“Portentosa Cura Intergalattica”: quando la politica abbraccia la poesiaCarlotta Muston e Chloé Bertini raccontano il sogno di un’ecologia dei movimenti
contro la frammentazione della sinistra italiana.
PCI — no, non parliamo con nostalgia del Partito Comunista Italiano, ma della
“Portentosa Cura Intergalattica”. Il nome stesso suona strano, fuori dagli
schemi, impossibile da inscatolare negli slogan del panorama di opposizione
politica che conosciamo. Eppure, dietro a queste tre parole si nasconde una
visione radicale e un progetto politico concreto che sta riunendo decine di
realtà attiviste attorno a una domanda semplice, ma mai veramente affrontata:
come costruiamo davvero il cambiamento? Come lo facciamo insieme?
Quando il nome diventa manifesto politico
Carlotta Muston e Chloé Bertini sono due delle fondatrici della PCI. Si sono
incontrate nei movimenti di Extinction Rebellion e Ultima Generazione, dentro
quei movimenti che negli ultimi anni hanno messo il corpo sulla strada, ma è
stato in momenti di sosta dalla militanza che hanno iniziato a farsi le domande
davvero difficili.
“Eravamo tra il portone di casa di Sofia, che ha dato vita al progetto insieme a
noi, e la fermata del tram davanti a casa sua. Sofia è molto comunista e
insisteva che avremmo dovuto chiamarci PCI. Giocando con queste tre lettere e
reinventandole, abbiamo capito che l’emozione che sentivamo era il bisogno di un
nome grande, esplosivo, espansivo, pieno di amore, luce, colore e gioia. Ed è
importante per noi che la dimensione della cura sia proprio al centro del nome,
perché rende la dimensione transfemminista del nostro progetto fondamentale , ed
è proprio quello che nella sinistra italiana abbiamo invece visto mancare da
quando siamo bambine.” — Carlotta
Chloé aggiunge un’altra sfaccettatura: “Quello che mi piace è l’inafferrabilità
che porta con sé questo nome. Perché da un lato deve essere grande per
affrontare una sfida globale e sistemica che richiede ambizione. Dall’altro, ci
sono tante altre parole che usiamo per comporre e scomporre questa sigla, per
esempio “Piccole Creature Invertebrate”, perché vogliamo avanzare in modo
organico e riconnetterci alla vita. Dentro il nostro gruppo cambiamo le parole
dell’acronimo ogni volta che vogliamo, per esprimere concetti diversi. Questo mi
piace perché mantiene sia la dimensione ambiziosa della sigla che quella di
gioco e creatività.”.
“Portentosa cura intergalattica è un nome che può far ridere“, aggiunge
Carlotta. “Ma è per dire: possiamo avere un orizzonte molto alto e ambizioso e
fare piccoli passi, continuare a prenderci sul serio e anche prenderci in giro.
Penso che la sinistra abbia bisogno di questa ironia.”
Il weekend che ha cambiato tutto
La genesi della PCI arriva da una frustrazione condivisa. Molte di loro vengono
da anni di lotta climatica con Extinction Rebellion, Ultima Generazione. Anni
di corpo sulla strada, di urgenza, di consapevolezza che la crisi climatica e
sociale non è rimandabile. Ma c’era qualcosa che mancava.
“C’era una spinta, un’energia, una volontà di dare tutto al servizio di un
cambiamento radicale, ma non erano ancorate a un’intenzione che poteva essere
formulata con chiarezza. Non ci eravamo mai chiesti davvero: come lo facciamo?
Come realmente sovvertiamo questo sistema omicida, genocida, ecocida?” — Chloé
E da lì il gesto semplice: un fine settimana a casa di Chloé. “Da brave amiche e
compagne abbiamo passato il weekend a cercare di pianificare la rivoluzione, o
almeno, a rispondere ad alcune domande“, racconta Carlotta.
Un ecosistema, non una battaglia
Quello che emerge è l’intuizione che un’ecologia dei movimenti è urgente.
Carlotta spiega: “Se vogliamo abbattere capitalismo, patriarcato e colonialismo
che sono la matrice del sistema in cui viviamo, dobbiamo scardinare dentro di
noi stesse le strutture culturali di oppressione che abbiamo interiorizzato. Non
abbiamo una risposta a come costruire un’ecologia di movimento. Ma l’intuizione
è quella di un’ottica permaculturale, dove le diverse realtà entrano
sinergicamente in relazione e permettono di produrre ancora più biodiversità e
meraviglia.”
Ritiro gruppo operativo, maggio 2026
Come il potere frammenta i movimenti
La frammentazione dei movimenti non è un incidente, è un effetto del potere.
“Vedo un potere che tende all’atomizzazione dell’individuo concentrato sul
successo di sé stesso. Un meccanismo di competizione che si irradia a tutte le
sfere. Ma se mettiamo in condivisione le competenze, unirci ci permette di
generare più spazio contro l’ottica di scarsità che viene raccontata e ricercare
quel movimento espansivo che abbiamo incastonato nel nostro nome” — Carlotta
Chloé individua un meccanismo cruciale: “La frammentazione viene da dentro i
movimenti. Quando attraversiamo conflitti interni e sentiamo di non guardare
nella stessa direzione, lo si vive spesso personalmente come un tradimento. E
questo porta a maturare la credenza di non poter lavorare con qualcuno che non
vediamo come portatore di un lavoro di trasformazione radicale. Dobbiamo anche
fare i conti con una scala di prossimità al potere che ci frammenta: più si è
vicine al potere, più è difficile empatizzare con chi è ai margini e più i
margini sono lontani meno si sentono compresi.”
Facilitazione sistemica e conflitto trasformativo
“La facilitazione sistemica affronta i gruppi come sistema ed è uno strumento
fondamentale e politico perché le strutture di potere che viviamo nel mondo si
ripercuotono nei nostri spazi: i maschi, le persone bianche, le persone abili
prendono più spazio. La facilitazione ci permette di scardinare attivamente
queste strutture.” — Carlotta
Carlotta mette in luce la necessità di un nuovo modo di vivere e camminare nel
confronto. Durante un conflitto, stare sui contenuti e stare sul processo sono
modalità completamente diverse di vivere ciò che accade. Il processo stesso è
cura e apprendimento e la facilitazione aiuta a navigare il dialogo mentre lo si
vive.
“Siamo esposti a una gestione del conflitto secondo la metafora della guerra,
non della trasformazione. Una sfida fondamentale di evoluzione è permettere alle
persone di avere un’esperienza incarnata di cosa significa stare nel conflitto e
non uscirne massacrati, ma trasformati.” – Carlotta
“L’emotività è parte del processo”, sottolinea Carlotta, che fa la facilitatrice
sistemica di professione. “Il dolore di fronte alla terra che brucia, il dolore
quando non riusciamo a stare insieme, è informazione data al lavoro di
connessione reciproca“. Per questo è importante e non secondaria la scelta dei
luoghi in cui la PCI decide di portare avanti il processo: spazi naturali,
vicino a fonti d’acqua, con la luna piena ad illuminare gli incontri.
I valori che permeano il progetto sono quindi : eco-transfemminismo, nonviolenza
(ecologica e indigena), ciclicità, facilitazione, affiancati da una volontà
crescente di approcciarsi in maniera pratica al mondo con un ‘ottica
decoloniale.
L’urgenza: “When despair ends, tactics begin”
“La mia terra sta bruciando. La superficie vivibile della Terra si sta
riducendo. Questa estate in Italia sentiamo temperature assurde. Le circostanze
ci mettono davanti a una scelta: o perdiamo la nostra umanità, o abbattiamo
tutto quello che la ostacola.” — Chloé
“Uno degli ostacoli più grandi a cui ci troviamo di fronte è il cinismo e la
disperazione. Le persone vedono ciò che accade e ne rimangono incredule, ma
continuano a vivere la propria vita come se nulla fosse. Non si rendono conto
del potere che abbiamo” continua l’attivista.
“When despair ends, tactics begin. Possiamo e dobbiamo continuare a elaborare il
lutto e il dolore per la Terra che muore e per il fatto di non riuscire a stare
insieme come vorremmo, ma adesso è il momento di iniziare a mettere in atto e a
costruire veramente le tattiche comuni per uscire da tutto questo. L’urgenza di
riconoscerci come ecosistema di movimenti nasce per noi dalla crisi climatica,
che è qui e ora. Per questo il progetto diventa urgente, non rimandabile e un
imperativo. L’alternativa che cerchiamo non può essere dentro questo sistema,
perché è quello che ha prodotto il disastro.” — Carlotta.
Un incontro per tessere il potere collettivo
Tutto questo prende forma concreta per il secondo anno consecutivo in un
incontro a fine agosto a cui sono state invitate 50 realtà diverse,
dall’ambientalismo al transfemminismo, dai diritti dei migranti alla solidarietà
palestinese, dalle comunità alternative ai sindacati di base. Cinque giorni dove
le diverse lotte proveranno a vedersi, parlarsi, tessere una trama nuova. Quando
si parla di risultati però è bene riconoscere che il processo durerà anni e
quindi per il momento si procede con calma e cura.
Chloé: “C’è tanto amore dentro il nostro gruppo. Nel primo incontro “beta”
questa energia si è estesa a tutto il campeggio e credo che succederà nuovamente
quest’anno.”
Anzio, agosto 2025, Primo ritiro rivoluzionario
Carlotta non vuole parlare di aspettative, ma di desiderio che, ci ricorda,
letteralmente vuol dire: “Andare verso le stelle. È strano portare la dimensione
energetica e spirituale in ambienti politici, non lo è per noi, ma è una cosa
nuova per chi lo vede fare e lo vive nei nostri incontri. Personalmente,
comunque, vorrei che le persone presenti al ritiro se ne andassero con il cuore
più aperto e più capaci di comunicare con gli altri, senza la paura di essere
vulnerabili.”
Forse è qui, nello spazio tra la visione globale e l’intimità del legame, che la
Portentosa Cura Intergalattica sta facendo qualcosa di radicale: non sconfiggere
il nemico, ma imparare a stare insieme, veramente insieme, nella costruzione di
un mondo diverso.
Per saperne di più scrivere a info@portentosacuraintergalattica.com
Erica Cardin