MSF: Ucraina, attacco a Dnipro. 2 morti, 20 feriti, danni a strutture civili e un ospedale
Questa mattina le forze russe hanno attaccato Dnipro, causando, secondo quanto riportato, la morte di almeno 2 persone e il ferimento di altre 20. L’attacco ha danneggiato edifici residenziali, una centrale termica, un centro di assistenza sanitaria di base e un ospedale locale dove erano ricoverati quasi 100 pazienti. I danni subiti dall’ospedale hanno reso necessario il trasferimento dei pazienti in altre strutture sanitarie. Medici Senza Frontiere (MSF) ha evacuato in ambulanza 2 pazienti dall’ospedale danneggiato per garantire che potessero continuare a ricevere assistenza medica. “Nell’ospedale c’erano persone con disabilità, oltre a persone ferite nei precedenti bombardamenti. Era evidente che fossero terrorizzate. C’erano vetri rotti ovunque, finestre e porte erano state sfondate” racconta Yuliia Omelchuk, paramedica di MSF, descrivendo la situazione a cui ha assistito. L’ospedale fornisce consulenze sanitarie di secondo livello ai residenti di Dnipro e alle persone sfollate che hanno dovuto abbandonare città e villaggi nella zona orientale. Offre inoltre cure chirurgiche, terapeutiche e palliative. I danni alla struttura hanno interrotto l’accesso ai servizi medici essenziali per le persone che necessitano di cure continuative. Uno dei pazienti evacuati da MSF era Roman, 39 anni, che aveva già trascorso un mese in ospedale per riprendersi da una frattura del femore. Al momento dell’attacco, la sua gamba sinistra era immobilizzata con un dispositivo di fissazione esterna. “Ho iniziato a sentire delle esplosioni durante la notte. Al mattino, c’erano di nuovo dei rumori fortissimi. La seconda esplosione ha fatto saltare 2 finestre del nostro reparto. Anche la porta è stata sbalzata via ed è caduta sopra di me. Ora mi sono fratturato il piede dell’altra gamba, quella che prima era integra” spiega Roman. Il suo vicino di stanza era un anziano affetto da demenza. “Quando i detriti gli sono caduti addosso, non riusciva nemmeno a capire cosa fosse successo. E io non riuscivo a muovermi, non potevo scappare, non riuscivo nemmeno ad alzarmi in piedi. È stato davvero spaventoso” racconta Roman. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’inizio dell’invasione su vasta scala fino al 3 novembre 2026 sono stati verificati oltre 3.400 attacchi all’assistenza sanitaria in Ucraina. L’OMS ha inoltre segnalato 590 attacchi all’assistenza sanitaria dall’inizio del 2026, che hanno causato più di 250 vittime, tra cui 31 decessi. Tra il 2022 e il 2025, le équipe di MSF hanno assistito o sono intervenute in occasione di oltre 20 attacchi contro ospedali. “Questi attacchi da parte delle forze russe contro ciò che è essenziale per la vita dei civili continuano senza sosta – afferma Robin Meldrum, coordinatore nazionale di MSF in Ucraina – Che siano mirati o indiscriminati, costituiscono sicuramente gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Per chi vive già sotto la minaccia quotidiana di missili e droni, gli attacchi agli ospedali dovrebbero essere impensabili, ma qui in Ucraina rappresentano un rischio sempre presente. Gli attacchi di ieri sera, durante i quali, secondo quanto riportato, sarebbero state colpite anche strutture sanitarie nelle città di Kharkiv e Kherson, dovrebbero far capire a tutti che tutto questo deve finire”. Medecins sans Frontieres
November 3, 2026
Pressenza
Una strage a Zaporizhzhia: l’Onu conferma
A Komyshuvakha, nell’Oblast di Zaporizhzhia, lunedì 2 novembre, un missile russo ha colpito una scuola usata come centro di distribuzione di aiuti umanitari, proprio mentre la gente faceva la fila per pane e beni di prima necessità.00ì È stata utilizzata la tecnica del doppio attacco: il secondo attacco ha colpito il rifugio dove erano scappati i sopravvissuti alla strage. Il bilancio aggiornato di oggi parla di 31 morti, confermati dalla BBC, e 5 feriti. 48 sono i dispersi ancora sotto le macerie. Tra le vittime 4 poliziotti e 2 soccorritori uccisi dal secondo colpo. L’ONU e OCHA lo definiscono uno degli episodi più sanguinosi degli ultimi mesi Altri attecchito nelle ultime 24h, ossia nella notte tra il 2 e il 3 novembre: Attacco massiccio su 10 regioni con 289 droni e 76 missili, dice Zelenskj. – A Kharkiv una bomba colpisce l’ospedale, nel quartiere di Nemyshlianskyi. Si contano 62 feriti, 200 pazienti evacuati, oltre 1000 finestre distrutte. Altre fonti parlano di 73 FERITI. Fortunatamente non dovrebbe esserci stato nessun morto. -A Odessa: zero morti nella città e nel suo Oblast, solo danni. Nel sud dell’oblast colpita per la terza volta in 2 mesi, la centralina dell’energia elettrica Sì è deciso un blackout a rotazione per ottimizzare il consumo di energia. Mauro Carlo Zanella
November 3, 2026
Pressenza
Rifondazione Comunista: piena solidarietà a Mimmo Lucano ed all’esperienza di Riace, antidoto contro la disumanità delle destre!
Esprimiamo la piena solidarietà di Rifondazione Comunista a Mimmo Lucano e all’Amministrazione comunale di Riace, sottoposti ad un’interruzione anticipata della loro esperienza amministrativa, attraverso la reiterata iniziativa della Prefettura di Reggio Calabria. Quanto sta accadendo in questi giorni a Riace non riguarda soltanto le sorti di un’Amministrazione comunale, ma investe una questione politica e democratica di rilevanza nazionale: il diritto di una comunità a portare avanti un progetto di accoglienza, solidarietà e convivenza che ha rappresentato, in Italia e nel mondo, un’alternativa concreta alle politiche della chiusura e della discriminazione. Come denunciato dallo stesso Mimmo Lucano, la paralisi amministrativa del Comune è stata determinata dal passaggio all’opposizione di due consiglieri eletti nella maggioranza e dal mancato perfezionamento della surroga di un consigliere dimissionario. Una situazione che si protrae da mesi e che ora è stata utilizzata per arrivare allo scioglimento del Consiglio comunale. Chiediamo al Presidente della Repubblica ed al Ministro degli Interni dí accertare quanto sostenuto da Mimmo, ossia che la commissaria ad acta che ha deciso l’insostenibilità finanziaria dei conti del Comune sì Riace sia “la stessa funzionaria che era stata nominata Commissario Straordinario per la gestione del bilancio e l’estinzione dei debiti con decreto del Presidente della Repubblica nell’aprile del 2018, poi rimasta in carica fino al 2023”, e dí agire conseguenza. In ogni caso, riteniamo che non siano state pienamente rispettate le prerogative democratiche del Consiglio comunale e che siano state trasformate le difficoltà di funzionamento dell’istituzione, su cui ha alacremente giocato là destra locale e regionale, in uno strumento per cancellare un’esperienza amministrativa legittimamente eletta dai cittadini. Non possiamo inoltre ignorare il contesto politico in cui si colloca questa vicenda. La destra ha ben chiaro il proprio disegno: colpire le esperienze di solidarietà, delegittimare chi pratica concretamente l’accoglienza e imporre un modello fondato sulla chiusura e sull’esclusione. Di fronte a questo scenario, il centrosinistra nazionale non può limitarsi a generiche dichiarazioni di principio. È arrivato il momento di agire in tutti i modi democratici possibili. Chiediamo alle forze del centrosinistra e a tutte le componenti del fronte costituzionale di assumere una posizione chiara e pubblica a sostegno di Mimmo Lucano e di Riace. Occorre dire senza ambiguità se il modello Riace, con la sua storia di accoglienza, integrazione e rigenerazione delle comunità, rappresenti ancora un riferimento per un’altra idea di società e per le politiche migratorie del Paese. Per Rifondazione Comunista la risposta è inequivocabile: Riace è un patrimonio di democrazia, solidarietà e umanità che va difeso. Non si può celebrare l’accoglienza a parole e abbandonare chi la pratica quando viene attaccato. Saremo al fianco di Mimmo Lucano, e della comunità di Riace in tutte le iniziative necessarie atte a difendere l’idea di umanità ed accoglienza che ha ispirato la loro mirabile esperienza. Riace non è sola. Difendere Riace significa difendere concretamente il diritto alla possibilità di costruire un’alternativa alle politiche disumanizzanti della destra. – Maurizio Acerbo, Segretario nazionale – Stefano Galieni, Responsabile Immigrazione ⁠ Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Maddalena Brunasti
November 3, 2026
Pressenza
“Restiamo umani”. Il presidio mensile della Rete Cuneese per la Palestina
L’appuntamento è per venerdì 6 novembre a Bra, alle 18 in via Cavour, luogo abituale del raduno. > Accompagneranno la mobilitazione le parole e la musica del cantautore > Francesco Riotta, che per il secondo mese consecutivo ci onorerà della sua > presenza. > > Le parole d’ordine della mobilitazione sono: > > * Giù le armi, sù i salari – Lo stanziamento di miliardi di euro per le spese > militari ha grosse ripercussioni sugli stanziamenti di risorse per i > servizi pubblici, e sulla qualità della vita di lavoratrici e lavoratori, > pensionate e pensionati. > * NO al finanziamento di genocidi e guerre – Devono cessare tutti i rapporti > commerciali con chi sta massacrando il popolo palestinese e più in generale > con tutti coloro che usano la guerra come strumento di risoluzione di > controversie. > * NO alla criminalizzazione del dissenso – Deve essere consentito a chiunque > la possibilità di manifestare il proprio dissenso, come stabilito dagli > articoli 17 e 21 della Costituzione. > * NO all’equiparazione di antisemitismo e antisionismo – Chiediamo che la > Camera dei Deputati non approvi il Decreto Romeo che impedirebbe, nei > fatti, qualsiasi critica verso lo stato d’Israele. > > RESTIAMO UMANI! > > Rete Cuneese per la Palestina INFORMAZIONI e CONTATTI https://www.instagram.com/retecuneesepalestina/ https://www.facebook.com/groups/1912642539588258 retecuneeseperlapalestina@gmail.com Maddalena Brunasti
November 3, 2026
Pressenza
Dal Bronx alla Hudson Valley, dentro la campagna di Alexandria Ocasio-Cortez…
…COSA STIAMO IMPARANDO DALLA SINISTRA AMERICANA. DIECI GIORNI A NEW YORK TRA PORTA A PORTA, MOBILITAZIONE POPOLARE, INCONTRI CON GLI ATTIVISTI E UN GRANDE RALLY CON AOC. UN’ESPERIENZA PER COMPRENDERE COME I SOCIALISTI DEMOCRATICI AMERICANI STANNO PROVANDO A RICOSTRUIRE UNA POLITICA RADICATA NELLE COMUNITÀ, CAPACE DI TENERE INSIEME GIUSTIZIA SOCIALE, DIRITTI E LOTTA ALLA CRISI CLIMATICA. di Alessandro Azzolina e Valentina Cera New York, 3 novembre 2026 – La sveglia suona presto nel Bronx. Ci si ritrova con gli altri volontari, si organizzano i gruppi, si distribuiscono i materiali e si parte. La mattina si incontrano i commercianti dei piccoli negozi, il pomeriggio si entra nei grandi palazzi popolari, salendo anche cinque o sei piani a piedi, bussando a decine di porte. Dietro ogni porta c’è una storia diversa. Famiglie che faticano a pagare l’affitto, lavoratori preoccupati per il costo della vita, persone che chiedono una sanità accessibile, servizi pubblici migliori, salari dignitosi. A volte si parla inglese, altre volte spagnolo. Qualche porta rimane chiusa, molte altre si aprono e diventano occasioni di confronto. Siamo arrivati a New York dall’Italia, dove siamo rispettivamente consigliera regionale del Piemonte e assessore del Comune di Nichelino per Alleanza Verdi Sinistra, per vivere un’esperienza che desideravamo fare da tempo: partecipare come volontari alla campagna elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez, nei quartieri del Bronx e del Queens. Non siamo qui come osservatori o rappresentanti istituzionali. Siamo due volontari tra tanti, impegnati nelle stesse attività degli altri attivisti, con la curiosità e il desiderio di imparare da una delle esperienze politiche più interessanti della sinistra contemporanea. E quello che stiamo scoprendo va ben oltre una campagna elettorale. LA POLITICA CHE BUSSA ALLE PORTE Una delle prime cose che colpiscono è la straordinaria organizzazione del lavoro politico. Ogni giornata viene preparata con attenzione. Attraverso applicazioni digitali, i volontari ricevono le indicazioni sulle abitazioni da raggiungere, registrano i contatti e contribuiscono a costruire una conoscenza capillare del territorio. Ma la tecnologia rimane uno strumento: al centro ci sono le persone. Abbiamo partecipato al porta a porta nelle abitazioni, incontrato i piccoli commercianti, preso parte ai momenti collettivi di formazione e organizzazione con gli altri attivisti della campagna. È una politica che non aspetta che i cittadini arrivino a un’iniziativa pubblica o leggano un messaggio sui social. Va direttamente nei luoghi in cui vivono e lavorano. Questa esperienza ci ha fatto riflettere su quanto, anche in Italia, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di essere presenti quotidianamente nei quartieri popolari. Non si tratta soltanto di convincere qualcuno ad andare a votare. Si tratta di ricostruire relazioni, ascoltare bisogni, riconoscere problemi comuni e trasformare la solitudine individuale in una possibilità di azione collettiva. Una delle cose che ci porteremo a casa è proprio questa: il radicamento territoriale non si improvvisa nelle settimane che precedono le elezioni. È un lavoro costante, fatto di organizzazione, fiducia e presenza. LA HUDSON VALLEY E IL RALLY CON ALEXANDRIA OCASIO-CORTEZ Nei giorni scorsi abbiamo lasciato temporaneamente il Bronx per raggiungere la Hudson Valley, a nord di New York, e partecipare al grande rally elettorale con Alexandria Ocasio-Cortez. A Poughkeepsie, il 1° novembre, abbiamo preso parte a un evento di mobilitazione per il voto insieme a centinaia di persone, in una delle ultime iniziative pubbliche prima delle elezioni di metà mandato. Sul palco, insieme ad AOC, il deputato Pat Ryan, esponenti politici dello Stato di New York e artisti, in un appuntamento che ha intrecciato musica, partecipazione e mobilitazione elettorale. È stato particolarmente interessante osservare come la dimensione culturale e quella politica riescano a convivere all’interno di un’unica iniziativa. Non soltanto discorsi dal palco, ma un’occasione collettiva in cui la partecipazione politica diventa anche riconoscimento reciproco, costruzione di identità e senso di appartenenza. La campagna di Ocasio-Cortez non si limita al suo collegio elettorale. La deputata è impegnata anche nel sostegno ad altri candidati democratici, portando la propria esperienza organizzativa e il proprio linguaggio politico in territori differenti. Questa dimensione nazionale ci ha permesso di osservare da vicino anche le tensioni e le opportunità che attraversano oggi il Partito Democratico americano. LA SFIDA DEI SOCIALISTI DEMOCRATICI: RADICALITÀ E RADICAMENTO POPOLARE L’esperienza che stiamo vivendo ci sta aiutando a comprendere meglio una delle questioni politiche più importanti del nostro tempo: quale rapporto può ricostruire la sinistra con le classi popolari? Negli Stati Uniti, il movimento dei socialisti democratici, che trova in Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani alcuni dei suoi riferimenti più conosciuti, ha contribuito ad aprire un confronto profondo all’interno del Partito Democratico. Da una parte c’è chi ritiene necessario puntare soprattutto sulla moderazione e sulla conquista dell’elettorato centrista. Dall’altra chi propone di affrontare più radicalmente le disuguaglianze economiche, la concentrazione della ricchezza, il potere delle grandi corporation e la crisi dell’accesso ai beni essenziali. Non è una contrapposizione priva di complessità. E non esiste un modello americano che possa essere semplicemente trasferito in Europa. Ma il metodo che stiamo osservando pone interrogativi importanti anche alla sinistra italiana. La nostra convinzione è che la radicalità debba tornare a essere una delle chiavi per ricostruire una sinistra autenticamente popolare. Radicalità non significa rinunciare alla concretezza, ma andare alla radice dei problemi. Significa avere il coraggio di affrontare i rapporti di potere che producono disuguaglianze, senza smettere di parlare dei problemi quotidiani delle persone. La sfida contro le destre sovraniste, a nostro avviso, non può essere soltanto elettorale. È innanzitutto culturale e sociale. Richiede di ricostruire una visione collettiva del futuro, capace di contrastare la paura, la solitudine e la contrapposizione tra persone che condividono spesso le stesse difficoltà materiali. È proprio questa capacità di tenere insieme radicalità delle idee, concretezza delle proposte e radicamento sociale che vogliamo approfondire. DALLA POLITICA ALLA BUONA AMMINISTRAZIONE: COSA POSSIAMO IMPARARE DA NEW YORK Il viaggio è anche un’occasione per studiare le politiche pubbliche e le esperienze di governo locale. Alessandro sta approfondendo in particolare l’approccio politico e amministrativo del sindaco di New York Zohran Mamdani, con attenzione alle politiche per il diritto alla casa, l’accessibilità dei servizi, la giustizia sociale e il contrasto alla crisi climatica. Sono temi che riguardano direttamente anche il lavoro amministrativo che portiamo avanti a Nichelino. Negli ultimi anni abbiamo investito nella riqualificazione energetica delle scuole, nella resilienza climatica, nella rinaturalizzazione degli spazi urbani e nella partecipazione dei cittadini. Ma sappiamo che la sfida della transizione ecologica non può essere separata dalle condizioni materiali delle persone. Una città sostenibile deve essere anche una città accessibile, capace di ridurre le disuguaglianze e di garantire servizi pubblici di qualità. Ci interessa comprendere come le proposte elaborate dai movimenti sociali possano diventare politiche amministrative concrete, quali strumenti possano essere adattati alla realtà italiana e come mantenere un rapporto vivo tra istituzioni e comunità. Non si tratta di importare ricette, ma di costruire relazioni e scambiare esperienze. LA MOBILITAZIONE CONTRO I DATA CENTER: UNA BATTAGLIA CHE UNISCE LE DUE SPONDE DELL’ATLANTICO Un altro filone importante del nostro viaggio riguarda le grandi infrastrutture digitali e il loro impatto ambientale e sociale. Valentina, impegnata da mesi in Consiglio regionale del Piemonte per ottenere una legge che disciplini l’insediamento dei data center, sta approfondendo il dibattito americano e le mobilitazioni delle comunità locali. Negli Stati Uniti, la crescita di queste infrastrutture ha sollevato questioni rilevanti: il consumo di energia e acqua, la pressione sulle reti elettriche, le conseguenze economiche per i cittadini e il rapporto tra interessi delle grandi aziende tecnologiche e diritti delle comunità. Sono interrogativi che conosciamo bene anche in Piemonte, dove si moltiplicano le richieste di nuovi insediamenti. Ci interessa soprattutto comprendere come organizzazioni ambientaliste, comitati territoriali e istituzioni possano costruire percorsi comuni, capaci di chiedere trasparenza, valutazioni indipendenti e regole pubbliche efficaci. Non siamo contrari all’innovazione tecnologica. Ma riteniamo indispensabile che il suo sviluppo non avvenga a spese della salute, dell’ambiente e delle condizioni di vita delle persone. Anche questa è una questione di giustizia sociale e di democrazia. LA NOTTE ELETTORALE CON IL TEAM DI AOC Oggi, 3 novembre, è il giorno delle elezioni. Dopo giorni di porta a porta, incontri, formazione e mobilitazione, parteciperemo alle ultime attività sul territorio e questa sera seguiremo la notte elettorale insieme al team di Alexandria Ocasio-Cortez. Sarà il momento conclusivo di un’esperienza politica e umana che ci ha permesso di conoscere dall’interno un modo di organizzare la partecipazione profondamente diverso da molte delle pratiche alle quali siamo abituati. Al di là dei risultati elettorali, quello che ci interessa portare a casa è soprattutto il metodo. La capacità di costruire organizzazioni aperte, di coinvolgere nuove generazioni, di formare volontari, di rendere la politica accessibile anche a chi non ha mai partecipato prima. E soprattutto la consapevolezza che nessuna trasformazione sociale può essere affidata soltanto alla capacità comunicativa di un leader o alla forza di una proposta elettorale. Serve una comunità organizzata, capace di continuare a esistere e ad agire anche dopo il voto. ORGANIZZARE LA SPERANZA, DAL BRONX AL PIEMONTE Siamo partiti dall’Italia con molte domande e torneremo con altrettante riflessioni. In questi giorni abbiamo incontrato persone che dedicano il proprio tempo libero alla politica, giovani che si avvicinano per la prima volta all’attivismo, volontari che percorrono ogni giorno chilometri per raggiungere le case dei cittadini. Ci hanno colpito l’energia, la generosità e la convinzione che il cambiamento non sia qualcosa da attendere passivamente, ma un processo da costruire insieme. Non idealizziamo gli Stati Uniti, un Paese attraversato da disuguaglianze profonde, tensioni sociali e contraddizioni enormi. Anzi, proprio queste contraddizioni rendono particolarmente interessante osservare come nascano nuove forme di partecipazione e organizzazione collettiva. La lezione che stiamo imparando è semplice e impegnativa allo stesso tempo. Non basta avere idee giuste. Non basta amministrare bene. Non basta denunciare le ingiustizie. Bisogna costruire gli strumenti collettivi per affrontarle, restituendo alle persone la possibilità di sentirsi protagoniste del proprio futuro. Dal Bronx al Piemonte, è questa la sfida che vogliamo raccogliere. Organizzare la speranza, per trasformarla in cambiamento. Redazione Italia
November 3, 2026
Pressenza
«Gli studenti serbi hanno dimostrato che la nonviolenza è una forza politica dirompente ed efficace»
INTERVISTA A JOSÉ ÁNGEL RUIZ JIMÉNEZ, DOCENTE DI STORIA CONTEMPORANEA ALL’UNIVERSITÀ DI GRANADA > «… Le sfide più difficili che il nuovo governo serbo dovrà affrontare saranno > quelle di trasformare l’energia morale della protesta in istituzioni > democratiche efficaci e di scegliere una lista definitiva di candidati in > grado di portare a termine le ambiziose riforme che la popolazione si aspetta. > Ma, qualunque sia l’esito, la Serbia ha già dimostrato qualcosa di > straordinariamente incoraggiante: che la dignità può diventare una forza > politica vincente anche in circostanze estremamente sfavorevoli». Conosciamo il tuo percorso come storico e docente specializzato nell’area dei Balcani, e anche come attivista – se ti riconosci in questo termine – per la pace e la nonviolenza. Ti abbiamo ascoltato all’Università Estiva dell’Umanismo Universalista 2026, dove hai tenuto una relazione sul movimento studentesco serbo nonviolento, che si era costituito come Lista degli Studenti e che ha appena vinto le elezioni in Serbia. A questo proposito vorremmo chiederti oggi:  Possiamo dire che l’intenzionalità umana si è fatta strada? Il governo di Aleksandar Vučić, che è rimasto al potere ininterrottamente per 14 anni alla guida del Partito Progressista (SNS), era riuscito a cooptare progressivamente l’intero panorama politico, istituzionale, economico e mediatico del Paese, rendendo impossibile l’esistenza di una vera opposizione parlamentare e sottoponendo al contempo la popolazione a continui messaggi che esaltavano la prosperità e la brillante gestione del Paese. In un contesto del genere, il crescente malcontento di ampi strati della popolazione nei confronti della corruzione, di un sistema di reti clientelari quasi feudali e della privatizzazione e vendita delle ricchezze naturali della Serbia, non trovava alcuna via per canalizzarsi. Chiunque avrebbe detto che fosse impossibile conquistare il potere, che il governo non sarebbe stato disposto a cedere in nessun caso, se non gli fosse stato strappato con la forza.  Tuttavia, il movimento studentesco, animato dall’intenzionalità umana di cui parli, da un’ammirevole dignità e da principi nonviolenti non negoziabili, ha finito per ottenere una maggioranza assoluta storica con tassi di affluenza alle urne senza precedenti. Quali elementi metteresti in evidenza di questo movimento? In primo luogo, il potere dell’immaginazione politica. Di fronte al sistema apparentemente impenetrabile e alla rete clientelare del presidente Aleksandar Vučić e del suo partito, l’SNS, gli studenti hanno rifiutato sia di creare un partito convenzionale destinato all’irrilevanza, sia di lasciarsi assorbire dall’opposizione. Hanno mantenuto la loro identità di movimento sociale popolare indipendente e si sono costituiti formalmente come forza politica solo per partecipare alle elezioni. In secondo luogo, la loro natura orizzontale. Non esisteva un leader carismatico che potesse essere arrestato, screditato o cooptato. Le decisioni sono state adottate collettivamente in assemblee e la lista elettorale era composta da 250 persone conosciute e rispettate, provenienti da diversi ambiti e orientamenti. In terzo luogo, spicca la leadership dei giovani. Il movimento ha sfidato la narrativa di una gioventù depoliticizzata, individualista, ossessionata dai social media e ridotta a mera consumatrice di svago, guidando il resto della società e dando una lezione di profonda coscienza politica, acume e una sorprendente capacità di organizzazione e resistenza. In quarto e ultimo luogo, la lezione più preziosa, a mio avviso, è stata la natura nonviolenta del movimento. In mezzo alle notizie sui gravi disordini di piazza in Francia, Italia, Albania e Spagna, che non hanno portato ad alcun risultato, gli studenti serbi hanno dimostrato che la nonviolenza, lungi dall’essere un approccio moderato e quasi passivo, è esattamente l’opposto: una forza politica attiva, dirompente ed efficace. In che modo sono riusciti a entrare in sintonia con la maggioranza della popolazione, tanto da ottenere un simile risultato alle urne? Certamente, il movimento studentesco ha acquisito una dinamica inarrestabile. Ha iniziato a organizzare marce di protesta che si sono rapidamente diffuse in tutto il Paese e ha occupato le università, paralizzandone il funzionamento per richiamare l’attenzione sul fatto che bisognava porre fine alla falsa normalità di un Paese che doveva risolvere problemi di fondo di estrema gravità. Inoltre, gli studenti si sono impegnati in un compito che consideravano fondamentale: informare e motivare il resto della popolazione. Praticamente in ogni famiglia c’è uno studente universitario o delle scuole superiori, e il loro ruolo è stato quello di fungere da portavoce. Il loro lavoro è stato quello di spingere la nazione a sollevare lo sguardo dai propri problemi personali e a prendere coscienza del fatto che esisteva una realtà politica intollerabile che doveva essere affrontata. Attraverso le loro marce, percorrendo centinaia di chilometri di città in città, di quartiere in quartiere, hanno iniziato a ricevere un sostegno sempre maggiore da parte dei loro insegnanti, genitori, cittadini, vicini e amici. In seguito, persone di ogni tipo hanno cominciato a unirsi alle loro iniziative, spontaneamente e in gran numero. Poi sono arrivate le grandi mobilitazioni, i blocchi stradali, i minuti di silenzio e le azioni simboliche. Quali sono stati i momenti chiave di questo processo? Tutto è iniziato con il tragico crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad il 1° novembre 2024, in cui 16 persone sono morte schiacciate sul colpo. Quella tragedia ha scatenato le prime proteste studentesche, che sarebbero state attaccate da teppisti e poliziotti, generando un’enorme indignazione. E poi è accaduto qualcosa di affascinante dal punto di vista dell’azione collettiva: il movimento ha acquisito una dinamica inarrestabile. Certamente ci sono stati momenti molto interessanti, come le elezioni comunali in quattro località della Serbia nell’agosto del 2025, in cui l’SNS vinse a maggioranza assoluta, dando l’impressione di una irrilevanza politica del movimento studentesco, ma che permise a quest’ultimo di studiare in silenzio le tecniche di frode elettorale del governo per contrastarle in futuro, cosa che si sarebbe rivelata decisiva nelle elezioni generali. In ogni caso, più che nell’evidenziare tappe fondamentali o momenti chiave, il successo è risieduto nella continuità di un attivismo instancabile e nella sua capacità di mantenere il sostegno popolare. I movimenti di protesta hanno solitamente un ciclo vitale, caratterizzato da un forte slancio iniziale che, se non produce risultati immediati, tende a esaurirsi, poiché da un lato emergono nuove circostanze che deviano l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media, e dall’altro è sempre difficile dedicare tempo a lungo termine a marce, accampamenti e azioni simili che sconvolgono la routine e gli impegni di una vita normale. Lungi dal perdere slancio con il passare dei mesi, o dall’essere sepolto dal silenzio della stampa internazionale e dalla propaganda governativa, che lo accusava di essere una pericolosa folla terroristica manipolata da agenti dei servizi segreti stranieri, il movimento ha mantenuto una vitalità insolita per due lunghi anni, fino a ottenere la vittoria alle urne. Quali insegnamenti possono servire da ispirazione per chi punta su trasformazioni nonviolente? Gli studenti hanno affrontato senza tregua il governo mentre dovevano fare i conti con la repressione poliziesca, con squadre di teppisti, con minacce, con arresti, con la perdita del posto di lavoro e con continue campagne mediatiche contro di loro, pur rispettando l’avversario e non trasformandolo né in oggetto di distruzione fisica né in nemico disumanizzato, ma in avversario. Nella migliore tradizione dell’attivismo nonviolento, il movimento ha dato prova di ammirevoli livelli di pazienza, organizzazione e lungimiranza, evitando di cadere nelle provocazioni e nei tentativi di fomentare disordini da parte di infiltrati e teppisti prezzolati e, come abbiamo già menzionato, studiando in anticipo le tattiche di frode elettorale di ogni tipo preparate dal governo per contrastarle. A tal fine hanno preparato oltre 30.000 volontari accreditati, che non si sono allontanati dalle urne per impedire manomissioni, che hanno scoperto lotti di schede elettorali contrassegnate a favore di Vučić nascoste nei seggi elettorali e che hanno sventato diverse pratiche del SNS volte a influenzare il voto all’interno dei seggi. Vedi delle analogie con le attuali mobilitazioni in altri paesi europei o in altri continenti? Forse il caso più simile a quello serbo è la Rivoluzione del Monsone del 2024 in Bangladesh, dove le proteste studentesche contro il governo si sono trasformate in un movimento di non cooperazione che ha portato alla destituzione della prima ministra Sheikh Hasina e alla formazione di un governo provvisorio guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus. Esiste anche un interessante parallelismo con la «Rivoluzione dei Fenicotteri» in Albania, un movimento studentesco che denuncia la corruzione e i progetti immobiliari speculativi nelle zone costiere protette, chiedendo al contempo miglioramenti nel settore dell’istruzione, e che ha messo alle strette il governo di Edi Rama. Allo stesso tempo, gli studenti francesi sono riusciti a far sì che la loro denuncia della carenza di insegnanti, del degrado delle scuole e delle disuguaglianze educative finisse per unire sindacati, agricoltori, trasportatori e «gilet gialli» in una rivendicazione più ampia contro il deterioramento dello Stato sociale francese. In ogni caso, questi ultimi due movimenti hanno sfociato in ondate di violenza di strada e duri scontri con le forze dell’ordine che hanno distolto l’attenzione dei media dai loro obiettivi, cosa che in Serbia si è riusciti a evitare con cura nei due anni di incessante attivismo. Fin qui, passo dopo passo, nel corso di due anni, hanno guadagnato spazio, credibilità… ma quali sfide li attendono? Protestare e governare sono due cose ben diverse. A mio avviso, le sfide più difficili che il nuovo governo dovrà affrontare saranno quelle di trasformare l’energia morale della protesta in istituzioni democratiche efficaci e di scegliere una lista definitiva di candidati in grado di portare avanti le ambiziose riforme che la popolazione si aspetta. Ma, qualunque sia il risultato di questo compito, la Serbia ha già dimostrato qualcosa di straordinariamente incoraggiante: che la dignità può diventare una forza politica vincente anche in circostanze estremamente sfavorevoli. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Juana Pérez Montero
November 3, 2026
Pressenza
Obiettiamo, disertiamo
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 30 ottobre 2026. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- 4 novembre: è la data dell’armistizio sul fronte italiano, nel 1918. Il giorno in cui la guerra finì, e insieme a essa anche tante vite, tante speranze. Ma lo chiamarono “Festa della Vittoria”. Poi il fascismo ne fece una vetrina di gloria, bandiere e retorica. E da allora, attorno a questa data, si fatica a riflettere sul suo vero significato. Negli ultimi anni il 4 novembre è stato persino ripristinato come “Giornata dell’unità nazionale”, quasi a volerne intensificare la portata patriottica. Dietro questa esaltazione si cela qualcosa di più inquietante: una propaganda bellica che torna a scorrere nelle scuole, nei discorsi ufficiali, nelle celebrazioni istituzionali. Una propaganda tanto più insopportabile oggi, mentre nel mondo infuriano guerre sanguinose – e due, in Ucraina e in Palestina, bussano alle porte dell’Europa. Molte di queste guerre si alimentano anche con armi prodotte in Italia, nel silenzio complice delle fabbriche e dei bilanci pubblici. E mentre il rumore delle armi cresce, si tace sui conflitti interni: l’impoverimento generale, l’aumento delle spese militari, la repressione militarizzata delle città, i decreti sicurezza che restringono le libertà, la persecuzione del dissenso. Tutto questo avviene nel nome della “sicurezza”, ma somiglia piuttosto alla paura che diventa legge. Purtroppo oggi soffia un nuovo vento di guerra. Giornali e televisioni rispolverano parole d’ordine che pensavamo sepolte: riarmo, difesa, leva obbligatoria. Dalla Croazia alla Norvegia, dalla Svezia alla Francia, dai Paesi Bassi alla Germania, l’Europa torna a parlare di addestramento, reclutamento, servizio militare. E anche in Italia il dibattito è aperto: si parla di “forza di riserva”, di “modello europeo di difesa autonoma”, di “leva per tutti”. Ma dietro questi termini burocratici si nasconde la stessa, antica follia: prepararsi alla guerra invece che disarmarla. È gravissimo. Perché questa prospettiva di una “guerra perpetua” – convenzionale o nucleare – non è una strategia: è un suicidio collettivo. È la rinuncia a immaginare un futuro diverso, dove la cittadinanza europea si costruisca non con le armi ma con la solidarietà, non con gli eserciti ma con la giustizia. Quindi il 4 novembre sia un’occasione di riflessione e opposizione. Non una festa, ma lutto! Un grido che invita a dire no alla guerra, no al riarmo, no alla leva obbligatoria. A sostenere chi obietta, chi diserta, chi sceglie la pace invece della divisa. Come don Milani non chiediamo di obbedire, ma di pensare. Pensare che mondo vogliamo costruire: uno dove ogni 4 novembre si festeggia la guerra, o uno dove si impara, finalmente, a non farne più. Quindi obiezione alla guerra, per dire con chiarezza: non vogliamo imparare a uccidere, vogliamo imparare a vivere insieme. Il 4 novembre non è una festa. È un lutto, una lezione, un appello. E ogni anno, l’Italia dovrebbe fermarsi e chiedersi: abbiamo davvero imparato qualcosa dalla guerra, o stiamo soltanto aspettando la prossima? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Disertate ragazzi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Obiettiamo, disertiamo proviene da Comune-info.
November 3, 2026
Comune-info
Un nuovo «Blade Runner»: in tv dal 25 novembre
Chi è più umano di un androide? I sogni elettrici delle pecore sono diventati un’ossessione. di Fabrizio Melodia (replicante dell’Astrofilosofo) Il 25 novembre arriva su Prime Video «Blade Runner 2099». Prima di entrare nella pioggia al neon, ripassiamo la lezione.  2099: la serie Otto episodi tutti insieme, il 25 novembre 2026, in oltre 240 Paesi: Prime Video fa il suo
November 3, 2026
La Bottega del Barbieri
Working Class Heroes: dallo sciopero generale del 30 ottobre le voci di lavoratrici, insegnanti, precari, disoccupati…
Working class heroes è la trasmissione che ogni due settimane, nel ciclo de La Cassetta degli Attrezzi, tratta i temi del lavoro. Questa settimana vi presentiamo una raccolta di voci raccolte a Brescia in occasione dello sciopero generale dello scorso 30 ottobre: giovani che anche con un “buono stipendio” condividono l’affitto o esitano a uscire di casa, precarie costrette ad affidarsi ai contratti del proprio partner per poter accendere un mutuo, donne che lasciano il lavoro per il maschilismo delle fabbriche, insegnanti costretti a pagare migliaia di euro per la stabilizzazione, pensionati che aiutano i propri figli ad affrontare le spese che escono dalla mera sopravvivenza quotidiana. Ascolta le voci raccolte allo sciopero del 30 ottobre
November 3, 2026
Radio Onda d`Urto
4 novembre – L’attualità della LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI di don Milani
Il Gruppo Nazionale di Ricerca Educazione alla Pace e alla Nonviolenza ne suggerisce la lettura, soprattutto nelle scuole, spiegando: > Nel febbraio del 1965 i cappellani militari della Toscana accusarono i giovani > italiani obiettori di coscienza di essere dei vili. > > In loro difesa interviene don Milani con una lettera aperta agli stessi > cappellani, una lettera di altissimo valore morale e civile nella quale chiede > rispetto per chi accetta il carcere per l’ideale della nonviolenza. > > Per questa sua lettera Milani viene denunciato da un gruppo di ex combattenti > e messo sotto processo. > > In occasione del 4 novembre invitiamo tutti/e i/le docenti a leggere in classe > questa lettera. Allo scopo, viene fornito il testo – a disposizione in file pdf : * https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/11/don-Milani-x-4-NOVEMBRE.pdf Redazione Italia
November 3, 2026
Pressenza

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