[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
MIL€X: “Il vero costo del prestito SAFE è almeno il doppio del capitale iniziale”
L’analisi dell’Osservatorio Mil€x sul SAFE smonta la narrazione della “scelta puramente tecnica”: sui 14,9 miliardi “prenotati” da Roma il conto finale più probabile sarà circa il doppio, ma con possibilità di arrivare a 32 miliardi, con l’ultima rata nel 2075. A decidere quanto pagheranno i cittadini non è la cifra annunciata in conferenza stampa, ma una scelta di scenario finanziario di cui nessuno parla. I 14,9 miliardi del prestito europeo SAFE che il governo ha “prenotato” per comprare armamenti non sono una erogazione gratuita. Secondo l’Osservatorio Mil€x, attivarli tutti in uno scenario plausibile e “mediano” rispetto ai parametri potrebbe significare restituire tra i 27 e i 32 miliardi in quasi mezzo secolo (cioè circa od oltre il doppio del capitale iniziale) con l’ultima rata nel 2075. I soli interessi potrebbero valere tra 12,5 e 16,7 miliardi: quasi un secondo prestito. Ma il dato che il dibattito ha ignorato è un altro: a decidere quanto pagheranno davvero i contribuenti italiani non è la decisione di attivazione bensì quella su come si strutturerà la restituzione. Lo stesso prestito potrà costare 19 o 29,5 miliardi a seconda di durata e preammortamento: oltre dieci miliardi di differenza. Ed è qui che scatta il paradosso politico. La formula che il governo potrebbe essere più tentato di scegliere (la durata massima di restituzione di 45 anni con dieci anni di preammortamento) è quella che nell’immediato pesa meno sui conti, e offre quindi il miglior vantaggio di comunicazione a chi decide oggi. Ma è anche la più cara di tutte: tenendo il capitale intatto per un decennio, i soli dieci anni di preammortamento aggiungono da soli circa 2,6 miliardi di interessi. È il classico “spendere meno oggi per spendere molto di più domani”: il risparmio apparente di questa legislatura si trasforma nel conto più salato per chi governerà (e per chi pagherà le tasse) nei decenni successivi. Con una differenza, infine, che nessun tasso può compensare: con un prestito ottenuto con normali titoli di Stato l’Italia sarebbe libera di spendere come vuole; con il SAFE i fondi ottenuti saranno un po’ meno cari (il vantaggio potrebbe valere circa 3,3 miliardi, meno di un punto di tasso) ma sono vincolati per legge all’acquisto di armi. L’analisi completa con tutti i numeri, le tabelle e il modello di calcolo è dettagliata nell’articolo di Francesco Vignarca pubblicato oggi sul sito di Mil€x: “Quanto costa all’Italia il prestito SAFE: i 14,9 miliardi ‘prenotati’ possono pesare il doppio“. MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 30, 2026
Pressenza
Il movimento NO MUOS: sabato 8 agosto a Messina e 13 settembre a Niscemi
Il movimento No MUOS aderisce alla manifestazione No Ponte e parteciperà al corteo contro il Ponte sullo Stretto in programma sabato 8 agosto a Messina. “La presenza del movimento nasce dalla convinzione che la difesa del territorio non possa essere separata dalle scelte di sviluppo che riguardano la Sicilia – proclama il Coordinamento regionale siciliano dei Comitati No MUOS nel comunicato divulgato oggi, 30 luglio – Il Ponte sullo Stretto rappresenta una grande opera inutile alle comunità, proposta come risposta ai problemi del Mezzogiorno mentre continuano a rimanere irrisolte le criticità che incidono sulla vita quotidiana delle persone: trasporti, sanità, dissesto idrogeologico, servizi pubblici, tutela dell’ambiente e contrasto allo spopolamento”. “L’esperienza maturata nella lunga opposizione al MUOS ha mostrato come decisioni strategiche di grande impatto possano essere assunte senza un reale coinvolgimento delle comunità locali – precisa il comunicato – Per questo il movimento ritiene che la discussione sul Ponte non riguardi soltanto un’infrastruttura, ma il modello di sviluppo che si intende costruire per la Sicilia e per l’intero Paese”. “Dal punto di vista del movimento No MUOS, la mobilitazione contro il Ponte sullo Stretto e quella contro il MUOS appartengono allo stesso orizzonte di difesa dei territori e di opposizione alla militarizzazione e a un modello di sviluppo che privilegia grandi opere e infrastrutture strategiche rispetto ai bisogni delle comunità – ribadisce i Coordinamento – Per questo, dopo la partecipazione al corteo dell’8 agosto a Messina, il movimento tornerà a manifestare a Niscemi nel pomeriggio del 13 settembre, chiamando alla partecipazione tutte le realtà che condividono la difesa dei territori, della pace, dei beni comuni e di un diverso modello di sviluppo”. Nel comunicato inoltre il Comitato informa che i dettagli organizzativi della manifestazione saranno diffusi nei prossimi giorni e riferisce il testo del documento di adesione (pubblicato online su sito No MUOS – https://www.nomuos.info/8-agosto-a-messina-manifestazione-no-ponte-il-no-muos-aderisce-e-partecipa/): > Da anni, con il MUOS vediamo concretamente cosa significa la militarizzazione > del territorio. La Sicilia viene trasformata in un nodo strategico delle > telecomunicazioni militari statunitensi e NATO, subordinando spazi, risorse e > infrastrutture a interessi che non hanno nulla a che vedere con i bisogni di > chi ci vive. Gli effetti li vediamo ogni giorno: controllo del territorio, > presenza militare, vincoli imposti alle comunità e un modello di sviluppo > costruito attorno alla funzione strategica dell’isola, non alla qualità della > vita della popolazione. > > Il Sud viene visto come piattaforma da utilizzare per la guerra, la logistica > e i grandi interessi economici, invece che come un territorio da tutelare e > far vivere. Un esempio lampante di ciò è stato il trattamento riservato a > Niscemi dopo la frana di quest’anno. Tutt’ora i fondi non sono completamente > arrivati e i cittadini pagano il prezzo dell’intenzionale negligenza della > politica italiana. > > È dentro questo stesso modello che dobbiamo leggere il Ponte sullo Stretto, > venduto da decenni come la soluzione ai problemi di un Sud condannato al > sottosviluppo da precise scelte politiche. Un’opera presentata come simbolo di > progresso, mentre trasporti, sanità, servizi e infrastrutture essenziali > continuano a essere insufficienti all’interno dell’isola. Il Ponte rientra nel > processo di trasformazione del Sud in un corridoio strategico per merci, > grandi opere e interessi militari, da attraversare e utilizzare secondo le > necessità della classe dirigente, mentre chi ci vive continua a pagare il > prezzo della precarietà, dell’emigrazione e dell’abbandono. > > Le lotte contro il MUOS e il Ponte fanno quindi parte della stessa opposizione > a un modello che decide quale funzione debbano avere i nostri territori. > > Per questo come No MUOS rilanciamo la mobilitazione No Ponte e saremo al > corteo di sabato 8 agosto, alle ore 18.30, a Messina, con partenza da piazza > Cairoli. > > Dal nostro punto di vista, la lotta contro il Ponte sullo Stretto si colloca > nello stesso solco della lotta contro il MUOS. Per questo torneremo a > manifestare tutti insieme a Niscemi nel pomeriggio del 13 settembre, chiamando > alla mobilitazione tutte le realtà che si battono contro la militarizzazione > dei territori e per un diverso modello di sviluppo. > > NO AL PONTE E ALLE GRANDI OPERE INUTILI! > > NO ALLE BASI USA E ALLA MILITARIZZAZIONE DEL TERRITORIO! > > ORGANIZZIAMOCI E LOTTIAMO! Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Non tenere conto della situazione di Rêber Apo ostacolerebbe l’attuazione della legge
La leadership del movimento curdo per la libertà ha lanciato importanti avvertimenti in merito al quadro giuridico che dovrebbe essere presentato al Parlamento affermando: “Non tenere conto dello status di Rêber Apo nella legge ne ostacolerebbe l’attuazione”. La leadership del movimento ha rilasciato una dichiarazione sul quadro giuridico che dovrebbe essere sottoposto al Parlamento nell’ambito del Processo di pace e società democratica. Nella dichiarazione si afferma che la legge fondamentale non viene trattata con sufficiente serietà, che persistono problematiche relative al linguaggio e alla terminologia utilizzata e che il quadro giuridico dovrebbe tenere conto dello status del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. La dirigenza del movimento ha dichiarato quanto segue: «Il dibattito sulla legge quadro, che riguarda il futuro dei popoli della Turchia, prosegue in varie forme e trova riscontro nella sfera pubblica. Sulla base di questi dibattiti e delle informazioni disponibili da fonti aperte, crescono i dubbi sulla serietà con cui questa legge viene affrontata.»  Durante l’incontro del 20 luglio, Rêber (Leader) Apo ha sottolineato che la legge non deve essere restrittiva, semplicistica o inadeguata a servire il futuro, e che si devono tenere in considerazione le sensibilità di tutte le parti. Questo perché ci si aspetta che la legge rappresenti un passo importante verso il superamento della secolare divisione tra il popolo curdo e lo Stato turco. È quindi fondamentale che la legge miri a raggiungere la pace. La scelta del linguaggio e delle parole è fondamentale per il processo Come accade in tutto il mondo, la pace inizia innanzitutto dal linguaggio. Continuare a usare i termini “terrorismo” e “organizzazione terroristica” per un’organizzazione che si è sciolta e ha posto fine alla lotta armata contro la Turchia complicherebbe un processo che riguarda il futuro dei nostri popoli. Dimostrerebbe inoltre fin dall’inizio, una mancanza di rispetto per queste sensibilità. In breve è fondamentale per il progresso del processo che il linguaggio, la scelta delle parole e il contenuto siano coerenti con il suo scopo.  Non c’è dubbio che, quando si tratta di risoluzione dei conflitti le parti cerchino di garantire che le misure da adottare siano al contempo accettabili e attuabili. Rêber Apo e il nostro movimento ne sono consapevoli. Se si vuole che questo sia un autentico processo di risoluzione e non una tattica dilatoria, questo deve essere l’approccio. Gestione del processo e delle decisioni prese Come movimento, abbiamo sempre sottolineato che Rêber Apo deve svolgere un ruolo attivo nel soddisfare i requisiti dell’Appello per la pace e la società democratica. A tal fine abbiamo ripetutamente affermato che è necessario chiarire la posizione di Rêber Apo e garantirne la libertà. Questo perché, senza il coinvolgimento diretto e la guida di Rêber Apo nel processo, non sarà possibile soddisfare i requisiti né delle decisioni prese né della legge. Lo status di rêber apo deve essere chiarito In merito alla questione dello status di Rêber Apo, Devlet Bahçeli ha affermato che Rêber Apo dovrebbe essere il coordinatore della pace e della transizione politica. Anche le discussioni tenutesi a İmralı hanno concordato sul fatto che Rêber Apo debba essere il coordinatore della pace e della transizione politica e hanno definito il suo ruolo nell’attuazione della prossima legge. Secondo le informazioni disponibili da fonti aperte, non tenere conto dello status di Rêber Apo nella legge ostacolerebbe la sua attuazione fin dall’inizio. Da questo punto di vista, è importante chiarire lo status di Rêber Apo, che è l’interlocutore e il capo negoziatore. D’altro canto, ridurre il Processo di pace e società democratica al solo disarmo non è coerente con lo spirito del processo stesso. Definire la legislazione come legge fondamentale o legge quadro implica che seguiranno ulteriori leggi e che verranno compiuti ulteriori passi. Pertanto, chiarire che la legislazione in arrivo è una legge fondamentale e sottolineare che il processo proseguirà con leggi di democratizzazione volte a risolverne le problematiche, rassicurerebbe tutti i cittadini turchi e rafforzerebbe la fiducia nel processo. Come abbiamo ripetutamente affermato in precedenza, chiariremo la nostra posizione e il nostro approccio dopo aver esaminato la legge. Non c’è dubbio che, se la legge sarà favorevole, sosterremo il processo e adempiremo alle nostre responsabilità.
July 30, 2026
UIKI ONLUS
Non tenere conto della situazione di Rêber Apo ostacolerebbe l’attuazione della legge
La leadership del movimento curdo per la libertà ha lanciato importanti avvertimenti in merito al quadro giuridico che dovrebbe essere presentato al Parlamento affermando: “Non tenere conto dello status di Rêber Apo nella legge ne ostacolerebbe l’attuazione”. La leadership del movimento ha rilasciato una dichiarazione sul quadro giuridico che dovrebbe essere sottoposto al Parlamento nell’ambito del Processo di pace e società democratica. Nella dichiarazione si afferma che la legge fondamentale non viene trattata con sufficiente serietà, che persistono problematiche relative al linguaggio e alla terminologia utilizzata e che il quadro giuridico dovrebbe tenere conto dello status del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. La dirigenza del movimento ha dichiarato quanto segue: «Il dibattito sulla legge quadro, che riguarda il futuro dei popoli della Turchia, prosegue in varie forme e trova riscontro nella sfera pubblica. Sulla base di questi dibattiti e delle informazioni disponibili da fonti aperte, crescono i dubbi sulla serietà con cui questa legge viene affrontata.»  Durante l’incontro del 20 luglio, Rêber (Leader) Apo ha sottolineato che la legge non deve essere restrittiva, semplicistica o inadeguata a servire il futuro, e che si devono tenere in considerazione le sensibilità di tutte le parti. Questo perché ci si aspetta che la legge rappresenti un passo importante verso il superamento della secolare divisione tra il popolo curdo e lo Stato turco. È quindi fondamentale che la legge miri a raggiungere la pace. La scelta del linguaggio e delle parole è fondamentale per il processo Come accade in tutto il mondo, la pace inizia innanzitutto dal linguaggio. Continuare a usare i termini “terrorismo” e “organizzazione terroristica” per un’organizzazione che si è sciolta e ha posto fine alla lotta armata contro la Turchia complicherebbe un processo che riguarda il futuro dei nostri popoli. Dimostrerebbe inoltre fin dall’inizio, una mancanza di rispetto per queste sensibilità. In breve è fondamentale per il progresso del processo che il linguaggio, la scelta delle parole e il contenuto siano coerenti con il suo scopo.  Non c’è dubbio che, quando si tratta di risoluzione dei conflitti le parti cerchino di garantire che le misure da adottare siano al contempo accettabili e attuabili. Rêber Apo e il nostro movimento ne sono consapevoli. Se si vuole che questo sia un autentico processo di risoluzione e non una tattica dilatoria, questo deve essere l’approccio. Gestione del processo e delle decisioni prese Come movimento, abbiamo sempre sottolineato che Rêber Apo deve svolgere un ruolo attivo nel soddisfare i requisiti dell’Appello per la pace e la società democratica. A tal fine abbiamo ripetutamente affermato che è necessario chiarire la posizione di Rêber Apo e garantirne la libertà. Questo perché, senza il coinvolgimento diretto e la guida di Rêber Apo nel processo, non sarà possibile soddisfare i requisiti né delle decisioni prese né della legge. Lo status di rêber apo deve essere chiarito In merito alla questione dello status di Rêber Apo, Devlet Bahçeli ha affermato che Rêber Apo dovrebbe essere il coordinatore della pace e della transizione politica. Anche le discussioni tenutesi a İmralı hanno concordato sul fatto che Rêber Apo debba essere il coordinatore della pace e della transizione politica e hanno definito il suo ruolo nell’attuazione della prossima legge. Secondo le informazioni disponibili da fonti aperte, non tenere conto dello status di Rêber Apo nella legge ostacolerebbe la sua attuazione fin dall’inizio. Da questo punto di vista, è importante chiarire lo status di Rêber Apo, che è l’interlocutore e il capo negoziatore. D’altro canto, ridurre il Processo di pace e società democratica al solo disarmo non è coerente con lo spirito del processo stesso. Definire la legislazione come legge fondamentale o legge quadro implica che seguiranno ulteriori leggi e che verranno compiuti ulteriori passi. Pertanto, chiarire che la legislazione in arrivo è una legge fondamentale e sottolineare che il processo proseguirà con leggi di democratizzazione volte a risolverne le problematiche, rassicurerebbe tutti i cittadini turchi e rafforzerebbe la fiducia nel processo. Come abbiamo ripetutamente affermato in precedenza, chiariremo la nostra posizione e il nostro approccio dopo aver esaminato la legge. Non c’è dubbio che, se la legge sarà favorevole, sosterremo il processo e adempiremo alle nostre responsabilità. L'articolo Non tenere conto della situazione di Rêber Apo ostacolerebbe l’attuazione della legge proviene da Retekurdistan.it.
July 30, 2026
Retekurdistan.it
MEDU: “Il Governo italiano intervenga per la liberazione dei 14 medici palestinesi detenuti
Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha inviato al Presidente del Consiglio Ministri e al Vicepresidente del Consiglio Ministri e Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale la lettera che li sollecita a non ignorare l’appello sottoscritto da molte associazioni di categoria e numerosi professionisti della sanità. La petizione chiede di intervenire in soccorso del dottor Hussam Abu Safiya e di 13 medici palestinesi. Nel comunicato divulgato oggi da MEDU è riportato il testo della lettera: Presidente Giorgia Meloni e Ministro Antonio Tajani, con questa lettera Medici per i Diritti Umani si fa portavoce delle oltre settemila persone che hanno sottoscritto la petizione per la liberazione di quattordici medici palestinesi detenuti da Israele senza accusa formale e senza processo. L’appello è stato rivolto in particolare ai medici, agli operatori sanitari e a tutte le professioni della cura (petizione su change.org). La petizione ha raccolto un ampio sostegno da parte della comunità sanitaria italiana, sia a titolo individuale sia istituzionale. Vi ha aderito la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – FNOMCeO, che rappresenta circa 470.000 professionisti, insieme a Ordini provinciali, società scientifiche, associazioni sanitarie e altre realtà istituzionali (comunicato Fnomceo). Non presentiamo, dunque, soltanto una richiesta di MEDU. Ci facciamo interpreti della profonda preoccupazione espressa da migliaia di cittadine e cittadini impegnati nelle professioni della cura. Tra i medici detenuti figura il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato nel dicembre 2024 dopo aver continuato ad assistere la popolazione del nord di Gaza in condizioni drammatiche. Il dottor Abu Safiya è divenuto il simbolo dei professionisti sanitari che hanno continuato a curare i propri pazienti anche quando svolgere la missione medica significava mettere a rischio la propria vita. Come lui, gli altri tredici medici inclusi nell’appello (Dr. Musab Samaan, Dr. Omar Amar, Dr. Ahmad Musa, Dr. Nahad Abu Taima, Dr. Medhat Abu Tabng’a, Dr. Murad Alkuka, Dr. Mahmud Hallak, Dr. Hamza Abu Sabha, Dr. Ahmad Shahada, Hassan Almukayed, Dr. Raed Mahdi, Dr. Akram Abu Odeh e Dr. Muhammad Ubaid) sono stati sottratti alle loro famiglie, ai loro pazienti e a un sistema sanitario già gravemente compromesso, proprio nel momento in cui la loro presenza sarebbe più necessaria. I nostri colleghi di Physicians for Human Rights Israel (PHRI) seguono direttamente la situazione degli operatori sanitari palestinesi detenuti e ci forniscono aggiornamenti sui singoli casi. Le informazioni raccolte da PHRI sulla durata e sulle condizioni della detenzione, sulle difficoltà di accesso all’assistenza legale e sulle testimonianze di maltrattamenti destano profonda preoccupazione e richiedono un’iniziativa urgente della comunità internazionale. La detenzione prolungata di questi medici non colpisce soltanto le persone arrestate e le loro famiglie. Priva un’intera popolazione di professionisti indispensabili e aggrava ulteriormente le conseguenze della distruzione delle strutture sanitarie e della drammatica carenza di personale. Chiediamo pertanto al Governo italiano di assumere iniziative politiche e diplomatiche concrete e, in particolare, di: * intervenire formalmente presso il Governo israeliano per chiedere la liberazione immediata dei quattordici medici palestinesi indicati nell’appello; * richiedere informazioni complete e verificabili sul luogo e sulle condizioni della loro detenzione, sul loro stato di salute e sull’eventuale formulazione di accuse; * sollecitare, nell’attesa della loro liberazione, l’accesso effettivo a un avvocato, ai familiari, a cure mediche indipendenti e agli organismi internazionali competenti; *  promuovere un’iniziativa coordinata in sede europea per la liberazione degli operatori sanitari detenuti senza accusa e per la protezione effettiva della missione medica; * rendere pubbliche le iniziative intraprese dall’Italia e gli esiti delle interlocuzioni diplomatiche; La protezione del personale sanitario non può dipendere dalla nazionalità dei medici o dal luogo in cui esercitano la propria professione. Curare i malati, assistere i feriti e rimanere accanto ai propri pazienti non può diventare motivo di arresto, violenza o persecuzione. A nome delle oltre settemila persone che hanno firmato la petizione e delle numerose organizzazioni e istituzioni sanitarie che vi hanno aderito chiediamo al Governo italiano di utilizzare tutti gli strumenti politici e diplomatici a sua disposizione per ottenere la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri tredici medici palestinesi detenuti. Curare non è un crimine. La protezione della missione medica non è negoziabile. MEDU resta disponibile a incontrare il Governo per presentare la petizione, la documentazione relativa ai quattordici medici e le informazioni raccolte anche grazie al contributo dei colleghi di Physicians for Human Rights Israel. In attesa di un Vostro riscontro e confidando in un concreto intervento del Governo italiano, porgiamo cordiali saluti. Marco Zanchetta, Presidente di Medici per i Diritti Umani Alberto Barbieri, Coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani   Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Lettonia e Ucraina rafforzano la cooperazione sui droni
Lettonia e Ucraina hanno firmato un memorandum d’intesa per ampliare la collaborazione nel settore della difesa, con particolare attenzione allo sviluppo di sistemi senza pilota. L’accordo punta a creare un ecosistema tecnologico competitivo, favorendo investimenti e innovazione attraverso il coinvolgimento di istituzioni pubbliche, università e aziende militari. Riga e Kiev prevedono inoltre la realizzazione di un impianto congiunto per la produzione di droni in territorio lettone. Il progetto, inizialmente pensato per favorire l’economia locale, potrebbe consentire un rapido impiego di droni intercettori vicino ai confini con Russia e Bielorussia. Mosca ha definito tali strutture potenziali obiettivi militari. The post Lettonia e Ucraina rafforzano la cooperazione sui droni appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose
Ci sono dettagli che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima che illegale”[Comune.info]   I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali. Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive. Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo. Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte. Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione. In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale. Comune-info
July 30, 2026
Pressenza
Amnesty International: “India-Israele, rischio di complicità in crimini internazionali”
Il rapporto di Amnesty International divulgato oggi, 30 luglio, rivela che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti fabbricate in India sono state consegnate a grandi aziende israeliane fornitrici dell’esercito della propria nazione. Il rapporto “Made in India” descrive la stretta e vantaggiosa partnership tra il governo indiano e il settore della difesa israeliano: una collaborazione che ha reso lo stato asiatico un importante elemento della catena di forniture di armi e munizioni a sostegno delle operazioni militari dell’esercito di Israele. L’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato che il continuo invio di materiale che potrebbe essere usato da Israele nel genocidio, tuttora in corso, contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata, rischia di rendere le autorità indiane complici di tale genocidio. Attraverso l’uso di dati commerciali relativi alle spedizioni tra India e Israele, Amnesty International ha verificato che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti made in India sono state spedite a grandi aziende israeliane che riforniscono l’esercito. Tra le aziende indiane figurano alcune che sono direttamente possedute e controllate dallo stato: “Non solo il governo indiano non ha controllato, come avrebbe dovuto ai sensi del diritto internazionale, le esportazioni di armi a Israele da parte di aziende private ma ha anche rafforzato la sua partnership in materia di difesa con lo stato israeliano”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Alla luce delle misure cautelari ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto il rischio di genocidio ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, le autorità indiane non possono credibilmente affermare di ignorare che, continuando ad autorizzare e a facilitare i trasferimenti di armi a Israele, stanno assumendo il rischio concreto di contribuire a gravi violazioni dei diritti umani – ha aggiunto Callamard – Mentre l’esercito israeliano stava infliggendo morte, distruzione e sofferenza su scala massiccia alla popolazione palestinese, le aziende indiane hanno continuato a fare profitti fornendo componenti e munizioni al settore della difesa israeliano”. “Il governo indiano deve cessare immediatamente di autorizzare esportazioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti a Israele e deve assicurare che le aziende che operano sotto la sua giurisdizione non contribuiscano a crimini di diritto internazionale – ha precisato Callamard – Tutte le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani nelle loro attività globali, compresa quella di adottare misure preventive, rigide e commisurate al livello di rischio, per assicurare che i loro prodotti non siano coinvolti in violazioni del diritto internazionale”. Le ricerche di Amnesty International hanno analizzato 2596 spedizioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti inviate dall’India a Israele a partire dal 7 ottobre 2023. Dai dati emerge che le aziende indiane hanno spedito ad aziende israeliane fornitrici dirette dell’esercito almeno 390.516 parti di ricambio per piccole armi a uso militare, 564.970 parti di ricambio per ordigni esplosivi (come testate per droni, involucri per proiettili d’artiglieria e altro ancora) e 298 componenti per veicoli militari. Amnesty International ha escluso sistematicamente dalla sua analisi i dati riguardanti spedizioni che potevano essere destinate a un uso civile e quelli relativi ad armi, munizioni e parti di ricambio probabilmente usate per la tecnologia difensiva antimissile, con cui spesso la popolazione civile israeliana viene protetta da attacchi indiscriminati. Dall’esame del quadro giuridico nazionale sui trasferimenti di armi in relazione alle norme e agli standard internazionali sono emerse importanti carenze, come l’inadeguata trasparenza delle procedure relative alle esportazioni e la mancanza di un esplicito riferimento alla diligenza dovuta in materia di diritti umani per impedire che prodotti militari siano usati in violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario. Nell’aprile 2013, in occasione dell’adozione del Trattato sul commercio di armi, l’India si astenne e da allora non l’ha mai firmato né ha depositato gli strumenti di accessione. Farlo sarebbe il primo passo per mettere sotto controllo le esportazioni di armi. Ai sensi dei loro obblighi di rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario, a tutti gli stati è vietato trasferire o permettere ad aziende private di trasferire armi a una parte coinvolta in un conflitto armato – stato o attore non statale che sia – laddove vi sia il chiaro rischio che quel trasferimento possa contribuire alla commissione di violazioni del diritto internazionale umanitario. Quando le aziende e i loro dirigenti sono consapevoli della concreta possibilità che le armi da loro trasferite vengano usate per compiere crimini di diritto internazionale, può derivarne anche una responsabilità penale. A giugno e a luglio del 2026 Amnesty International ha scritto allo stato dell’India e a nove aziende menzionate nella sua ricerca, descrivendone le conclusioni. Al momento della pubblicazione, non aveva ricevuto alcuna risposta. Le armi identificate Dopo i crimini contro l’umanità commessi il 7 ottobre 2023 da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi durante gli attacchi nel territorio israeliano, Israele ha avviato una campagna brutale e distruttiva nella Striscia di Gaza che è arrivata a costituire un genocidio, tuttora in corso, e ha proseguito le sue operazioni militari e prassi illegali nella Cisgiordania, compreso il sostegno alla crescente violenza dei coloni. Il tutto, nel contesto di una decennale occupazione illegale del Territorio palestinese e di un sistema di apartheid nei confronti delle persone palestinesi. Israele ha potuto compiere questi crimini di diritto internazionale grazie alla pressoché ininterrotta fornitura di armi e munizioni da un certo numero di stati di primo piano, come Stati Uniti d’America e Germania, e al transito di armi verso Israele da stati come la Slovenia e la Francia. Amnesty International ha identificato le esportazioni indiane di armi, munizioni, parti di ricambio e accessori verso Israele coi codici 93+ e 8710+ ai sensi del Sistema di armonizzazione dei codici riconosciuto a livello internazionale. Il codice 93+ indica un’ampia categoria di prodotti che comprende la maggior parte di armi e munizioni, così come parti di ricambio e accessori. Il codice 8710+ comprende veicoli da combattimento e veicoli cingolati articolati e relative parti di ricambio. Amnesty International ha identificato almeno 2596 spedizioni di armi, parti di ricambio e munizioni dall’India verso Israele tra il 7 ottobre 2023 e il 30 novembre 2025: componenti per armi automatiche usate dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza; ordigni esplosivi inviati all’azienda israeliana Elbit Systems; testate esplosive per i “droni kamikaze” Skistricker simili a quelle identificate tra le macerie a Khan Younis, nella Striscia di Gaza; componenti per veicoli militari dirette ai principali fornitori dell’esercito israeliano. Amnesty International ritiene che alcune aziende indiane potrebbero rischiare di essere complici di crimini di diritto internazionale e di altre gravi violazioni dei diritti umani commesse da Israele. Tra le aziende esaminate figurano: PLR Systems Private Limited, che produce parti per armi automatiche ed è una joint venture tra Adani Defence & Aerospace e Israel Weapon Industries; Indo MIM Private Limited, che produce componenti per armi da fuoco; Kalyani Systems Private Limited, che produce ordigni esplosivi e loro involucri ed è una sussidiaria della Bharat Forge;  Munitions India Limited, di proprietà statale, che produce ordigni a elevata capacità esplosiva; e Alpha Elsec Defence & Aerospace Systems Private Limited, che produce testate esplosive ed è una joint venture tra Alpha Design Technologies ed Elbit Systems. Tra le aziende israeliane che hanno ordinato e ricevuto materiale vi sono Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems Ltd e Israel Aerospace Industries Ltd, note per il loro contributo alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. Nel 2025 Amnesty International ha chiesto a tutti gli stati e a tutte le aziende private di cessare ogni attività con quelle aziende o avrebbero “rischiato complicità nel crimine contro l’umanità di apartheid, nel genocidio e in altri crimini di diritto internazionale”. Amnesty International chiede da tempo un embargo totale sulle armi a Israele che comprenda la fornitura diretta o indiretta, la vendita o il trasferimento di armi e materiale militare, comprese tecnologia collegata, parti di ricambio e componenti, assistenza tecnica, formazione, assistenza finanziaria o di altro tipo fino a quando le aziende interessate non potranno dimostrare che non stanno contribuendo all’occupazione illegale israeliana o ai crimini di diritto internazionale israeliani. Lo stato dell’India e le aziende indiane che forniscono a Israele armi, munizioni, parti di ricambio e componenti dovranno cessare immediatamente ogni trasferimento: “Permettendo consapevolmente i trasferimenti di armi a Israele, l’India sta chiaramente violando i suoi obblighi di prevenire il genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e di assicurare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra – sottolinea Callamard – Se un’azienda stabilisce che prodotti che ha venduto possono aver contribuito a violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, dovrà fornire o collaborare a fornire rimedi a ogni persona danneggiata da tali vendite”. https://www.amnesty.org/en/documents/asa20/1327/2026/en/ Amnesty International
July 30, 2026
Pressenza
DEPURATORE DEL GARDA. PRESENTATO IL PROGETTO DEFINITIVO, I COMITATI: “NESSUNA FORMA DEMOCRATICA DI PARTECIPAZIONE”
Il progetto definitivo del maxi depuratore del Garda è stato dettagliato in mattinata durante un incontro pubblico al quale hanno preso parte i sindaci e parte della cittadinanza. L’appuntamento con la presentazione del progetto di fattibilità tecnica economica presentato questa mattina al Brixia Forum, era stato indetto dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti e già anticipato alla stampa. Ora alla mega opera manca soltanto la Valutazione d’impatto ambientale e la Conferenza dei servizi, in programma per settembre. Esultano gli storici sostenitori del progetto, in primis la presidente della Comunità del Garda Mariastella Gelmini, che insiste sulla necessità dell’opera “per il bene dei territori”. I comitati ambientalisti e il Presidio 9 agosto si dicono invece determinati a continuare la mobilitazione. All’incontro di stamane era presente anche Alessandro Scattolo del Presidio 9 agosto, che ai nostri microfoni ha sottolineato come “non sia stato possibile porre domande” al Prefetto-Commissario. Ha ricordato inoltre come il “megadepuratore sia un’opera inutile, costosa e dannosa. Il Garda ha già un depuratore a Peschiera e va potenziato” senza impattare sull’ambiente e sulle bollette di Acque Bresciane. Il commento a caldo, al termine della presentazione durata oltre due ore e mezza, di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agostoAscolta o scarica Il resoconto più dettagliato con le osservazioni critiche di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agosto Ascolta o scarica Con la scelta del progetto cui terminale sarà a Esenta di Lonato, il costo totale del depuratore, è stato sottolineato anche in conferenza stampa dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti, è lievitato di oltre 100 milioni di euro: il conto finale di tutto il sistema, diviso in tre lotti, sarà di 314 milioni. Lo pagheranno nella bolletta i cittadini di tutta la Provincia di Brescia. Altre risorse sono state stanziate dal governo (90 milioni), altre sono state promesse ma non ancora reperite. Anche la tassa di soggiorno finanzierà, forse, parte dell’opera. I Comuni gardesani hanno infatti ribadito il loro impegno, senza però definire il loro contributo.
July 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Tratta di esseri umani: sempre più alimentata dalle crisi globali interconnesse
In occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, che ricorre oggi, 30 luglio, Save the Children e Talitha Kum hanno diffuso dati e informazioni allarmanti. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), si stima che nel mondo attualmente 50 milioni di persone vivano in condizioni di schiavitù moderna e la tratta e le forme di sfruttamento ad essa collegate generano ogni anno circa 236 miliardi di dollari di profitti illeciti. Nell’annuale rapporto di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, è riferito che le vittime della tratta identificate nel 2024 nei Paesi dell’UE, per lo più in Francia e Italia, seguite da Paesi Bassi e Germania, sono circa 9˙500. I minorenni, rappresentano il 16% del totale dei casi: 1˙555, in aumento rispetto al 2023 quando costituivano il 12,8% del totale, pari a 1˙358 bambine, bambini e adolescenti. Nella grande maggioranza dei casi (77%) si tratta di bambine e ragazze, in totale 1˙194. Tra i minori il maggior numero di identificazioni si registra in Francia, con 488 casi, seguita da Romania (333) e Germania (230). In Italia le vittime minorenni identificate nel 2024 sono 65, corrispondenti al 3,4% del totale delle vittime di tratta individuate. In poco più di un caso su due (54%) si tratta di bambine e adolescenti, pari a 35 minorenni. Nel nostro Paese la tratta e lo sfruttamento dei minori continuano a rappresentare una realtà per lo più sommersa, che coinvolge sia flussi migratori internazionali – in quanto territorio crocevia di transito e destinazione di minori vittime di tratta – sia contesti interni di vulnerabilità sociale. La rete internazionale contro la tratta di persone fondata dall’Unione Internazionale Superiore Generali e guidata dalle suore cattoliche in tutto il mondo, Talitha Kum, continua a rafforzare la propria risposta globale attraverso la prevenzione, la protezione delle persone sopravvissute, l’accesso alla giustizia, le partnership e l’advocacy. «La tratta di persone continua a evolversi in forme sempre più complesse – sottolinea suor Abby Avelino, MM, coordinatrice internazionale di Talitha Kum illustrando i dati del Rapporto Annuale 2025 – La rapida espansione delle operazioni criminali online legate alle truffe nel Sud-est asiatico è diventata una delle forme di sfruttamento più urgenti e allarmanti. Migliaia di giovani provenienti dall’Africa, dall’Asia e da altre regioni sono stati ingannati con false promesse di lavoro, trafficati oltre frontiera e costretti, attraverso violenza e coercizione, a partecipare ad attività criminali informatiche. Allo stesso tempo, le guerre in Medio Oriente e i conflitti in Paesi come Burkina Faso, Sud Sudan, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, insieme agli sfollamenti forzati, alle crisi legate al clima e all’aumento delle disuguaglianze, continuano a esporre milioni di persone alla tratta, mentre le reti criminali sfruttano paura, vulnerabilità e disperazione”. Grazie ad attività di prevenzione, protezione e assistenza alle persone sopravvissute, iniziative per l’accesso alla giustizia, azioni di advocacy e partnership internazionali, nel 2025 Talitha Kum ha raggiunto 1,21 milioni di persone nel mondo, con un incremento del 29,6% rispetto al 2024. Parallelamente nel 2025 Talitha Kum ha rafforzato la propria presenza internazionale, espandendosi fino a 68 reti nazionali attive in 113 Paesi. Nuove reti sono state avviate in Malawi, Botswana, Lesotho ed Eswatini. La missione di Talitha Kum viene realizzata da 6˙387 suore e partner, con un incremento del 5,7% rispetto all’anno precedente. Tra questi figurano 882 congregazioni religiose femminili (+15,6%) e 100 congregazioni maschili (+28,2%), a testimonianza del crescente impegno della vita consacrata nel contrasto alla tratta di persone. La prevenzione resta la principale area di intervento di Talitha Kum: nel corso dell’ultimo anno, sono state raggiunte 928˙972 persone, con un aumento del 34,6% rispetto al 2024. Tra le persone raggiunte figurano 303˙359 donne e ragazze (+36,3%) e 262˙621 minori di 18 anni (+28,7%). Attraverso campagne di sensibilizzazione nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri sanitari, sui media tradizionali e nei social, mediante il teatro di strada e gli eventi comunitari, le suore, i Giovani Ambasciatori, le Giovani Ambasciatrici contro la tratta e i partner hanno fornito alle popolazioni più vulnerabili informazioni e strumenti per riconoscere ed evitare i rischi della tratta. * SAVE THE CHILDREN – Tratta: oltre 1.500 minori vittime identificate in Europa, i piccoli schiavi invisibili aumentano. Tra i minorenni segnalati in Italia, prevalgono gli adolescenti provenienti dal Bangladesh o dall’Egitto https://www.talithakum.info/it/report2025/ Giovanni Caprio
July 30, 2026
Pressenza

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