Mondello, niente da fare per i privati: la spiaggia torna ai palermitani dopo oltre un secolo
C’è stato un tempo in cui a Mondello il marchio della Italo Belga stava ovunque, sugli alberi, sui marciapiedi e perfino - grazie a una sponsorizzazione - sulle divise della polizia municipale, come a ricordare a chiunque stendesse l’asciugamano sulla spiaggia chi fosse il padrone di casa. Ora la concessione che durava da più di cent’anni – la società era nata a Bruxelles nel 1909 con il nome di Les Tramways de Palerme - è arrivata al capolinea: la prima sezione del TAR di Palermo ha respinto nel merito il ricorso della Mondello Immobiliare Italo Belga contro il decreto con cui la Regione Sici... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Mondello, niente da fare per i privati: la spiaggia torna ai palermitani dopo oltre un secolo appeared first on L'Indipendente.
November 4, 2026
L'INDIPENDENTE
Usa. Se non è un'”onda dem”, certo è una mareggiata pesante
(In aggiornamento) Comincia molto male per Trump. Uno dei primi risultati certi di questa tornata elettorale assegna a Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, la carica di governatrice della Georgia. E’ una donna afroamericana, la prima ad assumere questa carica in tutti gli Stati Uniti e la prima donna […] L'articolo Usa. Se non è un'”onda dem”, certo è una mareggiata pesante su Contropiano.
November 4, 2026
Contropiano
Elezioni Usa, un caos senza “democrazia”
Per prima cosa, non aspettiamoci un risultato definitivo prima di domani. Può sembrare assurdo, nel paese che si vanta di essere all’avanguardia tecnologica del pianeta, ma lì si vota “a mano”, o anche per posta, ed ogni singolo stato ha le sue regole per lo scrutinio, spesso diverse. A seconda […] L'articolo Elezioni Usa, un caos senza “democrazia” su Contropiano.
November 4, 2026
Contropiano
Mano lavoratori in divisa mimetica, più ispettori nei cantieri
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 3 novembre a Fabriano, in una azienda, è morta sul lavoro una persona di 57 anni, schiacciata da una pressa. “Di origini straniere”, hanno precisano tutti i comunicati stampa riportati dal mainstream locale. A molte ore dal tragico incidente, non si conosceva ancora il nome di questo lavoratore. Senza nome non ci sarà memoria, si rimane un numero. Il messaggio del Comune più tardi, si limitava a specificare che era di etnia sikh, parte di una comunità integrata da anni. Solo in tarda serata, grazie all’Ansa nazionale, verrà dato un nome a questa povera vittima, Balvir Singh. Come se il fatto di essere “di origini straniere”, lo rendesse un po’ meno morto, e un po’ meno lavoratore. Al contrario, sicuramente, a Fabriano ma non solo lì, se la polizia avesse fermato un cittadino maggiorenne di “origini straniere” per qualche grammo di hashish, sarebbe stato reso noto non solo il nome, ma anche il Paese di nascita.  Questo lavoratore fabrianese è il sedicesimo morto sul lavoro in regione dal primo gennaio 2026;  qualche giorno fa era morto, dopo giorni di agonia,  Kabir Mohidul, 29 bengalese, operaio del cantiere navale di Ancona coinvolto il 29 settembre in un incidente insieme al collega  Sofiane Boutraa, 55 anni tunisino, che invece era morto sul colpo a causa dell’incendio sviluppatosi.  In Italia da gennaio ad ottobre sono 701 le persone che hanno perso la vita sul lavoro, per portare a casa un salario per sé e per la famiglia; una media di quasi tre morti al giorno. La giornata dedicata a questi lutti si celebra ogni anno la seconda domenica di ottobre. A questa 76° ricorrenza non è mancato, anche il mese scorso, il messaggio del presidente Mattarella.  Anche Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci, morti in Bosnia il 29 ottobre nello schianto di un elicottero, sono a tutti gli effetti vittime sul lavoro. Perché, da quando non c’è più leva obbligatoria, e i militari italiani non vengono impiegati secondo quello che è il dettato chiaro dell’art.11 della Costituzione, lavorare con una divisa mimetica, o un caschetto e un imbracatura in un cantiere, sono una scelte professionali che attengono alla volontà, alla formazione, alle opportunità di impiego, che ciascun cittadino liberamente intraprende, sceglie, o si vede costretto a fare per avere un lavoro stabile. Eppure a questi quattro dipendenti del ministero della Difesa, morti in un tragico incidente sul lavoro, lo Stato ha riservato un cordoglio particolare. Funerali “solenni”, celebrati dall’Ordinario Militare monsignor Gian Franco Saba, alla presenza del presidente Mattarella, dei presidenti di Camera e Senato, della presidente del Consiglio e di altri ministri, primo tra tutti quello alla Difesa Guido Crosetto. Lunedì, sempre Mattarella, Meloni, Tajani e Crosetto, si erano recati all’aeroporto di Ciampino per attendere il rientro delle salme. Qual è la differenza tra questi italiani e gli oltre 700 lavoratori che sono morti anch’essi per adempiere il loro dovere? Se si lavora in uno scatolificio di Fabriano o al cantiere navale di Ancona, si contribuisce forse meno alla res publica, così come sancito dall’art. 1 della Costituzione? A chi muore in un cantiere o in una fabbrica, invece, è riservato qualche telegramma istituzionale e, con i social, qualche post. Oppure devono morire in tanti, come avvenne alla Thissenkrupp di Torino nel 2007; lì ci fu un funerale “solenne”.  Il comportamento discrezionale delle “più alte cariche dello Stato”, tanto più oggi 4 novembre, giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, conferma come ormai sia diventata per moltissimi italiani insopportabile questa retorica militaresca e questa permanente costruzione, perlopiù rivolta alla generazioni più giovani, del mito dell’eroe in divisa.  Insopportabile nella sua permanente invasione di spazi scolastici, sempre più ingolfati di finti corsi di educazione, di prevenzione a tutto e il contrario di tutto, fatti da personale non docente in divisa, senza alcuna competenza in materie educative delicatissime per i giovani, con il solo fine da una parte di fare marketing per i corpi militari in cerca di nuovi lavoratori dipendenti, e dall’altra con il fine di promuovere una cultura e una visione gerarchica, repressiva e autoritaria della società e delle relazioni interpersonali. Come da anni denuncia l’“Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”.  I morti che oggi 4 novembre, imponendo al semplice suffragio tutt’altro significato, celebrano le “più alte cariche dello Stato” e ancora troppi sacerdoti, nell’immaginario percettivo di un adolescente nato dopo il 2000, hanno lo stesso impatto emotivo dei soldati romani morti a Cartagine. Queste “più alte cariche dello Stato”, sono consapevoli che oltre il 70% dei giovani sotto i 30 anni sono contrari alla reintroduzione di qualsiasi forma di leva obbligatoria militare, nonostante i diversi disegni di legge già pronti in Parlamento e sostenuti dal ministro Crosetto? Sanno che per l’82,8% dei giovani italiani la guerra e la possibilità di esservi coinvolti direttamente, rappresenta la più grande preoccupazione per il proprio futuro? Per capire questi sentimenti della popolazione più giovane, basterebbe guardarsi le fotogallery delle manifestazioni contro il genocidio di Gaza dell’autunno 2025, e delle strade e piazze italiane di qualche giorno fa, fatte presidiare da militari e mezzi blindati dal governo, con un inutile esibizione muscolare e scenica di una post democrazia autocratica e repressiva.  Il governo Meloni nella prossima finanziaria si accinge a tagliare altri 7.000 tra insegnanti e personale ausiliario della scuola, oltre a non investire in scuole sicure (anche climaticamente), insieme a sanità, trasporti pubblici, servizi universitari, per dirottare oltre 14 miliardi di euro tra spesa diretta e in debito del bilancio dello Stato, per comprare armi e sostenere il progetto europeo di difesa SAFE.  Questo programma e visione del mondo fatto di divise, con un’Italia che si prepara a partecipare a un prossimo conflitto, ai ragazzi italiani genera solo spavento e ansia, e li spinge, come se non bastassero già la mancanza di lavoro, di contratti dignitosi, ad andarsene via. Contribuendo a ingrossare le fila dell’unico vero “esercito giovanile” che in questi ultimi anni si è andato volontariamente a formare: quello dei circa 290.000 under 35 che dal 2022 si sono trasferiti all’estero. A ricordare alle più “alte cariche dello Stato” come la pensano i giovani italiani, rispetto a un Paese sempre più bellicista e filosionista, a partire per primo ai suoi dirigenti di partito, è stata qualche tempo fa la responsabile nazionale del Pd, Virginia Libero, che ha riproposto una bellissima parola, che è un valore: diserzione.  Se va celebrata una giornata di Unità Nazionale, allora, le ragioni fondanti non possono più essere la retorica della guerra e una neo narrazione militaresca e bellicista, ma la costruzione reale di quella società che c’è scritta nella Costituzione; nata proprio da una condivisa volontà di archiviare la guerra era finita, e di derubricarla per sempre in futuro.  L’Italia di oggi, tanto più i giovani, in una società in cui il 9,3% dei cittadini vive in condizioni di povertà assoluta, con un’economia in crisi, costi dell’energia e della spesa alimentare alle stelle, alla prese con gli effetti della crisi climatica, hanno bisogno non di esaltazione di forze armate, ma della creazione e moltiplicazione di forze “disarmate e disarmanti”, per evocare quel cristallino concetto di pace espresso da papa Leone appena eletto. C’è bisogno di molti meno lavoratori in divisa mimetica e armati, e di tanti lavoratori in divisa da medico, infermiere, operatore scolastico; con dispositivi di sicurezza di qualità, in imprese, cantieri e luoghi di lavoro costantemente sorvegliati e monitorati da tanti ispettori del lavoro formati e ben pagati dallo Stato.  Ai giovani che in questi giorni sono scesi in piazza, non serve a niente la festa del 4 novembre. Abolirla sarebbe il segno che l’Italia ha scelto di guardare al futuro. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FABIO TESSER: > Obiettiamo, disertiamo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Mano lavoratori in divisa mimetica, più ispettori nei cantieri proviene da Comune-info.
November 4, 2026
Comune-info
Non erano due rifiuti della società, ma due persone rifiutate dalla società: la tragedia del Magazzino 18 di Trieste (prima parte)
Ci sono notizie che non riesco a leggere con il distacco che normalmente cerco di mantenere quando analizzo un fatto di cronaca dal punto di vista giuridico. Notizie che, prima ancora di sollevare interrogativi sulle responsabilità delle istituzioni, sulla legislazione vigente o sull’effettività dei diritti fondamentali, mi colpiscono profondamente sul piano umano. La morte di due giovani nell’incendio divampato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2026 all’interno del Magazzino 18, nel Porto Vecchio di Trieste, è una di queste. Perché quelle due persone non erano per me soltanto due sconosciuti di cui apprendere la tragica fine attraverso un telegiornale. Erano una giovane coppia che conoscevo personalmente, seppure in maniera superficiale, perché ogni tanto frequentavano Piazza Libertà, quella che io chiamo affettuosamente la mia Piazza del mondo. Lui mi si era avvicinato diverse volte e, nella maggior parte delle occasioni, appariva in evidente stato di ebbrezza; lei, invece, mi sembrava spesso in una condizione di forte alterazione psicofisica, della quale naturalmente non posso conoscere le cause, e ricordo che soltanto una volta mi rivolse qualche parola. Non conoscevo le loro storie, non sapevo quali vicende personali li avessero condotti a vivere in quelle condizioni e non pretendo oggi di ricostruirle attraverso impressioni o supposizioni. Ma li avevo incontrati, avevo visto i loro volti e avevo percepito una condizione di disagio che non poteva passare inosservata. Sapevo che erano legati da una relazione affettiva, che condividevano almeno una parte della loro quotidianità e che, al di là delle difficoltà che potevano attraversare, erano due giovani con una propria esistenza, una propria identità e un legame umano che meritava rispetto. Ed è proprio per questo che, quando ho appreso della loro morte, ho pensato immediatamente a una frase che sintetizza il senso più profondo di questa tragedia: non erano due rifiuti della società, ma due persone rifiutate dalla società. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’incendio sarebbe divampato all’interno di uno degli edifici dismessi del Porto Vecchio, utilizzati come ripari di fortuna da persone prive di una sistemazione abitativa sicura. I corpi dei due giovani sono stati rinvenuti dai Vigili del fuoco durante le operazioni di spegnimento e messa in sicurezza della struttura. Le prime informazioni hanno prospettato l’ipotesi che il rogo possa essere stato provocato da un fuoco acceso per riscaldarsi o cucinare e che il decesso sia riconducibile all’inalazione dei fumi, ma spetterà agli accertamenti tecnici e medico-legali stabilire con precisione la dinamica dell’incendio e le cause della morte. La Procura della Repubblica di Trieste ha avviato le indagini, nell’ambito delle quali dovranno essere valutate anche eventuali responsabilità penalmente rilevanti. Come giurista, ritengo indispensabile distinguere la ricostruzione dei fatti, ancora oggetto di accertamento, dalla valutazione politica e sociale delle condizioni che possono avere contribuito a determinare una situazione di pericolo. L’articolo 27, secondo comma, della Costituzione impone il rispetto della presunzione di non colpevolezza, mentre l’eventuale configurabilità dei reati di incendio colposo e omicidio colposo, previsti rispettivamente dagli articoli 449 e 589 del Codice penale, richiede la dimostrazione rigorosa degli elementi costitutivi delle fattispecie, del nesso causale e della colpa. Non sarebbe giuridicamente corretto trasformare una tragedia in una condanna anticipata delle istituzioni o di singoli soggetti. Sarebbe però altrettanto sbagliato utilizzare la necessaria prudenza giudiziaria come pretesto per sottrarsi a una riflessione pubblica sulle condizioni di marginalità che continuano a caratterizzare alcune aree della città. Le informazioni emerse nelle ore successive rendono questa vicenda ancora più complessa. Secondo quanto riferito dal TgR e da altre fonti giornalistiche, la giovane italiana risultava seguita dai servizi di salute mentale di Udine, mentre il ragazzo marocchino era destinatario di un decreto di espulsione dal territorio nazionale. Sono due circostanze che devono essere affrontate con estrema attenzione, evitando sia la spettacolarizzazione delle fragilità individuali sia la tentazione di individuare responsabilità sulla base di elementi ancora insufficienti. Il fatto che la ragazza fosse conosciuta dai servizi di salute mentale non significa automaticamente che questi abbiano omesso interventi dovuti, né consente di formulare ipotesi diagnostiche o ricostruire il suo percorso terapeutico. Tuttavia, introduce una questione di straordinaria rilevanza: quella della continuità assistenziale e dell’integrazione tra servizi sanitari, sociali e territoriali, soprattutto quando una persona si trova in una condizione di vulnerabilità tale da rendere particolarmente difficile la gestione autonoma della propria quotidianità. La legge 13 maggio 1978, n. 180, successivamente confluita nel quadro della riforma sanitaria introdotta dalla legge n. 833 del 1978, ha rappresentato una svolta fondamentale nella tutela dei diritti delle persone con disturbi psichici, superando il modello manicomiale e valorizzando l’assistenza territoriale. L’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, mentre gli articoli 2 e 3 impongono di considerare la persona nella sua dignità e nelle condizioni concrete che possono ostacolare l’effettivo esercizio dei suoi diritti. Ma la presa in carico sanitaria non equivale a una limitazione della libertà personale, né attribuisce automaticamente ai servizi il potere di imporre una determinata sistemazione abitativa. Proprio per questo diventa essenziale interrogarsi sulla disponibilità di strumenti assistenziali adeguati, capaci di conciliare autodeterminazione, continuità delle cure e protezione delle persone maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale. Diversa, ma altrettanto delicata, è la posizione del giovane marocchino. La notizia secondo cui fosse destinatario di un decreto di espulsione rischia di diventare, nel dibattito pubblico, una sorta di etichetta capace di oscurare tutto il resto. Eppure, un provvedimento amministrativo di allontanamento dal territorio nazionale non cancella la soggettività giuridica di una persona e, soprattutto, non ne determina la perdita dei diritti fondamentali. L’articolo 2 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il Testo unico sull’immigrazione, riconosce allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme interne, dalle convenzioni internazionali e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti. L’articolo 35 del medesimo decreto garantisce agli stranieri non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno l’accesso alle cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali, anche continuative, per malattia e infortunio, e ai programmi di medicina preventiva. Il diritto alla vita, tutelato dall’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, appartiene a ogni essere umano, indipendentemente dalla cittadinanza e dalla posizione amministrativa. Occorre naturalmente chiarire la natura del provvedimento di espulsione, la sua eventuale impugnazione, le modalità previste per l’esecuzione e le ragioni della sua permanenza sul territorio italiano, senza presumere circostanze non accertate. Ma una considerazione deve rimanere ferma: l’irregolarità del soggiorno non può trasformarsi in una condanna all’invisibilità sociale, né può essere utilizzata per relativizzare il valore della vita di una persona. Questa tragedia, a mio avviso, evidenzia anche i limiti di una concezione della sicurezza urbana prevalentemente incentrata sul controllo del territorio, sull’allontanamento delle persone considerate problematiche e sulla gestione emergenziale del disagio. La sicurezza non consiste soltanto nel garantire l’ordine pubblico o nel prevenire la commissione di reati, ma comprende anche la necessità di predisporre strumenti capaci di proteggere concretamente l’incolumità delle persone più vulnerabili. Non significa che ogni situazione di marginalità possa essere automaticamente ricondotta a un’omissione delle autorità pubbliche, né che esista un obbligo generalizzato di impedire qualsiasi evento dannoso. Significa, piuttosto, riconoscere che l’effettività dei diritti fondamentali richiede politiche pubbliche coerenti, risorse adeguate e un coordinamento costante tra istituzioni. La legge 8 novembre 2000, n. 328, ha delineato un sistema integrato di interventi e servizi sociali finalizzato a promuovere la qualità della vita, le pari opportunità e il contrasto alle condizioni di disagio individuale e familiare. In particolare, l’articolo 22 contempla il servizio di pronto intervento sociale per le situazioni di emergenza personali e familiari. Anche il sistema di accoglienza disciplinato dal decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, assume rilevanza per le persone che rientrano nel suo ambito di applicazione, pur non potendosi presumere che tale disciplina fosse applicabile alla situazione del giovane deceduto. La questione fondamentale non è dunque stabilire astrattamente che ogni persona in difficoltà avrebbe dovuto essere inserita in una determinata struttura, ma verificare quali strumenti fossero concretamente disponibili, quali bisogni fossero conosciuti e quali possibilità di intervento esistessero. (continua nella seconda parte) Valeria Sirigu
November 4, 2026
Pressenza
Il corpo, prima. La compagnia Dewey Dell danza a Genova
LA TORNATA AUTUNNALE DEL FESTIVAL DI DANZA CONTEMPORANEA REC. RESISTERE E CREARE PORTA SUL PALCO DEL TEATRO DELLA TOSSE “DIDO AND AENEAS” CAPOLAVORO BAROCCO DI HENRY PURCELL Il corpo, prima. Prima di pensieri e parole, prima di tutto. Il corpo politico, il corpo abitato. La tornata autunnale del festival di danza contemporanea ReC. Resistere e Creare porta sul palco del Teatro della Tosse nel centro storico di Genova, “Dido and Aeneas”. L’ultima fatica della compagnia italiana Dewey Dell mette in scena un confronto diretto con il capolavoro barocco di Henry Purcell ispirato alle avventure del profugo Enea a Cartagine e al tragico amore con la regina Didone, in un’algida operazione di barocco al quadrato all’interno di una scenografia nelle 50 sfumature di nero e d’argento della cenere di una città in fiamme affacciata su un mare in burrasca. La partitura originale viene così tradotta in un paesaggio sonoro elettronico e le parole del libretto, cariche di suggestioni che evocano elementi naturali come nubi, tempeste e fiumi di lava, diventano guida dI movimenti coreografici dall’alto impatto scenico. Ne scaturisce un lavoro ipnotico in cui i performer esplorano la violenza e la capacità rigenerativa della natura attraverso movimenti che fondono astrazione, riferimenti artistici e istinti animali, in cui i corpi in scena agiscono esplorando il tema della rinascita in un ambiente sonoro immersivo. Dopo Genova lo spettacolo sarà ancora in replica il 4 Novembre al Festival Città delle 100 Scale, Potenza e il 28 novembre al C.S.S. Teatro Stabile di Innovazione del Friuli-Venezia Giulia, Udine. E’ uno dei primi passi della seconda parte di una rassegna che, fino al 12 dicembre, inscena i nuovi capitoli di una riflessione che interroga ontologicamente e politicamente la questione del corpo come luogo di temporalizzazione di uno spazio – individuale, sociale, internazionale – attraversato da conflitti sociali e geopolitici sempre più aspri e pericolosi.  Un gioco feroce che ha in definitiva come ultima posta in gioco, sempre e comunque, il corpo che tutti noi ci troviamo ad abitare. Come scriveva infatti il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, “il nostro corpo non si trova nello spazio come le cose; lo abita o lo pervade. Si applica allo spazio come una mano a uno strumento”. Tutte le info e il programma su  RESISTERE E CREARE XII EDIZIONE REC26 – Teatro della Tosse The post Il corpo, prima. La compagnia Dewey Dell danza a Genova first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il corpo, prima. La compagnia Dewey Dell danza a Genova sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
November 3, 2026
Popoff Quotidiano
NO al CPR in Toscana: il 6 novembre davanti alla Prefettura di Firenze
ASSOCIAZIONI, ORGANIZZAZIONI E REALTÀ SOCIALI LOCALI SI MOBILITANO CONTRO IL PROGETTO DI COSTRUZIONE DI UN CENTRO DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO AD AULLA, O IN UN’ALTRA LOCALITÀ DELLA REGIONE. I promotori dell’iniziativa chiedono a Presidente e Giunta della Regione Toscana di esprimere una posizione chiara e contraria e spiegano le ragioni delle proprie obiezioni e della protesta: > L’iniziativa è promossa da un primo gruppo di associazioni, movimenti, > organizzazioni politiche, sindacali e realtà sociali contrarie alla > realizzazione di una struttura ad Aulla o in qualsiasi altra località della > regione. > > Al centro della contestazione le caratteristiche e il funzionamento stesso dei > CPR, luoghi nei quali persone che non hanno commesso reati vengono private > della libertà personale per ragioni legate alla propria condizione > amministrativa, con periodi di detenzione che possono arrivare fino a 18 mesi. > > Le criticità riguardano diversi aspetti. La tutela della salute e la > prevenzione dei rischi risultano estremamente carenti, mentre le condizioni di > permanenza possono essere degradanti e compromettere seriamente il benessere > fisico e psicologico delle persone trattenute. Nei centri sono state > denunciate situazioni di sofferenza psichica, ricorso alla sedazione e > difficoltà nell’accesso alle cure. Si tratta di strutture nelle quali la > privazione della libertà si accompagna spesso a una forte limitazione dei > diritti fondamentali. > > Anche l’effettiva funzione dei CPR rispetto ai rimpatri è oggetto di > contestazione. > > Il rapporto di ActionAid sul sistema della detenzione amministrativa evidenzia > le contraddizioni e i limiti di un modello nel quale il trattenimento delle > persone non si traduce spesso nel loro rimpatrio, che viene attivato > prevalentemente senza passare dai CPR. > > A queste considerazioni si aggiunge la questione delle risorse pubbliche: la > costruzione e la gestione dei centri richiedono investimenti consistenti, che > potrebbero essere destinati invece a politiche di accoglienza, inclusione e > tutela sociale. > > La Toscana ha rappresentato un riferimento per le esperienze di accoglienza > diffusa, attraverso il sistema SAI e il coinvolgimento dei territori. Un > modello da sostenere e rafforzare, investendo in casa, scuola, sanità, lavoro, > reddito e welfare, anziché in nuove strutture detentive. > > L’appello chiede quindi al presidente della Regione Toscana e alla Giunta > regionale di assumere una posizione chiara contro la realizzazione del CPR e > di opporsi a un progetto che riguarda non soltanto la localizzazione di una > nuova struttura, ma il modello di gestione delle politiche migratorie che si > intende adottare. > > Il presidio del 6 novembre sarà uno spazio aperto, pacifico e informativo, per > mettere in relazione le realtà che condividono questa posizione e iniziare a > fare rete. > > Le adesioni possono essere comunicate all’indirizzo > adesionepresidio.noc@virgilio.it. > > Primi firmatari: PRC Toscana, Sinistra Progetto Comune, Mediterranea Saving > Humans EdT Mugello, Medicina Democratica Firenze, Cub Firenze, Giuristi > Democratici, Associazione Qispikay, OLTRE Ponti fra mondi APS, Arci Toscana, > Florence Must Act, Carc, Osservatorio Migranti Basilicata, Emergency, Coop21 > Cooperativa Sociale, Cobas, No Cpr Campania, CarovaneMigranti, Memoria > Mediterranea Tel.Sos, pr/sportello interferente Assemblea Lucana Nocpr L’appuntamento è per venerdì 6 novembre, dalle 17 alle 20, davanti alla Prefettura di Firenze – via Cavour 1.   Redazione Italia
November 3, 2026
Pressenza
244ma Presenza di Pace: il podcast
Come di consueto sabato 31 ottobre 2026 ci si è radunati per la 244ma Presenza di Pace. Un sabato che è segueto ad una grande e partecipata manifestazione al mattino e una seconda nel pomeriggio. Una Presenza che ha ribadito un netto e forte “No a tutte le guerre” e non semplicemente, anche se semplice non è, “vogliamo la pace”. La pace può essere la conclusione di un conflitto, ben diverso è non dare alle guerre nessun posto nella storia. Come sempre tutti gli interventi sono ascoltabili grazie al podcast disponibile qui: Sara Panarella
November 3, 2026
Pressenza
“Marea”, 10 anni di NUDM in mostra al CSOA Forte Prenestino di Roma
Non Una Di Meno informa che domenica 8 pomeriggio inaugura la rassegna, successivamente in esposizione dal 12 al 15 novembre: > Dieci anni di lotte, rabbia transfemminista, sorellanza e desiderio di > rivoluzione. > Dieci anni di piazze, corpi in rivolta, grida altissime e feroci e pratiche > collettive. > Dieci anni di lotta, sorrisi complici, gioia, piazze piene delle nostre mani > che si stringono. > A dieci anni dalla nascita di Non Una Di Meno, ci ritroviamo al Forte > Prenestino con una mostra che attraversa la nostra storia: immagini, memorie e > tracce di un movimento che continua a lottare contro la violenza patriarcale. > Perché la memoria è uno strumento di lotta. > Perché le nostre storie sono collettive. > Per continuare ad immaginare insieme. > 10 ANNI DI LOTTA! > > > MAREA > > CSOA Forte Prenestino > Roma / Centocelle – via Federico Delpino > > Inaugurazione – 8 novembre, ore 17:00 > 12, 13 e 14 novembre – dalle ore 17:00 > 15 novembre 2026 – tutta la giornata > L’ingresso alla mostra si trova dopo l’entrata, sulla sinistra, ed è > raggiungibile attraverso una scala non accessibile a persone con mobilità > ridotta. Per consentire a tutt3 di visitare la mostra, è possibile richiedere > all’ingresso l’accesso agli spazi tramite una rampa. https://www.forteprenestino.net/attivita/3717-marea-10-anni-di-nudm-in-mostra Redazione Italia
November 3, 2026
Pressenza
Ra’idat alla Fondazione Bellisario. Le future leader della Libia ospiti a Roma
La Fondazione Marisa Bellisario informa di aver accolto a Roma un gruppo di giovani donne libiche protagoniste del programma delle Nazioni Unite: > Ra’idat, che in arabo significa “pioniere”, è un percorso annuale di > formazione e leadership promosso dalla Missione di Supporto delle Nazioni > Unite in Libia (UNSMIL) in collaborazione con UNDP, UNICEF e UN Women. È > rivolto a giovani donne tra i 18 e i 35 anni provenienti da tutte le regioni > del Paese, già attive nelle proprie comunità o desiderose di assumere un ruolo > di leadership. > > Attraverso sessioni formative dedicate alla comunicazione strategica, alla > leadership, al lavoro di squadra, ai diritti umani, alla partecipazione > politica e all’advocacy, intende fornire alle partecipanti strumenti concreti > per contribuire al cambiamento delle proprie comunità e prendere parte al > dialogo sul futuro della Libia. > > Per l’edizione 2026-2027 le candidature sono state 1.733, segno della volontà > di partecipazione delle giovani donne libiche. > > > > «La Fondazione Marisa Bellisario ha un rapporto lungo e proficuo con la Libia, > fondato sul dialogo e sulla volontà di sostenere il protagonismo femminile – > afferma Lella Golfo, presidente della fondazione – È la seconda volta che > abbiamo il piacere di accogliere a Roma le giovani donne del progetto Ra’idat, > un’iniziativa importante per accompagnare la crescita di una nuova generazione > di leader. Il legame con il Paese si è rafforzato anche lo scorso anno, quando > ho avuto l’opportunità di partecipare a Tripoli alla seconda edizione del > Summit Women Global, promosso dal CIFE Libia. Crediamo molto nel valore di > questi momenti di incontro e scambio: dare spazio alle esperienze e alle > aspirazioni di queste ragazze significa sostenere il loro impegno per una > partecipazione sempre più ampia delle donne alla vita politica, economica e > sociale del Paese. Come Fondazione, continueremo a promuovere occasioni di > confronto e collaborazione, perché la crescita e l’autonomia delle donne sono > una risorsa fondamentale per il futuro di ogni società». > > Le giovani ospiti della Fondazione Bellisario hanno esperienze e aspirazioni > diverse, unite dall’impegno per una società più inclusiva e partecipativa. > > Tra loro ci sono una studentessa di Relazioni Pubbliche impegnata in una ONG e > nell’empowerment giovanile; una studentessa di medicina interessata alla > psichiatria e ai diritti umani; una laureata in legge e attivista della > società civile, impegnata nella tutela dei diritti delle donne e della > diversità culturale; un’imprenditrice attiva nel settore dell’inclusione delle > persone con disabilità e dell’innovazione digitale; una professionista con > esperienza in ambito bancario e finanziario, interessata alla leadership e > all’emancipazione femminile; un’ingegnera meccanica specializzata in energia, > con una forte vocazione per la diplomazia e la cooperazione internazionale. > > L’incontro è un’occasione di confronto tra esperienze e generazioni e accende > i riflettori sul ruolo delle giovani donne nei processi di trasformazione > della società libica. > > Un percorso che si inserisce pienamente nella missione della Fondazione Marisa > Bellisario, da sempre impegnata nella promozione del talento, della leadership > e dell’autonomia femminile, anche attraverso il dialogo e la cooperazione > internazionale. Redazione Italia
November 3, 2026
Pressenza

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