Elezioni in Palestina a partito unico mentre continua il processo di annessione dei territori occupati in Cisgiordania
Il 25 aprile, i palestinesi sono stati chiamati a votare alle elezioni locali per scegliere i rappresentanti dei consigli comunali e di villaggio, che rimarranno in carica per quattro anni. Queste elezioni giungono dopo anni di ripetuti rinvii delle votazioni nazionali, senza che si siano tenute elezioni legislative dal 2006. Queste elezioni riflettono la riproduzione di una forma di governo in condizioni di coercizione. “Sono al contempo performative e rivelatrici: dimostrano come, nonostante la costante tensione, l’assenza di stabilità sociopolitica, l’esaurimento delle risorse e la frammentazione orchestrata da Israele, i palestinesi siano costretti ad affermare la propria sopravvivenza proprio attraverso le strutture che li opprimono”, dice Mariam Barghouti. Questa realtà si riflette anche nel luogo e nel pubblico a cui si svolgono queste elezioni. Le votazioni si tengono in tutta la Cisgiordania occupata, ma a Gaza sono limitate a un unico comune: Deir el-Balah , mettendo in luce il frammentato panorama politico e geografico in cui i palestinesi sono costretti a vivere. L’occupazione israeliana della Palestina, sostenuta dagli Stati Uniti e dai governi occidentali, controlla e gestisce con la forza ogni aspetto della vita palestinese. Vivere in Palestina significa essere tenuti in ostaggio sotto la costante minaccia di detenzione o arresto per il proprio pensiero o per la partecipazione politica e, in un contesto di crescente espansione degli insediamenti, vivere in un perenne stato di emergenza. Le elezioni locali mettono a nudo le conseguenze della campagna israeliana in corso da cinque anni per frammentare geograficamente e smembrare la vita palestinese. Queste elezioni si svolgono in 420 autorità locali, con oltre un milione di elettori aventi diritto. Eppure Gaza è in gran parte esclusa, mentre i palestinesi con cittadinanza israeliana e quelli in possesso di documenti d’identità di Gerusalemme non possono partecipare, rimanendo sotto il governo israeliano. Questo senza considerare che più della metà della popolazione palestinese vive nella diaspora e in esilio forzato. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei palestinesi è esclusa da quest’ultima via di partecipazione politica rimasta. Persino all’interno della Cisgiordania occupata, la geografia stessa del voto è frammentata. I posti di blocco israeliani, le chiusure sporadiche e le incursioni in città e villaggi, unitamente all’escalation della violenza dei coloni e all’espansione degli insediamenti, non solo limitano la mobilità per le campagne, l’organizzazione e la governance, ma rimodellano continuamente il territorio stesso. In questo contesto, la giurisdizione, il mandato e le capacità dei rappresentanti eletti sono in continua evoluzione. I ruoli oggetto di contesa si riducono al mantenimento di strutture istituzionali che riflettono priorità esterne, piuttosto che palestinesi. Inoltre, è importante notare che queste elezioni sono limitate a una singola fazione politica, il partito Fatah dell’Autorità Palestinese. Ciò è dovuto principalmente alla repressione politica esercitata sia da Israele che dall’Autorità Palestinese, che negli ultimi due anni hanno preso di mira i palestinesi affiliati ad altre fazioni politiche. Eppure, anche all’interno di Fatah la struttura è concepita in modo da assecondare gli interessi israeliani. Anziché una rappresentanza autentica, ai palestinesi vengono offerti gesti simbolici in assenza di un organismo di protezione e della possibilità di proteggersi dalla violenza degli attacchi dei coloni, che stanno mietendo vittime palestinesi a ritmi senza precedenti. Ci siamo fatte raccontare la situazione in Cisgiordania da una compagna che si trova attualmente lì. Ascolta o scarica l’approfondimento.
April 27, 2026
Radio Blackout - Info
Nomina del Garante per l’infanzia e l’adolescenza in Toscana: il caso Scaramelli
A Stefania  Saccardi  Presidente del Consiglio Regionale della Toscana A Eugenio Giani  Presidente della Regione Toscana Alle Consigliere e ai Consiglieri regionali Alle cittadine e ai cittadini della Toscana ASSOCIAZIONE DEI TUTORI VOLONTARI DI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI REGIONE TOSCANA … Leggi tutto L'articolo Nomina del Garante per l’infanzia e l’adolescenza in Toscana: il caso Scaramelli sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Centrale a carbone di Fiume Santo: svelati gli interessi fossili
Roma, 27 aprile 2026 – ReCommon lancia oggi la pubblicazione “Il miliardario ceco e Fiume Santo – gli interessi di EPH (e Snam) nel business del gas, dalla Repubblica Ceca alla Sardegna”. Il rapporto esce all’inizio degli Action Days contro EPH, giornate di mobilitazione internazionale promosse dalla rete Stop EPH dal 27 al 29 aprile, con azioni coordinate in diversi Paesi europei per denunciare il ruolo della multinazionale nell’espansione delle infrastrutture fossili, anche in Sardegna, dove opera tramite la controllata EP Produzione. La figura di Daniel Křetínský è poco conosciuta in Italia ma la sua compagnia, EPH, è tra le maggiori emettitrici di gas serra in Europa – nel 2022 era addirittura terza con 69 milioni di tonnellate CO2.  EPH è il quinto produttore di energia elettrica in Italia, con una capacità installata di circa 4,6 GW e una produzione annua di circa 13 TWh. Il rapporto rivela i molteplici interessi di Křetínský, che spaziano dal settore energetico all’editoria, ma soprattutto come per le centrali a carbone, gli impianti a gas e i progetti a biomasse siano segnati da controversie e foraggiati da abbondanti finanziamenti pubblici. L’impianto di Fiume Santo, nei pressi di Porto Torres, nel nord della Sardegna, è ancora alimentato a carbone e collocato in un’area SIN (sito d’interesse nazionale) a elevato impatto ambientale e sanitario. Nonostante il phase-out nazionale del carbone fosse previsto per la fine del 2025 (ma ora si è deciso di spostarlo al 2038), l’impianto continuerà a operare e bruciare carbone per produrre energia elettrica almeno fino al 2028, quando si prevede di convertirlo a gas. «La centrale di Fiume Santo è l’emblema delle strategie imprenditoriali di Křetínský: acquistare a prezzi bassi aziende in crisi, mantenere la proprietà per anni, senza spezzettarla ma senza nemmeno preoccuparsi di rilanciarla, sfruttando dove possibile l’erogazione di fondi pubblici. Il tutto per perpetuare un modello sempre più fallimentare, ma che i governi continuano a sussidiare. Basta pensare ai 1,75 miliardi di euro ricevuti da EPH dal governo tedesco come compensazioni per la graduale chiusura delle centrali a carbone in Germania, dove nel 2023 le miniere di proprietà di EPH hanno estratto oltre 50 milioni di tonnellate di carbone» ha dichiarato Paola Matova di ReCommon, autrice del rapporto. «Val la pena ricordare che il passaggio da carbone a gas rappresenta un tassello decisivo anche per Snam, che infatti fa dipendere proprio dalla conversione o meno di Fiume Santo la seconda fase della metanizzazione della Sardegna, inclusa la collocazione di una nave rigassificatrice a Porto Torres. Senza questa riconversione, l’intero investimento rischierebbe di perdere giustificazione e senso» ha concluso Matova. Sempre nell’ambito degli Action Days contro EHP, il 28 aprile dalle ore 9:00, nei pressi della centrale elettrica di Fiume Santo, si terranno un sit-in e una conferenza stampa. Il 29 di aprile alle ore 18:30 a Sassari, presso la sala Arci in Piazza Castello 11 piano A, si svolgerà un incontro-dibattito a cui parteciperà l’esponente di ReCommon Paola Matova.     Re: Common
April 27, 2026
Pressenza
Insegnamento non più una professione dignitosa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, alla luce dei più recenti dati ufficiali pubblicati dall’Istat, richiama con fermezza l’attenzione delle istituzioni sul progressivo squilibrio tra dinamica dei prezzi e condizioni materiali di vita, con particolare riferimento alla sostenibilità economica della funzione docente. Le rilevazioni relative al mese di marzo 2026 evidenziano un incremento dell’indice nazionale dei prezzi al consumo pari allo 0,5% su base mensile e all’1,7% su base annua, in risalita rispetto al mese precedente. Tale andamento è determinato in misura significativa dalla crescita dei prezzi dei beni energetici e, soprattutto, dall’accelerazione dei beni alimentari non lavorati, che raggiungono variazioni prossime al +4,7%, incidendo direttamente sui consumi primari e incomprimibili delle famiglie. A tali dinamiche generali si affianca un elemento di particolare criticità evidenziato sempre dai dati territoriali Istat: l’accentuata differenziazione del costo della vita tra le città italiane. In alcune realtà urbane l’impatto dell’inflazione assume dimensioni particolarmente rilevanti. Como si colloca al vertice con un’inflazione del 2,7% e un aggravio annuo di 816 euro per una famiglia media; seguono Belluno con +2,6% e +678 euro e Grosseto con +2,4% e +649 euro. Anche grandi contesti urbani come Roma registrano effetti significativi, con +2,3% e un incremento di spesa pari a 645 euro. Ulteriori città come Bolzano (+1,9%, +630 euro), Pistoia (+2,3%, +622 euro) e Rimini (+2,2%, +606 euro) confermano la diffusione del fenomeno. Di particolare rilievo è il dato di Cosenza, che presenta il tasso di inflazione più elevato (+3,1%) pur con un aggravio inferiore (+603 euro), a dimostrazione di strutture di consumo già fortemente compresse. La natura qualitativa dell’inflazione in atto assume rilievo determinante: non si tratta di una crescita diffusa e neutra dei prezzi, bensì di una dinamica selettiva che colpisce in modo più incisivo le componenti essenziali della spesa. Tale disomogeneità territoriale si traduce in una compressione concreta del principio di uguaglianza sostanziale, determinando condizioni di vita profondamente diversificate a seconda del contesto geografico. Sotto il profilo distributivo, le rilevazioni evidenziano come l’inflazione incida in misura apparentemente più contenuta sulle famiglie con minore capacità di spesa; tuttavia, tale dato non attenua l’impatto reale sui redditi fissi, i quali risultano strutturalmente meno in grado di assorbire aumenti anche modesti, soprattutto quando riferiti a beni essenziali. In questo quadro, emerge con particolare gravità la condizione dei docenti di ruolo costretti a prestare servizio fuori sede. Tali lavoratori, già sottoposti a vincoli di mobilità stringenti, si trovano a sostenere costi abitativi e di sussistenza crescenti in contesti ad alta pressione inflattiva, senza che le retribuzioni, sostanzialmente rigide, registrino adeguamenti coerenti. Ne deriva una frattura tra costo della vita e trattamento economico che si pone in evidente tensione con il principio costituzionale di proporzionalità e sufficienza della retribuzione. Il CNDDU ritiene necessario esplicitare come tale condizione stia assumendo, per un numero crescente di docenti, i tratti di una vera e propria mobilità permanente e forzata, assimilabile a una dimensione di “nomadismo lavorativo”. L’impossibilità di sostenere stabilmente i costi della vita nei territori di assegnazione induce infatti molti insegnanti a continui spostamenti, a soluzioni abitative temporanee o precarie e a una frammentazione della propria esistenza personale e familiare. Questa condizione, oltre a incidere sulla qualità della vita, determina un progressivo impoverimento economico e sociale, compromettendo la possibilità di costruire un progetto di vita stabile e dignitoso. In tale contesto, il rischio di abbandono della professione si configura come un esito sempre più concreto. Non si tratta di una scelta dettata da disaffezione, ma di una conseguenza diretta dell’insostenibilità economica, in molti casi aggravata dal fatto che i costi della vita nei territori ad alta inflazione tendono a pareggiare o addirittura superare le retribuzioni percepite. La funzione docente, in tali condizioni, perde progressivamente attrattività, con gravi ripercussioni sulla tenuta del sistema educativo nazionale. La prospettiva di ulteriori incrementi del costo della vita, anche in relazione al venir meno di misure di contenimento quali la riduzione delle accise sui prodotti energetici, rischia di consolidare questa dinamica, accentuando le disuguaglianze e aggravando la crisi di sostenibilità della professione. Alla luce di quanto sopra, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge un appello al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché si proceda con urgenza all’adozione di misure strutturali volte a ristabilire un equilibrio tra costo della vita e retribuzione del personale docente. In particolare, si ritiene necessaria l’introduzione di un meccanismo permanente di adeguamento retributivo su base territoriale, ancorato agli indici ufficiali Istat, nonché la previsione di specifiche misure di sostegno per i docenti fuori sede, anche attraverso interventi in ambito fiscale e abitativo. Un simile intervento si configura non come misura eccezionale, bensì come attuazione coerente dei principi di equità, solidarietà e tutela del lavoro pubblico, nonché come condizione imprescindibile per garantire la sostenibilità della funzione docente e la piena esigibilità dei diritti sociali. Il CNDDU ribadisce, infine, che l’inflazione non può essere considerata un mero indicatore economico, ma rappresenta un fattore strutturale che incide sulla dignità delle persone e sull’effettiva realizzazione dei diritti fondamentali. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
April 27, 2026
Pressenza
Inizia in Germania il processo all* “5 di Ulm”
Cinque giovani attivist* con base a Berlino sono stat* arrestat* l’8 settembre 2025 in relazione a un’azione presso la Elbit Systems di Ulm, in Germania. L’obiettivo dell’azione era quello di interrompere il flusso di armi verso Israele. La Elbit Systems fornisce l’86% delle armi e della tecnologia di sorveglianza dell’esercito israeliano, utilizzate negli attacchi che hanno ucciso bambin* e adult* civili palestinesi. Il processo a THE ULM 5 inizia oggi, 27 aprile, a Stoccarda. Dal momento del loro arresto, Daniel, Zo, Crow, Vi e Leandra sono detenuti in custodia cautelare in cinque diverse prigioni nel sud-ovest Germania nonostante, durante la loro azione, nessun* sia rimast* feritoe nessun dei cinque abbia precedenti penali. Oltre a violazione di domicilio e danneggiamento di proprietà, l* cinque amic* sono stat* accusat* ai sensi del famigerato articolo 129 del codice penale tedesco: appartenenza a un’organizzazione criminale, che prevede una pena detentiva fino a cinque anni. L’articolo 129 – che non richiede il rispetto di criteri chiaramente definiti e che ha una lunga storia di utilizzo come strumento di repressione politica – è sufficiente a giustificare la detenzione preventiva fino a sei mesi. Il tribunale ha ormai superato tale termine, violando le norme di legge, e la richiesta di libertà su cauzione per ciascun* dei cinque continua a essere negata. Ma la situazione è ancor peggiore: nella più recente decisione di negare la scarcerazione in attesa di giudizio, la Corte d’Appello Regionale (Oberlandesgericht), speculando sulla natura dell’azione, ha affermato che sarà improbabile che l* cinque ricevano una condanna al minimo previsto e che, in ogni caso, verrebbe sospesa. Questa ipotesi, prima ancora dell’inizio del processo e senza aver ascoltato alcuna prova da parte della difesa, solleva seri interrogativi sul ‘giusto processo’. Lo Stato tedesco sta trattando l* 5 di Ulm come se rappresentassero una minaccia per la società, quando tutto quello che hanno fatto è stato provare fermare un genocidio. Le tipiche condizioni di detenzione preventiva in Germania, unite alle disposizioni dell’articolo 129, implicano che l* cinque siano sottoposti a un trattamento particolarmente severo, con condizioni e restrizioni che includono l’isolamento, visite limitate e sorvegliate e il controllo delle telefonate e della corrispondenza. Per qualsiasi richiesta, comprese dichiarazioni da parte di avvocat* o familiari, scrivere a ulm5family@proton.me. Per informazioni, rimanete aggiornat* su https://ulm5.info/en/ e sulla pagina instagram https://www.instagram.com/theulm5/. Ascolta o scarica l’approfondimento con un compagno del Comitato di solidarietà. https://www.instagram.com/theulm5
April 27, 2026
Radio Blackout - Info
GIOCO D’AZZARDO: NEL 2025 INCASSI RECORD PER LO STATO. FONDI E GRUPPI CRIMINALI SPECULANO SULLA POVERTÀ
Il 2025 è stato l’anno record del gioco d’azzardo: in dodici mesi lo Stato italiano ha incassato 164,6 miliardi di euro, oltre sette miliardi di euro in più rispetto al 2024. In termini percentuali, si tratta di un incremento del 4,55%. A questo si aggiunge una spesa netta dei giocatori, cioè la differenza tra giocate e vincite, pari a 15 miliardi di euro. In sostanza, chi vive in Italia si gioca circa il 7,1 per cento del PIL nazionale: una quota paragonabile alla spesa pubblica per la sanità e quasi doppia rispetto a quella per l’istruzione. Davanti a un volume d’affari che aumenta in modo vertiginoso, si potrebbe pensare a un incremento proporzionale dei proventi per lo Stato: la realtà è l’esatto opposto. Malgrado il boom della raccolta, le entrate erariali nel 2025 si sono fermate a 11,4 miliardi di euro, registrando una flessione dello 0,74% rispetto al 2024. Uno scenario che solleva interrogativi sulla gestione del comparto. Così si fanno prosperare fondi speculativi e gruppi criminali. Mentre i salari perdono potere d’acquisto e una parte sempre più ampia della popolazione scivola verso la soglia di povertà, il gioco d’azzardo rappresenta un’illusione di riscatto che finisce, in realtà, per divorare i risparmi delle famiglie più povere. Nella trasmissione vi proponiamo gli interventi di Mauro Croce, psicologo, psicoterapeuta e criminologo, Don Paolo Gasperini, referente di Libera, e Filippo Torrigiani, autore dei libri “Giochi e scommesse: il labirinto dell’azzardo” e “Gioco sporco, sporco gioco. L’azzardo secondo le mafie”, consulente della Commissione parlamentare antimafia. Ascolta o scarica  
April 27, 2026
Radio Onda d`Urto
I “volenterosi guerrafondai” isterici verso Contropiano
Non sorprendono nessuno le consuete polemiche successive alle manifestazioni del 25 Aprile. E’ così ormai tutti gli anni e, dopo aver raggiunto l’apice in un paio di giorni, spesso ritornano nella routine. Dobbiamo confessare che anche noi eravamo tentati dall’adeguarci a questo ritmo già sperimentato, se non fosse che il […] L'articolo I “volenterosi guerrafondai” isterici verso Contropiano su Contropiano.
April 27, 2026
Contropiano
Sul clima l’Italia è ferma, mentre il mondo corre.
Le rinnovabili frenano, le emissioni non calano e, nel frattempo, la dipendenza energetica cambia faccia — con l’arrivo degli USA tra GNL e petrolio — creando rischi nuovi, non solo climatici ma anche geopolitici. È questo il quadro che emerge dalla settima edizione dei 10 Key Trend sul clima, il rapporto annuale con cui Italy for Climate raccoglie e analizza i principali dati energetici e climatici dell’anno appena concluso per offrire uno sguardo complessivo sul percorso italiano verso la transizione, dalle sfide irrisolte agli obiettivi già raggiunti. Questi sono i 10 Key Trend sul clima 2025: 1. Crisi climatica: 13,6 °C è la temperatura media registrata nel 2025 in Italia. Secondo i dati dello European Severe Weather Database, gli eventi estremi registrati nel 2025 sono stati oltre 2.300, in calo rispetto all’anno precedente e il terzo valore più alto dal 2019: la morsa della crisi climatica rallenta temporaneamente, ma l’Italia resta un hotspot climatico, ovvero un’area particolarmente vulnerabile agli impatti della crisi climatica; 2. Emissioni di gas serra: +0,2% è la lieve crescita stimata da ISPRA, classificando il 2025 come un ulteriore anno perso per la decarbonizzazione del Paese; 3. Rinnovabili elettriche: +7,2 GW è la potenza installata dei nuovi impianti rinnovabili registrata nel 2025, in calo rispetto al 2024. Le rinnovabili erano tornate a crescere a partire dal 2022 e questa brusca frenata non è una buona notizia per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e di miglioramento della nostra autonomia energetica. L’Italia è ancora fanalino di coda in UE: la Germania ha installato oltre 23 GW, la Spagna quasi 11 GW, la Francia 8 GW; 4. Solare: +25% è la crescita di produzione elettrica da fotovoltaico nel 2025, un record che ha permesso di compensare il calo drastico dell’idroelettrico e che ha portato il fotovoltaico a diventare la seconda fonte per produrre elettricità dopo il gas. La produzione elettrica da rinnovabili nel complesso è rimasta sostanzialmente stabile e quindi ancora nel 2025 l’Italia si è fermata a circa il 48% della produzione totale, ad un passo dal superamento delle fonti fossili; 5. Dipendenza energetica: 74% è la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia di combustibili fossili, fra le più alte in UE, esponendoci ad enormi rischi in ambito sicurezza energetica e costi per l’approvvigionamento. La dipendenza energetica si sta riducendo, grazie alle rinnovabili, ma nel 2025 ha subito una battuta di arresto. Tutta questa dipendenza dai fossili ci è costata, secondo le stime dell’UNEM, 53 miliardi di € solo nel 2025. Sul fronte dei partner commerciali, gli USA sono la novità del 2025: in un solo anno sono balzati al 3° posto tra i Paesi da cui più dipendiamo per l’energia (dopo Algeria e Azerbaigian) e sono diventati anche l’unico Paese da cui dipendiamo per tutti i combustibili fossili (sia gas, sotto forma di GNL, che petrolio e carbone); 6. GAS: 33% è la quota di fabbisogno di gas che abbiamo coperto con il GNL, il gas in forma liquida, diventato in pochi anni un asset chiave per la nostra dipendenza da questo combustibile fossile (10 anni fa il suo contributo era sotto al 10%). Solo nel 2025 l’import di GNL è cresciuto del 42%, soprattutto da parte degli USA da cui abbiamo importato circa 10 miliardi di metri cubi, la metà di tutto il GNL consumato. Gli altri Paesi da cui importiamo GNL sono il Qatar (per cui le forniture sono oggi più a rischio a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz), da cui abbiamo iniziato nel 2015 ad importare circa 6 miliardi di metri cubi ogni anno), e l’Algeria; 7. Petrolio: 8 barili al secondo è il petrolio che abbiamo consumato per i trasporti nel 2025. Dopo la pandemia, i consumi di petrolio hanno smesso di ridursi e sono oggi a livelli più alti di 35 anni fa. I trasporti restano uno dei settori su cui la decarbonizzazione sta procedendo più lentamente e questo sta avendo oggi un impatto diretto anche sui rischi legati alla nostra dipendenza energetica per questa fonte, legata soprattutto a Libia, Azerbaigian, Kazakistan e Arabia Saudita e USA; 8. Carbone: 1% è il contributo del carbone alla domanda di elettricità nel 2025, un picco storico che segna la auspicata fine della fonte di energia più climalterante e più inquinante. La metà del carbone importato è arrivato dagli USA; 9. Elettrificazione: 6,2% è la quota di immatricolazioni delle auto elettriche nel 2025, cresciute molto nel 2025 (+44%) dopo il rallentamento del 2024. Il dato 2025 resta infatti ancora ben lontano dal 17% di media UE o dal 20% di Francia e Germania. Anche sul fronte delle pompe di calore, altra tecnologia elettrica chiave per la decarbonizzazione (in questo caso, per edifici e industria), il 2025 registra un segnale di ripresa rispetto al calo dello scorso anno, generalizzato in tutta l’UE: gli ultimi dati della European Heat Pumps Association mostrano vendite che in Italia hanno di nuovo superato le 400 mila unità e che ci posizionano al secondo posto in UE, dopo la Francia, per questo mercato; 10. Accumuli: 884 mila è il numero di sistemi di accumulo associati ad impianti fotovoltaici esistenti in Italia a fine 2025, erano appena 75 mila nel 2021, prima del conflitto Russia-Ucraina. È un dato particolarmente importante non solo perché le batterie consentono di compensare la non programmabilità del fotovoltaico, ma anche perché quando sono associate direttamente a un impianto di generazione da fotovoltaico massimizzano anche il risparmio economico per le famiglie e le imprese. Complessivamente si tratta di 5,5 GW di potenza installata di batterie, addirittura superiore a quella della tecnologia storica di accumulo in Italia, i pompaggi idroelettrici fermi a 4,4 GW di potenza installata. Proprio dai pompaggi arriva purtroppo la nota dolente: nel 2025 hanno contribuito al soddisfacimento della domanda con 1,6 TWh, leggermente meglio dell’anno precedente ma ancora lontanissimo dai reali potenziali di questa tecnologia, che a inizio del nuovo millennio era arrivata a sfiorare gli 8 TWh di produzione. > “Sul piano economico 53 miliardi di euro usciti dal Paese nel solo 2025 per > importare combustibili fossili, sottolinea Edo Ronchi, Presidente della > Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, una dipendenza dal GNL cresciuta del > 42% in un anno, con gli USA diventati in dodici mesi il nostro terzo fornitore > energetico, e le forniture dal Qatar che viaggiano attraverso uno Stretto di > Hormuz sempre più instabile. Sul piano competitivo, mentre l’Italia installava > 7,2 GW di nuove rinnovabili, la Germania ne installava 23, costruendo capacità > industriale, filiere, occupazione. Sul piano dell’occasione mancata, abbiamo > oltre 4 GW di pompaggi idroelettrici puri, batterie giganti già costruite > nelle nostre montagne, che nel 2025 hanno prodotto un quarto di quello che > potrebbero. L’infrastruttura esiste, è ammortizzata, non dipende da nessun > fornitore estero. Non utilizzarla appieno è la forma più pura di inerzia. > Restare fermi in una fase di trasformazione accelerata non è neutralità, è una > scelta. E le scelte hanno un prezzo — economico, strategico, di sicurezza > nazionale”. Qui il report: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/I-10-key-trend-sul-clima-in-Italia-2025-i-costi-dellinerzia-Italy-for-Climate.pdf. Giovanni Caprio
April 27, 2026
Pressenza
Quando le parole tornano a far paura…
https://ilmanifesto.it/la-questura-di-roma-mette-fuorilegge-addio-lugano-bella?fbclid=IwY2xjawRbQNZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeoLRUiqNZIp29bM9RsU23wNcbChxsunK7CMHOTZWF6WSb806MzKIeJh-QBIQ_aem_aaUAankW3JD6xqqcstUR2A LA QUESTURA DI ROMA METTE FUORILEGGE «ADDIO LUGANO BELLA» di Mario Di Vito Polizie di primavera Una citazione dello storico canto tra le motivazioni del divieto di ricordare i due anarchici morti al parco degli Acquedotti Le parole, si sa, sono pietre. Quelle del canto anarchico Addio Lugano Bella sono state scagliate 130 anni fa e colpiscono ancora. La dimostrazione è nel provvedimento con cui il 26 marzo il questore di Roma Roberto Massucci ha vietato la commemorazione di Sara Ardizzone e Sandro Mercogliano, uccisi una settimana prima al parco degli Acquedotti dallo scoppio accidentale di un ordigno che stavano costruendo. Il divieto di ricordarli è scattato perché «nelle ore successive ai fatti occorsi» a Roma «sono state vergate scritte murarie chiaramente inneggianti ad un clima di odio rivolto all’ordine costituito: Pace agli oppressi, guerra agli oppressori». Che sono, appunto, versi scritti da Pietro Gori nel 1894. La scritta in questione è in effetti apparsa nella Capitale qualche settimana fa, fuori dalla stazione Marconi della metro B. Non era sola, ce n’erano anche altre come «La vendetta sarà terribile», «No 41 bis» e «Fuori tutti dalle galere», ma la questura è stata colpita dalla citazione del canto che racconta un antico esilio di anarchici dalla Svizzera, dopo uno dei tanti rovesci giudiziari della loro storia. Ad essere preoccupante, per il questore, è soprattutto la seconda parte: parlare di «guerra agli oppressori», infatti, sarebbe un «chiaro riferimento alle istituzioni». Si potrebbe dire che la sovrapposizione tra «oppressori» e «istituzioni» è frutto di una libera interpretazione della polizia, ma qui non si fa critica letteraria. SI PARLA piuttosto del divieto di andare a depositare mazzi di fiori sul luogo della morte di due persone, in una straordinaria dimostrazione del fatto che l’ordine pubblico è diventato un valore più forte del lutto. E questo, a pensarci bene, fa più paura delle parole e anche delle pietre: nemmeno il cordoglio è concesso agli anarchici. Fior di sentenze, negli ultimi anni, ci hanno spiegato che fare un saluto romano in memoria di qualche camerata ucciso non è un tentativo di ricostituire il disciolto partito fascista – un reato – perché quel gesto va inteso come atto puramente commemorativo. Lo stesso discorso, a quanto pare, non vale per gli anarchici. Che infatti, quando domenica 29 marzo a decine si presentano lo stesso al parco degli Acquedotti, in 91 vengono fermati e accompagnati in questura. Alcuni per essersi rifiutati di fornire le proprie generalità. Altri in via preventiva, come ammesso dall’ultimo decreto sicurezza, che qui per la prima volta viene applicato. Basta uno «stato di fatto», cioè un sospetto, per passare fino a 12 ore in un posto di polizia. E non serve nemmeno un provvedimento della procura: basta dare notizia della cosa al pm di turno. E alla fine non è nemmeno previsto che venga spiegato alcunché. SPIEGA L’AVVOCATO Cesare Antetomaso: «Nel verbale a sostegno del fermo identificativo prolungato, che nel caso del mio assistito si è protratto per quasi 11 ore, non è praticamente presente alcuna motivazione in grado di ricondurre con certezza la condotta di un cittadino incensurato, che aveva con sé un fiore da lasciare nei pressi del luogo dove due persone hanno perso la vita in circostanze tuttora da chiarire, a quanto previsto dalle nuove norme». Di incidenti, in ogni caso, quel giorno al parco degli Acquedotti non ce ne sono stati: gli anarchici sono stati caricati su dei pullman e portati via, senza episodi di resistenza a pubblico ufficiale. Alcuni dei fermati, come sanzione, hanno rimediato un foglio di via, ma la questione è controversa. Questo provvedimento, infatti, può essere dato solo a chi si è reso responsabile di «molteplici delitti» ma, sempre per decisione del governo Meloni, la manifestazione non autorizzata non è più reato. È un illecito amministrativo. E non possono essere comminati provvedimenti di polizia per una semplice multa. SE LA VEDRANNO gli avvocati, che già hanno cominciato a presentare ricorsi. Conclude ancora Antetomaso: «Senza alcun riferimento alla pericolosità presunta del soggetto fermato, il trattenimento si configura come illegittimo». Non sarebbe una gran notizia. Sempre Gori, sempre nel suo saluto a Lugano, diceva: «Scacciati senza colpa, gli anarchici van via». (“il manifesto”, 26 aprile 2026)
April 27, 2026
il Rovescio
Il lato oscuro delle comunità misogine online in Italia
IL CASO DEL GRUPPO “MIA MOGLIE”, CHIUSO NEL 2025 DOPO AVER RACCOLTO DECINE DI MIGLIAIA DI ISCRITTI, HA FATTO EMERGERE UNA REALTÀ CHE ESISTE DA TEMPO. IN QUELLO SPAZIO VENIVANO CONDIVISE IMMAGINI INTIME DI DONNE SENZA IL LORO CONSENSO, SPESSO ACCOMPAGNATE DA COMMENTI DEGRADANTI E SESSISTI. MA LA SUA CHIUSURA NON HA RAPPRESENTATO LA FINE DEL FENOMENO. L’ECOSISTEMA NOTO COME MANOSPHERE È UNA GALASSIA DIGITALE CHE INCLUDE FORUM, CANALI SOCIAL E COMMUNITY INTERNAZIONALI ACCOMUNATE DA UNA VISIONE OSTILE VERSO LE DONNE, CON MIGLIAIA DI PERSONE COINVOLTE. IL CASO ITALIANO PRESENTA ALCUNE SPECIFICITÀ. DI SICURO NON È SOLO UNA QUESTIONE DI ILLEGALITÀ, C’È BISOGNO DI INTERVENIRE SULLE RADICI CULTURALI CHE LO RENDONO POSSIBILE E ACCETTABILE. IL CASO DI UN GRUPPO WHATSAPP “CENE E GITE” DI UNA VENTINA DI PERSONE Dipinto di Giulia Crastolla -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi anni, anche in Italia è emerso con crescente evidenza un fenomeno che intreccia cultura digitale, violenza di genere e anonimato online: la proliferazione di gruppi e comunità misogine sui social network e sulle piattaforme di messaggistica. Il caso del gruppo “Mia Moglie”, chiuso nel 2025 dopo aver raccolto decine di migliaia di iscritti, ha portato all’attenzione pubblica una realtà che esiste da tempo ed è molto più vicina di ciò che immaginiamo. In quello spazio venivano condivise immagini intime di donne senza il loro consenso, spesso accompagnate da commenti degradanti e sessisti. Ma la sua chiusura non ha rappresentato la fine del fenomeno. Al contrario, ne ha rivelato la natura diffusa e adattiva. C’è in corso un’inchiesta della CNN su reti globali di uomini che on line abusano o peggio ancora si organizzano contro donne. Una questione che evidenzia come le violenze nei confronti delle donne, sia a livello fisico che psichico, siano arrivate – da tempo – anche in rete e siano un problema strutturale di una cultura patriarcale associata a problemi di personalità malate e a volte molto pericolose. Difatti, spesso, di disturbi di personalità psicopatiche sono affetti molti dei partecipanti a questi gruppi; certamente questa non è e non deve essere una giustificazione o un’attenuante, ma la necessità di affrontare un’analisi molto più profonda e complessa per capire i meccanismi che esistono e coesistono dietro queste forme perverse di predominanza. Situazioni di violenza di genere avvengono da sempre in ogni dove, nelle famiglie, nei contesti “amicali”, su diversi posti lavoro e come emerso pubblicamente negli ultimi mesi in luoghi di cultura: il caso del Teatro Due di Parma. Come possiamo contrastare tutto ciò? Parlandone con persone che possono supportare la situazione, saperla analizzare, nel caso aiutare a denunciare, sostenere e contenere la condizione di fragilità perché non è certo chi ha subito molestie e violenze a doversi sentire sbagliata, ma chi ha commesso tale violenza a dover essere fermato. Chi tace pur sapendo cosa accade è complice. Una donna che subisce violenza non deve vergognarsi, non deve assolutamente essere fatta sentire in colpa poiché colpe non ne ha, ma deve essere aiutata a recuperare la sua immagine interna e la sua vitalità. C’è bisogno di creare nuove e giuste narrazioni ed emanciparsi dagli stereotipi. Sui social, dopo la rimozione da parte di Meta, molti utenti si sono spostati su piattaforme come Telegram (TG), dove il controllo è più limitato e l’anonimato più facile da mantenere. Qui sono nati rapidamente gruppi “clone”, spesso difficili da monitorare, che continuano a condividere contenuti non consensuali e linguaggi violenti. Scrivo difficili da monitorare ma non impossibili, difatti, prima che la polizia postale possa ad oggi riuscire più facilmente a individuarli dobbiamo anche imparare a cogliere indizi e facilitare le denunce. La politica di Governo deve aiutare a velocizzare le procedure che avvengono per i reati di genere. Questi gruppi sono probabili anticamere di stupri e femminicidi. Non sono affatto beceri “scherzi” tra maschi goliardici. Modelli assimilati nel tempo da tanti e tante Mi soffermo su una questione scomoda, dobbiamo renderci conto che il problema del patriarcato è spesso interiorizzato anche da molte donne che a loro volta hanno strutturato una personalità da carnefice perché, probabilmente, sono state anch’esse vittime, vittime di un sistema profondamente maschilista. Bisogna spezzare questa catena che si ripete di generazione in generazione. Facendo riferimento ad analisi già approfondite da psicoterapute e sociologi, possiamo dire che non si tratta solo di dinamiche imposte dall’esterno, ma di modelli assimilati nel tempo sia nel pensiero che nel comportamento. Così, anche banalmente, competenze che per lo più vengono svolte dagli uomini ma fondamentali per l’autonomia di chiunque – come saper cambiare una ruota o fare piccoli lavori elettrici in casa – smettono di essere semplicemente strumenti utili o scelte personali e diventano, a volte, un modo per sentirsi accettate all’interno di modelli maschili di riferimento. Mi soffermerei sulla parola “accettate”. Una battuta sul proprio décolleté o sul proprio fondoschiena – che chi ha chiarezza intuisce sgradevole – può invece essere creduto un complimento lusingante e non un’invasione. Frasi offensive verso un’altra donna che viene percepita rivale, e a cui segue un silenzio omertoso o divertito, mettono in luce le forme di pensiero di molte donne poco emancipate, anche se apparentemente non sembrano tali. L’emancipazione non si rifà a nessun modello, ma a un processo interno individuale, una liberazione e chiarezza interna di presa di consapevolezza senza ideologie né paure o richieste di accettazione in un gruppo. Ci sono donne che pur di essere accettate in gruppi di “amicizie” maschili spesso proteggono e normalizzano meccanismi subdoli, a volte anche apertamente problematici o per assurdo criminali. E questo non avviene necessariamente per paura di ricatti o ripercussioni – timori che sarebbero comprensibili – ma per qualcosa di più profondo: una struttura sociale interiorizzata. Una convinzione radicata che le fa credere che allontanarsi da quei contesti significhi restare sole, esposte, non riconosciute. Come se la propria identità, già fragile, potesse esistere solo attraverso l’approvazione di quel gruppo. A questo si aggiunge un altro elemento spesso taciuto: la frustrazione e, in alcuni casi, l’invidia legata a una mancata realizzazione personale profonda che le spinge a giudicare o voler mortificare altre donne. Sentimenti che, invece di trasformarsi – ripeto – in consapevolezza o cambiamento, vengono talvolta diretti contro quelle che ritengono loro “nemiche”. Di questo tipo di personalità si parla poco, ma svolge un ruolo centrale nel mantenere in vita dinamiche tossiche. Sono donne, anche in base al loro vissuto ed educazione affettiva, che hanno interiorizzato così profondamente la logica della subordinazione da diventarne, paradossalmente, le più fedeli custodi. Non mettono in discussione il sistema dalle basi, quindi, spesso lo difendono. Non costruiscono vera solidarietà tra donne, la sabotano. E spesso hanno un bersaglio privilegiato: le donne che non chiedono il permesso di esistere. A volte ciò accade in modo cosciente ed è quindi facile riconoscere la dinamica, altre volte in modo inconscio, e questo può essere anche più gravoso. Probabilmente partecipano a manifestazioni contro la violenza di genere, postano sui loro social frasi o video e articoli pro femminismo, ma nel loro spazio quotidiano, e di conoscenze, rimangono ancelle del sistema patriarcale. Dobbiamo imparare anche a riconoscere queste situazioni e trasformarle. Siamo tutte e tutti responsabili dei processi. Un ecosistema chiamato Manosphere Tornaniamo più specificamente ai gruppi social. Secondo diverse analisi, questi gruppi non sono episodi isolati ma parte di un ecosistema più ampio, noto come manosphere. Si tratta di una galassia digitale che include forum, canali social e community internazionali accomunate da una visione ostile verso le donne e, più in generale, verso i cambiamenti sociali legati ai diritti e alle relazioni di genere. All’interno della manosfera si trovano sottogruppi con caratteristiche diverse: dagli “incel” (celibi involontari) che esprimono frustrazione e risentimento, ai sostenitori delle teorie “redpill”, fino a comunità che promuovono esplicitamente la condivisione di contenuti intimi senza consenso. In alcuni casi, queste dinamiche sfociano in forme di radicalizzazione, dove il linguaggio violento viene normalizzato e rafforzato dalla partecipazione collettiva. Al di là delle origini lessicali di questi termini, il problema da affrontare con serietà e risoluzione rimane lo stesso. Il contesto italiano presenta alcune specificità. A differenza di altri Paesi, molti dei contenuti condivisi riguardano immagini di donne reali, spesso partner o ex partner degli stessi utenti o ragazze e donne prese dai social a loro insaputa, quindi senza consenso. Questo elemento introduce una dimensione particolarmente grave: la violazione della fiducia personale, oltre che della privacy. Non si tratta solo di misoginia astratta, ma di una violenza diretta, quotidiana, che colpisce relazioni concrete, rapporti di coppia, di amicizia, di conoscenza, in ogni ambito della vita. Le dimensioni del fenomeno restano difficili da quantificare con precisione, ma si parla di decine se non centinaia di migliaia di utenti coinvolti, distribuiti tra diverse piattaforme. A livello globale, le comunità riconducibili alla manosfera contano milioni di partecipanti, rendendo il fenomeno transnazionale e in continua evoluzione. In quei gruppi potrebbe esserci anche chi conosciamo. Malattia mentale e patriarcato sfilano insieme supportando e alimentandosi l’un l’altro. Le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale. Da un lato, aziende come Meta hanno rafforzato le politiche di moderazione, rimuovendo gruppi e contenuti illegali. Dall’altro, la natura stessa dell’ecosistema digitale quale rapido, frammentato, decentralizzato rende difficile un controllo efficace. Quando un gruppo viene chiuso, spesso riemerge altrove in tempi brevi. Dobbiamo trovare una soluzione insieme, far cessare tale violenza, compreso il cyber bullismo. Le autorità italiane, inclusa la Polizia Postale, hanno avviato indagini e ricevuto numerose segnalazioni. Tuttavia, la risposta istituzionale si confronta con sfide complesse: giurisdizioni diverse, anonimato degli utenti e velocità di diffusione dei contenuti. Bisogna far bonificare tutti i telefoni? Dobbiamo trovare una soluzione assieme, non essere indifferenti. Goliardia? Oltre alla dimensione legale, emerge una questione culturale più profonda. Questi spazi online funzionano spesso come luoghi di legittimazione reciproca, dove comportamenti altrimenti marginali vengono normalizzati. Il linguaggio definito superficialmente goliardico e la complicità di gruppo contribuiscono a ridurre la percezione della gravità delle azioni, soprattutto nelle giovani generazioni, creando una zona grigia tra “scherzo” e violenza. Comprendere il fenomeno richiede quindi uno sguardo che vada oltre l’indignazione immediata (giusta). Alla base, spesso, si intrecciano disagio sociale, isolamento e modelli culturali distorti, rapporti familiari disagiati o assenze emotive nella crescita. Tuttavia, questi elementi, come già ho chiarito all’inizio, non giustificano le pratiche osservate, che restano a tutti gli effetti forme di violenza digitale che possono provocare traumi nelle vittime, è violenza sessuale. Le comunità online non sono separate dalla realtà, ma ne amplificano dinamiche e contraddizioni. Ora la sfida, per istituzioni, piattaforme e società civile, è duplice: da un lato contrastare concretamente la diffusione di contenuti illegali; dall’altro intervenire sulle radici culturali che rendono possibile, e in alcuni contesti accettabili, questo tipo di comportamenti. Nessuno deve rimanere impunito. Perché, dietro lo schermo, le conseguenze sono tutt’altro che virtuali. Il caso di un gruppo Whatsapp “Cene e gite” Un’esperienza diretta che ho vissuto può dare chiarezza di quanto queste realtà (con molteplici sfumature diverse) siano a noi vicine. Un piccolo gruppo Whatsapp (WA) di circa venti persone, racconta molto di quanto sopra ho descritto: misoginia, maschilismo, problemi di personalità, violenza, patriarcato interiorizzato da uomini e donne, insicurezze, ignoranza, bullismo, distorsione di eventi etc. etc. Che però ci possono permettere, come hanno permesso a me, di riconoscere figure ambigue – tra le nostre conoscenze – a volte più o meno inconsapevoli delle loro problematiche inserite in un ecosistema tossico. Nel mio caso, un gruppo Whatsapp, composto da circa venti persone – uomini e donne – aveva già nel 2019 un’età compresa tra i 26 e i 42 anni, era apparentemente, inizialmente, “tranquillo”, creato con la semplice intenzione di organizzazione di cene e gite. Quasi tutti i membri vivevano (e vivono), più o meno, nei quartieri del quadrante est di Roma e svolgevano all’epoca, e forse anche oggi, professioni molto diverse: videomaker, assistente costumista, urbanista, osteopata, insegnanti in una scuola materna privata, artisti, fonico, ingegnere, veterinario, addetto stampa, medico competente (del lavoro), professori di scuole superiori, editor e altro ancora. Nell’estate di quell’anno, uno dei componenti, tra i più adulti, iniziò a inviare online immagini di donne prese dal web – o comunque di provenienza incerta – in pose esplicitamente sessualizzate. Considerai subito la cosa fuori luogo, offensiva e violenta e glielo dissi direttamente, senza esitazioni. Dopo poco tempo ricominciò. Chiesi allora a un suo amico nel gruppo di parlargli e a quella che consideravo una mia amica di fare lo stesso. Entrambi mi risposero che si trattava di una cosa da poco, che avrei dovuto accettare “com’era lui” e che stavo esagerando nel farlo notare. La pubblicazione di queste immagini proseguì per circa sei mesi, quasi quotidianamente, accompagnata dalle risatine e dalle battute di alcuni uomini del gruppo. Nessuna donna espresse apertamente disagio o sottolineò l’inopportunità di quei comportamenti. Alcune fecero finta di non aver mai visto sulla chat quelle foto (cosa impossibile). A un certo punto fu condiviso anche un contenuto ancora più estremo, gravemente inappropriato e offensivo, che suscitò, in modo stolto, ulteriori risate. A quel punto mi arrabbiai moltissimo, indicai la situazione come gravemente malata, ma fui io a essere aggredita e insultata nel gruppo, accusata di aver sollevato una polemica su quello che veniva considerato solo uno scherzo, che nessuno sembrava (o voleva) riconoscere come violenza. La mia “amica” rimase in silenzio, anzi mi disse che avevo sbagliato i toni. Nessuna donna intervenne per dire basta o per tutelarmi. Cercarono di far sentire sbagliata me in quanto avevo fatto saltare la falsa dinamica di “amicizia”, la loro fatuità e sottolineato le personalità notevolmente disagiate. Nessuno si scusò, nemmeno nei mesi successivi. Solo anni dopo, nel contesto di una maggiore attenzione pubblica sul tema della violenza di genere, due tre di quelle persone con cui ero rimasta in contatto dissero di non aver compreso all’epoca la gravità di quei comportamenti messi in atto con quelle foto, nonostante la loro età adulta e la partecipazione a manifestazioni contro la violenza sulle donne. Eppure i contenuti condivisi in quella Chat non erano fraintendibili: non si trattava di ambiguità, ma di materiale esplicito. È chiaro che tali persone in modo estremamente superficiale, inappropriato e manipolativo stavano, e forse stanno, cercando di giustificare la loro omertà e incapacità di tutelare l’immagine femminile, sottraendosi da ogni colpevolezza. La vigliaccheria aimè non crea emancipazione. Negli ultimi mesi, quando ho iniziato a raccontare pubblicamente questa vicenda, una persona di sesso maschile di quel gruppo – probabilmente venendolo a sapere – ha cominciato ossessivamente a guardare ogni mia storia sulle mie pagine social, poi mi ha scritto privatamente cose poco chiare, senza specifici riferimenti e poi, attraverso terze persone, ha cominciato a calunniarmi e a insultare in modo becero dimostrando palesemente la sua misoginia ed esprimendo senza troppi limiti giudizio sulla mia estetica, per poi bloccarmi ovunque su quei social, impedendomi quindi di rispondere. Non ha cercato il confronto, non mi ha chiaramente parlato – anche duramente o con qualche epiteto – ma in modo bieco, estremo e vigliacco lo ha fatto attraverso terzi e sottili minacce. Forse credeva di potermi impaurire evitando che raccontassi tali accaduti di quella chat e le frasi che ne venivano scritte davanti alle foto nude di donne. Ho una chiara identità e una personalità che non si intimorisce davanti a tali pochezze ma sa costruirne un discorso di denuncia e chiarezza anche come esempio per chiunque possa invece sentirsi sola/o in tali circostanze. Non bisogna rimanere in silenzio. La sicurezza in noi stesse e la realizzazione personale fatta di una sana struttura aiuta ad avere certezze fondamentali per conoscersi e riconoscere gli altri da noi. Persone di cui non dubiteresti mai È evidente che queste persone di cui ho riportato fatti ed esempi fanno parte di un contesto in cui il patriarcato e certe problematiche tossiche individuali si intrecciano, pur volendo far credere o credendosi vicini al movimento femminista. Ma l’aspetto su cui dovremmo prestare maggiore attenzione è un altro: sono persone comuni, sono tra noi. Persone di cui non dubiteresti mai e che possono raggirare e mistificare fatti e discorsi. Chiunque può diventare, o essere, un potenziale sostenitore della violenza di genere. Non dobbiamo stare zitte né zitti, ma raccontare quanto accade o è accaduto, anche quando può sembrare difficile perché a vergognarsi devono essere loro, sempre. C’è necessità di intensificare il supporto, i centri di ascolto, e credere alle donne. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Prevenire la violenza maschile -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il lato oscuro delle comunità misogine online in Italia proviene da Comune-info.
April 27, 2026
Comune-info
Sulmona: azione diretta nonviolenta nei cantieri SNAM
Un gruppo di attivisti del coordinamento Per il clima Fuori dal fossile è entrato all’interno del cantiere Snam a Case Pente di Sulmona e, con vernice bianca, ha dipinto delle scritte sia sui mezzi dell’impresa che sui grandi tubi che la multinazionale del gas sta interrando nell’area della centrale in costruzione. Sempre sui tubi sono stati attaccati manifesti a lutto. Nelle scritte frasi come: “Fuori la Snam dal nostro Territorio”, “Sulmona collassa, la Snam ingrassa”, “Snam killer di Sulmona”, “No Snam”, “Sulmona Non Accetta Morire”, “Case S…pente, profitti spinti”, “Dove passa la Snam non cresce più l’erba”, “Qui giace Sulmona, la Snam, felice, ringrazia”, “Villaggio di 4200 anni fa seppellito per sempre per i profitti della Snam”, “La salute e la dignità del popolo peligno non sono in vendita”. “La nuova azione diretta nonviolenta – spiegano gli attivisti – è stata messa in atto per denunciare la prepotenza con cui la Snam si è insediata a Sulmona e continua ad operare attraverso un cantiere illegale, per costruire un’opera nello stesso tempo devastante e inutile. Infatti, centrale e metanodotto Linea Adriatica, il mega gasdotto di 425 km da Sulmona a Minerbio (Bo), sono stati giustificati con la presunta necessità di sopperire alla eliminazione del gas russo in seguito alla guerra in Ucraina. E’, questa, una motivazione palesemente falsa perché già prima dell’inizio dei lavori il ministro Pichetto Fratin, in una intervista rilasciata il 15 aprile 2023 al Corriere della Sera, ha affermato: “abbiamo già sostituito il gas russo con quello africano”. “Perché allora – aggiungono – si spendono 2 miliardi e 500 milioni di euro per costruire una infrastruttura della quale lo stesso Governo riconosce l’inutilità? Lo fanno esclusivamente per il profitto della Snam che, anche se nei tubi non passerà neppure un metro cubo di gas, avrà comunque garantito sia l’ammortamento dell’intera opera che un utile fisso annuo. A pagarne il costo saranno i cittadini italiani attraverso l’aumento della bolletta energetica per i prossimi 50 anni. E questo mentre dovremmo abbandonare da subito le fonti fossili causa di guerre e disastri climatici”. Non è la prima volta che gli attivisti no Snam entrano nel cantiere di Case Pente. Sono entrati con striscioni e cartelli; hanno distribuito volantini agli operai e si sono anche incatenati all’ingresso del cantiere. Ma la Snam continua tenere un comportamento molto strano: non li denuncia. Come mai? Eppure, lungo tutta la recinzione del cantiere di ben 15 ettari, circondato da telecamere, i cartelli parlano chiaro: “E’ vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”. “Forse gli ambientalisti godono di uno speciale lasciapassare che noi non conosciamo? – si domandano gli attivisti-. Oppure sarà che la Snam, portandoci in tribunale, teme che possano emergere in quella sede le illegalità e la distruzione del nostro patrimonio ambientale e archeologico? Che si parli finalmente di un cantiere aperto senza adempiere a tutte le prescrizioni ante operam previste per legge e che continua ad andare avanti con una autorizzazione decaduta? Che si parli della soppressione di un importante corridoio faunistico dell’Orso bruno marsicano? Che si parli dell’abbattimento illegale di centinaia di alberi di ulivo? Oppure di gravi crimini culturali qual è il seppellimento, sotto tonnellate di cemento e acciaio della centrale, di un villaggio risalente all’Età del Bronzo e di una strada glareata di epoca romana?”. “La parola alla Snam – concludono -. Oppure, se preferisce, ricorra pure alla carta bollata. Non abbiamo paura. L’occupatore abusivo è la Snam, noi stiamo difendendo il territorio in cui siamo nati e in cui vogliamo che continuino a vivere quanti verranno dopo di noi”. di Mario Pizzola Redazione Italia
April 27, 2026
Pressenza

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