Una riflessione sulla violenza a scuola
Quando un No diventa intollerabile
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime
profonda preoccupazione per il susseguirsi di episodi di aggressione nei
confronti dei docenti, fenomeno che non può essere interpretato esclusivamente
come una questione disciplinare o di ordine pubblico. Dietro questi gesti si
intravede una crisi educativa più ampia che interpella famiglie, scuola,
istituzioni e società nel suo complesso.
Colpisce che, sempre più frequentemente, un richiamo, una valutazione
insufficiente o un semplice diniego possano generare reazioni sproporzionate,
talvolta persino violente. È come se una parte delle nuove generazioni fosse
stata privata dell’esperienza fondamentale dell’attesa, della rinuncia,
dell’errore e della frustrazione. Eppure è proprio attraverso questi passaggi
che si costruisce la personalità di un individuo capace di affrontare il mondo
reale.
Per anni si è cercato di proteggere i ragazzi da ogni difficoltà, da ogni
delusione, da ogni ostacolo. In molti casi, però, questa protezione si è
trasformata in una forma di impoverimento educativo. Si è confusa la cura con la
sostituzione, il sostegno con la rimozione di qualsiasi esperienza dolorosa.
Così facendo, si è rischiato di trasmettere un messaggio implicito ma
devastante: che ogni desiderio debba essere immediatamente soddisfatto e che
ogni frustrazione rappresenti un’ingiustizia.
La vita, tuttavia, non funziona in questo modo. Nessun percorso di crescita può
prescindere dall’incontro con il limite. Il limite non è una punizione; è una
bussola. È ciò che insegna il rispetto dell’altro, la consapevolezza delle
conseguenze delle proprie azioni, la capacità di distinguere tra ciò che si
desidera e ciò che è giusto.
Quando un giovane arriva a colpire un insegnante, ciò che emerge non è soltanto
un problema di controllo della rabbia. Emerge una difficoltà più profonda:
l’incapacità di accettare che esistano figure adulte chiamate a svolgere una
funzione educativa, anche quando questa comporta valutazioni sgradite, richiami
o regole da rispettare.
La scuola non può essere ridotta a uno spazio nel quale gli studenti devono
sentirsi costantemente gratificati. La scuola è il luogo in cui si impara anche
a confrontarsi con i propri limiti, a riconoscere gli errori, a trasformare le
difficoltà in occasioni di crescita. Un sistema educativo che rinuncia a questa
funzione per paura del conflitto finisce per tradire la propria missione.
Preoccupa inoltre la crescente tendenza a delegittimare la figura
dell’insegnante. In una società che fatica a riconoscere il valore
dell’esperienza, della competenza e dell’autorevolezza, il docente rischia di
apparire non più come una guida, ma come un ostacolo da contestare ogni volta
che non conferma aspettative o desideri.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene
che sia necessario riaprire una seria riflessione culturale sul significato
dell’educazione. Educare non significa eliminare ogni sofferenza dal cammino dei
giovani; significa fornire loro gli strumenti per affrontarla. Non significa
evitare le cadute, ma insegnare a rialzarsi. Non significa costruire percorsi
privi di ostacoli, ma formare cittadini capaci di attraversarli con
responsabilità e consapevolezza.
In questo scenario assume un ruolo centrale l’educazione ai diritti umani. I
diritti non possono essere percepiti come pretese individuali prive di limiti;
essi trovano il loro fondamento nel riconoscimento della dignità dell’altro, nel
rispetto reciproco e nella responsabilità personale. Non esiste diritto che
possa legittimare la violenza, l’intimidazione o la sopraffazione.
Le aggressioni ai docenti rappresentano dunque un campanello d’allarme che va
ben oltre le mura scolastiche. Esse raccontano una difficoltà crescente nel
rapporto tra giovani e mondo adulto, tra desiderio e realtà, tra libertà e
responsabilità. Ignorare questi segnali significherebbe rinunciare a comprendere
una delle più urgenti sfide educative del nostro tempo.
Occorre avere il coraggio di restituire valore all’impegno, alla fatica, al
merito, alla responsabilità e persino all’errore. Solo così potremo aiutare le
nuove generazioni a diventare persone libere, non perché non incontrano mai
ostacoli, ma perché imparano ad affrontarli senza trasformarli in motivo di
rabbia o di violenza.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU
Redazione Italia