La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla a Civitavecchia il 29 marzo
La Global Sumud Flotilla salperà dai porti italiani nel corso del prossimo mese: 100 barche, 50 delegazioni da tutto il mondo con l’obiettivo non solo di rompere l’assedio illegale e portare aiuti umanitari, ma anche di condurre a Gaza medici, costruttori, educatori e altre figure fondamentali per la vera ricostruzione della Striscia, e denunciare con forza il piano coloniale della “riviera di Gaza” e del Board of Shame. Nonostante la finta tregua a Gaza non è rimasto nulla: è una zona fantasma, la “tregua” è solo un sipario calato su quel nulla, i valichi sono di nuovo chiusi, l’assedio continua per terra e per mare. La Flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo: un’iniziativa che nasce dalla volontà dei popoli come strumento di lotta, arrivando dove i governi e le istituzioni internazionali hanno fallito. Il 29 marzo nella darsena del Porto di Civitavecchia daremo il benvenuto e il buon vento a una della barche della Flotilla che si prepara a salpare per Gaza, dove gli uomini, le donne e i bambini continuano a morire non solo per le bombe e i proiettili, ma anche per la mancanza di cibo, di acqua, di medicine. Insieme a noi ci sarà il movimento degli studenti palestinesi in Italia, che il 29 marzo commemora lo Yom al-Ard, il Giorno della Terra, che ricorda gli avvenimenti del 30 marzo 1976: durante uno sciopero generale e manifestazioni nelle città arabe dalla Galilea al Negev contro l’annuncio di un piano di esproprio di centinaia di ettari di terra palestinese, l’esercito e la polizia israeliana uccisero sei cittadini palestinesi disarmati, ferendone decine e arrestando migliaia di persone. Per il popolo palestinese la terra non è solo uno spazio geografico, ma identità, memoria e radici e l’ulivo è infatti uno dei simboli più profondi della Palestina: radici, radicamento alla terra. Camminiamo insieme nel corteo del 29 marzo a Civitavecchia: celebriamo il Giorno della Terra, sosteniamo la missione della Global Sumud Flotilla, perché solo la mobilitazione dal basso può costruire percorsi di giustizia, solidarietà e autodeterminazione. Il programma della giornata  Ore 11.00 – appuntamento in P.zza Guglielmotti, per la partenza del corteo. Percorso del corteo: P.zza Guglielmotti – Via Santa Fermina – V.le Baccelli – L.go Monsignor D’Ardia – C.so Centocelle – V.le Garibaldi – L.go Falcone e Borsellino (Marina). Accessibilità: percorso urbano standard privo di ostacoli strutturali.  Ore 11:30 – conferenza stampa presso la Darsena Romana nel Porto di Civitavecchia, molo San Teofanio con Maria Elena Delia portavoce GSF/GMTG Italia, equipaggio della Flotilla, Maya Issa del Movimento Studenti Palestinesi in Italia, Global Movement to Gaza Italia, Prof. Giovanni Testa, presidente del Circolo Nautico, Riccardo Petrarolo, rappresentante portuali USB del Porto di Civitavecchia e altri. Al termine dell’incontro con la stampa, l’imbarcazione lascerà il porto in direzione Marina di Civitavecchia, dove il corteo terminerà la propria marcia all’incirca per le 13.30, con un breve intervallo che ci accompagnerà alla pausa pranzo: assisteremo all’esibizione in anteprima delle performer Usiko e Marte. Per tutta la durata dell’evento, sarà possibile fotografarsi di fronte al modello a grandezza naturale dell’opera Potenziali Bersagli 2026 di Alessandro “Mefisto” Buccolieri del collettivo Arte come Sopravvivenza, che verrà inaugurata il 25 aprile a Roma, in P.zza delle Camelie a Centocelle. L’artista sarà presente e a disposizione del pubblico per raccontare l’installazione e le fasi della lavorazione. Dalle ore 15.00 sessione di interventi in P.zza Fratti. Con la moderazione di Francesca Incardona, che peraltro presenterà lo studio di cui è coautrice “Gaza. Giornalisti e sanitari: vittime collaterali o bersagli?”, si svolgerà un confronto/dibattito tra membri degli Equipaggi di Mare (Paolo De Montis e Silvia Severini) e di Terra (Francesca Putini e Marco Faiola), il rappresentante USB Porto di Civitavecchia Riccardo Petrarolo e il fotografo palestinese Hazim Madi. Interverranno: Maria Elena Delia per GSF, Maya Issa del Movimento degli studenti palestinesi in Italia; Vera Pegna, traduttrice, attivista e scrittrice; Valentina Micheli, giurista; Ludovico Lamarra e Franco Pietropaoli, musicisti de Il Muro del Canto; Dr.ssa Simona Mattia della rete nazionale Digiuno Gaza; i portavoce di Emergency, Amnesty e Open Arms; Diana Agostinello per CGIL Roma e Lazio; un rappresentante del Coordinamento docenti di Viterbo; Prof.ssa Marta Malaguti, Coordinamento docenti di Civitavecchia; Cinzia Leoni dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università; Simona Ricotti e Mathias Mancin per Supporto Global Sumud Flotilla. Saranno presenti traduttori di lingua araba e interprete LIS. A seguire: reading di poesie con Le Voci e musica dal vivo con MichiMa, Cecilia Baliva Trio, Anafem, Manifesto e Centrale Sound System feat. Percezione Sesto Senso e Skasso. E’ possibile comunicare in anticipo la presenza presso la conferenza stampa al form RSVP: https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi Global Movement to Gaza
March 25, 2026
Pressenza
Iran. Terra bruciata
Iran. Terra bruciata A più di tresettimane dall’inizio dell’attacco israelo-statunitense all’Iran, il presidente statunitense Donald Trump ha giocato con scarso sccesso la carta di scaricare sugli alleati NATO e sull’UE la riapertura dello stretto di Hormuz. Una guerra iniziata con attacchi contro obiettivi militari e di sicurezza ha fatto il salto di qualità: con la distruzione sistematica delle infrastrutture civili da cui dipendono 90 milioni di persone. Elettricità. Acqua. Ospedali. Le condizioni fondamentali della vita stessa. In Iran e nell’isola di Khārk continuano i bombardamenti. Sullo sfondo i negoziati mediati da Pakistan, Emirati ed Egitto. Realtà o farsa? Ne abbiamo parlato con Ahmad Rafat, giornalista iraniano Ascolta la diretta:
March 25, 2026
Radio Blackout - Info
POST-REFERENDUM: ALLA FINE SANTANCHÈ SI È DIMESSA (MA LO SCONTRO INTERNO CONTINUA)
Post-referendum. La ministra del turismo, Daniela Santanchè, alla fine ha  mollato. Dopo ore concitate per l’esecutivo, Santanchè ha rassegnato le dimissioni da ministra a seguito delle pressioni e l’esplicita richiesta da parte della presidente del consiglio Meloni arrivata ieri. “Obbedisco”, si legge nella lettera che senza troppi orpelli fa emergere un duro scontro che continua tra le fila di Fratelli d’Italia. Sulla favorita di La Russa pendono 5 processi che vanno da falso in bilancio, truffa aggravata all’Inps e bancarotta, ma per lei – ha sottolineato nella lettera – “il certificato penale è immacolato”. A dimettersi con meno polemiche pubbliche, ieri, dopo la debacle del referendum costituzionale, la capa di Gabinetto Bartolozzi e il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, che hanno lasciato i loro incarichi dopo ore di colloqui con Nordio. Il commento nella serata di mercoledì di Luana Zanella, deputata di Avs, appena uscita dalle aule del Parlamento. Ascolta o scarica. Qui le voci da Biella Roberto Pietrobon, giornalista e dirigente Alleanza Verdi Sinistra nella città di Delmastro e Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista.
March 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Intervista all’ambasciatore dell’Iran a Roma, S.E. Mohammad Reza Sabouri: “Siamo l’unica forza rimasta a contrastare l’egemonia dei malvagi e dei seguaci di Epstein”
A cura di Angela Lano. Abbiamo intervistato l’ambasciatore dell’Iran a Roma, Sua Eccellenza Mohammad Reza Sabouri, sulla guerra non provocata contro Tehran da parte della Classe/Coalizione Epstein e dei suoi epigoni in tutto l’Occidente, Italia compresa. Angela Lano: Gli occhi del mondo sono puntati sulla guerra della “coalizione di Epstein” contro l’Iran e sulla reazione dell’Iran. Come valuta questa attenzione internazionale verso ciò che sta accadendo? S.E. Mohammad Reza Sabouri: L’Iran è oggi l’unica forza rimasta a contrastare l’espansione del male. Non è uno slogan: nella pratica, l’Iran rappresenta una barriera contro l’egemonia degli individui più malvagi e dei seguaci di Epstein. Ci troviamo di fronte agli autori e ai sostenitori del genocidio. È evidente che l’opinione pubblica mondiale comprenda bene questa realtà e riconosca la legittimità dell’Iran di fronte al fronte del male. Le manifestazioni contro la guerra in diverse città del mondo testimoniano questa legittimità. A.L.: Alcuni analisti ritengono che Israele abbia ricattato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tramite i file di Epstein per trascinarlo in una guerra contro l’Iran. Qual è la sua opinione in merito? M.R.S.: L’emergere di tali ipotesi è coerente con i fatti e con le dinamiche in corso. Uno degli slogan elettorali dell’attuale presidente degli Stati Uniti era evitare la guerra e opporsi al coinvolgimento americano nei conflitti in Medio Oriente. Tuttavia, vediamo che gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’Iran, un grande Paese della regione, rimanendo impantanati nel conflitto. Inoltre, Trump aveva posto lo slogan “America First” al centro dei suoi programmi politici ed economici, mentre ora osserviamo che esso si è trasformato in “Israel First”. A.L.: Russia, Cina e i Paesi membri dei BRICS Plus stanno sostenendo Teheran? Questo sostegno è di tipo logistico, strategico o militare? M.R.S.: Negli ultimi anni, Russia e Cina hanno firmato accordi strategici a lungo termine con l’Iran. Questi due Paesi sono partner strategici dell’Iran e in passato vi sono state collaborazioni su diversi temi, inclusi quelli militari. È evidente che tali cooperazioni continuano. A.L.: Dal punto di vista geopolitico e anche spirituale, possiamo dire che l’Iran stia combattendo la “madre di tutte le battaglie” contro l’imperialismo genocida USA-Israele? Una lotta che non riguarda solo l’Asia occidentale ma il mondo intero? M.R.S.: Come già accennato, nella guerra attuale la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta una barriera contro l’egemonia dei soggetti più aggressivi, e ciò ha generato il sostegno dell’opinione pubblica globale alla resistenza iraniana. Il mondo ha visto i crimini del regime sionista e il pieno sostegno degli Stati Uniti al genocidio a Gaza. Anche dal punto di vista geopolitico, l’Iran ha sempre resistito al dominio nella regione, e l’attuale aggressione mira proprio a instaurare tale dominio, trovando però la resistenza iraniana. A.L.: Le persone comuni vedono l’Iran come una civiltà millenaria impegnata a combattere contro la barbarie occidentale, fatta di oppressione, guerre di saccheggio, 500 anni di genocidi e totalitarismo. Qui in Brasile è una percezione diffusa e abbastanza forte. M.R.S.: Un elemento fondamentale è la continuità storica della civiltà iraniana. Nel corso dei millenni, la cultura e la civiltà iraniana hanno resistito a diversi tipi di invasioni e aggressioni, rafforzando le proprie radici. Questa storia dimostra la capacità di resistenza contro le aggressioni esterne. L’aggressione attuale, che prende di mira personalità, abitazioni civili, scuole femminili e ospedali, non è diversa, dal nostro punto di vista, dalle invasioni mongole dei secoli passati. La risposta dell’Iran è la stessa: resistenza, e la civiltà iraniana sopravvivrà. A.L.: Lo stretto di Hormuz è l’elemento principale e il centro nevralgico della guerra in corso. Stati Uniti e Israele vogliono coinvolgere anche parte dell’Europa. M.R.S.: A causa delle condizioni imposte dall’aggressione americana e del regime sionista, il traffico marittimo nello stretto di Hormuz avviene in condizioni particolari. Lo stretto non è chiuso, ma nessun Paese costiero, incluso l’Iran, può permettere il libero passaggio di navi nemiche che rafforzino azioni ostili. Le nostre forze armate controllano il traffico, mentre i Paesi non coinvolti nell’aggressione possono transitare previa autorizzazione. Qualsiasi collaborazione con gli aggressori sarà oggetto di una risposta adeguata. A.L.: L’Occidente pagherà un prezzo economico ed energetico elevato per l’avventurismo militare USA-Israele. Quali sono le sue previsioni? M.R.S.: La situazione attuale va oltre un semplice conflitto regionale. Le azioni di Stati Uniti e Israele hanno reso l’intera regione instabile. Sebbene l’Iran non abbia mai chiuso lo stretto di Hormuz, il timore del conflitto ha scoraggiato il transito di petroliere e navi commerciali. In passato, l’Iran garantiva la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico, mentre la presenza militare americana ha aumentato l’insicurezza. Ciò ha generato una crisi nei mercati energetici globali, potenzialmente più grave di quelle del 1973, della rivoluzione iraniana del 1979 e dell’invasione del Kuwait del 1990. Le conseguenze economiche non resteranno limitate alla regione. Alcuni analisti parlano di uno “tsunami inflazionistico”. I prezzi di petrolio e gas sono già aumentati sensibilmente, e ulteriori attacchi contro l’Iran potrebbero spingerli ancora più in alto, con ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini in tutto il mondo. La stabilità economica dipende dalla fine delle aggressioni e dal rispetto del diritto internazionale. A.L.: L’Italia aveva ottimi rapporti con il mondo islamico, ma negli ultimi 25 anni è diventata un Paese le cui istituzioni sono islamofobiche, suprematiste e repressive verso i musulmani. Dal punto di vista geopolitico è suicida, oltreché illogico. Come lo spiega? M.R.S.: Iran e Italia hanno relazioni storiche e tradizionali di lunga data. Civiltà antiche, posizioni equilibrate e complementarità economica hanno rafforzato i legami tra Teheran e Roma. Tuttavia, le sanzioni illegittime contro l’Iran, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare e la loro violazione del diritto internazionale, insieme all’allineamento dell’Italia a tali politiche, hanno indebolito le relazioni bilaterali. Oggi potrebbe essere un momento decisivo per i Paesi europei, inclusa l’Italia, per adottare politiche indipendenti basate su interessi comuni, evitando escalation e instabilità. L’Europa affronta il più grande rischio per la sicurezza dalla Seconda guerra mondiale, a causa dell’unilateralismo americano e della politica “Israel First”. Evitare questo rischio richiede un impegno concreto per il diritto internazionale. A.L.: Israele starebbe censurando le informazioni sui bombardamenti iraniani. Non è contraddittorio per un Paese che si definisce l’unica “democrazia” del Medio Oriente? M.R.S.: Rivendicare la democrazia da parte di un regime con caratteristiche razziste e responsabile di uno dei peggiori genocidi recenti a Gaza è una tragica ironia. Ancora più grave è il sostegno occidentale. Tuttavia, non è possibile ingannare a lungo l’opinione pubblica mondiale: chi cerca la verità riconosce la censura mediatica e le perdite subite dal regime sionista. La capacità difensiva dell’Iran ha inflitto danni significativi. A.L.: I Paesi arabi della regione, nati dagli accordi coloniali Sykes-Picot e sede di basi americane, appaiono più fragili rispetto all’Iran. Verrà disegnata una nuova mappa dell’Asia occidentale? M.R.S.: L’Iran rispetta l’integrità territoriale dei Paesi vicini e punta a rafforzare la cooperazione regionale. Negli ultimi anni, ha dimostrato questo impegno attraverso il miglioramento delle relazioni bilaterali. Rimane fedele al principio di buon vicinato, e le sue azioni militari sono rivolte contro le forze americane considerate aggressori presenti nella regione. A.L.: L’Occidente, in generale, non ha una reale comprensione dell’Islam e in particolare dello sciismo. Il concetto di martirio, che anche nel primo cristianesimo aveva un significato molto profondo, è un elemento centrale nel pensiero filosofico-religioso e anche militare. Può spiegare questo aspetto? M.R.S.: Una delle ragioni della situazione attuale nelle relazioni internazionali è la mancanza di attenzione verso la spiritualità e i valori umani, che ha portato gli Stati Uniti e i loro alleati a perseguire politiche di dominio. In contrasto con questa situazione, il concetto di martirio nello sciismo ha mantenuto un ruolo centrale nella Repubblica Islamica dell’Iran in quanto Paese legato ai valori spirituali. Il concetto di martirio propone l’idea che perdere la vita nel perseguimento dei valori e delle cose sacre rappresenti di per sé una vittoria. Questo è stato dimostrato dai nostri leader e dal nostro popolo durante questa guerra: essi sacrificano la propria vita per difendere i valori religiosi e nazionali e per resistere al dominio. A.L.: Nonostante tutti gli sforzi di Israele e degli Stati Uniti per creare una “rivoluzione colorata” o un cambio di regime, l’unità nazionale dell’Iran resta solida. Come spiegherebbe questo fenomeno a un pubblico occidentale? M.R.S.: Questo è uno degli effetti e delle manifestazioni dell’essere un’antica  civiltà. Gli Stati Uniti e il regime sionista non comprendono questo aspetto, e ciò ha portato a errori di calcolo. Il popolo iraniano, pur avendo opinioni diverse su alcune questioni, in vari momenti storici si è sempre unito di fronte a qualsiasi aggressione esterna, mantenendo coesione e unità. L’unità e la solidarietà contro l’aggressione di Saddam Hussein, durante la guerra dei 12 giorni e nell’attuale aggressione, sono esempi di questo fenomeno nella storia contemporanea.
March 25, 2026
InfoPal
31 marzo, Cesena: presentazione delle tre “Giornate abolizioniste” (a Bologna, dal 10 al 12 aprile)
Riceviamo e diffondiamo: Militarizzazione, criminalizzazione, violenza, razzismo e un’economia di guerra dettata da interessi imperialisti e coloniali minano alla radice le nostre esistenze e il significato stesso delle parole libertà e solidarietà. Di fronte alla crescente morsa repressiva e coercitiva dello stato sui nostri corpi e sulle nostre vite, sentiamo la necessità di incontrarci per costruire insieme percorsi di lotta e di resistenza collettivi. Venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 aprile, in occasione della visita a Bologna di attivistx internazionali tra cui Ruthie e Craig Gilmore, stiamo organizzando delle giornate dedicate alle lotte abolizioniste contro carcere, repressione e tutte le gabbie che ci opprimono. L’abolizionismo per noi è un progetto politico rivoluzionario, che prevede lo smantellamento di tutte le istituzioni, le forme e le figure della violenza e della cultura suprematista cis-etero patriarcale: dal regime carcerario alle frontiere, dalla polizia agli eserciti, dal controllo sociale alla criminalizzazione del dissenso. Costruire comunità, cura collettiva, autodeterminazione di persone e popoli, libertà di movimento è al centro delle nostre lotte. Abbiamo immaginato tre giornate di incontri, assemblee, laboratori e momenti di discussione e confronto collettivo: non per riformare l’esistente ma per costruire assieme alternative radicali per cambiare tutto. Per far questo, ci piacerebbe confrontarci con voi attorno a alcune domande che abbiamo elaborato e che saranno al centro delle assemblee di sabato e domenica: ·    Cosa aggiunge la prospettiva abolizionista alle nostre lotte? ·    In che modo il punitivismo e la carceralità entrano nei nostri movimenti e nelle nostre pratiche di lotta e auto-organizzazione? Quali problemi e contraddizioni ci troviamo ad affrontare? ·    Come possiamo pensare l’intersezionalità delle nostre lotte e quali strategie possiamo adottare per amplificare queste intersezioni e connessioni nel breve, medio e lungo termine? Per organizzare al meglio le assemblee e programmare gli interventi, almeno quelli iniziali, vi chiediamo per favore di darci conferma della vostra partecipazione, anche solo a una parte dell’iniziativa, rispondendo a questa email. La partecipazione è prevista solo in presenza. Sotto vi copiamo il programma generale delle tre giornate, con indicazioni di luoghi e orari. Per qualunque richiesta o informazione scriveteci a: giornateabolizionistebo@canaglie.org. Potete seguirci anche qui: https://www.instagram.com/p/DV5r1aBiHHY/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA== Programma: venerdì 10 aprile – Vag: 17.30 – chiacchera con Ruthie e Craig Gilmore sabato 11 aprile – Lazzaretto occupato: 09:30 – assemblea di apertura delle giornate 12:00 pranzo solidale 14:00 – assemblea pomeridiana domenica  12 aprile – Scipione dal ferro 10:30 – laboratori 13:00 pranzo solidale 15:00 – assemblea di chiusura delle giornate
March 25, 2026
il Rovescio
Esclusiva: i giudici scagionano Karim Khan della Corte Penale Internazionale dalle accuse di molestie sessuali
di Sondos Asem,  Middle East Eye, 21 marzo 2026.     Il collegio nominato dall’organo direttivo della Corte Penale Internazionale afferma che l’indagine delle Nazioni Unite non ha accertato alcuna «condotta scorretta o violazione dei doveri» da parte del Procuratore Capo. Karim Khan, Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale (AFP/foto d’archivio) Karim Khan, Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, è stato scagionato da ogni accusa da una commissione di giudici nominata per riesaminare i risultati di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di molestie sessuali a suo carico, come rivela in esclusiva Middle East Eye. Il rapporto altamente riservato della commissione composta da tre giudici è stato presentato il 9 marzo all’organo di supervisione esecutivo della CPI, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP). Non sarà reso pubblico e non è stato visionato dalla maggioranza dei 125 stati membri della Corte. Da dicembre, i giudici, nominati dall’ASP, hanno esaminato un rapporto esterno di accertamento dei fatti condotto dall’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS) sulle accuse contro Khan, che si sono svolte parallelamente agli sforzi del suo ufficio per portare avanti un’indagine per crimini di guerra contro funzionari israeliani in relazione alla guerra a Gaza. Il ruolo del comitato è stato quello di fornire consulenza legale indipendente all’ufficio, sulla base dei fatti presentati nel rapporto dell’OIOS, per stabilire se Khan, che ha strenuamente negato tutte le accuse, abbia commesso una grave negligenza, una negligenza meno grave o nessuna negligenza. La conclusione unanime dei giudici è che i risultati del rapporto «non dimostrano alcuna condotta scorretta o violazione dei doveri», secondo due fonti diplomatiche che hanno letto il rapporto e altre due fonti diplomatiche informate al riguardo. «Il comitato è unanimemente dell’opinione che i risultati fattuali dell’OIOS non dimostrino una condotta scorretta o una violazione dei doveri ai sensi del quadro di riferimento pertinente», ha concluso il rapporto del comitato, secondo le fonti. Le conclusioni del comitato rappresentano uno sviluppo significativo nell’indagine sulla condotta sessuale scorretta, che ha lasciato la Corte in uno stato di limbo senza precedenti da quando Khan si è preso un congedo volontario lo scorso anno, tra l’incertezza sul suo futuro e le fughe di notizie ai media sulle accuse a suo carico. L’Ufficio si è riunito lunedì per discutere la propria risposta al rapporto giudiziario, ma non ha ancora raggiunto un consenso sulla questione. Secondo le regole della stessa Corte Penale Internazionale (CPI), se l’Ufficio di presidenza concorda sul fatto che non sia stata commessa alcuna condotta scorretta, l’indagine dovrebbe essere chiusa. L’indagine dell’OIOS è stata commissionata dalla presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) nel novembre 2024 a seguito di notizie dei media secondo cui una componente dell’ufficio di Khan lo aveva accusato di violenza sessuale, e dopo che la denunciante si era rifiutata di collaborare con l’organo investigativo della stessa CPI. Khan è in congedo dallo scorso maggio in attesa dell’esito dell’indagine. I suoi vice procuratori hanno gestito l’ufficio in sua assenza. Per tre mesi, il collegio di giudici ha esaminato la relazione dell’OIOS di 150 pagine insieme a oltre 5.000 pagine di prove a sostegno. Inizialmente erano stati concessi 30 giorni per presentare la relazione. Tuttavia, l’Ufficio ha concesso loro diverse proroghe a causa dell’elevato volume di prove. I giudici hanno seguito il criterio del “oltre ogni ragionevole dubbio”, il più alto standard di prova nel diritto penale. L’ufficio ha 30 giorni dalla consegna della relazione del collegio per indicare la sua valutazione preliminare della presunta condotta scorretta. Khan ha poi 30 giorni per rispondere. L’ufficio ha quindi altri 30 giorni per prendere una decisione definitiva. Karim Khan ha rifiutato di commentare. MEE ha contattato l’ASP per un commento. Sanzioni e minacce Le accuse di cattiva condotta contro Khan sono emerse sullo sfondo degli sforzi del Procuratore di portare avanti un’indagine contro funzionari israeliani per presunti crimini di guerra commessi dalle forze israeliane a Gaza e in altri Territori Palestinesi occupati. Nel maggio 2024, Khan ha richiesto mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant, e la corte ha dovuto affrontare una feroce campagna da parte di Israele e dei suoi alleati, in primo luogo gli Stati Uniti, che hanno tentato di esercitare pressioni su di lui affinché abbandonasse l’indagine. Dal febbraio 2025, l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha imposto sanzioni finanziarie e sui visti a Khan, ai suoi due procuratori aggiunti, a sei giudici, alla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina e a tre ONG palestinesi in relazione all’indagine su Israele e Palestina. Gli Stati Uniti hanno anche minacciato sanzioni contro la stessa Corte, cosa che i funzionari della CPI considerano uno “scenario apocalittico”. I giudici della CPI stanno attualmente esaminando un ricorso israeliano contro la sua giurisdizione sulla situazione palestinese e una denuncia israeliana separata, presentata il 17 novembre, che mira a squalificare il Procuratore per presunta mancanza di imparzialità. MEE ha rivelato la scorsa estate che il 23 aprile 2024, mentre Khan si preparava a richiedere i mandati per Netanyahu e Gallant, l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron minacciò in una telefonata con il Procuratore che il Regno Unito avrebbe tagliato i fondi e si sarebbe ritirato dalla Corte Penale Internazionale se questa avesse emesso i mandati. A gennaio il ministero degli Esteri britannico ha confermato che una telefonata tra Cameron e Khan ha avuto luogo, ma ha rifiutato di commentare ulteriormente. Nel suo primo commento sulla questione, a dicembre Khan ha presentato una memoria alla camera d’appello della CPI in risposta a una richiesta israeliana di escluderlo dall’indagine e di ritirare i mandati, corroborando la precedente inchiesta di MEE, che aveva svelato molti dettagli degli sforzi per screditare Khan, inclusa la telefonata esplosiva di Cameron. La sua dichiarazione esponeva in dettaglio la cronologia degli eventi che hanno portato il suo ufficio a richiedere i mandati contro i due israeliani, nonché i leader di Hamas, il 20 maggio 2024, dopo mesi di quello che ha descritto come “un processo meticoloso” da parte del suo ufficio. Le accuse di cattiva condotta sessuale sono state rivelate per la prima volta a Khan in persona dai membri del suo team il 2 maggio 2024, lo stesso giorno in cui aveva in programma di annunciare i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant, secondo la cronologia degli eventi delineata nel documento. Israele sostiene che Khan abbia affrettato l’emissione dei mandati dopo essere stato informato delle accuse di cattiva condotta sessuale a suo carico. Ma la dichiarazione di Khan ha respinto la tesi di Israel, descrivendola come basata su «una nebbia di congetture orientate al risultato e di affermazioni fuorvianti o false» e su «un miasma di resoconti speculativi». https://www.middleeasteye.net/news/judges-clear-icc-prosecutor-karim-khan-sexual-misconduct Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 25, 2026
Assopace Palestina
Uniti in tempo di guerra: voci di resistenza a Tel Aviv
Nel cuore di Tel Aviv, centinaia di ebrei e palestinesi si sono riuniti in piazza Habima per lanciare un messaggio che raramente si sente in tempi di escalation del conflitto: il ciclo della guerra deve finire. Organizzata da Standing Together e guidata dal suo codirettore nazionale Alon-Lee Green, la manifestazione ha riunito voci che rifiutano un futuro segnato dalla violenza ricorrente — da Gaza al Libano, dall’Iran alla Cisgiordania. In un momento in cui le prospettive dissenzienti sono spesso emarginate, questa mobilitazione segnala una crescente determinazione della base a sfidare la logica della “guerra eterna” e a costruire un’alternativa radicata nell’umanità condivisa, nel coraggio e nell’azione collettiva. Ecco il messaggio: > Centinaia di persone si sono radunate in Piazza Habima a Tel Aviv per chiedere > la fine della “guerra eterna” del nostro governo, per dire no a questa realtà > di guerra dopo guerra – in Iran, Libano, Gaza e all’occupazione sempre più > profonda in Cisgiordania. Il nostro governo vuole che stiamo zitti mentre > gioca con le nostre vite e con quelle di milioni di persone nella regione, ma > la protesta ha dimostrato che meritiamo di meglio e che siamo pronti ad agire. > Vi preghiamo di considerare la possibilità di sostenere la nostra lotta contro > lo spargimento di sangue senza fine: > > Soprattutto in tempi di guerra, il nostro governo e persino i media mainstream > mettono a tacere le voci contrarie. La nostra protesta è un primo passo > importante per rompere lo status quo, mentre rafforziamo l’appello a porre > fine alla guerra. Ci stiamo preparando per una grande manifestazione nel fine > settimana insieme a una coalizione di organizzazioni; stiamo affiggendo > manifesti contro la guerra in tutto il Paese; e stiamo lanciando una campagna > sui social media per opporci a questa realtà sanguinosa. > > Questa è la seconda guerra con l’Iran, la quarta con il Libano e l’ottava con > Gaza, oltre alle uccisioni e alle distruzioni quotidiane in Cisgiordania. > Sappiamo che una guerra senza fine non può portarci sicurezza; al contrario, > ci riporta esattamente al punto di partenza, solo con più morti. A noi, ebrei > e palestinesi, il nostro governo estremista chiede di pagare un prezzo > impossibile. Ancora e ancora. > > Questa settimana, mentre i missili iraniani cadevano sui civili nelle città di > Arad e Dimona, nel sud di Israele, e poche ore dopo a Tel Aviv, ferendo oltre > 100 persone, ho provato allo stesso tempo un profondo dolore per tutti noi su > questa terra e una determinazione più forte che mai a continuare a costruire > il nostro movimento di base in una forza sempre più grande per il cambiamento > politico. Questa è la nostra missione. Sì, anche e soprattutto ora, è nostra > responsabilità affrontare questa realtà con coraggio e strategia. > > In solidarietà, > > Alon-Lee Green > > Co-direttore nazionale, Standing Together -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID Pressenza New York
March 25, 2026
Pressenza
Case pubbliche e disuguaglianze: quando il diritto non basta più
Nel dibattito sull’edilizia residenziale pubblica si continua spesso a parlare come se il problema fosse interno al sistema: graduatorie, requisiti, controlli, subentri. Ma questa è solo una parte della storia. E forse nemmeno la più importante. Il punto è che oggi l’ERP si trova a operare dentro un contesto profondamente cambiato. Il recente rapporto della Banca d’Italia sulla Campania restituisce un quadro chiaro: la crescita economica esiste, ma è fragile, diseguale, incapace di ridurre davvero le distanze sociali. Il lavoro resta precario, i redditi stagnano e l’accesso al mercato abitativo è sempre più difficile. È in questo spazio che l’edilizia residenziale pubblica torna ad assumere un ruolo centrale. Non come residuo del passato, ma come uno degli ultimi strumenti concreti di riequilibrio sociale. Eppure, proprio mentre il bisogno aumenta, il sistema continua a funzionare secondo logiche costruite per un contesto diverso. La giurisprudenza più recente lo dice con chiarezza: il bisogno abitativo, da solo, non è sufficiente a fondare un diritto al subentro o alla permanenza nell’alloggio. È un principio giuridicamente corretto, necessario per evitare che l’ERP si trasformi in una sanatoria permanente delle occupazioni o in un sistema privo di regole. Ma è anche un principio che, letto dentro il contesto attuale, apre una domanda più ampia. Dire che il bisogno non basta è giuridicamente corretto. Ma quando quel bisogno cresce, il limite non è più solo del diritto: è della capacità del sistema di rispondere. L’ERP nasce come funzione pubblica regolata: non distribuisce case, ma organizza l’accesso a una risorsa limitata secondo criteri di equità. Le graduatorie, i requisiti, i controlli servono a garantire che quella risorsa vada a chi ne ha più diritto, non a chi riesce ad arrivarci prima o con maggiore forza. Questo impianto, però, presuppone una condizione di fondo: che il sistema sia in grado, almeno in parte, di assorbire il bisogno. Quando questa condizione viene meno, le regole iniziano a essere percepite non come strumenti di equità, ma come barriere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Le occupazioni sine titulo non sono solo violazioni della legge. Sono anche il segnale di una domanda abitativa che non trova risposta. Allo stesso modo, il contenzioso crescente in materia di subentro non è solo una questione interpretativa: è il riflesso di una pressione sociale che si scarica sul sistema giuridico. La giurisprudenza, in questo scenario, svolge una funzione necessaria ma limitata. Può stabilire quando un subentro è illegittimo. Può ribadire che il bisogno non sostituisce le regole. Ma non può risolvere il problema che genera quel contenzioso. E qui emerge una prima contraddizione. Si chiede al diritto di tenere insieme equità e legalità in un contesto in cui le politiche pubbliche non riescono più a garantire un equilibrio tra domanda e offerta. Il risultato è una tensione crescente: da un lato, la necessità di applicare le regole; dall’altro, la difficoltà di farlo senza produrre esclusione. In questo senso, la giurisprudenza più recente non va letta solo come un limite, ma anche come un segnale. Quando i giudici affermano che il bisogno non basta, stanno implicitamente dicendo che il sistema non può essere corretto caso per caso. Che l’equità non può essere affidata alla singola decisione giudiziaria. Che esiste un livello – quello delle politiche pubbliche – che deve assumersi la responsabilità di intervenire. E invece questo livello resta spesso sullo sfondo. Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, un irrigidimento del sistema, che continua ad applicare regole pensate per un contesto meno critico. Dall’altro, una crescente delegittimazione di quelle stesse regole, percepite come incapaci di rispondere alla realtà. In mezzo, c’è l’ERP. Un sistema che continua a essere caricato di aspettative sempre maggiori, senza che vengano adeguati gli strumenti per sostenerle. Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva. Perché l’edilizia residenziale pubblica non è solo una politica settoriale. È uno degli ambiti in cui si misura la capacità delle istituzioni di rendere effettivi i diritti sociali. Non in astratto, ma nella loro dimensione più concreta: quella dell’abitare. Quando il diritto alla casa resta formalmente riconosciuto ma sostanzialmente inaccessibile, il problema non è solo sociale. È istituzionale. Significa che il sistema delle regole continua a funzionare, ma si allontana dalla realtà che dovrebbe governare. E allora la domanda non può più essere solo: è legittimo questo subentro? La domanda diventa più radicale: il sistema è ancora in grado di garantire l’equità che promette? Se la risposta è incerta, il rischio è che il conflitto si sposti sempre di più dal piano amministrativo a quello giudiziario, e da lì a quello sociale. Per evitarlo, serve un cambio di prospettiva. Non si tratta di indebolire le regole. Al contrario, si tratta di rafforzare la capacità del sistema di renderle sostenibili. Questo significa investimenti, aggiornamento delle politiche abitative, revisione degli strumenti di accesso, ma soprattutto una presa d’atto: il bisogno abitativo non è un’emergenza temporanea, è una condizione strutturale. Continuare a trattarlo come un’eccezione significa spostare il problema, non risolverlo. La giurisprudenza, nel suo perimetro, continuerà a fare il proprio lavoro: garantire coerenza, evitare scorciatoie, tutelare l’equità formale. Ma se non si interviene sul piano delle politiche pubbliche, quella coerenza rischia di trasformarsi, nel tempo, in distanza. E una distanza troppo ampia tra diritto e realtà è sempre un problema. Non solo per chi resta fuori dal sistema, ma per il sistema stesso. Perché un diritto che non riesce più a intercettare il bisogno finisce, prima o poi, per essere messo in discussione. Redazione Napoli
March 25, 2026
Pressenza
Clapton CFC: una storia di calcio popolare
Una maglietta misteriosa è emersa dalla collezione del club popolare di Londra: un logo in ricordo dello sciopero dei minatori del 1984/85 (promosso dal sindacato National Union of Miners contro la decisione del governo di Margaret Thatcher di chiudere una ventina di miniere in tutto il Regno Unito, lasciando senza lavoro 20.000 persone) e la scritta “Sandinista”. di Valerio Moggia
Intervista all’ambasciatore dell’Iran a Roma, S.E. Mohammad Reza Sabouri: “Siamo l’unica forza rimasta a contrastare l’egemonia dei malvagi e dei seguaci di Epstein”
A cura di Angela Lano. Abbiamo intervistato l’ambasciatore dell’Iran a Roma, Sua Eccellenza Mohammad Reza Sabouri, sulla guerra non provocata contro Tehran da parte della Classe/Coalizione Epstein e dei suoi epigoni in tutto l’Occidente, Italia compresa. Angela Lano: Gli occhi del mondo sono puntati sulla guerra della “coalizione di Epstein” contro l’Iran e sulla reazione dell’Iran. Come valuta questa attenzione internazionale verso ciò che sta accadendo? S.E. Mohammad Reza Sabouri: L’Iran è oggi l’unica forza rimasta a contrastare l’espansione del male. Non è uno slogan: nella pratica, l’Iran rappresenta una barriera contro l’egemonia degli individui più malvagi e dei seguaci di Epstein. Ci troviamo di fronte agli autori e ai sostenitori del genocidio. È evidente che l’opinione pubblica mondiale comprenda bene questa realtà e riconosca la legittimità dell’Iran di fronte al fronte del male. Le manifestazioni contro la guerra in diverse città del mondo testimoniano questa legittimità. A.L.: Alcuni analisti ritengono che Israele abbia ricattato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tramite i file di Epstein per trascinarlo in una guerra contro l’Iran. Qual è la sua opinione in merito? M.R.S.: L’emergere di tali ipotesi è coerente con i fatti e con le dinamiche in corso. Uno degli slogan elettorali dell’attuale presidente degli Stati Uniti era evitare la guerra e opporsi al coinvolgimento americano nei conflitti in Medio Oriente. Tuttavia, vediamo che gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’Iran, un grande Paese della regione, rimanendo impantanati nel conflitto. Inoltre, Trump aveva posto lo slogan “America First” al centro dei suoi programmi politici ed economici, mentre ora osserviamo che esso si è trasformato in “Israel First”. A.L.: Russia, Cina e i Paesi membri dei BRICS Plus stanno sostenendo Teheran? Questo sostegno è di tipo logistico, strategico o militare? M.R.S.: Negli ultimi anni, Russia e Cina hanno firmato accordi strategici a lungo termine con l’Iran. Questi due Paesi sono partner strategici dell’Iran e in passato vi sono state collaborazioni su diversi temi, inclusi quelli militari. È evidente che tali cooperazioni continuano. A.L.: Dal punto di vista geopolitico e anche spirituale, possiamo dire che l’Iran stia combattendo la “madre di tutte le battaglie” contro l’imperialismo genocida USA-Israele? Una lotta che non riguarda solo l’Asia occidentale ma il mondo intero? M.R.S.: Come già accennato, nella guerra attuale la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta una barriera contro l’egemonia dei soggetti più aggressivi, e ciò ha generato il sostegno dell’opinione pubblica globale alla resistenza iraniana. Il mondo ha visto i crimini del regime sionista e il pieno sostegno degli Stati Uniti al genocidio a Gaza. Anche dal punto di vista geopolitico, l’Iran ha sempre resistito al dominio nella regione, e l’attuale aggressione mira proprio a instaurare tale dominio, trovando però la resistenza iraniana. A.L.: Le persone comuni vedono l’Iran come una civiltà millenaria impegnata a combattere contro la barbarie occidentale, fatta di oppressione, guerre di saccheggio, 500 anni di genocidi e totalitarismo. Qui in Brasile è una percezione diffusa e abbastanza forte. M.R.S.: Un elemento fondamentale è la continuità storica della civiltà iraniana. Nel corso dei millenni, la cultura e la civiltà iraniana hanno resistito a diversi tipi di invasioni e aggressioni, rafforzando le proprie radici. Questa storia dimostra la capacità di resistenza contro le aggressioni esterne. L’aggressione attuale, che prende di mira personalità, abitazioni civili, scuole femminili e ospedali, non è diversa, dal nostro punto di vista, dalle invasioni mongole dei secoli passati. La risposta dell’Iran è la stessa: resistenza, e la civiltà iraniana sopravvivrà. A.L.: Lo stretto di Hormuz è l’elemento principale e il centro nevralgico della guerra in corso. Stati Uniti e Israele vogliono coinvolgere anche parte dell’Europa. M.R.S.: A causa delle condizioni imposte dall’aggressione americana e del regime sionista, il traffico marittimo nello stretto di Hormuz avviene in condizioni particolari. Lo stretto non è chiuso, ma nessun Paese costiero, incluso l’Iran, può permettere il libero passaggio di navi nemiche che rafforzino azioni ostili. Le nostre forze armate controllano il traffico, mentre i Paesi non coinvolti nell’aggressione possono transitare previa autorizzazione. Qualsiasi collaborazione con gli aggressori sarà oggetto di una risposta adeguata. A.L.: L’Occidente pagherà un prezzo economico ed energetico elevato per l’avventurismo militare USA-Israele. Quali sono le sue previsioni? M.R.S.: La situazione attuale va oltre un semplice conflitto regionale. Le azioni di Stati Uniti e Israele hanno reso l’intera regione instabile. Sebbene l’Iran non abbia mai chiuso lo stretto di Hormuz, il timore del conflitto ha scoraggiato il transito di petroliere e navi commerciali. In passato, l’Iran garantiva la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico, mentre la presenza militare americana ha aumentato l’insicurezza. Ciò ha generato una crisi nei mercati energetici globali, potenzialmente più grave di quelle del 1973, della rivoluzione iraniana del 1979 e dell’invasione del Kuwait del 1990. Le conseguenze economiche non resteranno limitate alla regione. Alcuni analisti parlano di uno “tsunami inflazionistico”. I prezzi di petrolio e gas sono già aumentati sensibilmente, e ulteriori attacchi contro l’Iran potrebbero spingerli ancora più in alto, con ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini in tutto il mondo. La stabilità economica dipende dalla fine delle aggressioni e dal rispetto del diritto internazionale. A.L.: L’Italia aveva ottimi rapporti con il mondo islamico, ma negli ultimi 25 anni è diventata un Paese le cui istituzioni sono islamofobiche, suprematiste e repressive verso i musulmani. Dal punto di vista geopolitico è suicida, oltreché illogico. Come lo spiega? M.R.S.: Iran e Italia hanno relazioni storiche e tradizionali di lunga data. Civiltà antiche, posizioni equilibrate e complementarità economica hanno rafforzato i legami tra Teheran e Roma. Tuttavia, le sanzioni illegittime contro l’Iran, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare e la loro violazione del diritto internazionale, insieme all’allineamento dell’Italia a tali politiche, hanno indebolito le relazioni bilaterali. Oggi potrebbe essere un momento decisivo per i Paesi europei, inclusa l’Italia, per adottare politiche indipendenti basate su interessi comuni, evitando escalation e instabilità. L’Europa affronta il più grande rischio per la sicurezza dalla Seconda guerra mondiale, a causa dell’unilateralismo americano e della politica “Israel First”. Evitare questo rischio richiede un impegno concreto per il diritto internazionale. A.L.: Israele starebbe censurando le informazioni sui bombardamenti iraniani. Non è contraddittorio per un Paese che si definisce l’unica “democrazia” del Medio Oriente? M.R.S.: Rivendicare la democrazia da parte di un regime con caratteristiche razziste e responsabile di uno dei peggiori genocidi recenti a Gaza è una tragica ironia. Ancora più grave è il sostegno occidentale. Tuttavia, non è possibile ingannare a lungo l’opinione pubblica mondiale: chi cerca la verità riconosce la censura mediatica e le perdite subite dal regime sionista. La capacità difensiva dell’Iran ha inflitto danni significativi. A.L.: I Paesi arabi della regione, nati dagli accordi coloniali Sykes-Picot e sede di basi americane, appaiono più fragili rispetto all’Iran. Verrà disegnata una nuova mappa dell’Asia occidentale? M.R.S.: L’Iran rispetta l’integrità territoriale dei Paesi vicini e punta a rafforzare la cooperazione regionale. Negli ultimi anni, ha dimostrato questo impegno attraverso il miglioramento delle relazioni bilaterali. Rimane fedele al principio di buon vicinato, e le sue azioni militari sono rivolte contro le forze americane considerate aggressori presenti nella regione. A.L.: L’Occidente, in generale, non ha una reale comprensione dell’Islam e in particolare dello sciismo. Il concetto di martirio, che anche nel primo cristianesimo aveva un significato molto profondo, è un elemento centrale nel pensiero filosofico-religioso e anche militare. Può spiegare questo aspetto? M.R.S.: Una delle ragioni della situazione attuale nelle relazioni internazionali è la mancanza di attenzione verso la spiritualità e i valori umani, che ha portato gli Stati Uniti e i loro alleati a perseguire politiche di dominio. In contrasto con questa situazione, il concetto di martirio nello sciismo ha mantenuto un ruolo centrale nella Repubblica Islamica dell’Iran in quanto Paese legato ai valori spirituali. Il concetto di martirio propone l’idea che perdere la vita nel perseguimento dei valori e delle cose sacre rappresenti di per sé una vittoria. Questo è stato dimostrato dai nostri leader e dal nostro popolo durante questa guerra: essi sacrificano la propria vita per difendere i valori religiosi e nazionali e per resistere al dominio. A.L.: Nonostante tutti gli sforzi di Israele e degli Stati Uniti per creare una “rivoluzione colorata” o un cambio di regime, l’unità nazionale dell’Iran resta solida. Come spiegherebbe questo fenomeno a un pubblico occidentale? M.R.S.: Questo è uno degli effetti e delle manifestazioni dell’essere un’antica  civiltà. Gli Stati Uniti e il regime sionista non comprendono questo aspetto, e ciò ha portato a errori di calcolo. Il popolo iraniano, pur avendo opinioni diverse su alcune questioni, in vari momenti storici si è sempre unito di fronte a qualsiasi aggressione esterna, mantenendo coesione e unità. L’unità e la solidarietà contro l’aggressione di Saddam Hussein, durante la guerra dei 12 giorni e nell’attuale aggressione, sono esempi di questo fenomeno nella storia contemporanea.
March 25, 2026
InfoPal

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