«Non ci fate paura»: l’indagine sui medici è un attacco a chi difende i diritti nei CPR
Premetto che questo articolo lo scrivo spogliandomi della mia veste professionale per parlare da semplice cittadino. Non posso e non voglio assistere con indifferenza all’indegno attacco alla libertà e ai diritti che viene perpetrato in queste ore, in questi giorni, anzi, ormai da settimane e mesi, ai danni dei medici che non si sono allineati alle imposizioni della polizia e del ministero. Si tratta di un attacco preordinato e ben studiato (se non fosse così, le coincidenze sarebbero sorprendenti) che coinvolge politica, stampa e magistratura. Un’indagine spettacolare diretta a colpirei medici che non hanno rilasciato la certificazione medica per l’ingresso dei migranti nei CPR (certificato di idoneità), riscontrando situazioni di salute nei pazienti loro sottoposti incompatibili con la vita ristretta in un Centro di Permanenze per i Rimpatri. In effetti, per chi è abituato a considerare il migrante come un pacco postale da spedire in questo o in quel CPR, la cura e l’attenzione per la sua salute appare un orpello non necessario. Così, i medici indagati avrebbero compiuti il grave crimine di considerare i migranti condotti al loro cospetto come esseri umani, riservando loro cure e attenzione. Sarebbero stati troppo diligenti mettendo così in crisi la macchina amministrativa diabolica messa in piedi per produrre numeri da offrire al Ministero a fine anno da utilizzare in campagna elettorale. In questa indagine paradossale il criminale non è infatti il medico che impiega cinque minuti per rilasciare in certificato di idoneità. Il delinquente non è il medico che di fronte ad una condizione medica di fragilità si volta dall’altra parte. Il vero colpevole è chi ha fatto ricorso al proprio codice deontologico non cedendo alle pressioni indebite delle Questure e delle forze di polizia. Pressioni indebite sui medici (o direttamente sui direttori sanitari) per rimettere in riga le pecorelle smarrite. L’indagine della procura di Ravenna rappresenta un attacco diretto a chi ha messo in crisi il sistema della detenzione amministrativa e il sistema CPR nel pieno rispetto della legge, anzi, chiedendo che la legge venisse rispettata. Un attacco contro la libertà e l’indipendenza dei medici anche e soprattutto dalle ingerenze indebite di apparati dello Stato che vorrebbero instaurare uno “stato di polizia”. Il vero destinatario di questa indagine non è il singolo medico, a cui va tutta la solidarietà e la vicinanza, ma la campagna lanciata alcuni anni fa contro i CPR. Allora dobbiamo domandarci: chi sarà il prossimo? Quale categoria verrà colpita al prossimo giro di giostra? Saranno le associazioni o gli avvocati? Dobbiamo farci queste domande perché in questo sistema siamo tutti coinvolti in qualche modo. Spesso si è parlato di emergenza democratica nel nostro Paese. Forse abbiamo anche abusato di queste parole. Ma, in questo preciso momento, è innegabile che l’aria che tira è molto brutta. Quando si piegano gli strumenti giuridici per raggiungere scopi politici, quando si tritano le vite delle persone per dimostrare chi comanda, quando lo Stato che dovrebbe servire e tutelare i cittadini diviene uno strumento di repressione, non ci sono troppe parole da utilizzare, ma il pericolo che si corre è chiaro. Allora, tutti dobbiamo sentirci chiamati in causa e tutti dobbiamo impegnarci per demolire questo tentativo di demonizzare chi ha compiuto il proprio lavoro in scienza e coscienza e nel rispetto delle regole deontologiche. Impegnarsi per restituire dignità a chi è colpevole di aver volturo “curare” e non scacciare. Medici che hanno rispettato la loro missione nel senso più profondo perché non possiamo dimenticare che “curare” vuol dire avere una preoccupazione profonda, una attenzione, quindi, anche dedicarsi all’altro. Se il messaggio lanciato dall’indagine di Ravenna è molto chiaro: “State lontani dai CPR. Fate attenzione e non metteteci i bastoni tra le ruote. Se lo fate, vi schiacciamo”. La risposta deve essere altrettanto chiara: non ci fate paura. Come testimone diretto di quello che accade nei CPR, delle distorsioni del sistema amministrativo, giuridico e sanitario determinate dalla detenzione amministrativa, tutto quello che sta accadendo è inaccettabile e provo un profondo senso di disgusto. Ma questo disgusto, questa profonda amarezza si sconfigge soltanto impegnandosi con ancora più decisione e forza contro questo sistema e contro ogni forma di sfruttamento, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia.
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Fake Week a Milano, l’inganno green è finito
Dal primo flash mob del 2022 la Fake Week dei Comitati, delle realtà di base, dei centri sociali, di chi non ha più voglia di lasciarsi intontire dalla spericolata propaganda di un’amministrazione comunale daltonica, che vede verde dove c’è solo grigio; strabica, che vede alberi dove ci sono stecchini; orba, che non si accorge che 400.000 milanesi se ne sono andati ritorna alla grande anche quest’anno con un programma ricco di presenze, eventi, esperienze, idee, parole sensate, obiettivi razionali, amore per la città. Ci accompagneranno, lungo tutto il percorso che durerà 2 week end, tecnici, esperti, attivisti, testimoni, giornalisti e tanti cittadini e cittadine che quotidianamente sperimentano la distanza abissale tra la Milano che attrae capitali e quella che respinge persone, tra la Milano dei grandi fondi internazionali e quella di chi tira la carretta, tra la Milano che privatizza anche l’aria e quella dove i beni comuni sono un ricordo sbiadito. Quattro giorni per raccontare la Milano del “rito ambrosiano”, dei parchi sfregiati dalle torri, dei boschi e dei terreni minacciati dall’onda grigia, dello stadio iconico condannato a morte, delle piazze roventi, del cuore arido. Ridiamo cuore, corpo, Intelligenza Umana a Milano. Siamo il popolo verde, di rabbia e di speranza. La città è di tutti e di tutte. E’ anche nostra. E’ anche tua. RETE DEI COMITATI DELLA CITTA’ METROPOLITANA DI MILANO REALIZZATA INSIEME A: ForestaMI e poi DimenticaMI? · Stop al Consumo di Suolo · Cantiere · Le Sberle · San Siro Città Pubblica · Lercio · Share Radio Rete dei comitati della Città Metropolitana di Milano: Associazione Parco Piazza d’Armi-Le Giardiniere, Azioniamo, Baiamonti Verde Comune, Comitato Difesa Ambiente Zona 5, Comitato Cittadini per Piazza d’Armi, Comitato Coordinamento San Siro, Comitato la Goccia, Comitato Milanese Acquapubblica, Comitato popolare per la difesa del bosco di via Falk, Comitato Torre di Via Stresa-Torre Insostenibile, Comitato Vaiano Valle Respira, Coordinamento Tutela Parco Ovest, No asfalto tutela strade lastricate, Proteggiamo il Monte Stella, Salviamo Benedetto Marcello, Salviamo il Pratone, Associazione Greensando QUATTRO GIORNI PER SMASCHERARE LA MILANO GREEN.  PROGRAMMA: SABATO 19 SETTEMBRE SAN SIRO Il verde è pregato di fare spazio allo stadio Ore 15:00 · MM5 San Siro Stadio Ore 18:00 · via Monte Rosa 84 DOMENICA 20 SETTEMBRE PIAZZA D’ARMI · PARCO DELLE CAVE · BOSCO FALCK Il verde che non deve disturbare Ore 10:00 · via Alessio Olivieri 78 Ore 15:00 · via Enrico Falck 28 SABATO 26 SETTEMBRE MILANO SUD · VAIANO VALLE Torri, cemento, metro: la città avanza, il verde arretra? Ore 10:00 · Piazza Angilberto II DOMENICA 27 SETTEMBRE MILANO ROVENTE Cemento, ma rigorosamente green Ore 15:00 · Piazza San Babila ore 18:00 – GRAN FINALE: FLASH MOB La Fake Week si chiuderà con un flash mob a cura di Forestami e Dimenticami. Perché quando la città è rovente, forse è arrivato il momento di smettere di raccontarcela verde. Per aggiornamenti, eventuali variazioni del programma e comunicazioni dell’ultimo minuto seguici sulla pagina Facebook della Rete dei Comitati della Città Metropolitana di Milano oppure contattaci via mail a cittadinicomitati@gmail.com.   Redazione Milano
September 17, 2026
Pressenza
L’oro nero del Sulcis.
Data center a Nuraxi Figus: grandi cifre ma scarse certezze “quelle cose umidicce usate dagli hardware: gli esseri umani.” Riprendiamo da Sardegna Oltre l’intervista di Lisa Ferreli a Francesco Micozzi sul Data Center da realizzare in Sardegna, nell’ex miniera di Nuraxi Figus, Sulcis.   L’oro nero del Sulcis. Sul data center a Nuraxi Figus grandi cifre ma scarse certezze   Lisa
September 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di SplitShire su Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- A fine ottobre si conclude “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, il progetto promosso dall’associazione Maschile plurale insieme e due realtà responsabili di “Centri per uomini autori di violenza”, Cambiamenti di Pescara e Centro Famiglie di Catania. Abbiamo rivolto alcune domande a Massimiliano Sfregola, tra i coordinatori di questo insolito progetto di prevenzione e formazione sulla violenza di genere. “Prima che sia tardi” è un progetto che lega prevenzione, ricerca e formazione sulla violenza di genere fuori dalla sintassi del sistema penale. A che punto si trova questo percorso? Siamo in dirittura di arrivo ma le cose da fare sono ancora tantissime. La parte per me più interessante del progetto è stata la creazione e l’attivazione di una rete per gli uomini in crisi. È un’attività incredibilmente articolata e ampia di prevenzione primaria che in Italia non è mai stata tentata: intercettare uomini in occasione di eventi che da letteratura ed esperienza possono concorrere a scatenare agiti violenti: malattia, perdita di lavoro, separazioni conflittuali, paternità non matura o indesiderata… In seguito il progetto prevede di indirizzare questi uomini verso luoghi sicuri in cui poter condividere in maniera non giudicante il loro vissuto, disattivando un potenziale distruttivo per sé stessi o per altri e altre.  Dodici mesi, per questa tranche di progetto sono solo un inizio: immagina di dover trovare i “nodi” di questa rete, cioè i luoghi fisici in cui questi uomini, in una determinata situazione di crisi, possono trovarsi: potrebbe essere un centro per l’impiego per l’uomo che perde il lavoro; uno studio medico per quello che ha una malattia o che ha un parente in necessità; i consultori per i neo-padri… Immagina poi di dover interloquire per coinvolgere i responsabili di questi “nodi” che a loro volta dovranno coinvolgere e motivare il personale; sarà poi il momento di dover formare questo personale a entrare in contatto con un uomo potenzialmente in crisi. E come lo faranno? Considera che loro sono lì per fare tutt’altro e non hanno strumenti di alcun tipo per leggere ed interpretare questi fenomeni e ancora meno hanno il mandato per intervenire in alcun modo, quindi si dovrà calibrare una formazione molto precisa e puntuale, con risposte e schemi di azione con margini ben precisi: si tratterà a tutti gli effetti di suggerire e indirizzare gli uomini interessati che riconoscono di avere dei problemi, non ancora sfociati in violenza, verso i servizi di ascolto, condivisione e supporto professionale, psicologico ma non solo, dei nostri due partner di progetto. E, a chiusura del cerchio ci devono essere dei momenti di monitoraggio continuo della rete per capire cosa sta funzionando e cosa no e come fare per migliorare. Tutto questo, nella realtà quotidiana, è incredibilmente più complicato di quello che pensavamo mentre immaginavamo cosa fare e come farlo e quindi le nostre speranze sono che il “format” attecchisca altrove in modo da ampliare sempre di più questo intreccio di soggetti e di esperienza pratica, da stimolare l’interesse dei soggetti pubblici, che sono gli unici a poter fornire un supporto territoriale, materiale e politico veramente diffuso ed efficace per fare davvero prevenzione primaria, e in modo anche da poter reperire risorse o partenariati adeguati. Un elemento importante nel progetto è il fatto che numerosi autori di violenza, prima delle azioni violente, incrociano spesso alcuni servizi territoriali in occasione di crisi lavorative, relazionali, personali, senza che questi servizi siano in grado di individuare i rischi della violenza. Che tipo di relazioni con i territori sono state cercate dalle realtà partner del progetto? Le due associazioni partner del progetto si sono spese in maniera incredibile per coinvolgere sia professionisti e soggetti a loro già conosciuti ma anche per creare un effetto a cascata tramite una forma elaborata di passaparola che servisse a incuriosire e interessare potenziali nodi territoriali che non conoscevano le due associazioni. Entrambe poi si sono dovute raccontare all’esterno non come “il posto degli uomini violenti” ma come uno spazio dove ogni uomo, in qualsiasi momento, può andare ed essere accolto, ascoltato, supportato e creduto nella sua richiesta di aiuto così come nel suo desiderio e nella sua volontà di cambiamento, senza giudizi su cosa ha pensato, detto o fatto. Col senno di poi abbiamo capito che è un’operazione incredibilmente complessa in cui le “strutture intermedie” sono fondamentali: gli ordini professionali, i municipi, le associazioni di categoria sono, dal punto di vista pratico, dei volani che permettono di ridurre lo sforzo e aumentare l’efficacia. Senza dimenticare che una parte critica di questo lavoro è stata convincere le persone dei nodi a fare le cose: in ottica imprenditoriale, un soggetto privato per quale motivo dovrebbe dedicare le proprie risorse a qualcosa che esula dall'”oggetto sociale” e per cui non c’è remunerazione? Quella delle risorse e della motivazione è stata, e continua ad essere, una sfida incredibilmente ardua in cui la presenza delle Istituzioni, spesso solo di facciata e di rappresentanza, così come la loro assenza è troppo spesso sottostimata. Nell’esperienza dell’associazione Maschile plurale, quali altri strumenti sono ritenuti importanti per favorire oggi percorsi di incontro e trasformazione del maschile? Ce ne sono moltissimi. Considera che il lavoro sulle maschilità, preferiamo chiamarle così per dare maggior respiro e profondità al tema e alle esperienze personali, attira l’attenzione e la consapevolezza del grande pubblico quasi esclusivamente quando c’è un fatto di cronaca, di solito un femminicidio. Sappiamo per esperienza e pratica di decenni che non c’è solo quello: la dimensione della “violenza di genere”  è una priorità imprescindibile ma se restiamo schiacciati, intrappolati su quella, perdiamo la visione complessiva e la speranza di cambiamento. Ci sono nuovi modelli di paternità e genitorialità che ormai stanno emergendo e ci sono dei gruppi di uomini che si incontrano proprio per stare dentro queste esperienze, raccontarle e condividerle. Ci sono nuovi e diversi modi di intendere e vivere le amicizie, dello stare insieme fra uomini non più e non solo intese come una sorta di fortino cameratesco dove l’espressività fisica e affettiva è impacciata, limitata alla pacca sulla spalla o alla stretta di mano virile. E di nuovo, anche qui, gruppi di uomini eterogenei per esperienze, età, provenienze si stanno incontrando e creando spazi in cui portare queste cose, anche le più crude, atroci e apparentemente irrisolvibili, per provare a raccontarle, a dar loro un nome e delle forme, per vederle con occhi nuovi e contaminarle con altre esperienze, prospettive, novità. Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo e vivere delle relazioni affettive, amicali, lavorative, familiari serene, equilibrate e vitali. Ci sono delle occasioni molto potenti di creazione ed elaborazione politica in cui, traendo spunto e ispirazioni dalle amiche femministe, parlando fra noi e di noi, esponendoci come “socializzati uomini” in una società che ancora pretende e chiede azioni e reazioni stereotipate, facciamo del nostro corpo e della nostra esperienza un laboratorio vivente e una testimonianza itinerante di cambiamento, di crisi, di messa in discussione e anche di resistenza a tutte le risposte facili o aggressive e le derive reazionarie, sempre più forti e spaventevoli, che ci vorrebbero a sbattere il pugno sul tavolo per ritrovarci “soli e al comando”. Questa disperata solitudine di chi, “a mali estremi” “affonda con la sua nave”, senza mai chiedersi cosa ha causato l’affondamento o chi c’è su quella nave, questo “non dover chiedere mai” che porta a pretendere e prendere le cose, le persone, le relazioni con la sola forza, o a separarsene con una forza violenta contraria e maggiore, tutto questo non ci è mai andato bene, già da quando eravamo o ci sentivamo isolati nella comunità degli altri maschi. Ma se prima questa non conformità ai modelli stereotipati la vivevamo nel disagio ma nel silenzio o con una adesione faticosa e patologica ad un brutale e triste modello di “vero uomo”, adesso, con maggiori strumenti di consapevolezza, con percorsi di elaborazione più strutturata, con l’ausilio di luoghi fisici in cui permettere tutto questo, in un contesto storico e politico che pretende un ritorno a una distopia patriarcale, mediterranea o teutone o di qualsiasi latitudine poco conta, la rigettiamo totalmente con serena determinazione. Insieme abbiamo visto che altro si può fare e altro si può avere e in quella direzione stiamo andando. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo proviene da Comune-info.
September 17, 2026
Comune-info
Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta. I dati dell’ISTAT
Il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari a circa 3 milioni e l’11,4% delle straniere di questa stessa età, oltre 244mila donne, dichiarano di aver subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, violenze che si sono verificate soprattutto da parte di persone conosciute o in ambito familiare. Tra le straniere il dato più elevato si riscontra tra le rifugiate (22,4%, pari a 7mila 260 donne); le romene hanno un dato simile alle italiane (14,6%, corrispondente a 71mila 800 donne), seguite dalle donne filippine (12,0%, 8mila 800). In particolare, l’8,2% (poco meno di 1 milione e 650mila) delle donne italiane e il 3,4% (circa 72mila 700) delle straniere hanno subìto almeno una violenza sessuale prima dei 16 anni. Il 7,2% delle italiane e il 2,8% delle straniere ha subìto contatti indesiderati nelle aree intime del corpo, ma quando la violenza sessuale si fa più grave la frequenza si riduce e le differenze tra italiane e straniere si attenuano. Ad esempio, quote pari al 2,1% delle italiane e all’1,8% delle straniere sono state costrette a toccare le parti intime di qualcuno, con una frequenza maggiore per le romene e le donne rifugiate. Parenti, amici e amici di famiglia costituiscono la maggiore parte degli autori, quasi tutti di sesso maschile. La violenza sessuale agita da familiari è più rara, ma quando accade si ripete con più frequenza. Più del 58% delle vittime, da piccola, non ha parlato con nessuno delle violenze subite. La maggior parte degli episodi di violenza sessuale si verifica tra gli 11 e i 16 anni, ma l’8,2% delle vittime italiane colloca il primo episodio prima dei 6 anni. Circa il 9% delle donne ha subìto violenze fisiche prima dei 16 anni (9,2% delle italiane pari a 1 milione e 847mila; il 9,6% delle straniere, oltre 206mila). Le forme più diffuse sono le spinte, gli strattonamenti e gli schiaffi, subiti prima dei 16 anni dall’8,1% delle donne italiane e dal 9,3% delle donne straniere; le forme più gravi, essere colpite violentemente, prese a calci, percosse con oggetti, bruciate o ferite con un’arma, hanno riguardato il 3,1% delle italiane e il 3,3% delle straniere. La violenza più grave è soprattutto per mano dei genitori. Il 4,3% delle donne italiane e il 4,6% delle straniere hanno subìto sempre o spesso umiliazioni o denigrazioni prima dei 16 anni; per le prime è più spesso la madre ad averle perpetrate, per le seconde il padre. Alla violenza subìta si somma la violenza assistita: il 10,4% delle donne italiane e straniere ha assistito, durante l’infanzia, alle violenze verbali o fisiche tra i genitori, nonché alle umiliazioni e denigrazioni rivolte ai fratelli (10,3% per le italiane, 11,6% per le straniere). Vivere in un clima di violenza rende più vulnerabili: le donne che assistono alla violenza sia verbale sia fisica da piccole sono anche quelle che, sempre da piccole, hanno subìto più violenze fisiche e/o sessuali (quasi la metà per le italiane, poco meno di un terzo per le straniere). La quota di donne che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% per le italiane e al 27,4% per le straniere, quasi raddoppia se si sono subite violenze fisiche o sessuali anche da piccole (57,2% per le italiane e 56,8% per le straniere). Un dato del tutto simile a quello rilevato nel resto d’Europa. Sono soprattutto le violenze subite o assistite da piccole nella famiglia a peggiorare la situazione. Il dato più elevato si riscontra per le italiane quando è il padre ad avere usato violenza fisica nei confronti della figlia (68,2% tra le italiane, 65,6% per le straniere), per le straniere è maggiore il ruolo delle madri (88,1% contro il 64,4% per le italiane). Il 14,9% delle donne dai 16 ai 75 anni ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni (il 15,3% delle donne italiane e l’11,4% delle straniere). La violenza fisica interessa quote sostanzialmente analoghe nelle due popolazioni (9,2% tra le italiane e 9,6% tra le straniere), mentre quella sessuale è più frequente tra le italiane (8,2% contro 3,4%), che da giovani subiscono più di frequente molestie sessuali, rispetto alle straniere, esattamente come accade tra le donne adulte. L’ISTAT evidenzia come queste violenze siano perpetrate prevalentemente da persone conosciute dalla vittima, come accade per le violenze subite dalle donne dopo i 16 anni. Hanno infatti subìto violenza fisica e/o sessuale da parte di almeno una persona conosciuta (inclusi i familiari e i parenti) il 13,5% delle donne italiane e l’11,2% delle straniere, mentre le quote riferite a uno sconosciuto sono pari, rispettivamente, al 2,1% e allo 0,6%. Tra le persone conosciute assumono un ruolo rilevante i genitori, indicati dal 3,9% delle italiane e dal 4,3% delle straniere, in particolare il padre o patrigno (2,7% e 3,7%). Seguono altri familiari, amici, conoscenti di vista e altre figure, come gli insegnanti, il personale sanitario o i religiosi, con frequenze più contenute. La maggior parte delle ragazze e delle bambine non parla della violenza sessuale subìta: “Il silenzio sull’accaduto, si legge nel Report, rappresenta la situazione più frequente sia tra le italiane sia tra le straniere: rispettivamente il 58,4% e il 58,3% delle donne che hanno subìto violenza sessuale prima dei 16 anni dichiara di non averne parlato con nessuno al momento della violenza. Le italiane ne parlano di più con familiari o parenti (29,9%) e meno frequentemente con amici, compagni di scuola o vicini (10,8%); tra le straniere le quote sono pari, rispettivamente, al 25% e al 26,9%. Risulta invece molto limitato il ricorso alle istituzioni (polizia o servizi sanitari o sociali). A scuola, parlano con i professori e gli insegnanti circa l’1,9% delle straniere e il 2,6% delle italiane”. Qui l’indagine dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/09/REPORT_Violenza-contro-le-donne-dallinfanzia-alleta-adulta_Anno-2025.pdf Giovanni Caprio
September 17, 2026
Pressenza
Medici e CPR: «il morbo di Ravenna»
di Vito Totire (*). A seguire l’appuntamento on line promosso per il 17 settembre dalla Rete «No Cpr» CONTINUA LA PENOSA VICENDA DELLA RICERCA DEI COSIDDETTI “CERTIFICATI FALSI O IDEOLOGICI” IL «MORBO DI RAVENNA» HA MANIFESTATO METASTASI ? RISPONDIAMO ALLA REPRESSIONE INVITANDO LE ISTITIZIONI (TOTALI) ALLA LEGALITA’ … A CUI NON SONO ABITUATE Dall’inizio della vicenda ravennate poniamo il quesito:
September 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Non eroi, ma alleati: in quanto palestinesi, non dovremmo ignorare gli israeliani antisionisti.
Abraham e i suoi colleghi hanno accesso a documenti, testimonianze e fonti che noi palestinesi semplicemente non possediamo. Possono entrare in luoghi a noi preclusi. Possono dare voce al pilota, all’ufficiale, all’agente dei servizi segreti, all’operatore del sistema, al colono. Possono svelare il meccanismo dall’interno. Questo è un privilegio, ma ha un valore. Possiamo avvalerci … Leggi tutto "Non eroi, ma alleati: in quanto palestinesi, non dovremmo ignorare gli israeliani antisionisti." L'articolo Non eroi, ma alleati: in quanto palestinesi, non dovremmo ignorare gli israeliani antisionisti. proviene da Invictapalestina.
September 17, 2026
Invictapalestina
Accoglienza negata alle richiedenti asilo. Il TRGA di Trento dà ragione a sei donne: «La lista d’attesa non esclude l’inerzia»
Sei ordinanze cautelari condannano il silenzio del Commissariato del Governo. È un primo passo: la Prefettura ha ora quindici giorni per completare l’istruttoria. La rete di realtà solidali e antirazziste: «Vigileremo perché all’ordine del giudice segua l’accoglienza reale». Con sei ordinanze depositate l’11 settembre 2026, il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa (T.R.G.A.) di Trento ha accolto le istanze cautelari di sei donne richiedenti protezione internazionale – tra i 30 e i 50 anni, quattro provenienti dal Marocco, una dalla Turchia e una da El Salvador – rimaste per mesi fuori dal sistema di accoglienza nonostante avessero dichiarato la propria condizione di indigenza e l’assenza di un alloggio stabile. Le sei donne sono seguite dallo sportello di orientamento legale dell’Assemblea Antirazzista Trento e della scuola di italiano Libera la Parola, in collaborazione con Melting Pot Odv e lo sportello Casa per Tutt*, che si sono rivolti all’Avv. Giovanni Barbariol del Foro di Padova. Tra aprile e maggio 2026 avevano chiesto formalmente di accedere alle misure di accoglienza; il Commissariato del Governo si era limitato a comunicare il loro inserimento in una lista di attesa, subordinando l’ingresso alla “disponibilità di posti nel sistema di accoglienza”. Il T.R.G.A. ha stabilito che quella nota costituisce un inadempimento. L’inserimento in lista di attesa, scrive il Tribunale, “ha carattere meramente soprassessorio poiché non vale ad escludere l’inerzia lamentata con il ricorso avverso il silenzio”, secondo una giurisprudenza ormai consolidata (Consiglio di Stato, sez. III, 14 gennaio 2026, n. 302, che rinvia alla Corte di Giustizia UE, sez. III, 1° agosto 2025, C-97/24; T.A.R. Veneto n. 1274/2026; T.A.R. Lazio, sez. IV, 20 luglio 2026, n. 13304; T.A.R. Piemonte, sez. I, 27 maggio 2026, n. 1195). La nota, prosegue il giudice, è “priva di valenza provvedimentale ed inidonea a far ritenere assolto l’obbligo di provvedere”. Riconosciuti sia il fumus boni iuris del ricorso sia il periculum in mora, in quanto le ricorrenti sono prive di alloggio e di mezzi di sussistenza, il Tribunale ha ordinato all’Amministrazione di completare l’istruttoria per la verifica dei requisiti di accesso entro e non oltre quindici giorni. La rete di realtà solidali commenta: «È un primo passo da vigilare. Il giudice non ha ordinato l’ingresso immediato in accoglienza, ma al momento ha imposto al Commissariato del Governo di svolgere finalmente l’accertamento che ha eluso per mesi. La responsabilità, tuttavia, va allargata anche alla Provincia di Trento, considerata la regia che ha sulla gestione dei posti nel sistema di accoglienza. E la stessa indisponibilità di posti opposta alle richiedenti è il prodotto di una scelta politica precisa: l’accordo sottoscritto il 24 ottobre 2025 dal presidente Maurizio Fugatti e dal ministro Matteo Piantedosi baratta la costruzione di un CPR a Trento con il dimezzamento dei posti del sistema di accoglienza, ridotti da 700 a 350. Il taglio è già in corso – la Residenza Fersina è destinata allo svuotamento entro fine anno, i nuovi ingressi sono bloccati e centinaia di persone, tra cui donne e famiglie con minori, restano senza un tetto, oppure relegati in dormitori di bassa soglia infestati dalle cimici. Prima si tagliano i posti, poi si oppone alle persone richiedenti asilo l’assenza di quei posti: è il cortocircuito che il Tribunale, con queste decisioni, ha rifiutato di avallare. Sarà nostro compito verificare che a quell’ordine seguano fatti concreti, e non un nuovo rinvio con altro nome». «Ma questo risultato – prosegue la rete – è frutto, in primo luogo, della lotta delle ragazze e delle signore rimaste fuori dall’accoglienza, che da oltre tre anni denunciano, protestano e si organizzano per rivendicare un diritto a un tetto e a i mezzi di sussistenza previsti dalla normativa italiana. È frutto, in secondo luogo, di una rete solidale fatta di tante persone e realtà che le hanno affiancate». La rete solidale guarda immediatamente avanti: «Vogliamo estendere questa esperienza con una class action che comprenda anche i ragazzi richiedenti asilo lasciati fuori dall’accoglienza, che restano la categoria più esposta al rischio di finire in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Perché l’esclusione sistematica dall’accoglienza non è un disguido amministrativo: è la porta d’ingresso verso la detenzione e l’espulsione. Il diritto all’accoglienza si difende insieme: nelle aule dei tribunali e nelle strade». T.R.G.A. di Trento, ordinanza n. 41 dell’11 settembre 2026
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Porta d’accesso o avamposto? Uno sguardo alla crescente presenza di Israele a Cipro.
L’ondata di investimenti immobiliari e migrazioni israeliane sta rimodellando alcune zone di Cipro, innescando un dibattito più ampio sulle conseguenze a lungo termine. Fonte Sylvain Henry – 11 settembre 2026 Sulla costa meridionale di Cipro , i segni di una crescente presenza israeliana si fanno sempre più evidenti. Ci sono nuovi complessi residenziali destinati ad … Leggi tutto "Porta d’accesso o avamposto? Uno sguardo alla crescente presenza di Israele a Cipro." L'articolo Porta d’accesso o avamposto? Uno sguardo alla crescente presenza di Israele a Cipro. proviene da Invictapalestina.
September 17, 2026
Invictapalestina
La FED alza i tassi di interessi: è la prima volta in tre anni
La Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha deciso di alzare i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli tra il 3,75% e il 4%. Si tratta del primo rialzo dal luglio del 2023, approvato all’unanimità. Ha dunque votato a favore anche il nuovo presidente Kevin Warsh, scelto dallo stesso Trump, che ha esercitato pressioni per un loro taglio. I tassi di interesse sono il principale strumento attraverso cui la banca centrale influenza il costo del denaro e, di conseguenza, la domanda e l’inflazione. Un loro rialzo rende generalmente più costoso il credito, con possibili effetti su mutui, prestiti, consumi e investimenti. The post La FED alza i tassi di interessi: è la prima volta in tre anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 17, 2026
L'INDIPENDENTE

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