Un ricordo di Pietro Garganoimg
Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del
quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e
studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la
pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana,
opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il
precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al
Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel
testo.
* * *
Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre
cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha
presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova
Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne
abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della
musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo.
Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di
Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche?
De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era
computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le
scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo
c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo
alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro
in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo
importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un
tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un
ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci
sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così
via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché
alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un
tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché
poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono
rivelate tali.
È stata una scelta delicata…
Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella
cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un
rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani,
Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone
di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è
stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se
generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era
una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi
non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo
protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte.
Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop.
Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi
da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è
un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa
straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano
abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli.
Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole?
Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più
francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un
doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come
quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma
d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà
occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da
quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che
potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un
materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli
anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un
grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per
Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri.
Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione
della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli.
L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto
riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più
che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i
campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si
sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di
canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza
senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di
sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che
voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla
Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più
importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che
cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo
le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi
la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un
tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52,
quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano.
Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche
con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il
Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore
da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi,
puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche
autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle
canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un
settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo
Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la
televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia,
otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata,
per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto
che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei
giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria…
È possibile individuare il più grande tra gli interpreti?
Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al
giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso,
cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui
interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un
posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del
sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della
voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e
rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati,
la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile.
Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale,
Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche
Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche
Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i
luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che
quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani,
terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono
stati Bruni e Roberto Murolo.
Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione…
È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove
avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto
che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il
canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel
tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con
Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità
di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna,
che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare.
“Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel
’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni
pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli
allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti.
Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse
gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse.
Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano.
nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume)
Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene
attribuita l’attenzione che meriterebbero.
Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone
napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi
costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed
essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo
successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una
rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in
cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il
sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello,
gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna
brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad
avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di
canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel
fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno
importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la
teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica.
Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si
stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia
Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti
napoletane…
Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali.
Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi
le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di
Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente,
anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante
o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra
Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì
ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela
Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio.
Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra.
Che opinione hai della sceneggiata?
Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per
salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta.
Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di
successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo
sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a
leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va
contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la
gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della
sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche
durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri
quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di
Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna
Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo.
Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più
importante della tradizione femminile.
Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una
buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi
valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il
programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di
volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori –
ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni
dieci metri.
In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel
costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti?
Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante
costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le
persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace
ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista
non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti,
che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa
dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del
personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi
lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo
rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non
si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!»,
facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione
di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio
massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con
gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti
ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di
Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno.
È stato un lavoro molto travagliato…
L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui
richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia
molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di
quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da
un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa
“fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche
lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il
partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a
quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo
messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni
pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano
addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il
giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa
cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)