[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Schede: Cosa è la Guerra Cognitiva
A differenza della propaganda classica, la guerra cognitiva non si limita a dire cosa pensare, ma punta a cambiare il modo in cui le persone pensano, sentono e reagiscono. Come funziona? Sfrutta i social media, le app di messaggistica e le piattaforme digitali.
August 18, 2026
PeaceLink
La maledizione del Ponte: il mito che divora il Mezzogiorno. Una macchina mangiasoldi sempre attiva senza tregua
Il Ponte sullo Stretto è una maledizione. Non perché sia proibito immaginare un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ma perché da oltre un secolo il potere trasforma una questione territoriale complessa in un oggetto magico. Il mito promette di cancellare con una campata il divario Nord-Sud; intanto sottrae attenzione e risorse alle ferrovie siciliane e calabresi, ai porti, alla continuità territoriale, alla manutenzione, alla sanità e ai servizi sociali. Il manufatto eccezionale prende il posto della politica ordinaria, meno spettacolare ma verificabile. Il governo Meloni ha confermato 13,5 miliardi dal 2026 con il tono di chi annuncia un’opera già collaudata, non un progetto che deve ancora dimostrare di poter essere costruito e gestito in sicurezza. Ogni euro immobilizzato in questa scommessa non è disponibile per scuole, ospedali, trasporto pubblico, reti idriche, difesa del suolo e adattamento climatico. L’articolo 81 della Costituzione impone sostenibilità e responsabilità della spesa; gli articoli 9, 41 e 97 esigono tutela ambientale, utilità sociale e buon andamento. La propaganda della “grande opera” non sospende la Costituzione. UN PARERE TECNICO TRASFORMATO IN COMIZIO Il parere dell’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, trasmesso il 6 agosto 2026 dopo il lavoro di 76 tecnici, è stato venduto da Matteo Salvini come un “via libera”. Il dispositivo dice altro: il processo progettuale “possa proseguire” nel rispetto delle prescrizioni, delle considerazioni conclusive e delle raccomandazioni. Non certifica che il progetto sia esecutivo né autorizza a considerare imminenti i cantieri dell’opera principale. La distinzione è giuridicamente decisiva. Il Consiglio impone una Fase A del progetto esecutivo, una verifica di ottemperanza e soltanto dopo la valutazione delle condizioni per la Fase B. Definisce questa interfaccia “fondamentale quanto ineludibile” e prescrive passaggi successivi e verifiche intermedie. Il condizionale tecnico è stato trasformato in indicativo ministeriale. Si può consentire di continuare a progettare; non si può fingere che gli accertamenti mancanti siano stati compiuti.   SOTTO IL TITOLO E NELL PAGINA, LA FIERA DEI RENDERING, L’ATTIVITÀ A GETTO CONTINUO CHE SFORNA SUGGESTIONI E SPRECHI SISMA, VENTO E CORROSIONE: LA SICUREZZA ANCORA DA DIMOSTRARE Nell’area dello Stretto sono censite 24 faglie attive e capaci, sulle quali persistono rilevanti incertezze. Il progetto definitivo risale al 2011; gli aggiornamenti bibliografici non apportano sufficienti dati acquisiti ad hoc. Il Consiglio chiede nuove indagini sul terreno, moderni studi geo-sismotettonici e simulazioni fisiche dello scuotimento. Non è accademia: dislocazioni e variazioni altimetriche possono interessare i terreni destinati alle torri, alte circa 399 metri, nell’area del terremoto e maremoto del 1908. Il parere rileva inoltre che non sono esplicitati compiutamente i criteri della domanda sismica, l’affidabilità perseguita e conseguita e il comportamento post-elastico. Chiede nuove verifiche sugli effetti combinati di sisma, vento, temperatura e traffico; sulla stabilità dell’impalcato e del sistema di sospensione; sulla perdita di pendini; su incendi ed esplosioni. Manca una dimostrazione adeguata della tolleranza a fenomeni di corrosione estesi o localizzati. Per una struttura senza precedenti per luce della campata, la sicurezza va provata, non proclamata sui social. IL MARE SALE, LE NAVI CRESCONO La Stretto di Messina aveva sostenuto di non avere studiato il futuro innalzamento del livello medio marino perché mancherebbero dati scientifici consolidati. Il Consiglio giudica l’affermazione “non condivisibile”: il fenomeno è in atto, le conoscenze sono robuste e gli scenari ragionevoli devono essere considerati lungo la vita dell’opera. Il cambiamento climatico non è un’opinione da espellere dal progetto quando disturba il cronoprogramma. Il problema incide sul franco navigabile: i 72 metri dichiarati valgono in determinate condizioni e il margine operativo può ridursi, mentre aumenta il gigantismo navale. Occorre stimare gli sviluppi delle flotte per evitare un collo di bottiglia permanente ai traffici mercantili e crocieristici. Anche il vento può imporre riduzioni di velocità e chiusure, come sui ponti Vestbroen e Øresund. Senza quantificare frequenza e durata delle interruzioni, previsioni di traffico, pedaggi e piano economico-finanziario sono costruiti solo sulla carta. PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ NON SONO MATERIALE DI RISULTA Torri, cavi, svincoli, gallerie e opere di adduzione incidono su coste, fondali, aree protette, rotte migratorie dell’avifauna e su uno dei paesaggi più identitari del Mediterraneo. L’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità, ecosistemi e future generazioni: non è una clausola ornamentale da compensare a cantiere deciso. Le osservazioni VIA avevano già segnalato impatti cumulativi e carenze che oggi riemergono nel parere tecnico. Un governo che invoca l’identità nazionale dovrebbe ricordare che anche lo Stretto è patrimonio nazionale, non uno spazio vuoto consegnato al cemento. APPROVAZIONE A SALAMINO, GARANZIE PUBBLICHE E RENDITA PRIVATA Il punto politicamente più grave è il metodo. La possibilità di sviluppare e approvare il progetto esecutivo per “fasi costruttive” spezza l’unità dell’opera: si possono avviare segmenti, attività preliminari ed espropri prima che sia dimostrata la fattibilità complessiva. È un’approvazione a salamino: una fetta dopo l’altra, ogni decisione crea costi irrecuperabili, aspettative contrattuali e pressioni per procedere. Quando emergerà un ostacolo decisivo, lo Stato sentirà ripetere che fermarsi costerebbe più che continuare. È il classico meccanismo con cui un progetto dubbio diventa inevitabile non perché sia utile, ma perché è già costato troppo. Questa frammentazione avvantaggia la Stretto di Messina S.p.A., che governa tempi e passaggi, e soprattutto il contraente generale Eurolink, guidato da Webuild. Il decreto-legge n. 35 del 2023, convertito dalla legge n. 58, ha resuscitato per via legislativa rapporti caducati ex lege nel 2013 e derivanti dalla gara del 2005, invece di ricorrere a una nuova procedura competitiva. L’Anac aveva segnalato i vincoli europei, i rischi finanziari e la necessità di evitare un eccessivo rafforzamento della parte privata. Il beneficiario non è emerso da una gara aggiornata ai costi, alle tecnologie e alle condizioni di oggi: è stato rimesso in sella dalla legge. È capitalismo senza mercato, con il rischio pubblico e la posizione contrattuale privata protetta. Gli espropri possono intanto colpire centinaia di famiglie e attività, mentre la realizzabilità dell’intero ponte resta da provare. Il cittadino perde casa, terreno o prospettiva; il contraente consolida la commessa. Questa asimmetria è socialmente intollerabile e giuridicamente pericolosa, perché converte l’incertezza progettuale in danno certo per i territori.   Le mappe predisposte dalla società hanno coinvolto almeno 450 famiglie, circa 300 sul versante siciliano e 150 su quello calabrese, oltre a terreni e fabbricati produttivi. Non sono numeri astratti: sono comunità sospese, immobili svalutati, progetti di vita congelati. L’“urgenza” proclamata dal governo opera, dunque, in una sola direzione: è rapidissima quando deve comprimere diritti ed espropriare; diventa elastica quando occorre fornire dati sismici, verifiche strutturali e garanzie economiche. Ai cittadini si chiede certezza del sacrificio; alla società e al contraente si concede il beneficio del dubbio, contro cui ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia europea, Angelo Bonelli, di Avs, denunciando che si stanno forzando regole e procedure proprio attraverso questa autorizzazione per fasi costruttive, che consente di procedere a pezzi senza attendere la certezza sulla realizzabilità dell’opera.   COSTI CERTI, BENEFICI IPOTETICI Un’analisi costi-benefici è attendibile solo se include ritardi, varianti, extracosti, manutenzione, limitazioni operative, domanda reale e alternative. Se il traffico è sovrastimato e i costi sottostimati, il beneficio attualizzato evapora. Pedaggi elevati riducono gli utenti; pedaggi bassi non coprono gestione e capitale. In entrambi i casi il rischio torna allo Stato. I contribuenti pagano società, progettazione e apparato amministrativo; potrebbero poi pagare revisioni dei prezzi, contenziosi, varianti e deficit di esercizio. La macchina produce costi certi mentre l’opera e i benefici restano eventuali. La Corte dei conti, con la deliberazione n. 19/2025, ha negato visto e registrazione alla delibera Cipess n. 41/2025, contestando passaggi rilevanti sotto i profili europeo, ambientale e procedurale. Il controllo contabile non invade la politica: ricorda che la politica è soggetta alla legge. Il principio di precauzione, l’obbligo di motivazione e la valutazione ambientale effettiva non sono intralci burocratici da aggirare per decreto. Il danno sociale comincia oggi: il Ponte assorbe anche risorse di coesione destinate a ridurre i divari, mentre prestazioni essenziali e infrastrutture diffuse restano indietro.   SPEZZARE LA MALEDIZIONE L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti, rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura. Interventi meno fotogenici, ma capaci di distribuire accessibilità, lavoro e diritti. Il Ponte è il dispositivo con cui il centro promette al Sud una scorciatoia e rinvia l’eguaglianza sostanziale. La sua maledizione consiste nel far credere che al Mezzogiorno manchi una campata, quando mancano investimenti continui, servizi universali e manutenzione. Fermare l’approvazione a salamino non significa rifiutare la modernità: significa impedire che l’incertezza privata diventi debito pubblico e danno sociale. Prima si dimostrino sicurezza, utilità, sostenibilità e compatibilità paesaggistica; soltanto dopo si decida se costruire. Il resto non è politico infrastrutturale: è un azzardo di Stato. Aurelio Angelini
August 18, 2026
Pressenza
Incontro con Lee Gordon, il 20 agosto a Rebbio
Lee ha vissuto in Israele per vent’anni, partecipando attivamente al dialogo ebraico-arabo.  Lee Gordon ha promosso la fondazione di Hand in Hand: Center for Jewish-Arab Education in Israel, un’organizzazione israeliana senza scopo di lucro che ha creato una rete di scuole pubbliche integrate per bambini arabi ed ebrei. Partendo da soli 50 studenti nel 1998, Hand in Hand conta oggi sei sedi e oltre 1.600 studenti ebrei e arabi, e sta avendo un impatto significativo in Israele per la collaborazione e la convivenza ebraico-araba. Attualmente vive negli Usa, è un attivista sociale e organizzatore di comunità di lunga data, ed è anche coinvolto nel sostegno ai rifugiati nella sua città di Portland, Oregon. Sarà ospite a cena (necessario prenotare) all’oratorio di Rebbio alle 19,30 del 20 agosto con la moglie e una nipote e poi ci confronteremo e ci racconterà la sua esperienza. L’incontro dopocena è libero a tutti. [Coordinamento comasco per la Pace] Ecoinformazioni
August 18, 2026
Pressenza
Etna, aeroporto di Catania: cancellate tutte le restrizioni per i voli
Sono terminate le limitazioni all’aeroporto di Catania, interessato nei giorni scorsi dalla caduta di cenere provocata dall’eruzione dell’Etna. La Sac, società che gestisce lo scalo, ha annunciato la riapertura dei settori precedentemente chiusi e la cancellazione di tutte le restrizioni, dopo il passaggio dell’allerta vulcanica da rossa ad arancione. Le attività di volo in partenza e in arrivo sono state quindi ripristinate con effetto immediato. In mattinata era stata invece prorogata fino alle 18 la chiusura del settore B1, limitando gli arrivi a un massimo di dodici aerei ogni ora. The post Etna, aeroporto di Catania: cancellate tutte le restrizioni per i voli appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero
Procede a tamburo battuto il folle piano del riarmo europeo. Mentre gli Stati, incuranti di ciò che pensa la popolazione e di ciò che vuole la popolazione, fanno debito su debito per comprare armi, progettare armi e costruire armi, per l’immensa gioia dell’industria bellica, mentre insomma non cessa la retorica del si vis pacem, para bellum, qualcuno potrebbe smontarla punto per punto… se soltanto venisse letto almeno. È in momenti come questo che trovo sollievo in questo poema scritto quasi tremila anni fa, che parla di una città assediata e di un esercito che combatte per l’onore, il bottino e la gloria, per tutto ciò che gli uomini hanno raccontato a sé stessi, nel corso dei secoli, per rendere la guerra accettabile.  O più precisamente trovo sollievo in una scena dell’Iliade; sto parlando della celebre incontro tra Priamo e Achille che in un clima come quello attuale meriterebbe più di qualche parola. Ettore è appena morto. Allora Priamo si traveste da mendicante e avanza nella notte per raggiungere la tenda di Achille. E cosa accade? Si mette in ginocchio davanti all’assassinio di suo figlio! C’è quest’uomo, un uomo amato e onorato dalla sua gente, che ha letteralmente potere di vita e di morte sulla sua terra, che s’inginocchia e bacia quelle «mani tremende». Bacia la mano di chi gli ha ucciso il figlio. E in quel momento la guerra non è più gloriosa, non è più eroica, non ci sono canti o celebrazioni di grandi gesta, c’è soltanto il dolore di questo padre che chiede che gli venga restituito il corpo del figlio.  E poi Priamo fa una cosa altrettanto sconvolgente: «Abbi pietà di me», dice ad Achille «ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, ho sopportato quello che nessun altro mortale ha sopportato: di portare alla bocca la mano dell’uccisore di mio figlio». E le sue parole sono talmente eloquenti, tanto autentico è il suo dolore, che riesce a fare breccia nell’animo di Achille. E Achille l’invincibile, l’inamovibile, scosta Priamo dalle sue ginocchia e lo abbraccia. E i due piangono assieme. L’Iliade, in effetti, termina col funerale di Ettore, ma in realtà è proprio questa la scena d’azione conclusiva del poema. L’Iliade, il poema della forza, si conclude con la riconciliazione di due acerrimi nemici.  Priamo chiede ad Achille di restituire il corpo di Ettore. Dipinto del 1824 di Aleksandr Andreevich Ivanov Ciò che rende davvero interessante questa scena non è tanto la riconciliazione in sé, ma come e perché sia avvenuta. Cosa vede Achille quando Priamo gli bacia la mano?  È una domanda tutt’altro che marginale. Perché tutta la guerra si fonda sulla capacità di non vedere l’altro nella sua individualità. L’esercito non è fatto di uomini ma di soldati; il nemico non è più una persona ma un obiettivo; una città è soltanto un territorio da conquistare. Per poter uccidere, bisogna prima trasformare l’altro in qualcosa che possa essere ucciso. E Omero sembra sapere perfettamente che cosa accade quando questa trasformazione viene meno. Quando Priamo entra nella tenda di Achille, la guerra, per un istante, si interrompe. Non perché sia finita. Ettore è morto, Troia è ancora assediata, Achille resta un guerriero e Priamo è il re della città che è sua nemica. Nulla di tutto questo è cambiato. È cambiato però il modo in cui i due uomini si guardano l’uno all’altro. E basta questo perché, dentro quella tenda, la logica della guerra perda per un momento il proprio potere. Sia ben chiaro, l’Iliade non è affatto un poema pacifista. È un poema pieno di violenza, di sangue, di corpi mutilati, di città distrutte, di uomini che insomma si uccidono e vengono uccisi in modo brutale. Omero non ci risparmia nulla: ci mostra la ferocia, la vendetta, l’odio. Ma proprio per questo quella scena finale assume un significato ancora più grande. Perché l’Iliade non ci mostra soltanto degli uomini che combattono, ci mostra uomini che hanno bisogno di raccontarsi perché combattono. Gloria, onore, vendetta, patria, bottino: la guerra non è mai soltanto una questione di armi; è anche e soprattutto una narrazione. Gli eroi di Omero devono trovare continuamente le parole capaci di trasformare la morte in qualcosa che possa essere sopportato. Achille deve credere che la morte di Patroclo debba essere vendicata. I Greci devono credere che la loro guerra abbia un significato. Gli eroi devono credere che morire sul campo di battaglia sia preferibile a tornare a casa senza gloria. E invece cosa accade nella tenda di Achille? Accade qualcosa che in guerra non dovrebbe accadere mai: Achille torna a vedere l’uomo che ha davanti. Fino a quel momento Priamo è il re dei Troiani, il padre di Ettore, il capo del popolo contro il quale combatte; Ettore è il nemico che ha ucciso Patroclo e che per questo deve essere punito. Ci sono i Greci e ci sono i Troiani, ci sono i nostri morti e ci sono i loro morti. È così che funziona una guerra: prima ancora di uccidere un uomo bisogna trasformarlo in un nemico. Bisogna convincere gli uomini che quelli che moriranno dall’altra parte non sono uomini come noi, che il loro dolore pesa meno del nostro, che la loro morte è necessaria, inevitabile, perfino desiderabile. Bisogna smettere di chiamarli padri, figli, fratelli, madri. Bisogna chiamarli soldati, bersagli, obiettivi, minacce. È così che una città può diventare un obiettivo militare. È così che migliaia di morti possono essere ridotti a una cifra. Funerali di Ettore. Tela di Vincenzo Baldacci dipinta nei primi anni dell’Ottocento Ma poi Priamo entra nella tenda di Achille e quella costruzione crolla. Achille non vede più davanti a sé il re di Troia; vede un padre. Priamo non vede più davanti a sé l’uomo invincibile che ha ucciso Ettore; vede un altro uomo che ha avuto un padre. Per un istante cioè la guerra perde la sua capacità di dividere il mondo in due categorie: noi e loro. Ed è in questo preciso momento che Omero oltrepassa qualsiasi distanza temporale.  Oggi, invece, si parla continuamente di deterrenza, sicurezza, minaccia, capacità militari. Ma che cosa nasconde, cosa scompare dentro questo linguaggio? Scompare l’uomo. È questa, forse, la cosa più inquietante della retorica del riarmo. Non è tanto il fatto di spendere miliardi che potrebbero essere destinati a cose come la sanità, l’istruzione, le pensioni, il lavoro, tutto ciò che contribuirebbe al benessere dei cittadini insomma, ma ciò che desta preoccupazione è che questo tipo di retorica ci abitua progressivamente a pensare alla guerra attraverso le categorie della macchina militare e non attraverso quelle dell’esperienza umana. Frasi asettiche e impersonali come «centotrenta miliardi per le armi», il «cinque per cento del PIL», nel concreto significano uomini che un giorno potrebbero essere mandati a combattere e che potrebbero essere uccisi. Significano padri, figli, fratelli, persone. L’incontro tra Priamo e Achille raccontato da Omero ci costringe invece a rimettere un volto dove la guerra aveva messo un bersaglio. E forse è per questo che la scena dell’Iliade è così sconvolgente. Omero ci ha regalato una scena nella quale due uomini smettono di essere ciò che la guerra ha ordinato loro di essere. Priamo dovrebbe odiare Achille. Achille dovrebbe odiare Priamo. E invece piangono insieme.  E quando il nemico torna a essere un uomo, la guerra diventa improvvisamente molto più difficile da raccontare. Ecco perché rileggere Omero, per ricordare cosa la retorica militare, di oggi e di ieri, vuole farci rimuovere. Perché la vera domanda non è solo quante armi stiamo comprando, ma quali parole vengono usate su di noi, quali parole ci abituiamo ad usare che plasmano e plasmeranno il nostro modo di pensare alla guerra. Cosa succede, infatti, quando una società comincia a ripetersi di continuo che il Nemico è un nemico appunto e la guerra è inevitabile da finire per considerarla inevitabile davvero? Omero ce lo ha mostrato. Chissà se arriverà mai il giorno in cui potremmo dire di avere davvero capito la lezione… The post Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo
Nella corsa al riarmo, il settore defence-tech è salito sul podio nella competizione tecnologica globale degli ultimi anni. Dal 2022 ad oggi, gli investimenti di venture capital nel settore defence-tech hanno raggiunto oltre 32 miliardi di dollari complessivi (Forbes, 2026), con un’accelerazione significativa nel 2026 che ha già visto dall’inizio dell’anno circa 12,3 miliardi di dollari investiti in startup attive in difesa, aerospace e spacetech. Questa tendenza è confermata dalla proliferazione di nuove startup private del settore che raggiungono la valutazione oltre il miliardo di dollari, come dimostra un’analisi di BestBrokers (2026), la quale evidenzia la nascita di ben nove nuovi unicorni (termine coniato nel 2013 quando startup da oltre un miliardo erano così rare da sembrare mitologiche — circostanza oggi venuta meno), nell’Aerospace & SpaceTech, solamente nei primi mesi del 2026. All’interno di questa cornice, il mercato specifico dell’IA militare valeva circa 12,5 miliardi di dollari nel 2024 con proiezioni di crescita fino ai 25,58 miliardi di dollari nel 2030 — cifra che rischia di sottostimare la realtà, considerato che solamente gli Stati Uniti investiranno circa il 2% del proprio PIL in intelligenza artificiale e infrastrutture dati nel 2026, pari a circa 640 miliardi di dollari (Forbes, 2026). L’Europa e l’Italia non sono da meno: il piano ReArm Europe prevede che dal 2026 dovranno essere definite aree strategiche su IA e sistemi informativi, mentre l’Italia pianifica la nascita in Lombardia del polo quantistico più potente al mondo, investendo 230 milioni di euro dai fondi Pnrr, con una previsione di spesa di un miliardo nei prossimi 5 anni (La Riscossa, 2026). Ma a prescindere dalle cifre, ciò che facilita il ruolo dell’IA come motore del riarmo non è quanto si investe in essa, bensì il fatto che questa nuova tecnologia sia stata distribuita gratuitamente, su scala di massa, ancora prima che si sapesse fino a che punto sarebbe diventata infrastruttura militare. L’IA è entrata nella vita quotidiana di miliardi di persone come strumento apparentemente neutro, rendendo ogni obiezione al suo uso militare superata rispetto a un’infrastruttura civile a cui nessuno è più disposto a rinunciare. Il defence-tech non sta quindi semplicemente adottando l’IA, ma ne sta ereditando l’ecosistema, la cui diffusione capillare ha già reso il processo irreversibile. E questo processo si muove su quattro direttrici che si potenziano reciprocamente e alimentano il riarmo: una economico-industriale, una geopolitica, una ambientale e una politica. DIRETTRICE ECONOMICO-INDUSTRIALE: I QUATTRO MOLTIPLICATORI DEL DEFENCE-TECH La direttrice economica-industriale rivela come l’IA acceleri strutturalmente il riarmo, attraverso quattro meccanismi reciprocamente alimentati: 1. Dual-use come cavallo di Troia: l’adattamento di una quota sempre crescente di applicazioni di IA, dal settore civile all’uso militare, rende automaticamente capacità militare ogni avanzamento nei modelli generalisti, senza bisogno di un lavoro di ricerca dedicato. Un esempio di questo meccanismo in azione è dato dai sistemi di visione e riconoscimento automatico sviluppati da Anduril per i droni civili che sono stati immediatamente riproposti per la sorveglianza di confine e la ricognizione tattica. 2. Venture Capital applicato alla guerra: le startup tech non sono come i contractor tradizionali che si reggono su margini stabili nel tempo; un’impresa come Anduril deve mostrare crescita esponenziale, o i finanziamenti si fermano seguendo una spirale a rinforzo continuo: un contratto pubblico fa salire la valutazione, la valutazione più alta attira un nuovo round di venture capital, e quel round richiede — per essere ripagato — un contratto ancora più grande. Ogni fase alimenta la successiva e un taglio alla spesa militare non è più solo una decisione politica ma soprattutto una decisione economica, diventando una minaccia diretta per gli investitori. 3. Lock-in dei sistemi: per un esercito che ha costruito la propria architettura di comando e controllo grazie a determinati sistemi, diventa costosissimo sostituirli e questo crea una dipendenza tecnica pluriennale che rende il riarmo auto-rinforzante. Nel caso del Pentagono, per esempio, il sistema Maven di Palantir è diventato parte integrante dell’infrastruttura operativa. e sostituirlo richiederebbe la riconversione completa dei processi operativi, la formazione di migliaia di operatori, e la migrazione di decenni di dati. Questo rende qualsiasi alternativa tecnicamente ed economicamente impraticabile. 4. Constituency economica: aziende defence-tech come Anduril e Palantir hanno trasformato il complesso militare-industriale in un ecosistema finanziario diffuso, finanziando la loro crescita con lobbying e assunzioni incrociate di persone che escono dal governo ed entrano nelle aziende, e viceversa. Da un lato, migliaia di dipendenti possiedono azioni il cui valore raddoppia a ogni nuovo stanziamento pubblico, creando una constituency economica il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio militare; dall’altro, questo meccanismo è alimentato da un aumento sistematico dell’influenza politica: per fare un esempio, tra il 2022 e il 2024, nove aziende IA di punta e i loro dipendenti hanno incrementato del 60% i contributi alle campagne elettorali dei membri del Congresso statunitense che controllano le politiche del Pentagono (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026). Il risultato è un sistema in cui il denaro privato influenza sempre più le decisioni politiche su quanto e come armarsi, poiché l’incentivo a spingere per più spesa militare riguarda un numero sempre crescente di persone il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio pubblico della difesa. DIRETTRICE GEOPOLITICA: IL POTERE SENZA ACCOUNTABILITY DEMOCRATICA I dati sugli investimenti in IA descrivono una doppia deformazione: quella dell’architettura di sicurezza internazionale e quella delle istituzioni democratiche chiamate a garantirla. Chi controlla capitali privati di centinaia di miliardi ha accesso a infrastrutture militari, politiche ed economiche paragonabili a quelle di uno Stato, ma senza la stessa responsabilità democratica. L’episodio di Musk che ha velatamente minacciato di spegnere Starlink in Ucraina è l’illustrazione più chiara di questo squilibrio: un privato cittadino con il potere di condizionare un conflitto armato, senza alcun mandato elettorale. All’interno di questa cornice si trova anche la porta girevole tra industria e apparato militare. Il generale Randy George ha impartito il giuramento a quattro dirigenti tech — provenienti da Meta, OpenAI e Palantir — entrati in ruoli militari (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026); funzionari del Pentagono che avevano contribuito a scrivere i requisiti IA dell’esercito sarebbero poi passati a lavorare per le stesse aziende che hanno vinto quei contratti (Defensescoop, 2026). Quando chi scrive le regole e chi le soddisfa finiscono per scambiarsi i ruoli, i canali di influenza tra potere economico e potere politico smettono di essere l’eccezione e diventano la norma strutturale. La fitta rete di relazioni tra figure potenti e personaggi politici mostra l’esistenza di canali di influenza che alterano completamente i rapporti di forza tra i cittadini e i loro rappresentanti politici: i governi non temono più le conseguenze elettorali perché la concentrazione patrimoniale ha spostato il centro di gravità decisionale verso lobby, media acquistabili e nomine incrociate tra industria e difesa. DIRETTRICE AMBIENTALE: LA COMPETIZIONE PER LE RISORSE PRIMARIE Il collegamento tra intelligenza artificiale e riarmo si completa quando osserviamo la dimensione materiale: l’IA necessita di infrastrutture energetiche che competono con gli Stati per le risorse primarie mentre vengono finanziate da un settore privato il cui profitto dipende dalla continuazione della tensione geopolitica che quegli stessi sprechi di risorse comportano. Secondo il report dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (2026),  nel 2025 i data center globali hanno consumato 448 TWh di elettricità, sufficiente a rifornire i bisogni annui di tutta la popolazione dell’Africa sub-sahariana – 1,3 miliardi di persone – per oltre due anni e mezzo. Se fosse un Paese, questo consumo si posizionerebbe all’11º posto nella classifica globale davanti all’Arabia Saudita, con una carbon footprint di 189 milioni di tonnellate di CO₂e e un impatto idrico di 4,5 trilioni di litri, pari ai bisogni domestici minimi di 620 milioni di persone. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una parte consistente di questo consumo: nel 2025 i carichi di lavoro dell’IA da soli hanno rappresentato oltre il 20% dell’elettricità usata nei data center, circa 93 TWh, equivalenti ai bisogni residenziali di 715 milioni di africani subsahariani. Ciò equivale a 40 milioni di tonnellate di CO₂e (CO₂e è la misura che riassume in un solo numero l’impatto di tutti i gas serra coinvolti, non solo la CO₂ pura) – quanto assorbito da 661 milioni di piantine urbane in 10 anni. A questo si aggiungono 900 miliardi di litri d’acqua – l’equivalente di 365.000 piscine olimpioniche – e l’utilizzo di 1.400 km² di terreno – un’area pari a 195.000 campi da calcio. Questa energia elettrica potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico di un Paese come la Nigeria, la sesta nazione più popolosa al mondo, per oltre due anni. Le proiezioni per il futuro prevedono il raddoppiamento di questi consumi nei prossimi quattro anni. Questa crescita, inserita in un contesto più ampio di scarsità e crisi climatica, non è neutrale: la competizione per le risorse primarie che innesca l’IA nutre la stessa tensione geopolitica che finanzia la sua espansione, in un circolo vizioso che tende a moltiplicare il conflitto. DIRETTRICE POLITICA: LO SCARSO MARGINE D’AZIONE DELL’ATTIVISMO Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza; la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di negoziazione concrete. Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del pianeta,  e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere materialmente e politicamente. SMANTELLARE L’INTRECCIO DEL RIARMO: UNA PIATTAFORMA COMUNE DI AZIONE COLLETTIVA La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle quattro direttrici diventi irreversibile. Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario: la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più permissive è reale. Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media. Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva. Elisabeth Di Luca, Pubblicato su Pressenza il 12 agosto 2026. Fonti * AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels. * Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com. * Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa. * The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists. * War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop. * https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf. * AI Is Draining Water From Areas That Need It Most. * From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities. Letture di approfondimento [Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui sono nate alcune idee del pezzo] How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider. Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali. Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza. Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security. https://www.ceres.org/resources/reports/drained-by-data-the-cumulative-impact-of-data-centers-on-regional-water-stress. Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press. https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce. The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Firma la petizione per il blocco di S.P.V. Energy 3 in Toscana. Azienda coinvolta nel genocidio palestinese
Risulta in atto un procedimento amministrativo presso la Regione Toscana per la concessione dell’Autorizzazione Unica Energia (A.U.E.) alla ditta S.P.V. Energy 3 che da visure camerali risulta essere una società prestanome della israeliana Shikun & Binui Energy Europe, emanazione della Shikun & Binui L.t.d. La Shikun & Binui L.t.d. agli osservatori indipendenti internazionali risulta essere una delle imprese coinvolte nell’occupazione israeliana in Palestina. Essa opera in territori occupati della Cisgiordania e Gerusalemme Est costruendo e gestendo gli insediamenti illegali. Ha collaborato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza, si è aggiudicata tramite società controllate la gestione di nuove basi militari e detiene anche il 50% di Policy Ltd che fornisce strutture e servizi alla polizia israeliana. La risoluzione ONU del 18 settembre 2024, basata sul Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024 obbliga i soggetti terzi a non sostenere la situazione in atto nei territori della Palestina occupata definendo illegale la presenza di Israele e specificando che ciò coinvolge anche le relazioni economiche commerciali e finanziarie. Invita inoltre ad astenersi da azioni che possano avvalorare la presenza illegale di Israele nei territori palestinesi occupati nonché ad impedire relazioni commerciali che contribuiscano al mantenimento di tale situazione. Esorta i Paesi ad adottare misure affinché le istituzioni, le imprese e le entità che ricadano sotto la loro giurisdizione non operino in maniera da prestare aiuto o assistenza legittimando l’occupazione Gli Enti Territoriali italiani, quali gli Enti Locali e la Regione non possono ritenersi esentati da tali obblighi Il Collettivo “Diritti in Palestina” chiede l’osservanza delle risoluzioni ONU e Corte Internazionale di Giustizia e rivolge alla Regione Toscana la RICHIESTA di NON AUTORIZZARE la S.P.V. Energy 3 in quanto soggetto economico direttamente collegato e responsabile della politica criminale che calpesta i Diritti e le vite umane in Palestina. CLICCA QUI PER FIRMARE LA PETIZIONE SU CHANGE.ORG. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perú: «Dobbiamo essere attivi come società»
Il Perù entra nuovamente in un processo elettorale: le elezioni regionali e municipali per il periodo 2027-2030 si terranno il prossimo 4 ottobre, quando saranno eletti governatori, consiglieri, sindaci e consiglieri municipali provinciali e distrettuali. La competizione elettorale pone il seguente interrogativo: quali sono le principali richieste della popolazione che i futuri governatori e sindaci dovranno affrontare? La provincia costituzionale del Callao, con oltre un milione di abitanti, nonostante sia una regione chiave per il Paese grazie alla presenza dell’aeroporto internazionale Jorge Chavez e del porto marittimo, oggi deve affrontare sfide persistenti come l’informalità lavorativa, la mancanza di occupazione, l’insicurezza, la povertà monetaria, l’anemia infantile, tra gli altri problemi sociali. Pressenza ha intervistato Victor Huaranca Medina, candidato al Governo Regionale del Callao per il partito Buen Gobierno. La sua esperienza come attivista sociale anticorruzione, sostenuto da un partito che si colloca all’opposizione, lo presenta come il probabile outsider che, a suo dire, cerca di trasformare il Callao nel «primo asse logistico portuale». LOTTA ALLA CORRUZIONE PRESSENZA: VICTOR, PUÒ RACCONTARCI DELLA SUA ESPERIENZA NELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE? Victor Huaranca: I candidati, da 20 anni a questa parte, non hanno fatto altro che continuare lungo il corso di un fiume pieno di acque reflue, perché alla fine sfociano nella corruzione e persino in fatti di sangue. Alcuni di loro sono ancora oggi candidati, soprattutto per la regione. Ebbene, la lotta alla corruzione è stata difficile. Molti cittadini sono stati minacciati, aggrediti; purtroppo qui non si può dire chi viene ucciso e perché. Alcuni mesi fa, per una questione legata al traffico di terreni, il nostro amico Germán Congona, una persona con disabilità, è stato colpito da sei o sette proiettili e si è salvato per miracolo. E non hanno alcun riguardo, sparano a chiunque. Il problema di ciò che sta accadendo qui nel Callao è che tutti sanno come stanno le cose, ma tacciono. Io le dico apertamente. Ho combattuto contro la corruzione degli ex Chimpum Callao, poi trasformatisi in «Contigo» e successivamente in «Podemos». Se guardi, tutte le pareti del Callao sono dipinte con denaro di cui non si sa la provenienza. Nessuno può dire nulla perché abbiamo paura che ci feriscano o ci aggrediscano. QUALI SONO STATI I RISULTATI DI QUESTA LOTTA ALLA CORRUZIONE? V.H.: La prima condanna di Félix Moreno è stata ottenuta grazie alla mia denuncia. Non perché lo abbia denunciato il procuratore, no, è stata la mia denuncia. E ho avuto, diciamo, la fortuna di poter contare su molti cittadini che lottavano anch’essi. E così abbiamo potuto unirci. Questo soggetto, Oscar Peña Aparicio, complice di Félix Moreno, si accordò con lui per appropriarsi, a un prezzo irrisorio, del parco zonale di Pachacute, che ha 240.000 metri quadrati, e del mercato di Oquendo, che ne ha 70.000. Ebbene, questa è la prima cosa che salta agli occhi. Inoltre, io ero possessore di 3.000 metri quadrati di questo mercato di Oquendo e fui l’unico a denunciare. Ma, poiché denunciai, fui perseguitato, denunciato e calunniato. Non so se furono loro o altri a minacciarmi di morte, perché questo non si sa, in fin dei conti. E tutto veniva fatto dall’operatore Pedro Espadaro; sono state presentate denunce pubbliche contro di lui. Ebbene, alcuni vigilanti del Comune di Ventanilla, che in seguito dichiararono di non lavorare più per il Comune, mi ruppero il braccio e la spalla e, quando il procuratore chiese a quegli stessi dirigenti, denunciati da Panorama, dissero di non avere registrazioni. Ma le registrazioni effettuate dallo stesso Comune, una mano benevola me le fece arrivare anonimamente, e tutti quegli elementi sono serviti a condannare uno di questi bracci armati di Félix Moreno e di Espadaro, che è stato condannato per lesioni gravi. QUALI SONO I PRINCIPALI PUNTI DELLA SUA CAMPAGNA? V.H.: Faremo una campagna coerente, ma coraggiosa. Chiameremo le cose con il loro nome. Non ci saranno più estorsioni. Non ci saranno più sicari. Come lo controlleremo? Esiste un programma, ma con un rimedio diverso, perché deve essere applicata la forza coercitiva dello Stato. E lo Stato non sta esercitando la forza coercitiva della PNP. Se oggi sono aumentati gli omicidi su commissione e le estorsioni, ciò è stato favorito dalle leggi che sono state approvate. E perché moltissimi poliziotti, non posso dire tutti, ma moltissimi poliziotti sono complici e persino capi di questi soggetti. Utilizzeremo una tecnologia che acquisirà le immagini delle telecamere di tutti i commercianti. I droni saranno integrati in questo sistema. E si seguiranno i volti di coloro che stanno commettendo reati. E ci sarà una base di polizia per l’intervento immediato e rapido, per catturare i delinquenti in flagranza, giusto? E in quella base lavoreranno tutti in modo coordinato: il governo regionale, il Comune, la polizia, il Ministero Pubblico, il potere di polizia. Ed è questo che dobbiamo fare. Dobbiamo esigere che la polizia svolga i propri servizi, giusto? Ebbene, combatteremo. Se il Ministero dell’Interno non vorrà farlo, andremo persino a parlare con la signora Keiko Fujimori. Non si può permettere che la gente venga uccisa impunemente. In questo momento la popolazione ha ceduto, la cittadinanza ha ceduto le strade ai sicari. Questo non può essere. I valori non esistono più. Ora si promuovono soltanto disvalori. Quindi dobbiamo fare qualcosa al riguardo. Questa è la questione prioritaria. Istruzione: salvare i ragazzi Poi, immediatamente, l’istruzione. Come salviamo questi ragazzi che, nascendo con la benedizione di Dio e con la benedizione dei loro genitori, vengono al mondo nell’ambiente che stiamo descrivendo? Come possono queste creature sfuggire a questo ambiente? Con l’istruzione. La questione dell’istruzione è vitale: i ragazzi sono intrappolati e non hanno nemmeno opportunità di lavoro. E finiscono nella droga, finiscono… Prima, nei politecnici o nelle nostre scuole di formazione professionale di livello intermedio, si diplomavano saldatori, addetti al carico, operatori di carrelli elevatori. E ora no. E stavamo pensando… Questo può essere fatto attraverso laboratori. Affinché i ragazzi possano sfuggire al loro ambiente, perché molti non vogliono tornare nel loro ambiente e sono costretti a farlo perché non hanno dove mangiare, dove vivere, dove dormire. Pensiamo di realizzare una sorta di struttura ricettiva per cinquemila ragazzi. No? Per quelli del terzo, quarto e quinto anno della scuola secondaria. Forse persino fino ai vent’anni. Dove possano essere accolti. Dove vengano forniti loro tutti i servizi: il computer, i tavoli, la cucina, la lavatrice, tutte le loro cose. In modo che abbiano, per esempio, venti o venticinque metri quadrati per studiare, vivere e realizzarsi lì. Quindi, se un ragazzo non ha questa possibilità nel Callao, semplicemente perché si trova in un ambiente negativo, viene trasferito lì. Callao: asse logistico portuale Il Callao è il centro nevralgico del Paese. Il Callao è il centro in cui si trova il porto marittimo che movimenta più o meno il 60% dell’attività commerciale. Abbiamo un aeroporto. Quindi è il centro nevralgico economico del Paese. Ma viene trattato come se fosse l’ultima ruota del carro. Ebbene, ciò che faremo è sfruttare questi elementi strategici e, per esempio, nell’asse logistico portuale che si sta sviluppando, Callao-Hong Kong-Chancay, intendo creare una partnership con gli imprenditori e con tutti gli altri, affinché possiamo sostenere e puntare a generare maggiore ricchezza nella zona. Perché se c’è maggiore ricchezza, c’è ovviamente maggiore occupazione, in modo tale da generare entrate per il Callao. Inoltre, esiste un progetto di cui si parla da molti anni: l’isola San Lorenzo. Un progetto enorme, come un mega-porto. Deve essere sviluppato. Dobbiamo creare un tavolo di lavoro su questo tema, perché significa incorporare almeno 24 chilometri quadrati, sia per attività imprenditoriali, sia per attività portuali, sia semplicemente come area urbana. Immagina cosa significherebbe in termini di entrate per il Comune. Decisione politica Quindi, ciò che intendiamo fare è: niente corruzione, niente omicidi su commissione. D’accordo? Istruzione e salute. Dobbiamo prendere la decisione politica di farlo, e anche la decisione politica affinché vi siano opere realizzate tramite il meccanismo delle opere per imposte, portando a termine i progetti, che sono molti. Per esempio, l’Ospedale San José: il progetto è già terminato e passa ora alla fase di esecuzione e gara d’appalto, d’accordo? Poi, l’Ospedale di Ventanilla. Ma dobbiamo cercare di ricategorizzarli affinché possano fornire assistenza e maggiore servizio alla popolazione. PRESSENZA: CI SARÀ UN CONTROLLO? V.H.: Il controllo che intendo effettuare consiste in un audit internazionale della regione, almeno degli ultimi 20 anni. Non importa se i reati sono caduti in prescrizione. Serve semplicemente ad avere un archivio storico di coloro che hanno commesso simili atrocità. E se potessi fare la stessa cosa parlando con il sindaco che verrà eletto, farei lo stesso nei comuni. Il messaggio fondamentale ai funzionari pubblici è che dobbiamo restituire dignità al lavoro del funzionario pubblico, perché sono loro a essere sottoposti all’estorsione mediante la quale viene ridotto il loro stipendio. In modo che quel funzionario pubblico riceva una retribuzione dignitosa e abbia anche l’obbligo di servire il cittadino in modo efficiente. E non cerchi altre «alternative». D’altro canto, a qualunque costo, purché io debba coordinarmi con il Comune e con gli enti competenti e nel rispetto della legge, insisterò con decisione politica affinché vengano recuperati tutti i terreni che al momento sono liberi, che non entrino in conflitto, e per procedere alla piantumazione o alla forestazione con alberi ornamentali e alberi da frutto stagionali della zona. Questo genera empatia. Anche unità. Quindi, in alcuni luoghi dove non c’è una popolazione nelle immediate vicinanze, si può comunque piantare; questo in tutto il Callao, cioè Ventanilla, Pachacútec, in tutte le zone. Ma allo stesso tempo ciò creerà anche posti di lavoro immediati. Quindi è chiaro: lotta alla corruzione, istruzione, salute, lavoro e, soprattutto, generare una sinergia tra molti imprenditori, non soltanto del Callao. Ebbene, so che l’asse logistico portuale esiste già, ma noi dobbiamo partecipare, perché altrimenti ci passerà semplicemente davanti agli occhi e non faremo nulla. Dobbiamo essere attivi come società. Redacción Perú
August 18, 2026
Pressenza
Usa sotto schiaffo in Medio Oriente
Render conto delle dichiarazioni di Trump è un lavoro inutile. Meglio concentrarsi sulla quantità di schiaffi che sta ricevendo da una realtà complessa che non capisce e che, in ogni caso, non si piega alla volontà dell’America. E’ scaduta la «tregua» dichiarata a metà aprile nella guerra all’Iran, e nel […] L'articolo Usa sotto schiaffo in Medio Oriente su Contropiano.
August 18, 2026
Contropiano
Mayotte: Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un reportage
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli (contenuti in questo articolo) che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 Reportage e inchieste I MAROONS DI TSAMBORO Il 4° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 4 Agosto 2026 Reportage e inchieste DI CHI È MAYOTTE? MAYOTTE È NOSTRA! Il 5° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 11 Agosto 2026 Reportage e inchieste MANGIARE A MAYOTTE. CIBO, DIPENDENZA E FRONTIERE Il 6° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 18 Agosto 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎
Mangiare a Mayotte. Cibo, dipendenza e frontiere
LUISA STAGI 1 Del periodo trascorso a Mayotte, tra le tante cose che mi hanno impressionata – e sarà forse perché tra i miei interessi di ricerca c’è l’alimentazione – ci sono la ristrettezza del repertorio culinario e i prezzi dei generi alimentari. Nei ristoranti e lungo le strade, abbiamo ritrovato spesso gli stessi pochi piatti: varianti di spiedini di carne accompagnati da banane o manioca. È possibile che le cucine domestiche custodiscano molte più preparazioni di quelle che noi abbiamo incontrato, e sarebbe sbagliato trasformare un’osservazione parziale in un giudizio definitivo sulla cultura mahorese. Tuttavia, il contrasto con altre isole dell’Oceano Indiano è apparso piuttosto evidente. A La Réunion la cucina creola racconta l’incontro, spesso violento e diseguale, tra mondi africani, malgasci, indiani ed europei. Anche in Madagascar ingredienti, tecniche e memorie di diversa provenienza sono stati incorporati e trasformati in un linguaggio culinario riconoscibile. Sono cucine nate dentro storie coloniali e rapporti di dominio, che mostrano tuttavia una capacità di assorbire ciò che arriva, modificarlo e infine dichiararlo proprio. A Mayotte, almeno nello spazio pubblico che abbiamo attraversato, sembra talvolta prevalere un movimento diverso, quasi per sottrazione. Ciò che viene da fuori non sempre è accolto e trasformato. Forse è azzardato leggere una società attraverso i suoi piatti, ma l’immagine risulta difficile da ignorare quando si osservano insieme cibo e frontiere. Un pollo congelato proveniente dalla Francia può percorrere migliaia di chilometri ed essere considerato indispensabile. Una persona partita da una distanza di poche decine di chilometri può invece essere rappresentata come un’intrusa, un peso per un’isola che ha «troppe poche risorse per poterle condividere anche con les Africains», come ci ha spiegato in un’intervista una delle rappresentanti del movimento delle donne mahoresi contro le migrazioni. Attraverso la lente alimentare si possono allora osservare alcune delle contraddizioni più profonde di Mayotte: un territorio dell’Oceano Indiano, legato storicamente e culturalmente allo spazio comoriano e africano, ma fortemente dipendente dalla Francia per nutrirsi. Il cibo si può acquistare nei piccoli mercatini situati nei principali nodi stradali, nei punti vendita della catena Douka Bé, carissima e diffusa capillarmente sul territorio, in qualche market Carrefour oppure al Baobab, il grande supermercato di Mamoudzou. Dai miei appunti di campo: «La mattina andiamo a fare la spesa al supermercato Baobab. Ogni volta rimango sorpresa dai prezzi. È tutto caro per noi: più caro rispetto all’Italia e, a detta del collega spagnolo, anche della Spagna. Nel reparto dei surgelati compriamo pollo e maiale provenienti dalla Francia. Dietro alle casse campeggiano i nomi di noti marchi collegati alla grande distribuzione agroalimentare. Gli scaffali sono pieni: il problema non è tanto la presenza del cibo, quanto la possibilità di acquistarlo.» A Mayotte una parte amplissima della popolazione vive in povertà. Quando il reddito è basso o discontinuo, il prezzo diventa uno dei principali criteri delle scelte alimentari. Si acquistano prodotti sazianti e conservabili: riso, pasta, manioca, carne congelata, bevande zuccherate, alimenti industriali. Le ricerche sui territori d’oltremare mostrano come i nuclei più poveri siano spinti verso un’alimentazione importata a basso costo, un cibo processato spesso ricco di zuccheri, sale e grassi. Mangiare male, qui, può essere una forma concreta della disuguaglianza. Il problema è aggravato dalla dipendenza dalle importazioni. Le economie d’oltremare sono state inserite in circuiti commerciali fortemente orientati verso l’Europa e soprattutto verso la Francia “metropolitana”. La distanza produce costi e vulnerabilità, ma non è solo una questione geografica: è inscritta in infrastrutture, norme e modelli di consumo che rendono più semplice importare un prodotto finito che costruire una filiera locale. Questa dipendenza mi è apparsa quasi caricaturale quando siamo andati al supermercato Baobab con alcune donne del campo rifugiati per acquistare gli ingredienti del pranzo che avevamo deciso di organizzare insieme: «Nel reparto delle spezie le osservo mentre prendono alcune confezioni, le rigirano tra le mani e cercano di capire che cosa contengano. Ho l’impressione, forse sbagliata, che facciano fatica a riconoscere ingredienti che dovrebbero essere familiari. Mi vengono in mente spezie partite dall’Africa o dall’Oceano Indiano, entrate nei circuiti europei della trasformazione e della distribuzione e ritornate infine a Mayotte dentro confezioni industriali che le rendono quasi estranee. È come se perfino ciò che è geograficamente vicino dovesse passare attraverso un centro lontano per acquistare legittimità commerciale e poter tornare sull’isola.» La scena restituisce bene il significato della dipendenza alimentare. Il problema non è solo che Mayotte produca semplicemente troppo poco, ma che possieda un controllo limitato sui circuiti attraverso cui il cibo è prodotto, trasformato e reso disponibile. È qui che la sovranità alimentare diventa una questione centrale.  Sovranità alimentare non significa immaginare un’autosufficienza totale, difficilmente realizzabile in un piccolo territorio insulare sottoposto a forte pressione demografica e climatica. Significa chiedersi chi decida che cosa produrre, quali colture sostenere, che cosa importare, quali risorse marine utilizzare e dove investire. Le ricerche sulla resilienza alimentare insulare suggeriscono infatti una posizione intermedia tra autonomia assoluta e dipendenza dal libero scambio che prevederebbe di mantenere le importazioni necessarie, rafforzando allo stesso tempo produzione locale, filiere corte e alimenti legati alle pratiche del territorio. I piccoli appezzamenti familiari e il jardin mahorais hanno a lungo prodotto manioca, banane, tuberi, frutta e ortaggi. Oggi l’espansione urbana riduce il terreno disponibile e i prodotti locali competono con merci industriali importate. Il ciclone Chido ha reso evidente questa vulnerabilità, distruggendo coltivazioni e infrastrutture e mostrando quanto l’isola dipenda dal porto, dalle strade e dalla distribuzione esterna. Le difficoltà nel portare acqua, alimenti e medicinali fino agli insediamenti più isolati hanno reso concretamente visibile il peso della distanza nei momenti di crisi. Anche la pesca presenta un paradosso simile. Mayotte è circondata dal mare, ma una parte importante del pesce consumato è importata. La pesca locale resta prevalentemente artigianale, costiera e in larga misura informale. Le piccole imbarcazioni sono adatte soprattutto alla laguna, mentre le risorse della barriera corallina non possono sostenere un aumento indiscriminato delle catture. Per sviluppare la pesca servirebbero imbarcazioni adeguate, punti di sbarco, ghiaccio, celle frigorifere, sistemi di trasformazione e una rete commerciale capace di far arrivare rapidamente il prodotto ai consumatori. Il pesce può essere nel mare e, nello stesso tempo, risultare economicamente lontanissimo. Le importazioni possono così diventare un dispositivo di mantenimento della dipendenza: risolvono una carenza nell’immediato, ma rendono meno urgente investire nelle filiere locali. Lo stesso vale per compensazioni e aiuti alimentari, indispensabili nell’emergenza ma incapaci, da soli, di modificarne le cause. Il rapporto con la Francia è quindi ambivalente. L’appartenenza alla Repubblica garantisce trasferimenti, protezione sociale e interventi d’emergenza, ma orienta norme, consumi e scambi verso l’“Hexagone”. Inoltre, standard elaborati per un’economia europea formalizzata possono essere difficili da sostenere per piccoli produttori e pescatori. La relazione centro-periferia resta così anche una relazione di potere. A questa fragilità alimentare si aggiunge il grande problema dell’acqua. La scarsità idrica è una delle questioni più controverse a Mayotte e investe l’alimentazione sotto diversi profili. Innanzitutto, riguarda l’agricoltura: senza acqua non si può coltivare. Ma incide anche direttamente sulle pratiche alimentari quotidiane. Se l’acqua deve essere acquistata, conservata o trasportata, cambia ciò che è possibile cucinare. Preparare riso, legumi o manioca richiede acqua che serve anche per lavare alimenti, mani e pentole. Dove c’è scarsità di acqua si privilegiano prodotti che necessitano di minore preparazione, mentre la precarietà igienica può aggravare la denutrizione infantile. A Mayotte convivono denutrizione, carenze di micronutrienti, sovrappeso e obesità: il “triplo fardello della malnutrizione” che caratterizza molte economie insulari dipendenti da alimenti industriali importati. Si possono assumere molte calorie e, allo stesso tempo, essere malnutriti. È qui che alimentazione e migrazioni si incontrano. La precarietà riguarda gran parte della popolazione mahorese, ma diventa più severa per chi vive senza un reddito stabile, un alloggio sicuro o documenti regolari. Per chi non può entrare nel mercato del lavoro formale, mangiare può dipendere da lavori giornalieri, piccoli commerci, aiuti associativi e reti familiari. La scarsità produce allora una potente narrazione della concorrenza per cui acqua, case, scuole, ospedali e cibo sarebbero insufficienti perché troppe persone li reclamano. La crescita demografica esercita certamente una pressione sulle infrastrutture, ma non basta a spiegare carenze che dipendono anche da investimenti insufficienti, fragilità delle reti e dipendenza dalle importazioni. La persona migrante diventa così il volto visibile di processi strutturali meno facili da rappresentare. È più immediato attribuire la scarsità d’acqua agli abitanti dei banga che interrogarsi sul perché non si investa in un sistema idrico efficiente; è più facile accusare chi arriva di consumare risorse che chiedersi perché un territorio insulare importi buona parte del proprio cibo e del proprio pesce. C’è poi una contraddizione ancora più profonda. Mayotte è stata separata politicamente dal resto delle Comore, ma continua a essere parte dello stesso spazio storico, familiare e culturale. Le persone provenienti dalle isole vicine lavorano spesso nell’agricoltura, nei cantieri, nei servizi domestici e nei piccoli commerci. Il loro lavoro contribuisce alla riproduzione materiale dell’isola, mentre la loro presenza è spesso raccontata e rappresentata come un peso. Il confine interrompe la mobilità delle persone molto più di quella delle merci. Nel pranzo condiviso al campo queste grandi questioni tornano a ridursi alle dimensioni di una pentola: «Le donne che hanno fatto la spesa con noi, les cuisinières, cominciano a cucinare. I movimenti sono lenti, apparentemente senza regia. Una pulisce il pollo, un’altra lo taglia, qualcuna porta altre pentole. Due bracieri vengono alimentati con la carbonella comprata al supermercato e con canne recuperate nei dintorni. Poco a poco capisco che quella lentezza è un’organizzazione precisa. I fuochi devono essere sorvegliati, ventilati, alimentati; le pentole spostate, il cibo girato. Ci vorrà tutto il pomeriggio.» La scena mostra insieme scarsità e competenza. Mancano una cucina attrezzata, fornelli sufficienti, acqua corrente, ma la precarietà è trasformata in cooperazione. Il sapere circola nei gesti: chi conosce il fuoco, chi i tempi della carne, chi sa quando intervenire e quando aspettare. Il cibo diventa un’infrastruttura sociale, capace di produrre reciprocità laddove le infrastrutture materiali sono insufficienti. E forse proprio questa scena offre una possibilità diversa dalla chiusura. Il pollo importato e le spezie confezionate sono trasformati, mescolati e restituiti come qualcosa di comune. In quel gesto c’è già un’altra idea di sovranità che non è l’illusione di non dipendere da nessuno, ma la capacità di appropriarsi di ciò che arriva, trasformarlo e farlo proprio. La questione, allora, non è semplicemente come produrre più cibo, ma chi abbia il potere di decidere che cosa può entrare, che cosa può essere trasformato e che cosa deve invece rimanere fuori. È su questo terreno che sovranità alimentare, dipendenza economica e politica delle frontiere finiscono per sovrapporsi. Garantire l’acqua, sostenere agricoltori e pescatori locali, ridurre la dipendenza dalle importazioni significa restituire al territorio una parte della capacità di scegliere il proprio futuro; ma significa anche riconoscere come risorsa, e non soltanto come presenza da contenere, i saperi, il lavoro e le pratiche portati da chi arriva dalle isole e dai paesi vicini. Il confronto con le altre cucine dell’Oceano Indiano acquista allora un significato che va oltre il cibo. Accogliere non significa semplicemente aggiungere una ricetta a un repertorio, ma essere capaci di prendere ciò che arriva, trasformarlo e produrre qualcosa che prima non esisteva. È ciò che fanno le cucine vive che costruiscono attraverso gli incontri, gli scambi e le ibridazioni. A Mayotte la frontiera sembra invece attraversare anche il piatto: rende familiare ciò che arriva da migliaia di chilometri e sospetto ciò che proviene dalle isole più vicine; facilita la circolazione delle merci e restringe quella delle persone; organizza la dipendenza dal lontano mentre tenta di recidere le relazioni con il vicino. Forse è proprio questo il paradosso che il cibo rende più evidente. Un territorio può difendersi da ciò che viene da fuori fino al punto di impoverire le proprie possibilità di trasformazione. Può scegliere la dipendenza da un centro lontano pur di non riconoscere ciò che arriva dal vicino. Ma una società, come una cucina, vive anche di ciò che riesce a incorporare. A forza di preferire il non avere all’accogliere, la frontiera rischia allora di non tenere fuori soltanto “gli altri”, rischia invece di restringere il repertorio del possibile, e con esso ciò che Mayotte potrebbe diventare. 1. Luisa Stagi è professoressa associata di Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Genova, dove insegna Sociologia dell’immaginario e culture visuali e Cibo, cultura e comunicazione. Presso lo stesso ateneo è attualmente presidente del Comitato Pari Opportunità. È tra le fondatrici del Laboratorio di Sociologia Visuale di Genova ↩︎

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