Autonomia differenziata e controllo del territorio #autonomia #militarizzazione
Quella che viene chiamata regionalizzazione, come se fosse un intervento
neutrale di attenzione al territorio e non una trasformazione legislativa che
riguarda più ambiti di forte impatto politico e sociale, può diventare terreno
di coltura anche per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della
diffusione della presenza militare.
https://comune-info.net/autonomia-differenziata-e-controllo-del-territorio/?fbclid=IwY2xjawSt7exleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBhTmpTTkxnZmtlc2dSWW5Tc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHhJhJ4Ohto1v6xq2hgBzmfRQqC_hLg3xHVdcMX2nrpER6KJlPvXe73bU8sRl_aem__OJ2VgSfCPgUjO75RzFaNQ
Sul terremoto una comunicazione importante dell’ambasciata venezuelana
L’ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela prega di diffondere
questo messaggio:
All’intera comunità venezuelana in Italia, alle organizzazioni, alle
associazioni e a tutti coloro che con tanto affetto hanno richiesto informazioni
su come fornire aiuto durante la tragica situazione in Venezuela, vi preghiamo
di prendere nota di quanto segue:
A causa delle difficoltà logistiche intrinseche a un’emergenza di questa
portata, l’invio di aiuti dall’estero non è l’opzione più efficace in questo
momento. Pertanto, abbiamo stabilito che la Croce Rossa Italiana possiede
l’esperienza, la capacità operativa e il coordinamento necessario con la nostra
Croce Rossa per individuare i bisogni più urgenti e fornire aiuti nel più breve
tempo possibile.
Per questo motivo, vi invitiamo a manifestare la vostra solidarietà attraverso
donazioni tramite il seguente link: https://dona.cri.it/emergenza-venezuela Ogni
contributo, per quanto piccolo, può fare una grande differenza.
Redazione Italia
Puntata del 27/6/2026 (ultima della stagione) – Gaza Habibti: in memoria di Qusay Al-Helou
In memoria di Qusay Al- Helou arrivato da Gaza a Novembre 2025 e morto il
25/6/2026 a Bologna.In memoria di tutti i bambini e le vittime del genocidio in
Palestina.Che...
CISDA: Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan
“Libertà per le donne afghane!”, “Istruzione, Lavoro, Libertà”, “Coraggio,
Dignità, Libertà”, “Free, free, afghan woman!” e “Azadi! Libertà!”: questi
alcuni degli slogan intonati durante la manifestazione “Donne di Herat –
Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno a Roma, in piazza Santi
Apostoli.
Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana –
la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione
di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo
dell’Afghanistan.
La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le
vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli
ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e
imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento
talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta
tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno
aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo
altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che
racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia,
forza, voglia e necessità di cambiamento.
Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni
legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne
dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il
loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a
qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si
batte per un Afghanistan libero.
Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la
Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans,
Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla
presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti
(quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno
raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle
donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del
proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità
dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta.
Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi
afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e
attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le
proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo
che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria
pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e
ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei
Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie
rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore,
di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state
accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma
potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il
“Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice
piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come
gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato
soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza.
Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare
dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le
loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo
e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone
e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle
donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del
regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a
respirare e a vivere in un paese finalmente libero.
Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la
libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle
donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti
emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane,
messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione
bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo
sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante –
voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo
di incontrare.
Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera
per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro:
vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla
liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e
opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle
istituzioni europee e internazionali.
Alessia Ghiraldo, attivista CISDA
CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
Un cerchio, alcune sedie e molte storie
LI TROVATE OVUNQUE: NEI TEATRI, NELLE SEDI DI COMITATI E ASSOCIAZIONI, SPESSO IN
POSTI OCCUPATI, MA ANCHE IN CASE PRIVATE, BOTTEGHE, RETROBOTTEGHE, CORTILI,
ORTI… QUELLI DEL COLLETTIVO TEATRO NO! CERCANO SOLTANTO LUOGHI NEI QUALI SIA
POSSIBILE CREARE UN CERCHIO E DIALOGARE, INCONTRARSI E A VOLTE SCONTRARSI CON
GLI SPETTATORI, CHE LORO PREFERISCONO CHIAMARE TESTIMONI. INSOMMA, VAGANO PER
L’ITALIA A RACCONTARE STORIE,”USANDO” IL TEATRO – TUTTO QUELLO CHE FANNO SI BASA
SULL’AUTOPRODUZIONE – PER CREARE RELAZIONI, CONDIVIDERE DOMANDE, IMPARARE A
RAGIONARE INSIEME, SCOPRIRE LA VOGLIA DI METTERSI IN GIOCO
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Il collettivo Teatro NO! é formato da un’attrice, Cinzia Laganà, un regista,
Simone Capula, un artista visivo, Claudio “Fade” Fadda, e ospiti vari. Vivono e
agiscono nella periferia di Torino, l’unica città al modo che rimpiange il
grigiore degli anni Ottanta, quando la Fiat la faceva da padrona. I tre si sono
trasformati in storytellers, riscoprendo l’essenza del teatro riunendo attorno a
loro, su qualche fila di sedie, un gruppetto di spettatori/testimoni. I
componenti del Collettivo continuano a fare Teatro perché esso permette di
incontrare donne e uomini che non si sentono a proprio agio nelle loro
condizioni e continuano ad alzarsi in punta di piedi come se un giorno potessero
volare.
Il lavoro teatrale, di narrazione, è un tentativo di fare in modo che gli
spettatori, pur sapendo benissimo che quel che vien narrato é finzione, finché
ci stanno dentro lo prendano per vero. Questo gruppo di persone, attraverso la
finzione del racconto guardano e analizzano il mondo. Come dice John Berger:
“Volevo scrivere sull’importanza di guardare il mondo, e ho scritto questo libro
per aiutare le persone a vedere cosa c’è intorno a loro: il meraviglioso e il
terribile”.
Cinzia, Simone e “Fade” continuano a vagare per l’Italia a raccontare
storie,”usando” il teatro per creare relazioni.
Il Collettivo Teatro NO!, ha al suo attivo tre spettacoli teatrali: Vermi inermi
(Drammetto Grottesco Orecchiabile), Io sono come voi (Appunti teatrali da un
libro) e Dalle belle città (La Resistenza vista con gli occhi di una donna
libera, una madre in apprensione per il figlio Partigiano) e due performance
legate alle opere dell’artista Claudio “Fade” Fadda Facce (Là dove domina lo
spettatore concentrato domina anche la polizia). Ma anche tre racconti teatrali:
Hanamichi (racconto per due maestri con un omaggio a un Amico)
Nando/Renzo/Beppe; Sull’orlo del precipizio (Pellegrinaggio teatrale di un
“Reduce”); Col cuore in mano (Storia vera piena di bugie di un bambino, che non
amava andare a scuola).
Il Collettivo Teatro NO! Per un periodo, ha anche curato una trasmissione di
Teatro alla Radio, intitolata “Gli Artigiani degli interstizi” (per ascoltare i
podcast: radiobandito.it), trasmissione che poi è stata interrotta per
divergenze etiche ed ideologiche con una parte della redazione di Radio Bandito.
Tutte le produzioni, la distribuzione, tutta l’attività del Collettivo è basato
sull’autoproduzione. I componenti del Collettivo credono profondamente
nell’etica del DiY (Do it yourself).
Gli spettacoli vengono presentati, ovunque teatri, comitati, associazioni, posti
occupati, case private, botteghe, retrobotteghe, cortili, orti, orti urbani, in
ogni luogo dove sia possibile creare un cerchio intorno e dialogare, incontrarsi
e a volte scontrarsi con gli spettatori o sarebbe meglio chiamarli testimoni.
Cerchiamo quello “scontro” che nasce dal dialogo, dal confronto e che quindi
serve a costruire idee, opinioni, e a creare uno spirito critico, che può
aiutare a crescere e a essere partecipi non allineati, a tratti antagonisti,
sicuramente capaci di agire intellettualmente. Il nostro piccolo, ma onesto
progetto si prefigge di far affiorare nei partecipanti, nei testimoni, la
volontà di indagare, ascoltare, osservare, ragionare; in particolare scoprire o
meglio riscoprire la voglia di mettersi in gioco e il desiderio di incontrare
diverse “culture”, mentalità ed esigenze.
Forse il progetto non ha bisogno di così tante parole e spiegazioni, basterebbe
solamente la citazione di Edoardo Galeano :
“Quando le bruciano le sue casette di carta, la memoria trova rifugio nelle
bocche che cantano le glorie degli dei e degli uomini, canti che rimangono di
gente in gente, e nei corpi che danzano al suono dei tronchi cavi, dei gusci di
tartaruga e dei flauti di canna”
Il Collettivo Teatro NO! È a disposizione di tutte le realtà, le individualità
che sono interessate al loro progetto, di quelle persone che cercano di alzarsi
in punta di piedi come potessero volare.
È ora di smetterla di fare Teatro che parla di politica ed è ora di fare Teatro
in modo politico.
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LEGGI ANCHE:
> Imparare a pensare insieme
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L'articolo Un cerchio, alcune sedie e molte storie proviene da Comune-info.
[2026-07-01] Let's raccoon - Serata benefit doposcuola @ LOA Acrobax
LET'S RACCOON - SERATA BENEFIT DOPOSCUOLA
LOA Acrobax - Via della Vasca Navale 6, Rome, Metro B San Paolo
(mercoledì, 1 luglio 19:00)
Mercoledì 1 luglio ci sarà la prima serata benefit del doposcuola popolare
Marconi. Un progetto nato dal basso a novembre 2025 con l'idea di creare un
presidio educativo in un quartiere attraversato da tante e diverse persone
piccole, con cui ripensare pratiche alternative agli schemi dell'educazione
scolastica e tradizionale: siamo partitx dalla libera espressione dell’infanzia,
troppo spesso ostacolata dalla durezza delle persone adulte costruendo insieme
saperi comunitari fatti di esperienze, vissuti e identità differenti. Non è
stato un percorso semplice ma nessunx di noi si aspettava lo sarebbe stato.
Quello che è stato però inaspettato è ritrovarci accoltx con entusiasmo da mondi
così variegati con cui coltivare nuove alleanze e solidarietà.
Siamo felici, entusiastx e piene, e ci piacerebbe condividere la nostra
esperienza con tuttx voi.
Ci vediamo al barricadero con:
- una mostra con alcune foto del laboratorio
- cocktail dai nomi procioneschi
- musichette dalle 19 a mezzanotte, con una line up impressionante
- cena vegana a cura della ciurma
- maglie con grafichette specialissime
Un grazie enorme a chi ci ha fatto le locandine e a chi verrà a suonare ❤️
Napoli: una città, due Pride
IL NAPOLI PRIDE CELEBRA TRENT’ANNI DI STORIA. A UNA SETTIMANA DA ARREVUTAMM
PRIDE, NAPOLI OFFRE L’OCCASIONE PER COMPRENDERE DUE MODI DIVERSI DI VIVERE E
INTERPRETARE L’ORGOGLIO LGBTQIA+.
Trent’anni dopo il primo Pride organizzato nel Sud Italia, sabato 27 giugno
scorso Napoli è tornata a colorarsi d’arcobaleno. Il corteo del Napoli Pride
2026 ha attraversato il centro cittadino da Porta Capuana a piazza Dante,
portando in strada migliaia di persone, associazioni, realtà del territorio e
istituzioni nel nome dei diritti della comunità LGBTQIA+ e del contrasto a ogni
forma di discriminazione.
“A libertà nun se corregge”, lo slogan scelto per questa edizione, ha voluto
richiamare il valore della libertà e dell’autodeterminazione, ricordando come
molte delle battaglie iniziate nel 1996 siano ancora oggi aperte.
In testa al corteo erano presenti, tra gli altri, il sindaco Gaetano Manfredi,
il presidente della Regione Campania Roberto Fico, Antonio Bassolino, Luigi de
Magistris ed Emanuela Ferrante.
Tra i nomi annunciati dagli organizzatori per il trentennale figuravano anche
Maria Grazia Cucinotta, Leo Gassmann, BigMama e La Tarantina, storica icona dei
femminielli napoletani.
Tra i volti riconoscibili della manifestazione anche Jo Squillo.
Il corteo è stato attraversato anche da immagini capaci di raccontare, da sole,
alcune delle rivendicazioni presenti in piazza (vedi photogallery). Tra queste,
due partecipanti che sfilavano tenendo in braccio dei bambolotti: un gesto
semplice ma simbolico, che richiamava il tema della genitorialità e il dibattito
sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. È una delle tante fotografie
che restituiscono come il Pride continui a essere non soltanto una festa, ma
anche uno spazio nel quale trovano voce domande ancora aperte sui diritti e sul
riconoscimento delle persone.
Ma raccontare il Napoli Pride soltanto attraverso la cronaca della giornata
significherebbe trascurare una domanda che molti cittadini si sono posti nelle
ultime settimane: perché quest’anno Napoli ha ospitato due Pride?
Solo sette giorni prima, infatti, la città aveva accolto Arrevutamm Pride,
raccontato da Pressenza nel reportage di Francesco Russo. Le due manifestazioni
non rappresentano semplicemente due appuntamenti distinti, ma due modi diversi
di interpretare il significato del Pride.
Il Napoli Pride è il percorso storico nato nel 1996, cresciuto negli anni fino a
diventare una manifestazione capace di coinvolgere associazioni, istituzioni,
sindacati, realtà culturali e migliaia di cittadine e cittadini. La piattaforma
politica del trentennale pone al centro la tutela dei diritti delle persone
LGBTQIA+, il contrasto alle discriminazioni, l’autodeterminazione delle persone
trans, il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, la lotta alle cosiddette
terapie di conversione e la difesa delle libertà civili.
Arrevutamm Pride, invece, nasce come percorso autonomo, autofinanziato e
dichiaratamente radicale. I promotori si definiscono queer, transfemministi,
anticapitalisti, antifascisti, antisionisti e decoloniali. Contestano quella che
considerano la progressiva istituzionalizzazione e commercializzazione dei
Pride, rifiutano sponsor e finanziamenti privati e sostengono che la lotta per i
diritti LGBTQIA+ non possa essere separata da altre battaglie, come quelle
contro il razzismo, il colonialismo, le guerre e a sostegno del popolo
palestinese. In questo contesto viene richiamato anche il concetto
di pinkwashing, con cui alcuni movimenti indicano l’utilizzo dei diritti
LGBTQIA+ come strumento per migliorare l’immagine di governi o istituzioni,
distogliendo l’attenzione da altre violazioni dei diritti umani.
Si tratta di differenze reali, che meritano di essere comprese senza
semplificazioni.
Allo stesso tempo, osservando il corteo di ieri emerge anche un elemento che
invita a evitare letture troppo schematiche. La partecipazione al Napoli Pride
di personalità che negli ultimi mesi hanno espresso pubblicamente posizioni
molto nette a favore della pace e dei diritti del popolo palestinese suggerisce
che il dibattito aperto tra le due manifestazioni non possa essere ridotto a una
semplice contrapposizione tra chi sostiene la causa palestinese e chi partecipa
al Pride storico della città.
La realtà appare più articolata. Le differenze sembrano riguardare soprattutto
il modo di concepire il ruolo politico del Pride, il rapporto con le
istituzioni, la presenza degli sponsor e il legame tra la rivendicazione dei
diritti LGBTQIA+ e le altre lotte sociali.
Napoli, in questo giugno, ha mostrato entrambe queste visioni. Da un lato il
Pride del trentennale, che continua il percorso iniziato nel 1996 e punta a
coinvolgere l’intera città; dall’altro Arrevutamm Pride, che rivendica
un’impostazione più radicale e autonoma. Due strade differenti che testimoniano
come il movimento LGBTQIA+ continui a interrogarsi sul proprio presente e sul
proprio futuro.
Il confronto può anche essere acceso, ma può aiutare a comprendere meglio la
complessità di un movimento che continua a riflettere su linguaggi, alleanze e
priorità. La difesa della dignità delle persone LGBTQIA+ resta il terreno da cui
partire, anche quando le strade scelte per rivendicarla non coincidono.
Fonti
* Napoli Pride – sito ufficiale
* Arcigay Napoli – “La libertà non si corregge”. Il Napoli Pride 2026 celebra
trent’anni di corpi, lotte e trasformazioni
* Gay.it – Arrevutamm Pride 2026
* Pressenza – Francesco Russo, “Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e
territori”
Lucia Montanaro
Ostacoli normativi e amministrativi per il decreto legge “Migrazione ed Asilo”
Le audizioni al Senato confermano ostacoli amministrativi e normativi per il
Decreto legge 100/2026 sul Patto UE “migrazione ed asilo”
Le Commissioni riunite prima (Affari costituzionali) e seconda (giustizia) del
Senato, con la relazione della senatrice Stefani e del senatore Lisei, martedì
23 giugno hanno avviato l’esame del disegno di legge n. 1939 di conversione in
legge del decreto legge n. 100/2026 recante disposizioni urgenti in materia di
giustizia e Patto europeo migrazione e asilo, per il quale è stato fissato
il termine per la presentazione di emendamenti e ordini del giorno a mercoledì
1° luglio alle 18.
Un termine eccessivamente ravvicinato che anche a fronte della eterogeneità del
provvedimento, che riguarda pure norme in materia di giustizia, conferma
l’intenzione del governo di considerare come meramente formale il passaggio
parlamentare in vista della conversione definitiva del decreto legge che
dovrebbe adeguare la normativa interna ai diversi Regolamenti introdotti
dall’Unione europea in attuazione del Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024.
Sono passati due anni prima che il governo arrivasse a formulare la sua proposta
e il procedimento di adeguamento alle nuove normative europee si è avviato senza
alcun confronto preventivo con le associazioni, come invece era imposto da
Bruxelles. Le più recenti audizioni al Senato appaiono un espediente formale che
non colma certo due anni di mancati rapporti tra le autorità di governo e tutti
coloro che a vario titolo, come associazioni, come avvocati o magistrati, o come
studiosi, sono chiamati quotidianamente a confrontarsi su questi temi. Sul
provvedimento ormai all’esame del Senato, gli Uffici di Presidenza delle
Commissioni riunite hanno svolto una serie di audizioni “informali”.
Di particolare interesse l’audizione del dott. Luca Perilli, Presidente della
VII Sezione Civile del Tribunale di Brescia, che ha posto in evidenza le
criticità già riscontrate nelle procedure di frontiera obbligatorie, che saranno
ancora più gravi con le modifiche apportate dal decreto legge 100/2026 al
decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni
concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello
straniero), al decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 (riguardante le
procedure per il riconoscimento della protezione internazionale) e al decreto
legislativo 18 agosto 2015, n. 142 (recante norme relative all’accoglienza dei
richiedenti protezione internazionale, ivi incluse le norme sul trattenimento).
Un lavoro immenso attende le Commissioni territoriali deputate ad esaminare le
domande di protezione, tenendo anche conto della possibilità di riconoscere la
Protezione complementare in attuazione del’art.10 della Costituzione italiana,
ed appare certo che i ritardi delle procedure comporteranno in molti casi
l’obbligo di passare dalla procedura accelerata in frontiera (PAF) alla
procedura ordinaria, con ricorsi dall’immediato effetto sospensivo delle
decisioni negative adottate dalle Commissioni, anche nel caso di richiedenti
asilo provenienti da paesi di origine ritenuti (spesso a torto) come paesi
“sicuri”. Non ci sono del resto al momento le condizioni legali e materiali per
l’attivazione dei cd. hub di rimpatrio nei paesi terzi, né si possono ritenere
come hub di rimpatrio i centri in Albania che ricadono sotto la giurisdizione
italiana.
Non si tratta comunque solo di maggiori risorse da assegnare agli uffici
competenti, alle Commissioni territoriali, ai Tribunali. L’intero impianto
normativo del Decreto legge n.100/2026, pur richiamando doverosamente in sede di
adeguamento nazionale i Regolamenti europei (e neanche tutti) attuativi del
Patto sulla migrazione e l’asilo, non è immediatamente applicabile, anche
considerando che i rimpatri non potranno certo aumentare prima dell’entrata in
vigore e della messa a regime del nuovo Regolamento rimpatri, che deve ancora
essere deliberato (come scontato) dal Consiglio UE e quindi pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale dell’Unione.
Anche dopo questa data, il nuovo regolamento non abrogherà del tutto
la Direttiva rimpatri 2008/115/CE tuttora vigente, che se all’epoca della sua
approvazione fu definita come la “Direttiva della vergogna” oggi, in materia di
detenzione amministrativa e rimpatri con accompagnamento forzato, contiene
ancora norme di stampo garantista che permetteranno di bloccare i rimpatri
previsti con le nuove procedure accelerate di frontiera (PAF). Sempre che un
avvocato arrivi in tempo a fare valere il diritto al ricorso, importante per
questo il ruolo di monitoraggio delle associazioni indipendenti, e sempre che le
autorità di polizia non eseguano i rimpatri prima della scadenza dei termini
previsti per ricorrere contro i provvedimenti di allontanamento forzato e di
trattenimento amministrativo, prassi che rimane vietata proprio in base
alla Direttiva rimpatri del 2008.
Intanto il governo ha già emanato in via amministrativa tramite i suoi uffici
periferici le nuove Procedure operative standard (SOP) per
lo screening (accertamenti) sulle persone “vulnerabili” dopo i “rintracci sul
territorio” e gli sbarchi di naufraghi soccorsi dalle ONG nei porti considerati
come zone di frontiera, con una serie di disposizioni che andranno verificate
sotto il profilo della loro concreta attuazione e nel quadro normativo
vincolante fissato dall’Unione europea. Ma la realtà rimane ancora segnata dal
tentativo di concludere le procedure di screening, anche sotto il profilo degli
accertamenti sanitari, presso uffici di polizia del tutto inadeguati.
E non si comprende bene quale sia ancora la residua applicazione dei criteri
pluridisciplinari di valutazione dell’età introdotti dalla legge Zampa nel 2017
(legge 47/2017). Come risultano del tutto opache le nuove figure di
rappresentanti legali che dovrebbero essere assegnati ai minori non
accompagnati. La trasformazione dei centri di accoglienza in “centri chiusi”
dove eseguire lo screening (in frontiera), applicare la cd. finzione di non
ingresso, e avviare le procedure accelerate in frontiera (PAF), e dai cui
eseguire successivamente i “rimpatri in frontiera”, rimane ancora priva di basi
legali coerenti con le normative cogenti dettate dai Regolamenti europei che
danno attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024, che soprattutto
in materia di rimpatri non entreranno immediatamente in vigore.
Il Decreto legge n.100/2026 non può dare copertura a prassi di polizia in
contrasto con fonti normative di rango superiore alle quali la Corte
costituzionale e la Corte di giustizia dell’Unione europea attribuiscono valore
cogente anche per il legislatore nazionale.
Occorre che le forze politiche che si definiscono ancora oggi di opposizione
pratichino tutti gli strumenti che ancora concede la democrazia parlamentare per
impedire la conversione in legge del Decreto 100/2026. Si deve ottenere almeno
la moratoria di un anno nell’attuazione di tutti i provvedimenti nazionali
connessi all’adeguamento normativo richiesto dall’Unione europea per dare
attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024.
In questo anno, a seguire, dovrà essere costruito un confronto serio tra il
governo, le associazioni e le ONG impegnate nei soccorsi in mare, senza tentare,
come si sta facendo, di coinvolgere il “terzo settore” nella implementazione di
una normativa che, nella sua attuale formulazione e nei tempi che prevede,
mantiene una indubbia connotazione discriminatoria e punitiva.
Fulvio Vassallo Paleologo
A Mimmo Lucano il primo premio del festival “Palpitare di nessi”
Il festival della legalità e della disobbedienza, nel nome di Danilo Dolci,
premia il 4 volte Sindaco di Riace, consacrato “capatosta” e “o’ curdo” dai suoi
esegeti: Mimmo Lucano ha portato a casa la targa del premio che il Centro
Culturale Danilo Dolci di Trappeto (PA) ha assegnato quest’anno per la prima
volta all’insegna del coraggio e della fermezza ideale.
Amato da generazioni di giovani e meno giovani per la sua coerenza cristallina,
profeta del pensiero radicale di sinistra in grado di coniugare la fede
comunista con i principi del Cristianesimo più intransigente, Lucano è da sempre
il bersaglio preferito degli esponenti della destra più conservatrice,
spaventati dal dilagare del “modello Riace” che avrebbe potuto aprire le porte
ad uno sviluppo del nostro Mezzogiorno a trazione extracomunitaria.
Ed è proprio questo mix di francescanesimo intriso di socialismo
internazionalista che ha spaventato i neocons di casa nostra, spingendoli a
perseguitarlo con metodi maccartisti che hanno generato una reazione popolare
travolgente che ha portato il Mimmo calabrese fino a Bruxelles, in carrozza.
Lo ricordava ieri sera proprio lui, ringraziando Daniela Dolci per questo premio
inaspettato, citando i suoi padri spirituali Bregantini, Bianchi e Alex
Zanotelli. Alla domanda ormai scontata “Perché fai tanta paura?” lui ha risposto
citando il mix esplosivo di cui è stato portatore, ispirato dal desiderio di
rinascita dei centri interni, poveri e spopolati, e dal seme di rinascita
contenuto nel Vangelo e nella teologia della Liberazione. Una strategia che ha
prodotto uno sviluppo locale che non si è fermato neppure davanti all’odio
razziale sostenuto dai nazionalismi europei e dai neofascismi.
Oggi Riace arranca tra l’isolamento politico del suo leader perseguitato e il
dilagare della destra più becera e atlantista degli ultimi 80 anni, ma il
teorema di Lucano non cambia : “battere la destra con il voto e la pratica di
una nuova umanità rivoluzionaria” . E a fargli cornice ci sono stati gli
applausi per “Il volo”, proiettato ad inizio serata, che Wim Wenders gli dedicò
nel 2008 e che ancora oggi riverbera delle parole del maestro berlinese: “Bravo
Mimmo! Hai saputo intuire il nostro futuro…”.
E queste affermazioni, benché foriere di una lunga e crudele persecuzione,
suonano oggi profetiche nella terra di Danilo Dolci e Peppino Impastato, il
martire siciliano vissuto e ucciso a due passi da Trappeto. Finché avremo
persone come Mimmo è lecito sperare.
Redazione Italia
L'aeroporto di #Comiso sempre più #militarizzato #freccetricolori🇮🇹
Lo scalo aereo di Comiso ( #Ragusa), già base misssilistica nucleare USA
(missili Cruise), riconvertito a uso civile dopo le lotte pacifiste degli anni
Ottanta e Novanta, intitolato al leader comunista Pio La Torre (barbaramente
assassinato da mafia e apparati militari internazionali), trampolino di lancio
della pattuglia delle Frecce Tricolori dell'Aeronautica Militare, con i suoi
caccia M-346 Master (produzione #Leonardo SpA)
Le edicole dismesse tornano a parlare: affissioni in cinque città contro i rapporti tra Eni e Israele
Ieri, a Milano, Ravenna, Roma, Napoli e Salerno, decine di attivisti hanno
realizzato una serie di affissioni su edicole dismesse per denunciare le
relazioni economiche tra Eni e Israele.
L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione nazionale che, per la prima
volta, ha coinvolto contemporaneamente cinque città italiane, portando nello
spazio urbano una riflessione pubblica sul ruolo dell’azienda e sui suoi
rapporti con Israele.
L’azione è stata realizzata dal gruppo LIBERI, progetto artistico-editoriale
nato a Napoli con l’obiettivo di riattivare le edicole abbandonate come luoghi
di informazione e partecipazione.
Attraverso queste installazioni le serrande abbassate vengono trasformate in
spazi di racconto, confronto e dibattito pubblico.
In questa occasione, il collettivo napoletano ha sostenuto la campagna di
boicottaggio contro
Eni promossa da BDS Italia, Ultima Generazione ed Extinction Rebellion,
contribuendo a diffonderne i contenuti nelle strade delle cinque città italiane.
Secondo i promotori della campagna di boicottaggio, nonostante il recente passo
indietro di Eni rispetto al progetto di esplorazione al largo di Gaza,
persistono elementi di continuità nelle relazioni industriali e nei flussi
energetici riconducibili alla multinazionale che alimentano accuse di complicità
con il sistema economico legato all’occupazione dei territori palestinesi e alle
operazioni militari genocidarie di Israele nella Striscia di Gaza.
Tra i casi segnalati vi è l’accordo societario della filiale britannica di Eni
con Ithaca Energy, società controllata al 50,5% da Delek Group, inserita nella
blacklist dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per il
coinvolgimento in attività economiche connesse alle colonie israeliane nei
territori occupati. A ciò si aggiungono le segnalazioni relative a spedizioni di
greggio partite dal terminal ENI di Taranto verso Israele: circa 30.000
tonnellate.
«Il passo indietro di Eni è un risultato importante, ma non sufficiente»,
affermano i promotori della campagna. «Finché resteranno attivi rapporti
economici e strategici con soggetti coinvolti nell’occupazione e nell’economia
di guerra israeliana, continueremo a chiedere trasparenza, disimpegno e
responsabilità. Boicottare, isolare e costringere al disimpegno resta, oggi, lo
strumento più efficace per interrompere queste complicità».
La denuncia delle complicità di Eni con il regime di occupazione israeliano
trova così spazio oggi in luoghi dismessi, abbandonati. In questo modo, le
edicole recuperate dal collettivo napoletano Liberi tornano a “parlare”
riattivando lo spazio urbano come dispositivo di informazione critica, ma anche
come strumento di pressione e mobilitazione collettiva, capace di trasformare
luoghi dimenticati della città in presìdi di discussione pubblica e
consapevolezza politica.
Per informazioni:
BDS ITALIA
Email: bdscomunicazione@gmail.com
sito:https://bdsitalia.org/
IG: https://www.instagram.com/bdsitalia/
LIBERI EDIZIONI
Email: liberiedizioni@gmail.com
sito: https://liberiedizioni.it/
IG: https://www.instagram.com/liberi_edizioni/
ULTIMA GENERAZIONE
Telefono/Whatsapp: +39 379 188 6195
Email: stampa@ultima-generazione.it
sito: https://ultima-generazione.com/
IG:
https://www.instagram.com/ultima.generazione?utm_source=ultima-generazione.com
BDSItalia
Pulizia etnica 3.0: come Israele è diventato lo Stato di trasferimento
Israele non è uno stato di apartheid. È qualcosa di peggio: è uno stato di
trasferimento. L’apartheid in Sudafrica non ha mai avuto lo scopo di espropriare
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