L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

Il 14 marzo un “NO” a tutto campo
Il 14 marzo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale che, con il passare dei giorni e l’incremento delle guerre, sta acquisendo una importanza crescente. Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e […] L'articolo Il 14 marzo un “NO” a tutto campo su Contropiano.
March 10, 2026
Contropiano
La bancarotta in pillole n.9
Segui il denaro. Il denaro dei profitti, quello della speculazione finanziaria, quello del debito pubblico (statunitense e italiano) e del pagamento dei relativi interessi, quello dell’inflazione che sta per esplodere. Alessandro Volpi ci indica con le sue “pillole” chi guadagna sulla morte di migliaia di iraniani, preparando al contempo la crisi che viene. Buona lettura da Alexik. A questo link
Come il femminismo israeliano viene utilizzato per giustificare guerre genocide
Le donne pilota di caccia vengono ora celebrate per il loro ruolo nella distruzione dell’Iran, mentre le donne a Gaza lottano per sopravvivere Fonte: English version Immagine di copertina: Un’immagine ampiamente diffusa di pilote da caccia israeliane condivisa sui social media questa settimana dal politico israeliano Yair Golan (X) Lubna Masarwa e Maha Hussaini -8 … Leggi tutto "Come il femminismo israeliano viene utilizzato per giustificare guerre genocide" L'articolo Come il femminismo israeliano viene utilizzato per giustificare guerre genocide proviene da Invictapalestina.
March 10, 2026
Invictapalestina
Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎
Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II)
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Samuel Regan-Asante su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nella prima parte dell’articolo abbiamo sottolineato come la dimensione gruppo rappresenti un punto importante in molte culture, tanto da parlare di un io-gruppo contrapposto alla concezione solo individuale euro-centrica. Alla luce di tali osservazioni, si richiede ai terapeuti in un ottica di servizio una maggiore disponibilità all’ascolto e alla conoscenza più che all’interpretazione, ricordando l’etimo greco di terapeia nel suo significato anche di servizio). Conoscere, ben oltre il comprendere, è “prendere posizione” dice Foucault. L’incontro di gruppo diventa un luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento anzi deuteroappredimento (apprendere ad apprendere (G. Bateson Verso una ecologia della mente,1973) nel cui processo sono coinvolti tutti i componenti (utenti e operatori) e le loro interazioni. Esso diventa uno spazio libero dove finalmente è possibile raccontare le loro sofferenze, i loro traumi, le loro emozioni e avere il tempo per nuove narrazioni. Il percorso insieme diventa un viaggio transculturale – nel senso di un gruppo attraversante diverse culture – formato inizialmente solo da migranti e richiedenti asilo per poi nel corso del tempo arricchirsi anche di pazienti italiani in un processo di cura comune. Il passaggio dal gruppo omogeneo (da cui si era partiti) composto solo da pazienti stranieri al gruppo eterogeneo aperto anche a utenti italiani ha rappresentato un passo evolutivo nella scrittura di una nuova storia: quella di un gruppo transculturale, nato sul campo, con operatori disponibili a salire su “un tale naviglio” lasciando a terra vecchie categorie e vetusti tecnicismi. Come ben ci ricorsa Deleuze: “non si tratta più di tradurre, né di interpretare: tradurre in fantasmi, interpretare in significati e in significanti, no, non è questo. C’è un momento in cui bisogna pure condividere, in cui ci si deve mettere nella condizione del malato. Bisogna andarci, condividere il suo stato. Si tratta di una specie di simpatia o di empatia o di identificazione? È sicuramente qualcosa di più complesso. Ciò che sentiamo è piuttosto la necessità di una relazione che non sarà né legale, né contrattuale, né istituzionale (…). Il solo equivalente concepibile sarebbe imbarcato con” (G. Deleuze Divenire molteplice, 1996). Sorge una domanda: noi operatori della salute mentale siamo capaci di farlo, di metterci in gioco? Il livello si sposta quindi sulla nostra disponibilità a partecipare alla costruzione di un luogo esperienziale in cui si intrecciano vissuti e sofferenze nostre e altrui. In un tale contesto si sviluppano modi e mondi di esprimere il disagio psichico secondo la propria cultura utilizzando una “comunicazione in carne e ossa” espressa dalle persone non solo dai loro sintomi. In realtà, l’obiettivo (un po’ pretenzioso!) era riuscire a mettere in comune più realtà di diversa natura, paese, cultura e scoprire quanto il mondo della sofferenza psichica sia vario ma allo stesso tempo presenti molte analogie se pur sotto nomi diversi. L’importanza di tali incontri è stato (ed è) creare le possibilità per far venir fuori – come da un vaso di pandora – gli elementi riferibili al ”trauma migratorio”, invisibile, rimosso, rimandato, taciuto, pur presente sotto diverse forme di sofferenza usata per esprimerla. In tale veste si sono materializzati i racconti commoventi di un’infanzia strappata di un ragazzo di Bucarest, la paura di chi ha attraversato la Libia scoprendo un mare fino ad allora mai visto, i tentativi di autolesionismo di chi non riusciva a sopportare pesi divenuti troppo gravosi, il senso di religiosità vissuta in maniera molto intensa e talvolta estrema, le esperienze di droga e illegalità vissute nelle periferie romane. Uno spaccato di vite e di sofferenze che ha prodotto nel percorso del gruppo vicinanze e condivisioni fino a potersi permettere anche piccole pause “sdrammatizzanti“ come in un momento in cui un ragazzo ghanese parlando della sua terra, ricca di miniere d’oro ai tempi dell’impero Ashanti si sentì dire da un ragazzo napoletano una tale battuta: “Io ti do l’oro di Napoli e tu mi dai l’oro di Ashanti”. La possibilità di parlare senza censure ha permesso a ciascuno di loro di poter esternare agli altri “qualcosa di suo” come i legami forzatamente interrotti piene di in tristezza e malinconia, stati depressivi che hanno prodotto chiusure e silenzi anche all’interno del gruppo. Il clima emotivo che si è costituito ha in realtà permesso di liberarsi di un po’ di pesi reso grazie alla fiducia nel potersi affidare l‘un l’altro, riconoscendo a tutti i partecipanti un percorso comune e solidale anche se non sono mancati momenti di divergenza. L‘appartenenza al gruppo ha inoltre contribuito a offrire una identità che rendeva ognuno più forte e consapevole. Infatti il bisogno di farne parte e di essere essi stessi riconosciuti dagli altri, permeava gli incontri di un’aria familiare, demedicalizzata. Stava iniziando in realtà una nuova storia comune e finalmente condivisa. Per finire riporto quanto accadeva nella sala d aspetto del Servizio di Salute Mentale. I partecipanti rispondevano così a chi chiedeva il motivo della loro presenza al servizio: “Siamo in attesa non per una visita: siamo qui per partecipare al gruppo”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II) proviene da Comune-info.
March 10, 2026
Comune-info
#war Anche un #drone americano partito da #Sigonella all’assalto dell’#Iran di Antonio Mazzeo Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra USA-NATO. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/03/anche-un-drone-americano-partito-da.html
March 10, 2026
Antonio Mazzeo
Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran
Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra USA-NATO. Sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati Uniti d’America è decollato dallo scalo siciliano per dirigersi verso il Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato il brutale attacco di USA ed Israele contro l’Iran. Il “Poseidon” viene impiegato di norma da US Navy per le operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”. Grazie a sofisticate sonoboe e al sistema radar APY-10 è in grado di intercettare sottomarini in immersione. Anche se le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature sono secretate, il velivolo può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una distanza di più di 220 miglia. Il P-8A può anche disturbare i radar annullandone i segnali. Il P8-A “Poseidon” può essere impiegato anche per operazioni di attacco con missili antinave AGM-84 Harpoon e siluri Mark 54. La sua presenza nello scacchiere di guerra mediorientale durante il raid contro Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli obiettivi da colpire. I P-8A “Poseidon” di Sigonella sono già stati utilizzati in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev. I pattugliatori realizzati dal colosso industriale Boeing operano stabilmente dal settembre 2016 dalla grande base militare siciliana sotto il comando e il controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy appositamente trasferito in Sicilia da Jacksonville, Florida. A confermare il ruolo chiave di Sigonella nella campagna di guerra USA-israeliana contro l’Iran va altresì rilevato che sempre sabato 28 febbraio è atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in dotazione a US Navy. Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Il 24 febbraio, in particolare, è stata tracciato il volo del drone sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere. Un drone MQ-4C “Triton” di Sigonella ha partecipato alle operazioni di guerra di USA ed Israele contro l’Iran la notte del solstizio d’estate 2025. Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, il velivolo senza pilota di US Navy ha sorvolato lo spazio aereo dello Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi, probabilmente per monitorare le reazioni di Teheran all’attacco dei bombardieri B-2. L’MQ-4C “Triton” è un velivolo a lungo raggio prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il drone gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. Dal 23 febbraio la base di Sigonella, congiuntamente alle due basi della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e Catania, opera a supporto logistico-operativo della grande esercitazione aeronavale della NATO “Dynamic Manta”. Si tratta della più importante esercitazione che l’Alleanza Atlantica svolge annualmente per la lotta anti-sottomarina e “neutralizzazione” delle unità da guerra “ostili”. All’edizione 2026 di “Dynamic Manta” partecipano unità di superficie, sottomarini, mezzi aerei ed elicotteri di Canada, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. I war games nelle acque di Ionio, Tirreno meridionale e Canale di Sicilia, concomitanti con la campagna bellica anti-Iran, dovrebbero concludersi venerdì 6 marzo.   Articolo pubblicato in Africa ExPress il 3 marzo 2026, https://www.africa-express.info/2026/03/03/anche-un-drone-americano-partito-da-sigonella-allassalto-delliran/
March 10, 2026
Antonio Mazzeo Blog
Jello Biafra suffers hemorrhagic stroke all appearances canceled https://alternativetentacles.com/blogs/news/jello-biafra-suffers-hemorrhagic-stroke-all-appearances-canceled
March 10, 2026
archivio grafton9
Lucia Gennari (ASGI): «Il Patto europeo rafforza il paradigma securitario alle frontiere»
Il Patto europeo su migrazione e asilo è l’ampia riforma del diritto dell’Unione europea applicabile alle persone in movimento. Approvato nell’aprile 2024, diventerà pienamente operativo nei Paesi membri a partire da giugno 2026, al termine di una fase di adeguamento istituzionale e amministrativo già in corso. Il Patto interviene in modo organico sull’intera architettura normativa che governa l’asilo, la gestione delle frontiere esterne, i rimpatri e i criteri di competenza tra Stati membri, sostituendo e modificando in profondità gli strumenti che hanno strutturato il sistema europeo negli ultimi due decenni. Si tratta di una revisione complessiva del sistema europeo di protezione internazionale, che consolida un orientamento politico e giuridico nella gestione delle migrazioni radicalmente ostile nei confronti delle persone migranti. In questa intervista con Lucia Gennari, avvocata e socia dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), analizziamo la portata politica e giuridica della riforma, con particolare attenzione alle nuove procedure che saranno sviluppate alle frontiere. Non solo una revisione delle politiche migratorie, dunque, ma un passaggio cruciale nella ridefinizione dello spazio europeo dei diritti e del rapporto tra controllo dei confini e garanzie fondamentali. LA VIDEO-INTERVISTA A LUCIA GENNARI Il Patto europeo su migrazione e asilo viene spesso descritto come un salto di scala: per la prima volta l’Unione europea ridisegna in modo complessivo la propria architettura normativa sulle politiche migratorie. Dal tuo punto di vista, qual è la portata di questa trasformazione e in quale direzione si muove? La portata della riforma è effettivamente enorme. Non riguarda un singolo strumento, ma interviene su una pluralità di atti normativi europei, trasformando molte direttive in regolamenti. Questo è già un cambiamento decisivo: i regolamenti sono direttamente applicabili negli Stati membri, senza necessità di leggi di recepimento, e hanno quindi una forza e un’immediatezza maggiori. È però importante dire che il Patto non nasce nel 2024. Molte delle soluzioni che oggi vengono formalizzate erano già state sperimentate negli anni precedenti, soprattutto lungo la frontiera sud dell’Unione europea, in particolare in Grecia e in Italia, a partire da quella che è stata definita la “crisi delle migrazioni” – o, più correttamente, la crisi del regime europeo dei confini. In quei contesti si sono sviluppate prassi di polizia e posture politiche fondate su una gestione emergenziale e securitaria delle migrazioni, che hanno spesso comportato violazioni sistematiche dei diritti delle persone migranti. Oggi quelle prassi vengono cristallizzate in strumenti normativi molto forti. La direzione è chiara: una drastica riduzione delle possibilità di ottenere protezione in Europa, una limitazione della permanenza sul territorio durante l’esame della domanda di asilo e un forte indebolimento delle tutele legate alla libertà personale. Le frontiere sembrano essere uno dei principali luoghi di intervento del Patto. Quali sono gli strumenti giuridici introdotti per ridefinire il funzionamento delle frontiere esterne e il trattamento delle persone che vi arrivano? La frontiera diventa il luogo centrale dell’intero impianto, ed è un concetto che si espande, non solo geografico ma giuridico. L’idea di fondo è trattenere le persone alla frontiera o in prossimità della frontiera per periodi molto lunghi, fino a dodici settimane per la procedura di asilo, più altre dodici per il rimpatrio, con ulteriori estensioni possibili. Si parla quindi di mesi. Tutto ciò si fonda su una costruzione giuridica chiamata “finzione di non ingresso”: le persone vengono considerate come se non fossero mai entrate nel territorio dell’Unione, pur trovandosi materialmente al suo interno. Questa finzione consente di applicare un regime di diritti fortemente compresso. Durante questo periodo, le persone devono restare in luoghi designati dallo Stato: strutture di frontiera, centri dedicati o altri spazi individuati dalle autorità. L’obiettivo dichiarato è costruire una “procedura senza soluzione di continuità”, che accompagni arrivo, esame della domanda ed eventuale rimpatrio mantenendo la disponibilità fisica della persona. Questa logica si estende anche ai trasferimenti verso Paesi terzi considerati “sicuri” o verso hub di rimpatrio situati in Stati diversi da quello di origine. La frontiera diventa così il perno di una vera e propria filiera del trattenimento, oggi pienamente legalizzata. Nel Patto la nozione di “zona di frontiera” appare ampliata e flessibile. Dobbiamo abituarci a pensare la frontiera non solo come linea geografica, ma come spazio giuridico mobile? Quali sono le implicazioni di questa estensione? Sì, dobbiamo pensare la frontiera come uno spazio giuridico mobile. Già prima del Patto esistevano diverse definizioni: frontiera esterna, frontiera interna e zone di pre-frontiera funzionali alle politiche di esternalizzazione. In Italia, ad esempio, un decreto ministeriale del 2019 ha definito come “zone di frontiera” intere province, anche lontane dai confini geografici. Il regolamento screening prevede procedure rapide di identificazione e incanalamento nella procedura di asilo o di rimpatrio. Ma queste possono essere applicate non solo a chi arriva alla frontiera, bensì anche a chi viene rintracciato all’interno del territorio dopo un ingresso irregolare. Si tratta di una procedura che può durare fino a tre giorni, oltre il limite delle quarantotto ore previste dalla Costituzione italiana per la privazione amministrativa della libertà personale. Non è chiaro se si tratti formalmente di trattenimento, ma si tratta comunque di una forte soggezione all’autorità di polizia. Questo significa che il controllo di frontiera può avvenire ovunque. È un’espansione della frontiera verso l’interno. Parallelamente, l’esternalizzazione attraverso accordi con Paesi terzi rappresenta l’espansione verso l’esterno. La frontiera si dilata, si moltiplica, si diffonde. Il Patto introduce o normalizza strumenti che incidono sulla libertà personale anche al di fuori del trattenimento formale. Puoi farci una breve panoramica di queste misure e del loro impatto sui diritti fondamentali? Il tema della libertà personale è centrale. Nei regolamenti si evita spesso di parlare esplicitamente di “detenzione”. Si usano formule come “limitazione della libertà di movimento”, “prevenzione del rischio di fuga” o “necessità di avere la persona a disposizione”. È un linguaggio ambiguo, che lascia ampio margine agli Stati membri. La sostanza è chiara: si costruisce un regime differenziato per le persone straniere, che indebolisce una garanzia fondamentale riconosciuta a chiunque, cittadini e non cittadini. La Costituzione italiana prevede che ogni limitazione della libertà personale sia disposta per legge, abbia durata limitata e sia sottoposta a controllo giudiziario. Nel Patto non è chiaro come queste garanzie si combineranno con periodi di confinamento che possono durare settimane o mesi. Le persone potranno essere trattenute formalmente, ma anche obbligate a restare in determinate strutture, come centri di accoglienza, alberghi o altri luoghi designati dallo Stato. L’allontanamento ingiustificato può comportare il ritiro implicito della domanda di asilo, con conseguenze gravi, perché una nuova domanda verrebbe esaminata con meno garanzie. Si apre così una frattura molto profonda nel principio di uguaglianza e nella tutela della libertà personale. Ci puoi riassumere, in maniera schematica, a quale percorso sarà sottoposta una persona che arriva, ad esempio in Italia via Mediterraneo, a partire dallo sbarco? In quali fasi si concentrano le principali compressioni di diritti? Una persona soccorsa in mare viene condotta in un porto italiano e immediatamente trasferita in una struttura di frontiera per la procedura di screening, che può durare fino a sette giorni. In questa fase si svolgono controlli medici, identificazione e raccolta di dati biometrici, eventuale accesso ai dispositivi elettronici, verifica della nazionalità e dell’età e controlli di sicurezza. I dati raccolti confluiscono in banche dati sempre più interconnesse. Si aprono qui problemi rilevanti anche sul piano della privacy e del possibile scambio di informazioni con i Paesi di origine. La persona può manifestare la volontà di chiedere asilo. Se ricorrono determinate condizioni, viene incanalata nella procedura di asilo alla frontiera, che si svolge in tempi molto rapidi. Questo riduce drasticamente la possibilità di preparare adeguatamente la domanda, raccogliere documenti e far emergere elementi complessi, come nei casi di tratta o violenza di genere. Esistono inoltre molte ipotesi di procedure accelerate, con compressione dei diritti di difesa e limitazione della sospensione automatica degli effetti del rigetto. Se la procedura si conclude negativamente, si avvia la procedura di rimpatrio alla frontiera. Qui si innesta la novità dei trasferimenti verso Paesi terzi, anche per richiedenti asilo, sulla base di accordi bilaterali. È una dinamica che richiama il modello Regno Unito–Ruanda. Le principali compressioni dei diritti si concentrano nella fase di screening, nella rapidità della procedura di asilo, nella limitazione della libertà personale e nei meccanismi di rimpatrio e trasferimento verso Paesi terzi. È corretto leggere il Patto come un processo di frontierizzazione dell’intero sistema di asilo? Il tentativo è certamente quello di concentrare alla frontiera una parte significativa delle procedure. Tuttavia, rimangono in piedi altri strumenti, come il regolamento che sostituisce Dublino. Non tutto il sistema si svolgerà fisicamente alla frontiera, anche perché non tutti gli Stati saranno in grado di applicare integralmente queste norme. Più che una frontierizzazione totale, parlerei di una neutralizzazione progressiva delle possibilità di ottenere protezione, attraverso la complessificazione delle procedure e la generalizzazione delle compressioni dei diritti. La frontiera è la chiave di lettura principale, ma dentro un processo più ampio di irrigidimento e punizione. Di fronte alla pervasività del Patto, si ha spesso l’impressione che gli spazi di manovra per una contestazione – anche radicale – siano molto ridotti. Dal punto di vista giuridico e politico, quali margini di intervento vedi ancora aperti? È fondamentale leggere queste riforme dentro la fase storica che viviamo, segnata da una torsione autoritaria più ampia che riguarda molte libertà fondamentali, non solo quelle delle persone migranti. Collegare la questione dell’asilo a quella più generale della libertà personale è decisivo. La Convenzione di Ginevra nasce nel secondo dopoguerra ed è parte della cultura giuridica europea. Metterne in discussione i presupposti ha implicazioni molto più ampie. Sul piano giuridico restano strumenti importanti, come i trattati europei, le costituzioni nazionali, il contenzioso strategico e la difesa individuale dei casi concreti. In passato direttive e regolamenti sono stati usati in senso garantista; oggi quello spazio si restringe, ma non scompare del tutto. Occorre combinare difesa individuale e azioni con impatto sistemico. Infine è centrale il ruolo delle organizzazioni, nel tradurre all’esterno la portata di queste riforme e nel costruire reti di supporto per le persone coinvolte. La partita non è chiusa, ma richiede una lettura capace di tenere insieme diritto, politica e mobilitazione. La copertina è di Riccardo De Luca, wikicommon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Lucia Gennari (ASGI): «Il Patto europeo rafforza il paradigma securitario alle frontiere» proviene da DINAMOpress.
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«Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a Torino e che ritrae la presunta aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. […] L'articolo Cosa non torna sul “video del martello” di Torino su Contropiano.
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