La memoria è un ingranaggio collettivo
 MERCOLEDI 22 LUGLIO 2026  CSOA Forte Prenestino presenta: LA MEMORIA E' UN INGRANAGGIO COLLETTIVO Dalle ore 20 presentazione di NESSUN RIMORSO RELOADED, interverranno Supporto Legale Emanuela Del Frate, giornalista Tatiana Montella, avvocata Daniele Vicari, regista Alle 22 proiezione del film DIAZ - Don't clean up this blood Presenti banchetto libri, poster, maglie di Supportolegale
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: assemblea No Kings a Palazzo Ducale
Compilo queste brevi note mentre al Palazzo Ducale di Genova si è appena conclusa la “restituzione”, dai vari focus tematici pomeridiani e dopo la partecipatissima Assemblea No Kings che si è svolta in mattinata. Ho scritto Palazzo Ducale e intendo dire proprio: dentro. Dentro quella stessa magnifica sala che 25 anni fa accolse gli 8 Grandi del Pianeta – mentre oltre le alte transenne che delimitavano la Zona Rossa, andava in scena una “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”, come la definì Amnesty International. Ben 45 gli interventi che si sono succeduti nella sessione di stamattina che è stata inaugurata dal saluto di Elena Giuliani e che è sforata ben oltre le previste due ore: ci sarà parecchio su cui lavorare nelle prossime settimane, in vista della prossima assemblea che dovrebbe succedere non oltre la prima settimana di ottobre e soprattutto in vista di un importante appuntamento entro la fine dell’anno su scala europea. E naturalmente c’erano tutti coloro che contribuirono a organizzare quei memorabili giorni di Genova venticinque anni fa. Raffaella Bolini e Walter Massa (ARCI), Marco Bersani (Attac), Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo), Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), e tanti altri. Particolarmente applaudito l’intervento di Vittorio Agnoletto che del Genova Social Forum fu portavoce: “Sebbene possiate considerarci anziani, noi di sogni ne abbiamo ancora tanti…”. Da remoto sono intervenuti anche tre giovani donne iraniane, un certo Cam Kennedy da Minneapolis, una giovane attivista dall’Albania e persino Omar Barghouti, figlio di Marwan, detenuto da anni nelle carcere israeliane e per la liberazione del quale si stanno mobilitando in tanti anche in Italia. Hanno preso il microfono anche parecchi giovani, esponenti di varie organizzazioni studentesche, comitati territoriali, movimenti per la casa, in difesa dell’ambiente, contro il riarmo, i decreti sicurezza, la precarizzazione sul fronte del lavoro. Ci è sembrato particolarmente significativo l’intervento di Carlo Mezzalama di Fridays For Future Torino, che vi proponiamo qui di seguito. Lui che nel 2001 non era ancora nato e adesso che ha solo vent’anni ci dice: Prepariamoci insieme a cambiare tutto. Oggi siamo qua come Fridays For Future, come movimento che nasce spontaneamente nel 2018 da migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze che hanno visto davanti ai loro occhi un tradimento storico, generazionale, un furto del nostro futuro. In milioni abbiamo manifestato in tutto il mondo contro le politiche fossili di governi e multinazionali e con il tempo abbiamo imparato che non si può affrontare la crisi climatica senza guardare in faccia la crisi sociale che ci attanaglia, la corsa alle armi, l’estrattivismo, la battaglia per liberare i popoli dalle eredità del colonialismo e dalle sue nuove forme. È stato proprio per via di questa nuova consapevolezza, per via delle nostre rivendicazioni sempre più radicali che col tempo anche chi inizialmente ci applaudiva e ci stringeva la mano ci ha voltato le spalle. Hanno capito che quel movimento di giovani non sarebbe rimasto in superficie, ma si sarebbe addentrato nelle radici del problema. Oggi hanno paura, ancora più di prima e la risposta si è fatta ancora più violenta, un decreto sicurezza alla volta. Negli ultimi due anni le compagnie fossili hanno ricominciato ad annunciare nuovi piani di estrazione di petrolio e gas, eliminando ogni riferimento a sostenibilità e decarbonizzazione. Siamo diventati ecoterroristi, ecovandali. Il governo Meloni si è premurato di fare delle leggi ad hoc per fermare le nuove forme di protesta che stavano nascendo. Ma gli ultimi 4 anni sono anche stati quelli in cui in Europa abbiamo perso 200 mila persone a causa delle ondate di calore. Sono numeri comparabili con gli effetti della pandemia da Coronavirus in Italia. Ogni anno che passa l’aria si fa più irrespirabile, i fiumi più vuoti, gli incendi e le tempeste più violente. La crisi climatica ci sta ammazzando, è già arrivata e loro lo sanno: ora ci dicono che dobbiamo abituarci. Ci stanno togliendo tutto, mentre annunciano di voler reintrodurre la leva, mentre parlano di fermo preventivo per i minorenni, ci tolgono anche la possibilità di immaginare una vita dignitosa per noi e per chi verrà dopo. Questo non ci ferma, significa che continueremo a riempire le piazze delle nostre città, come un fiume in piena. Non abbiamo scelta, continueremo a lottare e guardiamo a questo autunno come a un momento che può essere davvero di svolta per tutti e tutte noi. Noi siamo in ascolto, pronti a sostenere il percorso che è nato da questa grandissima aggregazione di persone, organizzazioni e idee che è culminata nella piazza del 28 marzo. Non possiamo immaginare che la banda di criminali corrotti che governa il nostro Paese resti nei gangli del potere per altri 5 anni. La svolta sarà possibile solo se faremo rete, se resteremo uniti camminando negli stessi cortei. Per questo ringraziamo chi ha portato in questa sala tutte queste persone. Prepariamoci insieme a cambiare tutto.     Daniela Bezzi
July 18, 2026
Pressenza
Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Brescia, sabato 25 luglio: Iniziative per la chiusura estiva del circolo Bonometti e presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più sovraffolate d’ italia. Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono regalati alle guardie dopo le rivolte. A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta dietro le sbarre, ma il secondino rimasto “ferito” durante quelle che vengono definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo. Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i respiri. Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento del 203%, non fa certo eccezione. Infatti, l’ agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l’ inutile tentativo di raggiungere l’ ospedale. E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei suoi vessilli sicurezza e repressione. L’ ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni. Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani che fino ad ora venivano “soltanto” fermati dagli sbirri e sparati a sangue freddo nei parchi di Rogoredo, come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le gazzelle delle guardie, come Ramy. In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d’ intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati. Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo. Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in attesa di giudizio. Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane agli arresti con la sola “prova” di possedere fanzine di carta, operazione evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del Bencivenga. O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e Sandro sul luogo della loro morte. Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e fascista. Quando la repressione è legge la rivolta è dovere Contro ogni frontiera e ogni prigione Libertà per tuttx! A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16 giugno e tuttx lx detenutx
July 18, 2026
il Rovescio
[Musica Machina] puntata 209 del 18 luglio 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #22 (maggio 2026) Ciuffy Rouge - Pirandello's Maskes mixtape (luglio 2025) H501L – 36 Monography session mixtape vol. 2 (luglio 2026)   Puntata 209 trasmessa sabato 18 luglio 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, July 18, 2026).
July 18, 2026
Radio Onda Rossa
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Il caso Roggero
Pubblichiamo due riflessioni sul caso Roggero, una di ordine politico, l’altra più di carattere etico, augurandoci che la loro curvatura e la loro pacatezza correggano in qualche modo l’acrimonia dilagante in queste ore (d.m.) Il caso Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori, impazza sui social con due schieramenti che, come al solito, non ammettono discussioni. Una parte consistente è per la grazia subito; un’altra parte significativa dice: “meritava l’ergastolo”. Tra coloro che chiedono la grazia c’è anche una parte (di minoranza) che ha una visione umanitaria. La grazia verrebbe giustificata dall’età avanzata e dalla esasperazione del momento. In astratto sono argomenti che da garantista ritengo giusti ed apprezzabili contro gli eccessi giustizialisti di chi parla di sentenza troppo leggera, devo però dire che rispetto al caso concreto non sono del tutto pertinenti. Roggero non era e non è un uomo esasperato; non si è pentito per quanto ha fatto; non ha detto: “mi dispiace, ma in quel momento non ragionavo”. Al contrario ha detto in pratica: ho fatto bene; era mio diritto farlo e ora pretendo la grazia dal Presidente della Repubblica. Inoltre non è affatto incensurato come qualcuno crede. In passato ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e la sua famiglia, dove per fortuna non c’era nessuno dal grilletto facile come il suo. Per questi fatti è stato condannato e gli è stato ritirato il porto d’armi, anche se le armi le aveva lo stesso. Data questa situazione la grazia non sarebbe un atto di clemenza, ma una scelta politica di schieramento atta a modificare di fatto l’idea stessa di legittima difesa, accettando il diritto di farsi giustizia da sé. È proprio questa la questione più grave. Un caso giudiziario chiarissimo – con tre gradi di giudizio concordanti, con un uomo ripreso dalle telecamere mentre insegue e uccide le sue vittime, con una ipotesi di legittima difesa che è semplicemente risibile anche per chi sa pochissimo di diritto – diviene un caso politico emblematico. Il ministro della giustizia avvia un provvedimento di grazia (usurpando, tra l’altro, le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, che si vede costretto a redarguirlo); Salvini raggiunge in carcere il detenuto e dice di voler valutare una sua eventuale candidatura. Il diritto fatto a pezzi e gettato nella spazzatura. E, sia detto per inciso, neppure aiuta il giustizialismo di chi dice “ergastolo”, mostrando di volere accettare la sfida dello scontro duro a tutti i costi, in barba a qualche studioso, forse fuori dal mondo, che ha osato parlare di “diritto mite”. Una società che pensa di poter fare a meno o di poter manipolare il diritto; una società che crede nella giustizia fai da te e che la pretende come “azione diretta” di popolo; un sistema politico che crede di poter cavalcare la tigre o di poter fare della legge della giungla un obiettivo da campagna elettorale: sono tutte testimonianze di un mondo malato. Ci sono troppi segnali per poter credere nella semplice casualità o nella contingenza. Credo che dovremmo cominciare a pensare ad un processo di imbarbarimento le cui radici stanno nel senso di smarrimento che assale un Occidente in crisi e che sta perdendo le sue vecchie certezze. Quando pensi di essere il centro del mondo e ti accorgi invece che stai diventando periferia, solo una ripartenza Etica ti può salvare. C’è tutto un percorso da costruire prima che sia troppo tardi. Antonio Minaldi In questi giorni, assistendo al “dibattito” sulla vicenda di Mario Roggero, mi sento più solo. Non tanto a causa della mia qualità di “studioso” di diritto: le opinioni a commento della vicenda mettono certamente a dura prova i giuristi. Mi sento solo come uomo, come cittadino, come persona. Io credo nelle persone, e in particolare nel fatto che ogni essere umano sia “buono” per natura. Io credo che chi sbaglia, chi aggredisce, chi prevarica, chi offende, in quanto persona può riscattarsi, può ritornare “buono”. So che è difficile da credere, e che subire un torto in prima persona, anche gravissimo, è tutta un’altra cosa. So che è difficile da credere, in questo tempo dove tutti hanno certezze, tutti condannano, tutti sono convinti di sapere cosa sia “giusto”. Per conto mio, l’unica certezza che ho è che nessuno nasce “cattivo”. Io credo che la vita di chi offende valga quanto la vita dell’offeso. Credo che additare, accusare, escludere, isolare chi offende generi solo altro livore, produca solo altra violenza. Lo credo anche perché l’ho visto con i miei occhi. Scontata la pena, chi ha offeso tornerà ad offendere: l’Italia ha un tasso altissimo di recidiva, e cioè chi ha commesso un reato, una volta scontata la pena, tornerà a delinquere. Mi rendo conto che la mia è una posizione impopolare, per questo soggetta a critiche. Ma io credo nelle persone, e penso che il nostro compito, come comunità, sia di rispettare la vita anche di chi offende, e provare a non trattarlo come un mostro, a non gioire perché qualcuno viene ucciso a colpi di pistola da chi ha subito la sua violenza, a non stilare giudizi sommari. Il nostro compito, come comunità, è di aiutare chi ha sbagliato a ricredersi, di aiutarlo ad assumere consapevolezza del male che ha fatto, aiutarlo a immaginare e a programmare una nuova vita, lontano dalla violenza. E le istituzioni, la politica, dovrebbe favorire tutto questo. Mi sento solo, più solo in questi giorni. Davanti a tutto il livore e alle convinzioni che leggo non smetto di credere che il futuro delle nostre comunità non si giochi sull’immedesimazione: “tu cosa avresti fatto al suo posto, se non quello?”. Si giochi, piuttosto, sulla carità e sulla compassione, ben più difficili da praticare: “so che hai sbagliato, ma il mio compito è aiutarti”. Giuseppe Verrigno Antonio Minaldi
July 18, 2026
Pressenza
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
di Francesca Fornario, Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026.   Hanno sparato agli affamati in fila per il cibo sterminandone duemila, ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino” I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”. I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”. I soldati israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno ai testicoli, un giorno alla rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio). Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino. Hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’OMS, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così). Hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta ma non si può dire che è genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle. Hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa, ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue. Hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini. Hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle. Hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia. Hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè. Hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione alla fuga, ucciso dal 7 ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani e i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’AI dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’ONU e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage. E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile, e come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. “Si vede che puntavano tutti al Premio Strega”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/genocidio-gaza-crimini-israeliani-silenzio-media-notizie/8449070/?fbclid=IwZnRzaATH-HRwZG9mBWZkaWQWUKwZJ3SZvKvPRknZAgSh7uVv51pVy2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR5wldoZBygDBlHKMmKNI98_FvxPNgW3LlyveAU2GlhvHhbVm2gQgGsi4xzL6w_aem_Jv_B012I2tvHfgNsd8wKgw&utm_id=97758_v0_s00_e0_tv1_a1demoo0i4vaay
July 18, 2026
Assopace Palestina
Mille giorni di genocidio: la storia di Gaza al di là dei numeri
di Shaimaa Eid,  The Palestine Chronicle, 18 luglio 2026.   Da mille giorni, Gaza vive in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una dolorosa questione che il mondo deve affrontare. In qualità di giornalista della Striscia di Gaza, ho vissuto in prima persona il genocidio sin dal suo primo giorno. Sto ancora cercando di rimanere forte, non per me stessa, ma per la missione che credo di essere nata per compiere a Gaza. È una missione che va oltre il dolore personale, diventando la testimonianza di un’intera epoca in cui esseri umani vengono cancellati sotto gli occhi del mondo. Ciò che è accaduto a Gaza dal 7 ottobre non può essere ridotto a statistiche, titoli di giornale o persino a migliaia di resoconti giornalistici. È un intero capitolo della storia dell’umanità che si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo. È una storia che deve essere documentata, preservata e insegnata alle generazioni future, non solo come resoconto di distruzione, ma come testimonianza di ciò che gli esseri umani possono sopportare quando vengono privati di ogni mezzo essenziale per la sopravvivenza. Per mille giorni, Gaza ha vissuto in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una domanda dolorosa che il mondo deve affrontare: quanta sofferenza può sopportare un essere umano? E a quante tragedie può assistere il mondo prima di decidere che ciò che è accaduto ha superato ogni limite possibile? Questa guerra ha colpito ogni famiglia di Gaza. Non c’è una sola casa che sia stata risparmiata dal dolore, dalla paura, dallo sfollamento o dalla perdita. Famiglie che un tempo credevano che le loro case fossero i luoghi più sicuri al mondo si sono ritrovate a dormire in tende, scuole, ospedali o per strada. I genitori hanno portato i propri figli tra le macerie, mentre i bambini hanno imparato a riconoscere il suono delle bombe prima ancora di sapere cosa significasse sentirsi al sicuro. Ci siamo spostati da un luogo all’altro, non perché volessimo andarcene, ma perché la sopravvivenza lo esigeva. Ogni volta che ci veniva detto che c’era un «luogo più sicuro», raccoglievamo quel poco che ci era rimasto e ci dirigevamo lì, sperando di trovare un rifugio temporaneo. Ma la paura ci seguiva ovunque andassimo. Le aree descritte come zone umanitarie sono diventate luoghi di morte, e «sicurezza» è diventata una parola che compariva più spesso nelle dichiarazioni ufficiali che nella realtà. Per molte persone in tutto il mondo, la casa è sinonimo di conforto, ricordi e senso di appartenenza. Per i palestinesi di Gaza, la casa è diventata il ricordo di ciò che è andato perduto. Interi quartieri sono scomparsi e strade un tempo piene di famiglie sono state ridotte a campi di macerie. I luoghi che un tempo custodivano i nostri ricordi d’infanzia ora ci ricordano solo coloro che non ci sono più. Eppure, nonostante tutto, la gente di Gaza si sveglia ogni mattina alla ricerca di un motivo per andare avanti. Cercano l’acqua, lottano per trovare il pane e cercano di procurarsi le medicine. Stringono a sé i propri figli per tutta la notte quando torna il rumore delle esplosioni, e ricostruiscono piccoli pezzi delle loro vite ancora e ancora, sapendo che potrebbero perderli ancora una volta. Questo è ciò che il mondo deve capire: la resilienza di Gaza non è una storia romantica, né una scelta facile. È il risultato di persone costrette a lottare per il più elementare dei diritti umani: il diritto all’esistenza. Ciò che Israele ha fatto a Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale, ci ha costretti a mettere in discussione il significato stesso dei principi che il mondo sostiene di difendere. Che senso ha la giustizia se chi soffre viene lasciato senza protezione? E che valore hanno le leggi internazionali se i civili, gli ospedali, i giornalisti e i bambini rimangono in pericolo nonostante le tutele che quelle leggi dovrebbero garantire? A Gaza, queste non sono più astratte questioni politiche o giuridiche. Sono domande che ci si pone ogni giorno sotto i bombardamenti, mentre si fa la fila per il pane, si cerca acqua potabile e si vive all’interno di fragili tende che non offrono protezione né dalle intemperie né dalla guerra. Non stiamo solo cercando una spiegazione per ciò che ci sta accadendo. Stiamo cercando una spiegazione per il mondo stesso. La popolazione di Gaza ha imparato che nessuno è al riparo dal pericolo. Giornalisti, medici, paramedici, squadre della protezione civile, bambini, donne, anziani e persone con disabilità si sono trovati tutti faccia a faccia con la stessa realtà: una vita che può essere messa in pericolo ovunque, in qualsiasi momento. I giornalisti non si sono limitati a documentare la distruzione; l’hanno vissuta in prima persona. Molti hanno perso le loro case, le loro famiglie e i loro colleghi, eppure hanno continuato a portare con sé le loro telecamere e a documentare ciò che accadeva intorno a loro. Hanno pagato un prezzo immenso semplicemente per preservare la memoria di un luogo che il mondo, altrimenti, avrebbe potuto scegliere di dimenticare. A livello personale, ho perso 54 membri della mia famiglia durante il genocidio. Sono stati tutti uccisi e interi rami della mia famiglia sono stati cancellati dall’anagrafe. Abbiamo pianto, abbiamo sofferto e abbiamo gridato sotto il peso di una perdita così immensa, ma non abbiamo mai abbandonato la nostra missione. Ho continuato a scrivere, a documentare e a raccontare al mondo la verità perché so che ogni storia che non viene raccontata è un’altra perdita, e che testimoniare ciò che è accaduto è diventato un dovere non meno importante della sopravvivenza stessa. I medici e gli operatori sanitari hanno affrontato una realtà simile. Gli ospedali, che dovrebbero essere i luoghi più sicuri durante la guerra, sono diventati luoghi di paura e distruzione. Il personale medico ha continuato a lavorare in condizioni impossibili, curando i feriti con risorse estremamente limitate e affrontando lo stesso pericolo che minacciava proprio i pazienti che cercavano di salvare. Che tipo di mondo trasforma gli ospedali in campi di battaglia? Che tipo di mondo arresta o prende di mira i medici mentre svolgono il loro dovere umanitario? E che tipo di mondo uccide i giornalisti nelle loro case, insieme alle loro famiglie, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica invece di un’arma? Non si tratta di episodi isolati. Fanno parte di una realtà molto più ampia in cui ogni limite che avrebbe dovuto proteggere i civili è stato superato. Tra i capitoli più dolorosi di questa guerra c’è stata la fame. Prima di questa guerra, era raro sentire parlare di bambini che morivano di fame nel mondo moderno. A Gaza, invece, la fame è diventata una realtà quotidiana. Non era più semplicemente l’assenza di cibo; è diventata una condizione che ha plasmato ogni aspetto della vita. È apparsa per prima sui volti dei bambini prima ancora che comparisse nei rapporti ufficiali. Era visibile nei loro corpi fragili, nell’esaurimento dei genitori e nella disperazione delle famiglie alla ricerca di qualcosa di semplice come il pane. Camminavamo per strade dove le persone erano troppo deboli per riuscire a stare in piedi. I bambini piangevano per tutta la notte perché i loro corpi non riuscivano più a capire perché il cibo fosse scomparso dalla loro vita. Le famiglie condividevano le poche briciole che avevano, dividendo minuscole porzioni tra molte persone e cercando di convincersi che il domani poteva essere diverso. Ma il domani portava sempre la stessa realtà. Abbiamo seguito gli ordini di evacuazione e ci siamo recati in aree definite «zone umanitarie». Credevamo che potessero offrirci una certa protezione dalla violenza. Eppure, anche lì, le persone venivano uccise, le tende bruciate e le famiglie distrutte. L’idea stessa di rifugio si è fatta fragile, e «sicurezza» è diventata una parola ripetuta nelle dichiarazioni ufficiali ma raramente vissuta da chi era in mezzo alla guerra. Molti ricordano l’immagine della bambina Warda Jalal al-Sheikh, in piedi tra le fiamme, il fumo e la devastazione dopo che la tenda della sua famiglia era stata colpita e aveva preso fuoco. Diversi membri della sua famiglia sono stati uccisi mentre lei lottava per sopravvivere. La sua immagine è diventata un simbolo straziante di cosa significhi nascere in una realtà in cui il fuoco ti circonda prima ancora di aver avuto la possibilità di comprendere il mondo. Molti ricordano anche il nostro collega, il giornalista Ayman al-Jadi, che stava aspettando sua moglie che dava alla luce il loro bambino. Avrebbe dovuto essere un momento di nuovi inizi, un momento per dare il benvenuto a una nuova vita. Invece, Ayman è stato ucciso mentre aspettava di conoscere suo figlio. Come può il mondo comprendere una realtà in cui la morte raggiunge persino i momenti destinati a incarnare la speranza? Queste storie non sono eccezioni. Sono scene che si ripetono all’infinito in un luogo dove il semplice fatto di restare in vita è diventato straordinario. Anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, le sofferenze non sono certo scomparse. In tutta Gaza, una nuova realtà ha cominciato a prendere forma con la continua espansione di quella che è ormai nota come la «Linea Gialla». Contrassegnate da blocchi di cemento gialli e da barriere militari, queste zone hanno ridisegnato la mappa della Striscia di Gaza, tagliando fuori l’accesso a vaste aree di territorio. La Linea Gialla ha continuato a divorare altro territorio, arrivando a coprire quasi il 70 per cento della superficie totale di Gaza e separando le comunità dalle loro case, dai terreni agricoli e dai quartieri. Per molti palestinesi, queste barriere di cemento giallo non sono solo ostacoli fisici; rappresentano il proseguimento dello sfollamento con altri mezzi. Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, le violazioni sono proseguite sotto gli occhi dei mediatori internazionali e del mondo intero. La natura della guerra potrà anche essere cambiata, ma il senso di insicurezza della popolazione è rimasto immutato. Il rumore dei bombardamenti potrà anche essersi affievolito in alcune zone, ma la paura di perdere ciò che resta non ha mai abbandonato i cuori delle persone. L’espansione di questi confini solleva una domanda dolorosa: può davvero esserci un cessate il fuoco mentre la mappa di Gaza continua a rimpicciolirsi? Per i palestinesi, le barriere gialle sono diventate il simbolo di una paura ancora più profonda: che le misure temporanee imposte durante la guerra diventino una realtà permanente, ridisegnando il futuro di un intero popolo. Dopo mille giorni di genocidio, Gaza non può essere compresa solo attraverso il numero dei morti, dei feriti, degli sfollati o di chi è rimasto senza casa. Le statistiche contano perché rivelano la portata della devastazione, ma dietro ogni numero c’è una storia umana, una famiglia, un sogno, un ricordo e una vita stroncata. La vera storia di Gaza non è solo una storia di distruzione. È anche la storia di persone che si sono rifiutate di scomparire. È la storia di madri che hanno continuato a prendersi cura dei propri figli nonostante il dolore; di padri che hanno cercato cibo in circostanze impossibili; di medici che hanno continuato a lavorare nonostante la stanchezza; di giornalisti che hanno continuato a scrivere nonostante il pericolo; e di persone comuni che hanno ricostruito piccoli frammenti della loro vita anche quando tutto intorno a loro era crollato. Questa resilienza non deve essere scambiata per un’accettazione della sofferenza. La capacità dei palestinesi di Gaza di sopravvivere non rende accettabile la loro sofferenza, né assolve da ogni responsabilità coloro che hanno permesso che questa realtà continuasse. La sopravvivenza non è la prova che le persone stiano bene. È la prova dell’immenso fardello che sono state costrette a sopportare. Il mondo non dovrebbe vedere la resilienza di Gaza come un motivo per andare avanti e dimenticare ciò che è accaduto. Dovrebbe vederla come un motivo per porsi domande più difficili sulla giustizia, sulla responsabilità e sul valore che il mondo attribuisce alla vita umana. Mille giorni di genocidio non sono solo il passare del tempo. Sono la memoria viva di un’intera generazione. Sono bambini che crescono con immagini di distruzione al posto dei normali ricordi d’infanzia, e famiglie che imparano a piangere i propri cari mentre continuano a lottare per sopravvivere. Ciò che è accaduto a Gaza non deve diventare un altro capitolo che il mondo legge e poi chiude. Deve rimanere una testimonianza aperta, un monito su ciò che accade quando i principi internazionali vengono ignorati e la sofferenza umana diventa qualcosa che le persone osservano da lontano. La resilienza di Gaza dopo mille giorni non può essere racchiusa in un servizio giornalistico o in un titolo. Merita di essere scritta nei libri di storia, non solo come testimonianza del dolore, ma come prova di un popolo che ha continuato a vivere nonostante ogni tentativo di spezzarlo. Perché la storia di Gaza non riguarda solo ciò che le è stato fatto. Riguarda anche ciò che rimane dopo che tutto il resto è stato portato via. Le case saranno anche state distrutte, le strade trasformate e i punti di riferimento familiari cancellati, ma la gente rimane, portando con sé i propri ricordi, i propri nomi, le proprie storie e la propria determinazione a essere vista e ascoltata. Come giornalista di Gaza, so che ci sono innumerevoli storie che devono ancora essere raccontate. Dietro ogni edificio distrutto si nasconde la storia di una famiglia. Dietro ogni sedia vuota c’è qualcuno per cui piangiamo ancora. Dietro ogni sopravvissuto c’è una storia di resilienza che merita di essere ascoltata. Alla fine, siamo ancora qui. Stiamo ancora scrivendo. Stiamo ancora documentando. Stiamo ancora rendendo testimonianza. Perché ciò che non è stato ancora raccontato su Gaza è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa il mondo abbia sentito finora. Shaimaa Eid è una scrittrice che vive a Gaza. Ha contribuito con questo articolo al Palestine Chronicle. https://palestinechronicle.substack.com/p/one-thousand-days-of-genocide-gazas Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
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