Un viaggio che vi promettiamo greve
Il 17 marzo la Commissione Europea ha dato il via libera ai finanziamenti pubblici per riattivare l’Autostrada Ferroviaria Alpina tra Aiton e Orbassano. A cui sono seguite le solite grandi […] The post Un viaggio che vi promettiamo greve first appeared on notav.info.
March 21, 2026
notav.info
Le trattenute sugli scioperi
> Pubblichiamo su invito di alcuni sostenitori, questo articolo apparso nel > primo numero di quest’anno della rivista. Le trattenute sugli scioperi è un > argomento attuale ma spesso accompagnato da molta confusione. Proviamo a fare > chiarezza. Le disposizioni che riguardano il personale dei treni sono sempre complesse ed così anche per le trattenute sugli scioperi. Ogni Macchinista o Capotreno ha una sua diversa collocazione oraria all’interno dello sciopero e ciò favorisce gli abusi, siano essi volontari o meno. Inoltre, con i servizi da garantire i casi di adesioni parziali si sono moltiplicate e pochi sanno che ai “comandati” si applicano regole diverse. Una disapplicazione diffusa – addirittura non comunicata agli uffici amministrativi – complica la situazione. Agli scioperanti comandati ai servizi da garantire vengono erroneamente applicate le disposizioni generali e non quelle specifiche previste dall’accordo sui comandi L. 146/90, ovverosia: “…Ai lavoratori comandati aderenti allo sciopero sarà corrisposta la retribuzione proporzionale all’impegno orario prestato…” (penultimo cpv. punto 5 accordo 23/11/1999) Si potrà discutere se la regola in questione individua il pagamento delle ore di prestazione resa oppure se bisogna fare una proporzione tra la durata complessiva della prestazione programmata e quella resa per garantire il/i treno/i da garantire. È certo però che le ore lavorate vanno retribuite non soltanto con le relative competenze accessorie, ma anche come quota parte della “paga base”. In tale computo vanno certamente ricompresi sia i viaggi fuori servizio (per andare o tornare) sia i tempi di attesa. Questi ultimi sono talvolta ampi, ma ciò scaturisce dall’applicazione delle norme e dai comportamenti aziendali, perché il personale comandato è tenuto a presentarsi all’ora di inizio lavoro (3° cpv. punto 5 accordo 23/11/1999): “Nella considerazione che il comando precede la cognizione dell’adesione o meno del personale allo sciopero, il personale comandato ha l’obbligo di far conoscere – ad inizio della prestazione – la sua adesione o meno all’agitazione”. Dunque sbaglia chi telefona prima per sapere cosa fare. L’accordo stabilisce che ci si presenta all’ora e nel luogo previsto dal turno e si fa la comunicazione di adesione allo sciopero. L’azienda può sostituirti, ma deve farlo subito e se la risposta tarda ad arrivare i tempi di attesa sono lavoro a tutti gli effetti. Se non si viene sostituiti non è consentito rinviare l’inizio lavoro e segnarlo come astensione. Del resto, il lavoratore è già penalizzato poiché non ha potuto programmare la fascia oraria della prestazione programmata come tempo a sua disposizione in quanto tenuto a presentarsi ed eventualmente ad effettuare il treno garantito. In realtà, l’azienda dovrebbe fornire dei turni alternativi per chi aderisce allo sciopero, indicando l’inizio e/o il termine lavoro della prestazione degli scioperanti, evidenziando i periodi di astensione e quelli di lavoro. Tutto ciò non accade e ai “comandati” viene applicata la regola generale che è penalizzante ed ha due varianti: 1. scioperi di 24 ore: 1/2 giornata se l’astensione è ≤ a 3 ore e 1 giornata per astensioni > a 3 ore. 2. scioperi inferiori a 24 ore: trattenuta corrispondente alle ore di astensione fino ad 1 giorno (6,15 ore). La regola generale ha una sua ratio, discutibile quanto si vuole, ma è “compensativa” dei casi in cui, per gli scioperi di 24 ore, i Macchinisti o i Capitreno si astengono dal lavoro per più di 6 ore o, in qualche caso, su entrambe le prestazioni di un servizio con RFR (ovvero su una prestazione ed una parte dell’altra. In tale ipotesi la detrazione è sempre di una giornata di paga (6,15 ore). Di contro, essere a lavoro quando uno sciopero inizia o termina è oggettivamente un disagio doppio, sia per l’impegno che per la penalizzazione economica, ma a condizioni normali sono circostanze casuali e non generate dai comandi L. 146/90. È paradossale che ad un lavoratore venga imposto di recarsi al lavoro anche se scioperante e, per giunta, gli viene praticata una trattenuta sproporzionata: negli scioperi di 24 ore basta un’astensione per più di tre ore per vedersi sottratta l’intera paga base. In definitiva, la casistica generata dal comando non può essere assimilata al caso generale: la normativa specifica per i comandati ai treni garantiti va applicata correttamente. Non è escluso che le aziende vorranno rifarsi ai contenuti delle disposizioni MT/CND.TR.PG.PDM/NU.10.2 del 15/5/1997 (le regole generali succitate), unilateralmente richiamate nella circolare cd. pennacchi 2 (27/09/2003), con la presunzione di farle prevalere anche nel caso di comando L.146/90, quale regola che abroga e sostituisce il summenzionato cpv. dell’accordo 23/11/199. Ma sarebbe una chiara forzatura interpretativa. Sarà necessario un po’ di impegno da parte di tutti, ma è un’altra ingiustizia a cui porre fine. -------------------------------------------------------------------------------- Scarica questo articolo in pdf -------------------------------------------------------------------------------- Per sostenere e ricevere In Marcia! 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March 21, 2026
Ancora in Marcia!
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni ’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory, dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali, degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane, hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e dunque anche di conflitto. La normalizzazione di Governo La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a normalizzare e, in subordine, a reprimere. Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 – il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca (e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa. Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo. In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione, percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano, insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse, pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari – tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e ai rapporti organici con le strutture militari[1]. Il (non) caso di Bologna L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione centrale l’ha condivisa. A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa, poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”. Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente, il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate, reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente “barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i peggiori luoghi di non riflessione”. Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra – hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe approssimativamente tradurre). Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare, isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione dell’università. Tutelare la critica, praticare la democrazia In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza. Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio. Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio, sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora – continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza: oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di persone. Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che lavori per la demilitarizzazione e la pace.   NOTE [1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE: NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10 NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E RICERCA Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
Palestina e altri teatri di guerra
A seguire: aggiornamento da Anbamed sulla situazione in Palestina; aggiornamento da Fuori Onda di Radio Onda d’Urto ancora un aggiornamento dei giorni scorsi da Anbamed iniziativa al CSA Vittoria di Milano un dossier di Linda Maggiori su Altreconomia un progetto artistico di Giovanni Gaggia in sintonia con la parenza della prossima Flottilla comunicato del CSA Lambretta che invita alla mobilitazione
ADDIO UMBERTO BOSSI: “CON LUI INIZIÓ L’IMBARBARIMENTO DELLA POLITICA ITALIANA”, IL RITRATTO DI ALESSANDRO BRAGA
Giovedì 19 marzo a Varese è morto Umberto Bossi, 84 anni, uno dei protagonisti della politica italiana degli anni 90 e 2000. I funerali di Umberto Bossi, fondatore della Lega, morto a Varese a 84 anni, si celebreranno domani, domenica 22 marzo,  alle 12 nel monastero di San Giacomo nella cittadina delle valli bergamasche di Pontida, tanto cara al Carroccio per il raduno storico sul “pratone”, a partire del 1990. Alle esequie del “Senatùr” parteciperanno, tra gli altri, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Senatore dal 1987, Bossi fondò la Lega Lombarda, poi divenuta Lega Nord. Ha saputo unire i movimenti federalisti e autonomisti nati sui territori e nei piccoli centri del nord a partire dagli anni 80. Abbiamo dipinto il ritratto di Umberto Bossi nell’intervista con Alessandro Braga, giornalista esperto di Lega, che ha definito Bossi “un innovatore. Ha modificato il linguaggio della politica… in senso deleterio. Il primo a portare nelle aule parlamentari la chiacchiera da bar”. Bossi fu anche precursore del populismo all’italiana. Prima di Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, è stato responsabile “insieme a Silvio Berlusconi tra la fine della prima Repubblica e l’inizio della seconda Repubblica di un imbarbarimento della politica italiana, per quanto riguarda i modi ma poi non possiamo dimenticare i temi”. “L’Umberto”, come lo chiamavano i suoi adepti, sdoganò anche il razzismo, prima contro i popoli del sud Italia (“i terroni”) poi contro i migranti (“con tutti questi negretti che arrivano sui barconi, dovremmo ripopolare di squali il Mediterraneo”). Bossi infatti fu autore della legge restrittiva sulle migrazioni, che introdusse il reato di “clandestinità”. La legge firmata insieme a Gianfranco Fini ed è tutt’oggi in vigore. Razzismo e xenofobia (anche gli omosessuali vennero presi di mira dall’ex leader del Carroccio) furono negli anni assorbiti da quasi tutto l’arco parlamentare e dall’opinione pubblica. Il ritratto di Umberto Bossi e l’analisi sul futuro della Lega, nell’intervista con Alessandro Braga, giornalista di Radio Popolare, autore del libro “Verdenero. Passato e futuro della Lega”, pubblicato da Prospero Editore nell’aprile 2025. Ascolta o scarica
March 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Referendum costituzionale ed elezioni in Slovenia
Domenica 22 marzo (e per quanto riguarda il referendum anche lunedì 23 marzo) sarà una data importante sia per gli elettori in Italia che per quelli in Slovenia. In Italia la nostra costituzione si trova nuovamente sotto attacco con la proposta di modifica costituzionale che riguarda ben sette articoli. Il partito della Rifondazione comunista invita i propri iscritti e simpatizzanti a votare convintamente NO al quesito referendario ritenendo che le modifiche proposte vadano in direzione antidemocratica con il chiaro intento di arrivare ad un controllo governativo della magistratura e con il concreto rischio di derive autoritarie. Invece gli elettori sloveni domenica saranno chiamati a rinnovare il parlamento. La sfida tra le attuali forze di governo di centrosinistra e l’opposizione di centrodestra capitanata dal sempiterno Janez Janša sembra molto aperta. Il partito della Rifondazione comunista auspica chiaramente che a vincere non sia una compagine che di fatto a livello internazionale sostiene i criminali governi e le ancor più criminali politiche promosse e proposte da Israele con Netanyahu e dagli Usa con Trump. Pertanto Rifondazione comunista invita eventuali suoi simpatizzanti che hanno la cittadinanza slovena di votare domenica, se non lo hanno già fatto per posta, per quelle forze di sinistra che si sono schierate per il riconoscimento della Palestina e la condanna delle politiche genocide del governo israeliano e per proposte di tipo sociale all’avanguardia. Partito della Rifondazione comunista – Federazione di Trieste   V nedeljo 22. marca (in za italijanske volivce tudi v ponedeljek, 23. marca) bo pomemben dan tako za italijanske kot slovenske volilce. V Italiji je ustava znova pod udarom z referedumom, ki zadeva ustavne spremembe kar sedmih členov. Stranka komunistične prenove vabi svoje člane in simpatizerje, da se referenduma udeležijo in s prepričanjem prekrižajo NE na volilnici, saj gredo predlagane spremembe v smer protidemokratičnega in avtoritarnega sistema v katerem naj bi vlada nadzorovala sodstvo. Vendar konec tedna bodo odšli na volišča tudi slovenski državljani za državnozborske volitve s prenovitvijo parlamenta. V igri sta dve opciji med sedanjo levosredinsko vlado in alternativo, ki jo predstavlja zimzeleni Janez Janša. Izid je dokaj negotov. V stranki komunistične prenove smo resnično zaskrbljeni, da bi prevladala koalicija, ki na svetovni ravni podpira kriminalno politiko Izraela in ZDA oziroma Netanyahuja in Trumpa. Ravno zato SKP vabi vse svoje volivce in simpatizerje, ki imajo tudi slovensko državljanstvo, da če tega niso že naredili po pošti, naj gredo v nedeljo na volišče in oddajo svoj glas tistim levo usmerjenim strankam, ki so se v teh letih jasno opredelile za priznanje Palestine in proti genocidni politiki Izraela ter si izborile izboljšanje socialnih razmer in pravic v Sloveniji. Stranka komunistične prenove – Tržaška federacija Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
March 21, 2026
Pressenza
NEWROZ: INTERVISTA ALL’ATTIVISTA CURDA ZILAN DIYAR DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE DELLE DONNE DEL KURDISTAN
Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan e di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne, è stata intervistata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in occasione del Newroz. Nell’intervento Diyar porta una una prospettiva anticoloniale e di genere sui recenti fatti in Rojava e in Rojhilat (Kurdistan iraniano) e su come il confederalismo democratico sia già un esempio concreto e alternativo su cui fondare una forma di diritto internazionale non totalmente delegata alla forma dello Stato-nazione. L’intervento si inserisce fra gli spunti didattici sulla crisi del diritto internazionale che l’Osservatorio ha condiviso per rivendicare la libertà d’insegnamento. Qui la traduzione dell’intervista, attraverso le voci di Giulia e Clorinda, dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Ascolta o scarica  Proprio oggi arrivano notizie terribili dalla Siria: le forze governative siriane hanno istituito posti di blocco mobili sulla strada che collega Afrin ad Aleppo, chiedendo ai residenti se sono curdi. In caso di risposta affermativa vengono picchiati. Ad Afrin, Tal Rifaat e Al Bab è in corso una caccia all’uomo contro i curdi che festeggiano il Newroz e sventolano la bandiera del Kurdistan. Le bandiere vengono confiscate e bruciate.
March 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Frecciarossa Milano–Parigi: la questione della fermata di Bardonecchia
La  mancata fermata del Frecciarossa a Bardonecchia sulla tratta Milano–Parigi ha riaperto in questi giorni un dibattito che, al di là delle richieste istituzionali, mette in luce una contraddizione più profonda. Da un lato, […] The post Frecciarossa Milano–Parigi: la questione della fermata di Bardonecchia first appeared on notav.info.
March 21, 2026
notav.info
Netanyahu appare per dirci che è vivo e che comanda ancora, ma cita la propria condanna
Di Tahar Lamri. Netanyahu appare. Appare per dirci che è vivo, che ha ancora cinque dita, che comanda ancora. E per dimostrarlo cita Will Durant uno dei più grandi storici del Novecento. Nel suo libretto Le lezioni della storia (Ed. Settecolori), Durant scrive che la natura e la storia non concordano con le nostre concezioni di bene e male: definiscono buono ciò che sopravvive, cattivo ciò che soccombe. L’universo non ha alcun pregiudizio a favore di Cristo rispetto a Gengis Khan. Netanyahu usa questa citazione come una lama: non basta essere morali, non basta essere giusti perché se il male è abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, prevarrà comunque sul bene. Quindi armatevi. Quindi non fermatevi. Quindi seguitemi. Il problema è che sta usando Durant contro Durant. Perché Durant non scriveva di battaglie scriveva di secoli. E sulla lunga durata il quadro si capovolge con una precisione quasi crudele. Kublai Khan conquista la Cina con una devastazione immensa, decine di milioni di morti. Fonda la dinastia Yuan come signore della guerra delle steppe. Eppure governa come imperatore cinese, adotta il sistema burocratico confuciano, commissiona arte cinese, parla cinese. Marco Polo lo incontra e lo descrive come un sovrano orientale, non come un capo tribù. In Persia il processo è ancora più eloquente. Hulegu, nipote di Gengis Khan, devasta il paese con una brutalità sistematica. Nel giro di due generazioni gli Ilkhan si convertono all’Islam, adottano il persiano come lingua di corte, diventano mecenati della miniatura persiana e della poesia. Alcuni dei più bei manoscritti illustrati della tradizione islamica medievale vengono prodotti proprio sotto committenza mongola. Il distruttore si trasforma in custode. La spada non aveva trasmesso nulla: la cultura si era trasmessa attraverso la sconfitta, attraverso il contatto, attraverso la sopravvivenza silenziosa di ciò che sembrava perduto. E poi c’è Roma. Roma crocifigge un predicatore ebreo marginale in una provincia periferica. Esecuzione pubblica, umiliante, progettata per cancellare il messaggio insieme al corpo. Tre secoli dopo l’imperatore romano si fa battezzare. La struttura imperiale più potente del mondo antico viene lentamente riconfigurata attorno al simbolo della sua stessa violenza. La croce – un patibolo – diventa il centro di gravità di una civiltà. È la più radicale operazione di rovesciamento del senso nella storia umana. E non è avvenuta attraverso eserciti. Dunque sul terreno storico che Netanyahu stesso ha scelto, la tesi non regge. Regge solo se si accorcia drasticamente la scala temporale. E qui sta il punto che Netanyahu non voleva rivelare ma ha rivelato lo stesso. La scala temporale di un politico sotto processo è cortissima. Non ragiona in secoli, non ragiona in decenni. Ragiona in udienze, in sessioni parlamentari, in coalizioni che si tengono insieme solo finché la guerra continua. Ogni giorno di guerra è un giorno in meno di resa dei conti. Ogni bombardamento è un rinvio. La CPI esiste. I mandati di arresto esistono. La coalizione interna esiste solo in stato di emergenza permanente. Fermare la guerra significa affrontare il dopoguerra e il dopoguerra per Netanyahu si chiama processo. Quindi la guerra non può finire. Non per ragioni strategiche, non per ragioni di sicurezza, non per ragioni che abbiano a che fare con il futuro di Israele. La distruzione non è un effetto collaterale della strategia. In questo momento, per quest’uomo, la distruzione è la strategia. E allora la figura che Netanyahu ha inconsapevolmente evocato su se stesso non è Gengis Khan. È Sansone, cieco, incatenato, umiliato. Che raduna le ultime forze non per costruire, non per trasmettere, non per lasciare qualcosa che sopravviva alla sua morte. Ma per afferrare le colonne del tempio e far crollare tutto. “Muoia la mia anima con i Filistei.” Il problema, come sempre con Sansone, è che sotto quel tetto non ci sono solo i Filistei. Netanyahu voleva citare Durant per giustificare la forza. Ha citato, senza saperlo, la propria condanna. E la condanna non viene da un tribunale, non viene dai suoi nemici, non viene dalla storia futura che ancora non si scrive. Viene dalle pagine dello stesso libro che ha aperto davanti alle telecamere per dirci che è ancora vivo.
March 21, 2026
InfoPal
Niscemi ben rappresenta la trilogia della catastrofe
Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici PERCHÉ NON CI POSSIAMO STUPIRE DI QUEL CHE PRECIPITA A VALLE, DI QUEL CHE CI CADE ADDOSSO, DI QUEL CHE CI SOMMERGE. di Roberto De Marco* Trilogia della catastrofe: un’insopportabile ipocrisia – omissioni, incertezze e buona volontà di fine secolo – un disastro tutto Millenium   NISCEMI**: l’insopportabile leggerezza dell’ipocrisia L’ipocrisia (dal greco hipocrisis nel significato di “recitare una parte”) non si cura certo della veridicità dei fatti, ha spesso la forma di una dissimulazione, per coprire responsabilità delle quali invece si è ben consapevoli. Un vizio quindi che non consente di rinunciare quantomeno a omissioni nella narrazione di eventi appena causati da comportamenti addebitabili. L’ipocrisia si può manifestare attraverso diverse modalità. Per esempio, nella fattispecie, si finge di non sapere, di ignorare fatti contesti  ragioni e cause attraverso una falsità comunicazionale per manipolare la percezione altrui. Cedere ad una rappresentazione ipocrita della realtà ha una dimensione umana, personale ma talvolta anche di sistema, ed allora le conseguenze sono ben più gravi. La storia di questo Paese è segnata da una sequenza infinita di disastri: frane, alluvioni e ancor peggio, temutissimi terremoti, e poi tanti altri eventi attribuibili non a cause naturali ma all’incoscienza o all’avidità umana. Nonostante le condizioni generali del Paese siano profondamente e rapidamente mutate, nella contemporaneità il sistema di governo pro tempore a cui è toccata la sfortuna di affrontare il disastro e le sue conseguenze ha costantemente reagito recitando a memoria un consolidato copione con effetti anestetici, zeppo di omissione e poi di volatili promesse, per affrontare un sempre imbarazzante giorno dopo. Insomma, si tratta di “far passare la nottata”, in attesa che lo sgomento e l’indignazione dell’opinione pubblica lasci il passo alla inevitabile rassegnazione. Nella linea del depistaggio nei confronti dell’indignazione popolare montante, mentre si aprono inchieste contro ignoti, chi si sente in qualche modo minacciato dal venir coinvolto in qualche responsabilità, ricorre all’immancabile “non è questo il tempo delle polemiche, dobbiamo pensare ai nostri concittadini in estrema difficoltà”. E’ la leggerezza con cui si propongono, inoltre, false verità: “non si poteva prevedere….”, “non si potevano immaginare queste dimensioni…”, “non eravamo informati…”. Proclami recitati – da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza alla popolazione – con una determinazione assoluta, dettata dal timore, forse sorretta da una totale incompetenza o da un’arrogante presunzione, quando si contano le perdite irrisarcibili e i danni incalcolabili. Allora è il tempo dell’“interverremo affinché queste cose non succedano più”, poi immancabilmente “la prevenzione come più importante opera pubblica per il Paese”. E’ la famosa prevenzione sempre del giorno-dopo, inaccettabile ossimoro. Vi è certo, in chi tali banalità propone, la piena consapevolezza della inconsistenza del messaggio. Fake news si potrebbero oggi chiamare, già quando vengono recitate, per l’appunto con offensiva leggerezza in quei giorni di sofferenza, sulle macerie fumanti. Giustificazioni e promesse, deboli perché già spese nei medesimi termini l’ultima volta, ma anche la penultima, e poi ancora tantissime altre volte indietro nel tempo, su macerie diverse ma in fondo tutte, per molti versi, uguali. Così è spiegato il senso del titolo di questo scritto che richiama il best seller di Milan Kundera. Nei contenuti non c’entra nulla se non per una pervicace incapacità del protagonista di quel romanzo di rinunciare alle proprie personali debolezze. Si vive sfuggendo alle responsabilità, con una leggerezza intollerabile, insostenibile per l’appunto. Di tutto questo il disastro di Niscemi, nella sua enorme, paurosa dimensione, non è che l’ultimo episodio di una serie infinita, per molti aspetti assolutamente ripetitivo nei comportamenti di chi detiene per debito d’ufficio, a tutti i livelli, ovvie responsabilità nell’aver omesso un intervento preventivo rispetto a quanto appena accaduto. Qui si tratta piuttosto di debolezze di sistema, del default delle specifiche competenze dello Stato che ogni Governo di turno incapace e/o disinteressato, ha preferito delegare, surrogare ma sempre al ribasso. La Pubblica Amministrazione da decenni sta scivolando su un inarrestabile piano inclinato, ridimensionata, privata di risorse e competenze interne delle quali non è stata compresa l’assoluta indispensabilità per programmare, pianificare ciò che scienza, conoscenza, sviluppo tecnologico, via via crescendo, hanno pur messo a disposizione per concreti interventi in prevenzione. E’ l’inconsistenza, la vacuità, la leggerezza del pensiero che non consente di soppesare la natura e dimensione di un problema che incide direttamente sulla tutela primaria della vita dei cittadini, sulla conservazione di quel poco o molto benessere che ogni comunità, famiglia ha saputo garantirsi. La disciplina, la cultura del prevenire non trova spazio nell’azione di governo di un Paese che non può ignorare la ricorrenza, le dimensioni e diffusione di eventi connessi a condizioni di rischio. Le promesse del fatidico giorno-dopo, tante volte, ogni volta ripetute, testimoniano tale consapevolezza, così, quando le promesse restano tali, la mancanza perdurante di prevenzione assume un profilo colposo quindi sanzionabile. A Niscemi, si sapeva cosa poteva accadere anche perché una trentina di anni fa per ultimo, ma ripetutamente ancor prima, era già successo nella sua paurosa dimensione. La franosità è un fenomeno diffusissimo, endemico del Paese. Più in generale è ben noto come la penisola sia esposta a ricorrenti, multiformi, intensi fenomeni naturali; vaste e numerose aree sono caratterizzate da un’elevata pericolosità a cui si associa una elevatissima vulnerabilità, potremmo dire ereditata, che riguarda il costruito più antico, anche prezioso e quindi da difendere al contempo, da tutelare per le sue irrinunciabili caratteristiche storico-culturali. Nella contemporaneità, decenni di pessima gestione del territorio hanno poi creato ovunque nuove vulnerabilità, soprattutto in aree metropolitane ad alta densità abitativa. Insomma, l’Italia è un Paese ad alto rischio, soprattutto nel meridione e lungo la catena appenninica. “Sotto i cieli più puri, i terreni più infidi” scriveva sul finire del ‘700 Goethe al ritorno da un viaggio in Italia durato quasi due anni, percorrendo la penisola intera. Ad ispirargli quel verso fu la visita alla solfatara di Pozzuoli, ma poi proseguì fino in Sicilia e giunse a Catania dove meno di un secolo prima, nel 1693, un fortissimo terremoto aveva distrutto la città alle falde dell’Etna provocando 40mila vittime, i due terzi della popolazione. Un secolo dopo il meridionalista Giustino Fortunato avrebbe definito la Calabria “sfasciume geologico pendulo fra due mari” afflitta dalla instabilità idrogeologica dei suoi versanti e anch’essa esposta a devastanti terremoti. Due citazioni, queste, tra infinite altre denunce, lungo la lunghissima ben documentata storia dei disastri di questo Paese. Ora, Niscemi rispecchia in pieno la penosa insufficienza nell’esercizio del prevenire. Nessuna possibilità di difendere comportamenti irresponsabili rispetto ad un fenomeno ben noto, fino a ricomprendere una vasta vulnerabile area urbana letteralmente appesa su quella frana. Un‘inaccettabile scommessa quindi sul verificarsi di un evento che ne avrebbe accelerato la dinamica con conseguenze anche ben peggiori di quanto ora accaduto. Piogge intense, perduranti, concentrate hanno infatti innescato la mobilitazione del precipizio, il suo distacco. Tutto questo poteva essere trattato all’interno di uno scenario evolutivo della situazione. E avrebbe consentito di operare in prevenzione per la riduzione di un rischio incombente. Operazione certamente molto complessa, molto costosa e non solo in termini economici ma anche sotto il profilo socio-economico. L’indignazione ha sommerso la cronaca di quei giorni. La Procura ha aperto l’inchiesta dichiarandosi certa che esistono precise responsabilità e che procederà con rigore assoluto (2). Giustissimo: comportamenti omissivi, colposi o addirittura dolosi vanno perseguiti con estrema severità, così come è necessario far emergere i livelli di responsabilità personali che una scrupolosa indagine potrà mettere in luce. Ma sul terreno invece delle responsabilità del sistema di governo del Paese? Sulla mancanza di un consistente impegno per la salvaguardia dei cittadini lasciati inermi difronte alla fragilità del contesto nel quale vivono? A chi va presentato il conto delle enormi omissioni incidenti su una così grave situazione? Solo sul piano extragiudiziale dell’informazione trova spazio qualche anche dura recriminazione sulla prevenzione che non c’è, sull’assenza di attenzione per il multiforme rischio incombente, come per la mancanza di ammodernamento e manutenzione di opere pubbliche, o per la salvaguardia del territorio urbanizzato. Ma dura esattamente quanto impiegherà la cronaca a trovare altre scandalose vicende, magari di tutt’altra natura, sulle quali attirare la pubblica attenzione, altre diverse ragioni di sdegno e indignazione delle quali c’è certamente grande abbondanza. Fino al prossimo disastro dove quel mistificatorio rosario tornerà ad essere ipocritamente recitato, senza bisogno di cambiarne una virgola. Al comune di Niscemi era stato assegnato un finanziamento di 100 milioni di euro per intervenire. Risorse mai impiegate, lasciate in un cassetto mai aperto (3). Notizia incredibile alla quale l’informazione ha dato grande rilievo, l’opinione pubblica si è scandalizzata e la politica tutta si espressa con sdegno o sorpresa, secondo i diversi posizionamenti. Ecco, soprattutto su questo, la politica, ma anche l’informazione in gran parte, ha mostrato tracce di comportamenti ispirati dall’ipocrisia. La frana che si muove, i soldi chiusi in un cassetto, la prevenzione sempre negata. Davvero non si riesce a immaginare perché quei soldi non sono stati spesi? Non è, al contrario, difficile immaginare che adoperarli significava imporre alla popolazioni interessate, in un tempo lungo di una fragile pseudo quiete, un’alterazione di una condizione quasi di comfort zone a cui difficilmente si vuole rinunciare, perché agita lo spettro di delocalizzazioni, di perdita di certezze di vita (la casa, la scuola, il lavoro…) rispetto ad una minaccia certo incombente ma in quel momento impalpabile, che evoca futuri scenari indefiniti inquietanti, insomma costrizioni certe.             A far emergere le inaccettabili stranote ragioni di tutto questo ancora una volta una citazione lontana nel tempo. Ventisei anni fa un personaggio molto importante scrisse un breve articolo pubblicato sulla rivista periodica “The world in 2000”. Il titolo “Elogio della prevenzione” non lascia margini ad interpretazioni sull’argomento che si voleva affrontare.  L’articolo portava la firma di Kofi Annan, settimo Segretario Generale dell’ONU. Questo il passaggio più significativo rispetto alle questioni qui affrontate: L’articolo tratta soprattutto il rischio di un conflitto tra le nazioni; la Pace, in quei tempi felici, aveva nell’ONU un vigile efficace presidio, ma l’elogio della prevenzione toccava anche criticità di altra natura. Rispetto ai rischi di origine naturale, la formulazione qui riportata è assolutamente calzante. Sembra davvero scontato ciò che con garbo Annan dice in efficacissime quattro righe: la colpa è della politica e dei Governi che pro tempore la incarnano. Nel Paese si è manifestata per un tempo lunghissimo, in modo trasversale nel succedersi dei governi, ma senza dubbio alcuni hanno fatto peggio di altri. La prevenzione è assai impopolare nei corridoi del Potere che, a ben vedere, ha come obiettivo assoluto quello della conquista e conservazione del consenso. Si è mai visto, a qualunque livello, un programma elettorale che proponga un consistente, efficace intervento di riduzione del rischio? Si è mai visto un senatore deputato consigliere spendere il proprio mandato su un tema così poco attrattivo, affatto redditizio politicamente? Si è mai vista la predisposizione di un realistico concreto piano di riduzione delle dimensioni di uno dei tanti rischi, che si muova necessariamente nella individuazione di priorità e nella certezza della “continuità dell’azione” a prescindere dal succedersi dei governi?  Mai nulla di tutto questo. La prevenzione è un investimento per un Paese: si spende meno affinché i danni e le perdite siano contenute attraverso un intervento preventivo piuttosto che in esorbitanti ricostruzioni. Incalcolabile è infine il saldo in vite umane. Ma questo incontrovertibile assunto evidentemente non basta per pretendere attenzione. Fare prevenzione, dovrebbe veramente essere la più importante opera pubblica per il Paese. Ma inevitabilmente significa regolare comportamenti, colpire abusi (sul territorio), investire massicciamente sull’ affinché non accada. Mettere in sicurezza (relativa: il 100%, pur evocato da sprovveduti, attesta solo una solida incompetenza) prelude ad interventi radicali. Non ci sono inaugurazioni, nastri da tagliare per ponti spregiudicati a cui sperare magari di dare il proprio nome a memoria imperitura. Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici. Ancora una citazione ci ricorda la fatica alla quale ci si dovrebbe rassegnare per garantirla. Per chi promettesse “sudore, lacrime e sangue” oggi si profilerebbe un disastro annunciato. Solo uno statista riuscì a trovare consenso con quella promessa, ma allora la posta in gioco faceva più paura di un terremoto che verrà ma non si sa quando. O di una frana che prima o poi si muoverà, ma di quanto? Bene, si può pensare di aver trovato il colpevole. Ma non basta, bisogna cercare di capire come si è potuti arrivare, attraverso fatti e comportamenti, ad un così grave e profondo livello di sine cura. Insomma, bisogna ricordare, storicizzare cose del passato più o meno recente. E non per riaprire polemiche, ma piuttosto per non ripetere errori, per prender coscienza della impossibilità di continuare ad infilare la testa sotto la sabbia rispetto ad un problema che non lascia scampo, che concede al massimo una tregua della quale non si conosce la durata. Dissesti alluvioni frane terremoti ed eruzioni torneranno a colpire, soprattutto dove hanno già nel passato hanno colpito, trovando probabilmente oggi contesti anche più vulnerabili. Tutto questo non rappresenta una previsione, piuttosto una certezza che come unica incognita ha il procedere del tempo, il “quando” il disastro tornerà. Il resto il “dove” accadrà, il “cosa” provocherà è sufficientemente ipotizzabile, insomma lo è abbastanza per intervenire non per scongiurare danni e perdite “inevitabili”, ma solo per ricondurle ad un livello che consenta di definirle “accettabili”.  E’ forse un termine vago quest’ultimo?  Non così tanto come si potrebbe pensare. In fondo è accettabile quel prezzo che comunque si deve pagare, che trovi cioè una dimensione nel momento in cui tutto quanto si poteva fare è stato fatto. E ovviamente ci si riferisce al fare per prevenire. E da questo il Paese è lontanissimo, e quanto appena accaduto ancora quest’ultima volta a Niscemi, è davvero purtroppo inaccettabile. Michele Serra in un articolo apparso sulla Repubblica dopo il disastro ha argutamente proposto che a vergognose incertezze, macroscopiche inconsapevolezze e faticose fughe dalle responsabilità, si dia una risposta istituendo un “Ministero del Senno di Poi” (4) per affrontare finalmente con competenza il cosa fare per garantire almeno un po’ di sicurezza. Come non essere d’accordo? In tutta evidenza emerge la mancanza di un punto di riferimento nello Stato nel quale riconoscere la competenza per affrontare un tema tanto complesso, per garantire supporto all’azione di governo, riappropriandosi di livelli di responsabilità non delegabili. Affinché non vi sia la possibilità di commettere nuovi errori, si consiglia di partire da una approfondita anamnesi, insomma la valutazione degli errori e delle omissioni in un passato quanto basta lungo per accertare le cause che hanno determinato l’inaccettabile condizioni del paziente: il disastroso stato dell’arte e delle cose. (*) Roberto De Marco – Geologo – già direttore del servizio sismico nazionale della presidenza del consiglio dei ministri del dipartimento dei servizi tecnici dello stato (soppresso), già componente del consiglio direttivo dell’agenzia nazionale di protezione civile (soppressa) 21 marzo 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com (immagine dal sito di ISPRA) NOTE (a cura d Carteinregola) (1) A partire dal 18 gennaio 2026, un’intensa ondata di maltempo investe il Sud Italia provocando ingenti danni in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il 25 gennaio a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si verifica una frana di grandi dimensioni a ridosso della parte sud del centro abitato, comportando la delimitazione di una zona rossa e l’immediata evacuazione della popolazione residente nell’area. (2) TGCOM 6 Feb 2026 Frana Niscemi, cinque gli interrogativi della procura ai consulenti Intanto, va avanti l’acquisizione di documentazione, iniziata lo stesso giorno in cui è stato aperto il fascicolo d’inchiesta (3) LA REPUBBLICA PALERMO 28 GENNAIO 2026 La frana di Niscemi, trent’anni di progetti a vuoto: mai spesi i 25 milioni stanziati di Gioacchino Amato L’emergenza è iniziata nel 1997, nel 2006 l’area viene dichiarata ad alto rischio, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto (4) La Repubblica Il Ministero del senno di poi L’amaca di Michele Serra del 26 febbraio 2026
March 21, 2026
carteinregola
[Blues power] bluesNoon279
Northen Soul Per approfondire: https://www.agenziax.it/northern-soul https://ilmanifesto.it/le-strategie-del-northern-soul https://en.wikipedia.org/wiki/The_Way_I_See_It  
March 21, 2026
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