Condividere il calice, custodire l’umano
L’IA COME BENE COMUNE E TEOLOGIA ALGORITMICA. IN DIALOGO CON STEFANO LENA
Foto di BoliviaInteligente su Unsplash
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Trovo molto interessante l’articolo di Stefano Lena – Il calice condiviso. Per
un’AI come bene comune? – che contesta a Bifo – L’amaro calice – la
trasformazione della contingenza in destino tecnologico inevitabile.
L’Intelligenza artificiale oggi è sì, concentrata, proprietaria, militarizzata e
capace di produrre delega cognitiva, ma da ciò non segue che debba esserlo per
essenza. Il rischio esiste precisamente perché la traiettoria non è ancora
completamente decisa ma proprio questa sospensione apre alla ragione della
speranza di ancora possibili alternative.
Se il problema – si domanda Stefano Lena – è una particolare concentrazione di
potere economico, tecnologico e politico, perché ciò che è politicamente
costruito non può almeno in linea di principio essere politicamente trasformato?
Il testo compie inoltre un secondo passaggio, non si limita a invocare
astrattamente un’altra IA, ma indica alcune possibili forme istituenti:
infrastrutture pubbliche, accesso universale, partecipazione alla governance,
audit indipendenti, limiti alla concentrazione.
Dove Bifo tende a vedere nell’IA un destino, Lena una tecnologia politicamente
ridirigibile. Tuttavia l’articolo, proprio nella sua giusta opposizione al
determinismo di Bifo, rischia di inclinare verso il polo opposto: una
separazione molto netta fra tecnologia e regime politico della tecnologia.
La mia persuasione è che se l’IA è una tecnica storicamente configurata e
pertanto suscettibile di trasformazione, non è neutrale nei suoi effetti, né
infinitamente plastica. Le sue architetture incorporano orientamenti verso il
calcolo, la previsione, la standardizzazione, la sostituzione, la
concentrazione.
Governarla democraticamente significa quindi intervenire non soltanto sulla
proprietà e sull’accesso, ma anche sulla forma tecnica, sulla scala, sui fini,
sui limiti della delega e sugli ambiti nei quali deve essere possibile decidere
di non utilizzarla. Una IA pubblica, aperta e democraticamente governata,
potrebbe impoverire la capacità di giudizio, uniformare il linguaggio, come
trasformare ogni esperienza in dato calcolabile. Come dire, la proprietà comune
è una condizione importante, ma non sufficiente, perché anche un apparato
pubblico può diventare tecnocratico come una tecnologia universalmente
accessibile può produrre dipendenza generalizzata.
Allora il problema dell’IA si sposta altrove. Lena affronta soprattutto la
questione politico-economica: chi possiede l’IA, chi vi accede, chi governa gli
scopi. Ma emerge una domanda ontologico-antropologica che non può essere evasa:
quale forma dell’umano e della relazione viene istituita da questa
infrastruttura cognitiva? Quale temporalità produce? Quale spazio lascia alla
domanda, all’alterità. all’opacità, alla sofferenza, alla decisione
responsabile? (cfr. Luca Taddio, Il Tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo
nell’era digitale, il melangolo 2026)
La democratizzazione dell’IA è dunque necessaria, ma non dissolve
automaticamente ciò che, in altro luogo, chiamo teologia algoritmica: la forma
in cui l’infrastruttura digitale globale e i dispositivi di calcolo assumono
funzioni analoghe a quelle tradizionalmente attribuite al divino.
Bisognerebbe allora riflettere sul fatto se vi è una logica asintotica di
sostituzione dell’umano da parte dell’IA, distinta dal determinismo tecnologico,
ma inscritta come tendenza immanente nell’intreccio fra capacità computazionale,
razionalità economica, competizione geopolitica e desiderio umano di sottrarsi
alla fatica del pensare, all’errore e al rischio. Certo, l’asintoto della
sostituzione potrebbe non essere mai raggiunto integralmente e, tuttavia,
orientare il presente, dove la sostituzione estrema non richiede necessariamente
la scomparsa biologica dell’uomo, ma può ben compiersi quando l’essere umano
rimane nel circuito come destinatario, consumatore, o esecutore, cessando di
essere responsabile della decisione.
Quella che abbiamo denominato teologia algoritmica (la “trascendenza immanente
dell’IA) consiste allora nel fatto che un prodotto interamente interno alla
storia assume progressivamente funzioni un tempo appartenenti al trascendente:
onniscienza, previsione, giudizio, orientamento, confessione, produzione del
senso. Essa non elimina semplicemente il possibile: lo preseleziona, fino a far
coincidere ciò che può accadere con ciò che il sistema riesce a calcolare.
La domanda essenziale è allora: a quali condizioni l’IA può diventare un bene
comune senza rendere algoritmico il comune? Non è sufficiente distribuire più
equamente l’accesso alla medesima potenza tecnica, se la sua forma continua a
sottrarre agli esseri umani la capacità di interrogare, giudicare e decidere. La
democratizzazione riguarda la proprietà e il governo dell’infrastruttura; la
custodia dell’umano esige qualcosa di ulteriore. Il bene comune originario non
è, infatti, l’intelligenza artificiale. È la possibilità che il mondo continui a
essere abitato da esistenti distinti, capaci di iniziare qualcosa che non sia
già contenuto nei dati e anticipato dal calcolo. L’IA può divenire uno strumento
comune soltanto se rimane subordinata a questo comune più radicale: la facoltà
degli esseri umani presenti e futuri di pensare, dissentire, assumere
responsabilità e trasformare il mondo senza trovarlo già interamente
preselezionato dagli apparati. Il bene comune più originario è,quindi, la
possibilità che il mondo continui a produrre altri inizi.
Fra il fatalismo tecnologico e la fiducia nella piena plasticità politica
dell’IA si apre pertanto una terza posizione. La tecnologia non è un destino, ma
neppure una materia indifferente alla quale il potere possa imprimere qualsiasi
forma. È un phármakon storicamente configurato, attraversato da tendenze che
possono essere contrastate, rallentate e diversamente orientate. La politica
comincia nel riconoscimento di questa ambivalenza: non quando sceglie
semplicemente fra accettazione e rifiuto, ma quando istituisce soglie, conserva
alternative e impedisce che una traiettoria contingente diventi irreversibile.
Il calice può dunque essere condiviso, purché la condivisione non riguardi
soltanto l’accesso al suo contenuto, ma anche il potere di determinarlo,
limitarlo e, quando necessario, rifiutarlo. Condividere l’IA dovrebbe
significare conservare collettivamente la facoltà di decidere che cosa non
delegarle. Solo allora essa potrebbe servire il comune senza appropriarsene,
potenziare l’umano senza sostituirlo e aprire possibilità senza far coincidere
il possibile con il calcolabile.
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