#war La deterrenza è un’altalena sul baratro: Mazzeo, Cuda e Gullotto rilanciano l’allarme #nucleare Dall’orologio dell’Apocalisse alle basi militari in #Sicilia, una riflessione durissima sul rischio atomico, sulla logica della guerra permanente e sulla necessità di una mobilitazione globale per abolire le armi nucleari. https://wordnews.it/2026/04/28/la-deterrenza-e-unaltalena-sul-baratro-mazzeo-cuda-e-gullotto-rilanciano-lallarme-nucleare/
April 29, 2026
Antonio Mazzeo
Caltagirone (CT), 8 maggio: Presentazione “Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra”
VENERDÌ, 8 MAGGIO, ORE 18.00 CALTAGIRONE, SALONE “MARIO SCELBA”, PIAZZA MUNICIPIO, 5 Venerdì, 8 maggio alle ore 18.00 presso il Salone “Mario Scelba” del Comune di Caltagirone (CT) si terrà la presentazione del volume di recente pubblicazione “Scuole e Università di pace. Fermiamo la follia della guerra” (Aracne, 2026), che raccoglie gli atti del II Convegno Nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. L’evento ha anche lo scopo di presentare le attività dell’Osservatorio, mai così importanti oggi, in una fase in cui sempre più minacciosi si fanno i venti di guerra, e in cui anche in Italia si assiste al preoccupante sviluppo di tendenze antidemocratiche: la repressione del dissenso spacciata per “sicurezza”, il ricorso alla violenza poliziesca e in generale lo svuotamento delle istituzioni rappresentative, in un contesto internazionale che vede dappertutto il ripristino delle leva obbligatoria. Modera l’incontro: Rita Carella, insegnante Intervengono: Michele Lucivero, docente e attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Lara Lodato, Assessora alla Transizione Ecologica e alle Politiche Scolastiche Antonino De Cristofaro, docente, Centro Studi per la Scuola Pubblica L’ingresso è gratuito e aperto alla cittadinanza fino ad esaurimento posti. Il CESP, Centro Studi per la Scuola Pubblica, è Ente accreditato/qualificato per la formazione del personale della scuola (Dir. MIUR n. 170/2026). Al termine dell’incontro sarà rilasciato regolare Attestato di Partecipazione e chi ne farà richiesta. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le bufale del governo Meloni, sotto procedura d’infrazione: rapporto deficit/pil oltre 3%
Il governo Meloni, impresentabile per ideologia e frequentazioni della sua classe dirigente, privo di scrupoli e di qualunque tratto di competenza e merito, ha a mio avviso un buon argomento dalla sua. E cioè che nulla può e vuole realmente mutare scostandosi da un solco segnato dalla crisi del 2012 e poi dall’emergenza Covid. Così, mentre si esercita sul saggio tradizionale della insostenibilità del sistema pensionistico, deve andarci piano a tradurre in una qualche forma pratica le sacrosante osservazioni sulla composizione del nostro debito pubblico. Perché su questo non mente. Sul disavanzo ha pesato anche la coda del Superbonus 110% e i costi del boom del 110% del post Covid oggi li sentiamo soprattutto sul debito: sono 40 miliardi in più nel ‘26, altri 20 nel ‘27. Sul disavanzo, tuttavia, continua a pesare la quota parte dei bonus edilizi rimasti in vita dopo il brusco stop imposto dal Mef nel marzo ‘24, non trascurabili, anche se il loro costo sul bilancio è spalmato in dieci anni. Nel ’25 sono stati contabilizzati nuovi bonus 110% per oltre 5 miliardi. E le cose non vanno meglio per tutto quell’insieme dei vantaggi fiscali e bonus che sono al centro delle politiche dell’emergenza infinita (virus, energia, guerra) e sono divenute la Bibbia (vedi i report di Draghi e Letta) del presente. Ci siamo messi davanti agli occhi un paio di occhiali nazionalsocialisti (alla lettera) e farfugliamo su scenari di armageddon con il drago cinese che ci attende alle soglie dell’inferno. Ieri sono entrato in uno store fisico cinese e vedevo scaffali quasi vuoti. Non arrivano merci da mesi. Gli operatori sono italiani e aspettano una lettera che li licenzierà o ridurrà il loro contratto a part time. Loro sono il drago? Mi sarei aspettato che questa complessità venisse almeno affrontata dai sindacati e invece leggo che per la Cgil tutto è peggiorato, perciò “occorre cambiare strada, partendo dal tassare gli extraprofitti e riassegnare i 23 miliardi nel 2026-2028 destinati al riarmo”. Insomma una lettera a Babbo Natale, perché sul riarmo non c’è una opposizione unita in Italia e non c’è neppure a maggioranza nella UE, dove si sta invece realizzando una coalizione che punta sulla difesa comune europea come obiettivo prioritario, con quello già dato per scontato della stabilità finanziaria. Forse che la CES (confederazione europea dei sindacati) ha promosso qualche iniziativa per portare avanti una riforma fiscale o un quadro che elimini ingiustizie e paradisi? No, anzi ora tutti a chiedere le ZES, porti franchi per tutelare aree circoscritte, ma che ben presto si riveleranno utili mezzi per eludere la leva fiscale. Si dirà che è per rendere competitivo il paese, ma andatelo a dire ai dipendenti di quello store domani. Concludo con alcune annotazioni spicciole. Lo sforamento del deficit 2025 non è “colpa” del Superbonus 110% perché non c’è stata una coda importante, e «inattesa», come dice il Mef, delle agevolazioni edilizie che ha fatto sballare i conti. Oltre 5 miliardi, ma bastava una calcolatrice gratuita e si sarebbe potuto fare due più due, anzi solo meno due, visto che l’obiettivo di deficit è stato mancato “solo” per poco meno di 2 miliardi. Il governo aveva stimato per il 2025 una spesa di 3,3 miliardi per i Superbonus ancora attivabili, ma sono arrivate fatture per 8,4 miliardi. Di meno ne potevano arrivare, ma persino di più ed una contabilità seria che non gioca d’azzardo avrebbe dovuto prevedere il massimo esigibile secondo quanto ricevuto e accettato con le domande. Sono tutti crediti cedibili, «payable», secondo la Ue, dicono, come se fosse una interpretazione arbitraria. Mentre sono minor gettito e quindi meno entrate. E per questo sono stati conteggiati nel calcolo del deficit per il 2025. Il Mef ha avviato una verifica sulle fatture del 2025 comunicate attraverso l’Agenzia delle Entrate entro il termine del 16 marzo. Sarebbero emerse operazioni sospette per «centinaia di milioni». Se fossero crediti inesistenti verrebbero cancellati dal deficit, con l’aggiornamento contabile Istat di settembre. Potremmo scoprire che il deficit 2025 era sotto il 3%? Perché è questo che vogliono farci intendere. Risposta secca: no! Anche, se il volume di operazioni illecite si rivelasse importante in pratica cambierebbe poco. Altra bufala. Ma il Superbonus non era finito? Da dove vengono queste fatture? Riguardano le deroghe ai crediti 110% con sconto in fattura e cessione del credito (immobili nelle aree sisma e delle onlus) e i crediti 65% per i condomini che avevano presentato le pratiche per accedere ai bonus entro ottobre 2024. Il Superbonus è cessato a dicembre 2025. Da gennaio le agevolazioni per le ristrutturazioni edilizie sono tornate al livello ordinario: 50% per la prima casa, 36% per la seconda, con tetto di 96 mila euro, senza cessione del credito e sconto in fattura. I vecchi 110% pesano anche sul debito? “Ancora per 40 miliardi nel 2026 e altri 20 il prossimo anno. Poi la gran massa dei crediti maturati nel 2021-22 esaurirà i suoi effetti.” La verità che non conviene alla Meloni ma neppure alla sinistra che lo ha varato? Le minori entrate si protrarranno fino al 2035-2036. E proprio perché il governo, per alleggerirsi oggi, ha introdotto una spalma crediti obbligatorio dilazionandoli tutti al massimo previsto dei dieci anni. L’impatto previsto è di 150 miliardi di euro, che diventano 210 con il bonus facciate. L’impatto sarà a scalare, ovviamente, perché non tutte le rateazioni saranno lunghe dieci anni, ma le previsioni sono lungi dal ridurre a zero i 20 miliardi di partenza (che sottratti ai 210 iniziali possiamo dividere con una forbice tra 10 e 20 miliardi annui). Ah, dimenticavo, mica è finita la corrida dei bonus e ne abbiamo di transizioni! Tutto debito che sposta sul consolidamento di strumenti finanziari la fiscalità pubblica e aumenta il disavanzo di spesa corrente (che l’altro Big di questi anni, il PNRR, non può colmare perché guarda solo alle innovazioni. Plasticamente: il paese crolla per assenza di interventi ordinari e straordinari, ma in compenso ha fibra e corsi di educazione alla sicurezza. Dal campo largo al camposanto. Michele Ambrogio
April 29, 2026
Pressenza
Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi
Immagine in evidenza da Rawpixel La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime. Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie. La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate. La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro. Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici. Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità. L’ELEMENTO STRATEGICO E MILITARE C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar. In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti. Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche. Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa. Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico). In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica. CONFUSIONE AMERICANA Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda. Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate. Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale. NUOVE MINACCE E NUOVE SOLUZIONI Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare. È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando. In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa. E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati. In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando. L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.
April 29, 2026
Guerre di Rete
Sgomento al Tufello, sgombero di una giovane donna con minore
Assemblea straordinaria degli inquilini delle case popolari per oggi alle 18.30, al Tufello, in piazza Euganei. Ingenti forze della Polizia Locale stanno eseguendo uno sgombero al Tufello, in via Monte Crocco dell’alloggio abitato da una giovane donna con un figlio minore, nostra associata. La donna non ha opposto resistenza è […] L'articolo Sgomento al Tufello, sgombero di una giovane donna con minore su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Milano, cronache da un’agenzia immobiliare di succhiasuolo
Appeso al sottopasso ferroviario di via Padova c’è un enorme cartello pubblicitario: sei uomini su uno sfondo arancio, vestiti di tutto punto, con eleganti completi scuri, camicie e sorrisi bianchissimi, braccia conserte in posizione di ostentato e rassicurante paternalismo, osservano dall’alto chiunque percorra la via allontanandosi da Piazzale Loreto. Più mi avvicino e più vengo fissata da quegli occhietti ridenti che sembrano proprio dirmi: «Vieni da noi, ti puoi fidare». Che forse conoscano i miei inutili tentativi di trovare un bilocale in affitto che non mi prosciughi il conto? Quasi quasi… Continuo a guardarli, sorridendo anch’io, quasi convinta; ma d’un tratto lo sfondo si trasforma… da un caldo tramonto sul mare di Forte dei Marmi prende le sfumature di un arancio post apocalittico, i denti brillanti si fanno zanne puntute – e pure un po’ sporche – i volti iniziano a scolorare, assumendo dei toni verdognoli e persino i completi scuri si allungano convulsamente in tessuti ampi e sfilacciati che occupano il cielo, oscurando la luce… Ma che succede? Si stanno staccando dal muro del cavalcavia, si avvicinano… Abietti Nazgul urbani, Orribili Nosferatu imbellettati.  D’istinto mi copro il collo con una mano! Presto! Non c’è altra soluzione che entrare nel primo posto aperto che trovo. Ci entro. > Mi ritrovo in via Padova 94 dove, per tre giorni, dal 10 al 12 aprile, è stata > aperta una particolare agenzia immobiliare che, citando il comunicato, è «la > prima agenzia immobiliare per i soli vampiri della Rigenerazione Urbana. > Desiderate acquistare un inquilino Aler per venderlo a tranci in un carissimo > food hub alla moda? Volete prosciugare una piscina comunale e farci uno > studentato di lusso?» * * Entro nella stanza sovraffollata e vengo accolta da sinistre bottiglie di vino “Sangue di Aler”. Appesi alle pareti, se si riescono a raggiungere, si intravedono i disegni irriverenti delle tavole di Hurricane. Spuntano ridicoli pipistrelli incravattati, dal colorito verde vomito, che adocchiano qualsiasi spazio vuoto per distruggerne vita e memoria e trasformarlo in luogo mercificato. Sono la stirpe dei Succhiasuolo, una razza di vampiri che si nutrono di suolo pubblico, cemento e abusi edilizi, respingendo a suon di “week” varie chi non può permettersi di stare al passo con il progresso. I cieli sono cupamente sanguigni e schiacciano come coperchi roventi una città in cui manca l’aria, mentre grattacieli altissimi e crudeli incombono vertiginosamente e allungano le loro finestre dentate, quasi a voler fagocitare qualsiasi elemento sottostante. Il grigio che fuoriesce da nasi-betoniere, novello e ben più volgare Blob, sommerge senza scampo tutto ciò che incontra. La sensazione di asfissia mi rimane a lungo in gola. Si scorgono, poi, strani edifici animati, con braccia, gambe e ghigni brutali, mentre le persone, private di anima, avanzano come zombie lobotomizzati, nel nome della riqualificazione di lusso. Ecco allora le parole diaboliche di improbabili vecchine ri-generate, che inneggiano a promettenti ed esclusivi apericena, quelle di personaggi politici imbellettati (o, meglio, “in gran pompetta”), che ripetono mantra satanici, come “green”, “glamour”, “food”, “miniloft”… È un carosello di immagini degne di un body horror, fin troppo disarmante nella sua didascalia: i pezzi di cemento valgono più delle vite umane, che farebbero bene a de-umanizzarsi per liberare la strada al capitale, quello che conta. Chi è al centro di questa strana agenzia è quindi circondato dalle strisce di Hurricane, iniziate nel maggio 2025 e poi raccolte nel volume Milano horror stories – incubi della rigenerazione urbana. Come spesso avviene per quelle persone che hanno sia intelligenza che coraggio, queste storie hanno denunciato una realtà ben peggiore, precedendo di qualche settimana gli scandali dell’urbanistica milanese, con le successive indagini su archistar, assessori all’urbanistica, CEO di gruppi di investimenti immobiliari e persino sul sindaco in persona… trasformando il loro autore, forse, in uno dei personaggi più invisi a Palazzo Marino. * * Superata la folla e raggiunte le pareti, però, si possono seguire anche le vicende coraggiose dei personaggi di Spazio WOW, museo del fumetto tristemente destinato a vedere la chiusura della sua sede storica a giugno 2025; si può studiare la mappa di nidificazione dei succhiasuolo milanesi e delle loro storie nefande, da Carmilla Gobba a Rogoredrum, a Monte Rogito… per citarne alcuni; si possono trovare dei possibili rimedi contro lo sgombero di spazi sociali autonomi, non generatori di lucro – terrore di giunta e holding. Leggo affitti di «mansardini semiabitabili provvisti di angolo angoscia e scantinato per stipare gli ospiti»… e mi vengono in mente gli ultimi annunci di case in affitto che ho visionato, e che quasi mi avevano convinta. Ma a guardar bene c’è ancora di più. I vermi a Milano di Pat Carra fanno un po’ meno paura. Gli incredibili “amuleti urbani” di Isa Depica, ossia «potenti dispositivi apotropaici contemporanei concepiti per la difesa degli spazi fragili della città», mi sembrano ora indispensabili per difendermi dagli orrori della gentrificazione. Ascoltare le confessioni di agenti immobiliari pentiti mi dà addirittura una rinnovata speranza e vedere il succhiasuolo appollaiato alla gru nell’angolo mi permette di ridimensionarlo un po’ e riderne, come di un mostrino puerile. Riferirsi a questi tre giorni con il termine “mostra” è ingiustamente riduttivo, perché chi ci è entratə è statə invitatə a partecipare attivamente, lasciando segni e testimonianze concrete, aggiungendo storie personali e collettive, che hanno contribuito a creare narrazioni differenti, in opposizione quella “gentrificazione” che si trasforma sempre più in “finanziarizzazione”. Tre giorni di fumetti, arte, incontri, discussioni aperte e partecipate sul tema dell’abitare, oggi, a Milano. Tre giorni in cui realtà sociali, collettivə, singole persone si sono ritrovate in un unico strano spazio per costruire insieme una coscienza comune sul cambiamento di una città sempre più esclusiva ed escludente. Tre giorni in cui la satira delle tavole di Hurricane è stata messa a disposizione di tuttə, per iniziare a sgretolare, almeno con la fantasia, quei meccanismi di rigenerazione urbana e speculazione edilizia incrementati nell’ultimo decennio, che, stando a un recente articolo del “Financial Times”, hanno contribuito a creare una crisi abitativa più grave persino di quella di Londra, con l’aumento del 57% del costo delle case e di oltre il 70% per gli affitti. Oltre alle meravigliose Horror stories, e ai contributi di tuttə lə artistə, l’agenzia è diventata luogo condiviso e partecipato, gli spazi si sono animati, questa volta con le parole di chi i succhiasuolo li combatte ogni giorno, mantenendo saldo il principio fondamentale del diritto alla casa e della dignità dell’abitare. E così, ad esempio, domenica 12 aprile abbiamo ascoltato l’esperienza di “Giù le Mani dalla Città” progetto nato circa un anno fa dalla collaborazione tra il Centro Sociale Cantiere e CURAlab, che hanno costruito una mappatura partecipata per poter raccogliere dati e informazioni sui cantieri attivi a Milano. Una collezione di impalcature, reti arancio e S.C.I.A., per poter costruire una maggior consapevolezza sulle trasformazioni urbane. > “Giù le mani dalla città”, con i suoi mappatour, è anche il tentativo di > custodire storie, ricordi ed esperienze socio-culturali di una Milano > profonda, che viene rosa e prosciugata delle sue energie, date in pasto alle > holding finanziarie pronte a radere al suolo muri e memorie, in nome degli > 8.000 euro al mq. Alle voci di “Giù le mani dalla città” si sono aggiunte quelle di Abitare in via Padova e di SicetMilano, con testimonianze di quotidiana resistenza a sgomberi spietati e denunce per la mancata assegnazione delle case popolari. In una Milano respingente, svuotata dei suoi abitanti, inaccessibile per chi non è riccə, gli incubi grotteschi, visionari e caustici dei disegni di Ivan sono stati il punto di partenza da cui iniziare a guardare al reale (e al real-estate) con un’arma nuova, che sa di lotta, di azione plurale e, sì, lo dico, di speranza, perché «c’è bisogno di generare conflitto per cambiare lo status quo». Quando sono uscita dall’Agenzia immobiliare Succhiasuolo  ho guardato nuovamente il cartellone pubblicitario. Erano ancora lì, tutti e sei, con i loro sorrisi affilati, pedine di succhiasuolo ben peggiori. E mi hanno fatto un po’ meno paura. Tutte le immagini sono di Giulia Elli SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Milano, cronache da un’agenzia immobiliare di succhiasuolo proviene da DINAMOpress.
April 29, 2026
DINAMOpress
La macchina da soldi della campagna Dem
Dopo le elezioni del 2024, la spaccatura all’interno del Partito democratico si è rapidamente ampliata. La fazione del partito legata alle grandi aziende – che aveva esortato la candidata Kamala Harris a rinunciare al populismo economico – ha concluso che la lezione da trarre dalle elezioni hanno non era che gli elettori fossero stanchi di un partito subordinato agli oligarchi, bensì che gli strateghi del partito avrebbero dovuto coordinare meglio le oscure società di comodo e i fondi neri provenienti dai miliardari per poter competere con i Repubblicani. Al contrario, l’area di sinistra del partito ha visto le elezioni come un monito sulla necessità di una politica molto più netta contro le oligarchie e contro la corruzione. Oggi questo conflitto latente da sommesso e sottile è diventato palese ed esplicito, salendo alla ribalta grazie, in parte, al buon vecchio giornalismo d’inchiesta sul campo. Nel fine settimana, The Lever ha pubblicato un reportage esplosivo che smaschera una macchina politica finanziata da miliardari, progettata per cooptare – o disinnescare – la crescente ondata antiliberista e anticorruzione che sta emergendo nel Partito democratico. La vicenda sta suscitando scalpore perché, per la prima volta, i nostri giornalisti descrivono in dettaglio come questo meccanismo di super Pac, di donatori e collaboratori che si sovrappongono, sembra spingersi pericolosamente ai limiti delle leggi anticorruzione che vietano varie forme di coordinamento tra entità esterne, consulenti e candidati. Si tratta, per usare le parole dei giornalisti di Lever Luke Goldstein e Katya Schwenk, di una «nuova impresa finanziata da fondi occulti di portata e complessità senza precedenti», del tipo che alcuni alti funzionari Democratici sembravano aver auspicato subito dopo le elezioni del 2024. Torniamo indietro alla fine di novembre 2024 e ricorderete che Pod Save America ha trasmesso un’analisi ufficiale delle elezioni. In quell’episodio, i principali strateghi della campagna Democratica si meravigliarono innanzitutto del fatto che i Repubblicani avessero presumibilmente violato le leggi anticorruzione e sul finanziamento delle campagne elettorali. Ecco cosa hanno detto:  > Jen O’Malley Dillon:[Trump] aveva un esercito di super Pac che erano > incredibilmente coordinati. Sono sicura che ci fosse un modo legale per > comunicare e coordinarsi, ma insomma… > Dan Pfeiffer: Sono sicuro che fosse legale. > Jen O’Malley Dillon: Sì, certo. > Stephanie Cutter: O illegale. > Jen O’Malley Dillon: Ma loro, sai, fin dall’inizio erano, sai, settimana dopo > settimana, tutti, sai, un Super Pacimpiegava un paio di settimane per > concentrarsi sulla Pennsylvania e poi entrava in scena il successivo e faceva > lo stesso, ed erano tutti coordinati. Noi non abbiamo avuto quel vantaggio. Il guru della campagna di Kamala Harris, il consulente di Uber e criptovalute David Plouffe, ha poi  insistito sul fatto che i Democratici non dovrebbero opporsi a quel tipo di ambiguità, ma farne invece la propria stessa tattica. > Dobbiamo smetterla di giocare una partita diversa rispetto ai Repubblicani per > quanto riguarda i super Pac. Adoro i nostri avvocati Democratici. Ma ne ho > abbastanza. Loro si coordinano più di noi. Tra di loro e con la campagna > presidenziale, ne ho proprio abbastanza, ok? Quindi, non possiamo permetterci > di essere svantaggiati, prima di tutto. > In secondo luogo, come ha detto Jen, penso che nessuno voglia duplicazioni, ma > credo che avere più attori sul campo, purché ben coordinati, sarebbe un’ottima > cosa… Penso che tendano ad avere più entità che, come ha detto Stephanie, > chiaramente non stanno agendo legalmente. Ma siamo svantaggiati quando i > nostri ragazzi giocano secondo regole diverse dalle loro… per vincere gare > serrate, bisogna massimizzare ogni risorsa a disposizione. Quindi penso che > sia un aspetto su cui dobbiamo riflettere e apportare delle modifiche in > futuro. Ora, Lever ha dimostrato cosa ha generato quella riflessione e quell’aggiustamento: una macchina finanziata dagli oligarchi, composta da super Pac sovrapposti e consulenti a pagamento che aggirano le leggi sul finanziamento delle campagne elettorali, con l’obiettivo di ricreare il vecchio Democratic Leadership Council e di sgonfiare il nascente spostamento a sinistra che sta emergendo all’interno del partito. Come ha dichiarato a The Lever un esperto indipendente di finanziamento delle campagne elettorali: «Quando si continuano a confondere i confini delle norme esistenti in materia di anti-coordinamento e, al contempo, a erodere le garanzie anticorruzione, si concede ai donatori facoltosi maggiore accesso e influenza nel dettare le condizioni della campagna elettorale». LEGGI ANCHE… POLITICA STATI UNITI DELL’OLIGARCHIA Elisabetta Raimondi LA LOTTA TRA AREE DIVERSE Subito dopo la pubblicazione del nostro articolo, però, l’altra area del partito ha risposto con clamore: sei senatori Democratici statunitensi, guidati da Bernie Sanders, hanno inviato una lettera al Comitato nazionale democratico chiedendo al partito di dare seguito alla recente risoluzione contro i finanziamenti occulti con un’azione concreta per ridurne effettivamente l’influenza all’interno del partito. «I partiti nazionali e statali dovrebbero richiedere a tutti i candidati Democratici di firmare un impegno a opporsi alle spese dei super Pac finanziati da miliardari e aziende a loro favore nelle primarie Democratiche», hanno scritto. «La protezione della nostra democrazia deve iniziare all’interno del nostro stesso partito. Le primarie democratiche dovrebbero essere decise dagli elettori, non dai miliardari o dai super Pac finanziati dalle aziende». Prevedo che questa lotta tra fazioni si intensificherà nelle prossime settimane, e ho due considerazioni a riguardo. Innanzitutto, avendo lavorato in diverse campagne elettorali, non sono tra coloro che ritengono che il disarmo unilaterale nelle elezioni generali sia una buona idea, quindi comprendo le lamentele dei collaboratori di Harris riguardo all’asimmetria nell’applicazione o meno delle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali. Ma… non credo che la soluzione per i Democratici sia quella di essere corrotti quanto i Repubblicani o di costruire una macchina politica altrettanto losca come quella del Partito repubblicano (soprattutto perché esistono molti modi per condurre campagne ben finanziate pur rispettando le rigide normative americane sul finanziamento elettorale). Chiaramente, è proprio questo che la fazione legata alle grandi aziende sta cercando di fare, con l’obiettivo non tanto di vincere le elezioni generali, quanto di mantenere il controllo dei miliardari sulle primarie Democratiche e, per estensione, sul Partito democratico. Come ho scritto in un saggio per Bulwark in occasione della pubblicazione del libro Master Plan di Lever sulla legalizzazione della corruzione, la strada migliore a lungo termine è che il partito adotti un approccio anticorruzione, sia a parole che nei fatti. Le primarie sono il primo passo più semplice in tal senso, perché aderire a standard rigorosi contro la corruzione, il coordinamento e i super Pac, come quelli promossi dal gruppo di Sanders, non comporta il rischio di perdere risorse per la campagna elettorale generale contro i Repubblicani. Si rischia solo di ridurre il potere dei miliardari, ed è per questo che loro e i loro collaboratori politici si oppongono con tanta veemenza a tali riforme e sono così determinati a costruire un proprio apparato per comprare le primarie e mantenere il controllo del partito. *David Sirota è editor-at-large di Jacobin. È editor di Levere in precedenza ha lavorato come consulente e autore di discorsi per la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2020. Quest’articolo è stato pubblicato per la prima volta da  Lever, una redazione giornalistica investigativa indipendente pluripremiata. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La macchina da soldi della campagna Dem proviene da Jacobin Italia.
April 29, 2026
Jacobin Italia
SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE CON LA PALESTINA: CAMPAGNA DI SUPPORTO PER SOSTENERE LE SPESE LEGALI DI COMPAGNI E COMPAGNE DEL PARTITO DEI CARC
Campagna di supporto per sostenere le spese legali di compagni e compagne del partito dei CARC coinvolte in un procedimento giudiziario legato a una manifestazione in solidarietà alla Palestina svoltasi a Milano nel 28 settembre 2024. Nel corso dell’iniziativa, i partecipanti avevano esposto cartelli e immagini riferiti a politici e figure pubbliche, accompagnati opinioni (come la scritta “agente sionista“) sulle loro dichiarazioni. A seguito di questi fatti, sono state avviate indagini e nove persone sono accusati per reati che vanno dall’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica o religiosa, all’istigazione a delinquere, passando per concorso con l’aggravante che il reato è avvenuto nel contest di manifestazioni politiche. Il procedimento comporta conseguenze pratiche per gli indagati, tra cui costi economici e un impegno legale prolungato e infatti, la campagna di supporto nasce con l’obiettivo di contribuire alla copertura di tali spese. Ai microfoni di Radio onda d’Urto, l’intervento di Max, del partito dei CARC. Ascolta o scarica.  
April 29, 2026
Radio Onda d`Urto
TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali
Non c’è innovazione alimentare che tenga di fronte a un genocidio. Non c’è burger di proteine vegetali, trancio di carne coltivata, che valga il silenzio su Gaza. Grazia Parolari – Invictapalestina – 29 Aprile 2026 Si svolgerà a Milano Rho, dall’11 al 14 Maggio, TUTTOFOOD, la Fiera di riferimento per il settore agroalimentare in collaborazione, … Leggi tutto "TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali" L'articolo TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali proviene da Invictapalestina.
April 29, 2026
Invictapalestina
Scuola e fragilità giovanili, una riflessione è necessaria
Di fronte a gesti estremi come il suicidio di una giovanissima studentessa, nessuno può arrogarsi il diritto di esprimere valutazioni né, tanto meno, emettere giudizi. Se, però, intorno a noi vediamo crescere in maniera significativa il malessere sociale, tutti abbiamo il dovere di interrogarci, di metterci in una situazione di ascolto. Traumi e fragilità psicologica, pressione digitale e bullismo, ansia per il futuro, paura per un presente caratterizzato dalla “normalità” della guerra, cause diverse, talora intrecciate fra loro, che si traducono in atteggiamenti di chiusura, emarginazione, autolesionismo, tentativi di suicidio. Fenomeni in forte crescita in questi ultimi anni, tanto che a livello europeo il suicidio è diventato una delle prime cause di morte dei giovani fra i 15 e i 29 anni. Probabilmente non si è valutato, con la dovuta profondità, quanto abbia inciso l’isolamento forzato durante la pandemia. Quando, soprattutto alle giovani generazioni, è stata “rubata” una parte delle opportunità relazionali, con conseguente crescita esponenziale dell’isolamento e del rifugio nel mondo dei social, sino, nei casi più complessi, all’esplosione del fenomeno dei cosiddetti hikikomori. La centralità assunta dagli strumenti digitali nella vita dei giovani ha ulteriormente impoverito la loro vita relazionale e la loro capacità di gestire le emozioni. Soprattutto dentro la scuola, il silenzio e il rifiuto del dialogo (siamo rimasti colpiti dalle serrande abbassate al Liceo Cutelli mentre all’esterno manifestavano “gli amici di Claudia”) non rappresentano la soluzione, ma il problema. Non crediamo certo che la scuola possa fare tutto, né risolvere contraddizioni familiari e sociali, ma nelle aule ragazze e ragazzi trascorrono una parte significativa del loro tempo, e su questo dobbiamo ragionare, evitando generalizzazioni, un deleterio scarica barile e la voglia di individuare un colpevole che, in qualche misura, riduca le nostre responsabilità. Classi di 30 alunni, locali poco accoglienti, non aiutano certo a “guardare” con attenzione ogni singolo allievo; oltre un quarto di personale precario impedisce la necessaria continuità nel rapporto didattico-educativo. Invece di costruire cattedrali nel deserto (i cosiddetti ambienti digitali) i fondi del PNRR sarebbero dovuti servire a migliorare l’esistente, ma così non è stato, nel silenzio della maggioranza dei cittadini, che continua a non indignarsi se le spese sociali sono subordinate a quelle militari. Sappiamo, però, che non sarebbe stato comunque sufficiente per affrontare adeguatamente il crescente fenomeno della violenza, un fenomeno complesso che può manifestarsi in molteplici forme: verbale, fisica, psicologica, relazionale e digitale. Un fenomeno ingigantito, e per molti aspetti reso incontrollabile, dall’abuso dei social. Il tema da affrontare è dunque quello del benessere a scuola, coscienti che non bisogna avere paura del conflitto, che occorre attraversarlo, farlo diventare occasione di crescita. Consapevoli che la scuola non è una azienda, che bisogna sviluppare le capacità critiche, la ricerca della bellezza, non addestrare o limitarsi a misurare la performance premiando un “merito” che bisogna capire meglio come vada valutato. Accade, invece, che il clima complessivo che si crea dentro la scuola finisca per non stimolare la cooperazione fra gli allievi, facendo piuttosto crescere le distanze, la competizione, la disattenzione nei confronti dell’altro. Il benessere che la scuola dovrebbe assicurare riguarda anche il personale scolastico, pressato dalle richieste dei clienti (le famiglie), impegnato, spesso, in adempimenti burocratici, tanto pressanti quanto inutili. Un clima ben rappresentato dall’uso del registro elettronico, che ha prodotto un’ulteriore barriera nei rapporti con le famiglie, alle quali, quasi sempre, sembra sufficiente leggere in tempo reale i voti per ritenere assolti compiti educativi che sono invece sempre più ardui. E che i genitori e gli stessi insegnanti non sono, spesso, preparati ad affrontare, avendo – essi stessi – bisogno di essere aiutati e sostenuti. Sappiamo che non può continuare così. Non è, però, facile capire cosa fare. Le chiusure non aiutano, anzi, ma occorre evitare le facili contrapposizioni/generalizzazioni, se tutti sono colpevoli, nessuno ha colpe. Non sappiamo se e di cosa abbiano discusso docenti e alunni del Cutelli. Se volessero condividerlo – ma spetta a loro – potremmo meglio comprendere contesto e situazione. Alcune cose, però, si possono comunque proporre, non risolveranno certo i problemi, ma, almeno, potranno farci sentire, tutti, meno soli, meno distanti e disinteressati. Occorre stimolare, nelle scuole, un clima di rispetto e inclusione, che favorisca l’empatia e la cooperazione, imparare a gestire i conflitti e a riconoscere (da parte di docenti, studenti e famiglie) i segnali di disagio. Vanno perciò implementati momenti di educazione socio-emotiva, in molte scuole già avviati. Occorre garantire la presenza a scuola di figure professionali (psicologi, counselor), creare sportelli di ascolto accessibili (a bassa soglia) a studenti, famiglie e operatori scolastici, sviluppare programmi di mentoring tra pari. Tutti interventi che richiedono appositi investimenti e la scelta – da parte del governo – di porre la scuola al centro dell’attenzione, sollecitando il ministero a considerare in modo differente la questione educativa: non maggiori controlli o metal detector, ma un maggior numero di spazi di ascolto e di orientamento psico-affettivo. Occorre, però, fare tutto questo non come “extra” rispetto al cosiddetto curricolo scolastico, ma adottando costantemente, durante tutto l’arco della giornata scolastica, un punto di vista diverso, in cui “guardare l’altro” rappresenti sempre una priorità. Dopo la tragica morte di Claudia, l’Associazione Memoria e Futuro e il Comitato Prima i bambini hanno lanciato on line un appello per chiedere il rinnovo e il potenziamento degli sportelli di ascolto nelle scuole. Essi rappresentano uno strumento di prevenzione che, per quanto piccolo, può contribuire alla prevenzione del disagio giovanile. Leggi e firma l’appello a questo link Ci piace ricordare inoltre che è la didattica quotidiana che va cambiata: cooperazione anziché competitività, incoraggiamento e ascolto anziché punizione, lavoro di gruppo anziché verifiche individuali, maieutica reciproca e circle time anziché lezione frontale, come Danilo Dolci e Don Milani ci hanno insegnato (ndR, d.m.) Redazione Sicilia
April 29, 2026
Pressenza
TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali
Non c’è innovazione alimentare che tenga di fronte a un genocidio. Non c’è burger di proteine vegetali, trancio di carne coltivata, che valga il silenzio su Gaza. Grazia Parolari – Invictapalestina – 29 Aprile 2026 Si svolgerà a Milano Rho, dall’11 al 14 Maggio, TUTTOFOOD, la Fiera di riferimento per il settore agroalimentare in collaborazione, … Leggi tutto "TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali" L'articolo TUTTOFOOD, veganwashing e techwashing: come l’innovazione alimentare normalizza Israele nelle Fiere internazionali proviene da Invictapalestina.
April 29, 2026
Invictapalestina
#stopthegenocideingaza🇵🇸 1° Maggio a #Taranto con la "Kanafani" della Freedom Flotilla Italia - 100 Porti 100 Città #freedomflotilla #1maggio #nowar
April 29, 2026
Antonio Mazzeo

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