Finalmente! L’Italia è in movimento
L’Italia è in movimento. Come nell’autunno dello scorso anno, le piazze tornano a riempirsi. Oggi però con più rabbia e più determinazione. Le questioni sociali hanno ormai fatto irruzione sulla scena e si stanno prendendo il palcoscenico che meritano. Ma senza dimenticare la corsa al riarmo innescata dall’Unione Europea e […] L'articolo Finalmente! L’Italia è in movimento su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
Milano, piazza Duomo. Prima di tutto capire
16 giugno 2025, 17 ottobre 2026: dopo oltre 16 mesi di presenza in piazza Duomo per la Palestina, per la prima volta non abbiamo potuto disporci come abbiamo sempre fatto. Piazza Duomo e dintorni erano impraticabili e tirar fuori delle bandiere palestinesi sarebbe stato del tutto controproducente. Siamo arrivati poco prima delle 18 come facciamo tutti i giorni. La sorpresa è stata per tutti e tutte noi. Personalmente sono arrivato da piazza Scala, dalla Galleria, e mi sono ritrovato una carica della polizia che entrava in Galleria, con la gente, un misto di turisti e ragazzi che mi arrivavano addosso. Arrivato in piazza sono andato nel punto dove sempre ci raccogliamo per essere visibili. La piazza era svuotata, vicino a me andavano e venivano ragazzini, tutti vestiti di nero, quasi tutti maschi, dall’aspetto in gran parte di “seconda generazione”. Lanciavano pietre, dall’altra parte cariche che difficilmente li raggiungevano. I ragazzini scappavano via per poi tornare avanti. Tutto intorno alla piazza passanti e turisti mediamente incuriositi dall’assistere a quello che stava avvenendo. Direi che i momenti più pericolosi erano quando la folla indistinta scappava via rischiando di fare e farsi male. I ragazzi erano sicuramente i più veloci e sembrava davvero di assistere ad un gioco del gatto col topo, dove i topi erano tanti, sparpagliati e velocissimi. Non sapevo nulla del corteo avvenuto prima, non sapevo come fosse iniziato il tutto, pare che la pessima gestione della piazza da parte della polizia sia iniziata lì, certo questi ragazzi che erano parte del corteo non sono corsi a casa a cambiarsi di vestito. Dico quindi le mie impressioni, del tutto soggettive, rispetto a quello a cui ho assistito con i miei occhi e con la mia gola che ha più volte sofferto per i tanti lacrimogeni. C’è di fondo la rabbia in questi ragazzi, ma ho visto anche tanta eccitazione e divertimento in quello che facevano. Erano gruppi di amici, che si muovevano a gruppetti, chiamandosi per nome, con la voglia di trovare qualsiasi cosa che si potesse lanciare. Noi della piazza quotidiana, eravamo raccolti vicini alle colonne, altri sparsi altrove. Attoniti, ma le nostre “storie in piazza” facevano sì che non si fosse spaventati. Si cercava di capire. In me, la sete di sapere e di capire si mescolava alla tristezza. Una cosa è certa: questi ragazzi hanno diritto a spazi sociali e di aggregazione, le periferie sono abbandonate, a disagio si somma disagio, case popolari decrepite, scuole fatiscenti, solo centri commerciali dove si è vittime e promotori di un consumismo asfissiante. Da parte nostra dovremo cercare le occasioni per conoscerli meglio, ascoltarli e discutere insieme. La speranza è che cresca il loro livello di coscienza, che non siano manipolati, che non si facciano male, che ragionino sul da farsi e trovino un percorso che evolva e non si avviti su sé stesso per essere strumentalizzato, criminalizzato e represso. La strada la troveranno loro, noi per ora ci accontentiamo di tornare a disporci in piazza Duomo, come tutti i giorni. E da domani ancor più impegno per fermare al più presto possibile la follia delle spese militari, della corsa verso la guerra, dei tagli a tutte le spese sociali e ai redditi. Domenica: il giorno dopo. Passo tutta la giornata a confrontarmi con chi c’era ieri, per capire meglio, condividere pensieri. Guardare video, mettere insieme i pezzi, cercando di non scrivere fesserie. Ma prima di pubblicare torno in centro, con l’obiettivo di rimetterci in piazza con le nostre file, i nostri cartelli e le bandiere palestinesi. Arrivo in bici da Sud, già in via Torino si capisce che i ragazzi sono passati di là. Camionette, elicottero. Arrivo in piazza Duomo: fotocopia di ieri. Questa volta non c’è nessuna manifestazione, solo i tanti ragazzi, ancora più giovani, probabilmente anche i fratellini hanno chiesto di unirsi, alcuni avranno 12 o 13 anni. Non volano i sassi, ma per terra c’è di tutto e i lacrimogeni abbondano. Non ci si concentra solo in centro stavolta, ma in diverse vie, a raggiera a partire da piazza Duomo. Stavolta diverse vetrine vengono rotte, in diversi escono dai negozi a mani piene. La polizia rimbalza di qua e di là, ma arriva sempre dopo. Anche oggi è saltata la nostra presenza per la Palestina in piazza Duomo. La discussione tra noi in piazza e anche una volta tornati a casa, continua. Bisogna capire. Bisogna capire quello che sta succedendo. Andrea De Lotto
October 18, 2026
Pressenza
Intervista a Emiliano Brancaccio: «Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo_ _________ Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente. Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni. PROFESSOR BRANCACCIO, NEL SUO ULTIMO LIBRO LEI SOSTIENE CHE NULLA POSSIAMO CAPIRE DI QUEST’EPOCA SE NON LA COLLEGHIAMO ALLA «CRISI DEL DEBITO STATUNITENSE CHE PORTA AL DECLINO DEL VECCHIO ORDINE MONDIALE A GUIDA AMERICANA». EPPURE LA LUNGA MANO DEGLI STATI UNITI SI AVVERTE ANCORA. L’OFAC, L’UFFICIO DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO CHE GESTISCE LE SANZIONI, COLPISCE CON MISURE SEMPRE PIÙ DURE PERSONALITÀ, BANCHE, ASSOCIAZIONI E ISTITUZIONI FUORI DAI CONFINI AMERICANI. COME SI SPIEGA? Più il vincolo del debito americano morde, più il declino del vecchio ordine mondiale si accentua, più la reazione degli Stati Uniti diventa aggressiva. E accentua la militarizzazione dei rapporti commerciali e finanziari con gli altri Paesi. Le cosiddette sanzioni finanziarie imposte dall’Ofac sono un caso emblematico. All’inizio del secolo erano appena novecento, oggi sono più di novemila, in larghissima misura extra-territoriali. Il più delle volte sono spacciate come “sanzioni” contro cosiddetti “terroristi” e simili. Ma la verità è che si tratta di meccanismi di pressione che rientrano nella grande svolta della politica economica americana: dal vecchio globalismo dei tempi gloriosi a un nuovo protezionismo commerciale e finanziario, unilaterale e sempre più minaccioso. LEI STA DICENDO CHE LA LOTTA AL “TERRORISMO” E SIMILI È UNA SCUSA? L’Ofac ha bloccato l’alluminio russo, il petrolio venezuelano, i semiconduttori cinesi, con giustificazioni che andavano dalla lotta agli oligarchi che facevano malign activities, al contrasto al traffico di droga, alla difesa degli uiguri. E così via. Queste sanzioni, guarda caso, sono cresciute man mano che il debito americano verso l’estero aumentava. E diventava sempre più difficile controllarlo in condizioni di libero mercato. La verità è che l’Amministrazione americana utilizza questi “nobili” pretesti per nascondere i suoi veri obiettivi: governare il declino del capitalismo americano e cercare di preservare un perimetro egemonico almeno su un pezzo di mondo. Con tutti i mezzi. VALE ANCHE PER IL CASO DI BANCA ETICA? Il boom delle sanzioni di Ofac funziona un po’ come una pesca a strascico. Hanno una precisa rotta politica ma poi tirano nella rete anche un mucchio di gente che c’entra ben poco. Il caso di Banca Etica fa parte del mucchio. La banca ha dovuto chiudere il conto di Autistici/Inventati accusati dagli Stati Uniti di fornire infrastrutture digitali al Partito comunista curdo e ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra definita “violenta”. Una esagerazione alquanto grottesca. Che però, se ci pensiamo bene, rientra in un progetto che fa proprio dell’indistinta rozzezza la sua cifra politica. Insomma, per l’amministrazione americana non è più tempo di indugiare nei distinguo. C’è da stringere le maglie intorno a tutti i vari tipi di cellule ribelli, che in un modo o nell’altro disturbino il ridisegno dei perimetri dell’egemonia, dall’Europa al Medio Oriente. È un altro effetto del cosiddetto friend shoring. Ossia, della netta separazione che ormai gli americani fanno tra “amici” e “nemici”. È una politica che non ammette più sfumature, che non contempla più tolleranze. Persino i più piccoli dissidenti delle più remote periferie vanno schiacciati. Anche bloccando gli accessi ai conti bancari, se serve. È successo nella Germania nazista come nell’apartheid in Sud Africa. Ora accade nell’Occidente filo-americano, che ancora si ostina a definirsi “liberale”. C’È CHI SOSTIENE CHE BANCA ETICA AVREBBE DOVUTO TIRARE DRITTO, SENZA BLOCCARE IL CONTO DI AUTISTICI/INVENTATI. CHE NE PENSA? Ipotesi donchisciottesca. In casi non dissimili, l’Ofac ha applicato sanzioni secondarie tali da impedire qualsiasi intermediazione con il sistema finanziario americano. Con effetti dirompenti sulle più banali operatività delle banche colpite. Un decoupling finanziario dall’America può avvenire, ma solo su basi politiche. Servono prese di posizione, leggi, regolamenti, infrastrutture digitali. MA COME SI COSTRUISCE UN DECOUPLING POLITICO EUROPEO? L’EURO DIGITALE È SICURAMENTE UNA PRIMA RISPOSTA, MA FORSE NON BASTA. È VERO CHE LA BCE PUNTA A INFRASTRUTTURE DIGITALI EUROPEE. MA POSSONO ESSERE SUFFICIENTI IN UN MONDO IN CUI LA DIPENDENZA ANCHE TECNOLOGICA DAGLI STATI UNITI È FORTISSIMA? Non è un problema di ordine tecnologico. È un problema di coordinamento politico. Per citare un esempio, l’Europa non ha ancora una sua carta di credito perché la frammentazione tra i singoli Stati ha impedito la formazione di un gigante oligopolista all’altezza dei fornitori americani. Ma soprattutto, l’Europa non ha una politica estera comune che consenta di scegliere dinanzi al bivio imposto dagli americani. Ossia, o i Paesi europei subiscono passivamente la svolta protezionista degli Stati Uniti, accettando tutte le cosiddette sanzioni e le altre conseguenze. Oppure reagiscono a quella svolta con una risposta coordinata, apertamente antagonistica al friend shoring americano. IN CHE DIREZIONE SI STANNO MUOVENDO I PAESI EUROPEI? Per adesso gli europei stanno subendo. Per il futuro, la crisi dell’ordine si accentuerà. Gli Stati Uniti cercheranno di scaricare ancor più i loro problemi sugli alleati europei. Le tensioni atlantiche aumenteranno. Gli esiti non sono ancora scritti Redazione Italia
October 18, 2026
Pressenza
Edward Said era una voce di spicco nella lotta per la liberazione della Palestina. Gli spettatori lo stanno ora ascoltando
di Sara Aridi, The New York Times, 17 ottobre 2026.   Un nuovo documentario su Edward Said, il critico letterario e attivista palestinese-americano che ha insegnato per decenni alla Columbia, ha riunito i newyorkesi in un momento politico delicato. Maiken Baird, a sinistra, ha diretto il documentario su Edward Said, mentre Sarah Mowaswes, al centro, ne è stata una delle produttrici. Anche la figlia di Said, Najla Said, a destra, ha partecipato alla realizzazione del film. Crediti: Dave Sanders per il New York Times All’esterno dell’affollato ingresso del Walter Reade Theater al Lincoln Center, Gisella Castagna era in prima fila. Gisella Castagna, studentessa del Barnard, era arrivata con circa quattro ore di anticipo il mese scorso per assicurarsi un biglietto per la proiezione delle 20:45, già esaurita, di “Edward Said: Between Worlds”, un documentario sullo studioso e attivista palestinese-americano. Said è morto nel 2003, prima che la ventunenne Castagna nascesse. Ma le sue idee sull’autodeterminazione palestinese hanno trovato riscontro in lei di recente, in particolare mentre aiutava a organizzare gli accampamenti filopalestinesi alla Columbia University. «Molti di noi fanno riferimento alle sue parole», ha detto. Dopo gli attacchi a Israele guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno causato circa 1.200 vittime, e la guerra a Gaza che ha provocato la morte di circa 68.000 palestinesi, riportando il conflitto israelo-palestinese sotto i riflettori, le parole di Said — che egli stesso ha condiviso attraverso innumerevoli conferenze, articoli e libri — hanno trovato nuova vita. Il film, presentato in anteprima negli Stati Uniti al New York Film Festival, arriva dopo il cessate il fuoco dello scorso anno tra Israele e Hamas, ma le tensioni non si sono placate. Gli attacchi israeliani sono proseguiti; personaggi pubblici sono stati criticati per aver preso posizione, o per non averlo fatto; e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è sotto pressione in vista di un’elezione prevista questo mese. Said era una voce di spicco nella lotta per la liberazione palestinese, e le sue idee e i suoi insegnamenti sono tornati alla ribalta mentre gli attivisti continuano a lottare per la stessa causa. Crediti: Bettmann, via Getty Images La proiezione è stata una sorta di ritorno a casa: Said è stato una figura di riferimento dell’Upper West Side in qualità di professore alla Columbia University per quasi 40 anni. Nel documentario, Said racconta la storia della sua vita attraverso filmati e registrazioni audio messi insieme dalla regista danese-americana Maiken Baird e da Sarah Mowaswes, una delle produttrici. “Between Worlds” si apre con filmati amatoriali sgranati in 8 millimetri girati a Gerusalemme negli anni ’30. Gli spettatori vedono filmati d’archivio sulla creazione di Israele e sullo sfollamento dei palestinesi, ed Edward Said che si trasferisce dal Cairo al Massachusetts e infine a New York. Dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, il film mostra Said che diventa politicamente attivo, scrivendo sul conflitto israelo-palestinese e lavorando al fianco di organizzatori e leader. Maiken Baird, 60 anni, ha tratto ispirazione per realizzare il film dopo il 7 ottobre 2023. «Non potevo fare a meno di ripensare a Edward Said, a quanto avessi imparato da lui», ha affermato. Crescendo, le era stato raccontato dell’occupazione nazista della Danimarca e della creazione di uno stato ebraico, ma si era chiesta cosa fosse successo agli «abitanti originari di quella terra», ha spiegato. Anni dopo, ha letto il libro di Said del 1979 «La questione palestinese». «Allora tutto ha trovato un senso», ha detto. Maiken Baird ha contattato la vedova di Said, Mariam C. Said, e la figlia, Najla Said, che è diventata produttrice consulente del film. «Sembrava il modo perfetto per riportarlo in vita al momento giusto», ha detto sua figlia. Mariam C. Said, vedova di Edward Said, nel suo appartamento vicino alla Columbia University a giugno. Crediti: James Estrin/The New York Times Maiken Baird, il cui padre era amico di Said, è cresciuta ascoltando di sfuggita le loro conversazioni, il che l’ha in parte influenzata a studiare alla Columbia negli anni ’80, dove, secondo lei, Said era «il professore più popolare». Fuori dal campus, le cose erano più complicate. Nel 1989, un saggio da lui scritto fu criticato perché promoveva il terrorismo. Nel 2001, subì forti polemiche dopo essere stato fotografato mentre lanciava pietre contro una postazione di guardia israeliana in Libano. Il suo ufficio era stato vandalizzato; le minacce di morte erano all’ordine del giorno. Una clip di «Between Worlds» mostra che dovette affrontare l’opposizione di alcuni arabi che lo ritenevano troppo moderato. Sarah Mowaswes, 32 anni, ha dichiarato in una e-mail che «il semplice fatto che sia un palestinese nato in Palestina è considerata una cosa “controversa” da alcuni». Realizzare un film indipendente non è mai facile, ma «il problema nel finanziare questo tipo di narrazione in America è che non si ottiene alcun sostegno istituzionale», ha affermato Maiken Baird. La maggior parte dei finanziamenti, ha aggiunto, proveniva da persone che speravano di avviare un dialogo sfumato sul conflitto israelo-palestinese. La figlia di Said, Najla Said, seconda da destra, ha concesso ai registi l’accesso a centinaia di ore di materiale. Crediti: Dave Sanders per il New York Times La sera della prima, il teatro era gremito di alcuni vecchi amici e colleghi di Said. Il poeta palestinese Mosab Abu Toha, fondatore dell’ormai distrutta Biblioteca Pubblica Edward Said a Gaza, è uscito dalla sala trattenendo le lacrime. Ha affermato che era «indignante» vedere che le questioni affrontate da Said «continuano a ripetersi oggi». Victor Kovner, che ha conosciuto Said negli anni ’80, ha dichiarato: «È stato emozionante vederlo». Kovner, 89 anni, è uno dei fondatori di J Street, un’organizzazione che sostiene Israele e «la sicurezza e la libertà sia degli israeliani che dei palestinesi», secondo quanto riportato sul suo sito web. Sebbene lui e sua moglie, Sarah Kovner, siano favorevoli a una soluzione a due stati, ciò non ha ostacolato la loro amicizia con Said. «Si poteva parlare di questo con lui», ha detto la signora Kovner. «Si poteva non essere d’accordo, ma non in modo sgradevole». Riflettendo sulla guerra a Gaza, la vedova di Said ha detto che suo marito «sarebbe rimasto sconvolto, perché tutti i suoi scritti parlano di umanesimo». Invece altri presenti alla proiezione hanno affermato che sarebbe stato rincuorato nel vedere il crescente sostegno ai palestinesi. Maiken Baird spera che la storia di Said attiri un pubblico più ampio. «Anche se non apprezzano ciò che sentono», ha detto, «devono riconoscere la sua umanità e la sua verità». Sara Aridi è redattrice per la formazione giornalistica del Times e contribuisce a esplorare collaborazioni con The School of The New York Times. https://www.nytimes.com/2026/10/17/nyregion/edward-said-documentary-new-york-film-festival.html?emc=edit_th_20261018&nl=today%27s-headlines&segment_id=228290 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 18, 2026
Assopace Palestina
Trovate un buco di merda e suonateci dentro
Quando il chitarrista dei Television, Tom Verlaine, acquistò la sua copia del libro Il cattolico sul cavallo a dondolo, probabilmente non pensava che anni dopo migliaia di persone avrebbero fatto la fila per comprarlo, dentro a un magazzino di Brooklyn. Allo stesso modo, quando Hilly Kristal prese in affitto un edificio al numero 315 di Bowery, New York, non pensava che qualcuno si sarebbe lamentato del rumore. Kristal voleva mettere in piedi un locale di musica dal vivo. La zona, ai margini di Manhattan, era particolarmente malfamata. Di notte ci dormivano solo i barboni. In più, Kristal non aveva intenzione di fare musica particolarmente rumorosa. Per mettere le cose in chiaro, chiamò il locale con la sigla dei suoi tre generi musicali preferiti: country, bluegrass e blues. CBGB. Le cose non andarono esattamente come aveva previsto. Già nell’insegna, infatti, c’era una clausola che nel giro di pochi mesi avrebbe mandato all’aria il suo desiderio di tranquillità. Il nome completo era CBGB & OMFUG, vale a dire Other Music For Uplifting Gormandizers. Che, tradotto, suona come: country, bluegrass, blues e un po’ tutto quello che vi pare. Era il dicembre del 1973 e quello che gli pareva, ai ragazzi che volevano suonare a New York, in realtà non era ancora stato inventato. Così ci pensarono direttamente loro. Il 16 agosto del 1974 salgono sul palco del CBGB quattro ragazzi del Queens. Giubbotti di pelle, jeans strappati e un cognome che in realtà non è di nessuno, ma che dà il nome alla band: Ramones. Suonano canzoni che durano meno di due minuti e che finiscono prima che il pubblico abbia il tempo di capire cosa stia succedendo. Nessuno lo chiama ancora punk. La parola arriverà solo nel 1976, dal titolo di una fanzine che conteneva proprio un’intervista ai Ramones. Ma ormai il dado era tratto. Il rock aveva appena imparato come fare a meno di tutto, tranne che del volume. E tutto era partito da lì. Dal locale di un signore di quarantadue anni, figlio di immigrati russi, che voleva solo ascoltare qualche cowboy col violino. I Ramones al CBGB I primi a bussare alla porta del CBGB, però, non erano stati i Ramones. Nella primavera del 1974, pochi mesi dopo l’inaugurazione, si presentano Tom Verlaine e Richard Lloyd: i Television. Chiedono a Kristal di suonare, ma il proprietario, ancora ostile alla musica rock, gli dice di no. Così tornano con il loro manager e trovano un accordo. Si sarebbero potuti esibire alla domenica, che allora, come oggi, è il giorno peggiore della settimana. Sia per suonare dal vivo che per pubblicare una rubrica musicale sul web. L’idea ha successo. Dietro ai Television comincia ad arrivare mezza New York. Patti Smith prima di tutti, fidanzata di Tom Verlaine, poi i Blondie, i Suicide, Johnny Thunders and the Heartbreakers e un gruppo di ragazzi del college che sale sul palco per la prima volta come gruppo spalla dei Ramones: i Talking Heads. Il leader della band, David Byrne, scriverà anni dopo che la musica prende forma dal luogo in cui viene suonata. I canti gregoriani sono lenti perché le cattedrali rimbombano. Il CBGB non rimbombava affatto. Byrne lo ricorda come una stanza lunga e stretta, piena di roba ovunque, con il bancone in mezzo e le pareti storte. Il suono non rimbalzava da nessuna parte e ogni nota arrivava nitida fino in fondo alla sala. «Uno studio di registrazione spenderebbe una fortuna per ottenere lo stesso effetto», ha dichiarato. Il primo disco dei Television sembra fatto apposta per risuonare in quella stanza lunga e stretta. Si intitola Marquee Moon. È nato dopo tre anni di concerti al CBGB, ma di punk, inteso quello dei giubbotti di pelle, ha ben poco. Questo perché Tom Verlaine è un chitarrista decisamente fuori dalla norma. Da ragazzo suonava il sassofono e consumava i dischi jazz di John Coltrane e Albert Ayler. La sua Fender sembra suonata soffiandoci dentro quante più note possibili. La canzone che dà il titolo all’album inizia con due accordi secchi e il trillo della chitarra, che sembra quello di una sveglia che suona alle 2 di notte e che ti conduce in una quieta disperazione. La voce passeggia sotto la luce obliqua del basso e della batteria:«Ascoltando la pioggia / sentendo qualcos’altro / sotto la tenda della luna». Poi tocca alla chitarra di Verlaine, che si prende tutta la seconda metà del brano. Una scala che sale, si allarga, si arrampica su se stessa per minuti, fino a diluirsi in una pioggia di note. Di solito la storia della musica si racconta così: a metà degli anni Settanta il rock era diventato un genere ridondante come i canti gregoriani nelle cattedrali. Mega gruppi, mega stadi, mega assoli e mega coglioni (diceva qualcuno). Così arriva il punk, che distrugge tutto. Da quelle macerie si riparte verso altre direzioni. Solo che qui siamo nel febbraio del 1977. Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols non è ancora uscito. Il punk non ha ancora distrutto niente. I Television, ancora una volta, sono arrivati prima di tutti. Marquee Moon non rispetta nessun canone del punk. Dura dieci minuti, con un assolo di chitarra che ne occupa la metà. Eppure suona già come quello che verrà dopo. I Television hanno inventato il post-punk prima del punk. Il CBGB resistette parecchi anni e, alla fine, a farlo chiudere non fu il rumore. Fu l’affitto. Il padrone di casa alzò il canone e non rinnovò il contratto. Sulla Bowery, nel frattempo, i barboni erano diventati pochi e i ristoranti tanti. Il 15 ottobre 2006, giusto vent’anni fa, per l’ultimo concerto sale sul palco Patti Smith. Suona per tre ore e mezza. Tra i brani che esegue c’è anche Marquee Moon, in una versione recitata. L’atmosfera è quella del grande addio, ma senza nostalgia. D’altronde, il punk non è solito lasciarsi andare a questo genere di sentimentalismi. «Il CBGB non è un fottuto tempio – dice Patti Smith al microfono – è quello che è». Ai ragazzi che ascoltano sotto al palco dice di non preoccuparsi: «Troverete qualche altro buco di merda e ci suonerete dentro, come abbiamo fatto noi». Le luci si spengono poco dopo l’una. Hilly Kristal muore meno di un anno dopo. Quella sera sul palco, assieme a Patti Smith, c’era anche Richard Lloyd, l’altra metà dei Television. Tom Verlaine, invece, non si fa vedere. Gli ultimi anni della sua vita li ha vissuti lontano dagli amplificatori. Muore il 28 gennaio 2023, a 73 anni. A quel punto gli amici devono occuparsi di un’altra sua attività, assai meno nota della musica: quella di accumulatore seriale. In casa sua Tom Verlaine aveva circa cinquantamila libri. A diciott’anni, appena arrivato a New York, aveva trovato lavoro alla Strand, la grande libreria dell’usato di Manhattan, e da allora non aveva più smesso di frugare nei carrelli da un dollaro piazzati sui marciapiede. Nel 2018 scrisse addirittura un articolo di commiato sul New York Times dopo la scomparsa del titolare del negozio, Fred Bass, ricordando gli anni in cui si appassionò alla lettura: «Sembrava che con le parole si potesse fare qualsiasi cosa». Dopo la sua morte, i libri sono stati donati a un’altra libreria, Better Read Than Dead, che ha organizzato una grande svendita in un garage di Brooklyn. Prezzi da bancarella, con lo sconto per chi si portava via direttamente gli scatoloni. Qualcuno, per fare ordine, aveva provato a catalogarli, ma era un’impresa impossibile. I titoli andavano da Comunicare con gli animali a Aminoacidi: metabolismo e applicazioni mediche, passando per Il viaggio spirituale di un prete nello spettacolo, fino a Negoziare con la Cina. E, naturalmente, Il cattolico sul cavallo a dondolo. Con i dischi è andata allo stesso modo. Prima di morire, aveva deciso che sarebbero stati donati ad Academy Records, il suo negozio di fiducia. A giugno ne sono stati messi in vendita quattromila, questa volta sul web. Su Discogs c’è una sezione dedicata. Quasi tutto costa tra i dieci e i cinquanta dollari, perché un fan possa portarsi a casa un pezzo dello scaffale di Verlaine senza essere un collezionista milionario. Ci sono i dischi di Nico, dei Love, degli Slint, di Patti Smith e degli Strokes. C’è anche un vinile da sette pollici del singolo Un’altra volta chiudi la porta, di Adriano Celentano. E, naturalmente, c’è Marquee Moon. Anche il CBGB è stato rivenduto pezzo per pezzo. Questa volta non proprio per spirito di condivisione. Il bancone, le porte, i gabinetti e gli orinatoi sono stati smontati per una mostra a Las Vegas che, alla fine, non è mai stata realizzata. Le mattonelle del cesso sono finite nel set di un film del 2013, con Alan Rickman nei panni di Hilly Kristal. La tenda esterna, quella con la sigla del locale, è stata installata nell’atrio della Rock and Roll Hall of Fame, mentre una delle insegne è stata affissa sopra il bar dell’aeroporto di Newark, dove i passeggeri possono ordinare un club sandwich sotto al poster di Joey Ramone, in attesa del volo. Al 315 di Bowery adesso c’è una boutique di abbigliamento, che conserva i graffiti sui muri come fossero affreschi. Il bagno del CBGB esposto al Metropolitan Museum La sera della chiusura del CBGB, prima che si spegnessero le luci, Patti Smith aveva detto ai ragazzi di non preoccuparsi. Avrebbero trovato un buco di merda e ci avrebbero suonato dentro, come avevano fatto loro. Il consiglio vale ancora. Basta fare in fretta, prima che lo trasformino in un museo. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Trovate un buco di merda e suonateci dentro appeared first on L'Indipendente.
October 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Curare non è un reato. La salute dei migranti e la resistenza dei medici
Ne parliamo con il dott. Nicola Cocco[1] infettivologo della società di medicina delle migrazioni e della Rete No ai CPR, accusato insieme ad altri 23 medici di aver creato una associazione a delinquere volta a evitare attraverso certificati medici l’invio delle persone migranti nei Centri di detenzione ed espulsione.  P: Per parafrasare Bertold Brecht potremmo dire povero il Paese che indaga i propri medici che assistono le persone in difficoltà. Tu sei indagato insieme ad altri 23 dalla Procura di Ravenna. Ci puoi dire cosa è successo? Come è partita questa indagine? Allora Manfredo ti rispondo raccontandovi che il 16 di settembre a livello nazionale è partita una perquisizione di 23 medici e per il sottoscritto la perquisizione era anche accompagnata da un avviso di denuncia per associazione a delinquere volta alla creazione di un sistema per diffondere certificati falsi per non mandare persone all’interno dei CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio), in vista di un eventuale rimpatrio forzato. Si tratta di una costola di una inchiesta partita a febbraio del 2026 sempre dalla Procura di Ravenna che ha indagato all’epoca 8 persone per falso ideologico, l’accusa è quella che esista un sistema di medici che producono certificati falsi per non mandare le persone nei CPR. Questa è una accusa anche infamante, parliamo di associazione a delinquere, in realtà è la torsione giudiziario propagandistica di una campagna partita più di due anni fa e promossa dalla SIMM ASGI e dalla rete Mai più Lager-no CPR volta a contattare medici, studenti di medicina e operatori della salute per discutere delle criticità di salute all’interno dei centri e per diffondere la questione di patogenicità di questi centri e proprio per chiedere che venga presa in considerazione questa patogenicità per il rilascio delle idoneità che sono richieste ai medici del Sistema Sanitario Nazionale per l’invio delle persone all’interno dei CPR.  P: Possiamo dire che nell’assurdità di questa inchiesta un merito è stato quello di far parlare dei CPR e delle condizioni che i migranti vivono al loro interno. Ci puoi spiegare qual è l’aspetto più drammatico per le persone rinchiuse? Di fatto questa inchiesta sta portando alle cronache i CPR, ma mi sgomenta perché se cè bisogno denunciare i medici per parlare dei CPR…Questi medici non sono eroi, ma sono professionisti che ritengono che il Giuramento di Ippocrate ed il codice deontologico abbiano ancora un valore. Perché sottolineo questo? Perché oramai da diversi anni abbiamo le evidenze scientifiche della patogenicità degli Immigration Detenter Center a livello internazionale, significa che c’è un corpus di studi, articoli ed inchieste che sono arrivate non solo a livello giornalistico o istituzionale, ma a livello di letteratura scientifica, quella basata sulle evidenze, quella su cui prendono le decisioni i medici e ci dicono che questi centri hanno caratteristiche di patogenicità, fanno ammalare le persone, peggiorano le condizioni di chi è gia ammalato e in particolare hanno effetti gravissimi sulla salute mentale che proseguono a lungo anche dopo il rilascio dai centri stessi e che si correlano con l’abuso di psicofarmaci volti proprio al trattenimento. Questa è una realtà che riguarda anche i CPR italiani che sono caratterizzati da un livello di degrado degli ambienti che sono patogeni e lesivi alla dignità degli esseri umani, questi ambienti non sarebbero accettabili neanche nell’istituzione peggiore che esiste nel nostro Paese cioè il carcere. Se in carcere avessimo le condizioni strutturali che esistono nei CPR, credo che avremmo rivolte quotidiane all’interno delle carceri. Questi centri sono caratterizzati da grande sofferenza e violenza perché la violenza è l’unico linguaggio messo in atto sia da chi gestisce i centri, dalla polizia, dai gestori privati, dal personale sanitario, una violenza che è giustificata dalla totale  normalizzazione e disumanizzazione perché queste persone sono disumanizzate, non sono visti come esseri umani, ma sono identificati con un numero identificativo e spesso si riconoscono loro stessi con il numero identificativo quando gli chiedi Chi sei? Come ti chiami? Spesso mi hanno risposto con il loro numero. Questo evidenzia la disumanizzazione che poi porta alla normalizzazione della violenza. Infine c’è il discorso del regime di abbandono di questi luoghi, come diceva Basaglia, questi sono luoghi dove le persone sono abbandonate in vista di un rimpatrio forzato che come sappiamo avviene in meno della metà dei casi dei provvedimenti di espulsione e del tutto avulso dall’art 27 della Costituzione sull’importanza del reinserimento sociale, queste persone vengono detenute perché ritenute ontologicamente dei corpi da espellere in base alla normativa e alla propaganda politica del momento. Questo ovviamente è dal punto di vista medico e deontologico inaccettabile ed è quello che ha informato in coscienza la campagna dei medici, che in scienza si basa sull’evidenza della patogenicità e in coscienza chiede di utilizzare queste evidenze nella valutazione di una idoneità al trattenimento in questi centri. P:L’accusa di aver fondato una organizzazione a delinquere su cosa si basa, visto che è ovvio che i medici nella loro autonomia hanno come priorità la salvaguardia della salute delle persone, e questo è previsto dal dettato costituzionale e quindi quei medici che hanno salvaguardato la salute dei migranti già traumatizzati dal viaggio dalle torture subite in Libia, semmai hanno svolto una funzione supplettiva cioè quello di rispettare lo spirito della Costituzione e il diritto universale alla salute. La vostra difesa si baserà anche su questi principi? L’accusa di associazione a delinquere si basa sul fatto di aver scoperto che esiste un gruppo di medici che discute e dibatte in modo pubblico negli ospedali, all’università, a congressi medici sempre in modo aperto, su una questione politicamente sensibile. Noi abbiamo sempre fatto tutto alla luce del sole, ed è singolare che una associazione a delinquere agisca alla luce del sole e lascia alquanto basiti su quale sarebbe l’intento criminoso. Si tratta di una accusa strumentale per poter dire che questi certificati sono stati falsificati, per ottenere un risultato ideologicamente fondato. Almeno così viene presentata questa inchiesta a livello mediatico. L’accusa di associazione a delinquere è una cosa seria, pesante, gravissima e a differenza di quelli che dicono che le persone indagate hanno piena fiducia nella magistratura, io sono molto preoccupato perché tutto l’impianto di questo momento storico si basa sul fatto di voler trovare dei capri espiatori da utilizzare propagandisticamente in chiave elettorale e quindi utilizzare l’espulsione degli immigrati più come strumento politico che come strumento amministrativo; su questo punto, ogni figura professionale che osa essere di intralcio a questo tipo di gestione che non rispetta la dignità delle persone migranti va bloccata con ogni mezzo. Quello che si è verificato negli ultimi anni è che lo Stato non vuole più vedere i corpi, le vite e le storie delle persone migranti riflettendo quello che è la pancia dell’opinione pubblica e lo si vede dalla classe dirigente di questo governo. Ma è un problema antico che dura almeno da 30 anni, cioè l’aver letto l’immigrazione solo come un problema di sicurezza ed emergenziale e non come la realtà strutturale e dinamica di esseri umani che dovrebbero avere quello che Papa Francesco ha definito Jus Migrandi e cito Papa Francesco non teorici marxisti sul diritto alla migrazione. Quindi lo Stato ha completamente delegato la presa in carico della salute delle persone migranti a realtà terze e anche le persone irregolari, ad esempio, non possono neanche iscriversi al sistema sanitario e per loro viene emesso un codice (STP che significa straniero temporaneamente presente), per poter accedere ai servizi sanitari. Le persone migranti che attraversano il mediterraneo e la rotta balcanica sono state completamente abbandonate dallo Stato. Non c’è più la missione Mare Nostrum e tutto è stato delegato alle ONG di soccorso che oltretutto vengono criminalizzate. Molti migranti che accedono alle questure per asilo politico o per rinnovo dei permessi di soggiorno devono aver paura, perché molti vengono prelevati e portati direttamente nei CPR per aumentare le espulsioni e l’invio nei paesi terzi. Si tratta di un vero e proprio migranticidio messo in atto dalle classi dirigenti europee degli ultimi 20-30 anni che hanno voluto cancellare la presenza dei corpi, le storie, le vite delle persone migranti nei nostri Paesi. Questo lo si fa ignorando da dove arrivano queste persone le condizioni di transito dei lager libici, dei posti di traffico tunisini o nei luoghi di detenzione terrificanti nella rotta balcanica. Questo accade con l’omissione di soccorso in mare, e la criminalizzazione delle ONG  con la volontà dell’esternalizzazione delle frontiere, con la marginalizzazione quotidiana dei migranti nei nostri Paesi, per cui difficilmente riescono a uscire dalle risacche di povertà ed entrano in contatto con gli ambienti criminali e infine questo accade negli Immigration Detention Center che sono una vera e propria frontiera interna dei nostri Paesi ermeticamente chiusa, che funge da capro espiatorio di una politica di razzismo e che riflette un razzismo sistemico che è in ognuno di noi e che purtroppo è diventato istituzionale. [1] Nicola Cocco sarà presente il 30 ottobre all’ARCI Stranamore di Pinerolo per raccontare la sua esperienza insieme agli avvocati dell’ASGI Manfredo Pavoni Gay
October 18, 2026
Pressenza
Dichiarazione del portavoce di FATAH, Ahmed Fattouh
18 ottobre 2026,  Il Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese (FATAH) condanna con forza il terrorismo israeliano in corso in Cisgiordania e il suo grave attacco contro i diplomatici europei nei territori palestinesi, in flagrante violazione dello status protetto dei diplomatici e delle norme del diritto internazionale. Questo terrorismo israeliano organizzato ha superato ogni limite con i suoi gravi crimini e le sue violazioni senza precedenti, che dimostrano un totale disprezzo per le regole più elementari del mondo civilizzato. Il terrorismo israeliano, sostenuto e incoraggiato dal governo e dall’esercito israeliani, ha preso di mira civili, giornalisti locali e internazionali, diplomatici, funzionari delle Nazioni Unite, scuole, ospedali, luoghi sacri e organizzazioni umanitarie. Queste azioni superano ogni linea rossa e vengono compiute con intento deliberato. Ribadiamo che questi crimini non sono né incidenti isolati né slegati dalle politiche e dall’ideologia del governo israeliano e del suo Primo Ministro. Questi attacchi fanno parte di un chiaro programma israeliano volto alla pulizia etnica della Palestina e all’espulsione forzata del popolo palestinese autoctono dalla propria patria, mentre si espandono continuamente gli insediamenti coloniali in tutta la Cisgiordania e si estende l’occupazione militare nella Striscia di Gaza. Questo terrorismo dei coloni, che continua senza sosta, è terrorismo di Stato. È stato ampiamente segnalato e documentato come parte delle politiche sistematiche del governo israeliano. Tali politiche oltraggiose richiedono un intervento immediato da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni, istituire un meccanismo immediato di protezione internazionale per il popolo palestinese e porre fine allo spargimento di sangue per mano dell’occupazione israeliana. Chiediamo a tutte le nazioni, ai parlamenti e alle organizzazioni di adottare misure deterrenti efficaci per frenare gli aggressori e promuovere la pace. Le azioni genocidarie di Israele, che si protraggono da oltre tre anni, non possono essere normalizzate, ignorate o trattate come una fase temporanea. È necessario attuare misure immediate e complete, tra cui l’embargo sulle armi, il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, per porre fine all’impunità e salvaguardare la pace e la stabilità in Medio Oriente e oltre. Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 18, 2026
Assopace Palestina
Brescia in piazza, la polizia copre i fascisti
Eravamo presenti alla grande manifestazione di giovani ieri e ne siamo orgogliosi. È stato un corteo bellissimo allegro e aperto, convocato direttamente dai manifestanti al di fuori di organizzazioni, ma che ha espresso tutti i contenuti delle lotte. No alla guerra e alla spesa per le armi, lotta al carovita, […] L'articolo Brescia in piazza, la polizia copre i fascisti su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
CONAD: il bosco abbattuto e la tessera restituita
L’arroganza del 30 settembre, la beffa del 9 ottobre e la mobilitazione del 6 novembre. di Mario Sommella (*). Dal Bosco Ospizio di Reggio Emilia al boicottaggio nazionale del 6 novembre: colpire Conad là dove sente davvero, alla cassa 1. Quarantacinquemila metri quadri di vita spontanea C’era una volta, a un chilometro dal centro di Reggio Emilia, un ospizio comunale.
October 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Cisgiordania, coloni senza freni: assaltati diplomatici, Netanyahu li protegge
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania non conosce più limiti, arrivando addirittura a colpire rappresentanti istituzionali europei e giornalisti internazionali. Sabato 17 ottobre, nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah, un gruppo di coloni mascherati ha aggredito una delegazione nella quale erano presenti diplomatici francesi, belgi e polacchi, oltre a rappresentanti cattolici e al sindaco francese Bernard Baudoux. L’episodio è avvenuto durante la raccolta delle olive. Il governo di Benjamin Netanyahu ha messo in dubbio la ricostruzione degli eventi, minimizzando i fatti. Il giorno precedente, una fotoreporter del Washington Post era stata violentemente picchiata, portando l’ambasciatore USA in Israele a parlare di un «atto di terrorismo». Secondo immagini e testimonianze rese pubbliche, una decina di coloni a volto coperto è arrivata a bordo di quad, ha circondato il convoglio, ha chiesto i documenti e ha poi infranto a sassate il finestrino dell’auto del consolato belga. Tra gli aggrediti c’è Bernard Baudoux, settantenne sindaco di Aulnoye-Aymeries, in Francia, ripreso in un video a terra appoggiato a una vettura. «Credo che se i coloni si comportano così ci sia una tolleranza da parte del governo israeliano», ha detto. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato «nei modi più forti» l’aggressione: «Un sindaco francese è stato aggredito e un veicolo belga danneggiato. Il nostro team sta bene. I palestinesi affrontano ogni giorno questa violenza». Prevot ha aggiunto che «l’impunità per i coloni deve finire» e ha chiesto sanzioni contro i responsabili e chi li sostiene. > ISRAELI SETTLERS PUT A FRENCH MAYOR ON THE GROUND > > Bernard Baudoux, mayor of Aulnoye-Aymeries, was visiting Taybeh, a Christian > Palestinian village, for the olive harvest. > > Seven masked settlers on ATVs surrounded the European delegation from France, > Belgium, and Poland. They… pic.twitter.com/rZO03wDRSt > > — The Compass Report (@Compass_Report) October 17, 2026 La risposta israeliana è però ambigua. L’esercito ha condannato «il grave atto di violenza che ha avuto luogo nell’area di Taybeh», ma ha precisato che «la visita del consolato non era stata coordinata con l’Idf» e che il coordinamento servirebbe a prevenire incidenti simili. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar definisce «spiacevole» che la visita «non sia stata coordinata in anticipo» con l’esercito. La polizia annuncia un’indagine per identificare i sospetti, ma non è stata data comunicazione di arresti. Il premier Benjamin Netanyahu, invece, non condanna i coloni: parla di «timori per una campagna coordinata, volta a screditare Israele e i residenti ebrei in Giudea e Samaria proprio durante il periodo della raccolta delle olive». Sostiene che i filmati non chiariscono la dinamica né le responsabilità individuali e invita a respingere accuse non verificate. Nel frattempo, secondo le ricostruzioni, l’allarme è stato dato subito da un attivista, ma per tre ore nessuna unità dell’esercito o della polizia ha raggiunto i diplomatici. L’offensiva non ha risparmiato nemmeno i giornalisti. Il giorno prima, ad Abu Falah, sempre vicino a Ramallah, circa ottanta coloni mascherati e vestiti di nero sono infatti scesi da una collina durante la raccolta delle olive, hanno incendiato ulivi e lanciato pietre, ferendo almeno dieci persone. La fotoreporter americana Heidi Levine è stata aggredita: ha riportato quattro vertebre fratturate, una costola rotta e un dito quasi amputato. «Mi hanno rubato tutta l’attrezzatura», ha raccontato, affermando di essere stata «presa a calci per 10 minuti». L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha definito l’aggressione un «attacco vile e codardo» e ha scritto: «Questo è terrorismo perpetrato da codardi mascherati», chiedendo a Israele di processare e incarcerare i responsabili. Gli episodi si inseriscono in un contesto di crescente violenza contro la popolazione palestinese, soprattutto durante la stagione della raccolta delle olive, quando agricoltori e attivisti si recano nei campi. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono considerati illegali secondo il diritto internazionale dalla maggior parte della comunità internazionale, posizione contestata da Israele. Nelle ultime ore è arrivata la «ferma condanna» del Servizio europeo per l’azione esterna rispetto ai recenti attacchi dei coloni. In realtà, il tenore della nota è molto timido: «Prendiamo atto positivamente delle dichiarazioni di diversi rappresentanti israeliani che hanno condannato gli attacchi, ma ci aspettiamo piena assunzione di responsabilità, nonché misure efficaci per prevenire ulteriori atti di violenza e molestie violente contro i palestinesi, anche durante l’attuale stagione della raccolta delle olive, e contro i giornalisti – si legge nel comunicato -. Esortiamo Israele a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani e a cessare l’espansione degli insediamenti». The post Cisgiordania, coloni senza freni: assaltati diplomatici, Netanyahu li protegge appeared first on L'Indipendente.
October 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Il 4 novembre non è la nostra festa! Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione
In questi giorni si stanno moltiplicando in tutto il Paese le circolari e gli inviti alle scuole per le iniziative legate alla celebrazione del 4 novembre come Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Simili celebrazioni rappresentano un ulteriore passo in avanti rispetto al processo di normalizzazione della guerra e di marginalizzazione della cultura della pace che quotidianamente come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denunciamo. Si tratta a nostro avviso di una ennesima narrazione falsa ed edulcorata, che tace sulla violenza e sulle distruzioni della guerra, facendo leva su quegli interventi delle Forze armate – in occasione, per esempio, di calamità naturali – che in realtà potrebbero essere svolti da un altrettanto valido servizio civile. Un tentativo di far accettare supinamente alle nuove generazioni l’inevitabilità delle guerre, eludendo ogni forma di riflessione critica sul tema. Si profila quindi un altro 4 novembre che mira a portare dentro le scuole una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo, facendo ricorso alla retorica del sacrificio: «si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi molto giovani, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi». Noi, proprio perché abbiamo il massimo rispetto per chi ha perso la vita nel corso del primo conflitto mondiale, pensiamo che la riflessione sul 4 novembre debba indagare i fatti storici, sottraendoli alla retorica militarista. Il nostro obiettivo è quello di “gettare” finalmente la guerra fuori dalla storia. Va innanzitutto ricordato che la Prima guerra mondiale fu per il nostro Paese una guerra di aggressione. Fu, infatti, l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, dopo aver sottoscritto il Patto di Londra, un accordo con il quale Francia, Gran Bretagna e Russia assicuravano all’Italia, in caso di vittoria, l’espansione dei propri confini anche in territori in cui la popolazione italiana era in netta minoranza. Territori nei quali pochi anni dopo avvenne l’italianizzazione forzata ai danni di lingue e tradizioni autoctone. È di tutta evidenza che non si trattava tanto di completare il percorso risorgimentale verso l’unità nazionale, intriso anch’esso di massacri di popolazioni del Sud inermi e di false promesse di riforme sociali, quanto invece di riaffermare il carattere imperialistico di un’Italia che rivendicava il diritto all’occupazione e allo sfruttamento economico di altri Paesi, né più né meno di altre potenze coloniali europee. Contro questa narrazione a senso unico è fondamentale ricordare la diffusa opposizione di tanti soldati verso i comandi, che sfociò in diversi episodi di diserzione e renitenza alla leva con conseguenti condanne nei tribunali militari e decimazioni al fronte: circa 870mila denunciati, 350mila processi celebrati, 170mila condanne eseguite. La ferocia dei comandi militari, le decimazioni, le condizioni bestiali in cui i militari italiani si trovarono in trincea sono tutti elementi, ampiamente riconosciuti dalla storiografia, che devono di necessità entrare in una riflessione didattica attorno alla Prima guerra mondiale. Un conflitto che Papa Benedetto XV definì prima “un’orrenda carneficina” che disonora l’Europa e successivamente una “inutile strage”. Ci sono dunque fondati motivi per evitare una ricostruzione storica tanto acritica quanto appiattita sulla propaganda militarista odierna o, ancor peggio, retorica e bellicista, di questo tragico periodo storico. Soprattutto oggi, in un mondo ancora attraversato da numerosi conflitti, quello in Ucraina e quello che ha già visto il massacro di 42.000 palestinesi, compresi donne e bambini,, è necessario difendere e diffondere la cultura della pace per contribuire a realizzare il fine politico e storico della “pace perpetua” per l’intera umanità, così come prescritto nella nostra Costituzione. Nel contesto attuale, le celebrazioni del 4 novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, diventano, perciò, l’occasione per esaltare non solo il passato bellicista, ma il presente sostegno alla guerra. Così scriveva don Lorenzo Milani: «Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo». Non intendiamo, a cent’anni di distanza da quei tragici eventi, annacquare la storia e la storiografia nell’esaltazione acritica delle idee di patria e del dovere dentro un sistema di disvalori in cui il sacrificio della propria vita e l’annientamento del nemico vanno a braccetto con le malsane idee di vittoria e gloria perpetua. La guerra, qualsiasi guerra, è solo morte e distruzione. La guerra non ammette vincitori. Per tutte queste ragioni, e per molte altre osservazioni che potrebbero essere aggiunte, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone per il prossimo 4 novembre una giornata di riflessione e approfondimento, una giornata da declinare nelle forme che le realtà territoriali riterranno opportune, individuando luoghi e percorsi che possano contribuire a rimettere in discussione la “voglia di guerra” che attraversa le classi dirigenti, e non solo loro, del nostro Paese. Facciamo appello, in particolare, a tutte le persone che operano nell’ambito della formazione, ma non solo a loro, per la segnalazione di tutte le iniziative che vedono coinvolte le Forze Armate nelle scuole e delle università per diffondere la narrazione militarista legata alla celebrazione del 4 novembre. Invitiamo, inoltre, le realtà territoriali e le associazioni pacifiste, antimilitariste e nonviolente a mobilitarsi per di una giornata di studio, a scuola e fuori dalla scuola, atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale. Per segnalazioni e contatti: osservatorionomili@gmail.com Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 18, 2026
Pressenza

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