Caccia all’ottobre rosso. Il risveglio delle piazze italiane(disegno di escif)
L’ondata di mobilitazioni che ha attraversato l’Albania quest’estate, poi da
settembre la Francia, la Spagna e altri paesi europei, ha raggiunto anche
l’Italia. Se per alcuni aspetti quest’autunno ne ricorda altri precedenti,
caratterizzati da occupazioni scolastiche, universitarie, e dai cortei del fine
settimana, ci sono elementi di novità che meritano delle riflessioni.
DA NORD A SUD
A Torino le prime scuole sono state occupate a inizio ottobre, aumentando nel
numero di giorno in giorno. Tra il 16 e il 17 migliaia di giovani hanno sfilato
per le strade del centro eludendo i dispositivi di sicurezza. Alcuni sono
entrati nella libreria Feltrinelli della stazione Porta Nuova, hanno buttato a
terra qualche bestseller e scatenato l’indignazione generale. Il sabato
successivo c’è stato un nuovo corteo, molto partecipato da studenti e collettivi
politici, per protestare contro i finanziamenti all’industria delle armi e i
tagli al welfare; decine di migliaia di ragazzi, preso atto della chiusura di
tutte le strade circostanti piazza Castello da parte di camionette e poliziotti
antisommossa, si sono diretti verso i quartieri Nord. Lì, il corteo ha provato a
forzare un blocco ed è stato attaccato dalla celere: i manifestanti sono
stati circondati, divisi e inseguiti dalla polizia per le strade che costeggiano
la Dora.
Per lo sciopero generale del 30 ottobre la partecipazione è stata ancora più
nutrita, ma i manifestanti hanno scelto di dividersi: un primo corteo, guidato
dall’Unione sindacale di base e dagli studenti vicini a quell’area politica, ha
bloccato l’accesso all’autostrada; un secondo ha attraversato il centro;
un’ulteriore manifestazione serale è riuscita ad aggirare i blocchi della
polizia e a invadere le piazze più auliche della città.
A Milano decine di migliaia di persone sono scese in strada il 16 e il 17
ottobre. La chiamata di “Italia in piazza” denunciava gli effetti del carovita e
in particolare l’aumento del costo della benzina, sulla scia delle
manifestazioni francesi, dell’occupazione di alcune scuole e di una grossa
diffusione della chiamata sui social, in particolare via Tik Tok. Poco dopo
l’orario di convocazione piazza Duomo è stata conquistata da centinaia di
giovanissimi vestiti di nero che hanno costretto la polizia ad arretrare sotto
il lancio di petardi, transenne e bottiglie. I gruppi non erano coordinati tra
loro ma una volta preso il sopravvento sulla manifestazione principale si sono
radunati spontaneamente. Le vetrine dei negozi di lusso, ma anche di catene e di
alcuni supermercati sono state abbattute e la merce è stata sottratta. Unanime
la condanna dei media e della politica. Il sindaco Sala ha attaccato il governo
perché la polizia in piazza sarebbe stata, a suo avviso, numericamente
insufficiente.
Nonostante gli scontri siano avvenuti anche in altre città (per esempio Bologna
e Torino), quelli di Milano hanno agitato le classi dirigenti per la
composizione inedita dei partecipanti, ovvero giovanissimi per lo più di seconda
generazione. Lo spettro dei “municipi bruciati” e dei “saccheggi selvaggi” è
stato evocato e il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza.
Due ulteriori cortei hanno avuto luogo nel capoluogo lombardo. Il 24 ottobre la
manifestazione è stata convocata dagli studenti, portando in piazza più di
diecimila persone. Il 30 il corteo è stato ancora più partecipato. Due spezzoni
sono partiti dal Politecnico e dalla stazione centrale, per ricongiungersi e
puntare alla tangenziale est, occupata senza che avvenissero disordini. Iconica
l’immagine di un enorme striscione appeso a un tabellone elettronico su cui era
scritto, in riferimento alla composizione del movimento: GEN maranZa.
Anche a Roma le occupazioni sono iniziate i primi di ottobre, coinvolgendo
studenti di scuole che non venivano occupate da decenni, giovani di norma
estranei alla politica attiva, e altri appartenenti alle organizzazioni
giovanili, che nei cortei hanno cercato sempre di far valere il proprio peso.
Altri gruppi diversi sono nati, come il collettivo “Le Scomode” del
sociosanitario di Tor Sapienza: studentesse del primo e del secondo anno, molte
di seconda generazione, hanno occupato la scuola in un quartiere divorato dalla
xenofobia e dove i bianchi organizzano “ronde per la sicurezza”.
In città ci sono state tre grandi manifestazioni tra il 16 e il 30 ottobre. La
giornata del 24 è iniziata con l’occupazione spontanea del Colosseo: di fronte
al blocco della polizia una marea umana ha invertito la marcia e si è mossa
senza striscioni, spezzoni, camion o bandiere (accanto a quelle palestinesi, nei
cortei di questo mese si è vista anche qualche bandiera italiana, denotando una
grammatica simbolica nuova rispetto alle tradizionali manifestazioni di
movimento). Le cariche della polizia sono state relativamente “leggere”, con
l’obiettivo soprattutto di proteggere il centro città. Decisamente abusata è
stata la pratica dei fermi preventivi, che ha portato in questura duecento
minori senza alcuna motivazione credibile, e si è interrotta solo grazie
all’indignazione di genitori, insegnanti e addirittura presidi.
Il corteo per lo sciopero generale è stato enorme, ma molto più ordinato. A Fori
Imperiali alcuni gruppi hanno provato a forzare di nuovo l’ingresso in centro,
ma sono stati respinti da una carica molto pericolosa sul Ponte Sisto. La
polizia ha tentato di identificare decine di manifestanti, che hanno provato a
sottrarsi. La discutibile attitudine alla mediazione di alcuni militanti più
strutturati ha fatto alla fine sì che la schedatura avvenisse.
A Napoli, così come in altre città del Sud, le proteste sono iniziate con
i blocchi degli autotrasportatori, che si sono fermati lasciando vuoti gli
scaffali dei supermercati e i distributori di benzina per giorni. Gli studenti
occupavano nel frattempo più di trenta scuole, facendo un salto di qualità non
soltanto in considerazione del numero delle azioni, ma anche in termini di
proposta politica: centinaia di giovani hanno partecipato a dibattiti
autorganizzati sul genocidio in Palestina, sulle cause e gli effetti del
carovita, sull’economia di guerra, sulla violenza della rigenerazione urbana
nelle periferie delle metropoli, coinvolgendo persone da loro stessi selezionate
tra il mondo adulto.
In piazza la mobilitazione non ha assunto forme conflittuali. Il 24 alcune
persone – una sorta di servizio d’ordine di composizione difficilmente
identificabile – ha minacciato e quasi aggredito dei giovani che si coprivano il
volto lasciando intendere di essere disponibili allo scontro; altre persone
hanno lanciato al megafono messaggi in favore della polizia, schierandosi a
difesa delle sedi istituzionali. I soggetti organizzati, dal canto loro, non
sono stati capaci di alimentare il conflitto, anzi hanno talvolta (per esempio
durante il corteo del 30) addirittura soffocato le spinte spontanee e
conflittuali.
LO SCOLLAMENTO
Rabbia e malcontento si sono manifestati insomma in forme diverse:
dal riot urbano allo sciopero di massa, passando per le incursioni di gruppi di
persone che si staccavano dai cortei aumentando il caos, e per occupazioni un
po’ folli ma efficaci come quella del Colosseo.
Differenze e incomprensioni tra le sigle del sindacalismo di base e dei gruppi
politici sono emerse – depotenziando in alcune occasioni le iniziative; è
accaduto per esempio a Napoli, dove il dirigismo delle sigle che avevano
organizzato il corteo del 30, e una certa disabitudine alla radicalità di piazza
hanno inciso negativamente sulle possibilità di attuare pratiche di lotta che
abbiamo visto altrove. Queste stesse divergenze si sono rivelate fortuitamente
feconde in altri contesti, come a Torino, dove i tantissimi manifestanti –
soprattutto giovani e studenti medi – hanno seguito due cortei diversi
disorientando la polizia, incapace di arginare i due flussi.
Ciò che sembra comune a molte di queste mobilitazioni è piuttosto un certo
scollamento tra le parti che le attraversano, una condizione comprensibile per
movimenti che attivano centinaia di migliaia di persone e settori sociali
differenti, ma che pare essere una cifra distintiva di questo.
Il primo scollamento è quello tra il mondo dei soggetti organizzati (collettivi
politici, sindacati di base, militanti che si muovono nell’orbita di questo o
quel centro sociale) e la massa dei partecipanti, soprattutto giovani, che
scende in piazza senza riferimenti. È una distanza che in qualche modo appare
conseguenza di un’altra, su cui ci siamo spesso trovati a riflettere in questi
anni, dovuta all’incapacità (e alla non volontà) da parte della maggioranza
degli adulti di comprendere – o almeno indagare – le frustrazioni, le esigenze e
le ragioni delle più giovani generazioni con cui condividiamo il disastro. In
più di una circostanza, nell’ultimo mese, questo gap ha provocato insofferenza
nei confronti delle organizzazioni da parte dei partecipanti alle
manifestazioni, che avrebbero voluto dar vita ad azioni più radicali, e
soprattutto avere un maggiore protagonismo.
Complesso è anche il rapporto tra gli stessi giovani che attraversano le
mobilitazioni. In piazza, a scuola e nelle università si confrontano studenti
dei collettivi, altri a digiuno di esperienze politiche, ma anche
ragazzi schiacciati dal sistema scolastico (magari già espulsi dai suoi processi
selettivi, e portatori di una rabbia più acuta). Non sempre in questo mese le
parole d’ordine sono bastate per tenere assieme davvero queste esperienze:
esiste probabilmente una reciproca incomprensione, anche tra loro, e non
potrebbe essere diversamente in una società così frammentata.
I ragazzi meno controllabili e più determinati sono apparsi senza avviso,
scatenando l’attenzione morbosa dei media – “gli incappucciati”, li hanno
chiamati i giornalisti –, finendo per abitare i sogni di repressione delle
classi dirigenti. Da quel momento, rapidi com’erano apparsi, sembrano essersi
dileguati, lasciando ombre di sé in un dibattito pubblico allenato alle sole
semplificazioni.
Disorientati da queste azioni, nelle scuole e nelle piazze, è sembrata anche una
parte dei loro coetanei. Ragazzi che hanno mostrato una certa paura di essere
stigmatizzati o etichettati come “violenti”, sotto la pressione del dover
dimostrare di essere “nel giusto” non attraverso le rivendicazioni politiche, ma
la “correttezza formale” (quella, naturalmente, stabilita dagli adulti e dalla
società rispettabile) delle pratiche. A questo va aggiunto il rischio sempre più
forte di entrare nelle maglie della repressione, di essere picchiati o
arrestati, considerando la gestione delle piazze da parte della polizia e i
decreti che a ciclo continuo vengono emanati dal governo (quello del 22 ottobre,
poco dopo la radicalizzazione delle proteste, è il sesto decreto sicurezza in
quattro anni di governo).
Il superamento di questi disequilibri è a questo punto un obiettivo, dal momento
che la loro esistenza rischia di depotenziare quanto sta accadendo. La cosa più
sensata che potrebbero fare le organizzazioni e i gruppi di base, a questo
punto, è cercare di capire le tendenze di un movimento così liquido (“be water”,
dicono orgogliosamente), e fino a che punto potrebbe essere disposto a portare
il conflitto. Con questi giovani soprattutto, ma anche con le persone
appartenenti alle mezze classi impoverite da una crisi ormai ventennale,
bisognerebbe costruire relazioni paritarie, ragionare sugli ostacoli e le
opportunità, individuare meccanismi di comprensione reciproca, condivisione di
valori e pratiche: smetterla quindi, una volta per tutte, di auto-rappresentarsi
come avanguardia di qualcosa a cui si riesce a stento a star dietro.
Ci sono intere parti di società in queste piazze che stanno facendo fatica a
prendere parola, forse perché non vogliono essere organizzate da chi già lo è,
né vogliono che qualcuno o qualcosa faccia da tappo alla loro insofferenza. È
tempo di mettersi in ascolto, diceva qualcuno. E di navigare insieme, piuttosto
che accanirsi a imporre delle direzioni prestabilite, finendo solo per arginare
la marea. (redazione monitor)