Luisa Muraro e la rosa di Silesio--------------------------------------------------------------------------------
Foto di Yeyo Salas su Unsplash
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Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo
necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua
dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri
riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata
sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in
valore l’opera di Luisa.
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Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili. Semmai, del
femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata
inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della
differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a
un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una
possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo –
ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa,
dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.
La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo
di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi
col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il
pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi
filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita
dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo
libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in
vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si
è svuotata di ogni occupazione e preoccupazione per vacare Deo. Che in questo
libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte
lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo
tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di
Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura
mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva
chiamarla.
Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta
anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni,
femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o
pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli
altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può
essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a
livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere
anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e
pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e
vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più
gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva
rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a
leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o
religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce
spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa,
Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica,
come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre
figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil,
Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza
di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per
cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice
nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole, che ricrea o fa rinascere, e non
alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e
che, dove si trova, ivi è libertà.
Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione,
della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il
regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è
senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono
più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel
senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri,
compreso il desiderio di Dio. Facta sum non amor, dice l’anima al colmo
dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice
coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta
sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere
riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della
rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia
simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non
dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla
spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il
principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro
creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade
dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo
costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di
quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva
dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina
poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge
l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante
Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più
quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita
Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti
in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto
teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino –
la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.
Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che
usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo
asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della
gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di
ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il
regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come
lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra
e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva
non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di
ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La
differenza femminile, insomma.
Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di
Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga,
1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione
dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più
“universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa
Muraro:
«Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il
vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso
della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in
pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci».
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Roberta De Monticelli, filosofa teoretica, ha insegnato a Ginevra e Milano. Tra
i suoi ultimi libri Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione
(Laterza). Molti dei suoi articoli sono raccolti su Phenomenologylab.eu.
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