Il recupero procede: gli equipaggi della GSF si riappropriano della flotta distrutta dall’IDF
Dopo che le forze israeliane hanno intercettato la più grande flottiglia umanitaria civile mai riunita per Gaza, capitani, marinai, ingegneri navali, meccanici, sindacalisti e volontari civili provenienti da tutto il mondo sono tornati in mare; non per dare avvio a un’altra iniziativa, ma per recuperare le imbarcazioni della missione che si è conclusa con la messa a nudo dei mostruosi abusi commessi da Israele. La loro missione: localizzare, recuperare, riparare e rimettere in condizioni di navigare le imbarcazioni umanitarie che sono state intercettate, danneggiate e lasciate alla deriva dalle IDF in tutto il Mediterraneo. E l’operazione di recupero è già positivamente in corso. Da quando gli equipaggi hanno iniziato a cercare le imbarcazioni abbandonate, è stato localizzato oltre il 70% delle imbarcazioni lasciate alla deriva in seguito alle intercettazioni. Quasi il 60% delle imbarcazioni localizzate è stato ora recuperato, mentre le squadre di recupero sono ancora impegnate per mettere in sicurezza e in condizioni di efficienza quelle rimanenti. Si aspettavano danni. Hanno trovato la distruzione. Le prime squadre di recupero salite a bordo delle imbarcazioni si aspettavano di trovare imbarcazioni fuori uso. Non si aspettavano di trovare il livello di distruzione che hanno riscontrato. Su diverse imbarcazioni, le squadre tecniche hanno documentato danni ingenti, tra cui sistemi di navigazione distrutti, infrastrutture elettriche danneggiate, componenti del motore in avaria, sistemi di alimentazione compromessi, vele tagliate e altri guasti critici alle attrezzature. Le squadre di recupero stanno effettuando ispezioni dettagliate di ogni imbarcazione, documentandone le condizioni e conservando le prove dei danni. Il quadro che emerge dall’intera flotta è chiaro: non si trattava semplicemente di imbarcazioni che erano state fermate. Erano imbarcazioni civili lasciate danneggiate e non più in condizione di proseguire la loro missione. Ritorno in mare L’operazione di recupero richiede di per sé un attento coordinamento. Le squadre si spostano tra le imbarcazioni danneggiate, documentandone le condizioni, valutandone l’idoneità alla navigazione, effettuando riparazioni di emergenza ove possibile e mettendo in sicurezza le imbarcazioni per il trasporto e il ripristino. Ogni recupero comporta sfide tecniche, condizioni difficili e la consapevolezza che queste sono le stesse acque in cui la Flotilla era stata precedentemente intercettata. Si tratta di volontari civili che tornano in mare perché si rifiutano di abbandonare sia le barche sia i valori che esse rappresentano. Molte delle imbarcazioni della flottiglia portano i nomi delle comunità palestinesi distrutte durante la Nakba. I loro nomi servono a ricordare le storie di sfollamento, sopravvivenza e la determinazione delle comunità palestinesi e a preservare la loro memoria di fronte ai tentativi di cancellazione. Le imbarcazioni portano lo stesso messaggio. Sono state lasciate alla deriva. Non sono state abbandonate. Una missione che non poteva essere intercettata Le squadre di recupero comprendono marinai esperti, ingegneri, meccanici, organizzatori e volontari provenienti da tutto il mondo, compresi partecipanti che, solo poche settimane prima, erano stati a loro volta sequestrati durante le intercettazioni della flottiglia. Il loro ritorno in mare rappresenta la realtà essenziale di questa missione: la Global Sumud Flotilla non è mai stata solo un singolo viaggio. La questione era se la gente comune avrebbe continuato a organizzarsi nonostante i tentativi di impedirglielo. La risposta è stata chiara. L’operazione di recupero è in corso. Si stanno localizzando le imbarcazioni. Le barche vengono recuperate. Le riparazioni sono iniziate. Ciò che doveva scomparire nel Mediterraneo viene riportato indietro. La missione continua.   Global Sumud Flotilla
July 14, 2026
Pressenza
FCEI: raccolta di donazioni per interventi di soccorso in Venezuela
La Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) ha aperto una sottoscrizione a favore delle vittime del terremoto che ha colpito il Venezuela. Nel proprio comunicato la FCEI spiega: > Lo scorso 24 giungo la nazione latino-americana è stata colpita, a pochi > secondi l’uno dall’altro, da due terremoti di magnitudo 7.2 e 7.5 con > epicentri nella zona di Yaracuy. > Due scosse devastanti che ad oggi hanno causato crolli o danni gravi nell’80% > degli edifici delle zone più fortemente colpite, portando a quasi 4mila le > vittime fino ad oggi accertate e a un numero ancora incerto di dispersi. Il presidente della FCEI, Daniele Garrone, spiega: > Gli interventi che le donazioni renderanno possibili saranno realizzati > tramite l’Esercito della salvezza che, anche in questa triste circostanza, è > stato immediatamente operativo con squadre che hanno attivato interventi di > primo soccorso, raggiungendo in breve tempo numerose comunità colpite. > L’Esercito della salvezza sta già pensando ai passi successivi, in > collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite e altri partner. > Il Consiglio della FCEI ritiene significativo poter intervenire con i contatti > di una delle sue chiese membro che ha una consolidata tradizione di intervento > nel sociale e a favore delle persone più colpite riuscendo, in casi di > calamità, ad esser tra i primi ad arrivare e tra gli ultimi a lasciare il > campo. Per informazioni e approfondimenti: * Terremoto Venezuela. Federazione chiese evangeliche apre sottoscrizione * Venezuela, la risposta umanitaria dell’Esercito della Salvezza * Salvation Army response continues amid devastation in Venezuela Le donazioni si effettuano mediante bonifico con causale “Sottoscrizione Venezuela” al C/C intestato a: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia IT45K0200803284000104203419 BIC/SWIFT UNCRITM1RNP Banca Unicredit – Via Lata, 4 00186 Roma Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Forlì, lunedì 20 luglio e lunedì 3 agosto: Presìdi al carcere
Riceviamo e diffondiamo: Il 20 luglio e il 3 agosto, ore 18:00 torniamo sotto le infami mura del carcere “La rocca” di Forlì Per chi sta dentro e resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi che stiamo fuori che ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, per un’ideale pratico, in strada! Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno non sarà terminata finché anche Pietro non sarà nuovamente con noi! Ricordando che la lotta per la liberazione di tuttx lx nostrx compagnx e di tutte le persone ingabbiate, non finirà fino a che non crollerà questa infame società! TUTTX LIBERX! FUOCO ALLE GALERE!
July 14, 2026
il Rovescio
Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!
Il G8 di Genova del luglio 2001, rappresenta per Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dal dopoguerra”. Il vertice del G8 si trasformò, in quei 3 giorni, in una operazione di feroce repressione, in un clima di militarizzazione della città (colpo di stato). Ma ora cominciamo ad  analizzare … Leggi tutto "25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!"
Terzo Settore: trasformazione della militanza e fine dell’alternativa al capitalismo
Nel novembre 1989, in pochi giorni, accadde quello che fino a poco tempo prima appariva impensabile, in un mondo “bloccato” nello stallo della guerra fredda e nello scontro tra due ideologie totalizzanti. Il muro di Berlino rappresentava tutto questo. Crollando ha fatto gridare alla “fine della storia” e al “trionfo della democrazie liberali” come ricetta per tutta l’umanità: non è successo né l’una nell’altro. Per quanto riguarda la “fine della storia”, solo degli imbecilli potevano sentenziarlo e per ora la chiuderei qui, per quanto riguarda il trionfo delle democrazie liberali, il discorso si fa più complesso… in quanto si sono dimostrante nel tempo né democrazie né liberali, soprattutto perché senza più l’ostacolo del comunismo sovietico è uscita fuori in tutta la sua virulenza, anche nel cosiddetto “occidente”, la metastasi latente del neoliberismo autoritario, monopolistico e guerrafondaio. In tutto questo, che ne è stata dell’esperienza socialista e comunista all’interno dei cosiddetti paesi liberali, o all’interno degli stati democratici-cristiani, o anche che ne è stato della esperienza della socialdemocrazia, tentativo ibrido di unire quei due mondi, ma anche di quella sociale-cristiana? Che ne è stato di quelle forze che si sono opposte e hanno frenato gli istinti famelici insiti nell’ideologia darwinista del capitalismo anglosassone, ma che hanno anche contribuito, attraverso una militanza capillare, all’avanzamento di molte istanze progressiste nel campo della salute, dell’educazione, del lavoro, della qualità della vita e della giustizia sociale in generale? Se zoomiamo verso la politica attuale, o ciò che rimane di essa, si denota non solo una desolazione nella militanza e nelle proposte del campo che una volta era quello progressista-di sinistra, ma addirittura ad una trasmutazione antropologica dei vertici di quelle “forze”, eredi o presunte tali delle formazioni storiche della seconda metà del ventesimo secolo, che in molti casi si sono trasformate in vere e proprie quinte colonne del potere finanziario transnazionale. Anche piccole formazioni che sembrano mantenere i connotati, le vestigia di un progressismo militante, lungi da aver adattato nel mondo attuale e sviluppato un pensiero alternativo al liberismo, si sono limitate a delle piccole ricette di cosmetica politica colorata appena di rosso, di verde o addirittura di arcobaleno, o alla stantia ripetizione di slogan vuoti, per poi traghettare voti e interessi nel “campo largo” del vuoto politico neoliberale. Come è successo tutto questo? Ci sono state e ci sono ancora molte analisi che cercano di spiegare questa trasmutazione del campo progressista, e spesso vanno di pari passo con l’analisi dello svuotamento delle istanze sociali, della militanza, della rappresentanza democratica sempre più trasformatosi in oligopolio. Ci sono molte analisi interessanti, ma spesso mi davano l’idea che non spiegavano tutto, o soprattutto ciò che a me interessava, io che sono stato dentro quel fenomeno, nel versante dell’alternativa del Nuovo Umanesimo: dove sono spariti i militanti, le basi di quei grandi movimenti, in quale tombino sono stati risucchiati i fermenti, i simboli, i significati, le azioni di tanta gente che si riconosceva, attraverso partiti e movimenti, nel riformismo se non nella rivoluzione sociale? Mi mancava un chiaro trait d’union tra quel mondo che entrava negli anni ‘90 e ciò che poi si è immiserito irrimediabilmente all’aprirsi del nuovo millennio. Per un certo tempo dalla domanda elaborata nella mia mente in modo più cosciente, al posto di una risposta trovavo un “vuoto”, come quando si ha una amnesia e sembra che tutto ad un tratto sia sparito un pezzo dei propri ricordi e della propria esperienza… Poi, come sempre succede in questi casi, quando ci si rilassa e si smette di cercare e si pensa ad altro… gong!… arriva l’immagine chiara, il complesso di ricordi, esperienze e riflessioni che trova la sua sintesi. Prima di svelare il frutto del gong! mentale, voglio chiarire meglio l’oggetto della mia ricerca, che non è tanto, in questo caso, approfondire le circostanze sociali, politico, economiche, psicosociali, che hanno generato un allontanamento e uno svuotamento della politica e la trasformazione delle forze politiche in quei vuoti gusci complici del sistema attuale, quanto capire come avvenne il passaggio, quale fu il principale o uno dei principali fattori del traghettamento della militanza verso campi più innocui o via via più complici con lo schema neoliberale: quali mezzi si usarono, quale barca e quale Caronte si manifestarono? E qui entra in ballo il famoso “Terzo Settore”, l’associazionismo, che poi via via si è strutturato in forme sempre più marcatamente in linea con lo schema neo-liberista che le ha via via modellate secondo i suoi bisogni. Mi ricordo agli albori dei ‘90, noi stessi umanisti guardavamo con interesse questo inizio di sviluppo del terzo settore, non fosse altro per portare avanti più facilmente ed in modo socialmente riconosciuto le nostre attività nei quartieri, per organizzare eventi, per favorire il nostro modo di creare comunità; guardavamo con interesse alla possibilità di poter creare associazioni senza fini di lucro che in quegli anni si stava facilitando attraverso anche l’iscrizione in specie di “albi” del terzo settore emergente. Diverse organizzazioni, beneficiarie di leggi e regolamenti adottati appositamente in quegli anni, cominciavano a svolgere il compito di dare consulenza e facilitare la formazione e lo sviluppo dell’associazionismo in diversi campi del sociale. L’idea era quella di facilitare e “regolamentare” (?) la possibilità di molta gente che, nel suo tempo libero, utilizzava le proprie energie tendenzialmente in modo volontario per poter creare o collaborare a delle attività ricreative e di utilità sociale, culturale, ecologica, di aiuto ai più bisognosi, nell’educazione, nel campo della salute, fino anche a progettare attività in paesi del cosiddetto “terzo mondo”. In questo modo si convogliarono le energie di molte persone, provenienti direttamente o che in altri tempi avrebbero ingrossato le file delle organizzazioni politiche, soprattutto del campo cattolico (con la Democrazia Cristiana che stava per essere spazzata via da Tangentopoli) e del campo ex comunista, in una miriade di organizzazioni, molte delle quali specializzarono il loro lavoro all’interno di nuove configurazioni quali le ONG (che lavorano principalmente all’estero in progetti di sviluppo) e le ONLUS (ora cambiate in ETS, ovvero Enti del Terzo Settore). Lungi da me ora fare uno studio completo sulla nascita (che in diversi casi è antecedente al periodo in questione), lo sviluppo e le infinite ramificazioni della loro storia e del loro sviluppo, in Italia e all’estero, vorrei invece far soffermare la nostra attenzione sul fenomeno sociologico di svuotamento della militanza politica e del depauperamento dell’interesse soprattutto delle generazioni giovani nella ricerca di idee e modelli di cambiamento radicale dei paradigmi sociali, delle spinte rivoluzionarie (oltretutto già in parte squalificate con la deriva, molto probabilmente “dirottata” dal potere, nel terrorismo e nella guerriglia urbana e poi troncate definitivamente con le repressioni dei primi anni ‘2000). L’interesse si spostò dalla critica al sistema e alla costruzione di alternative in diversi campi, verso l’adoperare il proprio tempo libero per “tappare le falle del sistema”, “fare la differenza”, “rimboccarsi le maniche” per aiutare le persone. Si andava installando pienamente e via via si accettava il paradigma di un sistema che giocoforza creava ingiustizie, falle, inefficienze sanitarie ed educative e produceva un “naturale” numero di povertà e di bisogno. In generale ci si doveva arricchire e creare PIL, nel tempo libero si aiutavano il numero crescente di persone che venivano triturate dalla macchina capitalistica. Si rinforzava il paradigma capitalista dello sviluppo dall’alto al basso, dove la ricchezza accumulata da “chi ce la fatta”, scende via via, in quote sempre minori, verso i ceti più bassi. Infatti l’attività maggioritaria di questi nuovi soggetti era trovare fondi e donazioni, e via via con questa dipendenza dal finanziamento delle proprie attività si è creata una auto-censura di queste verso la denuncia delle storture del meccanismo neo-liberale, un po’ perché all’interno di queste associazioni erano presenti personaggi e gruppi appartenenti a quel mondo, ma anche per la paura di perdere i finanziamenti. Certo, c’era anche da parte di alcune organizzazioni e associazioni l’attività di protesta e di denuncia, alcune incentravano il loro focus nel campo culturale e provavano a far rinascere la riflessione e lo spirito critico nelle persone ormai convinte di essere giunti “alla fine della storia”, dove oramai c’era solo da amministrare la realtà (da parte di “specialisti”). Ma la traiettoria con gli occhi di oggi mi appare segnata fin dalle origini, che hanno creato le condizioni per gli sviluppi successivi, dove via via la maggior parte dei soggetti coinvolti in questo processo si sono professionalizzati, dove il “focus” dell’attività si parcellizza in tante attività particolari che via via perdono legame e strutturalità con il resto della realtà. molti si occupano solo di ecologia, alcuni solo degli animali, alcuni solo delle passeggiate nei boschi, altre solo nel riciclare la plastica, altri solo dando corsi di italiano ad immigrati, alcuni si oppongono agli sfratti, altri si occupano del bullismo a scuola, altri del patriarcato, denunciando spesso una cosa ed omettendone od escludendone altre che non appartengono a quello specifico “dress-code”) e molti hanno preso i modelli di funzionamento, gestione e anche di direzione delle imprese private. La memoria si è ormai riaperta e mi facilita molti esempi: dalle associazioni che cominciavano in modo più o meno volontario ad occuparsi dei bisogni in campo della psichiatria e del disagio familiare si andò via via sviluppando il modello di gestione di tutta la parte socio-sanitaria con le Cooperative Sociali, in lotta tra di loro ogni anno giocando al ribasso sui bandi di assegnazione, che della forma cooperativa è rimasta solo l’apparenza, tanto assomigliano alla loro gestione alle imprese private di lucro (e infatti ora si chiamano “imprese sociali”), con tanto di management “bloccato” in forma di CDA e lo svuotamento di significato reale dell’assemblea dei soci (e qui mi fermo, in questo campo ho operato per anni e tante ne ho viste da riempirne un libro). E che dire di tutte quelle organizzazioni che dovrebbero facilitare sviluppo e ricerca nel campo sanitario, con il loro giro miliardario di donazioni sponsorizzate, con macchine da guerra come Telethon, per esempio, che poi vanno a creare “monopoli” nei campi critici della salute e dell’istruzione. Che dire delle svariate organizzazioni che lavorano per la cooperazione internazionale? Qui il ricordo mi riporta ai miei anni in cui appoggiavo il tentativo, con il Movimento Umanista, di organizzare il dialogo e la collaborazione culturale e sociale con paesi africani, attraverso la formazione di gruppi in villaggi, città e ambienti rurali; ricordo i miei diversi viaggi in Senegal dove incontravo gente di varie età e soprattutto molti ragazzi occidentali appartenenti a varie organizzazioni no-profit fare un lavoro molto specialistico, cercare poco il dialogo con i locali, se non per creare una “selezione di personale” efficiente e “compliante”, seguire fedelmente programmi già prestabiliti ed andarsene con diarie e crediti universitari. Ripeto, non sto massimizzando il discorso è disconoscere l’impeto genuino del volontario, anzi, al contrario, sto dicendo che questo impeto genuino, creatosi anche per il vuoto politico e sociale dovuto al crollo di ideali e speranze di giustizia sociale della generazione precedente, è stato via via dirottato verso un modello efficientista, specialistico, sempre meno “ingenuo” e umanitaristico, e sempre più sfruttato verso la ricerca di “quote economiche” e di “potere”. Via via anche molte di queste organizzazioni, soprattutto le più grosse, non più solo “tappano i buchi del sistema”, ma collaborano a crearli (la raccolta fondi nel campo sanitario per me sono un chiaro esempio in questo senso e rafforzano l’idea della privatizzazione sanitaria, cosa che sta succedendo anche nelle scuole). Mi ricordo sempre in Senegal, che allora si dicesse avesse la più alta percentuale di fallimenti di progetti cooperativistici extra statali, non era difficile trovare già i resti, le “carcasse” di progetti mai terminati da diverse “no-profit” di diversi paesi, come centri di cura semideserti, edifici comunitari abbandonati ecc. Si affermava ciò puntando il dito contro l’arretratezza e la corruzione dei paesi del terzo mondo, ma si nascondeva la logica capitalistica che ormai dominava queste organizzazioni che andavano dove c’era profitto e dismettevano dove non c’era più possibilità. Oltretutto anche in buonafede, molte piccole organizzazioni per sopravvivere alle norme sempre più stringenti che pone il sistema e alla grande “concorrenza” che via via si alimenta, deve adattarsi a cambiamenti di statuto, deve sottostare a regole burocratiche ed  economiche sempre più stringenti  che puntano all’efficientismo e all’ottimizzazione dei fondi (un po’ come le regole di austerità e meritocratiche dettate agli Stati e alle organizzazioni statali); esigono oramai un certo livello di specializzazione, esigono una certa ubbidienza a certi meccanismi che poi abilitano alla possibilità di usufruire di fondi regionali, nazionali e soprattutto europei che vengono però rilasciati “a goccia” e a ben determinate condizioni. Condizioni in cui non bisogna “disturbare il padrone” o anche meglio creare consenso intorno a questo. Ecco dunque che la giravolta sociale e politica è completata. Un esempio sono il nuovo modello di associazionismo imposto, ovvero le APS, associazioni di promozione sociale che rispondono molto fedelmente a questo schema e che già nel loro nome fanno capire che devono essere trasformate in mezzi di “promozione” (leggi propaganda?), possibilmente delle istanze e delle parole d’ordine dell’agenda del nuovo autoritarismo neoliberista, mascherata da progressismo paternalista (agende 2030 e Co,) e ai vari progetti della UE in questa direzione (e ora vedremo con la svolta militarista dove andremo a parare). La necessità di pecunia e di posizionamento economico-sociale in questo nuovo scacchiere ormai è insita anche dentro la più piccola associazione di quartiere, immaginatevi quindi in che “creature” si siano trasformate le grandi ONG e simili di livello trans-nazionale, che qui non cito ma che tutti conoscono. Anche la definizione “senza fini di lucro” è sparita dal dizionario dell’associazionismo, e infatti ONLUS si è trasformata in ETS. Infine, come spesso si dice per le forze di polizia e per gli eserciti, perché mai entità del genere dovrebbero aspirare alla risoluzione delle problematiche su cui lavorano, se è proprio il permanere di quelle stesse questioni che le fa “rimanere a galla”? Bene, ho “sbloccato il ricordo” e l’ho “nutrito” con tutte le considerazioni e le relazioni mentali che questa “scoperta” ha ingenerato in me. E mi dà anche una spiegazione confortante al perché via via ho provato sempre più diffidenza e ho sempre meno collaborato verso questa direzione. Lo so, è una piccola soddisfazione, oltretutto di poco interesse per i più, ma giunti a questo punto mi sembrava doveroso dirla tutta. Un caro saluto e … “Sursum Corda!”.   Fulvio Faro
July 14, 2026
Pressenza
Lista Civica Italiana: “Il ‘melonellum’ è incostituzionale, non lo vogliamo!”
La rete che aggrega gruppi locali, associazioni territoriali e comunità civiche propone un incontro sul tema “Per una legge elettorale costituzionale: requisiti necessari e pianificazione delle iniziative” in svolgimento online oggi – martedì 14 luglio – alle 21. Nel proprio comunicato, Lista Civica Italiana spiega: > Ottenere una legge elettorale rispettosa della Costituzione è importante > quanto la vittoria al referendum Giustizia perché la legge elettorale è la > “legge delle leggi” dato che  contiene il meccanismo che fa o non fa entrare > in parlamento le forze vive e propositive della società. > > Abbiamo pochissimo tempo. Se insieme riusciamo ad attivare le piccole > associazioni e le liste civiche locali in queste poche settimane potremmo > ottenere qualche cosa di inimmaginabile! > > Dobbiamo iniziare subito, in questi giorni! > > A titolo di incoraggiamento ricordiamo che ieri e oggi abbiamo volantinato e > parlato con almeno una cinquantina di persone di tre città diverse (Milano, > Correggio e Concorezzo) e abbiano constatato che il tema della legge > elettorale é caldo e che le persone capiscono al volo il conflitto di > interessi che si genera quando una persona ha fatto del mestiere di politico > la sua fonte di reddito a vita e ha contemporaneamente un incarico di > coordinamento nel partito  e un incarico di parlamentare. > > Alla riunione del 9 luglio scorso, dedicata ai miti che vengono diffusi per > truffare la cittadinanza, abbiamo deciso che la seconda riunione é martedì 14 > luglio alle 21. > > L’OdG é > > 1. Quali azioni portare avanti per far sapere  che la legge in discussione > adesso non è costituzionale al pari del vigente Rosatellum e che NON > VOGLIAMO né una né l’altra. > 2. Individuare i passi principali e la loro successione nel tempo, > per indurre il “campo largo” a redigere ADESSO una legge elettorale > costituzionale e a metterla al primo punto del programma elettorale > (comunicato stampa comune? conferenza stampa? ecc.). > 3. Quali attività fare, quali strumenti utilizzare per ottenere il massimo > risultato con le energie di cui disponiamo. Questa campagna potrebbe > essere un primo banco di prova della “Rete per restare umani” che trovate > dscritta qui > https://www.listacivicaitaliana.org/2026/una-rete-per-restare-umani/. > 4. Requisiti di una legge elettorale costituzionale. Per una legge elettorale costituzionale: requisiti necessari e pianificazione delle iniziative https://us06web.zoom.us/j/85814512600?pwd=p7AQT2zqgGGGI7m84Zi2VGJxSWHEKW.1 ID riunione: 858 1451 2600 Codice d’accesso: 563807   Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Comunicato Stampa 14 luglio 2026 – Legge elettorale e Autonomia differenziata vengono discusse in pienaestate per evitare iniziative pubbliche di contrasto e denuncia
Per portare a compimento il patto tra componenti  del Governo – che prevede la definizione in tempi brevi della legge elettorale merce di scambio con la realizzazione della prima fase dell’Autonomia differenziata – si assiste in queste ore ad una drammatica, antidemocratica e altrimenti ingiustificata accelerazione delle Risoluzioni che consentono al Governo di giungere alle Intese. È accaduto che ieri – in data 13 luglio 2026 alle ore 17,50 – si sia riunita la prima  Commissione permanente Affari Costituzionali, in cui è stata indicata una tempistica letteralmente dall’oggi al domani per l’iter  delle Intese. Il presidente Andrea De Priamo, dopo aver ricordato che con l’audizione dei ministri Musumeci e Schillaci si intende concluso il ciclo delle audizioni, sottolinea che i relatori presenteranno il 14 luglio le quattro proposte (identiche) di risoluzione, una per ciascuna delle 4 Regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto), presentazione che sarà immediatamente seguita a partire da mercoledì 15 luglio, dalla discussione in Assemblea degli Atti di indirizzo. Di fronte a questo, il senatore Andrea Giorgis (PD-IDP), nel preannunciare l’intendimento del suo Gruppo di presentare proposte di risoluzione alternative a quelle dei relatori, ha chiesto di poter disporre di un termine di almeno ventiquattro ore: “manifestando forte perplessità per il mancato coinvolgimento delle Commissioni di settore su tematiche di estrema rilevanza, quali la protezione civile e la sanità, chiede che – analogamente a quanto previsto presso l’altro ramo del Parlamento – sugli schemi di intesa preliminare venga acquisito quanto meno il parere della 5ª Commissione.”   Il Presidente ha rigettato questa ultima richiesta, ribadendo che la scadenza resta nei tempi brevissimi, addirittura inferiori alle 24 ore (essendo fissata per la data odierna di  martedì 14 luglio alle ore 14,00). Tutto ciò per rispettare le scadenze ravvicinate del 14 e del 15 luglio. Non è un caso che Legge elettorale e Autonomia differenziata vengano discusse in piena estate per evitare iniziative pubbliche di contrasto e denuncia. I Comitati e il Tavolo No Autonomia differenziata denunciano con forza e sdegno il ritmo incalzante di questa procedura, autoritario e privato di qualsiasi confronto e discussione e continueranno la loro azione di denuncia e mobilitazione contro la secessione dei ricchi. Chiediamo ai parlamentari delle forze di opposizione, quando il governo presenterà il Disegno di legge per l’approvazione delle Intese, di proporre una pioggia di emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e convergenti; ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hannoavviato le Intese di usare tutti i mezzi istituzionali per bloccarne l’iter, quando arriveranno nei Consigli; a sindacati e associazioni di mobilitare i propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso; a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027 che nel programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata.    Infine, chiediamo di prolungare quanto più possibile la discussione e il voto sulle Risoluzioni così da rendere pubblicamente evidente le forzature del ministro Calderoli, che sordo perfino ai rilievi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e della Ragioneria Generale dello Stato vuole giungere alle Intese prima delle elezioni del 2027. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della legge elettorale è Stabilicum. Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia, dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di (ri)elezione del prossimo nuovo governo. Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche e peculiarità. La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato, delle istituzioni bancarie comunitarie. Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto. Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una vita (politica) fa. Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale, cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più ‘monocolore’ possibile. Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state tre. La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata» dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di Porcellum. Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del 1993. Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai realmente utilizzata. Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle ultime due legislature. Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo: «non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections pour les perdre]». A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata. Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge (magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al potere. Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa dal 1997 senza mai essere stato sconfitto. L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene del Paese possono aspettare. Marco Piccinelli
July 14, 2026
Pressenza

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