In dialogo con Alberta BasagliaLA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE
Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al
contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone
anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha
dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della
stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente
dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze,
Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro.
L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il
suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di
preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro
incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di
sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia
necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo
così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di
riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci
interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua
capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di
cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene
dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato
dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale.
Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza
che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni,
potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle
responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi
e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento
emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita
diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo
personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine
e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo,
quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto
utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello
esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita?
Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo,
intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della
gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta,
possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo
e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società?
Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione
confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile.
Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la
parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero
venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e
sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi
si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora,
probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se
stessi.
La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti
noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del
mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile
di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo,
come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai
incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di
trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto
e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno.
Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte
dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non
trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire
luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un
modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che
parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove
malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità.
Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane,
pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società
organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri —
bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e
di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non
rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo
respinge e non lo riconosce.
La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato.
L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge
l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza
aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere
l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo
degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane
sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato,
abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può
diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né
luogo per essere espressa.
Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di
incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non
si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione.
Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai
tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento
molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la
fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e
sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne
e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà
dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un
pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una
collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi,
in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità
di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la
legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la
quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista
rivoluzionaria.
La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si
occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è
difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e
della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno
stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che
diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei
diritti della persona.
L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo
abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la
possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo.
Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano
che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità
nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede
un’assistenza specifica.
Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione
collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di
mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo
verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di
reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà.
CONCLUSIONI
Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che
va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti
fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno,
desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci
permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il
superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune.
Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame
tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt:
“Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono
la stessa cosa.”
Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario
approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie.
Alberta Basaglia nel suo studio.
Antonella Musella