Scuola di giornalismo Lelio Basso: aperte le iscrizioni alla XXII edizione
Svolto in 600 ore di lezioni frontali, 30 ore di seminari e 300 ore di tirocinio formativo presso una testata giornalistica convenzionata, il corso annuale comincerà lunedì 19 ottobre prossimo e si concluderà a giugno 2027. Gli open day sono a calendario il 10, 18 e 24 settembre. Il termine per l’iscrizione è il 25 settembre. Vengono ammessi 25 partecipanti, i cui requisiti sono di aver compiuto la maggiore età, conseguito un diploma di scuola media superiore e disporre di un computer portatile, che supereranno l’esame, consistente nella redazione di un elaborato su un argomento di attualità e un colloquio individuale. Chi ha un ISEE inferiore a 20 mila € può candidarsi all’assegnazione di una delle due borse di studio da 1.900 euro ciascuna. Nella presentazione della XXII edizione, l’annualità 2026/2027, la Scuola di giornalismo Lelio Basso spiega che il corso “fornisce gli strumenti teorici e tecnici indispensabili per il giornalismo del XXI secolo nelle sue diverse declinazioni e gli approfondimenti culturali per interpretare il mondo contemporaneo” e in specifico: > Il percorso formativo è incentrato sull’inchiesta giornalistica e il > reportage, con particolare attenzione all’utilizzo di tutti gli strumenti e > linguaggi multimediali necessari alla gestione e al racconto della notizia: > scrittura, ripresa video e montaggio, fotografia, data journalism, radio e > podcast, web, social media. > > Il corso affronta inoltre il tema dei diritti nelle aree del mondo di > particolare rilevanza geopolitica, approfondendone gli aspetti storici, > giuridici, politici e culturali. Lezioni e seminari si terranno presso la sede della Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma – via Dogana Vecchia 5) e i tirocini formativi verranno svolti presso le testate giornalistica convenzionate, tra cui: Altreconomia, Associated Press, Atlante delle guerre, CeSPI, CityNews, Collettiva, Confronti, Domani, Euronews, Facta/Pagella Politica, Il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Manifesto, Il Resto del Carlino, Internazionale, IRPIMedia, Left, Legambiente, L’Espresso, Open Migration, Oxfam, Radio Popolare, Radio Vaticana, RAI, Staffetta quotidiana e 9colonne agenzia giornalistica. Le informazioni su programmi e modalità di iscrizione sono pubblicate online: https://www.scuolagiornalismoleliobasso.it/bando-2026-2027/ Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza
Ministri israeliani partecipano alla marcia di estrema destra verso Gaza per chiedere il reinsediamento dell’enclave palestinese
di Yair Foldes e Noa Shpigel,  Haaretz, 19 luglio 2026.   I soldati presenti sul posto sono stati inviati dai propri comandanti per accompagnare in auto i ministri e i parlamentari, tra cui Ben-Gvir e Smotrich, al luogo della manifestazione. «Dobbiamo mobilitarci tutti adesso», ha esortato Smotrich, avvertendo che se «la sinistra» dovesse arrivare al potere, «tutto questo potrebbe andare in fumo». Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich durante una marcia verso Gaza, domenica 19 luglio. I ministri del governo israeliano e i parlamentari della coalizione stanno partecipando, oggi domenica 19 luglio, a una marcia verso Gaza, sollecitando il reinsediamento ebraico nella Striscia, dopo che l’esercito israeliano ha revocato l’autorizzazione alla manifestazione pochi minuti prima dell’inizio previsto. Tuttavia, i soldati presenti sul posto sono stati inviati dai propri comandanti ad accompagnare in auto i ministri e i parlamentari, tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, al luogo della manifestazione vicino alla recinzione di confine con Gaza. «Abbiamo cancellato la vergogna dell’espulsione nella Samaria settentrionale e, con l’aiuto di Dio, faremo lo stesso anche qui nella Striscia di Gaza, con determinazione e perseveranza», ha affermato Smotrich, riferendosi agli insediamenti recentemente approvati nell’area settentrionale della Cisgiordania, anch’essa sgomberata dai coloni durante il ritiro israeliano del 2005, insieme a Gaza. «Dobbiamo mobilitarci tutti adesso», ha esortato, avvertendo che se «la sinistra» dovesse arrivare al potere, «tutto questo potrebbe essere vanificato, e dovremo marciare ancora una volta qui per impedire gli sgomberi e la distruzione». «Rovesceranno l’intera rivoluzione sionista e nazionale degli insediamenti che abbiamo realizzato durante questo mandato», ha aggiunto, In precedenza, la polizia e l’esercito israeliani avevano tentato di bloccare le centinaia di persone giunte per la cosiddetta «Marcia dei Mille verso Gaza». Gli organizzatori hanno affermato che l’esercito aveva inizialmente acconsentito allo svolgimento della marcia, per poi revocare l’autorizzazione. Zikim e Yad Mordechai su una mappa del sud di Israele, vicino al confine con Gaza. Le forze presenti sul posto hanno faticato a tenere sotto controllo le centinaia di partecipanti, molti dei quali donne e bambini. Molti partecipanti hanno aggirato le barriere della polizia e si stanno dirigendo a piedi verso la zona della spiaggia attraverso le colline circostanti. La polizia ha utilizzato altoparlanti per avvertire che le persone si stavano mettendo in pericolo. La marcia è stata organizzata dal movimento Nahala, un gruppo israeliano di lunga data che chiede la creazione di insediamenti a Gaza e in Cisgiordania, e si svolgerà all’insegna dello slogan degli organizzatori secondo i quali il suo obiettivo è «il rinnovamento degli insediamenti ebraici a Gaza prima delle elezioni». Il movimento Nahala è guidato da Daniella Weiss, un’attivista di lunga data in prima linea nel movimento di insediamento Gush Emunim, che ha attirato l’attenzione in Occidente dopo essere apparsa in un documentario della BBC di Louis Theroux sugli insediati della Cisgiordania, pubblicato ad aprile, nonché nella sua intervista con il commentatore britannico Piers Morgan. Il Canada e il Regno Unito hanno imposto sanzioni a Weiss per il suo ruolo nel sostenere e facilitare la violenza contro i palestinesi. Daniella Weiss, leader di lunga data dei coloni israeliani, durante una manifestazione a favore del reinsediamento a Gaza, lo scorso anno. Crediti: Eliahu Hershkovitz La marcia di domenica si svolge all’insegna dello slogan «Ritorno a casa dopo 21 anni», in riferimento al ritiro israeliano dalla Striscia del 2005, durante il quale 21 insediamenti e migliaia di coloni furono evacuati da Gaza. Gli organizzatori hanno inoltre affermato che la marcia si svolge sullo sfondo delle dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz riguardo alla sua intenzione di istituire tre insediamenti militari a Gaza. Katz ha successivamente ritrattato la sua dichiarazione, affermando che Israele «non ha alcuna intenzione di istituire insediamenti a Gaza». Il mese scorso, Smotrich ha affermato che Israele è pronto a iniziare la costruzione di tre insediamenti ebraici nel nord di Gaza non appena riceverà l’approvazione del governo. «Siamo pronti a istituire immediatamente un blocco di tre insediamenti nel nord di Gaza, non appena riceveremo il via libera dal primo ministro», ha dichiarato. Sebbene non li abbia nominati esplicitamente, Smotrich sembrava riferirsi all’ex blocco di insediamenti della Striscia settentrionale di Gaza, che comprendeva gli insediamenti di Elei Sinai, Dugit e Nisanit. Gli insediamenti furono evacuati nel 2005 nell’ambito del ritiro di Israele da Gaza. Questi tre insediamenti compaiono anche nel materiale promozionale dell’evento. https://www.haaretz.com/israel-news/elections/ 2026-07-19/ty-article/.premium/israeli-ministers-to-join-far-right-march-to-gaza-calling-to-resettle-enclave/0000019f-79e3-d99c-addf-fbff67280000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 20, 2026
Assopace Palestina
PeaceLink Nodo di Genova: PeaceLink Nodo di Genova
Vogliamo favorre la conoscenza reciproca, la condivisione di esperienze e la progettazione di iniziative su pace, ambiente e cittadinanza attiva. Aperti a tutti: attivisti, associazioni, nuovi arrivati, chi ha idee o competenze.
July 20, 2026
PeaceLink
A Bologna la polizia uccide: l’omicidio di Stato come indice della militarizzazione del nostro Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è materializzato in una mattina di mezza estate. Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale. Ma nella realtà, quella telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino titolare di una ditta di facchinaggio. Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina, quando di fronte alle sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si denominano interventi congiunti. E come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi: in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di intervenire. E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir. Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai Fakir non respirava più. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella tragica occasione deĺla sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di Stato. A tal proposito, si segnala una mappa online degli omicidi e degli abusi commessi dalla polizia nel nostro Paese per far comprendere che non si tratta di poche mele marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto. Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà “politica” di mettere la polvere sotto il tappeto. MA PERCHÉ L’OSSERVATORIO HA DECISO DI PUBBLICARE QUESTO COMUNICATO? COSA HA A CHE VEDERE QUESTO CASO CON LA NOSTRA ATTIVITÀ? Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle italiane (nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha emanato l’ennesimo decreto sicurezza). E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento chiave del fenomeno di militarizzazione della società. Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”. E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di cui, come ci insegna il Professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una delle naturali conseguenze (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre scuole. Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il “modello ICE” degli USA. In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui parlavamo. Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni la polizia di Stato viene addestrata con tecniche israeliane non solo in ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto. Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze dell’ordine anche in Italia. E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir riferisce a un gruppo di tecniche come quella in figura. I ragazzi che assistono alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano (vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare. LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune, scesa in centinaia già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro. Migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando mentre scriviamo in Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir. Auspici per il futuro: * basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine sulla base del principio primum non nuocere; * nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria (Farik era in evidente stato confusionale); * istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona); * non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la nostra società, ma solo per tutelare e proteggere i cittadini di ogni quartiere, di ogni etnia e di ogni ceto. Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!” Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[Impatto - voci contro le nocività] Ultima puntata prima della pausa estiva
Ultima puntata prima della pausa estiva, ospitiamo due corrispondenze dai Castelli Romani per aggiornarci sul respingimento della richiesta di sospensiva degli effetti del PAUR di RenewRome sull'inceneritore, sullo stato dei boschi dei Colli Albani e sulla salute dei laghi di Albano e Nemi. A 25 anni dalle giornate di Genova 2001, ci ricaviamo anche uno spazietto per analizzare l'eredità e le lezioni apprese in quei giorni dai movimenti contro le nocività ambientali italiani negli ultimi tre decenni.
July 20, 2026
Radio Onda Rossa
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
«Sorseggia il tuo caffè mentre guardi l’alba»: come Israele sta colonizzando la Cisgiordania con la vendita di terreni palestinesi a ebrei americani
di Majd Jawad,  Mondoweiss, 17 luglio 2026.     Le società immobiliari israeliane stanno commercializzando ad acquirenti ebrei americani terreni appartenenti ai palestinesi in Cisgiordania. Abbiamo parlato con i palestinesi che vengono sfollati per far posto alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici. Cantiere per la costruzione di un nuovo quartiere nell’insediamento di Pisgat Ze’ev, in Cisgiordania, alle porte di Gerusalemme, 21 novembre 2010. (Foto: Issam Rimawi/APA Images) A metà maggio, alcuni manifestanti si sono radunati davanti a una sinagoga di Brooklyn per protestare contro una fiera immobiliare che si stava svolgendo all’interno. Gli immobili messi in vendita non si trovavano a New York City, ma negli insediamenti israeliani illegali della Cisgiordania occupata, e la clientela a cui erano destinati era costituita da membri della comunità ebraica americana.  Il “Great Israeli Real Estate Event”, organizzato dalla società israeliana My Home in Israel, era una delle tante fiere immobiliari tenutesi negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, rivolte a potenziali acquirenti ebrei anglofoni. Un evento con lo stesso nome, in programma a Londra lo scorso giugno, ha suscitato una condanna diffusa da parte di gruppi per i diritti umani e di oltre 100 parlamentari britannici. Tra gli insediamenti in cima all’elenco degli immobili promossi dall’evento figuravano Ma’ale Adumim, Givat Ze’ev, Karnei Shomron e Kfar Eldad. Ciascuna di queste aree è oggetto di espansione urbana e di nuove costruzioni, parallelamente a ordini di sequestro e confisca che prendono di mira i terreni palestinesi circostanti — un processo sistematico volto a consolidare il dominio degli insediamenti. La pubblicità promozionale di questi insediamenti utilizza un linguaggio seducente per attirare investimenti. Un annuncio pubblicitario per un progetto immobiliare a Kfar Eldad, situato all’interno del Consiglio Regionale di Gush Etzion a sud-est di Betlemme, propone uno stile di vita rurale «vicino a Gerusalemme, lontano dalla routine». L’annuncio recita: «Da queste parti il tempo scorre in modo un po’ diverso. Al mattino puoi sorseggiare il caffè guardando l’alba e, appena 12 minuti dopo, prima ancora che il caffè si sia raffreddato, ritrovarti a Gerusalemme. E la sera, tornerai a una tranquillità rasserenante. Questo rende Kfar Eldad l’alternativa perfetta per chi cerca un alloggio a prezzi ragionevoli vicino a Gerusalemme, ma lontano dal rumore e dal traffico della vita cittadina». Dietro gli opuscoli patinati e le immagini curate di «moderni complessi residenziali» si nascondono capitoli dolorosi di sistematica confisca delle terre palestinesi — un processo che si è ampliato negli ultimi anni fino a comprendere quasi la metà dell’area totale che le autorità di occupazione israeliane hanno dichiarato «terreni demaniali» sin dalla firma degli Accordi di Oslo. La «tranquillità rasserenante» delle colline e dei terreni aperti di Betlemme era, fino a poco tempo fa, la dimora di comunità palestinesi e beduine che praticavano l’agricoltura stagionale e la pastorizia. A quegli abitanti originari è stato impedito l’accesso alle loro terre, confiscate con ordini militari decenni fa, prima che vi fossero costruiti insediamenti. «Possedevo dei terreni nell’area di espansione del blocco di Gush Etzion — terreni ricoperti di viti pendenti e mandorli di ogni tipo», ha raccontato a Mondoweiss Ibrahim Ataallah, residente a Khirbet Beit Skaria. «Ma mi è stato impedito di accedervi dopo l’emissione di un ordine di confisca [nel 1984]. Sebbene noi di Beit Skaria siamo in possesso dei documenti legali che provano la proprietà dei terreni su cui viviamo, ci considerano un ostacolo all’espansione degli insediamenti a Gush Etzion.” Mentre Atallah descriveva l’ubicazione del suo appezzamento di terreno e le viti e i mandorli che un tempo vi crescevano, guardava le mappe e gli annunci pubblicati dai siti web immobiliari ebraici che pubblicizzavano proprietà nella zona di Gush Etzion. Un annuncio che descriveva le caratteristiche di un lotto in vendita ha attirato la sua attenzione. Sebbene non riuscisse a individuare con precisione il proprio terreno sulla mappa a causa della sua scarsa nitidezza, le descrizioni del terreno in vendita e dello stile di vita offerto ai potenziali coloni lo toccavano da vicino.  «Bevevo davvero il mio caffè all’alba e aspettavo che i miei amici di Gerusalemme si unissero a me», ha detto. «Parlavamo del prezzo dell’uva al mercato, mentre il caffè era ancora caldo quando arrivavano». «Tutto ciò che ci separava da Gerusalemme erano pochi chilometri», si è lamentato. Oggi, quella breve distanza non implica più un accesso veloce. In quanto titolare di un documento d’identità palestinese, ad Atallah è vietato entrare a Gerusalemme senza un permesso, trasformando quello che un tempo era un viaggio di routine per andare a trovare gli amici in un percorso quasi impossibile. Palestinesi cacciati, coloni ebrei insediati Mentre la terra di Atallah è stata confiscata dallo stato israeliano decenni fa, molte delle proprietà pubblicizzate in occasione di eventi immobiliari negli Stati Uniti fanno parte di insediamenti che oggi stanno crescendo attivamente — una crescita che dipende dall’espropriazione dei palestinesi. All’inizio di quest’anno, il governo israeliano ha deciso di confiscare circa 70 ettari di terra palestinese per la costruzione di un nuovo quartiere dell’insediamento di Karnei Shomron, situato a est di Qalqilya, nella parte settentrionale della Cisgiordania, e affacciato sulla pianura costiera mediterranea, distante dai 10 ai 15 chilometri. Questa confisca rientra in quello che Israele definisce il suo «Piano Roof», un accordo onnicomprensivo per l’espansione dell’insediamento attraverso l’aggiunta di 6.000 nuove unità abitative e delle relative infrastrutture nella Cisgiordania settentrionale. Secondo le proiezioni israeliane, il progetto potrebbe triplicare la popolazione di Karnei Shomron, trasformandola in un centro urbano regionale nella Cisgiordania settentrionale. Karnei Shomron era uno degli insediamenti pubblicizzati nel corso del «Great Israeli Real Estate Event». Nella Cisgiordania centrale, Ma’ale Adumim — i cui immobili erano anch’essi presenti negli opuscoli dell’evento — si è aggiudicata la quota maggiore delle recenti decisioni di confisca. Il 29 febbraio 2024, circa 264 ettari di terreno appartenenti ai villaggi di Abu Dis e al-Aizariya, situati nei pressi dell’insediamento, sono stati confiscati per essere incorporati nei confini di Ma’ale Adumim. Queste espropriazioni fungono da riserva immobiliare per un progetto di insediamento molto più ampio noto come il piano E1, che mira ad appropriarsi di un tratto strategico di terreno intorno a Gerusalemme che collega la parte settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania, dove verrebbero costruite 3.400 nuove unità abitative per costituire un quartiere all’interno dell’insediamento, collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme e dividendo al contempo la Cisgiordania in due. Oltre al piano E1, la costruzione in corso del quartiere “Desert Bird”, che si affaccia sui pendii desertici che si estendono verso la Valle del Giordano, ha comportato l’espropriazione di terreni che un tempo ospitavano comunità beduine palestinesi. Ciò ha colpito in primo luogo la tribù dei Jahalin, che è stata sistematicamente allontanata dai propri pascoli a partire dall’ottobre 2023. “Usavamo quella terra per far pascolare le nostre pecore”, ha dichiarato Eid Jahalin, un residente locale, a Mondoweiss. «Ma dopo che siamo stati tagliati fuori da quei terreni e le strade sono state chiuse, non ci sono più pascoli dove le pecore possano pascolare. Ancora oggi subiamo attacchi da parte dei coloni nelle nostre stesse case. Siamo circondati da ogni parte». Più a nord-ovest di Gerusalemme, l’insediamento di Givat Ze’ev è stato costruito su terreni appartenenti al villaggio di al-Jib. Parte del blocco di insediamenti circonda la città, con il sito di importanza religiosa di Nabi Samuel a sud. La confisca di terreni palestinesi nella zona ha subito una recente escalation in seguito all’emissione, il 5 aprile 2026, di un ordine militare che riguarda circa 0,68 ettari di terreno di al-Jib. L’ordine fa parte di un piano più ampio volto ad assegnare circa 26,8 ettari ad al-Jib e Nabi Samuel per la costruzione di un nuovo quartiere dell’insediamento composto da 800 unità abitative. Sul campo, ciò richiede il sequestro di ampi appezzamenti per costruire reti stradali e infrastrutture che colleghino il blocco di insediamenti a Gerusalemme. I progetti di espansione per Givat Ze’ev, Ma’ale Adumim, Gush Etzion e Karnei Shomron sono solo i piani più in vista emersi nel corso di eventi immobiliari tenutisi in luoghi come la sinagoga Park East a Brooklyn. Essi costituiscono la punta di diamante di una più ampia strategia israeliana volta ad espandere in modo aggressivo gli insediamenti e le infrastrutture in tutta la Cisgiordania al fine di «seppellire» le prospettive di uno stato palestinese, secondo le parole del ministro delle Finanze israeliano della linea dura Bezalel Smotrich. Come la terra passa da «terreno demaniale» al mercato immobiliare Khalil Tafakji, ricercatore specializzato in questioni relative agli insediamenti e a Gerusalemme e direttore del dipartimento di cartografia presso la Società di Studi Arabi, ha dichiarato a Mondoweiss che la terra palestinese viene confiscata spesso ricorrendo a vie legali tortuose per privare i palestinesi dei loro diritti su di essa prima che venga messa in vendita sul mercato. «In quella fase, il terreno non viene messo direttamente in vendita», ha spiegato. «Piuttosto, viene del tutto escluso dall’ambito della proprietà privata palestinese». Lo stato israeliano agisce in questo modo dichiarando il terreno «insufficientemente coltivato per stabilire la proprietà», ha affermato Tafakji, oppure isolandolo e designandolo come zona militare chiusa riservata all’addestramento dell’esercito. Queste aree vengono trasformate in «terreni demaniali» sotto l’amministrazione dell’Autorità Fondiaria Israeliana. Il primo passo amministrativo in questo processo di designazione si basa sull’interpretazione israeliana del diritto fondiario ottomano, che storicamente ha regolato la proprietà fondiaria in Palestina. Solo allora gli immobili vengono messi sul mercato per i potenziali acquirenti prima della costruzione. Lo stato concede di fatto in locazione il terreno ai futuri proprietari di casa, e ciò che gli acquirenti ottengono è l’immobile, non il terreno stesso. «Un acquirente può possedere l’immobile per 99 anni rinnovabili, mentre il terreno rimane a nome dello stato in base a quello che viene definito un accordo di locazione fondiaria», ha spiegato Tafakji. In sostanza, ciò garantisce a una persona o a un’entità diritti di usufrutto a lungo termine in cambio di un pagamento o a determinate condizioni, senza comportare necessariamente un trasferimento del terreno originario. È qui che entrano in gioco le società immobiliari e gli appaltatori. Il terreno viene suddiviso in unità abitative e progetti, per poi essere messo in vendita sul mercato immobiliare israeliano — talvolta tramite aste all’estero rivolte ad acquirenti provenienti dalle comunità della diaspora ebraica. Si tratta di eventi di vendita di terreni, spesso ospitati nelle sinagoghe, che attirano manifestanti in luoghi come New York City Gerusalemme come polo di attrazione per gli insediamenti Nelle campagne promozionali degli insediamenti, la vicinanza a Gerusalemme è spesso un pilastro della strategia di marketing, che presenta gli immobili degli insediamenti nel blocco di Gush Etzion come una naturale estensione geografica e urbana della città. Ciò rientra nel progetto israeliano della “Grande Gerusalemme”, che ha reso necessaria la pulizia etnica di innumerevoli comunità palestinesi bloccate in “terre di nessuno” amministrative all’interno della Cisgiordania. Queste aree ricadono tecnicamente sotto la giurisdizione del comune di Gerusalemme, ma non ricevono praticamente nessuno dei suoi servizi.  «La vicinanza a Gerusalemme è uno dei più potenti “incentivi alla colonizzazione” offerti dal mercato immobiliare», ha dichiarato Tafakji a Mondoweiss. «Il collegamento dei grandi blocchi di insediamenti a Gerusalemme — Givat Ze’ev a nord, Ma’ale Adumim a est, Gush Etzion a sud — è concepito per creare la percezione che queste aree siano semplicemente ‘sobborghi residenziali’ della città, piuttosto che avamposti isolati o illegali a livello internazionale.»  Tafakji ha affermato che questo linguaggio di marketing “ricicla” il progetto degli insediamenti e lo radica nella coscienza dell’opinione pubblica statunitense. «Contribuisce a normalizzare la presenza degli insediamenti e li rende la scelta residenziale preferita dalle famiglie israeliane.» Oltre a Gerusalemme, ci sono altri vantaggi per gli israeliani che cercano un alloggio in questi nuovi progetti. Lo stato offre un pacchetto di «benefici per gli insediamenti» costituito da incentivi economici, tra cui generose esenzioni fiscali, trasporti pubblici sovvenzionati (e talvolta gratuiti) che li collegano al centro città in pochi minuti, e infrastrutture all’avanguardia costruite appositamente per servire questi quartieri di insediamento pianificati. L’unica cosa che resta da fare per renderlo realtà è trasferire le comunità palestinesi che vivono lì.  Dal punto di vista dei proprietari terrieri palestinesi, la battaglia che si sta combattendo oggi è truccata a favore dei potenziali coloni ebrei che vivono a New York rispetto ai palestinesi che possiedono la terra. «In realtà non si tratta di chi possiede la terra o di chi può dimostrarne la proprietà. Siamo entrati in una battaglia che sappiamo di aver già perso», ha detto Ibrahaim Atallah, l’agricoltore di Beit Iskaria.  Indicando la mappa storica della Palestina appesa alla parete, ha concluso la nostra conversazione con un dolore sommesso: «Siamo stati sfollati durante la Nakba del 1948, cacciati con la forza dalla nostra terra. È la stessa logica che ora ci sta portando via la terra». «Stanno ricorrendo a vie legali, ma tutto si basa sulla stessa logica della forza», ha osservato Atallah. Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo. https://mondoweiss.net/2026/07/sip-your-coffee-while-watching-the-sunrise-how-israel-is-colonizing-the-west-bank-by-selling-palestinian-land-to-jewish-americans/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 20, 2026
Assopace Palestina
La proposta di legge sul blocco navale viola il diritto internazionale
Sei esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito l’Italia, in una lettera resa pubblica il 6 luglio, che la proposta di legge sul cosiddetto blocco navale violerebbe il diritto internazionale in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. Chi attraversa il Mediterraneo centrale rischia già la vita per cercare protezione. Questa proposta renderebbe i soccorsi in mare ancora più difficili. La proposta consentirebbe alle autorità di impedire ad alcune navi di soccorso di entrare nelle acque italiane fino a sei mesi, invocando in modo generico ragioni di “sicurezza nazionale” La proposta prevede inoltre che le persone soccorse in mare possano essere trasferite in Paesi terzi, allontanando l’Italia dalle proprie responsabilità in materia di asilo e protezione. Il diritto internazionale è chiaro: chi è in pericolo in mare deve essere soccorso e protetto. Questa proposta si inserisce in un più ampio e continuo processo di limitazione delle attività SAR nel Mediterraneo. Dal 2023, le navi delle ONG sono state sottoposte a fermo amministrativo 42 volte. Le conseguenze sono più vite in pericolo e maggiori sofferenze. Questa proposta non deve diventare legge. L’Italia deve mettere la tutela della vita e della dignità delle persone al centro delle proprie politiche migratorie. Medecins sans Frontieres
July 20, 2026
Pressenza
Visto familiare: il MAECI deve procedere per via telematica e fissare l’appuntamento in un’ambasciata diversa da Teheran
Il Tribunale di Roma ha accertato il diritto del nucleo familiare in Afghanistan (moglie e genitori) a ricongiungersi con il richiedente, rifugiato politico in Italia, ordinando altresì al Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale – e per esso all’Ambasciata d’Italia a Teheran (Iran) – l’immediata fissazione di un appuntamento al fine di poter procedere alla legalizzazione e/o produzione dei documenti apostillati e alla formalizzazione della domanda di visto; contestualmente, autorizzando la formalizzazione della domanda di visto in via telematica e disponendo che il MAECI, accettata la domanda in via telematica, fissi un appuntamento presso ambasciata diversa da Teheran. Il caso riguarda un nucleo familiare afghano che, ottenuto il nulla osta, da gennaio 2025 era in attesa di un appuntamento presso l’ambasciata d’Italia a Teheran per la consegna della documentazione. Adito il Tribunale, il MAECI fissava appuntamento a gennaio 2026, al quale il nucleo non poteva presenziare, in un primo momento per la mancanza di un visto di ingresso in Iran e poi a causa della guerra. Il Tribunale, richiamata la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE C-1/23, decideva quindi, in accoglimento delle istanze difensive, stante l’eccessiva difficoltà a recarsi personalmente presso la sede competente e tenuto conto del coinvolgimento di minori, di autorizzare la formalizzazione della domanda in via telematica, posticipando la comparizione personale a una fase successiva. Tribunale di Roma, sentenza del 17 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul diritto al ricongiungimento familiare
Israele: i sionisti si mobilitano per ri-colonizzare la Striscia di Gaza
Ieri, domenica 19 luglio, “migliaia di coloni israeliani si sono mobilitati verso il confine settentrionale della Striscia di Gaza con un obiettivo esplicito – riferisce L’Espresso divulgando il video-reportage di Lidia Ginestra Giuffrida – ricolonizzare l’enclave palestinese e ricostruire gli insediamenti smantellati nel 2005″. Laureata in cooperazione internazionale e sviluppo e una reporter formata alla Scuola di Giornalismo ‘Lelio Basso’  Lidia Ginestra Giuffrida collabora con Al Jazeera English e, oltre che con L’Espresso, anche con Il Manifesto, Altreconomia, Fanpage e altre testate e fa parte del FADA Collective. Nel testo del post pubblicato da L’Espresso sui social media in cui, mediante il video, riferisce la notizia della manifestazione sionista svolta ieri, la giornalista italiana precisa: > Caravan in sosta, autobus pieni e migliaia di persone ammassate a un passo > dalla Striscia di Gaza. > > Ma dietro i canti religiosi, i richiami messianici e le rivendicazioni di chi > chiede “vendetta” in nome della sicurezza, si nasconde un calcolo politico > estremamente pragmatico: i coloni hanno fretta e vogliono creare fatti > compiuti sul terreno prima delle prossime elezioni che si terranno a ottobre. > > La mobilitazione, la più grande dal 7 ottobre 2023 ad oggi, è stata dettata da > una precisa urgenza strategica, l’attuale esecutivo garantisce ai coloni una > copertura istituzionale e un margine di manovra senza precedenti, un sostegno > totale che temono di perdere in caso di un cambio di leadership. > > Per questo la spinta ad agire è ora: occupare la Striscia e piantare le tende > significa blindare il progetto di ricolonizzazione prima che le urne possano > rimescolare le carte e portare al potere un governo meno incline ad > assecondarli. > > Tra le migliaia di coloni in marcia verso Gaza, anche decine di parlamentari e > ministri della coalizione di Benjamin Netanyahu. Tra loro il Ministro della > Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich. > > “Questa è la nostra terra, vogliamo costruirla, e questa sarà la nostra > vendetta. È solo l’inizio”, dichiara uno dei manifestanti. Parole che, coperte > dall’avallo dei ministri in carica, smettono di essere la provocazione di una > minoranza estremista per trasformarsi nel programma politico, imminente, di > una parte rilevante del governo israeliano. Nella notizia diffusa ieri, 19 luglio, Al Jazeera spiega che l’iniziativa svolta all’insegna dello striscione con scritto “Ritorno a casa dopo 21 anni” era finalizzata a rivendicare la ricostruzione degli insediamenti – Elei Sinai, Dugit e Nisanit – evacuati nel 2005, è stata promossa dal movimento sionista Nachala. Al Jazeera riferisce che, “sebbene i media israeliani abbiano stimato la folla a poche centinaia di partecipanti”, nei propri comunicati gli organizzatori hanno dichiarato la presenza di oltre 10 mila persone. Inoltre Al Jazeera riporta che, in previsione della manifestazione, “l’esercito israeliano aveva designato l’area circostante come zona militare chiusa per 24 ore, affermando che lo scopo era impedire ai manifestanti di entrare a Gaza”, avvero di “oltrepassare la recinzione ed entrare nel territorio palestinese assediato”, come hanno tentato di fare alcuni che “hanno aggirato i posti di blocco attraversando le colline circostanti per raggiungere il confine con Gaza”. Pubblicando la fotografia divulgata dall’AFP che mostra il dispiegamento di mezzi militari posizionati a impedire l’accesso dei manifestanti nell’area interdetta, il quotidiano Inquirer precisa che le forze armate israeliane “attualmente controllano oltre il 60% della Striscia di Gaza, dove la violenza quotidiana continua nonostante il cessate il fuoco tra Israele e il gruppo palestinese Hamas”. Inoltre l’Inquirer riferisce che alla manifestazione di domenica scorsa ha partecipato un esponente di spicco del sionismo, Yechiel Greenblum, nell’occasione affermando che questa fosse la prima di altre iniziative pianificate con la “campagna per il ripristino delle comunità israeliane nel territorio costiero”: «Stiamo organizzando una grande marcia di ritorno verso la Striscia di Gaza, verso i luoghi in cui gli ebrei hanno vissuto per centinaia, migliaia di anni. Stiamo tornando». Maddalena Brunasti
July 20, 2026
Pressenza
No Kings, “No a Stato di polizia. Lavoriamo a democrazia radicale”
Oltre 400 partecipanti, 10 tavoli tematici (democrazia e conflitto; reddito e Lavoro; sanità pubblica; diritto alla casa e alla città; autoritarismo e pratiche di resistenza; municipalismo e connessioni tra territori; informazione indipendente e tecnologia; lotta ai colonialismi; Europa meticcia contro razzismo e remigrazione; guerra e riarmo) e centinaia di organizzazioni sociali e politiche arrivate da tutta Italia: è il bilancio della partecipatissima assemblea nazionale del Movimento No Kings “Genova futuro anteriore”, svoltasi in questi giorni a Genova, a Palazzo Ducale, in occasione dei 25 anni dal G8, che nel 2001 portò all’omicidio di Carlo Giuliani a Piazza Alimonda. “Proprio a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Fakir da parte della polizia a Bologna, oggi saremo sia a Piazza Alimonda, per ricordare Carlo Giuliani, che a Roma, alle ore 19 in via del Viminale, per chiedere giustizia e verità per Fakir, e per scongiurare l’avanzamento dello Stato di polizia”, annunciano gli organizzatori. “Partendo da Stop Rearm Europe e dalla Rete contro il Dl Sicurezza, il movimento No Kings si è evoluto a Bologna e poi a Roma, camminando, domandando. A Genova, grazie alle tante risonanze ma anche alle rotture con il passato, proprio nella stessa sede che nel 2001 ospitò i potenti del G8, è partita una nuova sfida: passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per una nuova democrazia radicale, oltre la fine della democrazia liberale – spiega il coordinamento nazionale – Spetta a noi mantenere questo spazio aperto, costruire connessione tra diversità, coniugando lotta e progetto, per il movimento e l’alternativa sistemica, per muoverci insieme nei territori, in Italia e in Europa, per sintonizzarci con tutto il mondo che cerca alternative all’autoritarismo e all’economia di guerra”. “Un’ampia convergenza in cui sono intervenuti anche attivisti delle reti internazionali: dalla Rivoluzione dei fenicotteri in Albania, in lotta contro la speculazione immobiliarista di un’area naturalistica, ai Minnesota 15, attivisti antifascisti perseguitati dall’amministrazione Trump per essersi opposti alle esecuzioni dell’ICE. E ancora: dalle donne della diaspora iraniana alla Global Sumud Flotilla e chi cerca di sabotare il genocidio in Palestina, il colonialismo israeliano ed ogni forma di aggressione coloniale”. Al via anche il calendario delle mobilitazioni del prossimo autunno, tra cui la nuova assemblea nazionale No Kings, che si terrà il 4 ottobre ottobre a Napoli; lo sciopero europeo degli studenti e la tre giorni “Stato sociale, no stato di guerra”, che si svolgerà dal 21 al 23 novembre in Italia e in Europa, in occasione della discussione della legge di bilancio. “Dobbiamo essere in tante continuare a ibridarci nella discussione e, soprattutto nei prossimi mesi di intensa attività politica e sociale, praticando un rafforzamento reciproco nelle piazze, nello sciopero, nella rete, e nell’azione diretta ed efficace per annullare remigrazione e combattere gli ‘anti-antifa’, cioè “i fa”, concludono. SCHEDA DI APPROFONDIMENTO IL CALENDARIO DELLE MOBILITAZIONI L’AUTUNNO CHE CAMBIERÀ L’ITALIA E L’EUROPA (in aggiornamento) Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire da appuntamenti centrali come la mobilitazione nazionale di Non Una di Meno nonché lo sciopero europeo degli studenti e la mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre. – Settembre: Carovana nazionale per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare – 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche – 4/10, Napoli, Assemblea Nazionale No Kings – Ottobre: Castelvolturno, Mobilitazione Nazionale contro la costruzione del CPR presso ‘La Piana’ e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti – 16/10: Sciopero Nazionale per la Giustizia Climatica e sociale – 14-15/11, Bologna: Europe Beyond The West, Meeting Europeo di attivist* No Kings – 14/11: Climate Pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31 – 5-6/12, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale – 21-22-23/11, “Stato sociale, no stato di guerra”, in Italia e in Europa Fonte: Comunicato Stampa No Kings Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.