Per Abrar, uccisa dal carcere di Trento
Per Abrar, uccisa dal carcere di Trento Nota de “Il Rovescio”:La scorsa domenica 24 maggio una prigioniera di 21 anni è stata ritrovata impiccata in una cella del carcere trentino…
June 10, 2026
La Nemesi
“La parola ad Alfredo!”. Trascrizione delle dichiarazioni di Alfredo Cospito, chiamato a deporre dalla difesa in qualità di testimone, in occasione della seconda udienza del processo a carico di alcuni imputati, accusati per vari episodi legati alla mobilitazione del 2022/2023
“La parola ad Alfredo!”. Trascrizione delle dichiarazioni di Alfredo Cospito, chiamato a deporre dalla difesa in qualità di testimone, in occasione della seconda udienza del processo a carico di alcuni…
June 10, 2026
La Nemesi
Bolivia: dal “Piano Cóndor giudiziario” al ricatto del litio…
… le voci di Evo Morales e Wilma Colque nel paese in lotta. di Geraldina Colotti (*) Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi
Bolivia: Contadini di Chayanta giungono a La Paz per rafforzare i blocchi: “Siamo venuti per scacciare Paz”
Andrea Condori Alla mobilitazione si aggiunge l’arrivo di altri gruppi provenienti dal Tropico di Cochabamba che negli ultimi giorni si sono uniti alla misure di pressione nell’occidente del paese. Una delegazione di contadini della provincia di Chayanta, nel nord del Potosí, è giunta questo martedì nel dipartimento di La Paz con l’obiettivo di rafforzare i […]
Il governo Meloni imbarca il Paese in una nuova avventura nucleare, contro il futuro e contro la democrazia
► L’approvazione da parte di un ramo del Parlamento della legge sul ritorno del nucleare, fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, rappresenta una delle scelte più controverse e paradossali della politica energetica italiana degli ultimi decenni. Paradossale perché arriva nel momento in cui il mondo sta accelerando la transizione verso le energie rinnovabili e verso sistemi energetici distribuiti, intelligenti e sempre più competitivi dal punto di vista economico. Controversa perché interviene ignorando non solo i limiti tecnologici e industriali delle nuove opzioni nucleari, ma anche una precisa volontà popolare espressa per ben due volte attraverso lo strumento referendario. > UNA TECNOLOGIA CHE CONTINUA A INSEGUIRE IL FUTURO SENZA RAGGIUNGERLO La narrazione governativa si fonda sull’idea che il nucleare di nuova generazione rappresenti una soluzione moderna, sicura ed economicamente sostenibile. La realtà è molto diversa. Le principali analisi internazionali mostrano che i tempi medi di realizzazione delle nuove centrali nucleari superano abbondantemente il decennio e spesso si avvicinano ai vent’anni se si considerano progettazione, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione alla rete. A ciò si aggiungono costi di investimento estremamente elevati, frequentemente soggetti a ritardi e sforamenti finanziari di miliardi di euro. Anche i più avanzati reattori di terza generazione hanno accumulato ritardi significativi e costi molto superiori alle stime iniziali. Le esperienze europee e statunitensi mostrano una costante difficoltà nel rispettare tempi e budget. Ancora più incerta appare la prospettiva dei reattori di quarta generazione che, nonostante oltre vent’anni di ricerca e sviluppo, non hanno ancora superato la fase dei prototipi. Particolarmente emblematico è il caso degli Small Modular Reactors (Smr), i piccoli reattori modulari che il governo presenta come la soluzione tecnologica del futuro. In realtà, ad oggi, non esistono in Occidente impianti commerciali operativi in grado di dimostrarne la sostenibilità economica su larga scala. I principali progetti sono basati su tecnologie ad acqua pressurizzata già note da decenni e diversi programmi hanno registrato incrementi dei costi tali da determinarne il ridimensionamento o la cancellazione. L’idea che gli Smr possano garantire in tempi rapidi una quota significativa del fabbisogno elettrico italiano appare quindi più una promessa politica che una prospettiva industriale concreta. A ciò si aggiunge un elemento raramente discusso: diversi studi evidenziano come gli Smr possano produrre, a parità di energia generata, quantità di rifiuti radioattivi superiori rispetto ai grandi reattori tradizionali, a causa di una minore efficienza nell’utilizzo del combustibile e della necessità di moltiplicare il numero delle unità operative. GIORGIA MELONI E GILBERTO PICHETTO FRATIN DURANTE IL DIBATTITO ALLA CAMERA SUL NUCLEARE CENTRALISMO ENERGETICO E CONFLITTO ISTITUZIONALE La legge introduce inoltre procedure autorizzative fortemente centralizzate che riducono il ruolo delle Regioni e degli enti territoriali. Si tratta di una scelta problematica non soltanto sul piano politico ma anche su quello costituzionale. Gli impianti nucleari incidono profondamente sul territorio, sull’ambiente, sulla pianificazione urbanistica e sulla sicurezza delle comunità locali. Per questa ragione la giurisprudenza costituzionale ha più volte richiamato il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni nelle decisioni relative alle infrastrutture strategiche. Ignorare questo principio significa aprire un inevitabile terreno di conflitto istituzionale. La contraddizione appare ancora più evidente se si considera che nessuna Regione italiana ha mai accettato di indicare un sito destinato ad accogliere il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Dopo decenni, il nostro Paese non è ancora riuscito a individuare una soluzione condivisa per le scorie prodotte in passato. Pensare di rilanciare una nuova stagione nucleare senza aver risolto questo problema appare quantomeno avventato. L’OCCASIONE PERDUTA DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA Nel 2007 il Consiglio europeo fissò gli obiettivi “20-20-20”: ridurre del 20% le emissioni climalteranti, portare al 20% la quota di energia da fonti rinnovabili e migliorare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Quegli obiettivi sono stati raggiunti e superati dall’Unione Europea. La differenza l’hanno fatta i Paesi che hanno interpretato la transizione energetica come una politica industriale e non soltanto come una politica ambientale. Germania, Spagna e Danimarca hanno investito nella ricerca, nella manifattura e nelle filiere produttive del fotovoltaico e dell’eolico, creando occupazione qualificata, innovazione tecnologica e leadership internazionale. DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI SPARSI IN ITALIA L’ITALIA HA SCELTO UNA STRADA DIVERSA Mentre altri costruivano un’industria delle rinnovabili, il nostro Paese continuava periodicamente a inseguire il ritorno al nucleare, rinunciando a costruire una strategia industriale nazionale nelle tecnologie pulite. Così, pur disponendo di alcune delle migliori condizioni climatiche d’Europa per la produzione solare, siamo diventati soprattutto un mercato per produttori stranieri di pannelli, turbine, inverter e componentistica. Negli ultimi anni la crescita delle rinnovabili è stata comunque rilevante. Il fotovoltaico e l’eolico hanno raggiunto livelli record di installazione e contribuiscono in misura crescente alla produzione elettrica nazionale. Tuttavia, il valore industriale di questa crescita viene in larga misura catturato da altri Paesi che hanno saputo investire per tempo nelle filiere produttive. UN RITORNO AL PASSATO MENTRE IL MONDO CAMBIA La vera contraddizione della legge sul nucleare è temporale. Le energie rinnovabili sono oggi tecnologie mature, economicamente competitive e rapidamente installabili. Fotovoltaico, eolico, accumuli elettrochimici, reti intelligenti e comunità energetiche possono aumentare significativamente la produzione nazionale nell’arco di pochi anni. Una centrale nucleare, invece, produrrebbe energia non prima della metà degli anni Quaranta. In altre parole, mentre la crisi climatica richiede interventi immediati e il sistema energetico globale evolve rapidamente, l’Italia sceglie di concentrare risorse economiche, attenzione politica e capacità amministrativa su una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, arriverebbe quando il quadro energetico sarà già radicalmente cambiato. È difficile non vedere in questa scelta la prosecuzione di uno storico “strabismo energetico” italiano: da un lato si proclamano gli obiettivi della decarbonizzazione; dall’altro si continua a privilegiare modelli centralizzati e ad alta intensità di capitale, più coerenti con gli interessi consolidati dei grandi operatori energetici (Eni e Enel) che con le esigenze della transizione ecologica. LA MOBILITAZIONE DEL 2011 CHE SFOCIÒ CON LA VITTORIA DEL NO AL NUCLEARE VOLUTO DA BERLUSCONI NEL SECONDO REFERENDUM DOPO QUELLO DELLA FINE DEGLI ANNI OTTANTA SEGUITO ALL’INCIDENTE NELLA CENTRALE DI CHERNOBYL >                                              CONTRO DUE REFERENDUM, CONTRO LA > MEMORIA DEMOCRATICA DEL PAESE Vi è però un aspetto ancora più grave. I referendum del 1987 e del 2011 non rappresentano soltanto due consultazioni popolari. Costituiscono due pronunciamenti inequivocabili della sovranità popolare sul medesimo tema. A distanza di anni, milioni di cittadine e cittadini italiani hanno espresso la stessa volontà: il rifiuto dell’opzione nucleare. Ignorare questo dato significa indebolire il rapporto di fiducia tra istituzioni e democrazia. E allora permettetemi di dirlo con le parole che probabilmente avrebbero scelto insieme Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due protagonisti straordinari della battaglia ambientalista italiana. Questo Parlamento ha appena approvato una legge che tenta di reintrodurre il nucleare nel nostro Paese. Una legge che passa sopra non uno ma due referendum popolari. Due mandati espliciti espressi dalla sovranità del popolo italiano. Un fatto senza precedenti nella storia repubblicana. Non è soltanto una questione energetica. È una questione democratica. La domanda fondamentale resta sempre la stessa: chi decide? Il popolo quando si esprime con chiarezza o chi governa quando ritiene di sapere meglio? Se Gianni Mattioli e Massimo Scalia fossero oggi tra noi, probabilmente risponderebbero con la semplicità e la determinazione che li hanno sempre contraddistinti:  > SI TORNA NELLE PIAZZE, SI RACCOLGONO LE FIRME, SI COSTRUISCE UN NUOVO > REFERENDUM. Perché la democrazia non vive soltanto nel momento del voto. Vive nella capacità dei cittadini di difendere la propria sovranità quando qualcuno tenta di svuotarla dall’interno. Il movimento antinucleare italiano ha già vinto due volte. Può vincere ancora. E forse, oggi più che mai, deve farlo. Aurelio Angelini
June 10, 2026
Pressenza
Addio a Gianni Mattioli: «sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale intrecciati insieme»
Ciao Gianni. Continueremo a camminare lungo il sentiero che hai contribuito ad aprire, con la stessa passione civile, lo stesso rigore morale e la stessa fiducia nella forza delle idee che hanno illuminato la tua vita_ […] Con la scomparsa di Gianni Mattioli, l’Italia perde uno dei suoi intellettuali più rigorosi, uno degli ambientalisti più autorevoli e una delle coscienze civili più limpide della Repubblica. Ma chi lo ha conosciuto sa che nessuna di queste definizioni riesce davvero a restituirlo per intero. Perché Gianni era, prima di tutto, una presenza: quella di un uomo che entrava in una stanza e portava con sé qualcosa di immediatamente riconoscibile – la capacità di pensare con chiarezza e di sentire con profondità, senza che l’una escludesse l’altra. Fisico, docente universitario alla Sapienza di Roma, fondatore dei Verdi italiani, parlamentare, capogruppo, ministro della Repubblica: gli incarichi ricoperti raccontano una vita densa e generosa. Ma sarebbe riduttivo fermarsi agli incarichi. Gianni Mattioli è stato soprattutto un uomo di scienza che ha scelto di stare nel mondo, di sporcarsi le mani con la politica, di portare il rigore del metodo scientifico nelle aule parlamentari e nelle piazze del movimento. Ed è qui che risiede la sua singolarità vera. Perché nella storia dell’ambientalismo italiano – e non solo italiano – è raro, rarissimo, che uomini con una formazione scientifica autentica, fisici e matematici di valore accademico riconosciuto, scelgano di diventare leader di un movimento nato dal basso. Di scendere dall’università alla società civile non come esperti chiamati a testimoniare, ma come militanti, come organizzatori, come voci pubbliche. Gianni Mattioli e Massimo Scalia lo hanno fatto. Erano espressione reale di quel movimento antinucleare che hanno contribuito a costruire, a guidare e a rendere credibile agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Uomini di scienza prestati alla politica, o forse, più esattamente, uomini che hanno rifiutato di scegliere tra le due. La loro è stata una coppia straordinaria, e chi li ha frequentati entrambi capisce di cosa parlo. Se devo trovare un’immagine – e Gianni avrebbe apprezzato un’immagine, lui che amava il teatro, la pittura, la musica – direi che Massimo Scalia era Gigi Proietti: epico, travolgente, capace di riempire uno spazio con la sola forza della voce inconfondibile. Gianni Mattioli era Vittorio Gassman: evocativo, aristocratico nella forma e profondamente umano nella sostanza, con quella capacità rara di farti sentire che stava parlando esattamente a te, anche quando parlava a una platea intera. Due splendidi e profondi interpreti della vita intesa a tutto tondo. E come i grandi interpreti, erano complementari: si capivano, si completavano, si bilanciavano. Insieme erano più di quello che ciascuno dei due avrebbe potuto essere da solo. È stato per me una fortuna aver attraversato quarant’anni di vita insieme a loro. Perché Gianni non era solo l’accademico, non era solo il politico. Era un affabulatore straordinario, capace di catalizzare l’attenzione con quella rara alchimia di ironia e serietà, di leggerezza e profondità. Aveva una vena spiritosa che non abbandonava mai del tutto, nemmeno nei momenti più gravi, anzi, era proprio nei momenti difficili che quella sua ironia gentile diventava un dono, un modo per tenere insieme le persone, per alleggerire senza banalizzare. Aveva un’anima artistica autentica: amava la musica, la pittura, le forme belle in ogni loro declinazione. E questo si sentiva nel modo in cui costruiva un discorso, nel modo in cui sceglieva le parole, nel modo in cui sapeva fermarsi al momento giusto per lasciar risuonare un concetto. C’era in lui qualcosa di aristocratico nell’apparenza – un certo portamento, una certa eleganza nel pensiero e nel gesto – che conviveva però con un approccio conviviale e aperto, con una capacità genuina di stare con le persone, di ascoltarle davvero, di farle sentire a proprio agio. Non era distanza, quella sua eleganza. Era forma. Chiunque lo abbia ascoltato – nelle aule universitarie, nei corridoi del Parlamento, in un’assemblea di movimento o attorno a un tavolo tra amici – ricorda la sua capacità di rendere comprensibili questioni complesse senza mai banalizzarle. Non semplificava per compiacere: semplificava per includere, perché credeva profondamente che ogni cittadino avesse il diritto e la capacità di capire. La sua autorevolezza non derivava dal ruolo ricoperto, ma dalla credibilità conquistata attraverso una vita intera coerente con le proprie idee. La sua storia attraversa alcune delle stagioni più importanti e convulse della vita democratica italiana. Dagli anni del movimento studentesco del Sessantotto, all’esperienza nel Pdup e poi in Dp, nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano, Mattioli ha sempre cercato di tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale. Non era un uomo di parte nel senso angusto del termine: era un uomo di princìpi, il che è cosa assai più esigente e scomoda. Possedeva un senso etico dell’impegno pubblico che oggi appare quasi anacronistico, e che invece dovrebbe essere la norma. In un tempo in cui la politica tende sempre più spesso a ridursi a slogan e gestione del consenso, Gianni Mattioli rappresentava l’esempio opposto: la politica come servizio, come studio, come responsabilità verso le generazioni future. Le sue parole non cercavano l’applauso facile; cercavano la verità dei fatti, la forza degli argomenti, la coerenza delle idee. Su questo, era solito dire: > «Chi entra in politica portando con sé una competenza scientifica ha un dovere > doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e > verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del > potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione > dell’esistente, non costruzione del futuro». Il suo ambientalismo non è mai stato separato dalla questione sociale, e su questo punto era inflessibile. Aveva compreso prima di molti altri che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale, che la difesa della natura coincide con la difesa dei diritti delle persone, che la crisi climatica è prima di tutto una grande questione democratica, sociale e morale. Lo diceva con quella chiarezza che era il suo marchio, senza mai nascondersi dietro le sfumature quando la sostanza era in gioco: > «La crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società > – nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri – > paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il > meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i > ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare». Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare – civile e militare – è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Non fu una posizione ideologica o emotiva. Fu la conclusione razionale di uno studioso che conosceva dall’interno la materia di cui parlava, che aveva studiato i dati, che aveva valutato i rischi, e che proprio per questo si sentiva in dovere di dirlo ad alta voce, anche quando non era popolare farlo. Insieme a Scalia, ai Verdi e al Movimento Ecologista contribuì a costruire quella coscienza collettiva che portò l’Italia ai referendum del 1987 e del 2011 – due momenti in cui il popolo italiano disse no al nucleare con una chiarezza che non ammetteva interpretazioni. Due volte. Con decenni di distanza. Con la stessa, inequivocabile risposta. E Gianni fu protagonista di entrambe quelle stagioni: della prima come fondatore e animatore del movimento che le aveva rese possibili, della seconda come testimone autorevole e voce instancabile di una vigilanza che non aveva mai abbassato la guardia, nemmeno quando la questione sembrava sopita. Anche su questo, la sua voce era netta, e lo è ancora: > «L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni > potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità > democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con > quello militare o non conosce la fisica, o sceglie deliberatamente di non > conoscerla. In entrambi i casi, non può guidare le scelte di un popolo». E allora permettetemi, in questo momento, di dire una cosa che Gianni avrebbe detto, che Gianni e Massimo avrebbero detto insieme, con quella loro capacità di unire rigore e indignazione, ironia e fermezza. > PROTESTA DAI BANCHI DEL GRUPPO AVS (ALLEANZA VERDI E SINISTRA) ALLA CAMERA DEI > DEPUTATI CONTRO L’APPROVAZIONE IN UN RAMO DEL PARLAMENTO DEL DISEGNO DI LEGGE > DEL GOVERNO MELONI IL 5 GIUGNO SCORSO > > Questo Parlamento ha appena approvato una legge per reintrodurre il nucleare > in Italia. Una legge che calpesta, con una disinvoltura che lascia senza > parole, non uno ma due referendum popolari. Due mandati espliciti, espressi > dalla sovranità del popolo italiano a distanza di ventiquattro anni l’uno > dall’altro. Un fatto senza precedenti nella storia della nostra Repubblica: > non si ricorda un altro caso in cui un governo democratico abbia scelto > deliberatamente di ignorare due volte la volontà popolare sullo stesso tema, > come se quei milioni di voti non fossero mai stati espressi, come se le urne > fossero state un incidente di percorso da correggere. Aurelio Angelini
June 10, 2026
Pressenza
Approvata al Municipio VIII la mozione d’iniziativa popolare per rompere con Israele
Domani ore 12:00 in campidoglio portiamo a gualtieri “le carte”  Oggi un’altra vittoria! Approvata la mozione sulla Delibera d’iniziativa popolare per la rottura degli accordi tra Roma Capitale e israele, un altro risultato della mobilitazione e del lavoro delle migliaia di abitanti che hanno sostenuto la campagna di Roma sa […] L'articolo Approvata al Municipio VIII la mozione d’iniziativa popolare per rompere con Israele su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
Grazie per questo tetto Comune
-------------------------------------------------------------------------------- Si, siete una forma sana di rigenerazione umana e politica. Avanti tutta e grazie per questo “tetto comune”. [Ambra Pastore] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Grazie per questo tetto Comune proviene da Comune-info.
June 10, 2026
Comune-info
Maestri italiani per la formazione della Garde Nationale tunisina
Il governo Meloni invia 22 agenti della Guardia di Finanza in Tunisia per addestrare la Garde Nationale a “salvare” le persone in mare. Le idee propagandistiche di questo governo si scontrano però con la realtà: la Garde Nationale è la prima a gestire il traffico degli esseri umani in Tunisia. Il recente report “Women State Trafficking”, che documenta le dinamiche di tratta in Tunisia, ha raccolto centinaia di testimonianze che raccontano violenze, stupri e torture contro le persone migranti, e di come queste vengano vendute come schiave alle milizie libiche. Inoltre la scelta di inviare agenti della GdF, specializzati in operazioni di frontiera, invece del personale della Guardia Costiera, esperto nel soccorso in mare, smaschera i finti buoni propositi del governo: la priorità non è salvare vite in mare, ma incarcerare e criminalizzare le persone innocenti, collaborando direttamente con i trafficanti. È così che il governo Meloni resta coerente alla sua promessa di «dare la caccia ai trafficanti su tutto il globo terraqueo»: supportandoli e arricchendoli con le tasse degli italiani. Sea Watch
June 10, 2026
Pressenza
Il seme di nuovi orizzonti
-------------------------------------------------------------------------------- Nella mia avanzata età, insofferente il disordine creato con lo scopo subdolo di minare le basi dell’autentica democrazia, profondamente scosso dalle vie militari che si intraprendono boicottando il diritto internazionale, leggo questa iniziativa come bussola per riorentare la società verso lo spirito comunitario: comunità di valori e creazioni contrapposta a quella di “sangue e suolo” che riappare. Voglio cogliere dalla filosofia il seme di nuovi orizzonti, aprire all’uomo sociale sentieri di speranza ed auspicare incroci di diversità. [Rosario Grillo] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il seme di nuovi orizzonti proviene da Comune-info.
June 10, 2026
Comune-info
Amnesty International sollecita un’azione globale per fermare l’annessione israeliana della Cisgiordania e la pulizia etnica della popolazione palestinese
In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando le autorità israeliane a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania. Questa campagna sta prendendo di mira, attraverso la pulizia etnica, le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata, mediante la commissione del crimine contro l’umanità di trasferimento forzato. Israele ha fatto dell’annessione formale della Cisgiordania un esplicito obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni, rendendo dunque possibile una brutale campagna, approvata dallo stato, di violenza dei coloni e di sfollamento forzato delle persone palestinesi dall’area C. Quell’area costituisce oltre il 60 per cento della Cisgiordania occupata e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese, delle risorse naturali, dei terreni agricoli e delle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarne la terra e la demografia. “Negli ultimi tre anni e mezzo le autorità israeliane hanno accelerato una campagna, fatta propria dallo stato, di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata sradicando, spossessando e trasferendo forzatamente le comunità palestinesi. Questa non è l’opera di ‘soggetti-canaglia’ o di quelli che la comunità internazionale usa definire coloni estremisti, organizzazioni estremiste o un paio di ministri estremisti. Stiamo assistendo a un’annessione intenzionale, diretta dallo stato, in completa violazione del diritto internazionale e sotto gli occhi del mondo intero”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Come rivela il nostro rapporto, questa situazione non è opera di poche ‘mele marce’. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid”, ha aggiunto Callamard. La ricerca di Amnesty International illustra come le persone palestinesi siano sradicate con la forza dalle loro terre ancestrali, tagliate fuori dai loro mezzi di sostentamento e terrorizzate fino a lasciare le loro case a causa dell’aumento senza precedenti degli attacchi dei coloni, apertamente condonati e attivamente facilitati da un governo che si vanta della sua intenzione di annettere formalmente ampie porzioni della terra palestinese. Le comunità della valle del Giordano e delle colline meridionali di Hebron a rischio di sfollamento continuano a resistere, determinate a restare sulla terra dove vivono da generazioni. Amnesty International chiede alla comunità internazionale di agire urgentemente per proteggerle ma, nonostante i chiari obblighi giuridici degli stati a porre fine all’occupazione illegale e al sistema di apartheid di Israele, registra una ripetuta mancanza d’iniziativa. “La comunità internazionale è complice o fin troppo passiva di fronte alle ripetute e gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e ignora le risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza. Deve dare il chiaro segnale che l’era della tacita acquiescenza di fronte alla pulizia etnica e all’annessione israeliana è finita”, ha commentato Callamard. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state forzatamente sfollate almeno 5910 persone palestinesi. Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la legge israeliana quanto per il diritto internazionale. Ne fanno parte avamposti di pastori, usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo. Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato. “Per i leader del mondo che definiscono l’annessione e le violenze dei coloni atti isolati di individui o ministri ‘estremisti’ e che hanno imposto sanzioni parziali ad alcune singole persone e organizzazioni, il rapporto di Amnesty International deve suonare come una sveglia: queste misure limitate sono palesemente insufficienti a fronte della campagna statale di pulizia etnica e di sistematiche violazioni dei diritti umani, che stanno rapidamente aumentando sotto gli occhi della comunità internazionale”, ha ammonito Callamard. “A quei leader che affermano ripetutamente di opporsi all’annessione ma non fanno nulla per fermarla, diciamo che la loro mancanza d’azione sta alimentando direttamente crimini contro l’umanità e ha conseguenze globali in termini di ulteriore erosione dell’ordine internazionale basato sulle regole”, ha aggiunto Callamard. “Chiediamo, soprattutto agli stati che hanno influenza su Israele come gli Usa, il Regno Unito, la Germania, l’Italia, altri stati dell’Unione europea e quelli arabi, di vietare immediatamente tutti i commerci, gli investimenti e ogni forma di cooperazione o di assistenza finanziaria che possano contribuire all’occupazione illegale, al sistema di apartheid e alla pulizia etnica di Israele contro le persone palestinesi. Chiediamo inoltre agli stati di imporre sanzioni, come i divieti di viaggio e il congelamento dei conti bancari, nei confronti delle autorità direttamente implicate in tali atti, tra le quali il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il ministro per gli Insediamenti e le Missioni nazionali Orit Stroock e il ministro della Difesa Israel Katz”, ha concluso Callamard. La ricerca di Amnesty International ha riguardato 27 comunità di beduini e pastori palestinesi dell’area C che sono state sottoposte a trasferimenti forzati tra il 2023 e il 2025 o sono a rischio di esserlo. Il team di ricerca ha intervistato 45 persone palestinesi di 12 comunità e anche 19 tra persone attiviste, legali e giornaliste nonché rappresentanti di ong palestinesi e israeliane e persone che avevano assistito alle violenze dei coloni. L’organizzazione per i diritti umani ha poi verificato oltre 420 video e fotografie, analizzato dichiarazioni ufficiali del governo, accordi, leggi, modifiche alle politiche governative, atti giudiziari, mappe, immagini satellitari, rapporti delle Nazioni Unite e di gruppi della società civile e, infine, altro materiale da fonti aperte. Il 13 maggio Amnesty International ha condiviso le sue conclusioni con le autorità israeliane. Il ministero della Difesa ha risposto il 23 maggio affermando che le sue forze reagiscono agli episodi di violenza dei coloni arrestando i presunti responsabili quando necessario e indagando nei casi in cui le sue forze possano non aver eseguito gli ordini o non siano intervenute per fermare la violenza dei coloni. Le prove documentate da Amnesty International presentano una realtà diversa. Prove dell’intento israeliano di sottoporre a pulizia etnica e annettere l’area C A partire dall’occupazione del 1967, successivi governi israeliani hanno – con diversi livelli di intensità e trasparenza – portato avanti politiche di giudaizzazione con l’obiettivo di massimizzare il controllo ebraico sulla terra della Cisgiordania e al contempo ridurvi al minimo la presenza palestinese. Il 37° governo israeliano, formato alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, ha apertamente e deliberatamente perseguito l’annessione formale dell’area C e il trasferimento forzato della popolazione palestinese residente. Gli accordi di coalizione hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele. Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese. L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e dal sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario. L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, dalle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, dall’aumento dell’espansione di questi ultimi, dalla legalizzazione retroattiva degli avamposti, dall’aumento del sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, dalla demolizione delle proprietà palestinesi e dalle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua. Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro). Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative destinate agli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato. Il numero totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana. Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi. Nel frattempo, i coloni, spesso col diretto appoggio del governo o con la partecipazione sul terreno dell’esercito israeliano, hanno sottoposto le comunità di beduini e pastori palestinesi a una litania di misure coercitive e repressive, lasciando molte di loro senza alcun’alternativa se non abbandonare la terra su cui avevano vissuto e condotto i pascoli per generazioni. La costante violenza dei coloni, sostenuta dallo stato, l’aumento delle demolizioni e il perdurante diniego dei servizi di base da parte delle autorità israeliane, hanno di fatto reso inabitabili le loro zone. Queste misure coercitive e interconnesse rivelano una voluta e coordinata strategia statale per espandere il controllo israeliano sull’area C e determinare lo sfollamento delle comunità palestinesi. Un caso emblematico è quello di Khirbet Zanuta (Zanuta), un villaggio dell’area C abitato da circa 250 beduini palestinesi lì residenti da generazioni. Nel 2021 un gruppo di coloni ha istituito un avamposto illegale conosciuto come Fattoria Meitarim, a un solo chilometro da Zanuta, avviando una sistematica campagna di intimidazioni, minacce e attacchi violenti contro la comunità palestinese locale fino a quando, attraverso il blocco dell’accesso alla terra e ai pascoli e dopo una serie di raid intensificatisi all’indomani del 7 ottobre 2023, quest’ultima è stata costretta a lasciare le case e i beni di sostentamento. In precedenza, il villaggio, circondato da insediamenti e avamposti, era stato destinatario di ordini di demolizione e di politiche edilizie restrittive che avevano reso praticamente impossibile costruire abitazioni in modo legale. Nonostante due sentenze della Corte suprema israeliana emesse nel luglio 2024 e nel febbraio 2025, che avevano ordinato alle autorità di facilitare il ritorno dei residenti nel villaggio e di proteggere questi ultimi dalla violenza dei coloni, rientrare si è rivelato impossibile a causa degli attacchi dei coloni e della distruzione di infrastrutture essenziali. Immagini satellitari, interviste e video dimostrano che oggi Zanuta non esiste più: è stata massicciamente distrutta e totalmente spopolata. L’aumento esponenziale della violenza dei coloni sostenuta dallo stato La duratura campagna di violenza dei coloni contro le persone palestinesi della Cisgiordania ha avuto una drammatica impennata sotto l’attuale governo e ha registrato livelli record di uccisioni, ferimenti, sfollamenti, distruzioni di proprietà e appropriazioni illegali della terra. I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più frequenti per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime, tra morti e feriti, sono settuplicati. Fotografie e video verificati da Amnesty International mostrano incursioni, incendi e numerosi atti di vandalismo contro abitazioni, scuole, veicoli e attrezzature agricole, distruzioni di fonti d’acqua, pannelli solari e scorte di cibo. Le persone intervistate hanno anche riferito di massicce violenze fisiche, come pestaggi con bastoni e calci dei fucili, lanci di pietre, accoltellamenti e altro ancora. Nonostante, in quanto potenza occupante, Israele abbia l’obbligo di proteggere la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione occupata e di impedire e sottoporre a indagini la violenza dei coloni, le autorità israeliane facilitano attivamente gli attacchi dei coloni non solo armandoli e consentendo all’esercito e alla polizia di assisterli o di partecipare agli attacchi ma anche garantendo loro una quasi totale impunità. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240.000 cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto la licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni. Il rapporto di Amnesty International documenta come la violenza dei coloni sia stata usata come deliberato strumento di sfollamenti forzati in tre casi emblematici dell’area C: quello già citato di Zanuta sulle colline meridionali di Hebron, quello di Ein Shamia nella zona centrale della valle del Giordano, entrambi completamente spopolati nel 2023, e un gruppo di piccole comunità nel nord della valle del Giordano – Ein al-Hilweh, Makhoul e Al-Farisiya – che rischiano fortemente lo sfollamento. Nella zona settentrionale della valle del Giordano almeno 38 comunità palestinesi, in cui vivono circa 7000 persone, sono sotto minaccia di sfollamento. Quasi il 90 per cento di quest’area è designata terra statale, zona militare, riserva naturale o sito archeologico, tutte definizioni che Israele usa per limitare l’accesso delle persone palestinesi ai pascoli e alle fonti d’acqua e costringerle a lasciare le comunità. Najiyyah Bisharat, della comunità di pastori di Makhoul, ha detto: “I coloni ci minacciano in continuazione, ma non ci arrenderemo. Qui è in gioco l’amore per la nostra terra e per il nostro lavoro. La terra è la nostra identità. Se ci costringeranno a lasciarla, moriremo come pesci tolti dall’acqua”. Un’impunità dilagante Non impedendo e, al contrario, facilitando attivamente la violenza dei coloni, anche evitando sistematicamente di chiamare i responsabili a rispondere di fronte alla giustizia, le autorità israeliane hanno volutamente creato un ambiente di dilagante impunità che a sua volta alimenta nuove violenze. In svariati casi documentati da Amnesty International, persone palestinesi che avevano denunciato la violenza dei coloni sono state esse stesse interrogate, multate o arrestate arbitrariamente dalle autorità israeliane che, secondo il diritto internazionale, dovrebbero proteggerle. I coloni e le loro organizzazioni sono ulteriormente incoraggiati dall’impunità di cui beneficiano da decenni. Anche quando singoli coloni o gruppi di coloni vengono sottoposti a sanzioni da stati esteri, queste in Israele hanno un impatto scarso se non nullo. Yinon Levi, un colono coinvolto in una serie di documentati attacchi violenti contro le comunità palestinesi, è stato sottoposto a sanzioni da parte del Regno Unito e dell’Unione europea. Il 28 luglio 2025 è stato ripreso mentre sparava, uccidendolo, all’insegnante e difensore dei diritti umani palestinese Awda al-Hathaleen nel villaggio di Umm al-Khair. Arrestato per il sospetto di omicidio colposo, è stato rimesso in libertà il giorno successivo e posto agli arresti domiciliari per tre soli giorni, al termine dei quali ha potuto tornare a minacciare le persone palestinesi e a costruire un nuovo avamposto sulla terra di Umm al-Khair. Un anno dopo l’episodio, dev’essere ancora incriminato. “Senza l’accertamento delle responsabilità, le comunità palestinesi della Cisgiordania spariranno di fronte ai nostri occhi. Da molto tempo il mondo ignora l’immensa e inimmaginabile sofferenza di persone sradicate e cancellate dalla terra abitata per generazioni. Gli stati devono fare tutto ciò che è in loro potere per porre fine alla campagna israeliana di pulizia etnica e annessione nell’area C della Cisgiordania. Devono premere sulle autorità israeliane perché smantellino immediatamente tutti gli insediamenti e tutti gli avamposti e consentano alle persone palestinesi sfollate di tornare alle loro case. Tutti gli stati devono dare sostegno e cooperazione all’indagine della Corte penale internazionale sulla situazione nello Stato di Palestina e avviare indagini autonome sui crimini di diritto internazionale commessi nel Territorio palestinese occupato. Il messaggio rivolto a Israele dev’essere inequivocabile: la sua duratura impunità è finita e non si potrà andare avanti come sempre fino a quando l’apartheid, la pulizia etnica e l’occupazione non cesseranno”, ha riepilogato Callamard. Amnesty International
June 10, 2026
Pressenza

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