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La bufala delle Olimpiadi di pace
Ormai dovremmo averlo capito: la narrazione dei Giochi Olimpici come oasi di pace è, storicamente e logicamente, una bufala. Non solo non sono nate per eliminare le guerre, ma non sono mai state realmente momenti di tregua e non lo sono neanche ora. Eppure, continuiamo a osannare le Olimpiadi come un rito sacro e intoccabile, simbolo di fratellanza universale e lo sport come cura di tutti i mali. La raffigurazione dell’atleta olimpico della Grecia antica con elmo e scudo sembra la rappresentazione plastica del legame tra guerra e gara. Gli elementi coincidono in modo inquietante. La dinamica binaria: Io vinco, tu perdi, o noi vinciamo e voi perdete (nei giochi a squadra); la gara tra nazioni: si gareggia sotto bandiere diverse, proprio come sui campi di battaglia; le regole: anche la guerra le ha, esiste il diritto bellico, la protezione dei civili (in teoria…); il premio: in guerra chi vince si prende un bel bottino e chi trionfa non si porta forse a casa medaglie e un sacco di soldi?  Mi ritorna in mente una frase di Orwell: “Lo sport è la guerra senza gli spari.” Questo discorso scatena discussioni infinite sull’importanza dello sport. Però fermiamoci un attimo a riflettere sul significato del vincere: distanziare l’altro, essere migliore, arrivare primo o primi.  E anche l’osannato fair play e le regole stesse ‘hanno la funzione di rendere indiscutibile la superiorità del vincitore’, dice Caillois in I Giochi e gli uomini.  Se trasportassimo questi obiettivi in ambito scolastico, avremmo distrutto ogni tentativo di educare all’inclusione, alla cooperazione e alla solidarietà. Pare ovvio. E infatti come si fa a parlare di “sentirsi parte di una stessa umanità” se l’obiettivo è prevaricare l’altro in una classifica? Qui entra anche il grande inganno della meritocrazia. Ci hanno convinti che il podio sia il termometro del valore umano: se sei lì sopra, “te lo sei meritato”, se sei fuori, sei invisibile. È una logica spietata. Chi vince è il “migliore”. Il gioco è fondamentale, intendiamoci, ma non tutti i giochi sono uguali. Esistono anche i giochi cooperativi, che però paiono i figli di un dio minore, sconosciuti ai più, dimenticati in qualche cassetto o rispolverati qui e là. Come scrive Bartezzaghi, “Agonismo e cooperazione sono entrambi incontri sociali, ma mentre negli incontri cooperativi il rapporto è di congiunzione, in quelli agonistici è di disgiunzione” (Bartezzaghi S., Chi vince non sa cosa si perde). Questi tipi di giochi agonistici e competitivi, insomma, creano una frattura. E allora perché osannare l’allenamento a vincere? Il gioco è una forma di educazione per un popolo, rispecchia i meccanismi mediante i quali le società elaborano i propri modi di organizzare il mondo. Con questi tipi di giochi cosa stiamo insegnando, cosa stiamo tramandando? A me pare evidente che la competizione non ci faccia bene. Eppure parlare dello sport e dei Giochi Olimpici è un dogma intoccabile, lo accettiamo come una sorta di “guerra buona”, la chiamiamo “competizione sana”, ma può mai essere ‘sana’ una competizione se ci allena a ‘superare’ l’altro e a decretare chi è ‘migliore’? Definisci sano… Annabella Coiro
February 5, 2026
Pressenza
48 avvocati in Iran chiedono un “giusto processo”
Una dichiarazione firmata da 48 avvocati in Iran ha invitato la magistratura iraniana ad “aderire ai principi del giusto processo”. In Iran, 48 avvocati hanno rilasciato una dichiarazione in cui invitano le autorità giudiziarie a rispettare i principi del giusto processo contro le violazioni dei diritti dei detenuti in relazione alla rivoluzione nazionale iraniana. La dichiarazione che ha anche messo in guardia i detenuti durante le proteste, ha sottolineato che il diritto alla difesa non dovrebbe mai essere compromesso da pressioni politico-di sicurezza o da interpretazioni illegittime. “Non esiteremo un attimo ad adempiere ai nostri doveri legali per difendere i diritti delle persone. Più difficoltà affronteranno le persone, più determinati saranno gli avvocati nel difendere i loro diritti”, si legge nella dichiarazione, aggiungendo: “Noi, come gruppo di avvocati, mettiamo seriamente in guardia contro la frequenza e la persistenza delle violazioni dei diritti degli imputati e dei detenuti delle proteste del 28 dicembre, sottolineando che il proseguimento di queste pratiche screditerà l’istituzione legale e distruggerà le ultime manifestazioni dello stato di diritto. Pertanto, la nostra chiara richiesta è il pieno rispetto della legge, delle garanzie pubbliche e pratiche del diritto alla difesa e dei principi del giusto processo; la loro realizzazione sarà una condizione fondamentale per proteggere la giustizia e prevenire il ripetersi di violazioni umane e legali”. Si sono verificate numerose violazioni dei diritti umani La dichiarazione, che ha rilevato numerose irregolarità legali, afferma quanto segue: “Durante i recenti arresti di massa, si sono verificati numerosi casi, tra cui la completa negazione del diritto a un avvocato difensore indipendente presso l’ufficio del procuratore con il pretesto dell’articolo 48, violazioni del diritto di scegliere e avere un avvocato in alcuni tribunali, processi affrettati, la divulgazione di relazioni identiche e accuse simili da parte degli ufficiali giudiziari, e talvolta persino l’emissione di decisioni identiche e spesso errate presso l’ufficio del procuratore e le sezioni del tribunale, il reindirizzamento dei casi a poche sezioni specifiche, udienze della durata di pochi minuti e restrizioni all’informazione e alla responsabilità per le famiglie. I diritti degli imputati e dei detenuti sono diritti intrinseci, essenziali e autoevidenti, tra cui il diritto alla difesa, il diritto di accesso a un avvocato, il diritto di essere informati sulle accuse e sul contenuto del caso, il diritto alla privacy e al rispetto della dignità umana, il diritto della famiglia di essere informata sull’autorità investigativa e sul luogo di detenzione e il diritto di essere rassicurazione sulla salute del detenuto. Altri problemi includono la limitazione dell’accesso delle famiglie all’autorità investigativa, la trasmissione di confessioni illegali in televisione, la limitazione o il divieto illegittimo dell’accesso dei detenuti alla rappresentanza legale, l’emissione di mandati di arresto sproporzionati rispetto al contenuto del caso o l’emissione di mandati di arresto che portano all’arresto. Le problematiche includono restrizioni ai contatti e alle visite, la mancata esecuzione di ordini di libertà su cauzione con vari pretesti e il sovraffollamento nelle carceri. La dichiarazione ha evidenziato la diffusione di malattie e la mancanza di cure adeguate per la salute e le condizioni mediche dei prigionieri, aggiungendo di aver ricevuto segnalazioni di trattamenti violenti, confessioni ottenute sotto costrizione e prigionieri tenuti in isolamento. Coloro che hanno firmato la dichiarazione sono i seguenti: “Hassan Aghakhani, Mohammad Hossein Aghasi, Masoud Ahmadian, Amin Adel Ahmadian, Shahla Arouji, Hassan Asadi Zeidabadi, Babak Eslami Farsani, Astareh Ansari, Mahmoud Behzadi Rad, Parto Burhanpour, Babak Paknia, Milad Panahipour, Houshang Pourbabaei, Seyed Hossein Taj, Mahdakht Damghanpour, Payam Darfashan, Saideh Hosseinzadeh, Maryam Khojasteh, Gholamreza Khairuddin, Fatemeh Khorsand e Mahmoud Taravatroui. L'articolo 48 avvocati in Iran chiedono un “giusto processo” proviene da Retekurdistan.it.
February 5, 2026
Retekurdistan.it
B’Tselem pubblica un nuovo rapporto sulle prigioni israeliane
B’Tselem, associazione israeliana per i Diritti Umani ha pubblicato oggi sul suo sito web il nuovo rapporto sullo stato delle carceri israeliane “Living Hell”. “Living Hell” fa seguito al rapporto di B’Tselem dell’agosto 2024 “Welcome to Hell”. Basandosi sulle approfondite ricerche e analisi condotte per il rapporto precedente, fornisce dati aggiornati e nuove testimonianze di 21 palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane negli ultimi mesi e si basa su dati di altre organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani. Le informazioni aggiornate indicano che le prigioni israeliane continuano a funzionare come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi sistematici ancora più estesi di prima. Ciò include abusi fisici e psicologici, condizioni disumane, fame deliberata e negazione di cure mediche, tutti fattori che hanno portato a numerose morti. Alcuni testimoni hanno anche descritto di aver subito o assistito a violenze e abusi sessuali. La trasformazione delle prigioni in una rete di campi di tortura fa parte dell’attacco coordinato del regime israeliano alla società palestinese, volto a smantellare la collettività palestinese. Si può consultare il rapporto completo: https://www.btselem.org/publications/202601_living_hell   Pressenza IPA
February 5, 2026
Pressenza
Sebahat Tuncel: La minaccia al Rojava continua
Sebahat Tuncel del TJA (Movimento delle donne) riferendosi agli attacchi al Rojava ha affermato: “Il pericolo continuerà finché la libertà e i diritti dei curdi non saranno legalmente garantiti”. L’Organizzazione provinciale di Smirne del Partito per l’Uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM) ha tenuto un dibattito presso la sede del patito dal titolo “Stiamo parlando del processo politico” con Sebahat Tuncel del Movimento delle donne libere (Tevgera Jinên Azad-TJA) come relatrice. Affermando che stanno attraversando un processo molto importante, Sebahat Tuncel ha affermato: “Gli sviluppi in Medio Oriente e in Turchia plasmeranno il futuro dei curdi e del Medio Oriente. Si parlerà molto del Medio Oriente nel prossimo periodo. Il manifesto presentato dal Leader il 27 febbraio definisce un programma che determina il futuro dei popoli del Medio Oriente. Il programma del 27 febbraio è importante per il prossimo periodo. Il prossimo periodo è il periodo dell’integrazione democratica e di una repubblica democratica. Questa è anche la liberazione del Medio Oriente. Il Rojava è stato coinvolto in questo processo fin dall’inizio. Non è indipendente dal processo qui”. L’unità nazionale curda è stata raggiunta Sebahat Tuncel, sottolineando che il decreto emesso a dicembre da Ahmed Shara, presidente dell’amministrazione istituita da HTS ha ignorato la volontà dei curdi ha dichiarato: “Gli attacchi erano un piano genocida contro i curdi. Quando Assad se ne andato, Shara e i curdi hanno firmato un accordo; ma cosa accadde poi che portò agli attacchi? L’accordo raggiunto a Parigi il 5 e 6 gennaio diede il via libera agli attacchi contro i curdi. La rivolta del popolo curdo in tutte e quattro le parti [del Kurdistan] ha sventato gli attacchi. L’unità nazionale curda è stata raggiunta nelle strade. Il pericolo non è ancora passato. Non dobbiamo dimenticare il ruolo del signor Öcalan in questo processo. Öcalan ha sviluppato una politica di vita, non una politica di morte. L’accordo è stato firmato il 30 gennaio. In tutti i negoziati, il signor Öcalan ha affermato che non ci si doveva fidare di nessuna potenza imperialista, ma piuttosto che ci si doveva fidare delle proprie forze. Abbiamo visto che le potenze imperialiste avrebbero… “sbarazzasi facilmente dei curdi. Ricordando che il pericolo non è passato, dobbiamo rafforzare la nostra organizzazione. I curdi hanno assunto una posizione comune contro gli attacchi. Questi attacchi non erano solo contro i curdi, ma anche contro la coesistenza dei popoli”. “Il pericolo continuerà finché la libertà e i diritti dei curdi non saranno legalmente garantiti”, ha affermato. L’assedio continua Richiamando l’attenzione sull’assedio in corso a Kobanê, Sebahat Tuncel ha dichiarato: “Sono necessari aiuti umanitari. Acqua ed elettricità sono state tagliate. Questo è un crimine contro l’umanità. L’assedio deve essere revocato il prima possibile e gli aiuti devono raggiungere la popolazione. Vedremo come l’accordo verrà attuato nel tempo. Le persone e le donne di quel luogo sono in pericolo. Pertanto, chiunque in Turchia sia a favore della pace e della democrazia deve continuare a mostrare solidarietà alla popolazione. In Medio Oriente, chi si organizza vince”. L'articolo Sebahat Tuncel: La minaccia al Rojava continua proviene da Retekurdistan.it.
February 5, 2026
Retekurdistan.it
Milano Cortina, Olimpiadi a consumo di suolo
Incalzata dalle associazioni ambientaliste e non (Libera in testa), Simico, la Spa a partecipazione pubblica a cui è affidata la realizzazione delle opere olimpiche, riporta il loro stato di attuazione nel portale Open Milano Cortina 2026. Chiariamo subito: non è affatto agile estrarre informazioni e il file scaricabile delle opere è criptico. Questo già limita la lettura. Con pazienza occorre aprire ogni scheda-progetto e scaricare i singoli dati: due pomeriggi di lavoro che scoraggiano chiunque. Consultato il 13 gennaio 2026, il sito è aggiornato al 31 ottobre 2025. Delle 98 opere, per 3,5 miliardi di euro, solo 56 sono state terminate, il 27,1% del valore totale; altre otto, per 216 milioni, non è dato sapere quando inizieranno e quando finiranno e infine 34 devono essere ancora terminate per un importo di 2,36 miliardi, il 66,8% del valore delle opere olimpiche gestite da Simico. Ma il grande imbarazzo sta nel fatto che ben 22 opere, per un valore totale di circa 1,8 miliardi, saranno cantierizzate addirittura dopo l’inizio delle Olimpiadi. Tutto normale? Possiamo dirci soddisfatti? Il Comitato olimpico internazionale sa di questi pochi e frammentati dati su Open Milano Cortina 2026? Li ha confrontati con il documento di candidatura? Inoltre sul portale, come noto, non sono riportate alcune mega opere come il villaggio olimpico di Milano e l’enorme arena Santa Giulia dove il Comune ha speso in fretta e furia altri milioni per fare strade temporanee che si sono rese necessarie per via dei ritardi dei lavori (perché non fanno capo a Simico). Vi è poi la questione ambientale, fiore all’occhiello della candidatura ma completamente muta nel sito di Simico. Zero tracce degli effetti ambientali delle opere, zero informazioni sul consumo di suolo, zero sull’emissione equivalente di CO2, zero sugli esboschi, zero sulla perdita di biodiversità, etc.. Come si può dire che queste sono Olimpiadi a impatto zero? La quota della spesa pubblica olimpica per opere che saranno cantierizzate dopo l’inizio delle Olimpiadi 2026 è del 51,7%. Alla faccia della legacy. Non c’è festa dello sport senza trasparenza su impatti ambientali e consumo di suolo Peraltro ben 57 opere (il 58,2% per il 20% della spesa) hanno balzato ogni tipo di Valutazione di impatto ambientale (Via); otto sono state giudicate con impatto negativo ma avviate ugualmente (169 milioni) e solo nove sono state sottoposte a Valutazione d’impatto ambientale (pari a 1,57 miliardi, il 44,5% del totale). Sul fronte delle opere “minori”, avviate in autonomia da Comuni, Regioni e altri enti, nulla si sa. Eppure anche loro hanno eroso bilanci pubblici, paesaggio, ambiente e suolo. E quale sarà la legacy (maledetta parola amata dai politici) sul fronte “immateriale”? Pubblicità, allestimenti temporanei, marketing, inviti, gettoni e spese per ospiti, comparsate, “vip”, politici. Quanti soldi? Poi milioni di costi “in kind” relativi all’uso di mezzi delle Pubbliche amministrazioni durante i giochi, edifici, depositi e aree pubbliche; i costi delle forze dell’ordine, del personale sanitario, degli staff dei volontari, etc.. Con quale diritto lo sport può permettersi di spendere e degradare l’ambiente senza darci conto? Dovremmo andarne orgogliosi? A fine anno il presidente Sergio Mattarella ha detto: “Lo sport ha contribuito alla crescita del Paese, a regalarci momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza. Così come accade sempre ascoltando risuonare l’inno italiano in una premiazione. Tutto questo si rinnoverà ancora una volta con i Giochi di Milano Cortina”. Basta davvero lo sport e il nostro inno alle Olimpiadi per dimenticare il diritto alla trasparenza e alla partecipazione, a conoscere in dettaglio le spese pubbliche e a fingere assenza di impatti ambientali e zero consumo di suolo? All’inno io piangerò. Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024) altreconomia
February 5, 2026
Pressenza
Febbraio, mese acceso per i difensori dei diritti umani
Il 6 febbraio 2026 lavoratrici e lavoratori portuali di almeno 21 scali tra Mediterraneo e Nord Europa incroceranno le braccia nello sciopero internazionale “I portuali non lavorano per la guerra”, opponendosi al traffico di armi, alla militarizzazione delle infrastrutture e ai piani di riarmo, intrecciando diritti del lavoro e responsabilità etica delle economie globali. Contemporaneamente, Medici Senza Frontiere (MSF) rischia di dover cessare le proprie attività nella Striscia di Gaza entro il 28 febbraio 2026, per il rifiuto di fornire alle autorità israeliane l’elenco dei propri operatori locali, imposto dalle nuove normative israeliane alle organizzazioni umanitarie. Due eventi diversi per forma e contesto, ma che convergono su più piani: entrambi hanno una dimensione internazionale e vedono come protagonisti difensori dei diritti umani, figure centrali per la tenuta democratica e sempre più esposte a processi di criminalizzazione. Nel mondo globalizzato di oggi, parlare di diritti umani e agire oltre i confini non significa “ficcare il naso negli affari altrui”, ma assumersi un impegno riconosciuto da strumenti giuridici internazionali e da pratiche consolidate di solidarietà transnazionale. Fare rete, agire nel proprio territorio in connessione con movimenti di resistenza altrove, significa rafforzarsi reciprocamente e imparare da chi affronta, in contesti diversi, difficoltà simili. Per difendere i diritti umani, si può sia restare a casa sia spostarsi all’estero: nessuna scelta è meno legittima dell’altra. AGIRE DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI: UNA FALSA DICOTOMIA Questo articolo nasce anche da una discussione accesa, ancora senza accordo, sulla contrapposizione tra chi agisce “dentro” e chi “fuori” dalle istituzioni. Un binomio diffuso, ma fuorviante. L’idea che il progresso dei diritti umani o della giustizia sociale possa essere ottenuto solo dall’interno delle strutture ufficiali o solo attraverso la pressione esterna non regge alla prova dei fatti. La storia mostra che trasformazioni profonde nascono dall’interazione tra azione interna ed esterna alle istituzioni. Nel Sudafrica dell’apartheid, la mobilitazione interna degli studenti di Soweto nel 1976 e le rivolte successive nei quartieri urbani si combinarono con campagne di boicottaggio e divestment promosse da reti civili all’estero, contribuendo a isolare il regime e a preparare la liberazione di Nelson Mandela. Questi esempi evidenziano come la resistenza possa assumere forme diverse — dal gesto quotidiano alla mobilitazione collettiva globale — e che nessuna singola strategia sia sufficiente da sola. L’esperienza storica mostra anche che chi difende diritti universali spesso rischia repressione e criminalizzazione, mentre mantiene aperto uno spazio di responsabilità sociale. Questo stesso principio guida oggi lavoratori portuali e i medici di msf, operatori umanitari, giornalisti come Linda Maggiori e volontari che, in contesti diversi, cercano di proteggere diritti e vite, intrecciando azioni locali e reti internazionali di solidarietà. Al cuore dello sciopero dei portuali c’è la volontà di trasformare i porti europei in spazi civili di pace, non in snodi per il transito di armi. Sui moli di Genova, Bilbao, Tangeri e di molti altri scali, le rivendicazioni salariali e di sicurezza sul lavoro si intrecciano con la richiesta che queste infrastrutture non alimentino il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, dove la popolazione palestinese è lasciata inerme, senza accesso al cibo, all’acqua potabile, alle medicine e ai carburanti, con enormi difficoltà nel sistema sanitario e sotto bombardamenti israeliani. Nel porto di Ravenna cittadini e difensori dei diritti umani, tra cui la giornalista Linda  Maggiori e l’avv. Andrea  Maestri, hanno denunciato la totale mancanza di trasparenza sul transito di armamenti e materiali pericolosi in Romagna, come nel caso della nave New Zealand diretta a Haifa. Esposizioni e accessi agli atti evidenziano che le autorità non forniscono informazioni preventive né controlli successivi, senza chiarire se siano rispettate le norme italiane sulle esportazioni di armamenti (legge 185/1990). Anche il progetto europeo Undersec, che coinvolge il porto di Ravenna e partner israeliani, è stato criticato per scarsa trasparenza. La reazione delle istituzioni resta difensiva, senza risposte né dati verificabili. > Se lo Stato non può garantire quante armi transitano dai porti, come può > garantire la sicurezza della popolazione durante il trasporto di materiali > pericolosi? In questo quadro, tra criminalizzazione del dissenso e mancanza di trasparenza, la pluralità delle forme di azione non è un limite, ma una risorsa. Non si tratta di relativismo o dispersione, ma del riconoscimento che nessuna pratica isolata è sufficiente a difendere diritti, cambiare contesti o mantenere aperto uno spazio di responsabilità collettiva. L’azione sociale non si esaurisce nell’associazionismo formale: attraversa scelte quotidiane, dal lavoro alle relazioni, gesti ordinari. Anche nel campo umanitario questa pluralità è evidente. MSF, una delle principali organizzazioni mondiali di assistenza medico-umanitaria, si trova oggi in una situazione critica a Gaza: la decisione israeliana di porre fine alle sue operazioni, a seguito della mancata presentazione degli elenchi del personale, riflette un uso delle normative denunciato dalle ong internazionali come minaccia alla sicurezza degli operatori e alla continuità dell’assistenza sanitaria. Nel 2025, MSF aveva condotto quasi 800.000 consultazioni ambulatoriali e assistito circa un terzo dei parti nella Striscia, oltre a gestire una quota significativa dei servizi ospedalieri. CHI SONO I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI Quando parlo di difensori dei diritti umani, non mi riferisco a figure mitiche o a “santi civili”, ma a persone comuni: cittadini, sindacalisti, giornalisti, contadini, insegnanti, lavoratori di ogni settore, poeti, popoli indigeni, volontari. Persone che, attraverso pratiche non violente, promuovono diritti fondamentali e rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Questo impegno è riconosciuto e tutelato da strumenti del diritto internazionale come ICCPR (1966), ICESCR (1966), CAT (1984), ICERD (1965), la Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998)¹ e, in Europa, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) con la sua Corte, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE. Esperienze come Operazione Colomba, la Global Sumud Flotilla o la testimonianza di Vittorio Arrigoni mostrano come la protezione civile dal basso e il monitoraggio partecipato, oltre a costruire ponti tra comunità locali e reti internazionali, siano fondamentali per proteggere e salvare vite di innocenti in contesti di conflitto e crisi. Eppure oggi queste figure sono sempre più criminalizzate. In Italia, proposte legislative come i cosiddetti ddl sicurezza e il ddl antisemitismo rischiano di colpire volontari, giornalisti e movimenti sociali. A livello globale, rapporti delle Nazioni Unite e osservatori indipendenti segnalano un aumento di persecuzioni e arresti arbitrari. In un clima di crescente criminalizzazione mediatica e giudiziaria, i difensori dei diritti umani restano l’ultimo argine contro la deriva autoritaria: sistemi che tradiscono la democrazia e scivolano verso forme di repressione tipiche dei regimi dittatoriali. I difensori dei diritti umani non sostituiscono le istituzioni, ma mantengono aperto uno spazio di responsabilità sociale, segnalano crepe nei sistemi giuridici e politici e riducono il costo umano del cambiamento. Dalla cittadinanza attiva alle reti territoriali, dal consumo critico alle campagne di boicottaggio, queste pratiche mostrano come le ingiustizie raramente derivino dall’assenza di leggi, ma più spesso dalla cattiva applicazione, dalla corruzione, dal conflitto d’interessi e dalla mancanza di trasparenza. Siamo in una fase storica di forti tensioni globali, attraversata da crescenti disuguaglianze economiche e da crisi che mettono a dura prova la tenuta democratica. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene circa tre quarti della ricchezza globale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 2%. Il rapporto di Oxfam Nel baratro della disuguaglianza (gennaio 2026) segnala inoltre che la ricchezza aggregata dei miliardari nel 2025 ha raggiunto livelli record, ampliando ulteriormente il divario tra ricchi e poveri e mettendo a rischio la stabilità delle società e la partecipazione democratica. In questo contesto di crescenti disuguaglianze e tensioni, ogni azione individuale o collettiva contribuisce a costruire il tessuto del cambiamento e del miglioramento sociale, tanto a livello locale quanto internazionale. È in questo tessuto che risiede la forza dei difensori dei diritti umani. E mentre il disaccordo su chi agisce “dentro” e chi “fuori” resta sospeso, la bussola rimane chiara: i diritti umani e la solidarietà guidano le nostre scelte, a prescindere dal punto di partenza e dalla modalità di lotta. Le idee e gli ideali sono immortali: anche quando chi li difende viene incarcerato, criminalizzato o ucciso da un sistema oppressivo, da leggi ingiuste e da un braccio armato che obbedisce ciecamente ai comandi di chi non si sporca le mani, di chi svende e inquina il proprio territorio mentre parla di patriottismo.  Sopravvive l’esempio di chi ha resistito e ciò che hanno seminato: una sete di giustizia che cambia forma, ma non si estingue. MARRICHIWEU! Per il popolo Mapuche significa: “per uno che cade, dieci si alzeranno”. Petizione: Fuori le armi da porti, ferrovie e aeroporti italiani  Campagna promossa da BDS Italia Nota a piè di pagina 1. La Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR, 1966), il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR, 1966), la Convenzione contro la tortura (CAT, 1984) e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (ICERD, 1965) riconoscono la legittimità dell’azione dei difensori dei diritti umani in gran parte del mondo. La CEDU, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE, permette ai singoli di rivolgersi alla Corte contro violazioni dei diritti fondamentali, come è avvenuto in Italia e Spagna per la protezione dalla discriminazione, la libertà religiosa o la tutela delle vittime di traffico umano. In contesti come Russia e Turchia, la Corte ha contribuito a difendere libertà di espressione e protezione dalle discriminazioni, mostrando quanto sia prezioso questo livello aggiuntivo di tutela. La Russia, sospesa dal Consiglio d’Europa dal 2022, non ha più accesso a questo strumento. Valentina Fabbri Valenzuela
February 5, 2026
Pressenza
#nomuos FRANA DI #NISCEMI E INSTALLAZIONI MILITARI USA: IL SILENZIO DEI MEDIA La presenza di una delle principali infrastrutture per le telecomunicazioni militari statunitensi, che ha un notevole impatto sul territorio dal punto di vista della desertificazione e idrogeologico, è sconosciuta ai più. L’emissione di onde elettromagnetiche da parte di questi sistemi da tempo allarma gli abitanti di Niscemi e diversi scienziati. https://www.telecolor.net/2026/02/frana-di-niscemi-e-installazioni-militari-usa-il-silenzio-dei-media/
February 5, 2026
Antonio Mazzeo
Figen Yüksekdağ invia un messaggio di solidarietà all’ESP
L’ex co-presidente di HDP Figen Yüksekdağ, che ha inviato un messaggio di solidarietà al Partito socialista di Turchia (ESP) che sta affrontando pressioni e detenzioni in carcere, ha affermato: “La speranza, la resistenza e la verità degli oppressi, dei lavoratori, delle donne e dei giovani non possono essere spezzate dalle detenzioni, dalla violenza fascista e dalle operazioni di epurazione”. A seguito alle operazioni contro il Partito socialista degli oppressi (ESP), l’Assemblea socialista delle donne (SKM), la Federazione delle associazioni giovanili socialiste (SGDF), l’Agenzia Etkin Haber (ETHA), DİSK/Limter-İş, Polen Ekoloji e BEKSAV, che hanno portato alla detenzione di 92 persone, l’esponente politica incarcerato Figen Yüksekdağ, ex co-presidente del Partito democratico dei popoli (HDP), ha inviato un messaggio di solidarietà all’ESP dal carcere di tipo F di Kandıra. Il messaggio di Figen Yüksekdağ recita quanto segue: “Il co-presidente dell’ESP, Sig. Murat Çepni, i dirigenti del partito e delle province, i membri e i dirigenti delle Assemblee Socialiste delle Donne, SGDF, BEKSAV, Agenzia Etkin Haber, DİSK/LİMTER-İş, i rappresentanti e gli attivisti di Polen Ecology sono l’orgoglio dei nostri popoli in Turchia e Kurdistan e gli incrollabili difensori della lotta unita, della fratellanza e della pace democratica dei nostri popoli. I nostri compagni sono rappresentanti della linea socialista che hanno subito innumerevoli attacchi e operazioni mentre svolgevano questo compito onorevole ma difficile, e che non hanno esitato a pagarne il prezzo. La speranza, la resistenza e la verità degli oppressi, dei lavoratori, delle donne e dei giovani non possono essere spezzate da detenzioni, violenza fascista e operazioni di liquidazione. La storia e la vita testimoniano che, anche se i nostri rami vengono spezzati mille volte, siamo tra coloro che sanno come fiorire e dare di nuovo frutto. Lasciamo Insieme, cresciamo e rafforziamo questa resistenza. Invito tutti i soggetti coinvolti nella lotta per la libertà, il lavoro, la democrazia, i giovani, le donne e l’ecologia a mostrare una solidarietà attiva e a schierarsi al fianco dei socialisti. Con saluti e affetto.” L'articolo Figen Yüksekdağ invia un messaggio di solidarietà all’ESP proviene da Retekurdistan.it.
February 5, 2026
Retekurdistan.it
Spyros Kontoulis, AEK Atene e Resistenza
Valerio Moggia ricorda la figura del calciatore e partigiano nella Resistenza greca al nazifascismo, un eroe in gran parte dimenticato del calcio ellenico ed europeo. AEK Atene e antifascismo vanno di pari passo, con diverse simbologie e messaggi di sinistra che compaiono nella curva occupata dagli Original 21, la tifoseria più politicamente schierata di Grecia. Radici che affondano nella storia
February 5, 2026
La Bottega del Barbieri
(IN)SICUREZZA: IL CONSIGLIO DEI MINISTRI VARA 62 ARTICOLI TRA DL E DDL CONTRO CHI MANIFESTA
Via libera del Consiglio dei Ministri, nel tardo pomeriggio di giovedì 5 febbraio, al cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che la destra matura da mesi, con un’accelerazione dopo la strumentalizzazione mediatica seguito al corteo nazionale di Torino per Askatasuna e contro il governo Meloni, con almeno 50mila persone in piazza nel capoluogo piemontese. In quel corteo, almeno 45 manifestanti sono stati soccorsi da operatori di primo soccorso per le violenze – silenziate – dalla polizia. Sono soprattutto ustionati, contusi e intossicati da gas lacrimogeni, sparati a centinaia in Vanchiglia. Nel bilancio fornito da Askatasuna vengono indicate anche 2 persone portate via dalla polizia, di cui una “apparentemente priva di coscienza”, e una persona soccorsa dopo “ripetuti colpi di manganello” che avrebbe riportato contusioni a spalla, polsi, gamba e testa, ed era in stato confusionale. Di tutto questo non c’è traccia nei media mainstream nè nelle parole della politica di palazzo. Scatenata invece la canea contro chi manifesta, contro cui il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge e un disegno di legge, per un totale di ben 62 articoli. Rinviato invece, per contrasti interni, il terzo provvedimento, quello contro i migranti. Tornerà la prossima settimana. In attesa di potere entrare nei dettagli del testo (in) sicurezza oltre i titoli lanciati da Piantedosi in conferenza stampa, abbiamo raccolto un primo commento con Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Ascolta o scarica
February 5, 2026
Radio Onda d`Urto
#stopthegenocideingaza🇵🇸 #Agrigento, venerdì 6 febbraio alle ore 17, in collaborazione con il Centro Pasolini, incontreremo Antonio Mazzeo. Insegnante, pacifista, é stato componente dell’equipaggio “Handala” - Freedom Flotilla Coalition. Con Mazzeo parleremo di riarmo, di aggressione del territorio a fini strategici militari, di Palestina e capitalismo bellico. Arci "John Belushi" Agrigento
February 5, 2026
Antonio Mazzeo