Il caso di Ambelokipoi e la demonizzazione delle resistenze
Una corrispondenza dalla Grecia di Michalis Mavropulos. «Per quanto riguarda il mio italiano, il testo sarà sicuramente pieno di errori, vi prego di perdonarmi in anticipo». Nikos Romanos – Νίκος Ρωμανός QUI il blog di Mikis Mavropulos Il 31/10/24, a seguito di un’esplosione in un appartamento ad Ampelokipi, il compagno anarchico Kyriakos Xymitiris è rimasto ucciso, mentre la compagna anarchica Marianna Manoura,
Status di rifugiata a donna di origine Rom: l’esistenza di alcuni procedimenti penali non sono di ostacolo al riconoscimento
Il Tribunale di Roma riconosce lo status di rifugiata a donna di origine Bosniaca, ritenendo fondato il rischio di persecuzione in caso di rimpatrio in Bosnia Erzegovina, a causa della sua appartenenza all’etnia Rom. Invero, la ricorrente, nata e cresciuta in Italia, sorella di cittadina italiana e con altri parenti in Italia regolarmente soggiornanti, assumeva nella propria domanda di protezione internazionale di temere persecuzioni nel proprio Paese, in virtù della propria origine etnica e per la circostanza di non essere mai vissuta nel proprio Paese di origine. Il Tribunale di Roma, valorizzando la tesi della difesa richiamava numerosi fonti nelle quali veniva sottolineata la criminalizzazione in Bosnia per i cittadini di etnia Rom, ex multis: “La criminalizzazione della diffamazione in Repubblica Srpska e le misure progressivamente più restrittive in tutto il Paese si sono riflesse in un posizionamento significativamente più basso nel World Press Freedom Index. I Rom e i rimpatriati dalla guerra in Bosnia hanno continuato a subire discriminazioni diffuse. Le condizioni di accoglienza per migranti e rifugiati sono migliorate. La negazione del genocidio e la glorificazione dei criminali di guerra condannati hanno continuato a persistere”. […] “I Rom continuavano a subire esclusione sociale e discriminazione. La maggior parte viveva in povertà cronica, in alloggi inadeguati e aveva un accesso limitato al lavoro formale o ai servizi pubblici, tra cui assistenza sanitaria e istruzione. Il Comitato CERD ha esortato le autorità ad adottare misure urgenti per affrontare la discriminazione razziale sistemica nei confronti dei Rom”. Ed ancora: “I diritti politici in Bosnia-Erzegovina dipendono in larga parte dall’origine etnica e dal luogo di residenza. Ebrei e rom sono costituzionalmente esclusi dalla presidenza e dall’appartenenza alla Camera dei Popoli, nonostante le sentenze della Corte EDU contrarie a tali disposizioni”. Per tali motivi, anche l’esistenza di alcuni procedimenti penali, secondo i giudicanti, non ostano al riconoscimento della forma più ampia di protezione internazionale, statuendo la Corte che “Le condanne penali riportate in passato dalla ricorrente e ancora in parte in fase di esecuzione non appaiono ostative al riconoscimento della protezione in quanto relative a condotte di furto risalenti ad anni addietro ed invero neppure nel provvedimento amministrativo di diniego si fa riferimento ad esse come ad un elemento impeditivo della protezione internazionale.” Per quanto sopra esposto, il Tribunale di Roma, riteneva che nel caso di specie ricorrevano “i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiata per appartenenza ad un determinato gruppo sociale, donna di etnia rom.” Tribunale di Roma, decreto del 25 settembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione e il commento.
Necropolitica dei campi: corpi, diritto e morte nei C.C.A.C. del Mar Egeo
«Dopo essere rimasto bloccato per sette anni e dopo molti rifiuti, capisco profondamente questo dolore. Ci sono stati momenti in cui la vita sembrava senza senso. Vedi amici andarsene. Persone che sono arrivate, hanno ottenuto i loro documenti e sono andate avanti, mentre tu rimani in un vicolo cieco. L’attesa, l’incertezza, il silenzio sul tuo futuro ti distruggono lentamente dentro. Molte persone non muoiono solo durante il viaggio. Molte muoiono psicologicamente dopo il loro arrivo, dimenticate in sistemi che le tengono in attesa per anni. Quante altre vite devono andare perdute prima che qualcosa cambi? Le persone non chiedono lusso. Chiedono dignità, sicurezza e libertà di movimento. Riposa in pace, José non ti dimenticheremo 1» Così scrive R. amico di José Kiesse. José Kiesse, 44 anni, congolese, è morto suicida a Lesbo il 22 febbraio 2026. Chiamarlo suicidio, senza fare riferimento al dispositivo che lo ha prodotto, è però una forma di complicità linguistica. A decidere che ‘doveva’ morire è stata la necropolitica dei Close Control Access Centres (C.C.A.C.) greci impregnata di razzismo neocoloniale: gestione differenziale delle vite, produzione gerarchica di chi può vivere e chi deve morire, spazi di confinamento che sono ‘mondi di morte’ 2, dove la gestione politica dell’attesa prolungata diventa strumento di annientamento. PH: fytilia.lesvos Dopo sei anni dietro il filo spinato, arriva il rigetto definitivo della domanda d’asilo, una sentenza esistenziale dopo un processo di logoramento sistematico, di consumo della vita. Restrizione geografica, campi chiusi e iper-sorvegliati, svuotamento e riutilizzo del diritto come strumento di deterrenza. La Dichiarazione UE-Turchia del 2016 3 ha aperto la strada alla normalizzazione della deportazione. La Legge 5226 di settembre 2025 4, che, tra l’altro, criminalizza l’ingresso irregolare completa il quadro: non più soggetti di diritto, ma corpi colpevoli per esercitare il loro diritto di movimento. José era arrivato a Lesbo, nel Mar Egeo: non solo un’isola, ma un avamposto militarizzato, una zona di sorveglianza della mobilità umana. La frontiera qui non è linea ma spazio diffuso, infrastruttura che cattura, immobilizza, rende invisibili. Da subito, José è stato intrappolato in questa zona grigia dove lo stato di diritto si sospende, generando soggettività precarie. Sopravvissuto all’inferno di Moria, la ‘tomba dei diritti umani’ 5, dove la negazione della dignità è struttura, dopo l’incendio del 2020, José è stato trasferito a Kara Tepe e poi a Mavrovouni, dove l’architettura della detenzione gli ha tolto la vita. Architettura che cresce sull’isola di Lesbo e che, dal campo di Pagani del 2009 fino ai dispositivi detentivi successivi, si sta oggi compiendo nella realizzazione C.C.A.C. di Vastria. PH: CPT Aegean Migrant Solidarity (Vastria) Il report di Community Peacemakers Teams How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos 6, lo descrive con chiarezza: Vastria segna il passaggio da centri di detenzione caotici a un’infrastruttura detentiva pensata fin dall’inizio come tale. Isolata. Chiusa. Iper-sorvegliata. Una combinazione di monitoraggio biometrico, restrizione geografica e accesso limitato a ONG, avvocati e personale medico. Situato a circa 30 km, nel cuore di una foresta vergine di pini ad alto rischio di incendio, il sito non è neutro: è una scelta politica. Isolare per rendere invisibile la precarizzazione esistenziale delle persone, la loro trasformazione in corpi ‘scartabili’, in un regime di frontiera paradossalmente ossessionato dalla produzione di dati e dal risk profiling. 240.100 metri quadrati, che classificheranno le persone in (1) popolazione generale, (2) categorie speciali e (3) centro di detenzione pre-rimpatrio, inglobando – dentro quello che formalmente è un centro di identificazione – una struttura analoga ai CPR italiani. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 A seconda della classificazione si è più o meno disposable 7, più o meno deportable 8. Si consolida così la svolta carceraria nelle politiche di gestione della mobilità: la deportazione verso un Paese terzo può essere preparata, organizzata ed eseguita senza mai uscire dal campo. Il carattere allarmante di questa svolta emerge chiaramente osservando le statistiche sulla detenzione e i rimpatri in Grecia. Secondo la Policy Note: Deportation and Immigration Detention Statistics in Greece, 2025 9, pubblicata a marzo 2026 da Refugee Support Aegean, nel 2025 su 26.527 decisioni della polizia ellenica, 11.877 sono state decisioni di rimpatrio ai sensi della Legge 5226/2025, trasponendo la Direttiva Rimpatri, mentre 14.650 rimpatri sono stati effettuati ai sensi della Legge greca 3386/2005 10, in circostanze che sollevano dubbi di conformità al diritto UE. Le principali nazionalità coinvolte erano Afghanistan, Egitto, Siria, Albania e Sudan. Le stesse per cui, paradossalmente, il tasso di riconoscimento dello status di rifugiato è più alto in Grecia. In totale, 5.738 cittadini di Paesi terzi sono stati rimpatriati, di cui 2.464 con rimozioni forzate. Spostandosi all’interno del panorama europeo, il CCAC di Vastria si configura come un dispositivo pienamente coerente – e, in alcuni aspetti, anticipatore – degli sviluppi normativi a livello UE. Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato l’avvio dei negoziati con il Consiglio UE sul cosiddetto Regolamento Rimpatri, destinato a riformare e sostituire la Direttiva Rimpatri 2008/115/CE. Le linee guida emerse prevedono un rafforzamento strutturale del paradigma delle espulsioni: estensione dei tempi di trattenimento fino a 24 mesi, ampliamento degli obblighi di cooperazione del soggetto destinatario del rimpatrio, compressione delle garanzie procedurali e, soprattutto, apertura alla possibilità di trasferimenti verso Paesi terzi tramite i cosiddetti return hubs. Notizie/Regolamenti UE/CPR, Hotspot, CPA IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 La necropolitica dei campi non si limita più a governare l’attesa della decisione sulla domanda d’asilo o la predisposizione del rimpatrio in caso di diniego. Essa si estende oltre la giurisdizione europea, integrando la detenzione interna con infrastrutture extraterritoriali. Nella traiettoria segnata da questa necropolitica, il suicidio di José Kiesse risponde pienamente al potere dei campi di decidere chi è ‘sacrificabile’. José trattenuto a Lesbo è stato espropriato del suo progetto di vita e costretto a un rischio di morte insostenibile. Pronunciare il suo nome è un atto di resistenza contro l’esposizione sistemica alla morte prematura e la minaccia costante di rimozione coercitiva che divora silenziosa le vite nei C.C.A.C. È ricordarlo contro la violenza razzista e neocoloniale del dispositivo dei campi. 1. Testimonianza di R. amico di José Kiesse. Fonte: Faseismos kai Frijes ↩︎ 2. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Duke University Press ↩︎ 3. CPT (2026). Ten Years of the EU-Turkey Deal, a Decade of Systemic Harm ↩︎ 4. Legge 5226/2025 ↩︎ 5. Per ulteriori informazioni, guardare: Atreconomia, (2025).‘ The Ashes of Moria’ . ↩︎ 6. CPT, (2025). ‘How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos’ ↩︎ 7. Secondo N. De Genova, disposability indica la produzione di condizioni alla frontiera in cui lo Stato può disporre della vita delle persone migranti, esponendole a un rischio sistemico di morte prematura e configurando una condizione razzializzata. (De Genova, N., & Roy, A. (2020). Practices of illegalisation. Antipode, 52(2), 352-364). ↩︎ 8. Secondo N. De Genova, deportability indica la minaccia costante di rimozione coercitiva, ovvero di essere fisicamente espulsi dallo spazio dello Stato nazionale, una vera e propria espulsione dalla vita e dal diritto di vivere. (Ibidem). ↩︎ 9. R.S.A., (2026). Deportation and immigration detention statistics in Greece in 2025 A constant practice of deprivation of refugees’ liberty’ ↩︎ 10. Legge 3386/2005 ↩︎
Trump ha fallito, ma non basta
Nonostante al momento sia durata solo sei settimane, la guerra di Donald Trump contro l’Iran si stava configurando come la peggiore decisione di politica estera del ventunesimo secolo, già di per sé ricco di decisioni disastrose: un fallimento crescente sotto quasi ogni punto di vista, per quasi tutti i soggetti coinvolti, e dovremmo essere tutti sollevati che possa finire. Se ciò accadrà davvero, purtroppo, dipenderà da molto più che dal presidente volubile e facilmente distraibile. L’annuncio di ieri di Trump del cessate il fuoco di due settimane con l’Iran e dei prossimi negoziati per una soluzione definitiva rappresenta una rara ammissione di realtà da parte del presidente: l’opzione poco allettante di abbandonare le ostilità senza raggiungere nessuno degli obiettivi prefissati – anzi, peggiorando molti dei problemi che la guerra avrebbe dovuto risolvere – rimane di gran lunga la migliore opzione tra le tante inaccettabili. Questa guerra assolutamente inutile si è rivelata così disastrosa, sia dal punto di vista strategico che politico, per la presidenza di Trump e per il paese, da non lasciargli altra scelta ragionevole. Il fatto che il presidente abbia accettato di utilizzare come base dei negoziati la proposta in dieci punti dell’Iran, e non la sua serie di richieste massimaliste in quindici punti, rappresenta il tacito riconoscimento del fallimento della guerra come scelta politica. Per quanto difficile da accettare per Trump, questa linea d’azione è ben peggiore. Estrarre l’uranio dall’Iran è una pericolosa illusione. Se avete bisogno di una prova, guardate il disastro del salvataggio di un solo uomo nelle profondità del paese per le forze statunitensi. Come suggerisce la raffica di dichiarazioni pubbliche contraddittorie sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, Trump non può riaprire militarmente lo Stretto, punto in cui le navi possono essere facilmente minacciate e molestate dalle migliaia di droni a basso costo che l’Iran può produrre ogni mese. Forte di questa carta, la leadership iraniana si rifiuta di capitolare nonostante l’immensa afflizione che Trump sta infliggendo al paese, e le sue opzioni per inasprirla ulteriormente sono inaccettabili. L’invio di truppe di terra sarebbe politicamente controproducente e porterebbe a un’impennata di perdite tra le fila statunitensi, anche nelle migliori circostanze, figuriamoci ora che le temperature nel Golfo Persico sono destinate a superare i 38 gradi. Intensificare la portata e la violenza dei bombardamenti, come Trump ha minacciato di fare ieri, rischia di provocare un disastro regionale che probabilmente condurrebbe alla devastazione di Israele (la cui sicurezza Trump ha ripetutamente indicato come giustificazione della guerra), ed è stato ampiamente e duramente condannato persino da un coro di voci di destra che di solito sono suoi alleati. Mentre l’Iran tiene in ostaggio l’economia mondiale, Trump può solo minacciare di uccidere e distruggere di più. Questa tattica ha raggiunto il culmine dell’efficacia. Nel frattempo, più a lungo si protrae la guerra senza la resa dell’Iran, peggiori diventano le cose per Trump e gli Stati uniti. L’economia è già in grave difficoltà in vista delle elezioni di medio termine di quest’anno, e ulteriori settimane o mesi di interruzioni della catena di approvvigionamento la farebbero precipitare completamente, ammesso che non stia già accadendo. Le scorte di munizioni statunitensi continuano a esaurirsi a ritmi insostenibili, il che significa che l’esercito sta raggiungendo il limite della sua capacità di condurre una guerra, il che lascia intravedere un imbarazzo futuro ancora peggiore di un ritiro volontario. Le umiliazioni pubbliche si accumulano di giorno in giorno, con attrezzature e veicoli militari costosissimi che vengono distrutti o vanno in panne. Trump, per necessità pratiche, è stato costretto a scegliere la migliore tra una serie di pessime opzioni, la dolorosa scelta che tanti prima di lui hanno preferito fare, ovvero mandare in fumo la propria presidenza. Ciò non significa che la pace sia inevitabile. Esiste un abisso tra le posizioni dei leader iraniani e quelle della Casa Bianca, un abisso che sarà difficile da colmare. Ma il problema più grande, come sempre, sarà Israele. I funzionari israeliani sono furiosi all’idea di questo accordo e stanno già cercando di sabotarlo, rifiutandosi di porre fine alla loro guerra genocida in Libano come richiesto dal piano in dieci punti dell’Iran e, di fatto, effettuando la più grande ondata di bombardamenti sul paese. Israele ha l’incentivo e, purtroppo, la capacità di silurare qualsiasi prospettiva di pace, sebbene tale capacità dipenda interamente dalla disponibilità del presidente degli Stati uniti di assecondarlo. L’unico aspetto positivo è che questa guerra potrebbe finire per trasformare il rapporto tra Trump e Israele e il suo primo ministro, Benjamin Netanyahu. Secondo numerose fonti, tra di esse un dettagliato articolo del New York Times pubblicato poche ore prima dell’annuncio del cessate il fuoco, Netanyahu e altri alti funzionari israeliani hanno svolto un ruolo centrale nel convincere Trump che questo disastro fosse una buona idea, anche fornendogli una serie di rassicurazioni fantasiose che si sono presto rivelate false. Subito dopo, abbiamo visto Trump mettersi in ridicolo ripetendo pubblicamente molte di quelle affermazioni israeliane, tra cui l’idea che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente, che la decapitazione della leadership iraniana avrebbe portato a un cambio di regime e che ci sarebbe stata una rivolta di massa del popolo iraniano, nessuna delle quali si è avverata. Il presidente dovrebbe essere furioso per essere stato chiaramente ingannato, usato e umiliato dagli israeliani. In un mondo logico, ciò gli permetterebbe di intervenire con fermezza contro Netanyahu e porre fine alle continue mire bellicose di Israele a spese degli Stati uniti. Ma ciò richiederebbe un minimo di coraggio, di cui né Trump né il suo predecessore hanno mostrato grande efficacia nei loro rapporti con Israele. Anzi, stando a un anonimo funzionario statunitense, ieri sera, quando Trump ha avuto l’opportunità di dire a Netanyahu, durante una telefonata, di fare un passo indietro in Libano, si è rifiutato di farlo: un presagio preoccupante, se indica che questo vecchio ciclo si ripeterà. L’altra incognita è l’opposizione a Trump del Partito democratico, i cui membri di spicco si stanno dimostrando poco collaborativi mentre il mondo prega che questa situazione si concluda. Primo fra tutti, il senatore del Connecticut Chris Murphy, voce di spicco in materia di politica estera che, praticamente nel momento stesso in cui è stato annunciato il cessate il fuoco ieri sera, è passato dal gridare che la guerra stava sfuggendo di mano e che Trump doveva essere rimosso urgentemente dal potere per salvare vite umane, ad attaccare incessantemente un accordo di pace con l’Iran e a provocare di fatto Trump per riprendere le ostilità, arrivando persino ad accettare l’assurda e massimalista richiesta di Trump che l’Iran si sbarazzi dei suoi missili convenzionali non nucleari. Questo è lo stesso ruolo nefasto che importanti esponenti dell’establishment democratico come Murphy hanno svolto nel periodo precedente a questo disastro, istigando incessantemente Trump e accusandolo di essere un codardo se non avesse assunto una posizione più aggressiva nei confronti dell’Iran. Per fortuna, non è così per tutti i democratici, alcuni dei quali, come la deputata Yassamin Ansari, prediligono il buon senso e la ragione. Ma personaggi come il senatore Murphy, lavorando in tandem con i guerrafondai di destra che avvalorano le idee di Trump, come Lindsey Graham e Mark Levin, avranno tutto il tempo e l’opportunità nelle prossime settimane per sabotare la pace e farci precipitare di nuovo in un caos intollerabile, sia per il gusto di ottenere vantaggi politici, sia per qualcosa di più nefasto . Per quanto sia allettante affermare il contrario, l’attuale cessate il fuoco non rappresenta una vera vittoria per le forze della pace. Piuttosto, è una clamorosa sconfitta per il militarismo e, più specificamente, per un presidente inebriato dal potere militare e da una malriposta fiducia nel fatto che gli Stati uniti possano magicamente realizzare i suoi desideri con i bombardamenti. Il paradosso è che, affinché la pace duri, dovremo tutti aiutarlo a mantenere viva la finzione di una sua clamorosa vittoria. *Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Trump ha fallito, ma non basta proviene da Jacobin Italia.
April 9, 2026
Jacobin Italia
Chi ha bisogno della guerra?
Non appena è stato raggiunto uno straccio d’accordo per un semplice «cessate il fuoco», necessario per provare almeno a discutere i termini di una possibile pace, Israele ha concentrato tutta la forza del suo esercito contro il Libano. Attenzione: non solo contro Hezbollah, movimento sciita e quindi naturalmente «solidale» con […] L'articolo Chi ha bisogno della guerra? su Contropiano.
April 9, 2026
Contropiano
Venture Global, il gigante statunitense del gas naturale liquefatto partner di ENI, è molto controverso. Lo rivela il nuovo report di ReCommon
Roma, 9 aprile 2026 – ReCommon lancia oggi il suo nuovo rapporto “Venture Global, le ombre del partner di ENI nel business del gas americano”. Nella pubblicazione si esaminano le diverse criticità legate alla società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense Venture Global, con la quale ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Download Venture Global - Le ombre del partner di ENI nel business del gas americano REPORT PDF | 1.21 MB scarica il report Fondata nel 2013 da Mike Sabel, un consulente finanziario, e Robert Pender, un avvocato di Washington, la società punta a raggiungere entro il 2030 una capacità produttiva di 100 milioni di tonnellate all’anno in operazione o in costruzione. Venture Global è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento del presidente Donald Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Questa dimensione politica è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del GNL. La società è quotata alla borsa di Wall Street dal gennaio 2025. In un primo momento i risultati non sono stati soddisfacenti: nel corso del 2025 il titolo ha perso oltre il 70% rispetto ai massimi raggiunti dopo l’entrata in borsa. La situazione si è però ribaltata rapidamente nel 2026: a marzo, le azioni di Venture Global erano già cresciute di circa il 50% nell’arco di un mese. La crisi geopolitica in Medio Oriente ha ulteriormente rafforzato le aspettative sul GNL americano. La diffidenza degli investitori nel 2025 era dettata dalle incertezze su piano legale. Venture Global, infatti, è al centro di una delle controversie più rilevanti nel mercato globale del GNL degli ultimi anni. Tutto ruota attorno all’impianto Calcasieu Pass LNG in Louisiana e alla gestione opportunistica della fase di commissioning, cioè il periodo di test precedente all’avvio ufficiale delle operazioni commerciali. Dopo aver avviato le prime esportazioni nel marzo 2022, Venture Global ha ritardato per quasi tre anni la dichiarazione di avvio delle operazioni commerciali, adducendo guasti tecnici e la necessità di prolungare i test. Questo escamotage le ha consentito di vendere centinaia di carichi GNL sul mercato spot durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi spot erano enormemente superiori a quelli contrattuali, accumulando ricavi stimati in oltre 20 miliardi di dollari. Nel frattempo, i clienti europei e asiatici che avevano contrattualizzato quei volumi non ricevevano le forniture pattuite. Gli arbitrati mossi dalle aziende danneggiate non hanno avuto esiti uniformi: BP ha ottenuto un riconoscimento della violazione contrattuale da parte di Venture Global, Shell ha visto respinte le proprie richieste principali, Repsol ha perso l’intera istanza. Secondo la società, al terzo trimestre del 2025 il valore complessivo delle richieste di risarcimento da parte dei clienti si attesta sui 4,8-5,5 miliardi di dollari, mentre la sua esposizione per i procedimenti arbitrali rimanenti si attestava a 765 milioni di dollari. «Oltre alla relazione particolare con l’amministrazione Trump e alle controversie legali, durante la nostra ultima missione sul campo abbiamo potuto documentare direttamente gli impatti socio-ambientali delle attività di Venture Global sulle coste della Louisiana: nell’agosto 2025 un grave incidente nel canale di accesso al terminal Calcasieu Pass ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura.» ha dichiarato Daniela Finamore di ReCommon. «Quello che emerge da questo rapporto dovrebbe preoccupare anche gli attori italiani coinvolti nella filiera. ENI si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali: quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare? Intesa Sanpaolo finanzia questi terminal: ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti? E Snam, che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia, non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?» ha concluso Finamore. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7]
April 9, 2026
ReCommon
Leonardo S.p.A. nelle reti formative professionali di Roma
Il movimento BDS di Roma, che si occupa di promuovere il boicottaggio dei prodotti e delle aziende israeliane, ha denunciato la forte presenza di Leonardo S.p.A. nei Centri metropolitani di formazione professionale in seguito ad un accordo tra il comune di Roma e il colosso dell’industria militare italiana. L’accordo prevede che l’azienda si occupi sia della progettazione dei corsi professionalizzanti sia di fornire la docenza e i materiali didattici. Inoltre, è nota la presenza di Leonardo S.p.A. anche nelle scuole superiori della capitale in quanto ha collaborato all’apertura dell’indirizzo digitale presso l’I.I.S. Carlo Matteucci. In questo caso vengono inviati direttamente a scuola degli esperti aziendali e studenti e studentesse del secondo biennio e del quinto anno vengono accompagnati in tirocini e stage presso le sedi della Leonardo. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università condividiamo la preoccupazione di BDS di vedere coinvolta nella formazione una multinazionale a partecipazione statale che ha contribuito alla costruzione degli F-35 con cui Israele ha devastato la striscia di Gaza, distruggendo la quasi totalità di scuole ed università. L’Osservatorio non può non denunciare come la cultura della guerra arrivi alle giovani generazioni anche per questa via e per di più nella maniera più subdola, nascosta dietro al “mantra” dell’innovazione e della crescita dell’occupazione. Cosa ancor più grave se si considera che con Leonardo S.p.A. entrano nella scuola anche i privati contribuendo attivamente all’indebolimento del settore pubblico e alla trasformazione degli enti formativi statali in dei centri di addestramento al lavoro per le aziende. Al contrario l’Osservatorio crede fermamente che l’istruzione pubblica debba servire innanzitutto alla costruzione di un futuro di pace e alla formazione della coscienza politica e civile di cittadine e cittadini. Fonte: https://kritica.it/politica/palestina/a-scuola-di-guerra-la-presenza-strutturale-di-leonardo-s-p-a-nellistruzione-pubblica/?sfnsn=scwspmo Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pisa, 10 aprile: Appello alla mobilitazione per il 77° anniversario della NATO
VENERDÌ, 10 APRILE, ORE 16:00 PISA, PIAZZA XX SETTEMBRE Nei giorni scorsi si sono riunite realtà organizzate e singoli attivisti per discutere insieme sul 77° anniversario della fondazione della NATO, che precede di poco l’Ottantesimo della Repubblica Italiana. Due storie, quella della Repubblica e quella della NATO, che in Italia, non solo si intersecano, ma si intrecciano e si fondono. È necessaria al riguardo una riflessione critica collettiva diffusa, che purtroppo, bisogna ammetterlo, non c’è, o è nascosta, frazionata, interna alle coscienze, senza essere capace di arrivare alla ribalta della discussione politica, indirizzata anzi in una sola direzione: far accettare a tutti gli italiani la guerra come qualcosa di naturale ed inevitabile. Purtroppo, si può solo constatare il fatto che, davanti all’ennesima guerra di USA e Israele, la mobilitazione non è stata capace si fermare l’ennesima carneficina, di cui in Italia e in altre parti del mondo si percepiscono solo le ripercussioni economiche che vanno ad abbattersi negativamente, ancora una volta, sui redditi della gente comune, della classe lavoratrice, dei pensionati e delle famiglie, con le loro conseguenze sul potere di acquisto di salari e pensioni e sulla qualità delle esistenze. È evidente come la frenetica corsa al riarmo e il rafforzamento dell’economia di guerra che si sta cercando di compiere sotto gli occhi e il naso di tutti, sostenuta dalla malsana idea che l’economia del Paese possa beneficiare dalla sostituzione della manifattura tradizionale con quella della produzione di armenti mentre le forze politiche che la sostengono cercano, nemmeno più di tanto, di dissimulare il processo in atto. I benefici della sostituzione di un’economia di pace con una di guerra sono una bugia colossale ed un errore, oltre che un fatto incostituzionale. Dati alla mano, si può sostenere che un tale processo conduce di fatto alla perdita di milioni di posti di lavoro in Europa, non ad un loro aumento, con un ritorno economico esclusivo per una ristretta élite: i produttori degli armamenti stessi. Ma purtroppo, come sempre più spesso avviene nella società dello spettacolo, una bugia ripetuta 100 volte può diventare la verità assoluta, per chi non dispone di strumenti di analisi critica. Tali politiche di riarmo vengono ormai costantemente accompagnate da discorsi mainstream che dipingono il nostro paese e la UE come zone sotto costante minacce di un nemico esterno, per giustificarne l’implementazione, quando in realtà sono queste stesse politiche a metterci in pericolo. Nell’immaginario collettivo si sta cercando di costruire l’idea secondo la quale la guerra sia qualcosa di inevitabile, con militari che fanno propaganda nelle scuole di ogni ordine e grado. In questo quadro distopico, la stessa NATO può apparire come uno strumento di pace, agli occhi di Trump una specie di ferrovecchio. Tutto questo avviene mentre i nostri territori sono già, ogni giorno, attraversati da carichi di armi. Le Università rappresentano già il banco di prova per le tecnologie duali, ricerche che camuffate da studi a fini civili hanno, in realtà, l’obiettivo di produrre morte. Ormai già da anni questi temi attraversano innumerevoli atenei e facoltà. Ma è davvero inevitabile tale deriva? Sì, se non si va creando una coscienza pubblica critica capace di mettere in discussione la cultura della guerra e l’ennesimo pacchetto sicurezza che colpisce chi manifesta liberamente un pensiero critico. I promotori di questo documento e della mobilitazione ad essa connessa sono convinti che opporsi a certe tendenze non sia solo importante e necessario, ma che non ci sia altro da fare! Per questo si proposto di mettere in campo, in occasione dell’anniversario della NATO, un’iniziativa che porti avanti una narrazione controcorrente e critica al riguardo. La proposta concreta è quella di organizzare una piazza a Pisa, dove ciascuno possa portare un pezzo di esperienza contro la guerra, delle testimonianze di vario genere, anche di esperti studiosi della materia, un momento di informazione pubblica e di formazione dal basso, anche con un semplice microfono aperto alle realtà contro il riarmo, il militarismo e il pacchetto sicurezza; aperta a tutti coloro che provano a dimostrare a cosa serve e a chi conviene veramente la guerra, quando poi a combatterla e a subirne le conseguenze negative sono sempre i soliti noti: i Popoli, tutti noi. Questa iniziativa potrebbe segnare l’inizio di un percorso più ampio che potrà condurre più forti e preparati alla “commemorazione” dell’Ottantesimo anniversario, prevista il 2 Giugno 2026, della Festa della Repubblica Italiana che auspichiamo si trasformi in un’ulteriore occasione di riflessione sul coinvolgimento del nostro paese nella Guerra e non di una festa auto commemorativa di una repubblica, solo a parole, fondata sulla pace e contro la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Un ricordo di Pietro Gargano
img Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana, opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel testo. *     *     * Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo. Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche? De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono rivelate tali. È stata una scelta delicata… Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani, Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte. Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop. Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli. Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole? Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri. Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli. L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52, quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano. Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi, puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia, otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata, per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria… È possibile individuare il più grande tra gli interpreti? Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso, cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati, la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile. Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale, Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani, terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono stati Bruni e Roberto Murolo. Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione… È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna, che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare. “Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel ’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti. Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse. Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano. nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume) Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene attribuita l’attenzione che meriterebbero. Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello, gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica. Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti napoletane… Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali. Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente, anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio. Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra. Che opinione hai della sceneggiata? Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta. Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo. Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più importante della tradizione femminile. Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori – ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni dieci metri. In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti? Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti, che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!», facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno. È stato un lavoro molto travagliato… L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa “fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)  
April 9, 2026
Napoli MONiTOR

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