La fine del mondo secondo l’intelligenza artificiale
LE RECENTI DICHIARAZIONI APOCALITTICHE DEGLI UOMINI PIÙ RICCHI DEL MONDO, O DI COLORO CHE ASPIRANO A DIVENTARLO, COME ELON MUSK, SAM ALTMAN DI OPENAI E DARIO AMODEI, L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI ANTHROPIC CHE SI ATTEGGIA A FIGURA DI BUON SENSO, SECONDO SILVIA RIBEIRO SVOLGONO UN RUOLO CHIAVE NEL GARANTIRE LA CONTINUITÀ DELLE LORO ATTIVITÀ E DEI LORO PROFITTI. VOGLIONO FARCI DIMENTICARE GLI ENORMI PROBLEMI CHE STANNO CAUSANDO, COME L’USO DELLE ARMI AUTONOME, L’AGGRAVAMENTO DELLA CRISI CLIMATICA, L’IMPATTO NEGATIVO SULL’ISTRUZIONE. O CHE IL PROGRAMMA CLAUDE, IDEATO DAL SAGGIO AMODEI, SIA RESPONSABILE DELL’UCCISIONE DI 168 RAGAZZE IN UNA SCUOLA IN IRAN DA PARTE DEL PENTAGONO Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nelle ultime settimane, abbiamo sentito ancora una volta, dalle più grandi aziende che la sviluppano, affermazioni megalomani e grandiose sull’intelligenza artificiale (IA) e sulle sue presunte capacità, dalla sua capacità di risolvere gli enigmi matematici del secolo al suo potenziale di annientare l’umanità entro il 2030, e molto altro ancora. Come spiega Timnit Gebru, direttore del Distributed AI Research Institute, si tratta solo di un’altra cortina fumogena per distogliere l’attenzione dai gravi problemi reali che l’IA sta già causando, come l’uso di armi autonome, macchine da guerra impiegate in conflitti e genocidi, e il ruolo dell’IA e di queste aziende nell’aggravare la crisi climatica. È curioso che l’intelligenza artificiale, che secondo alcuni starebbe per superare l’intelligenza umana, non sia ancora in grado di risolvere i Sudoku. O meglio, li risolve solo fino a un certo punto e, cosa ancora più importante, non sa spiegare come e perché ci sia riuscita. E poiché non conosce la risposta, se la inventa, come spesso accade anche in altri casi. Gli scienziati dell’Università del Colorado Boulder hanno chiesto a diversi sistemi di intelligenza artificiale di risolvere dei Sudoku e di spiegare come ci fossero riusciti. Le risposte sono risultate inadeguate o errate perché i sistemi di intelligenza artificiale generativa non possiedono logica (né etica, né emozioni); sono sistemi linguistici predittivi e statistici. I modelli linguistici su larga scala (LLM) sono alla base di tutti gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale, come chatGPT, Gemini, Grok e sistemi simili. Se le risposte che forniscono agli utenti sembrano coerenti, è perché confrontano miliardi di possibili risposte e adattano il messaggio alla persona che pone la domanda, ma non pensano. Sono, come affermano Timnit Gebru ed Emily Bender, “pappagalli stocastici”, che ripetono e selezionano frasi e testi che non comprendono e che hanno per lo più preso senza autorizzazione o attribuzione (AI, pappagalli stocastici e automazione del razzismo). Questa incapacità dell’IA di spiegare il perché di una determinata scelta è particolarmente grave quando i sistemi di IA automatizzati vengono utilizzati nell’assistenza o nella diagnosi medica, per decisioni giudiziarie e legali, per stabilire se una persona o una piccola impresa possa ricevere un prestito, per valutare programmi accademici o, in generale, per i processi governativi. Quanto sopra è grave perché, da un lato, l’addestramento di questi sistemi si basa su dati già fortemente influenzati da genere, razza e classe sociale e, dall’altro, perché non è in grado di tenere conto di fattori e contesti che non rientrano nel suo schema di selezione predittiva. Con la proliferazione di bot automatizzati e dannosi, anche il fattore “statistico” è altamente discutibile. Le recenti dichiarazioni apocalittiche degli uomini più ricchi del mondo, o di coloro che aspirano a diventarlo, come Elon Musk, Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei, l’amministratore delegato di Anthropic che si atteggia a figura di buon senso, svolgono attualmente un ruolo chiave nel garantire la continuità delle loro attività e dei loro profitti. Come ho già accennato, innanzitutto ci distrae dai veri impatti che si stanno verificando, come il fatto che l’uso dell’IA continua ad aumentare la sua assurda domanda di energia, che ha un ruolo chiave nel peggioramento del cambiamento climatico e che i suoi data center competono con le comunità locali per acqua, terra e salute (Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia?). Vogliono anche farci dimenticare l’impatto negativo sull’istruzione, le disastrose conseguenze dell’utilizzo di “bot farm” e campagne di massa per influenzare le elezioni governative, o che il programma Claude, ideato dal saggio Amodei, sia responsabile dell’uccisione di 168 ragazze in una scuola in Iran da parte del Pentagono, e che le aziende di intelligenza artificiale abbiano automatizzato l’omicidio di decine di migliaia di bambini, donne e uomini in Palestina. In realtà, la prima domanda a cui dovrebbero rispondere è perché le loro aziende stiano sviluppando questi sistemi se comportano così tanti pericoli, e questo problema non è sul tavolo per nessuno di loro. Ciò che propongono è una moratoria (che nessuno può verificare venga rispettata) e un’autoregolamentazione, controllata dalle aziende stesse. Come ultima risorsa, propongono di sedersi a un tavolo con i governi, in un sistema multi-stakeholder, dove potrebbero comunque esercitare un enorme controllo su di essi, dato che molti governi hanno delegato gran parte della loro gestione a queste stesse aziende. Le promesse di “progresso” legate all’intelligenza artificiale sono state mantenute? Gli autori Emily Bender e Alex Hanna spiegano che si tratta per lo più di un’illusione. Nel loro libro, La estafa de la IA (“La truffa dell’IA”, edito da Paidós), descrivono in dettaglio come, al di là della propaganda aziendale, i presunti benefici che l’IA avrebbe apportato alla società siano scarsi o inesistenti, nonostante i profitti senza precedenti per i suoi proprietari. Ciò che è reale e ampiamente documentato in tutte le società sono i danni causati: perdita di posti di lavoro, impatti ambientali, sociali ed educativi, e danni alla democrazia e all’economia, soprattutto nei paesi che forniscono le risorse materiali per sostenere questo settore. È tempo di sfatare il mito che l’IA sia la chiave del progresso per tutti. Al contrario, è un mezzo efficace per il capitalismo tecnomilitare per perpetuare la disuguaglianza, con metodi rinnovati di sorveglianza, repressione e guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su biodiversidadla.org (e qui con l’autorizzazione dell’autrice). Silvia Ribeiro è coordinatrice della ricerca presso la Biodiversity Alliance. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’amaro calice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La fine del mondo secondo l’intelligenza artificiale proviene da Comune-info.
September 21, 2026
Comune-info
BIBBIA A SCUOLA? BENE… MA QUALE BIBBIA?
di Brunetto Salvarani (teologo, spesso ospite della bottegadelbarbieri) “Non c’è un aspetto della nostra cultura, compreso il marxismo, che non sia stato influenzato dalla cultura espressa dalla Bibbia… Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dèi di Omero e pochissimo di Mosè? Perché debbono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici (anche perché senza Salomone non si
September 21, 2026
La Bottega del Barbieri
I censori filo-israeliani stanno iniziando a perdere
La controversia che ha coinvolto Macklemore dimostra che il prezzo da pagare per schierarsi a favore della Palestina sta diminuendo. Fonte Di Ahmed Najar – 20 settembre 2026 Per decenni, il più grande vantaggio di Israele in Occidente non è stato semplicemente il sostegno militare o politico, bensì il potere narrativo. Israele e i suoi … Leggi tutto "I censori filo-israeliani stanno iniziando a perdere" L'articolo I censori filo-israeliani stanno iniziando a perdere proviene da Invictapalestina.
September 21, 2026
Invictapalestina
Kraft, la lotta al BDS e i due milioni senza destinatario
DAL CASO MACKLEMORE AI FINANZIAMENTI DELLA FONDAZIONE DI ROBERT KRAFT: IL CONFINE TRA LOTTA ALL’ANTISEMITISMO, SOSTEGNO A ISRAELE E LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Il 16 settembre Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium di Foxborough, ha affidato ai canali social dello stadio una dichiarazione in cui racconta che Ed Sheeran gli ha chiesto di impegnare due milioni di dollari per aiuti nella regione, senza dire esplicitamente di aver accettato. Nel testo rivendica anche di aver sostenuto per decenni iniziative che creano opportunità per i palestinesi. Il messaggio arriva poche ore dopo che Macklemore ha destinato a sei organizzazioni a favore della popolazione palestinese il milione guadagnato con il tour, invitando Kraft a fare altrettanto, e due giorni dopo l’esclusione del rapper dalla tournée. Non ci sono beneficiari né tempi, e il Kraft Group non aveva risposto a Billboard che chiedeva chiarimenti. Molti hanno letto quelle righe come un impegno concreto, osserva Haaretz, ma né Kraft né Sheeran hanno indicato un solo destinatario. Sulle circostanze dell’esclusione le versioni divergono. Macklemore era stato allontanato dopo aver detto «Free Palestine» durante due concerti di Sheeran nel New Jersey, e sostiene che Sheeran gli abbia riferito di un ultimatum dei proprietari degli stadi. Il 18 settembre Haaretz scriveva che Kraft non aveva risposto all’accusa, mentre TicketNews riporta che il Kraft Group contesta la ricostruzione. Kraft ha comunque confermato di aver contattato personalmente Sheeran. Perfino Jeremy Burton, che guida il Jewish Community Relations Council di Boston e ha difeso la scelta di Kraft, ha scritto che dire «Free Palestine» non è necessariamente antisemita, mentre Macklemore respinge le accuse che gli sono state rivolte. Sheeran, dal canto suo, attribuisce la decisione al promotore. I conti li ha guardati The Intercept, in un’analisi firmata da Jonah Valdez e pubblicata il 18 settembre, che ricostruisce le dichiarazioni fiscali della Kraft Family Foundation e del Kraft Group dal 2006. La fondazione risulta aver versato 196.000 dollari a Friends of the IDF, in sette donazioni destinate, secondo la causale indicata da Kraft, all’istruzione di giovani soldati ebrei, e altri 123.000 dollari a Brothers for Life e a Friends of Israel Disabled Veterans, due organizzazioni che assistono direttamente militari israeliani. I venti milioni che ricorrono in alcune ricostruzioni riguardano invece il programma per i soldati soli finanziato da Friends of the IDF dal 2020, e non i versamenti di Kraft. Tra le cifre più rilevanti figurano tre milioni, versati dal Kraft Group dal 2022 allo United Democracy Project, il super PAC legato all’AIPAC, e i venti milioni con cui nel 2019 Kraft ha fondato la Foundation to Combat Antisemitism, oggi Blue Square Alliance Against Hate, nata per contrastare il movimento BDS. Il BDS, sigla di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, è un movimento nato il 9 luglio 2005 da un appello firmato da oltre 170 realtà della società civile palestinese, un anno dopo il parere con cui la Corte internazionale di giustizia aveva dichiarato illegale il muro costruito nei territori occupati. Chiede a cittadini e istituzioni di tutto il mondo di colpire le politiche di apartheid con gli strumenti applicati al Sudafrica dell’apartheid, finché non rispetterà il diritto internazionale su tre punti: la fine dell’occupazione e della colonizzazione delle terre arabe con lo smantellamento del muro, la piena uguaglianza dei cittadini arabo-palestinesi di Israele e il diritto al ritorno dei rifugiati. Si definisce nonviolento, respinge l’accusa di antisemitismo e dice di avere il sostegno di sindacati, chiese e organizzazioni di ogni continente. La cornice giuridica europea gli è favorevole. Nel 2020, con la sentenza Baldassi e altri contro Francia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che condannare per incitamento alla discriminazione economica undici attivisti, colpevoli di aver invitato i clienti di un supermercato a non comprare prodotti israeliani, violasse la libertà di espressione, perché l’invito al boicottaggio resta espressione politica finché non degenera in incitamento alla violenza, all’odio o all’intolleranza. Il precedente vale per tutti i quarantasette Stati del Consiglio d’Europa, Italia compresa, e un commento pubblicato su Opinio Juris vi legge il rifiuto dell’idea che il BDS sia di per sé discriminatorio o antisemita. Quanto all’accusa di apartheid, è stata avanzata anche da B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto che le misure che separano coloni e palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est violino l’articolo 3 della Convenzione contro la discriminazione razziale, che vieta segregazione razziale e apartheid. Contro questo movimento si è schierato Kraft il 20 giugno 2019 a Gerusalemme, ricevendo il Genesis Prize e promettendo venti milioni di dollari per combattere l’antisemitismo e il boicottaggio promosso dai palestinesi. Gli organizzatori del premio precisarono che la fondazione si sarebbe occupata anche del BDS e di altri tentativi di delegittimare Israele. Secondo Haaretz l’ente è riemerso nel 2023 con la campagna Stand Up to Jewish Hate, e dopo il 7 ottobre Kraft ha stanziato altri cento milioni di dollari. Nell’ottobre 2025 ha cambiato nome, eliminando dalla denominazione la parola antisemitismo, con Adam Katz alla presidenza. Lo stesso quotidiano nota che, pur avendo Kraft promesso nel 2019 di contrastare le narrazioni antisemite che contestano il diritto di Israele a esistere presentandosi come dibattito legittimo, l’ente ha adottato in genere un linguaggio più ampio contro l’odio, evitando di definire esplicitamente antisemita l’attività antisionista. La fondazione ha finanziato anche gruppi di media e di analisi. Ha versato 63.500 dollari al Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis, che ha condotto campagne di pressione contro giornalisti, studenti e studiosi ritenuti ostili a Israele, 150.000 al Middle East Media Research Institute e 50.000 all’Investigative Project on Terrorism, che il Council on American-Islamic Relations considera parte di una rete islamofoba. Sono valutazioni riportate da The Intercept, e come tali vanno lette. Il caso Kraft mostra dove porta questa impostazione. Un ente nato per combattere la discriminazione ha inserito tra i propri bersagli un movimento nonviolento il cui invito al boicottaggio, per la Corte europea, è espressione politica tutelata, e il suo fondatore sostiene gruppi che i loro critici accusano di alimentare un altro odio. Dave Zirin ha scritto su The Nation, nel gennaio 2024, che la fondazione contribuisce al problema che dichiara di combattere, e Lila Corwin Berman, che studia la filantropia ebraica alla New York University, ha detto a Haaretz che il caso Macklemore rende evidente quanto sia difficile separare l’impegno contro l’antisemitismo dalle posizioni politiche di Kraft su Israele, con il rischio di indebolire lo sforzo stesso. A mio giudizio l’esito è questo. Quando la critica a uno Stato viene trattata come odio e un artista è escluso per aver detto «Free Palestine», parole che perfino un difensore di Kraft giudica non necessariamente antisemite, cresce la discriminazione verso chi dissente e la parola antisemitismo perde forza proprio dove servirebbe a proteggere chi ne è davvero vittima. Le dichiarazioni fiscali sono pubbliche e permettono di confrontare ciò che un magnate dice con ciò che ha finanziato. Dal 2006 i versamenti verso organizzazioni schierate sono documentati, mentre l’annuncio dei due milioni non indica ancora un destinatario. Il caso Macklemore pone poi una questione che va oltre Kraft, cioè dove passi il confine tra la critica a Israele e l’odio antiebraico e a chi spetti tracciarlo quando chi decide è anche il proprietario dell’impianto. La neutralità apolitica rivendicata da molti nomi della musica diventa, a mio giudizio, più difficile da difendere quando chi possiede lo stadio usa il suo potere per stabilire chi può parlare. Se un impianto può filtrare in anticipo ciò che si dice dal palco, a rispondere di questa scelta davanti al pubblico che ha comprato il biglietto deve essere chi l’ha compiuta. Fonti The Intercept, “Robert Kraft Claims His Donations Help Palestinians. Turns Out He’s Funding Friends of the IDF.” (18/09/2026) Haaretz (18/09/2026) Billboard Pro (16/09/2026) Times of Israel/AP (21/06/2019) Jewish Insider (10/10/2025) The Nation (31/01/2024) TicketNews (09/2026) BDS Movement, appello del 9/07/2005 Corte EDU, Baldassi e altri c. Francia (11/06/2020) Opinio Juris (16/06/2020) Human Rights Watch (2024) Francesco Russo
September 21, 2026
Pressenza
Se il mondo desse ascolto ai palestinesi, NAZA non sarebbe necessario.
Il controverso documentario israeliano è l’ultimo esempio di come il mondo presti attenzione alle atrocità commesse contro i palestinesi solo quando queste vengono descritte dalla prospettiva degli israeliani. Fonte Adla Alnazer – 15 settembre 2026 Il mese scorso, mentre leggevo le notizie sull’ammissione da parte dell’esercito israeliano di aver sparato contro l’auto in cui si … Leggi tutto "Se il mondo desse ascolto ai palestinesi, NAZA non sarebbe necessario." L'articolo Se il mondo desse ascolto ai palestinesi, NAZA non sarebbe necessario. proviene da Invictapalestina.
September 21, 2026
Invictapalestina
La figlia del custode: in difesa di Rula Jebreal
di Susan Abulhawa Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un
September 21, 2026
La Bottega del Barbieri
INDAGINE MEDICI CPR, PIAZZE SOLIDALI E CONTRO I LAGER DI STATO DENUNCIANO UN “CLIMA PESANTE E DIFFICILE”
Dopo il presidio dello scorso sabato in piazza Nettuno a Bologna, partecipato da centinaia di persone, anche Bari, Firenze e Milano hanno solidarizzato questo pomeriggio con i sanitari coinvolti nell’inchiesta della Procura di Ravenna. “Medici liberi di curare” e “la cura non è un reato” sono alcune delle frasi scritte su cartelli e striscioni esposti all’esterno del Policlinico di Bari in un presidio che si è tenuto nel pomeriggio per manifestare solidarietà ai sanitari indagati e perquisiti per aver certificato l’inidoneità di persone destinate ai lager di Stato, i CPR. Nell’ambito dell’inchiesta, lo scorso 11 settembre sono stati perquisiti anche nove medici del Policlinico di Bari, tutti infettivologi e psichiatri, nessuno dei quali indagato. L’unico medico indagato con l’accusa di associazione a delinquere resta Nicola Cocco che, ospite nei giorni scorsi sulle nostre frequenze, aveva parlato di “un tentativo di distogliere lo sguardo dal cuore della questione, le condizioni nei CPR”. Su Radio Onda d’Urto l’intervento del dottor Andrea Mariano Laboratorio Salute Popolare di Bologna che ha partecipato al presidio di sabato in piazza Nettuno. Ascolta o scarica Ci siamo collegati in diretta con il presidio di piazza San Babila, Milano, dove abbiamo raccolto le considerazioni di Teresa Florio, attivista della Rete Mai Più Lager No Cpr, che ha organizzato l’iniziativa. Ascolta o scarica
September 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Google sanzionata per 403 milioni di euro
Google è stata condannata a pagare una sanzione di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati. La multa arriva dopo che l’Autorità ha contestato al colosso tecnologico violazioni delle norme europee sul trattamento dei dati di geolocalizzazione degli utenti. In particolare, Google è accusata di aver conservato i dati più a lungo del necessario, esponendoli a maggiori rischi per la tutela della privacy. The post Google sanzionata per 403 milioni di euro appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 21, 2026
L'INDIPENDENTE
La città comune
MENTRE BOTTEGHE, LUOGHI D’INCONTRO E SPAZI PUBBLICI SCOMPAIONO, L’ESQUILINO RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN QUARTIERE DA ATTRAVERSARE E CONSUMARE, ANZICHÉ DA ABITARE. MA AL DI LÀ DELLE SARACINESCHE ABBASSATE RESISTE UNA COMUNITÀ TENACE: PERSONE, ASSOCIAZIONI E PICCOLI COMMERCIANTI CHE OGNI GIORNO SI PRENDONO CURA DEL RIONE. DA QUESTA FORZA COLLETTIVA PUÒ NASCERE NON SOLTANTO UNA CITTÀ PUBBLICA, MA UNA CITTÀ COMUNE, APERTA E VIVA, COSTRUITA DA CHI LA ABITA > La Città Generica è ciò che rimane di quel che la città era una volta. È la > post-città in corso di allestimento sul sito dell’ex-città. La Città Generica > sta allentando tutte le strutture che in passato hanno favorito una > coagulazione. E se lo spazio cominciasse a occuparsi dell’umanità? > (Rem Koolhaas, Junkspace) Aveva un’insegna di quelle all’antica, “fioreria”, con boccioli brillanti e ogni tipo di verde che esplodeva dalle vetrine sulla strada a dissetare i passanti; stava prima della gelateria in via Principe Eugenio, con nastri biancheria e lane di tutti i colori, la merceria che ti consigliava quale uncinetto usare e come rammendare gli strappi; all’angolo c’era una trattoria, di quelle vere, con la cuoca in ciavatte che ti portava i piatti a tavola e, più giù, un’edicola che quando passavi ti fermavi a chiacchierare per sapere tutti i cavoli del rione. A piazza Dante portavamo i cani – noi canare – non a fare la toletta ma le coccole che meritano i cani. Ora le saracinesche sono chiuse oppure ci sono i locker dove, se entri, non trovi nessuno o i mini-market con distese di calamite tutte uguali e altri souvenir tipo la pasta a forma di cazzo. Nel mio palazzo sempre più spesso salgo in ascensore schiacciata tra le valigie di turisti allampanati, dove abitava un meraviglioso vecchino ora c’è un b&b con quattro camere e nelle nostre cantine hanno fatto due cantine-vacanze. Oggi un metro quadrato all’Esquilino costa quanto un viaggio all’estero. Il nostro rione. Dicono tra i 10 più belli del mondo, terzo in Europa. Il nostro rione, dove la villa più bella di Roma, il giardino di piazza Vittorio, è diventato un mezzo deserto, una piccola piazza che è come una piccola perla ‘morta’ attende da due anni di essere riqualificata, bisogna ogni volta incollarsi le porte per giocare a calcio, dove? Nel primo sterrato che si riesce a trovare libero, per giocare, abusivamente, oppure pagare l’ira di dio per affittare un campo da basket e far allenare delle giovani promesse, dove i parchi vengono affidati alla buona volontà dei comitati di residenti che vanno a pulire ogni mattina con le chiavi in tasca, la futura strada scolastica di via Bixio giace ancora nell’incuria da quattro anni sfiancando anche la più tenace associazione di genitori, dove l’unico cinema che c’era è fallito e l’Apollo resta soffocato dall’amianto e dall’abbandono, dove sono spuntati carrarmati e zone rosse come funghi pensando di rassicurare e spaventando invece chi, come mia figlia Annina, non ne aveva mai visto uno, se non su qualche squallido schermo. Il nostro rione, casa nostra, dove la multiculturalità da esempio universale è diventata qualcosa da rimuovere cacciare regolarizzare. E l’accoglienza una colpa. Dove un palazzo vuoto da anni, che era diventato una casa per centinaia di persone e famiglie bisognose e giovani e vecchi e bambine e ‘scarti’ vari, che avevano costruito un pezzo di umanità, ora è di nuovo vuoto coi cancelli chiusi e chissà che fine fa. Dove un altro palazzo, cariato dal tempo, è pronto per diventare l’ennesimo albergo o studentato a prezzi folli per chi passa e se ne va per chi è pieno di soldi e li spende magari su glovo o amazon. Che città! E se invece, capovolgendo la prospettiva, guardassimo con serietà a tutto quello che ha raddoppiato questo immiserimento della città: qualcuno che si incolla le porte da calcio e con una masnada di ragazzini impolverati si mette a giocare in strada col sorriso, un sacco di mamme e di papà che si rimboccano le maniche e senza perdersi d’animo – pezzetto per pezzetto – tengono insieme la società di oggi fatta di mille colori diversi, comitati che spuntano come funghi – più numerosi dei carrarmati – vanno a pulire i parchi, a piantare fiori, facendosi compagnia prendendosi cura, educatori di ragazzi e ragazze sole, piccoli commercianti coraggiosi che tirano su le saracinesche negli angoli più bui, allenatori instancabili, assidui difensori dei diritti, persone comuni e meravigliose allo stesso tempo che si mettono a suonare, così, tanto per suonare, sotto ai portici se piove e nei giardini quando c’è il sole oppure ballano 100 danze diverse, e centinaia di essere umani che vogliono bene ad altri esseri umani. E alla città. Se guardassimo questo, se guardassimo tutto questo con occhi spalancati, allora avremmo la forza in noi della Comunità, fatta di diversità e bellezza, avremmo la forza di ripopolare questo rione e la città per tutte le persone, belle e brutte, ricche e povere, bianche e nere, e pure gialle, solide e fragili, giovani e vecchie. Avremmo la forza di aprire tutto, di fermarci solo per chiacchierare e salutare, di fare niente e fare ogni cosa, di camminare con o senza meta, di andare al cinema del quartiere, giocare a pallone, tirare un canestro, buttarci per strada senza la paura di essere investiti oppure sull’erba di un parco e farci una capriola, di andare in bici, a comprare il giornale e metterci anche mezz’ora per sapere come sta quello del terzo piano qual è il medico più consigliato se si è vista passare quella ragazza o quel cane che si è perso. Avremmo la forza di pretendere e ottenere, non solo una città pubblica, ma una città comune. Di tutti e tutte, per tutti e tutte coloro che la vivono. Barbara Bonomi *Presidente polo Civico Esqulino L'articolo La città comune proviene da Comune-info.
September 21, 2026
Comune-info

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