The Eighth Tower Library
Eighth Tower Library brings together Eighth Tower’s magazine and monograph
publications in a single, ever-growing collection. It includes every issue of
Eighth Tower Magazine, dedicated to experimental and dark music, underground
horror and science-fiction cinema, and weird fiction, alongside the…
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#zines #music #industrial_music #JG_Ballard
Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato?
Per cogliere la portata della mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno,
organizzata per sabato 24 ottobre, è utile partire da altri luoghi: dalle
numerose città dalle quali partiranno i pullman per raggiungere la Campania. La
mappa delle partenze si allarga ben oltre le regioni vicine e le grandi città.
Negli ultimi giorni si moltiplicano le richieste di partecipazione e diventa
febbrile il lavoro per renderle possibili: raccogliere adesioni, trovare posti,
rendere sostenibile la trasferta.
La distanza che tante persone sono disposte a percorrere per manifestare contro
la costruzione del CPR campano è un indicatore importante. È il prodotto
dell’energia che questa mobilitazione sta mettendo in circolo, che da tempo non
si percepiva con questa intensità. Il punto di partenza è chiaro: è necessario e
possibile impedire che il governo realizzi il suo piano e costruisca la
struttura.
> Non si tratta solo della denuncia della violenza sistemica dei CPR: l’aspetto
> dirimente della mobilitazione campana è la convinzione che vincere sia
> possibile. L’energia che si respira è il prodotto di questa tensione al
> risultato.
A rendere credibile questa ambizione è la rete costruita intorno alla
mobilitazione. Lavorano fianco a fianco associazioni, movimenti, sindacati, enti
religiosi, collettivi, ONG. Un insieme dalle proporzioni in parte inedite. La
tipologia, scala, postura dei soggetti in campo è molto diversificata. Dentro
questa fitta trama, anche la posizione delle istituzioni – dalla presidenza
della regione in giù – ha un preciso peso specifico. La convergenza segue una
logica ecosistemica: organizzazioni, persone e istituzioni cooperano da
posizioni diverse, con responsabilità e strumenti non per forza sovrapponibili.
Una galassia plurale e articolata, dentro la quale l’ambizione della vittoria è
resa realistica dalla forza organizzativa complessiva e dalla distanza dai veti
ideologici.
La posizione della rete è efficacemente sintetizzata dallo slogan «né qui né
altrove». Non si contesta soltanto la scelta di collocare il CPR in un’area
ricca di specificità e complessità che richiederebbero ben altre forme di
intervento. Si rifiuta la detenzione amministrativa come strumento delle
politiche migratorie. È una parola d’ordine che allarga il conflitto oltre
Castel Volturno e impedisce che il confronto si riduca a una disputa sulla
localizzazione.
> Le adesioni in continua crescita, l’incessante lavoro organizzativo e la
> capillare diffusione delle partenze fanno pensare a una partecipazione molto
> vasta; sarà la giornata di sabato a restituire la misura effettiva della
> mobilitazione.
Per ragioni complesse, intorno al tema delle politiche migratorie si è
sedimentata una postura in cui prevalgono la testimonianza etica e la denuncia
del diritto violato. Registri necessari, ma che non sempre sono accompagnati dal
necessario slancio organizzativo o declinati con l’obiettivo di incidere
effettivamente nei rapporti di forza per cambiarli. La mobilitazione campana si
muove in discontinuità con questa tendenza. Qui la capacità di organizzare la
partecipazione conta almeno quanto la nettezza del posizionamento. Con queste
coordinate, il percorso finora sviluppato è un segnale importante su scala
nazionale.
Che questa rete sia riuscita a mettere in piedi un processo di questa portata
non basta, da solo, ad affermare che il vento sia cambiato. È però un indizio
importante, che va oltre la vicenda di Castel Volturno in sé. Oltre la
manifestazione si affacciano almeno due sfide. La prima riguarda il rapporto tra
detenzione amministrativa e rimpatri. I CPR sono un’infrastruttura cruciale: per
la funzione specifica e per la loro dimensione disciplinante sull’insieme della
popolazione migrante. Ma sono solo un tassello dell’apparato dei rimpatri e, non
di rado, nemmeno quello statisticamente più rilevante. Hanno un ruolo decisivo,
ad esempio, anche i cosiddetti luoghi idonei e i rimpatri eseguiti senza un
previo trattenimento.
> Da questa prospettiva, è indispensabile allargare lo sguardo e sviluppare la
> capacità di mobilitazione anche contro gli altri tasselli del complesso
> mosaico dei rimpatri.
La seconda sfida riguarda il Patto europeo, passato rapidamente da orizzonte
lontano a parte della nostra quotidianità. Le procedure di screening e la
valutazione accelerata delle domande d’asilo alla frontiera – intesa non solo
nella sua dimensione geografica – sono alcuni dei suoi snodi centrali. Renderli
comprensibili nel dibattito pubblico richiede una maggiore capacità collettiva
di traduzione politica. È, prima di tutto, una questione di metodo e di postura:
pensare e agire in maniera ambiziosa, accumulare forza, provare a vincere.
Sabato 24 ottobre, a Castel Volturno, si respirerà aria fresca; la sfida è
riempirsene i polmoni e portarla nei luoghi in cui ogni giorno prendono forma
vecchie e nuove politiche di confinamento.
Foto di copertina: Dmitry Vinogradov, wikicommons
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Racconti dalla Piazza del Mondo è un percorso che, mischiando immagini e parole,
prova a descrivere la vita di Piazza della Libertà a Trieste, punto di arrivo
della rotta balcanica, nelle sue molteplici sfaccettature.
L’attesa, la cura, la casa, il gioco, la memoria, la musica: questi sono i
frammenti di luce e di vita che compongono quel caleidoscopio di solidarietà che
è l’azione politica di cura di “Linea d’ombra”, l’associazione fondata da Lorena
Fornasir e Gian Andrea Franchi. La cura come atto politico di riconoscimento dei
diritti di cui i migranti sono portatori.
Alle fotografie si alternano i racconti e le poesie di Noman, giovane kashmiro
che ha vissuto l’inferno della rotta balcanica.
L’unione di parole e immagini è un tentativo di raccontare la storia della
migrazione dalla parte dei migranti. Dare voce a chi normalmente non riesce a
parlare. Illuminare visi, mani e racconti che di norma vengono volutamente
respinti nel buio dalla retorica razzista e nazionalista.
* La scheda del libro
L’AUTORE
Luca Greco nasce a Termoli nel 1979. Dottore di ricerca in filosofia teoretica.
Sui banchi del liceo incontra Walter Benjamin e la sua flânerie. Sindacalista
della CGIL, educatore, no global ai tempi del 2001, volontario, cooperante,
fondatore della sezione ANPI “Vittorio Arrigoni”. “Le strade dell’Apartheid”
altro non è che l’ultimo, l’ennesimo, tentativo di raccontare la storia dalla
parte degli oppressi.
PH: Luca Greco
Secret Thirteen
Audio archaeology since 2010. Mixes, interviews and underground histories.
Independently run from Lithuania. The archive crosses genres and scenes.
Academic composition sits beside industrial music, folk recordings, post-punk
and electronic music.
https://links.grafton9.net/199698424ad4/
#music #industrial_music #post_punk #electronic_music
TORINO: SABATO 24 OTTOBRE MANIFESTAZIONE CONTRO IL RIARMO PER IL DIRITTO ALLA CASA, ALL’ISTRUZIONE, ALLA SALUTE
Sale la tensione alimentata ad arte per le manifestazioni di domani, sulla scia
di quanto già accaduto contro il carovita lo scorso fine settimana, con migliaia
di persone – soprattutto giovani delle classi popolari – in piazza in tante
città, con scontri in particolare a Milano, Bologna e Brescia. Al momento la
situazione non è chiarissima e resta abbastanza fluida: resta da capire infatti
quali piazze si mobiliteranno davvero domani. Le pagine social “Movimento 17
Ottobre” parlano di Milano, Bologna, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova e
Torino.
Nel capoluogo piemontese da settimane è annunciato, ore 15 da piazza Castello il
corteo “Torino è contro il riarmo. In piazza per il diritto a casa, istruzione e
salute”, lanciato dalle realtà di movimento e ripreso anche dai canali sociali
di “Movimento 17 Ottobre” e “Italia in piazza”.
La manifestazione, la prima a Torino dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto
sicurezza, era stata annunciata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre,
prima che la mobilitazione nelle scuole portasse a una serie di occupazioni e di
cortei. La presentazione con Martina, compagna di Askatasuna da Torino.Ascolta
o scarica
Gli studenti delle scuole superiori si ritroveranno alle 14 in piazza Arbarello
per raggiungere successivamente piazza Castello. Da Palazzo Nuovo partiranno
invece gli universitari e i collettivi. Sentiamo Fued dell’IPC Boselli di Torino
Ascolta o scarica
Una lotta fiorita di pace
I ricchi epuloni alzano muri di fango e non vedono i crimini di una guerra
genocida, punita dalla giustizia penale mondiale e ri-conciliata con tante
zampate d’amore e d’accordo, che continuano a mettere in dubbio l’evidenza dei
fatti e guidano il carro di uno s-fascio sociale, strapieno di nostalgie
umbertine in libera uscita.
I ricchi epuloni alzano muri di fango sulle sepolture senza croci di
riconoscimento e i timonieri attivano e pro-cessano le guerre e le violenze in
ogni luogo e in ogni dove, che vengono sor-passate di mano in mano
con l’uso smodato delle sicurezze, decretate e santificate dalla mitica Panacea
che guarisce tutti i mali del mondo.
I ricchi epuloni alzano muri di fango e il silenzio tras-ferisce la primavera
dei poveri nell’occi-dente cariato, estirpato e dis-caricato sulle spalle dei
lavoratori in lotta fiorita di pace, con i minori scom-pigliati, catturati e
ri-messi a posto con le ossa rotte nelle scuole-aziende presidiate da
maggioranze risicate… dentro e fuori campo.
I ricchi epuloni alzano muri di fango e il de-putato donzelletto… più nazi che
fascio difende le ragioni di una razza pura e il fine giustifica i mezzi e segna
la via dal Terzo Reich alla Terza Repubblica, dove il lavoro nobilita gli uomini
e le donne e non riesce a tenere pulito il mondo né ora né mai.
Pino Dicevi
Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà
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Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino
alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i
meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di
solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1.
PH: Stefano Gili, Officina 31021
LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO
La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con
particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo.
Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un
punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone
provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq,
Pakistan e Bangladesh.
Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni,
instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure.
Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie
individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando
esperienze complesse in un problema da contenere 2.
A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto
una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona
l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e
all’invisibilità.
Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali
condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il
controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli
uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca,
spesso disperata, di un riparo e di assistenza.
In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo,
entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di
screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri
4.
La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali,
della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle
persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso
effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle
politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per
un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto.
Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile,
soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale
rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per
difendersi.
Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al
18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano
invariati 5.
La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre
la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili,
accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento
c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere.
SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA
Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e
ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una
trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità
alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli
attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni
di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6.
Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il
processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una
minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi
e politiche di deterrenza 7.
Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e
responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei
problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera
denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza
sviluppare soluzioni durature.
Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla
capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la
salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie.
A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle
frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte
delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante
accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8.
Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle
responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei
movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei
diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini
senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti
umani e protezione dei rifugiati.
La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito
dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9.
Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla
Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e
dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire
una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o
degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella
sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi
non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i
controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela.
Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura
dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma
spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a
intermediari informali.
Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a
finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie
legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più
costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13.
Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020,
rappresentano una contraddizione emblematica.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso
avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie
procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14.
Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva
giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano
vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a
una tutela giurisdizionale effettiva.
In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti
individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere
protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè
respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia.
Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta
sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni
e documenti e sottrazione di effetti personali 15.
MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE
La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta
strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi
amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di
abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16.
Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le
misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana»,
rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che
dichiarano di proteggere 17.
Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i
bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come
l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto
Vecchio non elimina le cause dell’esclusione.
Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le
cause della marginalità?
PH: Stefano Gili, Officina 31021
Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di
produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo
vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione,
fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa
fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali.
La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie
diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità
d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle
città, private di diritti e prospettive.
Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi
collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro
espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali,
le disuguaglianze e le carenze strutturali.
La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e
insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso,
storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica.
Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte
simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere
consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di
accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a
propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione
immediata e rinvia ogni cambiamento reale.
La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di
accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo
spazio pubblico.
Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di
inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui
l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18.
PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO
In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un
contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico
comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo
attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è
più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che
affrontare le cause strutturali di queste difficoltà.
La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro
espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà
economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione.
Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di
sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire,
di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19.
Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo
a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra:
presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un
numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle
responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi
vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono
presentate come prova di fermezza.
Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti
strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione,
garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e
l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra
persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e
culturale.
Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la
logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi
più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che
in educazione e sanità.
LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA
Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno
e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni
concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la
«cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza
immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone
spesso ridotte a un fenomeno astratto.
Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando
i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le
responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le
restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno
introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine
pubblico e fruibilità della piazza 21.
Notizie
«HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA
SOLIDARIETÀ
La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà
Redazione
20 Ottobre 2026
Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua
presenza in Piazza della Libertà:
«Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in
cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di
persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore,
nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con
queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro
un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte
a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate».
Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a
Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli
Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone
cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza
Libertà così vuota ci lascia sgomenti.
Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e
dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono
intrecciate storie, lotte e pratiche di cura.
Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra:
«Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo
scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare
vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza
dell’incontro».
Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera:
riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi
limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà
cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza
prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali.
In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi
economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è
scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e
inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e
collaborazione tra istituzioni e società civile.
Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità
non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e
costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un
bersaglio delle paure collettive.
PH: Stefano Gili, Officina 31021
1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un
reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎
2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e
Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967;
UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione
internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione
sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito
ufficiale ↩︎
3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto
2013) ↩︎
4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?»,
Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎
5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere;
comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei
controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎
6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎
7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of
Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of
Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎
8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border
Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press;
Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European
Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen,
S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge
University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security,
Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎
9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European
Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350;
Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border
Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press
↩︎
10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi
Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎
11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c.
Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3,
13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19;
Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎
12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª
ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University
Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎
13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave
Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021);
OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎
14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine
italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio
2026 ↩︎
15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA,
2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎
16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a
Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎
17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎
18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication
of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎
19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of
Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and
Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The
Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎
20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎
21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16
ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti
di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito
ufficiale. ↩︎
Milano, dove il governo va a “parà”
Il colonnello Mathieu alla testa dei paracadutisti entra nella casbah di Milano…
Ah, no, si attesta nel centro città, epicentro Duomo e la Scala, per proteggere
le vetrine del lusso. Purtroppo c’è ben poco da scherzare. La classe politica
più reazionaria e più incompetente di sempre ha tirato fuori un […]
L'articolo Milano, dove il governo va a “parà” su Contropiano.
Decreto flussi, legittimo il subentro del nuovo datore se il primo non si presenta
Il TAR Veneto (Sez. III) ha accolto il ricorso di un cittadino marocchino,
contro la comunicazione con cui la Prefettura di Rovigo aveva negato il subentro
di un nuovo datore di lavoro al posto di quello che aveva richiesto il nulla
osta. Il ricorrente era entrato regolarmente in Italia con un visto per lavoro
stagionale, ma il datore originario non aveva mai risposto ai suoi contatti; si
era quindi subito attivato per trovare un nuovo impiego.
Il Collegio riconosce anzitutto l’interesse al ricorso, perché la comunicazione
dello Sportello Unico “comporta un arresto procedimentale che preclude al
ricorrente la possibilità di ottenere il titolo di soggiorno per lavoro
subordinato“. Nel merito, richiamando l’orientamento del Consiglio di Stato,
afferma che lo straniero entrato regolarmente che, per cause a lui non
imputabili, non abbia potuto instaurare il rapporto con il datore richiedente,
ma si sia comunque adoperato per trovare un lavoro, “non possa rimanere privo di
tutela“. Lo conferma lo stesso art. 22, comma 6-bis, del d.lgs. 286/1998, che
consente di lavorare già nelle more della sottoscrizione del contratto di
soggiorno.
Il provvedimento è stato quindi annullato: la Prefettura dovrà rivalutare la
posizione del ricorrente tenendo conto della documentazione prodotta.
T.A.R. per il Veneto, sentenza n. 1777 dell’8 settembre 2026
Si ringrazia l’Avv. Maria Grazia Martelli del Foro di Treviso per la
segnalazione e il commento.
CASTEL VOLTURNO: SABATO 24 OTTOBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA CHIUSURA DI TUTTI I CPR
Emergency promuove e aderisce alla manifestazione nazionale “No ai Cpr, né a
Castel Volturno, né altrove” che si terrà il 24 ottobre a Castel Volturno, ore
13 al Centro Fernandes, per dire che la comunità non ha bisogno di un Centro di
permanenza per il rimpatrio (Cpr) sul proprio territorio e, nello stesso tempo,
chiedere la chiusura di tutti i Cpr, ribadendo “la necessità del superamento
dell’intero sistema della detenzione amministrativa”.
Nel secondo rapporto di monitoraggio sui Cpr pubblicato dal Tavolo Asilo e
Immigrazione, emerge ancora più chiaramente come questi luoghi di detenzione, di
fatto, abbiano conseguenze importanti sia sulla salute fisica che su quella
mentale delle persone trattenute. Sono luoghi patogeni, cioè in grado di
generare o deteriorare gravemente la salute psicofisica delle persone.
All’interno dei Cpr è stata più volte denunciata una massiccia e spesso
incontrollata somministrazione di terapie sedative e psicofarmaci, che sembrano
utilizzati in modo improprio come strumento di gestione dell’ordine pubblico e
di contenimento della tensione interna, anziché per reali finalità terapeutiche.
A questo si aggiunge un numero allarmante di atti di autolesionismo, continui
tentativi di suicidio e anche di morti tragiche, specchio di una profonda e
disperata sofferenza psicologica.
“Dopo 28 anni di esistenza del sistema dei Cpr, possiamo affermare che il
problema non sia solo nella gestione dei luoghi ma nell’obiettivo per cui sono
nati: il rimpatrio forzato di uomini e donne che, migrando, esercitano e
rivendicano il proprio diritto di sottrarsi a condizioni di vita inaccettabili e
pericolose”. L’intervista a Sergio Serraino, coordinatore Emergency
CampaniaAscolta o scarica
Torino: sabato 24 ottobre di nuovo in piazza contro riarmo, guerra e carovita
Sabato 24 ottobre alle ore 15 in piazza Castello partirà una manifestazione che
si collega con le piazze dello scorso weekend contro carovita e riarmo.
L’appuntamento viene chiamato sotto lo slogan “Noi la guerra non la paghiamo”,
grazie alle proteste di queste settimane l’obiettivo sarà quello di unire le
istanze con particolare attenzione anche alla grande mobilitazione degli
agricoltori e autotrasportatori che sta avvenendo al Sud.
Ne parliamo con un membro di Italiainpiazza17 per il nodo di Torino
Francia, Macron vuole vietare le manifestazioni
Dopo la rivolta del 17 ottobre, l’Eliseo annuncia nuovi divieti, coprifuoco e
restrizioni ai cortei. Studenti e Gilet Jaunes preparano altre mobilitazioni. Il
governo continua a rispondere alla crisi sociale …
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