Gli avvocati del governo dicono che l’Italia è in guerra per nascondere i dati sulle armiL’Avvocatura dello Stato ha reclamato il «diniego totale» all’accesso ai dati
sul transito di armi nel porto di Ravenna con la motivazione che
l’infrastruttura ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel
dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra
mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati
potrebbe favorire le «potenze nemiche». È questa la motivazione con la quale
l’Avvocatura (che dipende dal Consiglio dei ministri, quindi da governo) ha
fiancheggiato le Dogane nel rifiuto alla richiesta di accesso ai dati sui
traffici di armi attraverso il porto romagnolo. Una situazione paradossale dove,
da una parte, il governo ha negato ripetutamente che l’Italia sia in guerra
mentre, dall’altra, gli avvocati dello stesso governo affermano che il Paese è
in guerra al solo fine di negare la trasparenza democratica sulle informazioni
strategiche.
Ma riavvolgiamo il nastro della vicenda. Il caso è nato in seguito alla
richiesta di accesso agli atti presentata da chi scrive, nel gennaio 2026, alle
Dogane ufficio Romagna per avere dati aggregati sulle armi in export e in
transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni: «la quantità di
materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel
2025, divisi per quadrimestri e divisi per export-transito». Le Dogane nel giro
di un mese mi hanno inviato un diniego totale, per motivi di sicurezza nazionale
e per segreto commerciale. Assistita dall’avvocato Andrea Maestri del foro di
Ravenna ho quindi fatto ricorso al Tar.
A inizio luglio 2026, il Tar di Bologna ha accolto parzialmente il ricorso: si
devono divulgare i dati aggregati sulle armi, visto che secondo i giudici non
mettono in pericolo la sicurezza nazionale, ma si possono celare le
destinazioni. Non una decisione ottimale, perché le destinazioni sono necessarie
a capire se quelle armi finiscono in mano a eserciti genocidiari, ma quantomeno
si è trattato di un compromesso. Peraltro dal porto di Ravenna è facile capire
dove finiscono i carichi, visto che la destinazione più frequente sono proprio i
porti di Ashdod e Haifa dove finiscono 1000-2000 container ogni mese, mentre
alle altre destinazioni (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano…) arrivano quantità
molto inferiori.
Il blocco di due ore del traffico nel porto di Ravenna, il 28 novembre 2025
Il 7 luglio, una settimana dopo la sentenza del Tar, invio a mezzo pec un
sollecito alla Dogane: «in esecuzione della sentenza n.1279/2026, pronunciata
dal TAR Emilia-Romagna il 1° luglio 2026 nel ricorso R.G. n. 420/2026, chiedo il
rilascio dei dati da me richiesti. Visto il ritardo accumulato nella risposta,
chiedo che ai dati del 2025 siano aggiunti anche i dati relativi al 2026.
Qualora l’Amministrazione non provveda spontaneamente a dare esecuzione alla
sentenza, mi vedrò costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza».
A questo punto le Dogane, assistite dall’Avvocatura dello Stato (che dipende dal
Consiglio dei ministri), si appellano al Consiglio di Stato, massimo organo
della giustizia amministrativa in Italia, chiedendo l’annullamento della
sentenza e la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. Nella memoria di
consiglio scritta per l’udienza cautelare, motivano la richiesta di negare
totalmente i dati aggregati sulle armi, con il fatto che il porto di Ravenna ha
una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo
nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a
pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati avrebbe favorito le
“potenze nemiche”:
«La ostensione di dati e informazioni (vieppiù a una giornalista di inchiesta) è
idonea ad arrecare gravissimo e irreparabile pregiudizio agli interessi
pubblici, […] alla difesa e alle questioni militari. […] La propalazione dei
dati e delle informazioni consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza
del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni dello Stato
del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare
nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso
una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche
l’Italia» si legge nel memoriale.
Eppure il porto di Ravenna è classificato come porto civile e commerciale, non
militare. Ma come altri porti civili, viene usato sempre più come infrastruttura
dual use, anche a seguito delle decisioni europee (military mobility) sulle reti
Ten-T che stanno adattando questi “corridoi” ferroviari e portuali al passaggio
di armi e truppe.
L’Avvocatura dello Stato aggiunge peraltro che la mia richiesta di accesso
generalizzato agli atti è un interesse privato da limitare, finalizzato al lucro
(“de lucro captando”) mentre l’export e il transito di armi sono un interesse
pubblico da tutelare con il segreto, sottolineano ancora che «l’interesse
mediatico non equivale all’interesse pubblico».
Come se i mercanti di morte non lucrassero sul traffico di armi, e come se la
professione del giornalismo non fosse un esercizio a tutela della democrazia e
di rilevanza pubblica. Ma la cosa più grave, oltre all’offesa del giornalismo, è
che l’avvocatura dello stato abbia dichiarato nero su bianco che ci troviamo
“parte” di una guerra mondiale, mai dichiarata e mai deliberata dal Parlamento.
Il consiglio di Stato, riunito il 27 agosto per decidere sulla sospensiva,
decide di non decidere: chiede a me e al mio avvocato di non esigere i dati
almeno fino all’8 ottobre data della successiva udienza di merito. Accettiamo.
Nel frattempo si mobilita la società civile, si costituiscono ad adivandum
Weapon Watch, il centro di ricerca per la democrazia (Cred), il sindacato USB.
Nonostante ripetuti appelli da parte della società civile e del Coordinamento
contro le armi dal porto di Ravenna, il sindaco Alessandro Barattoni e il
presidente della Regione Michele De Pascale non si costituscono ad adiuvandum
nel ricorso, preferendo agire con moral suasion verso le Dogane: a inizio
settembre 2026 scrivono infatti all’ufficio nazionale delle Dogane chiedendo di
rendere pubblici tutti i dati sugli armamenti che transitano da tutti i porti
italiani. A oggi non ci risulta che abbiano ricevuto risposta.
L’11 settembre l’onorevole Stefania Ascari (M5S) ha chiesto che il Governo
venisse in Parlamento a chiarire la rilevanza militare del porto di Ravenna,
dopo aver depositato un’interrogazione parlamentare sui quantitativi di
materiale d’armamento transitati dal porto di Ravenna nel 2025 e nel 2026.
«Siamo in guerra? Da quando l’Italia è coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi
e ibrida”? Chi lo ha deciso? E quando sono stati informati il Parlamento, i
cittadini e le cittadine? L’Avvocatura dello Stato, nel difendere l’Agenzia
delle dogane davanti al Consiglio di Stato, ha definito Ravenna un porto di
“rilevanza militare’’. Si parla anche di una “guerra mondiale a pezzi e
ibrida’’. Parole gravissime, che non possono restare senza risposta, perché sono
fatti di interesse pubblico e abbiamo il diritto di sapere. Perciò ho chiesto
un’informativa urgente al Ministro Crosetto su quanto sta emergendo attorno al
porto di Ravenna. Se dal porto di Ravenna, così come da tutti gli altri porti,
transitano armamenti, il Governo deve dire con chiarezza quali materiali
passano, verso quali destinazioni, con quali autorizzazioni, in base a quali
accordi e perché ai cittadini e alle cittadine viene negato il diritto di
sapere. Su Gaza e sulle armi che attraversano i nostri porti non possiamo
accettare omertà, segreti e complicità» ha detto la Ascari in Parlamento.
Il presidio dell’8 ottobre a Ravenna mentre a Roma si svolgeva il Consiglio di
Stato
Hanno presentato interrogazioni simili anche il senatore Marco Croatti (M5S) e
il deputato Marco Grimaldi (AVS), senza però, ad oggi ottenere risposte.
L’8 ottobre si è svolta l’udienza finale presso il Consiglio di Stato a Roma,
mentre una folla di persone era in presidio a Ravenna. Sono passati ormai 7
giorni e i giudici non hanno emesso alcuna sentenza. L’attesa continua.
Nel frattempo, le Dogane di Trieste hanno opposto diniego al mio accesso agli
atti per conoscere la quantità di armi transitate nel porto friulano. Anche in
questo caso si invoca la sicurezza nazionale e le relazioni tra gli Stati in
virtù della quale la trasparenza è vietata: «la pubblicazione dei dati, anche
quantitativi, (…) sul transito di armamenti (…) comporterebbe un concreto
pregiudizio ai rapporti intercorrenti tra Stati e alle relazioni internazionali,
in quanto la pubblicazione dei documenti oggetto dell’Istanza, anche in termini
di dati di tipo quantitativo, consentirebbe, ad esempio, di identificare
attraverso quali rotte commerciali gli Stati si garantiscono
l’approvvigionamento di armamenti o sistemi di difesa e danno attuazione ai
propri obblighi internazionali».
Ma la società civile e gli stessi portuali non ci stanno ad accettare la guerra.
A Ravenna così come in altri porti italiani e internazionali il 30 ottobre ci
sarà lo sciopero internazionale dei portuali contro le guerre. In Italia
aderiscono finora USB e Orsa Porti.
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i dati sulle armi appeared first on L'Indipendente.