Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerraLA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB,
LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO”
Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese
dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa
domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala
dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei
ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della
guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la
resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla
guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di
sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per
sé, un atto politico.
Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo
che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in
una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla
Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un
contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla
fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni
come Kursk, Buriazia, Krasnodar.
L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”,
sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti,
familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è
conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori.
Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda,
mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società.
Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio
come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e
nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua.
Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore
metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale:
la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri
presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni
politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia
senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano.
LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO
Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano,
il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco
dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono
incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento
studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di
Sociologia dell’Università Statale di Mosca.
Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia
politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina.
Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e
resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e
firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei
territori.
Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi –
purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare
un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non
può esserci alcuna influenza sugli eventi.
Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere
di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo
politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione
ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La
tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan,
l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo
repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza,
passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo.
Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi
autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico
alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a
Justine Brabant di Mediapart.
Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale
della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una
società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di
essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”,
scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono
ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di
discussione pubblica.
Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri
dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di
guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza
quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico,
carenza di alloggi – non come scelta politica.
Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno
quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del
Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato
un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato
la frammentazione sociale.
Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne –
il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero
della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo
Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come
stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette
di essere “in prima linea per farlo”.
La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere
nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il
legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni
delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che
sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti
rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la
guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare
lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov.
Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà
lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica?
La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio
grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in
guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale.
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