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Anche le scuole di Bruxelles contro il governo militarista. Serve un fronte europeo unito contro la guerra!
Il messaggio che arriva dalle facciate delle scuole di Bruxelles è di una chiarezza disarmante: “On veut 35h plus de profs, pas des F-35!” (Vogliamo le 35 ore e più prof, non gli F-35, scuole a St. Gilles, fonte: Alerte OTAN n°98 – 1er trimestre 2026″ p. 19). Questo slogan non è solo efficace, ma è il cuore politico di una mobilitazione che sta scuotendo il Belgio e che parla direttamente alla realtà italiana. Il bivio è tracciato: o si finanzia l’istruzione e il lavoro, o si finanzia la guerra. Tertium non datur. Nel 2025 in Belgio è giunto al potere il nuovo governo federale detto “Arizona“, una coalizione di destra e centro, che mette insieme nazionalisti fiamminghi, liberal-conservatori e cristiano-democratici, soprannominata così per i colori dei partiti che ricordano la bandiera dello Stato USA dell’Arizona. L’esecutivo è guidato da Bart De Wever, leader della Nuova Alleanza Fiamminga, e ha avviato un’agenda che combina agenda neoliberale (tagli alla spesa sociale, riforme del lavoro e delle pensioni) e svolta securitaria, con l’obiettivo di portare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2029 in perfetta obbedienza alla NATO. Per raggiungere questi obiettivi, i sindacati descrivono misure dure che colpiscono pensioni, salari, condizioni di lavoro e servizi essenziali, spingendo milioni di lavoratori e studenti alla mobilitazione. La protesta di massa è culminata in scioperi su scala nazionale e in cortei di centinaia di migliaia di persone, come quello del 14 ottobre 2025 in cui la capitale belga è stata invasa da 140.000 persone che denunciano un governo disposto a impoverire la vita quotidiana per arricchire le spese militari e privatizzare la protezione sociale. Verso la fine di novembre 2025, i principali sindacati belgi hanno lanciato una ondata di scioperi nazionale di tre giorni contro le politiche di austerità e gli attacchi ai diritti sociali promossi dall’esecutivo “Arizona”. Su tre giorni, servizi pubblici e trasporti sono stati paralizzati a livelli tali da mettere in ginocchio il paese: treni con servizi fortemente ridotti, scuole e asili chiusi, sanità e raccolta rifiuti coinvolti nello sciopero, e aeroporti principali come Bruxelles-Zaventem e Charleroi hanno cancellato tutti i voli in partenza e arrivo. L’azione di fine novembre è stata pensata come un’escalation rispetto alle proteste precedenti, e ha riportato al centro dello scontro la frattura tra un governo che insiste sulle misure antisociali e i lavoratori che reclamano dignità, salari adeguati, tutela dei diritti e pieno finanziamento dei servizi pubblici. Queste giornate di sciopero non sono un episodio isolato: i sindacati hanno articolato un piano di mobilitazioni che comprende agitazioni settoriali e manifestazioni rotanti per tutto il primo trimestre del 2026. In questo quadro si inserisce anche la scelta di aumentare sensibilmente la spesa militare con programmi di acquisto di caccia F-35A, droni MQ-9B e sistemi di difesa NASAMS, oltre al rilancio di un servizio militare volontario. Questa politica, secondo l’analisi dello storico Anton Jäger, non affronta la disuguaglianza sociale né risponde alle esigenze reali di giovani e lavoratori, ma trasferisce potere e risorse verso un complesso militare-industriale e le sue pressioni politiche. Anche in Italia la legge di bilancio 2026 prosegue sulla stessa traiettoria: mentre per Scuola e Università si lasciano le briciole – appena sufficienti a coprire rinnovi contrattuali già erosi dall’inflazione – la spesa per la Difesa continua la sua ascesa strutturale. L’insieme di tagli e compressione dei servizi pubblici contribuisce ad aggravare precarietà, insicurezza lavorativa e fratture sociali, alimentando una narrazione secondo cui “missili e cannoni sono essenziali” mentre scuole e ospedali devono adattarsi ai vincoli di bilancio. La militarizzazione non è solo una questione di bilanci, ma di egemonia culturale. Se in Belgio il governo propone il ritorno di un servizio militare volontario per creare una riserva di 20.000 giovani, in Italia assistiamo alla proliferazione di protocolli tra il Ministero della Difesa e gli atenei. L’orientamento scolastico e i percorsi STEM vengono sempre più piegati alle esigenze dell’industria bellica e delle forze armate. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università l’esperienza belga offre lezioni preziose: quando lavoratori, studenti e sindacati si uniscono attorno a rivendicazioni condivise contro austerità e riarmo, si incrina il mito che l’aumento delle spese militari sia inevitabile o neutrale. Collegare queste lotte a quelle italiane significa dare forza a una mobilitazione transnazionale capace di opporsi alla svendita dell’istruzione e del welfare in nome degli interessi militari e geopolitici, perché ogni euro destinato a un caccia F-35 è un euro sottratto alla manutenzione di un’aula o allo stipendio di un ricercatore. Non nel nostro nome, non con i nostri soldi, non sui nostri banchi. Uniti in una lotta che sappia rompere il ricatto tra spese militari e diritti sociali, possiamo rivendicare una comunità educativa e sociale fondata sui bisogni di chi studia, lavora e vive ogni giorno nella Scuola e nell’Università.  SOLIDARIETÀ TOTALE ALLE SCUOLE E AI LAVORATORI IN LOTTA IN BELGIO E IN TUTTI I PAESI EUROPEI! Rosanna Rizzi -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali.Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e … Leggi tutto "Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo"
February 20, 2026
Rifiuti
Foggia, il Coordinamento Capitanata per la pace chiama a raccolta il territorio: Prima Assemblea generale
GLI OBIETTIVI Dopo quattro anni di impegno costante sul territorio, che hanno visto la realizzazione di circa 50 iniziative tra manifestazioni, dibattiti e momenti di sensibilizzazione, il movimento pacifista della Capitanata sente il bisogno di un più attivo coinvolgimento di ciascuno e ciascuna e di costruire un’agenda politica sempre più condivisa. Domenica 22 febbraio, dalle ore 9:45 presso la Comunità Emmaus (Via Manfredonia, km. 8 – località Torre Guiducci) si terrà la prima Assemblea del Coordinamento provinciale Capitanata per la pace, che è nato e cresciuto come insieme di donne e di uomini “desiderosi di pace” e come realtà laica e apartitica che ha sempre fatto del confronto aperto la sua peculiarità ed anche, crediamo, la sua forza. Una giornata per trasformare l’energia virtuale della chat, nata con 40 iscritti e cresciuta fino a raggiungere stabilmente circa 180 partecipanti, in un luogo di condivisione di valori, progettazione e azione politica. L’evento vuole essere molto più di un semplice ritrovo. Sarà un’occasione preziosa per “conoscerci o conoscerci meglio – nelle nostre identità plurime, come sottolineano gli organizzatori – per confrontarci su nodi cruciali del nostro agire in un momento storico particolarmente drammatico. Vogliamo trasformare un elenco di contatti sempre più in una comunità capace di incidere sul territorio.” IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA Il programma della giornata, denso e articolato, alternerà momenti di approfondimento culturale a laboratori e spazi di confronto diretto. La mattina (9:45 – 13:15) si aprirà con la presentazione della giornata e l’attività Abbracci di pace a cura di Pia Marcolivio (insegnante di biodanza), per introdurre i lavori all’insegna dell’accoglienza reciproca. Seguiranno il saluto di padre Franco Moscone, vescovo della Diocesi di Manfredonia, e un intervento video di F. Vignarca con spunti di riflessione sul Rapporto tra pacifisti e politica in Italia. Previsti dibattiti e gli interventi di Giuseppe La Porta sul tema Il pacifismo ed il suo agire e dei rappresentanti del “Monastero tibetano per la pace” di San Marco La Catola (FG). Nel pomeriggio (14:30 – 18:00), dopo la riflessione di Michele Paglia su Pacifismo e nonviolenza, l’assemblea proseguirà con la presentazione dei gruppi organizzati della provincia ed un momento di lavoro collettivo. I partecipanti si divideranno in gruppi per rispondere a una domanda chiave: Come rendere più efficace il nostro agire pacifista? La restituzione in plenaria e il dibattito finale serviranno a delineare proposte concrete e linee di programmazione future per il Coordinamento. L’INVITO L’invito è rivolto a tutte le pacifiste e i pacifisti della provincia. La partecipazione è aperta a chiunque voglia contribuire, nel rispetto dell’autonomia e della laicità che contraddistinguono il Coordinamento Capitanata per la Pace. Non sarà solo un evento, ma ci si augura l’inizio di un nuovo e più efficace cammino.   Coordinamento Capitanata per la Pace Redazione Italia
February 20, 2026
Pressenza
Limitazione degli spazi di democrazia e discriminazione degli interventi al Liceo Scientifico “Dini” di Pisa
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università di Pisa esprime la propria posizione in merito ai recenti e incomprensibili ostacoli frapposti alla partecipazione all’assemblea degli studenti e delle studentesse del Liceo Scientifico “Dini”. In primo luogo, desideriamo ringraziare sentitamente il Comitato Studentesco del Liceo “Dini” per averci invitato al fine di portare un contributo critico e documentato su temi di stringente attualità, come il Riarmo e i processi di militarizzazione che attraversano i nostri territori. Gli studenti e le studentesse, esercitando il diritto di assemblea garantito dal Testo Unico sulla Scuola, hanno espresso il bisogno di approfondire alcune tematiche, onorando con questo interesse la funzione educativa dell’istituzione scolastica. Dobbiamo, tuttavia, prendere atto con sconcerto della decisione del Consiglio d’Istituto, il quale ha scelto di operare una selezione arbitraria tra gli attivisti dell’Osservatorio disponibili a intervenire, decidendo chi potesse accedere ai locali scolastici e chi no. Riteniamo tale scelta una grave forma di discriminazione, in aperta violazione dell’Articolo 3 della Costituzione, che impone la pari dignità senza distinzione di opinioni politiche e condizioni personali. Questa “selezione dei relatori” appare come un atto di censura istituzionale inspiegabile, specialmente se confrontato con la recente “vicenda” riguardante Francesca Albanese, per la quale il Ministero aveva evitato ispezioni a questo Liceo proprio in virtù dell’autonomia decisionale del corpo studentesco. Limitare oggi tali spazi rappresenta non solo un pericoloso arretramento della democrazia scolastica, ma anche una chiara dichiarazione di resa di fronte alle pressioni politiche subite negli ultimi mesi dal corpo docente. L’Osservatorio è un comitato, forma associativa orizzontale fondata sulla libertà di partecipazione (Art. 18 Costituzione) il cui scopo è monitorare le iniziative di militarizzazione nelle scuole e nelle università, sensibilizzare e diffondere la cultura della pace, della nonviolenza e dell’antimilitarismo. La presenza di più relatori era finalizzata esclusivamente ad approfondire tematiche diverse in base alle specifiche competenze dei/delle volontari/e come si evince anche dalle pubblicazioni disponibili in rete. Dal momento che non esistono gerarchie tra i/le militanti ed essendo quella dell’Osservatorio un’attività volontaria e senza scopo di lucro, la scelta dei partecipanti si basa sulle disponibilità personali per garantire la massima qualità del contributo offerto. Imporre veti sui nomi dei relatori non solo lede la libertà di pensiero, ma ferisce mortalmente l’autonomia degli studenti e delle studentesse e la loro libertà di approfondimento. Una censura peraltro coerente con i processi di militarizzazione oggi in atto, nella società in generale e nella scuola con sempre maggiore frequenza. Alla luce di queste considerazioni non accettiamo l’invito alle condizioni imposte perché siffatta scelta sarebbe altamente diseducativa e lesiva della dignità degli studenti, delle studentesse e degli stessi aderenti all’Osservatorio. Attendiamo spiegazioni precise e formali da parte della Dirigenza e del Consiglio d’Istituto su questa scelta discriminatoria. Restiamo a completa disposizione delle studentesse e degli studenti per un incontro in qualunque spazio democratico, rammaricandoci profondamente del fatto che, oggi, la Scuola Pubblica sembra aver rinunciato a essere il luogo primario di tale confronto. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università  di Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Milano: «Scomodo» e un libro di Michele Gambino
di Giuliano Spagnul. Via Tofane a Milano, che affianca il Naviglio della Martesana, si trova in quella periferia a nord-est che ha visto “nel giro di pochi anni, quattro fiorenti borghi [diventare una] superaffollata zona 10”. Continuando a consultare questa vecchia ma, a mio parere, insuperata guida di Milano del 1983 (1) si legge che per spiegare questa trasformazione “alcuni
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Trapani Birgi base strategica degli aerei radar AWACS e dei droni AGS della NATO
La Sicilia in guerra raddoppia: dopo Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino. Martedì 3 febbraio 2026, dopo il fallimento dell’accordo per una “tregua” e la ripresa degli attacchi aerei russi contro le città ucraine, il sito specializzato ItalMilRadar ha tracciato la simultanea ed inedita missione d’intelligence, riconoscimento e sorveglianza (ISR) dello spazio aereo dell’Europa orientale e del Mar Nero da parte di due velivoli decollati dalla Sicilia. Nello specifico, un aereo radar E-3A “Sentry” AWACS della NATO (denominato in codice MAGICS), dopo aver lasciato la base di Trapani ha raggiunto la Polonia orientale per svolgere una lunga attività di monitoraggio dei cieli dell’Ucraina. Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B “Global Hawk” in dotazione all’US Air Force (denominazione FORTE) che si è poi posizionato in volo sul Mar Nero. “Insieme, i due velivoli segnano un netto passaggio dalla modalità standby al monitoraggio per una rinnovata consapevolezza della situazione in tutto il teatro delle operazioni militari”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “L’aereo E-3A “Sentry” della NATO era nella posizione ideale per monitorare l’attività aerea e le dinamiche di comando e controllo legate alle operazioni all’interno dell’Ucraina, mentre sorvolava all’interno dello spazio aereo NATO. Queste missioni non sono limitate all’osservazione passiva: l’E-3 fornisce un quadro aereo in tempo reale, traccia le attività dei velivoli e dei missili in volo e opera come nodo chiave per comprendere quanto accade nei periodi di elevata tensione”. Sempre ItaMilRadar ha rilevato che il drone RQ-4B “Global Hawk” dell’Aeronautica Militare USA è decollato da Sigonella per operare nell’area del Mar Nero dopo un’assenza di alcune settimane. “Le missioni di FORTE sul Mar Nero sono divenute di recente meno frequenti, mostrando una temporanea riduzione dell’escalation”, scrivono gli analisti. “Il suo ritorno, giorno 3 febbraio, suggerisce che i rinnovati attacchi russi sono stati immediatamente valutati assai più di un evento isolato”. “La combinazione di questi due assetti aerei è particolarmente significativo”, annota ItaMilRadar. “Mentre FORTE si focalizza su una persistente sorveglianza aerea in profondità dell’asse meridionale — monitorando le regioni costiere, i sistemi di difesa aerea e i modelli operativi — il velivolo radar E-3 lo completa fornendo un quadro aereo dinamico più vicino al confine orientale della NATO. Insieme, i due velivoli coprono sia la profondità strategica che l’immediato contesto dello spazio aereo del conflitto russo-ucraino”. In conclusione ItaMilRadar sottolinea quanto sia “cruciale” il tempismo della doppia missione di US Air Force e NATO. “L’attivazione quasi simultanea dell’E-3 AWACS dall’Italia e del drone FORTE sul Mar Nero indica fortemente che la tregua del fine settimana precedente era stata considerata da tutti come temporanea”, commentano gli analisti. “La postura operativa ISR della NATO sembra essere pronta a crescere rapidamente, anticipando la ripresa delle ostilità più che a reagire ad un’escalation a sorpresa”. (1) Gli AWACS a Birgi per rafforzare la postura NATO in Est Europa   I grandi aerei Boeing E-3A “Sentry” AWACS (Airborne Warning & Control System) della NATO sono stati rischierati a Trapani Birgi a partire della mattina del 18 dicembre 2025 per concorrere alle operazioni di comando, controllo, intelligence e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di guerra russo-ucraino. La decisione di trasferire in Sicilia alcuni dei velivoli dotati di radar a lungo raggio e sensori passivi capaci di rilevare contatti aerei o di superficie su grandi distanze è stata assunta dall’Alleanza Atlantica per rafforzare le attività di vigilanza nei rigidi mesi invernali nel Mediterraneo e in Europa orientale. “Da Trapani Birgi l’E-3A può supportare con maggiore efficienza i compiti di sorveglianza e comando e controllo in tutto il bacino mediterraneo, nei Balcani e nelle più lontane aree orientali di interesse, così come mantenere rapido accesso ai teatri operativi meridionali ed orientali della NATO”, spiegano ancora gli analisti di ItaMilRadar. “La location siciliana offre anche vantaggi logistici e minori tempi di transito in comparazione con le basi del Nord, consentendo ai velivoli di trascorrere meno tempo in volo”. “Il dislocamento si inserisce in uno schema ben consolidato”, annota ItaMilRadar. “L’Italia ha ripetutamente ospitato gli aerei AWACS della NATO durante i periodi di maggiore attività o con limiti stagionali, sottolineando il ruolo centrale di Roma all’interno dell’architettura di difesa aerea e missilistica e di intelligence dell’Alleanza. Poiché si intensificano le operazioni invernali, Trapani diviene ancora una volta un centro nevralgico delle capacità di preavviso e pronto intervento aereo della NATO, assicurando prontezza operativa in tempi critici per la sicurezza regionale”. (2) La prima operazione dallo scalo siciliano è stata lanciata la sera di sabato 20 dicembre, alle ore 20.30: un E-3A “Sentry” identificato con il codice NATO05 (registrazione LX-90448), dopo la partenza da Trapani ha puntato in direzione nord-est attraversando l’Italia e l’Europa centrale per poi raggiungere lo spazio aereo della Polonia. Sui cieli polacchi l’aereo ha svolto una lunga missione di nove ore, svolgendo una rotta di volo tipica di un mezzo militare predisposto allo svolgimento di missioni di preallarme e comando e controllo. “Il tempo di sorvolo sulla Polona indica che si è trattato di una missione focalizzata sul mantenimento della consapevolezza situazionale in una delle aree più sensibili della NATO”, ha spiegato ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della guerra in Ucraina, la Polonia è divenuta una pietra angolare del Fianco orientale dell’Alleanza, quale hub logistico e come paese in prima linea confinante con l’area più estesa di confronto con la Russia”. “Ciò che distingue la missione del 20 dicembre è la scelta della base operativa”, aggiungono gli analisti. “Lanciare una sortita così lunga da Trapani sottolinea come il sud Italia sia sempre più impiegato come hub strategico che come semplice avamposto mediterraneo. Dalla Sicilia, gli AWACS NATO possono raggiungere l’Europa orientale mentre beneficiano di più stabili condizioni climatiche e di una minore congestione del traffico aereo in comparazione con le basi settentrionali, specialmente durante i mesi invernali. Ciò accresce sia la flessibilità operativa che l’efficienza delle missioni”.    Nei giorni precedenti alla missione dell’aereo radar decollato da Trapani verso la Polonia, nei cieli dell’Europa orientale si era registrato un intenso traffico di velivoli con e senza pilota delle forze aeree dei paesi membri dell’Alleanza, specie in quelli confinanti con l’Ucraina. In particolare erano stati monitorati i voli verso il Mar Nero dei grandi aerei ISR “Poseidon 8A” di US Navy e dei droni “Global Hawk” di US Air Force, tutti operativi dalla Stazione aeronavale siciliana di Sigonella. “La NATO sta continuando a generare un flusso costante di missioni lungo le proprie frontiere orientali”, spiega ItaMilRadar. “Il volo di nove ore da Trapani si adatta perfettamente a questo schema, evidenziando come l’Alleanza sia in grado di proiettare la copertura aerea persistente delle operazioni di comando e controllo sul Fianco Est anche quando opera a centinaia di chilometri di distanza. Più di una sortita di routine, la missione del velivolo AWACS è un modo di far presente, e Trapani in particolare, che esse restano un fattore chiave dell’architettura di sorveglianza aerea della NATO in un momento in cui il monitoraggio dell’Europa orientale resta una priorità strategica”. (3) Gli AWACS della NATO vengono impiegati in operazioni di sorveglianza e riconoscimento sul fronte orientale a partire del marzo 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e l’escalation bellica in Donbass, nell’ambito delle misure adottate dall’Alleanza a supporto delle forze armate ucraine. Il ruolo dei velivoli radar NATO è ovviamente cresciuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. “Gli AWACS hanno condotto centinaia di voli per pattugliare i cieli lungo tutto il fianco orientale dell’Alleanza, incluso sul Mar Baltico e sul Mar Nero e hanno anche monitorato i cieli sull’Ucraina”, riporta l’ufficio stampa della NATO. “Durante questi voli gli AWACS sono stati in grado di monitorare gli aerei da guerra russi, individuare missili e osservare qualsiasi movimento delle unità navali, dei droni e dei carri armati. Queste attività consentono ai leader militari e politici dell’Alleanza di avere un quadro chiaro di ciò che sta accadendo in Ucraina e di poter osservare le minacce che interessano il territorio NATO”. (4)   A Birgi pure i grandi droni AGS della NATO A sancire le sempre più strette relazioni logistico-operative tra le due maggiori installazioni militari siciliane, c’è la decisione della NATO Intelligence, Surveillance and Reconnaissance Force (NISRF) di utilizzare lo scalo di Trapani Birgi come base di supporto dei nuovi droni RQ-4D “Phoenix” del sistema AGS (Alliance Ground Surveillance), il cui hub di comando e controllo è stato insediato proprio a Sigonella. L’AGS con i suoi cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Phoenix” consente alla NATO di condurre ricognizioni aeree autonome in qualsiasi condizione atmosferica, giorno e notte, in una vastissima aera geografica che comprende l’Europa, il nord Africa e il Mediterraneo orientale. Il primo rischieramento di un drone “Phoenix” AGS nella base trapanese risale al 10 dicembre 2024. “Ciò ha rappresentato un passo significativo nell’ampliamento della portata operativa e dell’adattabilità della NISR Force all’interno della cornice d’intelligence della NATO”, ha dichiarato il generale Andrew Clark, comandante della forza di sorveglianza interalleata. “Questo riuscito impiego a Trapani è una prova evidente dell’impegno e della professionalità del nostro personale e di quello del 37° Stormo dell’Aeronautica Militare italiana di stanza in questa installazione, nonché dei militari della forza AWACS NATO di Trapani. Espandendo la nostra presenza operativa, rafforziamo la nostra flessibilità nel fornire intelligence critica e supporto alle attività di sorveglianza della NATO e dei suoi stati membri, in qualsiasi momento e ovunque sia necessario”. Sempre secondo i massimi vertici della NISR Force, l’inclusione dello scalo di Trapani all’interno del proprio dispositivo di intelligence militare ha consentito il potenziamento delle funzioni e delle capacità operative. “La diversificazione delle basi consente a NISRF di svolgere ininterrottamente le attività di sorveglianza in tutte le regioni più critiche, via via che si evolvono le situazioni sul campo (…) L’uso di Trapani rende ancora più solide le missioni vitali ISR a supporto degli obiettivi collettivi alla sicurezza della NATO”. (5)   Una piattaforma avanzata per gli aerei radar AWACS Trapani Birgi è una delle basi operative avanzate (Forward Operations Bases) della NAEW&C (NATO Airborne Early Warning & Control) fin dalla sua costituzione nei primi anni Ottanta del secolo scorso. La NAEW&C è una delle forze di pronto intervento dell’Alleanza, insieme alla Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) e alla NATO Response Force (NRF). Il quartier generale della struttura di pronto allarme NATO è a Geilenkirchen, Germania. Le altre FOB sorgono ad Oerland (Norvegia), Aktion (Grecia) e Konya (Turchia). Complessivamente sono 17 i paesi membri NATO che contribuiscono al programma NAEW&C: Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Turchia, Ungheria e Stati Uniti d’America. Canada, Finlandia, Francia e Lituania assegnano proprio personale militare a supporto dei velivoli radar E-3A “Sentry” AWACS. Attualmente la flotta AWACS è composta da 14 aerei. Si tratta di velivoli modello Boeing 707 appositamente modificati con l’installazione di un’ampia antenna radar sulla fusoliera. Radar e relativi sensori sono in grado di tracciare ogni contatto terrestre e/o areo su larghe distanze. I sistemi di bordo possono intercettare, identificare e seguire gli aerei potenzialmente ostili che operano a basse altitudini ed assicurare le operazioni di comando e controllo degli aerei alleati. Gli apparati radar possono tracciare ed identificare simultaneamente i contatti navali, fornendo il coordinamento a supporto delle forze di superficie. Le informazioni raccolte dagli AWACS possono essere trasmesse direttamente – via link digitali –agli utenti che operano in ambienti terrestri, aerei e navali. Gli E-3A operano normalmente ad un’altitudine di circa 10 km.; ciò consente loro di monitorare costantemente uno spazio aereo con una copertura di oltre 312.000 km², individuando target fino a 520 km. o a 280 miglia nautiche di distanza. (6) Enfaticamente denominati gli occhi del cielo della NATO, gli E-3A AWACS conducono un ampio raggio di missioni: dalla sorveglianza aerea in tempo di pace, il supporto anti-terrorismo, gli interventi di evacuazione di personale militare e di vigilanza di embarghi, ecc., fino a tutte le missioni di guerra. Essi assicurano il comando e il controllo dei velivoli aerei e dei cacciabombardieri durante le loro operazioni ed esercitazioni; il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR); il controllo delle unità di difesa missilistica con base terrestre; il supporto alle operazioni navali dentro definite aree marittime. (7) In passato gli AWACS hanno avuto un ruolo chiave in alcuni dei più sanguinosi conflitti che le forze armate USA e NATO hanno lanciato in diverse aree del pianeta. Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nell’agosto del 1990, alcuni di questi velivoli sono stati trasferiti in basi aeree della Turchia orientale per controllare il confine turco-iracheno e il traffico navale nel Mediterraneo orientale (Operation Anchor Guard). Le attività sono proseguite fino al marzo 1991. Nel corso degli anni Novanta, gli AWACS NATO e i velivoli radar di Francia, USA e Regno Unito hanno operato congiuntamente sullo spazio aereo dei Balcani a supporto delle missioni dell’Alleanza in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo (Operazioni Deliberate Force e Allied Force). Determinante l’impiego della NAEW&C Force dopo l’11 settembre 2001 a sostegno delle operazioni lanciate dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO in Medio oriente. Dal 2007 al 2016 gli aerei radar sono stati impiegati per le attività “anti-terrorismo” che l’Alleanza ha svolto in tutto il bacino mediterraneo (Operation Active Endeavour). Ancora più rilevante il ruolo degli AWACS nella campagna bellica scatenata da USA e alleati contro la Libia nel 2011 (Operation Unified Protector). “La NAEW&C Force ha assunto la funzione cruciale di comando e controllo di tutti gli assetti aerei alleati che hanno operato sulla Libia”, ricordano i vertici NATO. “Ciò ha incluso l’emanazione degli ordini tattici e dei compiti in tempo reale per i caccia da combattimento alleati, per i velivoli di sorveglianza e riconoscimento e quelli di rifornimento in volo, nonché per gli aerei senza pilota UAV. Gli AWACS hanno inoltre fornito supporto alle unità navali e ai sottomarini alleati rafforzando il sistema di embargo militare contro la Libia e le capacità di sorveglianza navale. Per la cronaca, la maggior parte degli attacchi aerei in territorio libico partirono al tempo proprio dallo scalo aereo di Trapani Birgi. Dal 2011 fino al 2014, alcuni aerei radar NATO sono stati trasferiti nella base di Mazar-e Sharif in Afghanistan, a supporto dell’International Security Assistance Force (ISAF), assicurando la copertura dello spazio aereo del paese e il sostegno alle attività da combattimento, interdizione del campo di battaglia, ricerca e soccorso del personale militare, trasporto aereo tattico. (8) Come abbiamo già visto, dal 2014 ad oggi i velivoli radar della forza di “pronto allarme” NATO vengono impiegati sul fronte di guerra russo-ucraino. Una scuola di guerra mondiale per i piloti degli F-35 A Trapani Birgi, agli E-3A “Sentry” AWACS e ai droni RQ-4B “Global Hawk” AGS della NATO si aggiungeranno presto anche i cacciabombardieri di quinta generazioneF-35 “Lightining II”. Il Ministero della Difesa italiano ha annunciato infatti l’avvio dei lavori di ampliamento della grande base siciliana in vista della realizzazione di un Centro di formazione dei piloti dei paesi che si sono dotati o intendono dotarsi di questi velivoli a capacità nucleare. La Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha impegnato 112,6 milioni di euro su un arco temporale quinquennale, per la creazione del centro di addestramento avanzato, destinato a diventare un punto di riferimento non solo per l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner mondiali del programma JSF (Joint Strike Fighter, così come viene indicato il velivolo da guerra F-35). Secondo il periodico specializzato Ares, il Ministero della Difesa realizzerà a Trapani Birgi la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi (Brescia). “Il progetto su Trapani è però più ambizioso e mira a istituire un vero e proprio ecosistema operativo e formativo”, aggiunge Ares. “Il piano prevede infatti la coesistenza di tre realtà distinte ma integrate: un Gruppo Volo Operativo nazionale (ITAF OPS Squadron), un Gruppo Volo Internazionale Addestrativo (PTC Squadron) e il Centro di Addestramento Comune (LTC) oggetto dell’attuale contratto (…) L’obiettivo è intercettare la crescente domanda di addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo Pilot Training Center per F-35 al di fuori dei confini statunitensi”. Ad oggi i Paesi che hanno acquistato o hanno espresso l’intenzione di dotarsi del caccia F-35, oltre a Stati Uniti d’America e Italia sono: Arabia Saudita, Australia, Belgio, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Finlandia, Germania, Giappone, Grecia, Israele, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Qatar, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Singapore, Spagna, Svizzera, Thailandia e Turchia. Sotto il profilo amministrativo, il Ministero della Difesa ha affidato i lavori di realizzazione del Pilot Training Center al Raggruppamento Temporaneo di Imprese formato dall’italiana Leonardo S.p.A. e dal colosso statunitense Lockheed Martin. “La scelta – spiega ancora Ares - è dettata da vincoli tecnologici e normativi stringenti. Lockheed Martin è infatti l’unico soggetto titolato a distribuire i simulatori del programma JSF, mentre Leonardo è stata individuata dal costruttore americano come l’unica realtà industriale nazionale in possesso delle competenze e delle autorizzazioni (tramite accordi approvati dal governo USA) per gestire i dati ingegneristici classificati necessari all’opera”. La Difesa ha già predisposto il cronogramma per il completamento del progetto nell’installazione siciliana: la prima capacità di training a bordo degli F-35 prenderà il via entro dicembre 2028, mentre il completamento dell’edificio che ospiterà il centro scuola è previsto entro il 1° luglio 2029. (9)   Note 1)      https://www.itamilradar.com/2026/02/03/nato-e-3-and-usaf-rq-4b-forte-reappear-as-russian-strikes-resume-signalling-renewed-allied-focus-on-ukraine/ 2)      https://www.itamilradar.com/2025/12/21/nato-e-3a-flies-a-nine-hour-mission-over-poland-from-trapani/ 3)      https://www.stampalibera.it/2025/12/22/trapani-birgi-avamposto-per-le-operazioni-di-intelligence-nato-proucraina/?fbclid=IwY2xjawO3CCtleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeZMFG0gvzP4cvBm720ijVRwqXK9DPqSN7ZX-Thk0uhiDfQL3gzhpbdt6Vwcw_aem_pyNgubxa5xezU4i9qV-OFg 4)      https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky 5)      https://defence-industry.eu/nato-isr-force-expands-capabilities-with-first-live-diversion-to-trapani-air-base/ 6)      https://awacs.nato.int/organisation/awacs-fleet-2 7)      https://awacs.nato.int/organisation/roles-and-operations 8)      https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/awacs-natos-eyes-in-the-sky 9)      https://www.stampalibera.it/2026/01/07/cacciabombardieri-nucleari-f-35-a-trapani-birgi-la-difesa-stanzia-oltre-100-milioni-di-euro/
February 20, 2026
Antonio Mazzeo Blog
Deterrenza non è prevenzione: l’alternativa alle divise in classe c’è ed è molto più qualificata!
All’IIS Leonardo da Vinci di Maccarese (Roma), il 18 febbraio 2026, dopo analoghi fatti nel novembre 2025, si è consumato un altro atto repressivo con azioni intimidatorie nei miei confronti. Con un cartello riportante il messaggio-chiave, in termini pedagogici, Fuori la polizia dalla scuola, deterrenza non è prevenzione, mi aggiravo nell’androne e nei corridoi. Perché questa azione certamente inconsueta all’interno di una struttura educativa? Poco dopo una pattuglia della Polizia di Stato avrebbe fatto ingresso nell’aula magna, per parlare di femminicidi e di violenza ai danni delle donne. La volta precedente, sempre nell’ambito del progetto Scuole Sicure nato dalla joint-venture Ministero dell’interno e Ministero dell’Istruzione, nella stessa scuola si parlò di bullismo e cyber-bullismo, altri due cavalli da battaglia o meglio cavalli di Troia, visto che con questi due temi varie forze di Polizia (polizia di Stato, Carabinieri, ma anche Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) hanno grande facilità nel fare breccia proprio nelle scuole. L’azione, sicuramente di forte impatto in termini di disobbedienza civile e in antitesi allo stereotipo del “bravo docente”, si è svolta senza particolari problemi di cosiddetto “ordine pubblico”, di fronte a studenti incuriositi e professori che invece giravano lo sguardo altrove, tirando dritti con evidente imbarazzo. Perché da alcuni anni si continuano ad approvare progetti per contrastare il bullismo, il cyber-bullismo o la violenza contro le donne chiamando operatori che sul campo intervengono in funzione repressiva o al più di contenimento dei soggetti violenti? In alternativa, per esempio, si potrebbero coinvolgere gli esperti del settore che operano sull’altro versante rispetto a quello giudiziario-penale e della sicurezza pubblica, come chi è a contatto con le storie di vita delle donne abusate o dei ragazzi vittime di bullismo: ci sono a disposizione gli e le esperte dei centri anti-violenza, il Telefono Azzurro, oppure, volendo andare ancor più alla radice del fenomeno, cioè nel cuore della cultura  patriarcale, gli psicologi che sono in contatto tutti i giorni con gli uomini che si rivolgono ai centri per uomini violenti. Gli studenti nel cambio tra un’ora e l’altra nel frattempo si accalcavano davanti alla porta dell’aula magna e tardavano ad entrare, ascoltando il motivo della contestazione fino all’arrivo dei due “docenti” in divisa e armati di Beretta 92S Parabellum. Con loro c’era tutto lo staff dirigente, alcuni collaboratori e altri docenti, per lo più silenti che non comprendendo appieno azioni nonviolente ma certamente dissacranti come questa, hanno poi contribuito solo ad alzare il livello di tensione: nessuno ha proposto un dibattito alternativo, ma tutti si sono appellati alla decisione del collegio docenti e dei consigli di classe. Il tutto è culminato con una perquisizione da parte dei due agenti nei miei confronti, alla ricerca di eventuali oggetti o attrezzi pericolosi di fronte ad un’aula ormai colma di studenti. Poi si è passati alla mia identificazione inutile e ridondante, visto che poco prima avevo già dichiarato di essere parte del corpo docente e quindi non un “corpo estraneo” di fronte a colleghi e personale ATA. Una docente ha poi avviato un tentativo di “mediazione” proponendo alla Polizia di farmi assistere all’intervento, pur non essendo lì con le mie classi, con una vaga proposta di “debate” che i poliziotti stessi hanno presentato ai/lle ragazzi/e, avvertendoli però che ciò “avrebbe comportato per loro delle conseguenze.” Salvandosi in corner l’agente che aveva appena lanciato quella velata minaccia l’ha specificata meglio, ma in termini di “o noi o loro”, insinuando cioè che la mia presenza rendeva la loro di troppo. Non contenti i poliziotti hanno tentato di rimuovere fisicamente il fastidioso cartellone sfilandomelo dal basso verso l’alto. Di fronte a quell’azione imprevista e alla determinazione nel portare avanti la contestazione, l’agente poi mi chiedeva, sempre con gli studenti come testimoni, se “avessi per caso qualche problema con la Polizia”. Gli ho risposto che “la domanda era mal posta, anzi parlando come docente di Scienze Umane era tendenziosa e in ogni caso doveva specificare che cosa intendesse per problema.” In certi contesti scolastici l’equivoco e dunque la sovrapposizione, quasi fossero sinonimi, tra deterrenza o repressione, assimilati impropriamente al termine prevenzione, vede il corpo studentesco, quanto meno in questa scuola, spesso in sintonia con quello docente, che a sua volta sottovaluta il risultato di queste presenze, che da anni fissano all’interno di menti in formazione, un’immagine protettiva e salvifica della divisa. Questo processo purtroppo parte già dalle scuole primarie, per proseguire nelle secondarie e poi, appunto, nelle secondarie superiori. Alcuni ragazzi hanno confessato, infatti, che per loro quella presenza “armata” si aggiungeva ad altri due eventi pseudo-formativi nei cicli di studio precedenti. Inquadrando il fenomeno sul piano culturale, a partire dalle serie TV, ai film, ad una vera e propria propaganda sui social o pseudogiornalistica in TV si invoca da più parti un “rispetto della legalità” visto in termini di obbedienza cieca alla legge, qualunque essa sia:  si arriva al punto che al di là della presenza delle divise che in teoria dovrebbe essere evitata a prescindere, la soluzione è quindi quella del “debate” in cui per esempio un rappresentante di Casa Pound dialoga in pubblico con un attivista con una visione marxista dell’economia e della società, o appunto un docente esperto di violenza contro le donne o di bullismo, uno psicologo o un sociologo dialogano in pubblico con il poliziotto esperto della fase finale dei fenomeni di devianza ….e poi, vinca il migliore! O semplicemente vinca il più convincente, come i sofisti dell’antica Grecia ci hanno egregiamente insegnato. Questi incontri cosiddetti educativi sui temi del contrasto alla violenza, invece, il più delle volte sono soltanto accennati nell’ambito dei collegi docenti,  molto spesso inginocchiati al volere di un cerchio ristretto del dirigente e poi approvati con altrettanta superficialità a scatola chiusa, all’interno dei singoli consigli di classe: guardando con una prospettiva di lungo periodo, la soluzione potrebbe essere quella di una proposta di legge che vieti tout court l’ingresso delle forze di Polizia e delle Forze Armate all’interno del sistema scolastico in quanto in totale  antitesi con i principi-cardine, sul piano pedagogico ma anche della Costituzione italiana, su cui si basa l’istruzione pubblica. Tutto ciò senza contare che una scelta in questa direzione dovrebbe essere fuori discussione proprio per il periodo storico contingente che ci vede impegnati in spese folli in armamenti e immersi in un clima di violenza e di prevaricazione, in cui il diritto internazionale e i diritti dell’uomo passano in secondo piano rispetto al diritto del più forte. Risulta chiaro che di fronte a povertà crescenti, soprattutto in alcune classi sociali, al problema di un’erosione dei diritti sociali a partire da quello primario alla salute o all’istruzione, oppure ancora del diritto all’abitare, il rinforzo positivo della divisa e di un approccio “muscolare” a varie forme di violenza e in prospettiva di rivolte sociali nelle piazze, sono funzionali all’attuale stato di polizia (vedi tutti i decreti sicurezza e anti-migranti di questi ultimi 4 anni). Stefano Bertoldi
February 20, 2026
Pressenza
Walter Tocci: Il Ri-conoscimento di Roma
Proponiamo il testo della lectio magistralis di Walter Tocci per l’inaugurazione dei dottorati del 2026 del Dipartimento di Architettura di Roma Tre, al Mattatoio il 15 gennaio (dal blog di Walter Tocci) IL RI-CONOSCIMENTO DI ROMA Comincio con una testimonianza personale. Ne ho bisogno per mitigare la tensione che mi suscita questa conferenza.  Da un lato sono onorato di parlare davanti a una platea tanto qualificata: brillanti dottorandi e stimati professori, alcuni sono anche miei maestri. Rivolgo con piacere un fecondo augurio ai primi e un ringraziamento ai secondi. Dall’altro lato, però, non posso nascondere la mia difficoltà nel tenere una lezione senza avere i titoli né di urbanista né di architetto. Quando Milena Farina me l’ha proposta, ho espresso la mia ritrosia, ma è stato vano, ed eccomi qui, davanti a voi sperando nella vostra indulgenza. Ho incontrato questi saperi nella mia giovinezza nel fango e nella polvere delle borgate romane, come militante politico impegnato nelle lotte della periferia per la conquista di elementari dotazioni di giustizia: la casa, i servizi, i parchi, le scuole ecc.  Avevamo a fianco gli architetti e gli urbanisti che sentivano il dovere, come deontologia professionale, di mettere a disposizione i loro saperi per combattere le disuguaglianze sociali. Quell’esperienza giovanile mi ha influenzato per tutta la vita. Basta un aneddoto a spiegarlo. Ricordo quando Petroselli annunciò alla stampa il Progetto Fori, rilanciando la proposta di Adriano La Regina. Pochi giorni dopo convocò i militanti del suo partito per convincerli a sostenere il progetto. A quei tempi si usava così, nei partiti si discuteva appassionatamente sui progetti per la città.  Presi la parola nell’assemblea e feci un intervento impertinente, contrapponendo ai Fori i problemi più urgenti, per esempio le fogne a Pietralata; la borgata, infatti, si allagava quando pioveva, lo raccontava anche Pasolini nei suoi romanzi, e c’era perfino una canzone popolare.. “Pietralata s’è allagata..”.  Nella replica il Sindaco mi fece una lavata di testa, come usavano a quei tempi i dirigenti di partito al fine di educare i giovani quadri. Mi disse: “per occuparti delle fogne di Pietralata devi studiare i Fori dell’antica Roma”. E aggiunse: “Il risanamento della periferia deve approdare a un pieno riconoscimento tra la città e i suoi cittadini, rielaborando la memoria dell’antico nella vita quotidiana”. Compresi bene la lezione e la domenica successiva accompagnai gli anziani di Pietralata alla prima delle “domeniche a piedi ai Fori” organizzate da Petroselli. Si commossero ricordando quando furono espulsi da quei quartieri demoliti dal Duce per costruire lo stradone delle parate militari. Ora tornavano in quel luogo invitati dal Sindaco e si sentivano riconosciuti come cittadini romani. E poi ci si mise il genio di Nicolini con il cinema a Massenzio. Sotto le volte dell’antica basilica, una volta utilizzata solo per i concerti destinati all’élite, i giovani di borgata scoprirono Roma e si ritrovarono insieme alle altre generazioni in un formidabile crogiuolo sociale e culturale: lavoratori e perdigiorno, indiani metropolitani e famiglie popolari, intellettuali e fagottari. Forse per l’ultima volta tutti si sentirono ancora un popolo. Poi negli anni Ottanta cominciò la grande frammentazione sociale e spaziale che dura fino ad oggi. Anzi, è diventata un’irriducibile eterogeneità che nessuna politica è più riuscita a comprendere e tanto meno a ricomporre. Quella lavata di testa mi è servita. Da allora ho continuato a studiare il progetto Fori. Anzi, è diventato per me una specie di ossessione, chi mi conosce lo sa. Forse per questo il sindaco Gualtieri mi ha chiesto di contribuire a rilanciare la grande idea di Petroselli. Ho risposto all’incarico (gratuito) scrivendo un Rapporto al Sindaco, che ha innescato le successive iniziative. È in corso l’elaborazione del Piano Strategico, presso il Laboratorio Carme, coordinato da Carlo Gasparrini e animato da una trentina di professori e di giovani ricercatori di Sapienza e del vostro Dipartimento di Roma Tre, capeggiato dai prof Longobardi e Franciosini. Però intanto volevamo far vedere qualcosa ai romani e abbiamo impostato il Programma Operativo, una serie di opere di restauro e riqualificazione già realizzate o in attuazione per circa 200 milioni, un investimento enorme sull’area. Ne parlerò più avanti. Qui, invece, mi interessa sottolineare che nell’aneddoto di Petroselli è apparsa la parola fatidica di questa conferenza: Riconoscimento. È una parola impegnativa, densa di significati filosofici, dal grande Hegel fino ai pensatori contemporanei, per esempio Paul Ricoeur e Alex Honneth. Al di là della filosofia, però, la forma più semplice di riconoscimento consiste nel darsi un appuntamento: se non si condivide il carattere del luogo prescelto, fallisce anche l’incontro tra le persone. Spesso è capitato di perdermi quando andavo alle assemblee popolari del quartiere di Laurentino 38. Gli organizzatori mi dicevano di girare al settimo ponte, però a volte mi distraevo, perdevo il conto e mancarvo l’appuntamento. Se si riduce a un calcolo il Riconoscimento fallisce. Quando invece mi dicevano vediamoci a Piazza della Marranella ero sicuro di arrivare puntuale, perché in quel luogo è facile ritrovarsi, oggi è diventata la piazza delle genti di tutti i continenti. Io amo la parola Riconoscimento è aborro la parola Identità. Il Riconoscimento è un processo di apprendimento sociale, è una mutevole rielaborazione delle relazioni interpersonali nella dimensione spaziale e costituisce spesso l’esito di una trasformazione urbana.  L’Identità, invece, è statica, è una sorta di fermo immagine, una sedimentazione delle relazioni socio-spaziali che ereditiamo dalla memoria collettiva. Nella Roma di Petroselli il Riconoscimento avveniva in Centro con le domeniche ai Fori e l’Estate Romana. Al contrario l’Identità si era sedimentata nelle borgate in decenni di emarginazione sociale. Nell’esclusione si erano formati legami sociali forti e una radicata combattività democratica. Nell’immaginario la borgata costituiva un mondo vitale e quando si andava in Centro si diceva “vado a Roma”. Nella Roma di oggi si è capovolta la situazione. Non c’è più il Riconoscimento nella Città Antica e tanto meno nei Fori. I romani considerano questi luoghi ormai consegnati ai turisti. In generale in Centro non accade niente di nuovo, non ci sono innovazioni tangibili. È solo il luogo dell’Identità che scade nella retorica della città eterna e nella rendita dell’economia turistica. Al contrario, il Riconoscimento oggi è attivo in periferia, perché nel bene e nel male è il luogo della trasformazione quotidiana. Tutte le novità si manifestano nei quartieri: la riscoperta di luoghi abbandonati; le esperienze di mutualismo sociale; la street art e il coworking; le produzioni culturali delle avanguardie; la nuova agricoltura della biodiversità; l’economia circolare, l’invenzione di nuovi paesaggi, la musica, il cinema da Sacro Gra a Jeeg Robot e tanti altri. Le borgate oggi sono anche laboratori di innovazione linguistica; emerge nella parlata dei giovani il neoromanesco, come hanno dimostrato gli studi dei linguisti della vostra università, guidati dal prof. Paolo D’Achille.  Adesso però basta con i ricordi. La testimonianza personale mi espone alla nostalgia, una dea ingannatrice che riporta alla memoria solo le cose belle e nasconde quelle mediocri. Se negli anni 70 quel connubio tra politica, architettura e urbanistica fu decisivo nella lotta alle diseguaglianze, come mai accaduto prima e purtroppo neppure dopo, è anche vero, però, che produsse una cultura progettuale in gran parte disastrosa, come si può vedere nei grandi piani di zona della 167. In alcuni casi disegnati dai esimi professori dell’università romana, scelti dal potere politico in assoluta discrezionalità, quei piani oggi costituiscono irrinunciabili libri di testo su come non si deve progettare la città. La peste mentale del funzionalismo portò a vere e proprie aberrazioni. Si dicono tante cose di Tor Bella Monaca, ma si sorvola sulla causa principale del fallimento, la pretesa cioè di poggiare l’edificato su un grande stradone che separa le diverse parti del quartiere e tutte insieme le rende estranee alle borgate limitrofe, a dispetto della narrazione della ricucitura che voleva legittimare quei piani. All’epoca i saperi dell’urbano sbagliavano per eccessiva sicumera. I progettisti perlopiù erano animati da certezze inossidabili e da ingenue razionalità dei processi che poi quasi mai corrispondevano alla realtà. Ci tengo a ricordarlo soprattutto a voi giovani dottorandi, perché vi trovate davanti un mondo completamente diverso, senza più alcuna certezza, in preda a un sommovimento senza fine. Certamente da tutto ciò scaturisce una crisi profonda dell’urbano, ma è anche l’occasione per ripensare dalle fondamenta i saperi della città. Consentitemi un’esortazione cari ragazzi: conoscere significa anche dimenticare, non vi auguro le certezze della mia generazione, è una fortuna per voi non portare il fardello del passato, prendetevi tutta la libertà di una ricerca eterodossa, spregiudicata e sovversiva. Solo dal travaglio della decostruzione possono venire nuovi ordini spaziali.  Tuttavia la decostruzione non è un’attività spensierata, anzi richiede una consapevolezza della transizione epocale nella quale siamo immersi.  La crisi degli archetipi urbani  Non sono in discussione solo i problemi superficiali del fenomeno urbano, ma sono in crisi i suoi caratteri originari, potremmo chiamarli i suoi archetipi, come descritti dai classici della letteratura urbana. Vi propongo quattro esempi. a) Leonardo Benevolo definisce la città come un dispositivo spazio-temporale che riduce le distanze al fine di renderle compatibili con i tempi delle relazioni interumane. È il contenimento del nomadismo a creare la possibilità della vita urbana. E sottolineo la parola contenimento. Invece, oggi tutto è città e niente è città: le popolazioni vivono in gran parte in agglomerazioni infinite che però non hanno più la forma delimitata da un confine; anzi, il confine viene introiettato nella città tramite la separazione tra diversi gruppi sociali o identitari. Il dispositivo spazio-temporale è in frantumi. b) Secondo, per Georg Simmel lo spazio pubblico procura tra le persone un sovraccarico psichico che si può contenere solo in quanto l’altro è straniero. Di nuovo ricorre la parola contenimento. Con acutezza egli osserva che solo nella città del tram le persone hanno imparato a convivere in uno spazio stretto senza parlarsi. Al contrario, se tutti gli abitanti si conoscessero direttamente sarebbe molto faticosa e meno libera la vita metropolitana. Eppure oggi lo spazio pubblico non sembra più in grado di sostenere le diversità, ciascun gruppo sociale tende ad appropriarsene e ad espellere gli altri, dal turismo, alla movida, al contrasto tra automobilisti e pedoni e più violentemente all’aperto conflitto inventato dalla xenofobia. Lo straniero non è più un contenimento della stimolazione psichica, anzi suscita pulsioni barbariche. Il dispositivo psico-sociale ribalta i suoi esiti. c) Terzo, Max Weber vede nella sede del mercato l’origine del fenomeno urbano: il luogo in cui i produttori offrono le merci a un ambiente contenuto di consumatori. Oggi, invece, sia la produzione sia il consumo si dispiegano a scala globale. Il commercio non è più contenuto nel tessuto urbano anzi fugge dalla città e si rifugia nei grandi mall; gli acquisti digitali spengono le luci dei quartieri e le vie che rimangono commerciali si omologano secondo i brand internazionali. Sono le piattaforme digitali, con i monopoli dei dati, a orientare i flussi nel mercato della città globale e a conformare gli spazi pubblici. Il dispositivo economico produce effetti antiurbani. d) Quarto – L’abitare e il costruire sono coessenziali, per Martin Heidegger, nel prendersi cura della dimora dell’essere, cioè di nuovo un contenimento che mette a riparo l’essere. Dovrebbe essere un precetto da non dimenticare per gli architetti. Se si perde il senso dell’abitare degrada anche la capacità di costruire, come si vede nelle borgate romane.  Nel nostro tempo salta anche questo quarto archetipo. Diventa sempre più difficile abitare le città. L’innalzamento dei valori immobiliari, gli airbnb, i city users rendono indisponibili gli alloggi per i residenti. La rendita, sia immobiliare sia digitale, espelle gli abitanti verso l’hinterland. In tutte le città europee ritorna una drammatica Questione delle abitazioni, che sembra riecheggiare il saggio di Engels sui mali della città industriale. A Milano siamo al paradosso: non possono vivere in città i lavoratori che pure ne assicurano il funzionamento, dai trasporti alla pulizia al commercio. Circa 800 mila romani hanno dovuto abbandonare la città consolidata. Tutto ciò ha costituito una dislocazione di abitanti dai centri alle periferie. Il costruire la città infinita si è accompagnato al disabitare la città consolidata. E tale mutazione sarà più inquietante a Gaza city: Trump annuncia la realizzazione di un villaggio alla Truman Show per espellere i palestinesi dalla loro terra, dove non sono bastati i bombardamenti e le stragi. Costruire non è l’abitare ma è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz.  Nella crisi dei quattro archetipi si palesa il filo rosso del Contenimento. Una parola spesso ignorata o fraintesa, eppure essenziale per analizzare il fenomeno urbano e la stessa azione progettuale. Contenimento di che cosa? Sia la città sia il progetto in generale scaturiscono da una volontà di trasformazione, da un’irrefrenabile azione pratica e intellettuale che non sempre trova al proprio interno i motivi per placarsi e quindi rischia di scivolare nell’eccesso autoreferenziale. Da qui l’esigenza di una forza di contrasto che porti a maturazione il movimento creativo senza bloccarlo. Ciò è possibile solo se il contrasto non degrada nel divieto, che è un rischio molto diffuso nelle nostre società devastate da una normativizzazione penetrante e a volte inconsapevole. Spesso si parla di deregulation, ma in realtà viviamo in un asfissiante apparato di leggi inutili, di procedure a volte imperscrutabili, di algoritmi misteriosi, di standard economici, di vincoli arbitrari, come dimostra Olivier Roy nel recente libro L’appiattimento del mondo nel dominio della norma. Per il vostro estro progettuale, cari dottorandi, è decisivo salvare il Contenimento dalla deriva normativa e connetterlo con la creatività. In questa tensione tra immaginazione e misura si colloca la creazione architettonica. Per farci un’idea più pregnante di tale dialettica potremmo ricorrere alle intense figure dell’apocalittica cristiana: da un lato l’eschaton che alimenta l’utopia del Regno di Dio e dall’altro lato il katechon che trattiene il male del mondo in attesa della Rivelazione del Messia. Il progetto è l’urto tra l’utopia e il contenimento, tra eschaton e katechon. Se vince il primo si cade nell’eclettismo, se vince il secondo si cade nel conformismo. Il problema è come trovare l’equilibrio. La crisi dei quattro archetipi deriva proprio dal venir meno del Contenimento. Vengono meno, infatti, i confini spazio-temporali, lo spazio pubblico dello straniero, il mercato della vita urbana, l’abitare come essenza del costruire. In tutti questi fenomeni le persone si riconoscevano in un luogo e di conseguenza, come per una sorta di magia sociale, si riconoscevano tra loro come cittadini. Esisteva una sorta di proprietà transitiva del Riconoscimento nella dimensione socio-spaziale. Questa preziosa relazione rischia di andare perduta nella crisi urbana.  Quindi, si pone la domanda fondamentale: quale sarà in futuro il Riconoscimento della città e della cittadinanza? La teoria mi ha preso la mano e mi ha portato a una formulazione troppo generale della domanda. Cercherò allora di approfondire un caso particolare, quello che ci sta a cuore, come indica il titolo di questa conferenza.   La conoscenza di Roma  Ma prima bisogna conoscerla e neppure questa è un’impresa facile. Italo Insolera sicuramente ne sapeva molto, avendo scritto l’unico bestseller e longoseller di Roma Moderna. Eppure nella prefazione scritta oltre mezzo secolo dopo la prima edizione, diceva: Roma è purtroppo una città che non conosciamo. Perfino i romani Ignorano Roma quindi se stessi come gruppo sociale” (Einaudi, 2011, p. XIII). Con parole diverse, anche Insolera svela, seppure in negativo, la proprietà transitiva tra il conoscere la città e riconoscersi come cittadini.  Negli ultimi tempi, però, c’è una grande mole di studi universitari di Sapienza e Roma 3 in quasi tutte le discipline. La passione conoscitiva ha portato a estremizzare le analisi nelle dimensioni sia micro e sia macro. Nella prima Salvatore Monni di Roma Tre, già autore della Mappe delle Disuguaglianze, ha studiato la vita dei piccoli quartieri, dove si addensano le relazioni sociali e ne ha rilevati oltre 300. Sulla loro individuazione e denominazione è in corso una vivace discussione pubblica sul sito del Comune.  Di solito nelle interviste sociologiche i cittadini denunciano tutto ciò che non va nel proprio quartiere, ma alla fine rispondono in maggioranza che non andrebbero mai a vivere da un’altra parte. È un riconoscimento che non solo resiste, ma in una certa misura compensa la penuria infrastrutturale del sistema urbano. Nella dimensione macro, invece, gli studi Carlo Cellamare di Sapienza (Roma città-territorio, Quodlibet, 2024) e del vostro Giovanni Caudo (con M. Baioni, Roma grande formato, Quodlibet, 2024) hanno dimostrato la crescita di relazioni sempre più intense tra la città consolidata e il territorio regionale e perfino alcune parti dell’Italia centrale. Un altro studio dell’università di Firenze (D. Poli, M. Bolognesi, G. Luciani, E. Nurihana, Dalla metropoli alla bioregione urbana, SdT, 2025) ha evidenziato la capacità strutturante dei grandi sistemi ambientali regionali, seguendo l’approccio territorialista di Alberto Magnaghi. Purtroppo tutti questi studi non affiorano nel discorso pubblico. La scarsa consapevolezza, paventata da Insolera, trova in questi giorni una conferma nella sede più autorevole del Parlamento italiano. È appena iniziata la discussione sulla revisione della Costituzione al fine di conferire a Roma la potestà legislativa, la quale si applicherebbe nell’attuale confine comunale, ignorando quindi che esso, da quasi mezzo secolo, è stato superato dall’enorme espansione edilizia descritta dagli studi di Cellamare e Caudo. La proposta di legge, altresì, esclude la pur tanto auspicata trasformazione degli attuali Municipi in veri comuni, che sarebbero più vicini al governo dei 300 quartieri evidenziati da Monni. Quindi i parlamentari ignorano le trasformazioni macro e micro e si attestano sulla vecchia dimensione comunale. Vorrebbero disegnare il futuro della capitale avendo in mente la città degli anni sessanta.  D’altronde, anche senza leggere gli studi universitari, basterebbe prendere una foto satellitare per vedere una delle più vaste conurbazioni europee, ma anche la più vuota, apparentemente una grande distesa verde punteggiata da tante monadi edilizie. Essa presenta la migliore opportunità e la peggiore patologia. L’opportunità consiste nella enorme dotazione di spazi aperti che circondano quasi tutte le monadi. Purtroppo oggi ne accentuano l’isolamento, attraggono tutti gli abusivismi e contribuiscono alla marginalizzazione delle periferie. Se invece quegli spazi aperti venissero riscoperti come brani ambientali, culturali e produttivi della campagna romana, avremmo una città verde, come non sarebbe più possibile nelle altre città italiane, ormai interamente saldate con i rispettivi hinterland, per esempio Milano o Napoli. La grave patologia, invece, riguarda la bassa densità insediativa che ostacola il trasporto pubblico. Per il buon funzionamento delle infrastrutture c’è bisogno di concentrazione della domanda. Ciò si verifica nella città consolidata fino alla periferia storica delimitata dalla prima circonvallazione, la Togliatti a est e la Newton a ovest. Nella periferia intorno al Gra, invece, crolla il gradiente di densità fino a vanificare la cura del ferro. Ce ne accorgemmo con allarme trent’anni fa quando per la prima volta pianificammo la rete dei trasporti con un moderno simulatore. Inserendo nel modello la realizzazione di tutte le possibili metropolitane, ferrovie e tranvie si otteneva uno splendido risultato entro la città consolidata, con parametri di mobilità di rango europeo, e invece nella periferia estrema il grande investimento infrastrutturale determinava solo piccoli miglioramenti, senza risolvere la penuria strutturale. Ciò significa che il guasto prodotto dalla dissennata espansione abusiva e legale è difficilmente sanabile con terapie standard. L’investimento su ferro è essenziale ma si deve accompagnare agli strumenti più innovativi della mobilità dolce e soprattutto al disegno di nuove reti di accessibilità e di relazioni tra le monadi. Non basta una semplice terapia trasportistica. Occorre mettere in forma la conurbazione. Ma qui si apre un grande problema teorico e pratico.  I fantasmi romani Sulla possibilità di ripensare la forma è cresciuto un certo scetticismo, all’interno della disciplina urbanistica e soprattutto tra i committenti. È clamoroso, per esempio, che gli organi della Città Metropolitana di Roma, abbiano commissionato il Piano Strategico a un gruppo di urbanisti con l’esplicito divieto a occuparsi della forma territoriale. Nello scetticismo ovviamente pesano gli insuccessi dell’ingenuo razionalismo del passato. Tuttavia, anche quando fallisce, l’urbanistica non passa invano. Il fare male e anche il non fare spesso hanno effetti di scala non immediatamente visibili. Ci vorrebbe non una semplice storia urbana, ma una sorta di genealogia à la Foucault per ricostruire come una qualsiasi azione, positiva o negativa, è stata condizionata dalla precedente e come ha indirizzato gli eventi successivi. Ci vorrebbe anche una certa clemenza verso gli errori per trarre il bene dal male. Ex malo bonum è l’esclamazione di Borromini di fronte al pasticcio combinato dai padri Filippini nel loro Oratorio con una serie di superfetazioni incongruenti e sconnesse. E il grande architetto inventò il capolavoro della facciata che abbraccia il passante a piazza della Chiesa Nuova, mentre nasconde le brutture preesistenti. Fu una mutazione di forma, non sarebbe bastata una semplice ricucitura, né un rammendo e tanto meno una rigenerazione. La sfida è applicare il motto borrominiano alla mutazione della forma metropolitana. Non si tratta certo di tornare all’astratto modernismo novecentesco, anzi, al contrario occorre ripartire dai suoi fallimenti, dalle tracce discontinue, dai segni incompiuti lasciati durante le sue travagliate attuazioni.  In tal senso la progettazione della forma è prima di tutto un esercizio della visione, un nuovo sguardo su ciò che è consueto, una scoperta di impensate nervature nell’insieme amorfo dello sprawl. Occorre La Coscienza dell’occhio di Richard Sennett per ritrovare la comune radice etimologica del theorein, che è insieme un vedere e un pensare lo spazio. Le monadi edilizie sembrano tanti coriandoli gettati nella piazza a Carnevale: apparentemente una distesa informe, ma si vedono deboli aggregazioni nelle crepe del pavimento, nei cigli, negli avvallamenti. Allo stesso modo, nella foto satellitare, osservando meglio, si notano segni dissolventi, geometrie spettrali, come delle ombre che scompaiono a uno sguardo frettoloso. Sono i fantasmi della trasformazione novecentesca. Dovremmo riconoscerli, prenderli sul serio, dialogare con loro, come proponeva Jaques Derrida criticando l’idiosincrasia illuministica di Marx verso gli spettri. Più semplicemente Eduardo De Filippo ha proposto un’interpretazione di Questi Fantasmi come liberazione dalla penuria del presente e come desiderio di una vita migliore, per il protagonista Pasquale, ma vale anche per la nostra città. Il più fantasmatico di tutti è il piano della Cometa del 1942, del quale non conosciamo le planimetrie, né le norme, né il plastico che andarono perduti nei bombardamenti. Eppure, tipico paradosso romano, è stato l’unico piano a guidare con coerenza e lunga durata lo sviluppo della città a ovest, certo con devastazioni ambientali, ma anche con la priorità del mare, che oggi sarebbe l’occasione per ripensare Roma come Capitale del Mediterraneo.  Al contrario, il Piano regolatore del ‘62, pur essendo ampiamente conosciuto, discusso e normato, non ha mai trovato una coerente attuazione. È fallito l’Asse Attrezzato del Direzionale, ma si è sviluppato, proprio sul grande cerchio del GRA una sorta di Asse Attrezzato dell’Abusivismo. E proprio questo fantasma non previsto e anzi rimosso dal piano di Piccinato è oggi la più potente forma territoriale, non a caso interpretata dal cinema, da Federico Fellini, a Sacro Gra di Gianfranco Rosi, alla macchina celibe di Renato Nicolini. E costituisce la sfida più difficile e più ambiziosa per ricreare urbanità nel luogo più antiurbano, tessere relazioni tra le monadi edilizie, aprire i tessuti verso la Campagna Romana e innervare le connessioni regionali. Finalmente, è stato assunto come priorità dal progetto Roma050 elaborato da Stefano Boeri e un gruppo di giovani ricercatori su incarico del sindaco Gualtieri. L’anello ferroviario, invece, è il fantasma di Remo. Secondo il mito la sua sciagura derivò dalla colpa di aver varcato il confine tracciato da Romolo. Allo stesso modo, la sciagura della periferia frammentata e abusiva deriva dalla colpa di aver varcato il confine della ferrovia, allontanandosi dalla forma compatta del piano del Sanjust, il migliore nella storia della Capitale. E poi ci sono i fantasmi puri, perché mai considerati dalla pianificazione, pur trattandosi dei caratteri originari di Roma. I flessi del Tevere che irrorano la Campagna e attraversano l’Urbe. Dopo una lunga dimenticanza, oggi si va riscoprendo il fascino del fiume, sia per merito di iniziative culturali spontanee sia di iniziative comunali, in primis il Piano Strategico Operativo presentato recentemente da Carlo Gasparrini e dall’assessore Maurizio Veloccia. Il fantasma più interessante è la raggiera delle vie consolari, la più duratura forma territoriale di Roma.  Oggi sono corridoi tra centro e periferia attraversati con indifferenza dai pendolari; rappresentano quella che Carlo Levi chiamava la Roma fuggitiva.  Proviamo a immaginarle come viali scanditi da grandi alberi, con spazi pedonali ampliati e arricchiti dall’arredo urbano, gli slarghi e i crocicchi trasformati in piazze distinte da installazioni artistiche, le piste ciclabili, le facciate dei palazzi restaurate o colorate, una suggestiva illuminazione notturna e i giochi d’acqua per ricordare che siamo a Roma nella città delle mille fontane, non solo in centro storico  Senza grandi spese le nuove consolari diventerebbero i luoghi prediletti della vita quotidiana. Sarebbe la più pervasiva rielaborazione dell’Immagine di Roma, nel senso profondo che alla parola attribuiva Ludovico Quaroni. Noi romani dovremmo conoscere meglio di altri il senso di una strada urbana, perché il miglior esempio è venuto all’inizio dell’era moderna dagli assi di Sisto V che delineavano una struttura aperta della città facilmente percepita dai viandanti con lo sguardo rivolto alle mete dei grandi obelischi. A me pare la migliore definizione della Forma Urbana, un disegno dall’alto che riesce a coniugarsi con la visione dal basso. Oggi nella capitale solo le consolari riescono a coniugare alto e basso nella visione. La raggiera è l’unica struttura ancora riconoscibile a grande scala nell’amorfa conurbazione dei coriandoli edilizi. Nel contempo essa costituisce per il viandante la decisiva mappa mentale, intesa alla maniera di Kevin Lynch.  Al flaneur che si è smarrito nella periferia è sufficiente approdare su una consolare per ritrovare l’orientamento, per capire dove si entra e dove si esce dalla città, dove dirigersi per andare da una consolare all’altra ecc.  La conferma di questo profondo radicamento nell’immaginario viene anche dalla toponomastica. Solo a Roma quasi tutti i quartieri dell’espansione novecentesca prendono nome dalle consolari che l’hanno resa possibile. Se chiedi a qualcuno dove abita ti dice al Tiburtino, al Salario, al Prenestino, all’Aurelio e così via. Le consolari, quindi, sono anche strutture narrative della forma urbana. Nella lunga durata hanno narrato i fasti imperiali, e poi la pietas medievale, l’intelligenza rinascimentale, la gloria barocca, fino a decadere nella miseria edilizia della modernità novecentesca. Eppure sono ancora strutture vive e potrebbero raccontare qualcosa di meglio nel secolo che viene. La raggiera non deve più essere al servizio dell’espansione edilizia, ma deve sostenere il riconoscimento di ciò che è più prezioso per la vita di Roma, le reti ecologiche e la memoria storica sedimentata intorno a quei tracciati. A tal fine il progetto per il Centro Archeologico Monumentale (CArMe) istituisce un gemellaggio tra i Fori e un’area archeologica per ciascun Municipio.  Il miglior esempio è costituito dal sito di Gabi, che il visitatore può raggiungere con la metro C dalla nuova stazione appena aperta proprio a via dei Fori, per poi tornare in città con le piste ciclabili delle consolari, la Prenestina o la Casilina.  In tal modo si accorcia la distanza temporale e mentale, come diceva Petroselli, tra i Fori e la città di Gabi, la più lontana nella storia, in quanto città preromana, e nel territorio poiché collocata al confine estremo del Comune. Grande cura merita la regina delle consolari, l’Appia Antica, la Regina Viarum. È uno dei luoghi più belli del mondo, ma di difficile accessibilità. Realizzeremo un grande anello di mobilità intermodale a scala metropolitana, mettendo a frutto le infrastrutture esistenti. Dalla stazione Termini in treno si arriva in nove minuti alla stazione di Torricola, la quale oggi sembra uscita da un film western – come nei film di Sergio Leone si aspetta la sparatoria tra i cowboy – ma è già iniziata la riqualificazione ad opera di Ferrovie Italiane e diventerà più funzionale e accogliente. A pochi passi si trova il tratto in basolato della Regina Viarum e si può tornare verso il centro a piedi o in bici oppure con un bus elettrico chiamato Archeobus. Arrivati al Circo Massimo, alla Casina Vignola Boccapaduli appena restaurata, si prende l’Archeotram per tornare al punto di partenza a Termini. Il sistema di mobilità integrata, che chiamiamo ArcheoMetrebus, ci aiuta a riconoscere un altro fantasma romano: il grande triangolo di natura e storia dal vertice del Campidoglio fino ai Castelli Romani, che si è salvato, per merito di Antonio Cederna. Questa grande eccezione dell’espansione novecentesca può costituire nel nostro secolo l’incipit di una nuova storia della Campagna Romana, non più intesa come un vuoto da riempire col cemento, ma un pieno di vita, di cultura, di paesaggio, di benessere e di economia urbana. È davvero possibile? A quali condizioni il passato può trasformare il presente e preparare l’avvenire?  Domanda cruciale per Roma, che apre l’ultimo tema di questa conferenza.  La rielaborazione dell’antico nel contemporaneo  Tutto dipende dal nostro rapporto l’antico. Non ci dice granché se lo consideriamo solo un oggetto antiquario, una curiosità da mettere in mostra, un ornamento a compensazione delle brutture moderne. Al contrario può sprigionare una capacità trasformativa se interagisce con la nostra vita, se ci interpella, se ci costringe a riflettere sul nostro tempo e su noi stessi. Quindi, occorre prima di tutto predisporci a un rapporto problematico, direi inquieto, tra noi e l’antico. E su questo non a caso ci sono maestri i padri della psicanalisi Carl Gustav Jung non riuscì mai a mettere piede a Roma. Nei Ricordi dice: “Ho viaggiato molto nella mia vita e sarei andato volentieri a Roma, ma sentivo di non essere all’altezza dell’impressione che questa città mi avrebbe-fatto”. Temeva l’intensità spirituale della memoria dell’antico. Mi domando: Noi moderni siamo ancora in grado di avvertire quella sua inquietudine? Sigmund Freud diede una rappresentazione fisica della psiche umana in analogia con il paesaggio archeologico romano. Nel quale, coesistono le stratificazioni materiali della storia plurimillenaria, proprio come nella psiche convivono i ricordi di tutta una vita. E’ il passo famoso de Il disagio della civiltà, che di solito viene letto staticamente come mera rappresentazione. Se invece interpretiamo la metafora come trasformazione ci procura un certo ottimismo sul futuro. Da una terapia psicoanalitica, se ha buon esito, emerge una personalità nuova, più consapevole e aperta alla vita. Così nel progetto urbano, se di buona qualità, può scaturire, proprio dalla rielaborazione dell’antico, una città più aperta al futuro.  Che cosa significa rielaborazione dell’antico nel contemporaneo? La frase contiene una certa ambiguità che ci mette tutti d’accordo, ma forse merita un approfondimento.  Tutto dipende dal senso delle parole.  Per Antico vale l’interpretazione inquieta di Jung. E per il Contemporaneo chiediamo aiuto a un altro classico: al Nietzsche della Seconda Considerazione inattuale. Contemporaneo è chi afferra il proprio tempo col pensiero o con l’arte o con la politica.  Per riuscirci però non deve rimanere schiacciato sul presente, deve mantenere un distacco dallo status quo, deve prendere una postura asimmetrica rispetto al consueto, cioè deve coltivare una certa dose di inattualità.  Il contemporaneo è l’inattuale, è una Stimmung, una postura inquieta che non si adegua al presente.  Allora anche la parola Rielaborazione dovrà assumere un significato problematico per porsi in sintonia con le interpretazioni critiche che abbiamo dato sia dell’antico sia del contemporaneo.  Quindi potremmo dire che la rielaborazione si compie quando l’antico irrompe nel contemporaneo, cioè mette a soqquadro il consueto, suscita energie impreviste prima d’ora, cambia la visione del mondo e dello spazio.  Ciò trova conferma nella metafora freudiana: nel processo psicoanalitico la memoria diventa un’energia vitale solo se la terapia si apre un varco nell’insoddisfazione del presente da parte del paziente, il quale si pone alla ricerca di una vita più consapevole, cioè più contemporanea. Quindi, la rielaborazione non è un pranzo di gala, è un conflitto, un movimento di irruzione dell’antico nel contemporaneo. Detto più bruscamente nella rielaborazione si esprime il carattere sovversivo dell’antico.  Può sembrare esagerato, troppo polemico questo carattere, ma è il problema con cui facciamo i conti ogni giorno nelle nostre attività progettuali e pianificatorie. Quando si disegna il futuro di Roma volendo dare un significato autentico all’antico si deve combattere contro le follie del Novecento. Il primato mondiale nell’uso dell’automobile che ha devastato lo spazio pubblico; il fordismo a Roma ha fatto più danni delle invasioni barbariche e delle spoliazioni postantiche. La più grande città abusiva d’Europa che ha sbocconcellato la mirabile Campagna romana.  Da un lato Roma è considerata la massima espressione occidentale della cultura antica. Ma proprio qui il Novecento ha prodotto anche la più grande dissipazione del paesaggio naturale e storico. Noi progettiamo dentro questa catastrofe storica. Non dobbiamo dimenticarlo. Per questo occorre un PENSARE ESTREMO E AGIRE ACCORTO. È il motto del filosofo romano Mario Tronti, appena scomparso; ma vale anche per una buona progettazione per Roma, pronta ad accettare tutte le mediazioni davvero necessarie, senza mai smarrire la critica sovversiva della città esistente. Non c’è niente di titanico in tutto ciò, anzi a volte basta poco per ribaltare la visione degli spazi. Accade spesso in questi mesi alla conclusione dei tanti cantieri aperti, come Piazza Pia, i nuovi parchi fluviali sul Tevere, la bella pista ciclabile che scende a S. Pietro da Monte Ciocci. Sono piccoli interventi di riqualificazione, che ottengono grandi risultati.  Nella nostra città non servono opere estemporanee, basta togliere il disordine per restituire la parola a Roma, poi ci pensa lei a farci sognare.  Quando si aprono questi nuovi spazi pubblici mi capita di osservare lo stupore nei volti delle persone. I cittadini vedono con uno sguardo diverso i luoghi consueti, da troppo tempo preclusi alla vita pubblica. È come un conoscere di nuovo quei luoghi, cioè un ri-conoscere parti di città e quindi riconoscersi anche come cittadini. In queste nuove opere romane c’è la prova empirica di quella Proprietà transitiva del riconoscimento socio-spaziale. Ma è proprio questo carattere sovversivo dell’antico che suscita istinti repressivi, soprattutto nella classe dirigente. La politica del patrimonio culturale sembra voler oscurare l’inquietudine dell’antico di Jung.  C’è una REgressione del patrimonio che prende le forme delle tre RE: REtorica, REcinzione e REndita.  La Retorica della Città Eterna – della Grande Bellezza e simili – illustra una cartolina rassicurante che spegne il carattere perturbante delle rovine, impedisce la rielaborazione della memoria intesa come psicoanalisi urbana. Un velo di stereotipi oggi impedisce all’antico di irrompere nel contemporaneo La Recinzione rivela una decadenza della tutela, la quale si attesta sul monumento isolato, ignorandone volutamente le relazioni spaziali antiche e moderne. Nell’area più tutelata di Roma, infatti, sono state cancellate, senza che nessun Soprintendente ne provasse disagio, le due connessioni più importanti della città antica: il Clivo Capitolino è chiuso da un orribile cancello che impedisce il plurimillenario percorso tra il Foro e il Campidoglio; la recinzione dell’Arco di Giano blocca il passaggio del Velabro tra il Tevere e il Foro, cioè la relazione spaziale da cui è cominciata la storia di Roma.  La Rendita, infine, consiste nell’uso estrattivo dei beni culturali che sembra creare ricchezza e invece alimenta l’arretratezza. Il sistema economico, infatti, è impigrito dall’eccesso di offerta. Non c’è bisogno di inventare nuovi servizi o innovare le imprese, sono sufficienti fast-food e airbnb, tanto ci pensa il Colosseo a portare i turisti. I politici magnificano l’aumento dei flussi, ma la Banca d’Italia certifica la diminuzione del valore aggiunto e della produttività, segnalando quindi un arretramento rispetto ad altre città europee.  La penuria economica è figlia del fraintendimento della parola valorizzazione. Ormai ridotta sempre più a merchandising e bigliettazione.  Valore è una bella parola e in questo contesto dovrebbe avere un significato culturale. Creare valore vuol dire considerare l’antico come energia di trasformazione della città futura. Non solo sarebbe un contributo al riconoscimento della cittadinanza, ma avrebbe anche un più profondo effetto macroeconomico: una città ricca di cultura antica e contemporanea è anche una città più produttiva di innovativi servizi e di benessere sociale. Il progetto CArMe  La valorizzazione intesa come cultura è l’obiettivo ambizioso del progetto CArMe. In pratica consiste nel riscoprirne la vocazione di centro prediletto della vita pubblica, come era nell’antichità; dove darsi un appuntamento, camminare nel paesaggio antico e contemporaneo, sentirsi liberi di studiare o lavorare, e perché no anche di giocare, godere delle rappresentazioni artistiche, partecipare agli eventi civili e al dibattito pubblico e soprattutto riconoscersi come cittadini di Roma e del Mondo  A tale scopo il progetto CArME postula tre principi del cambiamento di visione.  Il primo principio: Prossimità dell’antico.  Dal punto di vista del progettista la prossimità va intesa sia in senso temporale, come relazione con la contemporaneità, sia in senso spaziale, come connessione con l’urbanità.  Dal punto di vista del visitatore, invece, Prossimità dell’antico significa la possibilità di passeggiare liberamente nella storia e accrescere la conoscenza della città antica. La sfida principale riguarda l’area dei Fori. Dopo un quarto di secolo dalla fine degli scavi non ha ancora avuto una sistemazione, è isolata dal resto della città, è un cratere archeologico incomprensibile segnato da un simulacro di strada che non serve più come strada. E con il timbro del vincolo si vorrebbe cristallizzare questa miseria urbana. Occorre, invece, superare la vecchia contrapposizione tra conservatori e smantellatori, che si è fossilizzata sui venti metri della carreggiata. Bisogna ampliare la scala per ripensare tutta l’area dell’antico quartiere alessandrino, dai Mercati Traianei al Foro Romano. Il Piano Strategico definirà le regole e gli obiettivi per le soluzioni progettuali che scaturiranno poi da impegnativi concorsi internazionali. Per farci un’idea del cimento ideativo possiamo fare riferimento agli studi scientifici degli ultimi anni, per esempio quello di Raffaele Panella e quelli del concorso del Prix de Rome del 2016.  I tre progetti vincitori, proprio nelle loro diversità, costituiscono una sorta di compendio di tutte le altre soluzioni.  Il progetto di Franco Purini propone un’interpretazione ipernovecentesca con un ponte sospeso sopra l’area archeologica interamente riportata in luce e visitabile.  Il progetto di Chipperfield, invece, torna indietro a un’interpretazione ottocentesca di un romantico giardino archeologico.  Infine il Luigi Franciosini propone un ambizioso sistema di grandi piazze sospese anch’esse sopra l’area archeologica. Con soluzioni molto diverse, tutti e tre superano il vecchio conflitto tra smantellatori e conservatori della strada del Novecento e immaginano nuovi paesaggi del CArMe per il nostro secolo. In qualsiasi soluzione è cruciale la relazione tra il livello urbano e quello archeologico, tra la “città di sopra” e la “città di sotto”. Aymonino lo definiva il più grande tema di scienza urbana del nostro tempo. Un’innovazione preziosa viene dal progetto di Francesco Cellini per piazza Augusto Imperatore che svela la magia del piano inclinato come relazione tra antico e contemporaneo. Questa soluzione consente di superare gli obbrobri delle recinzioni e delle buche archeologiche, che spesso deturpano il paesaggio romano. Il piano inclinato è la geometria prediletta della Prossimità dell’Antico. Secondo principio: la molteplicità del paesaggio significa riscoprire la presenza dei Colli che circondavano la valle, ritrovare l’orografia antica nella città contemporanea, riaprire alla vita urbana le relazioni originarie, tra il Foro e il Campidoglio, tra il Foro e il Tevere, come abbiamo visto prima.  La perentorietà dello stradone ha appiattito l’orizzonte, ma noi vorremmo enfatizzare la dimensione verticale dell’area, rappresentata in questo diagramma. Oltre i due livelli già detti, quello contemporaneo della via dei Fori e quello archeologico, abbiamo altri due livelli: in basso, le Stazioni archeologiche della metro svelano una Roma sotterranea ancora sconosciuta; Vediamo qualche immagine, di sfuggita. Questa è la stazione di Piazza Venezia, all’uscita da tornelli si potrà visitare il presunto Ateneo di Adriano e di accedere direttamente al Foro di Traiano. La nuova stazione del Colosseo, appena inaugurata con successo di critica e di pubblico, si trova sotto la collina Velia. Vi consiglio di andare a vederla. Qui la ricostruzione dei pozzi votivi che scendevano dalla cresta fino al livello dell’attuale foyer della metropolitana. Infine, in alto, le Terrazze riprendono le visuali panoramiche dei colli e delle reinterpretazioni rinascimentali che ne hanno proposto le ville aristocratiche: Horti Farnesiani, Aldobrandini appena restaurata, e Rivaldi, in questi giorni è stato riaperto al pubblico il giardino rinascimentale e la prossima settimana riapriremo anche il limitrofo Belvedere Cederna, che è una sorta di lacerto della collina Velia e ne restituisce lo splendido panorama davanti al Colosseo. Il restauro del Palazzo Rivaldi, già iniziato negli splendidi affreschi rinascimentali, a mio avviso è la più importante opera culturale dei prossimi anni nell’area. Sulle funzioni di quegli spazi, il ministro Giuli ha manifestato recentemente l’intenzione di promuovere un dibattito tra gli esperti e credo sia indispensabile che le nostre università e il Comune di Roma vi partecipino con impegno. Sarebbe utile promuovere un convegno di studi e proposte. Proseguendo nella riscoperta dell’orografia antica, il Colle Oppio è interessato dalla riqualificazione del giardino di Raffaele De Vico, dall’apertura al pubblico del criptoportico con l’affresco della Città Dipinta e dalla trasformazione già in cantiere della Cisterna delle Sette Sale, il grandioso impianto idraulico che serviva le Terme di Traiano. Diventerà un suggestivo centro di cultura e di vita urbana, con il progetto di Luigi Franciosini, vincitore di un altro concorso di architettura. È in atto la riscoperta del Celio con il Museo della Forma Urbis nella Palestra ex-GIL, la Casina del Salvi tornata alla funzione ottocentesca di coffe-house, con la sua bella terrazza affacciata sul Palatino, al secondo piano offre ai giovani aule per studiare vicino ai monumenti, si sono subito riempite di studenti dalla mattina alla sera. Nei pressi si può già vedere il giardino vitruviano, dove la passeggiata tra i reperti, a breve anche con l’ausilio di strumenti digitali, si tramuta in una sorta di breve corso sull’epigrafia e sull’architettura antica. Inoltre è partito il cantiere per l’abbellimento del verde del colle, con il tram che viaggerà su manto erboso. E finalmente è partito anche il restauro dell’Antiquarium, dopo circa ottanta anni di abbandono, per farne una sorta Forum Celio, un luogo ricco di arte, di teatro, di musica, di servizi per i giovani e ludoteche. Infine, l’orografia antica riemergerà in tutta la sua potenza paesaggistica con la qualificazione del grande parco centrale da Caracalla a Circo Massimo, nel sedime dell’antica valle Murcia che sfociava sul Tevere. Il Circo Massimo verrà riqualificato come invaso verde che rappresenta la struttura antica delle tribune. Nelle Terme di Caracalla tornerà il gioco dell’acqua, dopo quasi due millenni, e si potrà godere di un variopinto orto botanico aperto al pubblico, con il restauro avviato dalla Soprintendenza Speciale. Sul lato opposto, la Bocca della Verità diventerà, con un altro concorso, una piazza moderna che riattiverà la connessione arcaica tra il Foro e il Tevere.  Terzo principio: l’Apertura alla città trova una prima attuazione nella Nuova Passeggiata Archeologica. Un grande anello pedonale che abbraccia tutta l’area: potete vedere i tratti già realizzati a via di S. Gregorio e di S. Teodoro; nel frattempo sono partiti i cantieri per gli altri tratti di via dei Fori e dei Cerchi; entro l’anno avremo l’anello completo. Nella sua materialità è una trasformazione semplice, ma speriamo diventi un’opera cognitiva capace di modificare la visione. Oggi interpretiamo l’area solo mediante i suoi attrattori, andiamo a visitare il Colosseo, i Fori o il Circo Massimo. La Passeggiata, invece, ci aiuterà a scoprire il Centro Archeologico come un sistema storico e paesaggistico, in cui la bellezza di ciascun monumento risplenderà in relazione agli altri monumenti e al contesto urbano. Sulla Nuova Passeggiata Archeologica poggia un ventaglio di Percorsi Pedonali: i flussi dei pedoni arriveranno dai rioni circostanti e irroreranno la valle, riscoprendo l’immagine arcaica dei torrenti che affluivano dai Colli.  Tra questi percorsi, per esempio, uno offrirà al viaggiatore in arrivo alla stazione Termini un itinerario verso i Fori attraverso via Cavour, che diventerà un viale alberato e in parte pedonale di accesso al Carme, anche per compensare le limitazioni di ingresso da piazza Venezia apportate dal cantiere metro. In tale contesto la Torre dei Conti, restaurata come luogo esemplare dell’epoca medievale assurgerà a maestoso landmark del rapporto tra i Fori e la città. È in atto un complesso intervento di consolidamento, è stato confermato il finanziamento e si potrà riprendere il restauro, dopo attenta riflessione sulla tragedia, che ha causato la perdita di una vita umana e il crollo di una parte del monumento. Un contributo di “ferro” all’Apertura verso la città verrà dall’Archeotram. Sui binari esistenti – già percorsi dalla mitica circolare rossa – si aggiungerà un nuovo servizio di trasporto mirato alla visita dei monumenti. Questo tracciato tranviario è l’unico uscito indenne dal grande smantellamento di metà secolo perpetrato dai diversi regimi politici. Se, in un esercizio di fantasia, si potesse attribuire la responsabilità a un solo esecutore, questo grande Smantellatore mostrerebbe un’inusitata passione per l’archeologia. Il tracciato salvato, infatti, sembra progettato appositamente per collegare tutti i luoghi più caratteristici di Roma Antica: Piramide, Circo Massimo, Celio, Colosseo, Domus Aurea, Mura di S. Giovanni, Porta Maggiore, Horti Imperiali di piazza Vittorio, Terme di Diocleziano e Museo Nazionale Romano. Fino ad oggi lo abbiamo usato come linea di trasporto, nei prossimi mesi lo scopriremo come un arco narrativo della storia romana, attuando così una geniale intuizione di Insolera. La nuova linea Archeotram consentirà anche di attestare i flussi turistici a Ostiense, che diventerà la Porta del CArMe, ed eliminare la circolazione e la sosta dei pullman privati nel Carme, con grande beneficio per i monumenti e per i cittadini.  Nell’apertura alla città quindi si realizza una dialettica delle forme: l’asse e l’anello.  Nel Novecento l’asse dei Fori è stato l’accesso all’area archeologica, sia come funzione sia come simbolo.  Le Corbusier ne ha celebrato la potenza iconica durante la visita nel 1936: “Nella città moderna la strada dritta dell’automobile sostituisce il percorso dell’asino della città medievale”.  Al contrario, il nano di Nietzsche, dice a Zarathustra, libro molto amato da Jung: “tutte le linee dritte mentono, la verità è nelle curve”. Due movimenti cruciali della razionalità novecentesca: da un lato la Ragione che mette in forma la vita e dall’altro la vita che decostruisce la Ragione.  Mi pare molto importante che in questo luogo i due volti dell’immaginario del Novecento possano interagire di fronte alle testimonianze di Roma Antica.  Non si tratta di far vincere una forma rispetto all’altra, è proprio la tensione tra forme diverse che alimenta la qualità urbana e arricchisce il paesaggio. Riassumendo e concludendo, tutti i fantasmi romani che abbiamo incontrato alludono ad ataviche geometrie: la cometa verso il mare, i flessi del Tevere, la raggiera delle consolari, i cerchi del Gra, dell’anello ferroviario e della Passeggiata Archeologica, il triangolo dell’Appia, l’arco dell’Archeotram, il piano inclinato tra antico e contemporaneo. Non saprei dire con quali strumenti tecnici, ma certo sarebbe decisivo instaurare intense relazioni tra queste geometrie. Proviamo a immaginare una sorta di “danza delle geometrie” nella quale ciascun sistema si muove rispetto agli altri, creando differenze e prossimità, imperativi e dissolvenze, intenzioni e rivelazioni. La nuova Forma Urbana allora assomiglierà a un’installazione di Alexander Calder, nella quale il cerchio, il triangolo, la raggiera e i flessi interagiscono tra loro creando una molteplicità di visioni, di paesaggi. Si può riconoscere Roma solo nella molteplice danza delle sue geometrie. Riconoscere Roma è un dialogo creativo con i suoi fantasmi. Walter Tocci Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com 20 febbraio 2026
February 20, 2026
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Berlinale 2026, la regista di “The voice of Hind Rajab” rifiuta di ritirare il premio per il suo film
La regista tunisina Kaouther Ben Hania non ha accettato il premio “Most Valuable Film”assegnato al film da lei diretto, “The voice of Hind Rajab”, come gesto di protesta e di denuncia per la presenza di Noam Tibon, maggiore generale israeliano in pensione e protagonista del documentario canadese sul 7 ottobre The Road Between Us, premiato al Toronto Film Festival. “Quello che è successo a Hind non è un’eccezione. È parte di un genocidio” ha dichiarato la regista. “Stasera a Berlino ci sono persone che hanno dato copertura politica a quel genocidio riformulando l’uccisione di massa di civili come autodifesa, come circostanze complesse. Denigrando chi protesta. Stasera non porterò questo premio a casa. Lo lascio qui come promemoria. E quando la pace sarà perseguita come un obbligo legale e morale, radicato nella responsabilità per genocidio, allora tornerò e lo accetterò con gioia” ha concluso. Il gesto clamoroso di Kaouther Ben Hania è arrivato dopo altri due episodi di contestazione: la scrittrice indiana Arundhati Roy ha dichiarato che “l’arte non può tacere su un genocidio” e annunciato che non avrebbe partecipato al festival del cinema di Berlino dopo che il presidente della giuria Wim Wenders aveva sostenuto la necessità per il cinema di “restare fuori dalla politica.” Alla sua dura presa di posizione è poi seguita la lettera aperta firmata da più di 80 registi e attori, tra cui Javier Bardem e Tilda Swinton, che condannava il Festival Internazionale del Cinema di Berlino per il suo “silenzio istituzionale” sul genocidio nella Striscia di Gaza e per la complicità con Israele.     Redazione Italia
February 20, 2026
Pressenza
Trasformare le nostre complicità in albero di vita
-------------------------------------------------------------------------------- Grazie al progetto Makani II dell’ong Vento di terra, sei Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis aprono ogni giorno le loro porte e, con insegnanti formati per lavorare in contesti di crisi, cambiano il ritmo delle giornate di bambini e e bambine -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’esecuzione della condanna a morte del Cristo. Da allora le mani, quelle “pulite” dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola complicità, derivante dal latino, significa “coinvolto”, “piegato assieme” e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la “complicità” esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze. “…Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. È l’età dell’inconsistenza…”. Così scriveva Roberto Calasso nel suo libro L’innominabile attuale nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre la mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino. Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’inconsistenza assassina: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle elites più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare. Naturalmente non si tratta solamente di un discorso sulla servitù volontaria come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché “piegati assieme, coinvolti” in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora “non è tanto restare vivi… quanto restare umani”, così sentenziava George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trasformare le nostre complicità in albero di vita proviene da Comune-info.
February 20, 2026
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