Il cervello adulto potrebbe avere capacità di autoriparazione finora sconosciute
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo ha osservato nei topi un meccanismo attraverso il quale gli astrociti, cellule fondamentali per il sostegno e la protezione del tessuto nervoso, riescono a ripopolare alcune aree cerebrali dopo una lesione, ipotizzando che il cervello adulto potrebbe avere capacità di riparazione maggiori di quanto si pensasse. Il cervello, infatti, non è composto soltanto da neuroni. Accanto alle cellule nervose si trovano diverse cellule gliali, indispensabili per il funzionamento dell’intero sistema. Tra queste ci sono gli astrociti, chiamati così per la lo... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Il cervello adulto potrebbe avere capacità di autoriparazione finora sconosciute appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Editoriale: Ucraina: drone e il coltello
Gli incursori russi sono entrati di sorpresa nella postazione dei dronisti ucraini e li hanno uccisi tagliando loro la gola. Salvatore Quasimodo scriveva: "Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo".
August 27, 2026
PeaceLink
Dopo due decenni, i palestinesi si preparano a votare per una nuova leadership politica. Ma questo cambierà qualcosa?
di Qassam Muaddi,  Mondoweiss, 27 agosto 2026.   Il capo politico di Hamas, Khalil al-Hayya, terzo da destra, incontra i rappresentanti delle fazioni palestinesi al Cairo. (Foto: Hamas/via Telegram) Le fazioni palestinesi, che hanno trascorso due decenni in una divisione aspra — e a tratti violenta — stanno unendo le forze in vista delle elezioni indette per novembre, formando la più ampia coalizione politica che si sia vista da anni nei territori occupati. A seguito di una serie di colloqui al Cairo, è stata costituita l’«Alleanza delle Forze Nazionali» con l’obiettivo specifico di presentarsi insieme alle prossime elezioni legislative palestinesi. Questa coalizione comprende Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), la Corrente per la Riforma Democratica (una corrente dissidente di Fatah guidata dall’ex leader di Fatah a Gaza, Mohammad Dahlan, che risiede negli Emirati Arabi Uniti), il Forum Nazionale Democratico (un’altra corrente dissidente di Fatah guidata dal nipote di Yasser Arafat, Nasser Al-Qudwah) e i Comitati di Resistenza Popolare (un’organizzazione con sede a Gaza fondata dall’ex membro di Fatah Jamal Abu Samhadana nel 2001). Si prevede che le fazioni di sinistra palestinesi, ovvero il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, annuncino nei prossimi giorni se intendono aderire all’alleanza. L’alleanza, avviata da un decreto del presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Mahmoud Abbas che indice nuove elezioni per la fine di novembre, interrompe due decenni di stagnazione politica che hanno indebolito il peso politico palestinese in un momento in cui l’annessione israeliana sta accelerando. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese (PCBS), circa il 64% dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza ha meno di 30 anni: per la maggior parte di loro, questa sarebbe la prima esperienza di voto. Per molti palestinesi, la semplice prospettiva delle elezioni rappresenta di per sé un’occasione per riunificare la politica palestinese e contrastare in modo più efficace, sotto una leadership nazionale unita, la distruzione di Gaza e l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Il fatto stesso che la coalizione sia così eterogenea ne è la prova: i palestinesi di ogni orientamento nutrono il desiderio di un cambiamento dopo due decenni in cui la politica palestinese si è ridotta alla divisione tra la leadership mainstream di Fatah e Hamas. Tuttavia, né le elezioni né le alleanze politiche garantiscono una leadership palestinese unita o un sistema politico palestinese risanato. Qualunque sia l’esito, esso dovrà affrontare gravi sfide interne ed esterne, tra cui gli interessi privati accumulati nel corso di anni di stagnazione politica, le pressioni internazionali volte a limitare l’espressione politica palestinese e i vincoli fondamentali alle riforme democratiche sotto l’occupazione militare. Tutto ciò sta prendendo forma in un clima politico che non è mai stato più ostile alla vita politica palestinese. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha di fatto vietato la politica palestinese organizzata — attraverso arresti di massa, detenzione amministrativa, azioni mirate contro i leader delle comunità e la criminalizzazione dell’espressione politica — proprio mentre vengono annunciate le elezioni e si formano le coalizioni. Un nuovo Consiglio Legislativo, se mai dovesse riunirsi, dovrebbe elaborare una visione palestinese unitaria e un progetto per unire la Cisgiordania e Gaza, proprio nel momento in cui le condizioni per farlo sono state gravemente compromesse. Politica repressa L’attività politica è sempre stata un rischio per i palestinesi sotto l’occupazione israeliana. La maggior parte dei gruppi politici palestinesi è nata nel contesto della resistenza all’occupazione ed è stata oggetto di arresti, anche nei rami sociali, nei movimenti studenteschi e nei sindacati affiliati a quei partiti — compresi quelli che non si sono mai impegnati nella resistenza armata, come il Partito Popolare Palestinese (ex Partito Comunista). La Prima Intifada, tra il 1987 e il 1993, ha prodotto un’esplosione irreversibile di attivismo politico, creando uno spazio per l’espressione politica all’interno della scena politica palestinese, anche sotto l’Autorità Palestinese, fondata sulla scia degli Accordi di Oslo. Persino Hamas, che si era opposto agli Accordi, si è unito a questo quadro nel 2006, candidandosi per i seggi nel Consiglio Legislativo dell’Autorità Palestinese. Dopo il 7 ottobre 2023, la repressione israeliana nei confronti della politica palestinese ha subito un drastico inasprimento. Il numero dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane è raddoppiato – passando da 5.000 alla vigilia del 7 ottobre a oltre 10.000 entro la fine del 2025, metà dei quali trattenuti senza accuse in base a «ordini di detenzione amministrativa». «Gli arresti si sono estesi agli ex detenuti, agli attivisti sociali, ai leader della comunità e, in pratica, a chiunque ricoprisse un ruolo di spicco nel proprio ambito», ha dichiarato a Mondoweiss Ayah Shreiteh del Club dei Prigionieri Palestinesi. «Già prima del 7 ottobre le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi si stavano deteriorando, ma poi tutto è peggiorato ulteriormente». Shreiteh precisa che nelle carceri israeliane «la quantità e la qualità del cibo sono peggiorate, le guardie carcerarie israeliane fanno irruzione nelle celle con cadenza settimanale, a volte quotidiana, la negligenza medica è diventata diffusa e le celle, con una superficie media di cinque o sei metri quadrati che di solito ospitavano fino a sei detenuti, ora sono stipate con nove-dodici detenuti». Questo, sommato alle segnalazioni di violenze sessuali ai danni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ha reso ancora più rischioso qualsiasi tipo di attività politica nella società palestinese, specialmente se condotta sotto l’egida di partiti o gruppi. Questo impatto è stato tangibile nella scarsa affluenza alle elezioni comunali di aprile all’inizio di quest’anno. Durante le precedenti elezioni locali del 2022, Nablus contava sei liste elettorali, Hebron sei e Ramallah cinque. Quest’anno, a Hebron si sono contese il voto solo due liste, mentre a Nablus e Ramallah non c’è stata alcuna competizione, poiché in ciascuna città si è registrata una sola lista. Le forze in campo Hamas, che ha guidato l’attacco del 7 ottobre, ha subito la pressione più diretta derivante dalla repressione israeliana e dalla devastazione di Gaza. Con la distruzione di Gaza e il durissimo colpo inferto alle forze combattenti di Hamas, che ha portato successivamente alla sua accettazione del principio, un tempo inaccettabile, del disarmo, dettata dall’urgenza della ricostruzione, il gruppo ha perso gran parte della sua capacità di sostenere il proprio programma tradizionale incentrato sulla resistenza armata. Attraverso la sua alleanza con altre forze — comprese le correnti dissidenti di Fatah con forti basi di sostegno all’interno della stessa Fatah — Hamas sta tentando di tornare sulla scena come forza di opposizione alla leadership dominante di Abbas. Il Popular Resistance Committee (PRC) è rimasto al di fuori della politica elettorale sin dalla sua formazione come gruppo di resistenza armata nel 2001, mentre la Jihad Islamica (PIJ) ha storicamente mostrato disinteresse per le elezioni nei suoi 40 anni di esistenza. Entrambi i gruppi hanno la loro principale base sociale a Gaza e un’eredità di resistenza indipendente da Hamas. La loro alleanza con Hamas segnala la costruzione di una base politica per la resistenza che va oltre il solo Hamas. L’aspetto più sorprendente di questa alleanza è l’inclusione della «Corrente per la Riforma Democratica» di Muhammad Dahlan. L’ex leader di Fatah a Gaza si è costruito una reputazione come ex ufficiale dei servizi segreti palestinesi, la cui repressione di Hamas a Gaza tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 lo rese all’epoca il principale nemico interno del gruppo islamico. Egli gode tuttora di un forte sostegno all’interno della base di Fatah a Gaza. Il Forum Nazionale Democratico di Naser al-Qudwah completa l’alleanza. Ex diplomatico, medico e nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat, si presenta come uno statista che sostiene una linea istituzionalista e legalista, con il sostegno delle classi medio-alte palestinesi. Insieme, queste forze rappresentano una seria sfida alla leadership dominante di Mahmoud Abbas di Fatah e del suo vicepresidente, Hussein al-Sheikh, che hanno monopolizzato la rappresentanza palestinese negli ultimi due decenni. Se il PFLP di sinistra e il DFLP si unissero alla coalizione, la sfida sarebbe schiacciante. Ciò potrebbe portare a uno dei due scenari già noti: Abbas potrebbe annullare le elezioni come ha fatto nel 2021, oppure, se le elezioni andassero avanti, si formerebbe un governo di coalizione che verrebbe boicottato dai paesi occidentali a causa della presenza al suo interno di Hamas e del JIP. È quanto è accaduto nel 2006. Ma se un nuovo Consiglio Legislativo riuscisse a formare un nuovo governo ed esercitare la propria autorità legislativa e di controllo, si troverebbe ad affrontare una serie completamente diversa di sfide. Pressioni internazionali e interessi privati Queste elezioni non si svolgono nel vuoto. Gli Stati Uniti e i paesi europei hanno esercitato pressioni sull’Autorità Palestinese affinché attuasse delle riforme. Due anni dopo, il piano di pace di Trump includeva la stessa richiesta. Nel novembre 2025, un portavoce della Commissione Europea ha affermato che l’Autorità Palestinese deve «attuare riforme» per continuare a ricevere gli aiuti dell’UE. In risposta a queste richieste, l’Autorità Palestinese ha già revocato il proprio programma di sostegno finanziario alle famiglie delle persone uccise o incarcerate dalle forze israeliane. Nel 2024 l’Autorità Palestinese ha inoltre accettato di rimuovere dai libri di testo i contenuti che fanno riferimento alla Palestina storica o alla storia della lotta palestinese. Questa pressione sembra essere uno dei fattori alla base della modifica più significativa alla legge elettorale palestinese, approvata con decreto presidenziale il mese scorso: qualsiasi candidato o gruppo che si presenti alle elezioni deve aderire alla piattaforma politica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il che significa accettare tutti gli accordi firmati con Israele e aderire al quadro della soluzione dei due stati attraverso negoziati mediati dagli Stati Uniti come unica via verso la creazione di uno stato palestinese. La condizione sta già generando polemiche. I limiti della libertà politica sotto occupazione Un nuovo Consiglio Legislativo dovrebbe inoltre affrontare sfide che vanno oltre la politica interna. Lo status della Striscia di Gaza e il suo rapporto con il cosiddetto «Consiglio di Pace» del presidente statunitense Donald Trump, le violazioni da parte di Israele degli accordi firmati attraverso l’espansione delle attività di insediamento in aree della Cisgiordania presumibilmente sotto il controllo dell’Autorità Palestinese e le modifiche alle leggi sui permessi edilizi e fondiari che facilitano l’annessione — tutte queste sono questioni politiche che qualsiasi nuovo organo eletto dovrebbe affrontare. Tutto ciò sarebbe soggetto alle pressioni degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dei paesi arabi, che dispongono del potere e dell’interesse necessari per contenere qualsiasi nuova posizione politica palestinese. «Il nuovo Consiglio Legislativo potrebbe scontrarsi con interessi privati interni palestinesi, ma anche con l’occupazione israeliana e, forse, con i paesi occidentali che spingono per le riforme e che ne stabilirebbero i limiti e la direzione», ha dichiarato a Mondoweiss Isam Abdeen, avvocato e difensore dei diritti umani. Per Mustafa Barghouthi, le nuove elezioni sono più di una semplice competizione politica. «Queste elezioni riguardano il diritto del popolo palestinese alla partecipazione democratica, che gli è stato negato per molti anni, e pertanto devono essere libere, senza condizioni politiche», ha dichiarato a Mondoweiss il Segretario Generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese. «Le prossime elezioni devono essere uno strumento, non solo per riunire i palestinesi, ma anche per opporsi ai piani israeliani, primo fra tutti la separazione tra Gaza e la Cisgiordania». Barghouthi ha aggiunto che «è necessario un dialogo nazionale per concordare questi principi fondamentali, al fine di garantire che le elezioni raggiungano il loro obiettivo». Sebbene le elezioni palestinesi rappresentino una richiesta autentica e di lunga data dei palestinesi, la loro efficacia e la portata del cambiamento rimangono legate alla capacità della Palestina di sostenere una vita politica libera, indipendente e inclusiva – una condizione fondamentale resa molto difficile dal perdurare dell’occupazione israeliana e dalla minaccia di un’annessione totale e di sfollamenti. https://mondoweiss.net/2026/08/after-two-decades-palestinians-prepare-to-vote-for-a-new-political-leadership-but-will-it-change-anything/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 27, 2026
Assopace Palestina
Grido d’allarme per la crisi alimentare nel nord-est dell’Uganda
> Si sta consumando una tragedia silenziosa nella regione del Karamoja, nel > nord-est dell’Uganda. Un’area da tempo segnata da estrema fragilità è oggi > rimpiombata in una crisi alimentare di proporzioni drammatiche, che sta > mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa della comunità. Una combinazione fatale di prolungata siccità che ha causato la perdita dei raccolti, e di razzie di bestiame ha prostrato la popolazione. Fino ad aprile la zona sembrava un’isola felice; pioveva e tutto era verde, i campi coltivati promettevano un buon raccolto. Poi invece non ha più piovuto e il secco ha bruciato tutto. L’accesso al cibo non è più solo una questione di nutrizione equilibrata, ma una vera e propria lotta quotidiana per rimanere in vita. In questo scenario da incubo, il prezzo più alto viene pagato dai più deboli, i bambini e gli anziani. Nel villaggio di Kanawat, i tassi di malnutrizione hanno raggiunto livelli di emergenza. Molti piccoli non hanno accesso a un singolo pasto completo al giorno. Lo sguardo spento di madri che non hanno più latte nel seno, né cibo da offrire ai propri figli esprime tutta la drammaticità di questa crisi. Altrettanto drammatica è la condizione degli anziani. Oggi molti si trovano del tutto privi di una rete di supporto. La maggior parte delle persone decedute per la fame è costituita da anziani. Sono state fatte assemblee per focalizzare il problema con il governo, con UNICEF e la FAO, ma per ora ci sono solo parole, nemmeno promesse di seria attenzione. La situazione richiede una risposta immediata che possa tamponare l’imminente catastrofe umanitaria. Bisogna mobilitare al più presto le risorse necessarie per salvare vite umane e il GIM si sta attivando in questo senso. Per maggiori informazioni e donazioni: https://www.botteghegim.it/2026/08/emergenza-fame-in-karamoja/ -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Informazioni fornite da padre Gabriel Angella e padre Marco Canovi, missionari che per il GIM sono punti di riferimento per gli aiuti e il sostegno all’istruzione. Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
Solidarietà ad Autistici/Inventati
In un articolo sulla Stampa di oggi, viene riportato un virgolettato del ministro del Tesoro statunitense Bessent: “non c’è posto per il terrorismo politico nella nostra società”.  Messa così verrebbe da domandarsi se quindi il governo USA coerentemente ora rimetterà il mandato e si consegnerà all’autorità. Lo spauracchio “antifa” che designa una presunta organizzazione terroristica internazionale, che opera come nemico interno negli Stati Uniti, non arriva neanche lontanamente ad assomigliare a quanto il governo Trump è riuscito a mettere in campo durante il proprio mandato. Non è neppure troppo chiaro dove sia nato il termine “antifa”: dalle bandiere e dagli adesivi antifascist action? Si comprano su Amazon a 16.95, bandiera 90×150, consegna Prime in 4 giorni. Accidenti, che si fa? Sanzioniamo? Certo circolano da almeno 30 anni in ogni dove, da quando una forte ondata di revisionismo ha cercato di rimettere in discussione il termine “antifascismo”, che nel dopo guerra ha caratterizzato molte delle costituzioni degli Stati europei. Una volta anche gli USA erano antifascisti, a modo loro, certamente, quando ci difendevano sbarcando in Sicilia e pugnando intrepidamente contro l’asse nazi-fascista. Ma erano altri tempi, ora non più, perchè il termine è divenuto un significante vuoto da riempire in quella che è una battaglia per l’egemonia culturale. Sebbene il concetto di cultura sia un po’ lacunoso, quello di egemonia è invece fin troppo chiaro ai teorici del Trumpismo. Come quello “antifa”, anche il termine “terrorismo” ha lo stesso valore. Chi possiede il significato, può usarlo per designare l’avversario.  In tutto questo manca un elemento: il reale. Come tutte e tutti sappiamo, nella realtà non esiste un’organizzazione internazionale chiamata “antifa”. Esiste solo nella retorica dell’amministrazione Trump. Esiste solo in funzione dei problemi interni degli Stati Uniti, della difficoltà di un governo a giustificare le proprie politiche razziste e autoritarie e nel guadagnarsi le prossime elezioni. Da quasi ottant’anni, e sempre di più nel nuovo secolo, abbiamo normalizzato che la campagna elettorale negli USA, non debba riguardare solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo. Lo scacchiere geopolitico internazionale assomiglia a una classe di terza media, dove gli USA giocano il ruolo del bullo. La semplificazione del dualismo Bad guys vs Good guys, sembra un gioco poco didattico, ma drammaticamente funzionale. E in questo gioco gli Stati Uniti decidono di volta in volta chi sono i buoni e chi i cattivi. Nella realtà invece il termine antifascismo ha una precisa radice storica, che l’amministrazione Trump non è davvero in grado di ridefinere. E’ ridicolo che sia il governo USA a volerci insegnare cosa sia l’antifascismo con un convegno sulla minaccia “antifa”, al quale sono chiamati a partecipare tutti gli stati considerati alleati, come fosse un corso di aggiornamento sulle nuove politiche aziendali, dove viene spiegata la loro versione infantile ed egocentrica della storia. Sembra una barzelletta, eppure a quel convegno il governo italiano ci è dovuto/voluto supinamente andare. Chissà quali perle di saggezza avrà appreso. La vicenda dell’inserimento nelle liste delle sanzioni USA del collettivo Autistici/Inventati è solo l’ennesima trovata nel contesto di questa costruzione ideologica, priva di memoria e lontana dalla realtà. Davvero questa super potenza miliardaria, che passa il tempo a mostrare muscoli e denti a chiunque, che si dipinge così invincibile e potente, si sente minacciata da un piccolo collettivo italiano di attivisti? Del resto, allo stesso modo è stata dichiarata un pericolo la Corte Penale Internazionale, è stata sanzionata Francesca Albanese, la divergenza politica è stata fatta coincidere con la minaccia, nell’ormai trito gioco di chi vuole vincere facile. In questo offensiva a ampio raggio, il caso di Autistici/Inventati è una piccola parte, che sarebbe forse ignorabile, perchè il fatto di non poter aprire un conto in banca negli Stati Uniti, non è un dramma: al governo statunitense sembrerà assurdo, ma la maggioranza dell’umanità già vive senza. Il vero problema è che la lista delle sanzioni OFAC potrebbe coinvolgere tutto il circuito bancario internazionale, e quindi l’associazione Autistici/Inventati rischia di fatto di non poter più usare le donazioni che mandano avanti il progetto, gestito da persone volontarie. Inoltre non è ancora chiaro in cosa si potrebbero concretizzare le minacce di questi bulli, che come abbiamo visto ormai molte volte, non si fanno problemi ad abusare di ogni potere e ignorare qualsiasi accordo e codice di diritto internazionale. Esiste una linea di principio, che ormai viene calpestata quotidianamente spostando tristemente l’asticella di cosa siamo disposte a tollerare, e delle reali preoccupazioni pratiche, che purtroppo non possiamo sottovalutare. Siamo vicine al collettivo Autistici/Inventati, risorsa preziosa per una tecnologia libera che ormai si vorrebbe non esistesse più e che si ritrova invece trascinato in questa vicenda surreale. La parola antifascismo ci appartiene, così come in maniera programmatica ci appartengono le parole antirazzismo, antisessismo e anticapitalismo. Ci definiscono perché sono la nostra essenza e unica speranza in un mondo più giusto. E non siamo disposte a rinunciarvi. Csa NextEmerson * Comunicato del collettivo Autistici/Inventati * Un’approfondita analisi a cura di Sabot Media * Scarica il libro + Kaos, sulla storia di Autistici/Inventati
August 27, 2026
NextEmerson
Dacci oggi il nostro nulla quotidiano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Mali Desha su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In un libro pubblicato a Lipsia nell’ottobre del 1844 dall’editore Wigand fa la sua apparizione un tipo d’uomo fin allora affatto sconosciuto, che ai contemporanei sembrò inammissibile e inaudito, ma che nel frattempo ci è diventato perfettamente familiare: l’uomo, che, come si legge nella prima e nell’ultima pagina, «ha fondato la sua causa su nulla», cioè un essere nel quale la dissoluzione di ogni fede e di ogni valore ha raggiunto la sua forma estrema, certamente il primo e insuperato nichilista, ma a patto di precisare che il nichilismo che è qui in questione è diventato oggi la condizione normale dell’umanità. Il libro si intitola L’unico e la sua proprietà, autore Max Stirner. Diciotto anni dopo, nella rivista «Il messaggero russo», Turgenev pubblica il romanzo in cui il tipo del nichilista (la parola fa qui la sua comparsa), incarnato dal protagonista Bazarov, è definito in questo modo: «un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». Nei Demoni, che esce in volume nel 1873, Dostoevskij decide di fare i conti col problema epocale del nichilismo, in particolare attraverso la figura di Kirilov. Dalla negazione nichilista dell’esistenza di Dio, Kirilov trae una conseguenza radicale che insieme assolutizza e sconvolge il suo stesso io. «Se non c’è Dio – egli afferma – io sono Dio. […] Se Dio c’è, tutta la volontà è sua, e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se non c’è, tutta la volontà è mia, e sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio… Sono obbligato a spararmi perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso… Per me non c’è idea più alta che quella che Dio non esiste… l’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per vivere senza uccidersi e questo è il senso di tutta la storia del mondo fino ad oggi. Io solo nella storia universale per la prima volta non ho voluto inventare Dio». È meditando su queste pagine che Nietzsche pensa la morte di Dio come l’evento fondamentale della modernità: «Il più grande avvenimento recente – che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa. […] Ma in sostanza si può dire che l’avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto la notizia di esso». Tanto per Nietzsche che per Dostoevskij, la morte di Dio e l’avvento del nichilismo significavano qualcosa di così terribile che gli uomini non avrebbero in alcun caso potuto accettare senza mettere in questione da cima a fondo la propria esistenza. Per una volta Nietzsche e Dostoevskij non erano stati buoni profeti. Il nichilismo è diventato la condizione normale dell’umanità, ma, a differenza di Kirilov, l’uomo comune sembra oggi convivere con la morte di Dio e col nichilismo senza soffrirne né darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse. È con questo nichilismo piatto e indifferente che noi abbiamo a che fare, è di questo nulla normale e quotidiano che dobbiamo render conto. E se, come lo stesso Nietzsche suggeriva, il nichilismo compiuto e afferrato come tale è la grande occasione dell’umanità per uscire dal suo destino letale, se cioè, come pensava Benjamin, il nichilismo può diventare il metodo di una nuova politica, allora la domanda che dobbiamo porci è: «perché questa occasione non è stata colta, che cosa ci ha impedito di porre veramente la nostra causa su nulla e, invece di farne la nostra condizione normale, trovare in esso una via di uscita dalle sorti dell’Occidente?». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY? > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dacci oggi il nostro nulla quotidiano proviene da Comune-info.
August 27, 2026
Comune-info
DDL antisemitismo, oltre 200 partecipanti all’assemblea con giuristi, parlamentari, attivisti e associazioni. Mobilitazione nazionale a settembre
Costruire una vasta rete tra società civile, mondo dell’informazione, università, scuola e associazioni per contrastare il DDL antisemitismo, promuovere una campagna nazionale di sensibilizzazione e preparare iniziative pubbliche già a partire da settembre. Sono queste le principali indicazioni emerse dall’assemblea online dello scorso 30 luglio, che ha riunito oltre 200 partecipanti tra parlamentari, giuristi, giornalisti, con rappresentanti di Rete #NOBAVAGLIO, BDS, GIURISTI DEMOCRATICI, AMNESTY INTERNATIONAL Italia, Un ponte per, Anbamed, Rete dei Presidii per Gaza, Transform Italia e numerose realtà impegnate nella solidarietà con la Palestina e nella difesa delle libertà civili. A moderare l’incontro è stato Olivier Turquet, coordinatore dell’edizione italiana dell’agenzia stampa internazionale Pressenza, che ha coordinato il confronto tra i relatori e sottolineato la necessità di costruire una risposta ampia e unitaria a quello che molti partecipanti hanno definito un possibile restringimento degli spazi di dissenso e di libera espressione. L’assemblea è stata aperta da Marino Bisso, che ha ringraziato le organizzazioni promotrici e i numerosi partecipanti collegati da tutta Italia. A delineare il quadro politico e culturale dell’iniziativa è stato poi Luciano Cerasa, che ha ricordato le origini della Rete No Bavaglio, nata nel 2015 su impulso di Stefano Rodotà e ha richiamato l’articolo 3 della Costituzione come riferimento centrale del dibattito. Secondo Cerasa, il contrasto all’antisemitismo deve procedere insieme alla tutela delle libertà democratiche e non può trasformarsi in una limitazione del diritto di critica o della libertà di informazione. L’analisi condivisa da gran parte dei relatori è che il disegno di legge rappresenti un passaggio significativo nel rapporto tra libertà di espressione e contrasto alle discriminazioni. Al centro delle preoccupazioni vi è l’inserimento della definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che secondo molti degli intervenuti rischierebbe di sovrapporre la lotta all’antisemitismo alla critica politica delle scelte del governo israeliano. Il deputato del Movimento 5 Stelle Alfonso Colucci ha illustrato lo stato dell’iter parlamentare e gli emendamenti presentati dalle opposizioni, ricordando la proposta di sostituire la definizione IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, ritenuta maggiormente in grado di distinguere tra antisemitismo e critica politica legittima. Sulla stessa linea è intervenuta Laura Boldrini, che ha espresso forte contrarietà all’inserimento della definizione IHRA in una legge dello Stato e ha invitato la società civile a esercitare una costante pressione sul Parlamento affinché il provvedimento venga modificato o respinto. Tra gli interventi più approfonditi sul piano giuridico, quello dell’avvocato Ugo Giannangeli, che ha definito il nuovo impianto normativo un passaggio “dalla repressione alla propaganda”. Secondo Giannangeli, l’eliminazione delle disposizioni più apertamente restrittive presenti nelle precedenti versioni del testo non avrebbe cancellato le criticità di fondo. Il giurista ha inoltre espresso preoccupazione per l’istituzione di organismi di monitoraggio all’interno di università e pubbliche amministrazioni e ha richiamato le circolari del ministro Valditara, considerate da lui parte di un più ampio processo di contenimento del dissenso. Analoga preoccupazione è stata espressa da Giordana De Vito Devendictis, che ha salutato positivamente la cancellazione delle norme più controverse ma ha sostenuto che il mantenimento della definizione IHRA rischierebbe di produrre una dilatazione artificiale del concetto di antisemitismo fino a comprendere la critica allo Stato di Israele. Il costituzionalista Antonello Ciervo ha evidenziato il rischio di un “chilling effect”, cioè di un effetto intimidatorio capace di scoraggiare giornalisti, attivisti, ricercatori e intellettuali dall’esprimere posizioni pubbliche per timore di conseguenze giudiziarie o amministrative. Ciervo ha inoltre criticato la previsione di meccanismi di monitoraggio nelle università e nelle scuole e ha avanzato la proposta di una campagna di disobbedienza civile non violenta. Sul fronte dei diritti umani, Ilaria Masinara di Amnesty International Italia ha richiamato esperienze registrate in altri Paesi europei, sostenendo che l’utilizzo della definizione IHRA abbia prodotto limitazioni alle campagne di solidarietà con la Palestina e difficoltà per organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch. Per Masinara la risposta deve essere una convergenza ampia tra mondo accademico, informazione e società civile. Molto critico anche l’intervento di Livia Colvin di BDS Italia, che ha definito contraddittorio trasformare in norma una definizione nata come strumento non vincolante. Colvin ha ricordato le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che tutelano il boicottaggio come forma di libertà di espressione e ha espresso preoccupazione per possibili limitazioni ai boicottaggi accademici, sportivi e culturali. Particolare attenzione è stata dedicata alla scuola. Roberta Parravano ha denunciato il rischio di autocensura tra insegnanti e studenti, mentre Terry Silvestrini, intervenendo a nome della rete “La scuola per la pace” e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, ha analizzato la struttura del provvedimento, criticando il ruolo attribuito alla task force nazionale prevista dal testo e i possibili effetti sul pluralismo educativo. Nel corso del dibattito sono intervenuti anche Stefano Galieni, che ha proposto di rafforzare i rapporti con le reti della sinistra europea; Ada Montellanico, che ha sottolineato il ruolo della cultura e degli artisti nella mobilitazione; Luca Gabrielli, che ha invitato a coinvolgere anche organizzazioni ebraiche critiche verso il sionismo; Farid Adly, che ha esortato a non arretrare sul terreno dell’informazione e della solidarietà con la Palestina; Khader Tamimi, che ha richiamato l’attenzione sulle condizioni dei palestinesi evacuati in Italia; Lorenzo Rocca, che ha sollevato dubbi di costituzionalità sul testo; Patrizio e Marco, che hanno raccontato le proprie esperienze giudiziarie durante manifestazioni pro Palestina; Maria Luisa, che ha illustrato iniziative analoghe sviluppate in Francia e Belgio e Raffaella Polverino, che ha lanciato un appello all’unità delle diverse realtà impegnate sul tema. Dall’assemblea è emersa la volontà di costruire una mobilitazione articolata che comprende campagne di sensibilizzazione, iniziative territoriali, interlocuzioni con il Parlamento europeo, il coinvolgimento della diaspora palestinese e il rafforzamento delle reti tra associazioni, scuole, università e mezzi di informazione. Tra le proposte discusse anche possibili forme di disobbedienza civile non violenta e una mobilitazione nazionale da organizzare nelle prossime settimane. In chiusura Olivier Turquet ha raccolto proposte emerse durante oltre tre ore di confronto, ribadendo la necessità di trasformare il dibattito in un percorso permanente di coordinamento. Per i partecipanti, la difesa della libertà di espressione, del diritto all’informazione e del dissenso democratico rappresenta oggi una questione che riguarda l’intera società civile e non soltanto i movimenti impegnati sulla questione palestinese. Rete #NOBAVAGLIO
August 27, 2026
Pressenza
È morto Ratko Mladic, ex generale della Repubblica Serba di Bosnia
L’ex generale dell’esercito dei serbi bosniaci durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, Ratko Mladić, è morto all’età di 84 anni. Mladić era detenuto nel carcere di Scheveningen, all’Aia, nei Paesi Bassi, dove stava scontando una condanna all’ergastolo dal 2017, dopo essere stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. A condannarlo era stato il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un tribunale istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini di guerra commessi durante i conflitti che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia. The post È morto Ratko Mladic, ex generale della Repubblica Serba di Bosnia appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Quasi la metà del petrolio globale proviene da Paesi in guerra
Durante l’anno in corso, quasi la metà dei flussi di petrolio globali proviene da nazioni colpite da conflitti: nello specifico, i Paesi che si trovano in situazioni di guerra in tutto il mondo hanno prodotto quest’anno circa 45 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a oltre il 43% dell’offerta totale. In altre parole, la maggior parte dei Paesi produttori di petrolio si trova in uno stato di conflitto e ciò non incide solo sul costo finale dei carburanti e delle bollette energetiche, ma aumenta anche il rischio di interruzione o rallentamento negli approvvigionamenti, tanto che i livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei quest’anno hanno toccato un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Inoltre, proprio l’aumento dei prezzi dei carburanti sta contribuendo a spingere il debito statunitense al livello record di 40 trilioni di dollari. Secondo i calcoli dell’agenzia di stampa Reuters, basati sui dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), a incidere sulle dinamiche complessive dei flussi petroliferi sono soprattutto il conflitto in Medio Oriente e quello tra Russia e Ucraina, ma non solo. L’instabilità politica, le proteste e le continue guerriglie in Libia, insieme alle restrizioni statunitensi sulle esportazioni di petrolio venezuelano all’inizio dell’anno, hanno ulteriormente aggravato lo scenario energetico internazionale. Quest’ultimo ha subito un brusco peggioramento in seguito all’attacco israelo-statunitense all’Iran, che ha innescato la più grande crisi di approvvigionamento petrolifero di sempre, senza avere per ora una chiara prospettiva di risoluzione. In particolare, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno comportato una carenza di carburante nella nazione eurasiatica, la quale ha quindi vietato le esportazioni di benzina e diesel, inasprendo i mercati globali dei carburanti. Nel dettaglio, gli attacchi ucraini hanno fatto in modo che 6,6 milioni di barili al giorno (BPD) di capacità di raffinazione siano esposti agli attacchi dei droni. Inoltre, tre milioni di BPD di esportazioni dai porti del mar Baltico sono a rischio a causa delle incursioni ucraine e altri 2,5 milioni di barili al giorno di esportazioni attraverso il mar Nero sono minacciati dallo stesso motivo. In Libia le proteste e gli attacchi dei droni hanno distrutto più di 380.000 barili al giorno di produzione, mentre in Venezuela 1,16 milioni di barili al giorno sono stati trattenuti dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti sulle navi petrolifere venezuelane. A pesare di più sulla produzione complessiva sono gli impianti in Medio Oriente, dove 24 milioni di barili al giorno di flussi sono ora a rischio, sia per quanto riguarda il passaggio dallo stretto di Hormuz che da quello di Bab-al-Manded. Tuttavia, secondo le stime degli analisti, la capacità di aggirare le restrizioni di accesso ai principali canali di esportazione ha attestato l’attuale interruzione delle forniture di petrolio nel Golfo tra i 5 e i 7 milioni di barili al giorno: l’Arabia Saudita, ad esempio, devia i flussi attraverso il mar Rosso, mentre gli esportatori del Golfo fanno uscire i flussi di petrolio clandestinamente dallo stretto di Hormuz. Nonostante ciò, la situazione energetica globale rimane critica e si stima che i conflitti nel Golfo e in Ucraina abbiano ridotto la capacità di raffinazione globale di circa un decimo. Uno degli effetti più importanti dell’attuale situazione energetica è stato l’aumento della dipendenza mondiale dalle forniture di petrolio statunitensi. Tuttavia, anche negli Stati Uniti i prezzi del gasolio hanno raggiunto livelli record, nonostante le raffinerie lavorino a pieno regime, per via del fatto che le scorte nel Paese sono ancora in calo a causa della forte domanda di esportazione. Secondo i dati pubblicati questo mese dall’Energy Information Administration, le scorte statunitensi di combustibili si attestano a 107,1 milioni di barili al 7 agosto, il livello più basso in questo periodo dell’anno dal 1996. L’impatto più diretto di questa situazione si ripercuote sugli agricoltori statunitensi, ma a lungo termine, potrebbe colpire la maggior parte degli altri settori dell’economia globale. Ma l’aumento dei prezzi dei carburanti e la diminuzione delle scorte non sono gli unici fattori critici per gli USA: il caro energia, infatti, ha spinto l’inflazione, contribuendo all’aumento dei costi di finanziamento e portando il debito statunitense al livello mai raggiunto di 40 trilioni di dollari. A pagare maggiormente le conseguenze dell’instabilità del panorama energetico internazionale, dovuta soprattutto alle guerre provocate e alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, sono gli Stati europei, sempre più dipendenti dalle esportazioni statunitensi e con concreti rischi di approvvigionamento. Il prosieguo della guerra in Medio Oriente e in Ucraina non potrà far altro che inasprire la crisi energetica, prospettando un futuro cupo per l’economia globale. The post Quasi la metà del petrolio globale proviene da Paesi in guerra appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Confermata la rimozione di Don Massimo Biancalani, il parroco dell’accoglienza. E Salvini esulta
Dopo dieci anni che i migranti trovavano accoglienza in quella chiesa-rifugio, come don Massimo Biancalani aveva chiamato la sua parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro (Pistoia), il 1° luglio del 2025 era arrivata la polizia. Eseguendo l’ordinanza di sgombero emessa per “gravi criticità igienico-sanitarie e sovraffollamento”, i reparti mobili in tenuta antisommossa, insieme alla Questura di Pistoia, ai carabinieri e ai vigili del fuoco (quanta grazia), avevano allontanato con la forza… gli ultimi sei migranti, quelli rimasti dopo la chiusura del centro nei giorni precedenti, quando erano state condotte fuori un centinaio di persone.  Così oggi don Massimo descrive quell’episodio: «Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi – gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali – ammucchiate davanti alla chiesa».  A essere obiettivi, la “ferita alla comunità cittadina” ha riguardato e riguarda solo pochi. Altri hanno tirato un sospiro di sollievo. Vuoi per dei problemi autentici di tipo sanitario e fatti di microcriminalità, vuoi per intolleranza di chi di fronte alla povertà ha paura del contagio, tanti si erano lamentati, avevano smesso di partecipare alla messa, avevano addirittura creato un comitato cittadino imputando all’accoglienza dei migranti problemi come spaccio, degrado, miasmi a causa dei rifiuti accumulati, e naturalmente l’allontanamento dei fedeli dalla chiesa. Don Massimo aveva cercato di provvedere, insieme a dei volontari, ma non era bastato. E quando gli abitanti di Ramini avevano appreso della sua intenzione di fare della chiesa della loro città una “seconda Vicovaro”, erano insorti in via preventiva pure loro.  Al parroco dell’accoglienza era stato proposto, nel 2024, il trasferimento all’Ufficio missionario diocesiano (visto il suo amore per i poveracci…), ma lui aveva rifiutato, ed era iniziato il procedimento canonico. Attenzione: non per violazioni disciplinari nell’esercizio del suo ministero, bensì per motivi di “opportunità”. Rimosso, don Massimo aveva continuato a combattere, presentando ricorso, e siamo alla fine (forse) della storia: una settimana fa, il nuovo vescovo di Pistoia, Augusto Mascagna, ha confermato la rimozione e l’allontanamento dalle due parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini. La soluzione transitoria, in attesa di un nuovo parroco, vede alla guida delle chiese monsignor Patrizio Fabbri, che subito, nella sua prima messa, è stato salutato da una chiesa finalmente piena, e che ha dichiarato che il suo compito è «accompagnare una comunità che ha bisogno di ripartire», come se l’accoglienza dei migranti avesse messo a ferro e fuoco l’intera città, portato devastazione e rovine. Secondo il codice canonico, don Massimo ha sessanta giorni per ricorrere ancora, questa volta al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e c’è da scommetterci che lo farà. Intanto, pubblica sui social innervosendo la Santa Sede e i cittadini “timorati”: prima la foto della Pietà di Michelangelo con un migrante tra le braccia di Maria al posto di Cristo, con la didascalia «Morto come suo figlio, ucciso dalla malvagità e dall’indifferenza», e poi un lungo appello agli «amici di Vicofaro» e ai tanti che «conoscono o hanno conosciuto l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti».  Il primo pensiero va ai ragazzi a cui è stata trovata una sistemazione: «Oggi stanno meglio» riconosce. «Era questo il nostro obiettivo e ne siamo felici». Ma «il prezzo di quella chiusura è stato lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione e non potranno più contare sulla nostra casa aperta».  Il passaggio più duro riguarda le autorità della Chiesa e il loro rapporto con la politica: «La nostra Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica … Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura». Esagerazioni, vittimismo, mentalità complottista? Guarda caso, subito è arrivato, sempre via social, il commento compiaciuto del vicepremier Matteo Salvini  – « Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo» -, in cui, come ormai è prassi, “clandestini” viene usato come sinonimo di “delinquenti”. Evidentemente non si sa che se dall’Africa sono pochissimi i migranti che arrivano con i documenti, non è certo perché siano criminali. Ma questa è un’altra questione, che molti preferiscono ignorare. Susanna Schimperna
August 27, 2026
Pressenza

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