È qui che bisogna stareQUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E
PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI
ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE
COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA
DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA
DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO
DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO
DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A
ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN
FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA
APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI
LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON
APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA
GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL
DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI
CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…”
--------------------------------------------------------------------------------
25 luglio. Roma, Calais e Gaza
Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il
confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite
e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era
meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone
per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi
fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo
Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome
dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme
al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del
’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini,
ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais
a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no.
Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella
piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi
di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri,
Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per
chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli
con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la
frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla
volta.
--------------------------------------------------------------------------------
26 luglio. Il deposito di legna
Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si
sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche
altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con
un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi,
tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche
questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia
già a costruire qualcosa insieme.
Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del
progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si
taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario.
Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde
insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e
si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato
dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma
sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i
fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire
chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma
qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per
trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di
cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer,
“l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori
di frontiera”.
Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate
alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per
portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E
quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i
fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno
servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo,
resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco.
--------------------------------------------------------------------------------
27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais
Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore
libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi
cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le
braccia.
Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa
tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono,
ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo
passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate
pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda
e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini –
che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è
solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza
sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa
soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per
loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che
si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi,
per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li
ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio
arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme
valgono più della somma delle parti.
Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a
scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i
volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi
arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non
diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per
compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui
ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio
questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e
paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte
nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi
restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme,
globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo.
Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha
restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso
l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la
cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di
questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine
di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più
ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno,
qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni:
perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami.
Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città,
insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine
che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia
al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non
dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno
saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i
fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la
sola risposta che so dare.
--------------------------------------------------------------------------------
30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici
La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di
più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno
sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project —
CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni
affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da
qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le
maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia,
segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è
Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi
tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi
fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”.
Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande
cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di
un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad
attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste
nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è,
se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che
le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le
gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove.
La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un
sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti
aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce
soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole
d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni
delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone
rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere
collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita,
con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto.
Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra
questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà —
l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la
città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova,
francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove
non esistono incroci.
Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di
Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono
anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa.
Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è
stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli
stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza,
senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle
proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile,
mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore
è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto
amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne
approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di
questo sono sicuro.
--------------------------------------------------------------------------------
1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra
Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy
che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina,
la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra.
Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel
2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso
di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da
attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa
sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di
Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati
Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la
Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra
ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per
una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9
alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo
incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in
altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di
una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo,
nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni,
costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune.
Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al
volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo
scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere
già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la
prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non
finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme.
Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i
volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella
frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a
Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di
Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo
di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo
resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile,
anche il nostro.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.