Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerraLA GUERRA MONDIALE IN CUI CI TROVIAMO STA INCIDENDO IN PROFONDITÀ SULLE FORME
MATERIALI E IDEOLOGICHE DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DEI SAPERI, SULLE
CONDIZIONI DELLA RICERCA SCIENTIFICA DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI ACCADEMICHE,
E SULL’INTEGRAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA TRA SCUOLE, UNIVERSITÀ E MERCATO. C’È
BISOGNO DI APRIRE CAMPI DI SPERIMENTAZIONE COLLETTIVA SU COME COLTIVARE SAPERI
ALTRI CONTRO UNA SOCIETÀ GERARCHICA E SEMPRE PIÙ PROIETTATA VERSO LA GUERRA
Foto di Samuel Yongbo Kwon su Unsplash
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Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione,
discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra,
mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il
Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il
processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo.
L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione
dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori
le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei
processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi
da più di quattro anni.
Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o
precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse
città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie.
Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito
a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e
lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni,
culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel
maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte
e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e
richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state
accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche
nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di
chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti
organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di
fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato
possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere
in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano
contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e
inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e
comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni
salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra
chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la
costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in
università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di
questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che
le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra,
militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva
ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni
univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione
e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre
le mura scolastiche e i dipartimenti universitari.
La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme
materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle
condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche,
e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel
corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in
Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati
al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una
novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche
finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza
scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di
indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto
sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi
produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da
un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su
risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e
violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di
lavoro e di studio di milioni di persone.
La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite.
Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e
Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa
riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il
concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento
competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi
proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché
ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo
generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso
di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare
strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la
valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una
sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di
ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario
perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro
il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova
legittimazione.
Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un
impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare
il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua
a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in
competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare,
come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora
nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra
saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai
suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il
contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale,
che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi
e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando
e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università
telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea
della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione
non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo
processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere
eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è
immerso.
Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli
che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in
Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia
ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La
trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi
produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e
all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale
scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La
nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia
applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione
di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è
assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere
stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già
sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e
che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere
trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto
determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche
generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano
sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati
indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la
specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa
possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una
condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i
meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e
convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la
forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra
esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei
processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra
l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi
giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di
valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale
che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca
e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi
transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.
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Indice dell’opuscolo
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In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre
considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo
universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o
sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste
riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del
militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi
di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene
l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva
continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni
ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il
militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e
all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi
orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che
potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie,
all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino
alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa
competizione internazionale.
Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione
ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le
parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025,
quando ha auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria,
università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della
Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per
lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di
diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito
militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente
anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026,
dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio
interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire
applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento
automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese
italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono
stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del
presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato
basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di
«investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e
consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e
l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria
Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per
un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad
affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle
«scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della
Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e
supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca,
istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e
proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come
un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti.
Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un
ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione
delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella
realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze
parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di
indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è
duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle
università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi
di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e
valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la
collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a
quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025).
Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare
alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race
theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come
dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere
che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro
interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e
centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica
integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di
quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati
(anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato
critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del
governo della scienza.
Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia
militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti
sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di
Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali
dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di
governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra
fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi
federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di
indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la
destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di
presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica
non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per
l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi
carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie
di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma
applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal
mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per
cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il
mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.
Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa
dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul
lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della
ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede
l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli
Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una
retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere
accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della
portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione.
Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo
politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali
in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare
il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e
dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la
precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche
loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo
sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e
del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o
private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca
scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di
armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia
possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli.
L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale
su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti
dentro le scuole e le università.
L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da
tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello
di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante
dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft
skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come
Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro,
l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche
le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto
militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul
piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e
contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i
livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e
privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna
legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione
tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a
porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo
potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e
duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di
milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle
trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante
proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che
sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione,
lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile
per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno.
Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che
occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle
università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già
messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica
del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i
contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro
l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali
condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto
contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della
nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero
può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e
lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra,
precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di
sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una
società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di
mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra
università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento
per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica.
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Introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra
(DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di
discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della
ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università
e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo
nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme
degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni
punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto
e iniziativa politica (i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le
condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che
investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di
legge del governo Meloni). Per saperne di più e organizzare una discussione del
libro: laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com.
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Fonte Connessioniprecarie.org
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L'articolo Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra proviene da
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