La generazione che si ribella e spacca le vetrineL’INIZIO DEL CICLO DI PROTESTE DI GIOVANI E GIOVANISSIMI PUÒ ESSERE RICONDOTTO
AL 2020 IN ASIA E ALLE SUE NUMEROSE MANIFESTAZIONI, CHE OGGI SI ESTENDONO
ALL’INDIA CON LE “PROTESTE DEGLI SCARAFAGGI”. ORA SEMBRA L’EUROPA L’EPICENTRO
DEL MALCONTENTO GIOVANILE: LO SCORSO FINE SETTIMANA, CI SONO STATE GRANDI
MANIFESTAZIONI IN GRECIA, BELGIO, ALBANIA, ITALIA, FRANCIA, PORTOGALLO, SPAGNA.
INTANTO IN SERBIA, UN’OPZIONE ELETTORALE GUIDATA DA STUDENTI E STUDENTESSE HA
VINTO LE ELEZIONI PARLAMENTARI. IN SPAGNA, COME IN ITALIA, SONO STATI FERMATI E
ARRESTATI DECINE DI MINORENNI. “STA FORSE EMERGENDO IN POLITICA UNA NUOVA
GENERAZIONE CON UN PROPRIO STILE, CHE REAGISCE ALLE PROPRIE ESPERIENZE?”, SI
CHIEDE NURIA ALABAO. A PROPOSITO DEI SACCHEGGI RICORDA COME UN PRECEDENTE PER LE
RECENTI ESPLOSIONI SI PUÒ TROVARE NEGLI STATI UNITI, DOVE DA ALCUNI ANNI, GRUPPI
DI RAGAZZI E RAGAZZE SI ORGANIZZANO TRAMITE I SOCIAL MEDIA PER INCONTRARSI IN
MASSA, BALLARE O SACCHEGGIARE CENTRI COMMERCIALI PER METTERE LE MANI SU ARTICOLI
DI LUSSO. VENGONO CHIAMATI “FLASH RAPINE”. QUALCOSA TRA SVAGO E PROTESTA, SENZA
UN ESPLICITO DISCORSO POLITICO. DI CERTO, LA SPAGNA E L’ITALIA NON SONO LA
FRANCIA. MA IN TUTTI E TRE I PAESI SEMBRA EMERGERE LA PROTESTA DI GIOVANI A CUI
VIENE NEGATO UN FUTURO DIGNITOSO E QUELLA DI GIOVANI DELLE PERIFERIE O DI
ORIGINE MIGRANTE PER I QUALI LE PROMESSE DI MIGLIORARE LE PROPRIE CONDIZIONI DI
VITA NON SI REALIZZERANNO MAI, A PRESCINDERE DA CIÒ CHE FARANNO. AGGIUNGE
ALABAO: “UN PUNTO DI CONTATTO TRA LE DUE FORME DI LOTTA RISIEDE NEI NUOVI
DESIDERI CHE EMERGONO QUANDO CI SI ORGANIZZA, PERMETTENDO DI INTRAVEDERE UNA
VITA DIVERSA… PROIETTARE ORIZZONTI COLLETTIVI: QUESTA È LA TERAPIA NECESSARIA…”
Foto Milano in movimento
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I media hanno sfornato innumerevoli frasi sui giovani, etichettandoli come
fragili, pigri o consumisti: una generazione egocentrica che si consuma tra
TikTok, videogiochi, shopping online e lorazepam. La giovinezza è solo una fase
della vita, eppure i giovani vengono incolpati di rivolte, crimini o stupri,
soprattutto se sono migranti, persone razzializzate o vivono nelle periferie o
nelle baraccopoli del mondo.
Non sappiamo esattamente cosa siano i giovani, se siano qualcosa, ma quel che è
certo è che in molte parti del mondo si stanno sollevando in proteste massicce e
spettacolari. Abbiamo definito questo ciclo politico le rivolte della
Generazione Z. Se l’estrema destra e la sua visione del mondo guidata dagli
algoritmi cercano di impedire ai giovani di organizzarsi e tentano di deviare la
loro rabbia verso nemici designati, queste lotte raccontano una storia diversa.
Ma dobbiamo ascoltare.
L’inizio di questo ciclo può essere ricondotto al 2020 in Asia e alle sue
numerose manifestazioni, che oggi si estendono all’India con le “proteste degli
scarafaggi”. Oggi, l’Europa sembra essere l’epicentro del malcontento giovanile,
con un livello simile a quello osservato dopo la crisi finanziaria del 2008,
sebbene le rivendicazioni siano più varie. Lo scorso fine settimana, le proteste
si sono diffuse dalla Grecia al Belgio, passando per Albania, Francia,
Portogallo e Spagna. In Serbia, un’opzione elettorale guidata dagli studenti ha
vinto le elezioni parlamentari di domenica scorsa, 25 ottobre. Questo è stato il
risultato inatteso di quasi due anni di mobilitazioni che hanno portato alle
dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević lo scorso anno. Alcune di queste
rivolte hanno assunto la forma di sommosse.
Le immagini più eclatanti provengono dall’Albania, dove si sta combattendo una
guerriglia urbana a colpi di fuochi d’artificio. Anche dalla Francia, dove gli
studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una protesta ormai diffusa
contro Macron. Blocchi di scuole e poi di università, manifestazioni di massa,
incendi di edifici e saccheggi stanno sconvolgendo la narrazione mediatica e
alimentando il panico per il disordine e l’illegalità sia tra i conservatori che
tra i progressisti. Alcune città italiane, come Milano, sembrano rispecchiare
questa situazione, seppur con motivazioni specifiche.
In Spagna, i giovani si accampano nelle piazze e manifestano per il diritto
all’alloggio, ma alcuni hanno anche fatto ricorso alla disobbedienza civile per
fermare gli sfratti quotidiani attraverso organizzazioni come l’Unione degli
Inquilini e la PAH (Piattaforma delle Persone Colpite da Mutui). Sebbene la
sinistra sembri contendersi la rappresentanza delle proteste, è importante
ricordare che la legittimità di questa disobbedienza è appesa a un filo e può
essere contrastata con tutta la forza delle leggi bavaglio e della repressione
poliziesca, soprattutto dopo le elezioni.
Scontri
Questo fine settimana, gli appelli all’azione sui social media hanno scatenato
disordini e saccheggi a Barcellona e in altre città catalane come Manresa.
Queste proteste si sono svolte al di fuori dei canali più convenzionali e sono
state guidate da minorenni: la maggior parte dei 128 arrestati erano minorenni.
Sono fraintese e quindi facilmente attribuite alla guerra ibrida o all’offensiva
di Netanyahu, oppure viste con sospetto perché non promsse da organizzazioni
note. Tuttavia, molte delle rivolte di questa generazione sono state lanciate
principalmente attraverso TikTok e Discord, spesso senza il supporto di partiti
politici o istituzioni di mediazione.
Gli scontri di strada, che troviamo comprensibili in Asia o nei paesi arabi –
tanto più comprensibili quanto più sono lontani – qui ci sembrano orribili
(forse potremmo riconoscere che le fiamme hanno un certo fascino estetico, così
come le vetrine rotte e i saccheggi dei negozi di lusso, a patto di nutrire un
certo odio per questo mondo, come molti giovani). Per i media e i politici, o
forse per i vincitori, le rivolte sono brutte, quindi ne attribuiscono la colpa
ad altri. Vox dice che sono colpa dei protetti di Pedro Sánchez, tutti
immigrati, Le Pen fa un’affermazione simile riguardo alle rivolte in Francia,
che attribuisce a Mélenchon e ai figli delle banlieue. Per alcuni politici di
sinistra, i disordini sono il risultato di una cospirazione israeliana. Bisogna
esorcizzare la possibilità che lo sciopero generale indetto in Spagna si
trasformi in una protesta sconveniente, una trovata pre-elettorale. E quanto
sono rassicuranti le teorie del complotto, perché così non c’è più niente a cui
pensare! Il destino di questi giovani è lasciato al caso, perché sono strumenti
del male. Si dice che sia facile criminalizzare tutte le proteste dopo queste
rivolte, ma è proprio la preventiva delegittimazione di queste forme di rivolta
che permette di perseguitarle poi senza freni.
Che siano spontanee o istigate da interessi oscuri, nulla di tutto ciò spiega
perché i giovani vadano a distruggere tutto. Né la loro rabbia, né il loro
divertimento. Sta forse emergendo in politica una nuova generazione con un
proprio stile, che reagisce alle proprie esperienze? Che c’entra la classe
sociale?
La cosa più sconcertante è che questi giovani non sembrano avanzare
rivendicazioni di alcun tipo, almeno non nel quadro a cui siamo abituati: un
insieme di richieste concrete e realizzabili, più o meno coerenti, che possono o
meno essere soddisfatte dallo Stato. In una Spagna apparentemente prospera, dove
l’economia “va bene”, non ci aspetteremmo che i giovani si ribellino
saccheggiando o distruggendo tutto. Non ci aspettiamo di vederlo nelle vetrine
illuminate a giorno di Passeig de Gràcia, dove i turisti passeggiano con orologi
da un milione di euro al polso. Perché mai coloro che dovrebbero essergli grati
per essere i loro baristi, i loro autisti, i loro croupier, le loro cameriere,
dovrebbero ribellarsi?
Non dovremmo sorprenderci, perché il conto alla rovescia è iniziato da tempo.
Piuttosto, dovremmo chiederci a quale classe sociale appartengono questi giovani
e quali sono le loro aspettative di vita. Nella scintillante Barcellona degli
affitti insostenibili, la disuguaglianza è una vetrina, uno stile di vita
consumistico che funge da modello, da ideale, ma che, allo stesso tempo, rimane
irraggiungibile, soprattutto per questi ragazzi provenienti dalle periferie.
Alcuni rompono vetrine, altri, come quelli dei quartieri operai della Grande
Buenos Aires, votano per Milei.
Forse un precedente per queste esplosioni si può trovare in tutta una serie di
eventi emersi nell’ultimo decennio. Negli Stati Uniti, ragazzi e ragazze molto
giovani si organizzano tramite i social media per incontrarsi in massa, ballare
o saccheggiare centri commerciali per mettere le mani su articoli di lusso.
Vengono chiamati “flash rapine” o “takeover adolescenziali”, come quelli di
Filadelfia. Tra svago e protesta, questi episodi mancano per lo più di un
esplicito discorso politico, al di là del fatto che questi giovani, molti dei
quali poveri e appartenenti a minoranze etniche, non sembrano farsi scrupoli a
rubare a grandi aziende con profitti milionari. Alla base di tutto ciò c’è il
tentativo di sfuggire al disprezzo sociale attraverso il consumo di marchi (con
tutte le sue ambiguità intrinseche). Forse le rivolte di Barcellona sono più
simili a questi eventi che a quelli che accompagnarono la Rivolta francese, o
forse mancano di un movimento più ampio che le sostenga e le legittimi. Ma
questo non significa che non ci sia una ragione dietro di esse.
Possibilità
Molti giovani aspirano alla vita dei loro genitori. A Sol, gli striscioni
recitano: “Una famiglia, una casa” o “Alla mia età, i miei genitori potevano
lavorare e comprarsi una casa”. In questi slogan, lontanissimi dai desideri
espressi nelle rivolte del 1968 – anzi, il loro esatto opposto – si può leggere
l’anelito all’emancipazione giovanile. Lasciare la casa dei genitori, essere
indipendenti. Questi giovani della classe media, che, secondo gli studi, escono
meno la sera e consumano meno alcol e droghe rispetto ai loro genitori,
equiparano una bella vita a vivere come i loro genitori. Ottenere un buon
lavoro, avere stabilità economica, fare carriera – se possibile, diventare
funzionari pubblici o influencer, o magari vivere senza lavorare come
investitore. E poi, poter consumare, crearsi una famiglia e raggiungere un certo
grado di riconoscimento sociale. Sono loro quelli integrati. Non c’è
disperazione nella loro posizione, ma hanno alle spalle cinquant’anni di
neoliberismo e davanti a sé una maggiore incertezza.
Questa posizione si esprime in rivendicazioni concrete, come quelle contenute
nei decreti sugli affitti o quelle degli studenti francesi: più investimenti,
più professori, la fine del sistema di selezione universitaria. Queste sono
soluzioni possibili e concrete. Ma quali potrebbero essere le rivendicazioni di
coloro per i quali le promesse di mobilità sociale non si realizzeranno mai, a
prescindere da ciò che faranno? Che dire dei giovani delle banlieue, dei giovani
migranti nordafricani, o di coloro che sono nati qui ma non saranno mai trattati
come spagnoli, gli abitanti dei quartieri operai dove la discriminazione e la
violenza quotidiana sono la norma? Per loro, anche se gli affitti diminuissero e
l’istruzione migliorasse, le loro vite rimarrebbero immutate, i loro lavori nel
settore dei servizi i più sfruttatori e degradanti, così come è degradante
subire il razzismo. Ciò che questi giovani vogliono non è essere come i loro
genitori, non vivere come loro, non lavorare come loro. Sono popolazione in
eccesso.
Dobbiamo riconoscere le differenze perché la Spagna non è la Francia; Non esiste
nulla di paragonabile ai suoi grandi quartieri segregati, dove il risentimento e
la disperazione covano tra le cosiddette “seconde generazioni”, che bruciano
auto ogni settimana e arrivano persino a danneggiare i servizi pubblici nei loro
quartieri. Quale atto di nichilismo più grande c’è che incendiare una biblioteca
in un quartiere povero? Ma dobbiamo prestare attenzione ai parallelismi e alle
somiglianze, perché nulla suggerisce che fenomeni simili non possano verificarsi
anche qui, seppur su scala diversa.
In ogni caso, se queste sono le loro esperienze di vita, non possiamo aspettarci
che manifestino attraverso i canali tradizionali, che a quanto pare non
funzionano in una Francia governata da un regime autoritario alla Macron e
soggetta a una feroce repressione. E in Spagna, quanto tempo ci vorrà perché
queste lotte portino a un drastico calo dei prezzi delle case? Raggiungeranno
tutti? “Lo studente che manifesta per riaprire le porte al proprio futuro e il
piccolo criminale che saccheggia per festeggiare ‘il miglior compleanno della
sua vita’ non condividono lo stesso orizzonte temporale”, dice Gigi Roggero a
proposito delle rivolte di Milano (Benvenuti nel deserto del globale). La
differenza sta nell’accesso al futuro: se esso si cela dietro barriere che
possono essere rimosse o se semplicemente non esisterà. Nello stesso articolo,
Roggero sottolinea che “le forme caotiche di violenza e conflitto sono parte
integrante della storia della lotta di classe”. In passato, le forme di lotta
più organizzate – come quelle del movimento operaio – fungevano da ponte verso
le agitazioni nichiliste o reattive. Costruivano un soggetto politico capace di
dare significato a rivolte spontanee e disorganizzate, integrandole nel proprio
quadro. Oggi non esiste più nulla di simile e dobbiamo iniziare a pensarle in
modo diverso. Molte di queste proteste, infatti, hanno una durata brevissima,
paragonabile ai cicli mediatici ormai accelerati o alle mode effimere dei social
media.
Un punto di contatto tra le due forme di lotta – quella degli integrati (o di
coloro che sono in procinto di integrarsi) e quella della popolazione in eccesso
– risiede nei nuovi desideri che emergono quando ci si organizza e si lotta,
permettendo di intravedere una vita diversa, impossibile da trovare in un
impiego regolamentato, nella proprietà privata e nella famiglia. Questi desideri
si ritrovano anche nelle proteste o vengono scoperti partecipandovi.
Organizzarsi, connettersi con gli altri nelle manifestazioni, smettere di essere
così soli e uscire dall’onnipresente “io” che occupa tanto spazio sui social
media, proiettare orizzonti collettivi: questa è la terapia necessaria.
Quando si lotta, si può scoprire, dietro la rabbia e la furia, il desiderio di
vivere al di là dei canali stabiliti, al di là dei ruoli sociali predeterminati.
Non essere come i propri genitori, ma qualcosa di diverso ancora da inventare.
“Tornare a vivere. Ritrovare la capacità di godere, desiderare, creare e vivere
la vita al di là degli obblighi economici e sociali”, ha detto il Comitato
Invisibile a proposito delle rivolte in Francia. Questo apre la strada a nuove
lotte che indubbiamente arriveranno, che le comprendiamo o meno.
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Pubblicato su ctxt.es
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