Attacchi israeliani su Gaza, 4 morti
Israele ha lanciato nuovi attacchi aerei contro la Striscia di Gaza, uccidendo quattro persone. Secondo le autorità israeliane, uno dei raid aveva come obiettivo un funzionario di Hamas. Le squadre di soccorso hanno invece riferito che due delle vittime sono state uccise in un attacco contro un veicolo nel sud della Striscia. The post Attacchi israeliani su Gaza, 4 morti appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Stellantis ferma di nuovo Mirafiori: oltre mille lavoratori in cassa integrazione
Stellantis ha annunciato una nuova fermata dello stabilimento di Mirafiori, a Torino: dal 19 al 30 ottobre la produzione della Fiat 500 — l’unico modello, nelle versioni elettrica e ibrida, realizzato nella fabbrica — resterà infatti bloccata per mancanza di ordini. Il reparto Carrozzerie tornerà così in cassa integrazione, dopo che la misura era cessata lo scorso febbraio: la sospensione riguarderà 1.074 lavoratori, 934 operai e 140 impiegati. La decisione, comunicata dalla direzione alle rappresentanze sindacali, è maturata al termine di una riunione interna convocata per fare il punto sulle difficoltà produttive dell’impianto torinese. I sindacati avevano già segnalato il deterioramento della situazione nelle scorse settimane e ora parlano di un segnale grave per il futuro occupazionale del sito e dell’indotto. La decisione non arriva all’improvviso. Già a luglio Emanuele Cappellano, direttore Europa Allargata, aveva ammesso che sarebbe stato complicato centrare l’obiettivo di 100mila veicoli a Torino entro il 2026. I dati del primo semestre, del resto, erano tutt’altro che incoraggianti, nonostante gli annunci ottimistici arrivati dal governo. Il gruppo aveva quindi prolungato di due settimane le ferie estive e, al rientro, erano seguiti diversi fermi produttivi giustificati con la carenza di componenti — pezzi che però, nello stesso periodo, continuavano ad arrivare regolarmente in altri stabilimenti Stellantis. Da qui il sospetto dei sindacati: il fornitore dei basamenti motore avrebbe scelto di privilegiare Pomigliano d’Arco, dove la Pandina non manca di ordini, a scapito di Mirafiori, dove invece le vendite della 500 restano deboli. Ora arriva l’ufficializzazione dello stop, motivato dall’azienda con la necessità di valutare le criticità produttive dell’impianto. «Siamo di fronte ad una situazione complessa nonostante gli investimenti e il raddoppio della produzione rispetto allo scorso anno», ha dichiarato un portavoce del gruppo. Durissima la reazione della Fiom. Il segretario generale di Torino Edi Lazzi e il responsabile di Mirafiori Gianni Mannori ricordano che «sono passati solo otto mesi da quando la cassa integrazione è cessata alle Carrozzerie di Mirafiori» e che il nuovo stop «rischia di essere il primo di una lunga serie», mettendo «a rischio la conferma dei 400 ragazzi interinali che lavorano in Carrozzeria». Le due sigle sindacali sottolineano inoltre che con questa sospensione si arriva «al diciannovesimo anno consecutivo in cui le lavoratrici e i lavoratori sono collocati in cassa integrazione». Per la Uilm, il segretario generale di Torino Luigi Paone parla di una situazione «ogni giorno più critica» e ribadisce che «non è accettabile che la crisi produttiva venga scaricata sulle spalle dei lavoratori attraverso fermate ripetute che tagliano il reddito e mettono in discussione la tenuta occupazionale del sito», chiedendo che «l’azienda si assuma le proprie responsabilità industriali e sociali». Anche la Fim esprime «forte preoccupazione», definendo lo stop l’«ennesima sospensione in poche settimane che conferma quanto sia fragile la continuità produttiva dello stabilimento». Stellantis, dal canto suo, rivendica l’impegno a realizzare «un ambizioso piano per rafforzare la nostra presenza industriale in Italia, con oltre una ventina di modelli prodotti nel nostro Paese ed altri che arriveranno», e torna a indicare nel costo dell’energia uno dei principali ostacoli alla competitività: «Stiamo portando avanti un dialogo con le istituzioni nazionali e locali per chiedere un costo dell’energia allineato a quelli di altri Paesi europei come la Spagna e la Francia, ma ancora – anche a causa del difficile contesto geopolitico – non abbiamo visto alcun beneficio concreto». Il piano industriale al 2030, tuttavia, non prevede al momento nuovi modelli per Mirafiori né per Cassino, mentre Pomigliano dovrà attendere il 2028 per verificare gli effetti della scommessa sulle auto elettriche. A febbraio Stellantis aveva reso noto di avere registrato una perdita netta di 22,332 miliardi di euro nel 2025, dovuta a 25,4 miliardi di euro di oneri straordinari, con un calo dei ricavi del 2%, mentre per quest’anno non sono stati previsti dividendi per gli azionisti e bonus per i lavoratori. Nello specifico, i ricavi netti dell’azienda si sono attestati a 153,5 miliardi, registrando un calo del 2% sul 2024. A impattare sul bilancio sono stati anche i dazi USA, pari a 1,2 miliardi di euro, così come il calo delle consegne in alcune aree chiave. La decisione più contestata concerne però direttamente i lavoratori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all’Aoi europeo ha comportato l’azzeramento del premio di risultato per i dipendenti italiani, che già nel 2025 hanno dovuto convivere con cassa integrazione e contratti di solidarietà. In alcune aree del mondo, invece, il bonus sarà regolarmente erogato. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», aveva denunciato la Fiom-Cgil, secondo cui «è chiara la volontà» di Exor, azionista di riferimento, di un «disimpegno delle attività industriali in Italia». The post Stellantis ferma di nuovo Mirafiori: oltre mille lavoratori in cassa integrazione appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
L'Africa presenta il conto per i danni ambientali del CO2lonialismo
Con Michele di Africa Rivista, autore di un recente articolo sul rapporto “CO2lonialism, Ecocide, Reparations”, elaborato dall’Università di Lagos e relativo alla devastazione ambientale provocata dal passato coloniale, cerchiamo di dare uno sguardo differente sull'Africa e sui danni provocati dal colonialismo. Lo studio, infatti, apre una prospettiva completamente nuova rispetto agli approcci più consueti, ovvero quella del conteggio dei danni ambientali, che costituiscono una categoria autonoma di devastazione, le cui conseguenze strutturali limitano ancora oggi la resistenza climatica ed economica del continente. L'Unione africana, del resto, sta dibattendo da tempo la questione della riparazione e sta parallelamente cercando di dotarsi di nuovi strumenti scientifici per effettuare, su base documentata, il computo delle devastazioni provocate dal passato coloniale. Quello che emerge dallo studio, però, è la più completa assenza di una metodologia comune da utilizzare per la quantificazione dei danni e per la valutazione degli standard di verifica che è possibile adottare. Attraverso l'analisi di una serie di casi-campione, invece, la ricerca dell'Università di Lagos è riuscita a dimostrare la sistematicità del danno, evidenziando come potenze coloniali diverse abbiano applicato ovunque lo stesso schema estrattivo. La ricerca costituisce dunque il primo passo di un processo che potrebbe consentire ai paesi dell'Unione africana di arrivare ai tavoli internazionali con uno strumento negoziale finalizzato ad avviare un tentativo di compensazione ancorato alla realtà. La trasmissione prosegue poi concentrandosi su diversi aspetti collegati alla devastante eredità coloniale dei paesi africani, che condizionano pesantemente le condizioni materiali di vita della popolazione.    
September 23, 2026
Radio Onda Rossa
Campi di guerra
Nelle città trasformate in campi di guerra, gli affari sono affari… di cosa nostra e i governi sono scia-calli, duri da estirpare: tengono la democrazia in un pugno di ferro tra criminali di guerra che producono e usano le de-testate cariche… di lancio prolungato nell’avvento di un futuro ignorato e malandato. Nelle città trasformate in campi di guerra, i fascisti del nuovo secolo riscrivono la storia con le violenze di casa e di strada e il papa americano viaggia e s’imbatte nella gloria dei sostenitori s-fasciati di testa… che abbracciano le armi per una difesa ottusa, con perdite di coscienza fuori controllo. Nelle città trasformate in campi di guerra,  scorre la nobiltà di un sangue infetto, ripulito e riciclato dai figli dell’obbedienza, che fanno quadrare i torna-conti elettorali nelle camere della paranormalità criminosa e nei cerchi bestiali delle re-migrazioni con-fermate obbligatorie… alla fine del mondo. Nelle città trasformate in campi di guerra, ci sono i cervelli bacati di un governo longevo, dove la vita si sconta vivendo tra malfattori impenitenti che fanno nuotare la gente in un fiume di lagrime e ci vuole tanto coraggio per propagan-dare la scuola ai soli italiani che sanno amare e sanno legare, per grazia divina, la loro lingua, la loro famiglia e la loro patria. Pino Dicevi
September 23, 2026
Pressenza
A Milano torna la mostra “Ritratto di famiglie”
Per chi se la fosse persa a maggio a Palazzo Pirelli, ecco un’occasione da non sprecare per visitare “Ritratto di famiglie” di Agedo (Associazione genitori e amici di omosessuali), in programma dal 24 settembre al 3 ottobre alla biblioteca di Lambrate (via Carlo Valvassori Peroni 56). Più che di una semplice mostra, si tratta di una full immersion in una dimensione che coinvolge centinaia di migliaia di famiglie in tutta Italia: la rivelazione dell’omosessualità o della disforia di genere di un figlio o di una figlia. Sedici nuclei che hanno attraversato questa esperienza hanno deciso di “mettersi a nudo” in un racconto intimo e confidenziale, che invita all’empatia. Alle Bonicalzi, fotografa, filosofa e attivista, si è messa al servizio di questo progetto realizzando una galleria di splendide fotografie corredate dalle frasi estrapolate dalle lettere che gli stessi protagonisti, genitori e figli, si sono scambiati. “L’idea è emersa un paio di anni fa dal confronto con Alle. È rimasta nel cassetto per un po’, poi abbiamo deciso che i tempi erano maturi” spiega la presidente di Agedo Milano Cinzia Valentini. “Soffia un vento reazionario su questo tema in Italia e non solo. Le conquiste che sembravano acquisite vengono messe in discussione. I nostri figli e le nostre figlie esistono e vogliono essere riconosciuti. Ci auguriamo che in molti, visitando la mostra, possano immedesimarsi e riconoscersi in queste immagini, nei nostri abbracci, nei nostri sguardi. Per quanto ci professiamo aperti di mente, noi adulti difficilmente siamo pronti al ‘coming out’ di un figlio o una figlia, e parlo per esperienza personale. L’intento della mostra è rendere visibile il processo di trasformazione cui va incontro una famiglia dopo il ‘coming out’ dei figli, decostruendosi per poi ritrovarsi e ricostruirsi più forti e uniti di prima, in un rapporto che è finalmente basato sulla sincerità e sull’accettazione anziché sui dubbi e sulla sofferenza della dissimulazione. La nostra associazione accoglie tutti coloro che desiderano essere accompagnati in questo percorso di crescita e di consapevolezza personale, familiare e collettiva”. La mostra, dopo l’inaugurazione di venerdì 25 alle 18 con l’intervento della fotografa Alle Bonicalzi, rimarrà aperta fino a sabato 3 ottobre negli orari di apertura della biblioteca: il lunedì dalle 14.30 alle 23, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 23 e il sabato dalle 10 alle 18.   Claudia Cangemi
September 23, 2026
Pressenza
Notizie dalla Palestina occupata
In una corrispondenza con Meri, che si trova in Giordania, diamo un breve aggiornamento sulla situazione del paese, dove si trovano numerosi esponenti della cooperazione internazionale a cui Israele ha vietato l'accesso nella Palestina occupata. La situazione in Giordania è caratterizzata dagli attacchi alla basi statunitensi lì presenti, nel quadro del conflitto tra USA-Israele e Iran. Passiamo poi a parlare di Gaza, dove le condizioni di vita sono catastrofiche, nonostante i Gazawi continuino a resistere al genocidio: le frontiere sono chiuse e non sono disponibili aiuti; in assenza di corridoi umanitari, le difficoltà di chi ha necessità di uscire da Gaza per motivi di salute sono enormi. In Cisgiordania, invece, l'occupazione territoriale israeliana continua ininterrotta e gli attacchi dei coloni si fanno sempre più violenti: continuano ad essere attaccati villaggi e campi profughi, alcuni dei quali sono stati evacuati, come nel caso di Jenin, con spostamenti forzati della popolazione palestinese. A livello diplomatico internazionale, alcune nazioni continuano a chiedere a Israele di fermare l'espansione degli insediamenti e il blocco delle merci ma senza ottenere alcun risultato. In Israele, invece, si sono registrate proteste di parti della società civile israeliana contro il sionismo, violentemente represse dalla polizia israeliana.
September 23, 2026
Radio Onda Rossa
Africa e calcio: «La lunga marcia della tartaruga»
Nel libro di Luigi Guelpa la storia di un minuscolo Stato africano dal nome di fantasia, il Kinjanga, che si batte per guadagnarsi la qualificazione alla massima competizione calcistica mondiale ed è guidato da due italiani in un contesto politico caratterizzato da colpi di scena e … di Stato di David Lifodi (*) Alzi la mano chi non ha tifato
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
[Da Roma a Bangkok] BRICS. Robe dell'altro mondo
Recentemente, ci sono stati tre eventi importanti, passati quasi completamente sotto silenzio dai media dell’ovest globale: il summit della Shangai Cooperation Organization, il Forum Economico Orientale e il Forum dei BRICS. Nel corso di questi eventi, i paesi del sud globale hanno pianificato quello che loro chiamano il nuovo ordine globale, o anche multilateralismo. Durante la trasmissione, analizziamo i tre eventi e cerchiamo di capire cosa succede quando una parte enorme del pianeta comincia ad avere più margine per scegliere con chi stare e, soprattutto, per comprendere se, dentro alle crepe di un vecchio ordine mondiale che si sta progressivamente indebolendo, anche i popoli potranno finalmente conquistarsi uno spazio per decidere del proprio futuro.
September 23, 2026
Radio Onda Rossa
All’ONU, Trump delinea una visione del potere statunitense basata sul principio “chi vince prende tutto”
di Zolan Kanno-Youngs e David E. Sanger, The New York Times, 22 settembre 2026.   Il discorso del presidente Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rappresenta un rifiuto del principio fondante delle Nazioni Unite. Martedì 22 settembre il presidente Trump è intervenuto alle Nazioni Unite, minacciando di «annientare la Repubblica Islamica» qualora non fosse stato raggiunto un accordo per porre fine alla guerra contro l’Iran. Foto di Dave Sanders per il New York Times Il podio delle Nazioni Unite era una cornice insolita per il leader di una superpotenza mondiale per minacciare di «annientare la Repubblica Islamica» dell’Iran o per dichiarare che, in un altro conflitto, «al vincitore spetta il bottino». Eppure è esattamente ciò che il presidente Trump ha fatto martedì, minacciando l’Iran qualora non fosse riuscito a raggiungere un accordo per porre fine a una guerra che si era protratta ben oltre quanto Trump avesse previsto, e giustificando le sue rivendicazioni sulle riserve petrolifere venezuelane dopo che le forze americane avevano destituito il leader del paese. Trump ha da tempo chiarito di non avere grande considerazione per le Nazioni Unite, una delle istituzioni del dopoguerra che ha liquidato come obsolete e inefficaci. Ma il suo discorso in occasione dell’apertura annuale dell’Assemblea Generale ha rappresentato un vero e proprio rifiuto americano del principio alla base della fondazione dell’ONU nel 1945: «salvare le generazioni future dal flagello della guerra». La Carta dell’organizzazione mondiale, redatta in gran parte dagli Stati Uniti, proibisce espressamente ai membri di minacciare o ricorrere alla forza contro l’integrità territoriale di un paese, a meno che non si agisca per legittima difesa o con l’autorizzazione dell’ONU. Riguardo all’Iran, Trump ha chiarito che sarebbe stato lui, e solo lui, a decidere se stringere un accordo con i leader di Teheran o «annientare la Repubblica Islamica». Potrebbe essere stata in gran parte una tattica negoziale. Poco più tardi quella mattina, funzionari americani si sono incontrati in via riservata con i rappresentanti iraniani, anch’essi a New York per la sessione di apertura, sebbene non fosse chiaro se erano stati compiuti progressi o se lo stesso Trump avrebbe incontrato alti funzionari iraniani. Ma le sue minacce non si sono limitate alla guerra che ha consumato la sua presidenza per mesi, da quando gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato attacchi contro l’Iran. Ha promesso che il governo cubano sarebbe caduto, in un modo o nell’altro. E se la sua frase «al vincitore spetta il bottino» sembrava tratta dai tempi della diplomazia delle cannoniere americane di oltre un secolo fa, ciò non sembrava infastidire il presidente. Trump ha chiarito di essere disposto a ricorrere alla potenza militare degli Stati Uniti non solo per assicurarsi risorse strategiche, come le enormi riserve petrolifere del Venezuela, ma anche per trarne profitto. Un cartellone pubblicitario visto a Teheran questo mese. Nonostante le numerose battute d’arresto nella guerra contro l’Iran, Trump non ne ha fatto menzione nel suo discorso. Foto di Arash Khamooshi/Polaris per il New York Times Le dichiarazioni di Trump sono giunte in un momento in cui appare più isolato che mai dai tradizionali alleati e in cui gli americani dichiarano ai sondaggisti di disapprovare in modo schiacciante la sua politica estera. Ma nulla di tutto ciò sembra indurre Trump a fare marcia indietro rispetto alle accese minacce che ha accompagnato con azioni militari nel suo secondo mandato. Anche per gli standard di Trump, il discorso sembrava ignorare lo scopo fondamentale delle Nazioni Unite, un’istituzione che egli ha a lungo deriso definendola inefficace e inadatta ad affrontare le questioni contemporanee del mondo. Il discorso faceva eco a un post sui social media pubblicato all’inizio di quest’anno, in cui minacciava di spazzare via la civiltà iraniana. Ma è stato sconcertante sentire minacce così esplicite dal podio delle Nazioni Unite. Quella sembrava essere proprio l’intenzione del presidente, mentre si vantava di aver intrapreso azioni che i presidenti precedenti e le stesse Nazioni Unite avevano evitato. «Si raggiungerà un accordo con l’Iran che gli consenta di ricostruirsi e creare un paese molto più grande di quanto non sia mai stato prima, forse uno dei più grandi del Medio Oriente o addirittura del mondo?», ha chiesto Trump, prima di prospettare una prospettiva ben diversa, senza alcun apparente sforzo di distinguere tra la leadership e l’esercito del paese e la sua popolazione civile. «Oppure annienterò la Repubblica Islamica e lo farò rapidamente, senza mai dare loro la possibilità di uccidere e distruggere di nuovo persone e paesi?» «Li spingo all’inferno senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza alcuna speranza di grandezza futura o di generazioni a venire?», ha detto Trump dal podio dell’Assemblea Generale, dove i leader mondiali si presentano solitamente come paladini della pace. Non ha fatto alcun accenno alla sua frustrazione per il fatto che una guerra che, secondo quanto si vantava, sarebbe durata solo pochi giorni o settimane, si fosse ormai protratta per quasi sette mesi. Il suo discorso, in breve, sembrava abbracciare la dottrina fondamentale del suo secondo mandato: che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato una combinazione di potere militare ed economico schiacciante per perseguire i propri fini — e per rafforzare l’economia nazionale — piuttosto che ricorrere alla dolorosa, spesso lenta diplomazia dei negoziati e della coercizione economica. Ma non ha riconosciuto in alcun modo il ruolo di organismi internazionali come l’ONU, e sembrava suggerire che questi dovessero semplicemente schierarsi al fianco degli Stati Uniti. Più avanti nel discorso, ha cambiato rotta, elencando i conflitti che sosteneva di aver risolto personalmente, vantandosi di aver salvato milioni di vite intervenendo per impedire una guerra tra Pakistan e India. E poco dopo che Trump aveva minacciato l’Iran di annientamento, i suoi stessi collaboratori si sono incontrati per tre ore con funzionari iraniani. Non è chiaro cosa sia stato ottenuto, se mai qualcosa. Questa esaltazione del potere a scapito dei principi si fonda su una convinzione di cui Trump aveva parlato in un’intervista al New York Times all’inizio di quest’anno, quando aveva liquidato il diritto internazionale come un ostacolo alle sue azioni. L’unico limite al suo potere, aveva affermato, era «la mia stessa moralità, la mia stessa mente — è l’unica cosa che può fermarmi». Il Venezuela è stato forse l’esempio più lampante. Trump ha esultato per la rapidità con cui le forze delle Operazioni Speciali hanno fatto irruzione a Caracas, hanno prelevato Nicolás Maduro e sua moglie dal loro letto e li hanno condotti in un centro di detenzione a Brooklyn, a poche miglia da dove Trump stava parlando. Il senatore Andy Kim, democratico del New Jersey, ha dichiarato in un post sui social media: «La sua guerra in Iran è un fallimento totale, e il popolo americano ne sta pagando il prezzo». Foto di Eric Lee per il New York Times Il senatore Andy Kim, democratico del New Jersey, ha criticato Trump per essersi presentato sia come un presidente di pace sia come uno in grado di spazzare via una nazione. «Trump non perde mai l’occasione di fare una brutta figura davanti al mondo», ha affermato Kim in un post sui social media. «La sua guerra in Iran è un fallimento totale, e il popolo americano ne sta pagando il prezzo». E dal podio, altri leader mondiali hanno criticato Trump senza menzionarne il nome. Il presidente francese Emmanuel Macron, di una nazione alleata con gli Stati Uniti sin dalla Rivoluzione americana, ha denunciato un ritorno globale alla “legge della giungla”. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, primo leader mondiale a prendere la parola martedì, ha affermato che la democrazia è «ancora una volta minacciata» e — senza menzionare l’operazione statunitense contro Maduro — ha insistito sul fatto che il popolo venezuelano ha diritto all’autodeterminazione. Trump ha ribadito che non è il momento giusto per tenere elezioni libere in quel paese. Recenti sondaggi mostrano che gli americani non condividono l’approccio di Trump. Un sondaggio della CNN condotto la scorsa settimana ha rivelato che il 29 per cento degli adulti americani approvava la gestione degli affari esteri da parte di Trump; il 71 per cento ha dichiarato di disapprovarla — raggiungendo o superando i livelli di disapprovazione che il presidente George W. Bush dovette affrontare nel 2006, quando la guerra in Iraq stava precipitando. Ma per Trump, azioni come il sequestro del leader venezuelano e le rivendicazioni sul petrolio del paese sono state chiare vittorie. «È stata una guerra, ma forse è l’accordo più grande mai concluso», ha affermato. «Se necessario, useremo la nostra impareggiabile potenza militare per salvaguardare gli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti». Trump ha anche descritto Cuba come uno «stato fallito» destinato a crollare presto. «Non permetteremo che un rifugio per avversari stranieri minacci l’America alle nostre porte», ha detto Trump, spingendo i funzionari cubani ad abbandonare l’Assemblea Generale. «Il governo degli Stati Uniti si dimostra incapace di accettare che Cuba sia, e abbia il diritto di essere, un paese pienamente indipendente e sovrano», ha poi dichiarato sui social media Bruno Rodríguez Parrilla, ministro degli Esteri cubano. «Cuba non è una minaccia né per gli Stati Uniti né per alcun altro paese». Trump ha anche celebrato il recente accordo della sua amministrazione sulla Groenlandia. All’inizio di quest’anno aveva minacciato di appropriarsi completamente dell’enorme isola, che si ritiene possieda grandi riserve sotterranee di minerali delle terre rare utilizzati per la produzione di batterie, veicoli elettrici e altri prodotti high-tech. Una manifestazione di protesta ad aprile davanti alla Casa Bianca. Recenti sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza degli americani non condivide l’approccio di Trump. Foto di Tierney L. Cross/The New York Times Eppure la prospettiva che gli Stati Uniti si appropriassero di un territorio semiautonomo ha suscitato un’intensa reazione da parte dei leader europei e ha quasi messo a repentaglio l’alleanza occidentale. Dopo aver raggiunto un accordo con la Danimarca e la Groenlandia sul territorio, Trump ha dichiarato alla folla riunita di voler costruire due nuove basi militari in Groenlandia — cosa che gli Stati Uniti avrebbero potuto fare nei decenni precedenti in virtù di un trattato esistente. Il discorso di Trump ha rappresentato anche una svolta rispetto alle sue precedenti dichiarazioni alle Nazioni Unite, in cui si era limitato a insultare i leader mondiali e a rimproverarli per le loro politiche. «I vostri paesi stanno andando all’inferno», aveva detto Trump dal podio lo scorso anno. Ma ora, di fronte a una guerra in Iran che non accenna a finire e che ha alimentato il malcontento tra i suoi stessi sostenitori negli Stati Uniti, Trump è passato dal dare lezioni all’organismo internazionale al cercare di convincerlo delle proprie azioni — che si sono rivelate profondamente impopolari tra molti americani e alleati all’estero. «Spero che gli europei si rendano conto che l’obiettivo dell’Iran era portare a termine la sua folle corsa verso la bomba nucleare», ha affermato Trump in quella che è stata una risposta ad alcuni dei leader mondiali che avevano criticato la guerra in Iran. «Se ci fosse riuscito, quel regime malvagio avrebbe avuto mano libera per diffondere terrore e morte per sempre». L’affermazione secondo cui l’Iran stava costruendo missili in grado di raggiungere l’Europa non quadrava comunque con la sua precedente vanteria di aver annientato il programma nucleare iraniano. Trump si è attribuito il merito di aver posto fine alla guerra a Gaza, anche se le condizioni umanitarie in quella zona rimangono disastrose e un piano per il disarmo di Hamas e il ritiro delle truppe israeliane è in stallo da mesi. Trump ha inoltre attaccato la Corte Penale Internazionale (CPI), che ha emesso un mandato di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in relazione alla guerra a Gaza, definendola un’«istituzione canaglia». La CPI è stata istituita con un trattato del 1998 per indagare e processare le persone accusate di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e crimine di aggressione. La Corte non può far rispettare le proprie sentenze e si affida agli stati membri per arrestare le persone accusate di crimini. Trump ha invitato tutti i membri della Corte Penale Internazionale a dimettersi immediatamente. Mentre l’ONU ha affermato che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia esistenziale e ha portato la questione dell’intelligenza artificiale in cima alla propria agenda, Trump ha adottato ancora una volta un approccio diverso. Il cambiamento climatico non è altro che una «bufala», ha affermato Trump. E gli Stati Uniti hanno respinto «qualsiasi tentativo di costruire un piano mondiale per controllare» l’intelligenza artificiale. Trump ha comunque suggerito una modifica al modo in cui il mondo affronta l’intelligenza artificiale, sfruttando la sua propensione per il branding [strategie per consolidare un marchio]. «D’ora in poi, tutti i documenti degli Stati Uniti – e, si spera, quelli di tutto il mondo – saranno modificati per utilizzare il termine molto più accurato “super” anziché “artificiale”», ha detto Trump. «Quindi si tratterà di “superintelligenza”». Trump ha poi esortato i leader a riferirsi a questa tecnologia in ascesa come “S.I.”. Il fatto che lo facciano o meno, ha aggiunto, sarebbe stato un banco di prova della sua influenza sulla scena mondiale — una questione che sembra essere costantemente nella mente del presidente. “Vediamo se ho qualche potere”, ha detto Trump. “Forse ce l’ho e forse no. Lo scopriremo molto presto”. Zolan Kanno-Youngs è corrispondente dalla Casa Bianca per il Times e si occupa del presidente Trump e della sua amministrazione. David E. Sanger si occupa dell’amministrazione Trump e di una serie di questioni relative alla sicurezza nazionale. È giornalista del Times da oltre quattro decenni e ha scritto quattro libri sulla politica estera e sulle sfide alla sicurezza nazionale. https://www.nytimes.com/2026/09/22/us/politics/un-trump-speech-iran-venezuela-greenland.html?emc=edit_th_20260923&nl=today%27s-headlines&segment_id=226922 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 23, 2026
Assopace Palestina
A Salerno l’anno scolastico si inaugura con l’alzabandiera
A Salerno sono fermi al 17 marzo 1861 tanto che il 14 settembre 2026 presso l’Istituto di Istruzione Superiore “G. Galilei-R. Di Palo” l’anno scolastico è stato è inaugurato con l’alzabandiera, un gesto patriottico, in salsa militarizzata e impolverata da oltre un secolo e mezzo di retorica (clicca qui per le informazioni). L’evento ha visto la partecipazione di una rappresentanza del Reggimento “Cavalleggeri Guide” (19°) dell’Esercito Italiano che ha issato il Tricolore nel piazzale della scuola, sulle note dell’immancabile inno di Mameli. Alla cerimonia hanno preso parte circa 200 studenti e studentesse, insieme ai/alle docenti e al dirigente scolastico Emiliano Barbuto. Ci chiediamo se sia proprio necessario invitare l’esercito e inscenare con loro queste rappresentazioni solenni «per un momento – si legge sul sito istituzionale della scuola – dedicato alla riflessione sui valori civici, sulla responsabilità e sulla cittadinanza attiva». Sempre dal sito di legge, quasi fossimo, appunto, tornati indietro di 150anni, «il Comandante del Reggimento, Colonnello Andrea Enzo Gottardo Crivellotto, ha richiamato il valore simbolico della bandiera per tutti gli italiani e ricordato i caduti di tutte le guerre». Ma non finisce qui, perché il “Galilei-Palo” si propone anche come agenzia di collocamento/orientamento dei propri ragazzi e ragazze, sulla base di una sinergia che spazia dagli aspetti cultural-propagandistici («particolare attenzione è stata dedicata alla collaborazione tra Scuola ed Esercito, due realtà chiamate, nei rispettivi ambiti, a contribuire alla formazione delle nuove generazioni e alla diffusione dei valori di democrazia, Patria, pace e libertà») a quelli, appunto professionali, e lavorativi («nel campetto sportivo dell’Istituto è stato allestito un Info Point dell’Esercito, presso il quale personale qualificato del Reggimento ha incontrato gli studenti e illustrato le opportunità formative e professionali offerte dalle Forze Armate. L’iniziativa ha permesso così ai ragazzi di conoscere più da vicino l’Esercito, le sue attività e i diversi percorsi disponibili, trasformando la giornata inaugurale in un momento di incontro, orientamento e partecipazione»). Il sito richiama importanti e condivisibili concetti per un’agenzia formativa qual è un istituto secondario superiore: cittadinanza, responsabilità, senso di appartenenza alla comunità. In una società avviata verso l’economia di guerra e in presenza di conflitti che ci vedono, purtroppo, protagonisti in varie parti del mondo oppure conniventi, come nel genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, questi concetti risuonano come parole vuote e tragicamente ridondanti, per non dire false. Consigliamo al dott. Barbuto di tirar fuori dal cassetto della propria scrivania la “bussola pedagogica” del proprio Istituto e orientarla verso la parola “Pace” un termine meno di moda, ma che oggi merita più della parola Patria la “P” maiuscola. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[Nota di classe] Riparte la scuola della propaganda (1/2: trasmissione intera)
Prima puntata di una nuova trasmissione che si occupa di classe, di classi, di nota e di note. Si ritorna a scuola e si rientra in edifici insicuri, ma la propaganda si occupa di altri tetti, quelli degli studenti "stranieri": affrontiamo la retorica razzista e islamofoba che accompagna il decreto annunciato dal governo. Diamo voce infine al docente di Roma che ha subìto un tentativo di intimidazione da stampa e istituzioni scolastiche per una lettera rivolta ai suoi ex studenti.
September 23, 2026
Radio Onda Rossa
New York si mobilita contro la presenza di Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU
Il Palestiniana Youth Movement annuncia così su Instagram la mobilitazione prevista per domani, in occasione del discorso del premier israeliano Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York: “Alla vigilia della presenza di Netanyahu all’Onu prevista per domani sera a New York, la città si prepara ad un corteo indetto per domani pomeriggio alle 16, che  partirà da Bryant Park e tenterà di arrivare al Palazzo di Vetro. Le strade e i ponti intanto esprimono il loro totale rifiuto all’idea di avere un criminale di guerra in città.” Democracy Now! riporta un acceso scambio tra Netanyahu e Zohran Mamdani. Il primo ministro israeliano ha pubblicato un video in cui attacca aspramente il sindaco di New York, che aveva chiesto il suo arresto per i crimini di guerra commessi a Gaza, per poi ammettere a malincuore di non avere l’autorità per farlo. “Vergognati, signor Mamdani. Vergognati per aver sostenuto i mostri terroristi di Hamas che hanno massacrato il nostro popolo. Vergognati per aver incitato a disordini contro gli ebrei di New York. Sto per recarmi alle Nazioni Unite. Dirò la verità sui nostri eroici soldati e dirò la verità su di te” ha inveito Netanyahu. Ecco la risposta di Zohran Mamdani al video di Netanyahu. “Quello che sappiamo essere effettivamente vero riguardo al primo ministro è che è oggetto di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che, in qualità di primo ministro, è l’artefice di un orribile genocidio contro i palestinesi e che solo pochi giorni fa le sue forze armate hanno ucciso un ragazzino di 11 anni in quella che è considerata una zona sicura.”   Anna Polo
September 23, 2026
Pressenza

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