Palestina: Come i Paesi Bassi finanziano l'economia di guerra israeliana
Un'inchiesta in sei puntate del centro di ricerca olandese SOMO ricostruisce il
ruolo dei Paesi Bassi come principale snodo finanziario di Israele nel mondo
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER
STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED
ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL
VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A.
BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI
RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER
CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI
PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE
HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È
POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA
LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA
Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani)
Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e
le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo
giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un
mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai
viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per
raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza
giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che
scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come
dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla
«zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo,
da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente
piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a
Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.
È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala
a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo
tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli
occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra
di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava
preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle
mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un
ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.
“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella
sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la
scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente.
Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo
annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non
sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura.
Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è
stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo
vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in
quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In
particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla
sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la
segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.
Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza
Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano
tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di
quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano
anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva
comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli
occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che
non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi
dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con
me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della
chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una
brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi
permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto
che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando,
sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto
che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.
Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella
settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità
di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di
Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via
San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del
vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum,
avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le
proteste. Per assistere i manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva
indicazioni e consigli.
Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro,
quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum
per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo
alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre
ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si
svolgevano in quelle stanze.
Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e
cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella
vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone
all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare
con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già
pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e
sono partita a cercarle.
Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare
testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il
fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi
e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con
noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente:
il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre
cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva
sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il
secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini
della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da
dare”.
Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti
violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4
dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà
inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un
reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930,
tuttora vigente in moltissime sue parti.
Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World
Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al
terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in
Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media
italiani.
Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood
apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio
Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito
che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da
presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono
cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da
un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha
cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo
Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati
oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale
Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo
25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si
sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà
parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato
il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al
secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una
manifestazione.
Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare,
da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per
raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via
San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per
imparare.
Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi
parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è
Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo.
Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci.
Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è
Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana
Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi
e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può
mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la
verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito
alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa
Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei
figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era
ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi
insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco
Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter
Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa…
Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile
socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco
con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo
ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente
tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una
rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni
incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito
comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco
“baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere
visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il
profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei
principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive
Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze
dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti
diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da
parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di
documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i
procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle
vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono
diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con
cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.
Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo
un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo
Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un
reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della
“rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque.
Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta.
Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del
Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione
autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002
venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle
carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse
pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione
fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento
dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il
punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non
l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione
attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per
alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da
altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile
difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”.
Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13
imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.
Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un
centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca,
che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così
costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza
legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola
Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le
manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di
rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con
l’uccisione di Carlo Giuliani”.
Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal
contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a
carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004,
perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze.
Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che
comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i
responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati
della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale.
All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo
Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era
stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011
porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo –
sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali
durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per
punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria
per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per
il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per
l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona
speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura:
“Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di
gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman
organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col
resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo
di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana,
una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile,
fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21
luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una
signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si
era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della
scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco
nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi
successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e
Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.
La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era
tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da
quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo
riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi,
“nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo
innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata
senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza
sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è
sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca,
non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o
nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel
nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni
a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua
figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e
pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark
Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a
testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la
determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente
allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza
di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo,
ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di
vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne
fossero stati capaci.
All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio
Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un
rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni
di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo
aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.
2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da
due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato
l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i
compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San
Paolo.
2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere.
2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una
notte incontrava quattro poliziotti.
2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di
tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza.
2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di
una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per
volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere.
2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato”
nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini.
2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un
agente durante una sosta in un’area di servizio.
2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni
dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis.
2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco.
2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del
mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore
senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine
di TSO del sindaco.
2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni
durante la custodia cautelare.
2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine
erano state chiamate per “molestie”.
2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei
carabinieri.
L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la
repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le
promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze
dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le
realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come
nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di
Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di
Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce”
da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a
questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del
poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul
serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma
persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di
5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro
e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a
memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione,
arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto
questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto].
Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma
è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a
dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di
Reti-Invisibili.
Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social
forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di
Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza
calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima
immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro”
come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse
iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e
soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le
conseguenze. Instancabile, ancora oggi.
A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare
intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico
dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma
Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande
lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono
venute a conoscenza.
Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali,
sono state determinanti in un processo penale: hanno di-
mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione
delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno
permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La
giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove
documentali legittime, a patto che sia
garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le
immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico
fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire
le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo…
Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati
Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a
sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione,
firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno
Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte
a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna
formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze
di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in
atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del
personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque
impiegato in servizio di ordine pubblico”.
Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il
personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato,
Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in
attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le
raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come
Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga
l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando
l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla
maggior parte dei Paesi europei.
Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno,
ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di
difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi
per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS
(usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra).
Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a
pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure –
quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio,
docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo:
le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per
via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era
gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta,
è crudeltà.
Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con
generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle
quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme
in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e
dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver
partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa
del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani
attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che
nega il diritto al dissenso e alla protesta.
A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si
erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro
Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra
gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti
che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta
malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti,
abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare
il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare
abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e
attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza
cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha
potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica
sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua
funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere
posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme
per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo
saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono
intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma
materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora
assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con
uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da
un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con
una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così
importante per la vita democratica e civile di Genova
e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene
raro”.
La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova,
accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in
Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con
qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in
precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in
seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura
“resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine.
Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a
Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che
perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe
apprezzato.
Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a
raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per
Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel
frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da
vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal
governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero
entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di
commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata
che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto
con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal
venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato
da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere
con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di
pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e
mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra
maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata
davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che
durano ancora oggi.
Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad
usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi
giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i
processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero,
presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha
portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto
civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che
ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca.
Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola
Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori
devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le
popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i
torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria
messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi
vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in
corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né
danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili
del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di
devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni
e 6 mesi a 15 anni.
Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro
Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in
Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la
lotta del popolo No Tav.
L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il
nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e
evidenziando la mancanza di leggi adeguate.
Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli
indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti,
morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi.
Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion,
annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si
fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di
vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che
ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere
un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo.
Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché
parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso
senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di
questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro,
grazie Bach!
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L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
SUI CIVILITICI
Diffondiamo da Infranero: Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque
è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per
quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un
proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo
disprezzo per un paese in cui … Leggi tutto "SUI CIVILITICI"
Musica per scacciare la caldazza #2
Ancora una puntata musicale per non farci togliere il fiato dal caldo
taurinense.
Durata extra-large per starci comodi.
01 – New Jazz Underground – HoodieJig (iii)
02 – Meridian Brothers – Cumbia del Pichamán
03 – Meridian Brothers – Cumbia de los Proletarios
04 – Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – The Hour glass effect
05 – Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – Kiss the Sky
06 – Jaimie Branch – Theme 002
07 – Jaimie Branch – Theme 001
08 – Joshua Idehen – Mum Does the Washing
09 – Sons of Kemet – Inner Babylon
10 – The Comet is Coming – Pyramids
11 – Reginald Omas Mamode IV – Just Keep on
12 – Reginald Omas Mamode IV – Riviere Noire Decolonise your Mind
13 – Goya Gumbani – Weejuns (Intro) (feat. Will Stowe)
14 – Goya Gumbani – Beautiful BLACK
15 – King Carter – All for It (feat. Goya Gumbani)
16 – Alewya – Guttah
17 – Arlo Parks – Nightswimming
18 – Mount Kimbie – Ode To Bear
19 – Mount Kimbe – Blue Train Lines (feat. King Krule)
20 – King Krule – Biscuit Town
21 – King Krule – Dum Surfer
22 – Vince Staples – White Flag
23 – Ghostpoet – One Twos Run Run Run
24 – Ghostpoet – Finished I Ain’t
25 – Georgia Anne Muldrow – Monoculture
26 – Georgia Anne Muldrow – Fifth Shield
27 – For Those I Love – The Myth – I don’t
28 – Flaccid Mojo – Slow Psychics
29 – Fink – Day 22
30 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Soul and Cigarette
31 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Talisa (feat. Karen O)
32 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Lanza
33 – Daniele Luppi & Parquet Courts – Café Flesh
34 – C’mon Tigre – Federation Tunisienne de Football
35 – C’mon Tigre – December
UNA SPUDORATA INIZIATIVA ANTI-ANARCHICA. SULL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO
Diffondiamo: Il 16 giugno scorso è stata lanciata l’ennesima operazione
repressiva contro il movimento anarchico. Dopo le solite perquisizioni in varie
città (Roma, Bologna, Forlì, Napoli, Torino e Milano), sono state applicate nove
misure cautelari: sette in carcere, con trasferimenti nei circuiti di Alta
Sicurezza (AS2) e due ai domiciliari con braccialetto elettronico e divieto …
Leggi tutto "UNA SPUDORATA INIZIATIVA ANTI-ANARCHICA. SULL’OPERAZIONE DEL 16
GIUGNO"
[2026-07-15] Mercoledì 15 luglio "I diavoli" al Cineforum Bakunin @ Gruppo Anarchico Bakunin
MERCOLEDÌ 15 LUGLIO "I DIAVOLI" AL CINEFORUM BAKUNIN
Gruppo Anarchico Bakunin - via vettor fausto, 3, roma, italy
(mercoledì, 15 luglio 20:00)
Mercoledì 15 luglio proietteremo I DIAVOLI (Ken Russell, 1971)
Nel lontano 1634 in una piccola cittadina francese avvenne il più famoso caso di
possessione demoniaca di massa della storia. Da questi eventi è stato tratto il
libro "I Diavoli Di Loudun" del britannico Aldous Huxley, da cui poi John
Whiting si è ispirato per un dramma teatrale nel 1960. Solo un grande visionario
come Ken Russell poteva riprendere in mano queste controverse vicende storiche
trasformandole in sconvolgente anarchia.
Durante la prima metà del XVII° secolo il cardinale Richelieu – ristabilita la
pace dopo le guerre di religione – per consolidare il potere regio, invia il
barone di Laubardemont a Loudun con l’incarico di abbatterne le fortificazioni.
Ma il prete Urbain Grandier (a cui sono stati conferiti pieni poteri fino
all’elezione di un nuovo governatore) si oppone alla decisione di buttare giù le
mura, consapevole che questo sarebbe il primo passo per la completa revoca della
libertà e dell’autonomia cittadina. Grandier è un uomo carismatico e
affascinante, piace alla gente così come piace alle suore Orsoline di Loudun: il
prete intraprende numerose relazioni con le sue penitenti ma quando Madre Jeanne
degli Angeli (la superiora del convento) mette gli occhi su di lui, la storia
prende la piega di una contorta e morbosa ossessione.
I Diavoli” (“The Devils”) è puro isterismo e continua provocazione, un film
diretto magistralmente da un Ken Russell qui assolutamente ispirato. La messa in
scena è barocca, poiché ogni inquadratura è appesantita da personaggi convulsi e
scenografie imponenti: possiamo toccare con mano uomini e oggetti che si
compattano in una poltiglia fiammeggiante, ecco che quindi ritorna il caos
inteso come liberazione edonistica in opposizione alle costrizioni spirituali.
Il retaggio storico viene quindi fagocitato da un caleidoscopio di immagini
ricche di furiosa intensità, come se ogni sequenza fosse il risultato di una
bomba appena esplosa. Questo continuo movimento mette in circolo una rivoluzione
ben più attuale di una semplice testimonianza legata alla possessione, motivo
per il quale “I Diavoli” è da sempre considerato uno dei titoli blasfemi per
eccellenza. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità
e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo
arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
Quello di Russell è un film sopra le righe in tutto e per tutto: Oliver Reed è
in stato di grazia, Vanessa Redgrave è sinuosamente inquietante, “I Diavoli”
sono praticamente dei serpenti velenosi pronti a morire pur di raggiungere il
loro scopo. Che il genere conventuale esploso durante gli anni settanta prenda
spunto da questa pellicola è un dato di fatto, ma quello di Ken Russell è un
lavoro che si pone al di là della religione e di quattro suore in preda a oscuri
pruriti sessuali. Con “I Diavoli” inoltre veniamo catapultati oltre la soglia
del dualismo bene contro male, termini che si annullano a vicenda assimilati da
questa spirale di inarrestabile perversione.
Il piacere carnale, la tortura, il dolore, la teatralità dei movimenti, una
lezione fondamentale che ritroveremo dopo pochi anni nel linguaggio dei
connazionali Derek Jarman (qui scenografo) e Peter Greenaway. Il primo più
esibizionista ma anche capace di svolte intimiste, il secondo invece eccentrico
e intellettuale fino al midollo. “I Diavoli” è un passaggio obbligato per tutto
il nostro amato cinema di confine: visionario, iconoclasta, quasi surreale, un
istinto anticonformista in cui il demonio fa quasi da spettatore, sghignazzando
sul materialismo dilagante di ogni individuo.
Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità
(scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò
puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane.
La versione restaurata contiene la celebre sequenza denominata "Lo stupro di
Cristo", la quale fu motivo di grande scandalo all'epoca della prima proiezione
a Venezia e, per questo motivo, completamente eliminata nella versione uscita
inizialmente nei cinema.
Anche Albino Luciani, nel 1971 Patriarca di Venezia e poi futuro Papa con il
nome di Giovanni Paolo I, criticò duramente il film, dopo la sua proiezione alla
Mostra cinematografica, in una lettera pastorale inviata ai fedeli della sua
diocesi.
Per noi resta un magnifica (a dir poco)pellicola.
I fatti , gli scandali e abusi (conosciuti e non) sessuali della Chiesa,restano
di fatto una realta' spesso documentata e taciuta talvolta,di cui purtroppo le
vittime non sono attori/ci e non fanno parte di un cast cinematografico.
Quella stessa realtà che ha tentato e tenta di censurare film e' regista e
spettatore, carnefice e crudele falsificatore.
PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE.
Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare...
Appuntamento mercoledì 15 LUGLIO al tramonto (ora solare di Garbatella),in Via
Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale).
Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio.
gruppobakunin@federazioneanarchica.org
IN ESTATE CI SONO DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI
Diffondiamo da Napoli: “Odio l’estate” Sulle note di Bruno Martino Niente di
nuovo sotto al Sole. In estate ci sono due certezze: il caldo e un’inchiesta
anti-anarchica. Le giornate che si allungano, l’asfalto che brucia e, con
puntuale infamità, la Magistratura Antimafia e Antiterrorismo (DNAA) che si
premura di mandare qualcuno al fresco. A prima … Leggi tutto "IN ESTATE CI SONO
DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI"
La FIFA non è un’organizzazione sportiva indipendente; è uno strumento politico
di Xavier Abu Eid,
Al Jazeera, 11 luglio 2026.
Gli appassionati di calcio di tutto il mondo stanno scoprendo solo ora ciò che i
palestinesi sanno da tempo.
Il presidente della FIFA Gianni Infantino (al centro) con Jibril Rajoub,
presidente della Federcalcio Palestinese, e Basim Sheikh Suliman, presidente
della Federcalcio Israeliana, durante il 76° Congresso della FIFA a Vancouver,
in Canada, il 30 aprile 2026 [Jennifer Gauthier/Reuters]
Questo Mondiale ha messo sempre più sotto i riflettori la FIFA e la sua
leadership. La sua decisione di revocare la sospensione di un calciatore
americano dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha
suscitato indignazione tra gli appassionati di tutto il mondo. Nel frattempo,
sono state mosse accuse agli arbitri di aver favorito l’Argentina nelle loro
decisioni durante le partite contro l’Egitto e Capo Verde.
In Palestina, da anni assistiamo e subiamo in prima persona la natura corrotta
della FIFA. Nonostante il suo statuto imponga esplicitamente all’organizzazione
di rispettare i diritti umani, essa ha sistematicamente omesso di farlo quando
si è trattato del calcio palestinese.
Ha ripetutamente respinto le richieste della Federcalcio Palestinese (PFA) di
sospendere la Federcalcio Israeliana (IFA) per aver permesso che le partite del
proprio campionato venissero disputate su territori palestinesi occupati, da
squadre che risiedono in insediamenti illegali.
Non ha condannato l’uccisione di massa e la mutilazione di calciatori
palestinesi né ha chiesto il rilascio dei calciatori detenuti – tra cui, più
recentemente, Rand Halawani e Natalie Abu Dayyeh, membri della nazionale
femminile palestinese. Non ha protestato contro la distruzione degli stadi di
calcio palestinesi. Non ha fatto nulla per costringere Israele ad abbandonare le
varie politiche che limitano e minano il calcio palestinese, tra cui il rifiuto
di concedere permessi di viaggio alle squadre palestinesi.
La FIFA non solo ha tollerato e normalizzato il razzismo, l’apartheid e
l’occupazione, ma ha anche preso parte agli sforzi volti a congratularsi per la
partecipazione dei calciatori israeliani ai crimini di guerra a Gaza o in
Libano.
Nonostante le ripetute sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e le
varie risoluzioni dell’ONU, la FIFA continua ad affermare che le richieste
palestinesi sono «una questione altamente complessa ai sensi del diritto
internazionale pubblico» e che «lo status giuridico definitivo della
Cisgiordania rimane irrisolto». Ciò equivale a sostenere le argomentazioni
israeliane, fatte proprie dall’amministrazione Trump per proteggere il proprio
alleato Israele e legittimare il furto di terra palestinese.
Israele ha sfruttato il turismo, l’archeologia, la religione, l’agricoltura e
altri settori per normalizzare la propria annessione illegale, e lo stesso ha
fatto anche attraverso il calcio – con il sostegno della FIFA
Il contributo della FIFA ai crimini israeliani si è ampliato sotto la presidenza
di Gianni Infantino. Le organizzazioni per i diritti umani hanno giustamente
deferito le azioni di Infantino alla Corte Penale Internazionale, accusandolo di
agire «in piena consapevolezza che tali pratiche costituiscono violazioni dei
diritti umani, apartheid e crimini di guerra» e di ignorare le numerose
segnalazioni e lettere sull’argomento.
La dirigenza della FIFA non solo è rimasta in silenzio e passiva di fronte ai
crimini di Israele e al coinvolgimento della Federcalcio Israeliana (IFA), ma ha
anche partecipato attivamente alla loro copertura. Il mese scorso, la FIFA ha
suggerito che la Palestina dovesse affrontare Israele nella partita inaugurale
di un torneo under 15 per «promuovere la pace». Alcune settimane prima,
Infantino aveva cercato personalmente di costringere il presidente della PFA a
stringere la mano alla sua controparte israeliana.
La FIFA chiaramente non è più una federazione sportiva internazionale neutrale,
che secondo il proprio statuto dovrebbe evitare qualsiasi interferenza politica.
È stata trasformata in uno strumento politico a sostegno della politica estera
degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Lo stesso Infantino è un ottimo esempio di questa realtà. Nel 2018, senza alcuna
ragione apparente, ha partecipato alla firma ufficiale degli Accordi di Abramo a
Washington – un accordo che di fatto mirava a rimuovere la questione palestinese
dall’agenda collettiva araba. Nel 2021, ha partecipato a una conferenza del
quotidiano israeliano di destra Jerusalem Post, tenutasi in una sede costruita
sul cimitero musulmano profanato di Mamillah a Gerusalemme.
A febbraio, Infantino ha partecipato all’inaugurazione del controverso Board of
Peace, che mira a porre fine al coinvolgimento dell’ONU nella questione
palestinese e a bloccare qualsiasi iniziativa giuridica internazionale volta a
porre fine all’occupazione israeliana e al genocidio. Ha persino annunciato una
«partnership strategica per promuovere la ripresa e la pace attraverso il
calcio» con il Board of Peace.
Le controversie in corso sull’organizzazione dei Mondiali vanno comprese in
questo contesto. La FIFA ha chiaramente perso il controllo sul proprio processo
decisionale indipendente in quanto organizzazione sportiva internazionale e ha
abdicato alla propria responsabilità di tenere la politica fuori dal calcio.
Alla domanda sulle varie violazioni commesse dagli Stati Uniti in qualità di
paese ospitante nei confronti di calciatori, arbitri e tifosi, Infantino ha
risposto al pubblico che dovrebbero «calmarsi, rilassarsi».
Tutto ciò è incredibilmente dannoso per la fiducia dell’opinione pubblica nelle
organizzazioni internazionali come la FIFA. È inoltre dannoso per il calcio
internazionale e per la sua reputazione di sport inclusivo per tutti. Se
Infantino non cambierà radicalmente rotta, lascerà un’eredità di distruzione.
Per quanto riguarda il calcio palestinese, esso continuerà a resistere. Questo
sport esiste sin dalla fondazione della squadra della St George’s School a
Gerusalemme nel 1904. Da allora, il calcio ha fatto parte di ogni momento della
vita palestinese. E come tutte le cose palestinesi, ha la forza di sopravvivere
a un’occupazione, a un genocidio e a una FIFA corrotta.
Xavier Abu Eidè un politologo, dottorando al Trinity College di Dublino ed ex
consulente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
https://www.aljazeera.com/opinions/2026/7/11/fifa-is-not-an-independent-sporting-organisation-it-is-a-political-tool
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
Il vertice NATO di Ankara si è concluso come una grande fiera delle armi
di Valeria Casolaro,
L’Indipendente, 9 luglio 2026.
La difesa comune passa per gli accordi miliardari siglati con le aziende della
difesa di tutto il mondo. E proprio tali accordi sono stati l’elemento centrale
del summit della NATO di Ankara, conclusosi ieri. Anche sulla spinta della
minaccia degli Stati Uniti di abbandonare l’Alleanza Atlantica, dopo che Trump
si è lamentato a più riprese dell’impegno insufficiente degli alleati,
minacciando di abbandonare il gruppo. Così, dopo che il 2025 si è confermato
come l’anno in cui la spesa globale in armi ha registrato il suo record
assoluto, i Paesi membri della NATO hanno rilanciato sulla politica che vede il
riarmo come strumento chiave della difesa, impegnandosi in contratti per il
riarmo del valore di «decine di miliardi di dollari».
Il 2025 è anche stato l’anno in cui i membri dell’Alleanza hanno segnato un
traguardo mai visto prima: tutti hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL per la
Difesa. Per quanto riguarda l’Italia, alcune stime dimostrano che in realtà tale
dato rappresenta più che altro il risultato di artifici contabili, ma resta il
fatto che l’impegno per il riarmo ha raggiunto obiettivi mai visti prima. Il
nostro Paese si colloca al terzo posto tra quelli del G7 per aumento di spese
militari (+20% dal 2024) e al primo posto per aumento nell’export di armi (+157%
tra il 2021 e il 2025). Il programmi di riarmo avviati dall’attuale governo sono
78, con 31 miliardi circa divisi equamente tra componente corazzata e aviazione
e un aumento di 7 miliardi alla Marina, che si somma ai tre miliardi aggiuntivi
destinati alla difesa aerea e antimissile. E la previsione di spesa per il 2026
prevedono ulteriori 32 miliardi destinati al solo ministero della Difesa.
Una accelerazione che, evidentemente, non è ancora sufficiente per gli Stati
Uniti, che hanno lamentato a più riprese uno scarso impegno da parte dei Paesi
UE, minacciando di uscire dall’Alleanza. Così, nel clima di corsa al riarmo
scatenato dagli sbalzi di umore trumpiani, il fulcro del summit di Ankara è
stato il NATO Summit Defence Industry Forum, svoltosi a margine dell’incontro
ufficiale e che ha visto la presenza di molte tra le aziende leader nel settore
della difesa. Gli accordi siglati sono tanti e valgono complessivamente una
cascata di miliardi – 50, per la precisione, cui si aggiungono i 140 miliardi in
due anni destinati all’Ucraina. Lockheed Martin, per esempio, si è impegnata con
USA, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia a valutare la realizzazione di una
struttura dedicata alla manutenzione dei missili PAC-3, struttura che
«rafforzerà la prontezza operativa della difesa aerea e missilistica integrata
della NATO, fornendo capacità di manutenzione e supporto nella regione». È stato
poi siglato, sempre nell’ambito del summit, un accordo con la
tedesca Rheinmetall per la produzione di missili ATACMS in Europa, con il
supporto del governo tedesco e statunitense. Un «segnale forte per l’industria
della difesa europea e per la resilienza a lungo termine della NATO», ha detto
Dennis Goege, ad per l’Europa di Lockheed Martin.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha poi annunciato che verranno
avviati negoziati formali con SAAB per l’acquisizione di un massimo di dieci
sistemi GlobalEye, sistemi di allerta precoce e controllo aereo che, grazie
all’utilizzo di sensori di ultima generazione, permette il rilevamento e
l’identificazione a lungo raggio di oggetti in volo, in mare e sulla terraferma.
È stata lanciata una iniziativa che include i governi di Belgio, Croazia,
Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito per l’Airbus A400M, velivolo
già che ha l’obiettivo di «colmare le lacune nella capacità di trasporto aereo
strategico tra gli alleati europei» e di riuscire a realizzare «una flotta
multinazionale incentrata sul velivolo militare Airbus A400M».
Per quanto riguarda l’Italia, Accenture e Leonardo si sono impegnate con la NCIA
(NATO Communications and Information Agency) a sviluppare il PBN, il Protected
Business Network, il quale gestisce le operazioni classificate della NATO.
L’operazione ha il fine di modernizzare le infrastrutture digitali dell’Alleanza
Atlantica e costruire «un’organizzazione sempre più connessa e guidata dai dati,
capace di sviluppare e mettere a disposizione capacità digitali con rapidità e
su larga scala».
A scanso di equivoci, la centralità degli investimenti nelle «esigenze
fondamentali della difesa» è ribadita nettamente nella dichiarazione finale del
summit. L’articolo 5 del Trattato di Washington (che stabilisce il principio
della difesa collettiva) sembra così vestito di un nuovo significato politico,
piegato del tutto agli interessi USA. Per i quali l’Europa si trova a dover
pagare il conto.
Valeria Casolaro, classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha
lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con
L’Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.
Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in
una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su
Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario
dell’Imam Reza a Mashhad. Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della
Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di
Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino
di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la
ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura,
hanno attraversato l’Iran.
Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi
Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a
Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e
dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive
dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte
della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr.
Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione,
Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra
Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa,
presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo
Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra
parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu
eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al
1989.
Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026
Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse
Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese
il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua
leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo
all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza
militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal
nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in
Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani.
Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del
2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle
vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte
secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la
morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e
Israele.
La morte: 28 febbraio 2026
Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in
Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele
su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema;
la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti
vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita
anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si
aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il
governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività
ufficiali.
Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201
morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto
Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo
doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di
persone comuni.
Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un
consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse
Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema.
Il rinvio dei funerali
Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni
belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di
mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di
commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini;
l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento
rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un
nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione
principale di questo lungo rinvio.
In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito
nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal
primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf
migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19
aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine
annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel
santuario dell’Imam Reza a Mashhad.
I funerali: il racconto di un lungo addio
Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026,
diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti
della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani
della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo
slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno
chiuso.
La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito
da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la
salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero
cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro
—, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in
processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro
degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità
religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini
all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di
un legame spirituale tra suo padre e Khamenei.
La sepoltura a Mashhad
Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove
fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam
sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di
teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese.
Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e
militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati
regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i
partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni —
cifra comunque oggetto di dibattito.
Un’eredità in discussione
La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership
nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento
storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della
società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per
un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana.
Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto
eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto
politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del
legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta
ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia.
Seyyed_Ali_Khamenei_in_meeting_of_Vietnamese_President
Redazione Italia
Marco Rubio: Cuba base per operazioni sovversive
Il segretario di stato degli Stati Uniti ha lanciato, in occasione del quinto
anniversario delle proteste dell’11 luglio 2021, nuove minacce contro Cuba,
definendo l’isola come una base per operazioni militari, di intelligence,
terroristiche, sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dagli Stati Uniti.
«Oggi ricorre il quinto anniversario da quando il regime comunista di Cuba ha
represso brutalmente le proteste pacifiche dell’11 luglio, mettendo ancora una
volta a tacere i cubani che chiedevano il rispetto dei diritti fondamentali,
dignità e opportunità”, scrive su X il segretario di stato degli Stati Uniti.
“Ad oggi, centinaia di cubani restano ingiustamente incarcerati e detenuti in
condizioni durissime solo per aver chiesto perché gli abitanti del Paese non
possano possedere liberamente un’attività, partecipare al processo politico e
provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Il regime deve rilasciare
immediatamente questi prigionieri politici”, continua il suo messaggio.
Marco Rubio, nella sua consueta propaganda, dimentica che nel 2021 a Cuba era
permessa la libera professione e molti cubani già si dedicavano a svolgere
attività in proprio. Si dimentica pure di ricordare che il suo paese, la culla
della democrazia e dei diritti, ha condannato a pene comprese tra trenta e cento
anni otto attivisti per un’azione compiuta davanti ad un carcere dell’ICE nella
città di Alvarado.
Il 4 luglio 2025 un gruppo di manifestanti protestava di fronte al carcere,
intervenne la polizia e un agente rimase ferito. I manifestanti furono accusati
di far parte di una cellula dell’organizzazione Antifa, organizzazione
considerata terroristica negli Stati Uniti, poi è Cuba lo stato che persegue i
dissidenti…
“Il Presidente Trump e io vogliamo un futuro migliore per Cuba, in cui i suoi
cittadini abbiano maggiori opportunità, libertà e dignità, e il Paese stesso
smetta di fungere da base per operazioni militari, di intelligence,
terroristiche e sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dal territorio
degli Stati Uniti”.
Le accuse di essere una base per azioni di intelligence e spionaggio nei
confronti degli Stati Uniti è la solita propaganda portata avanti dalla Casa
Bianca per giustificare il fatto che Cuba è una minaccia per il paese a stelle e
strisce. Né Marco Rubio né alcun altro politico dell’amministrazione di Donald
Trump ha fornito uno stralcio di prova di quanto affermato. Negli anni scorsi
avevano sostenuto da Washington che la Cina avrebbe costruito basi militari per
ascoltare le conversazioni provenienti dagli Stati Uniti basandosi su alcune
foto satellitari dalle quali però non veniva evidenziato nulla.
“Gli Stati Uniti continueranno a utilizzare tutti gli strumenti a loro
disposizione per promuovere riforme economiche e politiche significative a Cuba,
nonché per proteggere gli americani dalle minacce sovversive provenienti
dall’isola», conclude Marco Rubio.
L’11 luglio 2021 si verificarono a Cuba diverse manifestazioni nelle quali la
popolazione chiedeva riforme e accusava il governo di Miguel Diaz Canel, in
piena pandemia da Covid-19, di non essere in grado di garantire un’efficace
protezione della popolazione dal virus. A livello internazionale si chiedeva la
creazione di un corridoio sanitario per combattere gli effetti della pandemia
sull’isola.
I cubani che quel giorno manifestavano presero a pretesto questa idea per
attaccare il governo, infatti nelle proteste espressero la richiesta alla
comunità internazionale di istituire un corridoio umanitario per combattere gli
effetti della pandemia a Cuba, ma forse non era Cuba il paese dove occorreva
prendere in considerazione questa ipotesi. La vicina Florida era in condizioni
molto peggiori dell’isola caraibica.
Infatti, secondo quanto riportava l’Università Johns Hopkins che analizzava a
livello mondiale i dati dell’incidenza della pandemia sulla popolazione, in
Florida si avevano 2.404.895 casi di contagio e 38.157 decessi causati dal Covid
19. Lo stato della Florida contava una popolazione di 21,3 milioni di abitanti
quindi l’incidenza dei contagiati era del 11,2 per cento mentre la mortalità in
rapporto ai contagiati era del 1,58 per cento.
Veniamo adesso ai dati che venivano registrati a Cuba in quei giorni. L’isola
contava 11,3 milioni di abitanti, i contagi totali erano 269.546 e 1.791
decessi. Quindi la percentuale di contagiati sulla popolazione era del 2,38 per
cento e i decessi erano lo 0,66 per cento delle persone contagiate. In sintesi
Cuba si stava comportando sul versante della lotta alla pandemia in modo
indiscutibilmente migliore della Florida, degli Stati Uniti e di molte altre
nazioni per cui non veniva minimamente chiesto alcun intervento internazionale
per arginare la diffusione del virus. Nello stato di Marco Rubio il tasso di
contagio sulla popolazione era 4,7 volte maggiore che a Cuba ed i decessi erano
2,4 volte maggiori che sull’isola caraibica.
Ma l’11 luglio 2021, giorno delle proteste ricordate dal segretario di stato
statunitense, la narrazione imposta dai mass media mondiale che l’isola fosse in
piena emergenza sanitaria, nonostante i dati ufficiali che giornalmente venivano
pubblicati dalla autorità sanitarie cubane smentissero tale narrazione, fu
usata come pretesto per attaccare il governo e tacciarlo di inefficienza.
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info
Andrea Puccio
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