arriva in ritardo, prega con gli aggressori e poi isola il villaggio è lo stesso esercito che mantiene l’occupazione e il genocidio. Non si tratta di una deviazione. È un metodo. È così che si conquista la terra e si fa capire a un popolo che la sua presenza è destinata a essere provvisoria. La tattica usata a Qusra — circondare una casa, isolarla, aspettare che gli abitanti cedano — è stata utilizzata il mese scorso contro una famiglia nella vicina Jalud. Le organizzazioni per i diritti umani descrivono una strategia coordinata di sfollamento. Le Nazioni Unite hanno registrato più di 2.200 palestinesi sfollati a causa della violenza dei coloni e delle restrizioni di accesso solo nella prima metà del 2026. Il ritorno di Loai Ridi non cambia l’equilibrio di potere. Rende solo più difficile nascondere il furto. Un uomo di Toledo attraversa il mondo in aereo per salire sul tetto di casa sua perché l’alternativa è guardare la casa della sua famiglia scomparire su uno schermo. Sua madre è sotto assedio a pochi minuti di distanza. Suo fratello e suo nipote hanno già trascorso giorni senza acqua né elettricità. Donne e bambini rimangono in casa. Il cibo portato dall’ONU sta finendo. L’ambasciata sta «monitorando». L’assedio di Qusra è la storia di un villaggio in una settimana. È anche la logica dell’occupazione, resa visibile perché una telecamera di sicurezza, un passaporto americano e una città natale che si è rifiutata di distogliere lo sguardo hanno costretto alcuni funzionari a prenderne atto. Le parole di Huckabee non porranno fine a tutto questo. Né lo farà una bandiera su un tetto. Ciò che resta è che persone come Loai Ridi continuano a tornare — in una casa, in un villaggio, su una terra che altri hanno deciso non debbano abitare. Continuano a tornare perché l’alternativa è la scomparsa, mentre la loro stessa esistenza diventa l’essenza della resistenza Questa è la storia di Qusra. Questa è la storia di Toledo. È la storia della nostra stessa resistenza comune. Michael Leonardi è un giornalista che vive in Italia. Leonardi è vicepresidente della Treewater Initiative, un’organizzazione senza scopo di lucro impegnata da oltre un decennio a promuovere la sostenibilità in una Palestina libera. Ha scritto questo articolo per il Palestine Chronicle. https://www.palestinechronicle.com/special-siege-in-qusra-a-toledo-man-returns-to-defend-his-home-against-israeli-terror Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 22, 2026
Assopace Palestina
Spin Time, trovato alloggio d’emergenza per tutti i residenti. Il presidio continua, assemblea pubblica lunedì 24 agosto
Sono passate tre settimane dall’incendio e dal tentativo di sgombero del 29 luglio e due settimane dal rifiuto da parte di Investire SGR di far rientrare centinaia di persone nel palazzo di Spin Time. Sin da subito, gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time hanno lavorato affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada. La ricerca degli alloggi d’emergenza è stata molto complessa e non è stata priva di criticità in ogni sua fase. In pieno agosto, in una città che già vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei sono poche. Tra gli alloggi trovati ce ne sono alcuni che non sono in condizioni per ospitare decine di persone per molti mesi. In alcuni casi non è stato possibile pulire a fondo le case, in altri non è possibile cucinare né conservare il cibo. In alcuni casi, come quelli delle foresterie, manca qualsiasi parvenza di privacy, che in questa situazione di emergenza è purtroppo un ricordo da settimane per chi ha dormito in strada. E’ stato avviato un tavolo permanente di confronto al fine di migliorare queste e le future criticità, tra le quali la lontananza delle sistemazioni. Queste condizioni sono sparse su tutto il territorio del Comune più esteso d’Italia, spesso oltre il grande raccordo anulare. I 400 residenti di Spin Time hanno un diritto che è stato infranto: il diritto a vivere il loro quartiere. Una casa può dirsi tale quando consente alle persone di vivere la propria vita: curarsi, lavorare, crescere i figli e mantenere le proprie relazioni. Per questo il territorio conta. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune di Roma e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti di Spin Time hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio di via Santa Croce in Gerusalemme e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura o per salvaguardare la continuità scolastica. Allo stato attuale, si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. L’orizzonte temporale è incerto. Ciò su cui abbiamo certezza, però, è che questa dev’essere una soluzione tutt’altro che stabile. Tutte le famiglie di Spin Time hanno diritto a una casa popolare e, come garantitoci dal Comune, dovranno avere alloggio ERP entro tempi ragionevoli. Fino a quel momento, considereremo l’emergenza Spin Time assolutamente aperta. E fino a quando l’emergenza non potrà dirsi chiusa, il nostro presidio rimarrà a via Santa Croce in Gerusalemme. Questa emergenza è stata creata prima con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza, come è stato dimostrato negli scorsi giorni e poi si è cementificata nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato l’accordo ponte proposto dal Comune. La responsabilità di questa emergenza è sulle loro spalle, nonostante il tentativo di lavarsi la coscienza con 500mila euro messi a disposizione del Comune per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Un cerotto che non aiuta in alcun modo a rimarginare la ferita che si è aperta a fine luglio. Lunedì 24 agosto incontreremo di nuovo i rappresentanti del Comune e chiederemo loro di avanzare sulla trattativa con Investire SGR per l’acquisto del palazzo. Se la proprietà dovesse rifiutare, come abbiamo spiegato grazie all’intervento del nostro team legale, ci sarà la possibilità dell’esproprio d’urgenza. Lo stesso giorno, alle ore 18.00, ci sarà un’assemblea pubblica, in cui inviteremo la città a darci man forte con il presidio, che sarà il preludio alla due giorni del 19-20 settembre, con la manifestazione nazionale e l’assemblea pubblica. Oggi l’unico modo di tutelare questa comunità e riportare i 400 residenti di Spin Time nel loro quartiere è aprire le porte del palazzo. Perché il tempo di Spin Time è ora. Redazione Roma
August 22, 2026
Pressenza
Quartiere di Küba: dalla “zona liberata” all’orlo dell’estinzione
Un tempo quartiere operaio noto come “zona liberata”, Küba rischia adesso di scomparire a causa della repressione statale, della criminalizzazione e delle politiche di trasformazione urbana. Nelle principali città turche, soprattutto negli anni ’60, sono sorti numerosi quartieri operai a seguito delle migrazioni interne. Questi quartieri erano abitati principalmente da persone provenienti dall’Anatolia o dal Kurdistan in cerca di lavoro. Oggi, molti di questi quartieri continuano a esistere seppur in forme diverse, mentre altri sono scomparsi. Istanbul era una delle città con il maggior numero di quartieri operai. Quartieri come Alibeyköy, Demirkapı, Fatih, Tarlabaşı e Tozkoparan si sono formati o sono emersi durante gli anni ’60. Uno di questi era il quartiere di Küba, situato all’interno dell’area di Tozkoparan, che ora è completamente scomparso. Il quartiere di Küba era costituito da case gecekondu* costruite negli anni ’60, principalmente da operai immigrati dall’Anatolia centrale in cerca di lavoro. Per molti anni, è stato conosciuto in tutta la città come un quartiere fortemente radicato nei movimenti rivoluzionari. Una serie di fattori ha poi trasformato l’area, portando infine alla sua completa scomparsa. È emerso come quartiere operaio negli anni ’60 Situato nel distretto di Merter a Istanbul, il quartiere di Küba è nato a metà degli anni ’60 grazie all’insediamento di lavoratori provenienti da località come Sivas, Ordu, Rize e Tokat. Il quartiere ha poi visto un afflusso di aleviti curdi, soprattutto dopo gli anni ’90. Fino ad allora, Küba era nota come una roccaforte delle organizzazioni socialiste in Turchia ed era diventata quasi leggendaria come un luogo in cui, all’epoca, “nemmeno la polizia poteva entrare”. Dopo gli anni ’90, tuttavia, il quartiere ha iniziato gradualmente a cambiare e a diventare sempre più isolato. Il quartiere di Küba divenne sempre più isolato, soprattutto dopo che i movimenti rivoluzionari subirono una grave perdita di forza in seguito al colpo di stato militare del 1980, ma vide una ripresa di attività negli anni ’90. Contemporaneamente venne completato un progetto statale a cui si lavorava fin dagli anni ’70, e intorno al quartiere di Küba vennero costruiti grandi complessi residenziali per i lavoratori. Per molti anni questi complessi ospitarono operai, dirigenti e supervisori impiegati nelle fabbriche statali. Il progetto di edilizia popolare per i lavoratori ha inoltre spianato la strada alla successiva scomparsa del quartiere di Küba. Ali, che ha vissuto nel quartiere di Küba dagli anni ’70 agli anni ’90 prima di trasferirsi nel complesso di alloggi operai a causa della fabbrica in cui lavorava, ha descritto quel periodo in questo modo: «Quando arrivammo nel quartiere di Küba era particolarmente influenzato da un’organizzazione rivoluzionaria. Questa situazione rimase invariata fino al colpo di stato militare. Ma dopo il colpo di stato, quando quell’organizzazione fu quasi completamente annientata, il quartiere si ritrovò in un certo senso isolato.» Küba fu progressivamente abbandonata al suo destino. Rimase tale fino all’inizio degli anni ’90, quando i rivoluzionari furono rilasciati dalle prigioni e la lotta rivoluzionaria riprese vigore. Nel frattempo, anche i curdi avevano iniziato a insediarsi nel quartiere di Küba. Forse lo Stato costruì questi complessi residenziali perché temeva i curdi. Molti abitanti di Küba si trasferirono nei complessi di edilizia popolare. Ma ecco cosa abbiamo notato: i rivoluzionari che erano stati con noi nel quartiere di Küba smisero di farsi vedere così spesso dopo essersi trasferiti negli alloggi operai. La pressione della polizia si faceva già sentire quotidianamente. Oltre a ciò, si diffuse la sensazione che i rivoluzionari ci avessero abbandonato. A mio avviso, gli attacchi dello Stato non sono l’unica ragione per cui i giovani si trovano oggi in questa situazione o per cui il quartiere di Küba non è più forte come un tempo. Lo Stato ha esercitato pressioni, ha diviso il quartiere, lo ha demolito e lo ha reso più piccolo, certo. Ma dov’erano quei rivoluzionari? In un periodo in cui non c’erano alloggi disponibili per i primi curdi giunti nel quartiere di Küba, i residenti locali aggiunsero una stanza alle proprie case affinché i nuovi arrivati non rimanessero senza un tetto. Le stanze inizialmente costruite per i primi arrivati curdi furono in seguito trasformate in nuove abitazioni con l’arrivo di altre persone con le loro famiglie. Anche questo fu un processo portato avanti collettivamente dagli abitanti del quartiere. Era stato solato e iniziò la frammentazione Un altro residente di Küba, al quale ho chiesto informazioni sui cambiamenti avvenuti negli anni ’90, ha affermato che i conflitti tra le organizzazioni erano tra le questioni più dibattute di quel periodo: «Quando, negli anni ’90, i curdi i cui villaggi erano stati incendiati iniziarono ad arrivare nel quartiere di Küba, si percepiva già un senso di cambiamento. I curdi sostenevano le proprie organizzazioni, ma quando scoppiarono gli scontri tra loro e i rivoluzionari locali, ognuno si chiuse nel proprio gruppo. Per un certo periodo, la gente smise di parlare con i nuovi arrivati, lasciandoli isolati. Ricordo che sorsero persino dispute sull’alevismo, mentre cercavano di costruirsi una vita in un angolo del quartiere.» In seguito, coloro che li avevano trattati in quel modo si dispersero e si ritirarono dal quartiere. Oppure commisero errori che portarono il quartiere ad essere sempre più associato alle bande criminali. Lo Stato aveva già messo gli occhi su quel luogo. Quei complessi residenziali per operai non erano stati costruiti invano. Quei palazzi erano stati edificati per distruggere la vita comunitaria e il senso di convivenza che il quartiere di gecekondu aveva creato. Tra coloro che si trasferirono lì c’erano persone che inizialmente avevano detto: “Lasciate isolare quei curdi”. Oggi, nella piccola parte del quartiere rimasta in piedi, viviamo insieme a quei curdi come una comunità. A mio avviso, se Küba fosse scomparsa oggi, addossare tutta la colpa allo Stato sarebbe la cosa più facile da fare. Si era instaurata una vita comunitaria Anche lo stile di vita nelle case gecekondu merita attenzione. Il quartiere di Küba non è stato progettato da un urbanista. È nato come quartiere operaio grazie alle case costruite da persone che sono arrivate e hanno scelto un posto per sé. Le sue strade erano molto strette e quasi tutte le case erano a un solo piano con giardino. Alcune case un tempo avevano persino un orto. La vita nel quartiere si svolgeva in modo collettivo, in parte grazie all’incontro di persone provenienti dalle stesse regioni. Ali ha descritto la vita nel quartiere di Küba: “Tutto qui è stato costruito grazie al lavoro collettivo. Poiché i primi residenti erano famiglie provenienti da Sivas e Ordu, inizialmente hanno costruito una vita condivisa tra di loro e in seguito insieme gli uni agli altri. Con l’arrivo dei rivoluzionari questo luogo divenne quasi inesistente dal crimine. I rivoluzionari resero la vita più pianificata e organizzata. I bambini erano più al sicuro che in altre zone della città e le donne si sentivano più a loro agio. I bambini crescevano giocando per le strade e tutti sapevano che non sarebbe successo loro nulla. È stato criminalizzato e isolato I cambiamenti che il quartiere di Küba ha subito negli anni ’90 hanno portato all’incorporazione di gran parte di esso nel quartiere di Tozkoparan. Coloro che sono rimasti nella restante parte del quartiere sono stati quindi soggetti agli stessi attacchi che si verificavano in altri quartieri. Inizialmente, sulla zona si diffusero voci come “nemmeno la polizia può entrare” e “un quartiere pericoloso”. In seguito, nelle parti demolite del quartiere iniziarono a comparire persone che vendevano e consumavano droga. Alla fine degli anni ’90, Küba era chiaramente diventato un quartiere criminalizzato. Ancora oggi gli effetti di questa propaganda persistono. Un residente che vive ancora nel quartiere di Küba ha descritto il processo: “Si è arrivati a un punto tale che, persino quando cercavamo lavoro altrove, le persone si sentivano a disagio o spaventate quando davamo loro il nostro indirizzo. Ancora oggi vediamo gente che scrive cose come: ‘È una comunità molto chiusa; non amano gli estranei’. Ma questo non è un posto del genere. Chiunque può andare e venire. Eppure quest’immagine creata all’esterno del quartiere ha gradualmente portato all’isolamento e alla chiusura in se stesso.” Dopo gli anni 2000, la zona è stata dichiarata area di trasformazione urbana e molte persone hanno ceduto i loro terreni per trasferirsi in appartamenti. Hanno dovuto andarsene perché non volevano più vivere lì. Ricordo persino di aver letto un articolo di giornale che diceva qualcosa del tipo: “Vivono in case di gecekondu, ma sono ricchi”. Queste case di gecekondu le abbiamo costruite noi stessi. Non ci siamo impossessati di questa terra. Abbiamo costruito le nostre case e ottenuto i titoli di proprietà. Persino il fatto che fossimo proprietari delle nostre case ha cominciato a essere usato contro di noi. Del quartiere operaio non rimane più nulla Dopo gli anni 2000, il quartiere di Küba è diventato uno dei quartieri più criminalizzati della Turchia. Spacciatori di droga sono comparsi nella zona, mentre bande dedite alla prostituzione si sono insediate in edifici demoliti o abbandonati. Gli abitanti si sono ritrovati sempre più isolati e sono stati etichettati come criminali dagli estranei. Il processo di esodo degli abitanti dal quartiere si è accelerato nel 2020, quando l’area è stata designata come “zona a rischio”. Le demolizioni continuano ancora oggi, poiché l’intera area che comprende il quartiere di Küba è stata classificata come tale. I residenti che hanno raggiunto un accordo con le autorità si stanno trasferendo nelle loro nuove case. Il quartiere di Küba è stato ormai quasi completamente demolito e svuotato. Anche le famiglie che vi abitavano stanno vendendo terreni e case nell’ambito del processo di trasformazione urbana. Il senso di isolamento, iniziato negli anni ’90 e intensificatosi con l’avvento delle organizzazioni rivoluzionarie, ha lasciato gli abitanti sempre più soli, e, unito alla criminalizzazione del quartiere da parte dello Stato, ha spinto le persone ad abbandonare la zona. Uno dei più antichi quartieri operai di Istanbul è ormai quasi completamente scomparso. Gli abitanti che un tempo vivevano nelle case tradizionali (gecekondu) si sono trasferiti in appartamenti, e con loro è svanita anche la cultura di solidarietà e vita collettiva che caratterizzava il quartiere. *gecekondu è una casa o un gruppo di case abusive in Turchia. La parola significa letteralmente “costruito in una notte”. Queste abitazioni nascono senza permessi su terreni pubblici o privati.         L'articolo Quartiere di Küba: dalla “zona liberata” all’orlo dell’estinzione proviene da Retekurdistan.it.
August 22, 2026
Retekurdistan.it
i femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3
Reato di femminicidio: una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo (legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis) Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Quando nel marzo 2025 il governo Meloni annunciò il reato autonomo di femminicidio, la risposta di Non Una Di Meno e della rete Dire dei Centro Antiviolenza fu molto chiara: non avevamo bisogno dell’ennesima risposta penale e carceraria presentata come soluzione alla violenza patriarcale. «Vogliamo giustizia da vivə, non ergastoli da mortə». Servivano e servono educazione sessuo-affettiva e al consenso, finanziamenti strutturali ai centri antiviolenza, welfare, autonomia economica e abitativa, formazione, prevenzione, strumenti che permettano alle donne di uscire vive dalla violenza. E NUDM contestò anche il metodo: una misura costruita senza un confronto reale con i centri antiviolenza e con chi sulla violenza maschile lavora ogni giorno. Ci fu risposto, sostanzialmente, che finalmente lo Stato «riconosceva» il femminicidio. Bene (o male) Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Perché se esiste il reato di femminicidio, il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo: è femminicidio solo ciò che viene registrato come 577-bis. Peccato che non funzioni così. Nello stesso semestre il Viminale registrava 34 donne uccise. L’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una Di Meno, che analizza i casi e le relazioni di potere nelle quali avvengono invece di limitarsi alla rubrica penale applicata, all’8 agosto registrava già 40 femminicidi. E quindi siamo arrivatə a un paradosso piuttosto feroce: una legge introdotta per “dare riconoscimento giuridico al femminicidio” sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo. Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale. Il concetto di femminicidio è servito precisamente a fare ciò che la parola «omicidio» non faceva: rendere visibile che una parte delle donne viene uccisa dentro rapporti di genere, possesso, controllo, dominio, violenza domestica, rifiuto della separazione e dell’autodeterminazione. È stato necessario nominare quel fenomeno per poterlo vedere, studiare e combattere. Ora rischiamo il percorso inverso: dalla categoria politica e sociale siamo passati alla fattispecie penale e dalla fattispecie penale stiamo tornando a sentirci dire che tutti gli altri «sono semplicemente omicidi». Esattamente il punto da cui eravamo partitə. Lə compagnə avevano avvertito che non si combatte un fenomeno strutturale aggiungendo un reato al codice penale e promettendo l’ergastolo quando una donna è già morta. Oggi possiamo aggiungere qualcosa: non solo il penale non basta a prevenire il femminicidio; se trasformiamo la definizione penale nella definizione del fenomeno, rischiamo persino di renderne invisibile una parte. E mentre discutiamo se siano 8, 34 o 40, continuano a mancare proprio le politiche che il movimento chiedeva: prevenzione, educazione, CAV adeguatamente finanziati, autonomia e protezione. Ma almeno abbiamo l’ergastolo. Da mortə. #Femminicidio #ViolenzaMaschile #ViolenzaDiGenere #NonUnaDiMeno #CentriAntiviolenza #EducazioneSessuoaffettiva #Patriarcato Share Post Share L'articolo i femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
“Da lì non se vanno..” – Aggiornamento sulla situazione in Cisgiordania@0
Nelle scorse settimane la Commissione per la Resistenza contro i Muri (dell’apartheid) e gli insediamenti dei coloni ha reso noti i dati del primo semestre dell’anno relativi alle violazioni commesse dall’esercito israeliano e dai coloni dal 1° gennaio al 30 giugno 2026 in Cisgiordania. I numeri sono impressionanti e attestano, come ci si trovi di fronte a una vera e propria escalation di violenza (lanciata a partire dal 7 ottobre) orchestrata dallo stato Israeliano, dal suo esercito e dai suoi coloni. Nell’ultimo mese (luglio 26), inoltre, si sono registrati oltre 1400 attacchi, alcuni dei quali fortunatamente non sono rimasti nel silenzio dei media mainstream. Il caso di Qusra o di Tell ne sono un esempio. Nonostante la gravità della situazione, il popolo palestinese resiste in varie forme. Ne abbiamo parlato con un compagno del CSOA Gabrio che è stato nei territori palestinesi con la campagna Faz3a, organizzata dal PSCC. NELLO SPECIFICO ABBIAMO PARLATO DI: Cosa è la campagna Faz3a e il Popular Struggle Coordination Commitee (PSCC)? Come avvengono le annessioni da parte dei coloni? La legge israeliana come giustifica o addirittura copre gli attacchi dei coloni e il furto di proprietà come i terreni? Cosa è successo a Tell tra luglio e agosto 26 ? Il PSCC ha riassunto quanto accaduto a Qusra fino al 12 agosto, cosa è successo dopo? La famiglia Toubasi Un audio di Aisha, una delle persone che vive ormai sotto assedio da 14 giorni e da almeno cinque mesi vive una quotidianità fatta di attacchi, intimidazioni e danneggiamenti da parte dei coloni che vorrebbero mandare via lei è la sua famiglia per espandere il loro avamposto coloniale QUI SOTTO ALCUNI ARTICOLI PER APPROFONDIRE: https://english.wafa.ps/ https://cwrc.ps/index-en.html https://gabrioxpalestina.noblogs.org/ PLAYLIST – Checkpoint 303 – Street O Ramallah – Arabian Knightz – Not Your Prisoner (feat. Shadia Mansour & Fredwreck) – Lowkey – Long live Palestine (feat. Shadia Mansour, DAM & the Narcicyst) – Shadia Mansour – Asalamo Alaikom – The Narcicyst – Hamdulilah Gaza remix (feat. Shadia Mansour) – Shabjeed & Al Nather; شب جديد ;الناظر – SULTAN سلطان – DAM – Badi Salam (feat. Shadia Mansour) – Jowan Safadi – Tayran ababil. 09 – KHAKI MUSTAFA – Changes (featuring INTELLECT) – Shadia Mansour – Kollon 3endon Dababaat (feat. dam) – Shabjdeed – ARAB STYLE – عرب ستايل – Checkpoint 303 – My homeland – Haykal – Ashba – Ammar 808 – Douri Douri – Checkpoint 303 – Teoda – Haykal – Galab – Shabjdeed – WEN WARD – ShabjdeedMTAKTAK
August 22, 2026
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“Da lì non se vanno..” – Aggiornamento sulla situazione in Cisgiordania@1
Nelle scorse settimane la Commissione per la Resistenza contro i Muri (dell’apartheid) e gli insediamenti dei coloni ha reso noti i dati del primo semestre dell’anno relativi alle violazioni commesse dall’esercito israeliano e dai coloni dal 1° gennaio al 30 giugno 2026 in Cisgiordania. I numeri sono impressionanti e attestano, come ci si trovi di fronte a una vera e propria escalation di violenza (lanciata a partire dal 7 ottobre) orchestrata dallo stato Israeliano, dal suo esercito e dai suoi coloni. Nell’ultimo mese (luglio 26), inoltre, si sono registrati oltre 1400 attacchi, alcuni dei quali fortunatamente non sono rimasti nel silenzio dei media mainstream. Il caso di Qusra o di Tell ne sono un esempio. Nonostante la gravità della situazione, il popolo palestinese resiste in varie forme. Ne abbiamo parlato con un compagno del CSOA Gabrio che è stato nei territori palestinesi con la campagna Faz3a, organizzata dal PSCC. NELLO SPECIFICO ABBIAMO PARLATO DI: Cosa è la campagna Faz3a e il Popular Struggle Coordination Commitee (PSCC)? Come avvengono le annessioni da parte dei coloni? La legge israeliana come giustifica o addirittura copre gli attacchi dei coloni e il furto di proprietà come i terreni? Cosa è successo a Tell tra luglio e agosto 26 ? Il PSCC ha riassunto quanto accaduto a Qusra fino al 12 agosto, cosa è successo dopo? La famiglia Toubasi Un audio di Aisha, una delle persone che vive ormai sotto assedio da 14 giorni e da almeno cinque mesi vive una quotidianità fatta di attacchi, intimidazioni e danneggiamenti da parte dei coloni che vorrebbero mandare via lei è la sua famiglia per espandere il loro avamposto coloniale QUI SOTTO ALCUNI ARTICOLI PER APPROFONDIRE: https://english.wafa.ps/ https://cwrc.ps/index-en.html https://gabrioxpalestina.noblogs.org/ PLAYLIST – Checkpoint 303 – Street O Ramallah – Arabian Knightz – Not Your Prisoner (feat. Shadia Mansour & Fredwreck) – Lowkey – Long live Palestine (feat. Shadia Mansour, DAM & the Narcicyst) – Shadia Mansour – Asalamo Alaikom – The Narcicyst – Hamdulilah Gaza remix (feat. Shadia Mansour) – Shabjeed & Al Nather; شب جديد ;الناظر – SULTAN سلطان – DAM – Badi Salam (feat. Shadia Mansour) – Jowan Safadi – Tayran ababil. 09 – KHAKI MUSTAFA – Changes (featuring INTELLECT) – Shadia Mansour – Kollon 3endon Dababaat (feat. dam) – Shabjdeed – ARAB STYLE – عرب ستايل – Checkpoint 303 – My homeland – Haykal – Ashba – Ammar 808 – Douri Douri – Checkpoint 303 – Teoda – Haykal – Galab – Shabjdeed – WEN WARD – ShabjdeedMTAKTAK
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