[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Oggi, 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 1, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
Ben-Gvir presenta la nuova struttura per le esecuzioni capitali costruita per giustiziare i prigionieri palestinesi
dallo Staff di Palestine Chronicle,  Palestine Chronicle, 21 agosto 2026. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha presentato una nuova struttura per le esecuzioni capitali, mentre Israele si appresta ad applicare la pena di morte nei confronti dei prigionieri palestinesi. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir durante una visita in carcere, nel corso della quale ha respinto le lamentele di un detenuto palestinese riguardo alle condizioni di detenzione. (Foto: fotogramma tratto da un video) Ben-Gvir presenta la nuova struttura per le esecuzioni Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha diffuso un video in cui mostra la costruzione di una nuova struttura per le esecuzioni, progettata per eseguire le condanne a morte nei confronti dei palestinesi condannati dal sistema giudiziario militare israeliano. Nel filmato, il ministro di estrema destra ha presentato la struttura come l’adempimento di una delle numerose promesse che aveva fatto riguardo ai prigionieri palestinesi. «Ho promesso di porre fine alla clemenza nel sistema carcerario; questa promessa è stata pienamente mantenuta», ha affermato Ben-Gvir. «Ho promesso di legiferare sulla pena di morte per i terroristi; questo è stato fatto. Ho promesso di costruire una struttura; questo progetto è in fase di realizzazione». Ben-Gvir ha inoltre elogiato l’uccisione dei palestinesi durante gli attacchi contro gli israeliani, affermando che quando vengono uccisi nel corso di tali operazioni, «è un’ottima cosa che ciò avvenga». Ha sostenuto, tuttavia, che in precedenza Israele non disponeva di un meccanismo per giustiziare i palestinesi sopravvissuti e successivamente condannati. In base al nuovo sistema, ha spiegato Ben-Gvir, i condannati a morte saranno condotti nella struttura in costruzione per le esecuzioni. «Ci saranno sale di osservazione, le famiglie delle vittime potranno assistere», ha detto, aggiungendo che tutta l’organizzazione si ispira ai sistemi in vigore negli Stati Uniti. La legge sulla pena di morte prende di mira i palestinesi La costruzione fa seguito a una legislazione da tempo sostenuta da Ben-Gvir e dal suo partito di estrema destra, Jewish Power. La Knesset ha approvato la legge sulla pena di morte all’inizio di quest’anno con 62 voti a favore e 48 contrari. Ai sensi della legge, i tribunali militari sono tenuti a infliggere la pena capitale come pena predefinita nei casi applicabili, a meno che i giudici non determinino che «circostanze particolari» giustificano invece l’ergastolo. La normativa si applica agli omicidi commessi con l’«intento di negare l’esistenza dello stato di Israele», una disposizione che, secondo quanto segnalato dai difensori dei diritti umani, crea di fatto un regime di pena di morte diretto contro i palestinesi, escludendo al contempo gli israeliani ebrei condannati per reati analoghi commessi contro i palestinesi. Amnesty International ha condannato con forza la legge al momento della sua adozione. Erika Guevara-Rosas, direttrice senior di Amnesty per la ricerca, la difesa dei diritti, le politiche e le campagne, ha affermato che la misura mina le tutele contro la privazione arbitraria della vita e le garanzie di un processo equo, rafforzando al contempo il sistema di apartheid di Israele nei confronti dei palestinesi. Appelli all’uccisione dei palestinesi a Gaza Il video è emerso pochi giorni dopo che Ben-Gvir aveva esortato Israele a compiere tra i 30 e i 40 «assassinii mirati» ogni notte nella Striscia di Gaza. Durante un’intervista, il ministro ha affermato che Israele non dovrebbe limitare le uccisioni ai palestinesi che presumibilmente rappresentano una minaccia immediata. «Lì ci sono persone che non meritano di vivere», ha detto. «Non sono nemmeno persone». Ben-Gvir ha inoltre ribadito la sua richiesta di insediamenti israeliani in tutta Gaza e di allontanamento dei palestinesi dall’enclave. Le dichiarazioni hanno suscitato condanne internazionali, tra cui quelle del ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del Segretario Generale dell’ONU António Guterres. Ben-Gvir ha una lunga storia di estremismo anti-palestinese. Prima di entrare a far parte del governo, è stato condannato per incitamento al razzismo e per aver sostenuto il movimento fuorilegge Kach, fondato dal rabbino estremista Meir Kahane. In qualità di ministro della Sicurezza Nazionale, sovrintende alla polizia e al sistema carcerario israeliano e si è ripetutamente vantato di aver peggiorato le condizioni dei prigionieri palestinesi. La costruzione del centro di esecuzione segna l’ultimo passo nella sua campagna volta a imporre misure più severe nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. (PC, Al Mayadeen, media israeliani) https://www.palestinechronicle.com/ben-gvir-showcases-new-gallows-facility-built-to-execute-palestinian-prisoners Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 21, 2026
Assopace Palestina
Si moltiplicano i Paesi UE che annunciano i trasferimenti di migranti verso l’Italia
La prima era stata la Germania, che una decina di giorni fa aveva annunciato che avrebbe ripreso i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” in Italia. Si tratta dei migranti che, una volta arrivati in Europa, hanno fatto domanda di asilo in un Paese, ma si sono poi spostati oltre i suoi confini. Dopo l’annuncio di Berlino sono seguiti, a cascata, quelli di Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia. L’ultimo, in ordine, è arrivato proprio in queste ore e viene dall’Olanda. La portavoce del ministero della Giustizia olandese ha spiegato che si tratta di una decisione che segue l’approvazione del Patto UE sulle migrazioni, entrato in vigore lo scorso 12 giugno e che, da quella data, «tutti gli Stati membri sono tenuti a rispettare». La serie di annunci è arrivata subito dopo l’esplosione della crisi diplomatica tra Roma e Madrid, innescata dalla decisione italiana di sospendere Schengen lungo il confine con la Spagna per via dell’alto numero di migranti giunti nell’exclave spagnola di Ceuta. La Spagna, dopo aver lanciato a Meloni un ultimatum, ha risposto con la stessa carta, con il risultato che spostarsi da un Paese all’altro comporterà controlli aggiuntivi alla frontiera almeno fino al 7 settembre prossimo. Pur inserendosi in un generale rimescolamento degli equilibri europei in materia di flussi migratori, l’annuncio dei sei Paesi europei ha tuttavia poco a che fare con lo scontro tra il governo spagnolo e quello italiano – tanto che la Spagna, insieme alla Francia, ha tenuto a precisare che per il momento non riprenderà i trasferimenti dei dublinanti. Lo scorso 12 giugno è entrato ufficialmente in vigore il Patto europeo sulle migrazioni, che sostituisce il precedente pacchetto di norme che regolava i flussi migratori, noto come Regolamento di Dublino. A differenza di quanto stabilito in precedenza, a partire dal 12 giugno 2026 i migranti sono obbligati a presentare domanda di asilo nei Paesi attraverso i quali fanno il primo ingresso nell’UE – che, di fatto, sono tutti quelli collocati lungo il confine meridionale, Italia inclusa. Allo stesso tempo, il Patto impone obblighi di solidarietà più stringenti: i Paesi che non si trovano lungo il confine sono cioè obbligati ad aiutare questi ultimi in qualche modo, anche se nella maniera che ritengono più adeguata. I ricollocamenti sono solo una delle forme possibili, ma non sono obbligatori: si può procedere anche tramite aiuti finanziari o invio di personale nelle strutture di accoglienza. Non è chiaro se gli annunci fatti dai sei Paesi riguarderanno solamente i “dublinanti” che hanno attraversato i confini dopo il 12 giugno o se la decisione verrà applicata anche a quelli precedenti. I trasferimenti verso l’Italia sono infatti bloccati dal 2022, quando il governo Meloni, a poche settimane dal suo insediamento, aveva bloccato unilateralmente la ripresa in carico dei dublinanti dichiarando che il sistema italiano non disponesse di risorse sufficienti per farsi carico di queste persone. Tuttavia, nel marzo di quest’anno, una sentenza della Corte di Giustizia UE ha dichiarato illegittima tale decisione. I singoli Stati, infatti, non possono arrogarsi il diritto di prendere autonomamente decisioni di questo tipo. D’altro canto, sin dal principio l’attuale esecutivo ha fatto propria la politica delle frontiere chiuse e dei respingimenti indiscriminati, ignorando il tema dei ricollocamenti (ovvero il trasferimento del migrante verso un altro Stato membro, che si renderebbe così responsabile della domanda di asilo). Si è trattato di una netta inversione di marcia rispetto ai governi precedenti – quali il Conte 1, che sosteneva che i ricollocamenti fossero un requisito fondamentale per una equa gestione dei flussi migratori – ed è stato ripetutamete rivendicato dal ministro Piantedosi e dall’attuale governo. Di fatto, Roma si era detta fortemente contraria il rilancio dei ricollocamenti nel Patto UE recentemente entrato in vigore – già nel 2022, il ministro dell’Interno Piantedosi aveva dichiarando che «l’Italia non potrà dare la propria adesione a soluzioni per un Patto europeo non adeguatamente bilanciato tra misure di solidarietà e di responsabilità» e che «la soluzione più seria è lavorare insieme per fermare le partenze dal nord Africa». Il governo, insomma, ha sempre puntato tutto su respingimenti e frontiere chiuse, investendo su accordi bilaterali con Paesi come la Libia e la Tunisia proprio a questo scopo. E così, anche per questo, alla fine il Patto UE prevede forme di «solidarietà obbligatoria» anzichè «ricollocamenti obbligatori». In mezzo alla bufera mediatica e politica, Meloni tira dritto. «Il nuovo Patto segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei migranti cosiddetti “Dublinanti”» ha dichiarato, in un comunicato sui propri social. «Le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso in tema di richieste di asilo e, con il rafforzamento del principio di Paese Terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati», ribadisce, insistendo sul fatto che «la priorità per l’Italia resta, in ogni caso, il contrasto all’immigrazione illegale di massa, non decidere semplicemente come distribuire i migranti in Europa». Insomma, l’obiettivo rimane quello: inseguire gli scafisti «per tutto il globo terracqueo». Poco importa se si tratta di una partita puramente politica, giocata tutta sulla pelle di chi migra: nei soli primi quattro mesi del 2026, infatti, l’innalzamento dei muri alle frontiere è risultato nell’aumento del 111% del numero di morti e dispersi in mare (821 solo da gennaio ad aprile), in quella che da anni si configura come la rotta migratoria più mortale al mondo. The post Si moltiplicano i Paesi UE che annunciano i trasferimenti di migranti verso l’Italia appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Conflitti: Gli sconfinamenti sui cieli baltici: droni russi o ucraini?
Questa è la ricostruzione dettagliata degli ultimi allarmi in Lituania, Lettonia ed Estonia. In un caso è stata bloccata un'intera capitale: parlamentari, ministri e bambini degli asili sono fuggiti nei rifugi antiaerei. Nessun rinvio a giudizio. Ma i contribuenti pagano le missioni dei caccia NATO.
August 21, 2026
PeaceLink
Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita
CENTINAIA DI PERSONE DI TANTE COMUNITÀ INDIGENE DELL’AMERICA LATINA SI SONO INCONTRATE IN MESSICO PER RICORDARE IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE IDRICHE IN CORSO, MA ANCHE LE VITTORIE RAGGIUNTE, SPESSO SMINUITE DA ISTITUZIONI E MEDIA. UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’INCONTRO E NELLE LOTTE TERRITORIALI PER L’ACQUA È QUELLO DELLE DONNE: UNA GENERAZIONE CHE HA FREQUENTATO L’UNIVERSITÀ MA NON HA INTRAPRESO LA CARRIERA ACCADEMICA, SPIEGA RAUL ZIBECHI, STA CONTRIBUENDO CON LE PROPRIE CONOSCENZE AD AZIONI DI RESISTENZA A LIVELLO COMUNITARIO Foto Asamblea Nacional por el Agua y la Vida -------------------------------------------------------------------------------- La settima Assemblea Nazionale per l’Acqua, la Vita e il Territorio (Anavi), svoltasi l’8 e il 9 agosto nella comunità Wixárika di Zitakua, a Tepic (Messico), ha visto la partecipazione di 427 adulti e 60 bambini provenienti da 18 comunità indigene e sette paesi. Ogni comunità ha espresso le proprie rimostranze, dal saccheggio delle risorse idriche e delle terre alla violenza e alle violazioni subite da coloro che le difendono. Hanno criticato aspramente il “grande progetto di riorganizzazione del territorio nazionale attraverso il Plan Mexico”, i piani idrici nazionali e regionali che offrono alle aziende forniture idriche illimitate e la possibilità di scarichi tossici da parte di industrie che trasformano i fiumi in fogne. Hanno criticato l’affermazione che il fracking sia “sostenibile”, anche sotto la maschera della sovranità energetica. I membri di Anavi non si sono fatti la minima illusione sul futuro immediato. L’industria dei data center prevede di sestuplicare la propria capacità elettrica, passando da 280 megawatt (MW) a oltre 1.500 MW entro il 2030. Ciò indica che il saccheggio delle risorse idriche crescerà esponenzialmente in ogni singolo paese dell’America Latina. I nostri territori sono diventati tele per la più brutale accumulazione capitalistica. La violenza della criminalità organizzata, collusa con le autorità e le istituzioni statali, è stata al centro delle denunce. Non è un caso che, in quasi tutti i casi, le vittime siano tra le persone e le comunità che difendono l’acqua e si oppongono al saccheggio. Gli oltre 133.000 scomparsi testimoniano la barbarie di questo sistema di morte. I membri dell’assemblea hanno anche ricordato le vittorie conseguite negli ultimi anni: il recupero della biblioteca comunale e la creazione del centro comunitario Tlamachtiloyan a San Gregorio Atlapulco, Xochimilco; La chiusura del pozzo Bonafont-Danone a San Mateo Cuanalá, Puebla; la fine del furto d’acqua tramite autocisterne a Santiago Mexquititlán; e l’occupazione dell’edificio dell’IMPI (Istituto Messicano della Proprietà Industriale) a Città del Messico e la sua trasformazione nella Casa del Popolo Samir Flores Soberanes da parte della comunità Otomi. Vorrei sollevare tre punti che – essendo questa la mia prima partecipazione all’Anavi (Assemblea Nazionale dei Popoli Indigeni) – ho appreso in questo evento e che credo influenzeranno il corso delle azioni nel prossimo futuro. Il primo riguarda il ruolo di primo piano delle donne, e in particolare di una generazione che ha frequentato l’università ma non ha intrapreso la carriera accademica, contribuendo invece con le proprie conoscenze ad azioni di resistenza a livello comunitario. Ascoltare, ad esempio, Estela Hernández Jiménez, una donna Otomi di Santiago Mexquititlán, o Argelia Betanzos, una donna mazateca di Eloxochitlán de Flores Magón, così come le giovani donne Otomi della Casa de los Pueblos o le donne Wixárika della comunità Zitakua che ci hanno accolto, ispira speranza e gioia. Sono in prima linea nella resistenza, mettendo a frutto le proprie conoscenze (Argelia è avvocata, Estela ha un dottorato in pedagogia) non per profitto personale, ma per rafforzare le proprie comunità, indicando una via opposta a quella promossa dal capitalismo e dai governi progressisti. Questa è una generazione che offre una prospettiva diversa rispetto alle precedenti, apportando nuove conoscenze a città e comunità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dei bambini e degli adolescenti. Durante i due giorni dell’incontro di Anavi, si è tenuta un’assemblea da cui sono scaturiti laboratori di serigrafia, pittura murale, creazione di libri in cartone, origami e giochi tradizionali. I ragazzi di età superiore ai 12 anni hanno esplorato la medicina tradizionale, creato filtri per l’acqua e partecipato a spettacoli come un’esibizione hip-hop degli indigeni Coca del Lago Chapala. È impossibile non ricordare Verónica, seduta tra il Capitano Marcos e il Subcomandante Moisés a Cideci, durante le sessioni di formazione a San Cristóbal de las Casas. Lei incarna quella generazione più recente che minaccia di lasciarci senza parole e sbalorditi con il suo spirito ribelle e di sfida. Questa è una delle notizie più entusiasmanti che abbiamo ricevuto negli ultimi anni, poiché ci permette di nutrire un certo ottimismo in mezzo al collasso sistemico. Il terzo punto è stato sollevato da un giovane che, durante un evento all’UNAM pochi giorni dopo, ha spiegato che la politica aveva “invaso” tutti gli spazi dell’incontro di Tepic, non limitandosi solo all’assemblea o ai cinque gruppi di lavoro, ma a ogni singolo spazio e momento di Anavi. Considero questa osservazione di grande importanza, poiché illustra come il percorso verso l’autonomia trascenda le strutture istituzionali, conferendo a tutte le attività, collettive o individuali, un carattere politico. La settima assemblea ha messo in luce il potenziale che i popoli indigeni stanno dimostrando, sia nel resistere all’espropriazione sia nel forgiare percorsi verso la dignità e l’autonomia, costruendo i propri mondi. Non è un’impresa da poco in questi tempi difficili. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Vince il movimento dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Maltempo, forti disagi nel Nord Italia e in Toscana
Il maltempo sta provocando gravi disagi in diverse regioni del Nord Italia e in Toscana, con frane, allagamenti, blackout e alberi caduti. In Valcamonica il crollo di un ponte ha imposto la chiusura della statale 42, mentre l’esondazione del torrente Vallaro ha costretto all’evacuazione di circa 70 persone. Altre 350 sono state allontanate da abitazioni e campeggi nel Bergamasco. Chiuse diverse strade in Liguria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Toscana, dove oltre 20mila fulmini hanno causato incendi e guasti elettrici. Disagi anche alla circolazione ferroviaria, sospesa su alcune tratte in Emilia-Romagna e Toscana. The post Maltempo, forti disagi nel Nord Italia e in Toscana appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Flotilla, la Turchia emette un mandato d’arresto per Netanyahu
La Turchia ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di un cittadino israeliano, Afek Moskovitch, nell’ambito dell’indagine sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. Ankara li accusa, tra l’altro, di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, aggressione, tortura, distruzione di proprietà e dirottamento. Il caso riguarda l’operazione israeliana dello scorso maggio contro circa cinquanta imbarcazioni in acque internazionali: 430 attivisti furono condotti in Israele, detenuti nel carcere di Ktziot e successivamente espulsi. Fece scalpore un video diffuso dal ministro Itamar Ben-Gvir, che mostrava alcuni fermati inginocchiati e con le mani legate. L'Indipendente
August 21, 2026
Pressenza
Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”
Codice Rosso, ammonimento, braccialetto elettronico: gli strumenti, e i limiti, della legge contro la violenza di genere. L’avvocata Tatiana Montella di Lucha y Siesta: “La chiave sono i centri antiviolenza” (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea (Torino), Tania Terrin (Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, dice: “Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza”. Spiegando poi nel dettaglio quali sono le azioni da intraprendere. Ma avverte: “Le vittime non vanno lasciate sole di fronte alla macchina processuale. E bisogna fare attenzione a non trasformare le leggi in meri adempimenti burocratici. La chiave è la rete”. Qual è il primo strumento legale a cui si può ricorrere? “Il contatto con un centro antiviolenza. Non si parla di emergenze individuale, ma di un fenomeno sistemico e strutturale di potere e controllo. Le operatrici precedono e affiancano l’azione giudiziaria, garantendo che la scelta di denunciare sia consapevole, protetta e supportata, sia economicamente che psicologicamente”. La denuncia è sempre la strada migliore? “È uno strumento fondamentale e un atto di grande coraggio. Ma non può essere un’azione isolata: il rischio di vittimizzazione secondaria e di ritorsione è alto. Serve applicare i codici di valutazione del rischio (come il S.A.R.A., cioè lo Spousal Assault Risk Assessment) e calcolare la pericolosità dell’aggressore, non solo la vulnerabilità della donna”. Quando viene applicato il Codice Rosso? “Quando serve una procedura d’urgenza, cioè nei casi più gravi. Obbliga la polizia giudiziaria a riferire subito la notizia di reato al pubblico ministero, che deve ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. È una legge che ha accelerato la macchina, ma che ha anche creato una pericolosa illusione di tutela: se il personale che svolge il colloquio non è formato sulle dinamiche della violenza di genere, rischia di diventare un mero adempimento burocratico”. Cosa cambia con la Legge sul femminicidio (181/2025) e perché la creazione di un reato autonomo? “La Legge riconosce la matrice di genere: odio, discriminazione, prevaricazione. Moltiplica gli inasprimenti penali. Ma, seppur recuperando le istanze femministe di riconoscimento simbolico, ha il limite di agire su un piano repressivo senza intervenire sulla prevenzione primaria. Un esempio lampante è la cancellazione o il depotenziamento dei percorsi educativi sulle relazioni di genere e sul rispetto nelle scuole”. Qual è il provvedimento più efficace? “L’allontanamento (con distanza minima di 500 metri dalla vittima e dai luoghi da lei frequentati), perché sposta il peso dalla vittima all’aggressore, rompe la geografia del controllo. Ma è necessario verificare che il divieto venga rispettato, l’allontanamento è il momento di massimo pericolo di escalation totale. E serve aggiungere l’attivazione obbligatoria del Piano di sicurezza personalizzato elaborato dal centro antiviolenza”. Misure di prevenzione e misure cautelari: come si differenziano? “Le prime scattano quando emergono indizi di pericolosità, sono misure di natura amministrativa. L’esempio classico è l’ammonimento del questore: la donna segnala le minacce o le persecuzioni, senza sporgere denuncia. Le misure cautelari sono provvedimenti penali, usate quando c’è un processo in corso (divieto di avvicinamento, arresti domiciliari, custodia in carcere, applicazione del braccialetto elettronico). Il giudice le applica per evitare che l’indagato scappi, che inquini le prove o per evitare la reiterazione del reato”. Basta un ammonimento per essere protette? “No, anzi. Se l’aggressore viola l’ammonimento, la donna deve ricominciare da capo. In questo lasso di tempo, che può durare settimane, la donna è esposta a un rischio altissimo di escalation. Le operatrici del Centro riconoscono il preludio a un possibile femminicidio, e spingono con forza le istituzioni a passare immediatamente alle misure cautelari”. Qual è lo scarto maggiore tra quello che la Legge prevede sulla carta e quello che accade nei tribunali? “La persistenza di stereotipi di genere in aula. Ancora oggi, condotte di controllo coercitivo vengono minimizzate come ‘litigi familiari’; e la violenza viene usata per colpevolizzare la donna. Bisogna lavorare in maniera strutturale sulla dimensione culturale e simbolica anche di chi applica la legge”. Share Post Share L'articolo Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo” proviene da Osservatorio nazionale NUDM.

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