Nuovo rapporto di B’Tselem: il periodo più sanguinoso per i palestinesi della Cisgiordania dal 1967
di B’Tselem,  B’Tselem Reports, 29 giugno 2026.   Dal 7 ottobre 2023 al 5 luglio 2026, Israele ha ucciso 1.088 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 242 bambini e adolescenti. Quasi un palestinese su quattro ucciso da Israele in Cisgiordania durante questo periodo era minorenne. Si tratta del numero più elevato di bambini e adolescenti palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Ciononostante, B’Tselem non è a conoscenza di alcuna incriminazione presentata per l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania dall’ottobre 2023, nemmeno nei casi in cui le vittime erano bambini e adolescenti. Uninfanzia-senza-protezione
July 8, 2026
Assopace Palestina
TORINO: RICHIESTA DI SORVEGLIANZA SPECIALE PER STEFANO E SARA, “COLPEVOLI” DI AVER PARTECIPATO ALLE MOBILITAZIONI PER LA PALESTINA
Presso il tribunale di Torino si è svolta un’udienza in merito alla richiesta, da parte della questura con l’elmetto piemontese, di sorveglianza speciale ai danni di Sara e Stefano, due giovani attivisti di Torino per Gaza e del csa Askatasuna. “E’ ormai prassi della Questura di Torino quella di silenziare qualsiasi voce decisa a parlare e scendere in piazza a difesa di quei popoli che ancora oggi stanno vivendo il genocidio, lo sterminio e la devastazione” nella Striscia di Gaza, si legge in un comunicato congiunto firmato da Intifada Studentesca, Cua Torino, Torino per Gaza e Mamme in piazza per la libertà e il dissenso. Stefano e Sara “si ritrovano con la richiesta di una sorveglianza speciale per il solo motivo di aver partecipato ai cortei, manifestazioni e presidi. Questa misura, che riporta in maniera diretta ai tempi del fascismo, fa uno step in più rispetto alla già notevole pioggia di misure cautelari emanate dalla Procura in questi mesi“, sottolineando nel comunicato come la sorveglianza speciale sia uno strumento previsisto dal Codice Antimafia e nato per soggetti ritenuti appartenenti alla criminalità organizzata o al terrorismo. Per Stefano le prossime udienze in cui verrà deciso se applicare o meno la sorveglianza speciale saranno a settembre. Per Sara invece la prima udienza era oggi, mercoledì 8 luglio. Fuori dal tribunale torinese, decine di persone in presidio in solidarietà con i due compagni. Nell’intervista a Radio Onda d’Urto la stessa Sara, compagna torinese. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Intervista alle Combatants for Peace Iris Gur e Mai Shahin (parte I)
> All’evento Imagine Peace di Firenze del prossimo fine settimana ci saranno > anche le Combatants for Peace Iris Gur (israeliana) e Mai Shahin > (palestinese), entrambe invitate per la proiezione del film There is Another > Way (sabato 11 luglio, h 16 al Cinema Astra, Firenze). Daniela Bezzi di > Pressenza ha raccolto la loro testimonianza: DB – Cominciamo con le vostre storie personali: come avete deciso di unirvi a Combatants for Peace? Iris Gur – Per tutta la mia vita da adulta ho lavorato nel campo dell’istruzione, come insegnante e come preside. Ho sempre considerato l’istruzione non solo come una professione, ma come lo stile di vita che avevo scelto per me stessa. Sono cresciuta in una famiglia ebrea israeliana sionista. I miei genitori sono arrivati in Israele come rifugiati dall’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, e sono cresciuta ascoltando storie sull’Olocausto e sulla sopravvivenza. L’unica narrativa che conoscevo era che noi, il popolo ebraico, fossimo sempre stati perseguitati e che non avessimo altra scelta se non quella di difendere noi stessi e il nostro piccolo Paese. L’unica cosa che sapevo degli arabi era che volevano distruggerci. Mio padre era un ufficiale dell’esercito. Sono cresciuta nelle basi militari ed ero molto orgogliosa dell’esercito israeliano. Per gran parte della mia vita non ho avuto l’opportunità di familiarizzare né con la narrativa palestinese né con amici arabi. Uso deliberatamente la parola «arabi» perché, nell’ambiente in cui sono cresciuta, il termine «palestinesi» semplicemente non esisteva. E nemmeno il concetto di occupazione. Oggi mi rendo conto che nel corso degli anni si sono aperte delle crepe nella mia visione del mondo, ma non ho mai permesso che si allargassero. La persona che alla fine ha trasformato la mia prospettiva è stata mia figlia Noa. Undici anni fa, quando aveva diciassette anni, ha deciso di rifiutare la coscrizione militare. Grazie a lei, mi si è aperto un mondo completamente nuovo di valori, idee e comunità. La sua decisione le è costata quattro mesi di prigione militare, mentre per me è stato l’inizio di un percorso di scoperta – un percorso che mi ha messo di fronte alla realtà dell’occupazione, dell’apartheid e, soprattutto, del popolo palestinese. La mia decisione di unirmi a Combatants for Peace è scaturita dalla consapevolezza che, se volevo davvero contribuire a cambiare la realtà in cui viviamo, ciò poteva avvenire solo in piena collaborazione con i palestinesi e attraverso azioni nonviolente. Mai Shahin: Non sono arrivata a Combatants for Peace con una decisione isolata. Mi sono unita a loro attraverso un lungo processo di vita sotto l’occupazione in Cisgiordania, dove il controllo non è solo politico, ma fisico, emotivo, psicologico. Modella i movimenti, il respiro, le relazioni e la capacità di immaginare un futuro che vada oltre la sopravvivenza. In quell’ambiente, la resistenza non è astratta. È la vita quotidiana. Ma col tempo ho iniziato a pormi una domanda più profonda: come resistere senza perdere la nostra stessa umanità nel processo? Una domanda che mi ha condotta al lavoro sul trauma, alla guarigione comunitaria e alla comunicazione nonviolenta. Ho iniziato a capire che l’occupazione non controlla solo la terra: penetra nel sistema nervoso, frammenta la fiducia, isola le comunità e produce cicli di lutto che, se non elaborati, si ripetono di generazione in generazione. È qui che ha inizio il mio legame con Combatants for Peace. È stato il primo spazio in cui mi sono imbattuta in cui a palestinesi e israeliani non veniva chiesto di ignorare la realtà per poter parlare. Ci veniva piuttosto chiesto di rimanere insieme all’interno della realtà, rifiutando al contempo la violenza come risposta. Ciò che rende Combatants for Peace così potente è che non è solo uno spazio di dialogo. È un movimento congiunto di resistenza. Sostiene che porre fine all’occupazione, smantellare i sistemi di dominio e proteggere la dignità umana non sono aspetti separati dalla costruzione di relazioni: fanno parte della stessa lotta. Parallelamente a questo lavoro, e in stretta connessione con esso, ho co-fondato Satyam Homeland insieme a palestinesi, israeliani e operatori internazionali. È nato dalla stessa consapevolezza: che la resistenza richiede spazi in cui le persone possano imparare a rimanere umane anche nel cuore della lotta. Satyam Homeland è uno spazio comunitario in cui palestinesi, israeliani e internazionali si riuniscono per dedicarsi al lavoro sul trauma e sul lutto, alla guarigione corporea, all’educazione alla resistenza nonviolenta, al dialogo e alla narrazione – e da quella base, passare all’azione nel mondo. Non è separato da Combatants for Peace. Fa parte di un ecosistema più ampio: uno incarna il coraggio politico della resistenza congiunta, l’altro le pratiche comunitarie che rendono possibile un impegno nonviolento duraturo. Sono in costante dialogo tra loro. Dopo il 7 ottobre, questo legame è diventato ancora più evidente. Mentre i palestinesi assistevano a stragi e distruzione di massa a Gaza, e all’escalation di violenza, agli attacchi dei coloni e agli sfollamenti in Cisgiordania, l’istinto di separazione era fortissimo. La paura e il dolore non erano astratti: erano vissuti, immediati e opprimenti. Eppure, all’interno di Combatants for Peace, qualcosa ha tenuto. Non siamo sprofondati nel silenzio né nella separazione. Ci siamo rivolti gli uni agli altri – non per edulcorare la realtà, ma per rimanere in grado di affrontarla. Abbiamo pianto insieme. Abbiamo dato un nome a ciò che stava accadendo. Abbiamo avuto divergenze, ma siamo rimasti. E poi abbiamo posto l’unica domanda che conta quando tutto sta andando in pezzi: cosa facciamo adesso? Una domanda che possiamo permetterci di porre grazie ai diversi anni trascorsi a costruire relazioni in grado di sopravvivere alla rottura. Ecco perché far parte del Combatants for Peace non è solo parte del mio lavoro: è la parte centrale di ciò che faccio. Ecco anche perché continuo questo lavoro dalla Cisgiordania, dove ogni atto di resistenza nonviolenta, ogni incontro, ogni passo di presenza comporta un rischio – eppure anche un significato reale, fede, responsabilità. DB – Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di Combatants for Peace. Secondo te, cosa rende questo movimento così popolare tra i giovani? Iris – Combatants for Peace è stato fondato vent’anni fa da un gruppo di giovani che hanno preso la coraggiosa decisione di sfidare la norma che definiva le loro rispettive società: invece di reagire con la violenza, hanno scelto di incontrare le persone dell’altra parte e di guardare oltre l’etichetta di “nemico”. Hanno scelto di vedere “l’altro” come un essere umano, di lavorare in collaborazione, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni – sia a livello personale che collettivo – e di parlare in modo onesto e aperto, senza edulcorare né negare la dolorosa realtà in cui viviamo. Credo che questi siano i valori al centro di Combatants for Peace. Sono la ragione per cui il movimento è durato vent’anni ed è stato in grado di affrontare sfide enormi. La prova più evidente di ciò è il modo in cui i nostri membri hanno affrontato la profonda crisi che molti israeliani e palestinesi hanno vissuto dopo il 7 ottobre 2023. Molte persone che avevano creduto nella convivenza e nella pace hanno sentito crollare il proprio mondo. Ciò che ci ha permesso di andare avanti è stata la nostra determinazione a continuare a dialogare, ad amarci e rispettarci a vicenda, a condividere il dolore l’uno dell’altro, a continuare a considerarci esseri umani, a comprendere i bisogni dell’«altro» anche quando non eravamo d’accordo. E, soprattutto, a rimanere fedeli alla nostra visione condivisa: libertà, giustizia, sicurezza personale e collettiva per tutti. Siamo uniti dalla convinzione che questa sia la strada giusta e che sia anche una strada percorribile. Credo che molte persone, soprattutto i giovani, siano alla ricerca di questo tipo di comunità, in termini di senso di appartenenza, compassione, guida e speranza. Vogliono un luogo che non si limiti a parlare di convivenza, ma che dimostri che è davvero possibile vivere insieme con dignità, rispetto e amore. Ed è proprio questo che trovano in Combatants for Peace. In un’epoca segnata dalla crudeltà, dall’odio e dall’incertezza, abbiamo la responsabilità di offrire alla prossima generazione non solo una via da seguire, ma anche speranza. Mai – Ciò che ha sostenuto Combatants for Peace per vent’anni non è l’ideologia, bensì la qualità delle relazioni anche sotto pressione. Sono i palestinesi e gli israeliani che scelgono, ancora e ancora, di rimanere uniti in un impegno condiviso anche quando la storia li allontana. Non si tratta solo di un’unità simbolica. È una resistenza nonviolenta e disciplinata, radicata nella chiarezza. Non normalizziamo l’occupazione. Non cancelliamo l’asimmetria. Non evitiamo di dare un nome all’ingiustizia. Rimaniamo fedeli alla verità e manteniamo il rapporto. Non è facile. Ha un costo. Per i palestinesi, può significare sospetto, pressioni politiche e rischi fisici in un contesto di occupazione e instabilità. Per gli israeliani, può significare isolamento e confronto con le narrazioni dominanti nella loro stessa società. Eppure le persone rimangono. E ciò che ci tiene uniti nel corso degli anni non è solo l’impegno politico, ma anche l’infrastruttura più silenziosa della sopravvivenza: il lavoro di elaborazione del lutto, la consapevolezza dei traumi, attraverso il sostegno emotivo e collettivo. È qui che il legame più profondo con la nostra organizzazione gemella, Satyam Homeland, diventa essenziale. Perché i movimenti non possono sopravvivere solo di principi politici. Hanno bisogno anche della capacità di elaborare il lutto senza trasformarlo in odio e sfinimento. I giovani riconoscono questa onestà. Sono stanchi di un linguaggio che non coglie la realtà. Non temono la complessità: hanno il coraggio di chiamare con il loro nome l’occupazione, le strutture dell’apartheid, lo sfollamento, la violenza di massa, senza perdere di vista l’umanità che ci accomuna. C’è la determinazione a rifiutare contemporaneamente e in modo totale l’antisemitismo, l’islamofobia e il razzismo anti-palestinese. Combatants for Peace trova riscontro tra i giovani perché rifiuta le semplificazioni. DB – È davvero straordinario vedere così tante organizzazioni israeliane e palestinesi mobilitarsi in coalizione. Qual è, secondo te, l’ingrediente fondamentale per questo tipo di attivismo, basato sulla cooperazione nonostante le differenze? Iris – L’esistenza stessa di così tante organizzazioni israeliane e palestinesi per la pace riflette il desiderio fondamentale di vivere insieme senza violenza, nel riconoscimento e nel rispetto reciproci. Ci sono, ovviamente, opinioni diverse sulle migliori strategie per raggiungere la pace, visioni diverse riguardo al futuro quadro politico in cui israeliani e palestinesi potrebbero convivere in questa terra condivisa. Ma nonostante queste differenze, l’aspirazione comune è più forte di ciò che potrebbe dividerci. Ci sono voluti molti anni perché queste organizzazioni si unissero in un unico, ampio “campo della pace”. A volte ci vuole uno shock profondo per rendersi conto che la nostra forza collettiva è di gran lunga superiore a ciò che ogni singola organizzazione può ottenere da sola. Gli sconvolgimenti politici in Israele, il massacro del 7 ottobre, il genocidio a Gaza, l’escalation di violenza e la pulizia etnica in Cisgiordania, la guerra nel Libano meridionale, per non parlare della crescente influenza del fascismo nella società e nella politica israeliana, hanno portato molti di noi nel “campo della pace” israeliano a comprendere che la cooperazione non è solo auspicabile, ma è essenziale se vogliamo un vero cambiamento. Dopotutto, nonostante i nostri approcci diversi, stiamo tutti lottando per lo stesso obiettivo: libertà, giustizia, sicurezza e pari diritti per tutti. Mai – Ciò che rende possibili queste coalizioni non sono solo gli accordi, ma il nostro impegno verso la verità in condizioni di disuguaglianza. Il primo passo è sempre una chiara definizione di ciò che è reale. I palestinesi vivono sotto occupazione militare, frammentazione, restrizioni sul territorio, sulla libertà di movimento e sulla sovranità. Solo da quel riconoscimento onesto può emergere qualcosa di più profondo. Ed è proprio a quel livello più profondo che Combatants for Peace e Satyam si intrecciano con maggiore forza. Combatants crea lo spazio per la resistenza politica congiunta e l’azione nonviolenta. Satyam Homeland, co-fondata da palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, crea spazi in cui le persone possono dedicarsi al lavoro sul trauma e sul lutto, alla guarigione corporea, alla narrazione, al dialogo e all’educazione alla resistenza nonviolenta – per poi tradurre quell’apprendimento in azione nel mondo. L’uno senza l’altro sarebbe incompleto. Perché se agiamo solo politicamente senza guarire, ci induriamo o ci esauriamo. E se ci limitiamo a guarire senza affrontare l’oppressione, ci adattiamo all’ingiustizia. Quello che stiamo costruendo è qualcosa di più difficile: un movimento in grado di accogliere il lutto senza trasformarlo in disumanizzazione; un movimento in grado di dare un nome alla violenza senza riprodurla; un movimento in grado di mantenere le relazioni senza negare la verità. Questa non è debolezza. È disciplina. Ed è la forma di resistenza più forte che io conosca. -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Daniela Bezzi. Seguirà la seconda parte dell’intervista -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Daniela Bezzi
July 8, 2026
Pressenza
LAVORO: A MILANO I RIDER SCENDONO IN PIAZZA CON LO SLOGAN “MORIRE DI CALDO O MORIRE DI FAME”
A Milano ieri è giornata di agitazione dei rider insieme al sindacato di base Usb, contro gli aumenti-fuffa di 50cent sulla tariffa base inseriti da Glovo dal 1° giugno, giudicati incapaci di modificare in modo sostanziale le condizioni di lavoro. Al centro della mobilitazione anche il tema del caldo estremo e delle misure previste per le giornate da bollino rosso, anche queste considerate insufficienti perché in assenza del riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, I rider che interrompono l’attività non hanno accesso ad alcun ammortizzatore sociale. Da qui la mobilitazione di Usb con il corteo iniziato alle ore 16 da via Padova e, sotto lo slogan “morire di caldo o morire di fame”, è arrivato fino alla Prefettura. Qui si è svolto un incontro tra sindacato e viceprefetto. Il racconto, ai microfoni di Radio Onda d’Urto, di Elena Lott della Federazione del Sociale USB Milano. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
PeaceLink English: "Nato assassin, go away"
A strong protest challenges the Turkish repressive apparatus during the ongoing Nato summit in Ankara. The regime responds with a wave of arrests. We publish images of the protest. Nato Secretary General Rutte does not condemn the repression and justifies the US raids against Iran.
July 8, 2026
PeaceLink
SI CHIUDE IL VERTICE NATO IN TURCHIA: ARMI, ARMI E ANCORA ARMI. L’ITALIA CONFERMA LA SPESA BELLICA DEL 5% DEL PIL
Ad Ankara, Turchia, si è concluso il Vertice Nato. Nelle stesse ore in cui Trump ordinava i nuovi bombardamenti sull’Iran, il segretario dell’Alleanza Atlantica Rutte annuiva pedissequamente a ogni mossa statunitense, che ha parlato di “risposta necessaria” all’Iran. Trump intanto ha confermato stizzito di voler mantenere gli Usa nella Nato, in occasione dell’incontro a porte chiuse dei leader. Dalla dichiarazione finale del vertice si legge che la Russia “rappresenta una minaccia a lungo termine per la Nato”; che l’Ucraina “contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno a Kiev”. Tutto questo si traduce in decine e decine di miliardi di euro in armi promesse dai vari Stati, compresa la licenza statunitense a produrre Patriot per l’Ucraina, durante il vertice dell’Alleanza Atlantica, in occasione del quale il sultano Erdogan prova a rimuovere le sanzioni imposte alla Turchia dalla prima amministrazione Trump, consentendo la vendita di componenti di F-35 ad Ankara. Un terremoto diplomatico e militare che scuote Israele. Qui il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha cancellato una visita in programma per oggi. All’inizio di questa settimana, il genocida Netanyahu aveva avvertito che fornire l’aereo stealth avanzato ad Ankara avrebbe “distrutto gli equilibri di potere in Medio Oriente” erodendo il vantaggio militare di Israele. Un vantaggio militare che è quello dell’occupazione illegale, che ha impedito al nuovo segretario generale della Lega Araba, Nabil Fahmy, di incontrare oggi a Ramallah il presidente palestinese Abu Mazen. Qui le autorità occupanti israeliane gli hanno negato l’autorizzazione. Nel frattempo nella capitale turca, per il terzo giorno consecutivo, migliaia in piazza contro il vertice Nato. Corteo anche a Istanbul, organizzato dai principali partiti di opposizione al sultano Erdogan. I partecipanti hanno contestato le politiche dell’Alleanza, il ruolo della Turchia in perpetua crisi economica, e la presenza statunitense. E poi c’è l’Italia. In questo calderone di affari bellici sulla pelle di milioni di persone, Meloni conferma l’obiettivo del 5% del pil dedicato al riarmo sigliato anche da Roma nel precedente summit Nato all’Aia, così come l’adesione al programma europeo Safe. L’obiettivo di far salire le spese militari al 5% entro il 2035 costerebbe all’Italia 500 miliardi di euro, denuncia oggi pomeriggio l’Osservatorio Milex. Intanto sono 19 i miliardi annunciati da Crosetto nella prossima manovra, da investire – ancora una volta – in armi. Soldi che vengono prelevati dallo stato sociale, defraudato da anni di politiche di privatizzazione e tagli, come conferma oggi il nuovo rapporto Ocse per i salari europei: i redditi reali italiani sono tra i peggiori dei 27 paesi dell’Ue, ancora sotto di oltre 6 punti percentuale rispetto al 2021, mentre la media dei Paesi Ocse è tornata sopra quei livelli. La stessa Organizzazione di studi economici prevede poi un’ulteriore contrazione entro fine anno, -1%, a fronte di un’inflazione al 3%, a un tasso d’occupazione del 9% sotto la media Ocse, in particolare per le difficoltà a trovare un lavoro degno e pagato di giovani e donne. Il commento, su Radio Onda d’Urto, di Fulvio Scaglione, giornalista e direttore di InsideOver. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Disobbedire alla realtà
Douwe Draaisma esplora i confini della mente e apre una domanda più ampia: quante realtà siamo capaci di abitare? IN COPERTINA e lungo… L'articolo Disobbedire alla realtà sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 8, 2026
L'INDISCRETO
Elezioni in Perù: una frode “straniera”
L’ipotesi di una frode “straniera” che potrebbe essersi verificata nel ballottaggio tenutosi in Perù è stata elaborata da Sergio Pascual, ingegnere delle telecomunicazioni e antropologo in Spagna, ex primo segretario all’organizzazione di Podemos e, inoltre, collaboratore in missioni di osservazione elettorale. La sua ricerca per il Centro Strategico Latinoamericano di Geopolitica – CELAG DATA fa luce sui risultati elettorali, in cui Keiko Fujimori ha vinto grazie al voto dall’estero. Secondo l’indagine di Pascual, le tendenze emerse nello spoglio (prima Keiko Fujimori con il voto urbano, poi Roberto Sánchez con il massiccio voto rurale e infine Fujimori con il voto dall’estero) trovano una spiegazione nei giorni precedenti alle elezioni. “ANALIZZANDO” I FATTI L’articolo analizza i fatti: «Cosa è successo con il voto dall’estero al secondo turno elettorale? Per capire cosa stesse accadendo dobbiamo tornare indietro di alcune settimane, al 21 aprile 2026, appena 10 giorni dopo il primo turno elettorale. In quella data, Piero Corvetto, fino ad allora stimato capo dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali, si dimise a sorpresa. Il Consiglio Nazionale di Giustizia (JNJ) aveva appena, ‘per caso’, avviato un’indagine preliminare nei suoi confronti. «Per caso», i membri del Consiglio Nazionale di Giustizia che avevano avviato il procedimento erano stati eletti per il periodo 2025-2030 da una commissione speciale del Congresso controllata da Fuerza Popular (il fujimorismo) e dai suoi alleati. Solo due giorni dopo, con un’altra mossa inaspettata, Carlos Pareja Ríos veniva nominato ministro degli Esteri. Pareja è un fujimorista e non lo nasconde. Sulla sua pagina Facebook ci sono foto con il principale consigliere di Keiko Fujimori, Carlos Díaz-Rosillo. Pareja ha ricoperto incarichi di fiducia durante il governo di Alberto Fujimori (direttore degli Affari sudamericani, ministro consigliere dell’Ambasciata in Cile e consigliere della Vice-Cancelleria). Infatti, fu proprio Alberto Fujimori a promuoverlo ambasciatore e a inviarlo in una delle destinazioni diplomatiche più prestigiose: l’Ambasciata del Perù in Spagna. Così, appena pochi giorni dopo il primo turno, due figure chiave per il controllo elettorale erano state sostituite in Perù. Solo poche settimane dopo, il 29 maggio, cominciarono a venire alla luce le ragioni di questi cambiamenti. La nuova direzione dell’ONPE approvò la Risoluzione n. 000090-2026-JN/ONPE. La risoluzione, intitolata «Linee guida per le attività elettorali all’estero – Seconda elezione presidenziale 2026», stabiliva un cambiamento epocale nel conteggio dei voti dall’estero. È STATA VIOLATA L’INTANGIBILITÀ NORMATIVA L’indagine sottolinea inoltre che, storicamente, nella procedura elettorale generale, i voti dall’estero sono sempre stati i primi ad essere inseriti nel conteggio, a causa delle differenze di fuso orario tra i diversi continenti, con voti scansionati e digitalizzati dalle sedi remote dei consolati. Tuttavia, con la nuova norma, è stata violata «l’intangibilità normativa, che vieta di modificare le norme elettorali durante l’anno precedente alle elezioni»; inoltre, il suo trasferimento irregolare ha gravemente compromesso la catena di custodia dei voti. Va inoltre sottolineato il ruolo svolto dai mass media peruviani, che hanno iniziato a diffondere l’idea che il voto dall’estero avrebbe cambiato tutto. «Qualcosa “correggesse” progressivamente l’inserimento dei voti rurali a favore di Sánchez. Secondo i fujimoristi, quel “qualcosa” era l’inserimento tardivo dei voti dall’estero», sottolinea Pascual. «Questa ipotesi aveva senso? Una volta terminato lo spoglio, era semplice simularla: bastava fingere che tutti i voti di Keiko Fujimori e Roberto Sánchez dall’estero fossero stati conteggiati a priori, come se fossero arrivati nella prima fase dello spoglio – come era avvenuto al primo turno. Simulando che questi voti fossero già stati conteggiati, se ne sarebbe scartato l’effetto nella fase finale dello spoglio e – teoricamente – si sarebbe potuto osservare come in quella fase finale rimanesse solo l’effetto del voto rurale. Quando abbiamo effettuato questo esercizio, la tendenza continuava a discostarsi da quanto ci si sarebbe aspettato. Effettivamente, Sánchez avrebbe impiegato più tempo a recuperare il distacco da Fujimori, ma avvicinandosi al 98% dello spoglio, una volta conteggiata gran parte del Perù rurale, sarebbe riuscito a recuperare tutto lo svantaggio, compreso il voto dall’estero. Sembra evidente che sia successo qualcosa nello spoglio peruviano. Perché «casualmente» i verbali in attesa di revisione corrispondevano in maggioranza a zone in cui il fujimorismo è maggioritario? Perché la JNJ ha imposto la sostituzione del capo dell’ONPE in un momento critico come quello tra il primo e il secondo turno? Perché l’interesse a lasciare «per ultime» le schede dall’estero che venivano sempre conteggiate per prime? Molte domande e molti indizi che suggeriscono che qualcosa di più dei soli voti abbia favorito Keiko Fujimori in queste ultime elezioni in Perù”, afferma il ricercatore. È possibile consultare l’articolo originale al seguente link: https://www.celag.org/elecciones-en-peru-un-fraude-extranjero/ Redacción Perú
July 8, 2026
Pressenza
Disarmo: "Nato assassina vattene"
Una forte protesta sfida l'apparato repressivo turco in occasione del vertice Nato in corso ad Ankara. Il regime reagisce con arresti a catena. Pubblichiamo le immagini della contestazione. Il segretario generale della Nato Rutte non condanna la repressione e giustifica i raid USA contro l'Iran
July 8, 2026
PeaceLink
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
L’Invisibile e la sua forza. Il Crinale di Croce a Mori Londa a rischio di industrializzazione eolica
Sabato 4 luglio 2026 presso la Sala Rombechi nella splendida cornice storica e paesaggistica di Villa Poggio Reale a Rufina (FI)  si è tenuto il Convegno dal titolo “L’Invisibile e la sua forza. Il Crinale di Croce a Mori Londa a rischio di industrializzazione eolica”.  L’evento è stato organizzato da numerose sigle ambientaliste quali la Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione, l’Osservatorio Biodiversità, Italia Nostra Firenze, Italia Nostra Consiglio Regionale Toscana, l’Associazione Attoprimo salute ambiente cultura, il Comitato Crinali Liberi Londa. Il Convegno ha visto la partecipazione di esperti del territorio quali Federica Falangia, Raoul Fiordiponti, Luca Piantini, Riccardo Battiferro Bertocchi e Marta Ricci.  Al centro del Convegno la difesa del crinale di Croce a Mori, prezioso e insostituibile corridoio ecologico tra il Parco delle Foreste Casentinesi, la Consuma, la Riserva biogenetica di Vallombrosa e le aree protette del Pratomagno con la denuncia dell’impatto ambientale e paesaggistico legato all’installazione di aerogeneratori industriali alti 200 metri di fronte al Monte Falterona. L’incontro di sabato 4 luglio e la convergenza di diverse competenze ha fatto a prendere coscienza di aspetti che siamo poco abituati a considerare.  Ecosistema naturale come entità giuridica autonoma e senziente, biodiversità: quanto valgono in termini economici? E’ questa l’unica lingua che amministrazioni e imprese sembrano capire? Potranno le incerte ed eventuali compensazioni di progetti speculativi avvicinarsi anche lontanamente a questo valore che per le comunità montane del Parco Nazionale è garanzia di futuro? Il Parco Nazionale è una risorsa economica importante per i Comuni che ne fanno parte per cui non ne vanno assolutamente industrializzati i confini con l’assedio mega eolico. La comunità dei camminatori, le presenze lungo il cammino di San Francesco, l’elenco dei siti che hanno un nome e una storia radicata invisibilmente nel tessuto sociale: il conflitto socio-ambientale che attraversa la comunità hanno il pregio di evidenziare aspetti di cui si tace o si parla troppo poco e con difficoltà. Inizia a prendere forma attraverso le parole una narrativa realistica adeguata a dissolvere l’asimmetria che caratterizza queste vicende in cui chi detiene il potere spesso ne abusa in modo discrezionale e arbitrario.  Esperti dei territori, amministratori, associazioni, comitati e comunità si uniscono insieme per affermare: Transizione sì ma senza speculazione.  Senza distruzione cioè di valori identitari infinitamente più grandi, non scambiabili come merci né svendibili per irrilevanti e aleatorie compensazioni. La partecipazione ampia e attiva della popolazione ha dato forza agli invisibili e apparentemente lontani crinali dell’Appennino della Montagna Fiorentina rendendendoli presenti e visibili anche nelle comunità della Valdisieve. In difesa dei crinali emerge unanime la richiesta di ampliare i confini del Parco Nazionale al corridoio ecologico di Croce a Mori in ordine alla Strategia Nazionale della Biodiversità riaffermata a dicembre dagli 11 Sindaci della Comunità del Parco Nazionale Foreste Casentinesi. Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione Olivier Turquet
July 8, 2026
Pressenza
Anziani: sempre più fragili e bisognosi di aiuto nella vita di tutti i giorni
Il 36,6% degli anziani dichiara che, seppure autosufficiente, ha comunque bisogno di qualche aiuto nella vita quotidiana. In vent’anni la percentuale di persone con 65 anni e oltre che si sente fragile e chiede un supporto è raddoppiata: nel 2006 era pari al 18,3%. Oggi al 31,7% capita di tanto in tanto di avere bisogno di aiuto, al 4,9% capita spesso perché sperimenta parecchie difficoltà nelle attività ordinarie. Si dichiara totalmente non autosufficiente l’1,4% degli intervistati e totalmente autosufficiente il 62,0%. Però nel 2006 si definiva totalmente autosufficiente il 78,8%: 16,8 punti percentuali in più rispetto ad oggi. È quanto emerge dal Rapporto “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani” realizzato dal Censis. L’89,6% dei longevi dichiara che, per quanto ci si possa prendere cura di sé stessi, il declino fisico non si può fermare. Il 79,3% dei longevi si è rassegnato al fatto che certi cambiamenti legati al tempo che trascorre sono irreversibili, definitivi. C’è una nuova consapevolezza della fragilità legata all’età che avanza. Un approccio diverso dalle retoriche della longevità attiva, della performance anche in età avanzata. Inoltre, per il 79,8% dei longevi accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente. Il Rapporto evidenzia come ci sia un rischio alto per il Paese più vecchio d’Europa. I fabbisogni legati alla vecchiaia rappresentano una sfida decisiva per l’Italia, visto che già oggi le persone con almeno 65 anni costituiscono il 25,1% della popolazione totale, dato che rende l’Italia il Paese più longevo dell’Unione europea. Un’onda grigia potente che può diventare un problema perché si affianca al crollo della natalità e al rarefarsi dei giovani. Nel periodo 1951-2025 i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8% e i giovani tra i 18 e i 34 anni del 18,9%. Le persone di età tra 35 e 64 anni sono invece aumentate del 53,7% e quelle con almeno 65 anni del 248,6%. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano che gli anziani saranno oltre 18,9 milioni, il 34,6% del totale: più di un italiano su tre. Ma quando si diventa anziani? Secondo gli attuali over 65, si diventa anziani in media a 76,7 anni. Infatti, pensa che si diventi anziano a 65 anni il 5,7% degli attuali anziani intervistati, a 70 anni il 16,6%, a 75 anni il 24,5%, a 80 anni il 28,7%, a 85 anni il 14,5%, mentre il 9,5% non ritiene che ci sia un’età precisa e il 10,0% non esprime un’opinione. In sintesi, il 41,0% degli intervistati fissa l’età di accesso alla vecchiaia tra i 70 e i 75 anni, e oltre il 43% al di là dell’80° anno di vita. In ogni caso, al di là dell’età, per il 69,4% dei longevi si diventa anziani se si perde l’autosufficienza, per il 24,9% in caso di morte di amici e coetanei, per il 22,3% in caso di morte del coniuge, per l’8,0% al momento del pensionamento e per il 4,2% quando si diventa nonni. Per la stragrande maggioranza è però la qualità a prevalere sulla quantità: vivere bene, piuttosto che vivere a lungo. L’82,8% degli anziani indica come sua maggiore paura di dover dipendere dagli altri in futuro, il 33,5% teme la morte. Solo il 16,5% degli intervistati è interessato a vivere fino a 120 anni. Per gli anziani non conta tanto la durata della vita, quanto la sua qualità e soprattutto preservare l’autonomia, per non dipendere dagli altri. Anche il  CENSIS conferma come sia la famiglia il perno dell’assistenza, il fulcro del sistema di cura per gli anziani. In caso di necessità, il 52,7% conta sui figli, il 49,6% su coniugi e conviventi, il 16,0% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti, il 7,0% sulle badanti e l’1,9% su infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 7,8% non ha alcuno su cui contare, deve affrontare da solo ogni difficoltà. E’ forte, quindi, il rischio solitudine: al 62,3% degli anziani capita di sentirsi solo, all’8,9% capita sempre o spesso, al 22,8% qualche volta, al 30,6% raramente. Al 37,7% invece non capita mai di sentirsi solo. In concreto, vive solo il 29,5% degli anziani, quota che sale al 37,0% tra chi ha 75 anni e oltre e al 49,9% tra chi ha almeno 85 anni. “Il dilatarsi delle classi di età longeve, che le previsioni demografiche annunciano, farà emergere in modo inequivocabile, si legge nelle conclusioni del Rapporto, la caducità del modello attuale di gestione degli effetti dell’invecchiamento. Occorre infatti accettare di misurarsi con l’intreccio tra le leggi bronzee della demografia regressiva, il rattrappirsi del soggetto famiglia perno del welfare informale e la crisi strutturale e irreversibile del welfare formalizzato tradizionale. L’esito diretto consiste nell’urgenza di dedicare un elevato investimento di intenzionalità e risorse al necessario adattamento della società alle esigenze dei longevi. Costruire un Paese a misura di anziano non è una scelta regressiva, non è un modo per rinunciare allo sviluppo, ma una necessità per continuare a fare dell’Italia uno dei paesi più avanzati al mondo”. Qui il Rapporto: https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/06/Rapporto-Longevita.pdf.  Giovanni Caprio
July 8, 2026
Pressenza

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