Naama Asfari, Abu Safiya, Barghouti: «Nessuno è libero finché anche un solo uomo al mondo sarà in catene»
Dalla «Battaglia per la Dignità» del Sahara Occidentale alle mobilitazioni internazionali: il filo rosso dell’arbitrio di Stato e l’esigenza di una solidarietà universale. Il grido dell’attivista afroamericana per i diritti civili Fannie Lou Hamer risuona oggi con spietata attualità nelle celle oscure di mezzo mondo. È la medesima consapevolezza che nel 1967, nel suo discorso alla Southern Christian Leadership Conference, portò Martin Luther King Jr. a ribadire un principio etico universale: «Un’ingiustizia commessa ovunque è una minaccia alla giustizia ovunque». In un’epoca segnata dal progressivo sgretolamento del diritto internazionale e dalla normalizzazione della prepotenza e sopruso di alcuni potenti, le parole di Hamer e Martin Luther King cessano di essere semplici citazioni per trasformarsi in una bussola d’azione politica ed etica improrogabile. Non è un caso che esiste una linea di continuità tra le diverse latitudini del dissenso punito, partendo dall’estrema protesta di Naama Asfari nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, per ricongiungerla ai soprusi sul Dottor Hussam Abu Safiya di Gaza, Marwan Barghouti in Cisgiordania, Narges Mohammadi in Iran, Ilham Tohti in Cina e Alaa Abd El-Fattah in Egitto. Non si tratta di accostamenti casuali, ma della denuncia di un sistema globale di repressione del libero pensiero e del dissenso che utilizza la privazione arbitraria della libertà come strumento per annientare la dignità umana e la ricerca della giustizia. Naama Asfari e la «Battaglia per la Dignità» nel Sahara Occidentale Naama Asfari, attivista saharawi per i diritti umani e vicepresidente del Comitato per les Libertés et le Respect des Droits Humains au Sahara Occidental (CORELSO) è stato incarcerato nel 2010 alla vigilia dello sgombero violento del campo di protesta di Gdeim Izik, Asfari ed è stato condannato a 30 anni di reclusione da un tribunale militare marocchino. Una sentenza emessa al termine di un procedimento privo di garanzie processuali e fondato unicamente su confessioni estorte sotto tortura. Oggi Naama Asfari sta conducendo nel carcere di Kenitra quella che egli stesso ha definito la «Battaglia per la Dignità»: uno sciopero della fame a oltranza giunto ormai al secondo mese. Con un corpo fortemente debilitato e una perdita di oltre nove chilogrammi, Asfari ha spinto la propria protesta fino a rifiutare ogni interazione con il medico penitenziario e a rinunciare all’ora d’aria, denunciando l’ipocrisia delle visite del Consiglio Nazionale Marocchino per i Diritti Umani (CNDH), un organo privo di indipendenza e asservito al Makhzen marocchino. Le sue richieste sono nitide e sostenute dai massimi organismi internazionali: l’immediata attuazione delle decisioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT) e del Parere n. 23/2023 del Gruppo di Lavoro ONU sulla Detenzione Arbitraria (WGAD). Tali organismi hanno accertato la natura illegittima della condanna del gruppo di Gdeim Izik, ordinando la liberazione immediata dei detenuti, il risarcimento dei danni e il loro trasferimento nelle carceri del Sahara Occidentale, vicini alle famiglie. Attorno ad Asfari si è mobilitata la campagna internazionale «OraLiberi – FreeNow», promossa dalla Rete Saharawi e dal movimento di solidarietà italiano e internazionale. In Spagna, la formazione politica Sumar ha presentato al Congresso dei Deputati un’iniziativa per esigere che il governo di Madrid intervenga presso Rabat affinché vengano applicate le Regole Nelson Mandela e autorizzate le visite dell’Alto Commissariato ONU, della Croce Rossa e del Relatore Speciale sulla Tortura. A questa battaglia si affianca da oltre quindici anni la straordinaria testimonianza di sua moglie, l’attivista francese Claude Mangin-Asfari, a cui il regime marocchino impedisce l’ingresso nel Paese e qualsiasi contatto visivo con il marito dal 2019, concedendole solo brevi e contingentate telefonate di pochi minuti. La trama comune della repressione: gli schemi del potere autoritario L’esperienza di Naama Asfari non costituisce un fatto isolato, ma si inserisce in una matrice repressiva globale analoga e strutturata. Analizzando i differenti contesti geopolitici, emergono sei pilastri sistematici mediante i quali gli Stati neutralizzano il dissenso: * Uso della «Legge» come Arma (Lawfare) e Norme Emergenziali: i governi raramente ammettono di detenere prigionieri per motivi politici; utilizzano invece leggi dalla definizione vaga (sicurezza nazionale, lotta al terrorismo, notizie false) per trasformare il dissenso in reato comune. * Detenzione Amministrativa e Incommunicado: il rifiuto di formulare accuse ufficiali per mesi o anni e l’isolamento prolungato senza contatti con familiari, avvocati o medici di fiducia vengono usati come strumento di coercizione psicologica. * Tribunali Non Indipendenti o Militari: l’impiego di corti speciali o militari per giudicare civili viola il principio fondamentale del giusto processo e della terzietà del giudice. * Estorsione di Confessioni tramite Tortura: l’uso di maltrattamenti fisici, privazione del sonno e tortura psicologica per estorcere confessioni usate poi come unica prova nei processi. * Negazione dell’Assistenza Medica (Medical Neglect): la privazione deliberata di cure adeguate viene impiegata come ulteriore strumento di punizione ed estorsione. * Ostacolo alle Organizzazioni Neutrali: il blocco sistematico dell’accesso alle prigioni opposto al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e ai relatori speciali dell’ONU. Una mappa delle detenzioni arbitrarie: da Gaza, al Sahara Occidentale a Pechino La campagna per Naama Asfari si rispecchia nelle mobilitazioni nate a sostegno di altri difensori dei diritti o comunque personaggi illegalmente detenuti stritolati dai medesimi ingranaggi: * Hussam Abu Safiya (Gaza / Israele): pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, arrestato nel dicembre 2024 durante un blitz israeliano. È trattenuto senza accuse né processo in virtù della Law on Unlawful Combatants (Legge sui combattenti illegali), una norma che consente la detenzione a tempo indeterminato negando il giusto processo e le cure mediche. La campagna per la sua liberazione è promossa da Physicians for Human Rights, Amnesty International e organizzazioni mediche globali. * Marwan Barghouti (Palestina / Israele): figura politica palestinese di primissimo piano, spesso definito «il Nelson Mandela palestinese», incarcerato dal 2002 e condannato a 5 ergastoli. L’Unione Interparlamentare (IPU) ne ha denunciato il processo dinanzi a un tribunale civile israeliano come viziato da violazioni procedurali e assenza di giurisdizione. Subisce isolamento prolungato e violenze. La campagna per la sua liberazione è molto attiva in Italia: un importante incontro nazionale al Nelson Mandela Forum di Firenze, con la partecipazione delle istituzioni e del figlio Arab Barghouti, ha ribadito la richiesta della sua scarcerazione. * Narges Mohammadi (Iran): premio Nobel per la Pace 2023, giornalista e difenditrice dei diritti delle donne. Condannata a più riprese a decenni di carcere e frustate per la sua opposizione alla pena di morte e al velo obbligatorio. Campagna: #FreeNarges (Amnesty, Reporters Sans Frontières). * Ilham Tohti (Cina / Xinjiang): economista uiguro e difensore dei diritti delle minoranze, condannato all’ergastolo con la vaga accusa di «separatismo» solo per aver promosso il dialogo tra Han e Uiguri. Campagna: Amnesty, Human Rights Watch, Unione Europea. * Alaa Abd El-Fattah (Egitto): attivista pro-democrazia della Primavera Araba, detenuto ripetutamente per «diffusione di notizie false» e condannato unicamente per post sui social network. Campagna: #FreeAlaa, guidata dalla famiglia e da PEN International. A questi si possono affiancare molti altri fra cui citiamo la vicenda di Vladimir Kara-Murza, condannato in Russia a 25 anni per «alto tradimento» dopo aver criticato l’invasione dell’Ucraina e rilasciato nell’agosto 2024 in uno scambio di prigionieri: la prova che la pressione diplomatica e la mobilitazione internazionale possono spezzare l’arbitrio punitivo. L’imperativo del nostro impegno e dell’azione collettiva Difendere la pace, la nonviolenza, i diritti umani, non è, e non deve essere, un impegno astratto dettato da buonismo. Significa svelare le strutture di violenza istituzionale e riaffermare che il rispetto del diritto e dei diritti umani non è una richiesta «di parte», ma la denuncia inderogabile dell’assenza di un giusto processo, della negazione di cure mediche indipendenti e delle condizioni carcerarie inumane: la difesa della nostra stessa libertà e umanità. Chiedendo la liberazione di Naama Asfari, del Dottor Abu Safiya, di Marwan Barghouti, di Narges Mohammadi, di Ilham Tohti e di Alaa Abd El-Fattah, chiediamo il ripristino della legalità internazionale e della tutela dei civili, dei medici e dei prigionieri di coscienza e, purtroppo, spesso anche di bambini. Finché un solo uomo al mondo rimarrà in catene, la libertà di ciascuno sarà mutilata. Sostenere la campagna «OraLiberi» e rompere il muro del silenzio su questa battaglia e le altre simili, è l’unico modo per dare valore e concretezza alla riflessione di Fannie Lou Hamer e Martin Luther King Jr., trasformando la solidarietà in un’azione irrinunciabile per la pace, la giustizia universale e la libertà.   Alcuni video sulla Campagna OraLiberi Campagna “Liberi ORA” Naama Asfari. Resistere con mezzi pacifici   Paolo Mazzinghi
July 22, 2026
Pressenza
Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa
Abderrahim Fakir aveva dato molti segni di disagio psichico. A rispondere, però, è arrivata solo la divisa: in Italia alla salute mentale va il 3,3% della spesa sanitaria e mancano oltre 8mila operatori. Delegare la sicurezza alle sole forze dell’ordine è un abbaglio che lascia soli anche i poliziotti di Stefano Arduini Nei video che circolano, che non sono, con ogni probabilità, gli unici, c’è un dettaglio che pesa più del resto. Mentre due agenti tengono a terra Abderrahim Fakir, che ripete «aiuto, basta» prima di tacere, il personale socio-sanitario resta un passo indietro. Sul palcoscenico della tragedia salgono le forze dell’ordine. Chi si occupa di cura aspetta. Fakir aveva dato molti segni di instabilità. Al 112 era stato descritto come «agitato»: la parola con cui, in Italia, il disagio psichico entra nella cronaca prima ancora che nella cura. È da qui che vale la pena partire, senza cedere né alla gogna verso i poliziotti né all’assoluzione preventiva. Il punto è un altro, e riguarda tutti noi: chi abbiamo deciso che risponda, quando qualcuno sta male. C’è una parola che tiene insieme i due mondi che quella sera si sono sfiorati senza incontrarsi: presa. Per chi indossa una divisa è la presa fisica: le braccia dietro la schiena, il peso sul corpo a terra, le caviglie legate. Per chi lavora nel sociale è la presa in carico per reggere una persona nel tempo, non solo nell’istante in cui la si immobilizza. La stessa parola, due gesti contrari. A Fakir è toccata la prima presa perché la seconda, quella sera, non c’era. E probabilmente non c’era mai stata. Non era disponibile per una ragione precisa, che i numeri raccontano meglio di ogni indignazione. Alla salute mentale l’Italia destina il 3,3% della spesa sanitaria, contro una media europea intorno al 5%. Nei dipartimenti di salute mentale mancano più di 8mila professionisti rispetto agli standard che noi stessi abbiamo fissato. I centri aperti ventiquattr’ore su ventiquattro esistono soprattutto sulla carta. Intanto oltre sedici milioni di italiani dichiarano disturbi psicologici di media o grave entità, il 6% in più rispetto a due anni fa. La domanda cresce, la filiera della cura si assottiglia. E a valle di una filiera smontata resta un solo terminale che non chiude mai, che risponde sempre, che non può dire di no: la divisa. ier Paolo Pasolini: «I poliziotti sono figli di poveri», scriveva nel ’68. Ma quella riga, spiegò lui stesso poco dopo, rimandava ad altro: il potere prende i poveri e ne fa strumenti, li manda in prima linea a fare il lavoro sporco che ha smesso di voler pagare. Il poliziotto mandato da solo con l’addestramento che ha e non con quello che gli servirebbe davanti a una crisi psichiatrica in un cortile del Pilastro a Bologna è esattamente questo: uno “strumento” lasciato solo. Pensare la sicurezza come compito esclusivo di chi porta una divisa è un errore enorme. La sicurezza non si fa solo con le forze dell’ordine. Si fa con le reti: i servizi territoriali, gli operatori sociali, i centri di salute mentale, il vicino che chiama sapendo che a rispondere sarà qualcuno che prende in carico e non soltanto qualcuno che immobilizza. Non è buonismo, è efficienza: le stesse evidenze che misurano l’aumento del disagio dicono che le reti sociali fragili accrescono la vulnerabilità, e che quelle solide la riducono. La rete sociale è un dispositivo di sicurezza. Semplicemente, non indossa una divisa.   Valorizzare chi cura pagarlo, formarlo, metterlo davanti e non un passo indietro non è un cedimento sul fronte della sicurezza. È il modo per non lasciare soli i poliziotti davanti a vicende umane molto più complesse di quelle per cui sono stati addestrati. E per non lasciare solo, la prossima volta, chi urla «basta» in un cortile. La sera in cui il personale socio-sanitario farà un passo avanti invece che un passo indietro, saremo tutti più sicuri. Poliziotti compresi. Nella foto LaPresse in apertura, Nicoletta un’amica di Fakir del quartiere Pilastro di Bologna Video Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Presidio No Cemento Officine Grandi Riparazioni Firenze: le foto.
Questo pomeriggio presidio-performance a Firenze alle Cascine di fronte all’area dismessa delle Officine Grandi Riparazioni.Una catena umana a simboleggiare l’unione di gran parte della cittadinanza contro l’ennesima cementificazione in corso in una vasta area appartenuta alle Ferrovie dello Stato ed ora nuovamente nelle mire speculative edilizie che coinvogno ormai tutto il territorio fiorentino. Nonostante Firenze soffra dell’evidente cambio climatico che la rendono una delle città più calde di Italia come sta avvenendo in questi giorni di luglio in cui il termometro non è sceso al di sotto dei 30 gradi, l’amministrazione continua a favorire processi di cementificazione e abbattimento di alberi a scopi edilizi per poi  affermare la necessità contraddicendosi di piantumare nuovi alberi e togliere strati di asfalto per mitigare le isole di calore che incombono nella città. Nell’area  delle OGR prossima al parco delle Casine il più vasto  della città, il comitato Salviamo Firenze  insieme a varie associazioni di cittadini , si propone di avviare una lotta per un suo recupero ad area verde ed utilizzo sociale.Quello di stasera è un primo passo in questa direzione. Foto Cesare Dagliana no cemento OGR fi   Redazione Toscana
July 22, 2026
Pressenza
Rogliano (CS): incontro-dibattito “Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso!”
SABATO 25 LUGLIO 2026, ORE 19 VILLA COMUNALE DI ROGLIANO (COSENZA) Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso! E’ il tema dell’incontro-dibattito che si terrà sabato 25 luglio (ore 19) a Rogliano (Cosenza), grazie all’organizzazione dell’ANPI Sezione di Savuto Cosentino “Donato Bendicenti”. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sarà presente con Antonio Mazzeo, insegnante e saggista. Parteciperanno come relatori inoltre Franco Adamo e Alessia Marasco (ANPI), Francesco Piobbichi (disegnatore sociale), Francesco De Simone (A.M.R. Controvento) Mimma Sprizzi e Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia). “L’incontro di sabato prossimo sarà un’occasione per riflettere insieme sulle sfide del nostro tempo e riaffermare i valori della pace, della giustizia sociale e della Costituzione”, scrivono i promotori. “Dalle 20,45 condivideremo la Pastasciutta Antifascista, accompagnata dalla Jam Session di artisti locali e dalla Mostra Madri Costituenti, a cura di Se Non Ora Quando Marzi”. La Pastasciutta Antifascista ricorda il gesto della famiglia Cervi, che il 25 luglio 1943, dopo la caduta del fascismo, offrì gratuitamente pasta ai contadini che vivevano nella bassa pianura reggiana, tra Gattatico e Campagine, per celebrare la speranza di un’Italia finalmente libera. Da allora quel gesto è diventato un simbolo di condivisione, libertà e antifascismo. «Oggi – spiega l’ANPI di Savuto Cosentino – Rogliano – in un mondo attraversato da guerre e tensioni internazionali, quella memoria ci richiama ancora una volta alla responsabilità di difendere la pace, la democrazia e i diritti». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[radio africa] Radio Africa: Mali, Etiopia, Sudan
MALI In Mali, i jihadisti del Gruppo per il Sostegno dell'Islam e dei Musulmani (JNIM) hanno giustiziato sommariamente dei soldati maliani che si erano arresi. L'episodio è avvenuto il 18 luglio nella zona di Tabrichat, nella regione di Gao, in seguito a un attacco congiunto del JNIM e del gruppo separatista FLA (Fronte liberazione Azawad) ) contro un grande convoglio militare in viaggio da Anéfis a Gao. Circa cinquanta soldati maliani sono stati uccisi, sebbene non tutti siano morti in combattimento. ETIOPIA Diverse centinaia di persone si sono radunate in Piazza Meskel ad Addis Abeba il 18 luglio scorso per una manifestazione organizzata dal Consiglio per la Pace e il Cambiamento del Tigray. La coalizione si oppone alla riaffermazione dell'autorità da parte del TPLF nella regione, mettendo in guardia contro azioni che potrebbero potenzialmente riaccendere il conflitto armato. In questa manifestazione si chiedeva la fine di quello che i partecipanti hanno definito reclutamento forzato nel Tigray, la piena attuazione dell'Accordo di cessazione delle ostilità di Pretoria e il ritorno alle proprie case degli sfollati interni. Residenti, partiti di opposizione, leader religiosi e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato casi di giovani presumibilmente arruolati con la forza per il servizio militare, accuse che i funzionari del TPLF hanno ripetutamente smentito. SUDAN In Sudan si combatte non solo per il controllo delle risorse aurifere, Nell’economia che finanzia la guerra in Sudan, un ruolo significativo è svolto anche dal commercio della gomma arabica. Già a gennaio di quest’anno uno studio dell’organizzazione PAX, denunciava come la preziosa resina estratta dagli alberi di acacia alimentasse un’economia ombra militarizzata, gestita prevalentemente dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) nelle vaste aree da loro controllate. Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan rappresentava circa il 70-80% delle esportazioni globali di gomma arabica grezza, per un valore di 183 milioni di dollari all’anno. Il grosso della produzione si concentrava nella cosiddetta “cintura della gomma arabica”, che comprendeva le regioni del Kordofan e del Darfur, e gli stati del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Sennar e di Gedaref.
July 22, 2026
Radio Onda Rossa
CRISI CLIMATICA: LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, ABRUZZO E MARCHE COLPITE DA GRANDINATE E NUBIFRAGI. GRAVE SICCITA’ IN PIEMONTE
Continua l’ondata di nubifragi sul Centro-Nord Italia, con grandinate violente e forti raffiche di vento che stanno mettendo in ginocchio abitanti, aziende agricole e produzioni, ancora una volta alle prese con gli effetti sempre più devastanti degli eventi climatici estremi. In Lombardia le grandinate hanno interessato nuovamente le province di Brescia e Mantova, dove chicchi di ghiaccio del diametro di 4-5 centimetri hanno flagellato mais, meloni, angurie e zucche. La situazione più critica si registra nel Mantovano, dove si stimano perdite tra il 70 e l’80% delle produzioni orticole interessate. Alle conseguenze nei campi si aggiungono quelle sulle strutture aziendali e case civili, con tetti scoperchiati, automobili colpite dalla grandine, fienili crollati e serre gravemente compromesse. In Emilia-Romagna, nuove grandinate accompagnate da raffiche di vento particolarmente intense hanno investito la provincia di Ferrara, provocando perdite irreversibili alle produzioni in pieno campo, soprattutto orticole e seminativi. Nel Modenese risultano inoltre gravemente compromesse le produzioni di cocomeri, meloni, pere e susine, in molti casi andate completamente perdute. Grave anche la situazione in Abruzzo, dove una violenta grandinata si è abbattuta su un’ampia area della provincia di Teramo, causando pesanti ripercussioni sulle campagne proprio nel pieno della stagione produttiva. Non solo. Nelle Marche sono stati colpiti anche i cittadini sfollati dal terremoto del 2016, che vivono da allora (e ancora oggi) nelle Soluzioni abitative d’emergenza (le Sae) in Appennino, nella frazione di Pieve Torina a Macerata. Qui gli abitanti segnalano danni ai tetti delle case prefabbricate dove ora si stanno verificando infiltrazioni d’acqua. Situazione differente si registra in Piemonte. Qui la regione sta vivendo una grave emergenza siccità con precipitazioni inferiori alla norma e temperature da record. Il fiume Po presenta un deficit idrico che supera localmente il 75%, mentre oltre cento comuni hanno introdotto il razionamento dell’acqua potabile, specialmente nell’Alessandrino e nel Canavese. Il settore agricolo soffre, in particolare le colture di mais e riso che necessitano di tanta acqua. L’indice sintetico di siccità evidenzia condizioni di siccità severa in tutto il bacino del Tanaro, Scrivia e del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea. Per fronteggiare la situazione la Regione Piemonte ha riattivato, in piena emergenza, l’Osservatorio per l’emergenza idrica e discusso della possibilita di aumentare i prelievi idrici dai fiumi da destinare all’agricoltura intensiva. “La siccità viene ancora trattata come un’emergenza temporanea ma siamo ormai di fronte a un cambiamento strutturale che impone di ripensare la gestione della risorsa idrica. Ridurre l’impronta idrica delle nostre coltivazioni è un obiettivo fondamentale: la politica dovrebbe seguire le indicazioni della ricerca e della tecnica, dell’agroecologia, più che inseguire soluzioni propagandistiche”. L’intervista a Fabrizio Garbarino, presidente dell’Ari, Associazione Rurale Italiana e all’allevatore nell’astigiano Ascolta o scarica   
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto
MAROCCO: CRESCE LA REPRESSIONE CONTRO ARTISTI, ATTIVISTI E GIORNALISTI. IL CASO DI MEHDI BLACKWIN, RAPPER E VIDEOMAKER
L’arresto del rapper e documentarista marocchino Mehdi Blackwin, nome d’arte di El Mehdi Lyoubi, conferma la repressione sempre più feroce del dissenso in Marocco, dove negli ultimi mesi artisti, giornalisti e attivisti sono stati sempre più spesso oggetto di procedimenti giudiziari legati alle loro attività pubbliche e politiche. Residente a Marsiglia dal 2017, Mehdi è stato fermato il 10 luglio scorso all’aeroporto di Rabat mentre si preparava a rientrare in Francia. Nella capitale marocchina le autorità gli hanno impedito di lasciare il territorio, senza fornire spiegazioni sulle motivazioni del provvedimento, convocandolo con comparizione immediata mercoledì 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a Casablanca. Dopo la convalida dello stato di fermo, oggi l’udienza del processo per direttissima. Dopo l’interrogatorio del 13 luglio, il rapper non aveva ancora ricevuto accuse formali, a causa dello sciopero nazionale degli avvocati marocchini (in corso da diverse settimane per protestare contro una nuova proposta di legge che mira a modificare il sistema dell’ordinamento forense). Da qui l’udienza di oggi, nuovamente rinviata a causa dell’assenza di un avvocato che presenziasse in aula. Nel frattempo è stata respinta la richiesta di libertà provvisoria presentata dalla difesa, sostenuta da garanzie fornite dai familiari e preparate con la collaborazione di alcuni legali vicini all’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. Si resta quindi in attesa della decisione definitiva del giudice. Il fermo di Mehdi Blackwin – quarto rapper arrestato dall’autunno scorso – si inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione nei confronti delle voci critiche del Paese: giornalisti, artisti e figure del panorama culturale marocchino denunciano da tempo un utilizzo della giustizia volto a limitare il dissenso politico, soprattutto quando vengono affrontati temi considerati “sensibili” dalle autorità. Tra i casi più recenti figura quello del giornalista Ali Lmrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo a Tangeri con l’accusa di aver diffuso informazioni diffamatorie “recanti pregiudizio alle istituzioni costituzionali” e quello di Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, era stata arrestata lo scorso febbraio al suo arrivo in Marocco per «incitazione a commettere reati» per le sue iniziative di solidarietà al movimento della GenZ 212 promosse in Francia. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Laura Guarino, ricercatrice universitaria, al momento a Casablanca per seguire il caso di Mehdi. Ascolta o scarica.
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV) Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione   Un’opera che non poteva essere tollerata Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi meccanismi del potere. Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa. Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie. Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale. Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione, rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […] Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione sociale. Il cerchio si chiude. La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente moderne. Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione con quei fondamenti e quell’ideologia. Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione. Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile. Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80 anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo hanno sequestrato. L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento, ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha ritenuto opportuno ripubblicarlo? Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion. L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase, nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi (della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli, illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso. Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti, finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea. Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”, lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non, forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo. Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i grandi movimento di questa storia. La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo. Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia, 1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale. Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo. È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia tedesca e mandato al macero. Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva. Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere ripubblicati e diffusi. Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a compiacenti giornalisti. I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente – ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici, politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una “fobia collettiva di tipo arcaico”. Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria. In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua più pericolosa del Paese per deviarne il corso. […] Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly. (da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005. Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024) Nota Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono un accompagnamento. In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non “demonizzare il potere”. Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a mare). Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente, buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS (1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti. Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe, Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle armi.
July 22, 2026
il Rovescio
L’ICE è qui. La rabbia non si delega
Riceviamo e pubblichiamo da https://rivista.edizionimalamente.it/2026/07/20/lice-e-qui/ 𝐋’𝐈𝐂𝐄 è 𝐪𝐮𝐢 Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio. I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili. Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco. È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme. Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi. Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 – come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo. Siamo sconvolti di rabbia. I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita. Edizioni Malamente Urbino (PU) -------------------------------------------------------------------------------- Riceviamo e pubblichiamo: LA RABBIA SI COLTIVA, NON SI DELEGA Il 19 luglio, alla vigilia dei 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani e dei crimini dello stato italiano nelle giornate del G8 di Genova, nel quartiere già iper-militarizzato del Pilastro a Bologna, veniva ucciso dagli sbirri infami assassini Fakir, 43 anni, origini marocchine. Se la retorica dei giornali è stata quella di parlare di una persona che “ha perso la vita, che è morta” e non che è stata assassinata dai sicari del governo in divisa, quella delle piazze che si sono mosse in solidarietà, è stata anche quella di chiedere “verità e giustizia” per Fakir. Ma qual è questa verità che si chiede, se non quella raccontata limpidamente dai video dell’accaduto, nei quali l’ ennesima persona marginalizzata e razzializzata è atterrata inerme sul pavimento mentre grida aiuto, con le ginocchia di due guardie infami che gli premono sul collo impedendogli di respirare, spruzzandogli spray al peperoncino direttamente in bocca, con il personale sanitario omertoso spettatore dell’omicidio? E se questa è la verità, come si può chiedere giustizia allo stesso stato assassino e fascista che commette questi omicidi rimanendo impunito dietro al suo inscalfibile scudo penale? Come ci si può aspettare “giustizia” dallo stesso stato che seppellisce il dissenso sotto decreti liberticidi, che ammazza nelle carceri e nei cpr, che arma e sponsorizza un genocidio? Come si può delegare tutta questa rabbia alle stesse istituzioni che ne sono la causa diretta e attiva? Finché l’ aspettativa di questa fantomatica giustizia sarà riposta nelle mani sporche di sangue di uno stato criminale e non nell’autodeterminazione di masse arrabbiate che attraverso la rivolta riescono a riscattarsi, non esisterà mai nulla di anche solo vagamente analogo al concetto di “giustizia”. Finché la lotta contro il potere non viene applicata in senso intersezionale e, perciò, guardando a tutte le dinamiche oppressive come connesse dalla stessa matrice fascista degli stati, non sarà mai davvero lotta. Finché la repressione sarà legge la rivolta sarà un dovere indispensabile, imprescindibile e indelegabile. Con Fakir e tutte le persone uccise dallo stato, fuori e dentro le carceri e i cpr. Alcunx arrabbiatx
July 22, 2026
il Rovescio
Città etica e costituzione di cittadinanza
POSSIAMO PENSARE ALLA CITTÀ ROMPENDO LA GABBIA CON CUI ISTITUZIONI E GRANDI MEDIA LA RACCONTANO TRA PIL, SERVIZI OFFERTI, INDICI DI CRIMINALITÀ, DIGITALIZZAZIONE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE? POSSIAMO AD ESEMPIO INDAGARLA PER LA SUA CAPACITÀ DI ESSERE STORICAMENTE UN LABORATORIO DI RELAZIONI ALTERNATIVE TRA CITTADINI? QUANDO HA SENSO UTILIZZARE L’ESPRESSIONE CITTÀ ETICA? “CIÒ CHE È IN GIOCO, DALLA SECESSIONE DEI PLEBEI ROMANI SULL’AVENTINO FINO AI NOSTRI GIORNI, È IL DIRITTO DI ESSERE SOGGETTI POLITICI… – SCRIVE STEFANO ROTA IN QUESTO ARTICOLO CHE INVITA A IMMAGINARE OGNI CITTÀ PRIMA DI TUTTO COME UN SISTEMA CON UNA SUA PROPRIA SPECIFICITÀ – L’ETICITÀ DI UNA CITTÀ SI MISURA NELLA SUA CAPACITÀ DI PROMUOVERE LA RICHIESTA DI VISIBILITÀ DI COLORO CHE NON HANNO VOCE…” Ex Asilo Filangieri di Napoli: quinta edizione del torneo “O’ Monastero” (luglio 2026). Non un semplice torneo di calcio, scrivono i promotori, ma una pratica pedagogica dei beni comuni nata dal basso, nel centro storico della città -------------------------------------------------------------------------------- Per affrontare il tema della città etica è necessario metterci nella posizione che ci consenta di immaginare ogni città come un sistema con una sua propria specificità. Ciò significa abbandonare l’uso di variabili, di cui sia stata stabilita a priori la validità, per la produzione di grafici in cui appaia il grado di una eticità preconfezionata, da mettere in relazione ora con la città x, ora con la y. Riteniamo, di fatto, che la miglior maniera di abbordare l’argomento sia muoverci lungo alcuni assi, per cercare lì le chiavi di lettura di cui abbiamo bisogno. Il primo potrebbe essere quello dell’analisi genealogica e sociologica della formazione della città e delle sue funzioni. Il secondo ci aiuterebbe ad analizzare la costituzione di relazioni tra soggetti, potere e strutture dal punto di vista politico-filosofico. Il terzo, infine, ci conduce all’analisi delle specializzazioni economiche e produttive che definiscono la posizione di una città rispetto al contesto in cui si inserisce, qualsiasi sia il livello geopolitico che si voglia considerare. Questi sono alcuni degli ambiti epistemologici in cui gli studiosi interrogano lo sviluppo delle città – per quanto riguarda il mondo occidentale – dal sorgere della civiltà classica greco-romana, passando per i secoli del Medioevo e per la costituzione delle città-Stato, fino, in età moderna, alla relazione tra città e Stati-nazione. La crisi della forma-Stato, nei decenni finali del XX secolo, ha spostato l’analisi verso la funzione degli agglomerati urbani nell’era e nello spazio della globalizzazione. Esplosa negli anni Novanta del secolo scorso, quest’ultima ha modificato l’aspetto esteriore e funzionale delle città, come racconta molto bene Saskia Sassen, producendo nuove divisioni e specializzazioni a livello globale. La messa in discussione di quel modello nel corso del secondo decennio del XXI secolo – così come delle istituzioni sovranazionali che l’hanno sostenuto – ha condotto alla riscoperta di forme diverse di statualità e sovranità, con impatti variabili sugli assetti sia soft che hard delle metropoli nelle differenti aree del globo. In questo lungo percorso, la città ha sempre svolto una funzione importante come luogo di definizione di strategie e politiche. Queste, in molti casi, eccedono e si contrappongono alle strutture giuridico-politiche delle entità che le contengono. È lì dove prende corpo con maggior chiarezza la funzione del laboratorio-città, per la sperimentazione di relazioni alternative tra cittadini, cittadinanza e amministrazione. L’interesse per la città era già entrato in una fase molto produttiva nel passaggio tra XIX e XX secolo. Le trasformazioni epocali del periodo richiedevano una attenzione particolare all’impatto sugli spazi urbani e al significato che assumeva il vivere in città. Un aumento di produttività che, arricchendosi sempre di nuovi approcci, arriva fino ai nostri giorni. L’industrializzazione e la deindustrializzazione, il colonialismo e il postcolonialismo, lo Stato-nazione e il villaggio globale, lo Stato del Welfare e quello del Workfare: in queste, come in altre fasi storiche, la città occidentale cambia forma e funzione. Allo stesso tempo, è attraversata da conflitti e mediazioni che riflettono la composizione della sua popolazione, che dal secondo dopoguerra cambia con un ritmo fino ad allora sconosciuto: migrazioni, in entrata e in uscita, interne e da/verso l’estero; l’ascensore sociale per alcuni, le nuove marginalità per altri; e nuove soggettività che irrompono sulla scena sociale, nuove culture e forme aggregative che richiedono spazi. È la città il primo contenitore di queste tendenze, riconducibili diretta o indirettamente alle trasformazioni dei flussi nei processi di valorizzazione del capitale e alle nuove composizioni e divisioni che ne derivano. Queste impongono strategie di uso degli spazi che impattano sulla popolazione che ci vive, producendo nuove forme di conflittualità e nuove “costituzioni di cittadinanza”. L’emergere e il consolidarsi del capitalismo algoritmico nell’ultimo decennio, come nuova configurazione dei processi produttivi e riproduttivi, porta con sé specializzazioni che cambiano la fisionomia delle aree urbane, sia centrali sia periferiche. Si creano nuovi modelli abitativi, lavorativi, di consumo e di offerta di servizi: da quelli socio-sanitari, a quelli educativi e culturali. Il welfare tende a restringere sempre più le proprie maglie, mentre il workfare si impone come riferimento di una struttura sociale dove il fallimento e la marginalità sono da addebitare alla negligenza dell’individuo. Lo spazio fisico ed esistenziale viene ridisegnato e gestito su queste basi. Non ha più senso parlare di precariato del lavoro, non solo perché il suo contrario non esiste quasi più in ampi ambiti lavorativi, ma anche, o soprattutto, perché i giovani non ce l’hanno nel loro orizzonte di senso. Il futuro, per come lo hanno inteso le generazioni nate fino agli anni Ottanta, ha smesso di essere qualcosa di traguardabile, sulla base di ciò che è la vita oggi. La policrisi che ci accompagna dalla pandemia da Covid-19 ha prodotto una mutazione dalla quale non si tornerà indietro. La città, nell’affrontare questo nuovo scenario, ricorre a strategie per la produzione di forme innovative di conoscenza e interazione col tessuto socio-antropologico che la sostiene. Sono strategie in larga parte riconducibili ai modelli che stanno plasmando le relazioni tra gli individui e tra questi e le istituzioni. Negli ultimi quindici anni, la più in voga fra queste strategie ha previsto la transizione verso la smart city, dove la digitalizzazione è vista come la soluzione, o semplificazione, di tutti i problemi, dall’accesso ai servizi, alla comunicazione con i cittadini e loro valorizzazione. A volte lo è, molte altre no, ma soprattutto porta con sé un elevato rischio di controllo indiscriminato sulla vita quotidiana, senza un adeguato monitoraggio dei dati raccolti. Con l’ingresso in campo dell’IA, la smart city sta lasciando il posto alla Generative City. Qui l’uso della tecnologia non si limita a conoscere e monitorare l’esistente, ma a progettare. Come questo nuovo orizzonte modificherà le condizioni di vita, e a beneficio di chi, non dovrebbe essere difficile da intuire, visto che la regia di questi sistemi resta saldamente in mano alla classe “vettoriale”, di cui parla McKenzie Wark. Molto probabilmente avrà un impatto sulle tecniche di governo di una popolazione cittadina sempre più composita e, per certi aspetti, sconosciuta. Contribuirà a ridefinire le “politiche dell’identità”, storicamente una strategia di classificazione e normalizzazione. Per politiche dell’identità si intende la produzione di “coerenze identitarie” fondate su pratiche di cristallizzazione, imposizione e induzione, “prodotte da uno Stato che può solo assegnare riconoscimento e diritti a soggetti totalizzati dalla particolarità che costituisce il loro status di ‘parte lesa’”. Non ha a che vedere con la negazione dell’individuo a parlare in forma antagonista, ma con l’includere la rivendicazione identitaria nel sistema di norme che ha creato quella stessa identità rivendicata. “La nostra agentività [agency] politica attraverso l’identità – scrive Asad Haider in Mistaken Identity – è esattamente ciò che ci fissa nello Stato, ciò che assicura il nostro continuo assoggettamento”. Interpellandoci come individui, le politiche dell’identità tendono a misconoscere le condizioni storicamente determinate che hanno consentito il sorgere delle relazioni sociali che quell’identità hanno costituito. L’individualizzazione del soggetto questionante fa sì che, strategicamente, “le politiche dell’identità [si definiscano] come la neutralizzazione dei movimenti contro l’oppressione razziale”, ma lo stesso vale per ogni altra forma di oppressione, come sostiene Judith Butler in Questioni di genere. Le lotte condotte all’interno dei suoi spazi, riconducibili a istanze di classi e interessi specifici, sono una componente essenziale della fisionomia che la città acquisisce nel corso della sua vita. Il conflitto è immanente al processo di costituzione e istituzionalizzazione del potere nella città. Ciò che è in gioco – dalla secessione dei plebei romani sull’Aventino fino ai nostri giorni – è il diritto di essere soggetti politici, oltre e a prescindere dalle politiche dell’identità che ci definiscono. Nuovi municipalismi Nella nostra visione, l’idea di città etica rappresenta un elemento importante per pensare il politico a partire dalla dimensione cittadina. A tal fine, si intende mettere in evidenza lo stretto legame tra etica e costituzione della cittadinanza. Quest’ultima rappresenta il significato attribuito da Étienne Balibar a politeia, nel suo saggio Cittadinanza. La politeia è “un processo storico costituente, o una formazione sociale e istituzionale”. Ciò che fa, in sintesi, è “formare e configurare il cittadino, titolare di agire politico” (p. 24). La crisi del rapporto storico tra politeia e Stato, che risale all’applicazione su larga scala della dottrina neoliberale negli anni Ottanta, ha prodotto molte riflessioni su possibili e nuove forme di cittadinanza. È alla dimensione globale, esplosa nell’ultimo decennio del secolo scorso, che ci si è in larga parte rivolti per definire una nuova fase della politeia. Ma quella dimensione, parte integrante dei cicli vitali e di crisi del capitale, ha cominciato ormai da oltre un decennio a presentare molti limiti. È dello stesso periodo la valorizzazione della municipalità come ambito privilegiato per la sperimentazione di politiche basate sull’idea di uso degli spazi e di gestione dei beni pubblici fruibili come beni comuni. Nel corso del secondo decennio del nuovo secolo, si afferma a livello europeo un’esperienza che va sotto il nome di nuovo municipalismo. Vengono eletti in Spagna, Francia e Italia sindaci che rappresentano un’idea nuova di città che trova sostegno teorico in un saggio di David Harvey del 2013, Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution’ [Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana]. Di questa esperienza fanno parte Barcellona di Ana Colau e Napoli di Luigi De Magistris, due amministrazioni che marcano un punto di svolta nella storia della gestione delle aree metropolitane. Si dovranno attendere oltre dieci anni per vedere nell’elezione di un sindaco un elemento di così forte impatto, con la vittoria di Mamdani a New York. Queste esperienze, al di qua e al di là dell’Atlantico, presentano un elemento che, pur declinato in modalità diverse, può essere definito come la produzione di una diversa “partizione del sensibile”. Con questo termine, preso in prestito dal pensiero di Jacques Rancière, si intende il modo in cui in un contesto si distingue chi ha voce, visibilità e diritto di parola da chi non ce l’ha. L’irrompere di nuove voci e visibilità impone la negoziazione per una nuova partizione. Questo processo, per Rancière, rappresenta il vero senso della politica. L’eticità di una città si misura nella sua capacità di fare propria una “partizione del sensibile” che promuova la richiesta di visibilità di coloro che non hanno voce, che non hanno nome. È lì che la costituzione della cittadinanza raggiunge il suo compimento più elevato. Diventare visibili, udibili, nominabili significa vedere i propri atti di rivendicazione di cittadinanza riconosciuti come momenti di agentività politica. Ciò accade anche nei casi in cui le rivendicazioni non vengano accolte nel sistema di norme che governa le vite: il riconoscimento si realizza anche tramite lo stigma o l’esclusione. Questa è la funzione che svolgono le politiche dell’identità: chiunque deve essere interpellabile per mezzo di una definizione identitaria, anche i casi con un elevato potere conflittuale. Si può fare, a questo punto, una provvisoria sintesi di cosa si intende basicamente per città etica. Uno. È lo spazio, l’ecosistema, dove si produce una cittadinanza attivista, nel senso pieno di un agire politico che tende a ridefinire le posizioni e le priorità di chi ci vive; l’attivismo è sempre l’elemento centrale, il punto di partenza per la costituzione di una città come spazio etico; l’agire di un’amministrazione è la conseguenza di quell’attivismo, è azione determinata, non determinante; le esperienze di Napoli, Barcellona e New York sono scaturite dall’attivismo che le ha precedute e che le ha fatte progredire. Due. La città etica vive immersa nel processo di costituzione di cittadinanza. Ciò significa che, nella città etica, la cittadinanza non è considerata come una condizione giuridica acquisita e cristallizzata, ma piuttosto come un processo che modifica costantemente la relazione cittadino-città. Questo può riguardare tanto le disuguaglianze e le forme di discriminazione relative a settori specifici della popolazione, quanto la persistenza di problematiche che hanno un impatto diretto o indiretto su alcuni aspetti della vita collettiva. In alcuni casi, la cittadinanza attivista muove soggetti interessati da una condizione di marginalità legata a pratiche discriminatorie intersezionali di varia natura. È il caso del movimento Vida Justa a Lisbona e in altre città portoghesi, che unisce rivendicazioni per il diritto a una vita libera da razzismo, repressione e da carenze strutturali abitative e di reddito. In altri, interessa soggetti i cui “atti di cittadinanza” riguardano la rivendicazione del diritto di parola in processi con un elevato impatto sulla vita dei cittadini di un’area. L’associazione di quartiere AMA a Genova, che lotta da anni per l’assegnazione di immobili sottratti alla criminalità ad attività di pubblico interesse, ne rappresenta un esempio paradigmatico. Si tratta di contesti molto differenti. Nel primo caso, abbiamo un collettivo composto in larga parte da cittadini originari delle ex-colonie (soprattutto Cabo Verde). Una presenza postcoloniale, nel senso che si dà a quel movimento di “ritorsione coloniale” sui vecchi centri metropolitani, nel cuore dell’Europa, a partire dalle “ex-periferie” (di questo parlano diffusamente sia Sandro Mezzadra, sia Miguel Mellino). Nel secondo, un’associazione di base di un’area molto difficile di Genova propone quella strategia per contrastare il degrado crescente del quartiere e favorirne una ripresa dal punto di vista culturale, abitativo, socio-produttivo. Ciò che li unisce è la trasformazione di un collettivo in un soggetto politico, la cui agentività irrompe nei processi decisionali, rivendicando il diritto di parola sulle condizioni di vita dei quartieri in cui operano. Non esiste un’universalità della città etica Proprio a partire da tale differenza, è possibile cogliere un altro elemento che contribuisce a delineare la specificità di ogni città. Ogni città è, a tutti gli effetti, due entità distinte, sebbene sempre compresenti. Richard Sennett distingue tra coscienza e forma, che in francese si traducono rispettivamente in cité e ville. La prima è l’ambiente fatto di abitudini, idiomi, valori e norme relazionali di varia natura tra gruppi e individui: è la coscienza sociale, culturale e politica della città, la sua bios, se vogliamo, riprendendo Agamben, tracciare questo parallelo con la vita biologica. La seconda – che, proseguendo sulla stessa linea, riconduciamo alla zoé – è invece la struttura, con le sue geografie urbane, le scelte e le leggi in ambito economico, politico e amministrativo. Ogni città è, o può essere, profondamente diversa dalle altre, configurando così un ecosistema specifico che scaturisce dalle relazioni asimmetriche tra cité e ville. Per continuare con l’esempio di Genova e Lisbona, la condivisione della forma-porto tra le due città non ha impedito che solo in una, la prima, si sviluppasse un movimento enorme contro i traffici portuali di armi. I lavoratori del porto di Genova hanno sviluppato nell’ultimo secolo una forte coscienza internazionalista, che sta alla base delle mobilitazioni iniziate nel 2018 dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto. Un tratto che non si riscontra con la stessa forza tra i portuali di Lisbona. Per contro, la massiccia presenza di cittadini provenienti da paesi terzi in entrambe le città non presenta le stesse caratteristiche di coscienza. Il movimento Vida Justa è fortemente radicato nella storia coloniale del Portogallo. I tratti che marcano la composizione della migrazione a Lisbona, con i segni indelebili lasciati da quel periodo, sono molto diversi da quelli che contraddistinguono lo stesso fenomeno a Genova o nel resto d’Italia, anche a parità di condizioni di vita. Vivere le stesse forme di oppressione e di carenze, quindi, non conduce a rivendicazioni di pari entità da parte del soggetto migrante. La condivisione tra città di elementi strutturali e/o valoriali produce, quindi, forme di agentività e priorità diverse, a seconda del modo con cui quegli elementi si articolano tra di loro. In questo senso, ogni città è un ecosistema a sé stante, dove le forze in campo producono combinazioni vettoriali che spingono in una direzione o in un’altra, verso atti di cittadinanza di un tipo, o di un altro. Qui l’idea di città etica si fa progetto politico nel senso pieno del termine. Non esiste un’universalità della città etica. Se la si cercasse, si otterrebbe come risultato l’esclusione – perché questa è la caratteristica dell’universale – di ciò che, per le più disparate ragioni, non rientra in quella concettualizzazione. Molto più produttivo delle assolutizzazioni universali è la comprensione degli “scarti”, delle distanze tra realtà, e degli atti di cittadinanza che lì si costituiscono. Lo scarto, come spiega François Jullien, non rappresenta una differenza, ma uno spazio. In quanto spazio aperto e non saturo di posizioni identitarie, vive di connessioni mobili e intercambiabili, perché non appartiene a nessuna delle realtà in gioco. Inteso in questo senso, lo scarto, lo spazio, acquisisce una funzione importante. Abbandonata l’idea di produrre un universale come riferimento, lo scarto offre la possibilità di pensare il “comune”. È in quello spazio dove si possono creare le condizioni affinché un atto di cittadinanza, un agire politico, incontri punti di sutura con altri. Il comune non è dato a priori: è il prodotto, o, se vogliamo, il “dono” (munus) delle connessioni. Va costruito nelle reti tra i lavori (worknet), più che nel lavoro delle reti (network), per usare la bella distinzione data da Bruno Latour. Data la natura del comune – contestualizzato, non predefinito – le connessioni sono aperte a qualunque nuova emergenza, arricchendo così il corpo vivo della città etica, che non smette mai di aggiornare il suo “sensibile”. Possiamo aggiungere una terza definizione di città etica a quelle già trovate in precedenza. Tre. La città etica si costituisce a partire da una rete di lavori che operano nello spazio tra le specificità che emergono e che danno vita al comune delle connessioni. Così facendo, la città etica diviene un progetto politico pieno e riproducibile. Il comune che vive di e in quegli spazi è un esempio di “ecologia politica”, nel senso che Rodrigo Nunes dà a questo concetto. In una ecologia politica “le componenti co-evolvono in modo contingente”, le azioni sono “distribuite” all’interno di una logica “rizomatica”. Le connessioni, quando non sono visibili, agiscono sottoterra, si espandono parallelamente al suolo, facendo sbocciare nuove azioni. Problematizzare le strategie che vogliono una città ora smart, ora generative, senza per questo demonizzarla a priori, passa per la collocazione al centro della politeia, della costituzione della cittadinanza, come un processo coestensivo con l’evoluzione della città e di chi la abita. I cambiamenti – di qualunque natura – che impattano sulla vita della città presuppongono una attenzione costante sulle nuove, senza scordare le vecchie, necessità; hanno bisogno di azioni che diano vita a forme organizzative adeguate, abbandonando quelle che hanno già fallito. È nello spirito attivista dei cittadini che risiede la possibilità di fare di una città un ecosistema etico, un progetto politico di corto, medio e lungo periodo, che ci faccia vivere già adesso il nostro futuro. -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal“. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CARLO CELLAMARE: > La città possibile -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Quale futuro per le città? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città etica e costituzione di cittadinanza proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
MARCHE: L’ASSEMBLEA LEGISLATIVA APPROVA LA “LEGGE ANTI KEBAB” VOLUTA DALLA DESTRA
L’Assemblea legislativa delle Marche ha approvato nella seduta di ieri, martedì 21 luglio 2026, la proposta di legge avanzata dalla Giunta regionale e nota con il nome di “Legge anti kebab”. L’intenzione del provvedimento, votato con la procedura d’urgenza come richiesto dalla maggioranza, era e resta quella di favorire l’apertura nei centri storici di negozi e locali tipici dell’Italia, meglio ancora se del territorio, a scapito di quelli considerati etnici. Adesso spetterà applicarla a ogni sindaco in carica nella regione. Modalita’ e tempi per ora non sono noti. Il capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra Andrea Nobili  ha detto “ci è stato imposto di discutere una proposta di legge che di urgente non ha nulla, quella sulla cosiddetta qualificazione dei centri storici, che si regge solo sulla propaganda e che non stanzia fondi né propone un’idea vera per intercettare nuove forze commerciali nelle nostre città, la proposta di legge voluta dalla Giunta Acquaroli è utile soltanto ad alimentare un certo racconto contro le attività imprenditoriali gestite da stranieri”. Andrea Nobili ai nostri microfoni Ascolta o scarica   
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto

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