Le prime piogge invernali a Gaza allagano 70.000 tende, mentre i sopravvissuti al genocidio subiscono l’ennesima calamità provocata da Israele
A cura della redazione di Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 7 novembre 2026.  Gli spietati israeliani hanno deliberatamente spinto i palestinesi verso un altro inverno catastrofico. Tutti gli avvertimenti lanciati dalle autorità di Gaza e da numerose organizzazioni umanitarie negli ultimi mesi in vista dell’inverno si sono concretizzati quando sabato mattina le prime piogge hanno colpito Gaza, sommergendo migliaia di tende, facendo crollare decine di strutture e costringendo ancora più persone ad abbandonare le proprie case, mentre i sopravvissuti al genocidio subivano un’altra calamità orchestrata da Israele nel quarto anno del genocidio in corso. «Nel giro di sole 12 ore dall’arrivo del primo sistema meteorologico di bassa pressione, 70.000 tende che ospitavano decine di migliaia di sfollati sono state allagate», ha dichiarato sabato l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza in un comunicato. «Inoltre, decine di muri sono crollati, causando numerosi feriti, tra cui alcuni gravi, in diverse province della Striscia di Gaza». La Protezione Civile di Gaza ha dichiarato di aver ricevuto oltre 1.500 richieste di soccorso da parte di residenti le cui tende e rifugi temporanei erano stati danneggiati in tutte le province della Striscia di Gaza. Interi campi profughi in varie zone e città della Striscia di Gaza sono stati allagati sin dall’alba di sabato, ha aggiunto. La Protezione Civile di Gaza ha inoltre sottolineato la grave carenza di risorse dopo tre anni di incessanti attacchi genocidi da parte di Israele, affermando di non essere in grado di far fronte all’impatto delle mutevoli condizioni meteorologiche e alla portata del disastro che ne è derivato. Ha aggiunto di non disporre delle risorse essenziali, comprese le attrezzature necessarie per pompare fuori l’acqua piovana che si è accumulata nelle zone allagate. I social media sono stati inondati di video che mostrano i palestinesi alle prese con lo sgombero delle loro tende dall’acqua alluvionale mista a liquami, mentre i pochi effetti personali rimasti erano sommersi dal diluvio. Con l’abbassarsi delle temperature, faticavano anche a trovare un posto asciutto dove dormire. Questa catastrofe è appena iniziata, ed è altamente probabile che l’entità delle sofferenze aumenti con il peggioramento delle condizioni meteorologiche e con i palestinesi, privi di un riparo adeguato e di cibo, esposti alle intemperie. Decine di neonati sono morti assiderati durante i tre inverni precedenti di questo genocidio in corso. Da diversi mesi ormai, le autorità di Gaza avvertono che centinaia di edifici sono sull’orlo del crollo e che diventeranno ancora più vulnerabili dopo le piogge. Ad agosto, l’ufficio stampa ha dichiarato che oltre 867.000 palestinesi «vivevano in tende rudimentali e fatiscenti, ormai inadatte a fungere da riparo». Ha sottolineato che fornire un riparo sicuro era diventata una necessità urgente per proteggere i bambini, gli anziani, i malati e i gruppi più vulnerabili dai rischi del freddo e delle malattie. Quegli avvertimenti si sono avverati. Si teme che si verifichino ulteriori crolli di edifici, mettendo in pericolo la vita delle persone che risiedono all’interno e nei dintorni di tali strutture. «Mettiamo inoltre in guardia dal potenziale crollo di decine di edifici danneggiati che sono strutturalmente instabili e a rischio di crollo, essendo stati danneggiati dai bombardamenti durante la guerra genocida contro la Striscia di Gaza, che si protrae ormai da tre anni consecutivi», ha affermato l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza. Ha stimato che le perdite dirette derivanti dall’inizio dell’inverno ammontino finora a circa 3 milioni di dollari. Gli israeliani occupavano il 53 per cento della Striscia di Gaza all’inizio della «tregua» nell’ottobre 2025. Da allora si sono spinti ulteriormente verso ovest fino a occupare circa il 70 per cento del territorio palestinese, costringendo i palestinesi in spazi sempre più ristretti. Oltre ad ampliare la propria occupazione, gli israeliani hanno bombardato incessantemente i sopravvissuti al genocidio, uccidendo più di 1.600 palestinesi e ferendone circa 6.000. Inoltre, il loro blocco di Gaza, che ha impedito l’ingresso di cibo e altri beni di prima necessità in quantità sufficienti, ha portato gli abitanti sull’orlo di un’altra carestia, mentre lottano per procurarsi da mangiare. Inoltre, gli spietati israeliani stanno deliberatamente spingendo i palestinesi verso un altro inverno catastrofico. Il mese scorso, un rapporto ha rivelato che gli israeliani avevano classificato tende, teloni, legname, cemento, attrezzi, corde, nastro adesivo e altri materiali utilizzati per costruire tende o riparare rifugi come «articoli a duplice uso» — ovvero, articoli che potrebbero potenzialmente essere utilizzati come armi — e hanno consentito l’ingresso nella Striscia di Gaza solo a 15 camion alla settimana che trasportavano tali materiali. Più di 500 carichi di materiali per rifugi designati da Israele come a «doppio uso» sono rimasti bloccati perché lo stato ebraico non ne ha consentito l’ingresso nell’enclave assediata. Così, per pura volontà israeliana, le piogge sono diventate un’altra calamità che i palestinesi devono sopportare. «La pioggia è innocente. Non è la pioggia ad averci causato questa sofferenza», ha scritto su Twitter Ahmed Nashwan, residente a Gaza. «Questo mondo vasto, potente e ricco di risorse ha abbandonato la propria responsabilità di soccorrere e dare riparo a centinaia di migliaia di palestinesi che da oltre tre anni subiscono i più orribili crimini di genocidio. Le tende di Gaza non sono state sommerse dall’inverno, ma dalle nubi dell’abbandono». https://palestinewillbefree.substack.com/p/gaza-winter-rains-flood-70000-tents?utm_source=substack&utm_medium=email#media-80716542-a0e3-4332-b9d8-4b5a2dc5de4f Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
November 7, 2026
Assopace Palestina
Sfidare i giganti del web. E vincere
IL DOGMA DEI GRANDI TEMPLI DI DATI, ERETTI A USO E CONSUMO DEI COLOSSI DEL BIG TECH, COMINCIA FINALMENTE A VACILLARE. IN ITALIA, MA ANCOR PIÙ IN EUROPA, SONO DIVERSE LE COMUNITÀ CHE METTONO IN DISCUSSIONE LA COSTRUZIONE DEI DATA CENTER (7 E 8 NOVEMBRE, INCONTRI E PRESIDI AD ABBIATEGRASSO, LOCANDINA IN BASSO). IN AMERICA LATINA, IL PROBLEMA È PRESENTE DA TEMPO. UNA COMUNITÀ IN LOTTA NELL’AREA METROPOLITANA DI SANTIAGO DEL CILE – RACCONTA CAMINANTES – DIMOSTRA CHE, MALGRADO LA DISPARITÀ DI FORZE, SI POSSA ANCHE VINCERE CONTRO UN GIGANTE DI NOME GOOGLE. DIETRO QUELLA STRAORDINARIA LOTTA, RESISTE UNA COMUNITÀ – CHE SPECULAZIONE E GENTRIFICAZIONE NON HANNO DISTRUTTO – UNITA DA RETI DI MICRO-SOLIDARIETÀ QUOTIDIANA TESSUTE SOPRATTUTTO DA DONNE -------------------------------------------------------------------------------- Santiago del Cile, 4 novembre 2026. Qualche anno fa Cerrillos, una comuna della periferia sudoccidentale di Santiago arrivò sulle cronache internazionali per qualcosa che sembrava impossibile, e di cui al tempo si parlava ancora poco: lx abitanti avevano bloccato la costruzione di un data center di Google. Nell’ultimo anno la febbre dei mega data center è arrivata anche in Europa: il caso di dibattito più recente è quello del bosco finlandese distrutto per far posto a un impianto, sempre di Google, senza che fosse stata svolta alcuna valutazione ambientale. E anche in Italia si inizia a discuterne e attivare percorsi di mobilitazione, soprattutto nelle regioni e nelle province maggiormente interessate dai progetti. Intanto, a luglio di quest’anno, Dataluna, la filiale cilena di Google, ha ripresentato il progetto per il data center di Cerrillos, a cui è stato dato il via libera senza necessità di nuovi studi di impatto ambientale. L’esperienza dellx abitanti della comuna, che oggi come sette anni fa sono risolutx nell’idea di fermarne la costruzione, è un esempio prezioso di organizzazione comunitaria e dal basso in una lotta che, con forme e modalità distinte ma nemici comuni, oggi si estende a diverse latitudini – incluse quelle più vicine a noi. Le riflessioni che presentiamo sulla vicenda sono emerse dalle conversazioni con attiviste e abitanti del quartiere e dalla partecipazione ad assemblee e iniziative nelle ultime settimane. Dal plebiscito del 2019 a oggi Nel 2012 Google annuncia la costruzione del primo data center in America Latina a Quilicura, nella regione metropolitana di Santiago. Inaugurato nel 2015, nel 2018 il data center di Quilicura arriva a occupare oltre 11 ettari di terreno. Solo un anno dopo il colosso del web, attraverso la sua filiale cilena Dataluna, acquisisce la proprietà di vari terreni nella zona del Mallplaza Oeste di Cerrillos per un totale di 23 ettari e presenta una Dichiarazione di Impatto Ambientale alla SEIA. Contestualmente, acquista i diritti per 228 litri d’acqua al secondo[1], con l’intenzione di utilizzarne 169 al secondo per i sistemi di raffreddamento dei server. Un consumo quotidiano enorme, pari a quello annuale di tutta la popolazione di Cerrilos, in un contesto territoriale già sottoposto a stress idrico. È stato questo a far scattare l’allarme in alcunx abitanti, per lx quali, a fronte di un consumo così alto e impattante sul territorio, non era accettabile che il progetto prendesse piede senza uno Studio di Impatto Ambientale approfondito[2] che tenesse in considerazione non solo il data center in sé, ma l’impatto della sua installazione in un territorio già saturo come quello di Cerrillos. Davanti al mancato ottenimento di questo studio, lx abitanti decidono di iniziare a mobilitarsi per fare pressione sulle istituzioni locali. È in questo frangente che nasce il Mosacat, (Movimiento Socioambiental Comunitario por el Agua y el Territorio), che oggi continua ad essere il soggetto trainante della mobilitazione. Dopo settimane di azioni e iniziative, ottengono una prima presa di posizione dell’amministrazione comunale, che inserisce un quesito sul data center nel plebiscito comunal di dicembre. Parallelamente, attivistx ed abitanti procedono sul piano legale, assumendo un’avvocata ambientalista e presentando diversi ricorsi. Solo dopo la vittoria del no al data center nel plebiscito il comune si schiererà più convintamente, ingaggiando uno studio legale per portare la questione davanti ai tribunali ambientali. A questo punto, inizia una fase di negoziazioni, durante le quali sono direttamente i rappresentanti di Google a dialogare con lx abitanti e le istituzioni di Cerrillos, e che si conclude con l’impegno – tuttavia non vincolante – di modificare i sistemi di raffreddamento per diminuire il consumo di acqua, a patto che lx abitanti interrompessero la mobilitazione e ritirassero i procedimenti legali in corso. È grazie alla caparbietà di un’abitante, che a differenza dellx altrx decide di proseguire a livello legale, che il procedimento resta aperto finché nel 2024 il Secondo Tribunale Ambientale non dichiara l’infattibilità del progetto in assenza di validi antecedenti ambientali, richiedendo ulteriori valutazioni che tenessero in considerazione l’impatto del data center in uno scenario contraddistinto da stress idrico e cambiamento climatico. Google rinuncia momentaneamente ai suoi piani su Cerrillos, fino a giugno di quest’anno, quando Dataluna presenta una consulta de pertinencia per un progetto di data center con un nuovo nome (da “Cerrillos Data Center” a “Data Center Cerrillos”) e un sistema di raffreddamento ad aria, ma che insiste sui medesimi terreni. La popolazione si trova quindi nuovamente minacciata dal mega impianto: il progetto ha recentemente ottenuto il via libera in virtù della modifica del regolamento SEIA (Sistema de Evaluación de Impacto Ambiental) realizzata con il DS 17 del 2025, che tra le altre cose aumenta i margini di stoccaggio di sostanze pericolose e di lunghezza dei cavi ad alto voltaggio necessari perché sia obbligatoria una valutazione d’impatto ambientale (due dei criteri in virtù dei quali era stato bloccato). Gli impatti ambientali Gli impatti ambientali del data center di Cerrillos non si limitano alla questione idrica, ma coinvolgono la totalità dell’impianto. L’insostenibilità ecologica di data center di grandi dimensioni, d’altronde, è al centro di campagne di mobilitazione in tutto il mondo. A differenza del progetto del 2019, il nuovo progetto prevede che i sistemi di raffreddamento siano ad aria, riducendo il consumo di acqua (ma aumentando quelli energetici). Tuttavia, Dataluna mantiene i 228 litri d’acqua al secondo acquistati, che potrebbe decidere di utilizzare in caso di ulteriore modifica dei sistemi di raffreddamento, di ampliamento del sito, etc. Ma al di là dell’utilizzo diretto di acqua, il rischio idrico coinvolge anche quello di contaminazione. Cerrillos e le zone circostanti, infatti, si alimentano da falde sotterranee (e non dai fiumi Maipo e Machoco come nel caso di altri municipi di Santiago), che sarebbero messe in pericolo dalla fuoriuscita accidentale e dalla migrazione di combustibile e materiali altamente inquinanti presenti in ingenti quantità. Si prevede inoltre di stoccare 695,9 tonnellate di diesel, una quantità che, sebbene al di sotto del limite di mille tonnellate che imporrebbero uno studio di impatto ambientale, è in ogni caso sufficientemente elevata da aumentare considerevolmente il rischio di incidenti. L’alto rischio sismico della zona aumenta considerevolmente il rischio di contaminazione delle falde. È prevista inoltre l’installazione di 44 gruppi elettrogeni, per un totale di 120,5 MW di potenza, come sistema di backup elettrico, vale a dire per garantire la funzionalità continua del sito 24/7 anche in caso di  blackout o guasti della rete elettrica. Oppure, come sospettano alcunx attivisti, per avere delle scorte garantite laddove il prezzo della fornitura di energia elettrica dovesse salire eccessivamente. In ogni caso, le emissioni inevitabilmente prodotte dall’impianto vanno ad aggiungersi ad un territorio già saturo in termini di emissioni a causa di traffico e industrie, ragion per cui se ne dovrebbero analizzare gli impatti sinergici e cumulativi. Tra questi, la generazione di un’isola di calore in tutta l’area circostante (secondo uno studio recente[3] spesso citato dallx attivistx, si parla di un aumento della temperatura media di 2° C, con picchi fino ai 9° C, in un raggio di circa 10 chilometri). Infine, ogni componente di un impianto di questo tipo genera un rumore costante e insostenibile, costringendo chi abita o lavora nelle vicinanze a convivervi 24 ore al giorno. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Non vogliamo trasformarci in una zona di sacrificio: nelle parole di una giovane partecipante ad un’assemblea dellx abitanti a Villa Santa Adela, un quartiere nei pressi del terreno del data center, c’è un altro degli elementi centrali di questa lotta. Nell’ultimo decennio, i grandi colossi tecnologici hanno dovuto fare i conti con la materialità delle infrastrutture (centralizzate) che tengono in piedi la rete: la maggiore richiesta di calcolo e archiviazione, dovuta negli ultimi anni in particolar modo all’intelligenza artificiale, ha comportato un aumento sostanziale delle dimensioni dei data center e, di conseguenza, un maggiore bisogno di spazio. E seguendo le logiche mai dismesse del colonialismo, questo spazio è stato individuato nei terreni di alcune regioni del Sud Globale (e in particolar modo dell’America Latina) ritenuti disponibili, economici e sacrificabili. Poco importa che queste infrastrutture vadano a installarsi in territori già segnati da siccità, inquinamento, sfruttamento. Anzi: se questo li rende più vantaggiosi, abbassando i costi del suolo e del lavoro, ben venga. In questo modo, l’estrattivismo digitale contribuisce alla dinamica di consolidamento di zone di sacrificio, a livello globale lungo la linea di separazione Nord-Sud, ma anche a livello locale, esacerbando le diseguaglianze urbane. Il caso di Cerrillos si inserisce appieno in questa dinamica. Google è l’ultimo arrivato in un territorio già provato dalla speculazione industriale ed edilizia. Nelle storie di chi vive a Cerrillos da decenni emerge con forza la trasformazione conosciuta dalla comuna nel corso degli anni, una trasformazione che si può osservare con facilità in alcuni quartieri. È il caso di Buzeta, il quartiere antistante alla stazione della metro, dove gli immobiliaristi hanno acquistato i terreni su cui sorgevano le tradizionali case basse, per sostituirle con alte torri residenziali. Oggi sono in pochi a non aver ancora ceduto alle offerte, e queste ultime casette resistenti si perdono ai piedi dei palazzoni. Percorrendo il Camino a Melipilla, lo stradone principale che attraversa longitudinalmente la comuna, i cantieri sono interrotti solo dai grandi cartelloni che pubblicizzano altri edifici in costruzione. L’assenza di un piano regolatore comunale non fa che agevolare l’espansione edilizia incontrollata, tanto in termini residenziali che industriali e logistici. La vista sulle montagne della Cordillera, che prima accompagnava lo sguardo in quasi tutta la comuna, ora resiste solo in qualche angolo del Parque Bicentenario, che sorge sui terreni che fino a vent’anni fa ospitavano il primo aeroporto di Santiago. Ma anche lì il panorama sta cambiando, con nuovi complessi in costruzione (nonostante inizialmente l’edilizia residenziale fosse stata interdetta a causa della presenza di sostanze pericolose nel suolo legate alle operazioni dell’aeroporto), e oggi l’orizzonte è occupato quasi totalmente da palazzi, traffico e smog. Google, le industrie e gli immobiliari sono accomunate dal vedere Cerrillos come una distesa di terreni disponibili e a basso costo, in cui installare le proprie strutture generando entrate che non arriveranno mai sul territorio, a cui toccherà invece pagarne il prezzo. È una delle facce della segregazione sociale urbana che attanaglia Santiago, in cui spostandosi da un capo all’altro delle linee di metropolitana ci si trova catapultate in contesti totalmente differenti. Come raccontano due abitanti storiche della comuna: C’è una disuguaglianza tremenda: i servizi pubblici costruiti dallo Stato nei comuni dove vivono le classi ricche sono molto diversi da quelli di altre zone. Impressionante. Le piazze, le aree verdi, gli asili, quello che c’è là in alto[4], rispetto a quello che abbiamo qui… Si è visto ora, di recente con le tempeste e l’alluvione. Senza andare lontano, qui hanno fatto una strada nuova, il Mirador, e non hanno fatto i tombini per l’acqua piovana, per cui tutta l’acqua scende verso il basso e il quartiere si allaga. È una realtà costante, permanente. Invece lassù sono andati persino i pompieri a pulire le piscine. A Coquimbo, nel nord, c’è stata anche lì una devastazione per la pioggia e hanno impiegato sette giorni a dichiarare lo stato di catastrofe, a reagire. E qui a Las Condes[5], dopo tre ore il presidente ha firmato la dichiarazione di zona di catastrofe, perché Las Condes è un comune ricco: ci sono i voti sicuri, gli imprenditori, quelli che finanziano le sue campagne, i suoi amici, i suoi parenti. C’è una disuguaglianza atroce, feroce, che fa male. Uno si aspetta che lo Stato sia più presente dove è più necessario, e qui quasi mai è così. No, non è mai così. Parlare esclusivamente di zone di sacrificio, però, rischia di invisibilizzare il ruolo e l’agency delle persone che le abitano, inchiodando la definizione di un territorio a quella delle dinamiche di sfruttamento esogeno che lo attraversano che, seppur necessarie da evidenziare per denunciare la persistenza di logiche coloniali ed estrattiviste dietro lo sviluppo industriale e tecnologico, non esauriscono la sua identità. Anzi: un filo rosso che connette tante “zone di sacrificio” è proprio la resistenza di chi le vive ad essere “sacrificabile”, l’irriducibilità al ruolo di “vittima” o spettatore inerme della devastazione. Così, nelle parole delle abitanti di Cerrillos, nella strenua volontà di non abbandonare la lotta per il proprio territorio, a discapito dell’età e della stanchezza, si ascolta anche tutto l’orgoglio di appartenere ad una comunità che non è disposta a vedere la propria storia cancellata dall’arroganza del potere e del denaro. Data center e democrazia L’arsenale di strategie messe in campo da Google al suo arrivo a Cerrillos segue pedissequamente il copione applicato dalle grandi compagnie del Big Tech quando si presentano in un territorio in cui installare le proprie infrastrutture: adulazione delle istituzioni locali, promesse di riqualificazione, garanzie di assunzioni, annunci di grandi investimenti. Nel 2019, racconta una ex consigliera municipale tra le prime a schierarsi contro il progetto, i rappresentanti di Dataluna erano stati particolarmente insistenti, spingendo per incontrare lx consiglierx individualmente e invitandolx a visitare le strutture di Quilicura. Fin dall’inizio, le false promesse erano state rispedite al mittente. Al di là degli annunci, i posti di lavoro che il data center potrebbe creare una volta operativo sono al massimo 40, per la maggior parte iper-specializzati e realisticamente non destinati ad abitanti del territorio; così come finirebbero altrove buona parte dei 200 milioni di dollari di investimenti previsti. In termini di compensazioni ambientali, Dataluna si impegnava a contribuire alla riqualificazione e al verde urbano piantando 1.500 alberi come era stato fatto a Quilicura, dove già poco tempo dopo essere stato piantato il “bosco” di Google era secco e abbandonato. La risposta dellx abitanti di Cerrilos era stata chiara: certo, avremmo bisogno di 1500 alberi, ma con tutta l’acqua che usereste non avremo di che irrigarli. Lasciateci l’acqua e tenetevi gli alberi. Ma al di là delle promesse specifiche, quello che un colosso del tech come Google porta in dotazione quando arriva in una città è la sua immagine, la garanzia di proiettare il territorio nel futuro e nel mondo, la retorica patinata del progresso; sono i suoi uffici marketing e comunicazione, i suoi legali, il suo potere di lobbying, finanziario e informativo. I colossi del Big Tech siedono allo stesso tavolo dei governi, cooptando leggi e regolamenti, aprendosi varchi e possibilità, rendendo indispensabili i propri servizi e imponendo le proprie infrastrutture. Quando le comunità reagiscono, contestando progetti che le avevano ignorate e rifiutando i ricatti, emerge con forza l’incompatibilità tra l’esistenza stessa dei grandi oligopoli digitali e il diritto di chi abita un territorio di decidere per e su quel territorio. Il caso di Cerrillos ci permette di osservare questo intreccio tra questione democratica e opposizione alle mega infrastrutture del digitale attraverso almeno tre angolazioni: La prima. La vittoria al plebiscito comunal del 2019 ha palesato l’esistenza di un soggetto imprevisto, capace di farsi riconoscere anche attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, spesso inadeguati o incapaci di accogliere le istanze e le lotte che nascono dalle comunità e dal basso. Oggi quella vittoria resta nelle mani dei comitati come una leva per rivendicare i propri diritti di fronte al nuovo tentativo di Google. Inoltre, la decisione del Secondo Tribunale Ambientale ha costituito in ogni caso un precedente rilevante, al di là delle successive modifiche dei regolamenti – costringendo Google a rivedere almeno parzialmente le proprie strategie. Ma il processo di Cerrillos ha rappresentato un precedente anche al di fuori delle aule di tribunale per le comunità che si trovavano (e si troveranno) a fronteggiare una minaccia simile: la testimonianza che vincere contro i giganti è possibile. La seconda. Il conflitto attraversa immediatamente il piano infrastrutturale. Quando parliamo di data center (ma più in generale di infrastrutture digitali) una domanda centrale da porsi è: a chi e a cosa servono? Per immagazzinare quali dati? Con che funzione? Le risposte a questi interrogativi portano spesso lontano dai territori che ospitano gli impianti, lungo traiettorie descritte dai flussi delle merci informazionali che continuano a percorrere le rotte tracciate del colonialismo e dell’imperialismo. Risulta così, ad esempio, che il fabbisogno cileno in termini di elaborazione ed archiviazione dati sia già ampiamente soddisfatto e che i data center di cui le comunità pagano i costi in termini sociali e ambientali siano utili solo per il mercato estero, in particolar modo statunitense. La terza. Nel 2024 il governo Boric ha lanciato il Piano Nazionale sui data center (PDATA), con l’obiettivo di attrarre investimenti tecnologici e rendere il Cile competitivo su scala globale. Il PDATA avrebbe potuto essere un’occasione di regolamentazione reale e tutela delle comunità e dei territori dallo strapotere dei giganti del tech, ma già durante le prime fasi di implementazione è emerso come il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile (presenti nel Comité Multiactor) non fosse altro che uno specchietto per le allodole. I pareri espressi dal Comité non erano infatti in alcun modo vincolanti, rendendolo uno strumento utile soprattutto a ripulire l’immagine del piano e disinnescare il conflitto. Questo, unito alla mancanza di trasparenza, ha portato lx attivistx del Mosacat ad abbandonare il tavolo. Il tempo ha dato loro ragione: la proliferazione incontrollata di data center in tutto il Paese, e in particolar modo nella regione metropolitana, non rispetta alcun vincolo di sostenibilità ambientale o sociale. Al contrario, a beneficiare di tutto il processo sono stati i rappresentanti dell’industria dei data center, che hanno avuto l’opportunità di incidere direttamente sulle strategie di sviluppo economico e tecnologico del Paese.  Pedagogia delle lotte e relazioni di prossimità Da quando il “nuovo” progetto ha ottenuto il primo via libera, lx attivistx del Mosacat hanno ripreso le fila della mobilitazione. Rispetto al 2019, sono cambiate molte cose in Cile: dopo i mesi segnati dalla tensione rivoluzionaria dell’Estallido Social e dall’enorme partecipazione popolare nel processo costituente, la sconfitta nel plebiscito costituzionale ha inflitto un colpo duro ai movimenti e a chiunque avesse sperato nell’approvazione della nuova carta, lasciando ancora oggi strascichi di sfiducia, delusione, stanchezza e minore disponibilità alla mobilitazione. E anche se nei primi mesi dall’insediamento del governo Kast le piazze non sono mancate, permane la sensazione che organizzarsi e mobilitarsi sia più difficile, ma anche più urgente, su molteplici fronti. Oggi a Cerrillos lx abitanti sanno di non avere alleati istituzionali (tutt’altro) e proprio per questo stanno adottando strategie differenziate con l’obiettivo di costruire un’opposizione capillare ed efficace. A livello legale, il Mosacat ha fatto ricorso alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos sostenendo che lo Stato abbia violato l’Acuerdo de Escazú in materia di partecipazione cittadina e giustizia ambientale e sta valutando i prossimi passi con OLCA e un team di avvocate. Hanno presentato una mozione in consiglio municipale, ottenendo che la commissione sull’ambiente si faccia carico della questione, ma sanno che il rischio che si concluda in un nulla di fatto è alto, dati i toni delle ultime interlocuzioni con l’amministrazione comunale. Nel 2019, la presa di posizione dell’alcalde era stata decisiva per portare la questione davanti ai tribunali ambientali, per questo oggi sanno che è necessario fare tutto il possibile per spostare quest’asse e mettere sindaco e giunta davanti all’impossibilità di sottrarsi alla volontà popolare. In quest’ottica, stanno portando avanti un grande lavoro sul piano comunicativo, interfacciandosi con media internazionali, nazionali e locali, dalle grandi testate alle radio studentesche. Ma soprattutto, stanno lavorando sull’allargamento della partecipazione e della sensibilizzazione, promuovendo assemblee nei quartieri, organizzandosi per i porta a porta, coinvolgendo i sindacati, partecipando a mobilitazioni cittadine e iniziative comunitarie e continuando il lavoro di informazione dal basso iniziato nel 2019. Nel corso degli anni, infatti, questa lotta è stata anche un laboratorio pedagogico collettivo, nel quale in tante e tanti hanno avuto la possibilità – e il bisogno – di documentarsi su tutti gli impatti celati dell’infrastruttura che tiene in piedi quella che troppo spesso viene raccontata come una nuvola eterea. A differenza del 2019, quando le preoccupazioni si concentravano sulla questione idrica, oggi c’è molta più consapevolezza sul funzionamento dell’impianto e sui suoi molteplici impianti ambientali. Nelle prime assemblee di quartiere, oltre a raccontare gli avvenimenti degli ultimi sette anni, si spiega con linguaggio chiaro e diretto cos’è e come funziona un data center, avvicinando alle persone una conoscenza che troppo spesso viene strumentalmente resa inaccessibile e spacciata come eminentemente tecnica. Parlando con tantx abitanti emerge subito come questo lavoro funzioni: le ragioni del no al data center si fanno via via più diffuse e articolate, l’informazione cresce, e bastano poche parole con chi ancora non è a conoscenza del nuovo progetto perché anche questi esprima la propria contrarietà. Ma tutto questo sarebbe impossibile, o quantomeno molto più difficile, se mancasse il tessuto relazionale che caratterizza la comunità di Cerrillos. Una comunità che si tiene stretta, in cui ci si conosce, in cui le relazioni personali e di prossimità costituiscono un’infrastruttura sociale fondamentale che né la speculazione edilizia né la gentifricazione sono ancora riuscite a distruggere, nonostante le minino sempre di più. Che Cerrillos non sia solo la distesa di terreno edificabile che appare agli occhi del capitale privato lo testimoniano infatti le reti di micro-solidarietà di quartiere tessute quotidianamente dalle donne che si prendono cura della propria comunità lottando per gli spazi comuni, combattendo i palazzinari, dandosi una mano ad andare a prendere i mezzi, fare la spesa… mettendo a disposizione il proprio tempo, le proprie energie e la propria generosità per mantenere vivi i legami che la speculazione e la ridefinizione delle geografie economiche e territoriali vorrebbero spezzare. Si tratta di legami e di un modo di vivere lo spazio urbano con radici profonde. Lo racconta bene una storia legata alla comuna, ancora oggi motivo di orgoglio di tante persone che vivono nel quartiere: quella di Villa Valentina Tereshkova, una cooperativa abitativa fondata più di sessant’anni fa e intitolata dagli abitanti alla cosmonauta sovietica, la quale nel 1972 andrà a visitare quell’angolo di periferia cilena che porta il suo nome[6] e che, oggi come allora, sembra voler continuare ad esistere nelle cartografie della resistenza oltre che in quelle della devastazione. La lotta contro il data center, allora, è uno dei tanti atti di cura della comunità nei confronti di chi la abita e di chi la abiterà in futuro, in un movimento ricorsivo in cui le connessioni interpersonali alimentano i percorsi collettivi e ne traggono nuova linfa, mantenendo la comunità viva, curiosa, combattiva. Non stupisce che tra le fila del Mosacat, nelle piazze, nelle assemblee e nelle iniziative la grande maggioranza delle persone siano donne, che quotidianamente risignificano la cura come pratica organizzativa e di lotta contro la solitudine e l’ingiustizia. La cura come strumento di trasformazione dei rapporti di forza, inevitabilmente collettivo e al contempo materiale, nel senso che attraversa il corpo-territorio di ciascuna, con le sue storie e cicatrici. Sporgendosi dai margini e ancorandosi bene al suolo – contaminato, cementificato, sfruttato, eppure ancora umido, fertile e vivo – le abitanti di Cerrillos disturbano l’intoccabilità della nuvola del web. La loro battaglia è la stessa di tante altre comunità, di territori nelle geografie più disparate che, contro gli insostenibili piani sul futuro scritti a tavolino dalle oligarchie tecnologiche, continuano a difendere la vita. -------------------------------------------------------------------------------- [1] In Cile la Costituzione (risalente alla dittatura di Pinochet) riconosce il diritto di proprietà privata dell’acqua. La commercializzazione dell’acqua ha storicamente privilegiato il settore minerario, idroelettrico, agroalimentare e, oggi, anche quello del tech.  La pubblicizzazione dell’acqua era uno dei grandi temi presenti nella proposta di nuova costituzione del 2021. [2] A differenza della Dichiarazione di Impatto Ambientale, che è una procedura semplificata e che non prevede partecipazione cittadina, presupponendo la sostenibilità del progetto presentato, uno Studio di Impatto Ambientale prevede ricerche indipendenti, modelli predittivi, considerazione degli effetti sinergici e cumulativi del progetto, nonché l’obbligo di consultazione della popolazione. [3] Andrea Marinoni  et al., 2026. The Data Heat Island Effect: Quantifying the Impact of AI Data Centers in a Warming World. https://arxiv.org/pdf/2603.20897 (preprint) [4] A Santiago, i quartieri alti della zona orientale, a ridosso della Cordillera, sono i quartieri più ricchi, con una differenza profonda dal resto della città in termini architettonici, urbanistici, socioeconomici. [5] Il quartiere più colpito dall’alluvione dell’8 ottobre 2026. [6] La storia di Villa Valentina Tereshkova è raccontata nel libro Una cooperativa de vivienda con nombre de cosmonauta (2023, a cura di Pía Acevedo Méndez e Carlos Rojas Sancristoful), frutto di un lavoro collettivo realizzato dalla Junta de Vicinos Villa Valentina, dai suoi abitanti e dall’Instituto de Estudios Patrimoniales. -------------------------------------------------------------------------------- Alcune fonti per approfondire Manuel García Domínguez, Los centros de datos como centros de conflictos: el caso de los humedales en Quilicura y Cerrillos (Chile), Revista Controversia, 2025. https://revistacontroversia.cinep.org.co/index.php/controversia/article/view/1356/1098 Martin Tironi e Camila Albornoz, Divergent Futures in a Damaged Territory: The Rise of Data Centers and Water Conflicts in Santiago de Chile, Journal of Urban Technology, 2025. https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/10630732.2025.2546784#abstract Enol Nieto Jiménez e Daniel Pena, Exposing Google’s Seizure of Water in Drought-Impacted Uruguay, Logic(s) Magazine, 2025. https://logicmag.io/land/exposing-googles-seizure-of-water-in-drought-impacted-uruguay-a-conversation/ Hippolyte Radisson, Au Chili, les data centers, portés par le boom de l’IA, encerclent Santiago, Le Monde, 2026. https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/10/20/au-chili-les-data-centers-portes-par-le-boom-de-l-ia-encerclent-santiago_6797911_3234.html Álvaro Marchant Cuevas, El boom de los data centers y el cambio ambiental: siete proyectos buscan avanzar sin ingresar al SEIA, El Desconcierto, 2026. https://eldesconcierto.cl/reportajes/el-boom-los-data-centers-y-el-cambio-ambiental-siete-proyectos-buscan-avanzar-ingresar-al-seia-n5462381 Florencia Vargas, Expertos advierten sobre el desorden en la regulación de los data centers en Chile. Doble Espacio, 2026. https://doble-espacio.uchile.cl/desorden-regulacion-data-centers-en-chile/ -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato da Arianna (che ringraziamo) su Caminantescentrodocumentazione.org -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sfidare i giganti del web. E vincere proviene da Comune-info.
November 7, 2026
Comune-info
Brasile, cavalcare il “momento populista” per capire la vittoria di Lula
La vittoria di Lula con Andrè Janones In queste settimane l’abbiamo ribadito più volte che la vittoria di Lula in Brasile segna una speranza per la sinistra antimperialista: per tutta quella sinistra che non ha paura di definirsi tale; che non ha alcuna intenzione di rinnegare sè stessa e la propria cultura politica; e che non vuole cedere ad alcun tipo di trasformismo per deidentificarsi. La vittoria di Lula è il segno che è possibile sconfiggere l’alt right di Trump e del Movimento MAGA anche con i loro stessi mezzi: la tecnologia e i social media. Dietro dietro la rimonta elettorale di Lula in Brasile, vi è André Janones, giovane avvocato e deputato federale del PT brasiliano, classe 1984, nonchè grande esperto di social media. Definito negativamente dalle testate di destra come il “generale digitale” o provocatoriamente il “pretoriano” di Lula, Janones è considerato l’artefice della rimonta comunicativa contro la destra. Ha fondato e coordinato un canale WhatsApp, chiamato appunto L’Exército do Lula, che ha raggiunto oltre 10 milioni di iscritti, attraverso il quale ha mobilitato gli utenti-elettori. Janones ha rivoluzionato la comunicazione della sinistra brasiliana usando le stesse armi della destra di Bolsonaro: meme taglienti, video brevi, missioni quotidiane, contrattacchi rapidi e un linguaggio molto pop e accessibile, aggirando così i filtri degli algoritmi dei social tradizionali ed adottando le tattiche comunicative della destra bolsonariana. Un successo che solleva interrogativi sul futuro della democrazia e delle campagne elettorali online. La grandezza di Janones non è stata “copiare” la destra in questa strategia comunicativa, ma esattamente il contrario: intercettare il momenti storico che il mondo sta vivendo, i trend, il ruolo dei social media e la loro capacità di incidere sul sentire comune in quanto infrastrutture di massa. Janones è stato in grado di estrapolare la struttura di questa strategia comunicativa, riempiendola di contenuti completamente diversi da quelli della destra, pur cavalcando questo momento storico. Luiz Inácio Lula da Silva e il suo staff hanno accusato Meta (proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp) di interferenza algoritmica e censura politica a favore del rivale Flávio Bolsonaro, ma la loro vittoria ha dimostrato che si può invertire la rotta dei tecnomiliardari trumpiani statunitensi con i loro stessi mezzi. Cavalcare il “momento populista” A differenza di quello che si possa pensare, la capacità di intercettare le richieste e il sentire del popolo, empatizzando con esso, è da sempre la caratteristica principale della sinistra latinoamericana in Nicaragua, in Venezuela, in Brasile, in Uruguay, a Cuba, in Ecuador, in Argentina, in Cile, in Bolivia e in Perù. Per questi motivi i grandi volti della sinistra – come Hugo Chavez, Rafael Correa, lo stesso Lula, i Fernandez in Argentina, Evo Morales in Bolivia e il governo cubano – per le loro forti politiche sociali sono stati tacciati di “populismo” (1), come se essere “populisti” fosse un fatto negativo, di per sè. Nelle nostre democrazie liberali occidentali la parola populismo è giustamente diventata quasi una bestemmia proprio perchè la si associa alla strategia politico-comunicativa delle destre nazionaliste, razziste, xenofobe, neofasciste o post-fasciste (Trump, Bolsonaro, Milei, Meloni, Salvini, Orban, Farange, Le Pen, Weidel…) che si rivolge alla “pancia della gente”, aizzando paure irrazionali e costruendo un “nemico esterno” (Rom, gay, stranieri, africani, migranti, islamici, ebrei, il comunismo) contro il quale scagliarsi ed affidare tutte le colpe possibili ed immaginabili, incolpandoli di essere un fattore patogeno che mina la propria identità, la propria cultura, il proprio senso comune, la propria stabilità e sicurezza: insomma qualcosa che mette in crisi la propria “integrità”, la propria “sovranità nazionale”. Eppure non è mai esistito solo un populismo di destra che parla al popolo-nazione chiuso in se stesso che punta all’orizzontalità del conflitto; ma anche un populismo di sinistra aperto che parla al popolo-classe, alle classi subalterne, agli oppressi che, invece di parlare alla “pancia della gente” aizzando paure irrazionali, lotta sì per i diritti civili contro le discriminazioni del “divide et impera” e parla ai bisogni e alle necessità vitali della gente (sovranità popolare, lavoro, salute universale, istruzione, prevenzione sociale, ammortizzatori sociali, salario minimo garantito, contratti nazionali, sicurezza sul lavoro, difesa dell’ambiente, riproduzione sociale, suddivisione del lavoro di cura, redistribuzione delle ricchezze, tassazione degli ultraricchi, democrazia radicale e più partecipazione diretta del popolo nelle decisioni politiche, etc…). E’ un populismo che guarda alla verticalità del conflitto, puntando il dito contro chi impedisce tutto questo, ovvero il capitalismo finanziario, la grande industria, l’imperialismo e le sue guerre. Se il populismo di destra punta il dito contro il potenziale vicino di casa proveniente dal Camerun che fa il nostro stesso lavoro a parità di salario perchè “potrebbe rubargli il lavoro”; il populismo di sinistra “si scaglia” contro chi sottopaga entrambi in egual modo impedendogli di arrivare a fine mese. Questo è l’esempio che in questi anni è stato seguito da Podemos in Spagna, dai movimenti indipendentisti catalani di sinistra, in parte anche dal M5S in Italia, sicuramente da Tsipras in Grecia (prima del fallimento), dalla France Insoumise di Melenchon in Francia, da Potere al Popolo in Italia, da Corbyn in Inghilterra, da Die Linke in Germania (ora molto meno), dalla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, da Lula in Brasile, da Evo Morales in Bolivia e anche dal progetto di ecodemocrazia radicale e di confederalismo democratico curdo in Rojava ideato da Abdullah Öcalan. Sebbene per primi fossero stati il MoVimento 5 Stelle dal 2005 in Italia con i Meet-up, il Partito Pirata nel 2006 in Germania e Potere al Popolo nel 2018 in Italia a tentare di attuare una forma di e-democracy (2) sul web, durante le elezioni del 25 ottobre 2026 in Brasile Andrè Janones ha saputo – per primo – cavalcare il “momento populista” via social network, incanalando un forte consenso democratico anti-sistema in una direzione costruttiva portando alla vittoria. Per un “populismo di sinistra” con Mouffe, Laclau e Fraser Il tema quindi non è entrare nello sterile dibattito accademico sulla “vera natura” dei neopopulismi, non è dare un ulteriore contributo critico al campo pletorico degli “studi sul populismo”, ma cavalcare il generale “momento populista”, saperlo incanalare in una direzione costruttiva e lavorare per un populismo di sinistra che sappia fornire la strategia più adeguata per recuperare ed estendere gli ideali di uguaglianza e sovranità popolare, che sono costitutivi di una politica democratica radicale. A capire questo in anticipo sui tempi sono stati grandissimi volti della sinistra radicale: i filosofi politici contemporanei Chantal Mouffe, Ernesto Laclau e Nancy Fraser.   Chantal Chouffe, Ernesto Laclau, Nancy Fraser   Forse sono loro i migliori pensatori della sinistra contemporanea, forse coloro che autenticamente – partendo da Gramsci, dal marxismo e dal socialismo – hanno capito il periodo storico che stiamo vivendo e come riattualizzare i grandi ideali di giustizia sociale, eguaglianza socio-economica coniugato con le libertà civili per la realizzazione di una “democrazia radicale”. Il primo contributo di Laclau e Mouffe in questo senso è stato il libro Egemonia e strategia socialista, in cui iniziano ad analizzare il fenomeno, avviando un dibattito interno di autocomprensione della sinistra e delle rivendicazioni che si trova a sostenere. E’ proprio Chantal Mouffe che nel primo capitolo del suo libro Per un populismo di sinistra ha coniato l’espressione “momento populista”, intendendo il populismo come un nuovo soggetto politico del XXI secolo che, più che da criticare, è da constatare. Sarà proprio Mouffe a dire provocatoriamente che dobbiamo imparare da Margaret Thatcher, solo cavalcando il populismo in un altro modo. Mouffe rifiuta l’idea liberale di una politica basata sul puro consenso razionale e neutrale. Mouffe vede nella polarizzazione popolare non necessariamente un pericolo, ma la prova che la democrazia vive di passioni e di alternative reali. Nel libro La ragione populista, Laclau definisce il populismo come una strategia discorsiva per la costruzione di una frontiera politica, che opera attraverso la divisione della società in due campi e chiama alla mobilitazione chi è sfavorito contro chi è al potere. Il populismo non un regime politico, non è un’ideologia e non può essere ricondotto a un contenuto programmatico specifico, ma è un modo di fare politica che assume forme differenti a seconda del momento e del luogo, ed è compatibile con diverse cornici istituzionali. Dello stesso parere è Nancy Fraser, filosofa marxista e femminista e sociologa statunitense, che vede il populismo di sinistra non come un traguardo politico definitivo, ma come una fase di transizione necessaria e uno strumento retorico utile a superare la crisi dell’egemonia neoliberista. Fraser ha adottato il motto “99% contro l’1%” e riadattato il linguaggio emerso con movimenti come Occupy Wall Street, usando la contrapposizione tra la stragrande maggioranza della popolazione e una piccola élite finanziaria e corporativa, considerandolo un modo efficace per costruire un soggetto politico collettivo. Il populismo per Fraser non è l’obiettivo finale, ma uno strumento tattico, un “programma di transizione” il cui traguardo a lungo termine deve essere l’emergere di un socialismo democratico del XXI secolo, capace di rimediare alle ingiustizie strutturali del capitalismo. Per Fraser, il populismo di sinistra deve essere anti-capitalista ed egalitario, capace di unire la giustizia economica (la redistribuzione del reddito) con le lotte femministe e antirazziste e – in particolare – quella che chiama riproduzione sociale, ovvero il riconoscimento del valore del lavoro di cura, essenziale per mantenere le relazioni sociali. Il populismo di sinistra è una critica serrata al sistema, oltre che un’opposizione sia alla destra liberal-conservatrice, sia alla sinistra liberal-progressista e al neoliberismo. Fraser critica aspramente la “sinistra neoliberale” e i tradizionali centro-sinistra moderati, che le chiama “neoliberismo progressista”, esemplificato da figure come i Clinton negli USA, accusandolo di aver barattato la critica alla diseguaglianza economica in cambio di un moralismo superficiale e di un’attenzione formale alla diversità che ha finito per alienare le classi lavoratrici, spingendole verso il populismo reazionario o di destra. Da questo punto di vista, il Lulismo incarna perfettamente i concetti cardine del loro pensiero. Analizzando storicamente e teoricamente, le vittorie elettorali di Lula in Brasile (sia i successi storici sia la recente riconferma contro l’estrema destra di Flávio Bolsonaro) sono esempi fondamentali di populismo di sinistra ed egemonia democratica. La vittoria di Lula si è basata sulla capacità di creare una “frontiera politica” che unisca le domande dei lavoratori, delle minoranze, degli indigeni e dei movimenti sociali (il “Noi”, il popolo) contro le élite neoliberiste o le derive autoritarie (il “Loro”). Le vittorie di Lula sono state interpretate come una necessaria risonanza della sovranità popolare e una barriera contro l’apolitica, la depoliticizzazione e la post-politica, ovvero l’illusione che non esistano più destra e sinistra. Lula non ha semplicemente unito la sinistra classica, ma è riuscito a tessere una vasta rete di equivalenze tra gruppi eterogenei, trasformando istanze diverse in una volontà collettiva capace di conquistare lo Stato e attuare riforme redistributive senza abbandonare la cornice costituzionale.   (1) talvolta tacciati anche di “giacobinismo”, anche se vi sono differenze tra questi concetti. La differenza fondamentale tra giacobinismo e populismo risiede nella struttura della leadership e nel ruolo assegnato al popolo: il giacobinismo è un’ideologia elitaria e pedagogica in cui un’avanguardia illuminata guida e “istruisce” il popolo per realizzare una verità politica assoluta, mentre il populismo è una mentalità o stile politico che esalta la purezza intrinseca e immediata della “gente comune” in contrapposizione netta alle élite corrotte. Invece il termine “diciannovismo” è usato per il populismo di destra in quanto termine storico-politico che indica l’insieme dei fenomeni, delle tendenze e degli atteggiamenti politici e sociali nati in Italia all’indomani della Prima guerra mondiale, in particolare a partire dal 1919, anno di fondazione dei Fasci italiani di Combattimento da parte di Benito Mussolini. (2) La e-democracy, o democrazia digitale, è la forma di democrazia partecipativa e/o diretta, che si avvale delle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella partecipazione politica e/o nelle consultazioni popolari.   Ulteriori informazioni: > Brasile, la vittoria di Lula è una speranza per la sinistra antimperialista > Italia, PD elogia Lula ma dimentica il suo socialismo e la sua politica estera > Chantal Mouffe e il populismo di sinistra Jacques Bidet, Le visioni di Ernesto Laclau e gli stratagemmi di Chantal Mouffe, Traduzione di Elena Borghetti, pag 311, in La temporalità plurale nel marxismo latino-americano a cura di Martín Cortés e Vittorio Morfino Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, trad. it. di Diego Ferrante, Roma-Bari, Laterza, 2018. Chantal Mouffe, La sfida del populismo, a cura di Francesco Saverio Festa, Roma, Castelvecchi, 2019. Chantal Mouffe, Costruire popolo. Egemonia e radicalizzazione della democrazia, con Íñigo Errejón, a cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2020. Chantal Mouffe, Politica e passioni. Il ruolo degli affetti nella prospettiva agonistica, a cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2020. Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008 Populismo e democrazia radicale. In dialogo con Ernesto Laclau, a cura di Marco Baldassari e Diego Melegari, Verona, Ombre Corte, 2012. Politica e ideologia nella teoria marxista. Capitalismo, fascismo, populismo, a cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2021. Nancy Fraser, Redistribuzione o riconoscimento? Una controversia politico-filosofica insieme ad Axel Honneth, Meltemi, 2007 Nancy Fraser, La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo, Mimesis Nancy Fraser, Cosa vuol dire socialismo del XXI secolo?, Castelvecchi, 2020 Nancy Fraser, Capitalismo Cannibale. Come il sistema sta divorando la nostra democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, 2023 Nancy Fraser, Il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Dal neoliberismo progressista a Trump e oltre, Ombre Corte, 2019 Lorenzo Poli
November 7, 2026
Pressenza
Ucraina, dai pestaggi alle torture: gli abusi del reclutamento che l’Occidente ignora
Venticinque reclute morte durante l’addestramento, prima ancora di arrivare al fronte. È il bilancio ricostruito dalla testata ucraina Babel nei centri del 425° reggimento autonomo d’assalto Skala, dove familiari e militari denunciano pestaggi, isolamento, sevizie e interruzioni delle cure. Tra i decessi figura quello di Volodymyr Tsukanov, morto in ospedale dopo che, secondo gli investigatori, un sottufficiale gli aveva fratturato nove costole a calci. Gli abusi emergono già nella fase del reclutamento. Nella regione di Ivano-Frankivsk, un uomo sarebbe stato colpito all’inguine per aver rifiu... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Ucraina, dai pestaggi alle torture: gli abusi del reclutamento che l’Occidente ignora appeared first on L'Indipendente.
November 7, 2026
L'INDIPENDENTE
Dati personali di Tajani diffusi sul dark web: “è perchè sostengo l’Ucraina”
I dati personali del ministro degli Esteri Antonio Tajani e della sua famiglia sono stati resi noti sul dark web da «criminali informatici» che si sono detti disposti a pagare per avere accesso ad ulteriori informazioni. Lo ha comunicato lo stesso ministro, in un post sul social X. Tajani attribuisce quanto accaduto alla propria posizione in difesa dell’Ucraina: «difendere la libertà di uno Stato sovrano, schierarsi in maniera limpida a favore di democrazia e indipendenza di una nazione per queste entità criminali è pericoloso», ha scritto. Piena solidarietà è giunta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. The post Dati personali di Tajani diffusi sul dark web: “è perchè sostengo l’Ucraina” appeared first on L'Indipendente.
November 7, 2026
L'INDIPENDENTE
Livorno: transito di mezzi militari, reazione del sindaco e mobilitazione dei portuali
I mezzi non sono passati inosservati. Ma era illusorio pensare che martedì scorso, 3 novembre, non destasse attenzione quell’intenso transito di mezzi militari lungo le strade e verso il porto di Livorno. Traffico immediatamente segnalato, con tanto di foto, all’amministrazione comunale. E ciò ha spinto il sindaco Luca Salvetti a chiedere chiarimenti alla Prefettura sulla natura dei trasporti e le eventuali misure di sicurezza adottate a tutela della popolazione e dei lavoratori coinvolti. Non a caso. Il sindaco della città labronica da tempo è impegnato, insieme a quello di Ravenna, a coinvolgere i sindaci delle città portuali italiane per muoversi verso il Governo affinché sia rispettata pienamente la Legge 185/90 sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e della nostra Costituzione che ripudia la Guerra. Ma, giustamente, in assenza di chiarimenti sulla natura e sulla destinazione del carico di armamenti in attesa al porto di Livorno, i portuali di USB (e del Gruppo Autonomo Portuali), che il 30 ottobre avevano partecipato all’azione internazionale contro le guerre e i traffici d’armi nei porti insieme ai dockworkers di oltre un centinaio di scali marittimi in 22 paesi, sono entrati in mobilitazione e sciopero per due giorni, fintanto che la nave che avrebbe dovuto imbarcare a Livorno i mezzi militari ha cambiato destinazione e non arriverà più nello scalo labronico. Le sentenze di Consiglio di Stato e Tar Puglia Sulla questione dei traffici d’armi nei porti italiani ci eravamo lasciati il 15 ottobre con il pronunciamento del Consiglio di Stato che respingeva l’appello dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna contro la sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, che aveva accolto parzialmente il ricorso della giornalista investigativa Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri ai quali era stata negata la richiesta di accesso agli atti sul transito nel porto romagnolo di armi, munizioni ed esplosivi. Una sentenza a difesa della trasparenza, alla quale il 30 ottobre si è aggiunta anche quella del TAR della Puglia, che ha stabilito l’illegittimità del diniego generalizzato opposto dall’Agenzia delle Dogane alla richiesta di accesso civico ai “manifesti di carico” di cinque navi transitate nel porto di Bari e dirette in Israele. Il ricorso patrocinato dagli avvocati Amina Tridente e Luigi Paccione contestava un doppio rifiuto dell’Agenzia delle Dogane di consegnare la documentazione relativa alle merci imbarcate/sbarcate da cinque navi nel porto di Bari, sospettate di trasportare armi o materiale dual use a utilizzo militare. L’Agenzia delle Dogane di Bari aveva negato l’accesso invocando il segreto militare, la difesa della sicurezza nazionale e il riserbo sui materiali d’armamento. L’appello di Weapon Watch Tenendo insieme il filo di collegamento tra tutti questi episodi che coinvolgono, su un unico terreno, attivisti e tribunali amministrativi, portuali e istituzioni, The Weapon Watch ha lanciato un appello, consapevole del momento favorevole per la lotta democratica contro l’opacità dei traffici di armi nei porti italiani. Il che sta favorendo, osserva l’associazione, tre tendenze sostanziali e tutto sommato nuove. In ordine: la mobilitazione contro la guerra in crescita; la trasparenza contro la secretazione e militarizzazione del notizie grazie alle sentenze dei TAR Emilia Romagna e Puglia, sentenze faticosamente ottenuti dal gruppo dei giuristi democratici contro la guerra; ultimo, ma non meno importante, la proposta di un Osservatorio sul movimento delle armi nel porto di Genova che sta prendendo forma. In proposito, l’osservatorio sarà permanente (quindi non soggetto al cambiamento delle giunte), e sarà un Osservatorio del Consiglio comunale (quindi con maggioranza e opposizione entrambe rappresentate) ed ha superato lo scoglio del rifiuto a parteciparvi da parte di Prefettura, Agenzia delle dogane, Autorità portuale e Capitaneria di Porto. Tra l’altra, tranne la Prefettura, le altre si sono dette disponibili anche a una collaborazione “tecnica”. L’attenzione della Chiesa cattolica In questo contesto, si deve registrare anche una grande attenzione alle iniziative di controllo sul traffico e movimento di armi da parte di ambienti vicini alla Chiesa cattolica e dagli stessi vescovi, in linea con le posizioni di Papa Francesco e del suo successore Leone XIV, e della coerenza editoriale del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, il cui editore è la CEI (conferenza episcopale italiana). Secondo Weapon Watch, una grande grande attenzione è oggi riservata dalla Chiesa al tema dell’obiezione di coscienza dei lavoratori, a cominciare dalla logistica. Ulteriore elemento positivo, è il coinvolgimento oltre che del Comune di Genova, anche di altre città portuali (Marina di Carrara, Livorno, Salerno, Bari, Ravenna, al momento) i cui sindaci e consigli comunali si sono pronunciati con forza per la trasparenza di ciò che passa per i rispettivi porti. Su questo aspetto, la circolazione delle esperienze reciproche e degli strumenti istituzionali più adatti e funzionali potrebbe rivelarsi un fattore un importante per trasformare semplici affermazioni pubbliche in concrete azioni politiche.
November 7, 2026
Weapon Watch
Per una mappa delle scuole di nonviolenza
La Scuola popolare di nonviolenza-Imparare la pace è stata promossa da tre anni a Bergamo dalla Fondazione Serughetti La porta con l’adesione di una ventina di realtà, dalla Diocesi al Comune, alle tante associazioni della società civile (https://www.impararelapace.it/). Nel progettare la nostra iniziativa, che sta riscuotendo una buona risposta sia di educatori che di giovani, ci siamo resi conto via via dell’esistenza sul territorio italiano di altre realtà simili, di cui alcune con una bella anzianità di attività; sono certamente tutte abbastanza diverse, per caratteristiche, impostazione, modalità di nascita, soggetti promotori… ma la comunanza di intenti è palese e confortante. Per questo motivo ci è venuta l’idea di provare a stendere una mappa di queste realtà, per favorire lo scambio di esperienze e di buone pratiche. Poi, se qualcos’altro nascerà, ben venga! Esistono reti di scuole e università per la pace, già ben strutturate. A noi interessa mettere in rete le iniziative nate dal basso, anche se spesso (fortunatamente) con l’appoggio delle istituzioni, e che certamente con scuole e università dialogano e collaborano, ma in un quadro di autonomia e di continuità. Abbiamo pertanto cominciato a cercare in rete e tramite vari contatti esistenti le informazioni sulle realtà esistenti. Il primo riscontro ha dato alcune risposte positive (e di apprezzamento dell’iniziativa) ma anche molti silenzi, che non ci danno certezza né delle informazioni che abbiamo reperito e nemmeno della effettiva continuità di alcune esperienze, Ci rivolgiamo pertanto a tutti gli interessati chiedendo di segnalarci le iniziative di scuola di pace effettivamente attive che possano rientrare nella mappa che intendiamo costruire. Ci bastano i riferimenti (tel, mail, sito internet…) per poterle contattare e acquisire le informazioni.   Un lavoro in progress, insomma, che potrebbe essere utile a tutti. E che sarà messo a disposizione di tutti per poter conoscere e scambiare esperienze. Potete scrivere a info@impararelapace.it, all’attenzione di Roberto Cremaschi. Lascio anche i miei recapiti: r.cremaschi55@gmail.com   tel. 333 3147401. Grazie!   Redazione Italia
November 7, 2026
Pressenza
A 60 anni dal 4 novembre 1966, ecco gli Angeli del fango con le stellette
Dalla “sicurezza” – ma non quella del lavoro, della salute o semplicemente del futuro – alla “difesa”, delle (varie) libertà, dei valori cristiani, del “frutto del proprio duro lavoro”, della salute fino alla Difesa con la “d” maiuscola, ovvero quella che per diverse occasioni viene indossata/impersonata da una divisa con le stellette, divenuta ormai un capo d’abbigliamento socialmente normalizzato. Come in tante altre ricorrenze il Ministero della Difesa mette il cappello anche sul sessantesimo dell’alluvione di Firenze dove sfacciatamente si annoverano anche i militari tra i cosiddetti “Angeli del fango” – che in realtà furono centinaia di ragazzi e ragazze, giovani studenti e studentesse accorsi da tutta Italia per aiutare la città Toscana e salvare il patrimonio culturale della Biblioteca Nazionale –, anche qui sottolineando tutti gli interventi di ordine civile che mettono in luce solo l’aspetto benefico e caritatevole. Il 4 novembre e la tragedia dell’elicottero schiantatosi in Bosnia, hanno fatto sì che tutto il merchandising fatto di manifesti, striscioni e quant’altro addobbasse il Villaggio Difesa a Roma fosse “marchiato” a lutto da un fiocchetto nero e tutte le cerimonie ruotassero intorno a questi nuovi eroi facendo dimenticare che proprio in quel 4 novembre di caduti sul lavoro ce ne sono stati ben sette e che nel 2026, con 589 omicidi sul lavoro, si sono già avuti 19 morti in più rispetto all’anno precedente. Come dire che ci sono morti di serie A e di serie B. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Rainbows and the paths of sunlight
Rainbows are optical patterns produced when sunlight interacts with water droplets in the air. Their familiar bands of colour appear when light enters a droplet, changes direction, reflects inside, and emerges again. Different colours follow slightly different paths. The result is not an object hanging at one fixed place, but a pattern seen from a […] L'articolo Rainbows and the paths of sunlight proviene da CampiAperti.
November 7, 2026
CampiAperti
Dipendenza economica e violenza di genere
Riprendiamo un tema che continua ad essere poco considerato, ma che nella tradizione marxista secondo la quale l’emancipazione umana può avvenire solamente nel momento in cui l’umanità si emancipa dalla condizione del bisogno e dalla lotta che ne consegue, dovrebbe farci riflettere sulla necessità della trasformazione economica radicale e definitiva come unica opzione disponibile. Nella occasione si ricorda che la
November 7, 2026
La Bottega del Barbieri

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