la Strategia di Sicurezza Nazionale di Donald TrumpProprio nei giorni in cui l’attenzione dell’America e del mondo era concentrata
sui misfatti di Minneapolis, il cosiddetto Dipartimento della Guerra
statunitense pubblicava quasi in sordina il suo documento di “Strategia di
Difesa Nazionale” a firma del ministro Pete Hegseth, che andava ad integrare e
completare la National Security Strategy uscita nel novembre 2025 a firma di
Donald Trump. La somma dei due documenti delinea un progetto altamente
inquietante che, nell’insieme, non è stato adeguatamente compreso e
interpretato.
Molti vi hanno voluto vedere soltanto il manifesto di una rinnovata “dottrina
Monroe”: gli Stati Uniti intenderebbero riaffermare il proprio dominio
sull’emisfero occidentale, escludendo da questo ogni altra potenza, ma
riconoscendo in cambio le sfere d’interesse altrui senza pretendere di
sopraffarle. Si è parlato di una nuova “età degli imperi”. Sarebbe il progetto
della spartizione del pianeta in un sistema di sfere d’influenza delle grandi
potenze, con le quali gli Stati Uniti sarebbero pronti a convivere senza
schiacciarle.
Ma non è affatto questo il disegno. Non si progetta nessun ripiego. Al
contrario, si prospetta un riarmo generale, spalmato su tutti i continenti. Quel
che emerge con grande evidenza dall’analisi dei due documenti è l’intenzione
degli Stati Uniti di difendere con le unghie e coi denti la loro posizione di
predominio per tutto il pianeta. Non è esagerato definirli il vero e proprio
Manifesto di una Dittatura Planetaria.
Il richiamo esplicito alla dottrina Monroe è soltanto una componente del
complessivo disegno globale, un disegno che discende evidentemente dalla
malaugurata dottrina sullo “scontro di civiltà” propugnata da Samuel Huntington
dopo la fine della guerra fredda, forse dimenticata in Europa, ma non certo in
America. Delle nove “civiltà” immaginate da Huntington, tre erano indicate come
potenziali avversari: quella islamica, quella “ortodossa” (la Russia), quella
cinese.
Sono esattamente questi gli “avversari” che emergono nei documenti della
strategia trumpiana. Dalla National Defense Strategy si ricava un’indicazione
molto chiara sul versante militare del confronto con questi avversari. Gli Stati
Uniti riservano a se stessi il controllo dell’Emisfero Occidentale e quello
dell’Indo-Pacifico, ossia il confronto con la Cina, mentre il resto è delegato
alle forza alleate: all’Europa il contrasto alla Russia, a Israele il controllo
sul Medio Oriente, alla Corea del Sud il confronto “convenzionale” con la Corea
del Nord, mentre è scontato che il nucleare rimane responsabilità americana.
A chi favoleggiava di un ripiego americano, dovrebbe bastare una frase: “le
alleanze dell’America formano un perimetro difensivo attorno all’Eurasia […] una
rete di gran lunga più ricca di tutti i nostri potenziali avversari messi
insieme”. Russia e Cina sono strette in un assedio permanente, ma si chiama
“perimetro difensivo”. Sostenere che dobbiamo difenderci da Russia o Cina che ci
minacciano, quando siamo noi che li stiamo assediando è per lo meno ardito: ma
questa è la orwelliana neolingua che si addice all’infantile bellicosità
americana.
Questo per quanto riguarda il versante militare: il quale però è solo uno degli
apparati di portata planetaria su cui contano gli Stati Uniti. Ce ne sono almeno
altri tre non meno poderosi. Innanzitutto l’ultimo arrivato, il colossale
sistema informatico di produzione e trasmissione dei dati attraverso il quale si
possono condizionare (e spiare) istituzioni e infrastrutture per il mondo
intero; poi il grande apparato dei mercati finanziari, che la National Security
Strategy apertamente rivendica come formidabile strumento di potere; e infine il
più anziano, il sistema mondiale dei media sui quali l’influenza americana,
occulta o meno, incombe dai tempi della guerra fredda.
Ce n’è quanto basta per poter aspirare a tenere in pugno il pianeta.
Soprattutto se si decide, come si è deciso, di scrollarsi di dosso l’ingombrante
edificio del diritto internazionale a cui, dopo l’ultima guerra mondiale, tutti
i governi del mondo avevano convenuto di affidarsi per bandire la guerra dalla
storia e scongiurare il sopruso dei più forti. L’attacco frontale al diritto
internazionale apertamente proclamato nei due documenti e forse l’aspetto più
clamoroso di questo inquietante Manifesto.
Il motto è peace through strength, pace attraverso la forza: che non è che un
altro limpido esempio di neolingua per alludere alla legge babbuina del più
forte, dalla quale la specie umana ha osato tentare di affrancarsi fin dagli
albori della sua vicenda terrestre. L’America, sta scritto, vuole guidare il
mondo con la “deterrenza”, ovvero mettendo paura.
Dicesi dittatura una situazione politica in cui un soggetto pretende di imporre
le sue decisioni ad una collettività dalla quale non è stato scelto e che non è
in grado di rimuoverlo se fa cattivo uso del potere, un soggetto che per
mantenere il suo predominio può fare affidamento su un ventaglio di mezzi, dalla
manipolazione del consenso, all’illusione finanziaria, alla sorveglianza
occulta, alla predoneria mascherata, ma in ultima istanza si affida soprattutto
alla minaccia dell’uso della forza per imporre il suo potere.
Se quella collettività è data dagli stati e dalle nazioni del mondo, oggi quel
soggetto si incarna negli Stati Uniti d’America: e i documenti in questione sono
il progetto, fortunatamente incompiuto, di edificare quella dittatura. Qui non
c’è da accusare il capitalismo, non c’entra l’economia di mercato. Peggio:
c’entra soltanto quella fame di potere che dalla notte dei tempi incombe su ogni
forma di convivenza umana e che ha generato tutte le tirannidi, tutte le
autocrazie, gli assolutismi, le dittature.
Con una straordinaria aggravante: che ben pochi dittatori hanno osato proclamare
apertamente l’intento di esercitare il potere nel proprio esclusivo interesse.
Questo invece fanno gli Stati Uniti di Donald Trump. Dev’essere per questo che
una delle parole più ricorrenti è unapologetically, “senza chiedere scusa”.
Un’espressione che tradisce la consapevolezza che ci sarebbe da chiedere
perdono, perché c’è da vergognarsi.
L’America non si merita Donald Trump, è un paese capace di grande intelligenza e
grande cuore. Proprio mentre Hegseth pubblicava i suoi deliri, la città di
Minneapolis si ribellava al sopruso del potere scatenato dai bruti di ICE per le
sue strade e Bruce Springsteen componeva un capolavoro come Streets of
Minneapolis. Non è stato e non sarà l’unico canto. L’America si vergognerà di
Donald Trump.
Non c’è bisogno di essere profeti per fidare che la Dittatura Planetaria
americana non cadrà sotto il fuoco dei nemici immaginari paventati con l’inganno
in queste pagine. E’ più facile che cada sotto il chiasso di quei canti, sotto
il peso di questa vergogna.
Un’analisi dettagliata dei due documenti è ora disponibile in dieci brevi
puntate sul mio blog “Politics, Poetry and Peace”
1 – Un progetto altamente inquietante
2 – La colpa più grave fu non essere abbastanza cattivi
3 – Vogliamo essere i primi del mondo
4 – Ci interessano i nostri interessi
5 – Comandare mettendo paura
6 – Poteri spaventosi e segni di idiozia
7 – Signoria sull’emisfero americano
8 – Indo-Pacifico: patetiche prove di forza
9 – Europa e Russia, Medio Oriente, Africa: uno strano, incoerente balbettio
10 – Conclusione: il peso di questa vergogna
Alberto Cacopardo