Il lato oscuro delle comunità misogine online in ItaliaIL CASO DEL GRUPPO “MIA MOGLIE”, CHIUSO NEL 2025 DOPO AVER RACCOLTO DECINE DI
MIGLIAIA DI ISCRITTI, HA FATTO EMERGERE UNA REALTÀ CHE ESISTE DA TEMPO. IN
QUELLO SPAZIO VENIVANO CONDIVISE IMMAGINI INTIME DI DONNE SENZA IL LORO
CONSENSO, SPESSO ACCOMPAGNATE DA COMMENTI DEGRADANTI E SESSISTI. MA LA SUA
CHIUSURA NON HA RAPPRESENTATO LA FINE DEL FENOMENO. L’ECOSISTEMA NOTO COME
MANOSPHERE È UNA GALASSIA DIGITALE CHE INCLUDE FORUM, CANALI SOCIAL E COMMUNITY
INTERNAZIONALI ACCOMUNATE DA UNA VISIONE OSTILE VERSO LE DONNE, CON MIGLIAIA DI
PERSONE COINVOLTE. IL CASO ITALIANO PRESENTA ALCUNE SPECIFICITÀ. DI SICURO NON È
SOLO UNA QUESTIONE DI ILLEGALITÀ, C’È BISOGNO DI INTERVENIRE SULLE RADICI
CULTURALI CHE LO RENDONO POSSIBILE E ACCETTABILE. IL CASO DI UN GRUPPO WHATSAPP
“CENE E GITE” DI UNA VENTINA DI PERSONE
Dipinto di Giulia Crastolla
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Negli ultimi anni, anche in Italia è emerso con crescente evidenza un fenomeno
che intreccia cultura digitale, violenza di genere e anonimato online: la
proliferazione di gruppi e comunità misogine sui social network e sulle
piattaforme di messaggistica.
Il caso del gruppo “Mia Moglie”, chiuso nel 2025 dopo aver raccolto decine di
migliaia di iscritti, ha portato all’attenzione pubblica una realtà che esiste
da tempo ed è molto più vicina di ciò che immaginiamo. In quello spazio venivano
condivise immagini intime di donne senza il loro consenso, spesso accompagnate
da commenti degradanti e sessisti. Ma la sua chiusura non ha rappresentato la
fine del fenomeno. Al contrario, ne ha rivelato la natura diffusa e adattiva.
C’è in corso un’inchiesta della CNN su reti globali di uomini che on line
abusano o peggio ancora si organizzano contro donne. Una questione che evidenzia
come le violenze nei confronti delle donne, sia a livello fisico che psichico,
siano arrivate – da tempo – anche in rete e siano un problema strutturale di una
cultura patriarcale associata a problemi di personalità malate e a volte molto
pericolose. Difatti, spesso, di disturbi di personalità psicopatiche sono
affetti molti dei partecipanti a questi gruppi; certamente questa non è e non
deve essere una giustificazione o un’attenuante, ma la necessità di affrontare
un’analisi molto più profonda e complessa per capire i meccanismi che esistono e
coesistono dietro queste forme perverse di predominanza.
Situazioni di violenza di genere avvengono da sempre in ogni dove, nelle
famiglie, nei contesti “amicali”, su diversi posti lavoro e come emerso
pubblicamente negli ultimi mesi in luoghi di cultura: il caso del Teatro Due di
Parma. Come possiamo contrastare tutto ciò? Parlandone con persone che possono
supportare la situazione, saperla analizzare, nel caso aiutare a denunciare,
sostenere e contenere la condizione di fragilità perché non è certo chi ha
subito molestie e violenze a doversi sentire sbagliata, ma chi ha commesso tale
violenza a dover essere fermato. Chi tace pur sapendo cosa accade è complice.
Una donna che subisce violenza non deve vergognarsi, non deve assolutamente
essere fatta sentire in colpa poiché colpe non ne ha, ma deve essere aiutata a
recuperare la sua immagine interna e la sua vitalità. C’è bisogno di creare
nuove e giuste narrazioni ed emanciparsi dagli stereotipi.
Sui social, dopo la rimozione da parte di Meta, molti utenti si sono spostati su
piattaforme come Telegram (TG), dove il controllo è più limitato e l’anonimato
più facile da mantenere. Qui sono nati rapidamente gruppi “clone”, spesso
difficili da monitorare, che continuano a condividere contenuti non consensuali
e linguaggi violenti. Scrivo difficili da monitorare ma non impossibili,
difatti, prima che la polizia postale possa ad oggi riuscire più facilmente a
individuarli dobbiamo anche imparare a cogliere indizi e facilitare le denunce.
La politica di Governo deve aiutare a velocizzare le procedure che avvengono per
i reati di genere. Questi gruppi sono probabili anticamere di stupri e
femminicidi. Non sono affatto beceri “scherzi” tra maschi goliardici.
Modelli assimilati nel tempo da tanti e tante
Mi soffermo su una questione scomoda, dobbiamo renderci conto che il problema
del patriarcato è spesso interiorizzato anche da molte donne che a loro volta
hanno strutturato una personalità da carnefice perché, probabilmente, sono state
anch’esse vittime, vittime di un sistema profondamente maschilista. Bisogna
spezzare questa catena che si ripete di generazione in generazione.
Facendo riferimento ad analisi già approfondite da psicoterapute e sociologi,
possiamo dire che non si tratta solo di dinamiche imposte dall’esterno, ma di
modelli assimilati nel tempo sia nel pensiero che nel comportamento. Così, anche
banalmente, competenze che per lo più vengono svolte dagli uomini ma
fondamentali per l’autonomia di chiunque – come saper cambiare una ruota o fare
piccoli lavori elettrici in casa – smettono di essere semplicemente strumenti
utili o scelte personali e diventano, a volte, un modo per sentirsi accettate
all’interno di modelli maschili di riferimento. Mi soffermerei sulla parola
“accettate”. Una battuta sul proprio décolleté o sul proprio fondoschiena – che
chi ha chiarezza intuisce sgradevole – può invece essere creduto un complimento
lusingante e non un’invasione. Frasi offensive verso un’altra donna che viene
percepita rivale, e a cui segue un silenzio omertoso o divertito, mettono in
luce le forme di pensiero di molte donne poco emancipate, anche se
apparentemente non sembrano tali. L’emancipazione non si rifà a nessun modello,
ma a un processo interno individuale, una liberazione e chiarezza interna di
presa di consapevolezza senza ideologie né paure o richieste di accettazione in
un gruppo.
Ci sono donne che pur di essere accettate in gruppi di “amicizie” maschili
spesso proteggono e normalizzano meccanismi subdoli, a volte anche apertamente
problematici o per assurdo criminali. E questo non avviene necessariamente per
paura di ricatti o ripercussioni – timori che sarebbero comprensibili – ma per
qualcosa di più profondo: una struttura sociale interiorizzata. Una convinzione
radicata che le fa credere che allontanarsi da quei contesti significhi restare
sole, esposte, non riconosciute. Come se la propria identità, già fragile,
potesse esistere solo attraverso l’approvazione di quel gruppo. A questo si
aggiunge un altro elemento spesso taciuto: la frustrazione e, in alcuni casi,
l’invidia legata a una mancata realizzazione personale profonda che le spinge a
giudicare o voler mortificare altre donne. Sentimenti che, invece di
trasformarsi – ripeto – in consapevolezza o cambiamento, vengono talvolta
diretti contro quelle che ritengono loro “nemiche”. Di questo tipo di
personalità si parla poco, ma svolge un ruolo centrale nel mantenere in vita
dinamiche tossiche. Sono donne, anche in base al loro vissuto ed educazione
affettiva, che hanno interiorizzato così profondamente la logica della
subordinazione da diventarne, paradossalmente, le più fedeli custodi. Non
mettono in discussione il sistema dalle basi, quindi, spesso lo difendono. Non
costruiscono vera solidarietà tra donne, la sabotano. E spesso hanno un
bersaglio privilegiato: le donne che non chiedono il permesso di esistere. A
volte ciò accade in modo cosciente ed è quindi facile riconoscere la dinamica,
altre volte in modo inconscio, e questo può essere anche più gravoso.
Probabilmente partecipano a manifestazioni contro la violenza di genere, postano
sui loro social frasi o video e articoli pro femminismo, ma nel loro spazio
quotidiano, e di conoscenze, rimangono ancelle del sistema patriarcale. Dobbiamo
imparare anche a riconoscere queste situazioni e trasformarle. Siamo tutte e
tutti responsabili dei processi.
Un ecosistema chiamato Manosphere
Tornaniamo più specificamente ai gruppi social. Secondo diverse analisi, questi
gruppi non sono episodi isolati ma parte di un ecosistema più ampio, noto come
manosphere. Si tratta di una galassia digitale che include forum, canali social
e community internazionali accomunate da una visione ostile verso le donne e,
più in generale, verso i cambiamenti sociali legati ai diritti e alle relazioni
di genere. All’interno della manosfera si trovano sottogruppi con
caratteristiche diverse: dagli “incel” (celibi involontari) che esprimono
frustrazione e risentimento, ai sostenitori delle teorie “redpill”, fino a
comunità che promuovono esplicitamente la condivisione di contenuti intimi senza
consenso. In alcuni casi, queste dinamiche sfociano in forme di
radicalizzazione, dove il linguaggio violento viene normalizzato e rafforzato
dalla partecipazione collettiva. Al di là delle origini lessicali di questi
termini, il problema da affrontare con serietà e risoluzione rimane lo stesso.
Il contesto italiano presenta alcune specificità. A differenza di altri Paesi,
molti dei contenuti condivisi riguardano immagini di donne reali, spesso partner
o ex partner degli stessi utenti o ragazze e donne prese dai social a loro
insaputa, quindi senza consenso. Questo elemento introduce una dimensione
particolarmente grave: la violazione della fiducia personale, oltre che della
privacy. Non si tratta solo di misoginia astratta, ma di una violenza diretta,
quotidiana, che colpisce relazioni concrete, rapporti di coppia, di amicizia, di
conoscenza, in ogni ambito della vita.
Le dimensioni del fenomeno restano difficili da quantificare con precisione, ma
si parla di decine se non centinaia di migliaia di utenti coinvolti, distribuiti
tra diverse piattaforme. A livello globale, le comunità riconducibili alla
manosfera contano milioni di partecipanti, rendendo il fenomeno transnazionale e
in continua evoluzione. In quei gruppi potrebbe esserci anche chi conosciamo.
Malattia mentale e patriarcato sfilano insieme supportando e alimentandosi l’un
l’altro. Le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale. Da un lato, aziende
come Meta hanno rafforzato le politiche di moderazione, rimuovendo gruppi e
contenuti illegali. Dall’altro, la natura stessa dell’ecosistema digitale quale
rapido, frammentato, decentralizzato rende difficile un controllo efficace.
Quando un gruppo viene chiuso, spesso riemerge altrove in tempi brevi. Dobbiamo
trovare una soluzione insieme, far cessare tale violenza, compreso il cyber
bullismo. Le autorità italiane, inclusa la Polizia Postale, hanno avviato
indagini e ricevuto numerose segnalazioni. Tuttavia, la risposta istituzionale
si confronta con sfide complesse: giurisdizioni diverse, anonimato degli utenti
e velocità di diffusione dei contenuti. Bisogna far bonificare tutti i telefoni?
Dobbiamo trovare una soluzione assieme, non essere indifferenti.
Goliardia?
Oltre alla dimensione legale, emerge una questione culturale più profonda.
Questi spazi online funzionano spesso come luoghi di legittimazione reciproca,
dove comportamenti altrimenti marginali vengono normalizzati. Il linguaggio
definito superficialmente goliardico e la complicità di gruppo contribuiscono a
ridurre la percezione della gravità delle azioni, soprattutto nelle giovani
generazioni, creando una zona grigia tra “scherzo” e violenza.
Comprendere il fenomeno richiede quindi uno sguardo che vada oltre
l’indignazione immediata (giusta). Alla base, spesso, si intrecciano disagio
sociale, isolamento e modelli culturali distorti, rapporti familiari disagiati o
assenze emotive nella crescita. Tuttavia, questi elementi, come già ho chiarito
all’inizio, non giustificano le pratiche osservate, che restano a tutti gli
effetti forme di violenza digitale che possono provocare traumi nelle vittime, è
violenza sessuale.
Le comunità online non sono separate dalla realtà, ma ne amplificano dinamiche e
contraddizioni.
Ora la sfida, per istituzioni, piattaforme e società civile, è duplice: da un
lato contrastare concretamente la diffusione di contenuti illegali; dall’altro
intervenire sulle radici culturali che rendono possibile, e in alcuni contesti
accettabili, questo tipo di comportamenti. Nessuno deve rimanere impunito.
Perché, dietro lo schermo, le conseguenze sono tutt’altro che virtuali.
Il caso di un gruppo Whatsapp “Cene e gite”
Un’esperienza diretta che ho vissuto può dare chiarezza di quanto queste realtà
(con molteplici sfumature diverse) siano a noi vicine. Un piccolo gruppo
Whatsapp (WA) di circa venti persone, racconta molto di quanto sopra ho
descritto: misoginia, maschilismo, problemi di personalità, violenza,
patriarcato interiorizzato da uomini e donne, insicurezze, ignoranza, bullismo,
distorsione di eventi etc. etc. Che però ci possono permettere, come hanno
permesso a me, di riconoscere figure ambigue – tra le nostre conoscenze – a
volte più o meno inconsapevoli delle loro problematiche inserite in un
ecosistema tossico. Nel mio caso, un gruppo Whatsapp, composto da circa venti
persone – uomini e donne – aveva già nel 2019 un’età compresa tra i 26 e i 42
anni, era apparentemente, inizialmente, “tranquillo”, creato con la semplice
intenzione di organizzazione di cene e gite. Quasi tutti i membri vivevano (e
vivono), più o meno, nei quartieri del quadrante est di Roma e svolgevano
all’epoca, e forse anche oggi, professioni molto diverse: videomaker, assistente
costumista, urbanista, osteopata, insegnanti in una scuola materna privata,
artisti, fonico, ingegnere, veterinario, addetto stampa, medico competente (del
lavoro), professori di scuole superiori, editor e altro ancora. Nell’estate di
quell’anno, uno dei componenti, tra i più adulti, iniziò a inviare online
immagini di donne prese dal web – o comunque di provenienza incerta – in pose
esplicitamente sessualizzate. Considerai subito la cosa fuori luogo, offensiva e
violenta e glielo dissi direttamente, senza esitazioni. Dopo poco tempo
ricominciò. Chiesi allora a un suo amico nel gruppo di parlargli e a quella che
consideravo una mia amica di fare lo stesso. Entrambi mi risposero che si
trattava di una cosa da poco, che avrei dovuto accettare “com’era lui” e che
stavo esagerando nel farlo notare. La pubblicazione di queste immagini proseguì
per circa sei mesi, quasi quotidianamente, accompagnata dalle risatine e dalle
battute di alcuni uomini del gruppo. Nessuna donna espresse apertamente disagio
o sottolineò l’inopportunità di quei comportamenti. Alcune fecero finta di non
aver mai visto sulla chat quelle foto (cosa impossibile). A un certo punto fu
condiviso anche un contenuto ancora più estremo, gravemente inappropriato e
offensivo, che suscitò, in modo stolto, ulteriori risate. A quel punto mi
arrabbiai moltissimo, indicai la situazione come gravemente malata, ma fui io a
essere aggredita e insultata nel gruppo, accusata di aver sollevato una polemica
su quello che veniva considerato solo uno scherzo, che nessuno sembrava (o
voleva) riconoscere come violenza. La mia “amica” rimase in silenzio, anzi mi
disse che avevo sbagliato i toni. Nessuna donna intervenne per dire basta o per
tutelarmi. Cercarono di far sentire sbagliata me in quanto avevo fatto saltare
la falsa dinamica di “amicizia”, la loro fatuità e sottolineato le personalità
notevolmente disagiate.
Nessuno si scusò, nemmeno nei mesi successivi. Solo anni dopo, nel contesto di
una maggiore attenzione pubblica sul tema della violenza di genere, due tre di
quelle persone con cui ero rimasta in contatto dissero di non aver compreso
all’epoca la gravità di quei comportamenti messi in atto con quelle foto,
nonostante la loro età adulta e la partecipazione a manifestazioni contro la
violenza sulle donne. Eppure i contenuti condivisi in quella Chat non erano
fraintendibili: non si trattava di ambiguità, ma di materiale esplicito. È
chiaro che tali persone in modo estremamente superficiale, inappropriato e
manipolativo stavano, e forse stanno, cercando di giustificare la loro omertà e
incapacità di tutelare l’immagine femminile, sottraendosi da ogni colpevolezza.
La vigliaccheria aimè non crea emancipazione. Negli ultimi mesi, quando ho
iniziato a raccontare pubblicamente questa vicenda, una persona di sesso
maschile di quel gruppo – probabilmente venendolo a sapere – ha cominciato
ossessivamente a guardare ogni mia storia sulle mie pagine social, poi mi ha
scritto privatamente cose poco chiare, senza specifici riferimenti e poi,
attraverso terze persone, ha cominciato a calunniarmi e a insultare in modo
becero dimostrando palesemente la sua misoginia ed esprimendo senza troppi
limiti giudizio sulla mia estetica, per poi bloccarmi ovunque su quei social,
impedendomi quindi di rispondere. Non ha cercato il confronto, non mi ha
chiaramente parlato – anche duramente o con qualche epiteto – ma in modo bieco,
estremo e vigliacco lo ha fatto attraverso terzi e sottili minacce. Forse
credeva di potermi impaurire evitando che raccontassi tali accaduti di quella
chat e le frasi che ne venivano scritte davanti alle foto nude di donne. Ho una
chiara identità e una personalità che non si intimorisce davanti a tali pochezze
ma sa costruirne un discorso di denuncia e chiarezza anche come esempio per
chiunque possa invece sentirsi sola/o in tali circostanze. Non bisogna rimanere
in silenzio. La sicurezza in noi stesse e la realizzazione personale fatta di
una sana struttura aiuta ad avere certezze fondamentali per conoscersi e
riconoscere gli altri da noi.
Persone di cui non dubiteresti mai
È evidente che queste persone di cui ho riportato fatti ed esempi fanno parte di
un contesto in cui il patriarcato e certe problematiche tossiche individuali si
intrecciano, pur volendo far credere o credendosi vicini al movimento
femminista. Ma l’aspetto su cui dovremmo prestare maggiore attenzione è un
altro: sono persone comuni, sono tra noi. Persone di cui non dubiteresti mai e
che possono raggirare e mistificare fatti e discorsi. Chiunque può diventare, o
essere, un potenziale sostenitore della violenza di genere. Non dobbiamo stare
zitte né zitti, ma raccontare quanto accade o è accaduto, anche quando può
sembrare difficile perché a vergognarsi devono essere loro, sempre.
C’è necessità di intensificare il supporto, i centri di ascolto, e credere alle
donne.
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> Prevenire la violenza maschile
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