«Perché non muori e basta?»di Nasser Abu Srour,
Tradotto dall’arabo da Luke Leafgren,
Equator, 20 maggio 2026.
Sopravvivere alla tortura e alla brutalità nelle prigioni israeliane
Ragazzo con kefiah, Gaza (1994). Tutte le immagini provengono dalla serie
“Palestine” (1993-95) di Elkoury
Mi sono svegliato con la notizia dell’ultima ora il 7 ottobre 2023. La
televisione nella nostra cella mostrava le immagini degli attacchi di Hamas e
dei combattimenti intorno a Gaza. Abbiamo guardato per un’ora prima che il cavo
venisse tagliato e lo schermo diventasse blu. Quelle sono state le prime e
ultime immagini che ho visto della guerra.
In men che non si dica, le guardie hanno fatto irruzione nel nostro blocco
armate di fucili, cosa che non avevano mai fatto prima: prima di allora, le armi
da fuoco erano tenute fuori dagli edifici della prigione. Ci hanno legato con
forza mani e piedi e poi ci hanno scortati nel cortile. Quando siamo tornati
nelle nostre celle, le abbiamo trovate così vuote che le nostre voci
riecheggiavano. Tutti i nostri effetti personali erano spariti: vestiti e
biancheria da letto, utensili da cucina e prodotti per la pulizia, specchi e
rasoi. I nostri spazzolini da denti erano stati sostituiti con altri più
piccoli, lunghi circa cinque centimetri. Le tende alle finestre erano state
rimosse, esponendoci all’aria fredda e, col tempo, alla pioggia. A ciascuno di
noi erano state lasciate due camicie, una sola coperta e un set di posate di
plastica. Erano state confiscate persino le sedie a rotelle; da quel momento in
poi, i detenuti disabili avrebbero dovuto essere trasportati ovunque.
«Siamo in stato di guerra». L’annuncio ci è stato comunicato dalle autorità
carcerarie israeliane il 7 ottobre. Nel corso di quella prima settimana, il
nostro responsabile di blocco è passato di cella in cella per leggere ad alta
voce il regolamento di guerra.
Furono introdotte nuove restrizioni: ai detenuti era vietato parlare ad alta
voce all’interno delle proprie celle; parlare con i detenuti delle celle vicine;
pregare ad alta voce o in gruppo; avvicinarsi a meno di un metro e mezzo dalla
porta della propria cella. I nostri privilegi interni furono drasticamente
ridotti: il tempo a disposizione nel cortile fu ridotto da sei ore a 10 minuti
al giorno; l’acqua calda fu limitata a 45 minuti al giorno; le visite dei
familiari furono sospese a tempo indeterminato; l’ambulatorio medico e la
biblioteca erano off-limits. Forse l’aspetto più significativo è che la
fornitura di elettricità fu ridotta a sei ore al giorno, secondo un programma a
rotazione. Alcuni giorni era disponibile da mezzogiorno alle 18:00; altri, dalle
18:00 a mezzanotte; alla fine si è optato per l’orario dalle 14:00 alle 20:00.
Per trentuno anni avevo sopportato una routine estenuante, seppur immutabile, in
varie carceri israeliane. Ogni giorno sembrava una ripetizione di quello
precedente, indipendentemente dal luogo in cui mi trovavo. Ora, tutto era
cambiato radicalmente. Non era più possibile prevedere cosa potesse accadere.
Ogni ora portava con sé mille possibilità, tutte negative.
Il nuovo regime poteva essere stato imposto da Itamar Ben-Gvir, il ministro
della sicurezza nazionale. Ma anche le autorità carcerarie agivano di propria
iniziativa. La loro trasformazione era più scioccante – e forse più
determinante.
Prima della guerra, guardie e detenuti avevano convissuto – se non in modo
amichevole, almeno senza ricorrere alla violenza. Questo equilibrio era il
risultato di decenni di mobilitazione. Di fronte alle ripetute proteste e agli
scioperi della fame, il Servizio Penitenziario Israeliano aveva concesso alcune
agevolazioni – visite dei familiari, attività sportive al mattino, corsi a
distanza, una mensa – se non altro per semplificare il proprio lavoro. Si
potrebbe descrivere il nostro accordo come “calma in cambio di calma”. Io stesso
ero in buoni rapporti con alcune guardie.
Tutta quella storia fu dimenticata da un giorno all’altro. Ogni senso di
familiarità tra noi svanì. I nostri carcerieri smisero di rivolgerci la parola,
se non per impartire ordini a voce alta. Le espressioni umane scomparvero dai
loro volti, che divennero freddi e impassibili. Era come se avessero indossato
volti nuovi. Quando chiesi a una guardia, un uomo druso, perché i suoi colleghi
si comportassero in modo strano, mi rispose: «Fate come vi diciamo! D’ora in
poi, non chiederemo più scusa! Basta con la pietà!»
Un tempo le guardie si limitavano a sorvegliare i detenuti e a riferire le
informazioni al caposquadra. Ora invece avevano preso loro stessi l’iniziativa.
Una sera, per punirci perché pregavamo ad alta voce, una guardia ci ha
semplicemente tagliato la corrente nella cella. Per quanto riguarda il
caposquadra, ci era proibito guardarlo e dovevamo tenere la testa bassa durante
le conversazioni. Il direttore del carcere si era trasformato in un dio,
onnipresente eppure invisibile.
Se l’indifferenza era angosciante, la violenza era terrificante. A tre mesi
dall’inizio della guerra, la scritta «guardia» fu strappata dalla parte
anteriore delle uniformi e sostituita con «guerriero» – a grandi lettere. Questa
nuova identità ebbe un effetto immediato; i guerrieri si comportavano come se
fossero stati assegnati a missioni letali in prima linea.
Ci aggredivano per la minima infrazione, reale o immaginaria che fosse. Ci
colpivano ovunque – alla testa, alle gambe, al petto, al viso – e ci aggredivano
con ogni mezzo: bastoni, manganelli, gas lacrimogeni, scariche elettriche,
proiettili di gomma e munizioni vere. A volte irrompevano nelle celle,
picchiavano i detenuti, li legavano con catene – e poi li trascinavano nel
cortile della prigione per picchiarli di nuovo. Spesso erano accompagnati da un
cane enorme che attaccava i detenuti incatenati e lasciava ferite sanguinanti
sui loro corpi (come è successo a me più volte).
Una volta una guardia aprì la grata della mia cella e mi intimò di consegnare la
radio che avevo nascosto. Gli dissi la verità: non avevo nessuna radio. Quando
mi ripeté l’ordine, io ripetei la mia risposta, forse a voce più alta. Mi chiamò
nuovamente alla grata e mi spruzzò dello spray al peperoncino in faccia. Non
c’era alcuna logica che collegasse l’errore alla punizione. Persino i più astuti
tra noi non riuscivano a interpretare queste nuove pratiche. Qualsiasi richiesta
di spiegazioni portava solo a un’ulteriore dose di violenza.
Spezzandoci il corpo, le autorità carcerarie hanno spezzato anche il nostro
spirito. Attraverso il nuovo regime di violenza continua e punizioni arbitrarie,
ci hanno instillato una paura opprimente e paralizzante. Concentrati
esclusivamente sulla nostra sopravvivenza, ci siamo isolati gli uni dagli altri,
un gruppo di individui a pezzi che erano vivi solo dal punto di vista biologico.
Ci hanno inoltre tagliati fuori completamente dal mondo esterno: niente
televisione né giornali. Era come se vivessimo su un’isola remota. Il tempo non
scorreva, ma si accumulava, si addensava, fino a trasformarsi in una massa
pesante che schiacciava i nostri corpi sotto il suo peso.
Sebbene seguissimo a tratti le notizie tramite alcune radio nascoste, non
riuscivamo a cogliere la portata e l’orrore del genocidio. Cominciammo a
comprenderlo solo una mattina, a sei mesi dall’inizio della guerra, quando le
guardie carcerarie di ogni blocco appesero un grande striscione, lungo forse
cinque metri e mezzo, con l’immagine della Striscia di Gaza, bruciata e rasa al
suolo. Sopra l’immagine erano stampate le parole «La Nuova Gaza».
2.
Il carcere di Ofer sorge sul sito di un ex campo militare, a circa mezz’ora di
macchina da Ramallah. I suoi 15 blocchi ospitavano circa 700 detenuti quando è
scoppiata la guerra. Dio solo sa a quanto ammonti quel numero adesso. Gli
arresti di massa sono iniziati quasi immediatamente e non si sono mai
interrotti. All’inizio eravamo in sette in una cella; alla fine siamo diventati
14. Dormivamo a turno sul pavimento.
Uno dei nuovi detenuti era mio cugino, Mohammad Raafat Abu Srour. Mentre
partecipava a una manifestazione civile contro la guerra a Betlemme, è stato
colpito al ginocchio da un soldato dell’IDF. Quella sera, i suoi amici lo hanno
portato in ospedale, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Dopo
essere stato dimesso tre giorni dopo, è tornato a casa. La polizia lo arrestò
quella stessa notte e lo mandò a Ofer, dove finì nel mio blocco. Anche se non
riusciva a reggersi su i due piedi, non gli fornirono le stampelle. Per
settimane saltellò ovunque su un piede solo, avvolto nelle bende. Impotente, lo
guardavo attraversare il corridoio in quel modo.
Mohammad non ha ricevuto praticamente alcuna assistenza medica, nemmeno per il
cambio delle medicazioni. Lo sentivamo spesso gridare aiuto. «Per favore, fate
qualcosa», gridava. «Il dolore è terribile, è insopportabile». Una volta, un
paramedico è entrato nella sua cella e gli ha detto: «Stai zitto. Puoi morire.
Perché non muori e basta?» Altri prigionieri feriti e malati hanno sofferto allo
stesso modo. Le autorità hanno annullato tutti gli interventi chirurgici che
erano stati programmati prima della guerra, anche per coloro che necessitavano
di un intervento d’urgenza. Hanno inoltre negato le medicine a chiunque si
ammalasse di una nuova patologia (anche se, fortunatamente, ho continuato a
ricevere le mie pillole per il colesterolo).
Un detenuto si ammalò a tal punto da non riuscire più a camminare, né tantomeno
ad alzarsi dal letto. Quando le guardie gli intimarono di presentarsi per l’ora
d’aria, i suoi compagni di cella lo trasportarono fuori avvolto in una coperta e
lo adagiarono a terra. Una guardia particolarmente crudele gli ordinò di
camminare, nonostante le suppliche degli altri detenuti. L’uomo riuscì in
qualche modo a rimettersi in piedi, barcollò per un minuto o due, poi crollò a
terra. Morì nel giro di una settimana.
Anche i prigionieri in buona salute si ammalarono ben presto a causa del cibo.
Prima della guerra, avevamo una dieta che si avvicinava a quella equilibrata. Ci
servivano tre pasti al giorno, con proteine (pesce o carne), carboidrati (riso o
pane) e frutta. Non era sufficiente, ma compensavamo la carenza cucinando da
soli sulle piastre elettriche. Ogni mese le nostre famiglie potevano inviarci
fino a 1.200 shekel, che spendevamo in una mensa che vendeva generi alimentari
di prima necessità, cioccolatini e bibite.
Ora la mensa era chiusa e i nostri pasti erano stati ridotti a un livello tale
da impedirci a malapena di morire di fame. Il menù giornaliero era misero e
immutabile: piccole quantità di marmellata e pane a colazione; riso e labneh a
pranzo e a cena. Niente pesce, carne o frutta. Da bere: tè senza zucchero, un
vero anatema per gli arabi.
Ogni cella designava una persona incaricata di dividere la porzione di
marmellata in 14 parti: un compito estremamente stressante. Tredici paia di
occhi erano puntati su di lui, per assicurarsi che non commettesse alcuna
ingiustizia nei confronti di nessuno. Il riso, almeno, veniva distribuito
individualmente, in quantità minime, sufficienti forse a riempire una tazza da
tè di carta. Spesso era sporchissimo. Ho visto detenuti rimuovere gli escrementi
degli uccelli prima di mangiare il resto.
Bird and Boy, Rahat (1994)
La fame divenne parte del mio essere. Non smettevo mai di avere fame. Il mio
peso alla fine scese a 52 chilogrammi; con un pugno si sarebbero potute spezzare
le mie ossa.
Non solo per il mio corpo, ma temevo anche per la mia sanità mentale. Prima
della guerra conducevo una vita culturale molto ricca. A ogni prigioniero era
consentito ricevere due libri al mese dall’esterno. In questo modo avevamo messo
insieme una piccola biblioteca; leggevo sempre: narrativa, storia, filosofia, in
arabo e in inglese. Ho conseguito una laurea in letteratura e un master in
scienze politiche. Avevo persino scritto un intero libro in carcere, registrando
la mia voce con un telefono introdotto di nascosto. Quando fu pubblicato nel
2022, le autorità carcerarie ne furono contrariate, ma non mi punirono.
Da un giorno all’altro, mi è stato portato via tutto. Niente libri da leggere,
niente carta e penna con cui scrivere. Non avendo altro da fare, ho iniziato a
camminare avanti e indietro nello spazio tra i letti della nostra cella. Ho
compiuto questi “giri” per otto ore, a volte dieci, a volte persino dodici. Mi
passava per la mente una variante della battuta di quel film hollywoodiano:
“Cammina, Nasser, cammina!” Alla fine, i miei compagni di cella hanno compreso
il merito di questa pratica e l’hanno adottata a loro volta. Camminavamo a
turni.
Nel nostro blocco c’erano alcune radio in comune: merce di contrabbando molto
ambita. Nei giorni in cui la nostra cella ne aveva una a disposizione, mi
assicuravo di sintonizzarmi sulla trasmissione delle 15:30 di Radio Monte Carlo
Doualiya, una stazione in lingua araba che trasmette dalla Francia, la quale a
quell’ora spesso mandava in onda la voce angelica della cantante libanese Abeer
Nehme. Se l’ascoltavo anche solo per tre o quattro minuti, riuscivo a entrare in
contatto con l’essere umano scomparso che era in me. Erano gli unici minuti
della giornata in cui mi sentivo una persona.
A due anni dall’inizio della guerra, e a 33 anni dalla mia condanna
all’ergastolo, fui improvvisamente rilasciato in occasione dello scambio di
prigionieri dell’ottobre 2025. Avrei dovuto sentirmi euforico, ma invece mi
sentivo intorpidito. Nei primi giorni della mia liberazione, cominciai a
scoprire ciò che era stato fatto a Gaza. Vidi le immagini, comprese quelle di
bambini morti. Sentii voci provenire da sotto le macerie delle case, di persone
senza riparo nel freddo pungente. La portata della distruzione e delle uccisioni
sembrava inconcepibile, eppure quella era la realtà. Seduto in una lussuosa
camera d’albergo al Cairo, circondato da nuovi gadget che non sapevo come
utilizzare, non riuscivo a trovare spiegazioni per lo stato del mondo che mi
circondava e per tutto ciò che era accaduto durante la guerra. Tutto ciò
superava le scene barbariche vissute all’interno delle prigioni e negava ogni
significato alla mia libertà.
Come può una persona essere libera ma in esilio, al di fuori dei confini della
propria patria? Che senso può avere la liberazione nel mezzo di un genocidio?
Dopo ciò che Israele ha fatto a Gaza, cos’è più difficile: la morte o la
sopravvivenza? Queste domande si affiancavano a molte altre. Ho dovuto ritrovare
il mio uso del linguaggio per avere una qualche possibilità di rispondere.
3.
Dopo il mio arresto nel 1993, le condizioni della mia vita non sono cambiate in
modo significativo. Il campo profughi in cui sono cresciuto era povero,
sovraffollato e violento.
Alla mia nascita, nel 1969, ho ereditato da mio padre un patrimonio sia
materiale che spirituale. Il primo consisteva in una minuscola casa situata in
uno spazio geografico angusto, il campo di Ayda, istituito nel 1950 tra
Gerusalemme e Betlemme. Il secondo era la storia della Nakba, quando la sua
famiglia fu espulsa dal proprio villaggio di Bayt Nattif e raggiunse a piedi
nudi il campo, dove avrebbe poi vissuto. Insieme, questi fardelli hanno plasmato
la mia coscienza e affinato il mio carattere, spingendomi a dedicarmi alle
attività politiche. Come molti ragazzi del campo, da adolescente mi sono unito
al Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese (Fatah). A quel tempo ero
ormai abituato alla vista dei soldati dell’occupazione israeliana che
pattugliavano le nostre strade, così come alle loro azioni preferite: arrestare
e uccidere palestinesi e distruggere le nostre case.
I campi profughi erano molto più esposti alla violenza dell’occupazione rispetto
ad altre zone della Cisgiordania e di Gaza. Le politiche coloniali di Israele ci
avevano resi orfani due volte: sia della nostra patria, sia dei greenliners
[quelli entro la Linea Verde, NdT] che erano rimasti nelle città israeliane.
Eravamo pronti a unirci all’Intifada delle Pietre, scoppiata nel 1987. Per i
giovani dei campi profughi, cresciuti conoscendo solo la sconfitta politica, fu
un momento elettrizzante che segnò il nostro ingresso sulla scena politica.
Lanciammo pietre contro i soldati e partecipammo a marce non violente. Israele
rispose chiudendo le università, effettuando arresti di massa, demolendo altre
case e uccidendo altri palestinesi. Molti dei miei amici furono martirizzati
durante l’Intifada. Nel 1993 fui arrestato e dichiarato colpevole dell’omicidio
di un agente dello Shin Bet; gli agenti mi strapparono una confessione con la
forza.
La mia detenzione è iniziata nel carcere di Khalil, noto come «il mattatoio» a
causa dei metodi di tortura praticati dagli agenti dei servizi segreti – metodi
di cui ho avuto esperienza diretta. Durante i quasi due mesi trascorsi
nell’unità di interrogatorio, ho subito ripetutamente violente percosse, sono
stato appeso al muro, incatenato per ore in posizione seduta su uno sgabello
stretto, esposto al freddo estremo fino a perdere conoscenza e minacciato di
stupro. Successivamente, sono stato trasferito da una prigione all’altra e
spesso tenuto in isolamento.
Se al momento del mio arresto le carceri erano relativamente vivibili, ciò è
dovuto esclusivamente alla lunga storia di attivismo dei prigionieri
palestinesi, che risale al 1967. Il carcere era un ambiente estremamente
politicizzato – forse anche più dei territori occupati all’esterno. Al mio
arrivo erano presenti detenuti appartenenti a più di dieci partiti –
nazionalisti, comunisti e islamisti – la stragrande maggioranza dei quali
proveniva da Fatah. Questa diversità di affiliazioni era mescolata negli stessi
blocchi, ma suddivisa in stanze separate. Nonostante i disaccordi ideologici,
tutti collaboravano per opporsi alle autorità carcerarie.
Come molti detenuti, consideravo la detenzione una tappa della lotta. Ho
partecipato a cinque grandi scioperi della fame, a partire dal 1995, quando più
di 1.000 di noi digiunarono per 18 giorni per protestare contro gli Accordi di
Oslo, che non prevedevano una soluzione significativa per i prigionieri. Lo
sciopero più lungo, nel 2017, durò 41 giorni. Ero uno degli organizzatori nella
prigione di Hadarim. Abbiamo chiesto alla Croce Rossa di revocare la sua
decisione di ridurre il finanziamento delle visite dei familiari da due a una
volta al mese – invano.
Forse non abbiamo ottenuto ciò che chiedevamo sul piano politico, ma abbiamo
raggiunto uno stato di dignità e di solidarietà. La nostra solidarietà era la
nostra risorsa più grande – ed è per questo che le autorità l’hanno presa di
mira non appena è iniziata la guerra. Qualsiasi manifestazione di azione
collettiva veniva accolta da un’ondata travolgente di violenza. Se un detenuto
veniva picchiato e i suoi compagni di cella cercavano di intervenire, venivano
aggrediti a loro volta. (I compagni di cella si stringevano attorno al mio corpo
esile quando le guardie ci picchiavano, finché la punizione non diventava troppo
pesante.) Poiché il minimo rumore o gesto poteva essere interpretato come una
protesta, ben presto abbiamo iniziato a rimanere in silenzio mentre le atrocità
venivano commesse a portata d’orecchio o sotto i nostri occhi. La sopravvivenza
è diventata la nostra unica parola d’ordine. Ogni prigioniero doveva proteggersi
costantemente, in ogni modo possibile. Costretti a salvarci come individui,
abbiamo perso i nostri legami collettivi.
Ma c’è di peggio: ci siamo rivoltati l’uno contro l’altro. Una notte, verso le 3
del mattino, sono stato svegliato dal rumore dei passi del mio coinquilino. Ha
preso le due fette di pane che avevo nascosto sotto il letto e le ha mangiate.
Non ho potuto fare nulla. Essendo un ragazzo alto e robusto, avrebbe potuto
facilmente sopraffarmi.
4.
Stavo leggendo La cecità quando è successo il 7 ottobre. Il romanzo di José
Saramago è ambientato in un manicomio sovraffollato e sporco durante un’epidemia
in cui tutti perdono misteriosamente la vista. L’autore descrive come la
gerarchia sociale e la brama di potere si impongano, in modo perverso, quando le
persone sono stipate insieme in totale isolamento. Ho vissuto in prima persona
quel processo nei mesi che seguirono. Ho visto come le persone siano state
trasformate dall’estrema oppressione e dalla paura, al punto da comportarsi in
modi che le rendevano irriconoscibili.
Il regime bellico rendeva meccaniche tutte le nostre azioni e reazioni. Quando
le guardie entravano nel blocco, rimanevamo in silenzio e immobili, agendo
all’unisono ma senza coordinamento. Non appena sentivamo aprirsi la porta della
nostra cella, cercavamo di trovare un posto dove nasconderci. I più fortunati,
che si trovavano sui letti, si coprivano con le coperte; quelli che dormivano
sul pavimento balzavano in piedi e cercavano di trovare un angolo; alcuni
tentavano persino di infilarsi sotto i letti. Mangiavamo in fretta nel caso ci
fosse un’ispezione improvvisa, che avrebbe potuto far finire il nostro cibo
nella spazzatura. Dormivamo indossando tutti i vestiti che possedevamo, temendo
che venissero confiscati durante un’ispezione a sorpresa.
Le risse divennero all’ordine del giorno. Scoppiavano per futili motivi: una
porzione di marmellata non distribuita correttamente, una doccia che durava più
di quattro minuti (impedendo così agli altri detenuti di fare il proprio turno),
una preghiera recitata ad alta voce che avrebbe potuto attirare l’ira della
guardia. All’inizio cercavo di placare i litigi, poiché questi portavano
inevitabilmente a punizioni collettive. Essendo uno dei detenuti più anziani e
rispettati, i miei compagni di cella tendevano ad ascoltarmi. Finché un giorno
ho cercato di separare fisicamente due uomini che si picchiavano in preda a una
furia selvaggia. Ho incassato un pugno vagante in faccia e sono stato messo al
tappeto dalla forza del colpo. Quando ho ripreso conoscenza, le mie pantofole
erano strappate. Un disastro. Le pantofole erano molto preziose in carcere:
senza un paio, non si può camminare nei bagni sporchi. Ho dovuto aspettare mesi
prima di procurarmi un paio di ricambio, da un detenuto che stava per essere
rilasciato.
Il cortile era teatro di frequenti scontri. Una linea gialla era stata tracciata
parallelamente alle quattro pareti, delimitando un terzo della superficie
totale. Se qualcuno oltrepassava quella linea, venivano puniti tutti: venivamo
rimandati nelle nostre celle oppure costretti a stare distesi con il naso
premuto con forza contro il suolo. Se si girava il viso anche solo leggermente,
nel tentativo di appoggiare la guancia a terra per alleviare la pressione, ne
seguiva una bastonata.
Dovevamo quindi muoverci nel cortile con prudenza. C’era però un detenuto – lo
chiamavamo «il piantagrane» – che si rifiutava di farlo. Per tre volte ha
oltrepassato deliberatamente la linea gialla. La prima volta, per fortuna, una
guardia non lo ha visto; tornati nel blocco, lo abbiamo avvertito di non
ripetere l’errore. La seconda volta, invece, una guardia lo ha individuato e ci
ha costretti a stare sdraiati a terra per due ore. Questa volta i suoi compagni
di cella gli hanno dato un severo avvertimento: «Non farlo! Verremo puniti
tutti!» La terza volta è stato beccato di nuovo, ma prima che la guardia potesse
intervenire, un gruppo di detenuti ha afferrato il piantagrane e ha iniziato a
malmenarlo. Per questo errore, ci hanno tutti spruzzato gas lacrimogeno e poi ci
hanno rimandati nelle nostre celle. Quella notte i suoi compagni di cella lo
hanno picchiato senza pietà fino a farlo sanguinare.
Non era possibile fare lo stesso con le decine di detenuti affetti da disturbi
mentali, che semplicemente non erano in grado di comprendere la nuova
situazione. Le percosse e le punizioni incessanti li turbavano a tal punto che
alcuni piangevano e gridavano tutto il giorno, causando ulteriori problemi ai
loro compagni di cella.
*
Le guardie erano tutto ciò che vedevamo e sentivamo; la loro presenza minacciosa
era l’unico segno della nostra esistenza nel tempo e nello spazio. Se si
allontanavano anche solo per qualche istante, perdevamo l’orientamento. Era come
se scomparissimo quando non eravamo sotto il loro sguardo, come se ci
evaporassimo quando non venivamo colpiti da loro.
Le autorità carcerarie ci hanno privato della nostra umanità e ci hanno trattati
come animali – più precisamente, come cavie da laboratorio. Eravamo semplici
creature biologiche, a cui non era più permesso partecipare alla cultura umana,
che avrebbe potuto rafforzare la nostra determinazione. Ci tenevano affamati,
violavano il nostro sonno con ispezioni, esponevano i nostri corpi al freddo.
Controllavano le nostre emozioni assicurandosi che non avessimo nulla di cui
essere felici. Gestivano il nostro recupero fisico mantenendo le nostre ferite
aperte e sanguinanti. Separavano la notte dal giorno confondendo i nostri ritmi
circadiani. Determinavano chi viveva e chi moriva – e uccidevano ogni desiderio
di vita.
La televisione, Rahat (1994)
Le loro ambizioni erano totalizzanti. Miravano a sorvegliarci e punirci in ogni
momento, ovunque. Persino le presunte sedi della giustizia venivano trasformate
in camere di tortura. Prima dei processi – che venivano trasferiti dai tribunali
a una stanza adiacente alla prigione – i guerrieri dividevano i detenuti in
gruppi di venti, li incatenavano mani e piedi, coprivano loro la testa con
sacchi neri o bende e li legavano insieme con una manichetta antincendio bianca.
Gli uomini venivano poi fatti sfilare attraverso l’edificio della prigione, tra
insulti e maltrattamenti, percosse e colpi, a volte costretti a emettere versi
di animali: l’abbaiare dei cani o il raglio degli asini. Al termine della loro
comparizione, venivano gettati in sale d’attesa progettate per quattro persone e
tenuti lì, incatenati e ammanettati, fino a quando l’ultimo uomo non fosse stato
processato.
Una volta al mese venivo condotto dall’avvocato, Nadia, che si stava occupando
del ricorso contro la mia condanna all’ergastolo. Il tragitto dalla mia cella
alla stanza in cui parlavamo era di circa 150 metri. Mi ammanettavano i polsi e
le caviglie con tale forza che, una volta arrivato, inevitabilmente sanguinavo.
(I segni sono ancora visibili sul mio corpo.) Per tutto il tragitto subivo
percosse continue. Una volta, si sono dimenticati di smettere di picchiarmi
prima di entrare nella stanza. Nadia era sconvolta. «Perché lo picchiate?»,
urlò.
«Lascia perdere», le sussurrai non appena mi sedetti. «Non dire una parola. Ora
che tu sei qui, non mi faranno nulla. Ma appena te ne sarai andata, non mi
risparmieranno.»
5.
Nell’aprile del 2024 fui trasferito al carcere di Ganot, una struttura più
grande nel deserto del Negev, dove era scoppiata un’epidemia di scabbia. C’era
almeno un malato in ogni cella. Cinque dei miei 14 compagni di cella erano stati
contagiati.
Ho visto la malattia divorare la carne e mettere a nudo le ossa. Se non ho
contratto la scabbia, è forse solo perché, in segno di rispetto per la mia età,
mi hanno permesso di occupare una cuccetta superiore e di non cambiare posto. Le
autorità carcerarie hanno ignorato l’epidemia per oltre un anno, consentendole
di diffondersi e mutare, finché alcuni guerrieri ne sono caduti vittime.
Questo tipo di negligenza ha causato la morte di quasi 100 prigionieri
palestinesi in Israele dal 7 ottobre. (Tale cifra non include i cittadini di
Gaza catturati durante la guerra e uccisi in strutture di detenzione temporanea,
come il campo di Sde Teiman.) Decine di prigionieri, sia uomini che donne, sono
stati vittime di stupri o violenze sessuali, sebbene la stragrande maggioranza
di tali crimini non sia stata denunciata, poiché le vittime temevano di essere
macchiate dal disonore.
Queste condizioni permangono ancora oggi nelle carceri israeliane. Sono tra i
primi detenuti a poterle raccontare. Il motivo del mio rilascio rimane per me un
mistero. Verso la fine del 2025, quando gli avvocati cominciarono a dirci che
«qualcosa stava succedendo» – che la libertà poteva essere all’orizzonte – il
mio primo istinto fu quello di negarlo per autodifesa. Ripetevo a me stesso e a
chiunque volesse ascoltarmi che non mi avrebbero mai rilasciato. Non l’avevano
fatto nel 2005, quando circa 500 prigionieri furono liberati nell’ambito di un
accordo tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas. Né nel 2011, quando Hamas ne liberò il
doppio in cambio di Gilad Shalit. Ai loro occhi, il mio presunto crimine era
troppo grave: Israele non può tollerare la morte di un ufficiale dello Shin Bet.
«Sii forte», mi dicevo. «Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte».
Maggiori sono le aspettative, maggiore è la delusione.
Ero del tutto impreparato quando una guardia si presentò alla mia cella con la
notizia. «Abu Srour, sta per essere rilasciato», disse. «Si prepari. Ha due
minuti per raccogliere le sue cose». La mia reazione fu fiacca e meccanica. Col
senno di poi, invidio i detenuti che si sono rallegrati nell’apprendere della
loro libertà. Mentre raccoglievo in silenzio i miei pochi averi, i miei compagni
di cella saltavano di gioia, lodavano Allah e mi baciavano sulle guance. Poi
sono iniziate le suppliche: «Nasser, posso prendere le tue pantofole? Nasser,
per favore, ho bisogno di un asciugamano». Sono quasi venuti alle mani per le
mie camicie. Era sempre così quando un prigioniero veniva rilasciato: un altro
segno di come l’istinto di sopravvivenza ci avesse trasformati.
Non riuscivo ancora a liberarmi dalla sensazione che fosse tutto uno scherzo
crudele. Il mio sospetto fu rafforzato dalle ultime percosse, inflitte mentre
venivamo condotti verso l’autobus della prigione, che ci portò al carcere di
Ktzi’ot e da lì al valico di Rafah. Mi sedetti vicino al finestrino e scostai la
tendina, il che fece stridere le gomme fino a un brusco arresto. Un soldato
minacciò di spararmi se ci avessi riprovato. Ci permisero di guardare fuori solo
una volta raggiunto l’Egitto.
«Mio Dio, c’è il cielo!» – questa è stata la prima frase che mi è sfuggita dalle
labbra una volta arrivati dall’altra parte. Il paesaggio, gli alberi, gli
uccelli, le auto, le case: erano tutti così grandi e mi riempivano di un tale
stupore, come se non li avessi mai visti prima. Guardandomi nello specchio di
grandi dimensioni che l’autista usa per tenere d’occhio i passeggeri, ho visto
il mio volto per la prima volta dopo 18 mesi.
Ho dovuto ricorrere a tutti e cinque i sensi per cogliere la profusione di
dettagli che mi circondava. Durante i miei trent’anni di prigionia, avevo
abbandonato i miei sensi, che erano come catene che mi impedivano di attribuire
significati nuovi e diversi alla mia esistenza limitata. L’immaginazione divenne
il sesto e più importante senso – quello che rese sopportabile il dolore della
prigionia e che rese possibile l’atto di scrivere. I dettagli sensoriali che mi
riportarono al mondo esterno interruppero il mio recupero del linguaggio, in un
modo nuovo. Ero di nuovo incapace di attribuire un significato alla mia
esistenza, al tempo e allo spazio.
In una sorta di contorta ripetizione della nostra vita in prigione, venivamo
trasferiti da un hotel all’altro per motivi arbitrari. Fummo cacciati dal primo,
un cinque stelle al Cairo, quando un quotidiano britannico pubblicò un articolo
in cui si metteva in guardia dai pericoli derivanti dall’ospitare criminali
palestinesi insieme a turisti stranieri. Nel secondo, un resort nel deserto,
siamo rimasti solo due settimane, prima che ci allontanassero con la scusa che
presto si sarebbe svolto nelle vicinanze un torneo sportivo internazionale. In
entrambe le occasioni ho sentito il bisogno di vomitare, cosa che mi capitava
sempre quando venivo trasferito da una prigione all’altra. Forse era così che il
mio corpo protestava contro la sua mancanza di autonomia.
Ho deciso di scrivere perché nulla esiste al di fuori dei confini del
linguaggio, nemmeno il genocidio. Devo scrivere del massacro a Gaza; dei suoi
uomini, donne e bambini affamati; del suo mare soffocato e della sua capacità di
risorgere; dell’indifferenza del mondo nei confronti di ciò che è accaduto lì e
di ciò che sta ancora accadendo; di come le grandi potenze quasi non prendano
nemmeno atto di questo crimine. Devo scrivere dei prigionieri palestinesi,
perché contro di loro è ancora in corso una guerra; le autorità carcerarie
israeliane non hanno ancora dichiarato un «cessate il fuoco».
Devo scrivere per confessare il mio desiderio di smettere di chiedere scusa a
Gaza e ai prigionieri palestinesi per ogni respiro che faccio, per ogni raggio
di luce che mi sfiora il viso e per tutto lo spazio che mi si è aperto. È ciò
che ho fatto negli ultimi sette mesi. Non ho mai smesso di chiedere scusa a Gaza
e ai prigionieri palestinesi per la mia sopravvivenza.
Nasser Abu Srour è stato detenuto nelle carceri israeliane dal 1993 al 2026. The
Tale of a Wall è stato scritto in arabo in carcere e pubblicato in inglese nel
2024.
Luke Leafgren è vicedirettore dell’Harvard College. Ha iniziato a tradurre
romanzi arabi nel 2010 e la sua decima traduzione sarà pubblicata nel 2026.
https://www.equator.org/articles/why-don-t-you-just-die-srour?utm_source=brevo&utm_medium=email&utm_campaign=Email+blast+18-+210526
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.