#nowar #Roma, sala stampa Camera dei Deputati, martedì 19 maggio, ore 19
Per un Governo che attui l'articolo 11 della Costituzione - L'Italia ripudia la
#guerra
Con Stefania Ascari (deputata M5S), Antonio Mazzeo (docente, giornalista e
attivista), Chiara Masini (Coordinamento Nazionale No NATO), Mario Sanguinetti
(Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell'università).
Modera la giornalista Giulia Bertotto
Bombe ferme, trattativa in corso
Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump
fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out). Tornato da Pechino
praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia
quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con
le […]
L'articolo Bombe ferme, trattativa in corso su Contropiano.
Comita: la parole del legame
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca
collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore
plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di
confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi,
lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
La comita parla di legame. Persone che si uniscono, mettono insieme i pochi
mezzi che hanno e trasformano la fiducia in forza, in una rotta condivisa, in
una possibilità.
Non ci sono intermediari né promesse comprate: solo mani che collaborano,
conoscenze messe a disposizione del mare e qualcuno che accetta di guidare,
diventando rais, portando sulle spalle il rischio e la speranza di tutti. È un
partire che cresce nei quartieri, tra chi il mare lo conosce da sempre, tra chi
lo attraversa già con lo sguardo prima ancora che con il corpo.
La comita racconta che migrare è una scelta costruita dentro reti di fiducia,
risorse e coraggio. E allo stesso tempo rivela le disuguaglianze: perché solo
alcuni possono permettersi di partire così, mentre altri restano affidati a mani
sconosciute.
È, in fondo, una traversata che non comincia dalla riva, ma dalle relazioni: un
pezzo di comunità che si stacca dalla terra e prova, insieme, a immaginare un
altrove.
COMITA
Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova
Il verbo latino committere è entrato dentro il dialetto tunisino attraverso la
parola comita, un termine che indica una «compagnia», una «comitiva», un
«equipaggio» che si mette d’accordo per organizzare l’attraversamento del canale
di Sicilia in maniera autonoma, acquistando collettivamente la barca e tutto il
materiale per dividere le spese e partire verso l’Italia.
In Tunisia questa modalità di uscita (kharja) è contrapposta al viaggio
organizzato attraverso un facilitatore (si veda Harrag), che permette di evitare
i rischi di una truffa e i costi del servizio di intermediazione.
La migrazione in comita segue linee di amicizia, familiari e di vicinato,
fondando la partenza su (supposte) relazioni di fiducia, in rari casi
utilizzando i social network per completare l’equipaggio. Rivelando in altre
parole come la combinazione di capitale sociale e capitale economico strutturi
precise pratiche di viaggio.
Muoversi in comita è quindi una modalità di uscita dalla Tunisia esclusivamente
a portata di chi ha le giuste conoscenze marinaresche e una certa familiarità
con la navigazione, a chi riesce cioè ad accedere direttamente ai mezzi di
produzione della rotta migratoria mediterranea.
È la modalità di chi ha già i contatti necessari per acquistare – o rubare,
spesso nel manshar (il cantiere di riparazione), ma le conseguenze in caso di
intercettazione sono più rischiose – una barca e il resto del materiale (Gps,
motore, giubbotti, ecc.), mettere insieme l’equipaggio e trovare una persona in
grado di guidare, che si prende il rischio di farsi eleggere come rais, parola
che in arabo indica il capitano dell’imbarcazione (si veda Capitain).
Per questo motivo è una modalità di viaggio che è utilizzata primariamente dagli
abitanti tunisini della costa a sud della capitale Tunisi, che – se comparati
con i tunisini dell’interno o i subsahariani che arrivano «da fuori» – hanno un
accesso privilegiato allo spazio marittimo del canale di Sicilia e che possono
mobilitare un sapere specifico legato alla pesca, in un contesto dove la
costruzione, l’acquisto e il possesso di barche sono strettamente monitorati
dallo stato.
I giovani uomini tunisini delle regioni costiere di Nabeul, Susa, Monastir,
Mahdia, Sfax, Gabès, Medenin vedono con estrema naturalezza la prospettiva di
percorrere in autonomia le miglia che dividono la costa tunisina dall’isola
italiana di Lampedusa, muovendosi nelle zone di pesca (si veda Mammellone) e tra
le rotte marittime che già molti di loro conoscono, sfidando le intercettazioni
sempre più violente della guardia costiera tunisina e il rischio della
deportazione dall’Italia.
Ad alcuni di loro capita di cogliere l’opportunità, di partire quasi per caso,
raccogliendo la proposta di imbarcarsi da parte di altri amici o parenti, con
l’obiettivo di tentare la fortuna e lavorare qualche anno in Europa prima di
ritornare.
Oltre a smentire un certo racconto eurocentrico che dipinge i migranti come orde
di disperati pronti a partire a qualsiasi costo senza conoscere i rischi che li
aspettano, la possibilità di viaggiare incomita riflette la sempre maggiore
stratificazione e segregazione delle forme di attraversamento del canale di
Sicilia, prodotte dall’irrigidimento del confine italo-tunisino.
Come conseguenza degli accordi di esternalizzazione del confine tra la Tunisia e
l’Unione Europea, chi non è un ragazzo tunisino che abita sulla costa e conosce
il mare difficilmente riesce a organizzarsi per partire in autonomia, ed è
costretto invece a fare affidamento su diverse figure di intermediatori più o
meno organizzati (si veda Cokseur), a volte truffaldini e sfruttatori.
ESEMPI DAL CAMPO
Ciao ragazzi, chi ha i soldi pronti ed è intenzionato a partire, il mio progetto
è per venerdì prossimo. Siamo una comita, ci mancano ancora due persone con i
soldi già pronti.
Post su un gruppo facebook
Tutte le persone a Mahdia in un modo o nell’altro conoscono il mare, sanno come
si guida una barca. Il viaggio in comita prende forma solo se c’è un pescatore o
qualcuno che conosce bene il mare, per questo è un modo caratteristico delle
zone costiere. Quelli che vengono dall’in terno non ne sanno molto di mare e
sono costretti ad affidarsi a un harrag. Quando su una barca la Garde Nationale
trova un equipaggio in cui tutti vengono da fuori e uno dalla costa,
quest’ultimo è di solito accusato di essere l’organizzatore o il capitano. Tutti
qui abbiamo sempre provato tra di noi, tra amici. Questo tipo di viaggio si
chiama comita: io e tutta la gente del quartiere ci siamo sempre organizzati tra
di noi in questo modo. Cos’è la comita? È un gruppo di amici che compra il
materiale per partire. Chi fa la comita? La fanno i poveri… C’è gente che va in
spiaggia di notte per vedere se c’è qualcuno che parte, e si imbuca nel viaggio
senza pagare niente…
intervista con Maher, ragazzo di Mahdia
Controfuoco. Per una critica all’ordine delle cose (N° 3, maggio 2026)
> con·tro·fuò·co/
> Incendio, appiccato volontariamente,
> per eliminare il materiale
> combustibile e quindi contrastare
> l’avanzata di un incendio di grandi
> proporzioni, spec. nei boschi.
INTRODUZIONE
Il 20 novembre 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la
Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, affermando che
ogni minore è prima di tutto un soggetto di diritti, titolare di una tutela
fondata sul suo superiore interesse. L’Italia ratificava la Convenzione il 27
maggio 1991 con la legge n. 176. A distanza di oltre trent’anni, quei diritti
fondamentali appaiono sempre più compromessi.
L’adozione della cd. legge Zampa (n. 47 del 2017), prima delle modifiche
peggiorative del governo Meloni, sembrava avesse finalmente rafforzato la tutela
nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) arrivati in Italia,
vietando il respingimento alla frontiera, garantendo il diritto all’accoglienza,
alla salute e all’istruzione, e introducendo la figura del tutore volontario.
Nonostante ciò, i diritti sanciti sulla carta hanno faticato a tradursi in
protezione effettiva.
Non tanto perché i principi della Convenzione di New York siano venuti meno sul
piano formale, ma perché sono sistematicamente svuotati nelle pratiche, piegati
a logiche di sicurezza, selezione e controllo. Il terzo numero di Controfuoco si
inserisce in questo scarto tra diritto sancito e diritto negato proponendosi
allo stesso tempo di fare luce sull’inedito attacco che esecutivi populisti e
sovranisti stanno dispiegando al cuore stesso dell’impianto normativo italiano
ed europeo, smantellando diritti e garanzie conquistate attraverso lotte e
mobilitazioni.
Gli articoli che leggerete mostrano come la figura del minore – includendo sia i
minori stranieri non accompagnati che, più in generale, i giovani razzializzati
cosiddetti di “seconda generazione” – sia oggi al centro di una profonda
riconfigurazione simbolica e istituzionale. Da soggetto “vulnerabile” da
proteggere, il minore viene di continuo rappresentato come problema di ordine
pubblico, bersaglio di campagne mediatiche e risposte punitive sproporzionate.
Si assiste ad un panico morale attorno alla “criminalità minorile” che non trova
riscontro nelle statistiche, ma produce comunque un rafforzamento delle maglie
penali e una sovra-rappresentazione dei giovani stranieri nei segmenti più
punitivi del sistema.
Questa torsione si inscrive in una più ampia involuzione della giustizia
minorile: tra riforme processuali, decreti sicurezza e medicalizzazione del
disagio, si erode il principio della differenziazione e si avvicina il
trattamento riservato ai minori a quello degli adulti. Dietro alla retorica del
“doverli salvare”, prende forma una giustizia che invece punisce, colpendo in
modo sistematico chi è giovane e straniero o percepito come tale.
La criminalizzazione, però, non passa solo da qui. Si costruisce prima di tutto
nello spazio urbano e nelle narrazioni mediatiche e politiche, attraverso
l’invenzione della figura stigmatizzante del “maranza”: non più minore, non
necessariamente straniero, ma giovane non bianco, percepito come soggetto
pericoloso da disciplinare. In questa narrazione manca qualsiasi riferimento ai
vissuti individuali e collettivi dei giovani razzializzati, ai contesti
territoriali e ai quartieri impoveriti in cui trascorrono le giornate. Come è
assente qualsiasi riflessione sul razzismo sistemico e l’approccio delle
istituzioni che considera questi giovani come un peso e non portatori di
diritti.
E ancora una volta, la criminalizzazione si costruisce nel sistema di
accoglienza che si rivela come un altro dispositivo di inclusione differenziale,
strutturato per produrre manodopera ricattabile e obbediente, mentre chi devia
dal percorso assegnato viene bollato come deviante e marginalizzato. Cosa sono
oggi i Centri di accoglienza straordinaria, in particolare i nuovi CASP, se non
luoghi di segregazione e invisibilizzazione in cui la tutela cede
definitivamente il passo al contenimento?
Il tempo dei minori soli è un tempo contraddittorio, fatto di urgenza e attesa,
di accelerazioni forzate e immobilità amministrativa. La maggiore età incombe
come una scadenza che velocizza i percorsi, mentre documenti, tutele e
possibilità restano sospesi. È un tempo che costringe a crescere in fretta e ad
essere pazienti, aspettando un parere che deciderà tra la regolarità di una vita
precaria o l’irregolarità e tutto ciò che ne consegue.
Eppure, come emerge dai contributi, dentro questo dispositivo di
criminalizzazione diffusa, qualcosa eccede. La voce dei giovani razzializzati –
nella musica, nei linguaggi, nelle pratiche di auto-rappresentazione – rompe il
silenzio imposto, ribalta lo stigma, rende visibile quel “noi” che è già
presente. Non una richiesta di integrazione e assimilazione, ma un atto che
impone alla società intera la loro esistenza, ossia un atto politico.
È qui che Controfuoco prende posizione: non per difendere astrattamente dei
diritti sempre più minori, ma per interrogare i rapporti di forza e i
dispositivi che li rendono tali.
CONTROFUOCO N° 3
MAGGIO 2026
SOMMARIO
Se uniamo i puntini. La pista cifrata dell’involuzione della giustizia minorile
Carolina Di Luciano
I minori stranieri sono diventati più pericolosi? Riflessioni intorno alla
delinquenza giovanile a partire dai dati
Monia Giovannetti e Stefania Crocitti
Il divenire maranza dei MSNA. Note sulla costruzione sociale della nuova teppa
Nina Bacchini, Luca Daminelli, Tommaso Sarti
Tra urgenza e attesa: le temporalità contraddittorie nelle traiettorie dei
minori soli in Italia
Alessandra Barzaghi
Nominare, trattare: dall’oggetto del discorso al soggetto politico
Angela Curina
Accolti o segregati? Quando l’accoglienza nei CASP diventa invisibilizzazione
sociale
Omid Firouzi Tabar e Chiara Marchetti
Pratiche amministrative di debordering. L’esempio del ricongiungimento familiare
nel quadro del regolamento Dublino III
Bastien Roland
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Fotografie:
Nicoletta Alessio, Pietro Coppola, Omid Firouzi Tabar, Luca Greco, Alessia
Mastroiacovo, Antonio Sempere, Save The Children, Alessandra Barzaghi
La foto di copertina è di Chiara Pirra.
Progetto grafico:
Giacomo Bertorelle
Gruppo redazionale:
Jacopo Anderlini, Francesco Della Puppa, Francesco Ferri, Enrico Gargiulo,
Barbara Barbieri, Stefano Bleggi, Giovanni Marenda, Omid Firouzi Tabar, Martina
Lo Cascio, Francesca Esposito, Luca Daminelli e Emilio Caja.
Cooperativa editrice
Tele Radio City s.c.s., Vicolo Pontecorvo, 1/A – 35121 Padova, Italy, Iscr. Albo
Soc. Coop. n. A121522
Melting Pot è una testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Padova
in data 15/06/2015 n. 2359 del Registro Stampa.
Controfuoco è un processo aperto e collettivo che vuole coinvolgere saperi e
conoscenze composite e crescere a partire dalle diverse esperienze e biografie
che intreccerà.
Per contribuire scrivi a collaborazioni@meltingpot.org.
Conferenza internazionale dei portuali in corso a Instanbul
E’ in corso a Istanbul la terza conferenza internazionale dei sindacati portuali
europei contro la guerra dopo quelle di Atene del febbraio 2025 e di Genova del
settembre stesso anno. Questa rete internazionale di solidarietà tra portuali ha
portato da subito un maggiore coordinamento riguardo le azioni di blocco e […]
L'articolo Conferenza internazionale dei portuali in corso a Instanbul su
Contropiano.
La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora
ATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E
LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO
DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO
NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI
COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA
MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA
SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE
SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA
La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due
secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s
no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori
cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi
di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a
mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che,
per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”.
Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare
la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza
dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano
una verità difficilmente contestabile.
L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui
consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto
dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che,
nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle
piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le
relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto
lavorativo.
La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive
di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia
del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è
indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni
corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che
raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni.
La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su
cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non
trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già
antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras,
frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di
individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando.
Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del
processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico,
sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato
tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono
indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di
più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le
dimensioni della vita quotidiana.
Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare”
significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in
contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo
senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è.
“L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità
della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio
Gallese in Il Sé digitale (2025).
“Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il
giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa,
quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di
creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso
condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo
recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo
sulla nostra specificità di esseri umani.
Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella
quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio
implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere,
seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per
noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la
capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che
deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad
accettare nulla che possa essere diverso.
Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e
temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo
alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita
nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere
che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno
dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene
ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta”
incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra
“produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali.
Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la
“cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro
della visione del mondo in cui vogliamo vivere.
L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a
una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla
comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e
giusto lavorano insieme.
Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle
riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il
ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la
pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere
la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri
mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La
centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi
che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato.
Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato
da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si
trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e
totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli
obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi.
Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di
azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo
agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche
alle quali tutti siamo sottomessi.
[Stefano Rota*]
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L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona
L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società
profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui
descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione
collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza
dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere
soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi
di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee
popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro
gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la
criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami
comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento
capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una
centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica
concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai
territori e dai bisogni reali delle persone.
Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della
“vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro
tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti,
violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla
città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento
rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e
assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei
quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un
tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà,
sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie
condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma
della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione
che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della
valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il
capitalismo contemporaneo.
Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di
un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi
inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia,
soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha
cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti,
abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari
movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla
comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta
di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo
della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la
separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici
normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25
febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di
persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito
temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e
trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di
solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di
celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande
marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza
ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale.
Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca
di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita
quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare
questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca,
immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e
dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la
vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem
Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento
rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei
quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano
trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità
collettiva di decisione.
[Marta Lança**]
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* Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le
sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva
1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di),
Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente
con riviste online italiane e lusofone.
** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura:
programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con
pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del
portale Buala.
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L'articolo La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora proviene
da Comune-info.
Modena non è il vostro manifesto razzista
di Christian Argine La tragedia di via Emilia non autorizza Salvini, Vannacci e
il trittico FdI-FI-Lega a trasformare il dolore delle vittime in propaganda
islamofoba: la sicurezza vera si costruisce …
La privatizzazione della politica internazionale
Non si tratta di un dettaglio. Un ricco editore greco, Theodore Kyriakou,
soprannominato Theo e da poco acquirente del gruppo “Repubblica”, insieme
all’Atlantic Council, un centro di studi legatissimo alla Nato, finanziato da
Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Bank of America, Blackstone, RBC Capital Markets,
HSBC Chevron e ExxonMobil, e diretto […]
L'articolo La privatizzazione della politica internazionale su Contropiano.
Alfredo Cospito riprende la parola. “Vivo come nel Miglio verde”
di Dario Morgante* Testimone in un processo contro sei militanti anarchici,
Alfredo Cospito, detenuto in regime di carcere duro dal 2022, ha raccontato
delle sue condizioni di “isolamento totale” al …
La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più
aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel
silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire
gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a
Roma, chiamano […]
L'articolo La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi
di Abramo su Contropiano.
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
In Italia, l’inflazione torna a correre a livelli che non si registravano dai
picchi del 2023, trasformando la spesa quotidiana in una sfida per le tasche dei
lavoratori e dei pensionati. Secondo gli ultimi dati certificati dall’Istat,
l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +1,1% su base
[…]
L'articolo L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
su Contropiano.
Drago Magno
Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli,
prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia
illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi
trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di
incoronazione della […]
L'articolo Drago Magno su Contropiano.
L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.