Gli USA ammettono di avere dispiegato armi nello spazio
Per lunghi anni, gli Stati Uniti hanno denunciato ogni singola manovra eseguita da satelliti russi che potesse anche lontanamente far pensare che Mosca stesse testando stratagemmi per lanciare armi in orbita. Ora, la US Space Force ammette candidamente di aver a sua volta dispiegato dei satelliti armati nello spazio e sostiene di essere pronta a utilizzarli per difendere le Forze armate degli Stati Uniti. A rivelarlo è stato lunedì 14 settembre Troy Meink, Segretario dell’aeronautica statunitense, durante la Air, Space & Cyber Conference tenutasi a National Harbor, Maryland. «Oggi continuiamo ad assicurarci la possibilità di rimanere preparati ad affrontare l’evolversi delle minacce, ovunque queste esistano», ha dichiarato il funzionario. «Per questo gli Stati Uniti sono ora dotati di armi orbitali di controllo dello spazio, in grado di difendere le forze congiunte da azioni ostili avversarie». L’affermazione, per quanto vaga, rappresenta il primo riconoscimento formale del fatto che Washington abbia dispiegato simili armamenti. La US Space Force, costola dell’aeronautica, è stata istituita nel 2019 per volontà del Presidente Donald Trump, allora al primo mandato, e i suoi principi si basano dichiaratamente sul desiderio di contrastare le manovre strategiche, percepite o reali, di Cina e Russia. Per questo motivo, le dichiarazioni del Segretario Meink vengono lette da molti come una forma di ammonimento, un’azione di deterrenza mirata a far sapere agli avversari che gli Stati Uniti dispongono di determinate dotazioni e sono pronti a impiegarle sul campo. Allo stesso tempo, l’efficacia di questa strategia è indebolita dalla vaghezza con cui è stato affrontato l’argomento. Durante la conferenza non si è mai entrati nel dettaglio del genere di armi in questione. Fermo restando che le normative internazionali vietano il dispiegamento in orbita di armi di distruzione di massa, non resta che guardare alla ricerca russa denunciata in passato dagli stessi Stati Uniti per farsi un’idea dello stato dell’arte. Le ipotesi più verosimili sono dunque due: che siano state schierate armi cinetiche, in grado di lanciare proiettili e detriti contro un bersaglio, e/o le più sofisticate armi a impulsi elettromagnetici, pensate per disattivare intere flotte di strumentazioni elettroniche in un solo colpo. A seguito di questa inattesa ammissione, Mosca non ha mancato di accusare gli Stati Uniti di ipocrisia, ribadendo che la stessa Washington spinge fortemente contro l’introduzione di una moratoria internazionale sul dispiegamento in orbita di armi – moratoria che la obbligherebbe a smantellare gli strumenti già in funzione – preferendo piuttosto proporre una stretta sui missili anti-satellite distruttivi da terra (ASAT), settore in cui invece domina la Cina. Non a caso, martedì, Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha ribadito che «la Cina sostiene un uso pacifico dello spazio e l’intenzione di mantenerlo sicuro, e si oppone a ogni corsa alle armi nello spazio o a ogni tentativo di armare l’orbita per trasformarla in una zona di guerra». > TRUMP: Posts image of next-generation United States Space Force service dress > uniform pic.twitter.com/LjTnP1A1EQ > > — Trump Truths (@trumptruthsbot) September 6, 2026 L’uscita del Segretario Meink cade in un periodo bizzarro per la US Space Force: il 6 settembre, il Presidente Trump ha rivendicato su X il controllo statunitense della Luna e ha condiviso il design delle nuove uniformi pensate per il corpo militare, che hanno immediatamente scatenato un acceso dibattito sulla Rete. L’aspetto delle stesse richiama infatti molto da vicino le uniformi impiegate dal malvagio Impero nella saga di Guerre Stellari; tuttavia, la didascalia dell’immagine sostiene che l’idea progettuale «sia ispirata dalla disciplina e dalla funzionalità delle uniformi usate in Starship Troopers». Peccato che, in entrambi i casi, i costumisti dei film si siano dichiaratamente ispirati alle uniformi naziste per trasmettere la malvagità delle istituzioni che queste rappresentavano. The post Gli USA ammettono di avere dispiegato armi nello spazio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
PALESTINA: A GAZA CROLLA EDIFICIO GIÀ BOMBARDATO DA ISRAELE. ALMENO 14 MORTI, 100 PERSONE SOTTO LE MACERIE
Almeno 14 persone – tra cui cinque bambini – sono morte nel crollo di un edificio di sei piani a Gaza City. Un bilancio ancora provvisorio: almeno 100 sono ancora intrappolate sotto le macerie, tra cui circa 50 bambini. Il palazzo è crollato intorno all’una di notte, mentre le persone all’interno dormivano, finendo su un accampamento di tende: “A Gaza, la gente vive dove può. Spesso per ripararsi dal caldo estivo e dal freddo invernare, si preferisce montare una tenda nei pressi di un edificio, anche se mezzo crollato, perché c’è un minimo di protezione con i muri che sono rimasti” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Michele Giorgio “Questo però comporta anche dei rischi gravi, l’abbiamo già visto durante l’inverno dove il vento provocava appunto il crollo di palazzi colpiti dalle bombe israeliane, Questo aspetto dobbiamo sottolinearlo. A Gaza non è passato un disastro naturale. A Gaza c’è stato un continuo bombardamento a tappeto di anni e quindi gran parte degli edifici sono stati distrutti o danneggiati gravemente”. Secondo le autorità locali, sono circa 2.200 gli edifici nelle aree abitate nella Striscia di Gaza che versano in condizioni strutturali precarie. Migliaia di persone continuano così a vivere in tende o all’interno di strutture danneggiate, senza alternative. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto ne parliamo con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per Il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
September 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Consiglio di Stato condanna un membro di Chrono Media al pagamento di un’ammenda dopo la manifestazione per Askatasuna
Dopo i fatti che hanno coinvolto nel gennaio scorso un nostro inviato (M.), concludevamo il nostro primo comunicato con queste parole: «Nei prossimi mesi avremo bisogno del supporto di tutta la comunità che crede in questo progetto». Da allora sono trascorsi otto mesi, durante i quali abbiamo continuato a lavorare attraversando difficoltà, cambiamenti e nuove fasi di crescita, sia personale che professionale. Oggi ci troviamo davanti a una sfida che non possiamo affrontare da soli e per la quale abbiamo bisogno del sostegno di tutta la nostra comunità. Otto mesi fa, il viaggio verso la manifestazione per Askatasuna del 31 gennaio a Torino si è trasformato, per uno di noi, in un fermo, una perquisizione, nove ore in una cella in questura e nel divieto di fare ritorno nella città fino al 2028, misura tuttora in vigore. Il tutto è avvenuto sulla base della presunta violazione di un’ordinanza firmata il 29 gennaio e “pubblicata” il 30, di cui non eravamo a conoscenza. Il provvedimento vietava di detenere determinati oggetti «nei luoghi e in occasione della manifestazione» del 31 gennaio. M., insieme ad altre quattro persone, si trovava invece a 7 chilometri dal luogo della manifestazione, quattro ore prima del suo inizio, e non aveva preso parte ad alcuna iniziativa. Quella giornata ci ha costretto a fermarci e a fare i conti con una realtà che fino a quel momento avevamo solo documentato. M. ha sperimentato direttamente, insieme a tanti altri, cosa significhi essere identificati, perquisiti, trattenuti e privati per ore della propria libertà, mentre si cerca semplicemente di documentare ciò che accade o di esercitare il proprio diritto a manifestare. Abbiamo scoperto, come Chrono, quanto rapidamente un progetto costruito con il lavoro volontario di pochi giovani possa trovarsi esposto a conseguenze che vanno ben oltre le proprie possibilità materiali, imponendoci di ripensare alcune delle nostre modalità di lavoro. Nei mesi successivi abbiamo dovuto affrontare le conseguenze tutto questo provando, nel frattempo, a fare informazione. È da qui ora che vogliamo ripartire. Non per tornare semplicemente su quanto accaduto otto mesi fa, ma per raccontare cosa è successo da allora, il processo, le condanne, e perché ci troviamo oggi a chiedere il sostegno della comunità che ci ha accompagnato finora. Cosa è successo? Dopo il fermo e il successivo foglio di via, quattro delle cinque persone coinvolte (tra cui M.) hanno deciso di impugnare il provvedimento davanti al TAR del Piemonte, pagando 650 euro a persona per le pratiche di deposito. Insieme al ricorso è stata parallelamente chiesta anche la sospensione del foglio di via. Il provvedimento ha infatti una durata di due anni e, considerando i tempi della giustizia amministrativa, senza una sospensiva un eventuale esito favorevole sarebbe potuto arrivare a divieto già terminato. A sostegno del ricorso i 4 hanno raccontato chi erano, ricostruito le loro vite, i percorsi universitari, le attività e i loro progetti, spiegando perché si trovassero quel giorno in viaggio verso Torino. Avevano tra i 20 e i 22 anni. Nel caso del nostro inviato abbiamo inoltre documentato l’attività di informazione e documentazione svolta attraverso il collettivo, senza nascondere nulla del nostro percorso editoriale. Nonostante questo, il TAR del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensione, mantenendo in vigore i fogli di via. A quel punto tre persone, tra cui M., hanno deciso di contestare la decisione del TAR davanti al Consiglio di Stato. L’avvocato aveva prospettato, in caso di condanna alle spese, un importo di circa 1.000 euro a persona, sulla base della propria esperienza. I tre avevano quindi deciso di procedere, ritenendo di poter sostenere il rischio, convinti che gli elementi presentati nel ricorso potessero essere sufficienti a ottenere una decisione favorevole. Nei primi giorni di agosto l’avvocato ci ha comunicato l’esito della sentenza: il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e ha condannato i tre al pagamento di 3.000 € ciascuno al Ministero dell’Interno, per un totale previsto – una volta considerati gli accessori – di circa 13.000€. E adesso? Questa condanna, per la somma atipica e per lo sviluppo della vicenda, non possiamo percepirla come una semplice conseguenza amministrativa della giornata del 31 gennaio, ma come un provvedimento dal carattere punitivo. La decisione è arrivata il 31 luglio, a pochi giorni dalle forti tensioni attorno alle mobilitazioni No TAV. Gli stessi giorni in cui il ministro Crosetto ha descritto gli avvenimenti in Val di Susa come una forma di “guerriglia urbana”, arrivando a evocare un parallelismo con le Brigate Rosse. Ma al di là del contesto politico nel quale questa decisione è arrivata, ci sono due elementi della vicenda che riteniamo particolarmente gravi. Il primo punto riguarda il modo in cui è stato trattato il nostro lavoro. Nonostante avessimo spiegato nel dettaglio le ragioni della presenza di M. a Torino, il nostro lavoro giornalistico non ha ricevuto alcun riconoscimento. M. è stato considerato semplicemente come una persona in possesso di determinati oggetti — un casco da bici, una maschera antigas e un paio di occhialini protettivi — senza tener conto che questa attrezzatura rientra nei normali strumenti di protezione individuale per chi documenta manifestazioni in cui sono previsti scontri. È un principio che ci preoccupa perché, in questa impostazione, non serve necessariamente essere coinvolti in una condotta definita come “illecita”, ma basterà “trovarsi” nel posto sbagliato, avere con sé determinati oggetti ed essere ritenuti potenzialmente intenzionati a utilizzarli. Una tendenza che stiamo vedendo sempre più emergere nella gestione del conflitto sociale da parte dello stato, come l’introduzione del fermo preventivo. Il secondo elemento riguarda proprio questo passaggio: non viene sanzionato un fatto concretamente avvenuto, ma una presunta intenzione futura. Il provvedimento non interviene infatti su una condotta che M. ha tenuto durante una manifestazione, alla quale non ha nemmeno preso parte, ma sulla base della possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati per violare la legge. Si passa così dalla sanzione di un comportamento alla valutazione preventiva di una persona sulla base di ciò che, secondo chi giudica, potrebbe essere portata a fare. Dal diritto che sanziona il fatto si è già passati negli anni a un diritto che sanziona le persone e le loro possibili intenzioni. Ed è questo il punto che riteniamo riguardare tutti. Se questa impostazione diventa un precedente, il problema non riguarda più esclusivamente cinque persone che quel giorno si stavano recando a Torino, ma può riguardare chiunque si trovi in una situazione analoga. Non è necessario essere coinvolti in uno scontro o commettere un reato: può bastare una presunzione su ciò che si potrebbe fare. Per questo abbiamo deciso di trasformare questa vicenda in qualcosa di diverso, da caso singolo a caso collettivo. Chiediamo alla comunità che ci ha sostenuto in questi anni di aiutarci a superare questa emergenza, ma anche di contribuire a costruire una risposta solidale. Se riusciremo a raccogliere la cifra necessaria, avremo non soltanto affrontato una conseguenza economica che oggi ricade direttamente su M. come individuo, ma avremo dimostrato che a un precedente di questo tipo può essere contrapposto un altro precedente: quello della solidarietà concreta tra chi produce informazione, chi si mobilita e chi sostiene questi percorsi. Per Chrono, inoltre, questo passaggio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo ancora tre studenti poco più che ventenni e per anni abbiamo costruito questo progetto mettendo insieme studio, lavoro e attività del collettivo, rimandando una strutturazione più solida perché le nostre condizioni materiali non ce lo permettevano. Oggi non possiamo più permetterci di continuare a rimandare. Le conseguenze di quanto accaduto ci hanno mostrato concretamente quanto sia fragile un progetto che si regge quasi esclusivamente sul lavoro volontario e non riconosciuto di poche persone. Il tipo di lavoro che vogliamo svolgere e il contesto nel quale questo lavoro viene sempre più spesso ostacolato ci impongono quindi un passaggio di scala. Quanto accaduto a un membro del nostro collettivo non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto pressioni e attacchi colpire anche altre realtà che svolgono una funzione di informazione, comunicazione e supporto al movimento, come nel caso di Autistici/Inventati. Pensavamo già da tempo che fosse arrivato il momento di strutturarci. Oggi quell’esigenza non è più rinviabile. Ma prima di poterla affrontare, dobbiamo superare l’emergenza che abbiamo davanti. Per questo chiediamo un sostegno attivo attraverso una campagna di crowdfunding con un obiettivo pari a 4500€ per coprire la quota della condanna che ricade su M. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, la raccolta resterà aperta anche al sostegno delle altre due persone coinvolte, con l’obiettivo di contribuire, per quanto possibile, alla copertura dell’intero costo della condanna. Ai singoli che ci seguono, alle realtà con cui abbiamo condiviso pezzi di questo percorso, a chi ha riconosciuto in questi anni il valore del nostro lavoro e a chi ci incontra per la prima volta chiediamo un aiuto per superare questa fase. Chrono ha sempre cercato, nei limiti delle proprie possibilità, di sostenere chi si è impegnato, organizzato e battuto per costruire spazi di solidarietà e conflitto. Oggi siamo noi ad avere bisogno di quello stesso sostegno. Per permettere una ricostruzione migliore dei fatti alleghiamo parte del primo comunicato redatto da Chrono Media pochi giorni dopo la manifestazione, esattamente il 4 febbraio 2026 La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna. L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti. Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti suk posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo. Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano. Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo. Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio. Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali. Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo. Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione. Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare. Sara Panarella
September 16, 2026
Pressenza
Cpr: l’inchiesta che attacca la professione medica
Della redazione di «Diogene – lotta alla povertà». In coda i link della Bottega sulla questione partita da Ravenna. Più di venti medici perquisiti in nove città italiane. Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Dalle prime ore di questa mattina lo Sco della Polizia e la Squadra mobile di Ravenna stanno eseguendo decreti di perquisizione personale,
September 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Brasile, invasa l’area indigena Ituna Itatá: incendi e disboscamento in aumento
Nelle ultime settimane centinaia di persone hanno occupato il territorio indigeno Ituna Itatá, nello Stato brasiliano del Pará. Parte della foresta è stata abbattuta per fare spazio a strade propedeutiche ad attività agricole, industriali e minerarie — previste dalla legge statale n. 11.665/2026. Con quest’ultima, il governo del Pará ha dato il via libera allo sfruttamento dell’area, nonostante si sovrapponga al territorio ancestrale degli Igarapé Ipiaçava, popolazione nativa in isolamento volontario. Per fermare l’invasione, il 26 agosto scorso un tribunale federale ha disposto il dispiegamento della polizia. Gli agenti avrebbero dovuto arrivare entro 48 ore, ma dal governo presieduto da Lula non è giunto alcun ordine. Dopo giorni di rimpalli istituzionali, a muoversi sono stati i funzionari dell’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali (IBAMA), impegnati nei primi sopralluoghi. Di tutta risposta, gli occupanti hanno appiccato diversi incendi, aggravando l’impatto sul territorio. Quella istituita nel Pará con la legge n. 11.665/2026 è l’Area di Protezione Ambientale (APA) di Bacajai. A dispetto del nome — che suggerirebbe la tutela del territorio — un’APA consente diverse attività potenzialmente impattanti, nonché l’insediamento umano. Peccato che l’Area di Protezione Ambientale (APA) di Bacajai inglobi un territorio già abitato, dall’alto valore storico e culturale, che si estende per oltre 142mila ettari tra i Comuni di Altamira e Senador José Porfírio. Si tratta dell’Ituna Itatá degli Igarapé Ipiaçava, che da anni si trovano a fare i conti con minacce e invasioni. Nel 2019 — come denuncia Survival International — l’Ituna Itatá è diventata «la terra indigena più deforestata del Brasile. Dal 2011, questo territorio indigeno è protetto da un’Ordinanza di Protezione Territoriale: una misura che vieta l’ingresso di terzi e lo sfruttamento delle risorse naturali, riducendo i rischi di invasione, violenza e contatti forzati». Nonostante ciò, il governo del Pará ha approvato la legge n. 11.665/2026, provocando la recente incursione che ha visto come protagoniste circa 500 persone, intente a disboscare la foresta per aprire varchi strategici. Dai sopralluoghi effettuati dall’IBAMA sarebbero lunghe almeno 30 chilometri le strade realizzate con mezzi pesanti. Il danno all’ecosistema si aggrava con i diversi incendi appiccati come ritorsione all’intervento dell’agenzia governativa. Gli occupanti hanno inoltre minacciato e aggredito i dipendenti della FUNAI, la fondazione che si occupa di proteggere i popoli indigeni. A mettere ordine nella controversia giuridica scaturita dalla legge n. 11.665/2026 è stata la Corte Federale del Pará, dichiarando la sua incostituzionalità. Lo Stato non ha infatti l’autorità per ridurre delle tutele riconosciute ai popoli indigeni a livello centrale. Tuttavia, la situazione sul campo resta drammatica, come confermato a L’Indipendente da Survival International. Il movimento per i diritti dei popoli indigeni fondato nel 1969 ha attestato che gli invasori sono ancora nel territorio Ituna Itatá. La procura federale (MPF) ha chiesto l’immediata esecuzione dell’ordine del tribunale e il dispiegamento della Força Nacional. Nell’attesa i magistrati propongono di sanzionare il governo federale con una multa giornaliera da 50mila Real (pari a circa 8,5mila euro). L’esecutivo centrale ha puntato il dito contro la mancata collaborazione dello Stato del Pará, sottolineando che senza di essa era impossibile procedere con la richiesta — una posizione respinta dai procuratori federali, secondo i quali, in casi simili, è possibile l’azione diretta. I fatti di Ituna Itatá non sono un caso isolato, piuttosto si inseriscono in un mandato presidenziale fatto di luci e ombre, nonostante le numerose promesse ecologiste di Lula. L’anno scorso, il Brasile ha ad esempio messo all’asta oltre 170 blocchi petroliferi offshore, molti dei quali situati in aree incontaminate, incontrando la protesta delle popolazioni indigene. Le trivelle sono state approvate anche nel Rio delle Amazzoni, a ridosso di una delle più grandi riserve di mangrovie al mondo. Sotto il mandato di Lula è stata poi costruita l’Avenida Liberdade, un’autostrada a quattro corsie, lunga 13,6 chilometri, nel cuore della Foresta Amazzonica. Tra tre settimane i brasiliani saranno chiamati alle urne. Lula è tallonato da Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Evidentemente, per tenere insieme quanti più interessi nella volata per il quarto mandato, Lula ha scelto la moderazione per affrontare l’emergenza di Ituna Itatá, tenendo fede a quell’equilibrismo ecologista che lo ha accompagnato negli ultimi quattro anni. The post Brasile, invasa l’area indigena Ituna Itatá: incendi e disboscamento in aumento appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza: quando, come e perché
OLTRE 22˙000 PERSONE HANNO ADERITO ALLA PETIZIONE PER LA CANDIDATURA PROMOSSA DA AVVENIRE. PER SPIEGAZIONI E AGGIORNAMENTI SULL’INIZIATIVA, PRESSENZA SI È RIVOLTA A UNA DELLE REDATTRICI CHE NE SEGUE LO SVILUPPO. Caporedattrice al Desk centrale del quotidiano, Antonella Mariani lavora ad Avvenire da molti anni e con altre colleghe ha coordinato  le campagne Noi afghane e Donne per la pace. In un articolo del 9 agosto scorso [1] e in successivi aggiornamenti ha riferito delle adesioni per la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace proposta da Eugenio Mazzarella [2]. Per quale annualità viene proposta l’assegnazione del riconoscimento? Antonella Mariani – Il vincitore del Premio Nobel per la pace del 2026 è già stato scelto e il suo nome verrà annunciato nella prima decade del prossimo ottobre. I bambini di Gaza potranno essere proposti alla selezione del 2027. La candidatura si potrà presentare a partire da metà ottobre prossimo fino al successivo 31 gennaio. Come saranno candidati i bambini di Gaza? A.M. – Il regolamento non prevede che il Premio Nobel per la pace possa essere attribuito a un intero popolo, quindi bisognerà individuare una figura, un’associazione o un ente che possa idealmente rappresentare tutti i bambini di Gaza e, in generale, l’infanzia in guerra. Chi proporrà la candidatura? A.M. – Il regolamento stabilisce che possano essere persone a cui è stato conferito il Premio Nobel e figure di rilievo istituzionale, come i membri di un governo o parlamento e personalità del mondo accademico, in particolare i docenti di filosofia, storia e diritto come il professor Eugenio Mazzarella. Cosa ha motivato Avvenire ad appoggiare la proposta? A.M. – Il direttore, Marco Girardo, ha scritto “Il Nobel ai bambini di Gaza vuole simbolicamente restituire materia e memoria alla parola pace, oltre che dignità a tutti noi. Questo non significa ignorare le responsabilità di Hamas, l’orrore del 7 ottobre, l’uso criminale dei civili come scudi umani. Né tacere sulle scelte del governo Netanyahu, sulla devastazione di Gaza, sui coloni in Cisgiordania, sulla negazione di fatto di un futuro palestinese. Significa però dire che i bambini non sono una parte in guerra: sono il giudizio sulla guerra”. E questo i nostri lettori l’hanno capito alla perfezione. L’iniziativa coinvolge i lettori di Avvenire, il quotidiano dei cattolici italiani, ma anche tanti giornalisti di altri media e molte persone di diverse fedi religiose o atee. Cosa unisce ‘anime’ e ‘spiriti’ tanto differenti? A.M. – All’email dedicata alla petizione sono arrivate decine di migliaia di adesioni, tante con commenti e affermazioni. Ho osservato che in quasi tutte non sono fatte considerazioni politiche o dichiarazioni di schieramento da una o dall’altra parte. Ciò che accomuna persone di estrazione, provenienza e religione diverse è una reazione al senso di impotenza che ciascuno di noi vive di fronte alle guerre che si prolungano insensatamente e devastano il Pianeta. Tutti coloro che hanno dato la propria adesione vogliono affermare il desiderio di vivere in un mondo di pace, in cui gli egoismi dei potenti della Terra e le loro incomprensioni dettate dal potere vadano finalmente in secondo piano rispetto ai diritti delle persone e dei più indifesi tra noi, i bambini. Tutti i firmatari della petizione vogliono dire ‘basta’. Molti si domandano: “Cosa posso fare io, proprio io, per esprimere il mio no alla guerra e il mio desiderio di pace? Come posso esprimere vicinanza alle vittime innocenti di cui ormai non sentiamo nemmeno più parlare?”. A me pare che la risposta a queste domande la stiano dando proprio la comunità di persone aggregate in molteplici iniziative, come anche questa per la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace. Una comunità che non vive solo di informazione e vuole partecipare, sentirsi partecipe ed ‘essere parte’. Le opinioni possono essere divergenti, invece i fatti dovrebbero essere inconfutabili, non differenti, come nelle diverse versioni, persino contraddittorie, divulgate dai vari media. Come può accadere? A.M. – Se è proverbiale che “in tutte le guerre la verità è la prima a morire”, ciò è ancora più vero nel ‘teatro di guerra’ mediorientale, in cui tanti corrispondenti delle agenzie stampa e delle redazioni di tutto il mondo sono stati brutalmente uccisi e dove da ormai tre anni ai reporter viene impedito di accedere. Per sopperire all’impossibilità di osservare senza filtri e documentare direttamente la realtà qualche quotidiano, come Avvenire, raccoglie le testimonianze dai social e da persone impegnate che vivono sul posto e chiede informazioni agli operatori delle ong che operano ‘sul campo’. Ma ad alimentare dubbi e sospetti di manipolazione delle informazioni e di diffusione ad arte di false notizie e, così, a fomentare scandali e polemiche è proprio il fatto che ai giornalisti indipendenti non è permesso appurare e accertare ciò che accade nella Striscia di Gaza. 1. Antonella Mariani  – «Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace» 2. Eugenio Mazzarella – Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra * “Uccisi dalla pace promessa e non avuta.” Eugenio Mazzarella e il Nobel ai bambini di Gaza, intervista di Lucia Montanaro – PRESSENZA, 16 agosto 2026 Per aderire alla petizione a sostegno della candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace, basta inviare un’email, indicante il proprio nome e cognome, al recapito petizione.gaza@avvenire.it Maddalena Brunasti
September 16, 2026
Pressenza
Per la prima volta, il Pentagono ammette che la guerra con l’Iran ha causato carenze di munizioni negli Stati Uniti
a cura della Redazione del Palestine Chronicle,  The Palestine Chronicle, 15 settembre 2026.   Il Pentagono ha riconosciuto per la prima volta che la guerra con l’Iran ha causato carenze di munizioni negli Stati Uniti e colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento della difesa. Il Pentagono riconosce le carenze di munizioni Il Pentagono ha riconosciuto per la prima volta che la guerra degli Stati Uniti con l’Iran ha provocato carenze di munizioni e colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento, fornendo una valutazione ufficiale del governo sulle pressioni esercitate sulle scorte di armi americane che l’amministrazione Trump ha ripetutamente negato. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa ha formulato questa valutazione nel suo primo rapporto sulla guerra richiesto dal Congresso, pubblicato lunedì e relativo al periodo che va dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, al 30 giugno. Il rapporto afferma che il conflitto ha provocato una carenza di munizioni statunitensi, mentre il Pentagono tentava di rifornire le armi consumate durante mesi di combattimenti. Ha inoltre individuato «colli di bottiglia» nelle catene di approvvigionamento della difesa che stanno complicando gli sforzi per ricostituire le scorte. «Per mitigare questi vincoli», ha affermato l’ispettore generale, il Pentagono sta «lavorando per snellire i processi di approvvigionamento e i tempi di produzione, nonché per accumulare scorte di materiali critici, componenti e munizioni selezionate per rispondere rapidamente a eventuali emergenze». Questi risultati rappresentano uno dei riconoscimenti ufficiali più chiari finora espressi sul fatto che la guerra prolungata abbia esercitato una pressione significativa sulle scorte militari statunitensi e sulla capacità industriale necessaria per rimpiazzarle. Il rapporto contraddice le dichiarazioni pubbliche La valutazione è in netto contrasto con le ripetute dichiarazioni pubbliche di alti funzionari dell’amministrazione Trump che smentiscono le notizie secondo cui gli Stati Uniti starebbero esaurendo le scorte di armi essenziali. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha smentito le notizie relative alla carenza di munizioni. Anche Trump ha insistito sul fatto che le scorte americane rimangono abbondanti. Due settimane fa, il presidente ha affermato che gli Stati Uniti possiedono quantità “praticamente illimitate” di munizioni e ha attaccato le notizie che suggerivano il contrario. Lunedì, lo stesso giorno in cui sono stati resi noti i risultati dell’ispettore generale, Trump ha affermato che gli Stati Uniti stavano “producendo più armi sofisticate e d’élite che in qualsiasi altro momento della nostra storia”. “Vengono consegnate quotidianamente alle nostre forze in Medio Oriente e oltre”, ha scritto su Truth Social. La valutazione dell’ispettore generale, tuttavia, individua esplicitamente sia le carenze che i limiti di produzione e afferma che il Pentagono sta adottando misure per mitigarli. 22,3 miliardi di dollari in munizioni consumate Il rapporto fornisce una delle prime valutazioni ufficiali dettagliate del governo sui costi finanziari e materiali della guerra. Secondo l’organismo di controllo, le operazioni militari statunitensi contro l’Iran erano costate circa 33,4 miliardi di dollari fino al 30 giugno. Tale cifra includeva 22,3 miliardi di dollari in munizioni consumate, il che significa che circa due terzi dei costi documentati durante i primi quattro mesi di guerra derivavano dalle armi utilizzate nel conflitto. Altri 3,7 miliardi di dollari sono stati attribuiti alle perdite di equipaggiamento, mentre 7,4 miliardi di dollari coprivano altre spese. La cifra di 33,4 miliardi di dollari non include il costo finale della riparazione delle strutture militari statunitensi danneggiate. NBC News aveva precedentemente riferito che, secondo stime interne, il costo complessivo della guerra si sarebbe attestato tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari entro luglio. Quel mese il Pentagono aveva stimato pubblicamente il costo a 37,5 miliardi di dollari, ma tale calcolo non includeva la sostituzione dei velivoli distrutti, la riparazione delle basi militari né il rifornimento di armi strategiche. L’Iran ha distrutto velivoli e droni statunitensi L’ispettore generale ha inoltre documentato perdite significative di equipaggiamento militare americano durante i primi quattro mesi di combattimenti. Secondo il rapporto, quattro caccia F-15E sono stati distrutti o gravemente danneggiati, insieme a un Joint Strike Fighter F-35A e a un A-10 Warthog. Sono stati distrutti anche dodici aerei da rifornimento in volo KC-135 e altri nove velivoli, secondo quanto riportato nel rapporto. A giugno erano stati distrutti più di 30 droni MQ-9, secondo i dati attribuiti al Congressional Research Service. Queste perdite si aggiungono alle prove che gli attacchi iraniani hanno inflitto alle forze e alle infrastrutture statunitensi danni sostanzialmente maggiori rispetto a quanto inizialmente reso pubblico. La NBC News aveva riferito ad aprile che i danni alle basi militari americane erano di gran lunga più estesi di quanto fosse noto all’opinione pubblica. Il canale ha successivamente riportato che l’Iran aveva inflitto danni senza precedenti alle risorse di intelligence e sorveglianza statunitensi in tutta la regione, con costi di riparazione stimati in miliardi di dollari. L’Iran ha preso di mira un importante centro logistico della Marina statunitense Il rapporto dell’ispettore generale fornisce inoltre una delle prime conferme ufficiali da parte del governo che l’Iran ha attaccato il principale centro logistico della Marina statunitense nella regione, situato in Bahrein. Secondo il rapporto, l’Iran ha preso di mira la struttura sia con droni che con missili balistici. Il centro del Bahrein è stato fondamentale per sostenere le operazioni navali statunitensi in tutto il Medio Oriente. Tale ammissione giunge in un contesto in cui numerose segnalazioni indicano che gli attacchi iraniani hanno danneggiato basi militari, strutture di intelligence e infrastrutture logistiche in diversi paesi che ospitano forze americane. Secondo l’ispettore generale, il solo Dipartimento di Stato ha subito danni per oltre 208 milioni di dollari in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Tale cifra comprende circa 184 milioni di dollari di danni alle strutture diplomatiche e altri 25 milioni di dollari derivanti dai ritardi nei progetti di costruzione. Oltre 20.000 membri del personale statunitense sfollati Secondo il rapporto, la portata degli attacchi iraniani ha inoltre costretto al trasferimento di oltre 20.000 membri del personale militare e diplomatico statunitense. Il personale è stato trasferito allo scoppio delle ostilità e nei giorni e nelle settimane successive, mentre le strutture americane in tutta la regione subivano attacchi iraniani. Il rapporto afferma che la maggior parte delle valutazioni mediche del personale statunitense ferito ha dovuto essere condotta in loco. Alcuni feriti sono stati trasportati da ambulanze locali verso strutture mediche vicine, poiché le capacità di trasporto aereo statunitensi erano state riposizionate per motivi di sicurezza. Le forze americane hanno inoltre effettuato ben 5.000 voli dalle basi europee a sostegno del conflitto. Il Pentagono ha recentemente annunciato che la USS Abraham Lincoln sarebbe stata sostituita a seguito delle segnalazioni relative al deterioramento delle condizioni a bordo della portaerei durante il suo prolungato dispiegamento in Medio Oriente. La valutazione del Pentagono arriva a più di sei mesi di distanza da quando Trump aveva inizialmente suggerito che la guerra sarebbe durata solo poche settimane. La guerra è invece proseguita per tutta l’estate, consumando decine di miliardi di dollari in armi e attrezzature e infliggendo ingenti danni alle infrastrutture militari statunitensi. Nel fine settimana Trump ha ammesso che la guerra potrebbe protrarsi fino a «subito dopo» le elezioni di medio termine di novembre, lasciando tuttavia aperta la possibilità che possa concludersi prima. https://palestinechronicle.substack.com/p/for-first-time-pentagon-admits-iran?utm_source=post-email-title&publication_id=4128877&post_id=215854638& utm_campaign=email-post-title&isFreemail=false&r=2xiwfl&triedRedirect=true&utm_medium=email Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 16, 2026
Assopace Palestina
Vittime di tratta e debt bondage: la valutazione complessiva del narrato porta al riconoscimento dello status di rifugiato negato dalla CT
L’interessante decreto del Tribunale Ordinario di Roma, Sezione Diritti della Persona e Immigrazione (n. r.g. 59530/2025, del 10 maggio 2026), è relativo al riconoscimento della protezione internazionale a un cittadino bangladese vittima di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo e schiavitù per debito. La Commissione Territoriale di Roma aveva respinto la domanda di protezione internazionale pur ritenendo integralmente credibile il narrato, escludendo che le pressioni dei creditori – pur riconoscendo la situazione debitoria – potessero integrare atti persecutori o danno grave, sul presupposto che si fossero limitati a “generiche pressioni” e che il debito fosse coperto da garanzia sull’abitazione di famiglia. Il Tribunale, in composizione collegiale, riconosce lo status di rifugiato ai sensi degli artt. 7 e ss. del d.lgs. 251/2007. Il punto centrale del decreto è che il narrato del ricorrente – creduto dalla stessa Commissione – unitamente alla relazione dell’ente antitratta Parsec e alle COI prodotte, delinea una condizione di rischio prognostico concreto e attuale in caso di rimpatrio: l’impossibilità di restituire il capitale del debito contratto con un usuraio (a fronte di interessi del 10% mensile per ogni lakh taka), la persistente esposizione della famiglia a minacce di morte da parte dei creditori, e il rischio di riduzione in schiavitù per debito o di retrafficking, configurano una persecuzione riconducibile all’appartenenza a un determinato gruppo sociale. Il Collegio individua il gruppo sociale rilevante in quello delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo, in cui il carattere di immutevolezza è dato dall’impossibilità di uscire dalla condizione di costrizione economica a causa degli ingenti debiti contratti nel Paese di origine e della grave indigenza familiare. In applicazione dell’art. 8, lett. d), d.lgs. 251/2007, si tratta di persone che condividono una storia comune che non può essere mutata e che sono percepite come diverse dalla società circostante. La pronuncia richiama espressamente l’ordinanza di Cassazione Civile n. 11027/2024, che in un caso analogo aveva statuito la necessità di valutare unitariamente il racconto del richiedente – anche alla luce delle Linee Guida UNHCR per l’identificazione delle vittime di tratta – e di verificare, sulla base di COI pertinenti e aggiornate, il rischio di asservimento, sfruttamento lavorativo o trattamento inumano e degradante derivante dal vincolo debitorio, nel quale lo Stato di origine non è in grado di offrire protezione. La sentenza si inserisce in un orientamento ormai consolidato del Tribunale civile di Roma, che riconosce la piena rilevanza del debt bondage e del rischio di retrafficking quali presupposti per lo status di rifugiato, superando la lettura riduttiva che li riconduce a mere difficoltà economiche o private. Tribunale di Roma, decreto del 10 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione e il commento. Il caso è stato seguito con l’Avv. Silvia Tripiciano. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Bangladesh * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Permesso di soggiorno per protezione speciale * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria
September 16, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Vuoi il paracadute o il paracadutista?
Un mondo esiste e resiste nella notte: poveri e delinquenti, accattoni, imbroglioni, santi e bevitori. Bisogna stare con loro. Si sentono in pericolo nella tempesta, si sentono soli come naufraghi. Ne salvi uno e ce ne sono altri mille che soffrono. Esclusi e inclusi. Aiutati o maledetti. Resistono nella notte. La coperta sociale di sussistenza puo’ essere un salvagente o un ginepraio. Alcuni li vorrebbero mandare in galera, altri cercano di aiutarli. Cosa succedera’ domani? Ci sono quelli che vogliono sicurezza e quelli che cercano un salvagente per non annegare. Sono due scelte diverse. Vuoi il paracadute o il paracadutista? Bisogna stare seduti per terra a bere una birra insieme. Bisogna avere un’attenzione di cura e sostegno. Sono fortunato io, perché ho avuto il paracadute, quindi non sono finito per strada. Si scambiano diritti sociali con bisogni di sicurezza. Abbiamo una persona povera ogni dieci persone in Italia. Abbiamo il 57% delle famiglie che fatica ad arrivare a fine mese. Quanti voteranno il paracadutista pensando di avere protezione? Si scambia la libertà con illusioni di sicurezza. Non va bene.  Bisogna tornare ai diritti sociali. Riconoscere che non possiamo permetterci il lusso di rinunciare alla lotta nonviolenta. Alla resistenza civile nonviolenta.  Il futuro appartiene alla speranza attiva e concreta per non farci rubare il futuro. Il futuro appartiene ai giovani e ai disperati. Ai vecchi malandati. Alle famiglie con disagi. Ai sorci e alle sorcine. Ci vorrebbe un paracadute sociale, non un paracadute da guerra. Peace & Love, pace e amore, si diceva nel 1968. Vogliamo tutto. Vogliamo la vita bella. Tanti sogni. E poi? Come siamo arrivati ad oggi? Forse ho capito… ma questa è un’altra storia. Ray Man
September 16, 2026
Pressenza
Abitare la longevità: “Una Città a misura di Anziano è una Città per tutti”
L’Italia invecchia, ma le nostre case e le nostre città non sembrano ancora essersi adeguate a una società che vive più a lungo. È quanto si sottolinea  nel Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, promosso da Auser, Abitare e Anziani e SPI CGIL e presentato ieri a Roma presso il CNEL. Il Rapporto, a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella, analizza l’impatto delle tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – e propone un nuovo modello di welfare abitativo. I curatori della ricerca partono da una consapevolezza: l’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno da affrontare soltanto sul terreno delle pensioni, della sanità o dell’assistenza. Riguarda profondamente anche il modo in cui si vive e si abita. Per questo, occorre leggere la condizione abitativa degli anziani alla luce di tre grandi transizioni che stanno trasformando contemporaneamente la società: demografica, digitale e ambientale. “La crescita della longevità, il calo delle nascite e il cambiamento delle strutture familiari indeboliscono alcune delle tradizionali reti di prossimità, si evidenzia nel Rapporto. Sempre più persone arrivano alla vecchiaia senza una rete familiare vicina. La transizione digitale modifica il rapporto con i servizi, la salute, il lavoro di cura e le relazioni, ma può produrre nuove forme di esclusione per chi non possiede strumenti o competenze adeguate. Infine, la crisi climatica colpisce in maniera particolare le persone più fragili. Chi vive solo, dispone di risorse economiche limitate o abita in edifici inefficienti è maggiormente esposto alle ondate di calore e alla povertà energetica”. Il dato più evidente è anche uno dei grandi paradossi dell’abitare anziano in Italia: il 90,7% degli over 65 è proprietario della propria abitazione, circa 13 milioni di persone. Solo il 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma essere proprietari non significa necessariamente abitare bene. Molte abitazioni sono state costruite oltre quarant’anni fa e non sono state pensate per accompagnare l’invecchiamento dei loro abitanti: mancano ascensori, persistono barriere architettoniche, gli impianti possono essere obsoleti e i consumi energetici elevati. A rendere più difficile l’adattamento delle abitazioni alle nuove esigenze interviene anche la condizione economica: circa il 50% dei pensionati vive con meno di 1.500 euro al mese e il 10,5% con meno di 500 euro. Bollette, manutenzione e costo della vita rendono spesso impossibili o difficilmente sostenibili gli interventi necessari. Il risultato è che milioni di persone anziane si trovano a vivere in case magari di proprietà, ma troppo grandi, costose da mantenere e sempre meno adeguate alle esigenze che cambiano con l’età. Inoltre, non basta una casa accessibile se fuori c’è una città che non lo è. La qualità dell’abitare, sottolinea il Rapporto, non si esaurisce tra le mura domestiche. Conta ciò che c’è fuori dalla porta di casa: il marciapiede, la fermata dell’autobus, il negozio, la farmacia, il centro sanitario, gli spazi verdi e i luoghi di incontro. Un marciapiede dissestato, un attraversamento pericoloso o un trasporto pubblico insufficiente possono diventare barriere quasi insormontabili per una persona anziana. La ricerca evidenzia difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali come farmacie, supermercati, uffici comunali e strutture sanitarie. Particolarmente significativo è il dato sulla sicurezza stradale: nel 2024 quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni. Un dato che mostra come lo spazio urbano sia ancora troppo spesso progettato privilegiando la velocità e la mobilità automobilistica rispetto alla sicurezza e all’accessibilità. Uno dei principali cambiamenti culturali proposti dalla ricerca è quello di superare l’idea della casa come semplice bene patrimoniale e riconoscerla come prima infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia. Una casa adeguata deve essere sicura, accessibile e sostenibile, ma anche collegata ai servizi e alle relazioni del territorio. Per questo il Rapporto propone di parlare non soltanto di “abitazione”, ma di “abitare”: un concetto che comprende sicurezza e comfort, ma anche relazioni, partecipazione e comunità. Da qui l’attenzione verso nuove forme dell’abitare, dal cohousing ai condomini solidali, dalle abitazioni assistite leggere ai quartieri progettati per favorire prossimità e relazioni sociali. Il Rapporto avanza anche precise proposte operative. Tra queste, la creazione di un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, la diffusione di nuove forme di residenzialità, il sostegno all’adattamento delle abitazioni e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. L’obiettivo è costruire città e quartieri nei quali sia possibile invecchiare continuando a essere parte attiva della comunità. Perché la sfida della longevità non è soltanto vivere più a lungo, ma poterlo fare restando autonomi, sicuri, partecipi e inseriti in una rete di relazioni. La ricerca invita infine a cambiare prospettiva. L’invecchiamento non è una questione che riguarda soltanto gli anziani, ma il futuro dell’intera società. Marciapiedi accessibili, trasporti efficienti, servizi di prossimità, spazi pubblici sicuri, abitazioni adeguate e reti sociali forti migliorano la qualità della vita di tutti: bambini, famiglie, persone con disabilità e cittadini temporaneamente fragili. Gli anziani, inoltre, non sono soltanto destinatari di assistenza. Se messi nelle condizioni di partecipare, rappresentano una risorsa di competenze, memoria, esperienza e capacità di costruire legami. Qui il Rapporto: https://auser.it/wp-content/uploads/2026/09/Abitare-la-longevita-nella-transizione-web.pdf.    Giovanni Caprio
September 16, 2026
Pressenza
Persino i palestinesi sono rimasti sconvolti: l’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni raggiunge un nuovo livello.
Sembrava che si fosse già detto e scritto tutto sull’incredibile ruolo svolto dalle Forze di Difesa Israeliane nei pogrom contro i coloni in Cisgiordania. Ma questa settimana abbiamo appreso di un episodio che potrebbe superarli tutti. Fonte Gideon Levy  1- 2 settembre 2026 Un colono denuncia il furto di dodici delle sue capre da parte … Leggi tutto "Persino i palestinesi sono rimasti sconvolti: l’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni raggiunge un nuovo livello." L'articolo Persino i palestinesi sono rimasti sconvolti: l’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni raggiunge un nuovo livello. proviene da Invictapalestina.
September 16, 2026
Invictapalestina

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