Niscemi ben rappresenta la trilogia della catastrofeFare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e
manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti.
Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini
economici
PERCHÉ NON CI POSSIAMO STUPIRE DI QUEL CHE PRECIPITA A VALLE, DI QUEL CHE CI
CADE ADDOSSO, DI QUEL CHE CI SOMMERGE.
di Roberto De Marco*
Trilogia della catastrofe: un’insopportabile ipocrisia – omissioni, incertezze e
buona volontà di fine secolo – un disastro tutto Millenium
NISCEMI**: l’insopportabile leggerezza dell’ipocrisia
L’ipocrisia (dal greco hipocrisis nel significato di “recitare una parte”) non
si cura certo della veridicità dei fatti, ha spesso la forma di una
dissimulazione, per coprire responsabilità delle quali invece si è ben
consapevoli. Un vizio quindi che non consente di rinunciare quantomeno a
omissioni nella narrazione di eventi appena causati da comportamenti
addebitabili. L’ipocrisia si può manifestare attraverso diverse modalità. Per
esempio, nella fattispecie, si finge di non sapere, di ignorare fatti contesti
ragioni e cause attraverso una falsità comunicazionale per manipolare la
percezione altrui.
Cedere ad una rappresentazione ipocrita della realtà ha una dimensione umana,
personale ma talvolta anche di sistema, ed allora le conseguenze sono ben più
gravi.
La storia di questo Paese è segnata da una sequenza infinita di disastri: frane,
alluvioni e ancor peggio, temutissimi terremoti, e poi tanti altri eventi
attribuibili non a cause naturali ma all’incoscienza o all’avidità umana.
Nonostante le condizioni generali del Paese siano profondamente e rapidamente
mutate, nella contemporaneità il sistema di governo pro tempore a cui è toccata
la sfortuna di affrontare il disastro e le sue conseguenze ha costantemente
reagito recitando a memoria un consolidato copione con effetti anestetici, zeppo
di omissione e poi di volatili promesse, per affrontare un sempre imbarazzante
giorno dopo. Insomma, si tratta di “far passare la nottata”, in attesa che lo
sgomento e l’indignazione dell’opinione pubblica lasci il passo alla inevitabile
rassegnazione. Nella linea del depistaggio nei confronti dell’indignazione
popolare montante, mentre si aprono inchieste contro ignoti, chi si sente in
qualche modo minacciato dal venir coinvolto in qualche responsabilità, ricorre
all’immancabile “non è questo il tempo delle polemiche, dobbiamo pensare ai
nostri concittadini in estrema difficoltà”.
E’ la leggerezza con cui si propongono, inoltre, false verità: “non si poteva
prevedere….”, “non si potevano immaginare queste dimensioni…”, “non eravamo
informati…”. Proclami recitati – da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza alla
popolazione – con una determinazione assoluta, dettata dal timore, forse
sorretta da una totale incompetenza o da un’arrogante presunzione, quando si
contano le perdite irrisarcibili e i danni incalcolabili. Allora è il tempo
dell’“interverremo affinché queste cose non succedano più”, poi immancabilmente
“la prevenzione come più importante opera pubblica per il Paese”. E’ la famosa
prevenzione sempre del giorno-dopo, inaccettabile ossimoro. Vi è certo, in chi
tali banalità propone, la piena consapevolezza della inconsistenza del
messaggio. Fake news si potrebbero oggi chiamare, già quando vengono recitate,
per l’appunto con offensiva leggerezza in quei giorni di sofferenza, sulle
macerie fumanti. Giustificazioni e promesse, deboli perché già spese nei
medesimi termini l’ultima volta, ma anche la penultima, e poi ancora tantissime
altre volte indietro nel tempo, su macerie diverse ma in fondo tutte, per molti
versi, uguali.
Così è spiegato il senso del titolo di questo scritto che richiama il best
seller di Milan Kundera. Nei contenuti non c’entra nulla se non per una
pervicace incapacità del protagonista di quel romanzo di rinunciare alle proprie
personali debolezze. Si vive sfuggendo alle responsabilità, con una leggerezza
intollerabile, insostenibile per l’appunto.
Di tutto questo il disastro di Niscemi, nella sua enorme, paurosa dimensione,
non è che l’ultimo episodio di una serie infinita, per molti aspetti
assolutamente ripetitivo nei comportamenti di chi detiene per debito d’ufficio,
a tutti i livelli, ovvie responsabilità nell’aver omesso un intervento
preventivo rispetto a quanto appena accaduto. Qui si tratta piuttosto di
debolezze di sistema, del default delle specifiche competenze dello Stato che
ogni Governo di turno incapace e/o disinteressato, ha preferito delegare,
surrogare ma sempre al ribasso. La Pubblica Amministrazione da decenni sta
scivolando su un inarrestabile piano inclinato, ridimensionata, privata di
risorse e competenze interne delle quali non è stata compresa l’assoluta
indispensabilità per programmare, pianificare ciò che scienza, conoscenza,
sviluppo tecnologico, via via crescendo, hanno pur messo a disposizione per
concreti interventi in prevenzione. E’ l’inconsistenza, la vacuità, la
leggerezza del pensiero che non consente di soppesare la natura e dimensione di
un problema che incide direttamente sulla tutela primaria della vita dei
cittadini, sulla conservazione di quel poco o molto benessere che ogni comunità,
famiglia ha saputo garantirsi. La disciplina, la cultura del prevenire non trova
spazio nell’azione di governo di un Paese che non può ignorare la ricorrenza, le
dimensioni e diffusione di eventi connessi a condizioni di rischio. Le promesse
del fatidico giorno-dopo, tante volte, ogni volta ripetute, testimoniano tale
consapevolezza, così, quando le promesse restano tali, la mancanza perdurante di
prevenzione assume un profilo colposo quindi sanzionabile. A Niscemi, si sapeva
cosa poteva accadere anche perché una trentina di anni fa per ultimo, ma
ripetutamente ancor prima, era già successo nella sua paurosa dimensione. La
franosità è un fenomeno diffusissimo, endemico del Paese.
Più in generale è ben noto come la penisola sia esposta a ricorrenti,
multiformi, intensi fenomeni naturali; vaste e numerose aree sono caratterizzate
da un’elevata pericolosità a cui si associa una elevatissima vulnerabilità,
potremmo dire ereditata, che riguarda il costruito più antico, anche prezioso e
quindi da difendere al contempo, da tutelare per le sue irrinunciabili
caratteristiche storico-culturali. Nella contemporaneità, decenni di pessima
gestione del territorio hanno poi creato ovunque nuove vulnerabilità,
soprattutto in aree metropolitane ad alta densità abitativa. Insomma, l’Italia è
un Paese ad alto rischio, soprattutto nel meridione e lungo la catena
appenninica. “Sotto i cieli più puri, i terreni più infidi” scriveva sul finire
del ‘700 Goethe al ritorno da un viaggio in Italia durato quasi due anni,
percorrendo la penisola intera. Ad ispirargli quel verso fu la visita alla
solfatara di Pozzuoli, ma poi proseguì fino in Sicilia e giunse a Catania dove
meno di un secolo prima, nel 1693, un fortissimo terremoto aveva distrutto la
città alle falde dell’Etna provocando 40mila vittime, i due terzi della
popolazione. Un secolo dopo il meridionalista Giustino Fortunato avrebbe
definito la Calabria “sfasciume geologico pendulo fra due mari” afflitta dalla
instabilità idrogeologica dei suoi versanti e anch’essa esposta a devastanti
terremoti. Due citazioni, queste, tra infinite altre denunce, lungo la
lunghissima ben documentata storia dei disastri di questo Paese.
Ora, Niscemi rispecchia in pieno la penosa insufficienza nell’esercizio del
prevenire. Nessuna possibilità di difendere comportamenti irresponsabili
rispetto ad un fenomeno ben noto, fino a ricomprendere una vasta vulnerabile
area urbana letteralmente appesa su quella frana. Un‘inaccettabile scommessa
quindi sul verificarsi di un evento che ne avrebbe accelerato la dinamica con
conseguenze anche ben peggiori di quanto ora accaduto. Piogge intense,
perduranti, concentrate hanno infatti innescato la mobilitazione del precipizio,
il suo distacco. Tutto questo poteva essere trattato all’interno di uno scenario
evolutivo della situazione. E avrebbe consentito di operare in prevenzione per
la riduzione di un rischio incombente. Operazione certamente molto complessa,
molto costosa e non solo in termini economici ma anche sotto il profilo
socio-economico.
L’indignazione ha sommerso la cronaca di quei giorni. La Procura ha aperto
l’inchiesta dichiarandosi certa che esistono precise responsabilità e che
procederà con rigore assoluto (2). Giustissimo: comportamenti omissivi, colposi
o addirittura dolosi vanno perseguiti con estrema severità, così come è
necessario far emergere i livelli di responsabilità personali che una scrupolosa
indagine potrà mettere in luce. Ma sul terreno invece delle responsabilità del
sistema di governo del Paese? Sulla mancanza di un consistente impegno per la
salvaguardia dei cittadini lasciati inermi difronte alla fragilità del contesto
nel quale vivono? A chi va presentato il conto delle enormi omissioni incidenti
su una così grave situazione? Solo sul piano extragiudiziale dell’informazione
trova spazio qualche anche dura recriminazione sulla prevenzione che non c’è,
sull’assenza di attenzione per il multiforme rischio incombente, come per la
mancanza di ammodernamento e manutenzione di opere pubbliche, o per la
salvaguardia del territorio urbanizzato. Ma dura esattamente quanto impiegherà
la cronaca a trovare altre scandalose vicende, magari di tutt’altra natura,
sulle quali attirare la pubblica attenzione, altre diverse ragioni di sdegno e
indignazione delle quali c’è certamente grande abbondanza. Fino al prossimo
disastro dove quel mistificatorio rosario tornerà ad essere ipocritamente
recitato, senza bisogno di cambiarne una virgola. Al comune di Niscemi era stato
assegnato un finanziamento di 100 milioni di euro per intervenire. Risorse mai
impiegate, lasciate in un cassetto mai aperto (3). Notizia incredibile alla
quale l’informazione ha dato grande rilievo, l’opinione pubblica si è
scandalizzata e la politica tutta si espressa con sdegno o sorpresa, secondo i
diversi posizionamenti. Ecco, soprattutto su questo, la politica, ma anche
l’informazione in gran parte, ha mostrato tracce di comportamenti ispirati
dall’ipocrisia. La frana che si muove, i soldi chiusi in un cassetto, la
prevenzione sempre negata. Davvero non si riesce a immaginare perché quei soldi
non sono stati spesi? Non è, al contrario, difficile immaginare che adoperarli
significava imporre alla popolazioni interessate, in un tempo lungo di una
fragile pseudo quiete, un’alterazione di una condizione quasi di comfort zone a
cui difficilmente si vuole rinunciare, perché agita lo spettro di
delocalizzazioni, di perdita di certezze di vita (la casa, la scuola, il
lavoro…) rispetto ad una minaccia certo incombente ma in quel momento
impalpabile, che evoca futuri scenari indefiniti inquietanti, insomma
costrizioni certe.
A far emergere le inaccettabili stranote ragioni di tutto questo
ancora una volta una citazione lontana nel tempo. Ventisei anni fa un
personaggio molto importante scrisse un breve articolo pubblicato sulla rivista
periodica “The world in 2000”. Il titolo “Elogio della prevenzione” non lascia
margini ad interpretazioni sull’argomento che si voleva affrontare. L’articolo
portava la firma di Kofi Annan, settimo Segretario Generale dell’ONU. Questo il
passaggio più significativo rispetto alle questioni qui affrontate:
L’articolo tratta soprattutto il rischio di un conflitto tra le nazioni; la
Pace, in quei tempi felici, aveva nell’ONU un vigile efficace presidio, ma
l’elogio della prevenzione toccava anche criticità di altra natura. Rispetto ai
rischi di origine naturale, la formulazione qui riportata è assolutamente
calzante. Sembra davvero scontato ciò che con garbo Annan dice in efficacissime
quattro righe: la colpa è della politica e dei Governi che pro tempore la
incarnano. Nel Paese si è manifestata per un tempo lunghissimo, in modo
trasversale nel succedersi dei governi, ma senza dubbio alcuni hanno fatto
peggio di altri. La prevenzione è assai impopolare nei corridoi del Potere che,
a ben vedere, ha come obiettivo assoluto quello della conquista e conservazione
del consenso. Si è mai visto, a qualunque livello, un programma elettorale che
proponga un consistente, efficace intervento di riduzione del rischio? Si è mai
visto un senatore deputato consigliere spendere il proprio mandato su un tema
così poco attrattivo, affatto redditizio politicamente? Si è mai vista la
predisposizione di un realistico concreto piano di riduzione delle dimensioni di
uno dei tanti rischi, che si muova necessariamente nella individuazione di
priorità e nella certezza della “continuità dell’azione” a prescindere dal
succedersi dei governi? Mai nulla di tutto questo.
La prevenzione è un investimento per un Paese: si spende meno affinché i danni e
le perdite siano contenute attraverso un intervento preventivo piuttosto che in
esorbitanti ricostruzioni. Incalcolabile è infine il saldo in vite umane. Ma
questo incontrovertibile assunto evidentemente non basta per pretendere
attenzione. Fare prevenzione, dovrebbe veramente essere la più importante opera
pubblica per il Paese. Ma inevitabilmente significa regolare comportamenti,
colpire abusi (sul territorio), investire massicciamente sull’ affinché non
accada. Mettere in sicurezza (relativa: il 100%, pur evocato da sprovveduti,
attesta solo una solida incompetenza) prelude ad interventi radicali. Non ci
sono inaugurazioni, nastri da tagliare per ponti spregiudicati a cui sperare
magari di dare il proprio nome a memoria imperitura. Fare prevenzione significa
rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi
anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita
l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici. Ancora una citazione ci
ricorda la fatica alla quale ci si dovrebbe rassegnare per garantirla. Per chi
promettesse “sudore, lacrime e sangue” oggi si profilerebbe un disastro
annunciato. Solo uno statista riuscì a trovare consenso con quella promessa, ma
allora la posta in gioco faceva più paura di un terremoto che verrà ma non si sa
quando. O di una frana che prima o poi si muoverà, ma di quanto?
Bene, si può pensare di aver trovato il colpevole. Ma non basta, bisogna cercare
di capire come si è potuti arrivare, attraverso fatti e comportamenti, ad un
così grave e profondo livello di sine cura. Insomma, bisogna ricordare,
storicizzare cose del passato più o meno recente. E non per riaprire polemiche,
ma piuttosto per non ripetere errori, per prender coscienza della impossibilità
di continuare ad infilare la testa sotto la sabbia rispetto ad un problema che
non lascia scampo, che concede al massimo una tregua della quale non si conosce
la durata. Dissesti alluvioni frane terremoti ed eruzioni torneranno a colpire,
soprattutto dove hanno già nel passato hanno colpito, trovando probabilmente
oggi contesti anche più vulnerabili. Tutto questo non rappresenta una
previsione, piuttosto una certezza che come unica incognita ha il procedere del
tempo, il “quando” il disastro tornerà. Il resto il “dove” accadrà, il “cosa”
provocherà è sufficientemente ipotizzabile, insomma lo è abbastanza per
intervenire non per scongiurare danni e perdite “inevitabili”, ma solo per
ricondurle ad un livello che consenta di definirle “accettabili”. E’ forse un
termine vago quest’ultimo? Non così tanto come si potrebbe pensare. In fondo è
accettabile quel prezzo che comunque si deve pagare, che trovi cioè una
dimensione nel momento in cui tutto quanto si poteva fare è stato fatto. E
ovviamente ci si riferisce al fare per prevenire. E da questo il Paese è
lontanissimo, e quanto appena accaduto ancora quest’ultima volta a Niscemi, è
davvero purtroppo inaccettabile.
Michele Serra in un articolo apparso sulla Repubblica dopo il disastro ha
argutamente proposto che a vergognose incertezze, macroscopiche inconsapevolezze
e faticose fughe dalle responsabilità, si dia una risposta istituendo un
“Ministero del Senno di Poi” (4) per affrontare finalmente con competenza il
cosa fare per garantire almeno un po’ di sicurezza. Come non essere d’accordo?
In tutta evidenza emerge la mancanza di un punto di riferimento nello Stato nel
quale riconoscere la competenza per affrontare un tema tanto complesso, per
garantire supporto all’azione di governo, riappropriandosi di livelli di
responsabilità non delegabili. Affinché non vi sia la possibilità di commettere
nuovi errori, si consiglia di partire da una approfondita anamnesi, insomma la
valutazione degli errori e delle omissioni in un passato quanto basta lungo per
accertare le cause che hanno determinato l’inaccettabile condizioni del
paziente: il disastroso stato dell’arte e delle cose.
(*) Roberto De Marco – Geologo – già direttore del servizio sismico nazionale
della presidenza del consiglio dei ministri del dipartimento dei servizi tecnici
dello stato (soppresso), già componente del consiglio direttivo dell’agenzia
nazionale di protezione civile (soppressa)
21 marzo 2026
Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
(immagine dal sito di ISPRA)
NOTE (a cura d Carteinregola)
(1) A partire dal 18 gennaio 2026, un’intensa ondata di maltempo investe il Sud
Italia provocando ingenti danni in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il 25 gennaio a
Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si verifica una frana di grandi
dimensioni a ridosso della parte sud del centro abitato, comportando la
delimitazione di una zona rossa e l’immediata evacuazione della popolazione
residente nell’area.
(2) TGCOM 6 Feb 2026 Frana Niscemi, cinque gli interrogativi della procura ai
consulenti Intanto, va avanti l’acquisizione di documentazione, iniziata lo
stesso giorno in cui è stato aperto il fascicolo d’inchiesta
(3) LA REPUBBLICA PALERMO 28 GENNAIO 2026 La frana di Niscemi, trent’anni di
progetti a vuoto: mai spesi i 25 milioni stanziati di Gioacchino Amato
L’emergenza è iniziata nel 1997, nel 2006 l’area viene dichiarata ad alto
rischio, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto
(4) La Repubblica Il Ministero del senno di poi L’amaca di Michele Serra del 26
febbraio 2026