Palantir e il manifesto della guerra infinita: chi controlla chi?Intelligenza artificiale, potere tecnologico e il ruolo della Silicon Valley
nella nuova strategia globale
C’è un passaggio nelle 22 tesi di The Technological Republic — il
libro-manifesto scritto da Alexander Karp, CEO di Palantir, e dal suo vice
Nicholas Zamiska — che merita di essere riletto lentamente, senza l’alone di
serietà intellettuale con cui i suoi autori lo hanno confezionato: «La domanda
non è se le armi basate sull’intelligenza artificiale verranno costruite; è chi
le costruirà e per quale scopo.»
È una frase costruita per sembrare realismo. È invece una petizione di
principio: assume come inevitabile ciò che dovrebbe essere discusso, e trasforma
la rassegnazione in virtù civica. È anche, non per caso, la frase che meglio
descrive il modello di business di Palantir.
Il libro è diventato un bestseller istantaneo del New York Times. In aprile 2026
Palantir ne ha diffuso la sintesi in 22 punti su X, scatenando un dibattito
globale. Alcuni critici lo hanno definito “technofascismo”. Altri lo hanno letto
come un sincero grido d’allarme sulla debolezza dell’Occidente. Vale la pena
andare oltre entrambe le etichette, perché il testo è più rivelatore di quanto
non appaia: non nonostante le sue contraddizioni, ma attraverso di esse.
UN’AZIENDA CHE VENDE SICUREZZA E CHIAMA IL PRODOTTO «DOVERE MORALE»
Palantir Technologies è stata fondata nel 2003 con finanziamenti iniziali della
CIA, attraverso il suo braccio d’investimento In-Q-Tel. Oggi ha contratti
miliardari con il Dipartimento della Difesa americano, con l’esercito degli
Stati Uniti, con l’ICE — l’agenzia che gestisce le deportazioni degli immigrati
—, con la polizia di New York e con le forze armate israeliane. Non è un
dettaglio biografico secondario. È il contesto entro il quale le 22 tesi vanno
lette.
La prima di esse stabilisce che la Silicon Valley ha un «debito morale» verso il
Paese che ne ha reso possibile l’ascesa, e dunque ha un obbligo affermativo di
partecipare alla difesa della nazione. Tradotto fuori dal registro etico in cui
è formulato: le aziende tecnologiche dovrebbero collaborare con il complesso
militare-industriale.
Palantir, che questa collaborazione la pratica da vent’anni e ci ha costruito
sopra una capitalizzazione di mercato superiore ai cento miliardi di dollari, si
presenta come il modello virtuoso da imitare. Il debito morale altrui è,
convenientemente, il mercato di Palantir.
Questo non rende automaticamente false le tesi del libro. Ma rende necessario
applicare alla loro lettura lo stesso standard epistemico che si applicherebbe a
qualsiasi altro documento prodotto da un soggetto con un interesse diretto e
dichiarato nell’esito del dibattito che promuove.
IL REALISMO COME RESA
L’argomento centrale del manifesto è strutturato come un sillogismo: i sistemi
d’arma basati sull’IA verranno costruiti comunque; gli avversari degli Stati
Uniti non si fermeranno a fare dibattiti etici; dunque l’Occidente deve
costruirli per primo, e chi si oppone è ingenuo, irresponsabile o complice.
È un argomento che ha una lunga storia. Venne usato per giustificare la bomba
atomica, poi la corsa agli armamenti nucleari, poi i droni, poi i sistemi di
sorveglianza di massa. L’idea che esista sempre una tecnologia militare
«inevitabile» che è meglio sviluppare prima degli altri è la struttura logica
permanente dell’industria della difesa. Non è realismo: è la narrazione con cui
ogni generazione di produttori di armi ha convinto i governi a firmare i
contratti.
Karp e Zamiska scrivono che «l’era atomica sta finendo» e che una nuova era
della deterrenza costruita sull’IA sta per cominciare. È una previsione che può
essere fondata. Ma contiene un’omissione cruciale: non spiega perché la
deterrenza basata sull’IA sia necessariamente più stabile di quella nucleare, né
come si prevenga la sua degenerazione in conflitto aperto.
La letteratura sulla stabilità strategica e sul rischio di escalation
involontaria nei sistemi autonomi è vasta e preoccupante. Nel manifesto non
esiste.
LA DEMOCRAZIA COME ORNAMENTO
Forse il passaggio più sintomatico dell’intero documento è il numero sedici,
dedicato a Elon Musk: «La cultura quasi deride l’interesse di Musk per le grandi
narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente restare nel loro ruolo
di arricchirsi.»
È una difesa dell’attivismo politico dei miliardari formulata da un miliardario,
in un libro scritto da chi lavora per un altro miliardario. Al di là
dell’evidente circolarità, c’è qualcosa di più significativo: l’idea che la
critica alle concentrazioni di potere economico e tecnologico sia in realtà
un’espressione di grettezza culturale, di incapacità di riconoscere la
grandezza.
Questa operazione retorica — trasformare la critica del potere in invidia verso
il potere — è uno dei tratti distintivi di una certa ideologia tecnocratica
contemporanea.
Il problema non è che Musk costruisca razzi o che Karp costruisca sistemi di
analisi predittiva. Il problema è che entrambi lo facciano acquisendo
simultaneamente un’influenza determinante sulle politiche pubbliche, senza alcun
mandato democratico, senza alcun meccanismo di responsabilità, e proponendo poi
questa condizione come il modello auspicabile per il futuro dell’Occidente.
La democrazia liberale, nelle 22 tesi, appare come un valore da difendere
militarmente, ma non come un vincolo da rispettare nella gestione del potere
tecnologico. I diritti fondamentali, la protezione dei dati, il controllo
parlamentare sui sistemi di sorveglianza: nulla di tutto ciò compare nel testo.
Non è una dimenticanza. È una scelta.
I SILENZI DEL MANIFESTO
Palantir fornisce sistemi di analisi dei dati alle forze armate israeliane. Non
è un’informazione controversa: è documentata. Nel momento in cui il libro viene
pubblicato e poi rilanciato, Gaza è sotto bombardamento, e i sistemi di
targeting basati sull’intelligenza artificiale sono al centro di un dibattito
internazionale serissimo sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
Nulla di tutto ciò appare nelle 22 tesi.
La settima dice: «Se un marine americano chiede un fucile migliore, dobbiamo
costruirlo; e lo stesso vale per il software.» È una formulazione che
neutralizza la questione morale attraverso l’analogia tecnica: un sistema di
analisi predittiva per il targeting è presentato come equivalente funzionale di
un fucile. È precisamente il tipo di ragionamento che il diritto internazionale
umanitario, e prima ancora la filosofia morale, ci chiede di rifiutare.
L’undicesima tesi afferma che «la nostra società si è fatta troppo desiderosa di
affrettare, e spesso gioisce della rovina dei suoi nemici.» È una tesi
sull’etica della vittoria formulata da chi produce gli strumenti tecnici con cui
i nemici vengono individuati, inseguiti ed eliminati. La dissonanza cognitiva è
assoluta.
COSA RIMANE
Sarebbe sbagliato liquidare il libro come privo di spunti. Alcune tesi toccano
problemi reali: la distanza tra élite tecnologica e servizio pubblico è un
fenomeno che esiste; la deriva degli algoritmi di piattaforma verso la
trivialità commerciale è documentata; la retorica vuota della governance
multilaterale ha prodotto risultati insufficienti di fronte alle sfide
geopolitiche contemporanee.
Ma un testo che identifica problemi reali per proporre soluzioni che rafforzano
il proprio modello di business non è un’analisi: è pubblicità con ambizioni
filosofiche.
The Technological Republic è, in definitiva, il documento con cui una delle
aziende più potenti e meno trasparenti del capitalismo della sorveglianza chiede
all’opinione pubblica occidentale di legittimare il suo ruolo nello Stato.
Lo fa con il linguaggio della crisi, dell’urgenza e del debito morale. Lo fa
invocando la democrazia per costruire un’architettura del potere che alla
democrazia risponde il meno possibile.
La domanda che Karp e Zamiska non fanno mai — e che è, invece, l’unica che conta
— è questa: chi controlla chi controlla?
Francesco Russo