L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

Milano. Decine di denunce e arresti per il blocco alla stazione di Milano a settembre
La questura di Milano nella giornata di ieri ha notificato 27 denunce e 6 misure cautelari ad altrettanti compagni e compagne per i fatti avvenuti alla stazione centrale di Milano il 22 settembre. Quel giorno lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base aveva portato in piazza in tutta Italia […] L'articolo Milano. Decine di denunce e arresti per il blocco alla stazione di Milano a settembre su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
Bologna. Il NO sociale chiude la campagna referendaria in carovana fino al Pilastro
Oggi il comitato bolognese per il NO sociale al referendum conclude la campagna referendaria con una carovana che parte dalla tettoia Nervi alle 18 e arriva al Parco Mitilini in Pilastro alle 20 dove si terrà una cena sociale. Dopo la grande manifestazione nazionale del 14 marzo, che ha portato […] L'articolo Bologna. Il NO sociale chiude la campagna referendaria in carovana fino al Pilastro su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
#lascuolavaallaguerra Oggi, giovedì 19 marzo, ore 18 a #Reggio #Calabria (Chiesa Valdese) Dove va la #scuola italiana? La #militarizzazione dell'#istruzione in Italia Ne parliamo con Antonio Mazzeo, insegnante e attivista Modera Monica Natali, diacona valdese Interventi musicali a cura di Francesca Araniti, Gabriella Araniti, Roberta Gebbia, Tommaso Mandraffino e Silvia Martino
March 19, 2026
Antonio Mazzeo
Europa, dicono le organizzazioni sociali e ambientaliste: “Le politiche climatiche sono la difesa dalla crisi energetica”
In vista del Consiglio europeo Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia si rivolgono al governo italiano affinchè l’Europa, a causa della guerra in Medio oriente non favorisca le energie fossili attraverso la deregolamentazione e lasciando così margine a gas e petrolio che creano insicurezza e instabilità e accrescono una crisi climatica che accresce povertà e diseguaglianze_ SEGUE COMUNICATO Il Governo italiano, invece di chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere la deregolamentazione ambientale, dovrebbe difendere davvero l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, non fare favori ai combustibili fossili, veri responsabili della ennesima crisi energetica, delle tensioni mondiali e della volatilità dei prezzi. Colpire l’ETS (Emission Trading Scheme) o fare marcia indietro su elementi fondamentali del quadro climatico dell’UE non farebbe altro che indebolire la risposta dell’Europa alla crisi.  Al contrario, i soldi dell’ETS vanno usati bene, cioè per accelerare la transizione energetica, porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, mantenere la rotta del Green Deal europeo e contrastare strutturalmente la povertà energetica: questo l’appello di numerose organizzazioni ambientaliste italiane (Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia) ai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europa che si riuniscono domani e dopodomani a Bruxelles. L’Europa è fortemente dipendente dai combustibili fossili importati, costosi e rischiosi. Il crescente ricorso al GNL dopo la crisi del 2022 ha sostituito una dipendenza dai combustibili fossili con un’altra, dinamiche geopolitiche con altre. L’Europa e l’Italia devono mobilitare ingenti investimenti nel risparmio energetico, nelle energie rinnovabili, nelle reti, nello stoccaggio e nell’elettrificazione per proteggere le famiglie e le imprese da ulteriori shock dei prezzi dell’energia. Ed è proprio dall’ETS che potranno venire una parte dei fondi necessari a sostenere la transizione, se non continueranno a essere usati per il ripiano di bilanci e a perdersi in mille rivoli, come ha dimostrato un rapporto della think tank indipendente sul clima Ecco[1] : dei 18 miliardi generati dal meccanismo “chi inquina paga” della UE, solo il 9% (1,6 miliardi) sono andati effettivamente a sostenere le politiche climatiche. Eppure, le energie rinnovabili hanno già superato i combustibili fossili nella produzione di energia elettrica dell’UE, e forse questo è il vero problema delle compagnie Oil & Gas e di coloro che vogliono favorire la produzione di energia elettrica con le centrali termoelettriche per così minare tutto il meccanismo ETS.  Eppure, i vantaggi per le aziende e i cittadini europei sarebbero enormi: con il risparmio energetico, le energie rinnovabili, l’elettrificazione, gli accumuli e le reti, l’Europa potrà sempre più fare affidamento su abbondanti energie rinnovabili di produzione interna. Le rinnovabili sono l’unica strada affinché l’Europa possa diventare indipendente e immune da shock esterni provocati da crisi e guerre, spesso causata dalla stessa corsa scriteriata ai combustibili fossili e al nucleare, pericoloso, estremamente costoso e comunque con tempi lunghissimi”. Nell’immediato, le associazioni ambientaliste e sociali propongono di ridurre le imposte sull’elettricità e riformare il sistema per fornire davvero sollievo alle famiglie e alle imprese in tutta Europa. Secondo le ONG, anche la spinta alla deregolamentazione che sta attualmente monopolizzando il dibattito politico europeo si basa su una falsa narrativa creata ad arte: l’applicazione della legislazione ambientale esistente genererebbe un risparmio economico annuo di 180 miliardi di euro, mentre il costo dell’inazione climatica potrebbe raggiungere i 5,6 trilioni di euro in Europa nei prossimi 30 anni. Per le ONG ambientali e sociali occorre garantire che la “semplificazione” normativa non indebolisca le protezioni ambientali, climatiche o sociali. Il vero ostacolo alla competitività non sono regole chiare e rigorose, ma l’inerzia politica dei governi e delle istituzioni europee che procedono troppo lentamente nell’attuazione degli accordi esistenti. Occorre anche riorientare l’agenda della competitività verso investimenti su larga scala nella transizione verde, con nuovi strumenti di finanziamento pubblico a livello UE. Essenziale, anche per la sicurezza energetica, accelerare l’uscita dell’Europa dai combustibili fossili. L’elettrificazione basata sulle energie rinnovabili, l’efficienza, la gestione della domanda e l’integrazione della rete sono le uniche vie credibili verso la sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi. Ciò deve andare di pari passo con la stabilità normativa e delle regole di mercato, compreso un prezzo del carbonio forte e prevedibile. Occorre infine riconoscere il costo economico dell’inazione sulla vita delle persone, su natura, clima e salute: i 12 miliardi di euro che tutti gli attuali “pacchetti omnibus” sostengono di risparmiare sono irrisori rispetto ai costi dei danni climatici, che graveranno sui bilanci pubblici e su cittadini e imprese. Per le organizzazioni ambientaliste e sociali, il Governo italiano, anziché irresponsabilmente chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere una pericolosa deregolamentazione ambientale, deve tutelare l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, rafforzando politiche climatiche ambiziose, accelerando la transizione energetica e riducendo strutturalmente la dipendenza da gas e petrolio. [1] QUANTI SONO E COME VENGONO USATI I PROVENTI DELL’ETS HTTPS://ECCOCLIMATE.ORG/IT/PROVENTI-ETS-IN-ITALIA-UTILIZZATO-SOLO-IL-9-DELLE-RISORSE/ IN ITALIA – ECCO Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cosa resta dell’università italiana (II): precarizzazione e distorsioni della ricerca
A quindici anni dalla riforma Gelmini, l’università italiana appare più fragile, diseguale e precaria. I tagli e i criteri di finanziamento hanno ampliato le distanze tra atenei e territori. La precarizzazione è diventata la condizione normale del lavoro accademico. La valutazione ha aumentato la produttività, ma anche le distorsioni nei comportamenti scientifici. Dietro i numeri, prende forma un “falso miracolo” che mette in discussione la qualità stessa della ricerca. (Pubblichiamo la seconda parte l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Per leggere la prima parte si può cliccare qui. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Compressione selettiva e cumulativa. L’espressione, coniata da Gianfranco Viesti (2016), descrive sinteticamente gli effetti delle politiche di finanziamento dell’università a partire dal 2008. Secondo Viesti, queste politiche hanno comportato una riduzione complessiva dei fondi destinati all’istruzione superiore. La Figura 1 ricostruisce l’andamento del FFO a prezzi correnti e a prezzi costanti dal 2000 al 2024. A prezzi costanti, solo nel 2021 il FFO è tornato al livello dell’anno immediatamente precedente la riforma Gelmini, per poi tornare a contrarsi negli anni successivi. Contestualmente, la quota premiale è aumentata dal 7% nel 2009 al 30% nel 2021, facendo sì che una porzione sempre più ampia delle risorse disponibili fosse distribuita su base competitiva. “Compressione selettiva” indica che i tagli si sono concentrati su specifiche sedi e aree geografiche, in particolare nel Mezzogiorno. “Cumulativa” indica che gli effetti di queste riduzioni si sono amplificati nel tempo, creando un divario crescente tra atenei. Questo processo ha portato a una segmentazione del sistema universitario nazionale, con la creazione di università di “serie A” e di “serie B”, influenzando negativamente la mobilità sociale e lo sviluppo delle aree più svantaggiate del paese. In modo paradossale, la retorica sui finanziamenti legati al merito della ricerca come “fotografato” dalla VQR, si scontra però con i dati FFO, che mostrano che la quota premiale ricevuta da ciascun ateneo è semplicemente proporzionale alla sua dimensione, misurata in termine di personale docente (Baccini, 2017a, 2017b). Cosa ha determinato quindi la compressione selettiva e cumulativa?   Figura 1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane a prezzi correnti e a prezzi costanti. Secondo Viesti, la compressione selettiva e cumulativa del finanziamento è il frutto della combinazione dell’applicazione del criterio del costo standard (Viesti, 2016), del proporzionamento di parte del finanziamento alla contribuzione studentesca (Viesti, 2016), e dei finanziamenti legati ai dipartimenti di eccellenza. In effetti la distribuzione di risorse operata dai dipartimenti di eccellenza è fortemente sperequata tra atenei. È plausibile ritenere che il governo Renzi, come suggerivano da tempo i “Bocconi boys” dal sito de LaVoce.info, abbia introdotto la gara per i dipartimenti di eccellenza proprio per correggere l’anomalia di una quota premiale che non operava una redistribuzione significativa dei fondi tra università. La distribuzione dei fondi per i dipartimenti di eccellenza è legata all’uso di un indicatore (ISPD) calcolato a partire dai risultati della VQR. I problemi di quell’indicatore, fortemente voluto dalla CRUI, furono subito segnalati pubblicamente (Bertoli Barsotti, 2017; Bruno, 2014; Giuseppe De Nicolao, 2014; G. De Nicolao, 2014; De Nicolao, 2017), nell’indifferenza generale dei decisori politici e dell’ANVUR. Un recente articolo ha mostrato che l’indicatore ISPD opera una standardizzazione “anomala” che amplifica differenze non significative tra dipartimenti, con la conseguenza che alcuni che vengono premiati hanno performance identiche a quelle di altri che invece non ottengono nessun premio (Galli & Greco, 2025). Precarizzazione. A partire dalla Legge Gelmini le università italiane sono state sottoposte alla sistematica sostituzione di personale a tempo indeterminato, con personale a tempo determinato (Figura 2). Nel 2010 erano occupati a tempo indeterminato 57.449 professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo indeterminato (RTI) che rappresentavano l’81% del personale docente e ricercatore complessivo. Il restante 19% era rappresentato da 13.109 titolari di assegni di ricerca. La legge Gelmini mise ad esaurimento i ricercatori a tempo indeterminato, sostituendoli con due figure di ricercatori a tempo determinato, cosiddetti di tipo A (RTDA) e di tipo B (RTDB). Da quel momento la forbice tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato si è progressivamente allargata: nel 2020 si contavano 46.245 ordinari/associati/RTI pari al 65% del personale. Gli assegnisti appresentavano il 22% del totale (15.849), gli RTDA il 7% (5.192) e gli RTDB il restante 6% (4.616). Figura 2. Personale di ricerca delle università italiane, totale e a tempo indeterminato (ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato). Nel 2022 il legislatore è intervenuto sul pre-ruolo universitario con la legge 79/2022. La riforma prevede l’abolizione di RTDA, RTDB e assegni di ricerca, che vengono sostituiti dalla figura del RTT (Ricercatore in Tenure Track) e dal contratto di ricerca. In particolare, il contratto di ricerca introduce tutele per il lavoro di ricerca proprie dei contratti di lavoro dipendente, che erano del tutto assenti per gli assegni di ricerca. Poiché entrambe le nuove figure sono più costose delle precedenti e la norma non prevede nessuno stanziamento aggiuntivo di risorse per gli atenei, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno prorogato le figure previgenti. Questa proroga ha permesso di usare i finanziamenti straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per assumere personale con contratti RTDA e soprattutto con assegni di ricerca (Figura 3). Negli anni 2022 e 2023 gli RTDA sono cresciuti del 36%, passando da 6.803 a 9.222. Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca). Per gli assegni di ricerca la crescita abnorme è avvenuta con un anno di ritardo, verosimilmente in seguito all’entrata in esercizio dei PRIN 2022/PNRR: dai 15.891 assegnisti del 2023 si passa a 23.958 nel 2024 (+51%). Al 31 dicembre 2024 gli RTDA rappresentavano l’8% e gli assegnisti il 27% del totale del personale di ricerca degli atenei. Per completare il quadro, c’è da tenere conto che le risorse PNRR sono state usate anche per fare crescere in modo abnorme gli iscritti al dottorato di ricerca, passati dagli 11mila del 2019 agli oltre 17mila del 2023.Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca).Di fatto, mentre il Parlamento scriveva una norma (L. 79/2022) per allineare il contratto di ricerca pre-ruolo ai contratti post-dottorato prevalenti in Europa, i governi Draghi e Meloni con i fondi PNRR si muovevano in direzione contraria, realizzando la più grande assunzione di personale precario nella storia dell’università italiana. Personale destinato nella grandissima parte a essere espulso dal lavoro di ricerca entro il 2027, quando scadranno i contratti RTDA e gli assegni di ricerca attualmente attivi. Valutazione pervasiva. Come anticipato, con la legge Gelmini viene istituito un capillare sistema di valutazione amministrativa della ricerca governato da ANVUR. La valutazione riguarda sia le istituzioni che sono soggette a valutazione massiva con i periodici esercizi VQR, sia i singoli ricercatori con l’istituzione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Entrambi i livelli di valutazione sono agganciati a sistemi di incentivazione che agiscono sia a livello istituzionale che individuale (abilitazione, assunzione, passaggio di carriera). Non esistono studi sistematici sul punto, ma molta evidenza aneddotica documenta che i sistemi di incentivazione che agiscono a livello nazionale si trasmettono per imitazione a livello locale. Questo significa, per esempio, che la distribuzione dei fondi ai dipartimenti all’interno degli atenei avviene con una varietà di meccanismi specifici che tendono a riprodurre la premialità adottata per la distribuzione del FFO alle università. Non sono poche le università che trasferiscono risorse ai dipartimenti sulla base di algoritmi che premiano le stesse pubblicazioni premiate dall’ANVUR nella VQR.In modo analogo, le regole per i concorsi per l’assunzione o i passaggi di carriera tendono a adottare le regole di valutazione vigenti nella ASN, per cui, per esempio, anche a livello locale, vengono attribuiti punteggi diversi ad articoli usciti su riviste che ANVUR ha classificato in Classe A. La pervasività di questo sistema di incentivi nazionali e locali ha prodotto una modificazione profonda del modo in cui si fa ricerca in Italia. Stefano Fantoni, primo presidente di ANVUR, scriveva nel 2015: > A ormai più di quattro anni dalla nascita dell’ANVUR possiamo dire che la > valutazione e il riconoscimento del merito siano entrati a far parte in modo > definitivo e irreversibile delle pianificazioni delle università e delle > organizzazioni di ricerca. Il reclutamento dei giovani nei ruoli accademici e > degli enti di ricerca, gli avanzamenti di carriera, l’identificazione delle > specificità che tengono conto della qualità della ricerca svolta, la > programmazione didattica, il processo di una continua autovalutazione: tutto è > ormai pervaso dalle informazioni e dalle valutazioni che l’ANVUR ha fatto e > sta facendo. […] La battaglia contro il partito de: ‘la valutazione sì, > tuttavia…’, del continuo rimandare per paura di rinnovarsi e riformarsi può > dirsi vinta. Il comparto dell’alta formazione e della ricerca è tra i pochi, > se non addirittura l’unico, che ha intrapreso questo percorso con decisione e > senza manifestazioni di protesta” (Fantoni, 2015). Qualche mese dopo, Andrea Graziosi, neo presidente del consiglio direttivo di ANVUR, in una intervista a Il Sole24ore (9 maggio 2016) sosteneva: > “la valutazione della ricerca è entrata nella vita ordinaria delle università > italiane. Come spesso accade nel nostro paese, l’innovazione arriva in ritardo > rispetto ad altri sistemi nazionale. […] La valutazione può essere > un’operazione di verità che permette all’università di prendere atto dei suoi > pregi e difetti e di evidenziare sacche di malcostume. […] la valutazione > migliora l’università”. Non si contano i contributi di coloro che sostengono che VQR e ASN hanno contribuito a modernizzare i meccanismi di funzionamento dell’accademia italiana, promuovendo la meritocrazia e incrementando significativamente la qualità scientifica della produzione nazionale. Ci limitiamo pertanto alla storia “ufficiale” contenuta nei rapporti biennali sull’università italiana redatti da ANVUR. Nel 2018 il secondo Rapporto Biennale sullo Stato dell’Università Italiana si riconosce che l’Italia spende poco per ricerca, che le entrate delle università italiane sono diminuite, e che tutte le voci di finanziamento si sono ridotte. Questa riduzione non si è accompagnata a una sperequazione territoriale del finanziamento: anzi la quota di risorse destinate al Sud, considerato che al Sud sono diminuiti gli studenti, è addirittura cresciuta grazie alla parte premiale del FFO. Per quanto riguarda la ricerca, “la crescita della produzione scientifica italiana è stata soprattutto nel decennio in corso superiore alla media mondiale”. Il miglioramento non è stato solo quantitativo, ma anche “qualitativo”: > “La posizione dell’Italia della ricerca è oggi, grazie ai miglioramenti > registrati negli ultimi 15 anni, migliore rispetto a quella di grandi paesi > come Francia e Germania”. Addirittura, la produttività scientifica italiana sopravanza quella di Francia e Germania. Gli indicatori citazionali sono in netto miglioramento.Nel rapporto successivo (ANVUR, 2023), arrivato a cinque anni di distanza dal precedente, il miglioramento della ricerca italiana è confermato: > “In termini di produzione scientifica l’Italia mostra nel decennio in corso > una crescita superiore alla media mondiale. Di conseguenza, l’Italia aumenta > la propria quota di produzione mondiale, giungendo fino al 3,9% nella media > del sessennio 2016-2021: tale dato si rivela particolarmente significativo, > dato che nello stesso periodo i Paesi europei più importanti (Francia, > Germania e Regno Unito) mostrano una lieve riduzione della propria quota. […] > L’impatto citazionale medio della produzione scientifica (calcolato come > rapporto tra numero di citazioni e numero di pubblicazioni, normalizzato per > la diversa rilevanza dei settori scientifici) pone la ricerca italiana tra le > migliori d’Europa, sopravanzando Paesi quali la Francia e la Germania e, > guardando al di fuori dell’Europa, anche Stati Uniti e Canada. […] La ricerca > scientifica italiana, in termini di produttività, sopravanza sia quella della > Francia, che quella della Germania, attestandosi sui livelli di Spagna e Regno > Unito, che confermano il loro ruolo al vertice tra i Paesi europei”. Anziché limitarsi a descrivere la crescita della ricerca in Italia come nel precedente Rapporto, ANVUR ha una spiegazione per questi risultati: > “è probabile che una spinta significativa l’abbiano data le regole e le > procedure per l’abilitazione scientifica nazionale al ruolo di professore > universitario”. Quindi, parafrasando Graziosi, la valutazione ha migliorato l’università italiana. Anche fonti internazionali hanno riconosciuto il miglioramento della performance scientifica dell’Italia. Un rapporto commissionato dal governo britannico già nel 2016 esprimeva preoccupazione per la possibilità che il sistema universitario italiano potesse superare quello del Regno Unito in termini di produttività e impatto normalizzato della ricerca (Elsevier, 2017). Questa tendenza è stata confermata dai dati più recenti: nel 2020 l’Italia ha infatti superato paesi storicamente leader nella ricerca come Francia, Canada, Germania e Stati Uniti per impatto citazionale standardizzato, raggiungendo i livelli del Regno Unito (Department for Business, 2022). Alla luce di questi risultati, non sarebbe errato usare l’espressione “il miracolo italiano” della ricerca: in un contesto di contrazione delle risorse pubbliche, l’introduzione di rigorosi meccanismi di valutazione avrebbe innescato un recupero di efficienza che avrebbe a sua volta consentito al sistema universitario italiano di riacquisire un ruolo di primo piano nella geografia scientifica globale. Ma questa storia “ufficiale” è credibile? IL FALSO MIRACOLO ITALIANO. L’adozione capillare e pervasiva di procedure di valutazione amministrativa della ricerca massive (VQR) e individuali (ASN, FFABR etc.) governate da ANVUR ha determinato una modificazione profonda dei comportamenti individuali e collettivi che non è ancora stata studiata in modo sistematico. La crescita della produzione, della produttività e dell’impatto citazionale della ricerca italiana è stata accompagnata dalla adozione di cattive pratiche di pubblicazione e citazione da parte dei ricercatori italiani, al fine di rispondere agli incentivi quantitativi definiti nei processi di valutazione. Le evidenze aneddotiche sono conoscenza comune degli universitari italiani. Alcune di queste evidenze sono anche scritte in articoli pubblicati. Andrea Bonaccorsi, già membro del consiglio direttivo di ANVUR, in un articolo in cui sostiene che i “comportamenti opportunistici [..] rappresentano un fenomeno marginale e limitabile con opportune misure” (Bonaccorsi, 2017), scrive: > “Su questi aspetti [gift-authorship] l’esperienza personale degli ultimi anni > è straordinaria, All’indomani della VQR nel mio Ateneo [Pisa ndr] un direttore > di dipartimento, il cui posizionamento nel settore scientifico era molto > debole, ha scritto ai colleghi di provvedere, in vista della successiva > valutazione, a inserire come co-autori coloro che risultavano inattivi, cioè > con un numero di pubblicazioni inferiori al richiesto. […] all’indomani della > uscita dei criteri per l’Abilitazione Scientifica Nazionale ho visto con i > miei occhi la tabellina di un settore concorsuale nella quale veniva fatta la > lista dei lavori sottomessi [sic] a rivista o già accettati, con una > ripartizione scientifica dei casi nei quali agli autori (tutti giovani) > sarebbe stato chiesto di aggiungere il nome di un altro prima della > pubblicazione finale, il tutto controllato da un ben organizzato gruppo di > professori ordinari” (Bonaccorsi, 2017, pp. 36-37). Il fenomeno più studiato è il cambiamento delle abitudini citazionali, ed in particolare l’uso opportunistico delle autocitazioni. Studi empirici sono stati condotti a livello di singoli settori di ricerca in riferimento sia alle procedure VQR che ASN (Akbaritabar et al., 2021; Scarpa et al., 2018; Seeber et al., 2017; Vercelli et al., 2022). Baccini, De Nicolao e Petrovich (2019) hanno mostrato che la crescita dell’impatto scientifico dell’Italia è dovuta ad un massiccio cambiamento nelle abitudini citazionali nazionali dopo la riforma del 2010. L’ipotesi di partenza del lavoro è la seguente: in Italia avere un elevato numero di citazioni è necessario per superare le soglie ed aspirare ad ottenere l’abilitazione scientifica nazionale. I ricercatori sono portati ad adottare strategie di citazione in grado di accrescere i propri indicatori: il modo più semplice è quello di autocitarsi e magari farsi citare dai propri collaboratori. Baccini e coautori hanno costruito un indice di autoreferenzialità nazionale nella ricerca (inwardness) che misura quanto i vari paesi citano sé stessi nella propria letteratura scientifica. L’indicatore è definito come il rapporto tra il numero totale di autocitazioni di un paese e il numero totale di citazioni ricevute da quello stesso paese. L’indicatore è in grado di tracciare non solo le autocitazioni dei singoli autori, ma anche i club di citazione intra-nazionali, cioè gruppi di autori che si citano mutuamente. Il confronto dell’andamento dell’indicatore nel tempo per l’Italia rispetto agli altri paesi del G10 indica che in Italia, dopo il 2009, l’autoreferenzialità citazionale è cresciuta nella maggior parte dei campi scientifici; una tendenza unica tra i paesi del G10. Nel 2016 l’Italia è diventata – sia a livello complessivo che per la grande maggioranza dei campi di ricerca – il secondo paese con più alta autoreferenzialità citazionale. Solo gli Stati Uniti hanno un’autoreferenzialità strutturalmente più alta, spiegabile però con la leadership scientifica di quel paese.   Figura 4. Andamento dell’indicatore di inwardness nei paesi del G10 (da Baccini et al.  2019). Baccini e coautori considerano due obiezioni fondamentali al loro lavoro. La prima è che il valore dell’indicatore di autoreferenzialità dipende dalle collaborazioni internazionali, cioè dal numero di pubblicazioni scritte da italiani con coautori stranieri. L’aumento dell’autoreferenzialità potrebbe essere dovuto ad un aumento del grado di internazionalizzazione della scienza italiana. I dati mostrano però che l’Italia non cresce molto in collaborazioni internazionali: a fine periodo continua ad essere il paese del G10 con la seconda minore quota di pubblicazioni internazionali. Figura 5. Inwardness e collaborazioni internazionali. La seconda obiezione è che la crescita delle autocitazioni italiane sia dovuta ad un effetto “leadership”: la scienza italiana si autocita di più perché ha guadagnato in questi anni una posizione di preminenza nel panorama scientifico internazionale. Se questo fosse vero la crescita delle autocitazioni sarebbe accompagnata da una crescita delle citazioni provenienti da altri paesi. In realtà, per quanto riguarda le citazioni provenienti da altri paesi, l’Italia passa dalla penultima alla terzultima posizione tra i paesi del G10. Figura 6. L’impatto della produzione scientifica italiana sui paesi del G10. Baccini e Petrovich (2023) hanno rafforzato l’analisi considerando l’evoluzione delle autocitazioni scientifiche a livello nazionale in 50 paesi, utilizzando dati Scopus dal 1996 al 2019. I risultati mostrano che, per la maggior parte dei Paesi, i tassi di autocitazione sono diminuiti nel tempo seguendo andamenti simili. In questo contesto, tuttavia, vi sono alcuni Paesi che presentano un comportamento anomalo, con tendenze all’autocitazione significativamente diverse da quelle della maggior parte dei paesi “standard”. In particolare dodici paesi mostrano un andamento anomalo, con tassi di autocitazione in crescita, tra cui l’Italia. Gli altri paesi con trend anomali includono India, Iran, Pakistan, Cina, Russia, Corea del Sud, Malesia, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Indonesia. Figura 7. I paesi fuori dalla nuvola hanno andamento anomalo delle autocitazioni (Baccini-Petrovich 2023) Questi paesi condividono l’adozione di politiche della ricerca caratterizzate da un tratto comune: l’introduzione di premi diretti o indiretti per le prestazioni bibliometriche degli scienziati. I dati documentano una associazione temporale per tutti i paesi anomali tra i cambiamenti nelle politiche, da un lato, e i cambiamenti nel comportamento autocitazionale della comunità scientifica nazionale. Ciò suggerisce che gli scienziati rispondono effettivamente al nuovo clima di incentivi, modificando, tra le altre cose, le loro abitudini citazionali. La pressione generata da aggressive politiche di incentivazione sembra quindi in grado di influenzare rapidamente e visibilmente il comportamento citazionale di interi Paesi, distorcendo le classifiche globali dei Paesi basate sulle citazioni. Baccini e Petrovich sostengono che il fattore cruciale che influenza questo comportamento anomalo in termini di autocitazioni sia la vicinanza degli incentivi basati sulle citazioni alla carriera e al salario del singolo ricercatore: quanto più gli incentivi influenzano la progressione di carriera e il salario, tanto più è probabile che influenzino il comportamento citazionale. Nei paesi in cui gli indicatori citazionali contribuiscono a complesse formule di finanziamento a livello istituzionale, l’influenza sul comportamento citazionale è più distante dai singoli ricercatori e, di conseguenza, meno significativa. Un’ultima, ma cruciale, area di riflessione riguarda la diffusione di comportamenti che configurano vere e proprie frodi scientifiche. Tra questi rientrano la manipolazione o la fabbricazione di dati e immagini, il plagio, la pubblicazione multipla dello stesso lavoro in sedi diverse e la compravendita dell’autorialità degli articoli. Questi fenomeni siano difficili da osservare direttamente.   Uno degli indicatori indiretti più significativi della loro diffusione è rappresentato dal numero di ritrattazioni di articoli scientifici. Una ritrattazione è un atto formale con cui un editore o gli stessi autori dichiarano pubblicamente che un articolo già pubblicato non avrebbe dovuto essere accettato, e che le informazioni contenute al suo interno non devono essere considerate valide né utilizzate come base per future ricerche. In altre parole, la ritrattazione rappresenta un segnale forte di anomalia nel processo scientifico. Secondo un’analisi comparativa condotta da Marco-Cuenca et al. (2021), l’Italia è, insieme alla Germania, il paese dell’Unione Europea con la più alta incidenza di ritrattazioni scientifiche. Anche i dati raccolti dal database Retraction Watch confermano questa tendenza, evidenziando un netto aumento del numero di articoli ritrattati in Italia a partire dal 2010, proprio in concomitanza con l’adozione su larga scala di meccanismi valutativi basati su indicatori quantitativi. Cabanac et al. (2023) analizzano la distribuzione geografica delle ritrattazioni, combinando dati da Crossref e Dimensions, al fine di identificare contesti a rischio e pattern sistemici. L’analisi mostra che le ritrattazioni non sono distribuite uniformemente tra paesi, ma si concentrano in alcune aree geografiche con intensità diverse. L’Italia emerge come uno dei paesi europei con una densità significativa di articoli ritrattati, sia in termini assoluti che in rapporto alla produzione complessiva. UNA DIAGNOSI SBAGLIATA, UNA CURA DANNOSA La diagnosi sullo stato di salute dell’università italiana, formulata negli anni immediatamente precedenti alla riforma Gelmini, si è rivelata in larga parte fuorviante. I mali dell’università erano reali — carenza cronica di risorse, opacità delle procedure di reclutamento —, ma l’analisi dominante, condivisa trasversalmente da forze politiche e accademiche, ha finito per attribuire la responsabilità principale al supposto basso rendimento del sistema e all’assenza di meccanismi di valutazione meritocratica. La “cura” proposta e adottata con il consenso trasversale di tutte le principali forze politiche, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è stata quella già sperimentata in diversi paesi emergenti con l’obiettivo di migliorare il posizionamento nelle classifiche internazionali: una spinta decisa verso la monetizzazione, diretta o indiretta, delle prestazioni scientifiche, valutate attraverso indicatori quantitativi standardizzati di produttività e impatto. La valutazione è così diventata uno strumento centrale per regolare l’allocazione delle risorse e la distribuzione del potere all’interno del sistema accademico. Tuttavia, questa cura non ha affrontato — né tanto meno risolto — i problemi strutturali dell’università italiana: le risorse continuano a essere scarse e le pratiche di reclutamento, seppur rinnovate nella forma, restano spesso opache nella sostanza. Anzi, la nuova architettura valutativa ha introdotto sintomi inediti: autoreferenzialità crescente, omologazione tematica, e una preoccupante diffusione di comportamenti opportunistici e veri e propri fenomeni patologici, come frodi scientifiche, citazioni incrociate strategiche, e, nelle scienze umane e sociali, controllo sistematico da parte di gruppi di ordinari delle riviste più importanti nelle classifiche ANVUR. Di fatto, la riforma Gelmini, mettendo al centro del sistema la valutazione condotta da ANVUR, ha introdotto un controllo amministrativo e tecnocratico di emanazione governativa sull’università e sulla ricerca italiana. Più precisamente, come scrive Carla Barbati: > “La valutazione viene progressivamente configurata come una sorta di funzione > indivisibile, capace sia di fissare le proprie regole sia di verificane il > rispetto sia di farsi titolo per la definizione della misura, premiale o > sanzionatoria, connessa ai suoi risultati, che perciò sposta […] l’asse di > governo del settore” verso un “nuovo centro”, l’ANVUR che “acquisisce la > capacità conformativa di un’attività che diventa regolazione e insieme > controllo, assistita dalla forza speciale di esprimersi in determinazioni che > l’Autorità di Governo è chiamata a recepire nei propri provvedimenti” > (Barbati, 2019, p. 18). La valutazione ha finito così per ridefinire profondamente la distribuzione del potere all’interno del mondo accademico. Il sistema di valutazione governato da ANVUR ha spostato il potere dai “baroni”, ad una élite accademica scelta dalla politica direttamente, come i membri del consiglio direttivo di ANVUR, o indirettamente, come i membri dei gruppi di valutazione della VQR e delle commissioni per la classificazione delle riviste ai fini della ASN.  Ai cosiddetti “baroni” del periodo pre-Gelmini si sono sostituiti nuovi gruppi dominanti — i “baroni post-Gelmini” — spesso coincidenti, peraltro, con i precedenti. Ma questi nuovi vincitori, oltre a detenere più risorse e più leve di potere, beneficiano ora di una legittimazione formale: l’etichetta di eccellenza certificata dagli esercizi di valutazione dell’ANVUR. Il messaggio implicito è chiaro: chi ha vinto lo ha fatto perché lo meritava. Ai perdenti non resta che attendere il prossimo turno, sperando in un riscatto futuro, o più realisticamente adattarsi, possibilmente in silenzio, a un ruolo subalterno. La riforma Gelmini, attraverso il processo di precarizzazione del personale, ha accentuato la gerarchizzazione interna all’università. Un esercito di dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato si trova in posizione di dipendenza crescente nei confronti del proprio principal investigator. Le carriere si decidono entro compartimenti disciplinari rigidi, dominati dai gruppi già vincenti, che controllano i percorsi di abilitazione nazionale e i concorsi locali. Nei settori cosiddetti bibliometrici, le prospettive di carriera sono legate a una corsa alla pubblicazione e alle citazioni; in quelli non-bibliometrici, alla pubblicazione di articoli in riviste classificate in “fascia A” dall’ANVUR. È in questo contesto che, come abbiamo visto, si sono moltiplicati comportamenti di “gioco strategico” del sistema: doping citazionale, pubblicazioni su riviste cosiddette “predatorie”, auto-citazioni di comodo, e controllo selettivo degli spazi editoriali rilevanti.Tutto ciò sta progressivamente restringendo il campo della ricerca accademica. Temi originali, approcci rischiosi o non immediatamente produttivi, lavori di replica o di verifica di risultati altrui, tendono a essere scoraggiati perché poco compatibili con i parametri valutativi dominanti. Si osserva così una progressiva omologazione delle linee di ricerca, fenomeno già documentato anche nei contesti anglosassoni (Regno Unito e Australia) dove da anni sono in vigore sistemi di valutazione centralizzati. Nel 2010, un incremento delle risorse avrebbe probabilmente avuto effetti positivi sulla quantità e qualità della ricerca e della didattica. Ma oggi, a distanza di anni, non basta più immettere fondi nel sistema. Se non si interviene sui meccanismi profondi che regolano la valutazione e la distribuzione del potere accademico, ogni risorsa aggiuntiva rischia di alimentare proprio quelle distorsioni che minano la salute dell’università italiana. Occorre un’azione radicale: smantellare gli attuali dispositivi di valutazione centralizzata, spezzare il vincolo della precarietà, ridurre la concentrazione di potere nelle mani di pochi, e restituire autonomia e pluralismo al sistema universitario. Senza una riforma profonda, non sarà possibile invertire davvero la rotta. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. 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(Ed.). (2016). Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud. Donzelli.
March 19, 2026
ROARS
La fabbrica dell’insicurezza
Come le politiche sicuritarie producono paura e consenso autoritario Negli ultimi vent’anni la politica italiana ha costruito una delle narrazioni più potenti della storia repubblicana: quella dell’“emergenza sicurezza”. Una narrazione …
Con l’IA la guerra è ancora più orribile
Gli Stati uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale nella loro guerra contro l’Iran. L’esercito afferma che la «varietà» di sistemi di IA in uso è dedicata all’analisi dei dati, impiegati come strumenti e non come agenti. Il capo del Comando Centrale americano, Brad Cooper, afferma che i sistemi di IA assistono le forze armate, consentendo loro di «filtrare enormi quantità di dati in pochi secondi, in modo che i nostri leader possano eliminare distinguere l’essenziale dal superfluo e prendere decisioni più oculate prima ancora che il nemico possa reagire». L’intelligenza artificiale accelera i tempi di individuazione e abbattimento dei bersagli, e di conseguenza anche i tempi di guerra, morte, distruzione e tutto ciò che ne consegue. Cooper insiste sul fatto che la decisione finale spetta agli esseri umani. Quest’affermazione è meno rassicurante di quanto dovrebbe essere. Un recente rapporto rileva che «i bersagli dell’Operazione Epic Fury sono stati identificati con l’ausilio del Maven Smart System della National Geospatial-Intelligence Agency, che integra dati provenienti da sorveglianza e intelligence, tra gli altri, e può presentare le informazioni su un dashboard per supportare i funzionari nel loro processo decisionale». Tuttavia, ci viene detto che gli strumenti di intelligenza artificiale non «creano esplicitamente» obiettivi, ma si limitano a «identificare potenziali punti di interesse per l’intelligence militare». È un po’ come dire che le informazioni non influenzano le decisioni, come se le informazioni fornite a un comandante non avessero nulla a che fare con la scelta del bersaglio di un attacco. Se il bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh in Iran, avvenuto il 28 febbraio, è stato il risultato di uno strumento di intelligenza artificiale che ha «integrato» vecchie informazioni militari nel sistema di gestione di Maven, significa che l’IA ha di fatto influenzato la «decisione finale», apparentemente umana. Certo, la rassicurante affermazione di Cooper secondo cui il personale militare umano è ancora al comando potrebbe anche essere vera. Tuttavia, l’integrazione dell’IA nella matrice dei sistemi di puntamento e l’azione basata sulle sue raccomandazioni equivalgono a un processo decisionale militare guidato dall’IA, per quanto gli esseri umani possano ancora premere il grilletto. QUANDO LA GUERRA ARRIVÒ SUL PICCOLO SCHERMO L’impiego di sistemi di intelligenza artificiale nell’ultima guerra americana potrebbe ricordare ad alcuni la Guerra del Golfo del 1990-91. Quel conflitto forse non verrà ricordato nei libri di storia come un evento di grande rilevanza, ma fu una guerra che seguimmo in diretta televisiva, con gli schermi illuminati di verde e punteggiati da improvvisi bagliori di luce. Fu trasmessa dalla Cnn con copertura 24 ore su 24. All’inizio degli anni Novanta, le nuove tecnologie e i nuovi modi di operare sia in ambito militare che nelle telecomunicazioni segnarono un cambiamento epocale. La guerra si era trasformata in un affare più distante e disumanizzato, sia nella sua esecuzione, con missili da crociera lanciati da centinaia di chilometri di distanza, sia nella sua fruizione, con l’intero evento mostrato al pubblico quasi fosse un filmato di un videogioco. Si aveva la sensazione che non ci fosse più possibilità di tornare indietro e che, qualunque cosa fosse, si trattasse di un viaggio lungo una strada senza possibilità di inversione di marcia. Nel suo libro L’età degli estremi, lo storico Eric Hobsbawm avvertiva che nel ventesimo secolo le moderne tecnologie belliche e i sistemi burocratici che sostenevano i conflitti su larga scala avevano radicalmente cambiato la guerra, rendendo possibile una terrificante guerra totale che prima non avrebbe potuto esistere senza il potere della distanza. Sebbene lo scopo della distanza in guerra sia quello di sfruttare un vantaggio strategico e tattico che equivale, in sostanza, a un riparo – o a una posizione più favorevole – e all’effetto sorpresa, l’effetto finale è la separazione. Se la violenza, persino quella di massa, può essere un’azione a distanza, con l’attore distante dalle conseguenze immediate, viscerali e corporee delle sue azioni, allora la violenza diventa impersonale e irreale, persino virtuale, come un videogioco. Premi il grilletto, inclina la levetta analogica verso l’alto e continua la tua giornata mentre i pixel sullo schermo scompaiono. A casa per cena, giusto in tempo per qualche partita a Call of Duty. IMPERSONALI, COME TERMINATOR Oggi l’intelligenza artificiale in ambito bellico viene utilizzata per analizzare rapidamente le informazioni e assistere gli esseri umani nell’individuazione degli obiettivi. Domani potrebbe essere impiegata in modi che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, o che tendiamo a liquidare come una minaccia secondaria o terziaria, più una fantasia paranoica ispirata a Terminator che un pericolo reale e imminente. La minaccia immediata, in entrambi i casi, rimane la stessa: l’autodisumanizzazione dell’umanità.  Gli strumenti del mestiere sono macchine che usiamo per diventare più bravi a uccidere, sollevati dalla seccatura che ha afflitto chi ha commesso violenza nel corso della storia umana: bisognava essere vicini per farlo, abbastanza vicini da vedere le luci spegnersi. L’intelligenza artificiale non è quindi solo uno strumento di selezione, ma anche uno strumento per creare una distanza, letterale e figurata, tra l’operatore e i dannati.  Se il secolo scorso ci ha portato la capacità di premere un pulsante per sganciare una bomba, questo ci permetterà di premere un pulsante per far sì che sia un computer a dirci dove sganciarla. Non si può essere più lontani dalla distruzione di così.  Il cambiamento è orribile e terrificante in egual misura, ma non si tratta tanto di un nuovo modo di fare le cose, quanto piuttosto del logico passo successivo verso una distruzione completamente digitalizzata e disumanizzata, previsto decenni fa dai più lungimiranti. Hobsbawm individuò nella trasformazione della guerra del ventesimo secolo una «nuova impersonalità» che «aveva trasformato l’uccisione e la mutilazione nella remota conseguenza della pressione di un pulsante o dello spostamento di una leva» e «aveva reso invisibili le sue vittime, come non potevano esserlo le persone sventrate dalle baionette o viste attraverso il mirino delle armi da fuoco». L’intelligenza artificiale non cambia la logica o l’effetto della guerra impersonale, ma piuttosto rafforza la prima e amplifica il secondo. DOTTOR IA STRANAMORE Le conseguenze di un ulteriore livello di distanza saranno terribili in modo inimmaginabile. O forse possiamo immaginarle fin troppo bene. Scrivendo della Seconda guerra mondiale, Hobsbawm sottolinea che, con i bombardieri che volavano sopra le loro teste, coloro che si trovavano sotto «non erano persone destinate a essere bruciate e sventrate, ma bersagli». La natura impersonale della distanza significava che «giovani uomini miti, che certamente non avrebbero voluto affondare una baionetta nel ventre di una ragazza incinta di un villaggio, potevano con molta più facilità sganciare bombe ad alto potenziale esplosivo su Londra o Berlino, o bombe atomiche su Nagasaki». Il fatto che i chatbot basati sull’intelligenza artificiale a scopo commerciale scelgano la guerra nucleare quasi dieci volte su dieci in «situazioni di crisi» fa notizia perché ci chiediamo cosa potrebbe fare un signore dei robot a noi – o per noi – in situazioni estreme, senza un eroe di WarGames che convinca la macchina a desistere. Più vicino a noi, la minaccia immediata e crescente non sono le macchine, ma, come sempre, noi stessi – e ciò che facciamo con le macchine o ciò da cui ci esoneriamo grazie a esse. La distanza che l’intelligenza artificiale interpone tra la mente umana e la decisione di distruggere dovrebbe essere ciò che più di ogni altra cosa ci terrorizza. Potrebbero non esserci limiti agli orrori che ne conseguono. Del resto, la storia dell’umanità è anche la storia dell’uso della tecnologia per autodistruggersi. Oggi siamo maestri in quest’arte, non solo nella spietata efficienza della cancellazione fisica, ma anche nei modi in cui rendiamo più facile dirigere tale distruzione, più facile giustificarla e più facile conviverci prima, durante e dopo che si è verificata. Come avvertiva Hobsbawm a proposito del «breve» secolo che va dal 1914 al 1991: «Le più grandi crudeltà del nostro secolo sono state le crudeltà impersonali delle decisioni a distanza, dei sistemi e delle routine, soprattutto quando potevano essere giustificate come deplorevoli necessità operative». Hobsbawm aveva ragione nell’individuare la crudeltà della strage industriale del secolo breve. La domanda che ci poniamo ora è come si presenterà questa strage quando tale crudeltà sarà ulteriormente intensificata dalla nuova distanza derivante dal processo decisionale mediato dall’intelligenza artificiale. *David Moscrop è uno scrittore e commentatore politico. Conduce il podcast Open to Debate ed è l’autore di Too Dumb For Democracy? Why We Make Bad Political Decisions and How We Can Make Better Ones(Goose Lane Editions, 2019). Questo testo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Con l’IA la guerra è ancora più orribile proviene da Jacobin Italia.
March 19, 2026
Jacobin Italia
Boza: il paradiso dopo l’inferno
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Boza. Città Invisibile I corrispondenti del Giornale delle rotte, avventurieri raccolti dai sud, hanno composto insieme la poesia che segue, per insegnarci il suo significato. Boza: nome di strada, percorso incerto, attraversamento rischioso verso un sogno di vite appese a un filo sottile    Boza:  grido del cuore, di migranti alla ricerca di un domani migliore, ma il percorso è spesso molto lungo.   Boza:  spazio sospeso, di passaggio e di crepe, di vento, di reti e di brecce. Non ha muri, ma passaggi, attese al posto dei luoghi. Sulle mappe, è il punto esatto al confine tra  fragile e solido.  Boza:  suono di rabbia, ostinazione, speranza, fiducia e Insh’Allah mescolati a preghiere.  Boza:  tempo di un istante, tempo di un passo in più. E poi tutto diventa visibile a tutti. Poi Boza si dissolve, lasciando dietro di sé una scia di vita che ricomincia. BOZA a cura  di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Boza è un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di chi è in viaggio. Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica, l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il bruciare/bucare la frontiera e arrivare dall’altro lato, inscritto anche nella parola harga (si veda Harraga) – ma anche al tentativo ripetuto, a volte riuscito a volte fallimentare, di passare, di andare oltre. Il suono, il suo grido, lasciano emergere da un lato un sapore di celebrazione, dall’altro un invito performativo, un’esortazione ad avere coraggio e agire che è anche il riconoscimento della caparbietà e dell’insistenza, doti necessarie per chi viaggia senza i giusti documenti. Dal termine deriva anche un sostantivo che agglutina coloro che si iscrivono in quella pratica, e in un certo ethos: i bozayeur. In questa parola, quindi, la dimensione etica rinvia da un lato all’autoattribuzione del coraggio necessario alla vita (senza coraggio si sopravvive e basta, si resta inermi, si ferma il viaggio della vita), e dall’altro all’autoattribuzione di gloria per avere sconfitto coloro che impediscono la vita e la sua riuscita.  Il grido dalle reti di Ceuta e Melilla, e dai passaggi in mare verso le isole Canarie e lo stretto di Gibilterra, si è presto diffuso grazie al passaparola e ai social media lungo tutta la sponda sud della Fortezza Europa (in Algeria, Libia, Tunisia) ed è strettamente correlato ai tentativi della diaspora black di superare la frontiera. In tale senso è una parola propria del Mediterraneo nero (si veda Black). Nella circolazione vorticosa della parola, l’origine linguistica si è persa fra gli stessi parlanti e il termine è divenuto una specie di esperanto fra gli aventurier, gli harraga, i soldats di molte e diverse nazionalità.  Infine, più in generale, il termine costituisce un grido di orgoglio e resistenza rispetto al piano delle discriminazioni subite lungo le rotte e nei paesi di transito, una rivendicazione di libertà e diritto al movimento.  ESEMPI DAL CAMPO Quando a bordo di Nadir soccorriamo una barca nelle acque internazionali circostanti Lampedusa, c’è un momento di celebrazione ed euforia: le persone cantano, si filmano, battono le mani. Amen, boza, Lampedusa è il jingle lanciato dalle donne e seguito da tutti.  Estratto dai diari di campo, aprile 2023  Boza è un grido di gioia, una vittoria, una riuscita. Da tanto tempo. Io l’ho sentito per la prima volta in Marocco dieci anni fa quando ho iniziato l’avventura… Questo grido di gioia. Ma non è facile fare boza. Vuole dire ho vinto, ci sono riuscito. Quando riesci in qualcosa che non è facile e ti genera gioia, gridi boza. Non so da dove viene, forse è spagnolo. Dal Marocco poi a forza di sentirlo nei video di chi arrivava, si è diffuso ovunque… Tunisia e anche Libia.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in libia  Boza è un termine che utilizzano i subsahariani. È un po’ come dire goal! Il pallone è entrato. Vuole dire siamo entrati in Europa, goal! Il goal dei migranti, senza soldi e senza visti. Liberi. E quando diciamo boza free, significa che ha funzionato, che il goal all’Europa lo abbiamo fatto veramente. È un termine di noi migranti! Lo diciamo anche per dissimulare la cosa, per non farci capire di fronte a chi non deve sapere… Oggi provo a fare boza.  Intervista con William, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in Tunisia   Boza è un segno di vittoria contro la violenza dei maghrebini su noi neri, una resistenza contro il regime tunisino e il suo razzismo. Ti racconto… Quando nel villaggio dove organizzavamo la partenza, vicino a Sfax, è venuta la polizia a distruggere il nostro accampamento durante il Ramadan, abbiamo cantato in massa boza ramadan!!  Centinaia di persone lo gridavano per sottolineare la vergogna dell’uso della violenza contro di noi, persino durante il mese sacro.  Intervista con Moussa, corrispondente del giornale delle rotte, ora in Tunisia
Herrenknecht: dalla Germania alla Val di Susa, passando per l’occupazione israeliana
L’11 marzo 2026, nello stabilimento Herrenknecht in Germania, è stata “consegnata” la prima delle due gigantesche talpe destinate al lato italiano del tunnel di base del Moncenisio. Da Notav.info Una macchina lunga più di duecento metri, capace di scavare montagne come un grissino nel tonno Rio Mare, pronta a trasformare le Alpi in corridoi di cemento armato (ne sentivamo il bisogno). Nei prossimi mesi sarà trasferita via autostrada a Chiomonte attraverso 150 convogli eccezionali, rimontata e pronta a scavare ad inizio 2027 (aspettiamo ancora un attimo a dirlo), sia la seconda discenderia che poi la galleria sud che sbucherà a San Giuliano di Susa. Ma chi è la Herrenknecht? E che cosa fa? Dietro a molte delle grandi opere sotterranee del mondo c’è in effetti proprio questo nome. Con sede a Schwanau, nel distretto di Friburgo in Germania, Herrenknecht è leader globale nella tecnologia per lo scavo meccanizzato. La loro specialità sono le TBM ossia Tunnel Boring Machine, macchine che non si limitano a scavare, ma che costruiscono direttamente il rivestimento del tunnel mentre avanzano. Parliamo insomma di vere e proprie fabbriche sotto terra. A immaginarselo, può sembrare quasi fantascienza. Queste frese realizzano metropolitane, ferrovie, autostrade, reti idriche e fognarie, ma anche perforazioni per energia e geotermia, sempre adattate alle condizioni locali. Una fresa di questo calibro costa milioni di euro. Che potrebbero decisamente essere impiegati meglio: quella che è destinata al cantiere della Maddalena ci è costata esattamente 35 milioni di euro, se pensiamo che ne dovremmo pure pagare un’altra, basterebbero per risanare i conti dell’ASL To3, in deficit nel 2025 di 62,7 milioni di euro… ma che fornisce ben altri servizi agli abitanti del territorio! Tra le creazioni della Herrenknecht c’è la cosiddetta macchina “dual mode” destinata a Chiomonte, progettata per adattarsi a condizioni geologiche drasticamente diverse: roccia dura da un lato, terreni soffici e instabili dall’altro. In Italia, la Herrenknecht ha una sede a Gessate (MI) che offre assistenza tecnica e manutenzione, supportando i cantieri italiani dove sono impiegate le TBM, aiutando a installare, collaudare, riparare e ottimizzare le macchine, consulenza per la progettazione delle TBM, collabora con le imprese italiane per adattare le frese alle condizioni geologiche locali, e supporto commerciale ovvero coordina contratti, ordini e vendite sul territorio italiano. Insomma, nulla di stupefacente, tranne la narrazione che ne viene fatta. Sembra, come sempre, tutto bello, lindo e pulito… se non si scava un po’ più a fondo (perdonate il gioco di parole). Come già ci dimostra ogni giorno TELT, anche per la Herrenknecht l’etica non sembra essere un valore alla base del propri affari. Dietro la magnificenza tecnica che ci viene narrata, c’è qualcosa tenuto ben sepolto. Who Profits – The Israeli Occupation Industry ( Who Profits ), ovvero un database che monitora l’impiego di aziende internazionali in progetti legati all’occupazione israeliana nei Territori Palestinesi, ha documentato l’uso delle TBM di Herrenknecht in opere che non sono semplici infrastrutture civili, ma che hanno anche scopi militari. Alcune macchine sono state utilizzate per scavare un bypass idrico nel villaggio di Bardala, collegato alla rete della compagnia israeliana Mekorot, contribuendo a sostenere gli insediamenti israeliani nei territori occupati e a controllare le risorse idriche palestinesi. Altre TBM sono state messe in azione nella costruzione della linea ferroviaria veloce Tel Aviv–Gerusalemme, opera che rafforza insediamenti e connessioni strategiche nei territori occupati. Le TBM della Herrenknecht sono state realizzate su misura per lo specifico tipo di terreno in cui si trovano le gallerie, pertanto l’azienda è ben consapevole che le sue macchine vengono utilizzate per l’estrazione mineraria nei territori palestinesi occupati. Al termine dei lavori, le macchine possono essere rivendute a Herrenknecht, che le ristruttura e le rivende ad altri progetti su larga scala. Insomma, per farla breve e senza pochi fronzoli, potremmo avere prima o poi anche in Val di Susa una macchina, o delle parti, che hanno contribuito all’occupazione israeliana in Palestina. Macchine civili, ma con scopi di sostenere le occupazioni militari, che diventano strumenti di pressione sui territori che alterano la vita delle comunità, rafforzando interessi che calpestano diritti. Fino addirittura a sostenere l’apartheid. Sembra un po’ la storia del progetto TAV in Val di Susa, prima adibito solo a merci e persone, poi inserito nell importantissimo progetto del Corridoio Mediterraneo TEN-T (Trans-European Transport Network), che guarda caso da opera identificata solo come ad uso civile, è poi stata riconosciuta come dual-use, cioè di supporto anche alla logistica militare e al trasporto di armi. Tutto insomma gira intorno al profitto, e sì, il denaro la fa da padrone. Eppure per noi rimane anche una questione di scelte, di chi decide dove, come e perché usare una macchina così potente; e pure sulla pelle di chi. La TBM può essere spettacolare (se hai questo tipo di fascinazioni) e agghiacciante insieme. Quello che rappresenta è una devastazione ambientale scientifica e organizzata nei minimi dettagli. Un monumento alle grandi opere inutili, alla mercificazione del territorio. E, alla luce dei fatti, figlia di un’azienda che è complice di un genocidio in atto. Tornando alla Torino-Lione, Herrenknecht è il volto industriale più avanzato del progetto: capace di costruire giganti che violano le montagne, ma coscientemente incapace di vedere che cosa c’è al di là del profitto. La grande TBM forse stupirà tecnicamente, sicuramente aspettiamo con ansia che la battezzino con un nome all’altezza delle colleghe Federica e Viviana che operano in Francia. Noi proponiamo ATTILA: A come atrocità, doppia T come terremoto e tragedia, ecc (cit.). Tornando seri, ma chi paga per tutto questo? Noi, i territori, le comunità che li abitano. Ogni metro scavato sarà una ferita che non si potrà rimarginare. Ogni euro speso, sarà rubato a chi ne ha davvero bisogno e a tutto ciò che fa davvero gli interessi della comunità. Le montagne non sono fatte per il cemento e l’acciaio e certe cose che sono là dentro, devono rimanerci, come l’amianto, per dirne una. E risulta assurdo doverlo ricordare ogni qualvolta. Ed è per questo che mentre loro progettano la prossima TBM, noi dobbiamo prepararci a continuare a resistere: evitare che la nostra valle venga ancora una volta violata, a denunciare gli sporchi interessi di queste aziende che tutto pensano di poter fare e di poter avere, fermare le macchine. La TBM potrà pure essere progettata per essere inarrestabile, ma anche noi abbiamo dimostrato che anche la lotta può esserlo.
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