L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane
Negli ultimi giorni, circa 170 medici cubani hanno lasciato l’Honduras, dopo che l’attuale governo del conservatore Nasry Asfura ha deciso di non rinnovare l’accordo interistituzionale, firmato durante l’amministrazione dell’ex presidente Xiomara Castro e scaduto lo scorso 25 febbraio. Una scelta che non sorprende e che lo stesso Asfura ha catalogato come “una decisione di politica estera”, visti i legami di estrema sudditanza della nuova amministrazione honduregna nei confronti degli Stati Uniti e l’offensiva lanciata da Donald Trump contro Cuba. È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro. In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche. Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola. Quattro sono i pilastri del servizio medico cubano verso l’estero: brigate mediche di risposta immediata (durante l’epidemia di Covid, la brigata Henry Reeve ha soccorso circa 1,26 milioni di persone in 40 nazioni), creazione di strutture sanitarie pubbliche all’estero, formazione medica per stranieri e cura di pazienti stranieri a Cuba. Dal 1963, data d’inizio del lavoro delle brigate mediche, la patria di Martí ha mandato più di 400 mila tra medici e infermieri in 180 Paesi. Cuba investe ogni anno il 6,6% del Pil in concetto di assistenza ufficiale per lo sviluppo, la proporzione più alta al mondo. Se la compariamo con lo 0,39% della media europea e lo 0,17% degli Stati Uniti, abbiamo un’idea dell’enorme apporto realizzato nonostante l’asfissia del bloqueo statunitense. Prima della decisione di vari stati latinoamericani di fare a meno del sostegno medico cubano, le brigate operavano in circa 60 Paesi, più del 40% dei quali non pagava nulla per il sostegno ricevuto. “La decisione del nuovo governo honduregno è in sintonia con la politica anti cubana di Washington e con l’ondata neoconservatrice nella regione. Questo mette in evidenza la mancanza d’indipendenza in politica estera del nuovo governo e pregiudica principalmente la popolazione più povera”, dice a Pagine Esteri, Dyron Roque Lazo, membro della Segreteria operativa di ALBA Movimientos. Per il cattedratico ed educatore popolare, il provvedimento non tiene nemmeno in conto l’integralità dell’intervento realizzato, che non consiste solo nell’assistenza medica diretta alla popolazione, ma anche nell’offerta di borse di studio a studenti honduregni. “Purtroppo non è la prima, né sarà l’ultima volta che un governo asservito darà le spalle alla propria gente per garantire gli interessi statunitensi. Per questo noi condanniamo con forza tale decisione”. Dall’aeroporto “Ramón Villeda Morales”, nel nord dell’Honduras, l’ambasciatore cubano Juan Loforte ha ricordato l’importante lavoro svolto dai membri della brigata medica, che durante i due anni di permanenza si sono distribuiti tra ospedali, cliniche e centri di salute in 17 dei 19 dipartimenti del Paese, realizzando circa mezzo milione di visite e almeno diecimila interventi chirurgici. In particolar modo, il diplomatico ha voluto sottolineare quanto fatto con il programma Operación Milagro. “Sono state create cinque cliniche oftalmologiche, realizzando più di 40 mila visite specialistiche e almeno 7 mila operazioni”. Migliaia di persone con scarse capacità economiche, che devono fare i conti con una sanità estremamente deficitaria e che non hanno accesso a cliniche private in cui i costi di queste operazioni variano tra i 4500 e i 5700 dollari. Per Amable Hernández, ex direttore dell’Istituto nazionale di previdenza sociale per i dipendenti pubblici, ente statale che insieme al ministero della Sanità, a quello di Progettazione strategica e all’Istituto di previdenza sociale del settore scolastico hanno firmato la convenzione biennale con Cuba, la decisione di non rinnovare l’accordo è totalmente assurda. “Ogni centro oftalmologico ha la capacità di visitare dagli 80 ai 120 pazienti e di realizzare dalle 10 alle 15 operazioni al giorno, tutto completamente gratis. Quello che il governo dovrebbe fare è rinnovare l’accordo e mandare giovani medici honduregni a Cuba per specializzarsi in oftalmologia e creare risorse per il futuro. Qui non importa il colore politico o l’ideologia, ma il bene della gente. Chiudere queste cliniche è inumano, miope e attenta contro la salute visuale della popolazione”, assicura Hernández a Pagine Esteri. Particolarmente aggressiva la campagna di disinformazione lanciata da settori legati al partito di governo, con il sostegno dei principali mezzi di comunicazione in mano alle grandi famiglie e ai gruppi di potere oligarchico, che sono arrivati addirittura a ipotizzare che i medici fossero “spie del regime cubano” o comunque persone strapagate che nulla avevano a che fare con la professione medica. “Sono state inventate molte cose e ci dispiace. Quello che però è veramente importante è l’apprezzamento della gente per il lavoro svolto. Abbiamo sentito l’affetto, il sostegno e la solidarietà della gente e siamo orgogliosi di avere portato a termine la missione”, ha sottolineato l’ambasciatore Loforte. Oltre all’Honduras, anche Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana, Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas hanno iniziato il ritiro delle missioni mediche. In particolare, il governo “progressista” di Bernardo Arévalo in Guatemala ha annunciato la fine dell’accordo di cooperazione che data quasi 30 anni. Il progressivo ritiro dei 412 operatori sanitari cubani, di cui 333 medici, che lavoravano in 16 dei 22 dipartimenti, specialmente nelle zone rurali con un alto grado di inaccessibilità, dà l’idea del grado di subordinazione al governo statunitense. “La relazione tra Cuba e Honduras è di vecchissima data. Qui si sono esiliati molti indipendentisti cubani e la presenza delle brigate mediche solidali risale agli uragani Fifi (1974) e Mitch (1998). Hanno salvato vite, hanno raggiunto le zone più isolate. Hanno svolto un lavoro impressionante. Non possiamo accettare che l’ingerenza straniera stronchi un’esperienza così importante per la nostra gente”, manifesta a Pagine Esteri, Erasto Reyes, presidente dell’Associazione di amicizia Honduras Cuba. Negli ultimi 25 anni, i medici cubani hanno realizzato 30 milioni di visite, decine di migliaia di operazioni chirurgiche, di cui 80 mila interventi oftalmologici, e quasi 1700 giovani si sono laureati in medicina a Cuba. “Condanniamo la decisione del signor Asfura che colpisce gli strati più poveri della popolazione. Condanniamo l’atteggiamento di totale sottomissione agli interessi di Washington. Rifiutiamo gli attacchi indiscriminati a Cuba, al diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’uso di meccanismi di pressione per sottomettere chi non si adegua”, conclude Reyes. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 6, 2026
Pressenza
Israele sta applicando la “dottrina Gaza” in Libano e in Iran
di Faris Giacaman,  Mondoweiss, 6 marzo 2026.   Per anni Israele ha applicato la “dottrina Dahiya” a Gaza. Ora sta applicando la “dottrina Gaza” a Dahiya e a Teheran. Persone che camminano tra edifici distrutti a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, il 21 aprile 2024 (Foto: Omar Ashtawy / APA Images) Giovedì mattina presto, il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che “molto presto Dahiya assomiglierà a Khan Younis”. Con queste parole ha dato voce a un cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si rapporta con i popoli di questa regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per il quartiere Dahiya nella parte meridionale di Beirut, dove vivono oltre mezzo milione di persone, mentre il panico dilaga nella città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano che, insieme a Dahiya, ha una popolazione costituita soprattutto da coloro che sostengono Hezbollah. Il paragone con Gaza era ben presente alla mente degli abitanti, che temevano che Beirut potesse subire lo stesso destino di annientamento totale, come sottolineato da alcuni commentatori. Altri riconoscono un modello simile nelle scene “apocalittiche” che stanno accadendo a Teheran. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un piano “tornado” per “distruggere Teheran”, descrivendo una strategia per radere al suolo obiettivi con “alta visibilità in un ambiente civile” nella città. Solo ieri, nel sud-ovest di Teheran, altre due scuole sono state prese di mira nel corso di questa campagna. Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nel suo settimo giorno e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come vengono condotte le guerre asimmetriche. Ciò segna un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito perseguire l’azione militare, anche se continua a seguire una logica simile. La vecchia dottrina di Israele Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele era stata plasmata da una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. L’azione militare non mirava solo a colpire i gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano. La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esplicitamente enunciato questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, affermò che la distruzione di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. La logica dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Prendere di mira i civili a Dahiya non era un “danno collaterale”, perché il danno collaterale era proprio l’obiettivo. Eisenkot si assicurò di far passare questo messaggio, dichiarando che “ciò che è accaduto nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele” e che “useremo una forza sproporzionata su [quei villaggi] causando grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili. Sono basi militari”. Questa politica divenne nota come “dottrina Dahiya”, ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza dal 2008 al 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome dato a questa politica era “falciare il prato”, poiché aveva lo scopo di mantenere le capacità di resistenza al di sotto di una certa soglia arbitraria. Un aspetto centrale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo distingue dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba del 1948, tutte le guerre di Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero così distruttive. La loro breve durata era il risultato del presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, perché i vincoli dell’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare una devastazione così schiacciante a tempo indeterminato. Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. “Falciare il prato” non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche contro i civili, sostenute dalla generosità finanziaria e militare americana, Israele sta ora cercando di applicare elementi della sua condotta a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo che questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, viene messa in atto in Libano e in Iran. La nuova dottrina Nonostante tutta la malvagità che il commento di Smotrich mette in luce, esso sottolinea una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non si tratta di un conflitto tra stati e gruppi politici, ma di una guerra tra società. Queste società non sono divise lungo linee razziali, etniche, religiose o nazionali. Le vere linee di demarcazione si trovano tra le società che resistono al dominio straniero, quelle che lo accettano e quelle che cercano di dominare. I contorni della nuova posizione di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma subito dopo il 7 ottobre. “È un’intera nazione là fuori che è responsabile”, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. “Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut”, ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. “Coloro che ne pagheranno il prezzo sono, prima di tutto, i cittadini del Libano”.  L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha delineato questa politica in modo più completo in un articolo del novembre 2023 in cui sosteneva l’idea di affamare i palestinesi a Gaza. “Chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas“, ha scritto Eiland. ”Fanno parte dell’infrastruttura che sostiene quell’organizzazione“. Per lui, causare una ”grave epidemia“ a Gaza avrebbe ”avvicinato la vittoria“, poiché ”i combattenti di Hamas e i comandanti più giovani avrebbero cominciato a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie”. Eiland considerava “legittima” la “pressione sugli aspetti umanitari”, perché Israele non cerca solo di distruggere i combattenti di Hamas, ma “l’intero sistema avversario” con l’obiettivo di provocare il “collasso civile”. E si è spinto ancora oltre: Quando alti funzionari israeliani dicono ai media: “O noi o loro”, dovremmo chiarire chi sono “loro”. ‘Loro’ non sono solo i combattenti di Hamas con le armi, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori degli ospedali e delle scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza che ha sostenuto con entusiasmo Hamas. Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano, elaborato un anno dopo l’inizio del genocidio, presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto “Piano dei Generali”, iniziato nell’ottobre 2024 e proseguito fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, ha visto campagne di sterminio su larga scala nel nord e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie per sostenere la vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: muovere guerra a una società non solo per soggiogarla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran, questa politica è tinta dalla rinata ambizione sionista di conquistare la “Grande Israele”, sancita in una nuova era di espansionismo israeliano in tutta la vasta geografia di questa parte del mondo. Israele non si fermerà finché non sarà il padrone incontrastato in un’era di unipolarità americana in declino. Mentre la mossa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la campana a morto della Pax Americana, per Israele è l’assalto finale ai tessuti di resistenza che esistono nelle società di questa regione. Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina. https://mondoweiss.net/2026/03/israel-is-using-the-gaza-doctrine-in-lebanon-and-iran/?ml_recipient=181199904345949757&ml_link=181199853481624601& utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-03-06&utm_campaign=Catch-up Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 6, 2026
Assopace Palestina
La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
7 marzo 2020: «Canción sin miedo»
Vivir Quintana diffonde su YouTube questa canzone contro i femminicidi che è diventato subito un inno inno femminista. di Bruno Lai.   Vivir Quintana è considerata una delle voci più potenti ed impegnate della musica latina contemporanea: non ha soltanto scritto una canzone; ha dato un inno a un intero movimento. Vivir Quintana, all’anagrafe Viviana Rodríguez Quintana, è una cantautrice
Hugo Chávez, a tredici anni dalla scomparsa
Quando, il 30 gennaio 2005, nel discorso al Social Forum di Porto Alegre, Hugo Chávez proclamò il carattere socialista della rivoluzione bolivariana, lo espresse nei termini plurali di un socialismo patriottico e popolare, bolivariano e marxista, che «deve essere umanista e deve mettere gli esseri umani e non le macchine in condizioni di superiorità nei confronti di tutto e di tutti». Ecco perché quella di Chávez è un’ispirazione feconda, «né calco né copia», ma costruzione originale di un socialismo con caratteristiche bolivariane, fondata su una potente connessione sentimentale con le masse, e destinata a trascendere la stessa architettura tradizionale dello Stato. Il socialismo bolivariano è infatti, tra le altre cose, una straordinaria espressione di “via nazionale”: radicato, da un lato, nella vicenda sociale e popolare; alimentato, dall’altro, da una serie di apporti politici e culturali retroagenti, quali, nel caso dell’esperienza bolivariana, le «tres raíces», le tre radici, vale a dire il pensiero e l’azione di tre grandi rivoluzionari venezuelani quali Simón Rodríguez (1769-1854), Simón Bolívar (1783-1830) ed Ezequiel Zamora (1817-1860); e poi l’orientamento patriottico e di sinistra di settori delle forze armate, nelle cui cerchie, del resto, matura la riflessione ideologica legata al cosiddetto «albero delle tre radici», appunto Rodríguez, Bolívar, Zamora, compendiata in quel testo straordinario di filosofia politica che è il “Libro Blu”, ora disponibile anche in italiano.  Tre sono gli aspetti principali di questa singolare esperienza di “socialismo del XXI secolo”: le Misiones; i Consejos Comunales e le Comunas Socialistas; il disegno internazionalista e della Diplomacia de paz. Tra questi, il segmento di base è rappresentato dalle Misiones, vale a dire il Sistema delle Missioni e delle Grandi Missioni Socialiste. Sarebbe sbagliato considerarle una mera “variante bolivariana” del welfare europeo: se è vero che garantiscono diritti e soddisfano bisogni di larghi strati della popolazione, è altrettanto vero che si tratta di una forza espressiva del potere popolare e di un luogo di inclusione, partecipazione protagonistica e autogoverno di comunità. Corrispondono cioè alla forza motrice della rivoluzione bolivariana, la cosiddetta “democrazia partecipativa e protagonistica”. La Legge sulle Missioni (2014) definisce infatti la Missione come «una politica pubblica volta a concretizzare in modo massiccio, accelerato e progressivo le condizioni per l’esercizio effettivo e il godimento universale dei diritti sociali, che coniuga lo snellimento dei processi statali con la partecipazione diretta del popolo nella loro gestione, a favore della eliminazione della povertà e della conquista a livello popolare dei diritti sociali».  In questa strategia, la costruzione delle Basi delle Missioni serve ad estendere ed approfondire il lavoro sociale e politico con le comunità, dal momento che l’aggiornamento del sistema delle missioni (2021) definisce le Basi delle Missioni Socialiste come «spazi per la territorializzazione delle politiche e dei programmi di protezione sociale, il rafforzamento del potere popolare, le Missioni, le Grandi Missioni e le Micro-missioni sociali, con l’obiettivo di garantire l’assistenza primaria alle persone e alle famiglie e sviluppare lo Stato del benessere sociale». Questi spazi sono il tessuto connettivo delle Missioni, strutture per garantire il soddisfacimento dei bisogni, il riconoscimento dei diritti, l’accesso alle funzioni sociali, nonché la costruzione di comunità. Tali articolazioni sono dunque una struttura essenziale della rivoluzione bolivariana, vale a dire una manifestazione del potere popolare, organizzato, a propria volta, in una serie di articolazioni sociali, quali i CLAP (Comitati locali di approvvigionamento e produzione) e l’UBCh (Unità di battaglia Hugo Chávez, catalizzatori di mobilitazione popolare, nonché punti di collegamento tra le comunità e le autorità pubbliche). Il secondo pilastro, le Comunas Socialistas (le Comuni socialiste), registra un momento di svolta nel 2010, quando sono introdotti alcuni strumenti giuridici per garantire i fondamenti dello «Stato dei consigli» basato sul potere popolare. Uno di questi è la Legge organica delle Comunas, che stabilisce questa nuova forma partecipativa come la cellula fondamentale della nuova architettura statale, impostata come uno spazio socialista per l’autogoverno delle comunità, basata sui Consejos Comunales e le altre organizzazioni sociali comunitarie. Sia la Legge organica dei Consejos Comunales (2009), sia la Legge organica delle Comunas (2010) muovono infatti nella direzione di uno Stato dei consigli, ove le decisioni sono prese con meccanismi di democrazia diretta e numerose funzioni sono assegnate ai Consejos e alle Comunas. Queste sono, per un verso, aggregatori dei Consejos, e, per l’altro, soggetti dotati di compiti propri, tra i quali costruire una «economia della proprietà sociale» e garantire l’efficacia della partecipazione nella formulazione, esecuzione e controllo delle misure circa gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecologici e di sicurezza. Oggi, questa articolazione si struttura in ben 5.336 Circuiti comunali sull’intero territorio nazionale.  Si giunge così a una «geometria del potere» che non ha precedenti. Il Venezuela bolivariano si dota di meccanismi deliberativi e partecipativi, nei quali si esprime, al tempo stesso, l’autogoverno di base e la ricerca delle soluzioni condivise ai problemi comuni. Supera, inoltre, la configurazione tradizionale della divisione dei poteri, in quanto lo Stato non è più articolato in tre poteri, ma in cinque poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario, elettorale e cittadino, e, nel complesso, tali poteri definiscono l’articolazione del potere popolare. Chávez attribuì alle Comunas Socialistas il massimo risalto ai fini della trasformazione dello Stato e della società: «Le Comunas sono la base dello Stato sociale di diritto e giustizia, … una rete che si sviluppi come una vasta ragnatela che copra il territorio del nuovo, e che, altrimenti, sarebbe destinata al fallimento» (H. Chávez, 2012). Come ribadì nel celebre discorso del “Colpo di timone”, nel suo ultimo Consiglio dei Ministri (20 ottobre 2012): «Comunas o niente!».  L’integrazione dei popoli, in senso antimperialista, è alla base del terzo pilastro dell’ispirazione di Chávez: una politica indipendente e antimperialista per un mondo multipolare, e una Diplomazia di Pace («Diplomacia de Paz»), basata sull’internazionalismo, guidata dal principio della «cooperazione reciproca e solidaria», ispirata dall’esempio di Fidel Castro, nel senso dell’integrazione latinoamericana, dell’amicizia tra i popoli, dell’eguaglianza sovrana, della non-ingerenza e della composizione pacifica dei conflitti. Anche qui traspare un tratto di continuità dell’esperienza bolivariana sino ai giorni nostri. Come ha dichiarato il 9 gennaio scorso Delcy Rodríguez, presidente incaricata, all’indomani del sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro, a seguito della criminale aggressione statunitense del 3 gennaio, “il Venezuela continuerà ad affrontare questa aggressione attraverso gli strumenti diplomatici, fedele ai principi della Diplomazia bolivariana di pace, come via maestra per difendere la nostra sovranità e preservare la pace, promuovendo un ampio programma di cooperazione bilaterale, basato sul rispetto del diritto internazionale, sul dialogo rispettoso e costruttivo, sulla sovranità degli Stati e sul dialogo tra i popoli”.  Riferimenti: Hugo Chávez, Il libro blu. Il manifesto del socialismo del XXI secolo, Red Star Press, Roma 2026.  Hugo Chávez en Porto Alegre en clausura del V Foro Social Mundial: https://youtu.be/I5uAejoNDU0  Al cumplirse trece años del “Golpe de Timón”: https://www.facebook.com/reel/25255563544048103    Gianmarco Pisa
March 6, 2026
Pressenza
[Saint-Jory, Francia]: Una nuova trivella è andata in fumo nel cantiere della linea ferroviaria ad alta velocità Bordeaux-Toulouse
> Da iaata, 06.03.26 La facciamo breve: sabato scorso, una trivella impiegata per i lavori della linea ferroviaria ad alta velocità (LGV) Bordeaux-Toulouse è stata distrutta a Saint-Jory. Una piccola luce nella notte, nel cuore di questo progetto da 20 miliardi di euro. Le loro macchine calpestano le nostre terre e le nostre vite per la loro frenesia di profitto. Dall’A69 alla LGV, ci rifiutiamo di essere semplici spettatori/rici di questi sinistri balletti. Questa gigantesca e devastante trivella, ormai ridotta a un cumulo di rottami, è diventata una barricata all’interno del cantiere. Che brucino i loro progetti mortiferi e i loro abissi finanziari. Questa è una D.U.P., una Dichiarazione di Utilità Pubblica.
Giorgia Serughetti: una buona società è possibile
di Patrizio Paolinelli (*)   La filosofa della politica Giorgia Serughetti ha dato alle stampe un libro controcorrente intitolato La società esiste (Laterza, Bari-Roma 2023, pag. 174, 18 euro). Il volume costituisce una critica al neoliberismo e pone il problema del suo superamento. Ma andiamo con ordine. Serughetti interpreta la pandemia da Covid 19 (2020-2023) come l’evento che ha inflitto
Epstein Fury e pedomachia
-------------------------------------------------------------------------------- Un angolo di via Mascarella, Bologna -------------------------------------------------------------------------------- Pedomachia è il nome dello sterminio dei bambini che Israele sta compiendo a Gaza. Mi dicono che la parola “pedomachia” sarà perseguibile quando l’onorevolissimo Gasparri sarà riuscito a far passare la sua legge che accusa di antisemitismo chiunque denunci la spietatezza propriamente nazista di uno stato che sembra nato dalla fantasia di Josep Mengele, e si chiama Israele. Mi dicono che il parlamento italiano stia votando una legge che vieta di scrivere che Israele è uno stato colonialista, fondato sull’apartheid ed intrinsecamente genocidario, e dunque non ha diritto all’esistenza. Poiché io l’ho scritto nel libro Pensare dopo Gaza che torna in libreria fra qualche giorno, avrei qualche ragione di preoccuparmi. Sequestreranno il libro, le autorità italiane, mentre inizia la più pericolosa delle guerre, quella in cui si scontrano i cristiano-sionisti dell’apocalisse Israelo-americana e i fanatici sciiti duodecimani che attendono il ritorno del Mahdi in premio del sacrificio finale? Sequestreranno il libro mentre nel Mediterraneo petroliere gigantesche sanguinano il loro liquido nero davanti alle coste libiche e a quelle kuwaitiane? Sequestreranno il libro mentre cadaveri galleggiano sulle acque che costeggiano il mar Mediterraneo? Saprei come rispondere. Risponderei che l’odio per gli ebrei che da millenni cova nel mondo cristiano sta riemergendo, ma non ha niente a che vedere con le parole contro cui legiferano gli eredi meloniani delle leggi razziali di Benito Mussolini. Non odia gli ebrei chi denuncia Israele come stato genocida. L’odio per gli ebrei risorge tra i nazionalisti bianchi, nelle file dei cappellini rossi con su scritto Make America Great Again, risorge nella destra cristiana degli Stati Uniti d’America. I padroni del mondo si sono serviti del finanziere sionista Jeffrey Epstein per le loro orge a base di bambine tredicenni. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che per i cristiani del Ku Klux Klan questa è la prova di una voce che circola da millenni: gli assassini di Cristo mangiano bambini. Questo è l’antisemitismo che sta risorgendo, mentre esplode la resa dei conti, la guerra che oppone cristiano-sionisti e islamico-sciiti sullo sfondo delle fiamme che incendiano il mare e la terra. In questa guerra c’è un mistero che non riesco a spiegarmi: perché Trump ha deciso di imbarcarsi in questa guerra apocalittica invisa alla sua base e destinata a provocare conseguenze imprevedibili? All’infame Frederick Merz, Trump ha detto: “Stavamo trattando con questi lunatici, e mi son convinto che avrebbero attaccato per prima. Forse abbiamo forzato la mano di Israele…”. La domanda è: “Chi ha forzato la mano a chi?”. Il miracolo di Trump è stato mettere insieme nel MAGA due anime: quella dei cristiano sionisti, e quella dei cristiani antisemiti di ispirazione apertamente nazista. Trump ha vinto le elezioni perché Tucker Carlson, Nick Fuentes, e Marjorie Taylor Green hanno accettato di votare insieme ai sionisti e ai frequentatori dell’isola di Epstein. Ma adesso l’attacco all’Iran sta provocando la rottura fra queste due anime: Marjorie Taylor Green ha detto che il gruppo trumpista è un bunch of sick fucking liars (mucchio di fottuti malati bugiardi). Nick Fuentes, influencer nazionalista bianco ha scritto: “Trump said on Friday, ‘Soldiers are going to die.’ Okay, but who are they dying for? Who’s telling them to die? For what? Who’s decision is that? Is it the President elected by the people of the United States of America? Or is it the Prime minister of Israel?” Tucker Carlson, ispiratore di milioni di razzisti trumpisti ha dichiarato che l’attacco all’Iran: “Is “absolutely disgusting and evil” e ha suggerito che questa guerra avrà un effetto devastante sul movimento che sostiene Trump. Era prevedibile che la guerra avrebbe spaccato il fronte MAGA. Trump non poteva non saperlo. Allora perché ha deciso di seguire Israele nella missione apocalittica denominata Epic Fury che i nazi-americani hanno già ribattezzato Epstein Fury? Di quali informazioni dispone Israele per ricattare Donald Trump? Non è difficile immaginarlo. La rete Epstein non si limitava a fornire carne fresca agli orchi della finanza e della politica occidentale, ma accumulava informazioni utili per ricattare e costringere il presidente statunitense a partecipare a una guerra che, se non mi sbaglio, è destinata a trascinare il pianeta nella guerra terminale. Ma c’è ancora qualcuno che crede che Epstein si sia suicidato? Il medico legale che fece l’autopsia disse che le fratture alla base del collo non suffragano l’ipotesi del suicidio. E allora: chi ha ucciso Jeffrey Epstein? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Epstein Fury e pedomachia proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Archivio Nastroteca di Radio Onda Rossa - inventario cartaceo 1997-1994 https://grafton9.net/ror/ Ci era stato donato nel 2003. I PDF sono scaricabili
March 6, 2026
archivio grafton9