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Anarres del 23 gennaio. Rojava. Stati Uniti: Ice senza freni. Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari…
Ascolta e diffondi l’audio della puntata: Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti: Rojava. Attacco al confederalismo democratico Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L’esercito siriano ha attaccatole aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est della Siria dai massacratori dell’ISIS. La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista, fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi sistemi patriarcali. Il governo siriano ei suoi finanziatori adAnkara e Riad puntanoalla cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabililimiti, ha rappresentato un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento. Ne abbiamo parlato con Federico Stati Uniti. L’ICE scatenata La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota, diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice». I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono. Lemilizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che picchia espruzza in faccia a persone ammanettate.ICE “dichiara” il diritto di entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente. Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte Appuntamenti: Siria e Iran: una libertà senza confini Sabato 24 gennaio ore 10,30 punto infoal Balon Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e domani in Iran e in Siria ore 15 piazza Vittorio Veneto partecipiamo al corteo per il Rojava Sabato 21 febbraio Con i disertori russi ed ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere giornata di informazione e lotta antimilitarista ore 10,30 al Balon Sabato 28 febbraio Cena sovversiva benefit “una nuova casa per la FAT!” ore 20 in corso Palermo 46 prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com Venerdì 6 marzo Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza ore 21 in corso Palermo 46 Interverrà l’avvocato Eugenio Losco A-Distro e SeriRiot ogni mercoledì dalle 18 alle 20 in corso Palermo 46 (A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini! Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato! Informati su lotte e appuntamenti! Federazione Anarchica Torinese corso Palermo 46 Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30 per info scrivete a fai_torino@autistici.org Contatti: FB @senzafrontiere.to/ Telegram https://t.me/SenzaFrontiere Iscriviti alla nostra newsletter mandando una mail ad: anarres@inventati.org www.anarresinfo.org
February 23, 2026
Radio Blackout - Info
#130 Benvenuti tra i rifiuti – Funeral Party
L’inizio della fine è pur sempre un inizio. Si conclude la nostra rassegna di carta stracciata dal cassonetto. Tanti articoli (forse troppi), risiko globale, autointerviste… E soprattutto il testamento spirituale di Benvenuti tra i Rifiuti. Perchè BTR non è un programma per vecchi. Non è un programma per giovani. Non è un programma per bambini. BTR non è un programma. BTR siete voi Benvenuti tra i rifiuti 130 - Funeral Party
February 23, 2026
Radio Eustachio
Le Dita Nella Presa - I social media danno dipendenza, volume 2
Commentiamo la testimonianza di Zuckerberg al processo in California che vede Meta accusata di aver creato delle interfacce che provocano dipendenza alle persone minori, tali da infliggere loro danni psicologici. Sempre su Meta, arrivano le prime notizie anche da un altro processo, questa volta nel New Mexico, dove l'accusa è invece di non aver protetto adeguatamente le persone minori dall'abuso sessuale. A seguire, lunga carrellata di notiziole: * L'unione europea impedisce i tool basati su AI sui device del suo personale * I tech corps, ovvero un altro passaggio del colonialismo * Un altro studio mostra che l'AI non ci farà lavorare meno * L'India stringe le regole sui social media e sugli usi dell'AI * ChatGPT si prepara a lanciare un social media * Alcuni importanti siti di notizie chiedono ad Internet Archive di copiare le versioni archiviate dei loro siti allo scopo di evitare che gli scraper che accumulano dati per usarli negli LLM possano accedervi * Openstreetmap riceve un livello di scraping che rende difficile mantenerlo in attività Concludiamo con due perle: * Meta risolve il problema delle persone che smettono improvvisamente di postare * Come controllare 10mila aspirapolvere robot per sbaglio Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
February 23, 2026
Pillole di info digitale
USA “Come resistiamo all’ICE”
Di Marco Veruggio da officina primo maggio > Una lunga chiacchierata con due attivisti del movimento Ice Out a Minneapolis: > Janette Zahia Corcelius, sindacalista e attivista dei Democratic Socialists of > America e Rafael Gonzales, rapper, insegnante e attivista. > Questo articolo viene pubblicato in contemporanea su OPM e PuntoCritico La mobilitazione contro l’offensiva anti-immigrati nel Minnesota e l’ampia reazione alle esecuzioni a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non, come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi subalterne: scioperi e manifestazioni. Per capire come sono nati i primi rapid support team, che cos’è successo dopo l’escalation dell’ICE e del Border Patrol e qual è realmente la situazione oggi, dopo che l’informazione italiana ha spento i riflettori sul Minnesota, ci siamo fatti una lunga chiacchierata con Janette Zahia Corcelius, sindacalista e community organiser della Office and Professionals Employees International Union e attivista dei Democratic Socialists of America a Minneapolis, e con Rafael Gonzales, rapper, cantante e insegnante (nome d’arte Tufawon) impegnato nelle mobilitazioni. Quella che segue è un’ampia sintesi della conversazione a tre. Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle? Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti, un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati. Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020, quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro. In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato? J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi, discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo: alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi. R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono. L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le stesse cose che ha fatto qui. Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici? J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce. R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo molto. Parli del governo del Minnesota? R.: Sì, ma anche del sindaco. Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE davanti alle telecamere, ma non è andato oltre? R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la copertura mediatica si riduce, diminuiscono. J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio, perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un vero sciopero generale. Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano sanzioni severe fino all’arresto. Giusto? J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60 giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%. In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete ricavato da quanto è successo? R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa 700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città. In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli. Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili, perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”. Più in generale come vedi il futuro? R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno. J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme, molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle. Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa. E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump, ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla normalità”, voglio una società nuova.
Quarant’anni con Luca Rossi.
Uno striscione retto da cittadini attempati recita: “Chi non ha memoria non ha futuro”. Cosa vogliamo che ricordiate? Parlo al plurale perché anch’io sono orgogliosamente dietro quello striscione. Vogliamo che ricordiate che non si può morire “per caso” mentre si corre per prendere il filobus, la circolare 90/91 che abbraccia tutta Milano. Il nodo della questione sta proprio in quel “per caso”. Non era intenzione del poliziotto colpire Luca, ma fu davvero una casualità? L’agente, fuori servizio, aveva avuto un alterco con alcuni malviventi mai identificati; sparò ad altezza uomo mentre fuggivano, e il proiettile colpì Luca. Non fu un caso: l’agente portava con sé la pistola d’ordinanza anche fuori servizio grazie alle leggi speciali di allora, tristemente simili a quelle di oggi. Invece di imparare dal passato, ripetiamo gli stessi errori. Ma dov’è la notizia? La notizia è che i compagni e gli amici di Luca Rossi da 40 anni onorano ciò che accadde la sera del 23 febbraio 1986. È una notizia per due ragioni fondamentali. In primo luogo da quarant’anni questo gesto si ripete. È uno di quei riti carichi di significato che, come recita lo striscione, costruiscono il futuro attraverso la memoria. Ricordare richiede ripetizione, proprio come le poesie imparate a memoria: ogni volta che le si recita, le si reinterpreta. E poi come spiegò magistralmente Moni Ovadia nel 2006: > “Il problema che ponete è fondamentale, perché è iscritto nei grandi pensieri > etici. Il Talmud dice che ‘chi salva una vita, salva l’universo intero’; il > Corano dice ‘chi uccide una vita, uccide l’umanità’. In questo senso, voi non > agite solo per la vita di Luca, ma per ‘la’ vita come valore di riferimento > per ogni essere umano.” Queste parole sono raccolte nel libro che documenta quarant’anni di iniziative, non a caso intitolato “40 anni CON Luca”. Potrete trovarlo ancora domenica 1° marzo 2026 alle ore 12:30, durante il pranzo in ricordo di Luca presso il Circolo Bovisa di via Mercantini 11, a Milano. Sarà l’ultimo appuntamento di questo quarantennale dedicato a Luca. QUI il sito in cui trovare le informazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Ettore Macchieraldo
February 23, 2026
Pressenza
Intensificate le proteste studentesche in Iran: né Scià né Mullah!
Lo sciopero generale e l’ondata di proteste promosse dagli studenti universitari hanno acquisito slancio, con migliaia di persone che hanno riempito i campus e scandito lo slogan “Né Shah né Mullah”. Le proteste iniziate in Iran e nel Rojhilat sono proseguite con scioperi guidati dagli studenti. Le prime manifestazioni sono scoppiate il 28 dicembre 2025 al Gran Bazar di Teheran per la crisi economica del Paese. I disordini si sono poi estesi a tutto l’Iran, in particolare al Rojhilat. Dopo che le forze di sicurezza avrebbero usato proiettili veri contro le proteste in espansione, un gran numero di persone è stato ucciso. Le autorità hanno anche imposto la chiusura di Internet a livello nazionale, limitando gravemente le comunicazioni con il mondo esterno. Dopo le sanguinose repressioni del 7 e 8 gennaio, il 17 e 18 febbraio si è celebrato il 40° giorno di commemorazione delle vittime. Negli ultimi quattro giorni le proteste sono riprese dopo che gli studenti hanno indetto un nuovo sciopero. Il 21 febbraio i gruppi universitari hanno annunciato l’indizione di uno sciopero per il 23 febbraio. Per tutta la giornata, migliaia di studenti si sono radunati nei campus, scandendo slogan come “Morte al dittatore” e “Libertà”, trasformando i terreni dell’università in punti di ritrovo. Università in cui sono state segnalate proteste: Università Tarbiat Modares (Teheran): gli studenti si sono radunati nel campus scandendo slogan contro la Guida Suprema dell’Iran. Tra gli slogan: “Finché il clero non sarà nascosto, questa patria non diventerà una vera patria” e “Questo è il messaggio finale, l’obiettivo principale è il regime stesso”. Università Sharif (Teheran): Secondo alcune segnalazioni, le forze di sicurezza in borghese hanno tentato di impedire agli studenti di unirsi alle proteste. In una dichiarazione gli studenti hanno descritto le autorità come “mercenari armati e assassini” e hanno invitato il pubblico a radunarsi fuori dalle università in segno di sostegno. Università di Teheran: una grande folla si è radunata, scandendo slogan tra cui “Dopo tutti questi anni di crimini, morte a questo sistema di tutela”, “Morte al dittatore” e “Finché il mullah non sarà avvolto nel mistero, questa patria non diventerà una vera patria”. Università di Alzahra (Teheran): gli studenti si sono uniti alle proteste portando con sé le fotografie dei loro compagni uccisi. Università della Scienza e della Cultura (Teheran): centinaia di studenti hanno preso parte alle manifestazioni. Università Amirkabir (Teheran): gli studenti si sono riuniti, ripetendo lo slogan “Né Scià né Mullah”. Università di Tecnologia di Isfahan: gli studenti hanno scandito slogan antigovernativi, tra cui “Quest’anno è un anno di sangue, Seyyed Ali sarà rovesciato” e “Dopo anni di crimini, morte a questo sistema di tutela”. L'articolo Intensificate le proteste studentesche in Iran: né Scià né Mullah! proviene da Retekurdistan.it.
February 23, 2026
Retekurdistan.it
Napoli per l’Ucraina: una città in cammino tra resistenza e speranza
Una lunghissima bandiera blu e gialla attraversa il centro storico. Scorre tra le mani dei manifestanti come un filo continuo che unisce generazioni diverse. Intorno, cartelli alzati, passi lenti, un silenzio composto. Anche la città sembra rallentare, quasi a mettersi in ascolto. Nel quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Napoli è scesa in piazza con un corteo da Piazza Dante a Piazza del Plebiscito per ribadire che la solidarietà non può diventare abitudine né silenzio. L’iniziativa, promossa da Dateci le Ali APS con il patrocinio del Consolato Generale d’Ucraina a Napoli, ha unito la dimensione umanitaria a un richiamo alla responsabilità civica europea. A Piazza Dante, prima della partenza, si sono alternati diversi interventi che hanno dato voce alla comunità ucraina e alle realtà civiche presenti. Ha preso la parola il Console Generale d’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko. È intervenuto il parroco della comunità ucraina, Vasyl Trach, che ha impartito una benedizione. Tra i passaggi dell’intervento di Oles Horodezkyi, dell’Associazione Cristiani Ucraini d’Italia, è risuonato un dato che ha riportato tutti all’attualità del conflitto. «L’aggressione russa contro l’Ucraina è il conflitto più importante in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Siamo qui per sostenere la resistenza dei nostri militari e della nostra popolazione civile, che da quattro anni vive sotto le bombe ma non si arrende e non si arrenderà mai. Solo stanotte cinquanta missili da crociera e trecento droni hanno colpito le nostre città». Le sue parole sono state accolte da un coro spontaneo di solidarietà. Hanno portato il loro contributo anche Mattia Alvino per Liberi Oltre, Lucia Lemaire per l’Associazione Vittime Civili di Guerra e Antonio Giuliano per il Partito Liberal Democratico. Era presente, in rappresentanza del sindaco Gaetano Manfredi, anche l’assessore alla Polizia Municipale e alla Legalità del Comune di Napoli, Antonio De Iesu, che ha espresso la solidarietà dell’amministrazione comunale e della città al popolo ucraino. Il corteo si è poi mosso verso Piazza del Plebiscito. Il passaggio della lunga bandiera è stato uno dei momenti più tangibili della giornata. Non c’era retorica, ma raccoglimento. Napoli sembrava per un momento sospesa, come in un abbraccio collettivo verso una popolazione ferita ma non piegata. All’arrivo in Piazza del Plebiscito la manifestazione è proseguita con nuovi interventi pubblici. Sono intervenuti nuovamente il Console Kovalenko e l’assessore Antonio De Iesu. Ha preso la parola Bogdan Cushnir per i Radicali Italiani. In collegamento da Kiev sono intervenuti l’attivista Ivan Grieco e Carlo Calenda. Hanno portato il loro contributo anche Alfonso Mariagallo per +Europa, Gianluca Auriemma per Ora Campania e Natalia Trubyshchuk per CS Centro Soluzione CAF. La parte conclusiva si è trasformata in un momento performativo collettivo dedicato ai più piccoli, intitolato “Speranza per l’Ucraina”. In collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, Dateci le Ali APS sta contribuendo alla distribuzione di 36.000 volumi sul territorio italiano, nell’ambito del progetto Tales of EUkrain finanziato dalla Commissione Europea. Un’azione che affida ai libri un compito civile preciso: costruire prossimità, rafforzare il senso di appartenenza europea, superare i confini dell’emergenza attraverso la cultura. Ai libri si è affiancato un altro gesto dedicato ai più piccoli. Sono state donate bambole ai bambini presenti, con il contributo del Rotary Club Ulisse 2101 Golfo di Napoli, guidato dal presidente Luigi Carrino, e di Ortopedia Meridionale di Salvio Zungri. In un contesto segnato dallo sradicamento, una bambola non è un semplice regalo. È un oggetto-ponte, un riferimento familiare che restituisce continuità affettiva e un senso di stabilità in mezzo alla precarietà. Il Console Generale d’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko, ha definito l’iniziativa «un raggio di speranza in un momento tanto difficile per il popolo ucraino». Il presidente del Rotary Club Ulisse 2101 Golfo di Napoli, Luigi Carrino, ha dichiarato: «Il Rotary è un laboratorio di umanità, dove le idee diventano azioni e le azioni diventano speranza. Vogliamo offrire ai bambini e alle famiglie un segno tangibile di vicinanza e di pace. Perché servire, in fondo, significa donare un sorriso, e ogni sorriso può davvero cambiare il mondo». Sul palco si sono alternati momenti artistici e musicali con Crasa+, l’associazione Progetto Infanzia, i giovani artisti di Dateci le Ali con il progetto “Radici in scena”, i bambini del progetto “Crescere in musica”, il duetto di Olena Chervinchuk e Tetiana Semenhiv, quello delle bambine Diana Mizerna e Sofia Javchynska, insieme agli interventi della Scuola Ucraina, di Viktoria Tomenchuk e della giovane attivista Sofia Boyko. Durante la manifestazione ho rivisto mamme e bambini conosciuti allo scoppio della guerra, accolti al loro primo arrivo a Napoli. Oggi sono parte della città. I bambini parlano un italiano corretto, frequentano le nostre scuole. Le madri studiano, molte lavorano. In questi anni è stata percorsa molta strada, e molta ancora ne resta da fare. Molte delle famiglie arrivate nei primi giorni del conflitto oggi non sono più “ospiti”, ma parte di un tessuto condiviso. In questi anni si è formata una famiglia allargata che tiene insieme le famiglie ucraine, quelle napoletane, la comunità intera, le associazioni e le istituzioni. Un legame costruito giorno dopo giorno, attraverso l’accoglienza, l’accompagnamento, la scuola, il lavoro e la quotidianità. In questo percorso un ruolo centrale lo ha avuto l’associazione Dateci le Ali APS, che fin dall’inizio ha coordinato aiuti, relazioni e percorsi di integrazione. La presidente Tania Genovese è diventata un punto di riferimento costante per molte famiglie, insieme alle altre realtà associative e ai tanti volontari che hanno contribuito a trasformare l’emergenza in una rete stabile di sostegno. È in questo intreccio che si costruisce il vero filo della solidarietà: le persone, le associazioni, le aziende che scelgono di sostenere concretamente, le istituzioni che garantiscono continuità. Una comunità composta da parti diverse, tutte necessarie. Tra i numeri dei bombardamenti evocati negli interventi e i libri consegnati ai bambini, la manifestazione ha tenuto insieme il presente della guerra e la responsabilità del futuro. Nel silenzio composto del corteo si è percepita una consapevolezza più inquieta che rassicurante. La guerra continua a mietere morti, a lasciare feriti e amputati, a distruggere case e scuole, mentre si attende ancora una soluzione che non arriva. È anche questa attesa sospesa ad aver portato in piazza centinaia di persone. La solidarietà non nasce dall’illusione che tutto sia già deciso, ma dalla coscienza che il conflitto è ancora in corso. Per questo la pace, quando è giusta, non può coincidere con l’indifferenza o con l’abitudine alla guerra. È una richiesta concreta di responsabilità, rivolta all’Europa e alla comunità internazionale, perché la difesa della dignità umana non sia rinviata. L’album fotografico è di Lucia Montanaro e Chart Studio Yuriy Chartorynskyy       Lucia Montanaro
February 23, 2026
Pressenza
[2026-02-26] Ecolab3: Patriarcato, dove tutto è cominciato @ Roma3, dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo, aula Matassi
ECOLAB3: PATRIARCATO, DOVE TUTTO È COMINCIATO Roma3, dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo, aula Matassi - Via Ostiene 234-236 (giovedì, 26 febbraio 17:30) ✨PATRIARCATO, DOVE TUTTO È COMINCIATO :) ✨ 🧃terzo appuntamento del ciclo di EcoLab su l'estrazione di valore🧃 ⏰ Giovedì 26 febbraio h. 17:30 📍dip. di filosofia Roma3 (via Ostiense 234-236) aula Matassi L'EcoLab è uno spazio aperto di discussione e confronto, nessuna competenza previa richiesta 🏴‍☠️ portare solo voglia di chiacchierare e una tazza che noi portiamo il the! ☕️✨🧚🏼‍♀️ Brevissimo recap di come siamo arrivate qui Questo laboratorio è il terzo appuntamento di un ciclo tematico sull’estrazione di valore. Si colloca a conclusione di un percorso all’interno del quale abbiamo analizzato il sistema estrattivista da diverse prospettive, con l’obiettivo di costruire degli strumenti collettivi di analisi per decifrare il presente La diffusione del termine estrattivismo, a partire dai movimenti del Sud globale, è dovuta a un processo di decolonizzazione del materialismo storico, che allarga la sua sfera di indagine dal campo esclusivo della produzione capitalistica, a tutti i processi ecosistemici che mandano avanti il mondo: il lavoro invisibile delle forze di riproduzione Il gioco si fa duro? Ammutinamento!!! Le forze di riproduzione sono l’elemento da cui il sistema estrae maggiormente valore o, quando non riesce, che distrugge e sacrifica. Approfondendo questa prospettiva emerge chiaramente la necessità di rivendicare il protagonismo politico della pratica transfemminista, non come contraddizione singolare o identitaria, ma come strategia generale. La guerra civile si fa una realtà incombente e minacciosa, ma che significa davvero? E soprattutto, che significa per noi? Se c’è una risposta alle domande che ci pone questo tempo sul potere, sulla violenza, sul sistema e sulla rivoluzione, è da ricercare nell’esperienza millenaria della più lunga guerra civile della storia: quella di genere. 🌱🏴‍☠️
February 23, 2026
Gancio de Roma
La questione curda deve essere risolta e la democratizzazione, deve essere perseguita attraverso l’organizzazione e la lotta!
La “Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia”, istituita il 5 agosto 2025, ha presentato all’opinone pubblica il 19 febbraio 2026, il rapporto finale del suo lavoro durato mesi Questo rapporto è oggetto di ampia discussione. Poiché riguarda direttamente il nostro movimento, abbiamo ritenuto necessario presentare il nostro punto di vista sul rapporto al nostro popolo e all’opinione pubblica. La ricerca di una soluzione alla questione curda e alla democratizzazione della Turchia da parte del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è iniziata nel 1993 e prosegue da 33 anni. Questo processo, avviato durante la presidenza di Turgut Özal, ha ora raggiunto una nuova fase. I 33 anni di discussioni sulla risoluzione del conflitto e i negoziati condotti hanno prodotto progressi significativi nella risoluzione della questione curda e nella democratizzazione. Sin dall’intervista del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan al defunto M. Ali Birand nel 1988, si è saputo che egli stava cercando una soluzione democratica alla questione curda. Ha chiesto una soluzione democratica in ogni occasione e ha ripetutamente garantito cessate il fuoco e non conflitti per spianare la strada a tale soluzione. L’approccio del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è ben noto al popolo, sia all’opinione pubblica nazionale che a quella internazionale. È chiaro che anche lo Stato e le forze politiche turche sono a conoscenza dell’approccio del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Il 22 ottobre 2024, nel suo discorso al gruppo parlamentare, il presidente dell’MHP, Devlet Bahçeli ha rivolto un appello al leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Si trattava di un appello che era stato indubbiamente rivolto con la consapevolezza del presidente Tayyip Erdoğan. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha risposto affermando che, se gli fosse stata data l’opportunità, avrebbe avuto il potere di portare la questione curda e l’attuale conflitto a un livello politico e legale. Dopo gli incontri con la delegazione del partito DEM e i funzionari statali, il 27 febbraio il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha lanciato l'”Appello per la pace e la società democratica” sull’isola di Imralı alla presenza della delegazione del partito DEM. Pervin Buldan e Ahmet Türk hanno letto l’appello del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan davanti a centinaia di giornalisti. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha dichiarato alla stimato democratico rivoluzionario Sırrı Süreyya Önder che quanto affermato in questo appello si sarebbe concretizzato solo se fossero stati soddisfatti i requisiti legali e politici, e lo ha sottolineato pubblicamente dopo la lettura dell’appello. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha costantemente chiesto l’intervento del parlamento in tutti i periodi di non conflitto e di negoziazione con lo Stato. Dopo l'”Appello per la pace e la società democratica”, ha sottolineato che una commissione formata dal parlamento dovrebbe affrontare i problemi fondamentali della Turchia, come la questione curda. Anche altri partiti politici, principalmente il Partito DEM e il CHP, hanno affermato che la questione avrebbe dovuto essere portata in Parlamento. Quando anche l’opinione pubblica democratica ha espresso questa richiesta, l’alleanza AKP-MHP ha deciso di istituire una commissione. L’istituzione di un’ampia commissione composta da 51 membri, comprendente la maggioranza dei partiti rappresentati in parlamento, ha rappresentato un passo importante nella storia turca. Sebbene denominata “solidarietà nazionale, fratellanza e democrazia”, è noto che questa commissione si occupa principalmente della questione curda e dei problemi che ha creato. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, il nostro movimento e il nostro popolo hanno attribuito grande importanza a questa commissione. È stato molto apprezzato anche dall’opinione pubblica turca. Di conseguenza, le aspettative nei confronti di questa commissione sono state elevate. Per questo motivo, è rimasto un argomento di discussione costante. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha comunicato alla commissione che i fattori che hanno creato la questione curda, la storica fratellanza curdo-turca e l’alleanza dovrebbero essere presi come base per la soluzione di questo problema e che la soluzione potrebbe essere raggiunta attraverso l’integrazione democratica basata sul riconoscimento dei diritti democratici fondamentali del popolo curdo. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha costantemente sottolineato che la questione curda deve essere risolta attraverso l’integrazione democratica. Ha affermato che questo obiettivo può essere raggiunto solo abbandonando completamente il negazionismo e garantendo al popolo curdo i suoi diritti democratici fondamentali e l’autogoverno basato sulla democrazia locale. Il popolo curdo ha inoltre costantemente affermato di sostenere il progetto risolutivo del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Per questo motivo, lo ha ripetutamente nominato capo negoziatore. E, come è noto, siamo pienamente impegnati nelle decisioni prese dal leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Il rapporto della commissione, pubblicato dopo mesi di lavoro, contiene carenze e omissioni fondamentali. Il contenuto del rapporto è viziato da queste carenze e omissioni fondamentali. Indubbiamente, l’incapacità di risolvere la questione curda è dovuta principalmente alla mancanza di democrazia. Si è continuato a evitare la democratizzazione proprio perché avrebbe giovato ai curdi, aprendo la strada a una soluzione del problema. Il rapporto non menziona la questione curda. È impossibile risolvere un problema senza nominarlo. l rapporto afferma che la soluzione del problema dipende dall’eliminazione delle cause profonde, ma queste cause profonde non vengono identificate. Questa è l’impasse centenaria della Turchia. Per 100 anni, l’attenzione si è concentrata sulle conseguenze, non sulle cause. La causa centenaria è la negazione dei curdi. Anche se si sostiene che la negazione sia stata abbandonata, legalmente e politicamente, questa negazione è destinata a continuare. Per questo motivo il rapporto non menziona la presenza curda e la questione curda. Pertanto, parlare di fratellanza curdo-turca non ha alcun valore sociale, culturale, politico o giuridico. Per evitare di parlare di “questione curda”, si ricorre insistentemente al termine “questione terroristica”. Si afferma inoltre che la soluzione definitiva alla questione del terrorismo risiede nella democratizzazione. In effetti, il rapporto riconosce che i conflitti derivano dall’irrisolta questione curda. Rivela inoltre che finora la questione è stata affrontata da una prospettiva di sicurezza. Si afferma che il problema non può essere risolto con questo approccio. Pertanto, si ammette che gli aspetti sociali, culturali e politici della questione curda non sono stati considerati. Ciò significa che l’identità curda non viene accettata e i problemi non vengono risolti. Omettendo di menzionare l’identità e la questione curda nel rapporto, tutto viene compresso nella categoria del terrorismo e si continua con la vecchia concezione e politica. Il rapporto menziona ripetutamente la democratizzazione. Pertanto, si accetta che la causa del problema sia la mancanza di democratizzazione, che garantirebbe il riconoscimento dell’esistenza e dei diritti fondamentali dei curdi. Come può esserci democratizzazione senza affrontare l’esistenza e la questione curda? Ci sarà democratizzazione senza i curdi? La logica del rapporto implica questo. D’altro canto, la questione curda, che dura da 100 anni, e le obiezioni, la resistenza e la lotta del popolo curdo vengono attribuite a forze esterne. Il nostro movimento di liberazione lotta da 52 anni, contando sulla forza del nostro popolo e resistendo con sacrificio di fronte alle difficoltà. Per decenni, lo Stato turco ha sfruttato la sua posizione geopolitica e l’appartenenza alla NATO per attaccare il nostro movimento con il supporto di forze esterne. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è stato consegnato alla Turchia attraverso una cospirazione guidata da Stati Uniti, Israele e Regno Unito. Se non si fosse basata sul nostro popolo e sulle nostre forze, la nostra lotta per la libertà non sarebbe durata 52 anni. Di fatto, lo Stato turco, affidandosi a potenze esterne, allineandosi alle loro politiche e perseguendo una politica contraria alla millenaria alleanza turco-curda, ha esacerbato i problemi. Da questa prospettiva, l’affermazione che la nostra lotta per la libertà si basi su potenze esterne non ha alcun significato se non quello di una classica campagna diffamatoria e di una propaganda di guerra mirata. Sebbene alcuni elementi tra le nostre fila abbiano commesso atti che il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan e il nostro movimento non accettano, la nostra lotta ha preso posto nella storia come una delle lotte per la libertà più pure e onorevoli. Da questa prospettiva, non accettiamo che il nostro movimento venga etichettato come terrorismo. Decine di migliaia di omicidi sono stati commessi dall’esercito, dalla polizia o dalle milizie affiliate dello Stato. Indubbiamente, le parti in conflitto hanno subito migliaia di vittime a causa di decenni di guerra. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha ripetutamente proposto l’istituzione di una commissione per la verità che indaghi sui crimini di guerra commessi durante il conflitto. In breve, non è corretto dipingere le vittime come unilaterali. Stiamo già dicendo che, sapendo che c’è una guerra e che le sue conseguenze sono gravi, i problemi non possono essere risolti attraverso il conflitto. In sostanza, il concetto di terrorismo, spesso menzionato nel rapporto, ne mina lo spirito e crea una situazione che nasconde le cause profonde dei problemi. Denunciare la negatività creata dalla guerra è un altro discorso. Tuttavia, la questione su cui si concentra la commissione sono i problemi derivanti dal mancato riconoscimento dell’esistenza e dei diritti fondamentali dei curdi. Il problema fondamentale della Turchia è la questione curda e la connessa questione della democratizzazione. Affrontando il problema in questo modo, diventa più facile trovare soluzioni. Da questa prospettiva, è importante concentrarsi sullo stile, sul metodo e sull’approccio che facilitano la risoluzione dei problemi. Il concetto di democratizzazione è utilizzato decine di volte nel rapporto. Ancora una volta, si parla di diritti, diritto, diritti fondamentali, libertà di pensiero e di associazione. Questi riferimenti mostrano chiaramente che la fonte del problema non risiede in forze esterne o nel pretesto del terrorismo. Da questa prospettiva il riconoscimento dei diritti democratici fondamentali del popolo curdo, che costituiscono l’essenza del problema, e l’instaurazione della democrazia forniranno la soluzione ai problemi che hanno portato all’istituzione della commissione. Sarà quindi possibile affermare che la commissione ha svolto un ruolo nella risoluzione del problema. Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha dimostrato la sua determinazione a perseguire una politica democratica. Affermiamo che la nostra futura vita politica e la nostra strategia di lotta saranno basate sulla politica democratica. Da questa prospettiva, la deposizione delle armi è stata affrontata sulla base della libertà di perseguire una politica democratica. Anche il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha sottolineato di voler proseguire la sua vita politica perseguendo una politica democratica. Si tratta di una questione che non è stata discussa correttamente in Turchia e che non è stata presentata correttamente nella relazione della Commissione. Non siamo individui qualunque. I guerriglieri armati non sono individui che pensano di tornare a casa. Dire “deponete le armi e tornate a casa” è un approccio umiliante. Cosa si aspettano che accada dopo la deposizione delle armi? Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha proposto un paradigma, una concezione della politica democratica e dell’integrazione democratica, con il suo modello organizzativo e il suo stile di lavoro. È possibile condurre una lotta politica libera e democratica su questa base? O perché dovremmo andare in un contesto politico come quello attuale in Turchia, dove coloro che si impegnano in politica democratica e lottano democraticamente per la soluzione della questione curda sono considerati criminali e gettati in prigione? Pertanto, sarà possibile deporre le armi e tornare in Turchia solo se sarà garantita una politica democratica senza ostacoli, basata sulla libertà di pensiero e di organizzazione, e se sarà chiaro che la soluzione della questione curda sarà raggiunta attraverso l’integrazione democratica. Imporre un ambiente politico privo di libertà di azione democratica e mirante a eliminare completamente il nostro movimento per la libertà è una continuazione della vecchia mentalità. Da questa prospettiva, è importante intraprendere passi verso la democratizzazione che includano la risoluzione della questione curda attraverso l’integrazione democratica. Non ha senso dire “deponete le armi e venite” senza eliminare i fattori che hanno creato il problema. Se si chiede una politica democratica libera, è importante che le modifiche alle leggi menzionate nel rapporto della commissione vengano attuate senza indugio. Abbiamo sciolto il partito, deposto le armi e adempiuto ai nostri obblighi. Ora è necessario che lo Stato soddisfi i requisiti politici e legali per far avanzare questo processo. Quando abbiamo tenuto il 12° Congresso e abbiamo deciso di sciogliere il partito, ponendo fine alla lotta armata, abbiamo sottolineato che quanto espresso nell'”Appello per la pace e la società democratica” poteva essere messo in pratica solo dal leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Se, nonostante sia trascorso un anno dall’appello del 27 febbraio, si sono registrati pochi progressi, è perché il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan non ha le condizioni per operare liberamente. Il principale destinatario della questione su cui la commissione parlamentare ha preparato la sua relazione è il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Lo Stato lo ha già riconosciuto attraverso le sue dichiarazioni. Da questa prospettiva, affinché tutto quanto affermato nell’appello del 27 febbraio venga pienamente e adeguatamente realizzato, il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan deve essere libero. A tal fine, lo Stato deve riconoscere ufficialmente l’interlocuzione che ha di fatto accettato e garantire che il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan abbia la libertà di operare per svolgere il suo ruolo. In caso contrario, la credibilità e la serietà della politica di risoluzione dello Stato saranno messe in discussione. Se la Turchia è seria e determinata a superare tutti i suoi problemi e a diventare una potenza emergente in Medio Oriente basata sulla fratellanza turco-curda e sulla democrazia, allora deve riconoscere apertamente il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan come controparte e garantire che il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan abbia l’opportunità di incontrare e parlare con tutti. Se non si desidera una stagnazione completa del processo di pace e di società democratica e si vogliono raggiungere i risultati positivi espressi, allora il compito urgente è garantire che il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan abbia le condizioni per lavorare liberamente. La risoluzione della questione curda e la democratizzazione in Turchia riguardano il popolo curdo e tutti i popoli della Turchia. Il popolo curdo e i popoli della Turchia devono assumersi la responsabilità di questa questione con sensibilità. Una questione così cruciale non dovrebbe essere lasciata esclusivamente alla discrezione dello Stato e agli sforzi del movimento per la libertà. Se gli sforzi del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan devono dare i loro frutti, il nostro popolo, i popoli e tutte le forze democratiche devono organizzarsi e lottare per la risoluzione della questione curda e per la democratizzazione. Ovunque, la democratizzazione e la risoluzione di questioni fondamentali sono state raggiunte attraverso la lotta. Su questa base, nel secondo anno dopo l'”Appello per la pace e la società democratica” del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, tutti devono accogliere questo appello, intensificare la lotta e fare la propria parte. La co-presidenza del Consiglio Esecutivo della KCK L'articolo La questione curda deve essere risolta e la democratizzazione, deve essere perseguita attraverso l’organizzazione e la lotta! proviene da Retekurdistan.it.
February 23, 2026
Retekurdistan.it
Cesena: nuova vittoria dei risparmiatori…
… contro il colosso Credit Agricole (ex Cassa Risparmio di Cesena). di Davide Fabbri (*) La terza sezione civile della Corte d’Appello di Bologna – consigliere estensore dott.ssa Carmela Italiano e presidente dott.ssa Manuela Velotti – ha recentemente confermato per intero l’ordinanza pronunciata dal Tribunale di Forlì nel febbraio del 2022, che condannava Credit Agricole al risarcimento del danno di
February 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Con il sostegno internazionale, il boom dell’energia solare in Israele sta alimentando l’apartheid
di Sofia Fani Gutman, Carolina Pedrazzi e Andrey X,    +972 Magazine, 20 febbraio 2026.         L’immagine che Israele dà di sé come pioniere della sostenibilità nasconde il fatto che il suo “sviluppo verde” sta alimentando l’appropriazione delle terre e delle risorse palestinesi, con il sostegno finanziario di varie multinazionali. Campo solare di Shadmot Mehola, nella Valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata. (Sofia Fani Gutman) “Come ricaricate i vostri telefoni?”, abbiamo chiesto. “Con il sole”, ha risposto Ahmad, indicando con un cenno del capo il piccolo gruppo di pannelli solari dietro di lui. Per 47 anni, il piccolo villaggio di Naba’a Al-Ghazzal, parte della comunità di Al-Farsiya, è sopravvissuto all’estremità settentrionale della Valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata da Israele. Qui risiedono circa 20 membri della famiglia Daraghmeh, tra cui Ahmad, leader informale della comunità in cui tutta l’energia elettrica proviene da una manciata di pannelli solari. La comunità disponeva di un generatore, ma i coloni israeliani lo hanno distrutto due anni fa e i residenti non hanno potuto permettersi di sostituirlo. Al-Farsiya è una delle ultime comunità di pastori palestinesi rimaste nella Valle del Giordano, dopo che la maggior parte è stata sfollata a causa della violenza incessante dei coloni sostenuta dallo stato e delle continue vessazioni, in particolare dal 7 ottobre 2023. La famiglia Daraghmeh possiede alcune centinaia di pecore e una piccola striscia di campi di orzo, un mezzo di sussistenza costantemente ostacolato dai coloni vicini che bloccano l’accesso ai pascoli e danneggiano regolarmente i raccolti facendo pascolare le loro greggi nei campi. Tubas, la città palestinese più vicina, era a mezz’ora di macchina; oggi ogni viaggio richiede una deviazione di diverse ore poiché l’esercito israeliano mantiene quasi permanentemente chiuso il vicino checkpoint di Taysir. In tutta l’Area C, che costituisce oltre il 60% della Cisgiordania ed è sotto il pieno controllo civile e militare israeliano, l’energia solare è spesso l’unica fonte di elettricità disponibile per le comunità pastorali palestinesi come questa. Israele ha rifiutato di collegare questi villaggi alla rete elettrica, nonostante il suo obbligo, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di fornire servizi di base alla popolazione sotto occupazione. Come molte comunità palestinesi nell’Area C, i pannelli solari di Al-Farsiya sono stati installati da Comet-ME, una ONG israelo-palestinese che fornisce infrastrutture di base per l’acqua e l’energia ai villaggi vulnerabili. Tuttavia, queste installazioni sono diventate bersagli frequenti. “Ci sono i coloni e c’è l’esercito”, ha dichiarato Ahmad, 32 anni, a +972 Magazine. “Un giorno sì e uno no vengono ad attaccarci”. Pannelli solari ad Al-Farsiya danneggiati da un attacco dei coloni. Valle del Giordano, Cisgiordania occupata. (Sofia Fani Gutman) Nel settembre 2023, nove coloni mascherati hanno aggredito Ahmad sui suoi tradizionali pascoli, fratturandogli una mano con una sbarra di ferro e costringendolo a portare un gesso per settimane. La polizia israeliana ha rifiutato di indagare. La violenza è aumentata nell’aprile 2024, quando decine di coloni hanno fatto irruzione ad Al-Farsiya durante la notte, aggredendo i residenti, bruciando un’auto, distruggendo il generatore e danneggiando quasi tutti i pannelli solari. La polizia ha nuovamente rifiutato di aprire un caso. Oggi, i pannelli danneggiati fungono da recinzione improvvisata intorno alle case dei palestinesi. A poche decine di metri di distanza si trovano condutture idriche e una linea elettrica, ma queste non sono di alcuna utilità per la comunità; Israele le ha costruite per servire i vicini insediamenti ebraici, che sono sempre più alimentati da grandi parchi solari finanziati a livello internazionale. Nel frattempo, le comunità palestinesi nelle stesse aree lottano semplicemente per mantenere le luci accese, e i loro piccoli sistemi elettrici improvvisati vengono regolarmente demoliti dall’esercito (che li considera “costruzioni illegali”) o vandalizzati dai coloni. Il risultato è una realtà energetica nettamente diversa in un unico territorio, che alcuni residenti e attivisti definiscono “apartheid energetico”. Per Israele, la rapida espansione dell’energia solare nella Cisgiordania occupata è diventata un ulteriore strumento di colonizzazione. Presentato come “sviluppo verde”, questo greenwashing maschera il processo che sta effettivamente avvenendo sul campo, con significativi investimenti stranieri: un trasferimento sistematico di terre e risorse palestinesi a società israeliane e internazionali. “Si può disegnare un simbolo del dollaro sui pannelli: questo è il loro significato” Mentre Al-Farsiya lotta per mantenere in piedi alcuni fragili pannelli solari, le aziende internazionali traggono profitto dagli insediamenti israeliani che la circondano. A soli 10 minuti di auto a nord si trova Shadmot Mehola, e il contrasto è già percepibile sulla strada. La strada sterrata che esce da Al-Farsiya lascia il posto a una strada asfaltata e liscia che sale verso un tratto di mezzo chilometro di pannelli solari scintillanti. Noam Bigon, l’amministratore dell’insediamento, ha spiegato che questi pannelli sono collegati direttamente alla Israel Electric Corporation (IEC), la rete elettrica nazionale. Fondata nel 1979 nell’ambito di un più ampio progetto volto a creare infrastrutture militari israeliane lungo il confine giordano, Shadmot Mehola è stato trasformato in un insediamento civile nel 1984 e oggi conta circa 650 residenti. Quattro soldati sorvegliano il grande cancello elettrico dell’insediamento. Una veduta dell’insediamento ebraico di Shadmot Mehola, nella Valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata, 8 ottobre 2017. (Hadas Parush/Flash90) Oltre la recinzione, la topografia desertica della Valle del Giordano sembra scomparire. Alberi esotici rigogliosi fiancheggiano i marciapiedi. Prati ben curati circondano case ordinate con tetti di tegole. Anche l’aria sembra più pulita all’interno del recinto. L’amministratore Bigon ci ha accolti nel suo ufficio climatizzato, offrendoci tè e caffè davanti a una grande mappa dell’insediamento. Ha indicato le posizioni delle sinagoghe, dei centri comunitari, delle scuole, delle piscine e di un’area destinata a 120 unità abitative prefabbricate: case unifamiliari che, ha affermato con orgoglio, possono essere assemblate in sole due settimane. “Famiglie provenienti da tutto il paese desiderano vivere qui”, ha affermato. “L’ambiente è tranquillo”. Facendo scorrere il dito verso la strada che avevamo percorso, Bigon ha indicato sulla mappa il campo solare di Shadmot Mehola. Costruito nel 2016, l’impianto copre più di 50.000 metri quadrati e ha una capacità di cinque megawatt di elettricità, finanziato da un investimento privato israeliano del valore di 40 milioni di NIS. Il terreno su cui è stato costruito è stato confiscato alla provincia di Tubas nel 1997 e trasferito all’insediamento attraverso l’Organizzazione Sionista Mondiale. È in corso anche un nuovo progetto. Nel 2023, l’Amministrazione Civile, il braccio burocratico dell’occupazione israeliana, ha delineato i piani per un “cancello solare” che circonderà l’intero insediamento. “Il cancello dell’insediamento stesso sarà realizzato con pannelli solari”, ha spiegato Bigon. “Produrrà la propria illuminazione di sicurezza. Ritornate tra due anni e lo vedrete”. Il campo solare opera in base a un accordo speciale approvato dal Ministero dell’Energia e dall’Autorità per l’Elettricità per gli imprenditori della Cisgiordania occupata. Attraverso questo programma, il governo israeliano ha garantito che acquisterà l’elettricità prodotta dal campo per almeno 20 anni a una tariffa insolitamente alta, compresa tra 0,51 e 0,54 NIS (0,16-0,17 dollari) per kilowatt. Alla domanda se gli abitanti di Shadmot Mehola fossero consapevoli dell’importanza ambientale dei pannelli, Bigon ha sottolineato che, prima di tutto, essi rappresentano una fonte di profitto per la comunità. “Sui pannelli si può disegnare il simbolo del dollaro”, ha affermato. “Questa è la loro importanza”. Campo solare di Shadmot Mehola, nella Valle del Giordano occupata, in Cisgiordania. (Sofia Fani Gutman) Tuttavia, il rapporto tra Shadmot Mehola e Al-Farsiya va ben oltre la disparità energetica e l’espropriazione dei terreni. Secondo le prove raccolte dal gruppo per i diritti umani Jordan Valley Activists (JVA), i coloni di Shadmot Mehola sono da anni coinvolti inattacchi violenti contro la vicina comunità palestinese. Nel settembre 2023, i coloni che hanno causato la frattura della mano di Ahmad con una sbarra di ferro provenivano da Shadmot Mehola. Tra loro, secondo la JVA, c’erano i fratelli Rosenberg, nipoti del rabbino che ha fondato la scuola religiosa dell’insediamento. Il coordinatore della sicurezza dell’insediamento ha assistito all’aggressione senza intervenire. (Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato a +972 che i soldati israeliani erano arrivati nella zona dopo segnalazioni di “attriti” tra israeliani e palestinesi, e che “ulteriori provvedimenti sono stati trasferiti alla polizia israeliana”. I fratelli Rosenberg non hanno risposto alla richiesta di commento). Non si è trattato di un caso isolato. Il 15 giugno 2024, alcuni coloni di Shadmot Mehola hanno rotto con delle pietre i finestrini dell’auto di Ahmad e hanno aggredito un attivista della JVA con un pungolo elettrico per bestiame, provocandogli gravi ustioni. (L’esercito ha dichiarato che “non sono stati identificati sospetti”). Meno di un mese dopo, un colono della comunità ha accoltellato Ahmad al braccio e allo stomaco. Un anno dopo, il 9 giugno 2025, due coloni sono venuti da Shadmot Mehola per iniziare la costruzione di una recinzione di 150 metri a soli due metri dalle case di Al-Farsiya, isolando il villaggio dalla terra che gli era rimasta. (L’esercito ha dichiarato che si trattava di “un lavoro legittimo che non comportava l’isolamento del villaggio”). La violenza brutale inflitta ad Ahmad e alla sua famiglia non è dissimile dai progetti di energia verde presentati in modo accattivante dall’insediamento. Sono due facce della stessa medaglia, progettate per allontanare le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano e sostituirle con coloni israeliani. Gli uomini che hanno progettato i pannelli solari e quelli che hanno aggredito Ahmad vivono negli stessi quartieri e lavorano per lo stesso obiettivo. Uno splendore ineguale Dall’inizio degli anni 2010, Israele ha investito notevolmente nel promuovere la propria immagine di pioniere ecologico. In un discorso tenuto alle Nazioni Unite nel 2015, l’ambasciatore israeliano ha sottolineato che il suo paese era diventato “un centro nevralgico per la ricerca e lo sviluppo nel campo delle energie rinnovabili”. “Lo stesso sole che splende ugualmente su tutti noi, non appartiene a nessuno di noi e può fornire energia in abbondanza, promuovendo intrinsecamente la pace”, ha continuato. Tuttavia, questa strategia di auto-promozione è diventata molto più aggressiva dopo il 2020, quando Israele ha annunciato i suoi obiettivi in materia di energie rinnovabili per il 2030. Da allora, la copertura promozionale del solare israeliano ha invaso i media globali. Un articolo del New York Times del 2022 sulla “splendida” torre solare nel deserto del Naqab (o Negev), descritta come la più alta nel suo genere, sembrava una vetrina dell’innovazione. I suoi unici riferimenti ai palestinesi sottolineavano che migliaia di beduini arabi vivono nelle vicinanze in villaggi poveri, spesso non riconosciuti, senza accesso all’elettricità, e che i militanti di Gaza potrebbero prendere di mira la torre con dei razzi. Beduini in sella a cammelli vicino alla torre solare di Ashalim nel Naqab, nel sud di Israele, 1° novembre 2024. (Jamal Awad/Flash90) Nello stesso anno, un articolo di opinione pubblicato su Forbes intitolato “Il mondo desidera le innovazioni energetiche e ambientali di Israele” ha presentato Israele come un modello per le imprese e le infrastrutture attente al clima. Nel raccontare i primi insediamenti sionisti, descriveva gli immigrati ebrei che “acquistavano terreni” e sviluppavano tecniche di raccolta dell’acqua, inquadrando la storia coloniale come origine dell’ingegnosità ambientale moderna. Narrazioni simili compaiono in tutte le pubblicazioni specializzate in tecnologia ed energia, che promuovono costantemente la “tecnologia energetica” di Israele come leader globale nel campo del clima degno di investimenti. Praticamente nessuno riconosce le violazioni dei diritti umani subite dai palestinesi come mezzo per ottenere un futuro così favorevole ed ecologico. La reale necessità di sistemi energetici sostenibili è innegabile. Tuttavia, l’immagine che Israele dà di sé come leader nella sostenibilità ha anche uno scopo politico, oscurando la misura in cui la sua spinta verso le energie rinnovabili alimenta e allo stesso tempo dipende dal sequestro delle terre palestinesi. Contrariamente a quanto affermato dall’ambasciatore, nella Cisgiordania occupata il sole non splende allo stesso modo su tutti. Lo squilibrio strutturale risale a decenni fa. A seguito degli accordi di Oslo degli anni ’90, i palestinesi delle aree A e B (entrambe sotto il controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese) sono stati costretti ad acquistare la maggior parte dell’elettricità dalla Israel Electric Corporation. Da parte sua, l’IEC si rifornisce di energia dalle zone industriali della Cisgiordania e del Naqab, aree da cui decine di villaggi palestinesi e comunità beduine sono stati sfollati per far posto a campi solari e alle relative infrastrutture. Who Profits, un centro di ricerca indipendente che monitora la complicità delle aziende nell’occupazione, descrive il settore elettrico palestinese come un “mercato prigioniero” dell’IEC, gravato da debiti, restrizioni di fornitura e totale dipendenza da un fornitore straniero. Nel frattempo, alle comunità palestinesi dell’Area C della Cisgiordania è stato vietetato di stipulare accordi formali con l’IEC – e con qualsiasi altro fornitore alternativo di infrastrutture elettriche – perché Israele mantiene il controllo de facto sull’uso del suolo, sui permessi di costruzione, sull’approvazione delle infrastrutture e sui flussi di tecnologia importata in questa zona. Queste comunità sono state costrette a fare affidamento su costosi generatori e piccoli impianti solari improvvisati, che vengono spesso demoliti dall’amministrazione civile o dai coloni. Secondo il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq, meno del 2% delle richieste palestinesi di permessi per impianti solari nell’Area C viene approvato e anche i progetti solari finanziati dall’UE vengono regolarmente smantellati. Palestinesi nei pressi di pannelli solari danneggiati in seguito a un attacco da parte dei coloni nella comunità beduina di Jaba’, vicino a Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, il 23 febbraio 2025. (Omri Eran Vardi/Activestills) L’energia solare dovrebbe essere una risorsa vitale, considerando che la sola Valle del Giordano riceve più di 3.000 ore di sole all’anno. Israele ne è ben consapevole: nell’ultimo decennio, partnership pubblico-private hannoinvestito in infrastrutture solari in tutta la regione, con l’obiettivo di coprire oltre 300 ettari con pannelli solari. Sia le aziende israeliane che quelle internazionali, tra cui Canadian Solar Inc., si sono impegnate in questa espansione. I risultati sono stati notevoli. La produzione di energia solare in Israele è aumentata da quasi zero nel 2008 a 10.793 gigawatt nel 2024, rappresentando l’84% dell’energia rinnovabile del paese e oltre il 13% della sua produzione energetica totale. Entro il 2030, Israele spera che le energie rinnovabili forniscano il 30% della sua elettricità, principalmente dall’energia solare. Questo rapido sviluppo non è avvenuto nel vuoto, ma è stato guidato da una serie di incentivi economici aggressivi progettati per facilitare gli investimenti privati nel mercato dell’energia solare. Sovvenzioni, tariffe di riacquisto a lungo termine, accesso garantito alla rete e procedure di autorizzazione semplificate hanno trasformato l’energia rinnovabile in un’impresa altamente redditizia. Come riportato da Who Profitsnel 2024, “tra il 2017 e il 2022, l’Autorità Fondiaria Israeliana ha tratto un profitto di oltre 184,5 milioni di NIS dai progetti relativi ai campi solari, approvando 68 nuove transazioni con una capacità totale di 750 megawatt”. Tuttavia, il boom delle energie rinnovabili in Israele è profondamente legato alla sua politica di insediamento. Mentre il governo stabilisce le quote per gli impianti solari, continua a convogliare i progetti più importanti negli insediamenti della Cisgiordania occupata. I grandi campi industriali, come quelli degli insediamenti di Netiv Hagdud e Kalia, vicino a Gerico, hanno beneficiato del sostegno statale e degli investimenti delle aziende internazionali. Allo stesso tempo, i coloni che installano impianti solari residenziali possono collegarsi alla rete elettrica nazionale e trarre profitto dall’elettricità che producono, come nel caso di Shadmot Mehola. Questa elettricità viene distribuita alle famiglie israeliane su entrambi i lati della Linea Verde, ma non ai palestinesi che vivono sotto occupazione. La transizione verde è quindi diventata un altro meccanismo che sovvenziona il trasferimento dei cittadini israeliani nei territori occupati.   Complicità internazionale Le compagnie multinazionali sono profondamente radicate nell’infrastruttura solare che favorisce l’occupazione israeliana dei territori palestinesi sia in Cisgiordania che nel Naqab. Su entrambi i lati della Linea Verde, decine di aziende straniere producono, vendono e mantengono impianti solari che alimentano insediamenti e zone industriali, direttamente o attraverso partnership congiunte con aziende israeliane. Attraverso la nostra ricerca, siamo stati in grado di determinare che gli Stati più coinvolti dal punto di vista commerciale sono Stati Uniti, Germania, Cina, Francia e Italia. Uno dei principali attori è SolarEdge, un’azienda con sede negli Stati Uniti che è diventata un fornitore centrale di pannelli solari per insediamenti come Shadmot Mehola. Fondata nel 2006 da Guy Sella, ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, SolarEdge ha ricevuto ingenti finanziamenti da parte dei ministeri del governo israeliano. È quotata al NASDAQ dal 2015 ed è sostenuta da importanti investitori globali tra cui BlackRock, GMO, UBS, Royal Bank of Canada, Morgan Stanley, BNP Paribas, Citigroup e Barclays. (SolarEdge non ha risposto alle richieste di commento di +972). Sede centrale di SolarEdge a Herzliya, Israele, 3 agosto 2022. (David Shay/CC BY-SA 4.0) In Europa, EDF (Électricité de France) si distingue come una delle società che hanno investito maggiormente nel settore solare israeliano. Il colosso energetico francese gestisce diversi impianti nel Naqab con una capacità complessiva di circa 160 megawatt, eha vinto recentemente la gara  per la costruzione di quello che dovrebbe diventare il più grande impianto solare di Israele, con una capacità di 300 megawatt, a partire dal 2026. EDF opera sia direttamente che attraverso filiali come EDF Energies Nouvelles Israel e collabora con aziende come Solex. Mantiene inoltre rapporti commerciali con Shikun & Binui, un’azienda israeliana che si occupa della costruzione e della gestione di campi solari nei territori occupati e all’estero. (EDF non ha risposto alle richieste di commento di +972). Enerpoint Israel, società legata all’Italia, originariamente fondata come filiale di Enerpoint Italy prima di diventare indipendente, è un altro importante appaltatore sia nel Naqab che in Cisgiordania. In collaborazione con la società israeliana Green Is Us, ha costruito il grande campo solare industriale Netiv Hagdud, uno dei più redditizi nei territori occupati. (Enerpoint non ha risposto alle richieste di commento e il suo sito web è irraggiungibile dal 2024, reindirizzando invece alla società israeliana Colmobil Energy). Anche il capitale tedesco è fortemente coinvolto nelle infrastrutture solari israeliane. Siemens Project Ventures GmbH ha investito sin dall’inizio nella Arava Power Company, che ha lanciato uno dei primi campi solari su larga scala di Israele nel 2011 nel Naqab. In risposta alla richiesta di +972, un portavoce di Siemens ha dichiarato che la società ha venduto la sua partecipazione in Arava nel 2014, aggiungendo che questo disinvestimento “faceva parte della nostra gestione attiva e continua del portafoglio”. Altre aziende tedesche, tra cui PADCON (Belectric) e Refu Elektronik , hanno fornito direttamente attrezzature solari ad insediamenti come Kalia e Netiv Hagdud. (Nessuna delle due aziende ha risposto alle richieste di +972). Oltre a questi attori di spicco, i campi solari israeliani si affidano alle attrezzature fornite da un’ampia rete di produttori multinazionali. Un rapporto del 2018 di Who Profits ha elencato diverse altre aziende che hanno investito o fornito progetti di pannelli solari nei territori occupati, tra cui First Solar (Stati Uniti), Sun Tech (Cina), SMA Solar Technology (Germania) e ABB (Svizzera e Svezia). (Da allora, ABB “ha ceduto gli impegni relativi alla vendita di progetti solari in Cisgiordania“, ha dichiarato un portavoce a +972, aggiungendo che l’azienda “non è presente in Cisgiordania”. Le altre aziende citate non hanno risposto alle richieste di commento). Il risultato è un vasto ecosistema di progetti sostenuti dall’estero che alimentano l’espansione degli insediamenti, anche in zone calde della violenza dei coloni come la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, aree in cui le infrastrutture “verdi” spesso precedono o accompagnano violenti sfollamenti. Ciò che sta accadendo in Cisgiordania non è un caso unico, ma ha precedenti nel Sud del mondo. Gli studiosi definiscono sempre più spesso questo fenomeno come “colonialismo verde”: l’uso delle energie rinnovabili per appropriarsi della terra, sfollare le comunità indigene e ripulire la reputazione di stati e aziende. Israele ha sfruttato la corsa internazionale verso l’energia pulita per consolidare il proprio controllo sulla Cisgiordania, attirando investitori stranieri e presentando l’espansione dell’energia solare come un simbolo di progresso ambientale. In pratica, queste aziende diventano sponsor diretti del progetto coloniale israeliano in Cisgiordania. Nella Valle del Giordano, ciò crea due realtà parallele. Per i residenti di Shadmot Mehola, la vita quotidiana è simile a quella degli abitanti di Tel Aviv: infrastrutture sovvenzionate dallo stato, libertà di movimento, sicurezza, diritti civili e accesso all’acqua e all’elettricità. Per i palestinesi come Ahmad, la vita è caratterizzata da una costante minaccia. Gli attacchi dei coloni possono verificarsi in qualsiasi momento. Le intrusioni armate notturne sono all’ordine del giorno. Lui e i suoi figli si sono abituati alla violenza, ma lo strangolamento economico potrebbe alla fine costringerli ad abbandonare la loro terra. Senza pascoli, terreni agricoli, acqua a prezzi accessibili o elettricità, le famiglie di Al-Farsiya potrebbero presto non avere altra scelta che andarsene. Questo è ciò su cui contano le autorità israeliane, insieme ai coloni. “Abbiamo bisogno di assistenza”, ha affermato Ahmad, “o saremo costretti ad abbandonare questo luogo. Non ho un piano per il futuro”. Sofia Fani Gutman è una ricercatrice e fotoreporter che lavora tra la Palestina e New York, dopo aver studiato architettura alla Irwin S. Chanin School of Architecture — The Cooper Union, concentrandosi sull’identità nazionale e l’ingiustizia spaziale. Ha ricevuto numerosi premi di ricerca, tra cui la Benjamin Menschel Fellowship, per il suo lavoro “Tracing a Dispersed Homeland” (Alla ricerca di una patria dispersa), che mette in discussione la validità dello stato-nazione come forma politica immaginaria. Ha inoltre collaborato con The Logische Phantasie Lab, conducendo “The Azolla Biofiltration Initiative: Decentralized Solutions for Water Scarcity” (L’iniziativa di biofiltrazione Azolla: soluzioni decentralizzate per la scarsità d’acqua). Come fotoreporter, il suo lavoro è stato pubblicato su +972 Magazine, The Guardian, The New Arab, Truthout, Yesh Din, Palestine Chronicle, B’Tselem e altri. Carolina Pedrazzi è una giornalista investigativa multimediale con esperienza sul campo in Medio Oriente, Nord Africa, Mediterraneo e Stati Uniti. I suoi articoli sono stati pubblicati su diverse testate internazionali. Si è laureata alla Columbia School of Journalism, dove ha affinato le sue competenze in materia di conflitti, OSINT e reportage video. I suoi interessi spaziano dall’intervento militare straniero nel mondo arabo agli studi sulla religione, la migrazione e gli affari internazionali. Andrey X è un giornalista indipendente e attivista per i diritti umani con sede in Cisgiordania. Ha conseguito una laurea in Antropologia presso l’University College di Londra, scrivendo una tesi sull’identità nazionale negli stati non riconosciuti, dopo aver svolto ricerche sul campo in Transnistria. Andrey ha collaborato con diverse importanti testate dell’opposizione russa (Meduza, Novaya Gazeta, DOXA e altre), occupandosi di politica nell’area post-sovietica. Dall’inizio del 2023 collabora con organizzazioni per la difesa dei diritti umani nella Cisgiordania occupata. https://www.972mag.com/israel-solar-power-west-bank-apartheid-green Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
February 23, 2026
Assopace Palestina