Storie di ordinaria violenza in CisgiordaniaAnche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica
nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti
dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo
torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico
Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista
Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer
Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud
di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area
C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile
e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state
anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che
al Festival di Berlino.
Qual è la situazione dell’area che hai visitato?
Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for
Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir.
La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e
rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I
primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a
portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai
palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato
definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid
dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la
mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa
potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non
possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città
e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei
cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle
proprie abitazioni.
Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un
anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della
resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui
aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione
delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si
erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono
Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy
ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto
attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other
Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento
dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi
successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a
ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha
abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova
di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a
quello che ha fatto e si penta.
Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita?
Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita
precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano
raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa
avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più
raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del
mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle
telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana
all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo
parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente
seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme
nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è
stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche
ora dopo.
La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando
qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per
i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti,
alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio,
cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo
possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono
dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto
sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti
israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio,
riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio.
I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era
svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la
calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità
irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di
Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei
coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e
con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto
utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4.
Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona
militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni
attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far
avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni
spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a
entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto
diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati
così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati
in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati
a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di
aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa
avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di
raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che
erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari
a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio
l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a
colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così
aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto)
e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice
di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi
subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in
Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo
irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio
di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo
infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e
della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione.
1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen
2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/
3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/
4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF
Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone
5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/
Enrico Campolmi