Finanziamenti fossili, l’Italia parla turco
Pubblicato su Il Manifesto, 14/05/26 C’è un filo rosso che unisce la guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, «la più grande scoperta di gas nel Mar Nero» e gli interessi italiani: si chiama «sicurezza energetica». NELL’ESTATE DEL 2020, la Turchia annunciò un’importante scoperta di gas nel Mar Nero, al largo della costa di Zonguldak: il Sakarya Gas Field, con riserve pari a 710 miliardi di metri cubi. Sulla carta, una vera e propria manna dal cielo per un Paese avido di risorse energetiche, in buona parte importate dall’estero. Sakarya incarna ogni ambizione autarchica della Turchia, a partire da quella di affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo, fino a presentarsi sul mercato globale come potenziale esportatore. DAI POZZI SOTTOMARINI, IL GAS ARRIVA sulla terraferma all’impianto di Filyos attraverso un gasdotto di circa 170 chilometri posato a 2.200 metri di profondità. Il trasporto e l’installazione dell’infrastruttura è in capo a Saipem, principale società ingegneristica italiana nel settore petrolio & gas, i cui azionisti di riferimento sono Eni e Cassa Depositi e Prestiti. MA SAIPEM NON È L’UNICA ENTITÀ ITALIANA impegnata a sostenere il settore del gas turco. A maggio 2023 Sace, l’agenzia italiana di credito all’esportazione, rilasciò una garanzia sui prestiti per la prima fase del progetto del valore di 243 milioni di dollari, proprio per facilitare l’operatività di Saipem. A dicembre 2024, l’agenzia concesse una seconda garanzia da circa 660 milioni di euro per la fase due e ora sembrerebbe pronta a procedere con una terza tranche di sostegno, come riportato sul suo sito istituzionale. Per comprendere meglio come opera Sace, va evidenziato come sia controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e lavora attraverso il cosiddetto «derisking dell’investimento»: un’assicurazione pubblica che rimborsa aziende o banche finanziatrici in caso di fallimento del progetto. In entrambi i casi, l’intervento avviene con soldi pubblici. Lo stato italiano sta quindi aiutando la Turchia a sviluppare il suo settore energetico attraverso l’impegno di denaro pubblico, per di più in un momento di grande incertezza dovuta dalle crisi energetica in corso. E non tutto sembra procedere per il verso giusto. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] SE NELL’APRILE DEL 2023, poco prima delle elezioni presidenziali, il già presidente Recep Tayyip Erdogan inaugurò in pompa magna l’arrivo dei primi metri cubi a Filyos, enfatizzando la velocità di realizzazione del progetto e riservando stoccate a giganti come Shell e BP che avevano fallito i precedenti round esplorativi, in seguito le cose non sono andate secondo i piani. GIÀ NEL 2024 ANKARA AVEVA RIVISTO al ribasso l’impatto della seconda fase di Sakarya, posticipando al 2026 l’obiettivo di 20 di milioni di metri cubi (mmc) giornalieri. Tuttavia, secondo i dati aggiornati a febbraio 2026 dell’Autorità di regolazione energetica, si evince che nel 2025 la media giornaliera si è fermata a 7,7 mmc, salendo appena a 8,2 nei primi due mesi di quest’anno. Il progetto non solo è in ritardo sulla seconda fase, ma non soddisfa nemmeno le stime della prima (10 mmc al giorno), ufficialmente conclusa. Inoltre, l’Italia non ha beneficiato di un solo metro cubo di gas estratto al largo delle coste turche, e mai lo farà. NONOSTANTE CIÒ, COME GIÀ ACCENNATO, Sace potrebbe rilasciare a breve una terza garanzia per agevolare ulteriormente Saipem. Un’operazione che da un lato si inserisce nel solco della relazione speciale tra Sace e il settore fossile, e dall’altro è in aperto contrasto con quanto la stessa agenzia e il governo avevano promesso alla COP26 di Glasgow, in Scozia, a novembre 2021. A quel vertice l’Italia si era impegnata a cessare il sostegno pubblico ai combustibili fossili entro la fine del 2022, firmando la Clean Energy Transition Partnership, meglio conosciuta come Dichiarazione di Glasgow. La policy climatica di Sace scaturita da quell’impegno è però così debole da fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo. Il supporto alla terza fase di Sakarya violerebbe persino questa debole policy, che esclude garanzie per esplorazione e produzione di gas dal 1 gennaio 2026. Per quanto esistano clausole di eccezione per quei progetti orientati al rafforzamento della sicurezza energetica italiana, i numeri di Sakarya non bastano neppure per quella turca. NON È SOLO UNA QUESTIONE CLIMATICA e ambientale, ma di gestione delle risorse pubbliche. Un progetto che rende meno delle aspettative aumenta il rischio di insolvenza delle società coinvolte. La crisi energetica derivante dalla guerra all’Iran rischia poi di aumentare la dipendenza italiana dalle fonti fossili, con pesanti impatti economici sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Tuttavia, dietro il mantra della sicurezza energetica sembrano materializzarsi anche operazioni che niente hanno a che fare con l’effettivo fabbisogno di gas, quanto con il vantaggio per le tasche delle multinazionali. Alcune rese possibili da enti pubblici come Sace.
May 14, 2026
ReCommon
Nerè a MalaFemme
Ospite negli studios di Blackout: Nerè Nata lo stesso giorno di Napoli, ne esporta l’essenza vulcanica in ogni dove. La LOBA canta la lingua del mare e unisce i popoli celebrando la diversità come ricchezza e fonde la cultura partenopea con sonorità d’oltremare. La sua discografia è un viaggio empirico. L’EP FuoriTempo è un dialogo tra passato e presente nel mito greco. Dal 2022 natura ed emozioni: TANA e LOBA la forza della propria terra, SALE il fluire dell’acqua, LAVA la rabbia e determinazione del fuoco, AMAR la libertà dell’aria, fino a EDEN (2025) per la sacralità del desiderio. Il nome Neré sta per nero è, luce, brillare nell’oscurità . Sul palco, sola con loop station o in branco (trio/band). Live dal sud al nord Italia, ai club di Berlino e BCN, dalla Costa Azzurra alla Feria di Córdoba. Radice profonda e nomade.
May 14, 2026
Radio Blackout
AssembleaPubblicaTransfemminista@ESC 14/5
Ci convochiamo giovedì 14 dopo essere statə a Ponte Garibaldi per ricordare Giorgiana Masi, uccisa a 19 anni mentre manifestava contro il divieto di scendere in piazza, per il divorzio e l’aborto libero e gratuito. La storia di Giorgiana guarda al nostro allarmante presente e ci interroga ancora. Il diktak “Dio Patria Famiglia” muove guerre ai corpi e ai territori, all’educazione e alla salute pubblica, ai legami sociali tutti. Incontriamoci, per proseguire la nostra lotta; per guardare alle prossime piazze romane e alla Palestina Globale come orizzonte politico; per continuare a costruire campagne potenti contro l’ennesimo tentitivo di far passare il DDL BongiorNO, contro l’adunata degli antiscelta e del fronte per la Remigrazione del 13 giugno; per immaginarci il prossimo 25 Novembre e il decennale di Non Una di Meno Siamo vita, potenza globale e energia generativa, spine nel fianco dell’internazionale nera e delle guerre dei potenti. Come Giorgiana non faremo un passo indietro, con Giorgiana continuamo a lottare per la vita che vogliamo. Se va a caer. ESC – Via dei Reti, 159 (San Lorenzo) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo AssembleaPubblicaTransfemminista@ESC 14/5 proviene da Romattiva.
May 14, 2026
romattiva.org
Documento per Gaza e la Cisgiordania del Collegio Docenti del Liceo Scientifico “Dini” di Pisa
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI IL TESTO DEL DOCUMENTO PRODOTTO DAL COLLEGIO DOCENTI DEL LICEO “DINI” DI PISA SULLE VICENDE CHE RIGUARDANO IL GENOCIDIO A GAZA E IN CISGIORDANIA. Il 15 settembre 2025 abbiamo osservato un minuto di silenzio per le migliaia di bambini e bambine e di civili uccisi/e a Gaza dall’esercito israeliano. Le notizie che continuano ad arrivare da Gaza e dalla Cisgiordania, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, ci impongono di esprimerci ancora, come docenti, come cittadini e cittadine che sentono un imperativo morale: “Non tacere”. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2026, pochi giorni fa, la marina israeliana ha attaccato, ancora una volta in acque internazionali, 22 barche della Flotilla, 175 attivisti e attiviste da 55 Paesi. I militari hanno minacciato gli equipaggi con le armi, li hanno fatti inginocchiare, hanno sabotato motori e strumentazione, lasciando le barche in balia delle onde. Due attivisti, Thiago Avila e Saif Abukeshek, sono stati arrestati e portati in Israele (sono stati liberati solo il 9 maggio, anche a seguito di una mobilitazione internazionale per il loro rilascio). Il 30 marzo, il Parlamento Israeliano ha approvato la legge che introduce la pena di morte per atti di terrorismo compiuti dai palestinesi: uno dei primi a rischiare di venir condannato a morte è il dottor Hussam Abu Safiya, arrestato dall’esercito israeliano il 27 dicembre 2024 mentre cercava di negoziare l’evacuazione dell’ospedale Kamal Adwan, circondato da pazienti costretti a lasciare l’ospedale in mutande, tra due file di carri armati israeliani. A Gaza prosegue la distruzione sistematica delle infrastrutture e degli ultimi presidi sanitari, l’81 % degli edifici è distrutto, il 58 % dei territori è stata dichiarata zona interdetta ai palestinesi, presidiata dall’esercito. Dal cessate il fuoco, sono state uccise più di 500 persone. 37 Ong non possono più operare a Gaza, il blocco totale degli aiuti umanitari prosegue, costringendo i palestinesi della striscia a una sopravvivenza ormai oltre il limite, in assenza quasi totale di cibo, di medicinali,  di acqua potabile, di carburante. 20.000 bambini uccisi, 42.000 feriti, 21.000 invalidi a vita, migliaia affetti da estrema denutrizione, malattie della pelle, traumi psicologici (fonte Save the Children). Le famiglie, sotto tende fatiscenti, devono difendersi anche dai cani selvatici e dai topi. Intanto, il piano di “ricostruzione” di Gaza non prevede l’autodeterminazione dei palestinesi. Non ci sono quasi più giornalisti che possano testimoniare ciò che avviene nella striscia, dal 7 ottobre 2023 sono circa 300 i giornalisti uccisi dall’esercito israeliano. Per quanto riguarda la Cisgiordania, non esistono più le aree A, B o C: tutta la Cisgiordania viene ogni giorno occupata in maniera sempre più massiccia, illegalmente, dai coloni. Lo stesso accade a Gerusalemme Est. La situazione dei bambini e delle bambine palestinesi è drammatica; 350 minori sono detenuti nelle carceri israeliane (già a 12 anni un bambino palestinese può venire arrestato), l’accusa di aver lanciato pietre può portare a una condanna fino a 20anni di carcere. Né parenti né legali vengono informati immediatamente sul luogo di detenzione  e sul capo di accusa, 4 bambini su 5 vengono picchiati al momento dell’arresto, la metà feriti. Il 60% dei minori è in isolamento, anche fino a 48 ore. Le scuole vengono sistematicamente attaccate e distrutte dai coloni; i bambini e le bambine che ancora riescono ad avere una parvenza di scuola devono attraversare zone occupate illegalmente dai coloni, che le/li minacciano con droni, armi, cani; devono superare checkpoint (900 in Cisgiordania) e perquisizioni. Dal 2011 permane il divieto assoluto di usare libri palestinesi. Le librerie vengono chiuse; due librai di Gerusalemme Est, Ahmed e Mahmoud Muna, sono stati arrestati con l’accusa di “terrorismo”, poi di “disturbo della quiete pubblica”, per aver venduto libri palestinesi. Tra i libri proibiti, 1984 di Orwell. Tutta la Cisgiordania è attraversata da cancelli che impediscono l’accesso ai palestinesi: cancelli gialli controllati dall’esercito, arancio dai coloni. E potremmo continuare per pagine e pagine a raccontare una realtà dove regna l’assoluta assenza di diritto, di regole: solo paura, minacce, violenza, sopruso, morte. In quanto docenti, sentiamo la responsabilità di non tacere e ci assumiamo l’imperativo etico di denunciare tutto questo in difesa del diritto, della giustizia, della salvaguardia della vita e dell’autodeterminazione del popolo palestinese. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump. Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa […] L'articolo Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
La Germania nel vortice bellicista: la bella gioventù dice signornò
di Paola Giaculli,  Transform!Italia, 13 maggio 2026.   C’è molto da imparare da questi giovanissimi studenti e studentesse che scioperano e sfilano per le strade della Germania contro la reintroduzione della leva. Loro sì che sanno da che parte stare. “Mai più guerra – mai più fascismo!” si legge sullo striscione di apertura della loro manifestazione dell’8 maggio, anniversario della sconfitta del nazifascismo di 81 anni fa. Pare una risposta adeguata allo scarno post del cancelliere Merz secondo il quale “l’8 maggio 1945 portò liberazione”. Non è dato sapere da cosa, né ad opera di chi, come se il lieto evento lo avesse recato in dono la cicogna. Non è un caso se queste ragazze e ragazzi, che scandiscono in piazza “I giovani vogliono un futuro, i ricchi vogliono la guerra!”, hanno scelto questa data per il loro, ancora una volta riuscito, terzo sciopero delle scuole (tutte quelle che precedono il grado superiore/universitario), dalla primaria in poi (tanto che si vedono in piazza anche piccolissimi accompagnati dai genitori), dopo quelli del 5 dicembre 2025 e del 5 marzo scorso. Quella di Berlino è la manifestazione più consistente, con la presenza di 10.000 persone, in tutto il territorio nazionale si parla di 45.000, mentre le scorse volte ci si era attestati sui 50-55.000. I ragazzi e le ragazze lamentano le resistenze e le difficoltà, le incomprensioni di parte delle famiglie, delle direzioni scolastiche, che talvolta invocano l’intervento delle forze dell’ordine per riportare in classe gli studenti che vogliono scioperare, come purtroppo succede. È chiaro che la ribellione di questa gioventù, nel clima di assoluto bellicismo e di propaganda a tutti i livelli del governo Merz, col suo ministro della difesa Boris Pistorius (Spd) e della Bundeswehr, l’esercito tedesco, che vuole essere onnipresente nelle scuole per invogliare i giovani ad arruolarsi, non può che rappresentare un ostacolo alla formazione dell’“esercito convenzionale più potente d’Europa”. Si ricorderà in proposito l’obiettivo di Pistorius già nel 2024, da ministro dell’allora governo Scholz, di rendere la Germania kriegstüchtig, ovvero “abile” o “idonea” alla guerra. Ciononostante gli studenti sono riusciti a costruire autonomamente, senza alcun ausilio di grandi forze politiche, sindacali o associazioni, grazie a social media come Instagram e TikTok, una rete decentrata e diffusa sul territorio con la costituzione di comitati organizzativi locali completamente autogestita. Sì, c’è molto da imparare da questa gioventù che dimostra una maturità e una chiarezza di rivendicazioni politiche che spesso mancano anche a partiti politici di sinistra. Il sindacato sembra credere alla riconversione militare per salvare l’industria metalmeccanica e automotive in declino con decine di migliaia di posti di lavoro che si perdono ogni mese. La Linke, un po’ al traino dei sindacati, un po’ per scarsa capacità di analisi e un po’ per evitare spaccature interne, sembra temporeggiare quando invece il mondo brucia e di tempo da perdere non ce n’è. “Non siamo amici di Putin” dice un ragazzo al microfono da un camion del corteo, “ma non siamo disposti a combattere le guerre del capitale e dell’imperialismo occidentale”. Si denunciano il sottofinanziamento all’istruzione, “tanto più si spende per le armi, meno ce n’è per la scuola, la cultura, la sanità, per il nostro futuro”, e la militarizzazione che fa delle città, dei quartieri residenziali, bersagli nella guerra che si sta preparando, come a Berlino, con la conversione di uno stabilimento di componenti per auto alla produzione di munizioni di Rheinmetall nel quartiere popolare e dalla storia di resistenza operaia di Wedding. La ragazza portavoce dell’Alleanza di Berlino contro la produzione di armi (Berliner Bündnis gegen Waffenproduktion) evidenzia come “la militarizzazione della società comporti anche la repressione interna delle proteste di solidarietà con la Palestina”. Alla manifestazione che sfila nell’arteria centrale di Berlino che dalla Porta di Brandeburgo attraversa il parco del Tiergarten danno il loro sostegno anche le associazioni di “Genitori contro l’obbligo di leva”, e isolatamente alcuni affiliati al sindacato insegnanti Gew, i quali però precisano di partecipare a titolo personale (anche se con bandiera del sindacato). Infatti, lamenta una mamma che accompagna i suoi due piccoli di 7 e 4 anni, “sarebbe tutta un’altra situazione se allo sciopero aderisse il corpo insegnante”. E invece ci sono scuole che sono più che disposte ad aprire le porte ai rappresentanti delle forze armate a tutti i livelli che vogliono convincere della minaccia del “nemico” russo e preparare i ragazzi e le ragazze alla guerra per difendere “la libertà e la nostra democrazia”. Comunque con scarsi risultati, come dimostrano i sondaggi dei mesi scorsi, secondo cui meno di un terzo sarebbe allettato dalla prospettiva di arruolarsi. Tra l’altro il 28% dei maschi diciottenni non ha risposto – nonostante la sanzione amministrativa pari a 250 euro – al modulo con obbligo di risposta introdotto all’inizio di quest’anno dalla “legge di modernizzazione della leva” per sondare la “volontarietà” cioè la predisposizione a fare il servizio militare. La legge millanta di non costringere nessuno (per le ragazze è facoltativo anche rispondere al modulo), ma i giovani non cadono in questa trappola, perché è evidente, come anche predisposto dalla legge, che se non si raggiungono le 260.000 unità (dalle 186.000 attuali) entro il 2029, obiettivo poco realistico vista la loro riluttanza, scatta “un obbligo di necessità”, poiché viene dato per scontato che sia “necessario” difendersi dall’ormai di nuovo dichiarato nemico russo. Le giovani generazioni sembrano le uniche a opporsi energicamente a questa follia che vorrebbe trovare, nella narrazione del governo federale e delle élites europee, una fondatezza costruita sulla minaccia russa, che in Germania assume il carattere piuttosto inquietante del déjà vu, con il sentore delle esperienze sciagurate del XX secolo, e vede un riarmo senza precedenti, per 500 miliardi da qui al 2029 pari al 3,5% del PIL. A questo si accompagna una delirante “strategia militare” (in tre fasi da qui al 2039), la prima di questo genere dalla fine della seconda guerra mondiale, in cui si agita il “nemico russo”. Vale la pena di studiarsi il testo, sul sito del ministero della Difesa disponibile anche in francese e in inglese (https://www.bmvg.de/resource/blob/6093998/678875025812878cfa657f9801f62ffc/dl-gesamtkonzeption-der-verteidigung-eng-data.pdf.) per comprendere come la Germania, con l’esercito più forte d’Europa, intenda guidare la NATO (un ruolo certificato anche dal suo segretario generale Mark Rutte) per portarla allo scontro con la Russia, nella fattispecie entro il 2029, anno in cui si prevede che questa attacchi l’Europa. Duole constatare che anche la Linke, almeno nel comunicato del suo deputato portavoce per le politiche della difesa al Bundestag, Ulrich Thoden (il Partito in quanto tale non si è pronunciato in proposito) sposi la tesi della necessità del piano strategico di fronte alla “reale minaccia della politica di aggressione della Russia”, anche se critica il militarismo con cui la Germania intende proporsi come guida della NATO per diventare “grande potenza militare”. Sembra invece chiaro che una strategia militare di quella portata (e con questo riarmo) non può che portare a un militarismo forsennato (riaccendendo antiche ambizioni) e alla militarizzazione della società nel suo complesso. Quindi da una parte si cerca di mettere la popolazione letteralmente in riga convincendola della legittimità del riarmo e della leva per difendersi dalla Russia, dall’altra la Germania sta costruendo quella che sembra a tutti gli effetti una struttura militare integrata e di tipo strategico che negli scorsi mesi e settimane si è concretizzata in accordi con paesi, come l’Ucraina e Israele, che, per il perdurare dei conflitti in cui sono coinvolti, possono “vantare” una “preziosa esperienza acquisita sul campo”, da cui la Germania intende “imparare”.  Con un linguaggio dal cinismo sconcertante (armi “testate sul campo” è un’espressione molto gettonata per dimostrare innovazione e affidabilità degli strumenti di morte), senza quasi alcun cenno e pietà per le vittime e le devastazioni che rendono “preziosa” l’expertise bellica, vengono siglate cooperazioni e joint ventures per la produzione di armi in Ucraina e in Germania. In particolare, da mettere in evidenza è la compenetrazione tra apparato produttivo tedesco e Israele: gruppi come la Rafael, azienda di stato, già presente in Germania con le tre affiliate DND, Eurospike e Eurotrophy, e di cui pare certa l’acquisizione dello stabilimento della Volkswagen di Osnabrück, da cui invece che auto dovrebbero uscire mezzi di supporto per il sistema Iron Dome, che Israele vuole vendere in Europa a partire dalla Germania. In gennaio si erano conclusi accordi con Israele su cybersecurity e sistemi di sorveglianza, in febbraio quello con l’esercito dell’IDF (sic). Sia questo che l’esercito ucraino daranno il loro contributo a creare le forze armate più potenti d’Europa addestrando i colleghi tedeschi “all’arte di condurre la guerra di tipo nuovo”, ossia avvalendosi della digitalizzazione di droni e altri nuovi prodotti altamente tecnologizzati. “Ne abbiamo di buoni”, afferma il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar in visita a Berlino accanto al suo omologo tedesco Johann Wadephul, commosso che sia “il paese delle vittime della Shoa” a garantire, con la super-commessa dei missili Arrow 3 “la sicurezza della Germania”. Ormai si è perso il senso della misura e della decenza, senza la minima preoccupazione di rendersi complici di uno stato responsabile tramite le sue forze armate del genocidio in Palestina e di aggressione nei confronti di altri popoli su cui vengono testati i suoi “buoni prodotti”, e quindi di rendersi corresponsabili delle sue nefandezze. Anche la memoria fa cilecca se invece di non curarsi dei tabù che questo paese infrange a più non posso, ne costruisce uno intorno alla Russia. Anche quest’anno alle commemorazioni davanti ai monumenti dei caduti sovietici nella “Battaglia di Berlino” (ben 80.000!), dal 16 aprile al 2 maggio 1945 sacrificatisi per liberare la città e la Germania dal nazifascismo, sono stati vietati simboli e bandiere russe e anche rosse (ammesse quelle ucraine, di solito in segno di protesta), ma anche simboli sovietici che ricordano la sconfitta del nazifascismo con la capitolazione tedesca dell’8 maggio e la vittoria sovietica del 9 maggio. Vietate addirittura anche le canzoni sovietiche o russe con cui le famiglie celebravano solitamente con picnic e musica la ricorrenza portando sul luogo della commemorazione (per esempio il grande monumento sovietico nel parco Treptower Park a Berlino, ultima dimora di 7.000 soldati) le foto dei loro congiunti caduti sul fronte di Berlino, neanche queste ammesse. Si profila un ritorno pesante di un anticomunismo, forse mai sopito, nella forma di un revisionismo storico molto in voga nell’Europa nordorientale. In tutto ciò stupisce il pressoché totale silenzio del mondo dell’informazione d’oltralpe, in particolar modo italiano, che non riferisce su questi incresciosi sviluppi collegati al gigantesco riarmo, a partire dalla strategia militare, dal ruolo da questa sancito di grande potenza militare e guida della NATO, per una guerra contro la Russia – tutto espressamente dichiarato nel testo e da generali e ministro – e dalle implicazioni consistenti per economia (riconversione dal civile al militare), militarizzazione della società, con l’incremento dei riservisti (“cerniera tra civile e militare”) dagli attuali 70.000 a 200.000, facenti parte a tutti gli effetti del futuro esercito per un totale di 460.000 unità e quindi a partire da informazione, scuola, infrastrutture civili da attrezzarsi in funzione dell’emergenza di guerra. Questa l’unica dimensione che oramai sembra possibile in questo paese, attanagliato da una lunga recessione, che sembra votato, in una rinnovata hybris, a trascinare tutta l’Europa in un abisso.  Paola Giaculli https://transform-italia.it/la-germania-nel-vortice-bellicista-la-bella-gioventu-dice-signorno/
May 14, 2026
Assopace Palestina
Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni
I nostri giovani hanno un’alta preoccupazione per il futuro. In cima alla lista c’è la “mancanza di lavoro” (3,8 punti su 5), seguita da “guerra” (3,6), “diritti delle persone” e “scarso peso della voce dei giovani” (3,5). Ampio il divario percepito dai e dalle giovani rispetto alla generazione dei genitori: solo le preoccupazioni per “guerra” (3,6) e “mancanza di lavoro” (3,3) sono ritenute condivise, mentre è diffusa la convinzione che non interessi loro il mancato peso della propria voce, così come poca attenzione alle ingiustizie sociali e ambientali. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine “Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia” realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo”. La ricerca ha coinvolto circa 3mila studenti e studentesse in 21 scuole italiane tra il 2023 e il 2026 grazie al Programma di Educazione per le Scienze Economiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e ha permesso di affrontare alcune domande sulle preoccupazioni, le consapevolezze e l’impegno di questa delicata fascia d’età. Il “colore della pelle” (69%, con valori più alti al Nord), è la prima associazione alle disuguaglianze e le ingiustizie, seguita dal “genere” (52,8%). Molto vicino il ruolo attribuito alla “classe sociale” (50,9%, con valori più alti al Sud), ben più del “reddito” (37,7%): viene così smentita una presunta disattenzione al concetto di classe. Sul fronte della giustizia ambientale, forte è la responsabilità del collasso climatico attribuita ai comportamenti individuali (3,9 su 5), ma al primo posto viene indicato il modo di produzione estrattivo (4,1), anche qui rilevando una significativa capacità di valutazione sistemica. Assai minore il ruolo riconosciuto alle politiche (3,5). Queste medie sono trainate da una forte concentrazione di risposte sui valori più alti della scala (4 e 5), mentre nel caso dell’intervento statale e della curiosità umana compaiono più spesso punteggi intermedi, segno di un’opinione meno unanime. Queste evidenze smentiscono sia la tesi di un’insensibilità sociale e ambientale della nuova generazione, sia quella di una loro difficoltà nel concettualizzare i termini della crisi attuale. L’indagine evidenzia come i nostri giovani abbiano una percezione di irrilevanza e distanza dalle istituzioni. Troviamo infatti una sfiducia importante nella possibilità che la propria voce conti e nella capacità delle organizzazioni di contribuire al cambiamento. In primo luogo, alla domanda “la tua voce conta in Italia?” i risultati raccontano di una forte sfiducia: l’81,5% è in disaccordo con questa affermazione, contro il 18,4% in accordo. Con uno scarto eclatante rispetto alla media della popolazione italiana (41%) rilevata da Eurobarometro nel 2023. Il 59,8% considera l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea  “una buona cosa” (74% la media nella fascia 15-24 degli Stati Membri), ma tanti e tante sono indifferenti o non hanno un’opinione al riguardo (sommando le quali si arriva al 30,5%). Questo giudizio relativamente favorevole all’UE non sembra però tradursi in “senso di appartenenza”, visto che questa raccoglie il punteggio più basso – l’unica sotto il 3 con un punteggio di 2,7 (su 5)  – tra tutte le opzioni messe a disposizione per rispondere alla domanda “Quanto ti senti parte di”, venendo superata, in ordine crescente di preferenza, da “mondo” (3,1), “regione” (3,2), “nazione” (3,3) e “città” (3,4). Sul  fronte del proprio impegno personale nell’affrontare le ingiustizie sociali e ambientali, emerge una forte preferenza per le azioni individuali (4 a “corretto uso delle risorse”, 3,7 a “voto alle elezioni”, 3,4 a “consumi consapevoli”, 3,1 a “denunzia all’autorità di atti ingiusti”), mentre tutte le azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni, manifestazioni, sono giudicate negativamente dalla maggioranza (con valori medi fra 1,8 e 2,4). Il volontariato occupa una posizione intermedia. La diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che esse “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti” o “sono inefficaci”,  ma anche dal timore del giudizio e della derisione da parte dei propri e delle proprie pari. Anche tra chi è massimamente preoccupato/a per le disuguaglianze sociali, il gruppo che registra la più alta propensione ad attivarsi in forme organizzate, rimane una netta preferenza per l’azione individuale. A mostrare la strada per riattivare l’interesse giovanile per l’azione pubblica è la reazione raccolta su una politica pubblica concreta: l’eredità universale al compimento dei 18 anni, avanzata dal ForumDD sin dal 2019 (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/eredita-universale/). Non solo il 74,6% si dichiara favorevole, ma anche quando sull’universalità della misura e sull’ipotesi di non condizionarne l’uso il consenso si riduce (al 46%, nel primo caso, e 61% nel secondo), in ogni incontro si è aperto un confronto rigoroso e argomentato fra le due posizioni. Questo mostra quanto si guadagnerebbe a discutere le politiche “per” i giovani “con” i giovani. Dalle risposte emerge, sottolinea il ForumDD un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi. Intanto, 22 associazioni (ACLI, ActionAid, ADI, Arci, Cittadinanzattiva, Collettivo Tirtenlà, Comunet, CoNNGI, Dedalus, Diciassette aps, Fantapolitica, Fondazione Comunità di Messina, Forum Disuguaglianze e Diversità, Legambiente, Porco Rosso Arci, Presidio Patto Simeto, Questa è la mia terra, RENA, Scomodo, Tortuga, Visionary, YOUng Caritas) hanno lanciato “Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni”, frutto di un inedito processo di confronto collettivo durato oltre nove mesi che ha consentito di elaborare una piattaforma di proposte concrete che, dando potere alle nuove generazioni nei luoghi in cui si decide, consenta di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone giovani di realizzare personali percorsi di vita e di esprimere il potenziale collettivo di trasformazione culturale, sociale ed economica del Paese. L’obiettivo è raggiungere con queste proposte i giovani e le giovani, anche lontani e lontane dalla partecipazione, offrendo loro ispirazioni, ragioni e proposte concrete che possano dare la voglia di “fare politica”, impegnandosi in azioni collettive. 9 proposte relative ad altrettante dimensioni concrete della vita (istruzione scolastica, nuova cittadinanza, patrimonio familiare di partenza, università, spazi pubblici di incontro, lavoro, compreso quello nella pubblica amministrazione, cura, casa) ispirate da una strategia comune. Non un appello da trasmettere, né un programma, ma un insieme di proposte concrete da cui partire per attivare e dare potere.: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wp-content/uploads/2026/05/Ci-Siamo-Potere-e-liberta-nuove-generazioni_piattaforma-proposte-concrete.x51423.pdf.  Qui l’indagine integrale di ForumDD a cura di Fabrizio Barca, Caterina Manicardi e Marta Perrini: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wp-content/uploads/2026/05/PREOCCUPAZIONI-CONSAPEVOLEZZE-E-IMPEGNO.x38395.pdf.    Giovanni Caprio
May 14, 2026
Pressenza
Milano. Ancora arresti e denunce per la manifestazione del 22 settembre
A Milano nella giornata di ieri la Digos ha effettuato notifiche di misure cautelari e denunce a piede libero per i fatti legati al corteo del 22 settembre contro il genocidio in Palestina in occasione dello sciopero generale, la giornata in cui tutto il paese si è fermato all’insegna del […] L'articolo Milano. Ancora arresti e denunce per la manifestazione del 22 settembre su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
Left: Libro e moschetto nel III millennio. Così il governo Meloni espelle la pace dalla scuola pubblica
DI MARCO COSENTINA SU LEFT DEL 28 APRILE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Marco Cosentina, pubblicato su Left il 26 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione al Convegno nazionale svolto a Torino il 17 aprile 2026 dal titolo “Il trauma della guerra”. Se è vero che il punto di vista con cui si osserva la Storia è sempre mediato da una prospettiva, riuscire a connettere fenomeni caratterizzati da una stessa matrice è proprio il senso stesso che dovrebbe assumere ogni insegnamento. È quanto ha cercato di mettere a punto il terzo Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società che si è svolto a Torino. Una significativa partecipazione ha caratterizzato questa edizione, sia in termini qualitativi, con relatori di grande rilievo, sia in termini quantitativi, visto che è stato seguito da circa 600 docenti tra quelli presenti in aula e quelli che seguivano online. Obiettivo prioritario è stato proprio quello di scomporre le dinamiche della militarizzazione in atto, alla luce della disumana tragedia che ogni guerra determina…continua a legge su www.left.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
ATENE-BOLOGNA: SOLIDARIETÀ CON PROSFYGIKA
Riceviamo e diffondiamo: Nell’ambito dell’appello internazionale del Fronte Popolare Turco per uno sciopero della fame simbolico di un giorno il 15 maggio, in solidarietà con Prosfygika, un gruppo di compagni di Atene e Bologna ha deciso di aderire all’appello. Questa giornata non è stata scelta affatto casualmente. È il giorno in cui il compagno Aristotelis … Leggi tutto "ATENE-BOLOGNA: SOLIDARIETÀ CON PROSFYGIKA"
May 14, 2026
Brughiere
Le Dita Nella Presa - Credenze che scricchiolano
Nella puntata del 10 maggio: vulnerabilità nel kernel Linux, in Francia: processo a Musk e attacco alla crittografia end-to-end, reCaptcha e Google Play Services. Apriamo con un racconto di alcune recenti vulnerabilità nel kernel linux. Più dei bug in sé, ci interessa raccontare di come il processo di divulgazione dei bug tenda a diventare sempre più veloce, e questo mette in difficoltà gli ecosistemi di software libero. Ci spostiamo in Francia, con un paio di notizie contrapposte: da una parte il processo contro Elon Musk; dall'altra l'intenzione sempre più chiara di colpire la crittografia end-to-end. Cerchiamo di inserire queste notizie all'interno di un quadro più ampio, che include anche lo sbilanciamento di potere verso le grandi aziende statunitensi. In quest'ottica, diamo un'occhiata al manifesto della "Repubblica Tecnologica" di Thiel. Concludiamo con la notizia di reCaptcha, che in alcuni casi richiede alle utenti Android di avere installati i Google Play Services per poter superare la prova. Questo vuol dire che chi sceglie di non usare i servizi di Google potrebbe non riuscire a visitare alcuni siti. Ascolta la puntata sul sito di Radio Ondarossa
il Movimento delle mamme contrario all’addestramento #militare nelle scuole
#lascuolavaallaguerra #Modica, il Movimento delle mamme contrario all’addestramento #militare nelle scuole Documento sul coinvolgimento di 180 alunni delle scuole superiori di Modica #Ragusa Vittoria e Comiso, in un corso di addestramento militare portato avanti dall’Aeronautica, in collaborazione con il comune di Ragusa e l’Ufficio scolastico territoriale.https://www.ildomanibleo.com/2026/05/14/modica-il-movimento-delle-mamme-contrario-alladdestramento-militare-nelle-scuole/
May 14, 2026
Antonio Mazzeo

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