Perché Vannacci non è il problema principale--------------------------------------------------------------------------------
Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza (che ringraziamo)
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Ogni volta che Roberto Vannacci parla, il dibattito pubblico si accende. Accade
quando nega l’esistenza del femminicidio, quando attacca i diritti delle
minoranze, quando trasforma differenze e fragilità in bersagli polemici. Ci
indigniamo, discutiamo, replichiamo. Poi attendiamo la provocazione successiva.
Ma forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. La domanda più importante non è
cosa pensa Vannacci: le sue idee sono note e, per molti aspetti, coerenti con
una certa cultura che attraversa le destre contemporanee. La domanda davvero che
forse ci dobbiamo porre, è un’altra: perché queste parole trovano ascolto?
Perché occupano così tanto spazio? Perché riescono a intercettare una rabbia
diffusa?
Per provare a rispondere può essere utile tornare a una categoria elaborata da
Antonio Gramsci: la “rivoluzione passiva”. Con questa espressione Gramsci
descriveva quei processi storici nei quali le classi dominanti, invece di essere
travolte dal malcontento popolare, riescono ad assorbirlo, a deviarlo, a
trasformarlo in uno strumento di conservazione. Accolgono una parte delle
domande che emergono dalla società, ma lo fanno in modo da lasciare intatti i
rapporti di potere esistenti. Se osserviamo molte delle retoriche che
attraversano le destre contemporanee, il meccanismo appare sorprendentemente
attuale.
Esiste una rabbia sociale reale. Esiste la precarietà. Esiste la difficoltà di
arrivare a fine mese. Esiste il progressivo impoverimento di ampi settori della
popolazione. Esiste la percezione di un futuro più incerto per i propri figli.
Esiste la sensazione che la politica non riesca più a incidere sui grandi
processi economici. Tutto questo è reale. Ma invece di interrogarsi sulle cause
strutturali del disagio – l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione
della ricchezza, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi
pubblici… – il discorso pubblico viene continuamente spostato altrove. I
problemi diventano i migranti, le persone LGBT, il femminismo, il politicamente
corretto, l’antifascismo, i diritti civili…
Non si nega il disagio. Lo si reindirizza.
La rabbia viene riconosciuta ma privata del suo oggetto reale. È qui che figure
come Vannacci svolgono una funzione politica importante: contribuiscono a
trasformare la sofferenza in una guerra culturale permanente. Una guerra che
mobilita emozioni forti e costruisce identità contrapposte, senza mai mettere
davvero in discussione gli equilibri economici che alimentano quella stessa
sofferenza. Per questo sarebbe un errore considerare Vannacci un semplice
fenomeno folkloristico. Il problema non è l’eccesso verbale. Il problema è ciò
che quell’eccesso riesce a nascondere.
Questo meccanismo oggi trova un alleato formidabile nell’architettura dei media
e degli algoritmi social. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono
costruite per massimizzare il tempo che vi trascorriamo, e sanno che nulla ci
trattiene più a lungo della rabbia.
La provocazione non è solo una strategia politica, è un modello di business: chi
si indigna commenta, condivide, risponde. Chi commenta genera traffico. Chi
genera traffico produce pubblicità. Chi produce pubblicità genera profitto. Per
le piattaforme, non per noi. Siamo intrappolati in un ecosistema informativo che
monetizza la nostra rabbia, trasformando la discussione pubblica in uno
spettacolo continuo dove chi urla più forte vince l’attenzione della giornata.
Si tende a rispondere alle provocazioni denunciandone il carattere razzista,
sessista o omofobo – spesso giustamente – ma restiamo prigionieri dello stesso
terreno di gioco. È così che la destra detta l’agenda. Si discute della
provocazione del giorno. Si rincorre la polemica. Si smentisce. Ci si indigna. E
intanto scompaiono dal dibattito le questioni fondamentale: perché tante persone
si sentono abbandonate? Perché il lavoro non garantisce più sicurezza? Perché la
sanità e la scuola pubblica appaiono sempre più fragili? In altre parole, si
combattono i sintomi senza affrontare la malattia.
Naturalmente sarebbe un errore opposto ridurre tutto all’economia. Le persone
non vivono soltanto come lavoratori. Vivono anche attraverso relazioni,
identità, riconoscimento, desideri, paure. I diritti civili non sono una
distrazione rispetto ai diritti sociali, sono parte della stessa idea di
democrazia. Una società che discrimina le minoranze è spesso anche una società
che accetta più facilmente le disuguaglianze. Una società che abitua al
disprezzo dell’altro finisce per indebolire anche la solidarietà necessaria a
difendere i beni comuni. Per questo la sfida non consiste nello scegliere tra
diritti sociali e diritti civili, ma nel ricostruire il legame tra le due
dimensioni.
Le democrazie si indeboliscono quando aumentano contemporaneamente l’insicurezza
materiale e l’esclusione simbolica. Quando le persone stanno peggio e, nello
stesso tempo, si abituano a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri.
La frammentazione sociale produce una profonda solitudine. E quando le persone
sono lasciate sole di fronte all’incertezza, l’ostilità diventa l’unico rifugio
identitario disponibile.
La vera scommessa politica ed educativa non è solo decostruire la polemica di
turno, ma “ricostruire” un “noi” autentico e solidale, capace di curare
l’isolamento prima che si trasformi in rancore.
Per contrastare questa deriva non basta indignarsi. Occorre nominare ciò che
viene sistematicamente rimosso. Ricostruire i legami tra le sofferenze
individuali e le loro cause collettive. Smettere di abboccare all’esca mediatica
per imporre, finalmente, le nostre domande.
In fondo la domanda decisiva non è cosa pensa Vannacci. È perché, di fronte a
una crisi che produce disuguaglianze e solitudine, continuiamo a discutere di
capri espiatori invece che dei meccanismi che producono quella crisi. È urgente
occupare il dibattito con le nostre priorità, e non inseguire le provocazioni
del giorno. Senza mai affrontarne la radice.
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