Urago Mella, Radici e Giardini: due weekend per tornare a guardare il territorio, la natura e la comunità
Dal 16 al 18 e dal 23 al 25 ottobre alla Pieve di Urago Mella una rassegna tra teatro, musica, incontri, libri, arte e memoria. Al centro il rapporto con i luoghi che abitiamo e con le comunità che li rendono vivi. «Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece una foglia ingiallita d’un ramo di ficus che sporgeva da un’inferriata, un gatto che si scaldava su un marciapiede, un tordo che s’innalzava sulle tegole, non gli sfuggivano mai.» Così scriveva Italo Calvino in Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Ed è proprio da questo sguardo, capace di accorgersi di ciò che normalmente attraversiamo senza vedere, che prende forma Radici e Giardini, la rassegna organizzata da SomebodyTeatro alla Pieve di Urago Mella. Due weekend, dal 16 al 18 ottobre e dal 23 al 25 ottobre, dedicati alla natura, alla memoria, al territorio e alle persone che lo abitano. Un programma che attraversa teatro, musica, letteratura, fotografia, incontri e arte, ma che prima ancora vuole essere un invito a fermarsi e guardare più da vicino il luogo in cui viviamo. Perché abitare un quartiere non significa soltanto risiedervi. Significa riconoscerne le storie, le trasformazioni, le persone, gli alberi, gli spazi condivisi, le tracce del passato e le possibilità del futuro. È questo il senso profondo della rassegna: mettere in relazione le radici di un territorio con ciò che quel territorio può ancora diventare. UN QUARTIERE COME UN LIBRO DA LEGGERE Urago Mella, nella zona nord-occidentale di Brescia, è un quartiere dalla forte identità popolare e comunitaria, caratterizzato da una vivace rete associativa e da un rapporto particolare con l’ambiente naturale. Il fiume Mella, il Parco delle Colline, i campi, gli orti, i parchi e i giardini costituiscono una presenza concreta, quotidiana, che racconta un rapporto antico tra la città e la natura. È proprio questa identità che SomebodyTeatro ha scelto di ascoltare e attraversare. La Pieve diventa così un luogo di incontro e di riflessione, dove la memoria del quartiere incontra il presente e prova a interrogare il futuro. Non una rassegna calata dall’alto, ma un progetto che nasce dentro il territorio e che al territorio vuole restituire occasioni di partecipazione, confronto e immaginazione. Un quartiere può essere letto come un libro: ci sono pagine già scritte, altre che rischiano di andare perdute e altre ancora tutte da inventare. Le iniziative di Radici e Giardini provano a sfogliarle insieme. LE RADICI: MEMORIA, TERRITORIO, PERSONE Il primo fine settimana, Radici – abitare un luogo, conservare la memoria, sarà dedicato al rapporto con i luoghi, alle storie che custodiscono e alle relazioni che li attraversano. Si parte venerdì 16 ottobre alle 20.30 con la presentazione di Radici – Il cammino di Vavilov, il romanzo d’esordio di Simona Duci, che dialogherà con Tiberio Faedi. Il libro è un romanzo d’avventura ambientato in un mondo vicino al collasso ambientale. La storia segue quattro esploratori che attraversano terre selvagge e città blindate per decifrare un enigma legato alla sopravvivenza del pianeta, sfidando il potere di un oscuro antagonista. Narrativa, ecologia e mistero si intrecciano in un’avventura ispirata alla figura del grande botanico e genetista russo Nikolaj Vavilov, pioniere dello studio della biodiversità agricola e della conservazione dei semi, e a una spedizione scientifica in Kirghizistan alla quale l’autrice ha partecipato in prima persona. La serata sarà accompagnata dalla performance musicale del duo Molom, con Milena Berta e Alessandro Pedretti. Per tutta la durata della rassegna sarà inoltre visitabile alla Pieve la mostra fotografica Eden Forever. Racconto di viaggio, realizzata da Simona Duci, reportage della spedizione scientifica del 2022 in Kirghizistan, organizzata da UNIBS, Orti Botanici di Ome e Kaki Tree Project, alla ricerca del Malus sieversii, il melo selvatico all’origine del melo domestico. Duci ha partecipato alla missione come giornalista e documentarista, raccontandone il viaggio e la ricerca. Il tema della memoria e delle persone tornerà sabato 17 ottobre alle 20.30 con Pictures of You – Le storie, performance live con immagini fotografiche dedicate agli abitanti di Urago Mella, realizzata da SomebodyTeatro in collaborazione con il CDQ Urago Mella, con improvvisazioni musicali di Alessandro Adelio Rossi. Domenica 18 ottobre alle 18.00 sarà invece dedicata al rapporto tra città, mobilità e trasformazioni urbane, con un prologo affidato a Dario Balotta, ambientalista ed esperto di trasporti e infrastrutture, seguito da Attaccati al tram, azione di lettura collettiva curata da SomebodyTeatro e dal gruppo AltaVoce, a partire da Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella traduzione di Umberto Eco. Durante il weekend, la Pieve ospiterà inoltre Il Salotto della Pieve, market di handmade e artigianato creativo, e momenti conviviali al Bar della Pieve. I GIARDINI: LA NATURA COME CURA Il secondo fine settimana, Giardini – la natura come cura, sposterà lo sguardo dalla memoria alla relazione con il mondo naturale. Venerdì 23 ottobre alle 19.30, Mani e canti proporrà una riflessione sul rapporto concreto e quotidiano con la terra: da una parte il lavoro e la cura del giardino con il giardiniere Alberto Gilberti, dall’altra la musica come possibilità di immaginare un mondo verde attraverso i tre album narrati da Giancarlo Turra, scrittore. Modera Tiberio Faedi. Sabato 24 ottobre alle 18.00, il professore Antonio Di Matola, curatore degli Orti Botanici di Ome, terrà la lectio La conoscenza della botanica come atto primario per un’etica profonda della natura: un invito a conoscere il mondo vegetale non come semplice sfondo della nostra vita, ma come parte fondamentale dell’ecosistema di cui siamo parte. Alle 20.30, Giardini, la cura dell’anima porterà invece il pubblico dentro la letteratura, da Omero alla poesia contemporanea, attraverso la lettura scenica di Beatrice Faedi e le tessiture sonore dei Minor Res, Bianca M. Sciarra e Diego Rinaldi. La rassegna si chiuderà domenica 25 ottobre alle 18.00 con Cenere, spettacolo teatrale prodotto da Spazio H.Vox Brescia, con la regia di Fabio Venturelli. Liberamente ispirato a Le Troiane di Euripide, lo spettacolo mette in relazione un testo antico più di duemila anni con la brutalità delle guerre contemporanee e con la condizione di chi, dopo la distruzione, si trova a dover ricostruire la propria vita. Anche in questo caso, dunque, il giardino non è soltanto un luogo fisico: è metafora di ciò che può essere distrutto, curato, ricostruito e fatto nuovamente crescere. UNA RASSEGNA CHE NASCE DAL TERRITORIO E TORNA ALLA COMUNITÀ A completare entrambe le giornate del secondo weekend ci sarà il Brocantage, dedicato al recupero, al riciclo e al riuso di abiti, oggetti e accessori, insieme agli appuntamenti conviviali al Bar della Pieve. La varietà delle proposte è parte integrante del progetto: non esiste un unico modo di entrare in relazione con un luogo. Lo si può fare attraverso un libro, una fotografia, una pianta, una canzone, uno spettacolo, una conversazione o semplicemente incontrando altre persone. «Ed è forse proprio qui – commenta la presidente di Someboby, Beatrice Faedi – che Radici e Giardini trova il suo significato più autentico: nel tentativo di ricostruire, attraverso l’arte e la cultura, una relazione più consapevole con i luoghi che abitiamo e con le persone con cui li condividiamo. Gli alberi possono essere una metafora potente di questo rapporto: hanno radici profonde, che li tengono legati alla terra e alla loro storia, ma crescono verso l’alto, cercando luce e spazio. Così anche una comunità: ha bisogno di conoscere le proprie radici per poter immaginare il proprio futuro. Radici e Giardini vuole essere, prima di tutto, questo: un’occasione per tornare a guardare. E per scoprire che, anche dentro un quartiere, ci sono ancora molte cose da vedere, da ascoltare e da raccontare». SOMEBODYTEATRO Beatrice Faedi, coordinamento artistico Elisa Lancini, organizzazione Francesca Lancelotti, Anna Tenchini, segreteria Tiberio Faedi, grafica e comunicazione Simona Duci, collaborazione e consulenza Andrea Pasotti, Stefania Vanoni, collaborazione progetto Pictures of You Per informazioni: hello@somebodyteatro.it – 339 3818207   Redazione Sebino Franciacorta
October 15, 2026
Pressenza
Solidarietà al Senatore Scarpinato, colpevole di denunciare la “borghesia mafiosa” in Italia
In questi giorni sta esplodendo la polemica che sta colpendo il Senatore Roberto Scarpinato, membro della Commissione Antimafia in quota M5S ed ex-magistrato eroe dell’antimafia. Tutto è nato quando settimana scorsa il gip di Caltanissetta, Santi Bologna, ha accusato l’ex-magistrato antimafia Roberto Scarpinato di “attività depistanti” in antimafia per la strage di Via D’Amelio, affermando che la nota archiviazione dell’inchiesta Mafia-Appalti a Palermo – voluta da Scarpinato – è stata concausa delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il gip ha espresso anche dure valutazioni sull’ex-magistrato, che risuonano un attacco politico più che una valutazione di merito o demerito. L’ANM di Caltanissetta è intervenuta per esprimere solidarietà al gip nisseno Santi Bologna auspicando “che il dibattito su vicende di interesse collettivo si svolga senza alimentare sfiducia nei confronti dei magistrati”. Peccato che il risultato sia stato proprio l’opposto: consegnare un eroe dell’antimafia nelle grinfie di quella classe politica che non vedeva l’ora di trovare un appiglio per poter gettare fango su Scarpinato. Un ottimo espediente che ha legittimato l’attacco frontale della destra unita contro Roberto Scarpinato, una vita da magistrato contro Cosa nostra, ora senatore M5s e membro attivo della Commissione antimafia. Tra Fdi e M5S sono volati gli stracci dopo la richiesta dei meloniani ai 5S di sostituire in Antimafia l’odiato Scarpinato, colui che in Commissione da anni sollecita indagini a 360 gradi sui mandanti esterni delle stragi, compresa la pista del terrorismo attuato dall’estrema destra eversiva di stampo neofascista. I membri della maggioranza di governo stanno chiedendo le dimissioni di Scarpinato per una ragione sostanzialmente pretestuosa, e cioè delle intercettazioni risalenti a trent’anni fa prive di rilievo e conseguenze giudiziarie. Un’accusa che già in passato era stata mossa contro Scarpinato e che i suoi detrattori avevano pagato in aule di tribunale. Roberto Scarpinato in passato era già stato diffamato per aver chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta “Mafia e appalti” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 1 febbraio 2023 i giornalisti Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi sono stati condannati dal Tribunale di Avezzano – specificamente dalla giudice Camilla Cognetti – al pagamento di un’ammenda per diffamazione a mezzo stampa contro Roberto Scarpinato (all’epoca dei fatti procuratore generale di Palermo) e nei confronti dell’ex procuratore della Repubblica di Messina Guido Lo Forte. Lo Forte e Scarpinato avevano querelato Sansonetti e Aliprandi per una serie di alcuni articoli pubblicati sul quotidiano Il Dubbio (che era stampato in provincia di L’Aquila), all’epoca diretto da Sansonetti, in cui i due magistrati venivano praticamente accusati di aver “affossato” l’inchiesta Mafia-Appalti. Si trattava di un’indagine dei carabinieri del Ros aperta nel 1991 sui legami economici tra Cosa Nostra, l’imprenditoria e la politica: una sorta di costola siciliana di Tangentopoli che incrocia il periodo delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. A Scarpinato e Lo Forte, che all’epoca erano sostituti procuratori a Palermo, viene da sempre contestata in modo strumentale la firma apposta sotto la richiesta di archiviazione di una parte di Mafia-Appalti, il 13 luglio 1992, sei giorni prima dell’omicidio di Paolo Borsellino. Ma quella era soltanto una costola dell’inchiesta, che venne riaperta poco dopo. A ricordarlo era stato lo stesso Scarpinato deponendo a Caltanissetta come testimone al processo sul depistaggio delle prime indagini su via d’Amelio: “L’archiviazione del luglio 1992? Non è l’archiviazione di mafia-appalti. Mafia-appalti continua anche dopo quella archiviazione, tant’è che il 5 settembre 1992 viene depositata la nuova informativa sulla Sirap e nel maggio 1993 vengono arrestati 25 personaggi, tra cui lo staff direttivo della Sirap, l’onorevole Lombardo e fu chiesta autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri – sono le parole del magistrato in aula – Quindi quella archiviazione non riguardava mafia-appalti, come spesso nella stampa si legge impropriamente, ma riguardava soltanto la posizione di alcuni soggetti per cui non erano stati aggiunti sufficienti elementi anche a causa di una grave anomalia istituzionale”. Nel corso della sua deposizione Scarpinato aveva ricordato la relazione della Procura di Palermo che, del giugno 1998, “ricostruiva l’intera vicenda dell’inchiesta mafia-appalti”. Dunque è falso sostenere che l’inchiesta Mafia-Appalti sia stata semplicemente “archiviata”, poichè nel luglio 1992 furono archiviate solo alcune posizioni, mentre l’indagine proseguì e alcuni degli interessati vennero successivamente arrestati. E’ anche falso sostenere che questa “archiviazione parziale” avvenne all’insaputa di Borsellino, poichè vi sono elementi – ampiamenti documentati – che dimostrano che Paolo Borsellino fosse stato informato della richiesta di archiviazione parziale. Più volte Scarpinato ha ricordato l’audizione del magistrato Patronaggio che, davanti alla stessa Commissione Antimafia, riferì della riunione del 14 luglio 1992 alla quale partecipò Borsellino e nella quale si parlò proprio di quella vicenda, richiamando ad atti giudiziari e dichiarazioni rese negli anni successivi. E allora una domanda sorge spontanea: 𝐬𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐨𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚? Roberto Scarpinato oggi muove accuse pesantissime alla presidente Chiara Colosimo e lo fa richiamando audizioni, dichiarazioni e atti giudiziari precisi. Scarpinato arriva a parlare addirittura di un “depistaggio in diretta televisiva”: un’accusa gravissima, che naturalmente dovrà essere verificata e alla quale Colosimo ha tutto il diritto di replicare. Ma proprio perché parliamo della Commissione parlamentare Antimafia, 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐫 𝐟𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚. Qui non stiamo discutendo di una normale polemica politica. Stiamo parlando delle stragi del 1992, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone e della ricerca della verità su una delle pagine più drammatiche della Repubblica. E mentre da Fratelli d’Italia proviene la richiesta di cacciare Scarpinato dalla Commissione, forse sarebbe il caso, prima di distribuire sentenze politiche, di rispondere nel merito alle questioni che sta sollevando. A trattare in modo strumentale il caso sulle “intercettazione shock”, era stato anche Massimo Giletti che, nella puntata del 29 settembre 2025 de Lo stato delle cose dedicata al caso, dimostrava di non conoscere la vicenda e soprattutto di far di tutto per mettere in cattiva luce Scarpinato, il quale si sforza di spiegare a Giletti la vicenda trovandosi un muro di pietra. Non è la prima volta che Scarpinato viene preso di mira dall’establishment. A causa dell’attività svolta in tanti procedimenti concernenti la criminalità del potere e i rapporti di collusioni con la mafia di colletti bianchi del mondo della politica, delle istituzioni e della economia, è stato spesso al centro di interrogazioni parlamentari, articoli polemici e di attacchi. Nel 1999 l’onorevole Mancuso addebitò a Scarpinato con una interrogazione parlamentare di avere venduto nel 1996 un immobile di cui era comproprietario alla moglie di un soggetto che nel 1992 era stato indagato e archiviato dallo stesso Scarpinato. Il Ministro della Giustizia dopo avere effettuato accertamenti escluse in radice qualsiasi sospetto di irregolarità. Nel luglio 2012 su richiesta di un componente laico del CSM veniva aperta una pratica per il suo trasferimento di ufficio perché in occasione di un intervento – svolto su invito dei familiari di Paolo Borsellino il 19 luglio 2012 nella ricorrenza del ventennale della strage di Via D’Amelio nell’ora e nel luogo della strage -, aveva manifestato il disagio provato in passato nel constatare che in occasione delle commemorazioni ufficiali dei magistrati assassinati dalla mafia erano presenti tra le prime fila anche personaggi che rivestivano cariche pubbliche, la cui condotta non appariva coerente con i valori di legalità. La pratica di trasferimento non aveva alcun corso a seguito di una serie di prese di posizione a suo favore da parte dell’ANM nazionale, di parenti delle vittime delle stragi, di associazioni culturali e da 528 magistrati in servizio presso uffici giudiziari di tutto il paese, i quali sottoscrivevano e inviavano al CSM un documento con il quale ribadivano che il discorso pronunciato da Scarpinato costituiva esercizio non censurabile del diritto costituzionalmente garantito di manifestare il proprio pensiero. Si conosce molto bene la reputazione di Scarpinato, oltre alla carriera da magistrato che ha segnato la storia della giustizia in Italia. Il fatto che il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami chieda la rimozione di Scarpinato dalla Commissione Antimafia e dal Copasir con congetture retoriche è solo per una ragione reale: Scarpinato si sta battendo per non far naufragare le indagini e le inchieste sulle stragi di mafia dei primi anni ‘90, che la destra vorrebbe ridurre a questioni di appalti, mentre invece hanno un profondo significato politico e costituiscono la parte finale dell’epoca dello stragismo iniziata 10-15 anni prima con chiare finalità eversive dell’ordine costituzionale e di attacco alla democrazia italiana. Negli ultimi 50 anni in Italia c’è ancora una parte della storia che deve essere scritta e che sta lentamente e faticosamente emergendo in vari filoni giudiziari e che mostra come l’Italia – fin dal Secondo dopoguerra – sia stata il teatro di trame e strategie occulte per tenere i comunisti lontano dal governo e deviare la vita politica del Paese dai binari del progresso democratico, sociale ed economico con il fine di tenere ogni governo italiano saldamente nelle mani degli interessi dei vertici sociali ed economici italiani, e disciplinatamente al servizio degli Stati Uniti d’America, che ci occupano militarmente dal 1945. Ecco dunque spiegata la storia, almeno dalla fine degli anni Ottanta, dell’esistenza di associazioni eversive come la P2, Gladio e della Rete Stay Behind. Fin dal Secondo dopoguerra, con la mancata epurazione dei fascisti dalle neonate istituzione democratiche repubblicane e con il principio della continuità dello Stato – come analizzò lo storico Claudio Pavone -,  una parte società italiana collusa col regime fascista sopravvissuta alla fine del fascismo venne riabilitata sulla scena pubblica si è data molto da fare per mettere in piedi un insieme di rapporti tra apparati di Stato, servizi segreti deviati, militanza neofascista, mafia, logge massoniche e CIA, finalizzata a organizzare il presidio del confine tra i due mondi nella Guerra Fredda e l’eventuale esercito “non ufficiale” funzionale a realizzare colpi di Stato eversivi dell’ordine costituzionale, qualora i comunisti fossero arrivati al governo. Ecco dunque il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli; il Piano Solo del 1964, un tentativo di colpo di Stato  chiamato in tal modo perché “solo l’Arma dei Carabinieri” lo avrebbe dovuto attuare, fatto predisporre da Giovanni de Lorenzo durante il suo incarico di comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, per volere del presidente della Repubblica Antonio Segni; e il golpe Borghese, un tentato colpo di Stato neofascista avvenuto in Italia nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, organizzato dal principe e comandante della Decima Flottiglia MAS Junio Valerio Borghese, a capo del movimento Fronte Nazionale. Per non parlare del sottile filo della strategia della tensione che lega una matassa piuttosto intricata di eventi, vicende, strategie e trame occulte che va dalla Strage di Portella della Ginestra alla morte di Pinelli, attraversa le stragi di Stato portate avanti dal neofascismo eversivo con esplosovi proveniente da basi NATO vicine (Strage di Piazza Loggia, Strage di Piazza Fontana, Strage di Bologna, Strage dell’Italicus) per poi arrivare a quello che Leonardo Sciascia chiamava l’Affare Moro (le cui indagini per il ritrovamento sono state sistematicamente depistate, al fine di far fallire la prospettiva del “compromesso storico”), alla P2, al terrorismo nero e alle innumerevoli stragi di civili e di magistrati da parte della mafia. È un pezzo di storia con cui l’Italia non ha ancora fatto i conti, e non vuole fare i conti, poiché oggi al governo e ai vertici economici e istituzionali del Paese ci sono proprio gli eredi politici di questa strategia antidemocratica che teneva insieme l’estrema destra, i pezzi di Stato deviato, le organizzazioni massoniche e gli interessi statunitensi. Eredi che, tra l’altro, nella destra politica, lo sono proprio sul piano della discendenza dalla collusione tra Berlusconi e le organizzazioni mafiose: quella che Scarpinato più volte ha definito “borghesia mafiosa”, quella che ha portato alla fondazione di Forza Italia e Berlusconi al potere oltre ad essere il garante del grande patto tra vertici del capitalismo italiano e organizzazioni criminali contro lo Stato. Quella al governo oggi è davvero la peggiore destra della storia repubblicana, proliferata grazie ai soldi della mafia e allo sfascio della cultura pubblica del Paese, ed erede degli stragisti neofascisti che erano gli alleati ed esecutori materiali delle strategie stragiste con la collusione degli occupanti americani. Sostenere Roberto Scarpinato significata sostenere il ruolo della Commissione antimafia, facendo sì che  le indagini non siano ancora vittime di depistaggio, dirottate lontano da questa immensa montagna di eversione, mafia, connivenza con pezzi di Stato deviati e servizi segreti stranieri.   Fonti: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/10/15/caso-scarpinato-colosimo-propone-legge-su-incompatibilita-dei-commissari-conte-fdi-combatte-la-mafia-o-campioni-dellantimafia/7731884/ https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Roberto-Scarpinato-I-mandanti-impuniti-delle-stragi-italiane-bb161272-4742-4706-8cbe-2fd9b8b07748.html https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Roberto-Scarpinato-Listituto-della-prescrizione-in-Italia-cf42cbb3-fe8a-46c5-a477-7223aa4b36f1.html Lorenzo Poli
October 15, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (Prima parte) : come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata 13 agosto 2026 Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in Cisgiordania. La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati. Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie, si è ridotta a un esile rivolo. I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della comunità. “Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha raccontato Rashaidh a Middle East Eye. “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”. “Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola. La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati. Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali. Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno. “L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni, presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio. In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di 124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane. “Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché restare è diventato impossibile”. self, Public domain, via Wikimedia Commons Declino costante Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50% e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale. Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE. Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente. L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere, ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Storicamente, tre pozzi gestiti dallo Stato nell’area di Ein al-Auja raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher. Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi. Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e insufficienti”. “L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha affermato. Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 30.000 dunum (3.000 ettari) nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 3.000 dunum, ha precisato Abu Zaher. Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto, bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno giornaliero. Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà quotidiana. “Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della scarsità della sorgente”, ha dichiarato a MEE Naifa Zaied, sfollata a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”. La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare, lavarsi e accudire il bestiame. “Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a questa necessità rispetto a tutte le altre”. -continua- Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione Valentina Valle Redazione Piemonte Orientale
October 14, 2026
Pressenza
Un anno dal cessate il fuoco: la situazione umanitaria si aggrava
A un anno dall’annuncio del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, centinaia di migliaia di persone vivono ancora in tende o rifugi di fortuna, con accesso limitato ad acqua potabile, cure mediche e beni essenziali. Gli attacchi continuano a causare vittime e feriti, mentre l’ingresso degli aiuti umanitari resta insufficiente. EMERGENCY è presente nella Striscia di Gaza con due cliniche di assistenza primaria ad al-Qarara e al-Mawasi, nell’area di Khan Younis, dove ogni giorno vengono visitati complessivamente tra i 400 e i 600 pazienti. La maggior parte sono donne in gravidanza e bambini. Le patologie più frequenti sono infezioni respiratorie e gastrointestinali, malattie della pelle e patologie croniche come diabete e ipertensione. “Qualche giorno fa siamo dovuti rimanere tre quarti d’ora in più all’interno della clinica prima di rientrare a casa perché nel tragitto c’era appena stata un’esplosione con morti e feriti – racconta Giulia Folci, ostetrica di EMERGENCY a Gaza –. Sono diminuite le esplosioni, ma lo stato di ansia e di emergenza è ancora presente.” Secondo le stime più recenti, dall’annuncio del cessate il fuoco sarebbero oltre 1.400 le vittime e più di 4.700 i feriti.[1] Gli aiuti umanitari, tra cui farmaci e dispositivi medici, continuano a incontrare forti difficoltà all’ingresso, anche a causa delle limitazioni nell’entrata di materiali e beni dal valico di Kerem Shalom. Tutto ciò si ripercuote sulla salute dei gazawi, specialmente di donne e bambini. “Lottiamo ogni giorno per fornire ai nostri pazienti le medicine necessarie – prosegue Folci –. Tagliamo le garze per far fronte alle ferite che arrivano. Alle donne in gravidanza che visito non posso dare il ferro, una delle terapie essenziali per ridurre il rischio di anemia, di parto prematuro, di basso peso alla nascita e di complicanze che possono mettere in pericolo la vita della madre e del bambino. A donne con il diabete gestazionale o malnutrizione è impossibile dare consigli alimentari realistici. Il dato ufficiale dei morti per bombardamenti in questi tre anni è di oltre 73.000, ma esclude coloro che non sono riusciti a sopravvivere per la mancanza di terapie di cui avrebbero avuto bisogno e questo è drammatico.” I prezzi di cibo e beni essenziali sono aumentati in media del 207% rispetto a prima della guerra, mentre molte famiglie hanno visto ridursi drasticamente il proprio potere d’acquisto. L’ingresso di beni commerciali continua, infatti, a essere privilegiato rispetto agli aiuti umanitari. Secondo gli ultimi dati riportati dalle Nazioni Unite il numero di camion di aiuti umanitari effettivamente scaricati nella Striscia è sceso dal 77% al 70%. Parallelamente, una parte significativa delle merci commerciali in ingresso continua a essere composta da beni non essenziali.[2] La tipologia di alimenti disponibili, in particolare, è inadeguata per garantire alle persone l’apporto nutrizionale di cui hanno bisogno. Secondo l’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) entro dicembre 2026 saranno 1.4 milioni le persone in condizione di grave insicurezza alimentare.[3] Alla scarsità di cibo si aggiunge la difficoltà di accesso all’acqua pulita, con conseguenze dirette sulla salute della popolazione. “Una cosa che come ostetrica mi tocca particolarmente è ad esempio la preparazione del latte in polvere – aggiunge Folci –. Purtroppo, in alcuni casi è necessario che il bambino lo prenda, e questo è molto difficile da preparare con dell’acqua sporca ed espone i bambini ad altissimi rischi.” Tra le categorie più esposte alle conseguenze della crisi umanitaria, infatti, ci sono i bambini, che rappresentano quasi la metà della popolazione della Striscia e che pagano il prezzo più alto della carenza di acqua pulita, cibo adeguato, assistenza sanitaria e condizioni di vita precarie. Centinaia di migliaia di gazawi vivono infatti ancora in tende o rifugi di fortuna, e l’arrivo della stagione più fredda e piovosa contribuirà a rendere le condizioni di vita della popolazione ancora più difficili. “Le persone non sanno più dove rifugiarsi. Ci sono state le prime piogge della stagione che hanno colto la maggior parte della popolazione in tende ormai fatiscenti – prosegue Jacopo Intini, coordinatore programma EMERGENCY a Gaza –. Periodicamente si verificano incendi perché le persone bruciano l’immondizia per cucinare. Ci avviciniamo all’autunno e all’inverno, piogge e basse temperature porteranno a una situazione di ulteriore sovraffollamento e di precarietà. È ormai urgente che entrino i materiali necessari a riparare le tende o costruire ripari più sicuri.” A un anno dall’annuncio del cessate il fuoco, la popolazione civile di Gaza continua a vivere senza adeguate condizioni di sicurezza, assistenza sanitaria e accesso ai beni essenziali. EMERGENCY rinnova il proprio appello per un cessate il fuoco permanente, la riapertura stabile di tutti i valichi affinché possano entrare senza ostacoli aiuti umanitari, farmaci, materiale medico e beni indispensabili per la sopravvivenza della popolazione e nel rispetto del diritto internazionale umanitario. “Il volto nascosto della guerra – conclude Silvia Professione, medico di EMERGENCY a Gaza –  è una ragazza che piange perché non trova in nessuna farmacia l’insulina necessaria a curare il suo diabete; è una bambina di 9 mesi con una malformazione al cuore che aspetta il permesso di andare all’estero per essere curata; è un bambino che pesa molti chili in meno rispetto alla norma per la sua età; è un uomo con le coronarie malate e la consapevolezza che non ci sono più le attrezzature necessarie a salvargli la vita. Senza un accesso regolare agli aiuti e una reale protezione dei civili l’emergenza umanitaria nella Striscia è destinata ad aggravarsi tragicamente nei prossimi mesi.” -------------------------------------------------------------------------------- [1] OCHA, Humanitarian Situation Report, 18 September 2026, https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-18-september-2026 [2] Secondo gli stessi dati OCHA il 33% dei carichi commerciali entrati trasportava articoli non essenziali. [3]IPC Global Initiative – Special Snapshot, https://www.ipcinfo.org/ fileadmin/user_upload/ipcinfo/docs/IPC_Gaza_Strip_Acute_ Food_Insecurity_Malnutrition_Apr_Dec2026_Special_Snapshot.pdf Emergency
October 14, 2026
Pressenza
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili
Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva  un nuovo studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La policy di SACE sui finanziamenti alle fossili è del tutto inadeguata rispetto a quanto prevede la Clean Energy Transition Partnership, iniziativa a cui l’Italia ha aderito durante la conferenza sul clima di Glasgow del 2021, tanto che è stato possibile finanziare progetti di esplorazione e produzione di gas fino al gennaio del 2026, mentre le esenzioni esistenti potrebbero posticipare ulteriormente la scadenza, come abbiamo già visto con il sostegno finanziario alla Fase 3 del progetto di gas Sakarya in Turchia. Per quanto riguarda il finanziamento in corso dei progetti midstream gas (trasporto e stoccaggio), attualmente non esiste una scadenza entro la quale i finanziamenti debbano terminare, in quanto è “ancora da definire”. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese TotalEnergies e nonostante le preoccupazioni espresse da vari esperti ONU sui finanziamenti al progetto Coral North FLNG del Cane a sei zampe. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. «Invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Interrompere il sostegno di SACE al comparto fossile è una delle maniere più immediate per rompere la dipendenza italiana da petrolio e gas e, di conseguenza, la spirale di inflazione. Si favorirebbero così politiche che portino beneficio alle fasce più vulnerabili della popolazione e non alle tasche di pochi», conclude Ogno. Re: Common
October 14, 2026
Pressenza
La natura che non vediamo: il mondo vivo oltre le apparenze
Siamo abituati a osservare la natura per ciò che appare: un prato verde, un albero, un fiore. Più difficile è riconoscere quello che si nasconde sotto la superficie o comprendere le relazioni che legano gli organismi tra loro. Eppure, proprio ciò che non vediamo sostiene gran parte degli equilibri da cui dipende la vita. È anche da queste suggestioni che si può partire per guardare a Orticolario, la manifestazione dedicata alla cultura del giardinaggio, al paesaggio e al rapporto tra uomo e natura, che si svolge negli spazi di Villa Erba, a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. L’edizione 2026, in programma dal 1° al 4 ottobre, ha scelto il tema en rêverie, il sogno a occhi aperti: un invito a lasciarsi sorprendere dalla natura e a immaginare nuovi modi di entrare in relazione con essa. Tra le installazioni presentate, alcune offrono l’occasione per andare oltre la bellezza immediata di un giardino e interrogarsi sulla complessità del mondo vivente. Perché la natura non è soltanto ciò che vediamo e ammiriamo: è anche un insieme di organismi, scambi e processi spesso invisibili, dai quali dipende la salute degli ecosistemi. Il suolo, per esempio, viene spesso considerato una semplice base su cui crescono le piante, uno spazio da coltivare o da mantenere ordinato. In realtà è un ambiente complesso, abitato da una straordinaria varietà di organismi. Batteri, funghi, alghe e altri microrganismi contribuiscono alla trasformazione della materia organica, alla disponibilità dei nutrienti e ai processi che rendono possibile la crescita delle piante. La salute del terreno dipende anche da queste forme di vita, invisibili a occhio nudo ma essenziali per il funzionamento degli ecosistemi. È proprio su questa dimensione che si concentra Olobioma, progetto di Jonathan Arnaboldi, architetto paesaggista di Cucciago, e Matteo Pellicanò, agrotecnico di Tavernerio, entrambi nel Comasco, realizzato in collaborazione con il dipartimento DeFENS dell’Università degli Studi di Milano. L’opera richiama l’attenzione sulla comunità microscopica che vive nel suolo e sulle relazioni che legano questi organismi al mondo vegetale. Pensare al terreno come a un sistema vivo significa anche interrogarsi sul modo in cui lo trattiamo. Le lavorazioni intensive, la perdita di materia organica e l’impiego inappropriato di prodotti chimici possono compromettere, in condizioni diverse, la biodiversità e i processi biologici del suolo. Un terreno non dovrebbe quindi essere valutato soltanto per la sua capacità di sostenere una vegetazione rigogliosa o per il suo aspetto ordinato, ma anche per la vita che ospita e per la sua capacità di mantenere le proprie funzioni ecologiche. Un’altra forma di invisibilità riguarda direttamente le piante. Ci accorgiamo facilmente di un animale che si muove, mentre possiamo attraversare un giardino senza soffermarci sulla varietà delle specie vegetali che lo abitano. Questa tendenza è conosciuta come plant blindness: l’abitudine a non prestare sufficiente attenzione alle piante, considerate spesso un semplice sfondo del paesaggio anziché organismi viventi con caratteristiche e funzioni proprie. A questa disattenzione si richiama Rorschach Plant, progetto dell’artista Aurora Bresci, di Livorno, parte della sua ricerca La carne delle piante. L’opera invita a interrogare il nostro modo di percepire il mondo vegetale e a mettere in discussione l’abitudine a considerarlo familiare e, proprio per questo, quasi invisibile. Eppure le piante non sono una semplice cornice della vita umana. Costituiscono la base di numerose catene alimentari, offrono nutrimento e rifugio a molte specie e partecipano ai cicli dell’acqua e dei nutrienti e alla regolazione del clima. Anche negli ambienti urbani alberi, arbusti e aree verdi possono contribuire a mitigare il calore e a offrire habitat per altre forme di vita. Non conta, però, soltanto la quantità di verde: sono importanti anche la varietà delle specie, la qualità degli ambienti e le relazioni ecologiche che possono svilupparsi al loro interno. La biodiversità, infatti, non coincide con una semplice collezione di specie. È fatta anche delle interazioni che le collegano e che permettono agli ecosistemi di funzionare. La perdita di una specie o il degrado di un habitat possono avere conseguenze che vanno oltre ciò che appare nell’immediato, alterando equilibri costruiti nel corso del tempo. Un cambio di prospettiva è suggerito anche da Frattura fertile, ideata da Ajadi Bushaj, di Milano, e Pietro Frazzei, di Lecco. Una spaccatura nel prato diventa l’occasione per immaginare un ecosistema rigoglioso: quello che potrebbe apparire come una rottura dell’ordine rivela la possibilità di una nuova forma di vita. L’immagine mette in discussione l’idea che la natura debba essere sempre controllata, uniforme e priva di imperfezioni per essere considerata bella. È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di progettare giardini e spazi verdi. Lasciare spazio alle specie spontanee, scegliere piante adatte alle condizioni locali e ridurre gli interventi non necessari possono contribuire, in molti contesti, a favorire la biodiversità. Non si tratta di rinunciare alla cura del paesaggio, ma di ripensarla: non imporre ovunque un ordine uniforme, bensì riconoscere i processi naturali e trovare un equilibrio tra le esigenze umane e quelle degli altri organismi. Forse è proprio questo l’invito più interessante che emerge da queste opere: imparare a osservare senza fermarsi alle apparenze. Un prato non è soltanto una superficie verde; un terreno non è materia inerte; una pianta non è soltanto un elemento decorativo. Dietro ciascuno di questi elementi si sviluppano processi e relazioni che ci ricordano quanto gli esseri umani siano parte della natura, e non spettatori esterni. Il tema del sogno può allora diventare un’occasione per immaginare un diverso modo di abitare il mondo: meno orientato al controllo assoluto e più attento ai ritmi, alle esigenze e alle interdipendenze del vivente. Conoscere ciò che normalmente non vediamo è un primo passo per riconoscerne il valore. Proteggere la natura non significa soltanto conservare paesaggi piacevoli da guardare. Significa tutelare anche la vita microscopica del suolo, la varietà delle piante, gli habitat e le relazioni ecologiche che rendono possibile la continuità degli ecosistemi. In fondo, imparare a vedere meglio è già un modo per cominciare a prenderci cura di ciò che ci circonda. Tiziana Volta
October 14, 2026
Pressenza
[2026-10-18] Bike Massacre + Ink for Gaza @ CSOA Forte Prenestino
BIKE MASSACRE + INK FOR GAZA CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (domenica, 18 ottobre 12:00) Attenzione, popolazione. Il 18 ottobre al csoa Forte Prenestino ritorna il famigerato Bike Massacre e, in un’indimenticabile giornata che inizierà la mattina e terminerà alla fine del mondo, oltre a provare il brivido di percorrere un massacrante percorso ciclistico pedalando su assurde biciclette troverete il mercato contadino TerraTerra, che vi proporrà i suoi prodotti agroalimentari biologici e sostenibili a chilometro zero. Potrete inoltre assisterete alla presentazione dell’ultimo cinematografico e imperdibile numero della fanzine Urbikerz autoprodotta dall’eclettico collettivo Artisticalmass. Potrete partecipare alla ricchissima e spettacolare riffa indetta dalla spaziale CicloUFOfficinA per raccogliere fondi a favore di GazaWeb e GazaFreestyle. Potrete tatuarvi nella sala concerti partecipando alla giornata benefica Ink4Gaza e sostenendo così la Palestina. Inoltre, udite udite, se porterete con voi una T-Shirt scura, la serigrafia del Forte, ci stamperà sopra l’esclusiva e mirabolante grafica dedicata al Bike Massacre, il Leatherface armato di triciclo. Quindi, per domenica 18 ottobre, cancellate i vostri impegni e venite a massacrarvi al csoa Forte Prenestino. Ink for Gaza serve per finanziare i progetti di SOS Gaza e le operazioni d'emergenza quotidiana. Tende scuola, cucine da campo, tende mediche, distribuzione di acqua filtrata e distribuzione di kit igiene per donne, sono le attività che finanzieremo con questa edizione. A Gaza il genocidio non è finito e questa è l'occasione per una cosa grande da fare insieme. C'è bisogno di tutte e di tutti... Ci vediamo in sala concerti! Vieni e fai venire!
October 14, 2026
Gancio de Roma
L’inverno dello scontento dei giovani, tra la rabbia di Parigi e lo strano silenzio italiano – di Cristina Morini
Esistere, non sopravvivere C’è un momento preciso, nella primavera di ogni studente dell'ultimo anno dei licei francesi, in cui il futuro smette di essere un orizzonte aperto e diventa un verdetto numerico. Quel momento ha il nome di una sorta di ghigliottina burocratica: Parcoursup. Nata per ordinare il caos delle iscrizioni universitarie, l’algoritmo di [...]
October 14, 2026
Effimera
Gioco, corpi e politica nelle aura battle
Riprendiamo da Effimera.org – in versione esemplificata – l’interessante articolo di Francesco Demitry sulle originali pratiche di comunicazione e di lotta che si sono registrate nelle grani manifestazioni studentesche dilaganti nelle città d’oltralpe e che non sembrano arrestarsi anche di fronte alla dura azione repressiva delle forze di polizia[accì] _________________ Da qualche tempo, sui social e poi sempre più spesso nello spazio fisico, si parla di aura (aura points, aura farming, fino alle aura battle): due persone al centro di un cerchio cercano di imporsi attraverso pose, gesti, sguardi, movimenti, mentre il pubblico decide chi possiede più aura. È facile sorriderne. È quasi inevitabile che chi è cresciuto prima dei social, o anche soltanto prima di TikTok, sia tentato di vedere in tutto questo una nuova forma di narcisismo o una gara di vanità o ancora il sintomo di una generazione costretta a trasformarsi continuamente in immagine. Ma proprio qui comincia il problema, anche perché questa pratica sta dilagando come un virus in tutte le proteste studentesche che stanno attraversando la Francia in questi giorni. Le prime domande da porsi, per affrontare la questione, sono forse queste: come parlare di queste pratiche senza assumere automaticamente lo sguardo paternalistico dell’adulto che spiega ai giovani che cosa stanno davvero facendo? e come osservarle senza trasformarle nell’ennesima prova della degenerazione della società o, al contrario, in una nuova forma di autenticità generazionale che noi adulti non sapremmo più comprendere? Anch’io, inizialmente, ho guardato queste scene con una certa diffidenza. Poi, confrontandomi e osservandole, mi sono sempre più convinto che valesse la pena approfondire la questione senza fermarmi alla superficie. Così mi sono detto che forse bisogna partire da una cosa molto semplice: guardarli gioire. Non per idealizzare quella gioia, ma per non perderne la realtà. C’è anche, ed è evidente, qualcosa di piacevole, di liberatorio e perfino di esilarante in queste scene. Gli studenti si muovono, si espongono, si imitano e si sfidano mentre il pubblico ride, urla e, in qualche modo, partecipa. In mezzo alla produzione incessante di contenuti digitali compare una cosa sorprendentemente antica: un gruppo di persone che si raccoglie attorno a due corpi e attribuisce insieme un valore a ciò che accade. E lo fa dal vivo. Ma forse dovremmo guardare a quello che succede quando si forma il cerchio e questa pratica si produce. Per qualche minuto, un cortile, una piazza, una strada, o un corteo, comincia a funzionare diversamente: c’è un centro in cui ci si espone, un bordo da cui si guarda, si ride, si incita; qualcuno entra, qualcun altro torna tra gli altri. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma nemmeno sottratto magicamente ai rapporti di potere che lo attraversano. Qualcosa però cambia: il modo di usarlo, le relazioni che vi si stabiliscono e le possibilità di apparire e di partecipare. E qui Lefebvre può essere d’aiuto: non perché il cerchio produca di per sé uno spazio liberato o differenziale, ma perché permette di interrogare la tensione fra l’organizzazione dello spazio e gli usi che le persone ne fanno. Sono usi che possono riprodurre le relazioni esistenti, ma anche modificarle, piegarle ed aprire possibilità impreviste. Gli utenti non sono semplicemente gli occupanti di uno spazio organizzato da altri: contribuiscono a produrlo, senza per questo controllarlo interamente. Lo spazio (sociale) è un prodotto (sociale)! E qui la questione dello spazio incontra quella della performance: il gesto non esprime soltanto una qualità individuale, ma acquista efficacia attraverso i corpi che lo guardano, lo riconoscono, lo deridono o lo rilanciano. Il cerchio non è soltanto il luogo in cui la scena avviene; è parte di ciò che la rende possibile. Forse dovremmo stare attenti anche a non psicologizzare troppo rapidamente tutto questo. Se diciamo che questi ragazzi fanno questa pratica perché hanno bisogno di attenzione, di riconoscimento o di autostima, abbiamo già deciso che dietro c’è una mancanza che dobbiamo spiegare. Forse qui vediamo anche un’eccedenza: una quantità di energia, di gioco, di imitazione, di esposizione e di desiderio di stare insieme che cerca semplicemente un modo per comporsi. Non possiamo chiederci che cosa manca a questi ragazzi, senza domandarci che cosa sono capaci di fare insieme. Il fatto però che una pratica produca gioia non significa che debba essere sottratta alla critica. Ho pensato che forse bisogna provare a tenere insieme entrambe le cose: la gioia e la contraddizione. L’aura sembra essere anzitutto una proprietà individuale, poiché è qualcosa che uno possiede mentre l’altro no. È interessante, inoltre, che una parola come aura sia riemersa in un uso popolare, entrando nel linguaggio quotidiano attraverso i codici dei social e dei video brevi. La parola evoca qualcosa di impalpabile, una presenza, un alone di carisma che sembra distinguere una persona dalle altre. Eppure, nel gioco, questa qualità viene immediatamente profanata: diventa un punteggio, qualcosa che si può accumulare, perdere o attribuire a qualcun altro. Ma forse non perde del tutto il proprio carattere enigmatico. Anche quando viene tradotta in una misura, l’effetto di un gesto continua a dipendere da qualcosa che non si lascia misurare interamente. Il gioco desacralizza l’aura e, nello stesso momento, la rimette in circolazione. Il soggetto sembra così diventare una piccola impresa di se stesso: lavora e guadagna (punti) attraverso il corpo, la postura, la voce, il movimento e il modo di apparire. L’aura farming sembra la forma più ironica e compiuta di questo lavoro. Ma c’è subito un paradosso: l’aura non può essere posseduta individualmente perché esiste solo attraverso gli altri. Non basta sentirsi carismatici: qualcuno deve riconoscerlo. Un po’ come avviene coi like sui social, o su altre piattaforme. Un gesto funziona soltanto se esiste un linguaggio comune capace di leggerlo. Una posa può produrre aura in una situazione e imbarazzo in un’altra. L’aura, così, non è una cosa che sta dentro il soggetto, ma ciò che emerge fra il soggetto, gli altri, lo spazio e i codici che si condividono. Per questo la battle in sé è più interessante dell’aura farming. La gara rende visibile la relazione che normalmente resta nascosta, ma ci obbliga anche a chiederci come siano organizzate le condizioni del riconoscimento. Chi può occupare il centro del cerchio?, i protagonisti si propongono spontaneamente o vengono chiamati?, chi decide chi può partecipare e secondo quali regole?, quali gesti, quali immaginari, quali modi di esibirsi attirano più partecipazione degli altri?. Sono domande apparentemente semplici, ma non secondarie: il gioco non si svolge in uno spazio privo di regole, e anche quando le regole non vengono dichiarate apertamente qualcuno può imparare a usarle meglio di altri. Chi riesce a sostenere lo sguardo?, chi riesce a trasformare il proprio gesto individuale in entusiasmo collettivo?, chi viene riconosciuto come portatore di forza? – tutte questioni che riguardano anche la politica nel senso più classico: chi può apparire, chi ha diritto a essere visto, chi riesce a far sì che un gesto individuale diventi un segno capace di muovere altri corpi? Per comprendere davvero il fenomeno, però, bisognerebbe osservare anche le differenze tra le diverse situazioni: non dare per scontato che tutte le battle funzionino nello stesso modo, che tutti i partecipanti siano mossi dalle stesse ragioni o che ogni forma di esibizione venga accolta allo stesso modo. Redazione Italia
October 14, 2026
Pressenza

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