Il nuovo mainstream: l’inchiesta mensile de L’Indipendente
Da oggi è disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete su altri media, perché noi, al contrario della maggior parte dei mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese è dedicata ai nuovi media, presenti soprattutto sui social che promettono un’alternativa alle testate generaliste ma, tra partner aziendali e narrazioni costruite ad arte, il linguaggio cambia mentre gli interessi che orientano il racconto restano spesso gli stessi. Le media company dei social appaiono come innocui progetti editoriali nati sotto lo slancio spontaneo di giovani desiderosi di creare contenuti divulgativi. Dietro a molte di esse, tuttavia, si celano interessi e proprietà tutt’altro che indipendenti. Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo e possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente e diritti sociali. Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero: * tra le macerie della nuova Siria: Da Homs ad Aleppo, da Palmira al campo palestinese di Yarmouk: a quasi due anni dalla caduta di Assad, milioni di siriani rientrano in città ancora distrutte. C’è chi torna per ricostruire, chi perché all’estero non può più restare: dieci milioni, però, sono ancora lontani da casa; * la cybersecurity italiana nelle mani di Israele: Firewall, licenze e piattaforme di sicurezza: Emilia-Romagna, Marche e Sicilia proteggono le proprie reti con le tecnologie di Check Point, CyberArk, Armis e Cynet, aziende cresciute attorno all’apparato militare e d’intelligence israeliano, e i contratti continuano a essere rinnovati e ampliati; * come riconoscere il pesce adulterato: dal pangasio venduto come platessa al tonno rosso per il sushi che spesso tonno rosso non è: da anni i test del DNA documentano in Italia la sostituzione delle specie ittiche. Un inganno che colpisce il portafoglio, la libertà di scelta dei consumatori e la tutela della biodiversità marina; * calcio e scommesse, il divieto aggirato: Almeno dodici club di Serie A hanno in maglia un marchio di scommesse travestito da sito di notizie: il divieto del 2018 c’è ancora, ma nel 2025 non risultano multe per pubblicità vietata. Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per gli abbonati digitali, dopo il rinnovamento del sito, il mensile è disponibile nell’area utenti in alto a sinistra in homepage. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti. The post Il nuovo mainstream: l’inchiesta mensile de L’Indipendente appeared first on L'Indipendente.
November 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Eni entra con tutte le zampe nel progetto più criticato al mondo
Il nome “tristemente” evocativo lo ha, ora lo stanno rendendo anche molto inospitale e pericoloso. Ultimamente, poi, è pure affollato da interessi italiani. Il luogo in questione è Vaca Muerta, il noto giacimento argentino di petrolio e gas di scisto situato tra le province di Neuquén, Río Negro, La Pampa e Mendoza. Un giacimento enorme: 30.000 chilometri, un’area poco più grande della Sicilia. Dal 2011 Vaca Muerta è sotto assedio da parte degli interessi fossili e in particolare dall’industria del fracking, cioè quella che utilizza una tecnica di trivellazione molto invasiva per estrarre petrolio e gas naturale da formazioni rocciose situate in profondità nel sottosuolo. In sostanza si inietta un fluido ad alta pressione — una miscela di acqua, sabbia e sostanze chimiche — nella roccia per creare fratture che consentano agli idrocarburi di fuoriuscire. I danni causati dalle attività estrattive a Vaca Muerta non sono astratti né lontani. Si concretizzano nell’inquinamento delle falde acquifere e del suolo dovuto alle fuoriuscite, nell’attività sismica indotta, nei gravi problemi di salute che funestano gli abitanti dell’area, territorio ancestrale dei Mapuche, il popolo originario che viene sistematicamente minacciato e criminalizzato dal governo argentino e dalle sue leggi ultraliberiste. Ed è proprio da qui che si snoda il percorso tossico del gas che Eni vuole produrre ed esportare attraverso la sua partecipazione al progetto Argentina LNG, definito dall’ad di Eni “uno dei più grandi progetti di Lng al mondo, con 50 miliardi di dollari di investimenti e altri 25 miliardi di dollari di costi operativi in 25 anni”. Se inizialmente l’azienda italiana aveva annunciato di volervi partecipare con l’installazione di due navi di liquefazione di gas (FNLG) nell’incontaminato Golfo San Matías, è a giugno 2026 che salda la relazione con l’azienda argentina YPF e quella emiratina XRG, acquistando una partecipazione del 32% in tre blocchi upstream (Meseta Buena Esperanza, Aguada Villanueva e Las Tacanas) che serviranno ad alimentare la capacità di liquefazione delle due unità FLNG. A completare il quadro, nell’agosto 2026 il progetto compie una tappa formale rilevante: Argentina LNG presenta la domanda di adesione al Regime di Incentivi per i Grandi Investimenti (RIGI) argentino, il regime fiscale-regolatorio introdotto dal governo Milei per attrarre grandi investimenti esteri. Secondo l’Observatorio RIGI, unione tra società civile, centri di ricerca e accademia, il Regime “riflette l’orientamento del governo libertario verso un minore intervento statale nella gestione delle risorse comuni, (…) e non include meccanismi di pianificazione industriale completi né incorpora disposizioni specifiche per la tutela ambientale o sociale degli ecosistemi e delle comunità”. Ma sembra che questo dettaglio non freni gli interessi italiani in Argentina, anzi. Insieme al colosso fossile italiano si muove un intero sistema di relazioni, a partire dalla diplomazia internazionale saldata attorno all’asse dell’estrema destra Meloni-Milei. Gli incontri istituzionali tra i due iniziano nel 2024 e l’energia è un dossier sempre presente sul tavolo, tanto che è nel giugno 2025 che a Palazzo Chigi, al margine dell’incontro che sigla il Piano d’Azione Italia-Argentina 2025-2030, Eni e YPF firmano l’accordo che sugella l’ingresso di Eni in Argentina LNG. Non è solo la politica a mobilitarsi per assicurare gli interessi strategici dei due paesi. Servono, infatti, risorse economiche per garantire gli investimenti delle aziende italiane che ruotano attorno al gigante petrolifero Eni. Ecco comparire SACE che, secondo fonti di settore, avrebbe siglato un accordo di cooperazione con l’agenzia tedesca Euler Hermes sulle garanzie, seguendo l’esposizione di Eni, Bonatti e Tecnimont nel progetto. Sotto il profilo finanziario e del conseguente rischio d’investimento, l’operazione Argentina LNG coinvolge un contesto nazionale – quello argentino – caratterizzato da strutturale fragilità economica e da un’elevata esposizione a variabili macroeconomiche e politiche. È molto rilevante che la stessa SACE, nell’ambito delle proprie analisi, attribuisca all’Argentina un rischio politico medio-alto (71/100 di Media Rischio politico) e un rischio di credito alto (82/100). Sotto il profilo ambientale e sanitario, le criticità appaiono ancor più rilevanti, tanto da spingere ReCommon ad inviare a SACE e al MEF una lettera di diffida e messa in mora per diffidarli dal sostenere il progetto. Ci sono tutti i presupposti perchè questo sia l’ennesimo progetto bandiera del sistema estrattivista italiano: Eni guida, gli altri seguono verso un vicolo cieco, buio e silenzioso. Fuori c’è un mondo che grida giustizia e pretende di poter vivere in pace e armonia con la natura, fuori da un modello fossile. Non resteremo inascoltati ancora a lungo.
November 5, 2026
ReCommon
Caccia all’ottobre rosso. Il risveglio delle piazze italiane
(disegno di escif) L’ondata di mobilitazioni che ha attraversato l’Albania quest’estate, poi da settembre la Francia, la Spagna e altri paesi europei, ha raggiunto anche l’Italia. Se per alcuni aspetti quest’autunno ne ricorda altri precedenti, caratterizzati da occupazioni scolastiche, universitarie, e dai cortei del fine settimana, ci sono elementi di novità che meritano delle riflessioni. DA NORD A SUD A Torino le prime scuole sono state occupate a inizio ottobre, aumentando nel numero di giorno in giorno. Tra il 16 e il 17 migliaia di giovani hanno sfilato per le strade del centro eludendo i dispositivi di sicurezza. Alcuni sono entrati nella libreria Feltrinelli della stazione Porta Nuova, hanno buttato a terra qualche bestseller e scatenato l’indignazione generale. Il sabato successivo c’è stato un nuovo corteo, molto partecipato da studenti e collettivi politici, per protestare contro i finanziamenti all’industria delle armi e i tagli al welfare; decine di migliaia di ragazzi, preso atto della chiusura di tutte le strade circostanti piazza Castello da parte di camionette e poliziotti antisommossa, si sono diretti verso i quartieri Nord. Lì, il corteo ha provato a forzare un blocco ed è stato attaccato dalla celere: i manifestanti sono stati circondati, divisi e inseguiti dalla polizia per le strade che costeggiano la Dora. Per lo sciopero generale del 30 ottobre la partecipazione è stata ancora più nutrita, ma i manifestanti hanno scelto di dividersi: un primo corteo, guidato dall’Unione sindacale di base e dagli studenti vicini a quell’area politica, ha bloccato l’accesso all’autostrada; un secondo ha attraversato il centro; un’ulteriore manifestazione serale è riuscita ad aggirare i blocchi della polizia e a invadere le piazze più auliche della città. A Milano decine di migliaia di persone sono scese in strada il 16 e il 17 ottobre. La chiamata di “Italia in piazza” denunciava gli effetti del carovita e in particolare l’aumento del costo della benzina, sulla scia delle manifestazioni francesi, dell’occupazione di alcune scuole e di una grossa diffusione della chiamata sui social, in particolare via Tik Tok. Poco dopo l’orario di convocazione piazza Duomo è stata conquistata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero che hanno costretto la polizia ad arretrare sotto il lancio di petardi, transenne e bottiglie. I gruppi non erano coordinati tra loro ma una volta preso il sopravvento sulla manifestazione principale si sono radunati spontaneamente. Le vetrine dei negozi di lusso, ma anche di catene e di alcuni supermercati sono state abbattute e la merce è stata sottratta. Unanime la condanna dei media e della politica. Il sindaco Sala ha attaccato il governo perché la polizia in piazza sarebbe stata, a suo avviso, numericamente insufficiente. Nonostante gli scontri siano avvenuti anche in altre città (per esempio Bologna e Torino), quelli di Milano hanno agitato le classi dirigenti per la composizione inedita dei partecipanti, ovvero giovanissimi per lo più di seconda generazione. Lo spettro dei “municipi bruciati” e dei “saccheggi selvaggi” è stato evocato e il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza. Due ulteriori cortei hanno avuto luogo nel capoluogo lombardo. Il 24 ottobre la manifestazione è stata convocata dagli studenti, portando in piazza più di diecimila persone. Il 30 il corteo è stato ancora più partecipato. Due spezzoni sono partiti dal Politecnico e dalla stazione centrale, per ricongiungersi e puntare alla tangenziale est, occupata senza che avvenissero disordini. Iconica l’immagine di un enorme striscione appeso a un tabellone elettronico su cui era scritto, in riferimento alla composizione del movimento: GEN maranZa. Anche a Roma le occupazioni sono iniziate i primi di ottobre, coinvolgendo studenti di scuole che non venivano occupate da decenni, giovani di norma estranei alla politica attiva, e altri appartenenti alle organizzazioni giovanili, che nei cortei hanno cercato sempre di far valere il proprio peso. Altri gruppi diversi sono nati, come il collettivo “Le Scomode” del sociosanitario di Tor Sapienza: studentesse del primo e del secondo anno, molte di seconda generazione, hanno occupato la scuola in un quartiere divorato dalla xenofobia e dove i bianchi organizzano “ronde per la sicurezza”. In città ci sono state tre grandi manifestazioni tra il 16 e il 30 ottobre. La giornata del 24 è iniziata con l’occupazione spontanea del Colosseo: di fronte al blocco della polizia una marea umana ha invertito la marcia e si è mossa senza striscioni, spezzoni, camion o bandiere (accanto a quelle palestinesi, nei cortei di questo mese si è vista anche qualche bandiera italiana, denotando una grammatica simbolica nuova rispetto alle tradizionali manifestazioni di movimento). Le cariche della polizia sono state relativamente “leggere”, con l’obiettivo soprattutto di proteggere il centro città. Decisamente abusata è stata la pratica dei fermi preventivi, che ha portato in questura duecento minori senza alcuna motivazione credibile, e si è interrotta solo grazie all’indignazione di genitori, insegnanti e addirittura presidi. Il corteo per lo sciopero generale è stato enorme, ma molto più ordinato. A Fori Imperiali alcuni gruppi hanno provato a forzare di nuovo l’ingresso in centro, ma sono stati respinti da una carica molto pericolosa sul Ponte Sisto. La polizia ha tentato di identificare decine di manifestanti, che hanno provato a sottrarsi. La discutibile attitudine alla mediazione di alcuni militanti più strutturati ha fatto alla fine sì che la schedatura avvenisse. A Napoli, così come in altre città del Sud, le proteste sono iniziate con i blocchi degli autotrasportatori, che si sono fermati lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati e i distributori di benzina per giorni. Gli studenti occupavano nel frattempo più di trenta scuole, facendo un salto di qualità non soltanto in considerazione del numero delle azioni, ma anche in termini di proposta politica: centinaia di giovani hanno partecipato a dibattiti autorganizzati sul genocidio in Palestina, sulle cause e gli effetti del carovita, sull’economia di guerra, sulla violenza della rigenerazione urbana nelle periferie delle metropoli, coinvolgendo persone da loro stessi selezionate tra il mondo adulto. In piazza la mobilitazione non ha assunto forme conflittuali. Il 24 alcune persone – una sorta di servizio d’ordine di composizione difficilmente identificabile – ha minacciato e quasi aggredito dei giovani che si coprivano il volto lasciando intendere di essere disponibili allo scontro; altre persone hanno lanciato al megafono messaggi in favore della polizia, schierandosi a difesa delle sedi istituzionali. I soggetti organizzati, dal canto loro, non sono stati capaci di alimentare il conflitto, anzi hanno talvolta (per esempio durante il corteo del 30) addirittura soffocato le spinte spontanee e conflittuali. LO SCOLLAMENTO Rabbia e malcontento si sono manifestati insomma in forme diverse: dal riot urbano allo sciopero di massa, passando per le incursioni di gruppi di persone che si staccavano dai cortei aumentando il caos, e per occupazioni un po’ folli ma efficaci come quella del Colosseo. Differenze e incomprensioni tra le sigle del sindacalismo di base e dei gruppi politici sono emerse – depotenziando in alcune occasioni le iniziative; è accaduto per esempio a Napoli, dove il dirigismo delle sigle che avevano organizzato il corteo del 30, e una certa disabitudine alla radicalità di piazza hanno inciso negativamente sulle possibilità di attuare pratiche di lotta che abbiamo visto altrove. Queste stesse divergenze si sono rivelate fortuitamente feconde in altri contesti, come a Torino, dove i tantissimi manifestanti – soprattutto giovani e studenti medi – hanno seguito due cortei diversi disorientando la polizia, incapace di arginare i due flussi. Ciò che sembra comune a molte di queste mobilitazioni è piuttosto un certo scollamento tra le parti che le attraversano, una condizione comprensibile per movimenti che attivano centinaia di migliaia di persone e settori sociali differenti, ma che pare essere una cifra distintiva di questo. Il primo scollamento è quello tra il mondo dei soggetti organizzati (collettivi politici, sindacati di base, militanti che si muovono nell’orbita di questo o quel centro sociale) e la massa dei partecipanti, soprattutto giovani, che scende in piazza senza riferimenti. È una distanza che in qualche modo appare conseguenza di un’altra, su cui ci siamo spesso trovati a riflettere in questi anni, dovuta all’incapacità (e alla non volontà) da parte della maggioranza degli adulti di comprendere – o almeno indagare – le frustrazioni, le esigenze e le ragioni delle più giovani generazioni con cui condividiamo il disastro. In più di una circostanza, nell’ultimo mese, questo gap ha provocato insofferenza nei confronti delle organizzazioni da parte dei partecipanti alle manifestazioni, che avrebbero voluto dar vita ad azioni più radicali, e soprattutto avere un maggiore protagonismo. Complesso è anche il rapporto tra gli stessi giovani che attraversano le mobilitazioni. In piazza, a scuola e nelle università si confrontano studenti dei collettivi, altri a digiuno di esperienze politiche, ma anche ragazzi schiacciati dal sistema scolastico (magari già espulsi dai suoi processi selettivi, e portatori di una rabbia più acuta). Non sempre in questo mese le parole d’ordine sono bastate per tenere assieme davvero queste esperienze: esiste probabilmente una reciproca incomprensione, anche tra loro, e non potrebbe essere diversamente in una società così frammentata. I ragazzi meno controllabili e più determinati sono apparsi senza avviso, scatenando l’attenzione morbosa dei media – “gli incappucciati”, li hanno chiamati i giornalisti –, finendo per abitare i sogni di repressione delle classi dirigenti. Da quel momento, rapidi com’erano apparsi, sembrano essersi dileguati, lasciando ombre di sé in un dibattito pubblico allenato alle sole semplificazioni. Disorientati da queste azioni, nelle scuole e nelle piazze, è sembrata anche una parte dei loro coetanei. Ragazzi che hanno mostrato una certa paura di essere stigmatizzati o etichettati come “violenti”, sotto la pressione del dover dimostrare di essere “nel giusto” non attraverso le rivendicazioni politiche, ma la “correttezza formale” (quella, naturalmente, stabilita dagli adulti e dalla società rispettabile) delle pratiche. A questo va aggiunto il rischio sempre più forte di entrare nelle maglie della repressione, di essere picchiati o arrestati, considerando la gestione delle piazze da parte della polizia e i decreti che a ciclo continuo vengono emanati dal governo (quello del 22 ottobre, poco dopo la radicalizzazione delle proteste, è il sesto decreto sicurezza in quattro anni di governo). Il superamento di questi disequilibri è a questo punto un obiettivo, dal momento che la loro esistenza rischia di depotenziare quanto sta accadendo. La cosa più sensata che potrebbero fare le organizzazioni e i gruppi di base, a questo punto, è cercare di capire le tendenze di un movimento così liquido (“be water”, dicono orgogliosamente), e fino a che punto potrebbe essere disposto a portare il conflitto. Con questi giovani soprattutto, ma anche con le persone appartenenti alle mezze classi impoverite da una crisi ormai ventennale, bisognerebbe costruire relazioni paritarie, ragionare sugli ostacoli e le opportunità, individuare meccanismi di comprensione reciproca, condivisione di valori e pratiche: smetterla quindi, una volta per tutte, di auto-rappresentarsi come avanguardia di qualcosa a cui si riesce a stento a star dietro. Ci sono intere parti di società in queste piazze che stanno facendo fatica a prendere parola, forse perché non vogliono essere organizzate da chi già lo è, né vogliono che qualcuno o qualcosa faccia da tappo alla loro insofferenza. È tempo di mettersi in ascolto, diceva qualcuno. E di navigare insieme, piuttosto che accanirsi a imporre delle direzioni prestabilite, finendo solo per arginare la marea. (redazione monitor)
November 5, 2026
Napoli MONiTOR
Osservatorio MIL€X: Spesa militare previsionale 2027, per la prima volta superati i 40 miliardi annuali
Per la prima volta la spesa militare italiana previsionale supera i 40 miliardi di euro: 40.044 milioni nel 2027, il 18% in più rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026. È la stima dell’Osservatorio Mil€x sulle tabelle della Legge di Bilancio appena presentata al Parlamento, e vale l’1,67% del PIL (1,72% con i costi indiretti). A trainare la crescita è il bilancio del Ministero della Difesa, che da solo sfiora i 39 miliardi (38.823 milioni, +19,8%). Gli acquisti di armamenti salgono a 13,5 miliardi nel solo bilancio della Difesa e a 17,2 miliardi totali considerando anche i fondi del MIMIT, il 43% di tutta la spesa militare. Rispetto al 2023, anno della prima manovra del Governo Meloni, la spesa militare è aumentata del 50%. Circa 4,5 miliardi degli aumenti registrati derivano dalle scelte della nuova manovra rispetto alla legislazione vigente: il 59% va agli armamenti, il 33% a uffici e voci non operative (la spesa per il coordinamento e la gestione amministrativa raddoppia), quasi nulla al personale. Un segnale coerente con quanto emerso dai consuntivi: la Difesa fatica a spendere le risorse che ha già. Pesa inoltre un’assenza grave: il Documento Programmatico Pluriennale, che per legge dovrebbe arrivare in Parlamento ad aprile, a inizio novembre non è ancora stato presentato. Senza il DPP non si conoscono i programmi d’arma in corso né come l’Italia conti la spesa per i target NATO, proprio mentre la spesa esplode. L’analisi completa, con tabelle e metodologia è presente al link sottostante: https://www.milex.org/2026/11/05/spesa-militare-previsionale-2027-per-la- prima-volta-superati-i-40-miliardi-annuali/ MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
November 5, 2026
Pressenza
Taximafia: non esiste un viaggio ordinario
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla
I deputati socialisti ora si organizzino
Con i risultati delle elezioni del 3 novembre, dopo il giuramento dei nuovi membri il prossimo gennaio, i socialisti occuperanno più seggi al Congresso di quanti ne abbiano mai avuti nella storia degli Stati uniti. Sei neoeletti al Congresso, sostenuti dai Democratic socialists of America (Dsa) — Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier di New York, Chris Rabb di Philadelphia, Melat Kiros del Colorado, Donavan McKinney del Michigan e Angela Gonzales-Torres di Los Angeles — si uniscono alle colleghe del Dsa Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib alla Camera dei rappresentanti. Contando anche il senatore Bernie Sanders, da tempo autodefinitosi socialista democratico pur non essendo ufficialmente affiliato al Dsa, gli Stati Uniti avranno nove membri socialisti al Congresso. I nuovi legislatori socialisti, tutti candidati nelle liste del Partito democratico, si schiereranno probabilmente (come Tlaib, Aoc e Sanders) con il gruppo parlamentare democratico. Nonostante abbiano ottenuto una presenza significativa nell’assemblea legislativa e siano stati affiancati da alleati populisti di sinistra come Abdul El-Sayed del Michigan e Troy Jackson del Maine, i socialisti rimarranno comunque una piccolissima minoranza all’interno del gruppo parlamentare democratico. La sinistra, in continua crescita, dovrà trovare il modo di coordinarsi efficacemente operando all’interno della «grande tenda» dei dem al Congresso. Questo partito è pieno di membri impegnati in programmi filo-aziendali e militaristi, e gli anti-socialisti dichiarati, Hakeem Jeffries e Chuck Schumer, ne saranno probabilmente i leader. I legislatori socialisti, d’altro canto, hanno le proprie priorità politiche e sono stati eletti in gran parte grazie alle loro critiche all’establishment del partito: per non aver affrontato la crisi del costo della vita, per aver appoggiato il genocidio israeliano a Gaza e per aver opposto una resistenza inefficace agli attacchi di Donald Trump contro i lavoratori e i diritti civili. Per muoversi efficacemente nel panorama del Congresso, compresi gli inevitabili conflitti con i democratici e i leader di partito favorevoli alle imprese, i socialisti hanno bisogno di un proprio gruppo parlamentare. LEGGI ANCHE… USA L’ERA DI TRUMP STA FINENDO Paul Heideman LA NECESSITÀ DI UN GRUPPO SOCIALISTA I membri del Congresso di entrambi gli schieramenti politici riconoscono da tempo l’utilità di cooperare con legislatori ideologicamente affini all’interno di gruppi ristretti, a loro volta parte dei partiti legislativi più ampi. I tre principali gruppi ideologici del Partito democratico sono i Blue Dogs, che rappresentano l’ala destra del partito; la New Democrat Coalition (Ndc), che rappresenta una fazione fondamentalmente progressista sul piano sociale ma moderata su quello economico; e il Congressional progressive caucus (Cpc), che rappresenta i membri più progressisti. Questi gruppi parlamentari sono occasioni in cui i legislatori possono formulare idee e coordinare strategie. Possono servire a promuovere priorità specifiche che non godono del sostegno del partito nel suo complesso, o almeno non ancora. Inoltre, segnalano l’allineamento generale dei membri con specifiche correnti ideologiche all’interno del vasto schieramento democratico. Sanders, Tlaib e Aoc sono già membri del Cpc, e Sanders stesso ha contribuito a fondare il gruppo (insieme al defunto membro del Dsa Ron Dellums e altri) nel 1991. Quindi sembrerebbe logico che i nuovi eletti socialisti aderissero semplicemente al Cpc per cercare di promuovere le proprie priorità. Eppure, quel gruppo ha cessato da tempo di essere un’organizzazione ideologicamente coesa, per non parlare di un’organizzazione da cui ci si possa aspettare che lotti per obiettivi legislativi socialisti. Come ha scritto Neal Meyer, collaboratore di Jacobin , molti membri del Cpc si sono rifiutati di sostenere priorità come l’assistenza sanitaria universale (Medicare for All) o la riduzione dell’eccessivo budget militare del nostro Paese. E oggi, molti membri del Cpc sono anche membri del NDdc, partito centrista e favorevole alle imprese. Infatti, i deputati estromessi dai candidati del Dsa in queste elezioni – Adriano Espaillat, Diana DeGette, Shri Thanedar e Jimmy Gomez – erano membri del Cpc. Per approfondire … Socialism for future Acquista il numero della rivista A CHE SERVE UN GRUPPO PARLAMENTARE Un nuovo gruppo parlamentare in grado di unire gli eletti di sinistra e di proseguire gli sforzi per costruire un polo socialista all’interno del Partito Democratico, ampliando il lavoro già svolto da politici come Sanders, Aoc e il sindaco di New York Zohran Mamdani, potrebbe svolgere un ruolo importante. Nel breve termine potrebbe essere in grado di effettuare interventi strategici per promuovere i propri obiettivi politici (e bloccare politiche dannose). In questo senso, potrebbero imparare qualcosa dall’House Freedom Caucus (Hfc), il gruppo repubblicano di estrema destra fondato nel 2015 che ha avuto un ruolo determinante nella destituzione dello Speaker della Camera Kevin McCarthy e nella sua sostituzione con Mike Johnson. Il Freedom Caucus ha spesso adottato una linea dura a livello legislativo nei confronti del proprio partito per cercare di spingerlo più a destra. Analizzando l’esperienza dell’Hfc, lo studioso del Partito Repubblicano Paul Heideman scrive : «Le condizioni in cui una linea dura di stampo socialista a livello legislativo ha maggiori probabilità di successo sono quelle in cui il Partito Democratico ha la maggioranza al Congresso e un presidente del partito opposto». Questa è la situazione in cui presto si troveranno i socialisti. In circostanze simili, l’Hfc è stata in grado di «sfruttare le proprie dimensioni e la propria disciplina per costringere la leadership della Camera a ingaggiare scontri con l’amministrazione che altrimenti avrebbe evitato» ed «è riuscita a conquistare maggiore potere per sé stessa sotto forma di nomine nelle commissioni e così via». La larghissima maggioranza al Congresso appena ottenuta dai Democratici , tuttavia, significa che i socialisti non saranno in grado di costituire un margine di voti vincente, il che limita il loro potere contrattuale.  Heideman ha anche osservato che la strategia intransigente si è spesso rivelata controproducente. Talvolta, quando i membri del Freedom Caucus si rifiutavano di votare una legge perché ritenuta insufficientemente di destra, la leadership repubblicana era costretta a cercare i voti dei democratici per approvarla. Di conseguenza, la legge risultava più progressista di quanto sarebbe stata altrimenti. Negli ultimi anni, l’Hfc ha visto diminuire il numero dei suoi membri e la sua influenza. La sua esperienza  rivela i limiti del potere di una piccola minoranza di legislatori. Soprattutto se e quando i parlamentari socialisti si troveranno a lavorare sotto un presidente democratico, dovranno essere creativi e strategici nell’affrontare i conflitti con il proprio partito. Anche gli sforzi della Squad – il gruppo informale delle giovani legislatrici che include Alexandria Ocasio-Cortez, Tlaib e altri, generalmente considerati i membri più a sinistra della Camera – sotto l’amministrazione Biden sono istruttivi. Nel 2021, i Democratici stavano cercando di approvare sia un importante disegno di legge sulla spesa per le infrastrutture, che godeva di ampio sostegno al Congresso, sia il «Build Back Better» (Bbb), un ampio disegno di legge sul welfare che incontrava l’opposizione dei senatori democratici centristi Kyrsten Sinema e Joe Manchin. Il Congressional Progressive Congress (Cpc), inclusa la Squad, sostenne che la leadership democratica avrebbe dovuto votare congiuntamente i due disegni di legge, per usare il disegno di legge sulle infrastrutture come leva per convincere i centristi a votare a favore del Bbb. Alla fine, i leader del partito decisero di dividere i voti – votando prima sul disegno di legge sulle infrastrutture e poi sul Bbb – e convinsero la maggior parte del partito conservatore, ma non la Squad , ad assecondarli. Il risultato fu prevedibile: la legge sulle infrastrutture passò, mentre il Bbb no. Solo i socialisti e alcuni alleati progressisti rimasero fermi sulla loro posizione fino alla fine, insistendo giustamente sul fatto che dividere i voti avrebbe probabilmente condannato a morte il disegno di legge sul welfare. Questo è esattamente il tipo di  tattica basata su principi che un gruppo parlamentare socialista può contribuire a realizzare. Certo, in molti casi, come nel caso della posizione della Squad a favore del Bbb, la minoranza socialista soccomberà ai moderati, soprattutto perché non può contare nemmeno sul sostegno della maggior parte del partito conservatore. Ma man mano che i socialisti aumenteranno il loro numero al Congresso, avranno più peso da far valere. In ogni caso, l’ala sinistra del Congresso non può evitare i conflitti con il resto del Partito democratico, come dimostrano le continue denunce verso il socialismo da parte dei moderati del partito e gli sforzi concertati di gruppi come l’American Israel Public Affairs Committee e Third Way per screditare i Dsa e ostacolare i candidati democratici di sinistra. LEGGI ANCHE… POLITICA I CONTI CON I SOCIALISTI Liza Featherstone COSTRUIRE UN POLO SOCIALISTA Questo fatto evidenzia uno dei motivi a lungo termine per cui i socialisti farebbero bene a formare un gruppo parlamentare. Date le divisioni ideologiche all’interno dei Democratici e gli inevitabili scontri con i politici alla loro destra, i legislatori socialisti hanno bisogno di una propria organizzazione congressuale, in grado di articolare e mantenere coesi i propri membri attorno a una visione politica ben definita. Anche quando la sinistra socialista non riesce a prevalere nei conflitti interni al partito, è indispensabile saper comunicare al grande pubblico i propri principi. Un gruppo parlamentare consentirebbe alla sinistra di indicare i legislatori che hanno dimostrato un impegno concreto verso le proprie priorità, promuovendo l’elezione di un maggior numero di socialisti e rafforzando le più ampie forze istituzionali che possono sostenerli, come il movimento sindacale e i Democratic Socialists of America (Dsa). Permetterà inoltre alla sinistra socialista di distinguersi dagli inaffidabili «progressisti» del Cpc e di altri gruppi parlamentari, contribuendo a consolidare il sostegno dell’elettorato. Il valore di un gruppo parlamentare sarà tanto maggiore se, come sembra probabile, i socialisti continueranno a vincere le elezioni e il conflitto si intensificherà. Nell’ultimo decennio, la sinistra socialista ha dibattuto animatamente su come rapportarsi al Partito democratico: se cercare di prenderne il controllo, formare immediatamente un terzo partito o sfruttare tatticamente la lista democratica con l’obiettivo finale di creare un partito proprio. Per ora, sembra innegabile che, nella maggior parte dei casi, candidarsi con il Partito democratico sia il modo più sicuro per rafforzare la nostra presenza al Congresso, così come nelle cariche statali e locali. Eppure è chiaro che molti nel partito vedono i socialisti come una minaccia esistenziale e che, a lungo andare, questa casa divisa al suo interno non reggerà. Ci sarà una lotta tra coloro che si battono per una maggiore redistribuzione della ricchezza e la democratizzazione del potere politico ed economico, da un lato, e coloro che si oppongono strenuamente a tutto ciò. Questa lotta potrebbe portare al trionfo di un gruppo o dell’altro, rimanendo entro i confini del Partito democratico o producendo una frammentazione in due o più partiti. Qualunque cosa accada, i socialisti al Congresso non possono che trarre vantaggio dall’iniziare a organizzarsi fin da ora per questa battaglia. *Nick French è redattore associato di JacobiMag, da dove è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo I deputati socialisti ora si organizzino proviene da Jacobin Italia.
November 5, 2026
Jacobin Italia
Lettera aperta dei docenti in solidarietà con il movimento studentesco, contro ogni repressione e per la libertà di parola
Noi sottoscritti docenti, unendoci ai molti documenti e appelli diffusi in questi giorni da parte di docenti delle scuole e delle università; in relazione alle proteste degli studenti che da giorni agitano il nostro e tanti altri Istituti; in relazione alle molte dichiarazioni e delibere provenienti da dirigenti scolastici e […] L'articolo Lettera aperta dei docenti in solidarietà con il movimento studentesco, contro ogni repressione e per la libertà di parola su Contropiano.
November 5, 2026
Contropiano
ReCommon diffida SACE dal sostenere finanziariamente il progetto Rovuma LNG in Mozambico
ReCommon ha inviato oggi una lettera all’assicuratore pubblico italiano SACE e ai ministeri vigilanti – ministero dell’Economia e delle Finanze e quello per gli Affari esteri e della Cooperazione internazionale – per diffidarli dal sostenere il progetto Rovuma LNG in Mozambico, guidato da ExxonMobil ed Eni. L’operazione, in fase di valutazione dal 16 ottobre 2026, riguarda la copertura assicurativa per la realizzazione di un impianto di liquefazione di gas, di strutture di stoccaggio e di un terminale marino per il carico di gas liquefatto. Sotto il profilo finanziario e del conseguente rischio d’investimento, l’operazione riguarda un contesto nazionale – quello mozambicano – caratterizzato da una fragilità economica strutturale e da un’elevata esposizione a variabili macroeconomiche e politiche. Situato nell’omonima penisola, il parco industriale di Afungi, dove dovrebbe sorgere l’infrastruttura, , si trova nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, a circa dieci chilometri dalla città di Palma. Nell’aprile del 2021, ExxonMobil ed Eni avevano sospeso l’iter di finanziamento del progetto a causa dell’insurrezione armata del gruppo Ahl al-Sunnah wa al Jamma’ah, che aveva espugnato Palma – poi tornata nelle mani delle forze di sicurezza mozambicane (FDS). Il 23 settembre 2026, dinanzi all’assemblea generale dell’ONU, il presidente mozambicano Daniel Francisco Chapo ha affermato che, nonostante i progressi, la stabilizzazione di Cabo Delgado «rimane incompleta, richiedendo una risposta concertata e una maggiore cooperazione internazionale». L’organizzazione Armed Conflict Location and Event Data Project riporta che da ottobre 2017 a giugno 2026 le FDS e gli insorti hanno ucciso 2.772 civili. È molto rilevante che la stessa SACE, nell’ambito delle proprie analisi, attribuisca al Mozambico un rischio alto sia dal punto di vista politico (85/100) che di credito (88/100). Per la realizzazione del parco industriale, dove insieme a Rovuma LNG dovrebbe sorgere anche il progetto Mozambique LNG di TotalEnergies, sono state sgomberate 643 famiglie, appartenenti per lo più al villaggio di Quitupo. «L’attuazione del piano di reinsediamento è guidata da TEPMA1 (TotalEnergies, ndr) in qualità di operatore, mentre le Aree 1 e 4 (ExxonMobil ed ENI, ndr) ne condividono i costi», riporta il sito web di Mozambique LNG. Su questa materia, il colosso francese opera quindi anche per conto di Rovuma LNG. A luglio 2026, ReCommon si è recata in missione sul campo, raccogliendo decine di rimostranze in ogni comunità impattata dal parco industriale, soprattutto in materia di compensazioni economiche per gli impatti diretti e indiretti, limitazioni della libertà di movimento nella Penisola di Afungi e violazioni dei diritti umani da parte delle FDS. Nonostante questo, le multinazionali affermano che la percentuale di chiusura delle pratiche di reclamo si attesti al 98%. In questo contesto così complesso e in costante evoluzione, SACE sta passando al vaglio l’operazione sulla base della valutazione di impatto ambientale e sociale risalente al 2014, nel corso degli anni solo parzialmente aggiornata in alcune sue parti. «Durante la nostra recente missione sul campo a Cabo Delgado, nell’area interessata dal parco industriale, abbiamo avuto esperienza diretta di tutte le gravi criticità associate al progetto, sia sotto il profilo sociale che ambientale» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Potrebbe trattarsi dell’ennesimo progetto che andrebbe ad aggravare la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo a quanto sta avvenendo nelle ultime settimane con l’inflazione energetica e i suoi risvolti su fasce sempre più ampie della popolazione. Per tutte queste ragioni, ci vediamo costretti a diffidare SACE affinché denaro pubblico non sia impegnato per un tale scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
November 5, 2026
Pressenza
I giovani vogliono l’educazione sessuo-affettiva a scuola
Il 71% dei giovani vuole che sia la scuola a occuparsi di educazione sessuale e affettiva. Eppure, nella pratica, ragazzi e ragazze continuano a cercare risposte soprattutto online, tra motori di ricerca, piattaforme di intelligenza artificiale e, troppo spesso, pornografia. È quanto emerge da una nuova indagine condotta da Medici del Mondo  in collaborazione con Ipsos Doxa, su un campione rappresentativo di 1.000 giovani italiani tra i 16 e i 25 anni. La ricerca restituisce il ritratto di una generazione che chiede più informazione, più strumenti e maggiore accesso alla prevenzione, ma che continua a scontrarsi con lacune educative e conoscenze insufficienti su temi fondamentali della salute sessuale e riproduttiva. Il messaggio che arriva dai dati è chiaro: ragazzi e ragazze chiedono che l’educazione sessuale e affettiva entri stabilmente nei percorsi scolastici. Il 71% degli intervistati ritiene che debba essere la scuola a occuparsi di questi temi, mentre il 56% vorrebbe che l’educazione sessuo-affettiva fosse obbligatoria per tutti gli studenti e le studentesse. Solo il 2% pensa che non debba trovare spazio nelle aule. Una richiesta netta che evidenzia come le nuove generazioni riconoscano alla scuola un ruolo centrale nella formazione e nella prevenzione. Nonostante questa domanda di educazione strutturata, la scuola non rappresenta oggi il principale punto di riferimento per chi cerca informazioni sulla salute sessuale. La metà delle persone giovani (50%) dichiara di informarsi attraverso Google, mentre il 27% utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Percentuali significativamente più alte rispetto a quelle di chi si rivolge a professionisti della salute: solo il 18% consulta personale medico e appena il 14% è stato almeno una volta in un consultorio. I dati mostrano quindi un forte ricorso a fonti digitali, spesso prive di percorsi educativi strutturati o di un confronto diretto con figure qualificate. Tra gli aspetti più significativi emersi dall’indagine c’è il ruolo della pornografia. Per il 31% dei giovani rappresenta infatti l’unica fonte di apprendimento sul sesso. Allo stesso tempo, ragazzi e ragazze ne riconoscono chiaramente i limiti. Il 64% ritiene che la pornografia contribuisca a creare aspettative irrealistiche rispetto alle prestazioni sessuali, mentre il 59% pensa che favorisca l’oggettivazione delle donne. Un dato che evidenzia il rischio di lasciare l’educazione sessuale nelle mani di contenuti che non hanno alcuna finalità educativa e che possono influenzare negativamente la costruzione di relazioni sane e consapevoli. L’indagine mette in luce anche importanti lacune informative su temi fondamentali per la salute. Il 72% dei giovani mostra convinzioni errate sulle modalità di trasmissione delle infezioni sessualmente trasmesse (IST). Anche la conoscenza di alcune delle infezioni più diffuse risulta limitata: solo il 39% ritiene di avere un’adeguata conoscenza della clamidia e appena il 40% dichiara di conoscere sufficientemente la gonorrea. Numeri che evidenziano quanto l’informazione e la prevenzione siano ancora insufficienti, nonostante la diffusione di contenuti online. Le carenze informative riguardano anche i diritti sessuali e riproduttivi: solo il 36% conosce correttamente la normativa italiana sull’interruzione volontaria di gravidanza. Ancora più significativo il dato relativo alla pillola abortiva: l’81% dei giovani non sa cosa sia la RU486. Inoltre, il 55% afferma di non avere informazioni sufficienti sui propri diritti riproduttivi. Un quadro che evidenzia la necessità di percorsi educativi in grado di fornire informazioni corrette e accessibili su salute, diritti e servizi disponibili. L’indagine evidenzia come una generazione sessualmente attiva sia spesso lasciata sola. Il 64% dichiara di aver già avuto rapporti sessuali e oltre sei su dieci riferiscono di aver vissuto il primo rapporto prima dei 18 anni. Si tratta dunque di una generazione che sperimenta la sessualità in età adolescenziale ma che, allo stesso tempo, denuncia una mancanza di informazioni adeguate e di riferimenti affidabili. La conoscenza del preservativo maschile è pressoché universale: lo conosce il 96% degli intervistati. Tuttavia, la consapevolezza non sempre si traduce in un utilizzo costante: solo il 36% dichiara di utilizzarlo sempre nei rapporti sessuali; il 21% lo usa raramente o non lo usa mai. Tra le motivazioni indicate emergono la convinzione che il rischio sia basso (10%) e il ricorso ad altri metodi contraccettivi (24%). Accanto agli ostacoli culturali emerge però anche una questione economica. Il 70% dei giovani ritiene che i contraccettivi abbiano costi troppo elevati e il 73% chiede che siano gratuiti per le fasce più giovani della popolazione. I dati restituiscono l’immagine di una generazione che vuole essere informata, che chiede alla scuola di assumere un ruolo educativo più forte e che riconosce l’importanza della prevenzione. Allo stesso tempo, la ricerca evidenzia come le principali fonti di informazione siano ancora strumenti digitali e contenuti non sempre affidabili, mentre persistono lacune significative sulla prevenzione delle IST, sui diritti riproduttivi e sull’utilizzo dei metodi contraccettivi. Per questo l’educazione sessuo-affettiva non rappresenta soltanto una risposta a una richiesta espressa dai giovani, ma si conferma come uno strumento fondamentale di prevenzione, tutela della salute e promozione di scelte consapevoli. Intanto, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità del referendum sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, certificando la regolarità delle firme e il superamento della soglia minima necessaria. L’obiettivo dei promotori, che hanno raccolto oltre 576.000 sottoscrizioni in sei mesi, è quello di rimuovere gli attuali ostacoli normativi per poter introdurre, in modo strutturale, l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, abrogando la legge 104/2026 (il cosiddetto Ddl Valditara), che – come si ricorderà –  prevede il “consenso informato preventivo” delle famiglie nelle scuole secondarie e il divieto di promuovere attività in tal senso nelle scuole dell’infanzia e primarie. Infine, INDIRE informa che sono aperte, fino al prossimo 27 novembre, le iscrizioni al corso “La fiaba antica e popolare come spazio laboratoriale per l’educazione socio-affettiva: il metodo della versione collettiva – EDIZIONE 2026/27”. Il corso è rivolto principalmente a docenti, dirigenti scolastici, educatori scolastici o dei servizi educativi per l’infanzia, interessati all’utilizzo della fiaba a scuola, con lo scopo di fornire indicazioni e strumenti utili per realizzare nella propria classe la versione collettiva di fiabe antiche e popolari: https://indagine.indire.it/index.php/944822?lang=it.  Qui l’indagine di Medici del Mondo in collaborazione con Ipsos Doxa “Giovani e diritti sessuali”: https://back.medicidelmondo.it/uploads/2026/10/GIOVANI-E-DIRITTI-SESSUALI-dati-Ipsos.pdf.  Giovanni Caprio
November 5, 2026
Pressenza
“Complice”: l’Associazione medica mondiale criticata per aver respinto le richieste di sospensione di Israele.
La WMA mantiene Israele tra i suoi membri nonostante le accuse di coinvolgimento di medici israeliani in atti di tortura e di complicità nel genocidio di Gaza. Fonte Amara Sophia Elahi a Rotterdam, Paesi Bassi – 4 novembre 2026 L’Associazione Medica Mondiale (WMA) è oggetto di forti critiche per essersi rifiutata di sospendere l’ Associazione … Leggi tutto "“Complice”: l’Associazione medica mondiale criticata per aver respinto le richieste di sospensione di Israele." L'articolo “Complice”: l’Associazione medica mondiale criticata per aver respinto le richieste di sospensione di Israele. proviene da Invictapalestina.
November 5, 2026
Invictapalestina
199° Mercoledì di Nexa – Pedagogia hacker
Mercoledì 11 novembre Carlo Milani (C.I.R.C.E.) sarà ospite del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, che ogni due mercoledì del mese apre le sue porte non solo agli esperti e a tutti coloro i quali lavorano con Internet, ma anche ad appassionati e cittadini. "Pedagogia hacker è tirare i fili delle nostre connessioni. Abbiamo cominciato durante le formazioni di autodifesa digitale, per valorizzare quanto imparato negli hacklab. Molti i lati oscuri: suprematismo nerd; cooptazione da parte di agenzie, servizi, padroni vari; soluzionismo tecnologico e così via. L’accumulo di potere tecnico genera mostri di dominio tecnocratico. In un decennio di laboratori, come C.I.R.C.E. abbiamo messo a punto attività formative e attivazioni personali. Ma l’alienazione tecnica continua ad aumentare. Fare pedagogia hacker vuol dire osservare le continue catastrofi tecnologiche; fare un passo indietro, indagare i nostri vissuti per smascherare gli schemi di gioco dei sistemi alienanti in cui abitiamo. Ci sono sempre esperienze: corpi, umani e non. Dietro le interfacce, il lavorio di gigantesche megamacchine; insieme a noi, altri umani, ingranaggi fra gli ingranaggi. Tiriamo i fili delle nostre automazioni per scoprire cosa c’è sotto: i demoni della tecnologia. Letteralmente. Costruire tecnologie conviviali significa auto-limitarsi. Condividere, cioè assegnare compiti ai demoni appropriati, in maniera equa. Si potranno allora ospitare banchetti, ed evitare strazio e sofferenze. Per valutare le tecnologie ci serve un metodo. Abbiamo ripreso l’allegoria del cibo e l’abbiamo traslata nel digitale. Quali sono i “nutrienti” delle tecnologie? Abbiamo individuato degli assi di valutazione, per sperimentare insieme." Tutte le informazioni per partecipare al seminario si trovano sul sito del Centro Nexa
November 5, 2026
Pillole di info digitale
«Lo scheletro dello Stato, senza ideologia ingannevole». Meloni 2027: più armi, più disuguali, meno diritti
Per capire cosa pensa davvero un governo non servono conferenze stampa: basta guardare dove mette i soldi. Joseph Schumpeter lo spiegava già nel 1918: il bilancio è «lo scheletro dello Stato, spogliato di ogni ideologia ingannevole». La manovra 2027 non prova neppure a nasconderlo. La radiografia è impietosa: disuguaglianze consolidate, transizione ecologica in sala d’attesa, diritti ridotti a dichiarazioni d’intenti e una sola voce che cresce senza imbarazzi: le armi. UN FISCO A MISURA DI POCHI (E A SCADENZA) In un Paese di salari fermi, lavoro precario e spesa sempre più cara, ci si sarebbe aspettati una manovra redistributiva. Invece il beneficio Irpef più significativo si concentra sui redditi tra 50.000 e 55.000 euro, con un vantaggio massimo di 500 euro, mentre sotto i 50.000 euro non arriva alcun beneficio aggiuntivo. Morale: con 49.999 euro si è troppo poveri per meritare uno sconto. Con 1.200 euro al mese da rider, non si entra nemmeno nella fotografia. Le 31 misure fiscali previste, inoltre, valgono soltanto per il 2027. Un fisco usa e getta: un abbonamento alla precarietà, versione tributaria. Intanto si allarga la flat tax per gli autonomi, e contribuenti con redditi comparabili pagano imposte molto diverse. La Costituzione prescrive un sistema tributario progressivo: a Palazzo Chigi qualcuno deve considerarla una disposizione superata. E mentre si distribuiscono sconti selettivi, si tagliano 100 milioni l’anno all’Assegno di inclusione e non si finanziano adeguatamente i livelli essenziali delle prestazioni sociali. La famiglia resta centrale, naturalmente: soprattutto nei discorsi ufficiali. LO STATO CROUPIER Sul gioco d’azzardo, invece, il governo fa cassa: tra proroghe delle concessioni e nuove gare si punta a incassare circa un miliardo. Curioso, perché Giorgia Meloni, all’opposizione, tuonava contro lo Stato che lucrava sulle slot e sulle famiglie devastate dalla ludopatia. Arrivata a Palazzo Chigi, le slot sono diventate politica industriale. Rien ne va plus: perdono i più fragili, e il banco vince sempre. Anche quando il banco è lo Stato. SANITÀ: CURARSI, SE TE LO PUOI PERMETTERE Si riducono le risorse alle Regioni per screening oncologici, macchinari diagnostici, personale sanitario e salute mentale dei giovani. Si promette di abbattere le liste d’attesa togliendo i mezzi per farlo; si celebra la prevenzione tagliando gli screening che salvano vite. Strategia impeccabile, se l’obiettivo fosse allungare le liste. I giovani chiedono aiuto contro ansia, depressione e isolamento, e il sostegno pubblico sembra affidato alla buona volontà e a qualche hashtag. Risultato: chi può paga il privato, chi non può aspetta o rinuncia. Eppure, l’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Gino Strada lo diceva ancora meglio: «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi». Questa manovra sembra aver scelto la seconda definizione. CASA: IL GRANDE ASSENTE Emergenza abitativa: affitti insostenibili, prezzi in crescita, edilizia pubblica al lumicino. Chiedete a uno studente fuorisede quanto costa una stanza a Milano, Bologna o Roma: sembra una battuta, è il mercato. Il governo risponde con il fondo di garanzia per i mutui sulla prima casa, utile per chi un mutuo può già permetterselo. Per gli altri, sostegno agli affitti, morosità incolpevole ed edilizia residenziale pubblica restano insufficienti. La casa resta una merce, non un diritto sociale. Le tende degli studenti in piazza sono, al momento, il piano abitativo più concreto. SCUOLA: LA PRIORITÀ È IL BURQA Sul diritto allo studio la manovra non si smentisce: 6.974 posti in meno tra docenti e personale bob doc ente Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario), meno risorse per università, ricerca e diritto allo studio, nessun nuovo fondo strutturale per l’università pubblica. A pagare di più sarà il Mezzogiorno, tra povertà educativa e fuga dei laureati. Milioni di ragazze e ragazzi chiedono scuole sicure, aule dignitose, riscaldamenti funzionanti e docenti meno precari. E la grande priorità del governo? Il provvedimento sul burqa. Nelle scuole manca talvolta persino la carta igienica, ma il problema nazionale è l’abbigliamento. Don Lorenzo Milani, in Lettera a una professoressa, aveva sintetizzato tutto: «La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde». Questa manovra rischia di farne perdere parecchi.  TRANSIZIONE ECOLOGICA: RIPASSI L’ANNO PROSSIMO Siccità, alluvioni e ondate di calore sono ormai quotidianità, e le pagano i più fragili e i più giovani. La manovra prevede anche interventi positivi per fotovoltaico, efficientamento degli edifici pubblici e ferrovie, ma in gran parte rinviati agli anni successivi. Subito, invece, arriva una misura strutturale da circa 2,3 miliardi: l’esenzione dal bollo per le auto a benzina e diesel fino a 80 kW. Il futuro può attendere. Il diesel no. Slittano ancora Plastic tax e Sugar tax. Eppure, l’Italia è già nella procedura d’infrazione (INFR(2024)2053) per il mancato e non corretto recepimento della direttiva europea Sup sulla plastica monouso, e Bruxelles ha inviato un parere motivato, ultimo avviso prima del deferimento alla Corte di giustizia europea. Tradotto: dopo il cartellino giallo arriva il rosso. E le sanzioni non le pagheranno i ministri, ma i contribuenti. Calano, inoltre, le risorse per rinnovabili ed efficienza energetica, mentre adattamento climatico e biodiversità restano senza fondi adeguati. E una transizione affidata solo agli incentivi alle imprese significa costi collettivi e benefici concentrati. DIRITTI: A COSTO ZERO, PURCHÉ RESTINO SULLA CARTA l’autonomia delle donne, l’inclusione delle persone con disabilità, l’infanzia e contro le discriminazioni restano limitate e frammentarie. Investimenti strutturali, non pervenuti. Quando i servizi pubblici si impoveriscono, i diritti diventano una questione di portafoglio: chi può paga, chi non può rinuncia. Una selezione sociale efficientissima, e contraria all’uguaglianza costituzionale. IL 5% PER LE ARMI CAMICIA SUBITO Su un capitolo il governo non ha incertezze: la spesa militare. L’Italia ha aderito all’obiettivo Nato del 5% del Pil entro il 2035. Si parte dai circa 48,3 miliardi del 2026 (2,1% del Pil); la manovra 2027 aggiunge 6-7 miliardi, nel 2028 ne arriverebbero altri 12-13, fino a circa il 3,2% del Pil, e dal 2029 al 2034 altri 4-5 miliardi l’anno, fino a circa 145 miliardi annui nel 2035. Per scuola, casa, sanità e clima si invocano i vincoli di bilancio; per gli armamenti i vincoli diventano obiettivi strategici. Il taglio di 100 milioni all’Assegno di inclusione vale meno di una settimana del solo incremento militare del 2027. Alle auto fino a 80 kW si toglie il bollo, ai carri armati nessun limite di potenza. Ogni euro destinato alle armi è sottratto a welfare, istruzione, sanità e adattamento climatico, in un comparto che contribuisce per circa il 5,5% alle emissioni globali. Il 5% del Pil in spesa militare confligge con la giustizia sociale e climatica. La risposta deve essere chiara: no. IL CASO ABDERRAHIM FAKIR A BOLOGNA QUESTA ESTATE SICUREZZA A CHIAMATA Mentre per gli armamenti si mobilitano miliardi, sulla sicurezza dei cittadini si risparmia. La manovra introduce la riserva volontaria nelle forze di polizia: per i carabinieri ausiliari bastano licenza media e un corso di massimo tre mesi, con paga al 65% e qualifiche di agente di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria. A regime, quasi 20 mila precari in divisa: ai giovani che chiedono un lavoro stabile si offre una divisa a tempo determinato. Ma un fermo è un’operazione delicata. Lo ricordano Riccardo Magherini, per la cui morte Strasburgo ha condannato l’Italia richiamando anche l’inadeguata formazione sulle tecniche di immobilizzazione, e Abderrahim Fakir, morto a Bologna a luglio mentre veniva immobilizzato a terra. Tre mesi di formazione sono un azzardo sulla pelle dei cittadini e degli stessi agenti. UN NUOVO ’68? A Palazzo Chigi farebbero bene a non sottovalutarlo: le piazze stanno imparando a parlarsi. Studenti, precari, persone senza casa, lavoratori poveri, giovani dei movimenti climatici e cittadini che difendono la sanità pubblica scoprono di avere problemi diversi, ma radici comuni. Sta prendendo forma un’alleanza sociale che ricorda un nuovo ’68: non la nostalgia di un’epoca, ma la stessa intuizione, che i diritti si conquistano insieme oppure non si conquistano affatto. E non è solo una questione italiana. Le elezioni di midterm negli Stati Uniti, con l’affermazione democratica e la battuta d’arresto della deriva di «Trump King», mostrano quanto possa pesare la mobilitazione di giovani, lavoratori, donne e minoranze. Dopo le piazze del «No Kings» sono arrivate le urne. Nessun governo è eterno e nessun aspirante re può considerare il potere una proprietà privata. UN’ALTRA STRADA ESISTE Il governo invoca vincoli europei, debito e stabilità, salvo dimenticarsi dell’Europa quando chiede di recepire la direttiva sulla plastica. Ma i vincoli non cancellano la responsabilità delle scelte: quando una spesa è prioritaria, le risorse si trovano. Sacrificare protezione sociale, sanità, ambiente, casa e istruzione non è una legge di natura. È una scelta politica. Lo insegna l’ecologia integrale: crisi ambientale, disuguaglianze e fragilità democratica sono facce dello stesso problema. Un Paese che non investe in conoscenza, salute, casa, ambiente e diritti consuma il proprio futuro mentre pretende di amministrare il presente. La sostenibilità non è un capitolo accessorio del bilancio: è la misura della responsabilità di una classe dirigente verso chi vive oggi e verso chi verrà domani. A giudicare dallo scheletro, questa responsabilità è stata archiviata. Con decorrenza dal 2028, come la plastic tax. Ma mentre il governo rinvia il futuro, nelle piazze c’è chi ha deciso di non aspettare il prossimo decreto. Aurelio Angelini
November 5, 2026
Pressenza

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