Incendi. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune
I LUOGHI CHE OGNI ANNO PERDIAMO UN PO’ DI PIÙ A CAUSA DELLE CATASTROFI NATURALI SONO SPAZI CHE NON TORNERANNO PIÙ. Tania López García su El Salto Nei primi mesi della pandemia, quando la paura, l’incredulità e l’angoscia dominavano la quotidianità, la foresta era l’unico luogo in cui era permesso uscire a fare una passeggiata. Data la sua vastità, era l’unico spazio pubblico in cui si poteva ancora circolare con una certa libertà. L’unico requisito era non essere malati e, ovviamente, avere con sé una mascherina nel caso in cui si fosse incontrata qualcuno durante il percorso. Quella primavera del 2020 ho camminato da sola o in compagnia lungo sentieri diversi, incontrando vicini a cui potevo solo salutare da lontano. Lì, tra gli alberi, riuscivo a liberarmi dal peso di rimanere rinchiusa in casa. Tutto sembrava fiorire al di là del silenzio o del frastuono che potevamo fare noi. Più splendente ai miei occhi, forse, perché c’era spazio sufficiente nelle nostre vite per il silenzio e per l’osservazione. La vita vegetale sembrava fiorire con maggiore libertà, seguendo il proprio corso, anche se nel bel mezzo della catastrofe. Oggi quel bosco non esiste più. O non esiste più come allora, con il suo brusio caratteristico, quello che a volte attraversavamo senza accorgercene, perché le fiamme degli incendi di Burgohondo e San Martín de Valdeiglesias lo hanno spazzato via. In questo testo non parlerò dell’indifferenza nei confronti del cambiamento climatico, né della mancanza di interesse politico per l’ambiente forestale, se non a fini di mero sfruttamento, poiché si tratta di temi che meritano un’analisi a sé stante. Ciò che mi interessa è la scomparsa di un luogo. Dalla crisi del Covid-19, gli spazi in cui possiamo stare senza che ci venga richiesta una contropartita economica in cambio sono sempre più rari, tanto che a volte torniamo nelle nostre stanze o nelle nostre case in affitto alla ricerca di un po’ di pace senza dover pagare di più, o semplicemente perché non abbiamo altre opzioni, come se fossimo ancora in confinamento. Il bosco, tuttavia, rimane un ambiente in cui stare senza alcun problema. Il bosco non è solo il bosco. È uno spazio comune, un luogo che in molte occasioni risulta frammentato e tagliato da riserve di caccia private — il 72% della superficie boschiva è di proprietà privata secondo i dati dell’Ordine degli Ingegneri Forestali —, e il terreno che possiamo occupare liberamente si è ridotto poco a poco, in parte a causa di questi mega-incendi. Silvia Federici, in *Calibano e la strega*, spiega come la recinzione dei terreni comunali nell’Inghilterra del XVI e XVII secolo non sia stata solo una spoliazione economica, ma il modo in cui il capitalismo nascente ha concentrato nelle mani di pochi ciò che prima apparteneva a tutti, impoverendo sia il bene comune sia l’individuo che da esso dipendeva. Lo storico Peter Linebaugh, che ha lavorato insieme a Federici proprio in quegli stessi circoli di pensiero sui beni comuni, è andato oltre e ha dedicato un intero libro alla foresta come caso concreto: in *La Magna Carta della foresta* ricorda che nell’Inghilterra medievale esisteva una carta parallela alla Magna Carta, la Carta della Foresta, che garantiva ai contadini il diritto di raccogliere legna, pascolare gli animali o cacciare sui terreni comunali. Quel diritto fu proprio uno dei primi a scomparire con la recinzione dei terreni, secoli prima che si parlasse della proprietà privata come di qualcosa di naturale o indiscutibile. Ora, tuttavia, quello spazio sta scomparendo nuovamente su scala globale. I grandi incendi che stanno devastando Spagna, Francia, Canada o Italia producono immagini che non riusciamo più a distinguere l’una dall’altra, come se il fuoco cancellasse anche i confini tra i paesi che divora. Tutte queste immagini risuonano allo stesso modo perché, di fronte al fuoco, siamo tutti uguali. Di fronte a ciò ci resta solo un’alternativa: o puntiamo sulla ricostruzione e sulla cura delle foreste e degli spazi naturali, oppure accettiamo il nulla. Abbiamo a malapena diritto a una casa propria, ma sempre meno possiamo occupare uno spazio comune che ci serva da rifugio, che diventi un luogo di espressione e di convivenza reciproca, in cui relazionarci con gli altri. In quel «altri» includo sia le persone che gli animali e le piante. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune. I luoghi che ogni anno perdiamo un po’ di più a causa delle catastrofi naturali sono spazi che non torneranno più. Sia perché fa troppo caldo per stare all’aperto, a causa dei pericoli delle pandemie, delle guerre, dell’ostilità di politiche che danno priorità solo al profitto economico, sia a causa delle catastrofi naturali come le inondazioni, gli incendi o gli squilibri atmosferici che subiamo con crescente intensità, il nostro spazio si restringe, come se avessimo perso il diritto di occuparlo, come se avessimo dimenticato il potere che si nasconde nei luoghi abitati da tutti, in cui tutti abbiamo spazio, in cui tutti possiamo partecipare e a cui tutti apparteniamo. Perché se la foresta non appartiene a nessuno, appartiene a tutti noi; forse in essa troveremo un’altra casa da proteggere e custodire. The post Incendi. 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July 27, 2026
Popoff Quotidiano
Mamdani non può arrestare Netanyahu. Ma può comunque far male a Israele
I LEGAMI TRA NEW YORK CITY E ISRAELE VANNO BEN OLTRE LA FIGURA DI UN SINGOLO UOMO, E CI SONO MISURE CONCRETE CHE MAMDANI PUÒ ADOTTARE PER SPEZZARE TALI LEGAMI Tariq Kenney Shawa su The Nation In qualità di palestinese-americano cresciuto a New York, è difficile descrivere quanto sia edificante — e, onestamente, surreale — sentire il sindaco della mia città natale parlare dei palestinesi come se le nostre vite avessero un valore intrinseco. Bisogna ammettere che l’asticella è estremamente bassa. Per decenni, i politici newyorkesi hanno trattato i palestinesi, nella migliore delle ipotesi, come un fastidio, mentre gareggiavano spudoratamente per dimostrare una fedeltà sempre maggiore a Israele. In questo contesto, il rifiuto del sindaco Zohran Mamdani di dimenticare la Palestina rappresenta una vera e propria svolta. Questa settimana ha dichiarato davanti alle telecamere che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra genocida che non è il benvenuto a New York City — anche se a quelle parole è seguita l’ammissione che, nonostante i desideri di Mamdani, egli non ha l’autorità indipendente, in qualità di sindaco, di arrestare Netanyahu per quei crimini qualora questi dovesse mai mettere piede in città. Naturalmente, è sempre stato dubbio che un sindaco di New York possedesse l’autorità di ordinare l’arresto di un leader straniero in carica, in particolare uno la cui impunità è così profondamente garantita da Washington. Ancor prima che Mamdani entrasse in carica, esperti legali avevano avvertito che la sua promessa elettorale di arrestare Netanyahu si sarebbe scontrata frontalmente con i limiti costituzionali del potere municipale. Ciò non significa che l’impegno fosse privo di valore. Ha posto il diritto internazionale come standard da seguire e ha contribuito a portare la criminalità di Netanyahu e le prospettive di una più ampia assunzione di responsabilità al centro del dibattito politico mainstream. Ha creato un netto contrasto con il principale rivale di Mamdani, l’ex governatore Andrew Cuomo, che è entrato a far parte del team legale di Netanyahu dopo che la Corte penale internazionale aveva emesso un mandato di arresto nei confronti del primo ministro. E ha dimostrato che la deferenza rituale nei confronti di Israele non è più un principio non negoziabile della politica statunitense. Ecco il sindaco di New York City, la città più sionista dal punto di vista istituzionale e demografico al di fuori di Tel Aviv, che descriveva apertamente il primo ministro israeliano con gli stessi termini che i palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani, le istituzioni giuridiche internazionali e gran parte del mondo utilizzano da anni. A giudicare dalla reazione al video di Mamdani di questa settimana, c’è un forte desiderio di questo tipo di chiarezza morale: al momento della stesura di questo articolo, il video di Mamdani aveva raccolto oltre 90 milioni di visualizzazioni su Twitter e 9 milioni di “mi piace” su Instagram, con un numero in continua crescita. Eppure, mentre le lodi per il video inondavano i feed dei social media, l’euforia iniziale ha lasciato il posto a un familiare disagio: ancora una volta, la retorica stava eclissando l’azione concreta. Perché per i palestinesi è sempre esistito un crudele abisso tra riconoscimento e conseguenze — un abisso che non ha fatto che crescere durante il genocidio di Gaza. Per quasi tre anni, abbiamo assistito a un numero crescente di governi che riconoscono le nostre sofferenze pur continuando a favorirlo; i giornalisti documentano le nostre morti mentre ripropongono le giustificazioni e le scuse fornite da chi ci uccide; e i politici condannano le persone giuste e dicono le cose giuste, senza però arrivare a mettere fondamentalmente in discussione il sistema che sostiene il massacro. La sincerità e il coraggio di Mamdani quando si tratta di prendere le difese della Palestina non sono in discussione. Né lo è il suo desiderio di chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni. Ma ora che ha confermato che l’arresto di Netanyahu è fuori discussione, deve dimostrare quali misure concrete è disposto a intraprendere per porre fine al coinvolgimento di New York City nell’infrastruttura politica, finanziaria e di polizia che sostiene l’impunità di Israele. E non fraintendete: ci sono misure concrete che Mamdani può adottare. La complicità di New York nei crimini di Israele non è astratta. È radicata nei portafogli obbligazionari, nei registri degli appalti, nei contratti di sorveglianza, nelle collaborazioni con le forze dell’ordine e nei privilegi fiscali concessi alle organizzazioni che contribuiscono all’espropriazione dei palestinesi. Queste relazioni rientrano molto più nell’ambito delle effettive competenze di Mamdani di quanto non abbia mai fatto l’arresto di un leader straniero. Appena insediato, Mamdani ha revocato i decreti esecutivi di Eric Adams che impedivano alle istituzioni cittadine di disinvestire da Israele e imponevano alle agenzie municipali la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che confonde erroneamente la critica a Israele con l’antisemitismo. Questa revoca ha riaperto lo spazio politico che Adams aveva deliberatamente cercato di chiudere. Ma revocare un decreto anti-BDS non è la stessa cosa come un’azione volta attivamente al disinvestimento. I fondi pensione della città di New York detengono centinaia di milioni di dollari in attività israeliane, e il controllore Mark Levine ha promesso di riprendere gli investimenti in titoli israeliani (il suo predecessore, Brad Lander, aveva lasciato scadere tali investimenti). In passato, i funzionari municipali hanno utilizzato la governance dei fondi pensione per perseguire il disinvestimento da settori e governi che ritenevano inaccettabili. Non vi è alcuna ragione di principio per cui Israele debba rimanere l’unico esente dallo stesso scrutinio. Mamdani non può liquidare gli investimenti con un decreto esecutivo: i sistemi pensionistici della città sono governati da consigli di amministrazione separati e il controllore esercita un’autorità sostanziale sui loro investimenti. Ma il sindaco non è impotente. Mamdani può fare del disinvestimento dai titoli di Stato israeliani e dalle aziende implicate nell’occupazione, nell’apartheid, nell’espansione degli insediamenti, nella sorveglianza e nel genocidio un obiettivo politico esplicito della sua amministrazione. Può spingere i membri da lui nominati nei consigli di amministrazione dei fondi pensione a proporre il disinvestimento, nominare amministratori fiduciari che sostengano i diritti dei palestinesi e collaborare con i sindacati e i beneficiari delle pensioni per assicurarsi i voti necessari a far approvare la sua agenda. Mamdani potrebbe inoltre ordinare una revisione contabile pubblica completa dei contratti della città di New York e dei rapporti istituzionali con le società militari e di sicurezza israeliane. Il NYPD, ad esempio, ha stipulato contratti con società di intelligence israeliane e ha mantenuto una presenza di collegamento in Israele. Mamdani dovrebbe stabilire quali di questi rapporti siano ancora attivi, renderli pubblici e porre fine a quelli che legano la città all’architettura dell’occupazione e del genocidio israeliani. Potrebbe inoltre chiedere pubblicamente al procuratore generale dello Stato di New York, Letitia James, di avviare un’indagine indipendente su come Netanyahu e altri funzionari israeliani possano aver arrecato danno ai newyorkesi. Infine, Mamdani può avvalersi del potere politico del Municipio per contrastare l’infrastruttura delle organizzazioni no profit con sede a New York che contribuisce a finanziare il progetto di insediamento israeliano. In qualità di sindaco, non può dare ordini al procuratore generale dello Stato né revocare unilateralmente lo status di esenzione fiscale di un’organizzazione. Ma può esigere che si indaghi per verificare se le organizzazioni registrate a New York che finanziano l’espansione degli insediamenti o la violenza dei coloni abbiano violato i requisiti relativi agli scopi di beneficenza, le norme sulla trasparenza, le sanzioni, le leggi antifrode o altri obblighi legali esistenti. Mamdani può anche fare di più per impedire che in tutta la città si tengano aste di terreni rubati e, come minimo, tutelare il diritto dei newyorkesi di protestare contro di esse. E quando Netanyahu alla fine visiterà New York, come previsto in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, Mamdani potrà garantire che la sua visita sia priva dell’accoglienza con tappeto rosso a cui è abituato. Il sindaco potrebbe guardare al 1995 per trarre ispirazione dall’allora sindaco Rudy Giuliani, che fece espellere Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, da un concerto delle Nazioni Unite al Lincoln Center mentre si trovava in città per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Potrebbe ordinare al Dipartimento di Polizia di New York di non fornire assistenza al corteo di Netanyahu. E quando i manifestanti scenderanno in strada, Mamdani dovrebbe garantire che la polizia di New York non li maltratti. Nessuna di queste misure promette l’aura teatrale di un arresto di Netanyahu sulla pista dell’aeroporto. Sono più burocratiche, più difficili e molto meno suscettibili di generare un video virale (anche se il team di Mamdani addetto ai social media ha dimostrato di saper rendere virali anche i contenuti sulle questioni più procedurali). Ma queste misure possono avere un impatto diretto sulla vita dei palestinesi che ogni giorno subiscono l’assalto genocida di Israele. Inoltre, otterranno qualcosa che l’attenzione di Mamdani su Netanyahu non può ottenere: rafforzare la verità secondo cui la natura genocida di Israele va ben oltre un singolo individuo. I legislatori democratici hanno trascorso anni eludendo le richieste di una vera responsabilità, ridefinendo la distruzione di Gaza come «la guerra di Netanyahu» — un gioco di prestigio che isola un singolo autore particolarmente ripugnante, oscurando al contempo la vasta macchina politica, militare e sociale necessaria per portare a termine un genocidio. Così facendo, dipingono il genocidio, l’occupazione, l’apartheid e la pulizia etnica di Israele come semplici deviazioni da un sistema altrimenti redimibile, piuttosto che come espressioni di quel sistema stesso. Se solo gli israeliani potessero sbarazzarsi di Netanyahu, potrebbe emergere un Israele più ragionevole e liberale. Ma Netanyahu non era ancora nato nel 1948, quando le milizie sioniste costrinsero oltre 750.000 palestinesi ad abbandonare le loro case sotto la minaccia delle armi durante la Nakba. Non è stato lui a inventare l’assedio di Gaza. Né ha dato vita a una società israeliana in cui l’82 per cento degli israeliani ebrei sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza. Se Netanyahu venisse in qualche modo arrestato domani, il genocidio di Israele continuerebbe sotto la guida di un altro leader israeliano. Ridurre i crimini di Israele a un solo uomo offre al sistema più ampio che lo ha coltivato una via di fuga. Permette agli americani di immaginare che la responsabilità possa essere assolta con un solo arresto, piuttosto che con lo smantellamento dei canali di approvvigionamento di armi, degli investimenti finanziari, delle protezioni diplomatiche, delle collaborazioni di polizia e delle alleanze politiche che sostengono il genocidio. Ecco perché l’attenzione deve spostarsi dallo spettacolo dell’arresto di Netanyahu verso il lavoro, meno spettacolare ma più incisivo, di affrontare la complicità alla radice. Voglio essere ancora una volta chiaro: non metto in dubbio la solidarietà di Mamdani nei confronti dei palestinesi. Penso che vorrebbe poter fare molto di più e agire senza i vincoli delle realtà angoscianti del governo, della formazione di coalizioni e della politica elettorale. Come tante persone in tutto il Paese, sono profondamente ispirato dalla visione di Mamdani per la città di New York. Ha già migliorato in modo tangibile la vita di tantissimi newyorkesi, come è sua prerogativa principale. Allo stesso tempo, ha ampliato notevolmente i confini di ciò che la politica democratica può essere e rappresentare in questo momento cruciale della storia americana. Ma sono anche abbastanza grande da ricordare un altro leader che è salito alla carica più alta del Paese con un allettante messaggio di speranza, per poi lasciarci senza quel cambiamento concreto che aveva promesso. Mamdani ha l’opportunità di rompere con quell’eredità — di dimostrare che la speranza non deve necessariamente rimanere una mera posa retorica e che la chiarezza morale può tradursi nel lavoro paziente e difficile di smantellare l’architettura finanziaria, politica e istituzionale che lega la sua città a uno Stato di apartheid genocida. I sostenitori della Palestina hanno lottato contro ostacoli straordinari per cambiare l’opinione pubblica e entrare nelle istituzioni del potere americano. La vittoria di Mamdani e il modello che ha delineato per i futuri leader di tutto il Paese sono tra i risultati più promettenti di quella lotta. Ma una trasformazione dell’egemonia culturale da sola non fermerà una bomba, non ricostruirà un ospedale né riporterà una famiglia palestinese sfollata alla propria casa. Il semplice fatto di raggiungere le sedi del potere contro ogni previsione non servirà a nulla per i palestinesi che ogni giorno vengono uccisi, affamati ed espulsi, a meno che quel potere appena conquistato non venga convertito in una pressione audace e concreta sia sugli individui che sulle istituzioni che rendono possibile il genocidio. A Mamdani potrà anche mancare la giurisdizione per arrestare Netanyahu, ma non gli manca certo il potere di iniziare a districare la città di New York dal sistema che Netanyahu rappresenta. Per il bene di tutti i newyorkesi e di tutti i palestinesi, dovrebbe mettersi all’opera immediatamente. The post Mamdani non può arrestare Netanyahu. 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July 27, 2026
Popoff Quotidiano
New York, l’isteria degli italo-americani reazionari
LA FALSA POLEMICA DIETRO L’“ESCLUSIONE” DI LITTLE ITALY DALLA MAPPA DELLE ENCLAVI DI IMMIGRATI REDATTA DAL SINDACO MAMDANI RIVELA UNA CINICA POLITICA DEL VITTIMISMO Chris Gelardi su The Nation Nel maggio 1971, decine di membri della Jewish Defense League entrarono in un’aula del tribunale federale di Brooklyn. Il loro leader, Meir Kahane, aveva apparentemente fondato il gruppo per combattere l’antisemitismo, in particolare nell’Unione Sovietica, anche se ben presto esso si trasformò in una vera e propria organizzazione sionista estremista, che sosteneva l’espulsione di massa degli arabi dalla Palestina. La Lega si dedicò al terrorismo e alla violenza, portando i procuratori federali a incriminare Kahane e sei dei suoi collaboratori per presunto traffico di armi ed esplosivi. In aula entrò anche Joseph Colombo, presunto capo di una delle famigerate famiglie mafiose di New York City. Si portò dietro una sua banda: i membri della Lega per i diritti civili italo-americani, che Colombo aveva fondato, presumibilmente per opporsi a quella che il gruppo considerava una discriminazione anti-italiana. (La sua causa più nota consisteva nell’eliminare termini “diffamatori” come “Mafia” dalla cultura popolare.) I gruppi di Kahane e Colombo formarono quella che Kahane descrisse come una «fratellanza» per contrastare le «persecuzioni» federali. Come affermò Colombo: «Stiamo difendendo la nostra gente». Questi strani alleati trovarono un legame nella loro comune adesione a una visione del mondo reazionaria, allora diffusa tra i gruppi etnici bianchi americani. L’Olocausto era un ricordo recente all’epoca, così come lo era il razzismo anglo-americano nei confronti degli immigrati italiani; secondo quella logica, l’oppressione storica rendeva questi uomini e le loro cause praticamente infallibili. Le loro comunità avevano subito ingiustizie, e accusarli di brutalità, corruzione, pregiudizio o crimine costituiva un’ulteriore ingiustizia. Cinquantacinque anni dopo, il movimento di Kahane ha trasformato quella visione del mondo in un vero e proprio business. Uno dei suoi aderenti è il ministro della sicurezza nazionale di Israele. I kahanisti hanno ucciso palestinesi e hanno spinto il sionismo americano e israeliano sempre più violentemente verso destra, spesso in nome della riparazione del torto della sofferenza ebraica. Questo copione è più o meno ben noto. Meno ampiamente analizzato è il modo in cui gli italo-americani lo hanno messo in atto. Molti all’interno della nostra comunità continuano a farlo, anche se pochi tra coloro che vivono oggi possono ricordare un’epoca di significativo pregiudizio anti-italiano negli Stati Uniti. La loro mancanza di autocoscienza rasenta l’assurdo, ma offre una preziosa visione della cinica politica della vittimizzazione dei bianchi. L’ultimo episodio imbarazzante è iniziato all’inizio di questo mese. Nell’ambito di una promozione per i Mondiali, l’ufficio del turismo di New York City ha pubblicato una mappa di alcune delle «enclavi di immigrati» dei cinque distretti. La mappa mostra 30 dei quartieri più importanti con popolazioni di origine straniera, come la “Little Egypt” del Queens, la “Little Haiti” di Brooklyn e la “Little Senegal” di Manhattan. Non perdendo occasione per suscitare indignazione nei confronti dell’amministrazione del sindaco Zohran Mamdani, i conservatori hanno scatenato una polemica sostenendo che la mappa non rendesse onore ai gruppi di immigrati bianchi che costituivano alcune delle più numerose comunità di origine straniera delle generazioni passate. I discendenti dei fondatori della “Little” originale erano particolarmente indignati. Anche se le Little Italy di New York non ospitano più da decenni un numero significativo di residenti nati in Italia – un censimento del 2000 non riuscì a individuare un solo residente della Little Italy di Manhattan nato in Italia – i membri dell’establishment italo-americano locale si lamentarono che la mappa non rendesse il giusto omaggio alla loro storia. Le proteste più accese sono state sollevate nientemeno che dai leader della Italian American Civil Rights League (IACRL), recentemente rifondata, tra cui il nipote di Colombo. Sono intervenuti sui canali televisivi di destra e hanno pubblicato una dichiarazione in cui accusavano il popolare sindaco socialista di «cancellazione culturale». Un editoriale del New York Post è andato oltre, accusandolo contemporaneamente di antisemitismo e di «odio anti-italiano». Ritenendo apparentemente inutile alimentare le polemiche, Mamdani ha dichiarato che il Comune avrebbe aggiornato la mappa. Sui media tradizionali, i leader dell’IACRL hanno espresso disappunto per essere stati esclusi da una rappresentazione del patrimonio immigratorio di New York City. «Non c’è nulla di sbagliato nel celebrare le comunità di immigrati di oggi», hanno scritto in un editoriale pubblicato sul *Washington Examiner*. «Ogni generazione ha arricchito New York con nuove culture, nuove tradizioni, nuove imprese e nuovi sogni. Meritano di essere accolti, celebrati e abbracciati». Sui social media, tuttavia, hanno dato libero sfogo ai loro veri sentimenti Su X di Elon Musk, l’account dell’IACRL è un ricettacolo di invettive anti-immigrati scritte alla bell’e meglio. Condanna gli “islamisti del terzo mondo” e demonizza gli immigrati africani. Un post ha accusato infondatamente “gli stranieri” e i “terzomondisti” di aver commesso un incendio doloso irrisolto per il quale la polizia non aveva ancora indicato alcun sospettato. Al centro della narrativa della lega c’è l’idea degli italiani come immigrati “buoni” e “patriottici”. Sono arrivati negli Stati Uniti “nel modo giusto”, hanno superato i pregiudizi e si sono “assimilati”. Mentre gli immigrati pakistani di oggi rubano lavoro e quelli somali protestano, gli immigrati italiani e i loro discendenti, secondo l’IACRL, si mettono la mano sul cuore giurando fedeltà alla bandiera a stelle e strisce. La narrazione è palesemente razzista e favorevole al movimento MAGA. È anche priva di fondamento storico. La storia della migrazione di massa degli italiani negli Stati Uniti è sfaccettata. Molti si sono prefissati l’obiettivo di scalare la gerarchia razziale della nazione, fondando associazioni italo-americane nei dipartimenti di polizia e creando una mitologia attorno al loro legame con il «fondatore» genocida del continente. (Cristoforo Colombo è un altro punto dolente per l’IACRL e i suoi alleati, che condannano la sua demistificazione come un’altra forma di odio anti-italiano.) Altri immigrati italiani, tuttavia, si ribellarono contro il capitalismo razziale statunitense. Si organizzarono contro le grandi imprese e furono fondamentali per la crescita del movimento operaio. Guidarono anche il movimento anarchico statunitense, compresi i suoi elementi violenti. In realtà, quei rivoluzionari subirono la più grave persecuzione mai subita dagli italiani in America, ma non sentirete mai le persone che protestano contro la mappa di New York City dire una sola parola su Nicola Sacco o Bartolomeo Vanzetti. Quelle storie non fanno comodo ai discendenti conservatori degli immigrati italiani, che esigono sia i privilegi derivanti dall’appartenenza alla casta razziale più alta d’America, sia deferenza nei confronti dei pregiudizi che i loro antenati hanno subito prima di raggiungerla. Non prestate attenzione al loro stesso odio. La nostra gente ha sofferto di più, dicono. L’ha superata. Ha costruito questo Paese; gli immigrati neri e di colore di oggi lo stanno distruggendo. Che farsa. Proprio come la brutalità del genocidio a Gaza ha messo a nudo il cinico uso dell’antisemitismo come arma, le vuote grida contro l’«odio anti-italiano» smascherano i conservatori italo-americani per quello che sono: reazionari anti-immigrati che cercano di mascherare il proprio razzismo fingendo di essere vittime. Chris Gelardi è un giornalista di New York Focus che si occupa di inchieste sul sistema penale dello Stato. The post New York, l’isteria degli italo-americani reazionari first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo New York, l’isteria degli italo-americani reazionari sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 26, 2026
Popoff Quotidiano
In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@0
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@1
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@2
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA!
Alle 18,40 parte la manifestazione da dove è stato ucciso dai poliziotti Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna. Al grido di giustizia per l’ucciso ucciso dagli sgherri dello Stato Italiano centinaia di giovani hanno marciato per il quartiere. Non la giustizia dei padroni si chiede, i poliziotti che l’hanno ammazzato rischiano tuttalpiù qualche mese, perché lo Stato e le sue istituzioni sono i mandanti della repressione che si abbatterà sui proletari. Socialismo o barbarie è la nostra proposta di lotta non solo per difendere il salario e la vita dei lavoratori, ma per una società dove non ci siano più sfruttati, dove non ci siano più padroni. La richiesta di giustizia non è di per sé legata al fatto che facciano un processo equo secondo le leggi borghesi ma al fatto che la lotta formi militanti di una rivoluzione contro questo sistema basato sul profitto. Guerra alla guerra, guerra ai padroni che si battono per mantenere il loro dominio, basato su guerre, miseria e morte. S.I. COBAS NAZIONALE   L'articolo 26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Storie di ordinaria violenza in Cisgiordania
Anche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che al Festival di Berlino. Qual è la situazione dell’area che hai visitato? Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir. La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle proprie abitazioni. Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a quello che ha fatto e si penta. Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita? Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche ora dopo. La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti, alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio, cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio, riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio. I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4. Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto) e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione. 1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen 2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/ 3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/ 4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone 5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/ Enrico Campolmi
July 26, 2026
Pressenza
#stopthegenocideingaza🇵🇸 26 luglio 2025 - Esattamente un anno fa l'ignobile assalto israeliano all'imbarcazione " #Handala" della #Freedom #Flotilla Coalition a meno di 40 miglia dalla Striscia di #Gaza
July 26, 2026
Antonio Mazzeo

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