18 maggio: in piazza ovunque per la Palestina e…
… e contro il riarmo. dal sito dell’Unione Sindacale di Base La Flotilla riparte senza nessuna protezione istituzionale: c’è solo lo sciopero generale per difenderla. Il 18 maggio in piazza per la Palestina, contro riarmo e complicità di governo italiano e UE A dare una mano a questo gruppo di coraggiosi ci sono solo i popoli, ci sono i lavoratori
Reggio Emilia, 18 maggio: per Alceste Campanile
Ricordando il militante di Lotta Continua assassinato nel 1975. «Alceste Campanile, un omicidio al centro di trame eversive» è l’incontro-conferenza con Mimmo Campanile e Giovanni Vignali pensato per approfondire la vicenda dell’assassinio di Alceste, militante reggiano di Lotta Continua assassinato nel giugno 1975. Un delitto su cui per decenni non è stata fatta chiarezza, inserito nel violentissimo e complesso scenario
Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nathanaël Desmeules su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il presente documento costituisce una scheda critica di analisi giuridica realizzata dall’APS Spazi Circolari e dallo Studio Legale Antartide delle Linee guida emanate dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo nel marzo 2026 1. Le Linee guida in esame, pur inserendosi in un quadro normativo in profonda evoluzione – segnato dall’entrata in vigore del regolamento (UE) 2024/1348 e dal consolidamento della direttiva 2013/32/UE – presentano una serie di indicazioni operative che sollevano significativi profili di illegittimità. L’analisi individua sei aree critiche in cui le scelte interpretative della Commissione nazionale si pongono in tensione, o in aperto contrasto, con la giurisprudenza di legittimità italiana, con il diritto dell’Unione europea e con i principi fondamentali che governano le procedure di protezione internazionale. Per ciascuna area tematica, il documento ricostruisce il fondamento normativo della critica, richiama i precedenti giurisprudenziali rilevanti e ne evidenzia le ricadute concrete sui procedimenti in corso. Le questioni esaminate spaziano dal trattamento delle domande reiterate, con particolare attenzione al principio di prossimità nella determinazione della competenza territoriale e alla (mancata) considerazione di nuovi elementi relativi alla protezione speciale, all’analisi dei profili di illegittimità relativi alle ipotesi di domande reiterate previste dall’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008. Vengono inoltre analizzati i profili problematici relativi alla determinazione della procedura applicabile, ai termini per la procedura ordinaria, all’esame prioritario e alle declaratorie di manifesta infondatezza. La scheda si avvale di un approccio metodologico integrato: al commento congiunto CNA/UNHCR si affiancano contributi tratti dalla dottrina più recente, dall’analisi della giurisprudenza nazionale ed europea e dall’osservazione delle prassi applicative sviluppatesi nelle sedi competenti. L’obiettivo è offrire agli operatori del diritto – avvocati, giudici, funzionari e organizzazioni della società civile – uno strumento di orientamento critico, utile tanto nella fase amministrativa quanto in quella contenziosa, in un settore in cui la coerenza tra indirizzo istituzionale e vincoli normativi assume un rilievo diretto sulla tutela di diritti fondamentali. INDICE 1. Domande reiterate * 1.1. Mancanza di riferimenti in merito alla possibilità di nuovi elementi attinenti la protezione speciale * 1.2. Competenza territoriale per l’esame della domanda reiterata: il principio di prossimità ignorato 2. Determinazione della procedura applicabile 3. Termini per la procedura ordinaria 4. Esame prioritario 5. Le procedure accelerate in 3 giorni e le ipotesi di ulteriore accelerazione: la domanda reiterata in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento di cui all’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008 * 5.1. Imminenza dell’allontanamento * 5.2. Competenza del questore prevista al comma 1-bis: un vizio strutturale * 5.3. Assenza di decisione collegiale per le ipotesi di cui all’art. 29-bis * 5.4. Diritto di restare sul territorio fino ai termini per l’impugnazione nei casi di inammissibilità 29-bis * 5.4.1. Nella fase amministrativa * 5.4.2. Nella fase giudiziaria 6. Manifesta infondatezza Scarica la scheda di analisi critica -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026 proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Romagna in movimento: 22 e 23 maggio…
… a Ravenna, Forlì, Rimini… Con il reportage di Manuela Foschi sulla manifestazione davanti al CNR di Faenza. Per il 22 maggio il Coordinamento Stop armi nel porto sta organizzando in zona Darsena un controfestival musicale per contrastare il mega evento portuale . Sempre il 22 maggio a Forlì la tappa della Carovana Ambientalista (*) si tiene in piazza Saffi:
Sul declino degli Stati Uniti
SE DOBBIAMO RAGIONARE DEL DECLINO DEGLI USA E DELLE SUE CONSEGUENZE, FACCIAMOLO CON IMMANUEL WALLERSTEIN, CHE NE PARLAVA GIÀ NEGLI ANNI SETTANTA, NON CON LA GRAMMATICA DELLA GEOPOLITICA MA PARTENDO DALLE LOTTE POPOLARI. L’INIZIO DI QUEL DECLINO, HA DETTO, È STATA LA “RIVOLUZIONE MONDIALE DEL 1968”. CON ECCEZIONALE LUCIDITÀ, HA POI IMMAGINATO DIVERSE COSE SU QUANTO SAREBBE ACCADUTO TRA IL 2025 E IL 2050… Primo maggio, San Francisco. Foto di Chris Carlsson -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi anni, si sono moltiplicati gli analisti che si definiscono “geopolitici”, dediti all’interpretazione della realtà globale e, in particolare, delle relazioni interstatali tra le grandi e medie potenze. Anche all’interno dei movimenti di base, la tentazione geopolitica è presente, portando alcuni a schierarsi con la Cina o la Russia, mentre altri hanno optato per l’Iran, senza considerare la difesa del popolo (non dei governi) contro l’aggressione imperialista. Molti analisti geopolitici parlano costantemente del declino degli Stati Uniti, che a loro dire è un processo inevitabile destinato a culminare nel breve termine, persino durante la guerra contro l’Iran. Le presidenze di Donald Trump sembrano alimentare questa tendenza, in modo che il breve termine, l’immediatezza, ci impediscano di vedere il lungo processo di declino che non è cominciato ieri e non finirà domani. In contrasto con queste opinioni, che spesso sostituiscono un’analisi rigorosa, si distingue Immanuel Wallerstein per aver saputo farsi promotore di una prospettiva di lungo termine, ispirato da uno dei suoi mentori, Fernand Braudel. In più di un’occasione, lo storico francese ha detto che gli eventi sono polvere, contrapponendoli al lungo termine (la lunga durata), che, a suo dire, è la prospettiva dei saggi. Esaminerò alcuni dei contributi più importanti di Wallerstein, concentrandomi su due opere: The United States and the World: Yesterday, Today and Tomorrow, del 1992, e Peace, stability and legitimacy: 1990-2025/2050 del 1994. Il primo punto è che coloro che oggi parlano fino alla nausea del declino degli Stati Uniti dovrebbero sapere che Wallerstein iniziò ad analizzarlo già negli anni Settanta e che nei due decenni successivi si dedicò ad approfondire questa convinzione. Se fu in grado di prevederlo con così largo anticipo, non fu per ragioni ideologiche, bensì osservando i cicli storici di nascita, maturità e declino di tutte le egemonie globali negli ultimi cinque secoli. Ciò lo ha portato ad affermare che il periodo compreso tra il 1990 e il 2025/2050 “sarà molto probabilmente un periodo di poca pace, poca stabilità e poca legittimità”. Di conseguenza, il sistema-mondo (un altro dei suoi contributi concettuali al pensiero critico) entrerà in un periodo di caos sistemico che provocherà molteplici biforcazioni, e l’equilibrio verrà ristabilito quando uno dei percorsi prevarrà e si raggiungerà un nuovo ordine sistemico. Il secondo punto che voglio sottolineare è che Wallerstein individuò l’inizio del declino degli Stati Uniti e del sistema-mondo capitalista nella “rivoluzione mondiale del 1968”, un concetto da lui stesso coniato, che ha il grande pregio di collocare la causa del declino dell’impero nelle lotte di classe, nelle lotte popolari e in varie forme di oppressione, e non nella competizione tra potenze, come tendono a fare gli analisti geopolitici contemporanei. Non si tratta solo di una questione politica, ma fondamentalmente etica e di coerenza analitica, poiché egli aderiva alla massima di Marx sulla centralità delle lotte di classe nella storia dell’umanità. Questo era un tema che prendeva molto sul serio e che permeava la sua visione del sistema, il quale, a suo avviso, non sarebbe crollato a causa di presunte leggi economiche, crisi di sovrapproduzione o limiti ambientali e sociali desiderati, bensì per l’organizzazione e la resistenza di coloro che si trovavano alla base della piramide sociale. In terzo luogo, negli anni ’90, comprese che le avanguardie non erano più necessarie e che l’unità e la struttura verticale delle forze emancipatorie avrebbero rappresentato un ostacolo ai cambiamenti necessari. Infatti, nel primo dei testi citati, sosteneva che, a lungo termine, i movimenti “servivano più a sostenere il sistema che a minarlo”. Le sue analisi abbracciavano il sistema nel suo complesso, inclusa la “geocultura” liberale nata sulla scia della Rivoluzione francese: l’insieme di idee, valori e norme culturali che sono alla base del sistema-mondo capitalista e che iniziò a incrinarsi intorno al periodo della rivoluzione del 1968. Tra le sue osservazioni chiave, ha sottolineato che la piramide antisistemica che chiamiamo centralismo democratico era alla radice della deriva capitalista dei movimenti emancipatori. Nei primi anni ’90, previde guerre nucleari locali, un tema che solo ora sta entrando nel dibattito, e una “nuova peste nera” che non avevamo ancora previsto. Stabilì connessioni tra la proliferazione di nuove malattie, come l’AIDS, e il crollo dello Stato, in un’analisi che suggeriva che non si trattasse di diverse crisi, ma di un’unica crisi con molteplici manifestazioni. Per concludere, scelgo una delle sue affermazioni più profonde. Disse che la parte superiore del sistema si sta espandendo e che potrebbe emergere un sistema con ampia libertà per la metà superiore e significativa oppressione per la metà inferiore. Questo sarebbe un sistema stabile: “un paese metà libero e metà schiavo”, ma che, proprio per la sua stabilità, potrebbe durare a lungo. Non è forse proprio questo ciò che il progressismo sta costruendo? -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul declino degli Stati Uniti proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
Tre donne per 4 poesie
L’appuntamento con la “cicala del sabato”: Giovanna De Carli, Emily Dickinson, Mariangela Gualtieri e Edith Irene Södergran. La nascita è una ferita che nessuno cuce Tutti abbiamo addosso la cicatrice della luce Giovanna De Carli Ha una sua solitudine lo spazio, Solitudine il mare E  solitudine la morte – eppure Tutte queste son folla In confronto a quel punto più
A Taranto una marea umana dà l’ultimo saluto a Sako Bakari
Taranto si trova a dover fare i conti con sé stessa e con quello che è probabilmente diventata, dopo la vile uccisione del giovane Sako Bakari. Hannah Arendt teorizzò ‘la banalità del male’, la giurisprudenza colpevolizza i futili motivi: comunque sia poche parole per motivare (sarebbe più corretto dire ‘non-motivare’) un omicidio che è paradigma dei tempi oscuri che viviamo. Poche certezze, modelli di emancipazione sociale smarriti chissà dove, la povertà educativa che fa credere che i ‘nemici’ siano altri poveri cristi. Sako Bakari, 35 anni, originario del Mali, dal 2022 italiano, tarantino per essere più precisi, è stato accoltellato tre volte, all’alba di un comunissimo giorno di lavoro, sabato 9 maggio, nella città vecchia di Taranto. Era in bici e doveva raggiungere i campi dove lavorava come bracciante; non aveva ancora superato il ponte di pietra che lo avrebbe condotto in stazione, quando è stato accerchiato da una baby gang. Le telecamere di sorveglianza puntate sulla piazza raccontano il suo destino: un caffè, prima di una lunga giornata a raccogliere ciò che portiamo sulle nostre tavole e la vita che, tra tutte le sue tonalità, sceglie il buio più cupo. Futili motivi: è fine e non impegna. Futili motivi è voler infierire su di un corpo che ha un colore diverso dal proprio. Futili motivi: sul piano strettamente penale sono un aggravante, mentre a tutti noi narrano lo scollamento dall’umanità, l’incapacità di riconoscerci in valori condivisi. E tirano in ballo ognuno di noi. Non ci sono risposte semplici a questioni complesse: la bandiera bianca alzata da diverse agenzie educative era un campanello d’allarme, completamente sottovalutato, trascurato, o volutamente ignorato. Per terra, in quell’angolo di piazza, rimangono una bici, uno zainetto e la speranza di poterci definire ancora “umani”. Una marea umana, giovedì 14 maggio, ha voluto dare l’ultimo saluto, laico, a un concittadino ucciso con ferocia e dire – anche solo con la presenza – che la città c’è, che si prende tutte le responsabilità di quello che è accaduto e che non si volta dall’altra parte. Una città che in quei giorni festeggiava il suo santo patrono, che è – per i credenti – pure patrono (quindi protettore) dei forestieri. Forse per questo Taranto sta facendo fatica a metabolizzare l’accaduto: solo chi è nato in una città di mare conosce la frustrazione di chi ha dentro, tatuato sul cuore, il senso dell’accoglienza, del rispetto delle diversità, della vicinanza nella difficoltà. Perché quella difficoltà, al sud, ci appartiene, al di là del colore della nostra pelle. Perché il mare è unione di coste, passaggio di umanità. “Il mio dolore” ha dichiarato Giuseppe, responsabile di una delle tantissime associazioni accorse in piazza Fontana, per segnare la distanza dalla barbarie “che si unisce a quello delle altre associazioni, si moltiplica rispetto all’intolleranza razziale: non avremmo mai voluto che un delitto avesse trovato spunto dal colore della pelle di un altro uomo. Lo viviamo come un dramma nel dramma. Non vogliamo minimamente credere che quella porta di un bar sbattuta in faccia all’unica possibilità di salvezza dell’uomo fosse una ‘chiusura’ tra un fantomatico ‘noi’ e un inesistente ‘loro’. Sako era un ragazzo gentile, rispettoso delle regole; uno dei tanti che, attraverso il lavoro duro, contribuisce a pagare le pensioni dei nostri anziani. Anche in un momento tanto triste” ha continuato Giuseppe, “dobbiamo ribadire che questi ragazzi – o giovani uomini, come nel caso di Sako – sono una risorsa per tutti noi, anche per chi li ‘vede’ soltanto in chiave di Pil e di peso sociale”. Il microfono – per volontà delle associazioni organizzatrici del presidio contro razzismo, odio e criminalità (Libera Taranto, Babele, Mediterranea Saving Humans Taranto e Comunità africana di Taranto e provincia) – è rimasto sempre acceso e chiunque lo avesse voluto poteva parlare alla Taranto bella, bellissima, ma sotto shock. “Siamo qui” ha puntualizzato Caterina di Mediterranea Saving Humans Taranto “per riaffermare che nessuna vita è invisibile e che la violenza, il razzismo, l’odio e l’indifferenza non possono avere l’ultima parola. Taranto non resterà in silenzio! Noi sentiamo forte il bisogno di affermare da che parte stiamo, di fare quadrato come comunità o, semplicemente, esserci. Sì, sentiamo il bisogno di esserci!” “È il momento di mettere in campo azioni che affermino un’idea diversa di città, fondata sulla dignità umana, sul lavoro, sui diritti e sulla convivenza. Tutti insieme – e siamo tantissimi – gridiamo che a Taranto non c’è spazio per il razzismo, anche se è generato dal disagio. Taranto deve ritornare a essere città di accoglienza, diritti, solidarietà e rispetto reciproco. Una città che non si gira dall’altra parte e che sceglie di reagire” ha dichiarato Patrizia. “Ci sono momenti in cui, anche se non sei credente, finisci per pensare che qualcosa di spirituale esista davvero” ci confida Saverio, zuppo fino alle ossa. “Quando ha iniziato a piovere forte, anzi fortissimo, ho guardato piazza Fontana ed era emozionante vedere quanto fosse piena. In quel momento ho pensato che molti sarebbero andati via. Invece no: siamo rimasti lì, sotto un unico grande ombrello invisibile fatto di solidarietà, sorrisi e mani tese. Ho visto ragazzi che condividevano l’ombrello con sconosciuti. Io e il mio amico Claudio siamo stati ospitati sotto un ombrello da un ragazzo del Bangladesh. Un ombrello che nemmeno era suo: glielo aveva prestato una ragazza tarantina. E in quella scena c’era molto più senso civico, molta più umanità e molto più patriottismo di quanto se ne legga ogni giorno nei sermoni dei professionisti dell’odio. Probabilmente guardavano dalla finestra di casa, ben asciutti, sotto l’unico ombrello che conoscono davvero: quello della paura, del cinismo e della miseria umana.” Foto di Peppe Leva   Mimmo Laghezza
May 16, 2026
Pressenza
MetallaROR - Approfondimento metal dal mondo
Oggi, sabato 16 maggio, abbiamo deciso di animare lo spazio musicale dalle 16:00 alle 18:00 con musica metal (e alcuni dei suoi tanti sottogeneri) perché pensiamo che, come recitava un vecchio manifesto appeso in radio, "il movimento ha bisogno del metal". Proviamo insieme a sfatare alcuni miti negativi intorno alla musica metal: questo genere musicale si suona solo negli Stati Uniti o, in generale, in occidente? Il metal è un genere "di destra"? E' un genere completamente rappresentato al maschile? Perché è un genere da sempre associato al satanismo? Questo dato è negativo? Di seguito la scaletta che abbiamo scelto: - Brasile, Sepultura, "Ratamahatta" - Mapuche, Mawiza, "Meli Witxan" - Svezia, Opeth,"Demon of the fall" - Grecia, Rotting Christ, "Χ Ξ Σ (666)" - India, Bloodywood, "Ari Ari" ft. Raoul Kerr - Cina, Ego fall, "谎言背后 (Behind lies)" - Mongolia, The HU, "Wolf Totem" - USA, Otep, "Rise, rebel, resist" - Ucraina, Jinjer, "Pisces" - Italia, Nanowar of steel, "Giorgio Mastrota"
May 16, 2026
Radio Onda Rossa
Vogliamo i condizionatori o la pace? In merito allo spot per il reclutamento nell’Esercito Italiano
La campagna con cui l’Esercito Italiano prova ad attirare i nostri e le nostre giovani basa il suo messaggio sul rapporto tra guerra e pace, un messaggio che, parafrasando il buon vecchio Mario Draghi, potrebbe essere riassunto così: «Volete continuare a vivere in pace? Allora abituatevi alla guerra!» (clicca qui). Lo spot si apre con la frase centrale «La sicurezza è poter vivere la quotidianità, la normalità senza paura» a cui fanno seguito immagini di vita quotidiana (semplici persone che escono dall’androne di casa, chicchi di caffè, passanti a passeggio in un corso cittadino, bimbi che giocano in riva al mare) alternate a immagini di soldati impegnati in misteriose e pericolose missioni notturne o nelle nostre strade a presidio del territorio. È un messaggio breve, di soli 30 secondi, ma denso di significato; e il significato sta più in quello che non si dice né si fa vedere che non in quello che viene mostrato. La prima cosa che scompare, ma che è fortemente sottesa al messaggio, è la guerra: non ci sono bombe o azioni belliche, questi soldati non fanno la guerra, ma al massimo sono impegnati in qualche addestramento che forse nelle intenzioni dell’emittente dovrebbe apparire affascinante. Ma la campagna reclutamento serve, oggi più che mai, ad attirare giovani perché siano addestrati alla guerra, una guerra che è tanto assente in questo spot quanto ben presente a tutti i suoi destinatari; rimuoverla da uno spot di propaganda non riuscirà certo a cancellarla dall’orizzonte di chi potrà prendere in considerazione di fare questa scelta. La seconda cosa che scompare è il “nemico”: perché queste scene di quotidianità spensierata dovrebbero essere minacciate? E da chi? La minaccia è incombente, potrebbe mettere a rischio la normalità delle nostre vite, ma la minaccia non si vede, è un “qualcosa” che è assenza e proprio perché è assente, non diventa perturbante. Le scene di vita quotidiana non sono in pericolo, il messaggio non punta a farci paura, al contrario vuole essere rassicurante e trasmettere serenità. Il messaggio è: vivi in pace e senza paura grazie alle forze armate. Ma anche questa seconda assenza rimanda, come già l’assenza della rappresentazione della guerra, ad una realtà completamente diversa: da anni lavorano in profondità per costruire cittadini il più possibile terrorizzati, e la paura è entrata nelle menti dei singoli, che vivono il presente con una continua minaccia sul futuro. E così anche questo “nemico”,  benché assente nello spot, è ben presente nella realtà e nell’immaginario dei destinatari. Siamo cioè di fronte a un messaggio che trova i suoi contenuti e la sua centralità più nella dimensione extratestuale che non all’interno del messaggio stesso: chi ascolta e vede sa che la guerra c’è e che la paura esiste, ma questi non vengono mostrati, il perturbante sta nella realtà fuori dal messaggio e non nel messaggio stesso. In questo modo il messaggio di solidità e di protezione che l’esercito vuol mandare diventa paternalistico: è come un buon padre che vuole che i suoi bambini-sudditi possano continuare a giocare senza che si accorgano del pericolo che stanno correndo; ma questo padre-esercito è sì protettivo, ma come un genitore manipolatorio non spaventa i propri figli, ma vuole che sappiano che è solo grazie a lui che possono continuare a giocare. I soldati, dunque, ci proteggono da una guerra che non si vede, ma che c’è e da un nemico che non si vede, ma che viene dato per scontato. Ed è qui che i due non detti si uniscono: sappiate che siete minacciati, sappiate che se volete continuare ad avere la vostra vita e i vostri condizionatori, dobbiamo essere pronti alla guerra, sappiate che la sicurezza interna è legata a doppio filo con quella esterna. Mentre continuano a terrorizzarci, contemporaneamente trovano la soluzione nella militarizzazione della società e delle menti. E questo perché la loro idea di sicurezza è legata a doppio filo con il sistema guerra, l’uno ha bisogno dell’altra; al contrario la nostra idea di sicurezza è legata a doppio filo con la l’idea della pace e crediamo che per uscire tranquilli da un portone di casa serva innanzitutto avere una casa che non costi come metà del nostro stipendio e che per portare i nostri figli al mare servano salari dignitosi; crediamo che le risorse a livello mondiale andrebbero redistribuite secondo criteri di giustizia economica, politica e sociale; insomma crediamo che la vera sicurezza sia fatta di diritti diffusi e universali, e che questa sia l’unica vera garanzia per limitare criminalità interna e per sventare le guerre così necessarie invece a chi impoverisce le condizioni sociali delle nostre vite e continua con la guerra coloniale a depredare il mondo. SAPREMO ANCHE NOI NARRARE AI NOSTRI GIOVANI NON UN FUTURO DI GUERRA COME VOI VORRESTE, MA LA NECESSITÀ DI LOTTARE PER UN ALTRO FUTURO, LIBERO DAI VOI SIGNORI DELLA GUERRA E DA VOI CHE VI SIETE AUTOPROCLAMATI PADRONI DEL MONDO. Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente

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