Bologna, 22 maggio: Rete nazionale Europasilo…
… convegno nazionale sulle risposte alle nuove norme per migranti e richiedenti asilo.     Venerdì 22 maggio 2026, la Rete nazionale Europasilo – a cui aderiscono alcuni dei più consolidati progetti dello SAI (Sistema accoglienza integrazione) – promuove a Bologna il convegno nazionale con raccolta esperti, operatori e istituzioni per analizzare le nuove norme europee e costruire risposte comuni
Valditara indaga sulla solidarietà
A Trieste una scuola porta cibo e umanità ai migranti della rotta balcanica. La destra, invece di vergognarsi per le persone lasciate in strada, apre un caso politico contro insegnanti e bambini: quando la solidarietà diventa sospetta, è la democrazia a essere sotto accusa A Trieste è accaduto qualcosa di semplice e, proprio per questo, intollerabile per la destra: una scuola ha scelto di educare alla solidarietà. Un gruppo di bambini e ragazzi arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, accompagnati dai loro insegnanti, ha raggiunto piazza Libertà, il luogo che da anni rappresenta uno degli snodi più dolorosi della rotta balcanica. Hanno incontrato i volontari di Linea d’Ombra, hanno visto da vicino la condizione delle persone migranti che arrivano a Trieste dopo viaggi durissimi, hanno portato cibo, ascolto, presenza. Niente di scandaloso. Niente di pericoloso. Niente che dovrebbe far scattare interrogazioni, ispezioni, indagini o campagne politiche. Una scuola ha fatto quello che una scuola dovrebbe fare: ha messo gli studenti davanti alla realtà, li ha aiutati a comprendere la sofferenza degli altri, ha trasformato l’educazione civica in esperienza concreta. E invece Fratelli d’Italia, l’Ufficio scolastico regionale e il ministro Giuseppe Valditara hanno deciso di aprire un caso. Non contro l’abbandono delle persone in strada. Non contro il fallimento delle politiche migratorie. Non contro il fatto che uomini, donne e minori arrivino lungo la rotta balcanica stremati, feriti, affamati, spesso senza assistenza adeguata e in attesa di documenti, protezione, riconoscimento. No. Il problema, per loro, sono i bambini che portano cibo. Questa è la fotografia feroce della scuola che la destra vorrebbe costruire: una scuola obbediente, muta, ripiegata sull’ordine, incapace di guardare il dolore sociale; una scuola che deve parlare di legalità astratta ma non di ingiustizia concreta; una scuola che può celebrare retoricamente la Costituzione ma non praticarne i principi; una scuola che deve educare alla disciplina, non alla compassione. La destra si arrabbia quando qualcuno mette in mostra ciò che non riesce, o non vuole, governare. Si indigna per un percorso educativo, ma non per le persone lasciate al freddo. Si scandalizza davanti a un gesto di cura, ma non davanti alla violenza delle frontiere. Si preoccupa dei bambini che incontrano i migranti, ma non dei migranti ridotti a corpi invisibili, sospesi tra respingimenti, attese burocratiche, marginalità e abbandono. Il video diffuso da Linea d’Ombra ha colpito migliaia di persone proprio perché mostra una verità elementare. I ragazzi non parlano con il linguaggio tossico della propaganda. Non usano le parole dell’invasione, dell’emergenza, del decoro, della sicurezza. Dicono semplicemente di essere andati lì “per aiutare”, “per dare cibo ai più bisognosi”, “per stargli vicino”. E poi una frase, nella sua limpidezza, dice tutto: “Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”. È questa frase che la destra non sopporta. Perché smonta anni di veleno ideologico. Perché mostra che il migrante non è un nemico, ma una persona. Perché ricorda che la solidarietà non è un reato, non è propaganda, non è indottrinamento: è il fondamento minimo di una società che non voglia precipitare nella barbarie. Ancora più significativo è il percorso fatto a scuola prima dell’arrivo a Trieste. Gli studenti hanno sperimentato simbolicamente un cammino bendati e scalzi, tra ostacoli, sassi, acqua, disorientamento. Non per “imitare” il dolore altrui, non per spettacolarizzarlo, ma per provare a capire. Per avvicinarsi, anche solo per un istante, alla paura di chi attraversa confini nel buio, di chi cammina per non essere visto, di chi fugge sapendo che ogni passo può diventare pericolo. Questa si chiama educazione. Non propaganda. Non militanza imposta. Non abuso pedagogico. Educazione. Educare significa aprire gli occhi, non chiuderli. Significa insegnare che dietro ogni categoria amministrativa c’è una vita. Significa far comprendere che “migrante” non è una colpa, “profugo” non è una minaccia, “straniero” non è una diminuzione di umanità. Se un ministro dell’Istruzione considera sospetto tutto questo, allora il problema non è quella scuola. Il problema è il ministro. Valditara e la destra stanno mandando un messaggio gravissimo a tutto il mondo scolastico: attenzione a educare alla solidarietà, perché potreste finire sotto osservazione; attenzione a mostrare la realtà delle frontiere, perché potreste essere accusati di politicizzare gli studenti; attenzione a insegnare empatia, perché in un paese governato dalla paura anche la compassione può diventare sovversiva. È un messaggio intimidatorio. Ed è tanto più grave perché colpisce insegnanti e studenti che hanno fatto esattamente ciò che la scuola pubblica dovrebbe fare: formare persone capaci di pensiero critico, responsabilità sociale, consapevolezza democratica. La scuola non è un addestramento all’indifferenza. Non è una caserma culturale. Non è il luogo dove si producono sudditi obbedienti alle narrazioni del governo. La scuola, se è davvero pubblica e democratica, deve poter attraversare le contraddizioni del presente, incontrare le ferite della società, nominare le ingiustizie, costruire legami. E la rotta balcanica è una di queste ferite. Trieste lo sa bene. Piazza Libertà lo sa bene. I volontari che ogni giorno portano cure, scarpe, cibo, medicazioni e ascolto lo sanno bene. Lì arrivano persone che hanno attraversato violenze, respingimenti, fame, freddo, botte, umiliazioni. Persone che l’Europa respinge e poi finge di non vedere. Persone che esistono solo quando devono essere controllate, identificate, allontanate. Quei bambini, invece, le hanno viste. E questo è bastato a far scattare la reazione della destra. Perché il punto politico è tutto qui: la solidarietà rompe la narrazione dell’odio. Se un bambino vede un migrante come una persona affamata da aiutare, e non come un pericolo da respingere, crolla l’intero impianto ideologico su cui si regge la propaganda razzista e sicuritaria. Se una scuola insegna a riconoscere l’umanità dove il potere vuole produrre paura, allora quella scuola diventa un problema per chi governa attraverso la disumanizzazione. Per questo la vicenda di Trieste non può essere liquidata come una polemica locale. È un segnale nazionale. Dice che la destra non vuole solo controllare le frontiere: vuole controllare anche lo sguardo con cui le nuove generazioni imparano a vedere il mondo. Vuole impedire che la scuola diventi spazio di incontro, coscienza critica, educazione alla giustizia. Ma una società che indaga la solidarietà e lascia indisturbata l’indifferenza è una società malata. Una politica che apre un caso contro bambini che portano cibo e non contro le persone costrette a dormire in strada ha già scelto da che parte stare. Una scuola che porta gli studenti dove c’è sofferenza non va punita. Va difesa. Gli insegnanti che educano alla cura non vanno intimiditi. Vanno ringraziati. I bambini che dicono “per noi è poco, ma per loro è tantissimo” non vanno messi sotto accusa. Vanno ascoltati. Perché in quelle parole c’è più Costituzione che in molti discorsi ufficiali. C’è più educazione civica che in mille circolari ministeriali. C’è più umanità che in tutta la propaganda di chi vorrebbe trasformare la scuola in un luogo sterile, impaurito, obbediente. A Trieste non è andata in scena una manipolazione degli studenti. È andata in scena una lezione di umanità. E se Valditara, Fratelli d’Italia e l’Ufficio scolastico regionale non riescono a capirlo, allora sono loro a dover essere giudicati. Non quella scuola. Osservatorio Repressione
May 18, 2026
Pressenza
Sciopero generale 18 Maggio a Trieste: dal colle di San Giusto al Molo Audace nemmeno un chiodo per guerrre e genocidio
Il 18 maggio USB ha proclamato lo Sciopero Generale contro guerra, genocidio in Palestina, riarmo, attacco al diritto internazionale e repressione. Scioperiamo perché salari insufficienti, bollette, benzina e precarietà stanno colpendo duramente il mondo del lavoro, mentre il Governo destina miliardi ad armi, economia di guerra e militarizzazione, tagliando welfare, sanità, scuola e diritti sociali. Scioperiamo raccogliendo l’appello della Global Sumud Flotilla, mentre una nuova missione è pronta a salpare dalla Turchia verso Gaza. Dopo l’assalto di poche settimane fa, il sequestro degli attivisti e la detenzione illegale di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, non è più possibile fingere neutralità. A Trieste il corteo partirà dal Colle di San Giusto per arrivare al Molo Audace. Portare il corteo fino al mare significa dare a quel luogo un altro significato: non una narrazione patriottica e identitaria, ma uno spazio di responsabilità, solidarietà e lotta. Il 18 maggio Trieste guarda il Mediterraneo dalla parte di Gaza, della Flotilla, dei popoli aggrediti e di chi si oppone al genocidio. Significa dire che questa città non vuole essere complice del silenzio. Significa spingere idealmente quella flottiglia che prova ad attraversare il mare contro blocchi, minacce e repressione. Tra molti anni, quando tutto questo sarà giudicato dalla storia, resterà una domanda semplice: da che parte stavi? Il 18 maggio saremo in piazza anche per questo. Perché ci sono momenti in cui il silenzio diventa complicità e bisogna scegliere da che parte stare. Noi vogliamo che resti memoria del fatto che in questa città una parte di lavoratori, studenti, precari, pensionati e cittadini ha scelto di non abbassare lo sguardo. Il 18 maggio fermiamo il Paese contro guerra, genocidio e repressione. Il 23 maggio porteremo a Roma una manifestazione nazionale operaia di tutto il mondo del lavoro. Per la guerra dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo. Redazione Friuli Venezia Giulia
May 18, 2026
Pressenza
I palestinesi costretti a demolire le proprie case per far posto a un parco a tema israeliano
di Julian Borger, Quique Kierszenbaum e Sufian Taha,  The Guardian, 16 maggio 2026.     Agli abitanti del quartiere di al-Bustan è stato chiesto di lasciare spazio al Kings Garden. Per loro, abbattere le proprie case è l’opzione più economica. Negli ultimi due anni sono state demolite più di 57 case ad al-Bustan e almeno altre otto sono destinate alla demolizione nelle prossime settimane. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian In fondo a una valle ripida e densamente popolata, proprio sotto le mura della città vecchia di Gerusalemme, nelle ultime settimane il terreno è stato scosso da martelli pneumatici e bulldozer. Questi sono i suoni di Gerusalemme da decenni, mentre lo stato israeliano cercava senza sosta di imprimere un’identità ebraica uniforme alla parte orientale occupata della città, cancellandone al contempo il carattere palestinese. Di solito sono gli operai dello stato e del Comune a guidare i bulldozer, ma nel quartiere di al-Bustan, all’ombra della moschea di al-Aqsa dell’XI secolo, il frastuono deriva da uno sviluppo più recente. È il rumore dei palestinesi che demoliscono le loro case di famiglia. «È una cosa amara», ha detto Jalal al-Tawil mentre la casa della sua famiglia veniva demolita. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian “È una cosa davvero dura. È una cosa amara”, ha detto Jalal al-Tawil mentre guardava un trattore che aveva noleggiato, con una pala caricatrice davanti e un martello pneumatico dietro, sminuzzare gli ultimi resti della casa che suo padre aveva costruito, che a sua volta sorgeva sul sito della casa dei suoi nonni. Mercoledì mattina, la maggior parte dei muri era stata abbattuta fino alle fondamenta e le macerie ammucchiate in un unico cumulo. Al-Tawil ha lasciato per ultima la spessa radice nodosa di una vite di 35 anni. «Un tempo forniva uva a tutta al-Bustan», ha detto. Le foglie primaverili della vite erano già spuntate lungo il traliccio sopra di lui, ma si era rassegnato al fatto che la pianta non avrebbe mai più dato frutti. La linea gialla delimita il quartiere di Al-Bustan: i punti rossi indicano le case già demolite e quelli verdi quelle con ordini di demolizione in essere. L’esperienza di demolire la casa e la storia della propria famiglia ha distrutto i cuore di al-Tawil, ma si è trattato di una questione di brutale economia. Il comune di Gerusalemme gli aveva detto che gli sarebbe costato 280.000 shekel (96.000 dollari) se gli operai del comune avessero demolito la casa. Noleggiare le proprie attrezzature e manodopera costa ad al-Tawil meno di un decimo di quella cifra. «Inoltre, se lo facessero loro, sradicherebbero il terreno e farebbero un disastro completo», ha detto. Per lui era come se gli avessero dato la scelta tra il suicidio e l’essere assassinato, ha affermato. Più di 57 case ad al-Bustan, parte del più ampio distretto di Silwan a Gerusalemme Est, sono state demolite negli ultimi due anni e almeno otto sono destinate alla demolizione nelle prossime settimane. Sul sito verrà costruito un parco a tema biblico chiamato Kings Garden, dove il re Salomone avrebbe trascorso il suo tempo libero tre millenni fa. Il parco è stato disegnato per far parte di un progetto archeologico in espansione, guidato in gran parte dai coloni, incentrato esclusivamente sul passato ebraico di Gerusalemme e focalizzato su quella che è stata definita la Città di Davide – nonostante l’opinione di molti archeologi israeliani secondo cui i resti visibili risalgono ad altre epoche, precedenti o successive al regno del re Davide nell’età del ferro. Aviv Tatarsky, ricercatore senior presso Ir Amim, un gruppo che si batte per una Gerusalemme equamente condivisa, afferma che al-Bustan incarna la cancellazione dei palestinesi sia dalla geografia che dalla storia. “Israele non è disposto a riconoscere la realtà binazionale, multietnica e multiculturale di Gerusalemme e sta cancellando innanzitutto i palestinesi – ma in realtà tutto ciò che non è ebraico – per poi mascherare il tutto con queste assurdità in stile Disney”, ha detto Tatarsky. «Se questo progetto andrà in porto, gli israeliani andranno lì, vedranno la storia del parco e ignoreranno completamente il fatto che delle vite sono state distrutte, che un’intera comunità è stata eliminata per fare spazio a questo parco». Si dice che re Salomone si sia goduto il tempo libero nel luogo in cui sorgerà il parco a tema. Fotografia: Alamy L’ombra del parco a tema Kings Garden incombe su al-Bustan da quasi due decenni, ma i bulldozer sono stati tenuti a bada fino ad ora dalla resistenza palestinese, unita all’opposizione internazionale e a una certa ambivalenza all’interno della politica israeliana. Queste tre barriere sono cadute dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, la conseguente guerra di Gaza e la rielezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Gli ambasciatori di altri paesi continuano a venire in visita e a promettere sostegno, ma senza l’appoggio di Washington il loro intervento congiunto si è rivelato inefficace. «Ci sono cani randagi che girano per il quartiere di notte e probabilmente si sentono più al sicuro di noi», ha detto Mohammad Qwaider, 60 anni, padre di sei figli. Recentemente ha demolito la parte di casa che è stata la dimora della sua famiglia per più di mezzo secolo, nella speranza di placare i pianificatori. Questa settimana, tuttavia, un funzionario del comune è venuto ad avvertirlo che i bulldozer sarebbero tornati per radere al suolo il resto dell’edificio. «Non potete portarci via la nostra terra»: Mohammad Qwaider, 60 anni. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian Qwaider soffre di problemi cronici alla schiena, ha un figlio con bisogni speciali e una madre anziana inferma che non è in grado di muoversi, e sostiene che non ha altre opzioni. “Se demoliscono la nostra casa, monteremo una tenda. Non ce ne andremo”, ha detto. “Forse fraintendono la nostra mentalità di palestinesi. Non siamo un bersaglio facile. Non potete portarci via la nostra terra.” Sua madre, Yusra, è costretta a letto in una piccola stanza al piano terra. La storia della sua vita incarna la storia palestinese moderna. È nata 97 anni fa a Jaffa, ma la sua famiglia è stata costretta a fuggire nel 1948 in quella che i palestinesi chiamano la Nakba (catastrofe), lo sfollamento di massa che è l’altra faccia della medaglia storica dell’indipendenza di Israele in quell’anno. La giornata di commemorazione della Nakba è caduta quest’anno di venerdì, il giorno dopo che gli ebrei israeliani hanno affermato il loro controllo con una marcia nazionalista attraverso la città vecchia per celebrare la Giornata di Gerusalemme, scandendo “morte agli arabi”. Yusra Qwaider, 97 anni, non è in grado di alzarsi dal letto. «Non ce ne andremo», ha detto. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian Da Jaffa, la famiglia di Yusra Qwaider aveva cercato rifugio in un villaggio chiamato Yalo, nel territorio controllato dalla Giordania a ovest di Gerusalemme. Nel 1967 furono nuovamente cacciati durante la guerra arabo-israeliana dei sei giorni, e le forze israeliane demolirono la loro casa e il resto del villaggio. Da lì si trasferirono nel quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme nel 1970, ma poterono rimanere solo tre anni prima che gran parte del quartiere fosse demolita dai nuovi padroni della città. “Dopo il quartiere ebraico, siamo venuti qui a Silwan. Da qui non ce ne andremo. Né io, né i miei figli”, ha detto. Fakhri e Amina Abu Diab vivono ora in una baracca tra le macerie della loro casa di famiglia. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian Due porte più in là, Fakhri Abu Diab, il leader della comunità di al-Bustan, ha preso la stessa decisione quando la sua casa di famiglia è stata demolita nel 2024. Ora lui e sua moglie, Amina, vivono in una baracca tra le macerie di quella che un tempo era la loro casa di famiglia da quattro generazioni. Solo una parte della cucina della vecchia casa è rimasta in piedi tra le rovine. “Qui è dove mangiavamo con i miei figli e i miei nipoti”, ha detto Abu Diab. “Hanno demolito il nostro passato. Hanno demolito i nostri ricordi. Hanno demolito i nostri sogni. Hanno demolito la mia infanzia, la nostra infanzia, e hanno demolito il nostro futuro.” Ha paragonato la tortura di vivere tra le macerie della storia della sua famiglia a una malattia fisica. “Il mio cuore sta bruciando”, ha detto. «Forse mi vedete seduto qui con voi, a parlarvi, ma dentro di me sto bruciando.» Abu Diab sta ancora pagando la multa di 43.000 shekel (15.000 dollari) che il comune gli ha inflitto per coprire i costi di demolizione della sua casa, al ritmo di 4.000 shekel (1400 dollari) al mese. Ha detto di aver dovuto pagare anche 9.000 shekel (3000 dollari) per i panini consumati dalla polizia durante l’operazione durata diversi giorni. Il Comune di Gerusalemme non ha risposto a una richiesta di commento sulle sue azioni ad al-Bustan, ma ha dichiarato al sito di notizie +972 che il parco a tema in progetto era “in costruzione a beneficio di tutti i residenti della città” e che le case palestinesi di al-Bustan erano state costruite illegalmente. «Questa zona non è mai stata destinata a uso residenziale, e il Comune di Gerusalemme sta ora lavorando per costruire un parco in un’area che soffre di una grave carenza di spazi pubblici aperti», ha affermato il Comune. Il Comune ha anche dichiarato di aver cercato «per anni di trovare una soluzione per i residenti che includesse anche un’alternativa residenziale, ma essi non hanno espresso alcun serio interesse a raggiungere un accordo». Fakhri Abu Diab ha affermato che alcune case di al-Bustan, come la sua, che secondo il Comune sarebbero state costruite illegalmente, sono antecedenti all’occupazione israeliana. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian A tal proposito, Abu Diab ha sottolineato che la comunità aveva presentato molto tempo fa un piano regolatore per il quartiere con ampi spazi verdi, che secondo lui era stato bocciato a livello politico. Per quanto riguarda la questione dei permessi, ha detto, alcune case come la sua risalgono a molto prima dell’occupazione israeliana. Il comune ha sistematicamente negato i permessi di costruzione ai palestinesi di Gerusalemme Est, mentre li ha regolarmente approvati per gli ebrei israeliani. Inoltre, ha sostenuto Abu Diab, le stesse regole non sono mai state applicate agli avamposti di coloni non autorizzati che spuntano costantemente a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Amina Abu Diab in piedi tra le macerie della sua casa. Fotografia: Quique Kierszenbaum/The Guardian Amina Abu Diab, insegnante e assistente sociale, ha detto che la sua principale preoccupazione ora sono i bambini di cui si prende cura, che si trovano ad affrontare un futuro di incertezza e senza una casa. “Una casa è il sogno di futuro per un bambino, e se qualcuno viene a demolirla, distrugge i sogni e il senso di sicurezza del bambino”, ha detto. “E allora cosa pensano di noi i bambini? Che non siamo in grado di proteggere noi stessi e non siamo in grado di proteggere i nostri figli.” https://www.theguardian.com/world/2026/may/16/palestinians-demolish-family-homes-jerusalem-kings-garden-theme-park?CMP=share_btn_url Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 17, 2026
Assopace Palestina
Il ruolo dei corpi intermedi in democrazia
La democrazia rappresentativa parlamentare non è un difetto, una lentezza o un ostacolo da superare, ma un’acquisizione democratica evoluta, che va difesa, così come vanno difesi i corpi intermedi che di una democrazia sono la sostanza: partiti, sindacati, associazioni, libera stampa, sono elementi strutturalmente necessari per la funzione democratica che esplicano: essi, infatti mediano tra società e istituzioni, filtrano e articolano le domande sociali, organizzano il dissenso, formano l’opinione pubblica, impediscono in sostanza che il Potere si concentri in unico soggetto. Senza di loro, la rappresentanza si svuota e la democrazia degenera in plebiscito e la politica diventa volatilità emotiva. Delegittimare i corpi intermedi non rende la democrazia più diretta, ma più debole e più esposta ai populismi. Non dobbiamo nasconderci che il populismo attecchisce poiché mistifica e mostrifica sempre un problema reale ed avvertito: è però la soluzione prescelta che è spesso discutibile e pericolosa. Ad esempio il finanziamento alla editoria presenta una questione realmente problematica: il finanziamento pubblico all’editoria, infatti, così com’è è diventato un sussidio per un servizio democratico inesistente – testate che ricevono risorse pubbliche senza produrre informazione di qualità, senza pluralismo, senza la necessaria verifica dei fatti. E tuttavia, la questione non si affronta abolendo il finanziamento, ma ripensandolo radicalmente, in modo che sia premiata proprio la funzione democratica dell’editoria come corpo intermedio. Il Finanziamento non dovrebbe avere come scopo la mera sopravvivenza della azienda editoriale, ma dovrebbe essere basato su indicatori di servizio democratico, secondo alcuni parametri chiari: numero di giornalisti indipendenti in organico, produzione di inchieste originali, rispetto di un codice etico, accesso gratuito o agevolato per i redditi bassi, trasparenza della proprietà. In modo analogo al sistema di alcuni paesi nordici, dove ad ogni cittadino è consentito di indicare una piccola quota annuale per una testata di propria scelta. Il finanziamento pubblico verrebbe così “distribuito dal basso”, premiando i giornali che i cittadini ritengono utili ed alimentando così anche la partecipazione e responsabilità individuale. In ogni caso, le risorse pubbliche così assegnate dovrebbero essere condizionate a verifiche da parte di un’ Autorità indipendente, in ordine alla netta separazione tra pubblicità e informazione, assenza di conflitti di interesse, rettifiche tempestive ed adeguate. Il sostegno, inoltre, dovrebbe essere piuttosto selettivo ed in buona parte rivolto alle piccole testate locali ed alle cooperative di giornalisti, poiché spesso sono le prime a soffrire, ma anche le più radicate nel territorio e quelle più capaci di svolgere la funzione di mediazione e di prossimità con i cittadini. Nessun finanziamento automatico a gruppi editoriali che chiudono redazioni e spostano risorse su contenitori digitali vuoti. Attualmente il finanziamento all’editoria è, per un verso una indebita elemosina, di Stato per l’altro una mortificazione, mentre è necessario trasformare il finanziamento in un vero e proprio investimento del cittadino, una infrastruttura democratica. Non si può continuare a regalare soldi pubblici a chi produce carta straccia, si deve invece alimentare un servizio ed il pluralismo dell’informazione che il mercato da solo non sostiene. Esattamente ciò che si fa o si dovrebbe fare per la sanità, la scuola, la ricerca pubblica. La patologia, ovvero il divaricamento tra realtà e funzione democratica non si deve risolvere rinunciando ad un presidio democratico, ma riformando l’Istituto la cui procedura è degenerata in altro. Ricostruire luoghi di mediazione credibili è l’unica strada per una partecipazione vera e per preservare quell’utilità democratica dei corpi intermedi su cui basa la sostanza democratica del Paese ed il disegno stesso della Costituzione. La disaffezione della popolazione verso la politica è il risultato di ponti di mediazione interrotti. E senza ponti, nessuno attraversa più il fiume della politica. Occorre ripristinare quei ponti a servizio della partecipazione popolare alla vita democratica, occorre tornare alla Costituzione. Gregorio de Falco Redazione Italia
May 17, 2026
Pressenza
I musei possono unire il mondo
I musei possono unire il mondo? È questo il tema della Giornata mondiale dei musei, promossa dall’ICOM, il Consiglio internazionale dei musei, che si celebra ogni anno il 18 maggio. Come di consueto, essa intende veicolare una proposta e lanciare una sfida: segnalare all’opinione pubblica l’importanza dei musei, non solo quali eminenti luoghi della cultura ma anche come istituzioni di immediato risalto civico, sociale, democratico, e richiamare l’attenzione intorno al potenziale che i musei, le loro funzioni e le loro attività, possono esprimere nel senso della costruzione di società più democratiche, avanzate, inclusive.  E così, in particolare, il tema di quest’anno, “I musei uniscono un mondo diviso”, viene proposto allo scopo di porre in evidenza il ruolo, niente affatto secondario, che i musei svolgono come ponti tra culture, comunità umane e aree geopolitiche, promuovendo partecipazione, dialogo, comprensione, inclusione e pace, nella doppia dimensione sociale e culturale. In quanto spazi pubblici votati alla conoscenza e alla partecipazione, e, ovviamente, luoghi di cultura e di apprendimento, i musei contribuiscono alla convivenza pacifica e al rispetto reciproco, creando ambienti pubblici e contesti narrativi in cui storie, oggetti e persone si incontrano, offrendo opportunità di riflessione, scambio e dialogo.  Queste due dimensioni, proprie dell’attivazione museale, sono di essenziale importanza: si tratta in primo luogo di ambienti pubblici, in cui il ruolo, la direzione e la regia delle istituzioni pubbliche sono centrali e insostituibili, proprio per liberare la cultura, la partecipazione culturale e la fruizione culturale dalla pressione del mercato e dal condizionamento del profitto, che determinerebbero esclusioni e limitazioni nell’accesso e nella fruizione; e si tratta poi, non meno importante, di contesti narrativi in cui il museo, per la sua storia e le sue caratteristiche, per la tipologia e il significato delle sue collezioni, per le storie che vi si dipanano e le vicende che vi sono raccontate, costruisce una vera e propria narrazione culturale, essenziale sia nel senso del patrimonio culturale, sia nel senso della costruzione identitaria.  A maggior ragione, dunque, in tempi segnati da polarizzazione sociale e disuguaglianza nell’accesso alla conoscenza e alla cultura, da violenza e guerra estesamente diffusa in tutti i continenti, i musei aiutano a ricostruire ponti, legami, convergenze tra popoli, comunità e cittadinanze. Il museo è infatti un crocevia di cultura e memoria: salvaguardando il patrimonio e la memoria, offrendo luoghi e opportunità di studio e di conoscenza, definendo spazi per l’apprendimento e la riflessione, i musei aiutano ad affrontare la complessità e promuovono la diversità, la sostenibilità e l’inclusione sociale.  Si potrebbe dire, perfino, «per definizione»: in base alla definizione di museo, oggi in vigore, approvata il 24 agosto 2022, durante la Conferenza Generale di Praga, “Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, la fruizione, la riflessione e la condivisione delle conoscenze”.  Il carattere pubblico, il valore culturale e il potenziale sociale dei musei sono richiamati anche in altri documenti che configurano la normativa di settore, come, ad esempio, la Raccomandazione sulla protezione e la promozione dei musei e delle collezioni, adottata il 17 novembre 2015, secondo la quale (art. 2), “I musei, in quanto spazi per la trasmissione culturale, il dialogo interculturale, l’apprendimento, la discussione e la formazione, svolgono un ruolo importante anche nell’educazione, nella coesione sociale e nello sviluppo sostenibile. I musei hanno un grande potenziale per sensibilizzare il pubblico sul valore del patrimonio culturale e naturale e sulla responsabilità di tutti i cittadini di contribuire alla sua cura e trasmissione. I musei supportano inoltre lo sviluppo economico, in particolare attraverso le industrie culturali e creative e il turismo” e, in particolare (art. 17), “I musei sono spazi pubblici vitali che dovrebbero rivolgersi a tutta la società e possono quindi svolgere un ruolo importante nello sviluppo dei legami e della coesione sociale, nella costruzione della cittadinanza e nella riflessione sulle identità collettive. I musei dovrebbero essere luoghi aperti a tutti e volti a garantire l’accesso fisico e culturale a tutti, compresi i gruppi svantaggiati. Possono costituire spazi di riflessione e dibattito su questioni storiche, sociali, culturali e scientifiche. I musei dovrebbero inoltre promuovere il rispetto dei diritti umani e la parità di genere”.   Possono dunque i musei essere annoverati tra i luoghi utili a promuovere la trasformazione costruttiva dei conflitti e una cultura di pace nelle nostre società? Il punto di partenza è che, in sostanza, i musei sono veri e propri luoghi di creatività; e la creatività, nello spazio dei musei, è un luogo concettuale per l’arte, la comprensione e l’iniziativa sociale. Come suggerisce Rivera Sun (2019), «se volete cambiare le cose, pensate fuori dagli usuali schemi della protesta. […] La strategia per il cambiamento nonviolento è relativamente semplice: dobbiamo togliere ogni sostegno tangibile al problema (boicottare l’azienda, scioperare, uscire dalle scuole e dai luoghi di lavoro) e mettere tutte le risorse nella soluzione (cooperative dei lavoratori, giustizia riparativa, prodotti locali). […] È ora di liberare la creatività e la strategia pensando fuori dagli schemi usuali». La creatività, legata alla cultura, è un tema assai stimolante nel contesto dei musei. Essi mostrano la possibilità di rendere la creatività concreta, visibile, comprensibile, attraverso le esposizioni museali rappresentate e gli oggetti culturali esposti; e anche la possibilità di esprimere la creatività non solo nel senso della creazione artistica, tipica della produzione estetica, ma anche nel senso dell’ispirazione sociale, tipica delle iniziative e dei programmi di trasformazione sociale. In questo senso, il peacebuilding ha molto a che fare con l’attivismo democratico e il cambiamento sociale, ai fini della riconfigurazione delle relazioni sociali, nella prospettiva dei diritti umani, della trasformazione dei conflitti e della pace positiva. In virtù di questa cornice, Kyoko Okumoto (2017) ha evidenziato gli elementi del processo di costruzione della pace attraverso l’arte. «L’arte è dinamica. Pertanto la pace dinamica può essere raggiunta con un approccio basato sulle arti nel lavoro di pace, in particolare l’arte dinamica [che] può essere definita come l’«arte che rivela e mette in evidenza il conflitto». […] Alcuni potrebbero usarlo in modo da guarire il trauma di una guerra passata o di una violenza diretta. Alcuni potrebbero usarlo come potente strumento di resistenza, esprimendosi per evidenziare il problema. Altri potrebbero costruire ponti tra la comunità internazionale e gli oppressi. […] Gli elementi essenziali per la pace sono: spirito pacifico e mente critica; espressività e comunicatività dell’arte; creatività e dialogo nel lavoro per la pace. Quando tutti questi elementi lavorano insieme, l’approccio basato sulle arti rivela ed evidenzia il conflitto funzionando pienamente, e con successo, come lavoro di pace».    Per approfondire, sia permesso rimandare a  1. Pisa, Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace, Multimage, Firenze 2024:  https://www.multimage.org/libri/le-porte-dell-arte-art-doors.    Gianmarco Pisa
May 17, 2026
Pressenza
Siamo tutti parte di un unico organismo interconnesso
Ho sempre affrontato il rapporto guerra-ecologia attraverso la lente della nonviolenza; il legame tra questi due ambiti non è meramente fisico basti pensare ai danni ambientali dei conflitti, ma è anche profondamente filosofico e relazionale. Che nesso intercorre tra ecologia e guerra? A partire dalla Grecia antica troviamo l’interesse per quella che oggi definiamo ecologia legata alla guerra, già da allora c’era chi aveva compreso con uno sguardo allargato e che sapeva andare oltre il presente il bisogno di vivere sostenendo la pace. Se Aristotele si può considerare il padre della biologia, il suo allievo Teofrasto (371 a.C. -287 a.C.) è ritenuto il vero pioniere dell’ecologia. Nel suo trattato “Le cause delle piante”, osservò come il clima, il suolo e l’intervento umano influenzassero la crescita dei vegetali, argomento molto attuale nel nostro dibattito quotidiano seppur un po’ accantonato a causa dei disordini mondiali. Anche altri illustri Greci si interessarono all’argomento diversi anni prima. Lo storico Tucidide documentò come la guerra prolungata sia stata la causa della trasformazione del paesaggio greco, infatti quando gli Spartani occuparono stabilmente una parte dell’Attica non si limitarono a brevi incursioni, ma impedirono per anni la cura della terra. Questo portò a un vero e proprio degrado del suolo e all’abbandono delle rotazioni delle colture. E che dire del fatto che la flotta ateniese aveva necessità di quantità massicce di legname: le guerre portarono ad una deforestazione selvaggia di intere regioni, come la Macedonia e il monte Parnaso, alterando il microclima e causando erosione del suolo. Anche Platone disse la sua, propose il meno dei mali suggerendo ai Greci di non devastare le terre né bruciare le case durante le guerre, ma di limitarsi a raccogliere il raccolto dell’anno. Considerava la distruzione della terra una forma di “malattia” del corpo sociale. I conflitti costanti ebbero effetti che oggi definiremmo anti-ecologici, pensiamo all’abbandono dei sistemi di irrigazione in quanto i combattimenti distruggevano i canali portando alla creazione di paludi e alla diffusione della malaria. Il pensiero dell’antropologo Gregory Bateson vissuto nel XX sec. e la sua “Ecologia della mente” diventa indispensabile: l’ecologia non è solo la tutela dell’ambiente in sé, ma una comprensione profonda del fatto che siamo tutti parte di un unico organismo interconnesso. Se colpiamo l’Altro, stiamo inevitabilmente colpendo noi stessi e l’ambiente in cui viviamo. Non esiste una “vittoria” in guerra che sia ecologicamente e umanamente sostenibile. In un’ottica ecologica, la guerra è un errore sistemico dove tutti i contendenti hanno fallito nel mantenere l’equilibrio delle relazioni. In un sistema ecologico sano, la priorità è la cura della vita in tutte le sue forme. I conflitti sono visti come un’interruzione violenta di questo processo di cura che impedisce il confronto dialettico e distrugge le basi della convivenza civile e naturale. A chi fa la guerra, ahi noi, tutto ciò non interessa. Maria Giovanna Farina
May 17, 2026
Pressenza
Difendiamo Kike Mur@0
Il CSO Kike Mur di Saragoza è sotto minaccia di sgombero ed ha lanciato una campagna internazionalista di solidarietà. Abbiamo voluto darle eco attraverso un collegamento proprio da Saragoza con un compagno che fa parte dell’assemblea del centro. Questi i contatti per sostenere il Kike Mur e per restare aggiornati: Mail: okupazaragoza@riseup.net IG: @cso_kike_mur Telegram: https://t.me/cso_kike_mur Blogs: https://femos.trobada.social/@cso_kikemur  https://blogs.sindominio.net/kikemur/ Qui di seguito la telefonata con Luca da Saragoza Nella seconda parte della puntata siamo andate a scavare cosa si nasconde dietro la parola “remigrazione”, termine che nasce neutro, ma che le destre di Europa e USA hanno riempito di razzismo e violenza. Questa la puntata intera: Playlist 01 – A place to bury strangers – Song For Girl From Macedonia 02 – Chalk – Afraid 03 – bdrmm – Snares 04 – Deerhoof – O Ye Saddle Babes 05 – New order – Times Change 06 – Nine inch nails – Terrible Lie (Sympathetic Mix) 07 – Psychic tv – Godstar (Ugly mix) 08 – The Jesus and Mary chain – Facing Up To The Facts 09 – Chalk – Bliss 10 – A place to bury strangers – Dead Inside 11 – Chalk – Cant feel it 12 – A place to bury strangers – Everyone’s The Same 13 – bdrmm – Lake Disappointment 14 – H09909 – …speak of the devil 15 – Chalk – Static 16 – New order – 60 Miles an Hour 17 – bdrmm – Momo 17 – Chalk – Pain
Difendiamo Kike Mur@1
Il CSO Kike Mur di Saragoza è sotto minaccia di sgombero ed ha lanciato una campagna internazionalista di solidarietà. Abbiamo voluto darle eco attraverso un collegamento proprio da Saragoza con un compagno che fa parte dell’assemblea del centro. Questi i contatti per sostenere il Kike Mur e per restare aggiornati: Mail: okupazaragoza@riseup.net IG: @cso_kike_mur Telegram: https://t.me/cso_kike_mur Blogs: https://femos.trobada.social/@cso_kikemur  https://blogs.sindominio.net/kikemur/ Qui di seguito la telefonata con Luca da Saragoza Nella seconda parte della puntata siamo andate a scavare cosa si nasconde dietro la parola “remigrazione”, termine che nasce neutro, ma che le destre di Europa e USA hanno riempito di razzismo e violenza. Questa la puntata intera: Playlist 01 – A place to bury strangers – Song For Girl From Macedonia 02 – Chalk – Afraid 03 – bdrmm – Snares 04 – Deerhoof – O Ye Saddle Babes 05 – New order – Times Change 06 – Nine inch nails – Terrible Lie (Sympathetic Mix) 07 – Psychic tv – Godstar (Ugly mix) 08 – The Jesus and Mary chain – Facing Up To The Facts 09 – Chalk – Bliss 10 – A place to bury strangers – Dead Inside 11 – Chalk – Cant feel it 12 – A place to bury strangers – Everyone’s The Same 13 – bdrmm – Lake Disappointment 14 – H09909 – …speak of the devil 15 – Chalk – Static 16 – New order – 60 Miles an Hour 17 – bdrmm – Momo 17 – Chalk – Pain
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa di difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza
#Aviano (#Pordenone), lunedì 18 maggio, ore 18 - Assemblea pubblica. Presentazione del dossier del Coordinamento Nazionale NO #NATO sulle installazioni militari USA NATO in Italia #nomilitary
May 17, 2026
Antonio Mazzeo
#Aviano (#Pordenone), lunedì 18 maggio, ore 18 - Assemblea pubblica. Presentazione del dossier del Coordinamento Nazionale NO #NATO sulle installazioni militari USA NATO in Italia #nomilitary
May 17, 2026
Antonio Mazzeo

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