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Servi pronti ad entrare in guerra
Il “distacco” dei servi dal padrone yankee è durato appena 48 ore. Il tempo che ci è voluto per un breve giro di telefonate presumibilmente non proprio amichevoli per ordinare di mettersi rapidamente in servizio, zitti e muti. La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da […] L'articolo Servi pronti ad entrare in guerra su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
Seconda edizione delle Giornate del Sapere Circolare
Le forme di educazione e didattica cambiano e si trasformano con la società e il dibattito è più che mai aperto. In questo contesto il Comitato Promotore per l’Educazione in Natura propone LA 2° EDIZIONE DELLE GIORNATE DEL SAPERE CIRCOLARE Due giorni di incontri tra educatrici e insegnanti confronti, network, condivisione, scoperta e sperimentazione di tecniche didattiche, idee educative e cultura dell’insegnamento  Il 18 e 19 aprile a Monteloro, sulle colline di Firenze si svolgerà la 2° edizione delle “Giornate del sapere circolare” dedicate a insegnanti e educatrici/ori: un acceleratore di conoscenze e un moltiplicatore di spunti e relazioni che permette di prendere contatto con diversi approcci e tante tecniche didattiche e educative, scegliere quelle più interessanti e magari delineare con più chiarezza un proprio percorso di gestione d’aula e di insegnamento o di specializzazione. L’iniziativa si basa su un approccio di reciprocità fondato sull’esigenza e la voglia di condividere, confrontarsi e ampliare le proprie e altrui conoscenze e competenze. Con questa iniziativa di sapere circolare, il Comitato di Educazione in Natura (CEN) propone due giorni di scambi, autoformazione e sperimentazione dedicati a insegnanti e educatrici/ori impegnati nell’età dell’infanzia (3-6 anni), delle elementari – scuola primaria (6-11 anni) e medie-scuola secondaria di I° livello (11- 14 anni). Un’iniziativa durante la quale i presenti potranno partecipare a una serie di incontri tematici e pratici, avere contatti diretti con diversi approcci e tecniche, materiali e strumenti vari e con differenti insegnanti e educatrici/ori con cui scambiare idee e esperienze. Nei due giorni del sapere circolare infatti, si svolgeranno oltre 20 match tra insegnanti, oltre 10 incontri di approfondimento su argomenti specifici, 5 aree educative di confronto. Non solo ascolto ma partecipazione attiva: infatti chi ha sviluppato tecniche e approcci didattici particolari, potrà presentarli agli altri insegnanti, contribuendo concretamente al concetto di sapere circolare. La filosofia del sapere circolare parte dalla volontà di una libera condivisione di saperi, dove i partecipanti non si trovano come formatori o discenti, ma professionisti con più o meno esperienza e con specifici percorsi e competenze, che si ritrovano per offrire qualcosa della loro esperienza e ricevere qualcosa da molte altre esperienze. “Ci sono momenti in cui il bisogno di trasformazione diventa necessario e condiviso. E nel mondo dell’educazione e della didattica siamo in uno di questi momenti” – afferma Vittoria Brioschi, Presidente del Comitato Promotore per l’educazione in Natura-. “Progetti trasversali nelle scuole, la diffusione dell’outdoor education, la crescente letteratura su diversi approcci pedagogici e la ricerca di nuove modalità sia all’interno che all’esterno dell’aula, per coinvolgere gli studenti e fare didattica, non sono più esperimenti isolati ma una tendenza diffusa che sta cercando un modo per esprimersi, diventare energia e nuova voglia di accompagnare nell’apprendimento e di imparare” – conclude Vittoria. “E’ un percorso di condivisione e di evoluzione attraverso un dialogo costruttivo tra approcci pedagogici e educativi – continua Gherardo Noferi, vicepresidente del Comitato Promotore per l’Educazione in natura e coordinatore dell’iniziativa-. La soddisfazione espressa dai partecipanti alla prima edizione ci ha convinti a organizzare la seconda edizione del le Giornate del sapere circolare. E’ un’iniziativa di confronto, scambio di buone pratiche e tecniche didattiche tra insegnanti e educatori per condividere e scoprire quanto di innovativo è già presente in diversi progetti educativi in natura e nelle scuole. Una contaminazione e uno scambio libero e coinvolgente – conclude Gherardo – dove i protagonisti del lavoro più bello del mondo possono ritrovare la voglia di partecipare al cambiamento in corso, trovando nuovi strumenti e idee da portare ai loro alunni”. Le giornate del sapere circolare sono organizzate dal Comitato di educazione in natura, in collaborazione con la realtà affiliata EnB Educazione nel Bosco e M51. Per informazioni e iscrizioni alle giornate: www.educazioneinnatura.org Legenda dei momenti di incontro I match Sono momenti di 50 minuti durante i quali un/a educatore/trice o un insegnate presenta una tecnica/strumento educativo o didattico di una materia o argomento, con una spiegazione e una descrizione di quanto proposto e il coinvolgimento diretto dei partecipanti per sperimentarlo e comprenderne il funzionamento e le modalità di utilizzo. Incontri di approfondimento Gli insegnanti che hanno trovato nei match alcune idee o aspetti di particolare interesse che intendono comprendere meglio, potranno fissare con la conduttrice del match sessioni specifiche di approfondimento. Le aree educative di confronto Sono aree di incontro dedicate a temi trasversali educativi e didattici, importanti nella gestione e nello svolgimento delle giornate con i bambini. Gli insegnanti partecipanti potranno raccontare e confrontarsi sul tema specifico, condividendo criticità e soluzioni.   Redazione Toscana
March 19, 2026
Pressenza
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si concluderà con un chiaro vincitore
di Sultan Barakat,  Al Jazeera, 19 marzo 2026.   Un accordo che consenta a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali rappresenta la via d’uscita più probabile; e la Cina potrebbe averne la chiave. Le squadre di soccorso lavorano per estrarre una persona ferita dalle macerie, dopo un attacco contro un edificio residenziale il 16 marzo 2026 nel centro di Teheran. [Getty Images] Mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella sua terza settimana e continua a estendersi in tutta la regione, la domanda non è più chi vincerà, ma come potrebbe concludersi questo conflitto. Ogni round di ritorsioni approfondisce un ciclo che minaccia di trascinare l’intero Medio Oriente in una prolungata instabilità. Eppure, anche le guerre più radicate alla fine cedono il passo ai negoziati. La sfida consiste nel riconoscere il momento in cui continuare a combattere diventa più costoso che fare un passo indietro. All’inizio di questa settimana, l’Iran ha nuovamente negato ogni responsabilità per i recenti attacchi alle infrastrutture civili nel Golfo e ha proposto di istituire una commissione congiunta con gli stati della regione per indagare sugli incidenti. Teheran ha suggerito che un meccanismo di cooperazione che coinvolga i paesi del Golfo potrebbe chiarire l’accaduto e stabilire le responsabilità. Se tale proposta sia sincera o semplicemente tattica è un’altra questione. L’Iran ha ripetutamente insistito sul fatto che la sua guerra è contro gli Stati Uniti e Israele, non contro i suoi vicini del Golfo. Tuttavia, i continui attacchi con missili e droni in tutta la regione hanno acuito i sospetti. Qualsiasi affermazione iraniana sarà esaminata con attenzione, se non addirittura respinta. Tuttavia, gli Stati del Golfo comprendono meglio di chiunque altro che questa guerra non è nel loro interesse. Non si tratta di un conflitto da loro voluto, e finora hanno avuto cura di non diventare partecipanti diretti. La loro reazione si è limitata in gran parte a condannare gli «attacchi indiscriminati e sconsiderati dell’Iran che prendono di mira territori sovrani e mettono in pericolo le popolazioni civili», concentrandosi al contempo su misure difensive quali le operazioni di difesa aerea. Tale moderazione non è casuale. I leader del Golfo sanno che uno scontro diretto con l’Iran – un paese di oltre 90 milioni di persone dotato di notevoli capacità militari – potrebbe rapidamente degenerare in una guerra regionale lunga e distruttiva. Il ricordo della guerra Iran-Iraq degli anni ’80 aleggia ancora pesantemente su tutto il Golfo, a ricordare quanto facilmente tali conflitti possano protrarsi per anni e ridisegnare la regione. C’è anche un’ansia più profonda in gioco. Le capitali del Golfo vedono poca chiarezza a Washington su quale possa essere l’esito finale di questa guerra. Allo stesso tempo, sono perfettamente consapevoli che il conflitto riflette le priorità strategiche della leadership israeliana guidata da Benjamin Netanyahu. La preoccupazione in molte capitali del Golfo è che, se la guerra dovesse estendersi, potrebbero ritrovarsi a doverne sostenere gran parte dell’onere. Dal loro punto di vista, un’escalation potrebbe lasciarle esposte mentre gli altri si spostano su altri teatri. In effetti, Israele ha già iniziato a spostare l’attenzione verso il Libano, da tempo un fronte centrale nella sua pianificazione militare. La sfida irrisolta di Hezbollah e le ambizioni israeliane di lunga data di occupare l’area a sud del fiume Litani continuano a plasmare la sua strategia. In questo contesto, sebbene l’Iran «non veda alcun motivo per negoziare con gli Stati Uniti», la sua proposta di istituire un meccanismo investigativo congiunto offre comunque una possibilità, significativa seppur limitata, di allentare le tensioni nella regione. Gli stati del Golfo potrebbero decidere che esplorare con cautela il dialogo con Teheran, anche se solo a livello tecnico, potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore destabilizzazione nella loro immediate vicinanza. La loro disponibilità a prendere in considerazione un tale impegno potrebbe anche riflettere il complesso panorama dell’intelligence che è emerso nella regione. Dal 7 ottobre 2023, si è assistito a un crescente riconoscimento della straordinaria portata dei servizi di intelligence di Israele e della loro capacità di operare oltre confine, anche all’interno dello stesso Iran. La decisione di Israele di colpire il 18 marzo il giacimento di gas di South Pars (la più grande riserva di gas al mondo, condivisa tra Iran e Qatar), nonostante la sua evidente importanza economica a livello regionale e globale, sottolinea fino a che punto Israele possa essere disposto ad agire in modi che rischiano di coinvolgere più direttamente gli stati del Golfo nel conflitto. In un contesto del genere, determinare la responsabilità degli attacchi è raramente semplice. Un’indagine congiunta o indipendente potrebbe quindi costituire un primo passo concreto verso l’allentamento delle tensioni. È improbabile che questa guerra porti a una vittoria militare decisiva. Né è probabile che sfoci in un processo di pace globale nel breve termine. L’obiettivo più realistico nell’immediato futuro è un cessate il fuoco. Storicamente, i cessate il fuoco si verificano quando tutte le parti giungono alla stessa conclusione: che continuare la guerra costerà più che porvi fine. Ma affinché un cessate il fuoco regga, ciascuna parte deve anche poter rivendicare un certo grado di successo. In pratica, ciò significa elaborare un risultato che consenta a tutte le parti di salvare la faccia in patria, mentre si allontanano silenziosamente dall’escalation. La via più plausibile da seguire parte da una riduzione graduale delle tensioni piuttosto che da un accordo politico di ampia portata. In termini pratici, una fase iniziale potrebbe concentrarsi sulla cessazione degli attacchi contro gli stati del Golfo e le infrastrutture civili, accompagnata da chiare garanzie che il territorio del Golfo non verrà utilizzato come base di lancio per attacchi contro l’Iran. Affinché un accordo di questo tipo funzioni, i governi del Golfo dovrebbero insistere affinché gli Stati Uniti si astengano dall’utilizzare le proprie basi regionali per sferrare ulteriori attacchi sul territorio iraniano. Allo stesso tempo, l’Iran dovrebbe interrompere gli attacchi alla navigazione marittima e alle infrastrutture energetiche. La messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz creerebbe forti incentivi per gli attori internazionali, dall’Europa all’Asia, a sostenere e, ove possibile, far rispettare un cessate il fuoco. Una seconda fase potrebbe quindi concentrarsi sulla cessazione dello scontro diretto tra Iran e Israele. A quel punto, le narrazioni politiche assumerebbero un’importanza quasi pari a quella delle realtà militari. Per quanto riguarda Israele e gli Stati Uniti, i leader sosterranno probabilmente che le loro operazioni sono riuscite a indebolire le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran e a imporgli costi strategici significativi. Potrebbero inoltre presentare la decisione di arrestare l’escalation come una scelta deliberata volta a salvare vite civili. Presentata in questo modo, la cessazione della campagna non apparirebbe come una ritirata, ma piuttosto come il completamento con successo di un obiettivo militare limitato. L’Iran, dal canto suo, darebbe un’interpretazione molto diversa dell’esito. Teheran metterebbe in risalto la propria resilienza, sostenendo che la Repubblica Islamica è sopravvissuta a un’intensa pressione militare e che i tentativi di destabilizzare il regime sono falliti. I leader iraniani affermerebbero probabilmente che la loro risposta all’assassinio della Guida Suprema e alla guerra imposta ha ripristinato la deterrenza e costretto i loro avversari a riconsiderare i rischi di un ulteriore scontro. Queste narrazioni possono scontrarsi, ma non sono insolite in guerra. Molte guerre finiscono proprio in questo modo: non con un chiaro vincitore, ma con un accordo che consente a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali. Negoziati diretti tra l’Iran e i suoi principali avversari rimangono politicamente delicati e difficili da portare avanti. In tali circostanze, e alla luce dei recenti precedenti di uso inappropriato dei negoziati ospitati nella regione, i progressi richiederanno il coinvolgimento di una grande potenza esterna in grado di esercitare influenza su più parti contemporaneamente. La Cina sembra ben posizionata per svolgere tale ruolo. Pechino ha coltivato solide relazioni economiche e diplomatiche in tutto il Medio Oriente, mantenendo legami di collaborazione con l’Iran, gli Stati del Golfo e Israele. Il suo crescente peso politico, unito al suo interesse nel proteggere la stabilità dei mercati energetici globali, le conferisce sia l’incentivo che la leva necessaria per incoraggiare un allentamento delle tensioni. La Cina ha già dimostrato la propria capacità di mediare nelle controversie regionali. Nel marzo 2023, Pechino ha facilitato un accordo storico che ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra l’Arabia Saudita e l’Iran dopo una rottura durata sette anni, portando alla riapertura delle ambasciate e alla ripresa dei rapporti ufficiali. L’impegno ad alto livello tra Washington e Pechino, nell’ambito dei preparativi per il viaggio in Cina del presidente Donald Trump, recentemente rinviato alla fine di aprile a causa della guerra in Iran, potrebbe creare una rara opportunità di coordinamento discreto tra le grandi potenze, volto a prevenire una guerra regionale più ampia. Nonostante la loro rivalità strategica, entrambe le potenze condividono un chiaro interesse nell’evitare un conflitto che potrebbe destabilizzare i mercati globali, interrompere le forniture energetiche e aggravare l’incertezza geopolitica. Gli attori regionali, in particolare l’Arabia Saudita e la Turchia, continuerebbero a svolgere un importante ruolo di supporto nell’incoraggiare la Cina a partecipare. Paesi come l’Oman e il Qatar fungono da tempo da canali discreti per il dialogo, in grado di ospitare discussioni informali e di mantenere i contatti quando i negoziati formali si arenano. I governi europei e le istituzioni internazionali potrebbero integrare questi sforzi coordinando incentivi economici o l’alleviamento delle sanzioni nell’ambito di un più ampio pacchetto diplomatico. La sfida più ardua consisterà nell’affrontare le preoccupazioni in materia di sicurezza di tutte le parti coinvolte. L’Iran chiede da tempo che la sicurezza nel Golfo sia gestita dagli stessi stati della regione. Israele e i suoi partner, dal canto loro, insistono per ottenere garanzie credibili che le capacità militari iraniane non minaccino la loro sicurezza. Colmare questo divario richiederà una diplomazia costante e attenta, oltre che pazienza. Ciò che è certo è che questa guerra non finirà con richieste massimaliste o con trionfi decisivi sul campo di battaglia. Finirà quando i leader riconosceranno che il protrarsi del conflitto non serve agli interessi a lungo termine di nessuno. Sultan Barakat è professore di politiche pubbliche presso l’Università Hamad Bin Khalifa, professore onorario presso l’Università di York e membro del Gruppo di Esperti di Riferimento ICMD dell’Istituto Raoul Wallenberg. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/19/the-us-israel-war-with-iran-will-not-end-with-a-clear Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 19, 2026
Assopace Palestina
BEAT THE HEAT
  VENERDì 20 MARZO 2026 La Sala da The InTherferenze presenta: Beat the Heat DJ set funk, afro, soul, house, d'n'b, hip hop, etc. a cura di Andy Ball & Ekta Silekta Dalle ore 21:00.
In Toscana crescono le proteste contro la militarizzazione
L’escalation bellica dilagante mostra in modo sempre più evidente che la guerra parte anche da qui. Lo vediamo con la logistica, sempre più coinvolta sul piano bellico: strade, porti, ferrovie in cui transitano mezzi e materiali militari a testimonianza del coinvolgimento di infrastrutture produttive nel grande business della guerra. Tuttavia, sta crescendo la coscienza del grande impatto della militarizzazione nelle nostre vite e nella nostra quotidianità. E con la coscienza crescono le forme di lotta e di coordinamento tra quanti hanno ben chiaro il NO alle politiche e all’economia di guerra. Giovedì 12 marzo un treno carico di mezzi militari ed esplosivi proveniente da Piombino e diretto a Palmanova, in Friuli, ha impiegato oltre 12 ore per fare la tratta Piombino-Pisa, appena 100 chilometri, trovando sul proprio percorso presidi di boicottaggio a Livorno Calambrone e Collesalvetti e un blocco dei binari a Pisa Centrale. Il giorno seguente, venerdì 13 marzo, un presidio del Coordinamento Antimilitarista livornese presso l’Accademia Navale di Livorno ha voluto esprimere la protesta verso l’attacco di USA e Israele all’Iran – ennesimo focolaio di guerra imperialista che incendia il Golfo Persico – ma anche denunciare il coinvolgimento di aziende locali nella produzione di alcune armi usate in questa guerra. La Wass Fincantieri, che a Livorno ha un’importante sede produttiva specializzata in siluri e sistemi di lancio militari, ha ricevuto una commessa per la realizzazione di siluri leggeri MU90 destinati alla Marina Reale Saudita; da notare che l’accordo risulterebbe stipulato a Dubai proprio nei giorni della tanto discussa presenza del Ministro Crosetto in quell’area. E sempre a Dubai, nei medesimi giorni, Crosetto risulterebbe aver curato un contratto di centinaia di milioni con la Marina Indonesiana che vede il coinvolgimento della ditta livornese Drass, fornitrice di sistemi subacquei militari. Da notare – dato estremamente importante per l’Osservatorio, che ha come nucleo centrale della propria attività il contrasto alla militarizzazione del sistema scolastico – che queste sono anche aziende che attivano percorsi di formazione scuola – lavoro (ex Pcto), coinvolgendo molti studenti. E allora facciamoci sentire nei collegi docenti, nelle commissioni di lavoro per l’alternanza e l’orientamento, nel dialogo educativo con gli studenti. Mettiamo paletti rigorosi al dilagare della guerra, ostacoliamo le convenzioni fra scuole e aziende legate alla produzione bellica. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 19, 2026
Pressenza
ATTENTATO AL SI COBAS E AL DIRITTO DI SCIOPERO!
LA COMMISSIONE DI GARANZIA FA RIENTRARE LA LOGISTICA NELLA LEGGE 146 COME SERVIZIO PUBBLICO  ESSENZIALE PENSANDO DI  INGABBIARE LE LOTTE. La delibera 26/88 dell’11 marzo 2026 della Commissione di Garanzia non è un passaggio tecnico né un intervento neutrale. È una scelta politica precisa: colpire il SI COBAS (perchè questa è la vera ragione della delibera, lo ha detto anche il ministro Piantedosi in parlamento)   per restringere  il diritto di sciopero proprio in uno dei settori in cui, negli ultimi anni, le lotte operaie hanno inciso davvero sui rapporti di forza. La Commissione sostiene che, quando si parla di approvvigionamento di energie, prodotti energetici, risorse naturali e beni di prima necessità, non conta solo il trasporto in senso stretto, ma l’intera filiera logistica: ricezione, deposito, custodia, trasferimento, spedizione e distribuzione. In un successivo chiarimento precisa che il riferimento riguarda le attività connesse ai beni di prima necessità. Ma si tratta di una formulazione ambigua, elastica e politicamente pericolosa, soprattutto dentro un’economia capitalistica privata fondata sulla libera circolazione di ogni tipo di merce. Il punto, infatti, è chiaro: allargare il perimetro dei vincoli e delle limitazioni sugli scioperi nella logistica. In pratica, basta che un’azienda tratti anche beni classificabili come essenziali perché lo sciopero debba sottostare alla legge 146/1990, con preavviso obbligatorio, procedure di raffreddamento e tutti gli strumenti utili ai padroni per riorganizzare i flussi, deviare le merci e depotenziare la forza della mobilitazione. È una forzatura evidente. Pensiamo alla logistica alimentare di un grande player che movimenta diversi marchi di pasta, riso, pelati e migliaia di altri prodotti in decine di magazzini distribuiti in tutta Italia. Davvero si può sostenere che l’intera movimentazione di questa enorme massa di merci debba essere considerata, senza distinzione, essenziale per la collettività? Davvero la sopravvivenza delle persone dipenderebbe dalla possibilità di avere sempre scaffali pieni di infiniti prodotti equivalenti, di marche diverse e provenienti da paesi diversi? La verità è un’altra. Gli scioperi nella logistica non mettono in discussione, in via generale, l’accesso della popolazione ai beni essenziali. Colpiscono piuttosto la continuità operativa delle grandi piattaforme, degli hub distributivi, dei committenti e delle multinazionali che organizzano la circolazione delle merci su scala globale. In un settore dominato dalla libera concorrenza, dalla saturazione dei magazzini, dall’intensificazione dei ritmi e dalla circolazione continua delle merci, ciò che si vuole proteggere non sono anzitutto i diritti fondamentali delle persone, ma i profitti privati. Questa è la contraddizione politica di fondo. La logistica non viene considerata essenziale quando i lavoratori rivendicano salari più alti, stabilità, sicurezza, fine degli appalti e dei subappalti, diritti sindacali e dignità. Diventa improvvisamente essenziale quando lo sciopero può interrompere la valorizzazione del capitale e inceppare la circolazione delle merci. Non siamo quindi di fronte a una tutela imparziale dell’interesse collettivo, ma alla trasformazione degli interessi economici dei grandi gruppi della logistica, della distribuzione e dei trasporti in un presunto interesse pubblico. Per questo siamo di fronte a un provvedimento gravissimo, che rischia di diventare uno dei peggiori precedenti di repressione antioperaia degli ultimi decenni. Non arriva per caso. Si inserisce in un quadro più ampio di stretta repressiva, di riduzione degli spazi di agibilità del conflitto, di contenimento sistematico di ogni forma di protesta e di dissenso. Nelle piazze come nei luoghi di lavoro, il messaggio è lo stesso: impedire che la protesta produca effetti reali e soprattutto che la logistica sia a misura preventiva  di terza guerra mondiale imprigionando gli scioperi pensando di fermare il si cobas. Nella logistica questo significa colpire il punto in cui i lavoratori possono ancora esercitare una forza concreta: la continuità dei flussi, la catena delle consegne, la circolazione delle merci. È qui che il conflitto può ancora mettere in difficoltà il sistema. Ed è proprio questo che si vuole disinnescare. Dentro questo quadro, parlare di economia di guerra non è uno slogan. È la descrizione di una tendenza materiale fatta di attacco ai diritti collettivi, subordinazione della vita, della salute e della sicurezza sul lavoro alle esigenze della produzione e della continuità dei flussi. In questo contesto la logistica diventa uno snodo strategico da mettere al riparo dal conflitto sociale. Non è un caso che questo orientamento arrivi mentre crescono il carovita, la competizione tra potenze capitaliste e gli effetti sociali della guerra, e mentre negli ultimi mesi la combattività operaia ha colpito anche la logistica bellica, bloccando snodi portuali e intermodali attraversati da un flusso crescente di armi, come negli scioperi contro il genocidio in Palestina. Anche da questo punto di vista, il tentativo di ingabbiare ulteriormente il diritto di sciopero risponde all’esigenza di impedire che la classe lavoratrice possa ostacolare concretamente i meccanismi economici e logistici della guerra. Le lotte operaie nella logistica hanno avuto in poco più di un decennio un merito enorme: rompere il muro di invisibilità che copriva evasione fiscale, appalti e subappalti, ricatti, ritmi insostenibili, precarietà e supersfruttamento sistematico di una forza lavoro quasi sempre migrante. Hanno mostrato che dietro la retorica dell’efficienza si regge in realtà un modello fondato sul ricatto permanente e sulla compressione dei diritti. Ed è proprio per questo che oggi si tenta di riportare tutto indietro. Colpire lo sciopero significa colpire il significato politico di quelle lotte e provare a rendere di nuovo normale ciò che i lavoratori hanno avuto il merito di rendere visibile e di contrastare. Sono state lotte che hanno strappato aumenti salariali, scatti di livello, indennità, ticket mensa, diritti per i lavoratori interinali, e che hanno imposto un argine al caporalato, alle discriminazioni razziali, al ricatto del permesso di soggiorno, al lavoro a cottimo e al lavoro senza garanzie. Lotte dure, pagate a caro prezzo, ma capaci di restituire dignità e forza collettiva. Per questo la delibera 26/88 non è un semplice atto amministrativo. È un tassello di una più ampia offensiva contro chi, attraverso lo sciopero, può ancora inceppare la macchina degli extraprofitti. E non è secondario che, proprio mentre si tenta questa stretta, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali abbia messo in discussione l’impianto della legge 146/1990 e la sua natura fortemente restrittiva nei confronti del diritto di sciopero. Non sarà la Commissione di Garanzia a fermare la lotta operaia e il SI COBAS. Valuteremo tutte le iniziative legali necessarie per contrastare questa misura repressiva gravissima e illegittima. Ma soprattutto è urgente unire le lotte della classe lavoratrice e rilanciare una mobilitazione permanente contro la repressione crescente e contro l’economia di guerra, che già oggi peggiora salari, condizioni di lavoro, sicurezza, stabilità e possibilità di organizzazione per milioni di lavoratrici e lavoratori. Il diritto di sciopero non si tocca. Lo difenderemo con la lotta. Si cobas nazionale L'articolo ATTENTATO AL SI COBAS E AL DIRITTO DI SCIOPERO! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Guerra in Iran: tenuta della Repubblica Islamica e percezioni del popolo@1
La guerra imperialista all’Iran solleva una serie di livelli e di percezioni popolari che impongono uno sguardo che tenga conto della complessità dei territori coinvolti. Di queste prospettive, delle contraddizioni e della capacità di tenuta della Repubblica Islamica abbiamo parlato con Montassir Saki, autore di un libro in via di traduzione anche in italiano in merito agli itinerari dei giovani europei partiti in Siria nel 2011 e con Tara Riva, analista italo-iraniana specializzata in Medio Oriente e Iran. Montassir Saki Tara Riva
March 19, 2026
Radio Blackout - Info