Autonomia differenziata: NO alle preintese
Mentre il 25 aprile festeggiamo l’Anniversario della Liberazione dal nazifascismo e ci accingiamo a celebrare l’80° anniversario della Repubblica, il governo di destra di Meloni – su impulso del ministro leghista Calderoli e con la chiara volontà, dopo il flop referendario, di portare a casa almeno un risultato – sta tentando di spaccare l’unità della Repubblica nata dalla Resistenza. A tappe forzate Meloni e Calderoli vogliono giungere a siglare le Intese sull’autonomia differenziata con quattro regioni del Nord. Le preintese stipulate dal Governo con Liguria, Piemonte, Veneto e Lombardia, sono già passate per la Conferenza Unificata, che si è espressa a favore solo con i voti delle destre, mentre le regioni guidate dal PD e dal Movimento 5Stelle hanno votato no, così come l’ANCI, in rappresentanza dei Comuni. Questi accordi investono ambiti cruciali come sanità, professioni, protezione civile e previdenza integrativa, incidendo direttamente sulla qualità dei servizi e sull’accesso ai diritti essenziali per i cittadini e le cittadine. Le pre-intese sono ora state trasmesse alle Commissioni parlamentari, chiamate entro 90 giorni a pronunciarsi con atti di indirizzo. Solo dopo questo passaggio, potranno essere rese definitive e approvate dai rispettivi Consigli regionali e dal Parlamento; Parlamento ridotto a passacarte, tanto che non potrà neppure emendare le Intese, frutto dell’accordo tra Governo e (sedicenti) Governatori. I Comitati e il Tavolo NOAD annunciano una forte mobilitazione politica e sociale al fine di ottenere dalle Commissioni parlamentari un atto di indirizzo che rigetti le pre-intese, perché: * violano il principio di uguaglianza e l’unità della Repubblica sanciti dalla Costituzione; infatti, moltiplicano le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai diritti fondamentali; * violano il principio di specificità delle funzioni per singola regione che la Corte Costituzionale aveva indicato (Sent. 192/24) come presupposto di legittimità per ogni differente autonomia. Le pre-intese sono infatti identiche per tutt’e quattro le Regioni, segno evidente di un impianto standardizzato e tutt’altro che specifico ad una singola regione; * violano il principio di sussidiarietà: se una funzione può essere meglio svolta a livello regionale anziché a livello statale, ciò deve avvenire a parità di poteri fra tutte le regioni e non con poteri differenziati di alcune rispetto ad altre. Anche questo principio è dunque palesemente violato; * frammentano lo Stato e il diritto: si creano sistemi normativi e amministrativi diversi per le stesse materie, con un’Italia a più velocità e diritti diseguali e poteri diversi da regione a regione; * stravolgono il modello costituzionale di regionalismo: si abbandona la cooperazione e la solidarietà tra territori, per inseguire una logica di competizione tra Regioni, in aperto contrasto con gli articoli 3 e 5 della Costituzione; * colpiscono i diritti sociali fondamentali: sanità e servizi sociali, per esempio, diventano diritti “a geometria variabile”, invece di essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale; * consolidano le disuguaglianze esistenti: l’uso della spesa storica cristallizza i divari tra Nord e Sud invece di ridurli, tradendo il principio di uguaglianza sostanziale. Da tempo denunciamo, infine, che con il ddl Calderoli sui LEP (livelli essenziali delle prestazioni) si perpetuano e legittimano le disuguaglianze sociale e territoriali. Di tutto ciò e di molto altro parleremo a Napoli, il 6 giugno: una tappa fondamentale per creare connessioni, stringere legami, condividere azioni rispetto a un’emergenza su cui pochi sono allertati. Ripetiamo il nostro accorato appello: non permettiamo che il Governo – con il disegno di autonomie differenziate e con la secessione dei ricchi – distrugga le basi che reggono la Repubblica: difendiamo le libertà e i diritti sanciti nella Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista. Buon 25 aprile a tutte e tutti. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Confermate le condanne a morte di tre attivisti in Iran
Le condanne a morte inflitte a tre giovani attivisti arrestati per aver partecipato alle proteste in Iran a gennaio sono state confermate. I tre sono stati arrestati a gennaio dopo aver partecipato a manifestazioni iniziate il 28 dicembre per rivendicazioni economiche e successivamente sfociate in richieste di cambio di regime. Le condanne a morte di Ehsan Hosseinipour Hasarloo, Matin Mohammadi ed Erfan Amiri sono state confermate dalla Corte Suprema, lasciandoli a rischio di esecuzione in qualsiasi momento. I tre sono stati processati con accuse che includono “azioni contro la sicurezza nazionale”, “assembramento”, “collaborazione con il nemico”, “omicidio” e “danneggiamento di proprietà pubblica”.Gli attivisti per i diritti umani hanno affermato che i giovani non erano coinvolti nell’incidente e che le confessioni sono state estorte sotto tortura. L'articolo Confermate le condanne a morte di tre attivisti in Iran proviene da Retekurdistan.it.
April 25, 2026
Retekurdistan.it
Almeno 18 prigionieri politici giustiziati in 23 giorni
Secondo nuovi dati, almeno 18 prigionieri politici sono stati giustiziati in Iran negli ultimi 23 giorni. Secondo i dati diffusi dal Centro di consulenza e formazione legale per attivisti (DADBAN), almeno 18 prigionieri politici sono stati giustiziati durante questo periodo. L’organizzazione ha affermato che il ricorso alle esecuzioni mira a normalizzare la violenza all’interno della società. In una dichiarazione si legge: “L’esecuzione di un numero così elevato di prigionieri politici in un lasso di tempo brevissimo non rappresenta solo l’applicazione di una sanzione penale, ma anche uno strumento di controllo sociale. La rapida e diffusa ripetizione di queste punizioni invia un messaggio chiaro alla società: il prezzo del dissenso può essere la morte.” Questo messaggio contribuisce direttamente a creare un clima di paura e deterrenza. Uno degli obiettivi principali di questa politica è normalizzare la violenza e la repressione nella società. Quando le esecuzioni si ripetono e si susseguono, la sensibilità dell’opinione pubblica nei loro confronti diminuisce. La società si abitua gradualmente a questo livello di violenza e le reazioni diventano meno intense. Di conseguenza i confini morali e sociali relativi alla repressione iniziano a spostarsi. Ciò che inizialmente era scioccante e inaccettabile diventa lentamente normale, o addirittura tollerabile. Questa trasformazione apre la strada a forme di repressione più diffuse e severe in futuro. In definitiva, la normalizzazione della violenza riduce la capacità della società di protestare e resistere. Man mano che i cittadini si abituano alla repressione, diminuisce la probabilità di una risposta collettiva. Pertanto, la politica di utilizzo della pena di morte come strumento di repressione non mira solo a instillare paura ed eliminare l’opposizione, ma anche a rimodellare psicologicamente la società affinché accetti la repressione e la violenza. La dichiarazione elenca anche i nomi delle persone giustiziate: Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi, Saeed Davoudi, Mohammad Amin Biglari, Shahin Vaheparast, Ali Fahim, Amir Hossein Hatami, Amir Ali Jafari, Akbar Daneshvarkar, Seyyed Mohammad Taghavi, Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Hamed Validi, Mohammad Masoomshahi, Mehdi Farid, Abolfazl Montazer, Vahid Bani Amariyan e Soltan Ali Shirzadi Fakhr. L'articolo Almeno 18 prigionieri politici giustiziati in 23 giorni proviene da Retekurdistan.it.
April 25, 2026
Retekurdistan.it
Oggi 25 aprile giorno di #resistenza e #liberazione. Malerba infesta a #Milazzo (Messina) #sumud #25aprile
April 25, 2026
Antonio Mazzeo
E’ iniziata a Santa Marta, in Colombia, la Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili
La storia di Yuvelis Morales Blanco viene raccontata durante la conferenza stampa che apre il lavoro della prima giornata della Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili che si sta svolgendo a Santa Marta in Colombia. La sua storia è quella di una giovane leader ambientale che ha trasformato la difesa del proprio territorio in una battaglia di rilevanza internazionale. Nata e cresciuta a Puerto Wilches, sulle rive del fiume Magdalena, in una comunità di pescatori, ha sviluppato fin da giovane un legame profondo con il territorio in cui vive. È proprio questo legame che, a soli 18 anni, la spinge a mobilitarsi contro i progetti di fracking previsti nella sua regione. Yuvelis Morales Blanco. https://x.com/EIAEnvironment Il fracking – una tecnica estrattiva che prevede la fratturazione delle rocce per liberare gas e petrolio – viene percepito da Yuvelis Morales Blanco e dalla sua comunità come una minaccia diretta all’acqua, alla salute e alla sopravvivenza stessa del territorio. Di fronte all’annuncio dei progetti pilota, guidati anche dalla compagnia statale Ecopetrol, la giovane attivista non si limita a protestare. Insieme ad altri giovani fonda il collettivo Aguawil e contribuisce a creare una rete di informazione e mobilitazione locale. Il suo impegno si inserisce in un contesto segnato da decenni di attività petrolifera nel Magdalena Medio, che ha già prodotto gravi impatti ambientali e sociali, inclusi sfollamenti e deterioramento degli ecosistemi. In questo scenario, la mobilitazione guidata da Morales Blanco riesce a sensibilizzare migliaia di persone e a rafforzare il movimento nazionale contro il fracking. Questa esposizione, però, ha un costo elevato. Diventa bersaglio di minacce e intimidazioni, fino a essere costretta a lasciare la sua casa e vivere un periodo di esilio, prima in altre zone della Colombia e poi in Francia. Nonostante ciò, continua a denunciare i rischi del fracking e a difendere il diritto delle comunità a decidere sul proprio territorio. Il suo lavoro ha contribuito concretamente a fermare l’avanzata dei progetti di fracking nella regione, segnando un precedente importante nella lotta contro i combustibili fossili in Colombia. Questo risultato le è valso nel 2026 il Premio Goldman per l’ambiente, considerato il “Nobel per l’ambiente”, che riconosce l’impegno di attiviste e attivisti di base capaci di generare cambiamenti reali. Ma per Morales Blanco il premio non è un punto di arrivo. È piuttosto uno strumento per dare visibilità a una lotta collettiva, quella delle comunità che resistono all’estrattivismo e chiedono una riconversione ecologica più giusta. In un Paese dove il dibattito sul fracking è ancora aperto e attraversato da forti tensioni politiche ed economiche, la sua voce rappresenta quella di una generazione che rivendica un futuro diverso. La sua storia dimostra come la difesa dell’ambiente non sia solo una questione tecnica o economica, ma anche profondamente sociale e politica. Difendere un fiume significa difendere la vita, la memoria e il diritto delle comunità a esistere. E in questo senso, la sua battaglia locale si trasforma in un simbolo globale: quello di una resistenza che, partendo dai territori, mette in discussione il modello energetico dominante e apre la strada a nuove possibilità. Questa dimensione internazionale della sua battaglia si è riflessa anche nella sua partecipazione alla conferenza internazionale di Santa Marta, dove Morales è stata invitata come ospite nella prima giornata dei lavori. In un contesto che riunisce accademici, rappresentanti politici e società civile per ripensare le strategie globali sulla crisi climatica, la sua testimonianza ha portato al centro del dibattito l’esperienza concreta dei territori. La sua presenza ha rappresentato un ponte tra le decisioni globali e le lotte locali, ricordando che la transizione energetica non può essere solo una questione di politiche, ma deve partire dalle comunità che ogni giorno difendono la terra. In questo senso, la voce di Yuvelis Morales si inserisce pienamente nello spirito della conferenza: costruire un cambiamento reale, radicato nella scienza, ma anche nella giustizia sociale, capace di trasformare le contraddizioni del presente in azioni concrete per il futuro. Francesca Palmi – gruppo comunicazione di Gea, Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale Redazione Italia
April 25, 2026
Pressenza
Al tavolo di Islamabad, ma senza illusioni
Il copione non cambia: quando il volume delle dichiarazioni si alza fino al punto di sembrare un urlo di battaglia imminente, ecco che arriva la dose di valium sotto forma di riapertura delle trattative. A mercati quasi chiusi, questa volta, anche se Wall Street era ancora in piena contrattazione. Che […] L'articolo Al tavolo di Islamabad, ma senza illusioni su Contropiano.
April 25, 2026
Contropiano
Chi lascia fare e s’accontenta
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 25 Aprile 2025: mille papaveri rossi all’uncinetto di “Tessiture di pace” abbracciano Piazza Vittorio. Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- La Resistenza non è solo un fatto storico, ma una scelta morale. Un esercizio quotidiano di coscienza. «Non sei mica fascista» mi disse. Era seria, ma rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista». Quanti ancora scelgono di restare ai margini, di osservare senza agire, proprio come Corrado, il protagonista de La casa in collina di Cesare Pavese. Prevaricazioni e guerre gli scorrono accanto, feroci e disumane, mentre lui si illude di poterne restare fuori. La sua passività è il riflesso di un’intera collettività che abdica alla propria responsabilità, che si illude di poter vivere in sospeso, senza scegliere. Ma davvero si può essere spettatori quando il mondo brucia? Eppure, essere uomini significa essere responsabili dell’esistenza, significa assumersi il peso del bene e del male. Ed è questo che conferisce senso alla vita. E l’indifferenza non è mai un “rifugio”. È un atto di complicità. Corrado lo capirà troppo tardi, quando Cate e i suoi amici verranno arrestati dai tedeschi… La guerra, che fino a quel momento gli sembrava lontana, ora gli si impone con tutto il suo peso. L’orrore non è più un’eco distante, ma una ferita che lo riguarda. E lo inchioda a confrontarsi con una domanda che lo tormenta: «Ora che ho visto cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero». Perché la guerra non finisce mai davvero per chi resta. Continua a bruciare. Sopravvive come una presenza muta, un’ombra che si allunga sul futuro. Pesa come una ferita che non smette di sanguinare. Non è solo il sangue versato a gridare giustizia, ma l’assordante silenzio di chi ha lasciato accadere. Rompere quel silenzio è un atto di coraggio. È prendersi cura di chi non c’è più. È proteggere la verità e custodirne la memoria. È restituire dignità a chi è rimasto. Perché ricordare non è guardare indietro: è scegliere da che parte della storia stare, ogni giorno. Perché la libertà non è mai definitiva, ma una scelta continua. È stata la voce dei partigiani e oggi è la voce di chi si oppone all’oppressione e alle prevaricazioni e sceglie la dignità e la giustizia. L’umanità e la pace. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandra Sanna, insegnante -------------------------------------------------------------------------------- > 25 Aprile ogni giorno: Ascanio Celestini -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le donne della Resistenza, la resistenza delle donne -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi lascia fare e s’accontenta proviene da Comune-info.
April 25, 2026
Comune-info
25 APRILE: LIBERAZIONE PER TUTT3
LA LOTTA PARTIGIANA LO SAI COSA CI INSEGNA? https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/04/25-aprile.mp3 A 81 anni dal 25 aprile 1945, IL 25 APRILE della Liberazione dal fascismo e dal nazismo Ricordiamo tutte le PERSONE che hanno fatto la Resistenza contro ogni tentativo di silenziarlə, nasconderlə, cancellarlə, emarginarlə in un ruolo secondario e di “mero contributo” o rinarrarle con altre letture. Il contesto della Resistenza ha offerto una rottura delle gerarchie sociali e di genere imposte dal regime fascista e dal sistema patriarcale, permettendo forme di autodeterminazione e rottura delle norme ma la partecipazione delle donne, delle persone trans, dei “femminielli napoletani” ad esempio è stata taciuta e non registrata perché “dopo” … tutto doveva tornare al suo posto nelle norme stabilite dal patriarcato anche da parte di chi quella resistenza l’aveva fatta. Un silenzio che ha coinvolto anche la narrazione delle persone rinchiuse e uccise nei campi di concentramento (Lucy Salani è stata l’unica donna transgender italiana conosciuta a sopravvivere ai campi di concentramento nazisti). Decine di migliaia di persone con il famoso triangolo rosa (lo stesso che abbiamo visto a firmare l’aggressione ad una delle associazioni trans nella nostra città) furono ingabbiate e uccise. Il regime nazista come quello fascista non perseguitarono sistematicamente le donne lesbiche (la parola non poteva e non doveva essere pronunciata perché non poteva essere concepita dal regime neanche la possibilità di esserlo e quindi di usare questa definizione). Furono perseguitate e imprigionate nei campi di concentramento come prigioniere come individui asociali e a loro spettava il triangolo nero. E vogliamo ricordarlo che la Germania nel 1908 fu la prima nazione in europa a dare la possibilità alle persone trans chiamate allora travesti di ottenere il lasciapassare per esprimere pubblicamente la propria identità attraverso quello che vestivano. Fino al 1933, le persone trans hanno goduto di libertà e diritti senza precedenti: grandi passi nella medicina attraverso l’Istituto per le Scienze Sessuali e la cultura trans fiorì a Berlino. Dopo la presa del potere da parte dei nazisti nel 1933, i movimenti, i luoghi di ritrovo e le istituzioni trans, come anche il primo movimento omosessuale, i nightclub Eldorado e l’Istituto per la scienza sessuale, furono sciolti con la forza. Gli uomini e le donne trans furono presi di mira dall’applicazione degli articoli 175 e 183 e i loro lasciapassare revocati o ignorati. Libri e testi riguardanti esperienze o medicina transgender vennero distrutti perché considerati “non tedeschi”. Vi risuona qualche similitudine con quello che sta succedendo ora qui in Italia e nel mondo? Vi risuonano le stesse parole di odio, i documenti ritirati, i centri sotto controllo, l’infanzia trans ignorata e attaccata, una nuova legge mai approvata? E voglio dirlo qui ancora una volta noi, la nostra comunità una legge l’ha scritta a partire dal basso ed è una legge che si fonda sul principio della liberazione, liberazione questa parola che oggi ci è tanto cara e che celebriamo ma che deve essere nostro riferimento ogni giorno. E la legge che abbiamo scritto (siamo il paese europeo con la legge più arretrata rispetto alle persone trans) non l’hanno voluta ascoltare neanche i partiti di opposizione, tutti a difendere interessi e mercificazioni che sui nostri corpi continuano. Perché quella legge è prima di tutto liberazione dalla privatizzazione dei percorsi, dai soldi che dobbiamo pagare per essere quello che siamo, dagli psichiatri da cui dobbiamo farci visitare, dalle relazioni che loro scrivono e dai i tribunali che devono autorizzarci ad essere quello che siamo, tutto lontano da quel principio all’autodeterminazione che affermiamo. 25 aprile: facciamo memoria e fare memoria è agire nel presente della storia resistendo a ogni fascismo di ieri e di oggi. Liberazione dal fascismo, sì Salvini liberazione dal fascismo perché siamo “antifa” che vuol dire antifascistu e ce lo rivendichiamo ed essere antifascistu è principio costituzionale e non può essere reato come tu vorresti perché qui siamo tuttu antifa! E il tuo disegno di legge per catalogarci come terroristu non passerà mai perché voi fascisti sarete spazzati via dalla nostra resistenza e dalle nostre lotte. Inutile che continuiate a urlare dal governo e dalle piazze, inutile che continuiate a usare la violenza con le vostre ronde e le vostre aggressioni pensando di minacciarci, inutile che continuiate a vomitare disegni di legge per fermarci, inutile mandarci idranti e manganelli. Ce la faremo a mandarvi via. Il primo NO ve lo abbiamo già detto forte e chiaro e che nessun partito se lo metta a medaglietta quel NO perchè è il nostro NO, il NO dei movimenti antagonisti, il NO delle persone che da troppo tempo si tappano il naso perchè l’alternativa al fascismo non è un liberalismo capitalista un po’ meno duro ma la costruzione di un mondo davvero nuovo che si colleghi alla possibilità stessa di sopravvivenza della vita su questo pianeta. Affermiamo oggi e sempre la nostra LIBERAZIONE. LIBERAZIONE per tutt3 perchè possiamo parlare di diritti solo quando valgano per tutt3 e smettono di essere privilegi. LIBERAZIONE è poter decidere di muoverci e di restare. Chiudendo le frontiere si nega la libertà di movimento lasciando aperti solo canali di morte, violenza sessuale, sfruttamento, schiavitù, tortura. Che il mediterraneo torni ad essere il mare dell’incontro tra culture e degli scambi e non il cimitero delle speranze e dei sogni che vivono in corpi reali e non in numeri che contano i lutti. LIBERAZIONE dalle guerre, da ogni forma di colonialismo, dai genocidi, dall’occupazione delle terre e di quelle che si continuano a chiamare risorse, dall’abilismo, dallo specismo e dal non riconoscere l’oppressione che esercitiamo sugli animali di altre specie, dai fondamentalismi, dai femminicidi, dai transcidi e dalla violenza, dalle gabbie, dai CPR e dalle carceri, dallo sfruttamento, dal fascismo e dal patriarcato. LIBERAZIONE e AUTODETERMINAZIONE per i corpi tutti L’ANTIFASCISMO è transfemminista o non lo è, La LIBERAZIONE è transfemminista o non lo è
April 25, 2026
RadioSonar.Net

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