Un’assessora all’Ambiente che tutela i tavolini e non gli alberi
Ancora sulla sciagurata Proposta dell’Assessora Alfonsi per consentire agli esercenti della somministrazione di mettere tavolini e ombrelloni a ridosso degli alberi. Riprendiamo il discorso sulla Proposta di Deliberazione dell’Assessora all’Ambiente Sabrina Alfonsi approvata dalla giunta il 29 settembre 2026 : “Modifica dell’Allegato n. 15 al Regolamento del Verde pubblico e privato e del paesaggio urbano di Roma Capitale di cui alla Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 17 del12/03/2021” che introduce una deroga a quanto stabilito dal Regolamento – lasciare uno spazio libero di 2,00 m a raggio dal tronco degli alberi – riguardo il posizionamento degli arredi per le attività di somministrazione: ombrelloni, sedie, tavolini, stuoie eccetera, proposta che abbiamo già analizzato in un precedente articolo, con obiezioni tecniche e “politiche”, visto che nella Proposta si deformano la Costituzione e le sentenze della Consulta nella gerarchia degli interessi, mettendo sullo stesso piano quelli tutelati dall’Art. 9, che fa parte dei principi fondamentali, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e quelli di “continuità produttiva, il lavoro e lo sviluppo sociale“, precisando che bisogna evitare che “la tutela dell’ambiente annulli la libertà d’impresa e viceversa“. Se potevamo sperare in uno scivolone di qualche solerte funzionario, seguendo la riunione della Commissione Ambiente che si è svolta il 12 ottobre scorso abbiamo ascoltato dalla viva voce dell’Assessora – in calce la trascrizione del suo intervento – la conferma di questa incredibile interpretazione costituzionale, che preoccupa particolarmente, se si pensa che è pronunciata da un’esponente della Giunta del Sindaco Gualtieri, lo stesso che si è schierato con grande nettezza in difesa della Carta, sia in occasione del referendum sulla riforma della magistratura, sia della riforma delle legge elettorale. A questo punto riteniamo che il Sindaco debba chiarire se condivide tale interpretazione, che qualsiasi costituzionalista definirebbe priva di qualsiasi fondamento giuridico, o se invece la farà ufficialmente propria quando le norme a tutela dell’ambiente e del Paesaggio (sempre Art. 9 Cost.) dovranno essere “contemperate” con la libertà di impresa. Quella dei grandi fondi immobiliari, dei costruttori, dei grandi spazi commerciali e così via. E forse il ridimensionamento delle tutele degli alberi per favorire gli esercenti della somministrazione sarebbe stato meglio che fosse avanzato dall’Assessora al Commercio, visto che stride un po’ come proposta di un’Assessora all’Ambiente: è come se l’assessore alla mobilità proponesse di diminuire i mezzi pubblici o quello alla cultura di chiudere biblioteche. Considerando le argomentate motivazioni tecniche alla base delle regole sulle distanze prescritte dal Regolamento del Verde e del Paesaggio Urbano, che abbiamo approfondito nel precedente articolo, si tratta di una gigantesca contraddizione anche con gli sbandierati obiettivi della Strategia di adattamento climatico e il Piano di forestazione urbana di Roma Capitale. Come Carteinregola abbiamo sempre mosso le nostre circostanziate critiche all’Assessora in relazione alla inadeguata applicazione del Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano, alla cui stesura abbiamo contribuito, in particolare per quanto riguarda l’informazione e la partecipazione dei cittadini, senza mai scadere nell’attacco personale o nelle polemiche gratuite. Tuttavia questo episodio ci spinge a interrogarci sul suo ruolo, che a nostro avviso richiederebbe ben altra postura istituzionale. Così come ci interroghiamo sulle istituzioni municipali che hanno espresso o esprimeranno parere positivo a tale proposta, nonostante le consistenti e argomentate obiezioni, forse senza rendersi conto di quanto appaia stonata agli occhi dei cittadini la difesa di un provvedimento completamente sbilanciato sull’interesse privato. Apprezziamo gli sforzi di quei consiglieri municipali e capitolini che hanno tentato e tenteranno di “aggiustare” la deroga, contrattando la distanza dagli alberi e aggiungendo qualche limite in più (1). Ma Carteinregola respinge in toto la proposta, che, soprattutto in questa campagna elettorale ormai iniziata – se si è mai interrotta – rivela tutta l’ambiguità delle promesse che sono state e saranno pronunciate dai candidati alla (ri)elezione in nome della difesa dell’ambiente, dell’emergenza climatica, del benessere dei cittadini. Una delle tante cartine di tornasole che, purtroppo, spingeranno tanti cittadini a disertare le urne. Carteinregola – ODV Post scriptum, due pesi due misure: Alfonsi dichiara che [la distanza prescritta dei due metri dal tronco è] “un parametro che in realtà già in altri casi è stato stigmatizzato negativamente dalla giurisprudenza amministrativa,  perché la misura fissa è sempre una misura che non tiene conto della realtà del contesto“. Però la stessa Giunta Gualtieri pochi mesi fa ha approvato il nuovo Regolamento dell’Occupazione di Suolo pubblico per i locali di somministrazione, che anzichè “tenere conto della realtà del contesto”, cioè di quanti tavolini possano contenere gli spazi pubblici – piazze, marciapiedi anche nei quartieri più storici – si limita a fissare degli indici per la superficie occupabile che si applicano in proporzione allo spazio interno di bar e ristoranti (per il centro storico il 30% della superficie, compreso cucine e gabinetti) (2) 28 ottobre 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com L’INTERVENTO DELL’ASSESSORA ALFONSI ALLA COMMISSIONE AMBIENTE DEL 12 OTTOBRE 2026 (3) (evidenziazioni di Carteinregola) > Vai alla registrazione della Commissione 2′ 30″ ca da inizio l’intervento dell’Assessora Alfonsi a 16′ ca secondo intervento Alfonsi – non trascritto) Assessora Alfonsi: (2’30”) Questa Delibera arriva a voi per   una serie di ragionamenti fatti insieme alla Giunta su vari aspetti:  il primo aspetto è quello di un Regolamento nuovo che l’Assemblea Capitolina ha deliberato sulle Occupazioni di Suolo Pubblico;  secondo punto sul fatto che c’è una scadenza di una normativa temporanea che poi è stato un temporaneo  molto a lungo, cioè la normativa COVID; e il  terzo è un ragionamento rispetto ad un regolamento che in realtà quando è stato è stato scritto in questo suo specifico articolo non è mai davvero entrato in vigore,  proprio perché c’era  le regolamentazioni delle OSP COVID e quindi non c’è stata neanche una necessità di verificarne la fattibilità e la giustezza,  perché appunto non c’era questo tipo di esigenze.  Partendo dalla prima,  il ragionamento che è stato fatto è che, visto anche il caldo che fa in città,  le temperature e le occupazioni di suolo  pubblico che, come dite voi,  nell’altra delibera, sono diventate anche dei momenti di aggregazione eccetera;  noi dobbiamo in realtà tutelare molto i nostri alberi, ma tutelare anche la possibilità  di fruire del loro beneficio, quindi delle loro ombre, del loro spazio eccetera, ma soprattutto tutelare, non in contrapposizione,  i diversi interessi, l’interesse pubblico e l’interesse privato. È chiaro che l’occupazione di suolo pubblico in questi ultimi anni all’interno della città ha visto una normativa semplificata e di possibilità di espansione,  perché doveva garantire il distanziamento delle persone per le regole che c’erano rispetto al COVID e, come è stato è già più volte segnalato da diverse autorità compreso il Tar,  noi abbiamo ancora una presenza di queste occupazioni di suolo pubblico molto forte all’interno della città,  e quello che questa Giunta vuole –  infatti ha imposto il rientro nelle regole normali,  a differenza per esempio del livello nazionale – quello che noi vorremmo è ristabilire un rapporto corretto delle occupazioni di   suolo pubblico all’interno degli spazi, nella tutela,  sicuramente di un interesse privato commerciale, ma nella tutela  invece degli spazi pubblici delle persone, soprattutto dell’ambiente, che è il tema che ci riguarda;  l’ambiente aveva come unico  momento di richiamo, all’interno del regolamento dell’occupazione di suolo pubblico,  questo articolo che riguarda la distanza dall’albero –  distanza dall’albero che già un anno e mezzo fa era stata,  attraverso una circolare, ribadito  il fatto che si trattava di una distanza dal tronco e non  dalla chioma perché evidentemente c’era stata una diversità di applicazione all’interno dei diversi municipi,   un parametro che in realtà già in altri casi è stato stigmatizzato negativamente dalla giurisprudenza amministrativa,  perché la misura fissa è sempre una misura che non tiene conto della realtà del contesto e quindi questa modifica che noi andiamo a fare in realtà è una modifica dove può essere inferiore ai 2 metri,  laddove per di più si specifica vengano messe soltanto delle strutture non solo amovibili ma leggere,  quindi veramente una possibilità di utilizzo dell’ombra, ma in realtà potrebbe essere anche maggiore,  nel senso che noi siamo in una situazione dove chi può determinare qual è la distanza giusta, deve essere una relazione tecnica agronomica verificata dall’Amministrazione per vedere come si può utilizzare il suolo pubblico sotto o nelle vicinanze di una pianta;  non vi dico nulla di nuovo se vi dico che noi diciamo due metri, ma se fosse un albero monumentale in realtà vengono richieste molti di più,  come abbiamo fatto per la prima volta applicare per esempio sulle manifestazioni estive a Caracalla e non solo,  e quindi un’analisi più dettagliata secondo noi è la giusta misura che contempla tutti gli interessi, a partire ovviamente dall’interesse dell’ambiente. 
Voglio specificare che comunque nella nostra Costituzione all’articolo 41 comma 2  è proprio diciamo determinato non è che ce lo inventiamo noi che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute all’ambiente alla sicurezza alla libertà alla dignità umana e così via quindi è chiaro che noi non diamo uno spazio più ampio all’iniziativa privata, ma cerchiamo, questo sì, di contemperare tutti gli interessi che sono in campo;  anche interessi legati proprio al nuovo modo di vivere gli spazi pubblici all’interno della città, in un contesto di un clima che è cambiato. (…) Io mi fermerei qui, so che presidente se c’era una proposta… Vedi anche: Commissione congiunta Commercio e Politiche della sostenibilità ambientale del I municipio del 27 ottobre 2026 con l’intervento di Carteinregola da 38′ a 43′ dall’inizio (1) Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’ODG presentato da Roma Futura e approvato nel IV municipio il 26 ottobre 2026 Al presidente del consiglio municipale Del municipio Roma V David di Cosmo ORDINE DEL GIORNO ai sensi dell’art. 60 del Regolamento del Municipio Roma V, collegato al parere del Consiglio sulla Proposta di deliberazione n. 150/2026 Oggetto: Tavolini e alberi. Sostenere le attività di quartiere senza indebolire la tutela del verde urbano. nel corso dell’esame della Proposta di deliberazione n. 150/2026, che introduce una deroga alla. distanza minima di due metri dalle alberature per le occupazioni di suolo pubblico dei pubblici esercizi, riconosce che il problema esiste. Nelle strade alberate dei nostri quartieri il vincolo dei due metri attorno al tronco impedisce a molti bar e piccoli esercizi di mettere fuori anche solo pochi tavolini. Con la fine del regime straordinario delle OSP legato all’emergenza COVID, prevista per giugno 2027, il problema toccherà un numero rilevante di attività che fanno vivere le strade e i quartieri del Municipio. ritiene però che una deroga concessa caso per caso, senza criteri oggettivi, non sia la risposta giusta. Rischia di affidare la tutela degli alberi alla discrezionalità e di produrre disparità tra esercenti. Le alberature stradali sono un patrimonio comune, sempre più prezioso per l’adattamento climatico della città. La loro tutela discende dall’art. 9 della Costituzione, che il testo dovrebbe richiamare accanto all’art. 41 sulla libertà d’iniziativa economica. considera possibile tenere insieme le due esigenze, il lavoro delle attività di quartiere e la salute degli alberi. Servono regole chiare, proporzionate e verificabili, uguali per tutti. impegna il Presidente del Municipio e la Giunta a farsi portavoce presso il Sindaco, la Giunta Capitolina e l’Assemblea Capitolina affinché il testo della Proposta venga modificato secondo questi indirizzi: * Una deroga proporzionata. Deve valere solo per chi ne ha realmente bisogno: per chi il vincolo dei due metri riduce in modo significativo lo spazio ottenibile, oltre il 20%, o per chi resterebbe con meno di 10 metri quadri. Il bisogno va dimostrato con una planimetria quotata. * Distanze ragionevoli sui marciapiedi. La distanza si misura dal bordo della tazzadell’albero, con un minimo di un metro dal tronco in ogni caso. Nel verde vero, cioè parchi, ville, giardini e prati, il limite dei due metri resta intatto. * Arredi leggeri e divieti chiari. Vicino agli alberi sono ammessi solo sedie, tavolini e ombrelloni zavorrati. Restano esclusi pedane, fioriere, ancoraggi, riscaldatori e luci, e nulla può stare nella tazza o a contatto con il tronco. Nella tazza non si versano acque di lavaggio, detergenti o oli. * Tutele rafforzate per gli alberi più fragili e di pregio. Monumentali, filari storici o vincolati, alberi instabili e pini con radici affioranti mantengono sempre i due metri. Edicole, chioschi e posteggi mercatali esistenti restano sul loro sedime, senza ampliamenti né nuovi scavi. * Controlli pubblici e trasparenza. Le valutazioni tecniche le firmano agronomi o forestali scelti dal Comune a rotazione, con sopralluogo e senza silenzio-assenso. Le autorizzazioni durano un anno, sono revocabili e confluiscono in un registro pubblico online, con una relazione annuale in Commissione. * Sicurezza e manutenzione prima di tutto. Con l’allerta vento i tavolini sotto gli alberi si rimuovono. L’area si libera senza indennizzo quando servono potature e cure. Chi occupa sotto la chioma ha una polizza di responsabilità civile. * Un incentivo a fare meglio. Chi allarga la tazza a proprie spese con grigliati calpestabili non perde i suoi tavoli, e la Giunta valuti una riduzione del canone per chi lo fa. * Dati e chiarezza prima del voto. Prima dell’approvazione vanno resi disponibili i numeri delle occupazioni, degli alberi e delle strutture coinvolte, Municipio per Municipio. Va chiarito il parere di regolarità contabile, che negli atti risulta modificato rispetto alla formulazione iniziale. auspica che la Proposta, così modificata, possa diventare un buon punto di equilibrio tra leesigenze del commercio di prossimità e la tutela del verde urbano, nell’interesse dell’interacomunità. Filippo Riniolo (2) vedi Regolamento tavolini: una delle pagine peggiori dall’insediamento di Gualtieri 6 marzo 2025
October 28, 2026
carteinregola
La generazione che si ribella e spacca le vetrine
L’INIZIO DEL CICLO DI PROTESTE DI GIOVANI E GIOVANISSIMI PUÒ ESSERE RICONDOTTO AL 2020 IN ASIA E ALLE SUE NUMEROSE MANIFESTAZIONI, CHE OGGI SI ESTENDONO ALL’INDIA CON LE “PROTESTE DEGLI SCARAFAGGI”. ORA SEMBRA L’EUROPA L’EPICENTRO DEL MALCONTENTO GIOVANILE: LO SCORSO FINE SETTIMANA, CI SONO STATE GRANDI MANIFESTAZIONI IN GRECIA, BELGIO, ALBANIA, ITALIA, FRANCIA, PORTOGALLO, SPAGNA. INTANTO IN SERBIA, UN’OPZIONE ELETTORALE GUIDATA DA STUDENTI E STUDENTESSE HA VINTO LE ELEZIONI PARLAMENTARI. IN SPAGNA, COME IN ITALIA, SONO STATI FERMATI E ARRESTATI DECINE DI MINORENNI. “STA FORSE EMERGENDO IN POLITICA UNA NUOVA GENERAZIONE CON UN PROPRIO STILE, CHE REAGISCE ALLE PROPRIE ESPERIENZE?”, SI CHIEDE NURIA ALABAO. A PROPOSITO DEI SACCHEGGI RICORDA COME UN PRECEDENTE PER LE RECENTI ESPLOSIONI SI PUÒ TROVARE NEGLI STATI UNITI, DOVE DA ALCUNI ANNI, GRUPPI DI RAGAZZI E RAGAZZE SI ORGANIZZANO TRAMITE I SOCIAL MEDIA PER INCONTRARSI IN MASSA, BALLARE O SACCHEGGIARE CENTRI COMMERCIALI PER METTERE LE MANI SU ARTICOLI DI LUSSO. VENGONO CHIAMATI “FLASH RAPINE”. QUALCOSA TRA SVAGO E PROTESTA, SENZA UN ESPLICITO DISCORSO POLITICO. DI CERTO, LA SPAGNA E L’ITALIA NON SONO LA FRANCIA. MA IN TUTTI E TRE I PAESI SEMBRA EMERGERE LA PROTESTA DI GIOVANI A CUI VIENE NEGATO UN FUTURO DIGNITOSO E QUELLA DI GIOVANI DELLE PERIFERIE O DI ORIGINE MIGRANTE PER I QUALI LE PROMESSE DI MIGLIORARE LE PROPRIE CONDIZIONI DI VITA NON SI REALIZZERANNO MAI, A PRESCINDERE DA CIÒ CHE FARANNO. AGGIUNGE ALABAO: “UN PUNTO DI CONTATTO TRA LE DUE FORME DI LOTTA RISIEDE NEI NUOVI DESIDERI CHE EMERGONO QUANDO CI SI ORGANIZZA, PERMETTENDO DI INTRAVEDERE UNA VITA DIVERSA… PROIETTARE ORIZZONTI COLLETTIVI: QUESTA È LA TERAPIA NECESSARIA…” Foto Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- I media hanno sfornato innumerevoli frasi sui giovani, etichettandoli come fragili, pigri o consumisti: una generazione egocentrica che si consuma tra TikTok, videogiochi, shopping online e lorazepam. La giovinezza è solo una fase della vita, eppure i giovani vengono incolpati di rivolte, crimini o stupri, soprattutto se sono migranti, persone razzializzate o vivono nelle periferie o nelle baraccopoli del mondo. Non sappiamo esattamente cosa siano i giovani, se siano qualcosa, ma quel che è certo è che in molte parti del mondo si stanno sollevando in proteste massicce e spettacolari. Abbiamo definito questo ciclo politico le rivolte della Generazione Z. Se l’estrema destra e la sua visione del mondo guidata dagli algoritmi cercano di impedire ai giovani di organizzarsi e tentano di deviare la loro rabbia verso nemici designati, queste lotte raccontano una storia diversa. Ma dobbiamo ascoltare. L’inizio di questo ciclo può essere ricondotto al 2020 in Asia e alle sue numerose manifestazioni, che oggi si estendono all’India con le “proteste degli scarafaggi”. Oggi, l’Europa sembra essere l’epicentro del malcontento giovanile, con un livello simile a quello osservato dopo la crisi finanziaria del 2008, sebbene le rivendicazioni siano più varie. Lo scorso fine settimana, le proteste si sono diffuse dalla Grecia al Belgio, passando per Albania, Francia, Portogallo e Spagna. In Serbia, un’opzione elettorale guidata dagli studenti ha vinto le elezioni parlamentari di domenica scorsa, 25 ottobre. Questo è stato il risultato inatteso di quasi due anni di mobilitazioni che hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević lo scorso anno. Alcune di queste rivolte hanno assunto la forma di sommosse. Le immagini più eclatanti provengono dall’Albania, dove si sta combattendo una guerriglia urbana a colpi di fuochi d’artificio. Anche dalla Francia, dove gli studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una protesta ormai diffusa contro Macron. Blocchi di scuole e poi di università, manifestazioni di massa, incendi di edifici e saccheggi stanno sconvolgendo la narrazione mediatica e alimentando il panico per il disordine e l’illegalità sia tra i conservatori che tra i progressisti. Alcune città italiane, come Milano, sembrano rispecchiare questa situazione, seppur con motivazioni specifiche. In Spagna, i giovani si accampano nelle piazze e manifestano per il diritto all’alloggio, ma alcuni hanno anche fatto ricorso alla disobbedienza civile per fermare gli sfratti quotidiani attraverso organizzazioni come l’Unione degli Inquilini e la PAH (Piattaforma delle Persone Colpite da Mutui). Sebbene la sinistra sembri contendersi la rappresentanza delle proteste, è importante ricordare che la legittimità di questa disobbedienza è appesa a un filo e può essere contrastata con tutta la forza delle leggi bavaglio e della repressione poliziesca, soprattutto dopo le elezioni. Scontri Questo fine settimana, gli appelli all’azione sui social media hanno scatenato disordini e saccheggi a Barcellona e in altre città catalane come Manresa. Queste proteste si sono svolte al di fuori dei canali più convenzionali e sono state guidate da minorenni: la maggior parte dei 128 arrestati erano minorenni. Sono fraintese e quindi facilmente attribuite alla guerra ibrida o all’offensiva di Netanyahu, oppure viste con sospetto perché non promsse da organizzazioni note. Tuttavia, molte delle rivolte di questa generazione sono state lanciate principalmente attraverso TikTok e Discord, spesso senza il supporto di partiti politici o istituzioni di mediazione. Gli scontri di strada, che troviamo comprensibili in Asia o nei paesi arabi – tanto più comprensibili quanto più sono lontani – qui ci sembrano orribili (forse potremmo riconoscere che le fiamme hanno un certo fascino estetico, così come le vetrine rotte e i saccheggi dei negozi di lusso, a patto di nutrire un certo odio per questo mondo, come molti giovani). Per i media e i politici, o forse per i vincitori, le rivolte sono brutte, quindi ne attribuiscono la colpa ad altri. Vox dice che sono colpa dei protetti di Pedro Sánchez, tutti immigrati, Le Pen fa un’affermazione simile riguardo alle rivolte in Francia, che attribuisce a Mélenchon e ai figli delle banlieue. Per alcuni politici di sinistra, i disordini sono il risultato di una cospirazione israeliana. Bisogna esorcizzare la possibilità che lo sciopero generale indetto in Spagna si trasformi in una protesta sconveniente, una trovata pre-elettorale. E quanto sono rassicuranti le teorie del complotto, perché così non c’è più niente a cui pensare! Il destino di questi giovani è lasciato al caso, perché sono strumenti del male. Si dice che sia facile criminalizzare tutte le proteste dopo queste rivolte, ma è proprio la preventiva delegittimazione di queste forme di rivolta che permette di perseguitarle poi senza freni. Che siano spontanee o istigate da interessi oscuri, nulla di tutto ciò spiega perché i giovani vadano a distruggere tutto. Né la loro rabbia, né il loro divertimento. Sta forse emergendo in politica una nuova generazione con un proprio stile, che reagisce alle proprie esperienze? Che c’entra la classe sociale? La cosa più sconcertante è che questi giovani non sembrano avanzare rivendicazioni di alcun tipo, almeno non nel quadro a cui siamo abituati: un insieme di richieste concrete e realizzabili, più o meno coerenti, che possono o meno essere soddisfatte dallo Stato. In una Spagna apparentemente prospera, dove l’economia “va bene”, non ci aspetteremmo che i giovani si ribellino saccheggiando o distruggendo tutto. Non ci aspettiamo di vederlo nelle vetrine illuminate a giorno di Passeig de Gràcia, dove i turisti passeggiano con orologi da un milione di euro al polso. Perché mai coloro che dovrebbero essergli grati per essere i loro baristi, i loro autisti, i loro croupier, le loro cameriere, dovrebbero ribellarsi? Non dovremmo sorprenderci, perché il conto alla rovescia è iniziato da tempo. Piuttosto, dovremmo chiederci a quale classe sociale appartengono questi giovani e quali sono le loro aspettative di vita. Nella scintillante Barcellona degli affitti insostenibili, la disuguaglianza è una vetrina, uno stile di vita consumistico che funge da modello, da ideale, ma che, allo stesso tempo, rimane irraggiungibile, soprattutto per questi ragazzi provenienti dalle periferie. Alcuni rompono vetrine, altri, come quelli dei quartieri operai della Grande Buenos Aires, votano per Milei. Forse un precedente per queste esplosioni si può trovare in tutta una serie di eventi emersi nell’ultimo decennio. Negli Stati Uniti, ragazzi e ragazze molto giovani si organizzano tramite i social media per incontrarsi in massa, ballare o saccheggiare centri commerciali per mettere le mani su articoli di lusso. Vengono chiamati “flash rapine” o “takeover adolescenziali”, come quelli di Filadelfia. Tra svago e protesta, questi episodi mancano per lo più di un esplicito discorso politico, al di là del fatto che questi giovani, molti dei quali poveri e appartenenti a minoranze etniche, non sembrano farsi scrupoli a rubare a grandi aziende con profitti milionari. Alla base di tutto ciò c’è il tentativo di sfuggire al disprezzo sociale attraverso il consumo di marchi (con tutte le sue ambiguità intrinseche). Forse le rivolte di Barcellona sono più simili a questi eventi che a quelli che accompagnarono la Rivolta francese, o forse mancano di un movimento più ampio che le sostenga e le legittimi. Ma questo non significa che non ci sia una ragione dietro di esse. Possibilità Molti giovani aspirano alla vita dei loro genitori. A Sol, gli striscioni recitano: “Una famiglia, una casa” o “Alla mia età, i miei genitori potevano lavorare e comprarsi una casa”. In questi slogan, lontanissimi dai desideri espressi nelle rivolte del 1968 – anzi, il loro esatto opposto – si può leggere l’anelito all’emancipazione giovanile. Lasciare la casa dei genitori, essere indipendenti. Questi giovani della classe media, che, secondo gli studi, escono meno la sera e consumano meno alcol e droghe rispetto ai loro genitori, equiparano una bella vita a vivere come i loro genitori. Ottenere un buon lavoro, avere stabilità economica, fare carriera – se possibile, diventare funzionari pubblici o influencer, o magari vivere senza lavorare come investitore. E poi, poter consumare, crearsi una famiglia e raggiungere un certo grado di riconoscimento sociale. Sono loro quelli integrati. Non c’è disperazione nella loro posizione, ma hanno alle spalle cinquant’anni di neoliberismo e davanti a sé una maggiore incertezza. Questa posizione si esprime in rivendicazioni concrete, come quelle contenute nei decreti sugli affitti o quelle degli studenti francesi: più investimenti, più professori, la fine del sistema di selezione universitaria. Queste sono soluzioni possibili e concrete. Ma quali potrebbero essere le rivendicazioni di coloro per i quali le promesse di mobilità sociale non si realizzeranno mai, a prescindere da ciò che faranno? Che dire dei giovani delle banlieue, dei giovani migranti nordafricani, o di coloro che sono nati qui ma non saranno mai trattati come spagnoli, gli abitanti dei quartieri operai dove la discriminazione e la violenza quotidiana sono la norma? Per loro, anche se gli affitti diminuissero e l’istruzione migliorasse, le loro vite rimarrebbero immutate, i loro lavori nel settore dei servizi i più sfruttatori e degradanti, così come è degradante subire il razzismo. Ciò che questi giovani vogliono non è essere come i loro genitori, non vivere come loro, non lavorare come loro. Sono popolazione in eccesso. Dobbiamo riconoscere le differenze perché la Spagna non è la Francia; Non esiste nulla di paragonabile ai suoi grandi quartieri segregati, dove il risentimento e la disperazione covano tra le cosiddette “seconde generazioni”, che bruciano auto ogni settimana e arrivano persino a danneggiare i servizi pubblici nei loro quartieri. Quale atto di nichilismo più grande c’è che incendiare una biblioteca in un quartiere povero? Ma dobbiamo prestare attenzione ai parallelismi e alle somiglianze, perché nulla suggerisce che fenomeni simili non possano verificarsi anche qui, seppur su scala diversa. In ogni caso, se queste sono le loro esperienze di vita, non possiamo aspettarci che manifestino attraverso i canali tradizionali, che a quanto pare non funzionano in una Francia governata da un regime autoritario alla Macron e soggetta a una feroce repressione. E in Spagna, quanto tempo ci vorrà perché queste lotte portino a un drastico calo dei prezzi delle case? Raggiungeranno tutti? “Lo studente che manifesta per riaprire le porte al proprio futuro e il piccolo criminale che saccheggia per festeggiare ‘il miglior compleanno della sua vita’ non condividono lo stesso orizzonte temporale”, dice Gigi Roggero a proposito delle rivolte di Milano (Benvenuti nel deserto del globale). La differenza sta nell’accesso al futuro: se esso si cela dietro barriere che possono essere rimosse o se semplicemente non esisterà. Nello stesso articolo, Roggero sottolinea che “le forme caotiche di violenza e conflitto sono parte integrante della storia della lotta di classe”. In passato, le forme di lotta più organizzate – come quelle del movimento operaio – fungevano da ponte verso le agitazioni nichiliste o reattive. Costruivano un soggetto politico capace di dare significato a rivolte spontanee e disorganizzate, integrandole nel proprio quadro. Oggi non esiste più nulla di simile e dobbiamo iniziare a pensarle in modo diverso. Molte di queste proteste, infatti, hanno una durata brevissima, paragonabile ai cicli mediatici ormai accelerati o alle mode effimere dei social media. Un punto di contatto tra le due forme di lotta – quella degli integrati (o di coloro che sono in procinto di integrarsi) e quella della popolazione in eccesso – risiede nei nuovi desideri che emergono quando ci si organizza e si lotta, permettendo di intravedere una vita diversa, impossibile da trovare in un impiego regolamentato, nella proprietà privata e nella famiglia. Questi desideri si ritrovano anche nelle proteste o vengono scoperti partecipandovi. Organizzarsi, connettersi con gli altri nelle manifestazioni, smettere di essere così soli e uscire dall’onnipresente “io” che occupa tanto spazio sui social media, proiettare orizzonti collettivi: questa è la terapia necessaria. Quando si lotta, si può scoprire, dietro la rabbia e la furia, il desiderio di vivere al di là dei canali stabiliti, al di là dei ruoli sociali predeterminati. Non essere come i propri genitori, ma qualcosa di diverso ancora da inventare. “Tornare a vivere. Ritrovare la capacità di godere, desiderare, creare e vivere la vita al di là degli obblighi economici e sociali”, ha detto il Comitato Invisibile a proposito delle rivolte in Francia. Questo apre la strada a nuove lotte che indubbiamente arriveranno, che le comprendiamo o meno. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su ctxt.es -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Vetrine -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La generazione che si ribella e spacca le vetrine proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
28 ottobre 1922: il marcio in Marcia
di Franco Astengo LA MEMORIA DELLA “MARCIA SU ROMA” E LA FRAGILITÀ’ DEL SISTEMA POLITICO 104 anni fa si svolse la “marcia su Roma”: una memoria da non smarrire oggi quando l’Italia si trova dentro alle contraddizioni di un sistema politico fragile, ormai ai minimi storici dal punto di vista della capacità d’espressione di una aggregazione collettiva con soggetti politici
October 28, 2026
La Bottega del Barbieri
«Casa gratis, affitti aboliti»: il Partito Capibara su Rete 4 lancia la rivoluzione gratuitista
Nel pieno delle manifestazioni contro il caro vita che attraversano Francia e Italia, Davide Dibitonto, esponente del Partito Capibara, è intervenuto martedì 27 ottobre in prima serata su Rete 4, durante Verità Nascoste, rivendicando una soluzione radicale: rendere gratuiti i sei bisogni fondamentali dell’esistenza — casa, utenze, cibo, trasporti, salute e istruzione. Il Partito Capibara considera le manifestazioni legittime, attribuendone la responsabilità politica al governo e propone di superare il caro vita attraverso la redistribuzione della ricchezza, a partire dai grandi patrimoni miliardari. «La soluzione al caro affitti è la casa gratis», sostiene Dibitonto, richiamando l’enorme patrimonio immobiliare italiano. Una proposta che si inserisce in quella che il Partito definisce «rivoluzione gratuitista», un cambiamento generazionale che dalla Francia si starebbe diffondendo in Europa. I passaggi principali dell’intervento: 13:57–15:36 | Le manifestazioni e la rivoluzione gratuitista dalla Francia. 15:37–16:18 | Un futuro senza bisogno di manifestare contro il caro vita. 20:00–20:43 | Casa gratis: la risposta al caro affitti. 31:31–32:29 | La profezia: «Il futuro sarà gratuitista». VIDEO DELL’INTERVENTO Guarda su PeerTube: https://peertube.sinistraverso.org/w/hTyFgq9TzXGYab48noWFR4 Guarda o scarica da Google Drive: https://drive.google.com/file/d/1eVX5CXQCPWWvU8UqKf0tfzH17ooSmk-K/view?usp=sharing Intanto, mentre cresce la raccolta firme del Partito Capibara, la nuova legge elettorale 180/2026 quadruplica da 1.500 a 6.000 le firme minime richieste per collegio alle forze extraparlamentari non beneficiarie di esenzioni. «Il gratuitismo non si ferma con una legge elettorale», ribadisce il Partito, che prosegue la propria attività politica e la presenza nel dibattito pubblico nazionale. Redazione Italia
October 28, 2026
Pressenza
Roma, identificati, portati in caserma e trattenuti per ore: chiarire le ragioni dell’intervento contro i giovani di Rabbia dal Basso
I ragazzi e le ragazze del collettivo Rabbia dal Basso, protagonisti di un’iniziativa di solidarietà al Polo Civico Esquilino, sono stati identificati e trattenuti per diverse ore nella caserma dei Carabinieri di via Tasso, e non hanno potuto partecipare alla manifestazione di sabato 24 ottobre. Un episodio che solleva seri interrogativi sulle modalità dei controlli preventivi e sul rispetto delle libertà fondamentali. Sono stati identificati, accompagnati nella caserma dei Carabinieri di via Tasso e trattenuti per diverse ore, senza che siano state finora rese pubbliche le ragioni specifiche dell’intervento e del trattenimento. Quando hanno potuto lasciare la caserma, la possibilità di partecipare alla manifestazione era ormai venuta meno. Peraltro alcuni di loro avevano dichiarato di non voler prendere parte al corteo. Viene riferito dai ragazzi e dalle ragazze del collettivo artistico, coinvolti in un intervento delle forze dell’ordine durante la giornata di mobilitazione di sabato 24 ottobre a Roma. Non si è trattato di una semplice identificazione conclusa in pochi minuti. I giovani sono stati accompagnati in caserma e trattenuti per diverse ore. Una misura le cui ragioni specifiche, al momento, non sono state spiegate pubblicamente né risultano verificabili dalla comunità che chiede chiarimenti. La vicenda assume un significato particolare anche per l’identità e l’impegno sociale delle persone coinvolte. Il collettivo aveva organizzato al Polo Civico Esquilino il brunch solidale “Un Futuro per Rama”, iniziativa per sostenere una loro coetanea palestinese in attesa di poter lasciare Gaza e raggiungere Roma per studiare all’università. Per contribuire alla raccolta fondi, avevano realizzato opere artistiche coinvolgendo anche studenti internazionali. Il nuovo Decreto Sicurezza non può diventare una licenza per portare in caserma e trattenere preventivamente giovani sulla base di sospetti generici, dell’appartenenza a un collettivo o della semplice presenza in una giornata di mobilitazione. Questo potere può essere esercitato solo in presenza di un fondato motivo, basato su specifiche e concrete circostanze, che riguardi la condotta delle singole persone. In assenza di motivazioni chiare, atti e risposte verificabili, episodi come questo rischiano di alimentare una crescente sfiducia tra giovani e istituzioni e di produrre un effetto dissuasivo sulla partecipazione pubblica. Effetto tanto più preoccupante quando riguarda una generazione che cerca di organizzarsi, costruire esperienze collettive e impegnarsi per cause sociali, culturali e umanitarie. Il Polo Civico Esquilino rappresenta uno spazio di libertà nel quale associazioni, collettivi, studenti e comunità di diversa provenienza possono incontrarsi e dare vita a progetti condivisi. Quanto accaduto a questi giovani non deve passare sotto silenzio. È necessario che vengano chiarite pubblicamente le circostanze dell’intervento, le ragioni dell’accompagnamento e trattenimento presso la caserma di via Tasso. Non accettiamo che la prevenzione si trasformi in una pratica che colpisce giovani impegnati, li allontana dallo spazio pubblico e li esclude di fatto dalla partecipazione democratica. Non chiediamo una formula di circostanza: chiediamo atti, orari, motivazioni e responsabilità. La domanda è semplice: “Perché dei giovani sono stati trattenuti per ore in una caserma dei Carabinieri?” Riguarda non solo chi è stato vittima di questa operazione, ma l’intera comunità di riferimento. Perché la tutela della sicurezza e il rispetto della libertà non possono essere separati e perché il diritto alla partecipazione democratica deve valere concretamente per tutti. Su questo punto occorre fare piena luce. Redazione Roma
October 28, 2026
Pressenza
Aderire a questa campagna non è per nulla una scelta di comodo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Aderire a questo spazio Comune non è una scelta di comodo, ma un atto di resistenza vitale. Lo spazio che ci circonda si è fatto smisurato e schiacciante: da un lato è saturo del frastuono assordante di guerre, violenze e sopraffazioni; dall’altro è devastato da un silenzio gelido, da quell’assenza di parola che si genera dove la comunità si spegne. In un’epoca dominata dall’ossessione per l’efficienza e dalle “istituzioni disattivanti” che frammentano l’esistenza e trasformano la vita in consumo, la nostra società si riscopre drammaticamente atomizzata. Ci ritroviamo isolati, ciascuno rinchiuso nella propria solitudine funzionale. È proprio contro questa solitudine che il nostro tetto Comune si erge come luogo di salvezza e di convivialità, nel senso più profondo (e illichiano) del termine. Ritrovarsi in un bene Comune significa riappropriarsi della capacità di generare senso insieme. Significa spezzare la dipendenza dagli schemi imposti e restituire al pensiero la forza del confronto, della parola condivisa, dell’azione comunitaria. Ricostruire legami, riabitandoli con passione e presenza, è la nostra sola possibilità per tornare a essere umani tra gli umani, sottratti all’isolamento e restituiti a una ricerca di senso collettiva e pulsante. [Gianni Palumbo] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aderire a questa campagna non è per nulla una scelta di comodo proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
A Piazza di Spagna è arrivato il merchandising, che dicono la Soprintendenza e il Campidoglio?
Ritorniamo su una vertenza lanciata da Carteinregola un anno e mezzo fa, e diventata un appello al Sindaco e alle istituzioni capitoline di  decine di firme di  intellettuali, associazioni, cittadini*, affinchè il Comune di Roma rinunciasse al progetto di inserire un “PIT-Stop– Punto di Informazione Turistica” a Piazza di Spagna. Un gigantesco scatolone di vetro e metallo, realizzato e gestito da un privato, in uno dei luoghi più suggestivi e identitari della Capitale, in sostituzione dei gabinetti pubblici comunali sotterranei esistenti, già dotati di ascensore per disabili e addetto alle pulizie, con una semplice scala di accesso coperta da una discreta tettoia. Il progetto del PIT Stop era stato già bocciato dalla Soprintendenza nel 2015, insieme ad altri due che dovevano sostituire i gabinetti di Piazza Sidney Sonnino a Trastevere e di Piazza della Città Leonina a ridosso di Piazza San Pietro.  Tre progetti che sembravano definitivamente archiviati, mentre erano andati avanti quelli dislocati in altre zone della città. Invece  – incredibilmente – il progetto di Piazza di Spagna era rispuntato, insieme agli altri  due, tra gli interventi proposti dal Sindaco Commissario straordinario per il Giubileo della Chiesa Cattolica 2025 e inseriti nei relativi DPCM, e questa volta la Soprintendenza aveva avallato, senza dare alcuna spiegazione a giustificazione del cambio di parere. In seguito alle proteste di cittadini e associazioni il I municipio il 22 maggio 2025 aveva approvato  all’unanimità, anche con i voti delle opposizioni, una Risoluzione che impegnava  la Presidente e la Giunta a chiedere “la valutazione di conformità ambientale e paesaggistica della struttura P.I.T. realizzata a Piazza di Spagna“, insieme ad  alcune limitazioni all’illuminazione del PIT e all’esclusione di merchandising e pubblicità**. In seguito ad alcuni articoli giornalistici che rilanciavano la protesta, il Presidente della commissione Turismo del Comune Mariano Angelucci aveva  risposto alle critiche*** definendo la costruzione del manufatto una «riqualificazione» dello spazio, sostenendo che serviva  a «migliorare il decoro di uno dei luoghi più iconici della città» e aggiungendo   “che il chiosco non esporrà pubblicità, che sarà illuminato in modo discreto e che venderà «merchandising selezionato». Così il mega chiosco era stato costruito e aperto un anno fa, ma per molti mesi aveva svolto il solo servizio informazioni e gabinetti; ma dopo quest’estate si è invece riempito di merce in vendita per turisti: guide di Roma, ombrelli e borracce con riproduzioni dei monumenti cittadini, calamite/souvenirs che riproducono soggetti sacri o bibite internazionali, stampe con icone capitoline stilizzate,  la tombola romana.  Chiederemo alla Soprintendenza e al Comune se tali oggetti appartengano al citato «merchandising selezionato» e se siano compatibili con l’immagine di una delle piazze storiche più famose del mondo, sito UNESCO, sul cui spazio pubblico peraltro si sono insediati – legittimamente –  tavolini, transenne e stufe a pochi metri dalla celebre scalinata.  VEDI anche PIT Piazza di Spagna e gli altri – cronologia e materiali 28 10 2026 PER OSSERVAZIONI E PRECISAZIONI scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE * il 12 maggio 2025 Carteinregola lancia un appello sottoscritto da più di 60 firme: Nessuna nuova costruzione in Piazza di Spagna – Chi ama Roma non la ferisce e contestualmente diffonde un video di 4′ che descrive la vicenda. Alcune testate riprendono la notizia **22 maggio 2025 il Consiglio del I Municipio approva all’unanimità con i voti PD, Civica Gualtieri, Demos, Sinistra Civica Ecologista, Roma Futura, Lista Calenda Sindaco, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, Legavoti PD, Civica Gualtieri, Demos, Sinistra Civica Ecologista, Roma Futura, Lista Calenda Sindaco, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, Lega, una Risoluzione che impegna la Presidente e la Giunta a chiedere “la valutazione di conformità ambientale e paesaggistica della struttura P.I.T. realizzata a Piazza di Spagna“, alcune limitazioni all’illuminazione del PIT e l’esclusione di merchandising e pubblicità e che la Presidente e la Giunta municipale siano coinvolti “sui progetti presenti e futuri che comportano la creazione di nuovi manufatti nel Sito Unesco  scarica Risoluzione n. 17 del 22-05-2025 Tutela del patrimonio monumentale e paesaggistico nelle piazze del Centro Storico, e urgente richiesta di valutazione di impatto ambientale del P.I.T. di Piazza di Spagna – Intervento num. 145 del DPCM degli interventi del Giubileo 2025 (del 11.6.2024) (:..) PRESO ATTO INFINE CHE: in data 21 maggio 2025, il nuovo manufatto in Piazza di Spagna è stato completato,impattando così una delle aree di maggior pregio della Capitale. IL CONSIGLIO DEL MUNICIPIO ROMA I CENTRO IMPEGNA LA PRESIDENTE E LA GIUNTA: 1.A chiedere con somma urgenza la valutazione di conformità ambientale e paesaggistica della struttura P.I.T. realizzata a Piazza di Spagna da parte degli organi istituzionali preposti, al fine di appurare la sua conformità (negata nel 2015), o viceversa, di agire in regime diautotutela. 2. In ogni caso, a prevedere che la struttura: a. non possa essere illuminata con luci “decorative”, colorate, che non abbiano lo stretto scopodi illuminare l’interno, che queste ultime siano di colore neutro, di non forte intensità e abbianouna tonalità calda; b. non diventi un locale commerciali in cui vendere e/o esporre merci di qualsiasi tipo; c. non diventi supporto di pubblicità. 3. A chiedere all’amministrazione centrale il coinvolgimento della Presidente e degli Assessori competenti Municipio I Roma Centro sui progetti presenti e futuri che comportano la creazione di nuovi manufatti nel Sito Unesco. ** vedi La  Repubblica Roma 13 maggio 2025 Marina de Ghantuz Cubbe 
October 28, 2026
carteinregola
La chitarra e il megafono, la scuola e la piazza. 17 istituti occupati a Palermo
Al cancello dell’Umberto occupato, il servizio d’ordine è costituito da un gruppo di ragazze e ragazzi che cantano attorno a una chitarra. Racconto chi sono e chiedo di poter fare un’intervista. Con gli occhi pieni di stelle vanno a chiamare un portavoce. Così conosco Giorgio Granata, attivista dell’OSA, Opposizione Studentesca d’Alternativa, un’organizzazione comunista – mi spiega – vicina a Potere al Popolo, come USB e Cambiare Rotta, ma autonoma, non strutturata come una federazione giovanile di partito. Si stupisce che io brandisca quaderno e penna bic anziché una videocamera di ultima generazione, ma poi si rassegna sorridendo a conversare su una panchina del cortile. Com’è cominciato tutto? Il 14 ottobre, agli Stati Generali della Scuola, ai Cantieri alla Zisa, una delegazione di otto studenti di diverse associazioni, tra cui OSA e Vucìa, a nome del corteo di migliaia di giovani, ha atteso per ore sotto il sole cocente di essere ricevuta dal ministro Valditara, fino allo scioglimento del corteo, per poi doversi accontentare di un colloquio col suo segretario (vedi Studenti in piazza contro gli Stati Generali della Scuola Siciliana: i loro corpi, le loro voci). Da quel momento, capofila l’Umberto, in diverse scuole la comunità studentesca si è organizzata: prima presidii in ciascuna scuola e poi occupazioni. Da dieci anni non si occupava una scuola a Palermo e ora sono 17 gli istituti superiori occupati! E l’Umberto è stato il primo! – ribadisce con orgoglio. Abbiamo rintracciato un filo, quello del movimento per la Palestina e ci siamo ritrovati insieme. Ora la parola d’ordine è: “Studenti e lavoratori uniti nella lotta” – come nel ’68, mi azzardo ad accostare – sì – mi conferma – anche in vista dello sciopero del 30 ottobre. Un altro slogan è: “rompere con la scuola caserma”. Dunque sono molteplici le vostre motivazioni? Guarda, ti mando per whatsApp il nostro documento su Instagram, c’è tutto. > Oggi 21 ottobre 2026 la comunità studentesca dell’Umberto dichiara la scuola > occupata a seguito della rabbia e della delusione nei confronti del ministero > dell’istruzione e del ministero Valditara che il 14 ottobre ha scelto di > ignorare la voce di tutti gli studenti che erano scesi in piazza per ottenere > un confronto. Le ragioni che ci hanno spinto ad intraprendere questa azione > politica sono le politiche guerrafondaie, razziste e retrograde di questo > governo che si ripercuotono su noi studenti e sulla scuola che viviamo ogni > giorno. > > Ne è un esempio eclatante come il governo Meloni preferisca destinare miliardi > dei nostri contributi non alle scuole ed agli ospedali pubblici in condizioni > fatiscenti, ma bensì alla militarizzazione ed al riarmo della nostra società > (come gli 800 miliardi per il riarmo europeo) nel tentativo di portarci in > guerra come unica soluzione per salvare l’imperialismo occidentale dal suo > inevitabile declino. A ciò aggiungiamo che noi non tollereremo più incontri e > progetti di alleanza scuola-lavoro con aziende complici di genocidio e con i > militari, né tantomeno inviti ad arruolarsi, saremo la generazione che > organizzerà i disertori delle vostre guerre. > > Noi ci opponiamo alle riforme razziste e xenofobe, come quella del tetto del > 30% sugli studenti stranieri nelle classi, che puntano a dividere e a > distrarre le masse dai problemi reali della scuola con lo scopo di creare un > nemico interno tra noi studenti. A scuola nessuno è straniero. > > Ci schieriamo sempre a fianco dei nostri compagni degli istituti tecnici > contro la riforma del 4+2 e dell’alternanza scuola-lavoro che sotto le mentite > spoglie di promuovere l’ingresso nel mondo del lavoro, non è altro che > l’ennesima riforma che mira a creare scuole di serie A e di serie B che non > emancipano più gli studenti ma il cui scopo è quello di privarci degli > strumenti di lettura del mondo e renderci lavoratori accondiscendenti e > facilmente sfruttabili. > > La scuola e la conoscenza devono essere un bene pubblico e non di pochi > privilegiati, noi diciamo di no al modello di scuola azienda con i presidi > manager ed all’autonomia scolastica che accresce sempre di più le > disuguaglianze tra le scuole di periferia e quelle del centro. > > Infine ribadiamo che noi la crisi non la paghiamo e troviamo inaccettabile che > mentre i miliardari e le grandi imprese continuino ad incassare grandi > profitti sulle nostre spalle, la gente normale fatichi ad arrivare a fine mese > per l’inflazione e la speculazione sui beni di prima necessità causate dalle > scelte impopolari di questo governo. > > Da questa occupazione vogliamo ottenere l’abolizione dell’alternanza > scuola-lavoro, l’interruzione di tutti i rapporti tra la scuola e la filiera > militare e lo stato genocida di Israele e che la spesa pubblica per la scuola > si allinei quantomeno alla media europea del 4,7% a discapito di quella > militare. Vi siete dati un’organizzazione interna? La nostra è un’occupazione bianca: i docenti e il personale amministrativo entrano, ma non si svolgono lezioni. Abbiamo un nostro calendario di attività che normalmente a scuola non si possono espletare: una compagna di Non Una Di Meno è venuta a discutere di educazione sessuale, ora relegata in un angolino del programma di Educazione Civica e solo dietro autorizzazione dei genitori. È venuto Fabrizio Chiodo, ricercatore che ha collaborato alla realizzazione del vaccino cubano antiCovid, che ci ha spiegato le conseguenze del bloqueo contro Cuba. Anche di questo abbiamo documentazione (e mi manda un altro post di Instagram). > Oggi (ieri 27 ottobre, ndR) abbiamo avuto il piacere di costruire con gli > studenti dell’Umberto occupato una iniziativa in solidarietà con il popolo > cubano e la sua rivoluzione. Nell’ultimo anno abbiamo visto un grave > inasprimento del Bloqueo, fino al punto di definirlo un vero e proprio > “genocidio silenzioso” nei confronti del popolo dell’isola. La colpa è solo > quella di non inginocchiarsi all’imperialismo, di aver scelto autonomamente un > percorso di sviluppo alternativo tarato sul benessere collettivo e lo sviluppo > sociale, e non sull’interesse di pochi privati. Per questo motivo il modello > cubano incute timore alle classi politiche occidentali che vogliono a tutti > gli effetti cancellare qualsiasi alternativa possibile al futuro di guerra e > precarietà verso cui stanno conducendo la nostra generazione. > > Fra il 27 e il 28 Ottobre si terranno le votazioni riguardo alla fine del > blocco economico posto dagli Stati Uniti a Cuba, anche il nostro paese sarà > chiamato in causa e proprio per questo motivo abbiamo il dovere di costruire > la solidarietà internazionalista e antimperialista anche a partire dalle > scuole occupate. ¡CUBA NO ESTA SOLA! E ancora è venuta l’associazione Libera a parlare di antimafia e anticapitalismo necessariamente inttrecciati, abbiamo incontrato il cantante attivista Picciotto, rapper e operatore sociale, e Cambiare Rotta ha fatto orientamento universitario. Fate rete con le altre scuole della città? Non c’è un vero e proprio coordinamento delle scuole occupate, ma siamo in contatto tramite le organizzazioni di appartenenza. OSA, per esempio, è collegata a livello nazionale e internazionale, ha svolto una missione di solidarietà a Cuba ed è vicina agli studenti francesi. Del resto si va ad aiutare e si riceve aiuto dalle altre scuole. Così è stato al momento di occupare. Avete progetti? Per ora lo sciopero generale del 30 ottobre. Lo sciopero coinvolge gente anche non politicizzata e dunque è importante, ma occorre muoversi in modo non disordinato, altrimenti tutto si sgonfia come dopo le manifestazioni dello scorso autunno per la Palestina, che forse però una traccia hanno lasciato se siamo ancora qui. Gli altri studenti, quelli che non dormono a scuola, come reagiscono? Ogni mattina siamo più di seicento nell’assemblea che apre la giornata, nel cortile interno. Molti partecipano alle attività proposte. Sempre più cominciano ad avvicinarsi. L’occupazione funziona come un catalizzatore. Ci sono professori che si sono uniti a voi e hanno accettato di collaborare a seminari autogestiti? – chiedo ricordando tutti i miei trascorsi (68 e 77 da studentessa, ma dall’89 in poi docente coinvolta nelle occupazioni, penso alla Pantera, all’Onda e così via) Lo abbiamo proposto, ma nessuno ha accettato (e condividiamo una tristezza). Il corpo docente è diviso (come la società, mi viene da pensare). Le ragazze hanno creato propri spazi separati? Dentro la scuola non ci sono compagne di NUDM o Camurrìa, niente femministe. Perciò nessuna iniziativa così. (Ma una studentessa, che passandoci accanto ascolta, mi strizza l’occhio: – Però, può essere un’idea! -) E contro la discriminazione razziale? Ci sono pochi ragazzi di origine extraeuropea e non c’è differenza tra noi. Abbiamo fatto assemblee in merito. Ma essere antirazzisti dev’essere una postura intima, dev’essere dentro ognuno di noi, è imprescindibile dalle lotte intersezionali. Intanto il megafono richiama a un lavoro di gruppo nelle classi. Sciamano, ridono, vorrei fotografarli, a loro piacerebbe, ma sono minorenni, così mi accontento degli striscioni… Arrivederci a venerdì 30 in piazza! Daniela Musumeci
October 28, 2026
Pressenza
Overjoy 300
Marted’ 27 Ottobre 2026 – Overjoy 300 Giunti alla trecentesima puntata, non potevo che celebrarla con una bella selezione di 7″. Overjoy!
October 28, 2026
Radio Blackout - Info
Cosa si dicevano i poliziotti mentre Fakir moriva
NELLE CARTE DELLA PROCURA LA SBOBINATURA DELLA WEBCAM DI UNO DEGLI AGENTI: «E’ SCHIATTATO AH…», «’CAZZO ME NE FREGA A ME…», «SE SCHIATTA CI DIVERTIAMO» «E’ schiattato ah…», «’cazzo me ne frega a me…». Pochi istanti prima di questo dialogo fra poliziotti, Fakir urlava «Aiuto!» mentre i due agenti lo tenevano a terra. Fakir che aveva 42 anni. Si tratta delle parole registrate dalla bodycam di uno dei due poliziotti intervenuti il 19 luglio a Bologna su  Abderrahim Fakir. Parole che, «restituiscono un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato», dice l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino (il suo è un nome noto come legale di parte civile in altri casi di malapolizia, da Aldrovandi a Cucchi). «Un uomo era a terra, in condizioni gravissime. Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate – continua Anselmo – allora mi chiedo se sia questo lo Stato italiano che vogliamo. Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta». Era il 19 luglio, a Bologna. La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto la segnalazione che l’uomo stava dando in escandescenze e prendendo a calci la saracinesca di un garage. I due agenti lo hanno immobilizzato tenendolo a terra a pancia in giù per diversi minuti e mettendosi a cavalcioni rispettivamente sulla sua schiena e sulle sue gambe, mentre un civile gli teneva i piedi. L’operazione è stata ripresa in un video da un residente: nel filmato si vede Fakir immobilizzato che grida e chiede aiuto per oltre due minuti, per poi rimanere immobile senza dare più segni di vita, fino alla constatazione del decesso avvenuta poco dopo. Attorno erano presenti operatori del 118 e volontari della Croce Rossa che non sono intervenuti. Un omicidio di stato, di razzismo di stato e malapolizia, ovvero l’attitudine all’abuso che quotidianamente ispira l’operato di cittadini in divisa durante operazioni come questa. Il catalogo è sempre più lungo e in queste settimane di movimentazione giovanile e studentesca è sempre più dilagante. Il dialogo fra questi due esempi di servitori dello Stato è spuntato dalle carte della relazione finale sull’autopsia firmata dai consulenti tecnici incaricati dalla Procura di Bologna. Fakir, dicono gli esperti, sarebbe morto per una “insufficienza respiratoria acuta”. Con il suo corpo già debilitato “da intossicazione acuta da cocaina e con severa cardiopatia”. A determinare la morte “su base ipossica”, spiegano ancora i consulenti dei pm, hanno contribuito “l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia nonché la posizione prona”. I poliziotti hanno dichiarato: «Durante le manovre di messa in sicurezza dell’uomo, il torace rimaneva sempre libero, non subendo compressioni tali da rendere difficoltosa la sua funzione respiratoria». «Ma poi ci sono le immagini in cui Fakir è ancora vivo. È a terra, già immobilizzato. Un poliziotto gli preme un ginocchio sulla schiena, caricandovi il peso del proprio corpo. Come si conciliano queste immagini con quanto dichiarato dagli agenti?», ribatte Fabio Anselmo. Torniamo ai servitori dello Stato: «Se schiatta ci divertiamo», dice ancora uno dei poliziotti parlando con i soccorritori, mentre Fakir è immobilizzato con le mani legate dietro la schiena e la chiave delle manette si spezza, rendendo ulteriormente complicate le manovre. Nelle quasi 300 pagine di relazione, oltre al ruolo dei poliziotti, iscritti nel registro delle annotazioni preliminari, il cosiddetto “scudo penale”, ad emergere con chiarezza è anche quello dei quattro soccorritori volontari della Croce Rossa, iscritti sempre al 45-bis. “In definitiva sono ravvisabili delle criticità per quanto attiene la condotta del personale soccorritore e del personale sanitario successivamente intervenuto – si legge nella relazione – poiché non risultate aderenti ai protocolli dell’emergenza sanitaria, né sotto il profilo della tempestività, né sotto quello dell’efficacia delle manovre stesse”. Tuttavia, sottolinea il pool di esperti, anche a fronte di un intervento “tempestivo e correttamente eseguito le probabilità di sopravvivenza dell’Abderrahim sarebbero state attorno al 15%”. A colpire è anche il fatto che per quanto attiene la condotta della Centrale Operativa del 118, il triage telefonico iniziale non “approfondiva un quadro che, secondo il manuale della stessa centrale, richiedeva domande mirate o l’assegnazione del codice rosso base”. Inoltre, si sottolinea ancora, “il protocollo in vigore nella Regione Emilia-Romagna non prevede l’invio di un’automedica al posto del mezzo Blsd (Basic Life Support and Defibrillation)”. Fakir aveva diversi traumi e lesioni, un quadro prodotto in parte prima dell’intervento della polizia (per esempio una frattura al piede e la riapertura della ferita al polso) e in parte durante le manovre di contenimento da parte dei poliziotti (capo, collo, spalle). “Una quota marginale – ricostruiscono i consulenti tecnici – è legata alle manovre rianimatorie. Nessuna di queste lesioni ha avuto un ruolo causale diretto nel decesso”, aggiungono nelle conclusioni.  E ancora, nelle carte si sottolinea che la permanenza “in posizione prona con gli arti superiori immobilizzati posteriormente può ragionevolmente essere considerata un ulteriore fattore concorrente” ma “di entità verosimilmente minore (anche tenuto conto del fatto che il soggetto assume questa posizione per circa 6 minuti e 27 secondi) e non autonomamente letale”. Per l’avvocato Gabriele Bordoni, legale degli agenti (lo fu anche dei quattro poliziotti che uccisero Federico Aldrovandi nel 2005), “gli esiti delle valutazioni espresse dai consulenti della Procura vanno esattamente nella direzione che ho sempre sostenuto – dice – cioè di una morte di una persona che non stava bene di salute e che era gravemente intossicata dallo stupefacente. Per quanto riguarda il contenimento e la posizione prona sono evidenti, ma non c’è stata violenza né schiacciamento. Un contributo causale marginale rispetto al resto”. L’avvocato Fabio Anselmo sostiene invece che i “consulenti del pm non sono riusciti ad escludere il ruolo concausale della posizione prona imposta al povero Fakir sulla sua morte. Tuttavia il nostro consulente, professor  Vittorio Fineschi, dopo aver preso atto della forte discrasia tra quanto da loro argomentato nella riunione conclusiva tenutasi a Padova e quanto viceversa scritto in consulenza, redigerà una propria relazione” che sarà consegnata in Procura. The post Cosa si dicevano i poliziotti mentre Fakir moriva first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cosa si dicevano i poliziotti mentre Fakir moriva sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 28, 2026
Popoff Quotidiano
L’EPA cancella in silenzio il suo database
L’Agenzia statunitense per l’ambiente (EPA) ha annunciato con un banner poco visibile che chiuderà il proprio archivio web il 31 dicembre 2026, cancellando decine di migliaia di documenti ambientali pubblici risalenti fino agli anni ’90. La chiusura era già stata annunciata nel 2022 dall’amministrazione Biden per i costi (circa 2 milioni di dollari l’anno), poi rinviata e di fatto sospesa dopo le proteste di ambientalisti, storici e bibliotecari. Una volta rimosso il database, ricercatori e legislatori dovranno necessariamente ricorrere alle richieste FOIA per avere accesso ai documenti. The post L’EPA cancella in silenzio il suo database appeared first on L'Indipendente.
October 28, 2026
L'INDIPENDENTE
30 OTTOBRE: LO SCIOPERO GENERALE PARTE DAI PORTI
Dal comunicato stampa GSF si legge Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei lavoratori portuali , sulla base della Dichiarazione di Istanbul approvata al Terzo Incontro Internazionale dei sindacati dei portuali e dei lavoratori dei porti del Mediterraneo e dell’Europa del maggio 2026. La coalizione Ports in Action – CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India – coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo. In Italia lo sciopero generale è stato indetto dall’Unione Sindacale di Base e rilanciato, a livello nazionale, dall’intero sindacalismo di base: Usi – Cit, Confederazione Cobas, Si Cobas, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Ssb, oltre a numerose categorie della Cub.  In avvicinamento allo sciopero è stata bloccata in data 22 ottobre dal gruppo dei portuali autonomi di Livorno la nave SUNAID X diretta alla base militare statunitese di Sigonella. Ne parliamo con Simone dei GAP Livorno:
October 28, 2026
Radio Blackout - Info

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.