MEDIO ORIENTE: TRA BOMBARDAMENTI ISRAELIANI E CESSATE IL FUOCO VIOLATI, IL LIBANO RIMANE IL NODO NEI NEGOZIATI IRAN-USA
Ancora stragi e massacri per mano israeliana in Libano, con il numero delle vittime dal 2 marzo a oggi sempre più vicino a quota 4mila, a cui si aggiungono 11mila feriti e centinaia di migliaia di sfollati. In questo quadro Hezbollah respinge la tregua che esclude il Libano del sud e di fatto trasforma le autorità libanesi nel cane da guardia di Tel Aviv contro il movimento sciita, che ieri ha “informato il premier Aoun del rifiuto all’intesa: qualsiasi accordo deve partire dal ritiro completo di Israele”. Il presidente sciita del parlamento libanese, Nabih Berri, vicino a Hezbollah, ha spiegato che se le truppe israeliane lasciassero il sud del Paese, anche il movimento sciita potrebbe ritirarsi. Nonostante il cessate il fuoco – teoricamente – in vigore, l’aggressione israeliana non si ferma, in particolare nel sud e nell’est del Paese dei Cedri: almeno 15 le persone uccise dai bombardamenti israeliani oggi, venerdì 5 giugno. Le ultime nel primo pomeriggio, con 2 morti a Tiro e uno a Nabatiye in seguito a bombardamenti israeliani. Tra gli obiettivi colpiti anche l’ospedale Jabal Amel dove 4 persone sono state uccise e 7 ferite, oltre a danni alla struttura sanitaria. Sul fronte iraniano, Trump parla – come fa da settimane – di un’intesa che arriverà nei prossimi giorni, ma Teheran frena e ribadisce i propri punti fermi: la riapertura di Hormuz, lo stop alle sanzioni, la restituzione dei beni congelati in Qatar e lo stop agli attacchi israeliani in Libano. Mentre rimane il  giallo nel vicino Oman: esplosione a Mina Al Fahal, punto cruciale per l’esportazione del petrolio. La compagnia statale conferma l’esplosione, limitandosi a ribadire che le operazioni “proseguono nella normalità”. Tace pure Israele di fronte allo scoop della Cnn, che mostra come Tel Aviv abbia dispiegato unità militari d’élite in Azerbaigian, nell’ambito di una rete di siti clandestini in tutto il Medio Oriente, per condurre operazioni contro l’Iran. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’analisi con la professoressa Rosita Di Peri, docente di Storia del Medio Oriente e Scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Torino. Ascolta o scarica.
June 5, 2026
Radio Onda d`Urto
Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale
di Roberta De Monticelli,  Phenomenology Lab, 5 giugno 2026.   Riprendiamo qui la recensione al libro di Luigi Daniele Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale (Laterza, pp. 176, euro 17), uscito su “il manifesto” 4 giugno 2026 (col titolo: Una pervasiva violenza destituente) È stato scritto che quello in atto a Gaza (e in Libano) «non è un conflitto mediorientale in più ma una tragedia universale. Il laboratorio di un mondo post-Onu, post-Convenzioni di Ginevra, post-Dichiarazione dei Diritti Umani. Di un mondo feroce» (Jean-Pierre Filiu). Chiunque non distolga lo sguardo dal nostro presente sente che questo è vero, e che in questa tragedia siamo tutti immersi fino ai capelli. Il nuovo libro di Luigi Daniele, Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale (Laterza, pp. 176, euro 17) ci mostra due cose: che lo è, dispiegando l’intera tragedia nel linguaggio asciutto e inesorabile dei fatti, e perché lo è, illuminando il laboratorio di questo mondo feroce con la chiarezza logica ed etica e l’affilata precisione del linguaggio giuridico. Il linguaggio, cioè, in cui avevamo scritto le carte di ciò che è dovuto agli umani, anche se non ci fosse Dio – dopo la voragine di morte in cui lo avevamo sprofondato nella prima metà del secolo scorso. ERANO LE CARTE di un’umanità nuova, le radici di carta e pensiero di un mondo che voleva rinascere da quella voragine, rinunciando alle radici di sangue e di terra, alla violenza dei Leviatani, al regno senza fini della guerra. E mentre quelle carte bruciano, questo libro le riscrive virtualmente nell’anima di ognuno – anche il più ignaro – con una semplicità pari alla serietà di ciò che è in gioco: la fine del diritto universale, non solo del diritto internazionale. Il ritorno dell’umanità allo stato tribale – nella coscienza, nella cultura, nella politica. Nel momento stesso in cui il suo potere tecnologico di autodistruzione è al culmine. Esperto di diritto penale internazionale intervistato dai media globali, coautore di giuristi e storici del calibro di Richard Falk e Raz Segal, collaboratore di Francesca Albanese nella redazione dei suoi rapporti, attivamente impegnato nella battaglia legale per il riconoscimento delle responsabilità dei crimini ancora in corso a Gaza (e in Libano) contro la popolazione civile, Luigi Daniele unisce la documentazione più esatta e sconvolgente alla visuale giuridica e storica più ampia sull’indicibile che si consuma in Palestina. «Ho iniziato a scrivere queste pagine mentre da Gaza giungevano immagini raccapriccianti…». Non hanno smesso di arrivarne, ogni giorno. Ma chi leggerà questo libro sentirà il dolore, l’impotenza, lo sdegno trasformarsi, pagina dopo pagina, in un’esperienza di significato. Credo che trasformare esperienze di realtà in esperienze di significato sia il compito proprio della filosofia quando fa il suo mestiere: ma qui il pensiero giuridico prosegue quello filosofico con altri mezzi, più potenti e più precisi. TUTTI ABBIAMO SENTITO, nei quasi tre anni trascorsi dal 7 ottobre 2023, che qualcosa di enorme stava accadendo in Palestina: uno di quei punti di svolta della storia in cui il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della legge, e l’umanità si ritrova al bivio fra l’autodistruzione e un rinnovamento profondo delle sue forme di convivenza. Si è parlato di un’«enorme frattura nell’ordine morale del mondo» che il nostro consenso all’annientamento di Gaza ha creato (Didier Fassin) o di una «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra). IL LIBRO di Luigi Daniele articola questo sentimento, queste sentenze, in sei brevi capitoli ciascuno dei quali descrive una tappa dell’assalto ai capisaldi della civiltà giuridica moderna. Delineando una vera e propria mappa delle scoperte morali e delle conquiste legali dell’umanità moderna, per mostrarcele, una a una, smantellate dalla «violenza destituente» che ci sta facendo scivolare in questa nostra «postmoderna età del bronzo della dottrina dello stato e della guerra». «Violenza destituente» è il termine con cui Daniele descrive questo fenomeno pervasivo del nostro tempo, che, dai luoghi di sterminio, si irradia nella sfera pubblica internazionale, nella vita politica dell’intero Occidente, nel linguaggio di una sconcertante maggioranza dei suoi media, nelle sue viscere social, fino a distruggere gli stessi fondamenti normativi delle sue democrazie. A partire dai doppi standard (ciò che è criminale in Ucraina è solo legittima difesa in Palestina) che stanno distruggendo l’anima e la credibilità, anzi più precisamente, la stessa idea del diritto, la sua essenza. Ex iniuria ius non oritur: il principio che non si può legalizzare l’ingiustizia o vale per tutti, o non vale più. I doppi standard, è vero, hanno sempre segnato le politiche degli stati: ma il fatto che la Palestina sia diventata «il rovescio coloniale dell’Ucraina» ha segnato «il divorzio definitivo delle classi dirigenti dell’Europa da ogni residua cultura dell’eguaglianza formale di fronte alla legge». È quello che accade quando si smantellano i vincoli posti nei secoli alla guerra, sia per «umanizzarla» (jus in bello) sia per limitarne la legittimità (jus ad bellum). Mentre documenta le violazioni dei due tipi, questo libro illumina le grandi linee del confronto fra la ragione umana e la guerra: da un lato la delimitazione di ciò che è legittimo, a partire dalla definizione stessa della guerra come conflitto armato fra stati e dalla distinzione fra militari e civili; dall’altro la tendenza delegittimare la guerra stessa, che raggiunge il culmine nella messa fuori legge delle guerre d’aggressione nella Carta dell’Onu. NON È SOLO la distruzione dell’ordine internazionale esistente, quella in atto oggi. È la destituzione del diritto universale moderno. Che, con Alberico Gentili e Ugo Grozio, aveva spogliato di ogni legittimazione teocratica l’esercizio del potere sovrano, per riscoprirne i limiti inviolabili e i vincoli di legittimità nella giurisdizione della ragione umana. Che, con Rousseau e Kant, aveva distinto la forza dalla norma, la coazione dal dovere, e dimostrato «l’impossibilità logica di far derivare il diritto dalla forza». Che, con l’Illuminismo, si era fatta ragione istituente, o capace di design istituzionale. Che, individuando la fonte ultima di legittimità dei governi nel consenso dei governati, nella loro eguaglianza di fronte alla legge, nel governo della legge e nella separazione dei poteri, aveva fondato le nostre democrazie. «La concezione illuministico-liberale della guerra emerge dallo stesso processo storico e teorico in cui si pongono le premesse dello stato di diritto e della democrazia». Emerge infine – grandissima – la figura di Raphael Lemkin, il padre del concetto di genocidio: il cui pensiero scopre il non detto dietro il feroce richiamo dei dirigenti israeliani al grido biblico di Giosuè contro Amalek, le case, le donne e i figli e le bestie tutte. «Il nemico non è il nemico, ma l’intera società che lo sorregge». Genocidio, lungi dal designare l’eccezione alla regola della civiltà occidentale, designa il destino segnato dei popoli, ovunque lasciamo che sia negata, con la pari dignità delle persone, la giurisdizione universale della ragione – questa «piattaforma politica costituente». > Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale
June 5, 2026
Assopace Palestina
Venezuela: Con l’eredità di Bolívar e Chávez, la 23 DE ENERO non si arrende di fronte all’imperialismo Yankee!
Coordinadora Simón Bolívar COMUNICATO PUBBLICO Al Popolo e al Governo Rivoluzionario della Repubblica Bolivariana del Venezuela Ai Popoli e Governi del Mondo Ai Mezzi di Comunicazione Sociale Nazionali e Internazionali Alle Organizzazioni del Campo Popolare, Rivoluzionario Antimperialista e Antifascista Venezuelano Alle Organizzazioni del Campo Popolare e Rivoluzionario del Mondo Intero Fratelli e Sorelle: A cinque […]
Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza
Libertà per Hossam Abu Safieh, pediatra palestinese
Intervista al figlio del dottor Hossam Abu Safieh, il pediatra di cui foto ha fatto il giro dei media, mentre si consegnava davanti a un carro armato. Da un anno e mezzo nelle carceri israeliane. Dal 28 aprile è stato trasferito in isolamento a tempo indefinito con la sola accusa di aver chiesto il motivo della sua detenzione arbitraria. L'appello è di non dimenticare il dottor Hossam Abu Safieh e tutte/i detenute/i palestinesi nelle carceri israeliane e fare pressione per la libertà di tutte e tutti.  
June 5, 2026
Radio Onda Rossa
Amendolara: Chi sta dietro ai caporali?
del Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia. Con la scheda del libro «Schiavi mai!» che racconta la rivolta del 2012. A seguire link alla newsletter «Benvenuti Ovunque» e a «Melting Pot». Si chiamavano Ullah Ismat Quiem, 19 anni, Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Layiad, 27 anni, tre braccianti afghani e un pakistano, costretti a raccogliere frutta
SARDEGNA: PROTESTE AGLI AEROPORTI CONTRO LA PRESENZA DI TURISTI ISRAELIANI, COMPRESI SOLDATI E RISERVISTI
Dal 28 maggio tre voli ogni settimana da Tel Aviv atterrano a Cagliari ed Alghero, trasportando decine di famiglie che alloggeranno poi in vari resort nella zona meridionale della Sardegna. Si sono fatte sentire le proteste del Coordinamento sardo per la Palestina, che ha riunito diverse associazioni locali per manifestare contro il soggiorno di turisti provenienti da uno stato genocida. “Ci hanno insultato e uno di loro ha esclamato we are going to kill’em all (li uccideremo tutti)”, ha riportato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mariella Setzu, membro del coordinamento per la Palestina che ha preso parte al presidio del 4 giugno all’aeroporto di Alghero, dove sono arrivati più di un centinaio di turisti israeliani che sono stati poi condotti con tre bus al resort di Santa Margherita di Pula, a circa trenta chilometri da Cagliari. Come hanno ricordato gli attivisti del Coordinamento in un comunicato alla Regione, “ogni cittadino israeliano è obbligato per legge ad arruolarsi nell’esercito. Salvo i rari casi degli obiettori di coscienza, quindi, ogni cittadino dello stato di Israele è potenzialmente partecipe alle campagne di occupazione e pulizia etnica condotte in Palestina e Libano”. L’arrivo dei vacanzieri è astato accompagnato da un pesante dispiegamento di forze dell’ordine presso aeroporti e zone di villeggiatura, che ha visto anche la presenza di agenti della Digos e unità cinofile. L’intervista a Mariella Setzu del coordinamento per la Palestina Ascolta o scarica
June 5, 2026
Radio Onda d`Urto
SCHIAVON (VI): LAVORATORE ABBANDONATO GRAVEMENTE FERITO, PRESIDIO DELLA FLAI CGIL
Manifestazione venerdì mattina davanti al municipio di Schiavon (VI), a pochi chilometri dal luogo in cui è stato abbandonato un lavoratore di origine indiana, gravemente ferito dopo aver subito una caduta a tre metri mentre lavorava (in nero) in un maneggio. Secondo quanto ricostruito finora, è stata la coppia di suoi datori di lavoro ad abbandonarlo in strada, ferito, anziché portarlo in ospedale. Il lavoratore ora è salvo, ma la vicenda ricorda quella della morte di Satnam Singh, abbandonato vicino a casa due anni fa dopo che un macchinario gli ha tranciato un braccio e schiacciato le gambe in provincia di Latina. “In Veneto non non avevamo ancora conosciuto questo tipo di barbarie nei confronti di lavoratori e lavoratrici”, ha dichiarato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Giosué Mattei, segretario generale della Flai CGIL del Veneto, “un lavoratore che viene abbandonato nel cuore della notte, agonizzante, con quindi una premeditazione. Il tema dello sfruttamento in ogni sua sfaccettatura, in ogni sua declinazione è un elemento molto permeato all’interno del sistema economico produttivo della Regione del Veneto. I dati ci dicono che nel 2025 ci sono stati 5.500 nulla osta per le richieste di lavoro e solo il 10% si è concretizzato in un contratto e in un permesso: il 90% di questi lavoratori sono invisibili nelle campagne di raccolta”. “Bisogna abolire la Bossi Fini e applicare la legge 199 del 2016, attualmente usata solo nella fase repressiva ma non nella prevenzione”, ha concluso Mattei. Ascolta l’intervista a Giosué Mattei, segretario geneale della FLAI CGIL in Veneto. Ascolta o scarica Secondo il segretario della FLAI CGIL di Vicenza, Stefano Menegazzo, “Troppo spesso i lavoratori sono quelli che pagano il prezzo di offrire un prodotto o un servizio economico. Quando si va a scegliere perché si è costretti un prodotto che abbia un prezzo molto basso… il prezzo se lo prendono i lavoratori stessi. Lo pagano con i diritti, lo pagano col salario, lo pagano perdendo di dignità“. “Il nostro obiettivo questa mattina era quello di alzare la testa e dire che non è possibile accettare la disumanizzazione nei confronti del lavoro e dei lavoratori.” Ascolta l’intervista a Stefano Menegazzo, segretario generale della FLAI CGIL di Vicenza Ascolta o scarica
June 5, 2026
Radio Onda d`Urto
Perché la patrimoniale non dovrebbe essere un tabù
Imposta patrimoniale: due parole che, quando vengono pronunciate pubblicamente, sollevano sempre un grande polverone tra molti esponenti della politica e non soltanto della compagine governativa. Eppure, persino un liberale come Luigi Einaudi era favorevole ad un’imposta patrimoniale, a condizione che fosse straordinaria. In realtà un’imposta patrimoniale straordinaria è sempre un’implicita ammissione di colpe. Significa che mancano risorse per un eccesso di spesa pubblica, oppure le imposte ordinarie sono insufficienti rispetto alle necessità collettive, oppure il sistema fiscale ha ingiustamente tartassato i ceti meno abbienti, oppure ci sono contribuenti che hanno eluso o evaso la tassazione ordinaria, oppure un mix di queste cause. Inoltre, è proprio la straordinarietà dell’imposta patrimoniale a lasciare perplessi. Se si tratta di un evento straordinario non è chiaro perché debba avvenire adesso (anziché ieri o domani). L’estemporaneità tradisce in ogni caso un sistema tributario incerto, inefficiente e ingiusto. In Italia esistono già alcune imposte patrimoniali ordinarie. Secondo l’Ufficio Studi della CGIA le entrate complessive derivanti dalle imposte sul patrimonio nel 2024 ammontavano a circa 51,2 miliardi di euro annui. In dettaglio il gettito fiscale sui patrimoni era composto soprattutto da: 23 miliardi di euro dagli immobili (IMU), 8,9 miliardi da depositi e titoli, 7,5 miliardi dagli autoveicoli, 6 miliardi dalle compravendite immobiliari, 1,9 miliardi dal canone RAI. Se si volesse ampliare l’imposizione patrimoniale, sarebbe più logico che questa operazione avesse una caratteristica periodica e stabile (e non una tantum), per evitare di ritrovarsi con lo stesso problema negli anni successivi. Questa impostazione sarebbe anche più conforme al dettato costituzionale, che stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53). E sicuramente il patrimonio è un elemento fondamentale della capacità contributiva, spesso erroneamente confusa con il reddito o con il livello di consumi. Pertanto sarebbe più equo che ogni anno tutti i contribuenti presentassero una dichiarazione contributiva (e non soltanto dei redditi), nella quale venissero tenuti in conto anche i patrimoni (non soltanto immobiliari, ma anche mobiliari). In realtà questo già avviene per chi presenta l’ISEE, ma si tratta di un documento facoltativo, predisposto con lo scopo di chiedere sconti per alcuni servizi pubblici (per esempio le tasse universitarie o le rette dell’asilo nido). Se invece si rendesse obbligatoria per tutti una dichiarazione annuale che contenesse tutti i dati economici di ogni cittadino, si avrebbe un quadro più equilibrato e corretto della effettiva capacità contributiva. La Banca d’Italia segnala che al 31 dicembre 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.338 miliardi di euro. Pertanto, se mettiamo a confronto i dati della ricchezza dei cittadini italiani con il totale delle imposte patrimoniali, rileviamo che in Italia il patrimonio viene attualmente tassato con una aliquota media annuale dello 0,45%. Anche a parità di gettito fiscale, il peso delle imposte patrimoniali potrebbe essere aumentato per poter diminuire le tasse sui redditi e sui consumi. Una simile scelta andrebbe nella direzione di far pagare un po’ di più anche agli evasori, che magari sono riusciti a nascondere alcuni redditi, ma che più difficilmente possono nascondere i patrimoni. Non sarebbe una rivoluzione e nemmeno una vera equità fiscale, ma una decisione di buon senso: ottenere qualche risorsa in più dai pochi che hanno molto, per poter chiedere un po’ meno ai tanti che hanno poco. A maggior ragione se venissero utilizzati forti “criteri di progressività”, applicando di fatto l’imposta soprattutto sui grandi patrimoni. La proposta secondo logica dovrebbe ottenere la stragrande maggioranza dei consensi. Forse proprio per questa ragione vengono sollevati polveroni: evidentemente servono per non far comprendere come dovrebbe funzionare il sistema tributario seguendo i principi costituzionali. Rocco Artifoni
June 5, 2026
Pressenza
Giornata Ambiente: contro la fast fashion con le donne delle comunità locali
La fast fashion responsabile di sprechi e inquinamento selvaggio. Heart Dressed, il documentario girato ai piedi delle grandi montagne del mondo, racconta che un’altra moda – pulita ed equa – è possibile. Prima mondiale nella Giornata mondiale dell’Ambiente: Palazzina dell’Auditorio, comprensorio di Villa Farnesina, Roma L’industria della moda si posiziona al secondo posto dopo l’agricoltura, tra le attività che consumano più acqua dolce al mondo con 93 miliardi di metri cubi impiegati ogni anno solo per la coltivazione e la produzione delle fibre. Una sola camicia di cotone ‘costa’ 2700 litri di acqua dolce. Non solo: il settore è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di CO₂ e del 35% delle microplastiche rilasciate negli oceani. Ogni anno l’industria della moda genera 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili (l’equivalente di un camion della spazzatura di tessuti gettati via ogni secondo) la maggior parte delle quali finisce in discarica, spesso quelle non controllate di paesi poveri. Sono numeri che richiedono di ripensare totalmente un settore che comunque genera oltre il 2% del PIL mondiale e impiega, secondo dati del 2019, circa 91 milioni di lavoratori. Per invertire la rotta bisogna agire su più fronti ma una delle azioni più urgenti è la sensibilizzazione dei consumatori.  È proprio questo uno degli obiettivi di Heart Dressed, il documentario diretto da Sophie Chiarello e Giulia Amati e coprodotto da Alexandra Cinematografica e Latteplus Production, in collaborazione con Rai Documentari, che si presenta oggi, 5 giugno, a Roma in anteprima mondiale. Il film è un viaggio tra le montagne di Bhutan, Guatemala, Kirghizistan e Perù, dove l’abbigliamento non è tendenza ma identità, non è produzione industriale ma sapere tramandato di generazione in generazione. Il documentario, che nasce dal progetto Fashion for Fragile Ecosystems della Mountain Partnership, il cui Segretariato é ospitato dalla FAO, racconta i sogni e le storie delle artigiane di quelle terre remote, custodi di un’antica tradizione tessile tramandata di generazione in generazione. Il loro percorso le porta a incontrare cinque stilisti di fama internazionale con cui nasce una collaborazione straordinaria. “Con questo documentario – dice Francesco De Blasi di Alexandra Cinematografica – abbiamo voluto raccontare le incredibili storie di donne artigiane che ogni giorno lottano per mantenere la propria famiglia attraverso un mestiere che unisce creatività e tradizione, rispetto dell’ambiente e della comunità. Abbiamo scelto di valorizzare il sapere artigianale millenario delle comunità montane per mostrare attraverso le immagini come la cooperazione internazionale tra grandi stilisti internazionali e artigiani locali possa generare un potente impulso creativo e un impatto economico duraturo. Il nostro desiderio e che Heart Dressed – Vestiti con il cuore – possa parlare al cuore del pubblico affinchè si crei una consapevolezza di consumo verso scelte più responsabili e attente agli ecosistemi fragili”. Gli stilisti Vivia Ferragamo, Stella Jean, Carolina K e Antonio e Patrizia Marras hanno fatto tappa nelle zone rurali e nei piccoli villaggi montani dei quattro paesi coinvolti nel progetto dove le donne svolgono raffinati lavori di cucito e tessitura di preziosi tessuti locali: il feltro kirghizo, la lana d’alpaca peruviana, la seta del Buthan e il cotone del Guatemala. Materiali e tecniche sono stati poi utilizzati nella creazione collezioni di moda. Il risultato è stata la creazione di capi che uniscono modernità e tradizione, che hanno alla base tessuti di grande qualità, radicati nei territori e lavorati in modo sostenibile, nonché una sapienza artigianale antica che si tramanda da generazioni. Le collezioni sono state presentate negli appuntamenti internazionali più prestigiosi, come la Milano fashion week. Il progetto, raccontato nel documentario Heart Dressed nasce grazie alla Mountain Partnership la più grande alleanza globale dedicata allo sviluppo sostenibile delle comunità montane, che ha costruito i ponti tra i designer e le comunità, garantendo che l’incontro tra moda contemporanea e artigianato tradizionale si traducesse in un reale beneficio economico e sociale per le popolazioni locali, in particolare per le donne, vere custodi di queste tradizioni. L’incontro tra conoscenze e saperi ha permesso alle artigiane di quelle aree fragili di trarre profitto e riconoscimento dal loro lavoro, di far conoscere al mondo le loro creazioni. Le comunità montane, dove vivono circa 1,1 miliardi di persone nel mondo, sono tra gli ecosistemi più fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici. Nonostante le difficoltà continuano a custodire pratiche di produzione in armonia con l’ambiente che l’industria globale ha dimenticato da un pezzo. “Dietro il fasto della moda globale – dice Giorgio Grussu, Funzionario FAO e coordinatore del progetto – si nascondono costi sociali e ambientali che il grande pubblico non vede. Le culture artigianali di molti paesi, soprattutto in montagna, sono soffocate da un mercato che non paga il giusto prezzo e vengono così condannate all’estinzione. Dobbiamo renderci conto che in un mondo globalizzato non siamo solo consumatori, ma decisori: ogni nostro acquisto ha un impatto immenso sulle vite di comunità lontane e, inevitabilmente, sulla salute del nostro stesso pianeta. Ogni volta che acquistiamo qualcosa, stiamo votando per il tipo di mondo in cui vogliamo vivere. Sapere da dove viene ciò che indossiamo è il primo passo per cambiare le regole del gioco”. La Rai porta il messaggio in prima serata Il documentario è realizzato in collaborazione con RAI Documentari, che trasmetterà Heart Dressed portando il messaggio nelle case di milioni di italiani. La presenza della televisione pubblica segna una svolta importante, portando nel salotto di casa la riflessione sull’impatto dell’industria tessile e sulla bellezza di un modello alternativo e consentendole di raggiungere il grande pubblico. “Per Rai Documentari – dice il direttore Luigi Del Plavignano – produrre e accompagnare un progetto come Vestiti con il cuore significa mettere al centro il valore del documentario come strumento di racconto e interpretazione della realtà, capace di coniugare linguaggi diversi e di avvicinare il pubblico a temi complessi come la sostenibilità, le disuguaglianze globali e il futuro dei modelli produttivi”. Non è casuale che la premiere mondiale di Heart Dressed, sia stata fissata per il 5 giugno, la Giornata Mondiale dell’Ambiente, nella cornice straordinaria del Comprensorio di Villa Farnesina, palazzina dell’Auditorio (Via della Lungara, 230, Roma). Tra gli ospiti d’onore: Fabio Attorre (Sapienza Università di Roma), Luigi Del Plavignano (RAI Documentari), le registe Sophie Chiarello e Giulia Amati e i fashion designer Vivia Ferragamo, Stella Jean, Carolina K e Antonio e Patrizia Marras.   Ufficio stampa Heart Dressed   Scheda tecnica  Titolo: Heart Dressed Regia: Sophie Chiarello e Giulia Amati Produzione: Alexandra Cinematografica e Latteplus Production In collaborazione con: RAI Documentari Supporto tecnico: Mountain Partnership Secretariat, FAO Iniziativa di riferimento: Fashion for Fragile Ecosystems, FAO Locations: Bhutan, Guatemala, Kirghizistan, Perù Lingua: Inglese e italiano Redazione Italia
June 5, 2026
Pressenza
Patto UE su migrazione e asilo: ennesimo decreto d’urgenza
Quando si tratta di privare i richiedenti asilo dei loro diritti, il governo italiano ha fretta di essere il primo della classe. Lo fa ricorrendo per la sesta volta a un decreto d’urgenza, così da poter implementare il Patto UE su migrazione e asilo prima della scadenza. La dichiarazione della portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi, riferendosi al decreto legge approvato ieri sera, giovedì 4 giugno 2026, dal Consiglio dei Ministri sull’attuazione del Patto UE su migrazione e asilo: “Ancora una volta il governo cerca di scavalcare il processo democratico per assicurarsi di poter attuare il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo fin dal giorno della sua entrata in vigore, prevista per la prossima settimana. Il nuovo Patto rappresenta una stretta al diritto d’asilo e aumenterà le possibilità di detenzione, rimpatrio e deportazione verso paesi di origine e paesi terzi non sicuri. Il governo ha fretta di essere il primo della classe in Unione europea nell’implementazione di queste misure e lo fa ricorrendo ancora una volta alla decretazione d’urgenza. Siamo al sesto decreto sicurezza del governo Meloni. Nelle sue dichiarazioni, il ministro Piantedosi si è detto soddisfatto di poter “sperimentare” le nuove norme il prima possibile. Parole che rivelano come le persone migranti siano considerate alla stregua di cavie su cui sperimentare la crudeltà delle nuove politiche europee, anziché persone titolari di diritti e protezione.” Sea Watch
June 5, 2026
Pressenza

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