Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro
DOMENICA 4 APRILE C’È IL PRIMO TURNO DELLE ELEZIONI GENERALI IN BRASILE CHE VEDONO LO SCONTRO PER LA PRESIDENZA TRA LULA E L’ESPONENTE DELL’ESTREMA DESTRA FLÁVIO BOLSONARO, FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO, ORA AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER IL TENTATIVO DI COLPO DI STATO NEL 2022. QUESTE ELEZIONI AVVENGONO MENTRE IL SISTEMA MONDIALE STA AFFONDANDO: IN MOMENTI COME QUESTI, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, I PROFETI AUTORITARI VINCERANNO SEMPRE. “MA ATTENZIONE, C’È UN PUNTO CIECO CHE NON VOGLIAMO VEDERE: ANCHE LA NOSTRA CULTURA POLITICA STA AFFONDANDO, STA RIVELANDO I SUOI LIMITI… IL PRINCIPALE, A MIO AVVISO, È LA CIECA FIDUCIA NELLO STATO, NEI GOVERNANTI, NELLE POLITICHE DEI DIRITTI, NEL VALORE DELLE LEGGI… NEL MOMENTO DEL NAUFRAGIO, CIÒ DI CUI LE PERSONE HANNO BISOGNO SONO ANCORE DI SALVEZZA COLLETTIVE, E LE UNICHE CHE CONOSCIAMO QUANDO GLI STATI-NAZIONE AFFONDANO SI CHIAMANO AUTONOMIE…” Febbraio 2026: comunità indigene occupano la sede della multinazionale Cargill in Amazzona, costringendo Lula a revocare il decreto di privatizzazione di tre grandi fiumi. Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Quando il Titanic affonda, emergono i salvatori rumorosi, che gridano che la salvezza sta nel seguirli, lanciando insulti e puntando il dito contro i presunti colpevoli, senza mai offrire argomentazioni o spiegazioni. Loro sono la soluzione, il loro intransigente e violento autoritarismo patriarcale che si limita a impartire ordini, promuovendo la salvezza individuale di pochi eletti e disprezzando chi è lento e chi semplicemente dubita. Quando il Titanic affonda, non ha senso incolpare i capitalisti che hanno costruito una nave difettosa (per quanto colpevoli possano essere), né il capitano che era distratto o ubriaco nel momento del massimo pericolo. L’analisi razionale e positivista non porta da nessuna parte perché non offre percorsi concreti per superare l’imminente morte collettiva. In momenti come questi, i profeti autoritari vinceranno sempre, anche se il loro intervento è apparentemente irrazionale e intriso di fanatismo. Il sistema mondiale sta affondando. O meglio, viene affondato dalle grandi potenze che combattono tra loro per il primato globale. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Unione Europea e una piccola legione di potenze che aspirano all’egemonia regionale, come l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’India, il Brasile, il Sudafrica, il Pakistan, il Giappone e poche altre. Come sottolineava Fernand Braudel, quando la nave del mondo affonda, è allora che emergono i punti deboli della sua costruzione. «Il naufragio è sempre il momento più significativo; ancor più significativi delle strutture profonde della vita sono i suoi punti di rottura, il suo deterioramento improvviso e lento sotto l’effetto di pressioni contraddittorie», scriveva in Storia e scienze sociali. Ma attenzione: c’è un punto debole, un punto cieco che non vogliamo vedere: anche la nostra cultura politica sta affondando; sta rivelando i suoi limiti, i suoi «punti di rottura», per usare le parole del saggio. Il principale, a mio avviso, è la cieca fiducia nello Stato, nei governanti, nelle politiche dei diritti, nel valore delle leggi e dei discorsi. Ovvero, in tutto ciò che non farà altro che cullare le masse con delle storie. «La culla dell’uomo è cullata dalle storie. Le grida di angoscia dell’uomo sono soffocate dalle storie», scriveva León Felipe. Insomma, leggi e programmi sociali. La sinistra è maestra nell’arte di raccontare storie, nel crederci e nel convincere i propri seguaci a crederci. Nel frattempo, i Bolsonaro offrono soluzioni, indicando dove si trovano le porte, anche se conducono all’abisso. In questa costruzione di salvatori e profeti fanatici, convergono diverse correnti: dagli eredi delle dittature militari (incluse le dittature elettorali), ai criminali e ai mafiosi che possiamo riassumere come capitalisti. Perché questo è il capitalismo che esiste realmente, il capitalismo delle mafie della droga, delle armi e dei prodotti farmaceutici, a cui dobbiamo aggiungere le mafie bibliche, gli evangelici e i neopentecostali. Qui è necessario fare una pausa. Un recente articolo del quotidiano El País riassume il bolsonarismo come la somma di “panico morale, fervore evangelico e guerra culturale”. Vero, ma è necessario chiedersi perché milioni di brasiliani – o persone di qualsiasi altra nazionalità – seguano profeti fanatici; perché le donne povere delle favelas scelgano un uomo violento e maschilista che le disprezza. Il corrispondente lo spiega molto chiaramente: “Il motore del cambiamento sociale è incarnato dalla donna nera povera alla quale la comunità religiosa offre una rete di sostegno più efficace dello Stato. È quella donna brasiliana il cui marito ha smesso di abusare di lei da quando ha smesso di bere, che ha imparato a leggere con le Scritture, o che vede nelle lezioni di chitarra dei figli un’alternativa sicura alle strade dove il crimine offre soldi facili e prestigio” (El País, 27/09/2026). Queste sono le ragioni per cui seguono i fanatici. Non le opzioni ideologiche che la sinistra sta prendendo in considerazione. Nel momento del naufragio, ciò di cui le persone hanno bisogno sono ancore di salvezza collettive, e le uniche che conosciamo quando gli stati-nazione affondano si chiamano autonomie. Non ce ne sono altre. Quando San Paolo, Città del Messico, Lima e molte altre città crolleranno, quelli in cima fuggiranno in elicotteri, aerei e convogli protetti da bande armate. Quelli in basso, quelli intrappolati nella stiva del Titanic da quelli in cima perché non c’erano abbastanza scialuppe di salvataggio, saranno condannati. A meno che non inizino a costruire autonomie fin da ora, di ogni tipo. Abbiamo maestri che ci mostrano questa strada, perché la stanno già percorrendo, perché “la metateoria degli zapatisti è la nostra pratica” (Subcomandante Galeano), e questo non ha bisogno di discorsi. La sinistra non può andare oltre lo stato-Titanic per molte ragioni. Tra le altre, perché non può accompagnare i popoli della terra senza la pretesa di guidarli. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
#Firenze, sabato 3 ottobre, ore 15.30 - #Imperialismo - Resistenze - Nuovo Internazionalismo. La crisi dell'imperialismo globale unilaterale. #war Stati Uniti: il dominio del dollaro e delle sue armi è giunto ad una svolta? Intervengono Alessandro Volpi (docente di Storia contemporanea presso l'Università di Pisa) e Antonio Mazzeo (qiornalista antimilitarista NoWar). Coordina Giovanni Monti (Casa dei Diritti dei Popoli).
October 2, 2026
Antonio Mazzeo
Non arrendersi all’orrore
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, “Piazza del mondo”. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- Ogni giorno ci troviamo davanti all’orrore che siamo e all’orrore che commettiamo come esseri umani. Ogni giorno tocchiamo con mano quanta aggressività, cattiveria, crudeltà si riversi sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta. Eppure, proprio dentro questo tempo, Mariangela Gualtieri ci invita a non smarrire la capacità di guardare anche ciò che ancora splende. In una bellissima intervista sul manifesto (Nella parola poetica e luminosa di Mariangela Gualtieri), cita a memoria Emily Dickinson: «Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero». Essere fedeli a se stessi significa, ad esempio, non smettere di cercare ciò che è vero, autentico, umano, senza pretendere di possederlo interamente. La verità, con la V maiuscola, è mistero. Bisogna allora essere fedeli alla ricerca. Il cammino è, come dice Bobbio, un labirinto, fatto di tentativi ed errori, e non si percorre in solitudine: prende forma nel dialogo e nell’incontro. La responsabilità della ricerca è personale, ma la strada diventa strada solo quando è un passaggio condiviso. Qui la speranza smette di essere una semplice attesa fiduciosa. Gualtieri dice di amare l’idea «che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa». Lo ritroviamo in Maria Zambrano: «La storia non avrebbe senso se non fosse la rivelazione progressiva dell’uomo». Un uomo che si rivela nel tempo, e nella possibilità di diventare altro da ciò che è stato. Zambrano parla del «labirinto della speranza umana» e scrive che «scoprire una strada, aprirla, tracciarla, è l’azione più umana, perché è azione e conoscenza insieme». Anche la speranza è un cammino: cercare una strada quando ancora non la vediamo, aprirla passo dopo passo. Forse è questo che significa non arrendersi all’orrore. Non negarlo. Non distogliere lo sguardo. Ma neppure permettere che occupi tutto il nostro sguardo. Gualtieri ci invita a vedere ancora «il tepore e lo splendore di questa nostra terra» e a pronunciare i nostri grazie ogni giorno: a nessuno, a noi stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo. Ma la gratitudine, davanti a tutto questo, non è un lusso? Guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate. Non sono gesti ingenui. Sono un modo per non lasciare che l’odio ci abitui all’odio, che la violenza diventi normale, che l’indifferenza finisca per sembrarci l’unico modo possibile di stare al mondo. Cercare la bellezza non significa fuggire dalla realtà. Significa guardarla con uno sguardo ancora più attento. Gualtieri parla di stupore e consapevolezza come di due modi quasi opposti di stare al mondo e dice di cercare di praticarli entrambi: «Stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti». Quell’«ebetudine» non è apatia o svuotamento, ma pura ricettività, la capacità di lasciarsi disarmare dalla meraviglia prima di riarmare il pensiero critico. Lo stupore ci impedisce di abituarci a ciò che vediamo; la consapevolezza ci impedisce di trasformare lo stupore in ingenuità. Tenere insieme ciò che sembra opposto: la bellezza e l’orrore, lo stupore e la consapevolezza, il mistero e la ricerca. Non per confonderli, ma per non lasciare che una parte cancelli l’altra. E allora possiamo ancora pronunciare la parola speranza. Non come certezza che tutto andrà bene, ma come decisione di non considerare conclusa la possibilità dell’umano. «La parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore», dice Gualtieri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non arrendersi all’orrore proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
Emergenza inquinamento a Dhaka: quando l’aria stessa diventa una minaccia
> A ogni stagione secca, Dhaka si trova alle prese con il solito problema > ambientale: il deterioramento della qualità dell’aria. I livelli di > inquinamento della città diventano molto preoccupanti nei mesi con scarse > precipitazioni, durante i quali il particolato resta concentrato > nell’atmosfera. L’entità del problema si riflette in alcune misurazioni recenti. Nel 2025, secondo il Rapporto mondiale sulla qualità dell’aria di IQAir, il Bangladesh era il secondo Paese più inquinato al mondo, con una concentrazione media annuale del PM2,5 pari a 66,1 microgrammi per metro cubo. Dhaka ha registrato una concentrazione media annuale del PM2,5 di 68 microgrammi per metro cubo ed è la 32a in classifica fra tutte le città del globo. Questa stima non significa però che Dhaka conservi la stessa posizione per tutto l’anno. La qualità dell’aria può variare significativamente di giorno in giorno e i livelli di inquinamento sono spesso più gravi durante la stagione secca. L’inquinamento dell’aria a Dhaka ha diverse origini. Uno studio della Banca Mondiale, Breathing Heavy: New Evidence on Air Pollution and Health in Bangladesh, ha esaminato l’esposizione all’inquinamento di 12.250 persone a Dhaka e a Sylhet (sesta città del Paese con 500.000 abitanti, N.d.R). A Dhaka, lo studio si è concentrato su aree con traffico costante, aree con grandi cantieri e aree con fornaci di mattoni. È risultato dunque che le più alte concentrazioni del PM2,5 nel Bangladesh urbano si riscontrano nelle aree con grandi cantieri e traffico, seguite dalle aree in prossimità di fornaci di mattoni. Lo studio ha anche individuato effetti sulla salute associati all’inquinamento dell’aria. I bambini con un’età dai 0 ai 5 anni che vivono vicino a grandi cantieri con traffico hanno più probabilità di essere affetti da tosse, difficoltà respiratorie e infezioni del tratto respiratorio inferiore rispetto ai bambini di altre zone esaminate. Su più larga scala, l’impatto sulla salute è considerevole. Secondo una valutazione della Banca Mondiale, nel 2019 in Bangladesh l’inquinamento dell’aria ambiente è stato associato a un numero di decessi compreso tra i 78.000 e gli 88.000, con circa 1,0-1,1 miliardi di giorni trascorsi in malattia. La perdita economica stimata è pari al 3,9-4,4% del PIL nazionale riferito allo stesso anno. Il Bangladesh ha introdotto delle misure volte ad affrontare il problema. Il Piano di gestione della qualità dell’aria nazionale 2024-2030 (NAQMP), lanciato dal Dipartimento dell’Ambiente, include misure relative alle emissioni delle fornaci di mattoni, alle emissioni dei veicoli e alla gestione della qualità dell’aria. Anche i trasporti sono parte della risposta. Nel 2025 la Banca Mondiale ha annunciato un supporto al Progetto aria pulita del Bangladesh (BCAP), il quale include controlli più stringenti sulle emissioni dei veicoli, centri più avanzati per l’ispezione dei veicoli e l’introduzione di 400 bus elettrici a zero emissioni. Per i residenti di Dhaka, le cifre rappresentano un problema nella vita quotidiana: aria inquinata lungo strade trafficate, polvere intorno ai cantieri ed esposizione alle emissioni del traffico e dell’attività industriale. Le prove dimostrano che migliorare la qualità dell’aria richiederà un’azione trasversale a diversi settori piuttosto che una soluzione unica. L’inquinamento dell’aria a Dhaka è una sfida complessa che mette a rischio l’ambiente e la salute pubblica. Dati recenti mostrano che il Bangladesh rimane tra i Paesi con la concentrazione media annuale del PM2,5 più alta al mondo, mentre degli studi condotti nel Paese hanno documentato i rischi per la salute associati all’esposizione ad aria inquinata. Un impegno costante nel ridurre emissioni ed esposizione sarà cruciale per migliorare la qualità dell’aria, a Dhaka e nel resto del Bangladesh. Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza বাংলাদেশ
October 2, 2026
Pressenza
Latina: Per il Brasile e per l’America latina
La sfida è tra il progetto democratico di Lula e quello apertamente autoritario, incarnato da Flávio Bolsonaro. Il probabile ballottaggio si terrà il prossimo 25 ottobre. In gioco c'è il futuro dell'intero continente
October 2, 2026
PeaceLink
Festa dell’Assemblea Permanente del Terzo Settore – 3 ottobre 2026
Ti senti stanc@ di essere sottopagat@ o sfruttat@? Quante volte ti sei ritrovat@ a fare i conti con un lavoro che non riconosce il tuo valore, trattando la tua professionalità come semplice “volontariato”? Sul posto di lavoro non sei sol@. È ora di parlarne, confrontarci e cambiare le cose insieme Quando: 3 ottobre 2026 alle 18:00 Dove: Casale Garibaldi, Via Romolo Balzani 87, Roma Unisciti a noi per conoscerci, raccontare le nostre storie e costruire qualcosa di più forte. Ti aspettiamo! L'articolo Festa dell’Assemblea Permanente del Terzo Settore – 3 ottobre 2026 proviene da Casale Garibaldi.
October 2, 2026
Casale Garibaldi
Latina: Panama, agenti infiltrati contro sindacati e movimenti
Un dossier presentato alla Procura denuncia almeno 24 agenti inseriti per anni nelle organizzazioni sociali, tra pedinamenti, profilazione e costruzione di accuse. Sullo sfondo, la repressione del governo Mulino e il rafforzamento della cooperazione sulla sicurezza con Stati Uniti e Israele
October 2, 2026
PeaceLink
LFI e la gioventù “manipolata”: il ritorno di un vecchio ritornello
Da una parte della sinistra socialista fino all’estrema destra, numerose voci accusano il movimento Insoumis (LFI), il partito di Mélenchon) di essere dietro i blocchi dei licei. Si tratta di una strategia di attacco infantilizzante, vecchia quanto la mobilitazione della sinistra contro le disuguaglianze scolastiche. Da tre giorni, ogni mattina, Aurélie Trouvé si mette alla guida della sua auto e cambia direzione in base ai messaggi che riceve sul telefono. Spostandosi dai licei bloccati ai presidi degli insegnanti davanti ai commissariati dove sono trattenuti i loro studenti, la deputata di La France Insoumise (LFI) percorre i comuni della sua circoscrizione nella Seine-Saint-Denis. “Qui abbiamo una sinistra sindacale, associativa e politica solidale e sempre in contatto; quindi siamo al corrente di tutto e le informazioni ci arrivano direttamente”, spiega a Mediapart. È proprio attraverso questi canali che la parlamentare ha appreso, giovedì 1° ottobre, del blocco del liceo professionale Théodore-Monod di Noisy-le-Sec. Si è recata subito sul posto, racconta, per “fare da cuscinetto nei confronti della polizia”, proprio mentre in diverse città venivano segnalati episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine. “Non è il nostro ruolo, ma abbiamo svolto un’opera di mediazione”, afferma Aurélie Trouvé, affiancata da amministratori locali socialisti e comunisti, nonché da insegnanti e genitori degli studenti. Venerdì mattina, la deputata ha fatto il giro dei commissariati per avere notizie sui giovani fermati il giorno precedente. All’esterno, ha inoltre trasmesso le informazioni agli insegnanti presenti – per lo più iscritti alla CGT – affinché potessero a loro volta informare genitori e avvocati. Con le procure al collasso – il governo ha annunciato quasi duemila fermi in Francia –, i giovani che lei ha incontrato, alcuni dei quali appena quattordicenni, sono ancora privi di un avvocato d’ufficio e attendono ancora di essere interrogati dalla polizia. Quando gli studenti interessati provengono da istituti situati fuori dalla sua circoscrizione, Aurélie Trouvé avvisa i deputati della France Insoumise (LFI) di riferimento. Perché tutti sono mobilitati. LFI ha infatti teorizzato da tempo la strategia del “un piede dentro, un piede fuori”: esponenti presenti negli organi decisionali, ma anche sul campo, a sostegno delle lotte sociali. A titolo di esempio, diversi esponenti di LFI – come David Guiraud a Roubaix (Nord) o Bally Bagayoko a Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) – si sono piazzati davanti alle scuole, cartelli alla mano, per denunciare la chiusura di classi, già all’indomani delle elezioni amministrative del marzo 2026. “Ci accusano di manipolare i giovani, ma il movimento non parte da noi. Noi interveniamo quando c’è un problema. E ne veniamo a conoscenza rapidamente, perché abbiamo insegnanti e genitori nei nostri circuiti di comunicazione; i mesi di scuola persi li viviamo anche noi come genitori, quindi siamo informati”, ribadisce con forza Aurélie Trouvé, già mobilitatasi l’anno scorso in licei che da anni chiedevano la presenza di infermieri, assistenti sociali e consulenti per l’orientamento. Il ruolo catalizzatore dei social network Quando, una decina di giorni fa, sono iniziati i blocchi dei licei, i social network si sono riempiti di video di studenti che descrivevano le loro deplorevoli condizioni di studio, oltre che di immagini di raduni o di cassonetti in fiamme. Su questi canali, dove LFI sbaraglia la concorrenza politica, sono diventati rapidamente virali anche i video di deputati del movimento intenti a intonare La Marsigliese in mezzo a gruppi di liceali o a interporsi – con la fascia tricolore a tracolla – tra agenti di polizia e giovani manifestanti. A Lilla (Nord), è Aurélien Le Coq a sbarrare la strada a poliziotti in tenuta antisommossa; ad Argenteuil (Val-d’Oise), Paul Vannier richiama un agente in borghese armato di pistola: «Dovrebbe indossare un bracciale identificativo»; a Parigi, Aymeric Caron si mette in mostra davanti a un liceo del IX arrondissement. L’attivismo politico degli esponenti di LFI ha fatto emergere, nel pieno del caso Bardella, un sorprendente consenso trasversale che va da una parte della sinistra socialista fino all’estrema destra. «Quando c’è qualcosa di marcio, c’è di mezzo LFI», ha sintetizzato Sébastien Chenu, portavoce del RN, interpellato mercoledì dalla stampa all’Assemblea nazionale. «L’estrema sinistra è irresponsabile, soffia sul fuoco, manipola…» Da Madrid, Emmanuel Macron ha voluto commentare gli eventi, definendo «grave» che dei responsabili politici «aizzino» i giovani, mentre Marine Le Pen ha denunciato in un lungo video: «Eletti che, indossando la fascia tricolore, si credono legittimati a trascinare i nostri liceali in queste logiche violente e, direi persino, fasciste». La deputata di Renaissance Il partito di Macron) Prisca Thevenot, vicina a Gabriel Attal, ha dal canto suo aspramente criticato la «strumentalizzazione politica» da parte degli esponenti di La France Insoumise (LFI), «i quali per di più sostengono di non c’entrare nulla». «Chi vediamo ballare mentre i licei vanno a fuoco? Eletti di LFI!», ha tuonato l’ex ministra, già responsabile per le politiche giovanili nel governo. «La responsabilità di LFI è piena e totale. Non si può usare la nostra gioventù come carne da cannone». Un modo per negare agli studenti qualsiasi iniziativa autonoma, denuncia la deputata di LFI Marianne Maximi. «Chi pensa che siamo noi a tirare i fili, in realtà pensa che i giovani siano degli idioti. Poiché sono minorenni, si ritiene che non abbiano capacità di discernimento né il diritto di fare politica o di organizzarsi; eppure, si possono avere 14 anni e compiere scelte politiche ponderate. Questi giovani vivono sulla propria pelle la “Francia di Macron” e non è un caso che abbiano adottato questa espressione», afferma. È a Saint-Denis – come spesso accade dalle ultime elezioni amministrative – che gli attacchi contro il movimento di Mélenchon si sono fatti più accesi. Il sindaco, Bally Bagayoko, si è mostrato più volte sul campo, al fianco degli studenti dei licei Paul-Éluard e Bartholdi. Un comportamento che ha scatenato l’ira dei media di Vincent Bolloré, nonché della destra e dell’estrema destra. La presidente della regione Île-de-France, Valérie Pécresse (esponente dei Républicains – LR -destra), gli ha persino inviato simbolicamente una fattura da 100.000 euro per le riparazioni materiali, ritenendolo responsabile dei danni. Il prefetto di polizia del dipartimento, Patrice Faure, ha a sua volta adito le vie legali per «presunti atti di istigazione a commettere un reato». In una segnalazione inviata alla procura di Bobigny ai sensi dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, l’ex capo di gabinetto di Emmanuel Macron ha fatto riferimento ad affermazioni che presentavano «la reazione violenta come una possibile risposta comprensibile o legittima all’azione delle forze dell’ordine». Bruno Retailleau, candidato del partito LR alle presidenziali, è arrivato al punto di «porre la questione» di una «messa al bando di LFI», giovedì su BFMTV. «So che è una questione giuridicamente molto complessa, ma la lancio nel dibattito pubblico», ha dichiarato l’ex ministro dell’Interno. «Non si può più far finta di nulla». «Lotte non violente» Le espressioni utilizzate dalle autorità pubbliche e dalle forze politiche sono tutt’altro che originali: si tratta anzi di un vecchio ritornello, intonato a ogni mobilitazione giovanile. Già nell’estate del 2023, quando le periferie popolari insorsero dopo la morte di Nahel Merzouk a Nanterre (Hauts-de-Seine), la risposta di Emmanuel Macron rimase impressa nella memoria: «Ordine, ordine, ordine», disse allora il Presidente della Repubblica in televisione. All’epoca, LFI era già percepita come uno dei catalizzatori della rabbia delle periferie. «L’estrema sinistra ha una responsabilità enorme, poiché ha chiaramente incitato alla rivolta», aveva affermato Éric Ciotti, allora presidente di LR e oggi alleato di Marine Le Pen. Anche Gérald Darmanin, allora ministro dell’Interno, aveva tuonato: «Vergogna a chi non ha invitato alla calma». Jean-Luc Mélenchon ha risposto ai suoi detrattori giovedì sera, durante una conferenza organizzata dal suo movimento. «Da quando esistono le lotte e gli “insoumis”, ogni volta mi sento dire: “Allora, volete appropriarvi del movimento?”», ha lamentato il leader del movimento. «Non pretendiamo di guidare il movimento dei liceali e degli studenti. Non siamo tra coloro che, negli anni ’80 e ’90, manipolavano la rappresentanza delle persone da certe sedi politiche». Poco prima, lo stesso aveva ironizzato ai microfoni di Public Sénat: «È il primo movimento di massa convocato per telepatia, dato che non c’è un volantino, un discorso, un appello né alcuna iniziativa da parte di un qualsiasi militante della France Insoumise per mobilitare i licei», ha dichiarato l’uomo che nel 2000 era stato nominato ministro dell’Istruzione professionale da Lionel Jospin, proprio mentre era in corso una mobilitazione studentesca nei licei. «L’ho detto, lo dico e lo ripeto: noi siamo favorevoli a metodi di lotta non violenti», ha aggiunto. «[Attaccare la LFI] è un modo, per loro, di evitare di affrontare la questione. Fanno finta che il problema non esista. Il problema, secondo loro, sarebbero Mélenchon e la LFI». «Per la destra è insopportabile che molti giovani abbiano una coscienza politica», denuncia anche Aurélie Trouvé. TRADUZIONE TURI PALIDDA Redazione Italia
October 2, 2026
Pressenza
Difendiamo i Crinali mugellani, aiutiamo Italia nostra e Club Alpino Firenze
ITALIA NOSTRA e CLUB ALPINO sez. FIRENZE sono stati condannati a pagare a caro prezzo la loro lotta in difesa dell’ambiente, del paesaggio e del diritto alla salute dei cittadini con una sentenza che ammette l’abbattimento dei boschi, l’esaurimento di … Leggi tutto L'articolo Difendiamo i Crinali mugellani, aiutiamo Italia nostra e Club Alpino Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
In tutta la Cisgiordania si moltiplicano gli assalti dei coloni israeliani
Per Benjamin Netanyahu sono un manipolo di giovani teppisti e facinorosi, la RAI li definisce invece degli escursionisti, mentre Enrico Mentana usa a fatica il termine in inglese. Quando si parla di coloni israeliani, abbondano gli eufemismi, nel tentativo di edulcorare la realtà dei fatti, che quotidianamente viene aggiornata da assalti e violenze nei confronti del popolo palestinese. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre scorso un centinaio di coloni ha attaccato il villaggio di Jalud, a pochi chilometri da Nablus, incendiando auto e abitazioni. Nelle stesse ore sono state registrate delle aggressioni nei villaggi di Qaryut e al-Mughayyir. Gli attacchi si inseriscono in un crescente quadro di violenza, corredato da impunità e protezione da parte dell’esercito. Il tutto mentre vengono approvati nuovi progetti per l’ampliamento delle colonie in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. Due mesi fa la famiglia Tubasi è stata costretta a lasciare Jalud a causa dei ripetuti attacchi dei coloni, provenienti dal vicino insediamento di Shilo. Quest’ultimo è soltanto una delle centinaia di colonie che sottraggono risorse al territorio dello Stato palestinese, nei confini individuati dalle Nazioni Unite, impedendo di fatto la continuità territoriale tra villaggi e città. La casa della famiglia Tubasi si trova nell’Area C della Cisgiordania, eredità degli accordi provvisori di Oslo. Tel Aviv mantiene qui un controllo amministrativo e militare. Pochi giorni fa la Corte Suprema israeliana aveva ordinato il ritorno della famiglia Tubasi alla propria abitazione, scatenando l’indignazione dei coloni, che nella notte tra il 28 e il 29 settembre hanno deciso di assaltare il villaggio per allontanare nuovamente la famiglia palestinese. L’esercito israeliano, come spesso accade, non ha impedito l’aggressione dei coloni, che a Jalud sono stati liberi di bloccare strade, dare alle fiamme automobili e danneggiare pesantemente il complesso residenziale dei Tubasi. Il premier Benjamin Netanyahu ha descritto il centinaio di aggressori come «un piccolo gruppo di facinorosi che non rappresenta la popolazione dei coloni in Giudea e Samaria (i termini biblici con cui la destra israeliana indica la Cisgiordania, ndr) che invece rispetta la legge, arrecandole un enorme danno d’immagine». Il riferimento è alla legge dello Stato ebraico, che nel permettere l’espansione delle colonie viola il diritto internazionale. L’immagine del «piccolo gruppo di facinorosi» — ripresa durante l’ultimo discorso solitario all’ONU, dove i coloni aggressori sono stati definiti «un manipolo di giovani teppisti» — non regge di fronte alla realtà dei fatti. Nelle stesse ore dell’assalto a Jalud, altri gruppi di coloni seminavano violenza in giro per la Cisgiordania. A Qaryut, a sud di Nablus, hanno fatto irruzione nella casa di un’anziana donna palestinese, picchiandola e ferendola alla testa. Ad al-Mughayyir, a circa 30 chilometri da Ramallah, i coloni hanno attaccato le case degli abitanti palestinesi mentre l’esercito israeliano irrompeva nel villaggio per arrestare un ragazzo. Non si tratta di casi isolati, ma di scene quotidiane, intensificatesi notevolmente dal 7 ottobre 2023. Quest’anno hanno visto un’ulteriore accelerazione, soprattutto in estate. A fine luglio si è consumata una delle aggressioni più sanguinose: decine di coloni armati hanno assaltato il villaggio di Tell. Ne è nata una sparatoria, durante la quale sono morti quattro civili palestinesi, un colono e un soldato israeliano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato, da gennaio ad agosto, più di 1.600 attacchi condotti dai coloni in 275 comunità palestinesi. Praticamente 6,7 al giorno, contro i cinque giornalieri dell’anno scorso. Si tratta del dato più alto mai registrato dall’OCHA, che ha iniziato il suo monitoraggio nel 2005. Soltanto ad agosto sono state realizzate circa 270 aggressioni che hanno provocato vittime o danni materiali, mentre da gennaio a luglio la media è stata di 190 attacchi mensili. Le violenze dei coloni procedono di pari passo con l’espansione degli insediamenti illegali — su cui il governo Netanyahu ha basato buona parte del consenso nazionale. A fine 2025, in appena tre anni di mandato, erano state approvate 69 colonie, tra nuovi progetti e “legalizzazione” di avamposti già esistenti. L’ultimo censimento dell’ONU, aggiornato al 2023, registra 279 colonie israeliane in Cisgiordania, per un totale di 700.000 occupanti. Le condanne delle istituzioni internazionali si sprecano, ma manca l’implementazione a livello statale. Di fronte a tale disegno coloniale, e alla perpetrazione di un genocidio nella Striscia di Gaza, l’Unione europea non è stata in grado di adottare alcun regime sanzionatorio nei confronti di Israele, come invece fatto per la Russia a seguito dell’aggressione all’Ucraina. Bruxelles si è limitata a misure di facciata contro alcuni “coloni violenti”, dando il via a una sorta di scaricabarile istituzionale coi Paesi membri. Alcuni si sono mossi autonomamente, come nel caso dello stop — per ora solo annunciato — al commercio dei prodotti provenienti dalle colonie. L’Italia, nonostante l’ampio movimento popolare, ha deciso di non unirsi, optando per l’ostruzionismo a livello europeo con l’obiettivo di preservare le relazioni con l’alleato israeliano. The post In tutta la Cisgiordania si moltiplicano gli assalti dei coloni israeliani appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Frontiera Albania
Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale. Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro. Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati. Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali. Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa. Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa. Prefazione di Behrouz Boochani Leggi l’anteprima GLI AUTORI Luca Rondi (Biella, 1995) è giornalista, scrive inchieste e reportage per il mensile Altreconomia. È coautore di “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” (2024) con Lorenzo Figoni; “Respinti. Le ‘sporche frontiere’ d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo” (2022) con Duccio Facchini e di alcuni contributi nel saggio “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” (2024) curato da RiVolti ai Balcani. Tutti i libri sono editi da Altreconomia. Con Silvia Baldetti ha curato il podcast “Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante”, prodotto da Engim internazionale in collaborazione con Altreconomia e Border radio.

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