Imperialismo DigitaleRiprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di
Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio,
affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più
marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere
tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine
globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un
saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un
tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma
storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo
sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande
efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca
internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in
corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e
Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la
parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII,
con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena
alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra
l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica
rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra
grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio
strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare.
La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano
all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste
tecnologie negli apparati bellici.
LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume.
Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea
produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una
dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria
di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet
viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale
svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello
sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione
abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza
produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il
lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato
stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture
private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale
appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e
quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di
rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al
consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti
di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa
capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla
configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato
globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di
rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche
danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama
esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo,
a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese
sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico
“interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più
concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin
radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del
capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non
più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di
infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli
strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della
proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione.
Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali
non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione
di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso
militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in
cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori
indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra
Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già
ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve.
Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande
capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo
sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del
digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare
stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi
di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome,
mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft
fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese
specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei
circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano
così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici
miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da
infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma
la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali,
l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono
in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra
digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo:
quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che
avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare,
ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che
si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli
eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi
ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare
l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto).
Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico
italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul
tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una
combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il
resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo
periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello
occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il
ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello
sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come
uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a
una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura
ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel
1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una
frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature
di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben
detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della
strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire
un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della
sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di
trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a
lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi
fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il
coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere
settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La
peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani
quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie
pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti
diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per
l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in
base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di
sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della
digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario
quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida
diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi
fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si
innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più
rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è
soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo
pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme
private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento
e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft)
statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante
delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel
radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente
geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più
attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu,
Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei
trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire
da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri
formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla
costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e
Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese
si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un
sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo
senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta
soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma
anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera
regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando
spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come
semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di
modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge
mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e
contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e
Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi
strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre
profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di
lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale
privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza
tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello
occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici
delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma
Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu
(JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea
legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico,
perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e
sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche
industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con
le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una
differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi
statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non
sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto
piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria
delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base
sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia
esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la
cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della
popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene
politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come
sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo
tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di
direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra
Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande
capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa
prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa
da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua
dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se
non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di
fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva
all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando
ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La
spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi
pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA,
cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la
sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi
ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il
supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e
NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni
organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la
circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di
droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta
verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione
delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che
emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo,
strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto
politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per
la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo
convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la
spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento
agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove
strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul
versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione
tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in
infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione
strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul
ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente
regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del
rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento
della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più
segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel
dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso,
accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza
rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente
cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre
più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.