[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
La Russia ha lanciato “Rassvet”: l’alternativa sovrana ai satelliti Starlink
La Russia ha recentemente lanciato Rassvet (“Alba”), il suo sistema satellitare sovrano a bassa orbita che intende sostituire la rete Starlink del magnate statunitense Elon Musk. Il progetto russo si è reso ancora più necessario dopo che Space X, l’azienda del multimiliardario americano, ha deciso di escludere Mosca dalla sua infrastruttura satellitare, mentre parallelamente supporta l’Ucraina sul campo di battaglia coordinando artiglieria, droni e comunicazioni di prima linea. La risposta del Cremlino non si è fatta attendere: lo scorso marzo la società russa Bureau 1440 ha lanciato in orbita i primi sedici satelliti della sua nuova costellazione che, entro il 2030, punta a contare almeno 300 satelliti. La funzione della nuova infrastruttura sovrana del gigante eurasiatico non è solo civile – fornire Internet a banda larga – ma anche militare: il presidente russo Vladimir Putin ha definito la nuova infrastruttura un «grande evento». Dal punto di vista tecnico, come spiega un’analisi di Weapons & Strategy, «come Starlink, Rassvet-3 (che si trova in un’orbita un po’ più alta) utilizza le bande Ka e Ku, supporta le comunicazioni laser inter-satellitari (con velocità di trasmissione dati dimostrate fino a 10 Gbit/s nei test) e supporta lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network) per la connettività diretta satellitare-cellulare». Rassvet fornisce inoltre «relay di dati militari crittografati, collegamenti di comando e controllo per droni e backhaul sicuro, colmando il vuoto operativo lasciato dopo che l’accesso russo a Starlink è stato bloccato». Dopo gli iniziali sedici satelliti lanciati a marzo, Mosca ha lanciato una seconda serie a luglio e, secondo fonti ucraine, avrebbe a disposizione già circa 40 satelliti in orbita. Nulla di paragonabile a Starlink che ne conta già migliaia (circa 10.800). Tuttavia, ciò è bastato a mettere in agitazione le forze ucraine: il vice capo dell’intelligence militare ucraina, il generale di divisione Vadym Skibitskiy, ha infatti avvertito che il nuovo sistema può rendere l’Ucraina vulnerabile a un maggior numero di attacchi e che i russi «hanno iniziato a lanciarlo [il sistema satellitare, ndr.] molto più velocemente di quanto previsto inizialmente». Un’altra differenza tra i due sistemi, oltre quella quantitativa, riguarda la configurazione orbitale: mentre Starlink è progettato per garantire una copertura soprattutto alle aree più densamente popolate (per questo il numero di satelliti alle alte latitudini è ridotto), i satelliti di Rassvet sorvolano il territorio da nord a sud coprendo l’intera Russia, compresa la Crimea e le zone polari. Il che lascia presumere che l’infrastruttura sia pensata per servire clienti istituzionali e aziendali in regioni remote o comunque difficilmente accessibili. Al contrario, l’infrastruttura satellitare di Musk ha puntato fin da subito alla commercializzazione per il grande pubblico. Il progetto Rassvet – sviluppato dall’azienda tecnologica privata russa Bureau 1440 – si inserisce in un più ampio programma spaziale governativo chiamato Sfera che rappresenta una priorità strategica fondamentale per Mosca. Dal punto di vista dei finanziamenti, l’infrastruttura satellitare russa combina investimenti del settore pubblico e privato, una soluzione che Mosca ha deciso di adottare per sostenere programmi di difesa ad alta priorità: il governo federale russo ha stanziato 102,8-116 miliardi di rubli (1,26-1,3 miliardi di dollari) tramite la roadmap nazionale “Data Economy”. Dal punto di vista del settore privato, invece, Bureau 1440 è una filiale del gruppo tecnologico Yadro, a sua volta filiale di punta e principale fonte di reddito di IKS Holding. Quest’ultima finanzia il progetto con circa 329 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari USA) del budget totale con capitale proprio, ricavi della società madre e linee di credito private. Il rapido incremento di Rassvet viene giudicato particolarmente importante ai fini dei combattimenti sul campo in Ucraina: le forze russe, infatti, hanno usato la rete Starlink fino allo scorso febbraio, quando Musk lo ha disattivato costringendo la Russia ad accelerare un progetto già in fase di sviluppo simile a quello del miliardario statunitense. Le forze ucraine in prima linea sfruttano molto Starlink, specie per quanto riguarda il comando, il controllo, le comunicazioni, l’informatica, l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. La rete di Musk consente anche lo streaming video in diretta da droni da ricognizione e d’attacco, la regolazione del tiro in tempo reale per l’artiglieria e i sistemi missilistici e il coordinamento crittografato tra i comandanti delle unità e le truppe nelle trincee. La partita si gioca, dunque, anche sul piano tecnologico, fondamentale per garantire un vantaggio strategico sul campo di battaglia. A tal fine, oltre a Rassvet, Mosca sta introducendo un nuovo sistema di disturbo dedicato al blocco di Starlink, chiamato Volna (“Onda”) Kupol (“Cupola”) Garant, dotato di un disturbatore di segnale satellitare uplink montato su rimorchio, specificamente progettato per disabilitare i ricevitori Starlink in volo sopraelevato. Per quanto riguarda la nuova rete satellitare, invece, il Cremlino conta di arrivare a 292 satelliti in orbita bassa in grado di sorvolare regolarmente l’Europa dell’Est entro il 2027, per poi salire a 924 entro il 2035. Il progetto rappresenta un tassello fondamentale per irrobustire e consolidare la sovranità russa in ambito tecnologico-militare e si estende ben oltre l’attuale guerra in Ucraina. Mosca punta, infatti, a costruire un’infrastruttura digitale sempre più autonoma da quella occidentale. The post La Russia ha lanciato “Rassvet”: l’alternativa sovrana ai satelliti Starlink appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 14, 2026
L'INDIPENDENTE
“I coloni ci hanno sparato addosso!” La denuncia dei Combatants for Peace dopo una spedizione nei territori occupati
Questa mattina i nostri attivisti palestinesi e israeliani si sono recati a Beit Sahour, a est di Betlemme, per stare al fianco dei residenti locali. Come siamo arrivati, ci siamo divisi in gruppi per ripulire l’area e piantare alberi. Insieme, abbiamo sostituito i simboli israeliani ed ebraici apposti dai coloni su questi terreni privati palestinesi con bandiere di solidarietà, collaborazione e speranza. Quasi subito sono arrivati dei coloni armati che hanno iniziato a sparare verso di noi e verso la casa che cercavamo di proteggere. L’esercito israeliano è intervenuto rapidamente, ma non per fermare i coloni: ci ha circondati  con le jeep, impedendoci di allontanarci dalla zona da cui i coloni stavano sparando. Abbiamo formato un cerchio e abbiamo iniziato a muoverci lentamente verso i nostri veicoli. I coloni hanno preso i manifesti e le bandiere che avevamo con noi e, mentre lasciavamo la zona, hanno issato una grande bandiera israeliana sulla casa. Ora siamo in salvo a casa, ma è stata un’esperienza terrificante per tutti, compresa la nostra co-direttrice palestinese, Rana Salman. Avevamo deciso di recarci a Beit Sahour per un intervento di emergenza su richiesta degli stessi abitanti, dopo che alcuni coloni provenienti dal vicino avamposto di Yatziv avevano ripetutamente impedito l’accesso ai loro terreni, oltre a “decorare” con simboli israeliani le loro proprietà. Questa mattina, i proprietari volevano appunto tornare sui loro terreni e ci avevano chiesto di affiancarli, insieme ad alcuni rappresentanti del Comune di Beit Sahour e del clero cristiano. Da Qusra a Beit Sahour, il terrorismo dei coloni armati sta rendendo sempre più pericolosa la vita delle comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Troppo spesso, tale violenza si verifica sotto la protezione dell’esercito israeliano, mentre i palestinesi non hanno nessuno a cui rivolgersi per ottenere protezione. Non resteremo a guardare e non permetteremo che milizie armate decidano se i palestinesi possano rimanere sulla loro terra. Nonostante le minacce, continueremo a essere presenti, a garantire ai palestinesi un accesso sicuro alle loro terre e a sostenere la loro resilienza attraverso l’azione collettiva.       Combatants for Peace
August 14, 2026
Pressenza
L’attivista tedesca Paula Maier racconta lo stupro subito in detenzione
L’attivista tedesca Paula Maier, giunta in Turchia in segno di solidarietà con il Rojava e che afferma di essere stata violentata durante la detenzione, ha dichiarato che la violenza sessuale è inseparabile dalle strutture politiche aggtati alla stazione di polizia dell’aeroporto, dove sono stati sottoposti a lunghe torture. Il 30 gennaio sono stati imbarcati su voli separati diretti verso diverse città tedesche. Paula Maier, una delle 16 giovani internazionaliste, ha affermato di essere stata violentata mentre era in prigione a Istanbul. “Durante il mio isolamento sono stata vittima di violenza sessuale, compreso lo stupro”, ha dichiarato. L’attivista tedesca Paula Maier ha parlato con l’agenzia Mezopotamya Agency (MA) della sua esperienza durante quel periodo. Paula Maier, socialista e internazionalista tedesca, nonché membro della Federazione delle Organizzazioni di lotta di classe (Föderation Klassenkämpferischer Organisationen – FKO), ha dichiarato: “Sono politicamente attiva nella solidarietà con i movimenti rivoluzionari ed emancipatori, in particolare con la rivoluzione delle donne nel Rojava e la lotta per la libertà curda. Per me, internazionalismo significa comprendere che la lotta per la libertà, i diritti dei lavoratori e la liberazione delle donne non si limita ai confini nazionali. Ciò che accade nel Kurdistan e in Turchia è connesso anche agli sviluppi politici in Germania, soprattutto perché la Germania è profondamente coinvolta attraverso le esportazioni di armi, gli accordi politici e i suoi più ampi interessi imperialisti. Mi considero una persona che cerca di portare queste lotte e le voci di coloro che ne sono colpiti nel dibattito pubblico in Germania” Volevamo far luce sulla rivoluzione femminile del Rojava Spiegando i motivi del loro viaggio in Turchia, Paula Maier ha continuato: “Il nostro obiettivo era documentare la situazione politica, comprendere cosa stesse accadendo sul campo e riferire alla gente in Germania. Volevamo anche far luce sugli sviluppi nel Rojava e sulla prospettiva della rivoluzione femminile in quella regione. La Rivoluzione del Rojava, iniziata nel 2012, ha creato una prospettiva politica radicalmente diversa in una regione devastata dalla guerra e dall’autoritarismo. La popolazione ha istituito strutture di autogoverno, consigli, organizzazioni femminili e di autodifesa. Questo progetto è diventato una grande fonte di ispirazione politica perché ha dimostrato che un’altra società è possibile. All’inizio del 2026, la situazione è diventata sempre più pericolosa. Le forze guidate da HTS e dal governo di transizione siriano di al-Shara hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo e il conflitto si è esteso a un attacco più ampio nel nord e nell’est della Siria. Con il supporto turco, l’assedio e gli attacchi hanno minacciato le conquiste del Rojava. Era quindi impossibile per me rimanere semplicemente in Germania a guardare. Sentivo di dover fare ciò che era in mio potere.” Il mio potere: andare lì, capire la situazione, documentarla e riportare le informazioni in Germania. Volevo usare la mia voce per sostenere le persone che lottano per la libertà del Rojava, in particolare le donne che hanno costruito e difeso questa rivoluzione. Sono stata vittima di violenza sessuale, compreso lo stupro  Paula Maier ha dichiarato che, dopo il loro arrivo in Turchia, hanno partecipato a proteste e rilasciato dichiarazioni alla stampa. Ha raccontato: “Abbiamo avuto modo di sperimentare in prima persona la resistenza del popolo curdo. Dopo essere stata arrestata e detenuta dalla polizia turca, ho subito una dura repressione. Durante il mio isolamento, sono stata vittima di violenza sessuale, compreso uno stupro. L’esperienza ha avuto profonde conseguenze per me. Ho provato paura, vergogna, isolamento e un senso di impotenza. Ma la repressione non è stata qualcosa che mi è accaduto come individuo. La comprendo in un contesto politico più ampio. Gli Stati che vogliono impedire a giornalisti, attivisti e internazionalisti di denunciare le loro politiche hanno interesse a creare paura. La repressione, l’intimidazione e la violenza non servono solo a punire gli individui, ma anche a scoraggiare altri dal viaggiare, denunciare e organizzare la solidarietà. È proprio per questo che ho deciso di non rimanere in silenzio. Non voglio raccontare una storia eroica di puro coraggio. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che la repressione potesse spezzarmi. Ci sono stati momenti in cui ho dubitato di poter continuare a essere politicamente attiva. Ciò che mi ha aiutato è stata la solidarietà dei compagni dopo il mio ritorno in Germania. Mi hanno aiutato a rompere l’isolamento e la solitudine che La repressione crea. Ho capito che non sono ciò che mi è successo. Sono ciò che ne faccio. Ciò che è accaduto fa parte della mia storia, ma posso decidere come continuare a scriverla.  La solidarietà femminile rompe il silenzio!  Paula Maier ha dichiarato: “L’esperienza della violenza sessuale è stata estremamente difficile e decidere come reagire è stato un processo lungo. Non voglio ridurre questo processo a una semplice questione legale. Per mesi ho lottato contro la vergogna, la paura e il senso di isolamento. Ci è voluto del tempo prima per fidarmi abbastanza delle mie compagne di parlare di quello che era successo e poi per decidere di renderlo pubblico. La mia decisione di parlare pubblicamente è stata influenzata anche da altre donne che hanno rotto il silenzio sulla violenza sessuale e sulla tortura. Le donne a livello internazionale hanno ripetutamente affermato che la vergogna deve cambiare schieramento. Questo è diventato anche un messaggio politico per me. Rendere pubblica questa esperienza è di per sé una forma di resistenza. Allo stesso tempo, credo che ogni sopravvissuta debba decidere per sé quali passi è in grado e disposta a intraprendere. Per me era importante che questa decisione rimanesse mia.” La mia esperienza non è un caso isolato  Paula Maier ha sottolineato che continuerà a parlare pubblicamente di ciò che ha vissuto e del contesto politico in cui si è verificato. Ha proseguito: “Voglio rendere visibile la repressione contro attivisti e internazionalisti e contribuire alle campagne contro la repressione politica e la tortura a sfondo sessuale nelle carceri. Ma il mio obiettivo va oltre la mia esperienza personale. Voglio collegare la mia esperienza a quella di altre donne e prigioniere politiche. La mia esperienza non è un caso isolato. Le donne rivoluzionarie hanno ripetutamente subito violenza sessuale e tortura come mezzo di repressione. Questo non rende la mia esperienza individuale meno importante. Al contrario: credo che dobbiamo unire le due parti. Dobbiamo comprendere la violenza contro le donne da un punto di vista politico e strutturale, dando al contempo spazio alle esperienze individuali, alle emozioni e al trauma di chi ne è stato colpito”. Continuerò la lotta  Sottolineando la sua intenzione di proseguire la lotta, Paul Maier ha dichiarato: “Voglio continuare a informare i cittadini tedeschi su ciò che sta accadendo in Turchia e nel Kurdistan e sulla responsabilità della Germania stessa. La Germania non è un osservatore neutrale. Le armi tedesche vengono esportate e utilizzate nei conflitti, e la politica estera e gli interessi economici tedeschi sono strettamente legati alla regione. L’internazionalismo impone di opporsi a tutto questo anche in Germania. I lavoratori tedeschi hanno più in comune con i lavoratori curdi e turchi che con politici come Merz o Erdoğan, che promuovono gli interessi politici ed economici che si celano dietro guerre e accordi. Pertanto, la mia risposta è continuare a organizzarmi, informarmi, costruire solidarietà e lottare contro la repressione, per la liberazione dei prigionieri politici, per la liberazione delle donne e per la libertà del Rojava”.  La repressione non fermerà la solidarietà internazionale  Paula Maier ha continuato: “Voglio chiarire che questa non è solo la mia storia. È la storia di molte donne che hanno subito violenza e repressione perché hanno resistito. Non sono un caso isolato e la violenza sessuale non esiste indipendentemente dalle strutture politiche che ci circondano. Può essere usata come arma per intimidire, umiliare e mettere a tacere le donne, in particolare le donne che sono politicamente attive e si rifiutano di sottomettersi. Ma non voglio nemmeno essere definita da ciò che mi è stato fatto. Voglio dire alle altre donne: non siete sole. Non dovete parlare prima di essere pronte e non dovete raccontare la vostra storia in un modo particolare. Ma se e quando deciderete di parlare, ci saranno altre donne che saranno al vostro fianco. E politicamente, voglio dire molto chiaramente: la repressione non fermerà la solidarietà internazionale. Il fatto che gli attivisti siano minacciati, imprigionati o sottoposti a violenza non è un motivo per voltarsi dall’altra parte. È precisamente un motivo per organizzarsi ed essere determinati. La delegazione aveva ragione. La solidarietà internazionale è giusta. E finché la libertà del Kurdistan e le conquiste del Kurdistan saranno Il Rojava è sotto attacco, credo che più persone dovrebbero essere disposte a farsi avanti, a denunciare ciò che vedono e a lottare per queste cause in tutto il mondo.” iungendo: “La repressione non fermerà la solidarietà internazionale”. Un gruppo di 16 giovani internazionalisti tedeschi si era recato a Mêrdîn (Mardin) in segno di solidarietà con la Siria del nord e dell’est, in opposizione agli attacchi di HTS, DAESH e gruppi paramilitari sostenuti dalla Turchia. Il gruppo è stato arrestato il 28 gennaio e ha ricevuto un ordine di espulsione. Il giorno successivo sono stati trasferiti via terra da Mêrdîn a Istanbul. Dopo essere stati imbarcati su un volo all’aeroporto di Istanbul per essere rimpatriati in Germania, sono stati fatti scendere con la forza dall’aereo e por MA / Ömer İbrahimoğlu – Deniz Karabudak L'articolo L’attivista tedesca Paula Maier racconta lo stupro subito in detenzione proviene da Retekurdistan.it.
August 14, 2026
Retekurdistan.it
Ayşegül Doğan: La costituzione degli organi e l’inizio dei lavori saranno chiariti nei prossimi giorni
Valutando gli ultimi sviluppi, la portavoce del partito DEM Ayşegül Doğan ha dichiarato: “Per l’attuazione della legge è previsto un meccanismo di verifica e valutazione, insieme a diversi organismi. La creazione di questi organismi e l’inizio della loro attività saranno chiariti nei prossimi giorni”. La portavoce del partito DEM, Ayşegül Doğan, ha informato i giornalisti sugli ultimi sviluppi successivi alla riunione del Comitato Esecutivo centrale (MYK) del partito, tenutasi ieri presso la sede centrale. Ayşegül Doğan ha affermato che il parlamento ha approvato una legge il cui significato diventerà più chiaro nei prossimi mesi, definendola un provvedimento legislativo importante per il partito.  «Proponiamo di proseguire su questa strada» Sottolineando che la legislazione non risolve tutte le questioni in sospeso, Ayşegül Doğan ha affermato che la legge crea nuove opportunità politiche e giuridiche. Ha proseguito: “Riconoscere l’importanza di questo primo passo non significa trascurare gli aspetti che devono ancora essere affrontati. Al contrario, per noi riconoscere l’importanza di questo primo passo significa dare maggiore enfasi a ciò che resta da completare. Criticarne i difetti non ne diminuisce il valore. Non dobbiamo voltare le spalle a questa legge solo a causa di tali difetti. Non dobbiamo nemmeno respingerla. La legge è stata approvata, aprendo nuove e significative possibilità per affrontare la questione curda e promuovere la democratizzazione della Turchia. Per questo proponiamo di proseguire su questa strada. «Il conflitto non ha reso lo stato più forte» Ayşegül Doğan ha affermato che anni di conflitto non hanno rafforzato lo Stato, aggiungendo: “Se il conflitto avesse rafforzato lo Stato, oggi parleremmo di una democrazia solida e di un’economia forte. Invece, migliaia di persone hanno vissuto nella paura e milioni di famiglie hanno subito perdite. Tutto a causa di politiche incentrate sulla sicurezza. Per questo motivo, ogni passo verso la fine del conflitto è prezioso per noi, nonostante le sue carenze e limitazioni, rimane comunque un passo importante”. «Nuovi organismi da istutuire» Ayşegül Doğan ha dichiarato: “Verranno istituiti nuovi organismi. Non c’è nulla di segreto o nascosto. Ci sono delle lacune, lo sappiamo, e stiamo lavorando per affrontarle. La legge soddisfa tutte le nostre aspettative? No. Ma è realistico aspettarsi che una singola legge soddisfi tutte le nostre aspettative? Non sarebbe realistico neanche questo. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi collettivi affinché la legge soddisfi le nostre aspettative. Stiamo parlando di una legge che incide direttamente sulla vita e sulla libertà di migliaia di persone, una legge che potrebbe aprire la strada alla liberazione di migliaia di persone e consentire a molte altre, anche all’estero, di tornare in patria.” «La legge indica ulteriori provvedimenti legislativi» Un altro gruppo che si oppone alla legge sostiene che i diritti fondamentali vengono ancora una volta rimandati. È vero che i diritti fondamentali non sono contemplati da questa legge. Tuttavia se consideriamo che questa legge è intesa a fornire un quadro giuridico per la transizione dal conflitto alla politica democratica, allora questi diritti fondamentali, le rivendicazioni e le questioni relative alla democratizzazione della Turchia indicano la necessità di ulteriori passi legislativi, come ha affermato lo stesso presidente del parlamento. Lo stesso punto è ribadito nella relazione della Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia. Come sapete, per l’attuazione della legge è previsto un meccanismo di verifica e valutazione insieme a diversi organismi. La creazione di questi organismi e l’inizio dei loro lavori saranno chiariti nei prossimi giorni. Ayşegül Doğan ha dichiarato che il partito anticiperà il congresso precedentemente annunciato, che si sarebbe dovuto tenere dal 20 al 6 settembre. Il congresso si svolgerà presso il Centro culturale Nazım Hikmet di Ankara con la partecipazione di numerosi delegati e segnerà l’inizio di un processo di ristrutturazione all’interno del partito. L'articolo Ayşegül Doğan: La costituzione degli organi e l’inizio dei lavori saranno chiariti nei prossimi giorni proviene da Retekurdistan.it.
August 14, 2026
Retekurdistan.it
La sofferenza mentale e lo stigma sociale in due libri da leggere
.Aristotele e Platone hanno scritto anche di malinconia e mania, attribuendo a questi stati d’animo capacità creative o divine. Oggi molti disagi psichici si possono curare o quantomeno ci puoi convivere. Ho letto due libri molto interessanti, perché parlano in prima persona di due vite da bipolari. Credo che sia importante parlarne senza pregiudizi, in modo da lottare contro lo stigma sociale che affligge la malattia mentale. L’avvocato Fabio Macaluso ha scritto Volevo un te’ al limone, la mia vita da bipolare, editore Marsilio. E la giornalista Alessandra Arachi ha scritto Lunatica, storia di una mente bipolare, edizioni Solferino. Entrambi i libri sono drammatici e intensi con sublimi viaggi interiori e situazioni di suicidio scampato. Li ho letti senza staccarmi un minuto. Ti prendono in un vortice di pensieri e disavventure tra manie e depressione. Tuttavia si può riconoscere un livello di profondità nella sofferenza e un livello di genialità in entrambi gli autori. Per entrambi è stato fondamentale il sostegno di cure adeguate e il sostegno affettivo di amici e parenti. Dove si trova una rete relazionale chiaramente si può uscire dalla depressione senza arrivare al suicidio, che è sempre in agguato, inutile negarlo. Anche colleghi che non stigmatizzano la follia sono fondamentali per ritrovarsi nel lavoro. Due libri a tratti allucinatori, ma non voglio raccontarvi queste due storie terribili e luminose. Per me sono due lavori notevoli e meritevoli. La malattia mentale va interpretata per quello che è: una malattia da cui si può uscire a due condizioni. Non restare soli, una rete affettiva è fondamentale, come anche prendersi cura di sé stessi e trovare uno psichiatra che sia in grado di inquadrare bene la diagnosi e la cura. Non abbiate paura, non bisogna spaventarsi, ma è necessario essere consapevoli che spesso la mente mente, e se restate soli, non vi arrendete e cercate aiuto, perché tante volte “ci vorrebbe un amico” o un familiare, a cui affidarsi e di cui fidarsi. Lo stigma sociale è  un problema che porta all’isolamento e ai pregiudizi. La comunità sociale dovrebbe agire sempre con compassione e coraggio, perché si salverebbero molte persone dal suicidio e dalla solitudine. La sofferenza mentale può aggredire chiunque. In Italia si stima che almeno una persona su 5 abbia avuto o ha problemi psicologici. Il disagio non è una colpa, e non dipende dalla volontà. Spesso si scambia una depressione per pigrizia. Questo atteggiamento isola le persone e rende più difficile il recupero, che è sempre possibile, anche nei casi apparentemente più gravi. Faccio un appello in questi giorni di vacanza a non lasciare sole le persone in difficoltà. Lo stigma sociale può uccidere. Ritroviamo tutti un po’ di compassione e  umana comprensione per coloro che soffrono, senza colpevolizzare nessuno. Ray Man
August 14, 2026
Pressenza
La Sea-Watch 5 salva sei persone gettate in mare dai trafficanti
Sei persone gettate in mare nel mezzo della notte. È quello che fanno i trafficanti, mentre l’Italia li protegge. Fortunatamente l’equipaggio della Sea-Watch 5 le ha raggiunte in tempo e tratte in salvo. Da anni vediamo in mare situazioni del genere e ogni volta le denunciamo alle autorità. Perché l’Italia non sta facendo nulla? Ovunque i confini rimarranno chiusi, ci saranno i trafficanti a mantenere il potere sulle persone che cercano protezione. La politica dei porti chiusi sta di fatto arricchendo i trafficanti. Sea Watch
August 14, 2026
Pressenza
Francia, Corte Costituzionale boccia il divieto dei social ad under 15
Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni, fortemente sostenuto dal presidente Emmanuel Macron. Investiti della questione da deputati socialisti e de La France Insoumise, i giudici hanno giudicato la misura una violazione impropria, non necessaria e sproporzionata della libertà di espressione e comunicazione dei minorenni. Pur riconoscendo la necessità di tutelarne l’interesse superiore, la Corte ha rilevato che il divieto coinvolgerebbe anche piattaforme dai rischi non accertati. Macron ha quindi chiesto al premier Sébastien Lecornu una nuova legge entro la primavera 2027. The post Francia, Corte Costituzionale boccia il divieto dei social ad under 15 appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Colleferro, il boato che riapre la questione sicurezza: la Valle del Sacco non può vivere di economia di guerra
Un boato sordo e prolungato, avvertito anche nei Comuni vicini, ha riportato in primo piano una questione che Colleferro e l’intera Valle del Sacco, nella provincia di Roma, conoscono da tempo: la sicurezza in un’area dove sono presenti lavorazioni industriali ad alto rischio. Lo stabilimento coinvolto è quello della KNDS Ammo Italy — la storica Simmel Difesa — specializzato nella produzione di munizionamento di medio e grosso calibro, componenti e materiali esplosivi destinati al settore della difesa. L’azienda dichiara di esportare i propri prodotti in oltre quaranta Paesi. Secondo le prime ricostruzioni, l’allarme è scattato dopo lo sviluppo di un incendio nell’area di un miscelatore industriale, all’interno del reparto di lavorazione delle polveri. Al rogo è seguita una violenta deflagrazione che ha interessato una parte dello stabilimento. Il dato più importante è che i lavoratori presenti sono riusciti a mettersi in sicurezza e non risultano vittime né feriti. Le procedure di emergenza e la tempestività dell’evacuazione hanno evitato conseguenze ben più gravi. Spetta ora alla magistratura e agli organismi competenti ricostruire con precisione le cause e la dinamica dell’incidente, ma quanto accaduto lascia aperte domande che riguardano la sicurezza, il futuro industriale e il modello di sviluppo della Valle del Sacco. Per la comunità di Colleferro è inevitabile tornare con la memoria all’ottobre del 2007, quando un’esplosione nello stesso complesso industriale provocò la morte dell’operaio Roberto Pignalberi e il ferimento di numerosi lavoratori. A quasi diciannove anni di distanza, un nuovo incidente ricorda una realtà che non può essere aggirata: lavorare polveri da sparo, esplosivi e sostanze detonanti comporta rischi intrinsechi e richiede standard molto elevati di prevenzione, manutenzione e controllo. Nel frattempo l’industria europea degli armamenti è entrata in una fase di forte espansione, sostenuta dall’aumento delle commesse e della spesa militare. KNDS, gruppo franco-tedesco nato dall’integrazione delle attività di Krauss-Maffei Wegmann e Nexter, è uno dei protagonisti di questo processo. È proprio questo scenario a rendere necessaria una verifica: capire se e in quale misura siano cresciuti i carichi produttivi dello stabilimento di Colleferro e se a eventuali aumenti della produzione siano corrisposti maggiori investimenti nella prevenzione, nella manutenzione e nella sicurezza. Questo non significa sostenere che il riarmo abbia provocato l’incidente. Allo stato attuale non ci sono elementi per sostenerlo. Significa porre una domanda molto più concreta: se sono aumentati i ritmi produttivi, sono aumentati nella stessa misura anche controlli, manutenzione e garanzie per chi lavora? È uno degli aspetti che andrebbe accertato insieme allo stato degli impianti e dei macchinari, all’organizzazione dei turni, agli interventi di manutenzione e al rispetto delle procedure previste per lavorazioni ad alto rischio. Ma non basta stabilire che cosa abbia provocato l’esplosione. C’è una questione più grande che riguarda il rapporto tra lavoro e industria militare. Un territorio non può essere messo di fronte alla scelta tra occupazione e sicurezza e la difesa dei posti di lavoro non può diventare l’argomento con cui considerare inevitabile una crescita continua della produzione bellica. Nell’immediato servirebbe una campagna straordinaria di controlli negli stabilimenti ad alto rischio presenti nella Valle del Sacco, coinvolgendo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e gli organismi statali, regionali e territoriali competenti in materia di sicurezza, prevenzione industriale e tutela ambientale. Ma c’è anche una domanda che riguarda il futuro: quale industria vogliamo costruire a Colleferro e nella Valle del Sacco? Serve aprire un confronto che coinvolga governo, Regione Lazio, enti locali, organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori. Sarebbe però illusorio pensare che una scelta di questo tipo possa arrivare spontaneamente dall’alto. Gli attuali orientamenti verso l’aumento della spesa militare e il rafforzamento dell’industria della difesa vanno nella direzione opposta. Una prospettiva di diversificazione e progressiva riconversione produttiva può nascere soltanto se attorno ad essa cresce una spinta dal basso, a partire dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, insieme alle associazioni, ai movimenti e alle comunità della Valle del Sacco. La riconversione deve diventare una vertenza del territorio: non per chiudere gli stabilimenti o sacrificare l’occupazione, ma per rivendicare investimenti pubblici, garanzie per i lavoratori e una politica industriale capace di costruire alternative concrete alla dipendenza dalle commesse militari. Significa difendere il lavoro di oggi e nello stesso tempo creare le condizioni per il lavoro di domani. Colleferro possiede competenze industriali, tecnologiche e professionali che sarebbe assurdo disperdere e che possono essere utilizzate anche in produzioni civili ad alto contenuto tecnologico: transizione energetica, sicurezza delle infrastrutture, mobilità sostenibile, ricerca e tecnologie ambientali. Una trasformazione del genere non avviene dall’oggi al domani. Richiede investimenti pubblici, formazione, ricerca, politica industriale e garanzie occupazionali, ma soprattutto rapporti di forza capaci di portare questa alternativa nell’agenda politica. Senza una domanda organizzata che venga dai lavoratori e dal territorio, il rischio è che la crescente dipendenza dalle commesse militari venga presentata come l’unico futuro possibile. La Valle del Sacco, del resto, porta già sulle proprie spalle una lunga e difficile storia industriale e ambientale. È un territorio alle prese da anni con bonifiche, contaminazioni e necessità di risanamento. Pensare che il suo futuro possa dipendere soprattutto dall’espansione delle produzioni più rischiose significherebbe non fare i conti con quella storia. Quanto accaduto a Colleferro si è concluso fortunatamente senza vittime, ma proprio perché questa volta è andata così, sarebbe sbagliato aspettare il prossimo incidente per tornare a discutere degli stessi problemi. Bisogna fare piena chiarezza sulle cause dell’esplosione, rafforzare i controlli e garantire la sicurezza dei lavoratori, ma bisogna anche affrontare la domanda politica che il boato di Colleferro lascia sul tavolo: vogliamo davvero che il futuro industriale e occupazionale della Valle del Sacco dipenda sempre di più dall’economia di guerra? La sicurezza dei lavoratori, la tutela del territorio e il diritto all’occupazione non sono interessi contrapposti. Una politica industriale degna di questo nome dovrebbe riuscire a tenerli insieme. Giovanni Barbera
August 14, 2026
Pressenza
Richieste d’asilo e pretestuosi rifiuti
Nessuna competenza sulla domanda di asilo da parte di chi sbarca in Italia, in capo allo Stato di bandiera della nave che ha effettuato il salvataggio 1. Le più recenti dichiarazioni del ministro dell’interno Piantedosi e del ministro degli esteri Taiani oscillano tra una proposta di scambio in base alla quale in Germania dovrebbero rimanere tanti dublinati, e non “dublinanti”, quanti sono gli “irregolari” sbarcati in Italia con le Ong tedesche, che in realtà hanno lo status giuridico di naufraghi, e non possono essere assimilati ai cd. clandestini, e la richiesta alla stessa Germania di prendere in carico per l’esame delle domande di asilo quanti sono stati soccorsi in acque internazionali, a nord delle coste libiche, dalle navi umanitarie battenti bandiera tedesca (flag state). Sui canali della propaganda più vicina al governo si arriva a sostenere che le navi con bandiera straniera potrebbero costituire addirittura “territorio” del paese di primo ingresso dei migranti entrati nell’area Schengen, ovviamente se questa bandiera è di Stati membri dell’Unione europea, e dunque la competenza ad esaminare le domande di protezione internazionale spetterebbe a questi Stati, oppure, nelle posizioni più estreme si arriva a sollecitare il ritiro della bandiera di navi che si continua ad asserire svolgerebbero una attività illegale, “trasportando” migranti dalle coste africane in Europa. Si riprende insomma la vecchia teoria dei “taxi del mare” lanciata dal grillino Di Maio nel 2017, magari aggiornata con qualche isolata iniziativa della magistratura penale, che rilancia l’accusa di contatti tra i trafficanti e le organizzazioni del soccorso civile nel Mediterraneo centrale. Accuse che sono state destituite di ogni fondamento in oltre venti procedimenti penali avviati su sollecitazione delle forze di polizia, e dunque del Viminale, e tutti conclusi prima ancora di arrivare a dibattimento. Esemplari i casi Iuventa nel 2017 e Rackete nel 2019. Ma la stessa sorte, con un nulla di fatto, è toccata a tutti gli altri procedimenti penali aperti successivamente. 2. In assenza di una sanzione penale, il Ministero dell’interno, soprattutto dopo il decreto legge 1/2023, poi convertito con legge 15/2023, ha adottato una serie infinita di provvedimenti di fermo amministrativo nei confronti delle navi umanitarie delle odiate ONG, sempre tenute al centro di una vergognosa campagna di stampa, che ha comportato un rallentamento delle attività di soccorso in acque internazionali, mentre gli Stati competenti, in particolare l’Italia, su indicazione ministeriale, e Malta, con poche eccezioni, limitavano i propri interventi di ricerca e salvataggio alle acque territoriali ed alla zona contigua (24 miglia dalla costa). Anche su questo versante “amministrativo” la linea del Viminale è stata sconfitta, con decine di annullamenti o sospensioni delle misure di fermo da parte dei giudici, ed in qualche caso anche con pronunce di risarcimento danni. Secondo quanto comunicato dalle ONG che hanno costituito una flotta civile di soccorso, dall’entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni – quasi tre anni. Dal 2 gennaio 2023, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), più di 6.490 persone sono annegate o sono scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. Purtroppo una decisione della Corte costituzionale nel 2025 (sentenza n.96/2025) con riferimento all’obbligo in capo alle ONG di sottostare in acque internazionali alle indicazioni dell’autorità competente, dunque anche di quella “libica”, ha salvato il Decreto Piantedosi, limitandosi ad affermare il potere dello Stato di infliggere i fermi amministrativi alle navi delle ONG che infrangessero le norme di legge, e legittimando persino la indicazione di porti di sbarco evidentemente “vessatori”, per la loro enorme distanza dal luogo dei soccorsi. Successive decisioni dei giudici hanno tuttavia confermato la correttezza del comportamento dei comandanti delle navi umanitarie, la impossibilità di individuare in Libia porti di sbarco sicuri, la legittimità del passaggio inoffensivo a fini di soccorso attraverso le acque territoriali italiane, e la indisponibilità delle autorità maltesi ad interventi di ricerca e salvataggio in tutta la immensa zona SAR (ricerca e salvataggio) che dalla Seconda guerra mondiale si riconosce a Malta. Sulla base di queste considerazioni è stata affermata la illegittimità dei successivi provvedimenti di fermo amministrativo adottati nei confronti delle ONG. 3. Secondo la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro che aveva annullato un fermo della Humanity 1, gli ordini della Guardia Costiera libica, che vorrebbero imporre alle imbarcazioni civili di soccorso di abbandonare la scena del naufragio e i naufraghi, non possono essere ritenuti legittimi in quanto non rientrano nel coordinamento da parte dell’autorità competente dell’evento di soccorso, bensì in richieste che contrastano “con il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi che trova un limite unicamente nella circostanza che tale attività sia possibile senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri e si possa ragionevolmente aspettare una tale iniziativa”. In tutti questi casi, ed anche alla luce del Decreto Piantedosi del 2023, i Tribunali hanno riconosciuto l’obbligo di sbarco in capo allo Stato italiano, e la competenza delle autorità italiane a ricevere le domande di asilo, senza alcuna discriminazione sulla base del mezzo che procedeva ai soccorsi (navi militari o navi civili) e senza alcun riferimento alla presunta competenza dello Stato di bandiera. Le minacce del Viminale di impugnare queste decisioni sfavorevoli non hanno avuto esito.Tutte queste sentenze, come le decisioni di archiviazione dei giudici penali, negli anni precedenti, hanno qualificato le attività di salvataggio operate dalle ONG in acque internazionali come doverose attività di ricerca e soccorso (SAR), escludendo qualunque definizione di “trasporto di irregolari” o di “clandestini”, su cui la destra ha continuato a pompare la propria propaganda, arrivando a modificare il senso comune diffuso tra la popolazione, bersagliata da messaggi falsificanti rilanciati in diverse occasioni da esponenti di governo. 4. Già a novembre del 2022, nel porto di Catania, il ministro Piantedosi aveva dovuto registrare una cocente sconfitta quando aveva dichiarato che “Le persone che hanno i requisiti possono sbarcare, ci facciamo carico di ciò che presenta problemi di ordine assistenziale e umanitario senza derogare al fatto che gli obblighi di presa in carico competono allo Stato di bandiera”. Già in sede cautelare la decisione di Piantedosi veniva bocciata. Una successiva ordinanza del Tribunale di Catania, del 6 febbraio 2023, confermava l’obbligo del Viminale ad operare lo sbarco di tutti i naufraghi, ai quali veniva consentito di fare richiesta di protezione internazionale in Italia. Il Tribunale richiamava in particolare l’art. 10 ter del Testo Unico immigrazione 286/98, tuttora vigente, secondo cui “Lo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi allestiti nell’ambito delle strutture di cui al decreto-legge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 dicembre 1995, n. 563, e delle strutture di cui all’articolo 9 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142″. La norma distingue chiaramente “l’attraversamento irregolare della frontiera” dalle “operazioni di salvataggio in mare” e obbliga lo Stato italiano a dare accesso alle procedure di protezione internazionale subito dopo lo sbarco. Oggi queste fasi sono disciplinate in dettaglio dai nuovi Regolamenti europei sullo screening in frontiera e sulle procedure di asilo, attuati in Italia con il Decreto legge n.100/2026, recentemente convertito in legge. La più recente giurisprudenza (Cassazione, ordinanza n. 14851/2026), ha inoltre ribadito che deve essere considerato come richiedente asilo chiunque abbia manifestato la volontà di chiedere protezione, anche prima che questa sia stata registrata o formalizzata. Dunque la cd. finzione di non ingresso, introdotta dai più recenti Regolamenti europei, non può operare con effetto preclusivo rispetto alla possibilità di accesso alla procedura, ed alla determinazione dello Stato di primo ingresso come quello competente ad esaminare la domanda. 5. Il legislatore italiano non può operare distinzioni in merito alle condizioni di navigazione delle navi che operano attività di soccorso occasionali e quelle che se ne occupano sistematicamente senza violare le norme in materia di giurisdizione dello Stato di bandiera previste dalle Convenzioni di diritto del mare UNCLOS, SAR e SOLAS. Lo Stato di bandiera rileva solo ai fini del rilascio delle certificazioni di sicurezza ma non assume responsabilità, immediata o successiva, per lo sbarco dei naufraghi a terra. Con la sentenza emanata il 1° agosto 2022 in merito alle cause riunite C-14/21 e C 15/21, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha affermato come, al fine della qualificazione della nave, non rilevino eventuali discrepanze tra l’attività per cui la nave è certificata e quella effettivamente svolta, respingendo dunque una disciplina specifica per le navi che prestano attività di soccorso in modo continuativo, anche sotto il profilo delle competenze dello Stato di bandiera, limitate ai fini del rilascio delle certificazioni di sicurezza ed in via ipotetica al coordinamento delle attività di primo soccorso, ma senza richiamare alcuna responsabilità, immediata o successiva, per lo sbarco dei naufraghi a terra o per la successiva fase procedimentale della valutazione delle richieste di asilo. Dopo aver richiamato l’art. IV della Convenzione SOLAS, la Corte di Lussemburgo conclude che “nel caso in cui il comandante di una nave battente bandiera di uno Stato contraente della convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare abbia dato attuazione all’obbligo di soccorso marittimo di cui al punto 105 della presente sentenza, né lo Stato costiero che sia anch’esso contraente di tale convenzione né, del resto, lo Stato di bandiera possono esercitare i loro rispettivi poteri di controllo del rispetto delle norme di sicurezza in mare […] al fine di verificare se la presenza a bordo di dette persone comporti per la nave in questione una violazione di una qualsiasi disposizione di detta convenzione”. In altri termini, secondo i giudici europei, le operazioni di ricerca e salvataggio, seppure svolte in modo continuativo, non permettono di valutare come “passeggeri” le persone soccorse, che dunque non sono “irregolari”, e si concludono soltanto con lo sbarco in un porto sicuro. Non ha dunque base legale la distizione surrettizia tra “eventi migratori” e “attività di ricerca e salvataggio”, quando le persone si trovano in alto mare, su mezzi inadeguati e senza dotazioni di sicurezza. La tragedia di Cutro, malgrado il procedimento penale in corso, nel quale da parte delle autorità sotto inchiesta si ripropone questa distinzione, evidentemente, non ha insegnato nulla a chi dal governo ritiene ancora oggi che i barconi soccorsi dalle ONG non versino tutti in condizioni di distress, e vadano dunque soccorse con la massima rapidità. Non può avere alcun fondamento neppure la richiesta agli Stati di bandiera di “ritirare” la loro bandiera perché le navi umanitarie svolgono continuativamente attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Le ONG non violano alcuna norma di legge, anzi applicano rigorosamente quanto previsto dal Manuale IMO sui soccorsi in mare (IAMSAR) e dal Piano nazionale SAR approvato dall’Italia, Nessuna norma dei Regolamenti attuativi del Patto UE sulla migrazione e l’asilo prevede un trattamento differenziato per i richiedenti asilo soccorsi da navi delle ONG, meno del 20 per cento del totale delle persone soccorse in alto mare, rispetto agli altri richiedenti asilo soccorsi dalla Guardia costiera, dalla Guardia di finanza o da altre navi militari. Nessuna previsione del Regolamento Frontex (UE) 2014/656 sul controllo delle “frontiere marittime esterne” prevede un trattamento discriminatorio come quello sistematicamente applicato nei confronti delle navi del soccorso civile. A trovarsi fuori legge sono i governi che bloccano con provvedimenti illegittimi le navi umanitarie, non i comandanti e gli equipaggi che salvano vite umane abbandonate in alto mare dagli Stati costieri. 6. Si apprende oggi che la nave Humanity I della ong tedesca Sos Humanity è stata indirizzata verso Ravenna dopo aver soccorso 73 naufraghi, non migranti, nelle acque internazionali tra Malta e Lampedusa, l’arrivo sarebbe previsto per il 18 agosto. Dal ministero dell’interno è stato assegnato un porto lontanissimo dal luogo dei soccorsi, con un trattamento inumano nei confronti delle persone a bordo della nave, già provate da lunghi giorni di abbandono in mare al largo della Libia. Si verifica soprattutto, ancora una volta, una effettiva riduzione delle capacità di salvare vite umane da parte delle ONG, diventate adesso pretesto per l’ennesimo scontro diplomatico con la Germania sull’applicazione delle nuove norme dei Regolamenti attuativi del Patto UE sulla migrazione e l’asilo. Lo sbarco dei naufraghi soccorsi dalle ONG in acque internazionali, ai quali il governo italiano vorrebbe riservare un trattamento differenziato, rispetto a tutte le altre persone sbarcate in autonomia, o soccorse da mezzi militari italiani, la maggior parte, non può impattare in alcun modo sull’applicazione delle norme euro-unionali che stabiliscono la competenza degli Stati membri nella valutazione delle domande di protezione internazionale. 7. Il Regolamento Dublino III (Ue) 2013/604, sostituito adesso dal Regolamento gestione frontiere (Ue) 2024/1351, si applica solo a richiedenti asilo sbarcati in territorio europeo nel paese di primo ingresso, che non può essere considerato quello della bandiera delle navi soccorritrici. Il Regolamento non prevede deroghe in base alla nazionalità delle navi che hanno soccorso naufraghi in mare. Nessuna norma, sotto questo profilo, permette di discriminare le navi delle Ong rispetto a tutte le altre navi civili battenti bandiera straniera. Taiani afferma “Non credo ci sia un problema perché c’è tutta la questione delle navi Ong battenti bandiera tedesca che hanno fatto sbarcare in Italia, quindi credo che da questo punto di vista si trovi un equilibrio – ha spiegato Tajani – non credo ci siano problemi per far rientrare i dublinanti nella Germania”, proponendo di conteggiare i naufraghi sbarcati dalle navi delle ONG nella “compensazione” con i dublinati (da non definire dublinanti) presenti in Germania che Merz vorrebbe inviare in Italia. Di fronte alla ferma reazione tedesca, tuttavia, i toni sembrano smorzarsi. Nella redistribuzione dei “dublinanti” da considerare come “coloro che hanno lasciato il Paese di primo approdo per chiedere asilo in un altro”, ma sarebbe meglio definirli dublinati, perchè soggetto passivo di una procedura di allontanamento forzato, Taiani e Piantedosi chiedono di tenere conto di questa “componente”, invocando una soluzione di “equilibrio”. La posizione del governo italiano, malgrado sembri diventare più morbida nei confronti della Germania di Merz, rispetto allo scontro frontale con la Spagna di Sanchez, dopo i fatti di Ceuta, risulta però, ancora una volta, priva di basi legali, e non potrà che portare ad un ulteriore isolamento dell’Italia in ambito internazionale, se non all’apertura di una procedura di infrazione da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea. Soprattutto se si volesse insistere ancora su una linea di chiusura verso i soccorsi umanitari (ed il rispetto dei Regolamenti europei), con un ennesimo rifiuto di accettare in riammissione richiedenti asilo denegati da altri paesi membri, già transitati dall’Italia, che andrebbero “compensati” con i naufraghi soccorsi in acque internazionali da navi delle ONG battenti bandiera di questi paesi. Fulvio Vassallo Paleologo
August 14, 2026
Pressenza

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