[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
[2026-09-03] RENOIZE 2026 @ Buena Onda, Focene
RENOIZE 2026 Buena Onda, Focene - Viale di Focene 183, Focene (giovedì, 3 settembre 17:00) ❤️‍🔥 𝗥𝗲𝗻𝗼𝗶𝘇𝗲 𝟮𝟬𝟬𝟲 - 𝟮𝟬𝟮𝟲 20 anni di Rabbia e Amore 20 anni per Realizzare Sogni 20 anni per Resistere 20 anni contro ogni fascismo 𝟮𝟳 𝗔𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 • 𝗙𝗼𝗰𝗲𝗻𝗲 𝟯_𝟰 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗔𝗰𝗿𝗼𝗯𝗮𝘅 𝟱 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗲𝗼 + 𝗣𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿 LINK AL PROGRAMMA ♡ Venti di Renato. Una comunitá che da quel giorno si muove per essere tempesta e soffiare via ogni forma fascismo. Perché non accada mai piú! Perché abbiamo scelto di stare dalla parte giusta della storia. Quella della Vita e della Libertá per tuttə. Renoize sarà ancora una volta Festival Antifà, il posto dove esserci tuttə. Un ventennale che non sará una celebrazione, ma costruzione, il passo sicuro di un cammino collettivo...Con Renato nel ♡
August 24, 2026
Gancio de Roma
Sulla definizione operativa di antisemitismo formulata dall’IHRA e adottata dal DDL Romeo, Pirovano, Bergesio
Pressenza sta portando avanti la campagna contro il DDL Antisemitismo già approvato al Senato e in discussione alla Camera il prossimo 9 settembre. Nell’occasione insieme alla Rete No Bavaglio e a numerose organizzazioni stiamo organizzando un sitin di protesta. Nell’ottica di questa campagna iniziamo la pubblicazione di articoli di approfondimento su questo DDL e sull’equiparazione della critica a Israele e al suo governo come antisemitismo. Il primo articolo è questa interessante analisi di Ugo Giannangeli, tra i promotori dell’iniziativa e membro di Giuristi Democratici. Il 4 marzo 2026 è stato approvato dal Senato il DDL c.d. “di contrasto all’antisemitismo”. L’art.1 stabilisce che è adottata la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA) il 26 maggio 2016 ivi inclusi i relativi “indicatori”. Gli ultimi mesi hanno visto molti dibattiti ed articoli sul DDL ma raramente ci si è soffermati sulla definizione e sugli indicatori. Questa la definizione dell’IHRA : “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree o non ebree e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto”. Anche ai non addetti ai lavori appare chiaro che quanto affermato è una tautologia: essere antisemiti vuol dire odiare gli ebrei. Gli esempi dovrebbero al più chiarire il concetto ma non dovrebbero ampliare la portata della definizione. Passiamoli in rassegna. Il primo: “ incitare e contribuire all’uccisione di ebrei o a danni a loro scapito, o a giustificarli, nel nome di un’ideologia o di una visione estremista della religione”. Questo esempio descrive una condotta evidentemente antisemita non certamente riferibile al movimento di solidarietà col popolo palestinese o al BDS, da sempre sostenitori di pratiche pacifiche. II secondo: “avanzare accuse false, disumanizzanti, perverse o stereotipate sugli ebrei in quanto tali, o sul potere degli ebrei come collettività, ad esempio, ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione mondiale ebraica o degli ebrei che controllano i media, l’economia, il governo o altre istituzioni sociali ”. Vale quanto detto per il primo esempio: le condotte descritte non sono certo riferibili al movimento di solidarietà che non critica gli ebrei in quanto tali ma solo alcune organizzazioni ebraiche, le cosiddette lobby ebraiche, che portano avanti determinate politiche di sostegno al sionismo. Si pensi all’AIPAC. Il terzo: “accusare gli ebrei di essere responsabili di comportamenti scorretti, effettivi o immaginari, commessi da una sola persona o da un gruppo ebraico, o addirittura di atti commessi da non ebrei”. Condotta chiaramente antisemita ma non certo attribuibile al movimento di solidarietà con i palestinesi. Il quarto: “negare il fatto, l’ambito, i meccanismi (ad esempio le camere di gas) o l’intenzionalità del genocidio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazionalsocialista e dai suoi sostenitori e complici durante la seconda guerra mondiale ( l’Olocausto)”. È descritto il cosiddetto negazionismo, anch’esso estraneo alla sinistra; alcuni autori non di destra si sono avventurati nella ricostruzione storica della Shoah, criticando e contestando i dati ufficiali (cosiddetto riduzionismo). Anche questa condotta nulla ha a che vedere con i palestinesi e col movimento di solidarietà. Il quinto: “accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato le dimensioni dell’Olocausto”. Si introduce con questo esempio il primo riferimento allo Stato di Israele. Anche questa condotta non appartiene alla sinistra, anche se la strumentalizzazione della Shoah è parte integrante della politica e dell’azione sionista: si pensi all’affermazione di Golda Meir secondo cui dopo la Shoah tutto sarebbe stato permesso ad Israele oppure al libro di denuncia di Norman Finkelstein “L’industria dell’Olocausto”. Il sesto:” accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o alle presunte priorità degli ebrei in tutto il mondo che agli interessi dei propri paesi”. È questa un’antica accusa e un’antica polemica che non interessa i palestinesi e il movimento di solidarietà. Il settimo: “ negare al popolo ebreo il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un atteggiamento razzista”: con la legge sullo Stato nazione il diritto all’autodeterminazione è stato riconosciuto solo agli ebrei con una evidente discriminazione rispetto agli altri cittadini di diversa fede religiosa; l’uguaglianza è un valore storico della sinistra che quindi legittimamente critica la politica discriminatoria di Israele e rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Al contrario, la ministra della giustizia Shaked ha affermato che l’uguaglianza è un pericolo per lo Stato ebraico. È stato da più parti sostenuto che poiché Israele si definisce Stato ebraico sono discriminati tutti i non ebrei, legittimando così la definizione di Israele come stato razzista e praticante l’apartheid. La critica colpisce lo Stato e una sua legge, non certo gli ebrei tutti, né quelli di Israele né quelli del mondo. Peraltro forte è stato il dissenso rispetto alla legge, sia nella Knesset sia nella società israeliana; questo dissenso vanifica la pretesa di Israele di essere lo Stato di tutti gli ebrei. E’ intervenuta anche l’autorevole condanna di B’Tselem. L’ottavo esempio fa riferimento all’applicazione di una doppia misura, “imponendo a Israele un comportamento non previsto o non richiesto a qualsiasi altro paese democratico”. La sinistra si attende il rispetto della legalità internazionale da parte di tutti gli Stati; una particolare attenzione nei confronti di Israele non discende da un eccesso di critica e da un accanimento nei suoi confronti ma da un eccesso di violazioni da parte di Israele documentate in molteplici rapporti. Il nono esempio: “ usare simboli e immagini associati con l’antisemitismo classico (ad esempio gli ebrei uccisori di Gesù o praticanti rituali cruenti) per caratterizzare Israele o gli israeliani”   non riguarda la sinistra. Il decimo: “paragonare la politica odierna di Israele a quella dei nazisti”. Zeev Sternhell, storico ebreo israeliano, ha affermato che “In Israele cresce non solo un fascismo locale ma anche un razzismo vicino al nazismo ai suoi esordi”. L’affermazione di Sternhell denuncia una situazione paradossale e pericolosa ma riguarda una componente della società israeliana, per quanto ampia, non certo tutta la società e men che meno gli ebrei nel mondo. Il movimento di solidarietà coi palestinesi ha sempre denunciato il progetto di espulsione dei palestinesi che è cosa diversa da un progetto genocidiario. Ilan Pappe ha usato il termine di “genocidio incrementale” che si riferisce al progetto sionista e allo Stato che lo promuove ed incrementa ma non certo agli ebrei nel mondo e neppure a parte della società israeliana. Da quasi tre anni, però, un genocidio è ritenuto dalla Corte di Giustizia internazionale “plausibilmente in corso”. Infine l’ultimo: “ ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”. Il movimento di solidarietà coi palestinesi collabora regolarmente da sempre con le realtà ebraiche antisioniste. Nei confronti della definizione di antisemitismo dell’IHRA, ad esempio, si sono levate molte voci critiche in ambito ebraico, oltre 40 gruppi hanno denunciato l’uso strumentale della definizione tra cui Jewish for Justice for Palestinians, Free speech on Israel, Jewish for labour, Jewish for peace ed altre che si sono affiancate a Palestine Solidarity Campaign.  Gli esempi che fanno esplicito riferimento ad Israele sembrano effettivamente confortare la diffusa opinione secondo cui la legge, in realtà, non mira a reprimere il fenomeno dell’antisemitismo ma a criminalizzare la critica alle politiche di Israele. Significativamente in sede di dibattito sono stati respinti sia l’emendamento che chiedeva di escludere gli indicatori sia quello che chiedeva l’adozione della Dichiarazione di Gerusalemme, intervenuta a breve distanza da quella dell’IHRA. La Dichiarazione di Gerusalemme critica quella di IHRA perché questa “ha creato confusione e controversie” e propone la seguente definizione:” L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei”. Mi sembra che ci muoviamo ancora nell’ambito della tautologia. Vi è però una novità importante: questa Dichiarazione contiene cinque esempi di comportamenti non antisemiti. Vi rientrano le critiche al sionismo e allo Stato di Israele; si difende la libertà di espressione. Particolarmente significativo il punto 14 laddove si afferma che il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme legittime di protesta politica. Del resto il primo critico nei confronti dell’uso della definizione di IHRA è stato proprio il suo inventore, l’avvocato statunitense Kenneth Stern, che sin dal 2017, in una testimonianza scritta al Congresso USA, ha denunciato l’uso strumentale della sua definizione per limitare la libertà di parola e in particolare le critiche a Israele. Stern, ritenuto non di sinistra e autodefinitosi sionista, ha ribadito più volte che la sua è una definizione provvisoria, è meramente uno strumento di lavoro e, soprattutto, non è legalmente vincolante. Testualmente: “ no legally binding working definition”. Particolarmente drastico il giudizio negativo di Jewish voice for peace che già il 25 marzo 2021 ebbe a dire che la dichiarazione di Gerusalemme è una importante alternativa alla definizione IHRA definita “screditata e pericolosa”. Afferma anche che “definire l’antisemitismo non è il lavoro più urgente da fare per smantellarlo” e che “rischia di distrarre dal discorso politico sulla Palestina e dalle altre reali necessità come combattere il suprematismo bianco e il razzismo.” Sorge legittimo il sospetto, a distanza di 5 anni, che il reale scopo della legge sia proprio questo. A screditare definitivamente la definizione IHRA interviene un rapporto dell’aprile 2021 pubblicato da Free speech on Israel di Jamie Stern- Weiner dell’Università di Oxford. Nella prefazione al rapporto Avi Shlaim, professore emerito di Relazioni internazionali presso l’Università di Oxford, afferma: “ Quella che viene pubblicizzata come definizione operativa dell’antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto non è una definizione, ha poco a che fare con l’antisemitismo e non è stata né scritta né approvata dall’IHRA. Questi sono i risultati  di questo rapporto, meticolosamente studiato politicamente esplosivo. Studiosi ed esperti legali hanno sostenuto in modo convincente che la definizione dell’IHRA è incoerente, vaga, vulnerabile ad abusi politici e non adatta allo scopo.   Non riesce nemmeno a soddisfare il requisito più elementare di una definizione che è definire. È stato anche stabilito il ruolo decisivo dei gruppi a sostegno di Israele nella stesura e promozione della definizione… Il rapporto mostra che l’organo decisionale dell’IHRA, la plenaria, aveva di fatto deciso di escludere tutti questi esempi dalla sua definizione. La definizione IHRA non include esempi… Gli esempi sono stati usati per delegittimare e censurare le legittime critiche ad Israele e più in generale per limitare la libertà di parola su Israele. Ciò protegge Israele dalla responsabilità per i suoi gravi abusi dei diritti umani, che di conseguenza continuano incontrollati…. Il rapporto di Stern -Wheiner dimostra con dettagli inconfutabili come una definizione intesa a proteggere gli ebrei dall’antisemitismo sia stata distorta per proteggere lo Stato di Israele da critiche valide che non hanno nulla a che fare con il razzismo antiebraico”.  Esplosiva la dichiarazione di Shlaim secondo cui la definizione IHRA non include esempi, quegli esempi che ora stanno per essere introdotti in una legge dello Stato. Facciamo nostra la conclusione e la richiesta di Avi Shlaim: il rapporto dovrebbe indurre qualsiasi governo, parlamento o organizzazione che stia valutando l’adozione della definizione IHRA a ricredersi e coloro che l’hanno già sottoscritta a revocare la propria decisione. Ugo Giannangeli
August 24, 2026
Pressenza
COME’ E’ ANDATA LA FESTA DI RADIO ONDA D’URTO? MICROFONI APERTI SULLE NOSTRE (E VOSTRE) FREQUENZE ANTAGONISTE
Oltre 100mila persone hanno attraversato anche quest’anno una straordinaria edizione della Festa di Radio Onda d’Urto, andata in scena dal 5 al 22 agosto 2026 in via Serenissima a Brescia. Mentre compagne-i sono al lavoro per lo smontaggio, in queste ore stiamo chiedendo a chi ha attraversato la Festa cosa ne pensa: quali sono commenti, suggerimenti e idee per la prossima edizione? Lunedì pomeriggio, su Radio Onda d’Urto, si è tenuto un primo microfono aperto, dalle ore 18. Martedì mattina, alle ore 11.30, secondo appuntamento. Per intervenire in diretta chiama, negli orari del Microfono Aperto, il numero 03045670, oppure scrivi su WhatsApp (testo o audio) al 3351220759, oppure commenta sui nostri social nei post dedicati che si trovano sulla pagina Instagram “Radio Onda d’Urto” e la pagina Facebook “Festa di Radio Onda d’Urto”. Se preferisci la mail, l’indirizzo è redazione@radiondadurto.org (oggetto: “Microfono Aperto”). Di seguito, l’audio del Microfono Aperto sulla XXXIV Festa di Radio Onda d’Urto di lunedì 24 agosto. Ascolta o scarica  
August 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Il piede di cartone
LORENA FORNASIR, LINEA D’OMBRA Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine. Un lavoro che nelle ultime settimane è stato accompagnato da intimidazioni, minacce e aggressioni contro la rete solidale triestina 1. È dentro questo contesto che Lorena racconta la storia di un piede ferito, avvolto nel cartone, diventato suo malgrado il simbolo di un viaggio, della resistenza e dell’ostinato desiderio di restare in piedi. Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra! Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della piazza del mondo. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afganistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambini provenire dalla rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “vai, vivi e salvaci”. > Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Wilfred Bion) Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del Desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la Caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del Desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda ad un’alterità, ad un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi “Io sono confine” 2, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afgano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita ad una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua ad interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una Caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della Cura. 1. Il servizio su TG3 ↩︎ 2. La scheda del libro ↩︎
Migranti, il governo usa ancora una volta le ONG come capro espiatorio
L’Italia sta arrancando politicamente e deve fare i conti con un’Europa che le volta le spalle e a cui risponde utilizzando ancora una volta le persone in fuga e le ONG che operano in loro solidarietà come capro espiatorio. Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati è sintomo della fragilità del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Le nuove regole europee di fatto hanno smantellato il già fragile sistema asilo e introdotto meccanismi di solidarietà su base volontaria che consentono agli Stati di aprire e chiudere i loro confini a piacimento e di rifiutarsi di supportare i Paesi di arrivo e assumersi le proprie responsabilità sulla migrazione. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “Il nuovo Patto è crollato alla prima prova: gli arrivi a Ceuta, la cui strumentalizzazione politica ha creato un effetto domino di chiusura dei Paesi UE con cui ora il governo si trova a fare i conti. Non sapendo come reagire punta ancora una volta il dito contro le Ong e si guarda bene dall’affrontare l’altissimo costo umano di queste politiche: a Ferragosto 14 corpi senza vita galleggiavano davanti agli ombrelloni piantati sulle spiagge del Mediterraneo.” Sea Watch
August 24, 2026
Pressenza
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Enrica Rigo
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, la radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo insieme a Enrica Rigo, docente associata del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e attivista. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO VIENE SPESSO RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA DAVVERO UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE CHE ABBIAMO CONOSCIUTO NELL’ULTIMO DECENNIO? Penso che siano vere entrambe le letture. Da un lato, il Patto fa proprie e istituzionalizza procedure che sono state progressivamente implementate nei diversi Paesi europei. Basti pensare alla procedura hotspot, che ereditiamo dalla cosiddetta “crisi delle migrazioni” del 2015 – o, se la si guarda da una prospettiva diversa, dalla “lunga stagione delle migrazioni”. Lo stesso vale per le procedure di screening e di monitoraggio, sperimentate soprattutto nei Paesi del Nord Europa. Sotto questo profilo esistono certamente linee di continuità. Dall’altro lato, però, il fatto stesso di mettere tutte queste procedure a sistema rappresenta, a mio avviso, un elemento di discontinuità. È una modalità tipica della trasformazione della crisi in una forma permanente di governo delle migrazioni. Le crisi delle frontiere, infatti, si sa quando iniziano, ma non finiscono mai: lasciano in eredità metodologie di confinamento, screening e controllo che continuano a operare anche dopo la fase emergenziale. L’istituzionalizzazione di queste pratiche costituisce quindi un passaggio nuovo. Del resto, da quando la Comunità europea è diventata Unione europea, questa mi sembra la riforma più complessiva. Credo inoltre che questa istituzionalizzazione europea renda più difficile quel gioco di sponda che, fino a oggi, era stato possibile. Il diritto dell’Unione poteva infatti essere utilizzato, attraverso interpretazioni estensive, per aprire spazi rispetto ai limiti del diritto nazionale; viceversa, alcuni limiti posti dagli ordinamenti nazionali potevano essere valorizzati, soprattutto davanti ai giudici, come controcanto rispetto alle norme europee. Questa omogeneizzazione – termine che spesso viene considerato positivo – dal mio punto di vista non lo è affatto. Al contrario, restringe gli spazi di agibilità. Se quindi ragioniamo nei termini di continuità e discontinuità, credo che entrambe le chiavi di lettura siano fondate. Tuttavia, il Patto traccia una direzione molto netta: quella della chiusura. L’idea che l’Europa potesse essere uno spazio nel quale la cittadinanza nazionale perdeva progressivamente importanza, a favore dell’apertura di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, com’era definito un tempo, mi sembra completamente dismessa. Al suo posto emerge un modello di governo delle migrazioni nel quale l’accesso ai diritti diventa sempre più difficile. Ho l’impressione che lo standard cui ormai ci si accontenta sia quello della tutela minima dell’habeas corpus e nient’altro. È venuta meno qualsiasi aspirazione di inclusione dentro un’idea di cittadinanza pregna dal punto di vista dei diritti. GRAZIE PER QUESTA PANORAMICA, CHE CI AIUTA A FAMILIARIZZARE CON IL PATTO E A COLLOCARLO NEL PIÙ AMPIO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA. VORREI CHIEDERTI DI SOFFERMARTI SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL PATTO. HAI GIÀ OFFERTO ALCUNE LENTI INTERPRETATIVE MOLTO UTILI, MA TI CHIEDEREI SE C’È ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE COGLIERE RISPETTO ALL’IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI CHE EMERGE DALLA NUOVA NORMATIVA E DALLA SUA FASE DI IMPLEMENTAZIONE. Partirei proprio dalla fase di implementazione, perché ieri si è svolto un incontro di un network europeo di ricercatrici, ricercatori, attiviste e attivisti che ha avviato una rete informale di monitoraggio dell’attuazione del Patto. Naturalmente è ancora molto presto: il Patto è entrato in vigore da poco più di un mese. Ciò che finora emerge rispetto alle procedure di frontiera, alla detenzione amministrativa e ai rimpatri non sembra corrispondere alla retorica che ha accompagnato l’approvazione del Patto. Questa osservazione non riguarda soltanto l’Italia. È stata condivisa anche da ricercatrici e ricercatori tedeschi e polacchi, in particolare con riferimento al confine tra Polonia e Bielorussia. Per ora sembra quasi che si sia partiti con il freno tirato. Non so ancora quale interpretazione dare a questa dinamica. Probabilmente dipende anche dal fatto che i meccanismi previsti dal Patto sono molto complessi e richiedono tempi lunghi di implementazione. Se dovessi fare una previsione, direi che l’impatto concreto potrebbe rivelarsi minore rispetto alla retorica e alle aspettative che hanno accompagnato questa riforma. Questo riguarda il piano dell’attuazione. Se invece guardiamo all’intenzione politica che emerge dal Patto, mi sembra che il suo significato sia molto chiaro. A mio avviso, il Patto estende la dimensione della frontiera e, con essa, quella della precarizzazione dei diritti e della loro progressiva riduzione. Estende enormemente quel circuito di illegalizzazione che la frontiera produce. Questa estensione è insieme spaziale e temporale. Faccio un esempio molto concreto. Come clinica legale abbiamo iniziato, per la prima volta, a entrare nel CPR di Ponte Galeria insieme al Garante delle persone private della libertà personale. Fino a oggi avevamo preferito svolgere un’attività diversa: fare le avvocate e gli avvocati nel CPR piuttosto che gli osservatori. Abbiamo deciso di intraprendere anche questa attività proprio per colmare la mancanza di informazioni. Nel CPR di Ponte Galeria, che è il più grande d’Italia, oggi ci sono persone che vivono in Italia da trent’anni, perfino da quarant’anni. Non sto esagerando. Si tratta di situazioni di estrema marginalità sociale, gestite attraverso il confinamento e inserite in un circuito permanente di andata e ritorno tra carcere e CPR, ma anche semplicemente tra CPR e CPR. Lo stesso fenomeno lo osserviamo nei cosiddetti ghetti dei lavoratori migranti. Anche lì aumenta continuamente l’età delle persone presenti. Un tempo, in luoghi come il ghetto di Rignano, si incontravano soprattutto migranti arrivati da poco in Italia, che svolgevano il lavoro agricolo come una fase iniziale del proprio percorso. Oggi, invece, si trovano sempre più spesso persone di sessantacinque o settant’anni. Perché? Perché anche quel contesto diventa un circuito dal quale non si esce più. Una condizione di marginalità lavorativa permanente. Nessuno aspira a fare il bracciante agricolo per tutta la vita. Invece, sempre più frequentemente, si trasforma in una condizione definitiva. Quando parlo di estensione della frontiera mi riferisco proprio a questo: a un processo che riguarda certamente la frontiera fisica, ma anche le frontiere economiche, sociali e simboliche. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE UN’OCCASIONE, DA UNA PROSPETTIVA CRITICA, PER INTERROGARSI SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CHE SI OCCUPANO DI POLITICHE MIGRATORIE, SIA QUELLI PRODOTTI NEI CIRCUITI ACCADEMICI SIA QUELLI CHE SI SVILUPPANO FUORI DALL’UNIVERSITÀ. HAI L’IMPRESSIONE CHE, IN QUESTA FASE, QUESTI SAPERI FACCIANO FATICA A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA? Mi sembra che i saperi critici continuino a utilizzare uno strumentario concettuale elaborato ormai più di vent’anni fa, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Penso a categorie come il confine poroso, il confine come strumento epistemologico dell’inclusione selettiva, il confine come moltiplicatore dei regimi del lavoro o ancora all’autonomia delle migrazioni. Si tratta di strumenti teorici che continuano a essere importanti e, sotto molti aspetti, ancora estremamente utili. Allo stesso tempo, però, è significativo osservare che quello stesso periodo storico fu anche una fase nella quale il variegato mondo delle ONG, del volontariato cattolico e di molte altre realtà sociali esercitava una capacità di influenza sul dibattito pubblico che oggi mi sembra essersi notevolmente ridotta. D’altra parte, però, negli stessi anni si sono sviluppate pratiche radicali di contestazione che considero estremamente importanti. Penso, ad esempio, a ciò che accade nel Mediterraneo con le attività di search and rescue. Ritengo che abbiano un valore politico fondamentale. Oggi non abbiamo più grandi mobilitazioni come quelle dei primi anni Duemila. Ricordo, ad esempio, la manifestazione contro la legge Bossi-Fini. Proprio in questi giorni ricorrono i venticinque anni del G8 e se ne è parlato molto. La manifestazione che aprì quelle giornate, dedicata alla libertà di movimento, fu probabilmente la prima manifestazione di quelle dimensioni ad assumere in modo così chiaro quella prospettiva. Quel tipo di attivismo e quel discorso teorico che poi si riversava nelle piazze oggi non li abbiamo più. Al tempo stesso, però, oggi esistono pratiche di contestazione molto radicali, che hanno radicalizzato anche il mondo delle ONG e che considero molto importanti. In una fase in cui siamo minoritari e minoritarie – non c’è dubbio – le pratiche hanno una valenza molto importante dal punto di vista della costruzione discorsiva e dell’allargamento delle possibilità, anche dal punto di vista della riflessione teorica. Riuscire a individuare pratiche capaci, anche se sviluppate da poche persone, di inserire dei granelli d’inceppamento nella filiera dei confini e delle deportazioni mi sembra oggi uno dei terreni più importanti da osservare e da coltivare. HAI GIÀ INIZIATO A RISPONDERE ANCHE ALLA DOMANDA CHE AVEVO PREPARATO SUCCESSIVAMENTE. TI AVREI VOLUTO CHIEDERE SE LE DIFFICOLTÀ CHE ATTRAVERSANO OGGI QUESTO CAMPO DI STUDI RIGUARDINO SOPRATTUTTO LA PRODUZIONE DEI SAPERI CRITICI, LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE SE TU INTRAVEDA ALTRI ELEMENTI DI BLOCCO. HAI GIÀ DIALOGATO CON QUESTA DOMANDA, MA TI CHIEDEREI SE C’È QUALCOSA CHE DESIDERI AGGIUNGERE PRIMA DI PASSARE ALL’ULTIMA PARTE DELLA NOSTRA CONVERSAZIONE. Forse aggiungerei due elementi, che naturalmente hanno a che fare anche con la mia biografia, sia di studiosa sia di attivista. Prima richiamavo Genova e quella stagione di riflessione sulle migrazioni che aveva come assi portanti l’autonomia delle migrazioni, la trasformazione dei confini e la centralità del lavoro migrante. Era un approccio che leggeva l’autonomia delle migrazioni nella sua tensione con il capitale e analizzava il modo in cui quest’ultimo cattura le spinte alla mobilità. Credo però che quella prospettiva abbia avuto un limite importante: il suo orizzonte è rimasto sostanzialmente quello dello spazio europeo. Certo, si trattava di un’Europa pensata ben oltre i propri confini istituzionali, ma, a mio avviso, non è riuscita a mettere davvero in discussione il proprio eurocentrismo. Su questo punto mi viene in mente un’espressione utilizzata da Sara Marilungo in una tesi di dottorato che sto leggendo proprio in questi giorni. Mi sembra che descriva molto bene il problema: abbiamo parlato di razzismo senza fare davvero i conti con la razza e con il colonialismo come dispositivi che continuano a produrre, anche sul piano epistemologico, il punto di vista dal quale si guarda il mondo. Penso invece che oggi si stia sviluppando una nuova stagione di studi sulle migrazioni e sul razzismo che prova finalmente a confrontarsi seriamente con questi nodi. Credo che questo sia un passaggio indispensabile. Per questo penso che oggi la sfida sia, in un certo senso, far esplodere lo spazio europeo. Uscire da quell’orizzonte che, per molti aspetti, ha finito per limitare anche la nostra capacità di immaginazione politica. È anche per questo che torno a fare l’esempio delle ONG nel Mediterraneo. Ma, più in generale, penso al Mediterraneo come spazio di lotta, come spazio che oggi conduce fino a Gaza, attraverso esperienze come quelle della Freedom Flotilla e di altre iniziative di solidarietà. Mi sembra che questa esplosione dello spazio europeo sia ormai necessaria se vogliamo riuscire a immaginare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto finora. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE FINALE DI QUESTA CONVERSAZIONE E VORREI TORNARE SULL’IDEA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” CON CUI AFFRONTARE CRITICAMENTE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. LA PRIMA DOMANDA RIGUARDA GLI STRUMENTI TEORICI, LE CATEGORIE ANALITICHE E, PIÙ IN GENERALE, ANCHE LE PRATICHE MILITANTI. QUALI RITIENI CHE OGGI SIA UTILE RIPRENDERE, AGGIORNARE O INTERROGARE ALLA LUCE DELLE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E, VICEVERSA, CI SONO CATEGORIE O APPROCCI CHE TI SEMBRANO ORMAI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO RISPETTO ALLE SFIDE POSTE DAL PATTO? È una domanda complessa e non mi è così facile rispondere. Quando ho iniziato a occuparmi di migrazioni era relativamente semplice orientarsi nella letteratura critica. Si poteva individuare uno strumentario teorico abbastanza definito, un insieme di autori, autrici e categorie che costituivano una sorta di mappa condivisa. Penso, ad esempio, a Étienne Balibar, ma anche all’influenza che hanno avuto Agamben, con la riflessione sullo stato di eccezione, Foucault, Judith Butler per alcuni aspetti, oppure tutta la tradizione dell’economia politica dei confini. In Italia, naturalmente, penso anche al lavoro di Sandro Mezzadra e di altri studiosi e altre studiose. Quella mappa esiste ancora e continua a essere importante. Oggi, però, si è enormemente ampliata. Questo è sicuramente un elemento positivo, ma allo stesso tempo rende più difficile orientarsi. Ritengo comunque che quello strumentario critico rimanga valido, anche perché il sapere sui confini è un sapere diacronico. I confini non sono fenomeni statici: si trasformano continuamente, così come cambiano le retoriche discorsive. All’interno di questo panorama, però, credo che l’innesto del pensiero femminista sia stato fondamentale. Quando quelle categorie sono state elaborate, l’approccio femminista rimaneva spesso un orpello. Oggi, invece, mi sembra indispensabile, proprio perché il confine è sempre più chiaramente un luogo nel quale si organizza e si governa la riproduzione della vita. Non riguarda soltanto la riproduzione della forza lavoro, ma la riproduzione stessa della vita di interi segmenti della società. Accanto a questo, considero imprescindibile anche il pensiero decoloniale e, soprattutto, l’ascolto delle pratiche e delle elaborazioni che provengono dal cosiddetto Sud globale. Credo che dovremmo lasciarci contaminare molto di più da queste esperienze. A volte mi sembra che esistano resistenze a questa contaminazione. Anche quando cerchiamo di dismetterle, riemergono sotto forma di diffidenza nei confronti di alcune prospettive teoriche o politiche. Faccio un esempio. Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a costruire, insieme a una parte della comunità musulmana romana, un percorso comune di seminari e momenti di formazione. Si tratta soprattutto di ragazze e ragazzi molto giovani. Trovo estremamente interessante osservare ciò che accade quando le loro priorità e le nostre si incontrano e si mischiano. Sono esperienze che considero molto interessanti, anche se la comunità a cui faccio riferimento si organizza intorno ai luoghi di preghiera.. In questo senso mi convince anche l’idea di “demigrantizzare” il tema delle migrazioni. Leggo questa prospettiva come un tentativo di uscire dalla continua, forse inevitabile, riproduzione della contrapposizione tra “noi” e “gli altri“. Non penso di avere una soluzione, ma credo che sia importante riconoscere quanto quella dinamica continui a riprodursi e provare, almeno, a costruire pratiche che permettano di andare oltre. Mi sembra una direzione di lavoro utile e necessaria. TI RIVOLGO UN’ULTIMA DOMANDA. STIAMO IMMAGINANDO QUESTA INTERVISTA ANCHE COME UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” PER CHI, NEI PROSSIMI MESI, SI CONFRONTERÀ CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. ACCANTO AGLI SPUNTI TEORICI E METODOLOGICI DI CUI ABBIAMO PARLATO, TI CHIEDEREI SE CI SONO LIBRI, ARTICOLI, FILM, PODCAST O ALTRI MATERIALI CHE CONSIGLIERESTI A CHI VUOLE APPROFONDIRE QUESTA FASE. PENSO A OPERATRICI E OPERATORI, VOLONTARIE E VOLONTARI, ATTIVISTE E ATTIVISTI, RICERCATRICI E RICERCATORI, AVVOCATE E AVVOCATI: PERSONE CHE, NEI DIVERSI CONTESTI, INIZIERANNO A MISURARSI CONCRETAMENTE CON GLI EFFETTI DEL PATTO. CI SONO LETTURE, OPERE O ESPERIENZE CHE RITIENI POSSANO OFFRIRE STRUMENTI UTILI PER COMPRENDERE CIÒ CHE STA ACCADENDO? Da questo punto di vista mi sento un po’ antica e poco aggiornata. Oggi esiste una produzione enorme e molto interessante. Se però dovessi dare un’indicazione, direi di tenere fin dall’inizio dentro il proprio percorso uno sguardo decoloniale. Mi sembra un passaggio fondamentale. Lo dico anche perché, quando ho iniziato a occuparmi di confini, questa dimensione era meno evidente. Per questo continuo a considerare Frantz Fanon un caposaldo. Così come suggerirei di vedere La battaglia di Algeri e anche L’odio: sono opere che, secondo me, continuano a offrire strumenti preziosi per decostruire questa nostra costruzione europea, che oggi appare sempre più ristretta. Forse dovremmo ricominciare a sperimentare pratiche militanti anche come parte dei nostri percorsi di formazione. Andiamo a fare un “Erasmus” sulle navi delle ONG. Troviamo modi per uscire dall’orizzonte europeo non soltanto attraverso lo studio, ma anche attraverso l’esperienza diretta, come pratica militante. Andiamo a vedere che cosa succede sull’altra sponda del Mediterraneo. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A SANDRO MEZZADRA Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 24 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante
L’attuale scenario internazionale segnato da guerre, crisi energetica e voracità di capitali per finanziare la corsa all’IA presenta l’ennesimo conto economico: la crescita incessante del debito pubblico. Gli Stati Uniti hanno appena superato la soglia record dei 40mila miliardi di dollari. E non va meglio per le altre economie del G7, a partire dall’Italia, su cui grava un debito pubblico pari a 3.207 miliardi di euro. All’orizzonte, almeno per il momento, non si profilano cambi di rotta, con i tassi di interesse sul debito — i famosi rendimenti — protagonisti di una corsa globale al rialzo. L’aumento dei rendimenti è lo strumento al quale i governi si rivolgono per spingere gli investitori a sfidare l’incertezza internazionale e comprare i propri titoli di Stato: debito per finanziare altro debito. Dopo anni segnati dall’austerità e da una generale tendenza a contrarre la spesa pubblica, sottofinanziando settori cruciali quali la sanità e l’istruzione, i Paesi del G7 sono tornati a premere sul pedale del debito pubblico. Non per finanziare la spesa sociale, ma per far fronte alla corsa al riarmo (tutti i Paesi del G7, tranne il Giappone, fanno parte della NATO e di recente hanno assunto nuovi impegni di spesa militare) nonché per provare a mettere una toppa alla crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. A ciò si aggiunge la ricerca di nuovi investimenti per essere competitivi nel settore dell’IA, tra sviluppo di software e realizzazione della rete infrastrutturale che passa per i discussi data center. I primi a pagare il conto delle incertezze internazionali sono gli Stati Uniti, il cui debito pubblico ha raggiunto la soglia record dei 40mila miliardi di dollari, pari al 125,8% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Maya MacGuineas, presidente dell’ong Committee for a Responsible Federal Budget, ha dichiarato: «il debito pubblico lordo è raddoppiato negli ultimi dieci anni. In meno di vent’anni si è quadruplicato». Solo negli ultimi cinque mesi ha compiuto il salto dai 39 ai 40mila miliardi di dollari. Per finanziare il debito, il Tesoro americano ha emesso nuovi titoli di Stato, con rendimenti da record, pari al 5,3 per cento, il livello più alto degli ultimi 20 anni. Gli elevati tassi di interesse servono a superare le rimostranze degli investitori, che di fronte a scenari così incerti tendono a prestare meno il proprio denaro, preferendo la liquidità. Per risultare competitive rispetto agli USA, anche le altre economie del G7 hanno alzato i rendimenti dei propri titoli di Stato. Al costo del debito in sé si aggiunge dunque quello degli interessi. Negli USA gli interessi annuali sul debito valgono 1.200 miliardi di dollari ed entro la fine del 2026 potrebbero raggiungere la soglia dei 1.400 miliardi. Secondo uno studio del Sole 24 Ore, quest’anno i Paesi del G7 spenderanno circa 2mila miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito. Dopo gli Stati Uniti, con un fardello da 144 miliardi, si posiziona il Regno Unito. A Londra il debito pubblico ammonta a 2.980 miliardi di sterline, pari al 94% del PIL, in aumento di circa 100 miliardi rispetto al 2025. Nella classifica dei Paesi G7 colpiti dalla crescente pressione sugli interessi l’Italia si posiziona terza, con la sua spesa annuale fissata a 111 miliardi di euro. A giugno, il nostro Paese ha raggiunto un nuovo massimo storico per il debito pubblico, pari a 3.207 miliardi di euro, 135 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Entro la fine dell’anno, il rapporto tra debito pubblico e PIL dovrebbe attestarsi al 138,6%, il valore più alto dell’Unione europea. The post Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
La Piazza che resiste: a Trieste la solidarietà sfida odio e intimidazioni
KHANDWALARM 1 Insulti verbali nei confronti di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, fondatori dell’associazione Linea d’Ombra, e dei volontari di Fornelli Resistenti; messaggi social diffamatori e violenti; ronde notturne in motorino e “passeggiate per la sicurezza” organizzate dalla frangia triestina di Forza Nuova. Aumenta esponenzialmente il clima intimidatorio e di odio razzista attorno a Piazza della Libertà, luogo in cui, da anni, a Trieste, persone in movimento e richiedenti asilo, spesso di passaggio in città, trovano una rete solidale e di supporto. Qui associazioni come Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti forniscono pasti caldi e primo soccorso medico alle persone in arrivo dalla rotta balcanica o escluse dal sistema di accoglienza. Ed è proprio Fornelli Resistenti che, pochi giorni fa, ha scritto una lettera indirizzata al prefetto di Trieste per denunciare il clima d’odio che stringe in una morsa la piazza: «Nelle ultime settimane si sono verificati episodi di aggressione fisica ai nostri volontari, in Piazza della Libertà, anche alla presenza delle forze dell’ordine, oltre a un episodio di aggressione verbale e intimidatoria in centro città», si legge all’interno della lettera, cui è stata associata una raccolta firme. «A ciò si aggiunge una crescente campagna di odio sui social network. In gruppi Facebook quali Son Giusto Trieste vengono pubblicati con frequenza insulti razzisti, offese e minacce rivolte alle persone migranti, ai volontari e direttamente a Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir. Riteniamo che la quantità e la reiterazione di questi contenuti abbiano ormai superato i limiti del legittimo dissenso, contribuendo a creare un clima intimidatorio e potenzialmente pericoloso. In questo contesto ci preoccupa in particolare l’annuncio delle cosiddette ‘Passeggiate della Sicurezza’ organizzate da Forza Nuova, a partire da quella prevista per venerdì 21 agosto, con ritrovo alle ore 21 in Piazza Venezia e successivo percorso nel centro cittadino». La raccolta firme ha raggiunto in pochi giorni un totale di 6.333 firme e la PEC è stata inoltrata al Prefetto di Trieste. «Quello che preoccupa di più è la percezione di un clima di violenza che sta aumentando. La notte, dopo aver lasciato la piazza – dove da mesi alcune persone hanno iniziato a proteggersi e a ripararsi – insieme a N. e a chi, tra i ragazzi migranti, è rimasto in piazza, ogni sera raggiungiamo Porto Vecchio. Quello che abbiamo notato è un clima sempre più intimidatorio e minaccioso: giovani in motorino arrivano, si fermano e fanno andare le moto a tutto gas. È un brutto, brutto segnale. È un clima di violenza che sta aumentando e nel quale la destra e i razzisti si sentono sempre più legittimati». Questo è ciò che racconta Lorena Fornasir, vittima nelle ultime due settimane di diverse aggressioni. Mentre rientrava a casa col marito Gian Andrea Franchi, un uomo li ha avvicinati a bordo di un’auto ricoprendo di insulti loro e le persone che trovano supporto in piazza. Questo è avvenuto a poca distanza da un altro episodio, questa volta protagonista una donna che ha strappato le bandiere palestinesi sempre presenti al presidio di Piazza della Libertà, sputando in seguito addosso a Lorena e a un’altra volontaria intervenuta per allontanare la donna. Il tutto è accaduto alla presenza delle forze di polizia, che da mesi sono quotidianamente dispiegate in gran numero nella piazza e che non sono intervenute. LA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DEGLI ULTIMI MESI È ormai noto come Piazza della Libertà venga ciclicamente messa sotto attacco, anche a livello nazionale, per il suo ruolo di supporto a persone in movimento e richiedenti asilo. Preoccupa però più di altre volte la situazione che si sta sviluppando nelle ultime settimane. Queste ondate d’odio, infatti, non nascono dal nulla. Negli ultimi mesi la piazza è stata soggetta a una crescente militarizzazione, con blindati della polizia e dei carabinieri che presidiano questo spazio h24, in nome di una sicurezza che assomiglia molto a repressione e deterrenza alla solidarietà. Nella città non ci sono strutture per l’accoglienza delle persone transitanti, mentre per quelle che vogliono chiedere asilo in Italia posti liberi ci sarebbero, ma i ritardi nella registrazione delle domande fa sì che debbano aspettare settimane, se non mesi, per l’accoglienza. Nel frattempo il 9 giugno il consiglio comunale ha approvato la variazione di bilancio, stanziando 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno a Piazza della Libertà, che vorrebbero chiudere durante le ore serali e notturne: un chiaro attacco nei confronti del presidio solidale che da anni dà vita a questo luogo. Invisibilizzazione e militarizzazione sembrano ancora una volta le uniche soluzioni da perseguire per le istituzioni cittadine, mentre vengono blindati gli edifici in Porto Vecchio in cui le persone in movimento, sempre più isolate e precarizzate, trovavano rifugio. A tutto ciò si aggiunge la narrazione con cui le attività in piazza e la piazza stessa vengono raccontate sui giornali locali, dove questo luogo è spesso dipinto come uno spazio di degrado e violenza, tutti elementi che facilitano la diffusione di notizie false ma soprattutto che permettono la proliferazione di idee razziste e giustificano le intimidazioni che si sono moltiplicate nelle ultime settimane. Approfondimenti LA STRETTA SU PIAZZA DELLA LIBERTÀ: MILITARIZZAZIONE E RECINZIONE CONTRO UN PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste 18 Giugno 2026 LE PROPOSTE DI FORZA NUOVA In questo clima ostile, aumentato dall’accanimento propagandistico di questi mesi anche da parte delle istituzioni cittadine, trovano infatti terreno fertile gruppi neofascisti che fanno del loro razzismo un valore da rivendicare. In questo contesto si inserisce la proposta di Forza Nuova che negli scorsi giorni ha diffuso un volantino online che invitava la cittadinanza a partecipare la sera di venerdì 21 agosto a una “passeggiata per la sicurezza” per “riappropriarsi del controllo delle strade e dei quartieri più difficili” della città, inclusa Piazza della Libertà. La formazione neofascista presenta la propria iniziativa come un invito ai cittadini ad organizzarsi per sopperire alle carenze delle istituzioni. Se questo fosse realmente l’obiettivo, Forza Nuova si troverebbe però di fronte a chi, da anni, opera proprio in questa direzione, garantendo cura e supporto alle persone che, una volta arrivate in città, si trovano a fare i conti con l’emarginazione sociale e con le lacune del sistema di accoglienza e asilo. Ovviamente la realtà è ben diversa, come testimoniano iniziative simili già avvenute in altre città. Il raduno forzanovista si configura infatti come un’iniziativa di stampo squadrista, volta a individuare un capro espiatorio nelle persone in movimento e nelle associazioni solidali che quotidianamente cercano di colmare le falle di un sistema che continua a produrre esclusione e violazioni dei diritti fondamentali. In un momento storico in cui il tema migratorio è al centro del dibattito politico, in una città come Trieste, concedere che un raduno fascista possa transitare in un luogo che da anni è simbolo di accoglienza e inclusione, è vergognoso da parte delle istituzioni cittadine e dà prova della loro misura morale. La risposta della cittadinanza solidale non ha però tardato ad arrivare. La sera del 21 agosto, come raccontato da alcune delle persone presenti, numerosi cittadini e cittadine solidali si sono radunati in Piazza della Libertà con l’obiettivo di garantire il normale svolgimento della distribuzione dei pasti, delle attività di assistenza medica e della socialità della piazza e per “mandare un chiaro segnale alle persone razziste e intolleranti di questa città, così come alla giunta che la governa: la Trieste solidale e accogliente resiste”, sottolinea un cittadino presente in piazza il 21 agosto. I pochi militanti di Forza Nuova impegnati nella “passeggiata per la sicurezza” sono arrivati in piazza poco prima delle 22, scortati da un blindato delle forze di polizia, per poi svoltare rapidamente in una via laterale e allontanarsi dalla piazza. Celere e Digos hanno invece mantenuto a lungo sotto osservazione i solidali radunati in Piazza della Libertà in opposizione all’iniziativa di Forza Nuova, quasi il vero problema fosse proprio la Piazza e non gli estremisti di destra che hanno sfilato per la città. ANCORA UNA VOLTA I RICHIEDENTI ASILO VENGONO ABBANDONATI Intanto a Trieste le condizioni di persone in movimento e richiedenti asilo continuano a peggiorare. Anche a causa del caldo asfissiante, da qualche mese, decine di persone sono tornate a cercare riparo sotto i portici della stazione dei bus, appena al di fuori dell’area di Porto Vecchio, dove negli scorsi mesi sono stati sgomberati e sigillati numerosi edifici in cui le persone in movimento trovavano riparo. Tale soluzione è l’unica a disposizione delle persone che sono in attesa di accedere in Questura per presentare domanda d’asilo. Da qualche mese, infatti, la Questura di Trieste ha avviato in via sperimentale un sistema di prenotazioni, nato teoricamente per evitare a persone in movimento e richiedenti asilo lunghe ore di attesa di fronte alla Questura, per ora concretizzatosi in un’ulteriore forma di abbandono istituzionale nei confronti di quelle persone che da tali istituzioni dovrebbero essere tutelate. Questi appuntamenti per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale e per formalizzare poi tale richiesta sono infatti fissati a distanza anche di mesi, con gli appuntamenti spesso rimandati più volte. Ancora una volta, in mezzo, il limbo in cui una persona si trova ad essere completamente invisibile e per questo motivo, priva di alcun diritto. Come Khandwalarm vogliamo però ricordare ancora una volta due principi che vediamo sistematicamente violati nella nostra città ma che sono sanciti dalla legge. Come è infatti spiegato in un altro articolo, la manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, che può essere fatta in qualsiasi momento anche in maniera orale, dovrebbe essere seguita dalla registrazione della domanda entro cinque giorni lavorativi, termine che può estendersi a quindici in caso di un elevato numero di richieste. Approfondimenti TRIESTE NON UN’EMERGENZA, MA UNA VIOLAZIONE STRUTTURALE DEI DIRITTI Una rassegna di dieci anni di giurisprudenza: gli ostacoli al diritto d’asilo e all’accoglienza sono illegittimi 13 Luglio 2026 La tempestività della procedura è fondamentale per garantire ai richiedenti asilo l’effettivo accesso ai diritti previsti, tra cui l’accoglienza e l’assistenza sanitaria. La legislazione italiana, inoltre, illustra chiaramente come l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbe essere fatta in maniera dignitosa e tempestiva. All’articolo 1 comma 2 del decreto legislativo 142/2015 si legge infatti che le misure di accoglienza «si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere la protezione internazionale». Questo però non accade a Trieste, dove le persone, sia in attesa di manifestare che di formalizzare la richiesta di protezione internazionale, rimangono escluse dall’accoglienza. Ad oggi l’accoglienza diffusa in città ha posti letto vuoti mentre i centri di accoglienza Campo Sacro (a Prosecco) e Casa Malala (a Fernetti) si riempiono rapidamente. E allora ci chiediamo, dove dovrebbero stare le persone dal momento in cui in città sono assenti centri di accoglienza a bassa soglia anche per i transiti? Ma soprattutto, com’è possibile che le istituzioni cittadine non condannino questi episodi di violenza e intimidazione nei confronti delle persone di cui dovrebbero essere responsabili e che invece abbandonano e nei confronti di quelle persone che sopperiscono alle loro carenze? Com’è possibile che venga permesso il passaggio di una realtà neofascista da Piazza della Libertà? Mentre, in tutto ciò, sui media locali si parla di “antagonisti” e di “piazza in mano agli estremisti” in riferimento a chi quotidianamente dà vita a tale presidio solidale. Dal momento che le istituzioni non prendono posizione e i movimenti neofascisti trovano sempre più legittimità, Khandwalarm ritiene necessario denunciare il comportamento delle istituzioni cittadine, spesso in contraddizione con i decreti legislativi, e i movimenti neofascisti che sembra che trovino sempre più legittimazione a Trieste. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎
Rivello: fermiamo il TAV nella valle del noce
Si è svolta questa mattina una assemblea a Fiumicello nella Valle del Noce dove RFI vorrebbe distruggere un'area archeologica e di comunità per costruire un'ennesima alta velocità inutile. L’Alta Velocità ferroviaria sarà un danno irreversibile per la Valle del Noce. È un dovere informarsi, comprendere, e studiare in maniera unitaria come uscirne. Sono iniziate le trattative per gli espropri di 28 immobili pertanto non c’è più un secondo da perdere. 4 miliardi di euro costerà un’operazione che devasterà per sempre territori magnifici permettendo di recuperare a un viaggiatore che da Roma deve arrivare a Reggio Calabria, soli 30 minuti. Si, 30 minuti in meno rispetto ad oggi. Nessun beneficio per la Valle del Noce. La fermata sarà a Polla. I camion che quotidianamente attraverseranno la valle saranno 500. La bloccheranno e ne bloccheranno il turismo estivo. 5 milioni di tonnellate di terra estratta, anche amianto e tremolite, per scavare circa 62 chilometri di gallerie, che partiranno da Fiumicello di Rivello. Distrutto il Santuario della dea Mifitis che sarà area di cantiere ed è a rischio tutto il sito di Serra Città definito la Pompei degli Enotri. Il ministero dell Ambiente ha riaperto la VIA pertanto i Comuni della Valle e le associazioni possono farsi rispettare invece di accontentarsi di qualche posto di lavoro per 3/4 operai. La Valle del Noce non è solo un tracciato su una mappa. È acqua pulita, boschi antichi, ulivi secolari e comunità radicate da generazioni. Eppure, un progetto di ferrovia ad alta velocità rischia di distruggere tutto questo senza che molti ne siano consapevoli, visto che hanno fatto di tutto per mandar via la gente dalla Basilicata. Abbiamo raccolto delle voci tra cui quella di Ulderico Pesce che sull'argomento ha anche realizzato uno spettacolo teatrale. Persone che vogliono costruire un futuro diverso, più giusto e sostenibile. Perché il destino di questa valle riguarda tutte.
August 24, 2026
Radio Onda Rossa
Sud Sudan, due caschi blu ONU uccisi in un’imboscata
Due caschi blu dell’Onu sono stati uccisi in un’imboscata nello Stato di Jonglei, nel Sud Sudan, mentre una pattuglia dell’Unmiss era diretta verso la città di Pajut. L’attacco, compiuto da uomini armati non identificati, ha provocato anche sette feriti: tre peacekeeper, due poliziotti sudsudanesi e due civili. La missione ha inviato nell’area una Forza di reazione rapida e avvertito che l’agguato potrebbe costituire un crimine di guerra. Jonglei è teatro di scontri tra forze governative e opposizione, mentre l’accordo di pace del 2018 appare sempre più fragile in vista delle elezioni previste a dicembre. The post Sud Sudan, due caschi blu ONU uccisi in un’imboscata appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
FAKIR
Consapevoli che allo Stato lasciamo la “giustizia” dei suoi tribunali, mentre noi ci teniamo i pezzi di storia raccontati dal lato di chi è oppressx, riceviamo e diffondiamo il comunicato del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, in solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir. È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è … Leggi tutto "FAKIR"
August 24, 2026
Brughiere

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