Mano lavoratori in divisa mimetica, più ispettori nei cantieri--------------------------------------------------------------------------------
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Il 3 novembre a Fabriano, in una azienda, è morta sul lavoro una persona di 57
anni, schiacciata da una pressa. “Di origini straniere”, hanno precisano tutti i
comunicati stampa riportati dal mainstream locale. A molte ore dal tragico
incidente, non si conosceva ancora il nome di questo lavoratore. Senza nome non
ci sarà memoria, si rimane un numero. Il messaggio del Comune più tardi, si
limitava a specificare che era di etnia sikh, parte di una comunità integrata da
anni. Solo in tarda serata, grazie all’Ansa nazionale, verrà dato un nome a
questa povera vittima, Balvir Singh. Come se il fatto di essere “di origini
straniere”, lo rendesse un po’ meno morto, e un po’ meno lavoratore. Al
contrario, sicuramente, a Fabriano ma non solo lì, se la polizia avesse fermato
un cittadino maggiorenne di “origini straniere” per qualche grammo di hashish,
sarebbe stato reso noto non solo il nome, ma anche il Paese di nascita.
Questo lavoratore fabrianese è il sedicesimo morto sul lavoro in regione dal
primo gennaio 2026; qualche giorno fa era morto, dopo giorni di agonia, Kabir
Mohidul, 29 bengalese, operaio del cantiere navale di Ancona coinvolto il 29
settembre in un incidente insieme al collega Sofiane Boutraa, 55 anni tunisino,
che invece era morto sul colpo a causa dell’incendio sviluppatosi.
In Italia da gennaio ad ottobre sono 701 le persone che hanno perso la vita sul
lavoro, per portare a casa un salario per sé e per la famiglia; una media di
quasi tre morti al giorno. La giornata dedicata a questi lutti si celebra ogni
anno la seconda domenica di ottobre. A questa 76° ricorrenza non è mancato,
anche il mese scorso, il messaggio del presidente Mattarella.
Anche Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura
Procacci, morti in Bosnia il 29 ottobre nello schianto di un elicottero, sono a
tutti gli effetti vittime sul lavoro. Perché, da quando non c’è più leva
obbligatoria, e i militari italiani non vengono impiegati secondo quello che è
il dettato chiaro dell’art.11 della Costituzione, lavorare con una divisa
mimetica, o un caschetto e un imbracatura in un cantiere, sono una scelte
professionali che attengono alla volontà, alla formazione, alle opportunità di
impiego, che ciascun cittadino liberamente intraprende, sceglie, o si vede
costretto a fare per avere un lavoro stabile. Eppure a questi quattro dipendenti
del ministero della Difesa, morti in un tragico incidente sul lavoro, lo Stato
ha riservato un cordoglio particolare. Funerali “solenni”, celebrati
dall’Ordinario Militare monsignor Gian Franco Saba, alla presenza del presidente
Mattarella, dei presidenti di Camera e Senato, della presidente del Consiglio e
di altri ministri, primo tra tutti quello alla Difesa Guido Crosetto. Lunedì,
sempre Mattarella, Meloni, Tajani e Crosetto, si erano recati all’aeroporto di
Ciampino per attendere il rientro delle salme. Qual è la differenza tra questi
italiani e gli oltre 700 lavoratori che sono morti anch’essi per adempiere il
loro dovere? Se si lavora in uno scatolificio di Fabriano o al cantiere navale
di Ancona, si contribuisce forse meno alla res publica, così come sancito
dall’art. 1 della Costituzione?
A chi muore in un cantiere o in una fabbrica, invece, è riservato qualche
telegramma istituzionale e, con i social, qualche post. Oppure devono morire in
tanti, come avvenne alla Thissenkrupp di Torino nel 2007; lì ci fu un funerale
“solenne”.
Il comportamento discrezionale delle “più alte cariche dello Stato”, tanto più
oggi 4 novembre, giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, conferma
come ormai sia diventata per moltissimi italiani insopportabile questa retorica
militaresca e questa permanente costruzione, perlopiù rivolta alla generazioni
più giovani, del mito dell’eroe in divisa.
Insopportabile nella sua permanente invasione di spazi scolastici, sempre più
ingolfati di finti corsi di educazione, di prevenzione a tutto e il contrario di
tutto, fatti da personale non docente in divisa, senza alcuna competenza in
materie educative delicatissime per i giovani, con il solo fine da una parte di
fare marketing per i corpi militari in cerca di nuovi lavoratori dipendenti, e
dall’altra con il fine di promuovere una cultura e una visione gerarchica,
repressiva e autoritaria della società e delle relazioni interpersonali. Come da
anni denuncia l’“Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università”.
I morti che oggi 4 novembre, imponendo al semplice suffragio tutt’altro
significato, celebrano le “più alte cariche dello Stato” e ancora troppi
sacerdoti, nell’immaginario percettivo di un adolescente nato dopo il 2000,
hanno lo stesso impatto emotivo dei soldati romani morti a Cartagine. Queste
“più alte cariche dello Stato”, sono consapevoli che oltre il 70% dei giovani
sotto i 30 anni sono contrari alla reintroduzione di qualsiasi forma di leva
obbligatoria militare, nonostante i diversi disegni di legge già pronti in
Parlamento e sostenuti dal ministro Crosetto? Sanno che per l’82,8% dei giovani
italiani la guerra e la possibilità di esservi coinvolti direttamente,
rappresenta la più grande preoccupazione per il proprio futuro?
Per capire questi sentimenti della popolazione più giovane, basterebbe guardarsi
le fotogallery delle manifestazioni contro il genocidio di Gaza dell’autunno
2025, e delle strade e piazze italiane di qualche giorno fa, fatte presidiare da
militari e mezzi blindati dal governo, con un inutile esibizione muscolare e
scenica di una post democrazia autocratica e repressiva.
Il governo Meloni nella prossima finanziaria si accinge a tagliare altri 7.000
tra insegnanti e personale ausiliario della scuola, oltre a non investire in
scuole sicure (anche climaticamente), insieme a sanità, trasporti pubblici,
servizi universitari, per dirottare oltre 14 miliardi di euro tra spesa diretta
e in debito del bilancio dello Stato, per comprare armi e sostenere il progetto
europeo di difesa SAFE.
Questo programma e visione del mondo fatto di divise, con un’Italia che si
prepara a partecipare a un prossimo conflitto, ai ragazzi italiani genera solo
spavento e ansia, e li spinge, come se non bastassero già la mancanza di lavoro,
di contratti dignitosi, ad andarsene via. Contribuendo a ingrossare le fila
dell’unico vero “esercito giovanile” che in questi ultimi anni si è andato
volontariamente a formare: quello dei circa 290.000 under 35 che dal 2022 si
sono trasferiti all’estero.
A ricordare alle più “alte cariche dello Stato” come la pensano i giovani
italiani, rispetto a un Paese sempre più bellicista e filosionista, a partire
per primo ai suoi dirigenti di partito, è stata qualche tempo fa la responsabile
nazionale del Pd, Virginia Libero, che ha riproposto una bellissima parola, che
è un valore: diserzione.
Se va celebrata una giornata di Unità Nazionale, allora, le ragioni fondanti non
possono più essere la retorica della guerra e una neo narrazione militaresca e
bellicista, ma la costruzione reale di quella società che c’è scritta nella
Costituzione; nata proprio da una condivisa volontà di archiviare la guerra era
finita, e di derubricarla per sempre in futuro.
L’Italia di oggi, tanto più i giovani, in una società in cui il 9,3% dei
cittadini vive in condizioni di povertà assoluta, con un’economia in crisi,
costi dell’energia e della spesa alimentare alle stelle, alla prese con gli
effetti della crisi climatica, hanno bisogno non di esaltazione di forze armate,
ma della creazione e moltiplicazione di forze “disarmate e disarmanti”, per
evocare quel cristallino concetto di pace espresso da papa Leone appena
eletto. C’è bisogno di molti meno lavoratori in divisa mimetica e armati, e di
tanti lavoratori in divisa da medico, infermiere, operatore scolastico; con
dispositivi di sicurezza di qualità, in imprese, cantieri e luoghi di lavoro
costantemente sorvegliati e monitorati da tanti ispettori del lavoro formati e
ben pagati dallo Stato.
Ai giovani che in questi giorni sono scesi in piazza, non serve a niente la
festa del 4 novembre. Abolirla sarebbe il segno che l’Italia ha scelto di
guardare al futuro.
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FABIO TESSER:
> Obiettiamo, disertiamo
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