In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@0
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@1
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
In diretta da Saluzzo a fianco dei lavoratori delle campagne@2
Il 12 luglio 2026 blackout si sposta al parco Gullino a Saluzzo, dove è organizzato un presidio di socialità. Il parco Gullino è luogo di approdo e bivacco dei lavoratori delle campagne, “spazio simbolico che fa esplodere tutte le contraddizioni di un mondo cinico che non sa guardare a se’ stesso con onestà e coraggio, il risultato di scelte politiche ipocrite che determinano esclusione, microcosmo di un’ umanità ridotta a merce da comprare, vendere, buttare”. La giornata vuole essere un contributo per creare socialità ma anche per mettere in connessione resistenza e lotte in altri luoghi d’Italia, da Borgo Mezzanone a Prato, fino allo sciopero di Meat TO a Torino. Al parco ci sono maliani, burkinabè, congolesi, guineani, lavoratori e lavoratrici che vivono a Saluzzo, bambini e bambine che giocano.  Dai microfoni, Raccolti (R)esistenti presenta la giornata con traduzione in francese, bambarà (la lingua più parlata al parco) e wolof gambiano:   La giornata prosegue tra ritmi africani ed il racconto delle vicende susseguitesi dal 2009 ad oggi, attraverso le parole di un compagno che narra anche l’operato del Comitato Antirazzista Saluzzese, accompagnandoci nei luoghi dove resistenza e solidarietà si sono espressi, costituendo un integrale quadro degli spazi complici e dei corpi politici che hanno attraversato questi anni di lotta. Da tale racconto emerge con chiarezza l’indisposizione sistemica delle istituzioni all’epoca come oggi, alla risoluzione del prisma, incentivando politiche palliative, rivolte alla mera questione abitativa, pretestuosamente guidate dalla spinta del decoro urbano e tralasciando scrupolosamente tutto ciò che concerne la dignità dei lavoratori.  Un intervento di USB offre una panoramica della situazione lavorativa delle persone migranti in Italia, un invito all’unione d’intenti, perché lavorare in condizioni umane è un diritto da rivendicare, ieri come oggi, indipendentemente dal colore della pelle o della provenienza etnica. Ascolta qui questo intervento storico di Raccolti (R)esistenti e CUB e l’intervento di USB: Il racconto dei lavoratori: in questa ultima parte della giornata, diversi lavoratori braccianti prendono parola, tra chi è appena arrivato per la prima volta a Saluzzo e chi invece è qui da più tempo. Le loro voci si uniscono alle denunce della situazione lavorativa e abitativa nel saluzzese, avanzando anche delle proposte di miglioramenti possibili ed esprimendosi sulla necessità di organizzazione. Djaka, che è stato più volte a Saluzzo, dopo il suo intervento suona live alcuni dei suoi pezzi, che parlano di vita, lavoro, significato, speranza e il senso dell’autocritica. Segue un intervento di Potere al Popolo.  In chiusura un lavoratore di Campagne in lotta ricorda i fratelli caduti sotto l’efferatezza razzista di questo paese, racconta la violenza istituzionale nei confronti dei lavoratori, senza paura di usare la parola schiavitù. Per poi concludere con una poesia di Mohamed Ba, compagno, filosofo, artista che ha dedicato i suoi versi ai fratelli a Saluzzo:  “[..] la terra è di chi la ama e di chi la fatica  non del padrone che ne beve il frutto,  l’unione è la promessa più antica se ci stringiamo cambieremo tutto” Ascolta qui questa terza e ultima parte della diretta:
26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA!
Alle 18,40 parte la manifestazione da dove è stato ucciso dai poliziotti Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna. Al grido di giustizia per l’ucciso ucciso dagli sgherri dello Stato Italiano centinaia di giovani hanno marciato per il quartiere. Non la giustizia dei padroni si chiede, i poliziotti che l’hanno ammazzato rischiano tuttalpiù qualche mese, perché lo Stato e le sue istituzioni sono i mandanti della repressione che si abbatterà sui proletari. Socialismo o barbarie è la nostra proposta di lotta non solo per difendere il salario e la vita dei lavoratori, ma per una società dove non ci siano più sfruttati, dove non ci siano più padroni. La richiesta di giustizia non è di per sé legata al fatto che facciano un processo equo secondo le leggi borghesi ma al fatto che la lotta formi militanti di una rivoluzione contro questo sistema basato sul profitto. Guerra alla guerra, guerra ai padroni che si battono per mantenere il loro dominio, basato su guerre, miseria e morte. S.I. COBAS NAZIONALE   L'articolo 26 LUGLIO 2026: MANIFESTAZIONE QUARTIERE PILASTRO BOLOGNA! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Storie di ordinaria violenza in Cisgiordania
Anche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che al Festival di Berlino. Qual è la situazione dell’area che hai visitato? Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir. La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle proprie abitazioni. Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a quello che ha fatto e si penta. Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita? Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche ora dopo. La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti, alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio, cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio, riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio. I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4. Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto) e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione. 1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen 2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/ 3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/ 4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone 5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/ Enrico Campolmi
July 26, 2026
Pressenza
#stopthegenocideingaza🇵🇸 26 luglio 2025 - Esattamente un anno fa l'ignobile assalto israeliano all'imbarcazione " #Handala" della #Freedom #Flotilla Coalition a meno di 40 miglia dalla Striscia di #Gaza
July 26, 2026
Antonio Mazzeo
I BOSS DEL S. RAFFAELE SI SENTONO OFFESI!
SOLIDARIETA’ ALLA COMPAGNA MARGHERITA! Commentando il provvedimento disciplinare del 24 giugno a carico della compagna Margherita, portavoce della RSA del San Raffaele ci eravamo dichiarati “tutti diffidati” perché si intestava proprio nei termini di diffida l’avvio della procedura disciplinare. Per i boss del San Raffaele la denuncia dei fatti e dei misfatti nella gestione dell’ospedale e un’onda che ha lasciato il segno. La linea aziendale criticata come lontana anni luce dalla sua missione assistenziali, propria di una istituzione che rimanda a santità, (povero San Raffaele, anche lui diffidato?) palesa solo criteri affaristici e una disinvolta corsa a mettere le mani su quote di potere e di denaro. Con la lesa maestà, al buon nome e al prestigio violato non certamente dai compagni, viene addebitata alla compagna e a tutta la RSU la colpa gravissima di aver detto cose che sono poi state ampiamente ribadite da tutti i media. Fatti eclatanti ed evidenti a tutti. Nella favola danese “il re è nudo” il bambino non malato di ipocrita piaggeria dice quello che vede. Come nella favola tutti sanno e vedono ma pochi hanno il coraggio di dire e raccontare, non episodicamente come fa certa stampa che si avventa sullo scandalismo, ma lo scempio quotidiano della sanità una volta pubblica e universale. Margherita, come il bambino di Andrsen ha semplicemente raccontato una pura verità che tanta paura incute a chi puro non è. La portata del licenziamento sorprende ed è un vero e proprio salto nel processo di disciplinamento che avviene non a caso proprio a partire dai luoghi di lavoro perché qui si gioca il mantenimento della disciplina che si vuole da caserma. Quando il non allineamento, la disubbidienza è espressa direttamente dai lavoratori la repressione è rigorosa ed inevitabile.     I novelli Torquemada, però, devono pagare un costo salatissimo perché con questo fare da inquisitori gettano via l’ultimo orpello che riveste il vero volta di questa democrazia ad uso e abuso del capitale. Aumenta la repressione ma aumenta anche la sfiducia nelle istituzioni. Si cantano inni al Diritto e alla Costituzione “più bella del mondo” e alle tante forme di libertà formali. Solo formali, nient’altro che formali e viene svelato il vero ruolo delle forme e delle istituzioni che sono solo travestimenti di una medesima dittatura quella del capitale che opera a livello economico, politico, organizzativo, ideologico e militare. Se l’obbiettivo da conseguire è il profitto questi non risparmiano nessuna sacca di socialità e umanità. Questo incredibile licenziamento al pari degli interventi delle forze dell’ordine che invadono il ruolo del personale sanitario e determinano la tragica fine di Abderrahim Fakir a Bologna, i delitti le ingiustizie e i morti anonimi sul lavoro segnano con cadenza quotidiana il mosaico della democrazia che altri non è se non una “trappola e un inganno per i poveri e gli sfruttati”. Cara margherita hanno colpito te e si preparano a colpire tutti noi. Siamo con te e ti vogliamo bene. Ma nulla è vano e questa tua vicenda ci aiuta a combattere il pregiudizio democratico e rafforza in noi la convinzione che l’unica democrazie possibile e quella di classe. Lunedì 27 luglio ore 11.00 conferenza pubblica in Spianata San Raffaele Via Olgettina MI S.I. COBAS NAZIONALE! L'articolo I BOSS DEL S. RAFFAELE SI SENTONO OFFESI! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Disinformazione ufficiale
Il signor Giovan Battista Brunori, sionista per ragioni familiari – ha sposato Giovanna, discendente del rabbino Elia Benamozegh – corrispondente della RAI in Israele, ha definito innocui “escusionisti” i protagonisti del pogrom antipalestinese a Tel, nei pressi di Nablus. Decine di video mostrano questi “coloni” armati aggredire gli abitanti davanti […] L'articolo Disinformazione ufficiale su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
Gaza e la missione umanitaria negata: incontro a Foggia con gli attivisti del Global Sumud Convoy fermati in Libia
Martedì 28 luglio, alle ore 20:30, la Casa del Giovane di Foggia (via Candelaro, di fronte Parco S. Felice) ospiterà un importante incontro-dibattito per riaccendere i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria e sanitaria nella Striscia di Gaza. L’evento vedrà la partecipazione dei due attivisti pugliesi, di cui una foggiana, rientrati in Italia dopo essere stati arbitrariamente trattenuti per un mese dalle autorità della Libia Orientale. L’incontro è organizzato dalla Comunità Sulla strada di Emmaus, dal Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) e da Project Allegria OdV. Durante la serata sarà proiettato il documentario “Gaza: medici sotto attacco”, una cruda testimonianza sulle condizioni del personale sanitario e delle infrastrutture ospedaliere sotto i bombardamenti. Ci sarà inoltre una raccolta fondi da destinare alle attività di impegno umanitario, educativo e sociale di Project Allegria, un’organizzazione che ha sede anche a San Severo (FG) ed un proprio operatore attivo a Gaza a favore dei bambini e dei minori. I testimoni: la vicenda dei due attivisti pugliesi All’incontro prenderanno la parola Dina Alberizia, Domenico Centrone e Sara Suriano. I primi due facevano parte del gruppo dei dieci attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy (la missione via terra della Global Sumud Flotilla) fermati in Libia. Lo scopo della missione era rompere simbolicamente il blocco e raggiungere la Striscia di Gaza attraverso la Libia, l’Egitto e il valico di Rafah per consegnare aiuti umanitari urgenti e sanitari alla popolazione stremata. Il focus della manifestazione: il genocidio a Gaza La catastrofe umanitaria in corso nella Striscia di Gaza è un vero e proprio processo di genocidio ai danni della popolazione palestinese. Dopo il 7 ottobre 2023, le operazioni militari hanno causato un livello senza precedenti di uccisioni di civili, lo sfollamento di massa della popolazione e la distruzione sistematica di infrastrutture vitali, tra cui ospedali, scuole e reti idriche. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari sta deliberatamente utilizzando la fame e la deprivazione medica come armi di guerra contro la popolazione civile. Il sistema sanitario a Gaza è totalmente collassato: gli ospedali rimasti in piedi sono privi di medicinali essenziali, anestetici ed elettricità. Medici, infermieri e operatori umanitari lavorano in condizioni estreme, spesso diventando loro stessi bersaglio dei conflitti, come documentato nel filmato che sarà proiettato durante la serata. Come evidenziato dai rapporti di Amnesty International, le azioni e le politiche messe in atto configurano la violazione della Convenzione ONU sul genocidio del 1948, ignorando le misure restrittive e vincolanti disposte dalla Corte Internazionale di Giustizia. Cosa chiediamo Di fronte a questa emergenza morale e legale, si invoca con forza, ancora una volta: il cessate il fuoco immediato: stop permanente a tutte le operazioni militari; l’accesso umanitario incondizionato: sblocco immediato dei valichi per cibo, acqua e cure mediche; sanzioni e risposte diplomatiche: l’intervento delle istituzioni europee e internazionali per sospendere gli accordi di cooperazione ed esigere il rispetto del diritto internazionale. I promotori invitano la cittadinanza, gli organi di stampa e le associazioni locali a partecipare numerosi per sostenere il valore della solidarietà internazionale e della pace. Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza

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