Elezioni israeliane: cosa possono aspettarsi i palestinesi?
di Ramzy Baroud,  The Palestine Chronicle, 29 ottobre 2026.   Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio e garantire aiuti umanitari senza restrizioni? In passato, molti palestinesi e arabi seguivano da vicino le elezioni israeliane. Lo facevano non perché nutrissero l’illusione che un leader sionista potesse portare pace e giustizia, smantellare l’occupazione o rimuovere gli insediamenti illegali. Temevano soltanto che alcuni leader israeliani fossero peggiori di altri. Speravano di scongiurare lo scenario peggiore. Col passare del tempo, tuttavia, quella distinzione ha lasciato il posto alla convinzione che tutti i leader israeliani sono sostanzialmente uguali. Questo non è pessimismo. È esperienza. Si consideri, ad esempio, l’espansione degli insediamenti ebraici illegali durante il processo di pace di Oslo sotto il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Tra il 1992 e il 1995, il numero dei coloni israeliani in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, è aumentato da 111.673 a 140.235 – un incremento di oltre il 25 per cento, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, che attinge ai dati statistici israeliani. Lo stesso andamento è proseguito sotto il governo laburista di Ehud Barak. Nei primi sei mesi del suo mandato, il governo di Barak ha indetto gare d’appalto per 3.196 unità abitative negli insediamenti, superando la media annuale registrata sotto il suo predecessore di destra, Benjamin Netanyahu. Quando, nel giugno 2021, Naftali Bennett ha formato un governo di coalizione che includeva il partito arabo Ra’am, l’espansione degli insediamenti è proseguita senza sosta. Secondo Peace Now, il governo Bennett–Lapid ha portato avanti piani per 7.292 unità abitative negli insediamenti durante il suo primo anno, con un aumento del 26 per cento rispetto alla media annuale registrata sotto i precedenti governi di Netanyahu. Gli insediamenti sono essi stessi una forza trainante dell’occupazione. Richiedono terra, e quindi la confisca di terra; richiedono protezione, e quindi una presenza militare rafforzata; richiedono acqua, strade e infrastrutture, e quindi l’appropriazione delle risorse palestinesi. Nel loro insieme, questi elementi aggravano la spoliazione e generano ulteriore violenza da parte di Israele. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, alla fine del 2025 la Cisgiordania contava 645 siti di insediamenti israeliani, avamposti e altre installazioni di occupazione, tra cui 350 avamposti di insediamento. La Commissione Palestinese per la Colonizzazione e la Resistenza al Muro ha riferito che, tra ottobre 2023 e agosto 2026, le autorità israeliane hanno preso di mira circa 2.934 ettari di terra palestinese attraverso dichiarazioni che li definivano «terra di stato» — una delle più grandi ondate di tale appropriazione di terra dai tempi di Oslo. A settembre 2026, la Commissione aveva inoltre documentato l’avanzamento o la valutazione di piani per oltre 18.000 ulteriori unità abitative negli insediamenti in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata. A questa espansione si affianca la violenza che si sta scatenando in tutta la Cisgiordania. Entro la fine del 2023, la Cisgiordania aveva vissuto l’anno più sanguinoso per i palestinesi da quando l’ONU ha iniziato nel 2005 a registrare sistematicamente le vittime. La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha documentato 23.827 attacchi da parte delle forze israeliane e dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà solo nel corso del 2025. Nei primi sette mesi del 2026, gli attacchi dei coloni sono aumentati del 63 per cento rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente. Tipicamente, questa violenza, perpetrata dall’esercito di occupazione israeliano e dai coloni armati illegali, si inserisce nel contesto del genocidio in corso a Gaza. Ma la violenza in Cisgiordania serve anche a un altro scopo oltre alla punizione collettiva: la confisca dei frutteti palestinesi, l’annessione di terre, l’espansione degli insediamenti e lo schiacciamento della resistenza palestinese, compresa l’opposizione non violenta a questa impresa coloniale. Qualsiasi candidato israeliano alle elezioni del 27 ottobre che sosteneva l’espansione degli insediamenti lo ha fatto con piena consapevolezza delle sue conseguenze: ulteriore espropriazione, occupazione militare, annessione e violenza. La differenza tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, da un lato, e i politici presentati come meno estremisti, dall’altro, è spesso una questione di linguaggio, strategia e tempistica. L’ex capo delle forze armate israeliane e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, ad esempio, sostiene apertamente l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania occupata, nonostante la sua reputazione di alternativa più «moderata» a Netanyahu. E che dire, allora, di Gaza? Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio, garantire aiuti umanitari senza restrizioni, frenare l’esercito o indagare sulle violazioni del diritto internazionale? Nessuno. I media israeliani hanno trascorso gli ultimi tre anni a riferire sui gravi disaccordi tra il governo, l’establishment militare, le agenzie di intelligence e l’opposizione politica su ciò che dovrebbe accadere a Gaza. Eppure, Eisenkot si è impegnato a porre fine al dominio di Hamas a Gaza entro 18 mesi dal suo eventuale insediamento, sia attraverso il piano di Trump sia proseguendo la guerra. Da parte sua, il leader dell’opposizione ed ex primo ministro Yair Lapid ha proposto di porre Gaza sotto l’amministrazione egiziana per 15 anni, trasferendo di fatto la responsabilità delle azioni di Israele agli stati arabi. L’ex primo ministro Naftali Bennett, nel frattempo, sostiene il mantenimento del controllo militare israeliano fino al disarmo dei gruppi palestinesi. Il disaccordo, quindi, verte spesso su come Israele debba raggiungere i propri obiettivi, piuttosto che sull’opportunità di modificarli. Altri importanti disaccordi riguardano principalmente la società israeliana: la coscrizione degli ebrei ultraortodossi, la riforma giudiziaria, l’attribuzione delle responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre. Ma queste controversie non vanno confuse con le questioni che stanno più a cuore ai palestinesi. Se Netanyahu riuscirà a formare un’altra coalizione di destra, le politiche di occupazione, espansione degli insediamenti e scontro militare proseguiranno, potenzialmente con rinnovato slancio. Se Israele darà vita a una coalizione più ampia, i suoi membri potrebbero raggiungere compromessi sulla riforma giudiziaria, la coscrizione e altre controversie interne. È tuttavia improbabile che l’occupazione diventi il punto centrale di discussione. Ancora più preoccupante è il fatto che persino un governo orientato verso il centro-sinistra potrebbe riuscire a presentare Israele alla comunità internazionale come un paese pronto a superare l’immagine che si è guadagnato durante tre anni di genocidio, senza modificare radicalmente la propria condotta sul campo. La comunità internazionale deve quindi rimanere vigile. Non può permettere che un futuro governo israeliano si presenti come un artefice di pace, o venda l’illusione di un Israele appena riformato, mentre continua a investire negli insediamenti, nell’occupazione, nella guerra e nel genocidio. Il dott. Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di otto libri. Il suo ultimo libro, «Before the Flood», è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano «Our Vision for Liberation», «My Father was a Freedom Fighter» e «The Last Earth». Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcTzGDpkRbhwlmGbLZRwrQldShpVZCccmPpTqwPxmslGMjpslvjcXMRJdhsbwBBPhq Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
November 3, 2026
Assopace Palestina
Guerra Russia – Ucraina: scherzare con il fuoco può provocare la catastrofe!
Guerra ibrida: c’è chi scherza con il fuoco. La sera del 1 novembre, alle ore 22:47, qualcuno entra nel sistema dell’app ufficiale “Повітряна тривога” – quella fatta da Ajax Systems + Stfalcon che usano 6,7 milioni di ucraini. In 7 minuti “spara” 122 falsi allarmi in tutta l’Ucraina: – 103 allarmi aerei rossi su tutta l’Ucraina – 5 “pericolo radiazioni a Kyiv” – 5 “attacco chimico” – 5 “combattimenti di strada a Kyiv, restate in casa” – 4 “bombardamenti di artiglieria” Contemporaneamente appaiono messaggi in russo tipo: > “Ciao! Sta per partire un allarme nucleare in tutta l’Ucraina! Non preoccuparti, arriva l’Oreshnik” – (l’Oreshnik è il missile balistico ipersonico Russo). Alcuni messaggi avevano anche un link a un canale Telegram – probabilmente phishing. Dice la Vinnytsia OVA: non cliccare. Cosa è successo davvero: – Dalle ore 21:02 alle 23:02 le Forze Aeree Ucraine scrivono su Telegram: _”Probabilmente l’app ha subito un attacco informatico nemico. NESSUNA minaccia radioattiva! Restate calmi”. – L’app è stata spenta e i push disattivati. A Leopoli alcune sirene stradali collegate all’App hanno davvero suonato “Pericolo radiazione”. – In 2 ore gli Ucraini hanno ripulito tutto e riattivato l’App. Ora dicono:non vi è stato nessun furto di dati, l’app non salva la posizione o i dati personali. – Per ora l’App funziona, ma la mappa con il movimento dei droni/missili è ancora spenta, stanno rafforzando la sicurezza. Chi è stato? È arrivata la rivendicazione del gruppo russo Hitcore, che dice di essere entrato con un file malevolo caricato da un admin. Non c’è ancora la conferma ufficiale. La risposta non si fa attendere: 3 ore dopo, nella notte del 2 novembre, è stata hackerata anche l’app del Ministero per l’Emergenze russo (MChS). Lì sono partiti messaggi del tipo “TESTATE NUCLEARI P1-SUN LANCIATE SU TUTTE LE REGIONI, FATE SCORTE PER 3 SETTIMANE E NASCONDETEVI IN CANTINA”. 33 regioni coinvolte. Nessuno sa se i due falsi allarmi sono collegati, ma sembra un botta e risposta. Giocare con il fuoco é da irresponsabili ed è pericoloso perché mina la fiducia: se la gente non crede più all’app, poi quando c’è un allarme vero non si protegge. Senza contare che per errore potrebbero partire missili con testate nucleari, quelle vere. Mauro Carlo Zanella
November 3, 2026
Pressenza
Alla ricerca di un nuovo Umanesimo: il 9 novembre parte il XVIII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli
Rimettere al centro l’uomo per costruire un mondo di pace che sappia fare da contraltare alle allarmanti derive che minacciano l’intero pianeta con una frequenza sempre più preoccupante. È alla ricerca di un nuovo Umanesimo che si muove la XVIII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, in programma dal 9 al 20 novembre con il titolo Sviluppo Umano, Sviluppo Integrale, Principi di Pace, dedicata alla memoria di Edgar Morin, filosofo francese recentemente scomparso. Il percorso proposto quest’anno attraversa tre filosofie con cui, negli ultimi decenni, organismi internazionali, Chiesa e società civile hanno provato a misurare il progresso partendo dalle vite delle persone anziché dalla sola ricchezza prodotta. La prima è lo Sviluppo Umano elaborato dalle Nazioni Unite. La seconda è lo sviluppo umano integrale della dottrina sociale della Chiesa. La terza è lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. A discuterne saranno, tra gli altri, Khalid Malik, già direttore dell’Ufficio del Rapporto sullo Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), l’economista Jeffrey Sachs, il medico ed ex portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto e don Gennaro Matino, pro-vicario generale dell’arcidiocesi di Napoli. Proiezioni e incontri si divideranno tra lo Spazio Comunale Piazza Forcella, cuore della manifestazione, le Università L’Orientale e Federico II e il Cinema Vittoria. L’edizione arriva poche settimane dopo la seconda Peace School Mario Paciolla, il corso di orientamento alle professioni della pace ideato dal Festival e dedicato al cooperante napoletano morto in Colombia mentre serviva la locale missione delle Nazioni Unite. Dal 14 al 17 ottobre la scuola ha riunito al Castel Nuovo studenti universitari, operatori umanitari, giuristi e giornalisti, con il sostegno dell’Orientale e della Federico II. Per il coordinatore del Festival, Maurizio Del Bufalo, i due appuntamenti rispondono alla stessa urgenza: “Stiamo assistendo a guerre e stragi genocidarie senza precedenti, accompagnate da uno sciame mediatico che toglie il sonno e ci rende impotenti, eppure non smettiamo di chiederci cosa possiamo fare per riprenderci la dignità umana che sentiamo perduta. Se vogliamo fermare lo scivolamento verso una nuova guerra mondiale che prende forma sotto i nostri occhi, non ci resta che mobilitare la società civile e puntare su un’inversione di valori che riporti in auge la cultura di pace.” Da qui la scelta di legare l’impegno civile per Paciolla alla formazione. “Coniugare l’impegno per ottenere dal governo italiano un giusto processo per la vicenda che ha portato alla morte di Mario e costruire nel suo nome un corso per orientare i giovani verso le professioni della pace è stato un gesto naturale”, racconta Del Bufalo. Secondo lui, dopo due edizioni la scuola ha intercettato “un bisogno molto avvertito dai giovani”. Il prossimo passo è allargare la platea: “Vorremmo estendere agli studenti medi il compito di uditori di questi racconti, perché la pace è disciplina che deve essere insegnata a scuola e non restare soltanto un’aspirazione di persone sensibili o il sogno di pochi eroici idealisti”. Resta aperta anche la richiesta dei promotori di una Commissione parlamentare d’inchiesta che accerti le responsabilità della morte del cooperante. “Se la nostra iniziativa potrà mobilitare le coscienze dei cittadini in questa direzione, avremo davvero fatto qualcosa di buono per la sua memoria, per la sua famiglia, per noi tutti.” XVIII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: il programma La giornata di apertura è lunedì 9 novembre allo Spazio Comunale Piazza Forcella (via della Vicaria Vecchia, 23). Alle 17.45 saranno presentati il trailer, il programma e gli Eventi Internazionali dell’edizione. Seguirà la relazione di Luciano Carrino, psichiatra formatosi accanto a Franco Basaglia negli anni del superamento dei manicomi e poi per decenni responsabile dei programmi multilaterali di Sviluppo Umano realizzati dall’Italia con le Nazioni Unite in Africa, nel Mediterraneo, in America Latina e nell’Est europeo. Alle 19 sarà presentato il concorso cinematografico, che darà il via alle prime proiezioni. Il filone dedicato allo Sviluppo Umano entra nel vivo martedì 10 novembre alle 16, nell’Aula Conferenze di Palazzo Corigliano, sede dell’Università L’Orientale (piazza San Domenico Maggiore, 12), con l’intervento di Khalid Malik, in collegamento da Austin (Texas), dal titolo “People First, Sustaining Peace and Prosperity.” Sotto la sua direzione l’UNDP ha pubblicato i Rapporti sullo Sviluppo Umano del 2013 e del 2014. In precedenza Malik ha guidato per sette anni il sistema delle Nazioni Unite in Cina come Coordinatore residente. Mercoledì 11 novembre alle 10.30 il dibattito si sposta nell’Aula Cicala del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Federico II (corso Umberto I, 40) per l’incontro con Andrea Tamagnini, cofondatore e coordinatore del Forum UN Italia, al quale partecipano due docenti della Federico II, Loris Marotti e Salvatore Boccagna. Giovedì 12 novembre è la giornata dedicata alla Società Civile. Al mattino, dalle 9 alle 12.30 al Cinema Vittoria (via Maurizio de Vito Piscicelli, 8), Vittorio Agnoletto incontrerà gli studenti medi con “Un altro mondo è possibile e necessario. Ora”, titolo che riprende la tesi del suo ultimo libro sul G8 di Genova, a venticinque anni dal luglio 2001. Alle 15, a Piazza Forcella, il confronto prosegue con “Un altro mondo è urgente. Proviamo a costruirlo insieme”, con Agnoletto e l’avvocato Maurizio Montalto, già commissario straordinario di ABC Acqua Bene Comune Napoli. In serata, sempre a Forcella, si assegna il Premio per la Pace dell’Ambasciata di Svizzera in Italia: alla proiezione dei film finalisti assisterà la delegazione dell’Ambasciata Svizzera in Italia guidata dalla Vice Capo Missione Anna Russo Mattei. Seguiranno la premiazione e l’incontro con il regista vincitore. Venerdì 13 novembre alle 10 lo Spazio Forcella ospita l’assegnazione del Premio Youth. I film finalisti saranno proiettati e votati in sala, poi ci sarà il collegamento con il regista premiato. Ospite d’onore della mattinata sarà una delegazione dell’Ambasciata di Svizzera. Lunedì 16 novembre alle 9.30, nell’Aula Z3 della Federico II (via Mezzocannone, 8), al Festival è di scena lo Sviluppo Umano Integrale. Ne discuteranno Paolo Ricci, docente di Public Accountability alla Federico II, e Mauro Sciarelli, docente di Economia e Gestione delle imprese, in dialogo con don Gennaro Matino. Giovedì 19 novembre alle 15, ancora nell’Aula Conferenze di Palazzo Corigliano, è la volta dello Sviluppo Sostenibile. Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University e presidente della Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, interverrà in collegamento da Pechino. Dialogherà con Luigi Daniele, docente di diritto dei conflitti armati e diritto internazionale umanitario alla Nottingham Law School, e Fabio Alberti, pacifista e storico fondatore della Ong Un Ponte Per. La giornata di chiusura è venerdì 20 novembre a Piazza Forcella. Alle 17.45 saranno presentate le giurie e assegnati i premi DOC, SHORT, FICC e Mario Paciolla, insieme alle menzioni Platea Diffusa e Arrigoni/Mer Khamis, con il collegamento con i registi vincitori. Alle 20 il concerto di Alessandro Parente, autore della colonna sonora del trailer del Festival, chiuderà la manifestazione. XVIII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: il concorso cinematografico Sono 36 i film ammessi al concorso cinematografico, sotto il coordinamento di Mario Leombruno. Sono stati scelti tra oltre 330 opere arrivate da 70 nazioni e sono suddivisi in quattro sezioni: Human Rights Doc, Human Rights Short, Human Rights Youth e Premio per la Pace dell’Ambasciata di Svizzera in Italia. La giuria di esperti chiamata ad assegnare i premi Doc e Short è composta da tre nomi. Il primo è Tommaso D’Elia, documentarista e filmmaker con oltre cento lavori all’attivo dal 1990 a oggi, tra cui “Nata da un sogno – Mediterranea Saving Humans”. La seconda è Nancy Porsia, giornalista e documentarista esperta di Medio Oriente e Nordafrica, unica giornalista italiana di stanza in Libia dalla fine della Rivoluzione al 2016. La terza è Raha Shirazi, regista e sceneggiatrice iraniano-canadese, il cui documentario “A War on Women” ha ricevuto il Fearless Wahine Award al Doc Edge International Film Festival. Le proiezioni, a ingresso gratuito, si terranno allo Spazio Comunale Piazza Forcella, quando possibile alla presenza degli autori. Si svolgeranno dal 9 al 18 novembre, domenica 15 esclusa, dalle 17.45 alle 21; la sera dell’apertura inizieranno alle 19.15. Il calendario completo delle proiezioni sarà disponibile su www.cinenapolidiritti.it. XVIII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: informazioni utili Il XVIII Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è promosso dall’Associazione Cinema e Diritti con il contributo di Regione Campania, Film Commission Regione Campania, Comune di Napoli e Università L’Orientale. Si svolge in collaborazione con l’Università Federico II e con il patrocinio e il sostegno della Confederazione Elvetica e dell’Ambasciata di Svizzera in Italia. Il Festival aderisce dal 2009 alla Human Rights Film Network, rete patrocinata da Amnesty International e gode del sostegno di Banca Etica, Un Ponte Per, Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC) ed Expoitaly. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito ufficiale della manifestazione www.cinenapolidiritti.it e sulla pagina Facebook Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.     Redazione Napoli
November 3, 2026
Pressenza
Onda Anomala: L’impatto dell’industria della guerra sul clima, l’ecocidio che distrugge la Terra
“Onda Anomala” notizie eventi e movimenti dal clima che cambia, trasmissione quindicinale in onda il martedì alle 18.45 all’interno della “Cassetta degli attrezzi” e in replica il giorno seguente alle 6.30. Nella puntata di oggi parliamo delle emissioni di gas serra prodotte dall’industria della guerra. Lo facciamo prima con Stefania Divertito giornalista e autrice del libro “Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra” e poi con Serena Tarabini che sull’ultimo numero dell’Extraterrestre ha scritto un articolo sul tema dal titolo “Omissioni militari sul clima, cose turche da Ankara”. Si stima che le forze armate e l’industria degli armamenti a livello mondiale siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Se il settore militare globale fosse uno Stato, avrebbe la quarta impronta di carbonio al mondo, dopo Cina, Stati Uniti e India. Storicamente, le emissioni militari sono state a lungo escluse o scarsamente tracciate negli accordi climatici internazionali (come gli accordi di Parigi) a causa della segretezza legata alla difesa. Onda Anomala del 3 novembre Ascolta o scarica  In Guerra e clima Stefania Divertito esplora e racconta l’impatto ambientale a lungo termine dei conflitti e le iniziative messe in campo per affrontarlo e contrastarlo. Il suo è un reportage che attraversa le epoche e i continenti per andare al cuore di una questione da troppo tempo ignorata e nascosta: dalla piana di Verdun, dove il suolo conserva ancora livelli altissimi di arsenico a oltre un secolo dalla Prima guerra mondiale, a Gaza, dove bombe e detriti tossici hanno distrutto il 97% delle colture arboree; dalle foreste del Vietnam, segnate dall’irrorazione dell’«agente arancio», alla pioggia nera caduta su Teheran nel marzo 2026; dalle ricerche che misurano i danni ambientali e climatici dei conflitti all’accusa di «ecocidio» avanzata dalla procura di Kiev, fino ai programmi di bonifica e risarcimento per perseguire un autentico «disarmo climatico» a livello globale. Intervista a Stefania Divertito Ascolta o scarica  Nonostante la crescente attenzione rivolta al tema della sicurezza climatica l’impatto delle attività delle forze armate sulle emissioni rimane un aspetto molto poco studiato. Inoltre i Governi forniscono dati mancanti o incompleti. Clamoroso il caso della Turchia , il paese che ospita la Cop31 dal 9 al 20 novembre sul clima, nel 2024 ha investito 25 miliardi di dollari in armamenti senza comunicare nessun dato sulle emissioni. Intervista a Serena Tarabini Ascolta o scarica       
November 3, 2026
Radio Onda d`Urto
4 Novembre, una trentina di piazze mobilitate e un convegno contro la retorica nazionalista e la propaganda dell’esercito
Ogni anno il 4 novembre, “giornata dell’unità nazionale e delle forze armate”, diventa un’occasione di militarizzazione delle scuole, con iniziative come alzabandiera e propaganda dell’esercito. Da diversi anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università organizza iniziative di protesta: mercoledì già 29 piazze sono attese, diverse di queste (come quella di Brescia) sono state oggetto di restrizioni o modifiche per decisione della questura. La mattina un convegno di formazione, on line, permetterà a oltre un migliaio di insegnanti di non partecipare alle iniziative di retorica nazionalista. “A Brescia avevamo chiesto da tempo di fare la nostra iniziativa in piazza Vittoria“, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Luca Alberti Archetti dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università, “ci hanno spostato in largo Formentone perché a distanza di ore ci sarà un’iniziativa che celebra ‘il giorno degli eroi’ firmata Brescia Identitaria”. Le motivazioni delle proteste contro i festeggiamenti del 4 novembre e la presentazione delle iniziative dell’Osservatorio con Luca Alberti Archetti, dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università. Ascolta o scarica
November 3, 2026
Radio Onda d`Urto
FORTE DOPPIAH vol.2
GIOVEDì 5 NOVEMBRE 2026 Pub12detutto presenta: Forte DoppiaH vol.2 Una serata Hip-Hop tra vinili, super selezioni e rime affilate.  Warmup: Gorilla Spike - Domedee - B+N Live Showcase: Colli Dalle 22.00 alle 2.00
A 60 anni dall’alluvione dell’Arno
Indagine sul rischio idraulico in Toscana – di Lorenzo Pedretti (*) ** Nei primi giorni di novembre del 1966 si verificò una delle peggiori alluvioni della storia italiana, travolgendo letteralmente la Regione. Le vittime furono 47 di cui 38 a Firenze e provincia, per un’incalcolabile distruzione materiale. L’anniversario ci riporta ai giorni nostri, costringendoci ad analizzare le principali vulnerabilità del
November 3, 2026
La Bottega del Barbieri
Ylias Abu Safyia e la capacità mistificatrice della destra
Sui giornali di destra, tutti asserviti, ormai non si riesce a trovare una notizia vera, ma solo mistificazione della realtà. Giovedì 29 ottobre presso la Sala Stampa della Camera del Deputati, per sensibilizzare l’Italia tutta sulla sorte del dottor Hussam Abu Safyia e dei sanitari palestinesi imprigionati ingiustamente, senza capi d’accusa, ma con fermo amministrativo rinnovato ogni 6 mesi, l’onorevole Stefania Ascari è stata promotrice di una conferenza stampa ospitando il dottor Ylias Abu Safyia, figlio del pediatra capo dipartimento dell’Ospedale Kamal Adwan di Gaza, bombardato nel dicembre del 2024 e da allora in prigione perché ha avuto l’ardire di non abbandonare i piccoli 170 pazienti ricoverati! Ebbene, poiché Ilyas ha osato rivolgersi a Giorgia Meloni sia come politico, sia come madre chiamando in causa il suo lato umano, esprimendo il desiderio di abbracciare il padre e quindi chiedendole di intercedere presso il governo israeliano per fare sì che questo desiderio si possa realizzare, ecco che è partita la gogna mediatica verso Ylias e verso l’onorevole Ascari. Come si è permessa la Ascari di ospitare un arabo che parla in arabo alla Camera e che osa rivolgersi alla Meloni nominando la figlia? Senza nemmeno capire che Ginevra è stata nominata in quanto porta un nome importante,  quello  della città che prevede una famosa Convenzione, di Ginevra appunto, in cui è stabilito agli articoli 18-22, che in un conflitto il personale sanitario non deve essere colpito, ma anzi salvaguardato! La gogna mediatica di questo tipo denota un’assoluta mancanza di umanità ed è questa la caratteristica di tutte le destre del mondo. Come medico della Rete Sanitari per Gaza, ero presente alla conferenza stampa e alla consegna del premio Gianni Rufini per i Diritti Umani, all’Università Roma 3, assegnato quest’ anno al dottor Hussam Abu Safyia. Posso solo dire che abbracciare il figlio del collega è stato emozionante e spero proprio che presto si riuscirà ad abbracciare tutti i sanitari palestinesi ingiustamente imprigionati. Torniamo umani. Francesca Anna Perri
November 3, 2026
Pressenza
Dopo 28 anni e 50mila chilometri a piedi, il britannico Karl Bushby torna a casa
Il britannico Karl Bushby ha concluso lunedì 2 novembre il giro del mondo a piedi iniziato 28 anni prima in Cile. Il viaggio è finito davanti alla casa della madre, Angela, a Hull, città portuale del nord-est dell’Inghilterra. Ex paracadutista dell’esercito britannico, Bushby ha 57 anni. Era partito a 29, il primo novembre 1998, da Punta Arenas, all’estremità meridionale del Sudamerica. Da allora, avrebbe percorso circa 50mila chilometri attraverso quattro continenti e 30 Paesi. Prima di arrivare dalla madre, che non vedeva da dieci anni, è stato accolto con una cerimonia al municipio. Poi ha attraversato la città spingendo il carrello a due ruote con il suo equipaggiamento, circondato dalla folla. «Dicono che ci voglia un villaggio, ma a me è servito letteralmente un mondo per arrivare qui», ha detto ai presenti. «Non ce l’ho fatta da solo. C’era una grande squadra. La squadra più grande di tutte: la Terra». Il viaggio, battezzato Goliath Expedition, si reggeva su due regole che Bushby si era imposto. La prima: avanzare solo con le proprie gambe, senza alcun mezzo di trasporto. La seconda: non tornare a casa prima della fine, nemmeno in caso di lutti in famiglia. Così ha superato a piedi o a nuoto tratti che chiunque altro avrebbe attraversato in barca o in aereo. Nel 2001 ha attraversato il Darién, la regione di giungla senza strade al confine tra Colombia e Panama. Subito dopo, a Panama, è stato detenuto per 18 giorni per essere entrato in una zona di frontiera vietata. Nel 2006, insieme a un altro esploratore, ha percorso circa 90 chilometri di ghiaccio sullo Stretto di Bering, il braccio di mare che separa l’Alaska dalla Russia. All’arrivo i due sono stati fermati e hanno rischiato l’espulsione per essere entrati illegalmente nel Paese. I visti russi lo hanno bloccato per quasi dieci anni. Dopo un rifiuto, nel 2012 ha marciato per protesta da Los Angeles fino all’ambasciata russa a Washington, e alla fine ha ottenuto i documenti. Per aggirare la guerra in Ucraina ha poi attraversato per 31 giorni nel Mar Caspio, il grande bacino chiuso tra Asia centrale e Caucaso, nuotando di giorno e dormendo su imbarcazioni di sicurezza che accompagnavano il suo viaggio di notte. L’ultimo ostacolo è stata la Manica. Secondo la BBC, gli è stato negato il passaggio a piedi nella galleria di servizio del tunnel sottomarino. Il 5 ottobre, riferisce il sito della spedizione, è approdato a nuoto su una spiaggia vicino a Dover, a circa 400 chilometri da Hull. All’inizio Bushby pensava di farcela in cinque anni. «Mai, nemmeno nei sogni più folli, avremmo immaginato 28 anni», ha detto. L’idea era nata a metà degli anni Novanta da un biglietto di compleanno del padre, Keith, anche lui veterano dell’esercito. Nel biglietto raccontava una discussione tra militari: si poteva andare a piedi da Londra a New York passando per lo Stretto di Bering? Dopo il ritorno era previsto l’incontro con il figlio Adam, visto solo poche volte in questi anni, e con la nipote di 12 anni, che non aveva mai conosciuto. Il rientro, però, non è semplice. «Sono a casa, ma non è più la casa a cui ero abituato da tanto tempo. È una sensazione strana. Mi sento quasi in colpa», ha raccontato a CBS News. «È come se ormai altre parti del mondo fossero più casa mia». Dopo 28 anni sempre in cammino, ha detto, ora dovrà fare i conti con qualcosa di nuovo e strano: restare fermo. The post Dopo 28 anni e 50mila chilometri a piedi, il britannico Karl Bushby torna a casa appeared first on L'Indipendente.
November 3, 2026
L'INDIPENDENTE

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