Confini intelligenti, varchi militari e confische territoriali: come Israele sta avanzando nel sud della Siria.
Un rapporto del Sijil Centre rivela le sistematiche violazioni del territorio da parte di Israele e come la sicurezza venga utilizzata come pretesto per appropriarsi di terre e risorse. Fonte: English version Immagine di copertina:Truppe e veicoli militari israeliani attraversano il confine con la Siria attraverso un varco nella recinzione di confine vicino al villaggio … Leggi tutto "Confini intelligenti, varchi militari e confische territoriali: come Israele sta avanzando nel sud della Siria." L'articolo Confini intelligenti, varchi militari e confische territoriali: come Israele sta avanzando nel sud della Siria. proviene da Invictapalestina.
May 8, 2026
Invictapalestina
Vite sul fiume contaminato
Il 13 marzo 2025, a El Vergel, una frana innescata da piogge intense ha provocato la rottura di un tratto dell’oleodotto Sistema de Oleoducto Transecuatoriano (SOTE), causando uno dei più gravi disastri ambientali recenti nella provincia di Esmeraldas. Il cedimento del terreno ha liberato un’enorme quantità di greggio, che ha contaminato il fiume Caple e le aree circostanti, compromettendo ecosistemi e risorse idriche su vasta scala. La contaminazione si è spinta fino all’Oceano Pacifico, portando il governo ecuadoriano a dichiarare lo stato di emergenza ambientale. L’impatto è stato devastante non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale ed economico. In un territorio già fragile, segnato da disuguaglianze e vulnerabilità strutturali, il disastro ha aggravato le condizioni delle fasce più esposte della popolazione, in particolare donne, giovani e bambini, mettendone seriamente a rischio il futuro. Tra le comunità colpite vi è El Roto, situata a breve distanza dal punto di rottura dell’oleodotto. Le immagini di questo reportage restituiscono una quotidianità segnata da una profonda contraddizione: nonostante la contaminazione evidente, gli abitanti continuano a coltivare la terra con una determinazione che sfida ogni logica. L’agricoltura resta infatti, per molte famiglie, l’unica fonte di sostentamento. Dopo l’incidente, i terreni sono stati sommersi da una miscela di acqua e petrolio, trasformando quello che inizialmente poteva sembrare un evento temporaneo in una condanna economica duratura. Per raggiungere i campi situati sull’altra sponda, molti agricoltori sono costretti ad attraversare a guado il corso d’acqua, spesso senza alternative. Chi lavora la terra da anni descrive una perdita consistente dei raccolti e un cambiamento evidente nelle piante, che non presentano più le caratteristiche di un tempo dopo l’esposizione al greggio. Il risarcimento statale, pari a 470 dollari per famiglia, si rivela del tutto insufficiente a compensare i danni subiti, costringendo la popolazione a proseguire le attività agricole nonostante i rischi. Nel suolo di El Roto sono ancora visibili residui di petrolio e l’odore acre della contaminazione permea l’aria. Il calore del sole intensifica la situazione, riscaldando il greggio intrappolato nel fango e liberando esalazioni chimiche che si sono ormai integrate nella quotidianità della comunità. Accanto alle tracce della bonifica emerge anche una dimensione più intima e simbolica: il bisogno di purificare corpo e spirito da una contaminazione percepita come invisibile ma pervasiva. Le pratiche tradizionali di cura e i rituali di purificazione assumono un ruolo centrale nell’affrontare le conseguenze di una convivenza forzata con l’inquinamento. Alcuni abitanti, coinvolti direttamente nelle operazioni di rimozione del petrolio e spesso privi di adeguate protezioni, hanno sperimentato effetti sulla salute comparsi anche a distanza di mesi, come danni fisici riconducibili al contatto prolungato con acque contaminate. Questo disastro si inserisce in un contesto già segnato da decenni di sfruttamento delle risorse naturali e da tensioni interne, contribuendo ad accentuare ulteriormente la fragilità del territorio. Le condutture dell’oleodotto, simbolo di un’industria ad alto rischio, diventano paradossalmente spazi di gioco per bambini e bambine, rivelando la normalizzazione del pericolo nella vita quotidiana. A mesi di distanza, il petrolio non è più un’emergenza al centro dell’attenzione mediatica, ma una presenza silenziosa e persistente. L’acqua del fiume Caple, un tempo fulcro della vita comunitaria e risorsa essenziale per l’agricoltura, si è trasformata in un elemento ambiguo, sospeso tra necessità e minaccia. El Roto resta così un luogo in cui la vita continua, ostinata, e la terra viene coltivata nonostante tutto, in equilibrio precario tra sopravvivenza e contaminazione. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Davide Costantino L'articolo Vite sul fiume contaminato proviene da DINAMOpress.
May 8, 2026
DINAMOpress
Bruciare invece di obbedire: chi era Julie d’Aubigny
Colei che incendiò un convento per liberare la donna che amava: ma anche duellante, cantante d’opera, amante e fuggitiva. Eppure la sua storia… L'articolo Bruciare invece di obbedire: chi era Julie d’Aubigny sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
May 8, 2026
L'INDISCRETO
Nuove sanzioni degli Stati Uniti contro Cuba
Sono passati appena sei giorni da quando il governo degli Stati Uniti ha emesso l’ennesimo ordine esecutivo contro Cuba che il segretario di stato Marco Rubio, acerrimo nemico del popolo cubano, riferisce che la sua amministrazione ha emanato nuove sanzioni contro la isla rebelde. Questa volta nel mirino dell’amministrazione del pacifista della domenica Donald Trump sono entrate il gruppo di amministrazione aziendale SA. Meglio conosciuto pubblicamente come GAESA, questo ente imprenditoriale pubblico cubano, dove confluiscono aziende civili e militari, è stato bersaglio per diversi anni di attacchi da parte di successive amministrazioni nordamericane e dei loro portavoce. Non poteva poi mancare il generale di brigata Ania Guillermina Lastres, presidente di GAESA  dal 2022 e deputata dell’Assemblea Nazionale cubana, nonché membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba. E’ stata inoltre sanzionata la società Moa Nickel SA. Questa impresa mista è nata nel 1994 dall’alleanza tra le società General Nickel Company di proprietà cubana e la canadese Sherrit International. Secondo Rubio questa azienda ha sfruttato le risorse naturali di Cuba a beneficio del regime, a spese del popolo cubano usando i beni che sono stati originariamente espropriati dal governo di Cuba a persone e corporazioni statunitensi. Per giustificare queste ulteriori sanzioni, Rubio ha dichiarato che le nuove misure contro Cuba sono “decisive per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” e necessarie per  “privare il regime comunista e l’esercito cubano dell’accesso ai beni” che Washington indica come illeciti. Le ultime misure sanzionatorie del governo degli Stati Uniti hanno lo scopo di stringere ulteriormente il cappio attorno all’economia dell’isola e non possono che deteriorare i rapporti tra i due Paesi, mettendo in discussione la volontà degli Stati Uniti di risolvere in modo pacifico le differenze. Con l’ordine esecutivo del 1° maggio, Trump ha dato a Rubio la possibilità di applicare sanzioni anche secondarie contro le aziende che non hanno alcun legame commerciale con gli Stati Uniti. Basta commerciare con Cuba per finire in una di queste liste di sanzioni. Il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla ha commentato duramente le nuove sanzioni, affermando che si stanno usando menzogne e calunnie contro il suo Paese. “Le azioni che Rubio progetta e promuove a nome del governo degli Stati Uniti e propone al suo presidente, sulla base della sua agenda personale, sono chiaramente dirette a causare il maggior danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane,” ha scritto sui social network. Il rappresentante della diplomazia cubana ha inoltre definito “ciniche” e “ipocrite” le dichiarazioni di Rubio, “quando sostiene di voler aiutare il popolo cubano […]. Come pretesto fa appello a calunnie, bugie evidenti e l’illusione di riuscire a ingannare chi lo ascolta”. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è proposto di mediare tra i due governi per raggiungere una soluzione pacifica alle numerose divergenze e in particolare per porre fine al blocco che gli Stati Uniti applicano da decenni all’isola. “Se la traduzione era corretta, Trump mi ha detto che non ha intenzione di invadere Cuba”, ha dichiarato Lula in una conferenza stampa presso l’ambasciata del Brasile a Washington D.C., durante il suo viaggio per incontrare il presidente americano. “E’ il blocco più lungo nella storia dell’umanità”, ha detto Lula, che si è offerto come mediatore per trovare una via d’uscita pacifica. “Se ha bisogno di aiuto per discutere la situazione di Cuba, sono a completa disposizione”, ha offerto. Nonostante le speranze di Lula, però, le nuove e le vecchie misure emanate dall’amministrazione degli Stati Uniti, ostaggio della voglia di Marco Rubio e dei suoi sostenitori di vedere Cuba crollare, sembrano andare nella direzione opposta. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 8, 2026
Pressenza
La Flottilla è partita da Creta verso la Turchia
Sentiamo Alessandro Mantovani da una delle imbarcazioni della Global Sumud Flottilla partita da Creta in direzione di Marmaris in Turchia, dove dovrebbe arrivare nella giornata di domani. A Marmaris le imbarcazioni partite dall'Italia e quelle che si sono aggiunte in Grecia ne incontreranno altre turche e si svolgerà un'assemblea internazionale per decidere il proseguo della missione. Intanto gli Usa hanno chiesto a tutti i paesi Nato - quindi anche la Turchia - a chiudere i porti alla Flottilla. Mantovani ricorda che la Flottilla vuole anzitutto aiutare a tenere gli occhi su Gaza, dove la situazione è, come sappiamo, drammatica, e rompere simbolicamente il blocco che continua a causare morti e sulla situazione di Thiago e Saif i due compagni rapiti da Israele e in sciopero della fame in un carcere dello stato sionista. 
May 8, 2026
Radio Onda Rossa
La CGUE condanna l’Italia sulle prestazioni sociali: non si possono escludere i titolari di protezione internazionale sulla base degli anni di residenza
Nuovo e importante intervento della Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE) sulla questione del Reddito di Cittadinanza, in relazione al requisito di dieci anni di residenza pregressa nel territorio nazionale – previsto originariamente dalla norma del 2019 – che aveva escluso dall’accesso un elevato numero di cittadini e cittadine straniere. A darne notizia è l‘Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che con il suo servizio antidiscriminazione ha seguito fin dall’inizio tutta la vicenda, sostenendo che i requisiti del Reddito di Cittadinanza – e successivamente quelli previsti per altre prestazioni sociali – fossero discriminatori. Sul tema era già intervenuta la Corte Costituzionale (sent. 31/2025), che aveva dichiarato – con riferimento ai cittadini dell’Unione europea – l’incostituzionalità del requisito decennale in quanto “sproporzionato”, pur riconoscendo come non incostituzionale il requisito di cinque anni. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa REDDITO DI CITTADINANZA: INCOSTITUZIONALE IL REQUISITO DEI 10 ANNI ASGI: «Una discriminazione che ha gravato ingiustamente sulle condizioni di vita di migliaia di persone» ASGI - Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione 22 Marzo 2025 La Corte europea era stata investita della questione con riferimento al caso di un titolare di protezione internazionale e al requisito decennale, ma la decisione non fa alcun riferimento alla “entità” del requisito e – afferma ASGI – «supera pertanto la predetta decisione della Corte Costituzionale: secondo la CGUE la natura mista del RDC (che ha sia una funzione di assistenza per persone in condizione di povertà, sia una funzione di sostegno nell’accesso al lavoro) non esclude affatto – come aveva invece ritenuto la nostra Corte Costituzionale – la natura di prestazione essenziale, essendo comunque rivolta a persone che si trovano in una grave condizione di bisogno; per altro verso, la CGUE afferma anche che la pretesa di un preventivo “radicamento territoriale” per i titolari di protezione contrasta con la finalità della direttiva 2011/95 che garantisce a costoro parità di trattamento sia nelle prestazioni di assistenza sociale sia nel sostegno nell’accesso al lavoro». Il passaggio è particolarmente significativo e riguarda la natura stessa della protezione internazionale. La Corte ricorda che i diritti riconosciuti dalla direttiva europea sono la conseguenza del riconoscimento dello status di protezione, e non del rilascio di un titolo di soggiorno: gli Stati membri non hanno quindi il diritto di aggiungere restrizioni legate alla durata della presenza sul territorio. Anzi, i giudici sottolineano che lo status di protezione internazionale non è nemmeno permanente per definizione: pretendere che queste persone dimostrino un radicamento stabile prima di poter accedere alle misure di sostegno è contrario agli obiettivi della direttiva europea, tra cui quello di assicurare un livello minimo di prestazioni disponibile per tutti i beneficiari in tutti gli Stati membri. ASGI confida che l’INPS, preso atto della sentenza, sospenda tutte le procedure di recupero di pagamenti già effettuati ai titolari di protezione internazionale privi dei requisiti di residenza e invita il Governo e il Parlamento a rivedere, nella legislazione attuale, il requisito di residenza quinquennale per l’accesso all’Assegno di Inclusione (ADI).    Corte di Giustizia UE, sentenza del 7 maggio 2026 (ECLI:EU:C:2026:376)
L’Europa, nonostante tutto
Il capitalismo si è fatto autoritario, vive con insofferenza qualsiasi limitazione alla propria agibilità. Oggi l’economico sovraordina a tal punto la società che la politica è diventata quasi esclusivamente ancillare. Anzi molti rappresentanti, espressione del grande capitale, assumono direttamente anche il comando politico della cosa pubblica. Viene persino fatto un paragone con il vecchio modello feudale, dove il potere economico e politico coincidevano. Corpi intermedi, corpi indipendenti, equilibrio dei poteri sono oggi tutti potenziali elementi d’intralcio al dispiegamento del capitale. Questa supremazia non è, però, indice di potenza, ma di una crisi nella sua capacità di autovalorizzazione. I ritmi di crescita economica si riducono, fino a diventare tendenzialmente stazionari, persino nei paesi emergenti. Come se il modello di crescita economica andasse verso una saturazione. La crisi del modello-capitale non implica, però, una crisi dei capitalisti. Le Big Tech spadroneggiano. Le disuguaglianze si ossificano, mediante rendita ed eredità, diventando sempre più incolmabili. Tramonta definitivamente il ruolo dello Stato inteso come mediazione di interessi per trasformarsi in agente dello scontro tra grandi potentati economici in una scala geopolitica. Usa e Cina, sebbene differenti, si scontrano con le medesime armi. Finanza, Big Tech, Stato, politica, alleanze e controllo di risorse. Questo è il capitalismo politico. La principale differenza tra questi due potentati risiede da un lato nel declino relativo di uno che ricorre alla forza militare per difendere quella economica, mentre l’altro, in ascesa, impiega l’economia per sottrarre terreno al concorrente sia sul piano dello sviluppo commerciale che su quello delle relazioni internazionali. Washington diventa protezionista e Pechino globalista. La crisi della globalizzazione e la sua insostenibilità sociale inducono gli Stati uniti a un ripiegamento protezionista, non certo per difendere la propria working class. La Cina d’altro canto è globalista non certo per istinto antimperialista, ma per difendere e rafforzare il proprio ruolo nazionale. AVVENTO DEL CAPITALISMO POLITICO La politica di potenza, dunque, polarizza sempre più il mondo. Gli Usa destrutturano il Medio oriente, rilanciando Israele come avamposto, in una logica geopolitica e militare che non può sfuggire. Il soft power a stelle e strisce, ammesso che sia mai esistito, ora viene sostituito da nuove e dirette mire di controllo, a partire dal cortile di casa latinoamericano. Attacchi in Venezuela, Iran, persino Africa, per sottrarre relazioni commerciali alla concorrente Cina. Quest’ultima cerca di consolidare rotte energetiche e commerciali senza ricorrere alla forza militare, di cui non dispone ancora a sufficienza, ma con una formula imperiale di sfruttamento di terre (rare come reali) e finanza, compreso l’uso del debito. Il modello di quella parte di mondo che viene definito Sud-globale appare in rotta di collisione sempre più marcata con la potenza statunitense, ma si caratterizza, oltre che per ampia eterogeneità, per un profilo tendenzialmente autoritario. Il multilateralismo che si prospetta al posto dell’unilateralismo a stelle e strisce è fatto di politica di potenza, dove il mercato scalza i più deboli, quelli privi di risorse naturali, senza uno Stato forte. Il welfare che resta è condizionato alla sottomissione, è funzionale al consenso di regime. Nessuno scontro capitale/lavoro è tollerato come modellatore delle relazioni socio-economiche. Nessuna autonomia sociale è considerata accettabile. Solo paternalismo dall’alto per consolidare un modello organicista spesso a trazione nazionalista. Al di là delle differenze che ci sono, questa è la grande convergenza che si afferma nel capitalismo politico a tutte le latitudini. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’EUROPA INSISTE CON L’AUSTERITÀ Marco Bertorello - Danilo Corradi PERCHÉ SEMBRA TRAMONTARE IL LIBERALISMO? In tale contesto l’opzione liberaldemocratica sembra stia tramontando. Elencherò una serie di indizi che stanno facendo propendere per questa ipotesi, pur nella consapevolezza che anche in altri periodi l’opzione liberale era finita all’angolo. Il passato potrebbe suggerire, dunque, il rischio di un giudizio precipitoso e analiticamente poco fondato. Ma ritengo vi siano alcune differenze sostanziali rispetto alla storia degli ultimi cento anni.  Partiamo dagli anni Trenta. Dove i fascismi sembravano soppiantare qualsiasi altra opzione capitalistica. Come  ricorda Paola Cattani «in pochi tra le due guerre avrebbero scommesso su una rinascita liberaldemocratica a venire». Ma il New Deal roosveltiano e la sconfitta dei fascismi durante il conflitto mondiale consentirono il ritorno per trent’anni del liberalismo più forte e più progressista mai registrato. Negli anni Trenta, al culmine di consenso per i regimi autoritari, il liberalismo sembrava irrimediabilmente perso, ma in quel tempo la crescente egemonia nazionalista era contesa con l’Unione sovietica e con le forze comuniste e socialiste. L’autoritarismo a destra non era l’unico attore sul palcoscenico geopolitico. Oltre al pericolo fascismo esisteva un’altra opzione di natura opposta che dalla Seconda guerra mondiale costituiva un competitor, ma anche un alleato per sconfiggere l’autoritarismo di destra. Una sorta di contrappeso. Il comunismo reale a est come a ovest ha condizionato la crisi del liberalismo, ma allo stesso tempo ha contribuito a risolverla. A dare fiato a uno sbocco liberaldemocratico al di qua della cortina di ferro. In quel periodo di crisi del liberalismo, dunque, esistevano diverse opzioni in campo, sul piano politico ed economico. Oggi così non appare. Il liberalismo non solo è in ritirata nei consensi, ma nelle scelte politiche di fondo. Per non dire della svolta liberista dello stesso liberalismo a partire dai primi anni Ottanta. A ogni spallata della destra di governo non ha corrisposto un cambio significativo di passo nell’alternativa liberale che provvisoriamente è riuscita a contenerla. A ogni sconfitta di leader come Trump non ha corrisposto quasi mai un annullamento dei provvedimenti assunti dai loro governi. Come se una parte del lavoro sporco necessario ormai fosse stato portato a termine. Perché non approfittarne senza risultarne responsabili? È da lì, da quel combinato di liberal-liberismo e destra autoritaria, che si sedimenta il piano inclinato di cui non si vede la fine. Sul versante economico, poi, va considerata la fatica a realizzare crescita. Il ritorno a un capitalismo in grado di creare benessere diffuso, la famosa marea che farebbe salire tutte le barche, è una teoria che tale è rimasta. Il trentennio glorioso del secondo dopoguerra appare per quel che è stato: una congiuntura storica eccezionale. Nei decenni successivi i tassi di crescita sono diminuiti, la redditività del capitale anche. Emiliano Brancaccio sottolinea come il saggio di profitto medio a livello mondiale nell’ultimo ventennio sia sceso del 13%. In Occidente i profitti reggono grazie alla crescente compressione dei salari e del mercato del lavoro oltre all’alleggerimento fiscale. Per superare la crisi successiva al trentennio glorioso, inoltre, c’è stato bisogno di drogare in maniera crescente l’economia attraverso la sua finanziarizzazione e l’indebitamento (privato e pubblico). Tale processo, coadiuvato da un portentoso fenomeno di innovazione tecnica, ha consentito di realizzare per un certo periodo tassi di crescita significativi, seppur non paragonabili al periodo antecedente. Ma al prezzo di aver costruito un sistema particolarmente delicato, sensibile a qualsiasi elemento che vada in direzione contraria. Non vengono tollerate incongruenze, dal panico finanziario fino alla pur minima conflittualità sociale. Un sistema basato sulla magia della finanza risulta in definitiva estremamente fragile e spesso non interamente controllabile. Come le periodiche crisi ci dimostrano a partire dagli anni Novanta. Crisi dove non esisteva più uno storico e strutturale avversario. Altro aspetto da rilevare rispetto al passato, infatti, è la natura endogena della crisi del liberalismo. Una certa vulgata ha sempre in qualche modo giustificato l’affermazione dei fascismi come reazione al pericolo «rosso». Oggi tale pericolo non esiste a nessuna latitudine, seppur vi sia spesso agitazione per il suo spettro. Ma al netto delle strumentali e contraddittorie propagande, la crisi del liberalismo è frutto non certo di un nemico esterno. Dalla caduta del Muro di Berlino per il capitalismo liberale si era aperta una strada di cui non si sarebbe dovuta vedere la fine. Eppure la teleologia liberale è diventata vittima di sé stessa in maniera paragonabile a quella del comunismo reale. Nessun avversario esterno ne ha decretato la crisi. Dunque il ritorno di un capitalismo autoritario nasce e si afferma proprio nella pancia di quello liberale e dalla disattesa delle sue millenaristiche promesse. SOPRAVVIVENZA DEL CAPITALISMO Concentrazione in alto, competizione in basso. La competizione come principio regolatore generale si è mangiata sé stessa. Il libero mercato ha prodotto la potenza dei più forti. Senza più freni. A tramontare è l’opzione socialdemocratica assieme a quella liberal-democratica. Restano solo balbettii che provano a esser da freno del nuovo capitalismo in maniera sporadica, segmentata, senza una prospettiva d’insieme. Un flebile freno alla sua totale libertà. I rituali appelli di mega-imprenditori a pagar più tasse o a riequilibrare i processi diseguali in corso restano nel migliore dei casi solo buone intenzioni. La semplice elezione di un sindaco socialista a New York ha come effetto la fuga di 125 mila cittadini con reddito alto e altissimo in altri Stati dove si pagano solo tasse federali, senza altre aliquote locali. Queste ultime non costituiscono certo la socializzazione della ricchezza di quel famigerato 1%, ma tant’è non esistono spazi di mediazione. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi. Mettendo a valore un sistema ormai diffusissimo di concorrenza al ribasso sui sistemi fiscali. Il capitale si sottrae alla benché minima responsabilità sociale. Parallelamente la sconfitta politica del lavoro ha prodotto la disgregazione degli argini sociali, la destrutturazione di significativi elementi di resistenza al capitale. Rendendo complicato invertire la rotta su una scala sufficientemente ampia. Alla forza cooperante del capitale, dunque, corrisponde l’assenza di una forza altrettanto cooperante del lavoro. Analizzare il profilo delle economie emergenti, e in particolare la Cina, è interessante. Un paese che non costituisce più un’alternativa di modello, anche se rappresenta un modello contraddittorio e probabilmente in fieri. A ritmi serrati, Pechino non solo ha ridotto drasticamente la povertà interna (scelta in senso socialista), ma ha fondato il proprio successo su assi similari a quelli occidentali (scelta in senso capitalista). Dalla promozione dell’indebitamento privato, in particolare immobiliare, a quello pubblico. Per non dire dei tassi di crescita della concentrazione economica, superiori a quelli statunitensi. I colossi imprenditoriali affermatisi sembrano il corrispettivo di quelli a stelle e strisce, a partire dal settore digitale. Il modello cinese è molto più simile a quello occidentale di quanto i due principali contendenti globali siano disposti a riconoscere. Lo scontro è tra mercantilismo cinese e protezionismo statunitense. Tra partito comunista cinese e bipolarismo demo-repubblicano statunitense. Ferma restando la necessità di un comando politico funzionale e/o consustanziale a quello economico, la distinzione di queste due sfere diventa progressivamente impercettibile sia a ovest sia a est. Lo stesso pacifismo cinese appare una scelta contingente piuttosto che identitaria. Le due potenze accumulano energia dove possono, attrezzandosi per una sempre maggiore conflittualità. Oggi, dunque, il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di concentrazione. In passato la democrazia si è affermata, sebbene con estrema difficoltà, perché era funzionale allo sviluppo di nuove energie economiche e sociali. La contesa, in ultima istanza, generava sviluppo e il conflitto sociale riusciva a redistribuirlo, almeno in parte. Oggi lo sviluppo, al netto degli espedienti economico-finanziari, è tendenzialmente stagnante. I grandi operatori magari sono anche in competizione tra loro, ma altrettanto coesi sui principi di fondo che giudicano vitali. Libertà d’azione del grande capitale, concorrenza fiscale tra Stati, bassi salari, welfare minimo. Tale fenomeno indica instabilità e incertezza. Da qui la necessità di un estremo controllo socio-politico del capitale stesso. Da qui l’esaurirsi di un’opzione concretamente e non solo formalmente liberal-democratica. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’EUROPA TRA DAZI E MISSILI Luca Lombardi UN’ALTERNATIVA EUROPEA  In un panorama così desolante da qualche parte si deve pur ripartire. Va individuata una politica economica che poggi su soggetti in carne e ossa e su luoghi dove rivendicarla. Occorre una dimensione spaziale dove credibilmente proporla. Si tratta, dunque, preliminarmente di lanciare una prospettiva che intenda imbrigliare il mercato. Che lo fermi, che lo metta al suo giusto posto. Una prospettiva che reinventi un ruolo della sfera pubblica fondato su gestione e controllo dell’economia. Pianificazione per gestire il disastro ecologico e contrastare le diseguaglianze. Costruire, dunque, una nuova impalcatura economica, fondata su attori pubblici e collettivi, che circoscriva il raggio d’azione del mercato. Anzi che indirettamente riesca persino a condizionarlo positivamente. Collaborazione invece di competizione. Protagonismo e controllo sociale. Formule che devono vedere la convergenza di politiche dall’alto e di protagonismo dal basso. Pianificazione e collaborazione non solo devono essere antitetici all’autoritarismo, ma devono essere promossi in un regime di libertà. Solo così possono generare una nuova efficienza economica. Intesa nel senso di sviluppo materiale e immateriale coniugato a tutela ambientale e giustizia sociale. Risulta evidente che tali necessità trovano un primo limite nell’attuale dimensione sovranazionale. Ecologia e uguaglianza possono essere perseguite solo dentro uno spazio sufficiente. Largo abbastanza da potersi sottrarre al cappio della finanza, dell’economia liberista, della delocalizzazione produttiva e di consumo. Allo scontro, bipolare o multilaterale che sia, dovremmo sottrarci perseguendo ben altre logiche. In questa prospettiva il respiro protezionista e meramente localista non aiuta. Non può essere ripiegando di scala che si risulta credibili. Nello scontro tra potenze bisogna individuare lo spazio sufficiente dove resistere per cambiare. Un‘area minima di alleanze politiche, economiche e sociali per sperimentare percorsi alternativi e in grado di reggere l’urto delle pressioni esterne.  Lo spazio è l’Europa. Non per ottimismo sulle attuali forze in campo ma perché, al netto di tutte le contraddizioni che si sono sedimentate in un pluridecennale processo di unificazione esclusivamente tecnocratico ed economico, fondato su un astratto liberismo, esiste un contesto potenzialmente utile nel Vecchio continente. L’Europa è stretta tra potenze storiche ed emergenti. Mantiene un ruolo neocoloniale residuale che non le consente di ritornare in gioco alle regole delle principali potenze. Se l’Unione europea è stata il tentativo di rilanciare la politica di potenza del capitale su scala continentale, allora oggi appare sempre più chiaro il fallimento del progetto. L’Europa come potenza globale sta perdendo la contesa globale, le sue multinazionali mantengono un ruolo marginale e di vassallaggio. La crisi appare evidente e percepita come irreversibile. Al contempo il Vecchio continente mantiene forme di welfare e potenzialmente di modello alternativo a quello di stampo anglosassone che consentono di poter sottrarsi allo scontro globale. L’Europa, pensata come terreno di contesa, dove provare a ricostruire forze politiche e sociali, può ancora diventare uno spazio dove si coltivano formule economiche non ipermercantiliste (che, anzi, dove esistono stanno andando in crisi), con esperienze pilota di collaborazione. Può diventare lo spazio dove il numero di ore lavorate rimane più basso che nelle grandi potenze emergenti, consentendo di sperimentare un modello in cui la produttività va anche a vantaggio del tempo libero e non solo della produzione. Il bene comune nella cultura popolare è ancora percepito. L’Europa può essere potenza di pace, di relazioni economiche internazionali non fondate sulla logica militare. Non è un’idea estemporanea e neppure la riproposizione di uno slogan. Oggi, differentemente da ieri, esiste uno spazio politico per un’Europa diversa. È in corso una dinamica che crea le condizioni perché quello spazio sia materialmente possibile. Insomma si può lavorare per un’Europa pacifista, democratica e socialista, capace di affrontare le sfide del presente con la sufficiente scala geopolitica, culturale ed economica non per posizionarsi nell’attuale scontro globale, ma per sottrarvisi.  Christian Marazzi ci ricorda che accettando la definizione dominante l’Europa è indietro su tutti i fronti, a partire da quello tecnologico. E che solo smantellando lo Stato sociale è perseguibile la «loro» crescita, quella dei più forti. E conclude: «Meglio scegliere la marginalizzazione che il gioco al massacro del primeggiare, ci sono cose troppo importanti dal punto di vista sociale, umano, filosofico, culturale da sacrificare inseguendo la corsa delle superpotenze. Restiamo nella marginalità per riscoprire un’alterità». *Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Europa, nonostante tutto proviene da Jacobin Italia.
May 8, 2026
Jacobin Italia
UNA STORIA DELLA GIOIA COLLETTIVA
MERCOLEDì 13 MAGGIO 2026  Forte Infoshop presenta: "UNA STORIA DELLA GIOIA COLLETTIVA" di Barbara Ehrenreich (Eleuthera 2024) in dialogo con: - Agnese 'macchina' Trocchi (circex.org) - Antonio Rocca (Accademia Belle Arti di Viterbo) - Ana Nitu (autrice di “Incognita K”) dalle 19:00 durante l’aperitivo
“The sea”, un film che non racconta gli orrori della guerra ma li fa percepire
Dopo “No other land” il 6 maggio è arrivato in 130 sale italiane in contemporanea “The sea”, film diretto dal regista israeliano Shai Carmeli-Pollak e seguito dal dibattito in diretta dal cinema Quattro Fontane di Roma. Racconta la storia di Khaled, un bambino di Ramallah respinto al check  point di ingresso in territorio israeliano durante una gita scolastica alla spiaggia di Tel Aviv. Khaled, orfano di madre morta di tumore, ha il desiderio ardente di arrivare al mare, che incarna anche la nostalgia della mamma che in quel mare si era bagnata mentre era incinta di lui. Fugge e schiva mille pericoli fino a arrivare a Tel Aviv, mentre il padre,  avvertito della sua fuga, lo cerca affrontando altrettanti rischi. Quando alla fine i due si incontrano proprio nei pressi del litorale sono arrestati da una pattuglia come clandestini sospetti non riuscendo a esibire documenti validi. Oltre a essere un capolavoro per la qualità dell’immagine e la recitazione del piccolo protagonista, il film offre spunti di grande umanità e riflessione. Una comunità semplice, tranquilla e molto solidale; la delicatezza dei sentimenti; la prorompente giocosità dei bambini nonostante le difficoltà quotidiane; il dramma interiore di Khaled, che non riesce mai a sorridere; la possibile amicizia e solidarietà fra comuni cittadini ebrei e palestinesi; al contrario la formale intransigenza militare, la burocrazia, i continui, esasperanti controlli che inibiscono il normale fluire della vita e una morsa che impedisce di sognare. Regista israeliano, film candidato all’Oscar, cinque premi in patria, eppure il Ministero della Cultura ha tagliato i fondi all’Accademia del Cinema: il governo di Israele non vuole che sia visto. E per questo ha avuto 15mila spettatori in tutta Italia solo alla prima come risposta alla censura. Giulia Innocenzi lo ha distribuito con Mescalito Film e Pueblo Unido e lo ha presentato con la giornalista del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva e gli interventi di Francesca Albanese, di componenti della Flotilla e di Medici Senza Frontiere (espulsi da gennaio da Gaza).   Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza
Roma 9 maggio: «Capire l’Iran»
Radici, ragioni e conseguenze di una grande resistenza di popolo 9 maggio 2026: ore 10 – 18 Auditorium Via Rieti, 13 ROMA «CAPIRE L’IRAN» Radici, ragioni e conseguenze di una grande resistenza di popolo CONVEGNO NAZIONALE (sarà pubblicata la registrazione dell’evento nei giorni subito successivi, NON è prevista la diretta streaming live) PRIMA SESSIONE ore 10:00 Dalla Palestina all’Iran (Daniela

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