Terzo Settore: trasformazione della militanza e fine dell’alternativa al capitalismoNel novembre 1989, in pochi giorni, accadde quello che fino a poco tempo prima
appariva impensabile, in un mondo “bloccato” nello stallo della guerra fredda e
nello scontro tra due ideologie totalizzanti. Il muro di Berlino rappresentava
tutto questo. Crollando ha fatto gridare alla “fine della storia” e al “trionfo
della democrazie liberali” come ricetta per tutta l’umanità: non è successo né
l’una nell’altro.
Per quanto riguarda la “fine della storia”, solo degli imbecilli potevano
sentenziarlo e per ora la chiuderei qui, per quanto riguarda il trionfo delle
democrazie liberali, il discorso si fa più complesso… in quanto si sono
dimostrante nel tempo né democrazie né liberali, soprattutto perché senza più
l’ostacolo del comunismo sovietico è uscita fuori in tutta la sua virulenza,
anche nel cosiddetto “occidente”, la metastasi latente del neoliberismo
autoritario, monopolistico e guerrafondaio.
In tutto questo, che ne è stata dell’esperienza socialista e comunista
all’interno dei cosiddetti paesi liberali, o all’interno degli stati
democratici-cristiani, o anche che ne è stato della esperienza della
socialdemocrazia, tentativo ibrido di unire quei due mondi, ma anche di quella
sociale-cristiana? Che ne è stato di quelle forze che si sono opposte e hanno
frenato gli istinti famelici insiti nell’ideologia darwinista del capitalismo
anglosassone, ma che hanno anche contribuito, attraverso una militanza
capillare, all’avanzamento di molte istanze progressiste nel campo della salute,
dell’educazione, del lavoro, della qualità della vita e della giustizia sociale
in generale?
Se zoomiamo verso la politica attuale, o ciò che rimane di essa, si denota non
solo una desolazione nella militanza e nelle proposte del campo che una volta
era quello progressista-di sinistra, ma addirittura ad una trasmutazione
antropologica dei vertici di quelle “forze”, eredi o presunte tali delle
formazioni storiche della seconda metà del ventesimo secolo, che in molti casi
si sono trasformate in vere e proprie quinte colonne del potere finanziario
transnazionale. Anche piccole formazioni che sembrano mantenere i connotati, le
vestigia di un progressismo militante, lungi da aver adattato nel mondo attuale
e sviluppato un pensiero alternativo al liberismo, si sono limitate a delle
piccole ricette di cosmetica politica colorata appena di rosso, di verde o
addirittura di arcobaleno, o alla stantia ripetizione di slogan vuoti, per poi
traghettare voti e interessi nel “campo largo” del vuoto politico neoliberale.
Come è successo tutto questo? Ci sono state e ci sono ancora molte analisi che
cercano di spiegare questa trasmutazione del campo progressista, e spesso vanno
di pari passo con l’analisi dello svuotamento delle istanze sociali, della
militanza, della rappresentanza democratica sempre più trasformatosi in
oligopolio.
Ci sono molte analisi interessanti, ma spesso mi davano l’idea che non
spiegavano tutto, o soprattutto ciò che a me interessava, io che sono stato
dentro quel fenomeno, nel versante dell’alternativa del Nuovo Umanesimo: dove
sono spariti i militanti, le basi di quei grandi movimenti, in quale tombino
sono stati risucchiati i fermenti, i simboli, i significati, le azioni di tanta
gente che si riconosceva, attraverso partiti e movimenti, nel riformismo se non
nella rivoluzione sociale?
Mi mancava un chiaro trait d’union tra quel mondo che entrava negli anni ‘90 e
ciò che poi si è immiserito irrimediabilmente all’aprirsi del nuovo millennio.
Per un certo tempo dalla domanda elaborata nella mia mente in modo più
cosciente, al posto di una risposta trovavo un “vuoto”, come quando si ha una
amnesia e sembra che tutto ad un tratto sia sparito un pezzo dei propri ricordi
e della propria esperienza… Poi, come sempre succede in questi casi, quando ci
si rilassa e si smette di cercare e si pensa ad altro… gong!… arriva l’immagine
chiara, il complesso di ricordi, esperienze e riflessioni che trova la sua
sintesi.
Prima di svelare il frutto del gong! mentale, voglio chiarire meglio l’oggetto
della mia ricerca, che non è tanto, in questo caso, approfondire le circostanze
sociali, politico, economiche, psicosociali, che hanno generato un
allontanamento e uno svuotamento della politica e la trasformazione delle forze
politiche in quei vuoti gusci complici del sistema attuale, quanto capire come
avvenne il passaggio, quale fu il principale o uno dei principali fattori del
traghettamento della militanza verso campi più innocui o via via più complici
con lo schema neoliberale: quali mezzi si usarono, quale barca e quale Caronte
si manifestarono?
E qui entra in ballo il famoso “Terzo Settore”, l’associazionismo, che poi via
via si è strutturato in forme sempre più marcatamente in linea con lo schema
neo-liberista che le ha via via modellate secondo i suoi bisogni.
Mi ricordo agli albori dei ‘90, noi stessi umanisti guardavamo con interesse
questo inizio di sviluppo del terzo settore, non fosse altro per portare avanti
più facilmente ed in modo socialmente riconosciuto le nostre attività nei
quartieri, per organizzare eventi, per favorire il nostro modo di creare
comunità; guardavamo con interesse alla possibilità di poter creare associazioni
senza fini di lucro che in quegli anni si stava facilitando attraverso anche
l’iscrizione in specie di “albi” del terzo settore emergente.
Diverse organizzazioni, beneficiarie di leggi e regolamenti adottati
appositamente in quegli anni, cominciavano a svolgere il compito di dare
consulenza e facilitare la formazione e lo sviluppo dell’associazionismo in
diversi campi del sociale. L’idea era quella di facilitare e “regolamentare” (?)
la possibilità di molta gente che, nel suo tempo libero, utilizzava le proprie
energie tendenzialmente in modo volontario per poter creare o collaborare a
delle attività ricreative e di utilità sociale, culturale, ecologica, di aiuto
ai più bisognosi, nell’educazione, nel campo della salute, fino anche a
progettare attività in paesi del cosiddetto “terzo mondo”.
In questo modo si convogliarono le energie di molte persone, provenienti
direttamente o che in altri tempi avrebbero ingrossato le file delle
organizzazioni politiche, soprattutto del campo cattolico (con la Democrazia
Cristiana che stava per essere spazzata via da Tangentopoli) e del campo ex
comunista, in una miriade di organizzazioni, molte delle quali specializzarono
il loro lavoro all’interno di nuove configurazioni quali le ONG (che lavorano
principalmente all’estero in progetti di sviluppo) e le ONLUS (ora cambiate in
ETS, ovvero Enti del Terzo Settore).
Lungi da me ora fare uno studio completo sulla nascita (che in diversi casi è
antecedente al periodo in questione), lo sviluppo e le infinite ramificazioni
della loro storia e del loro sviluppo, in Italia e all’estero, vorrei invece far
soffermare la nostra attenzione sul fenomeno sociologico di svuotamento della
militanza politica e del depauperamento dell’interesse soprattutto delle
generazioni giovani nella ricerca di idee e modelli di cambiamento radicale dei
paradigmi sociali, delle spinte rivoluzionarie (oltretutto già in parte
squalificate con la deriva, molto probabilmente “dirottata” dal potere, nel
terrorismo e nella guerriglia urbana e poi troncate definitivamente con le
repressioni dei primi anni ‘2000).
L’interesse si spostò dalla critica al sistema e alla costruzione di alternative
in diversi campi, verso l’adoperare il proprio tempo libero per “tappare le
falle del sistema”, “fare la differenza”, “rimboccarsi le maniche” per aiutare
le persone.
Si andava installando pienamente e via via si accettava il paradigma di un
sistema che giocoforza creava ingiustizie, falle, inefficienze sanitarie ed
educative e produceva un “naturale” numero di povertà e di bisogno.
In generale ci si doveva arricchire e creare PIL, nel tempo libero si aiutavano
il numero crescente di persone che venivano triturate dalla macchina
capitalistica.
Si rinforzava il paradigma capitalista dello sviluppo dall’alto al basso, dove
la ricchezza accumulata da “chi ce la fatta”, scende via via, in quote sempre
minori, verso i ceti più bassi.
Infatti l’attività maggioritaria di questi nuovi soggetti era trovare fondi e
donazioni, e via via con questa dipendenza dal finanziamento delle proprie
attività si è creata una auto-censura di queste verso la denuncia delle storture
del meccanismo neo-liberale, un po’ perché all’interno di queste associazioni
erano presenti personaggi e gruppi appartenenti a quel mondo, ma anche per la
paura di perdere i finanziamenti.
Certo, c’era anche da parte di alcune organizzazioni e associazioni l’attività
di protesta e di denuncia, alcune incentravano il loro focus nel campo culturale
e provavano a far rinascere la riflessione e lo spirito critico nelle persone
ormai convinte di essere giunti “alla fine della storia”, dove oramai c’era solo
da amministrare la realtà (da parte di “specialisti”). Ma la traiettoria con gli
occhi di oggi mi appare segnata fin dalle origini, che hanno creato le
condizioni per gli sviluppi successivi, dove via via la maggior parte dei
soggetti coinvolti in questo processo si sono professionalizzati, dove il
“focus” dell’attività si parcellizza in tante attività particolari che via via
perdono legame e strutturalità con il resto della realtà. molti si occupano solo
di ecologia, alcuni solo degli animali, alcuni solo delle passeggiate nei
boschi, altre solo nel riciclare la plastica, altri solo dando corsi di italiano
ad immigrati, alcuni si oppongono agli sfratti, altri si occupano del bullismo a
scuola, altri del patriarcato, denunciando spesso una cosa ed omettendone od
escludendone altre che non appartengono a quello specifico “dress-code”) e molti
hanno preso i modelli di funzionamento, gestione e anche di direzione delle
imprese private.
La memoria si è ormai riaperta e mi facilita molti esempi: dalle associazioni
che cominciavano in modo più o meno volontario ad occuparsi dei bisogni in campo
della psichiatria e del disagio familiare si andò via via sviluppando il modello
di gestione di tutta la parte socio-sanitaria con le Cooperative Sociali, in
lotta tra di loro ogni anno giocando al ribasso sui bandi di assegnazione, che
della forma cooperativa è rimasta solo l’apparenza, tanto assomigliano alla loro
gestione alle imprese private di lucro (e infatti ora si chiamano “imprese
sociali”), con tanto di management “bloccato” in forma di CDA e lo svuotamento
di significato reale dell’assemblea dei soci (e qui mi fermo, in questo campo ho
operato per anni e tante ne ho viste da riempirne un libro).
E che dire di tutte quelle organizzazioni che dovrebbero facilitare sviluppo e
ricerca nel campo sanitario, con il loro giro miliardario di donazioni
sponsorizzate, con macchine da guerra come Telethon, per esempio, che poi vanno
a creare “monopoli” nei campi critici della salute e dell’istruzione. Che dire
delle svariate organizzazioni che lavorano per la cooperazione internazionale?
Qui il ricordo mi riporta ai miei anni in cui appoggiavo il tentativo, con il
Movimento Umanista, di organizzare il dialogo e la collaborazione culturale e
sociale con paesi africani, attraverso la formazione di gruppi in villaggi,
città e ambienti rurali; ricordo i miei diversi viaggi in Senegal dove
incontravo gente di varie età e soprattutto molti ragazzi occidentali
appartenenti a varie organizzazioni no-profit fare un lavoro molto
specialistico, cercare poco il dialogo con i locali, se non per creare una
“selezione di personale” efficiente e “compliante”, seguire fedelmente programmi
già prestabiliti ed andarsene con diarie e crediti universitari.
Ripeto, non sto massimizzando il discorso è disconoscere l’impeto genuino del
volontario, anzi, al contrario, sto dicendo che questo impeto genuino, creatosi
anche per il vuoto politico e sociale dovuto al crollo di ideali e speranze di
giustizia sociale della generazione precedente, è stato via via dirottato verso
un modello efficientista, specialistico, sempre meno “ingenuo” e umanitaristico,
e sempre più sfruttato verso la ricerca di “quote economiche” e di “potere”.
Via via anche molte di queste organizzazioni, soprattutto le più grosse, non più
solo “tappano i buchi del sistema”, ma collaborano a crearli (la raccolta fondi
nel campo sanitario per me sono un chiaro esempio in questo senso e rafforzano
l’idea della privatizzazione sanitaria, cosa che sta succedendo anche nelle
scuole).
Mi ricordo sempre in Senegal, che allora si dicesse avesse la più alta
percentuale di fallimenti di progetti cooperativistici extra statali, non era
difficile trovare già i resti, le “carcasse” di progetti mai terminati da
diverse “no-profit” di diversi paesi, come centri di cura semideserti, edifici
comunitari abbandonati ecc.
Si affermava ciò puntando il dito contro l’arretratezza e la corruzione dei
paesi del terzo mondo, ma si nascondeva la logica capitalistica che ormai
dominava queste organizzazioni che andavano dove c’era profitto e dismettevano
dove non c’era più possibilità. Oltretutto anche in buonafede, molte piccole
organizzazioni per sopravvivere alle norme sempre più stringenti che pone il
sistema e alla grande “concorrenza” che via via si alimenta, deve adattarsi a
cambiamenti di statuto, deve sottostare a regole burocratiche ed economiche
sempre più stringenti che puntano all’efficientismo e all’ottimizzazione dei
fondi (un po’ come le regole di austerità e meritocratiche dettate agli Stati e
alle organizzazioni statali); esigono oramai un certo livello di
specializzazione, esigono una certa ubbidienza a certi meccanismi che poi
abilitano alla possibilità di usufruire di fondi regionali, nazionali e
soprattutto europei che vengono però rilasciati “a goccia” e a ben determinate
condizioni. Condizioni in cui non bisogna “disturbare il padrone” o anche meglio
creare consenso intorno a questo.
Ecco dunque che la giravolta sociale e politica è completata. Un esempio sono il
nuovo modello di associazionismo imposto, ovvero le APS, associazioni di
promozione sociale che rispondono molto fedelmente a questo schema e che già nel
loro nome fanno capire che devono essere trasformate in mezzi di “promozione”
(leggi propaganda?), possibilmente delle istanze e delle parole d’ordine
dell’agenda del nuovo autoritarismo neoliberista, mascherata da progressismo
paternalista (agende 2030 e Co,) e ai vari progetti della UE in questa direzione
(e ora vedremo con la svolta militarista dove andremo a parare). La necessità di
pecunia e di posizionamento economico-sociale in questo nuovo scacchiere ormai è
insita anche dentro la più piccola associazione di quartiere, immaginatevi
quindi in che “creature” si siano trasformate le grandi ONG e simili di livello
trans-nazionale, che qui non cito ma che tutti conoscono. Anche la definizione
“senza fini di lucro” è sparita dal dizionario dell’associazionismo, e infatti
ONLUS si è trasformata in ETS.
Infine, come spesso si dice per le forze di polizia e per gli eserciti, perché
mai entità del genere dovrebbero aspirare alla risoluzione delle problematiche
su cui lavorano, se è proprio il permanere di quelle stesse questioni che le fa
“rimanere a galla”?
Bene, ho “sbloccato il ricordo” e l’ho “nutrito” con tutte le considerazioni e
le relazioni mentali che questa “scoperta” ha ingenerato in me. E mi dà anche
una spiegazione confortante al perché via via ho provato sempre più diffidenza e
ho sempre meno collaborato verso questa direzione. Lo so, è una piccola
soddisfazione, oltretutto di poco interesse per i più, ma giunti a questo punto
mi sembrava doveroso dirla tutta.
Un caro saluto e … “Sursum Corda!”.
Fulvio Faro