Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Enrica RigoÈ iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, la
radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle
persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di
ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la
limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità.
Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile
interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche
sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da
una prospettiva critica.
In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto
Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di
interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come
cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli
effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare
il Patto?
Ne parliamo insieme a Enrica Rigo, docente associata del Dipartimento di
Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e attivista.
IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO VIENE SPESSO RAPPRESENTATO COME UNA
SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA DAVVERO UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE
SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE
MIGRATORIE EUROPEE CHE ABBIAMO CONOSCIUTO NELL’ULTIMO DECENNIO?
Penso che siano vere entrambe le letture. Da un lato, il Patto fa proprie e
istituzionalizza procedure che sono state progressivamente implementate nei
diversi Paesi europei. Basti pensare alla procedura hotspot, che ereditiamo
dalla cosiddetta “crisi delle migrazioni” del 2015 – o, se la si guarda da una
prospettiva diversa, dalla “lunga stagione delle migrazioni”. Lo stesso vale per
le procedure di screening e di monitoraggio, sperimentate soprattutto nei Paesi
del Nord Europa.
Sotto questo profilo esistono certamente linee di continuità. Dall’altro lato,
però, il fatto stesso di mettere tutte queste procedure a sistema rappresenta, a
mio avviso, un elemento di discontinuità. È una modalità tipica della
trasformazione della crisi in una forma permanente di governo delle migrazioni.
Le crisi delle frontiere, infatti, si sa quando iniziano, ma non finiscono mai:
lasciano in eredità metodologie di confinamento, screening e controllo che
continuano a operare anche dopo la fase emergenziale.
L’istituzionalizzazione di queste pratiche costituisce quindi un passaggio
nuovo. Del resto, da quando la Comunità europea è diventata Unione europea,
questa mi sembra la riforma più complessiva.
Credo inoltre che questa istituzionalizzazione europea renda più difficile quel
gioco di sponda che, fino a oggi, era stato possibile. Il diritto dell’Unione
poteva infatti essere utilizzato, attraverso interpretazioni estensive, per
aprire spazi rispetto ai limiti del diritto nazionale; viceversa, alcuni limiti
posti dagli ordinamenti nazionali potevano essere valorizzati, soprattutto
davanti ai giudici, come controcanto rispetto alle norme europee.
Questa omogeneizzazione – termine che spesso viene considerato positivo – dal
mio punto di vista non lo è affatto. Al contrario, restringe gli spazi di
agibilità. Se quindi ragioniamo nei termini di continuità e discontinuità, credo
che entrambe le chiavi di lettura siano fondate. Tuttavia, il Patto traccia una
direzione molto netta: quella della chiusura.
L’idea che l’Europa potesse essere uno spazio nel quale la cittadinanza
nazionale perdeva progressivamente importanza, a favore dell’apertura di uno
spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, com’era definito un tempo, mi
sembra completamente dismessa.
Al suo posto emerge un modello di governo delle migrazioni nel quale l’accesso
ai diritti diventa sempre più difficile. Ho l’impressione che lo standard cui
ormai ci si accontenta sia quello della tutela minima dell’habeas corpus e
nient’altro. È venuta meno qualsiasi aspirazione di inclusione dentro un’idea di
cittadinanza pregna dal punto di vista dei diritti.
GRAZIE PER QUESTA PANORAMICA, CHE CI AIUTA A FAMILIARIZZARE CON IL PATTO E A
COLLOCARLO NEL PIÙ AMPIO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA. VORREI CHIEDERTI DI
SOFFERMARTI SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL PATTO. HAI GIÀ OFFERTO ALCUNE LENTI
INTERPRETATIVE MOLTO UTILI, MA TI CHIEDEREI SE C’È ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE
COGLIERE RISPETTO ALL’IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI CHE EMERGE
DALLA NUOVA NORMATIVA E DALLA SUA FASE DI IMPLEMENTAZIONE.
Partirei proprio dalla fase di implementazione, perché ieri si è svolto un
incontro di un network europeo di ricercatrici, ricercatori, attiviste e
attivisti che ha avviato una rete informale di monitoraggio dell’attuazione del
Patto.
Naturalmente è ancora molto presto: il Patto è entrato in vigore da poco più di
un mese. Ciò che finora emerge rispetto alle procedure di frontiera, alla
detenzione amministrativa e ai rimpatri non sembra corrispondere alla retorica
che ha accompagnato l’approvazione del Patto.
Questa osservazione non riguarda soltanto l’Italia. È stata condivisa anche da
ricercatrici e ricercatori tedeschi e polacchi, in particolare con riferimento
al confine tra Polonia e Bielorussia. Per ora sembra quasi che si sia partiti
con il freno tirato.
Non so ancora quale interpretazione dare a questa dinamica. Probabilmente
dipende anche dal fatto che i meccanismi previsti dal Patto sono molto complessi
e richiedono tempi lunghi di implementazione. Se dovessi fare una previsione,
direi che l’impatto concreto potrebbe rivelarsi minore rispetto alla retorica e
alle aspettative che hanno accompagnato questa riforma.
Questo riguarda il piano dell’attuazione. Se invece guardiamo all’intenzione
politica che emerge dal Patto, mi sembra che il suo significato sia molto
chiaro. A mio avviso, il Patto estende la dimensione della frontiera e, con
essa, quella della precarizzazione dei diritti e della loro progressiva
riduzione. Estende enormemente quel circuito di illegalizzazione che la
frontiera produce.
Questa estensione è insieme spaziale e temporale. Faccio un esempio molto
concreto. Come clinica legale abbiamo iniziato, per la prima volta, a entrare
nel CPR di Ponte Galeria insieme al Garante delle persone private della libertà
personale. Fino a oggi avevamo preferito svolgere un’attività diversa: fare le
avvocate e gli avvocati nel CPR piuttosto che gli osservatori.
Abbiamo deciso di intraprendere anche questa attività proprio per colmare la
mancanza di informazioni. Nel CPR di Ponte Galeria, che è il più grande
d’Italia, oggi ci sono persone che vivono in Italia da trent’anni, perfino da
quarant’anni. Non sto esagerando.
Si tratta di situazioni di estrema marginalità sociale, gestite attraverso il
confinamento e inserite in un circuito permanente di andata e ritorno tra
carcere e CPR, ma anche semplicemente tra CPR e CPR.
Lo stesso fenomeno lo osserviamo nei cosiddetti ghetti dei lavoratori migranti.
Anche lì aumenta continuamente l’età delle persone presenti. Un tempo, in luoghi
come il ghetto di Rignano, si incontravano soprattutto migranti arrivati da poco
in Italia, che svolgevano il lavoro agricolo come una fase iniziale del proprio
percorso.
Oggi, invece, si trovano sempre più spesso persone di sessantacinque o
settant’anni. Perché? Perché anche quel contesto diventa un circuito dal quale
non si esce più. Una condizione di marginalità lavorativa permanente. Nessuno
aspira a fare il bracciante agricolo per tutta la vita. Invece, sempre più
frequentemente, si trasforma in una condizione definitiva.
Quando parlo di estensione della frontiera mi riferisco proprio a questo: a un
processo che riguarda certamente la frontiera fisica, ma anche le frontiere
economiche, sociali e simboliche.
L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE UN’OCCASIONE, DA UNA PROSPETTIVA CRITICA,
PER INTERROGARSI SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CHE SI OCCUPANO DI POLITICHE
MIGRATORIE, SIA QUELLI PRODOTTI NEI CIRCUITI ACCADEMICI SIA QUELLI CHE SI
SVILUPPANO FUORI DALL’UNIVERSITÀ.
HAI L’IMPRESSIONE CHE, IN QUESTA FASE, QUESTI SAPERI FACCIANO FATICA A INCIDERE
NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA?
Mi sembra che i saperi critici continuino a utilizzare uno strumentario
concettuale elaborato ormai più di vent’anni fa, tra la fine degli anni Novanta
e l’inizio degli anni Duemila. Penso a categorie come il confine poroso, il
confine come strumento epistemologico dell’inclusione selettiva, il confine come
moltiplicatore dei regimi del lavoro o ancora all’autonomia delle migrazioni.
Si tratta di strumenti teorici che continuano a essere importanti e, sotto molti
aspetti, ancora estremamente utili. Allo stesso tempo, però, è significativo
osservare che quello stesso periodo storico fu anche una fase nella quale il
variegato mondo delle ONG, del volontariato cattolico e di molte altre realtà
sociali esercitava una capacità di influenza sul dibattito pubblico che oggi mi
sembra essersi notevolmente ridotta.
D’altra parte, però, negli stessi anni si sono sviluppate pratiche radicali di
contestazione che considero estremamente importanti. Penso, ad esempio, a ciò
che accade nel Mediterraneo con le attività di search and rescue. Ritengo che
abbiano un valore politico fondamentale.
Oggi non abbiamo più grandi mobilitazioni come quelle dei primi anni Duemila.
Ricordo, ad esempio, la manifestazione contro la legge Bossi-Fini. Proprio in
questi giorni ricorrono i venticinque anni del G8 e se ne è parlato molto. La
manifestazione che aprì quelle giornate, dedicata alla libertà di movimento, fu
probabilmente la prima manifestazione di quelle dimensioni ad assumere in modo
così chiaro quella prospettiva.
Quel tipo di attivismo e quel discorso teorico che poi si riversava nelle piazze
oggi non li abbiamo più. Al tempo stesso, però, oggi esistono pratiche di
contestazione molto radicali, che hanno radicalizzato anche il mondo delle ONG e
che considero molto importanti.
In una fase in cui siamo minoritari e minoritarie – non c’è dubbio – le pratiche
hanno una valenza molto importante dal punto di vista della costruzione
discorsiva e dell’allargamento delle possibilità, anche dal punto di vista della
riflessione teorica.
Riuscire a individuare pratiche capaci, anche se sviluppate da poche persone, di
inserire dei granelli d’inceppamento nella filiera dei confini e delle
deportazioni mi sembra oggi uno dei terreni più importanti da osservare e da
coltivare.
HAI GIÀ INIZIATO A RISPONDERE ANCHE ALLA DOMANDA CHE AVEVO PREPARATO
SUCCESSIVAMENTE. TI AVREI VOLUTO CHIEDERE SE LE DIFFICOLTÀ CHE ATTRAVERSANO OGGI
QUESTO CAMPO DI STUDI RIGUARDINO SOPRATTUTTO LA PRODUZIONE DEI SAPERI CRITICI,
LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE SE TU INTRAVEDA ALTRI ELEMENTI DI BLOCCO.
HAI GIÀ DIALOGATO CON QUESTA DOMANDA, MA TI CHIEDEREI SE C’È QUALCOSA CHE
DESIDERI AGGIUNGERE PRIMA DI PASSARE ALL’ULTIMA PARTE DELLA NOSTRA
CONVERSAZIONE.
Forse aggiungerei due elementi, che naturalmente hanno a che fare anche con la
mia biografia, sia di studiosa sia di attivista.
Prima richiamavo Genova e quella stagione di riflessione sulle migrazioni che
aveva come assi portanti l’autonomia delle migrazioni, la trasformazione dei
confini e la centralità del lavoro migrante. Era un approccio che leggeva
l’autonomia delle migrazioni nella sua tensione con il capitale e analizzava il
modo in cui quest’ultimo cattura le spinte alla mobilità.
Credo però che quella prospettiva abbia avuto un limite importante: il suo
orizzonte è rimasto sostanzialmente quello dello spazio europeo. Certo, si
trattava di un’Europa pensata ben oltre i propri confini istituzionali, ma, a
mio avviso, non è riuscita a mettere davvero in discussione il proprio
eurocentrismo.
Su questo punto mi viene in mente un’espressione utilizzata da Sara Marilungo in
una tesi di dottorato che sto leggendo proprio in questi giorni. Mi sembra che
descriva molto bene il problema: abbiamo parlato di razzismo senza fare davvero
i conti con la razza e con il colonialismo come dispositivi che continuano a
produrre, anche sul piano epistemologico, il punto di vista dal quale si guarda
il mondo.
Penso invece che oggi si stia sviluppando una nuova stagione di studi sulle
migrazioni e sul razzismo che prova finalmente a confrontarsi seriamente con
questi nodi.
Credo che questo sia un passaggio indispensabile. Per questo penso che oggi la
sfida sia, in un certo senso, far esplodere lo spazio europeo. Uscire da
quell’orizzonte che, per molti aspetti, ha finito per limitare anche la nostra
capacità di immaginazione politica.
È anche per questo che torno a fare l’esempio delle ONG nel Mediterraneo. Ma,
più in generale, penso al Mediterraneo come spazio di lotta, come spazio che
oggi conduce fino a Gaza, attraverso esperienze come quelle della Freedom
Flotilla e di altre iniziative di solidarietà.
Mi sembra che questa esplosione dello spazio europeo sia ormai necessaria se
vogliamo riuscire a immaginare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto
finora.
CI AVVICINIAMO ALLA PARTE FINALE DI QUESTA CONVERSAZIONE E VORREI TORNARE
SULL’IDEA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” CON CUI AFFRONTARE CRITICAMENTE
L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO.
LA PRIMA DOMANDA RIGUARDA GLI STRUMENTI TEORICI, LE CATEGORIE ANALITICHE E, PIÙ
IN GENERALE, ANCHE LE PRATICHE MILITANTI. QUALI RITIENI CHE OGGI SIA UTILE
RIPRENDERE, AGGIORNARE O INTERROGARE ALLA LUCE DELLE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E,
VICEVERSA, CI SONO CATEGORIE O APPROCCI CHE TI SEMBRANO ORMAI INSUFFICIENTI O
FUORI FUOCO RISPETTO ALLE SFIDE POSTE DAL PATTO?
È una domanda complessa e non mi è così facile rispondere. Quando ho iniziato a
occuparmi di migrazioni era relativamente semplice orientarsi nella letteratura
critica. Si poteva individuare uno strumentario teorico abbastanza definito, un
insieme di autori, autrici e categorie che costituivano una sorta di mappa
condivisa.
Penso, ad esempio, a Étienne Balibar, ma anche all’influenza che hanno avuto
Agamben, con la riflessione sullo stato di eccezione, Foucault, Judith Butler
per alcuni aspetti, oppure tutta la tradizione dell’economia politica dei
confini. In Italia, naturalmente, penso anche al lavoro di Sandro Mezzadra e di
altri studiosi e altre studiose.
Quella mappa esiste ancora e continua a essere importante. Oggi, però, si è
enormemente ampliata. Questo è sicuramente un elemento positivo, ma allo stesso
tempo rende più difficile orientarsi.
Ritengo comunque che quello strumentario critico rimanga valido, anche perché il
sapere sui confini è un sapere diacronico. I confini non sono fenomeni statici:
si trasformano continuamente, così come cambiano le retoriche discorsive.
All’interno di questo panorama, però, credo che l’innesto del pensiero
femminista sia stato fondamentale. Quando quelle categorie sono state elaborate,
l’approccio femminista rimaneva spesso un orpello. Oggi, invece, mi sembra
indispensabile, proprio perché il confine è sempre più chiaramente un luogo nel
quale si organizza e si governa la riproduzione della vita.
Non riguarda soltanto la riproduzione della forza lavoro, ma la riproduzione
stessa della vita di interi segmenti della società.
Accanto a questo, considero imprescindibile anche il pensiero decoloniale e,
soprattutto, l’ascolto delle pratiche e delle elaborazioni che provengono dal
cosiddetto Sud globale.
Credo che dovremmo lasciarci contaminare molto di più da queste esperienze. A
volte mi sembra che esistano resistenze a questa contaminazione. Anche quando
cerchiamo di dismetterle, riemergono sotto forma di diffidenza nei confronti di
alcune prospettive teoriche o politiche.
Faccio un esempio. Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a costruire, insieme
a una parte della comunità musulmana romana, un percorso comune di seminari e
momenti di formazione. Si tratta soprattutto di ragazze e ragazzi molto giovani.
Trovo estremamente interessante osservare ciò che accade quando le loro priorità
e le nostre si incontrano e si mischiano.
Sono esperienze che considero molto interessanti, anche se la comunità a cui
faccio riferimento si organizza intorno ai luoghi di preghiera..
In questo senso mi convince anche l’idea di “demigrantizzare” il tema delle
migrazioni. Leggo questa prospettiva come un tentativo di uscire dalla continua,
forse inevitabile, riproduzione della contrapposizione tra “noi” e “gli altri“.
Non penso di avere una soluzione, ma credo che sia importante riconoscere quanto
quella dinamica continui a riprodursi e provare, almeno, a costruire pratiche
che permettano di andare oltre. Mi sembra una direzione di lavoro utile e
necessaria.
TI RIVOLGO UN’ULTIMA DOMANDA.
STIAMO IMMAGINANDO QUESTA INTERVISTA ANCHE COME UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI”
PER CHI, NEI PROSSIMI MESI, SI CONFRONTERÀ CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO.
ACCANTO AGLI SPUNTI TEORICI E METODOLOGICI DI CUI ABBIAMO PARLATO, TI CHIEDEREI
SE CI SONO LIBRI, ARTICOLI, FILM, PODCAST O ALTRI MATERIALI CHE CONSIGLIERESTI A
CHI VUOLE APPROFONDIRE QUESTA FASE.
PENSO A OPERATRICI E OPERATORI, VOLONTARIE E VOLONTARI, ATTIVISTE E ATTIVISTI,
RICERCATRICI E RICERCATORI, AVVOCATE E AVVOCATI: PERSONE CHE, NEI DIVERSI
CONTESTI, INIZIERANNO A MISURARSI CONCRETAMENTE CON GLI EFFETTI DEL PATTO. CI
SONO LETTURE, OPERE O ESPERIENZE CHE RITIENI POSSANO OFFRIRE STRUMENTI UTILI PER
COMPRENDERE CIÒ CHE STA ACCADENDO?
Da questo punto di vista mi sento un po’ antica e poco aggiornata. Oggi esiste
una produzione enorme e molto interessante.
Se però dovessi dare un’indicazione, direi di tenere fin dall’inizio dentro il
proprio percorso uno sguardo decoloniale. Mi sembra un passaggio fondamentale.
Lo dico anche perché, quando ho iniziato a occuparmi di confini, questa
dimensione era meno evidente. Per questo continuo a considerare Frantz Fanon un
caposaldo.
Così come suggerirei di vedere La battaglia di Algeri e anche L’odio: sono opere
che, secondo me, continuano a offrire strumenti preziosi per decostruire questa
nostra costruzione europea, che oggi appare sempre più ristretta.
Forse dovremmo ricominciare a sperimentare pratiche militanti anche come parte
dei nostri percorsi di formazione. Andiamo a fare un “Erasmus” sulle navi delle
ONG. Troviamo modi per uscire dall’orizzonte europeo non soltanto attraverso lo
studio, ma anche attraverso l’esperienza diretta, come pratica militante.
Andiamo a vedere che cosa succede sull’altra sponda del Mediterraneo.
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