Cesena: le mani sulla città di Conad e Legacoop
«Romagna mia fatti capanna» (*) : ottava puntata della mappa di Davide Fabbri. LE MANI SULLA CITTÀ DI CESENA. DA PARTE DI CONAD E LEGACOOP La “conadizzazione” del territorio romagnolo continua inesorabilmente.Oggi consiglio ai miei assidui 25 (manzoniani) lettori-lettrici nella Bottega del Barbieri la visione di «Le mani sulla città», un film di forte impegno civile, realizzato nel lontano 1963 dal
Gli attacchi israeliani contro il Libano miravano a minare il cessate il fuoco, secondo i critici
di Simon Speakman Cordall,  Al Jazeera, 9 aprile 2026.     Più di 250 persone sono state uccise in una raffica di attacchi aerei sul Libano da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco. I servizi di emergenza continuano a sgomberare e a setacciare le macerie di un edificio distrutto l’8 aprile in un attacco aereo israeliano a Beirut. [Chris McGrath/Getty Images] A poche ore dall’annuncio da parte di Stati Uniti e Iran di un cessate il fuoco nella guerra che ha dominato i titoli dei notiziari in tutto il mondo e spinto i prezzi del petrolio a nuovi livelli, mercoledì 8 aprile Israele ha bombardato il Libano, uccidendo centinaia di persone, ferendone migliaia e spingendo l’Iran a reimporre il blocco dello Stretto di Hormuz. Il punto di contesa è: se gli incessanti attacchi di Israele contro il Libano fossero o meno inclusi nel cessate il fuoco. Il Pakistan, che ha mediato l’accordo, ha affermato di sì. Israele ha affermato di no. Più tardi, mercoledì, gli Stati Uniti si sono schierati con Israele, con il presidente Donald Trump che ha definito la violenza in Libano “una scaramuccia a sé stante”, anche se Hezbollah era entrato in guerra in difesa dell’Iran. In Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato sottoposto a forti pressioni politiche da quando gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato il cessate il fuoco, un accordo che ha visto un coinvolgimento attivo minimo o nullo da parte di Israele. Nessuno degli obiettivi di guerra di Israele, che Netanyahu aveva assicurato al suo paese fossero alla base di quella che definiva una battaglia esistenziale con l’Iran, è stato raggiunto, suscitando l’ira di chi ha sostenuto la guerra. Inoltre, secondo i termini della tregua pubblicati ieri, un piano di pace in 10 punti presentato dall’Iran è stato accettato come punto di partenza per i negoziati che dovrebbero iniziare questo fine settimana a Islamabad. Secondo le prime descrizioni del piano iraniano, l’Iran manterrebbe le sue scorte nucleari e potrebbe trarre vantaggio finanziario dai dazi applicati al traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz e dall’alleviamento delle tariffe e delle sanzioni promesso dall’alleato di Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sul suo account Truth Social. Questo è ben lontano dalla lista di 15 punti di richieste che gli Stati Uniti avevano precedentemente presentato all’Iran, che avrebbe previsto la riapertura completa dello stretto senza condizioni, e l’Iran che rinunciava alle sue scorte di uranio arricchito, poneva fine al suo programma di missili balistici e prometteva di smettere di armare gruppi proxy nella regione, come gli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e una miriade di gruppi armati in Iraq. Sostenendo che il Libano è esente dall’accordo di cessate il fuoco, mercoledì Israele ha lanciato il bombardamento più esteso degli ultimi mesi sul suo vicino. Nel giro di circa 10 minuti, l’esercito israeliano ha effettuato più di 100 attacchi su quelli che sosteneva fossero obiettivi di Hezbollah, colpendo Beirut, il sud del Libano e la valle della Bekaa orientale, uccidendo almeno 254 persone, 91 delle quali solo nella capitale, Beirut. Gli attacchi sono stati condannati da numerose nazioni e organizzazioni internazionali, tra cui Spagna, Francia, Regno Unito, Nazioni Unite e Pakistan, che ha mediato l’accordo di cessate il fuoco e ha dichiarato esplicitamente che il Libano era incluso. In risposta agli attacchi, i media statali iraniani hanno annunciato che il loro governo sta ora valutando di abbandonare la tregua e ha già annunciato che saranno reintrodotte le restrizioni sullo Stretto di Hormuz, vitale dal punto di vista economico. Da parte sua, Israele afferma di non voler compromettere il cessate il fuoco lanciando attacchi sul Libano. Charles Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale di Israele, ha dichiarato ad Al Jazeera che la motivazione degli attacchi derivava esclusivamente dall’«opportunità di colpire numerosi combattenti di Hezbollah di medio e alto livello, non di compromettere il cessate il fuoco, che sia gli Stati Uniti che Israele sostengono non includa il Libano». «Provocatori in capo» Alcuni analisti sono tuttavia scettici. “I funzionari israeliani sosterranno senza dubbio che si è trattato di un’operazione estremamente sofisticata contro obiettivi di sicurezza necessari, forse abbellendo tali argomentazioni con affermazioni relative a una profonda penetrazione e sofisticazione in termini di intelligence e tecnologia, e probabilmente i soliti media occidentali mainstream ripeteranno pedissequamente la linea israeliana”, ha dichiarato ad Al Jazeera l’ex consigliere del governo israeliano Daniel Levy, prima di spiegare che tali operazioni combinano tipicamente due caratteristiche principali. «La prima è, purtroppo, la dedizione di Israele alla morte e alla distruzione, in gran parte fine a se stessa, per diffondere il terrore e destabilizzare le capacità degli stati in vari luoghi della regione, nonché per sconvolgere la vita dei civili», ha affermato Levy. «E, in secondo luogo, un tentativo molto evidente di prolungare la guerra più ampia contro l’Iran, di far crollare qualsiasi prospettiva di cessate il fuoco e di agire come provocatori in capo». Dal punto di vista politico, tuttavia, il sostegno alla guerra all’interno di Israele potrebbe essersi indebolito. Molti di coloro che inizialmente sostenevano la guerra contro l’Iran sono stati spietati nelle loro critiche a una potenziale tregua nel conflitto negoziata dalle altre due parti a spese, apparentemente, di Israele. In un post su X, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha affermato che il primo ministro «Netanyahu ci ha trasformati in uno stato-protettorato che riceve istruzioni al telefono su questioni relative al cuore della nostra sicurezza nazionale». Il leader dei Democratici Yair Golan è stato altrettanto caustico. “Netanyahu ha mentito”, ha scritto su X. “Ha promesso una ‘vittoria storica’ e sicurezza per generazioni, e in pratica abbiamo ottenuto uno dei più gravi fallimenti strategici che Israele abbia mai conosciuto.” Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid è stato spietato nelle sue critiche al primo ministro Benjamin Netanyahu a seguito di un cessate il fuoco dal quale, secondo lui, Israele è stato escluso [Evelyn Hockstein/Pool via AP] «Netanyahu è davvero nei guai e pensa di dover mandare all’aria il cessate il fuoco per uscirne, proprio come ha fatto in precedenza a Gaza», ha dichiarato ad Al Jazeera la deputata della Knesset Aida Touma Sliman, del partito di sinistra Hadash, che si è opposto alla guerra sin dall’inizio. “Il cessate il fuoco gli è costato molto sostegno, anche tra coloro che hanno appoggiato la guerra. Nessuno dei suoi obiettivi bellici è stato raggiunto e sembra che stia perdendo il controllo a favore dell’amministrazione Trump”, ha affermato. “Non dimentichiamo che ci stiamo avvicinando alle elezioni”, ha aggiunto, riferendosi al voto attualmente previsto per ottobre, “e Netanyahu sta perdendo consensi nei sondaggi. Ha bisogno di qualcosa che possa rivendicare come una vittoria”. “Ed è per questo che ha fatto ciò che ha fatto”, ha detto, riferendosi al bombardamento di mercoledì sui quartieri affollati del Libano, che ha ucciso centinaia di persone, tra cui donne, bambini e operatori sanitari, secondo i soccorritori sul posto. “Ha compiuto un massacro in Libano.” https://www.aljazeera.com/news/2026/4/9/israeli-attacks-on-lebanon-aimed-to-undermine-ceasefire-critics-say Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
April 9, 2026
Assopace Palestina
LAVORO: NUOVA MOBILITAZIONE DI PRECARIE E PRECARI DEI MUSEI FIORENTINI. “VOGLIAMO LA STABILIZZAZIONE PER TUTT*”
Questa mattina, giovedì 9 aprile, precarie e precari dei Musei Fiorentini sono scesi in presidio in piazza Duomo, a Firenze, contro il sistema degli appalti, la precarietà e le condizioni di lavoro insostenibili a cui sono sottoposti da più di 15 anni. L’iniziativa di lotta – che prosegue la mobilitazione permanete davanti agli Uffizi delle scorse settimane – si è svolta fuori da Regione Toscana, in concomitanza con l’incontro dell’Unità regionale di crisi sulla vertenza. Lavoratrici e lavoratori precari degli Uffizi, insieme al sindacato di base e conflittuale Sudd Cobas, hanno realizzato per l’occasione anche un flash-mob, dal titolo  “La via Crucis dellə Precariə” dei musei fiorentini, attraverso il quale hanno mostrato cosa significa lavorare costantemente sotto il ricatto della precarietà. Le assunzioni sono infatti spesso con contratti a chiamata, senza garanzie sulle ore di contratto minime o il diritto alla malattia. E non è che la punta dell’iceberg. “Il pesce puzza dalla testa, ed è ora che il Ministero si prenda le proprie responsabilità”,  hanno ribadito precari e precarie che, insieme a Sudd Cobas e alle CLAP, Camere del Lavoro Autonomo e Precario, lunedì 13 aprile porteranno la mobilitazione sotto il Ministero della Cultura. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Francesca di Sudd Cobas Ascolta o scarica
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
L’eredità (rivoluzionaria) della vittoria del No al Referendum
La netta vittoria del “NO” al referendum ha colto un po’ tutti di sorpresa, ed ora nel mondo della politica ognuno cerca di darne una spiegazione per il proprio tornaconto. La Meloni ancor prima del voto, quando ha capito che le cose si mettevano male, ha tenuto a precisare che non si votava sul gradimento del suo operato. Poi a cose fatte si è limitata a dare una “ripulitina” all’esecutivo eliminando qualche inquisito. La sinistra invece ha esultato credendo di potersi intestare una vittoria per la quale aveva fatto poco ed in modo contraddittorio, e aprendo le danze per le prossime elezioni, anche con ipotesi di consultazioni primarie, che nessuno capisce cosa possano avere a che fare con una seria riflessione politica all’indomani dell’esito referendario. Per quel che ci riguarda, come militanti del NO che hanno operato dal basso, abbiamo già sottolineato che si è trattato di una vittoria della gente comune in difesa della nostra Costituzione. È forse ora necessario sottolineare che stare dalla parte della nostra Carta fondamentale deve essere considerato, non come un fatto puramente difensivo, ma come un atto “rivoluzionario”, sia nell’originario significato etimologico di ritorno al punto di partenza, sia nel senso politico di rivolgimento radicale del presente. La nostra Carta e il ritorno ai valori dei suoi contenuti originari assumono oggi un valore “rivoluzionario” per la posizione anomala che la caratterizza rispetto al presente: per un verso essa è ancora pienamente vigente e spesso anche osannata (seppure tante volte in modo ipocrita), per altro verso essa rappresenta un passato ormai sempre più lontano da un presente in cui il comando capitalista e le necessità della politica istituzionale hanno come loro riferimenti centrali e ineludibili le logiche stringenti dell’occidentalismo e del neoliberismo. Siamo pertanto distanti anni luce da quella speranza (che oggi sappiamo illusoria) di una costante crescita democratica che animava i nostri padri costituenti, e che produsse una normativa costituzionale che ha rappresentato a livello globale uno dei punti più alti raggiunti da una visione di “Stato sociale” caratterizzato dal cosiddetto welfare keynesiano come tipico processo di mediazione tra capitale e lavoro in epoca fordista, compresi ovviamente tutti i limiti e le incongruenze  che un tale condizione di relativa (e strategicamente impossibile) pacificazione portava con sé.  Per questo insieme di ragioni stare oggi dalla parte della Costituzione e della sua sostanziale “inattualità” istituzionale, rappresenta, come si è detto, un atto rivoluzionario, ma a patto di saperne attualizzare e radicalizzare i contenuti in senso antagonista nei confronti del sempre più imperante dominio del più forte che muove oggi il denaro e le armi verso la catastrofe globale.  Se si vuole, come è giusto che sia, mettere a frutto la vittoria del NO al referendum da parte di chi lo ha sostenuto dal basso, bisogna allora e innanzitutto avere ben chiaro che le nostre mobilitazioni e il nostro agire politico devono avere sempre come loro riferimento prioritario “la piazza” e non “il palazzo”. Non ha dunque senso perdersi in inutili discussioni su punti programmatici di ordine generale, magari immaginando possibili “fronti progressisti” nella speranza di spostare a sinistra qualche virgola nelle intenzioni dei partiti istituzionali della sinistra, riuniti nel cosiddetto “Campo largo”. Devono essere, invece e sempre, le urgenze avvertite dalle larghe masse, e dai movimenti che le rappresentano, a dettare l’agenda della nostra mobilitazione.  Precisiamo, inoltre, che non vi è in questo tipo di orientamento nessuna logica settaria, in quanto si può ritenere possibile discutere con qualunque soggettività di sinistra anche istituzionale, purché il terreno del confronto resti quello della mobilitazione dal basso.  Seguendo la logica che abbiamo delineato, credo che possa apparire a tutti chiaro come il prossimo “NO” da urlare con forza in ogni luogo sia quello contro la guerra e contro il riarmo. Una spirale di morte che sta trascinando il mondo verso la fine e che comprende oggi ingiustificate guerre di aggressione trovando il suo peggiore punto d’approdo nelle follie di Trump, ed in modo ancora più sistematico nelle smanie distruttive e genocidarie dello Stato nazi-sionista di Israele.  Dobbiamo impedire che si possa anche solo lontanamente ipotizzare che venga messo in atto nel nostro paese quanto sta avvenendo in Europa e segnatamente in diversi paesi del nord in cui è stata reintrodotta la leva obbligatoria. Anche in questo caso il punto di riferimento può essere la nostra Costituzione e l’impegno a non disattendere il contenuto dell’Art. 11, che come sappiamo afferma “il ripudio della guerra”.  Naturalmente i modi della protesta e degli antagonismi sociali restano aperti e parzialmente fluidi, potendosi aprire a nuove possibili prospettive. Citiamo a puro titolo di esempio, senza avere spazio per poter approfondire, che nei prossimi mesi potrebbe essere presentata in Parlamento una nuova legge elettorale che ricalca nei fatti la ormai storica legge Scelba, detta legge truffa, risalente all’inizio degli anni Cinquanta.  Un’ultima questione. Capisco perfettamente che molti a sinistra avvertono come esigenza prioritaria quella di liberarsi da tutte le storture e le politiche autoritarie, liberticide e guerrafondaie della attuale destra al potere, sentendosi anche disposti a chiudere un occhio sulla natura neoliberista e sulla fedeltà occidentalista della sinistra istituzionale. Si tratta in ogni caso di un errore gravissimo. Non è con i compromessi che si sconfigge la destra. Portiamo centinaia di migliaia di persone in piazza contro la guerra e per la destra non ci sarà speranza. Poi eventualmente faremo i conti con chi prenderà il loro posto.        Antonio Minaldi
April 9, 2026
Pressenza
Una barca della Global Sumud Flotilla passerà da Reggio Calabria
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino a Reggio Calabria, alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla sta già salpando da innumerevoli porti italiani, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla partecipano medici, costruttori, educatori e altre figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio e a consentire il transito illegale del materiale per la guerra di Israele dai suoi porti, come quelli di Gioia Tauro e Cagliari. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Vieni a salutarci il 10 aprile dalle 16.30 CSOA Angelina Cartella Via Quarnaro 1, Gallico (RC) * Conferenza stampa * Incontro con l’equipaggio della barca SNAP (La SNAP è stata una delle barche che durante la missione dell’anno scorso era rimasta pesantemente danneggiata dall’attacco subito davanti a Creta e non aveva più potuto continuare la navigazione. https://www.instagram.com/p/DWeQCvrCELw/) * Interventi e banchetti informativi * Open Jam Session In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
April 9, 2026
Pressenza
Tra giustizia, prove contestate e criminalizzazione della solidarietà: il caso Hannoun e degli altri attivisti umanitari “colpevoli di Palestina”
Di Angela Lano. Il caso politico-giudiziario di Mohammad Hannoun, architetto e attivista palestinese residente in Italia da 40 anni, si è trasformato in uno dei procedimenti giudiziari più controversi degli ultimi anni, che, se dovessero venire confermati tra qualche settimana, rappresenterebbero l’apertura definitiva di un portale di deriva totalitaria, tra torsione del diritto penale, allineamento politico e istituzionale a Israele, repressione della solidarietà, dell’attivismo e del giornalismo umanitario, e intrusione di entità terze e sovranazionali nella gestione italiana. La decisione di giovedì 8 aprile della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio le misure cautelari nei confronti di Hannoun e di altri prigionieri politici palestinesi, coinvolti nell’Operazione Domino del 27 dicembre scorso, è cruciale, e impone una rivalutazione dell’intero impianto accusatorio da parte del Tribunale del Riesame, la cui decisione è attesa tra dieci giorni. Le accuse e il quadro dell’inchiesta. Hannoun e gli altri – prigionieri e indagati sono accusati di “terrorismo internazionale di matrice islamica” per il presunto “finanziamento di Hamas” attraverso l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp) con sette milioni di euro in oltre dieci anni – capirete, qui, che tale cifra, diluita in anni, avrebbe permesso al movimento di resistenza islamica di comprare dei petardi, più che delle armi… Indagati e difesa rispondono che si tratta di fondi destinati agli aiuti umanitari, di cui la martoriata Striscia di Gaza ha più che mai bisogno. Le prove contestate perché made in Israel. Uno degli elementi controversi, emersi nel procedimento, riguarda la natura delle prove utilizzate dall’accusa: una parte significativa del materiale probatorio deriva, infatti, da documenti forniti da autorità israeliane, le cosiddette “battlefield evidence”, le “prove sul campo”, raccolte nel contesto di guerra, di genocidio, di torture e stupri sistematici, perpetrati da Israele, come è noto a tutte le organizzazioni di diritto umanitario e internazionale, contro i nativi palestinesi, in un contesto di colonialismo di insediamento. Secondo quanto evidenziato anche in sede giudiziaria, tali prove risultano inutilizzabili, perché: 1) provenienti da fonti anonime; 2) prive di catena di custodia verificabile; 3) non sottoponibili a contraddittorio tra le parti. Si tratta di un punto centrale e fondamentale, poiché questo materiale rappresentava uno dei pilastri dell’accusa, la cui esclusione indebolisce, o smonta, l’impianto investigativo. Un’inchiesta già contestata in passato. Hannoun e l’Abspp sono nel mirino di indagini, inchieste, e procedimenti di archiviazione, da molti anni: già nel 2006 e nel 2010, accuse simili si erano concluse senza esiti giudiziari, proprio per la mancanza di prove concrete di finanziamento ad attività di resistenza armata. Anche nell’attuale procedimento, viene sottolineata l’assenza di elementi diretti come: 1) ordini operativi; 2) collegamenti documentati con azioni militari; 3) prove di utilizzo dei fondi per “attività terroristiche”. La solidarietà a Gaza e il nuovo reato: “Colpevoli di Palestina” e la deriva securitaria. Uno degli aspetti più controversi emersi nel dibattito riguarda un cambiamento interpretativo: dopo il 7 ottobre 2023, il rapporto con Gaza sotto genocidio viene sempre più spesso letto in chiave “securitaria”, e questo, seguendo il modello israeliano accolto in Europa, in pieno genocidio di donne e bambini gazawi in diretta streaming. Ciò, ovviamente, la dice lunga sul declino o crisi etico-morale delle istituzioni occidentali e il quasi totale loro asservimento a politiche neo-coloniali, etno-centriche e suprematiste. Sta prendendo piede, infatti, il teorema che assimila qualsiasi trasferimento di fondi, e relativa attività umanitaria verso la Striscia al sostegno a Hamas, al potere a Gaza dal 2006, indipendentemente dalla destinazione concreta: abbiamo visto Israele mettere al bando, a gennaio, decine di organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui l’Unrwa, la Caritas International, ecc., accusandole di fiancheggiare il “terrorismo”. La stessa accusa era stata rivolta alla Sumud Global Flotilla. Ciò comporta una pericolosa torsione del diritto penale: il problema non sarebbe più l’uso effettivo del denaro, ma il contesto in cui esso viene inviato, strumentalizzando la giurisprudenza per trasformarla in arma politico-ideologica a favore dell’oppressore e contro l’oppresso e la solidarietà dovuta a quest’ultimo. Solidarietà a Gaza come questione politica. Oltre agli aspetti giuridici, questo emblematico caso è interpretato e descritto da diversi osservatori (giuristi, studiosi di scienze politiche e internazionali, ecc.) come un esempio di criminalizzazione della solidarietà verso il popolo palestinese, attraverso la quale 1) le attività di raccolta fondi e aiuto umanitario vengono assimilate a condotte criminali; 2) le organizzazioni solidali diventano oggetto di indagini e repressione; 3) si afferma un uso del diritto penale in chiave politica. > Spiega l’Osservatorio Repressione: > > > Dopo il 7 ottobre, Hamas è stata ridefinita come organizzazione terroristica > > nella sua totalità. Questo ha una conseguenza precisa: Gaza diventa > > giuridicamente contaminata. Non esiste più distinzione tra civile e > > militare. Tra assistenza e supporto. Tra aiuto e complicità. > > > > È qui che si sposta il baricentro del processo. > > > > Non si tratta più di dimostrare che il denaro finanzi la lotta armata. Basta > > dimostrare che arriva a Gaza. Il reato non è nell’uso, ma nel contesto. È > > una torsione radicale del diritto: la colpa non è ciò che fai, ma dove lo > > fai e chi sei. > > > > Non è un’interpretazione astratta. È una linea politica già esplicitata: > > aiutare le associazioni che operano nella Striscia equivale a sostenere > > Hamas. Un paradigma costruito a partire dalle blacklist israeliane e > > progressivamente recepito anche nei sistemi giudiziari occidentali. Il caso > > Hannoun si inserisce esattamente qui. Non come eccezione, ma come > > applicazione. Per questo non è un processo come gli altri. È un passaggio > > dentro una strategia più ampia: trasformare la solidarietà in reato. > > > > In questo contesto, il procedimento viene descritto non solo come un > > processo penale, ma come un “test” più ampio: stabilire se la solidarietà > > internazionale possa essere trattata come reato. > > > > Sviluppi ulteriori nelle prossime settimane. Nonostante l’annullamento delle misure cautelari, Hannoun resta detenuto in attesa di una nuova decisione del Riesame. La Cassazione non ha infatti chiuso il caso, ma ha richiesto una revisione alla luce delle criticità emerse, lasciando aperti diversi scenari. E’ importante mantenere il focus sulla situazione, monitorando le potenziali derive totalitarie e del diritto, e diffondendo un’ampia coscienza collettiva sui pericoli che ciò comporta per tutta la società, e non solo per gli attivisti umanitari.
April 9, 2026
InfoPal
GUERRA. “PIANO CINESE PER UN NEGOZIATO MA ISRAELE E’ VARIABILE FUORI CONTROLLO E PER TEL AVIV NON C’E’ ACCORDO CHE TENGA””
Le basi di partenza per un negoziato tra Iran e Stati Uniti, che dovrebbe iniziare domani in Pakistan, potrebbe essere un piano cinese di 5-7 punti e non quelli di 15 di Washington o di 10 di Teheran. “L’impressione è che possa essere non così dissimile dal piano iraniano – commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Marco Magnano, profondo conoscitore del Medio Oriente – quindi preveda da un lato la riapertura dello Stretto di Ormuz ma con una sostanziale sovranità iraniana sullo Stretto, l’altro punto sarebbe invece quello dell’impegno a interrompere ogni tipo di azione militare nella regione da parte di Israele e di riflesso dell’Iran e di riflesso sul riflesso degli Stati Uniti.” Altri punti difficilmente potrebbero trovare una condivisione come la richiesta di ritiro delle truppe statunitensi dalla regione medioerientale: “Mi sembra qualcosa di abbastanza irricevibile da parte degli Stati Uniti che fondano gran parte della loro influenza globale proprio sulla distribuzione, sulla capillarità della propria presenza militare. E’ invece molto probabile che ci sia un riferimento all’interno di questo piano negoziale al tornare a sedersi al tavolo per discutere una nuova versione sostanzialmente del JCPOA ovvero dell’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 e stracciato nel 2017 da Trump.” Questi potrebbero rappresentare i punti principali del negoziato. Per l’analista internazionale “la possibilità di sedersi al tavolo è auspicabile ma non così vicina per il clima che si è creato e anche per la decapitazione sistematica di alcuni vertici del sistema politico iraniano che hanno, nonostante le dichiarazioni di Trump, realisticamente radicalizzato ulteriormente la situazione, perchè il controllo e il potere decisionale è passato da una casta di politici ad una casta di militari.” Esiste poi una variabile fuori controllo rappresentata da Tel Aviv: “Israele ha deciso unilateralmente che il Libano non è parte della tregua entrata in vigore  e quindi questo legittima le azioni militari contro il sud del Libano, su Beirut e sulla Valle della Beqa ma d’altro lato la risposta dell’Iran è di tenere chiuso lo stretto di Ormuz. I negoziatori  pakistani dovrebbero in teoria confermare l’inclusione del Libano nella tregua.” Ma questa presa di posizione dei negoziatori potrebbe modificare la volontà di Netanyahu di far saltare un possibile negoziato e di arrivare alla fine della guerra? “Quanto una soluzione negoziale possa andare a modificare le azioni sul terreno di Israele è tutto da vedere, l’abbiamo visto a partire dall’ottobre del 2023, non c’è accordo che tenga di fronte da un lato all’impunità delle azioni israeliane e dall’altro alla necessità strategica ed esistenziale del governo Netanyahu di trovare uno sbocco che sia da un lato territoriale, in questo caso il Sud del Libano e alcune aree della Siria che sono attualmente occupate sin dal dicembre 2024 ma anche per poter portare a casa un qualche risultato perchè  a ben vedere – prosegue Magnano – nessuna delle premesse dell’attacco sull’ Iran ha portato ad un risultato positivo per Israele, il sistema politico iraniano è ancora in piedi, lo Stretto di Ormuz che era aperto è chiuso e questo chiaramente scontenta anche gli alleati ma ancora di più se il negoziato andrà avanti su queste basi l’Iran risulterà più centrale ancora di quanto non fosse prima del 28 febbraio.” L’intervista a Marco Magnano, giornalista, analista di questioni internazionali e profondo conoscitore del Medio Oriente Ascolta o scarica    
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
RE-COMMON:”VENTURE GLOBAL, IL GIGANTE USA DEL GAS PARTNER DI ENI E’ MOLTO CONTROVERSO”
ReCommon ha lanciato oggi il rapporto “Venture Global, le ombre del partner di ENI nel business del gas americano”. Nella pubblicazione si esaminano le diverse criticità legate alla società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense Venture Global, con la quale ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Fondata nel 2013 da Mike Sabel, un consulente finanziario, e Robert Pender, un avvocato di Washington, la società punta a raggiungere entro il 2030 una capacità produttiva di 100 milioni di tonnellate all’anno in operazione o in costruzione. Venture Global è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento del presidente Donald Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Questa dimensione politica è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del GNL. Dopo aver avviato le prime esportazioni nel marzo 2022, Venture Global ha ritardato per quasi tre anni la dichiarazione di avvio delle operazioni commerciali, adducendo guasti tecnici e la necessità di prolungare i test. Questo escamotage le ha consentito di vendere centinaia di carichi GNL sul mercato spot durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi spot erano enormemente superiori a quelli contrattuali, accumulando ricavi stimati in oltre 20 miliardi di dollari. Nel frattempo, i clienti europei e asiatici che avevano contrattualizzato quei volumi non ricevevano le forniture pattuite. Gli arbitrati mossi dalle aziende danneggiate non hanno avuto esiti uniformi: BP ha ottenuto un riconoscimento della violazione contrattuale da parte di Venture Global, Shell ha visto respinte le proprie richieste principali, Repsol ha perso l’intera istanza. «Quello che emerge da questo rapporto dovrebbe preoccupare anche gli attori italiani coinvolti nella filiera. ENI si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali” sostiene Daniela Finamore di ReCommon che abbiamo intervistato. Ascolta o scarica 
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Una strategia per “rendere la vita intollerabile”: i coloni israeliani stanno cacciando i cristiani dalla Cisgiordania
La comunità di Taybeh è sopravvissuta ai Crociati e agli Imperi Ottomano e Britannico, ma gli ultimi attacchi mettono in discussione il suo futuro. Fonte: English version Immagine di copertina: Alcune suore osservano il terreno bruciato vicino alla chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo, durante una visita di solidarietà con i patriarchi e … Leggi tutto "Una strategia per “rendere la vita intollerabile”: i coloni israeliani stanno cacciando i cristiani dalla Cisgiordania" L'articolo Una strategia per “rendere la vita intollerabile”: i coloni israeliani stanno cacciando i cristiani dalla Cisgiordania proviene da Invictapalestina.
April 9, 2026
Invictapalestina
Sette messaggi: Israele può sopravvivere alla sconfitta senza incendiare la Regione?
Netanyahu sta reintroducendo la Dottrina Dahiya, una strategia formulata per la prima volta dopo la guerra del 2006 contro il Libano. Fonte: English version Di Ramzy Baroud – 8 aprile 2026 Israele è pericoloso tanto nella sconfitta quanto nella vittoria. Infatti, il Libano, oggi, sta pagando il prezzo del fallimento strategico di Israele in Iran. … Leggi tutto "Sette messaggi: Israele può sopravvivere alla sconfitta senza incendiare la Regione?" L'articolo Sette messaggi: Israele può sopravvivere alla sconfitta senza incendiare la Regione? proviene da Invictapalestina.
April 9, 2026
Invictapalestina
RADIO AFRICA: IN TUNISIA REPRESSIONE INTERNA E SOSTEGNO ESTERNO, IL DOPPIO VOLTO DELLA COOPERAZIONE UE
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 9 aprile, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa puntata torneremo a parlare di Tunisia dove continua il consolidamento autoritario sotto la presidenza di Kaïs Saïed, evidenziando una repressione ormai strutturale che non si limita agli oppositori politici in senso stretto. Negli ultimi mesi si è infatti assistito a una crescente criminalizzazione delle pratiche di solidarietà, sia verso la causa palestinese sia verso i migranti. Attivisti coinvolti in iniziative umanitarie o politiche sono stati arrestati con accuse come riciclaggio o cospirazione. Questo segna un passaggio simbolico: la solidarietà stessa viene trattata come una minaccia ed è in questo quadro che avviene l’uso sistematico della giustizia come strumento politico. Si moltiplicano infatti gli attacchi all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici e procedimenti contro avvocati e avvocate. “Il presidente dell’associazione dei Magistrati Tunisini, Anas Hmedi, è stato condannato al carcere perché lui, come altri giudici, continuano a combattere per l’indipendenza della giustizia, ma oggi combattere contro l’oppressione, combattere contro l’autoritarismo è diventata una condanna” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Majdi Karbai, già deputato tunisino dell’opposizione di sinistra e ora esiliato in Italia. Parallelamente, mentre continua il deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese e nonostante le accuse di complicità con i trafficanti e i casi di violenze in mare, sul piano internazionale, l‘Unione Europea continua a rafforzare la cooperazione con Tunisi, in particolare attraverso finanziamenti, forniture e programmi legati al controllo delle frontiere. Il memorandum firmato nel 2023 ha intensificato questa collaborazione, contribuendo alla cosiddetta esternalizzazione delle politiche migratorie. “Il progetto di migrazione regolare sicura e le forniture europee, anche degli Stati membri, inclusa l’Italia, a favore della Tunisia, mostrano un po’ le due facce del controllo dei flussi migratori, per come viene vista dalla sponda nord del Mediterraneo, dall’Unione Europea e da tutti gli Stati membri” commenta Matteo Garavoglia, giornalista che si occupa principalmente di Tunisia e Nord Africa con analisi e reportage sul campo. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 9 aprile alle ore 18.45 e in replica venerdì 10 aprile, alle ore 6.30. Ascolta o scarica.
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Furundulla 315 – Donaldo Briscola…
…è tutta colpa dei genitori! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Genesi di nome (e di un “uomo”, anzi di due. O più…)                                 wikipedia.org-Donald

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