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Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio
di GIROLAMO DE MICHELE. È da poche settimane in libreria la raccolta di saggi Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio [ed. or. Making Death and Life in Palestine, Pluto Press 2025], a cura di Tithi Bhattacharya e Susan Ferguson, all’interno della collana “Feminist” diretta da Francesca Coin e Sara Farris per le Edizioni Alegre. Il volume si avvale della Prefazione di Ruth Wilson Gilmore, e comprende saggi, oltre che delle curatrici, di Asmaa AbuMezied, Mai Abu Moghli, Rachel Rosen, Tal-Hi Bitton, Jemima Repo, Mai Taha, Sigrid Vertommen, Weeam Hammoudeh, Michael Nahman, Fady Joudah. Ci sono molte ragioni per considerare imprescindibile la lettura di questi saggi: a partire dal concatenamento fra le biografie scientifiche delle autrici, col correlato delle loro precedenti e attuali ricerche, con gli specifici temi qui approfonditi, e con i più generali temi della riproduzione sociale e del genocidio in atto. Le bibliografie dei singoli saggi approfondiscono e/o aprono campi di ricerca inediti, o quasi, in Italia, dove il dibattito storiografico risente dall’assenza – che a volte suona quasi come una diserzione – dalla decennale ricerca dei Genocide Studies, dalle voci non occidentali e non maschili, dalla rivoluzione concettuale rappresentata dall’imporsi sulla scena del pensiero critico (e non solo “di genere”) della riproduzione sociale. Il che non ha impedito alla critica militante di procedere, lungo altre vie e con altri mezzi, su questi percorsi (Euronomade ha dedicato uno dei suoi seminari a “Riproduzione sociale: sguardi, lotte, scenari”). Eppure uno dei significati che ha assunto l’imporsi del significante “genocidio” nelle piazze e strade globali è stato quello di una appropriazione, da parte del sud del mondo, di un termine che, subito dopo essere stato coniato e sancito come crimine internazionale, è stato sequestrato dall’Occidente, risemantizzato nell’unicità ed eccezionalità della Shoah, e usato come ulteriore argomento per escludere dalla storia chi non aveva – o non avrebbe dovuto avere – accesso alla scrittura della storia. Le imbarazzate ammissioni di “storici laureati” di non conoscere adeguatamente le condizioni di vita, sfruttamento, esclusione vigenti oggi in Israele e nei Territori occupati, a fronte delle contestazioni provenienti dal pubblico, dicono tutto. Per contro, è proprio da quel sud del mondo, da quei regimi coloniali, patriarcali e imperiali di esclusione che vengono le voci femminili e femministe che parlano in questi saggi, contribuendo a ridefinire il concetto di genocidio in termini sia estensivi che intensivi. Com’è noto, per genocidio, Convenzione del 1948 alla mano, si intende «ciascuno degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale»; ed è un fatto che l’ONU riconosce, attraverso le sue istituzioni, il popolo palestinese come uno di questi “gruppi protetti”. Ci si sofferma meno sull’elenco degli atti genocidiari, che non sono solo l’uccisione o le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo – da cui le aberranti discussioni sul “numero esatto” delle vittime e sulle condizioni delle loro sepolture. Ci si sofferma meno su atti genocidiari quali il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, e le misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo: atti la cui continuità nel tempo, ben prima del 7 ottobre 2023, contribuisce a creare quel “pattern of conduct” da cui dedurre come unica ragionevole intenzione l’intento di distruzione del popolo palestinese (come affermato nel rapporto della Commissione indipendente internazionale dell’ONU sul genocidio dei palestinesi in Gaza nel settembre 2025). È su questo piano che interviene il metodo della riproduzione sociale, che mira a individuare le condizione in cui, al tempo stesso, vengono prodotte le condizioni di vita e l’assoggettamento della vita al potere in un contesto sociale determinato. Condizioni che, nel contesto del colonialismmo israeliano, sono altresì condizioni di morte: da cui la scelta delle curatrici del volume di anteporre la parola “Death” a “Life” nel titolo. Così facendo, le studiose della riproduzione sociale arricchiscono di senso una fulminante battuta di Raphael Lemkin, il giurista che coniò la parola “geoncidio” (battendosi poi per tutta la restante vita contro i depotenziamenti e i riduzionismi del termine, ossia delle cose che stanno dietro al nome): «Il genos è sia l’unità contro cui è diretto il crimine sia l’unità da cui ha origine. Il genocidio è un crimine perpetrato da un genos contro un altro». Affermazione che, va segnalato, Anne O’Byrne pone in esergo al primo capitolo del suo The Genocide Paradox. Perché quel genos che appare unitario e univoco (ma non era così per Lemkin), sottoposto al vaglio critico si mostra spacchettato analiticamente nelle pratiche sociale di cura e riproduzione della vita: dalla gestazione e nascita del bios, alla cura dell’infanzia, alle condizioni di cui la vita è prodotta e costretta; dall’istruzione, sia essa quella imposta dall’occupante sia quella prodotta dalle istituzione palestinesi; dalle pratiche sociali e culturali in cui si forma e si rafforza l’identità palestinese, compreso il rapporto con la natura; all’accesso alle cure mediche e alla preservazione della vita. Ciascuno di questi aspetti, indagato nella sua duplice natura di produzione e oppressione della vita – o, anche: di assoggettamento e soggettivazione – viene rovesciato, con un esame analitico delle pratiche necropolitiche di segregazione e apartheid, prima, e di esplicita cancellazione tramite steerminio o sradicamento e deportazione, nel rovescio della vita, cioè nella morte. Da cui un’apparente proliferazione di neologismi – scolasticidio, iatrocidio, spaziocidio, fino a riprodutticidio – che rischia di essere frainta come tendenza al un panpenalismo che mira a creare un numero crescente di crimini in luogo di un’unica fattispecie criminosa: laddove non si tratta di moltiplicare il nome dei crimini, ma di individuare gli specifici atti concreti attraverso i quali non solo si manifesta l’intento genocidiario; e di segnalare la preesistente possibilità di un potenziale esito genocida insito nelle pratiche di assoggettamento della vita. La presenza della morte e dell’oppressione nei singoli frame di quotidianità smaschera le campagne di rebranding con cui lo Stato israeliano, e le comunità a suo sostegno, hanno cercato negli ultimi anni di recuperare consenso distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica globale «dall’impressionante storia di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale di Israele, mettendo in luce i traguardi culturali del paese e la sua cultura cosmopolita», cercando altresì di imporre l’immagine di Israele come unico «paese civile, mentre i palestinesi sono barbari, omofobi, incivili fanatici che si fanno saltare in aria», come scrive Nada Elia nel suo La Palestina è una questione femminista (il primo libro pubblicato da Coin e Farris quando hanno assunto la direzione della collana). Anche il rapporto fra genocidio e colonialismo d’insediamento (settler colonialism) viene in parte arricchito, ma anche messo in discussione dalla critica della riproduzione sociale. Il concetto di colonialismo d’insediamento è stato formulato da Patrick Wolfe (e ripreso da Francesca Albanese nel suo rapporto Genocidio come cancellazione culturale), che ne ha tracciato un confronto col genocidio: «In comune con il genocidio come lo definì Raphael Lemkin, il colonialismo dei coloni [settlers] ha dimensioni sia negative che positive. Negativamente, spinge alla dissoluzione delle società native. Positivamente, erige una nuova società coloniale sulla base della terra espropriata. Nel suo aspetto positivo, l’eliminazione è un principio organizzativo della società coloniale dei coloni piuttosto che un evento una tantum». Caso esemplare presentato da Wolfe è l’affermazione di Theodor Herzl: «Se voglio sostituire un vecchio edificio con uno nuovo, prima di costruire devo demolire». Con un’analisi più marxiana di quella di Wolfe, Tal-Hi Bitton, nel suo contributo “La decolonizzazione come lotta di classe della riproduzione sociale” osserva che la “natura eliminatoria e strutturale” del colonialismo d’insediamento non mette in chiaro come, accanto alla modalità eliminatoria, esista la modalità dello sfruttamento attraverso la creazione di condizioni sociali e lavorative: «in molte colonie lo sfruttamento dei colonizzati è un processo sociale fondamentale, tanto quanto l’appropriazione, aspetto che complica la composizione di classe nelle colonie d’insediamento». In breve, si tratta di intendere il colonialismo d’insediamento all’interno delle dimaniche del capitale, con la conseguente creazione di una Working Class che se per un verso, all’interno delle condizioni di vita predeterminate prodotte dal capitale, è inizialmente «priva della capacità di agire sulla propria esistenza quotidiana», per altro, cimentandosi nella lotta le soggettività intraprendono «una trasformazione del sé, dei propri valori e della comprensione di sé, nello sforzo di mutare le proprie condizioni» – in altri termini un “protagonismo” (termine derivato da Marta Harnecker e Michael Lebowitz) che fa sviluppare capacità concrete di solidarietà, resilienza e resistenza (Sumud) della comunità ed espansione della riproduzione della working class. La lotta contro la colonizzazione è quindi non solo resistenza all’espropriazione, ma «una forma di lotta di classe in opposizione alla separazione vera e propria tra produzione e riproduzione sociale creata dall’imperialismo e dal colonialismo d’insediamento»: una lotta nella quale il protagonismo delle donne palestinesi, che hanno connesso la lotta per la liberazione nazionale all’espanzione della riproduzione sociale, coglie la necessità di lottare non solo contro la sovranità politica, ma anche contro la struttura stessa delle relazioni sociali capitalistiche che sottendono e si espandono attraverso i processi coloniali. Una considerazione che sembra decisiva sia sul piano del metodo, sia alla luce della resistenza che la vita stessa – ben altro che “nuda” – pone in atto contro il divenire genocida del colonialismo sionista. L'articolo Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio proviene da EuroNomade.
March 9, 2026
EuroNomade
Morire per Israele?
di Francesco Masala Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista. Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini). La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa,
Allievi della scuola militare “Nunziatella” in visita all’ospedale pediatrico Santobono-Pausilypon di Posillipo
Le giovani e i giovani cadetti della Nunziatella, in uno slancio di spirito caritatevole e di servizio, vengono portati a visitare i bambini e le bambine dell’ospedale pediatrico Santobono-Pausilypon di Posillipo. Sia il sito della struttura sanitaria, sia quello della Scuola Militare, diffondono in rete il filmato della visita mentre la delegazione, accompagnata dal Comandante e dal Direttore Sanitario, distribuisce giocattoli. Le immagini diffuse sono quasi tutte relative al reparto più delicato della struttura sanitaria, l’oncologico.  Musica accattivante su Instagram, sorrisi soddisfatti del personale e dei due accompagnatori, il direttore della scuola e quello dell’ospedale, posture non proprio spontanee e rilassate dei cadetti di cui non si vedono i visi sotto le mascherine (clicca qui per la notizia e i video dell’evento). La scuola militare Nunziatella di Napoli ha una lunga storia. Fondata da Ferdinando IV di Borbone a fine Settecento, è ospitata in un palazzo storico sulla collina di Pizzofalcone. Leggendo sul sito scopriamo che molti degli ufficiali ex cadetti della scuola sono stati protagonisti  nelle rivoluzioni ottocentesche, nelle guerre mondiali, in quelle coloniali in Africa, durante il fascismo. (clicca qui per le informazioni). Leggiamo anche che i cadetti vengono avviati – fin da allora – ad apprendere la capacità di «ragionamento e giudizio gradatamente e piacevolmente» (sic!), dunque, attraverso quelle che – oggi – in gergo didattico chiamiamo buone pratiche, magari condite con un po’ di soft skills affettivo-relazionali. Infatti, si precisa, si tratta di formare nelle giovani leve «il corpo, la mente e il cuore». Tutte ottime caratteristiche che ben dispongono alla pietas verso chi soffre, ad esempio i bambini e e bambine ricoverate. Da sempre visitare gli infermi è stato un precetto cattolico, e non solo. Alleviare la noia e il dolore nelle corsie è compito del personale delle strutture, ma lo svolgono anche  i volontari. Il volontariato, spesso, in molti servizi pubblici, non è un dono gratuito e di supporto, ma una delega di compiti – viste le carenze di personale –  di funzioni di cura, non solo relazionale. Difficile, del resto, passare fra i letti del reparto oncologico. Anni fa l’istituto scolastico che dirigevo comprendeva anche sezioni di scuola dell’obbligo in un famoso ospedale pediatrico di Roma. Ogni giornata nel reparto oncologico era per gli/le insegnanti una sofferenza e una lezione di accettazione della vita fragile, che si può spezzare e non sempre ricomporre. La sofferenza dei malati era duplicata in quella delle madri, soprattutto madri, donne che avevano lasciato i paesi di provenienza al Sud per far curare un figlio, altri a casa, donne accanto ai letti, di giorno, di notte, ospitate a caro prezzo nelle strutture religiose e nei B&B dei dintorni. I sorrisi nelle immagini del Santobono sono rari, i bambini e le bambine ammalate prendono i doni con il distacco di adulti consapevoli. Soprattutto ai più piccoli non è facile capire perché i genitori, le persone che li amano, non riescano a evitare loro dolore e perdita di identità. Questo commento zoppica e inciampa, non è facile. Si rischia facilmente la retorica del buon samaritano o il tono cinico. Il secondo nome del Santobono è Pausilypon, in greco la sospensione del dolore, la tregua dalla paura. Nobile intento. Il carcinoma non è una patologia come tutte le altre, indipendentemente dalla gravità essa occupa nell’immaginario collettivo un posto speciale. Il “brutto male” è metafora che prova a non definirlo, a lasciare in una sorta di sospensione semantica quel misto di paura e di senso di colpa che provano i malati e i loro famigliari. Il secondo sentimento è legato all’idea di non aver fatto abbastanza per prevenire il cancro, altra parola metaforizzata dalla medicina popolare dal nome comune di un crostaceo, le cui caratteristiche fisiche rimandano alla pericolosità di chele e zampe, alla inquietante fissità degli occhi. Segno zodiacale, in una più bonaria tradizione. Altra metafora legata ai carcinomi è quella della lotta, della guerra guerreggiata fra il corpo attaccato e il nemico attaccante. Susan Sontag ne scrive come “notte in vita” , e la notte non è colpevole. Donna Haraway sottolinea come soprattutto questa malattia sveli l’ideologia delle tecniche biopolitiche sui corpi. Lottare è un dovere del malato, come quella di un buon soldato. La filosofa della scienza correda il suo libro con esempi di manifesti affissi in ospedali, farmacie, studi medici statunitensi. Tavole che incalzano ad alzare il proprio potenziale immunitario, a “orchestrare” i propri organi per tenere lontano il pericolo, The Body Victorious è lo slogan. La tregua dal dolore e dal terrore la provano ogni giorno milioni di bambini nel mondo, per denutrizione, abbandono, abuso, o perché rappresentano un danno collaterale delle guerre. Si insegna tutto questo panorama di orrore ai giovani futuri soldati, nel nesso cuore-mente che fa da ispirazione all’accademia? Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Trump licenzia Kristi Noem da Segretaria alla Sicurezza Interna e la sostituisce con il senatore Markwayne Mullin
Kristi Noem è stata destituita dalla carica di Segretaria alla Sicurezza Interna. Giovedì, il presidente Trump ha annunciato sui social media che avrebbe licenziato Noem e l’avrebbe sostituita con il senatore repubblicano Markwayne Mullin dell’Oklahoma, membro della Cherokee Nation. Noem aveva dovuto affrontare crescenti richieste di dimissioni o impeachment per la sua disastrosa gestione delle retate contro gli immigrati condotte dall’ICE in tutto il Paese e per l’uso incontrollato della forza da parte dei suoi agenti federali, che ha portato alla morte di almeno quattro persone, tra cui i cittadini statunitensi Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, da lei definiti terroristi interni. Noem è stata anche accusata di corruzione. L’anno scorso è stata fotografata mentre indossava un Rolex Cosmograph Daytona in oro del valore di circa 50.000 dollari durante una visita alla famigerata mega-prigione CECOT in El Salvador, dove Trump aveva deportato centinaia di immigrati venezuelani. Ha posato davanti a una cella sovraffollata dove decine di uomini indossavano solo magliette e pantaloncini bianchi. Noem ha anche supervisionato una campagna pubblicitaria di autopromozione da 220 milioni di dollari; in un’intervista esclusiva alla Reuters Trump ha dichiarato giovedì di non aver approvato tale campagna. Tutto questo avviene mentre il Dipartimento della Sicurezza Interna rimane in parziale chiusura dopo che i senatori democratici hanno bloccato un disegno di legge repubblicano per finanziarlo. Il licenziamento di Noem è stato annunciato poco prima del voto. In precedenza, il senatore democratico Richard Blumenthal del Connecticut avrebbe detto che “negoziare il finanziamento del dipartimento poteva essere più facile se Noem fosse stata licenziata.”   Democracy Now!
March 9, 2026
Pressenza
Paypal blocca le sottoscrizioni in solidarietà con Cuba. Non c’è fine alla malvagità dell’imperialismo
Il sindacato USB ha lanciato una campagna di sottoscrizione per sostenere i lavoratori cubani, stritolati da un criminale blocco economico, che mira a colpire direttamente la popolazione cubana. Con un provvedimento di Trump, dal 29 gennaio lo stritolamento del popolo cubano è stato ulteriormente inasprito, e nell’isola aumenta la mancanza di petrolio, di medicinali, di generi alimentari. Nei giorni scorsi abbiamo verificato che il sistema di trasferimento di denaro PAYPAL blocca i fondi dei privati cittadini che inviano denaro sul conto della sottoscrizione, solamente perché trovano la parola “CUBA”, allo stesso modo al nostro sindacato è stato chiesto per quale motivo utilizzavamo il sistema PAYPAL per azioni che interessano Cuba. È inaccettabile che anche le azioni di solidarietà, l’invio di denaro per aiuti umanitari siano sottoposti al blocco da parte delle autorità criminali statunitensi. Non contenti di questo, gli USA stanno facendo pressioni su tutti i paesi che stanno ricevendo assistenza medica dal personale cubano, intimando ai paesi sovrani di espellere il personale cubano. La stessa pressione è stata fatta anche sulla regione Calabria, che oggi regge il proprio sistema sanitario sulla collaborazione del personale sanitario cubano, apprezzato e riconosciuto dalla popolazione calabrese. L’Unione Sindacale di Base rilancia con forza la campagna di solidarietà con Cuba e con il sindacato cubano della Central de Trabajadores Cubanos, invita tutti i cittadini a sottoscrivere per Cuba, invita le forze politiche, gli organi di stampa, le organizzazioni sociali a denunciare il comportamento criminale e genocida degli Stati Uniti. Qui la raccolta fondi: https://www.produzionidalbasso.com/project/un-farmaco-per-cuba/ Unione Sindacale di Base
March 9, 2026
Pressenza
L’Orientamento delle scuole superiori di Novara, tra Centro commerciale e reclame militari
PUBBLICHIAMO UNA SEGNALAZIONE ARRIVATA DA UN NOSTRO LETTORE DA NOVARA, A TESTIMONIANZA CHE LA SOCIETÀ CIVILE COMINCIA A PRENDERE CONSAPEVOLEZZA DEL “TEOREMA DELLA MILITARIZZAZIONE” CHE STA DILAGANDO NEL NOSTRO PAESE PER NORMALIZZARE LA GUERRA E INDORARE LA PILLOLA DEL RITORNO DELLA LEVA OBBLIGATORIA. PER ALTRE SEGNALAZIONI SCRIVI A OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. Ad accorgersi dell’incongruenza sono stati gli studenti e le studentesse delle scuole superiori in occasione dell’orientamento svolto presso il Centro commerciale san Martino della città nelle giornate del 6 e 7 marzo 2026. Accade infatti che con il patrocinio della Regione Piemonte, della Provincia di Novara, del Comune di Novara e Obiettivo orientamento Piemonte, accanto ai tradizionali orientamenti universitari, un intero piano del centro commerciale è stato dedicato agli stand di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare e Carabinieri. Volantini, riviste militari, segnalibri e poster in omaggio, degni della cameretta di Donald Trump. “La marina militare è l’occasione che ha incontrato il tuo talento”: “fucilieri, incursori, palombari, tecnici e specialisti di sistema di combattimento”, e ancora “allievi ufficiali piloti, allievi Marescialli, volontari di ferma”, la rivista di aeronautica militare in omaggio ti orienta a tutti i bandi mentre uomini in divisa dallo sguardo solerte ti omaggiano di poster, adesivi e calendarietti. Già suona disturbante la location dell’evento scelto per “orientare” i/le giovani agli studi superiori: non un’università, bensì un centro commerciale, ma “se il tuo sogno è diventare Comandante di uomini e donne in contesti operativi”, “se hai voglia di affrontare con slancio le sfide del lavoro e ti senti particolarmente portato per la vita in uniforme”, “se il tuo sogno è quello di indossare le stellette anche se giovanissimo”, “potrai far parte di un college d’avanguardia, la cui didattica mira a formare uomini e donne responsabili, culturalmente e fisicamente completi”. E tutto questo mentre il quadro geopolitico è quello che tanto ci allarma sul futuro nostro e delle generazioni che verranno, tanto più in una città come Novara  dove a pochi chilometri di distanza, presso Cameri, c’è la base militare della Leonardo SpA dove si producono gli F35. “Perché?” chiedono molti studenti, studentesse e osservatori e osservatrici novaresi non distratti. Quale scenario stiamo preparando per le nostre figlie e i nostri figli? Ecco come la militarizzazione avanza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Soldi a fondo perduto e inquilini valutati da un algoritmo. I nuovi ostacoli per affittare a Roma
(Fonte) – Filippo Poltronieri – 8 marzo 2026 Una provvigione all’agenzia del 15% sul canone annuo (2500 euro + 550 di iva), 50mila euro di reddito annuo lordo, un contratto a tempo indeterminato, la cittadinanza italiana e duemila euro a fondo perduto come assicurazione per il rischio morosità. Per assicurarsi un appartamento da 1.400 euro al mese al Pigneto, insomma, è necessario anticipare oltre cinquemila euro e presentare una serie di garanzie piuttosto stringenti. Negli ultimi anni il mercato immobiliare romano ha raggiunto un livello di complessità che ridefinisce completamente il concetto di cercare casa. Una trasformazione cui ha contribuito anche il sistema inventato da SoloAffitti Spa, un gruppo che conta ormai circa trecento agenzie in tutta Italia, una ventina nella Capitale, e che ha scelto di puntare tutto sulla tecnologia applicata alla locazione attraverso la piattaforma SoloAffitti PAY. Come funziona. Non si paga la caparra al proprietario dell’immobile ma a un’agenzia privata che garantisce per l’inquilino dando al proprietario la certezza dei pagamenti anche in caso di morosità, fino all’avvenuto sfratto. Il proprietario a sua volta devolve un 10% dell’incasso mensile all’agenzia. La selezione degli inquilini avviene attraverso un’istruttoria rigorosa gestita da un algoritmo. Chi cerca casa deve caricare sulla piattaforma documenti di reddito, siano essi di lavoro dipendente, autonomo o pensioni. L’algoritmo incrocia questi dati e restituisce un indicatore di solvibilità personalizzato che definisce esattamente quale appartamento il soggetto può permettersi. “Poi è il proprietario l’ultimo decisore che può imporre qualsiasi limitazione” spiega Alessandro Galardo, che gestisce una delle agenzie affiliate di Roma. A Roma poi, dove operano circa venti agenzie coordinate che possono lavorare su tutta la città pur avendo punti di riferimento, il mercato è estremamente variegato. Ancora Galardo “in città esiste un mercato del transitorio molto forte, alimentato da master annuali o trasferimenti legati alle cariche istituzionali come quelle della Camera dei Deputati, dove i contratti durano quanto la legislatura”. Il profilo dei proprietari è altrettanto specifico. Secondo Galardo, la maggior parte dei locatori ha un’età compresa tra i quaranta e i sessant’anni, persone che hanno avuto la possibilità di acquistare casa o che sono eredi dello storico tessuto dei “palazzinari” e delle imprese edili che hanno costruito massicciamente fino agli anni novanta. SoloAffitti PAY si inserisce con una forza dirompente: Galardo rivela che nel 2025 circa il 95% degli immobili da loro gestiti è stato affittato utilizzando la garanzia Rent Pass. Questa automazione della fiducia crea una forma di esclusione per chi non possiede i requisiti minimi richiesti come chi ha un lavoro atipico o fa parte di categorie storicamente fragili. Il modello si scontra quindi con una realtà economica per l’inquilino che è diventata estremamente onerosa. Oltre alla provvigione per l’agenzia, che nella Capitale si attesta solitamente sul 15% del canone annuo, l’aspirante inquilino deve versare una cifra a fondo perduto che non è un deposito cauzionale e non verrà restituita a fine contratto, ma costituisce un pagamento per il servizio di assicurazione contro la morosità, e trasforma l’accesso alla casa.   The post Soldi a fondo perduto e inquilini valutati da un algoritmo. I nuovi ostacoli per affittare a Roma first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
La Toronto Film Critics Association cade sulla censura della solidarietà con la Palestina
La Toronto Film Critics Association è finita in una crisi senza precedenti dopo che più di un terzo dei suoi membri si è dimesso per protestare contro la rimozione di un paragrafo che esprimeva solidarietà al popolo palestinese dal discorso di accettazione del premio come Miglior Attrice Non Protagonista in un film canadese per il suo ruolo in “Sweet Angel Baby” inviato dalla regista e attrice indigena canadese Ellie Maiga Taylorvers. La cerimonia di premiazione si è tenuta il 2 marzo 2026. Taylorvers aveva inviato un discorso di ringraziamento videoregistrato da mostrare durante l’evento, ma la versione presentata al pubblico era incompleta, poiché Taylorvers ha scoperto in seguito che la parte in cui esprimeva solidarietà ai palestinesi era stata tagliata. Nella trascrizione completa pubblicata da Exclaim, l’attrice afferma: “Il mio cuore è rivolto al popolo palestinese che sta attraversando questa tragedia.” L’artista ha accusato l’associazione di aver censurato direttamente i suoi testi, sostenendo che le cancellazioni sono state effettuate a sua insaputa o senza il suo consenso. In una lettera all’associazione, i cui dettagli sono stati riportati dai media canadesi, ha sottolineato – secondo il sito web Vulture – che la neutralità in tali momenti è “una forma di violenza” e che astenersi dal prendere posizione politica è di per sé una presa di posizione. Taylorvers ha annunciato la restituzione del premio, sostenendo il diritto degli artisti di esprimere le proprie opinioni, in particolare su questioni umanitarie, trasformando così la questione da una modifica alla durata di un video a una prova dell’impegno dell’organizzazione per la libertà di espressione. L’associazione ha risposto con una dichiarazione ufficiale affermando che i discorsi erano stati abbreviati per motivi organizzativi legati al controllo della durata della cerimonia. L’allora presidente dell’associazione, Joanna Schneller, ha spiegato che l’abbreviazione del discorso di Taylorvers era una decisione personale per mantenere la durata del programma. Questa giustificazione non è riuscita a convincere gran parte dei membri, poiché molti hanno trovato poco convincente la scusa dei “limiti di tempo”, soprattutto perché questa pratica non era comune in passato. Almeno 16 dei 46 membri hanno annunciato rapidamente le loro dimissioni, tra cui noti critici dell’industria cinematografica canadese. Con l’aumentare dell’ondata di proteste, la direttrice dell’associazione ha annunciato le sue dimissioni nel tentativo di contenere la crisi, ma la mossa non ha fermato l’emorragia di dimissioni, né ha ripristinato rapidamente la fiducia nell’organizzazione. La crisi è andata oltre l’associazione, trasformandosi in un dibattito più ampio sulla scena culturale canadese su come le istituzioni artistiche affrontano le posizioni politiche degli artisti, soprattutto quando si tratta della Palestina e di delicate questioni internazionali. Quanto accaduto contraddice i valori che le istituzioni culturali affermano di difendere, poiché “difendere la libertà di espressione artistica è incompatibile con la censura del discorso di un artista al momento della ricezione di un premio”. Oggi la Toronto Film Critics Association, fondata nel 1997 e i cui premi sono tra i più prestigiosi del Canada, si trova ad affrontare una vera e propria crisi di fiducia. Gli osservatori ritengono che ciò che è iniziato come la modifica di un breve paragrafo del discorso di un artista abbia rivelato una divisione più profonda all’interno dell’establishment culturale riguardo al rapporto tra arte e politica e ai limiti della responsabilità etica delle istituzioni critiche nei confronti della libertà di espressione. ANBAMED
March 9, 2026
Pressenza
8 Marzo: un contributo dedicato alla Val di Susa (FOTO)
Ieri la Lab Antiviolenza Valsusa e il Collettivo Talea hanno organizzato per la Giornata Internazionale della Donna, una giornata di lotta nelle città di Susa e Avigliana. Molte le tematiche […] The post 8 Marzo: un contributo dedicato alla Val di Susa (FOTO) first appeared on notav.info.
March 9, 2026
notav.info
BASILICATA: “INCURSIONE NAZIFASCISTA A SCOPO INTIMIDATORIO” CONTRO LA SEDE DELL’USB DI POTENZA
Nelle prime ore di lunedì 9 marzo la sede del sindacato Usb di piazzale Bratislava, nel capoluogo lucano, è stata imbrattata con svastiche naziste. È stata anche strappata la bandiera della Palestina, che da settembre 2025 era affissa fuori dalla sede. Il sindacato di base, in una nota, si dice convinto che si tratti di “un tentativo di intimidazione nei confronti di quel punto di riferimento di carattere sindacale e sociale che Usb sta diventando. La sede di Potenza rappresenta un trait d’union per le lotte per il territorio”. L’Usb chiude lanciando l’appello “alla sorveglianza attiva da parte dei militanti locali per evitare che tali provocazioni non possano trovare ulteriori spazi”. Ai nostri microfoni la denuncia di Rosalba Guglielmi, coordinatrice dell’Unione Sindacale di Base per la Basilicata. Ascolta o scarica
March 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Referendum sulla giustizia
> Votiamo NO per difendere la Democrazia! Di fronte a una riforma che promette equità ma consegna le chiavi della giustizia al potere politico, la risposta non può che essere una sola. Ecco perché la separazione delle carriere e il sorteggio del CSM sono trappole per i cittadini. Siamo chiamati alle urne per esprimerci su una riforma costituzionale che, dietro slogan accattivanti come giustizia giusta e parità delle armi, nasconde un attacco frontale all’autonomia della magistratura. Non è una questione tecnica per addetti ai lavori: è una scelta che tocca la libertà di ogni cittadino. L’inganno della separazione delle carriere Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, il PM è un organo di giustizia: ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’indagato e risponde alla stessa cultura della legalità del giudice. Se la riforma passasse, il PM diventerebbe un “avvocato dell’accusa”, spinto da una logica di agonismo e di “vittoria” processuale. Come ricorda Nicola Gratteri, l’interscambio tra le funzioni è un arricchimento: un PM che ha fatto il giudice sa cos’è una prova e non insegue teoremi. Separarli significa creare una “corporazione di accusatori” che, fatalmente, finirà sotto il controllo del governo. Il sorteggio: la resa della ragione La riforma introduce il sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Si dice serva a sconfiggere le “correnti”, ma l’effetto sarà la delegittimazione dell’organo. Come sottolinea Gustavo Zagrebelsky, l’estrazione a sorte è una “triste rinuncia alla ragione“: si affida al caso la scelta di chi deve governare un ordine delicatissimo, trattando magistrati esperti come pedine fungibili. Un CSM estratto a sorte sarà un organo debole, incapace di fare da argine contro le invasioni di campo della politica. Gli argini del potere La magistratura non è un contropotere, ma un argine. In un Paese con alti tassi di corruzione, la politica tende per natura a tracimare. Indebolire l’indipendenza dei magistrati significa abbassare quegli argini, garantendo impunità ai potenti e lasciando i cittadini comuni senza protezione. La riforma non tocca i veri mali della giustizia — i tempi infiniti, la carenza di organico, la complessità delle leggi — ma si concentra solo su come limitare i controlli sui “piani alti”. Una giustizia per i forti? Se la legge deve essere uguale per tutti, non possiamo accettare una riforma che punta a una “giustizia diversa per chi può permettersela”. Il rischio, è di perdere i migliori giovani che sognano la magistratura come vocazione di giustizia, scoraggiati da un sistema che vuole trasformare i magistrati in funzionari ossequenti al potere. Votare NO non significa difendere una casta, ma difendere la Costituzione e l’equilibrio tra i poteri. Significa pretendere che il “fiume” della politica continui a scorrere entro i limiti della legalità, senza travolgere i diritti di tutti. La redazione di Ancora In Marcia -------------------------------------------------------------------------------- Per sostenere e ricevere In Marcia! L'articolo Il Referendum sulla giustizia proviene da Ancora in Marcia!.
March 9, 2026
Ancora in Marcia!