Milano, 6-24 ottobre. Festa di Altreconomia.
da Altreconomia Altreconomia è fatta da chi la legge. Anche quest’anno vi diamo appuntamento per vederci di persona e affrontare insieme i temi e le storie che ci appassionano. Senza rinunciare a musica, giochi e sorprese… vi aspettiamo in tanti luoghi di Milano, dal 6 al 24 ottobre 2026. Evento conclusivo sabato 24 ottobre, da mattina a sera, a Cascinet,
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. --------------------------------------------------------------------------------
October 3, 2026
Radio Blackout - Info
Gli ingredienti per fare la Pace
Novanta bambini, dai 6 ai 10 anni, insieme per una domanda grande, forse grandissima: come possiamo sconfiggere la violenza e costruire la Pace? Sono piccoli, è vero. Ma ormai da tempo sentono parlare di guerra, di conflitti, di persone costrette a lasciare le proprie case. E forse proprio per questo hanno bisogno, più che mai, di parlare di Pace. Non come di qualcosa di lontano e astratto, ma come di qualcosa che possiamo imparare a costruire ogni giorno, nelle nostre parole, nei nostri gesti, nel modo in cui guardiamo e ascoltiamo l’altro. E così insieme ad Irene L’ Abate e Claudia Baietta della Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti” abbiamo chiesto a ciascuno di loro di portare un libro. Non un libro qualsiasi, ma un libro che, tra le sue pagine, potesse nascondere un ingrediente per fare la Pace. Ne sono arrivati tanti: storie diverse, personaggi, avventure, emozioni e parole capaci di suggerire che la Pace può avere molti ingredienti. L’ascolto, l’amicizia, il coraggio, la gentilezza, il rispetto, la capacità di chiedere aiuto, il perdono, l’empatia… e soprattutto la possibilità di imparare a stare in relazione con gli altri senza ferirli. Tra le nostre riflessioni abbiamo incontrato anche la Comunicazione Nonviolenta di Marshall Rosenberg, attraverso due figure simboliche che aiutano a comprendere il nostro modo di comunicare: la giraffa e lo sciacallo. La giraffa, con il suo grande cuore, ci insegna ad ascoltare ciò che accade dentro di noi e dentro gli altri, a riconoscere i bisogni e le emozioni, a cercare parole che non feriscano.
Lo sciacallo, invece, rappresenta quella parte di noi che giudica, accusa, attacca, pretende. Quella voce che spesso compare quando siamo arrabbiati o feriti e che rischia di trasformare un conflitto in uno scontro. E allora ci siamo chiesti: quale delle due voci vogliamo allenare? Abbiamo scoperto che la Pace non significa non litigare mai. Significa imparare a litigare in modo diverso. Significa poter dire “sono arrabbiato” senza trasformare la rabbia in violenza; poter dire “ho bisogno di essere ascoltato” invece di urlare; riuscire a guardare l’altro e chiedersi: “Che cosa sta provando? Di che cosa ha bisogno?” Forse la Pace comincia proprio da qui. Da una parola scelta con cura.
Da un ascolto in più.
Da un giudizio in meno.
Da una mano tesa.
Da un bambino che scopre di avere dentro di sé la possibilità di cambiare qualcosa. Perché per cambiare il mondo, forse, non bisogna aspettare di diventare grandi. Si può cominciare oggi. E magari il primo ingrediente è proprio questo: credere che le nostre parole e le nostre azioni possano fare la differenza. Beatrice Barbieri (insegnante scuola primaria Montagnola) Redazione Toscana
October 3, 2026
Pressenza
Roma in movimento per la pace e la nonviolenza: una giornata tra sport, disarmo e incontro tra culture
Dalle rive del Tevere alle palestre di quartiere, da Palazzo Valentini a San Lorenzo: il 26 settembre la Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza ha attraversato Roma con una giornata di iniziative diverse per linguaggi e pubblici, ma unite dall’idea di portare la pace fuori dalle dichiarazioni di principio e dentro gli spazi della città, nelle relazioni e nelle scelte collettive. La mattina si è aperta con “Roma in Marcia verso la Pace e la Nonviolenza”, un percorso condiviso da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Alle 9.30 sono partiti i camminatori e, sul Tevere, canoe e gommoni; alle 10.30 è stata la volta dei ciclisti. Modi diversi di attraversare Roma che hanno finito per convergere nello stesso luogo e nello stesso messaggio. A mezzogiorno, il Pincio ha accolto il momento conclusivo della mattinata, con un flash mob dedicato alla pace e alla nonviolenza. In contemporanea, alla Palestra Sinopoli di via Boito, lo sport è diventato un altro terreno di incontro. Il minitorneo Under 13 misto “Sport per la pace” ha coinvolto ASD Giro Volley, ASSD Afro e ASD Sport a Scuola Anna Magnani. Accanto alle partite, ragazze e ragazzi hanno partecipato alla realizzazione di una panchina arcobaleno, lasciando parole e messaggi dedicati alla pace e alla nonviolenza: un piccolo segno destinato a restare oltre la giornata. Nel pomeriggio il programma si è spostato a Palazzo Valentini con il seminario “Agenda 2030 versus Prontezza 2030. Sviluppo sostenibile o economia di guerra: su quale futuro l’UE intende investire?”. L’incontro, organizzato nella Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, ha portato al centro del confronto una questione che attraversa profondamente il presente: quale futuro si costruisce quando una quota crescente di risorse, ricerca e capacità produttiva viene indirizzata verso il riarmo? Dal dibattito è emersa la necessità di immaginare non soltanto politiche di pace, ma una vera economia di pace, un’economia progressivamente disarmata, capace di spostare investimenti e competenze dalla produzione bellica alla produzione civile. In questa prospettiva, la riconversione dell’industria militare diventa una questione economica, sociale e culturale: trasformare capacità tecnologiche e produttive oggi destinate agli armamenti in risorse per la transizione ecologica, la sanità, l’istruzione, la ricerca e la tutela dei territori. Il confronto ha toccato anche i temi della proliferazione nucleare, dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma, della difesa civile non armata e della giustizia sociale, mettendo in relazione disarmo e modello di sviluppo. A intervenire, tra gli altri, il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, che ha richiamato una frase essenziale: «Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto». Una frase che ha condensato uno dei fili conduttori dell’incontro: il ripudio della guerra non può essere considerato soltanto un principio scritto nelle norme. Prima ancora di essere un obbligo costituzionale, deve diventare un obbligo etico, capace di orientare le decisioni pubbliche, le priorità economiche e le responsabilità individuali e collettive. La giornata si è poi conclusa nel quartiere di San Lorenzo, al Parco delle Stelle, con “Alla scoperta dell’Umano”, una serata dedicata all’incontro tra culture e inserita nel Festival delle Culture. Danza afro, giochi senza frontiere, una performance di danza afghana, storytelling sulla nonviolenza, laboratori e musica hanno costruito un programma rivolto ad adulti e bambini. Dalla “Danza la tua Natura Afro” alla danza afghana di Goli Azad, dalle storie di nonviolenza al laboratorio “Sentire l’umano nell’altro”, fino alla Roda de Samba conclusiva, la serata ha affidato all’arte, al movimento e alla condivisione il compito di esplorare ciò che accomuna persone provenienti da esperienze e culture differenti. Quattro appuntamenti, dunque, per una stessa giornata e una stessa domanda: come rendere concreta la pace nella vita quotidiana? Il 26 settembre Roma ha provato a rispondere mettendosi letteralmente in movimento, attraversando il fiume e le strade, facendo giocare insieme i più giovani, interrogandosi sul rapporto tra economia, riarmo e futuro e creando spazi nei quali culture diverse potessero incontrarsi. Una giornata che ha ricordato come costruire la pace significhi anche scegliere dove investire risorse, conoscenze e capacità produttive: non soltanto opporsi alla guerra, ma creare le condizioni economiche, sociali e culturali perché la guerra perda progressivamente il terreno sul quale può crescere. Redazione Roma
October 3, 2026
Pressenza
L’estate sta finendo
di Marco Bersani* *articolo pubblicato su il manifesto del 3 ottobre 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica   Quando ero bambino sognavo l’arrivo dell’estate e me la godevo fino in fondo come un tempo finalmente dedicato a quell’insieme di Continua a leggere L'articolo L’estate sta finendo proviene da ATTAC Italia.
October 3, 2026
ATTAC Italia
Roma, Festival della Nonviolenza, le foto del primo giorno
Oggi venerdì 2 Ottobre, Giornata Internazionale della Nonviolenza, si è inaugurato presso la sede di Extralibera a Roma il Terzo Festival della Nonviolenza, nell’ambito della Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Panel, presentazioni di libri, concerti hanno caratterizzato il primo giorno. Ecco qualche foto a cura di Energia per i Diritti Umani. La giornata era iniziata con la realizzazione del simbolo umano della nonviolenza in Piazza del Campidoglio da parte di numerose classi delle scuole romane.   Redazione Roma
October 3, 2026
Pressenza
Anche a Pistoia nessuno è straniero
Si è svolto stamattina di fronte al liceo scientifico di Pistoia un flash mob, organizzato dal collettivo studentesco della scuola e da alcuni docenti, per protestare contro il Decreto Legge 30 settembre 2026, n.170[1], recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, che introduce norme discriminatorie nei confronti degli alunni stranieri della scuola italiana. Alunni e studenti del liceo pistoiese, di cui molti con indosso una maglietta bianca con la scritta “qui nessuno è straniero”, hanno esposto all’ingresso della scuola un drappo bianco di pari contenuto. Nella notte, paradossalmente e forse non a caso, Azione Studentesca (movimento giovanile di estrema destra, oggi vicino a Fratelli d’Italia) aveva incollato sulla parete appena riverniciata della scuola, uno striscione con la scritta “+ integrazione – immigrazione”. Una rappresentante del collettivo studentesco ha letto il seguente comunicato “Il 24 Settembre il consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge d’urgenza che prevede un massimo di 30% di studenti stranieri per classe e il divieto di indossare il burqa all’interno degli edifici scolastici. La mattina dopo in una scuola di Genova è apparso uno striscione come quello da noi esposto che è stato tolto da due agenti di polizia. Come collettivo studentesco, insieme ai nostri professori e professoresse, oggi siamo qui per ribadire che la scuola non sarà mai un luogo di discriminazione e che il nuovo decreto legge è l’ennesima dimostrazione di come il nostro governo sia distante dai problemi reali degli istituti. Nella scuola nessuno è straniero”. Il riferimento è a quanto è successo il 25 settembre scorso davanti alla scuola primaria Daneo di Genova[2] ove due agenti in borghese della Digos hanno rimosso, senza dare spiegazione alcuna, uno striscione appena appeso dai bambini sulla facciata dell’edificio, con la scritta in molte lingue “Nessuno è straniero”. L’episodio ha suscitato grande sdegno in molte parti del paese, tanto che davanti a diverse scuole si sono svolte iniziative di protesta. Per capire però le ragioni della protesta è opportuno analizzare la norma in questione. Il Decreto Legge, immediatamente vigente, da convertire poi in legge entro 60 giorni, all’articolo 12 prevede che i Dirigenti Scolastici segnalino ai servizi sociali territoriali i genitori di minori stranieri che non abbiano una sufficiente conoscenza della lingua italiana. I servizi sociali sono tenuti ad avviare tali genitori a un percorso di alfabetizzazione obbligatoria, finalizzata al raggiungimento del livello linguistico A2; il mancato assolvimento dell’obbligo comporta una sanzione fino a 1000€. La conoscenza della lingua è fondamentale, innanzitutto per lo stesso adulto immigrato. Raggiungere però tale obiettivo in modo coercitivo, sotto minaccia di una sanzione e su segnalazione del Dirigente Scolastico (fatta sulla base di non si sa quale criterio di valutazione della conoscenza linguistica) palesa il carattere discriminatorio della norma, con effetto respingente nei confronti degli interessati. Nello stesso articolo 12 si dispone il divieto di indossare a scuola burka e niqāb, pena una sanzione fino a 1000€ per le famiglie delle ragazze interessate. Fortunatamente burka e niqāb sono indumenti estremamente rari da vedere, non solo a scuola, ma anche nelle nostre strade. E’ ragionevole immaginare che i casi concreti si possano ridurre in Italia a qualche decina o al massimo a poche centinaia, riguardanti ovviamente famiglie iper integraliste che nel concreto, invece di togliere il burka alle figlie, per paura della sanzione, potrebbero essere tentate di ritirarle dalla scuola, con un effetto opposto a quello che la norma si proporrebbe. Da segnalare al riguardo che in Italia esistono già norme anti travisamento, che proibiscono di indossare tali indumenti. All’articolo 13 il decreto dispone poi che, a partire dall’anno scolastico 2027-28 nelle classi prime della scuola primaria, non superi il 30% il numero degli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia; ciò ad eccezione degli alunni stranieri che hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle classi prime della scuola secondaria di primo e di secondo grado è introdotto il medesimo limite per gli studenti stranieri, ad eccezione di coloro che hanno già frequentato con esito positivo, per almeno tre anni la scuola italiana. Il tema è ovviamente ancora la mancata conoscenza della lingua, in questo caso degli alunni, che genererebbe bisogni educativi speciali, il cui soddisfacimento assorbirebbe risorse per l’istruzione degli italiani; vediamo però quali sono i numeri reali del fenomeno. Secondo i dati più aggiornati del Ministero, relativi all’anno scolastico 2022/23[3], su un totale di circa 330.000 classi statali (esclusa la scuola dell’infanzia), considerando tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, il 7,6% (circa 25.080 classi) superava il tetto previsto del 30%. La maggioranza degli alunni non italiani sono però nati in Italia e quindi hanno frequentato scuole italiane, parlano la lingua e non rientrano nelle fattispecie del decreto. Considerando invece soltanto gli alunni con cittadinanza non italiana nati all’estero, e che quindi probabilmente non hanno frequentato scuole italiane e possono avere problemi di lingua, la percentuale scendeva allo 0,6% delle classi totali (circa 1.980 classi). Queste ultime però sono spalmate su tutti gli anni dei tre gradi di istruzione, mentre le previsioni del decreto riguardano solo le prime, che sono circa 75.407, di cui lo 0,6% corrisponde a circa 452 classi. In pratica il Governo ha ritenuto di procedere con una norma (il decreto legge), la cui emanazione richiede il presupposto dell’urgenza, per intervenire su un numero davvero risibile di alunni. La norma appare poi di difficile applicazione, specialmente nelle periferie o nei piccoli centri, dove le varie scuole sono distanti tra loro. Chi accompagnerà infatti gli alunni indirizzati a scuole con meno immigrati, ma che sono distanti? Gli alunni che saranno costretti a frequentare scuole lontane dalla residenza saranno penalizzati dal disagio del trasporto e dalla difficoltà di frequentare i compagni. Tali criticità sono peraltro state segnalate anche dai Dirigenti Scolastici[4], che, in generale, hanno espresso comunque un parere non negativo sul complesso del Decreto. Da segnale al riguardo la circolare della Ministra Gelmini[5] che nel 2010 già prevedeva il suddetto limite del 30%, rimanendo però in gran parte disattesa. Meglio sarebbe stato prevedere, per i casi specifici di criticità, un rafforzamento dell’insegnamento dell’italiano L2, col potenziamento dell’organico dei docenti specificatamente formati. Tale vicenda evidenzia semmai che nella scuola italiana ci sono circa 600 mila alunni nati in Italia e perfettamente integrati, soprattutto grazie ad anni di frequenza scolastica, che però non hanno la cittadinanza. Nel complesso quindi il Decreto, tanto sbandierato dalla Meloni e da Valditara come misura a favore dell’integrazione e a difesa della formazione degli alunni italiani, visti gli effetti, per certi aspetti risibili, per altri fortemente negativi, appare come l’ennesimo spot elettorale, fatto stavolta a carico della scuola, che avrebbe bisogno di ben altro. . [1] https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-09-30&atto.codiceRedazionale=26G00190&elenco30giorni=false [2] https://www.rainews.it/tgr/liguria/articoli/2026/09/digos-rimuove-striscione-contro-tetto-stranieri-a-scuola-polemica-a-genova-94e9de82-4264-4871-a281-e5d073599781.html [3] https://www.tecnicadellascuola.it/wp-content/uploads/2024/08/NOTIZIARIO_Stranieri_2223.pdf?utm_source=chatgpt.com [4] https://www.orizzontescuola.it/decreto-scuola-i-presidi-anp-bene-alcune-misure-ma-restano-dubbi-su-integrazione-tecnici-e-latino/ [5] https://www.istruzione.it/archivio/web/ministero/cs080110.html Enrico Campolmi
October 2, 2026
Pressenza
Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro
DOMENICA 4 APRILE C’È IL PRIMO TURNO DELLE ELEZIONI GENERALI IN BRASILE CHE VEDONO LO SCONTRO PER LA PRESIDENZA TRA LULA E L’ESPONENTE DELL’ESTREMA DESTRA FLÁVIO BOLSONARO, FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO, ORA AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER IL TENTATIVO DI COLPO DI STATO NEL 2022. QUESTE ELEZIONI AVVENGONO MENTRE IL SISTEMA MONDIALE STA AFFONDANDO: IN MOMENTI COME QUESTI, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, I PROFETI AUTORITARI VINCERANNO SEMPRE. “MA ATTENZIONE, C’È UN PUNTO CIECO CHE NON VOGLIAMO VEDERE: ANCHE LA NOSTRA CULTURA POLITICA STA AFFONDANDO, STA RIVELANDO I SUOI LIMITI… IL PRINCIPALE, A MIO AVVISO, È LA CIECA FIDUCIA NELLO STATO, NEI GOVERNANTI, NELLE POLITICHE DEI DIRITTI, NEL VALORE DELLE LEGGI… NEL MOMENTO DEL NAUFRAGIO, CIÒ DI CUI LE PERSONE HANNO BISOGNO SONO ANCORE DI SALVEZZA COLLETTIVE, E LE UNICHE CHE CONOSCIAMO QUANDO GLI STATI-NAZIONE AFFONDANO SI CHIAMANO AUTONOMIE…” Febbraio 2026: comunità indigene occupano la sede della multinazionale Cargill in Amazzona, costringendo Lula a revocare il decreto di privatizzazione di tre grandi fiumi. Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Quando il Titanic affonda, emergono i salvatori rumorosi, che gridano che la salvezza sta nel seguirli, lanciando insulti e puntando il dito contro i presunti colpevoli, senza mai offrire argomentazioni o spiegazioni. Loro sono la soluzione, il loro intransigente e violento autoritarismo patriarcale che si limita a impartire ordini, promuovendo la salvezza individuale di pochi eletti e disprezzando chi è lento e chi semplicemente dubita. Quando il Titanic affonda, non ha senso incolpare i capitalisti che hanno costruito una nave difettosa (per quanto colpevoli possano essere), né il capitano che era distratto o ubriaco nel momento del massimo pericolo. L’analisi razionale e positivista non porta da nessuna parte perché non offre percorsi concreti per superare l’imminente morte collettiva. In momenti come questi, i profeti autoritari vinceranno sempre, anche se il loro intervento è apparentemente irrazionale e intriso di fanatismo. Il sistema mondiale sta affondando. O meglio, viene affondato dalle grandi potenze che combattono tra loro per il primato globale. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Unione Europea e una piccola legione di potenze che aspirano all’egemonia regionale, come l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’India, il Brasile, il Sudafrica, il Pakistan, il Giappone e poche altre. Come sottolineava Fernand Braudel, quando la nave del mondo affonda, è allora che emergono i punti deboli della sua costruzione. «Il naufragio è sempre il momento più significativo; ancor più significativi delle strutture profonde della vita sono i suoi punti di rottura, il suo deterioramento improvviso e lento sotto l’effetto di pressioni contraddittorie», scriveva in Storia e scienze sociali. Ma attenzione: c’è un punto debole, un punto cieco che non vogliamo vedere: anche la nostra cultura politica sta affondando; sta rivelando i suoi limiti, i suoi «punti di rottura», per usare le parole del saggio. Il principale, a mio avviso, è la cieca fiducia nello Stato, nei governanti, nelle politiche dei diritti, nel valore delle leggi e dei discorsi. Ovvero, in tutto ciò che non farà altro che cullare le masse con delle storie. «La culla dell’uomo è cullata dalle storie. Le grida di angoscia dell’uomo sono soffocate dalle storie», scriveva León Felipe. Insomma, leggi e programmi sociali. La sinistra è maestra nell’arte di raccontare storie, nel crederci e nel convincere i propri seguaci a crederci. Nel frattempo, i Bolsonaro offrono soluzioni, indicando dove si trovano le porte, anche se conducono all’abisso. In questa costruzione di salvatori e profeti fanatici, convergono diverse correnti: dagli eredi delle dittature militari (incluse le dittature elettorali), ai criminali e ai mafiosi che possiamo riassumere come capitalisti. Perché questo è il capitalismo che esiste realmente, il capitalismo delle mafie della droga, delle armi e dei prodotti farmaceutici, a cui dobbiamo aggiungere le mafie bibliche, gli evangelici e i neopentecostali. Qui è necessario fare una pausa. Un recente articolo del quotidiano El País riassume il bolsonarismo come la somma di “panico morale, fervore evangelico e guerra culturale”. Vero, ma è necessario chiedersi perché milioni di brasiliani – o persone di qualsiasi altra nazionalità – seguano profeti fanatici; perché le donne povere delle favelas scelgano un uomo violento e maschilista che le disprezza. Il corrispondente lo spiega molto chiaramente: “Il motore del cambiamento sociale è incarnato dalla donna nera povera alla quale la comunità religiosa offre una rete di sostegno più efficace dello Stato. È quella donna brasiliana il cui marito ha smesso di abusare di lei da quando ha smesso di bere, che ha imparato a leggere con le Scritture, o che vede nelle lezioni di chitarra dei figli un’alternativa sicura alle strade dove il crimine offre soldi facili e prestigio” (El País, 27/09/2026). Queste sono le ragioni per cui seguono i fanatici. Non le opzioni ideologiche che la sinistra sta prendendo in considerazione. Nel momento del naufragio, ciò di cui le persone hanno bisogno sono ancore di salvezza collettive, e le uniche che conosciamo quando gli stati-nazione affondano si chiamano autonomie. Non ce ne sono altre. Quando San Paolo, Città del Messico, Lima e molte altre città crolleranno, quelli in cima fuggiranno in elicotteri, aerei e convogli protetti da bande armate. Quelli in basso, quelli intrappolati nella stiva del Titanic da quelli in cima perché non c’erano abbastanza scialuppe di salvataggio, saranno condannati. A meno che non inizino a costruire autonomie fin da ora, di ogni tipo. Abbiamo maestri che ci mostrano questa strada, perché la stanno già percorrendo, perché “la metateoria degli zapatisti è la nostra pratica” (Subcomandante Galeano), e questo non ha bisogno di discorsi. La sinistra non può andare oltre lo stato-Titanic per molte ragioni. Tra le altre, perché non può accompagnare i popoli della terra senza la pretesa di guidarli. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
#Firenze, sabato 3 ottobre, ore 15.30 - #Imperialismo - Resistenze - Nuovo Internazionalismo. La crisi dell'imperialismo globale unilaterale. #war Stati Uniti: il dominio del dollaro e delle sue armi è giunto ad una svolta? Intervengono Alessandro Volpi (docente di Storia contemporanea presso l'Università di Pisa) e Antonio Mazzeo (qiornalista antimilitarista NoWar). Coordina Giovanni Monti (Casa dei Diritti dei Popoli).
October 2, 2026
Antonio Mazzeo
Non arrendersi all’orrore
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, “Piazza del mondo”. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- Ogni giorno ci troviamo davanti all’orrore che siamo e all’orrore che commettiamo come esseri umani. Ogni giorno tocchiamo con mano quanta aggressività, cattiveria, crudeltà si riversi sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta. Eppure, proprio dentro questo tempo, Mariangela Gualtieri ci invita a non smarrire la capacità di guardare anche ciò che ancora splende. In una bellissima intervista sul manifesto (Nella parola poetica e luminosa di Mariangela Gualtieri), cita a memoria Emily Dickinson: «Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero». Essere fedeli a se stessi significa, ad esempio, non smettere di cercare ciò che è vero, autentico, umano, senza pretendere di possederlo interamente. La verità, con la V maiuscola, è mistero. Bisogna allora essere fedeli alla ricerca. Il cammino è, come dice Bobbio, un labirinto, fatto di tentativi ed errori, e non si percorre in solitudine: prende forma nel dialogo e nell’incontro. La responsabilità della ricerca è personale, ma la strada diventa strada solo quando è un passaggio condiviso. Qui la speranza smette di essere una semplice attesa fiduciosa. Gualtieri dice di amare l’idea «che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa». Lo ritroviamo in Maria Zambrano: «La storia non avrebbe senso se non fosse la rivelazione progressiva dell’uomo». Un uomo che si rivela nel tempo, e nella possibilità di diventare altro da ciò che è stato. Zambrano parla del «labirinto della speranza umana» e scrive che «scoprire una strada, aprirla, tracciarla, è l’azione più umana, perché è azione e conoscenza insieme». Anche la speranza è un cammino: cercare una strada quando ancora non la vediamo, aprirla passo dopo passo. Forse è questo che significa non arrendersi all’orrore. Non negarlo. Non distogliere lo sguardo. Ma neppure permettere che occupi tutto il nostro sguardo. Gualtieri ci invita a vedere ancora «il tepore e lo splendore di questa nostra terra» e a pronunciare i nostri grazie ogni giorno: a nessuno, a noi stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo. Ma la gratitudine, davanti a tutto questo, non è un lusso? Guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate. Non sono gesti ingenui. Sono un modo per non lasciare che l’odio ci abitui all’odio, che la violenza diventi normale, che l’indifferenza finisca per sembrarci l’unico modo possibile di stare al mondo. Cercare la bellezza non significa fuggire dalla realtà. Significa guardarla con uno sguardo ancora più attento. Gualtieri parla di stupore e consapevolezza come di due modi quasi opposti di stare al mondo e dice di cercare di praticarli entrambi: «Stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti». Quell’«ebetudine» non è apatia o svuotamento, ma pura ricettività, la capacità di lasciarsi disarmare dalla meraviglia prima di riarmare il pensiero critico. Lo stupore ci impedisce di abituarci a ciò che vediamo; la consapevolezza ci impedisce di trasformare lo stupore in ingenuità. Tenere insieme ciò che sembra opposto: la bellezza e l’orrore, lo stupore e la consapevolezza, il mistero e la ricerca. Non per confonderli, ma per non lasciare che una parte cancelli l’altra. E allora possiamo ancora pronunciare la parola speranza. Non come certezza che tutto andrà bene, ma come decisione di non considerare conclusa la possibilità dell’umano. «La parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore», dice Gualtieri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non arrendersi all’orrore proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
Emergenza inquinamento a Dhaka: quando l’aria stessa diventa una minaccia
> A ogni stagione secca, Dhaka si trova alle prese con il solito problema > ambientale: il deterioramento della qualità dell’aria. I livelli di > inquinamento della città diventano molto preoccupanti nei mesi con scarse > precipitazioni, durante i quali il particolato resta concentrato > nell’atmosfera. L’entità del problema si riflette in alcune misurazioni recenti. Nel 2025, secondo il Rapporto mondiale sulla qualità dell’aria di IQAir, il Bangladesh era il secondo Paese più inquinato al mondo, con una concentrazione media annuale del PM2,5 pari a 66,1 microgrammi per metro cubo. Dhaka ha registrato una concentrazione media annuale del PM2,5 di 68 microgrammi per metro cubo ed è la 32a in classifica fra tutte le città del globo. Questa stima non significa però che Dhaka conservi la stessa posizione per tutto l’anno. La qualità dell’aria può variare significativamente di giorno in giorno e i livelli di inquinamento sono spesso più gravi durante la stagione secca. L’inquinamento dell’aria a Dhaka ha diverse origini. Uno studio della Banca Mondiale, Breathing Heavy: New Evidence on Air Pollution and Health in Bangladesh, ha esaminato l’esposizione all’inquinamento di 12.250 persone a Dhaka e a Sylhet (sesta città del Paese con 500.000 abitanti, N.d.R). A Dhaka, lo studio si è concentrato su aree con traffico costante, aree con grandi cantieri e aree con fornaci di mattoni. È risultato dunque che le più alte concentrazioni del PM2,5 nel Bangladesh urbano si riscontrano nelle aree con grandi cantieri e traffico, seguite dalle aree in prossimità di fornaci di mattoni. Lo studio ha anche individuato effetti sulla salute associati all’inquinamento dell’aria. I bambini con un’età dai 0 ai 5 anni che vivono vicino a grandi cantieri con traffico hanno più probabilità di essere affetti da tosse, difficoltà respiratorie e infezioni del tratto respiratorio inferiore rispetto ai bambini di altre zone esaminate. Su più larga scala, l’impatto sulla salute è considerevole. Secondo una valutazione della Banca Mondiale, nel 2019 in Bangladesh l’inquinamento dell’aria ambiente è stato associato a un numero di decessi compreso tra i 78.000 e gli 88.000, con circa 1,0-1,1 miliardi di giorni trascorsi in malattia. La perdita economica stimata è pari al 3,9-4,4% del PIL nazionale riferito allo stesso anno. Il Bangladesh ha introdotto delle misure volte ad affrontare il problema. Il Piano di gestione della qualità dell’aria nazionale 2024-2030 (NAQMP), lanciato dal Dipartimento dell’Ambiente, include misure relative alle emissioni delle fornaci di mattoni, alle emissioni dei veicoli e alla gestione della qualità dell’aria. Anche i trasporti sono parte della risposta. Nel 2025 la Banca Mondiale ha annunciato un supporto al Progetto aria pulita del Bangladesh (BCAP), il quale include controlli più stringenti sulle emissioni dei veicoli, centri più avanzati per l’ispezione dei veicoli e l’introduzione di 400 bus elettrici a zero emissioni. Per i residenti di Dhaka, le cifre rappresentano un problema nella vita quotidiana: aria inquinata lungo strade trafficate, polvere intorno ai cantieri ed esposizione alle emissioni del traffico e dell’attività industriale. Le prove dimostrano che migliorare la qualità dell’aria richiederà un’azione trasversale a diversi settori piuttosto che una soluzione unica. L’inquinamento dell’aria a Dhaka è una sfida complessa che mette a rischio l’ambiente e la salute pubblica. Dati recenti mostrano che il Bangladesh rimane tra i Paesi con la concentrazione media annuale del PM2,5 più alta al mondo, mentre degli studi condotti nel Paese hanno documentato i rischi per la salute associati all’esposizione ad aria inquinata. Un impegno costante nel ridurre emissioni ed esposizione sarà cruciale per migliorare la qualità dell’aria, a Dhaka e nel resto del Bangladesh. Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza বাংলাদেশ
October 2, 2026
Pressenza

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