Guerre. Corsa al collasso climatico
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Foto Donne in nero Bari
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Nonviolenza o diritto a difendersi? La discussione su guerre e riarmo rischia di
ridursi a una contrapposizione di principi astratti invece di fare i conti con
la realtà.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la comparsa della bomba atomica aveva
suscitato un vasto movimento per l’interdizione di quell’arma, ma anche di tutte
le guerre, ritenendo che qualsiasi “escalation” avrebbe portato a prospettarne
l’impiego; una minaccia ben presente nelle successive guerre in Corea, Vietnam e
ora in Ucraina. Da tempo, però, alla minaccia nucleare si è aggiunta e
sovrapposta quella della crisi climatica ormai in pieno corso. Il fattore
“rischio” si è aggravato: mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle
mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo
procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente
anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di
individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti,
media, centri di ricerca, Università – tutti legati tra loro in una rete di
rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla.
Per questo la rotta verso il baratro climatico non cambierà se non in forme
parziali, ipocrite e inefficaci, anche perché ha una solida base in abitudini,
stili di vita, mancanza di alternative, convinzioni – per lo più frutto di
ignoranza indotta – che coinvolgono, in misura diversa, miliardi di abitanti
della Terra.
L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che
hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al
“riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla
catastrofe climatica. Innanzitutto, perché le guerre, le loro devastazioni di
territori e habitat, la produzione di armi e il loro uso legato ai combustibili
fossili (le armi “verdi” non esistono) sono tutti fattori di una sua
accelerazione. Poi, perché il ripudio (autentico) della guerra, costituisce una
breccia attraverso cui milioni di cittadini e cittadine possono arrivare a
mettere in crisi l’idea di uno “crescita” continua, oggi più che mai affidata
alle armi, che ignora la catastrofe a cui ci stiamo condannando. Dunque, a
ripudiare la guerra non c’è solo la nonviolenza.
Ancora più astratto dalla realtà è la rivendicazione del diritto a difendersi.
Difesa di chi? si era chiesto. E da chi? Il governo di Israele ritiene che il
diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo
sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di
igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come
ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi,
quale ricorso alle armi è mai possibile per una popolazione ridotta in quelle
condizioni contro l’esercito più feroce del mondo? Non è proprio questo il caso
in cui solo la mobilitazione internazionale può imporre un cambio di rotta a
livello diplomatico e negoziale?
Cambiando quadrante, possiamo ancora chiamare “difesa” gli attacchi ucraini agli
impianti russi posti a migliaia di chilometri dal fronte? Che cosa li
differenzia dagli attacchi agli impianti ucraini da parte dei russi? Dopo
l’invasione che ha segnato una sconfitta per Putin, che pensava di arrivare a
Kiev con una passeggiata, ma anche con la perdita delle regioni orientali per il
governo ucraino, si poteva e doveva cercare un compromesso, resuscitare gli
accordi di Minsk, fermare la guerra in cui era sfociato il confronto
“geopolitico” tra Russia e Nato in corso da anni sulla pelle della popolazione
ucraina. Invece quella guerra ha subìto un salto di livello. “Viva gli Himars!”
aveva esclamato qualcuno, preso dall’entusiasmo, quando il fronte ucraino era
stato dotato dei primi razzi a lunga gittata per fare da contrappeso alle
incursioni dell’aviazione russa. Senza accorgersi dello spirito bellicista che
quell’entusiasmo stava inoculando in tutte le istituzioni europee e di cui
vediamo ora le conseguenze; né del fatto che da allora la “difesa” non ha più
riguardato la popolazione dell’Ucraina, esposta a un quotidiano massacro; e
nemmeno i suoi soldati, mandati in prima linea a farsi ammazzare senza più
capire perché; ma solo le carriere delle gerarchie militari che – come la
controparte russa – non tengono in alcun conto le loro vite. Il confronto era
ormai passato a strumenti che funzionano solo grazie a una centralizzazione del
comando che, dalla parte ucraina, fa capo alla Nato; il “diritto alla difesa” si
è così trasformato in un confronto con solo due esiti possibili: vittoria o
resa. Dove vittoria, per l’Ucraina, cioè per la Nato, significa dissoluzione del
regime putiniano o dell’intera Federazione Russa; che in tal caso hanno già
fatto sapere di essere pronti a usare l’atomica. Che cosa ha a che fare tutto
ciò con la difesa delle vite e delle aspettative della popolazione ucraina?
Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si
ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che
Zelenski aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare.
E non offrirà, come è stato immaginato, l’occasione di supplire con una leva di
immigrati al vuoto di uomini validi, persi al fronte o fuggiti per sottrarsi
alla leva. No. L’Ucraina si ritroverà arsenale e laboratorio bellico di
un’Unione europea piena di vecchi incattiviti e di istituzioni logore,
prigioniera di un’economia di guerra, divisa da sovranismi contrapposti, in gara
per scaricarsi a vicenda il “peso” dei migranti; gara a cui l’Ucraina non potrà
sottrarsi. In un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai
priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che l’Europa e il mondo hanno
deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre.
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI OLIVIERO BETTINELLI:
> Disertare
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