[it, en] Regno Unito: condanne per azioni di Palestine Action
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato, trovato su una newsletter solidale: [en] “In order to hear the birds, the drones must be silent”, Ellie said, as the sentence was read out. Today four brave activists were given record breaking sentences, for their action in August 2024 that saw 40 drones destroyed at Elbit Systems key site in Filton, Bristol. Sam was given 8 years 8 months, Ellie and Charlotte were given 6 years, and Fatema Zainab was given 5 years 8 months. (…) This is far from over. The Filton defence team will be appealing this great miscarriage of justice. With the current sentence, the earliest release date would be Sep 2029 for Sam, Dec 2027 for Ellie and Charlotte, and Oct 2027 for Fatema Zainab. Each of them went into court with heads held high, with clarity that their action was highly successful, seeing huge damage to the Israeli war machine. Action against Elbit has not stopped, and will not stop. Its up to all of us to continue the fight and drive Elbit out of Britain for good.  (…) Imprisonment has been part of the struggle for Palestinian liberation from its inception, and right now our comrades in Palestine face unimaginable horror on a daily basis. Our steadfastness, our commitment to liberation, has never been more urgent. Prisoners for Palestine -------------------------------------------------------------------------------- Questa la traduzione in italiano: «Per poter sentire gli uccelli, i droni devono tacere», ha detto Ellie, mentre veniva letta la sentenza. Oggi quattro coraggiosi attivisti hanno ricevuto condanne da record per la loro azione dell’agosto 2024, che ha portato alla distruzione di 40 droni presso il sito chiave della Elbit Systems a Filton, Bristol. Sam è stato condannato a 8 anni e 8 mesi, Ellie e Charlotte a 6 anni e Fatema Zainab a 5 anni e 8 mesi. (…) La vicenda è tutt’altro che conclusa. Il team di difesa di Filton presenterà ricorso contro questo grave errore giudiziario. Con la sentenza attuale, la data di scarcerazione più vicina sarebbe settembre 2029 per Sam, dicembre 2027 per Ellie e Charlotte, e ottobre 2027 per Fatema Zainab. Ognuna di loro è entrata in tribunale a testa alta, con la consapevolezza che la loro azione ha avuto grande successo, infliggendo un danno enorme alla macchina da guerra israeliana. L’azione contro Elbit non si è fermata e non si fermerà. Sta a tutti noi continuare la lotta e cacciare Elbit dalla Gran Bretagna una volta per tutte. (…) La detenzione fa parte della lotta per la liberazione palestinese sin dal suo inizio, e in questo momento i nostri compagni in Palestina affrontano ogni giorno orrori inimmaginabili. La nostra fermezza, il nostro impegno per la liberazione, non sono mai stati così urgenti. Prigionieri per la Palestina  
June 14, 2026
il Rovescio
A Roma piazze contrapposte sulla Remigrazione. Respinti i fascisti e i loro mandanti
Il pomeriggio di ieri nella Capitale ha visto ben quattro manifestazioni e una vistosa contrapposizione di contenuti. La destra neofascista che ruota intorno a Casa Pound aveva chiamato una manifestazione nazionale nel quadro della campagna europea sulla “Remigrazione” animata dai tedeschi di Afd e fatta propria dalla destra a livello […] L'articolo A Roma piazze contrapposte sulla Remigrazione. Respinti i fascisti e i loro mandanti su Contropiano.
June 14, 2026
Contropiano
Roma, 16 giugno: Presidio a Montecitorio per i prigionieri palestinesi
Martedì 16 giugno, h. 17:00-19:30 Piazza Capranica (Montecitorio), Roma PRESIDIO PER I PRIGIONIERI PALESTINESI Israele continua indisturbata la sua politica di oppressione del popolo palestinese. Continuano l’occupazione e l’espansione coloniale, il genocidio, la pulizia etnica, gli arresti indiscriminati con almeno 10.000 palestinesi martoriati nelle sue carceri lager. Attualmente sono oltre 10.000 i palestinesi sequestrati da Israele e trattenuti in carceri-lager dove si pratica tortura, violenza sessuale, affamamento, umiliazione. Oltre ai detenuti storici, i politici quali Marwan Barghouti e Ahmad Sa’dat, che da decenni languono nelle carceri israeliane, migliaia sono in realtà i civili sequestrati a Gaza e nel resto del territorio palestinese occupato: giornalisti, personale sanitario, studenti, semplici cittadini, anche con disabilità, e molti minori. Particolarmente grave è la situazione dei medici, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari arrestati durante le operazioni militari a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano. Molti di loro sono stati prelevati dagli ospedali, dai posti di soccorso o durante l’esercizio delle proprie funzioni di cura. Per numerosi detenuti le famiglie e i legali hanno avuto per mesi informazioni limitate sulle loro condizioni e sul luogo di detenzione. Ricordiamo la condizione del dr Hussam Abu Safiya in detenzione dal dicembre 2024 e a a rischio di vita. Il presidio, così come la campagna internazionale Free Marwan Barghouti e i Prigionieri Palestinesi, ne chiede l’immediato rilascio e chiede al Governo italiano di intervenire con azioni concrete di pressione affinché Israele riconosca e applichi il diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra. Non dimentichiamo però che anche in Italia, rispondendo a richieste del governo israeliano, sono stati arrestati palestinesi o “arabi” residenti in Italia, molti ancora in attesa di processo, altri invece già condannati con l’assurda accusa di quello che possiamo definire “terrorismo di parola”. È il caso di Ahmad Salem, condannato a 4 anni e per il quale è già stato presentato ricorso. Chiediamo la liberazione dei detenuti palestinesi, la fine delle pratiche di detenzione arbitraria, il rispetto del diritto internazionale e delle convenzioni di Ginevra, nonché la protezione del personale sanitario impegnato nell’assistenza alla popolazione civile. PALESTINA LIBERA! Assopace Palestina – Sanitari per Gaza – Comitato Free Marwan Barghouti e i Prigionieri Palestinesi – Libere Cittadine per la Palestina
June 14, 2026
Assopace Palestina
19 giugno, oltre 100 piazze in collegamento con Francesca Albanese
Da mesi, contro il genocidio a Gaza, la morte e la distruzione portate in Cisgiordania e in Libano, i due presidi permanenti, di Milano e di Cagliari si sono gemellati. Si confrontano continuamente, si scambiano idee, contatti, informazioni. Si danno forza a vicenda. Milano sta per compiere un anno (il 16 giugno), Cagliari da otto mesi è sempre in piazza. Due settimane fa il presidio di Cagliari entra in contatto con Francesca Albanese, la quale si dimostra subito interessata a questo tipo di azioni e si dice disponibile ad un incontro online. Decidiamo di sentire “in giro per l’Italia” dove si svolgono presidi regolari, quotidiani o settimanali. Alcuni li conosciamo bene, altri sono da scoprire. Per farla breve: in due settimane sono quasi 120 le città, piccole e grandi, che hanno aderito. Molti hanno detto: “Non siamo una presenza regolare in piazza, ma abbiamo fatto tante iniziative, per esempio…” E giù una lunga lista. Si decide che tutti possono stare dentro. Il 19 giugno sera sarà una giornata importante per l’appoggio dall’Italia alla resistenza palestinese. Da quel 19 giugno, in cui Francesca Albanese presenterà anche il suo ultimo libro “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero” sta nascendo una straordinaria rete di realtà che, il più delle volte fin dal 7 ottobre, manifestano nelle piazze italiane contro il genocidio. Nulla di alternativo alla Flotilla di terra, ma un modo in più per darsi forza, tra cittadini e cittadine che martellano come picchi ogni settimana, con i loro cartelli, a volte in silenzio, a volte no, portando in piazza la rabbia, la sofferenza, il dolore contro un genocidio che non si è mai fermato, per la liberazione del popolo palestinese oppresso da 80 anni. Si può ancora aderire mandando una mail a: presidiopalestinaca@gmail.com, ma anche chi non fosse più in tempo a trovare una sala pubblica dalla quale collegarsi potrà entrare comunque in questa rete, che speriamo sia utile per organizzare azioni congiunte nel prossimo futuro. Ecco l’elenco in ordine alfabetico dei punti che si collegheranno venerdì 19 giugno alle 20:30 Acquedolci (Messina) Acqui Terme (Alessandria) Alba (Cuneo) Albenga (Savona) Alessandria Alghero (Sassari) Anagni (Frosinone) Ancona Arese (Milano) Ascoli Piceno Bergamo Biella Bolzano Bormio (Sondrio) Bosa (Sassari) Bra (Cuneo) Brescia Cagliari Caltanissetta Cambiano (Torino) Campobasso Castelleone (Cremona) Castelfranco Veneto (Treviso) Castelnuovo- Garfagnana (Lucca) Castiglione delle Stiviere (Mantova) Catanzaro Cecina (Livorno) Ciriè (Torino) Chiavenna (Sondrio) Como Conegliano Veneto (Treviso) Cremona Cuneo Desio (Monza) Domodossola Faenza (Ravenna) Fabbrico (Reggio Emilia) Feltre (Belluno) Fara Gera D’Adda (Bergamo) Fermo (Marche) Ferrara Foligno (Perugia) Forlì Francavilla al Mare (Chieti) Genova Germignaga (Varese) Giulianova (Teramo) Isola del Liri (Frosinone) Ivrea La Spezia Lecco Legnago (Verona) Legnano (Milano) Levanto (La Spezia) Livorno Lodi Lucca Macerata Malegno (Brescia) Mantova Marsala (Trapani) Mazara Del Vallo (Trapani) Merano (Bolzano) Messina Milano Milazzo (Messina) Modena Modica (Ragusa) Mogliano Veneto (Treviso) Mondovì (Cuneo) Montebelluna (Treviso) Montecchio Maggiore (Vicenza) Monteprandone (Ascoli Piceno) Morbegno (Sondrio)Napoli Novate (Milano) Padova Palermo Perugia Pesaro Pescara Ponte in Valtellina (Sondrio) Pordenone Porto Sant’Elpidio (Fermo, Marche) Reggio Emilia Roma Rovereto (Trento) Rovigo Saluzzo (Cuneo) Sannio (Benevento) Santa Teresa di Gallura (Olbia) Sassari Sasso Marconi (Bologna) Senigallia (Ancona) Saronno (Varese) Seregno (Monza) Solarussa (Oristano) Sondrio Spoltore (Pescara) Terralba – Oristano Tirano (Sondrio) Torino Termoli (Campobasso) Treviglio (Bergamo) Trevi (Perugia) Trento Treviso Udine Valsesia (Vercelli) Varese Varallo/Borgosesia (Varallo) Vanzago (Milano) Venezia Verbania- Cusio-Ossola Vercelli Vergato (Bologna) Verona Val Vibrata (Teramo) Viareggio (Lucca) Vicenza Andrea De Lotto
June 14, 2026
Pressenza
Cagliari si stringe attorno alla comunità musulmana dopo l’attentato alla Moschea
Giovedì scorso, 11 del mese di giugno 2026, la città di Cagliari si è svegliata con la notizia dell’attentato incendiario alla Moschea Hal-Hoad di via del Collegio, avvenuto durante la notte. Fortunatamente, l’intervento di spegnimento delle fiamme da parte di un abitante del quartiere ha limitato i danni. La solidarietà di moltƏ cittadinƏ cagliaritanƏ nei confronti della comunità islamica è stata tempestiva. Un comunicato mattutino dell’assemblea cagliaritana di “Potere al Popolo!” denunciava il fatto e indiceva un presidio per le ore 18:00 davanti alla Moschea. * Tante persone hanno aderito all’appello e sono convenute in via del Collegio. Presenti l’imam Mehrez Triki e Omar Zaher, rappresentante della comunità islamica nella provincia di Cagliari. Con loro anche don Marco Lai, parroco della parrocchia di Sant’Eulalia, a due passi dalla moschea. Tra le persone convenute anche il direttore dell’”Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso” della Diocesi di Cagliari, il diacono Pino Siddi, che ha consegnato una lettera di solidarietà dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, all’imam e al rappresentante della comunità islamica. Il sit-in h visto l’adesione di persone di diversi orientamenti politici e religiosi, uniti, tuttavia, nella solidarietà da manifestare all’imam e alla sua comunità. Nouhaila Benbiga, una giovane musulmana immigrata dal Marocco, in qualità di rappresentante di “Potere al Popolo Sardegna”, ha salutato le persone presenti e, prima del suo intervento, ha ceduto il microfono all’imam della Moschea. L’imam ha ringraziato per la solidarietà ricevuta e la presenza così numerosa di cittadini e cittadine di Cagliari. Ha voluto sottolineare, inoltre, il buon rapporto che si è stabilito negli anni con gli abitanti del quartiere, l’aiuto reciproco, la stretta collaborazione con il parroco di Sant’Eulalia e gli operatori della parrocchia. Ha ringraziato gli abitanti che si sono accorti di quanto accadeva durante la notte e sono intervenuti immediatamente per spegnere un principio di incendio che avrebbe potuto causare molti danni. È seguito l’intervento della giovane rappresentante di “Potere al Popolo”, di cui riporto solo alcuni passaggi: « […] Ma sono qui – ha affermato -, prima di tutto, come giovane donna, come musulmana e come figlia di questa comunità immigrata che stanotte è stata violentemente attaccata! Quando oggi ho visto il portone della moschea carbonizzato, non ho visto solo del legno bruciato. Ho visto il tentativo infame di bruciare la nostra esistenza, la nostra sicurezza, la nostra dignità in questa città. Ci vogliono invisibili, ci vogliono spaventati, ci vogliono chiusi in casa. Hanno cercato di bruciare un pezzo della nostra vita, della nostra comunità per mandarci un messaggio chiaro: Dovete avere paura, dovete nascondervi». Ha messo in risalto, poi, come l’atto intimidatorio non possa essere liquidato come una ragazzata, piuttosto come atto premeditato contro la presenza musulmana in città, fomentato anche dal clima politico nazionale per creare la paura dell’altrƏ che si traduce in xenofobia e islamofobia: «Questo rogo non si è creato da solo. Non è la bravata di un singolo, non è la follia di un momento e non è un caso isolato. Questa violenza ha dei mandanti politici ben precisi ed è il frutto di scelte deliberate e programmatiche! Questo è un attentato squadrista, figlio legittimo dell’odio razziale e dell’islamofobia che la destra di Giorgia Meloni e dei suoi alleati soffia ogni giorno in tv e sui social. Lo fanno scientemente, per raccogliere voti sulla nostra pelle e per distrarre le masse dalle loro precise responsabilità economiche! Perché chi ha appiccato quel fuoco è solo il braccio armato di un sistema. «C’è un filo rosso – ha continuato -, dritto e insanguinato, che unisce le fiamme di stanotte a quello che è successo poche settimane fa a Taranto, dove il nostro fratello Bakary Sako, un operaio e bracciante dignitoso di 35 anni, è stato massacrato e ucciso all’alba da un gruppo di ragazzini mentre andava a lavorare. Parliamo di persone talmente schiacciate dalla propria insignificanza sociale, talmente vuote di senso da un sistema che le ha impoverite, da dover rubare la vita di un uomo forte, o dare fuoco a una moschea, pur di sentirsi protagoniste di qualcosa!». Proseguendo nel suo intervento, ha sottolineato la responsabilità dei partiti politici che appoggiano il governo Meloni, ma anche di quelli all’opposizione, corresponsabili dei decreti sicurezza, della creazione dei CPR (Centri per il rimpatrio), incapaci di arginare il clima di odio che oggi si concretizza con i progetti di remigrazione. Altri interventi si sono succeduti, ma voglio dare voce a una riflessione di Aldo Pintor, operatore sociale, molto vicino alle famiglie di immigrati che popolano il quartiere della Marina a Cagliari, presente al Sit-in: «Cagliari – ha scritto in un post su Facebook – si stringe attorno alla comunità mussulmana che è stata vittima di un attacco vile. Attacco purtroppo che ha molti mandanti morali nei tanti politici e opinionisti che vomitano da tempo parole di odio». *   https://www.pressenza.com/it/2026/06/cagliari-attentato-al-moschea-al-hoda-di-via-del-collegio-presidio-di-solidarieta-alle-ore-1800/ Pierpaolo Loi
June 14, 2026
Pressenza
Ben più di cento passi, un fotolibro sul Circolo Musica e Cultura e su Radio Aut
Trovarsi tra le mani il libro di Paolo Chirco, Generazione ribelle a Cinisi, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, dopo averne ascoltato la presentazione al Laboratorio Andrea Ballarò, circolo ARCI di Palermo, è più che un ritorno al passato e alla storia di un gruppo di ragazze e ragazzi che, come loro stessi più volte dichiarano tra le pagine, volevano davvero cambiare il mondo. Forse perché per raccontare quella storia, per stessa ammissione dell’autore, ci sono voluti cinquant’anni, tornare indietro con la memoria diventa un percorso necessario al presente, per chi ancora oggi crede che l’utopia, in contraddizione con uno degli ultimi capitoli del libro, almeno nel titolo, non è perduta. Innanzi tutto per quel rivelarsi voce corale, nei racconti dei diversi contributi dei compagni e delle compagne di percorso, che, capitolo dopo capitolo, accompagnano la voce dell’autore nel ricostruire i fatti con la naturalezza delle parole semplici del vissuto: nell’uso continuo del noi c’è la novità di un altro narrare, lontano dall’idealizzazione di eroi solitari resi buoni per il pubblico, il Peppino Impastato de I Cento Passi, per intenderci.  Generazione ribelle a Cinisi è la storia di un gruppo, un collettivo, una comunità dentro la più grande comunità del paese, o meglio, dei due paesi di Cinisi e Terrasini, che quell’esperienza hanno visto nascere, hanno isolato, rifiutato e insieme accolto in tutte le iniziative che il Circolo Musica e Cultura ha proposto alla società civile del suo tempo a partire dal 28 dicembre del 1975. Da quel primo concerto e per i successivi tre anni, musica, mostre d’arte itinerante, teatro, cinema saranno il linguaggio con cui i e le giovani hanno fatto del Circolo un laboratorio che metteva insieme le idee e la lotta per la trasformazione della società.  La musica come strumento di lotta “partigiana”- concetto così chiaro allora nella scelta dei brani a partire da quelli del cantautorato dell’epoca, esemplare il riferimento a La locomotiva di Guccini – è oggi presente nel recente dibattito sulla necessità o meno degli artisti di schierarsi dalla parte degli oppressi e difficile si fa il discorso quando alla necessità si sostituisce l’opportunità. I ragazzi e le ragazze di Musica e Cultura avevano le idee chiare, nonostante il contesto culturale patriarcale e mafioso in cui vivevano.  Attuali ancora sono i temi dei diversi contributi nel libro. C’è l’esperienza del gruppo di compagne che inizialmente si percepiscono più spettatrici che protagoniste e intraprendono un percorso di autocoscienza che segnerà il passaggio da gruppo femminile a gruppo femminista e ci sono le loro esperienze di teatro e di ribellione. C’è l’attenzione al territorio, al suo degrado e al suo sfruttamento, intrinsecamente legati alla mafia, denunciati nelle mostre itineranti con i cartelloni scritti a mano, senza paura di dare il loro nome alle cose. Attuale, ahimè, la lotta alle centrali nucleari, con la distribuzione dell’opuscolo Le centrali nucleari: ovvero la morte in casa, e ancor più attuale la realizzazione di un murale, il 12 settembre del 1976, con il tema “drammatico e urgente” dell’eccidio di Tall el Zatar, bidonville abitata da profughi palestinesi a est di Beirut. Una breve riflessione, nell’adattamento editoriale dell’episodio su Radio aut del podcast Storie ribelli, riguarda l’apertura di Radio Aut e la conseguente difficoltà di conciliare l’impegno nel Circolo con il tempo da impiegare nelle trasmissioni radiofoniche.  Il racconto, con tutte le sue storie raccontate dalla voce dei protagonisti, è supportata da un capitolo che si fa Cronistoria, con le date in successione di tutte le diverse iniziative, compresi la realizzazione di una biblioteca decentralizzata in cui ogni proprietario mette a disposizione un elenco di libri per il prestito, i titoli dei film proiettati nei due anni di attività del cineforum, l’assemblea dei disoccupati.  Racconto di ciò che è stato in cui, insieme alle parole, parlano le immagini. Il libro infatti raccoglie le testimonianze fotografiche di gran parte delle iniziative di cui parla e, in bianco e nero, rende chiaro il clima di condivisione nelle esperienze, la gioia di ritrovarsi accomunati da uno stesso obiettivo, la voglia di occupare spazi di libertà altrimenti negati e, sì, la voglia di cambiare davvero il mondo.  C’è poco Peppino nelle foto, quasi sempre di spalle, per un suo preciso desiderio che l’autore e fotografo ha cercato di rispettare fino all’ultimo comizio del compagno, quando, come in un presentimento, ne ha ritratto la figura frontale il 7 maggio del 1978.  Quell’ultima immagine di Peppino ritorna nel ricordo a lui dedicato, Peppino Impastato, militante rivoluzionario. È così che compagni e compagne lo ricordano nel libro, accanto alla più diffusa immagine del suo impegno antimafia, antimilitarista e antinucleare. Peppino figlio del ’68 e degli ideali del marxismo e del comunismo con cui combatte il fenomeno mafioso e il potere politico democristiano nel suo rapporto con la mafia, all’interno della militanza anticapitalista ed ugualitaria. Peppino “brutto, sporco e cattivo”, non un “santino”, un “attivista e giornalista ucciso dalla mafia”, come recita l’intelligenza artificiale interrogata, anche in seguito al film I cento passi, che pure ha avuto il merito di fare conoscere la sua storia.  Se al passaggio delle prime manifestazioni in sua memoria nei paesi di Cinisi e Terrasini i concittadini chiudevano le imposte sulla strada, oggi, che ogni 9 maggio riempie quelle stesse strade, vorranno essere in corteo a fianco del Peppino militante rivoluzionario? La domanda resta aperta, come resta la difficoltà ad arrenderci alla morte dell’utopia. Perciò questo libro va letto, osservato, studiato, non solo da chi allora c’era nelle esperienze e nelle lotte simili dello stesso periodo così diffuse in tutta Italia, non solo da chi è cresciuto nella memoria viva dei suoi compagni più grandi, ma soprattutto dalle ultime generazioni che rischiano di dimenticare la vera storia di un fermento collettivo, lo stesso che permise a Peppino di essere quel che fu e non solo quello che oggi appare in quei Cento Passi che non ha mai contato davvero.    Maria La Bianca
June 14, 2026
Pressenza
Ricordo di Jean Ziegler, studioso marxista e militante della sinistra anticapitalistica e altermondialista. L’altra Svizzera
Il 10 giugno scorso è scomparso all’età di 92 anni Jean Ziegler. Ecco un breve ricordo per rendere omaggio a una figura che ci ha molto influenzato e che abbiamo molto ammirato. Dopo la scelta giovanile per il socialismo e per il comunismo, la sua militanza è stata nel segno della critica radicale del capitalismo e della sua logica di funzionamento come sistema mondiale. Da qui la sua costante attenzione al rapporto Nord-Sud. La scelta di sostenere i movimenti di liberazione nazionale e la rivoluzione cubana lo rese popolare presso noi terzomondisti in questa parte del pianeta. È celebre l’episodio con il Che nel 1964. In quanto militante comunista, fu incaricato di guidare Ernesto Guevara nella visita a Ginevra, dove il ministro della Cuba rivoluzionaria si era recato per un incarico istituzionale. Preso dal fervore rivoluzionario, Ziegler esternò al Che il proposito di seguirlo in America Latina e lui fermamente lo dissuase. “Il tuo posto di lotta è qui. Qui c’è la testa del mostro”. La Svizzera delle banche, della finanza internazionale, sede di multinazionali, rifugio, con il segreto bancario, dei capitali illegali mafiosi, delle dittature di mezzo mondo, sede di mercanti del commercio mondiale delle armi e via elencando. Il suo libro che fece epoca per noi fu Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, uscito nel 1976 con Oscar Mondadori e pertanto di larga diffusione. Lo conobbi nel 1980 a Milano in occasione di un convegno internazionale promosso dalla benemerita e formativa Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli, fondata da Lelio Basso e allora animata da Piero Basso. Ci siamo ritrovati nei primi anni 2000 come Associazione Culturale Punto Rosso per il movimento altermondialista e per i Forum Sociali Mondiali. È nota la sua lunga militanza quale consigliere socialista in varie legislature presso il Consiglio Nazionale (Parlamento) della Svizzera. Tra il 2000 e il 2008 è stato incaricato all’Onu quale “Relatore speciale per il diritto al cibo” e in questa veste ha denunciato la fame nel mondo e le malefatte del capitalismo. Nella sua visione, si tratta di un sistema economico e sociale sicuramente irriformabile e pertanto semplicemente da superare. Il suo rapporto costituisce uno studio accurato e un’indagine scrupolosa. Oggi nel mondo si produce cibo in quantità e in qualità tale da poter sfamare 12 miliardi di esseri umani. Nel 2008 la popolazione mondiale era di 6,8 miliardi di persone, oggi è 8,3 miliardi. Con il corollario necessario: lo scandalo, l’abominio della morte per fame di una parte dell’umanità, non solo ovviamente nel Sud Globale, ma addirittura anche nel Nord Globale. Non si può dire pertanto, come si fa di solito, che un bimbo/una bimba è morto/morta per fame. È stato ucciso/uccisa. È così che ogni cinque secondi un bambino/una bambina di età inferiore ai dieci anni muore di fame in un pianeta che abbonda di cibo e di ricchezza materiale a causa di un sistema profondamente ingiusto, appunto da superare. Tra i tanti suoi libri, ne rammentiamo solo alcuni: La Svizzera lava più bianco (Mondadori) del 1990, La privatizzazione del mondo (Marco Tropea Editore) del 2003 (poi Il Saggiatore), Il capitalismo spiegato a mia nipote. Nella speranza che ne vedrà la fine (Meltemi) del 2021. Proprio alla speranza ha dedicato la sua ultima fatica. Où est l’espoir? Dov’è la speranza ? (Seuil 2024), con la bellissima epigrafe che riporta i versi della canzone di Mercedes Sosa, monito per ognuno/ognuna di noi, militante e non. Solo le pido a Dios Que el dolor no me sea indiferente Que la reseca muerte non me encuentre Vacía y sola sin haber hecho lo suficiente. Chiedo solo a Dio Che il dolore non mi lasci indifferente Che la morte rinsecchita non mi trovi Vuota e sola senza aver fatto quello che occorreva. Giorgio Riolo
June 14, 2026
Pressenza
Albania: la Rivoluzione gentile.
A Tirana la vita scorre normalmente durante la giornata: le persone vanno a lavorare, gli studenti universitari si preparano per gli esami, i bambini giocano nei giardini pubblici, i pensionati prendono un caffè in uno dei tanti bar e chiacchierano per ore… I primi turisti, tra cui un buon numero di italiani, visitano la moschea e piazza Scanderbeg. Non ci sono manifesti o scritte sui muri o volantinaggio… Tutto tranquillo insomma nella più completa normalità. L’unico segno visibile di ciò che sta accadendo sono i banchetti dove si raccolgono le firme per i due referendum abrogativi che permettono di aggirare i vincoli ambientali e quindi a favorire le speculazioni immobiliari anche nelle aree protette e più belle dell’Albania a tutto vantaggio degli Oligarchi locali che riciclano il denaro sporco delle mafie di mezzo mondo e soprattutto aprono le porte al genero sionista di Trump che si dice, ma non posso verificarlo, investa denaro israeliano… Insomma la vecchia, corrotta e screditata classe politica del sedicente partito “socialista” di Edi Rama e della sedicente” opposizione del partito “democratico” di Sali Berisha stanno svendendo il Paese al capitalismo più rapace. Alle 18 tutto cambia: il popolo di Tirana giunge sempre più numeroso a piazza Scanderbeg e, quando la più grande piazza di Tirana si riempie, inizia a marciare fino alla non lontana sede del Primo ministro. Uomini e donne, anziani e bambini. Tantissimi bambini dai neonati che nonostante il frastuono riescono a dormire nelle carrozzine e nei marsupi delle mamme ai più grandicelli a “cavacecio” sulle spalle dei genitori sventolano contenti la loro bandierina o cartelli scritti e disegnati a casa e scandiscono gli slogan più gettonati: “Rama e Berisha per voi è finita!”, “Revolucioni!  revolucioni!”. Ieri era una giornata particolare perché l’appuntamento era non soltanto nazionale perché chiamava a Tirana tutti gli albanesi ad iniziare da quelli che abitano nei Paesi confinanti ossia il Kosovo, la Macedonia del Nord, gli albanesi del Montenegro del Sud e della Grecia del Nord: insomma tutto il territorio della cosiddetta “Grande Albania” e quelli della diaspora Albanese di ogni parte del mondo che hanno approfittato dei giorni di vacanza per tornare in patria e per dare un contributo al riscatto della loro terra. Una marea, un oceano di persone che via via si ingrandita a perdita d’occhio. Predominava il rosso, colore della bandiera, con l’aquila nera a due teste. Visibili le sagome dei Fenicotteri Rosa che si muovevano in fila tra la folla guidati da una bianca cicogna. Droni dei manifestanti documentavano l’evento un drone, applauditissimo, ha sorvolato la folla sventolando la bandiera Albanese. Dal palco si alternano gli oratori, intellettuali, artisti ed esponenti della società civile. Ovviamente non ho capito nulla ma la gente applaudiva convinta. Davanti al palco decine di scarpe rappresentavano gli emigrati costretti a lasciare il proprio Paese per cercare lavoro all’estero. Nessuna bandiera dei tre per ora piccoli presenti in parlamento, ma neppure dei gruppi ambientalisti. I socialisti democratici di Nuova Albania, portavano lo striscione, senza simbolo e firma, ma la parola d’ordine: “L’Albania non è in vendita”. Il patriottismo albanese non ha sentimenti suprematista ed è esente da pulsioni xenofobe: è fondato sul legame con la propria terra (come è il patriottismo dei palestinesi e dei curdi, per capirci) e con la loro cultura che crede e pratica accoglienza. Il vostro reporter se ne stava esattamente ai piedi della scalinata del palazzo del primo ministro, presidiato da una ventina di poliziotti senza casco, scudo e manganello e senza pistola nella fondina. Bonariamente invitavano a non sedersi sui gradini e a non salire le scale. Tuttavia alcuni bimbi “disubbedienti” giocavano davanti al portone del ministero ad acchiapparella senza che i poliziotti avessero nulla da ridire. Oggi è nei giorni a venire si replica fino alla vittoria del popolo, mi dicono con pacifica determinazione.   Mauro Carlo Zanella
June 14, 2026
Pressenza
Che fine ha fatto il monitoraggio indipendente sugli accertamenti e sulle procedure di frontiera?
Da domani si scatenerà l’inferno: sarà applicato il nuovo Patto UE sulla migrazione con modalità “flessibili”, dunque a discrezione della polizia L’articolo 10 del Regolamento sugli accertamenti (Regolamento (UE) 2024/1356) e l’articolo 43, paragrafo 4, del Regolamento sulle procedure di asilo (Regolamento (UE) 2024/1348) impongono agli Stati membri di prevedere un meccanismo indipendente per monitorare il rispetto dei diritti fondamentali durante gli accertamenti dei nuovi arrivi e nella valutazione delle domande di asilo alle frontiere esterne. Il Regolamento (UE) 2024/1356 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, regola lo screening dei cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne. Per il Considerando 10, È opportuno che gli accertamenti siano effettuati in un luogo adeguato e opportuno designato da ciascuno Stato membro, generalmente ubicato presso le frontiere esterne o nelle loro vicinanze o, in alternativa, in altri luoghi all’interno del territorio, tenendo conto della geografia e delle infrastrutture esistenti, garantendo che gli accertamenti possano essere effettuati senza indugio. Gli accertamenti nei confronti dei cittadini di paesi terzi che soggiornano illegalmente nel territorio degli Stati membri, che vi sono entrati in modo non autorizzato attraverso una frontiera esterna e che non sono già stati sottoposti ad accertamenti in uno Stato membro dovrebbero essere effettuati in luoghi adeguati e opportuni designati da ciascuno Stato membro nel suo territorio. Per il Considerando 11, Durante gli accertamenti i cittadini di paesi terzi sottoposti agli stessi dovrebbero rimanere a disposizione delle autorità preposte agli accertamenti. È opportuno che gli Stati membri stabiliscano nel loro diritto nazionale disposizioni volte a garantire la presenza dei cittadini di paesi terzi interessati durante gli accertamenti, al fine di impedirne la fuga. Ove necessario e sulla base di una valutazione caso per caso, gli Stati membri possono trattenere una persona sottoposta agli accertamenti, salvo se non siano applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive.  Il trattenimento dovrebbe essere applicato solo come misura di ultima istanza conformemente ai principi di necessità e proporzionalità e dovrebbe essere soggetto a un ricorso effettivo, in linea con il diritto nazionale, dell’Unione e internazionale. Durante gli accertamenti dovrebbero applicarsi le pertinenti disposizioni della direttiva (UE) 2024/1346 del Parlamento europeo e del Consiglio, per i richiedenti protezione internazionale, e le pertinenti norme sul trattenimento di cui alla direttiva 2008/115/CE, per i cittadini di paesi terzi che non hanno fatto domanda di protezione internazionale. Per il Considerando 22, È opportuno che gli accertamenti al confine esterno siano completati il prima possibile e che non durino più di sette giorni. È opportuno che gli accertamenti dopo il “rintraccio” nel territorio siano completati il prima possibile e che non durino più di tre giorni. In base all’art.6 del Regolamento screening, Durante gli accertamenti, le persone di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2, non sono autorizzate ad entrare nel territorio di uno Stato membro. Gli Stati membri stabiliscono nelle rispettive legislazioni nazionali disposizioni intese a garantire che le persone di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2, rimangano a disposizione delle autorità competenti a svolgere gli accertamenti nei luoghi di cui all’articolo 8 per la durata degli accertamenti al fine di prevenire qualsiasi rischio di fuga nonché le minacce potenziali alla sicurezza interna derivanti da tale fuga, o i rischi potenziali per la salute pubblica che potrebbero derivare da tale fuga”. E’ questa la norma che configura la cd. finzione di non ingresso, anche se nella successiva disposizione si fa riferimento al territorio nazionale, dato testuale che comunque preclude l’applicazione della normativa in esame al di fuori dei confini dello Stato membro, e dunque dell’Unione europea. Di solito questo concetto viene applicato nelle zone di transito negli aeroporti internazionali tra i gate di arrivo e il controllo dei passaporti, a significare che le persone che sono arrivate non sono ancora entrate nel territorio del paese di destinazione. Sebbene fisicamente presenti, non sono considerati legalmente entrati nel territorio ufficiale del paese fino a quando non hanno ricevuto l’autorizzazione necessaria. Si tratta di una previsione che, a seconda della sua attuazione nel diritto nazionale, potrebbe risultare in contrasto con la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati che prevede comunque, in favore dei richiedenti asilo, il diritto di accedere al territorio al fine di presentare una istanza di protezione ed afferma il divieto di respingimento (art.33), verso luoghi dove vita o libertà sono minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, gruppo sociale o opinioni politiche. La finzione di non ingresso non si applica, comunque, ai cittadini di Paesi terzi richiamati nell’art. 7 del regolamento, ossia quelli sottoposti ad accertamenti dopo il “rintraccio” all’interno del territorio. In base all’art.8 del Regolamento screening, gli accertamenti sono effettuati in qualsiasi luogo adeguato e opportuno designato da ciascuno Stato membro, generalmente ubicato presso le frontiere esterne o nelle loro vicinanze o, in alternativa, in altri luoghi all’interno del suo territorio. Secondo la stessa norma, gli accertamenti sono effettuati senza indugio e sono completati in ogni caso entro sette giorni dal rintraccio nella zona di frontiera esterna, dallo sbarco sul territorio dello Stato membro interessato o dalla presentazione al valico di frontiera. Nel caso di accertamenti su persone rintracciate all’interno del territorio nazionale, Gli accertamenti sono effettuati senza indugio e sono completati entro tre giorni dal rintraccio del cittadino del paese terzo. Le persone che si trovano sottoposte alla procedura di accertamento (screening) si trovano dunque nel territorio nazionale, ma vengono considerate come se si trovassero al di fuori di un immaginario limite di frontiera. Previsione che andrà considerata anche alla luce dell’art.10 della Costituzione italiana, e dunque le procedure di accertamento in frontiera si dovranno svolgere “secondo le condizioni stabilite dalla legge” ma “in conformità con i trattati internazionali”. Un impegno che il ministero dell’interno ha già tradito con la circolare del 9 giugno (Protocollo n. 0022024) che detta i “protocolli operativi” per l’attuazione del Regolamento screening (UE) 2024/1356, prevedendo ad esempio in materia di controlli preliminari di salute che questi si svolgano “preferibilmente presso le strutture di polizia”. Strutture che evidentemente non sono dotate delle attrezzature e dei sistemi di prima assistenza e accertamento delle vulnerabilità, basti pensare all’accertamento dell’età o dello stato di gravidanza, per non parlare delle vittime di tortura, richiesti per attività che devono essere svolte da personale medico specializzato, in luoghi idonei per questo tipo di accertamenti e non certo in un ufficio di questura. Le autorità amministrative sono tenute a rispettare una tempistica precisa ed hanno anche oneri di informazione e documentazione, che risultano determinanti, se correttamente assolti, nelle fasi successive delle procedure in frontiera. Per l’art.17 del Regolamento screening deve essere compilato un modulo consuntivo. Dunque, “le autorità preposte agli accertamenti compilano, per quanto riguarda le persone di cui agli articoli 5 e 7, un modulo contenente le informazioni seguenti: a) nome, data e luogo di nascita e genere; b) indicazione delle cittadinanze o dell’apolidia, paesi di residenza prima dell’arrivo e lingue parlate; c) motivo per cui sono stati effettuati gli accertamenti; d) informazioni sul controllo preliminare dello stato di salute effettuato a norma dell’articolo 12, paragrafo 1, anche qualora, sulla base delle circostanze relative allo stato generale di ciascun cittadino di paese terzo, non sia stato necessario un ulteriore controllo dello stato di salute; e) informazioni pertinenti sul controllo preliminare delle vulnerabilità effettuato in conformità dell’articolo 12, paragrafo 3, in particolare le vulnerabilità o le esigenze di accoglienza o procedurali particolari individuate; f) informazioni indicanti se il cittadino di paese terzo interessato abbia fatto una domanda di protezione internazionale; g) informazioni fornite dal cittadino di paese terzo interessato sull’eventuale presenza di familiari sul territorio di uno degli Stati membri; h) se la consultazione delle banche dati pertinenti a norma dell’articolo 15 abbia dato luogo a un riscontro positivo; i) se il cittadino di paese terzo interessato abbia ottemperato all’obbligo di cooperare a norma dell’articolo 9”. Il Regolamento (UE) 2024/1349 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, istituisce una procedura di rimpatrio alle frontiere e modifica il regolamento (UE) 2021/1148. In base al nuovo Regolamento UE 2024/1349 sulle procedure di rimpatrio alla frontiera, da non confondere con il più ampio Regolamento sui rimpatri ancora oggetto di discussione a Bruxelles, che dovrebbe sostituire la vigente Direttiva “Rimpatri” 2008/115/CE, il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato. Gli Stati membri possono quindi imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della vigente direttiva rimpatri 2008/115/CE, dunque con tempi più lunghi e con il trattenimento amministrativo in un centro per i rimpatri (CPR), che è stato recentemente prolungato fino a 24 mesi. Il diritto eurounitario in materia d’asilo esige comunque che sia dimostrata la necessità e la proporzionalità del trattenimento rispetto a tutte le diverse finalità/motivazioni previste dalla normativa interna o sovranazionale. Gli articoli 6, 52, paragrafo 3, e 53 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di applicare i principi di necessità e proporzionalità e pertanto di garantire alternative effettive alle misure di trattenimento. Un indirizzo che il legislatore italiano non ha ancora accolto malgrado la crisi sistemica dei centri per i rimpatri (Cpr). La Corte di giustizia UE, con sentenza del 14 maggio 2020, cause riunite C-924/19 e C-925/19, ha affermato che la privazione della libertà personale nel corso delle procedure in frontiera, come ad esempio nelle cd. zone di transito, deve ritenersi sussistente non soltanto nei centri di detenzione come i CPR (centri per i rimpatri), bensì anche in ogni altro luogo dal quale il richiedente asilo non è libero di allontanarsi, e dunque si deve ritenere anche nei centri Hotspot in frontiera e negli altri luoghi assimilati. Le procedure di screening in frontiera, e nelle aree assimilate, non possono essere piegate ad una generica funzione di trattenimento o di fermo amministrativo, in quanto in un termine molto breve (7 giorni alla frontiera o 3 giorni per i rintracci sul territorio) devono permettere di indirizzare la persona migrante verso la procedura di protezione, verso la ricollocazione o il trasferimento “Dublino” in un altro paese membro, o verso la procedura di rimpatrio in frontiera, che prevede un ulteriore termine di trattenimento fino a tre mesi. Se questi canali “in uscita” si inceppano, perchè non funzionano i trasferimenti “Dublino” o si restringono le maglie per il riconoscimento della protezione internazionale o complementare, anche attraverso il ricorso automatico alla categoria dei “paesi di origine sicuri”, o non si riesce anche in questi casi ad eseguire le operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato ovvero mancano posti nei CPR, come è facilmente prevedibile, l’intero sistema di accoglienza/detenzione prefigurato dai Regolamenti europei si inceppa, e si produrrà una crescita esponenziale di persone straniere irregolari, censite, inserite in tutti i sistemi di controllo informatico, ma ormai prive di qualsiasi prospettiva di regolarizzazione successiva, con un ulteriore aumento dei cd. movimenti secondari verso altri Stati membri. Con la fine scontata dei già timidi tentativi di avvio dei meccanismi di solidarietà. E’ il fallimento definitivo di una politica europea che da anni tende allo svuotamento del diritto di asilo ed alla chiusura delle frontiere per i migranti economici, altrimenti bene accetti se lavoratori “clandestini” ed esposti alle forme più bieche di sfruttamento. leggi qui il seguito dell’articolo  Fulvio Vassallo Paleologo
June 14, 2026
Pressenza
Non restiamo a guardare…
Essere bambini a Gaza Il lavoro minorile a Gaza sta cancellando i sogni dei bambini di ricevere un’istruzione e costruirsi un futuro e soprattutto toglie loro la dimensione del gioco e del divertimento, con effetti psicologici non indifferenti. Il 12 giugno era la “Giornata mondiale contro il lavoro minorile”, istituita dall’Organizzazione internazionale del lavoro nel 2002. Come in tutte le invasioni straniere e le guerre di genocidio a pagare il prezzo più alto sono i bambini. La stampa palestinese racconta storie che strappano il cuore. Come quella di Malek, 10 anni, che ha trasformato una carrozzella per disabili in un carretto per il trasporto della spesa dal mercato alle tende degli acquirenti. “Sognavo di fare il medico dentista, ma il progetto è stato rinviato a causa di questa maledetta guerra. Guadagno 15 shekel (5 dollari) al giorno, lavorando da mattina a sera, per garantire qualcosa da mangiare alla mamma e ai tre fratellini piccoli”. Nour (13 anni) sognava di diventare dottoressa, “per curare i malati”. L’aggressione israeliana l’ha costretta invece ad abbandonare gli studi e passare le sue giornate dietro un lenzuolo dove ha esposte le sue mercanzie in un mercatino improvvisato a Deir Balah, dove è stata costretta a sfollare insieme alla sua famiglia. La guerra ha privato lei e tutti gli altri bambini di Gaza del diritto all’istruzione e al gioco, e sono diventati la fascia di popolazione più colpita dalle sue ripercussioni senza precedenti. La guerra genocidaria israeliana a Gaza ha causato 64.616 orfani e orfane, molti tra di loro di tutt’e due i genitori, addossando su molti di loro la responsabilità di accudire i fratelli e sorelle minori, costretti a diventare adulti prima del tempo. La storia di Sarah Rajab, una bambina di Gaza e di una famiglia annientata Israele non colpisce i bambini gazawi come vittime collaterali, ma mira a uccidere il futuro di Gaza, annientando i bambini. Qui vi raccontiamo la storia di Sarah Rajab. Aveva 9 anni quando un missile l’ha presa di mira il 27 maggio, primo giorno della Festa di Eid Al-Adha. Era l’ultima della sua famiglia, cancellata per mano israeliana dal registro anagrafico palestinese. Genocidio a Gaza Una fonte dell’ospedale Al-Awda ci ha informato che un palestinese è stato ucciso in un attacco di droni israeliani contro il campo profughi di Al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale. L’ospedale Nasser ha informato in un comunicato che due palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un attacco di droni israeliani a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale. Una persona ferita è giunta all’ospedale Al-Ma’madani dopo che le forze israeliane hanno preso di mira un gruppo di civili nel quartiere di Al-Tuffah, a est di Gaza City. Veicoli militari israeliani hanno oltrepassato la “linea gialla” presso la rotonda di Bani Suheila, a est di Khan Younis, e hanno sparato contro le persone accampate nelle tende di plastica e listelli di legno. Secondo le statistiche del ministero della sanità di Gaza il numero delle vittime dell’invasione israeliana, fino a mezzogiorno di ieri 13 giugno, è stato di 2.993 uccisi e 173.230 feriti. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Pulizia etnica in Cisgiordania Le aggressioni dei coloni ebrei israeliani contro la popolazione palestinese autoctona sono sempre più feroci e mirano alla deportazione coercitiva. Un gruppo consistente di loro ha appiccato, ieri, un vasto incendio vicino all’impianto di depurazione delle acque reflue occidentale, a ovest di Deir Sharaf, sulla strada Nablus-Tulkarm. Obiettivo è quello di rendere la vita difficile alla popolazione di due città tra le più abitate in Cisgiordania. Sabato sera, un altro gruppo di coloni ha bruciato terreni e quattro veicoli e danneggiato diverse case nel villaggio di Jit, a est di Qalqilya. Un altro attacco è stato messo in campo ad est di Ramallah. Nella provincia di Betlemme, i coloni hanno rubato i tubi di irrigazione in vaste aree agricole palestinesi. Sono azioni studiate a tavolino con governo e esercito, perché i soldati hanno sempre accompagnato le orde di coloni per proteggerli in caso di resistenza dei palestinesi con lancio di pietre. Oltre agli attacchi dei coloni vanno registrate anche le irruzioni dei soldati nelle città e villaggi palestinesi occupati. Nella giornata di ieri, sabato, Wafa ha elencato 29 incursioni militari contro civili disarmati, con distruzioni nelle città e nelle proprietà private, confische di terreni e ordine di demolizione case. Era il Paese dei cedri Mentre le trattative in Pakistan tra Washington e Teheran annunciano che l’accordo comprende il ritiro dell’esercito di occupazione israeliano dal Libano, i criminali generali di Tel Aviv dichiarano che è fondamentale per le operazioni in corso la conquista di Nabatyieh. L’esercito libanese ha evacuato le sue posizioni nella cittadina di Kafr Tebnit e si è ritirato da Nabatyieh verso nord. Le forze della resistenza hanno compiuto in zona 22 operazioni, che hanno costretto gli invasori a retrocedere dai loro piani. La stampa israeliana parla di molte perdite nella battaglia per la conquista di Kafr Tebnit, che si è conclusa con il ritiro dal campo di battaglia. La vendetta degli occupanti non si è fatta attendere con i bombardamenti intensi contro la popolazione civile su tutti i villaggi della zona limitrofe. In un solo bombardamento ci sono stati 5 civili uccisi e 11 feriti, secondo il ministero della sanità. Il rapporto del ministero della sanità di Beirut informa che il totale delle vittime dell’aggressione israeliana ha raggiunto 3.756 uccisi e 11.632 feriti. Guerra in Iran L’accordo è imminente. Trump dice che avverrà entro la giornata di oggi a Ginevra, ma da Teheran frenano. La mediazione di Islamabad ha escogitato la firma elettronica in una cerimonia digitale e distanza. I 14 punti che ha citato il ministro degli esteri iraniano Araqchi ci sono tutti, ma bisogna guardare i termini usati nel testo da firmare. Il primo risultato sarà la riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco dei porti iraniani. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato che il suo paese “ha resistito all’aggressione statunitense-sionista ed ha vinto. Diffenderemo la nostra indipendenza e i nostri diritti”. Canta vittoria anche Trump: “Se non applicano i punti dell’accordo, torneremo a mezzi più efficaci”, ha tuonato per galvanizzare i suoi fans. Nell’angolo è rimasto il criminale di guerra ricercato, Netanyahu. E nelle diplomazie mediorientali molti temono una sua pazzia, che metta in pericolo tutta la regione. I suoi ministri estremisti rivendicano che Beirut sia bombardata subito, per scompaginare il piano dell’alleato Trump. Premio ai giornalisti di Gaza L’Associazione mondiale dei giornali e degli editori di notizie ha annunciato che assegnerà il premio Golden Pen of Freedom 2026 a fotografi e videomaker gazawi che collaboravano con le tre principali agenzie di stampa mondiali. Questo prestigioso premio internazionale riconosce coloro che hanno documentato le fasi della guerra genocidaria in corso da parte di Israele, rischiando la propria vita per trasmettere la verità al mondo, visto il sistematico divieto imposto dall’occupazione ai giornalisti stranieri. La cerimonia di premiazione si terrà lunedì prossimo a Marsiglia, a margine del 77° Congresso Mondiale dei Media. I giornalisti palestinesi che rappresenteranno i loro colleghi sul campo sono: i fotografi Mohammed Salem, Fatima Shubeir e Mohammed Al-Baba. Sono stati scelti per ritirare il premio a nome di tutti i loro colleghi di Gaza. Palestina Anima Mundi Il 19 giugno, più di cento piazze italiane, in solidarietà con la Palestina e con il diritto del suo popolo alla libertà e indipendenza, si incontreranno in un collegamento online con Francesca Albanese, per la presentazione del suo ultimo libro La luce del risveglio. Una nuova rete sta nascendo, che si batte per una per una pace giusta e per la fine dell’occupazione israeliana. Le associazioni interessate a farne parte possono contattare il comitato organizzatore al seguente indirizzo di posta elettronica: presidiopalestinaca@gmail.com ANBAMED
June 14, 2026
Pressenza

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