[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Forte terremoto ai Campi Flegrei: danni e blackout
Un terremoto di magnitudo 4.7 ha colpito la provincia di Napoli alle ore 19:46. Al momento non si segnalano feriti, ma danni e parziali crolli in edifici, specie nelle zona di Pozzuoli dove la circolazione ferroviaria è stata sospesa a causa di parti di mura cadute sui binari. La scossa è stata avvertita in tutta la provincia, sono in corso interruzioni alla rete elettrica e molte persone si sono riversate in strada. Nella zona di Agnano è parzialmente crollato un traliccio dell’alta tensione. La scossa, con epicentro a 3km di profondità, sarebbe la più alta registrata sul territorio negli ultimi 40 anni. The post Forte terremoto ai Campi Flegrei: danni e blackout appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Working Conditions of migrant women in Padua’s cleaning sector
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Department of Political Science, Law, and International Studies – SPGI Master’s degree in European and Global Studies WORKING CONDITIONS OF MIGRANT WOMEN IN PADUA’S CLEANING SECTOR Tesi di laurea magistrale di Roberta Cilluffo (2024-2025) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE La pulizia e lo sporco non rappresentano solo una condizione materiale, ma hanno anche un significato morale e sociale, che ha a che fare con prestigio, gerarchie del lavoro e classificazione sociale. Nonostante il suo ruolo cruciale, l’attività di pulizia rimane ampiamente invisibile e sottovalutata, nonché caratterizzata da condizioni di lavoro precarie, salari bassi e una mancanza di riconoscimento per chi svolge questo lavoro. Considerata come una attività non centrale e non produttiva, aziende e amministrazioni sia pubbliche che private appaltano questo servizio ad aziende specializzate. L’outsourcing è quindi un elemento centrale del settore: una strategia che, pur mirando teoricamente a incrementare la specializzazione, si traduce spesso in una riduzione dei costi a scapito delle condizioni dei lavoratori. La ricerca analizza l’impatto dei cambi di appalto su stabilità occupazionale, salari, prospettive di carriera e diritti sociali, evidenziando come molti addetti alle pulizie siano impiegati con contratti part-time involontari e siano costretti ad affiancare altre attività lavorative. Questa situazione comporta frammentazione degli orari, lunghi tempi di spostamento, maggiore stress e una complessiva riduzione del benessere lavorativo. Considerato un “lavoro sporco” e caratterizzato da elevati livelli di precarietà, la maggior parte della forza lavoro viene individuata tra segmenti più vulnerabili del mercato del lavoro, come persone con bassi livelli di scolarizzazione, più povere, donne e migranti. La precarietà nel settore delle pulizie è esacerbata dall’intersezione tra genere, origine migratoria, processi di razzializzazione e condizione socio-economica. I lavoratori migranti sono infatti spesso concentrati nei segmenti più precari del mercato del lavoro, caratterizzati da bassi salari, scarse tutele e limitate possibilità di avanzamento. In particolare, negli ultimi anni si è registrato un aumento della presenza di lavoratrici delle pulizie provenienti dall’Africa subsahariana. Mentre alcuni gruppi di lavoratrici migranti, come ucraine, romene e moldave sono state ampiamente studiate in Italia, le lavoratrici migranti africane sono sottorappresentate nella letteratura. A partire da una prospettiva intersezionale, la ricerca indaga quindi se esista una domanda specifica di manodopera migrante nel settore delle pulizie, con particolare attenzione alle donne provenienti dall’Africa subsahariana. Tale concentrazione può essere spiegata da fattori individuali e strutturali, tra cui barriere linguistiche, mancato riconoscimento delle qualifiche conseguite all’estero, limitate opportunità occupazionali e discriminazioni strutturali. Inoltre, il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro riduce il potere contrattuale delle lavoratrici migranti, favorendo l’accettazione di condizioni lavorative svantaggiose e, talvolta, situazioni di sfruttamento. Per rispondere a queste domande di ricerca, lo studio combina interviste semi-strutturate a lavoratrici del settore e sindacalisti di ADL Cobas con l’analisi di dati quantitativi provenienti da Veneto Lavoro e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Non solo a Ceuta, guerra ibrida alla Spagna di Sanchez
Da una parte, certo la speranza di una vita dignitosa quando nel tuo paese ti viene negata. Ma quando sessantamila persone in un giorno attraversano una frontiera in uno spazio tanto ristretto come l’enclave spagnola di Ceuta in Marocco, non si può trattare di scelte di vita individuali né di una singola organizzazione di trafficanti. Si tratta di una strategia con una pluralità di attori coinvolti a livello internazionale, che utilizza i corpi dei migranti come armi per raggiungere obiettivi politici che non si potrebbero perseguire in altro modo. Non si può certo ritenere che decine di migliaia di persone, per scavalcare la frontiera di Ceuta, abbiano atteso una decisione legittima della Corte suprema spagnola, che ha negato validità alle norme che stabilivano automatismi nei respingimenti collettivi dei migranti irregolari arrivati via mare. Anche perché quella stessa sentenza non bloccava le procedure legali di espulsione e rimpatrio. Ma in Spagna, come in Italia, e negli Stati Uniti, fa comodo attaccare la magistratura quando le sue decisioni non corrispondono alle attese dei governi. Ed il resto lo fanno la disinformazione orchestrata dai media vicini ai governi, ed il popolo invisibile dei troll che influenzano l’opinione pubblica ed i sondaggi elettorali. La cosiddetta “invasione” di Ceuta, mentre stranamente nell’altra enclave spagnola di Mellilla sono arrivate nelle stesse ore appena un migliaio di persone, è un classico esempio di guerra ibrida, che vede coinvolto in prima linea il Marocco, che non poteva ignorare con i suoi efficienti apparati di sicurezza, condivisi con Israele e gli Stati Uniti, quello che stava avvenendo alla frontiera di Ceuta, e che nulla ha fatto, come altre volte in passato, per arrestare la marea umana che si è riversata in territorio spagnolo. Sessantamila persone non si mettono in marcia tutte insieme, mentre la polizia non vede niente, e varcano una frontiera, senza alcun sistema organizzativo radicato a livello istituzionale. Già nel maggio del 2021, a seguito di un incidente diplomatico con Madrid sulla questione del fronte Polisario, il governo marocchino aveva allentato i controlli e circa 8 mila persone erano riuscite a varcare in soli due giorni la frontiera sulla costa di Ceuta. Nessuno ricorda oggi che la maggior parte furono rimpatriate in pochi giorni. Adesso altre recenti iniziative di Sanchez in politica estera, forse una missione in Algeria, e soprattutto il suo posizionamento contro il genocidio ancora in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, hanno aumentato il numero dei capi di governo che ne aspettano la capitolazione, da Netanyahu a Trump, da tempo sostenitori del Re Mohammed VI del Marocco. Mentre il Mediterraneo si conferma, giorno dopo giorno, come un mare in guerra, soprattutto dopo la nuova crisi nel Mar Rosso, che impatta direttamente sui transiti nel canale di Suez. La guerra degli stretti è più feroce che mai. E Gibilterra costituisce una importante porta di accesso al Mediterraneo, decisiva che il naviglio commerciale che è costretto a circumnavigare l’Africa. Tra le prime vittime di questo esodo di massa dal Marocco diverse decine di persone migranti, annegate in mare, a pochi metri dalla salvezza, altre vittime del fascismo della frontiera, persone con una storia che scompare presto nel nulla, obiettivo delle politiche di contrasto dell’immigrazione “illegale”, ma il vero target che si voleva colpire è l’attuale governo spagnolo, forse anche allo scopo, nel medio termine, di eliminare due postazioni strategiche di un paese europeo sullo stretto di Gibilterra, sul quale gli Stati Uniti ed Israele vogliono esercitare, con la complicità del Marocco, un controllo assoluto. Una politica di guerra che si inquadra nel disegno più ampio di controllare gli ingressi verso l’Unione europea, i passaggi verso Suez e le porte di uscita del continente africano sul Mediterraneo, dal Marocco alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto. Ancora una volta l’allarme invasione trova facile appiglio nelle immagini che arrivano da Ceuta, Musk le diffonde paragonandole all’invasione degli zombi, la Meloni minaccia l’ennesima sospensione della libera circolazione nello spazio Schengen, dopo i fallimentari risultati di simili misure al confine italo-francese ed a quello italo-sloveno, ma Macron sembra battere tutti sul tempo sotto la spinta delle destre che su questi temi si avviano a spodestarlo alla prossima scadenza elettorale. Secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea, la sospensione del sistema Schengen può essere richiesta da uno Stato membro solo a seguito di minaccia grave e non prevedibile alla propria sicurezza, arrivando fino a un massimo di 2 anni solo in caso di circostanze eccezionali e qualora la minaccia riguardi l’intero Spazio Schengen. Chi non rispetta questa regola, come l’Italia al confine con la Slovenia, rischia una procedura di infrazione. Mentre Giorgia Meloni cerca l’incidente diplomatico con Sanchez, il vicepresidente del Consiglio Tajani ne spara un’altra delle sue, dichiarando che Sanchez starebbe concedendo “la cittadinanza” a migliaia di migranti irregolari. Mentre in realtà si tratta di una mera regolarizzazione, che dà diritto soltanto ad un permesso di soggiorno temporaneo. Questa approssimazione rende evidente come il vero obiettivo del governo italiano non sia una improbabile “difesa dei confini”, quanto piuttosto una partecipazione all’attacco concentrico portato dai governi di destra su scala globale a Pedro Sanchez, già oggetto di una vergognosa campagna diffamatoria. Come ha dichiarato il ministro degli esteri spagnolo Albares non si può collegare l’invasione di massa a Ceuta con la recente regolarizzazione avviata dal governo, perché è “falso che chiunque abbia attraversato il confine negli ultimi giorni possa beneficiare di questa procedura, poiché richiede condizioni molto specifiche, come dimostrare la residenza in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e aver risieduto in Spagna per cinque mesi consecutivi al momento della domanda”. Nessuno di coloro che sono entrati in questi ultimi giorni a Ceuta o a Melilla potrà essere regolarizzato. Semmai si profilano respingimenti di massa, e su queste procedure dovranno vigilare le organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite, affinché non vengano cancellati i diritti umani delle persone coinvolte e non venga esclusa la possibilità di accedere ad una procedura di asilo. In realtà le politiche espulsive della Spagna sono molto più rigorose nei risultati di quelle propagandate dal governo italiano, al punto che gli accordi con il Marocco arrivano a prevedere persino il rimpatrio forzato di minori non accompagnati, e le procedure di accompagnamento forzato in frontiera sono più numerose di quelle che riesce a realizzare il governo italiano, vantando grandi successi da un anno all’altro, ma solo in termini percentuali. Il calo degli arrivi in Spagna è tanto rilevante quanto in Italia. Finora nel 2026 a Ceuta non si erano registrati arrivi via mare di migranti irregolari mentre erano stati 2826 quelli arrivati nella stessa enclave per via terrestre. Secondo i dati diffusi dal Viminale l’Italia ha rimpatriato con accompagnamento forzato appena 3.159 persone nel 2025 e 4021 nel 2026 (fino ad oggi). La Spagna invece ha proceduto all’accompagnamento forzato di 3.400 persone nel 2025, mentre i dati per il 2026 saranno influenzati dalle procedure di regolarizzazione in corso. Ma grazie al lavoro degli immigrati regolari la Spagna è all’avanguardia in Europa mentre le altre economie soffrono per la mancanza di manodopera. In ogni caso si conferma come la effettività delle espulsioni non dipende soltanto dalle politiche nazionali, ma soprattutto dai livelli di cooperazione con i paesi di origine e dai finanziamenti che questi incassano. Una speculazione vergognosa contro il governo di Pedro Sanchez per i fatti di Ceuta, quella che rimbomba su tutti i media ormai controllati dal governo, alla quale si aggiunge la minaccia di sospendere Schengen, che se fosse davvero attuata, porterebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia Ue, con danni incalcolabili nei rapporti con gli altri Stati membri e misure ritorsive che ricadrebbero su tutti gli italiani. La “guerra in casa” la portano quei governi che usano le frontiere per schiacciare corpi e sopprimere vite. Ed anche per alimentare le paure collettive e cancellare la democrazia in nome dello Stato di polizia.   Fulvio Vassallo Paleologo
July 31, 2026
Pressenza
Un attivista per la Palestina porta il decreto sicurezza davanti alla Consulta
La stretta repressiva del governo Meloni finisce (di nuovo) al vaglio della Corte Costituzionale. I legali di un attivista per la Palestina arrestato a Cagliari per un blocco stradale durante una manifestazione del settembre 2025 hanno infatti depositato un’istanza di legittimità costituzionale contro il Decreto sicurezza. I difensori sollevano due profili di incostituzionalità: il ricorso al decreto legge senza i presupposti di necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77 della Carta e la criminalizzazione del blocco stradale in cortei pacifici, che lederebbe i diritti di riunione, manifestazione del pensiero e sciopero. È il secondo caso portato alla Consulta dopo quello della procura di Torino a giugno, che aveva chiesto di sollevare una questione di legittimità costituzionale anche e soprattutto in riferimento all’articolo che concerne il blocco stradale. I fatti al vaglio della magistratura riguardano una manifestazione che andò in scena lo scorso 22 settembre a Cagliari, in occasione di uno sciopero generale promosso dalla Usb a supporto della Global Sumud Flotilla. Secondo la ricostruzione dei pm, alcuni attivisti avrebbero interrotto il traffico in due diverse strade – via Roma e Viale la Plaia – attraverso un blocco stradale. Prima della riforma, chi impediva la circolazione con il proprio corpo rischiava solo una sanzione amministrativa tra i 1.000 e i 4.000 euro; oggi, con il decreto Sicurezza, la condotta è tornata penalmente rilevante: se il fatto è commesso da una sola persona, la pena arriva fino a un mese di reclusione o a una multa fino a 300 euro; se l’azione è compiuta da più persone riunite, la sanzione sale da sei mesi a due anni di carcere. Gli avvocati dell’attivista imputato, Patrizio Rovelli e Maria Grazia Monni, sostengono però che la nuova normativa sia incompatibile con la Carta Costituzionale. Inoltre, secondo gli avvocati, il governo non avrebbe potuto approvare il provvedimento con un decreto legge, perché la Costituzione lo consente solo in casi di straordinaria necessità e urgenza. A loro avviso, nel caso del decreto sicurezza queste condizioni non c’erano: non esisteva un’emergenza tale da giustificare un intervento immediato, perciò il testo avrebbe dovuto seguire il normale iter parlamentare. I legali hanno così deciso di depositare l’istanza davanti alla giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Cagliari, Giulia Tronci, cui hanno chiesto di sospendere il procedimento e sollevare un’eccezione di costituzionalità dinanzi alla Consulta. La partita era già formalmente iniziata lo scorso giugno, quando la Procura di Torino aveva chiesto, attraverso una memoria, di sottoporre alla Corte Costituzionale proprio la disposizione che ha trasformato nuovamente in reato il blocco stradale attuato con il proprio corpo durante manifestazioni e proteste. Secondo i pm, infatti, «l’incriminazione del blocco stradale attuata con il corpo lede i diritti di riunione e di sciopero tutelati rispettivamente dagli artt. 17 e 40 Cost, posto che la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica, mediante sit-in, sia in forma dinamica, facendo parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare i passanti». In altre parole, trasformare in reato un fenomeno intrinseco all’esercizio dei diritti collettivi rischia di svuotarli di significato. Nella memoria si evidenzia che il legislatore «non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione». Se così non fosse, verrebbero incriminati perfino «gli operai che, radunatisi in massa davanti all’azienda, occupando il manto stradale prospiciente, ostacolino la circolazione». Anche la Procura ha rilevato l’assenza di un’emergenza tale da giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza, evidenziando inoltre come il decreto presenti anche una disparità di trattamento: mentre per chi abbandona oggetti sulla strada è necessario dimostrare l’intenzione di bloccare la circolazione, per chi partecipa a un blocco durante una protesta è sufficiente averne la consapevolezza, anche se lo scopo è soltanto manifestare. Anche un altro pezzo importante del Decreto Sicurezza, quello concernente la stretta sulla cannabis light, è finito al vaglio della Consulta. L’ultimo caso riguarda Nicolò Savoldelli, titolare di due negozi di cannabis light tra Sirmione e Desenzano del Garda, arrestato ai domiciliari a dicembre dopo il sequestro di 19 barattoli contenenti circa due chili di infiorescenze. L’accusa contestata era di detenzione ai fini di spaccio. Il 15 luglio il giudice bresciano Luca Tringali ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, sospendendo di fatto il procedimento in attesa della decisione dei giudici sulla legittimità della norma. Secondo il magistrato, il divieto introdotto dal Decreto sicurezza si fonderebbe su una «presunzione assoluta di pericolosità» della cannabis light che apparirebbe smentita dalle acquisizioni scientifiche e dai principi recepiti dall’ordinamento europeo. Quello di Brescia è il terzo rinvio alla Corte costituzionale in pochi mesi, dopo quelli del gip di Brindisi e del Tribunale di Trani, relativi rispettivamente a un carico di canapa bloccato dalle Dogane e a un distributore automatico di infiorescenze a Barletta. The post Un attivista per la Palestina porta il decreto sicurezza davanti alla Consulta appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israele
di Ibrahim Ossman Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30 luglio 2026. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito, attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a duplice uso. Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali, insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle operazioni militari israeliane. In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon. «MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione. In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il 24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana. L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar, nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede infatti l’ottenimento di licenze speciali. La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare delle attrezzature trasportate. Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab) Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990, che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul territorio italiano. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo, continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce». Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17 febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty) In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele». Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
July 31, 2026
Weapon Watch
700 militari italiani nel Golfo Persico: così il governo ha aggirato il Parlamento
Per mesi agli italiani è stata raccontata solo una parte della storia. Nelle deliberazioni sul Decreto Missioni e nelle comunicazioni del Ministero della Difesa, la presenza italiana nel Golfo Persico è stata descritta come un’attività di assistenza e protezione del personale e dei cittadini italiani presenti nell’area. Oggi, però, il quadro che emerge è molto diverso e apre una questione politica e istituzionale che non può essere ignorata. Secondo le informazioni disponibili, l’Italia ha schierato fino a 700 militari tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della Difesa conferma una Task Force Air composta da circa 400 militari dell’Aeronautica, con caccia Eurofighter, un velivolo radar, sistemi anti-drone e sistemi di difesa aerea. A questo dispositivo si aggiungerebbe, secondo altre fonti, un contingente terrestre di circa 300 militari dislocato negli stessi Paesi del Golfo. Nel complesso, non si tratta di una presenza simbolica né di un semplice supporto logistico, ma di uno dei più consistenti schieramenti militari italiani degli ultimi anni in una delle aree più instabili e militarizzate del pianeta. Ma il punto centrale non è soltanto questo. La questione più grave riguarda il modo in cui il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi. Le Camere non hanno mai discusso apertamente né votato uno schieramento di queste dimensioni. Hanno autorizzato missioni descritte con formule generiche, senza che l’effettiva consistenza del contingente e il suo ruolo operativo diventassero oggetto di un confronto politico trasparente. Secondo il ministro Guido Crosetto tutta la documentazione era a disposizione del Parlamento, ma questa spiegazione lascia aperta una domanda semplice: se le informazioni erano davvero così chiare, perché cittadini, mezzi d’informazione e gran parte degli stessi parlamentari hanno compreso la reale portata della missione solo mesi dopo, grazie alle ricostruzioni giornalistiche? È qui che si concentra il problema. Una democrazia parlamentare non vive soltanto del rispetto formale delle procedure. Il Parlamento può esercitare davvero il proprio ruolo solo se viene messo nelle condizioni di deliberare con piena consapevolezza. Se una decisione destinata a incidere sulla politica estera, sulla sicurezza nazionale e sul possibile coinvolgimento dell’Italia in un teatro di guerra viene presentata con formule che ne attenuano la reale portata, il controllo democratico perde gran parte del suo significato. E tutto questo avviene mentre il Medio Oriente attraversa una delle fasi più drammatiche degli ultimi decenni. Il genocidio a Gaza, le tensioni tra Israele e Iran, gli attacchi alle rotte commerciali e il crescente riarmo della regione rendono il Golfo uno dei punti più pericolosi del pianeta. In questo contesto, rafforzare la presenza militare italiana con caccia, sistemi radar e difese antiaeree rappresenta una scelta politica di enorme rilevanza, che avrebbe dovuto essere sottoposta a un confronto parlamentare pieno, esplicito e trasparente. C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana degli italiani. Ogni aumento della tensione nel Golfo si riflette sul prezzo dell’energia. Crescono il costo del petrolio, del gas, dei carburanti e, di conseguenza, le bollette e il costo della vita. Intanto continuano ad aumentare le risorse destinate alla spesa militare, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti. Resta infine il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione non è una formula di principio né una dichiarazione simbolica. È uno dei cardini della Repubblica e stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Proprio per questo il modo in cui il governo ha portato questa decisione in Parlamento assume un significato che va ben oltre il profilo procedurale. Se il dispiegamento di un dispositivo militare fino a 700 uomini, con caccia, sistemi radar e difesa antiaerea nel cuore della più grave area di crisi internazionale fosse stato ritenuto pienamente coerente con l’articolo 11, non ci sarebbe stato alcun motivo di attenuarne la portata attraverso formule generiche di “assistenza”, “supporto” e “tutela”. Il fatto stesso che si sia scelto di rappresentare la missione in termini così riduttivi dimostra quanto fosse difficile sostenerne apertamente la compatibilità con il principio costituzionale del ripudio della guerra. Il governo deve tornare immediatamente in Parlamento, non per chiedere una sanatoria politica di una decisione già assunta, ma per assumersene fino in fondo la responsabilità davanti al Paese. Deve spiegare perché abbia scelto di rappresentare una missione di questa portata attraverso formule che ne attenuavano la reale natura e riconoscere che il Parlamento è stato chiamato a deliberare senza essere posto nelle condizioni di valutare pienamente la scelta che stava autorizzando. Ma soprattutto il governo deve trarne le conseguenze politiche: interrompere ogni ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nell’area e disporre il rientro del contingente. Una decisione che contrasta con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione non può essere semplicemente riproposta con una diversa procedura parlamentare. Deve essere rimossa. Perché quando sono in gioco la pace e la guerra, la trasparenza non è un dettaglio procedurale. È la condizione minima perché il Parlamento possa esercitare il proprio ruolo e i cittadini possano giudicare consapevolmente le scelte compiute in loro nome. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Se per ottenere un’autorizzazione parlamentare è necessario attenuare o mascherare la reale portata di una missione militare, il problema non è soltanto il metodo. È la scelta politica stessa. E quando quella scelta si pone in contrasto con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11, non è sufficiente correggere la procedura: occorre cambiare la decisione. Giovanni Barbera
July 31, 2026
Pressenza
La Life Support salva 28 persone nella zona SAR maltese
La Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY ha concluso, nel tardo pomeriggio di ieri giovedì 30 luglio, il salvataggio di 28 persone in difficoltà in acque internazionali nella zona SAR (Search and Rescue) maltese. Tra le 28 persone soccorse ci sono 4 minori non accompagnati. Subito dopo il salvataggio sono state avvisate le autorità competenti che hanno assegnato alla Life Support il POS (Place of Safety) di Ortona. L’arrivo è previsto per il 3 agosto alle ore 15.00 circa. “Dopo aver ricevuto diverse segnalazioni, ci siamo diretti verso la posizione comunicata e abbiamo trovato un gommone semi sgonfio, sovraffollato, con persone che chiedevano aiuto e senza giubbotto salvagente. Alla fine delle operazioni di soccorso abbiamo portato a bordo 28 persone, di cui 4 minori non accompagnati. Queste persone erano stremate perché da due giorni in mare” dichiara Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support . “La nave è in navigazione verso il porto sicuro di Ortona, a quattro giorni di navigazione dal luogo del salvataggio.” “Da quando la Life Support ha raggiunto l’area delle operazioni, nelle acque internazionali del Mediterraneo Centrale, ha constatato la costante e massiccia presenza di assetti libici, in alcuni casi anche visibilmente armati, che hanno interferito nelle operazioni di ricerca e soccorso, a volte intimandoci di spostarci verso Nord dalla zona SAR che stavamo monitorando e compromettendo la possibilità di rispettare il diritto internazionale e dare assistenza alle persone in pericolo di vita in mare” continua Johanatan Nanì La Terra. “Ribadiamo inoltre che la Libia non è un luogo sicuro e far sbarcare i naufraghi in un porto libico è illegale.” Le 28 persone soccorse sono tutte uomini, di cui 4 minori non accompagnati. Provengono da Somalia, Sudan, Sud Sudan e Pakistan, Paesi segnati da conflitti, instabilità, gravi crisi economiche e umanitarie. Dopo il soccorso, il team della Life Support ha fornito alle persone salvate assistenza sanitaria, beni di prima necessità, cibo e acqua, oltre al supporto necessario durante il viaggio verso il porto assegnato, che si trova a quattro giorni di navigazione e 700 miglia nautiche dal luogo del salvataggio. La Life Support è attualmente impegnata nella sua 44esima missione nel Mediterraneo centrale, dove da dicembre 2022 a oggi ha portato in salvo complessivamente 3.538 persone.     Emergency
July 31, 2026
Pressenza
Il nostro mare è sempre più caldo: ondate di calore anche a 40 metri di profondità
Mentre il 2026 ha già segnato il record assoluto di temperatura per i mari e gli oceani a livello globale a causa della crisi climatica, l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia rivela che anche i mari italiani continuano a scaldarsi, con ondate di calore fino a 40 metri di profondità, fenomeni di necrosi o sbiancamento su gorgonie e coralli e l’espansione di specie termofile e aliene. Il report analizza i dati raccolti nel 2025 in 14 stazioni di monitoraggio italiane, di cui 13 in Aree Marine Protette, con termometri subacquei e monitoraggi periodici. Greenpeace ha operato con il sostegno del DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente, e della Vita) dell’Università degli Studi di Genova, l’OGS (Istituto Nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale) e con il Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino. Secondo i dati Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato su scala globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,97°C, pari +1,48°C rispetto al livello preindustriale. Nel Mediterraneo, gli indici annuali mostrano un numero elevato di giorni di ondate di calore marine, che in alcune aree superano un totale di 200 giorni e anomalie termiche superficiali comprese tra +1,5°C e +2,5°C sopra la media climatologica. Nello stesso anno, i termometri di Greenpeace hanno registrato episodi prolungati di elevate temperature in tutte le 14 aree di studio del progetto “Mare Caldo”, anche in profondità. L’anomalia massima della temperatura superficiale del mare, pari a +3,5°C sopra la soglia climatologica, si è registrata in Sardegna tra fine maggio e luglio 2025 nell’Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara, durante un’ondata di calore durata 41 giorni. Le altre anomalie maggiori si sono registrate nell’AMP di Capo Carbonara (Sardegna) e nell’AMP di Tavolara (Sardegna), con +3,46°C sopra la soglia, nell’AMP Capo Milazzo (Sicilia), con +2,94°C, e nell’AMP del Plemmirio (Sicilia), con +2,71°C. Il calore accumulato in estate sulla superficie del mare si è trasferito anche in profondità, attraverso il mescolamento della colonna d’acqua dovuto al vento, facendo registrare temperature fino a 25°C a 30-40 metri di profondità ed esponendo a un forte stress gli organismi che vivono sui fondali rocciosi. Nel 2025 Greenpeace ha svolto anche dei monitoraggi biologici all’Isola d’Elba (Toscana), nell’AMP dell’Asinara (Sardegna) e nell’AMP di Torre Guaceto (Puglia). In tutte e tre le aree sono stati osservati impatti rilevanti, come necrosi o sbiancamento sulle specie più vulnerabili, tra cui la gorgonia gialla Eunicella cavolini e il corallo Cladocora caespitosa, mentre continua ad aumentare la presenza di specie termofile e aliene come Caulerpa cylindracea. Il ricorso alla tecnica innovativa del DNA ambientale (eDNA), che consente di rilevare la biodiversità attraverso le tracce genetiche rilasciate dagli organismi nell’ambiente, ha permesso inoltre di identificare numerose specie aliene non visibili durante i monitoraggi tradizionali, comprese specie come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra. Il caso più significativo è quello dell’Isola d’Elba, l’unica area non protetta della rete di monitoraggio del progetto “Mare Caldo”. L’analisi della serie temporale degli ultimi sei anni evidenzia un progressivo deterioramento dello stato ecologico delle comunità bentoniche, con un aumento degli organismi che presentano segni di stress, una riduzione delle colonie e impatti significativi sulle gorgonie Eunicella cavolini e Paramuricea clavata. I risultati suggeriscono una relazione tra le persistenti anomalie termiche registrate nel 2023 e 2024 e i cambiamenti osservati oggi nelle comunità marine. Se da un lato i dati del progetto confermano il ruolo fondamentale delle aree marine protette nel rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini, dall’altro mostrano che nessuna area è al riparo dagli effetti della crisi climatica. Per questo Greenpeace ribadisce la necessità di rafforzare la tutela del Mediterraneo sia attraverso una rete efficace di aree marine protette, sia mediante la riduzione delle emissioni di gas serra. “Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare,” ha sottolineato Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia. “Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Il prezioso lavoro di tutela e conservazione in queste aree da solo non basta a preservare la biodiversità marina; serve anche una drastica riduzione delle emissioni di gas serra”. Quello pubblicato è il sesto rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia, nato nel 2019 grazie al contributo di Monica Montefalcone, professoressa di ecologia del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova, tragicamente scomparsa lo scorso maggio con la figlia Giorgia e altri tre sub italiani durante un’immersione alle Maldive. Greenpeace lo ha voluto dedicare a lei. Qui il sesto Rapporto di “Mare Caldo” di Greenpeace: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/07/d02e506f-distav_relazione-mare-caldo-sesto-anno-2024-2025_19.7.26-clean2.0.pdf Giovanni Caprio
July 31, 2026
Pressenza
Azerbaigian e Kirghizistan rafforzano l’alleanza con nuovi accordi
Azerbaigian e Kirghizistan hanno formalizzato il rafforzamento dei loro rapporti con la firma di un Trattato sulle relazioni di alleanza, durante la visita del presidente azero Ilham Aliyev a Bishkek. I due Paesi hanno siglato numerosi accordi su sviluppo economico, trasporti, energia, sicurezza informatica e cooperazione finanziaria. Tra gli altri documenti figurano intese sul Fondo di sviluppo congiunto, sul trasporto merci, sulla fornitura di prodotti petroliferi e sulla collaborazione tra società minerarie. Previsti anche gemellaggi tra diverse città delle due repubbliche. The post Azerbaigian e Kirghizistan rafforzano l’alleanza con nuovi accordi appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE

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