[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Maltempo, forti disagi nel Nord Italia e in Toscana
Il maltempo sta provocando gravi disagi in diverse regioni del Nord Italia e in Toscana, con frane, allagamenti, blackout e alberi caduti. In Valcamonica il crollo di un ponte ha imposto la chiusura della statale 42, mentre l’esondazione del torrente Vallaro ha costretto all’evacuazione di circa 70 persone. Altre 350 sono state allontanate da abitazioni e campeggi nel Bergamasco. Chiuse diverse strade in Liguria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Toscana, dove oltre 20mila fulmini hanno causato incendi e guasti elettrici. Disagi anche alla circolazione ferroviaria, sospesa su alcune tratte in Emilia-Romagna e Toscana. The post Maltempo, forti disagi nel Nord Italia e in Toscana appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Flotilla, la Turchia emette un mandato d’arresto per Netanyahu
La Turchia ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di un cittadino israeliano, Afek Moskovitch, nell’ambito dell’indagine sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. Ankara li accusa, tra l’altro, di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, aggressione, tortura, distruzione di proprietà e dirottamento. Il caso riguarda l’operazione israeliana dello scorso maggio contro circa cinquanta imbarcazioni in acque internazionali: 430 attivisti furono condotti in Israele, detenuti nel carcere di Ktziot e successivamente espulsi. Fece scalpore un video diffuso dal ministro Itamar Ben-Gvir, che mostrava alcuni fermati inginocchiati e con le mani legate. L'Indipendente
August 21, 2026
Pressenza
Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”
Codice Rosso, ammonimento, braccialetto elettronico: gli strumenti, e i limiti, della legge contro la violenza di genere. L’avvocata Tatiana Montella di Lucha y Siesta: “La chiave sono i centri antiviolenza” (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea (Torino), Tania Terrin (Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, dice: “Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza”. Spiegando poi nel dettaglio quali sono le azioni da intraprendere. Ma avverte: “Le vittime non vanno lasciate sole di fronte alla macchina processuale. E bisogna fare attenzione a non trasformare le leggi in meri adempimenti burocratici. La chiave è la rete”. Qual è il primo strumento legale a cui si può ricorrere? “Il contatto con un centro antiviolenza. Non si parla di emergenze individuale, ma di un fenomeno sistemico e strutturale di potere e controllo. Le operatrici precedono e affiancano l’azione giudiziaria, garantendo che la scelta di denunciare sia consapevole, protetta e supportata, sia economicamente che psicologicamente”. La denuncia è sempre la strada migliore? “È uno strumento fondamentale e un atto di grande coraggio. Ma non può essere un’azione isolata: il rischio di vittimizzazione secondaria e di ritorsione è alto. Serve applicare i codici di valutazione del rischio (come il S.A.R.A., cioè lo Spousal Assault Risk Assessment) e calcolare la pericolosità dell’aggressore, non solo la vulnerabilità della donna”. Quando viene applicato il Codice Rosso? “Quando serve una procedura d’urgenza, cioè nei casi più gravi. Obbliga la polizia giudiziaria a riferire subito la notizia di reato al pubblico ministero, che deve ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. È una legge che ha accelerato la macchina, ma che ha anche creato una pericolosa illusione di tutela: se il personale che svolge il colloquio non è formato sulle dinamiche della violenza di genere, rischia di diventare un mero adempimento burocratico”. Cosa cambia con la Legge sul femminicidio (181/2025) e perché la creazione di un reato autonomo? “La Legge riconosce la matrice di genere: odio, discriminazione, prevaricazione. Moltiplica gli inasprimenti penali. Ma, seppur recuperando le istanze femministe di riconoscimento simbolico, ha il limite di agire su un piano repressivo senza intervenire sulla prevenzione primaria. Un esempio lampante è la cancellazione o il depotenziamento dei percorsi educativi sulle relazioni di genere e sul rispetto nelle scuole”. Qual è il provvedimento più efficace? “L’allontanamento (con distanza minima di 500 metri dalla vittima e dai luoghi da lei frequentati), perché sposta il peso dalla vittima all’aggressore, rompe la geografia del controllo. Ma è necessario verificare che il divieto venga rispettato, l’allontanamento è il momento di massimo pericolo di escalation totale. E serve aggiungere l’attivazione obbligatoria del Piano di sicurezza personalizzato elaborato dal centro antiviolenza”. Misure di prevenzione e misure cautelari: come si differenziano? “Le prime scattano quando emergono indizi di pericolosità, sono misure di natura amministrativa. L’esempio classico è l’ammonimento del questore: la donna segnala le minacce o le persecuzioni, senza sporgere denuncia. Le misure cautelari sono provvedimenti penali, usate quando c’è un processo in corso (divieto di avvicinamento, arresti domiciliari, custodia in carcere, applicazione del braccialetto elettronico). Il giudice le applica per evitare che l’indagato scappi, che inquini le prove o per evitare la reiterazione del reato”. Basta un ammonimento per essere protette? “No, anzi. Se l’aggressore viola l’ammonimento, la donna deve ricominciare da capo. In questo lasso di tempo, che può durare settimane, la donna è esposta a un rischio altissimo di escalation. Le operatrici del Centro riconoscono il preludio a un possibile femminicidio, e spingono con forza le istituzioni a passare immediatamente alle misure cautelari”. Qual è lo scarto maggiore tra quello che la Legge prevede sulla carta e quello che accade nei tribunali? “La persistenza di stereotipi di genere in aula. Ancora oggi, condotte di controllo coercitivo vengono minimizzate come ‘litigi familiari’; e la violenza viene usata per colpevolizzare la donna. Bisogna lavorare in maniera strutturale sulla dimensione culturale e simbolica anche di chi applica la legge”. Share Post Share L'articolo Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo” proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Cuba, gli Stati Uniti sanzionano altre imprese e funzionari statali
La politica di massima pressione degli Stati Uniti nei confronti di Cuba non si ferma: la Casa Bianca estende le sanzioni ad altri funzionari governativi e a imprese dell’isola. L’Ufficio per il controllo dei beni esteri degli Stati Uniti (OFAC), affiliato al Dipartimento del Tesoro statunitense, ha annunciato oggi una nuova serie di sanzioni contro persone ed entità governative di Cuba. Le nuove misure sanzionatorie colpiscono tre funzionari dell’Istituto cubano di amicizia con i popoli (ICAP), Fernando González Llort, Leima Martínez Freire e Noemí Ramona Rabaza Fernández. Le imprese sanzionate sono: – Il Ministero delle Costruzioni di Cuba (MICONS). – Il Gruppo aziendale Geominero Salinero. – L’azienda di importazione e commercializzazione di metalli METALCUBA. – L’azienda produttrice di nichel “Comandante Ernesto ‘Che’ Guevara”. – Il commercializzatore CONSUMINPORT (legato al Gruppo Aziendale del Commercio Estero dell’isola). – TRANSIMPORT (vendita di parti di veicoli e motori). – La società di approvvigionamento turistico CORATUR. Queste misure vietano a qualsiasi cittadino o azienda statunitensi di fare affari con i membri della lista, oltre a comportare l’eventuale blocco dei beni dei designati – se li avessero – negli Stati Uniti. Le nuove sanzioni si sommano alle centinaia che negli anni, ma soprattutto dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, colpiscono l’isola con lo scopo di stringere il cappio attorno a Cuba sempre di più, come affermato da Marco Rubio. Gli Stati Uniti si trovano di fronte al dilemma di come riuscire a far capitolare il legittimo governo di Miguel Diaz Canel per sostituirlo con un presidente vicino ai loro interessi. Restano sul piatto tutte le opzioni, che vanno dall’azione militare alla sostituzione della dirigenza del Paese con un fantoccio in stile venezuelano. Opzione, quest’ultima, preferibile per la Casa Bianca. Infatti procedere con un’azione militare potrebbe nascondere insidie non valutabili a tavolino e Donald Trump in questo momento non può permettersi un altro fiasco simile a quello iraniano. Cuba resta per l’amministrazione statunitense un trofeo da sventolare in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Un successo che permetterebbe a Donald Trump di affermare che lui è stato l’unico presidente in oltre sessanta anni ad aver fatto capitolare il governo cubano, cosa che invece non è riuscita a nessun altro in precedenza. Per il momento le sanzioni sembrano essere l’unica arma in mano agli Stati Uniti che sperano con queste misure di portare il popolo cubano a ribellarsi nei confronti degli attuali governanti. Nonostante tutte queste sanzioni però l’isola continua a resistere. Andrea Puccio
August 21, 2026
Pressenza
Quando si entra in queste case
-------------------------------------------------------------------------------- Quando si entra in queste case, la prima cosa che si sente non è un odore, né un rumore. È un tempo diverso. Un tempo che non corre più, che si è seduto negli angoli, sulle sedie sgangherate, sulle piastre della cucina economica, sulla bocca nera del camino. Il camino è sempre lì, a volte enorme, sproporzionato, come se fosse stato lui a reggere la casa. Davanti a quel vuoto annerito si capisce subito che qui la vita non girava attorno ai mobili, ma attorno al fuoco. Il fuoco scaldava, asciugava, cucinava, teneva insieme l’inverno e la famiglia. Era il centro, il cuore, il confine tra il freddo e la sopravvivenza. Accanto, spesso la cucina economica riposa come un animale fedele. Il ferro è consumato, le piastre segnate da anni di minestre povere, di pane duro, di acqua che bolliva per necessità più che per gusto. Non c’è estetica: c’è funzione. E la funzione racconta la vita più di qualsiasi fotografia. La luce entra dalle finestre come un ospite timido. Non illumina: sfiora, scivola sulle sedie, sulle coperte lise, sui tavoli storti. Ogni cosa sembra sospesa, come se aspettasse qualcuno che non tornerà. Fotografare queste stanze è un atto di ascolto. Si entra piano, si guarda piano, si respira piano. Perché qui la povertà non è un tema: è una vita. E la vita, anche quando è finita, merita rispetto. Questo album nasce così: dal desiderio di non lasciare che queste case, queste fatiche, questi silenzi, vengano inghiottiti dal tempo. Perché ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati. Ma che sarebbe un errore dimenticare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI VITO TETI: > Il mio paese non è un borgo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando si entra in queste case proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Il farmaco di Moderna contro il melanoma supera la fase tre e l’azienda vola in borsa
Moderna torna a infiammare Wall Street grazie a un trattamento sperimentale contro il melanoma. Il 19 agosto, l’azienda statunitense e Merck hanno annunciato risultati preliminari positivi per intismeran autogene, terapia personalizzata a mRNA testata insieme all’immunoterapico Keytruda su pazienti operati per melanoma ad alto rischio. Il titolo Moderna è schizzato del 177% in una sola seduta, aggiungendo oltre 40 miliardi di dollari alla capitalizzazione della società, prima di perdere il 23,5% il giorno successivo. Una corsa vertiginosa che celebra il primo esito positivo di fase tre per il farmaco, ma precede la pubblicazione dei dati clinici completi e l’esame delle autorità regolatorie. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma negli stadi IIB-IV, sottoposti alla rimozione chirurgica completa del tumore, ma ancora esposti a un elevato rischio di recidiva. I partecipanti sono stati assegnati, in rapporto di due a uno, alla combinazione di intismeran e pembrolizumab, commercializzato da Merck come Keytruda, oppure a placebo più Keytruda. Secondo il comunicato congiunto, un’analisi ad interim ha mostrato il raggiungimento dell’obiettivo primario della sopravvivenza libera da recidiva e di quello secondario della sopravvivenza libera da metastasi a distanza. La sperimentazione proseguirà per valutare gli altri parametri, compresa la sopravvivenza globale. Le aziende definiscono il miglioramento rispetto al solo Keytruda «statisticamente significativo e clinicamente rilevante» e sostengono che non siano comparsi effetti avversi nuovi o inattesi rispetto a quelli già rilevati negli studi precedenti, ma i dati completi sulla sicurezza non sono ancora stati pubblicati. La parola “vaccino”, ripresa nei titoli dei media in questi giorni, può tuttavia generare un equivoco: non si tratta di un prodotto preventivo destinato alla popolazione sana, ma di una terapia sperimentale per persone che hanno già sviluppato il melanoma e sono state operate. Il tessuto tumorale asportato viene analizzato per individuarne le mutazioni; sulla base di queste informazioni si prepara un trattamento personalizzato che dovrebbe insegnare al sistema immunitario a riconoscere e colpire eventuali cellule maligne residue. Il risultato segna un passaggio decisivo per Moderna: è il primo studio di fase tre positivo per una terapia oncologica personalizzata a mRNA. Per la società guidata da Stéphane Bancel rappresenta soprattutto la possibilità di rilanciare la piattaforma resa celebre dalla pandemia, dopo il crollo della domanda di vaccini anti-Covid. Wall Street ha reagito come se la nuova stagione fosse già cominciata: il 19 agosto il titolo ha guadagnato quasi il 177%, passando in una sola seduta da circa 63 a oltre 174 dollari. L’euforia si è però rapidamente scontrata con le prese di profitto e il giorno successivo Moderna ha ceduto il 23,5%, fermandosi a 133,32 dollari. Nonostante la correzione, il valore resta più che doppio rispetto alla vigilia dell’annuncio. La febbre finanziaria riflette la speranza che la stessa piattaforma possa essere applicata ad altre neoplasie. Moderna e Merck stanno, infatti, studiando intismeran anche contro tumori del polmone, del rene e della vescica. I dati completi, compresi quelli sulla sopravvivenza globale, devono ancora essere pubblicati e sottoposti alle autorità regolatorie. Intismeran resta, quindi, una terapia sperimentale, di cui non sono noti costi e accessibilità. Anche il profilo di sicurezza richiede cautela. I rischi associati ai vaccini anti-Covid non possono essere trasferiti automaticamente a questo trattamento, ma dimostrano che la tecnologia a mRNA non è esente da criticità: nel 2025, la FDA ha aggiornato le avvertenze su miocardite e pericardite, soprattutto tra i giovani maschi. Nello studio oncologico di fase 2b, gli eventi più comuni sono stati affaticamento e dolore nel sito dell’iniezione, entrambi nel 59,6% dei pazienti, e brividi nel 51%, prevalentemente lievi o moderati. Gli effetti immuno-correlati sono comparsi nel 45,2% dei pazienti trattati con intismeran e Keytruda e nel 44% di quelli sottoposti al solo immunoterapico. Una differenza minima, che secondo le aziende non indica un aggravamento del rischio dovuto all’mRNA. Restano gli effetti anche gravi già associati a Keytruda, tra cui pneumonite immunomediata, colite, epatite e disturbi endocrini immunomediati. Barclays stima per intismeran circa 3 miliardi di dollari di vendite annuali nel melanoma entro il 2035. Una prospettiva ben lontana dalle aspettative incorporate nel balzo del titolo: secondo UBS, la nuova valutazione di Moderna sembrava scontare ricavi annui vicini ai 20 miliardi, un livello giudicato difficilmente realistico. È questa distanza tra aspettative finanziarie ed evidenze disponibili a imporre cautela. Moderna ha già trasformato risultati preliminari in una nuova promessa miliardaria. Dopo la consacrazione dell’mRNA durante la pandemia, anche in oncologia la narrazione del progresso rischia così di precedere la verifica scientifica. Wall Street, intanto, ha già attribuito un prezzo a una rivoluzione ancora tutta da confermare. The post Il farmaco di Moderna contro il melanoma supera la fase tre e l’azienda vola in borsa appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
L’estate più calda e “chi inquina paga meno”: l’Ue rallenta gli incentivi, mentre la febbre del Pianeta sale
Da vent’anni l’Unione Europea promuove investimenti nella riduzione delle emissioni di CO₂ attraverso un mercato delle quote di anidride carbonica che rende più convenienti le tecnologie meno inquinanti piuttosto che continuare a inquinare. La revisione del sistema Emissions Trading System (Ets), proposta dalla Commissione Von der Leyen, rallenta il taglio delle quote, prolunga le assegnazioni gratuite e introduce nuove flessibilità. Mentre la crisi climatica mostra tutta la sua violenza e la Cina consolida il vantaggio su rinnovabili e auto elettriche, l’Italia reclama un compromesso ancora più debole. Non è pragmatismo: è una politica di rinvio che può accelerare il declino manifatturiero. La strada alternativa passa da investimenti, innovazione e riforma del prezzo dell’energia. Un Ets annacquato non compra tempo. Vende a prezzo scontato il futuro industriale che dice di proteggere, mentre il caldo record presenta già il conto del rinvio. L’Italia di Meloni tira il freno sulle innovazioni Negli ultimi mesi si è parlato molto della proposta della Commissione europea di modificare il sistema Ets (Emissions Trading System), uno degli strumenti più importanti della politica climatica europea. Eppure, nonostante il suo ruolo centrale, l’Ets rimane poco conosciuto e spesso viene descritto attraverso termini tecnici che rendono difficile comprenderne il funzionamento. In realtà, il meccanismo è molto più semplice di quanto sembri. L’Ets è il mercato europeo delle emissioni di anidride carbonica. È stato introdotto nel 2005 con un obiettivo preciso: ridurre progressivamente l’inquinamento e spingere le imprese a investire nelle tecnologie pulite. Il sistema si basa su un principio molto semplice: chi inquina paga. L’Unione europea stabilisce un limite massimo alle emissioni complessive di alcuni settori industriali. Questo limite viene suddiviso in quote. Ogni quota autorizza l’emissione di una tonnellata di anidride carbonica. Le imprese che producono emissioni devono possedere un numero di quote corrispondente alla quantità di CO₂ immessa nell’atmosfera: una parte di queste quote viene comprata all’asta o scambiata sul mercato, mentre un’altra parte, come vedremo, è tuttora assegnata gratuitamente ad alcuni settori. In questo modo, il sistema crea un incentivo economico: investire nella riduzione delle emissioni diventa più conveniente che continuare a inquinare. Dal 2005 al 2024 le emissioni dei settori sottoposti all’Ets si sono ridotte di circa il 50%. La revisione dell’Ets nasce dalla necessità di adattare il sistema al nuovo obiettivo climatico europeo per il 2040, che prevede una riduzione del 90% delle emissioni nette rispetto ai livelli del 1990. Il rischio è quello di rallentare la transizione proprio nel momento in cui la competizione internazionale sulle tecnologie pulite sta accelerando. Le quote si abbassano e chi inquina di più paga meno Il primo elemento della riforma riguarda il numero di quote disponibili. Oggi ogni anno il totale delle quote viene progressivamente ridotto con un ritmo del 4,3% annuo. La Commissione propone di abbassare questa percentuale al 3,7% tra il 2031 e il 2035 e all’1,7% tra il 2036 e il 2040. Questa scelta equivale a un rallentamento della decarbonizzazione ma per la Commissione, invece, rappresenta una misura necessaria per evitare una crisi industriale. Il secondo cambiamento riguarda le quote gratuite, cioè la parte di quote che per molti anni alcune industrie hanno ricevuto senza doverle acquistare, proprio per evitare che le aziende europee perdessero competitività rispetto ai concorrenti internazionali. La riforma approvata nel 2023 aveva stabilito che queste agevolazioni sarebbero state eliminate entro il 2034; la nuova proposta rinvia questa scadenza al 2038. Secondo le stime della Commissione, il beneficio economico per le industrie energivore ammonterebbe a circa 6 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030. In realtà le quote gratuite rappresentano, di fatto, un sussidio alle attività più inquinanti. Inoltre, la Commissione propone anche di consentire alle imprese di utilizzare crediti internazionali per compensare una parte delle proprie emissioni.  La riforma interviene anche sulla cosiddetta Market Stability Reserve, la riserva che regola il numero di quote disponibili per evitare un eccesso di offerta. Attualmente il meccanismo assorbe il 24% delle quote in eccesso. La Commissione propone di ridurre questa percentuale al 12%: così facendo aumenta il numero di quote disponibili sul mercato, il loro prezzo tende a scendere e le imprese hanno meno incentivi a investire nelle tecnologie pulite. C’è un momento, nella storia di ogni transizione mancata, in cui retorica e fatti smettono di coincidere. Per l’Europa è arrivato il 17 luglio 2026, con la proposta di revisione dell’Ets, durante un’estate non ancora conclusa e quindi non proclamabile scientificamente “la più calda di sempre”. I dati sono però già inequivocabili: Copernicus ha registrato nell’Europa occidentale il giugno più caldo e il periodo giugno-luglio più caldo della serie; maggio aveva portato un’ondata eccezionalmente precoce e luglio incendi estremi e temperature oceaniche record. Rallentare le riduzioni è irresponsabilità climatica e industriale. Il paradosso è evidente a chiunque guardi i numeri senza il filtro della diplomazia comunitaria. Mentre Pechino consolida un vantaggio enorme su pannelli fotovoltaici, batterie e veicoli elettrici, costruito attraverso investimenti pubblici, integrazione delle filiere e politica industriale, l’Europa discute di quanto più lentamente ridurre i permessi di emissione. Operai al lavoro in uno stabilimento della Byd cinese Il caso emblematico dell’auto elettrica Non c’è settore in cui questa dinamica sia più visibile che nelle automotive. La crisi europea dell’auto elettrica non nasce da un eccesso di ambizione climatica, ma dal ritardo negli investimenti tecnologici e industriali. I produttori cinesi hanno raggiunto economie di scala, integrazione nella filiera delle batterie e prezzi che molte case europee non replicano. Indebolire il segnale del carbonio toglie pressione competitiva proprio quando servirebbero regole stabili, ricerca, infrastrutture e domanda pubblica capaci di orientare i capitali verso le tecnologie pulite. Il risultato non sarà un’industria più forte, ma un’industria mantenuta artificialmente nelle tecnologie del passato, mentre il mercato si riempie di pannelli, batterie e veicoli progettati e prodotti altrove. L’Italia e la tentazione del ribasso In questo scenario la posizione italiana è un’aggravante. Prima della proposta, l’Italia e altri nove Stati hanno chiesto maggiore flessibilità e il prolungamento delle quote gratuite. Il ministro Pichetto Fratin ha poi accolto con favore il rafforzamento degli investimenti, insistendo però sulla competitività. Ma Roma tratta ancora la decarbonizzazione come costo da differire, non come terreno su cui ricostruire capacità produttiva: difende gli impianti esistenti, socializza i costi e rimanda l’innovazione. Non chiede soltanto una transizione governata: spinge verso un Ets ancora più accomodante. Il vero nodo: il prezzo dell’energia, non il prezzo del carbonio Se l’obiettivo è proteggere l’industria dagli alti costi energetici, indebolire l’Ets agisce sulla leva sbagliata. Il problema italiano ed europeo è l’esposizione al gas, aggravata da reti insufficienti, lentezza autorizzativa, scarsi contratti di lungo periodo e insufficiente diffusione di rinnovabili e accumuli. Nel mercato all’ingrosso il prezzo marginale è spesso determinato dalle centrali a gas: quando ciò accade, il costo del combustibile fossile condiziona il prezzo riconosciuto anche a impianti con costi variabili molto inferiori. Attribuire ogni rincaro al carbonio serve a costruire un capro espiatorio e lascia intatte dipendenza fossile e rendite. La risposta è accelerare rinnovabili, reti, accumuli ed efficienza, affiancandovi contratti di acquisto a lungo termine e contratti per differenza capaci di trasferire alle imprese il minor costo delle fonti pulite. La riforma del mercato elettrico europeo del 2024 ha ampliato questi strumenti, ma occorrono attuazione, investimenti e accesso anche per le piccole e medie imprese. Non basta invocare solo il “disaccoppiamento”: bisogna ridurre la quantità di ore in cui il gas detta il prezzo e stabilizzare il costo dell’elettricità pulita. Solo così si possono ottenere insieme energia meno cara e un segnale del carbonio sufficientemente forte da orientare la riconversione. Una scelta che si può ancora correggere La revisione non è un destino: la proposta della Commissione deve, infatti, essere approvata da Parlamento europeo e Consiglio (i governi degli Stati membri), che possono ancora correggerla. Ma non possono ignorare il messaggio dell’estate 2026. A metà agosto non è ancora possibile assegnarle un primato stagionale definitivo; è già possibile, invece, riconoscere una sequenza eccezionale di caldo precoce, record regionali, siccità e incendi. Aspettare settembre per nominare statisticamente il record non cambia il dovere politico di agire ora. Il clima non negozia, non concede proroghe e non compensa l’inazione con gradualità amministrativa. L’Europa deve scegliere se produrre le tecnologie della transizione o importarle. L’Italia deve scegliere se usare la crisi manifatturiera per riconvertire apparati, competenze e lavoro oppure trasformarla in una rendita per chi rifiuta di cambiare. Non può proclamare la difesa dell’industria e, nello stesso tempo, sottrarle lo stimolo, le infrastrutture e gli investimenti che ne determinano il futuro. Ai movimenti ambientalisti, alla comunità scientifica, ai sindacati e alla parte di industria che ha già investito nella transizione spetta ricordarlo con chiarezza: la vera alternativa non è tra occupazione e clima, ma tra una politica industriale che anticipa il cambiamento e una politica dei sussidi che amministra il declino. Servono scelte immediate e misurabili: energia rinnovabile a costo stabile, reti e accumuli, fondi Ets vincolati alla trasformazione degli impianti, condizionalità occupazionali, tempi certi e verifica pubblica dei risultati. Un Ets annacquato non compra tempo. Vende a prezzo scontato il futuro industriale che dice di proteggere, mentre il caldo record presenta già il conto del rinvio. Aurelio Angelini
August 21, 2026
Pressenza
Inceneritore a Pantano d’Arci, perché no
Realizzare a Pantano d’Arci uno dei due inceneritori previsti dal Piano dei Rifiuti della nostra Regione è una scelta opportuna? Alle criticità che questi impianti, anche quelli più moderni, presentano ovunque, vale a dire le ricadute di sostanze nocive sul territorio circostante, si aggiungono altri fattori preoccupanti specifici per l’area in questione. Abbiamo già indicati quelli segnalati da alcune associazioni in un documento di Osservazioni al PAUR ((Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale), tra cui il rischio idrogeologico o l’impatto cumulativo che la ricaduta di queste sostanze inquinanti avrebbe su un’area industriale già gravata da una pesante impronta ecologica. Di recente, l’eruzione dell’Etna – con conseguente ricaduta di abbondante cenere vulcanica e relativa chiusura dell’aeroporto – ha riproposto un’altra questione importante. Nel progetto della struttura che si vuole realizzare a Catania manca una adeguata valutazione degli effetti che la ricaduta di ceneri vulcaniche avrebbe sulla sicurezza e sulla continuità di funzionamento dell’impianto. “Questa è solo una delle molte e gravi falle di questo assurdo e dispendioso progetto che mette a rischio il territorio e la salute di tutti noi e blocca investimenti verso un sistema di gestione [dei rifiuti] realmente virtuoso ed a minori impatti”, scrive Manuela Leone di Rifiuti Zero Sicilia. E chiede alla Regione di fornire risposte tecniche, pubbliche e verificabili su: filtri e sistema di depurazione fumi nel caso di ricaduta di ceneri, gestione di eventuali blocchi dell’impianto in caso di eruzione, valutazione del rischio combinato di cenere, terremoti e blackout. Vi sono, tuttavia, altri gravi motivi per cui Pantano d’Arci non può essere considerata la sede più indicata per costruire un impianto di questo tipo. Ad esporli, motivando il proprio punto di vista con precisi riferimenti, è l’Associazione Idrotecnica Italiana – Sezione Sicilia Orientale, di cui è presidente Salvatore Alecci, ingegnere idraulico. L’Associazione, pur non prendendo alcuna posizione di principio nei confronti degli inceneritori (o termovalorizzatori che dir si voglia), ha diffuso un Comunicato Stampa in cui espone serie perplessità sulla scelta della sede. La prima questione che viene posta è quella della salvaguardia dell’acqua come risorsa. Localizzare l’impianto “sul campo pozzi gestito da Sidra” – leggiamo nel Comunicato – mette a rischio una risorsa idrica, “già disponibile, utile ed utilizzata”, particolarmente importante in una regione a rischio siccità. Altre questioni individuate sono: la potabilità delle acque, la potenziale perdita di sostanze inquinanti che – attraverso il canale d’Arci – possono arrivare fino al mare, il rischio idraulico, non adeguatamente valutato pur essendo l’area soggetta a frequenti allagamenti. Su ognuna di esse l’Associazione Idrotecnica chiede allo “Ufficio Speciale per la gestione del ciclo dei rifiuti” che vengano fatti adeguati approfondimenti. Viene preso in considerazione anche l’importante stabilimento industriale STM già sorto in quest’area, che avrà – anch’esso – bisogno di usare l’acqua presente in loco per il proprio funzionamento. In conclusione, per salvaguardare la risorsa acqua e per valutare i rischi conseguenti alla localizzazione prescelta, l’Associazione chiede che i necessari accertamenti vengano effettuati da soggetti indipendenti e che, nelle more, la Commissione Tecnica Specialistica e l’Autorità di bacino applichino il principio di precauzione e sospendano il parere. O, se necessario, prescrivano la delocalizzazione. Leggi e scarica il Comunicato dell’Associazione Idrotecnica Redazione Sicilia
August 21, 2026
Pressenza
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Flotilla, la Turchia emette mandato d’arresto per Netanyahu
La Turchia ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di un cittadino israeliano, Afek Moskovitch, nell’ambito dell’indagine sull’intercettazione della Sumud Flotilla diretta a Gaza. Ankara li accusa, tra l’altro, di crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, aggressione, tortura, distruzione di proprietà e dirottamento. Il caso riguarda l’operazione israeliana dello scorso maggio contro circa cinquanta imbarcazioni in acque internazionali: 430 attivisti furono condotti in Israele, detenuti nel carcere di Ktziot e successivamente espulsi. Fece scalpore un video diffuso dal ministro Itamar Ben-Gvir, che mostrava alcuni fermati inginocchiati e con le mani legate. The post Flotilla, la Turchia emette mandato d’arresto per Netanyahu appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE

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