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July 12, 2026
archivio grafton9
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
SUI CIVILITICI
Diffondiamo da Infranero: Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui … Leggi tutto "SUI CIVILITICI"
July 12, 2026
Brughiere
Musica per scacciare la caldazza #2
Ancora una puntata musicale per non farci togliere il fiato dal caldo taurinense. Durata extra-large per starci comodi. 01 – New Jazz Underground – HoodieJig (iii) 02 – Meridian Brothers – Cumbia del Pichamán 03 – Meridian Brothers – Cumbia de los Proletarios 04 – Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – The Hour glass effect 05 – Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – Kiss the Sky 06 – Jaimie Branch – Theme 002 07 – Jaimie Branch – Theme 001 08 – Joshua Idehen – Mum Does the Washing 09 – Sons of Kemet – Inner Babylon 10 – The Comet is Coming – Pyramids 11 – Reginald Omas Mamode IV – Just Keep on 12 – Reginald Omas Mamode IV – Riviere Noire Decolonise your Mind 13 – Goya Gumbani – Weejuns (Intro) (feat. Will Stowe) 14 – Goya Gumbani – Beautiful BLACK 15 – King Carter – All for It (feat. Goya Gumbani) 16 – Alewya – Guttah 17 – Arlo Parks – Nightswimming 18 – Mount Kimbie – Ode To Bear 19 – Mount Kimbe – Blue Train Lines (feat. King Krule) 20 – King Krule – Biscuit Town 21 – King Krule – Dum Surfer 22 – Vince Staples – White Flag 23 – Ghostpoet – One Twos Run Run Run 24 – Ghostpoet – Finished I Ain’t 25 – Georgia Anne Muldrow – Monoculture 26 – Georgia Anne Muldrow – Fifth Shield 27 – For Those I Love – The Myth – I don’t 28 – Flaccid Mojo – Slow Psychics 29 – Fink – Day 22 30 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Soul and Cigarette 31 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Talisa (feat. Karen O) 32 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Lanza 33 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Café Flesh 34 – C’mon Tigre – Federation Tunisienne de Football 35 – C’mon Tigre – December
UNA SPUDORATA INIZIATIVA ANTI-ANARCHICA. SULL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO
Diffondiamo: Il 16 giugno scorso è stata lanciata l’ennesima operazione repressiva contro il movimento anarchico. Dopo le solite perquisizioni in varie città (Roma, Bologna, Forlì, Napoli, Torino e Milano), sono state applicate nove misure cautelari: sette in carcere, con trasferimenti nei circuiti di Alta Sicurezza (AS2) e due ai domiciliari con braccialetto elettronico e divieto … Leggi tutto "UNA SPUDORATA INIZIATIVA ANTI-ANARCHICA. SULL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO"
July 12, 2026
Brughiere
[2026-07-15] Mercoledì 15 luglio "I diavoli" al Cineforum Bakunin @ Gruppo Anarchico Bakunin
MERCOLEDÌ 15 LUGLIO "I DIAVOLI" AL CINEFORUM BAKUNIN Gruppo Anarchico Bakunin - via vettor fausto, 3, roma, italy (mercoledì, 15 luglio 20:00) Mercoledì 15 luglio proietteremo I DIAVOLI (Ken Russell, 1971) Nel lontano 1634 in una piccola cittadina francese avvenne il più famoso caso di possessione demoniaca di massa della storia. Da questi eventi è stato tratto il libro "I Diavoli Di Loudun" del britannico Aldous Huxley, da cui poi John Whiting si è ispirato per un dramma teatrale nel 1960. Solo un grande visionario come Ken Russell poteva riprendere in mano queste controverse vicende storiche trasformandole in sconvolgente anarchia. Durante la prima metà del XVII° secolo il cardinale Richelieu – ristabilita la pace dopo le guerre di religione – per consolidare il potere regio, invia il barone di Laubardemont a Loudun con l’incarico di abbatterne le fortificazioni. Ma il prete Urbain Grandier (a cui sono stati conferiti pieni poteri fino all’elezione di un nuovo governatore) si oppone alla decisione di buttare giù le mura, consapevole che questo sarebbe il primo passo per la completa revoca della libertà e dell’autonomia cittadina. Grandier è un uomo carismatico e affascinante, piace alla gente così come piace alle suore Orsoline di Loudun: il prete intraprende numerose relazioni con le sue penitenti ma quando Madre Jeanne degli Angeli (la superiora del convento) mette gli occhi su di lui, la storia prende la piega di una contorta e morbosa ossessione. I Diavoli” (“The Devils”) è puro isterismo e continua provocazione, un film diretto magistralmente da un Ken Russell qui assolutamente ispirato. La messa in scena è barocca, poiché ogni inquadratura è appesantita da personaggi convulsi e scenografie imponenti: possiamo toccare con mano uomini e oggetti che si compattano in una poltiglia fiammeggiante, ecco che quindi ritorna il caos inteso come liberazione edonistica in opposizione alle costrizioni spirituali. Il retaggio storico viene quindi fagocitato da un caleidoscopio di immagini ricche di furiosa intensità, come se ogni sequenza fosse il risultato di una bomba appena esplosa. Questo continuo movimento mette in circolo una rivoluzione ben più attuale di una semplice testimonianza legata alla possessione, motivo per il quale “I Diavoli” è da sempre considerato uno dei titoli blasfemi per eccellenza. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane. Quello di Russell è un film sopra le righe in tutto e per tutto: Oliver Reed è in stato di grazia, Vanessa Redgrave è sinuosamente inquietante, “I Diavoli” sono praticamente dei serpenti velenosi pronti a morire pur di raggiungere il loro scopo. Che il genere conventuale esploso durante gli anni settanta prenda spunto da questa pellicola è un dato di fatto, ma quello di Ken Russell è un lavoro che si pone al di là della religione e di quattro suore in preda a oscuri pruriti sessuali. Con “I Diavoli” inoltre veniamo catapultati oltre la soglia del dualismo bene contro male, termini che si annullano a vicenda assimilati da questa spirale di inarrestabile perversione. Il piacere carnale, la tortura, il dolore, la teatralità dei movimenti, una lezione fondamentale che ritroveremo dopo pochi anni nel linguaggio dei connazionali Derek Jarman (qui scenografo) e Peter Greenaway. Il primo più esibizionista ma anche capace di svolte intimiste, il secondo invece eccentrico e intellettuale fino al midollo. “I Diavoli” è un passaggio obbligato per tutto il nostro amato cinema di confine: visionario, iconoclasta, quasi surreale, un istinto anticonformista in cui il demonio fa quasi da spettatore, sghignazzando sul materialismo dilagante di ogni individuo. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane. La versione restaurata contiene la celebre sequenza denominata "Lo stupro di Cristo", la quale fu motivo di grande scandalo all'epoca della prima proiezione a Venezia e, per questo motivo, completamente eliminata nella versione uscita inizialmente nei cinema. Anche Albino Luciani, nel 1971 Patriarca di Venezia e poi futuro Papa con il nome di Giovanni Paolo I, criticò duramente il film, dopo la sua proiezione alla Mostra cinematografica, in una lettera pastorale inviata ai fedeli della sua diocesi. Per noi resta un magnifica (a dir poco)pellicola. I fatti , gli scandali e abusi (conosciuti e non) sessuali della Chiesa,restano di fatto una realta' spesso documentata e taciuta talvolta,di cui purtroppo le vittime non sono attori/ci e non fanno parte di un cast cinematografico. Quella stessa realtà che ha tentato e tenta di censurare film e' regista e spettatore, carnefice e crudele falsificatore.   PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE. Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare... Appuntamento mercoledì 15 LUGLIO al tramonto (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale). Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio. gruppobakunin@federazioneanarchica.org
July 12, 2026
Gancio de Roma
IN ESTATE CI SONO DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI
Diffondiamo da Napoli: “Odio l’estate” Sulle note di Bruno Martino Niente di nuovo sotto al Sole. In estate ci sono due certezze: il caldo e un’inchiesta anti-anarchica. Le giornate che si allungano, l’asfalto che brucia e, con puntuale infamità, la Magistratura Antimafia e Antiterrorismo (DNAA) che si premura di mandare qualcuno al fresco. A prima … Leggi tutto "IN ESTATE CI SONO DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI"
July 12, 2026
Brughiere
La FIFA non è un’organizzazione sportiva indipendente; è uno strumento politico
di Xavier Abu Eid,  Al Jazeera, 11 luglio 2026.   Gli appassionati di calcio di tutto il mondo stanno scoprendo solo ora ciò che i palestinesi sanno da tempo. Il presidente della FIFA Gianni Infantino (al centro) con Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio Palestinese, e Basim Sheikh Suliman, presidente della Federcalcio Israeliana, durante il 76° Congresso della FIFA a Vancouver, in Canada, il 30 aprile 2026 [Jennifer Gauthier/Reuters] Questo Mondiale ha messo sempre più sotto i riflettori la FIFA e la sua leadership. La sua decisione di revocare la sospensione di un calciatore americano dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato indignazione tra gli appassionati di tutto il mondo. Nel frattempo, sono state mosse accuse agli arbitri di aver favorito l’Argentina nelle loro decisioni durante le partite contro l’Egitto e Capo Verde. In Palestina, da anni assistiamo e subiamo in prima persona la natura corrotta della FIFA. Nonostante il suo statuto imponga esplicitamente all’organizzazione di rispettare i diritti umani, essa ha sistematicamente omesso di farlo quando si è trattato del calcio palestinese. Ha ripetutamente respinto le richieste della Federcalcio Palestinese (PFA) di sospendere la Federcalcio Israeliana (IFA) per aver permesso che le partite del proprio campionato venissero disputate su territori palestinesi occupati, da squadre che risiedono in insediamenti illegali. Non ha condannato l’uccisione di massa e la mutilazione di calciatori palestinesi né ha chiesto il rilascio dei calciatori detenuti – tra cui, più recentemente, Rand Halawani e Natalie Abu Dayyeh, membri della nazionale femminile palestinese. Non ha protestato contro la distruzione degli stadi di calcio palestinesi. Non ha fatto nulla per costringere Israele ad abbandonare le varie politiche che limitano e minano il calcio palestinese, tra cui il rifiuto di concedere permessi di viaggio alle squadre palestinesi. La FIFA non solo ha tollerato e normalizzato il razzismo, l’apartheid e l’occupazione, ma ha anche preso parte agli sforzi volti a congratularsi per la partecipazione dei calciatori israeliani ai crimini di guerra a Gaza o in Libano. Nonostante le ripetute sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e le varie risoluzioni dell’ONU, la FIFA continua ad affermare che le richieste palestinesi sono «una questione altamente complessa ai sensi del diritto internazionale pubblico» e che «lo status giuridico definitivo della Cisgiordania rimane irrisolto». Ciò equivale a sostenere le argomentazioni israeliane, fatte proprie dall’amministrazione Trump per proteggere il proprio alleato Israele e legittimare il furto di terra palestinese. Israele ha sfruttato il turismo, l’archeologia, la religione, l’agricoltura e altri settori per normalizzare la propria annessione illegale, e lo stesso ha fatto anche attraverso il calcio – con il sostegno della FIFA Il contributo della FIFA ai crimini israeliani si è ampliato sotto la presidenza di Gianni Infantino. Le organizzazioni per i diritti umani hanno giustamente deferito le azioni di Infantino alla Corte Penale Internazionale, accusandolo di agire «in piena consapevolezza che tali pratiche costituiscono violazioni dei diritti umani, apartheid e crimini di guerra» e di ignorare le numerose segnalazioni e lettere sull’argomento. La dirigenza della FIFA non solo è rimasta in silenzio e passiva di fronte ai crimini di Israele e al coinvolgimento della Federcalcio Israeliana (IFA), ma ha anche partecipato attivamente alla loro copertura. Il mese scorso, la FIFA ha suggerito che la Palestina dovesse affrontare Israele nella partita inaugurale di un torneo under 15 per «promuovere la pace». Alcune settimane prima, Infantino aveva cercato personalmente di costringere il presidente della PFA a stringere la mano alla sua controparte israeliana. La FIFA chiaramente non è più una federazione sportiva internazionale neutrale, che secondo il proprio statuto dovrebbe evitare qualsiasi interferenza politica. È stata trasformata in uno strumento politico a sostegno della politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati. Lo stesso Infantino è un ottimo esempio di questa realtà. Nel 2018, senza alcuna ragione apparente, ha partecipato alla firma ufficiale degli Accordi di Abramo a Washington – un accordo che di fatto mirava a rimuovere la questione palestinese dall’agenda collettiva araba. Nel 2021, ha partecipato a una conferenza del quotidiano israeliano di destra Jerusalem Post, tenutasi in una sede costruita sul cimitero musulmano profanato di Mamillah a Gerusalemme. A febbraio, Infantino ha partecipato all’inaugurazione del controverso Board of Peace, che mira a porre fine al coinvolgimento dell’ONU nella questione palestinese e a bloccare qualsiasi iniziativa giuridica internazionale volta a porre fine all’occupazione israeliana e al genocidio. Ha persino annunciato una «partnership strategica per promuovere la ripresa e la pace attraverso il calcio» con il Board of Peace. Le controversie in corso sull’organizzazione dei Mondiali vanno comprese in questo contesto. La FIFA ha chiaramente perso il controllo sul proprio processo decisionale indipendente in quanto organizzazione sportiva internazionale e ha abdicato alla propria responsabilità di tenere la politica fuori dal calcio. Alla domanda sulle varie violazioni commesse dagli Stati Uniti in qualità di paese ospitante nei confronti di calciatori, arbitri e tifosi, Infantino ha risposto al pubblico che dovrebbero «calmarsi, rilassarsi». Tutto ciò è incredibilmente dannoso per la fiducia dell’opinione pubblica nelle organizzazioni internazionali come la FIFA. È inoltre dannoso per il calcio internazionale e per la sua reputazione di sport inclusivo per tutti. Se Infantino non cambierà radicalmente rotta, lascerà un’eredità di distruzione. Per quanto riguarda il calcio palestinese, esso continuerà a resistere. Questo sport esiste sin dalla fondazione della squadra della St George’s School a Gerusalemme nel 1904. Da allora, il calcio ha fatto parte di ogni momento della vita palestinese. E come tutte le cose palestinesi, ha la forza di sopravvivere a un’occupazione, a un genocidio e a una FIFA corrotta. Xavier Abu Eidè un politologo, dottorando al Trinity College di Dublino ed ex consulente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/7/11/fifa-is-not-an-independent-sporting-organisation-it-is-a-political-tool Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Il vertice NATO di Ankara si è concluso come una grande fiera delle armi
di Valeria Casolaro,  L’Indipendente, 9 luglio 2026.   La difesa comune passa per gli accordi miliardari siglati con le aziende della difesa di tutto il mondo. E proprio tali accordi sono stati l’elemento centrale del summit della NATO di Ankara, conclusosi ieri. Anche sulla spinta della minaccia degli Stati Uniti di abbandonare l’Alleanza Atlantica, dopo che Trump si è lamentato a più riprese dell’impegno insufficiente degli alleati, minacciando di abbandonare il gruppo. Così, dopo che il 2025 si è confermato come l’anno in cui la spesa globale in armi ha registrato il suo record assoluto, i Paesi membri della NATO hanno rilanciato sulla politica che vede il riarmo come strumento chiave della difesa, impegnandosi in contratti per il riarmo del valore di «decine di miliardi di dollari». Il 2025 è anche stato l’anno in cui i membri dell’Alleanza hanno segnato un traguardo mai visto prima: tutti hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL per la Difesa. Per quanto riguarda l’Italia, alcune stime dimostrano che in realtà tale dato rappresenta più che altro il risultato di artifici contabili, ma resta il fatto che l’impegno per il riarmo ha raggiunto obiettivi mai visti prima. Il nostro Paese si colloca al terzo posto tra quelli del G7 per aumento di spese militari (+20% dal 2024) e al primo posto per aumento nell’export di armi (+157% tra il 2021 e il 2025). Il programmi di riarmo avviati dall’attuale governo sono 78, con 31 miliardi circa divisi equamente tra componente corazzata e aviazione e un aumento di 7 miliardi alla Marina, che si somma ai tre miliardi aggiuntivi destinati alla difesa aerea e antimissile. E la previsione di spesa per il 2026 prevedono ulteriori 32 miliardi destinati al solo ministero della Difesa. Una accelerazione che, evidentemente, non è ancora sufficiente per gli Stati Uniti, che hanno lamentato a più riprese uno scarso impegno da parte dei Paesi UE, minacciando di uscire dall’Alleanza. Così, nel clima di corsa al riarmo scatenato dagli sbalzi di umore trumpiani, il fulcro del summit di Ankara è stato il NATO Summit Defence Industry Forum, svoltosi a margine dell’incontro ufficiale e che ha visto la presenza di molte tra le aziende leader nel settore della difesa. Gli accordi siglati sono tanti e valgono complessivamente una cascata di miliardi – 50, per la precisione, cui si aggiungono i 140 miliardi in due anni destinati all’Ucraina. Lockheed Martin, per esempio, si è impegnata con USA, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia a valutare la realizzazione di una struttura dedicata alla manutenzione dei missili PAC-3, struttura che «rafforzerà la prontezza operativa della difesa aerea e missilistica integrata della NATO, fornendo capacità di manutenzione e supporto nella regione». È stato poi siglato, sempre nell’ambito del summit, un accordo con la tedesca Rheinmetall per la produzione di missili ATACMS in Europa, con il supporto del governo tedesco e statunitense. Un «segnale forte per l’industria della difesa europea e per la resilienza a lungo termine della NATO», ha detto Dennis Goege, ad per l’Europa di Lockheed Martin. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha poi annunciato che verranno avviati negoziati formali con SAAB per l’acquisizione di un massimo di dieci sistemi GlobalEye, sistemi di allerta precoce e controllo aereo che, grazie all’utilizzo di sensori di ultima generazione, permette il rilevamento e l’identificazione a lungo raggio di oggetti in volo, in mare e sulla terraferma. È stata lanciata una iniziativa che include i governi di Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito per l’Airbus A400M, velivolo già  che ha l’obiettivo di «colmare le lacune nella capacità di trasporto aereo strategico tra gli alleati europei» e di riuscire a realizzare «una flotta multinazionale incentrata sul velivolo militare Airbus A400M». Per quanto riguarda l’Italia, Accenture e Leonardo si sono impegnate con la NCIA (NATO Communications and Information Agency) a sviluppare il PBN, il Protected Business Network, il quale gestisce le operazioni classificate della NATO. L’operazione ha il fine di modernizzare le infrastrutture digitali dell’Alleanza Atlantica e costruire «un’organizzazione sempre più connessa e guidata dai dati, capace di sviluppare e mettere a disposizione capacità digitali con rapidità e su larga scala». A scanso di equivoci, la centralità degli investimenti nelle «esigenze fondamentali della difesa» è ribadita nettamente nella dichiarazione finale del summit. L’articolo 5 del Trattato di Washington (che stabilisce il principio della difesa collettiva) sembra così vestito di un nuovo significato politico, piegato del tutto agli interessi USA. Per i quali l’Europa si trova a dover pagare il conto. Valeria Casolaro, classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L’Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura, hanno attraversato l’Iran. Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr. Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione, Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa, presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al 1989. Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026 Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani. Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del 2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e Israele. La morte: 28 febbraio 2026 Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema; la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività ufficiali. Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201 morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di persone comuni. Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Il rinvio dei funerali Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini; l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione principale di questo lungo rinvio. In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19 aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. I funerali: il racconto di un lungo addio Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026, diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno chiuso. La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro —, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di un legame spirituale tra suo padre e Khamenei. La sepoltura a Mashhad Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese. Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni — cifra comunque oggetto di dibattito. Un’eredità in discussione La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana. Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia. Seyyed_Ali_Khamenei_in_meeting_of_Vietnamese_President Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Marco Rubio: Cuba base per operazioni sovversive
Il segretario di stato degli Stati Uniti ha lanciato, in occasione del quinto anniversario delle proteste dell’11 luglio 2021, nuove minacce contro Cuba, definendo l’isola come una base per operazioni militari, di intelligence, terroristiche, sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dagli Stati Uniti. «Oggi ricorre il quinto anniversario da quando il regime comunista di Cuba ha represso brutalmente le proteste pacifiche dell’11 luglio, mettendo ancora una volta a tacere i cubani che chiedevano il rispetto dei diritti fondamentali, dignità e opportunità”, scrive su X il segretario di stato degli Stati Uniti. “Ad oggi, centinaia di cubani restano ingiustamente incarcerati e detenuti in condizioni durissime solo per aver chiesto perché gli abitanti del Paese non possano possedere liberamente un’attività, partecipare al processo politico e provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Il regime deve rilasciare immediatamente questi prigionieri politici”, continua il suo messaggio. Marco Rubio, nella sua consueta propaganda, dimentica che nel 2021 a Cuba era permessa la libera professione e molti cubani già si dedicavano a svolgere attività in proprio. Si dimentica pure di ricordare che il suo paese, la culla della democrazia e dei diritti, ha condannato a pene comprese tra trenta e cento anni otto attivisti per un’azione compiuta davanti ad un carcere dell’ICE nella città di Alvarado. Il 4 luglio 2025 un gruppo di manifestanti protestava di fronte al carcere, intervenne la polizia e un agente rimase ferito. I manifestanti furono accusati di far parte di una cellula dell’organizzazione Antifa, organizzazione considerata terroristica negli Stati Uniti, poi è Cuba lo stato che persegue i dissidenti… “Il Presidente Trump e io vogliamo un futuro migliore per Cuba, in cui i suoi cittadini abbiano maggiori opportunità, libertà e dignità, e il Paese stesso smetta di fungere da base per operazioni militari, di intelligence, terroristiche e sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dal territorio degli Stati Uniti”. Le accuse di essere una base per azioni di intelligence e spionaggio nei confronti degli Stati Uniti è la solita propaganda portata avanti dalla Casa Bianca per giustificare il fatto che Cuba è una minaccia per il paese a stelle e strisce. Né Marco Rubio né alcun altro politico dell’amministrazione di Donald Trump ha fornito uno stralcio di prova di quanto affermato. Negli anni scorsi avevano sostenuto da Washington che la Cina avrebbe costruito basi militari per ascoltare le conversazioni provenienti dagli Stati Uniti basandosi su alcune foto satellitari dalle quali però non veniva evidenziato nulla. “Gli Stati Uniti continueranno a utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per promuovere riforme economiche e politiche significative a Cuba, nonché per proteggere gli americani dalle minacce sovversive provenienti dall’isola», conclude Marco Rubio. L’11 luglio 2021 si verificarono a Cuba diverse manifestazioni nelle quali la popolazione chiedeva riforme e accusava il governo di Miguel Diaz Canel, in piena pandemia da Covid-19, di non essere in grado di garantire un’efficace protezione della popolazione dal virus. A livello internazionale si chiedeva la creazione di un corridoio sanitario per combattere gli effetti della pandemia sull’isola. I cubani che quel giorno manifestavano presero a pretesto questa idea per attaccare il governo, infatti nelle proteste espressero la richiesta alla comunità internazionale di istituire un corridoio umanitario per combattere gli effetti della pandemia a Cuba, ma forse non era Cuba il paese dove occorreva prendere in considerazione questa ipotesi. La vicina Florida era in condizioni molto peggiori dell’isola caraibica. Infatti, secondo quanto riportava l’Università Johns Hopkins che analizzava a livello mondiale i dati dell’incidenza della pandemia sulla popolazione, in Florida si avevano 2.404.895 casi di contagio e 38.157 decessi causati dal Covid 19. Lo stato della Florida contava una popolazione di 21,3 milioni di abitanti quindi l’incidenza dei contagiati era del 11,2 per cento mentre la mortalità in rapporto ai contagiati era del 1,58 per cento. Veniamo adesso ai dati che venivano registrati a Cuba in quei giorni. L’isola contava 11,3 milioni di abitanti, i contagi totali erano 269.546 e 1.791 decessi. Quindi la percentuale di contagiati sulla popolazione era del 2,38 per cento e i decessi erano lo 0,66 per cento delle persone contagiate. In sintesi Cuba si stava comportando sul versante della lotta alla pandemia in modo indiscutibilmente migliore della Florida, degli Stati Uniti e di molte altre nazioni per cui non veniva minimamente chiesto alcun intervento internazionale per arginare la diffusione del virus. Nello stato di Marco Rubio il tasso di contagio sulla popolazione era 4,7 volte maggiore che a Cuba ed i decessi erano 2,4 volte maggiori che sull’isola caraibica. Ma l’11 luglio 2021, giorno delle proteste ricordate dal segretario di stato statunitense, la narrazione imposta dai mass media mondiale che l’isola fosse in piena emergenza sanitaria, nonostante i dati ufficiali che giornalmente venivano pubblicati dalla autorità sanitarie cubane smentissero tale narrazione,  fu usata come pretesto per attaccare il governo e tacciarlo di inefficienza.     Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
July 12, 2026
Pressenza

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