La nostra è una delle Costituzioni più belle, leggiamola insieme a Porta Palazzo nella Giornata della Pace
Il movimento COSTITUIAMOCI nasce allo scopo di risvegliare la coscienza popolare riappropriandosi della consapevolezza della sacralità della Costituzione italiana, una delle più belle al mondo. Se venisse applicata molte leggi incostituzionali sarebbero spazzate via, sradicando gran parte delle ingiustizie che impediscono il pieno sviluppo e l’effettiva partecipazione alla vita politica di tutte le persone presenti in Italia (Art. 3). Dopo che le resistenti e i resistenti di un tempo pagarono il prezzo della nostra libertà con la loro stessa vita, per scongiurare che la storia si ripetesse, i padri e le madri costituenti scrissero la Costituzione italiana sottolineando, nella XII Disposizione: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista“. RIPRENDIAMOCI I NOSTRI DIRITTI, SE LI DELEGHIAMO PERDIAMO LA NOSTRA SOVRANITÀ (Artt. 1-17). In un tempo internazionale segnato da guerre, da uno scenario sempre più disumanizzante caratterizzato dalla retorica razzista che alimenta l’odio reciproco, noi andiamo controcorrente, vogliamo occupare le piazze, farci sentire e vedere ma, soprattutto, esserci (come protagonisti/responsabili) e riscrivere la storia della nostra vita. Purtroppo, negli ultimi anni, anche l’Italia sta arretrando (come molte parti del mondo) a causa di scellerate scelte politiche, iniziate come retoriche propagandistiche e sfociate in attacchi mirati proprio a determinate persone. Nyanwily – educatrice ed attivista di origini sudanesi e torinese di adozione, donna appartenente a diverse culture a cui “le persone che leggi e programmi politici stanno attaccando (migranti, disabili, donne)” riguardano personalmente – ha fondato, il 28 maggio 2025, assieme ad altre persone il gruppo “COSTITUIAMOCI” invitando tutte e tutti a non restare a guardare ma a intervenire, adesso, perché “c’è urgente bisogno di interrompere questo circolo velenoso” che ci si sta pericolosamente avvicinando a tempi bui. Cittadine e cittadini, voi penserete che la cosa non vi riguardi, ma la storia ci insegna che gli orrori iniziarono con la ghettizzazione di alcune categorie di Persone e terminarono con l’epilogo della loro soppressione/annientamento (Palestina, Sudan/Sud-Sudan, Iran, Siria e molte altre guerre/obbrobri dimenticate). Le azioni parlano più delle parole e non basta più creare gruppi di solidarietà, è necessario essere più incisivi e concreti perché la violenza e l’oppressione sono diventate la nuova normalità nel nostro mondo, come qualcosa da osannare invece che condannare. Questo il motivo per cui noi del movimento “COSTITUIAMOCI”, in quanto Persone che credono nella Pace, abbiamo organizzato una manifestazione per il 21 settembre 2026, Giornata Mondiale della Pace istituita dall’ONU nel 1981, per promuovere gli ideali di pace, non violenza e un cessate il fuoco globale. Appoggiamo chi sostiene la Vita e investe nell’Umanità come le “Mothers’ Call for Peace” (l’iniziativa che unisce le madri israeliane e palestinesi in un appello comune per la fine della violenza, la protezione dei bambini e l’inclusione delle donne ai tavoli negoziali); “Buscame” (collettivo del Messico che ricerca i familiari desaparecidos); “Non Una di Meno” (organizzazione femminista e transfemminista che si batte contro ogni forma di violenza di genere); “Global Flotilla per Gaza” (gruppi di navi e carovane di terra per gli aiuti umanitari); Sanchez, Presidente spagnolo (seppur il suo governo non sia perfetto, Sanchez é, al momento, l’unico in UE che dichiara pubblicamente e realizza politiche virtuose andando controcorrente alle politiche sempre più crescenti dell’odio e del razzismo). ANDIAMO NELLE PIAZZE DELLE NOSTRE CITTÀ, COME ESSERI UMANI, RIBADIAMO CON FORZA IL DIRITTO DI ESISTERE/VIVERE NEL MONDO, LIBER* E IN PACE: NO a Armi e Guerre. NO a Genocidi, Sparizioni e Deportazioni. NO a Odio, Razzismo, Violenze e Femminicidi. NON IN MIO NOME. CITTÀ DI TORINO, RIUNIAMOCI PER LA PACE QUANDO? Lunedì 21/9/26, alle ore 18 a Porta Palazzo (il famoso mercato centrale). DOVE? Piazza della Repubblica di Torino: https://share.google/ReYucNXFBjmEQwu0q  COSA FACCIAMO: realizziamo e condividiamo, in lingue diverse, letture degli Articoli della Costituzione italiana che verteranno su: DIRITTI (Artt. 2-3-4-10-17-48); LIBERTÀ (Artt. 13-14-22-35-54); PACE E SALUTE (Artt. 8-11-32-48). Non siamo qui per convincervi a sposare le nostre cause ma per porre questi quesiti: Credete nel Cambiamento? Credete nella Vita? Credete nella Pace? Credete nel Mondo? Credete in Voi stessi? Se le risposte convergono nella stessa direzione: SI! Allora, siete le persone giuste, venite ed unitevi alla speranza. Ci impegniamo e muoviamo su diversi fronti ma in un’unica direzione: UNITI IN PACE per divulgare la pace, le azioni virtuose e la cultura della solidarietà. LIBER* e Indipendenti. PROTAGONIST* e non spettatrici/tori della nostra vita. CONTATTI: costituiamoci@gmail.com. https://www.facebook.com/. https://www.facebook.com/profile.php?id=61593357582824 Redazione Torino
September 17, 2026
Pressenza
Londra. Continuano le manifestazioni per chiedere la chiusura dell’ambasciata israeliana
Dopo un grande 150° Picchetto arricchito dall’intervento di Agnes Kory sopravvissuta all’Olocausto nazista, e guidato da Rachael Shapiro di IJAN Germania, ci avviamo al Picchetto  no. 151. È stata una settimana memorabile: le conseguenze del discorso del Mininstro degli Esteri del Regno Unito, l’ebreo Ed Miliband, sono state spettacolari. Sebbene […] L'articolo Londra. Continuano le manifestazioni per chiedere la chiusura dell’ambasciata israeliana su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
Mentre big oil registra 700mila dollari di profitto al minuto, le persone pagano i costi della crisi energetica: è ora di tassare gli extra-profitti fossili!
In un mondo sempre più segnato da conflitti armati e sull’orlo del precipizio della crisi climatica, c’è chi sta beneficiando di questa drammatica situazione per aumentare vertiginosamente i suoi profitti. Sono le multinazionali fossili, a cominciare dal nostro campione nazionale, ENI. Lo scorso fine luglio avevamo riportato i dati ufficiali forniti dall’azienda sul secondo trimestre del 2026, che evidenziavano come il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted fosse salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche l’utile netto adjusted era incrementato in maniera significativa, arrivando a 2,3 miliardi, con più di un raddoppio su base annua. Non è un caso che sui media specializzati già filtravano voci di un dividendo straordinario da pagare agli azionisti. E che la tendenza sia globale è stato confermato, nei torridi giorni di agosto, da un’analisi del quotidiano britannico Guardian, che ha rilevato che le principali otto società petrolifere quotate in borsa (compresa ENI) hanno realizzato profitti per quasi 93 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2026 – il primo trimestre finanziario completo dopo che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran aveva innescato un’impennata del prezzo del petrolio, che è arrivato a superare i 126 dollari al barile. Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, ENI, Chevron ed ExxonMobil hanno realizzato oltre 700mila dollari di profitto al minuto nel trimestre primaverile, mentre le loro capitalizzazioni di mercato crescevano di circa 600 miliardi di dollari fino a superare i 3.000 miliardi di dollari. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Alla luce di fatti incontestabili – in questo periodo di molteplici crisi big oil sta festeggiando – ReCommon rilancia la sua petizione proprio finalizzata a chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Sempre nella canicola agostana, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto una misura a dir poco palliativa per confermare il taglio di 17 centesimi alle accise sul gasolio fino al 5 settembre – per altro siamo in presenza dell’ennesima misura regressiva che non considera affatto le differenze di censo e va in ultima istanza a vantaggio dei petrolieri. Il decreto del governo prevedeva che tutte le compagnie energetiche che avevano registrato ricavi superiori a  20 miliardi nell’ultimo anno fossero tenute a versare in anticipo un importo corrispondente alle ritenute e alle imposte sostitutive sugli utili sotto forma di un acconto del 39%. Sopra questa soglia c’erano sono solo due aziende, ENI ed Enel, che riceveranno indietro la somma sotto forma di credito d’imposta. Insomma, una sorta di prestito che in totale ammonterebbe a 130 milioni di euro – invero una somma alquanto ridotta – che non risolve in alcun modo il problema del caro carburante e non impone una vera tassazione sugli extra-profitti fossili. In realtà sono trapelate varie indiscrezioni su un mal di pancia leghista, con i vertici del partito – ma non il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – propensi a tassare la big oil nostrana. Quasi scontata la levata di scudi di Meloni e Tajani – notoriamente molto attente agli argomenti della lobby fossile – che per prendere tempo si sono rifugiati dietro una lettera inviata all’Unione europea. Il governo teme che, muovendosi da solo, crei uno svantaggio competitivo per la major petrolifera italiana. Un argomento smentito da quanto avvenuto nel 2022 e 2023 con la prima versione della tassa sugli extra-profitti che, seppur attuata in maniera parziale, ha generato un primo gettito, mentre il valore di ENI in borsa è addirittura aumentato.. Inaccettabile anche l’argomentazione dei petrolieri nostrani, secondo cui la tassa ridurrebbe i loro investimenti futuri nella transizione energetica. Viene da sorridere, pensando che nel caso di ENI l’80 per cento di questi investimenti è ancora in nuovo petrolio e gas. Altro che transizione fuori dal fossile! Il governo italiano ha sottoscritto insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, una missiva alla presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea per richiedere un quadro normativo comune sulla tassazione degli extra-profitti. La risposta non è tardata ad arrivare: “la tassazione degli extra-profitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”. Niente da fare, ma forse era proprio questa la risposta che si auspicava, così da potersi rifugiare dietro al motto “o tutti o nessuno”. 
September 17, 2026
ReCommon
VFS Global: l’impero che fa soldi sulla privatizzazione dei visti turistici
La gestione delle frontiere, un tempo prerogativa inalienabile della sovranità statale, è stata ceduta alle logiche del capitale transnazionale. L’esternalizzazione dei servizi per il rilascio dei visti non rappresenta una mera razionalizzazione burocratica, ma si configura come una precisa scelta politica: quella di erigere una barriera censitaria contro i cittadini del Sud Globale, trasformando il loro diritto alla mobilità in un asset finanziario ad alto rendimento. Attraverso l’appalto di queste funzioni a entità private monopolistiche, i governi risparmiano ed hanno una schermatura dalle persone troppo povere, nonché da responsabilità legali e morali derivanti dagli abusi sistemici che tale modello inevitabilmente genera. In questo contesto si colloca VSF Global. Per le persone di Africa, Asia e Medio Oriente che intendono viaggiare per lavoro, studio o per unirsi alla famiglia, VFS Global è spesso il loro primo incontro con il confine. Si tratta di una corporazione che detiene attualmente contratti di esternalizzazione con 71 governi a livello mondiale. Un’approfondita inchiesta transnazionale coordinata dall’organizzazione giornalistica Lighthouse Reports, in collaborazione con quattordici testate internazionali, ha scoperchiato le dinamiche strutturali di quello che i reporter hanno definito un «impero dei visti». L’analisi dei bilanci consolidati depositati in Lussemburgo evidenzia come l’azienda abbia quadruplicato i propri profitti tra il 2017 e il 2024, con ricavi che crescono in maniera del tutto sproporzionata rispetto al mero aumento del volume delle pratiche elaborate. Il nucleo strategico di questa iper-profitto risiede nell’implementazione massiva di «servizi a valore aggiunto» (VAS). L’obbligo di passare tramite questi centri, per chi detiene un “passaporto debole”, viene utilizzato come leva coercitiva per imporre pacchetti accessori quali notifiche SMS, corrieri per la restituzione dei documenti e accessi a presunte “sale premium”. Il modello di business si fonda sull’estrazione capillare di valore da un’utenza strutturalmente vulnerabile e priva di alternative. L’inchiesta dimostra come la vendita dei servizi accessori non segua logiche di mercato basate sulla reale utilità, ma assuma tratti di marcata aggressività, sfociando nell’inganno e nell’addebito non consensuale. Questa prassi è direttamente incentivata dall’architettura salariale imposta dall’azienda ai propri dipendenti: gli stipendi base vengono mantenuti artificialmente a ridosso della soglia di sussistenza, per poi essere compensati da un sistema di bonus legato al raggiungimento di stringenti e logoranti target mensili di vendita. Così si incentivano dei poveri a fregare altri poveri per poter sopravvivere mentre grossi profitti sono realizzati dal privato. Questa asimmetria contrattuale genera un incentivo che scarica la pressione economica e psicologica del lavoratore direttamente sul richiedente, obbligandolo di fatto all’acquisto di pacchetti non necessari dietro la velata minaccia di presunti ritardi o del rifiuto della pratica. Da un campione di 2.000 ricevute raccolte in 16 Paesi, è emerso che i servizi extra pesano ormai per il 30% sui ricavi complessivi dell’azienda. L’aspetto politicamente più gravoso della vicenda riguarda il ruolo di avallo giocato dalle istituzioni pubbliche occidentali. Oltre 150 rapporti di ispezione interni dell’Unione Europea, ottenuti attraverso decine di richieste di accesso agli atti (FOIA), rivolte alla Commissione Europea e a undici governi nazionali, certificano che gli Stati appaltanti sono perfettamente a conoscenza delle macroscopiche disfunzioni del sistema. I documenti rivelano, ad esempio, violazioni sistematiche del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR): in India ispezioni consolari hanno confermato il trasferimento di dati biometrici e documenti sensibili su supporti non crittografati (CD) e la ritenzione illegale degli stessi all’interno dei sistemi informatici del provider, ben oltre i termini di legge previsti dal Codice dei Visti Schengen. A questo si sommano fenomeni endemici di corruzione. Le carte europee hanno evidenziato la strutturale incapacità (o mancata volontà) di arginare l’accaparramento degli slot per gli appuntamenti da parte di reti di bot, che finiscono per rivendere le prenotazioni sul mercato nero a cifre esorbitanti. Riprese in incognito effettuate nella Repubblica Democratica del Congo hanno invece smascherato personale del centro visti intento a garantire illegalmente l’esito positivo delle pratiche in cambio di tangenti. VFS Global, che oggi ha sede a Dubai, è nata nel 2001 in India. Nel 2003, con un primo strategico appalto dal governo britannico si struttura e inizia il processo di fagocitazione del mercato. Nel 2017, sotto la guida del fondo svedese EQT AB, è stata scorporata dalle originarie attività turistiche assorbendo agenzie concorrenti come TT Services e consolidando il proprio monopolio. La definitiva transizione in asset strategico è avvenuta nel 2021 con l’acquisizione maggioritaria da parte del colosso americano Blackstone, per culminare nel 2024 con l’ingresso del fondo sovrano di Singapore, Temasek. Quest’ultimo, acquisendo il 18% delle quote per 950 milioni di dollari, ha proiettato la valutazione complessiva dell’impresa a 7 miliardi di dollari. Nonostante la gravità di tali irregolarità comprometta la sicurezza intrinseca dei dati e dei diritti fondamentali, le cancellerie europee continuano a tollerare. Il privato fa profitto sulla mobilità dei poveri, confermando che la mobilità è una questione economica, in ogni senso e direzione, sempre comunque a svantaggio dei più poveri di ogni nazione. The post VFS Global: l’impero che fa soldi sulla privatizzazione dei visti turistici appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Dossier “Dalla difesa all’attacco”: la riforma della Difesa attualmente in corso è una minaccia per la società
CON IL DOSSIER “DALLA DIFESA ALL’ATTACCO: QUANDO UNA RIFORMA DELLA DIFESA DIVENTA UN ATTACCO DELLA SOCIETÀ”, PUBBLICATO IN FONDO A QUESTO ARTICOLO, CONDIVIDIAMO UN AGGIORNAMENTO DEL NOSTRO LAVORO DI RICERCA. IL TEMA SU CUI CI SIAMO FOCALIZZATE E FOCALIZZATI NEGLI ULTIMI MESI È STATO LA RIFORMA DELLA DIFESA ATTUALMENTE IN CORSO IN ITALIA. UNA DELLE CONCLUSIONI PIÙ IMPORTANTI È CHE TALE PROCESSO NON SI LIMITA AL “RITORNO DELLA LEVA”, PUNTO DA CUI ERAVAMO IN UN CERTO SENSO PARTITE, MA È MOLTO PIÙ GRANDE E MINACCIA DI AVERE PESANTI CONSEGUENZE NON SOLO SULLA SCUOLA O LE UNIVERSITÀ MA SULLA DEMOCRAZIA STESSA. L’ultima notizia, anche se non ha avuto molta risonanza mediatica, è del 10 settembre: è stata annunciata in Senato la presentazione del disegno di legge S.2028 approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 4 agosto. Ma queste “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale” sono solo un passo di una riforma della difesa attualmente in corso in Italia. Il percorso di ammodernamento dello strumento militare italiano infatti include: 1. l’iter legislativo per incrementare gli organici (il cosiddetto “ritorno della leva”). Questo non è ancora iniziato ufficialmente: a giugno è stato pubblicato uno schema di disegno di legge che ora attende la legge di bilancio di ottobre per continuare l’iter. 2. l’iter legislativo per abilitare l’esercito alla guerra ibrida (“spazio cibernetico di interesse nazionale”). Questo è iniziato il 4 agosto con l’approvazione del Consiglio dei Ministri di uno schema di disegno di legge. Lo schema di ddl è già pubblico, il testo del ddl no. 3. le vie di riforma non legislative, come l’istituzione di nuovi percorsi accademici e fondi di ricerca volti a produrre sapere (sia scientifico che umanistico) a fini bellici. Sul “ritorno della leva”, sebbene queste analisi andranno verificate al momento dell’effettiva pubblicazione del testo del disegno di legge, riportiamo che le modifiche anticipate sono principalmente tre: 1. un incremento complessivo degli organici delle forze armate pari a quarantamila soldati entro il 2033. Questo dato va confrontato con l’obiettivo tedesco. Mentre la Germania punta ad arrivare ad avere un soldato ogni 320 abitanti, il Ministero della Difesa italiano chiede di peggio: un soldato ogni 295 abitanti. Il dato però è ancora più pesante se si tiene conto delle differenze regionali che caratterizzano la penisola italiana e le isole. Per avere un’idea, ad oggi la media italiana è di un soldato ogni 369 abitanti, la media piemontese è di uno ogni 1200 abitanti circa e la media campana è di uno ogni 120 abitanti, dieci volte più alta. 2. l’istituzione di tre diverse riserve di militari “pronti all’uso”. Di queste, segnaliamo la riserva territoriale, che porterebbe ad avere soldati su tutti i territori italiani, pronti a intevenire a sostegno (e perché no, anche gestione) della Protezione Civile e della Polizia. 3. una delega al governo, che avrebbe 12 mesi per stabilire le modalità d’attuazione delle richieste della Difesa. Incluso come convicere ad arruolarsi quarantamila giovani in più. Fra le tante misure portate nel ddl del 4 agosto invece, ne citiamo qui solo una: l’intenzione di istituire quella che è di fatto una nuova forza armata. Il ddl attualmente annunciato in Senato infatti (S.2028) definisce lo spazio cibernetico di interesse nazionale: un dominio che comprende non solo internet e tutti i siti del world wide web, ma anche tutti i mezzi di informazione online, le banche dati, i social networks e… Le “menti delle persone”. Si tratta della guerra cognitiva: una dottrina militare secondo cui chi è in grado di influenzare le opinioni pubbliche delle “proprie” e “altrui” popolazioni avrà un vantaggio tale da vincere i conflitti ancora prima di combatterli, a tavolino, contro chiunque sia carente di questa competenza manipolatoria. Tatticamente, si tratta di un analogo moderno della bomba atomica. Il ddl S.2028 punta a dotare lo strumento militare italiano di questa competenza. Di conseguenza, dopo aver introdotto questo “spazio cibernetico” così definito, istituisce di fatto una nuova forza armata. Tramite un nuovo tipo di soldato (lo specialista cyber militare), il relativo percorso di addestramento (cinque anni più uno) e la relativa catena di comando, verrà creata una quinta forza armata, una specie di “cyberesercito” che si affiancherebbe a Esercito, Marina e Aeronautica. Le operazioni militari annovererebbero tanto la cybersicurezza quanto la diffusione della Cultura della Difesa nelle scuole e le campagne sui social networks e punterebbero a influenazare la percezione di cosa è reale e le reazioni emotive delle persone. Nel dossier, dopo aver analizzato i punti sopra citati, avanziamo l’ipotesi che tale riforma non sia che un tassello di quello che sembra essere, di fatto, un attacco alla società attraverso la scuola. Altri segnali di questo attacco sono il continuo tentativo di militarizzare le scuole, le intimidazioni per indurre i docenti all’autocensura e il ddl antisemitismo, la legge 104 del 9 giugno 2026 sull’educazione sessuo-affettiva, i metal detecor all’entrata delle scuole (e il corrispondente ddl del 14 luglio 2026 sulla criminalizzazione minorile), le nuove linee guida per l’educazione civica e i “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Il tentativo di “ammodernare la difesa” si inserisce a nostro avviso in questo disegno d’insieme e comporterebbe conseguenze davvero minacciose per scuole, università e società stessa. Il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università indica che la “minaccia imminente” arriva da molto più vicino di quanto i mezzi di comunicazione di massa insistano a dire. Ma chiudiamo con un’apertura, quella del paradosso del mazzo di chiavi: il primo ostacolo per trovare un’alternativa è credere che l’alternativa non esista. Possa questo dossier contribuire a una presa di coscienza. Una presa di coscienza che si trasformi in obiezione e quindi costruzione di un futuro. Evitando così il cosiddetto inevitabile. riforma-difesa_pt1Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Per partecipare a uno dei nostri gruppi di lavoro, trovi i link per iscriverti alla pagina Adesioni e Contatti. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’economia che il capitalismo non vede
PER SUPERARE UN CAPITALISMO INCAPACE DI IMMAGINARE I PROPRI LIMITI NON SERVONO NUOVE UTOPIE NÉ VECCHIE NOSTALGIE. ESISTONO GIÀ FORME ECONOMICHE CAPACI DI TENERE INSIEME LIBERTÀ INDIVIDUALE, INTERESSE COLLETTIVO E CURA DEI TERRITORI. A ROMA, IL FESTIVAL “VIVERE, ABITARE, COOPERARE” PROVA A RICONOSCERLE, CONNETTERLE E TRASFORMARLE IN UNA POLITICA PER LA CITTÀ. Il capitalismo non finirà mai. O almeno, così pare quando si guarda a chi orienta le nostre economie. Mark Fisher scriveva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Oggi la formula andrebbe corretta: sembra più tollerabile immaginare la fine dell’umanità che la revisione degli assunti fondativi della religione capitalista. Lo confermano gli stessi CEO delle big tech, che ammoniscono sui rischi esistenziali dell’IA continuando comunque a svilupparla e venderla. Si accetta l’ipotesi estrema pur di non toccare il dogma del massimo profitto. E quando proviamo a immaginare un modello economico che superi la decadenza del massimo profitto, la tirannia del breve termine, il regime assolutista del valore finanziario su ogni altra forma di valore – sociale, ambientale, relazionale – la testa si muove in due sole direzioni. O verso l’alto, fra le nuvole, evocando scenari lontanissimi e impalpabili. O all’indietro, cercando di riesumare formule non passate, ma superate: nostalgie travestite da alternative. Solo raramente guardiamo con curiosità a ciò che si muove oggi intorno a noi, dove si annida la strada più concreta per uscire dalla miseria del presente: non un modello da inventare, ma da riconoscere, potenziare, rendere sistemico. È per questo che organizziamo a Roma un festival dedicato all’economia sociale. La forma cooperativa, rinnovata e reinventata, resta l’opzione più desiderabile per tenere insieme interesse collettivo e libertà individuale. Per dirlo con le parole di Emiliano Brancaccio, tra gli ospiti del festival: mettere insieme comunità e intelligenza collettiva senza minare i principi di libertà che spettano all’individuo. In questa prospettiva riemerge un ruolo rinnovato per lo Stato, amato e odiato insieme. Amato per la bellezza, la felicità, la libertà che solo il bene pubblico garantisce in chiave universalistica. Odiato perché sempre più catturato da interessi opachi, piegato a massimizzare consenso immediato invece che valore condiviso nel tempo. Il festival – “Vivere, Abitare, Cooperare” – mette al centro tre verbi che sono anche tre terreni di battaglia. Vivere significa restituire valore al lavoro di cura, che l’economia ufficiale considera invisibile pur reggendo su di esso ogni altra produzione. Abitare significa affrontare collettivamente casa, spazio urbano, cibo, infrastruttura digitale: non bisogni individuali da risolvere sul mercato, ma questioni comuni da governare insieme. Cooperare significa costruire modelli economici in cui il valore prodotto resta nel territorio e appartiene a chi lo genera, non a chi lo estrae. Non è un festival che si esaurisce nel dibattito: è anche un tavolo di lavoro aperto, dove cittadini, cooperative, imprese sociali e istituzioni siedono fianco a fianco. Domenica pomeriggio l’amministrazione di Roma Capitale, Consiglio e Giunta, incontra cittadini e attori dell’economia sociale per avviare il percorso verso un Piano per l’Economia Sociale della città, come già a Milano, Torino, Bologna, Reggio Emilia. Dal 17 al 20 settembre, e poi il 23 e 24 con l’Off Festival “Digitale Brutale” dedicato ad algoritmi e piattaforme, via Nuoro 7 a Roma ospiterà talk, laboratori, musica, mercatini. Ingresso libero. > Festival di economia sociale L’invito è a tutti: attivarsi, discutere, confrontarsi, emozionarsi davanti alla possibilità di trasformare il presente, tra spunti teorici, laboratori collettivi, dibattiti. Dove il metodo scientifico non arriva, non resta che affidarsi all’arte L'articolo L’economia che il capitalismo non vede proviene da Comune-info.
September 17, 2026
Comune-info
Il fronte cyber del porto
Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo. A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc. La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di persone viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi di intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro. Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica. Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economico risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni. Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica. IL PROBLEMATICO DOMINIO DI ZPMC Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali. Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate. Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche. E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia USA. NORMALI GRU O SPIE CYBER? Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale. Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica americana o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi. Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia. Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua supply chain (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo). Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto. Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione. Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro. Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili. È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio. IL PARADOSSO DELLA GLOBALIZZAZIONE Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri. Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali. Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo. ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni. Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo. La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona. L'articolo Il fronte cyber del porto proviene da Guerre di Rete.
September 17, 2026
Guerre di Rete
Spin Time in corteo il 19 Settembre
In collegamento con un'attivista di spin time lanciamo la due giorni del 19 e 20 Settembre di SpinTime contro gli abusi e la privatizzazione delle città. Inoltre, alcuni aggiornamenti sullo stato dell'abitare attuale delle famiglie cacciate dall'occupazione storica romana.  DI seguito il loro comunicato: Spin Time è un modello replicabile, una via possibile tra il pubblico burocratizzato e il privato speculativo, un motore generativo di nuove prospettive di trasformazione urbana a beneficio di tutt3. Con la manifestazione del 19 e l'assemblea del 20 settembre vogliamo costruire una coalizione ampia e trasversale per contrastare la finanziarizzazione delle città e sconfiggere il governo di destra loro alleato. Da più territori arriva già da tempo una richiesta di città che vogliamo costruire: una città fondata sulla partecipazione, sui diritti e sulla capacità di produrre comunità. È questa la sfida che vogliamo assumere insieme a tutte le realtà disponibili a sostenerla. Da una parte la nostra umanità, dall’altra le barbarie. Adelante!    
September 17, 2026
Radio Onda Rossa
Ursula VdL si incorona führer europeo
Fin dalle prime battute del “Discorso sullo stato dell’Unione Europea” letto da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento continentale è difficile, per un cittadino-suddito di questo insieme, non provare imbarazzo e rabbia. Sentirsi dire che “Si tratta di un’Europa che sta assicurando la sua prosperità. Che si sta liberando […] L'articolo Ursula VdL si incorona führer europeo su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
New York Times: corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina
Che l’Ucraina fosse un paese infestato dalla corruzione era risaputo. Che la guerra con la Russia avesse reso il fenomeno quasi un “pilastro” del funzionamento dello stato anche. Il fatto che ormai tale corruzione venga a galla sempre più spesso, colpendo figure di primo piano delle istituzioni, e si sia […] L'articolo New York Times: corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
Porto Fluviale: una storia di parte, dalla stessa parte
Quando cominci una lotta non sai come finisce. Parti da un bisogno, da un’urgenza e decidi che, piuttosto che affrontare in solitudine un lento stillicidio di difficoltà insormontabili, proverai a scommettere su una collettività che imbocca una strada nuova, mai battuta e che però ti convince, ti sembra davvero quella giusta. A Roma l’emergenza abitativa esiste da sempre. Una capitale cialtrona e impreparata ha permesso ai palazzinari, Re di Roma, di accaparrarsi sconfinate distese di terreni a due lire per cementificare male e vendere a caro prezzo, accumulando enormi ricchezze. Per anni contro questa ricchezza economica e poi politica come mediatica si sono battute davvero solo le enormi mobilitazioni proletarie: qui il femminile è d’obbligo per rendere merito allo straordinario protagonismo delle donne nella lotta per la casa di questa città. > Negli anni d’oro sono stati occupati decine di palazzi, interi quartieri, > migliaia persone che collettivamente hanno agito piuttosto che subito le > trasformazioni in atto sopra le loro teste e sulla loro pelle. Dopo aver occupato Acrobax, nel 2002, abbiamo cominciato a percepirci non più come studenti universitari (il nucleo originario proveniva dall’esperienza del coordinamento dei collettivi di Roma 3). Abbiamo cominciato a sentirci piuttosto soggetti sociali. Sicuramente non operai o proletari ma cmq un soggetto sociale sfruttato, precarizzato. Colpevolizzate perchè trovavavamo solo lavori precari, di merda, tanto di merda che magari, come successo ad Antonio, sul lavoro ci morivi pure. Colpevolizzate se eravamo più povere dei nostri genitori che alla nostra età già avevano messo su famiglia e acceso il mutuo. Mentre ancora dovevamo bene capire cosa fosse la precarietà e come potersi organizzare nella frammentazione della classe che portava con sé, ci cominciavano a percepire come nuovo soggetto sociale, the class in the making, e ci sentivamo in diritto di dire la nostra. Per esempio di dire che l’immenso patrimonio pubblico dismesso e inutilizzato della città non poteva essere tutto svenduto alla grande rendita per monetizzare due spicci che ci facessero stare dentro i parametri di Maastricht. Di dire che invece c’era tanto bisogno e anche tanta competenza diffusa ed energia creativa nella città per reinventare quel patrimonio, senza consumare ulteriore suolo, reinventando l’abitare. Il precariato non distrugge, trasforma. Come Laboratorio del precariato metropolitano Acrobax cominciamo quindi a rivendicare non solo l’occupazione dello spazio sociale ma anche quella abitativa. Non senza mille discussioni, tra gli altri con il nostro Antonio che ne sapeva più di noi, decidemmo come Acrobax di entrare a far parte dello storico Coordinamento cittadino di lotta per la casa. Per un anno in realtà non abbiamo quasi parlato nelle assemblee di coordinamento del lunedì. Lì c’erano occupazioni con decine e a volte centinaia di famiglie, compagni e compagne che vivevano spesso da anni in occupazione e tutte le settimane si stringevano intorno al quel cerchio. Occupanti di casa che si erano organizzati per mettersi un tetto sulla testa e insieme avanzavano, nella vertenza sociale per rivendicare il diritto alla casa popolare per sé e per tutt* dedicandosi a tantissime occupazioni in giro per Roma e sempre pronti a supportare chi voleva unirsi. Dall’autorganizzazione si tirano fuori i turni di picchetto o di pulizie cosi come proposte di legge o di delibera. Noi acrobat*, tutte e tutti di età universitaria, scappati di casa, senza prole ma con molti cani (d’altronde abitavamo all’ex-cinodromo) ci abbiamo messo tanto tempo a entrare in sintonia con il Coordinamento. Ma quando l’addomesticamento reciproco è riuscito, quando le diversità si sono annusate e riconosciute nello stesso bisogno, quando abbiamo cominciato a camminare domandando insieme, si è realizzata un’alchimia potentissima e ne è venuto fuori un ciclo di lotte meraviglioso che non meritava altro che concludersi con una meravigliosa vittoria. La ex.caserma di Porto Fluviale nel giorno dell’occupazione, foto Loa Actobax Ormai è il 2003, ci ritroviamo di notte, via Ostiense, due che fanno il palo. La finzione di una coppia che passeggia (il compagno che ovviamente si allarga nell’intimità e gli devi pure sbroccare). Intanto un gruppo scavalca un altissimo cancello. L’edificio visto dall’interno non è come ce lo eravamo immaginato da fuori. Dentro ci smistavano i vagoni merci dell’esercito direttamente dalla ferrovia che passa lì accanto e praticamente era un unico immenso edificio attraversato da rotaie, con soffitti altissimi e completamente senza pareti, più un’altra palazzina ma troppo piccola per tutti. Riflettiamo a lungo in coordinamento sull’abitabilità e praticabilità di quel posto. Ma la nuova lista di persone che hanno urgenza di casa e scelgono di occupare è lunga e da tanto tempo aspetta. Appuntamento per tutt* nel piazzale dell’ex-cinodromo. Occupiamo. > Un edificio del ministero della difesa e lo facciamo proprio il 2 giugno. Da > allora occupazione di Porto Fluviale diventerà il fulcro di una rivendicazione > semplice quanto mai attuale “Guerra per Nessuno e Reddito per tutt*”: la > battaglia mai abbandonata per il welfare contro il warfare. Venti anni fa, voi che oggi prendete finalmente casa a Porto Fluviale, costruivate le baracche per vivere dentro la ex-caserma occupata. Non si può nemmeno immaginare quanto lavoro c’è stato per passare da quelle baracche all’autocostruzione di decine e decine di veri appartamenti. Quanta passione per rendere quella grigia caserma un luogo meraviglioso con i murales di Blu, con la sala da tè, la circo e la ciclofficina. Il recupero del palazzo è stato frutto di un’idea e di un lavoro di anni, un lavoro e un’idea che nascono prima di Porto Fluviale e che continuano oltre, in decine e decine di altri spazi occupati e liberati della città. Anni spesi a sognare e rivendicare l’autorecupero degli immobili abbandonati. Quello che la rendita privata preferisce lasciare al degrado in attesa della più redditizia occasione, è invece una materia prima preziosa per chi crede che la città debba essere di chi la abita. Altro che scrocconi e scansafatiche. Che ne sanno quelli che benpensano di quanta fatica c’è stata in questi lunghi anni. Che ne sanno di quanto la fatica condivisa rende magici i momenti di festa strappati a caro prezzo. Quante meravigliose serate con cibi e musica da tutto il mondo. Un portone chiuso a difendere le persone e le famiglie in occupazione da sgomberi o vili attacchi ma sempre aperto a chiunque si volesse affacciarsi, a chiunque avesse un progetto un’idea e cercasse uno spazio e una comunità per realizzarla. Dentro quel portone, in quel meraviglioso cortile, abbiamo visto le nostre figlie e i nostri figli crescere insieme, nelle case occupate come nelle piazze. Poi nelle scuole e nelle prime generazioni di small reds. Davanti ad Acrobax, la mattina della occupazione di Porto Fluviale, foto Loa Acrobax A Porto Fluviale è nato il gruppo inchiesta. Un gruppo di lavoro che metteva al centro gli e le occupanti con un percorso migratorio alle spalle, un enorme cerchio intorno al quale elaborare soggettivamente e politicamente il proprio vissuto, portarlo nell’attualità di un paese che accelerava verso idee e politiche securitarie con un pacchetto sicurezza dopo l’altro. Abbiamo camminato insieme lungo il percorso di soggettivazione e autorganizzazione che facevamo le une affianco agli altri riconoscendo che la precarietà delle nostre vite ci accomunava anche se con forme e intensità diverse. Abbiamo fatto centinaia di manifestazioni di ogni forma e colore, dal Campidoglio che era praticamente assediato ogni giovedì fino ai tappeti rossi delle feste del cinema. Ci siamo arrampicate e accampati dappertutto sulle impalcature della Regione Lazio e persino sul Colosseo per giorni, settimane. Nel cammino abbiamo incontrato mille realtà cittadine, nazionali e internazionali. I forum per il diritto all’abitare a Barcellona, a Marsiglia, a Parigi al forum sociale dei quartieri popolari mentre le banlieues ribollivano e la gentrificazione avanzava espellendo i ceti popolari dai quartieri consolidati. Abbiamo subito denunce e arresti, alcuni ancora in corso. Abbiamo aiutato nuove generazioni di occupanti a riappropriarsi di casa e a costruire altre meravigliose esperienze di lotta e di vita. Alcune di quelle occupazioni sono state poi sgomberate, altre resistono da decenni senza che quella politica che oggi si loda e si sbroda sappia trovare sbocchi per recuperare il patrimonio immobilare e garantire il diritto alla casa. Voi di Porto c’eravate 20 anni fa quando le lame fasciste uccisero Renato e ci siete sempre state in tutti questi lunghi anni che solo pochi giorni fa abbiamo ricordato con Venti di Renoize. Siamo ancora sopraffatti dalla forza e dalla bellezza che le nostre vite resistenti possono scatenare quando si uniscono nel ricordo di un fratello ammazzato, nella voglia di continuare il suo e il nostro sogno di un mondo giusto e solidale. Siamo ancora avvolte dal caldo abbraccio di quel meraviglioso pezzo di città che sa stringersi contro le ingiustizie e farsi forte per non cedere alla sopraffazione e continuare invece ad avanzare. Non c’è lotta possibile senza mutualismo e solidarietà. Per respirare abbiamo imparato a cospirare. Passare sabato scorso sotto Porto Fluviale con un bellissimo corteo antifascista e festeggiare così la vittoria è stato uno dei preziosi momenti di questi densissimi giorni del ventennale di Renoize. Non ringraziate nessun altro se non voi stesse per questa vittoria, vostra e della città tutta, per questo pezzo di storia e di futuro possibile che avete costruito giorno dopo giorno tra mille avversità e che oggi rappresenta una strada da praticare per le nuove generazioni. Perché ci siamo sempre detti che “la lotta paga” ma non sempre era semplice continuare a crederci, oggi possiamo ricominciare a farlo. Con immenso amore e gratitudine per questi anni insieme, lunga vita a Porto Fluviale. Le Acrobate e gli Acrobati Foto di copertina, il cortile interno di Porto Fluviale nel giorno dell’occupazione, foto Loa Acrobax Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 17, 2026
DINAMOpress
Incontro Vannacci a Torino
Il 18 settembre del 2026 il parlamentare europeo Roberto Vannacci verrà a Torino a fare il relatore ad un convegno organizzato dal Sindacato Fsp della Polizia di Stato sulla insicurezza “urbana”. Ricordiamo al parlamentare europeo un altro giorno 18. Era quello di dicembre, del 1922, quando il fascismo scatenò la sua violenza sulla città di Torino, città operaia e antifascista. 11 morti e decine di feriti, la strage di Torino, durante la quale fu barbaramente ucciso Pietro Ferrero, segretario della Camera del Lavoro. Ricordiamo al parlamentare europeo l’impiccagione, assieme ad altri compagni, del partigiano Ignazio Vian, in corso Vinzaglio, da parte dei fascisti, di Giuseppe Bravin e Giovanni Costanzo, impiccati presso il ponte della Stura, di Dante Di Nanni, ucciso in Borgo San Paolo, di Emanuele Artom, il cui corpo non fu mai ritrovato. La nostra città è cosparsa di lapidi, di partigiani e partigiane uccisi, testimonianza del fatto che il fascismo fu VIOLENZA, VIOLENZA, E SOLO VIOLENZA. Quel fascismo a cui Lei fa riferimento, chiamando camerati i suoi compagni di partito, usando dal palco le parole che usava Mussolini, quel “Me ne frego” che rappresentò il timbro di quella violenza. Inneggiando alla X Mas, responsabile dopo l’8 settembre, a fianco dei nazisti, dell’uccisione di migliaia di partigiani, Per questo la Sua presenza a Torino, il 18 settembre, ci offende. Perché Torino è medaglia d’oro al Valore militare ed è antifascista oggi, come lo era nel 1922. E Lei, nei modi, nelle parole, nei gesti, è espressione di un passato che vogliamo sconfitto per sempre. Ed ancora più grave il fatto che Lei sia l’unico politico relatore in un convegno delle forze di polizia. L’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, i Carabinieri… devono essere espressione in un Paese democratico come il nostro di una FORZA GENTILE, che difenda lo Stato e i cittadini e di questi il diritto a manifestare, a protestare, ad esprimere il proprio dissenso, a portare i bisogni individuali e collettivi della Società. Le forze di Polizia hanno giurato sulla Costituzione, figlia della lotta di Liberazione, e la Costituzione è antifascista perché rappresenta con i suoi principi di uguaglianza, di fratellanza, di solidarietà, di libertà, di pace, esattamente il contrario di quello che la dittatura fascista è stato. Lei ha il diritto, Egregio parlamentare europeo, a partecipare – e ci mancherebbe altro – ad un convegno a Torino. Ma noi abbiamo il diritto di dirLe che la Sua presenza stride con la Storia della nostra città. A.N.P.I provinciale di Torino Redazione Torino
September 17, 2026
Pressenza

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