La storia di Mohamed, costretto a subire l’inerzia della Questura
DOTT.SSA LINDA PEZZANO 1, AVV. GENNARO SANTORO
La vicenda di Mohamed è l’ennesima testimonianza di un cittadino straniero
costretto a scontrarsi con i ritardi e i paradossi della burocrazia italiana.
Originario dell’Egitto, Mohamed fa regolare ingresso in Italia a luglio 2024,
nell’ambito della lotteria del decreto-flussi, con un visto per motivi di lavoro
subordinato a tempo determinato. Rispettando il termine normativo di otto
giorni, comunica tempestivamente il proprio ingresso e richiede la convocazione
presso la Prefettura di Roma per la sottoscrizione del contratto di soggiorno.
Non riceverà mai alcuna risposta.
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IL CORTOCIRCUITO BUROCRATICO
Nonostante il silenzio della competente Prefettura, nello stesso mese di luglio
2024 Mohamed inoltra tramite kit postale la richiesta per il rilascio del
permesso di soggiorno. A ottobre 2024 viene regolarmente assunto, ma non da chi
ha presentato la domanda con il decreto-flussi. Tuttavia, a dicembre 2025 – dopo
oltre un anno dalla presentazione della domanda di rilascio del permesso di
soggiorno – arriva la doccia fredda: la Questura di Roma notifica la sospensione
del procedimento (ex art. 10 bis della L. 241/90) per la mancanza del contratto
di soggiorno sottoscritto con l’originario datore di lavoro. Si tratta di un
cortocircuito istituzionale ricorrente, in cui si richiede al lavoratore un
documento impossibile da ottenere: se il primo datore di lavoro non intende
proseguire la procedura, infatti, il lavoratore non ha responsabilità nè può in
alcun modo costringere l’originario datore di lavoro.
Di fronte a questo stallo, la difesa di Mohamed fa presente che l’uomo possiede
tutti i requisiti per un permesso di soggiorno per protezione speciale. Invero,
in Italia vive e lavora con il fratello, titolare di un permesso di soggiorno UE
per soggiornanti di lungo periodo. Inoltre, Mohamed è un soggetto
comprovatamente vulnerabile: è affetto dalla malattia di Behçet, una rara
patologia autoimmune per la quale è in cura al Policlinico Umberto I con
regolare esenzione.
In maniera del tutto irragionevole, l’Amministrazione risponde invitandolo a
formalizzare una domanda di asilo, un percorso che l’interessato non aveva
intenzione di intraprendere, ribadendo unicamente la volontà – e il suo diritto
– di ottenere la protezione speciale. L’epilogo di questa fase amministrativa
arriva il 19 giugno 2026, quando la Questura emette un decreto di
inammissibilità per il permesso di lavoro subordinato e di rigetto per la
protezione speciale.
Veniva pertanto depositato un ricorso ex art. 281 decies cpc per l’annullamento
del decreto con cui è stata rigettata la domanda di rilascio del permesso di
soggiorno per protezione speciale, con istanza cautelare, anche inaudita altera
parte, di sospensione del provvedimento impugnato e di rilascio di un permesso
di soggiorno provvisorio, con la previsione di somma di denaro per ogni giorno
di ritardo nell’esecuzione del provvedimento cautelare richiesto.
Il Giudice accoglie l’istanza cautelare, rilevando un’evidente contraddizione
nel provvedimento del Questore: “considerato che nel provvedimento di rifiuto
del Questore del permesso di soggiorno per protezione speciale, impugnato in
questa sede, è contenuto l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale;
ritenuto che sussistano le gravi e circostanziate ragioni per disporre la
sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato in
considerazione dell’allegata e documentata integrazione sociale e lavorativa del
ricorrente, che dovrà essere aggiornata la momento della decisione e che rivela
allo stato (incidenter tantum) una condizione di inespellibilità, (art. 19 tu
286/ 98); osservato che è proprio quest’ultima circostanza che giustifica il
rilascio del permesso provvisorio, impregiudicato l’esito del giudizio, non
potendo il ricorrente essere al contempo inespellibile ed irregolare sul
territorio”.
Nonostante l’ordine del giudice, la Questura di Roma non ottempera, costringendo
Mohamed a recarsi invano presso i locali dell’Ufficio Immigrazione per
richiedere il rilascio del permesso di soggiorno, a lui riconosciuto.
LA SENTENZA DEFINITIVA E L’IMPATTO DEL DECRETO CUTRO
A ottobre 2026 arriva finalmente la sentenza definitiva . Il Tribunale di Roma,
accogliendo il ricorso, riconosce a Mohamed “il diritto al riconoscimento della
protezione speciale”. Inoltre, in via preliminare, il Giudice conferma la
giurisdizione del Giudice ordinario anche se la richiesta iniziale riguardava il
lavoro subordinato.
Tribunale di Roma, sentenza del 13 ottobre 2026
La pronuncia è particolarmente rilevante per due ragioni. In primo luogo, perché
ammette il riconoscimento della protezione speciale anche se, originariamente,
era stato chiesto un permesso per motivi di lavoro. In secondo luogo perché
ribadisce l’interpretazione delle norme post “Decreto Cutro” (D.l. 20/2023),
secondo cui, sebbene la riforma abbia abrogato alcune ipotesi di protezione, non
ha scalfito il divieto di espulsione in caso di violazione di obblighi
costituzionali o internazionali (art. 5m comma 6, D.lgs. 286/98): “ Occorre
evidenziare, tuttavia, che la novella in esame non ha modificato il primo ed il
secondo periodo del comma 1.1. del suddetto art. 19 D.lgs. 286/98 (nella
versione novellata dal D.l. 130/2020, convertito in legge 18 dicembre 2020, n.
173), che tra le ipotesi di inespellibilità utili ai fini del riconoscimento
della protezione speciale (art. 19 comma 1.1 D.lgs. 286/98 e 32.3 D.lgs. 25/08)
prevedono non soltanto il caso in cui l’allontanamento del cittadino straniero
dal territorio nazionale possa esporlo a trattamenti inumani e degradanti, ma
anche il caso in cui l’allontanamento del cittadino straniero costituisca una
violazione degli obblighi di cui all’art. 5 comma 6 D.lgs. 286/98, ossia gli
obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”.
Viene quindi richiamato con forza l’art. 8 della CEDU, che tutela il diritto al
rispetto della vita privata e familiare. Come ribadito dalla Corte di
Cassazione, Sez. Unite 24413/2021, questo diritto appartiene a un “catalogo
aperto” di diritti fondamentali “connessi alla dignità della persona e al
diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, tutelati
dagli artt. 2, 3, 29, 30 e 31 Cost., trovando dunque il suo fondamento in fonti
sovraordinate rispetto alla legislazione ordinaria (Cass. n. 28162/23).”
Infine, il Giudice richiama la giurisprudenza europea (“Corte europea diritti
dell’uomo Sez. I, sent14-/02/2019, n. 57433/15; c. Pesi Bassi [G.C.] n.
46410/99, § 59, CEDU 2006-XII”)che conferma come i legami lavorativi e la rete
di relazioni sociali sviluppate sul territorio costituiscono parte integrante
della “vita privata”, sancendo definitivamente che la condizione medica,
lavorativa e familiare di Mohamed lo rendeva pienamente titolare del diritto
alla protezione speciale. Infatti, “Nel caso di specie, il ricorrente è entrato
regolarmente in Italia nel 2024 in forza di un visto d’ingresso rilasciato
nell’ambito del decreto flussi e ha dimostrato di aver intrapreso un
significativo e positivo percorso di integrazione sociale e lavorativa. Egli ha
dimostrato di intrattenere rapporti con il proprio fratello, con sua moglie e i
suoi figli piccoli nati in Italia, tutti regolarmente soggiornanti sul
territorio nazionale in quanto titolari di valido permesso di soggiorno, ed è
stabilmente inserito nel mondo del lavoro. […] Inoltre, il percorso di
integrazione del ricorrente trova ulteriore riscontro nella disponibilità di un
alloggio, attestata dalla cessione di fabbricato prodotta in giudizio. Ulteriore
elemento rilevante è rappresentato dalle condizioni di salute del ricorrente,
affetto dalla malattia di Behçet, rara malattia autoimmune adeguatamente
comprovata in atti, che impone la sottoposizione a cure e monitoraggi medici
periodici e tale da comportare un’esenzione dalla spesa sanitaria. A tal
proposito, la Suprema Corte ha stabilito che la “seria intenzione” di integrarsi
nel tessuto sociale italiano, desumibile anche dal deposito di contratti di
lavoro a tempo determinato, può costituire il presupposto per il riconoscimento
della protezione complementare […] (ex multis Cass. 26089/2022, Cass.
16369/2022, Cass.7396/2021).”
Pertanto, un eventuale rimpatrio del ricorrente costituirebbe,
ingiustificatamente, una violazione del suo diritto alla vita privata ai sensi
dell’art. 8 CEDU e dunque “deve essergli riconosciuta la protezione speciale di
cui all’art. 32 comma 3 d.lvo 25/08 secondo il paradigma degli artt. 5 co 6 e 19
del D.lgs 286/98”.
Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara
Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed
Elena Morelli.
1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e
Protezione Internazionale ↩︎