Tav: Bufera in campo largo
All’improvviso la Torino-Lione torna a occupare spazio nel dibattito politico piemontese. A riaccendere la discussione sono state le dichiarazioni di Chiara Appendino insieme ai parlamentari Antonino Iaria ed Elisa Pirro […] The post Tav: Bufera in campo largo first appeared on notav.info.
June 26, 2026
notav.info
‘Libertà, dignità e un futuro’: perché gli abitanti di Gaza stanno pianificando una mobilitazione di massa
Il “movimento del 26 giugno” potrebbe portare migliaia di persone in piazza. Ma minacce e manipolazioni ne stanno distorcendo il messaggio, come già accaduto in passato. Fonte: English version Immagine di copertina: Sfollati palestinesi protestano contro la grave carenza idrica che minaccia la vita di migliaia di persone, mentre si diffondono allarmi sul peggioramento delle … Leggi tutto "‘Libertà, dignità e un futuro’: perché gli abitanti di Gaza stanno pianificando una mobilitazione di massa" L'articolo ‘Libertà, dignità e un futuro’: perché gli abitanti di Gaza stanno pianificando una mobilitazione di massa proviene da Invictapalestina.
June 26, 2026
Invictapalestina
Tribunale di Piacenza: prosciolti SI Cobas e USB, ‘nessuna organizzazione criminale’
PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO DEL GIORNALE SULL’ASSOLUZIONE TOTALE DEL C.N.  SI COBAS ALDO MILANI INSIEME A ARAFAT E CARLO ,COMPRESI QUELLI DI USB. LA FEROCIA CON CUI I GIUDICI SI SONO ACCANITI SUI DIRIGENTI NAZIONALI DEL SI COBAS  PER IL MOMENTO E’ SCONFITTA. VOLEVANO SCONFIGGERE LE LOTTE MA  NON CI SONO RIUSCITI. LE CONTRADDIZIONI DI PADRONI E GOVERNO SONO TROPPO EVIDENTI E PRIMA O POI LA CLASSE OPERAIA UNITA NEL SI COBAS  SCONFIGGERA’ IL SISTEMA. SI COBAS NAZIONALE . Milano, 26 giu. (LaPresse) – Non sono mai esistite due organizzazioni criminali dentro ai sindacati di base SI Cobas e Usb che avessero l’obiettivo di radicalizzare lavoratori “di origine straniera” da “strumentalizzare” con l’obiettivo di “conquistare i magazzini” delle multinazionali della logistica. La gup di Piacenza Francesca Gigli ha prosciolto perché il fatto non sussiste i 7 sindacalisti imputati di associazione a delinquere e 83 capi d’imputazione di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico servizio, sabotaggio ed estorsione. Accolta la linea dei legali dei sindacalisti, fra cui gli avvocati Eugenio Losco, Mauro Straini, Marina Prosperi e Arturo Salerni. La sentenza di non luogo a procedere arriva a 4 anni di distanza dall’inchiesta della procuratrice di Piacenza Grazia Pradella e del pm Matteo Centini (oggi sostituto a Milano), che a luglio 2022 aveva portato anche all’arresto di 8 sindacalisti, fra cui i leader piacentini del Si Cobas Mohamed Arafat e Carlo Pallavicini, e, per l’Unione sindacale di base, Roberto Montanari, Mohamed Abed Issa e Fisal Elderdah e Riad Zaghdane, storico militante tunisino morto al San Camillo di Roma l’8 dicembre 2023 all’età di 56 anni, dopo aver combattuto contro un cancro mentre era ancora indagato. Arresti revocati un mese dopo l’operazione della Squadra mobile dal Tribunale del riesame di Bologna, che aveva negato l’esistenza delle due organizzazioni criminali sostenendo, che i “fini delle ipotizzate associazioni” a delinquere fossero in realtà “leciti” e tutelati dallo “Statuto dei Lavoratori”. Secondo gli inquirenti i sindacati di base avrebbero provocato fra 2016 e 2022 “scontri con la parte datoriale”, multinazionali come Leroy Merlin o grossi provider di servizi logistici in appalto, per alimentare “il proprio potere”, uscire “vittoriosi” dalla vertenze e ottenere “l’affiliazione all’associazione di più lavoratori, assicurandosi i proventi di tessere e conciliazioni”. Le aziende, “piegate dall’illegale blocco dei mezzi e delle merci”, avrebbero ceduto a “continue concessioni”. Tra i mezzi usati il “picchettaggio illegale”, impedendo ai camion di merci “di entrare ed uscire”, “occupando la sede stradale” oppure praticando azioni “di sabotaggio” delle aziende, ad esempio “azionando l’interruttore di emergenza per interrompere l’azione dei macchinari per la movimentazione dei pacchi”. Con la sentenza di proscioglimento (30 giorni per le motivazioni), la gup chiude una vicenda che ha fatto discutere nel mondo politico e giudiziario, con articoli critici rispetto all’inchiesta pubblicati dalla rivista di Magistratura democratica ‘Questione Giustizia’. La giudice ha invece deciso per il rinvio a giudizio per circa una decina di singoli episodi di picchettaggio, in cui viene contestata a sindacalisti e operai-facchini della logistica l’ipotesi di violenza privata. Molti dei capi d’imputazione, che risalgono a fatti del 2016-2018, nel frattempo sono andati prescritti. L'articolo Tribunale di Piacenza: prosciolti SI Cobas e USB, ‘nessuna organizzazione criminale’ proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
GLOBAL SUMUD LAND CONVOY: INTERVISTA A DOMENICO CENTRONE, “MERCE DI SCAMBIO” TRA LIBIA E ITALIA
Leonarda ‘Dina’ Alberizia e Domenico Centrone sono stati liberati mercoledì 24 giugno insieme ad altri 8 componenti del convoglio umanitario di terra della Flotilla. Una liberazione arrivata dopo un mese di pressioni e mobilitazioni da parte del movimento, tra cui la campagna “Free Them All”, lanciata in collaborazione con Amnesty International e tuttora in corso. Sono stati liberati dopo un mese di detenzione illegale in Libia da parte delle milizie di Haftar. Erano stati arrestati nei pressi di Sirte il 24 maggio. Radio Onda d’Urto ha intervistato Domenico Centrone. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il momento dell’arresto, dei i vari trasferimenti tra le carceri di Sirte e di Bengasi, dei due scioperi della fame. Domenico ha anche raccontato degli interrogatori e delle condizioni detentive. Ha raccontato che l’atteggiamento iniziale delle milizie libiche in divisa, affiancate da “forze di sicurezza” in civile, è stato inizialmente minaccioso. “Ci dicevano che ci stavano aspettando, che avevano intenzione di stuprare le donne e di compiere violenze”, racconta Domenico. Sono quindi stati accusati di “immigrazione illegale e assembramento in una zona di sicurezza”,  accusa che poi non ha retto. Durante il mese di detenzione hanno subito tre interrogatori, sempre in assenza di un legale di fiducia e sono stati obbligati a firmare la trascrizione in arabo delle deposizioni, senza capire cosa avessero firmato. Nel primo interrogatorio i libici volevano “capire se ci fossero affiliazioni” tra gli attivisti e “qualche tipo di organizzazione terroristica, tipo Hamas o i Fratelli Musulmani. Sono stati trattenuti in un lager per migranti per i primi due giorni a Sirte, poi in un “centro di detenzione dei servizi segreti” nei pressi di Bengasi, nella quale sono stati trasferiti in aereo. Prima di imbarcarsi era stato promesso loro che avrebbero volato verso Tripoli, poiché la loro liberazione era imminente. In seguito all’intensificarsi delle trattative portate avanti dal Console italiano in Libia insieme ad altri funzionari delegati dal governo Italiano, l’atteggiamento dei libici è cambiato. I funzionari diplomatici non hanno mai fatto capire ad attiviste e attivisti di essere divenuti una leva, una merce di scambio nelle trattative “ma è stata la nostra percezione, era molto chiaro”. A quel punto non c’era più “quella veemenza, quell’insistenza” che c’erano stati nel momento del primo interrogatorio. E anche le condizioni di detenzione sono migliorate. Il governo italiano infatti, collabora quotidianamente con le forze di Haftar per il controllo dei flussi migratori e i respingimenti. L’intervista a Domenico Centrone, membro di Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
DISOCCUPATI NAPOLI: DUE GIORNI DI PROTESTA PER I CONTRATTI FIRMATI E NON RISPETTATI, NOTTE SUL TETTO DEL MASCHIO ANGIOINO
  Due giornate di protesta a Napoli: i militanti di ‘Movimento 7 Novembre’, assieme a ‘Cantiere 167 Scampia’ hanno avviato azioni di lotta, a partire dall’occupazione del Maschio Angioino. Dopo la notte sul tetto del Maschio Angioino, oggi un corteo ha attraversato il centro cittadino snodandosi lungo le arterie principali e organizzando blocchi stradali. Alcuni attivisti sono stati fermati e tenuti in questura. Martedì prossimo la protesta si sposta a Roma con una manifestazione. Dietro alle movimentazioni la richiesta che vengano rispettati gli impegni presi nei confronti di 600 persone che hanno firmato contratti di tirocinio retribuito e rischiano di restare a casa. Questi contratti sono frutto dell’attività del Movimento 7 Novembre, che ha organizzato ore di formazione, stage, esami ed attestati per 1200 donne e uomini disoccupati. Nonostante gli accordi presi con Ministero del Lavoro e Regione, non c’è ancora nessuna garanzia che le 600 persone che hanno già firmato contratti di tirocini retribuiti comincino a lavorare il 1 luglio. Questa incertezza arriva dopo una prima sospensione delle attività lavorative, partite il 21 maggio e poi fermate per problemi “amministrativi”, il rinvio al 1 luglio comunicato dalla Prefettura, però, non porta garanzie e riporta gli attivisti nelle piazze e nelle strade di Napoli. Ne abbiamo parlato con Mimì Ercolano dei Si.Cobas di Napoli.  Ascolta o scarica  
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Anche gli alberi della rete a supporto degli studenti.
Non tutti gli studenti riescono a raggiungere i GaSH, ad esempio a Deir Balah continua il lavoro dei nostri hotspot mobili, gli alberi della rete, che diffondono e condividono la connessione a partire da un singolo telefono. Il nostro “giardiniere” Nour ci racconta che: > I webtree continuano ad essere attivi. Condividendo la connessione telefonica > è possibile supportare gli studenti di diverse generazioni, che non sempre > hanno accesso continuo alla connessione. > > A volte ospito loro nella mia tenda, oppure vado a trovarli per offrirgli un > punto di connessione. In questa fase non è più necessario connettersi tramite e-sim. La connettività tramite Paltel sembra avere maggiore diffusione, ovviamente non per tutti, internet è un costo che impatta soprattutto chi vive condizioni di maggiore fragilità, in questi casi potersi collegare alle lezioni o leggere le news diventa ancora più importante. Il vero collo di bottiglia in alcune aree della Striscia è invece la continuità della rete elettrica, ad esempio Bilal ci spiega che può connettere il suo router solo ai generatori comuni situati in strada e questo rende discontinuo il servizio.
June 26, 2026
Gazaweb
The Italian Southern question and Democratic Confederalism
Reader’s submission: A Reflection on the Southern Question and Democratic Confederalism. It is not an exhaustive analysis, but a first step into developing a debate on the topic, and a revolutionary theory based on our history. For this reason, we invite our readers to send any answers, insights, further elaborations or critiques, which may be published on our website. The southern question represents the largest single contradiction of the Italian nation-state. The roots of this...
June 26, 2026
Revista Lêgerîn
Questione meridionale e confederalismo democratico
Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un lettore su questione meridionale e confederalismo democratico. Non si tratta di un'analisi esaustiva, ma di un primo passo per aprire un dibattito sul tema e sviluppare teoria rivoluzionaria sulla base della nostra storia. Per questo motivo invitiamo chi ci legge a inviarci eventuali risposte, elaborazioni, approfondimenti, critiche, che potranno essere pubblicate sul nostro sito. La questione meridionale rappresenta di per sé la più grande...
June 26, 2026
Revista Lêgerîn
Quando la memoria non basta più
-------------------------------------------------------------------------------- Creare ambienti di apprendimento sicuri e inclusivi per bambine e bambini rimane più importante che mai nella Striscia di Gaza. Grazie al sostegno dell’Occupied Palestinian Territory Humanitarian Fund e a Vento di Terra, sei “Spazi Temporanei di Apprendimento (Temporary Learning Spaces, TLS)” hanno accolto oltre mille bambini che vivono nei campi per sfollati interni nella Middle Area, a Gaza City e a Khan Younis -------------------------------------------------------------------------------- “Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz” (Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato) اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة “O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso” (Duʿāʾ islamico per un bambino defunto) Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro. Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli. Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa. La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza. Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia. I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre. Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani. Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato. Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci. Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince. Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale. Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro. Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine. La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le tende educative di Gaza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando la memoria non basta più proviene da Comune-info.
June 26, 2026
Comune-info
Prepararsi agli esami finali delle scuole superiori a Gaza senza elettricità, senza cibo a sufficienza e senza una casa
di Tareq S. Hajjaj,  Mondoweiss, 26 giugno 2026.     Per decenni, l’Esame Generale di Istruzione Secondaria, detto “Tawjihi”, è stato una delle tappe fondamentali più significative per un giovane a Gaza. Ma ora, per il terzo anno consecutivo, gli studenti sostengono gli esami senza aule, senza elettricità affidabile e con cibo appena sufficiente. Dana Mohammed Abu Dalfa, una studentessa palestinese delle superiori, ripassa le lezioni alla luce di un cellulare all’interno di una tenda per sfollati nella Striscia di Gaza. 20 giugno 2026. (Foto: Hassan Jedi /APA Images) Sumaya Abdel Rahman ha terminato i suoi Esami Generali di Istruzione Secondaria un anno prima del genocidio; sua sorella minore, Dima, ha iniziato i suoi esami il 20 giugno di quest’anno. Tra le due sorelle, che condividono una tenda a Gaza City, la distanza non potrebbe essere maggiore: una ha superato questa tappa fondamentale in un mondo che aveva ancora una parvenza di normalità, mentre l’altra sta affrontando questa fase tra continue carenze alimentari e un blocco soffocante. I ricordi dell’anno di Sumaya ora sembrano lontani. La vita sotto assedio ai suoi tempi non era facile, ma era comunque meglio che «vivere nelle tende e soffrire la fame». «Vedere mia sorella Dima prepararsi per gli esami mi riempie di tristezza», ha detto Sumaya. Ricorda come la loro madre preparasse cibi speciali — miele, frutta secca, frutta —, pasti che si riteneva aiutassero a migliorare la concentrazione e la memoria. «Ora Dima studia spesso a stomaco vuoto, ed è andata affamata anche al suo primo esame». L’Esame Generale di Istruzione Secondaria, comunemente noto come Tawjihi in Palestina e Giordania, si è svolto online a Gaza per il terzo anno scolastico consecutivo, in un contesto di quasi totale assenza di un sistema educativo funzionante nella Striscia. Non ci sono banchi o aule tradizionali, né fogli di risposta o fascicoli d’esame. Gli studenti si riuniscono invece in bar e altri luoghi dove sono disponibili elettricità e accesso a Internet, seduti spalla a spalla mentre sostengono gli esami. «Studio sulla sabbia» Dima non ha una stanza tranquilla. Ha un materasso per terra all’interno di una tenda a Gaza City, non ha uno spazio privato tutto suo e nessun posto dove riporre i libri di testo, le penne o il materiale scolastico. Diversi fratelli e sorelle più piccoli condividono la stessa tenda. Prima del genocidio, il Tawjihi era indissolubilmente legato all’atmosfera che le famiglie creavano attorno ad esso. Gli studenti erano circondati da cure e incoraggiamenti per tutto l’anno scolastico, per poi sostenere gli esami in scuole sconosciute sotto stretta sorveglianza. I fogli d’esame arrivavano sigillati dal Ministero dell’Istruzione, a volte sorvegliati dalla polizia nei minuti precedenti la prova, mentre i funzionari del ministero ispezionavano le aule d’esame. Per decenni, il Tawjihi è stato una delle tappe più significative della vita sociale di Gaza, caratterizzato da rituali, aspettative e preparativi che non avevano eguali in nessuno dei precedenti dodici anni di scuola. I risultati venivano annunciati alla radio locale, sui giornali e sulle piattaforme online, e il punteggio finale di uno studente determinava il suo futuro accademico e i corsi di laurea a cui poteva accedere. Di conseguenza, a casa ricevevano un trattamento speciale. La stanza degli ospiti della famiglia era a loro disposizione, insieme a tutti i comfort e al sostegno familiare che ne derivavano. Le loro madri preparavano loro pasti speciali e l’intera famiglia era pronta a fornire tutto il sostegno necessario. Insomma, niente a che vedere con oggi. Una sedia adeguata, una scrivania o un tavolo, una lampada da lettura — per non parlare di un’intera stanza — sono ormai lussi inaccessibili alle famiglie che vivono nelle tende. Il 20 giugno 2026, a Gaza City, alcuni studenti palestinesi sfollati sostengono l’esame elettronico per il Diploma di Istruzione Secondaria Generale (Tawjihi) in un campo profughi dotato di accesso a Internet. (Foto: Bilal Osama/APA Images) Negli anni precedenti, la famiglia di Sumaya faceva tutto il possibile per garantirle comfort e sostegno durante gli esami del Tawjihi. Ma per sua sorella Dima, affrontare questa stessa tappa accademica significa farlo in circostanze completamente diverse. «Non ho una sedia su cui sedermi mentre studio», ha detto Dima. «Passo tutto il tempo sullo stesso materasso su cui dormo. È appoggiato direttamente sulla sabbia. Me ne sto seduta lì per lunghe ore durante il giorno, o di notte ogni volta che c’è luce, per quanto fioca, e continuo a studiare». Quando sua sorella si stava preparando per gli esami, il padre aveva improvvisato un sistema di illuminazione alimentato a batteria in modo che potesse studiare tutta la notte. «Questo non è più possibile», ha detto Dima. «Se la mia famiglia potesse provvedere, non esiterebbe. Le circostanze sono semplicemente diverse. Eppure le aspettative riposte su di me sono esattamente le stesse di prima: eccellere e ottenere voti alti». «Studio sulla sabbia», ha detto. «Studio anche se ho fame. Studio in piedi. Studio circondata dal rumore dei miei fratelli più piccoli, ai quali non posso chiedere di fare silenzio, perché viviamo tutti in una piccola tenda». Dana Mohammed Abu Dalfa, una studentessa palestinese delle superiori, ripassa le lezioni alla luce di un cellulare all’interno di una tenda per sfollati nella Striscia di Gaza. 20 giugno 2026. (Foto: Hassan Jedi /APA Images) Un messaggio di perseveranza Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza, il 95% delle scuole di Gaza è stato danneggiato dai due anni di bombardamenti incessanti da parte di Israele. Oltre il 90% necessita di lavori di ricostruzione essenziali. Di queste scuole, 668 sono state bombardate direttamente. Di conseguenza, praticamente nessuna delle infrastrutture scolastiche di Gaza è rimasta intatta. Nonostante ciò, i palestinesi insistono nel sostenere gli esami. Il dottor Ibrahim Ramadan, direttore della Direzione dell’Istruzione di Khan Younis, afferma che circa 35.000 studenti stanno sostenendo gli esami all’interno di Gaza, mentre altri 2.000 studenti di Gaza li stanno sostenendo all’estero, su un totale di circa 89.000 studenti in tutta la Palestina. «Il popolo palestinese crede nell’istruzione e difende il proprio diritto ad essa, perché l’istruzione è una questione di vita e di sopravvivenza», ha dichiarato a Mondoweiss il dottor Ramadan. «L’occupazione può distruggere edifici e istituzioni, ma non può distruggere la volontà di imparare. Le università possono essere bruciate e le scuole demolite, ma il diritto dei palestinesi a costruire il proprio futuro attraverso l’istruzione non può essere eliminato». Il Ministero dell’Istruzione si è adattato ampliando l’uso delle prove elettroniche attraverso la piattaforma Wise School, un’app che gli studenti scaricano sui propri telefoni, utilizzando il numero fornito dal Ministero a ciascuno studente per accedere e sostenere gli esami. Eppure, quando si parla con gli studenti, le loro conversazioni ruotano meno intorno agli esami e più intorno alle difficoltà quotidiane. Gli studenti palestinesi sostengono l’esame per il Diploma di Istruzione Secondaria Generale (Tawjihi) in una sala d’esame nella Striscia di Gaza, il 20 giugno 2026. (Foto: Hassan Jedi/APA Images) Rola Tubaisi, una studentessa di Khan Younis, si è recata in un bar per sostenere i suoi esami perché lì c’era elettricità e accesso a Internet. Ha trascorso l’intero anno scolastico circondata da perdite, oscurità e sfollamenti, ma è rimasta determinata ad andare avanti. Come molti studenti, Tubaisi dipende da luoghi come questo perché Gaza non ha più una fornitura elettrica stabile da quando è iniziato il genocidio nell’ottobre 2023. I pochi luoghi che dispongono ancora di elettricità funzionano in gran parte grazie all’energia solare. L’accesso a Internet, la ricarica dei telefoni e i servizi elettrici di base spesso richiedono un pagamento. Il materiale didattico è quasi interamente online, costringendo gli studenti a fare affidamento su telefoni o computer portatili che necessitano di ricariche regolari. Alcuni studenti non dispongono nemmeno di questi dispositivi. «Facciamo fatica a trovare un po’ di luce con una torcia», ha detto Tubaisi. «Avere un telefono carico o anche solo l’accesso a un computer è un’altra sfida. La vita in tenda non ha privacy, né tranquillità, né un ambiente di studio adeguato. Non ci sono banchi, né scaffali ben organizzati, né vero silenzio. Le tende sono una attaccata all’altra e il rumore non si ferma mai». Gli studenti palestinesi sostengono l’esame elettronico per il Diploma di Istruzione Secondaria Generale (Tawjihi) in un bar a Khan Younis, nel sud di Gaza, il 20 giugno 2026. (Foto: Tariq Mohammad/APA Images) In Cisgiordania e a Gaza, gli esami Tawjihi iniziano solitamente a metà giugno, con i risultati annunciati a fine luglio. Prima della guerra, il giorno dei risultati trasformava Gaza in un luogo di festeggiamenti. I fuochi d’artificio illuminavano il cielo, gli spari di festeggiamento echeggiavano per le strade, si distribuivano dolci e le famiglie organizzavano raduni. Forse la cosa più diffusa erano gli ululati che riempivano i quartieri, solitamente riservati ai matrimoni. Ma quando la morte ti perseguita ad ogni angolo, parlare di queste celebrazioni è come parlare una lingua straniera, ha detto Sujood Adnan, una studentessa che vive in un campo profughi nella zona di al-Mawasi a Khan Younis. «Come ci si può sentire abbastanza al sicuro da studiare o concentrarsi sul futuro quando la morte è sempre una possibilità?», ha chiesto. «I proiettili cadono vicino alle tende. Di notte si sentono urla. Affrontiamo la fame, la paura, lo sfollamento e la morte. Studiamo con scarsa illuminazione e abbiamo affrontato difficoltà inimmaginabili, ma andiamo avanti». Ha insistito sul fatto che né la guerra né le difficoltà impediranno agli studenti di perseguire le loro ambizioni. «Cerchiamo il successo in qualsiasi ambiente e in qualsiasi circostanza», ha detto. «Nessun ostacolo fermerà i nostri sogni o i nostri sforzi per aiutare noi stessi e la nostra società. Vogliamo costruire la nostra patria e vivere in libertà e pace. Nonostante tutto ciò che viene fatto per impedirci di raggiungere questo obiettivo, noi continueremo». Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli Scrittori Palestinesi. https://mondoweiss.net/2026/06/studying-for-high-school-finals-in-gaza-without-electricity-adequate-food-or-a-home/?ml_recipient=191339211297654667&ml_link=191339192364565572& utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-06-26&utm_campaign=Catch-up Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 26, 2026
Assopace Palestina
Il divenire geopolitico della sovranità
di UGO ROSSI. Relazione presentata al convegno Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale, Università di Salerno, 18-19 giugno 2026. Premessa La critica della sovranità – intesa come espressione giuridico-politica della ragione di Stato, contro le istanze di trasformazione  e di continua innovazione istituzionale messe in campo dalla moltitudine – rappresenta un tema centrale – se non il tema chiave – nel pensiero politico di Antonio Negri. Si fa riferimento qui in particolare alla produzione teorica negriana che va dalla pubblicazione a firma singola di La Forma Stato nel 1977, passando per L’Anomalia Selvaggia nel 1981 e Il Potere Costituente nel  1992, fino a giungere a Labor of Dionysus nel 1994, il primo della serie di libri (cinque in tutto, oltre a saggi più brevi) scritti insieme a Michael Hardt,  che termina con Assembly, apparso nel 2017. In questa fase, Empire, pubblicato nel 2000, spicca in modo particolare perché il libro – un vero e proprio tour de force di confronto serrato con il dibattito critico sulla globalizzazione, allora in piena fase ascendente – è  costruito nella sua proposta interpretativa intorno alla critica della sovranità associata all’avvento del nuovo ordine “imperiale” del capitalismo globale. Da parte sua, Assembly, scritto all’indomani della crisi del 2008 e alla luce della grande emergenza del ciclo di movimenti globali originatosi nel 2011 (da Occupy Wall Street alle primavere arabe alle acampadas spagnole, fino agli esperimenti municipalisti in Europa e nelle Americhe e all’insurrezione post-nazionale e confederalista del Rojava curdo nel corso degli anni 2010), è il lavoro dove si trova traccia delle indicazioni più puntuali sulla pratica di una politica moltitudinaria, alternativa all’idea di sovranità. Il filo conduttore che lega queste opere è la critica “ontologica” della sovranità. Si dice “ontologica” perché la critica di Negri e poi di Hardt-Negri è rivolta alla sovranità in quanto tale, alla sua essenza e a come questa si manifesta nelle diverse articolazioni della politica moderna e contemporanea: dalla versione realista che individua nella figura del sovrano il custode supremo della ragione di Stato (da Hobbes a Carl Schmitt e la sua idea dello stato d’eccezione come momento rivelatore del potere decisionale del sovrano), fino alla teoria democratico-rappresentativa della sovranità, che individua nel “popolo” unitariamente inteso il soggetto capace di rappresentare la “volontà generale” (nella formulazione originaria di Jean Jacques Rousseau).  Il tema della critica della sovranità è a tal punto centrale nel pensiero negriano che si può affermare che come in Marx e in Marx-Engels la “critica dell’economia politica” rappresenta il filo rosso che tiene insieme la loro opera, in Negri e in Hardt-Negri tale ruolo spetta appunto alla “critica della sovranità”. L’intervento che segue offre una rivisitazione del tema negriano della critica della sovranità alla luce dell’attuale congiuntura politico-economica. La congiuntura attuale, così come ha preso forma negli ultimi cinque anni, nel periodo che  intercorre tra la fine della pandemia di Covid, l’inizio dell’invasione della Russia in Ucraina e le attuali guerre in Medio Oriente/Asia Occidentale, è segnata da ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità”. Il divenire geopolitico della sovranità è l’esito di un contesto segnato da una prolungata instabilità nei mercati internazionali, dall’esplosione di tensioni e rivalità strategiche, commerciali e tecnologiche tra gli Stati, con forti ripercussioni sulle economie nazionali (ad esempio, aumento generalizzato del costo della vita), e dal conseguente moltiplicarsi di guerre e cosiddette “operazioni” militari in regioni cruciali del pianeta dal punto di vista geopolitico ed energetico, tale da imporre un vero e proprio “regime di guerra” sul mondo contemporaneo. In una prospettiva più lunga, le origini dell’attuale congiuntura politico-economica possono essere fatte risalire alla crisi immobiliare e finanziaria del 2008 negli Stati Uniti e alla successiva crisi dell’Eurozona tra fine anni 2000 e inizio anni 2010. La crisi di fine anni 2000 ha segnato infatti uno spartiacque fondamentale nell’esaurirsi della parabola ascendente della globalizzazione, che si può definire “globalista”, a guida atlantica (statunitense in particolare), e nell’avvio di una fase segnata da un riassetto delle relazioni interstatali in senso multipolare, caratterizzata da revanchismi nazionali e imperialistici che hanno condotto fino al “regime di guerra” che oggi abbiamo davanti.  Nella congiuntura attuale si sono trovate a coesistere principalmente due distinte modalità politico-strategiche di affermazione della sovranità, che convergono in quel che denomino “divenire geopolitico della sovranità”: 1. Una modalità di matrice conservatrice-reazionaria: vale a dire, quel che è noto come “sovranismo” nel discorso pubblico. A mio avviso, si possono distinguere due versioni di sovranismo, emerse entrambe nel corso degli anni 2010: una “domestica” (di tipo difensiva) e un’altra “esterna” (di tipo offensiva). Il sovranismo “domestico” – esemplificato da leader attivi in paesi medio-grandi come Orban, Bolsonaro, Modi, Farage – è fondato principalmente sulla difesa del proprio territorio e dunque dei propri confini nazionali, sul nazionalismo economico, sulla promozione dei valori tradizionali e dell’identità nazionale minacciata dall’immigrazione straniera. Il sovranismo “esterno” dal canto suo, esemplificato dalla seconda Presidenza Trump e con proprie peculiarità da Putin in Russia, è sì anch’esso caratterizzato dal nazionalismo economico e dall’identitarismo nazionale, ma è al tempo stesso orientato anzitutto al disconoscimento dell’autorità rappresentata dalle organizzazioni internazionali (a partire dalle Nazioni Unite) e dal sistema di relazioni multilaterali ad esse collegato.  A dispetto delle previsioni iniziali che attribuivano a Trump una linea isolazionista in materia di politica estera, il sovranismo statunitense si origina – al di là delle sue motivazioni ideologiche (il “ritorno al fascismo”) – da una duplice necessità strategica dell’amministrazione statunitense: sul piano energetico, di ricostruire una propria filiera transnazionale delle risorse minerarie di valore strategico (i cosidetti critical minerals), contrastando la posizione di quasi monopolio conquistata dalla Cina negli scorsi anni nel controllo delle “terre rare” e delle materie prime critiche; sul piano tecnologico, di affermare il proprio controllo sulle infrastrutture materiali e immateriali che sovrintendono i flussi di global data del capitalismo delle piattaforme, come le monete digitali, la cybersecurity e le infrastrutture digitali urbane.     2. Una seconda modalità di manifestazione della sovranità è di matrice tecnocratica, associabile in primo luogo all’Unione Europea e con proprie peculiarità alla Cina e ad altri paesi che perseguono strategie di cosiddetto “tecno-nazionalismo”. Nel contesto dell’UE, tale modalità di sovranità è emersa con forza negli anni della transizione post-pandemica. Come nel caso del sovranismo esterno dell’amministrazione Trump, la sovranità tecnocratica si origina da una spinta al tempo stesso tecnologica, infrastrutturale ed energetica. Da un lato, il boom dell’Intelligenza Artificiale generativa nella prima metà degli anni 2020 ha imposto un’accelerazione nell’investimento statale in tecnologie digitali e in produzioni e infrastrutture strategiche come i semiconduttori e le fibre ottiche. A partire dal 2025, l’Unione Europea ha intensificato la strategia di sovranità tecnologica con l’approvazione di una serie di documenti strategici che hanno l’obiettivo di rafforzare la competitività europea e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.   Al tempo stesso, la crisi energetica innescata dapprima dall’invasione della Russia in Ucraina e poi dalla crisi dello Stretto di Hormuz generata dall’offensiva bellica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno imposto un’accelerazione nella strategia di sovranità energetica in seno all’Unione Europea, nel senso della fuoriuscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e nello sviluppo di filiere di energie cosiddette “pulite”. In modo simile all’Unione Europea, sebbene non utilizzi esplicitamente il termine “sovranità”, l’ultimo piano quinquennale approvato dalla Cina per gli anni 2026-2030 è incentrato su strategie di autosufficienza energetica e tecnologica, in funzione dell’obiettivo di raddoppiare le dimensioni dell’economia nazionale entro il 2035. Come si vede, le motivazioni che sono dietro l’emergere delle due modalità di sovranità appena indicate sono simili, se non addirittura coincidenti. Tali motivazioni sono rivelatrici di quella che David Harvey ha denominato “geopolitica del capitalismo”, in un saggio apparso nell’ormai lontano 1985. Secondo Harvey, la geopolitica del capitalismo si origina dalla frizione che viene a crearsi tra la tendenza del capitale a un’espansione fluida e irrispettosa dei confini nazionali, da un lato, e l’interesse strategico degli stati nazionali, con il loro ancoraggio a territori, confini e popolazioni, dall’altro. Ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità” è dunque l’esito della dialettica, ancora oggi irrisolta, tra logiche capitalistiche di espansione dei mercati in ambito tecnologico, energetico e infrastrutturale e logiche statuali di competizione per il dominio globale.   Al tempo stesso, il fenomeno del “divenire geopolitico della sovranità”, nel disvelare la forma assunta dalla geopolitica del capitalismo al tempo del regime di guerra globale, ha l’effetto di dissolvere le illusioni per una sovranità nazionale rivendicata in nome del “popolo”, a lungo coltivate da settori significativi della sinistra, a livello internazionale e anche in Italia, rappresentata negli scritti di teoriche e teorici come Jodi Dean, Chantal Mouffe, Slavoj Zizek. La “geopoliticizzazione” della sovranità che oggi occupa la sfera pubblica e il suo immaginario lascia poco spazio per una sua rivendicazione in senso democratico e popolare. La fine dell’illusione della sovranità popolare apre invece la strada alla pratica di una politica non-sovrana dei futuri possibili, oltre il regime di guerra presente. “Pensare oltre lo Stato” la transizione energetica e climatica e inventare quelle che Hardt e Negri hanno chiamato “istituzioni non sovrane” è la sfida che si pone oggi ai movimenti collettivi che lottano per la giustizia sociale e ambientale. L'articolo Il divenire geopolitico della sovranità proviene da EuroNomade.
June 26, 2026
EuroNomade

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