Nella testa di MuskElon Musk non ha bisogno di presentazioni. È uno dei capitalisti più importanti
del nostro tempo. A differenza di molti nel settore tecnologico, si sporca le
mani con il mondo fisico (o meglio, lo fanno i suoi dipendenti), costruendo auto
e razzi, scavando tunnel e persino impiantando chip nel cervello delle persone.
È anche un maestro dell’hype, capace di fare affermazioni assurde che non si
avverano mai. A parte questo clamore, ha ottenuto molto. Eppure ha usato la sua
fama, i suoi soldi e la sua piattaforma X per promuovere una politica che, senza
esagerare, è suprematista bianca e di stampo sterminatore.
Le attività di Musk includono Tesla, la casa automobilistica; SpaceX, l’azienda
aerospaziale; X, precedentemente nota come Twitter, e xAI, l’impresa di
intelligenza artificiale di cui Grok è il volto; Neuralink, produttrice di chip
impiantabili nel cervello umano per consentire la comunicazione diretta con i
computer; e Boring Company, che scava gigantesche gallerie per creare autostrade
sotterranee. Di queste, solo Tesla e SpaceX sono redditizie. Gli utili attuali
combinati delle due aziende si aggirano intorno ai 12 miliardi di dollari.
Queste sono le basi finanziarie della sua fortuna, stimata da Bloomberg in 655
miliardi di dollari, la maggior parte dei quali proviene da SpaceX e dalle
azioni Tesla. Quest’ultima è quotata in borsa e ha una capitalizzazione di
mercato pari a 372 volte gli utili dell’azienda. Si prevede che SpaceX si
quoterà in borsa a breve. Con una valutazione di circa 2 trilioni di dollari, si
tratterebbe di 250 volte gli utili. Queste valutazioni sono, secondo qualsiasi
parametro convenzionale (si stima che un rapporto coerente sia intorno alle 20
volte, Ndt), assolutamente folli, ma gli investitori credono nella magia di
Elon.
Per il podcast di Jacobin Radio Behind the News, Doug Henwood ha parlato con lo
storico Quinn Slobodian e lo scrittore di tecnologia Ben Tarnoff del loro nuovo
libro Muskism: A Guide for the Perplexed. La conversazione è stata modificata e
ridotta per una sua migliore comprensione. È comunque possibile ascoltare
l’originale qui .
Vorrei iniziare con una domanda sul Sudafrica. Ha plasmato Musk, ma anche molti
altri personaggi di spicco del mondo tecnologico come Peter Thiel e David Sachs.
Mi ha sorpreso scoprire che persino Louis Rosetto di Wired ne fosse
affascinato. Quali sono le caratteristiche dell’influenza del Sudafrica in
generale e su Musk in particolare?
BT È un’ottima domanda. Da quell’esperienza possiamo trarre diverse conclusioni.
Credo che la maggior parte delle persone che osservano la giovinezza di Musk nel
Sudafrica dell’apartheid possano giungere alla conclusione più ovvia, ovvero
che, considerando la sua successiva svolta a destra, la sua adesione
all’etnonazionalismo e alla supremazia bianca, e in particolare la sua
diffusione del mito del genocidio dei bianchi in Sudafrica, si è portati a
pensare che il seme di tutto ciò sia stato piantato molto tempo fa. Il nostro
approccio è leggermente diverso: ci concentriamo sull’economia politica dello
stato dell’apartheid e sottolineiamo come si trattasse di un regime fortemente
impegnato nel perseguire un certo grado di autosufficienza sia economica che
tecnologica.
Si trattava di ottenere licenze dalla Ford per costruire automobili entro i
confini del paese. Si trattava di portare avanti un programma nucleare con
l’aiuto di scienziati americani e israeliani. Si trattava addirittura di
costruire una bomba operativa all’inizio degli anni ’80. E se si guarda alla
successiva carriera di Musk come industriale, in particolare a SpaceX e Tesla,
si trovano alcune interessanti analogie con l’esperienza dell’apartheid. Perché
se si conosce Musk come industriale, si sa che ha una forte preferenza per
l’integrazione verticale, per ridurre la sua dipendenza da fornitori esterni.
Non possiamo entrare nella sua testa e tracciare con precisione la linea di
influenza, ma pensiamo che i parallelismi tra questo e il modello industriale
sudafricano sotto l’apartheid siano piuttosto sorprendenti.
QS Il termine che usiamo per definirlo è «futurismo della fortezza, che a nostro
avviso coglie bene sia il senso di rischio o pericolo, sia la necessità di
utilizzare tecnologie avanzate per presidiare lo stato e armare i suoi
difensori. Questo concetto richiama non solo il Sudafrica dell’apartheid, ma
anche alcuni cartoni animati che andavano in onda in televisione quando Musk era
bambino, tra cui Robotech e Transformers, serie a cui ha fatto riferimento in
post successivi e persino nei nomi dei suoi prodotti.
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Questo ragazzo è davvero plasmato dalla fantascienza, vero?
BT La questione dell’influenza della fantascienza su Musk è piuttosto complessa.
Quando si scrive e si riflette su una persona come Musk, sorge spontanea la
domanda su quanto delle sue affermazioni si possa prendere alla lettera. Spesso
usa la fantascienza come meccanismo di segnalazione, come un modo per
manifestare la sua affinità con una particolare cultura nerd e, di conseguenza,
coltivare quel tipo di fandom che è stato così importante per la sua fortuna
finanziaria e politica.
È vero che per lui la fantascienza rappresenta alcuni punti di riferimento
fondamentali. Quello a cui Quinn alludeva è il concetto di mech o mecha, tratto
dai fumetti e dall’animazione giapponesi. Si tratta dell’idea di una gigantesca
tuta robotica in cui un pilota umano, spesso un giovane maschio, entra e si
fonde con essa attraverso un’integrazione cibernetica per difendere una civiltà
sotto attacco da una forza soverchiante. In particolare, se si considerano le
successive dichiarazioni di Musk sulla necessità di diventare cyborg, di
impiantare interfacce cervello-computer nelle persone e di integrarsi in quello
che lui stesso definisce un «gigantesco collettivo cibernetico», si può notare
la risonanza con i mech della sua giovinezza.
QS Siamo inoltre restii ad attribuire troppa importanza a libri, fumetti e
cartoni animati come veri e propri strumenti esplicativi della costruzione
dell’impero di Musk. C’è la tentazione di usare queste briciole come scorciatoia
per spiegare, ad esempio, perché Peter Thiel è come è, o perché Marc Andreessen
è come è – basta guardare la loro lista di letture.
Se si vuole scrivere la storia intellettuale di un capitalista, bisogna
osservarlo mentre mette in pratica il capitalismo.
Voi considerate Musk come quello che Ralph Waldo Emerson definiva un «uomo
rappresentativo». Cosa lo rende l’uomo rappresentativo degli anni 2020?
BT Abbiamo cercato in tutti i modi di presentare Musk come una figura che, nelle
diverse fasi dell’evoluzione del capitalismo globale negli ultimi quaranta o
cinquant’anni, offre un quadro esagerato e persino caricaturale delle tendenze
più ampie dell’economia politica. Uno dei pregi di Musk come strumento didattico
è che, un po’ come in Forrest Gump, è possibile ripercorrere il suo percorso
attraverso questi diversi periodi dell’economia politica. Inizia la sua carriera
negli anni Novanta nella Silicon Valley, diventando milionario grazie al settore
delle dot-com, un’esperienza che lo ha profondamente influenzato a livello
culturale. Passa poi al settore aerospaziale e diventa un importante fornitore
del Pentagono durante i primi anni della «guerra al terrorismo». Cavalca quindi
l’onda del breve esperimento del capitalismo verde durante il primo mandato di
Barack Obama. Si può quindi interpretare Musk come una figura che assorbe, ma al
tempo stesso rielabora e radicalizza, le tendenze più ampie dell’economia, della
società e della cultura.
Un aspetto che lo rende rappresentativo è che il mondo della Silicon Valley, il
mondo della tecnologia e persino la cultura in generale venerano il fondatore e
la startup. Qual è il significato sociale di tutto ciò? Perché il fondatore e la
startup sono così importanti?
QS La figura del fondatore-dio viene analizzata facendo riferimento al libro di
Peter Thiel, Zero to One. Lì si nota questo paradosso: la Silicon Valley è
caratterizzata, da un lato, dal principio della distruzione creativa o
dell’innovazione dirompente, il che significa che qualsiasi azienda consolidata
è destinata a essere scalzata da qualche nuovo arrivato emergente; ma dall’altro
è anche popolata proprio da quelle aziende consolidate. Dopo la prima ondata
degli anni Novanta, sono arrivati personaggi come Musk e Thiel che hanno
costruito quelli che Peter Thiel ha definito i regni delle startup. Ora bisogna
essere vigili nel proteggere i confini del proprio regno, e bisogna farlo in
modo da ridurre al minimo l’intermediazione tra il datore di lavoro e i
dipendenti. Quindi, ovviamente, niente sindacati tra il datore di lavoro e i
dipendenti: è necessario un rapporto personale e diretto.
Si assiste quindi alla concretizzazione della figura del grande uomo della
storia. Gli storici sono abituati a essere scettici sull’idea del grande uomo
della storia. Ma con una figura come Musk, la cosa acquista un certo senso, una
volta che la strada è spianata per effettuare donazioni illimitate alla campagna
elettorale e per poter parlare a centinaia di milioni di follower in un modo che
influenza i prezzi delle azioni o delle criptovalute.
Se questo porta a una valutazione di 1,5-2 trilioni di dollari per un’azienda
basata su una tecnologia non ancora testata, come nel caso della prevista Ipo di
SpaceX tra circa un mese, allora devi essere qualcosa di diverso da un essere
umano. L’autoproclamazione, ma ratificata collettivamente, del Technoking, come
Musk si è ufficialmente ribattezzato in Tesla nel 2021, è qualcosa che lui
incarna più di chiunque altro.
Si pensi, ad esempio, alle recenti dimissioni di Tim Cook, Ceo di Apple. Si
potrebbe pensare che Cook abbia ricoperto la carica per molto tempo, ma in
realtà è stato Ceo di Apple solo per quindici anni, mentre Musk è a capo di
Tesla da quasi venti e di SpaceX da ventiquattro. La sua figura incarna
perfettamente la concentrazione di un marchio nelle mani di una sola persona,
un’attenzione che richiede una devozione quasi religiosa.
Con Musk, c’è sicuramente del vero, ma anche molta fumo negli occhi. Voglio
dire, non fa altro che vantarsi di un sacco di cose. L’auto a guida autonoma non
è mai stata realizzata; continua a prometterla entro sei mesi. È davvero un
maestro dell’hype.
BT Lo è, ma il modo in cui cerchiamo di concepire la relazione tra clamore
mediatico e realtà nel caso di Musk è quello di una piramide rovesciata: c’è una
base materiale, ma si apre in un regno virtuale più ampio. Se questo può
sembrare un po’ astratto, consideriamo il caso concreto del rapporto
prezzo/utili di Tesla. Tesla, soprattutto durante la pandemia ma anche negli
ultimi anni, ha avuto una valutazione azionaria piuttosto gonfiata rispetto ai
profitti effettivamente realizzati con la vendita dei suoi prodotti e servizi.
Questa è una chiara concretizzazione dell’interazione tra realtà e clamore
mediatico, dove, da un lato, è indubbio che Tesla abbia contribuito a rendere
accessibile al grande pubblico il veicolo elettrico (EV). In particolare, ha
reso per la prima volta economicamente sostenibile la produzione di massa di
auto alimentate da batterie agli ioni di litio.
Dal punto di vista del branding, ovviamente, ha reso i veicoli elettrici
attraenti e un simbolo di status eco-consapevole, in un momento in cui
faticavano a conquistare quote di mercato. Inoltre, introduce una serie di
importanti innovazioni di processo sia in Tesla che in SpaceX, che gli
consentono di aumentare l’efficienza dei processi industriali, proprio come
farebbe qualsiasi capitalista tradizionale. Quindi, a livello materiale, i suoi
punti di forza sono evidenti.
Ma vengono premiati in modo sproporzionato dal mercato azionario, in gran parte
a causa della logica del fabulismo finanziario, come lo chiamiamo noi: questa
straordinaria capacità di Musk di presentarsi come una figura pubblica che fa
promesse degne della fantascienza che, ciononostante, la classe degli
investitori globali trova sufficientemente credibili da premiarlo con un aumento
della valutazione azionaria.
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Il caso di Tesla è interessante perché ha creato quel popolare veicolo
elettrico. D’altra parte, ora è rimasto molto indietro rispetto alla Cina e la
stessa flotta Tesla sta invecchiando. Il Cybertruck è stato un totale
fallimento. Si tratta solo di un’interruzione nella sua storia di grande
successo, o è un presagio di come potrebbero evolversi le cose?
QS Il distacco di Tesla dagli interessi personali di Musk è sicuramente un
indicatore della sua posizione sul mercato e di come le persone stiano valutando
la gamma di prodotti di Musk. Ci sono ancora alcune parti del mondo in cui la
domanda di Tesla è in crescita, ma BYD l’ha ormai superata a livello globale.
CATL, che ha iniziato la sua attività come produttore cinese di batterie agli
ioni di litio per Tesla nella Gigafactory di Shanghai, ha ora completamente
superato Tesla come produttore di batterie agli ioni di litio. E i progressisti
ora odiano Musk, quindi non compreranno più i suoi veicoli elettrici.
Compreranno Hyundai o qualsiasi altra cosa.
Esiste un modo di interpretare Musk come colui che assorbe, ma anche rielabora e
radicalizza, le tendenze più ampie all’interno dell’economia, della società e
della cultura.
Qual è ora il punto cruciale della storia di Musk? È sicuramente legato a
SpaceX. Il rapporto prezzo/utili (P/E) menzionato da Ben a proposito di Tesla è
davvero incredibile: attualmente si aggira intorno a 400. Se SpaceX si quotasse
in borsa il mese prossimo con una valutazione prevista di 2 trilioni di dollari,
il suo rapporto P/E si aggirerebbe intorno a 1.000. Quindi, se pensate che la
gente stia puntando forte su Tesla, sta puntando ancora di più su SpaceX.
Su cosa scommettono? Scommettono che riuscirà a monopolizzare l’orbita terrestre
bassa. Che riuscirà a monopolizzare il lancio di oggetti nello spazio. Che
riuscirà a creare un’enorme espansione di internet via satellite. Ha già 11.000
satelliti Starlink in orbita terrestre bassa. Ha presentato una richiesta alla
Commissione Federale delle Comunicazioni per metterne in orbita un altro
milione. E scommettono anche che riuscirà a risolvere tutti i problemi
ingegneristici legati al lancio di data center in orbita terrestre bassa.
Questi modelli si inseriscono quindi nella stessa linea del modello favolistico
finanziario di cui parlavamo. Non si tratta solo di nuovi prodotti, ma di interi
nuovi settori di mercato.
Non si tratta di noi, intellettuali benpensanti e riflessivi, che pensiamo che
Musk sia un imbroglione. In realtà, questo non ha alcuna importanza. Ciò che
conta è se chi gestisce i fondi pensione pubblici della California o il fondo
petrolifero norvegese lo consideri un imbroglione. E sapete una cosa? Non lo
pensano. Queste persone hanno enormi interessi nelle aziende di Musk e, non
appena SpaceX verrà lanciata, probabilmente verrà inserita rapidamente negli
indici, e poi entrerà a far parte dei fondi indicizzati di Fidelity e Vanguard,
e tutti, dalla vecchietta del quartiere al fondo universitario di vostro figlio,
crederanno alle promesse di Musk.
È questa la dipendenza strutturale che troviamo più interessante, soprattutto
perché dall’esterno sembra un vero buffone, spesso un attore goffo, persino
isterico. Eppure, com’è possibile che in realtà sia l’incarnazione di qualunque
sia, a nostro avviso, l’attuale modalità di accumulazione nel capitalismo
globale?
Parliamo un po’ dello Stato. Persone come Musk e i suoi colleghi della Silicon
Valley vengono spesso dipinte come libertari, il che è in realtà un malinteso.
Con Musk, come dici tu, c’è una simbiosi con lo Stato. Come nel caso di
internet, si crea un settore che viene avviato con finanziamenti statali, per
poi raccogliere profitti che vengono privatizzati, con ingenti entrate che
continuano a provenire dallo Stato. Ma in questo modo si rende anche lo Stato
dipendente da noi. Quindi dobbiamo parlare di Musk e dello Stato.
BT Ci sono due modi di interpretare la questione. Il primo è a livello
personale. Se si allarga lo sguardo e si considera la carriera di Musk nel suo
complesso, è evidente che in ogni sua iniziativa e in ogni fase, ha visto nello
Stato un’importantissima fonte di potere e profitto; che ha strumentalizzato il
governo come garanzia per le sue attività, come finanziatore della ricerca di
base e, soprattutto, come cliente. Ad esempio, SpaceX ha iniziato la sua
attività come fornitore del governo durante la guerra al terrorismo. Si pensi
anche all’ingente prestito concesso dall’amministrazione Obama a Tesla nel 2009,
ampiamente considerato come quello che l’ha salvata dal fallimento. L’elenco dei
modi in cui si è integrato con lo Stato è lunghissimo.
Ma c’è un altro modo di inquadrare questa dinamica, che consiste nel tentare di
collocare Musk in un contesto più ampio, come emblema di sviluppi più vasti. Se
pensiamo alla retorica cyber libertaria in stile Peter Thiel, che ha iniziato a
guadagnare notorietà negli anni ’90, essa si inquadra in realtà all’interno di
una particolare economia politica del settore tecnologico. Si tratta dell’era
della tecnologia di consumo, in cui il modello di business si basa
fondamentalmente su siti web e app. Per questo motivo, il settore non ha più
quel tipo di stretto rapporto con il governo che aveva in passato.
Negli ultimi anni, in particolare dal 2022, si è assistito all’esplosione del
boom dell’intelligenza artificiale generativa. Ciò impone un rapporto molto
diverso tra settore pubblico e privato. Il settore pubblico è ora un cliente
importante, come abbiamo visto nel caso dell’utilizzo da parte del Pentagono di
strumenti di guerra basati sull’IA. Ma è anche di fondamentale importanza, in
quanto partner, per spianare la strada alla costruzione su larga scala di data
center.
Abbiamo assistito a una serie di mosse aggressive da parte dell’amministrazione
Trump, che ha messo a disposizione terreni pubblici federali per la costruzione
di data center, ha tentato di smantellare le procedure di valutazione ambientale
e ha fatto tutto il possibile per accelerare il processo di costruzione di
questi centri. Probabilmente, questo è il fattore materiale più importante alla
base della nuova partnership tra la Silicon Valley e l’amministrazione Trump
emersa negli ultimi anni. Musk, in modo tipico, anticipa questa svolta, ma la
presenta anche in una forma ancora più esagerata. Ed è per questo che credo
possa essere un utile strumento per comprendere questi sviluppi più ampi.
QS Musk non agisce di propria iniziativa, ma è in perfetta sintonia con ciò che
Alexander Karp definisce la «repubblica tecnologica». Molti hanno faticato a
comprendere il passaggio, avvenuto nella Silicon Valley, da una modalità
informale e interconnessa a una modalità incentrata sulla tecnologia avanzata e
destinata a soppiantare le potenze militari. E Musk contribuisce a spiegare
questo cambiamento.
È interessante perché parte dalla tecnologia pura e poi passa ai social media,
anziché partire dai social media e poi passare alla tecnologia pura. Ma in
entrambi i casi, l’atteggiamento verso lo Stato è lo stesso. Non fuggire da
esso. Usarlo come ancora di salvezza. Capire come integrarsi il più
profondamente possibile nel funzionamento quotidiano del governo,
dall’erogazione dei servizi burocratici di tutti i giorni alla selezione dei
bersagli fino all’implementazione dell’automazione, che è stato il lato
«positivo» dell’iniziativa del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge),
per come la vediamo noi. Tutto ciò, a mio avviso, rende la categoria di
«libertario» un depistaggio.
Qual è stato il contributo della transizione di genere di sua figlia alla sua
svolta a destra? Data la sua ossessione per i cyborg e la modificazione
tecnologica della vita umana, si potrebbe pensare che l’avrebbe accolta con
favore. Invece, ora dichiara sua figlia morta, un’affermazione agghiacciante.
Perché è così ossessionato da questo? Quanto è personale la questione?
QS C’è un aspetto che teniamo a sottolineare nel libro, ovvero non solo il fatto
che le sue amate metafore di Matrix e della pillola rossa siano apertamente
intese come allegorie dell’identità trans da coloro che hanno creato quei film e
quelle metafore, ma anche che quando si parla con qualcuno come Donna Haraway o
si legge il suo lavoro in A Cyborg Manifesto, si presume che il cyborg sia
qualcosa in grado di trascendere, remixare e trasformare le nostre idee di
binarismo di genere e gerarchie sociali di ogni tipo.
Ci vuole impegno per ricondurre a noiose dicotomie ciò che può
essere stravolto dall’aumento tecnologico, dalla comunicazione e dalla
connessione digitale. Chiamiamo il progetto di Musk «conservatorismo cyborg» e
lo consideriamo un terreno di scontro continuo all’interno del capitalismo
digitale.
Per Musk, la transizione di genere di sua figlia rappresentava un paio di
segnali. Primo, sua figlia era stata esposta a un mondo di guerra memetica.
Pertanto, credeva che fosse stata infettata da un meme sull’identità trans e ne
fosse rimasta vittima.
Ma è interessante anche il modo in cui Vivian Wilson ha interpretato la cosa.
Lei la vede anche come un segno della rabbia di suo padre per un accordo
commerciale non rispettato. Il punto è che, quasi certamente, Musk utilizzava
una qualche forma di selezione del sesso preimpianto per gli embrioni destinati
alla fecondazione in vitro, dato che un numero irrealistico dei suoi figli, uno
dopo l’altro, è nato maschio.
Vivian ritiene quindi che il sesso assegnatole alla nascita facesse parte di una
transazione commerciale che non corrispondeva alla sua identità e alla sua
percezione di sé, e che parte della terribile educazione ricevuta come figlia di
Musk fosse dovuta alla delusione di lui per il fatto che non si allineasse al
prodotto che pensava di aver acquistato.
Infine, che effetto ha avuto su di voi, a livello mentale, emotivo e spirituale,
trascorrere tutto questo tempo immersi nella cultura muskiana?
QS È troppo presto per dirlo, credo. Il virus mentale a volte agisce lentamente.
La cosa interessante dello scriverlo in quel periodo, a partire dall’apice del
successo di Doge, è che Musk era onnipresente. Tutti avevano un’opinione su
DOGE. E poi scriverlo durante quello che era stato una sorta di periodo di
relativa calma, in cui le persone sono più spesso caratterizzate da una sorta di
stanchezza nei confronti di Musk o addirittura dalla sensazione di non voler più
pensare a lui.
Stiamo entrando, credo, in una fase diversa in cui i forti legami iniziali tra
Maga e la Silicon Valley cominciano a incrinarsi. Il fallimento del Maven Smart
System nel garantire una vittoria immediata in Iran dimostra che una guerra
basata sull’intelligenza artificiale forse non è poi così diversa dalle guerre
precedenti, nonostante la promessa iniziale fosse che sarebbe stata
completamente diversa da quelle passate, che avrebbe cambiato le carte in
tavola.
La resistenza dell’opinione pubblica alla costruzione di data center e l’elevato
scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale in generale fanno sì che
la tecnologia sarà un tema centrale nelle elezioni di medio termine. Democratici
e Repubblicani cercheranno entrambi di appropriarsi di questa reazione negativa.
E in entrambi i casi, tale reazione si scontra con gli interessi materiali della
classe dirigente della Silicon Valley, completamente accecata dalla narrativa
degli investimenti legata alla scalabilità dell’intelligenza artificiale
generativa.
Ci troviamo anche in un momento in cui le persone iniziano a posizionarsi in
vista di una potenziale maggioranza democratica al Senato o alla Camera, e
persino a pensare alle prossime elezioni presidenziali. Il motivo per cui questo
è interessante è che spinge le persone a porsi domande, sia a noi che a se
stesse, sulla possibilità che esista una sorta di muskismo senza Musk, e se,
osiamo dire, potrebbe esistere un muskismo di sinistra, come probabilmente
immaginava Alexander Karp, da democratico di lunga data, un’amministrazione
Kamala Harris quando scrisse La Repubblica Tecnologica.
Ci troviamo in un momento in cui è possibile spersonalizzare alcuni di questi
aspetti e chiederci: «Qual è il ruolo della tecnologia nella nostra vita? Qual è
il ruolo della tecnologia puramente tecnologica? Sta davvero prendendo il
sopravvento sul settore? Vogliamo davvero un milione di satelliti in orbita
sopra le nostre teste? È sufficiente clonare queste tecnologie, o è necessario
ripensarle da zero?». È un momento molto fertile e per certi versi entusiasmante
per tornare a queste idee. Possiamo forse ripulire la figura di Musk, mantenendo
però gli aspetti politici che rimangono rilevanti al di sotto di essa.
*Ben Tarnoff, scrittore e tecnologo, vive nel Massachusetts. È coautore, insieme
a Quinn Slobodian, di Muskism: A Guide for the Perplexed . Quinn Slobodian è
professore di storia internazionale presso la Frederick S. Pardee School of
Global Studies della Boston University. Doug Henwood è direttore di Left
Business Observere conduttore di Behind the News. Il suo ultimo libro si
intitola My Turn. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura
della redazione.
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L'articolo Nella testa di Musk proviene da Jacobin Italia.