L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Irandi ALI ZOKAI.
Teheran, 23 marzo
Uno:
La polvere e il fumo generati dai bombardieri hanno avvolto l’intera città; le
esplosioni devastanti hanno bloccato ogni possibilità di espressione all’interno
della società e la parola è rimasta soffocata in gola. Ora, dopo l’ascesa al
potere di Mojtaba Khamenei e con l’estensione della guerra oltre i dieci giorni,
la gioia diffusa dei primi giorni si è trasformata in ansia e disperazione; ci
troviamo di fronte a una singolare impasse: il potere è apertamente passato
nelle mani dei militari, che hanno intensificato, in tempo di guerra, la
precedente governamentalità poliziesca; al contempo, la guerra ha ulteriormente
frammentato una società iraniana già indebolita. Al di là della gioia popolare
per gli attacchi contro figure del regime della Repubblica Islamica, questa
guerra ha rafforzato le basi del dominio sul popolo e si può forse affermare
che, in questo contesto, le lotte dal basso si siano trasformate in un edificio
smarrito dietro la coltre di polvere.
La via è un’altra: abbiamo bisogno di una fuga, di un’uscita collettiva, di un
movimento verso la costituzione di consigli autogestiti; anche se minoritari,
essi rappresentano quella voce la cui stessa flebile eco costituisce oggi una
necessità urgente. Tale fuga deve necessariamente collocarsi al di fuori delle
attuali relazioni di potere nazionaliste e campiste e, certamente, per opporsi
alle politiche di controllo territoriale di Trump e Netanyahu, non deve ricadere
sotto un regime militare-poliziesco. Occorre dunque adottare una politica
plurale. Così come nei processi insurrezionali della rivoluzione del 1979 alcuni
gruppi non solo dichiararono la propria indipendenza dal processo di formazione
dello Stato, ma, invece di enfatizzare il nazionalismo e la costruzione di uno
Stato postcoloniale fondamentalista, insistettero sulla formazione di consigli
operai e comitati regionali autogestiti. Questi gruppi, pur assumendo una
posizione anti-imperialista, resistettero anche alla costituzione di uno Stato
centrale e furono infine repressi proprio attraverso il discorso anti-coloniale
— e, paradossalmente, capitalistico — del potere centrale.
Il nostro corpo collettivo, in questo frangente, appare come un’entità lacerata,
simile a una massa informe ma ferita; il nichilismo diffuso nella società
iraniana, risultato di una impoverimento sistematico, di un governo poliziesco e
della violenza omicida, è giunto a una forma di complicità con una guerra il cui
ruolo è la riorganizzazione dello Stato-capitale e delle macchine di governo
nell’attuale contesto di caos ontologico. Questa guerra e tali macchine di
governo, incapaci di produrre un nuovo ordine determinato, mirano alla creazione
di ordini plurali e decentrati all’interno del caos. Gli attori definiti di un
ordine ormai obsoleto, ciascuno già inscritto in un sistema di rappresentazione,
sono scomparsi; ciò che resta è una sorta di teatro privo di centro, in cui ogni
ruolo o polo di potere può rapidamente generare una nuova centralità e assumere
una funzione inedita. Un caos puro, nel quale una figura come Trump sogna di
essere l’attore principale, mentre la Repubblica Islamica, con un nichilismo
apocalittico e una governamentalità suicida, contribuisce alla perpetuazione di
una guerra senza fine — una guerra che, pur consapevole della propria
inferiorità tecnologica, tenta, attraverso una strategia di logoramento, di
destabilizzare i flussi di scambio, in particolare mediante la crisi delle
transazioni petrolifere e del gas, mettendo così in discussione l’ordine
energetico globale. Un teatro il cui esito rimane incerto. E tuttavia, in modo
quasi spettrale, le singolarità della “moltitudine” vi appaiono debolmente
rappresentate: proprio quelle che incarnano la possibilità di fuga dalle
macchine di governo e dall’ordine fondato sui regimi di guerra.
In questo contesto, è evidente che gli Stati Uniti non possiedono la piena
capacità di produrre un ordine conforme ai propri desideri; ciò è chiaramente
osservabile nell’andamento attuale della guerra. Tuttavia, tale incapacità,
insieme alle forme di governamentalità della Repubblica Islamica, contribuisce a
riprodurre e riorganizzare il caos presente. Pertanto, l’incapacità degli Stati
Uniti, contrariamente a quanto sostenuto dai campisti, non implica
necessariamente una diminuzione del male; piuttosto, comporta una riproduzione e
redistribuzione del dominio in forme molteplici, all’interno delle quali nasce
l’ordine attuale, il cui obiettivo è la soppressione totale delle potenzialità
insite nelle lotte di classe contro lo Stato-capitale. Come sostengono Negri e
Hardt nel loro libro Impero, dopo il declino dell’egemonia unilaterale degli
Stati Uniti, il mondo multipolare risulta già intrinsecamente instabile e privo
di egemonia. Tale instabilità può forse essere reinterpretata alla luce di
un’ontologia del caos, dove dominio e governamentalità si riproducono attraverso
relazioni dinamiche e immanenti.
Quando un regime poliziesco assume il controllo attraverso i volti e le
articolazioni militari del potere e, come è apparso evidente negli ultimi anni,
traduce il proprio regime di guerra nella governance interna, producendo una
realtà fondata sulla repressione sociale, le lotte si trasformano in un’aura
interna di nichilismo. Invece di assistere a un movimento simultaneamente
anti-bellico e democratico, capace di esprimere corpi collettivi e affetti
sociali attivi nelle organizzazioni e nelle istituzioni, si osserva l’emergere
di fautori della guerra come via di liberazione dalla dittatura e, al contempo,
di una fazione che, sotto molteplici denominazioni — dai fondamentalisti
all’“asse della resistenza”, fino al campismo e ad alcune correnti della
sinistra ad esso vicine — mira a preservare l’ordine statale. La terza via,
ossia la fuga da questa frammentazione repressiva, risulta smarrita; la polvere
della guerra ha distrutto la bussola di queste linee di fuga.
In generale, quando le dinamiche sociali vengono represse e molte vie vengono
chiuse attraverso il controllo, la prigionia e la violenza omicida, si diffonde
una disposizione all’inazione. Al posto di un corpo comune-singolare capace di
investire nelle lotte dal basso, si afferma una forma di rivalsa priva del
desiderio di creare una nuova società. Il sostegno ai bombardamenti da parte di
una parte della popolazione iraniana deriva proprio da questa condizione: si
tratta di un desiderio passivo, radicato in anni di lotte, sconfitte e
resistenze fallite, tutte represse con estrema violenza. Per agire in una simile
situazione, è dunque necessario opporsi al nichilismo dominante e, per questo,
diventa imprescindibile una rifondazione dei valori. Tali valori, tuttavia, non
devono basarsi su un’etica predefinita, ma su linee di lotta volte alla
riorganizzazione contro regimi decentrati che, in forma dispersa ma
totalizzante, insieme alla guerra e all’adozione di politiche economiche
repressive — come le guerre tariffarie — hanno colonizzato la nostra vita.
La guerra attuale non è dissimile da questo stesso nichilismo diffuso nella
società iraniana. Contrariamente alla visione dell’opposizione di destra
iraniana, che idealizza il ruolo degli Stati Uniti e di Israele e abbellisce
questo conflitto caotico con uno scenario ottimistico predeterminato, tale
guerra si inscrive nello stesso orizzonte ontologico del caos. L’instabilità dei
poli di potere che, nell’ordine globale precedente, detenevano la leadership
mondiale contribuisce alla redistribuzione di questo caos. Si può quindi
affermare che la strategia di Trump sia intrappolata in una forma peculiare di
nichilismo, che tenta di risolvere esclusivamente attraverso rivendicazioni di
potenza militare. Egli ha più volte dichiarato che questa guerra durerà poche
settimane, ma con la sua estensione a un conflitto regionale ha sostenuto di
disporre di un esercito in grado di combattere fino alla fine del mondo. È
evidente che tali affermazioni implicano, nella pratica, la continuazione della
riproduzione del dominio in assenza di egemonia; una riproduzione che, incapace
di generare un nuovo ordine, è costretta a mantenere i propri centri di potere
attraverso l’organizzazione interna al caos. Per questo motivo, la guerra è
diventata lo strumento principale per la perpetuazione delle diverse forme di
governamentalità e delle loro articolazioni a livello globale. In un mondo
multipolare e caratterizzato da un dominio decentrato, ciò può contribuire
profondamente alla proliferazione di guerre senza fine — come, finora, è
effettivamente avvenuto.
Due:
Come possiamo osservare nella situazione attuale, l’espansione del caos non è
intrinsecamente in grado di distruggere le forze reazionarie; allo stesso modo,
le intensità sociali nelle tonalità dei movimenti sociali non conducono
necessariamente alla libertà. Al contrario, le politiche identitarie della
destra possono frammentarle e reintegrarle in nuove composizioni di classe e in
pratiche rinnovate di governamentalità. Pertanto, sebbene le intensità sociali e
le lotte di classe siano anteriori ai regimi di potere e alle macchine di
governo, esse necessitano di organizzazione e, con tale organizzazione, devono
necessariamente confrontarsi con i nuovi nazionalismi, che presentano differenze
significative rispetto a quelli del passato.
Attualmente, in Iran, si possono distinguere due forme di nazionalismo, entrambe
orientate alla perpetuazione dello stato di eccezione nel quadro dello
Stato-capitale e dei regimi di guerra. Il primo è un nazionalismo emerso
dall’interno del fondamentalismo islamico; il secondo è una forma di
nazionalismo favorevole alle potenze imperialiste, che, attraverso il discorso
dell’identità iraniana antica, ha già inscritto il marchio dell’autoritarismo
nel proprio percorso.
Il primo tipo, influenzato dal discorso dell’“asse della resistenza” (campismo),
riduce l’intero campo politico alla securitizzazione, eliminando di fatto le
classi e le lotte di classe e configurando la popolazione, designata come
“nazione”, come una totalità priva di fratture, interamente assorbita nel
governo e nelle sue forme di militarizzazione. In questa prospettiva, tutte le
lotte e i movimenti non sono altro che una prosecuzione della guerra esterna
all’interno dello spazio nazionale: una forma di cospirazionismo che sacrifica
la popolazione.
Il secondo nazionalismo è rappresentato da quelle forze che hanno imposto sulla
società lo spettro del fascismo attraverso una ridefinizione dell’ideologia
iranista, una sorta di fondamentalismo arcaicizzante. Al di là delle possibilità
effettive di conquista del potere da parte di questi gruppi monarchici di
matrice fascista, tale discorso e tali forze si sono radicati in modo molecolare
nella società, aderendo ai corpi collettivi come un dispositivo repressivo. Il
nazionalismo presente nella corrente monarchica assume per lo più la forma di un
identitarismo nichilistico, incline ad accettare integralmente il dominio
occidentale sull’Iran, senza alcuna critica, ad esempio, alle recenti
dichiarazioni di Donald Trump sulla possibile presa di controllo dello Stretto
di Hormuz e delle isole petrolifere. Questo nazionalismo è già
istituzionalizzato nei regimi di potere esistenti e trova una sua
rappresentazione strutturale nel regime israeliano e nel progetto di
penetrazione regionale ad esso associato. Ne deriva un discorso bellicista che
mira a instaurare uno stato di eccezione permanente attraverso crisi
geopolitiche, cogliendo un momento in cui la società è già repressa e privata
delle proprie capacità di auto-organizzazione.
Di conseguenza, l’opposizione di destra iraniana non ha alcun interesse a una
trasformazione sociale fondata su insurrezioni o sulla continuità delle
mobilitazioni dal basso; essa vuole la guerra, poiché attraverso la crisi degli
spazi sociali può più facilmente instaurare le proprie strutture di potere e le
proprie macchine di governo. In questo tipo di nazionalismo si annida dunque una
contraddizione fondamentale: il sostegno agli attacchi degli Stati Uniti e di
Israele. Per questa ragione, i monarchici si oppongono all’eredità
dell’anti-colonialismo e delle lotte anti-imperialiste in Iran, arrivando
persino a negare il colpo di Stato anglo-americano contro il governo di Mohammad
Mossadegh.
È quindi necessario, in questo momento storico cruciale, procedere a una
rifondazione dei valori e a una rilettura dell’eredità anti-coloniale, tenendo
conto del fatto che le attuali macchine di governo differiscono profondamente
dalle forme coloniali del passato, senza tuttavia ridurre l’intensità dei
processi di territorializzazione e occupazione. Al contrario, con
l’accelerazione tecnologica, assistiamo oggi a una crescente espansione della
governamentalità e dell’accumulazione di capitale attraverso pratiche estrattive
e occupazioni territoriali. In questo senso, il movimento monarchico risulta
codificato attraverso le pratiche di occupazione territoriale israeliane e
l’espansione delle basi militari e delle imprese statunitensi e transnazionali.
D’altra parte, è noto che le reti di potere e le macchine di governo della
Repubblica Islamica hanno costruito parte del proprio discorso
sull’anti-colonialismo; strategie come quella della “profondità strategica” e la
trasformazione delle forze militari in entità economiche derivano in larga
misura da questa matrice discorsiva. Negli anni Settanta, il discorso
anti-imperialista e anti-coloniale era riuscito ad attivare una “potenza
costituente” contro il regime dipendente dall’imperialismo, dando origine a una
forma di nazionalismo dal basso. Tuttavia, tale potenzialità emancipatrice si è
rapidamente tradotta, con la rivoluzione del 1979, in una forma di governo
poliziesco e, con la successiva riorganizzazione globale del potere, in un
sistema capace di realizzare cicli di accumulazione attraverso reti militari sia
interne che transnazionali. Il nazionalismo anti-coloniale si è così trasformato
in un nazionalismo costruito e ibridato con il fondamentalismo.
I nazionalisti monarchici, pur condividendo alcuni elementi con l’attuale
sistema di governo — in particolare l’enfasi sull’autorità statale e la
sacralizzazione della proprietà — rappresentano un nodo in cui si manifestano le
molteplici articolazioni di un ordine di classe fondato su oppressione e
sfruttamento. In tale contesto, le frontiere interne vengono continuamente
prodotte e riprodotte attraverso processi di centralizzazione e
marginalizzazione, assumendo forme molteplici e dinamiche.
Di conseguenza, anche qualora si ritenesse possibile un cambiamento di regime —
ipotesi di per sé discutibile — la guerra attuale mostra chiaramente come le
macchine di governo siano in grado di riprodursi all’interno di un nuovo ordine.
La presenza militare degli Stati Uniti e di Israele suggerisce strategie di
occupazione finalizzate all’estrazione di risorse, come evidenziato, ad esempio,
dall’approccio statunitense nei confronti dell’isola di Kharg. Tuttavia, tali
processi estrattivi non si limitano alle risorse naturali, ma investono anche i
territori sociali e le forme di vita collettiva.
Siamo dunque di fronte a una svolta storica: da un lato, la negazione totale
dell’eredità anti-coloniale della rivoluzione del 1979 e del periodo precedente;
dall’altro, l’accettazione incondizionata delle forze armate, delle imprese e
delle potenze occidentali — al punto che il movimento monarchico può essere
considerato l’unico movimento popolare a sostenere apertamente l’esercito
israeliano, accusato di pratiche genocidarie. Tale svolta è strettamente
connessa al nichilismo menzionato in apertura: un atteggiamento che considera la
rivoluzione priva di significato e, proprio per questo, si orienta verso la
legittimazione del dispotismo monarchico e della dominazione occidentale.
Diventa quindi necessario riconoscere nuovamente l’eredità anti-coloniale e,
attraverso una sua genealogia critica, analizzare le trasformazioni dei sistemi
di dominio a livello globale. Tuttavia, occorre anche estrarre da tale eredità
il veleno del nazionalismo, poiché è evidente che, quando un movimento
anti-coloniale viene reinscritto in un sistema poliziesco, esso finisce per
produrre e moltiplicare nuove forme di dominio, sostenendo al contempo una
governamentalità predatoria e neoliberale fondata sull’estrazione e sulle reti
militari.
È dunque necessario generare, a partire dalle lotte del passato, un corpo
singolare che non mantenga alcuna continuità con quel passato — anzi, che possa
persino porsi in opposizione ad esso. Tradire quell’eredità potrebbe essere
l’unico modo per rigenerare le lotte a partire dal loro stesso interno e per
creare nuovi spazi politici nel cuore del caos.
Tre:
I movimenti contro la guerra, come quelli dell’epoca della guerra del Golfo e
del cambiamento di regime in Iraq, non sono di per sé sufficienti; essi non
possono svolgere il ruolo di un «potere costituente» di fronte alle macchine
della governance. Gli assi etici del «no alla guerra» non sono mai in grado di
arrestare i dispositivi di potere né di creare una resistenza reale fondata
sulla produzione del comune. I fini etici costruiti unicamente sul «né questo né
quello» non hanno la capacità di tracciare linee di fuga dai regimi di potere.
Per dare forma a possibilità collettive e ai limiti necessari per riconoscere le
forze politico-sociali, occorre distruggere anche questi fini etici, affinché
emerga un campo di possibilità e di limiti.
La guerra inserisce le popolazioni in meccanismi di omogeneizzazione; le
singolarità vengono rappresentate nell’ordine stabilito dal sovrano e le lotte
della «moltitudine dei poveri» si trasformano in corpi funzionali alle macchine
della governance. Di conseguenza, le lotte di classe e i regimi di guerra, nel
loro intreccio, si trovano nella loro condizione più ambigua. L’accettazione
delle tecnologie di guerra come fine delle lotte partigiane, pur essendo in
parte realistica, conduce a un apocalitticismo oggi largamente diffuso. È
necessario rovesciare questa prospettiva e orientare il vettore del sapere
apocalittico verso la produzione di nuove possibilità.
Nel mondo multipolare contemporaneo, con l’espansione dei regimi di guerra, è
necessario rafforzare la biopolitica della resistenza, l’organizzazione delle
singolarità e la produzione di interazioni sociali. Le lotte dal basso e la
creazione di istituzioni di contropotere possono tracciare linee di fuga dai
poteri dominanti e liberare l’opposizione alla guerra dai limiti dell’etica. La
produzione di una soggettività contro la guerra e di un’anti-etica contagiosa
rende possibile la combinazione delle lotte di classe con i movimenti contro la
guerra.
In Iran e nella regione, le lotte operaie e sociali represse negli ultimi anni
sono un esempio della fragilità dei flussi produttivi e riproduttivi di fronte
ai regimi di guerra. Solo l’organizzazione dei corpi dal basso e la diffusione
delle lotte locali possono arretrare gli ordini securitari e gerarchici e creare
nuovi territori. Lo studio e la produzione di sapere nel corso delle lotte ci
liberano da una visione apocalittica, a condizione che emergano istituzioni
capaci di mettere in crisi il rapporto tra Stato-capitale e i flussi produttivi
e riproduttivi.
È dunque necessario considerare, nel processo delle lotte, una forma di
alternativa per trasformare le relazioni. Ad esempio, Antonio Negri e Michael
Hardt, nella prima parte del libro Assembly, propongono un’idea proprio su
questo mutamento delle relazioni: tenendo conto della trasformazione nella
composizione del «lavoro» e della molteplicità delle singolarità della
«moltitudine», essi rovesciano il rapporto tra la figura del leader e la
moltitudine. Di conseguenza, le strategie si realizzano dal basso e la figura
del leader svolge un ruolo di cooperazione a livello tattico.
Per questo motivo, le lotte contro il regime di guerra non possono essere
efficaci limitandosi a sottolineare valori liberali contro la guerra; nella
situazione attuale, infatti, il regime di guerra non rappresenta un’interruzione
della governance, ma ne costituisce piuttosto una modalità fondamentale di
organizzazione su scala globale. Anche qui, una valorizzazione etica e
trascendente della pace non è in grado né di combattere la guerra né di
comprendere la logica delle dinamiche della biopotenza contemporanea. Perciò,
una certa strategia di leadership e la sua emersione dall’interno dei flussi
produttivi e riproduttivi rappresentano l’unica alternativa davanti a noi.
Allo stesso modo, attraverso la partecipazione e il rafforzamento delle lotte,
possiamo trasformare i movimenti del «no alla guerra» in movimenti contro i
regimi di guerra. Le lotte contro i regimi di guerra sono inevitabilmente lotte
contro le macchine della governance. Il rapporto tra regimi di guerra e
interessi del capitale è diventato più ambiguo nella situazione attuale, e la
crisi energetica derivante dalla guerra contro l’Iran ha ulteriormente
accentuato tale ambiguità; tuttavia, come detto, i regimi di guerra operano a
livello di riorganizzazione della biopotenza su scala globale, e una
molteplicità di fattori interviene in questa riorganizzazione. In questa
molteplicità e nei poli di potere, è forse possibile riconoscere uno dei poli
attraverso le lotte, quello che è stato sottomesso alla sovranità e alla
proprietà del capitale. Per questo esiste una pluralità di lotte parallele,
ciascuna portatrice di una singolarità a livello locale; il pericolo principale
è che queste lotte possano perdere le proprie singolarità nelle forme del
nazionalismo contemporaneo o della frammentazione identitaria, venendo così
assorbite nelle forme della governance. Questa è una delle crisi che colpiscono
le lotte in Iran e nella regione e che impedisce la loro traduzione reciproca
nello spazio del comune.
Il ritorno dei nazionalismi contemporanei può essere analizzato attraverso lo
strumento concettuale della «ri-nazionalizzazione»; Sandro Mezzadra e Brett
Neilson la definiscono una forma di «inclusione differenziale». Questa forma di
soggettivazione può delimitare territori sottoposti a violenze, discriminazioni
e territorializzazioni sovrane. Allo stesso modo, la ri-territorializzazione
nazionalista può produrre una nuova composizione del lavoro a diversi livelli e,
mentre estende la governance disciplinare-controllo, segue le dinamiche dei
cicli di scambio. Pertanto, i nazionalismi iraniani, sia nella forma del
fondamentalismo islamico sia a livello secolare, non rappresentano un ritorno al
passato, ma nuove forme di territorializzazione a livello della sovranità.
Di conseguenza, invece di insistere su blocchi unitari, è necessario porre
l’accento su forme di dinamica delle lotte aperte alle relazioni e alle
interazioni; come afferma Baruch spinoza, le relazioni non si fondano
necessariamente su una razionalità trascendente, ma sulla capacità di
affezionare ed essere affetti. Pertanto, una politica di organizzazione contro i
regimi di guerra deve creare un terreno per coordinare affetti e affezioni.
Riferimenti:
Michael Hardt and Antonio Negri. Empire. Cambridge, MA: Harvard University
Press, 2000.
Michael Hardt and Antonio Negri. Assembly. New York: Oxford University Press,
2017.
Sandro Mezzadra. The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World.
Durham: Duke University Press, 2024.
Spinoza, Baruch. Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. A cura di Emilia
Giancotti. Torino: Einaudi, 2010.
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contro l’Iran proviene da EuroNomade.