Gravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali
Una compagna dell'assemblea per la Palestina di Sassari denuncia le gravi condizioni di Riyad Al Bustanji nel carcere di Bancali a Sassari e ribadisce la necessità di mobilitazione per la libertà di tutti i prigionieri palestinesi. di seguito il comunicato GRAVISSIME LE CONDIZIONI DI RIYAD AL-BUSTANJI NEL CARCERE DI BANCALI: LA SUA VITA È A RISCHIO. GIUSTIZIA PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI, GARANZIE E TUTELE PER TUTTI I DETENUTI Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji, prigioniero politico palestinese e autorità religiosa che, dal 1994, si impegna a raccogliere fondi a sostegno della popolazione palestinese. Per questo motivo è stato accusato di terrorismo dai servizi segreti israeliani ed è attualmente in *custodia cautelare a Sassari*, in condizioni detentive durissime, una prassi già utilizzata per altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri italiane su mandato di Israele come Abdelmuti Abunada, anche lui detenuto nel carcere di Bancali. Riyad Al-Bustanji soffre di diverse patologie gravi che lo costringono a sottoporsi a visite mediche molto frequenti. La famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denuncia le importanti criticità a cui è sottoposto nella sua detenzione a Bancali, parlando di “gravi negligenze che mettono a rischio la sua vita, la sua salute e i suoi diritti.” Al-Bustanji, infatti, “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione nelle cure” come testimoniano i familiari. “Inoltre - continua la famiglia - è affetto da una patologia prostatica e non sta ricevendo il trattamento medico necessario, con il conseguente rischio di gravi complicazioni.” La famiglia denuncia anche le condizioni all’interno dell’istituto, parlando di “temperature insopportabilmente elevate”, e si fa presente che addirittura in queste condizioni Al-Bustanji “è stato privato del ventilatore”. Un contesto del genere, per una persona che soffre di ipertensione arteriosa, implica uno stato di grave sofferenza fisica e perenne. La famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto e tutelato dalla legge.” Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia. A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni mese. “Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure oncologiche. Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia. Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di detenzione che rispettino le sue necessità. Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per tutti gli altri detenuti. Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del cambiamento climatico. Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo, disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento. Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo. Culleziu contra a la Gherra Giovani Palestinesi Sardegna Amicizia Sardegna-PalestinaLa famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto e tutelato dalla legge.” Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia. A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni mese. “Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure oncologiche. Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia. Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di detenzione che rispettino le sue necessità. Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per tutti gli altri detenuti. Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del cambiamento climatico. Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo, disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento. Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo. Culleziu contra a la Gherra Giovani Palestinesi Sardegna Amicizia Sardegna-Palestina Associazione dei Palestinesi in Italia UNIGCOM Unica per la Palestina Associazione dei Palestinesi in Italia UNIGCOM Unica per la PalestinaGravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali  
July 29, 2026
Radio Onda Rossa
Il PJAK condanna il massacro della famiglia Tavakkoli e chiede provvedimenti contro il terrorismo di Stato iraniano
Esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia Tavakkoli e al popolo del Kurdistan, il PJAK ha descritto l’uccisione dell’attivista Mehdi Tavakkoli e dei suoi familiari come un massacro deliberato di civili, un genocidio, un crimine contro l’umanità e un atto di terrorismo. Le forze del regime iraniano hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco tre membri di una famiglia curda di Sanandaj, sulla strada Baneh-Marivan, nella provincia del Kurdistan. Mehdi Tavakkoli, direttore della Casa dei fotografi del Kurdistan (Khaneh-ye Akasan-e Kurdistan), sua sorella Somayyeh Tavakkoli, una psicologa, e la loro madre, Maryam Aslani, sono morti sul colpo. Secondo la Rete per i diritti umani del Kurdistan (KHRN) la famiglia viaggiava a bordo di un’auto Samand la sera del 26 luglio, quando le forze del Ministero dell’Intelligence hanno aperto il fuoco direttamente contro il loro veicolo. Secondo quanto riferito da fonti informate ,le agenzie di sicurezza hanno successivamente convocato la famiglia e hanno dichiarato che avrebbero rilasciato i corpi per la sepoltura solo se la famiglia si fosse astenuta dal rendere pubblico l’accaduto. Hanno inoltre fatto pressioni sulla famiglia affinché dichiarasse che i tre erano morti in un “incidente stradale”. Nel frattempo, le agenzie di stampa statali iraniane hanno riferito che quattro membri del Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK) sono stati uccisi dopo che le forze del reggimento di frontiera e del Ministero dell’Intelligence hanno aperto il fuoco contro un’auto Samand nella contea di Baneh. In una dichiarazione scritta diffusa mercoledì (oggi ndr), il PJAK ha descritto l’attacco come un massacro deliberato di civili, un genocidio, un crimine contro l’umanità e un atto di terrorismo, esprimendo al contempo le proprie condoglianze alla famiglia Tavakkoli e al popolo del Kurdistan. Il PJAK ha affermato che il sanguinoso attacco è stato perpetrato in base a una legge adottata il 26 luglio che concede alle forze della Repubblica Islamica l’autorità di colpire attivisti e civili. L’organizzazione ha sostenuto che la legislazione rappresenta una ripetizione della fatwa di jihad emessa dall’Ayatollah Khomeini contro il popolo del Kurdistan il 19 agosto 1979 e dimostra la determinazione del regime a continuare i crimini commessi nel Kurdistan. La dichiarazione ha inoltre sottolineato che l’adozione della legge da parte dell’Assemblea consultiva islamica iraniana rende ancora più evidente che tale istituzione non ha alcun legame con un parlamento legittimamente eletto. Ha aggiunto: “Per questa ragione, invitiamo tutti i rappresentanti che si considerano al di fuori di questa cerchia a chiarire la propria posizione e ad abbandonare questo centro oppressivo.” Il PJAK ha inoltre affermato che Mehdi Tavakkoli e i suoi familiari, descritti come una famiglia curda patriottica, sono stati presi di mira deliberatamente in quello che ha definito un “gioco sporco”, avvertendo che l’incidente invia un segnale pericoloso a tutti i popoli dell’Iran e del Kurdistan. L’organizzazione ha descritto gli omicidi come una “strage a catena”, affermando che il crimine segna anche una nuova fase nella campagna di repressione della Repubblica islamica. Il comunicato prosegue: «Il popolo curdo e i popoli iraniani che aspirano alla libertà, che conoscono fin troppo bene la storia di crimini della Repubblica islamica, supereranno questo periodo di repressione e intensificheranno la loro resistenza contro il terrorismo di Stato. Se la Repubblica islamica cercherà di trasformare ogni luogo in un campo di terrore e violenza, il nostro popolo trasformerà ogni luogo in uno spazio di resistenza civile sotto lo slogan “Berxwedan Jiyane” (La resistenza è vita).» Sebbene possa portare all’isolamento dello Stato dalla società, il rifiuto e il boicottaggio delle istituzioni e delle figure del regime rappresentano una posizione patriottica e un modo per difendere la società civile dal terrorismo di Stato. Come PJAK, invitiamo tutti i partiti e i gruppi politici curdi e iraniani ad adottare una posizione unitaria contro la nuova ondata di repressione, esecuzioni e terrorismo della Repubblica islamica. Invitiamo inoltre la comunità internazionale e tutte le organizzazioni per i diritti umani a non rimanere in silenzio di fronte a questo atto disumano e terroristico, ma ad aumentare la pressione sulla Repubblica islamica. L'articolo Il PJAK condanna il massacro della famiglia Tavakkoli e chiede provvedimenti contro il terrorismo di Stato iraniano proviene da Retekurdistan.it.
July 29, 2026
Retekurdistan.it
Fermare il DDL Antisemitismo
Giovedì 30 luglio ore 21 Incontro online promosso da Rete #NOBAVAGLIO sul DDL Antisemitismo, si parlerà di come difendere la libertà di parola e contrastare ogni deriva autoritaria nel Paese. Per partecipare e ricevere il link di meet è necessario mandare una mail (oggetto: incontro 30 luglio) a nobavaglioprenotazioni@gmail.com Ne parliamo dai microfoni della radio con Clara Habte giornalista della Rete NoBavaglio di seguito l'appello: La Rete #NoBavaglio esprime forte preoccupazione e contrarietà rispetto al disegno di legge sul contrasto all'antisemitismo, alle ultime battute dell'iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, che rischia di essere approvato nel silenzio generale senza alcuna possibilità d'intervento rispetto al testo licenziato dal Senato lo scorso marzo. Un golpe estivo che restringerà ancora di più lo spazio civico in Italia e comprometterà la libertà d'espressione e di dissenso. Ci appelliamo a tutte le forze democratiche affinchè intervengano per scongiurare l'ennesima legge bavaglio e un'ulteriore deriva autoritaria nel nostro Paese. Il provvedimento, nella versione attuale, recepisce integralmente la definizione di antisemitismo dell'IHRA, inclusi gli indicatori applicativi, introducendo un margine interpretativo così ampio da poter colpire non solo la libertà d'espressione, ma anche il lavoro di associazioni, ONG e gruppi della società civile che documentano violazioni dei diritti umani e criticano le politiche del governo israeliano. Una norma formulata in questo modo rischia di trasformarsi in uno strumento di limitazione del dissenso, con effetti diretti sul giornalismo, sull'attivismo e sulla ricerca indipendente. Sarebbe infatti stata sufficiente la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), che sanzione e punisce penalmente l'incitamento all'odio e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusi quelli di matrice antisemita. Ma visto l'iter ormai avviato chiediamo a tutte le forze democratiche in Parlamento di battersi affinchè venga adottata nel ddl la definizione della Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), che distingue in modo netto l'antisemitismo dalle critiche legittime allo Stato di Israele, a differenza di quella ambigua dell'IHRA attualmente prevista. Rischio di censura online e interventi discrezionali dell'AGCOM . L'attuale formulazione, combinata con i poteri ampliati dell'AGCOM e con le recenti pressioni politiche, apre inoltre la strada a censure online, oscuramenti selettivi, richieste di rimozione contenuti e procedimenti amministrativi contro piattaforme, media indipendenti e utenti che esprimono critiche politiche legittime. L'assenza di criteri chiari e di garanzie procedurali potrebbe consentire interventi discrezionali, con un impatto diretto sulla libertà di stampa digitale, sulla circolazione delle informazioni e sulla possibilità di documentare violazioni dei diritti umani. Un simile scenario rappresenterebbe un precedente gravissimo nel panorama europeo. Per questo chiediamo con forza a tutte le forze democratiche di intervenire immediatamente, emendare il testo e adottare una definizione di antisemitismo chiara, rigorosa e rispettosa dei diritti fondamentali, come ha fatto il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti il 31 marzo 2026, scegliendo di non utilizzare più la definizione IHRA e di adottare la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA). La JDA, redatta da studiose e studiosi di fama internazionale, distingue in modo netto l'antisemitismo dalle critiche legittime allo Stato di Israele, evitando le confusioni che negli ultimi anni hanno generato pressioni, intimidazioni e tentativi di censura verso giornalisti, attivisti, ONG e realtà della società civile. La decisione dell'Ordine dei giornalisti è un atto coraggioso e coerente con la difesa della libertà di informazione, del pluralismo e dei diritti umani. Il Parlamento sta invece procedendo nella direzione opposta: il testo attuale presenta gravi ambiguità, ampia discrezionalità applicativa e nessuna clausola esplicita che separi la critica politica dalla discriminazione identitaria. Le preoccupazioni espresse da Amnesty International Italia, da numerose ONG, da organizzazioni come BDS e da personalità ebraiche autorevoli non possono essere ignorate. Esperienze internazionali  come documentato da Amnesty nel caso dell'Austria  mostrano che l'uso politico della definizione IHRA può portare a censure, autocensura, restrizioni alla libertà accademica e ostacoli all'attività delle organizzazioni per i diritti umani. La Rete #NOBAVAGLIO chiede al Parlamento di ascoltare le voci indipendenti che hanno sollevato allarmi fondati e avviare una pausa di riflessione. L'Italia non deve diventare il primo Paese dell'Unione europea ad adottare una norma che rischia di comprimere la libertà di parola, di stampa e di critica politica, in contrasto con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. La lotta all'antisemitismo è un dovere assoluto. Ma deve essere condotta con strumenti chiari, non discriminatori e pienamente rispettosi delle libertà fondamentali. La decisione dell'Ordine dei giornalisti indica la strada giusta: difendere i diritti senza sacrificare la democrazia e la lotta a qualsiasi forma di intolleranza, discriminazione e razzismo.
July 29, 2026
Radio Onda Rossa
Giovane aggredito per aver ascoltato musica curda, poi arrestato con l’accusa di “propaganda”
Dopo essere stato vittima di un attacco razzista e denunciato alle autorità per aver ascoltato musica curda durante un viaggio da Amed a Kastamonu, Furkan Oğlak è stato arrestato con l’accusa di “fare propaganda per un’organizzazione”. L’11 luglio, mentre si recava da Amed al distretto di Çatalzeytin a Kastamonu per lavoro, il diciottenne Furkan Oğlak è stato molestato da altri passeggeri e vittima di un attacco razzista per aver ascoltato musica curda. È stato apostrofato come “terrorista” e arrestato dalla polizia. Parlando dell’accaduto, il padre di Furkan Oğlak, Bilal Oğlak, ha dichiarato che suo figlio si era recato a Kastamonu l’11 luglio per lavorare in un cantiere ed è stato arrestato e incarcerato il giorno successivo. Ha aggiunto che la famiglia ha appreso dell’accaduto solo di seguito. Bilal Oğlak ha affermato dopo il suo arresto di aver fatto visita al figlio nel carcere di tipo E di Kastamonu. Ha inoltre aggiunto che, dopo l’arresto del figlio, la polizia ha esaminato i suoi post sui social media e ha utilizzato quelli riguardanti Selahattin Demirtaş, Yılmaaz Güney e il procedimento in corso come prove contro di lui. Detenuto in isolamento Bilal Oğlak ha dichiarato: “Dato che in prigione non ci sono prigionieri politici, Furkan è attualmente detenuto in isolamento. Quando siamo andati a trovarlo per una visita familiare, le autorità carcerarie ci hanno trattato diversamente a causa della nostra identità”. MA / Sema Bingöl L'articolo Giovane aggredito per aver ascoltato musica curda, poi arrestato con l’accusa di “propaganda” proviene da Retekurdistan.it.
July 29, 2026
Retekurdistan.it
Caccia, anche la conferenza delle regioni contro il governo
Si moltiplicano gli stop istituzionali alla proposta di legge 2984 sulla caccia, criticata per incompatibilità con il diritto europeo. Dopo le censure di Ispra e Commissione europea, anche la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome esprime un parere negativo, evidenziando gravi criticità nelle norme su richiami vivi e proroga dei calendari venatori oltre l’inizio di febbraio, in contrasto con la Direttiva Uccelli. Contestate inoltre l’apertura della caccia nel demanio forestale, la riduzione del ruolo delle Province e l’uso della braccata su neve. Oltre cinquanta associazioni chiedono nel mentre il ritiro del testo, ritenuto tecnicamente fallimentare. The post Caccia, anche la conferenza delle regioni contro il governo appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. 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July 29, 2026
Pressenza
In molti Paesi al mondo la Cina è ormai più popolare degli USA, specie tra i giovani
Il soft power statunitense in ambito politico e socioculturale – ossia la capacità di influenzare l’immaginario collettivo e la percezione degli Stati Uniti come superpotenza esportatrice di democrazia e libertà – si sta progressivamente indebolendo, mentre contemporaneamente l’opinione sulla Cina e sul suo presidente Xi Jinping sta notevolmente migliorando, soprattutto tra i giovani, registrando un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti in diversi Paesi del mondo, Italia compresa. Lo rileva una ricerca del Pew Research, centro studi statunitense con sede a Washington, che ha svolto un sondaggio in 36 Paesi dei principali continenti, tra cui Asia, Europa, America Latina e Africa. Ne emerge una visione in cui non solo il capo del Dragone gode di più consensi rispetto a Donald Trump, ma anche in cui la politica estera cinese è considerata più affidabile e responsabile per gli interessi e la pace nel mondo di quella della potenza a stelle e strisce. Si tratta di un cambiamento importante nella percezione globale delle due potenze, in quanto fino ad ora Washington si è servita del suo modello di sviluppo e del suo stile di vita libertario per colonizzare l’immaginario collettivo delle altre civiltà, fondando anche su questo aspetto buona parte del suo imperialismo economico, politico e culturale. Tuttavia, si assiste ora a un netto cambiamento di percezione che, iniziato già con la presidenza Biden, si sta ora acuendo con l’amministrazione Trump. Secondo il sondaggio, infatti, in 25 dei 36 Paesi analizzati, gli intervistati hanno un’opinione più favorevole della Cina che non degli Stati Uniti, con un divario tra le due potenze particolarmente ampio in diverse nazioni dell’Asia-Pacifico e del Medio Oriente. Tra gli Stati in cui il distacco della percezione tra Pechino e Washington risulta più marcato a favore del Dragone compaiono, tra gli altri, Pakistan, Gerusalemme est, Cisgiordania, Indonesia, Singapore, Spagna, Italia, Grecia, Sudafrica, Nigeria e Perù, ma anche gli Stati confinanti con gli USA come Canada e Messico vedono la Cina in modo più positivo degli Stati Uniti. Inoltre, l’America Latina registra una preferenza per la Cina in quattro dei sei Paesi presi in esame: Argentina, Cile, Perù e Messico. In Messico, in particolare, la preferenza verso Pechino tocca il 70% tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Segno di come Washington stia mancando il bersaglio delle giovani generazioni in un’area cruciale per la loro politica di potenza. La nazione a stelle e strisce gode di un’opinione più positiva solo in sei Paesi: Israele, Giappone, India, Filippine, Polonia e Corea del Sud. Questo cambio di percezione a livello globale è cominciato in anni recenti, sebbene alcuni Stati direttamente colpiti dalle politiche americane avessero già precedentemente un’opinione negativa delle politiche americane. A partire dal 2023 si è registrato un più radicale cambio di prospettiva in molte nazioni, tra cui diverse anche europee e occidentali: ad esempio nel 2023 la maggioranza dei canadesi (57%) aveva un’opinione positiva degli Stati Uniti, mentre solo il 14% aveva un’opinione positiva della Cina. Oggi, al contrario, la percentuale di canadesi che ha un’opinione favorevole della Cina (44%) è superiore a quella positiva nei confronti degli Stati Uniti (33%). Si registra uno schema simile anche per nazioni come Italia, Grecia, Paesi Bassi, Germania, Francia, Argentina, Regno Unito, Australia, Svizzera, Indonesia e Spagna. Per quanto riguarda il livello di popolarità di Donald Trump e Xi Jinping, i dati del sondaggio rilevano che il gradimento di entrambi è generalmente basso, ma che, tuttavia, nella maggior parte dei Paesi intervistati, la popolazione ha un’opinione più favorevole del presidente cinese. Addirittura tra gli Stati europei, le opinioni su Xi tendono a essere più favorevoli rispetto a quelle su Trump, sebbene con un divario percentuale poco marcato. Le uniche nazioni che esprimono un livello di apprezzamento verso Trump superiore a quello del capo cinese sono Ungheria, Brasile, Colombia, Polonia, India, Filippine, Giappone e Israele. Rimangono ancora maggioritari coloro che ritengono che gli Stati Uniti rispettino di più le libertà individuali rispetto alla Cina, ma anche questa percezione si sta modificando e il divario da questo punto di vista si sta riducendo. I motivi che hanno portato a questo cambio di prospettiva nei confronti di quella che fino a poco tempo fa era ritenuta la patria della democrazia e della libertà sono soprattutto da ricercare nella recente politica estera degli USA. Dall’indagine emerge, infatti, che la maggior parte dei cittadini delle nazioni prese in esame dalla ricerca ritiene che gli Stati Uniti interferiscano negli affari esteri degli altri Stati, al contrario della Cina, e che Pechino sia un partner più affidabile rispetto a Washington. A contribuire al calo di popolarità degli USA ha contribuito poi la complicità della Casa Bianca con Israele nella guerra a Gaza, oltre al recente conflitto con l’Iran. In particolare, il 75% degli intervistati ritiene che Washington eserciti ingerenze negli altri Stati, mentre solo il 45% afferma lo stesso della Cina. Il fascino dell’american way of life, di Hollywood, dello Star system e del progresso materiale sta inesorabilmente venendo offuscato dalle azioni statunitensi all’estero, ritenute sempre più deleterie in molte nazioni. Il che implica, da parte degli USA, la perdita potenziale di un’importante strumento di influenza e di dominio, che va di pari passo con la crisi del sistema unipolare e con il cambio di assetti internazionali. The post In molti Paesi al mondo la Cina è ormai più popolare degli USA, specie tra i giovani appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE
BOLOGNA: 12 PERSONE INDAGATE PER LA MANIFESTAZIONE DEL 20 LUGLIO “VERITA’ E GIUSTIZIA PER FAKIR”
La Procura di Bologna ha iscritto 12 persone nel registro degli indagati dopo la manifestazione del 20 luglio per chiedere verità e giustizia attorno all’omicidio di Abderrahim Fakir, il 42enne morto per un fermo di polizia. Per gli indagati le accuse sono, a vario titolo, di resistenza a pubblico ufficiale, travisamento e danneggiamento. Tra questi c’è anche il 20enne che venne arrestato durante le cariche, gli idranti e i lacrimogeni di polizia e poi rimesso in libertà il giorno successivo con un divieto di dimora nella Città metropolitana di Bologna. Per lui il processo comincerà il 9 settembre. Gli aggiornamenti con Federico, della redazione Radio Onda d’Urto Emilia-Romagna Ascolta o scarica 
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
TOSCOLANO MADERNO: TENDA DI SOLIDARIETÀ CON LA PALESTINA A ROCKERELLANDO. DAL 30 LUGLIO AL 2 AGOSTO
Dal 30 luglio al 2 agosto torna la Tenda di solidarietà con la Palestina promossa dal gruppo Sanitari per Gaza Brescia. Località scelta per questo nuovo appuntamento solidale sarà Toscolano Maderno, nell’ambito della 30esima edizione del festival Rockerellando, in programma dal 30 luglio al 2 agosto in via Statale 92. La tenda – organizzata grazie alla collaborazione della sezione Anpi di Toscolano Maderno e del Gruppo Gandhi per la Pace – resterà allestita per tutta la durata del Festival, dal tardo pomeriggio in poi. L’obiettivo è, come sempre, richiamare l’attenzione sul genocidio in corso in Palestina, nonché sulla drammatica situazione del personale sanitario palestinese detenuto illegalmente nelle carceri israeliane. Per farlo, verrà organizzato anche un momento di incontro e confronto che, nella serata di sabato 1 agosto (ore 20,30) presso l’Orto botanico G.E. Ghirardi (via Religione, 25), vedrà protagonisti la dott.ssa Siria Garattini e il dott. Esmail Abousalameh. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, la presentazione di Siria Garattini dei Sanitari per Gaza Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Dare concretezza al principio di pace sancito dalla Costituzione tedesca
> La Costituzione tedesca fu approvata nel 1949, ancora sotto l’immediata > influenza della Seconda guerra mondiale, iniziata proprio dalla Germania. > Contiene articoli che puniscono le attività militari di aggressione attuati > dalla Germania. La Costituzione tedesca manca però di concretizzazioni che > potrebbero impedire alla Germania una spirale di escalation militare. SUCCESSI E FALLIMENTI NEL DISARMO NUCLEARE Gli autori della Costituzione hanno ignorato l’inconcepibilità degli attacchi nucleari, nonostante Hiroshima e Nagasaki. L’8 luglio 2026 in oltre 8000 città e Comuni di tutto il mondo è stata issata la bandiera dei Mayors for Peace (Sindaci per la pace). In Germania sono quasi 850 le città che inviano questo segnale per la pace. L’organizzazione è stata fondata nel 1982 dal sindaco di Hiroshima e si impegna per l’abolizione delle armi nucleari. In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari, di cui circa 9000 sono classificate come pronte all’uso. È stato ricordato anche il parere della Corte internazionale di giustizia (CIG) dell’Aia sulla legalità delle armi nucleari, pubblicato 30 anni fa – l’8 luglio 1996. Secondo la Corte suprema delle Nazioni Unite, la minaccia e l’uso di armi nucleari sono fondamentalmente incompatibili con le regole del diritto internazionale umanitario. Ciò ha comportato l’obbligo per tutti gli Stati di condurre negoziati in buona fede per un completo disarmo nucleare e di concluderli con successo. Gli Stati dotati di armi nucleari non hanno ancora adempiuto a questo obbligo. Al contrario: attualmente, con un enorme dispendio finanziario, i sistemi d’arma nucleari – anche attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale – vengono “modernizzati”, cioè resi sempre più efficaci e pericolosi. “30 anni dopo il parere della Corte Internazionale di Giustizia, non stiamo assistendo ad alcun progresso nel disarmo nucleare, ma ad una nuova fase di riarmo. La Germania non può rassegnarsi. Il governo federale dovrebbe rafforzare il diritto internazionale, impegnarsi per passi concreti verso il disarmo e spianare la strada all’adesione al Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari “, afferma Juliane Hauschulz, membro del consiglio di amministrazione di ICAN Germania. Il Trattato è stato adottato alle Nazioni Unite nel 2017 da 122 Stati ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Nel frattempo, 99 Stati hanno firmato il trattato di divieto, 74 Stati l’hanno ratificato o aderito. “30 anni dopo il parere legale, abbiamo bisogno di una nuova discussione strategica su come continuare il percorso dal divieto all’eliminazione. Mentre gli Stati dotati di armi nucleari continuano ciecamente il loro cammino verso la distruzione finale, il resto del mondo ha bisogno di una nuova tabella di marcia per l’abolizione”, afferma Xanthe Hall, ex Esperta in disarmo dell’IPPNW (Medici per la prevenzione della Guerra Nucleare). Oltre agli Stati dotati di armi nucleari, anche tutti gli Stati della NATO che non possiedono armi nucleari non hanno firmato o ratificato il Trattato. Invece Stati popolosi come Brasile, Malesia, Nigeria, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, Vietnam e Cambogia hanno ratificato il Trattato. IL DISARMO E IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NON SONO PIÙ AL CENTRO DELL’ATTENZIONE Con una maggioranza di 2/3, il parlamento federale tedesco uscente ha approvato il 18 Marzo 2025 l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati hanno votato – con 207 voti contrari – a favore di un allentamento del freno all’indebitamento nella Costituzione. È stato deciso un aumento significativo delle spese per la difesa e un patrimonio speciale di 100 miliardi di €, tra l’altro per gli interventi infrastrutturali. Con questa decisione, il freno all’indebitamento può essere facilmente aggirato in futuro ad esempio per ulteriori armamenti con una decisione a maggioranza del Bundestag. Ciò significa che non vi è più alcun limite di spesa per i programmi di potenziamento in Germania. Questo è stato deciso rapidamente nel Bundestag senza la necessaria discussione nell’opinione pubblica tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia il più forte esercito convenzionale d’Europa. Nel frattempo, il governo federale adotta l’obiettivo di armamento della NATO del 5% del prodotto interno lordo e la Germania è ora al 4° posto nel mondo per quanto riguarda la spesa per gli armamenti. La Germania parteciperà anche con una quota elevata agli 800 miliardi previsti dall’UE per il riarmo europeo entro il 2030. Dopo il ritorno dal vertice della NATO ad Ankara, il Cancelliere ha anche comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Repubblica federale avrebbe acquistato missili da crociera americani Tomahawk dagli Stati Uniti e che li avrebbe stazionati in Germania. “Stiamo colmando un’importante lacuna strategica nella nostra difesa”, ha detto Merz nella sua dichiarazione governativa. I missili da crociera possono trasportare testate da 450 chilogrammi e combattere obiettivi fortificati come sistemi antiaerei, centri di comando e aeroporti militari. A un’altitudine di volo inferiore a 200 metri, sono difficili da localizzare dai radar avversari e potrebbero raggiungere obiettivi in Russia in pochi minuti distruggendo missili nucleari russi e altre infrastrutture. Si tratta chiaramente di armi offensive che potrebbero indurre la Russia a reagire di conseguenza. Il progetto di armamento è stato concordato senza un’offerta negoziale simultanea alla Russia, come nel caso della doppia decisione della NATO sotto Helmut Schmidt. Inoltre, questa misura di armamento – proprio come il fallito dispiegamento dei missili statunitensi alla fine del 2026 – è avvenuta senza un dibattito pubblico in Germania. Chi pensa ancora al controllo degli armamenti, figuriamoci al disarmo! Il Paese deve diventare “abile alla guerra”, prepararsi alla guerra. La società deve prepararsi a una possibile “guerra difensiva” in tutti gli ambiti della vita. Ciò vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono previste ampie misure di costruzione per bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare deve essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e dell’approvvigionamento energetico e idrico. Ciò viene giustificato con l’aggressione russa in Ucraina e dal rischio che la Russia attacchi uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma questo è piuttosto improbabile, dal momento che la Russia non riesce nemmeno a occupare l’Ucraina da più di quattro anni e l’attacco a uno Stato della NATO innescherebbe la reazione dell’alleanza. La Russia avrebbe quindi a che fare con una netta superiorità militare. Anche la parte europea della NATO – quindi senza gli Stati Uniti – sarebbe significativamente superiore alla Russia in termini di scorte di armi convenzionali e forza militare. LA PACE COME REQUISITO DELLA COSTITUZIONE TEDESCA “Consapevole della sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace del mondo come membro a pieno titolo di un’Europa unita, il popolo tedesco si è dato questa Legge fondamentale in virtù del suo potere costituente”, così il preambolo della Legge fondamentale. Carlo Schmidt, il “padre spirituale” di questo testo normativo, ha costruito su un immutato imperativo di pace della Germania nel quadro di un sistema di sicurezza collettiva. Impegnarsi con tutte le forze per la pace. Così hanno fatto gli autori della Costituzione, i sopravvissuti della 2° Guerra mondiale, come imperativo di pace scritto nella Costituzione. L’articolo 26 (1) della Legge fondamentale recita: “Azioni idonee e intraprese con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione, sono incostituzionali. Devono essere puniti.” Heribert Prantl nel suo libro “Vincere la pace” (2024, 166) afferma: “La Germania e l’Europa non hanno bisogno di capacità belliche, ma di capacità di pace; questa è la lezione della storia europea. La pace non è una formula vuota, una parola di riempimento o un vocabolario di gioielli. È il principio fondamentale della Costituzione”. Tuttavia, fino ad oggi non è stato possibile dare a questo imperativo costituzionale una forma sostenibile, come il principio dello Stato sociale: “La Costituzione include il mandato normativo di mettere l’esistenza di una forza armata in concordanza pratica con il comandamento della pace. Il primato proclamato del riarmo e l’uso eccessivo di fondi pubblici a tal fine spostano questo precario equilibrio nella direzione di un ritorno al militarismo. La Germania ha avuto già due volte eserciti pronti alla guerra. E molto prima dello spargimento di sangue in guerra, inizia la militarizzazione all’interno…Quindi, invece di cercare scuse sul perché la pace sia auspicabile, ma purtroppo impossibile da fare, è necessario difendere la convinzione che la Costituzione dovrebbe servire la pace e non preparare la guerra. Con questo imperativo normativo, i piani per un eccessivo riarmo sono incompatibili. Mettono in pericolo la sicurezza che fingono di servire”, afferma Andreas Engelmann, professore di giurisprudenza presso l’Università del Lavoro di Francoforte e segretario federale dell’Associazione dei giuristi democratici (VDJ). “SICUREZZA COMUNE” COME GUIDA In occasione del vertice straordinario della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione (CSCE), il 21 novembre 1990 è stata approvata e firmata la Carta di Parigi. L’obiettivo del documento era ed è la creazione di un nuovo ordine di pace in Europa dopo la fine della guerra fredda e la divisione dell’Europa. “Decidiamo di creare meccanismi per prevenire i conflitti tra gli Stati partecipanti. Cercheremo non solo modi efficaci per prevenire possibili conflitti con mezzi politici, ma anche meccanismi adeguati per la risoluzione pacifica di eventuali controversie, in conformità con il diritto internazionale. Di conseguenza, ci impegniamo a cercare nuove forme di cooperazione in questo settore “, così recita la Carta di Parigi del 1990. Nel suo libro “Conquistare la pace” (2024), il pubblicista Heribert Prantl continua a sostenere questo approccio alla politica di pace: “La ricerca di un ordine di pace paneuropeo, non può e non deve quindi essere considerata una strada sbagliata, un’impresa inutile – anche perché ogni altra strada è così pericolosa da poter portare a una fine dei tempi”. La Commissione Palme del 1982, alla quale hanno partecipato 19 eminenti politici ed esperti dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, tra cui l’ex ministro federale tedesco ed esperto di disarmo Egon Bahr, ha analizzato approfonditamente le conseguenze pericolose per la vita della dottrina della deterrenza nucleare durante l’apice della guerra fredda e ne ha tratto notevoli conclusioni, che ha riassunto in un concetto alternativo di “sicurezza comune”: “Al giorno d’oggi, la sicurezza non può essere ottenuta unilateralmente. Viviamo in un mondo le cui strutture economiche, politiche, culturali e soprattutto militari sono sempre più interdipendenti. La sicurezza della propria nazione non può essere acquistata a spese di altre nazioni”. Il rapporto Palme sulla “sicurezza comune” è un punto di riferimento nelle sue raccomandazioni, soprattutto in tempi di crisi. Ha chiesto il ritorno ai negoziati sul controllo degli armamenti e sul disarmo. Anche se nella situazione attuale sembra difficile rivitalizzare questo concetto, la “sicurezza condivisa” è un concetto che potrebbe promuovere la pace sostenibile e la giustizia climatica. In particolare, la “sicurezza condivisa” apre opportunità per bilanciare interessi geopolitici opposti e aprire una porta ai negoziati. Se ci sia una reale possibilità di riprendere questa strada è attualmente difficile da immaginare alla luce della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Ma lo sforzo per la pace in Europa non deve essere abbandonato. Nel suo studio “Conseguenze e prevenzione della guerra” (1971), il fisico e filosofo Carl Friedrich von Weizsäcker ha sollecitato una strategia per prevenire la guerra. Le conseguenze di una guerra nucleare in Europa centrale sarebbero esistenziali. Pertanto, sarebbe importante ridurre al minimo il rischio di guerra attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo – così von Weizsäcker: “Non abbiamo una prospettiva sufficiente per sopportare una guerra, anzi solo per sopravvivere; siamo obbligati a prevenirla”. Invito alla firma: Disarmo ORA! > L’annuncio del presidente degli Stati Uniti di non schierare nuovi missili da > crociera in Germania è l’occasione per un cambiamento di politica che ponga > fine all’attuale fase di escalation degli armamenti. > > Ci aspettiamo che la Germania prenda immediatamente un’iniziativa per i > negoziati internazionali sul disarmo e sul controllo degli armamenti sotto > l’egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, il tentativo di sviluppare nuove armi a > medio raggio con i partner europei non è una soluzione. Conduce direttamente > in un’altra spirale di escalation che deve essere fermata. Ciò aumenta anche > il rischio di una guerra nucleare. I missili ipersonici sono armi d’attacco. > Possono colpire siti di armi nucleari in 10 minuti. Al contrario, questo vale > anche per i missili ipersonici russi. Tuttavia, le sedi negli Stati Uniti non > sono raggiungibili per loro, quindi un primo colpo non sarebbe possibile. > > Contratti sul controllo degli armamenti, canali di comunicazione diretta e > accordi affidabili riducono significativamente il rischio di una guerra > nucleare involontaria. (…) > > Link alla firma:  https://c.org/S4Wfr5kvKN NECESSARIA LA DEFINIZIONE DEL PRECETTO DI PACE L’ex giudice della Corte costituzionale federale, Helmut Simon, ha ripetutamente sottolineato che purtroppo non è stato elaborato concretamente il precetto della pace in modo simile al precetto dello Stato sociale e dello Stato di diritto. Sono stati trascurati soprattutto “la gestione civile dei conflitti e la loro preminenza sull’uso della forza militare”. Simon riteneva “insopportabile che per questo compito fosse disponibile solo una parte infinitesimale delle risorse che spendiamo per l’esercito”. (Frankfurter Rundschau del 06.01.2004) Pertanto, sarebbe necessario dare forma al comandamento della pace. La pace è un compito permanente di “azione politica in un mondo in cui la pace è esistenzialmente necessaria e deve essere riorganizzata ogni giorno in caso di discordia. Avvicinarsi all’ideale può anche significare un progresso completo della civiltà nella politica mondiale e nella storia umana”, afferma Hanne-Margret Birckenbach, ricercatrice della pace e vincitrice del premio per la pace di Gottinga 2023, nel suo libro ” Friedenslogik Verstehen” (2026, 197f.). La pace dovrebbe essere intesa come un “quadro di riferimento integrato all’interno del quale vengono perseguiti obiettivi parziali in materia di diritti umani, politica di sviluppo, politica di sicurezza ed ecologici “. Secondo Birckenbach (2026, 197) sarebbero necessari, tra l’altro di: * un titolo di bilancio fisso che renda trasparenti i fondi federali per lo sviluppo della pace in Germania e per compiti internazionali, * un’istituzionalizzazione possibile attraverso l’istituzione di un ministero per la pace o più realisticamente attraverso compiti concreti di costruzione della pace dei singoli dipartimenti della Repubblica federale, * Formazione di personale competente per l’attuazione della pace, * Fondi dal titolo di bilancio per l’impegno per la pace delle ONG e della società civile. Il precetto di pace della Costituzione e la Carta delle Nazioni Unite sono un importante fondamento per una politica di pace che dovrebbe essere la linea guida per la Repubblica Federale Tedesca. Il percorso intrapreso per il riarmo e la militarizzazione della società in Germania difficilmente corrispondono al comandamento di pace della Costituzione. Nel peggiore dei casi, potrebbe sfociare in una guerra condotta anche con armi nucleari. Pertanto, è urgente tornare almeno ad una politica di sicurezza misurata e ragionevole e ad una difesa militare legata alla diplomazia e alla prevenzione delle crisi. “Una politica di sicurezza razionale richiede investimenti mirati nell’equipaggiamento difensivo delle forze armate – con un effetto deterrente, ma senza aggravare ulteriormente il problema della sicurezza. Il prerequisito centrale per questo è una strategia europea il più possibile coordinata e una rifocalizzazione sull’equilibrio degli interessi, la diplomazia, le misure di rafforzamento della fiducia e il controllo degli armamenti”, afferma Johannes Varwick, politologo dell’Università di Halle-Wittenberg, nel suo libro “Strong for Peace” (2026). Chiede di limitare le spese per la difesa a circa il 2 % del PIL e di adeguare di conseguenza la pianificazione di bilancio. CONCLUSIONE Invece di cadere in un ingiustificato allarmismo e di investire le risorse future delle prossime generazioni in sistemi d’arma aggressivi, si dovrebbe rispettare il comandamento di pace della Costituzione. Costruire una capacità di difesa è legittimo secondo la Costituzione. Tuttavia, l’argomento della deterrenza di installare sistemi d’arma sempre più pericolosi porta a una spirale distruttiva degli armamenti e spesso anche a uno scontro armato. Carl Friedrich von Weizsäcker ha chiarito la necessità della politica di pace già nel 1971: “L’opinione pubblica deve capire che la propria sopravvivenza può dipendere dal fatto che il cambiamento strutturale del mondo, che porta alla pace mondiale politicamente garantita, sia la prima priorità della politica del proprio Paese”. Pertanto, la priorità non dev’essere il riarmo, ma iniziative diplomatiche per il disarmo e il controllo degli armamenti coordinati a livello internazionale, anche se questo sembra in contrasto con lo spirito bellicista dei tempi in questo momento. Questo vale sia per i Paesi occidentali della NATO che per la Russia o la Cina.   Fonti BIRCKENBACH, HANNE-MARGRET (2026): FRIEDENSLOGIK VERSTEHEN. BERLIN: WOCHENSCHAU VERLAG. PRANTL, HERIBERT (2024): FRIEDEN GEWINNEN. HEYNE VERLAG MÜNCHEN: HEYNE VERLAG. VARWICK, JOHANNES (2026): STARK FÜR DEN FRIEDEN. NEU-ISENBURG: WESTEND-VERLAG. WEIZSÄCKER, CARL FRIEDRICH VON (HRSG.) (1971): KRIEGSFOLGEN UND KRIEGSVERHÜTUNG. MÜNCHEN: CARL HANSER VERLAG. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Rolf Bader, Laureato in Scienze dell’Educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ex amministratore delegato e membro della Sezione tedesca dell’IPPNW, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace. Curatore del libro «Frieden braucht Gestaltung» (in preparazione, Wochenschau Verlag). Klaus Moegling, Prof. Dr., in pensione; ha insegnato in diverse università e istituti di formazione per insegnanti, da ultimo all’Università di Kassel in qualità di professore presso il Dipartimento di Scienze Sociali. Insieme a Josef Mühlbauer ha curato il volume “Wege zum Frieden” (maggio 2026, casa editrice Westfälisches Dampfboot). Website: https://www.klaus-moegling.de/ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
July 29, 2026
Pressenza
NO TAV: NONOSTANTE LA REPRESSIONE DAL 30 LUGLIO AL 2 AGOSTO TORNANO LE TENDE ALLA PIANA DI SUSA
Restano in carcere i due giovani tedeschi fermati dopo la grande manifestazione in Valle di Susa a seguito delle proteste e del Festival di lotta No Tav svoltosi nel weekend. Tremila persone sono state raggiunge da identificazioni di massa e ondate di Daspo e altre misure durante la permanenza nella Valle che resiste. Ma la mobilitazione non si ferma. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. Ne parliamo con un compagno tra gli organizzatori del campeggio Ascolta o scarica  Di seguito il comunicato TENERE IL PUNTO. Sul campeggio di lotta di questo fine settimana. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. In un momento come questo, dopo l’importante giornata di lotta del 25 luglio, in una settimana in cui il mondo della politica e dell’opinionismo alza gli scudi a difesa del TAV e dei militari che la difendono, stiamo assistendo a uno spettacolo per quanto eccezionale, estremamente chiaro e normale. Una giornata di lotta da un lato, un tentativo di delegittimazione di chi resiste dall’altro. Questo è quello che accade da 30 anni in val di Susa, e non solo. Questo è quello che accade ogni qual volta il monopolio della violenza dello Stato viene, per un pomeriggio o un’intera nottata, messo in discussione. Non crediamo che in momenti come questi, siamo noi a dover aver paura…ma neanche pensiamo che un fatto vale l’altro. Un giusto equilibrio pensiamo sia importante da mantenere per guardare con coraggio e lucidità alle prossime settimane. Per tenere il punto. Vogliamo affrontare il campeggio di questo fine settimana come una delle tante iniziative di lotta che possiamo portare avanti, ma sappiamo che nulla è semplice, ma neanche impossibile. Facciamo appello alla solidarietà e invitiamo a tenere alta l’attenzione sulle prossime giornate. Giovedi 30, dalle 10 di mattina, invitiamo tutte e tutti a supportare il montaggio del campeggio nel presidio di Traduerivi. Non lasciamo nessuno solo di fronte la vigliaccheria dello Stato, chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia. Con il pensiero rivolto ai due compagni tedeschi nel carcere delle Vallette, fermati dopo la manifestazione del 25 luglio, diamo inizio alla settimana di lotta nella Piana di Susa. Tutte le info su franalapiana.org.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto

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