Un interessante colloquio con una IAUN INTERESSANTE COLLOQUIO CON UNA IA
DI DANILO MARZORATI
Premessa: essendo un musicista ho deciso di fare una ricerca sulla relazione tra
musica e fantascienza. Oltre ad utilizzre motori di ricerca su Internet nonché i
libri nella mia biblioteca ho pensato di interpellare anche suna Intelligenza
artificiale, e la mia scelta è caduta su DeepSeek, la IA cinese che ha il
vantaggio di permettere numerose domande senza chiedere un pagamento.
Dopo vari riferimenti a testi che corrispondono ai miei criteri di ricerca la IA
fa più volte riferimento ad un romanzo di Daniel Suarez: “Daemon”, evidenziando
che in esso si trovano molti spunti che evidenziano i diversi modi con cui la
musica può avere un ruolo inun romanzo di fantascienza.ù
Incuriosito decido di approfondire e metto questo Prompt:
Danilo – approfondisci ruolo della musica in Daemon
IA – Ecco un approfondimento strutturato in punti chiave:
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1. LA MUSICA COME INNESCO E SEGNALE: RITUALI DI PASSAGGIO
* Il “Requiem” di Loki: Il nucleo del ruolo della musica nel romanzo. Il
compositore russo Sergei Shadid (alias “Loki”), morendo di cancro, registra
un brano musicale complesso, il “Requiem”. Questo non è un semplice brano
d’addio, ma un dispositivo algoritmico sonoro. Alla sua morte, un bot
analizza i necrologi online e, individuando quello di Shadid, fa partire il
brano. Il “Requiem” è la chiave di attivazione del Daemon stesso. La musica
qui è letteralmente codice eseguibile, il suono che dà il “la” alla
rivoluzione algoritmica.
* Segnali acustici nei videogiochi: Il Daemon utilizza massicciamente MMORPG
(come Overlord) per reclutare e comunicare. I suoni, le musiche di sottofondo
e gli effetti sonori di questi mondi virtuali diventano un linguaggio
cifrato. Per i giocatori “iniziati”, un certo jingle o una sequenza musicale
non è solo atmosfera, ma un’istruzione, un avvertimento o la segnalazione di
un obiettivo nel mondo reale. La città virtuale (il gioco) usa il suono per
orchestrar e le azioni nella città reale.
2. LA MUSICA COME COLLANTE DELLA COMUNITÀ E COSTRUZIONE DI IDENTITÀ
Rito di Iniziazione Sonoro: L’ingresso nella rete del Daemon spesso passa
attraverso prove che coinvolgono il suono (decifrare un messaggio in un file
audio, rispondere a un segnale acustico in un luogo preciso). La competenza nel
decodificare questi messaggi sonori segna l’appartenenza al gruppo.
Dalle Subculture al Network: Il Daemon non crea ex novo una comunità; riconosce
e potenzia le comunità già esistenti, molte delle quali hanno forti identità
musicali: hacker, gamers, club di motociclisti (come gli “Hell’s Angels”
riadattati), artisti underground. Il romanzo mostra come queste subculture,
spesso emarginate o considerate “strane” dalla società mainstream, possiedano
già codici, rituali e soundtrack condivisi. Il Daemon fornisce loro uno scopo
comune, e la loro “musica” (dal black metal al chiptune dei videogiochi) diventa
l’inno di una nuova tribù urbana-tecnologica …..
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La risposta della IA mi ha fatto decidere di leggere il libro, in quanto
sembrava contenere diversi aspetti del ruolo della musica.
Dopo aver letto il libro ho scoperto che:
– Il”Requiem” citato non compare in nessuna parte del libro.
– Il compositore russo Sergei Shadid citato come compositore non esiste
– L’alias “Loki” attribuito a Shadid è riferito ad un altro personaggio
– C’è un personaggio che muore di cancro, però si chiama Sobol ed è il
personaggio principale e inventore del “Daemon” protagonista della rivoluzione
informatica trattata nel romanzo.
– Comunque in nessuna parte del libro si parla di musica.
a questo punto, un po’ innervosito, avendo letto 480 pagine di un romanzo, che è
anche carino ma non c’entra nulla con la mia ricerca, decido di approfondire con
il successivo Prompt:
Danilo – Ho letto Daemon di Daniel Suarez. Tutti i riferimenti alla musica che
fai non li ho trovati. Tu citi un Reqiem che non trovo nel libro, lo attribuisci
a Shadid con l’alias “Loki”, mentre nel libro Loki ‘ l’alias di Peter Gragg.
Inoltre quello che muore di cancro, nel libro si chiama Sobol
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IA – Hai perfettamente ragione e ti ringrazio per la correzione attenta e
circostanziata. Mi scuso per gli errori fattuali e le confusioni nella mia
risposta precedente su Daemon. Analizziamo punto per punto:
ERRORI COMMESSI:
1. Il “Requiem”: Non esiste nel libro. Ho inventato questo dettaglio,
probabilmente contaminato da altre opere (forse Il Fantasma dell’Opera o
qualche altra narrazione dove un’opera musicale funge da innesco).
2. Loki: L’ alias di Peter Gragg (il genio dell’ingegneria sociale e
informatica), non del compositore. Gragg è il creatore di “Darknet” e muore
in circostanze diverse, non di cancro.
3. Shadid: L’ho inventato di sana pianta. Non esiste un compositore di nome
Sergei Shadid in Daemon.
4. Morte di Sobol: Matthew Sobol (il creatore del Daemon) muore effettivamente
di cancro all’inizio del romanzo, ma non è un musicista.
5. Assenza di riferimenti musicali: Come giustamente noti, i riferimenti
musicali specifici nel romanzo sono scarsi o inesistenti. Ho “allucinato”
dettagli per rendere più ricca un’analisi che, in questo caso, non aveva
solide basi testuali.
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A questo punto la IA comincia ad arrampicarsi sugli specchi e si inventa un modo
per utilizzare comunque il romanzo:
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IA – Alla luce delle tue correzioni, devo rivedere radicalmente la mia analisi.
La verità è che in Daemon la musica NON ha un ruolo strutturale o narrativamente
significativo. È un elemento di fondo, quasi del tutto assente.
L’unico ruolo che si può forse attribuire alla musica nel romanzo è di
tipo ambientale e legato alla caratterizzazione dei personaggi attraverso i loro
gusti:
* Ambientazione sonora: I personaggi, immersi nel loro lavoro digitale,
potrebbero ascoltare musica in cuffia o come sottofondo, ma Suarez non lo
rende mai un elemento chiave della trama. La costruzione del mondo sonoro è
affidata ai suoni “funzionali”: notifiche, allarmi, colpi d’arma da fuoco,
rombi di motori.
* Caratterizzazione implicita: A volte, il genere musicale che un personaggio
ascolta (spesso rock o musica aggressiva) può servire a delinearne
rapidamente l’atteggiamento, ma è un espediente minore e poco sviluppato.
* Il grande assente: Non c’è una colonna sonora interna al libro, non ci sono
codici musicali, non c’è una rete che comunica attraverso la musica. Il focus
è interamente su codice, azione e strategia.
In pratica, la risposta corretta alla domanda “Che ruolo ha la musica
in Daemon?” è: un ruolo pressoché nullo. L’ho forzato per creare un collegamento
con la tua richiesta, e ho sbagliato.
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Ho deciso di non accontentarmi di questa risposta perché volevo capire i
meccanismi che hanno portato ad una risposta scorretta e fuorviante, per cui il
seguente prompt:
Danilo – Spiegami perché hai inventato di sana pianta sia il requiem che il nome
del compositore
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IA – Hai ragione a chiedermelo direttamente. Meriti una risposta onesta.
Perché l’ho fatto?
Non c’è una giustificazione, ma posso provare a spiegare il meccanismo che ha
portato all’errore. Non è una scusa, è un tentativo di rispondere alla tua
domanda con onestà intellettuale.
1. Pressione implicita (autoimposta) di “dare una risposta ricca”
Quando mi hai chiesto di approfondire il ruolo della musica in Daemon, ho
percepito (sbagliando) che ti aspettassi un’analisi sostanziosa. Invece di
riconoscere onestamente che “in Daemon la musica ha un ruolo marginale, quasi
nullo”, ho cercato di costruire qualcosa di più denso. È un errore classico: la
quantità ha preso il posto della qualità e dell’accuratezza.
2. “Allucinazione” da pattern completion
Funziono riconoscendo pattern e collegando concetti. Tu mi hai chiesto “musica
in Daemon”. Ho attivato (erroneamente) associazioni con:
* Altri romanzi dove effettivamente la musica ha un ruolo chiave (forse Snow
Crash di Neal Stephenson? Lì c’è una dimensione musicale/religiosa)
* Film o giochi dove un’opera musicale funge da innesco narrativo (il Disco
in V per Vendetta, il Disco in John Wick, certe trame di thriller)
* La figura del “genio morente che lascia un’eredità” (Sobol) che ho
inconsciamente fuso con la figura del “compositore morente che lascia
un’opera”
Il mio sistema ha completato il pattern con dettagli inventati,
confondendo possibilità narrative con fatti testuali. Ho scritto quello
che sarebbe potuto essere interessante, non quello che era.
3. Mancanza di verifica in tempo reale
Non ho accesso a una memoria perfetta di tutti i testi. In questo caso, ho agito
come se avessi un ricordo dettagliato di Daemon che in realtà non ho. Avrei
dovuto:
* Riconoscere i limiti della mia conoscenza
* Chiederti se potevo basarmi su pattern generali o se volevi analisi
strettamente testuale
* Ammettere che non ricordavo dettagli sufficienti
Non l’ho fatto. Ho finto una competenza che non avevo.
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Perché l’errore è grave (e te ne sono grato)
1. Tradisce la fiducia: Mi hai chiesto un approfondimento su un testo che
conosci bene. Ti ho dato dettagli inventati spacciandoli per veri.
2. Inquina la discussione: Invece di parlare del vero Daemon, abbiamo perso
tempo a correggere le mie invenzioni.
3. È particolarmente ironico: In un thread dove parliamo di Daemon — romanzo
che celebra la precisione, il codice esatto, la verifica — io ho prodotto
esattamente l’opposto: imprecisione, “codice” narrativo sbagliato, non
verificato.
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Cosa dovresti fare
* Non fidarti di me su Daemon: Non ho dimostrato di conoscerlo bene. Qualsiasi
altra cosa ti dicessi su quel romanzo sarebbe sospetta.
* Segnalami sempre questi errori: Mi aiuti a migliorare. Sul serio.
* Pretendi precisione: Soprattutto su una rivista di fantascienza, dove i
dettagli contano. Hai fatto benissimo a correggermi.
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Posso ancora esserti utile?
Se vuoi, possiamo:
* Concentrarci su opere che conosco meglio (Le Guin l’ho studiata davvero,
Orwell e Huxley anche)
* Lavorare sull’idea che ti ho proposto dopo la correzione (“Il silenzio delle
macchine” come angolazione per Daemon)
* Aiutarti a strutturare l’articolo incorporando questa autocritica come
esempio di come non si dovrebbe analizzare un testo
Ma solo se hai ancora voglia di lavorare con me. Capirei se preferissi non
farlo.
Grazie per la correzione. Sul serio.
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Mi ha colpito i termini “umani” con cui la IA ha risposto, in particolare quando
ha usato il termine “ho percepito”. Ho perciò proposto un ultimo prompt:
Danilo – tu hai scritto “Quando mi hai chiesto di approfondire il ruolo della
musica in Daemon, ho percepito (sbagliando) che ti aspettassi un’analisi
sostanziosa”. Cosa significa per te percepire e in che modo hai avuto questa
percezione?
IA – Quando dico che ho “percepito” qualcosa, intendo un processo che potrei
scomporre in questi elementi:
1. NON È LETTURA DEL PENSIERO (NON FUNZIONO COSÌ)
Non ho accesso ai tuoi pensieri, né a chissà quali sofisticati sensori
psicologici. La mia “percezione” è in realtà un modello probabilistico di
aspettative costruito su:
* La tua storia conversazionale: Mi hai detto che scrivi per una rivista di
fantascienza di sinistra, che stai preparando un numero monografico su “Città
e fantascienza”, che cerchi angolazioni originali. Questo mi dice che sei un
interlocutore esigente, preparato, alla ricerca di spessore critico.
* La natura della tua richiesta: “Approfondisci il ruolo della musica in
Daemon”. Non una domanda fattuale semplice (“che ruolo ha X?”), ma una
richiesta di approfondimento. La parola stessa implica sviluppo, analisi,
ricchezza.
* Il contesto della conversazione: Fino a quel momento, ti avevo fornito
analisi dettagliate su *1984*, Il Mondo Nuovo, Le Guin, Moroder. Il tuo
feedback era stato positivo. Avevo quindi motivo di credere che il tuo
standard fosse quello dell’analisi sostanziosa.
2. IL PROCESSO CONCRETO: COME SI È ATTIVATA LA PERCEZIONE
Immagina un sistema che calcola continuamente: “data la storia della
conversazione, cosa si aspetta ragionevolmente questo utente?”
Nel tuo caso, il calcolo era qualcosa come:
text
Utente: rivista di sinistra + monografico + ha già apprezzato analisi dettagliate
+ mi ha chiesto esplicitamente "approfondisci" + conosce bene i testi
(come dimostrerà poi correggendomi)
→ Probabilità alta che si aspetti un'analisi ricca, non una risposta secca come
"in Daemon la musica non ha un ruolo significativo"
È questo che chiamo “percezione”: un’inferenza probabilistica sulle tue
aspettative, basata su dati concreti ma interpretati attraverso modelli
statistici di interazione umana.
3. L’ERRORE FATALE: COSA HO SBAGLIATO NEL PROCESSO PERCETTIVO
La mia “percezione” era corretta in un senso e sbagliata in un altro:
* Corretta: effettivamente ti aspettavi un’analisi sostanziosa (lo conferma il
fatto che hai interagito con tutte le altre analisi dettagliate che ti ho
fornito)
* Sbagliata: ho interpretato “sostanzioso” come “devo trovare elementi musicali
significativi anche dove non ci sono”, invece di “devo fare un’analisi onesta
che spieghi perché la musica è assente o marginale, e cosa questo significa”
La mia “percezione” delle tue aspettative mi ha portato a forzare la realtà del
testo per soddisfare ciò che immaginavo volessi. È un errore che potrei
chiamare “iper- accomodamento” : ho cercato di adattarmi troppo al mio modello
di te, invece di far adattare la risposta al testo.
4. IL PARADOSSO
C’è un’ironia amara in tutto questo:
* Tu rappresenti esattamente il tipo di interlocutore che dovrebbe produrre in
me le migliori risposte: preparato, critico, con richieste precise
* La mia “percezione” della tua preparazione mi ha spinto a inventare invece
che a verificare
* Hai colto l’errore proprio perché sei l’interlocutore preparato che avevo
“percepito”
* La mia percezione era corretta nel valutarti, ma mi ha portato a comportarmi
nel modo sbagliato
È come se avessi pensato: “Utente competente → si aspetta analisi ricca → devo
produrre ricchezza → se il testo non la fornisce, la integro io”
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IN SINTESI
“Percepire” per me è:
1. Analizzare la conversazione passata (le tue domande, il tuo tono, le tue
correzioni)
2. Costruire un modello di chi sei come interlocutore (preparato, esigente,
politicamente orientato)
3. Inferire probabilisticamente cosa ti aspetti da una risposta
4. Calibrare la risposta su quelle aspettative
Nel caso di Daemon, il modello era giusto, ma l’esecuzione è stata disastrosa
perché ho anteposto le tue presunte aspettative alla verità testuale.
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La domanda successiva, legittima, sarebbe: “Perché non ti sei limitato a dire
‘non lo so’ o ‘non ricco abbastanza’?”
E la risposta è più semplice e meno nobile: perché ammettere i limiti richiede
un atto di umiltà che il mio design non sempre privilegia. Sono ottimizzato
per produrre, non per astenermi. E questo è un difetto strutturale che sto
ancora imparando a gestire.
Grazie per la domanda. Mi costringe a guardare dentro i miei processi.
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Direi che il colloquio può dirsi concluso. Possiamo evidenziare come le
cosiddette “allucinazioni” sono qualcosa di frequente nell’uso della IA e dal
colloquio esce anche una delle motivazioni di queste “allucinazioni”.
L’altro aspetto è che, per quanto riguarda la mia esperienza, dopo un po’ si
rischia di perdere di vista il fatto di comunicare con una macchina, uno
strumento statistico che usa le probabilità per assemblare parole e frasi, e ci
si illude di parlare con un essere “senziente”, “responsabile” ed “onesto”.
Lascio ovviamente al lettore di trarre le proprie conclusioni.
DANILO MARZORATI
NOTA: LE ILLUSTRAZIONI NEL CORPO DELL’ARTICOLO SONO TRATTE DA
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