Esposti dall’alto, messi a tacere dall’interno: i palestinesi nell’Israele in guerra
di Samah Watad e Baker Zoubi,    +972 Magazine, 19 marzo 2026.   Decenni di abbandono hanno lasciato i cittadini palestinesi di Israele indifesi di fronte ai lanci di missili, mentre la polizia arresta di chi esprime dissenso. Un palestinese ispeziona i danni fatti da un missile lanciato dall’Iran che ha colpito la città palestinese di Zarzir, nel nord di Israele, il 13 marzo 2026. (Michael Giladi/Flash90) Con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che non accenna a placarsi, il suono delle sirene è diventato una costante sia per i cittadini palestinesi che per quelli ebrei di Israele. Ma mentre gli ebrei israeliani corrono nei rifugi o nei centri di sicurezza nei pochi istanti che intercorrono tra l’allarme e l’impatto dei missili o la caduta dei frammenti dei missili intercettati, molti cittadini palestinesi si chiedono: dove possiamo andare? I rifugi e gli spazi protetti sono diventati una componente centrale del sistema di difesa civile di Israele, specialmente dopo il 7 ottobre e le successive escalation con l’Iran, che hanno esteso la minaccia dei lanci missilistici a quasi ogni parte del paese. Tuttavia, nelle comunità arabe – e persino nei quartieri arabi all’interno delle città binazionali – permangono notevoli disparità tra le protezioni fornite ai cittadini ebrei e a quelli palestinesi. Un nuovo studio condotto da due organizzazioni locali, Sikkuy– Aufoq e Injaz, mette in luce la portata di tale disparità: su 11.775 rifugi pubblici presenti in tutto il paese, solo 37 si trovano in località arabe — circa lo 0,3% — e otto di questi sono inutilizzabili. Un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno dal Controllore dello Stato israeliano ha rilevato disparità altrettanto marcate. Ciò significa che centinaia di migliaia di cittadini arabi (che costituiscono circa il 20% della popolazione israeliana) vivono in comunità prive di rifugi pubblici e sono quindi costretti a ripararsi a casa in stanze interne, corridoi o vani scala — spazi che offrono scarsa protezione dai colpi diretti o persino dalla caduta di schegge. Questa vulnerabilità non è solo una falla in tempo di guerra, ma è il risultato di decenni di pianificazione discriminatoria, di cronici sottoinvestimenti e di decisioni politiche che hanno lasciato le città arabe in gran parte al di fuori delle infrastrutture di protezione dello stato. Parte di questo divario è di natura strutturale. Una grande percentuale delle abitazioni nelle comunità palestinesi è stata costruita prima del 1992, quando le normative israeliane hanno iniziato a richiedere una stanza fortificata (nota in ebraico come “mamad”) nelle nuove costruzioni residenziali. Tuttavia, ancora oggi, i residenti palestinesi che cercano di costruire tali rifugi privati a proprie spese spesso non sono in grado di farlo a causa degli ostacoli urbanistici e burocratici presenti nelle città arabe. «Il divario in materia di protezione non è solo una questione tecnica; è anche legato alle politiche di pianificazione e costruzione», ha dichiarato a +972 Raghad Jaraisi, co-direttrice esecutiva di Sikkuy–Aufoq. «Quando vi sono restrizioni al rilascio dei permessi di costruzione e i progetti di riqualificazione urbana non procedono nelle comunità arabe, ciò incide direttamente sulla capacità delle persone di aggiungere stanze protette alle proprie abitazioni». In questo senso, il problema non è semplicemente la carenza di rifugi. È che la sicurezza stessa è stata plasmata da sistemi dai quali i cittadini palestinesi sono stati a lungo esclusi: l’assegnazione dei terreni, il rilascio dei permessi e lo sviluppo guidato dal mercato. L’anno appena trascorso ha messo in luce le profonde e fatali conseguenze di questa mancanza di protezione. Durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno tra Israele e l’Iran, un missile ha colpito un’abitazione nella città palestinese di Tamra, uccidendo due donne e due bambine. Negli ultimi anni, missili o schegge cadute in seguito a intercettazioni hanno causato vittime civili anche a Majd Al-Krum e Shefa-‘Amr‘. Forze di sicurezza e di soccorso israeliane sul luogo di un attacco con missili balistici iraniani a Tamra, nel nord di Israele, il 15 giugno 2025. (David Cohen/Flash90) In altre comunità, episodi simili hanno causato feriti e danni alle abitazioni e alle proprietà. Mercoledì scorso, un razzo di Hezbollah ha colpito un’abitazione nel villaggio settentrionale di Bi’ina, ferendo diverse persone. Due giorni dopo, un attacco missilistico iraniano ha ferito quasi 60 persone nella vicina Zarzir e causato ingenti danni. La notte successiva, delle schegge sono cadute nel villaggio di Umm Al-Ghanam, provocando l’incendio di un veicolo. Allo stesso tempo, un’altra crisi continua a tormentare la vita quotidiana dei cittadini palestinesi: la violenta criminalità organizzata. Sebbene il ritmo degli omicidi sia leggermente diminuito durante la guerra, non si è arrestato: almeno 11 palestinesi sono stati uccisi dal suo inizio. Per molti, l’epidemia di criminalità rimane una minaccia ancora più immediata della guerra stessa. La guerra ha inoltre interrotto le proteste di massa che i cittadini palestinesi avevano iniziato a organizzare contro la criminalità, poiché le restrizioni e le preoccupazioni per la sicurezza rendono molto più difficile una mobilitazione duratura. Allo stesso tempo, qualsiasi opposizione aperta alla guerra o manifestazione pubblica dell’identità palestinese continua a essere brutalmente repressa dalle autorità. In questa realtà, i cittadini palestinesi di Israele vivono sotto una doppia minaccia: la guerra che piove dal cielo e la violenza e la repressione che vengono dall’interno. Cinque rifugi per 3.000 persone I cittadini palestinesi di Israele subiscono da decenni discriminazioni, e le conseguenze di tale situazione sono ora dolorosamente evidenti in materia di sicurezza di base. In tutto il paese, molte città e villaggi palestinesi continuano a non disporre di sufficienti rifugi e spazi protetti, mentre i governi che si sono succeduti hanno compiuto scarsi sforzi per colmare in modo significativo tale lacuna. Nelle cosiddette «città miste» come Lod (o Lyd), Ramla, Jaffa, Haifa e Akka, questa disparità è ancora più marcata, talvolta visibile persino sulla stessa strada. «Quando si guarda la mappa, si vede chiaramente dove esistono i rifugi e dove non ci sono», ha dichiarato a +972 Ghassan Monayer, un attivista sociale di Ramla. «Nei quartieri ebraici ci sono rifugi pubblici, spazi protetti all’interno degli edifici e talvolta persino rifugi mobili. Nei quartieri arabi, il quadro è completamente diverso». In alcuni casi, la disuguaglianza affonda le sue radici nella storia specifica di queste città. Alcuni quartieri di Ramla, ha spiegato Monayer, erano a maggioranza palestinese anche prima del 1948. Dopo la Nakba, vi si insediarono israeliani ebrei e lo stato costruì alloggi pubblici. «In seguito, i residenti ebrei si trasferirono nei quartieri più nuovi, mentre gli arabi si insediarono in quelli più vecchi», ha affermato. «Qui il numero di alloggi è molto esiguo e alcuni versano in cattive condizioni. Certamente non sono adeguati alle dimensioni della popolazione». Altrove, la situazione è ancora più grave: interi quartieri non sono mai stati dotati di rifugi. «In un quartiere di Lod, dove vivono più di 3.000 persone, ci sono solo cinque rifugi mobili», ha affermato Monayer. «In un altro quartiere, l’unico luogo in cui le persone possono trovare riparo è la scuola, ma la distanza tra questa e la maggior parte delle abitazioni è superiore a quella che si dovrebbe percorrere durante l’allarme. «Il Comune afferma che nei quartieri della città ci sono 18 spazi protetti», ha proseguito. «Quei rifugi possono ospitare solo circa 600 persone. La domanda è semplice: e tutti gli altri? Dovrebbero aspettare per strada? A Lod e Ramla ci sono case con i tetti in metallo, case che potrebbero essere distrutte dalle schegge, [figuriamoci] da un missile. Quando la gente sente la sirena, sa che in realtà non ha alcun posto sicuro dove andare». Il sindaco di Sakhnin, Mazen Ghanayem, ha lamentato la mancanza di rifugi nella sua città araba nel nord di Israele. (Odd Anderson/AFP) I residenti hanno proposto soluzioni concrete, ma sostengono di aver ricevuto scarse risposte. «Abbiamo suggerito al Comune un’idea semplice: se non è in grado di realizzare ulteriori spazi protetti, dovrebbe incoraggiare i residenti a costruirli autonomamente. La legge consente di realizzare una stanza protetta nel proprio giardino anche senza permesso, ma le persone temono le multe o la minaccia di ordinanze di demolizione. Abbiamo chiesto: “Concedete agli abitanti uno sgravio sulle tasse comunali o qualche altro incentivo e incoraggiateli a costruire”». La mancanza di protezione è particolarmente grave nei villaggi beduini non riconosciuti situati nel  Naqab (o Negev). Nel corso di un recente dibattito alla Knesset, il deputato Walid Al-Huwashla, residente nel Naqab e membro della Lista Araba Unita (Ra’am), ha sottolineato quella che ha definito una situazione di abbandono quasi totale. Secondo lui, nei villaggi non riconosciuti e in alcuni consigli regionali della zona non esistono praticamente misure di protezione. Anche i risultati della relazione del Controllore dello Stato evidenziano la profondità del divario: in tutti i villaggi non riconosciuti del Naqab, vi sono solo 64 spazi protetti per circa 165.000 residenti. Per cercare di ovviare a questa carenza, l’organizzazione di base Standing Together ha lanciato recentemente un’iniziativa di crowdfunding e ha iniziato a installare rifugi mobili. Tuttavia, secondo una fonte del Comitato nazionale dei Presidenti delle Autorità Locali aAabe, al di là di alcune limitate discussioni incentrate sui villaggi beduini, non vi è stato alcun intervento statale globale volto ad affrontare la più ampia carenza di risorse nelle località arabe. In pratica, l’attenzione si è spostata sulla formazione di squadre locali di volontariato per le emergenze — in materia di soccorso, primo soccorso e sostegno psicologico — affinché le comunità possano reagire autonomamente in caso di attacchi. L’implicazione è chiara: in assenza di una protezione adeguata, la responsabilità della sopravvivenza viene sempre più scaricata sulle comunità stesse. Controllo del dissenso Privi di protezione da missili, razzi e schegge, i cittadini palestinesi di Israele costituiscono anche la principale opposizione all’interno del paese alla guerra con l’Iran, sostenuta da oltre il 90% dell’opinione pubblica ebraica. Ma in uno stato che tollera ben poco il dissenso, i palestinesi sanno bene che esprimersi apertamente può comportare un costo molto alto. Non esistono dati ufficiali sul numero di palestinesi arrestati o interrogati per presunti reati legati alla libertà di espressione dall’inizio della guerra con l’Iran. Tuttavia, nel corso delle ricerche condotte per questo articolo, +972 ha individuato almeno nove casi di questo tipo. Il risultato è una crescente sensazione, diffusa tra molti cittadini palestinesi, che esprimersi apertamente sia diventato più pericoloso che mai. Pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti, la polizia israeliana ha arrestato Majd Asadi, cantante lirico e attivista palestinese residente nella città a maggioranza drusa di Daliyat Al-Karmel, nei pressi di Haifa, a causa di un post sui social media in cui criticava la guerra. Nel post, Asadi aveva inquadrato la guerra come parte di una più ampia lotta geopolitica, scrivendo che essa riguardava il «controllo delle rotte marittime, delle risorse e del petrolio» e sostenendo che la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, «non rappresentava una minaccia esistenziale». Ha aggiunto: «Ho molto criticato Khamenei, ma al contempo nutro un enorme rispetto per la sua posizione intransigente nei confronti delle forze imperiali del male… Non è necessario sostenere Khamenei per comprendere che si tratta di una figura storica intransigente». La polizia disperde i manifestanti che protestano contro la guerra in piazza Habima a Tel Aviv, il 3 marzo 2026. (Flash90) Sospettato di affiliazione a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo, Asadi è stato trattenuto in custodia per due giorni prima di essere rilasciato a condizione che non pubblichi altri post sull’Iran per cinque giorni e che si impegni a presentarsi per essere interrogato qualora venisse convocato. Il suo arresto ha suscitato forti reazioni negative tra gli attivisti e le personalità pubbliche palestinesi, molti dei quali hanno considerato questo arresto una grave violazione della libertà di espressione. Ma ha anche scatenato una reazione ostile a livello locale. Rafik Halabi, presidente druso del consiglio comunale di Daliyat Al-Karmel, ha pubblicato un video (che ha successivamente cancellato a seguito delle critiche mosse dai palestinesi che lo hanno giudicato settario e codardo) in cui denunciava Asadi e metteva in guardia dall’«accogliere estranei» nella località. Da allora, Asadi ha scritto di aver parlato con Halabi e di volerlo incontrare nei prossimi giorni per discutere dell’accaduto. I familiari di Asadi hanno riferito che le ripercussioni sono andate ben oltre l’arresto stesso. La madre di Asadi ha ricevuto minacce e ha dovuto lasciare temporaneamente la propria abitazione. Sui social media e all’interno della città, il caso ha alimentato un acceso dibattito pubblico, con accuse e richieste rivolte alla famiglia. La detenzione di Asadi fa seguito a una serie di arresti di cittadini palestinesi di Israele a seguito di post sui social media, in particolare a partire dal 7 ottobre. Solo di recente, Abdel Rahim Haj Yahya, un influencer sui social media di Tayibe, è stato rilasciato dopo aver scontato 27 mesi di carcere per dei post che, secondo le autorità, sostenevano Hamas. L’ultimo arresto è avvenuto oggi, quando Raed Salah, un importante leader palestinese in Israele ed ex capo del Movimento Islamico del Nord, ora dichiarato fuorilegge, è stato arrestato mentre faceva visita ad alcuni conoscenti a Shuafat, a Gerusalemme Est. È stato rilasciato nel giro di poche ore, ma la polizia non ha fornito alcuna spiegazione pubblica, alimentando così la sensazione generale di arbitrarietà nell’applicazione della legge. In un altro caso, il 5 marzo, una donna palestinese nella città settentrionale di Harish è stata arrestata dopo che la polizia aveva trovato una bandiera palestinese nella sua abitazione. Tutto è iniziato con un post di routine pubblicato in un gruppo della comunità in cui cercava un terapeuta di lingua araba per suo figlio; altri residenti hanno esaminato il suo profilo, hanno trovato una vecchia foto in cui lei reggeva una bandiera palestinese e l’hanno denunciata. «Hanno raccolto ulteriori informazioni su di me e hanno manifestato davanti a casa mia, e a un certo punto qualcuno ha presentato una denuncia contro di me [affermando che] sono una terrorista», ha raccontato a +972, chiedendo di rimanere anonima per timore di ulteriori attacchi. «Pensavo che questo tipo di persecuzione fosse riservato solo a persone molto attive politicamente», ha aggiunto. «Ora basta anche solo un semplice commento». La polizia l’ha ammanettata e l’ha condotta in centrale per interrogarla; lì, come ha raccontato, è stata costretta a calpestare una bandiera palestinese e a posare per delle foto davanti a una bandiera israeliana, prima di essere rilasciata più tardi quella stessa notte. Nella prima settimana di marzo, cinque cittadini palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di aver dipinto con vernice spray una bandiera palestinese su un edificio comunale; tutti sono stati rilasciati lo stesso giorno per mancanza di prove. La settimana successiva, il 12 marzo, anche Mohammed Sakallah — figlio di un consigliere comunale di Lod — è stato arrestato con accuse simili. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir si è unito a decine di agenti di polizia e a una troupe televisiva mentre facevano irruzione nella sua casa. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sul luogo in cui un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito Tel Aviv durante la notte, causando gravi danni, 1° marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) Sakallah è stato rilasciato e posto agli arresti domiciliari il giorno seguente, e molti residenti palestinesi di Lod hanno interpretato il suo arresto come una dimostrazione di forza volta a intimidire la comunità e a scoraggiare anche la minima espressione politica. Per i cittadini palestinesi di Israele, l’inasprimento della repressione potrebbe indicare un cambiamento più profondo. Hassan Jabareen, direttore del centro legale palestinese Adalah con sede ad Haifa, ha affermato che lo spazio già limitato alla libertà di espressione si è ulteriormente ridotto dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023. «In passato, i palestinesi all’interno di Israele si consideravano cittadini di seconda classe, e tale consapevolezza alimentava la lotta per l’uguaglianza», ha affermato. «Ma dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, molti ora ritengono di non essere affatto trattati come cittadini. Ecco perché le persone sono diventate molto più caute». Tale cambiamento, ha spiegato, è strettamente legato all’azione di polizia sempre più aggressiva messa in atto in tempo di guerra sotto Ben Gvir. «Oggi il nemico non è più solo rappresentato dai cittadini arabi, ma sempre più da chiunque si opponga al governo. In pratica, anche la sinistra ebraica israeliana è diventata un bersaglio». L’altra emergenza Come hanno osservato attivisti e giornalisti locali, questi arresti avvengono in un momento in cui i cittadini palestinesi di Israele stanno affrontando un’ondata senza precedenti di crimini violenti. Sembra, in altre parole, che la polizia sia più preoccupata dei post online che degli autori di omicidi.   L’8 marzo, Ahmad Nassar, sindaco della città settentrionale di Arraba, è rimasto ferito in una sparatoria avvenuta all’interno di un panificio locale; anche il dottor Anwar Yassin, presidente del comitato popolare della città, è rimasto ferito. Per Rawyah Handaqlu, avvocata palestinese e fondatrice di Eilaf – Centro per la Promozione della Sicurezza nella Società Araba, questo attacco ha segnato una pericolosa svolta. «Il tentato omicidio del sindaco di Arraba rappresenta una grave escalation, ma purtroppo non è un evento isolato», ha dichiarato a +972. «Quando la criminalità raggiunge questo livello, non minaccia più solo la vita dei singoli individui; danneggia il tessuto sociale e mina la democrazia locale creando un clima di paura che può dissuadere le persone dal dedicarsi al servizio pubblico e alla leadership». Il 16 marzo, tre persone sono state uccise in tre distinti episodi di violenza: un uomo sulla trentina è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tira; un altro uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Umm Al-Fahm; e un motociclista ventenne è stato ucciso a Ramla. Questa sequenza di eventi suggerisce che l’eventuale breve tregua seguita allo scoppio della guerra potrebbe già essere in via di esaurimento. Sebbene sia troppo presto per trarre conclusioni definitive, il ritorno di omicidi multipli in un solo giorno ha rafforzato i timori che le condizioni di guerra possano creare ancora più spazio per la violenza criminale, poiché l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta sul fronte militare e le risorse della polizia sono impegnate altrove. In tal senso, la guerra non ha sostituito un’emergenza con un’altra, ma le ha semplicemente sovrapposte l’una all’altra. Ciò che preoccupa molti nella società araba è la sensazione che la mancanza di protezione — sia dalla violenza criminale che dagli attacchi missilistici — non sia un problema di bilancio. Lo stato, ritengono, dispone degli strumenti per affrontare tali questioni; ciò che manca è la volontà politica. Tuttavia, sotto l’attuale leadership israeliana, e mentre la cosiddetta opposizione incita all’odio contro i cittadini palestinesi, vi sono poche speranze che la situazione possa cambiare. In collaborazione con LOCAL CALL Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali. Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele, residente nel villaggio di Kufr Maser, nella Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per testate giornalistiche arabe locali, per poi assumere il ruolo di redattore capo presso la piattaforma di informazione Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 è collaboratore di Local Call e +972 Magazine, pur continuando a lavorare come redattore part-time presso Bokra e pubblicando articoli di opinione su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico, collabora con diverse istituzioni su progetti di traduzione e revisione di testi e occasionalmente cura programmi televisivi. Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad. https://www.972mag.com/exposed-silenced-palestinians-wartime-israel Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 20, 2026
Assopace Palestina
Una guerra senza vittoria: quali potrebbero essere le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran
Le sirene ululano nelle città, i missili solcano il cielo notturno, i droni ronzano sopra le nostre teste e il fumo si alza dagli edifici in rovina. Le telecamere riprendono le scie luminose dei razzi nel cielo, che a volte sembrano fuochi d’artificio agli occhi di chi osserva da lontano. Eppure, dietro quelle immagini drammatiche si nasconde una realtà cupa: la distruzione di vite umane, di città e dell’idea stessa di progresso che il 21° secolo pretende di rappresentare. Il confronto in corso che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation. Gli scambi di missili e droni sono diventati frequenti e la pressione psicologica causata da allarmi e bombardamenti costanti è entrata a far parte della vita quotidiana dei civili. Il costo umano – bambini che piangono, famiglie spaventate che si precipitano nei rifugi e città che vivono all’ombra dell’incertezza – ci ricorda che la guerra moderna, nonostante la sua tecnologia avanzata, produce ancora la stessa antica tragedia. Nelle ultime settimane si è inasprita anche la retorica politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e altri leader americani hanno lanciato severi moniti e minacce con l’intento di costringere l’Iran alla resa. Tuttavia, anziché fare marcia indietro, l’Iran sembra aver irrigidito la propria posizione. Le informazioni disponibili indicano che gli attacchi missilistici iraniani si sono estesi a diverse città israeliane, mettendo a dura prova i sistemi di difesa aerea di Israele. Anche le reti di difesa missilistica più sofisticate incontrano dei limiti quando devono affrontare attacchi prolungati e su larga scala. Ciò solleva una questione fondamentale sulla natura della guerra moderna: se nessuna delle due parti è disposta ad arrendersi, cosa significa in realtà “vittoria”? Da tempo Israele fa affidamento sulla propria superiorità tecnologica e sul forte sostegno occidentale per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, un conflitto prolungato esercita un’enorme pressione su qualsiasi paese, indipendentemente dalla sua potenza militare. Se la guerra dovesse protrarsi e il sostegno esterno diventasse incerto, Israele potrebbe trovarsi ad affrontare gravi sfide strategiche ed economiche. D’altra parte, anche l’Iran sta correndo un rischio enorme. Un confronto prolungato sia con Israele che con gli Stati Uniti potrebbe esporlo a una devastante rappresaglia militare e a gravi conseguenze economiche. La strategia dell’Iran sembra basarsi sulla resilienza: assorbire la pressione continuando a dimostrare che non può essere facilmente costretto alla resa. La prospettiva più spaventosa in questo conflitto è l’escalation a livello nucleare. Se la guerra dovesse arrivare al punto in cui si prendesse anche solo in considerazione l’uso di armi nucleari o radioattive, le conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. La distruzione anche di una sola grande città provocherebbe crisi umanitarie, politiche e ambientali che potrebbero protrarsi per generazioni. Un altro scenario possibile è il ritiro degli americani. Se gli Stati Uniti decidessero che i costi del conflitto superano i benefici strategici e si ritirassero dal coinvolgimento diretto, Israele potrebbe trovarsi in una posizione molto più vulnerabile. Un simile sviluppo ridisegnerebbe gli equilibri strategici in Medio Oriente. Allo stesso tempo, una guerra prolungata potrebbe imporre pesanti oneri finanziari e politici agli stessi Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno già dimostrato come i conflitti di lunga durata possano mettere a dura prova anche la più grande economia e potenza militare del mondo. Un nuovo e prolungato confronto in Medio Oriente potrebbe aggravare le divisioni interne e accelerare i dibattiti sul ruolo globale dell’America. In definitiva, questo conflitto potrebbe non avere un chiaro vincitore sul piano militare. Potrebbe invece trasformare il panorama geopolitico della regione e forse segnare un cambiamento nelle dinamiche di potere globali. Le vere vittime, tuttavia, rimarranno le persone comuni: coloro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro in una guerra alimentata da ambizioni politiche e calcoli strategici. La storia dimostra ripetutamente che le guerre iniziano con il linguaggio della vittoria, ma spesso finiscono con la realtà dell’esaurimento. La domanda urgente oggi non è chi si arrenderà, ma se i leader mondiali troveranno la saggezza necessaria per prevenire una catastrofe che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente – e l’ordine globale – per i decenni a venire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Irshad Ahmad Mughal
March 20, 2026
Pressenza
No Kings: 27-28 marzo, a Roma la due giorni contro i re e le loro guerre
Concerto e corteo in contemporanea con UK, Usa e altri Paesi esteri. Dagli artisti No Kings alla Marcia degli Invisibili fino alla sfilata dei cori di Roma: il programma completo e le info logistiche Ai nastri di partenza la due giorni di mobilitazione globale contro i re e le loro guerre indetta dal Movimento No Kings Italia a Roma, il 27 e 28 marzo con un concerto gratuito, venerdì 27 dalle ore 15:30 alla Città dell’Altra Economia, e un corteo nazionale, che partirà alle ore 14 da Piazza della Repubblica e arriverà a Piazza San Giovanni, e per il quale si stanno organizzando centinaia di autobus da tutta Italia. L’iniziativa avrà un respiro internazionale tant’è che si svolgerà in contemporanea con Together, l’evento omonimo lanciato dagli artisti del Regno Unito con un mega-concerto a Londra, e il No Kings Day negli Usa. Parole d’ordine della piattaforma politica: fermare le politiche belliciste in Italia e in Europa e la svolta autoritaria del Governo Meloni e delle destre globali. E ancora: alimentare nelle persone il desiderio di riscatto, la rivalsa necessaria a ricostruire una società più giusta, fondata su un’economia di Pace, sulla tutela dei diritti, ambiente e Beni Comuni e sul prendersi cura della nostra democrazia ferita. Accessibilità – Fiore all’occhiello della due giorni sarà l’impegno a renderla il più possibile accessibile per le persone diversamente abili e con fragilità, grazie alla collaborazione con il Disability Pride. Il 27 marzo l’area del concerto non solo sarà accessibile per le persone con carrozzina ma prevederà sul palco l’interpretazione LIS per le persone non udenti. Il 28 marzo per il corteo, oltre all’interpretazione LIS per gli interventi dal camion-palco, sarà prevista una zona safe con un’auto lungo il percorso, a sostegno, all’occorrenza, anche di persone anziane e famiglie con bambini piccoli. Il programma: si balla e si lotta. Il concertone gratuito del 27/03 – La due giorni inizierà venerdì 27/03 con il concertone gratuito alla Città dell’Altra Economia (Ingresso: Largo Dino Frisullo, a Testaccio), che inizierà alle ore 15:30 e finirà a mezzanotte: sei ore di line up, che vedranno salire sul palco circa 50 artiste e artisti, tra musicisti, attori, comici e performers, tra cui Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Gemitaiz, Sabina Guzzanti e Ascanio Celestini. Ecco l’elenco completo: Africa Unite, Assalti Frontali, Briga, Eugenio Cesaro (From Eugenio in via Di Gioia), Danno & Craim, Frenetik & Orange, Gemitaiz, Giancane, Giulia Anania, Giulia Mei, Inoki, Modena City Ramblers, Resistenza Sonora, Willie Peyote, Fucksia, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini, Federica Sabatini, Giacomo Stallone, Edoardo Purgatori, Anna Castiglia, Bandabardò, Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Dutch Nazari, Erica Mou, Espana Circo Este, Mannarino, Pop X, Rancore, Ester Pantano, Laika, Daniele Collu, Il Muro del Canto, El Partido. Sostieni il concertone No Kings – Il concerto sarà gratuito ed autofinanziato, è frutto di un percorso di convergenza collettivo ed è a disposizione di un progetto politico per un mondo nuovo, più giusto. Per questo abbiamo lanciato un crowfunding per chiedere a chi vuole farne parte di partecipare con un contributo. Qui il link per donare. Informazioni logistiche per il concerto: all’interno dell’area sarà possibile mangiare e bere. Per motivi di sicurezza, non sarà possibile introdurre bottiglie di vetro né entrare con cani, nemmeno al guinzaglio. Come arrivare con i mezzi pubblici. Da Termini: Metro B fermata Piramide/Stazione ferroviaria Ostiense FL1, FL3, FL5/Bus 170, 719, 781, 96, 775. Il corteo del 28/03: appuntamento il giorno dopo, sabato 28 marzo, alle ore 14 a Piazza della Repubblica per il corteo che arriverà a Piazza San Giovanni. Diversi gli spezzoni, colorati, festosi, suggestivi, che rappresenteranno la pluralità delle oltre 700 sigle coinvolte (scopri chi siamo qui). Alle ore 12 davanti dalla fermata Colosseo della metro B ci s’incontra per partecipare alla Marcia degli Invisibili (per adesioni: marciadegliinvisibili@gmail.com) organizzata dal Movimento Antirazzista: una sfilata di fantasmi, a simboleggiare i migranti morti in mare o che vedono i loro diritti negati, che poi convergerà nel corteo No Kings. Tra le altre iniziative, prevista anche una “fiumana di cori” organizzata da direttrici di coro, gruppi vocali, popolari, studenteschi, indipendenti che alzeranno le loro voci durante contro i re e le loro guerre. Percorso del corteo e info logistiche: partenza alle ore 14 da Piazza della Repubblica, viale Luigi Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza di Santa Maria Maggiore, Via Merulana, Piazza di Porta San Giovanni. Arrivo dei pullman ad Anagnina (metro A). Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
[2026-03-25] presentazione libro "CASE MORTE" con Geraldina Colotti @ CSOA Forte Prenestino
PRESENTAZIONE LIBRO "CASE MORTE" CON GERALDINA COLOTTI CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (mercoledì, 25 marzo 19:30) CSOA Forte Prenestino MERCOLEDì 25 MARZO 2026 Forte Infoshop & Sala da The inTHErferenze dalle ore 19:30 "CASE MORTE" di Miguel Otero Da Silva (Argolibri 2025) presentazione del romanzo insieme a Geraldina Colotti (che ne ha curato la traduzione) con un approfondimento sulla situazione in Venezuela e a Cuba ... Mentre gli USA riaprono i giochi con Caracas e il Nobel incorona la dissidenza compatibile, giunge ad aprire una nuova collana un classico della letteratura venezuelana: Case morte di Miguel Otero Silva, il romanzo che raccontò la povertà petrolifera e la dignità venezuelana prima che il mondo imparasse a voltarsi dall’altra parte. https://www.argonline.it/prodotto/case-morte-miguel-otero-silva/ … «Una casa senza porte né tetto è più commovente di un cadavere»: con queste parole, uno studente universitario, deportato come prigioniero politico, riflette ad alta voce su quello che osserva dal finestrino di un autobus che lo conduce ai lavori forzati. Il paesaggio che scorre davanti ai suoi occhi è quello degli Llanos del Venezuela, l’immensa pianura erbosa che un secolo prima aveva affascinato Alexander von Humboldt, portandolo a codificare per la prima volta il sublime orizzontale del paesaggio americano. Ma quel che colpisce lo studente non è la natura della savana, bensì lo stato di abbandono dei villaggi e delle città disseminati in quello spazio. L’autobus è appena arrivato a Ortiz, antica capitale dello stato di Guárico, la cui popolazione è stata decimata dalle malattie e dall’incuria. […] Risulta molto difficile non pensare, leggendo le descrizioni che Otero Silva fa di Ortiz, alle città immaginarie per cui la letteratura ispanoamericana è divenuta celebre: la Macondo di García Márquez e la Santa María di Onetti, figlie spurie della Yoknapatawpha di William Faulkner. Eppure la Ortiz di Otero Silva non è immaginaria, neanche nel nome, esiste davvero e continua ad esistere, nonostante tutto. Dall’Introduzione di Amanda Salvioni Miguel Otero Silva (1908-1985) è stato uno scrittore, poeta, giornalista e attivista politico venezuelano. Figura centrale della letteratura latinoamericana del XX secolo, ha concepito la sua opera come un potente strumento di critica sociale e politica, caratterizzata da un realismo lirico e straniato. Fu uno degli esponenti di spicco della Generazione del ’28, gruppo di studenti universitari che contrastarono apertamente la dittatura di Juan Vicente Gómez, appartenenza che gli costò l’arresto e l’esilio. Tornato in patria soltanto dopo il 1940, divenne un intellettuale di spicco nella società venezuelana, fondò il quotidiano El Nacional e svolse un ruolo fondamentale nel rovesciamento del dittatore Marco Pérez Jimenez. Ammirato da Gabriel Garcia Marquez, legato da amicizia e stima a Pablo Neruda che ne riconobbe la grande forza narrativa Otero Silva è stato e continua ad essere un autore di riferimento per i grandi narratori dell’America Latina. Tra i suoi romanzi più importanti, che hanno immortalato momenti cruciali della storia venezuelana, figurano: Fiebre (1939), Casas muertas (1955), Oficina N° 1 (1961) e Lope de Aguirre, principe de la libertad (1979). https://forteprenestino.net/attivita/infoshop/3603-case-morte
March 20, 2026
Gancio de Roma
CASE MORTE
MERCOLEDì 25 MARZO 2026 Forte Infoshop & Sala da The inTHErferenze dalle ore 19:30: "CASE MORTE" di Miguel Otero Da Silva (Argolibri 2025) Presentazione del romanzo insieme a Geraldina Colotti (che ne ha curato la traduzione) con un approfondimento sulla situazione in Venezuela e a Cuba
Iran. La Svizzera ‘neutrale’ blocca l’export di armi agli USA
Stop all’invio di armi agli Stati Uniti, nazione impegnata nella guerra contro l’Iran: lo ha stabilito il Consiglio federale, che ha stabilito l’interruzione alle esportazioni di tutti gli armamenti e componenti belliche verso quel Paese, facendo appello al “principio di neutralità” e alla legge che regolamenta l’export di suddetti materiali. Il governo di Berna, stando ai media locali, ha dichiarato: “Al momento non è possibile autorizzare esportazioni di materiale bellico verso gli Stati Uniti, in virtù della loro implicazione in un conflitto armato internazionale”. Dal 28 febbraio, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno avviato l’offensiva sull’Iran, non si registrano vendite di armi agli Stati Uniti, che hanno anche chiesto – senza successo – l’autorizzazione a utilizzare lo spazio aereo svizzero. Quanto alle autorizzazioni già concesse, è stato chiarito che non comprendono quel tipo di materiali. Con Israele e Iran, la Repubblica elvetica da anni ha interrotto l’export di armamenti, come ha tenuto a chiarire l’esecutivo. Agenzia DIRE
March 20, 2026
Pressenza
La più grande Flotilla di Pace mai vista. Parte da Livorno la prima barca
Una flotta di 100 barche per rompere l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele e per fermare il genocidio ancora in corso, seppur molto meno narrato dai mass media. E’ questo il grande obiettivo di Global Sumud Flotilla e che Thousand Madleens Flotilla e Freedom Flotilla Coalition hanno deciso di affiancare per creare la flotta umanitaria, internazionale e internazionalista più grande che si sia mai vista! L’altro ieri si é parlato anche di questo al Teatrofficina Refugio con Toni La Piccirella (già imbarcato la scorsa missione e membro dello steering commeetee di Global Sumud Flotilla) all’assemblea pubblica di lancio della manifestazione di domenica 22 marzo in sostegno della nuova missione verso Gaza e della barca che partirà da Livorno in quella data per unirsi in Sicilia alle altre imbarcazioni delle Flotille. E’ stato un lavoro di rete tra tante realtà, iniziato mesi fa e che non finirà con domenica, ma proseguirà per tutta la durata della missione, in partenza intorno al 25 aprile dalle coste italiane per essere in prossimità di Gaza circa due settimane dopo, consapevoli che il supporto delle persone e delle realtà che lavorano sul territorio sono la vera forza della missione. Consapevoli che la necessità di coordinarsi non finisce in Palestina ma inizia con ogni guerra in cui direttamente o indirettamente viene coinvolta la comunità nazionale e internazionale. Per questo, Global movement to Gaza, Gruppo Autonomo Portuali, USB, Ex Caserma, Teatrofficina Refugio, la Flotilla di terra, ATTAC, Scuola di Carta, ass Livorno Palestina, mo-wan, il coordinamento antimilitarista, Pisa per la Palestina, il Collettivo di fabbrica GKN e altre realtà si sono impegnate per organizzare la partenza di questa prima barca della Flotilla, in contemporanea ad un altra che partirà da Ancona: per questo si delinea un evento di portata nazionale e dal respiro internazionale. Programma della manifestazione: concentramento alle 10.30 in piazza Luigi Orlando, interventi introduttivi, corteo lungo mare fino a Terrazza Mascagni dove poi si fermerà per altri interventi tra cui quelli di attivist* internazionali dall’Australia alla Palestina, in chiusura ci saranno dei musicisti che si esibiranno mentre la barca partirà in un clima di festa, speranza e tanta determinazione. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
PRATO: 4 ARRESTI PER CAPORALATO IN UNA AZIENDA FORNITRICE DI “PIAZZA ITALIA” NEL DISTRETTO DEL TESSILE
Quattro misure cautelari per altrettanti caporali che risultano essere fornitori di capi di abbigliamento per Piazza Italia, brand con punti vendita in franchising diffusi in tutta Italia. Le indagini della Procura di Prato proseguono con questo filone rispetto allo sfruttamento del lavoro e l’intermediazione illecita compiuti da aziende che costringono i loro dipendenti a ritmi disumani. Il Gip ha disposto gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico per i 4, che fanno parte tutti dello stesso nucleo famigliare. Un commento da parte di Arturo, del sindacato di base Sudd Cobas attivo nelle lotte per la dignità nel lavoro nel distretto tessile di Prato.  Ascolta o scarica  
March 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Per una ricognizione sulle basi straniere in Italia
di Carlo Tombola (ripreso da gliasinirivista.org). A seguire «C’è poco da ridere eppure…», una breve nota della “bottega” Disegno di Armin Greder tratto da Noi e loro (Else edizioni 2019) Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova (www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti

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