“Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale internazionale
Ida Ilenia Macera è una scrittrice italiana originaria di Sesto Campano, in Molise e attualmente residente in Germania. Qui ha ideato “Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale sviluppatosi come un libro itinerante, senza proprietario, che viaggia sui treni e passa di mano in mano tra sconosciuti. Le abbiamo posto alcune domande sul suo progetto. Da dove è nata l’idea di questa iniziativa? L’idea è nata in Germania, in un momento della mia vita in cui mi sono trovata a confrontarmi da vicino con la solitudine. Sono originaria di Sesto Campano, in Molise, e trasferirmi in un altro Paese ha significato ricominciare molte cose da capo: una nuova lingua, nuovi luoghi, nuove abitudini e persone che inizialmente non conoscevo. Io scrivo da quando ero bambina e la scrittura è sempre stata per me un modo per dare forma a ciò che faccio fatica a esprimere. A un certo punto mi sono chiesta se un libro potesse fare qualcosa di diverso dal semplice essere letto: se potesse diventare un’occasione concreta di incontro. Da questa domanda è nato “Il libro che non vuole stare da solo”, titolo originale “Das Buch das nicht allein sein will”. Ho immaginato un libro senza un proprietario definitivo, destinato a viaggiare soprattutto sui treni, a essere trovato, letto e poi lasciato nuovamente in viaggio. Così il libro è diventato un viaggiatore. Non ha una casa definitiva e non appartiene a una sola persona. Ogni lettore può aggiungere una frase o un ricordo.  Qual è l’obiettivo? L’obiettivo principale è molto semplice: creare un contatto. Viviamo in una società continuamente connessa attraverso la tecnologia, ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi vicini. Volevo costruire una connessione diversa, più lenta e più umana. Una persona trova il libro, legge le parole di qualcuno che forse non incontrerà mai, poi può lasciare un proprio messaggio e permettere che quella voce continui il viaggio. Ogni lettore può diventare parte del progetto. Il libro non deve essere posseduto definitivamente: deve essere attraversato. Proprio perché non appartiene per sempre a nessuno, può appartenere simbolicamente a tutti. All’interno del libro c’è un QR code che conduce al sito ufficiale. Chi trova il volume può segnalare dove si trova e, se lo desidera, lasciare un messaggio. Io raccolgo personalmente queste segnalazioni e aggiorno la mappa interattiva del viaggio. La mappa rende visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile: ogni punto rappresenta una persona che ha deciso di lasciare una traccia. Per questo la considero una sorta di archivio umano di parole, emozioni e frammenti di vita. Il QR code è il ponte tra il viaggio reale e quello digitale. Il fascino sta nell’imprevedibilità: non posso sapere in anticipo dove andrà il libro o chi incontrerà. Puoi raccontarci qualche episodio particolarmente significativo legato al tuo progetto? Mi colpisce soprattutto la reazione delle persone quando scoprono che quel libro non ha un proprietario e che possono prenderlo, leggerlo e rimetterlo in viaggio. La cosa che mi emoziona maggiormente sono i messaggi. Alcune persone raccontano dove hanno trovato il libro, perché hanno deciso di farlo ripartire o condividono emozioni personali. Quando leggo queste parole penso che il libro abbia smesso di essere soltanto una mia opera: è diventato qualcosa di collettivo. La crescita del progetto mi ha sorpresa. È nato in Germania, ma progressivamente ha superato i confini del luogo in cui è stato concepito, diventando un progetto raccontato a livello internazionale. È stato raccontato da realtà giornalistiche italiane e tedesche e ha raggiunto anche la comunità italiana all’estero, attraverso testate come Il Globo. Il percorso del progetto ha quasi imitato quello del libro: partire da un luogo, attraversare un confine e arrivare altrove. Sono partita da Sesto Campano, in Molise e oggi vedere questa storia viaggiare così lontano mi emoziona profondamente. Il libro tiene insieme entrambe le dimensioni della mia vita. Come italiana emigrata in Germania hai conosciuto situazioni di solitudine ed emarginazione, ma anche di apertura e vicinanza? Sì e credo che proprio questa esperienza abbia contribuito a dare forma al progetto. La lingua, in particolare, può diventare una distanza. Non riuscire a esprimere esattamente ciò che si pensa significa, a volte, avere la sensazione che una parte della propria identità rimanga dall’altra parte della frase. Per chi scrive questa distanza può essere ancora più forte. La mia esperienza in Germania non è soltanto una storia di difficoltà: ho incontrato anche persone disponibili, curiose e gentili e ho scoperto che spesso basta un piccolo gesto per ridurre una distanza enorme. Migrare significa anche incontrare, cambiare prospettiva e imparare a guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri. Il libro nasce anche da questo passaggio. È nato in Germania, ma porta con sé l’Italia, il Molise, la mia storia e tutte le domande che una persona si porta dietro quando attraversa un confine. È scritto in tedesco, nella lingua del Paese nel quale oggi vivo e per me questo ha un significato simbolico: una lingua che inizialmente rappresentava una difficoltà può diventare uno strumento per costruire un ponte. Pensi che la tua iniziativa possa aprire spazi di dialogo tra persone che, pur provenendo da Paesi diversi, hanno comunque tanto in comune? Credo che un libro non possa risolvere problemi sociali complessi, ma possa creare uno spazio nel quale guardare l’altro non attraverso un’etichetta, ma attraverso una storia. Dietro parole come “migranti”, “italiani”, “tedeschi” o “stranieri” rischiamo di dimenticare persone con paure, desideri, ricordi, fragilità e speranze. Il progetto non vuole cancellare le differenze, ma conoscerle e rispettarle. Prima di chiederci da dove venga qualcuno, potremmo chiederci cosa abbia vissuto. Una persona trova il libro in un treno o in un luogo pubblico e può scoprire che una paura, un desiderio o una solitudine che credeva soltanto propria è stata vissuta anche da qualcun altro. In quel momento accade qualcosa di semplice: uno sconosciuto smette di essere soltanto uno sconosciuto. Forse è proprio la solitudine uno dei punti in cui possiamo incontrarci tutti. La conosce chi emigra, ma anche chi rimane nel proprio Paese o attraversa un periodo difficile. La solitudine non ha nazionalità e non parla una sola lingua. Ecco perché ho scelto di parlare di un libro che non vuole stare da solo. In fondo, quella frase non riguarda soltanto il libro. Riguarda noi. Il libro viaggia perché qualcuno lo lascia andare, passa di mano perché qualcuno decide di fidarsi di uno sconosciuto e continua a vivere perché ogni persona può aggiungere qualcosa. Mi piacerebbe costruire nel tempo una grande mappa di queste persone e di questi incontri, capace di mostrare non soltanto dove è arrivato il libro, ma quante persone hanno deciso di affidargli una parte di sé. Il progetto non pretende di risolvere la solitudine e un libro non può sostituire una relazione, ma può fare qualcosa di piccolo: aprire una porta, creare un momento di ascolto, ricordare a qualcuno che dall’altra parte di una pagina esiste un’altra voce. Vorrei che rimanesse l’idea che una persona possa fare qualcosa di semplice per un’altra persona che non conosce. Prendere un libro. Leggerlo. Lasciare una parola. E poi lasciarlo andare. Forse il vero viaggio non è quello del libro sui treni, ma quello delle persone che decidono di uscire dal proprio isolamento e affidare qualcosa di sé a chi verrà dopo. Il progetto è nato in Germania, ma oggi ha assunto una dimensione internazionale, arrivando a coinvolgere persone e realtà anche in Italia e all’estero. Che cosa significa per te, come scrittrice, vedere una tua idea nata da un’esperienza personale trasformarsi in un progetto capace di attraversare Paesi, lingue e culture diverse? Per me è qualcosa di profondamente significativo. Non avrei immaginato che un’idea nata in Germania potesse attraversare confini, lingue e culture. Oggi “Il libro che non vuole stare da solo” ha assunto una dimensione internazionale e sta creando una rete di persone e realtà che si incontrano attraverso un libro. Questo mi fa riflettere sul senso della scrittura: una storia può nascere da un’esperienza individuale e diventare un luogo nel quale altre persone si riconoscono, lasciano una traccia e continuano il racconto. Come scrittrice, sento che questo progetto rappresenta un’evoluzione del mio modo di scrivere. La parola non è più soltanto qualcosa che metto sulla pagina: è diventata un modo per creare connessioni tra persone lontane. Forse è proprio questo che mi interessa oggi della letteratura: la possibilità che una voce nata in un luogo possa essere ascoltata altrove e, attraversando lingue e confini, diventare parte di una storia più grande di quella di chi l’ha scritta.   Anna Polo
September 21, 2026
Pressenza
I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra
L’ editoriale del Corriere della Sera di un giornalista di solito serio come Danilo Taino (“La guerra ibrida è tra noi”), indica come la propaganda di guerra abbia ormai perso i freni inibitori e istighi apertamente l’opinione pubblica a schierarsi – o almeno a non opporsi – al coinvolgimento dell’Italia […] L'articolo I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra su Contropiano.
September 21, 2026
Contropiano
Taylor Swift, Messi e gli altri: le star che si fanno difendere da agenti israeliani
L’esternalizzazione della sicurezza personale delle élite occidentali verso agenzie composte da ex membri dell’intelligence e delle forze armate israeliane non è derubricabile a una mera scelta di mercato. Rappresenta, al contrario, un fenomeno sistemico di privatizzazione e dislocazione del potere in cui le capacità operative di apparati statali, storicamente impiegati in contesti di occupazione e controterrorismo, vengono riconvertite in un servizio di lusso per oligarchi, vertici aziendali, stelle dello sport e dello spettacolo. Questo trasferimento di competenze dal settore militare statale (IDF, Shin Bet, Mossad) all’imprenditoria privata solleva interrogativi geopolitici ineludibili. Affidare la protezione e, inevitabilmente, l’accesso ai dati più intimi di personaggi tanto influenti sull’opinione pubblica, a reti strettamente collegate a un’intelligence straniera configura una silente ma pervasiva egemonia basata sulla raccolta di informazioni sensibili, mascherata da servizio di tutela personale. Il caso Epstein deve essere una guida rispetto alla relazione tra potere e ricatto. Gli agenti dei servizi segreti israeliani non muoiono o svaniscono ma si trasferiscono a Hollywood, scrive il New York Post. Così è stato per decenni, in una relazione speciale con Israele, e ora ci sono una miriade di agenzie di sicurezza israeliane, sia a Los Angeles che in tutto il mondo, a guardia di molte delle figure più ricche, famose e influenti del pianeta. La superstar del calcio Lionel Messi, che nel 2020 è diventato il volto di una società israeliana di intelligenza artificiale con personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), è accompagnato da una forza selezionata di ex agenti israeliani ovunque vada. Già da tempo sappiamo di Brad Pitt e Jennifer Aniston, così come di Mel Gibson e anche Justin Bieber, il cui caso è venuto alla luce nel 2013 per una rissa con il suo bodyguard, Moshe Benabou, ex IDF e CEO di IsraGuard Security Services. Ma sappiamo anche di Taylor Swift, e di una sua guardia del corpo tornata in Israele per combattere, così come di Kim Kardashian, Madonna, Pink e Jennifer Lopez. L’attrice Lucy Liu, già nel 2014 diceva di essere seguita ovunque da una squadra di sicurezza israeliana. In breve, le guardie del corpo israeliane sono molto ricercate. “C’è domanda in tutto il mondo. La sicurezza israeliana è come la Coca-Cola”, ha detto Roman Tukh, cofondatore di Guise Security; “non devi pubblicizzare te stesso, hai un nome”, ha chiosato. La penetrazione di questo complesso militare-privato nel tessuto connettivo occidentale è il risultato di una pianificazione decennale. L’architettura di questo monopolio risale almeno al 1985, anno in cui Moshe Alon, ex agente dei servizi segreti israeliani giunto negli Stati Uniti per le Olimpiadi di Los Angeles, fondò la Professional Security Consultants (PSC). Nata inizialmente come società di consulenza per le aziende della lista Fortune 500, la PSC ha progressivamente espanso il proprio raggio d’azione fino a includere la protezione esecutiva e la gestione della sicurezza per infrastrutture civili su larga scala. Oggi l’azienda impiega migliaia di addetti e opera in oltre quaranta Stati americani, con ramificazioni in Europa e Medio Oriente. Questo modello pionieristico ha fatto da apripista a innumerevoli altre realtà corporative. Aziende come la R&H Global Protection commercializzano apertamente l’estrazione militare dei propri operatori, vantando squadre guidate da veterani delle forze speciali israeliane e dello Shin Bet (l’Agenzia di sicurezza interna di Israele). L’offerta di questi servizi si rivolge a diplomatici, manager e individui ad alto patrimonio, garantendo operazioni “discrete” su scala globale e vendendo la provenienza militare israeliana come il massimo standard di eccellenza e affidabilità. L’approccio operativo di questi agenti deriva da istituzioni che hanno teorizzato e praticato la rimozione dei vincoli etici. Come documentato nell’inchiesta The Gatekeepers, del 2013, in cui l’ex direttore dello Shin Bet, Avraham Shalom, difendeva apertamente le azioni della sua agenzia affermando che “con il terrorismo non c’è morale”, l’addestramento di questi operatori si fonda su tattiche spietate che storicamente hanno incluso l’abbattimento di interi edifici e uccisioni di civili, insomma su un approccio amorale alla “neutralizzazione” di ciò che è ritenuto una minaccia. Nell’Occidente odierno, questo curriculum controverso, forgiato nei Territori Occupati e a Gaza e altrove, non rappresenta uno stigma, ma viene contrabbandato dal marketing come consapevolezza situazionale, disciplina ineguagliabile, professionalità e orientamento al risultato. Insomma il male viene ripulito nel suo opposto, il bene, per la sicurezza dei ricconi che devono difendersi dalle orde di poveri e ignoranti che voglio farsi foto con gli idoli della società dello spettacolo. 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September 21, 2026
L'INDIPENDENTE
1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché oggi lo fanno anche i nostri idoli
Che cosa spinge a fare della propria pelle una tela, fino a ricoprirla quasi per intero di immagini permanenti? E che cosa succede quando quella tela diventa un palcoscenico, esibito ogni weekend sotto i riflettori dello sport? Ragionare e riflettere su una pratica che si è allargata a macchia d’olio può essere un esercizio utile per entrare nelle relazioni complesse tra individuo e società, tra vicende personali e messaggio sociale, tra pulsione soggettiva e conformismo. Ed altro ancora. Nella prima parte di questa analisi sociologica Aurelio Angelini si sofferma sulle spinte motivazionali del tatuaggio. Esso «non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale  su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico»[i.l.] ______________ Perché una persona trasforma la propria pelle in una superficie narrativa, fino a coprirla quasi interamente di segni indelebili? La sociologia del corpo insegue questa domanda da decenni, senza trovare un’unica causa. Costruzione dell’identità, bisogno di appartenenza, memoria biografica, controllo di sé: fattori che si intrecciano e pesano diversamente da persona a persona. Ridurre il tatuaggio a una moda o a un sintomo di disagio significa perdere di vista questa complessità. Il corpo, scriveva Maurice Merleau-Ponty, «è il nostro mezzo generale di avere un mondo». Non un involucro biologico, dunque, ma lo strumento con cui percepiamo la realtà ed entriamo in relazione con gli altri. Intervenire su di esso significa intervenire anche sulla rappresentazione di sé. IL CORPO COME AUTOBIOGRAFIA VISIVA Gli studi sulla comunicazione incarnata offrono una delle chiavi di lettura più solide. Il corpo tatuato funziona come un medium: racconta non solo chi lo indossa, ma la cultura e le norme entro cui costruisce la propria identità. Non è più il supporto di una storia, ma parte del racconto: rende visibile ciò che resterebbe interiore, un’esperienza, una perdita, un passaggio biografico. Moltiplicandosi, i segni compongono una trama, un’autobiografia visiva sedimentata per accumulo più che progettata a tavolino. Anche il significato di ogni segno resta aperto: un’immagine scelta a vent’anni può essere riletta, decenni dopo, alla luce di esperienze nuove. La pelle è un archivio dinamico, stabile nelle immagini, mobile nelle interpretazioni. RIAPPROPRIARSI DEL CORPO IN UNA SOCIETÀ CHE LO DISCIPLINA C’è poi l’esigenza di esercitare un controllo simbolico e materiale sul proprio corpo. Nelle società contemporanee il corpo non è più un dato di natura, ma un progetto permanente: alimentazione, sport, cosmetica, chirurgia estetica allineano l’immagine all’identità desiderata, e il tatuaggio vi si inserisce. Ma questa libertà non è neutra: modelli estetici e aspettative professionali ne definiscono i confini, e pubblicità e social media amplificano la pressione, esponendo tutti a immagini idealizzate. «Il corpo è direttamente immerso in un campo politico», ha scritto Michel Foucault: osservato, valutato, disciplinato secondo un ambiente sociale che decide quali corpi siano belli, sani, desiderabili. Tatuarsi può allora diventare un gesto di riappropriazione: l’individuo interviene sulla propria immagine e ne rivendica il diritto di definizione. Il corpo ricevuto alla nascita diventa un corpo interpretato e presentato: una funzione significativa nei momenti di rottura biografica, come una malattia, un trauma o una gravidanza, quando il segno permanente può valere come riconquista simbolica di una corporeità percepita come estranea, senza che ogni tatuaggio nato da un’esperienza difficile debba per questo leggersi come gesto terapeutico. UNA FUNZIONE RITUALE IN UNA SOCIETÀ POVERA DI RITI CONDIVISI Le società contemporanee hanno smontato molti dei riti collettivi che scandivano le tappe dell’esistenza: maggiore età, lutto, nascita trovano sempre meno una cornice condivisa. Da una prospettiva antropologica, la seduta di tatuaggio può assumerne la funzione: scelta dell’immagine, ricerca del tatuatore, attesa ed esposizione del risultato sono le fasi di una pratica capace di segnare simbolicamente una trasformazione. Persino il dolore, affrontato volontariamente, entra in questa dimensione rituale, come prova di resistenza o componente del processo con cui un’esperienza si iscrive nel corpo. Il tatuaggio trasforma un evento privato in una traccia durevole, istituendo una cesura tra un prima e un dopo: il corpo modificato testimonia che un passaggio è avvenuto e che qualcuno ha scelto di conservarne memoria. APPARTENENZA E DISTINZIONE: IL CORPO COME SEGNALE SOCIALE Il tatuaggio parla sempre anche verso l’esterno: persino quando è nascosto, mostrarlo o meno fa parte della gestione sociale dell’identità. «Quando un individuo compare davanti agli altri», osservava Erving Goffman, «le sue azioni influenzano la definizione della situazione che essi si formano». Anche nato da una motivazione privata, una volta reso visibile il tatuaggio viene osservato, interpretato, giudicato: il suo significato si costruisce fra autobiografia individuale, codici culturali e percezione sociale. Può segnalare l’adesione a una comunità religiosa, professionale, sportiva; richiamare una tradizione familiare; rafforzare un legame di gruppo o marcare una differenza. Lo stesso simbolo cambia di segno secondo il contesto: trasgressivo qui, ordinario altrove. Il corpo tatuato esprime due esigenze solo apparentemente opposte, distinguersi come individui ed essere riconosciuti come gruppo. La sua diffusione ne ha ridefinito il valore simbolico: un tempo legato ad ambienti militari o a sottoculture giovanili, oggi attraversa quasi tutti gli strati sociali. La normalizzazione non ne ha cancellato la funzione distintiva, l’ha resa più sottile: la differenza si gioca ora sull’immagine, sulla collocazione, sullo stile, sulla superficie occupata. PERCHÉ I TATUAGGI AUMENTANO: LA DINAMICA ESTETICA CUMULATIVA Quando la superficie tatuata si allarga, entra in gioco anche una logica estetica, che non va letta automaticamente in chiave clinica. Il primo tatuaggio cambia la percezione del corpo intero: le zone ancora libere possono sembrare incomplete rispetto a quelle decorate. Nasce così il desiderio di collegare le immagini e sviluppare uno stile coerente: il corpo concepito non più come superficie che ospita disegni isolati, ma come opera aperta. Si aggiunge la gratificazione del processo stesso: ricerca dell’artista, attesa, seduta, scoperta del risultato formano un ciclo che qualcuno desidera ripetere. Ma la ripetizione non equivale a una dipendenza, che richiede perdita persistente di controllo e prosecuzione nonostante conseguenze gravi: il numero dei tatuaggi, da solo, non è mai un criterio sufficiente per una diagnosi. QUANDO IL SEGNO CERCA DI ELABORARE UN DISAGIO Alcuni studi hanno osservato, in campioni specifici, un’associazione fra esperienze traumatiche e alcune motivazioni legate alle modificazioni corporee: coprire una cicatrice, dare forma visibile a un’esperienza difficile da dire a parole. Ma l’associazione statistica non è un rapporto causale: la presenza di tatuaggi non è un indicatore affidabile di trauma, né una storia traumatica porta necessariamente alla modificazione corporea. Alcune ricerche registrano, dopo il primo tatuaggio, una riduzione dell’ansia legata all’aspetto fisico; altri livelli più alti di estroversione o ricerca di sensazioni, differenze troppo contenute per parlare di una “personalità tatuata”. Il punto critico non è la quantità di pelle coperta, ma la funzione che la pratica assume nella vita di chi la sceglie: il campanello d’allarme suona quando il comportamento diventa incontrollabile o l’unico modo per reggere una sofferenza persistente. IL CATTIVO ESEMPIO DEI CORPI CELEBRI: LO SPORTIVO COME MODELLO INVOLONTARIO In una cultura della comunicazione fondata sull’immagine, questo significato rischia di incrinarsi quando i corpi tatuati più visibili non sono quelli di persone comuni, ma dei personaggi pubblici, e in prima fila, oggi, ci sono gli sportivi. Calciatori, cestisti, nuotatori compaiono tatuati dalla testa ai piedi su ogni schermo, in mondovisione e sui social: il loro corpo diventa un’icona pubblica, replicata all’infinito, prima ancora che una biografia personale. Interviene qui la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura: osservare un modello prestigioso, e per un adolescente nessuno è più prestigioso del campione sportivo, spinge all’imitazione indipendentemente da un giudizio critico sulle motivazioni. Il problema non è il tatuaggio in sé, ma lo scollamento fra segno e senso: ciò che nasce da elaborazione biografica o passaggio rituale, nel gesto imitativo diventa puro accessorio estetico, adottato per assomigliare all’idolo, per apparire anziché raccontare. Il rischio si aggrava perché lo sport si rivolge a un pubblico giovanissimo, spesso privo degli strumenti critici per un rapporto consapevole con la permanenza del segno. La logica dei media, che privilegia l’immagine sulla riflessione, riduce il corpo del campione a un modello a bassa complessità: si vede il risultato, non ciò che qui abbiamo chiamato funzione biografica, rituale o identitaria. Si imita l’effetto, si perde il processo. Non si tratta di colpevolizzare i singoli atleti, spesso portatori essi stessi di storie autentiche, ma di riconoscere una responsabilità comunicativa legata all’esposizione mediatica: un corpo pubblico è sempre, anche involontariamente, un corpo pedagogico. Quando lo spettacolo sportivo insegna implicitamente che tatuarsi è soprattutto un modo per somigliare a chi vince, l’operazione simbolica ricostruita finora rischia di ridursi a puro conformismo estetico: la stessa superficie, svuotata del proprio spessore narrativo. IL PARADOSSO DELLA PERMANENZA Ricoprirsi di tatuaggi non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o, come si è visto, semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico. Resta un paradosso di fondo: attraverso un segno materialmente permanente, la persona cerca spesso di fissare un’identità che continua invece a cambiare. Il tatuaggio aspira a stabilizzare un significato, ma il tempo trasforma sia il corpo sia la storia che quel segno dovrebbe raccontare. La sua permanenza non immobilizza l’identità: ne diventa la traccia visibile delle trasformazioni. ► (1. CONTINUA. NELLA SECONDA PARTE, COSA SAPPIAMO SUL RISCHIO SANITARIO; COSA DICONO LE RICERCHE E I NUMERI)   Aurelio Angelini
September 21, 2026
Pressenza
Dall’Azad Kashmir all’Italia, la voce di chi continua a lottare
MATTEO DEL VECCHIO 1 Il Pakistan sta reprimendo ferocemente il Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento politico nato nel 2023 che unisce lotta di classe ed indipendentismo kashmiro. Dallo scorso giugno, il Kashmir amministrato dal Pakistan è attraversato da una nuova ondata di proteste e violenze: il JAAC ha promosso mobilitazioni per chiedere maggiori diritti politici ed economici per la popolazione locale, oltre a riforme del sistema elettorale. La repressione delle autorità pakistane ha raggiunto un nuovo livello da giugno, quando il governo ha dichiarato il JAAC un’organizzazione terroristica e ha iniziato ad applicare la legge antiterrorismo contro i suoi esponenti e la popolazione kashmira. A luglio, secondo il JAAC e gruppi locali della società civile, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti disarmati, causando almeno 30 morti in due giorni. Le autorità hanno inoltre imposto un blackout delle comunicazioni e proceduto ad arresti di massa, mentre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto un’indagine indipendente e il ripristino delle comunicazioni. Il governo pakistano ha respinto le accuse di un coinvolgimento delle forze di sicurezza nelle uccisioni e ha sostenuto che le proteste fossero sostenute dall’India. In questa intervista ad Adil Bashir, comunista kashmiro rifugiato in Italia e attivista del JAAC, ripercorriamo l’origine e le istanze di questo movimento, che si è reso vocale anche in Italia attraverso le manifestazioni della diaspora kashmira a Bologna e Torino. Adil Bashir è nato nell’Azad Kashmir, una regione del Kashmir amministrata dal Pakistan dal 1947 e già suo padre era impegnato nella lotta per la liberazione. All’università è entrato a far parte di gruppi politici indipendentisti, ma in cui ci si confrontava anche sulla politica internazionale, l’economia e la filosofia politica. È in questo contesto che ha sviluppato il proprio posizionamento comunista e maturato la convinzione dell’importanza della solidarietà internazionalista nella politica globale contemporanea e, in particolare, in quella regionale dell’Asia Meridionale.  Giunto in Italia tramite la rotta balcanica, dove ha conosciuto i soprusi e le violenze della polizia croata al confine con la Bosnia, Adil continua a dedicarsi alla causa, portando la voce delle rivendicazioni del Joint Awami Action Committee. D. QUAL È LA STORIA DIETRO ALLE RIVENDICAZIONI KASHMIRE? R. «A differenza di India e Pakistan, il Kashmir era uno stato principesco,  un dominio indiretto di Londra su cui regnava un Maharaja. Nel 1947, quando i britannici lasciarono il subcontinente indiano, il Pakistan tentò di conquistare il Kashmir e il Maharaja chiese aiuto all’India. Ci fu una guerra e il Kashmir venne spartito. India e Pakistan si impegnarono con l’Onu perché avesse luogo un referendum in cui i Kashmiri avrebbero deciso tra indipendenza o annessione. Questo non accadde mai perché nessuno dei due ritirò le proprie forze. Da allora l’occupazione viene motivata con argomenti securitari, infusi di accuse reciproche, in cui i kashmiri sono dipinti come cooptati agli interessi rivali. In quegli stessi anni, mentre la promessa del referendum rimaneva lettera morta, molti popoli nel mondo si autodeterminavano. I kashmiri volevano lo stesso e non hanno mai smesso di volerlo. Allo stesso tempo in Kashmir c’era una tradizione di lotta di classe già sotto il Maharaja. Per questi motivi i kashmiri si sono sempre dimostrati politicamente attivi e non hanno mai smesso di lottare per i propri diritti, come quello di autodeterminarsi secondo il diritto internazionale». E IL JOINT AWAMI ACTION COMMITTEE, QUANDO NASCE E PERCHÉ? «Il JAAC nacque ufficialmente nel 2023 a Rawalakot per riunire varie istanze sentite tra la gente a causa delle difficoltà economiche. Volevamo creare un movimento di massa capace di attuare la lotta di classe. Riunimmo tutta la società civile. Nel 2024 ci furono delle grandi mobilitazioni per boicottare le bollette elettriche e perché il prezzo del grano fosse calmierato. Inizialmente Islamabad pensò che bastasse abbassare il prezzo del grano per qualche mese e tutto sarebbe rientrato. Ma i kashmiri sanno che il potere se dà qualcosa se lo riprende in sordina poco tempo dopo. Nel 2025 vennero presentate al governo 38 richieste: investimenti per sanità, istruzione, infrastrutture, un taglio alle appropriazioni indebite da parte dell’establishment e soprattutto l’abolizione di 12 seggi (su 53 totali dell’assemblea legislativa dell’Azad Kashmir n.d.r.) riservati ai kashmiri provenienti dall’area occupata dall’India e rifugiatisi in Pakistan. Questi seggi sono lo strumento dell’establishment pakistano per controllare l’assemblea». COME HA REAGITO IL POTERE? «I colloqui col governo si bloccarono sulla richiesta relativa ai 12 seggi. Organizzammo una grande marcia che da tutto il Kashmir sarebbe confluita a Muzaffarabad. Il 5 giugno il governo dichiarò il JAAC e un’organizzazione terroristica e impose il blocco delle comunicazioni. Quella notte in un raid fu ucciso uno dei leader del JAAC. Il suo corpo non venne restituito alla famiglia perché questa si rifiutò di firmare un documento in cui si riconosceva l’appartenenza del morto a un’organizzazione terroristica. La repressione è esplosa e non sembra arrestarsi. Da giugno le nostre manifestazioni vengono attaccate, subiamo esecuzioni sommarie, alle famiglie non vengono riconsegnate le salme e non sappiamo nulla dei nostri compagni arrestati. Prosegue il blocco di internet e ai media esteri è impedito recarsi in Azad Kashmir. Abbiamo perso più di cento compagni. Gli apparati di sicurezza pakistani colpiscono i leader del movimento e coloro che provano a diffonderne il messaggio. Tra questi Usama Jamil, un ricercatore della Quaid-e-Azam University di Islamabad ucciso durante le manifestazioni». QUAL È LA TUA PROSPETTIVA? I Kashmiri sono abituati a resistere, a fare affidamento sulle proprie forze e a sostenersi reciprocamente. Hanno capito che il potere  non gli darà condizioni di vita dignitose e perciò supportano in massa l’indipendenza. Lenin diceva che un movimento nazionalista non può vincere se non è supportato dalla lotta di classe delle masse. La nostra lotta non può prescindere dalla lotta di classe che ci accomuna con il popolo indiano e pakistano. Tutta l’asia meridionale ha molti grandi problemi comuni tra i vari stati. Perché i kashmiri siano indipendenti devono lottare per i bisogni che li accomunano alle classi subalterne degli altri paesi della regione, fino a lottare con esse. Per questo il Pakistan, ma anche l’India, teme tanto il contagio che la nostra lotta può innescare. Per questo per noi la solidarietà è vitale. Non ci aspettiamo che l’UE e l’Onu si attivino improvvisamente. Però non smettiamo di richiamarle ai loro valori. Puntiamo alla solidarietà con i giovani europei, con altri lavoratori immigrati in Europa dall’Asia meridionale e nelle manifestazioni di Bologna e Torino la abbiamo ricevuta». Il 30 agosto, nei giorni in cui questa intervista veniva realizzata, si è tenuta a Torino una manifestazione per l’indipendenza del Kashmir e per la fine della repressione e delle violenze a cui la popolazione kashmira e i membri del Joint Awami action Committee sono sottoposti. Parteciparvi è stato cruciale per dare un volto e concretezza al racconto di Adil sulla lotta che i kashmiri portano avanti anche all’estero. Il corteo era partecipato da lavoratori immigrati della comunità kashmira di Torino e da tantissimi giunti dal resto d’Italia e dall’Europa. Con loro portavano la forza della convinzione che ogni sforzo per diffondere la voce di ciò che accade dal 1947, e di ciò che accade da giugno a questa parte, nell’Azad Kashmir sia un atto rivoluzionario. Hanno sfilato con gioia e coraggio le loro bandiere e i loro slogan chiedendo di essere ascoltati e di essere capiti. Pur non mancando gli appelli all’UE e alle organizzazioni internazionali, la voce del corteo era diretta in primo luogo alla cittadinanza italiana e europea. Perché, come spiega anche Adil, quella dei kashmiri e del JAAC è la lotta di classe di un popolo che ha smesso di chiedere il permesso al potere che da settant’anni li opprime e inganna. In questo era possibile ravvisare similitudini con altri movimenti rivoluzionari dell’area dell’Asia meridionale: le sollevazioni dei lavoratori in Bangladesh, il movimento degli scarafaggi in India, le rivolte in Nepal. Movimenti che in Europa ricevono una lettura parziale quando non inesistente, ma la cui energia ci può raggiungere e ispirare solo se entriamo in contatto solidale con le parole e gli atti di chi li anima. 1. Dopo una laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee alla Statale di Milano, ho completato una laurea magistrale in International Security Studies all Univerzita Karlova di Praga con una tesi sulla manipolazione politica dell’identità nazionale in Turchia dagli anni Settanta ad oggi. Mi interessa la politica internazionale e in particolare mi concentro sulle narrazioni politiche che la animano in tutte le sue dimensioni. ↩︎
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Misurare la grave marginalità
Come si ricorderà, durante i giorni 26, 28 e 29 gennaio scorsi fu realizzata nei 14 Comuni centro di area metropolitana la Rilevazione delle persone senza dimora promossa e coordinata dall’ISTAT, con l’obiettivo di scattare una fotografia puntuale delle forme più gravi di esclusione abitativa.  La Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – fio.PSD fu incaricata dall’ISTAT della conduzione operativa della rilevazione, a partire dalla campagna nazionale Tutti Contano , utile per sensibilizzare, comunicare e reclutare migliaia di volontari e operatori che hanno effettuato le attività di conteggio e condotto le interviste in profondità. Un interessante Discussion paper pubblicato da fio.PSD, dopo i primi risultati diffusi nella Nota ISTAT del 25 marzo, punta a costruire una lettura collettiva e condivisa dei dati presentati alla luce delle esperienze sul campo, delle competenze in materia e delle conoscenza del territorio. Il documento si articola in diverse aree tematiche – sintesi dei risultati del conteggio delle persone senza dimora, riflessioni sul target per studiare il fenomeno, rappresentatività e comparabilità dei dati, visibilità delle categorie sottorappresentate, governance del processo a regia pubblica, dimensione etica della rilevazione – e si chiude con riflessioni sulle prospettive future per lo sviluppo di un osservatorio integrato e permanente della grave marginalità adulta. Partiamo dai dati: la geografia dell’ homelessness vede Roma con il valore assoluto più elevato (2.621 persone, di cui 1.299 in strada), seguita da Milano (1.641, di cui 601 in strada), Torino (1.036, di cui 372 in strada), Napoli (1.029, di cui 566 in strada) e Genova (803, di cui 529 in strada). Casi eccezionali sono rappresentati da Reggio Calabria, con il numero più basso di PSD (31, di cui 14 in strada) e Messina (129, di cui 25 in strada). L’osservazione del genere mostra una componente femminile minore. Le donne senza dimora in struttura sono decisamente più numerose di quelle incontrate in strada. Dal conteggio realizzato, le donne in struttura risultano essere 1.189, cioè il 21,4% delle persone senza dimora ospitate nelle strutture (5.563), con valori più alti a Milano (26,3%), Roma (25,6%) e Catania (23,6%), mentre le donne in strada sono 402, cioè circa il 12% di 3.355 ovvero il numero di persone per cui è stato possibile distinguere il sesso nel conteggio notturno in strada. La nazionalità straniera è una caratteristica dell’homelessness sia in struttura che in strada: nelle strutture di accoglienza notturna le persone di nazionalità straniera sono oltre i due terzi del totale, 3.838, pari al 69% di 5.563; mentre le persone di nazionalità italiana sono 1.725, ovvero il 31% delle persone complessivamente presenti in struttura il 26 gennaio. Alcune città registrano una presenza numerosa: Torino, Milano, Firenze e Bari sono i quattro comuni che ospitano circa l’80% delle PSD straniere. Mentre, Genova, Napoli e Cagliari ospitano la maggior parte di PSD di nazionalità italiana. In strada, le PSD straniere, tra quelle per cui è stato possibile identificare la nazionalità, sono il 70,6%. Rispetto all’età, i giovani tra 18 e i 30 anni accolti in struttura sono il 15,3% (851 persone) delle persone, con una maggiore presenza in alcune città del Sud e delle Isole (Bari 31,2%, Catania 39,3% e Messina 25,0%), ma anche a Milano e Torino la loro presenza è relativamente elevata (20,5% e 17,5% rispettivamente). Diversamente, meno di un quarto delle PSD ospitate supera i 60 anni di età (1.299 persone, ovvero il 23,4%) con picchi su Roma (33,1%), Napoli (29,8%) e Genova (29,6%). In strada, i giovani 18–30 anni sono il 16,2 %, mentre la maggior parte delle persone per le quali è stato possibile identificare l’età durante il conteggio notturno, appartiene alla fascia di età 31–60 anni (73,2%) e gli over 60 sono il 10,6%. > “La rilevazione, si legge nel documento pubblicato da fio.PSD, restituisce una > fotografia della homelessness in strada e in strutture di prima accoglienza, > evidenziando una carenza numerica – misurata nella notte del 26 gennaio – tra > bisogno osservato e risposta disponibile. I dati sulla capienza delle > strutture offrono un’evidenza quantitativa significativa di questo squilibrio > che si presta evidentemente a diverse interpretazioni circa i posti letti > disponibili o inutilizzati. Il rapporto tra posti letto disponibili e persone > senza dimora rilevate è del 66,5%: su 10 persone che avrebbero bisogno di un > posto dove stare, circa 4 rimangono senza copertura. Al tempo stesso, il > rapporto tra ospiti censiti in struttura e totale delle persone senza dimora è > dell’83%, il che significa che, pur in presenza di posti disponibili, circa il > 17% rimane inutilizzato”. Sulla base delle riflessioni raccolte dai soci e dal Comitato Scientifico, fio.PSD formula le seguenti raccomandazioni prioritarie: allargare progressivamente il perimetro di osservazione includendo le altre categorie ETHOS (la Classificazione europea dei Senza Dimora e dell’esclusione abitativa con una strategia graduale e condivisa: senza tetto, ovvero senza riparo di alcun genere, dormendo in modo approssimativo; senza casa, ovvero con un posto dove dormire ma temporaneamente nelle istituzioni o nei rifugi; sistemazioni insicure, ovvero minacciati di grave esclusione a causa di tenute insicure, sfratti, violenza domestica; sistemazioni inadeguate in roulotte su campeggi illegali, in alloggi inadeguati, in sovraffollamento estremo); integrare la metodologia PiT (Point-in-Time, una tecnica di ricerca statistica utilizzata per contare e analizzare la popolazione dei senza tetto o persone senza dimora in una singola notte e in un intervallo di tempo prestabilito) con appuntamenti ripetuti nell’anno e con approcci complementari che colgano la dimensione dinamica e stagionale del fenomeno e che diano evidenza anche alle categorie più difficili da raggiungere e invisibilizzate; investire nella formazione relazionale e culturale dei rilevatori; coinvolgere i professionisti del settore, i ministeri competenti, le amministrazioni locali, il Terzo Settore e le reti nazionali fin dalle fasi iniziali di progettazione della rilevazione; prevedere strumenti tradotti e la presenza di mediatori culturali come standard di una rilevazione della grave marginalità; avviare un percorso verso un Osservatorio permanente della grave marginalità adulta, che integri dati statistici, amministrativi e del Terzo Settore e che produca evidenze periodiche; orientare la lettura dei dati verso la co-programmazione delle politiche e la prevenzione della marginalità. Qui il documento: https://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2026/07/Discussion-Paper-2026.pdf. Giovanni Caprio
September 21, 2026
Pressenza
Corte dei Conti: spesa militare italiana verso il 3% del PIL
L’Italia raggiunge il 2% del PIL per la spesa militare? Siamo in realtà ben oltre, veleggiando verso il 3%. La richiesta (pressante) della NATO è stata accolta o no? Nella relazione della Corte dei Conti sul Ren­di­conto gene­rale dello Stato del 2025, uscita a luglio 2026, ci sono alcuni passaggi importanti e per chi non volesse andare alla corposa relazione integrale suddivisa in più volumi è sufficiente consultare la sintesi disponibile a questo link. L’Italia nel 2025 raggiunge e supera il 2%, attestandosi al 2,01% del PIL in Difesa. È in atto una riorganizzazione del settore difesa, infatti citiamo a tal riguardo un passo della relazione in oggetto: «Rafforzare la capacità di difesa e a rendere lo strumento militare sempre più agile nelle decisioni, efficace nei possibili e variegati scenari di impiego, proiettabile in ruoli di leadership nel sistema di alleanze e coalizioni nonché sinergico nelle sue componenti e multidominio. Le azioni intraprese includono la riorganizzazione interna, guidata dal principio della semplificazione, le politiche sul personale, il potenziamento delle capacità operative (prontezza, sostenibilità, interoperabilità), l’innovazione tecnologica, il rafforzamento della deterrenza e della prontezza, nonché l’investimento nella dimensione cyber, spaziale, subacquea, e la nuova politica Artica». Nel corso dell’anno passato il Governo ha aggiunto in corsa 14 miliardi oltre ai 31 stabiliti all’inizio. Le spese militari italiane devono rispondere agli obiettivi fissati dalla NATO e le spese militari sono decisamente cresciute per svariate ragioni, dagli stipendi dei militari e delle forze dell’ordine, dal pensionamento di tante unità ai nuovi impegni per la cyber­si­cu­rezza nazio­nale per finire con l’investimento nello spa­zio, nelle infra­strut­ture dual use che rappresentano il grosso degli investimenti. Tuttavia, un altro aspetto rilevante è dato dalla crescita dei contributi erogati al mini­stero delle Imprese legato alle spese NATO (da 1,8 miliardi nel 2024 a 2,9 nel 2025). Questo dato ci conferma che le innovazioni tecnologiche e le tecnologie duali sono sempre più rilevanti anche ai fini di spesa, oltre al fatto che l’ammodernamento dei sistemi d’arma esistenti richiede tempo e investimenti rilevanti. Ed è sempre più difficile discernere tra civile e militare, specie dove si legge che obiettivo del Governo e del Ministero è favorire sempre l’integrazione tra «la dimensione militare e quella industriale, tecnologica e strategica del Paese. La quota destinata agli investimenti è decisamente in crescita, con la guerra in Ucraina la composizione della spesa militare è decisamente cambiata favorendo le nuove tecnologie, i sistemi di controllo, le catene di approvvigionamento dei metalli rari e delle materie prime fino alla cosiddetta cybersicurezza». E la stessa Corte ci ricorda quanto sia difficile quantificare la spesa militare, se diversi capitoli di bilanci sono a carico di altre amministrazioni, dalle missioni militari all’estero fino ai programmi militari finanziati dal Ministero delle Imprese senza dimenticare quelle risorse PNRR finite al militare (Giacomo Salvini Il Fatto Quotidiano 20 Settembre 2026) All’ultimo ver­tice NATO di Ankara (luglio 2026) il Governo ita­liano ha svelato la notizia di avere raggiunto il 2,8% del Pil. E con queste premesse non solo aumenterà la spesa militare, ma anche gli investimenti e la capacità di spesa per ridefinire i settori dove indirizzare prioritariamente i nostri soldi. Da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università denuncia non solo la sottrazione di fondi al welfare, alla manutenzione del territorio, a scuola e sanità, ma anche la ricomposizione delle spese militari. Se un tempo le risorse destinate al personale costituivano la principale spesa, oggi le risorse vanno verso il complesso industrial militare, i sistemi di controllo e capitoli di bilancio che favoriranno nel tempo il costante aumento delle spese militari. Il nostro ruolo di denuncia si avvale, ancora una volta, di documenti inappuntabili, la cui lettura sarebbe veramente auspicabile per la classe politica e la cittadinanza. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Festival della Dignità Umana: “Il futuro del lavoro. La dignità della persona”
Il tema del programma in svolgimento ad Arona, Borgomanero e Novara dal 26 settembre al 9 ottobre focalizza l’attenzione su “un ambito in cui oggi si intrecciano trasformazioni economiche, tecnologiche e culturali che interrogano profondamente la società e l’ambito dei valori”. Il Comitato scientifico del Festival della Dignità Umana, formato da Giovanni Cerutti, Roberto Cicala, Mariella Enoc, Davide Maggi e Silvano Petrosino, ha presentato i contenuti della XII edizione della rassegna alla conferenza stampa svolta il 14 scorso: > Attraverso incontri con studiosi, filosofi, economisti, psicologi del lavoro e > testimoni del mondo produttivo, il Festival vuole offrire uno spazio libero, > plurale e rigoroso per riflettere su come il lavoro possa tornare a essere > luogo di crescita personale, responsabilità, relazioni significative e senso, > con un’attenzione particolare alle giovani generazioni. > > Il lavoro non è infatti solo produzione: è identità, riconoscimento, > creatività, partecipazione alla vita sociale. > > Tuttavia precarietà, automazione, pressioni competitive e disuguaglianze > mettono oggi in crisi l’esperienza lavorativa di molti, in particolare dei > giovani e da qui nasce l’esigenza urgente di rimettere al centro l’essere > umano, la sua dignità, le sue motivazioni profonde e il valore etico del > lavoro. > > Gli incontri saranno dedicati ai nodi fondamentali del rapporto tra persona e > lavoro, anche in relazione a intelligenza artificiale, automazione, controllo > e creatività. > > In questo modo il Festival intende offrire ancora una volta un contributo al > dibattito pubblico, ribadendo che la dignità non è un concetto astratto ma una > pratica quotidiana che nasce dal modo in cui trattiamo le persone, > riconosciamo i talenti, costruiamo relazioni sane e creiamo senso nei contesti > lavorativi. > > Rimettendo al centro la dignità del lavoro si rimette al centro la dignità > della persona. La manifestazione è organizzata dall’Associazione Dignità e Lavoro – Cecco Fornara che ha sede a Borgomanero cooperando insieme a volontari e professionisti in vari settori della ‘industria culturale’ affiancati dagli studenti delle scuole locali. Il suo logo è opera di Marzia Pulghè del Liceo Artistico Felice Casorati di Novara.  Nella XII edizione sono proposti: Sabato 26 SETTEMBRE alle 16 – BORGOMANERO, Auditorium ITS / Liceo Scientifico: «Amare il proprio lavoro». Alla ricerca di una dignità – lectio magistralis di Stefano Massini a partire da Lavoro (Il Mulino) Martedì 29 SETTEMBRE alle 21 – BORGOMANERO, Fondazione Marazza: Il già-fatto e il non-ancora. Lavoro ed economia civile – dialogo di Davide Maggi con Luigino Bruni a partire da Introduzione all’economia civile. Tra il già-fatto e il non-ancora (Città Nuova) Mercoledì 30 SETTEMBRE alle 21 – BORGOMANERO, Teatro Don Bosco: Sconfinato: l’umano al tempo delle macchine intelligenti – incontro con Luca Peyron Giovedì 1° OTTOBRE alle 18 – NOVARA, Biblioteca Civica Negroni: La civiltà industriale ha un’anima? – dialogo di Roberto Cicala con Giuseppe Lupo a partire da Medioccidente. Un’alternativa geografica, politica, culturale (Marsilio)  Venerdì 2 OTTOBRE alle 21 – NOVARA, Arengo del Broletto: Storia e storie di mediazione: tra guerra e pace – incontro con Monica Maggioni a partire da L’avversario leale (De Agostini) Sabato 3 OTTOBRE alle 17:30 – BORGOMANERO, Sala conferenza “Carlo Giustina” SOMS: Il lavoro migrante – incontro con Maurizio Ambrosini a partire da Sociologia delle migrazioni (Il Mulino)  Martedì 6 OTTOBRE alle 21 – BORGOMANERO, Fondazione Marazza: Permettersi la sostenibilità: quale governance per un lavoro migliore? – dialogo di Caterina Tognetti con Deborah Zani a partire da Permettersi la sostenibilità (Interlinea)  Mercoledì 7 OTTOBRE alle 18 – ARONA, Sala Consiliare: Contro l’idolatria della professione –  incontro con Silvano Petrosino a partire da La smaterializzazione dello spirito (Jaca Book) Giovedì 8 OTTOBRE alle 21 – BORGOMANERO, Fondazione Marazza, in collaborazione con Soroptimist Alto Novarese: Basta lavorare: le pratiche tossiche che minano benessere e motivazione – incontro con Silvia Zanella a partire da Basta lavorare così (Bompiani) Venerdì 9 OTTOBRE alle 21- NOVARA, Arengo del Broletto, in collaborazione con CNVV – Confindustria Novara Vercelli Valsesia: La dignità del lavoro – tavola rotonda condotta da Carlo Robiglio con Mariella Enoc, Lara Ponti e Marco Sciamanna, intervento d’apertura di Davide Maggi autore di Il lavoro e la persona e dibattito conclusivo con la presenza di Elena Ugazio e il saluto finale di Luciano Chiesa Redazione Piemonte Orientale
September 21, 2026
Pressenza
La crescita del potere delle multinazionali. Continua
Chi sono i “padroni” del mondo? Per provare a dare una risposta non astratta a questa domanda, si può consultare l’ultima edizione di “TOP 200: la crescita del potere delle multinazionali” a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS). Si tratta del sedicesimo report annuale, che presenta l’elenco, la mappatura e i principali dati economici delle più rilevanti società multinazionali, confrontandole con il Prodotto Interno Lordo e con le entrate dei più ricchi Paesi del mondo. Il primo dato significativo è che l’insieme delle multinazionali (circa 320 mila) controlla l’80% del commercio internazionale. In particolare le prime 200 multinazionali rappresentano il 16% del totale del fatturato delle società che vanno oltre i confini di una nazione. Si tratta di un grande potere in mano a pochi. Una tendenza che si sta rafforzando, dato che negli ultimi dieci anni i profitti delle multinazionali sono cresciuti del 137%, mentre i ricavi sono aumentati del 57%. Nella TOP 10 delle multinazionali in ordine di fatturato (relativo all’ano 2025) ne troviamo 7 di origine USA, 2 della Cina e 1 dell’Arabia Saudita. Al primo posto c’è Amazon.com con un fatturato di 717 miliardi di dollari. Da notare che dieci anni prima Amazon si trovava soltanto alla 44esima posizione. Al secondo posto c’è l’americana Walmart e al terzo la cinese State Grid. Impressionante il balzo della finanziaria statunitense UnitedHealth Group, che nel 2015 era al 149° posto e dieci anni più tardi si colloca in quarta posizione. Se classifichiamo le multinazionali non in base al fatturato, ma al profitto, l’elenco cambia radicalmente. Al primo posto nel 2025 troviamo l’americana Alphabet, tra le aziende leader nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, con 132 miliardi di dollari di utili. Al secondo posto Apple con 112 miliardi e al terzo Saudi Aramco, multinazionale dell’Arabia Saudita che commercia energia e petrolio, con 92 miliardi. Raggruppando le TOP 200 per fatturato e nazionalità il primo posto è occupato dagli USA con 63 società e un fatturato di 11.736 miliardi di dollari (40,7%). Seguono la Cina (46 società e 22,8% di ricavi), il Giappone (16 imprese e 5,9% di fatturato), la Germania (13 società e 5,6% di ricavi) e la Francia (11 aziende e 4,1%). L’Italia è presente in classifica soltanto con 2 multinazionali (ENI e ENEL) con un fatturato complessivo di 185 miliardi di dollari (pari all’0,6%). Molto significativo il raffronto tra i ricavi delle multinazionali e le entrate degli Stati. Si scopre che delle prime 100 entità economiche mondiali, 59 sono multinazionali e 41 sono governi nazionali. Inoltre, le prime 25 multinazionali fatturano di più del gettito fiscale degli USA. Amazon.com e Walmart hanno ricavi quasi pari al gettito fiscale della Spagna e dell’India. Oltre ai dati sulle TOP 200, il report del CNMS contiene interessanti approfondimenti sui signori dell’intelligenza artificiale (utilizzata anche per scopi militari), sui movimenti di opposizione ai data centers (che necessitano di grandi quantità di acqua e di energia), sulla tecnologia “nera” (personaggi di spicco del mondo della finanza collegata ad imprese di tipo tecnologico, che fanno dichiarazioni razziste, xenofobe, autoritarie e fasciste), sulla retromarcia dell’Europa in materia ambientale (per assecondare i voleri della imprese e delle multinazionali) e sui quotidiani italiani che la famiglia Agnelli ha ceduto ad una famiglia greca (e ad un Fondo Sovrano Saudita). Da non perdere le ultime pagine del dossier, che presentano un’originale classifica di chi sta vincendo (anzitutto imprese e multinazionali) e chi sta perdendo dopo 4 anni di guerra in Ucraina (anzitutto le popolazioni). In chiusura “Pietà per la nazione”, una poesia di Lawrence Ferlinghetti, e il collegamento alla canzone “Povera patria” di Franco Battiato.     Francesco Gesualdi
September 21, 2026
Pressenza

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