Associazioni di Varese contro il Protocollo d’Intesa tra il comune e la Fondazione Leonardo: raccolta firme
PUBBLICHIAMO E CONDIVIDIAMO SUL SITO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ L’INIZIATIVA CHE ALCUNE ASSOCIAZIONI ANTIMILITARISTE STANNO CONDUCENDO A VARESE PER IMPEDIRE CHE VENGA PERFEZIONATO IL PROTOCOLLO D’INTESA TRA IL COMUNE DI VARESE E LA FONDAZIONE LEONARDO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX AREA AERMACCHI IN VIA SANVITO SILVESTRO IN QUELLA CITTÀ. Di seguito la lettera inviata al sindaco di Varese. All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d'intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa, oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra, costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l' esposizione come simbolo del velivolo MB-326in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l'intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5.000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell'obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. CLICCA QUI PER FIRMARE Qui il pdf della lettera al sindaco con le associazioni firmatarie. Lettera al Sindaco e alla Giunta comunale varesinaDownload Qui il protocollo d’intesa tra il Comune di Varese e la Fondazione Leonardo. PROTOCOLLO_D_INTESA_Comune_di_Varese_e_Fondazione__260128_162707Download Qui il verbale di deliberazione della Giunta comunale di Varese. GC_2025_228-1_260128_162551Download
Forlì, lunedì 6 luglio: Presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: LUNEDÌ 6 LUGLIO 2026 presidio al carcere di Forli (lato via della Rocca) Dalle 18.00 alle 21.00 Anche se Pietro é stato trasferito a Terni, nel circuito di Alta Sorveglianza (AS2), torniamo davanti al carcere di Forlì per rompere l’isolamento di chi é rinchiusx in questi giorni roventi, per non dimenticare mai che le prigioni sono il frutto di una società ingiusta, spietata, basata sul privilegio, che rinchiude chi gli è scomodx o contrarix. CONTRO OGNI MURO, CONTRO OGNI GABBIA! Micol, Stefano, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giulia, Arnau, Bibi liberx! Tuttx Liberx!
July 2, 2026
il Rovescio
Disarmo: Il primo test dal dopoguerra
"Able" fu la prima esplosione nucleare dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki nell'agosto 1945. È stata la prima di 21 bombe che sono state fatte esplodere nell'atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, per un periodo di dodici anni.
July 2, 2026
PeaceLink
In Europa si muore di caldo – apocalisse termica (e data centers)@0
L’AI vive di energia. Ogni domanda a Chatgpt, ogni server, ogni centro di calcolo richiede quantità enormi di energia e acqua fresca. E il suo consumo cresce a una velocità che nessun sistema energetico aveva mai previsto. Negli Stati Uniti, i data center pesano già per il 4,4% della domanda nazionale di elettricità, e le proiezioni parlano di una quota tra il 6,7% e il 12% entro il 2028. È il segnale di una trasformazione silenziosa: il mercato dell’AI non si misura più solo in capitalizzazione o investimenti, ma anche in gigawatt. Le grandi piattaforme digitali lo sanno: Microsoft, Amazon e Google hanno avviato partnership con operatori nucleari e stanno già costruendo reattori modulari per i nuovi poli di calcolo, oltreoceano, ma non solo. Le discussioni sugli investimenti e i cantieri sono già stati avviati nel Regno Unito: Holtec e Edf Uk sono impegnati insieme alle parti interessate dei governi del Regno Unito e degli Stati Uniti, tra cui Great British Energy – Nuclear e The National Wealth Fund. “Lavorando con gli Stati Uniti, raccoglieremo i benefici di questa età d’oro del nucleare, alimentando le case britanniche con energia pulita e nazionale, offrendo posti di lavoro qualificati ben pagati e abbassando il prezzo delle bollette d’energia per sempre”, ha dichiarato il Segretario britannico all’energia, Ed Miliband. Le altre società del nucleare coinvolte negli accordi per la generazione di energia includono Terra Power, X-energy e Last Energy e tutte hanno all’attivo negli Stati Unit progetti per l’alimentazione di dati center con il nucleare. Questo dimenticando la questione delle scorie, i vari incidenti a centrali nucleari che accompagnano questa fonte di energia, e non si prova nemmeno a pensare a una razionalizzazione dell’uso – e dello spreco – di energia, mentre nelle città si moltiplicano i blackout alla corrente elettrica per l’uso dei condizionatori, ormai necessari per il caldo estremo. Caldo estremo che secca i bacini e i corsi d’acqua, che aumenta il fabbisogno di energia, e che addirittura, in Francia, ferma le centrali nucleari, che hanno bisogno, anche loro, di essere raffreddate dall’acqua fresca. Ne abbiamo parlato all’ultima puntata dell’elenco telefonico degli uragani: introduzione: approfondimento con Andrea Capocci su cambiamento climatico, carenza idrica, dissesto idrogeologico, data center.
In Europa si muore di caldo – apocalisse termica (e data centers)@1
L’AI vive di energia. Ogni domanda a Chatgpt, ogni server, ogni centro di calcolo richiede quantità enormi di energia e acqua fresca. E il suo consumo cresce a una velocità che nessun sistema energetico aveva mai previsto. Negli Stati Uniti, i data center pesano già per il 4,4% della domanda nazionale di elettricità, e le proiezioni parlano di una quota tra il 6,7% e il 12% entro il 2028. È il segnale di una trasformazione silenziosa: il mercato dell’AI non si misura più solo in capitalizzazione o investimenti, ma anche in gigawatt. Le grandi piattaforme digitali lo sanno: Microsoft, Amazon e Google hanno avviato partnership con operatori nucleari e stanno già costruendo reattori modulari per i nuovi poli di calcolo, oltreoceano, ma non solo. Le discussioni sugli investimenti e i cantieri sono già stati avviati nel Regno Unito: Holtec e Edf Uk sono impegnati insieme alle parti interessate dei governi del Regno Unito e degli Stati Uniti, tra cui Great British Energy – Nuclear e The National Wealth Fund. “Lavorando con gli Stati Uniti, raccoglieremo i benefici di questa età d’oro del nucleare, alimentando le case britanniche con energia pulita e nazionale, offrendo posti di lavoro qualificati ben pagati e abbassando il prezzo delle bollette d’energia per sempre”, ha dichiarato il Segretario britannico all’energia, Ed Miliband. Le altre società del nucleare coinvolte negli accordi per la generazione di energia includono Terra Power, X-energy e Last Energy e tutte hanno all’attivo negli Stati Unit progetti per l’alimentazione di dati center con il nucleare. Questo dimenticando la questione delle scorie, i vari incidenti a centrali nucleari che accompagnano questa fonte di energia, e non si prova nemmeno a pensare a una razionalizzazione dell’uso – e dello spreco – di energia, mentre nelle città si moltiplicano i blackout alla corrente elettrica per l’uso dei condizionatori, ormai necessari per il caldo estremo. Caldo estremo che secca i bacini e i corsi d’acqua, che aumenta il fabbisogno di energia, e che addirittura, in Francia, ferma le centrali nucleari, che hanno bisogno, anche loro, di essere raffreddate dall’acqua fresca. Ne abbiamo parlato all’ultima puntata dell’elenco telefonico degli uragani: introduzione: approfondimento con Andrea Capocci su cambiamento climatico, carenza idrica, dissesto idrogeologico, data center.
Bologna: assoluzioni (in primo grado) per il processo alla mobilitazione contro il 41-bis
Ogni tanto una buona notizia, che riceviamo e pubblichiamo volentieri: Esito primo grado del processo per la mobilitazione contro il 41bis, Bologna Ieri 1 luglio a Bologna si è tenuta l’udienza conclusiva, con relativa sentenza di primo grado, per il processo sulla mobilitazione contro il 41 bis e in solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo . L’esito è stato un’assoluzione per tutte le persone ancora coinvolte e per tutti i capi di imputazione. Senza fare alcuna noiosa cronistoria, ricordiamo solo alcuni passaggi rilevanti. Il procedimento, condotto dai carabinieri del Ros di Bologna, viene noto nell’estate del 2023 come un’indagine per associazione con finalità di terrorismo (270bis) relativa a delle azioni compiute durante la mobilitazione (blocchi, sabotaggi e presidi). Nell’autunno 2023 l’inchiesta si allarga ad un gruppo più ampio di persone. Col pretesto del ritrovamento di un accendino recante tracce biologiche sul luogo di uno dei fatti oggetto di indagine, nell’inverno 2023, venne richiesto il prelievo coatto del DNA per tutte le persone coinvolte, a prescindere dai fatti contestati a ciascuna. Durante l’iter processuale il 270bis è caduto e si è proceduto solo per alcuni fatti specifici: l’interruzione di una messa, l’occupazione di una gru con relativo presidio solidale, l’incendio di un ripetitore. Nel corso della seconda udienza Alfredo ha potuto prendere parola come testimone della difesa, facendo uscire la sua voce dalla tomba per vivi in cui è tutt’ora rinchiuso, dopo due anni di silenzio. All’oggi, di questa pomposa operazione repressiva rimane ben poco, anche se, è noto, la repressione non è sempre quella che trova traccia nelle carte, ma colpisce spesso nel suo dispiegarsi più che nei suoi risultati formali. Sebbene ci corra un pensiero in meno nella testa, ricordiamo i due procedimenti ancora in corso a Bologna per le calde manifestazioni solidali di quell’inverno, che vede ancora coinvolte diverse persone a cui ribadiamo vicinanza e solidarietà. Così come vicinanza e solidarietà va a chi, nell’ultima operazione antianarchica del 16 giugno, ha visto la sua vita incrociare le porte del carcere o della detenzione domiciliare, lo sgombero della propria casa o l’ennesima accusa di terrorismo. Siamo con Giulia, Luna, Pietro, Tony, Bibi, Micol, Nico, Stefano e Arnau, con chi si rivolta, si organizza e colpisce. Anarchiche e anarchici a Bologna
July 2, 2026
il Rovescio
Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia
In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento … Leggi tutto "Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia"
In Germania una cooperativa di attivisti produce energia pulita per 30.000 abitanti
Era il 2010 quando quarantasei cittadini di Heilbronn, città industriale da 126mila abitanti sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, decisero di fare qualcosa di concreto contro il nucleare. Non si limitarono a una petizione o un presidio, ma fondarono una cooperativa energetica, la EnerGeno Heilbronn-Franken eG, e l’anno seguente cominciarono ad installare i primi pannelli solari sui tetti degli edifici locali. Sedici anni dopo, quella cooperativa conta 2.400 soci, gestisce circa 30 milioni di euro di capitale proprio, impiega 16 persone e produce energia pulita per oltre 30mila abitanti: è diventata una delle più grandi cooperative energetiche della regione. Il modello è semplice: EnerGeno individua i tetti degli edifici – scuole, municipio, capannoni industriali, condomini, stalle – e propone ai proprietari, pubblici o privati, un accordo: il tetto in affitto, in cambio di elettricità a prezzo stabile e inferiore a quello di mercato. La cooperativa pensa al resto: progettazione, finanziamento, costruzione, assicurazione e manutenzione, e l’energia in eccesso viene rivenduta in rete. Il Comune di Heilbronn ha aderito tra i primi, cedendo i tetti degli edifici comunali. Con il tempo il rapporto si è formalizzato: oggi esiste un vero e proprio accordo di partenariato climatico ed energetico che vincola la cooperativa agli obiettivi di decarbonizzazione della città, che sarà Capitale Verde Europea nel 2027 con la cooperativa tra i partner ufficiali. I numeri attuali raccontano di 140 impianti solari operativi per un totale di 43 megawatt-picco di capacità installata su 150 siti. A questo si aggiunge la partecipazione a 10 turbine eoliche, per una produzione eolica complessiva di 50 gigawattora l’anno. Ogni socio ha diritto a un voto nelle assemblee, indipendentemente dal numero di quote possedute e una quota costa 100 euro, una soglia bassa che consente a pensionati, famiglie e persino bambini di partecipare. Ogni anno, attorno al Natale, EnerGeno lancia una campagna che porta molte famiglie a regalare quote ai figli e il risultato è una base sociale molto giovane. Intanto il progetto continua ad evolversi. Il 9 giugno 2026 è partita la costruzione del parco eolico civico di Künsbach-Etzlinsweiler, tra Kupferzell e Künzelsau, che prevede due turbine Nordex di ultima generazione, interamente in mano a cittadini: 161 soci individuali e quattro cooperative energetiche hanno messo insieme 4,5 milioni di euro di capitale proprio, senza ricorrere a operatori commerciali esterni. EnerGeno è il principale azionista: le turbine entreranno in funzione nella prima metà del 2027 e produrranno circa 22 milioni di kilowattora l’anno, abbastanza per coprire i consumi di 7mila famiglie nella regione dell’Hohenlohe. L’intera catena del valore resterà nel territorio. Quello della distribuzione del valore è il punto politicamente più rilevante del modello. Studi condotti sulle cooperative energetiche tedesche mostrano che un parco eolico in mano alla comunità locale genera un reddito per l’economia del territorio superiore rispetto a un impianto identico gestito da un operatore commerciale esterno. Uno studio del 2016 dell’Istituto per le tecnologie energetiche decentralizzate ha calcolato che un parco eolico da sette turbine da tre megawatt, sviluppato con attori locali e partecipazione comunale, genera 58 milioni di euro di reddito per il territorio nell’arco di vent’anni. Lo stesso impianto affidato a un operatore esterno ne produce appena 7 milioni: la differenza sta nei profitti che non escono dalla regione, nelle tasse che restano nei bilanci comunali, nei salari per i dipendenti e i soldi che circolano tra i negozi e i servizi locali. EnerGeno reinveste il surplus in nuovi impianti, finanzia attività ambientali collaterali come riforestazioni, parchi agrivoltaici con pascolo di pecore sotto i pannelli, piantumazione di alberi da frutto e supporta iniziative sociali nel territorio. Il Comune di Heilbronn ha adottato il modello con convinzione crescente. Inizialmente si era limitato a mettere a disposizione i tetti degli edifici pubblici, ricevendo in cambio elettricità a prezzo calmierato. Col tempo ha firmato un accordo di partenariato formale, ha integrato EnerGeno nella propria strategia climatica e ha incoraggiato i Comuni vicini a fare lo stesso. Almeno quattro amministrazioni limitrofe si sono iscritte come socie della cooperativa, aggiungendo trasparenza alla governance e accedendo agli stessi vantaggi. Non mancano gli ostacoli. Il quadro normativo federale tedesco rende la condivisione energetica tra produttori e consumatori vicini possibile solo in forma virtuale, non fisica: EnerGeno è costretta a costruire sistemi contabili complessi per vendere e riacquistare l’energia che i propri impianti generano in loco. È un paradosso burocratico che rallenta il modello e che la riforma del 2017, che ha sostituito i vecchi incentivi alle rinnovabili con aste competitive sui grandi impianti, ha ulteriormente sbilanciato il campo a favore degli operatori industriali: le procedure di gara sono troppo onerose per cooperative di volontari e piccoli staff professionali. Secondo gli analisti la transizione energetica europea ha bisogno di grandi impianti offshore, di linee ad alta tensione, di investimenti miliardari da parte di multinazionali. Ma ciò che il mercato centralizzato non riesce a fare – e che EnerGeno fa da sedici anni – è costruire consenso sociale, trattenere il valore economico dove viene prodotta l’energia e coinvolgere decine di migliaia di persone comuni nella produzione di elettricità pulita. L'Indipendente
July 2, 2026
Pressenza
Cisgiordania: tutti questi bambini uccisi dall’esercito israeliano.
di Luc Bronner,   Le Monde, 1° luglio 2026.     L’ONG israeliana B’Tselem ha documentato la morte di 54 minori dal gennaio 2025 e l’impunità dei soldati. Il corpo di Sam Abou Haikal, 7 mesi, riposa per l’ultima volta in una moschea. A Hebron, il 6 giugno. LAURENCE GEAI/MYOP PER «LE MONDE» Mirare con la propria arma da guerra e il dito sul grilletto. Mirare a un bambino o a un adolescente al torace, alla schiena o alla testa, e non alle gambe. Quindi constatare che è crollato a terra e che sta perdendo sangue sull’asfalto o sul terreno. Non prestare alcuna assistenza. Impedire ai testimoni o ai familiari di prestare aiuto. Rallentare o bloccare le ambulanze e i soccorritori. In un rapporto sui minori uccisi dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, l’ONG B’Tselem identifica 12 casi di bambini e adolescenti gravemente feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dai soldati nel 2025 e poi lasciati senza cure, a volte per diverse decine di minuti, senza che ai soccorritori fosse permesso di intervenire: alla fine sono morti tutti. Una pratica confermata dall’ONU e da numerose fonti palestinesi: dal 7 ottobre 2023, in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha impedito o rallentato i soccorsi in 240 occasioni, dopo aver colpito con colpi d’arma da fuoco minori e adulti, tutti deceduti a causa delle ferite riportate, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR). L’impatto che ha la disumanizzazione dei palestinesi si misura in questi momenti, in questi gesti e nelle successive decisioni prese dai soldati israeliani. Si misura anche nelle statistiche pubblicate dalle ONG o dalle organizzazioni internazionali, in particolare dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari (OCHA): tra gli oltre 1.100 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre figurano 225 minori. Una cifra paragonabile, per quanto riguarda bambini e adolescenti, al bilancio della seconda Intifada tra il 2000 e il 2005, nella Cisgiordania occupata (251 minori uccisi). Con una differenza fondamentale: negli ultimi anni in Cisgiordania occupata, territorio in parte amministrato dall’Autorità Palestinese – nemica accanita di Hamas, responsabile dell’attacco del 7 ottobre – non si è verificato alcun movimento di rivolta simile all’Intifada. I morti in Cisgiordania non sono quindi vittime di una guerra dichiarata, come quella che ha avuto luogo in Libano, ma sono le conseguenze quotidiane della dittatura militare, denominata «occupazione», difesa da tutti i governi che si sono succeduti nello stato ebraico dal 1967. L’aumento dei morti palestinesi riflette quindi l’evoluzione delle pratiche di mantenimento dell’ordine. Il numero di bambini uccisi si attestava in media intorno ai 13 all’anno tra il 2005 e il 2021. Dal 2023 è salito a 87 all’anno. «Una questione di routine» «Da ottobre 2023, Israele sta conducendo un attacco su vasta scala contro ogni aspetto dell’esistenza palestinese in Cisgiordania. Ciò include una violazione ampia e sistematica dei diritti umani, in primo luogo il diritto più fondamentale: il diritto alla vita. La violenza letale e incontrollata, impiegata dalle forze armate israeliane e dalle milizie dei coloni, ha provocato un’escalation senza precedenti di omicidi di palestinesi», sottolinea B’Tselem. L’ONG stabilisce un nesso tra le pratiche militari a Gaza e l’attacco terroristico che ha causato la morte di oltre 1.200 persone e il rapimento di 251 ostaggi. «Il forte aumento del numero di bambini uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane non può essere separato dai più di 21.000 bambini palestinesi che Israele ha ucciso nel corso del suo assalto genocida sulla Striscia di Gaza dall’ottobre 2023. Il fatto stesso che questo numero inconcepibile non abbia suscitato proteste o portato a un cambiamento di politica dimostra quanto la disumanizzazione dei palestinesi sia radicata nella mentalità degli israeliani. «Sono questi processi a rendere possibile una realtà in cui uccidere bambini è diventato una routine», scrive B’Tselem. L’esercito respinge categoricamente queste accuse. Interpellato da Le Monde, si è limitato a rimandare alla propria smentita alle accuse mosse di recente da una commissione dell’ONU sulla sorte dei bambini a Gaza e in Cisgiordania. Sul campo, il discorso è meno chiaro: «Uccidiamo come non abbiamo ucciso dal 1967», ha recentemente spiegato il comandante dell’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, Avi Bluth, secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz – un riferimento alla Guerra dei Sei Giorni, durante la quale la conquista dei territori palestinesi fu accompagnata da violenze di massa contro i civili. L’indagine di B’Tselem, una ONG israeliana indipendente, si basa sulle testimonianze e sulle informazioni raccolte da un team di otto investigatori in tutta la Cisgiordania occupata. Essa fa luce sulle circostanze in cui vengono utilizzate le armi da guerra, smentendo, con numerosi esempi, le affermazioni israeliane sull’esercito più morale del mondo. A cominciare dalla proporzionalità delle risposte. Sulla base delle proprie constatazioni, B’Tselem dimostra che, dei 54 bambini o adolescenti uccisi nel 2025, solo due minorenni sono stati uccisi mentre erano in possesso di un’arma da fuoco. Altri quattro avevano lanciato ordigni esplosivi improvvisati prima di essere abbattuti. Un altro aveva aggredito un ufficiale di polizia con un coltello. «Ha sparato a sangue freddo». La situazione è decisamente meno chiara per quanto riguarda gli altri casi. Il lancio di pietre contro carri armati o contro soldati ha comportato una pena di morte immediata in 13 casi. «Le nuove normative hanno consentito l’uso della forza letale anche contro individui in fuga dopo essere stati sospettati di aver lanciato pietre, pur non rappresentando più alcun pericolo – in violazione del diritto internazionale», osserva B’Tselem. I militari mirano spesso alla parte superiore del corpo. Anche in questo caso, i dati raccolti dall’ONU sono eloquenti: dal 7 giugno, più della metà dei palestinesi uccisi è stata colpita nella parte superiore del corpo, di cui oltre 120 alla testa. L’esercito spara anche contro le auto, alimentando l’angoscia di tutti coloro che circolano sulle strade palestinesi. Il 7 giugno, un neonato di 7 mesi è stato ucciso da un militare a Hebron mentre si trovava nell’auto di famiglia. L’esercito israeliano ha inizialmente affermato che il veicolo aveva accelerato, ma poi ha ammesso che non era vero. «Il soldato era a 10 metri di distanza. Ci ha visti, ha visto l’interno dell’auto e ha sparato a sangue freddo», testimonia il padre, Fahd Abou Haikal, docente all’Università di Betlemme. A Lamoun, nel mese di marzo, alcuni membri della stessa famiglia, tra cui due bambini di 5 e 7 anni, erano stati uccisi in circostanze simili. Ventuno minori sono stati uccisi pur non essendo coinvolti, secondo l’ONG. Come Ayman Taysir Al-Haymuni, 12 anni, ucciso da un proiettile alla schiena a Hebron, il 21 febbraio 2025, probabilmente sparato da oltre 50 metri, secondo le telecamere di videosorveglianza e gli elementi raccolti da B’Tselem. «Quando abbiamo visto i soldati, abbiamo cominciato a correre», racconta suo fratello, di 11 anni, ancora sotto shock. Sono stati sparati due colpi. Uno è entrato nella schiena e ha attraversato il corpo del ragazzo. «Uccidono bambini continuamente. Vogliono ucciderci tutti», si rammarica il padre, Nassar Al-Haymuni, impiegato nei servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese. «Il sistema non si limita a sostenere chi spara: di fatto, concede loro un permesso di uccidere», accusa Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Iselem. La madre di Ayman Taysir Al-Haymuni, 12 anni, ucciso con un colpo di pistola alla schiena nel 2025. A Hebron, il 18 giugno. LAURENCE GEAI/MYOP PER «LE MONDE» Nonostante le dichiarazioni pubbliche, l’esercito israeliano non sanziona quasi mai i militari responsabili di questi atti. L’esercito utilizza il termine «terrorista» in modo molto estensivo, indipendentemente, o quasi, dalle circostanze. «Ogni palestinese è un terrorista fino a prova contraria: questo è il paradigma di Tsahal [l’esercito israeliano]», sottolinea Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking the Silence, un’altra ONG israeliana. Vengono annunciate indagini, ma molto raramente portano a risultati concreti. «La probabilità che una denuncia relativa a un danno causato a palestinesi da un soldato israeliano sfoci in un’incriminazione del soldato è solo dell’1,5%», afferma l’ONG Yes Din. Minacce esplicite. Alcuni familiari raccontano di essere stati vittime di minacce esplicite da parte dell’esercito o dei servizi segreti mentre cercavano di manifestare la loro rabbia. Una parte dei palestinesi preferisce non adire le vie legali per paura di misure di ritorsione. «Se sporgessi denuncia, questo cambierebbe qualcosa? No. Ma so già cosa succederebbe: sarei minacciato», spiega Kaen Nasa, padre di Mohammed, 17 anni, ucciso il 27 gennaio da una pattuglia ad Al-Dhahiriya. L’esercito ha riferito del lancio di una molotov, cosa che l’indagine di B’Tselem ha smentito. La paura attanaglia interi villaggi. Alia Al-Hallaq, madre di Mohammed, 10 anni, ucciso il 16 ottobre 2025 ad Ar-Rihiya da un soldato che gli ha sparato da una distanza di diverse decine di metri, ha ritirato la denuncia. «Gli abitanti del villaggio ci hanno detto di farlo perché temevano che l’intero villaggio venisse punito», racconta questa donna indicando, in fondo alla valle, la tomba dove è stato sepolto suo figlio. Un video recuperato da B’Tselem è tuttavia esplicito: il soldato ha sparato in direzione del ragazzo senza che questi rappresentasse una minaccia. L’esercito conserva i corpi di alcuni dei palestinesi che ha ucciso, una pratica autorizzata dalla Corte Suprema per poterli riutilizzare come merce di scambio con Hamas. Alla fine di aprile, 18 dei corpi dei minori uccisi nel 2025 erano ancora trattenuti dall’esercito. Altri continuano ad aggiungersi, mentre l’organizzazione islamista ha restituito tutte le salme degli ostaggi del 7 ottobre.  Un’ulteriore punizione per le famiglie. Dalla sua casa, Immar Lani Alarpe può vedere il luogo in cui suo figlio, Reda, di 15 anni, è stato ucciso il 21 giugno, a poche decine di metri in mezzo ai terreni di famiglia. A una certa distanza dall’insediamento vicino, contrariamente a quanto affermato dall’esercito. La madre ha sentito una «raffica». Poi più nulla. Il corpo, come quello di un secondo palestinese di 19 anni, è stato portato via dall’esercito, che vieta qualsiasi cerimonia funebre. Una tristezza infinita le invade il volto: «È un dolore indicibile non poter seppellire nostro figlio». https://www.lemonde.fr/en/international/article/2026/06/29/the-killing-of-west-bank-children-by-israel-s-army-a-product-of-palestinians-dehumanization_6754982_4.html Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 2, 2026
Assopace Palestina
CALA FINANZA: IL GOVERNO REVOCA L’AUTORIZZAZIONE PER LA COSTRUZIONE DI UN MEGA RESORT. VITTORIA DELLA MOBILITAZIONE POPOLARE
La revoca dell’Autorizzazione Unica per il resort di Cala Finanza (nella Gallura sarda) da parte del Governo è una vittoria della mobilitazione popolare ampia ed eterogenea. Una vittoria  politica del movimento, sardo che ha portato a un passo indietro prima del Comune di Loiri Porto San Paolo e poi del Governo. Solo ieri, giovedì 2 luglio, a Cala Finanza,  nel comune  di Loiri Porto San Paolo, costa nord orientale della Sardegna, molte centinaia di persone si sono mobilitate contro il contestatissimo progetto del colosso immobiliare brasiliano che controlla la società Tavolara Bay Srl, in un’area di grande pregio ambientale. I lavori per la costruzione del mega resort di lusso erano già iniziati, mentre nelle ultime ore è arrivato lo stop all’intervento. “Il territorio è stato già deturpato prima delle autorizzazioni”, sottolinea ai nostri microfoni Durdica Bacciu di Sos Cala Finanza, associazione che ha raccolto 103mila firme contro il progetto. «Hanno fatto scavi, abusi alla vegetazione, hanno tagliato ginepri secolari, ma la determinazione popolare è riuscita a fermarli”. Su Radio Onda d’Urto intervista a Durdica Bacciu di Sos Cala Finanza. Ascolta o scarica
July 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Il XIII Municipio di Roma Capitale vota contro la delibera che chiede di bloccare i rapporti con lo stato di Israele
VERGOGNA NEL MUNICIPIO XIII. ALCUNI CONSIGLIERI DEL PD VOTANO INSIEME AI FASCISTI CONTRO L’INTERRUZIONE DEI RAPPORTI TRA ROMA CAPITALE E LO STATO DI ISRAELE. Questa mattina il Consiglio del Municipio XIII era convocato per rimettere al voto la mozione in sostegno alla Delibera di Iniziativa Popolare per l’interruzione dei rapporti fra Roma Capitale e lo Stato di Israele, poichè nella precedente votazione era venuto a mancare il numero legale. Mozioni analoghe di sostegno ad una proposta sottoscritta da più di 16.000 cittadine e cittadini sono state già approvate dai Municipi II, III, IV, V, VII, VIII e X, che già da soli contano molto più della metà degli abitanti della città. Il Municipio XIII non solo è andato in controtendenza, respingendo la mozione, ma ha anche offerto un pessimo spettacolo, che ha visto protagonisti una buona parte dei consiglieri del Partito Democratico, i quali, pur di affossare la mozione, hanno unito i loro voti a quelli di Fratelli d’Italia, sconfessando la loro capogruppo, Angela Lidia Fanara, che aveva presentato la mozione. Al termine delle votazioni, la vivace protesta dei cittadini presenti alla seduta ha portato alla sospensione dei lavori del consiglio municipale. Questi i nomi dei consiglieri che hanno votato a favore dell’approvazione della mozione: Fanara (capogruppo PD), Granata (PD), Cagnazzo (Sinistra Civica Ecologista), Finelli (Azione), Ianiro e Urru (Aurelio in Comune). La mozione è stata respinta con i voti contrari dei consiglieri del PD Arvizzigno, Bordi, Bramante, Fargione, Mele e Satriano, di Pieroni (Lista Civica Gualtieri), che hanno unito i loro voti a quelli dei consiglieri di Fratelli d’Italia Giorgi. Giovagnorio e Mattia Bonadies (Lista Civica Gualtieri) e Monticone (gruppo misto) si sono astenuti. Il Comitato Roma sa da che parte stare, promotore della Delibera Popolare, mentre ringrazia i consiglieri del XIII Municipio che hanno votato a favore della mozione, afferma la propria indignazione nei confronti di quei consiglieri del PD che hanno preferito unirsi ai fascisti sostenitori dello Stato genocida di Israele piuttosto che sostenere la volontà popolare, democraticamente espressa da migliaia di cittadini e cittadine, che vogliono che la Delibera per l’interruzione dei rapporti con lo Stato che sta commettendo un orrendo #Genocidio nei confronti del popolo palestinese, che sta invadendo e occupando territori in Libano e in Siria e che rappresenta un pericolo costante per tutti i popoli del Vicino Oriente e per la pace. Denunciamo pubblicamente le pressioni e le interferenze indebite del Campidoglio verso l’autonomia dei Municipi, riferiteci direttamente da alcuni consiglieri. Siamo certi che queste interferenze proseguiranno nei confronti dei Municipi IX e XV, che hanno calendarizzato il voto sulle mozioni a sostegno della Delibera popolare per i prossimi giorni. Saremo presenti alle sedute e invitiamo le cittadine e i cittadini ad unirsi a noi, in difesa dei diritti del popolo palestinese e dei nostri stessi diritti. Non ci fermeranno, non ci fermeremo. Noi sappiamo da che parte stare e soprattutto lo sanno le migliaia di cittadini che hanno firmato la delibera di iniziativa popolare. Davanti ad un genocidio non valgono gli “ordini di partito”, ogni consigliere municipale e comunale si dovrà esprimere secondo coscienza e dovrà affrontare le conseguenze politiche delle sue scelte. Roma, 2 luglio 2026 Il Comitato Roma sa da che parte stare #romasadachepartestare 3 LUGLIO ORE 17 FERMATEVI! PRESIDIO A MONTECITORIO   Redazione Roma
July 2, 2026
Pressenza

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