«Stupidi e ciechi reazionari». Impressioni di febbraioChe lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed
energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del
centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è
seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo
dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a
fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per
l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata
stampa).
Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli
scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi”
ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante),
più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per
l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche
il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la
decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha
tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi
nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un
«terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo
appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente
il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere
quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre
più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia
contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi
tutti in galera (e magari in 41-bis)”.
Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche
dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello
voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e
“pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la
criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una
sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà
di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli
effetti sempre più tangibili della sua economia.
E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla
mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14
milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni
precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera
storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4
milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si
considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato
che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno
“radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra
Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del
governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di
governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza
cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono
molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a
votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che
pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo),
il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla –
potrebbe riservare brutte sorprese.
Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe
pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati
da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si
presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al
malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto
alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa
per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda.
Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione
penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto
sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad
accelerarne il varo?
“Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo
che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde
sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata,
davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni
spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti
a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello
scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto
sicurezza “ex ddl 1660”).
Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra.
Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza
sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno
dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la
guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro
presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione,
prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore
locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente
convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno
al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso
barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta
dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un
attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta
intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente
a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo
bastonate.
Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di
arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato
inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi
ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i
giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle
centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per
passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca
della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti,
feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi
collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono
facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a
differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu
per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di
Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e
sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di
morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando.
Per quanto ci riguarda, bene così.