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[2026-02-28] MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO @ Roma Piazza della Repubblica
MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL BONGIORNO Piazza della Repubblica - P.za della Repubblica, 00185 Roma RM, Italia (sabato, 28 febbraio 13:00) MOBILITAZIONE PERMANENTE CONTRO IL DDL BONGIORNO SOLO Sì E' Sì. SENZA CONSENSO E' STUPRO. La proposta di modifica presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno all'articolo 609-bis del codice penale (reato di violenza sessuale) introduce un cambiamento significativo rispetto al testo precedentemente approvato dalla camera. DAL CONSENSO AL DISSENSO La modifica elimina l'espressione "assenza di consenso libero e attuale" e la sostituisce con il riferimento alla "volontà contraria". La legge in discussione prevede che la volontà contraria all'atto sessuale debba essere dimostrata e valutata in relazione al contesto e alla situazione. Si sposta così il focus: non più l'assenza di consenso, ma la prova del dissenso. Si indagherà quindi sulla condotta, sulla moralità, sulle abitudini e sulla storia personale di chi ha subito violenza. Il processo si sposta sul comportamento della vittima. Si chiederà perché non ha reagito, perché non ha urlato, perché non è scappata. Si giudicheranno il suo corpo, le sue parole, il suo silenzio. Contro questa proposta è mobilitazione permanente. Perché il silenzio non è consenso. La paura non è consenso. L'immobilità non è consenso. Solo sì è sì. NON SUI NOSTRI CORPI. Contro il DDL Bongiorno
February 19, 2026
Gancio de Roma
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
Provocazione contro Cuba. Imbarcazione USA viola le acque territoriali, scontro a fuoco
In un comunicato il ministero degli Interni di Cuba ha reso noto che nelle prime ore della mattina del 25 febbraio è stata individuata un’imbarcazione veloce che aveva violato le acque territoriali cubane nei pressi di Cayo Falcones, nel municipio di Corralillo, nella provincia di Villa Clara. Secondo il comunicato […] L'articolo Provocazione contro Cuba. Imbarcazione USA viola le acque territoriali, scontro a fuoco su Contropiano.
February 26, 2026
Contropiano
Le responsabilità politiche della strage di Cutro
-------------------------------------------------------------------------------- Foto CarovaneMigranti, che fino al primo marzo promuove diversi appuntamenti dedicati alla strage di Cutro, “per rompere il silenzio” -------------------------------------------------------------------------------- È il terzo anniversario della strage di Steccato di Cutro. La notte fra il 25 e il 26 febbraio del 2023, un’imbarcazione con a bordo duecento migranti s’infrange sulle coste di Cutro, quindici chilometri da Cotrone, provocando la morte di quasi cento persone, tra cui quasi quaranta minori.  Una strage che sarebbe potuta essere evitata, se la catena dei soccorsi avesse funzionato adeguatamente. Una strage dimenticata e tenuta nascosta, nonostante sia l’evento più drammatico avvenuto in Calabria. Una strage che si aggiunge alle innumerevoli altre che si sono consumate e si consumano sotto i nostri occhi nel Mediterraneo, culla della civiltà europea e dei diritti umani.  Giovedì commemoriamo le vittime di questo evento, frutto di un clima politico che vede nei respingimenti, nei lager, nei Centri di permanenza per i rimpatri, nelle deportazioni in località terze e nella negazione sistematica dei diritti, i mezzi privilegiati per “occuparsi” di vite umane disperate, vittime del neocolonialismo dell’Occidente. E lo facciamo all’ombra di un disegno di legge sull’immigrazione e “l’accoglienza”, presentato dal governo Meloni, che pone la disumanità come principio regolativo: blocco navale, espulsioni accelerate, ridimensionamento della tutela legale per i richiedenti asilo, compressione del diritto al ricongiungimento familiare.  La stessa disumanità che traspare dalle parole del ministro dell’interno Matteo Piantedosi all’indomani della tragedia di Cutro, che getta la colpa della loro morte e di quella dei loro figli ai naufraghi stessi; la stessa disumanità che si manifesta nel festeggiare il compleanno del ministro Matteo Salvini mentre ancora il mare restituiva i cadaveri sulla spiaggia. Al di là delle responsabilità individuali sul malfunzionamento della catena dei soccorsi, è alle responsabilità politiche di questa catastrofe che dobbiamo guardare: finché la cattiveria e la rivalsa sui più deboli – elementi co-essenziali alle destre – saranno a fondamento delle politica e della sovranità, notti come quelle tra il 25 e il 26 febbraio 2023 continueranno a ripetersi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le responsabilità politiche della strage di Cutro proviene da Comune-info.
February 26, 2026
Comune-info
Perché la bandiera dell’ISIS sventola di nuovo sopra Raqqa?
There has been a video of an ISIS flag been flown on Raqqa which has been circulating a lot around digital media in the last days. One would be forgiven for thinking that it was taken back in 2016, when ISIS still controlled the city and used it as the capital of its caliphate. But in fact it was taken in 2026, just a few days ago. So, why is this happening?
February 26, 2026
Revista Lêgerîn
L’improvvisa solerzia del capo della polizia Pisani
Come era già stato documentato ampiamente nei libri  Il partito della polizia  e poi  Polizie, sicurezza e insicurezze, i casi di operatori delle polizie (nazionali e locali) responsabili di reati anche gravi negli ultimi 25 anni sono assai numerosi. E in particolare i “morti in mano alle polizie” e le condanne della CEDU e del GRECO (Gruppo Stati europei contro illegalismi istituzionali) sulle illegalità delle forze dell’ordine italiane nonché per la non ottemperanza dell’Italia rispetto alle sanzioni e prescrizioni della stessa CEDU (come già ricordava anche l’allora PM Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino ). E recentemente la Cedu ha condannato l’Italia per il caso Magherini. Ma in questi 25 anni -come prima- i vertici delle polizie hanno bellamente ignorato tutto, hanno fatto quadrato insieme ai sindacati a totale difesa dello spirito di corpo. E come dicono alcuni anziani e meno anziani operatori delle polizie: “in realtà i Cinturrino erano anche utili, facevano tanti arresti e facevano fare carriera anche ai superiori”. Ma ecco che a seguito di quanto gli investigatori hanno scoperto e alcuni bravi giornalisti hanno reso noto a proposito del caso Mansouri-Cinturrino, il capo della polizia ha deciso la sentenza immediata di espulsione di quest’ultimo dai ranghi della polizia (vedi articolo di Giuzzi e Lio sul Corriere). “Il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito senza mezzi termini l’assistente capo Cinturrino “un delinquente”. E il questore Bruno Megale ha vantato “Abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi di fronte a vicende di questo genere. Questo anche per i cittadini che è nostro compito tutelare”. Intervistato da Giovanni Bianconi, il prefetto Pisani ha detto “Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito … l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva”. E aggiunge che l’inchiesta dovrà chiarire: “Innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso … l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria”. Ma com’è che il Prefetto Pisani non è mai stato così solerte e tempestivo in tanti altri casi?   E com’è non dice che le polizie non hanno mai fatto un serio monitoraggio dei reati da parte del loro personale, cosa che potrebbe permetterne uno studio per elaborare valide ipotesi di prevenzione e di risanamento, unica garanzia per limitarne la riproduzione sistemica.  Constatiamo che non solo non esistono alcun database e alcuna statistica sugli illeciti e reati di operatori delle forze di polizia, ma non c’è neanche possibilità di accesso ai procedimenti istruiti dalle Commissioni disciplinari (nazionale e locali). I giudizi adottati da queste commissioni (composte da un funzionario, un operatore di pari grado dell’imputato e un rappresentante di uno dei sindacati più rappresentativi) sono quasi sempre clementi. Di fatto si tratta di un meccanismo -istituito in tutte le polizie- che garantisce l’impunità al loro personale che ha commesso reati. E  Nelle polizie, come nella Chiesa e in molte altre istituzioni non solo italiane, questo costume sembra particolarmente abituale; come si suol dire: ognuno ha qualche “cadavere nell’armadio” da nascondere e diversi operatori non esitano a giocare su questo, così come a divertirsi raccontando pettegolezzi su tutti, sui politici così come su ogni sorta di vip. Un commissario di polizia, tra i più bravi che io abbia conosciuto, ebbe a dirmi: “Professore, lei non lo sa, ma qua è un inferno: ogni mattina appena arrivo in ufficio devo subito guardarmi le spalle per evitare le coltellate da colleghi”. È proprio alle gelosie e competizioni che si deve la scoperta di diversi atti illeciti di operatori delle polizie. Se il cosiddetto spirito di corpo spinge a far “quadrato” di fronte ad accuse dall’esterno, all’interno non mancano il continuo regolamento di conti o colpi bassi per competizione o gelosie. I vertici conoscono bene questo costume, lo praticano e allo stesso tempo lo temono ma se ne servono come supporto al controllo sulla “truppa” e degli uni sugli altri. Ma non per la tutela effettiva dello stato di diritto democratico.  E perché il prefetto Pisani e tutti i verti delle polizie non dicono nulla per sollecitare e garantire la tutela dei whistleblower (segnalatori di atti o comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione come nel privato (normativa istituita con Decreto Legislativo n. 24/2023, recepimento della direttiva UE 2019/1937)? E’ invece noto che gli operatori delle polizie che vanno controcorrente, che non si assoggettano o non condividono i discorsi, gli atteggiamenti e i comportamenti violenti, fascisti, razzisti e sessisti, finiscono presto per essere marginalizzati e persino perseguitati al punto di dover dare le dimissioni per evitare il peggio (e questi casi nient’affatto rari meriterebbero essere rivalutati e omaggiati anziché restare nella gogna come coloro che hanno “sporcato il corpo, come infami” al pari di chi denuncia le mafie. Purtroppo anche i democratici e la sinistra parlamentare sembrano ignorare tutto questo e restano quasi sempre seguaci del generale atteggiamento ossequioso rispetto alle forze dell’ordine al pari del motto “nei secoli fedeli” dell’Arma dei Carabinieri. E questo s’è visto l’anno scorso con la reazione da parte del governo italiano alle critiche e condanne nei rapporti del Consiglio d’Europa (ECRI) e alle sollecitazioni europee su razzismo, profilazione razziale e violenze su manifestanti europee riguardanti la condotta delle forze di polizia.  La premier Meloni e il ministro Piantedosi hanno definito “vergognose” le accuse di razzismo mosse dall’ECRI. E, ahinoi, il presidente Mattarella telefona al prefetto Pisani stupore, stima e vicinanza alle forze di polizia per le affermazioni nel rapporto ECRI. Sin quando non ci sarà un netto rispetto delle norme dello stato di diritto democratico l’Italia come tutti i paesi resteranno alla mercé delle derive dispotiche del neofascismo liberista (vedi l’articolo di Gianni Giovannelli “Rileggendo l’Eternal fascisme di Umberto Eco).   E infatti, nonostante le condanne, il governo Meloni ha proseguito nel rafforzamento dei poteri di polizia, con i decreti sicurezza malgrado qualche emendamento del presidente Mattarella. Salvatore Turi Palidda
February 25, 2026
Pressenza
COMALA: da spazio di aggregazione ad acceleratore per imprese
L’avviso pubblico del comune di Torino per l’assegnazione degli spazi di corso Ferrucci 65/a, meglio conosciuto come Comala, ha visto una cordata di enti, che ambiscono a promuovere sturt up e ad accelerare imprese, aggiudicarsi il bando. Dopo 15 anni in cui è stata data forma e vita ad attività, posti di lavoro e progetti partecipati quotidianamente da centinaia di persone, un colpo di spugna del Comune vorrebbe cancellare questa esperienza di aggregazione e gestione di spazi pubblici. Social Innovation Teams, Eufemia, Paolo Landoni e Pasquale Lanni: i nomi noti – non per meriti – a guida della cordata. Oltre il danno la beffa. Non solo, l’avviso pubblico è stato strutturato dal Comune partendo e prendendo spunto – o meglio appropriandosi – delle attività costruite negli anni da Comala, ma i vertici della cordata sono arrivati nei giorni scorsi a dichiarare con una certa arroganza tutta accademica, di avere come obiettivo quello di “fare meglio di Comala”, pur avendone di fatto copiato la progettualità. Senza una esplicita messa a profitto, non solo degli spazi, ma anche di ogni attività umana, le possibilità di gestire luoghi pubblici si rivela sempre più ridotta. Eppure da quanto si muove attorno agli spazi e alle persone del Comala, sembra che la decisione dell’amministrazione non avrà vita facile. Insieme ad una lavoratrice di Comala ne parliamo ai microfoni di Radio Blackout:
February 25, 2026
Radio Blackout - Info
TAI, monitoraggio in Albania: 90 persone a Gjader, mai così tante dall’apertura
Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme all’On. Rachele Scarpa, ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania. Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE. L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR. Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate. L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura. Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025. Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche. Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema. Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia. L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo. I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro? Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’On. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali. Redazione Italia
February 25, 2026
Pressenza
Documenti dei centri sociali di Bologna (1990-2024) dal sito dell'archivio storico Marco Pezzi https://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/centri_sociali_di_Bologna.html C'è molto materiale di XM24 (❤️), segnaliamo in particolare: — https://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/Xm_senza_data_13.pdf — https://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/Xm_2012_00_00_02.pdf
February 25, 2026
archivio grafton9
Presidente Todde: Non esistono servitù di serie A e servitù di serie B
Pubblichiamo il comunicato stampa di 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐞𝐀𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 – 𝐀𝐠𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐒𝐮𝐥𝐜𝐢𝐬 – 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐏𝐮𝐥𝐢𝐭𝐚 – 𝐌𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐙𝐨𝐧𝐚 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 – 𝐍𝐨 𝐓𝐲𝐫𝐫𝐡𝐞𝐧𝐢𝐚𝐧 𝐋𝐢𝐧𝐤. Presidente Alessandra Todde, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢 al suo appello per la Manifestazione Pubblica Sabato 28 febbraio contro l’aggravio della 𝙎𝙚𝙧𝙫𝙞𝙩𝙪̀ 𝘾𝙖𝙧𝙘𝙚𝙧𝙖𝙧𝙞𝙖 decretata a firma dell’allora suo 𝙈𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙂𝙞𝙪𝙨𝙩𝙞𝙯𝙞𝙖 𝘼𝙡𝙛𝙤𝙣𝙨𝙤 𝘽𝙤𝙣𝙖𝙛𝙚𝙙𝙚 (𝘔𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 5 𝘚𝘵𝘦𝘭𝘭𝘦) quando Lei ricopriva l’incarico di 𝙎𝙤𝙩𝙩𝙤𝙨𝙚𝙜𝙧𝙚𝙩𝙖𝙧𝙞𝙤 𝙙𝙞 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙣𝙚𝙡 𝙜𝙤𝙫𝙚𝙧𝙣𝙤 𝘾𝙤𝙣𝙩𝙚 𝟮 (𝘉𝘰𝘭𝘭𝘦𝘵𝘵𝘪𝘯𝘰 𝘜𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦 𝘔𝘪𝘯𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳𝘰 𝘎𝘪𝘶𝘴𝘵𝘪𝘻𝘪𝘢 2020). Inoltre, non saremo presenti per queste motivazioni: * 𝙡𝙚 𝙗𝙖𝙨𝙞 𝙚 𝙞 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙜𝙤𝙣𝙞 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖𝙧𝙞 * 𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙫𝙖𝙨𝙩𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙞𝙣𝙙𝙪𝙨𝙩𝙧𝙞𝙖𝙡𝙞 𝙚 𝙢𝙖𝙣𝙘𝙖𝙩𝙚 𝙗𝙤𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙝𝙚 * 𝙡’𝙖𝙨𝙨𝙖𝙡𝙩𝙤 𝙚𝙣𝙚𝙧𝙜𝙚𝙩𝙞𝙘𝙤 𝙨𝙥𝙚𝙘𝙪𝙡𝙖𝙩𝙞𝙫𝙤 * 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙤𝙧𝙙𝙞𝙜𝙣𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙍𝙒𝙈 𝙄𝙩𝙖𝙡𝙞𝙖 𝙙𝙞 𝘿𝙤𝙢𝙪𝙨𝙣𝙤𝙫𝙖𝙨 * 𝙡𝙖 𝙢𝙖𝙣𝙘𝙖𝙩𝙖 𝙚 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙪𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙯𝙤𝙣𝙖 𝙛𝙧𝙖𝙣𝙘𝙖, 𝙥𝙧𝙤𝙢𝙚𝙨𝙨𝙖 𝙚 𝙢𝙖𝙞 𝙘𝙤𝙣𝙘𝙧𝙚𝙩𝙞𝙯𝙯𝙖𝙩𝙖 Non accettiamo battaglie selettive. Non accettiamo che si scelga su cosa indignarsi. 𝙇𝙖 𝙎𝙖𝙧𝙙𝙚𝙜𝙣𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙪𝙣 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙜𝙤𝙣𝙤 𝙢𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖𝙧𝙚. 𝙉𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙪𝙣𝙖 𝙙𝙞𝙨𝙘𝙖𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙞𝙣𝙙𝙪𝙨𝙩𝙧𝙞𝙖𝙡𝙚. 𝙉𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙪𝙣𝙖 𝙥𝙞𝙖𝙩𝙩𝙖𝙛𝙤𝙧𝙢𝙖 𝙚𝙣𝙚𝙧𝙜𝙚𝙩𝙞𝙘𝙖. 𝙉𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙪𝙣𝙖 𝙛𝙖𝙗𝙗𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙗𝙤𝙢𝙗𝙚. 𝙉𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙪𝙣𝙖 𝙘𝙤𝙡𝙤𝙣𝙞𝙖 𝙥𝙚𝙣𝙞𝙩𝙚𝙣𝙯𝙞𝙖𝙧𝙞𝙖. E non è una terra a cui si negano strumenti economici mentre si impongono nuovi pesi. È terra viva. È comunità. È dignità. 𝗦𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘁𝘂̀, 𝘀𝗶 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗹𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗲. Perché il silenzio su alcune ferite pesa quanto la ferita stessa. E la coerenza non può essere a giorni alterni. 𝐂𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐫𝐢, 𝟐𝟕 𝐟𝐞𝐛𝐛𝐫𝐚𝐢𝐨, 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟐:𝟎𝟎 – 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 Redazione Sardigna
February 25, 2026
Pressenza