Polizia basca picchia i sopravvissuti alle torture della Flottiglia Globale Sumud in Spagna
Il brutale pestaggio a Bilbao svela il programma di addestramento israeliano da 1,6 milioni di euro per la polizia basca. Fonte: English version Di Ahmed Eldin – 23 maggio 2026 Il video dall’aeroporto di Bilbao è tanto brutale quanto sconcertante. Sei attivisti baschi attraversano la zona arrivi, reduci dall’essere stati intercettati, arrestati e maltrattati dalle … Leggi tutto "Polizia basca picchia i sopravvissuti alle torture della Flottiglia Globale Sumud in Spagna" L'articolo Polizia basca picchia i sopravvissuti alle torture della Flottiglia Globale Sumud in Spagna proviene da Invictapalestina.
May 24, 2026
Invictapalestina
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano
«Perché non muori e basta?»
di Nasser Abu Srour,  Tradotto dall’arabo da Luke Leafgren,  Equator, 20 maggio 2026.     Sopravvivere alla tortura e alla brutalità nelle prigioni israeliane Ragazzo con kefiah, Gaza (1994). Tutte le immagini provengono dalla serie “Palestine” (1993-95) di Elkoury Mi sono svegliato con la notizia dell’ultima ora il 7 ottobre 2023. La televisione nella nostra cella mostrava le immagini degli attacchi di Hamas e dei combattimenti intorno a Gaza. Abbiamo guardato per un’ora prima che il cavo venisse tagliato e lo schermo diventasse blu. Quelle sono state le prime e ultime immagini che ho visto della guerra. In men che non si dica, le guardie hanno fatto irruzione nel nostro blocco armate di fucili, cosa che non avevano mai fatto prima: prima di allora, le armi da fuoco erano tenute fuori dagli edifici della prigione. Ci hanno legato con forza mani e piedi e poi ci hanno scortati nel cortile. Quando siamo tornati nelle nostre celle, le abbiamo trovate così vuote che le nostre voci riecheggiavano. Tutti i nostri effetti personali erano spariti: vestiti e biancheria da letto, utensili da cucina e prodotti per la pulizia, specchi e rasoi. I nostri spazzolini da denti erano stati sostituiti con altri più piccoli, lunghi circa cinque centimetri. Le tende alle finestre erano state rimosse, esponendoci all’aria fredda e, col tempo, alla pioggia. A ciascuno di noi erano state lasciate due camicie, una sola coperta e un set di posate di plastica. Erano state confiscate persino le sedie a rotelle; da quel momento in poi, i detenuti disabili avrebbero dovuto essere trasportati ovunque. «Siamo in stato di guerra». L’annuncio ci è stato comunicato dalle autorità carcerarie israeliane il 7 ottobre. Nel corso di quella prima settimana, il nostro responsabile di blocco è passato di cella in cella per leggere ad alta voce il regolamento di guerra. Furono introdotte nuove restrizioni: ai detenuti era vietato parlare ad alta voce all’interno delle proprie celle; parlare con i detenuti delle celle vicine; pregare ad alta voce o in gruppo; avvicinarsi a meno di un metro e mezzo dalla porta della propria cella. I nostri privilegi interni furono drasticamente ridotti: il tempo a disposizione nel cortile fu ridotto da sei ore a 10 minuti al giorno; l’acqua calda fu limitata a 45 minuti al giorno; le visite dei familiari furono sospese a tempo indeterminato; l’ambulatorio medico e la biblioteca erano off-limits. Forse l’aspetto più significativo è che la fornitura di elettricità fu ridotta a sei ore al giorno, secondo un programma a rotazione. Alcuni giorni era disponibile da mezzogiorno alle 18:00; altri, dalle 18:00 a mezzanotte; alla fine si è optato per l’orario dalle 14:00 alle 20:00. Per trentuno anni avevo sopportato una routine estenuante, seppur immutabile, in varie carceri israeliane. Ogni giorno sembrava una ripetizione di quello precedente, indipendentemente dal luogo in cui mi trovavo. Ora, tutto era cambiato radicalmente. Non era più possibile prevedere cosa potesse accadere. Ogni ora portava con sé mille possibilità, tutte negative. Il nuovo regime poteva essere stato imposto da Itamar Ben-Gvir, il ministro della sicurezza nazionale. Ma anche le autorità carcerarie agivano di propria iniziativa. La loro trasformazione era più scioccante – e forse più determinante. Prima della guerra, guardie e detenuti avevano convissuto – se non in modo amichevole, almeno senza ricorrere alla violenza. Questo equilibrio era il risultato di decenni di mobilitazione. Di fronte alle ripetute proteste e agli scioperi della fame, il Servizio Penitenziario Israeliano aveva concesso alcune agevolazioni – visite dei familiari, attività sportive al mattino, corsi a distanza, una mensa – se non altro per semplificare il proprio lavoro. Si potrebbe descrivere il nostro accordo come “calma in cambio di calma”. Io stesso ero in buoni rapporti con alcune guardie. Tutta quella storia fu dimenticata da un giorno all’altro. Ogni senso di familiarità tra noi svanì. I nostri carcerieri smisero di rivolgerci la parola, se non per impartire ordini a voce alta. Le espressioni umane scomparvero dai loro volti, che divennero freddi e impassibili. Era come se avessero indossato volti nuovi. Quando chiesi a una guardia, un uomo druso, perché i suoi colleghi si comportassero in modo strano, mi rispose: «Fate come vi diciamo! D’ora in poi, non chiederemo più scusa! Basta con la pietà!» Un tempo le guardie si limitavano a sorvegliare i detenuti e a riferire le informazioni al caposquadra. Ora invece avevano preso loro stessi l’iniziativa. Una sera, per punirci perché pregavamo ad alta voce, una guardia ci ha semplicemente tagliato la corrente nella cella. Per quanto riguarda il caposquadra, ci era proibito guardarlo e dovevamo tenere la testa bassa durante le conversazioni. Il direttore del carcere si era trasformato in un dio, onnipresente eppure invisibile. Se l’indifferenza era angosciante, la violenza era terrificante. A tre mesi dall’inizio della guerra, la scritta «guardia» fu strappata dalla parte anteriore delle uniformi e sostituita con «guerriero» – a grandi lettere. Questa nuova identità ebbe un effetto immediato; i guerrieri si comportavano come se fossero stati assegnati a missioni letali in prima linea. Ci aggredivano per la minima infrazione, reale o immaginaria che fosse. Ci colpivano ovunque – alla testa, alle gambe, al petto, al viso – e ci aggredivano con ogni mezzo: bastoni, manganelli, gas lacrimogeni, scariche elettriche, proiettili di gomma e munizioni vere. A volte irrompevano nelle celle, picchiavano i detenuti, li legavano con catene – e poi li trascinavano nel cortile della prigione per picchiarli di nuovo. Spesso erano accompagnati da un cane enorme che attaccava i detenuti incatenati e lasciava ferite sanguinanti sui loro corpi (come è successo a me più volte). Una volta una guardia aprì la grata della mia cella e mi intimò di consegnare la radio che avevo nascosto. Gli dissi la verità: non avevo nessuna radio. Quando mi ripeté l’ordine, io ripetei la mia risposta, forse a voce più alta. Mi chiamò nuovamente alla grata e mi spruzzò dello spray al peperoncino in faccia. Non c’era alcuna logica che collegasse l’errore alla punizione. Persino i più astuti tra noi non riuscivano a interpretare queste nuove pratiche. Qualsiasi richiesta di spiegazioni portava solo a un’ulteriore dose di violenza. Spezzandoci il corpo, le autorità carcerarie hanno spezzato anche il nostro spirito. Attraverso il nuovo regime di violenza continua e punizioni arbitrarie, ci hanno instillato una paura opprimente e paralizzante. Concentrati esclusivamente sulla nostra sopravvivenza, ci siamo isolati gli uni dagli altri, un gruppo di individui a pezzi che erano vivi solo dal punto di vista biologico. Ci hanno inoltre tagliati fuori completamente dal mondo esterno: niente televisione né giornali. Era come se vivessimo su un’isola remota. Il tempo non scorreva, ma si accumulava, si addensava, fino a trasformarsi in una massa pesante che schiacciava i nostri corpi sotto il suo peso. Sebbene seguissimo a tratti le notizie tramite alcune radio nascoste, non riuscivamo a cogliere la portata e l’orrore del genocidio. Cominciammo a comprenderlo solo una mattina, a sei mesi dall’inizio della guerra, quando le guardie carcerarie di ogni blocco appesero un grande striscione, lungo forse cinque metri e mezzo, con l’immagine della Striscia di Gaza, bruciata e rasa al suolo. Sopra l’immagine erano stampate le parole «La Nuova Gaza». 2. Il carcere di Ofer sorge sul sito di un ex campo militare, a circa mezz’ora di macchina da Ramallah. I suoi 15 blocchi ospitavano circa 700 detenuti quando è scoppiata la guerra. Dio solo sa a quanto ammonti quel numero adesso. Gli arresti di massa sono iniziati quasi immediatamente e non si sono mai interrotti. All’inizio eravamo in sette in una cella; alla fine siamo diventati 14. Dormivamo a turno sul pavimento. Uno dei nuovi detenuti era mio cugino, Mohammad Raafat Abu Srour. Mentre partecipava a una manifestazione civile contro la guerra a Betlemme, è stato colpito al ginocchio da un soldato dell’IDF. Quella sera, i suoi amici lo hanno portato in ospedale, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Dopo essere stato dimesso tre giorni dopo, è tornato a casa. La polizia lo arrestò quella stessa notte e lo mandò a Ofer, dove finì nel mio blocco. Anche se non riusciva a reggersi su i due piedi, non gli fornirono le stampelle. Per settimane saltellò ovunque su un piede solo, avvolto nelle bende. Impotente, lo guardavo attraversare il corridoio in quel modo. Mohammad non ha ricevuto praticamente alcuna assistenza medica, nemmeno per il cambio delle medicazioni. Lo sentivamo spesso gridare aiuto. «Per favore, fate qualcosa», gridava. «Il dolore è terribile, è insopportabile». Una volta, un paramedico è entrato nella sua cella e gli ha detto: «Stai zitto. Puoi morire. Perché non muori e basta?» Altri prigionieri feriti e malati hanno sofferto allo stesso modo. Le autorità hanno annullato tutti gli interventi chirurgici che erano stati programmati prima della guerra, anche per coloro che necessitavano di un intervento d’urgenza. Hanno inoltre negato le medicine a chiunque si ammalasse di una nuova patologia (anche se, fortunatamente, ho continuato a ricevere le mie pillole per il colesterolo). Un detenuto si ammalò a tal punto da non riuscire più a camminare, né tantomeno ad alzarsi dal letto. Quando le guardie gli intimarono di presentarsi per l’ora d’aria, i suoi compagni di cella lo trasportarono fuori avvolto in una coperta e lo adagiarono a terra. Una guardia particolarmente crudele gli ordinò di camminare, nonostante le suppliche degli altri detenuti. L’uomo riuscì in qualche modo a rimettersi in piedi, barcollò per un minuto o due, poi crollò a terra. Morì nel giro di una settimana. Anche i prigionieri in buona salute si ammalarono ben presto a causa del cibo. Prima della guerra, avevamo una dieta che si avvicinava a quella equilibrata. Ci servivano tre pasti al giorno, con proteine (pesce o carne), carboidrati (riso o pane) e frutta. Non era sufficiente, ma compensavamo la carenza cucinando da soli sulle piastre elettriche. Ogni mese le nostre famiglie potevano inviarci fino a 1.200 shekel, che spendevamo in una mensa che vendeva generi alimentari di prima necessità, cioccolatini e bibite. Ora la mensa era chiusa e i nostri pasti erano stati ridotti a un livello tale da impedirci a malapena di morire di fame. Il menù giornaliero era misero e immutabile: piccole quantità di marmellata e pane a colazione; riso e labneh a pranzo e a cena. Niente pesce, carne o frutta. Da bere: tè senza zucchero, un vero anatema per gli arabi. Ogni cella designava una persona incaricata di dividere la porzione di marmellata in 14 parti: un compito estremamente stressante. Tredici paia di occhi erano puntati su di lui, per assicurarsi che non commettesse alcuna ingiustizia nei confronti di nessuno. Il riso, almeno, veniva distribuito individualmente, in quantità minime, sufficienti forse a riempire una tazza da tè di carta. Spesso era sporchissimo. Ho visto detenuti rimuovere gli escrementi degli uccelli prima di mangiare il resto. Bird and Boy, Rahat (1994) La fame divenne parte del mio essere. Non smettevo mai di avere fame. Il mio peso alla fine scese a 52 chilogrammi; con un pugno si sarebbero potute spezzare le mie ossa. Non solo per il mio corpo, ma temevo anche per la mia sanità mentale. Prima della guerra conducevo una vita culturale molto ricca. A ogni prigioniero era consentito ricevere due libri al mese dall’esterno. In questo modo avevamo messo insieme una piccola biblioteca; leggevo sempre: narrativa, storia, filosofia, in arabo e in inglese. Ho conseguito una laurea in letteratura e un master in scienze politiche. Avevo persino scritto un intero libro in carcere, registrando la mia voce con un telefono introdotto di nascosto. Quando fu pubblicato nel 2022, le autorità carcerarie ne furono contrariate, ma non mi punirono. Da un giorno all’altro, mi è stato portato via tutto. Niente libri da leggere, niente carta e penna con cui scrivere. Non avendo altro da fare, ho iniziato a camminare avanti e indietro nello spazio tra i letti della nostra cella. Ho compiuto questi “giri” per otto ore, a volte dieci, a volte persino dodici. Mi passava per la mente una variante della battuta di quel film hollywoodiano: “Cammina, Nasser, cammina!” Alla fine, i miei compagni di cella hanno compreso il merito di questa pratica e l’hanno adottata a loro volta. Camminavamo a turni. Nel nostro blocco c’erano alcune radio in comune: merce di contrabbando molto ambita. Nei giorni in cui la nostra cella ne aveva una a disposizione, mi assicuravo di sintonizzarmi sulla trasmissione delle 15:30 di Radio Monte Carlo Doualiya, una stazione in lingua araba che trasmette dalla Francia, la quale a quell’ora spesso mandava in onda la voce angelica della cantante libanese Abeer Nehme. Se l’ascoltavo anche solo per tre o quattro minuti, riuscivo a entrare in contatto con l’essere umano scomparso che era in me. Erano gli unici minuti della giornata in cui mi sentivo una persona. A due anni dall’inizio della guerra, e a 33 anni dalla mia condanna all’ergastolo, fui improvvisamente rilasciato in occasione dello scambio di prigionieri dell’ottobre 2025. Avrei dovuto sentirmi euforico, ma invece mi sentivo intorpidito. Nei primi giorni della mia liberazione, cominciai a scoprire ciò che era stato fatto a Gaza. Vidi le immagini, comprese quelle di bambini morti. Sentii voci provenire da sotto le macerie delle case, di persone senza riparo nel freddo pungente. La portata della distruzione e delle uccisioni sembrava inconcepibile, eppure quella era la realtà. Seduto in una lussuosa camera d’albergo al Cairo, circondato da nuovi gadget che non sapevo come utilizzare, non riuscivo a trovare spiegazioni per lo stato del mondo che mi circondava e per tutto ciò che era accaduto durante la guerra. Tutto ciò superava le scene barbariche vissute all’interno delle prigioni e negava ogni significato alla mia libertà. Come può una persona essere libera ma in esilio, al di fuori dei confini della propria patria? Che senso può avere la liberazione nel mezzo di un genocidio? Dopo ciò che Israele ha fatto a Gaza, cos’è più difficile: la morte o la sopravvivenza? Queste domande si affiancavano a molte altre. Ho dovuto ritrovare il mio uso del linguaggio per avere una qualche possibilità di rispondere. 3. Dopo il mio arresto nel 1993, le condizioni della mia vita non sono cambiate in modo significativo. Il campo profughi in cui sono cresciuto era povero, sovraffollato e violento. Alla mia nascita, nel 1969, ho ereditato da mio padre un patrimonio sia materiale che spirituale. Il primo consisteva in una minuscola casa situata in uno spazio geografico angusto, il campo di Ayda, istituito nel 1950 tra Gerusalemme e Betlemme. Il secondo era la storia della Nakba, quando la sua famiglia fu espulsa dal proprio villaggio di Bayt Nattif e raggiunse a piedi nudi il campo, dove avrebbe poi vissuto. Insieme, questi fardelli hanno plasmato la mia coscienza e affinato il mio carattere, spingendomi a dedicarmi alle attività politiche. Come molti ragazzi del campo, da adolescente mi sono unito al Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese (Fatah). A quel tempo ero ormai abituato alla vista dei soldati dell’occupazione israeliana che pattugliavano le nostre strade, così come alle loro azioni preferite: arrestare e uccidere palestinesi e distruggere le nostre case. I campi profughi erano molto più esposti alla violenza dell’occupazione rispetto ad altre zone della Cisgiordania e di Gaza. Le politiche coloniali di Israele ci avevano resi orfani due volte: sia della nostra patria, sia dei greenliners [quelli entro la Linea Verde, NdT] che erano rimasti nelle città israeliane. Eravamo pronti a unirci all’Intifada delle Pietre, scoppiata nel 1987. Per i giovani dei campi profughi, cresciuti conoscendo solo la sconfitta politica, fu un momento elettrizzante che segnò il nostro ingresso sulla scena politica. Lanciammo pietre contro i soldati e partecipammo a marce non violente. Israele rispose chiudendo le università, effettuando arresti di massa, demolendo altre case e uccidendo altri palestinesi. Molti dei miei amici furono martirizzati durante l’Intifada. Nel 1993 fui arrestato e dichiarato colpevole dell’omicidio di un agente dello Shin Bet; gli agenti mi strapparono una confessione con la forza. La mia detenzione è iniziata nel carcere di Khalil, noto come «il mattatoio» a causa dei metodi di tortura praticati dagli agenti dei servizi segreti – metodi di cui ho avuto esperienza diretta. Durante i quasi due mesi trascorsi nell’unità di interrogatorio, ho subito ripetutamente violente percosse, sono stato appeso al muro, incatenato per ore in posizione seduta su uno sgabello stretto, esposto al freddo estremo fino a perdere conoscenza e minacciato di stupro. Successivamente, sono stato trasferito da una prigione all’altra e spesso tenuto in isolamento. Se al momento del mio arresto le carceri erano relativamente vivibili, ciò è dovuto esclusivamente alla lunga storia di attivismo dei prigionieri palestinesi, che risale al 1967. Il carcere era un ambiente estremamente politicizzato – forse anche più dei territori occupati all’esterno. Al mio arrivo erano presenti detenuti appartenenti a più di dieci partiti – nazionalisti, comunisti e islamisti – la stragrande maggioranza dei quali proveniva da Fatah. Questa diversità di affiliazioni era mescolata negli stessi blocchi, ma suddivisa in stanze separate. Nonostante i disaccordi ideologici, tutti collaboravano per opporsi alle autorità carcerarie. Come molti detenuti, consideravo la detenzione una tappa della lotta. Ho partecipato a cinque grandi scioperi della fame, a partire dal 1995, quando più di 1.000 di noi digiunarono per 18 giorni per protestare contro gli Accordi di Oslo, che non prevedevano una soluzione significativa per i prigionieri. Lo sciopero più lungo, nel 2017, durò 41 giorni. Ero uno degli organizzatori nella prigione di Hadarim. Abbiamo chiesto alla Croce Rossa di revocare la sua decisione di ridurre il finanziamento delle visite dei familiari da due a una volta al mese – invano. Forse non abbiamo ottenuto ciò che chiedevamo sul piano politico, ma abbiamo raggiunto uno stato di dignità e di solidarietà. La nostra solidarietà era la nostra risorsa più grande – ed è per questo che le autorità l’hanno presa di mira non appena è iniziata la guerra. Qualsiasi manifestazione di azione collettiva veniva accolta da un’ondata travolgente di violenza. Se un detenuto veniva picchiato e i suoi compagni di cella cercavano di intervenire, venivano aggrediti a loro volta. (I compagni di cella si stringevano attorno al mio corpo esile quando le guardie ci picchiavano, finché la punizione non diventava troppo pesante.) Poiché il minimo rumore o gesto poteva essere interpretato come una protesta, ben presto abbiamo iniziato a rimanere in silenzio mentre le atrocità venivano commesse a portata d’orecchio o sotto i nostri occhi. La sopravvivenza è diventata la nostra unica parola d’ordine. Ogni prigioniero doveva proteggersi costantemente, in ogni modo possibile. Costretti a salvarci come individui, abbiamo perso i nostri legami collettivi. Ma c’è di peggio: ci siamo rivoltati l’uno contro l’altro. Una notte, verso le 3 del mattino, sono stato svegliato dal rumore dei passi del mio coinquilino. Ha preso le due fette di pane che avevo nascosto sotto il letto e le ha mangiate. Non ho potuto fare nulla. Essendo un ragazzo alto e robusto, avrebbe potuto facilmente sopraffarmi. 4. Stavo leggendo La cecità quando è successo il 7 ottobre. Il romanzo di José Saramago è ambientato in un manicomio sovraffollato e sporco durante un’epidemia in cui tutti perdono misteriosamente la vista. L’autore descrive come la gerarchia sociale e la brama di potere si impongano, in modo perverso, quando le persone sono stipate insieme in totale isolamento. Ho vissuto in prima persona quel processo nei mesi che seguirono. Ho visto come le persone siano state trasformate dall’estrema oppressione e dalla paura, al punto da comportarsi in modi che le rendevano irriconoscibili. Il regime bellico rendeva meccaniche tutte le nostre azioni e reazioni. Quando le guardie entravano nel blocco, rimanevamo in silenzio e immobili, agendo all’unisono ma senza coordinamento. Non appena sentivamo aprirsi la porta della nostra cella, cercavamo di trovare un posto dove nasconderci. I più fortunati, che si trovavano sui letti, si coprivano con le coperte; quelli che dormivano sul pavimento balzavano in piedi e cercavano di trovare un angolo; alcuni tentavano persino di infilarsi sotto i letti. Mangiavamo in fretta nel caso ci fosse un’ispezione improvvisa, che avrebbe potuto far finire il nostro cibo nella spazzatura. Dormivamo indossando tutti i vestiti che possedevamo, temendo che venissero confiscati durante un’ispezione a sorpresa. Le risse divennero all’ordine del giorno. Scoppiavano per futili motivi: una porzione di marmellata non distribuita correttamente, una doccia che durava più di quattro minuti (impedendo così agli altri detenuti di fare il proprio turno), una preghiera recitata ad alta voce che avrebbe potuto attirare l’ira della guardia. All’inizio cercavo di placare i litigi, poiché questi portavano inevitabilmente a punizioni collettive. Essendo uno dei detenuti più anziani e rispettati, i miei compagni di cella tendevano ad ascoltarmi. Finché un giorno ho cercato di separare fisicamente due uomini che si picchiavano in preda a una furia selvaggia. Ho incassato un pugno vagante in faccia e sono stato messo al tappeto dalla forza del colpo. Quando ho ripreso conoscenza, le mie pantofole erano strappate. Un disastro. Le pantofole erano molto preziose in carcere: senza un paio, non si può camminare nei bagni sporchi. Ho dovuto aspettare mesi prima di procurarmi un paio di ricambio, da un detenuto che stava per essere rilasciato. Il cortile era teatro di frequenti scontri. Una linea gialla era stata tracciata parallelamente alle quattro pareti, delimitando un terzo della superficie totale. Se qualcuno oltrepassava quella linea, venivano puniti tutti: venivamo rimandati nelle nostre celle oppure costretti a stare distesi con il naso premuto con forza contro il suolo. Se si girava il viso anche solo leggermente, nel tentativo di appoggiare la guancia a terra per alleviare la pressione, ne seguiva una bastonata. Dovevamo quindi muoverci nel cortile con prudenza. C’era però un detenuto – lo chiamavamo «il piantagrane» – che si rifiutava di farlo. Per tre volte ha oltrepassato deliberatamente la linea gialla. La prima volta, per fortuna, una guardia non lo ha visto; tornati nel blocco, lo abbiamo avvertito di non ripetere l’errore. La seconda volta, invece, una guardia lo ha individuato e ci ha costretti a stare sdraiati a terra per due ore. Questa volta i suoi compagni di cella gli hanno dato un severo avvertimento: «Non farlo! Verremo puniti tutti!» La terza volta è stato beccato di nuovo, ma prima che la guardia potesse intervenire, un gruppo di detenuti ha afferrato il piantagrane e ha iniziato a malmenarlo. Per questo errore, ci hanno tutti spruzzato gas lacrimogeno e poi ci hanno rimandati nelle nostre celle. Quella notte i suoi compagni di cella lo hanno picchiato senza pietà fino a farlo sanguinare. Non era possibile fare lo stesso con le decine di detenuti affetti da disturbi mentali, che semplicemente non erano in grado di comprendere la nuova situazione. Le percosse e le punizioni incessanti li turbavano a tal punto che alcuni piangevano e gridavano tutto il giorno, causando ulteriori problemi ai loro compagni di cella. * Le guardie erano tutto ciò che vedevamo e sentivamo; la loro presenza minacciosa era l’unico segno della nostra esistenza nel tempo e nello spazio. Se si allontanavano anche solo per qualche istante, perdevamo l’orientamento. Era come se scomparissimo quando non eravamo sotto il loro sguardo, come se ci evaporassimo quando non venivamo colpiti da loro. Le autorità carcerarie ci hanno privato della nostra umanità e ci hanno trattati come animali – più precisamente, come cavie da laboratorio. Eravamo semplici creature biologiche, a cui non era più permesso partecipare alla cultura umana, che avrebbe potuto rafforzare la nostra determinazione. Ci tenevano affamati, violavano il nostro sonno con ispezioni, esponevano i nostri corpi al freddo. Controllavano le nostre emozioni assicurandosi che non avessimo nulla di cui essere felici. Gestivano il nostro recupero fisico mantenendo le nostre ferite aperte e sanguinanti. Separavano la notte dal giorno confondendo i nostri ritmi circadiani. Determinavano chi viveva e chi moriva – e uccidevano ogni desiderio di vita. La televisione, Rahat (1994) Le loro ambizioni erano totalizzanti. Miravano a sorvegliarci e punirci in ogni momento, ovunque. Persino le presunte sedi della giustizia venivano trasformate in camere di tortura. Prima dei processi – che venivano trasferiti dai tribunali a una stanza adiacente alla prigione – i guerrieri dividevano i detenuti in gruppi di venti, li incatenavano mani e piedi, coprivano loro la testa con sacchi neri o bende e li legavano insieme con una manichetta antincendio bianca. Gli uomini venivano poi fatti sfilare attraverso l’edificio della prigione, tra insulti e maltrattamenti, percosse e colpi, a volte costretti a emettere versi di animali: l’abbaiare dei cani o il raglio degli asini. Al termine della loro comparizione, venivano gettati in sale d’attesa progettate per quattro persone e tenuti lì, incatenati e ammanettati, fino a quando l’ultimo uomo non fosse stato processato. Una volta al mese venivo condotto dall’avvocato, Nadia, che si stava occupando del ricorso contro la mia condanna all’ergastolo. Il tragitto dalla mia cella alla stanza in cui parlavamo era di circa 150 metri. Mi ammanettavano i polsi e le caviglie con tale forza che, una volta arrivato, inevitabilmente sanguinavo. (I segni sono ancora visibili sul mio corpo.) Per tutto il tragitto subivo percosse continue. Una volta, si sono dimenticati di smettere di picchiarmi prima di entrare nella stanza. Nadia era sconvolta. «Perché lo picchiate?», urlò. «Lascia perdere», le sussurrai non appena mi sedetti. «Non dire una parola. Ora che tu sei qui, non mi faranno nulla. Ma appena te ne sarai andata, non mi risparmieranno.» 5. Nell’aprile del 2024 fui trasferito al carcere di Ganot, una struttura più grande nel deserto del Negev, dove era scoppiata un’epidemia di scabbia. C’era almeno un malato in ogni cella. Cinque dei miei 14 compagni di cella erano stati contagiati. Ho visto la malattia divorare la carne e mettere a nudo le ossa. Se non ho contratto la scabbia, è forse solo perché, in segno di rispetto per la mia età, mi hanno permesso di occupare una cuccetta superiore e di non cambiare posto. Le autorità carcerarie hanno ignorato l’epidemia per oltre un anno, consentendole di diffondersi e mutare, finché alcuni guerrieri ne sono caduti vittime. Questo tipo di negligenza ha causato la morte di quasi 100 prigionieri palestinesi in Israele dal 7 ottobre. (Tale cifra non include i cittadini di Gaza catturati durante la guerra e uccisi in strutture di detenzione temporanea, come il campo di Sde Teiman.) Decine di prigionieri, sia uomini che donne, sono stati vittime di stupri o violenze sessuali, sebbene la stragrande maggioranza di tali crimini non sia stata denunciata, poiché le vittime temevano di essere macchiate dal disonore. Queste condizioni permangono ancora oggi nelle carceri israeliane. Sono tra i primi detenuti a poterle raccontare. Il motivo del mio rilascio rimane per me un mistero. Verso la fine del 2025, quando gli avvocati cominciarono a dirci che «qualcosa stava succedendo» – che la libertà poteva essere all’orizzonte – il mio primo istinto fu quello di negarlo per autodifesa. Ripetevo a me stesso e a chiunque volesse ascoltarmi che non mi avrebbero mai rilasciato. Non l’avevano fatto nel 2005, quando circa 500 prigionieri furono liberati nell’ambito di un accordo tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas. Né nel 2011, quando Hamas ne liberò il doppio in cambio di Gilad Shalit. Ai loro occhi, il mio presunto crimine era troppo grave: Israele non può tollerare la morte di un ufficiale dello Shin Bet. «Sii forte», mi dicevo. «Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte». Maggiori sono le aspettative, maggiore è la delusione. Ero del tutto impreparato quando una guardia si presentò alla mia cella con la notizia. «Abu Srour, sta per essere rilasciato», disse. «Si prepari. Ha due minuti per raccogliere le sue cose». La mia reazione fu fiacca e meccanica. Col senno di poi, invidio i detenuti che si sono rallegrati nell’apprendere della loro libertà. Mentre raccoglievo in silenzio i miei pochi averi, i miei compagni di cella saltavano di gioia, lodavano Allah e mi baciavano sulle guance. Poi sono iniziate le suppliche: «Nasser, posso prendere le tue pantofole? Nasser, per favore, ho bisogno di un asciugamano». Sono quasi venuti alle mani per le mie camicie. Era sempre così quando un prigioniero veniva rilasciato: un altro segno di come l’istinto di sopravvivenza ci avesse trasformati. Non riuscivo ancora a liberarmi dalla sensazione che fosse tutto uno scherzo crudele. Il mio sospetto fu rafforzato dalle ultime percosse, inflitte mentre venivamo condotti verso l’autobus della prigione, che ci portò al carcere di Ktzi’ot e da lì al valico di Rafah. Mi sedetti vicino al finestrino e scostai la tendina, il che fece stridere le gomme fino a un brusco arresto. Un soldato minacciò di spararmi se ci avessi riprovato. Ci permisero di guardare fuori solo una volta raggiunto l’Egitto. «Mio Dio, c’è il cielo!» – questa è stata la prima frase che mi è sfuggita dalle labbra una volta arrivati dall’altra parte. Il paesaggio, gli alberi, gli uccelli, le auto, le case: erano tutti così grandi e mi riempivano di un tale stupore, come se non li avessi mai visti prima. Guardandomi nello specchio di grandi dimensioni che l’autista usa per tenere d’occhio i passeggeri, ho visto il mio volto per la prima volta dopo 18 mesi. Ho dovuto ricorrere a tutti e cinque i sensi per cogliere la profusione di dettagli che mi circondava. Durante i miei trent’anni di prigionia, avevo abbandonato i miei sensi, che erano come catene che mi impedivano di attribuire significati nuovi e diversi alla mia esistenza limitata. L’immaginazione divenne il sesto e più importante senso – quello che rese sopportabile il dolore della prigionia e che rese possibile l’atto di scrivere. I dettagli sensoriali che mi riportarono al mondo esterno interruppero il mio recupero del linguaggio, in un modo nuovo. Ero di nuovo incapace di attribuire un significato alla mia esistenza, al tempo e allo spazio. In una sorta di contorta ripetizione della nostra vita in prigione, venivamo trasferiti da un hotel all’altro per motivi arbitrari. Fummo cacciati dal primo, un cinque stelle al Cairo, quando un quotidiano britannico pubblicò un articolo in cui si metteva in guardia dai pericoli derivanti dall’ospitare criminali palestinesi insieme a turisti stranieri. Nel secondo, un resort nel deserto, siamo rimasti solo due settimane, prima che ci allontanassero con la scusa che presto si sarebbe svolto nelle vicinanze un torneo sportivo internazionale. In entrambe le occasioni ho sentito il bisogno di vomitare, cosa che mi capitava sempre quando venivo trasferito da una prigione all’altra. Forse era così che il mio corpo protestava contro la sua mancanza di autonomia. Ho deciso di scrivere perché nulla esiste al di fuori dei confini del linguaggio, nemmeno il genocidio. Devo scrivere del massacro a Gaza; dei suoi uomini, donne e bambini affamati; del suo mare soffocato e della sua capacità di risorgere; dell’indifferenza del mondo nei confronti di ciò che è accaduto lì e di ciò che sta ancora accadendo; di come le grandi potenze quasi non prendano nemmeno atto di questo crimine. Devo scrivere dei prigionieri palestinesi, perché contro di loro è ancora in corso una guerra; le autorità carcerarie israeliane non hanno ancora dichiarato un «cessate il fuoco». Devo scrivere per confessare il mio desiderio di smettere di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per ogni respiro che faccio, per ogni raggio di luce che mi sfiora il viso e per tutto lo spazio che mi si è aperto. È ciò che ho fatto negli ultimi sette mesi. Non ho mai smesso di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per la mia sopravvivenza. Nasser Abu Srour è stato detenuto nelle carceri israeliane dal 1993 al 2026. The Tale of a Wall è stato scritto in arabo in carcere e pubblicato in inglese nel 2024. Luke Leafgren è vicedirettore dell’Harvard College. Ha iniziato a tradurre romanzi arabi nel 2010 e la sua decima traduzione sarà pubblicata nel 2026. https://www.equator.org/articles/why-don-t-you-just-die-srour?utm_source=brevo&utm_medium=email&utm_campaign=Email+blast+18-+210526 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 24, 2026
Assopace Palestina
IL 29 MAGGIO 2026 : SCIOPERO GENERALE DI TUTTE LE CATEGORIE.
lL  29 Maggio  SI COBAS chiama i lavoratori e lavoratrici allo sciopero generale! CONTRO ECONOMIA E DISCIPLINAMENTO DI GUERRA! CONTRO L’IMPERIALISMO BORGHESE! PER LA DIFESA DEI SALARI E STIPENDI. Dai luoghi di lavoro continuiamo a sviluppare in profondità conflitto! A fianco del popolo palestinese e dei popoli in rivolta contro l’imperialismo globale! Rilanciamo la lotta di classe, unica arma necessaria per rispondere alla condizione di classe e alla repressione padronale!! Avanti Si cobas! Tocca uno, tocca tuttə!! SI COBAS NAZIONALE L'articolo IL 29 MAGGIO 2026 : SCIOPERO GENERALE DI TUTTE LE CATEGORIE. proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. Quale cambiamento? proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
Eirenefest Firenze: “Ritrovare il Senso”, laboratorio al Giardino Olistico
Un  anticipo di Eirenefest Firenze si è svolto sabato 23 maggio al Giardino Olistico al Giardino dell’Anconella. Quest’anno la terza edizione del Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza che si svolgerà in vari punti della città dal 20 Settembre al 4 Ottobre avrà alcune date di anticipazione nella convinzione della necessità di diffondere sempre più la cultura della nonviolenza. Nel primo anticipo del 2026, un gruppo di adulti e bambini ha partecipato al laboratorio “Ritrovare il senso – laboratorio sulle virtù per riumanizzare l’educazione”, facilitato da Jacqueline Mera e Stefano Colonna della Corrente Pedagogica Umanista Universalista. Attraverso dinamiche esperienziali, momenti di relazione, gioco e attività creative, i partecipanti hanno lavorato sulle proprie virtù e sulle possibilità di un’educazione più umana, cooperativa e nonviolenta, in un clima di allegria, ascolto e distensione. Durante l’evento ha funzionato un banchino di esposizione dei libri della Multimage inerenti le tematiche della pedagogia umanista e nonviolenta. Il Comitato promotore ricorda che c’è tempo per fare proposte per Eirenefest Firenze fino al 30 luglio di quest’anno attraverso il seguente modulo https://docs.google.com/forms/d/1b6oFMlUzaTt7sQOx4pnXA7ofqhbLtelN87gAxrQprVg/edit Foto del Giardino Olistico Redazione Toscana
May 24, 2026
Pressenza
La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui
LA TEORIA DEL COMPLOTTO È UNA FORMA DI SUPERSTIZIONE CHE PORTA SEMPRE VANTAGGI POLITICI ALLA DESTRA, MAI ALLA SINISTRA. E RISULTA SUPERFLUA PER LA CRITICA POLITICA A ISRAELE. Edmundo Artl per El Salto Norman Finkelstein, noto per il suo vasto lavoro sul conflitto israelo-palestinese, ha suscitato polemiche nella sinistra antisionista. La sua posizione è critica nei confronti dell’uso delle teorie del complotto e del conseguente abbandono del rigore fattuale. Questa critica è rivolta in particolare alla destra MAGA, che ha strumentalizzato tali teorie come tattica per svincolare la politica estera degli Stati Uniti da Israele. Così, il politologo ha criticato aspramente idee assurde, come la tesi di Tucker Carlson sulla responsabilità israeliana nell’assassinio di Kennedy o l’affermazione di Candace Owens secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto erano comunisti infiltrati. La tensione all’interno della sinistra nasce, proprio, quando Finkelstein denuncia che accettare questi alleati tattici implica importarne l’irrazionalità. Sono pienamente d’accordo con Finkelstein per diverse ragioni. La prima è che la teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. Questo anche se ricerche empiriche indicano che le popolazioni incluse in entrambi gli spettri del panorama politico sono altrettanto inclini ad abbracciare le tesi di tali teorie. Tuttavia, è possibile osservare che nelle democrazie avanzate la sinistra si è mostrata in generale restia nei confronti del loro contenuto e del loro impiego politico. Per quanto possa sembrare anacronistico sottolinearlo, la caratteristica distintiva della sinistra è il suo impegno nei confronti della razionalità. Le migliori argomentazioni a sostegno di questa posizione si trovano nel marxismo analitico e nell’anarchismo comunista. È questa ragione che permette di fondare l’uguaglianza umana non su criteri biologici o morali, ma sulla capacità universale di lavorare; una condizione ontologica da cui derivano obblighi collettivi nei confronti di coloro che non possono esercitarla. Per questo la sinistra si oppone tanto alle caste elette da Dio quanto alla mera riproduzione del capitale nei lignaggi familiari. Da qui deriva, ad esempio, la massima socialista: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». E anche la massima anarchica della «massima libertà universale possibile accompagnata dalla massima ricchezza universale possibile attraverso l’aiuto reciproco». In base a questi principi, la distribuzione razionale dei frutti del lavoro mira a ottimizzare i rendimenti socio-tecnologici —sanità, istruzione, alloggio, ecc. Di conseguenza, risulta logicamente incompatibile dichiararsi razionali e, contemporaneamente, essere antivaccinisti o credere in complotti sui governi mondiali («i globalisti») guidati da George Soros. Allo stesso modo, concordo con Finkelstein sul fatto che, da un punto di vista strettamente razionale, le teorie della cospirazione risultano superflue per la critica politica a Israele. I social media, nonostante la saturazione propagandistica delle parti in conflitto, hanno permesso di monitorare la politica interna israeliana con una vicinanza senza precedenti, diffondendo informazioni attendibili sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti umani legati all’occupazione della Cisgiordania e, soprattutto, al genocidio a Gaza. Ho approfondito questo punto qui. Ricorrere alla teoria del complotto è, quindi, controproducente: quel “pacchetto” argomentativo non solo contiene un profondo antisemitismo, ma trascina con sé agende assolutamente estranee — e spesso antagoniste — a qualsiasi progetto di sinistra. Mi permetto di spiegare quest’ultimo punto con un esempio concreto. Tucker Carlson ha sollevato due domande fondamentali per smontare la logica argomentativa dei difensori della politica israeliana. La prima è perché gli Stati Uniti debbano trattare Israele come un alleato speciale che, spesso, riesce a imporre i propri interessi su quelli americani; il sostegno al genocidio a Gaza o alla guerra contro l’Iran sarebbero esempi lampanti di Washington che appoggia un’agenda estranea ai propri interessi. Il momento decisivo di questa domanda si trova nell’intervista che Carlson ha realizzato al politico repubblicano Ted Cruz quasi un anno fa, il quale si autodefinisce «l’uomo» della lobby israeliana al Congresso americano. Cruz si è comportato come chi ha potere ma non legittimità, trovandosi nell’impossibilità di articolare un’argomentazione logica per difendere la tesi secondo cui è un dovere considerare Israele come un alleato speciale. La seconda domanda riguarda il significato della tesi secondo cui Israele possiede un diritto inalienabile di esistere come Stato etnosuprematista — lo definisco così partendo dal presupposto che esso miri a mantenere una maggioranza etnica ebraica sulle popolazioni autoctone. Perché Israele possiede questo diritto, ed è forse esclusivo di questo Stato? Se si risponde che esso deriva dall’indicibile sofferenza dell’Olocausto, l’argomento non è universalizzabile: altri popoli hanno subito orrori equivalenti senza che venisse loro riconosciuto il diritto a uno Stato etnosuprematista. Se l’argomento è teologico – una promessa biblica sulla terra promessa che coinvolgerebbe paesi come Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq – risulta impossibile argomentare razionalmente come si attuerebbe tale espansione statale sotto una premessa di supremazia etnica. Ci troveremmo di fronte ad argomentazioni del tipo: Dio starebbe giustificando ciò che accade al popolo palestinese. Carlson ha utilizzato questa argomentazione negli ultimi mesi contro l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee; contro la direttrice del prestigioso giornale liberale The Economist, Zanny Minton; o, molto recentemente, contro la giornalista responsabile per Israele e Palestina del New York Times, Lulu Garcia-Navarro. In tutti i casi manca un’articolazione logicamente coerente per rispondere a entrambe le tesi. Essendo Carlson un eccellente comunicatore, è riuscito a sfruttare abilmente ciascuna di queste occasioni al di là del suo classico pubblico Maga. A prima vista, l’argomentazione di Carlson sembra impeccabile; non è facile contrastare la sua logica interna quando si attiene all’evidenza della contraddizione liberale relativa all’etnosuprematismo. Tuttavia, il suo attacco non si limita alle dimensioni geopolitiche. Carlson porta avanti un programma tutto suo che la sinistra dovrebbe mettere radicalmente in discussione. Innanzitutto, sostenendo senza prove che Israele fosse dietro l’assassinio di JFK e/o che fosse la mente dietro la guerra in Iraq, ricorre a prove indiziarie talmente deboli da costituire un esempio da manuale del principio di esplosività: se si accetta come base una premessa irrazionale, qualsiasi conclusione successiva risulta convalidata. Ma il punto più critico risiede nel modo in cui Carlson strumentalizza l’etnosuprematismo israeliano. Con acume, egli sottolinea che i liberali non riescono a risolvere la contraddizione di giustificare il controllo demografico in Israele mentre lo vietano negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, Carlson non risolve la contraddizione esigendo che Israele abbandoni tali politiche, ma facendo appello alla necessità che l’Occidente le adotti per frenare il grande rimpiazzo demografico. In questo modo, la critica allo Stato etnico si trasforma in un’apologia della deportazione di massa, senza mai chiarirne i limiti giuridici o morali. Prendendo le dovute distanze, è imperativo sottolineare che il grande rimpiazzo non è altro che un richiamo all’omonima teoria del complotto. Tale tesi sostiene che i cambiamenti demografici generati dalla migrazione siano una politica deliberata delle élite liberali — i globalisti — che cercano di sostituire le popolazioni autoctone per consolidare un progetto di capitalismo globale cosmopolita. I fondamenti della teoria sono stati esposti dal filosofo francese Renaud Camus, venendo rapidamente adottata dalle destre radicali europee. Nella versione tedesca, il libro di Camus è stato pubblicato dalla casa editrice di estrema destra Antaios, che pubblica anche il piano di remigrazione del leader neofascista identintario austriaco, Martin Sellner. Concludo ribadendo la tesi iniziale: la destra utilizza le teorie del complotto come tattica nell’ambito di una strategia politica coerente che combina propaganda, superstizione e maldicenza. Si tratta di un’arma efficace perché, presentandosi come una verità nascosta, sembra priva di orientamento politico. Tuttavia, la sinistra che adotta questi schemi non solo tradisce il suo principio fondamentale di razionalità, ma cade in un infantilismo strategico nel tentativo di attaccare il nemico con armi altrui. Questa deriva deve essere un campanello d’allarme che invita alla riflessione, specialmente di fronte alla mercificazione delle idee su schermi interattivi generatori di dopamina, che erodono sistematicamente la capacità di sostenere un’argomentazione razionale. In definitiva, la sinistra non può permettersi il lusso di abbracciare le teorie del complotto senza tradire la propria natura razionale. Ma la letteratura empirica ci impone un’onestà scomoda: non esiste una relazione sistematica e universale che colleghi la mentalità complottista a un unico orientamento politico. La differenza rilevante non è tanto chi crede, ma cosa si fa con quella credenza. Mentre la destra ha dimostrato più volte di saper sfruttare elettoralmente le voci e le superstizioni — trasformandole in mobilitazione, leggi e, all’estremo, in violenza — la sinistra che ricorre alle stesse armi riesce solo a minare il proprio prestigio epistemico. La questione, quindi, non è se la sinistra possa cadere nella cospirazione (può farlo, come qualsiasi altro estremo dello spettro politico), ma se debba farlo. E la risposta, alla luce dei fatti e della sua stessa tradizione, è un no categorico. La lezione di Finkelstein non è empiricamente indiscutibile, ma è strategicamente inappellabile: chi combatte con le armi altrui finisce sempre per spararsi sui piedi. The post La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 24, 2026
Popoff Quotidiano
[2026-06-05] FESTA DI CONSEGNA DEGLI ATTESTATI DELLA SCUOLA DI ITALIANO PER MIGRANTI @ Parco Falcone e Borsellino
FESTA DI CONSEGNA DEGLI ATTESTATI DELLA SCUOLA DI ITALIANO PER MIGRANTI Parco Falcone e Borsellino - Via Badia di Cava (venerdì, 5 giugno 18:00) FESTA DI CONSEGNA DEGLI ATTESTATI DELLA SCUOLA DI ITALIANO PER MIGRANTI Venerdì 5 giugno ore 18:00 parco Falcone e Borsellino via Badia di Cava Se ti piacciono le nostre iniziative puoi aiutarci col tuo 5x1000 codice fiscale 97768200582
May 24, 2026
Gancio de Roma

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