Esposti dall’alto, messi a tacere dall’interno: i palestinesi nell’Israele in guerra
di Samah Watad e Baker Zoubi,
+972 Magazine, 19 marzo 2026.
Decenni di abbandono hanno lasciato i cittadini palestinesi di Israele indifesi
di fronte ai lanci di missili, mentre la polizia arresta di chi esprime
dissenso.
Un palestinese ispeziona i danni fatti da un missile lanciato dall’Iran che ha
colpito la città palestinese di Zarzir, nel nord di Israele, il 13 marzo 2026.
(Michael Giladi/Flash90)
Con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che non accenna a
placarsi, il suono delle sirene è diventato una costante sia per i cittadini
palestinesi che per quelli ebrei di Israele. Ma mentre gli ebrei israeliani
corrono nei rifugi o nei centri di sicurezza nei pochi istanti che intercorrono
tra l’allarme e l’impatto dei missili o la caduta dei frammenti dei missili
intercettati, molti cittadini palestinesi si chiedono: dove possiamo andare?
I rifugi e gli spazi protetti sono diventati una componente centrale del sistema
di difesa civile di Israele, specialmente dopo il 7 ottobre e le successive
escalation con l’Iran, che hanno esteso la minaccia dei lanci missilistici a
quasi ogni parte del paese. Tuttavia, nelle comunità arabe – e persino nei
quartieri arabi all’interno delle città binazionali – permangono notevoli
disparità tra le protezioni fornite ai cittadini ebrei e a quelli palestinesi.
Un nuovo studio condotto da due organizzazioni locali, Sikkuy– Aufoq e Injaz,
mette in luce la portata di tale disparità: su 11.775 rifugi pubblici presenti
in tutto il paese, solo 37 si trovano in località arabe — circa lo 0,3% — e otto
di questi sono inutilizzabili. Un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno
dal Controllore dello Stato israeliano ha rilevato disparità altrettanto
marcate.
Ciò significa che centinaia di migliaia di cittadini arabi (che costituiscono
circa il 20% della popolazione israeliana) vivono in comunità prive di rifugi
pubblici e sono quindi costretti a ripararsi a casa in stanze interne, corridoi
o vani scala — spazi che offrono scarsa protezione dai colpi diretti o persino
dalla caduta di schegge.
Questa vulnerabilità non è solo una falla in tempo di guerra, ma è il risultato
di decenni di pianificazione discriminatoria, di cronici sottoinvestimenti e di
decisioni politiche che hanno lasciato le città arabe in gran parte al di fuori
delle infrastrutture di protezione dello stato.
Parte di questo divario è di natura strutturale. Una grande percentuale delle
abitazioni nelle comunità palestinesi è stata costruita prima del 1992, quando
le normative israeliane hanno iniziato a richiedere una stanza fortificata (nota
in ebraico come “mamad”) nelle nuove costruzioni residenziali. Tuttavia, ancora
oggi, i residenti palestinesi che cercano di costruire tali rifugi privati a
proprie spese spesso non sono in grado di farlo a causa degli ostacoli
urbanistici e burocratici presenti nelle città arabe.
«Il divario in materia di protezione non è solo una questione tecnica; è anche
legato alle politiche di pianificazione e costruzione», ha dichiarato a +972
Raghad Jaraisi, co-direttrice esecutiva di Sikkuy–Aufoq. «Quando vi sono
restrizioni al rilascio dei permessi di costruzione e i progetti di
riqualificazione urbana non procedono nelle comunità arabe, ciò incide
direttamente sulla capacità delle persone di aggiungere stanze protette alle
proprie abitazioni».
In questo senso, il problema non è semplicemente la carenza di rifugi. È che la
sicurezza stessa è stata plasmata da sistemi dai quali i cittadini palestinesi
sono stati a lungo esclusi: l’assegnazione dei terreni, il rilascio dei permessi
e lo sviluppo guidato dal mercato.
L’anno appena trascorso ha messo in luce le profonde e fatali conseguenze di
questa mancanza di protezione. Durante la guerra dei 12 giorni dello scorso
giugno tra Israele e l’Iran, un missile ha colpito un’abitazione nella città
palestinese di Tamra, uccidendo due donne e due bambine. Negli ultimi anni,
missili o schegge cadute in seguito a intercettazioni hanno causato vittime
civili anche a Majd Al-Krum e Shefa-‘Amr‘.
Forze di sicurezza e di soccorso israeliane sul luogo di un attacco con missili
balistici iraniani a Tamra, nel nord di Israele, il 15 giugno 2025. (David
Cohen/Flash90)
In altre comunità, episodi simili hanno causato feriti e danni alle abitazioni e
alle proprietà. Mercoledì scorso, un razzo di Hezbollah ha colpito un’abitazione
nel villaggio settentrionale di Bi’ina, ferendo diverse persone. Due giorni
dopo, un attacco missilistico iraniano ha ferito quasi 60 persone nella vicina
Zarzir e causato ingenti danni. La notte successiva, delle schegge sono cadute
nel villaggio di Umm Al-Ghanam, provocando l’incendio di un veicolo.
Allo stesso tempo, un’altra crisi continua a tormentare la vita quotidiana dei
cittadini palestinesi: la violenta criminalità organizzata. Sebbene il ritmo
degli omicidi sia leggermente diminuito durante la guerra, non si è arrestato:
almeno 11 palestinesi sono stati uccisi dal suo inizio.
Per molti, l’epidemia di criminalità rimane una minaccia ancora più immediata
della guerra stessa. La guerra ha inoltre interrotto le proteste di massa che i
cittadini palestinesi avevano iniziato a organizzare contro la criminalità,
poiché le restrizioni e le preoccupazioni per la sicurezza rendono molto più
difficile una mobilitazione duratura. Allo stesso tempo, qualsiasi opposizione
aperta alla guerra o manifestazione pubblica dell’identità palestinese continua
a essere brutalmente repressa dalle autorità.
In questa realtà, i cittadini palestinesi di Israele vivono sotto una doppia
minaccia: la guerra che piove dal cielo e la violenza e la repressione che
vengono dall’interno.
Cinque rifugi per 3.000 persone
I cittadini palestinesi di Israele subiscono da decenni discriminazioni, e le
conseguenze di tale situazione sono ora dolorosamente evidenti in materia di
sicurezza di base. In tutto il paese, molte città e villaggi palestinesi
continuano a non disporre di sufficienti rifugi e spazi protetti, mentre i
governi che si sono succeduti hanno compiuto scarsi sforzi per colmare in modo
significativo tale lacuna.
Nelle cosiddette «città miste» come Lod (o Lyd), Ramla, Jaffa, Haifa e Akka,
questa disparità è ancora più marcata, talvolta visibile persino sulla stessa
strada. «Quando si guarda la mappa, si vede chiaramente dove esistono i rifugi e
dove non ci sono», ha dichiarato a +972 Ghassan Monayer, un attivista sociale di
Ramla. «Nei quartieri ebraici ci sono rifugi pubblici, spazi protetti
all’interno degli edifici e talvolta persino rifugi mobili. Nei quartieri arabi,
il quadro è completamente diverso».
In alcuni casi, la disuguaglianza affonda le sue radici nella storia specifica
di queste città. Alcuni quartieri di Ramla, ha spiegato Monayer, erano a
maggioranza palestinese anche prima del 1948. Dopo la Nakba, vi si insediarono
israeliani ebrei e lo stato costruì alloggi pubblici. «In seguito, i residenti
ebrei si trasferirono nei quartieri più nuovi, mentre gli arabi si insediarono
in quelli più vecchi», ha affermato. «Qui il numero di alloggi è molto esiguo e
alcuni versano in cattive condizioni. Certamente non sono adeguati alle
dimensioni della popolazione».
Altrove, la situazione è ancora più grave: interi quartieri non sono mai stati
dotati di rifugi. «In un quartiere di Lod, dove vivono più di 3.000 persone, ci
sono solo cinque rifugi mobili», ha affermato Monayer. «In un altro quartiere,
l’unico luogo in cui le persone possono trovare riparo è la scuola, ma la
distanza tra questa e la maggior parte delle abitazioni è superiore a quella che
si dovrebbe percorrere durante l’allarme.
«Il Comune afferma che nei quartieri della città ci sono 18 spazi protetti», ha
proseguito. «Quei rifugi possono ospitare solo circa 600 persone. La domanda è
semplice: e tutti gli altri? Dovrebbero aspettare per strada? A Lod e Ramla ci
sono case con i tetti in metallo, case che potrebbero essere distrutte dalle
schegge, [figuriamoci] da un missile. Quando la gente sente la sirena, sa che in
realtà non ha alcun posto sicuro dove andare».
Il sindaco di Sakhnin, Mazen Ghanayem, ha lamentato la mancanza di rifugi nella
sua città araba nel nord di Israele. (Odd Anderson/AFP)
I residenti hanno proposto soluzioni concrete, ma sostengono di aver ricevuto
scarse risposte. «Abbiamo suggerito al Comune un’idea semplice: se non è in
grado di realizzare ulteriori spazi protetti, dovrebbe incoraggiare i residenti
a costruirli autonomamente. La legge consente di realizzare una stanza protetta
nel proprio giardino anche senza permesso, ma le persone temono le multe o la
minaccia di ordinanze di demolizione. Abbiamo chiesto: “Concedete agli abitanti
uno sgravio sulle tasse comunali o qualche altro incentivo e incoraggiateli a
costruire”».
La mancanza di protezione è particolarmente grave nei villaggi beduini non
riconosciuti situati nel Naqab (o Negev). Nel corso di un recente dibattito
alla Knesset, il deputato Walid Al-Huwashla, residente nel Naqab e membro della
Lista Araba Unita (Ra’am), ha sottolineato quella che ha definito una situazione
di abbandono quasi totale. Secondo lui, nei villaggi non riconosciuti e in
alcuni consigli regionali della zona non esistono praticamente misure di
protezione.
Anche i risultati della relazione del Controllore dello Stato evidenziano la
profondità del divario: in tutti i villaggi non riconosciuti del Naqab, vi sono
solo 64 spazi protetti per circa 165.000 residenti. Per cercare di ovviare a
questa carenza, l’organizzazione di base Standing Together ha lanciato
recentemente un’iniziativa di crowdfunding e ha iniziato a installare rifugi
mobili.
Tuttavia, secondo una fonte del Comitato nazionale dei Presidenti delle Autorità
Locali aAabe, al di là di alcune limitate discussioni incentrate sui villaggi
beduini, non vi è stato alcun intervento statale globale volto ad affrontare la
più ampia carenza di risorse nelle località arabe. In pratica, l’attenzione si è
spostata sulla formazione di squadre locali di volontariato per le emergenze —
in materia di soccorso, primo soccorso e sostegno psicologico — affinché le
comunità possano reagire autonomamente in caso di attacchi.
L’implicazione è chiara: in assenza di una protezione adeguata, la
responsabilità della sopravvivenza viene sempre più scaricata sulle comunità
stesse.
Controllo del dissenso
Privi di protezione da missili, razzi e schegge, i cittadini palestinesi di
Israele costituiscono anche la principale opposizione all’interno del paese alla
guerra con l’Iran, sostenuta da oltre il 90% dell’opinione pubblica ebraica. Ma
in uno stato che tollera ben poco il dissenso, i palestinesi sanno bene che
esprimersi apertamente può comportare un costo molto alto.
Non esistono dati ufficiali sul numero di palestinesi arrestati o interrogati
per presunti reati legati alla libertà di espressione dall’inizio della guerra
con l’Iran. Tuttavia, nel corso delle ricerche condotte per questo articolo,
+972 ha individuato almeno nove casi di questo tipo. Il risultato è una
crescente sensazione, diffusa tra molti cittadini palestinesi, che esprimersi
apertamente sia diventato più pericoloso che mai.
Pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi da parte di Israele e degli Stati
Uniti, la polizia israeliana ha arrestato Majd Asadi, cantante lirico e
attivista palestinese residente nella città a maggioranza drusa di Daliyat
Al-Karmel, nei pressi di Haifa, a causa di un post sui social media in cui
criticava la guerra.
Nel post, Asadi aveva inquadrato la guerra come parte di una più ampia lotta
geopolitica, scrivendo che essa riguardava il «controllo delle rotte marittime,
delle risorse e del petrolio» e sostenendo che la Guida Suprema dell’Iran, Ali
Khamenei, «non rappresentava una minaccia esistenziale».
Ha aggiunto: «Ho molto criticato Khamenei, ma al contempo nutro un enorme
rispetto per la sua posizione intransigente nei confronti delle forze imperiali
del male… Non è necessario sostenere Khamenei per comprendere che si tratta di
una figura storica intransigente».
La polizia disperde i manifestanti che protestano contro la guerra in piazza
Habima a Tel Aviv, il 3 marzo 2026. (Flash90)
Sospettato di affiliazione a un’organizzazione terroristica e di istigazione al
terrorismo, Asadi è stato trattenuto in custodia per due giorni prima di essere
rilasciato a condizione che non pubblichi altri post sull’Iran per cinque giorni
e che si impegni a presentarsi per essere interrogato qualora venisse convocato.
Il suo arresto ha suscitato forti reazioni negative tra gli attivisti e le
personalità pubbliche palestinesi, molti dei quali hanno considerato questo
arresto una grave violazione della libertà di espressione. Ma ha anche scatenato
una reazione ostile a livello locale.
Rafik Halabi, presidente druso del consiglio comunale di Daliyat Al-Karmel, ha
pubblicato un video (che ha successivamente cancellato a seguito delle critiche
mosse dai palestinesi che lo hanno giudicato settario e codardo) in cui
denunciava Asadi e metteva in guardia dall’«accogliere estranei» nella località.
Da allora, Asadi ha scritto di aver parlato con Halabi e di volerlo incontrare
nei prossimi giorni per discutere dell’accaduto.
I familiari di Asadi hanno riferito che le ripercussioni sono andate ben oltre
l’arresto stesso. La madre di Asadi ha ricevuto minacce e ha dovuto lasciare
temporaneamente la propria abitazione. Sui social media e all’interno della
città, il caso ha alimentato un acceso dibattito pubblico, con accuse e
richieste rivolte alla famiglia.
La detenzione di Asadi fa seguito a una serie di arresti di cittadini
palestinesi di Israele a seguito di post sui social media, in particolare a
partire dal 7 ottobre. Solo di recente, Abdel Rahim Haj Yahya, un influencer sui
social media di Tayibe, è stato rilasciato dopo aver scontato 27 mesi di carcere
per dei post che, secondo le autorità, sostenevano Hamas.
L’ultimo arresto è avvenuto oggi, quando Raed Salah, un importante leader
palestinese in Israele ed ex capo del Movimento Islamico del Nord, ora
dichiarato fuorilegge, è stato arrestato mentre faceva visita ad alcuni
conoscenti a Shuafat, a Gerusalemme Est. È stato rilasciato nel giro di poche
ore, ma la polizia non ha fornito alcuna spiegazione pubblica, alimentando così
la sensazione generale di arbitrarietà nell’applicazione della legge.
In un altro caso, il 5 marzo, una donna palestinese nella città settentrionale
di Harish è stata arrestata dopo che la polizia aveva trovato una bandiera
palestinese nella sua abitazione. Tutto è iniziato con un post di routine
pubblicato in un gruppo della comunità in cui cercava un terapeuta di lingua
araba per suo figlio; altri residenti hanno esaminato il suo profilo, hanno
trovato una vecchia foto in cui lei reggeva una bandiera palestinese e l’hanno
denunciata.
«Hanno raccolto ulteriori informazioni su di me e hanno manifestato davanti a
casa mia, e a un certo punto qualcuno ha presentato una denuncia contro di me
[affermando che] sono una terrorista», ha raccontato a +972, chiedendo di
rimanere anonima per timore di ulteriori attacchi. «Pensavo che questo tipo di
persecuzione fosse riservato solo a persone molto attive politicamente», ha
aggiunto. «Ora basta anche solo un semplice commento».
La polizia l’ha ammanettata e l’ha condotta in centrale per interrogarla; lì,
come ha raccontato, è stata costretta a calpestare una bandiera palestinese e a
posare per delle foto davanti a una bandiera israeliana, prima di essere
rilasciata più tardi quella stessa notte.
Nella prima settimana di marzo, cinque cittadini palestinesi sono stati
arrestati con l’accusa di aver dipinto con vernice spray una bandiera
palestinese su un edificio comunale; tutti sono stati rilasciati lo stesso
giorno per mancanza di prove. La settimana successiva, il 12 marzo, anche
Mohammed Sakallah — figlio di un consigliere comunale di Lod — è stato arrestato
con accuse simili. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben
Gvir si è unito a decine di agenti di polizia e a una troupe televisiva mentre
facevano irruzione nella sua casa.
Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sul luogo in
cui un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito Tel Aviv durante la
notte, causando gravi danni, 1° marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90)
Sakallah è stato rilasciato e posto agli arresti domiciliari il giorno seguente,
e molti residenti palestinesi di Lod hanno interpretato il suo arresto come una
dimostrazione di forza volta a intimidire la comunità e a scoraggiare anche la
minima espressione politica.
Per i cittadini palestinesi di Israele, l’inasprimento della repressione
potrebbe indicare un cambiamento più profondo. Hassan Jabareen, direttore del
centro legale palestinese Adalah con sede ad Haifa, ha affermato che lo spazio
già limitato alla libertà di espressione si è ulteriormente ridotto dall’inizio
della guerra a Gaza nell’ottobre 2023.
«In passato, i palestinesi all’interno di Israele si consideravano cittadini di
seconda classe, e tale consapevolezza alimentava la lotta per l’uguaglianza», ha
affermato. «Ma dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, molti ora
ritengono di non essere affatto trattati come cittadini. Ecco perché le persone
sono diventate molto più caute».
Tale cambiamento, ha spiegato, è strettamente legato all’azione di polizia
sempre più aggressiva messa in atto in tempo di guerra sotto Ben Gvir. «Oggi il
nemico non è più solo rappresentato dai cittadini arabi, ma sempre più da
chiunque si opponga al governo. In pratica, anche la sinistra ebraica israeliana
è diventata un bersaglio».
L’altra emergenza
Come hanno osservato attivisti e giornalisti locali, questi arresti avvengono in
un momento in cui i cittadini palestinesi di Israele stanno affrontando
un’ondata senza precedenti di crimini violenti. Sembra, in altre parole, che la
polizia sia più preoccupata dei post online che degli autori di omicidi.
L’8 marzo, Ahmad Nassar, sindaco della città settentrionale di Arraba, è rimasto
ferito in una sparatoria avvenuta all’interno di un panificio locale; anche il
dottor Anwar Yassin, presidente del comitato popolare della città, è rimasto
ferito. Per Rawyah Handaqlu, avvocata palestinese e fondatrice di Eilaf – Centro
per la Promozione della Sicurezza nella Società Araba, questo attacco ha segnato
una pericolosa svolta.
«Il tentato omicidio del sindaco di Arraba rappresenta una grave escalation, ma
purtroppo non è un evento isolato», ha dichiarato a +972. «Quando la criminalità
raggiunge questo livello, non minaccia più solo la vita dei singoli individui;
danneggia il tessuto sociale e mina la democrazia locale creando un clima di
paura che può dissuadere le persone dal dedicarsi al servizio pubblico e alla
leadership».
Il 16 marzo, tre persone sono state uccise in tre distinti episodi di violenza:
un uomo sulla trentina è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tira; un altro
uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Umm Al-Fahm; e un motociclista
ventenne è stato ucciso a Ramla. Questa sequenza di eventi suggerisce che
l’eventuale breve tregua seguita allo scoppio della guerra potrebbe già essere
in via di esaurimento.
Sebbene sia troppo presto per trarre conclusioni definitive, il ritorno di
omicidi multipli in un solo giorno ha rafforzato i timori che le condizioni di
guerra possano creare ancora più spazio per la violenza criminale, poiché
l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta sul fronte militare e le risorse
della polizia sono impegnate altrove. In tal senso, la guerra non ha sostituito
un’emergenza con un’altra, ma le ha semplicemente sovrapposte l’una all’altra.
Ciò che preoccupa molti nella società araba è la sensazione che la mancanza di
protezione — sia dalla violenza criminale che dagli attacchi missilistici — non
sia un problema di bilancio. Lo stato, ritengono, dispone degli strumenti per
affrontare tali questioni; ciò che manca è la volontà politica. Tuttavia, sotto
l’attuale leadership israeliana, e mentre la cosiddetta opposizione incita
all’odio contro i cittadini palestinesi, vi sono poche speranze che la
situazione possa cambiare.
In collaborazione con LOCAL CALL
Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede
in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali.
Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele, residente nel
villaggio di Kufr Maser, nella Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel
2010 come reporter per testate giornalistiche arabe locali, per poi assumere il
ruolo di redattore capo presso la piattaforma di informazione Bokra, con sede a
Nazareth. Dal 2021 è collaboratore di Local Call e +972 Magazine, pur
continuando a lavorare come redattore part-time presso Bokra e pubblicando
articoli di opinione su questioni politiche e sociali nella società palestinese.
Oltre al suo lavoro giornalistico, collabora con diverse istituzioni su progetti
di traduzione e revisione di testi e occasionalmente cura programmi televisivi.
Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e
Jawad.
https://www.972mag.com/exposed-silenced-palestinians-wartime-israel
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.