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Conflitti: Iran, l'impero colpisce ancora
Khamenei non era un leader democratico. Il regime opprime le donne, imprigiona i dissidenti, spara sui manifestanti nelle piazze. Ma l'Occidente che oggi dice di voler liberare il popolo iraniano è lo stesso che nel 1953 gli ha strappato la democrazia di mano con un'operazione della CIA.
March 5, 2026
PeaceLink
‘HeART of Gaza’ a Casale Monferrato e Alessandria, e con Mohammed Timraz a Savona
In esposizione fino al 15 marzo nella cittadina al baricentro tra Torino, Milano e Genova e dal 1° al 30 aprile nel capoluogo della provincia piemontese, il 4 marzo la collezione è stata presentata all’Officina della Pace di Savona in un incontro con il suo ideatore. Gestore di un bar a Deir al Balah, uno dei centri urbani nella Striscia di Gaza, dall’ottobre 2023 si è prodigato in ogni modo possibile per soccorrere i propri concittadini e, anche con il supporto dell’illustratrice irlandese Feile Butler, Mohammed Timraz ha allestito The Artists’ Tent (La tenda degli artisti), uno spazio dove i bambini possono stare insieme e disegnare, venendo ascoltati e incoraggiati a esprimersi raffigurando i propri sentimenti e le loro esperienze… E, raccolti nella collezione HeART of Gaza: Children’s Art from the Genocide, i disegni dei piccoli artisti gazawi sono esposti nelle mostra che sta facendo il giro del mondo: allestita per la prima volta a Sligo, in Irlanda, nel luglio 2024, in Italia è stata presentata in tante città e molte occasioni. Alla Officina della Pace di Savona è stata illustrata nell’incontro con Mohammed Timraz, che si è svolto il 4 marzo, mentre la mostra era in esposizione a Casale Monferrato.   Per iniziativa coordinata da Granello di Senape OdV che ha sede a Bra, in provincia di Cuneo, l’esposizione della mostra allestita a Casale Monferrato nello spazio della Chiesa dell’Addolorata è promossa da alcune aggregazioni locali, tra cui la Comunità MASCI, il gruppo di pratica meditativa dharma zen PICCOLE RADICI DI PACE e i referenti territoriali della RETE RADIÉ RESCH, anche praticanti la settimanale MEZZ’ORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE, una delle molte attività indicate nella mappa online sul sito di PRESSENZA. Successivamente, dal 1° al 30 aprile, HeART of Gaza sarà esposta alla Biblioteca Civica di Alessandria. Redazione Piemonte Orientale
March 5, 2026
Pressenza
Quali sono i partiti curdi nel Rojhilat (Kurdistan orientale) e quali sono i loro obiettivi?
Sei partiti politici curdi attivi nel Rojhilat (Kurdistan orientale) hanno formato un’alleanza congiunta per proteggere il popolo e difendere le conquiste curde. Di quali partiti si tratta e quali sono i loro obiettivi? Gli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro l’Iran continuano per il sesto giorno. Il 22 febbraio, cinque partiti politici curdi attivi nel Rojhilat (Kurdistan iraniano) hanno deciso di combattere insieme sotto il nome di “Alleanza delle Forze Politiche del Kurdistan iraniano”. I partiti politici curdi che operano nel Rojhilat (Kurdistan orientale) hanno formato un’alleanza politica comune per proteggere il popolo e difendere le conquiste curde. Partiti con posizioni politiche, slogan e una lunga storia di lotta diversi si sono uniti attorno a un obiettivo nazionale e hanno deciso di agire con una posizione politica comune. Partiti che aderiscono all’alleanza Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK), Partito della libertà del Kurdistan (PAK), Partito democratico del Kurdistan iraniano, Organizzazione di lotta del Kurdistan iraniano (Sazman-ı Xebat) e Komeleya Zehmetkêşan ya Kurdistanê (Comunità dei lavoratori del Kurdistan). Ieri anche la Comunità rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan iraniano ha annunciato la sua adesione all’alleanza. In una dichiarazione l’organizzazione ha affermato: “Abbiamo deciso di aderire all’alleanza per il bene del nostro popolo”. I membri dell’alleanza hanno anche annunciato di accogliere con favore questa decisione. Tutto questo porta a sei il numero dei partiti nell’alleanza *Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK): fondato nel 2004 il partito svolge le sue attività basandosi sulle idee del suo leader, Abdullah Öcalan. Il partito è governato da un sistema di co-presidenti. Attualmente i suoi co-presidenti sono Peyman Viyan ed Emîr Kerîmî. Il PJAK si concentra in particolare sulla liberazione delle donne e su un modello di autogoverno democratico. *Partito democratico del Kurdistan Iraniano (HDKA): uno dei più antichi partiti politici del Rojhilatê Kurdistan. Venne fondato a Mahabad nel 1945 con lo slogan “Democrazia per l’Iran, autonomia per il Kurdistan”. Il segretario generale del partito è Mustafa Hijri. *Partito democratico del Kurdistan Iraniano: fondato nel 1969, questo partito ha un orientamento socialdemocratico. Guidato da Abdullah Mohtadi, il partito privilegia la cooperazione con le forze di opposizione in Iran. *Partito per la libertà del Kurdistan (PAK): Fondato nel 1991, il leader del partito è Huseyn Yezdan Pena. Lo slogan del partito è “Indipendenza del Kurdistan” e la separazione del Kurdistan Rojhilatê dall’Iran. In questo senso è considerato un partito con una linea più nazionalista e radicale rispetto ai partiti dell’alleanza. *Comunità dei lavoratori del Kurdistan: fondata nel 2007 in seguito di una una scissione all’interno di un’altra comunità. Si concentra sui diritti dei lavoratori, sui poveri e sulla politica socialista. Il segretario generale del partito è Reza Kebî. *Organizzazione per la lotta del Kurdistan iraniano (Sazman-ı Xebat): fondata nel 1980, questa organizzazione è descritta come un movimento nazional-religioso. Pur sostenendo la separazione tra religione e Stato, sottolinea anche la preservazione dei valori religiosi della società curda. Il segretario generale dell’organizzazione è Babêşêx Huseynî. Si distingue come l’unica forza politica islamica all’interno dell’alleanza. L'articolo Quali sono i partiti curdi nel Rojhilat (Kurdistan orientale) e quali sono i loro obiettivi? proviene da Retekurdistan.it.
March 5, 2026
Retekurdistan.it
Corpi, luoghi, frontiere. Invito a contribuire a un’iniziativa contro la mercificazione dei territori
Riceviamo e diffondiamo: Qui il sito dell’iniziativa in costruzione: https://luoghicorpifrontiere.noblogs.org/ INVITO A CONTRIBUIRE ALL’INCONTRO “CORPI, LUOGHI, FRONTIERE”. – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI SALENTO 26-27-28 GIUGNO 2026 Nell’antica Grecia, la Xénia indicava il rituale dell’ospitalità verso lo straniero che bussava alla porta. Viaggiatore, naufrago o fuggitivo, l’ospite riceveva cure e onori che un giorno avrebbe dovuto ricambiare. Nel corso dei secoli, le regole della Xénia hanno reso il Mediterraneo uno spazio di ibridazioni e incroci, uno spazio di possibilità, dove l’alterità e l’ignoto contaminavano l’identità dei popoli. Oggi, nell’eco lontana di quell’idea, noi abitanti di un piccolo frammento di terra mediterranea sappiamo di vivere ai margini di quel centro di potere chiamato Occidente. Un Impero che ha costretto l’orizzonte universale della storia entro i confini della sua sovranità. A costo di migrazioni forzate, desertificazione, genocidi e distruzione degli ecosistemi, la sua violenza ha imposto il dominio del profitto e il pensiero unico dello sviluppo tecno-industriale inarrestabile. Nel territorio in cui viviamo, al confine meridionale dell’Impero, si parla ancora il griko, un’antica lingua derivata dal greco. In griko, sséno, mutazione di xénos, indica la provenienza da un generico altrove. Ancora oggi, mentre il Mediterraneo è uno spazio di respingimenti, frontiere militarizzate e mercato turistico, sentiamo il legame a questa radice storica ed è questa concezione dello spazio che vogliamo abitare e attraversare. Mentre il potere attribuisce agli stranieri la responsabilità della miseria in cui ha fatto sprofondare intere popolazioni, riconosciamo come complici coloro che, come noi, vivono ai margini dell’Impero e rappresentano una breccia aperta su molteplici possibilità. Vivere ai margini ci permette di vedere da vicino le mura della fortezza, ma anche le sue crepe. Qui, la frontiera è un avvertimento ma anche una sfida. E’ la linea fisica o immaginaria che separa brutalmente la speranza dalla disperazione, il privilegio dallo sfruttamento, il turista dal clandestino. Ma a volte, i centri di detenzione vanno a fuoco. Viviamo in un territorio devastato dal saccheggio capitalista. Una violenza che, dopo lo spopolamento causato dall’emigrazione dei braccianti agricoli senza terra, è proseguita con l’ installazione di impianti industriali predatori. L’acciaieria di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi e l’estrazione petrolifera in Lucania sono solo le ferite più visibili di un territorio fatto oggetto di operazioni cosmetiche per essere appetibile sul mercato turistico. Proposta Vogliamo organizzare tre giorni di incontri nel nostro territorio, il Salento, per dare voce ad esperienze di lotta provenienti da diversi luoghi ed elaborare insieme analisi politiche a misura delle esigenze del nostro tempo. L’interconnessione dei luoghi di amicizia potrebbe assomigliare a un’esperienza di vicinanza, una mujawara, -come lo definirebbero le nostre compagne libanesi, poiché crediamo che la solidarietà non si basi sul compimento di una «buona azione militante», ma sul considerare le altre lotte come parte delle nostre e viceversa. Riconoscersi è il motore dell’internazionalismo. Cominciamo con l’abitare un luogo dove condividere storie e prospettive, cibo, musica; un luogo di cui saremo ospiti –sséni– sulle rive del Mediterraneo. Organizzeremo, nello spazio di un campeggio, giornate di discussione e convivialità ma anche di scoperta dei territori e condivisione dei progetti di lotta. Vi chiediamo di partecipare alla costruzione di questo incontro proponendo interventi sulle vostre esperienze, analisi e pratiche sviluppate tra centri e margini; rapporti tra frontiere e attraversamenti, tra militarizzazione, speculazione turistica da un lato, ed esperienze di resistenza, sussistenza e solidarietà internazionalista dall’altro. Pubblicheremo prossimamente altri approfondimenti. Organizzeremo le proposte di intervento che perverranno al seguente indirizzo: maisiaturista@riseup.net
March 5, 2026
il Rovescio
Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia)
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIII)-1 Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia) Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”, re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle maggiori fonti della nostra ricchezza. È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione (1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di lotta. Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere. Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e all’accumulazione privata della ricchezza. Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione perché la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di fronte allo scarseggiare delle risorse. In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe sui fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura, con gli altri, e con il nostro stesso corpo. Tecnologia, corpo, autonomia La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite, anche (o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice. Questo impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale, ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in grado di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha scritto Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo”. Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto perdere di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e il divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà, l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per l’inquinamento. C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni, desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno di sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare l’amore, stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali sfide per gli insegnanti). L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi del suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto alla ragione. […] Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e anche le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre- capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A loro volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione agricola ha ancora emulato. Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e dei fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del tipo che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi dell’individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale- collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”. Computer e beni comuni È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si infiltrano in ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche, sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari. Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori. Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare. In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata. Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite. La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite. Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali – depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono oggi tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi macchina” e interiorizzare i piani del capitale. La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta immediata sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è prodotto un nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste non possono eguagliare la velocità delle macchine. Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre e acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi, applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale] dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari hanno imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei materiali grezzi”. […] Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico è nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà, è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto contatto con il mondo della natura. Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a terre e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza, che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il controllo dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine, dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo pre- coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati. […] Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia per il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento, potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio, con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi del proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società capitalista. Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale possiamo praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto zero della rivoluzione”. (da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018)
March 5, 2026
il Rovescio
La retorica sulla “politicizzazione della magistratura” è tossica e falsa
Durante questa campagna referendaria, il fronte del Sì alla riforma per la modifica costituzionale della giustizia – redatta dal Ministro Carlo Nordio – ha più volte ribadito a più tornata la fantomatica “politicizzazione della magistratura” ed ha più volte attaccato frontalmente quelle che sarebbe le “toghe rosse” (ovvero magistrati che avrebbero simpatie di sinistra o che siano aderenti a gruppi politici di sinistra), sottintendendo esplicitamente che la riforma sia in grado di risolvere o comunque arginare il problema del “correntismo” politico interno alla magistratura, descritto come fenomeno pervasivo e lobbistico volto alla spartizione delle poltrone nei ranghi della magistratura stessa. La retorica delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della magistratura” nasce all’epoca del berlusconismo quando i magistrati, che hanno inquisito Silvio Berlusconi, venivano additati con l’espressione “toghe rosse”: un’arte molto astuta della destra per far apparire mediaticamente i processi di Berlusconi non come conseguenza dei reati da lui commessi (corruzione, concussione, evasione fiscale, prostituzione minorile etc… ) ma come una persecuzione politica attuata da magistrati di sinistra nei suoi confronti. Questa narrazione ha influito molto sul senso comune e sull’opinione pubblica, portando a pensare – sia a destra che a sinistra – che vi sia veramente una tendenza nella magistratura italiana ad interpretare la legge in modo fazioso secondo i propri ideali politici; che veramente esista una magistratura in Italia che preferisca “perseguire politicamente” i condannati o i processati piuttosto che guardare alla legge in modo imparziale. La retorica della “politicizzazione della magistratura” – oltre ad essere stata sulla bocca della destra italiana per tutti questi anni – è uno dei temi cari anche all’estrema destra italiana. Non dimentichiamoci del Piano di Rinascita Democratica del “venerabile” della P2 Licio Gelli, dei movimenti neofascisti degli anni Settanta, che trovano dei corrispettivi nel programma elettorale di CasaPound del 2013 che, al punto 13 “per una giustizia reale”, parla chiaramente della “estirpazione del lobbismo e della politicizzazione interna alla magistratura” come se vi fosse veramente questo tipo di problema cronico, risultando anche una minaccia stessa alla magistratura. Forse bisognerebbe raccontare un po’ di storia prima di parlare di questo argomento per ricordare che il correntismo politico nella magistratura ha avuto una valenza fondamentale per la preservazione della Stato di diritto facendo argine alle derive autoritarie nel nostro Paese e in tutta Europa. La bellissima relazione dal titolo “LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA: ORIGINI, RAGIONI IDEALI, DEGENERAZIONI” scritta dal giurista Mauro Volpi (1) per il corso straordinario organizzato dalla Scuola della Magistratura su “Le garanzie istituzionali di indipendenza della magistratura in Italia” a Roma il 5-7 novembre 2019, e pubblicata dalla rivista dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (AIC), percorre molto bene la storia del correntismo politico nella magistratura dando una panoramica chiarificatrice. Il fenomeno dell’associazionismo nella magistratura italiana risale al 1909 quando a Milano si costituisce l’Associazione Generale tra i Magistrati d’Italia (AGMI), la prima associazione rappresentativa dei magistrati, che fa seguito ad anni di effervescenza successivi al cosiddetto ”Proclama di Trani” del 1904, con il quale 116 magistrati in servizio nel distretto della Corte di Appello di Trani chiedevano al Governo e al Ministro della Giustizia la riforma dell’ordinamento giudiziario. L’iniziativa derivava certamente dallo stato miserevole in cui versavano le condizioni professionali e le retribuzioni dei magistrati, ma alle rivendicazioni corporative si aggiungevano obiettivi di più ampio respiro come il rafforzamento dell’organo di autogoverno e il riconoscimento di adeguate guarentigie (in primis l’estensione anche ai pubblici ministeri della inamovibilità prevista per i giudici). La risposta del Governo e della politica fu sostanzialmente negativa, risolvendosi, accanto al riconoscimento di limitati miglioramenti economici, nella riaffermazione della inopportunità per i magistrati di intervenire in qualsiasi forma su questioni attinenti all’esercizio della loro funzione. In particolare il Guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando in un’intervista al Corriere d’Italia del 23 agosto 1909 manifestava la sua ostilità all’associazione appena nata (2). La formazione dell’AGMI dimostrava un esempio di democraticità interna, nonchè la completa incompatibilità dell’associazionismo in magistratura con qualsiasi regime autoritario: già l’AGMI, che rappresentava soprattutto la “bassa magistratura”, che era contrastata dall’ “alta magistratura”, aveva al proprio interno una maggioranza moderata ed una componente più radicale, rappresentata soprattutto dal gruppo romano. Non è un caso che l’organizzazione dell’AGMI, fortemente radicata soprattutto nella “bassa magistratura” e caratterizzata da un orientamento prevalentemente moderato, sia venuta meno in conseguenza dell’ascesa al potere del fascismo. Mussolini non ne stabilì lo scioglimento, ma pretese di trasformarla in “sindacato fascista”: ciò determinò la decisione, adottata dall’Assemblea generale del 21 dicembre 1925, di sciogliere l’Associazione. Nell’anno successivo fu adottata la legge n. 563 del 3 aprile 1926 che stabiliva il divieto di associazione tra magistrati e, nel quadro della seconda epurazione della magistratura dopo quella attuata nel 1923, con Regio Decreto del 6 dicembre 1926 furono destituiti dalla magistratura i dirigenti dell’AGMI, a cominciare dal suo segretario generale Vincenzo Chieppa, accusati dal fascismo di avere assunto “un indirizzo antistatale”, di avere criticato “astiosamente” gli atti dell’esecutivo, di essersi “posti in condizioni di incompatibilità con le direttive politiche del governo”. L’associazionismo tra magistrati rinasce in seguito alla caduta del fascismo con la costituzione, il 21 ottobre 1945, della Associazione Nazionale Magistrati (ANM), la quale, nonostante la caratterizzazione originaria fortemente moderata, ispirata alla apoliticità e alla asindacalità, ha svolto progressivamente un ruolo propositivo sul terreno della politica della giustizia e anche rivendicativo, contribuendo all’evoluzione del ruolo della magistratura. Nel secondo dopoguerra, l’associazionismo tra magistrati, tramite l’ANM, rivendicherà l’eguaglianza tra i magistrati, la negazione di un ordine di tipo gerarchico, la non separatezza della magistratura dalla società, il riconoscimento di adeguate garanzie di autonomia e di indipendenza nei confronti degli altri poteri e il riconoscimento della natura della funzione giurisdizionale. Si tratta di aspetti qualificanti dell’associazionismo e del ruolo da esso svolto nel processo – seppur difficile – di “democratizzazione dell’ordine giudiziario”. Qui si inserisce la spiegazione della nascita delle cosiddette “correnti”, vale a dire di una pluralità di associazioni che esprimono orientamenti differenti relativi alla politica della giustizia e al ruolo dei magistrati. La nascita del correntismo politico all’interno della magistratura è stato un ottimo deterrente, facendo argine all’invadenza dei magistrati filo-fascisti ancora presenti nelle istituzioni della neonata Repubblica italiana. Questo è avvenuto perchè mai, con l’inizio della Repubblica, è avvenuta un’epurazione dei funzionari fascisti presenti nelle istituzioni repubblicane, ma piuttosto c’è stata una continuità dello Stato, come ha ben descritto il grande storico italiano Claudio Pavone: un situazione che si è trascinata per tutta la storia della Prima Repubblica, facilitando così l’attuazione della strategia della tensione in Italia anche grazie alla permanenza di fascisti negli apparati di Stato, permettendo un’infiltrazione sovversiva più agile. Ritornando al correntismo, le differenziazioni sono esistite fin dall’inizio. All’interno dell’ANM sono nate fin da subito due diverse concezioni della magistratura: la prima conservatrice, sostenuta soprattutto dai magistrati di Cassazione, che si è fondata su una concezione della funzione giudiziaria come mera applicazione, e non interpretazione, della legge e sulla centralità dell’assetto gerarchico, riproposto grazie ad un’interpretazione restrittiva dell’art. 107, c. 3, della Costituzione; e la concezione riformista, che già alla fine degli anni Cinquanta era diventata maggioritaria all’interno dell’ANM (con i Congressi di Napoli del 1957 e di Sanremo del 1959), anche grazie al forte rinnovamento generazionale, sostenendo il cambiamento della progressione in carriera attraverso promozioni “a ruoli aperti”, indipendenti dai posti disponibili in organico e avanzamenti basati su valutazioni che abbiano al centro l’anzianità di servizio. La diversità di concezioni è sfociata nella scissione dell’ANM, operata dagli alti vertici della magistratura, con la nascita nel 1961 dell’Unione Magistrati Italiani, preceduta nel 1960 dalla costituzione come corrente della Unione delle Corti. La scissione dell’UMI, che ha conquistato la maggioranza della componente togata (otto membri su quattordici) nelle elezioni consiliari del 1963, ha permesso all’ANM di liberarsi dall’ipoteca più conservatrice e di lasciare ampio spazio al rafforzamento della linea riformista. Questo processo ha accompagnato la nascita di diverse correnti facenti parte dell’ANM, non più legate alla distinzione del passato tra alta e bassa magistratura, ma a diverse concezioni sul modello di magistratura, prevalentemente burocratico-corporativo o politico-costituzionale e “chiuso” o “aperto” nei confronti delle società e delle sue istanze di trasformazione. Le prime tre correnti storiche si sono collocate quindi lungo l’asse destra-centrosinistra, che si è concretizzata rispettivamente nella nascita nel 1962 di “Magistratura Indipendente”, nel 1958 di “Terzo Potere” e nel 1964 di “Magistratura Democratica”. La stessa esperienza dell’UMI si è conclusa nel 1979 con il suo scioglimento e il rientro dei suoi aderenti nell’ANM, andando ad ingrossare le fila della componente più moderata. L’ANM è, ancora oggi, l’organismo rappresentativo dei magistrati ordinari italiani: non è un organo istituzionale, ma un’associazione che tutela l’autonomia e l’indipendenza della categoria e ne rappresenta le posizioni nel dibattito pubblico. L’associazionismo nella magistratura non è stato e non è solo un fenomeno italiano, ma si è manifestato e si manifesta in tutta Europa in molti ordinamenti democratici e nella creazione di organismi internazionali che raggruppano diverse associazioni nazionali. Non in tutti gli Stati democratici esiste una associazione nazionale della magistratura (come avviene in Italia, Germania e Portogallo), ma comunque operano diverse associazioni di dimensione nazionale. I due casi più significativi sono quelli della Francia e della Spagna, dove non solo vi è una pluralità di associazioni, ma queste si collocano in prevalenza lungo l’asse destra-sinistra o, se si preferisce, conservatori-progressisti. Se guardiamo alla storia con attenzione possiamo ben vedere come il correntismo è stato fondamentale nella democratizzazione dell’ordinamento giuridico. Questo non significa che le degenerazioni del correntismo non siano un problema, anzi lo sono eccome – come negli anni scorsi aveva giustamente sottolineato il l’ex PM antimafia Nino Di Matteo (schiero per il NO a questa riforma costituzionale) – ma la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il caso del giudice Luca Palamara (3), espulso dalla magistratura per lo scandalo che lo vedeva mediatore tra le correnti della magistratura per l’assegnazione di incarichi di rilievo, come quello di Procuratore della Repubblica, ne è un esempio: Palamara è stato indagato dalla stessa magistratura ed espulso. Da questo assunto non possiamo negare il fatto che i magistrati, in quanto cittadini, abbiano diritto alla libertà di espressione, abbiano diritto di avere un’opinione politica, abbiano diritto ad organizzarsi come abbiano diritto a decidere di esercitare il proprio ruolo senza aderire a nulla. Tutto questo discorso storico, culturale e politico è vergognosamente omesso – in malafede – da chi parla invano di “politicizzazione della magistratura” adducendo a qualche strana tendenza politica di massa nei magistrati. Non solo, a tutto questo si omette vergognosamente che il correntismo è un fenomeno estremamente minoritario nella magistratura italiana. Se si considerano i dati dell’ANM, gli iscritti sono 9.149 su un totale di 9.657 magistrati nel ruolo organico (adesione superiore al 95%) e solo il 23% degli iscritti all’ANM è aderenti a correnti, ovvero circa 2.100 magistrati. Interessante sapere che, da questo dato, si può estrarre un’ulteriore notizia: la maggioranza dei magistrati che aderisce alle correnti è membro di correnti di centro-destra. Quindi delle domande sorgono spontanee: veramente il correntismo della magistratura è un problema nell’Italia di oggi? Veramente il correntismo è l’origine di tutti i mali della magistratura contemporanea come sembra insinuare il Fronte del Sì? Evidentemente no. Basta infatti leggere la  Riforma Nordio per provare che non solo non “libererà” il giudice dal condizionamento delle correnti, ma che soprattutto non tratta il tema del correntismo. Questo significa che la narrazione tossica e falsa delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della magistratura” (usata dalla destra per additare i magistrati di sinistra) è un diversivo, un’arma di distrazione di massa per spostare l’attenzione dai contenuti della Riforma Nordio che invece ha sì l’obiettivo di rendere più dipendente la magistratura dall’organo esecutivo della politica, ovvero il governo. Spesso quando ci si riferisce alla Riforma Nordio come ad una “riforma liberale” e quindi non una “riforma politica”. Questo assunto è errato, poichè trattasi propriamente di una “riforma liberale” è necessariamente una riforma politica, altrimenti sarebbe una contraddizione in termini. Ma anche in merito ci sono dei dubbi: davvero la Riforma Nordio è una “riforma liberale”? In molti hanno affermato che lo è in quanto libererebbe la magistratura dalle correnti, ma davvero si può definire “liberale” una riforma che dovrebbe “a parole” limitare la libertà d’espressione? Anzi possiamo definire che è una riforma illiberale proprio per i motivi opposti, ovvero renderà la magistratura più dipendente dalla politica. Le “democrazie liberali”, in senso politico, come quella italiana, implicherebbero il bilanciamento dei poteri degli organi di uno Stato e non l’invadenza dell’uno sull’altro. Ecco dunque che dobbiamo avere paura quando un Ministro come Carlo Nordio, attaccando frontalmente la magistratura, parla di “Sistema para-mafioso del Csm”, insinuando spartizioni di potere ed usando impropriamente le parole di Nino Di Matteo del 2019. E’ vergognoso soprattutto che lo dica un ex-magistrato, dimostrando di non avere nè rispetto per il ruolo che rivestito nè consapevolezza per il ruolo che riveste oggi in quando Ministro. Queste dichiarazioni sembrano delegittimare la magistratura agli occhi della popolazione e dell’opinione pubblica. La replica di Nino Di Matteo è stata dura: «A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma  costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino». Per concludere, il correntismo nella magistratura è un fenomeno minoritario non  negativo di per sé, ma che, laddove degenera in spartizione di ruoli, diventa un problema. La nostra magistratura ha dimostrato di essere in grado di fare argine da sola al problema. Purtroppo non possiamo dire lo stesso della nostra classe politica, che permette a pregiudicati, indagati e condannati di sedere ai banchi del nostro Parlamento con tutti i privilegi del caso: situazione in cui l’immunità diventa spesso impunità.     (1) già ordinario di Diritto Pubblico Comparato nella Università di Perugia e membro laico del CSM dal 2006 al 2010 (2) Testo dell’intervista si trova in E. PAPA, Magistratura e politica, cit., 361-363. (3) Luca Palamara è un ex magistrato e politico italiano, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). È stato il più giovane presidente dell’ANM da maggio 2008 a marzo 2012; dal 19 settembre 2020 è il primo presidente nella storia dell’ANM ad esserne stato espulso. Per quanto il suo caso sia diventato molto popolare nell’opinione pubblica di destra, Palamara era aderente alla corrente politica “Unità per la Costituzione”, corrente di centrodestra vicina all’UDC. Da tali vicende prende le mosse il libro-intervista Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana, da lui realizzato con il giornalista Alessandro Sallusti e portato in scena a teatro da Edoardo Sylos Labini.   Per info: L. FERRAJOLI, Associazionismo dei magistrati e democratizzazione dell’ordine giudiziario, in Questione Giustizia, 4/2015, 179. F. VENTURINI, Un “sindacato” di giudici, cit., 263 ss. e A. MENICONI, Storia della magistratura italiana, Bologna, Il Mulino, 2012, 145 ss. M. De Nicolò, E. Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie Viella, Roma 2019, pp. 239 https://ilpensierostorico.com/la-continuita-dello-stato-dal-regime-fascista-alla-repubblica/?print-posts=pdf Lorenzo Poli
March 5, 2026
Pressenza
Imperialismo Digitale
Riprendiamo da Scienza in rete Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio, affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine globale. Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali. Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII, con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War. Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare. La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste tecnologie negli apparati bellici. LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume. Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello sviluppo delle innovazioni radicali. Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di rafforzare relazioni di dominio. Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo, a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico “interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione. Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande capitale. Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome, mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso). Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali, l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo: quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare, ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo. Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto). Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu). LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo. Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel 1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”. Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in base alle specificità settoriali e territoriali. La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale. Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft) statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu, Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche. Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu (JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea legislativa della Repubblica Popolare. L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico, perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della popolazione. È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa da quella statunitense. È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA, cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la sfera economica. Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti. Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo, strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione strutturale del confronto globale. Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza. Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso, accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
BRESCIA: CENTINAIA DI EURO DI MULTA A UN SINDACALISTA USB. “NON CI FACCIAMO INTIMIDIRE”
Dario Filippini, coordinatore provinciale USB è stato condannato a una pesante multa (450 euro) per la manifestazione del 30 dicembre in Piazza Duomo, ovvero l’assemblea pubblica contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri esponenti palestinesi, accusati ingiustamente di terrorismo. “L’incredibile motivo – denuncia Usb – è che Dario Filippini, pur avendo notificato alla Questura la manifestazione, non avrebbe rispettato i tempi di preavviso”, sottolineando come la Questura di Brescia sia ormai “da tempo impegnata in una costante e diffusa iniziativa di rappresaglia repressiva verso i movimenti e le lotte”. Per tutto questo, convocato un incontro pubblico contro la repressione martedì 10 marzo, ore 17,00, presso la sede Usb di via Corsica, 142 a Brescia. Ai nostri microfoni, Dario Filippini, Usb Brescia Ascolta o scarica
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
MEDIO ORIENTE: SESTO GIORNO DI GUERRA, OLTRE MILLE I CIVILI UCCISI IN IRAN. OLTRE 100 LE VITTIME IN LIBANO, 700.000 GLI SFOLLATI
Sesto giorno di aggressione militare israelo-statunitense all’Iran che ha infiammato tutto il Levante e oltre, una guerra ormai totale che va dal Mediterraneo al Golfo di Oman, dal Golfo Persico allo Stretto di Hormuz, dove ci sono mille navi – la metà sono petroliere – bloccate, dato che tutte queste zone sono state designate ufficialmente dalle autorità del commercio marittimo internazionale come “aree di operazioni belliche”. Nelle ultime 24 ore Stati Uniti e Israele hanno sferrato decine di aerei e missilistici su tutto l’Iran, compreso lo storico stadio Azadi. In meno di una settimana i raid israelo-statunitensi hanno ucciso almeno mille civili nel Paese. I Pasdaran hanno tuttavia ancora abbastanza armi da poter rispondere: colpita una petroliera Usa nel Golfo Persico, mentre è scambio di accuse Iran – Israele sulla paternità dei missili caduti sull’Azerbaijan, con 2 feriti in un aeroporto al confine. Sono invece sicuramente iraniani i missili e i droni che cadono sui Paesi del Golfo Arabico (nel mirino in particolare il vicino Kuwait e Abu Dhabi) e quelli su Israele; qui 1400 feriti e 10 morti in totale da sabato a oggi. Nonostante questo, l’esercito israeliano continua a portare avanti il proprio progetto coloniale-messianico della cosiddetta Grande Israele, dall’Egitto all’Iraq. Nel mirino c’è in particolare il Libano: 102 morti e 600 feriti da domenica per mano di Tel Aviv, che ha anche ordinato l’autodeportazione di tutta la periferia sud di Beirut, in cui vivono mezzo milione di libanesi –sciiti – oltre a alcune centinaia di migliaia di rifugiati siriani e palestinesi, compresi quelli del tristemente noto (per i massacri israeliani) di Shabra e Shatila. “Trasformeremo Beirut Sud in una nuova Khan Younis”: così il colono fascista Smotrick, ministro delle Finanze di Israele. Da Beirut Mauro Pompili, giornalista freelance italiano che vive e lavora a Beirut, da dove collabora con diverse testate.Ascolta o scarica  Anche lo staff dell’Ong ARCS ha evacuato i propri uffici a Beirut spostandosi in una zona ritenuta più sicura per motivi precauzionali. Secondo le stime locali, circa 700.000 persone provenienti dai sobborghi meridionali stanno cercando di lasciare l’area nel minor tempo possibile. Le principali arterie stradali e le vie di accesso alla città sono paralizzate da ingorghi enormi. Scene di panico si registrano in diversi quartieri: famiglie stipate nelle auto private, ambulanze e camion carichi di persone e beni essenziali si muovono lentamente nel traffico, mentre molti cercano di portare con sé ciò che riescono a salvare prima di abbandonare le proprie case. Da Beirut Ginevra Fioretti dell’ARCS Ascolta o scarica  C’è poi la Palestina, scomparsa di nuovo dalla narrazione mediatica. Il genocidio, la pulizia etnica e l’annessione continuano tra bombardamenti sulla Striscia di Gaza e raid di esercito e coloni nella Cisgiordania occupata, dove sono stati chiusi arbitrariamente diversi valichi in area B e C. Oggi intanto ennesima escalation di attacchi, con una decina di feriti tra Hebron, Masafer Yatta, Jenin. Chiudiamo la pagina dal Levante con un conflitto nel conflitto. Siamo in Iraq, dove missili iraniani hanno colpito alcune organizzazioni politiche curde iraniane nella regione del Kurdistan iracheno, da dove viene smentita la notizia, diffusa da alcuni media della destra Usa e israeliana e ripresa senza verifica alcuna anche in Italia (come sulla prima pagina del Corriere), secondo la quale starebbero muovendo un’offensiva via terra contro Teheran a fianco degli aggressori. “Lavoriamo all’interno di una coalizione di forze del Rojhelat, nessuno può scavalcarla”, riferiscono i nazionalisti del Partito per la Libertà del Kurdistan mentre il Pjak (movimento di liberazione e confederalista curdo, legato a Ocalan) lancia l’appello alla popolazione del Kurdistan iraniano a “istituire l’autogoverno e l’autodifesa” nelle aree curde dell’Iran, formare comitati di autodifesa per proteggersi dagli attacchi, sia del regime che di Israele e Usa. L’appello chiama poi all’istituzione di comitati di autogoverno e invita i soldati del regime a disertare. Europa. Londra manda altri 4 caccia in Qatar, mentre il francese Macron, dopo aver spinto il suo ministro degli esteri Barrot a sentire l’omologo iraniano Araghchi per ribadire “di non essere in guerra”, ha chiamato Meloni e il greco Mitsotakis per coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso. Sempre la Francia intanto ha concesso l’uso della base di Istres agli Usa esclusivamente ‘per il sostegno alla difesa dei partner Ue”, cioè in particolare per quanto riguada Cipro, ma non per operazioni di attacco in Iran’. Nessuna base, e nessun aereo, invece, per la Spagna, che ribadisce il proprio no totale alla guerra, nonostante le minacce Usa. Infine il lato italiano. Oggi Mantovano Crosetto e Tajani alle Camere. Replicando proprio alle proteste dell’opposizione -che accusavano Stati Uniti e Israele di agire fuori dalle regole- il ministro Crosetto ha ammesso che ‘l’attacco Usa all’Iran è stato al di fuori del diritto internazionale’. Il conflitto, ha aggiunto Crosetto, ‘è partito all’insaputa del mondo e che ora ci si trova a gestire: il problema nostro è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e che non abbiamo voluto’. Alla fine la Camera ha votato la risoluzione delle destre, riassumibili con un “Io speriamo che me la cavo”. Il commento su questa risoluzione con Nicola Fratoianni, deputato Avs e coordinatore nazionale di SI Ascolta o scarica 
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto