#war #iran Da Al-Dhafra a #Sigonella: la rotta dei #Triton #eau di Antonio Mazzeo Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l’attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell’isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale.https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/12/da-al-dhafra-a-sigonella-la-rotta-dei-triton/
June 13, 2026
Antonio Mazzeo
Lavoro nero e caporalato: giro d’affari da 77 miliardi di euro
  In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di dimensioni rilevanti. Secondo una recente analisi dell’Ufficio studi della CGIA su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno (77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest). Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra quindi nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari, infatti, il 37,5 per cento opera nel Sud. Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi però il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, ecc.) al 20,3 per cento. Si tratta di dati che confermano come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo. Il “nero”, sottolinea la CGIA, è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, vale a dire l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 7 per cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La media nazionale è del 4 per cento. Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel Sud e, in particolare, in Calabria con il 17,9 per cento. Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il dato medio Italia è del 10 per cento. “L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara (CS), si sottolinea nel report dell’Ufficio studi della CGIA, è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori agricoli/organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato”. La FILLEA CGIL pone invece l’accento sul passaggio velocissimo del caporalato dall’agricoltura all’edilizia. “Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella costruzione del Consolato americano a Milano è una situazione gravissima, inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere, ha sottolineato Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia. La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il perimetro delle grandi opere pubbliche. (…) C’è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c’è un caporale e tutto questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di soggiorno per essere regolari in Italia. E che quindi devono stare sotto ricatto di chi offre loro un contratto. (…) Per contrastare il caporalato in edilizia “servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l’illegalità, che coincide con l’arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita organizzata” (https://www.filleacgil.net/tutto-comunicazione/17749-caporalato-e-paraschiavismo-fenomeno-diffuso.html). Qui la nota dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre su “Lavoro nero e caporalato: giro d’affari da 77 miliardi l’anno” : https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/06/Lav.neroCap-06.06.2026.pdf. Giovanni Caprio
June 13, 2026
Pressenza
Una giornata di studio sul reddito di base universale e incondizionato
Una giornata di studio al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo attorno al libro di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio con postfazione di Andrea Fumagalli Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine (Multimage, Firenze 2026), lunedì 15 giugno  Il volume smaschera il mito della romanticizzazione del lavoro, rivelandolo come una “trappola capitalista” che impone il sacrificio in nome della passione. Di fronte a una società postindustriale in cui l’automazione e l’Intelligenza Artificiale stanno progressivamente cancellando il lavoro salariato, l’opera lancia un’esortazione radicale: riappropriarsi del proprio tempo e del proprio corpo per tornare a godere della vita. In questo scenario di conflitto tra capitale e lavoro, la vera chiave di volta diventa il Reddito di base universalmente e incondizionatamente erogato. Non una misura assistenziale, ma un diritto inalienabile di ogni individuo a partecipare alla ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale, indispensabile per liberarsi dai ritmi di uno sfruttamento ingiusto. “In noi l’idea di dover trasformare il lavoro in una passione è così radicata da farci illudere che sia giusto sacrificarsi; del resto, chi non fa sacrifici per amore? Non dovremmo, però, dimenticare che la romanticizzazione del lavoro – nata a partire dal lavoro non retribuito delle casalinghe – è ‘una trappola capitalista’ e che, soprattutto, il lavoro non ricambia il nostro amore. Quanto precede è l’anima e il cuore di questo volume, una esortazione alla riappropriazione degli spazi del nostro piacere, ed è per questo che abbiamo il dovere di criticare radicalmente il lavoro. Dobbiamo mettere in discussione quelle attività lavorative che sono innestate su ritmi, tempi e paghe ingiuste, e lottare per un cambiamento reale. Perché solo chi non lavora fa l’amore: soltanto chi è disposto a fermarsi, ad alzare la mano e a metterci il corpo può, finalmente, tornare a godere.” Con la concrezione della società postindustriale, il processo d’automazione ha innescato una tendenza inarrestabile alla sostituzione della forma salariata del lavoro, andando ben oltre il perimetro della fabbrica, travolgendo anche la gran massa delle attività intangibili, inesorabilmente destinata quest’ultima ad essere sostituita in modo sempre più pervasivo dall’Intelligenza artificiale. Ecco perché la questione del Reddito di base diventa la linea di demarcazione sull’analisi del conflitto capitale/lavoro. Essa non lascia spazio a surrogati o ipotesi strumentali, da cui – anzi – è necessario sgombrare definitivamente il campo. Quello che più spesso appare fuorviante è il voler dare un’interpretazione molto elastica e incoerente dei due attributi di universalità e incondizionalità che sono, invece, ciò che esattamente definisce la natura e il significato del Reddito di base. Ciò che è veramente dirimente per capire i termini del problema è avere ben chiaro che l’erogazione di un reddito – uguale per tutti – deve essere considerata come espressione del diritto di ciascun individuo a partecipare alla distribuzione della ricchezza prodotta da quella cooperazione sociale, di cui tutti siamo parte, seppure con modalità e ruoli diversi. Redazione Palermo
June 13, 2026
Pressenza
Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi
Un nuovo registro digitale israeliano impone di fatto la sovranità sul 60% della Cisgiordania. I palestinesi devono registrarsi presso le autorità israeliane o rischiano di perdere le loro terre, ma le scappatoie legali israeliane sono concepite per invalidare le loro rivendicazioni in entrambi i casi. Fonte: English version Immagine di copertina: Bandiere sraeliche piantate vicino … Leggi tutto "Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi" L'articolo Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi proviene da Invictapalestina.
June 13, 2026
Invictapalestina
Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania
La maggior parte dei farmaci è scomparsa dalle farmacie pubbliche e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. Il sequestro da parte di Israele delle entrate doganali ha aggravato significativamente il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire servizi sanitari essenziali. Fonte: English … Leggi tutto "Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania" L'articolo Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania proviene da Invictapalestina.
June 13, 2026
Invictapalestina
L’Albania è in piazza contro la corruzione e per difendere il proprio patrimonio ambientale
Arrivato ieri, venerdì 12 giugno all’aeroporto di Tirana, prendo il pullman di linea che mi porta in centro. Percorro la via alberata che porta nella piazza principale di Tirana, Piazza Scanderbeg (in albanese Sheshi Skënderbej che è delimitata dal Museo della Storia dell’Albania, dal monumento all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbegdi e dalla più antica Moschea della città. Sono arrivato nel momento della preghiera del venerdì e decine di fedeli stanno pregando all’esterno della piccola Moschea che non potrebbe con tenerli tutti. Mi imbatto subito in un lungo banchetto dove si stanno raccogliendo e autentificando le firme dei cittadini. Al banchetto, mi spiegano, si stanno raccogliendo firme per due referendum che hanno l’obiettivo di abrogare due leggi volute dal presidente Edit Rama. Parlo a lungo con una giovane donna che parla un ottimo Italiano e che mi spiega che le due leggi facilitano le speculazioni forzando i vincoli ambientali in nome della speculazione. Si è voluto in particolare favorire la figlia ed il genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tutti i costi. L’obiettivo è di raggiungere entro ottobre le 50mila firme certificate che imporranno al Presidente di indire il Referendum per i primi mesi del prossimo anno. Mi spiega che il sedicente partito “socialista” di Edit Rama nulla ha di Sinistra poiché oltre a svendere il Paese al capitale straniero favorisce gli oligarchi locali e le mafie ad essi collegate. Lei si dichiara di Sinistra, quella vera è di opposizione aggiunge. Tirana, le chiedo, appare come un gigantesco cantiere con grattacieli che spuntano come funghi. Senza troppi giri di parole mi spiega che sono il frutto di capitali mafiosi o parà mafiosi che vengono in questo modo riciclati in beni immobiliari. Ciononostante il prezzo degli affitti nel centro cittadino è esorbitante e si aggira sui mille euro. Il costo degli affitti è simile a quello di Milano, specifica, ma il salario minimo di chi lavora in regola è di 500 euro (diffuso però è il lavoro nero e precario). I salari media dei lavoratori si aggirano sui 700 euro ma anche nella periferia di Tirana gli affitti  sono di 500 euro. Molte famiglie possono vivere a Tirana perché il regime stalinista qualcosa di buono fece assegnando case che appartenevano allo Stato e successivamente vennero assegnate a chi vi abitava. Per le nuove coppie e per i giovani vivere a Tirana è impossibile anche perché i generi alimentari nei supermercati sono addirittura più cari che in Italia. A promuovere la raccolta di firme è il piccolo partito Shquiperia Behet (Albania si può fare) che alle ultime elezioni del 2025 ha eletto un deputato. Un giovane uomo mi spiega che si considerano un Partito di centro destra, ma parlando mi rendo conto che questa denominazione non ha nulla a che spartire con ciò che in Italia si definisce “destra” semplificando si potrebbero paragonare al Partito Radicale Italiano degli anni Settanta: un Partito che si propone di riformare lo Stato lottando contro la corruzione e per alcune riforme democratiche come la legge, recentemente da loro proposta e approvata dal Parlamento che ha permesso il voto agli Albanesi residenti all’estero. Per spiegarmi la situazione politica dell’Albania dice che si può fare un paragone con l’Italia di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi moltiplicata per dieci. Mi spiega che loro hanno proposto il referendum che necessita di 50 mila firme raccolte e certificate dai documenti di identità entro ottobre dopo i controlli il Presidente dovrà indire nei primi mesi del 2027 i due Referendum, ma loro sperano che il governo rassegni prima le dimissioni e che si arrivi al più presto a elezioni anticipate. Ci tiene a precisare che ora il referendum è uno strumento messo a disposizione del movimento e che i volontari che raccolgono le firme non sono solo del loro partito ma di chiunque abbia dato la sua disponibilità. Ci tiene a prendere le distanze dai partiti di estrema destra italiani e di chi segue la via di Trump. In sostanza si potrebbe definire come un Partito patriottico che lotta contro la corruzione, a favore di un vero stato di Diritto e liberale in economia. In piazza incontro invece i militanti dell’unico vero partito di sinistra che ha eletto a Tirana un deputato. Il sistema elettorale è proporzionale su base regionale, senza recupero nazionale, e quindi sfavorevole alle formazioni politiche minori. Il loro giovane partito si chiama Shquiperi e re (Nuova Albania) e si definiscono Socialisti Democratici e come tali sono impegnati soprattutto nella difesa dei Diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori, ma non escludono la collaborazione nelle battaglie contro la corruzione e per la difesa dell’ambiente con i due piccoli partiti di opposizione di centro destra (il terzo nasce da una scissione dello screditatissimo e corrotto Partito Democratico di Salis Berisha). Sono molto fortunato perché il compagno con cui parlo conosce la Storia politica dell’Italia e quindi che in Italia il termine “comunista” grazie ad Enrico Belinguer e al tentativo di costruire un fronte eurocomunista con i partiti Spagnolo e Francese, attraverso una via democratica lontana dal sedicente “socialismo reale” sovietico e per molti versi contrapposti al regime stalinista di Enver Hoxha, che infatti condannò senza appello i comunisti italiani. Il mio interlocutore è uno degli intellettuali di questa nuova formazione politica ed è impegnato nella traduzione in Albanese degli scritti di Antonio Gramsci: ha tradotto la Questione Meridionale e ora si sta dedicando alla traduzione dei Quaderni dal Carcere. Intanto in piazza la gente continua a con fluire esponenzialmente ben oltre la decina di migliaia di persone di ogni età. Gridano “Revolution, revolution!”, “Rama e Berisha in prigione!”. Le manifestazioni, I dette da conosciuti rappresentanti della società civile, vanno ben oltre la forza dei tre piccoli partiti della vera opposizione parlamentare: alta è la percentuale di giovani e giovanissimi, molte le famiglie che sfilano al completo alcune con culle o passeggini. Per i più grandicelli, di tre, quattro, cinque anni è allestito uno spazio con volontari che offrono colori per disegnare su lunghissimi fogli stesi in terra dopo che il corteo si è trasformato in un presidio nei pressi degli uffici del presidente. Dopo un ora di fischi e proteste si riforma il corteo che si ingrandisce sfilando. Tante sono le bandiere albanesi, rosse con un’aquila a due teste nera. Molti hanno cartelli fatti da sé o sagome di Fenicotteri Rosa. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!” Il Compagno del partito socialista democratico mi spiega che gli Albanesi hanno un forte legame con la propria Terra, ma che questo patriottismo è immune da ogni forma di sentimento ultranazi e suprematista. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!”. Mauro Carlo Zanella
June 13, 2026
Pressenza
EastMed dal Caucaso all’Adriatico. Conseguenze andine dell’Honduras Gate
Prendendo spunto dalla tornata elettorale armena, Simone Zoppellaro analizza la vittoria di Pashinyan utilizzando lenti endogene alla società di Erevan. E così si riesce a inquadrare il nazionalismo, il rifiuto della nomenclatura di oligarchi, il meno peggio rappresentato dal governo di una rivoluzione di velluto ormai sfilacciata, l’incombente condizionamento di diaspora, profughi ed emigrazione giovanile; la collocazione del piccolo stato in una regione contesa e importante per flussi di merci e presenza di risorse ambite ha rappresentato un tema del dibattito, ma soprattutto perché la proposta governativa di ottenere una pace definitiva con Azerbaijan e persino con la Turchia è stato il vero referendum per una comunità stanca di guerre e morti inutilmente immolate a un nazionalismo vecchio che non rappresenta le istanze che la GenZ locale non riesce ancora ad esprimere con forza per la pervasiva presenza di vecchi oligarchi e ormai usurate e repressive ricette della decennale Rivoluzione di Velluto. Allargando lo sguardo all’intera regione Murat Cinar ha a sua volta inforcato occhiali che consentono uno sguardo “privilegiato” sul Mediterraneo orientale, dove la Turchia – indebolita nel suo tentativo di controllo dalle ambizioni egemoniche di Israele – opera manovre diplomatiche e strategiche per difendere le ambizioni neo-ottomane dal piano di espansione sionista che non solo si sta appropriando della Eretz Israele ma condiziona le scelte politiche di un’area molto più ampia, alternando prassi coloniali a minacce imperialiste, accordi commerciali a invasioni militari dalla Mesopotamia al Caucaso, dal mare cipriota a quello albanese. E intanto Erdogan comincia a temere che il burattinaio, per cui esercitare il controllo sul Mediterraneo orientale, lo scarichi. Questo probabilmente lo porterà in rotta di collisione con l’entità sionista, non solo perché gli interessi collidono. Sempre con l’ossessione che il quadro internazionale possa agevolare l’indipendentismo curdo, acuisce all’interno la repressione, condizionando attraverso una magistratura asservita le dinamiche interne all’opposizione e rallentando il processo di pacificazione con il Pkk. Ma molteplici sono le tensioni scatenate dalla trasformazione globale scatenata dal cambio di Sistema mondiale data dall’alleanza tra Internazionale nera e oligarchi tecnologici: una particolare attenzione da parte del suprematismo yanqui va al patio trasero. Abbiamo già dato conto del Plan Condor del nuovo millennio e i sommovimenti in corso in modo più evidente in Bolivia, in Perù e vedremo cosa scaturirà dal secondo turno delle elezioni colombiane che decreteranno il successore della parentesi di Gustavo Petro . Per riuscire a trovare la giusta sequenza in cui infilare i molti eventi in corso in quella parte di mondo abbiamo coinvolto Andrea Cegna nel tentativo di comprendere in quali società si sono trasformati i paesi andini e al loro interno quali divisioni territoriali di interessi e comunità le compongono e le attraversano. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- IN UN CAUCASO ALTAMENTE TOSSICO L’ARMENIA È BORDERLINE, MA STANCA DI GUERRA Pashinyan, un rivoltoso di velluto usurato: il “meno peggio” dei vecchi oligarchi armeni Tre anni fa avevamo lasciato Pashinyan sull’orlo del pensionamento a seguito della perdita dell’Artsakh e del corridoio del Lachin, dove gli azeri avevano sperimentato armi per conto israeliano. Ora l’espansione del potere ebraico in zona è aumentata, gli azeri dimostrano una potenza molto maggiore, la Turchia espande il suo controllo, ma il presidente armeno è riuscito a rabbonire il forte nazionalismo interno con la dottrina dell’“Armenia reale” e quindi farsi rieleggere proponendo come progetto elettorale non solo la pacificazione con Baku ma anche con Ankara. Simone Zoppellaro che abbiamo interpellato spiega questo terzo mandato in particolare come voto contro l’opposizione, costituita da oligarchi; ma non per timore di Mosca, comunque non nella misura che vorrebbero far credere i media occidentali: in fondo è ancora sempre il partner commerciale principale di Erevan. Il dubbio infatti riguarda le modalità con cui l’Armenia riuscirà a rescindere i legami economici con Mosca, con cui peraltro i rapporti sono continuati e molti renitenti russi sono scappati in Armenia, che è così piccola e senza protettori; è anche vero che la sensazione di essere stati in qualche modo svenduti da Putin quando l’Azerbaijan si è ripreso il Nagorno-Karabach (Artsakh per gli armeni), visto che i militari russi si sono soltanto interposti a sancire la riconquista del territorio da parte di Baku. Sicuramente l’importanza del risultato delle elezioni non risiede nel maggiore o minore sostegno a una politica di allontanamento dalla Russia, come rimarcato esageratamente dalla stampa mainstream occidentale, invece Simone Zoppellaro pone in evidenza altri aspetti più sostanziali del consueto approccio eurocentrico, compresa la penetrazione di India e Cina che si sono affacciate sul mercato armeno; l’intrusione sionista in Azerbaijan in funzione antiraniana; gli armeni della diaspora non hanno avuto molta voce in capitolo, mentre i 100.000 profughi dell’Artsakh hanno chiaro anche il tradimento di Putin (che peraltro da tempo faceva il doppio gioco e Aliyev ha sicuramente un interesse maggiore che non la piccola e povera Armenia), d’altro canto invece a suo detrimento il governo di Pashinyan si caratterizza per una forte repressione di oppositori e soprattutto intellettuali, ma anche nei confronti della chiesa ortodossa e dei militari – e questo in un paese diviso che vede esercito e preti perseguiti, potrebbe aiutare colpi di mano violenti da parte russa: è un rischio; però pur essendo un paese fratturato non si può ascrivere esclusivamente ai filorussi la rappresentanza dell’opposizione. E dopo le elezioni si preannuncia un ulteriore giro di vite. Che però era una prassi ancora più restrittiva e tossica quando l’opposizione era al potere prima di Pashinyan. Ma poi comunque l’atteggiamento più cinico è quello dell’Europa, che arriva persino a promettere un rapido ingresso nella Comunità, ben sapendo che non potrà avvenire, se non dopo molti altri pretendenti bloccati sulla soglia. In un Caucaso altamente tossico l’Armenia è borderline, ma stanca di guerra Simone conosce molto bene e di persona l’area, dove ha vissuto e conosce molti giovani attivi e capaci di inventare una GenZ anche per l’Armenia. Per ora è rimasta impigliata nelle contraddizioni e nel vecchiume che blocca il paese, ma c’è una qualche speranza di riscatto e cambiamento. Nonostante la diaspora anche di giovani preparati in fuga. https://www.spreaker.com/episode/la-inesplorata-complessita-delle-relazioni-nell-armenia-reale–72467615 --------------------------------------------------------------------------------
Giappone: le proteste contro il militarismo non si fermano
L’articolo è tratto da Japanica di Eleonora Zocca, una mailing list che il redattore consiglia caldamente e che si raggiunge cliccando su questa riga in rosso. La nafta Sugli scaffali dei konbini, per la prima volta, hanno fatto la loro comparsa pacchetti di patatine dalle confezioni in bianco e nero. Lo aveva annunciato negli scorsi giorni Calbee, il colosso giapponese
Genocidio a Gaza, pulizia etnica in Cisgiordania, annessione in Libano. E la chiamano ancora pace…
Dopo il fallimento del Board of Peace, inventato lo scorso gennaio da Trump come “nuovo strumento di cooperazione internazionale fuori dallo schema Onu”, la situazione a Gaza rimane catastrofica, con ripetuti blocchi nell’accesso degli aiuti, ed una progressiva occupazione di territorio da parte delle forze armate israeliane, mentre tutti i giorni aumentano le vittime civili, prove inattaccabili di una strategia genocida che l’intero governo Netanyahu prosegue da anni con crescente determinazione. I rapporti delle Nazioni Unite segnano le tappe di una progressiva eliminazione del popolo palestinese, mentre i Tribunali internazionali sono rallentati dagli attacchi ai giudici e l’Unione europea non riesce a trovare un’ intesa sul blocco degli accordi di associazione con Israele, grazie anche al ruolo determinante del governo tedesco e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per questi governi sembra del tutto irrilevante anche l’ultimo rapporto di Francesca Albanese, pubblicato il 23 marzo 2026 e presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che documenta la tortura sistematica dei palestinesi da parte di Israele, come strumento determinante del genocidio in corso nel territorio palestinese occupato. Per i Gazawi appare sempre più concreta la prospettiva di una vera e propria deportazione, magari verso il Somaliland, malgrado le smentite del governo di questo paese, o verso qualche altro paese africano, pronto a piegarsi agli ordini (ed ai soldi) provenienti da Israele. Il modello Gaza adesso si vuole estendere in tutto il mondo, come si sta verificando nell’ex Sahara spagnolo (ora Sahara occidentale), abitato in prevalenza dalla popolazione saharawi, dove nuovi insediamenti turistici dovrebbero prendere il posto delle persone costrette ad abbandonare con la forza i loro territori. Sembrano ormai carta straccia gli atti delle Nazioni Unite che hanno segnato il diritto internazionale come la Risoluzione ONU 242 del 1967 e la Risoluzione 2334 del 2016, che definivano illegali gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme est, e in tutta la Cisgiordania prosegue senza sosta una vera e propria pulizia etnica, nella quale i coloni armati sono affiancati e coperti dall’esercito, con il risultato, oltre a decine di vittime innocenti, di produrre un quotidiano sfollamento di masse di popolazione, con il saccheggio ed il furto di tutti i beni appartenenti ai palestinesi. Nel febbraio 2026, l’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha pubblicato il rapporto “Situazione dei diritti umani nei Territori Palestinese Occupati, compresa Gerusalemme Est, e l’obbligo di garantire responsabilità e giustizia”, in cui vengono sollevate preoccupazioni riguardo alla pulizia etnica e all’aumento della violenza da parte delle autorità israeliane a Gaza e in Cisgiordania. In un recente rapporto di Amnesty International intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, si denuncia che il tacito esplicito sostegno della comunità internazionale di fronte ai crimini israeliani, compresi il genocidio e l’apartheid, sta incoraggiando le autorità israeliane a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra in Cisgiordania. Israele ha fatto ormai dell’annessione formale un esplicito obiettivo politico. Secondo Amnesty, questa situazione non è opera di poche mele marce o frutto della violenza di coloni, ma una componente essenziale di una campagna sostenuta dallo Stato che pone la pulizia etnica come elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid. Secondo l’ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari da gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine di aprile 2026 erano state forzatamente sfollate almeno 5. 910 persone palestinesi. I leader internazionali non possono definire ancora la annessione e le violenze dei coloni come atti isolati di individui o di singoli ministri estremisti. La mancanza di una reazione internazionale sta alimentando direttamente crimini contro l’umanità con conseguenze globali in termini di ulteriore erosione dell’ordine internazionale basato sulle regole. Lo scorso 18 maggio le Nazioni Unite hanno chiesto a Israele di adottare misure per prevenire atti di “genocidio” a Gaza e hanno denunciato le segnalazioni di “pulizia etnica” nei territori palestinesi e nella Cisgiordania occupata. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha chiesto in un nuovo rapporto su Israele di garantire “con effetto immediato che le sue forze armate non si impegnino in atti di genocidio (e adottino) tutte le misure per prevenire e punire l’incitamento a commettere genocidio”. Nel nuovo rapporto di OXFAM, si denuncia come in Libano la strategia militare israeliana ricalchi quella già applicata a Gaza, con un cessate il fuoco solo di facciata e conseguenze devastanti sulla popolazione civile, sull’economia e sull’ambiente. L’ultima offensiva israeliana in Libano ha infatti causato lo sfollamento del 20% della popolazione, con l’occupazione di circa il 15% dell’intero territorio libanese. Nel rapporto si documenta come, ben al di là del presunto diritto alla autodifesa, in tutto il Libano gli attacchi sempre più estesi dell’esercito israeliano abbiano causato oltre 1,3 milioni di sfollati. Le vittime sono 2.869 e i feriti oltre 8.700, quasi 50 vittime al giorno, nei 46 giorni che hanno preceduto l’ultima dichiarazione di “cessate il fuoco”. Tra le vittime, oltre 100 medici e operatori umanitari. E ancora oggi i bombardamenti proseguono incessanti anche sulle zone come Tiro, abitate da comunità cristiane. Il ministro dell’Ambiente libanese ha accusato Israele di aver condotto attacchi che hanno provocato danni ingenti, aggravati dalle ripetute segnalazioni di uso illegale di fosforo bianco, i cui livelli risultano 400 volte superiori a quelli prebellici. Un impiego che, in aree tanto densamente popolate, costituisce un crimine di guerra. L’Unione europea non può riconoscere alcuna legittimità ai progetti di espansione di Israele che corrispondono allo svuotamento definitivo del ruolo delle Nazioni Unite, deve ribadire il rispetto del diritto internazionale, sancito nei Trattati, dei principi umanitari affermati nella Carta dei diritti fondamentali UE, e sostenere organismi come la Corte Penale internazionale, che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti del premier israeliano Netanyahu, e che, anche attraverso la costituzione del Board of peace, si vorrebbe di fatto cancellare. Dobbiamo essere consapevoli di una nuova fase storica. Siamo ormai alla fine del vecchio equilibrio internazionale, sia pure imperfetto, basato sul multilateralismo e sulle Nazioni Unite, e a questo arretramento storico che ci riporta agli anni più bui del secolo scorso, corrisponderà, in tutti i paesi caratterizzati da governi di destra condizionati da gruppi estremi di neofascisti, xenofobi e razzisti, il superamento del bilanciamento dei poteri dello Stato sancito dalle Costituzioni democratiche del secolo scorso, con la fine dello Stato di diritto e dunque della democrazia. Un processo di lenta erosione dei diritti di libertà già in corso da anni, che lo stato di guerra permanente su scala globale innescato dal conflitto in Palestina potrà accelerare con sviluppi imprevedibili. Come ha affermato Francesca Albanese, “Il disprezzo per il diritto internazionale non si fermerà alla Palestina”.“È già evidente dal Libano all’Iran, negli Stati del Golfo e in Venezuela. Se non verrà arginato, si diffonderà ben oltre”. Come cittadini non possiamo assistere inerti al deflagrare dei conflitti nel mondo ed al moltiplicarsi di vittime innocenti, potendo sostenere soltanto azioni a carattere umanitario, laddove anche queste non vengano impedite con la forza, come si sta facendo non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in acque internazionali e nei paesi di transito del Nord Africa. I componenti della flottiglia di terra attualmente detenuti illegalmente in Libia vanno immediatamente liberati, e il governo italiano deve condizionare i prossimi aiuti economici ai libici al loro rilascio. Altrimenti rimane complice dei sequestratori libici, come il caso Almasri, sul quale l’Italia dovrà rispondere alla Corte penale internazionale, ha già dimostrato. La caduta delle economie occidentali, conseguenza del nuovo conflitto mondiale, che ormai va dal Libano ai paesi del Golfo, passando per l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, corrisponderà ad un impoverimento della popolazione, con un aumento ovunque dei divari sociali, della conflittualità interna, con l’abbattimento delle garanzie del welfare (lavoro, sanità, abitazione, istruzione). In un momento in cui i sistemi di sorveglianza dati in appalto ad Israele stanno schedando tutto e tutti, con una crescente forza di intimidazione, dobbiamo continuare ad esporci ed a renderci artefici direttamente di una controinformazione diffusa dal basso che riesca a smascherare gli imbrogli su cui si basa la propaganda di governo. In modo da battersi con maggiore impatto per l’interruzione dei rapporti commerciali riconducibili ad Israele, e sviluppare sui territori tutte le possibili forme di aggregazione solidale, in un momento in cui la crisi indotta dalle guerre travolgerà le componenti più deboli della popolazione. Fulvio Vassallo Paleologo
June 13, 2026
Pressenza
Alcuni esponenti della sinistra stanno boicottando questo film. Tutti dovrebbero vederlo
di Michelle Goldberg,  The New York Times, 12 giugno 2026.   Crediti: Illustrazione del New York Times Nel 2021, il regista israeliano Nadav Lapid si è trasferito in Francia perché, mi ha detto, sentiva che il suo paese era in uno stato di “totale collasso morale”. Dopo il 7 ottobre, mentre Israele riduceva gran parte di Gaza in polvere, Lapid è tornato in Israele per realizzare “Yes”, un tentativo incredibilmente caustico e amaramente surreale di catturare su pellicola quel collasso morale. “Yes” racconta la storia di un pianista in difficoltà e animatore di feste conosciuto solo come Y, incaricato di scrivere un nuovo inno nazionale che celebri il genocidio a Gaza. (La canzone prende in prestito una vera canzone presente in un video di un gruppo nazionalista israeliano.) Il film di Lapid è la visione di un paese traumatizzato dove la vita è diventata una frenesia di feste orgiastiche e di ipocrita moralismo. È come “The Zone of Interest”, il film del 2023 sulla vita banale di una famiglia nazista che viveva vicino ad Auschwitz, con l’estetica dell’Eurovision. Anche se, naturalmente, come ha sottolineato Lapid, “The Zone of Interest” non è stato realizzato mentre l’Olocausto era in corso. In “Yes”, a volte si può vedere e sentire in lontananza lo sterminio reale di Gaza. Realizzare “Yes” in un paese in guerra e in preda al fervore nazionale non è stato facile. Molti nell’industria cinematografica israeliana si sono rifiutati di averci a che fare; Lapid ha dovuto far venire un truccatore dalla Serbia. Aveva ricevuto fondi dall’Israel Film Fund, che riceve finanziamenti dai contribuenti israeliani ma opera indipendentemente dal governo, e temeva che se il Ministero della Cultura avesse scoperto cosa stava facendo avrebbe trovato un modo per bloccare la produzione. Così ha proibito ai suoi attori di pubblicare online qualsiasi cosa sul progetto. Ha eluso i militari per girare in stile guerriglia lungo il confine con Gaza. “Yes” è stato aspramente denunciato dai leader israeliani. La sera degli Ophir Awards — la versione israeliana degli Oscar — gli agenti di polizia hanno fermato la sua star, l’artista performativo di sinistra Ariel Bronz, con motivazioni dubbie. (Hanno detto che stavano indagando per verificare se una poesia che aveva pubblicato su Facebook mesi prima incitasse al terrorismo.) L’indignazione israeliana per il film era prevedibile. Più sorprendente è che alcuni esponenti della sinistra europea stiano boicottando Lapid e il suo lavoro in nome della solidarietà palestinese. Il mese scorso, circa una dozzina di registi filopalestinesi hanno minacciato di ritirarsi dal Festival Internazionale del Cinema di Marsiglia perché Lapid, un israeliano che aveva ricevuto fondi pubblici, avrebbe fatto parte della giuria. Per non creare problemi agli organizzatori, Lapid ha accettato di dimettersi e di tenere invece una master class pubblica sui suoi film, ma anche quella è stata annullata a causa delle pressioni. “Per loro, anche se avessi venduto hot dog al festival, non sarebbe stato legittimo”, mi ha detto. Non era la prima volta che Lapid si sentiva ferito dalla sinistra europea. In Spagna, ha raccontato, il film è stato proiettato sotto la protezione della polizia a causa di minacce di attentati dinamitardi. Una distributrice italiana lo ha rifiutato, ha detto, perché non voleva essere accusata di distribuire film provenienti da uno stato genocida. E sebbene “Yes” abbia debuttato a Cannes, il festival cinematografico più prestigioso del mondo, Lapid ritiene che altri abbiano evitato lui e il suo lavoro proprio perché temevano il tipo di controversia scoppiata a Marsiglia. Dato che Lapid crede nel boicottaggio di Israele, il boicottaggio nei suoi confronti ha suscitato una compiacente soddisfazione in alcuni ambienti. Dopotutto, i filo-israeliani spesso sostengono che il paese sia odiato non per ciò che fa, ma per la sua identità essenziale. Il ministro della Cultura israeliano ha gongolato dicendo che, per quanto Lapid cerchi di ingraziarsi i nemici del paese, questi lo vedranno sempre e solo come “un ebreo di Israele”. “Yes” prende in giro gli israeliani che si considerano vittime eterne e insistono nel dire che tutti i loro critici sono antisemiti. Dopo essere stato cacciato dal festival del cinema di Marsiglia, Lapid si è sentito come il bersaglio dello scherzo del suo stesso film. Per circa 10 minuti, ha detto, ha pensato che “forse quelle persone in Israele avevano ragione”. Da allora, però, ha aggiunto, l’industria cinematografica si è schierata al suo fianco. Lettere aperte a sostegno di Lapid sono state firmate da figure di spicco del cinema francese, oltre che dall’intellettuale palestinese Elias Sanbar e dall’attrice Natalie Portman. La lettera firmata da Portman definisce Israele uno stato criminale, ma sostiene – a mio avviso in modo inconfutabile – che i suoi artisti dissidenti dovrebbero essere trattati come quelli di qualsiasi altro regime canaglia. «I registi russi, israeliani e iraniani non dovrebbero essere minacciati di essere cancellati per espiare i crimini commessi da governi ai quali spesso si oppongono con veemenza», si legge. Tutto questo sostegno, ha detto Lapid, ha messo a nudo dove risiede realmente il potere culturale. Il consenso schiacciante a suo favore lo mette persino un po’ a disagio. «Non mi piace questa sensazione», ha detto. «Non mi piace far parte della maggioranza». Osservando l’intera debacle, Lapid attribuisce gran parte della colpa alle istituzioni culturali che si sono lasciate intimidire da una minoranza purista e rumorosa. La maggior parte dei programmatori di festival e dei distributori cinematografici, secondo lui, non si cura granché di Israele o della Palestina. Semplicemente non vogliono guai. Decenni fa, ha detto, il conflitto e la polemica «rendevano il cinema rilevante, importante e sexy». Ora regna una sorta di prudenza. Il risultato è che relativamente pochi film riflettono la trama sconcertante, assurda e spesso apocalittica della vita moderna. A volte Lapid ha l’impressione che il momento più veritiero al cinema sia quando gli spettatori leggono le ultime notizie sui loro telefoni prima dell’inizio del film. «Allora vedono il vero volto del mondo», ha detto. «Allora vedono il caos, allora vedono la follia». Quando il film inizia, vengono cullati nella distrazione. «Mentre il presente suona un folle death metal punk», ha detto, i film suonano «un bell’intermezzo di Chopin». «Yes» è in parte una condanna disgustata di tale evasione dalla realtà. A quasi due ore dall’inizio, una voce fuori campo dice: «Gli israeliani, cresciuti con la domanda “Come si può vivere normalmente mentre si perpetrano orrori?”, sono diventati essi stessi la risposta». L’insensatezza dei progressisti che censurerebbero un film del genere non dovrebbe distrarci dall’incubo di destra che esso rivela. Michelle Goldberg è editorialista dal 2017. È autrice di diversi libri su politica, religione e diritti delle donne e ha fatto parte di un team che ha vinto nel 2018 il Premio Pulitzer per il Servizio Pubblico per i servizi giornalistici sulle molestie sessuali sul posto di lavoro. https://www.nytimes.com/2026/06/12/opinion/yes-israel-film-boycott.html?searchResultPosition=1 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 13, 2026
Assopace Palestina
Verso un accordo, tra trappole e sfiducia
E’ giudizio universale che Donald Trump sia assolutamente non credibile, qualsiasi cosa dica. Ne è consapevole persino lui, tanto che – per dimostrare che effettivamente ci sono stati passi in avanti nella definizione di un primo “memorandum di intesa” con l’Iran – si è sentito obbligato a ri-postare un tweet […] L'articolo Verso un accordo, tra trappole e sfiducia su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano

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