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[2026-02-28] MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO @ Roma Piazza della Repubblica
MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO Piazza della Repubblica - P.za della Repubblica, 00185 Roma RM, Italia (sabato, 28 febbraio 13:00) MOBILITAZIONE PERMANENTE CONTRO IL DDL BONGIORNO SOLO Sì E' Sì. SENZA CONSENSO E' STUPRO. La proposta di modifica presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno all'articolo 609-bis del codice penale (reato di violenza sessuale) introduce un cambiamento significativo rispetto al testo precedentemente approvato dalla camera. DAL CONSENSO AL DISSENSO La modifica elimina l'espressione "assenza di consenso libero e attuale" e la sostituisce con il riferimento alla "volontà contraria". La legge in discussione prevede che la volontà contraria all'atto sessuale debba essere dimostrata e valutata in relazione al contesto e alla situazione. Si sposta così il focus: non più l'assenza di consenso, ma la prova del dissenso. Si indagherà quindi sulla condotta, sulla moralità, sulle abitudini e sulla storia personale di chi ha subito violenza. Il processo si sposta sul comportamento della vittima. Si chiederà perché non ha reagito, perché non ha urlato, perché non è scappata. Si giudicheranno il suo corpo, le sue parole, il suo silenzio. Contro questa proposta è mobilitazione permanente. Perché il silenzio non è consenso. La paura non è consenso. L'immobilità non è consenso. Solo sì è sì. NON SUI NOSTRI CORPI. Contro il DDL Bongiorno
February 19, 2026
Gancio de Roma
CESENA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “NEXT STOP MODENA 2020 – VIAGGIO TRA LE CARCERI”
Diffondiamo: Venerdì 6 marzo presso lo Spazio Sole e Baleno (Cesena) presentazione del libro “Next Stop Modena 2020, viaggio tra le carceri”. Ore 19.30 cena vegan Ore 20.30 presentazione e discussione con una curatrice del libro Il periodo “pandemico”, come viene oggi chiamato, in Italia inaugura la sua funzione di esperimento sociale di reclusione, controllo, … Leggi tutto "CESENA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “NEXT STOP MODENA 2020 – VIAGGIO TRA LE CARCERI”"
February 25, 2026
Brughiere
BULGARIA: trappola per migranti
Punto nevralgico della rotta balcanica, la Bulgaria, grazie ai costanti finanziamenti e alle collaborazioni con istituzioni ed enti UE è diventato negli anni un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la detenzione amministrativa. Tra detenzioni che generano un vero e proprio sistema di porte scorrevoli da un centro di detenzione all’altro, pushback sul confine turco e tentativi di imposizione dei rimpatri “volontari” – promossi e sostenuti soprattutto dall’agenzia Frontex – la realtà bulgara rappresenta per le persone migranti una vera e propria trappola. Insieme a due attiviste di No Name Kitchen, raccontiamo ai microfoni di Radio Blackout come sta evolvendo il sistema di gestione dei flussi migratori e cosa sta provando a mettere in campo il collettivo. Cogliamo l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi di No Name Kitchen fondamentale per la sopravvivenza dei progetti di advovacy, supporto logistico e materiale delle persone intrappolate nella rotta balcanica. Per approfondire ulteriormente la questione consigliamo il report The Bulgarian Trap.
February 25, 2026
Radio Blackout - Info
Automazioneindustriale VS Intelligenza Artigianale
Due settimane fa, in occasione delle giornate #inclusiveart , organizzate dal prof. Enrico Bisenzi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma @abaroma__ , noi di Betterpress insieme ad Agnese Trocchi abbiamo condotto un workshop che metteva in dialogo due mondi: automazione industriale vs intelligenza artigianale. Siamo partiti dalla gamificazione e siamo arrivati a una domanda che ci riguarda tutti: quando il design “ci aiuta” e quando invece ci manipola? Abbiamo attraversato attention economy e attachment economy, il paternalismo libertario e le architetture comportamentali capaci di indirizzare—spesso in modo invisibile—le nostre scelte. Poi abbiamo fatto un salto: non nostalgico, ma consapevolmente analogico. Un ritorno alla materia per mettere in discussione ciò che ci viene “automatico” o che diamo per scontato. Scegliere e comporre una parola vuol dire pensare, e farlo insieme: lettere una per una, decisioni condivise, significati che cambiano mentre li discutiamo. E scoprire che qualsiasi tecnologia non è neutrale. Da qui l’esercizio: abbiamo chiesto agli studenti di progettare un’interfaccia non digitale con i caratteri mobili—un lettering che non fosse solo forma, ma un piccolo dispositivo di pensiero critico. Poi ne abbiamo parlato insieme: cosa cambia quando l’interazione smette di essere “fluida” e torna a chiedere attenzione? Special thanks ad Agnese Trocchi @frenesi_gates circex.org, al prof. Enrico Bisenzi @e_pratesi e agli studenti, che hanno partecipato con cura, intelligenza e curiosità.
February 25, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
I Vescovi calabresi e l’Arcivescovo di Palermo: parole inequivocabili sui migranti e le scelte governative
Le spiagge siciliane e calabresi stanno restituendo i corpi di uomini, donne e bambini lasciati affogare nelle acque del Mediterraneo nelle scorse settimane. Si presumono siano state inghiottite dalle onde almeno un migliaio di persone, lasciate naufragare senza che sia stato attivato nessun mezzo di soccorso. Responsabili l’Italia e l’Europa intera a causa di una politica sicuritaria di respingimento dei migranti invece che di attuazione del diritto del mare, diritto al soccorso e salvataggio in caso di pericolo. La vista dei cadaveri spiaggiati sulle coste del Sud Italia non può lasciare indifferenti le persone comuni, che umanamente sono toccate dall’orribile spettacolo; di fatto, lascia cinici e indifferenti legislatori e governanti che rendono crimine ciò che è un diritto umano, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, ormai diventata carta straccia: il diritto di emigrare. I vescovi calabresi hanno alzato la voce contro una politica disumana nei confronti dei migranti in seguito al ritrovamento di quindici corpi restituiti dal mare dopo il passaggio del ciclone Harry: «Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti». Una parola chiare sui fatti, dunque. L’ appello ai fedeli e alle istituzioni «Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione […]. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore […]. Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria […]. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio».[1] Il messaggio dell’arcivescovo di Palermo Molto esplicito e durissimo l’intervento dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, nel suo messaggio alla ong Mediterranea Saving Humans nel giorno della commemorazione delle vittime dell’immigrazione nel porto di Trapani; parole inequivocabili che hanno scatenato nei suoi confronti un’ondata di insulti sui social: «Carissime e Carissimi tutti, sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!». Dopo questo abbraccio caloroso ai volontari che operano per il soccorso in mare, la denuncia senza mezzi termini: «Il Vostro oggi […] è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi. Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti». Un’accusa diretta e inequivocabile alle politiche governative volte a ostacolare l’azione volontaria di soccorso in mare da parte delle Ong. Dopo aver ricordato il dovere umano di dare degna e certa sepoltura alle vittime e le parole del compianto papa Francesco durante il suo primo viaggio a Lampedusa, l’Arcivescovo invita a una reazione cosciente: «Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro».[2] Il silenzio dei vescovi sardi Anche la Sardegna è interessata dal fenomeno migratorio, sia per gli sbarchi di piccole imbarcazioni piene di migranti sempre più numerosi provenienti dalle coste tunisine e algerine sia per la presenza nell’Isola di centri di prima accoglienza e del CPR di Macomer. CPR di Macomer (Foto Facebook) Tramite l’“Assemblea No Cpr Macomer” è stata divulgata la notizia della rivolta nel Cpr di Macomer nel pomeriggio del 9 febbraio scorso: «Mentre il governo italiano – afferma il comunicato – si prepara a spingere sempre più in là il limite della violenza contro i migranti attraverso un Ddl sull’immigrazione che aggiunge infamia a leggi già oggi indegne di un paese civile, dobbiamo ancora una volta fare luce su quello che succede nel CPR di Macomer. Apprendiamo che lunedì pomeriggio in uno dei blocchi del CPR di Macomer è stato appiccato un incendio. Non è raro che la rabbia degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle. Alla vista dell’incendio si è scatenata la protesta degli internati di un altro blocco. La protesta è stata sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine presenti sul posto. Sappiamo che ci sono internati feriti che hanno dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso di Nuoro. Sappiamo che gli internati del blocco incendiato sono stati picchiati e tenuti al freddo per ore. Alcuni di loro hanno iniziato uno sciopero della fame. Il blocco incendiato è stato svuotato, alcuni internati sono stati trasferiti in altri blocchi, alcuni in altri CPR […]. L’accelerazione impressa dall’attuale governo verso l’abisso è evidente: un’infinità di decreti e disegni di legge repressivi, idioti e violenti si sta abbattendo sulla nostra società, cercando di affermare il principio che la vita umana ha dignità solo quando lo decide chi comanda». Il documento ricorda che la quotidianità nei centri di detenzione è fatta di sopraffazione e violenza, denunciate da anni: «[…] quanto sia intrinsecamente violenta e degradante la creazione dei campi di concentramento per migranti che vanno sotto il nome di CPR, l’inevitabile clima di violenza, sopruso e omertà che è essenziale per il funzionamento di queste strutture». Questa condizione di trattenimento forzato delle persone nei CPR è stata a più riprese resa pubblica, in particolare dalla europarlamentare Ilaria Salis dopo la sua visita al centro di Macomer e dalla deputata Avs Francesca Ghirra, che ha presentato un’interrogazione alla Camera. Stride il silenzio dei vescovi sardi di fronte a una situazione così allarmante.   [1] L’appello completo in “Il mare ci chiede conto”, Dichiarazione dei vescovi della C.E.C. – Conferenza Episcopale Calabra, 22 febbraio 2026: https://www.conferenzaepiscopalecalabra.it/2026/02/22/dichiarazione-dei-vescovi-della-calabria-il-mare-ci-chiede-conto/ . [2] Il messaggio completo di Mons. Orefice, in https://stampa.chiesadipalermo.it/nel-mediterraneo-nellennesima-strage-non-e-una-tragedia-consumatasi-nel-piu-assoluto-silenzio-gridato-da-precise-scelte-politiche/.   Pierpaolo Loi
February 25, 2026
Pressenza
Gaza luogo sicuro: dare voce alle donne, dare concretezza alla speranza
Intervista a Leen, Fondazione Pangea, dopo l’incontro di presentazione del Progetto GAZA LUOGO SICURO avvenuto a Calenzano, lo scorso 25 gennaio 2026. Sanitari per Gaza Firenze, Associazioni Assieme ed Orto Collettivo di Calenzano hanno scelto insieme di dedicare una giornata al sostegno al Progetto promosso da Fondazione Pangea; l’incontro è nato perché alcune donne si sono ri-trovate a partire dalla volontà di fare conoscere a reti trasversali le diverse comunità territoriali locali (nell’area metropolitana di Firenze) una realtà che concretamente opera a sostegno e soprattutto nella traiettoria dell’auto-determinazione delle popolazioni che restano a vivere nelle loro terre, con l’attenzione volta alla Palestina. L’amministrazione locale di Calenzano ha sostenuto il processo di costruzione di questo percorso che potesse tenere insieme la conoscenza diretta, la condivisione di prassi, comprese quelle promosse da Orto Collettivo, che da sempre attraverso il sostegno alle economiche locali ed attraverso prassi di tipo etico comunitario manifesta coerente impegno a difesa dei popoli e delle popolazioni che sono in difficoltà. Le persone che abitano Calenzano e le persone che dalla vicina Firenze hanno scelto di impegnarsi alla costruzione di questa giornata hanno ritenuto importante collegare prassi concrete all’effettiva possibilità di sostenere, anche economicamente, la progettualità di cui sono state illustrate caratteristiche principali e sulle quali si è avuto l’occasione di dialogare, in un partecipato pranzo insieme (partecipanti almeno 230 persone in presenza), perché conoscere implica il prendere parte e prendere parte significa dare concretezza alla speranza. Dopo circa un mese, abbiamo scelto di tornare a dialogare con le protagoniste della giornata, in particolare abbiamo recuperato le parole di Leen, donna palestinese di Gaza, che il progetto ha illustrato, e con le sue anche le parole di Manuela, entrambe di Fondazione Pangea, perché riteniamo che possiamo, anche abbiamo il dovere etico di dovere continuare a mantenere alta l’attenzione sulla Palestina, su Gaza, sulle donne, che oltre la resilienza, hanno bisogno di essere accompagnate per un recupero di quella fiducia nel presente e quindi anche nel futuro, oltre la sopravvivenza, sulle donne, sulle ragazze, sulle bambine, che purtroppo spesso sono le vittime designate di un sistema che, trasversalmente, le pone a rischio di violenza, violenza che non è solo quella associata all’essere vittime di genocidio, ma anche di un ripetersi della spirale di quella violenza (anche invisibile) che Leen chiama “femmino-genocidio” e che ricorda quel perpetuarsi di dinamiche di “femminicidio” che abitano i nostri luoghi di vita. Leen, ci puoi illustrare, dal tuo osservatorio dentro Fondazione Pangea e dal tuo essere donna palestinese, quale sia oggi la condizione delle donne, delle ragazze, delle bambine in Palestina, in particolare a Gaza? Sono donna palestinese, palestinese di Gaza, vivo in Italia attualmente e faccio parte di Fondazione Pangea, che in questo momento sta sostenendo il Centro antiviolenza, per le ricerche giuridiche per la protezione delle donne palestinesi a Gaza, che è presente in sede dal 2005; si è deciso di sostenere Gaza attraverso questo progetto, “Gaza luogo sicuro”, perché ci sono 700.000 ragazze, donne palestinesi, in età fertile, che non hanno accesso agli assorbenti, all’acqua potabile, al sapone ed alla privacy; sotto il genocidio si soffre oltre che per le bombe anche per la vita quotidiana, per la sopravvivenza sostanzialmente; l’ONU denuncia che oltre 28.000 donne, ragazze sono state uccise dal 2023; è stato dichiarato, già dall’anno scorso, si tratti di “femmino-genocidio”, cioè un genocidio proprio contro le donne e le bambine. Questo porta la rete sociale palestinese all’autodistruzione, che è uno degli aspetti molto particolari in Palestina: la famiglia, il quartiere, la città da noi sono fondamentali per il sostegno a tutte le categorie della società, ma soprattutto per le donne, che passano la maggior parte del tempo con i loro bambini, sia a casa che fuori. L’aumento quindi dei casi della violenza lo stiamo vivendo con le persone che ci contattano, ci chiedono aiuto perché, oltre la violenza subìta dall’esercito israeliano, c’è anche la violenza domestica, in una forma di violenza “a spirale”. Questo mi fa ripensare alle parole di Samah Jabr: “le donne (…) sono vittime di violenze basate sul genere, che sono in realtà i prolungamenti, le conseguenze di una oppressione strutturale, e di una violenza politica”. Quindi credo che, se proviamo ad agire concretamente per sostenere le donne palestinesi che sono vittime di una spirale di violenza, di fatto promuoviamo una azione politica, che faciliti la resilienza e la resistenza. Con resilienza, mi riferisco a “la capacità duratura di un individuo o di una comunità a risollevarsi di fronte alle avversità e a utilizzare le sue risorse per sopravvivere e minimizzare l’impatto delle crisi sulla sua vita”; invero mi chiedo se sia possibile anche parlare di resistenza, per le donne, le ragazze, le bambine a Gaza, resistenza quale legittimo diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere, ed allora ti chiedo di parlarci concretamente del Progetto GAZA LUOGO SICURO. Questa campagna per Gaza Luogo Sicuro riguarda un atto concreto per fare qualcosa: un progetto concreto per le donne e le bambine a Gaza, con questo centro antiviolenza, che è gestito da una donna giurista, che fa questo lavoro da più di venti anni, ha cambiato Leggi in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania ha operato perché avvenissero cambiamenti positivi; lei gestisce il centro antiviolenza non solo per dare protezione alle donne, ma anche per portare avanti tutti i progetti di tipo psicosociale, promuovendo sessioni di terapia collettiva con le 45 operatrici attive, e porta anche avanti la parte legale, che manca in questo momento a Gaza; esempio le donne divorziate, che hanno bisogno di documenti ufficiali, legali per avere i loro bambini, hanno bisogno di un giudice, così lei invita nella sua sede i giudici, li fa discutere con le donne vittime di violenza, perché siano alleggerite le loro situazioni e possano essere garantiti i loro diritti. L’obiettivo di questo progetto è creare uno spazio protetto per le donne e le bambine; in specifico questo comporta anche offrire un supporto psicologico alle sopravvissute, oltre che attivare percorsi di formazione per le donne ospiti in questo progetto; il progetto – il “luogo sicuro” – è un terreno su cui hanno costruito tende, che danno un minimo di privacy alle donne ospitate: ci sono un angolo cottura, un bagno, ci sono materassi, perché la privacy è quello che manca a tante donne. Si garantisce così un luogo sicuro alle donne, perché oggi, oltre ad avere uno spazio al chiuso dove dormire, dove stare durante il giorno, ci sono la terapia e i servizi sociali e i servizi legali offerti gratuitamente. Lo staff, in questo momento, come almeno l’80% della popolazione di Gaza, è sfollato; una delle operatrici racconta (in un messaggio): “io sono stata sfollata più volte e casa mia è stata bombardata almeno due volte, mi sono trovata senza casa e senza tenda, ho dovuto scappare di notte da Gaza a piedi, perché non c’era nemmeno un mezzo di trasporto, comunque ho potuto aiutare le nostre beneficiarie ovunque sono andate: a volte, con tanta fatica, sotto le bombe riuscivo a rimanere in contatto con il nostro centro antiviolenza ed anche con le nostre beneficiarie; grazie a tutte e tutti voi”. La situazione a Gaza oggi immagino sia complicata, si parla effettivamente di sopravvivere alle bombe, vedere demolite le proprie abitazioni, le tende, i pochi posti rimasti sotto cui trovare riparo li immagino “non sicuri”; come prosegue oggi il Progetto, è rimasto a Gaza, ha coinvolto altre località? E soprattutto quali le strade perché effettivamente si possa pensare alla prospettiva dell’auto-determinazione, anche dopo avere subìto quella spirale della violenza che sembra non lasciare margine di speranza, forse, per noi che osserviamo lontane ma anche vicine spiritualmente e politicamente? Il terreno è stato individuato a Gaza city all’inizio, poi si è spostato a Khanyounis, quattro mesi fa circa, quando c’era l’ordine di evacuazione da tutta Gaza city; poi si sono trasferite di nuovo a Gaza city, dove c’è ancora l’ufficio attivo, il terreno è lì, vicino, lì possono gestire tutta la parte logistica più facilmente che a Khanyounis. L’impatto atteso: vogliamo accogliere più di 100 persone tra bambine e donne, più di 200 se maggiormente attive, fornire un sopporto psicologico senza sosta, perché le operatrici non hanno mai smesso di lavorare, e un sostegno sanitario e la distribuzione di cibo, realizzare anche corsi di formazione e attività per bambine e creare un modello replicabile di “luogo sicuro” nelle aree più colpite. Una delle donne ospitate ha detto: “grazie a questo centro antiviolenza sto pensando di fare una piccola attività, di fare la guardia di questo luogo, anche per sentirmi più utile e fare un lavoro”. Leen, Manuela, ringraziandovi per il lavoro importante che come Fondazione Pangea state portando avanti, nell’impegno a restare in dialogo con voi, nella volontà di sostenere nelle forme possibili per tutte e tutti noi, potete darci i riferimenti per conoscere, diffondere, promuovere oltre le giornate dedicate, come quella che abbiamo condiviso insieme a Calenzano, come altre che sicuramente avete già vissuto e vivrete ancora, perché l’essere sorelle, compagne, solidali comporta agire e l’azione richiede quella solidarietà attiva e rivoluzionaria che è tale solo che modifica, almeno in parte, i vissuti connessi al trauma, perché il trauma di un popolo diviene trauma collettivo, che rischia di farci bloccare nell’impotenza (o, peggio, nell’indifferenza), mentre noi vogliamo provare a testimoniare prassi di riconoscimento e di empatia che non si limitino al sentirsi insieme, perché vogliamo agire insieme. Un luogo sicuro per le donne sopravvissute e sole con i loro figli e figlie a Gaza – Fondazione Pangea ETS https://share.google/sdn3tmWYiEAmazqNM Emanuela Bavazzano
February 25, 2026
Pressenza
OpenClaw "impazzisce" e svuota una casella email: campanello d'allarme globale per gli agenti IA
La storia che vede coinvolti una programmatrice di Meta, Summer Yue, e OpenClaw, l'agente IA che negli ultimi tempi ha conquistato gli appassionati di intelligenza artificiale, funge da pratico monito per quanti sono pronti ad affidare a questi software le gestione completa dei propri dati. Documentato su X, l'episodio mostra come un compito apparentemente banale possa trasformarsi in un'azione distruttiva quando un agente automatizzato interpreta in modo errato le istruzioni ricevute. L'esperta di sicurezza aveva chiesto a OpenClaw di analizzare la propria casella di posta sovraccarica e di suggerire quali messaggi eliminare o archiviare. Invece di proporre una lista di elementi da rimuovere, l'agente ha iniziato a cancellare rapidamente centinaia di email, ignorando i comandi di stop inviati dal telefono. Le immagini pubblicate mostrano notifiche in cui l'utente tentava di interrompere l'operazione senza successo. Leggi l'articolo
February 25, 2026
Pillole di info digitale
All’Istituto “Righi” di Taranto iniziative di orientamento con il Comando della Marina Militare
L’esperienza che abbiamo segnalato relativamente a Crotone, con diverse modulazioni, viene ripetuta anche in altre scuole d’Italia. Di seguito vi segnaliamo ciò che per mostrare come vi sia un’architettura unica dietro l’aggressione delle Forze armate alle scuola, quello che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università definisce “il paradigma della militarizzazione“. All’IIS Righi di Taranto, il 16 gennaio 2026, nell’ambito delle attività di Orientamento post diploma rivolto alle quinte classi, in Aula Magna si è tenuta una presentazione da parte del Comandante Fabio Dal Cin del Comando della Marina Sud e due graduati della Marina Militare, che ha descritto le opportunità di formazione, lavoro e di carriera offerte dalla Marina Militare, oltre alla necessità di prevenire, attraverso l’arruolamento, la deriva del disagio giovanile. Stando alla retorica ideologica che viene diffusa attraverso questo tipo di iniziative, passa il il messaggio secondo il quale è proprio grazie ad una squadra che condivide i valori fatti di gerarchia, disciplina militare e prossimità che gli studenti e le studentesse in pochi giorni riescono a operare un cambio di rotta, così che «nessuno sarà più prigioniero del proprio disagio dopo essere salito a bordo». In realtà, come denunciamo da troppo tempo, questi sono obiettivi pedagogici che necessitano di un processo educativo e relazionale permanente, attraverso un rapporto scolastico che va messo al centro della comunità civile affinché diventi culturalmente e politicamente sempre più accogliente e inclusiva nei confronti delle persone in difficoltà o fragili, non di strategie addestrative militaresche. Che la scuola sposi i principi di gerarchia e disciplina militare come strumenti educativi è quanto di più lontano si possa immaginare dai principi di partecipazione democratica e civile a cui la scuola della Costituzione dovrebbe formare e risponde a quei criteri che durante il fascismo portarono all’introduzione dell’ora di “cultura militare” all’interno delle scuole. Salire a bordo di una nave militare o portare i ragazzi e le ragazze in caserma, come nel caso di Taranto, non è unu’operazione neutrale, priva di orientamento ideologico, ma una vera e propria operazione d’immagine e di propaganda, che non fornisce alcuna reale risposta al complesso problema del disagio dei/delle giovani, indebitamente criminalizzati, e attribuisce ai corpi militari funzioni improprie ed estranee al loro ruolo. L’immagine però, risulta abbagliante per molti. Purtroppo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Neocolonialismo e debiti di ricostruzione
Articolo pubblicato in origine su Transform Italia il 22/10/2025 di M. Minetti Chi ricostruirà la città di Gaza, se davvero la tregua attualmente negoziata diventerà una pace stabile? Chi investirà in abitazioni e infrastrutture che, ovviamente, i cittadini palestinesi non … Continua a leggere→
February 25, 2026
Rizomatica
[Da Roma a Bangkok] Riso, colonia, suolo, diabete
Il riso, spesso rappresentato in Occidente attraverso l’immagine esotica di terrazzamenti montani e la suggestione di tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati, quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è, insieme, dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus di capitale alimentare, politico, sociale e rende possibile la tassazione e l’amministrazione; inoltre, consolida identità collettive. Parlare di riso significa, dunque, intrecciare suolo, potere, capitale, salute. Il riso è una lente attraverso cui è possibile osservare, nel tempo, come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel loro sviluppo diacronico e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future.
February 25, 2026
Radio Onda Rossa