L'anarchia alle prese con il linguaggio
A Genova il weekend del 20 e 21 giugno due giorni di incontri e riflessioni sulle questioni di lingue e di linguaggi. Come CIRCE interverremo nella giornata di domenica sul tema del linguaggio e della tecnologia. -------------------------------------------------------------------------------- Gli incontri saranno ospitati presso la Biblioteca Libertaria Francisco Ferrer (Piazza Embriaci 5/13, Centro Storico) e alla Libera Collina di Castello (Centro Storico) Per conoscere il programma visitare l'agenda condivisa.
Sport, scienza e militarizzazione: il caso del Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle
Il 7 maggio scorso 100 studenti di un istituto superiore romano hanno partecipato ad un evento al Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle dall’emblematico titolo “Le forze in gioco”. Durante l’iniziativa hanno potuto incontrare due atleti professionisti appartenenti all’Aeronautica, ossia Andrew Howe per il salto in lungo ed Elisa Blanchi per la ginnastica ritmica. I due campioni, prima di iniziare attività pratiche all’interno del centro, hanno raccontato a studenti e studentesse quanto sia importante per lo sport il supporto delle Forze Armate. Il 13 maggio è stata la volta di oltre 500 studenti e studentesse di sette istituti del circondario di Vigna di Valle che hanno partecipato alle “Etruskiadi”, un iniziativa che ha visto l’intervento delle Farfalle Azzurre della ginnastica ritmica. Nel frattempo un istituto di Bracciano ha potuto fare un esperimento con i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Roma che hanno mostrato ai presenti come si misurano i raggi cosmici nelle acque del lago. Ovviamente le imbarcazioni utilizzate non potevano essere se non quelle dell’Aeronautica Militare. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci domandiamo perché studenti e studentesse debbano imparare che in Italia se vuoi fare l’atleta e nel frattempo avere anche uno stipendio devi cercare di entrare nelle Forze Armate, altrimenti ti esporrai seriamente al rischio di dover abbandonare i tuoi sogni solamente perché lo Stato non riesce a concepire altre forme di finanziamento. Allo stesso modo rimaniamo ancora una volta perplessi di fronte all’utilizzo della scienza in contesti in cui è chiaro che le conoscenze trasmesse vengano utilizzate principalmente per scopi bellici. Proprio per tali ragioni come Osservatorio ci auguriamo che nelle scuole lo sport e la scienza vengano insegnati in futuro in feste organizzate dalla società civile, la sola in grado di promuovere senza ambiguità pace e democrazia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
CASCINA SPIOTTA: A 51 ANNI DAI FATTI L’ACCUSA CHIEDE L’ERGASTOLO PER MORETTI E CURCIO
Sono arrivate venerdì 19 giugno le richieste della pubblica accusa nel processo per i fatti della Cascina Spiotta, quando il 5 giugno 1975 in una sparatoria venne uccisa, dopo essersi arresa, disarmata con le mani alzate, Mara Cagol, una delle fondatrici delle Brigate Rosse, e rimase ferito (fino a morire pochi giorni dopo) il carabiniere Giovanni D’Alfonso. A 51 anni di distanza la pubblica accusa ha chiesto l’ergastolo per i due ex esponenti delle Brigate Rosse Renato Curcio e Mario Moretti, e 21 anni di carcere per il terzo ex brigatista Lauro Azzolini.  “Mezzo secolo è un tempo che va oltre limite ragionevole per un processo penale”, fa notare il ricercatore e storico Paolo Persichetti, che ha seguito questo processo per L’Unità e ha scritto spesso sul suo blog insorgenze.net. “Le prove forensi si disperdono, i contesti mutano, diventa difficilissimo ricollocare i fatti dentro un binario di diritto sensato”. L’azione penale, piuttosto, “dovrebbe essere dismessa in favore di una ricostruzione storica, poiché la pendenza di un’ipoteca penale ostacola il chiarimento di episodi rimasti oscuri”.  Tutto questo processo, dato che il reato di sequestro dell’industriale vinicolo Vittorio Vallarino Gancia, portato nella cascina dove è avvenuta poi la sparatoria, è stato prescritto, si è basato su forzature per costruire aggravanti specifiche e arrivare al processo. Un processo che è partito utilizzando intercettazioni e atti invasivi su una persona che era già stata prosciolta per gli stessi fatti.  Le indagini dell’epoca furono carenti, come racconta lo stesso Persichetti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, visto che la scena del crimine venne manipolata, i reperti non furono raccolti correttamente e la dinamica della sparatoria non fu mai ricostruita con traiettorie precise. “Una sparatoria è un fatto complesso”, continua Persichetti, “era stata fatta richiesta di una nuova perizia da parte delle difese ma sorprendentemente questa richiesta non è stata appoggiata dalle parti civili, che invece avrebbero avuto tutto l’interesse a ricostruire la verità”.  L’intervista con il ricercatore e storico Paolo Persichetti, che ha seguito il processo per il suo blog insorgenze.net e per il quotidiano l’UnitàAscolta o scarica
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
VILLA CARCINA (BS): VENERDÌ 19 GIUGNO, UNA SERATA DI SOLIDARIETÀ CON LO SPETTACOLO “GAZA VIVE”
Questa sera, venerdì 19 giugno alle ore 21, la Sala Capannoncini (Ex magazzini TLM) di Villa Carcina ospiterà “Gaza Vive”, uno spettacolo di e con Beppe Casales promosso per sostenere PalMed Italia, associazione impegnata nel supporto sanitario nei territori palestinesi. Da anni l’organizzazione opera attraverso l’invio di personale medico, medicinali e attrezzature sanitarie, collaborando con strutture ospedaliere e realtà locali per garantire cure e assistenza in un contesto segnato dalla guerra e dalla grave carenza di servizi sanitari. Durante la serata sarà possibile effettuare un’offerta libera destinata ai progetti di assistenza medica e umanitaria. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto presentiamo l’iniziativa con Ismail, dell’associazione Palmed Italia. Ascolta o scarica.
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
Como, l’antifascismo non si processa
Il servizio di Camilla Pizzi nell’edizione delle 12,30 del 19 giugno del Giornale Radio di Radio Popolare. Si è concluso oggi a Como con un’assoluzione il processo a Cecco Bellosi, imputato per i fatti del 28 aprile 2023 a Giulino di Mezzegra. Bellosi era accusato di aver danneggiato la teca dedicata a Mussolini e Petacci dopo aver rimosso fiori e un vaso collocati davanti all’effigie del dittatore. La giudice ha assolto Bellosi perché il fatto non sussiste. Fuori dal Tribunale era presente un presidio promosso dall’ANPI e da altre realtà antifasciste. L’avvocato difensore Davide Steccanella ha dichiarato: «Avrei sperato che riconoscessero che Cecco ha adempiuto un dovere costituzionale togliendo un omaggio al Duce. Dopodiché la giudice l’ha assolto dicendo che non è stato lui a danneggiare la teca con il punteruolo. Però Cecco aveva ammesso di aver tolto i fiori, quindi la sentenza è importante perché stabilisce una volta per tutte che togliere i fiori di omaggio al Duce è un atto di antifascismo e come tale non è un reato.» Lo stesso Bellosi uscendo dall’aula ha ribadito che a Giulino di Mezzegra dovrebbe esserci un luogo dedicato alla memoria della Resistenza, non un punto di riferimento per la celebrazione di Mussolini: «Il problema vero è che il fascismo attuale c’è anche perché questo Paese non ha memoria. In un posto così ci dovrebbe essere un momento alla Resistenza, ai partigiani, non una targa a Mussolini. Io quella sera l’ho fatto spontaneamente, spero che se li rimettono altri vadano a togliere i fiori, visto che non è un reato.»   Ecoinformazioni
June 19, 2026
Pressenza
LIBANO: TREGUA TRA HEZBOLLAH E ISRAELE, MA TEL AVIV CONTINUA A BOMBARDARE. LA CORRISPONDENZA DA BEIRUT CON LA REPORTER AGNESE STRACQUADANIO
Israele moltiplica gli attacchi sul Libano: solo nella giornata di oggi si contano 47 vittime e 97 feriti, in particolare nell’area di Nabatieh, nel sud del Paese, a nord del fiume Litani. Sul fronte opposto, quattro soldati israeliani sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con Hezbollah a Tibnit. Un secondo attacco ha inoltre provocato cinque feriti tra le forze di occupazione israeliane. Prende spunto da qui per alimentato la sua retorica il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, colono e fascista Itamar Ben-Gvir, che ha dichiarato: “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare“. Nel pomeriggio, le pressioni diplomatiche esercitate da Stati Uniti, Iran e Qatar hanno spinto Israele e Hezbollah ad annunciare un cessate il fuoco. La tregua, entrata in vigore alle 15 (orario italiano), è però durata soltanto pochi minuti. Nelle ore successive sono stati segnalati almeno una dozzina di raid israeliani, che secondo le prime informazioni non avrebbero causato vittime. «Continuiamo a operare nel sud del Libano fino a nuove direttive», ha dichiarato l’Idf. Da Beirut, il collegamento su Radio Onda d’Urto con la reporter freelance Agnese Stracquadanio. Ascolta o scarica. La situazione in Libano si riflette anche sui negoziati tra Iran e Stati Uniti: “Condanniamo fermamente le operazioni militari israeliane e gli atti terroristici contro diverse regioni del Libano. Gli Stati Uniti sono responsabili delle violazioni del memorandum di pace firmato il 17 giugno” ha affermato il Ministero degli Esteri iraniano, dopo il rinvio a data da destinarsi dei colloqui tra Teheran e Washington previsti in Svizzera. Al momento, i negoziati restano sospesi: tra le condizioni poste dall’Iran figura infatti la cessazione immediata degli attacchi israeliani in Libano e il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese.
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
Riflessioni sulla memoria del Maggio Nero
Riflessioni sulla memoria del Maggio Nero Riflessioni dall’informalità e per l’informalità, memoria e attacco. Mauricio Morales presente! L’anarchia si riafferma nei territori, nei diversi contesti, nei progetti e nelle lotte,…
June 19, 2026
La Nemesi
Il movimento sindacale statunitense come forza per la pace
SEBBENE IL MOVIMENTO SINDACALE STATUNITENSE VENGA TALVOLTA DESCRITTO COME INTRANSIGENTE E XENOFOBO, QUESTA CARATTERIZZAZIONE IGNORA I SUOI RIPETUTI TENTATIVI DI AFFRONTARE IL PROBLEMA GLOBALE DELLA GUERRA. Il 9 giugno 2026, ad esempio, i delegati al congresso nazionale annuale dell’AFL-CIO, la federazione sindacale che conta 15 milioni di iscritti e alla quale sono affiliati la maggior parte dei sindacati americani, hanno votato a favore dell’adozione della Risoluzione n. 9, intitolata «Vogliamo un mondo giusto e pacifico». > Dichiarando che «i lavoratori non devono mai essere trattati come pedine nelle > lotte di potere geopolitiche», la risoluzione promette che «saremo al fianco > dei lavoratori e delle comunità danneggiate dalla guerra» e «ci impegneremo > per porre fine alle guerre che minacciano i mezzi di sussistenza, la sicurezza > e i diritti dei lavoratori». > > La dichiarazione dell’AFL-CIO sottolinea che «a Gaza chiediamo un cessate il > fuoco immediato e permanente; un accesso umanitario completo, sicuro e > continuativo; la cessazione dei trasferimenti di armi che potrebbero > facilitare violazioni del diritto internazionale da parte di tutte le forze; e > un processo politico credibile fondato sul diritto internazionale e sulle > risoluzioni dell’ONU per raggiungere una pace giusta e duratura». Inoltre, dichiara, l’AFL-CIO «si impegnerà con determinazione nelle istituzioni internazionali», quali le Nazioni Unite e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e «sosterrà il continuo coinvolgimento del governo statunitense e dei sindacati nei negoziati internazionali», compresi quelli incentrati sulla questione  climatica e sull’energia nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e dell’Accordo di Parigi. Condannando i “tentativi demagogici di dividere i lavoratori attraverso la paura, l’esclusione e la retorica razzista contro i migranti”, la federazione sindacale si è opposta ai “divieti di viaggio e alle politiche migratorie discriminatorie”, ha denunciato “l’abbandono degli impegni in materia di rifugiati e asilo previsti dal diritto internazionale” e ha chiesto “il rispetto delle garanzie procedurali per tutti”. Ha promesso di “perseguire […] politiche estere che promuovano la pace e mettano fine al sostegno ai governi repressivi”. Tre mesi prima, rimproverando i governi statunitense e israeliano per aver dato inizio a una guerra contro l’Iran, l’AFL-CIO aveva rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva la fine del conflitto ed esigeva «il rigoroso rispetto del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Costituzione degli Stati Uniti, che prevedono che la voce del popolo si esprima attraverso il Congresso in qualsiasi autorizzazione alla guerra». Naturalmente, le espressioni di sostegno alla pace e alla cooperazione internazionale da parte dei sindacati non sono sempre accompagnate da grandi campagne del movimento sindacale volte a garantirle. All’interno del movimento sindacale statunitense, le questioni di politica interna, che hanno un impatto diretto sui lavoratori americani, tendono a prevalere su quelle di politica estera. Inoltre, durante la Guerra Fredda, gran parte della leadership dell’AFL-CIO era, di fatto, piuttosto bellicista, schierandosi a favore della bandiera e sostenendo gli interventi militari statunitensi in Asia, America Latina e Africa. Il presidente dell’AFL-CIO George Meany si adoperò con vigore e successo affinché la federazione sindacale fornisse un «sostegno incondizionato» alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam e, nel 1972, rifiutasse di appoggiare la candidatura pacifista del senatore George McGovern, candidato democratico alla presidenza. Ciononostante, per oltre un secolo, un numero significativo di importanti leader sindacali americani è stato sostenitore della pace. Tra questi figurano Eugene Debs (presidente dell’American Railway Union), acerrimo critico della guerra ispano-americana e della prima guerra mondiale che, grazie a questa posizione, divenne il prigioniero politico più famoso della nazione. Un altro fu “Big Bill” Haywood (leader degli Industrial Workers of the World), che condannò la prima guerra mondiale e, per sfuggire al destino di Debs, fuggì dal Paese. Negli anni successivi, tra i leader sindacali orientati alla pace figurò Walter Reuther (presidente dell’United Auto Workers e vicepresidente dell’AFL-CIO), un federalista mondiale che fece anche parte del consiglio del National Committee for a Sane Nuclear Policy (meglio noto come SANE) e si oppose all’approccio bellicoso di Meany durante la Guerra Fredda. Un altro, William Winpisinger (presidente dell’International Association of Machinists), divenne copresidente del SANE, oltre che paladino della transizione da un’economia di guerra a un’economia di pace. Infatti, Samuel Gompers, fondatore e presidente di lunga data dell’American Federation of Labor, iniziò la sua carriera sindacale come convinto sostenitore della pace. Nel 1893, rispondendo alla domanda «Cosa vuole il mondo del lavoro?», Gompers replicò: «Vogliamo più scuole e meno carceri; più libri e meno arsenali». Qualche anno dopo, criticò aspramente il ruolo imperialista degli Stati Uniti nelle Filippine. In numerose occasioni, gli attivisti sindacali americani espressero opinioni simili. Persino durante la guerra del Vietnam, quando la leadership dell’AFL-CIO e numerosi sindacati manifestarono posizioni belliciste, all’interno del movimento sindacale crebbe un dissenso sostanziale. Diversi grandi sindacati ruppero con la linea dell’AFL-CIO e, nel 1970, i leader di 22 sindacati statunitensi si erano uniti all’appello per il ritiro delle forze militari statunitensi dal Vietnam. L’attivismo contro la guerra tra le file dei lavoratori si riaccese negli anni ’80. Nacque un Comitato Nazionale dei Lavoratori a sostegno della democrazia e dei diritti umani in El Salvador, che denunciò gli aiuti militari dell’amministrazione Reagan ai governi di destra e repressivi che combattevano i ribelli di sinistra in America Centrale. In risposta a tali pressioni, i delegati al congresso nazionale dell’AFL-CIO del 1985 votarono a stragrande maggioranza a favore di una risoluzione che contestava la politica del governo statunitense, invocando «una soluzione negoziata, piuttosto che una vittoria militare» nella regione. Inoltre, già nel 1986, oltre la metà dei sindacati affiliati all’AFL-CIO sosteneva la campagna “Nuclear Freeze” del movimento pacifista statunitense, che chiedeva la cessazione della corsa agli armamenti nucleari. La guerra in Iraq scatenò un’altra ondata di attivismo pacifista all’interno del movimento sindacale. Nel gennaio 2003, mentre incombeva l’invasione militare statunitense dell’Iraq, 125 delegati provenienti da vari sindacati si riunirono presso la sede della sezione locale 705 dei Teamsters a Chicago e fondarono l’organizzazione U.S. Labor Against the War (USLAW). Dopo l’inizio dell’invasione nel marzo dello stesso anno, la nuova organizzazione crebbe rapidamente e divenne una voce potente all’interno delle sezioni locali, dei singoli sindacati e delle affiliate statali dell’AFL-CIO. Divenne talmente potente, infatti, che, al congresso della federazione sindacale del 2005, i delegati votarono a stragrande maggioranza a favore di una risoluzione che chiedeva il «rapido ritiro» delle truppe statunitensi dal conflitto. Di conseguenza, l’appello dell’AFL-CIO del giugno scorso per un mondo giusto e pacifico è in linea con gran parte del passato del movimento sindacale. E il movimento sindacale non dovrebbe essere sottovalutato come forza per la pace e la cooperazione internazionale in futuro. Di Lawrence S. Wittner -------------------------------------------------------------------------------- Lawrence S. Wittner (https://www.lawrenceswittner.com/ ) è professore emerito di Storia alla SUNY/Albany e autore di Confronting the Bomb (Stanford University Press). -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza New York
June 19, 2026
Pressenza
FIUME PO: PORTATA IN CADUTA LIBERA, PER LEGAMBIENTE BISOGNA RIPENSARE L’AGRICOLTURA DELLA PIANURA PADANA
Le misurazioni effettuate a Pontelagoscuro (FE) mostrano che la portata del fiume Po è crollata del 70% in dieci giorni, passando da oltre 1000 mc/sec a soli 300 mc/sec. “Si tratta di una riduzione di livello di ben 2 m, quasi 20 cm in meno ogni giorno”, scrive Legambiente nel comunicato in cui denuncia la situazione. “Non siamo ancora al record assoluto, misurato nel luglio 2022, con appena 114 mc/sec, ma già molto al di sotto della soglia (450 mc/sec)“. Questo significa che l’acqua salata del mare può arrivare allee prese d’acqua da cui attingono i terreni coltivati nell’area del delta, “costringendo a bloccare i prelievi idrici per evitare di salinizzare i suoli e causare gravi danni alle colture”. Tutto questo accade “anche se non siamo in una situazione di siccità nei grandi laghi italiani”: la portata del Po è in caduta libera anche se “nei grandi laghi prealpini e negli invasi idroelettrici montani della sola Lombardia riposano riserve idriche per 1,5 miliardi di metri cubi d’acqua, abbastanza per garantire il deflusso degli emissari lacustri per almeno un mese, anche in assenza di piogge”. Perché allora siamo in questa situazione? Secondo Lorenzo Baio, vicepresidente di Legambiente Lombardia e referente dell’associazione per le risorse idriche e per il progetto Life Climax Po, “è necessario ritrutturale il sistema agricolo padano, in particolare quello lombardo, per attenuare il picco di fabbisogno idrico estivo”. Ad esempio “riducendo le superfici coltivate a mais, gestendo diversamente le acque nella coltura del riso, ritornando alla coltivazione con sommersione primaverile e, in generale, ripristinare gli usi irrigui invernali e primaverili delle acque, che permettono di alimentare la falda acquifera, per lasciar fluire più acqua nei fiumi nei mesi più caldi e secchi”. Ascoltiamo Lorenzo Baio ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
COMO: ASSOLTO CECCO BELLOSI. “E’ UN ATTO DI ANTIFASCISMO E COME TALE NON E’ REATO”
Si è concluso con un’assoluzione il processo a Cecco Bellosi, imputato per i fatti del 28 aprile 2023 a Giulino di Mezzegra. Bellosi era accusato di aver danneggiato la teca dedicata a Mussolini e Petacci, dopo aver rimosso fiori e un vaso collocati davanti all’effigie del dittatore. La giudice ha assolto Bellosi perché il fatto non sussiste. Fuori dal tribunale era presente un presidio promosso da Anpi, Arci e altre realtà antifasciste. Davide Steccanella l’avvocato della difesa ha detto “Cecco ha ammesso di aver tolto i fiori, quindi la sentenza è importante perché stabilisce una volta per tutte che togliere i fiori di omaggio al duce non è un reato e questo è importante. È un atto di antifascismo e come tale non è un reato”. “In un posto così, dovrebbe esserci un monumento alla Resistenza, un monumento ai partigiani, non una targa a Mussolini” ha dichiarato invece lo stesso Bellosi. Il commento di Danilo Lillia Anpi Dongo Ascolta o scarica
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
La Banca di Palestina chiude migliaia di conti a Gaza mentre il blocco israeliano aggrava la crisi finanziaria
di Qudsnen News,  Quds News Network, 18 giugno 2026.   La Banca di Palestina congela migliaia di conti a Gaza senza preavviso, prendendo di mira i prigionieri liberati e le famiglie dei martiri. Agendo su direttive israeliane, la banca priva i palestinesi dei propri fondi nel pieno di un genocidio. A migliaia di palestinesi a Gaza sono stati congelati e chiusi i conti bancari senza preavviso dalla Banca di Palestina, il più grande istituto finanziario palestinese, impedendo loro l’accesso ai fondi nel mezzo di un genocidio e di un blocco israeliani in corso che hanno distrutto l’infrastruttura bancaria della Striscia. I titolari dei conti, tra cui impiegati, commercianti, avvocati, proprietari di uffici di cambio e semplici cittadini, riferiscono che sia i loro conti bancari che le app di pagamento elettronico sono stati congelati contemporaneamente senza alcuna spiegazione. La Banca di Palestina, con un patrimonio che supera i 250 milioni di dollari e profitti annuali che superano i 100 milioni di dollari, ha fornito solo vaghi riferimenti a «procedure amministrative» quando è stata interrogata in merito alle chiusure. L’attivista e scrittore Ahmad Sirdah ha riferito che il suo conto bancario è stato congelato senza preavviso. In un post sui social media, Sirdah ha affermato che da 500 a 1.000 conti sono stati congelati senza preavviso né richiesta di informazioni aggiornate; ai titolari è stato comunicato che i loro conti sono “sotto blocco amministrativo” e che devono attendere per un periodo indefinito. Ha smentito la falsa spiegazione fornita da un funzionario della banca a un giornalista che indagava sulle sospensioni, secondo cui i conti sarebbero stati congelati per aver superato i limiti di trasferimento. Hisham Al-Bana, avvocato palestinese di Gaza, ha raccontato di aver tentato di recarsi alla filiale della banca a Nusseirat per risolvere la questione del proprio conto congelato, trovandosi di fronte alla stessa mancanza di trasparenza e di spiegazioni da parte del personale bancario. Ramy Abdu, fondatore e presidente dell’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, ha rivelato in una dichiarazione sui social media che i congelamenti dei conti seguono le direttive di una cellula di sicurezza congiunta che opera con gli israeliani. Ha sottolineato il caso del dottor Husam Abu Safiya, rinomato pediatra di Gaza e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato rapito dalle forze di occupazione israeliane il 27 dicembre 2024 dopo essersi rifiutato di abbandonare i propri pazienti durante l’assedio della zona settentrionale di Gaza. Il dottor Abu Safiya rimane attualmente detenuto senza alcuna accusa. Il suo conto bancario, insieme a quelli di sua moglie e di suo figlio, è stato congelato dalla Banca di Palestina senza alcuna considerazione per il servizio reso ai pazienti e al suo paese. Mossab Madoukh, direttore del team Noor Al-Wafa per i prigionieri liberati e le loro famiglie, ha confermato che la Banca di Palestina continua a congelare i conti appartenenti a prigionieri liberati, alle famiglie dei martiri e ad altri gruppi colpiti, nonostante la diffusa indignazione pubblica e le proteste a Gaza. Alcuni conti, sbloccati in seguito alle manifestazioni pubbliche, sono stati successivamente nuovamente chiusi. La banca si è rifiutata di rispondere alle richieste dei titolari dei conti o di ascoltare i ripetuti appelli per un alleggerimento delle misure. Il congelamento di massa aggrava una crisi umanitaria ed economica già catastrofica. I palestinesi di Gaza sono diventati quasi interamente dipendenti dai servizi bancari elettronici e dalle applicazioni di pagamento per gestire le finanze quotidiane a causa di una grave carenza di contanti. Il congelamento simultaneo sia dei conti bancari che dei portafogli digitali ha paralizzato il potere d’acquisto dei cittadini e la loro capacità di soddisfare i bisogni primari delle loro famiglie. Quando i titolari dei conti si recano presso le filiali bancarie in cerca di spiegazioni, si scontrano con il rifiuto totale da parte del personale di rivelare i motivi dei blocchi, creando un’ansia diffusa riguardo al destino dei risparmi e dei diritti finanziari dei palestinesi. Sono nate campagne sui social media con hashtag quali #AccountFreezingIsCrime e #TransparencyIsARight, che chiedono alla Banca di Palestina e all’Autorità Monetaria Palestinese di rilasciare immediatamente dichiarazioni ufficiali che spieghino le vere ragioni alla base del congelamento dei conti e proteggano i fondi palestinesi in un settore privo di alternative finanziarie. I palestinesi protestano davanti alla Banca di Palestina a Gaza. (10 maggio 2026) La campagna di congelamento dei conti colpisce un’ampia fascia della popolazione: lavoratori dipendenti, imprenditori, avvocati, cambiavalute e semplici palestinesi che vivono in condizioni umanitarie gravose. Molti riferiscono che il congelamento ha impedito loro di ricevere bonifici internazionali o di gestire i propri risparmi in modo sicuro. In un contesto in cui gli aiuti internazionali e le rimesse personali sono sempre più vitali, l’accesso ai conti bancari è diventato una necessità di sopravvivenza piuttosto che una semplice comodità amministrativa. La Banca di Palestina ha rifiutato di rispondere alle richieste ufficiali dei giornalisti sui motivi della sospensione di massa dei conti dei residenti di Gaza. La distruzione da parte di Israele delle infrastrutture finanziarie di Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha devastato il settore bancario. Le forze di occupazione israeliane hanno distrutto circa il 95 per cento delle infrastrutture bancarie di Gaza, comprese tutte le filiali e i sistemi di bancomat. Questa distruzione ha costretto i palestinesi a fare affidamento quasi esclusivamente sui pagamenti elettronici per tutte le transazioni. Tuttavia, le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di contante a Gaza hanno creato un onere immenso per la popolazione, che ha subito due anni di guerra genocida. Un bancomat della Banca di Palestina fuori servizio a Rafah, Gaza. (2 aprile 2024) La Banca di Palestina si è rivelata un attore attivo nell’imporre una morsa finanziaria su Gaza, in un momento in cui il ministro delle Finanze israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha apertamente chiesto di bloccare i fondi destinati alle banche palestinesi e di impedire il rinnovamento del sistema finanziario nella Striscia. La pressione dell’estrema destra israeliana sulle istituzioni finanziarie palestinesi fa parte di una più ampia guerra finanziaria volta a soffocare ogni prospettiva di uno stato palestinese. L’economista Ahmad Abu Qimr ha dichiarato ai giornalisti che «aprire filiali bancarie a Gaza senza fornire effettivi servizi di prelievo e deposito di contanti non cambia nulla riguardo alla crisi. Aprire le porte senza liquidità lascia i conti congelati e costringe le persone a rivolgersi al mercato nero e a pagare commissioni esorbitanti per ottenere contanti». Ha sottolineato che «le operazioni bancarie non hanno alcun senso senza iniezioni di contante che consentano transazioni normali senza perdite. La liquidità è la linfa vitale dell’economia, garantisce la continuità dell’attività commerciale e il pagamento degli stipendi». Rapporti internazionali hanno stimato il costo della ricostruzione finanziaria a circa 42 milioni di dollari, ma senza misure immediate per controllare i cambi di valuta sul mercato nero e garantire che il contante raggiunga le filiali bancarie e gli uffici di cambio, il collasso del sistema bancario continuerà. https://qudsnen.com/post?id=67889&slug=bank-of-palestine-closes-thousands-of-gaza-accounts-as-israeli-blockade-deepens-financial-crisis Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 19, 2026
Assopace Palestina

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