TORINO: “NESSUN GENERALE PER NESSUNA GUERRA”. PRESIDIO ANTIFASCISTA ALL’INCONTRO TRA VANNACCI E POLIZIA
Presidio a oltranza dal mattino presto e con centinaia di persone a circa 200 metri dall’Nh di corso Vittorio Emanuele II a Torino , dove il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci partecipa al convegno ‘Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori’, organizzato dal sindacato Fsp della Polizia. “Nessun generale per nessuna guerra, Vannacci fuori da Torino” è lo striscione esposto dai manifestanti, chiamati in piazza dal Network Antagonista Torinese e bloccati a distanza dall’hotel da un ingente schieramento poliziesco. Da Torino Nina studentessa del Cua Ascolta o scarica 
September 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Cura e psiche tra salvezza e oppressione
La casa editrice Tlon nell’ultimo anno ha pubblicato due libri importanti per capire ciò che di più innovativo si muove nel complesso dibattito attorno alla salute mentale e alla riflessione sociopolitica su di essa: si tratta di La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata di Giulia Bergamaschi e La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale” di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. I due testi, oltre ad approfondire argomenti contigui e a proporre orientamenti culturali simili, sono affini anche per i modi di procedere nell’argomentazione: sia Bergamaschi sia la diade composta da Marocchini e Dibennardo hanno trovato un modo di divulgare le loro riflessioni dosando accuratamente i rimandi alla letteratura scientifica e la restituzione dei vissuti, con grande attenzione all’esposizione del proprio posizionamento e alla messa in luce degli aspetti spesso silenziati nella produzione teorica: quelli connessi all’intimità di chi prende parola e al rapporto con le popolazioni subalterne dalle cui esperienze sono tratte le elaborazioni critiche. Bergamaschi, filosofa presso l’Università di Bologna, sceglie di non nascondersi dietro la facciata della neutralità accademica, rivendicando una prospettiva esplicitamente situata e parziale che attinge direttamente alla propria storia biografica: il racconto si snoda attraverso memorie personali, come il primo incontro con la psicoterapia e le fatiche quotidiane condivise con le amiche in contesti precari, che fungono da perni emotivi per analisi e critiche più vaste. > L’autrice intreccia sapientemente i contributi della sociologia con l’uso > consapevole della lingua, un atto volto a mostrare il potere escludente delle > parole e gli aspetti manipolatori che si nascondono dietro i modi di parlare > di sè: la scelta di utilizzare il femminile esteso, non solo come opzione > linguistica inclusiva ma come occasione per rivendicare una genealogia di > pratiche che affonda le radici nel femminismo e nelle lotte collettive, è un > esempio dell’alternanza tra rigore teorico e rilevanza della postura personale > che si trova nel testo. Come approfondiremo in seguito, essa permette di smontare il panico morale diffuso nei discorsi sulle nuove vulnerabilità, restituendo dignità a una stanchezza strutturale che è figlia della precarietà materiale e non di una semplice fragilità morale. Marocchini e Dibennardo – l’una psicolinguista, psicologa, ricercatrice e divulgatrice scientifica neurodivergente con varie pubblicazioni all’attivo, l’altro psicologo clinico e psicoterapeuta queer e neurodivergente – alternano nei vari capitoli la rigorosa esposizione delle metodologie e dei risultati della ricerca scientifica più recente nel campo della psichiatria, della psicologia e delle neuroscienze con accurate descrizioni di esperienze tratte dalla pratica educativa, dai contesti clinici e dalle vicende quotidiane: questa alternanza di stili consente di sviluppare un’esposizione attenta sia alle dimensioni soggettive sia alle profondità e alle controversie del discorso accademico. > Marocchini e Dibennardo intrecciano cioè la precisione dell’analisi teorica > con il racconto personale della vulnerabilità, evitando la trappola di un > sapere distaccato e asettico: questa scelta si riflette nell’incontro tra la > voce della ricerca, quella delle pratiche e quelle dei movimenti, con parti > narrative che restituiscono spessore umano alla sofferenza e ai percorsi > emancipazione possibili; l’esposizione non si limita infatti alla trasmissione > di dati, ma si configura come una mappa plurale, mossa da un orientamento che > riconosce la parzialità di ogni sguardo per mettere in dialogo «clinica e > movimenti sociali». Oltre allo stile caratterizzato da una costante riflessività, il libro si segnala per una importante dimensione corale: al termine di ogni capitolo, si cede lo spazio a voci esterne che portano prospettive situate e saperi militanti (Fabrizio Acanfora, studioso di Disability Studies e presidente dell’associazione Neuropeculiar, Ronke Oluwadare, psicoterapeuta a orientamento sistemico sociocostruzionista che lavora con persone di origine straniera, Federica Carbone, esperta per esperienza del disturbo di personalità e istruttrice di mindfulness, Natascia Maesi, presidente nazionale di ArciGay, e Dan Piras, psicologə clinicə, non binaria e ADHD): questa interazione trasforma il saggio in un dialogo aperto tra accademia, clinica e movimenti. OLTRE L’IDEOLOGIA DELLA NEUTRALITÀ È opportuno leggere questi due libri insieme: oltre alla scrittura intesa come un atto di giustizia sociale, entrambi testimoniano dei difficili percorsi che oggi un gruppo non piccolo di persone svolge per rispondere all’urgenza etica di un prendersi cura che sia realmente situato e trasformativo, cercando in esso sia forme di salvezza alternative a quelle propagandate dall’ideologia neoliberale sia evitando di assecondare le strutture oppressive che si annidano nella scienza che pretende di oggettivare e curare la psiche. In La terapia non ci salverà Bergamaschi analizza la psicologizzazione della vita e la pervasività del cosiddetto therapy speak: l’autrice documenta come il lessico clinico sia migrato dallo spazio terapeutico ai contesti lavorativi e digitali, trasformando le relazioni in ambiti di gestione intesi come campi di ottimizzazione della propria performance; l’opera argomenta diffusamente come questo fenomeno, a partire da una strategia funzionale alla massimizzazione del profitto e al controllo della forza lavoro nei contesti aziendali, sia arrivato a produrre una lettura individualizzata di ogni forma di disagio, oscurando i determinanti materiali e strutturali della sofferenza collettiva. Il testo, ponendosi all’interno di una tradizione sociologica radicata, usa la lente della psicologizzazione per analizzare le forme attuali della soggettività e la fatica del loro definirsi in rapporto a dimensioni contestuali problematiche come la precarietà economica ed esistenziale, i rapporti tra le generazioni, il sistema di valori dominante caratterizzato da familismo e patriarcato. Miti scientifici come l’empatia, l’intelligenza emotiva, la gestione delle emozioni, l’autonomia (o self-reliance), il self-care (la “cura di sé”) e i confini vengono sottoposti a un rigoroso vaglio critico (per la torsione in senso manageriale di cui sono oggetto nella letteratura psy) e decostruiti e nella loro funzione di strumenti di controllo o di privatizzazione del disagio: citando la neuroscienziata Samah Karaki, ad esempio, l’autrice spiega che il costrutto dell’empatia (biologizzato attraverso la retorica dei neuroni-specchio) mistifica quello che dovrebbe essere un impegno relazionale conscio, faticoso e non immediato, oscurando che esso risponde all’ineludibile ingiunzione politica che delimita «chi fa parte del nostro gruppo» e presentandolo impropriamente come naturale. Gli altri pilastri egemonici della cultura terapeutica vengono indicati come vettori di un progressivo spostamento della nozione di benessere dall’ambito delle qualità relazionali ed esistenziali al territorio rigidamente amministrato delle competenze professionali e dell’imprenditoria di sè stessə: “bastare a sé” (negando la cruda realtà dell’interdipendenza), accusare l’altrə di essere “tossicə” (invece di abitare la fatica dello stare insieme), tenere la “giusta distanza emotiva” nelle relazioni (fino a che non si rischia di risultare “pesanti” o “poco competenti” quando la vulnerabilità irrompe nello spazio di una intimità impossibile da sanificare) sono analizzati come dispositivi che riducono la disponibilità al conflitto e alla negoziazione, arrivando a promuovere l’isolamento come forma estrema di realizzazione dell’individualismo. Bergamaschi affronta anche il dibattito sul concetto di trauma: pur non negando le sofferenze che esso serve a nominare, l’autrice spiega la sua diffusione pervasiva nel quadro dell’uso di categorie cliniche come unica moneta di scambio per ottenere legittimità sociale, convalidare i propri bisogni e sostenere la propria capacità di aspirare, in una società che non riconosce il dolore se non è medicalizzato; a essa contrappone la necessità di tornare a leggere politicamente i legami e a coltivarli attraverso nuove pratiche di vicinanza; su questa contrapposizione si gioca il fulcro dell’analisi. Nel solco della tradizione sociologica, Bergamaschi non distingue tra psicologizzazione e psichiatrizzazione: entrambe sono aspetti di un un unico fenomeno, che risulta comprensibile solo se analizzato nella sua unitarietà. In questo senso cita Robert Castel, in particolare il suo lavoro del 1981 La gestione dei rischi. Dall’antipsichiatria alla post-psicoanalisi. Le categorie del sociologo francese mostrano il complessivo passaggio da un paradigma manicomiale (nel quale il trattamento della patologia e la gestione degli scarti umani che ne erano affetti era sottoposto all’unica autorità – amministrativa e terapeutica insieme – del gruppo professionale psichiatrico), a uno fondato sulla gestione differenziale delle popolazioni: secondo questa prospettiva, i saperi psy mirano a mappare, monitorare e neutralizzare i rischi all’interno di un sistema amministrativo e burocratico, distinguendo accuratamente le popolazioni da invalidare rispetto a quelle da potenziare. In un quadro contemporaneo – nel quale la linea di demarcazione di questa distinzione attraversa in potenza il cuore di ciascuna soggettività – Castel ha fornito la base per comprendere come l’oggettivazione della vita psichica sia stata ridotta a un’operazione centrale di archiviazione e smistamento di emozioni e bisogni; la trasformazione della persona in “soggetto cerebrale” – perno epistemologico su poggia tutta l’argomentazione – è denunciata come orizzonte contro cui si staglia la «dimensione burocratica e manageriale della psicoterapiaı per le popolazioni “incluse”; attraverso di essa si colma lo scarto irriducibile e opaco delle relazioni umane – ciò che non è classificabile – riducendolo a mera gestione. Oltre ad attualizzare Castel l’autrice recupera i lavori di Foucault, Becker, Mills, Te Meerman e Fisher: la psichiatrizzazione della società, oltre a essere promossa dalle istituzioni (come Stato e industria farmaceutica), è stata fatta propria con entusiasmo dalle persone comuni perché offre un linguaggio e una simbologia che permettono di navigare un mondo precario, ma al prezzo di una neutralizzazione del potenziale trasformativo del disagio. LA PSEUDO-NEUTRALITÀ Il volume di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo argomenta che la neutralità della psicologia è una mistificazione: dinamiche di potere accademiche, sociali ed economiche oscurano il profondo legame esistente tra la scienza e le forme di oppressione sistemiche che caratterizzano tutti i contesti sociopolitici; in misura ancora più pervasiva questo avviene quando l’oggetto di sapere è costituito dai comportamenti e l’interesse a definirli (e a indicare motivazioni patologiche dietro di essi) coincide con gli obiettivi del gruppo di persone che attraverso questa operazione intende gestire la totalità dei paesaggi umani in cui si muove (e nascondere questa operazione violenta dietro una facciata di neutrale oggettività è funzionale alla riproduzione dei propri privilegi). Marocchini e Dibernardo esplorano cinque assi lungo i quali la disciplina ha storicamente operato forme di controllo e normalizzazione, spacciando per “neutrale” l’identificazione di presunte oggettività intese a silenziare e naturalizzare la subalternità di soggettività oppresse: la razza, la classe sociale, il genere, il campo storicamente articolato composto da orientamento e identità sessuale e la neurodivergenza. Il testo, con un profondo apparato di argomentazioni tratte dalla letteratura tecnica più recente, decostruisce le prassi della ricerca scientifica “dall’interno” (evidenziando per esempio i limiti della scelta delle popolazioni o analizzando le pressioni del sistema accademico). > Non si tratta solo di bias: presentare le conclusioni come saperi oggettivi > naturalizza presupposti storici o normativi, producendo effetti discriminatori > per coloro il cui minority stress è spesso stato confuso con un presunta > patologia: le vulnerabilità osservate sono state interpretate quindi come > componente essenziale della loro identità piuttosto che come effetto della > condizione di oppressione di cui erano oggetto. Allo stesso modo si sostengono le demistificazioni operate lungo i vari capitoli del libro: la psichiatria manicomiale viene criticata attraverso l’analisi dell’alienazione economica e dell’impatto che essa ha sotterraneamente esercitato sulla identificazione delle classi pericolose da internare, le terapie riparative e lo stigma medico perdurante vengono identificati come manifestazione dell’oppressione terapeutica ai danni delle soggettività LGBTQIA+, le varie oggettivazioni diagnostiche riservate alle donne – come l’isteria e i disturbi di personalità – vengono analizzati come espressione del patriarcato clinico, lo sguardo coloniale – che generalizza gli esiti di sperimentazioni condotte con campionamenti riservati a una popolazione rigidamente occidentale, istruita, industrializzata, ricca e democratica – viene individuato come radice della violenza epistemica operata ai danni dei saperi indigeni e delle popolazioni che resistono al proprio annientamento da parte del complesso militare-industriale (come quella palestinese). > Marocchini e Dibennardo promuovono la necessità di umiltà epistemica nella > ricerca e pratica clinica, nel solco di un approccio intersezionale che > riconosca le radici materiali della sofferenza e trasformi la cura in un atto > di giustizia sociale e autodeterminazione. Le loro critiche radicali mirano a dare spazio alle popolazioni subalterne nella produzione dei saperi psy e a introdurre aspetti di consapevolezza nel modo in cui ci si rapporta a esse. Proponendo approcci di cura «situati, critici, riflessivi», ricollegando l’ambivalenza dei percorsi di patologizzazione e depatologizzazione alle possibilità di resistenza dei gruppi marginalizzati, nel libro si mettono in discussione i pilastri su cui si è retta la psicologia fin dalle sue origini: la definizione normativa degli standard a cui i comportamenti dovrebbero essere adeguati (inevitabilmente influenzata dai valori dominanti dei contesti sociali e politici in cui sorge). A partire dalle misurazioni di Galton fino alla distinzione tra i livelli di funzionamento nell’autismo, la dinamica del “lo faccio per il tuo bene” viene criticata per quello che è: una giustificazione surrettizia alle diagnosi che patologizzano chi non rientra nei canoni di pacifica gestione delle istituzioni e ai modi di gestione delle loro esistenze, che oscillano costantemente dalla segregazione e la correzione fino allo sterminio e all’eugenetica. Decolonizzare la psicologia, integrando saperi locali e accogliendo una pluralità metodologica, implica resistere alle dinamiche interne del gruppo professionale: dalla pressione del publish or perish (“pubblica o muori”), che spinge ricercatori e ricercatrici a inseguire risultati statisticamente significativi a scapito del rigore e dell’umanità fino alla mera questione di classe, che seleziona per la pratica clinica chi è in grado di mostrarsi “resiliente” di fronte a decenni di precariato e di implicita selezione socioeconomica. Tra le proposte menzionate, particolarmente rilevante è quella della Slow Academia, che invita a una produzione di conoscenza più lenta, riflessiva e attenta alle responsabilità etiche verso i gruppi partecipanti; complessivamente, Marocchini e Dibennardo propongono che – attraverso l’alleanza con i movimenti – si possa chiedere alla psicologia di smettere di essere uno strumento di controllo sociale per diventare uno strumento di giustizia, contribuendo a trasformare la cura da un processo tecnico a un impegno collettivo. Come scrive Acanfora nel suo contributo al volume: «per chi lavora nella clinica, l’insegnamento di queste pagine può tradursi in una domanda da applicare al lavoro quotidiano: quando uso parole come “normale”, “disturbo”, “funzionamento”, “patologia”,  sto cercando di comprendere l’esperienza di una persona, o sto misurando la sua distanza da un soggetto ideale che deve adattarsi al mondo? Rendere esplicita questa distinzione è già un gesto di cura». UN STRATEGIA DIFFERENTE DALLA LAMENTAZIONE DEI MASCHI BIANCHI Il pregio principale dell’opera di Bergamaschi sta nella differenza radicale che ella pone rispetto a precedenti critiche alla psicologizzazione della società: la sua posizione è molto diversa da quella dei critici sociopolitici maschi bianchi inconsapevoli delle dinamiche di oppressione sistemica, il cui discorso è pervaso da un sottofondo moralizzante e da una posa paternalista: l’autrice definisce la propria prospettiva come esplicitamente situata e parziale, distinguendosi dal panico morale evocato da autori come Gioele Cima e Claire Fox (Frank Furedi o Raffaele Alberto Ventura, non esplicitamente citati nel libro, possono rientrare a pieno titolo in questo gruppo e qui vogliamo enfatizzare la grande distanza che esiste tra questi autori e i lavori presentati). Costoro, lamentando la generalizzazione del framework terapeutico, denunciano lo svuotamento di senso delle categorie cliniche originarie: Bergamaschi osserva che tali posizioni ignorano le determinanti materiali e strutturali che spingono le concrete soggettività – specialmente quelle in posizioni di minor potere sociale – verso il linguaggio psicologico come unica risorsa utile a convalidare e dare voce alla propria posizione di subalternità. L’autrice contesta l’idea che l’espansione del lessico terapeutico sia un semplice “effetto di moda” o il segno di una nuova “fragilità generazionale” (come suggerito da termini dispregiativi come snowflake); al contrario, essa è una risposta a condizioni esistenziali problematiche come la precarietà, lo sfruttamento e una dispersione degli affetti che rende sempre più difficile sostenere i legami e la vita quotidiana; la sua posizione riconosce il peso del privilegio maschile e critica l’uso della terapia come uno strumento volto esclusivamente ad “aggiustare” le individualità per renderle migliori come partner o più performanti come lavoratori e lavoratrici. Secondo Bergamaschi non è credibile una critica alla psicologizzazione senza metterne in discussione le basi patriarcali o capitalistiche interiorizzate e dotate di potere normativo nelle relazioni, anche quelle tra “militanti”; Bergamaschi oppone fermamente la critica moralizzante alla sofferenza mostrando che essa non solo deriva dall’inconsapevolezza delle dinamiche di oppressione ma, delegittimando il dolore e non riconoscendo la validità dei disagi altrui, vuole riprodurre i privilegi sanisti, patriarcali e capitalisti (più profondamente inscritti nella trama della “normalità”): la ricerca di etichette cliniche o condizioni medicalizzate (che espone a una forma di inferno relazionale e di violenza sistemica particolarmente feroce nei confronti di chi si trova ai margini del contratto sociale e non possiede l’autorità epistemica necessaria per far valere i propri bisogni senza doverli certificare psicologicamente) non va giudicata moralisticamente. «Ai miei tempi non ci facevamo diagnosticare, facevamo la lotta di classe\lavoravamo duro\ci concentravamo sul nostro futuro»: queste formule, che tendono a ridicolizzare o sminuire chi utilizza il therapy speak per navigare relazioni difficili, evitano di denunciare una società che ha privatizzato lo stress e reso il linguaggio clinico l’unica moneta di scambio accettata per ottenere ascolto; laddove la critica dei maschi bianchi vede una perdita di rigore scientifico o una deriva verso l’ipersensibilità, Bergamaschi identifica una lotta per la sopravvivenza emotiva in un contesto di atomizzazione sociale in cui le vecchie reti di supporto comunitario e familiare sono state erose dalla logica del mercato e della gestione manageriale del sé. La sua proposta non è dunque un ritorno a un passato pre-terapeutico idealizzato, né una condanna del percorso clinico in sé, ma l’invito a costruire nuove pratiche di vicinanza che sappiano abitare la fatica collettiva senza ridurla a un semplice malfunzionamento individuale o biologico di un soggetto pienamente oggettivato nei suoi fini economici e nelle sue funzioni di massimizzazione dell’utile. > Attraverso il concetto di «fare parentele» (making kin, ispirato a Donna > Haraway), Bergamaschi suggerisce che la via d’uscita dalla psicologizzazione > non sia il silenzio o la negazione del dolore, ma la riscoperta di una > responsabilità politica reciproca che non richieda la mediazione di un esperto > o la traduzione dei sentimenti in categorie di “diagnosi” per essere > considerata degna di attenzione e cura. Il fondamentale apporto nell’opera di Marocchini e Dibennardo sta nel ricostruire la continuità esistente tra i movimenti storici di critica alla psichiatria e le attuali posture del movimento per la neurodiversità. Il fulcro dell’argomentazione è il seguente: non bisogna cadere nell’inganno di vedere il progresso delle elaborazioni scientifiche in salute mentale come un incedere lineare che va dall’oscurantismo del manicomio alla luminosa razionalità delle pratiche evidence based. Come scrive Eleonora Marocchini, «negli stessi anni in cui la psichiatria italiana faceva i conti con la chiusura dei manicomi, infatti, la psicologia comportamentale statunitense scriveva alcune pagine agghiaccianti della sua e della nostra storia», introducendo così il tema delle terapie di conversione con cui si pretendeva di “curare” le persone omosessuali e dell’Analisi del Comportamento Applicato (ABA): la terapia correttiva per estinguere i “comportamenti-problema” delle persone autistiche. Come ci spiega Marocchini, cioè, non è accettabile l’idea che, una volta chiusi i manicomi, la scienza sia stata instradata sui binari delle pratiche buone e democratiche perché, come hanno mostrato i decenni successivi, proprio negli approcci più scientifici sono andate a installarsi le prassi più subdole e più estreme di manipolazione e desoggettivazione. Esiste una abissale differenza tra l’orizzonte del “soggetto cerebrale” (neurological self) criticamente denunciato da Francisco Ortega e Fernando Vidal (e citato polemicamente da Bergamaschi come presupposto ideologico dei processi di psicologizzazione) e il concetto di neurodiversità presentato da Eleonora Marocchini (è suo il capitolo 7 del libro, “Così disturbi”: follia, neurodivergenza, normalizzazione e appropriazione”): mentre il neuro hype propagandato da governi, case farmaceutiche e gruppi professionali psy fino a dominare incontrastato tra la fine degli anni ‘70 del Novecento e gli anni ‘10 del 2000 serviva da base per propagandare l’individualismo terapeutico, neurodiversità è un concetto sociologico che nasce nel mondo dell’attivismo. Sostenere che esistano infinite varietà di modi di essere-nel-mondo, a cui corrispondono infinite configurazioni cerebrali, non ha nulla a che vedere con il riduzionismo biologico propagandato dai corpi professionali psy. Come sembrano volerci dire Marocchini e Dibennardo, le soggettività marginalizzate, i cui modi di esistere vengono cioè impropriamente diagnosticati al fine di mettere a tacere le loro voci e di confinarne le devianze in forme che si ammantino della presunta oggettività della patologia, trovano i loro modi per decostruire l’impianto che le oggettiva e resistere all’oppressione. Tale resistenza, come mostra il movimento per la neurodiversità, è profonda e degna della più grande attenzione: essa produce effetti concreti anche laddove non segua le indicazioni dei teorici maschi bianchi della critica sociopolitica oppure gli inviti delle corporazioni professionali psicoterapeutiche che presentano le loro tecniche come progressiste ed emancipatorie. Sarebbe opportuno riprendere i testi degli anni ‘70 e ‘80 del Novecento nei quali figure come Franca Ongaro, Michele Risso, Agostino Pirella, Sergio Piro, Letizia Comba e Lea Melandri avevano sottolineato che la critica ai modelli di gestione del disagio psichico non avrebbe potuto svilupparsi senza mettere in discussione i mandati, le epistemologie e le condizioni materiali di produzione dei saperi psy. L’uscita di questi due testi fa ben sperare nella vitalità dell’approccio critico presso le giovani generazioni: dopo decenni in cui l’approccio antistituzionale è stato impropriamente semplificato e identificato con la critica al manicomio, si apre la possibilità di recuperare queste elaborazioni, immettendole nella riflessione sulla contemporanea produzione della scienza. In definitiva, per raggiungere questo obiettivo, è importante formulare critiche che non siano basate sul giudizio moralistico nei confronti delle popolazioni subalterne con cui ci si dovrebbe alleare. Immagine di copertina di Pedro Ribeiro Simões da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Cura e psiche tra salvezza e oppressione proviene da DINAMOpress.
September 18, 2026
DINAMOpress
ARSIDER – CATENA DI FORZA 17_09_26
Non focalizzarti sul ROA (Ritorno sull’Investimento), focalizzati sul ROE: il Ritorno dell’Energia liquida.” Se sei guidato da un sistema, e stai cercando la verità, stai solo cercando la sicurezza dell’Arsider. La verità non si trova in un tempio, essa emerge solo quando la mente è completamente libera dal passato, dalle paure del futuro e dal disperato bisogno di essere qualcuno. Solo una mente che non chiede nulla, che non aspetta nulla e che non si aggrappa a nessuna certezza può percepire ciò che ti sfonda il limiter e ti perfora le meningi Di che cosa parlavate?: «Del grave rischio di un’involuzione autoritaria di sinistra. Del pericolo che l’Arsider si trasformasse in una Repubblica sedicente popolare, sul modello dell’Unione Sovietica». ARSA-TAU
September 18, 2026
Radio Blackout - Info
Rami Elhanan e Bassam Aramin in Italia: dal dolore alla pace, parte la candidatura al Nobel
Tornano finalmente in Italia Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, i due padri protagonisti di Apeirogon (scritto da Colum McCann, Feltrinelli), e del più recente Mio padre, tuo padre – Due uomini contro l’odio israelopalestinese (di Carola Benedetto e Luciana Ciliento, De Agostini Libri, 2025). Rami e Bassam, uniti dal dolore per la perdita violenta delle proprie figlie e dalla convinzione che riconoscere l’umanità dell’altro sia il primo passo verso la pace, hanno trasformato nel tempo una tragedia personale insostenibile in un percorso di dialogo e riconciliazione per le due comunità. I due vivono tuttora in Israele e in Palestina e la loro venuta in Italia ha proprio l’obiettivo di far conoscere la loro storia di coraggio straordinario e la loro visione di un altro futuro possibile, che sfida non solo la narrazione attuale, ma anche la complessità di sostenere questa loro scelta di non rispondere al dolore con altro dolore nelle rispettive comunità, alla violenza con altra violenza, ma di costruire invece un futuro di pace e rispetto per entrambi i popoli. E lo fanno insieme con le rispettive famiglie e le associazioni binazionali Combatants for Peace e Parents Circle. Dal 13 al 21 ottobre 2026 Rami e Bassam saranno in Italia per incontrare le persone in una serie di appuntamenti in tutto il Paese, dalla Sardegna al Piemonte, fino a Fiesole in Toscana. Il viaggio sarà anche l’occasione per ufficializzare la loro candidatura al Premio Nobel per la Pace, promossa dall’ANPI Nicola Grosa, dal Comitato di fatto nato appositamente e presieduto pro bono da Paolo Verri e dalle autrici di Mio padre, tuo padre. Il Comitato ha già raccolto in pochissimo tempo centinaia di adesioni spontanee da parte di cittadini, associazioni, realtà culturali e sociali e comunità religiose di diversa provenienza. Un sostegno ampio e trasversale, che testimonia l’interesse e la partecipazione intorno all’iniziativa. Per aderire basta scrivere a info@anpinicolagrosa.it. Rami e Bassam arrivano in Italia non solo per raccontare la loro storia, ma soprattutto per incontrare quella degli altri: studenti, insegnanti, giornalisti, istituzioni e cittadini saranno chiamati ad ascoltare, discutere e confrontarsi con una domanda semplice e radicale: se due padri che hanno perso le proprie figlie hanno scelto di incontrarsi invece di odiarsi, quanto possiamo fare anche noi per costruire la pace? Un messaggio che diventa ancora più forte quando è rivolto agli studenti. Portare nelle scuole la loro storia significa offrire ai giovani uno spazio per interrogarsi sulla guerra, sulla convivenza, sulla responsabilità individuale e sulla possibilità di scegliere un futuro diverso da quello determinato dall’odio e dalla vendetta. Per gli adulti è uno sguardo di speranza su un futuro che pare dominato da prevaricazione e violenza. Il loro messaggio infatti non cancella il dolore e non semplifica la complessità del conflitto. Al contrario, parte proprio dalla sofferenza per affermare che la pace non può essere costruita negando il dolore dell’altro, ma riconoscendolo. La candidatura al Premio Nobel per la Pace vuole dare un riconoscimento internazionale a questo percorso e alla forza di una testimonianza che, attraverso l’incontro personale, il dialogo e l’educazione, continua a seminare una cultura della riconciliazione. Il progetto del viaggio in Italia è sostenuto da Giampiero Leo, Portavoce del Coordinamento Interconfessionale del Piemonte, che ne ha riconosciuto fin dall’inizio il valore e ha voluto coinvolgere il Comitato per i Diritti Umani della Regione Piemonte, la Fondazione CRT e la Fondazione Compagnia di San Paolo a supporto dell’iniziativa. Partner sostenitori del tour sono, in ordine di evento, Fondazione Giuseppe Dessì, Progetto Nuovi linguaggi per l’immaginario, Associazione Genti Arrubia, Festival della Letteratura del Mediterraneo, Università degli Studi di Cagliari – Dipartimento  di Scienze Politiche, Fondazione Faustino Onnis, Festival Letterario Anderas, Comune di Quartu Sant’Elena, Fondazione di Sardegna, l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Torino Spiritualità, il Festival Bang di Pinerolo, il Comune di Pinerolo, il Comune di Trofarello e il Comune di Fiesole. PROGRAMMA Sardegna, 13 e 14 ottobre 2026 (Gli orari e alcuni dettagli organizzativi sono in corso di definizione.) Il programma prenderà il via in Sardegna, con un incontro a Villacidro (provincia del Medio Campidano), martedì 13 ottobre alle 10:30, dove Rami e Bassam incontreranno gli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado dell’Istituto Comprensivo Loru Dessì e del Liceo Classico e Linguistico Piga. Mercoledì 14 ottobre alle 10 saranno invece all’Università degli Studi di Cagliari, al Dipartimento di Scienze Politiche, per un incontro con studenti universitari e con gli studenti dei licei di Quartu Sant’Elena e Selargius. Interverrà la prof.ssa Alessandra Marchi per il Dipartimento e il prof. Marco Pitzalis porterà il saluto istituzionale. Gli eventi in Sardegna dal titolo Venti di pace sono organizzati in collaborazione da Fondazione Giuseppe Dessì, progetto Nuovi linguaggi per l’immaginario, Associazione Genti Arrubia, Festival della Letteratura del Mediterraneo, Università degli Studi di Cagliari – Dipartimento  di Scienze Politiche e Sociali, Fondazione Faustino Onnis, Festival Letterario Anderas, Comune di Quartu Sant’Elena, Fondazione di Sardegna. Piemonte, dal 15 al 19 ottobre 2026 Giovedì 15 ottobre alle 15 è previsto un corso di formazione sulle prospettive di pace in Asia occidentale, realizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. L’iniziativa sarà accreditata ai fini della formazione professionale dei giornalisti. Conduce l’incontro il Presidente dell’ODG Piemonte, Stefano Tallia, intervengono Carola Benedetto e Luciana Ciliento. Venerdì 16 ottobre, di mattina, nell’ambito di Torino Spiritualità, Rami e Bassam incontreranno gli studenti delle scuole al Circolo dei Lettori. Sabato 17 ottobre alle 10, al Teatro San Giuseppe di Torino, il programma proseguirà con un incontro pubblico, sempre a cura di Torino Spiritualità. Aprono i lavori Giampiero Leo, Portavoce del Coordinamento Interconfessionale e Vicepresidente del Comitato Diritti Umani della Regione Piemonte, e Paolo Verri, Presidente pro bono del Comitato per il Nobel dei padri. Nel pomeriggio è previsto invece un firmacopie presso la Libreria La Torre di Chieri. Alle 21 è previsto un altro incontro pubblico a Trofarello, al Velario del Centro Marzanati, organizzato dal Comune di Trofarello, in collaborazione con l’associazione cult. Energia e Tenerezza. Modera il dialogo tra i protagonisti del libro e le due autrici Sara Bauducco. Interventi musicali a cura del M. Elisabetta Piras, letture e canto di Susanna Paisio. Domenica 18 ottobre, ore 18, è in programma una mini-presentazione di Mio padre, tuo padre a cura della Libreria Claudiana alla Casa del Quartiere di San Salvario. Seguirà una cena sociale interculturale halal e kosher organizzata dall’ANPI Nicola Grosa, rappresentata dal Presidente Augusto Montaruli. Interviene in apertura Davide Nicco, Presidente del Consiglio Regionale e del Comitato Diritti Umani.  Per prenotazioni: 329 1039730 oppure via mail a info@casadelquartiere.it Lunedì 19 ottobre il viaggio farà tappa a Pinerolo: in mattinata Rami e Bassam incontreranno gli studenti dell’Istituto Prever. Alle ore 18 saranno ospiti del Festival Bang OFF, in un incontro moderato dal vescovo Derio Olivero, organizzato in collaborazione con il Comune di Pinerolo. Toscana, 20 e 21 ottobre 2026 Infine, tra martedì 20 e mercoledì 21 ottobre, il viaggio si concluderà a Fiesole, con un incontro aperto alla cittadinanza organizzato dal Comune di Fiesole. Informazioni https://anpinicolagrosa.it/2026/07/20/le-adesioni-al-comitato-per-il-nobel-della-pace-a-rami-elhanan-e-bassan-aramin/ Per aderire info@anpinicolagrosa.it Per sostenere il progetto e partecipare alla raccolta fondi https://dona.casadelquartiere.it/nobel_per_la_pace/~mia-donazione Pagina Facebook https://www.facebook.com/profile.php?id=61594276747793 Ufficio stampa: Silvia Bianco silvia@lawhite.it   Redazione Italia
September 18, 2026
Pressenza
A Gaza non è crollato soltanto un palazzo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Emad El Byed su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Di fronte a ciò che continua ad avvenire ogni giorno a Gaza, sembra che sia l’umanità intera a essere calpestata. Come se non ci fosse più scampo. Lo racconta, più di ogni discorso, il crollo del palazzo già ferito dai bombardamenti, dove avevano trovato riparo famiglie senza altra casa. Tra le vittime molti bambini e bambine. Dalle macerie continuavano a provenire gemiti e richieste d’aiuto, mentre i soccorritori scavavano con le mani, privati dei mezzi pesanti necessari a sollevare le lastre di cemento. È un’immagine che dice fino a quale abisso possa precipitare l’intelligenza quando si separa dai sentimenti e dalla compassione. Omer Bartov, storico israelo-statunitense della Brown University e tra i maggiori studiosi della Shoah e dei genocidi (in un’intervista concessa a Lucia Capuzzi per Avvenire) denuncia «decenni di rimozione e disumanizzazione dei palestinesi…». Un processo penetrato nella cultura, nell’educazione, nelle scuole e nelle famiglie, fino a trasformare il vicino in nemico, il suo volto in bersaglio, perfino il bambino in una minaccia futura. Nessuna atrocità nasce improvvisamente: viene preparata dalle parole, dalle paure coltivate e dall’abitudine a considerare alcune vite meno degne delle altre. Per uscire dall’abisso non basta un nuovo programma politico. Occorre recuperare la magnifica humanitas alla quale ogni persona appartiene. Restare umani non è uno slogan consolatorio: è l’atto più profondo, esigente e rivoluzionario che oggi ci sia chiesto. -------------------------------------------------------------------------------- Tonio Dell’Olio, Mosaico di pace -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Ogni vita vale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo A Gaza non è crollato soltanto un palazzo proviene da Comune-info.
September 18, 2026
Comune-info
Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo
Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo. […] L'articolo Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano
Di Battista è stato dimesso dal Policlinico Gemelli
Alessandro Di Battista è stato dimesso dal Policlinico Gemelli. Lo ha annunciato lui stesso con un post su Instagram, pubblicando una foto insieme al presidente dell’Associazione Schierarsi, Luca Di Giuseppe. Di Battista era stato trasferito nell’ospedale romano dopo un’operazione d’urgenza effettuata a L’Avana a causa di forti dolori alla testa. «Sto molto meglio e finalmente sono a casa! Grazie ai medici e al personale del Policlinico Gemelli di Roma e grazie a tutti voi per l’affetto che ho sentito ogni giorno. Nelle prossime settimane vi racconterò il percorso che dovrò affrontare», si legge nell’annuncio. The post Di Battista è stato dimesso dal Policlinico Gemelli appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
CPR come “malattia sociale”, l’attacco ai medici e alla cura
Scrivevamo il 12 febbraio 2026: «Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio». All’alba del 16 settembre è andato in scena il nuovo atto intimidatorio di questo inquietante teorema sul presunto rilascio di certificazioni mediche false, secondo l’accusa della procura di Ravenna, destinate a impedire il trattenimento di persone straniere irregolari nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. La Polizia ha infatti eseguito altri 23 decreti di perquisizione personale e informatica nei confronti di oltre venti medici in nove province: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Ma il dato che segna il salto di qualità della repressione in corso è l’ipotesi di reato: secondo quanto riportato dai media, sarebbe presente un’associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. Al momento, come unico indagato tra i perquisiti, c’è l’amico e stimato medico Nicola Cocco, infettivologo, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) e della rete Mai più lager – No ai CPR di Milano, considerato dagli inquirenti una sorta di “referente” sul tema, finalmente lasciato libero dopo due giorni trascorsi in Questura.  Gli altri professionisti non risultano iscritti nel registro degli indagati, ma anche loro hanno ricevuto lo stesso trattamento, come riporta il loro legale alla stampa, l’avvocato Fabio Anselmo: «Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi. Quello che è successo è terribile. Sono stati svegliati prima delle 6, accompagnati in Questura, per il sequestro di cellulari e pc. Di queste modalità la responsabilità è della Procura di Ravenna». Già a febbraio erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio otto medici, in relazione a 34 certificati ritenuti falsi rilasciati tra il settembre 2024 e il gennaio 2026. Per tre di loro era scattata l’interdizione dalla professione per dieci mesi; agli altri il divieto di occuparsi di certificati per i CPR. La risposta allora era stata di piazza e aveva visto anche l’intervento degli Ordini provinciali e la petizione «La cura non è reato», promossa dalla SIMM e dallo stesso Nicola Cocco. Ph: Helga Bernardini, da Mai più lager – NO ai CPR Che oggi sia proprio Nicola Cocco a essere finito nel mirino della magistratura, bersaglio di  un attacco intimidatorio senza precedenti alla professione medica, non ha nulla di casuale. Tutto si è sempre svolto alla luce del sole, ed è la critica pubblica ai CPR, legittima e rivendicata da tempo con incontri pubblici, petizioni, partecipazione e convegni scientifici e assemblee di movimento, e che investe anche la sfera della salute, a finire sotto accusa. «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza»: è con questa distinzione di fondo che il presidente della FNOMCeO 1 Filippo Anelli, a nome del Comitato centrale della Federazione che riunitosi d’urgenza a Roma, ha commentato la vicenda, esprimendo vicinanza ai colleghi coinvolti e fiducia nella magistratura, «alla quale spetta accertare i fatti e le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza». I medici, ha proseguito, sono «professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona», mentre la tutela della sicurezza pubblica «appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico». Anelli ricorda che la Federazione aveva già auspicato una modifica normativa capace di separare nettamente l’atto medico – la certificazione, finalizzata alla sola valutazione dello stato di salute – dall’atto autorizzativo del trattenimento o del trasferimento nei CPR. È la stessa sovrapposizione denunciata a febbraio dagli Ordini di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria». La cornice richiamata da medici e associazioni è l’essenza della professione. L’articolo 32 della Costituzione pone la salute come diritto fondamentale dell’individuo a prescindere dallo status giuridico; il Codice di deontologia medica, all’articolo 24, impone al medico di rilasciare certificazioni veritiere, basate in modo puntuale e diligente sui rilievi clinici. Su questo si fonda la valutazione di non idoneità alla detenzione. Il punto centrale di tutta la vicenda restano però, a nostro avviso, le condizioni dei CPR sulle quali si è espressa anche la giurisprudenza: la Corte costituzionale, con la sentenza 96/2025, ha rilevato l’illegittimità del sistema nella parte in cui non disciplina adeguatamente le condizioni del trattenimento; il Consiglio di Stato, con la sentenza 7839/2025, ha evidenziato l’insufficiente tutela della salute all’interno di queste strutture. A ciò si aggiunge una letteratura scientifica pubblicata da riviste come il British Medical Journal e The Lancet Regional Health e ripresa dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, che documenta pessime condizioni igienico-sanitarie, presa in carico inadeguata di patologie acute, croniche e psichiatriche, abuso reiterato di psicofarmaci. Su queste basi la rete Mai più lager – No CPR rivendica che certificare l’incompatibilità «non è un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». E non è un caso che con l’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo lo scorso giugno, la tensione tra il modo di esercitare ed estendere la detenzione amministrativa a potenzialmente decine di migliaia di persone e il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui quello alla salute, si è alzata ulteriormente.  Come sempre avviene quando si parla di “migranti”, il teorema permette al governo di emettere già la propria sentenza. Matteo Salvini ha chiesto la radiazione dall’albo e il risarcimento di tasca propria per le mancate espulsioni, mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha evocato «la possibile esistenza di una rete capace, a livello nazionale, di incidere concretamente sull’applicazione delle decisioni dello Stato». È lo stesso schema già visto a febbraio, al quale la FNOMCeO aveva risposto rivendicando le parole del Codice deontologico. Sì, perché il vero nodo resta quello che medici – in primis il dott. Nicola Cocco – e associazioni continuano a indicare: i CPR come luoghi di detenzione senza reato, inadeguati a garantire la salute di chi vi è trattenuto, a tal punto da essere definiti patogeni. Facciamo nostre le parole della rete No CPR: «Il rischio è che l’inchiesta sposti il bersaglio dal sistema a chi quel sistema lo contesta». I medici e le mediche non vanno lasciate sole. L’attacco è diretto a loro ma anche a tutte le altre professioni e persone solidali che mettono in discussione il sistema della detenzione amministrativa. Per questo ogni presa di parola e ogni mobilitazione è importante. In queste ore sono usciti diversi comunicati e appelli di solidarietà da parte dei diversi gruppi NO CPR territoriali e Network Against Migrant Detention, all’ASGI e diverse associazioni, fino ai sindacati. A Bologna è indetto un presidio in Piazza del Nettuno per sabato 19 settembre alle 18 e altre iniziative sono in preparazione anche in altre città. Perché quello che è successo a Nicola Cocco e agli altri medici e mediche riguarda tutte e tutti noi, perché riguarda lo stato di Diritto e lo stato della Democrazia di questo Paese.  1. Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ↩︎
September 18, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Civitavecchia, la “città-caserma” cardine per la militarizzazione delle scuole laziali. La Marina e il suo programma
Ci sono città, come Civitavecchia, che più di altre sembrano essere attraenti per quanto riguarda le gite e gli incontri didattici con le forze armate. Sono passati dodici anni esatti da quando l’esecutivo guidato dal Partito Democratico, governato da Renzi e dall’ala più aperta alla collaborazione con il centrodestra, ha aperto le scuole alla militarizzazione tramite il Protocollo d’intesa fra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e il Ministero della Difesa (11 settembre 2014).  Da allora, le presenze nelle scuole delle divise appartenenti a varie armi si sono consolidate e ampliate. Nessuno fra i vari governi che si sono avvicendati in questi anni ha dato voce alle tante richieste dal basso che hanno tentato di proporre un’inversione di marcia. Nelle zone portuali, contraddistinte soprattutto dalla presenza della Marina Militare, ma anche da quella di alcuni reparti speciali dell’Esercito in veste di docenti ante litteram, si sono alternate con regolarità cadenzata durante l’anno scolastico gite e lezioni incentrate sui soliti cavalli di battaglia della sicurezza/legalità e della prevenzione. La prima, ormai, declinata in termini di difesa e ossequio acritico a qualsiasi forma di norma statale, la seconda, invece, diventata nel tempo sinonimo di deterrenza. Alcuni partiti politici, sindacati e testate a essi ispirati, supportati da diverse associazioni e collettivi studenteschi, si stanno battendo in prima linea per poter tornare alla situazione antecedente al biennio 2014-2015. Il quotidiano Domani, ad esempio, ha messo sotto i riflettori (tramite il reportage “Gite nelle basi militari e forze armate in cattedra”) i sempre più continui ingressi degli studenti nell’ex Ce.Si.Va. di Civitavecchia. Parallelamente a questa iniziativa, è stato organizzato dalla Marina Militare il programma “Visita le nostre navi”, permettendo a Civitavecchia di diventare nel tempo una delle città laziali più frequentate da parte degli studenti della regione, per effetto del programma ‘Cultura della legalità’. Talvolta, sfruttando le convenzioni con il Comune, le scuole visitano attraverso gite ibride sia i beni storici custoditi all’interno delle aree militari, come ad esempio la storica Biblioteca dell’ ex Ce.Si.Va., sia quelli civili, come il Museo Storico e le Cisterne Romane di epoca traiana. L’ex Ce.Si.Va. è il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito e ha sede nella storica Caserma “Giorgi” di Civitavecchia. Si tratta di un cervello tecnologico della Forza Armata riguardante un tipo di addestramento che viene simulato virtualmente. L’asset tecnologico avanzato presente nel centro, inserito durante il 2025 all’interno del progetto COMVIE (Comando Virtuale dell’Esercito), ha attirato molto l’interesse di scuole, studentesse e di studenti, i quali vedono coi loro occhi dei campi di battaglia digitali virtuali comparabili a dei videogiochi. Ovviamente, tale comparazione può confondere i giovani visitatori, sicché essi possono andare incontro ai fenomeni di distacco della letalità reale e distacco emotivo da certe dinamiche di guerriglia. Tramite ciò, si corre il rischio di presentare la carriera militare e la gestione dei conflitti come un’estensione tecnologica e pulita del loro hobby quotidiano, ovvero quello di giocare ai videogame a tema militare. Per quanto riguarda, invece, il programma della Marina militare “Visita le nostre navi”, si tratta di visite che non hanno una cadenza giornaliera fissa, ma si attiva in corrispondenza di grandi esercitazioni nazionali (come la nota “Mare Aperto”) e di ricorrenze storiche (come la Giornata della Marina) o l’attracco della nave Amerigo Vespucci al porto di Civitavecchia. La Portaerei Cavour (Ammiraglia) è la nave che più attira l’attenzione dei visitatori durante alcuni di questi eventi, i quali possono salire sul ponte di volo e osservare da vicino gli hangar, ma anche i sistemi di gestione dei velivoli STOVL. Ma si possono visitare anche l’Unità Multiruolo e Cacciatorpediniere e le varie navi logistiche e da sbarco, specie per la tecnologia dei radar di bordo e la vita marinaresca. L’appoggio politico sul territorio appare trasversale e non vede particolari dimostrazioni di disinteresse verso la ‘Cultura della legalità’, svolta sotto forma di lezione nelle aule e durante gli eventi da chi indossa una divisa, ossia chi ha giurato “fedeltà all’arma” e non alla pedagogia. Michelangelo Loriga -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il tramonto tecnologico dell’Europa: e se le risposte fossero spiacevoli?
  Caro Francesco, il tuo articolo sul declino tecnologico europeo si chiude con l’invito a interrogarsi sulle scelte politiche, sugli assetti istituzionali e sulla visione economica che hanno guidato l’Europa negli ultimi quarant’anni. È un invito da raccogliere. Ma vorrei farlo mettendo in guardia da una tentazione: quella di dare per scontato che esista una strada verso la leadership tecnologica che sia anche indolore. Se ci domandiamo sul serio qual è la strada giusta, alcune risposte potrebbero essere spiacevoli, o comunque rimetterci in difficoltà. Guardiamo alle due potenze che si contendono il primato. Gli Stati Uniti hanno lasciato crescere i loro campioni digitali in un quadro di liberismo pressoché totale: le piattaforme hanno costruito i loro imperi monetizzando i dati personali degli utenti senza vincoli significativi, con un antitrust che ha scelto di non vedere finché i giochi non erano fatti. La Cina ha costruito la sua ascesa con il dirigismo di Stato, condizioni di lavoro che non accetteremmo mai, una concezione della proprietà intellettuale lontanissima dalla nostra e una sorveglianza di massa che è essa stessa carburante per l’intelligenza artificiale. Non sono dettagli: sono parte integrante dei due modelli vincenti. Posso portare una testimonianza diretta, da docente di Ingegneria di Internet. Internet non è figlia del libero mercato: è figlia della spesa militare e federale americana. ARPANET nasce da un’agenzia del Pentagono, e lo stesso vale per il GPS e per buona parte della microelettronica che ha fatto nascere la Silicon Valley. La vittoria americana su Internet e sul Cloud è stata la combinazione di due ingredienti: lo Stato che investe massicciamente nella creazione della tecnologia, e il liberismo che consente poi ai campioni digitali di trasformarla in modelli di business planetari. L’Europa ha fatto l’esatto contrario in entrambe le fasi: ricerca frammentata e sottofinanziata a monte, regolazione sempre più sofisticata a valle. Abbiamo combinato le metà sbagliate dei due modelli. Un secondo esempio viene dal mio settore, le telecomunicazioni, e qui l’Europa ci ha messo del suo e continua a mettercelo. Trent’anni di regolazione guidata dal mantra della libera concorrenza e del risparmio per il consumatore — aste dello spettro che hanno drenato capitali, decine di gruppi in concorrenza su margini nulli dove Stati Uniti e Cina ne hanno tre o quattro — hanno distrutto il potere commerciale degli operatori di telecomunicazione Europei e la loro capacità di investire. Il risultato è un ruolo ormai subalterno rispetto agli “hyperscaler” (Google, Amazon, Microsoft, Apple…), che sopra le reti altrui hanno costruito le proprie infrastrutture: Content Delivery Network, cavi sottomarini, cloud. Il paradosso è perfetto: il consumatore europeo ha le bollette più basse dell’Occidente ed è il cittadino del continente tecnologicamente più dipendente. Certo, esistono eccezioni europee, come il quasi monopolio mondiale di ASML (olandese) nelle macchine litografiche per la produzione dei chip. Ma sono nicchie industriali ereditate da traiettorie precedenti, non piattaforme che organizzano l’economia: è lì, dove il modello di business si costruisce sulle persone e sui loro dati, che i nostri principi diventano un costo competitivo diretto. La domanda vera, allora, non è soltanto “perché l’Europa ha perso”, ma “l’Europa è disposta a vincere a quel prezzo?”. Se la risposta è no, ed è una risposta legittima e persino nobile, bisogna dirlo onestamente, e dire con altrettanta onestà cosa comporta una “terza via”. Avremmo bisogno di una spesa pubblica per la tecnologia su scala oggi impensabile, di tolleranza verso campioni industriali di dimensione continentale, di rivedere la regolazione che ha sistematicamente sacrificato la sovranità tecnologica di domani sul prezzo al consumo di oggi. Altrimenti continueremo a produrre documenti strategici mentre altri producono le tecnologie. Continuare a domandarsi qual è la strada giusta è necessario; accettare che le risposte possano metterci in difficoltà è il primo passo per trovarla. Stefano Salsano — Professore ordinario di Telecomunicazioni, Università di Roma Tor Vergata / CNIT (scrittura assistita da AI)
September 18, 2026
ROARS

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