Grosseto: centinaia in piazza contro il mega impianto fotovoltaico israeliano
Centinaia di persone hanno riempito le strade di Ribolla, frazione del comune di Roccastrada in provincia di Grosseto, per dire no a un mega impianto agrivoltaico che una società riconducibile al colosso israeliano Shikun & Binui intende realizzare nell’area. La protesta, organizzata dal Collettivo Diritti in Palestina, ha unito in un unico fronte la difesa del territorio dalla speculazione e la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dall’azienda nei territori palestinesi occupati, con un’ampia rappresentanza civica e politica. Nello specifico, si prevede l’installazione di oltre 36mila pannelli su una superficie di circa 30 ettari, per una produzione di oltre 19 megawatt. Il progetto ha già superato la valutazione d’impatto ambientale, ma deve ancora ottenere l’autorizzazione definitiva. Bandiere palestinesi e cartelli hanno riempito la frazione grossetana, in cui sono giunti manifestanti da Massa Marittima, dall’Argentario, dall’Amiata e da altre località della provincia. Alla manifestazione sfociata dalla mobilitazione, tenutasi nel weekend, hanno partecipato circa 400 persone, riunite in un network di associazioni, comitati e forze politiche. Alla protesta hanno aderito, tra gli altri, il Movimento 5 Stelle regionale e grossetano, Rifondazione comunista Toscana e Alleanza Verdi e Sinistra. L’area divenuta oggetto del contendere si trova nel Parco nazionale delle Colline Metallifere, in una zona di rilevanza storica legata alla tragedia mineraria del 1954, nella quale morirono 43 lavoratori. Durante l’evento, il Collettivo Diritti in Palestina di Ribolla ha contestato sia la dimensione del parco sia il coinvolgimento del gruppo, accusato di contribuire all’occupazione dei territori palestinesi. Durante la manifestazione è stata denunciata la «speculazione energetica» nelle aree meno abitate. I partecipanti intendono ora avviare tavoli di lavoro tra realtà ambientaliste e movimenti per la Palestina, chiedendo alla Regione Toscana di respingere il progetto. Come ricostruito già negli scorsi mesi dagli attivisti, la società proponente, SPV Energy 3 Srl, con sede a Milano, che vede un capitale sociale di soli 2.500 euro e nessun dipendente, è posseduta al 100% da Shikun & Binui Energy Europe B.V., con sede ad Amsterdam, a sua volta controllata dal gruppo israeliano Shikun & Binui. Il colosso, specializzato in edilizia e infrastrutture, è inserito nel database di Who Profits come azienda che «ha un ruolo significativo nella costruzione ed espansione degli insediamenti e delle infrastrutture di occupazione nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est» e ha «partecipato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza assediata». Il gruppo figura anche nella banca dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani relativa alle imprese coinvolte in attività connesse agli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Il progetto ha già ottenuto a maggio l’autorizzazione ambientale, nonostante i Comuni interessati avessero espresso parere contrario. A ottobre si terrà la conferenza dei servizi decisiva per il via libera definitivo. Alla manifestazione era presente l’assessora comunale Marcella Fiorenti, che ha letto una lettera del sindaco Francesco Limatola, assente perché impegnato a Firenze. Il primo cittadino ha ricordato che l’amministrazione ha già formalizzato il proprio parere contrario durante la conferenza dei servizi sulla valutazione d’impatto ambientale e manterrà la stessa posizione quando sarà esaminata l’autorizzazione definitiva. Sul fronte politico, il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Regione Toscana, Lorenzo Falchi, ha annunciato il deposito di un’interrogazione alla Giunta per chiedere verifiche sui legami societari e sul rispetto del diritto internazionale. «Siamo assolutamente favorevoli alla transizione energetica – ha dichiarato –. Tuttavia, la transizione non può avvenire calpestando il diritto internazionale». Anche il Partito Democratico di Roccastrada ha espresso posizioni analoghe, ribadendo che la transizione energetica deve essere «anche etica» e non può tradursi in speculazione. Gli attivisti, nel frattempo, hanno lanciato una raccolta firme con lo slogan «Impediamo la colonizzazione della Maremma» che ha già raccolto oltre 12mila adesioni, e annunciano nuove iniziative per i prossimi mesi. The post Grosseto: centinaia in piazza contro il mega impianto fotovoltaico israeliano appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter
I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi. L’UGUAGLIANZA VA IN SCENA Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo.  In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi. Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali?  MEDITERRANEO, UN MARE IN FRANTUMI Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale. Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove. > È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la > portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso > alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere > sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di > attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e > dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. > Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono > state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I > Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li > abitano. Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni. Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo. La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine.  TARANTO, UNA CITTÀ FINALMENTE RICOMPOSTA? Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta. > È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea > di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è > un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture > che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al > tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle > porte. Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali. La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana.  C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita. Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica.  Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
Newsletter del 08.09.26 – BioOsteria e BiblioArena (ven.11 e sab.12); Circolo maglia (sab.12); Biblioteca e aula studio.
Casale Podere Rosa Biblioteca sociale Passepartout Newsletter del 8.settembre.2026 Aria nuova, anzi fresca, in biblioteca…. Stiamo completando i lavori del sistema di raffrescamento con pompa di calore + impianto fotovoltaico ad emissioni -quasi- zero di gas serra. Nel frattempo nella sola aula studio è già entrata in funzione la climatizzazione a circa 27°, per lavorare … Leggi tutto "Newsletter del 08.09.26 – BioOsteria e BiblioArena (ven.11 e sab.12); Circolo maglia (sab.12); Biblioteca e aula studio."
September 8, 2026
Casale Podere Rosa
CONTINUANO GLI ATTACCHI DELL’ESERCITO DI OCCUPAZIONE SIONISTA A GAZA E IN CISGIORDANIA IN VISTA DELLE ELEZIONI IN ISRAELE
S’intensificano gli attacchi delle forze di occupazione sionista a Gaza e in Cisgiordania mentre l’idea di svuotare Gaza della sua popolazione resta sul tavolo della politica israeliana . A riproporla con determinazione e con un piano dettagliato è Itamar Ben Gvir, ministro suprematista della Sicurezza nazionale che ha inserito l’espulsione degli abitanti della Striscia in una delle principali questioni della campagna elettorale per le elezioni israeliane del 27 ottobre. A Gaza è in corso una guerra di bassa intensità contro la popolazione civile che continua a mietere vittime fra i gazawi che vivono in condizioni spaventose fra macerie e liquami. L’atto finale del colonialismo d’insediamento sionista trova il suo compimento nella ormai palese annessione della Cisgiordania ,obiettivo dichiarato e perseguito attraverso la sinergia tra le bande armate dei coloni e le truppe di occupazione dell’esercito sionista. Ne parliamo con Chiara Cruciati giornalista del “Manifesto”
September 8, 2026
Radio Blackout - Info
Ddl Antisemitismo: il 9 settembre la protesta di oltre 250 sigle
PRESIDIO-MARATONA A ROMA, A MONTECITORIO, E IN ALTRE 45 CITTÀ D’ITALIA PER DIRE NO ALLA NORMA-BAVAGLIO. LA MOBILITAZIONE IN OCCASIONE DELLA DISCUSSIONE DEL DDL ANTISEMITISMO ALLA CAMERA. Domani, mercoledì 9 settembre, oltre 250 sigle scendono in piazza insieme a Roma, in piazza Montecitorio, dalle ore 13, per un grande presidio-maratona d’interventi e, nello stesso giorno, in altre 45 città d’Italia per dire no al cosiddetto ‘disegno di legge antisemitismo’, in occasione della discussione del provvedimento in Commissione Affari Costituzionali alla Camera. Una vera e propria ‘norma-bavaglio’ che, basata sulla definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), equipara ad antisemitismo le critiche verso le politiche del Governo d’Israele, e i suoi sostenitori, reprimendo così ulteriormente il diritto al dissenso, la libertà d’espressione e d’informazione. Ovvero: perseguire legalmente tutti coloro che denunciano pubblicamente le politiche coloniali, le violazioni dei diritti umani, il genocidio (riconosciuto anche dall’ONU un anno fa), la pulizia etnica e l’apartheid praticati dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. Da Roma a Milano, Torino, Genova, da Firenze a Brindisi fino a Catania e Palermo e in decine di altre piccole e grandi città italiane. Una mobilitazione diffusa, lanciata dalla Rete #NoBavaglio assieme a centinaia di organizzazioni sociali e politiche, in grado di riunire un’ampia pluralità di realtà in difesa dei diritti umani: dal mondo dell’informazione ai sindacati, dai movimenti per la Palestina alle comunità ebraiche e cattoliche, dalle campagne e reti per la pace e contro il riarmo fino alle sigle di rappresentanza di scuola e università. E ancora: dalle associazioni per i diritti dei migranti e per la giustizia sociale fino ai collettivi di artisti e comitati cittadini da tutta Italia. “I recenti attacchi e accuse di antisemitismo contro la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) per aver aderito tra gli organizzatori della mobilitazione di domani dimostrano proprio l’entità del rischio di censura e repressione a cui stiamo già andando incontro, ancora prima che il ‘ddl-antidissenso’, come andrebbe ribattezzato, sia approvato. – spiegano – Criticare Israele non è antisemitismo ma è un diritto costituzionale che va salvaguardato per il bene della nostra democrazia e dei diritti umani”. “È bene ricordare che gli strumenti normativi per prevenire e punire i crimini d’odio di diversa estrazione già ci sono, quali ad esempio la Legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205): sarebbe sufficiente garantirne la piena applicazione, senza il bisogno di evocare, strumentalmente, ulteriori norme, per di più liberticide come appunto quelle previste dal Ddl antisemitismo. In netto contrasto con questa deriva, come già approvato dall’Ordine dei Giornalisti, si può e si deve scegliere di abbandonare la definizione IHRA e adottare la Dichiarazione di Gerusalemme, che non vuole essere definizione vincolante dal punto di vista giuridico, ma uno strumento per identificare, monitorare e combattere l’antisemitismo attraverso una serie di linee guida, legando la lotta all’antisemitismo alla protezione dei diritti umani e alla libertà di critica”. “Ci appelliamo al mondo della cultura, scuola, università, ricerca, informazione, arte, sport e tutte le realtà sociali, culturali, sindacali, politiche, davvero democratiche, a fare fronte comune. Per far rispettare una normativa che: difenda la memoria della Shoah senza trasformarla in arma politica; protegga davvero le persone ebree da ogni forma d’odio; impedisca che l’antisemitismo venga manipolato per giustificare l’oppressione di un altro popolo e mettere in campo forme di repressione e derive autoritarie; garantisca che la lotta al razzismo sia una lotta unica, indivisibile, senza gerarchie né eccezioni”, concludono. Roma, 8 settembre 2026 SCOPRI DI PIÙ: ELENCO ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI (In aggiornamento) https://pressingweb.altervista.org/2026/08/criticare-israele-non-e-antisemitismo-no-alla-norma-bavaglio/ MAPPA DEI PRESIDI IN ITALIA CON ELENCO DELLE PIAZZE: https://www.amnesty.it/eventi/mobilitazione-contro-il-ddl-antisemitismo/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
LOTTE OPERAIE: MARTEDì 8 SETTEMBRE INCONTRO A PALAZZO CHIGI PER L’EX ILVA, DOPO I 2.500 LICENZIAMENTI ANNUNCIATI PER L’INDOTTO
Lotte operaie e lavoro. Nel pomeriggio di martedì 8 settembre, a Roma, nuovo tavolo – stavolta direttamente a palazzo Chigi – sul futuro dell’ex Ilva. Un appuntamento, quello nella Capitale, che arriva a poche ore dalle 2.500 lettere di licenziamento arrivate nelle case di altrettanti lavoratori e lavoratrici dell’indotto a Taranto. L’incontro a Palazzo Chigi, alla presenza anche dei sindacati,  è fissato per le ore 17.30. L’ipotesi più attendibile però è che oggi il Governo, ancora una volta, rimandi tutto, aspettando il pomeriggio di mercoledì 9 settembre. Alle ore 14.30, infatti, al Tribunale di Milano, ci sarà l’udienza sulla richiesta di sospendere lo stop all’area a caldo a Taranto, disposta a fine luglio dalla Corte d’Appello meneghina, accogliendo il reclamo dell’associazione “Genitori Tarantini” e di altre formazioni civiche, in merito alle emissioni nocive e la presenza di amianto, ritenute “un pericolo potenziale” per l’intera città, “oltre i limiti di sicura accettabilità”. La sentenza di fine luglio imponeva la chiusura entro 90 giorni, ossia a fine ottobre, con l’eventuale e ipotetica ripresa della produzione soltanto dopo la bonifica completa e integrale dall’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili, da riportare sotto i limiti di legge. Sull’incontro dell’8 settembre 2026 a palazzo Chigi sul futuro dell’ex Ilva l’intervista di Radio Onda d’Urto a Loris Scarpa, coordinatore nazionale per la siderurgia della Fiom Cgil. Ascolta o scarica
September 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Due “reazioni di rigetto” in un giorno solo
Il “progetto europeo” ha ricevuto nella stessa giornata due legnate molto pesanti. Una in Germania, l’altra in Serbia. Della prima si parla molto con preoccupazione, perché l’ascesa dell’Afd – partito che non fa mistero di rifarsi al nazismo tedesco, quello “originale” – è ormai arrivata al punto di tracimare in […] L'articolo Due “reazioni di rigetto” in un giorno solo su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Educazione militare ed esercito nelle strade: il fascismo eterno e conclamato di Vannacci e non solo…
IL LEADER DI FUTURO NAZIONALE SCANDALIZZA CON LE SUE PROPOSTE REPRESSIVE, MA SI LIMITA AD ESPLICITARE MEGLIO CIÒ CHE DA ANNI VIENE ALIMENTATO DA MEDIA E POLITICA. Tanto clamore sta suscitando la lettura del programma politico di Futuro nazionale, il neonato partito fondato dal generale della Brigata Folgore Roberto Vannacci, che si sta infilando  nella tornata elettorale del prossimo anno con l’adeguato clamore mediatico, giusto quello che serve per arrivare a lambire il 10% dei consensi. Tra le proposte che hanno suscitato più scalpore, accanto all’introduzione di un Reddito di Rinascita per le madri, di un Mutuo Tricolore e alla contrarietà ad aborto ed eutanasia, vi sono almeno due punti che hanno fatto indignare gli esponenti del pensiero liberale e democratico, cioè l’utilizzo dell’esercito nelle strade, per renderle più sicure, dicono, e l’introduzione di un insegnamento relativo all’educazione militare nelle scuole con possibilità di estendere la formazione militare in campi estivi militarizzati. Ora, davvero non si comprende dove sia la novità di queste misure, se non quella di rendere esplicito ciò che da anni serpeggia implicitamente nella società civile, alimentato anche da think tank e opinion leader sia di destra sia di sinistra. Partiamo, però, dalla messa a fuoco del problema. Da diversi anni imperversa in Italia una certa tendenza a leggere il disagio giovanile come un problema educativo/valoriale con notevoli ricadute sull’ordine pubblico. Il problema della sicurezza nelle città, dalle periferie ai centri sempre più gentrificati, viene alimentato dalla percezione di un fenomeno diffuso, tanto reale quanto montato e sfruttato ad hoc per poter governare meglio sotto l’urgenza del controllo. Si tratta della presenza dei cosiddetti maranza, nome collettivo di provenienza lombarda che si è imposto in tutto il paese – e questo la dice lunga sul luogo in cui si produce l’universo simbolico culturale e l’agenda politica in Italia – che indica giovani debosciati e spavaldi, perdigiorno rigorosamente abbigliati di capi griffati contraffatti che sguazzano a tutte le ore con monopattini e bici elettriche. Non una novità, dal momento che da nord a sud l’esercito di coatti, tamarri, grezzi, cuozzi, truzzi, sgionfi, zagni, zaguari, cozzali (e pensare che Luca Medici ha fatto fortuna con il personaggio di Chec-cozzalone) ha sempre rappresentato quella sacca di gioventù criminalizzata, perlopiù economicamente e culturalmente deprivata che, ai margini della società civile, metteva a rischio le sicurezze e le proprietà del resto della cittadinanza imborghesita tra furti, contrabbando e pacchi. Un problema socio-economico, dunque, al quale anziché trovare adeguate soluzioni di ordine materiale, economico e culturale si risponde con la repressione, il controllo e la sanzione, misure di cui si fanno carico sia le amministrazioni di destra sia di quella sinistra inattiva, ideologicamente compromessa, che potremmo definire mal-destra, che esulta davanti ai numeri delle sanzioni comminate, dei mezzi sequestrati e delle punizioni inferte ai nemici della quiete pubblica borghese che chiede sicurezza per i propri beni. Per contrastare la devianza giovanile e la microcriminalità da anni, in realtà, sono operativi programmi di militarizzazione delle strade. Al di là della presenza sempre più militarizzata e armata della Polizia locale, direttamente dislocata dai sindaci, sono 58 le province italiane, con amministrazioni di diverso colore, in cui è attiva l’operazione Strade Sicure, che impiega circa 6.800 militari a presidio di aree sensibili nei centri urbani in collaborazione con le Forze di Polizia. Analogamente l’operazione Stazioni Sicure, coordinata dalla Polizia Ferroviaria e supportata dai contingenti militari copre l’intero territorio italiano per contrastare attività illecite e degrado con il plauso di una grossa fetta della popolazione, che crede così estirpato alla radice il fenomeno della sicurezza mediante il controllo capillare in una forma di fascistizzazione strisciante della società. Al tempo stesso, il tentativo di correggere l’atteggiamento debosciato della gioventù ampiamente criminalizzata è entrato da anni nelle scuole con l’idea che la sospensione della naja abbia dato la stura a un atteggiamento molliccio dei giovani, recuperabile solo con la ripresa della retorica eroica, con un po’ di machismo e con il disprezzo dei più deboli, non a caso tre caratteristiche di quello che Umberto Eco definiva Ur-fascismo o fascismo eterno. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. Per di più, sono anni che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia un dilagante militarismo nelle istituzioni scolastiche in virtù di protocolli in voga dal 2015, cioè con il governo di centrosinistra di Matteo Renzi, mediante i quali le Forze Armate entrano nelle scuole per fare alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, poi Fsl) con studenti e studentesse che si recano in caserma; oppure per svolgere lezioni di educazione civica sugli argomenti più disparati sottratti alle associazioni della società civile; oppure per fare orientamento alle «Carriere in divisa» e arruolare giovani in percentuali massicce dal sud, sottraendoli al disagio per mandarli in guerre che non ci appartengono. Sono anni che l’Osservatorio denuncia l’utilizzo delle palestre scolastiche per la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, esempio di training militare utile per forgiare carattere e temperamento, oppure campi estivi per i più piccoli con il corpo militare degli Alpini, che, per quanto possano suscitare simpatia, sono pur sempre dei corpi armati. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. E, allora, dov’è la novità politica di Futuro nazionale del generale Vannacci? Evidentemente, l’originalità sta solo nel rendere esplicita, conclamata e più rapida quella implicita militarizzazione della società civile che già da tempo è stata assunta come la panacea dei problemi sociali del nostro paese. Nemmeno originale, del resto, è l’idea dell’istituzione dell’ora di educazione militare nelle scuole, non solo perché, nel generale clima guerrafondaio di tutta Europa, essa è stata introdotta, ad esempio, già in Lettonia, in Polonia e in alcune aree della Germania con la Jugendoffizier, ma soprattutto perché essa era il fiore all’occhiello del programma scolastico fascista. Introdotta nel 1934 e potenziata nel 1935, in occasione della guerra d’Etiopia, l’ora di educazione militare venne poi perfezionata nel 1938, all’indomani della deflagrazione totale dell’Europa. A questo proposito, considerata la vaghezza della proposta attuale, vorremmo suggerire al generale Vannacci di rispolverare il vecchio programma di Cultura militare nelle scuole medie di epoca fascista, che affidava l’insegnamento alle Milizie Volontarie per la Sicurezza Nazionale (Mvsn) per ben trenta ore annuali e prevedeva, tra le altre cose, amenità come: «La necessità della gerarchia e della subordinazione. Comando ed obbedienza sono atti di uguale dignità. Carattere e disciplina come requisiti indispensabili delle Forze Armate e come fattori fondamentali di successo», oppure elementi più concreti e utili per la vita quotidiana, come: «Armi individuali: fucile, moschetto, bomba a mano, pugnale. Armi collettiva: di assalto: fucile mitragliatore, mortaio d’assalto; di accompagnamento: mitragliatrici, mortaio da 81, pezzo da 47, carro armato (d’assalto e di rottura), cannone da 65/17» (E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli 1938). Ecco, forse con queste nozioni riusciremo a risolvere definitivamente la questione della devianza giovanile e dei maranza, nella convinzione, che fu di chi prima di Vannacci istituì l’ora di educazione militare nelle scuole, che: «La sobria ed efficace esaltazione degli eroi delle guerre recenti, diretta a raggiungere le vie del sentimento, concorrerà largamente a suscitare lo spirito guerriero nell’animo dei giovanissimi». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato su Jacobin Italia. Pubblicato anche su www.agorasofia.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
JD Vance, il vicepresidente che si sente in missione per conto di Dio
«Sono stato in riunioni con leader mondiali e qualcuno diceva qualcosa o faceva una osservazione e io percepivo una certa oscurità». A parlare non è un predicatore apocalittico, ma il vicepresidente degli Stati Uniti. Ospite del podcast del ventiduenne evangelizzatore Bryce Crawford, seguito da oltre un milione di iscritti su YouTube, JD Vance ha raccontato che alcune parole pronunciate dai potenti della Terra fanno scattare nel suo corpo «ogni campanello d’allarme spirituale». Poi è andato oltre: non sarebbe sorpreso se l’Anticristo stesse già «camminando tra noi» e vuole fare «quanto più possibile il lavoro di Dio». Anche se questo dovesse portare alla fine dei tempi, per lui «va bene». Verso la fine dell’intervista, Vance premette di non sapere se gli ultimi tempi siano vicini e sostiene che, per lui, concentrarsi eccessivamente sulle profezie potrebbe essere «spiritualmente dannoso». Subito dopo, però, spiega di voler fare «quanto più possibile il lavoro di Dio, adesso». E aggiunge: «Se questo porta agli ultimi tempi, va bene». Se invece contribuirà a costruire «un mondo migliore, capace di prosperare e sopravvivere molto a lungo dopo la mia morte, anche questo sarebbe ottimo». Gli ultimi tempi, assicura, «arriveranno»: resta soltanto da capire se «fra migliaia di anni o fra pochi mesi». Forse per il contesto in cui era ospite, qui sembra rovesciarsi l’idea cristiana del katechon, la forza che nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2 Ts 2, 6-7) trattiene l’avvento dell’Anticristo e il dilagare del caos prima della Parusia, la seconda venuta di Gesù. Alcune frange del sionismo evangelico statunitense appaiono infatti meno interessate a trattenere la catastrofe che a favorire le condizioni profetiche considerate necessarie al ritorno di Cristo: la centralità di Israele, il controllo di Gerusalemme e, nelle correnti più radicali, la ricostruzione del Tempio. Il “calendario” rimane formalmente nelle mani di Dio, ma l’azione politica finisce per assecondarne, se non accelerarne le tappe. Non è un dettaglio che Vance racconti di essere affascinato fin da bambino dalla teologia apocalittica e che la prima Bibbia ricevuta, quando aveva dieci o undici anni, fosse la John Hagee Prophecy Study Bible, curata dal telepredicatore evangelico fondatore dell’organizzazione sionista cristiana Christians United for Israel. Lo stesso schema ritorna nell’attentato di Butler: per Vance, Trump sarebbe sopravvissuto grazie alla «mano della Provvidenza», perché «Dio non voleva» che morisse. Il vicepresidente lo difende anche per l’immagine generata dall’IA che lo raffigurava nelle vesti di Cristo: Crawford confessa che, da cristiano, l’immagine lo ha turbato; Vance replica che Trump non avrebbe voluto «deridere o imitare Dio», ma soltanto condividere un contenuto che aveva trovato divertente e che, dopo le proteste, è stato rimosso. Nel mirino finisce anche l’intelligenza artificiale. Vance avverte attorno ad alcune aziende «un’energia spirituale oscura davvero molto strana» e cita una società i cui dipendenti avrebbero celebrato una sorta di funerale quando hanno dismesso un vecchio modello per quello nuovo. L’allusione sembra riferirsi a OpenAI: alla vigilia del ritiro di GPT‑4o, un dipendente dell’azienda aveva promosso un “4o Funeral Celebration”, fissato per lo stesso giorno in cui il modello sarebbe stato rimosso da ChatGPT. L’episodio va comunque distinto dal precedente funerale di Claude 3 Sonnet, organizzato nel 2025 da appassionati e fondatori esterni, al quale parteciparono anche dipendenti di Anthropic e OpenAI. Vance racconta poi che la moglie di un suo amico aveva utilizzato un chatbot come consulente matrimoniale: una pratica che gli appare «un po’ satanica», perché spezza la dimensione sociale per cui Dio avrebbe creato l’uomo. La denuncia della progressiva sostituzione dei rapporti umani coglie un problema reale, ma stride con la carriera di Vance nella Silicon Valley. Dopo la laurea in legge a Yale e una breve esperienza come avvocato, Vance passò al venture capital, lavorando tra il 2016 e il 2017 alla Mithril Capital, società cofondata da Peter Thiel. Il miliardario, diventato il suo principale mentore politico e finanziario, versò complessivamente 15 milioni di dollari a Protect Ohio Values, il super Pac creato per sostenerne la corsa al Senato. Proprio Thiel ha trasformato l’Anticristo in una teoria politico-tecnologica, dedicandogli un ciclo di conferenze riservate. Il paradosso è evidente: Vance denuncia l’oscurità nell’industria che ha costruito la rete di potere dalla quale egli stesso proviene. Lo stesso schema ingloba gli UFO. Vance precisa di non possedere alcun dossier segreto che dimostri che un UAP sia un “demone”, ma se il fenomeno è reale, chiede, perché non potrebbe trattarsi di «angeli o demoni» anziché di extraterrestri? IA, Anticristo, Provvidenza, demoni e fenomeni celesti vengono così cuciti dentro un’unica narrazione, capace di parlare alla base MAGA, alla cultura pop e al cristianesimo conservatore. Il tempismo conta. L’intervista è uscita mentre Vance promuove Communion, il libro di memorie sulla propria conversione al cattolicesimo pubblicato all’inizio dell’estate, e a due mesi dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Il vicepresidente guarda già oltre le midterm e, probabilmente, al 2028, costruendo l’immagine del convertito chiamato a riconoscere il male, del leader che percepisce ciò che gli altri non vedono, dell’uomo incaricato di fare il lavoro di Dio. È qui che la fede personale smette di essere soltanto fede e diventa uno strumento di legittimazione politica. Quando il numero due della maggiore potenza militare interpreta la politica come una battaglia messianica, il rischio è che le scelte di governo finiscano per apparire sottratte al confronto e legittimate da un presunto disegno divino. The post JD Vance, il vicepresidente che si sente in missione per conto di Dio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
«Potere a chi lavora»: il nuovo ufficio di Mamdani
Giovedì 3 settembre, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha firmato un decreto esecutivo che istituisce l’Ufficio del sindaco per il potere dei lavoratori (Mowp), la prima agenzia municipale del paese creata per aiutare i lavoratori a organizzarsi. Tony Perlstein dirigerà il Mowp, riferendo direttamente alla vicesindaca per la giustizia economica Julie Su. Ex scaricatore di porto e sindacalista, nato e cresciuto a New York, Perlstein ha ricoperto il ruolo di direttore organizzativo per la United Auto Workers, dove ha contribuito a guidare una campagna nazionale per aumentare i salari e proteggere i posti di lavoro dall’automazione. Nell’ambito del suo mandato, il Mowp riunirà regolarmente i leader sindacali e gli iscritti per discutere delle problematiche dei lavoratori e delle campagne di sindacalizzazione. Si propone inoltre di raggiungere i lavoratori non sindacalizzati, come gli immigrati e gli autisti della Gig economy, e di metterli in contatto con i centri per i lavoratori e altre risorse. L’ufficio prevede di organizzare audizioni pubbliche, informare i lavoratori sulle tutele di cui già godono e indirizzarli verso le organizzazioni che possono aiutarli. Mamdani ha parlato del nuovo ufficio con Spencer Snyder di Jacobin. In che consisterà l’Ufficio per il potere dei lavoratori? È il primo ufficio di questo tipo nel paese, e lo stiamo allestendo per aiutare i lavoratori e le lavoratrici a organizzarsi in un’economia in cui sempre più fattori sono a loro sfavore. È un modo per aiutarli a lottare per le tutele che hanno conquistato in passato e che ora consideriamo semplicemente parte integrante della vita. Come il fine settimana. Come è nata l’idea? Era qualcosa a cui pensava già durante la campagna elettorale? Durante la campagna elettorale, abbiamo parlato della crisi del costo della vita in questa città e della necessità di un programma per rendere gli alloggi più accessibili. I lavoratori e le lavoratrici lo percepiscono quotidianamente. Questo ufficio nasce dalla nostra convinzione di poter rendere accessibile la città più cara del paese. Si ispira inoltre al successo del nostro Ufficio del sindaco per la Tutela degli inquilini e a come ha operato a favore degli inquilini in tutta la città. Ora abbiamo l’opportunità di fare lo stesso per i lavoratori. LEGGI ANCHE… MAMDANI ALLA PROVA DEL PRIMO BILANCIO Liza Featherstone Che tipo di problematiche si propone di affrontare questo ufficio? Il problema principale è che ciò che un tempo garantiva una vita da classe media non è più in grado di farlo. Molti lavoratori e molte lavoratrici si scontrano con la vacuità della promessa che un lavoro dalle nove alle cinque possa bastare per vivere in questa città. Sono costretti a fare due o tre lavori. Devono interagire con una Gig economy in continua crescita, che tuttavia non riesce a garantire una vita dignitosa a molti di coloro che ne fanno parte. In questo ufficio ci impegneremo ad assistere i lavoratori ovunque e in qualsiasi modo desiderino organizzarsi, e a farlo in più lingue oltre all’inglese. In che modo spera che questo ufficio influenzerà il panorama lavorativo della città? Spero che aiuti non solo a comprendere il potere che lavoratori e lavoratrici hanno, ma anche a rafforzarlo. Abbiamo visto che quando chi lavora si unisce, ne traggono beneficio tutti, in città e in tutto il paese. Vogliamo assicurarci che, come amministrazione comunale, utilizziamo tutti gli strumenti a nostra disposizione per aiutare i lavoratori a fare proprio questo. Potrebbe parlarmi delle audizioni pubbliche? Uno dei tanti compiti che questo ufficio si prefigge è quello di organizzare audizioni pubbliche e condurre ricerche, per portare alla luce molte delle difficoltà che i lavoratori affrontano in privato. L’obiettivo è avviare un dialogo che non sia solo pubblico, ma che fornisca anche ai lavoratori e alle lavoratrici le informazioni necessarie per organizzarsi. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! Perché ci si dovrebbe rivolgere a questo ufficio? Qualcuno potrebbe venire in questo ufficio perché lavora e vuole migliorare le proprie condizioni, o quelle di chi gli sta intorno, e non sa a chi rivolgersi. A New York, è molto difficile sapere a chi rivolgersi per queste questioni. Ora, vi diciamo che presto potrete visitare il sito nyc.gov/workerpower e finalmente ottenere le informazioni necessarie per conoscere i diritti che già vi spettano e quelli che potete ottenere. Lo abbiamo constatato con gli inquilini durante le udienze sulle «tariffe di affitto esorbitanti». Gli inquilini, a prescindere dal quartiere in cui risiedono, hanno finalmente avuto la possibilità di farsi avanti e dire: «Ecco le difficoltà che incontro oggi nel mercato immobiliare». Questo ha poi influenzato le politiche che abbiamo proposto negli ultimi mesi. Quale sarebbe il risultato ideale per un lavoratore, lavoratrice che si presenta in ufficio e dice di voler iniziare a organizzarsi? Per me, significa che un lavoratore, una lavoratrice può lasciare l’ufficio con una migliore comprensione dei diritti che già possiede e dei modi in cui può ottenere quelli che gli spettano. Sopravvivere in questa città è già abbastanza difficile senza l’ulteriore responsabilità di dover districarsi in un panorama spesso oscuro di leggi e regolamenti. Ora l’amministrazione comunale sarà lì a dire: «Questo è il contesto attuale e questi sono gli strumenti a vostra disposizione per conquistare il contesto di domani». LEGGI ANCHE… UN PROGRAMMA PER VINCERE Liza Featherstone In che misura questo ufficio va oltre il semplice ruolo di risorsa educativa? Tornerò all’esempio dell’Ufficio del sindaco per la Tutela degli inquilini. In quell’ufficio, informiamo gli inquilini dei loro diritti, ma li assistiamo anche quando manifestano interesse a costituire un sindacato degli inquilini. Abbiamo parlato con gli inquilini e le loro testimonianze ci hanno fornito le basi per nuove politiche. Un esempio emerso dalle audizioni per il «Rental Ripoff»: il primo ottobre, per la prima volta nella storia di New York, indagheremo su ogni singola denuncia relativa al riscaldamento registrata presso il Comune. Si tratta dell’esito diretto delle segnalazioni degli inquilini che hanno denunciato gli effetti nefasti della mancanza di responsabilità per questo specifico tipo di violazione delle norme abitative. Per me è un chiaro esempio di ciò che si può ottenere costruendo finalmente una sezione dell’amministrazione comunale il cui compito non sia solo quello di collaborare con i lavoratori, ma anche di aiutarli a organizzarsi autonomamente. Zohran Mamdani è il sindaco di New York City. Spencer Snyder è un produttore multimediale per Jacobin e collaboratore di More Perfect Union. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo «Potere a chi lavora»: il nuovo ufficio di Mamdani proviene da Jacobin Italia.
September 8, 2026
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