Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccatoQUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL
TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI TENTARE DI
RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO
PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA.
IL PRIMO: INTERESSARSI A GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ
TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ
L’IMMAGINAZIONE COLLETTIVA È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL
SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI
FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO?
BASTERÀ?
Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre”
Plinio S.
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L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è
turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si
trova la salvezza. Qualche volta, non sempre.
Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio
delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea
reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi
alle scuole non alla guerra.
In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta
(ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano, cui
non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di
annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo
e lontano.
Cinquanta anni fa
Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di
ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland
milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del
movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le rivolte di Bologna, Roma,
Milano e un po’ dovunque.
Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio
dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore in
attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con
me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri
fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano
considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente
movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era
la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la
liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato.
Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano
diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e
sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame
personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato
Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato
definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli
dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a
Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le
mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora
il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”.
L’autunno della convulsione
Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri
tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un
fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la
solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur
Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza
tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea.
Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che
alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve
divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere
effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza
americana.
Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong,
da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione
contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno
2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né
un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo
troppo a lungo compresso.
Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione
dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale
e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la
reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che
può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla
paralisi.
In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver
visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo
accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il
film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di
lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di
umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su
un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia,
finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la
mercanzia da consegnare.
Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui
si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di
competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di
rivolta o di coscienza.
Dopo la convulsione, il collasso
Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno
seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un
agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione
costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare.
Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che
lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano
depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo.
Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano
tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario
privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una
nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo
completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra.
Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina
finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In
nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per
la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In
nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad
avvelenare l’aria la terra e il mare.
Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di
ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti
umanitari avviano un genocidio su scala planetaria.
Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione
È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra
monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di
rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro
migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto
l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile
(in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli
incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città).
«Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta
esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete
subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di
spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo.
Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo
per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di
appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la
risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente,
petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per
sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando
milioni di dollari.
Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete
rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi
protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora
qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che
ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo
pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per
la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra.
È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo?
Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo
all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta
senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la
rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno
vinto le elezioni.
Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una
ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del
lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione
fascistoide.
Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono
consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze
del sapere, e farne patrimonio comune.
Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e
della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo,
quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia?
La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato
condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati.
Ricordando Macao
Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è
sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza
milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più
avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro
cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica.
Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano
vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente
intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte
stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma
soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli
occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva
diventare violento, preferirono lasciare.
Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa
parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare
paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire
complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo
fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto.
Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno
sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si
affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono
farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di
democrazia e di vita sociale.
Non so
Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta
ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di
curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica
ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol
dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo
artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie
chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole
ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci
pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza
separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio.
Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è
stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta
soffocando.
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