Lavoratori invisibili, diritti negatiDAGLI SPORTEDAGLI SPORTELLI TERRITORIALI DELL’AREA VESUVIANA E NOLANA EMERGE UN
QUADRO SEMPRE PIÙ PREOCCUPANTE: PROCEDURE BLOCCATE, ATTESE INTERMINABILI PER I
PERMESSI DI SOGGIORNO E LAVORATORI E LAVORATRICI CHE RISCHIANO DI ESSERE
RICACCIATI NELL’IRREGOLARITÀ E NELLO SFRUTTAMENTO. MA INSIEME ALLA PRECARIETÀ
CRESCE ANCHE LA VOLONTÀ DI REAGIRE E ORGANIZZARSI. LO RACCONTA LA STRAORDINARIA
PARTECIPAZIONE ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI E ALLA MOBILITAZIONE CONTRO
IL CPR DI CASTEL VOLTURNO. UN’ESPERIENZA CHE INTERROGA IL MONDO
DELL’ASSOCIAZIONISMO E DEL SINDACATO E CI RICORDA CHE LA LOTTA PER I DOCUMENTI,
LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO E IL DIRITTO ALL’ABITARE È PARTE INTEGRANTE DELLA LOTTA
PER LA DIGNITÀ E I DIRITTI DI TUTTI I LAVORATORI.LLI DELL’AREA VESUVIANA E
NOLANA ALLA MARCIA DEI LAVORATORI INVISIBILI. LE DIFFICOLTÀ CRESCENTI
NELL’ACCESSO AI DOCUMENTI, LA MOBILITAZIONE CONTRO IL CPR DI CASTEL VOLTURNO E
UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI: SE QUESTO STA SUCCEDENDO QUI, COSA STA
SUCCEDENDO ALTROVE?
Dai nostri sportelli, le storie dei lavoratori invisibili
Gli sportelli territoriali sono luoghi particolari. Sono spazi di ascolto,
orientamento e accompagnamento, nei quali ogni giorno incontriamo persone alle
prese con problemi molto concreti: un permesso di soggiorno da ottenere o
rinnovare, un appuntamento in Questura che non arriva, un contratto di lavoro
che non corrisponde alle condizioni effettive di impiego, una casa che non si
trova, una residenza anagrafica che non si riesce a ottenere.
Ma sono anche qualcosa di più. Sono luoghi dai quali è possibile osservare le
trasformazioni che attraversano i nostri territori, cogliere l’emergere di nuovi
problemi e riconoscere, attraverso le storie individuali, fenomeni che assumono
progressivamente una dimensione collettiva.
Sono, soprattutto, luoghi nei quali si percepisce lo stato d’animo delle
persone. Le preoccupazioni, le aspettative, le speranze, la stanchezza, la
rabbia. E dove si può osservare come queste cambino nel tempo, anche in
relazione alle politiche pubbliche e al funzionamento delle istituzioni.
È da uno di questi punti di osservazione che vogliamo partire.
Da oltre un decennio, attraverso gli sportelli territoriali delle associazioni
che oggi compongono la Rete Vesuviana Solidale, incontriamo e accompagniamo
persone migranti che vivono e lavorano nella provincia di Napoli, tra l’area
vesuviana e quella nolana. Nel tempo abbiamo conosciuto migliaia di persone,
ascoltato le loro storie, cercato insieme soluzioni ai problemi più diversi.
Negli ultimi anni, una parte crescente di queste storie ha cominciato ad
assomigliarsi.
Abbiamo incontrato persone arrivate in Italia attraverso il Decreto Flussi, dopo
aver investito somme enormi, spesso indebitandosi con familiari e conoscenti,
per scoprire che il datore di lavoro che avrebbe dovuto assumerle era
irreperibile o non aveva alcuna intenzione di farlo. Persone entrate
regolarmente, attraverso un canale previsto e disciplinato dallo Stato, che si
sono ritrovate senza lavoro e senza la possibilità concreta di completare il
percorso per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Per molte di loro, in assenza di altre strade concretamente accessibili, la
richiesta di protezione internazionale è diventata il tentativo di trovare una
via d’uscita.
Sono diventate così persone in attesa di un appuntamento per formalizzare la
domanda d’asilo. Poi richiedenti asilo in attesa dell’audizione davanti alla
Commissione territoriale. Poi persone in attesa di conoscerne l’esito, non di
rado negativo. E ancora persone costrette a ricostruire, insieme a un avvocato,
le ragioni della propria richiesta, per presentare un ricorso e affrontare un
nuovo periodo di attesa.
Mesi, talvolta anni, durante i quali la possibilità di costruire un progetto di
vita rimane sospesa, condizionata da procedure, scadenze e decisioni sulle quali
le persone hanno pochissimo controllo.
Nel frattempo, continuano ad arrivare ai nostri sportelli nuove persone. E
sempre più spesso ci raccontano storie che assomigliano a quelle delle vittime
delle truffe legate al Decreto Flussi italiano, ma che hanno avuto inizio
altrove.
Sono persone arrivate in Europa attraverso canali di ingresso per lavoro in
altri Paesi: dalla Romania alla Serbia, ad esempio, e attraverso altri territori
dell’Europa orientale e balcanica. Anche loro hanno pagato intermediari,
contratto debiti, inseguito la promessa di un lavoro regolare e di una vita
migliore. Alcune hanno conosciuto condizioni di sfruttamento gravissime, salari
mai corrisposti, documenti trattenuti, minacce e condizioni di vita degradanti.
Per alcune, l’unica possibilità di sottrarsi a quelle condizioni è stata una
nuova fuga. Un altro viaggio, talvolta pagato contraendo ulteriori debiti. E
infine l’arrivo in Italia, dove spesso si ritrovano ad affrontare nuove
difficoltà per ottenere documenti, un lavoro dignitoso e un’abitazione.
Sono queste alcune delle persone che incontriamo quotidianamente.
Sono i lavoratori invisibili che versano sudore e sangue negli opifici, sui
cantieri, nei campi della nostra provincia. Persone indispensabili al
funzionamento di interi settori dell’economia locale, eppure esposte a
condizioni di precarietà e ricattabilità che rendono enormemente difficile
rivendicare i propri diritti.
È dall’ascolto di queste storie, dal riconoscimento di ciò che le accomuna, che
è nata l’idea del Presidio dei Lavoratori Invisibili. Dalla consapevolezza che
non bastava più affrontare ogni vicenda individualmente, che occorreva costruire
occasioni di incontro e organizzazione collettiva.
Nella primavera del 2026 abbiamo cominciato a discuterne insieme ai lavoratori e
alle lavoratrici, dedicando anche diverse giornate normalmente riservate alle
attività degli sportelli alla realizzazione di assemblee collettive. Non
volevamo semplicemente organizzare una manifestazione in solidarietà con le
persone migranti. Volevamo contribuire a costruire uno spazio nel quale fossero
loro stesse a prendere parola, riconoscersi in una condizione comune, formulare
rivendicazioni e organizzarsi.
Il Primo Maggio, a Napoli, insieme alla FLAI CGIL, questa esperienza ha
cominciato a prendere forma pubblicamente. Da quel primo Presidio è nato un
percorso che abbiamo chiamato Marcia dei Lavoratori Invisibili e che, attraverso
successive iniziative e mobilitazioni, ha portato nelle strade e nelle piazze
della nostra provincia rivendicazioni che riguardano il lavoro, i documenti, la
casa, la libertà e la dignità.
Un percorso che non nasce soltanto per chiedere il riconoscimento di diritti
negati, ma anche per affermare il protagonismo di persone che troppo spesso
vengono raccontate esclusivamente come vittime dello sfruttamento o destinatarie
di interventi assistenziali.
Ma oggi qualcosa sta cambiando. E troppo in fretta.
Da mesi osserviamo un progressivo allungamento dei tempi di attesa per ottenere
un appuntamento in Questura e formalizzare una richiesta di protezione
internazionale. Tempi già molto lunghi, che continuano a dilatarsi, lasciando le
persone in una condizione di incertezza sempre più difficile da sostenere.
Intanto cresce la preoccupazione per l’entrata a pieno regime delle nuove
procedure previste dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Un cambiamento
profondo del quadro normativo, che introduce procedure più rapide e stringenti,
con conseguenze potenzialmente molto gravi per le persone che cercano
protezione.
Sapevamo di essere nel mezzo di un passaggio cruciale. Eppure, quello che sta
accadendo ci sta cogliendo alla sprovvista.
Da qualche settimana, la Questura di Napoli ha interrotto gli appuntamenti per
la manifestazione della volontà di richiedere asilo.
Per oltre quindici giorni, gli appuntamenti sono rimasti sospesi. Poi è arrivata
la comunicazione della volontà di riprenderli, ma in numero drasticamente
ridotto e con la prospettiva di applicare le nuove procedure.
Nel frattempo, la notizia di quanto stava accadendo ha cominciato a circolare
tra le persone migranti, attraverso le comunità, i gruppi di amici e conoscenti,
le reti informali attraverso le quali ci si scambia informazioni e si cerca di
orientarsi.
Le giornate ai nostri sportelli sono cambiate.
Alle consuete richieste di assistenza si sono aggiunte domande sempre più
insistenti sugli appuntamenti in Questura. Persone che tornano a chiedere
aggiornamenti, che vogliono sapere se ci sono novità, se la propria richiesta è
stata presa in considerazione, se esiste ancora la possibilità di ottenere una
convocazione.
E le nostre risposte, giorno dopo giorno, sono diventate sempre più incerte.
Non perché avessimo smesso di cercare informazioni o di sollecitare risposte. Ma
perché anche noi, che quotidianamente accompagniamo le persone in questi
percorsi, ci siamo trovati nell’impossibilità di dare indicazioni attendibili
sui tempi e sulle modalità di accesso alla procedura.
Poi hanno cominciato ad arrivare altre notizie. Alcune persone ci hanno
raccontato di aver ricevuto comunicazioni di cancellazione di appuntamenti già
fissati. Altre riferivano di amici o conoscenti ai quali era accaduta la stessa
cosa.
Informazioni che non sempre siamo stati in grado di verificare, ma che hanno
contribuito ad alimentare un clima di crescente preoccupazione.
L’ansia sale. Monta il nervosismo. Le persone tornano, chiedono, aspettano. Le
vedi sempre più provate, consumate da un’incertezza che si aggiunge a tutte le
altre difficoltà della loro vita quotidiana.
Perché dietro ogni appuntamento che non arriva non c’è semplicemente una pratica
amministrativa in sospeso. C’è una persona che non sa quando potrà formalizzare
la propria domanda, ottenere un documento, accedere pienamente ai diritti
connessi alla propria condizione, provare a costruire una prospettiva di
stabilità.
E per molte delle persone che incontriamo, già segnate da percorsi di
indebitamento, sfruttamento e precarietà, questa ulteriore incertezza rischia di
diventare insostenibile.
Quando anche rinnovare un permesso diventa un’impresa
Ma le difficoltà non riguardano soltanto chi sta cercando di formalizzare una
nuova richiesta d’asilo.
Ai nostri sportelli accompagniamo quotidianamente persone che devono rinnovare
il proprio permesso di soggiorno per richiesta asilo, che sono in attesa
dell’esito di un ricorso contro il diniego della protezione internazionale o
che, dopo aver ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione, devono
finalmente ricevere il relativo permesso.
Per queste pratiche utilizziamo ordinariamente Prenota Facile, il sistema
telematico attraverso il quale la Questura gestisce la prenotazione degli
appuntamenti.
Ma per queste tipologie di permesso il sistema è diventato, nei fatti,
praticamente inutilizzabile.
Si accede alla piattaforma, si compilano i campi richiesti, si segue l’intera
procedura. Poi, arrivati al momento di selezionare un appuntamento, si scopre
che non ci sono date disponibili.
Si riprova. Il giorno dopo, la settimana successiva. Il risultato non cambia.
In assenza di appuntamenti disponibili, inviamo una PEC alla Questura, chiedendo
formalmente che venga fissata una convocazione. È il tentativo di lasciare
traccia della richiesta e di ottenere comunque accesso alla procedura.
Ma anche attraverso questo canale le risposte tardano ad arrivare. In molti casi
non arrivano affatto.
Conosciamo persone che attendono un appuntamento da mesi. In alcuni casi,
l’attesa ha già superato abbondantemente i sei mesi di validità del permesso di
soggiorno per richiesta asilo.
Sei mesi. Il tempo nel quale un documento dovrebbe accompagnare una persona nel
suo percorso amministrativo. Un tempo che può trascorrere interamente aspettando
anche soltanto la possibilità di presentarsi a uno sportello della Questura.
E ancora una volta, davanti alle domande delle persone che accompagniamo, ci
ritroviamo a dare risposte sempre più insicure.
Quando arriverà l’appuntamento? Cosa succede se il permesso scade? Posso
continuare a lavorare? Il mio datore di lavoro mi rinnoverà il contratto? Come
faccio a dimostrare che sto aspettando una convocazione che non dipende da me?
Sono domande alle quali dovrebbero esistere risposte chiare, procedure
accessibili, tempi ragionevoli. Invece, troppo spesso, ci troviamo a spiegare
che abbiamo inviato una richiesta, che abbiamo sollecitato, che non abbiamo
ancora ricevuto riscontro.
E tutto questo ha conseguenze molto concrete.
Perché la precarietà dei documenti si traduce facilmente in precarietà del
lavoro, dell’abitare, dell’intera esistenza.
Chi non riesce a documentare la regolarità del proprio soggiorno incontra
ostacoli enormi nell’accesso a un’occupazione regolare, ai servizi, a un
contratto di locazione. E finisce più facilmente esposto al lavoro nero, a
retribuzioni arbitrarie, ad alloggi sovraffollati e degradanti, alla dipendenza
da intermediari e datori di lavoro senza scrupoli.
Ma c’è un’altra conseguenza, che osserviamo con particolare preoccupazione.
Tra le persone che accompagniamo ce ne sono alcune che, dopo una lunga gavetta
nel lavoro nero, nello sfruttamento e nell’iper-precarietà, sono finalmente
riuscite a ottenere un contratto di lavoro regolare.
Non è stato facile. Hanno dovuto cercare alternative, costruire relazioni,
acquisire competenze, sottrarsi a situazioni di ricatto. A volte hanno dovuto
cambiare lavoro, casa, territorio. Hanno conquistato, passo dopo passo, un
minimo di stabilità.
E adesso rischiano di perdere tutto.
Perché un permesso scaduto, una ricevuta che non si riesce a ottenere, un
appuntamento che non arriva possono diventare, agli occhi di un datore di
lavoro, un motivo per non assumere, interrompere un rapporto o non rinnovare un
contratto.
Anche quando la normativa consente di continuare a lavorare durante le procedure
di rinnovo, l’incertezza documentale e la difficoltà di dimostrare la propria
condizione finiscono per trasformarsi in ostacoli concreti. E talvolta offrono
un ulteriore pretesto a chi vuole liberarsi di un lavoratore o di una
lavoratrice.
Così persone che credevano di essersi lasciate alle spalle il lavoro nero e lo
sfruttamento rischiano di tornarci.
Non perché abbiano smesso di lavorare, di cercare un’occupazione regolare o di
rispettare le procedure. Ma perché quelle procedure, nei fatti, non riescono a
garantire loro tempi e strumenti adeguati per esercitare i propri diritti.
È un meccanismo che rischia di vanificare anni di percorsi individuali di
emancipazione e il lavoro quotidiano di associazioni, sindacati, operatori
sociali e istituzioni impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo.
E che ci pone una domanda difficile da eludere: che senso ha investire risorse e
lavoro per accompagnare le persone fuori dallo sfruttamento, se poi gli ostacoli
amministrativi rischiano continuamente di ricacciarle nelle stesse condizioni
dalle quali stavano cercando di uscire?
Dall’incertezza alla mobilitazione. Perché diciamo no al CPR di Castel Volturno
È dentro questo scenario che si colloca la mobilitazione contro la realizzazione
di un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno.
Per noi, il CPR rappresenta l’esatto contrario della visione delle migrazioni e
delle politiche migratorie che cerchiamo quotidianamente di praticare e
costruire.
Alla criminalizzazione delle persone migranti, alla detenzione amministrativa,
alla violenza e alla produzione di marginalità contrapponiamo un approccio
fondato sull’accesso ai diritti, sull’inclusione sociale, sull’emancipazione e
sulla conquista dell’autonomia. Un approccio che riconosce nelle persone
migranti non soltanto destinatari di interventi e servizi, ma soggetti capaci di
organizzarsi, partecipare alla vita pubblica e diventare protagonisti delle
trasformazioni dei territori nei quali vivono e lavorano.
È questa la visione che orienta il nostro impegno quotidiano nel contrasto allo
sfruttamento lavorativo e all’intermediazione illecita. Un impegno che ci ha
insegnato quanto la precarietà della condizione giuridica e la difficoltà di
accedere ai diritti possano diventare strumenti di ricatto nelle mani di chi
sfrutta il lavoro altrui.
Per questo guardiamo con profonda preoccupazione a politiche migratorie che
attribuiscono un ruolo sempre più centrale alla detenzione, al controllo delle
frontiere e ai rimpatri, anziché alla costruzione di percorsi accessibili di
regolarità del soggiorno e inclusione. È in questa prospettiva che leggiamo
tanto l’espansione del sistema dei CPR quanto le trasformazioni introdotte dal
nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Quando è stata annunciata la realizzazione di un CPR in Campania, a Castel
Volturno, abbiamo sentito immediatamente la necessità di prendere parte alla
mobilitazione.
Non soltanto per le ragioni che ci portano a opporci ai CPR in generale, ma
anche per il significato particolare che Castel Volturno ha nella storia delle
migrazioni e delle lotte per i diritti nel nostro Paese.
Castel Volturno è uno dei luoghi simbolo delle mobilitazioni delle persone
migranti, delle esperienze di organizzazione contro lo sfruttamento e delle
battaglie che hanno contribuito a trasformare il dibattito pubblico e il quadro
delle tutele in materia di immigrazione e asilo. Una storia di movimenti,
associazioni, lavoratori e lavoratrici nella quale riconosciamo anche una parte
delle nostre radici politiche e sociali.
Per noi, dunque, partecipare alla mobilitazione contro il CPR e per politiche
migratorie radicalmente diverse non poteva che rappresentare una tappa naturale
del percorso intrapreso con la Marcia dei Lavoratori Invisibili.
Del resto, il Presidio nato il Primo Maggio si era già rimesso in movimento il
20 giugno, in occasione delle mobilitazioni contro il nuovo Patto europeo sulla
migrazione e l’asilo.
E quando abbiamo cominciato a discutere della nuova mobilitazione con i
lavoratori e le lavoratrici che frequentano i nostri sportelli, abbiamo trovato
immediatamente un consenso molto ampio.
Ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe accaduto.
Abbiamo convocato alcune assemblee per discutere della manifestazione, spiegare
le ragioni della mobilitazione, confrontarci sulla proposta di partecipare
collettivamente.
Fin dal primo momento la partecipazione è stata straordinaria. A ciascuna
assemblea hanno preso parte più di cento persone. E un dato ci ha colpito
particolarmente: la grande maggioranza dei partecipanti non aveva ancora un
permesso di soggiorno.
Avevamo la sensazione di aver intercettato qualcosa di profondo. Che le
preoccupazioni, le incertezze e il crescente nervosismo che registravamo
quotidianamente agli sportelli stessero trovando nella proposta di mobilitazione
una possibilità di espressione collettiva.
Ma la sorpresa più grande è arrivata quando abbiamo cominciato a raccogliere le
adesioni e i contributi per il viaggio.
In una sola giornata, nel solo sportello di Poggiomarino, più di 120 persone
hanno chiesto di partecipare e acquistare un biglietto per raggiungere la
manifestazione.
Nel giro di un paio di giorni avevamo raccolto adesioni sufficienti a riempire
quattro autobus.
A quel punto ci siamo fermati. Avevamo raggiunto il limite delle possibilità
organizzative che eravamo riusciti a mettere in campo.
Ma le richieste non si sono fermate.
Chi tra noi si occupa di rispondere ai telefoni dell’associazione ha continuato
a raccontarci, quasi incredulo, della quantità di chiamate e messaggi che
arrivavano ogni giorno. Persone che chiedevano se ci fossero ancora posti, se
fosse possibile aggiungere un autobus, se ci fosse un modo per partecipare.
Abbiamo provato a fare una stima. Tra richieste dirette, telefonate e messaggi,
calcoliamo di aver ricevuto fino a oggi circa seicento manifestazioni di
interesse a partecipare.
Seicento persone. In pochi giorni. A partire da una rete di sportelli
territoriali nella provincia di Napoli.
Non sappiamo quante di queste persone avrebbero effettivamente partecipato se
avessimo avuto la possibilità di organizzare altri autobus. Ma sappiamo che una
risposta di queste dimensioni non può essere liquidata come un semplice successo
organizzativo.
Ci racconta qualcosa.
Ci racconta che, dietro l’ansia, la stanchezza e la paura che osserviamo
quotidianamente, esiste anche una fortissima domanda di partecipazione, di
riconoscimento e di protagonismo.
Che persone alle quali viene continuamente chiesto di aspettare, di dimostrare,
di giustificare la propria presenza, di accettare condizioni di lavoro e di vita
che altri non accetterebbero, vogliono invece prendere parola e rendersi
visibili.
E che proprio tra coloro che vivono le condizioni di maggiore precarietà
giuridica può emergere una straordinaria disponibilità a mobilitarsi
collettivamente per rivendicare i propri diritti.
Forse, attraverso i nostri sportelli, avevamo colto il crescente disagio delle
persone che incontriamo. Ma non avevamo compreso fino in fondo quanto fosse
grande anche la loro volontà di reagire.
Se questo sta succedendo qui, cosa sta succedendo altrove?
Siamo partiti dal racconto di quello che osserviamo quotidianamente nei nostri
sportelli, in una porzione relativamente piccola della provincia di Napoli, tra
l’area vesuviana e quella nolana.
Abbiamo raccontato le storie delle persone che incontriamo, le difficoltà
crescenti nell’accesso ai documenti, l’incertezza che accompagna percorsi di
vita già profondamente segnati dalla precarietà e dallo sfruttamento.
Abbiamo raccontato il clima di ansia, stanchezza e nervosismo che si respira
ogni giorno di più. Ma anche la risposta, per molti versi inattesa, alla
proposta di partecipare a una mobilitazione collettiva.
Una risposta che ci ha sorpresi e che continua a interrogarci.
Perché se tutto questo sta succedendo qui, che cosa sta succedendo altrove?
Che cosa stanno osservando gli altri sportelli territoriali, le associazioni, i
sindacati, le realtà che accompagnano quotidianamente le persone migranti
nell’accesso ai diritti?
Si stanno registrando difficoltà simili nell’accesso alle procedure d’asilo e
nel rinnovo dei permessi di soggiorno? Si percepisce lo stesso deterioramento
del clima di fiducia e delle aspettative? E soprattutto, esiste anche altrove
una domanda di partecipazione e mobilitazione collettiva che rischiamo di non
vedere, perché troppo impegnati a rispondere, una per una, alle emergenze
quotidiane?
Non conosciamo le risposte. Ma crediamo che sia importante cominciare a cercarle
insieme.
Perché dietro le pratiche amministrative, gli appuntamenti mancati, i documenti
scaduti e le procedure che si allungano ci sono persone, relazioni sociali,
condizioni di lavoro e di vita. E ci sono anche aspettative, rivendicazioni,
capacità di organizzazione e volontà di partecipare.
L’esperienza della Marcia dei Lavoratori Invisibili ci sta mostrando quanto sia
importante riconoscere questa dimensione collettiva.
Ci ricorda che le persone migranti non sono soltanto destinatarie delle
politiche pubbliche, né soltanto vittime delle loro contraddizioni. Sono
soggetti che possono prendere parola, organizzarsi, costruire alleanze e
partecipare alla definizione delle politiche che riguardano le loro vite e i
territori nei quali vivono.
Non c’è lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno
Quello che stiamo osservando ci impone anche di riflettere sul significato di
queste mobilitazioni e sulla responsabilità che abbiamo di fronte a esse.
Perché le persone di cui abbiamo raccontato le storie sono lavoratori e
lavoratrici. Sono coloro che ogni giorno lavorano nei campi, negli opifici, nei
cantieri, nella logistica, nella ristorazione, nei servizi e nel lavoro di cura.
Persone il cui lavoro contribuisce a sostenere interi settori dell’economia, ma
che troppo spesso rimangono invisibili quando si tratta di riconoscerne i
diritti.
E quello che stiamo vivendo ci porta a ribadire una convinzione: non può esserci
lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno.
Non può esserci una lotta efficace contro lo sfruttamento lavorativo che non
affronti le condizioni giuridiche e materiali che rendono una parte della classe
lavoratrice più vulnerabile al ricatto, più esposta al lavoro nero, meno libera
di scegliere dove e per chi lavorare, di cambiare occupazione, di organizzarsi e
rivendicare i propri diritti.
Nella nostra lettura, le politiche migratorie fondate sulla precarietà del
soggiorno, sulla detenzione e sul rimpatrio contribuiscono a produrre e
riprodurre gerarchie all’interno del mondo del lavoro. Alimentano divisioni,
frammentazione, processi di razzializzazione e ghettizzazione che separano
lavoratori e lavoratrici, rendendo più difficile riconoscere la comunanza delle
loro condizioni e dei loro interessi.
Per questo, se vogliamo contrastare lo sfruttamento, dobbiamo intervenire anche
sulle leve strutturali che alimentano queste disuguaglianze.
E per questo crediamo che le mobilitazioni che nascono dal protagonismo dei
lavoratori e delle lavoratrici migranti debbano essere riconosciute, sostenute e
accompagnate.
Non si tratta soltanto di solidarizzare con chi rivendica un diritto negato. Si
tratta di riconoscere che quelle rivendicazioni riguardano la condizione
dell’intero mondo del lavoro.
La mobilitazione è anche una palestra. È il luogo nel quale si impara a
riconoscersi, a discutere, a costruire rivendicazioni comuni, a organizzare una
vertenza collettiva. È il luogo nel quale persone abituate ad affrontare
individualmente problemi che sembrano insormontabili scoprono la possibilità di
affrontarli insieme.
È così che si costruiscono una grammatica dell’agire comune, una cultura della
solidarietà e una coscienza collettiva. Non come presupposti che devono
necessariamente esistere prima delle mobilitazioni, ma come possibilità che
prendono forma nel vivo delle lotte, attraverso la pratica quotidiana
dell’organizzazione e della partecipazione.
La mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno si colloca, per noi, dentro
questa prospettiva.
È una mobilitazione contro i CPR e contro un modello di politiche migratorie che
attribuisce centralità alla detenzione amministrativa, al controllo e ai
rimpatri.
Ma è anche una mobilitazione per politiche dell’immigrazione radicalmente
diverse, fondate sulla libertà di movimento, sull’accesso ai diritti, sulla
possibilità di costruire percorsi di autonomia e sulla partecipazione delle
persone migranti alla vita sociale, economica e politica dei territori.
È una mobilitazione che contesta anche l’idea di poter intervenire dall’alto sui
territori, attraverso operazioni di ingegneria sociale che li trattano come
tabulae rasae, ignorandone la storia, le relazioni, i conflitti e le esperienze
di solidarietà che li attraversano.
A questa visione contrapponiamo la possibilità di costruire politiche di
sviluppo dal basso, attraverso la partecipazione della società civile, delle
comunità locali, dei cittadini e delle cittadine, delle persone migranti.
Politiche capaci di valorizzare le pratiche di accoglienza, inclusione e
integrazione che già esistono, di rafforzarle e di farne strumenti di
rigenerazione dei territori e delle comunità.
Una prospettiva che richiede rivendicazioni concrete.
Significa battersi per la libertà di movimento e per canali di ingresso e
soggiorno che non subordinino continuamente la possibilità di vivere
regolarmente in Italia alla disponibilità di un datore di lavoro. Significa
rivendicare permessi di soggiorno per attesa occupazione e, ancora meglio, per
ricerca di occupazione, che permettano alle persone di cercare un lavoro senza
essere costrette a dipendere da intermediari o da rapporti di impiego già
costituiti.
Ma significa, soprattutto in questa fase, rivendicare la possibilità effettiva
di accedere a procedure certe, rapide e giuste per manifestare, quando lo si
desidera, la volontà di richiedere protezione internazionale. E a procedure di
valutazione delle domande che garantiscano il pieno rispetto dei diritti, tempi
ragionevoli e la possibilità di far valere le proprie ragioni.
Significa chiedere una drastica riduzione dei tempi di attesa per gli
appuntamenti, per il rilascio e per il rinnovo dei permessi di soggiorno.
Significa impedire che le inefficienze amministrative si traducano in nuove
condizioni di precarietà e ricattabilità.
E significa anche battersi per il diritto alla residenza anagrafica.
Una rivendicazione che può apparire distante dalle questioni del lavoro, ma che
nella nostra esperienza rappresenta uno degli strumenti più importanti per
costruire autonomia e rafforzare la capacità contrattuale delle persone.
La residenza, insieme alla disponibilità di documenti validi e al riconoscimento
effettivo dei diritti, facilita l’accesso ai servizi bancari, ai rapporti di
lavoro regolari, a un’abitazione dignitosa, ai servizi sociali e sanitari. Può
rendere più semplice costruire un rapporto diretto con i proprietari degli
immobili, sottraendo spazio al potere degli intermediari che controllano
l’accesso agli alloggi e spesso lucrano sulla precarietà abitativa.
Sono condizioni materiali di autonomia. E l’autonomia è una delle premesse
fondamentali per poter rifiutare un lavoro sottopagato, denunciare uno
sfruttatore, cambiare occupazione, organizzarsi insieme ad altri lavoratori e
lavoratrici.
Non sono quindi rivendicazioni separate dalla lotta per condizioni di lavoro
giuste. Ne costituiscono una parte essenziale.
A chi sostiene che tutto questo non sia propriamente lotta di classe, o che non
lo sia ancora, vorremmo rispondere che la coscienza di classe e la solidarietà
di classe non nascono per decreto, né possono essere attese come condizioni
preliminari dell’azione collettiva.
Si costruiscono insieme, nel vivo delle mobilitazioni. Si imparano praticandole,
diffondendone la cultura e la grammatica attraverso esperienze concrete di
organizzazione, conflitto e solidarietà.
E oggi abbiamo davanti agli occhi persone che, pur vivendo condizioni di estrema
precarietà, chiedono di esserci, di partecipare, di prendere parola.
Non possiamo considerare questa disponibilità un fatto secondario.
Se vogliamo ricostruire la forza di un movimento collettivo di lavoratori e
lavoratrici capace di rivendicare condizioni di lavoro giuste, rapporti di
impiego che garantiscano sicurezza, condizioni abitative e di vita
caratterizzate da dignità e benessere, dobbiamo riconoscere l’importanza di ciò
che sta accadendo.
E se vogliamo che quel movimento sappia tenere insieme persone con storie,
provenienze e condizioni giuridiche differenti, dobbiamo cominciare dalle lotte
che oggi stanno prendendo forma.
Non possiamo lasciare sole le persone migranti. Non possiamo lasciare soli i
lavoratori e le lavoratrici invisibili.
Se vogliamo ricostruire solidarietà e forza collettiva, dobbiamo esserci ora.
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