SIAMO A 982 … MORTI SULLAVORO
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO . BUONA LETTURA. SI COBAS NAZIONALE Siamo a 982… lavoratori che fino ad oggi – ogni giorno se ne contano uno, due, tre.. otto vittime nello scorso fine settimana, una lista infinita – non sono tornati a casa: un bollettino di guerra sottostimato perché i dati INAIL non conteggiano quelli che lavorano in nero, soprattutto braccianti ed edili. Alcuni dati citati  dall’ottimo sito ‘altrenotizie.org’ fanno il paragone tra i morti riportati dalle tabelle ufficiali del Ministero della Difesa: su una base di 100.000  militari arruolati le  vittime sono  2-3 all’anno, il che significa  un tasso di mortalità dell’1,1-1,7. Quelle della guerra non dichiarata tra i padroni e i lavoratori invece sono 3-4 al giorno. Prendendo la stessa base di 100.000 lavoratori questa volta, un operaio edile rischia la vita 10 volte in più di un militare; un lavoratore della logistica e trasporti corre un rischio di 12 volte in più; nei campi la probabilità di non tornare a casa la sera è di 20 volte superiore. Dicevamo che i dati INAIL sono sempre sottostimati: lo affermano da molto tempo osservatori indipendenti come l’Osservatorio di Carlo Soricelli, che stima in un 15% in più le vittime riportate dai dati ufficiali, i quali dati dicono anche che il 32% delle vittime sono lavoratori stranieri regolari, che muoiono facendo i lavori più pesanti e pericolosi.. . fragole e sangue, tanto per ricordare. Gli “irregolari”, quelli vittime del lavoro schiavo, nostri fratelli di classe apparentemente “invisibili” che lavorano e muoiono come noi, non li conta nessuno. Ultimo dato: su una platea di circa 24,1 milione di occupati (dati Istat) gli ispettori del lavoro in forza – che tutti i governi, in occasione di incidenti gravissimi promettono di aumentare – sono in tutto 4.366 (ultimo rapporto dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro). Al di là delle ormai scontatissime e insopportabili lacrime da coccodrilli di politici, presidenti della repubblica, pennivendoli vari, i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni, di colori diversi ma evidentemente tutti preoccupati di “non disturbare il manovratore” (i padroni, pubblici e privati), tutti insieme appassionatamente hanno prodotti leggi come:  la legge Fornero (2011, governo Monti), che ha innalzato l’età pensionabile senza far distinzioni, costringendo persone ormai anziane a dover lavorare in mansioni pericolose; il Job Act (2015, governo Renzi/PD) che ha sancito il precariato selvaggio, e può “vantare” un aumento del 43% dei morti di lavoro; ai vari decreti Salvini (sugli appalti a cascata) che sono responsabili dell’aumento del 15% delle vittime operaie. Oggi che siamo in guerra anche se non ce lo dicono, miliardi di soldi (nostri) – tagliandoli da sanità, case, scuole, sicurezza sul lavoro – vengono investiti nell’acquisto di armi: per “difendere e proteggere la popolazione italiana”. Da chi? Chi viene difeso non è certo la carne da macello, che continua a morire ogni giorno per i guadagni di pochissimi, ma i profitti delle industria bellica e dei suoi finanziatori, come le banche, le assicurazioni, ecc. I proletari, i lavoratori, non li difende nessuno. Solo noi, unendoci e organizzandoci, lottando in prima persona contro il sistema barbaro in cui viviamo – il capitalismo – possiamo fermare la macelleria che fa sì che migliaia di padri, madri, figli, fratelli non tornino più a casa loro. E’ difficile, certo, ma è l’unica strada per fermare questa “guerra in tempo di pace” mentre dobbiamo prepararci a far sì che da carne da macello non ci trasformino in carne da cannone. Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio Sesto S.Giovanni, 7.9.2026 L'articolo SIAMO A 982 … MORTI SULLAVORO proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
SEMINARIO | L’Intelligenza Artificiale e noi: lavoro, vita, corpi, ecologie – Milano, 7 e 8 novembre 2026
Come già annunciato, Effimera organizza il 7 e l'8 novembre 2026 un seminario dedicato ai temi del rapporto con l'Intelligenza Artificiale da diversi punti di vista. Un dibattito e un incontro sul tema delle trasformazioni sociali, antropologiche, economiche e tecnologiche indotte dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (IA). L'appuntamento è strutturato su due giornate. Il [...]
September 8, 2026
Effimera
Credere, obbedire e combattere. Se la scuola pubblica si pone al servizio della guerra
Come sovente avviene, ci rendiamo conto di un pericolo quando forse è troppo tardi o si parte in grave ritardo per iniziative di contrasto. La militarizzazione delle scuole e delle università ha origini lontane, la prima iniziativa intrapresa riguarda i programmi scolastici, i percorsi di laurea, i corsi impartiti e gli sponsors più o meno noti e palesatisi nel finanziamento dei percorsi di ricerca. In questi anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha svolto un ruolo attivo e meritevole nella denuncia dei processi di militarizzazione del sapere e del mondo della conoscenza. Quando poi si protrae un conflitto diventa inevitabile cercare di  accrescere gli organici militari, ma anche il consenso attorno alla guerra e quel consenso inizia plasmando le nuove generazioni fin dalla tenera età. Un Paese in guerra necessita di propaganda incessante, di un bagaglio retorico ed ideologico ben strutturato, deve far entrare la guerra in ogni ambito sociale, nella sfera educativa, in famiglia, nelle associazioni di volontariato. L’ideologia che sorregge la guerra si avvale di innumerevoli strumenti per rendere il ricorso al conflitto come inevitabile, ogni eventuale critica all’impianto bellico deve essere debellata e sottoposta al pubblico ludibrio come avveniva per i giovani le cui famiglie non erano iscritte al Partito fascista e per questo si trovavano escluse da quasi tutti i consessi sociali. La scuola diventa ambito privilegiato, cambiano i libri di testo, i programmi di studio, le destinazioni delle gite di istruzione, pronti a piegare la stessa didattica alle ragioni della guerra e del riarmo. Diventa del tutto naturale mandare scolaresche in visita nelle caserme, ad applaudire gli uomini in divisa, sottrarsi a questo dovere patriottico significa essere attenzionati da zelanti presidi, prendere poi posizioni pubbliche costa all’insegnante la visita di qualche ispettore con un danno di immagine all’intero istituto. Da anni, tanto in Ucraina quanto in Russia, la guerra ha assoldato la scuola per legittimare la guerra, per accrescere il numero di volontari e coscritti, per guadagnare interi settori della società civile alla causa bellica anche sotto forma di apporto civile, nel mettere a disposizione del paese competenze e conoscenze civili che alla occorrenza diventano vitali anche per la impresa bellica. Ogni confronto della Russia di Putin con quella successiva alla rivoluzione d’Ottobre sarebbe fuorviante, è tuttavia innegabile che da decenni ormai l’addestramento militare obbligatorio fa periodicamente la sua sinistra comparsa anche nella veste di attività extrascolastica quando non proprio curricolare. Le scuole tecnico-militari erano aperte a chiunque volesse acquisire conoscenze nel settore meccanico, nella guida di mezzi militari, nell’uso degli strumenti radio, percorsi e conoscenze che in tempo di guerra sarebbero state utili. Per alcuni anni il fascino del militare è stato offuscato dalla crisi economica, dalla impossibilità di sostenere le medesime spese dell’URSS ma a quel punto è subentrata la NATO, allargando la Alleanza a tanti paesi un tempo del blocco sovietico o finanziando, con gli USA, le rivoluzioni colorate dimostratesi non espressione della volontà di cambiamento popolare ma un disegno costruito a tavolino per imporre governi filo occidentali e atlantisti. Se negli USA la spesa militare era costante o in crescita per almeno un ventennio in Russia la tendenza è stata diametralmente opposta tanto che a seguito della disgregazione dell’esercito sovietico sono nati gruppi paramilitari, moderne compagnie di ventura disposte a vendersi al miglior offerente. E da almeno un quindicennio, in Ucraina, la presenza di gruppi neo nazisti ha guadagnato sempre maggiori consensi, forti anche di aiuti economici rilevanti dell’occidente.   Negli ultimi dodici mesi la necessità di mandare al fronte numeri crescenti di militari ha spinto la propaganda di guerra al proselitismo nelle scuole, ad offerte economiche allettanti, ad esempio buste paga per i militari superiori di 3 o 4 volte di impieghi civili. Non mancano fenomeni di ribellioni e renitenza alla leva soprattutto in Ucraina, decine sono i video che ritraggono la popolazione civile intenta a cacciare via i reclutatori. È almeno una dozzina di anni che tanto in Russia quanto in Ucraina sono state avviate campagne militariste vere e proprie, movimenti che hanno come finalità l’addestramento militare tra i giovani e nelle scuole pubbliche con offerta di corsi gratuiti per selezionare i soldati di domani. E le motivazioni addotte per la campagna di addestramento sono sempre improntate alla difesa dei valori nazionali e della patria tanto che da questo anno scolastico, in Russia, l’addestramento torna ad essere parte attiva del programma di studi, per insegnare ai giovani il funzionamento dei droni e il loro  prossimo utilizzo in campo civili In  Russia, ma anche in Ucraina, è possibile completare la scuola e l’università mandando avanti i regolari studi con veri e propri programmi di addestramento per ufficiali, sergenti o soldati di riserva. L’Ucraina persegue obiettivi ancora più ambiziosi trasformando la guida dei droni e l’utilizzo di moderne tecnologie in una sorta di obbligo scolastico, le industrie produttrici di droni costruite insieme a multinazionali di armi europee e statunitense offrono continui stages promettendo un lavoro ben pagato. Se la scuola viene direttamente investita dalla propaganda di guerra per assoldare giovani nelle fila dell’esercito e in qualità di tecnici da impiegare nelle industrie di armi si va trasformando la stessa istruzione favorendo l’insegnamento di alcune materie e proponendo tra i corsi da seguire percorsi di addestramento militare vero e proprio. «Insieme all’Istituto di Aviazione di Kiev, l’azienda ucraina Fire Point sta lanciando un nuovo programma intitolato “Ingegneria dei Sistemi Robotici Aerei Autonomi”. L’iniziativa potrebbe contribuire a colmare la carenza di specialisti in scienze applicate nel settore della difesa e dell’industria. È attiva anche una rete di piccoli centri privati ??di ingegneria e formazione che insegnano l’utilizzo, la riparazione e la costruzione di droni, nonché l’ingegneria dei sistemi robotici. Questi centri ora vengono sistematicamente integrati nel sistema di istruzione pubblica ucraino. Kiev sta rivoluzionando la concezione ucraina dell’istruzione, allontanandosi da un paradigma incentrato sulle discipline umanistiche per orientarsi verso le scienze applicate. È troppo presto per dire se questa trasformazione avrà successo, ma è simile al modello applicato dai sovietici un secolo fa durante l’industrializzazione». Associazione Camis De Fonseca Se qualcuno pensa che si tratti di una militarizzazione temporanea presto dovrà ricredersi perchè la svolta militarista nelle scuole e nelle università è destinata a durare diversi anni visto che dopo la guerra ci saranno le minacce ibride, la difesa del paese dal terrorismo e da influenze straniere  Chi pensa a Ucraina e Russia come casi isolati dovreà presto ricredersi perchè analoghi percorsi sono in corso di adozione nei paesi dell’Est Europa maggiormente coinvolti nel riarmo. Corsi di educazioni civica e difesa come quelli adottati in Lituania saranno un modello da seguire Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Questa settimana doniamo tutto in favore di chi non può andare a scuola
Da martedì 8 a lunedì 14 settembre, tutto il ricavato dei nuovi abbonamenti a L’Indipendente – e di quelli regalati, ad eccezione del cartaceo – sarà devoluto a Still I Rise, l’organizzazione umanitaria che costruisce e gestisce scuole gratuite d’eccellenza per bambini profughi e vulnerabili in alcune delle aree più fragili del pianeta. Per ogni euro ricevuto, un euro sarà donato: nessuna trattenuta per le spese di gestione, nessuna quota per la redazione. È la seconda volta che scegliamo di rinunciare a una settimana di entrate per sostenere una causa che riteniamo urgente, dopo la donazione ai medici di Gaza del giugno 2025. Come già fatto in passato, ci impegniamo alla massima trasparenza: la cifra raccolta sarà resa pubblica al termine della settimana sul nostro sito e sui nostri canali social, e Still I Rise confermerà la ricezione della donazione. Fondata nel 2018 da Nicolò Govoni, Still I Rise è oggi attiva in Grecia, Siria nord-occidentale, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Colombia e Sud Sudan, con nuove aperture previste in India e in Italia. Sette scuole d’eccellenza in altrettanti Paesi, oltre 77mila bambini e ragazzi sostenuti, due candidature al Premio Nobel per la Pace. L’organizzazione, con il motto «Cambiamo il mondo, un bambino alla volta», non riceve fondi da governi, Unione Europea o organismi sovranazionali: si sostiene esclusivamente con donazioni private, destinando oltre il 95% delle risorse raccolte ai programmi educativi e meno del 5% ai costi di gestione. Tra le scuole della rete, quella di Nairobi rappresenta il progetto più ambizioso. Sorge nella baraccopoli di Mathare, una delle più estese dell’Africa, e nel 2024 è diventata la prima scuola al mondo a ottenere lo status di IB World School offrendo gratuitamente l’International Baccalaureate — il percorso di studi più riconosciuto a livello internazionale — a studenti rifugiati e vulnerabili, entrando così nello 0,1% degli istituti IB di eccellenza del pianeta. Vi studiano ragazzi tra i 10 e i 15 anni, provenienti da una decina di Paesi diversi, che ricevono ogni giorno due pasti, materiale didattico, divise e assistenza sanitaria, oltre a un percorso accademico pensato per aprire loro le porte delle migliori università del mondo. I fondi raccolti sosterranno il programma di borse di studio grazie al quale ogni aspetto della frequenza scolastica – dalla retta ai pasti, dai libri alle cure mediche – resta gratuito per famiglie che altrimenti non potrebbero permetterselo. Come ripete la stessa organizzazione, non si tratta di carità ma di giustizia sociale: garantire a chi nasce ai margini le stesse opportunità di chi nasce altrove. Per noi fare giornalismo significa anche provare a incidere sulla realtà. Rinunciare a una settimana di entrate è uno sforzo rilevante per un giornale che si finanzia solo con gli abbonamenti dei lettori, senza pubblicità né contributi pubblici. Ma è uno sforzo che vogliamo continuare a fare, ogni anno, per un ente diverso, scelto con lo stesso criterio: rigore, trasparenza, impatto verificabile. Chi è già abbonato a L’Indipendente può partecipare regalando un abbonamento; chi non lo è ancora, o lo è stato in passato, può sottoscriverlo o riattivarlo, contribuendo così alla raccolta e, allo stesso tempo, a un’informazione libera. The post Questa settimana doniamo tutto in favore di chi non può andare a scuola appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Colombia – Dopo Petro
Il 10 agosto, alle 7:34 del mattino, un terremoto ha scosso la Colombia occidentale, causando la morte di oltre trecento persone e lasciando molte altre senza tetto. La terza città più grande del Paese, Cali, è stata gravemente colpita; proprio lì, tre giorni prima, il presidente Abelardo De la Espriella aveva celebrato la sua cerimonia di insediamento, commettendo una controversa violazione della norma costituzionale, che stabilisce che i presidenti assumano la carica presso il Congresso Nazionale di Bogotá. Mentre la gente cercava freneticamente sopravvissuti tra le macerie, il Ministero degli Affari Esteri annunciava il riconoscimento ufficiale da parte del nuovo governo della sovranità israeliana sulle Alture del Golan sotto occupazione, nonché della rivendicazione del Marocco sul Sahara occidentale, compiendo una svolta di 180 gradi rispetto alle politiche del governo uscente di Gustavo Petro. Il momento scelto non ha certo contribuito a dissipare l’impressione che il governo di De la Espriella darà priorità agli interessi degli Stati Uniti e di Israele rispetto a quelli del popolo colombiano. Durante una conferenza stampa d’emergenza tenutasi quello stesso pomeriggio, De la Espriella è stato ripreso mentre rideva e mandava baci. Il suo vicepresidente gli ha ricordato: «Stiamo affrontando una tragedia nazionale». Oltre ad aver trasferito la cerimonia di insediamento, De la Espriella intende inoltre fare della città settentrionale di Barranquilla, dove ha legami familiari, una delle sedi principali del governo. Entrambe le misure mirano a presentare la sua elezione come una rottura con il potere costituito, che De la Espriella descrive come composto sia dalla destra tradizionale sia da una sinistra storicamente maltrattata che contro ogni pronostico è arrivata al governo nel 2022. Come in altri luoghi, la posizione populista di De la Espriella si è rivelata efficace. Al ballottaggio di giugno, ha battuto con un margine risicato il potenziale successore di Petro, Iván Cepeda, senatore di sinistra e attivista per i diritti umani, figlio del senatore comunista Manuel Cepeda, assassinato dai paramilitari nel 1994. La vittoria di De la Espriella conferma la recente tendenza nell’andamento delle elezioni a favore di governi di estrema destra in tutta l’America Latina, che sono in gran parte slegati dal conservatorismo tradizionale, pur rappresentando gli stessi interessi di classe. La maggior parte degli analisti si aspettava che il Centro Democrático, fondato sul culto della personalità dell’ex presidente Álvaro Uribe (2002-2010), rappresentasse la sfida di estrema destra al Patto Storico di Petro e Cepeda e, di fatto, alcuni settori della sinistra si sono mostrati ottimisti di fronte alla possibilità che De la Espriella dividesse il voto della destra e assicurasse una vittoria al primo turno a Cepeda. Tuttavia, mentre la candidata del Centro Democrático, Paloma Valencia, cercava di ammorbidire l’immagine intransigente dell’uribismo per attirare gli elettori di centro, De la Espriella l’ha affiancata da destra e gli elettori conservatori si sono schierati in massa a favore del nuovo arrivato. Il sorprendente risultato del primo turno, in cui De la Espriella ha ottenuto il 43,7% dei voti in una competizione con 13 candidati, ha rappresentato un duro colpo sia per la sinistra che per la destra dell’establishment colombiano. Proprio come Noboa in Ecuador o Kast in Cile, De la Espriella ha sfruttato le preoccupazioni dei cittadini di fronte alla percezione di un deterioramento della sicurezza, battezzando in modo significativo il partito da lui fondato nel 2024 con il nome di «Difensori della Patria». Sul piano economico, la sua campagna ha sostenuto che le politiche contro il capitale fossile del «Pacto Histórico» stessero danneggiando le famiglie con minori risorse. La promessa di opporsi all’aborto e alla genitorialità delle persone dello stesso sesso ha attirato gli elettori religiosi e aconservatori, che costituiscono un gruppo considerevole nel Paese. Strategicamente, nell’ambito del sistema elettorale a rappresentanza proporzionale della Colombia, la campagna di De la Espriella si è concentrata sulle aree urbane densamente popolate. L’affluenza alle urne è stata insolitamente alta, raggiungendo il 64 per cento, e i 12,9 milioni di voti ottenuti da De la Espriella hanno superato il risultato di qualsiasi candidato presidenziale precedente. Sebbene Cepeda abbia vinto in 18 dei 32 dipartimenti regionali della Colombia, oltre che a Bogotá e Cali, la sua campagna ha incontrato difficoltà nelle roccaforti conservatrici tradizionali, specialmente nel nord. Come ha dimostrato l’elezione di Petro nel 2022, un programma basato sul consolidamento della pace, sulla tutela dell’ambiente e sulla difesa dei diritti sociali raccoglie un forte sostegno nelle regioni politicamente ed economicamente emarginate, come il Cauca e il Nariño, ma ha meno risonanza nelle grandi aree urbane, dove gli elettori sono meno colpiti dal conflitto e dall’abbandono da parte dello Stato. Come accade per molti sedicenti «outsider», l’ascesa di De la Espriella è stata possibile grazie alla sua vicinanza al potere. È nato in una famiglia benestante di Córdoba, roccaforte conservatrice. Suo padre era giudice, mentre sua madre erede di un allevamento di bestiame. La coppia ricopriva un ruolo di primo piano nella politica regionale: suo padre sarebbe poi diventato direttore regionale della vittoriosa campagna presidenziale di Uribe nel 2002, aumentando l’esposizione del giovane Abelardo a figure influenti, sia in ambito legale che extralegale. I suoi vent’anni sono stati trascorsi invitando i comandanti delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), il principale gruppo paramilitare del Paese, a intervenire in forum universitari, conducendo allo stesso tempo una campagna contro la loro estradizione, tattica favorita da certi circoli di potere per impedire che ex collaboratori testimoniassero sulla connivenza delle élite colombiane nelle atrocità commesse dalle forze paramilitari. Un’indagine disposta nel 2007 dalla Corte Suprema colombiana all’interno della fondazione Iniziative per la Pace (FIPAZ) sostenuta da Abelardo, a causa dei suoi legami con i paramilitari, fu bloccata dal procuratore generale, suo amico personale. Dopo essersi trasferito a Miami e aver ottenuto l’abilitazione alla professione forense conseguito De la Espriella ha difeso trafficanti di droga e ha ottenuto la cittadinanza statunitense. Si è creato uno stile appariscente in linea con l’ambiente latino-conservatore di Miami: denti smaglianti, barba immacolata, abiti attillati. Tornato in Colombia, in alcuni programmi televisivi ha raccontato aneddoti su come uccidesse gatti con fuochi d’artificio, cosa che in seguito ha affermato essere uno scherzo, quando i filamati delle interviste sono riemersi durante la campagna elettorale. Gli insulti misogini e omofobi, le sfumature autoritarie e la sua promessa di «distruggere la sinistra» non sono stati smentiti. Dopo aver guidato i sondaggi nella fase finale, Cepeda ha ottenuto la cifra senza precedenti di 12,7 milioni di voti, 1,5 milioni in più rispetto al totale con cui Petro aveva vinto nel 2022, con un margine di sconfitta inferiore all’1 per cento. Tuttavia, la sua campagna ha commesso diversi errori inutili, poiché ha tardato a diversificare la propria presenza sui social media e si è concentrata eccessivamente sugli elettori già convinti. D’altra parte, la personalità misurata di Cepeda è stata messa in ombra dalla combattività incendiaria, capace di conquistare il pubblico, sia di Petro che di De la Espriella. I buoni risultati ottenuti potrebbero garantirgli una nuova candidatura nel 2030, ma, per ora, l’umano e composto Cepeda dovrà continuare la lotta dall’opposizione. Gli indici di gradimento di Petro sono elevati per un presidente uscente, il che riflette i notevoli risultati ottenuti dal suo governo. I sindacati colombiani hanno accolto con favore la legislazione sul lavoro promulgata dal suo governo (Legge 2466/2025), che ha formalizzato l’economia delle piattaforme e ha regolamentato i lavoratori del settore dell’assistenza, aumentato la retribuzione degli straordinari, rafforzato i contratti di lavoro, stabilito salari minimi obbligatori per gli apprendisti, adottato misure drastiche contro il subappalto e imposto la settimana lavorativa di 42 ore. Il suo governo ha ridistribuito oltre mezzo milione di ettari di terra produttiva alle famiglie rurali, rispetto agli appena 13.000 ettari distribuiti dal governo precedente. Petro ha affrontato una rivendicazione storica con il riconoscimento della popolazione campesina rurale come «soggetto di diritto», fornendo garanzie sull’accesso alla terra, sulla produzione alimentare e sugli investimenti statali nelle comunità. Il governo di Petro ha inoltre vietato il fracking e le licenze di esplorazione di combustibili fossili. Sul piano internazionale, Petro ha promosso l’integrazione regionale e l’autonomia, ha ripreso le relazioni diplomatiche con il Venezuela e Cuba e ha sviluppato il commercio Sud-Sud, raddoppiando le esportazioni verso l’Africa. La sua posizione su Gaza lo ha reso una figura emblematica del movimento filopalestinese a livello globale. Sebbene i suoi progressi legislativi siano ora minacciati – De l’Espriella ha revocato il divieto di fracking e intende ampliare l’estrazione di petrolio e gas, mentre i sindacati si preparano a contrastare l’attacco del nuovo governo alle conquiste ottenute con tanta fatica in materia di lavoro –, la forza del Patto Storico in Parlamento dovrebbe impedire un regresso totale. NICK MACWILLIAM È UN REGISTA E GIORNALISTA BRITANNICO CHE HA VISSUTO E LAVORATO A LUNGO IN AMERICA LATINA CONTINUA A LEGGERE INTEGRALMENTE SU AHIDAONLINE Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza
Una patria su tela: Sliman Mansour e l’ascesa dell’arte rivoluzionaria palestinese
Israele teme l’arte palestinese, in particolare quella che preserva la memoria, afferma la fermezza e parla di rivoluzione. Fonte Ramzy Baroud – 3 settembre 2026 La morte dell’artista palestinese Sliman Anis Mansour ha risvegliato ricordi intensi. È scomparso il 24 agosto all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme Est occupata, all’età di 79 anni, ponendo fine a un’eredità … Leggi tutto "Una patria su tela: Sliman Mansour e l’ascesa dell’arte rivoluzionaria palestinese" L'articolo Una patria su tela: Sliman Mansour e l’ascesa dell’arte rivoluzionaria palestinese proviene da Invictapalestina.
September 8, 2026
Invictapalestina
Bari. Alcune riflessioni sulla manifestazione contro il governo di Giorgia Meloni
Il primo dato da cui partire è quello della piazza. Un corteo, partito da Piazza Ferrarese e che ha provato ad arrivare al Porto di Bari, costruito in pochi giorni fuori dai grandi partiti e dai sindacati concertativi ha portato in strada centinaia di persone, in larghissima parte giovani. Nemmeno […] L'articolo Bari. Alcune riflessioni sulla manifestazione contro il governo di Giorgia Meloni su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Imperia, 12 settembre: Assemblea pubblica “La scuola (non) va alla guerra”
SABATO, 12 SETTEMBRE, ORE 18:00 IMPERIA, BIBLIOTECA DEL MONASTERO DI SANTA CHIARA VIA SANTA CHIARA, 9 (PORTO MAURIZIO) A Imperia, lo scorso maggio, è stata esposta nella palestra dell’Istituto “Ruffini” la mostra itinerante “I come intelligence“, progetto promosso dal Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) insieme con il Ministero dell’Istruzione e del Merito per far conoscere agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori l’intelligence italiana, le sue funzioni e organizzazione. L’iniziativa si inseriva in una serie di interventi su scala nazionale rivolti alle scuole, al fine di avvicinare ragazze e ragazzi al mondo dei servizi segreti e ai temi della sicurezza e della difesa della patria, come documentato anche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (clicca qui). A Imperia docenti e gruppi della società civile si erano indignati, il Comitato No Riarmo aveva definito la mostra una “mostruosità” e aveva organizzato un volantinaggio di protesta dal titolo arguto “I come… Indecenza“. Quell’episodio, che ha messo in luce concretamente e pubblicamente la militarizzazione delle scuole, ha condotto il Comitato stesso a voler approfondire il fenomeno della “guerra a scuola” in una una assemblea pubblica, invitando il 12 settembre alle 18 Maria Teresa Silvestrini, dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Michelangelo Benza delegato scuola del sindacato USB. L’incontro si terrà a Porto Maurizio, nella biblioteca del monastero di Santa Chiara. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il cinema e la musica contro il genocidio
Testo e firmatari della lettera aperta promossa dal collettivo Venice4Palestine (V4P), sottoscritta da Roger Waters, Guy Pearce, Annie Ernaux e altri +200 esponenti del cinema e della cultura internazionale per esortare il Festival di Venezia ad intraprendere “azioni concrete” per la Palestina. “È emersa una nuova normalità… in parte grazie a […] L'articolo Il cinema e la musica contro il genocidio su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Presi per il collo? Giammai
In questi giorni i lettori che intendono sottoscrivere per il nostro giornale tramite il sistema Paypal, se lo vedono impedito dal sistema con una curiosa scritta: “Questa organizzazione non può accettare donazioni”. Il che ovviamente non è vero, al contrario. Proprio in questi giorni abbiamo lanciato una campagna di sottoscrizione […] L'articolo Presi per il collo? Giammai su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump
 L’INCESSANTE LOTTA DEL CAPITALE CONTRO LA LIBERTÀ_   Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli Stati Uniti d’America è già cominciata, è divenuta pratica istituzionale. Che questo avvenga proprio negli Stati Uniti d’America, uno dei luoghi e dei simboli del capitalismo mondiale e del neoliberismo, presidiati dalla Statua della Libertà nella baia di New York, negando la libertà di movimento attraverso la pratica della deportazione dei migranti, è epifania della falsa coscienza del capitale. Non si tratta di un inganno da smascherare, ma del modo stesso in cui il rapporto capitalistico si presenta a chi vi è immerso: una società di produttori liberi che scambiano equivalenti sul mercato, dove la mediazione dello sfruttamento resta occultata — non per artificio retorico, ma perché è la forma necessaria in cui il capitale si manifesta, come ha mostrato Annibale Raineri (1982) nella sua lettura de Il Capitale di Marx (1970)[3]. Le politiche antimmigrazione non deformano questa rappresentazione: ne rivelano la verità, che va sottoposta alla critica dei rapporti sociali da cui nasce, non trattata come eccezione o degenerazione. Allo stesso modo in cui lo scambio di equivalenti è effettivo per chi vi partecipa, senza che questi veda come in realtà quello scambio nasconda lo sfruttamento del lavoro, così la libertà è effettiva, è principio supremo per il capitale e per il neoliberismo, ma selettiva: e questa selettività si maschera proprio nella criminalizzazione della mobilità umana, che tiene la forza lavoro disponibile al mercato ma sottomessa al comando del capitale. Le pratiche di controllo della mobilità, comprese le più crudeli, come la deportazione o la remigrazione, oggetto del nostro contributo, non rivelano dunque un inganno nascosto dietro la narrazione neoliberista del principio liberale: ne rivelano la verità. La libertà selettiva non tradisce il principio della sovranità individuale sul mercato, lo realizza — perché quel principio è sempre stato la forma di manifestazione di un rapporto che ha bisogno di forza-lavoro insieme mobile e disciplinata. Non a caso: è proprio per rispondere a questa possibilità di resistenza e di lotta insita nella mobilità che il capitale è costretto a rivoluzionare ed estendere continuamente i propri rapporti di dominio (Bihr, 2006, p. 39). Deportazione e remigrazione sono anche questo — la risposta sempre rinnovata a una libertà di movimento che il capitale non può sopprimere, ma solo tentare, di volta in volta, di disciplinare. Il razzismo che accompagna le politiche antimmigrazione, anziché essere un pregiudizio che precede la gerarchizzazione e la segmentazione razziale della forza lavoro, ne è semmai la legittimazione ex post: stabiliti i rapporti di forza, li giustifica, rivelandosi un dispositivo che mantiene basso il costo del lavoro e minimo il conflitto. Come sostiene Immanuel Wallerstein: «[…] Se si vuole massimizzare l’accumulazione del capitale, è necessario contemporaneamente minimizzare i costi di produzione (di conseguenza i costi della forza-lavoro) e minimizzare i costi del disordine politico (di conseguenza minimizzare – e non eliminare, perché non è possibile – le proteste della forza-lavoro). Il razzismo è la formula magica che concilia tutti questi obiettivi» (Wallerstein, 1992, p. 45). È negli Stati Uniti di Trump, dove una destra ormai «tecnologica» — sostenuta da capitale di rischio, think tank e piattaforme digitali — funge da laboratorio ideologico del volto più aggressivo del neoliberismo globale, che questo meccanismo riemerge nella sua forma più esplicita: vi si intrecciano un inquietante ritorno delle teorie eugenetiche, una nuova ideologia pronatalista e la retorica di una “meritocrazia genetica” che aggiorna gli antichi incubi malthusiani del capitale con un immaginario propriamente coloniale, quello dell’umanità come risorsa da classificare, valutare e gerarchizzare, per stabilire chi valorizzare e chi scartare (Pirrone, 2026). Il razzismo e la violenza istituzionale che lo accompagna — arresti, detenzioni, deportazioni, remigrazione — non sono allora un eccesso, ma funzionano proprio come quella che Hall (2026) chiama crudeltà come deterrenza: punire pubblicamente chi viene espulso serve a intimidire, e dunque a disciplinare, chi resta — sempre, ancora una volta, in funzione del controllo della forza lavoro. Il neoliberismo, in questo modo, lascia chi non si piega al comando alla tanatopolitica (Palidda, 2021). È in questo quadro che la remigrazione statunitense si è fatta dispositivo istituzionale. Le deportazioni dall’interno del paese sono cresciute in modo esponenziale, e la detenzione amministrativa dei migranti ha assunto dimensioni di massa: secondo TRAC[4], l’11 luglio 2026 l’ICE deteneva 65.765 persone, il 70,6% delle quali senza alcuna condanna penale. A chi lascia volontariamente gli Stati Uniti il governo offre un incentivo di 1.000 dollari, mentre minaccia chi resta di arresto e multe. Il dispositivo si estende ormai oltre i confini della cittadinanza: nel solo luglio 2026 sono stati depositati almeno 50 ricorsi di denaturalizzazione in 23 Stati[5], un record storico, di cui il Dipartimento di Giustizia rende pubblici solo una minoranza dei casi. E proprio in queste ore l’amministrazione Trump si prepara a quella che sarebbe la più grande revoca di visti della storia americana[6]: fino a 200.000 permessi turistici e di lavoro (B1/B2) verrebbero annullati a chi, entrato regolarmente, ha poi presentato domanda d’asilo — trasformando per decreto in irregolare proprio chi cercava protezione. Si aggiunga la pratica, sempre più diffusa, delle deportazioni verso paesi terzi con cui la persona non ha alcun legame — un meccanismo che, quando questi paesi a loro volta trasferiscono i migranti verso luoghi dove rischiano persecuzioni o torture, Hall (2026) definisce triangular refoulement, un modo per aggirare di fatto il divieto di respingimento sancito dal diritto internazionale. Chi guarda a tutto questo come a un’anomalia americana rischia di non vedere ciò che davvero rivela: che la libertà di movimento resta un privilegio di pochi, non un diritto universale. Il migrante deportato non è una minaccia da cui difendersi: è lo specchio dei confini che limitano la libertà di tutti. Per questo la sua lotta — per restare, per muoversi, per non essere ridotto a merce disponibile o a scarto — riguarda, in ultima istanza, chiunque sia costretto a vendere la propria forza lavoro per vivere. Rilanciare oggi la lotta per la libertà significa partire da qui. NOTE [1] CON REMIGRAZIONE SI INTENDE LA RISEMANTIZZAZIONE IN CHIAVE IDENTITARIA DEL RIMPATRIO FORZATO E SELETTIVO DI CHI È GIUDICATO INCOMPATIBILE, PER CULTURA, RELIGIONE O PRESUNTA INTELLIGENZA, CON LA CIVILTÀ OCCIDENTALE. IL TERMINE HA LE SUE ORIGINI IN AMBITO DEMOGRAFICO E STATISTICO, PER INDICARE IL RITORNO VOLONTARIO DEI MIGRANTI NEL LORO PAESE DI PROVENIENZA. SULLA RISEMANTIZZAZIONE DEL TERMINE IN CHIAVE RAZZISTA E XENOFOBA SI VEDA GIRAUDO (2025). IN REALTÀ ESISTEVA GIÀ UN PRECEDENTE STORICO IMPORTANTE, PROPRIO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA, QUANDO WICKLIFFE PRESTON DRAPER, FONDATORE DEL PIONEER FUND – UNA FONDAZIONE CHE FINANZIAVA E DIFFONDEVA LE COSIDDETTE SCIENZE DELLA RAZZA E L’EUGENETICA – NEGLI ANNI ‘30-’40 FINANZIÒ ATTIVAMENTE CAMPAGNE PER LA SEGREGAZIONE RAZZIALE E PER QUELLA CHE ALLORA VENIVA CHIAMATA REPATRIATION — TERMINE CHE APPUNTO ANTICIPAVA L’USO DELL’ATTUALE “REMIGRAZIONE” — DEGLI AFROAMERICANI IN AFRICA, IN RAPPORTO CON IL SUPREMATISTA EARNEST SEVIER COX E CON IL SENATORE SEGREGAZIONISTA THEODORE BILBO (PIRRONE, 2026, P. 26). [2] IL PRECEDENTE PIÙ SIGNIFICATIVO PER LA PROPOSTA DI USARE E RILANCIARE IL TERMINE DI REMIGRAZIONE È STATO L’INCONTRO RISERVATO DI POTSDAM DEL 25 NOVEMBRE 2023, DOCUMENTATO DA UNA INCHIESTA DI CORRECTIV, NEL QUALE ESPONENTI DI ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (AFD) – PARTITO POLITICO TEDESCO DI ESTREMA DESTRA – NEONAZISTI E IDENTITARI DISCUSSERO CON MARTIN SELLNER UN PROGETTO DI «REMIGRAZIONE» RIVOLTO ANCHE A RESIDENTI REGOLARI E CITTADINI TEDESCHI RITENUTI «NON ASSIMILATI» (CORRECTIV, 2024). IL TEMA È SUCCESSIVAMENTE ENTRATO APERTAMENTE NEL DIBATTITO POLITICO EUROPEO: AL REMIGRATION SUMMIT DI GALLARATE DEL 17 MAGGIO 2025, CUI ADERIRONO ANCHE ESPONENTI DELLA LEGA, SONO SEGUITI NEL 2026 UN ANALOGO APPUNTAMENTO A MILANO, IL 18 APRILE, E LA SECONDA EDIZIONE INTERNAZIONALE DEL REMIGRATION SUMMIT, SVOLTASI IL 30 MAGGIO IN PORTOGALLO. COME SI VEDE DAI SUMMIT CITATI, L’ITALIA GIOCA UN RUOLO DI PRIMO PIANO IN QUESTO LAVORO POLITICO, SPALLEGGIATA ANCHE DA DIVERSI EDITORIALISTI E DIRETTORI DI GIORNALI ITALIANI: L’EDIZIONE ITALIANA DEL VOLUME DI SELLNER, REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA (2025), È STATA PUBBLICATA CON LA PREFAZIONE DI FRANCESCO BORGONOVO, VICEDIRETTORE DEL QUOTIDIANO LA VERITÀ. [3] ANNIBALE RAINERI LEGGE LA RAPPRESENTAZIONE BORGHESE DELLA SOCIETÀ — QUELLA DI PRODUTTORI LIBERI E INDIPENDENTI CHE SCAMBIANO EQUIVALENTI SUL MERCATO — NON COME UN ERRORE DA CORREGGERE, NÉ COME UNO STADIO STORICO PRECAPITALISTICO, MA COME LA FORMA NECESSARIA IN CUI LA SOCIETÀ CAPITALISTICA NON PUÒ CHE APPARIRE A CHI VI È IMMERSO, PRIVATA DELLA PROPRIA DETERMINATEZZA SPECIFICA. LA FALSA COSCIENZA, IN QUESTA LETTURA, NON STA NEL CREDERE IL FALSO, MA NEL PRENDERE PER VERA L’IMMEDIATEZZA DELLO SCAMBIO SENZA POTERNE VEDERE LE MEDIAZIONI OCCULTATE (RAINERI, 1982, PP. 84-143). [4] I DATI SULLA POPOLAZIONE DETENUTA DA ICE SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), CENTRO DI RICERCA INDIPENDENTE DELLA SYRACUSE UNIVERSITY: IMMIGRATION DETENTION QUICK FACTS (DATI AGGIORNATI ALL’11 LUGLIO 2026). [5] I DATI SONO TRATTI DA TRAC (TRANSACTIONAL RECORDS ACCESS CLEARINGHOUSE), AS DENATURALIZATION LAWSUITS SURGE, THEIR BASIS LACKS TRANSPARENCY, 21 AGOSTO 2026. [6] ASSOCIATED PRESS, U.S. SET FOR LARGEST MASS VISA REVOCATION IN HISTORY TARGETING UP TO 200,000 FOREIGNERS, OFFICIALS SAY, 24 AGOSTO 2026.   BIBLIOGRAFIA BIHR, A. (2006). LA PRÉHISTOIRE DU CAPITAL. 1: LE DEVENIR-MONDE DU CAPITALISME. PAGE DEUX. CORRECTIV. (2024, 15 GENNAIO). SECRET PLAN AGAINST GERMANY. GIRAUDO, G. (2025, 19 MAGGIO). SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE. JACOBIN ITALIA. HALL, A. T. (2026). THIRD-COUNTRY DEPORTATIONS: LEGAL AND ETHICAL PROBLEMS. JOURNAL ON MIGRATION AND HUMAN SECURITY. ADVANCE ONLINE PUBLICATION. MARX, K. (1970). IL CAPITALE (3 VOLL.). EDITORI RIUNITI. PALIDDA, S. (2021). IL CAMBIAMENTO RADICALE DELLE POLITICHE MIGRATORIE: DAL LASCIAR VIVERE AL LASCIARE MORIRE (DALLA BIOPOLITICA A SEMPRE PIÙ TANATOPOLITICA). REMHU: REVISTA INTERDISCIPLINAR DA MOBILIDADE HUMANA, 29(61), 33-48. PIRRONE, M. A. (2025). GUERRA AI MIGRANTI. NEOLIBERISMO E NEOSCHIAVITÙ NEL XXI SECOLO. PM EDIZIONI. PIRRONE, M. A. (2026). LE TANTE EPIFANIE DELLA RAZZA: L’EUGENICA NELL’AMERICA DI DONALD TRUMP E IL RAZZISMO COME RAPPORTO SOCIALE (POSTFAZIONE DI V. MATTEUCCI). MEDITER. RAINERI, A. (1982). FENOMENOLOGIA E LOGICA DEL CAPITALE. RIFLESSIONI SULL’IMPIANTO INIZIALE DEL CAPITALE. IN AA.VV., IL CAMALEONTE E L’ISCRIZIONE (PP. 84–143). ILA PALMA. SELLNER, M. (2025). REMIGRAZIONE. UNA PROPOSTA. PASSAGGIO AL BOSCO. WALLERSTEIN, I. (1992). UNIVERSALISMO CONTRO RAZZISMO E SESSISMO: LE TENSIONI IDEOLOGICHE DEL CAPITALISMO. IN E. BALIBAR & I. WALLERSTEIN, RAZZA NAZIONE CLASSE. LE IDENTITÀ AMBIGUE (P. 45). EDIZIONI ASSOCIATE.   MARCO A. PIRRONE È RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza

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