[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Il caso Fauci riguarda anche noi e Burioni lo sa. Seconda parte
Seconda parte dell’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. La prima parte  si può leggere a questo link. I finanziamenti americani a Wuhan Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. Il caso Morens A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. Il silenzio di Fauci È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. Burioni: «Se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid, ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli, perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte.   Anna Polo
August 16, 2026
Pressenza
Uno studio dettaglia la natura classista e anticostituzionale del sistema fiscale italiano
Il sistema fiscale italiano risulta regressivo, con i grandi patrimoni che, in proporzione, versano meno imposte rispetto ai lavoratori della classe media. È quanto sostiene uno studio pubblicato sulla Review of Income and Wealth, secondo cui il 7% più ricco della popolazione paga un’aliquota effettiva del 32,6%, contro circa il 45% di un lavoratore dipendente. Una distorsione che contraddice, a tutti gli effetti, i principi stabiliti nella Costituzione, che all’articolo 73 prevede che le imposte debbano essere “progressive”, ossia con aliquote percentualmente più alte per i più ricchi. La ricerca, effettuata da Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, si basa sui Distributional Wealth Accounts della Banca d’Italia e della Banca centrale europea, dati che permettono di rappresentare meglio le famiglie più facoltose, spesso sottostimate dalle indagini campionarie, ricostruendo redditi da capitale, reddito nazionale prima delle imposte e aliquote effettive. La differenza decisiva tra le diverse categorie osservate concerne i rendimenti della ricchezza. Le fasce medio-basse detengono prevalentemente immobili e depositi bancari a basso rendimento, mentre i grandi patrimoni sono concentrati in attività finanziarie e partecipazioni aziendali molto più remunerative. «Una scoperta chiave è che i rendimenti della ricchezza sono eterogenei: rimangono relativamente stabili, intorno al 2,5%, per il 90% più basso della distribuzione della ricchezza, ma aumentano nettamente all’interno del decile superiore, raggiungendo quasi il 5% per lo 0,1% più ricco», illustra Demetrio Guzzardi, uno degli autori del report. Il sistema amplifica questa disparità. L’Irpef conserva una struttura progressiva, ma rappresenta soltanto una parte del prelievo complessivo. L’Iva e le imposte sui consumi, infatti, pesano maggiormente sui redditi bassi, che spendono una quota più ampia delle proprie entrate totali. I contributi sociali diventano regressivi oltre i massimali previsti dalla legge, mentre i redditi finanziari sono sottoposti soprattutto ad aliquote proporzionali, inferiori a quelle applicate ai redditi da lavoro. Dal momento che il capitale è molto concentrato al vertice, il carico fiscale comincia a diminuire proprio dove aumentano redditi e patrimoni. Per correggere questa struttura, gli economisti simulano tre riforme: un’imposta unificata su redditi da lavoro e capitale, aliquote distinte ma ottimali per le due fonti e un intervento concentrato esclusivamente sui redditi da capitale. I modelli considerano anche le possibili reazioni dei contribuenti, come la riduzione del reddito dichiarato, gli investimenti rinviati o l’elusione. In ogni scenario le aliquote effettive sul 7% più ricco dovrebbero aumentare, arrivando intorno al 60-61% per lo 0,1% superiore. Le simulazioni producono contemporaneamente maggiore gettito, minore disuguaglianza e il ripristino della progressività. In conclusione, lo studio esamina il potenziale di gettito risultante da un intervento incisivo sui grandi patrimoni: un’imposta netta dell’1,3% sull’1% più ricco consentirebbe di raccogliere circa 30 miliardi di euro all’anno; se si applicasse la stessa aliquota solo allo 0,1% più ricco, si ricaverebbero circa 13,5 miliardi di euro, mentre se coinvolgesse esclusivamente i miliardari il gettito ammonterebbe a circa 2 miliardi di euro all’anno. The post Uno studio dettaglia la natura classista e anticostituzionale del sistema fiscale italiano appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Interview YJS
My name is Dinya Ronahi. I was born in Shengal and am 27 years old. In 2016, I joined the YJŞ. The main reason for this was my desire to do something for my people, and especially for Yazidi women and girls. I wanted to take revenge for the Yazidi women. I grew up as a Yazidi woman in Shengal and witnessed the pain and consequences of the 2014 genocide with my own eyes. Many women were killed, abducted, and sold. To this day, the whereabouts of thousands of women remain unknown. These experiences sparked great anger within me and a strong desire to resist. I lived with a deep hatred for the enemy. I didn’t want to live just for myself, but to take responsibility for my people and for the women. At the same time, the women of the YPJ and YJA-Star made a deep impression on me. When I saw them with weapons and ammunition belts and witnessed how they came to defend and liberate Yazidi women, it gave me hope, morale, and strength. For us, they were an example: We, as Yazidi women, can defend ourselves against the enemy. These experiences influenced my decision to join this cause and later become part of the YJŞ. The Importance of the YPJ for YJŞ The YPJ plays a crucial role in defending Yazidi women and in building YJŞ. The YPJ has given us strength, confidence, morale, enthusiasm, and hope. The foundation for building YJŞ was also laid by the efforts and sacrifices of the women who fell in battle. The genocide against the Yazidis took place before the eyes of the world. Aside from the YPJ, YJA-Star, and some other comrades, no one raised their voice or responded to it. The women of the YPJ made great sacrifices and gave themselves to protect and save the Yazidi people, and women in particular. They also played a vital role and made great efforts in the establishment of YJŞ. That is why the foundation of YJŞ is the YPJ, and the YPJ has become a driving force for YJŞ. They have helped Yazidi women develop confidence in their own abilities and cultivate their own sense of agency. We have grown under the influence of their ideas and philosophy. Because as women, we feel a bond with one another; we give each other strength and courage. That is why we cannot separate the history of YJŞ from the history and contributions of the YPJ. Without the experiences and support provided by the YPJ, the development of YJŞ would not have been the same. At the same time, both complement each other as forces of resistance and as structures that take responsibility for women and their society. We, as YJŞ—as Yazidi women—recognize that if the YPJ did not exist, neither would we. That is why we always stand by the YPJ, and they are always in our hearts. Whatever may come, no one can wipe out the YPJ. The YPJ has built itself up through its resistance, its own construction, its martyrs, and the sacrifices that have been made. That is why, in Sinjar today, the things that are happening—the will, the existence, and the standing that the women of Sinjar possess—have become known throughout the world. And all the women who were liberated and freed from the enemy’s clutches—the YPJ is the reason for that as well. That is why we say that we will always stand by the YPJ’s side. And our existence is linked to that of the YPJ. And we always say that the role and mission of the YPJ can never be forgotten or denied. Because wherever it was necessary, the YPJ has taken on responsibility. Just as they took on responsibility in 2014, they are there for all women. The Current Situation in Shengal Today, Yazidi women in Shengal continue to face major challenges. Attacks against women and a special warfare are taking place. We are in the midst of a major struggle—both against military forces and against TAJE (Freedom’s Movement of Êzidî Women). Pressure on women persists, as do attempts to undermine their will, their existence, and their self-determination. If we do not defend ourselves, educate ourselves, and secure our existence in Shengal—and, above all, if our existence is not recognized in Iraq—we will always be face to face with ferman (genocide). There will always be a way for genocide against women to occur. This is the situation facing Yazidi women. Every day—even when we look at the situation worldwide—women are being killed, and women are committing suicide. For this reason, the YJŞ also faces the task of securing women’s existence and bringing it to light, continuing to educate itself, and taking responsibility for the women in Shengal. If women have no way to defend themselves and determine their own existence, the danger remains that crimes such as the 2014 genocide will be repeated. That is why it is important to us that Yazidi women develop their own will and be able to determine their own existence. YJŞ has made great efforts in this regard. The organization was built through the work, dedication, and sacrifices of many women. It has taken on responsibility for the women in Shengal and helped build trust and self-confidence. Today, we see that women in Shengal are playing a stronger role. We therefore continue to see a close connection between the YPJ and the YJŞ. The experiences the YPJ has gained and shared have shaped us. Its role in the liberation of women and in building an independent women’s movement must not be forgotten. The Importance of Self-Defense For us, self-defense is of fundamental importance. Every living being has the right to defend itself. For a long time, however, women were denied this right. As women, we had no rights. Women were left without adequate protection and without the ability to determine their own lives and futures. That is why, for us, self-defense is more important and necessary than bread and water. And just as much, we as women have the right to defend ourselves. Our people have the right to defend themselves. For Yazidi women, this reality became particularly clear through the events of 2014. If we had been able to defend ourselves back then—if we had been a military force and possessed the knowledge and means of existence that we have today—we would not have faced such a mass murder. So many women would not have fallen into the hands of the enemy, and the genocide could not have taken place in this form. That is why self-defense is very important to us as Yazidi women. We must defend ourselves against any form of domination that suppresses our will and our existence—regardless of whether it originates from the state, patriarchal structures, or men. The defense of women and the defense of society are interconnected and go hand in hand. If women have no way to protect themselves and take on responsibility, society as a whole remains defenseless. A society cannot fully exist without the active participation and will of women. For us, self-defense is a paramount duty, so that we can defend ourselves and defend our society. These are our efforts. That is why we view self-defense as a fundamental task. It stems from will, knowledge, awareness, and mutual trust. In Shengal, we have seen tremendous progress in this regard. The women of today are no longer the same as they were in 2014. The women of Shengal now play a very strong role because they have understood that without defense—without legitimate self-defense—they cannot live, because otherwise women’s very existence would be destroyed. And those in authority fear women’s defense and their ideas, which is why they constantly attack women. That is why defense is the most important thing for us and our society. The experiences of the YPJ have shown us the way forward. That is why, as Yazidi women, we continue to feel connected to the women of the YPJ. Whatever happens in the future, the experiences, sacrifices, and resistance of these women will remain part of our history and have had a lasting impact on the development of women in Shengal.
August 16, 2026
YPJ Information
“Uccisi dalla pace promessa e non avuta.” Eugenio Mazzarella e il Nobel ai bambini di Gaza
Oltre dodicimila adesioni, il percorso verso la candidatura formale, il sostegno della politica e delle istituzioni e una prima eco internazionale. Eugenio Mazzarella racconta a Pressenza il significato della proposta del Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. “Il Nobel per la pace datelo ai bambini di Gaza, morti per la pace che non hanno mai conosciuto.” È con queste parole che Eugenio Mazzarella, filosofo, poeta, professore emerito di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli ed ex parlamentare, conclude il suo appello pubblicato sulle pagine di Avvenire. Una proposta che nasce anche da un sentimento di impotenza davanti a quanto continua ad accadere a Gaza. Nel suo intervento Mazzarella racconta il disagio di chi ha scritto, denunciato, preso posizione e tuttavia, di fronte al ripetersi delle morti e alle immagini dei bambini, avverte il vuoto delle parole già pronunciate. Da qui un “basta” che attraversa il suo scritto: basta uccidere, basta mentire, basta restare immobili. E infine la proposta: il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. L’idea di candidare i bambini di Gaza al Nobel aveva già trovato in precedenza espressione in alcune iniziative della società civile, alle quali anche Pressenza aveva dato spazio. È però con l’appello di Eugenio Mazzarella sulle pagine di Avvenire che la proposta assume oggi una dimensione nuova: raggiunge in pochi giorni migliaia di persone, entra nel dibattito politico e istituzionale, supera i confini italiani e comincia soprattutto a tradursi nel percorso concreto verso una candidatura formale. Nel significato assunto dall’iniziativa, Gaza diventa inoltre il punto dal quale rivolgere lo sguardo all’infanzia vittima delle guerre, senza stabilire gerarchie tra bambini e sofferenze. Ad oggi, 16 agosto 2026, l’iniziativa continua a crescere rapidamente. Nell’intervista che pubblichiamo, Mazzarella riferisce che le adesioni hanno ormai superato quota dodicimila. Hanno aderito cittadini, famiglie, esponenti del mondo della cultura e dell’università, associazioni, rappresentanti religiosi e personalità politiche. Tra i nomi che hanno espresso sostegno figurano, tra gli altri, Massimo Cacciari, Luigi Manconi, Stefano Zamagni e padre Ibrahim Faltas. Sul versante politico sono arrivate, tra le altre, le adesioni di Elly Schlein, Pier Luigi Bersani, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Un passaggio ulteriore è arrivato con Giuseppe Conte, che non si è limitato ad aderire all’appello. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha annunciato di essere al lavoro con Eugenio Mazzarella per preparare una relazione dettagliata e procedere alla presentazione della proposta formale attraverso i canali ufficiali del Comitato per il Nobel. L’iniziativa sta cominciando a coinvolgere anche le istituzioni locali. La proposta ha intanto iniziato a varcare i confini nazionali. La notizia è stata ripresa da testate e media in Palestina, Israele, Yemen, Stati Uniti e in ambito europeo, portando l’iniziativa dentro un dibattito internazionale che registra adesioni, attenzione e anche posizioni critiche. Pressenza aveva già seguito nelle proprie pagine il percorso della candidatura e alcune delle iniziative nate intorno ad essa. Tornarci oggi significa però trovarsi davanti a una realtà profondamente cresciuta: un appello che raccoglie migliaia di adesioni, raggiunge la politica e le istituzioni, ottiene una prima attenzione internazionale e si prepara a percorrere formalmente la strada verso Oslo. Questa proposta non poteva lasciare indifferente una testata che ha nella pace, nella nonviolenza, nel disarmo e nella difesa dei diritti umani alcuni dei fondamenti del proprio lavoro. Abbiamo quindi voluto ascoltare direttamente Eugenio Mazzarella, lasciando alle sue parole il compito di raccontare il significato della candidatura e di affrontare le questioni che essa inevitabilmente apre: Gaza, le responsabilità dell’Occidente, la politica italiana, la guerra e lo spazio che resta alla pace e alla nonviolenza.  L’intervista  Professor Mazzarella, perché affidare proprio ai bambini di Gaza un Nobel per la Pace e fare di loro il simbolo di tutti i bambini vittime delle guerre? Che cosa rappresenta questa scelta? Questi bambini, nell’ultimo anno di fine presunta delle ostilità a Gaza, sono stati uccisi dalla pace promessa e non avuta. Così come i 20mila uccisi nel genocidio avviato da Israele per rappresaglia fuori da ogni misura immaginabile per il feroce e inescusabile attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. Ma anche i bambini israeliani trucidati il 7 ottobre sono vittime della pace mancata in Palestina da ottant’anni. Questo premio vuole essere un premio a chi ci costringe a guardare in faccia con la sua morte innocente che cosa significa per l’infanzia la guerra. La sua proposta vuole intraprendere concretamente il percorso per arrivare a una candidatura al Nobel a Oslo, oppure nasce soprattutto come una provocazione morale e politica? O le due cose, in questo caso, coincidono? Le due cose coincidono nel senso che sarà avanzata una candidatura formale al Comitato, individuando un’istituzione che possa usare il premio per i bisogni dei bambini di Gaza. L’iniziativa ha raccolto in pochi giorni migliaia di adesioni. Si aspettava una risposta così ampia? E che cosa vorrebbe riuscisse a mettere in moto, al di là dell’assegnazione del Nobel? Sì, siamo oltre le 12mila adesioni e cresceranno ancora. Sono rimasto io stesso stupito, ma evidentemente l’appello ha toccato una corda sensibile nell’opinione pubblica che aspettava solo di essere sollecitata. Spero porti all’ordine del giorno dell’attenzione internazionale che bisogna finirla di nascondere la tragedia dell’infanzia in guerra nella sconcia categoria dei “danni collaterali”. Lei ha parlato di una “Caporetto morale dell’Occidente”. Che cosa abbiamo perso a Gaza? E quali responsabilità attribuisce all’Europa e, più in generale, alle democrazie occidentali? Di predicare valori che non pratichiamo e che anzi offendiamo consapevolmente con le nostre stesse azioni. Questo premio sarebbe uno schiaffo in faccia a troppe ipocrisie. Perché nel dibattito pubblico sembra così difficile tenere insieme la condanna del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre e quella delle sofferenze inflitte successivamente alla popolazione civile palestinese? C’è un’intimidazione morale che usa la Shoah e il senso di colpa che ne viene alle società europee (e di cui sia chiaro si deve sempre fare memoria) come lasciapassare etico e politico ad ogni azione dello Stato di Israele. Oltre ovviamente a un’intimidazione economica e finanziaria e a una grande capacità lobbistica sotto purtroppo il patronato americano. Lei è stato parlamentare e conosce la politica anche dall’interno. Come giudica la posizione del governo italiano su Gaza? L’Italia avrebbe potuto fare di più e che cosa dovrebbe fare oggi? Debole, purtroppo debole, intimidita per i motivi suddetti e senza alcuna corrispondenza nel sentire comune degli italiani. Da Gaza all’Ucraina e agli altri conflitti in corso, sembra che il mondo stia tornando ad abituarsi alla guerra. È così? E quale spazio possono ancora avere oggi la pace e la nonviolenza? La ridefinizione dei pesi specifici di potenza nel sommovimento geopolitico della globalizzazione è di per sé un fattore di crisi e di tensioni in cerca di un nuovo punto di equilibrio. C’è la tentazione di affidare alla guerra, al diritto dei vincitori, un nuovo quadro di stabilità. Un’illusione che può essere mortale per l’umanità tutta. Abbiamo necessità di affidarci alla pace che poi è patto, attività pattizia, diplomazia che risolve non con il conflitto il nodo degli interessi. La proposta, dopo aver raccolto migliaia di adesioni, sta entrando anche nelle istituzioni. Il consigliere comunale Toti Lange ha presentato un ordine del giorno affinché il Comune di Napoli aderisca formalmente alla candidatura e promuova, attraverso l’ANCI, il coinvolgimento degli altri Comuni italiani. Si aspettava una risposta di queste dimensioni? E che significato ha per lei che proprio dalla sua Napoli possa partire anche una risposta istituzionale? Questa risposta istituzionale è già partita e si sta ampliando da diverse città, a cominciare dalla Perugia della sindaca Vittoria Ferdinandi, delegata nazionale ANCI alla Pace. Mi auguro che grazie alla meritoria iniziativa presa dal consigliere Toti Lange, di cui ha dato notizia anche Avvenire, anche la mia città, con la sua storia, sappia trovare le ragioni di un’adesione formale. Una voce in più per la pace Al professor Eugenio Mazzarella va il mio ringraziamento personale per la disponibilità e per aver voluto condividere con Pressenza queste riflessioni. A questo ringraziamento si unisce la redazione di Pressenza, insieme alla nostra vicinanza a una proposta che riporta al centro ciò che ogni guerra finisce per cancellare: i bambini, le loro vite e il loro diritto al futuro. Ci uniamo all’appello perché i bambini di Gaza possano rappresentare, attraverso questa candidatura, tutti i bambini ai quali le guerre degli adulti hanno sottratto il diritto di crescere, vivere e immaginare il proprio domani. La proposta comincia ora un percorso concreto verso la candidatura formale. Continueremo a seguirne gli sviluppi e a darle voce. Perché la pace, prima ancora di essere un premio, dovrebbe essere un diritto di ogni bambino. Come aderire È possibile aderire alla proposta scrivendo all’indirizzo e-mail dedicato attivato da Avvenire: petizione.gaza@avvenire.it La foto di copertina fa parte del progetto Between Gaza and Naples, di cui abbiamo parlato in questo articolo. Fonti Avvenire – “Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace”⁠ Avvenire – “I bambini di Gaza, tutti i bambini e noi: il senso di una proposta”⁠ Avvenire – Le adesioni di Conte, Schlein e le voci dei lettori⁠ Pressenza – Il Nobel per la Pace ai bimbi di Gaza⁠ Pressenza – Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza⁠ ANSA – L’appello della sindaca di Perugia per il Nobel ai bambini di Gaza⁠ Comune di Napoli – Bambini di Gaza candidati al Nobel: presentato l’ordine del giorno in Consiglio comunale⁠ Times of Palestine – Italian professor launches campaign for Nobel Peace Prize for Gaza’s children⁠ Safa News – Italian Initiative Seeks Nobel Peace Prize for Gaza’s Children⁠ Yemen Press Agency – La proposta sulla stampa yemenita⁠ Ynet – La proposta raccontata dalla stampa israeliana⁠ Ground News – Words matter. So do the children of Gaza⁠ EUPAC – Italian nomination of Nobel Peace Prize for Gaza children⁠   Lucia Montanaro
August 16, 2026
Pressenza
Discorso di Shirō Suzuki, sindaco di Nagasaki, 9 agosto 2026
Questo discorso è stato letto in occasione della 233 Presenza di Pace in piazza Carignano a Torino Il 9 agosto 1945, una bomba atomica sganciata da un aereo militare statunitense distrusse in un istante la città di Nagasaki; entro la fine di quell’anno, ben 150.000 persone, pari a due terzi della popolazione, persero la vita o rimasero ferite. Il defunto Katsuji Yoshida, che all’età di 13 anni fu vittima dell’esplosione, descrisse così quella scena infernale: Dirigendosi verso l’epicentro dell’esplosione, si vedevano persone carbonizzate e annerite, altre con gli occhi fuori dalle orbite, altre ancora con le viscere fuoriuscite e altre senza arti che vagavano senza meta. Giunti al fiume Urakami, anche lì c’erano molte persone ustionate che, tra olio, sangue e acqua sporca, morivano una dopo l’altra bevendo quell’acqua. Io ero ricoperto di sangue da capo a piedi, la pelle mi si era staccata e penzolava floscia nella parte inferiore del corpo. Anche se la pelle del viso era ancora attaccata, era bruciata e annerita. Sul volto del signor Yoshida sono rimaste grandi cicatrici da ustioni che non scompariranno mai, e ha continuato a soffrire per gli sguardi di chi lo circondava. Anche le persone che sono riuscite a sfuggire a malapena alla morte hanno riportato profonde ferite fisiche e psicologiche e continuano a portare con sé per tutta la vita l’ansia e la paura di sviluppare tumori e altre malattie a causa delle radiazioni. Attualmente, sulla Terra esistono oltre 12.000 testate nucleari. Perché alcuni paesi continuano a ostinarsi a utilizzare armi così crudeli? Sullo sfondo della sfiducia reciproca, dei conflitti e delle divisioni che dilagano nella comunità internazionale, il «dominio attraverso la forza» delle grandi potenze sta dilagando. Anche i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, che vedono coinvolte potenze nucleari, presentano ancora una situazione che non permette di prevedere soluzioni rapide. Inoltre, si stanno accelerando le iniziative che vanno contro il disarmo nucleare, come la modernizzazione e il potenziamento delle armi nucleari. Si è così entrati in un circolo vizioso che aggrava ulteriormente la sfiducia reciproca, i conflitti e le divisioni. Ciò è evidenziato anche dal fatto che la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non sia riuscita, per la terza volta consecutiva, ad adottare un documento finale orientato al disarmo nucleare. I paesi che fanno affidamento sulle armi nucleari sostengono la “teoria della deterrenza nucleare”, secondo cui il solo possesso di tali armi, anche senza il loro effettivo utilizzo, è in grado di dissuadere altri paesi dall’attaccarli. Ma chi può affermare con certezza che, in una situazione estrema come la guerra, quando si è costretti a prendere una decisione definitiva che mette in gioco la sopravvivenza della propria nazione, non si finirebbe comunque per premere il «pulsante nucleare»? Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ha messo a nudo la realtà secondo cui l’uomo è in grado di oltrepassare persino il limite dell’uso delle armi nucleari contro altri esseri umani. I sopravvissuti alle bombe atomiche e le città colpite, che hanno sperimentato sulla propria pelle la potenza delle armi nucleari, capaci di ridurre in frantumi sia la vita che la dignità umana, lanciano un appello con convinzione, forti di quell’esperienza. La teoria della deterrenza nucleare è estremamente pericolosa. Le armi nucleari non sono un «male necessario», ma un «male assoluto», e l’umanità non potrà mai coesistere con esse. Cari «cittadini del mondo» che vivete su questo unico pianeta. Per costruire un mondo di pace, c’è qualcosa che possiamo fare. «Il punto di partenza della pace è avere un cuore capace di comprendere il dolore altrui.» Queste sono le parole che il signor Yoshida ripeteva sempre quando raccontava la sua esperienza di sopravvissuto alla bomba atomica. Immedesimarsi nella posizione e nella sofferenza dell’altro e sforzarsi di capirsi a vicenda costituisce un passo fondamentale per evitare contrasti e scontri. Questo diventa il fondamento per coltivare la fiducia e costruire relazioni amichevoli tra persone e tra nazioni, in ogni contesto. Imprimiamo nel cuore le parole del signor Yoshida e traduciamole in azioni concrete. A tutti i leader dei vari paesi: vi esortiamo a ripristinare al più presto il multilateralismo e lo «stato di diritto» basati sui principi della Carta delle Nazioni Unite. Vi invitiamo a tornare allo spirito che animava la fondazione delle Nazioni Unite: proteggere la dignità umana e i diritti umani fondamentali e realizzare la pace permanente e la prosperità comune dell’umanità attraverso la cooperazione internazionale. A tutti i leader delle potenze nucleari e dei paesi che fanno affidamento sulla deterrenza nucleare: dovete guardare in faccia la realtà: più ci si affida alla deterrenza nucleare, più aumenta il rischio di una guerra nucleare. In particolare, il governo giapponese dovrebbe partecipare alla Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che si terrà per la prima volta quest’anno, e adempiere alla propria missione storica in qualità di unico Paese ad aver subito un attacco atomico durante una guerra. È necessario mantenere saldi i principi di pace e i tre principi antinucleari sanciti dalla Costituzione giapponese, che incarna la determinazione a non ricorrere alla guerra, e rafforzare la diplomazia volta all’allentamento delle tensioni e al disarmo nella comunità internazionale. Chiediamo una svolta verso una politica di sicurezza che non faccia affidamento sulle armi nucleari, anche attraverso la realizzazione di una zona denuclearizzata nell’Asia nord-orientale. Inoltre, chiediamo con forza il potenziamento dell’assistenza ai sopravvissuti alle bombe atomiche, la cui età media supera gli 86 anni, e il più rapido possibile sostegno a coloro che hanno vissuto l’esperienza dell’esplosione, ma non sono ancora stati riconosciuti come sopravvissuti. Porgo le mie più sentite condoglianze alle persone che hanno perso la vita a causa delle bombe atomiche e a tutte le vittime della guerra. Proprio ora che abbiamo ancora la possibilità di ascoltare direttamente le testimonianze dei sopravvissuti alle bombe atomiche, ci impegniamo a tramandare con fermezza, per il futuro, la memoria dell’attacco e i sentimenti dei sopravvissuti. «Che Nagasaki sia l’ultima città colpita da una bomba atomica». Affinché questo giuramento diventi una realtà eterna, Nagasaki dichiara qui solennemente che, in solidarietà con tutte le persone del mondo che aspirano alla pace, continuerà a progredire senza mai arrendersi verso l’abolizione delle armi nucleari e la realizzazione di una pace mondiale permanente. Traduzione in italiano a cura di Chie Wada Coordinamento AGiTe
August 16, 2026
Pressenza
Incendio in Belgio: 3.000 ettari in fiamme
Gli incendi boschivi arrivano anche in Belgio, dove, nella parte orientale del Paese, è attivo un rogo che i media descrivono come il più esteso mai registrato nella storia del Paese. L’incendio è divampato nella riserva naturale delle Hautes Fagnes, nella regione della Vallonia, e ha già interessato oltre 3.000 ettari. Nelle ultime 24 ore, l’area coinvolta dalle fiamme è più che raddoppiata. Per far fronte all’emergenza, le autorità hanno mobilitato 250 vigili del fuoco e operatori dei servizi di emergenza; anche le forze armate stanno collaborando alle operazioni di spegnimento. The post Incendio in Belgio: 3.000 ettari in fiamme appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Il comunicato congiunto ANPI Nazionale – UCEI, un cedimento inconsapevole al sionismo?
Ho aspettato un po’ di tempo prima di scrivere questo articolo, ma vedendo i vari comunicati stampa dei circoli locali ANPI di tutta Italia, ho deciso che forse era giusto riportare ed esprimere il mio dissenso verso questa presa di posizione. Il 28 luglio 2026 l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) pubblica sul suo sito un comunicato stampa congiunto con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) in cui si afferma che “UCEI e ANPI hanno registrato significativi punti di convergenza” tra cui: “- il valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione italiana – la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.) – il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo – la riconferma del diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte – l’impegno in generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il confronto diretto anche le questioni su cui divergono – l’interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.” L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza. Il richiamo all’articolo 3 della nostra Costituzione è sicuramente importante e basilare ed è sempre stato uno dei più importanti per l’ANPI, insieme all’art. 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Questo cozza con il palese sostegno incondizionato espresso dall’UCEI verso Israele. L’UCEI riconosce la centralità dello Stato d’Israele per l’identità ebraica contemporanea e promuove attivamente i rapporti e la conoscenza della realtà israeliana in Italia. Nelle sue linee istituzionali e nei comunicati ufficiali, l’ente tutela il diritto di Israele a esistere e a difendersi, pur svolgendo primariamente un ruolo di coordinamento culturale, religioso e sociale per gli ebrei italiani; riconosce il legame imprescindibile tra l’ebraismo contemporaneo e lo Stato d’Israele; sostiene pubblicamente il diritto alla sicurezza e all’esistenza di Israele, specialmente nei momenti di crisi e conflitto; e mai in questi anni si è espressa in condanna al genocidio del popolo gazawi da parte d’Israele, non condividendo l’uso del termine “genocidio”  e minimizzando ciò che sta accadendo. Questo, di per sè sarebbe una violazione a priori di uno dei punti del comunicato stampa congiunto che riconosce come base l’art. 3 della Costituzione e “la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine”, anche se sarebbe bene che, in un contesto così difficile, si contestualizzassero le dinamiche di oppresso-oppressore e le condizioni di violenza istituzionalizzata e sistematica che portano inevitabilmente ad atti di resistenza. Infatti non dobbiamo dimenticare che più volte membri dell’UCEI hanno espresso posizioni belliciste sulla difesa a tutti i costi di Israele, postulando – cosa che invece non hanno fatto altri membri appartenenti a comunità ebraiche – che Israele sia il “popolo oppresso”, continuando a negare che sia Israele a occupare terre non sue e che stia agendo un sistema d’apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese. Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni – membro della Consulta Rabbinica, l’organo composto dai Rabbini Capo che si interfaccia con il Consiglio dell’UCEI per questioni di carattere generale, spirituale e culturale – ha più volte ribadito posizioni belliciste dichiarando apertamente come Israele stia combattendo una “guerra giusta” contro il male, giustificandola persino con principi talmudici della tradizione ebraica. In una lettera a La Repubblica del 27 ottobre 2023 Di Segni ha scritto: “le guerre sono sempre un’offesa alla dignità umana, comportano morte e distruzione, e certamente vanno evitate, ma quando è in gioco la propria esistenza davanti a un nemico irriducibile l’alternativa pacifista è discutibile anche moralmente. (…) Qualche volta qualcuno deve essere sconfitto, solo lui e per sempre”. Questa è la visione rabbinica dominante all’interno dell’ebraismo sul “male”: è “male” colui che è contro di me ed io, che sono il “buono”, per difendermi posso usare il male contro di lui. Un’interpretazione che si sposa perfettamente con il sionismo d’estrema destra di Netanyahu, giustificato su basi religiose: per i sionisti è una guerra della “Luce” (loro) contro “l’Oscurità” (i palestinesi), postulata dalla convinzione di essere quella “Luce”. Per quanto – a differenza di altre visioni strettamente pacifiste e nonviolente – la normativa ebraica (Halakhà) ammetta il ricorso alle armi quando la sopravvivenza di una vita umana (Pikuach nefesh) o di un intero popolo è sotto attacco, in realtà il Talmud è chiaro a riguardo: “Se qualcuno viene per ucciderti, prova a ucciderlo tu prima che lui uccida te” (Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 72a), ovvero se una persona arriva con l’intento certo di toglierti la vita, tu hai il pieno diritto di difenderti e neutralizzare la minaccia per salvare te stesso, riconoscendo la necessità e la giustizia della difesa attiva di fronte a un’aggressione mortale. La strumentalizzazione sionista di questo famoso principio del Talmud, che esprime la legge naturale e morale della legittima difesa, ha fatto sì questo principio non si possa però applicare a chi oppresso (popolo palestinese), ma a chi opprime, come in questo caso Israele. Inoltre, il comunicato si promette di promuovere “riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo” senza evidentemente conoscere la storia. La presenza della Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile non è solo contestata per il suo appoggio all’Entità sionista di Israele negando la resistenza del popolo palestinese, ma anche perchè è controversa la storia del suo ruolo nella resistenza antifascista partigiana. La Brigata Ebraica non è (è bene ricordarlo) una vera brigata partigiana, ma un corpo che faceva parte dell’esercito inglese e che come tale rispondeva all’autorità britannica e non al CLN. La Brigata Ebraica infatti non nasce all’interno del movimento della Resistenza italiana, ma bensì nacque nel 1944 su impulso dell’Agenzia Ebraica per Israele (chiamata anche Sochnut (agenzia) o JAFI, dall’acronimo inglese Jewish Agency for Israel), che era il prodromo dello Stato d’Israele. La Brigata Ebraica rappresenta il contributo militare degli ebrei coloni e Yishuv di Palestina nella Seconda Guerra Mondiale i quali rimasero inattivi fino a praticamente la fine del conflitto, lasciando che si consumasse l’orrore della guerra e della Shoah, senza intervenire. Dopo decine di milioni di morti, si mobilitarono solo quando vi fu concretamente la possibilità di costituire lo stato d’Israele e per farlo serviva partecipare alla guerra. Per questo venne mandato un numero simbolico di uomini ad arruolarsi nelle fila dell’esercito inglese. Non è un caso che la bandiera della Brigata Ebraica sia quella dello Stato d’Israele. Costoro arrivarono al fronte quando la guerra stava finendo, dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Pur non facendo quasi nulla per contribuire alla fine del nazismo, si intestarono la vittoria e la memoria limitandosi ad inseguire i tedeschi in ritirata, combattendo per un mese. L’obiettivo della Brigata ebraica non era lottare per la libertà e salvare le vite (nemmeno degli ebrei), ma favorire la nascita dello Stato d’Israele. Nel libro La Brigata ebraica. Una storia controversa, dal 1944 a oggi di Alberto Fazolo, con prefazione di Moni Ovadia (editore 4Punte), viene spiegato molto bene ogni singolo passaggio storico. Altro punto del comunicato, che sta facendo discutere i circoli ANPI in tutta Italia, è la tutela del “diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile” contrastando “comportamenti divisivi di qualsiasi natura”. Una posizione che sarebbe condivisibile, se non si ignorassero i fatti del 25 aprile 2026, dove la Brigata Ebraica si è presentata, violando ogni accordo preso in sede preventiva all’effettuazione del corteo, con bandiere israeliane e immagini inneggianti a Trump, Netanyahu e con le bandiere di Forza Italia che si era unita al gruppo inneggiante  – o, forse peggio, negante – il genocidio del popolo palestinese, oltretutto con la pretesa di essere capofila del corteo. Un comportamento chiaramente provocatorio che non è sfociato in incidenti soltanto grazie al buon senso messo in campo dai militanti dell’ANPI. Il comportamento avuto dalla Brigata Ebraica è stato antitetico ai principi del 25 aprile: il 25 aprile è contrario alle guerre, alle aggressioni nei confronti dei popoli, al razzismo e al nazionalismo. Molti circoli ANPI hanno preso posizione, contestando apertamente il comunicato congiunto tra Anpi e Ucei sulle manifestazioni passate e future del 25 aprile. In particolare molti circoli Anpi si sono indignati – giustamente – quando già successivamente alla firma del comunicato di “pacificazione”, gli ambienti sionisti milanesi aggregatisi intorno alla Brigata Ebraica sono andati subito all’attacco presentando una denuncia pesantissima contro ignoti, riferendosi ai manifestanti che il 25 aprile scorso a Milano avevano sbarrato la strada allo spezzone con le bandiere di Israele. Insomma un segnale tutt’altro che in sintonia con lo spirito pacificatore del comunicato congiunto e una conferma in più che nessuna mediazione è possibile con i circoli sionisti che sostengono apertamente l’occupazione dei Territori Palestinesi e il genocidio del popolo palestinese. A fronte di tutto questo, il contenuto del comunicato congiunto ANPI-UCEI è insufficiente a garantire un dialogo chiaro con le Associazioni Ebraiche apertamente sostenitrici del sionismo e dell’entità sionista di Israele. Come ci insegna la storia e l’operato politico di Nelson Mandela, prima si pone fine all’apartheid e poi si avviano i processi di riconciliazione per riscrivere una nuova storia insieme. Penso, inoltre, che si sarebbe dovuto aspettare un periodo più adatto a favorire un confronto con le sezioni, essendo nel bel mezzo do un genocidio raccontato in streaming commesso proprio dall’entità che queste associazioni intendono sostenere. Pur riconoscendo la volontà di dialogo espressa dalla nostra Associazione (come del resto nella nostra tradizione e nei nostri principi), l’importanza dell’antifascismo come base comune da cui partire, e non dimenticando i fatti che hanno portato alla necessità di un dialogo atto a garantire in futuro uno svolgimento pacifico e condiviso con le Comunità Ebraiche della festa del 25 aprile, credo che tutto il resto sia alquanto discutibile, non nell’intento del comunicato ma per le tempistiche con cui è stato concepito (senza un coinvolgimento dei circoli e delle basi) e nei contenuti stessi. Se da un lato si vuole puntare sui punti di convergenza, dall’altro non si possono sottolineare delle falle evidenti. Questo comunicato non sembra quindi espressione chiara di un dialogo, ma un cedimento inconsapevole verso qualcuno che un dialogo pacifico e democratico non lo vuole avere, ma che ha l’intento di esercitare ed ampliare la propria influenza con l’arte della persuasione allargando la cerchia di consenso. Non dimentichiamoci delle radici tossiche, razziste, nazionaliste e colonialiste del sionismo; non dimentichiamoci che l’ebraismo è cosa ben diversa dal sionismo; non dimentichiamoci che ci sono infinite comunità di ebrei anti-sionisti, critici del genocidio a Gaza, dell’occupazione belligerante israeliana delle terre palestinesi e dell’apartheid bianca, razzista e coloniale israeliana verso i palestinesi e le minoranza arabe. Verso queste comunità ebraiche anti-sioniste, perseguitate da Israele, dobbiamo avere solidarietà e sostegno, non dimenticando che non siamo obbligati a mostrare solidarietà laddove non c’è condivisione di valori comuni appigliandoci ad astrazioni. Il comunicato congiunto ANPI-UCEI resta un documento ambiguo che ha lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire ogni anno la Festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese, in sostegno all’autodeterminazione dei popoli, al diritto di resistenza di fronte ad una esasperante e disperata oppressione ed alla liberazione di tutti i popoli oppressi.   Ulteriori info: https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/03/nessun-cedimento-e-possibile-con-i-sionisti-rivolta-dei-circoli-dellanpi-sul-comunicato-congiunto-con-lucei-0197567 > Respingiamo come inaccettabile Il comunicato congiunto Anpi-Ucei https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/13/i-non-detti-del-comunicato-anpi-ucei-0197774 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/30/la-capitolazione-dellanpi-verso-il-sionismo-a-milano-la-brigata-ebraica-ne-approfitta-subito-0197448 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/10/disappunto-e-contrarieta-dellanpi-roma-per-laccordo-con-i-sionisti-0197689 Lorenzo Poli
August 16, 2026
Pressenza
I blocchi stradali israeliani stanno soffocando l’assistenza medica d’urgenza in Cisgiordania.
Con il proliferare di chiusure, posti di blocco e attacchi dei coloni, i medici palestinesi affermano che i normali viaggi in ambulanza sono diventati prove di vita o di morte. Fonte Di Shatha Yaish – 13 agosto 2026 “Questa donna sta morendo!” Un uomo ha urlato ripetutamente mentre l’ambulanza che trasportava la trentenne Sujoud Fuqaha … Leggi tutto "I blocchi stradali israeliani stanno soffocando l’assistenza medica d’urgenza in Cisgiordania." L'articolo I blocchi stradali israeliani stanno soffocando l’assistenza medica d’urgenza in Cisgiordania. proviene da Invictapalestina.
August 16, 2026
Invictapalestina

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.