Verona: aggressione al presidio antifascista al lancio di Futuro Nazionale
Domenica 11 aprile alla Fabbrica Pedavena Verona, a San Martino Buonalbergo, il generale Vannacci ha organizzato un evento per lanciare il suo nuovo partito Futuro nazionale, atteso da una folla delle varie versioni della estrema destra estrema. La Rete Tumulto Pride, nata per riportare a Verona un pride radicale e autogestito, dopo aver lanciato il boicottaggio del locale che ospitava Vannacci e i suoi, ha voluto garantire un presidio antifascista presentandosi in una decina di compagn* che sono stati pesantemente aggrediti dai presenti. Ne parliamo con Gianni del circolo Pink che insieme ad altri ha subito botte e minacce. 
April 14, 2026
Radio Onda Rossa
Come dare vita comunità conviviali in un’epoca di sfiducia
In un tempo in cui tutto sembra accelerare e frammentarsi abbiamo bisogno di incontrarci, di immaginare e costruire insieme. Uno dei modi che Italia che Cambia ha scelto per fare tutto questo è Transizioni Fest, un festival intergenerazionale caratterizzato dall’autenticità degli incontri, della speranza e dalla meraviglia, dal buon cibo e dall’immersione in natura. Ci troveremo dal 30 maggio al 2 giugno alla Valle delle Sorgenti, uno splendido bioparco di 13 ettari in Val Cavallina, in provincia di Bergamo, gestito dalla cooperativa L’Innesto. Reincanto, libertà, felicità… convivialità: come dare vita comunità conviviali in un’epoca di sfiducia. Il tema centrale che unirà tutte le giornate di questa quinta edizione del festival sarà la convivialità: * Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? * Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? * Può una cornice conviviale cambiare tutto? Saperi e pratiche quotidiane si fonderanno in unica grande esperienza in cui cercheremo risposte a queste domande tra immaginazione e narrazione, comunità, democrazia, mondi nuovi, tecnologie e pratiche conviviali. Partecipare a Transizioni Fest significa inoltre prendere parte alla vita comunitaria e a un’esperienza di autogestione e convivilità pratica. Ci prenderemo insieme cura degli spazi e in quello che richiede il vivere insieme. Vivremo in una dimensione in cui si sfumeranno e intrecceranno i ruoli di relatori, docenti, volontari, ascoltatori per dare vita a una grande comunità di pensieri e di pratiche. Quello che ci aspetta è un festival di comunità da cui tutti usciremo arricchiti e con nuovi strumenti per trasformare noi stessi e il mondo in cui viviamo. PROGRAMMA e MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE UN ASSAGGIO con il video della scorsa edizione: Italia che Cambia
April 14, 2026
Pressenza
Quanto costa all’Italia la crisi climatica?
In dieci anni oltre 19 miliardi di euro soltanto per frane e alluvioni: emerge dalla terza edizione del report pubblicato da Greenpeace Italia che traccia un quadro dell’impatto economico dei cambiamenti climatici in tutta la penisola, cioè dei danni stimati tra il 2015 e il 2024 nel nostro Paese, dove 1,28 milioni di persone vivono in aree a rischio frana e 6,8 milioni risiedono in zone esposte al rischio di alluvione. Elaborando i dati del Dipartimento della Protezione Civile, Greenpeace ha stilato una classifica delle Regioni maggiormente colpite dagli eventi meteo-idro e una classifica di quelle che più hanno registrato danni in termini economici, mostrando la sproporzione tra danni e finanziamenti. L’indagine fornisce, inoltre, una panoramica sugli investimenti in prevenzione del dissesto idrogeologico e, ancora, un approfondimento sulle protezioni assicurative per abitazioni e aziende, con un confronto tra Italia ed Europa, nonché un breve focus sulla trasformazione delle coste italiane nei prossimi anni. Dal 2015 al 2024 – quindi dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima – le Regioni italiane hanno stimato oltre 19 miliardi di euro di danni causati da frane e alluvioni. Ai primi posti per ammontare dei danni troviamo Emilia-Romagna, Campania e Veneto. Negli stessi anni, per risanare il territorio i governi che si sono succeduti hanno trasferito alle Regioni 3,1 miliardi di euro, pari solamente al 17% dei danni causati da alluvioni e frane. Anche sommando il contributo arrivato al nostro Paese dal Fondo di Solidarietà Europeo, le misure economiche di compensazione raggiungono appena i 4 miliardi. Dal 2015 al 2024, sono stati investiti in progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico 10,5 miliardi di euro. Rimangono piuttosto lunghi i tempi di realizzazione di questi interventi, soprattutto nelle regioni del Sud. Poche persone, in Italia, assicurano la propria casa contro le catastrofi naturali eventi. Si tratta infatti di un tipo di polizze ancora poco diffuso: secondo i dati di Ania, nel 2025 l’82,7% delle assicurazioni sul mercato non prevedeva alcuna estensione per le catastrofi naturali. Solo il 10,7% delle assicurazioni consentiva di assicurarsi contro le alluvioni. Dal 2025 è obbligatorio per alcune tipologie di aziende sottoscrivere polizze (Cat-Nat) per i danni causati da eventi naturali estremi. Tuttavia, come emerso dopo il ciclone Harry di gennaio 2026, la polizza obbligatoria lascia per il momento scoperti diversi eventi meteo rilevanti per il nostro Paese, come le mareggiate. Per quanto riguarda la prevenzione, in totale, dal 2015 al 2025 sono stati avviati 13.002 progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico. Anche nel conteggio dei progetti, la Lombardia è in testa (con 1901 progetti e un notevole stacco rispetto alle altre regioni), seguita da Piemonte (1206 progetti) e Calabria (1172 progetti). L’Emilia-Romagna si trova al quinto posto (con 960 progetti). Le ultime posizioni sono occupate da Sardegna (208 progetti), Umbria (146 progetti) e Valle d’Aosta (39 progetti). Secondo quanto rilevato da ISPRA, il tempo medio di realizzazione dei progetti di prevenzione è di 4,6 anni, con qualche differenza tra le regioni. “Rispetto al valore medio nazionale di realizzazione di un intervento, pari a 4,6 anni, diverse sono le Regioni e le Province Autonome per le quali si rileva un tempo superiore, tra cui, Veneto, Lazio, Prov. Aut. di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Puglia, per le quali si registra una durata media superiore a 5 anni. Dall’analisi complessiva dei dati, inoltre, emergono i casi della Sardegna e della Campania, caratterizzate da tempi medi di realizzazione che sfiorano i 6 anni”. A generare ritardi sono soprattutto le fasi di progettazione e pianificazione degli interventi. Sempre parlando di prevenzione, è interessante dare uno sguardo anche all’investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), dedicato al tema Misure per la gestione del rischio alluvioni e la riduzione del rischio idrogeologico. Dopo le varie riformulazioni avvenute negli scorsi mesi, secondo le analisi svolte da OpenPolis a febbraio 2026 , questo investimento è stato tra i più penalizzati: con l’ultima rimodulazione ha perso complessivamente 910 milioni di euro. La nuova dotazione è di soli 290 milioni. È evidente come sia necessario un cambio di passo, con un impegno serio sul fronte della pianificazione. “Il trend dei fondi spesi per la prevenzione in calo negli ultimi anni, il confronto tra danni e stanziamenti per il risanamento e il recente definanziamento delle misure legate alla gestione delle alluvioni nel Pnrr lanciano un serio segnale di allarme, che non possiamo ignorare – ha sottolineato Federico Spadini, campaigner di Greenpeace Italia – Nel nostro Paese, sempre più esposto agli eventi meteo estremi, interventi volti al ripristino degli ecosistemi e alla riduzione del consumo di suolo sono necessari e urgenti, anche perché nel medio-lungo periodo permettono di risparmiare risorse pubbliche e di proteggere vite umane”. Gli effetti del cambiamento climatico non sono più una prospettiva futura, ma stanno già generando impatti diretti sulla vita di tutti i giorni. Gli eventi meteorologici, come ad esempio le alluvioni o la siccità, sono sempre più frequenti ed estremi e hanno ricadute dirette sulla disponibilità d’acqua potabile, sulla salute dei cittadini, sulla stabilità economica di interi territori e settori. Gli Stati devono quindi garantire sostegno a chi vive nelle aree a rischio e insieme guardare più lontano nel tempo. Gli Interventi di prevenzione e adattamento, però, da soli non bastano: è necessario innanzitutto ridurre le emissioni di gas climalteranti. “L’Italia deve impegnarsi in una decisa diminuzione delle emissioni di gas serra – ha concluso Federico Spadini – da perseguire attraverso una reale transizione energetica che veda l’abbandono rapido delle fonti fossili e un vero rafforzamento degli investimenti nelle energie rinnovabili”. QUANTO COSTA ALL’ITALIA LA CRISI CLIMATICA? I danni generati dagli eventi meteo estremi amplificati dal cambiamento climatico, in cifre – GREENPEACE, aprile 2026   Giovanni Caprio
April 14, 2026
Pressenza
Al Gongaza City Day l’ecologia integrale, tra giustizia e pace, al centro dei laboratori aperti alla città
PALERMO – Ecologia integrale in tutte le sue declinazioni: nella giustizia e nella pace ma anche nella cura della persona e del creato. A partire da questi argomenti giovani e famiglie verranno coinvolti nei laboratori del Gonzaga CITY Day di quest’anno. Per l’occasione, infatti, all’insegna dell’incontro, della scoperta e della festa, si svolgeranno laboratori e attività gratuite aperte a tutta la città. L’obiettivo è quello di fare sperimentare ai bambini/e, ai giovani e alle famiglie occasioni di creatività, di sport, di divertimento e di gioco intergenerazionale ed inclusivo. Per l’occasione, sabato 18 Aprile, dalle 9:30 alle 12:45, sono previste diverse attività ludiche e sportive negli ampi spazi verdi del Campus. Per partecipare occorre registrarsi al seguente link: https://gonzagacampus.it/city-day I laboratori sono suddivisi per fasce d’età: dal nido ai licei, dalla pre school al diploma programme. Il programma prevede l’accoglienza dalle ore 9:30 alle 10:00. Si potranno provare varie attività sia laboratoriali che sportive. All’arrivo, i partecipanti riceveranno una mappa con le indicazioni dei vari laboratori. Sono invitati a partecipare giovani, genitori, docenti, personale non docente, membri di gruppi e associazioni ignaziane. Tra novità di quest’anno, ci sarà un momento particolarmente intenso carico di significato: la premiazione del primo Memorial di calcio dedicato al piccolo Enrico. Fin dai giorni successivi alla sua prematura morte, la comunità del Campus ha custodito, infatti, la sua memoria dedicandogli il parco dell’infanzia Il Memorial vuole, adesso, ricordare Enrico attraverso luoghi ed esperienze che parlano di crescita, amicizia, gioia condivisa e cura dei bambini/e. Il torneo, patrocinato dalla Polisportiva Gonzaga, si svolgerà a partire dalle ore 14.00 di venerdì 17 aprile e proseguirà nella mattinata di sabato 18 aprile dalle ore 10.00. Durante il Memorial sarà possibile partecipare all’estrazione di un pallone e di maglie autografate del Palermo FC. L’estrazione si terrà il 17 aprile sulla base dei primi tre numeri del Lotto sulla ruota di Palermo. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza, contribuendo a trasformare un ricordo caro in un gesto concreto di solidarietà. I biglietti saranno disponibili presso la segreteria della Polisportiva Gonzaga. “Per noi, parlare di ecologia integrale significa tenere insieme la cura della persona e la cura del creato, l’attenzione ai percorsi di crescita e la responsabilità verso il mondo che abitiamo, coltivando il senso di giustizia e di pace – afferma p. Vitangelo Denora, direttore generale del Gonzaga Campus – Significa educare a uno sguardo capace di custodire la vita nella sua interezza, riconoscendo quanto oggi il ‘grido della terra’ e quello delle tante fragilità umane ci interpellano in profondità. Siamo convinti che questa giornata possa essere non solo un tempo bello da condividere tra di noi ma anche un’occasione preziosa da offrire ad altre famiglie della città perché possano conoscere, più da vicino, la proposta educativa del Gonzaga e il clima di comunità che la sostiene. Desideriamo condividere con voi una giornata di incontro, scoperta e festa”. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
Sudan: dopo tre anni di guerra, i bambini continuano a pagare il prezzo più alto
Mentre il conflitto in Sudan raggiunge il suo terzo anno, tra gennaio e marzo 2026 almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 mutilati in tutto il Paese – un aumento del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il maggior numero di vittime è stato registrato negli Stati del Darfur e del Kordofan, dove la violenza in corso ha spinto le comunità al limite. Tre anni di conflitto incessante hanno causato lo sfollamento di oltre 5 milioni di bambini, spesso ripetutamente, con lo spostarsi delle linee del fronte e le diffuse violenze. “Da tre anni, in tutto il Sudan, i bambini vengono uccisi, feriti e sfollati in misura impressionante – ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF – Le loro case, le scuole e gli ospedali continuano a subire attacchi. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro i bambini. Ciò riflette un fallimento collettivo delle parti in conflitto nel proteggere i diritti essenziali dei bambini”. Nelle zone più colpite, gli attacchi in corso continuano a distruggere case, scuole, mercati e ospedali. I nuovi strumenti di guerra sono sempre più letali: il 78% delle vittime minorenni segnalate è dovuto ad attacchi con droni. Dall’inizio della guerra, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini * in tutto il Sudan, che hanno coinvolto almeno 5.100 bambini – oltre 4.300 dei quali sono stati uccisi o mutilati. Il Darfur e il Kordofan registrano ancora una volta il numero più alto di vittime tra i bambini. Il bilancio reale è di gran lunga più alto, ma l’insicurezza e l’accesso limitato alle zone colpite ostacolano un monitoraggio e una verifica continuativi. Le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, mentre i servizi di base sono al limite della capacità. Ampie zone del Sudan rimangono tagliate fuori dall’assistenza umanitaria a causa dell’insicurezza, delle infrastrutture danneggiate e dei vincoli amministrativi. Ledifficoltà di accesso sono particolarmente gravi nel Darfur, nel Kordofan e in alcune zone del Nilo Azzurro, lasciando molti dei bambini più vulnerabili senza alcuna assistenza. La fame, le malattie e il rischio di carestia si stanno diffondendo, alimentati dalla violenza, dai ripetuti sfollamenti e dai gravi ostacoli all’accesso umanitario. Con la fuga delle famiglie, i mezzi di sussistenza vengono interrotti, i mercati crollano e i servizi di base continuano a interrompersi. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher e Kadugli, con un rischio crescente di diffusione a Um Baru e Kernoi. L’impatto allarmante si riflette nel numero di bambini colpiti da malnutrizione. In tutto il Sudan, si stima che nel 2026 circa 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, di cui oltre 825.000 casi gravi, che possono essere letali se non trattati con urgenza. Le conseguenze della guerra sul diritto all’istruzione dei bambini sono preoccupanti. Più di un terzo delle scuole in Sudan è chiuso e un ulteriore 11% viene utilizzato come rifugio o, secondo quanto riferito, è occupato dalle parti in conflitto, il che significa che quasi la metà di tutti gli edifici scolastici non è più utilizzata come aule. Oggi, almeno 8 milioni di bambini in Sudan non frequentano la scuola. Nonostante l’insicurezza e le difficoltà di accesso, l’UNICEF continua a fornire servizi salvavita negli ambiti di salute, nutrizione, acqua, protezione dell’infanzia e istruzione in tutto il Sudan. Tuttavia, la risposta è sottoposta a una pressione crescente. Nel 2026, l’UNICEF necessita di 962,9 milioni di dollari per raggiungere 7,9 milioni di bambini con assistenza salvavita. A marzo, è stato ricevuto solo il 16% dei fondi necessari. «Per proteggere i bambini è necessario che tutte le parti in conflitto pongano immediatamente fine alle gravi violazioni nei loro confronti e rispettino il diritto internazionale, garantendo un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli in tutto il Paese – ha affermato Russell – Siamo grati ai donatori che sostengono il nostro lavoro salvavita. Tuttavia, i bisogni umanitari continuano a superare di gran lunga i finanziamenti disponibili, e lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale affinché rafforzi il proprio sostegno. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei bambini in Sudan». *Le violazioni gravi nei confronti dei minori comprendono: l’uccisione e la mutilazione; il rapimento; il reclutamento e l’impiego in combattimento; lo stupro e altre forme di violenza sessuale; gli attacchi a scuole e ospedali; e l’impedimento dell’accesso agli aiuti umanitari. UNICEF
April 14, 2026
Pressenza
Trump: il tragico brand dell’anticristo-macchietta
Di Pino Cabras. 𝟭. 𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗹𝘀𝗼 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗶𝗮 𝗴𝗿𝗼𝘁𝘁𝗲𝘀𝗰𝗼 Nella tradizione apocalittica cristiana l’Anticristo è spesso immaginato come una figura di fascinazione terribile: elegante, seduttiva, capace di imitare il sacro, usurpare l’autorità e piegare le masse con il carisma dell’inganno. Ma se proviamo a leggere Donald Trump alla luce di alcune sue recenti posture pubbliche – l’attacco volgare contro papa Leone XIV, la teatralizzazione dell’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, l’autoproclamazione parodica a nuova “Guida Suprema” – emerge una figura diversa: non il falso messia ieratico e magnetico, bensì un Anticristo grottesco, clownesco, repellente, lunatico. Una caricatura apocalittica che appartiene più al regno del kitsch che a quello della sublime tenebra. 𝟮. 𝗜𝗹 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗴𝗮𝗻𝗻𝗼 In tempi di Iran e ayatollah, questa deformazione trumpiana diventa ancora più interessante se la si accosta alla figura del Dajjal nella tradizione sciita. Nello sciismo duodecimano, il Dajjal non è soltanto un individuo mostruoso: è il grande impostore escatologico, il culmine della “fitna”, colui che confonde verità e menzogna e che può anche manifestarsi come sistema di inganno collettivo, politico e spirituale. In molte interpretazioni sciite contemporanee il Dajjal non è necessariamente un tiranno con sembianze demoniache: può essere una civiltà dell’inganno, un ordine simbolico fondato sulla manipolazione percettiva, sull’inversione dei significati, sulla spettacolarizzazione della menzogna. 𝟯. 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗼 Ed è qui che Trump appare quasi come una figura da Dajjal postmoderno: laddove ci aspetteremmo che dominasse attraverso la compostezza imperiale, lo vediamo ingombrare tutto lo spazio pubblico attraverso il caos mediatico; non fonda la propria autorità sulla maestà, bensì sulla saturazione dello spazio simbolico con rumore, insulti, provocazioni, auto-investiture sacrileghe. Dove l’Anticristo classico seduce con il fascino, questo Dajjal caricaturale seduce con la continua destabilizzazione: è il trionfo dell’inganno come spettacolo permanente. Una metastasi scurrile di un reality show insieme goffo e tragico, puerile e predatorio, ossessivo ed eccessivo. 𝟰. 𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗮𝗻𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 Nella prospettiva sciita il Dajjal precede la manifestazione del Mahdi (il dodicesimo Imam occultato, che torna per ristabilire la giustizia prima della fine dei tempi) e diffonde corruzione spirituale proprio perché rende indistinguibili il vero e il falso. Trump, in questa chiave metaforica, sembra incarnare una variante paradossale di quella funzione: non un dominatore luciferino impeccabile, ma un sopraffattore farsesco che trasforma il potere in parodia sacrilega. In termini culturali, potremmo dire che Trump assomiglia meno al “principe delle tenebre” tradizionale e più a una figura carnevalesca descritta da Michail Bachtin: il sovrano grottesco che degrada ogni gerarchia, compresa la propria. Proprio questa goffaggine repellente lo rende inquietante: non perché imponga un ordine satanico coerente, ma perché dissolve i codici simbolici che distinguono il tragico dal ridicolo. Un buffone che non lascia mai il palco, un carnevale che si trascina tutto l’anno e ingloba ogni altra cerimonia. 𝟱. 𝗟’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗖𝗶𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼𝗻𝗲 In fondo, il tratto forse più perturbante è questo: un Anticristo Cialtrone è più difficile da decifrare, perché si presenta come farsa mentre produce effetti realissimi. Non veste i panni dell’Anticristo raffinato di Vladimir Solov’ëv o o di Robert Hugh Benson; è invece una figura da apocalisse postmoderna. Quando attacca il papa, non si limita a colpire soltanto una persona: attacca un principio di autorità spirituale alternativo al proprio culto della personalità e lo rivendica. Quando si autoproclama “Guida Suprema”, non esercita solo blasfemia politica: mette in scena l’appropriazione clownesca di un titolo sacro, riducendolo a brand personale. Se questi comportamenti si ripetono, c’è dietro una forma mentis e un mondo occulto che l’asseconda. 𝟲. 𝗟’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗲𝗽𝗼𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗹𝗴𝗼𝗿𝗶𝘁𝗺𝗼 Questa figura ha qualcosa di profondamente contemporaneo: è l’Anticristo nell’epoca dei social, il Dajjal nell’età dell’algoritmo e dell’IA. Il suo scopo non consiste nel persuadere con profondità teologica o con visione imperiale. La persuasione vuole semmai agire svuotando il linguaggio, convertendo ogni simbolo in meme, e perfino ogni tragedia – financo il genocidio e l’olocausto nucleare – in reality show. In altri termini, è una figura che non ha l’urgenza di instaurare un ordine satanico coerente. Gli preme piuttosto dissolvere i codici che distinguono il tragico dal ridicolo, il sacro dal profano. E non gli interessa nemmeno alcuna distinzione fra verità e messinscena. Ed è forse proprio questa la sua forma più inquietante. Il Dajjal classico inganna promettendo miracoli; il Dajjal postmoderno inganna ridendo, insultando, improvvisando. Non appare come il principe delle tenebre, ma come il pagliaccio che sale sul trono e, proprio per questo, riesce a profanare tutto. In lui l’apocalisse non si presenta come grandiosa rivelazione finale, ma come farsa permanente: una fine dei tempi recitata in diretta televisiva, tra slogan, volgarità e narcisismo assoluto. Impulsivo, senza nessuna glaciale “gravitas”. 𝟳. 𝗜𝗹 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗯𝗿𝗼𝘀𝗼: 𝗕𝗶𝗯𝗶 𝗶𝗹 𝗚𝗲𝗻𝗼𝗰𝗶𝗱𝗮 In questo teatro apocalittico deformato, il lato propriamente tenebroso – quello che nelle iconografie tradizionali appartiene al principe oscuro, freddo e coerente – sembra invece concentrarsi in Bibi il Genocida, figura assai più vicina al paradigma del sovrano dell’ombra che non al buffone escatologico. Se Trump incarna il Dajjal farsesco, rumoroso, clownesco, l’attuale guida del Sionismo Reale appare come il volto di ghiaccio e metodico della tenebra politica: mai caos caricaturale, solo pianificazione lucida della devastazione. Non è casuale che egli attribuisca alle sue campagne militari nomi intrisi di simbolismo escatologico, come “Oscurità eterna”, formula che trasforma la guerra in teologia della punizione e conferisce al crimine una veste quasi metafisica. Quando applica in Libano il “metodo Gaza”, esportando una logica di annientamento sistematico, il suo linguaggio rivela un immaginario che non si limita alla brutalità militare: lo sacralizza come destino. 𝟴. 𝗟𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 Ancor più rivelatori sono quei suoi riferimenti – che emergono in dichiarazioni e allusioni pubbliche – in cui il Cristo inerme viene implicitamente deriso come simbolo di impotenza, contrapposto all’efficacia armata di Gengis Khan, evocato di fatto come modello di un messia spietato capace di dominare attraverso la forza assoluta. Qui si intravede una teologia rovesciata: non è compito del messianismo la redenzione, ma la vendetta storica; dunque non si fonda tanto sul sacrificio, quanto sullo sterminio esemplare. E quando il Boia del XXI secolo lascia filtrare il sogno di una rivincita su Roma – intesa non solo come potenza storica ma come matrice della cristianità universale – si profila un immaginario di ‘revanche’ escatologica che salda nazionalismo radicale, militarismo biblico e pulsione imperiale. In questo schema, Trump è il giullare che sconsacra il trono; il Tiranno di Tel Aviv è colui che, nel buio, prepara il culto feroce del trono stesso. Una minaccia che non si nasconde più. 𝟵. 𝗣𝗲𝘁𝗲𝗿 𝗧𝗵𝗶𝗲𝗹 𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗱𝗼𝗴𝗮𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝘁𝗶𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗼 Un ulteriore elemento rende oggi particolarmente feconda la chiave interpretativa sciita del Dajjal: il fatto che la tematica anticristica non sia più confinata ai margini dell’immaginario religioso, ma venga ormai esplicitamente sdoganata dentro il cuore stesso dell’élite tecnopolitica occidentale. Il caso Peter Thiel – protettore e forse puparo del vicepresidente Vance – è emblematico. Come abbiamo visto in occasione della sua strana visita romana, Thiel non usa più il lessico dell’Anticristo come metafora remota o allegoria letteraria: lo assume come categoria operativa per leggere il presente, identificando l’Anticristo con chiunque ponga limiti al progresso tecnologico illimitato: regolatori, organismi multilaterali, fautori del diritto internazionale, perfino i sostenitori della pace negoziata. In questa inversione, il male non coincide più con la “hybris” tecnica o con il dominio algoritmico, ma con chi tenta di frenarlo. 𝟭𝟬. 𝗜𝗹 𝗗𝗮𝗷𝗷𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 È precisamente questo rovesciamento che rende sorprendentemente attuale la lettura sciita del Dajjal come “civiltà dell’inganno”: non un mostro apocalittico in senso folklorico, ma un ordine simbolico capace di manipolare la percezione collettiva, invertire i significati morali e trasformare la menzogna in spettacolo normativo. Quando i profeti della Silicon Valley arrivano a presentare la deregolazione assoluta come salvezza e la pace come sospetto segno anticristico, il Dajjal smette di apparire come figura mitologica e si rivela come struttura sistemica del nostro tempo: una macchina culturale che converte la guerra in un business plan, intanto che ci promette la sorveglianza assoluta e il controllo digitale integralista come una redenzione. A quel punto l’Apocalisse può presentarsi come un modello di profitto. L’Anticristo come sistema può accontentarsi di un avatar in forma di Anticristo-macchietta che twitta come un babbuino alla Casa Bianca, a suo modo degno successore del fantasma Biden.
April 14, 2026
InfoPal
BRESSANONE TIENE APERTO IL DORMITORIO PER LAVORATORI MIGRANTI, IN CHIUSURA TUTTI GLI ALTRI CENTRI DELL’ALTO ADIGE
Nuovo presidio dalle ore 18 di questo pomeriggio in piazza Municipio a Bolzano, in concomitanza con il Consiglio comunale, per chiedere che i lavoratori alloggiati nei cosiddetti “centri per l’emergenza freddo” non vengano sbattuti in strada. Un centinaio di persone hanno risposto all’appello lanciato da Bozen Solidale, che torna in piazza per la seconda volta in una settimana, anche in seguito agli sgomberi della polizia locale dello scorso giovedì. “L’unico esempio positivo in tutto l’Alto Adige è quello di Bressanone, in cui la struttura per la cosiddetta emergenza freddo verrà riconvertita a struttura di accoglienza anche per il periodo estivo, dando di fatto continuità” alla decina di lavoratori di origine migrante che vi alloggiano. A Bolzano, unica città dell’Alto Adige che dispone di servizi diurni per le persone senza casa, stanno arrivando centinaia di persone espulse dagli altri dormitori, quelli di Merano, a Brunico e Laives; a queste si aggiungono le famiglie di migranti curde, pakistane e afghane espulse da Austria e Germania, paesi che stanno applicando rigorosamente il nuovo regolamento europeo sui paesi terzi sicuri. “Non è più una questione di umanità, ma una questione di dignità” quindi “rilanciamo il presidio per martedì prossimo, 21 aprile”, ci ha raccontato dal presidio Matteo di Bozen Solidale. Ascolta o scarica
April 14, 2026
Radio Onda d`Urto
A Trieste, “Verso la Festa della Liberazione”
L’Associazione culturale Tina Modotti APS, il Circolo ARCI-Falisca e il Circolo culturale sloveno Ivan Grbec invitano venerdì 17 aprile alle ore 19.00 presso i locali del Circolo Ivan Grbec in via di Servola 124 all’incontro inserito nei festeggiamenti in vista del 25 Aprile. Parteciperanno il Coro femminile Ivan Grbec, il Coro Sociale di Trieste e il circolo giovanile ŠMK. Durante l’incontro, Fiorella Benčič presenterà il libro di memorie Plamen srca / La fiamma del cuore di Danica Tul Smotlak.   “C’è molto da fare e, quindi, molto da studiare” – Rosa Luxemburg Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza

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