Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una fraseQuesta frase ha cinque parole. Anche questa ne ha cinque. Si potrebbe continuare
a lungo. Scrivendo frasi di cinque parole. Ma non sarebbe molto interessante.
Leonard Cohen sarebbe stato d’accordo. Lui ne avrebbe tolte quattro: «Vorrei
poter dire tutto con una parola sola – scrisse una volta – Odio tutto quello che
può succedere tra l’inizio e la fine di una frase». Insomma, gli piaceva
lavorare per sottrazione. Qualcuno, vicino a lui, lo prese troppo alla lettera.
A un certo punto della sua carriera Leonard Cohen si era abbastanza rotto le
palle. Bella la musica, bella la fama, bello suonare e vendere dischi, bello
sublimare la propria disperazione in qualcosa di bello, ma a sessant’anni aveva
deciso che poteva anche bastare. Un giorno è uscito di casa, ha salutato amici e
colleghi e se n’è andato, semplicemente, in un posto dove nessuno sarebbe venuto
a disturbarlo. È una tentazione che prima o poi viene a tutti. Dopo i
quarant’anni, in media, capita sei volte al giorno. Non tutti se lo possono
permettere, ma un musicista milionario ha qualche margine di manovra in più.
Il posto è un tempio buddista. Il Mount Baldy Zen Center, un gruppo di casette
di legno a duemila metri, sulle montagne sopra Los Angeles. Niente
riscaldamento, sveglia alle tre del mattino, ore di meditazione e pavimenti da
lavare. Cohen ci saliva da più di vent’anni per andare a trovare il suo maestro,
Joshu Sasaki, un monaco giapponese che nel 1994 di anni ne ha ottantasette.
Adesso gli fa da cuoco, da autista e, la sera, da compagno di sakè. Nel 1996 lo
ordinano monaco e gli danno un nome nuovo, Jikan, che vuol dire più o meno «il
silenzioso». Un’investitura che suona come un pensionamento anticipato. E
infatti Cohen, per diversi anni, alla sua carriera di musicista non ci pensa
più. «Il lusso più grande – spiegherà poi – era non dover pensare a cosa fare
dopo». A quello, giù a valle, ci sta pensando Kelley Lynch.
Kelley Lynch è la manager di Leonard Cohen, alla quale il cantante canadese ha
affidato l’intera gestione del suo patrimonio. Si occupa dei contratti, dei
diritti e dei soldi, entra ed esce da casa sua come una di famiglia. Cohen
intanto se ne sta tranquillo. Lontano dai beni materiali. A contemplare le
nuvole sulla cima coppi del buddismo. Senza sapere però che laggiù, tra i comuni
mortali, Kelley Lynch gli sta rubando tutto.
Leonard Cohen versione monaco zen
Nel 1999 Cohen scende dalla montagna. Sul monte Baldy ha smesso di fare il
cantante, ma non ha mai smesso di scrivere. Torna a Los Angeles con le tasche
piene di versi. Lì ritrova Sharon Robinson, che con lui aveva già scritto alcuni
brani e che adesso diventa la sua socia. Lavorano in due garage: quello di lei,
tre posti auto trasformati in studio, e quello di lui, con lo studio al piano di
sopra. Per quasi due anni le registrazioni fanno avanti e indietro tra un garage
e l’altro su un hard disk portatile. Nel 2001 esce il nuovo album, il primo
disco di inediti dopo nove anni. Contiene dieci canzoni nuove e si intitola, con
una certa coerenza, Ten New Songs. È anche il primo disco di Cohen registrato
interamente in digitale e, bisogna ammetterlo, un po’ si sente. Nei crediti si
legge che le basi sono arrangiate, programmate e suonate da Sharon Robinson. O
meglio, dal computer di Sharon Robinson. Di musicisti in carne e ossa ce ne sono
pochissimi: una chitarra nel primo singolo, un arrangiamento d’archi in un altro
pezzo. Il resto lo fanno timide tastiere, sintetizzatori esangui e una batteria
elettronica che tiene il tempo con l’apatia di un metronomo deluso dalla vita. A
tratti il tappeto sonoro sembra quello di un piano bar d’albergo all’una di
notte, quando in sala sono rimasti solo il pianista e un cliente che non ha
nessuna voglia di salire in camera. Poi attacca la voce di Cohen, più bassa e
consumata che mai, e si capisce che il cliente è lui.
La settima traccia del disco è Alexandra Leaving. Cohen la ricava da una poesia
di Konstantinos Kavafis del 1911, Il dio abbandona Antonio. Antonio è Marco
Antonio, il console romano. Una notte, mentre si trova ad Alessandria, assediato
da Ottaviano che vuole strappargli il potere, si affaccia alla finestra e sente
un corteo attraversare la città. È il dio Dioniso, il suo dio, che lo abbandona.
Kavafis gli rivolge una raccomandazione: non lamentarti, non cercare illusioni,
non convincerti che sia stato soltanto un sogno. Affacciati alla finestra,
ascolta fino in fondo il suono di ciò che se ne va e saluta Alessandria. Perché
anche la città, ormai, ti sta lasciando.
Cohen prende quella poesia e la trasforma, come sempre, a modo suo. Alessandria
diventa una donna, Alexandra. Antonio diventa un uomo che la guarda mentre lei
si prepara a lasciarlo. È ancora nel suo letto, ancora vicina a lui, ma entrambi
sanno che tutto sta per finire. «D’improvviso la notte si è fatta più fredda –
canta Cohen all’inizio del brano – La dea dell’amore si prepara a partire». Lui
lo sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Ha visto fallire ogni progetto,
ogni tentativo di trattenere ciò che stava andando via. Non gli resta che
assistere alla partenza, senza protestare, senza chiedere un’altra possibilità.
Dire addio ad Alexandra mentre è ancora lì, e poi dirle addio un’altra volta,
quando sarà soltanto un ricordo.
È la fine di un amore raccontata come la fine di una civiltà. Perché a volte
perdere una persona significa perdere anche tutto il mondo che avevamo costruito
intorno a lei.
https://www.youtube.com/watch?v=ELGaHaZzwjU
Mentre metteva in musica Antonio che, affacciato alla finestra, ascoltava
Alessandria andarsene, Cohen avrebbe fatto bene a dare un’occhiata anche fuori
dalla sua finestra. Avrebbe visto i suoi soldi fare la stessa fine. Nello stesso
anno in cui esce Ten New Songs, una fetta consistente dei diritti sulle sue
canzoni viene venduta alla Sony. Prezzo: otto milioni di dollari. I soldi
finiscono in una società appena nata, la Traditional Holdings. A Cohen hanno
spiegato che sarà intestata ai figli. Non proprio. Sulla carta, il 99,5 per
cento è della sua manager.
Cohen se ne accorge tre anni dopo. Nel 2004 sta registrando un altro disco, Dear
Heather. A ottobre un dipendente della società avvicina sua figlia, Lorca, e le
consiglia di dire al padre di dare un’occhiata ai conti. Lorca risponde che
tanto il padre sta per andare in pensione: «Non potrà andarci» ribatte gola
profonda. Cohen va in banca e scopre di aver appena pagato, senza saperlo,
settantacinquemila dollari della carta di credito della sua manager. Il giorno
dopo la licenzia e quel pomeriggio lei prova a ritirare altri quarantamila
dollari da un’altra filiale. I contabili fanno il resto: dal fondo per la
vecchiaia mancano più di cinque milioni. Cohen ha settant’anni, il suo margine
di manovra si è ristretto parecchio, e per pagare gli avvocati ipoteca la casa.
Nel 2006 un giudice condanna Kelley Lynch a restituirgli nove milioni e mezzo.
Lei non si presenta nemmeno e quei soldi non arriveranno mai.
Per rifarsi una pensione gli resta una cosa sola da fare: tornare a fare il
cantante. Un avvocato, Robert Kory, rinuncia alla parcella e diventa il suo
manager. L’11 maggio del 2008, dopo quindici anni lontano dai concerti, Cohen
sale sul palco del Playhouse di Fredericton, in Canada. Settecentonove posti. A
luglio è alla O2 di Londra davanti a sedicimila persone. Prima di attaccare
Ain’t No Cure for Love ricorda che l’ultima volta che aveva suonato lì aveva
sessant’anni ed era “solo un ragazzino con un sogno folle”. La battuta la
ripete ogni sera, cambiando soltanto il nome della città.
Leonard Cohen in concerto
Quasi vent’anni dopo quei concerti, ed esattamente dieci anni dopo la morte di
Leonard Cohen, ci sono ancora tanti ragazzi con il “sogno folle” di vivere
scrivendo canzoni. E c’è ancora chi prova a fregarli. Questa settimana su
L’Indipendente abbiamo raccontato la storia di Riccardo, giovane cantautore
napoletano truffato da un manager che prometteva di portarlo in giro a suonare
in tutta Italia e che invece si è portato in giro solo i suoi soldi. Cambiano le
cifre rispetto a Cohen, e di parecchi zeri, ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Riccardo, in ogni caso, non si è perso d’animo e ha ricominciato a suonare e a
inseguire il suo sogno: «Cerco di muovermi in modo indipendente – ci ha detto –
Credo di riuscire tranquillamente a farlo, un mini tour».
Leonard Cohen odiava tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di
una frase. Figuriamoci quello che può succedere tra l’inizio e la fine di un
sogno.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace
consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici.
Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
The post Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase
appeared first on L'Indipendente.