Lettera al prefetto di Trieste su rischio nucleare
Pubblichiamo la lettera al prefetto di Trieste depositata il 16 ottobre, dopo la conferenza stampa del Coordinamento No Green Pass e Oltre  tenutasi in Piazza Unità alle 11.00. La lettera rientra nella mobilitazione nazionale lanciata dall’associazione PeaceLink. Al Prefetto di Trieste Commissario del Governo Piazza dell’Unità d’Italia 8 Oggetto: richiesta di incontro e di informazioni sui piani di protezione civile e di soccorso sanitario in caso di guerra nucleare. Egregio Signor Prefetto, Le scriviamo per esprimere profonda preoccupazione in merito all’esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon. Tale esercitazione NATO è più che prevedibile che innescherà, come contromisura, un’analoga esercitazione nucleare da parte della Russia, con un pericoloso targeting dei bersagli da colpire sul territorio NATO, compresa l’Italia. Le conseguenze di un eventuale conflitto nucleare sarebbero apocalittiche. Ed è per questo che Le scriviamo chiedendole cortesemente di far giungere questa nostra profonda preoccupazione al Governo Italiano. La nostra preoccupazione è condivisa da tutti i cittadini del nostro territorio che in queste ore stanno firmando la campagna “Stop Steadfast Noon” di cui su www.peacelink.it può trovare ampia documentazione. Il Suo diretto interessamento è fondamentale per l’alta rilevanza che una eventuale guerra nucleare potrebbe assumere per l’intera popolazione. Vi sono alcuni aspetti che teniamo a sottolineare. L’esercitazione Steadfast Noon addestra alla guerra nucleare L’esercitazione NATO “Steadfast Noon”, prevista ogni anno a ottobre con la partecipazione di numerosi velivoli e personale militare, è ufficialmente descritta come un’attività di deterrenza in cui si addestra il personale all’impiego di armi nucleari, pur senza utilizzarne di reali. Riteniamo che, per quanto simulata, un’esercitazione di questo tipo sia finalizzata ad addestrare concretamente alla guerra nucleare e contribuisca a normalizzare anche la percezione pubblica di scenari di conflitto atomico. La NATO non esclude il “first use” La dottrina dell’Alleanza Atlantica continua a riservarsi la possibilità di un primo uso (“first use”) delle armi nucleari, come confermato in documenti ufficiali. Questa impostazione, lungi dal ridurre il rischio, mantiene aperta la possibilità di un’escalation nucleare, in presenza di una deliberata politica di cosiddetta “ambiguità strategica”, con conseguenze catastrofiche per la popolazione civile. Non meno pericolosa è la dottrina della Russia. Armi nucleari in Italia L’Italia ha ratificato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare con la legge 24 aprile 1975, n. 131, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 113 del 30 aprile 1975. L’articolo II del Trattato stabilisce che «ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari». Eppure, in Italia sono presenti armi nucleari statunitensi, stimate in diverse decine di bombe B61-12, dislocate presso la base di Aviano (Pordenone) e la base di Ghedi (Brescia). La crisi di Kaliningrad Il 18 agosto 2026 vi è stata una esercitazione NATO senza preavviso, che è stata percepita da Mosca come una simulazione di isolamento dell’enclave di Kaliningrad. Il presidente russo ha detto che prenderebbe in considerazione l’uso di “tutti i tipi di armi” se l’enclave di Kaliningrad diventasse obiettivo militare, ribadendo che Mosca “non ha intenzione di attaccare nessuno”. (Euronews 2/10/2026) L’allarme degli scienziati Nel 2026 l’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) del Bulletin of the Atomic Scientists segna 85 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino alla fine del mondo simbolica mai registrato nella storia di questo orologio. Un inquietante precedente Nel marzo del 1989, il governo della Germania Ovest si rifiutò di eseguire un finto attacco nucleare durante l’esercitazione NATO. Secondo quanto riportato da fonti storiche e giornalistiche come il Der Spiegel, il governo tedesco-occidentale bloccò la simulazione dopo aver appreso che il piano prevedeva il sacrificio di un numero elevato di cittadini. L’esercitazione nucleare fu stoppata. Ed è quello che chiediamo anche alla luce della totale assenza di informazione circa le perdite civili. Tanto premesso passiamo alla nostra richiesta. Chiediamo di conoscere i piani di emergenza per la popolazione in caso di guerra nucleare. Alla luce di quanto sopra, Le chiediamo formalmente: *  se esistono piani di emergenza provinciali e comunali specificamente predisposti per scenari di guerra nucleare e destinati alla tutela della popolazione civile; *  se è prevista un’informazione preventiva per la popolazione; * di poter ricevere tale informazione preventiva a protezione della popolazione. Facciamo presente che gli effetti catastrofici della catena di conseguenze originate anche sul lancio di una sola arma nucleare tattica sono state già analizzate dall’Università di Princeton con uno scenario a dir poco apocalittico. Richiesta di incontro Come cittadini impegnati nei movimenti per i diritti civili e la pace, richiediamo di essere ricevuti dal Signor Prefetto per presentare formalmente le nostre preoccupazioni – da comunicare ufficialmente al Governo Italiano – e per ottenere risposte scritte ai quesiti sopra indicati. Dell’iniziativa viene informata la stampa, e pertanto attribuiamo particolare importanza all’attenzione che il Signor Prefetto vorrà riservare a una questione vitale che riguarda la sicurezza e la vita di tutti i cittadini e delle future generazioni. In attesa di un cortese riscontro, porgiamo distinti saluti. Trieste, 13 ottobre 2026 A nome del Coordinamento No Green Pass e Oltre (nogreenpasstrieste@riseup.net) Marco Bertali Patrizia Biasini Alessandro Capuzzo Tito Detoni Pierumberto Starace Pamela Volpi Redazione Friuli Venezia Giulia
October 19, 2026
Pressenza
Piazza della Libertà a Trieste: sicurezza pubblica, volontariato e diritti costituzionali (terza parte)
Continua dalla seconda parte. Sul piano sovranazionale, merita attenzione anche l’articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la libertà di riunione pacifica e di associazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sottolineato che le restrizioni alle riunioni pacifiche devono rispondere a un’esigenza sociale imperiosa ed essere proporzionate allo scopo perseguito. Nella sentenza Kudrevičius e altri contro Lituania, del 15 ottobre 2015, la Grande Camera ha affrontato il rapporto tra libertà di manifestazione, interferenze con la circolazione e margine di apprezzamento delle autorità nazionali. La giurisprudenza convenzionale non esclude che una manifestazione possa essere limitata quando provochi gravi interferenze con i diritti altrui. Esige però che la risposta pubblica sia giustificata dalle circostanze concrete e non da un’automatica prevalenza delle esigenze di ordine pubblico su ogni altra libertà. Nella vicenda di Piazza della Libertà emerge inoltre un problema che supera il perimetro della disciplina delle manifestazioni: il rapporto tra marginalità, immigrazione e sicurezza urbana. La presenza di persone migranti, richiedenti protezione internazionale o prive di un alloggio adeguato non costituisce, di per sé, una minaccia per la sicurezza pubblica. L’articolo 3 della Costituzione impone il rispetto del principio di eguaglianza e vieta discriminazioni arbitrarie. L’articolo 10, terzo comma, riconosce il diritto d’asilo nei termini stabiliti dalla Costituzione, mentre l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Anche gli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo assumono particolare importanza quando le condizioni materiali di persone vulnerabili espongano a rischi per la vita o a trattamenti inumani o degradanti. La gestione delle persone migranti e senza dimora richiede pertanto politiche capaci di coniugare sicurezza, accoglienza, assistenza sanitaria, servizi sociali e accesso alle procedure di protezione internazionale. Se una piazza diventa stabilmente il luogo nel quale si concentrano bisogni umanitari non soddisfatti, il problema non può essere risolto esclusivamente attraverso ordinanze, controlli e limitazioni orarie. Occorre interrogarsi sulle condizioni strutturali che determinano quella concentrazione: la disponibilità di strutture di accoglienza, l’accessibilità dei servizi, la tempestività delle procedure amministrative e l’effettiva capacità delle istituzioni di intercettare le situazioni di vulnerabilità. È proprio in questa prospettiva che considero necessario riconoscere il valore del lavoro svolto dai volontari della Piazza del Mondo. Non perché le loro iniziative debbano sottrarsi al rispetto delle regole, ma perché il loro intervento rende visibili bisogni che altrimenti rischierebbero di restare senza risposta. Un ordinamento democratico deve saper distinguere tra comportamenti individuali che costituiscono un pericolo concreto e situazioni di marginalità che richiedono protezione sociale. Confondere i due piani significa rischiare di trasformare la vulnerabilità in un problema di ordine pubblico. Resta inoltre una questione di trasparenza amministrativa. Per una valutazione giuridica completa del provvedimento del 14 ottobre sarebbe necessario acquisirne il testo integrale, verificare la precisa formulazione delle prescrizioni, la loro durata, i destinatari e gli eventuali rimedi indicati. L’accesso alla documentazione amministrativa può essere valutato alla luce degli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, ove sussistano i relativi presupposti, nonché delle forme di accesso civico previste dall’articolo 5 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, nel rispetto delle eccezioni e dei limiti applicabili. Senza tali elementi, affermare categoricamente che l’atto sia illegittimo sarebbe giuridicamente prematuro. Sarebbe però altrettanto improprio considerare ogni limitazione automaticamente legittima per il solo fatto di essere stata adottata da un’autorità di pubblica sicurezza. La legalità amministrativa richiede motivazioni verificabili, rispetto delle competenze, corretta individuazione dei presupposti normativi e possibilità di sindacato giurisdizionale. La vicenda di Piazza della Libertà pone infine una domanda che considero centrale per il futuro di Trieste: quale modello di sicurezza urbana intendiamo costruire? Una città sicura non è necessariamente una città nella quale le persone più fragili diventano meno visibili. È una città nella quale i comportamenti pericolosi vengono contrastati, i diritti di tutti sono rispettati e le istituzioni assumono la responsabilità di affrontare le cause sociali delle situazioni di marginalità. La sicurezza non può essere contrapposta alla solidarietà come se si trattasse di valori reciprocamente incompatibili. Entrambe possono concorrere alla tutela della dignità umana, purché l’esercizio del potere pubblico rimanga entro i confini della legalità costituzionale. Per questo ritengo che la questione non debba essere ridotta a uno scontro tra Questura e volontari. È necessario un confronto istituzionale trasparente, fondato su dati verificabili, sulle esigenze concrete del territorio e sul riconoscimento dell’utilità sociale dell’assistenza umanitaria. Piazza della Libertà non dovrebbe diventare il simbolo di una contrapposizione permanente tra ordine pubblico e diritti fondamentali. Potrebbe invece rappresentare il luogo nel quale Trieste dimostra di saper governare una realtà complessa senza rinunciare ai principi costituzionali. Perché la misura della civiltà giuridica di una comunità non si riconosce soltanto dalla sua capacità di far rispettare le regole, ma anche dal modo in cui quelle regole vengono applicate nei confronti di chi dispone di meno strumenti per difendere i propri diritti. Valeria Sirigu
October 19, 2026
Pressenza
Piazza della Libertà a Trieste: sicurezza pubblica, volontariato e diritti costituzionali (seconda parte)
Continua dalla prima parte. In quest’ultima ipotesi emergerebbero questioni ulteriori, riguardanti non soltanto la libertà di riunione, ma anche la libertà di circolazione, la libertà di associazione e l’autonomia delle attività solidaristiche. L’articolo 16 della Costituzione tutela la libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini, ammettendo limitazioni generali stabilite dalla legge per motivi di sanità o sicurezza. L’articolo 18 riconosce la libertà di associazione, mentre l’articolo 2 afferma il principio di solidarietà politica, economica e sociale. A tali disposizioni si aggiunge l’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, che impone alle istituzioni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Il volontariato non è quindi una presenza estranea all’architettura costituzionale. Al contrario, rappresenta una delle modalità attraverso le quali il principio solidaristico assume concretezza nella vita collettiva. Il decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, recante il Codice del Terzo settore, riconosce espressamente il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo settore, dell’associazionismo e dell’attività di volontariato. In particolare, gli articoli 5 e 17 assumono rilievo rispettivamente per le attività di interesse generale e per la disciplina dell’attività volontaria. Naturalmente, il riconoscimento costituzionale e legislativo della solidarietà non attribuisce alle associazioni un’esenzione generale dalle norme sull’ordine pubblico. Impone, però, che eventuali restrizioni siano fondate su presupposti giuridici appropriati e non sulla semplice circostanza che l’attività assistenziale richiami persone in condizioni di marginalità. Proprio su questo punto interviene la comunicazione trasmessa via PEC il 16 ottobre 2026 dalla presidente di Linea d’Ombra ODV, Lorena Fornasir, alla Questura di Trieste. Nella lettera, l’associazione manifesta profonda incomprensione rispetto alla scelta di limitare la propria presenza in Piazza della Libertà a due ore giornaliere, sottolineando che l’assistenza viene prestata da circa sette anni in maniera spontanea e non programmata, secondo i bisogni delle persone incontrate. La presidente osserva che le necessità umanitarie non si manifestano esclusivamente tra le ore 18 e le ore 20 e chiede di poter riprendere l’attività, ove necessario, proponendo la fascia compresa tra le ore 19 e le ore 22, ritenuta maggiormente compatibile con le esigenze operative dell’associazione. Alla comunicazione risultano allegati i moduli TULPS relativi alla settimana dal 19 al 25 ottobre. Questa lettera rappresenta un documento particolarmente significativo perché introduce una questione che non può essere trascurata nell’analisi della proporzionalità: l’assistenza umanitaria, soprattutto quando è rivolta a persone prive di una dimora stabile, non segue necessariamente orari predeterminati. Chi arriva in una città dopo un lungo viaggio, chi necessita di indumenti, orientamento o sostegno immediato, non può sempre programmare il proprio bisogno sulla base delle fasce orarie stabilite per una manifestazione. Da ciò non deriva automaticamente l’illegittimità di una prescrizione amministrativa. Deriva, piuttosto, la necessità di distinguere l’organizzazione di un presidio pubblico dall’ordinaria attività di assistenza svolta da singoli volontari o da un’associazione. È una distinzione che dovrebbe essere chiarita anche dall’amministrazione, per evitare che prescrizioni riguardanti una manifestazione vengano interpretate come un divieto indistinto di solidarietà. Sotto il profilo amministrativo, il principio di proporzionalità costituisce uno dei parametri fondamentali per valutare la legittimità delle limitazioni ai diritti. Esso trova riconoscimento nell’ordinamento europeo, anche attraverso l’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nei limiti del suo ambito di applicazione, ed è consolidato nell’elaborazione giurisprudenziale relativa all’esercizio dei poteri pubblici. La proporzionalità richiede, in sostanza, che una misura sia idonea al perseguimento dello scopo legittimo, necessaria rispetto alle alternative concretamente disponibili e non eccessivamente gravosa rispetto al beneficio pubblico perseguito. Per valutare il provvedimento triestino occorrerebbe dunque conoscere quali specifici episodi abbiano giustificato le restrizioni, quale relazione sia stata individuata tra tali episodi e l’iniziativa comunicata, e perché eventuali strumenti meno limitativi siano stati considerati insufficienti. Il riferimento generico a pregresse criticità non consente, da solo, di risolvere questi interrogativi. La sufficienza della motivazione deve essere valutata esaminando l’intero atto e gli eventuali elementi istruttori sui quali esso si fonda. L’articolo prosegue nella “terza parte”. Valeria Sirigu
October 18, 2026
Pressenza
Piazza della Libertà a Trieste: sicurezza pubblica, volontariato e diritti costituzionali (Prima parte)
Piazza della Libertà, a Trieste, non è soltanto uno spazio urbano antistante la stazione ferroviaria. È diventata, nel corso degli anni, uno dei luoghi più emblematici delle contraddizioni che attraversano le politiche migratorie, la gestione della marginalità sociale e il rapporto tra sicurezza pubblica e diritti fondamentali. È una piazza nella quale convivono persone in transito, cittadini, operatori economici e volontari che quotidianamente cercano di offrire un sostegno concreto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità. Frequentando personalmente la Piazza del Mondo e conoscendo l’impegno di chi vi presta assistenza, considero particolarmente importante affrontare quanto sta accadendo senza cedere né alla retorica securitaria né a una rappresentazione semplicistica della solidarietà. La sicurezza costituisce un interesse pubblico legittimo e meritevole di tutela, ma non può trasformarsi in una giustificazione generica per comprimere libertà costituzionalmente garantite. Allo stesso modo, l’attività solidale non può essere considerata, per la sua sola natura, incompatibile con la tutela dell’ordine pubblico. La vicenda assume particolare rilievo alla luce del provvedimento adottato dal Questore della Provincia di Trieste il 14 ottobre 2026, identificato nella documentazione disponibile con la classificazione Cat. A4/GAB./2026, riguardante un presidio comunicato dall’associazione Linea d’Ombra ODV per le giornate del 17 e 18 ottobre, dalle ore 19 alle ore 21, in Piazza della Libertà. Secondo quanto emerge dalla prima pagina del provvedimento, l’iniziativa, per la quale era prevista la partecipazione di circa venti persone, aveva la finalità dichiarata di «fornire assistenza e supporto alle persone che versano in condizioni di grave difficoltà, vulnerabilità e/o marginalità sociale». Un elemento che merita particolare attenzione è proprio la qualificazione dell’iniziativa: non si trattava, almeno secondo quanto riportato nel preavviso richiamato dall’autorità, di una manifestazione caratterizzata da rivendicazioni violente o da finalità incompatibili con l’ordinamento democratico, bensì di un presidio collegato all’assistenza umanitaria. Il Questore, nelle premesse dell’atto, richiama tuttavia il significativo incremento dell’afflusso di persone nelle aree del centro cittadino durante le giornate e le fasce orarie interessate. Vengono inoltre menzionate pregresse criticità e turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica, nonché la necessità di garantire il regolare svolgimento delle attività economiche, della socialità, della libera circolazione e delle iniziative pubbliche. Sono esigenze che l’ordinamento certamente riconosce. La questione giuridica, tuttavia, non consiste nello stabilire se la sicurezza debba essere tutelata, bensì nel verificare se le limitazioni concretamente imposte siano necessarie, adeguatamente motivate e proporzionate rispetto ai rischi effettivamente riscontrati. La ricostruzione degli ultimi anni evidenzia, del resto, una progressiva stratificazione di interventi amministrativi nell’area della stazione ferroviaria. Nel giugno 2022 Piazza della Libertà era stata interessata da un’ordinanza comunale cosiddetta antivetri. Nell’ottobre 2024 erano state introdotte ulteriori limitazioni relative alla vendita e al consumo di bevande e alla detenzione di contenitori in vetro o alluminio. Nei primi mesi del 2025 la piazza era stata ricompresa nell’ambito delle misure prefettizie comunemente indicate come zone rosse, accompagnate da controlli rafforzati e, nelle condizioni previste, dalla possibilità di allontanamento di determinati soggetti. Si tratta di provvedimenti differenti per autorità emanante, presupposti, destinatari ed effetti giuridici, e sarebbe pertanto improprio considerarli un unico regime restrittivo. La loro successione, tuttavia, solleva un interrogativo politico e amministrativo: fino a che punto la gestione delle marginalità sociali può essere affidata prevalentemente a strumenti di controllo dello spazio pubblico? La risposta deve necessariamente partire dalla Costituzione. L’articolo 17 riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni in luogo pubblico è previsto il preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Il preavviso, disciplinato dall’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, non equivale a una richiesta di autorizzazione. Questa distinzione è fondamentale: il diritto di riunione non nasce da una concessione dell’autorità amministrativa, ma direttamente dalla Costituzione. Il potere pubblico può intervenire nei limiti consentiti dall’ordinamento, senza trasformare il preavviso in un meccanismo di autorizzazione preventiva. Nel documento del 14 ottobre vengono espressamente richiamati l’articolo 17 della Costituzione, l’articolo 18 e seguenti del TULPS e l’articolo 21 del relativo regolamento di esecuzione, approvato con regio decreto 6 maggio 1940, n. 635. Occorre però precisare un limite documentale essenziale: la fotografia disponibile mostra soltanto la prima pagina del provvedimento e non la sua parte dispositiva. Non è quindi possibile ricostruire integralmente le prescrizioni effettivamente impartite, né stabilire con certezza se il Questore abbia disposto un divieto, una limitazione temporale o specifiche modalità di svolgimento del presidio. La distinzione non è meramente formale: un conto è disciplinare una manifestazione pubblica per prevenire rischi concreti; altro conto sarebbe introdurre, attraverso un provvedimento relativo a un presidio, un divieto generalizzato di permanenza nella piazza o di svolgimento di attività assistenziali spontanee. Continua nella seconda parte. Valeria Sirigu
October 18, 2026
Pressenza
One Soul. Memorie di casa, guerra e ciò che rimane
Ieri sera, al “Circolo culturale e politico Antonio Gramsci” di Decimomannu (CA), un evento di ordinaria/straordinaria umanità e solidarietà, che unisce Gaza alla Sardegna, alla Francia e all’Olanda, per la presentazione del libro di Mohammed Mohammed Eldeeb, One Soul. La serata è stata introdotta da Ottavio Schirru, presidente del “Circolo Politico e Culturale A. Gramsci” di Decimomannu. Nel saluto iniziale ha ricordato la funzione culturale dell’associazione che lo gestisce, di apertura, di confronto. La conduzione dell’incontro è stata affidata a Brice Crudina, insegnante e poeta e Luisa Mura. Si entra nel vivo con la visione del video preparato da Gaza dal protagonista assoluto dell’incontro, Mohammed Mohammed Eldeeb, che presenta il suo lavoro: il libro di poesie ed immagini da Gaza ideato e realizzato da lui stesso. «One Soul. Memorie di casa, guerra e ciò che rimane. Una storia di sopravvivenza, speranza e luce nei luoghi più oscuri” – si legge sulla copertina del libro. Di seguito, la lettura di uno dei primi struggenti testi che descrivono la sofferenza della condizione di chi ha perso casa e affetti sotto le bombe dell’esercito dello stato genocida di Israele, ma non si rassegna e crede ancora in un futuro per la sua persona, la sua famiglia, il suo popolo. Alcuni versi del testo, Quando il tempo smise di muoversi, ai quali ha dato voce Mara Boi: «…Quello che avevamo era sopravvivenza: nuda, esposta, dolorante. Quello che avevamo era l’uno l’altro. Ma perfino “l’uno l’altro” cominciò a sembrare fragile quando il tempo stesso si rifiutò di muoversi. Fu allora che capii: alcune guerre distruggono gli edifici. La nostra distrusse il tempo…». Nicoletta, intervistata da Luisa Mura, è stata l’artefice di questa straordinaria storia di solidarietà. È dall’incontro di Nicoletta Congiu e di suo marito Alessio Ortu con Mohammed, e con le sue amiche Johanna Casanova e Ronne Welleman, che nasce questa storia. Precedentemente Nicoletta aveva reso possibile la pubblicazione di un’antologia poetica di diversi autori per Gaza, L’inferno e il silenzio. Grida di dolore inascoltate, G.C.L. Edizioni, 2025, presentato in questa stessa sede l’anno scorso, il cui ricavato della vendita è stato devoluto per intero all’”Associazione Amicizia Sardegna Palestina”. Nicoletta ha spiegato come è nato questo progetto e la sua collaborazione per rendere possibile la pubblicazione italiana del libro di Moahammed. La presenza delle amiche/sorelle di Moahammed provenienti dall’Olanda e dalle Francia ha arricchito la serata, facendo di una cittadina della Sardegna il punto d’incontro di mondi diversi, ma uniti dall’impegno di rendere giustizia a un popolo martoriato e di dare speranza alla realizzazione del sogno di un giovane di Gaza che vuole studiare all’estero, per poi poter vivere degnamente la sua vita col suo lavoro. La serata  è terminata con il collegamento da Gaza con Mohammed, che ha saluta commosso tutti i presenti, ringraziato Nicoletta, Johanna e Ronne e chiamatoa salutarci la sua intera famiglia con i bambini e le bambine in primo piano. Grazie anche alla traduzione dall’inglese di William Lai e Dominick Tompkins, abbiamo potuto comprendere meglio gli interventi di Johanna e Ronne e le parole di Mohammed. Una serata che ha emozionato le persone presenti, che generosamente hanno acquistato il libro One Soul, il cui ricavato andrà per intero all’autore e potrà in qualche modo supportare e, speriamo rendere possibile, il desiderio di Mohammed di continuare a studiare e perfezionare le sue conoscenze e continuare a sperare in un futuro migliore.     Pierpaolo Loi
October 18, 2026
Pressenza
La rete dei “Fornelli resistenti” propone un appello al Questore e al Prefetto di Trieste
Pubblichiamo l’appello della Rete dei Fornelli resistenti a seguito della decisione della Questura di Trieste di limitare le attività dei volontari che svolgono assistenza (cure e cibo) ai migranti che arrivano nella città giuliana che impone che l’attività sia consentita solo dalle 18 alle 20 (previa comunicazione alla Questura stessa) e vietata nei weekend. Come Rete dei Fornelli Resistenti, come attiviste e attivisti della Cura come atto politico, promuoviamo questa raccolta di adesioni alla lettera indirizzata al Questore e al Prefetto di Trieste, per chiedere una revisione delle SPROPORZIONATE disposizioni che limitano giorni e orari in cui è possibile prestare assistenza alle persone migranti che raggiungono Piazza della Libertà. Trovate in calce il link Invitiamo tutte le persone che condividono questo appello a sottoscrivere compilando il modulo, con preghiera di INSERIRE NOME E COGNOME DOVE RICHIESTO. https://forms.gle/B3cxeLaw44bZ9j3q8 Redazione Friuli Venezia Giulia
October 18, 2026
Pressenza
Finalmente! L’Italia è in movimento
L’Italia è in movimento. Come nell’autunno dello scorso anno, le piazze tornano a riempirsi. Oggi però con più rabbia e più determinazione. Le questioni sociali hanno ormai fatto irruzione sulla scena e si stanno prendendo il palcoscenico che meritano. Ma senza dimenticare la corsa al riarmo innescata dall’Unione Europea e […] L'articolo Finalmente! L’Italia è in movimento su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
Milano, piazza Duomo. Prima di tutto capire
16 giugno 2025, 17 ottobre 2026: dopo oltre 16 mesi di presenza in piazza Duomo per la Palestina, per la prima volta non abbiamo potuto disporci come abbiamo sempre fatto. Piazza Duomo e dintorni erano impraticabili e tirar fuori delle bandiere palestinesi sarebbe stato del tutto controproducente. Siamo arrivati poco prima delle 18 come facciamo tutti i giorni. La sorpresa è stata per tutti e tutte noi. Personalmente sono arrivato da piazza Scala, dalla Galleria, e mi sono ritrovato una carica della polizia che entrava in Galleria, con la gente, un misto di turisti e ragazzi che mi arrivavano addosso. Arrivato in piazza sono andato nel punto dove sempre ci raccogliamo per essere visibili. La piazza era svuotata, vicino a me andavano e venivano ragazzini, tutti vestiti di nero, quasi tutti maschi, dall’aspetto in gran parte di “seconda generazione”. Lanciavano pietre, dall’altra parte cariche che difficilmente li raggiungevano. I ragazzini scappavano via per poi tornare avanti. Tutto intorno alla piazza passanti e turisti mediamente incuriositi dall’assistere a quello che stava avvenendo. Direi che i momenti più pericolosi erano quando la folla indistinta scappava via rischiando di fare e farsi male. I ragazzi erano sicuramente i più veloci e sembrava davvero di assistere ad un gioco del gatto col topo, dove i topi erano tanti, sparpagliati e velocissimi. Non sapevo nulla del corteo avvenuto prima, non sapevo come fosse iniziato il tutto, pare che la pessima gestione della piazza da parte della polizia sia iniziata lì, certo questi ragazzi che erano parte del corteo non sono corsi a casa a cambiarsi di vestito. Dico quindi le mie impressioni, del tutto soggettive, rispetto a quello a cui ho assistito con i miei occhi e con la mia gola che ha più volte sofferto per i tanti lacrimogeni. C’è di fondo la rabbia in questi ragazzi, ma ho visto anche tanta eccitazione e divertimento in quello che facevano. Erano gruppi di amici, che si muovevano a gruppetti, chiamandosi per nome, con la voglia di trovare qualsiasi cosa che si potesse lanciare. Noi della piazza quotidiana, eravamo raccolti vicini alle colonne, altri sparsi altrove. Attoniti, ma le nostre “storie in piazza” facevano sì che non si fosse spaventati. Si cercava di capire. In me, la sete di sapere e di capire si mescolava alla tristezza. Una cosa è certa: questi ragazzi hanno diritto a spazi sociali e di aggregazione, le periferie sono abbandonate, a disagio si somma disagio, case popolari decrepite, scuole fatiscenti, solo centri commerciali dove si è vittime e promotori di un consumismo asfissiante. Da parte nostra dovremo cercare le occasioni per conoscerli meglio, ascoltarli e discutere insieme. La speranza è che cresca il loro livello di coscienza, che non siano manipolati, che non si facciano male, che ragionino sul da farsi e trovino un percorso che evolva e non si avviti su sé stesso per essere strumentalizzato, criminalizzato e represso. La strada la troveranno loro, noi per ora ci accontentiamo di tornare a disporci in piazza Duomo, come tutti i giorni. E da domani ancor più impegno per fermare al più presto possibile la follia delle spese militari, della corsa verso la guerra, dei tagli a tutte le spese sociali e ai redditi. Domenica: il giorno dopo. Passo tutta la giornata a confrontarmi con chi c’era ieri, per capire meglio, condividere pensieri. Guardare video, mettere insieme i pezzi, cercando di non scrivere fesserie. Ma prima di pubblicare torno in centro, con l’obiettivo di rimetterci in piazza con le nostre file, i nostri cartelli e le bandiere palestinesi. Arrivo in bici da Sud, già in via Torino si capisce che i ragazzi sono passati di là. Camionette, elicottero. Arrivo in piazza Duomo: fotocopia di ieri. Questa volta non c’è nessuna manifestazione, solo i tanti ragazzi, ancora più giovani, probabilmente anche i fratellini hanno chiesto di unirsi, alcuni avranno 12 o 13 anni. Non volano i sassi, ma per terra c’è di tutto e i lacrimogeni abbondano. Non ci si concentra solo in centro stavolta, ma in diverse vie, a raggiera a partire da piazza Duomo. Stavolta diverse vetrine vengono rotte, in diversi escono dai negozi a mani piene. La polizia rimbalza di qua e di là, ma arriva sempre dopo. Anche oggi è saltata la nostra presenza per la Palestina in piazza Duomo. La discussione tra noi in piazza e anche una volta tornati a casa, continua. Bisogna capire. Bisogna capire quello che sta succedendo. Andrea De Lotto
October 18, 2026
Pressenza
Intervista a Emiliano Brancaccio: «Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo_ _________ Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente. Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni. PROFESSOR BRANCACCIO, NEL SUO ULTIMO LIBRO LEI SOSTIENE CHE NULLA POSSIAMO CAPIRE DI QUEST’EPOCA SE NON LA COLLEGHIAMO ALLA «CRISI DEL DEBITO STATUNITENSE CHE PORTA AL DECLINO DEL VECCHIO ORDINE MONDIALE A GUIDA AMERICANA». EPPURE LA LUNGA MANO DEGLI STATI UNITI SI AVVERTE ANCORA. L’OFAC, L’UFFICIO DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO CHE GESTISCE LE SANZIONI, COLPISCE CON MISURE SEMPRE PIÙ DURE PERSONALITÀ, BANCHE, ASSOCIAZIONI E ISTITUZIONI FUORI DAI CONFINI AMERICANI. COME SI SPIEGA? Più il vincolo del debito americano morde, più il declino del vecchio ordine mondiale si accentua, più la reazione degli Stati Uniti diventa aggressiva. E accentua la militarizzazione dei rapporti commerciali e finanziari con gli altri Paesi. Le cosiddette sanzioni finanziarie imposte dall’Ofac sono un caso emblematico. All’inizio del secolo erano appena novecento, oggi sono più di novemila, in larghissima misura extra-territoriali. Il più delle volte sono spacciate come “sanzioni” contro cosiddetti “terroristi” e simili. Ma la verità è che si tratta di meccanismi di pressione che rientrano nella grande svolta della politica economica americana: dal vecchio globalismo dei tempi gloriosi a un nuovo protezionismo commerciale e finanziario, unilaterale e sempre più minaccioso. LEI STA DICENDO CHE LA LOTTA AL “TERRORISMO” E SIMILI È UNA SCUSA? L’Ofac ha bloccato l’alluminio russo, il petrolio venezuelano, i semiconduttori cinesi, con giustificazioni che andavano dalla lotta agli oligarchi che facevano malign activities, al contrasto al traffico di droga, alla difesa degli uiguri. E così via. Queste sanzioni, guarda caso, sono cresciute man mano che il debito americano verso l’estero aumentava. E diventava sempre più difficile controllarlo in condizioni di libero mercato. La verità è che l’Amministrazione americana utilizza questi “nobili” pretesti per nascondere i suoi veri obiettivi: governare il declino del capitalismo americano e cercare di preservare un perimetro egemonico almeno su un pezzo di mondo. Con tutti i mezzi. VALE ANCHE PER IL CASO DI BANCA ETICA? Il boom delle sanzioni di Ofac funziona un po’ come una pesca a strascico. Hanno una precisa rotta politica ma poi tirano nella rete anche un mucchio di gente che c’entra ben poco. Il caso di Banca Etica fa parte del mucchio. La banca ha dovuto chiudere il conto di Autistici/Inventati accusati dagli Stati Uniti di fornire infrastrutture digitali al Partito comunista curdo e ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra definita “violenta”. Una esagerazione alquanto grottesca. Che però, se ci pensiamo bene, rientra in un progetto che fa proprio dell’indistinta rozzezza la sua cifra politica. Insomma, per l’amministrazione americana non è più tempo di indugiare nei distinguo. C’è da stringere le maglie intorno a tutti i vari tipi di cellule ribelli, che in un modo o nell’altro disturbino il ridisegno dei perimetri dell’egemonia, dall’Europa al Medio Oriente. È un altro effetto del cosiddetto friend shoring. Ossia, della netta separazione che ormai gli americani fanno tra “amici” e “nemici”. È una politica che non ammette più sfumature, che non contempla più tolleranze. Persino i più piccoli dissidenti delle più remote periferie vanno schiacciati. Anche bloccando gli accessi ai conti bancari, se serve. È successo nella Germania nazista come nell’apartheid in Sud Africa. Ora accade nell’Occidente filo-americano, che ancora si ostina a definirsi “liberale”. C’È CHI SOSTIENE CHE BANCA ETICA AVREBBE DOVUTO TIRARE DRITTO, SENZA BLOCCARE IL CONTO DI AUTISTICI/INVENTATI. CHE NE PENSA? Ipotesi donchisciottesca. In casi non dissimili, l’Ofac ha applicato sanzioni secondarie tali da impedire qualsiasi intermediazione con il sistema finanziario americano. Con effetti dirompenti sulle più banali operatività delle banche colpite. Un decoupling finanziario dall’America può avvenire, ma solo su basi politiche. Servono prese di posizione, leggi, regolamenti, infrastrutture digitali. MA COME SI COSTRUISCE UN DECOUPLING POLITICO EUROPEO? L’EURO DIGITALE È SICURAMENTE UNA PRIMA RISPOSTA, MA FORSE NON BASTA. È VERO CHE LA BCE PUNTA A INFRASTRUTTURE DIGITALI EUROPEE. MA POSSONO ESSERE SUFFICIENTI IN UN MONDO IN CUI LA DIPENDENZA ANCHE TECNOLOGICA DAGLI STATI UNITI È FORTISSIMA? Non è un problema di ordine tecnologico. È un problema di coordinamento politico. Per citare un esempio, l’Europa non ha ancora una sua carta di credito perché la frammentazione tra i singoli Stati ha impedito la formazione di un gigante oligopolista all’altezza dei fornitori americani. Ma soprattutto, l’Europa non ha una politica estera comune che consenta di scegliere dinanzi al bivio imposto dagli americani. Ossia, o i Paesi europei subiscono passivamente la svolta protezionista degli Stati Uniti, accettando tutte le cosiddette sanzioni e le altre conseguenze. Oppure reagiscono a quella svolta con una risposta coordinata, apertamente antagonistica al friend shoring americano. IN CHE DIREZIONE SI STANNO MUOVENDO I PAESI EUROPEI? Per adesso gli europei stanno subendo. Per il futuro, la crisi dell’ordine si accentuerà. Gli Stati Uniti cercheranno di scaricare ancor più i loro problemi sugli alleati europei. Le tensioni atlantiche aumenteranno. Gli esiti non sono ancora scritti Redazione Italia
October 18, 2026
Pressenza
Edward Said era una voce di spicco nella lotta per la liberazione della Palestina. Gli spettatori lo stanno ora ascoltando
di Sara Aridi, The New York Times, 17 ottobre 2026.   Un nuovo documentario su Edward Said, il critico letterario e attivista palestinese-americano che ha insegnato per decenni alla Columbia, ha riunito i newyorkesi in un momento politico delicato. Maiken Baird, a sinistra, ha diretto il documentario su Edward Said, mentre Sarah Mowaswes, al centro, ne è stata una delle produttrici. Anche la figlia di Said, Najla Said, a destra, ha partecipato alla realizzazione del film. Crediti: Dave Sanders per il New York Times All’esterno dell’affollato ingresso del Walter Reade Theater al Lincoln Center, Gisella Castagna era in prima fila. Gisella Castagna, studentessa del Barnard, era arrivata con circa quattro ore di anticipo il mese scorso per assicurarsi un biglietto per la proiezione delle 20:45, già esaurita, di “Edward Said: Between Worlds”, un documentario sullo studioso e attivista palestinese-americano. Said è morto nel 2003, prima che la ventunenne Castagna nascesse. Ma le sue idee sull’autodeterminazione palestinese hanno trovato riscontro in lei di recente, in particolare mentre aiutava a organizzare gli accampamenti filopalestinesi alla Columbia University. «Molti di noi fanno riferimento alle sue parole», ha detto. Dopo gli attacchi a Israele guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno causato circa 1.200 vittime, e la guerra a Gaza che ha provocato la morte di circa 68.000 palestinesi, riportando il conflitto israelo-palestinese sotto i riflettori, le parole di Said — che egli stesso ha condiviso attraverso innumerevoli conferenze, articoli e libri — hanno trovato nuova vita. Il film, presentato in anteprima negli Stati Uniti al New York Film Festival, arriva dopo il cessate il fuoco dello scorso anno tra Israele e Hamas, ma le tensioni non si sono placate. Gli attacchi israeliani sono proseguiti; personaggi pubblici sono stati criticati per aver preso posizione, o per non averlo fatto; e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è sotto pressione in vista di un’elezione prevista questo mese. Said era una voce di spicco nella lotta per la liberazione palestinese, e le sue idee e i suoi insegnamenti sono tornati alla ribalta mentre gli attivisti continuano a lottare per la stessa causa. Crediti: Bettmann, via Getty Images La proiezione è stata una sorta di ritorno a casa: Said è stato una figura di riferimento dell’Upper West Side in qualità di professore alla Columbia University per quasi 40 anni. Nel documentario, Said racconta la storia della sua vita attraverso filmati e registrazioni audio messi insieme dalla regista danese-americana Maiken Baird e da Sarah Mowaswes, una delle produttrici. “Between Worlds” si apre con filmati amatoriali sgranati in 8 millimetri girati a Gerusalemme negli anni ’30. Gli spettatori vedono filmati d’archivio sulla creazione di Israele e sullo sfollamento dei palestinesi, ed Edward Said che si trasferisce dal Cairo al Massachusetts e infine a New York. Dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, il film mostra Said che diventa politicamente attivo, scrivendo sul conflitto israelo-palestinese e lavorando al fianco di organizzatori e leader. Maiken Baird, 60 anni, ha tratto ispirazione per realizzare il film dopo il 7 ottobre 2023. «Non potevo fare a meno di ripensare a Edward Said, a quanto avessi imparato da lui», ha affermato. Crescendo, le era stato raccontato dell’occupazione nazista della Danimarca e della creazione di uno stato ebraico, ma si era chiesta cosa fosse successo agli «abitanti originari di quella terra», ha spiegato. Anni dopo, ha letto il libro di Said del 1979 «La questione palestinese». «Allora tutto ha trovato un senso», ha detto. Maiken Baird ha contattato la vedova di Said, Mariam C. Said, e la figlia, Najla Said, che è diventata produttrice consulente del film. «Sembrava il modo perfetto per riportarlo in vita al momento giusto», ha detto sua figlia. Mariam C. Said, vedova di Edward Said, nel suo appartamento vicino alla Columbia University a giugno. Crediti: James Estrin/The New York Times Maiken Baird, il cui padre era amico di Said, è cresciuta ascoltando di sfuggita le loro conversazioni, il che l’ha in parte influenzata a studiare alla Columbia negli anni ’80, dove, secondo lei, Said era «il professore più popolare». Fuori dal campus, le cose erano più complicate. Nel 1989, un saggio da lui scritto fu criticato perché promoveva il terrorismo. Nel 2001, subì forti polemiche dopo essere stato fotografato mentre lanciava pietre contro una postazione di guardia israeliana in Libano. Il suo ufficio era stato vandalizzato; le minacce di morte erano all’ordine del giorno. Una clip di «Between Worlds» mostra che dovette affrontare l’opposizione di alcuni arabi che lo ritenevano troppo moderato. Sarah Mowaswes, 32 anni, ha dichiarato in una e-mail che «il semplice fatto che sia un palestinese nato in Palestina è considerata una cosa “controversa” da alcuni». Realizzare un film indipendente non è mai facile, ma «il problema nel finanziare questo tipo di narrazione in America è che non si ottiene alcun sostegno istituzionale», ha affermato Maiken Baird. La maggior parte dei finanziamenti, ha aggiunto, proveniva da persone che speravano di avviare un dialogo sfumato sul conflitto israelo-palestinese. La figlia di Said, Najla Said, seconda da destra, ha concesso ai registi l’accesso a centinaia di ore di materiale. Crediti: Dave Sanders per il New York Times La sera della prima, il teatro era gremito di alcuni vecchi amici e colleghi di Said. Il poeta palestinese Mosab Abu Toha, fondatore dell’ormai distrutta Biblioteca Pubblica Edward Said a Gaza, è uscito dalla sala trattenendo le lacrime. Ha affermato che era «indignante» vedere che le questioni affrontate da Said «continuano a ripetersi oggi». Victor Kovner, che ha conosciuto Said negli anni ’80, ha dichiarato: «È stato emozionante vederlo». Kovner, 89 anni, è uno dei fondatori di J Street, un’organizzazione che sostiene Israele e «la sicurezza e la libertà sia degli israeliani che dei palestinesi», secondo quanto riportato sul suo sito web. Sebbene lui e sua moglie, Sarah Kovner, siano favorevoli a una soluzione a due stati, ciò non ha ostacolato la loro amicizia con Said. «Si poteva parlare di questo con lui», ha detto la signora Kovner. «Si poteva non essere d’accordo, ma non in modo sgradevole». Riflettendo sulla guerra a Gaza, la vedova di Said ha detto che suo marito «sarebbe rimasto sconvolto, perché tutti i suoi scritti parlano di umanesimo». Invece altri presenti alla proiezione hanno affermato che sarebbe stato rincuorato nel vedere il crescente sostegno ai palestinesi. Maiken Baird spera che la storia di Said attiri un pubblico più ampio. «Anche se non apprezzano ciò che sentono», ha detto, «devono riconoscere la sua umanità e la sua verità». Sara Aridi è redattrice per la formazione giornalistica del Times e contribuisce a esplorare collaborazioni con The School of The New York Times. https://www.nytimes.com/2026/10/17/nyregion/edward-said-documentary-new-york-film-festival.html?emc=edit_th_20261018&nl=today%27s-headlines&segment_id=228290 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 18, 2026
Assopace Palestina

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