La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberistaSono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare
caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che
coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e
giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente
Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni.
Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza,
il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei
dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La
protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie
di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili
della nazione.
Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati
bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta
la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato
(congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate
misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra,
territori e beni comuni al capitale transnazionale.
Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è
intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha
inasprito le posizioni e scatenato la repressione.
Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un
morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario
Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe,
dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia
(Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle
associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati
di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore
supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston
Genio.
Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita,
terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei
mezzi di trasporto e dei servizi pubblici.
Sotto tiro anche l’ex presidente Evo Morales, il quale, dal suo account su X,
denuncia il piano orchestrato dagli Stati Uniti e messo in atto da Rodrigo Paz.
«Gli Stati Uniti hanno ordinato al governo di Rodrigo Paz di eseguire
un’operazione militare, con il sostegno della DEA e del Comando Sud, per
arrestarmi e uccidermi». Indica anche altri attori del presunto piano omicida,
tra cui l’ex ministro Carlos “Zorro” Sánchez, il viceministro della Difesa
Sociale, Ernesto Justiniano, e l’argentino Fernando Cerimedo.
Intervistato nel programma Geopolítica desde la Aldea, il giornalista ed ex
deputato boliviano Sergio de la Zerda analizza il contesto in cui si inserisce
questa nuova rivolta popolare. «Stiamo vivendo un nuovo processo insurrezionale
contro le politiche neoliberiste imposte da Rodrigo Paz, che intende
ripristinare quelle misure che abbiamo subito per vent’anni (1985-2005) e che
hanno sprofondato il Paese nella miseria», spiega il giornalista.
Tra il 2006 e il 2018, con i governi di Evo Morales, la Bolivia ha vissuto un
processo di trasformazione economica e sociale molto importante, con una
massiccia riduzione della povertà estrema (dal 38,2% al 15,2%). Il colpo di
Stato del 2019, la sua sconfitta alle elezioni del 2020 e le forti
contraddizioni che hanno caratterizzato il governo di Luis Arce e del Movimento
al Socialismo (MAS) hanno spianato la strada alla vittoria elettorale della
destra boliviana.
Per De la Zerda, in soli sei mesi i boliviani hanno assistito al sistematico
mancato rispetto delle promesse elettorali del presidente Paz. «Ha iniziato
eliminando le imposte sulle grandi fortune, ha chiesto prestiti milionari a
istituzioni finanziarie multilaterali, ha emesso decreti che tagliavano i
sussidi, ha portato nel Paese ‘benzina scadente’ che ha danneggiato gran parte
del parco veicoli nazionale ». Inoltre, continua il giornalista, ha permesso che
le piccole proprietà in mano a contadini siano ora preda di latifondisti e
banchieri. «Tutto questo ha scatenato la protesta a cui assistiamo da quasi un
mese. Le mobilitazioni sono massicce e il governo, invece di convocare un tavolo
di dialogo, ha scelto la persecuzione e la repressione. Nonostante gli attacchi,
sottolineiamo questo spirito di insurrezione popolare in opposizione a un
ritorno al neoliberismo e a una Bolivia per pochissimi».
Per l’ex parlamentare, non c’è alcun dubbio che dietro l’imposizione di un
ritorno al passato ci siano il governo e il grande capitale statunitense. «La
Bolivia possiede la prima riserva mondiale di litio, il nostro settore minerario
continua a essere importante per quanto riguarda stagno, rame, oro e terre rare.
Purtroppo, tutto questo sembra essere messo in discussione attraverso accordi
oscuri e segreti con governi stranieri e multinazionali, compresi gli
idrocarburi che erano stati nazionalizzati dal governo di Evo Morales».
Non è un caso, quindi, che contro la protesta sociale e in difesa del presidente
boliviano si siano pronunciati, con un comunicato congiunto, otto paesi
latinoamericani[1] tra i più sottomessi alle politiche statunitensi. «Di fronte
a questi piani e al clima di insicurezza che si è creato negli ultimi mesi, il
popolo si è indignato, ha reagito e ha deciso di porre fine a tutto ciò. È un
processo di indignazione che è andato crescendo e che ora si esprime nelle
strade e viene brutalmente represso».
Contro la repressione si è pronunciata ALBA Movimientos. «Il sangue versato
nelle strade della Bolivia è responsabilità diretta di un governo che,
subordinato agli interessi delle élite imprenditoriali e dell’imperialismo
statunitense, ha deciso di rispondere con la violenza alle legittime
rivendicazioni popolari».
Per l’organizzazione continentale, ciò che sta accadendo in questi giorni non è
frutto del caos, né di una presunta cospirazione anti governativa come vogliono
far credere i media mainstream al soldo delle élites imprenditoriali, bensí «la
conseguenza diretta di un progetto neoliberista e antipopolare che mira a
privatizzare i beni comuni, mercanteggiare la terra, consegnare le risorse
strategiche e scaricare la crisi economica sulle spalle del popolo lavoratore».
In questo senso, il governo boliviano non solo rappresenta un progetto di
restaurazione conservatrice subordinato agli interessi degli Stati Uniti, delle
multinazionali e degli organismi finanziari internazionali, ma «l’allineamento a
tali interessi e l’attacco alle conquiste popolari fanno parte di una strategia
continentale per ricolonizzare la Nostra America».
Oltre a condannare con forza gli omicidi, gli arresti arbitrari e la
militarizzazione, ALBA Movimientos esige la cessazione immediata della
repressione e denuncia «il silenzio complice degli organismi internazionali e
dei governi della regione di fronte alla violenza esercitata contro il popolo
boliviano». Lancia infine un appello alle forze vive del continente affinché
moltiplichino le azioni di solidarietà con la Bolivia e denuncino a livello
internazionale la violenza del governo. «La lotta del popolo boliviano è la
lotta di tutta la Nostra America. Perché di fronte all’avanzata del fascismo,
del neoliberismo e dell’imperialismo, l’unica via d’uscita è maggiore
organizzazione popolare, unità continentale e lotta».
«Sono convinto che se Rodrigo Paz insisterà sulla strada dei suoi predecessori
neoliberisti, gli andrà molto male. Il popolo boliviano non tollera più i
massacri ed è molto attento alle conquiste sociali ottenute in decenni di
lotta», conclude De la Zerda.
[1] Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras,
Panama, Paraguay e Perù
Fonte: LINyM (spagnolo)
Giorgio Trucchi