[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
#06 Apocalypse Prompt | Pare che sia il signor La Morte, venuto per la mietitura – di Alessandro Verna
Eccoci con la serie Apocalypse Prompt di Alessandro Verna. Un nuovo episodio di una particolarissima auto-inchiesta dedicata al rapporto uomo-macchina nel presente. In questa puntata, il protagonista ragiona sul fatto che siamo noi, comuni mortali, a portare linfa all'IA. E lo facciamo attraverso gli atti più innocenti della nostra quotidianità: dal giocare con nostro [...]
August 17, 2026
Effimera
Michalis Psilos: “un atto di verità e giustizia”
All’opinione pubblica greca la notizia che è cominciata la raccolta di firme alla petizione per la candidatura dei bambini di Gaza all’assegnazione del Premio Nobel per pace è stata riferita sulle pagine dello storico e prestigioso quotidiano ellenico specializzato in economia e finanza, Naftemporiki, dal direttore dell’edizione online, Michalis Psilos, nel suo articolo qui integralmente riportato. IL PREMIO NOBEL PER LA PACE AI BAMBINI DI GAZA  IL RICONOSCIMENTO DEL SACRIFICIO DEI BAMBINI DI GAZA DA PARTE DEL COMITATO PER IL PREMIO NOBEL SAREBBE UN ATTO DI VERITÀ E GIUSTIZIA. Si stanno raccogliendo firme per assegnare il Premio Nobel per la Pace di quest’anno ai bambini di Gaza. L’iniziativa, che è partita dall’Italia, a molti pare “strana”.  La cosa interessante è che a condurla sono attori e organi di stampa vicini alla Chiesa cattolica. Secondo le volontà di Alfred Nobel, questo premio dovrebbe essere assegnato “alla persona che avrà dato il maggior contributo alla fraternizzazione tra le nazioni, all’abolizione o alla riduzione delle forze militari e alla conduzione e promozione dei processi di pace”. Il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole cattoliche in Terra Santa, afferma che «riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza con il Premio Nobel per la Pace significa dare un valore rinnovato alla parola pace». «Significa sancire nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non cresceranno mai e il diritto a un futuro di pace per coloro che sono sopravvissuti all’orrore e all’odio», sottolinea il frate francescano. La sua proposta è già sostenuta da professori universitari, politici e personalità del mondo dell’arte e della cultura. Indubbiamente, le vittime innocenti della guerra a Gaza non sono solo i bambini palestinesi. Ci sono anche i bambini israeliani uccisi nell’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Così come i bambini ucraini e russi, ma anche iraniani. Le tragedie vissute, soprattutto dai bambini nei numerosi conflitti che imperversano in molte parti del mondo, indifesi di fronte all’odio e alla violenza degli adulti, non conoscono confini. LA TRAGEDIA NEI NUMERI Ma oggi a Gaza c’è qualcosa di più: i numeri. Circa 21˙000 bambini sono stati uccisi dall’inizio della guerra. E dalla firma del cosiddetto accordo di pace nell’ottobre 2025 a Gaza sono stati uccisi 300 bambini e adolescenti – un bambino al giorno – mentre le operazioni israeliane continuano. Non dimentichiamo, ovviamente, che decine di migliaia di bambini sono rimasti feriti, mutilati, sfollati o orfani. Riflettete un attimo su quest’immagine: alcuni di questi bambini sopravvissuti alla tragedia mentre ricevono il Premio Nobel… ATTO DI GIUSTIZIA Il riconoscimento del sacrificio dei bambini di Gaza da parte del Comitato per il Nobel sarebbe un atto di verità e giustizia. «Basta. Basta a voi che uccidete. Basta a voi che mentite. Basta a voi che non fate nulla. Basta, se siete ancora umani adesso basta», afferma Eugenio Mazzarella, professore di filosofia all’Università Federico II di Napoli, uno degli ideatori dell’iniziativa “Premio Nobel per la Pace ai Bambini di Gaza”. Intanto, però, la guerra continua. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha addirittura respinto il piano di pace in 15 punti del presidente Trump. “Non lasceremo Gaza. Il piano di pace è morto – ha dichiarato Netanyahu – Le Forze di Difesa Israeliane non si ritireranno finché Hamas non sarà sostanzialmente disarmato”. STRATEGIA DI GUERRA Netanyahu non ha rinunciato alla guerra, che considera la strategia di Israele per i prossimi anni. Anche il fronte della Cisgiordania occupata rimane aperto, dove, oltre all’occupazione dei campi profughi, alle operazioni di sgombero e alle demolizioni effettuate dall’esercito, sono in aumento anche le incursioni dei coloni. Nel frattempo, i bambini continuano a morire. Coloro che sopravvivono a malnutrizione, malattie, acqua contaminata e cure inesistenti “stanno ancora aspettando la fine della violenza che il presidente Trump ha promesso loro”. Come dice Eschilo nell’Orestea: «Che gli dèi abbiano pietà… di coloro che conquisteranno, se rispetteranno i templi e le istituzioni dei vinti». Μιχάλης Ψύλος  Η ΝΑΥΤΕΜΠΟΡΙΚΗ 11 agosto 2026   Maddalena Brunasti
August 17, 2026
Pressenza
Somalia, scontri tra esercito e gruppi armati
Le truppe federali somale si sono scontrate con gruppi armati nel centro di Baidoa, città situata a circa 250 chilometri dalla capitale Mogadiscio. La città, capitale amministrativa dello Stato del Sud-Ovest, ospita forze di pace internazionali e agenzie umanitarie ed è uno dei principali centri della Somalia. «Le milizie fedeli all’ex presidente dello Stato del Sud-Ovest sono entrate in città da due lati, sfidando due battaglioni dell’esercito federale. Gli scontri si sono intensificati», ha riferito un testimone all’agenzia di stampa Reuters. Le truppe federali hanno preso il controllo della città lo scorso marzo. The post Somalia, scontri tra esercito e gruppi armati appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Fino a quando persiste l’obbligo di mantenere i figli da parte dei genitori?
Torni a casa dopo una durissima giornata in fabbrichetta, coronata da una cena al veleno con l’avvocato, dal quale hai appreso di non poter spiare liberamente i tuoi dipendenti al fine di coglierli in fallo e licenziarli. Il freddo umido e il traffico brianzolo hanno fatto il resto. Entri in salone e trovi Pier Giorgio, l’erede al trono, che strepita coi suoi amici davanti a un qualunque videogioco. In un attimo ti si chiude la vena e parte il miglior repertorio del padre che sa farsi rispettare: «È mezzanotte che cosa ci fate ancora qui, questa casa non è un albergo. Hai 24 anni e hai dato solo 7 esami, credi che ti possa mantenere a vita parcheggiato alla facoltà di Economia anziché ringraziarmi? Io alla tua età già lavoravo in officina». E lì, l’idea che equivale a un’apparizione mariana: non posso licenziare i dipendenti, ma buttare mio figlio fuori di casa sì, è maggiorenne! E invece. PRINCIPIO GENERALE: IL MANTENIMENTO OLTRE LA MAGGIORE ETÀ L’obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli è un principio cardine del diritto di famiglia, la cui durata non è legata al mero raggiungimento della maggiore età. La giurisprudenza ha delineato con precisione i presupposti e i limiti di tale obbligo, mutuati in parte dal regime di mantenimento dei figli in caso di separazione, bilanciando il diritto del figlio a completare il proprio percorso formativo con il principio di autoresponsabilità. L’obbligo di mantenimento dei figli, sancito dagli articoli 147, 148 e 316-bis del Codice Civile, non cessa automaticamente al compimento del diciottesimo anno di età. La legge, in particolare l’articolo 337-septies del codice civile, prevede che il giudice possa disporre un assegno periodico in favore dei figli maggiorenni non ancora economicamente indipendenti. La giurisprudenza è unanime nell’affermare che l’obbligo perdura fino a quando il figlio non abbia raggiunto una propria indipendenza economica, e cioè fino a quando non sia stato messo nelle concrete condizioni di poter essere autosufficiente senza averne tratto profitto per propria colpa o scelta. L’obiettivo è consentire al figlio di completare un percorso formativo e di inserirsi nel mondo del lavoro in base alle proprie capacità, inclinazioni e aspirazioni. Bene dai, puoi tagliargli i fondi per le rette universitarie, costringerlo a trovarsi un qualunque lavoretto e fargli trovare le valigie fuori dalla porta. O forse no. LA NOZIONE DI INDIPENDENZA ECONOMICA L’indipendenza economica non coincide con lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa. La giurisprudenza richiede un accertamento in concreto, valutando se il reddito percepito sia adeguato a consentire un’esistenza autonoma e dignitosa, in relazione alla formazione professionale acquisita e alle condizioni del mercato del lavoro. Un lavoro precario, saltuario o con una retribuzione esigua potrebbe non essere considerato sufficiente a determinare la cessazione dell’obbligo. Tuttavia, lo svolgimento di un’attività lavorativa, anche a tempo determinato, può essere un elemento rappresentativo della capacità del figlio di procurarsi un reddito adeguato. Se tale capacità è dimostrata, l’obbligo genitoriale cessa e non può “risorgere” in caso di successiva perdita del lavoro (Cass. Civ., Sez. 6, n. 2344 del 25.1.2023). La Corte di Cassazione ha precisato che «il mantenimento del figlio maggiorenne è da escludersi ove questi abbia iniziato ad espletare un’attività lavorativa, dimostrando quindi il raggiungimento di un’adeguata capacità, senza che possa rilevare la sopravvenienza di circostanze ulteriori che, pur determinando l’effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento, i cui presupposti siano già venuti meno» (Cass. Civ., Sez. 6, n. 3769 dell’8.2.2023). LA CESSAZIONE DELL’OBBLIGO PER COLPA O INERZIA DEL FIGLIO L’obbligo di mantenimento viene meno non solo al raggiungimento dell’indipendenza economica, ma anche quando la mancata autosufficienza sia imputabile a un comportamento colpevole del figlio. Questo concetto è strettamente legato a due principi fondamentali elaborati dalla giurisprudenza: * la “funzione educativa del mantenimento”, in forza del quale il mantenimento stesso non è un’assistenza a tempo indeterminato, ma uno strumento per consentire al figlio di completare il proprio percorso di studi e di inserirsi nella società; una volta esaurita questa funzione, l’obbligo si estingue; * il “principio di autoresponsabilità”: il figlio maggiorenne ha il dovere di attivarsi per raggiungere la propria autonomia, non può pretendere di essere mantenuto a tempo indeterminato, specialmente quando la sua inattività è frutto di negligenza, disinteresse o scelte irragionevoli. CONCLUSIONI In sostanza non esistono criteri definiti e universalmente applicabili per determinare il momento in cui i figli perdono il diritto al mantenimento. A completamento del quadro interpretativo, la Corte di Cassazione ha stabilito che la valutazione circa l’indipendenza del figlio debba basarsi su un accertamento complessivo che tenga conto di diversi fattori: * l’età del figlio: quanto più questa supera la maggiore età, tanto più si affievoliscono i vincoli per i genitori; * l’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, in base al percorso di studi intrapreso; * l’impegno rivolto alla ricerca di un’occupazione lavorativa; * la complessiva condotta personale tenuta dal figlio dopo il raggiungimento della maggiore età. Insomma, non è facile come pensi ma ci si può lavorare. Sali in camera da letto, tua moglie medita nella penombra con una benda di seta rosa sugli occhi. Non la abbassa neanche quando ti dice che devi portare Pier Fido a fare i bisogni. Scendi, gli metti il guinzaglio, lo guardi negli occhi cisposi: ma quand’è che diventi indipendente tu? Non posso mica assisterti tutta la vita, oh! Chissà cosa ne pensa la Cassazione.   The post Fino a quando persiste l’obbligo di mantenere i figli da parte dei genitori? appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Giovedì 13 agosto: dall’aeroporto all’amicizia che nasce dalle macerie
Tra voli in arrivo e in partenza per Tel Aviv, giovedì 13 agosto, come già altri giovedì, si è svolto il Sit-in in aeroporto organizzato dal Comitato Sardo di Solidarietà per la Palestina. Bandiere palestinesi, cartelli, e slogan intonati da più di una decina di attiviste e attivisti accorsi da più parti della Sardegna, sia con mezzi propri che in treno. Tante le persone in aeroporto che hanno espresso la loro solidarietà, tra cui una signora ebrea statunitense: “Noi a New York siamo molto d’accordo con voi! Anche noi manifestiamo!” (che ci ha tenuto anche a scattare una foto da condividere con chi manifesta in America) e una famiglia dal Marocco che, dopo aver raccontato di aver visitato zone di mare e siti archeologici nella nostra isola, ha offerto cornetti di pasticceria a tutte le persone partecipanti al sit-in facendoli portare in mano alla loro figlia in tener età, mentre la madre la invitava a intonare insieme: “Free Free Palestine!” E oltre le dimostrazioni solidali anche qualche cenno di dissenso: “Ci son sempre – dice Sandro – noi continuiamo a manifestare contro il genocidio, esprimendo forte il contrasto all’arrivo di soldati e soldatesse israeliane nella nostra terra sarda.” E a tal proposito ricordiamo anche l’esposto presentato alla Corte Penale Internazionale dell’Aja i primi giorni di giugno 2026 da parte del Comitato Costituzione Attiva – Sassari. Tutti i giorni sentiamo e vediamo notizie al TG, interviste in giornali cartacei o online… E quando a parlarcene è un nostro amico, tutto assume uno spessore e una vividezza unici. Questa è la storia di Andrea e Mahmoud, un’amicizia nata nel web, che palpita e accompagna tutt’ora i passi di vita di entrambi. La sera di giovedì 13 ho reincontrato Andrea al 287° giorno del Presidio Stabile per la Palestina in Piazza Yenne a Cagliari, denominata anche “Piazza dell’Indignazione” (contro tutte le guerre, contro il genocidio in atto in Palestina e contro tutte le violenze inferte ai popoli fin’ad oggi).  Il Presidio vuole essere solidale a tutti i popoli che subiscono oppressioni che minano i Diritti Umani fondamentali sanciti nella DUDU (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) ed è aperto a tutte le persone, gruppi e movimenti che solidarizzano con questi valori tutti i giorni, in questo periodo estivo dalle ore 19 alle 20. Andrea è uno dei suoi più affezionati frequentatori e gli chiedo come ha saputo del Presidio. A: Partecipo a manifestazioni a Cagliari dal 2023. Ero a conoscenza della causa per la Palestina già in precedenza perchè conosco persone di origine palestinese e qualche giornalista. In piazza Yenne ho riconosciuto alcuni volti visti durante altre manifestazioni e mi sono incuriosito. Dopo una breve chiacchierata ho capito che poteva essere una buona opportunità per fare qualcosa per le persone che stanno soffrendo l’attuale situazione a Gaza e non solo. E tra le persone che stanno soffrendo mi hai fatto cenno al tuo amico palestinese… come siete entrati in contatto? A: Sono entrato in contatto con Mahmoud per puro caso attraverso Instagram. Mi è apparsa una sua story. Di solito racconta la sua situazione e cerca qualche aiuto monetario sia per la sua famiglia che per la sua carriera da giornalista. Vorrebbe proseguire in Europa coi suoi studi. A Gaza è impossibile… Inizialmente ero scettico. In seguito Mahmoud mi ha inviato un suo video in cui mi salutava chiamandomi col mio nome e mi mostrava i ruderi della sua casa. Era difficile anche solo capire che parte della casa fosse e pure la strada era quasi un tutt’uno con il bailamme di macerie sovrapposte. Da quel momento ci siamo un po’ raccontati a vicenda le nostre vite e ho capito che avevo di fronte una persona che non stava né strumentalizzando né nascondendo alcunché. Per testimoniare il suo stato di vita, condiviso con il resto della popolazione a Gaza, Mahmoud mi ha inviato questo scritto: «Una testimonianza di dolore e sfollamento: quando la vita cambia in un istante. Mi chiamo Mahmoud, ho ventinove anni e porto sulle spalle la responsabilità di una famiglia numerosa composta da undici persone. Nel corso della mia vita ho affrontato molte avversità, ma la paura e il terrore vissuti circa un mese fa non hanno eguali rispetto a qualsiasi cosa avessi mai conosciuto o provato prima. Mahmoud davanti alle macerie del suo quartiere a Gaza (foto inviata da Mahmoud) Ci siamo svegliati terrorizzati dal rombo di veicoli militari che irrompevano nel nostro quartiere; li vedevamo spostare blocchi di pietra gialla e tracciare segni davanti a casa nostra, tra l’intenso fuoco delle armi e i bombardamenti che facevano tremare la zona. Il nostro quartiere è stato dichiarato “zona militare” ed è stato ordinato l’evacuazione immediata. Ci siamo ritrovati a lasciarci tutto alle spalle e a fuggire per salvarci la vita. Un’area svuotata: noi siamo fuggiti, e così hanno fatto tutti i nostri vicini. Non è rimasto nessuno; il luogo dove avevamo trascorso i giorni più felici si è trasformato in una landa desolata, avvolta nel silenzio e nella distruzione. Il dolore dello sfollamento: oggi viviamo senza una casa, privi di un rifugio stabile o di un luogo che ci protegga, affrontando privazioni insopportabili. Il dolore della guerra: questa guerra ha logorato i nostri corpi e ha stravolto l’essenza stessa delle nostre vite e delle nostre anime, senza lasciare nulla intatto. Nonostante la crudeltà, lo sfollamento e l’amarezza, questa storia resta una testimonianza dell’enormità dell’ingiustizia che abbiamo subito; la voce della verità e della sofferenza continua a raccontare ciò che ci è accaduto». Quello che mi ha colpito di più è la grande resilienza di Mahmoud e la sua famiglia di fronte a una situazione inumana. Mahmoud si preoccupa sempre nelle nostre discussioni di non appesantirle e cerca di non lamentarsi o si scusa se lo fa. Si dispiace se gli altri si preoccupano per la sua condizione. Riesce a mantenere la sua gentilezza e mitezza anche di fronte alla completa distruzione e abuso che ogni giorno deve affrontare. Trova nel contatto umano a distanza una fonte inestimabile che spesso dimentichiamo nelle nostre vite sicure e lontane da orrori che nessuno dovrebbe subire. Andrea, se potessi affacciarti a nuovi orizzonti, cosa vorresti vedere? A: Vorrei che Mahmoud riuscisse a lasciare la gabbia di morte che è Gaza ora! Spero che tutta la popolazione che vive nella Striscia di Gaza, Cisgiordania e Libano, riottenga tutte quelle libertà, tanto scontate per noi italiani quanto importanti per la vita. Spero che l’Europa mostri il vero grande progetto che era quando è stata fondata, alla fine di una guerra che non ha risparmiato nessuno, senza barricarsi fra confini illusori e autosabotaggi per interessi di pochi. Vorrei partecipare e vedere crescere un progetto che potrebbe essere nucleo nascente di un intero mondo coeso e in pace. E anche Ennio, partecipante al sit-in della mattina e assiduo frequentatore del Presidio la sera, condivide: E: Io non vorrei più vedere la Sardegna complice nella preparazione delle guerre. Le persone si sono assuefate alla idea che bisogna prepararsi a combattere il nemico, dimenticando che siamo tutti a rischio estinzione nel pianeta Terra. Vorrei vedere scoppiare la Pace, innanzitutto nelle coscienze della gente! Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo! diceva Gandhi e diciamo noi adesso. Grazie! Articolo partecipato con Andrea e Mahmoud, Ennio e Sandro.     Redazione Sardigna
August 17, 2026
Pressenza
La terra non si vende. Educazione popolare e conflitto sociale nel nord argentino
(archivio disegni napolimonitor) Sedute in cerchio nello spazio comune al chiuso, costruito dai campesinos, aspettiamo l’inizio del Congresso Tierra y Educación promosso dal Movimiento pedagógico de Liberación (MPL) e dal Movimento Campesino de Liberación (MCL). Nel mezzo della selva misionera, nel territorio di Montecarlo, in una giornata uggiosa di luglio, con i vestiti sporchi di terra rossa e il nostro spagnolo poco fluido, assistiamo all’arrivo dei contadini e delle contadine tareferas, raccoglitori e raccoglitrici di yerba mate, che da anni lottano contro il saccheggio delle loro terre, case e vite da parte di grandi speculatori che vengono prima a disboscare e poi a piantare pini ed eucalipti per l’industria cartiera. Siamo ai margini del barrio Malvinas, il quartiere popolare che nasce come occupazione di terre da parte delle famiglie del Movimento, per dare una casa a tutte e tutti, seguita da una lotta decennale che ha portato non solo ad avere strade, fognature e corrente elettrica, ma anche alla proprietà dei singoli lotti e delle abitazioni. Siamo state chiamate a partecipare a queste giornate di dialogo e formazione dalla scuola popolare Ñande Kokue, in lingua guaranì “la nostra terra”, esperienza nata durante un’espropriazione comunitaria di terre della famiglia Avellaneda, una delle più ricche e potenti dell’industria del settore. Veniamo invitate come Movimento delle Scuole Popolari di Roma a parlare di estrattivismo urbano, turistificazione e precarizzazione della vita nella nostra città, e di come dal basso ci stiamo organizzando per rispondere ai violenti attacchi delle istituzioni pubbliche e dei grandi speculatori privati. Al centro del Congresso c’è la nuova legge chiamata espressamente di “Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di norme promosso dal governo di Javier Milei che contiene tra le altre cose una vera e propria riforma della legge delle terre del 2011. Il provvedimento favorirebbe la (s)vendita ai capitali stranieri delle terre argentine e faciliterebbe gli sgomberi delle comunità indigene e contadine che in esse vivono e resistono. L’esame del disegno di legge al Senato era previsto per giovedì 6 agosto, quando le organizzazioni sociali e i movimenti ambientalisti hanno indetto una mobilitazione davanti al Congresso nazionale per l’intera giornata. L’Observatorio de Tierras, gruppo di ricerca del Conicet (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) e dell’Università di Buenos Aires, definisce l’iniziativa come una vera e propria controriforma a favore della speculazione straniera. Julieta Caggiano, una delle sue ricercatrici, è la prima a prendere parola per raccontare delle gravissime conseguenze di questa riforma. Spiega, infatti, che attualmente già tredici milioni di ettari di terre argentine sono nelle mani di imprenditori stranieri. A partire dal 2008, infatti, in seguito alla crisi finanziaria globale, l’acquisto di terre è diventato un vero e proprio bene d’interesse strategico a livello mondiale per i capitali stranieri, come si evince dal rapporto Los señores de la tierra pubblicato da Fian Internacional e Focus on the Global South. Per far fronte ai rischi che il mercato estrattivo della terra avrebbe potuto comportare, nel 2011 è stata approvata la Ley de Tierras che stabilisce dei limiti alla vendita delle terre a capitali stranieri e definisce quali terre possono essere vendute e quali no. Secondo questa legge, le persone fisiche o giuridiche straniere, così come le imprese controllate fino al venticinque per cento da persone fisiche o giuridiche di nazionalità diversa da quella argentina, non possono acquistare più del quindici per cento dei terreni rurali sul territorio nazionale. Inoltre questa legge vieta la vendita di terre in aree di frontiera o in aree fluviali e pone un limite di un massimo di mille ettari a persona o impresa straniera nell’area della Pampa umida, nucleo della produzione agricola e zootecnica argentina. Infine definisce le responsabilità e i compiti di un organismo garante del rispetto della legge. Se già durante il governo del neoliberista Mauricio Macri questo limite è stato alzato a più del cinquanta per cento, l’attuale riforma proposta dal partito di governo ultra-capitalista La Libertad Avanza, propone di eliminare qualsiasi limite di vendita delle terre a persone e imprese straniere e di deregolamentare tutte le altre misure di protezione della terra. La riforma, oltretutto, introduce giudizi sommari per facilitare e accelerare gli sgomberi in aree urbane e rurali e prevede modifiche della Ley de Manejo del Fuego, soprattutto per quanto riguarda la proibizione di cambiare destinazione d’uso del suolo a seguito di incendi, con grande preoccupazione di organizzazioni popolari e ambientaliste. Dei tredici milioni di ettari di proprietà di persone o imprese straniere nel paese la maggior parte si concentrano in aree strategiche, come zone di frontiera, fluviali e di interesse estrattivo, per la presenza di gas, combustibili fossili, ghiacciai o miniere.  A oggi, già trentasei municipi del paese superano il limite del quindici per cento stabilito dalla legge del 2011 e quattro eccedono il cinquanta per cento con proprietari di altri paesi. I principali speculatori sono statunitensi (2,7 milioni di ettari), italiani (2 milioni) e spagnoli (1,7 milioni). La Gran Bretagna occupa 1,1 milioni di ettari nelle Isole Malvine, ma possiede anche altri 246 mila ettari nel resto del territorio nazionale. Dei tredici milioni di ettari venduti a capitali stranieri, 2,2 milioni sono controllati da società con sede in paradisi fiscali o in paesi con normative fiscali speciali. Sempre dalle relazioni del gruppo di ricerca emerge che le maggiori aziende con capitali in Argentina sono Arauco (Cile), Benetton Group (Italia) e Cresud (dell’argentino Eduardo Elsztain, alleato del presidente Milei). Secondo l’ultimo censimento agricolo e zootecnico nazionale (2018) l’uno per cento delle aziende presenti in Argentina controlla il trentasei per cento del territorio nazionale. Il lavoro principale dell’osservatorio è stato la creazione della mappa delle terre in mano a capitali stranieri. Il progetto di svendita dei beni comuni del paese al capitale speculativo straniero e di spoliazione dei diritti delle popolazioni locali emerge con chiarezza nelle fonti utilizzate per la mappatura. La modifica della Ley de Glaciares ha lasciato alle province la facoltà di escludere ghiacciai o zone periglaciali dall’inventario nazionale a favore della speculazione, mentre la Ley de Emergencia Territorial Indígena, che promuoveva la regolarizzazione delle terre delle comunità indigene e il loro censimento, è stata abrogata con la firma del presidente Milei nel dicembre 2024. Ma l’impianto di norme che permettono il saccheggio non si ferma qui: l’approvazione del Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI) garantisce ai capitali stranieri agevolazioni fiscali, tributarie e doganali per trenta anni. Finora il governo ha approvato ventuno progetti nell’ambito del RIGI, per lo più nel settore minerario. Il cosiddetto Super RIGI, infine, presentato in parallelo alla Ley de la inviolabilidad de la propiedad privada, e ancora in fase di discussione da parte del governo, estende tali agevolazioni alle “nuove industrie” ad alto fabbisogno di terre, risorse idriche ed energetiche, come per esempio gli enormi data center. Non sembra un caso quindi che il magnate dell’AI Peter Thiel abbia già puntato questo paese – ricco d’acqua e di zone gelate utili per il raffreddamento degli imponenti data center – per i suoi progetti estrattivi. Dopo l’intervento di Julieta Caggiano, alcuni rappresentanti del MCL riportano come l’esperienza pedagogica e di recupero delle terre che si sta sviluppando a Ñande Kokue sia stata costantemente attaccata e minacciata da tentativi di sgombero nel corso degli anni. L’ultimo di questi, avvenuto appena poche settimane fa, è stato bloccato grazie alla lotta del movimento contadino e all’ampia solidarietà di centinaia di organizzazioni mobilitate in tutto il paese e nel continente. Due fratelli, Isabelino e José Cerpa, che vivono in terre espropriate vicino alla località di Dos Hermanas, raccontano di aver trascorso un mese in carcere per aver risposto alle provocazioni delle forze dell’ordine chiamate dal proprietario delle terre in cui loro e le loro famiglie vivono da più di cinquant’anni. Hanno costruito una scuola popolare e hanno chiamato i/le docenti del MPL a sostenere con l’educazione la loro lotta. Prende la parola anche Basilio Escobar, portavoce della comunità indigena Guaranì Mbya, ricordandoci che la lotta dei popoli indigeni è la nostra lotta e che la difesa della vita che portano avanti le sedici comunità di cui è portavoce sono una grande risposta popolare al capitalismo sfrenato e alle sue politiche di morte. Sono tante le esperienze popolari che si raccontano durante il congresso e che ci dimostrano che l’educazione popolare è uno strumento fondamentale per l’organizzazione comunitaria e le lotte territoriali. L’esperienza di Ñande Kokué lo conferma, poiché in questa scuola si insegna e si impara lavorando la terra, sviluppando un’agricoltura senza pesticidi, valorizzando i saperi delle comunità e costruendo collettivamente le conoscenze necessarie per creare alternative al capitalismo. A fronte della forte mobilitazione che si preannunciava fuori dal Congresso e che in effetti è stata imponente, il governo ha momentaneamente estromesso la Ley de Tierras dal pacchetto di norme sulla cosiddetta inviolabilità della proprietà privata. In assenza di numeri certi in parlamento, vista la reticenza dei deputati più esposti sui propri territori alle mobilitazioni delle comunità, per ora la legge viene fermata dalla pressione popolare. La piazza del Congresso, dove eravamo presenti, si è riempita nonostante la pioggia e nonostante le notizie sullo stop alla legge fossero ormai date per certe. Tuttavia, non solo resta intatto il resto dell’impianto normativo repressivo, privatistico, pericoloso per le comunità e per la sovranità dei territori, ma la stessa legge sulla extranjerización verrà riproposta in altre forme, provando a blindare tutte le alleanze che il governo e i grandi capitali stranieri – soprattutto quelli legati alle big tech – riusciranno a tessere dentro e fuori le istituzioni, ai vari livelli della repubblica argentina. L’unica altra certezza è che, ancora una volta, troveranno compatta la resistenza di organizzazioni popolari, forze sociali, comunità, territori. Tra questi, i contadini e le contadine del MPL/MCL, nella provincia di Misiones, la più esposta ai processi di svendita al capitale straniero, dove educazione popolare e lotta per la terra sono così intrinsecamente legate tra loro, al punto di rappresentare un unico fronte, un solo strumento di lotta. (a cura delle scuole popolari in movimento)
August 17, 2026
Napoli MONiTOR
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini

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