Uccisi al lavoro. Ancora una volta
-------------------------------------------------------------------------------- Ieri Carlo Spiga, 61 anni, è morto al Porto Canale di Cagliari, schiacciato da un carico di tubi metallici. Abourabil Ayoub, 31 anni, è morto nel cantiere della stazione Foster dell’alta velocità a Firenze, colpito da una trave. Andrea Di Risio, 21 anni, studente universitario che lavorava come operaio stagionale in una cantina sociale a Scerni, in provincia di Chieti, è morto anche lui mentre lavorava. Alle loro famiglie, alle persone che gli volevano bene e a chi lavorava con loro va tutta la nostra vicinanza. Continuano a chiamarli incidenti sul lavoro, ma non possiamo continuare a raccontare queste morti come fatalità, come se fossero eventi inevitabili, scollegati dal modo in cui è organizzato il lavoro in questo Paese. Da anni denunciamo un sistema che mette il profitto davanti alla vita, in cui la sicurezza diventa una voce di spesa da tagliare, mentre lavoratrici e lavoratori sono costretti a fare i conti con precarietà, salari da fame, ritmi insostenibili e ricatti occupazionali. Tre persone uccise sul posto di lavoro, tre morti che ci ricordano, ancora una volta, quanto sia urgente rompere con un modello economico e produttivo che subordina i diritti delle persone alla ricerca del massimo profitto. Pretendiamo investimenti reali nella prevenzione, formazione adeguata, controlli rigorosi, attrezzature idonee e responsabilità accertate per chi viola le norme. Non accettiamo che si debba rischiare la vita per portare a casa uno stipendio. Non accettiamo che la precarietà e il bisogno diventino strumenti di ricatto. Non accettiamo che il profitto venga prima delle nostre vite. Per questo, il 30 ottobre scenderemo in piazza insieme a USB, che ha proclamato uno sciopero generale contro il carovita, contro la guerra e il riarmo, contro lo sfruttamento, contro la precarietà e contro un sistema che mette il profitto sopra le nostre vite. Riempiamo le piazze e trasformiamo la rabbia in organizzazione, conflitto e lotta collettiva. Perché nessuna lavoratrice e nessun lavoratore debba essere costretto a scegliere tra la propria vita e il proprio salario. PERCHÉ DI LAVORO NON SI PUÒ E NON SI DEVE MORIRE.   Redazione Sardigna
October 16, 2026
Pressenza
SABATO 17/10, TORINO: “IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN KURDISTAN, UNA PROSPETTIVA PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE”
Nella puntata di venerdì 16 ottobre 2026 di Mesopotamia – Notizie dal vicino oriente, trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto, abbiamo presentato la conferenza che si svolgerà domani, sabato 17 ottobre, a Torino: “Il confederalismo democratico in Kurdistan, una prospettiva per la pace in medio oriente”. L’evento si svolgerà nell’auditorium della sede della Città Metropolitana, a Torino, in corso Inghilterra 7, a partire dalle 9.30 del mattino. Per spiegare le ragioni per cui è stato organizzato il convegno e per illustrare panel, temi, relatrici e relatori, ai nostri microfoni sono intervenuti Yilmaz Orkan, direttore dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e Carla Gagliardini, dell’Associazione “Verso il Kurdistan”. La puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente di venerdì 16 ottobre 2026. Ascolta o scarica.
October 16, 2026
Radio Onda d`Urto
[2026-10-18] Infrastrutture digitali, antirazzismo e lotte anticoloniali + helpdesk @ Lago Bullicante Ex-Snia
INFRASTRUTTURE DIGITALI, ANTIRAZZISMO E LOTTE ANTICOLONIALI + HELPDESK Lago Bullicante Ex-Snia - Via di Portonaccio, 230, 00176 Roma RM (domenica, 18 ottobre 11:00) Ore 11.00 al LAGO BULLICANTE all'interno della giornata con Il Lago che Combatte Chiacchierata con Miriyam Aouragh, attivista olandese-marocchina, docente di Antropologia digitale (Westminster School of Media and Communication, Londra). Uno spazio di discussione su come le infrastrutture digitali siano parte dei processi contemporanei di razzializzazione e colonialismo che ricadono sui territori, e su come tecnologie, reti e piattaforme della comunicazione siano oggi un terreno di conflitto politico che si articola tra forme di dominio e pratiche di resistenza anticoloniale. Un confronto anche per riflettere come comunità sugli strumenti per difendersi dalle campagne di odio promosse sui social network. tutto il giorno Help Desk "10/100/1000 server" Da quando autistici/inventati è finito sulla lista dei terroristi globali hai perso la tua mail o il tuo blog? Sportello di primo aiuto digitale e info sulla campagna nelmirino.tracciabi.li perché ieri le sanzioni sono toccate ad a/i, domani a chiunque.
October 16, 2026
Gancio de Roma
Mobilitazione del 17 ottobre: «La destra e l’estrema destra sono nel panico»
> REPORTERRE  INTERVISTA IL SOCIOLOGO MANUEL CERVERA-MARZAL Il 17 ottobre sono previste oltre 750 mobilitazioni in Francia, alimentate dal movimento degli studenti liceali e dai “Gilet gialli”. «Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni», analizza il sociologo Manuel Cervera-Marzal. «Stanchi di pagare il pieno, la spesa e l’affitto a prezzi sempre più alti, mentre TotalEnergies incassa miliardi». Sul sito 17octobregiletjaune, promosso tra gli altri dai gruppi militanti Bloquons tout  e Peuple révolté (“Popolo in rivolta”), il messaggio è chiaro: la giornata di mobilitazione di sabato 17 ottobre mira a dare voce alle tensioni sociali che crescono ormai da diverse settimane. Lanciato a settembre sui social network, al di fuori di qualsiasi struttura sindacale o partitica, questo appello richiama per certi versi il movimento Bloquons tout del 10 settembre 2025, ma anche quello dei “Gilet gialli”. Manifestazioni (autorizzate o meno), blocchi stradali, raduni nelle rotatorie… Sulla mappa delle mobilitazioni si contano oltre 750 iniziative in tutta la Francia. «Questo dimostra chiaramente che la situazione sta cedendo un po’ ovunque», osserva Manuel Cervera-Marzal, sociologo e autore di diversi saggi, tra cui Résister — Petite histoire des luttes contemporaines (2022) e Le Populisme de gauche: sociologie de La France insoumise (La Découverte, 2021). A sei mesi dalle elezioni presidenziali, questa contestazione a tutto campo rappresenta, a suo avviso, una «manna dal cielo» per la sinistra, in particolare per il partito che fa capo a Mélenchon. Reporterre – Caro vita, prezzi dei carburanti… ma anche austerità, violenze della polizia, democrazia. Come interpretare le rivendicazioni legate all’appello del 17 ottobre? Manuel Cervera-Marzal – Si tratta di rivendicazioni molteplici, un elenco eterogeneo e quasi sterminato. Non c’è da stupirsi: è un tratto ricorrente delle mobilitazioni che nascono al di fuori degli apparati di partito o sindacali. Questi ultimi, essendo composti da professionisti dell’attivismo, sono soliti stabilire una gerarchia tra le richieste e definire parole d’ordine precise. «Alla base di tutto c’è un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo». Soprattutto, questo dimostra che la situazione sta cedendo un po’ ovunque. Siamo giunti al termine di un decennio di «macronismo», che ha logorato il Paese e fratturato la società. Tutti gli indicatori sono in rosso: il numero di senzatetto e di persone che vivono sotto la soglia di povertà è esploso. Le disuguaglianze si sono aggravate. I tentativi di suicidio e i casi di depressione tra i giovani si sono moltiplicati. Dietro tutte queste rivendicazioni, apparentemente eterogenee, si cela un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo. Reporterre – Alcuni parlano di un «ritorno dei Gilet gialli»; cosa ne pensa? Manuel Cervera-Marzal – Dipende da cosa si intende esattamente. Si tratta di un ritorno delle persone che si erano mobilitate nel 2018? Delle loro rivendicazioni? Delle modalità d’azione? O del simbolo stesso del gilet ad alta visibilità? Per quanto riguarda le persone, la sociologa statunitense Verta Taylor ha teorizzato il concetto di struttura dormiente, che mi sembra estremamente pertinente in questo contesto. L’idea è che un movimento sociale nasca raramente dal nulla, ma spesso beneficia di strutture informali ereditate da movimenti precedenti. Un fenomeno simile si osserva in Spagna, dove la protesta contro il costo degli alloggi è in parte legata a figure e reti riconducibili al movimento degli “Indignados” del 2011. Inoltre, sebbene i “Gilet gialli” sembrassero scomparsi per sette anni, in realtà sono rimasti latenti: reti di socialità e gruppi più o meno formali hanno continuato a esistere. Esiste, dunque, una continuità. Per quanto riguarda le modalità d’azione, c’è stato chiaramente un prima e un dopo il 2018. I Gilet gialli hanno dimostrato che forme di mobilitazione meno “composte” – caratterizzate da manifestazioni non autorizzate e blocchi – possono essere efficaci. Nell’ultimo decennio, gli unici due movimenti che hanno ottenuto risultati concreti sono stati quello dei Gilet gialli e quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes: entrambi hanno rifiutato le tattiche tradizionali, instaurando un rapporto di forza capace di spaventare il potere costituito. (Leggi anche: «Questa generazione è marchiata a fuoco dalla violenza di Stato» https://reporterre.net/Mouvement-lyceen-Une-generation-marquee-au-fer- rouge-par-la-violence-d-Etat ) Questa lezione è stata assimilata da una parte del mondo militante; si parla addirittura di una «gilet-giallinizzazione» dei movimenti sociali, ovvero dell’idea che, per ottenere qualcosa, sia necessario «creare un po’ di scompiglio». Questo irrigidimento della protesta è avvenuto parallelamente a un inasprimento senza precedenti delle strategie di «mantenimento dell’ordine». Tuttavia, la repressione non produce un effetto univoco: se da un lato può fiaccare la protesta seminando paura, dall’altro può generare un’ondata di solidarietà e suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica. L’appello del 17 ottobre è nato e si è sviluppato sui social network, senza il supporto di organizzazioni sindacali o partitiche, né la presenza di un «organizzatore» chiaramente identificabile. Come analizzate questo intreccio tra reti digitali e movimenti sociali? Non si tratta di una novità. Facebook fa parte delle nostre vite da due decenni: già all’inizio degli anni 2010, i social network rivestivano un ruolo centrale durante le primavere arabe e i movimenti di occupazione delle piazze. Svolgono una duplice funzione: favoriscono l’innesco di tali mobilitazioni extra-istituzionali e, successivamente, ne permettono il coordinamento. Consentono inoltre una sorta di internazionalizzazione delle modalità d’azione, mettendo in contatto contestatori provenienti dall’Europa, dal Nepal, dall’India e da altri luoghi. «Se ci opponiamo al disboscamento della nostra foresta, la occupiamo; se vogliamo che i licei vengano ristrutturati, li blocchiamo». Attenzione, però: i social network non hanno sostituito la presenza fisica di persone che si incontrano, si riuniscono e occupano spazi. La mobilitazione digitale deve trovare un suo prolungamento nel mondo reale.Reporterre – Questa mobilitazione si inserisce nel pieno di un movimento che coinvolge liceali e studenti. È possibile ipotizzare una convergenza delle lotte? Manuel Cervera-Marzal – Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni, che apre effettivamente alla possibilità di una sincronizzazione e di un’articolazione tra le diverse lotte. Si creano dei punti di contatto: tra i licei d’élite dei quartieri bene di Parigi e quelli dei quartieri popolari, tra i giovani e i “Gilet gialli”, e così via. Vi leggo una crescita della coscienza politica nelle nuove generazioni. Questi studenti e liceali – che ci sono stati ripetutamente descritti come dei “cretini digitali” – si trovano in realtà all’avanguardia, ben più avanti rispetto alle nostre generazioni in termini di consapevolezza politica, sociale ed ecologista. Avanzano rivendicazioni giuste e si mobilitano in modo più efficace. Si può parlare di convergenza? Legato al movimento altermondialista degli anni 2000-2010, questo termine è oggi meno in voga. Esso veicola l’idea di un allineamento piuttosto verticale: tutti si mettono in fila dietro un obiettivo comune, con una sorta di gerarchizzazione delle priorità. Oggi si parla piuttosto di «coalizione arcobaleno»; si ragiona in termini di articolazione e intersezionalità. Si tratta di costruire cooperazioni puntuali ed efficaci tra diverse lotte. L’abbandono del paradigma della «convergenza» va di pari passo con l’emergere di nuove battaglie — contro l’adultismo, lo specismo, il validismo — che impongono di concepire un approccio più plurale.Reporterre – Questa «esplosione» di rabbia (vigili del fuoco, dipendenti pubblici, studenti delle superiori, ecologisti, ecc.) avviene a soli sei mesi dalle elezioni presidenziali. Quali potrebbero essere le ripercussioni di un tale movimento sulle elezioni?   Manuel Cervera-Marzal – Mi stupisce molto vedere mobilitazioni di questo tipo all’avvicinarsi di una scadenza elettorale. Solitamente, in questi periodi prevale una sorta di atteggiamento attendista. Del resto, la maggior parte delle organizzazioni sindacali mantiene una posizione prudente; per il momento, hanno lanciato un appello per una mobilitazione nazionale il 5 novembre, una data ancora molto lontana! «La destra e l’estrema destra sono nel panico» Detto ciò, il fatto che manchino sei mesi alle presidenziali non significa che il governo resterà immobile. Tutto dipende dai rapporti di forza, che variano in base al numero di persone in piazza e al tipo di azioni intraprese. Ciò dimostra chiaramente che le persone si stanno mobilitando senza attendere un «salvatore supremo», né i partiti politici, né i sindacati. Sono consapevoli che i problemi potranno essere risolti solo attraverso l’azione diretta. Se non vogliamo che la nostra foresta venga rasa al suolo, la occupiamo; se vogliamo licei ristrutturati, li blocchiamo. D’altro canto, sebbene La France insoumise non abbia alcun ruolo nell’organizzazione del movimento — non trattandosi di un partito di massa in grado di promuovere, di per sé, mobilitazioni di tale portata su tutto il territorio nazionale —, è evidente che questa mobilitazione di studenti e liceali — così come, forse, quella del 17 ottobre — rappresenti una manna dal cielo per Mélenchon e per la sinistra in generale. Ciò riporta al centro del dibattito e dell’agenda politica la questione delle disuguaglianze sociali e dello smantellamento dei servizi pubblici, temi che costituiscono il fulcro del programma di La France insoumise. Non è un caso che la destra e l’estrema destra siano nel panico. Questo movimento sociale si inserisce in una dinamica piuttosto positiva per la sinistra, che ha ampliato la propria base elettorale — passando, secondo diversi sondaggi, dal 30% al 40% delle intenzioni di voto. Tutto ciò è motivo di speranza. (TRADUZIONE CURATA DA TURI PALIDDA) Redazione Italia
October 16, 2026
Pressenza
Lavoratori invisibili, diritti negati
DAGLI SPORTEDAGLI SPORTELLI TERRITORIALI DELL’AREA VESUVIANA E NOLANA EMERGE UN QUADRO SEMPRE PIÙ PREOCCUPANTE: PROCEDURE BLOCCATE, ATTESE INTERMINABILI PER I PERMESSI DI SOGGIORNO E LAVORATORI E LAVORATRICI CHE RISCHIANO DI ESSERE RICACCIATI NELL’IRREGOLARITÀ E NELLO SFRUTTAMENTO. MA INSIEME ALLA PRECARIETÀ CRESCE ANCHE LA VOLONTÀ DI REAGIRE E ORGANIZZARSI. LO RACCONTA LA STRAORDINARIA PARTECIPAZIONE ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI E ALLA MOBILITAZIONE CONTRO IL CPR DI CASTEL VOLTURNO. UN’ESPERIENZA CHE INTERROGA IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO E DEL SINDACATO E CI RICORDA CHE LA LOTTA PER I DOCUMENTI, LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO E IL DIRITTO ALL’ABITARE È PARTE INTEGRANTE DELLA LOTTA PER LA DIGNITÀ E I DIRITTI DI TUTTI I LAVORATORI.LLI DELL’AREA VESUVIANA E NOLANA ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI. LE DIFFICOLTÀ CRESCENTI NELL’ACCESSO AI DOCUMENTI, LA MOBILITAZIONE CONTRO IL CPR DI CASTEL VOLTURNO E UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI: SE QUESTO STA SUCCEDENDO QUI, COSA STA SUCCEDENDO ALTROVE? Dai nostri sportelli, le storie dei lavoratori invisibili Gli sportelli territoriali sono luoghi particolari. Sono spazi di ascolto, orientamento e accompagnamento, nei quali ogni giorno incontriamo persone alle prese con problemi molto concreti: un permesso di soggiorno da ottenere o rinnovare, un appuntamento in Questura che non arriva, un contratto di lavoro che non corrisponde alle condizioni effettive di impiego, una casa che non si trova, una residenza anagrafica che non si riesce a ottenere. Ma sono anche qualcosa di più. Sono luoghi dai quali è possibile osservare le trasformazioni che attraversano i nostri territori, cogliere l’emergere di nuovi problemi e riconoscere, attraverso le storie individuali, fenomeni che assumono progressivamente una dimensione collettiva. Sono, soprattutto, luoghi nei quali si percepisce lo stato d’animo delle persone. Le preoccupazioni, le aspettative, le speranze, la stanchezza, la rabbia. E dove si può osservare come queste cambino nel tempo, anche in relazione alle politiche pubbliche e al funzionamento delle istituzioni. È da uno di questi punti di osservazione che vogliamo partire. Da oltre un decennio, attraverso gli sportelli territoriali delle associazioni che oggi compongono la Rete Vesuviana Solidale, incontriamo e accompagniamo persone migranti che vivono e lavorano nella provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana. Nel tempo abbiamo conosciuto migliaia di persone, ascoltato le loro storie, cercato insieme soluzioni ai problemi più diversi. Negli ultimi anni, una parte crescente di queste storie ha cominciato ad assomigliarsi. Abbiamo incontrato persone arrivate in Italia attraverso il Decreto Flussi, dopo aver investito somme enormi, spesso indebitandosi con familiari e conoscenti, per scoprire che il datore di lavoro che avrebbe dovuto assumerle era irreperibile o non aveva alcuna intenzione di farlo. Persone entrate regolarmente, attraverso un canale previsto e disciplinato dallo Stato, che si sono ritrovate senza lavoro e senza la possibilità concreta di completare il percorso per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Per molte di loro, in assenza di altre strade concretamente accessibili, la richiesta di protezione internazionale è diventata il tentativo di trovare una via d’uscita. Sono diventate così persone in attesa di un appuntamento per formalizzare la domanda d’asilo. Poi richiedenti asilo in attesa dell’audizione davanti alla Commissione territoriale. Poi persone in attesa di conoscerne l’esito, non di rado negativo. E ancora persone costrette a ricostruire, insieme a un avvocato, le ragioni della propria richiesta, per presentare un ricorso e affrontare un nuovo periodo di attesa. Mesi, talvolta anni, durante i quali la possibilità di costruire un progetto di vita rimane sospesa, condizionata da procedure, scadenze e decisioni sulle quali le persone hanno pochissimo controllo. Nel frattempo, continuano ad arrivare ai nostri sportelli nuove persone. E sempre più spesso ci raccontano storie che assomigliano a quelle delle vittime delle truffe legate al Decreto Flussi italiano, ma che hanno avuto inizio altrove. Sono persone arrivate in Europa attraverso canali di ingresso per lavoro in altri Paesi: dalla Romania alla Serbia, ad esempio, e attraverso altri territori dell’Europa orientale e balcanica. Anche loro hanno pagato intermediari, contratto debiti, inseguito la promessa di un lavoro regolare e di una vita migliore. Alcune hanno conosciuto condizioni di sfruttamento gravissime, salari mai corrisposti, documenti trattenuti, minacce e condizioni di vita degradanti. Per alcune, l’unica possibilità di sottrarsi a quelle condizioni è stata una nuova fuga. Un altro viaggio, talvolta pagato contraendo ulteriori debiti. E infine l’arrivo in Italia, dove spesso si ritrovano ad affrontare nuove difficoltà per ottenere documenti, un lavoro dignitoso e un’abitazione. Sono queste alcune delle persone che incontriamo quotidianamente. Sono i lavoratori invisibili che versano sudore e sangue negli opifici, sui cantieri, nei campi della nostra provincia. Persone indispensabili al funzionamento di interi settori dell’economia locale, eppure esposte a condizioni di precarietà e ricattabilità che rendono enormemente difficile rivendicare i propri diritti. È dall’ascolto di queste storie, dal riconoscimento di ciò che le accomuna, che è nata l’idea del Presidio dei Lavoratori Invisibili. Dalla consapevolezza che non bastava più affrontare ogni vicenda individualmente, che occorreva costruire occasioni di incontro e organizzazione collettiva. Nella primavera del 2026 abbiamo cominciato a discuterne insieme ai lavoratori e alle lavoratrici, dedicando anche diverse giornate normalmente riservate alle attività degli sportelli alla realizzazione di assemblee collettive. Non volevamo semplicemente organizzare una manifestazione in solidarietà con le persone migranti. Volevamo contribuire a costruire uno spazio nel quale fossero loro stesse a prendere parola, riconoscersi in una condizione comune, formulare rivendicazioni e organizzarsi. Il Primo Maggio, a Napoli, insieme alla FLAI CGIL, questa esperienza ha cominciato a prendere forma pubblicamente. Da quel primo Presidio è nato un percorso che abbiamo chiamato Marcia dei Lavoratori Invisibili e che, attraverso successive iniziative e mobilitazioni, ha portato nelle strade e nelle piazze della nostra provincia rivendicazioni che riguardano il lavoro, i documenti, la casa, la libertà e la dignità. Un percorso che non nasce soltanto per chiedere il riconoscimento di diritti negati, ma anche per affermare il protagonismo di persone che troppo spesso vengono raccontate esclusivamente come vittime dello sfruttamento o destinatarie di interventi assistenziali. Ma oggi qualcosa sta cambiando. E troppo in fretta. Da mesi osserviamo un progressivo allungamento dei tempi di attesa per ottenere un appuntamento in Questura e formalizzare una richiesta di protezione internazionale. Tempi già molto lunghi, che continuano a dilatarsi, lasciando le persone in una condizione di incertezza sempre più difficile da sostenere. Intanto cresce la preoccupazione per l’entrata a pieno regime delle nuove procedure previste dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Un cambiamento profondo del quadro normativo, che introduce procedure più rapide e stringenti, con conseguenze potenzialmente molto gravi per le persone che cercano protezione. Sapevamo di essere nel mezzo di un passaggio cruciale. Eppure, quello che sta accadendo ci sta cogliendo alla sprovvista. Da qualche settimana, la Questura di Napoli ha interrotto gli appuntamenti per la manifestazione della volontà di richiedere asilo. Per oltre quindici giorni, gli appuntamenti sono rimasti sospesi. Poi è arrivata la comunicazione della volontà di riprenderli, ma in numero drasticamente ridotto e con la prospettiva di applicare le nuove procedure. Nel frattempo, la notizia di quanto stava accadendo ha cominciato a circolare tra le persone migranti, attraverso le comunità, i gruppi di amici e conoscenti, le reti informali attraverso le quali ci si scambia informazioni e si cerca di orientarsi. Le giornate ai nostri sportelli sono cambiate. Alle consuete richieste di assistenza si sono aggiunte domande sempre più insistenti sugli appuntamenti in Questura. Persone che tornano a chiedere aggiornamenti, che vogliono sapere se ci sono novità, se la propria richiesta è stata presa in considerazione, se esiste ancora la possibilità di ottenere una convocazione. E le nostre risposte, giorno dopo giorno, sono diventate sempre più incerte. Non perché avessimo smesso di cercare informazioni o di sollecitare risposte. Ma perché anche noi, che quotidianamente accompagniamo le persone in questi percorsi, ci siamo trovati nell’impossibilità di dare indicazioni attendibili sui tempi e sulle modalità di accesso alla procedura. Poi hanno cominciato ad arrivare altre notizie. Alcune persone ci hanno raccontato di aver ricevuto comunicazioni di cancellazione di appuntamenti già fissati. Altre riferivano di amici o conoscenti ai quali era accaduta la stessa cosa. Informazioni che non sempre siamo stati in grado di verificare, ma che hanno contribuito ad alimentare un clima di crescente preoccupazione. L’ansia sale. Monta il nervosismo. Le persone tornano, chiedono, aspettano. Le vedi sempre più provate, consumate da un’incertezza che si aggiunge a tutte le altre difficoltà della loro vita quotidiana. Perché dietro ogni appuntamento che non arriva non c’è semplicemente una pratica amministrativa in sospeso. C’è una persona che non sa quando potrà formalizzare la propria domanda, ottenere un documento, accedere pienamente ai diritti connessi alla propria condizione, provare a costruire una prospettiva di stabilità. E per molte delle persone che incontriamo, già segnate da percorsi di indebitamento, sfruttamento e precarietà, questa ulteriore incertezza rischia di diventare insostenibile. Quando anche rinnovare un permesso diventa un’impresa Ma le difficoltà non riguardano soltanto chi sta cercando di formalizzare una nuova richiesta d’asilo. Ai nostri sportelli accompagniamo quotidianamente persone che devono rinnovare il proprio permesso di soggiorno per richiesta asilo, che sono in attesa dell’esito di un ricorso contro il diniego della protezione internazionale o che, dopo aver ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione, devono finalmente ricevere il relativo permesso. Per queste pratiche utilizziamo ordinariamente Prenota Facile, il sistema telematico attraverso il quale la Questura gestisce la prenotazione degli appuntamenti. Ma per queste tipologie di permesso il sistema è diventato, nei fatti, praticamente inutilizzabile. Si accede alla piattaforma, si compilano i campi richiesti, si segue l’intera procedura. Poi, arrivati al momento di selezionare un appuntamento, si scopre che non ci sono date disponibili. Si riprova. Il giorno dopo, la settimana successiva. Il risultato non cambia. In assenza di appuntamenti disponibili, inviamo una PEC alla Questura, chiedendo formalmente che venga fissata una convocazione. È il tentativo di lasciare traccia della richiesta e di ottenere comunque accesso alla procedura. Ma anche attraverso questo canale le risposte tardano ad arrivare. In molti casi non arrivano affatto. Conosciamo persone che attendono un appuntamento da mesi. In alcuni casi, l’attesa ha già superato abbondantemente i sei mesi di validità del permesso di soggiorno per richiesta asilo. Sei mesi. Il tempo nel quale un documento dovrebbe accompagnare una persona nel suo percorso amministrativo. Un tempo che può trascorrere interamente aspettando anche soltanto la possibilità di presentarsi a uno sportello della Questura. E ancora una volta, davanti alle domande delle persone che accompagniamo, ci ritroviamo a dare risposte sempre più insicure. Quando arriverà l’appuntamento? Cosa succede se il permesso scade? Posso continuare a lavorare? Il mio datore di lavoro mi rinnoverà il contratto? Come faccio a dimostrare che sto aspettando una convocazione che non dipende da me? Sono domande alle quali dovrebbero esistere risposte chiare, procedure accessibili, tempi ragionevoli. Invece, troppo spesso, ci troviamo a spiegare che abbiamo inviato una richiesta, che abbiamo sollecitato, che non abbiamo ancora ricevuto riscontro. E tutto questo ha conseguenze molto concrete. Perché la precarietà dei documenti si traduce facilmente in precarietà del lavoro, dell’abitare, dell’intera esistenza. Chi non riesce a documentare la regolarità del proprio soggiorno incontra ostacoli enormi nell’accesso a un’occupazione regolare, ai servizi, a un contratto di locazione. E finisce più facilmente esposto al lavoro nero, a retribuzioni arbitrarie, ad alloggi sovraffollati e degradanti, alla dipendenza da intermediari e datori di lavoro senza scrupoli. Ma c’è un’altra conseguenza, che osserviamo con particolare preoccupazione. Tra le persone che accompagniamo ce ne sono alcune che, dopo una lunga gavetta nel lavoro nero, nello sfruttamento e nell’iper-precarietà, sono finalmente riuscite a ottenere un contratto di lavoro regolare. Non è stato facile. Hanno dovuto cercare alternative, costruire relazioni, acquisire competenze, sottrarsi a situazioni di ricatto. A volte hanno dovuto cambiare lavoro, casa, territorio. Hanno conquistato, passo dopo passo, un minimo di stabilità. E adesso rischiano di perdere tutto. Perché un permesso scaduto, una ricevuta che non si riesce a ottenere, un appuntamento che non arriva possono diventare, agli occhi di un datore di lavoro, un motivo per non assumere, interrompere un rapporto o non rinnovare un contratto. Anche quando la normativa consente di continuare a lavorare durante le procedure di rinnovo, l’incertezza documentale e la difficoltà di dimostrare la propria condizione finiscono per trasformarsi in ostacoli concreti. E talvolta offrono un ulteriore pretesto a chi vuole liberarsi di un lavoratore o di una lavoratrice. Così persone che credevano di essersi lasciate alle spalle il lavoro nero e lo sfruttamento rischiano di tornarci. Non perché abbiano smesso di lavorare, di cercare un’occupazione regolare o di rispettare le procedure. Ma perché quelle procedure, nei fatti, non riescono a garantire loro tempi e strumenti adeguati per esercitare i propri diritti. È un meccanismo che rischia di vanificare anni di percorsi individuali di emancipazione e il lavoro quotidiano di associazioni, sindacati, operatori sociali e istituzioni impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo. E che ci pone una domanda difficile da eludere: che senso ha investire risorse e lavoro per accompagnare le persone fuori dallo sfruttamento, se poi gli ostacoli amministrativi rischiano continuamente di ricacciarle nelle stesse condizioni dalle quali stavano cercando di uscire? Dall’incertezza alla mobilitazione. Perché diciamo no al CPR di Castel Volturno È dentro questo scenario che si colloca la mobilitazione contro la realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno. Per noi, il CPR rappresenta l’esatto contrario della visione delle migrazioni e delle politiche migratorie che cerchiamo quotidianamente di praticare e costruire. Alla criminalizzazione delle persone migranti, alla detenzione amministrativa, alla violenza e alla produzione di marginalità contrapponiamo un approccio fondato sull’accesso ai diritti, sull’inclusione sociale, sull’emancipazione e sulla conquista dell’autonomia. Un approccio che riconosce nelle persone migranti non soltanto destinatari di interventi e servizi, ma soggetti capaci di organizzarsi, partecipare alla vita pubblica e diventare protagonisti delle trasformazioni dei territori nei quali vivono e lavorano. È questa la visione che orienta il nostro impegno quotidiano nel contrasto allo sfruttamento lavorativo e all’intermediazione illecita. Un impegno che ci ha insegnato quanto la precarietà della condizione giuridica e la difficoltà di accedere ai diritti possano diventare strumenti di ricatto nelle mani di chi sfrutta il lavoro altrui. Per questo guardiamo con profonda preoccupazione a politiche migratorie che attribuiscono un ruolo sempre più centrale alla detenzione, al controllo delle frontiere e ai rimpatri, anziché alla costruzione di percorsi accessibili di regolarità del soggiorno e inclusione. È in questa prospettiva che leggiamo tanto l’espansione del sistema dei CPR quanto le trasformazioni introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Quando è stata annunciata la realizzazione di un CPR in Campania, a Castel Volturno, abbiamo sentito immediatamente la necessità di prendere parte alla mobilitazione. Non soltanto per le ragioni che ci portano a opporci ai CPR in generale, ma anche per il significato particolare che Castel Volturno ha nella storia delle migrazioni e delle lotte per i diritti nel nostro Paese. Castel Volturno è uno dei luoghi simbolo delle mobilitazioni delle persone migranti, delle esperienze di organizzazione contro lo sfruttamento e delle battaglie che hanno contribuito a trasformare il dibattito pubblico e il quadro delle tutele in materia di immigrazione e asilo. Una storia di movimenti, associazioni, lavoratori e lavoratrici nella quale riconosciamo anche una parte delle nostre radici politiche e sociali. Per noi, dunque, partecipare alla mobilitazione contro il CPR e per politiche migratorie radicalmente diverse non poteva che rappresentare una tappa naturale del percorso intrapreso con la Marcia dei Lavoratori Invisibili. Del resto, il Presidio nato il Primo Maggio si era già rimesso in movimento il 20 giugno, in occasione delle mobilitazioni contro il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. E quando abbiamo cominciato a discutere della nuova mobilitazione con i lavoratori e le lavoratrici che frequentano i nostri sportelli, abbiamo trovato immediatamente un consenso molto ampio. Ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe accaduto. Abbiamo convocato alcune assemblee per discutere della manifestazione, spiegare le ragioni della mobilitazione, confrontarci sulla proposta di partecipare collettivamente. Fin dal primo momento la partecipazione è stata straordinaria. A ciascuna assemblea hanno preso parte più di cento persone. E un dato ci ha colpito particolarmente: la grande maggioranza dei partecipanti non aveva ancora un permesso di soggiorno. Avevamo la sensazione di aver intercettato qualcosa di profondo. Che le preoccupazioni, le incertezze e il crescente nervosismo che registravamo quotidianamente agli sportelli stessero trovando nella proposta di mobilitazione una possibilità di espressione collettiva. Ma la sorpresa più grande è arrivata quando abbiamo cominciato a raccogliere le adesioni e i contributi per il viaggio. In una sola giornata, nel solo sportello di Poggiomarino, più di 120 persone hanno chiesto di partecipare e acquistare un biglietto per raggiungere la manifestazione. Nel giro di un paio di giorni avevamo raccolto adesioni sufficienti a riempire quattro autobus. A quel punto ci siamo fermati. Avevamo raggiunto il limite delle possibilità organizzative che eravamo riusciti a mettere in campo. Ma le richieste non si sono fermate. Chi tra noi si occupa di rispondere ai telefoni dell’associazione ha continuato a raccontarci, quasi incredulo, della quantità di chiamate e messaggi che arrivavano ogni giorno. Persone che chiedevano se ci fossero ancora posti, se fosse possibile aggiungere un autobus, se ci fosse un modo per partecipare. Abbiamo provato a fare una stima. Tra richieste dirette, telefonate e messaggi, calcoliamo di aver ricevuto fino a oggi circa seicento manifestazioni di interesse a partecipare. Seicento persone. In pochi giorni. A partire da una rete di sportelli territoriali nella provincia di Napoli. Non sappiamo quante di queste persone avrebbero effettivamente partecipato se avessimo avuto la possibilità di organizzare altri autobus. Ma sappiamo che una risposta di queste dimensioni non può essere liquidata come un semplice successo organizzativo. Ci racconta qualcosa. Ci racconta che, dietro l’ansia, la stanchezza e la paura che osserviamo quotidianamente, esiste anche una fortissima domanda di partecipazione, di riconoscimento e di protagonismo. Che persone alle quali viene continuamente chiesto di aspettare, di dimostrare, di giustificare la propria presenza, di accettare condizioni di lavoro e di vita che altri non accetterebbero, vogliono invece prendere parola e rendersi visibili. E che proprio tra coloro che vivono le condizioni di maggiore precarietà giuridica può emergere una straordinaria disponibilità a mobilitarsi collettivamente per rivendicare i propri diritti. Forse, attraverso i nostri sportelli, avevamo colto il crescente disagio delle persone che incontriamo. Ma non avevamo compreso fino in fondo quanto fosse grande anche la loro volontà di reagire. Se questo sta succedendo qui, cosa sta succedendo altrove? Siamo partiti dal racconto di quello che osserviamo quotidianamente nei nostri sportelli, in una porzione relativamente piccola della provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana. Abbiamo raccontato le storie delle persone che incontriamo, le difficoltà crescenti nell’accesso ai documenti, l’incertezza che accompagna percorsi di vita già profondamente segnati dalla precarietà e dallo sfruttamento. Abbiamo raccontato il clima di ansia, stanchezza e nervosismo che si respira ogni giorno di più. Ma anche la risposta, per molti versi inattesa, alla proposta di partecipare a una mobilitazione collettiva. Una risposta che ci ha sorpresi e che continua a interrogarci. Perché se tutto questo sta succedendo qui, che cosa sta succedendo altrove? Che cosa stanno osservando gli altri sportelli territoriali, le associazioni, i sindacati, le realtà che accompagnano quotidianamente le persone migranti nell’accesso ai diritti? Si stanno registrando difficoltà simili nell’accesso alle procedure d’asilo e nel rinnovo dei permessi di soggiorno? Si percepisce lo stesso deterioramento del clima di fiducia e delle aspettative? E soprattutto, esiste anche altrove una domanda di partecipazione e mobilitazione collettiva che rischiamo di non vedere, perché troppo impegnati a rispondere, una per una, alle emergenze quotidiane? Non conosciamo le risposte. Ma crediamo che sia importante cominciare a cercarle insieme. Perché dietro le pratiche amministrative, gli appuntamenti mancati, i documenti scaduti e le procedure che si allungano ci sono persone, relazioni sociali, condizioni di lavoro e di vita. E ci sono anche aspettative, rivendicazioni, capacità di organizzazione e volontà di partecipare. L’esperienza della Marcia dei Lavoratori Invisibili ci sta mostrando quanto sia importante riconoscere questa dimensione collettiva. Ci ricorda che le persone migranti non sono soltanto destinatarie delle politiche pubbliche, né soltanto vittime delle loro contraddizioni. Sono soggetti che possono prendere parola, organizzarsi, costruire alleanze e partecipare alla definizione delle politiche che riguardano le loro vite e i territori nei quali vivono. Non c’è lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno Quello che stiamo osservando ci impone anche di riflettere sul significato di queste mobilitazioni e sulla responsabilità che abbiamo di fronte a esse. Perché le persone di cui abbiamo raccontato le storie sono lavoratori e lavoratrici. Sono coloro che ogni giorno lavorano nei campi, negli opifici, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione, nei servizi e nel lavoro di cura. Persone il cui lavoro contribuisce a sostenere interi settori dell’economia, ma che troppo spesso rimangono invisibili quando si tratta di riconoscerne i diritti. E quello che stiamo vivendo ci porta a ribadire una convinzione: non può esserci lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno. Non può esserci una lotta efficace contro lo sfruttamento lavorativo che non affronti le condizioni giuridiche e materiali che rendono una parte della classe lavoratrice più vulnerabile al ricatto, più esposta al lavoro nero, meno libera di scegliere dove e per chi lavorare, di cambiare occupazione, di organizzarsi e rivendicare i propri diritti. Nella nostra lettura, le politiche migratorie fondate sulla precarietà del soggiorno, sulla detenzione e sul rimpatrio contribuiscono a produrre e riprodurre gerarchie all’interno del mondo del lavoro. Alimentano divisioni, frammentazione, processi di razzializzazione e ghettizzazione che separano lavoratori e lavoratrici, rendendo più difficile riconoscere la comunanza delle loro condizioni e dei loro interessi. Per questo, se vogliamo contrastare lo sfruttamento, dobbiamo intervenire anche sulle leve strutturali che alimentano queste disuguaglianze. E per questo crediamo che le mobilitazioni che nascono dal protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti debbano essere riconosciute, sostenute e accompagnate. Non si tratta soltanto di solidarizzare con chi rivendica un diritto negato. Si tratta di riconoscere che quelle rivendicazioni riguardano la condizione dell’intero mondo del lavoro. La mobilitazione è anche una palestra. È il luogo nel quale si impara a riconoscersi, a discutere, a costruire rivendicazioni comuni, a organizzare una vertenza collettiva. È il luogo nel quale persone abituate ad affrontare individualmente problemi che sembrano insormontabili scoprono la possibilità di affrontarli insieme. È così che si costruiscono una grammatica dell’agire comune, una cultura della solidarietà e una coscienza collettiva. Non come presupposti che devono necessariamente esistere prima delle mobilitazioni, ma come possibilità che prendono forma nel vivo delle lotte, attraverso la pratica quotidiana dell’organizzazione e della partecipazione. La mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno si colloca, per noi, dentro questa prospettiva. È una mobilitazione contro i CPR e contro un modello di politiche migratorie che attribuisce centralità alla detenzione amministrativa, al controllo e ai rimpatri. Ma è anche una mobilitazione per politiche dell’immigrazione radicalmente diverse, fondate sulla libertà di movimento, sull’accesso ai diritti, sulla possibilità di costruire percorsi di autonomia e sulla partecipazione delle persone migranti alla vita sociale, economica e politica dei territori. È una mobilitazione che contesta anche l’idea di poter intervenire dall’alto sui territori, attraverso operazioni di ingegneria sociale che li trattano come tabulae rasae, ignorandone la storia, le relazioni, i conflitti e le esperienze di solidarietà che li attraversano. A questa visione contrapponiamo la possibilità di costruire politiche di sviluppo dal basso, attraverso la partecipazione della società civile, delle comunità locali, dei cittadini e delle cittadine, delle persone migranti. Politiche capaci di valorizzare le pratiche di accoglienza, inclusione e integrazione che già esistono, di rafforzarle e di farne strumenti di rigenerazione dei territori e delle comunità. Una prospettiva che richiede rivendicazioni concrete. Significa battersi per la libertà di movimento e per canali di ingresso e soggiorno che non subordinino continuamente la possibilità di vivere regolarmente in Italia alla disponibilità di un datore di lavoro. Significa rivendicare permessi di soggiorno per attesa occupazione e, ancora meglio, per ricerca di occupazione, che permettano alle persone di cercare un lavoro senza essere costrette a dipendere da intermediari o da rapporti di impiego già costituiti. Ma significa, soprattutto in questa fase, rivendicare la possibilità effettiva di accedere a procedure certe, rapide e giuste per manifestare, quando lo si desidera, la volontà di richiedere protezione internazionale. E a procedure di valutazione delle domande che garantiscano il pieno rispetto dei diritti, tempi ragionevoli e la possibilità di far valere le proprie ragioni. Significa chiedere una drastica riduzione dei tempi di attesa per gli appuntamenti, per il rilascio e per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Significa impedire che le inefficienze amministrative si traducano in nuove condizioni di precarietà e ricattabilità. E significa anche battersi per il diritto alla residenza anagrafica. Una rivendicazione che può apparire distante dalle questioni del lavoro, ma che nella nostra esperienza rappresenta uno degli strumenti più importanti per costruire autonomia e rafforzare la capacità contrattuale delle persone. La residenza, insieme alla disponibilità di documenti validi e al riconoscimento effettivo dei diritti, facilita l’accesso ai servizi bancari, ai rapporti di lavoro regolari, a un’abitazione dignitosa, ai servizi sociali e sanitari. Può rendere più semplice costruire un rapporto diretto con i proprietari degli immobili, sottraendo spazio al potere degli intermediari che controllano l’accesso agli alloggi e spesso lucrano sulla precarietà abitativa. Sono condizioni materiali di autonomia. E l’autonomia è una delle premesse fondamentali per poter rifiutare un lavoro sottopagato, denunciare uno sfruttatore, cambiare occupazione, organizzarsi insieme ad altri lavoratori e lavoratrici. Non sono quindi rivendicazioni separate dalla lotta per condizioni di lavoro giuste. Ne costituiscono una parte essenziale. A chi sostiene che tutto questo non sia propriamente lotta di classe, o che non lo sia ancora, vorremmo rispondere che la coscienza di classe e la solidarietà di classe non nascono per decreto, né possono essere attese come condizioni preliminari dell’azione collettiva. Si costruiscono insieme, nel vivo delle mobilitazioni. Si imparano praticandole, diffondendone la cultura e la grammatica attraverso esperienze concrete di organizzazione, conflitto e solidarietà. E oggi abbiamo davanti agli occhi persone che, pur vivendo condizioni di estrema precarietà, chiedono di esserci, di partecipare, di prendere parola. Non possiamo considerare questa disponibilità un fatto secondario. Se vogliamo ricostruire la forza di un movimento collettivo di lavoratori e lavoratrici capace di rivendicare condizioni di lavoro giuste, rapporti di impiego che garantiscano sicurezza, condizioni abitative e di vita caratterizzate da dignità e benessere, dobbiamo riconoscere l’importanza di ciò che sta accadendo. E se vogliamo che quel movimento sappia tenere insieme persone con storie, provenienze e condizioni giuridiche differenti, dobbiamo cominciare dalle lotte che oggi stanno prendendo forma. Non possiamo lasciare sole le persone migranti. Non possiamo lasciare soli i lavoratori e le lavoratrici invisibili. Se vogliamo ricostruire solidarietà e forza collettiva, dobbiamo esserci ora. L'articolo Lavoratori invisibili, diritti negati proviene da Comune-info.
October 16, 2026
Comune-info
trigger point 15-10-26
TRACKLIST Sow Discord – Nothing In Babylon Can Work Synapscape – Five Hour King Yosef – Doomtown Ecology HomeStones – Scorpion Issue PSYCHO FRAME – BEATEN BEYOND IDENTIFICATION Insurrect – Protract the war Tricky Youth – Terminal Hate Tricky Youth – Wannadie Chrisman – Astral Youth Code + King Yosef – Claw / Crawl Temp-Illusion – Sketchy Synapscape – Melting Andrew Nolan – There’s Worse Things Than Serpents DJ Deathdefy – The Sound Of Her Smile Kwes Darko – Opps Intel Mercenary – Shatter
October 16, 2026
Radio Blackout - Info
Nonostante gli annunci del PNNR, In Italia mancano 236.000 alloggi per studenti
Le tende degli universitari sono tornate in questi giorni davanti alla Camera e nei piazzali di diversi atenei, riportando al centro il costo degli affitti e il diritto allo studio. Ma mentre l’esecutivo di Giorgia Meloni rivendica i risultati del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) sull’housing universitario, la stima contenuta nella Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 del CNEL segnala una distanza molto ampia rispetto agli standard europei: per arrivare entro il 2030 a una copertura del 18% degli iscritti, infatti, all’Italia mancano 235.887 posti letto. Per realizzarli, occorrerebbero circa 4,7 miliardi di euro. La distanza emerge soprattutto se si considera il punto di partenza. Nel 2021, secondo le elaborazioni richiamate dal CNEL, l’offerta di residenze universitarie copriva appena il 2,2% degli iscritti, per un totale di circa 41mila posti. Il deficit stimato rappresenta ancora il 70% dell’obiettivo fissato per il 2030. Quasi metà delle risorse aggiuntive necessarie si concentra in sole tre Regioni: il Lazio avrebbe bisogno di 45.911 posti letto, con una spesa stimata di 916,7 milioni di euro; la Campania di 32.280 posti e 764,3 milioni; la Lombardia di 35.096 posti e 700,7 milioni. Tra i territori italiani, soltanto la Provincia autonoma di Bolzano avrebbe già raggiunto il parametro europeo. I dati diramati dal CNEL si inseriscono in un confronto acceso sui risultati del PNRR. A inizio settembre il Ministero dell’Università aveva annunciato oltre 63.200 nuovi posti letto, superando il traguardo dei 60mila previsto dal piano: circa 33mila risultavano già attivi, mentre altri 30mila erano attesi entro il 2027, una volta completati gli adempimenti con Cassa depositi e prestiti. In seguito, la ministra Anna Maria Bernini ha parlato di 73.223 posti in più nell’arco di quattro anni, precisando che 43mila sono già operativi e che altri 30mila sono contrattualizzati e dovrebbero essere consegnati entro metà 2027. Le cifre, diffuse in momenti diversi, non cancellano comunque il divario indicato dalla stima sul fabbisogno complessivo. Restano poi le contestazioni sul costo delle stanze e sulla natura dell’offerta. Nella mobilitazione “Cara Italia, quanto ci costi?”, l’Unione degli universitari sostiene che appena il 3,8% dei posti realizzati sia gestito dal pubblico. Il sindacato critica inoltre l’impiego di risorse per strutture private con canoni che, in alcuni casi, possono raggiungere i mille euro mensili. Gli studenti chiedono che la prossima manovra finanziaria affronti il problema con nuovi stanziamenti: 1,7 miliardi per coprire tutte le borse di studio necessarie, 4 miliardi per l’edilizia pubblica, 2 miliardi per ridurre progressivamente le tasse universitarie e 1,5 miliardi per servizi come trasporti gratuiti, mense a prezzi calmierati e assistenza psicologica. Il ritardo si innesta in una più ampia emergenza abitativa. Gli alloggi pubblici pesano appena il 2,7% del patrimonio residenziale nazionale, contro il 17% della Francia, il 24% di Austria e Svezia e il 29% dei Paesi Bassi. A ciò si aggiunge che 60.730 unità, poco meno del 9% del totale, non sono assegnabili, quasi sempre poiché occorrono interventi di manutenzione straordinaria: la quota va dall’1,65% della Campania al 21,66% della Liguria. Decine di migliaia di famiglie, nel frattempo, restano in attesa. The post Nonostante gli annunci del PNNR, In Italia mancano 236.000 alloggi per studenti appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Francia: debito pubblico e scelta democratica
di FANT PRECARIO. Le condizioni alle quali la Francia ottiene finanziamenti da investitori/mercato possono incidere sulle alternative offerte agli elettori. Per comprendere occorre partire dai conti pubblici, distinguere rischio tasso e rischio credito e chiarire il ruolo dei Credit Default Swap al fine di analizzare il potere delle condizioni di finanziamento sui programmi politici (c’è, non c’è, chissà…). 1. Che cos’è l’avanzo primario? L’avanzo primario è la differenza positiva fra le entrate pubbliche e le spese pubbliche escluse quelle per interessi sul debito. Si calcola dopo aver contabilizzato pensioni, sanità, stipendi, forniture, investimenti e tutte le altre spese diverse dagli interessi. Se la differenza è negativa, si parla di disavanzo primario (puro Carlo). Se uno Stato incassa 100 e spende 98 prima degli interessi, ha un avanzo primario di 2. Se deve inoltre pagare interessi per un importo di 5, il saldo complessivo diventa negativo per 3. Quel 5 è una spesa/numero, non un tasso percentuale: il tasso si applica al capitale sul quale maturano gli interessi, altra storia…. Se invece le entrate sono 100 e le spese prima degli interessi sono 103, il disavanzo primario è già 3. Gli interessi aggravano uno squilibrio esistente. Quindi osserviamo che la distinzione fra spese primarie e interessi è contabile e non descrive l’ordine materiale dei pagamenti. 2 Il rapporto tra avanzo/disavanzo e emissione di obbligazioni Quando le entrate non coprono le spese complessive, lo Stato deve finanziare la differenza. Lo fa principalmente emettendo obbligazioni: riceve denaro dagli investitori e assume l’obbligo di pagare gli interessi e rimborsare il capitale a scadenza secondo le condizioni del titolo. Di solito, contemporaneamente, lo Stato deve anche rimborsare le obbligazioni precedentemente emesse che arrivano a scadenza, spesso sostituendole con nuove emissioni. Il rimborso del capitale non è classificato come “una nuova spesa” nel calcolo del deficit, ma richiede liquidità. Quindi il fabbisogno di finanziamento può essere molto superiore al disavanzo annuale. L’emissione di obbligazioni non è una destinazione dell’avanzo primario, è un’operazione di finanziamento. Anche uno Stato con avanzo primario può dover emettere nuovi titoli, perché gli interessi superano quell’avanzo oppure perché deve rifinanziare debito in scadenza. 2 bis La domanda diventa: a quali rendimenti e per quali scadenze gli investitori sono disposti a prestare? 3 Il rischio tasso e il rischio credito Il rischio tasso riguarda la variazione del valore di un’obbligazione quando cambiano i rendimenti di mercato. Se salgono i rendimenti di titoli comparabili tra loro, il prezzo di un’obbligazione a tasso fisso generalmente scende. Chi la vende può subire una perdita anche se il debitore paga regolarmente. Il rischio credito riguarda invece la possibilità che il debitore non rispetti integralmente e puntualmente i propri obblighi (oppure, sorpresa!, che ristrutturi il debito a condizioni sfavorevoli ai creditori?). Quindi un premio maggiore può essere richiesto per compensare questo specifico rischio. Per lo Stato, rendimenti più elevati aumentano il costo delle nuove emissioni e del rifinanziamento, e non modificano immediatamente le cedole dei titoli a tasso fisso già emessi (Carlo di nuovo): infatti il costo medio del debito cambia gradualmente, in funzione delle scadenze e della composizione del debito (serie di emissioni e relativi tassi). Il passaggio dal rischio tasso al rischio credito indica un cambiamento nella preoccupazione dominante: il peso si sposta dalla perdita di valore del titolo al dubbio sul rimborso. I due rischi possono rafforzarsi, perché interessi più elevati possono peggiorare i conti (ma un deficit non fa primavera) e non equivale automaticamente a insolvenza. 4 Che cosa sono i Credit Default Swap (for dummies… eh!) I Credit Default Swap, o CDS, sono contratti derivati che trasferiscono il rischio credito: chi acquista protezione paga un premio e chi la vende si impegna a compensarlo se si verifica un “evento di credito” previsto dal contratto, come un mancato pagamento. Non occorre necessariamente un default per guadagnare (vincere?): se cresce il valore della protezione acquistata, la posizione può essere chiusa prima, al netto dei premi pagati e dei costi. Il premio del CDS è una questione regolata sul mercato, non dal Tesoro dello Stato di riferimento, qui nasce appunto la speculazione… (divieti?). 5 Il caso francese La Francia presenta un disavanzo già prima degli interessi, dunque le entrate francesi non coprono la spesa pubblica ancora prima di aggiungere gli interessi. La Francia, quindi, deve finanziare lo squilibrio annuale e rifinanziare i titoli in scadenza. Se aumenta la sfiducia, gli investitori hanno più strade: possono chiedere rendimenti maggiori o ridurre l’esposizione o virare su CDS e proteggere le esposizioni. Il loro rincaro (il premio di cui sopra) può amplificare la tensione sulle obbligazioni e quindi sul soggetto che le ha emesse. 6 Le condizioni di finanziamento e la scelta democratica Se prevale il rischio tasso, la discussione riguarda soprattutto come affrontare un costo del denaro elevato, e questo è un problema condiviso con altri paesi: ne consegue una maggiore “indifferenza” da parte degli investitori nei confronti dei programmi elettorali. Se però aumenta il peso del rischio credito, gli investitori valutano più direttamente la compatibilità dei programmi con il rimborso del debito e la capacità politica di attuarli, e il gioco diventa meno indifferente. Lineare (non so, dica lei) questa distinzione; però: se i tassi (non il rischio tasso) diminuiscono oppure diminuisce il rischio credito? O, per complicare, diminuisce uno solo dei due? Una riduzione del rischio credito può diminuire il premio richiesto e ampliare i margini politici anche se i tassi generali restano elevati. Una discesa dei tassi europei può invece dare un beneficio limitato se persiste la sfiducia specifica verso il paese emittente (qui c’è una certa indifferenza) Arriviamo al conflitto: chi deve sopportare gli aggiustamenti per raddrizzare la situazione? Lavoratori, pensionati, imprese, grandi patrimoni o creditori/investitori. Arriviamo alla democrazia, al voto e ci chiediamo: quanto la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori resti effettivamente determinabile dagli elettori? 7 Un precedente: Léon Blum e il “muro del denaro” Quanto detto finora pesa in modo particolare se a Parigi arrivasse un governo guidato da La France Insoumise. Ritorno della pensione a sessant’anni, aumento del salario minimo, disponibilità dichiarata a disattendere le regole fiscali europee: è esattamente il tipo di programma che gli investitori valutano con la lente del rischio credito, non del rischio tasso. La tensione sui titoli non verrebbe letta come un costo del denaro più alto, condiviso con altri paesi, ma come un dubbio sulla volontà di rimborsare. Da quel momento la crisi, reale o soltanto potenziale, diventa un argomento politico. La Francia ha già visto questo film. Giugno 1936: Léon Blum forma il governo del Fronte Popolare dopo una vittoria elettorale netta. Gli accordi di Matignon portano aumenti salariali dal 7 al 15 per cento; seguono la settimana di quaranta ore e le ferie pagate. Blum riforma anche lo statuto della Banque de France, togliendone il controllo ai grandi azionisti (le famose “duecento famiglie”). I CDS non esistevano, ma esisteva il loro equivalente funzionale: la fuga dei capitali e la conversione dei franchi in oro. La Banque de France perde riserve settimana dopo settimana. Blum aveva escluso la svalutazione e deve accettarla a fine settembre 1936. Aveva escluso anche il controllo dei cambi, per non spaventare i mercati e gli alleati anglosassoni: rinuncia così all’unica difesa disponibile, senza ottenere in cambio la fiducia. Febbraio 1937: Blum annuncia la “pausa” delle riforme. Giugno 1937: dopo una nuova ondata di vendite sul franco chiede i pieni poteri in materia finanziaria. La Camera, dove ha la maggioranza, li concede. Il Senato, con Joseph Caillaux alla guida della commissione Finanze, li nega. Blum si dimette. Nell’aprile 1938 il suo secondo governo, durato meno di un mese, cade al Senato nello stesso modo. Il seguito è la parte più istruttiva. Nel novembre 1938 Paul Reynaud, ministro delle Finanze del governo Daladier, vara per decreto il risanamento: tra le misure c’è lo smantellamento di fatto delle quaranta ore, la conquista simbolo del 1936. Lo sciopero generale del 30 novembre fallisce ed è seguito da licenziamenti e sanzioni. Ciò che il voto aveva dato, l’emergenza finanziaria lo riprende, e lo riprende con un consenso che una richiesta esplicita non avrebbe mai ottenuto. Non serve una congiura per spiegarlo, e una congiura di palazzo è raramente il segno di una ricostruzione corretta. Basta un meccanismo, che si ripete con regolarità: la crisi, o anche solo la sua minaccia, viene brandita in nome del rigore per ottenere dai ceti popolari e dal ceto medio sacrifici che, chiesti apertamente, verrebbero rifiutati. Il rigore diventa così il linguaggio con cui una scelta su chi debba pagare (la domanda del punto 6) viene presentata come una necessità. L’Italia lo conosce bene. Novembre 2011: spread oltre i 500 punti, governo Monti, riforma Fornero approvata in poche settimane. In condizioni normali avrebbe richiesto anni di negoziato, se mai fosse passata. Il “vincolo esterno”, per usare l’espressione di Guido Carli, ha funzionato esattamente così; la Grecia del 2015 ne è stata la versione estrema. In Francia l’oggetto del contendere è da trent’anni lo stesso: le pensioni. Nel 1995 il piano Juppé viene ritirato dopo settimane di scioperi; nel 2010 l’età legale sale da 60 a 62 anni; la riforma a punti del 2019-2020 viene accantonata; nel 2023 l’età passa a 64 anni con il ricorso al 49.3, cioè senza un voto finale dell’Assemblea, contro una piazza mobilitata per mesi. Nel settembre 2025 Bayrou ha chiesto la fiducia proprio sull’emergenza del debito, e l’ha persa; il successore Lecornu, per sopravvivere alle mozioni di censura, ha dovuto proporre la sospensione della riforma del 2023. La resistenza popolare, insomma, regge finché il debito resta un problema di tassi. Una crisi letta come crisi del credito offrirebbe ciò che trent’anni di tentativi non hanno ottenuto: l’argomento per dire che non c’è alternativa. Oggi i protagonisti sono cambiati, i ruoli no. Al posto della fuga dell’oro ci sono le vendite di OAT, l’allargamento dello spread sul Bund e il rincaro dei CDS sulla Francia, che (punto 4) può anticipare e amplificare la tensione sui titoli senza che nessuno debba attendere un default. Al posto delle riserve della Banque de France c’è la disponibilità della BCE a intervenire. Lo strumento pensato per questi casi, il Transmission Protection Instrument, contrasta le tensioni «ingiustificate» sui titoli pubblici, ma solo per i paesi che rispettano il quadro fiscale europeo, hanno un debito giudicato sostenibile e non presentano squilibri gravi. La Francia è già sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. Le condizioni per ottenere protezione coincidono quasi alla lettera con l’agenda che gli elettori francesi hanno finora respinto. Per un governo La France Insoumise lo scenario sarebbe quasi obbligato. Lo spread si allarga; la tensione viene definita «giustificata dai fondamentali»; la protezione viene subordinata a «riforme strutturali», e in cima alla lista ci sarebbero le pensioni. Intanto il circolo si autoalimenta: rendimenti più alti aumentano il fabbisogno (punto 2), il fabbisogno conferma i timori, i timori alzano i rendimenti. Il governo che ha vinto promettendo la pensione a sessant’anni si troverebbe a scegliere tra smentirsi e cadere. In entrambi i casi la riforma arriva: la fa lui, come Blum fece la “pausa”, o la fa chi viene dopo, come Reynaud nel 1938. Per onestà va aggiunto che i mercati non inventano la crisi. Gli errori di Blum e dell’intero schieramento di sinistra sono innegabili, e si riconoscono tanto guardando gli eventi da destra quanto da sinistra: parte della storiografia (Alfred Sauvy in testa) indica la svalutazione tardiva e le quaranta ore introdotte proprio quando l’economia avrebbe dovuto produrre di più. E i conti francesi di oggi sono quelli del punto 5: disavanzo già prima degli interessi. Il caso di Liz Truss nel 2022 ricorda poi che i mercati sanno punire anche governi di segno opposto. La tesi, quindi, non è che la crisi sia inventata né che qualcuno la orchestri. È che una crisi reale ammette molte risposte diverse (patrimoni, rendite finanziarie, composizione della spesa, perfino i creditori) e la narrazione dell’emergenza serve a farne apparire possibile una sola. Torniamo così alla domanda con cui si chiudeva il punto 6. Se la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori la scelgono gli elettori, ma la possibilità di attuarla la decide chi stabilisce se una tensione sia “giustificata”, quanto resta della scelta democratica? Blum rinunciò al controllo dei cambi per conquistare una fiducia che non arrivò mai, e due anni dopo le quaranta ore se ne andarono per decreto. La domanda per La France Insoumise è quale sia, oggi, la sua alternativa a quella rinuncia (e se la risposta fosse: nessuna, anche questo sarebbe un dato politico). L'articolo Francia: debito pubblico e scelta democratica proviene da EuroNomade.
October 16, 2026
EuroNomade
Sette mesi di attesa per un’elettromiografia
…Poi la protesta al Policlinico di Milano: l’esame anticipato al 14 ottobre. Si doveva fare entro 4 mesi, il SSN la prenota dopo 7 mesi, blitz al Policlinico… Elettromiografia fatta dopo 48 ore  Visto il dolore intenso, continuo e in peggioramento avrebbe dovuto averla in 2 mesi, gliela prescrivono con priorità a 4 mesi, gliela prenotano a 7 mesi. Un’elettromiografia necessaria per poter effettuare un intervento chirurgico (speriamo risolutivo). Dopo settimane di ricorsi rimasti senza esito, solleciti e telefonate, una protesta negli uffici della direzione generale del Policlinico di Milano ha cambiato il corso della vicenda: l’esame è stato riprogrammato per mercoledì 14 ottobre, a soli due giorni dall’iniziativa. Si è conclusa così, almeno sul fronte della prenotazione, la battaglia di un paziente milanese che, affiancato dai volontari dello Sportello Salute California di via Lanino e sostenuto dal Coordinamento Sportelli Salute Lombardia, ha lottato contro lo sforamento dei tempi previsti dalla legge. Una vicenda che riporta al centro il problema delle liste d’attesa nella sanità pubblica e le difficoltà che i cittadini incontrano quando devono ottenere prestazioni  necessarie. La prescrizione ad aprile e l’appuntamento a novembre La storia comincia nell’aprile 2026, quando lo specialista richiede un’elettromiografia, un esame diagnostico indispensabile per il successivo intervento chirurgico. La prima data disponibile comunicata dal servizio sanitario regionale è però l’11 novembre: un’attesa di circa sette mesi dalla prescrizione, ben oltre i 120 giorni indicati  nella ricetta.   Per il paziente non si tratta di un semplice rinvio burocratico. L’esame è una tappa necessaria del percorso clinico e il ritardo prolunga la sua sofferenza fisica e l’ansia per il dubbio sulla possibilità di trovare una soluzione. Di fronte a una situazione che ritiene incompatibile con il diritto a ricevere le cure in tempi appropriati, si rivolge allo Sportello Salute California, che lo accompagna nella richiesta di una soluzione. Ricorsi, telefonate e solleciti senza risposta Vengono presentati ricorsi, inviate email e fatte numerose telefonate per ottenere un appuntamento almeno rispettoso dei tempi indicati dallo specialista. I tentativi, tuttavia, non producono il risultato sperato: la data resta fissata a novembre, nonostante l’urgenza legata alla sofferenza crescente e al  percorso chirurgico. Secondo quanto riferito dal Coordinamento Sportelli Salute Lombardia, il paziente e i volontari hanno cercato a lungo una soluzione attraverso i canali ordinari, senza riuscire a ottenere il rispetto dei tempi richiesti. È proprio questa prolungata assenza di risposte concrete a spingere lo Sportello Salute California a passare dalle segnalazioni all’azione diretta. L’obiettivo è ottenere un appuntamento immediato, perché i tempi richiesti dallo specialista e tutelati dalla legge sono trascorsi e il malato continua a soffrire. Lunedì 12 ottobre la protesta al Policlinico La svolta arriva lunedì 12 ottobre 2026. Una delegazione di circa venti persone, composta dai volontari del Coordinamento Sportelli Salute Lombardia, unitamente a a quelli dello Sportello Salute California (via Lanino 1, Milano), si presenta negli uffici della direzione generale dell’IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. La richiesta è precisa: ottenere subito l’elettromiografia. Dopo diversi minuti di attesa all’interno degli uffici della Direzione Generale, la prenotazione viene modificata e l’esame fissato per mercoledì 14 ottobre, appena due giorni dopo la mobilitazione. Da un appuntamento inizialmente previsto per l’11 novembre si passa dunque a una prestazione praticamente immediata, anche se  ottenuta dopo mesi di tentativi rimasti senza esito. Per il Coordinamento Sportelli Salute Lombardia, il risultato dimostra quanto possa essere determinante la partecipazione collettiva nel far valere un diritto fondamentale dei cittadini: l’accesso alle cure nei tempi e modi stabiliti dalla legge. Il nodo delle prestazioni a pagamento Nel comunicato diramato dal Coordinamento Sportelli Salute Lombardia (www.sportellisalute.lo.it) emerge anche un’altra questione: la difficoltà di ottenere determinate prestazioni attraverso il servizio sanitario pubblico e il rischio che i pazienti siano spinti a rivolgersi al privato e a pagamento per non attendere troppo a lungo. Il risultato, sostengono gli attivisti, è che chi può permetterselo paga una  prestazione che avrebbe dovuto avere gratuitamente (o quasi) mentre chi non dispone delle risorse necessarie rimane in attesa o rinuncia a curarsi. È una critica che investe direttamente il funzionamento delle liste d’attesa: quando i tempi del servizio pubblico diventano incompatibili con le necessità cliniche, il cittadino può trovarsi davanti a una scelta difficile tra sostenere una spesa aggiuntiva o continuare a convivere con il dolore e l’incertezza. La battaglia di questo paziente milanese si chiude così con una data finalmente vicina. La questione sollevata dalla sua storia, però, rimane aperta: il diritto alla salute non dovrebbe dipendere dalla capacità di organizzare una protesta per ottenere una prestazione dovuta dal Servizio Sanitario Pubblico. Una vittoria individuale, un problema collettivo L’elettromiografia è stata fissata per il 14 ottobre 2026. Per il paziente significa poter finalmente compiere un passo necessario verso il successivo intervento chirurgico, dopo mesi trascorsi tra attese, dolori e richieste rimaste senza risposta. Resta però una domanda che va oltre il singolo caso: perché è stato necessario presentarsi in una ventina negli uffici della direzione generale per ottenere in due giorni un appuntamento che avrebbe dovuto essere garantito decisamente prima?   Redazione Milano
October 16, 2026
Pressenza
Gli USA rallentano la connessione all’esercito ucraino
A partire da mercoledì 14 ottobre, diversi reparti delle Forze armate ucraine hanno segnalato problemi con i servizi satellitari di SpaceX. All’improvviso, il sistema di connessione ha cominciato a faticare nel servire oggetti in movimento oltre una certa soglia di velocità, creando enormi difficoltà nella gestione dei droni, sia d’attacco sia d’intercettazione. A distanza di giorni, però, emerge che non si è trattato affatto di un semplice malfunzionamento: sarebbe stata la Casa Bianca a imporre direttamente una stretta alla Difesa di Kiev. Non appena i droni hanno iniziato ad avere problemi, i social si sono riempiti di messaggi al vetriolo contro Starlink, la rete satellitare di SpaceX controllata da Elon Musk. Un’ondata di accuse certamente alimentata dall’antipatia verso il controverso miliardario, ma anche giustificata dal fatto che le sue scelte manageriali abbiano già in passato pesato negativamente sulle operazioni militari ucraine. Musk, però, non ha tollerato le critiche e su X ha subito puntato il dito contro il Governo statunitense. Ai primi tempi dell’invasione russa, in effetti, la dirigenza di SpaceX si era trovata in una situazione complessa: da un lato si era impegnata pubblicamente a sostenere Kiev, dall’altro non voleva creare un precedente che consentisse l’impiego di Starlink a fini militari offensivi. Per uscire dall’impasse, nel 2022 l’azienda ha presentato Starshield, un’entità formalmente distinta da Starlink, ma con punti di contatto molto sfumati e il cui principale cliente è il Pentagono. Secondo le recenti dichiarazioni di Musk, tuttavia, Starshield non sarebbe affatto una sussidiaria della sua azienda, bensì sarebbe “di proprietà e sotto il controllo” del Presidente degli Stati Uniti d’America. Va premesso che la parola dell’imprenditore si é molte volte dimostrata inaffidabile e che la vicenda solleva dubbi sull’effettivo assetto societario del servizio. Resta comunque il fatto che fonti informate sui fatti interpellate da Reuters confermano la responsabilità dell’intervento, rivelando che sia stata l’Amministrazione Trump a ordinare in prima persona di limitare le capacità di trasmissione dei satelliti impiegati dall’esercito ucraino. Più nello specifico, il Dipartimento della Guerra avrebbe ricevuto un non meglio definito messaggio che lo sollecitava a rallentare i servizi a Kiev. L’ordine è maturato in un contesto politico in cui i rapporti tra Stati Uniti e Ucraina si stanno nuovamente deteriorando. La Casa Bianca accusa Kiev di far aumentare i prezzi degli idrocarburi bombardando le infrastrutture energetiche russe, scaricando così sul Paese in guerra gran parte delle responsabilità che riguardano invece il conflitto con l’Iran. In proposito, domenica 11 ottobre il presidente Donald Trump ha annunciato, a nome di Russia e Ucraina, un cessate il fuoco limitato agli attacchi contro i poli energetici, proprio mentre gli Stati Uniti riavviavano le importazioni di diesel dalla Russia. Peccato che né Mosca né Kiev sembrino aver mai accettato di aderire alla tregua e, tanto meno, l’hanno rispettarla. Interrogato in merito, Trump ha semplicemente dichiarato: «Erano d’accordo. E sapete perché? Perché gli ho detto: “Siete d’accordo”. Ecco perché». Interpellata sulla questione, l’amministrazione Trump ha negato che l’ordine sia partito dal Presidente, ma senza smentire che quell’ordine sia stato effettivamente impartito, né specificare chi ne sia stato l’artefice. Nel frattempo Volodymyr Zelensky, volato nel Regno Unito per mantenere saldi i rapporti diplomatici con gli alleati europei, ha ammesso di sentirsi tradito e ha dichiarato: «È un peccato che stiamo perdendo un forte alleato». L’intercessione britannica ha infine spinto Pete Hegseth, Segretario del Dipartimento della Guerra statunitense, ad assicurare che il sistema Starshield tornerà pienamente operativo anche in Ucraina. L’incertezza, tuttavia, permane, anche perché, stando a quanto riferisce Zelensky, l’Amministrazione statunitense avrebbe lasciato intendere di essere pronta a interrompere anche la condivisione delle informazioni raccolte dalla propria intelligence: una scelta che segnerebbe una frattura importante nei legami tra i due Paesi. The post Gli USA rallentano la connessione all’esercito ucraino appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
[Le faremo sapere] Vogue Mc
Trasmissione settimanale a cura della redazione musicale di radio Ondarossa Questa settimana ospite sulle nostre frequenze Vogue MC Per proposte artistiche scrivere a ondarossa@ondarossa.info con oggetto per la redazione musicale.
October 16, 2026
Radio Onda Rossa

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