Quando il monumento dà forma alla memoria. Arte al servizio della paceSi è svolto presso la Libreria Maks di Nova Gorica in Slovenia, lo scorso 9
settembre, un incontro la cui portata è andata perfino al di là delle
aspettative. Moderati da Petra Svoljšak (ricercatrice presso l’Istituto storico
Milko Kos del Centro di ricerca dell’Accademia delle scienze e delle arti di
Slovenia, attiva nella ricerca, soprattutto, sui paesaggi culturali e la storia
sociopolitica del XIX e XX secolo, docente presso la Facoltà di scienze
umanistiche dell’Università di Nova Gorica), hanno intrecciato un intenso
dialogo gli autori e le autrici dei libri oggetto della presentazione, Sanja
Horvatinčić (ricercatrice presso l’Istituto di storia dell’arte di Zagabria, sui
temi della produzione di monumenti e la cultura della memoria nella Jugoslavia
socialista) e Beti Žerovc (docente presso la Facoltà di arti dell’Università di
Lubiana, sui temi delle arti visive e il sistema artistico a partire dal XIX
secolo) con il libro da loro curato, “Shaping Revolutionary Memory: The
Production of Monuments in Socialist Yugoslavia” (Lubiana 2023), e chi scrive,
autore del libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del
monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”
(Firenze 2026), ultimo capitolo della trilogia che si compone anche delle
precedenti “Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione
basata negli spazi e costruzione della pace” (2024) e “Di terra e di pietra.
Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente”
(2021).
Non è semplice sintetizzare i contenuti degli spunti sviluppati nell’incontro:
forse, con una chiave di lettura unificante, si potrebbe dire che l’intero
approfondimento è ruotato intorno a un doppio interrogativo, vale a dire le
possibilità e contraddizioni del monumento, nell’accezione del monumento
pubblico, e, in particolare, della scultura monumentale negli spazi aperti,
fenomeno assai rappresentativo nella Jugoslavia socialista (ma non solo), nel
contesto dei processi di “state-building” e “peace-building”, come elemento
privilegiato, non unico ma ampiamente caratterizzante, nei processi di
costruzione delle narrazioni pubbliche e di formazione delle identità nazionali
e, su un livello diverso, di attivazione della memoria collettiva e di innesco
di pratiche di pace e giustizia. Ma anzitutto: è pertinente considerare il
monumento uno strumento per articolare funzioni sociali? A questo fa riferimento
la definizione stessa di monumento, che ci restituisce l’immagine di un
“documento della memoria”, un oggetto concepito e realizzato allo scopo di
condensare in sé, attraverso la sua rappresentazione, la memoria di un evento,
un fenomeno o una personalità del passato, e, dislocato in forma ampiamente
visibile nello spazio pubblico, di sollecitare il ricordo, attivare la memoria,
tra le persone e nella società, di quell’evento o quella personalità
“commemorata”, perché possa, in una fase ulteriore dell’itinerario memoriale,
essere eventualmente “memorializzata”.
Questa connessione tra memoria e monumento si rinviene, peraltro, nella stessa
etimologia del termine (dal latino monere, “ricordare”, ma anche,
significativamente, “ammonire”, “avvertire”, “esortare”) e si concretizza nella
configurazione stessa dell’oggetto, sotto forma di statua, memoriale o altra
composizione rivestita di uno speciale significato per la comunità, resa
interessante dalla convergenza di una funzione propriamente memoriale e di un
contenuto intrinsecamente estetico, legato alle forme della rappresentazione,
che ci ha consegnato, nel panorama storico e geografico della Jugoslavia
socialista, veri e propri capolavori dell’arte del Novecento, tanto nelle forme
del realismo socialista, quanto secondo lo stile del modernismo jugoslavo. Vi
possiamo rinvenire capolavori iconici, come il monumento “Chiamata alla
sollevazione” o “Appello alla rivolta”, opera di Vojin Bakić del 1946,
realizzato a Bjelovar e poi installato anche a Belgrado, deve è tuttora
presente, poco distante dal Museo della Jugoslavia e in corrispondenza dello
storico Museo “4 luglio”, dove nel 1941 si tenne la sessione del Partito
Comunista di Jugoslavia che lanciò il proclama della sollevazione e della
resistenza contro le forze naziste di occupazione; e monumenti suggestivi aperti
a molteplici interpretazioni, come alcuni capolavori del modernismo jugoslavo,
dal Monumento alla Fratellanza e Unità a Prishtina, Kosovo, opera di Miodrag
Živković del 1961, o il Monumento alla Rivoluzione a Podgarić, Croazia, uno dei
capolavori di Dušan Džamonja del 1967.
In senso più ampio, i monumenti possono includere qualsiasi oggetto o luogo
dotato di un particolare valore simbolico, svolgendo quindi un ruolo potente
nella società: in primo luogo, come tracce, segni, reliquie del passato; in
secondo luogo, come riflesso dell’immagine che il presente staglia sul passato,
quello specifico “passato” che si intende ricordare nell’attualità. Si innestano
qui entrambe le azioni, dello Stato e delle persone, del primo, attraverso
l’opera di selezione dei contenuti storici da proporre (o imporre)
all’attenzione pubblica, e quindi delle memorie da preservare e aggiornare
perché possano “configurare” la memoria collettiva e, per questa via, il senso
di appartenenza; e delle seconde, le persone, che percepiscono queste storie e
innescano queste memorie in funzione delle istanze e delle esigenze del
presente. Questa interazione, e le contraddizioni che porta con sé, tra
intenzioni istituzionali e percezione collettiva, è indubbiamente alla base del
nesso tra azione monumentale e “state building”, inteso come l’insieme dei
processi e delle funzioni di “costruzione dello Stato”, a partire proprio da un
senso di appartenenza condiviso, un’identità culturale e una cooperazione
civica; ed è, ovviamente, il punto di partenza di un’azione di “peace building”,
di costruzione della pace dal basso, a partire dal messaggio che tali monumenti
portano con sé, in virtù della loro genesi o delle loro finalità.
Al centro sono le persone, come è stato più volte richiamato anche nell’incontro
di Nova Gorica, in un contesto tanto più significativo alla luce dell’impegno di
non poche figure pubbliche e intellettuali volto a creare ponti di convivenza
tra le due città entro un unico tessuto di relazione, da un lato all’altro del
confine, tra Nova Gorica e Gorizia. Tale funzione è stata riconosciuta anche in
ambito giuridico, come mostrano le prescrizioni, tra le altre, della Convenzione
di Faro (2005), per la quale il patrimonio culturale è “un insieme di risorse
ereditate dal passato che le persone identificano come riflesso ed espressione
dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, e comprende tutti gli
aspetti dell’ambiente derivati dall’interazione nel tempo fra le persone e i
luoghi”, e le persone stesse svolgono un ruolo decisivo nel costituire comunità
di patrimonio impegnate nell’attribuzione di valore “ad aspetti specifici del
patrimonio culturale, che esse desiderano, nel quadro di un’azione pubblica,
sostenere e trasmettere alle generazioni future”. È proprio in tali azioni
congiunte, di esplorazione dei messaggi di pace, emancipazione, giustizia, unità
e fratellanza che tali patrimoni portano con sé e di realizzazione di progetti
congiunti volti alla salvaguardia e alla conoscenza di tali contenuti, che si
manifesta il ruolo dell’arte per la pace e il valore di tali patrimoni ai fini
della trasformazione dei conflitti.
Gianmarco Pisa