Hormuz, sindacati dei trasporti marittimi e marinai
I media aziendali preferiscono parlare di Donald Trump con una frequenza giornaliera che ha da tempo superato quella di altri intrattenitori: la guerra tra USA e Israele contro l’Iran, il petrolio – dove coloro che hanno aiutato a mettere Trump alla Casa Bianca ottengono un ottimo ritorno sul loro investimento […] L'articolo Hormuz, sindacati dei trasporti marittimi e marinai su Contropiano.
April 20, 2026
Contropiano
Per un cosmopolitismo di sinistra
Oggi, di solito, la critica all’ordine internazionale liberale proviene dalla destra: lo Stato-nazione è supremo, le istituzioni globali sono una truffa e le élite cosmopolite hanno tradito la gente comune. La difesa, invece, di solito viene da liberali che confondono l’internazionalismo dell’ordine postbellico con il sistema economico che esso sostiene, difendendoli entrambi. Non soddisfatta di nessuna delle due posizioni, la teorica politica Lea Ypi ci esorta invece a sviluppare quello che lei definisce un cosmopolitismo alternativo: un internazionalismo di sinistra in grado di affrontare le sfide della crescente disuguaglianza, dell’ascesa dell’autoritarismo e della spirale bellica. Ypi è professoressa titolare della cattedra Ralph Miliband di Politica e Filosofia presso la London School of Economics. Cresciuta nell’Albania comunista, ha vissuto da bambina il suo crollo, un’esperienza che ha raccontato nel memoir Libera (Feltrinelli, 2023). Anche il suo libro più recente, Dignità (Feltrinelli, 2026), attinge alla storia della sua famiglia per far luce sull’ascesa del fascismo nel periodo tra le due guerre. Gli scritti di Ypi mettono insieme contenuti personali e spunti tratti dal suo lavoro di filosofia politica, in particolare riflessioni sul valore condiviso da liberali e socialisti della libertà e sui suoi numerosi tradimenti storici. In questa conversazione con Meagan Day, Ypi sostiene che l’ondata globale di estrema destra non va intesa come un riallineamento geopolitico, bensì come una convergenza ideologica che rispecchia in modo inquietante il periodo tra le due guerre. Analizza la distinzione tra conservatorismo e fascismo, spiega perché la radicalizzazione del movimento Maga segue una evidente logica di escalation e sostiene che la migrazione sia fondamentalmente una questione di classe, non culturale. Ypi si rifà anche alla storia della sua famiglia per sostenere che la sinistra deve fare i conti onestamente con i due fallimenti, radicati nei limiti dello stato-nazione, del socialismo di stato e della socialdemocrazia, entrambi riconducibili ai limiti dello stato-nazione, se vogliamo costruire una politica di sinistra adeguata alla portata della crisi attuale. Visto il caos che imperversa in Iran, è logico partire dal crollo dell’ordine geopolitico. Mentre assistiamo alla frammentazione o alla dimostrazione della propria impotenza delle istituzioni del dopoguerra – le Nazioni unite, le istituzioni di Bretton Woods, l’intera architettura dell’internazionalismo liberale – pensi che stiamo assistendo a un fallimento di queste istituzioni o allo svelamento del fatto che non hanno mai mantenuto le promesse? È una combinazione delle due cose. Esiste una narrazione su queste istituzioni secondo cui sarebbero sempre state al servizio dei modelli coloniali e di un particolare sistema economico, a vantaggio delle élite dei paesi ricchi a scapito delle regioni più povere del mondo. Ma queste istituzioni furono anche il risultato di sforzi volti a contrastare le tendenze escludenti del liberalismo. Non realizzarono appieno il loro dichiarato valore di libertà universale, ma rappresentarono una lotta continua per estenderlo. Stiamo assistendo a una crisi che si tende a interpretare in termini puramente geopolitici: l’ascesa della Cina, la crisi dei rapporti tra Stati uniti ed Europa. Ma in realtà stiamo vedendo un conflitto geopolitico guidato da un allineamento ideologico: l’ascesa di una visione del mondo di destra incentrata sulla supremazia dello Stato-nazione. È etnocentrica, etnonazionalista e trova le sue basi in una critica delle élite liberali cosmopolite. Si tratta di un fenomeno riscontrabile in Europa, Medio Oriente e Stati uniti. È un allineamento ideologico di destra, incentrato sulla prospettiva che la forza fa la ragione, i forti fanno ciò che devono fare e i deboli subiscono ciò che devono. Sta emergendo qualcosa di nuovo a livello ideologico nella destra globale? Oppure si tratta di una situazione simile a quella della destra di sempre, solo che ora si sente più audace e libera di agire? È molto simile alla critica alle élite liberali cosmopolite che si poteva trovare nella destra del periodo tra le due guerre, quando il fascismo era in ascesa. Molti pensano che il fascismo sia puro conservatorismo, ma in realtà contiene anche una visione costruttiva di come vorrebbe che fosse il mondo, una critica all’internazionalismo liberale già presente dopo la Prima guerra mondiale e la crisi finanziaria. La differenza, oggi, sta nel fatto che questa sembra essere la critica egemonica del capitalismo liberale e della globalizzazione. Nel periodo tra le due guerre, esisteva un’altra interpretazione, anch’essa una critica al capitalismo e al liberalismo internazionale, ma proveniente dalla sinistra, da una prospettiva di classe. Oggi la critica dello status quo proviene in modo preponderante dalla destra, mentre la sinistra tradizionale fatica ancora a recuperare la propria critica al capitalismo. LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia Potresti spiegare meglio la differenza tra conservatorismo e fascismo? Si tratta di una distinzione di metodi. Il fascismo è una sorta di conservatorismo rivoluzionario. Ritiene che l’allontanamento dallo status quo debba essere più radicale, perché lo status quo è troppo ancorato a presupposti liberali. Il conservatorismo, invece, percorre una strada più riformista: si attiene ai valori e alle tradizioni, ma non all’idea che sia necessario distruggere il mondo per ricostruirlo secondo una certa visione di nazione, superiorità civile e omogeneità razziale, che è alla base di gran parte del pensiero fascista. Mentre nel conservatorismo si riscontra una maggiore propensione al compromesso con l’ordine liberale, il fascismo possiede un’energia molto più distruttiva e creativa. Nel fascismo esiste una concezione nietzschiana del rapporto tra moralità e potere, molto diversa dall’universalismo liberale. Il fascismo, nella sua essenza, si fonda sull’idea che il potere si giustifichi da sé e che le pretese morali contrarie siano solo lamentele dei deboli. Ritienu che l’ascesa del trumpismo e di figure come Viktor Orbán e Jair Bolsonaro sia la prova di una crescente ondata fascista? Provengono da contesti diversi. Orbán emerge dal fallimento del cosmopolitismo liberale nell’Europa orientale, dalla crisi finanziaria e dalla terapia d’urto degli anni Novanta, mentre Trump e Bolsonaro emergono dalle proprie storie personali. Ma queste traiettorie, che iniziano in modo molto diverso, sembrano tutte convergere verso una direzione fascista più utopica. Non credo che il movimento Maga nasca effettivamente fascista. C’è un processo di radicalizzazione. Questi movimenti hanno bisogno di una visione utopica per spiegare perché non riescono a mantenere le promesse fatte in termini di politiche concrete. Perché i costi e i prezzi sono ancora così alti anche se siete al potere? Avete bisogno di un depistaggio ideologico a lungo termine per giustificarlo ai vostri elettori: un’utopia gerarchica sempre più esclusiva. Stavo leggendo di un piccolo scandalo nella politica statunitense: la chat di gruppo dei Giovani Repubblicani di Miami è stata violata e al suo interno studenti universitari di destra si scambiavano meme sull’esoterico hitleriano Julius Evola e sul concetto di Agartha di Heinrich Himmler, concetti fascisti di nicchia e occulti. Come hai detto, non credo che questo faccia parte del Dna di Maga. Penso che si tratti assolutamente di un’escalation ideologica. Esattamente. E mentre studiavo l’ascesa del fascismo negli anni Venti e Trenta per il mio ultimo libro, ho riscontrato una simile escalation ideologica. Quando oggi pensiamo a Hitler e ai nazisti, pensiamo al culmine: l’Olocausto, i campi di concentramento. Ma nei primi anni del potere di Hitler, i liberali che erano preoccupati per lui dicevano: «Beh, ha costretto i suoi a rimuovere gli scritti antiebraici perché aveva capito che la sua base si era spinta troppo oltre». La gente si sentiva rassicurata: «Non è così grave come sembra». Persino nel caso della Germania nazista, ci furono processi di concessioni e ritirate, una dialettica che rispondeva agli eventi man mano che si svolgevano. Non c’è quasi nulla di più agghiacciante che analizzare a fondo l’escalation del fascismo in Germania e constatare come la gente comune si sia ritrovata come aragoste in una pentola che bolle. Quanto credito date ai parallelismi con il periodo tra le due guerre? Credo che ci siano delle analogie reali. L’escalation fascista di destra è una risposta alla crisi del capitalismo liberale. Questo era vero negli anni Venti, ed è vero anche ora. La storia non si ripeterà esattamente allo stesso modo, ma possiamo interpretare l’ascesa della destra come una risposta ai fallimenti della socialdemocrazia da un lato e del capitalismo liberale dall’altro, come accadde negli anni Venti e Trenta. Nel periodo tra le due guerre mondiali la sinistra aveva un ruolo di primo piano, cosa che, a ben vedere, non è più così oggi. Sì e no. La guerra civile spagnola è stato l’ultimo momento in cui si è assistito a un vero internazionalismo di sinistra. Dopo di che, la sinistra – sia nella sua forma socialista che socialdemocratica – si è impegnata a favore dello Stato-nazione. E in questo senso, non è un progetto in grado di rispondere adeguatamente a questa crisi, che in definitiva è una crisi transnazionale. Ciò che vediamo ora è l’incapacità della sinistra di creare un ampio fronte internazionale con una visione chiara di dove vuole portare la sua critica al capitalismo. Nel frattempo, la destra sembra stia tessendo con grande efficacia un progetto internazionale coeso. Sì, e aveva già iniziato a farlo anche prima di essere al potere. Pensiamo a Steve Bannon e al ruolo che ha svolto nel collegare i vari movimenti di destra in Europa e in America: c’era già un’ampia mobilitazione transnazionale attorno a questa ideologia della nazione e dello stato. Sotenevano che il capitalismo è transnazionale e, pertanto, qualsiasi tentativo di criticarlo da parte della destra doveva essere anch’esso transnazionale. Questi personaggi si sono dati da fare per creare reti: think tank, piattaforme di informazione, figure individuali che fungevano da anelli di congiunzione. Hanno aspettato di andare al potere. Quali sono le ragioni del relativo fallimento della sinistra nel fare altrettanto? L’abbandono della critica al capitalismo come progetto di classe. Abbiamo la sinistra ambientalista, la sinistra femminista, la sinistra antirazzista, e c’è stata una critica all’universalismo che ha reso difficile connettere queste lotte basate sull’identità in un’unica visione. Paradossalmente, la sinistra ha ereditato lo stesso approccio culturalista che la destra adotta per comprendere il conflitto: affermare che si tratta di razzismo o di genere senza inserire queste critiche in una critica più ampia del modo di produzione. Ciò che manca davvero alla sinistra è un cosmopolitismo alternativo. Quando ero studente in Italia, tra la fine degli anni Novanta l’inizio degli anni 2000, quello fu il momento del movimento alter-globalizzazione. C’era il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, l’idea emergente di una globalizzazione alternativa. Ma quel movimento fu soffocato dall’egemonia del neoliberismo, che insisteva sul fatto che non servisse un’altra politica, ma solo la politica giusta. Tutto ciò che bisognava fare era assecondare la Terza Via: soluzioni politiche, un po’ di redistribuzione, compromessi con le élite economiche. Noi che eravamo in piazza venivamo considerati dei romantici ingenui che non capivano che la Guerra fredda era finita e che non c’era alternativa. Questo è ciò che abbiamo perso, ed è ciò che stiamo cercando di recuperare. La sinistra ha nutrito diffidenza nei confronti dello Stato-nazione, e a ragione. Tuttavia, nella storia recente, è stato soprattutto in questo contesto che i deboli sono riusciti a esercitare il loro potere. C’è forse qualcosa di positivo nello Stato-nazione? In termini pragmatici, sì, perché lo Stato-nazione è il luogo in cui risiede il potere coercitivo. Se si vuole prendere ed esercitare il potere, bisogna sapere dove risiede. Altrimenti, la lotta sociale rimane ovunque e da nessuna parte. Ma il motivo per cui la gente riponeva tanta speranza nello Stato-nazione era che negli anni Venti e Trenta si assisteva alla contrapposizione tra nazione e impero. Il nazionalismo era una forza progressista nella lotta contro l’ordine imperiale, contro le chiese e le monarchie che non godevano di alcuna rappresentanza democratica. Ecco perché veniva presentato come progressista nei dibattiti di sinistra dell’epoca, negli scritti di [Vladimir] Lenin, [Rosa] Luxemburg e così via. Ma ora l’impero è finito. Lo Stato-nazione stesso è un rappresentante del vecchio ordine. Il nazionalismo non è più progressista, nemmeno nella sua formulazione più favorevole. È solo l’esclusione dell’altro. Si tende a distinguere tra nazionalismo etnico e nazionalismo civico, ma in definitiva, quando c’è un confine, c’è una differenza tra chi è dentro e chi è fuori. È inevitabilmente un’esclusione. Ci troviamo in un momento diverso e abbiamo bisogno di un’analisi diversa. LEGGI ANCHE… POLITICA IL NEOLIBERISMO NON HA CANCELLATO LE NAZIONI Jamie Maxwell Come dovrebbe posizionarsi la sinistra quando si rivolge a un pubblico che nutre serie preoccupazioni sulla migrazione? Innanzitutto, dobbiamo cambiare il modo di parlare, allontanandoci dalla moralizzazione della migrazione. Gran parte del dibattito di sinistra si basa su affermazioni del tipo: i confini sono arbitrari, la libertà di movimento è un diritto fondamentale, perché le persone non dovrebbero poter circolare liberamente? Il discorso è talmente moralistico che è difficile distinguere la difesa dei migranti da parte dei liberali da quella della sinistra. La migrazione diventa un problema solo quando si verifica in contesti di rapporti di potere asimmetrici, come ad esempio dal Sud del mondo al Nord del mondo. Nessuno si preoccupa della migrazione dal Canada agli Stati uniti o dall’Australia alla Gran Bretagna. Ci preoccupiamo della migrazione solo quando essa riflette asimmetrie di potere più ampie. E queste asimmetrie sono a loro volta il risultato di guerre, crisi economiche e degrado ambientale. La migrazione è una conseguenza, non una causa. Se si vuole davvero risolvere il problema, bisogna intervenire a livello delle sue cause. Ed è qui che la destra non ha una risposta. Dire «Dobbiamo rendere di nuovo grande il nostro paese a spese degli altri» conduce soltanto a guerre, crisi e disastri in tutto il mondo e, di conseguenza, a più migrazioni. È fondamentale anche sottolineare la dimensione di classe. I confini non sono mai stati così aperti per alcuni e così chiusi per altri come lo sono ora, persino nei paesi al potere con la destra. Mentre Trump pubblicava quelle immagini di persone incatenate che venivano deportate, si vantava allo stesso tempo di quanto fosse facile per gli oligarchi russi ottenere visti per investitori. I visti d’oro, i programmi di cittadinanza per investimento: la destra si è dimostrata completamente disposta ad aprire le frontiere ai ricchi. Quindi, se la vera preoccupazione è la mescolanza e l’integrazione culturale, perché la migrazione diventa così facile per alcuni e così difficile per altri che provengono dallo stesso contesto culturale? La migrazione è una questione di classe, non di cultura. Sei cresciuta intorno al 1989, e il tuo memoir lo descrive come un punto di svolta molto ambiguo piuttosto che trionfale. C’è qualcosa nell’esperienza post-comunista che ci offra strumenti utili per riflettere su questo momento di instabilità? Uno degli aspetti interessanti della letteratura sulla transizione degli anni Novanta è il concetto di «tripla transizione». Gli ex paesi comunisti dovevano costruire economie di mercato, stati democratici con strutture di legittimazione e risolvere il problema territoriale, ovvero tutti i conflitti nazionalisti all’interno di entità multinazionali come la Jugoslavia e l’Unione sovietica. Gli studiosi sottolineavano che non era possibile raggiungere tutti e tre gli obiettivi contemporaneamente e che in quelle società non esistevano istituzioni intermedie: né sindacati, né una vivace società civile, né veri e propri partiti. La cosa affascinante è che si diceva tutto questo come se l’Occidente fosse rimasto immutato. Si prendevano gli aspetti migliori dell’Occidente – l’età dell’oro della socialdemocrazia, i vincoli imposti al mercato, i partiti di massa – e si sosteneva che l’Oriente dovesse recuperare terreno. Ma mentre si tenevano queste discussioni, in Occidente quelle istituzioni intermedie venivano completamente smantellate. Era il periodo in cui si distruggevano i sindacati, in cui i partiti si trasformavano in partiti-cartello. Tutto ciò verso cui l’Oriente avrebbe dovuto orientarsi andava perduto. Si è trattato di un’operazione ideologica che ha attribuito i successi delle socialdemocrazie occidentali al liberalismo anziché al movimento operaio, mentre allo stesso tempo l’era di Margaret Thatcher e Ronald Reagan stava distruggendo proprio il movimento operaio. Si attribuivano il merito di ciò che il movimento operaio aveva realizzato, ma senza le strutture che avevano reso possibili tali risultati. Ciò che si prevedeva sarebbe successo in Oriente – leader autoritari di destra che usavano questioni culturali per distogliere l’attenzione dai fallimenti economici – ha finito per accadere sia in Oriente che in Occidente. La transizione non è avvenuta da Oriente a Occidente, ma da Occidente a Oriente. Vorrei soffermarmi su un punto della tua intervista con Aaron Bastani su Novara Media, che riguarda la storia della tua famiglia, perseguitata sotto il comunismo, e la tua successiva identificazione con il socialismo. Quasi tutti gli statunitensi, quando si parla di questo argomento, sentono dire: «La mia famiglia ha vissuto sotto il comunismo, è stata perseguitata, e posso affermare con certezza che non può funzionare». Eppure, molti socialisti sono stati perseguitati sotto il comunismo e hanno mantenuto la loro fedeltà ai valori socialisti. Puoi raccontarci come questo ha funzionato nella tua famiglia? Mio nonno era un socialdemocratico e per questo fu perseguitato dalla leadership comunista albanese. Ma il socialdemocratico degli anni Venti e Trenta era diverso da ciò che intendiamo oggi per socialdemocrazia. I socialdemocratici di quell’epoca non ritenevano che democrazia e capitalismo fossero compatibili. La socialdemocrazia, alle sue origini, era un progetto molto più radicale di quanto le si riconosca oggi. L’unica vera differenza tra socialdemocratici e comunisti all’epoca riguardava la rivoluzione e, di conseguenza, il rapporto tra l’avanguardia e il popolo. Il grande dibattito tra Édouard Bernstein e Rosa Luxemburg verteva sul metodo, riforma contro rivoluzione, ma gli obiettivi erano gli stessi. Il presupposto fondamentale era che, per ottenere una vera democrazia, fosse necessario contenere e infine sconfiggere il capitalismo. In luoghi come l’Albania, il progetto di costruire il socialismo si fuse con il progetto di costruire uno stato-nazione dalle ceneri dell’impero. Ciò significava che non si trattava di un socialismo costruito con mezzi democratici. Si aveva questo strano ibrido: controllo sui mercati ma nessuna sfera pubblica funzionante, nessuna legittimazione democratica, nessuna democrazia di partito. Era socialista sotto certi aspetti importanti, ma era anche molto repressivo, anche nei confronti dei socialisti e dei socialdemocratici che si discostavano dalla linea. Al contrario, possiamo immaginare un socialismo democratico. È possibile avere uno stato socialista con una costituzione socialista e diversi tipi di partiti socialisti, e in effetti un sistema multipartitico contribuisce notevolmente alla legittimazione e alla responsabilità. Perché, dunque, adottiamo questa interpretazione così ristretta di cosa fosse il socialismo, esemplificata da casi come quello albanese, e la consideriamo la definizione definitiva, in contrasto con tutte le alternative socialiste che furono represse dai socialisti di stato? A volte mi dicono che non mi importa della mia famiglia. Ma non capisco perché preoccuparmi della mia famiglia significhi schierarmi dalla parte di coloro che mio nonno ha sempre considerato nel torto. Lui ha sempre pensato che il capitalismo fosse il problema. Il fatto che abbia sofferto sotto il comunismo in Albania non significa che il capitalismo abbia smesso di essere un problema. Rimanere fedele alle mie radici significa non lasciare che i suoi nemici definiscano cosa significhi il socialismo. Credo che i socialisti più recenti a volte siano confusi su questo punto. Hanno elaborato la propria critica al capitalismo, e ora il mondo sembra diviso in due campi contrapposti, e loro vogliono stare dalla parte giusta. È fondamentale sfumare questo quadro. Giusto, ma in realtà, per ricostruire la sinistra, bisogna fare i conti con entrambi i fallimenti del ventesimo secolo: il fallimento del socialismo di Stato e il fallimento della socialdemocrazia nella sua versione radicata nello Stato-nazione. Il socialismo di Stato fallisce a causa del suo legame indissolubile con lo Stato-nazione, della sua mancanza di democrazia e della sua negligenza nei confronti delle libertà fondamentali come la libertà di movimento, di associazione e di espressione. Non si può semplicemente dire: «Dovevano farlo, quindi bene così». Il socialismo è sempre stato sinonimo di uguaglianza, ma non si è mai limitato solo a questo; si è sempre basato anche sulla libertà. Allo stesso tempo, dobbiamo anche essere molto critici nei confronti dei socialdemocratici e del modo in cui hanno sceso a compromessi con il capitalismo, e di dove ciò ha portato: alle ondate di neoliberismo degli anni Novanta. Entrambi i fallimenti sono legati allo Stato-nazione. Un’alternativa deve trarre lezione da entrambi. Dobbiamo recuperare la critica al capitalismo da un lato e la critica allo Stato-nazione dall’altro. Lo Stato-nazione richiede strutture di legittimazione che non funzionano con una critica del capitale transnazionale, un capitale che opera sia nel Nord che nel Sud del mondo, che genera imperialismo e conflitti per le risorse a livello globale. Quali sono le tue preoccupazioni riguardo agli eventi in corso in Iran? La guerra è la logica conseguenza della tendenza a rispondere alle crisi politiche ed economiche giurando di rendere di nuovo grande il proprio paese. Una visione del mondo costruita attorno allo Stato-nazione si fonda necessariamente sull’idea che il mondo appartenga ai potenti e che i potenti abbiano il diritto di distruggere tutto ciò che non si conforma. La guerra non è altro che questa logica portata alle sue estreme conseguenze. Ma ciò che è davvero interessante di questa guerra contro l’Iran è che gli Stati uniti non sentono il bisogno di legittimarla moralmente. Se pensiamo alla guerra in Iraq, gli internazionalisti liberal si sono prodigati per spiegare che si trattava di norme internazionali, di giustizia internazionale. C’era bisogno di una giustificazione che andasse oltre lo Stato-nazione. La logica non era semplicemente la pura e semplice forza bruta. In questa guerra, di tutto ciò ce n’è ben poco. Ciò sembra riflettere la debolezza dell’istituzionalismo liberale. Forse siamo giunti al punto in cui la destra può semplicemente condurre una guerra alle proprie condizioni, senza minimamente appellarsi all’etica dell’ordine liberale. Sì. Ma nel difendere il pacifismo, è importante non farlo solo sulla base della necessità di rispettare l’ordine internazionale liberale, perché tale ordine è sempre stato imperfetto e asimmetrico. Il vero pacifismo è possibile solo dopo aver superato entrambi i problemi: il capitalismo da un lato e lo Stato-nazione come ostacolo alla realizzazione di un mondo socialista dall’altro. Esiste una visione delle istituzioni internazionali che non si limita a difendere le istituzioni esistenti nella loro forma attuale. Non credo che si possa delineare un programma in dieci punti per il futuro. Si parte da un’analisi del momento presente e da una critica di ciò che non ha funzionato in passato, per poi costruire le istituzioni democratiche necessarie a portare avanti questa critica. Credo però che debba assumere la forma di un cosmopolitismo alternativo. Questa è la via più coerente per dare un senso ai conflitti del mondo globalizzato. *Lea Ypi è professoressa di teoria politica alla London School of Economics. Il suo ultimo libro è Dignità (Feltrinelli, 2026). Meagan Day è redattrice senior di JacobinMag, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Per un cosmopolitismo di sinistra proviene da Jacobin Italia.
April 20, 2026
Jacobin Italia
Missione in Cina: l’equilibrismo di Tajani tra il Made in Italy e l’ombra di Trump
Tajani allunga la lista di politici europei che, nelle ultime settimane, sono andati in Cina a portare avanti gli interessi di politica estera e commerciale dei propri paesi e, in parte, anche comunitari. Nei fatti, però, sono andati col cerino in mano a chiedere al Dragone di aiutarli a sostenre […] L'articolo Missione in Cina: l’equilibrismo di Tajani tra il Made in Italy e l’ombra di Trump su Contropiano.
April 20, 2026
Contropiano
Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli
L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)   I sat upon the shore Fisching, with the arid plain behind me Shall I at least set my lands in order? (Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?) Thomas Stearns [...]
April 20, 2026
Effimera
Bullismo e Codice Rosso: a Fiumicino fa lezione la Polizia di Stato
La Polizia di Stato di stanza a Fiumicino, comune della Città Metropolitana di Roma, ha organizzato una conferenza, prolusione, incontro di formazione all’Istituto di Istruzione Superiore (liceo e tecnico agrario) “Leonardo da Vinci“, sabato 14 aprile (CI 232 del 31 marzo), di cui è arrivata segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università con testo della circolare citato, giacché ormai questa iniziative vengono nascoste al pubblico. L’argomento dell’incontro con i poliziotti rientra nella divulgazione del testo di legge 10 luglio 2019 denominata Codice Rosso. Fra le materie di interesse della legge rientrano le misure per affrontare le violenze di genere, soprattutto quelle domestiche ben note alle cronache. Sappiamo quante e quanto complesse siano le cause del disagio nelle famiglie di cui la parte più fragile, donne e bambini, sono vittima. Purtroppo, non tutto corre così veloce e in modo efficace quando una donna si rivolge a un commissariato o una caserma per denunciare la situazione di rischio o gli espliciti atti violenti a cui è esposta. Capita continuamente che la decisione – già di per sé difficile in alcune condizioni di fragilità culturale ed economica – di percorrere la via legale subisca ritardi o non venga messa in atto. Come mi riferisce un’operatrice di un’associazione che gestisce un Centro Anti Violenza (CAV), nato in seno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in assenza di testimonianze dirette o di segni di attacco fisico, succede che la denuncia venga rifiutata. È il CAV stesso allora che procede consigliando i passaggi da effettuare, in forza della legge citata che prevede la protezione immediata della donna e dei minori e il patrocinio gratuito per affrontare il percorso legale. Ma anche per ricorrere a un CAV una donna ha bisogno di conoscerne l’esistenza, di avere una rete intorno a sé che la sostenga, soprattutto quando si tratta di donne non italiane. Penso che sia stato a tema nell’incontro ancora il bullismo giovanile, visto che esistono team nelle caserme e nei commissariati dedicati al suo contrasto nelle scuole e sui canali social (uno di questi gruppi di lavoro è citato nella circolare). La gestione dei conflitti che nascono nelle classi, scontri verbali e fisici spesso legati all’appartenenza di genere, culturalmente imposta dai codici di comportamento appresi, è un problema educativo. Il bullismo, sempre di incerta definizione (ragazze e ragazzi cattivi?), il rifiuto verso differire  e la tendenza a immunizzarsi dal diverso, sono legati strettamente ai contesti relazionali in cui si manifestano,  dunque sono questione che interroga gli insegnanti, non le forze dell’ordine. La marginalizzazione della funzione docente, direi la sua umiliazione, passa anche attraverso la sottrazione del compito di in-segnare. Sia nel senso di lasciare il segno dei saperi disciplinari, sia soprattutto nella capacità di scambiarlo come effetto della responsabilità adulta verso i minori affidati. Il sito della scuola recita che tutto il personale è una “comunità educativa vibrante”, per cui proviamo a fidarci delle vibrazioni, anche quando delegate alle divise. Vengo a tre punti che dovremmo considerare, al di là del contenuto delle segnalazioni che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, anche nell’ottica di sostenere coloro che ci informano. 1. Una circolare interna è un atto ammnistrativo di indirizzo che occupa l’ultimo gradino della gerarchia delle fonti giuridiche. Molti docenti spesso balbettano che, se l’ha scritta il dirigente, quella indicazione, quel suggerimento, sono norma a cui obbedire. Nello specifico questa di cui scrivo, pur nel suo impianto direttivo (chi, cosa, quando) invita i docenti “interessati” – “eventualmente” aggiungo io – a contattare i colleghi più in alto nell’organizzazione dei progetti, insomma lo staff (la corte del DS). Poiché si tratta di prestare ore di lezione, sacrificando le discipline, un insegnante può sottrarsi, l’aggettivo relativo all’interesse è lo spiraglio che un docente non interessato all’evento, può utilizzare. A tal proposito invito alla lettura di un testo sull’argomento della dignità legata all’esercizio della libertà di insegnamento e al tentativo ormai abituale di limitarla, anche quando si tratta di progetti legati alle nuove tecnologie, con i soldi del PNRR (Giovanni Scarafile, Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo. Yod ed., 2025). A tutti i progetti dell’azienda verticalizzata, definiti nel Piano dell’Offerta Formativa ai clienti, si può dire di no. 2. Riflettendo sulle questioni di genere, non posso non notare che la dirigenza scolastica è soprattutto femminile (dati ISTAT). Maestre e professoresse rompono il tetto di cristallo a fanno carriera. Ma è davvero così? Se la giovane età di alcune dirigenti non ha più alcuna parentela con i diversi flussi storici del femminismo, sicuramente spesso hanno familiarità con una forma di emancipazione mimetica al maschile, al maschile deputato al comando così come storicamente declinato, anche nelle superiori democrazie occidentali. Il paradosso è che al paternalismo dei dirigenti-papà che accarezzano i bimbi all’ingresso a scuola, si interessano di tutto perché tutto gli viene comunicato e su tutto si chiede loro consiglio, si unisce un mieloso – e non meno prepotente – maternage femminile. Come se non si potesse immaginare un’autorevolezza fatta di distribuzione del potere, fuori da logiche binarie. Servirebbe nelle relazioni a scuola un cambiamento di paradigma orientato a una Parola che non viene né da padri, né da madri ma – come ho detto  – è sotto il segno della responsabilità del contrappeso dei poteri. Anche questo è parte di un clima culturale in cui il comportamento adulto è modello implicito per i minori che lo osservano, lo vivono, lo subiscono. 3. Fiumicino, è un contesto territoriale con una lunga storia che ne costituisce ancora la peculiarità, l’antico Portus, con il suo Tiber, la sua Isola Sacra. Oggi, saltando i secoli, Fiumicino ha il suo aeroporto (ancora Leonardo da Vinci, il titolare). Sono 84.000 circa gli abitanti, stipati in un’area fortemente gentrificata, dove le caratteristiche tipiche di un paese di mare sono inghiottite dall’anonimato di una grande periferia. Le case stanno a un passo dalle piste dell’aeroporto: inquinamento luminoso, sonoro e da scarichi si sommano fra loro. Concludo. I docenti capaci di disobbedire si potrebbero occupare con le loro classi di geostoria, decostruendo la disciplina di recente introduzione negli istituti tecnici. Potrebbero tornare al significato che, prima delle deforme delle indicazioni, dei programmi e del conformismo dei manuali, avevano la storia e la geografia. Potrebbero insegnare come il progresso ha devastato interi territori, privandoli perfino della loro identità storica. La pesantezza del sentirsi, in quanto giovani, sempre potenzialmente cattivi, sbagliati, potrebbe essere trasformata da una visione del futuro come frutto non banale della conoscenza del luogo dove si cresce, si vive, di cosa è accaduto sotto la mano pesante del progresso. La scuola potrebbe essere un luogo dove le creature giovani diventano consapevoli che anche lo squallore, la bruttezza, generano violenza, frustrazione, pensieri rancorosi. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ci resta quindi il sabotaggio
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/14/ci-resta-quindi-il-sabotaggio/: Nella notte del 7 aprile, Chamel Abdulkarim, dipendente di un’azienda di logistica, ha incendiato un magazzino della multinazionale Kimberly-Clark Corporation a Ontario, in California, causando il crollo e la completa distruzione dello stabilimento di 110.000 metri quadrati. I danni ammontano a oltre 600 milioni di dollari, tra prodotti e struttura. Chamel è stato arrestato poco dopo e si trova attualmente imprigionato presso il West Valley Detention Center senza possibilità di cauzione. Nel video girato da lui stesso mentre appicca il fuoco, scandisce le parole «Non ci pagate abbastanza per vivere… ecco che se ne va il vostro magazzino». Ci resta quindi il sabotaggio «Non ci pagano abbastanza per vivere, per fortuna un accendino costa poco». È quanto ci racconta un dipendente di una fabbrica di carta igienica in California, che si riprende mentre dà fuoco a enormi rotoli di quella stessa carta igienica. Poche ore dopo, l’intero stabilimento di 100.000 m² è andato completamente distrutto dalle fiamme. Il valore simbolico e la concreta efficacia di questo gesto sono immensi. Chi non ha mai sognato di dare fuoco al proprio posto di lavoro, di gettare il padrone fuori dalla finestra o, più semplicemente, di mandare a farsi fottere chi ci sfrutta fino all’osso? Il lavoro salariato è oggi più violento che mai, perché tutte le strutture di protezione che la socialdemocrazia gli aveva attribuito sono fatalmente crollate. Ci si batte per essere sfruttati in modo misero, senza alcun orgoglio, ma solo per paura della miseria. In realtà, solo chi ne trae vantaggio continua a crederci: i grandi o piccoli imprenditori, i vecchi dirigenti corrotti, i padroni e i capisquadra. Si intravede una sorta di schema. Probabilmente quello dell’oppressione di classe, ma nelle rivolte della Generazione Z in tutto il mondo, negli ultimi mesi, si può anche vedere la frattura generazionale di un mondo in cui la promessa di un lavoro e di una vita agiata non funziona più. Oggi, quando si è giovani, si patisce sia che si abbia un lavoro sia che non lo si abbia. La vendetta si intravede anche nel gesto del nostro eroe dei tempi moderni. La vendetta, condannata dalla morale borghese e dalla giustizia classista, si manifesta qui come risposta allo sfruttamento e alla precarietà e sconvolge ciò che alcuni definirebbero “lo spettacolo”. Questo gesto ci ricorda la nostra capacità di agire e di sconvolgere l’ordine costituito. Ci insegnano fin da bambini che vendicarsi è sbagliato, ma vendicarsi di una profonda ingiustizia, di un’oppressione (sistemica o meno), è un’arma potente che non dobbiamo mai dimenticare. Oggi gli scioperi a singhiozzo dei vecchi sindacati sono solo un passatempo per i padroni e i governanti. Le manifestazioni-passeggiata, concordate mano nella mano con la prefettura, non sono altro che controrivoluzione e non ingannano quasi più nessuno. Il sabotaggio collettivo o individuale e l’azione diretta si impongono quindi come le uniche opzioni per distruggere ciò che ci sta distruggendo. Siamo trattenuti solo dall’illusione del comfort offerto dallo sfruttamento, che mese dopo mese si dimostra sempre più insufficiente. Se la persona che ci ha offerto il quadro della distruzione del proprio posto di lavoro ci dona qualcosa, non dobbiamo dimenticare che gliela dovranno far pagare e che noi gli daremo tutto il nostro sostegno: si è fatto rinchiudere per liberare qualcosa dentro di noi. La sua rabbia e il suo disgusto ci parlano, perché sono ciò che proviamo anche noi ogni giorno nei nostri luoghi di lavoro. Viva il sabotaggio! Jean Burnout [Pubblicato in francese in https://lagrappe.info/?Alors-il-nous-reste-le-sabotage-1995 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/14/ci-resta-quindi-il-sabotaggio/]
April 20, 2026
il Rovescio
DL “sicurezza”, avvocati e magistrati contro gli incentivi sui rimpatri e l’abrogazione del gratuito patrocinio
L’ennesimo decreto-legge n. 23/2026 in materia di “sicurezza e immigrazione” del governo Meloni, nel testo emendato dal Senato e ora all’esame della Camera, ha introdotto due disposizioni che hanno avuto una reazione unanime da parte del mondo forense e della magistratura.  L’art. 30 bis prevede un compenso per l’avvocato che assiste uno straniero nella richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito, ma solo “ad esito della partenza dello straniero“. L’art. 29, co. 3, dal canto suo, abroga la norma che garantisce il gratuito patrocinio automatico – indipendentemente dai limiti reddituali ordinari – nei processi contro i provvedimenti di espulsione, rendendo di fatto molto più difficile per le persone straniere accedere al diritto di difesa. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha preso le distanze anche dal proprio coinvolgimento istituzionale previsto dalla norma, precisando di non essere “mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione“, e chiedendo al Parlamento di “eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali“. La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati ha voluto esprime con una nota tutto il suo disappunto: “Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell’avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare. Il riconoscimento di incentivi economici connessi all’esito della procedura di rimpatrio volontario dei migranti e le limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero pongono questioni che mettono a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale. Questo contrasta con l’idea stessa di difesa, perché collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto. In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse. La salvaguardia di tale diritto costituisce un presidio essenziale dello Stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia“.  Durissima anche la reazione dell’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), che nel testo intitolato “L’apologia dell’infedele patrocinio” ha scritto: “L’emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per l’avvocato soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di ‘rimpatrio volontario’ e viene effettivamente rimpatriato, trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione. È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza“. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha deliberato lo stato di agitazione dell’intera avvocatura, affermando che “il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento“, e auspicando che “in sede di successivo passaggio alla Camera dei Deputati, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto“. Magistratura Democratica (MD), infine, parlando di “Lesione di un diritto e di una funzione“, ha denunciato “la palese contrarietà all’articolo 24 della Costituzione dell’introduzione dell’incentivo e dell’esclusione dal patrocinio a spese dello Stato“, sottolineando che “una difesa adeguata è il primo presidio dei diritti e un diritto che deve essere riconosciuto a tutti e a tutte e non può essere aggirato attraverso la previsione di incentivi che di fatto sviliscono il ruolo del difensore favorendo una condotta collaborativa che si pone in aperto e palese contrasto con gli interessi dei propri assistiti“.
Cuba, inizia la distribuzione del petrolio russo
Cuba ha iniziato a distribuire in diverse provincie le 100.000 tonnellate di petrolio ricevuto dalla Russia trasportate dalla petroliera Anatoli Kolodkin, ha annunciato Irenaldo Pérez Cardoso, vicedirettore dell’Unione Cuba-Petrolio (CUPET), nel mezzo della crisi energetica causata dal blocco statunitense. Vengono distribuiti benzina, gasolio e gas liquefatto, dando la priorità alla generazione di elettricità e ai servizi essenziali. Pérez Cardoso ha spiegato che la lavorazione del greggio continua e può richiedere da 12 a 15 giorni e che la produzione giornaliera inizierà immediatamente il suo viaggio verso i centri di consumo, utilizzando camion, treni e navi che la porteranno nella regione orientale e nella Isla de la Juventud. Secondo la stima di Pérez Cardoso, però, il petrolio russo coprirà solo circa un terzo della domanda nazionale mensile. “Non risolve l’intero problema energetico, ma costituisce un’importante tregua in mezzo all’assedio imposto”, ha dichiarato. “Una petroliera russa è arrivata a Cuba. È un fatto significativo, di sostegno e vicinanza in situazioni difficili come hanno sempre fatto la Russia e il fratello popolo russo”, ha detto il presidente, Miguel Díaz Canel,  commentando a RT l’arrivo del greggio a sull’isola. Il leader cubano ha aggiunto che i primi benefici dell’arrivo del petrolio russo saranno visibili tra pochi giorni. “Ci sono persone che si chiedono: ‘Beh, perché se la nave è arrivata qualche giorno fa non si vede ancora l’impatto?’. Perché è arrivato petrolio greggio che deve essere raffinato, dopo la distribuzione, da oggi o domani si inizieranno a vedere i risultati dell’aiuto russo”. La petroliera Anatoli Kolodkin è arrivata a Cuba alla fine di marzo con circa 100.000 tonnellate di petrolio, la prima ad arrivare a Cuba da mesi, dopo che gli Stati Uniti hanno costretto il Venezuela e il Messico a tagliare la fornitura di energia all’isola. Cuba non ha ricevuto alcuna fornitura di petrolio dal 9 gennaio, il che ha causato una crisi energetica. All’inizio di aprile il Ministro dell’Energia russo Sergei Tsiviliov ha affermato che la Russia si sta preparando a spedire una seconda petroliera sull’isola caraibica e assicurato che non avrebbe lasciato solo il popolo cubano. Intanto il Messico, la Spagna e il Brasile hanno annunciato l’aumento degli aiuti a Cuba. I governi delle tre nazioni hanno firmato un documento in cui parlano della complessa situazione che la nazione caraibica sta attraversando a causa del blocco degli Stati uniti. “Esortiamo ad adottare le misure necessarie per alleviare questa situazione e a evitare azioni che aggravino le condizioni di vita della popolazione, o siano contrarie al diritto internazionale”, hanno sottolineato nel testo. Inoltre, si sono impegnati “ad aumentare in modo coordinato la risposta umanitaria volta ad alleviare la sofferenza del popolo cubano”. In precedenza la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha chiesto, durante la sua partecipazione al IV vertice in difesa della democrazia, che i Paesi presenti all’evento raggiungessero un accordo per condannare gli attacchi contro la più grande isola delle Antille. (RT, Sputnik) www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
April 20, 2026
Pressenza
Allarme per l’unità della Repubblica
Il voto referendario sulla magistratura ha detto con forza e chiarezza che la Costituzione non si tocca e non si deve toccare, a difesa dei diritti di libertà e sociali, e ha sostanzialmente cancellato dall’agenda politica il premierato. Giovani e Mezzogiorno, con il loro voto, hanno sconfitto Giorgia Meloni. Con questo voto referendario si sono cancellate due deforme della Costituzione. Tuttavia siamo allarmati. E vogliamo trasmettere il nostro allarme. C’è un’insidia che continua a minacciare il nostro Paese, l’Autonomia Differenziata; il ministro leghista Calderoli lavora in silenzio, ma con determinazione, portandola avanti: troppi – distratti – la considerano archiviata con la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale. La Consulta, ponendo dei paletti, certamente ha modificato la drammaticità della situazione precedente; però il Governo deliberatamente li ignora, e così – con le pre-Intese con quattro Regioni del Nord e con il ddl Calderoli sui LEP, attualmente in Senato – l’Autonomia differenziata ha ripreso il cammino; che va, invece, bloccato. Passo dopo passo, nell’indifferenza generale, si va avanti, assegnando diritti a chi già ne ha e – di conseguenza – negandoli a chi ne ha già pochi. Basta leggere anche solo superficialmente le parole del presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, uno dei potenziali beneficiari delle regalie di questa de-forma costituzionale, che istituzionalizza le diseguaglianze: “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […]. L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.” Ecco, come – con poche, ma inequivocabili parole – si dà voce a quello che il razzismo nostrano pensa da tempo, forse da sempre: che esista una parte “sana” (e quindi una malata) nel Paese. Come liberarsi di questa “palla al piede” che è il Meridione è presto detto: il federalismo secessionista consentirà alle regioni del Nord di unirsi alla “locomotiva europea”, per proteggere la propria industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. In linea di continuità con tali, sconcertanti affermazioni, il quotidiano “Libero”, il 24 marzo titolava l’esito referendario in modo inequivocabile: “Il no sfonda soprattutto tra i ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro Pal”. Inefficienti e pure improduttivi, dunque. Ma non basta. Sulla scorta del “modello” (per modo di dire) di Roma Capitale, che impone un’ulteriore modifica della Carta, quella dell’art. 114, sponsorizzato convintamente dal sindaco Gualtieri, il sindaco Sala a Milano e a Venezia il segretario del PD, Martella, coadiuvato dall’ex presidente della Regione, Zaia, caldeggiano proposte analoghe. Ogni potentato locale rivendica più potere; ma non è la scissione dell’atomo, è la secessione dei ricchi: è la frammentazione progressiva delle istituzioni per spartirsi la torta del potere. E l’unità della Repubblica? E l’uguaglianza dei diritti di tutti/e i/le cittadini, ovunque risiedano? E il Mezzogiorno? In un mondo sconvolto dalle guerre e in un Paese segnato dalle diseguaglianze queste parole e questi provvedimenti significano una sola cosa: vadano avanti i potenti e i ricchi, che per di più rivendicano il merito di esserlo, mentre godono solo dei privilegi del potere e della ricchezza; gli altri si arrangino, se riescono. E, comunque, non disturbino il progetto della secessione. Però: il risultato del voto referendario ci racconta un’altra storia; ci parla di un altro progetto, quello del rispetto e dell’attuazione della Costituzione, fondata sull’antifascismo, sui diritti politici e sociali. Più bello, più socialmente responsabile, più democratico. Perché è un progetto di uguaglianza sostanziale. È un progetto popolare; che, con il referendum del 23 marzo, ha fondato la propria affermazione sul voto dei giovani e sul Meridione, inedito connubio e forza liberatrice. Ignorarlo sarebbe diabolico. Almeno quanto ignorare il fatto che quel voto del Sud è una condanna delle parole di Fontana, dei volgari commenti di “Libero” e – più in generale – dell’autonomia differenziata. E’ un voto che -superando stanchezza e delusione, frutti di un’oppressione antica – esprime e sprigiona energie nuove. È un voto contro le diseguaglianze e l’ingiustizia. Con i referendum del 2006, del 2016 e con quest’ultimo, cittadini e cittadine hanno inviato un messaggio forte e chiaro: la Costituzione non si tocca. Ma la Costituzione è già stata toccata nel 2001 con la deforma del suo Titolo V. Ed è stata violata al punto da contraddire i suoi principi fondamentali. Meloni e Calderoli ora vogliono far passare in quel varco le autonomie differenziate e, con pre-Intese e Intese, realizzare le secessioni regionali, che aggraveranno disuguaglianze sociali e territoriali. Sta a noi tutti/e impedire la realizzazione di questo disegno di frammentazione dell’unità della Repubblica. Si può riparare il danno del 2001, impedendo ora che prosegua il processo delle Intese e poi provvedendo a cancellare il comma 3 dell’articolo 116 e a ridefinire i rapporti tra i diversi livelli istituzionali secondo i principi del regionalismo cooperativo. Da tempo, pressoché inascoltati, gridiamo che la sentenza 192 della Corte Costituzionale non ha archiviato la questione; e che l’autonomia differenziata sta procedendo. Le prime due colonne del patto scellerato – controriforma del CSM e premierato, che tenevano coese le forze delle destre – sono state demolite; ora dobbiamo fronteggiare la rabbia degli sconfitti, che si accaniranno sul punto sopravvissuto del loro progetto, il più grave: l’autonomia differenziata, che non solo diversificherà i diritti delle persone sulla base del certificato di residenza, ma modificherà drammaticamente l’assetto istituzionale del Paese, mettendo in discussione la forma di Stato, la Repubblica democratica. Temiamo possa essere l’unica deforma che andrà avanti. È per questo che lanciamo un grido di allarme: presto le pre-Intese siglate dal Governo con Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte su 4 materie “non LEP” (nonostante la sentenza della Consulta) approderanno in un Parlamento defraudato della sua prerogativa istituzionale e costituzionale, trattato come un organo passacarte, prono al volere del Governo. E la legge Calderoli sui LEP, AS 1623, sta continuando il suo iter in Senato. Nulla è concluso, dunque; tutto continua sottotraccia, nel silenzio e nella disinformazione. Con questo nostro Allarme ci appelliamo a tutte le forze democratiche del Paese – dalle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici – affinché assumano la responsabilità di non lasciare questo appello inascoltato. E per lanciarlo, organizzeremo un’Assemblea nazionale a Napoli il 6 giugno prossimo. Segnate la data, siate presenti. Auspichiamo che tutte /i coloro che hanno detto no al Referendum del 22- 23 marzo si mobilitino per bloccare il disegno dell’Autonomia differenziata, per dire alto e forte No alla secessione dei ricchi. Vi aspettiamo a Napoli. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino (ripreso da versiinvolo.blogspot.com) Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso… l’educazione, la scienza e la
Niscemi e le responsabilità dal sen fuggite
Niscemi frana, oltre un centinaio di famiglie vengono fatte sfollare, diverse centinaia di persone rimangono senza tetto, ma non è il 25 gennaio di quest’anno: è, invece, il 12 ottobre 1997 quando vi fu un primo significativo evento franoso del comune in provincia di Caltanissetta, secondo soltanto al catastrofico rivolgimento tellurico del 1790 che aprì un baratro tra i terreni di sabbia e argilla a testimonianza dell’alto livello di instabilità della zona. La frana del 25 gennaio scorso è stato un evento altrettanto se non più drammatico di quello del 1997, considerata l’estensione di quattro chilometri di lunghezza, il dislivello creatosi che in alcuni punti ha raggiunto i 55 metri e la massa di detriti creata superiore a quella del Vajont, ma non imprevedibile, proprio a causa del precedente che risale a quasi trent’anni fa. Negli anni passati sono state emanate una serie di ordinanze di protezione civile per la messa in sicurezza del territorio che sono rimaste lettera morta. Sul sito della Protezione Civile nazionale è possibile ricostruire la sequela dei provvedimenti adottati, a partire dall’ordinanza 2703/1997 con la quale l’Assessore regionale con delega alla protezione civile è stato a suo tempo nominato commissario per l’attuazione degli interventi d’emergenza.  È proprio a causa di questa trentennale situazione di sostanziale inerzia negli interventi di consolidamento, finanziati per un importo pari a circa 12 milioni di euro, che la Procura di Gela ha iscritto nel registro degli indagati 13 persone fra cui gli ultimi quattro Presidenti della Regione, da Raffaele Lombardo fino a Renato Schifani passando per Rosario Crocetta e Nello Musumeci, attuale ministro con delega alla protezione civile che aveva tuonato contro “gli sciacalli anche in giacca e cravatta” all’indomani dell’evento franoso. Il reato contestato è disastro colposo e danneggiamento a causa di frana per non aver eseguito i lavori e non aver applicato le ordinanze della Protezione civile nazionale sulla mitigazione del rischio. Nell’inchiesta, che in questa prima fase avrebbe individuato responsabilità a partire dal 2010, sono coinvolti anche i responsabili della Protezione civile regionale succedutisi nello stesso periodo Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e Salvatore Cocina, i dirigenti preposti agli uffici contro il dissesto idrogeologico Vincenzo Falgares, Salvatore Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello e Giacomo Gargano nonché la responsabile dell’associazione temporanea di imprese che doveva eseguire le opere di mitigazione Sebastiana Coniglio. Ovviamente i politici coinvolti hanno da subito messo le mani avanti esprimendo piena fiducia nell’operato della magistratura (certo, dopo la mazzata del referendum qualche correzione nella linea di condotta andava apportata!), ma dichiarando la propria estraneità verso qualsiasi responsabilità ascrivibile agli eventi calamitosi. Schifani, attuale Presidente, è “convinto che la magistratura accerterà i fatti in tempi brevi” e affronta questa situazione “con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”. Musumeci è sereno come Schifani se non di più e parla di “atto dovuto” da parte della Magistratura: “quello che dovevo dire l’ho già detto in Parlamento”, facendo riferimento alle comunicazioni rese all’Aula ai primi di febbraio con le quali è parso scaricare tutte le responsabilità sugli amministratori locali piuttosto che assumersene in prima persona. Anche Lombardo, manco a dirlo, parla di atto dovuto e dichiara la sua estraneità ai fatti. Rosario Crocetta, unico fra gli indagati ad essere stato Presidente di una coalizione di centrosinistra, rivendica addirittura la propria azione contro il dissesto: “il mio governo ha stanziato ben 500 milioni finanziando tutti i progetti segnalati e riguardo a Niscemi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta”. Siamo alle solite: chi ha responsabilità di governo cerca sempre di tirarsene fuori quando viene chiamato in causa, salvo poi individuare qualche capro espiatorio da offrire in pasto all’opinione pubblica. Inutile dire che i commenti della politica alla vicenda sono tutti orientati in ragione degli schieramenti di appartenenza, con espressioni di massima solidarietà da parte del centrodestra (anche per Crocetta!) e, al contrario, richieste di dimissioni da parte del centrosinistra.  Qui torniamo su un punto che avevamo già trattato quando Schifani aveva invitato i propri dipendenti ed i cittadini a denunciare i casi di cattiva amministrazione: vuoi vedere che alla fine la responsabilità andrà a ricadere proprio sull’incolpevole cittadino?  Di una cosa siamo sicuri, al momento: davanti a questo ennesimo scaricabarile le conseguenze le stanno pagando coloro che hanno perso le case allora come oggi e che ancora aspettano risarcimenti e soluzioni adeguati ai danni subiti. E insieme a loro le pagano i siciliani che si ritrovano un territorio devastato, le infrastrutture inadeguate e le vie di comunicazione che cadono a pezzi, ma a cui un Ponte non si nega mai! Enzo Abbinanti
April 20, 2026
Pressenza
RIFONDAZIONE COMUNISTA PROPONE UN FRONTE UNICO PER BATTERE LE DESTRE. FOCUS CON LE DUE POSIZIONI INTERNE ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL PRC
Rifondazione Comunista propone alle forze di opposizione di costruire “un fronte costituzionale, democratico e antifascista” per sconfiggere la destra di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Il progetto è contenuto nel documento politico presentato dal segretario nazionale Maurizio Acerbo e approvato dal Comitato Nazionale che si è svolto il 12 aprile scorso. Il documento parte dalla necessità di dare rappresentanza ai milioni di cittadini che hanno votato No al Referendum costituzionale sulla giustizia e che hanno partecipato ai cortei per Gaza e No Kings. Da qui la decisione storica di aderire alla coalizione di centrosinistra. Non succedeva dal 2008. “Non si tratta per noi – sta scritto nel documento della maggioranza- di aderire a qualcosa di già costituito” né “si tratta per Rifondazione Comunista di aderire al ‘campo largo’ e al centrosinistra, ma “mantenendo la nostra autonomia politica e programmatica intendiamo verificare la possibilità di un accordo che consenta di convergere nel comune obiettivo di sconfiggere la destra e di determinare un cambiamento nel Paese che risponda almeno su alcune questioni essenziali ai bisogni delle classi popolari”. Questi alcuni passaggi della proposta della direzione che ha raccolto 89 sì, 80 no. Su Radio Onda d’Urto le voci di Dino Greco della direzione nazionale di Rifondazione Comunista e Ezio Locatelli segretario provinciale del partito a Bergamo che ha presentato il documento della minoranza. Ascolta o scarica
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto

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