No al referendum giustiziadi ROBERTA POMPILI.
Viviamo in una fase storica in cui la guerra non è più soltanto un evento
esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra è diventata una forma di
governo del mondo. La crisi dell’egemonia statunitense e occidentale, le
tensioni tra blocchi, l’instabilità monetaria, la competizione permanente per
risorse e influenza hanno prodotto un ordine internazionale fragile,
attraversato da conflitti che non sono più eccezioni, ma parte strutturale del
funzionamento del sistema. In questo quadro, la guerra non organizza soltanto la
politica estera: ristruttura anche le politiche interne, legittima l’emergenza
permanente, normalizza la compressione delle garanzie, giustifica la
concentrazione del potere esecutivo.
Per anni abbiamo detto, giustamente, che vivevamo dentro un neoliberalismo in
crisi permanente: una razionalità capace di trasformare la crisi stessa in
paradigma di governo. Oggi però questa lettura non basta più. Le conseguenze
della pandemia, la guerra in Ucraina, il riarmo, la frammentazione dell’ordine
globale, le tensioni sul piano monetario e geopolitico ci dicono che siamo
entrati in una fase diversa. Il rapporto tra produzione, riproduzione sociale e
accumulazione del capitale sta cambiando. L’accumulazione è sempre più
concentrata, oligopolistica, legata non solo allo sfruttamento del lavoro, ma
anche all’estrazione di valore da un “fuori” dalla produzione: dalla guerra,
dalla crisi, dall’emergenza, dalla distruzione. In questo quadro, lo Stato
assume uno statuto ambiguo ma decisivo: non è più garante della protezione
sociale, non è nemmeno davvero in grado di governare razionalmente il caos
globale, ma diventa sempre più apparato di comando, di sicurezza, di
repressione.
È così che prende forma quello che possiamo chiamare un regime di guerra
permanente. Non perché ogni giorno cadano bombe, ma perché la logica
dell’emergenza, del comando, della decisione rapida, della riduzione degli spazi
di conflitto e di controllo democratico diventa la grammatica ordinaria del
governo.
Dentro questa cornice si colloca la gestione della crisi sociale. Crisi che non
è astratta: è fatta di lavoro precario, salari insufficienti, case che non si
trovano, sanità e scuola in difficoltà, territori interi lasciati senza servizi.
Questa è l’insicurezza reale, materiale, quotidiana. Ma invece di rispondervi
con più diritti, più welfare, più protezione sociale, la politica dominante
sceglie un’altra strada: sostituire la sicurezza sociale con la sicurezza
penale.
Dove si ritrae il welfare, avanza il controllo. Dove mancano i servizi, si
promette ordine. Dove cresce il disagio, si risponde con disciplina e
repressione. È una scelta politica precisa.
E qui bisogna dirlo con chiarezza: in una democrazia il conflitto sociale non è
una patologia. È parte costitutiva della vita democratica. I conflitti
dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, indirizzati, non criminalizzati.
Quando il conflitto viene trattato come un problema di ordine pubblico, la
democrazia si svuota e si trasforma in amministrazione autoritaria
dell’emergenza.
Invece oggi vediamo una tendenza opposta. Vediamo la costruzione sistematica del
nemico interno. Il linguaggio politico e le piattaforme digitali spingono alla
polarizzazione continua. La rabbia sociale viene deviata verso figure
simboliche: il migrante, la donna che rivendica diritti, la persona LGBTQ+, il
povero, il dissidente. L’altro diventa il problema. Così si evita di guardare
alle cause strutturali delle disuguaglianze e si governa la paura.
Questa logica si traduce in leggi precise. I decreti e i disegni di legge sulla
sicurezza non sono semplici aggiustamenti tecnici. Sono dispositivi che ampliano
i poteri di polizia, restringono gli spazi del dissenso, trasformano pratiche di
conflitto in fattispecie da reprimere. I primi e i secondi pacchetti sicurezza
hanno introdotto decine di articoli che estendono misure preventive, aggravano
pene, colpiscono la possibilità stessa di manifestare e di organizzarsi. E il
salto più grave è l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo: non
punire per ciò che si è fatto, ma per ciò che si potrebbe fare.
Questa stessa razionalità la vediamo all’opera nella scuola, che è uno dei
laboratori più evidenti del nuovo paradigma. La scuola pubblica italiana è da
anni sottofinanziata: edifici spesso inadeguati, classi sovraffollate, personale
precario, mancanza di servizi di supporto soprattutto nei territori più fragili.
Eppure la risposta politica non è stata un grande investimento strutturale sul
welfare educativo. La risposta è stata lo spostamento verso disciplina e
controllo.
Sotto la gestione di Valditara sono state introdotte misure molto chiare in
questa direzione. È stato reintrodotto il voto di condotta come criterio
selettivo, al punto che un 5 in condotta può comportare la non ammissione
all’anno successivo. Sono state previste sanzioni più dure e persino multe fino
a 10.000 euro per reati contro il personale scolastico. È stato rafforzato
l’impianto disciplinare della valutazione, con il ritorno a giudizi sintetici
nella scuola primaria. Parallelamente, il Ministero ha annunciato investimenti
mirati – per esempio oltre 150 milioni di euro destinati agli istituti tecnici e
professionali – che però non cambiano il quadro generale: la scuola pubblica
resta strutturalmente sottofinanziata, mentre cresce lo spazio del privato e
delle scuole paritarie sostenute anche con risorse pubbliche.
Il messaggio politico è chiaro: al disagio sociale che entra nelle scuole sotto
forma di povertà, fragilità, conflitti, non si risponde con più educatori, più
tempo scuola, più servizi, più inclusione. Si risponde con l’ordine. Meno
welfare educativo, più disciplina.
A questo si aggiunge un crescente intervento sui contenuti e sull’autonomia
della didattica. Si restringe lo spazio della libertà di insegnamento. Si
alimenta un clima di controllo e di autocensura. Arrivano proposte come quella
di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, cioè di confondere la critica
politica con l’odio razziale, riducendo lo spazio del dissenso legittimo. Anche
qui, non siamo di fronte a episodi isolati: siamo dentro una logica di governo
che considera il sapere critico come un problema da contenere.
Lo stesso schema lo ritroviamo nella sanità, dove il servizio pubblico viene
progressivamente indebolito, mentre cresce lo spazio per grandi strutture e per
il privato finanziato con risorse pubbliche. Il risultato è un sistema più
diseguale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a curarsi.
E poi c’è il disegno di legge Bongiorno sul consenso, che sposta l’asse dalla
libertà presunta alla libertà da dimostrare. Non è una finezza giuridica. È un
cambio di paradigma: i diritti non sono più il presupposto, diventano
l’eccezione da provare. I soggetti diventano casi da valutare. È, ancora una
volta, la grammatica del securitarismo: sospetto, controllo, selezione delle
vulnerabilità ritenute credibili.
In questo contesto, anche il diritto cambia funzione. Non serve più a mediare i
conflitti sociali o a garantire diritti universali. Serve sempre più a
selezionare, prevenire, punire, neutralizzare. È per questo che la giustizia
diventa un terreno centrale di scontro politico.
Ed è qui che si colloca il referendum. Non è una riforma tecnica. È un passaggio
politico decisivo. Si tenta di rendere la magistratura più debole, più
ricattabile, più subordinata all’esecutivo. Non più un potere autonomo capace di
rappresentare un limite e un controllo, ma sempre più un ingranaggio allineato
al comando politico.
Questo si lega perfettamente agli altri pezzi del disegno: all’autonomia
differenziata che spezza l’uguaglianza dei diritti tra territori, al progetto di
premierato che concentra il potere, alla moltiplicazione dei decreti che
svuotano il Parlamento, alla riduzione dei contrappesi istituzionali. È un’unica
architettura: centralizzazione, comando, riduzione dei controlli, riduzione dei
diritti.
In un regime di guerra permanente, interno ed esterno, questa è la direzione:
meno democrazia, più autorità. Meno welfare, più polizia. Meno diritti, più
disciplina.
PERCHÉ IL NO È IMPORTANTE
Ed è qui che bisogna essere molto concreti, perché questa riforma non è un gioco
tra palazzi. Riguarda la vita quotidiana delle persone. Riguarda il rapporto tra
i cittadini e il potere, tra i più deboli e i più forti. Se la magistratura
viene resa più debole, più esposta, più condizionabile dall’esecutivo, a perdere
non sono le élite: perdono quelli che hanno bisogno della giustizia per
difendersi.
Pensiamo, per esempio, al rapporto tra cittadini e forze di polizia. In un
contesto in cui si propone uno scudo penale per gli agenti, e in cui sappiamo
benissimo — ce lo dice la cronaca — che errori, abusi e violenze possono
accadere, una magistratura più fragile significa una cosa molto semplice: meno
possibilità di accertare responsabilità, meno possibilità di ottenere giustizia
per chi subisce. Non per sfiducia ideologica, ma per un dato strutturale: quando
il potere esecutivo pesa di più, il controllo giudiziario pesa di meno. E chi
sta dall’altra parte di un manganello o di una divisa resta più solo.
Pensiamo poi a quello che succede dopo i Decreti Sicurezza. Chi protesta, chi
manifesta, chi occupa, chi sciopera, chi prova a portare il conflitto sociale
nello spazio pubblico, viene sempre più spesso trascinato in procedimenti
penali. In questo scenario, una magistratura più debole e più allineata
significa meno tutela per studenti, giovani, lavoratori, movimenti, e più
facilità nel trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico
da reprimere, non in una questione politica da affrontare.
Pensiamo al lavoro. Oggi sappiamo che solo grazie a interventi della
magistratura è stato possibile, in alcuni casi, fermare pratiche di sfruttamento
evidenti. Un esempio noto è quello dei rider: aziende come Glovo sono state
costrette a cambiare pratiche e a fermare modelli di sfruttamento perché c’è
stato un intervento giudiziario che ha riconosciuto che pagare due o tre euro a
consegna, senza tutele, senza diritti, non è “innovazione”, è sfruttamento. Se
la magistratura diventa più prudente, più timorosa, più condizionata
politicamente, chi avrà davvero il coraggio di andare fino in fondo contro una
multinazionale?
Pensiamo alle donne vittime di violenza. In un sistema in cui i diritti
diventano sempre più selettivi, in cui la protezione si indebolisce e il potere
si rafforza, il rischio è evidente: la giustizia diventa sempre meno uguale per
tutte e tutti. La possibilità di ottenere tutela, di vedere punito uno
stupratore, di essere credute e protette, rischia di dipendere sempre di più
dalle risorse, dal ceto, dalla posizione sociale. Non perché qualcuno lo scriva
in una legge, ma perché un sistema giudiziario indebolito tende strutturalmente
a proteggere i forti più dei deboli.
Pensiamo infine al lavoro industriale, alle cosiddette “morti bianche”. Ogni
volta che un operaio muore in fabbrica, sappiamo che dietro ci sono quasi sempre
risparmi sulla sicurezza, catene di appalti, pressioni sui tempi e sui costi.
Anche qui, senza una magistratura realmente autonoma e determinata, le
responsabilità risalgono sempre meno in alto, si fermano sempre più in basso, e
le grandi aziende, i grandi gruppi, le grandi filiere produttive restano sempre
più protette. Una fabbrica, un’impresa, un grande datore di lavoro avrà di fatto
più scudi e meno controlli.
Questo è il punto: una giustizia più debole non è una giustizia “più
efficiente”. È una giustizia più selettiva. Più dura con chi protesta, più
prudente con chi comanda. Più severa con chi è già fragile, più indulgente con
chi ha potere, soldi, relazioni.
È per questo che questa riforma non è neutra. E non riguarda solo i magistrati.
Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda chi viene protetto e chi
viene esposto. Riguarda se la legge resta, almeno in parte, uno strumento di
difesa dei deboli, o diventa sempre di più un ingranaggio del comando
Per questo il NO è così importante. Non perché risolva tutto, ma perché ferma
l’esecutivo adesso. Perché dà una battuta d’arresto a un potere che si sente
intoccabile. Perché riapre uno spazio politico in cui torna possibile parlare di
rapporti di forza, di diritti, di alternative.
E qui veniamo al punto decisivo. La nostra battaglia non è semplicemente
difendere la Costituzione come un feticcio. Quella Costituzione, soprattutto
nella sua parte sociale, è stata svuotata per decenni. Il neoliberismo lo ha
fatto da destra, ma lo ha fatto anche il centro-sinistra: tagli al welfare,
precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, riduzione sistematica dei diritti
sociali. La Costituzione è rimasta spesso sulla carta.
La vera sfida è renderla effettiva. Rendere effettivi il diritto alla salute,
all’istruzione, al lavoro dignitoso, alla casa, alla protezione sociale,
all’uguaglianza. E questo non succede per buona volontà. Succede solo se si
ricostruiscono rapporti di forza reali.
Questa è una sfida radicale. Non riguarda solo la ricomposizione di sigle,
partiti, movimenti o strutture politiche. Riguarda qualcosa di più profondo:
ricostruire le connessioni tra la molteplicità dei bisogni e dei desideri dei
soggetti che oggi compongono la moltitudine: lavoratori e lavoratrici precarie,
studenti, donne, migranti, territori abbandonati, soggettività LGBTQ+, pezzi di
società che oggi vivono separati ma subiscono la stessa logica di comando.
O fermiamo adesso questa deriva autoritaria, o il prezzo sarà ancora più alto.
Dire NO non è la fine della battaglia. È l’inizio necessario per riaprire uno
spazio di conflitto, di democrazia reale, di trasformazione. Non per difendere
l’esistente, ma per riprenderci la scena e rendere reali i diritti che ci sono
stati tolti.
questo intervento è stato pubblicato su UmbriaLeft
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