Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israeledi Ibrahim Ossman
Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30
luglio 2026.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito,
attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o
componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella
Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il
conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento
militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un
dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste
di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a
duplice uso.
Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali,
insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni
della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e
contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni
parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a
responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle
operazioni militari israeliane.
In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel
monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione
con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che
un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione
Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati
quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati
all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon.
«MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione.
In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati
avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente
approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni
certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al
destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il
24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia
Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati
relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union
Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti
elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana.
L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta
affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi
aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei
sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar,
nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e
controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle
normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione
di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede
infatti l’ottenimento di licenze speciali.
La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di
Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre
principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia
ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di
controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e
a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del
transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la
destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal
gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per
l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare
delle attrezzature trasportate.
Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab)
Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni
provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container
fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di
Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative
parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato
alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container
precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato
controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la
possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990,
che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul
territorio italiano.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e
mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al
quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere
estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando
che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da
parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata
proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo,
continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce».
Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17
febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty)
In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte
vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e
pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o
all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo
anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo
la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele».
Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container
standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto
italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati
utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i
principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso
dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi
tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non
avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di
fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».