SCOSSE DEVASTANTI IN VENEZUELA. MIGLIAIA DI DISPERSI, SI SCAVA TRA GLI EDIFICI CROLLATI. IL SISMA PIÙ VIOLENTO DA 126 ANNI
Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il Venezuela. Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte, orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima scossa è stata di magnitudo 7.1, la seconda di 7.5. Si è trattato del sisma più violento da 126 anni a questa parte in Venezuela, con epicentro a Yumare, 300 km a ovest di Caracas. Sale a 164 morti e 1000 feriti il bilancio, ma i numeri sono destinati a salire. Lo stato più colpito è La Guaira. Danneggiato l’aeroporto internazionale che ha sospeso i voli. La presidente a interim Rodriguez ha annunciato lo stato di emergenza: ‘Situazione grave’. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Geraldina Colotti, giornalista ed esperta in questioni latinoamericane, con cui abbiamo fatto anche un quadro generale della situazione del Paese, già connotato da un ana forte crisi politico-economica Ascolta o scarica
June 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Dossier Italia-Ahida, sulla tendenza autoritaria: le fessure e gli spiragli per uscirne
Nello spirito di collaborazione divulghiamo sulle nostre pagine il Dossier curato dalla redazione di Ahidaonline.com che raccoglie i testi pubblicati dalla testata, redatto quale contributo al dibattito in ordine al vasto movimento d’opposizione emerso nel corso dello scorso anno «in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne». In merito alle tematiche affrontate, vogliamo segnalare che anche Pressenza ha dedicato particolare attenzione alle dinamiche del movimento, imperniando il suo quaderno 2025 -edito dalla Multimage col titolo Moltitudini ribelli– attorno all’attuale fase politica. Un volume con il quale la nostra Agenzia ha inteso individuare dei fili, con la speranza che in un futuro assai prossimosi riesca ad intreccino una trama della rete globale, i cui nodi si stringano dal basso ed esemplifichino e dimostrino nelle scelte quotidiane che un altro mondo è possibile. Le “moltitudini d’autunno” hanno manifestato chiaramente tutto il potenziale della soggettività sociale. Ecco perché è utile raccogliere ogni contributo alla riflessione comune, ed aprirsi al dialogo fra tutte le anime dei movimenti, purché volto alla progettazione, alla costruzione di nuove relazioni fra realtà diverse che si impegnano per una “felicità nella storia” per tutt3[accì]   DI SEGUITO PUBBLICHIAMO L’INTRODUZIONE AL DOSSIER ITALIA _____________________________________________ Con il governo Meloni si sta accelerando una svolta autoritaria che ha radici lontane: dalla chiusura securitaria del sistema politico alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, passando per il lungo periodo dei governi Berlusconi e per i successivi, compresi quelli di «sinistra», Letta, Renzi, Gentiloni, fino all’attuale. Quest’ultimo, introducendo dapprima misure coercitive apparentemente marginali, come il decreto anti rave-party, ha fatto poi un’impennata verso un regime autoritario con le campagne incessanti e le leggi, sempre più restrittive e violente, contro i migranti e con il recente Decreto legge sicurezza. Regime autoritario che il governo vorrebbe consolidare con modifiche costituzionali, la prima delle quali è stata decisamente respinta dagli italiani con il referendum sulla giustizia. Questa involuzione illiberale avviene in un’epoca in cui si sta attuando una svolta maggiore dei sistemi economici e politici mondiali. Nei paesi cosiddetti «occidentali» la svolta segue alla trasformazione, legata all’economia digitale, della produzione e del sistema di estrazione di plusvalore, che investe tutti gli aspetti della società, e alla concentrazione del comando nelle mani del capitale finanziario e della Big Tech. Il capitale non si serve più della politica per mediare il dominio di classe, ma assume il comando diretto sulla società civile. Lo fa privatizzando l’intera produzione, inclusi i beni comuni, come la salute, l’acqua e il suolo e promuovendo uno stato d’instabilità e di guerra permanente che gli assicura libertà illimitata d’azione e estrazione di profitto. In questa perdita di equilibri nasce il fenomeno Trump e si espandono le forze dell’estrema destra in tutta Europa, spinte dal disgregarsi delle vecchie classi sociali, dalla classe operaia al ceto medio, e dall’aumento della povertà e dell’insicurezza. La svolta autoritaria in atto in Italia è stata definita con termini come «fascistizzazione» o «democratura» (contrazione di democrazia e dittatura). Benché la situazione attuale presenti molte differenze dal fascismo storico, a cominciare dall’assenza del corporativismo e della retorica imperialista, e la violenza squadrista non sia così dispiegata e assunta (almeno per ora), ne manifesta anche molte somiglianze, prima di tutte il razzismo e l’uso delle minoranze come capro espiatorio. Ieri erano gli ebrei, gli zingari e i comunisti, oggi sono i migranti. Sarebbe più appropriato parlare di «nuovo fascismo». Il termine democratura, ossia un regime dispotico che mantiene la forma delle regole della democrazia liberale, descrive assai bene la fase attuale della politica italiana. Tuttavia non scordiamoci che, giunto al potere, Mussolini non tardò a esautorare il parlamento e a assumere i pieni poteri, trasformando il regime fascista in dittatura totalitaria. Fortunatamente sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Negli articoli del dossier sono affrontati, fra altri, i temi seguenti: il pericolo che incombe sulle democrazie occidentali di sprofondare nella spirale della guerra globale e di vedere l’insorgenza di nuovi fascismi (Alberto Burgio); le derive repressive delle politiche del governo e del diritto penale (Luigi Ferrajoli, Lavinia Marchetti e Gianni Giovannelli); le condizioni insopportabili dei carcerati e il progetto di rafforzare il controllo nelle carceri (Luigi Romano e Alberto Violante); l’inerzia e la complicità dello Stato verso le violenze sessuali contro le donne e le discriminazioni sessiste (Arianna Pasquini); la repressione poliziesca e giudiziaria delle lotte dei movimenti antagonisti (Giuseppe Zambon e Paolo De Marchi); le trasformazioni del rapporto capitale/lavoro e della composizione di classe (Filippo Greggi); la transizione energetica al tempo delle guerre per il petrolio e l’illusione nucleare (Giuseppe Onufrio); la crisi del sistema sanitario pubblico e la privatizzazione della salute (Rita Maffei); la trasformazione dell’università in struttura aziendale (Massimo La Torre); la transizione digitale nella scuola e l’aumento del controllo e l’esclusione decisionale degli insegnanti (Ferdinando Alliata); il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel controllo sociale e nell’aumento dello sfruttamento del lavoro (Collettivo N.I.N.A); l’attacco alla cultura in tutte le sue espressioni, dal cinema a ogni forma dell’arte (Manuela Gandini, Sergio Racanati); la crisi della letteratura e l’assoggettamento dell’editoria alla logica del mercato (Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli). Incominciamo simbolicamente la pubblicazione del dossier il 7 aprile, data anniversario della retata del giudice Calogero che portò in prigione molti militanti e intellettuali dell’Autonomia operaia su false accuse. Quella di Calogero fu un’operazione politica funzionale alla chiusura del «sistema dei partiti» a ogni contestazione sociale. Chiusura favorita dalla strategia del compromesso storico elaborata dal Partito comunista italiano. Fu l’inizio della stagione degli arresti di massa e fu forse l’origine del lungo percorso che ha disegnato le graduali retrocessioni dei diritti dei cittadini per arrivare alla svolta autoritaria in atto.     PER SCARICARE IL DOSSIER VAI AL LINK SOTTO Redazione Italia
June 25, 2026
Pressenza
Tempi di Fraternità: Contro la militarizzazione
DI LAURA TUSSI SU TEMPI DI FRATERNITÀ DEL GIUGNO-LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Tempi di Fraternità nel numero di giugno-luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad
AVEVAMO RAGIONE SU TUTTO. MA VOI AVETE VISTO SOLO L’ESTINTORE Ci avevano raccontato che Genova era un incidente della storia. Venticinque anni dopo, tra crisi sociali, riarmo, genocidio e politiche sicuritarie, appare sempre più come l’anticipazione del presente. A Genova avevamo provato a dirvelo che quel modello economico avrebbe prodotto disuguaglianze sempre più profonde. Che la globalizzazione non stava universalizzando i diritti ma lo sfruttamento. Che il mercato globale non avrebbe unito il mondo, ma lo avrebbe gerarchizzato. E che la ricchezza si sarebbe concentrata sempre più in poche mani mentre la precarietà sarebbe diventata la condizione normale per milioni di persone. Avevamo provato a dirvelo che il problema non erano i migranti ma le guerre, il saccheggio delle risorse, il debito, le multinazionali, la finanziarizzazione dell’economia, la privatizzazione dei beni comuni, che il mercato senza limiti non avrebbe prodotto libertà ma nuove forme di dominio. Ma voi avete guardato l’estintore. Per venticinque anni il racconto di Genova è stato ridotto a poche immagini isolate. Un estintore. Una camionetta. Una vetrina rotta. Un passamontagna. Come se centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo fossero scese in piazza per quello. Come se il cuore di quella mobilitazione fosse la cronaca di uno scontro e non la critica radicale di un modello economico e politico che oggi mostra tutta la sua devastante attualità. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- A distanza di un quarto di secolo possiamo dirlo senza esitazioni: avevamo ragione. Avevamo ragione quando denunciavamo la crescita delle disuguaglianze. Oggi poche decine di miliardari possiedono ricchezze superiori a quelle di miliardi di esseri umani. Avevamo ragione quando parlavamo di precarizzazione del lavoro. Intere generazioni vivono tra salari insufficienti, contratti temporanei, indebitamento e impossibilità di progettare il futuro. Avevamo ragione quando denunciavamo la distruzione ambientale. Oggi la crisi climatica non è più una previsione ma una realtà quotidiana fatta di alluvioni, incendi, siccità e migrazioni forzate. Avevamo ragione quando denunciavamo il dominio della finanza sull’economia reale. Oggi le guerre, il cibo, l’energia, l’acqua e perfino le abitazioni sono diventati oggetti di speculazione. Avevamo ragione quando mettevamo in guardia contro la trasformazione della sicurezza in strumento di governo. Oggi viviamo dentro società attraversate da sorveglianza digitale, riconoscimento biometrico, algoritmi predittivi, zone rosse, criminalizzazione del dissenso e stato di emergenza permanente. Avevamo ragione persino quando denunciavamo la guerra come strumento di organizzazione del mondo. Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo secolo si è aperto con Genova e con l’11 settembre. Da allora abbiamo assistito a una successione quasi ininterrotta di conflitti: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Palestina. Guerre presentate ogni volta come inevitabili, umanitarie, difensive o necessarie. Guerre che hanno prodotto milioni di morti, profughi, distruzione e nuovi autoritarismi. Oggi assistiamo persino a un genocidio trasmesso in diretta. Migliaia di palestinesi vengono uccisi, affamati, deportati sotto gli occhi del mondo. E mentre tutto questo accade, chi manifesta solidarietà è criminalizzato, schedato, perseguito. Anche questo era scritto nelle logiche della globalizzazione neoliberale. Perché quel sistema non aveva bisogno soltanto di merci che attraversassero le frontiere. Aveva bisogno di confini sempre più violenti per le persone. Aveva bisogno di eserciti, polizie, muri, centri di detenzione, deportazioni e dispositivi di controllo per governare le conseguenze delle proprie disuguaglianze. Ma avevamo ragione anche su un altro punto, forse il più scomodo da ammettere. Genova non fu soltanto la prova generale della globalizzazione neoliberale. Fu anche un laboratorio repressivo. Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, le torture, i falsi verbali, le prove costruite, le violenze indiscriminate e l’uccisione di Carlo Giuliani rappresentassero una parentesi destinata a chiudersi con le sentenze. Non è andata così. Da Genova a oggi esiste una linea di continuità che attraversa la storia italiana degli ultimi venticinque anni. La ritroviamo nelle torture di Santa Maria Capua Vetere, nei pestaggi nelle carceri di Asti, San Gemignano, Torino e Foggia, nelle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Hasib Omerovic, nelle violenze contro detenuti, migranti e soggetti marginalizzati, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle cariche contro studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina. La ritroviamo nell’espansione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo urbani, nella sorveglianza digitale, nella criminalizzazione del dissenso e nei decreti sicurezza che negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto gli spazi di agibilità democratica. Per anni ci è stato detto che si trattava di episodi isolati, di mele marce, di errori individuali. Ma osservando questi venticinque anni nel loro insieme emerge un’altra storia: quella di un progressivo rafforzamento dello Stato penale e di una crescente tolleranza istituzionale verso pratiche che comprimono diritti e libertà fondamentali in nome della sicurezza. Foto di Michele Ferraris – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento -------------------------------------------------------------------------------- Anche su questo avevamo provato a mettere in guardia. Perché a Genova non era in gioco soltanto il diritto di manifestare. Era già visibile una trasformazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica dei conflitti sociali alla loro amministrazione poliziesca. Una trasformazione che oggi appare sotto gli occhi di tutti. Guardatevi attorno. Il pesce che mangiamo arriva da oceani lontani. I vestiti che indossiamo sono prodotti da lavoratori sottopagati dall’altra parte del pianeta. I nostri telefoni contengono minerali estratti in condizioni spesso disumane. L’energia che consumiamo alimenta guerre e conflitti geopolitici. Le merci possono attraversare il mondo senza ostacoli. Gli esseri umani no. Eppure continuano a raccontarci che il problema sono i migranti. Che il problema è chi fugge dalla fame, dalle guerre, dalle dittature o dalla devastazione climatica. Ci invitano a guardare verso il basso, contro chi sta peggio di noi, mentre la concentrazione della ricchezza e del potere raggiunge livelli senza precedenti. È la stessa logica che venticinque anni fa metteva in competizione lavoratori italiani e stranieri. La stessa che oggi alimenta nazionalismi, razzismo, remigrazione e guerre tra poveri. Perché il vero capolavoro del neoliberismo è stato proprio questo: convincere gli sfruttati che il loro nemico fosse un altro sfruttato. A Genova avevamo provato a dirvelo. Avevamo indicato la luna di un sistema che stava globalizzando il profitto, privatizzando i diritti e socializzando i costi delle proprie crisi. Ma avete preferito guardare il dito. Anzi, l’estintore. Embed from Getty Images Oggi quell’estintore continua a essere agitato ogni volta che si vuole evitare di discutere delle ragioni profonde di quel movimento. Serve ancora a rimuovere la domanda fondamentale che Genova poneva allora e continua a porre oggi: chi governa davvero il mondo e nell’interesse di chi? È una domanda che riguarda il lavoro, la guerra, la crisi climatica, il genocidio in Palestina, la repressione del dissenso, la concentrazione della ricchezza e la progressiva erosione della democrazia. Per questo Genova non appartiene al passato. Genova è il presente. E forse il modo migliore per ricordare Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto e le centinaia di migliaia di persone che attraversarono quelle giornate non è difendere una memoria. È riprendere quella domanda interrotta e tornare a guardare, finalmente, la luna. (3 – continua) di Italo Di Sabato Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/06/25/2001-2026-genova-social-forum-reload-avevamo-ragione-su-tutto-ma-voi-avete-visto-solo-lestintore/ Redazione Torino
June 25, 2026
Pressenza
Vannacci e i regimi di traduzione della crisi
di ROBERTA POMPILI. Negli ultimi mesi il dibattito attorno a Roberto Vannacci si è mosso tra due polarità prevedibili. Da una parte la denuncia delle sue posizioni sessiste, omofobe e nazionaliste e dall’altra la loro rivendicazione come espressione del “buonsenso” contro il politicamente corretto. In entrambi i casi il rischio è lo stesso: assumere Vannacci come un fenomeno eccezionale invece che come un sintomo della congiuntura. Da questo punto di vista, gli interventi che hanno invitato a prendere sul serio il fenomeno hanno avuto il merito di spostare la discussione dal personaggio alle condizioni della sua affermazione. La questione non riguarda infatti il carattere più o meno provocatorio delle sue dichiarazioni, ma il tipo di consenso che esse riescono a organizzare. Adesso forse, però, possiamo compiere un ulteriore passo. In altri termini noi oggi non dobbiamo limitarci a chiederci perché Vannacci raccoglie consensi, ma possiamo interrogare il modo in cui il suo discorso rende leggibile una crisi che attraversa molte società contemporanee. Viviamo dentro una congiuntura segnata dall’intensificazione delle interdipendenze e dalla crisi delle istituzioni che le organizzano: la precarietà abitativa prolunga la dipendenza economica dalle famiglie; la crisi dei servizi scarica sulle relazioni private una quota crescente di lavoro di cura; l’accesso al welfare si fa più difficile; la salute mentale emerge come questione di massa; la guerra torna a occupare il centro dello spazio pubblico. Contemporaneamente il genocidio di Gaza ha mostrato il collasso delle promesse universalistiche che avevano accompagnato l’ordine liberale degli ultimi decenni e allo stesso tempo, la vita quotidiana richiede una quantità crescente di lavoro invisibile di riproduzione. Dentro questo scenario, l’offensiva anti-femminista non appare come un fenomeno marginale. Al contrario essa costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui la crisi viene interpretata e organizzata politicamente: per questo la figura di Vannacci acquista significato. La sua forza non consiste semplicemente nel proporre un ritorno a un ordine tradizionale. Un ordine tradizionale integro, in realtà, non esiste più. Le trasformazioni del lavoro, delle famiglie, delle relazioni di genere e della composizione sociale sono troppo profonde perché sia possibile immaginare una semplice restaurazione. Ma perché proprio l’antifemminismo diventa uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui la crisi contemporanea viene raccontata? Come fanno processi così differenti – precarietà, trasformazioni della famiglia, crisi della riproduzione, fragilità delle mediazioni sociali – a convergere in una narrazione che individua nel femminismo uno dei propri principali bersagli? Ciò che il discorso reazionario offre è qualcosa di diverso. Esso offre un particolare regime di traduzione della crisi. Con questa espressione non intendiamo una semplice operazione ideologica. Ogni società deve continuamente tradurre la complessità delle proprie interdipendenze in forme intelligibili, problemi riconoscibili e soluzioni praticabili. La politica è sempre anche una lotta per l’interpretazione e l’organizzazione del reale. In questo regime di traduzione autoritario e regressivo le crisi della riproduzione vengono così tradotte in crisi della famiglia, le trasformazioni delle relazioni di genere diventano crisi della maschilità, mentre le difficoltà della cooperazione sociale vengono tradotte in perdita di autorità, le interdipendenze globali diventano minaccia esterna; la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Ancora la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Chiaramente in questa operazione il femminismo occupa una posizione centrale. Non perché sia la causa delle difficoltà contemporanee, ma perché negli ultimi decenni ha rappresentato una delle principali forze capaci di politicizzare la riproduzione sociale, rendendo visibili il carattere storico e conflittuale dell’organizzazione della vita, della famiglia, della cura e della differenza sessuale. Basterebbe osservare la proliferazione di comunità digitali costruite esplicitamente attorno all’ostilità verso il femminismo. Non si tratta più soltanto di polemiche episodiche o di provocazioni mediatiche. Decine di migliaia di persone si riconoscono stabilmente in pagine, gruppi e canali che individuano nel femminismo il principale responsabile delle trasformazioni contemporanee. Il fatto che una pagina costruita attorno allo slogan “meglio una di meno che una femminista di troppo” riesca a raccogliere oltre 54.000 aderenti non rappresenta un’anomalia folkloristica della rete. Segnala piuttosto l’esistenza di una comunità affettiva e politica che trova nell’anti-femminismo una chiave di lettura della propria condizione. La questione non riguarda semplicemente l’odio verso le donne o verso il femminismo. Riguarda il modo in cui esperienze molto differenti – precarietà, perdita di status, incertezza, trasformazioni delle relazioni affettive, crisi delle forme tradizionali della maschilità – vengono tradotte in un racconto coerente che individua un responsabile e promette una ricomposizione dell’ordine sociale. Da questo punto di vista, il successo di Vannacci non deriva dalla persistenza di un ordine tradizionale ormai intatto. Deriva dalla capacità di offrire una forma regressiva di organizzazione dell’interdipendenza. Di fronte all’estensione delle connessioni sociali e alla crisi delle mediazioni che le sostengono, il suo discorso promette di ricondurre la cooperazione entro gerarchie familiari, sessuali e nazionali presentate come naturali. La sua operazione non consiste dunque nel negare la complessità del presente. Consiste piuttosto nel renderla governabile attraverso la semplificazione e per questo limitarsi alla denuncia morale rischia di essere insufficiente. La questione politica decisiva riguarda i regimi di traduzione che oggi contendono il significato della crisi. Da una parte, forme autoritarie che organizzano la vulnerabilità attraverso identità, gerarchie e appartenenze esclusive. Dall’altra, la possibilità di costruire istituzioni capaci di sostenere l’interdipendenza senza trasformarla in subordinazione. Forse è su questo terreno che dovremmo misurare la portata del fenomeno Vannacci. Non come residuo di un passato che ritorna, ma come sintomo di una battaglia contemporanea sulle forme attraverso cui la società traduce, organizza e governa la propria crisi. Se l’antifemminismo e figure come Vannacci riescono oggi a organizzare consenso, non è soltanto per la forza delle loro parole. È perché riescono a tradurre una crisi reale in un racconto politico coerente. La questione che si apre allora non è soltanto come contrastare questi regimi di traduzione, ma quali istituzioni, quali pratiche e quali forme di organizzazione collettiva siano oggi capaci di produrne altri. L'articolo Vannacci e i regimi di traduzione della crisi proviene da EuroNomade.
June 25, 2026
EuroNomade
A Forlì poesie e parole contro i femminicidi
“I femminicidi esistono! Voci che resistono” In un tempo in cui l’esistenza dei femminicidi viene messa in discussione nel dibattito pubblico, scegliere di nominarli diventa un atto politico e umano. È da questa consapevolezza che nasce “I femminicidi esistono! Voci che resistono – Parole che attraversano il silenzio” un evento che si terrà il 1 luglio 2026 alle ore 19.00 presso il Centro Pace di Forlì, in Via Andrelini 59.  Negli ultimi anni, nonostante le mobilitazioni promosse dai movimenti femministi, i dati forniti dagli osservatori e il lavoro quotidiano dei centri antiviolenza, si è sviluppata una narrazione che tende a minimizzare o addirittura negare la specificità del fenomeno. Alcuni esponenti politici e figure pubbliche hanno sostenuto che il termine “femminicidio” sarebbe improprio o superfluo, perché un omicidio sarebbe semplicemente un omicidio, indipendentemente dal genere della vittima.  Ma è proprio qui che si colloca il nodo della questione.  Parlare di femminicidio non significa attribuire maggiore valore alla vita di una donna rispetto a quella di un uomo. Significa riconoscere che esistono omicidi che maturano all’interno di dinamiche specifiche: relazioni caratterizzate dal controllo, dal possesso, dalla volontà di annullare l’autonomia femminile, dall’incapacità di accettare una separazione o un rifiuto. Significa osservare che molte donne vengono uccise da partner, ex partner o familiari e altri individui in un contesto che non può essere compreso soltanto come un fatto individuale, ma che richiama questioni culturali e sociali più profonde.  Le parole non sono mai neutre. Dare un nome a un fenomeno significa renderlo visibile. Per questo il titolo dell’evento del Centro Pace assume un significato preciso: affermare che i femminicidi esistono non è uno slogan polemico, ma il riconoscimento di una realtà che continua a segnare la vita di migliaia di donne e delle loro famiglie.  Di fronte a questo scenario, il Centro per la Pace di Forlì, all’interno del progetto “InclusiVoice” e la relativa campagna europea “EUnited for Equality”, ha scelto una strada diversa da quella dello scontro verbale o della contrapposizione ideologica. Hanno scelto la cultura. La serata sarà infatti un momento di incontro, ascolto e condivisione attraverso la parola poetica. Ad aprire il reading saranno Filippo Amadei, Matteo Zattoni e Mirella Paoletti, che offriranno al pubblico una serie di letture dedicate ai temi della libertà, della dignità umana, dell’uguaglianza e della resistenza contro ogni forma di violenza.  Successivamente il microfono rimarrà aperto a chiunque desideri partecipare. Le persone presenti potranno leggere una propria poesia, condividere un brano, un racconto breve o una riflessione personale. L’obiettivo non è quello di costruire una conferenza o una lezione, ma di dare vita a uno spazio collettivo in cui le parole possano diventare strumento di consapevolezza.  In un’epoca dominata dalla velocità dei social network, dall’indignazione istantanea e da un flusso continuo di notizie che spesso vengono dimenticate nel giro di pochi giorni, fermarsi ad ascoltare una poesia può apparire un gesto marginale. Eppure è forse proprio nella lentezza dell’ascolto che si apre la possibilità di comprendere davvero ciò che accade attorno a noi. Ogni femminicidio genera inevitabilmente attenzione mediatica. I titoli dei giornali si susseguono, i commenti si moltiplicano, il dibattito si accende. Poi, molto spesso, tutto torna al silenzio. Restano il dolore delle famiglie, il lavoro quotidiano di chi opera nei centri antiviolenza e una lunga lista di nomi che rischia di trasformarsi in statistica. La cultura può non essere sufficiente da sola a cambiare la realtà, ma può contribuire a cambiare lo sguardo con cui la osserviamo. Può aiutarci a riconoscere ciò che spesso viene normalizzato, ignorato o banalizzato. Può costruire empatia laddove prevale l’indifferenza. Può restituire complessità a fenomeni che vengono troppo spesso ridotti a semplici fatti di cronaca.  Per questo iniziative come questo assumono un valore che va oltre il singolo evento. Non rappresentano soltanto un’occasione culturale, ma un invito alla responsabilità collettiva. Un invito a riconoscere che la violenza di genere non riguarda esclusivamente le vittime o gli autori delle violenze, ma l’intera comunità. Forse non saranno le poesie a fermare la violenza. Ma ogni cambiamento culturale comincia da una parola pronunciata quando sarebbe stato più facile tacere. E in un momento storico in cui c’è ancora chi sostiene che i femminicidi non esistano, ritrovarsi insieme per affermare il contrario significa scegliere di non essere indifferenti. Arianna Carpineta, Tirocinante Centro Pace di Forlì.   Redazione Romagna
June 25, 2026
Pressenza
Nella spiaggia dei mutilati di Odessa, dove il sole non sana le ferite
reportage di Lucia Capuzzi, inviata de L’Avvenire ad Odessa – A Bez Mezh (Ucraina) l’associazione “Free warriors” ha organizzato gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel recupero». Un ex combattente amputato su tre ammette di soffrire di depressione.  Immobile e trasparente, il Mar Nero è uno specchio di luce. Il sole estivo inonda la costa e lo stabilimento, d’un bianco accecante. Sulla pedana, centinaia di persone si contendono i coni d’ombra proiettati dai teloni. A prima vista, Bez Mezh non sembra differente dall’adiacente Kaleton o dalla baia dei Delfini e dalle altre stazioni balneari di Odessa. Oasi in cui visitatori da tutta l’Ucraina cercano rifugio dalla routine di una guerra interminabile. Più lunga ormai perfino del Primo conflitto mondiale. Il fronte, distante una sessantina di chilometri, appare lontanissimo. Ma è solo un’illusione. Il suo fuoco è inciso con lettere indelebili sulle carni arrossate dal sole degli uomini di Bez Mezh, la spiaggia dei feriti e dei mutilati in battaglia. Il corpo di Valery, ad esempio. Dall’anca in giù, la gamba sinistra è un arto di metallo. L’altra – «quella di prima», come la chiama – l’ha vista andare in frantumi quando la granata russa l’ha colpita nella regione di Zaporizhzhia un giorno d’inverno del 2024. Mancava un chilometro per terminare l’assalto alla postazione avversaria. Il primo ordine ricevuto appena era stato schierato sul campo al termine dell’addestramento dopo l’arruolamento obbligatorio. «Più del dolore lancinante non riesco a dimenticare la paura. Mi ha perseguitato per non so quanto tempo. Ero sicuro che sarei morto. E non volevo. Forse per questo sono riuscito a strisciare indietro, aggrappandomi al Kalashnikov. Millimetro dopo millimetro, ci ho messo sei ore. Ho dovuto attenderne altre otto in trincea prima di potere essere evacuato. C’erano 13 gradi sotto zero e nessun farmaco per lenire la sofferenza». Le parole del 43enne di Sumy si mescolano alla musica pop, sparata a tutto volume dagli altoparlanti. È un giorno di festa a Bez Mezh: “Free warriors” ha organizzato giochi e gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel processo di recupero», spiega l’ex atleta Arsen Riaboshapko che, insieme a Illya Pylypenko, ha fondato l’associazione due anni fa. «Lo so per esperienza», sottolinea, mentre mostra la schiena crivellata dai proiettili. «Queste me le sono fatte in uno scontro corpo a corpo a Bakhmut, nel 2023», aggiunge, prima di scappare per presentare la successiva competizione: remo sul posto. Dall’inizio dell’invasione, si contano 600mila ucraini con disabilità, secondo il governo di Kiev. Il totale ha oltrepassato i 3,4 milioni. Di questi, 143mila sono registrati come mutilati di guerra, un decimo del totale dei veterani.  Almeno i due terzi hanno subito amputazioni e hanno ricevuto protesi nell’ambito del programma statale di assistenza, a cui il bilancio pubblico ha destinato 190 milioni di dollari per il 2026. Poco meno di 450 milioni di dollari sono stati stanziati, inoltre, per pensioni, sussidi, compensazioni. Le necessità reali, però, aumentano con il protrarsi delle ostilità. Non tutti i mutilati, poi, rientrano nel censimento ufficiale. «Ti “aggiustano”. Le ferite peggiori, però, ti restano dentro – dice Alex, che ha la gamba destra mozzata all’altezza del ginocchio – La cosa più difficile è riuscire ad accettarti per come sei diventato. Prima lo fai, prima inizi davvero a uscire dal tunnel. La gente intorno spesso non capisce. Per questo, sono entrato in “Free warriors”, per avere qualcuno con cui poter parlare liberamente». Almeno un ex combattente disabile su tre ammette di soffrire di depressione, ansia e altri disturbi mentali, secondo l’ultima rilevazione dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Il numero di quanti si sentono tagliati fuori dalla propria comunità è triplicato nell’ultimo anno, passando dal 9 al 27 per cento. «Non dimenticherò mai quando ho visto il moncone al posto del piede. Non potevo crederci. La protesi è arrivata dopo mesi. Allora, pian piano, ho ripreso a camminare e a guardarlo di nuovo. Ad accettare il nuovo me», racconta Sergeij, 48 anni, originario di Rivna, colpito dal proiettile di un Grad ad Andriivka un anno e mezzo fa. «Ero partito volontario. Sapevo che, con la mobilitazione generale, prima o poi, mi avrebbero reclutato. Così sono andato sulle mie gambe. Sono tornato su una». Il volto tradisce un sorriso amaro. «Adoro la spiaggia, fin da quando ero bambino. Ora, forse, l’amo ancora di più. In acqua ritorno uguale a come ero prima». Appena finisce la frase, si dirige verso lo scivolo e raggiunge il bagnasciuga. Lentamente si immerge nell’acqua insolitamente tiepida. La stampella resta sulla sabbia scura accanto a una sedia a rotelle. Redazione Italia
June 25, 2026
Pressenza
Legge anti kebab nelle Marche
“E’ una proposta in linea con la strategia di valorizzazione dei borghi e dei nostri centri storici e vogliamo dare non solo il recupero urbanistico, ma il recupero identitario. Noi pensiamo che la nostra cultura gastronomica, la nostra grande cultura dell’artigianato artistico, possa e debba trovare all’interno dei borghi dei luoghi che hanno fatto la storia della nostra civiltà, e che oggi devono riaffermarsi. Vogliamo aiutare i borghi a mantenere la propria identità e a diventare bandiera della nostra civiltà, della nostra storia e del nostro grande patrimonio. Pensiamo alla cucina italiana che diventa patrimonio immateriale dell’Unesco, pensiamo alle Marche che hanno tanti piatti che rappresentano un punto di riferimento per la cucina italiana, pensiamo al grande marketing, ma soprattutto al grande export che caratterizza la nostra manifattura, e ci piace continuare a pensare che questo grande patrimonio resti centrale all’interno dei nostri borghi e dei nostri centri storici, e all’interno delle aree urbanistiche delle nostre città. Quindi non solo il recupero del monumento, non solo la riapertura della pinacoteca, il recupero del sisma, ma anche guardare con attenzione a quella che è la, tradizione, l’identità e il valore patrimoniale, manifatturiero, artistico e enogastronomico”. Spiega così il presidente della Regione Francesco Acquaroli, la proposta di legge a sua firma che, se approvata dall’assemblea legislativa, passerà alla storia delle Marche come la ‘legge anti kebab”. Con la delibera n. 793 del 22 giugno 2026, la Giunta Regionale ha inviato infatti all’aula consiliare la Proposta di legge a iniziativa della Giunta regionale concernente: “Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi“. L’obiettivo è quello di contrastare i fenomeni di desertificazione commerciale e di omologazione dell’offerta, promuovendo uno sviluppo equilibrato tra dimensioni economiche, sociali e culturali. Si vuole anche valorizzare e tutelare le identità territoriali e le produzioni locali, e sostenere la qualità urbana e la coesione sociale. Particolare attenzione è dedicata alle aree a rischio di degrado o desertificazione commerciale, attraverso strumenti di promozione di servizi di prossimità e la valorizzazione delle produzioni agroalimentari e artigianali del territorio. L’art. 4 chiama in causa il ruolo dei Comuni, che devono favorire “l’insediamento di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale che contribuiscono alla valorizzazione delle caratteristiche identitarie dei luoghi”. Non solo niente kebab take away nei centri urbani, ma anche ristoranti etnici, compresi anche sushi bar e tex mex. Ma anche i vincisgrassi, il coniglio in potacchio alla marchigiana e olive all’ascolana sono piatti etnici. Esultano le categorie economiche regionali, sempre con le vele spiegate verso il vento politico che tira al momento. “Una legge attesa da anni per tutelare i territori. Rischiavamo di perdere – dice il direttore di Confcommercio Massimiliano Polacco – la stessa anima dei nostri centri urbani, e per questo serviva una legge quadro per invertire la rotta e restituire identità ai luoghi”. Ad andar per centri storici marchigiani, dalle città più grandi ai paesi più piccoli, la passeggiata si rivela spesso desolante; sono spesso più le vetrine con i cartelli ‘affittasi’ o ‘vendesi’ che quelle aperte e in attività. “Apprezzamento per la strategia avviata dalla Regione. I centri storici rappresentano luoghi ideali per custodire, tramandare e condividere saperi, tradizioni e cultura dei nostri territori. Una comunità vive attraverso le persone, le imprese e le relazioni, non attraverso spazi senza identità”, è il parere di Confartigianato. Come se i piccoli imprenditori che aprono esercizi, pur provenendo da altre culture, anche se magari spesso sono nati in Italia, non fossero persone, imprese, che stimolano relazioni nelle comunità. E’ sempre Confcommercio a spiegare che in dieci anni le Marche hanno perso oltre il 25% delle attività commerciali e per il prossimo decennio si teme un ulteriore 30% di chiusure. Ancona e Pesaro sono addirittura tra i comuni italiani con i cali più pesanti. A pagare il prezzo più alto di questa situazione sono soprattutto le edicole con un calo del -47,1% nei centri storici, l’abbigliamento (-37,9%), i carburanti (-38,5), gli ambulanti (-29,2%). In controtendenza i ristoranti, che invece crescono del +46,1%, così come aumentano anche gli alloggi (+290,6%) e gli e-commerce, porta a porta, distributori automatici (+123,1%). In crescita anche le attività straniere (+67,1%). Le Marche sono una Regione in cui dal 2020 la destra governa sotto la supervisione costante della famiglia Meloni. Al di là del martellante mainstream, la terra di Raffaello e Sanzio e Giacomo Leopardi, si è omologata rapidamente agli standard delle regioni del Mezzogiorno, tanto da aver ottenuto l’anno scorso il riconoscimento di Zona Economica Speciale, provvedimento legislativo che viene rivolto da sempre al sud della Penisola. Crisi demografica, spopolamento, giovani in fuga, sanità a pezzi, migliaia di terremotati del 2016 ancora alloggiati nelle strutture abitative di emergenza, crisi occupazionali che si avvicendano costantemente sul tavolo ministeriale, economia e produttività in stallo dopo anni di flessione. Di fronte a questo, la ‘legge Acquaroli’, è l’ennesimo provvedimento mainstream, che calcia la palla fuoricampo, andando a solleticare quella malcelata cultura discriminatoria e razzista che sedimenta da tempo anche nelle Marche. Entrando palesemente in conflitto con l’art. 41 della Costituzione che recita all’inizio “l’iniziativa economica privata è libera“. “Chi non passa alla storia, passa alla geografia”, era lo slogan impresso anni fa sulle t-shirt prodotte, a seguito di un progetto di reinserimento sociale, dai detenuti del carcere di Rebibbia. Con questa iniziativa legislativa, il presidente delle Marche ha magari l’ambizione di cimentarsi con la storia, ma nei fatti, rivela di avere molte lacune anche con la geografia.   Leonardo Animali
June 25, 2026
Pressenza
In Bolivia nulla tornerà come prima
Arturo Alessandri Severichz I cinquanta giorni di blocchi hanno dimostrato la schiacciante superiorità delle forze popolari di fronte a un apparato inoperante. Tuttavia, la risoluzione temporanea del conflitto è stata realizzata attraverso la frattura del blocco popolare e l’uso della forza militare bruta. La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui […]
Maturità: un rito di passaggio ancora centrale nell’immaginario degli studenti
Le ragazze e i ragazzi che sono in questi giorni alle prese con l’Esame di Maturità sono 527.747, un dato in aumento dello 0,6% rispetto ai 524.415 del 2025. In particolare, i candidati interni sono 513.738, mentre lo scorso anno erano 511.349 (un aumento dello 0,5%). Gli esterni sono 14.009 rispetto ai 13.066 del 2025 (un aumento del 7,2%). Le maturande e i maturandi del Liceo sono 273.959, dei Tecnici 167.104 e dei Professionali 86.684. Le 13.996 commissioni d’Esame sono composte da un Presidente esterno, da due membri esterni e due interni all’Istituzione scolastica: https://www.mim.gov.it/web/guest/-/-maturita-2026-al-via-il-18-giugno-con-la-prova-di-italiano-i-candidati-sono-oltre-527-mila. L’esame di maturità che, come si legge sul sito del Ministero, dovrebbe “verificare conoscenze, abilità e competenze specifiche di ogni indirizzo di studio, ma anche il grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità degli studenti”, continua ad occupare uno spazio rilevante nell’immaginario delle giovani generazioni, nonostante siano rari i casi in cui il maturando non riesca a superarlo. Nell’anno scolastico 2024-2025, è stato ammesso il 96,5% degli studenti scrutinati e si è diplomato il 99,7% dei candidati. La non ammissione e la bocciatura si configurano dunque come eventi residuali all’interno del sistema scolastico italiano. La sostanziale certezza del conseguimento del diploma non sembra tuttavia aver svuotato di significato l’esame di maturità che continua a rappresentare, agli occhi di molti studenti, un momento che sancisce la conclusione dell’esperienza scolastica e l’ingresso in una nuova fase della vita. Tra gli studenti permane quantomeno il riconoscimento della sua funzione simbolica: il 58,3% considera la maturità una tappa importante del proprio percorso di crescita. Vi è anche però chi (il 41,7%) la ritiene un rito ormai privo di una reale utilità. È quanto emerge da una indagine realizzata dal CENSIS nell’ambito del progetto Iride “La scuola vista dai giovani” su più di 8.000 studenti delle secondarie di II grado. Per i diplomati la maturità continua ad essere un’esperienza significativa ma non indispensabile. Tra i diplomati di età compresa tra i 18 e i 24 anni la maturità continua a essere associata a un importante momento di transizione. Il 58,0% la considera un’opportunità di crescita e un trampolino di lancio verso il futuro e il 62,5% la identifica come il passaggio all’età adulta. Accanto a questa lettura si affianca però il ricordo dell’intensità emotiva che accompagna l’esame: per il 72,0% dei diplomati la difficoltà principale non risiedeva nella prova in sé, ma nella gestione dello studio e dell’ansia da prestazione. È tuttavia proprio tra coloro che la maturità l’hanno già vissuta che emerge una valutazione più critica della sua funzione: il 51,9% ritiene che l’esame non lasci oggi alcun ricordo particolarmente significativo nella maggioranza dei giovani e il 49,8% sostiene che potrebbe essere abolito senza che ciò comporti una perdita effettiva nel percorso scolastico. Si delinea così una condizione apparentemente paradossale. La maturità continua a essere riconosciuta come un rito di passaggio e come un’esperienza ad alta intensità simbolica, ma al tempo stesso vede indebolirsi la propria legittimazione sul piano della funzione concreta. Proprio questa tensione tra valore simbolico e utilità percepita sembra rappresentare oggi uno dei tratti più significativi del rapporto che le nuove generazioni intrattengono con l’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Il CENSIS ricorda la protesta dei maturandi che, nell’estate del 2025, vide alcuni maturandi rinunciare volontariamente alla prova orale avendo già acquisito il punteggio necessario per il superamento dell’esame. Un “episodio che ha assunto, sottolinea il CENSIS, il significato di una contestazione nei confronti di una scuola percepita come eccessivamente centrata sulla prestazione e sul voto. La posizione degli studenti intervistati appare, su questo aspetto, articolata, ma nel complesso prevale un’approvazione nel principio ma non nel metodo. Il 73,8% degli studenti si dichiara favorevole alla protesta, nonostante una parte consistente di essi – il 42,1% – esprima qualche dubbio sulla correttezza nei confronti di chi ha sostenuto regolarmente la prova orale. Il 57,2% ritiene che quella protesta abbia rappresentato una modalità efficace per denunciare le criticità della scuola attuale, mentre il 42,8% ritiene che il cambiamento non possa essere perseguito attraverso iniziative di questo tipo. Il dissenso netto riguarda poco più di un quarto degli intervistati (26,2%). Non emerge tanto una contestazione dell’esame in sé, quanto piuttosto una riflessione critica sul peso attribuito alla valutazione e sulle modalità attraverso cui essa viene vissuta all’interno della scuola”. Qui per approfondire i dati del CENSIS: https://osservatorioiride.it/news/maturit%C3%A0-un-rito-di-passaggio-ancora-centrale-nell-immaginario-degli-studenti. Giovanni Caprio
June 25, 2026
Pressenza
EireneFest Casale Monferrato: appuntamento con Claude AnShin Thomas
Un attivista per la nonviolenza tra i più celebri al mondo, il monaco buddhista zen nel primo fine settimana di luglio sarà ospite del Centro Zen dell’Acero Rosso a Casorzo Monferrato, dove si terrà un ritiro di meditazione. Prima, mercoledì 1° luglio, dialogherà con i partecipanti all’incontro sul tema “Fare pace con la propria irrequietezza”. L’evento è incluso nel ciclo intitolato Un libro o due al mese per parlare di pace e svolto nella rassegna di EireneFest – Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza. Nato nel 1947, come tanti giovani americani della sua generazione Claude AnShin Thomas ad appena 17 anni si è arruolato volontario ed è andato a combattere la guerra in Vietnam, dove ha compiuto numerose missioni in cui sono morte tante persone e sono stati distrutti molti villaggi, e al ritorno in patria ha cominciato a combattere di nuovo… Devastato da stress post-bellico e rimorsi, ha affrontato la dipendenza dalle droghe, l’indigenza e la disperazione e ha vinto la battaglia contro l’autodistruzione praticando la meditazione. Impegnato a offrire agli altri il proprio supporto e assistenza a senza tetto, carcerati, drogati e disagiati, da molti anni testimonia che la nonviolenza insegna a trasformare la cultura della violenza in cultura della pace. In particolare lo ha dimostrato con i pellegrinaggi che lo hanno reso famoso: da Auschwitz a Hiroshima e Nagasaki, una camminata iniziata nel dicembre 1994 e conclusa nell’agosto 1995; nel 1998 la marcia da New York alla California; nel 1999 e ancora nel 2002 in Europa, ai campi di battaglia della seconda guerra mondiale e ai campi di prigionia e di sterminio; nel 2004 dal Massachusetts al Ground Zero di New York e poi al Memorial dei Veterani del Vietnam di Washington; nel 2007 lungo il confine tra USA e Messico. Nell’incontro a Casale Monferrato, racconterà di queste proprie esperienze che ha anche descritto in due libri: Alle porte dell’Inferno – Il percorso di un soldato alla guerra alla pace pubblicato nel 2004 e Una volta ero un soldato – Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo edito nel 2023. Redazione Piemonte Orientale
June 25, 2026
Pressenza

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