#Rutte sputtana #Meloni la Guerrafondaia. #war #iran Governo nel PANICO
Mark Rutte ha dichiarato che 500 aerei statunitensi sono passati dalle basi
americane in Italia durante l’operazione contro l’Iran. Il governo Meloni ha
provato a ridimensionare tutto parlando di semplice supporto tecnico e
logistico, ma il caso è molto più delicato: #Sigonella e #Aviano sarebbero state
usate per rifornimenti, passaggi di aerei-cisterna, attività di sorveglianza
statunitense.
https://www.youtube.com/watch?v=EM4swzUeYtA
NOVITà: Il segreto è dirlo-Vita e avventure di Salvatore Messana
Con il racconto di come sia stato ladro, pescatore, adultero, marinaio,
rapinatore, militante dell’estrena sinistra, truffatore e infine licenziato di
mestiere accumulando grande fortuna.
Nuova edizione in coproduzione Porfido-Tabor-El paso
Estate 2026, pag144, 10€
Contro chi ci ruba il tempo della nostra unica vita, ci ricorda Salvatore
Messana, ogni resistenza, ogni slealtà, ogni vendetta, è non solo lecita, ma
doverosa. E, quando riesce, sublime.
Tra assegni a vuoto e pianificate vendette, occupazioni di condomini, furti e
truffe memorabili, Salvatore Messana, con una ironia fulminante, fa scempio di
ogni residua serietà di questa società decrepita.
È la voce degli scansafatiche fieri di esserlo, perché è proprio “la certezza
del posto fisso” quella maledizione che Salvatore Messana ha fuggito come la
peste. Riuscendo anche, in questa fuga divenuta una vita, a spassarsela con
allegri complici e a infliggere ai suoi inseguitori pesanti dispiaceri.
È contro i padroni e gli aguzzini di ogni tempo che Salvatore Messana ha deciso
di rivelare, a noi e a chi verrà, il suo semplice “segreto”: non esitare mai a
scagliare la prima pietra. Mirando, se possibile, alla testa.
25 giugno 1996, Daisaku Ikeda incontra Fidel Castro a La Havana
“I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti
solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le
loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale che
parte dal basso.”
Daisaku Ikeda
In tutto il mondo, numerose personalità di spicco condividono la lotta di Cuba
per un mondo migliore. Oggi desideriamo porre l’accento sullo storico incontro
che ci fu il 25 giugno 1996 tra Fidel Castro (1953-2016), ex presidente cubano,
e Daisaku Ikeda, Terzo Presidente della Soka Gakkai, nonché storico leader
mondiale dell’organizzazione con sede in Giappone. Nel 1996, il Dott. Ikeda
visitò l’isola e ebbe un profondo dialogo con Fidel Castro Ruz, un’esperienza
che ha segnato profondamente questo grande sostenitore della pace universale.
Fu un incontro storico e memorabile, oltre che estremamente proficuo per l’Isola
caraibica: l’incontro tra un rivoluzionario ed intellettuale socialista marxista
cubano e un maestro e filosofo buddhista esponente di una scuola laica
giapponese.
Nel 1996 le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti avevano quasi toccato il fondo,
specialmente dopo il fatidico abbattimento in febbraio di due velivoli
privati[1] da parte dei jet da combattimento cubani e l’inasprimento
dell’embargo economico americano nei confronti di Cuba.
Poco prima di quell’incontro, Ikeda si era recato negli Stati Uniti e, da parte
americana, c’era una notevole opposizione ai suoi piani di visitare Cuba, ma
Ikeda era determinato a partire, vedendo in questo anche un’opportunità per
contribuire a un cambiamento nella tesa situazione. L’unica persona che si
interessò alle intenzioni di Ikeda, e le sostenne, fu paradossalmente l’ex
Segretario di Stato americano Henry Kissinger, che Ikeda incontrò durante il suo
soggiorno negli Stati Uniti.
Si notò che il presidente Castro, insolitamente, per l’incontro con Ikeda,
indossava un abito elegante anziché la sua solita uniforme militare. I due
ebbero una lunga conversazione, che toccò un’ampia gamma di argomenti, tra cui
la promozione di individui capaci e le teorie politiche.
Ikeda scrive di questo incontro con Castro:
“L’allora presidente cubano, Fidel Castro, mi incontrò al Palazzo della
Rivoluzione (il 25 giugno). Figura imponente, alta 190 centimetri (oltre sei
piedi), indossava un abito e una cravatta in stile occidentale invece della sua
solita uniforme militare. Commentai il suo abbigliamento civile, dicendo che gli
si addiceva molto. Il presidente Castro spiegò con un sorriso di aver indossato
un abito appositamente per accogliere un sostenitore della pace. Il nostro
incontro ebbe luogo la sera del secondo giorno della mia visita. Accarezzandogli
la cravatta, commentai scherzosamente che il Ministro della Cultura accanto a
lui avrebbe potuto avere un gusto migliore in fatto di cravatte, provocando
fragorose risate da parte di tutti i presenti.
‘Sì’, disse il presidente Castro ridendo: ‘Non so molto di cravatte.’
‘Va bene’, risposi. ‘È più importante conoscere le persone.’
Il presidente Castro ed io parlammo per diverse ore. Ci scambiammo opinioni su
una vasta gamma di argomenti, dalla politica e dalla leadership, all’importanza
di successori. Ascoltò sinceramente le mie parole sincere e disse di apprezzare
la mia amicizia. Fu un’interazione davvero ricca di profonda umanità.”
La capacità di Ikeda di fungere da intermediario in tali situazioni era il
risultato della fiducia che aveva faticosamente costruito con coloro con cui
interagiva. I suoi sforzi per promuovere la pace, la cultura e l’istruzione
erano spesso alla base di questi rapporti di fiducia.
L’incontro tra Castro e Ikeda fu il risultato di molti anni di scambio culturale
tra Cuba e il Giappone, avviato nel 1987 proprio dalla Soka Gakkai, quando
l’Associazione Concertistica Min-On, fondata da Ikeda, invitò musicisti cubani a
esibirsi in Giappone. Il successo di questi eventi aprì la strada a ulteriori
produzioni musicali e di danza cubane in Giappone. In seguito, l’allora
ambasciatore cubano in Giappone, Eduardo Delgado Bermudez, fu invitato a tenere
una conferenza presso l’Università Soka di Tokyo e, nel 1995, una delegazione di
giovani membri della Soka Gakkai visitò Cuba. L’anno successivo fu firmato un
accordo di scambio tra l’Università Soka e l’Università di La Havana.
Gli scambi tra il Museo Nazionale Cubano e il Museo d’Arte Fuji di Tokyo,
fondato da Ikeda nel 1983 per promuovere lo scambio culturale, costituirono un
ulteriore aspetto di questo scambio culturale, sottoforma di mostre di tesori
d’arte giapponesi a Cuba e di tesori d’arte cubani in Giappone.
Non è un caso infatti che la visita di Ikeda a Cuba si concretizzò grazie
all’invito dell’allora Ministro della Cultura Armando Hart, in segno di
apprezzamento per il suo impegno, negli anni ’80 e ’90, nello sviluppo di scambi
culturali ed educativi tra Cuba e Giappone.
In un discorso all’Università dell’Avana, Ikeda offrì la sua visione della
natura e del valore di questo scambio: “I ponti verso una pace indistruttibile
per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando
forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per
sua stessa natura, uno sforzo graduale, che parte dal basso”. Per Ikeda, un
altro vantaggio dello scambio culturale dal basso è che “contrasta i pregiudizi
culturali e nazionali, creando la consapevolezza che nessuna cultura è superiore
o inferiore a un’altra”.
Ikeda si recò sull’isola caraibica con l’obiettivo esplicito di promuovere la
pace e, per questo, venne accolto calorosamente. Durante la sua visita, gli
furono conferiti l’Ordine Felix Varela di I grado della Repubblica di Cuba e una
laurea honoris causa dall’Università di La Havana, incontrando a Cuba diverse
personalità del mondo culturale e accademico del Paese.
Fu così che iniziò una lunga collaborazione tra Ikeda e il vincitore del Premio
Nazionale di Letteratura, il poeta cubano Cintio Vitier, scrivendo un libro in
cui entrambi approfondirono lo studio della filosofia di Josè Martì, le sue
visioni sulla necessità di difendere la Patria, l’amore e l’amicizia tra i
popoli del mondo. Ben presto il volume, dal titolo José Martí, Cuban Apostle: A
Dialogue, trovò innumerevoli lettori in Giappone, desiderosi di saperne di più
su un’isola caraibica che, nonostante il blocco, stava costruendo il proprio
percorso nella storia. Quest’opera rimane ancora oggi nel cuore dei lettori
cubani più intimi e dei membri dell’amatissima comunità della Soka Gakkai della
Repubblica di Cuba.
“Essendo stato accolto calorosamente dalla sua gente, ammirando il suo
splendido mare e cielo, i suoi fiori e alberi, i suoi affascinanti tramonti e le
sue notti stellate, ho potuto constatare che in tutta la nazione lo spirito di
Martí pulsava con vigore”.
(Daisaku Ikeda, 6 settembre 2008)
L’incontro del 25 giugno 1996 tra Ikeda e Castro rappresentò anche un punto di
svolta nei rapporti stessi tra governo cubano e la Soka Gakkai. Nel 1992, Cuba
aveva abolito formalmente il principio dell’ateismo di Stato che caratterizzava
il testo della Costituzione Cubana del 1976, aprendo la strada alla possibilità
per i credenti di aderire al Partito Comunista e introducendo le prime tutele
contro la discriminazione religiosa.
Nel 1996, a Cuba, solo sette famiglie possedevano il Gohonzon (oggetto di
devozione), ma non tutte praticavano il buddhismo. Nel 1998 è stata creata una
prima organizzazione, che si è poi evoluta nella Soka Gakkai Cuba, la quale oggi
si trova ad affrontare la sfida di diffondere gli insegnamenti di Nichiren
Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo che ha lasciato la sua eredità
nelle sue lettere dall’esilio, conosciute come Gosho.
Riconosciuta legalmente sull’isola nel 2007, – dopo più di dieci anni dallo
storico incontro – la Sgi-Cuba è stata la prima organizzazione buddhista a
ricevere il riconoscimento ufficiale da parte del governo cubano. La cerimonia
ebbe luogo nella capitale cubana, il 6 gennaio 2007, di fronte a oltre duecento
esponenti del mondo della cultura e della politica.
Isidro Gomez, rappresentante dell’ufficio governativo per gli affari religiosi,
affermò che i membri cubani della Sgi hanno dimostrato con le loro azioni come
il fine dell’organizzazione sia quello di contribuire positivamente allo
sviluppo della società e mantenere così viva la fiamma degli ideali umanistici.
Il dottor Armando Hart Dàvalos – ex ministro della cultura e oggi presidente
dell’associazione culturale José Martí – ricordò come il movimento creato dalla
Soka Gakkai Internazionale avesse creato una rete globale di amicizia intorno al
mondo e continui a portare avanti la sua lotta a difesa dei diritti umani.
Come organizzazione religiosa accreditata la Sgi-Cuba, da quel momento, ha avuto
la possibilità di mantenere centri culturali, così come di espandere liberamente
le sue attività su tutto il territorio nazionale.
Oggi la Soka Gakkai International, organizzazione che si ispira al Buddhismo di
Nichiren Daishonin, è presente a Cuba con più di mezzo milione di praticanti
buddhisti in 13 delle 15 province cubane, diffondendo i suoi principi cardine:
il messaggio di kosen rufu tra pace nel mondo e felicità umana. L’Avana ha la
più alta concentrazione di praticanti del Buddhismo Nichiren aderenti alla Soka
Gakkai nel Paese caraibico, seguita dalla provincia di Holguín al secondo posto
e da Camagüey al terzo.
“La pace mondiale e il progresso sociale sono priorità per i buddhisti di quel
paese caraibico” – ha dichiarato Joannet Delgado, direttrice generale della Soka
Gakkai Cuba all’Avana, in un’intervista esclusiva a Prensa Latina nel maggio
2013.
Secondo gli stessi membri della Soka Gakkai, il governo cubano promuove un
ambiente favorevole alla libertà religiosa[2] e mantiene buoni rapporti “molto
cordiali e basati su una grande fiducia” con le diverse fedi e istituzioni, non
incontrando ostacoli nello svolgimento della propria opera di creazione di
valore. La prova di questi legami tra lo Stato e le istituzioni religiose
risiede nello svolgimento sistematico di incontri con i leader e i funzionari
del Partito Comunista di Cuba, nonché con il Ministero della Giustizia, in cui
si affrontano interessi, obiettivi e bisogni.
“Ogni volta che richiediamo assistenza per risolvere problemi o soddisfare
esigenze, riceviamo una risposta tempestiva” – riferiva Delgado.
Si mantengono i contatti con buddhisti di altri Paesi, che spesso si stupiscono
della facilità con cui si riescono a svolgere le proprie attività. Affermava
Delgado: “La libertà religiosa che vedono qui contrasta nettamente con la
propaganda anti-cubana che ricevono all’estero, ed è per questo che questi
approcci alla realtà cubana sono così positivi.”
Il 27 novembre 2016, in seguito alla scomparsa dell’ex presidente cubano Fidel
Castro avvenuta il 25 novembre 2016, il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha
espresso le sue condoglianze alla famiglia del leader cubano a nome dei membri
della SGI a Cuba e nel mondo. Ricordando il loro incontro all’Avana nel 1996,
Ikeda ha elogiato la dedizione del presidente Castro al popolo cubano e ha
affermato che il leader cubano sarà ricordato nella storia contemporanea come
una figura eroica che ha vissuto con indomita determinazione di fronte a
innumerevoli prove e tribolazioni[3].
A La Havana, i buddhisti di Cuba recitarono daimoku in onore e ricordo a Fidel,
uniti nella diffusione della pace contro la logica perversa delle guerre.
A gennaio 2023, pochi mesi prima della sua morte, Daisaku Ikeda e la Soka Gakkai
International vennero ringraziati dall’Università di Matanzas per tutta
l’amicizia dimostrata a Cuba in questi anni di dura resistenza e di lotta contro
il bloqueo. Il Presidente Ikeda, durante la sindemia da Covid-19, infuse la
certezza che, con i propri vaccini, Cuba avrebbe superato la crisi sanitaria, e
la verità è stata ancora una volta dalla parte di Cuba e dei suoi scienziati
sanitari dediti al lavoro e alla salute pubblica. Per questo amore e per il
sostegno sistematico alla nostra lotta, Ikeda venne insignito della Medaglia del
25° Anniversario della fondazione dell’Oficina del Programa Martíano (OPM) [4] ;
mentre la Soka Gakkai International, da lui guidata, ricevette la targa
commemorativa del 25° Anniversario della fondazione dell’Ufficio del Programma
Martí, durante un momento molto emozionante della V Conferenza Internazionale
per l’Equilibrio del Mondo.
Il 28 novembre 2023, a La Havana, si tenne una cerimonia commemorativa in
seguito alla morte di Daisaku Ikeda (1928–2023), presso l’Oficina del Programa
Martíano, in cui venne ricordato come “amico di Cuba” ed educatore.
“So bene che la città di Matanzas, dove ha sede la vostra illustre Università,
non è solo un luogo degno di essere ricordato nella storia di Cuba, ma anche la
culla del “grande desiderio” di José Martí di donare la libertà alla sua amata
patria, dopo la triste esperienza vissuta nella prima infanzia. Pertanto, colgo
l’occasione per esprimere il mio augurio che l’Università di Matanzas “Camilo
Cienfuegos” continui il suo costante progresso con lo stesso passo fermo che ha
dimostrato fin dalla sua apertura nel 1972, e che diventi un nobile palazzo del
sapere.”
(Daisaku Ikeda, 21 marzo 2001)
[1] L’abbattimento dei due velivoli nel 1996 riguarda un tragico evento del 24
febbraio 1996. Quel giorno, due aerei civili guidati dal gruppo anticastrista di
Miami “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate) furono abbattuti nello
Stretto della Florida da caccia MiG cubani. Il bilancio fu di quattro attivisti
morti. In un suo articolo pubblicato sul quotidiano l’Unità il 28 febbraio 1996,
Gianni Minà spiegò come i velivoli degli esuli avrebbero ripetutamente violato
lo spazio aereo dell’Avana per provocazioni politiche. Minà descrisse l’accaduto
e la successiva reazione dell’amministrazione statunitense come una manovra
condizionata dal ricatto elettorale dei gruppi anticastristi della Florida su
Bill Clinton, cercando di smorzare la portata di una crisi che secondo lui
rischiava di strumentalizzare l’incidente. La vicenda è tornata d’attualità
quando – il 20 maggio 2026 – il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha
formalizzato accuse contro l’ex presidente cubano Raúl Castro per la morte dei
quattro attivisti (tre dei quali erano cittadini statunitensi).
[2] A Cuba, la libertà religiosa è riconosciuta dalla Costituzione Cubana
promulgata nell’aprile 2019. Il testo definisce il Paese come uno “Stato laico”
e stabilisce formalmente la separazione tra le istituzioni religiose e lo
Stato. La Costituzione del 2019 garantisce la libertà religiosa attraverso
specifici articoli:
* Articolo 8: Riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa,
assicurando che diverse credenze e fedi godano di uguale considerazione e che
le istituzioni religiose siano separate dallo Stato.
* Articolo 42: Stabilisce il principio di uguaglianza, proibendo qualsiasi tipo
di discriminazione fondata sulle credenze religiose.
[3] Adattato da un articolo apparso sul numero del 27 novembre 2016 del Seikyo
Shimbun, Soka Gakkai, Giappone
[4] un’istituzione nazionale dedicata alla promozione dello studio di José Martí
(1853–1895), poeta, saggista e simbolo della liberazione cubana.
Fonti:
https://www.daisakuikeda.org/sub/events/archives/2016/nov/27-fidel-castro-condolence-message.htmln
https://www.daisakuikeda.org/main/peacebuild/peace/peace-07.html#sdendnote1sym
https://www.giornalismoestoria.it/wp-content/uploads/2015/02/2008116122010achiaraciaramella.pdf
https://www.ikedacenter.org/resources/seven-essential-attributes-daisaku-ikedas-peacebuilding-ethos
https://www.theblackcoffee.eu/daisaku-ikeda/
https://www.sgi-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/IBISG_PropostaDiPace_DaisakuIkeda_2005.pdf
https://www.unionesarda.it/3-minuti-con/daisaku-ikeda-la-lezione-di-un-costruttore-di-pace-qt8898s0
https://www.totetu.org/assets/media/paper/j019_022.pdf
https://www.zoomedia.it/personaggi/daisaku_ikeda/index.html
https://www.worldtribune.org/2019/expanding-spiritual-bridge-new-century/
https://www.umcc.cu/2023/01/30/daisaku-ikeda-amigo-de-cuba-y-de-la-universidad-de-matanzas/
https://events.daisakuikeda.org/2023/1128-cuba-memorial/
https://www.cubainformazione.it/2007/dirittiumani/religione/buddismo.htm
https://www.youtube.com/watch?v=pOpVD1RSrvE
https://www.radiosantacruz.icrt.cu/la-impronta-de-fidel-castro-en-la-cultura-cubana-es-reflejada-en-museo-nacional-de-artes-decorativas/
https://dialogosdosul.operamundi.uol.com.br/soka-gakkai-e-a-liberdade-de-culto-em-cuba/
https://www.adelante.cu/index.php/es/noticias/de-camagueey/7021-paz-para-la-herida-de-hiroshima
https://misiones.cubaminrex.cu/es/articulo/embajada-de-cuba-en-japon-patrocina-concurso-de-oratoria-en-espanol-de-la-universidad-de
https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2016-08-05/budistas-cubanos-por-la-paz-junto-a-fidel
Lorenzo Poli
DALLA PARTE DEL DIRITTO ALL’ABITARE: PASSA ALLA CAMERA IL PIANO CASA CHE NON DA RISPOSTE ALLA CRISI ABITATIVA
“Dalla parte del diritto all’abitare”, trasmissione quindicinale di informazione
e approfondimento sulle lotte per la case, contro sfratti, sgomberi e
pignoramenti. In questa puntata:
Il governo Meloni fa approvare dalla Camera il piano casa che apre alla
privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e non stanzia sufficienti
risorse nè per il recupero degli alloggi sfitti bisognosi di manutenzione nè per
i fondi per la morosità incolpevole o il sostegno affitto. Sentiremo analisi e
commenti di:
Margherita del Movimento per il diritto all’abitare di Roma, Silvia Paoluzzi
segretaria nazionale dell’Unione Inquilini e Chiara Davoli, sociologa e
ricercatrice coautrice con Stefano Portelli del libro: “Abitare in affitto. Le
nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare”.
La puntata del 25 giugno di Dalla parte del diritto all’abitare Ascolta o
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SCOSSE DEVASTANTI IN VENEZUELA. MIGLIAIA DI DISPERSI, SI SCAVA TRA GLI EDIFICI CROLLATI. IL SISMA PIÙ VIOLENTO DA 126 ANNI
Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei
devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il
Venezuela.
Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte,
orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima
scossa è stata di magnitudo 7.1, la seconda di 7.5. Si è trattato del sisma più
violento da 126 anni a questa parte in Venezuela, con epicentro a Yumare, 300 km
a ovest di Caracas.
Sale a 164 morti e 1000 feriti il bilancio, ma i numeri sono destinati a salire.
Lo stato più colpito è La Guaira. Danneggiato l’aeroporto internazionale che ha
sospeso i voli. La presidente a interim Rodriguez ha annunciato lo stato di
emergenza: ‘Situazione grave’.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Geraldina Colotti, giornalista ed esperta in
questioni latinoamericane, con cui abbiamo fatto anche un quadro generale della
situazione del Paese, già connotato da un ana forte crisi politico-economica
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Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca
soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili.
Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese.
Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione
che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in
quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di
calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne
circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del
nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026
con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli.
Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una
condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La
quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è
passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è
un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025,
le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79%
delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al
67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione
italiana.
L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è
l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non
considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione
solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore
accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e
l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente
disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se
l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione,
compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi
più gravi, il colpo di calore.
Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report
misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura
superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare
abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia,
nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha
registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di
Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2
gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore,
con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la
circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un
surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli
edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla
scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è
addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori
rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della
morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior
clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore.
C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si
esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite
come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi.
L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il
fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA
Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era
la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con
picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una
variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause
notturne di recupero.
L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive
in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40
gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di
anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con
isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura
superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono
la realtà urbana attuale.
Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un
condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro
al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non
può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore,
dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il
report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro
Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono
fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo
0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi
è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e
insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità
di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in
quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti
dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni
economiche o strutturali.
Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento,
la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna
previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le
stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate,
lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza
termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace
permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento
ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più
intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone.
Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel
report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici
meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi
fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore,
aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è
esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura
radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo
individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento
fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress
termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un
luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è
aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per
caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa
meridionale rispetto al decennio 1991-2000.
La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio
pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario
emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate
potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre
la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a
rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e
Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse
limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le
temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli
scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per
le città europee entro il 2100.
Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92%
della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone
senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio
pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più
abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia
residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo
di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per
queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una
condizione strutturale che si aggrava ogni anno.
Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide
Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report,
è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la
conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più
probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede
al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano
per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto
alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da
sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione
urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come
dimensione concreta del diritto all’abitare.
Fonti
* https://www.greenpeace.org/italy/
* https://www.istat.it/
* https://www.isde.it/
* https://www.cmcc.it/
* https://www.nasa.gov/
* https://www.scientificreports.com/
* https://www.ipcc.ch/
* https://www.arpa.lombardia.it/
Francesco Russo
Dossier Italia-Ahida, sulla tendenza autoritaria: le fessure e gli spiragli per uscirne
Nello spirito di collaborazione divulghiamo sulle nostre pagine il Dossier
curato dalla redazione di Ahidaonline.com che raccoglie i testi pubblicati dalla
testata, redatto quale contributo al dibattito in ordine al vasto movimento
d’opposizione emerso nel corso dello scorso anno «in gran parte esterno ai
tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati
e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi
manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la
vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No
Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di
resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai
giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e
politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario
analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con
un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti
della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e
trovare gli spiragli per uscirne». In merito alle tematiche affrontate, vogliamo
segnalare che anche Pressenza ha dedicato particolare attenzione alle dinamiche
del movimento, imperniando il suo quaderno 2025 -edito dalla Multimage col
titolo Moltitudini ribelli– attorno all’attuale fase politica. Un volume con il
quale la nostra Agenzia ha inteso individuare dei fili, con la speranza che in
un futuro assai prossimosi riesca ad intreccino una trama della rete globale, i
cui nodi si stringano dal basso ed esemplifichino e dimostrino nelle scelte
quotidiane che un altro mondo è possibile. Le “moltitudini d’autunno” hanno
manifestato chiaramente tutto il potenziale della soggettività sociale. Ecco
perché è utile raccogliere ogni contributo alla riflessione comune, ed aprirsi
al dialogo fra tutte le anime dei movimenti, purché volto alla progettazione,
alla costruzione di nuove relazioni fra realtà diverse che si impegnano per una
“felicità nella storia” per tutt3[accì]
DI SEGUITO PUBBLICHIAMO L’INTRODUZIONE AL DOSSIER ITALIA
_____________________________________________
Con il governo Meloni si sta accelerando una svolta autoritaria che ha radici
lontane: dalla chiusura securitaria del sistema politico alla fine degli anni
’70 del secolo scorso, passando per il lungo periodo dei governi Berlusconi e
per i successivi, compresi quelli di «sinistra», Letta, Renzi, Gentiloni, fino
all’attuale. Quest’ultimo, introducendo dapprima misure coercitive
apparentemente marginali, come il decreto anti rave-party, ha fatto poi
un’impennata verso un regime autoritario con le campagne incessanti e le leggi,
sempre più restrittive e violente, contro i migranti e con il recente Decreto
legge sicurezza. Regime autoritario che il governo vorrebbe consolidare con
modifiche costituzionali, la prima delle quali è stata decisamente respinta
dagli italiani con il referendum sulla giustizia.
Questa involuzione illiberale avviene in un’epoca in cui si sta attuando una
svolta maggiore dei sistemi economici e politici mondiali. Nei paesi cosiddetti
«occidentali» la svolta segue alla trasformazione, legata all’economia digitale,
della produzione e del sistema di estrazione di plusvalore, che investe tutti
gli aspetti della società, e alla concentrazione del comando nelle mani del
capitale finanziario e della Big Tech. Il capitale non si serve più della
politica per mediare il dominio di classe, ma assume il comando diretto sulla
società civile. Lo fa privatizzando l’intera produzione, inclusi i beni comuni,
come la salute, l’acqua e il suolo e promuovendo uno stato d’instabilità e di
guerra permanente che gli assicura libertà illimitata d’azione e estrazione di
profitto. In questa perdita di equilibri nasce il fenomeno Trump e si espandono
le forze dell’estrema destra in tutta Europa, spinte dal disgregarsi delle
vecchie classi sociali, dalla classe operaia al ceto medio, e dall’aumento della
povertà e dell’insicurezza.
La svolta autoritaria in atto in Italia è stata definita con termini come
«fascistizzazione» o «democratura» (contrazione di democrazia e dittatura).
Benché la situazione attuale presenti molte differenze dal fascismo storico, a
cominciare dall’assenza del corporativismo e della retorica imperialista, e la
violenza squadrista non sia così dispiegata e assunta (almeno per ora), ne
manifesta anche molte somiglianze, prima di tutte il razzismo e l’uso delle
minoranze come capro espiatorio. Ieri erano gli ebrei, gli zingari e i
comunisti, oggi sono i migranti. Sarebbe più appropriato parlare di «nuovo
fascismo». Il termine democratura, ossia un regime dispotico che mantiene la
forma delle regole della democrazia liberale, descrive assai bene la fase
attuale della politica italiana. Tuttavia non scordiamoci che, giunto al potere,
Mussolini non tardò a esautorare il parlamento e a assumere i pieni poteri,
trasformando il regime fascista in dittatura totalitaria.
Fortunatamente sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte
esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base
come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani.
Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza,
la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione
No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di
resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai
giovani, come alla fine degli anni ’60.
Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo
autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase
politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di
testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria
dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per
uscirne.
Negli articoli del dossier sono affrontati, fra altri, i temi seguenti: il
pericolo che incombe sulle democrazie occidentali di sprofondare nella spirale
della guerra globale e di vedere l’insorgenza di nuovi fascismi (Alberto
Burgio); le derive repressive delle politiche del governo e del diritto penale
(Luigi Ferrajoli, Lavinia Marchetti e Gianni Giovannelli); le condizioni
insopportabili dei carcerati e il progetto di rafforzare il controllo nelle
carceri (Luigi Romano e Alberto Violante); l’inerzia e la complicità dello Stato
verso le violenze sessuali contro le donne e le discriminazioni sessiste
(Arianna Pasquini); la repressione poliziesca e giudiziaria delle lotte dei
movimenti antagonisti (Giuseppe Zambon e Paolo De Marchi); le trasformazioni del
rapporto capitale/lavoro e della composizione di classe (Filippo Greggi); la
transizione energetica al tempo delle guerre per il petrolio e l’illusione
nucleare (Giuseppe Onufrio); la crisi del sistema sanitario pubblico e la
privatizzazione della salute (Rita Maffei); la trasformazione dell’università in
struttura aziendale (Massimo La Torre); la transizione digitale nella scuola e
l’aumento del controllo e l’esclusione decisionale degli insegnanti (Ferdinando
Alliata); il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel controllo sociale e
nell’aumento dello sfruttamento del lavoro (Collettivo N.I.N.A); l’attacco alla
cultura in tutte le sue espressioni, dal cinema a ogni forma dell’arte (Manuela
Gandini, Sergio Racanati); la crisi della letteratura e l’assoggettamento
dell’editoria alla logica del mercato (Marco Giovenale, Massimiliano
Manganelli).
Incominciamo simbolicamente la pubblicazione del dossier il 7 aprile, data
anniversario della retata del giudice Calogero che portò in prigione molti
militanti e intellettuali dell’Autonomia operaia su false accuse. Quella di
Calogero fu un’operazione politica funzionale alla chiusura del «sistema dei
partiti» a ogni contestazione sociale. Chiusura favorita dalla strategia del
compromesso storico elaborata dal Partito comunista italiano. Fu l’inizio della
stagione degli arresti di massa e fu forse l’origine del lungo percorso che ha
disegnato le graduali retrocessioni dei diritti dei cittadini per arrivare alla
svolta autoritaria in atto.
PER SCARICARE IL DOSSIER VAI AL LINK SOTTO
Redazione Italia
Texas, l’antifascismo condannato come terrorismo
Pene fino a cento anni per la protesta anti-ICE di Prairieland: il processo
trasforma idee, libri e militanza in prove d’accusa Quattrocentocinquanta anni
di carcere complessivi. Cento anni a Benjamin …
Tempi di Fraternità: Contro la militarizzazione
DI LAURA TUSSI SU TEMPI DI FRATERNITÀ DEL GIUGNO-LUGLIO 2026
Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura
Tussi, pubblicato su Tempi di Fraternità nel numero di giugno-luglio 2026 in cui
viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a
dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della
formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo.
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2001-2026 Genova Social Forum ReLoad
AVEVAMO RAGIONE SU TUTTO. MA VOI AVETE VISTO SOLO L’ESTINTORE
Ci avevano raccontato che Genova era un incidente della storia. Venticinque anni
dopo, tra crisi sociali, riarmo, genocidio e politiche sicuritarie, appare
sempre più come l’anticipazione del presente.
A Genova avevamo provato a dirvelo che quel modello economico avrebbe prodotto
disuguaglianze sempre più profonde. Che la globalizzazione non stava
universalizzando i diritti ma lo sfruttamento. Che il mercato globale non
avrebbe unito il mondo, ma lo avrebbe gerarchizzato. E che la ricchezza si
sarebbe concentrata sempre più in poche mani mentre la precarietà sarebbe
diventata la condizione normale per milioni di persone.
Avevamo provato a dirvelo che il problema non erano i migranti ma le guerre, il
saccheggio delle risorse, il debito, le multinazionali, la finanziarizzazione
dell’economia, la privatizzazione dei beni comuni, che il mercato senza limiti
non avrebbe prodotto libertà ma nuove forme di dominio.
Ma voi avete guardato l’estintore.
Per venticinque anni il racconto di Genova è stato ridotto a poche immagini
isolate. Un estintore. Una camionetta. Una vetrina rotta. Un passamontagna. Come
se centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo fossero scese
in piazza per quello. Come se il cuore di quella mobilitazione fosse la cronaca
di uno scontro e non la critica radicale di un modello economico e politico che
oggi mostra tutta la sua devastante attualità.
Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5,
Collegamento
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A distanza di un quarto di secolo possiamo dirlo senza esitazioni: avevamo
ragione.
Avevamo ragione quando denunciavamo la crescita delle disuguaglianze. Oggi poche
decine di miliardari possiedono ricchezze superiori a quelle di miliardi di
esseri umani.
Avevamo ragione quando parlavamo di precarizzazione del lavoro. Intere
generazioni vivono tra salari insufficienti, contratti temporanei, indebitamento
e impossibilità di progettare il futuro.
Avevamo ragione quando denunciavamo la distruzione ambientale. Oggi la crisi
climatica non è più una previsione ma una realtà quotidiana fatta di alluvioni,
incendi, siccità e migrazioni forzate.
Avevamo ragione quando denunciavamo il dominio della finanza sull’economia
reale. Oggi le guerre, il cibo, l’energia, l’acqua e perfino le abitazioni sono
diventati oggetti di speculazione.
Avevamo ragione quando mettevamo in guardia contro la trasformazione della
sicurezza in strumento di governo. Oggi viviamo dentro società attraversate da
sorveglianza digitale, riconoscimento biometrico, algoritmi predittivi, zone
rosse, criminalizzazione del dissenso e stato di emergenza permanente.
Avevamo ragione persino quando denunciavamo la guerra come strumento di
organizzazione del mondo.
Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5,
Collegamento
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Il nuovo secolo si è aperto con Genova e con l’11 settembre. Da allora abbiamo
assistito a una successione quasi ininterrotta di conflitti: Afghanistan, Iraq,
Libia, Siria, Ucraina, Palestina. Guerre presentate ogni volta come inevitabili,
umanitarie, difensive o necessarie. Guerre che hanno prodotto milioni di morti,
profughi, distruzione e nuovi autoritarismi.
Oggi assistiamo persino a un genocidio trasmesso in diretta. Migliaia di
palestinesi vengono uccisi, affamati, deportati sotto gli occhi del mondo. E
mentre tutto questo accade, chi manifesta solidarietà è criminalizzato,
schedato, perseguito.
Anche questo era scritto nelle logiche della globalizzazione neoliberale.
Perché quel sistema non aveva bisogno soltanto di merci che attraversassero le
frontiere. Aveva bisogno di confini sempre più violenti per le persone. Aveva
bisogno di eserciti, polizie, muri, centri di detenzione, deportazioni e
dispositivi di controllo per governare le conseguenze delle proprie
disuguaglianze.
Ma avevamo ragione anche su un altro punto, forse il più scomodo da ammettere.
Genova non fu soltanto la prova generale della globalizzazione neoliberale. Fu
anche un laboratorio repressivo.
Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, le torture, i falsi verbali, le prove
costruite, le violenze indiscriminate e l’uccisione di Carlo Giuliani
rappresentassero una parentesi destinata a chiudersi con le sentenze. Non è
andata così.
Da Genova a oggi esiste una linea di continuità che attraversa la storia
italiana degli ultimi venticinque anni. La ritroviamo nelle torture di Santa
Maria Capua Vetere, nei pestaggi nelle carceri di Asti, San Gemignano, Torino e
Foggia, nelle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo
Magherini, Hasib Omerovic, nelle violenze contro detenuti, migranti e soggetti
marginalizzati, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle cariche contro
studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina.
La ritroviamo nell’espansione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo
urbani, nella sorveglianza digitale, nella criminalizzazione del dissenso e nei
decreti sicurezza che negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto gli
spazi di agibilità democratica.
Per anni ci è stato detto che si trattava di episodi isolati, di mele marce, di
errori individuali. Ma osservando questi venticinque anni nel loro insieme
emerge un’altra storia: quella di un progressivo rafforzamento dello Stato
penale e di una crescente tolleranza istituzionale verso pratiche che comprimono
diritti e libertà fondamentali in nome della sicurezza.
Foto di Michele Ferraris – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento
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Anche su questo avevamo provato a mettere in guardia. Perché a Genova non era in
gioco soltanto il diritto di manifestare. Era già visibile una trasformazione
più profonda: il passaggio dalla gestione politica dei conflitti sociali alla
loro amministrazione poliziesca. Una trasformazione che oggi appare sotto gli
occhi di tutti. Guardatevi attorno.
Il pesce che mangiamo arriva da oceani lontani. I vestiti che indossiamo sono
prodotti da lavoratori sottopagati dall’altra parte del pianeta. I nostri
telefoni contengono minerali estratti in condizioni spesso disumane. L’energia
che consumiamo alimenta guerre e conflitti geopolitici.
Le merci possono attraversare il mondo senza ostacoli. Gli esseri umani no.
Eppure continuano a raccontarci che il problema sono i migranti. Che il problema
è chi fugge dalla fame, dalle guerre, dalle dittature o dalla devastazione
climatica. Ci invitano a guardare verso il basso, contro chi sta peggio di noi,
mentre la concentrazione della ricchezza e del potere raggiunge livelli senza
precedenti.
È la stessa logica che venticinque anni fa metteva in competizione lavoratori
italiani e stranieri. La stessa che oggi alimenta nazionalismi, razzismo,
remigrazione e guerre tra poveri.
Perché il vero capolavoro del neoliberismo è stato proprio questo: convincere
gli sfruttati che il loro nemico fosse un altro sfruttato.
A Genova avevamo provato a dirvelo. Avevamo indicato la luna di un sistema che
stava globalizzando il profitto, privatizzando i diritti e socializzando i costi
delle proprie crisi. Ma avete preferito guardare il dito. Anzi, l’estintore.
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Oggi quell’estintore continua a essere agitato ogni volta che si vuole evitare
di discutere delle ragioni profonde di quel movimento. Serve ancora a rimuovere
la domanda fondamentale che Genova poneva allora e continua a porre oggi: chi
governa davvero il mondo e nell’interesse di chi?
È una domanda che riguarda il lavoro, la guerra, la crisi climatica, il
genocidio in Palestina, la repressione del dissenso, la concentrazione della
ricchezza e la progressiva erosione della democrazia.
Per questo Genova non appartiene al passato. Genova è il presente.
E forse il modo migliore per ricordare Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto e le
centinaia di migliaia di persone che attraversarono quelle giornate non è
difendere una memoria. È riprendere quella domanda interrotta e tornare a
guardare, finalmente, la luna.
(3 – continua)
di Italo Di Sabato
Articolo originale:
https://serenoregis.org/2026/06/25/2001-2026-genova-social-forum-reload-avevamo-ragione-su-tutto-ma-voi-avete-visto-solo-lestintore/
Redazione Torino
Vannacci e i regimi di traduzione della crisi
di ROBERTA POMPILI.
Negli ultimi mesi il dibattito attorno a Roberto Vannacci si è mosso tra due
polarità prevedibili. Da una parte la denuncia delle sue posizioni sessiste,
omofobe e nazionaliste e dall’altra la loro rivendicazione come espressione del
“buonsenso” contro il politicamente corretto. In entrambi i casi il rischio è lo
stesso: assumere Vannacci come un fenomeno eccezionale invece che come un
sintomo della congiuntura.
Da questo punto di vista, gli interventi che hanno invitato a prendere sul serio
il fenomeno hanno avuto il merito di spostare la discussione dal personaggio
alle condizioni della sua affermazione. La questione non riguarda infatti il
carattere più o meno provocatorio delle sue dichiarazioni, ma il tipo di
consenso che esse riescono a organizzare. Adesso forse, però, possiamo compiere
un ulteriore passo.
In altri termini noi oggi non dobbiamo limitarci a chiederci perché Vannacci
raccoglie consensi, ma possiamo interrogare il modo in cui il suo discorso rende
leggibile una crisi che attraversa molte società contemporanee. Viviamo dentro
una congiuntura segnata dall’intensificazione delle interdipendenze e dalla
crisi delle istituzioni che le organizzano: la precarietà abitativa prolunga la
dipendenza economica dalle famiglie; la crisi dei servizi scarica sulle
relazioni private una quota crescente di lavoro di cura; l’accesso al welfare si
fa più difficile; la salute mentale emerge come questione di massa; la guerra
torna a occupare il centro dello spazio pubblico.
Contemporaneamente il genocidio di Gaza ha mostrato il collasso delle promesse
universalistiche che avevano accompagnato l’ordine liberale degli ultimi decenni
e allo stesso tempo, la vita quotidiana richiede una quantità crescente di
lavoro invisibile di riproduzione. Dentro questo scenario, l’offensiva
anti-femminista non appare come un fenomeno marginale. Al contrario essa
costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui la crisi viene
interpretata e organizzata politicamente: per questo la figura di Vannacci
acquista significato. La sua forza non consiste semplicemente nel proporre un
ritorno a un ordine tradizionale. Un ordine tradizionale integro, in realtà, non
esiste più. Le trasformazioni del lavoro, delle famiglie, delle relazioni di
genere e della composizione sociale sono troppo profonde perché sia possibile
immaginare una semplice restaurazione. Ma perché proprio l’antifemminismo
diventa uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui la crisi contemporanea
viene raccontata? Come fanno processi così differenti – precarietà,
trasformazioni della famiglia, crisi della riproduzione, fragilità delle
mediazioni sociali – a convergere in una narrazione che individua nel femminismo
uno dei propri principali bersagli? Ciò che il discorso reazionario offre è
qualcosa di diverso. Esso offre un particolare regime di traduzione della crisi.
Con questa espressione non intendiamo una semplice operazione ideologica. Ogni
società deve continuamente tradurre la complessità delle proprie interdipendenze
in forme intelligibili, problemi riconoscibili e soluzioni praticabili. La
politica è sempre anche una lotta per l’interpretazione e l’organizzazione del
reale.
In questo regime di traduzione autoritario e regressivo le crisi della
riproduzione vengono così tradotte in crisi della famiglia, le trasformazioni
delle relazioni di genere diventano crisi della maschilità, mentre le difficoltà
della cooperazione sociale vengono tradotte in perdita di autorità, le
interdipendenze globali diventano minaccia esterna; la pluralità delle forme di
vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Ancora la pluralità delle
forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Chiaramente in
questa operazione il femminismo occupa una posizione centrale. Non perché sia la
causa delle difficoltà contemporanee, ma perché negli ultimi decenni ha
rappresentato una delle principali forze capaci di politicizzare la riproduzione
sociale, rendendo visibili il carattere storico e conflittuale
dell’organizzazione della vita, della famiglia, della cura e della differenza
sessuale.
Basterebbe osservare la proliferazione di comunità digitali costruite
esplicitamente attorno all’ostilità verso il femminismo. Non si tratta più
soltanto di polemiche episodiche o di provocazioni mediatiche. Decine di
migliaia di persone si riconoscono stabilmente in pagine, gruppi e canali che
individuano nel femminismo il principale responsabile delle trasformazioni
contemporanee. Il fatto che una pagina costruita attorno allo slogan “meglio una
di meno che una femminista di troppo” riesca a raccogliere oltre 54.000 aderenti
non rappresenta un’anomalia folkloristica della rete. Segnala piuttosto
l’esistenza di una comunità affettiva e politica che trova nell’anti-femminismo
una chiave di lettura della propria condizione.
La questione non riguarda semplicemente l’odio verso le donne o verso il
femminismo. Riguarda il modo in cui esperienze molto differenti – precarietà,
perdita di status, incertezza, trasformazioni delle relazioni affettive, crisi
delle forme tradizionali della maschilità – vengono tradotte in un racconto
coerente che individua un responsabile e promette una ricomposizione dell’ordine
sociale. Da questo punto di vista, il successo di Vannacci non deriva dalla
persistenza di un ordine tradizionale ormai intatto. Deriva dalla capacità di
offrire una forma regressiva di organizzazione dell’interdipendenza. Di fronte
all’estensione delle connessioni sociali e alla crisi delle mediazioni che le
sostengono, il suo discorso promette di ricondurre la cooperazione entro
gerarchie familiari, sessuali e nazionali presentate come naturali.
La sua operazione non consiste dunque nel negare la complessità del presente.
Consiste piuttosto nel renderla governabile attraverso la semplificazione e per
questo limitarsi alla denuncia morale rischia di essere insufficiente. La
questione politica decisiva riguarda i regimi di traduzione che oggi contendono
il significato della crisi. Da una parte, forme autoritarie che organizzano la
vulnerabilità attraverso identità, gerarchie e appartenenze esclusive.
Dall’altra, la possibilità di costruire istituzioni capaci di sostenere
l’interdipendenza senza trasformarla in subordinazione.
Forse è su questo terreno che dovremmo misurare la portata del fenomeno
Vannacci. Non come residuo di un passato che ritorna, ma come sintomo di una
battaglia contemporanea sulle forme attraverso cui la società traduce, organizza
e governa la propria crisi. Se l’antifemminismo e figure come Vannacci riescono
oggi a organizzare consenso, non è soltanto per la forza delle loro parole. È
perché riescono a tradurre una crisi reale in un racconto politico coerente. La
questione che si apre allora non è soltanto come contrastare questi regimi di
traduzione, ma quali istituzioni, quali pratiche e quali forme di organizzazione
collettiva siano oggi capaci di produrne altri.
L'articolo Vannacci e i regimi di traduzione della crisi proviene da EuroNomade.
A Forlì poesie e parole contro i femminicidi
“I femminicidi esistono! Voci che resistono”
In un tempo in cui l’esistenza dei femminicidi viene messa in discussione nel
dibattito pubblico, scegliere di nominarli diventa un atto politico e umano. È
da questa consapevolezza che nasce “I femminicidi esistono! Voci che resistono –
Parole che attraversano il silenzio” un evento che si terrà il 1 luglio 2026
alle ore 19.00 presso il Centro Pace di Forlì, in Via Andrelini 59.
Negli ultimi anni, nonostante le mobilitazioni promosse dai movimenti
femministi, i dati forniti dagli osservatori e il lavoro quotidiano dei centri
antiviolenza, si è sviluppata una narrazione che tende a minimizzare o
addirittura negare la specificità del fenomeno. Alcuni esponenti politici e
figure pubbliche hanno sostenuto che il termine “femminicidio” sarebbe improprio
o superfluo, perché un omicidio sarebbe semplicemente un omicidio,
indipendentemente dal genere della vittima.
Ma è proprio qui che si colloca il nodo della questione.
Parlare di femminicidio non significa attribuire maggiore valore alla vita di
una donna rispetto a quella di un uomo. Significa riconoscere che esistono
omicidi che maturano all’interno di dinamiche specifiche: relazioni
caratterizzate dal controllo, dal possesso, dalla volontà di annullare
l’autonomia femminile, dall’incapacità di accettare una separazione o un
rifiuto. Significa osservare che molte donne vengono uccise da partner, ex
partner o familiari e altri individui in un contesto che non può essere compreso
soltanto come un fatto individuale, ma che richiama questioni culturali e
sociali più profonde.
Le parole non sono mai neutre. Dare un nome a un fenomeno significa renderlo
visibile. Per questo il titolo dell’evento del Centro Pace assume un significato
preciso: affermare che i femminicidi esistono non è uno slogan polemico, ma il
riconoscimento di una realtà che continua a segnare la vita di migliaia di donne
e delle loro famiglie.
Di fronte a questo scenario, il Centro per la Pace di Forlì, all’interno del
progetto “InclusiVoice” e la relativa campagna europea “EUnited for Equality”,
ha scelto una strada diversa da quella dello scontro verbale o della
contrapposizione ideologica. Hanno scelto la cultura.
La serata sarà infatti un momento di incontro, ascolto e condivisione attraverso
la parola poetica. Ad aprire il reading saranno Filippo Amadei, Matteo Zattoni e
Mirella Paoletti, che offriranno al pubblico una serie di letture dedicate ai
temi della libertà, della dignità umana, dell’uguaglianza e della resistenza
contro ogni forma di violenza.
Successivamente il microfono rimarrà aperto a chiunque desideri partecipare. Le
persone presenti potranno leggere una propria poesia, condividere un brano, un
racconto breve o una riflessione personale. L’obiettivo non è quello di
costruire una conferenza o una lezione, ma di dare vita a uno spazio collettivo
in cui le parole possano diventare strumento di consapevolezza.
In un’epoca dominata dalla velocità dei social network, dall’indignazione
istantanea e da un flusso continuo di notizie che spesso vengono dimenticate nel
giro di pochi giorni, fermarsi ad ascoltare una poesia può apparire un gesto
marginale. Eppure è forse proprio nella lentezza dell’ascolto che si apre la
possibilità di comprendere davvero ciò che accade attorno a noi.
Ogni femminicidio genera inevitabilmente attenzione mediatica. I titoli dei
giornali si susseguono, i commenti si moltiplicano, il dibattito si accende.
Poi, molto spesso, tutto torna al silenzio. Restano il dolore delle famiglie, il
lavoro quotidiano di chi opera nei centri antiviolenza e una lunga lista di nomi
che rischia di trasformarsi in statistica.
La cultura può non essere sufficiente da sola a cambiare la realtà, ma può
contribuire a cambiare lo sguardo con cui la osserviamo. Può aiutarci a
riconoscere ciò che spesso viene normalizzato, ignorato o banalizzato. Può
costruire empatia laddove prevale l’indifferenza. Può restituire complessità a
fenomeni che vengono troppo spesso ridotti a semplici fatti di cronaca.
Per questo iniziative come questo assumono un valore che va oltre il singolo
evento. Non rappresentano soltanto un’occasione culturale, ma un invito alla
responsabilità collettiva. Un invito a riconoscere che la violenza di genere non
riguarda esclusivamente le vittime o gli autori delle violenze, ma l’intera
comunità.
Forse non saranno le poesie a fermare la violenza. Ma ogni cambiamento culturale
comincia da una parola pronunciata quando sarebbe stato più facile tacere. E in
un momento storico in cui c’è ancora chi sostiene che i femminicidi non
esistano, ritrovarsi insieme per affermare il contrario significa scegliere di
non essere indifferenti.
Arianna Carpineta, Tirocinante Centro Pace di Forlì.
Redazione Romagna
L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.