Note al rapporto Censis 2025 – di Gianni Giovannelli
L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)   I sat upon the shore Fisching, with the arid plain behind me Shall I at least set my lands in order? (Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?) Thomas Stearns [...]
April 20, 2026
Effimera
Ci resta quindi il sabotaggio
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/14/ci-resta-quindi-il-sabotaggio/: Nella notte del 7 aprile, Chamel Abdulkarim, dipendente di un’azienda di logistica, ha incendiato un magazzino della multinazionale Kimberly-Clark Corporation a Ontario, in California, causando il crollo e la completa distruzione dello stabilimento di 110.000 metri quadrati. I danni ammontano a oltre 600 milioni di dollari, tra prodotti e struttura. Chamel è stato arrestato poco dopo e si trova attualmente imprigionato presso il West Valley Detention Center senza possibilità di cauzione. Nel video girato da lui stesso mentre appicca il fuoco, scandisce le parole «Non ci pagate abbastanza per vivere… ecco che se ne va il vostro magazzino». Ci resta quindi il sabotaggio «Non ci pagano abbastanza per vivere, per fortuna un accendino costa poco». È quanto ci racconta un dipendente di una fabbrica di carta igienica in California, che si riprende mentre dà fuoco a enormi rotoli di quella stessa carta igienica. Poche ore dopo, l’intero stabilimento di 100.000 m² è andato completamente distrutto dalle fiamme. Il valore simbolico e la concreta efficacia di questo gesto sono immensi. Chi non ha mai sognato di dare fuoco al proprio posto di lavoro, di gettare il padrone fuori dalla finestra o, più semplicemente, di mandare a farsi fottere chi ci sfrutta fino all’osso? Il lavoro salariato è oggi più violento che mai, perché tutte le strutture di protezione che la socialdemocrazia gli aveva attribuito sono fatalmente crollate. Ci si batte per essere sfruttati in modo misero, senza alcun orgoglio, ma solo per paura della miseria. In realtà, solo chi ne trae vantaggio continua a crederci: i grandi o piccoli imprenditori, i vecchi dirigenti corrotti, i padroni e i capisquadra. Si intravede una sorta di schema. Probabilmente quello dell’oppressione di classe, ma nelle rivolte della Generazione Z in tutto il mondo, negli ultimi mesi, si può anche vedere la frattura generazionale di un mondo in cui la promessa di un lavoro e di una vita agiata non funziona più. Oggi, quando si è giovani, si patisce sia che si abbia un lavoro sia che non lo si abbia. La vendetta si intravede anche nel gesto del nostro eroe dei tempi moderni. La vendetta, condannata dalla morale borghese e dalla giustizia classista, si manifesta qui come risposta allo sfruttamento e alla precarietà e sconvolge ciò che alcuni definirebbero “lo spettacolo”. Questo gesto ci ricorda la nostra capacità di agire e di sconvolgere l’ordine costituito. Ci insegnano fin da bambini che vendicarsi è sbagliato, ma vendicarsi di una profonda ingiustizia, di un’oppressione (sistemica o meno), è un’arma potente che non dobbiamo mai dimenticare. Oggi gli scioperi a singhiozzo dei vecchi sindacati sono solo un passatempo per i padroni e i governanti. Le manifestazioni-passeggiata, concordate mano nella mano con la prefettura, non sono altro che controrivoluzione e non ingannano quasi più nessuno. Il sabotaggio collettivo o individuale e l’azione diretta si impongono quindi come le uniche opzioni per distruggere ciò che ci sta distruggendo. Siamo trattenuti solo dall’illusione del comfort offerto dallo sfruttamento, che mese dopo mese si dimostra sempre più insufficiente. Se la persona che ci ha offerto il quadro della distruzione del proprio posto di lavoro ci dona qualcosa, non dobbiamo dimenticare che gliela dovranno far pagare e che noi gli daremo tutto il nostro sostegno: si è fatto rinchiudere per liberare qualcosa dentro di noi. La sua rabbia e il suo disgusto ci parlano, perché sono ciò che proviamo anche noi ogni giorno nei nostri luoghi di lavoro. Viva il sabotaggio! Jean Burnout [Pubblicato in francese in https://lagrappe.info/?Alors-il-nous-reste-le-sabotage-1995 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/14/ci-resta-quindi-il-sabotaggio/]
April 20, 2026
il Rovescio
DL “sicurezza”, avvocati e magistrati contro gli incentivi sui rimpatri e l’abrogazione del gratuito patrocinio
L’ennesimo decreto-legge n. 23/2026 in materia di “sicurezza e immigrazione” del governo Meloni, nel testo emendato dal Senato e ora all’esame della Camera, ha introdotto due disposizioni che hanno avuto una reazione unanime da parte del mondo forense e della magistratura.  L’art. 30 bis prevede un compenso per l’avvocato che assiste uno straniero nella richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito, ma solo “ad esito della partenza dello straniero“. L’art. 29, co. 3, dal canto suo, abroga la norma che garantisce il gratuito patrocinio automatico – indipendentemente dai limiti reddituali ordinari – nei processi contro i provvedimenti di espulsione, rendendo di fatto molto più difficile per le persone straniere accedere al diritto di difesa. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha preso le distanze anche dal proprio coinvolgimento istituzionale previsto dalla norma, precisando di non essere “mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione“, e chiedendo al Parlamento di “eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali“. La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati ha voluto esprime con una nota tutto il suo disappunto: “Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell’avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare. Il riconoscimento di incentivi economici connessi all’esito della procedura di rimpatrio volontario dei migranti e le limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero pongono questioni che mettono a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale. Questo contrasta con l’idea stessa di difesa, perché collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto. In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse. La salvaguardia di tale diritto costituisce un presidio essenziale dello Stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia“.  Durissima anche la reazione dell’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), che nel testo intitolato “L’apologia dell’infedele patrocinio” ha scritto: “L’emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per l’avvocato soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di ‘rimpatrio volontario’ e viene effettivamente rimpatriato, trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione. È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza“. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha deliberato lo stato di agitazione dell’intera avvocatura, affermando che “il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento“, e auspicando che “in sede di successivo passaggio alla Camera dei Deputati, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto“. Magistratura Democratica (MD), infine, parlando di “Lesione di un diritto e di una funzione“, ha denunciato “la palese contrarietà all’articolo 24 della Costituzione dell’introduzione dell’incentivo e dell’esclusione dal patrocinio a spese dello Stato“, sottolineando che “una difesa adeguata è il primo presidio dei diritti e un diritto che deve essere riconosciuto a tutti e a tutte e non può essere aggirato attraverso la previsione di incentivi che di fatto sviliscono il ruolo del difensore favorendo una condotta collaborativa che si pone in aperto e palese contrasto con gli interessi dei propri assistiti“.
Allarme per l’unità della Repubblica
Il voto referendario sulla magistratura ha detto con forza e chiarezza che la Costituzione non si tocca e non si deve toccare, a difesa dei diritti di libertà e sociali, e ha sostanzialmente cancellato dall’agenda politica il premierato. Giovani e Mezzogiorno, con il loro voto, hanno sconfitto Giorgia Meloni. Con questo voto referendario si sono cancellate due deforme della Costituzione. Tuttavia siamo allarmati. E vogliamo trasmettere il nostro allarme. C’è un’insidia che continua a minacciare il nostro Paese, l’Autonomia Differenziata; il ministro leghista Calderoli lavora in silenzio, ma con determinazione, portandola avanti: troppi – distratti – la considerano archiviata con la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale. La Consulta, ponendo dei paletti, certamente ha modificato la drammaticità della situazione precedente; però il Governo deliberatamente li ignora, e così – con le pre-Intese con quattro Regioni del Nord e con il ddl Calderoli sui LEP, attualmente in Senato – l’Autonomia differenziata ha ripreso il cammino; che va, invece, bloccato. Passo dopo passo, nell’indifferenza generale, si va avanti, assegnando diritti a chi già ne ha e – di conseguenza – negandoli a chi ne ha già pochi. Basta leggere anche solo superficialmente le parole del presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, uno dei potenziali beneficiari delle regalie di questa de-forma costituzionale, che istituzionalizza le diseguaglianze: “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […]. L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.” Ecco, come – con poche, ma inequivocabili parole – si dà voce a quello che il razzismo nostrano pensa da tempo, forse da sempre: che esista una parte “sana” (e quindi una malata) nel Paese. Come liberarsi di questa “palla al piede” che è il Meridione è presto detto: il federalismo secessionista consentirà alle regioni del Nord di unirsi alla “locomotiva europea”, per proteggere la propria industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. In linea di continuità con tali, sconcertanti affermazioni, il quotidiano “Libero”, il 24 marzo titolava l’esito referendario in modo inequivocabile: “Il no sfonda soprattutto tra i ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro Pal”. Inefficienti e pure improduttivi, dunque. Ma non basta. Sulla scorta del “modello” (per modo di dire) di Roma Capitale, che impone un’ulteriore modifica della Carta, quella dell’art. 114, sponsorizzato convintamente dal sindaco Gualtieri, il sindaco Sala a Milano e a Venezia il segretario del PD, Martella, coadiuvato dall’ex presidente della Regione, Zaia, caldeggiano proposte analoghe. Ogni potentato locale rivendica più potere; ma non è la scissione dell’atomo, è la secessione dei ricchi: è la frammentazione progressiva delle istituzioni per spartirsi la torta del potere. E l’unità della Repubblica? E l’uguaglianza dei diritti di tutti/e i/le cittadini, ovunque risiedano? E il Mezzogiorno? In un mondo sconvolto dalle guerre e in un Paese segnato dalle diseguaglianze queste parole e questi provvedimenti significano una sola cosa: vadano avanti i potenti e i ricchi, che per di più rivendicano il merito di esserlo, mentre godono solo dei privilegi del potere e della ricchezza; gli altri si arrangino, se riescono. E, comunque, non disturbino il progetto della secessione. Però: il risultato del voto referendario ci racconta un’altra storia; ci parla di un altro progetto, quello del rispetto e dell’attuazione della Costituzione, fondata sull’antifascismo, sui diritti politici e sociali. Più bello, più socialmente responsabile, più democratico. Perché è un progetto di uguaglianza sostanziale. È un progetto popolare; che, con il referendum del 23 marzo, ha fondato la propria affermazione sul voto dei giovani e sul Meridione, inedito connubio e forza liberatrice. Ignorarlo sarebbe diabolico. Almeno quanto ignorare il fatto che quel voto del Sud è una condanna delle parole di Fontana, dei volgari commenti di “Libero” e – più in generale – dell’autonomia differenziata. E’ un voto che -superando stanchezza e delusione, frutti di un’oppressione antica – esprime e sprigiona energie nuove. È un voto contro le diseguaglianze e l’ingiustizia. Con i referendum del 2006, del 2016 e con quest’ultimo, cittadini e cittadine hanno inviato un messaggio forte e chiaro: la Costituzione non si tocca. Ma la Costituzione è già stata toccata nel 2001 con la deforma del suo Titolo V. Ed è stata violata al punto da contraddire i suoi principi fondamentali. Meloni e Calderoli ora vogliono far passare in quel varco le autonomie differenziate e, con pre-Intese e Intese, realizzare le secessioni regionali, che aggraveranno disuguaglianze sociali e territoriali. Sta a noi tutti/e impedire la realizzazione di questo disegno di frammentazione dell’unità della Repubblica. Si può riparare il danno del 2001, impedendo ora che prosegua il processo delle Intese e poi provvedendo a cancellare il comma 3 dell’articolo 116 e a ridefinire i rapporti tra i diversi livelli istituzionali secondo i principi del regionalismo cooperativo. Da tempo, pressoché inascoltati, gridiamo che la sentenza 192 della Corte Costituzionale non ha archiviato la questione; e che l’autonomia differenziata sta procedendo. Le prime due colonne del patto scellerato – controriforma del CSM e premierato, che tenevano coese le forze delle destre – sono state demolite; ora dobbiamo fronteggiare la rabbia degli sconfitti, che si accaniranno sul punto sopravvissuto del loro progetto, il più grave: l’autonomia differenziata, che non solo diversificherà i diritti delle persone sulla base del certificato di residenza, ma modificherà drammaticamente l’assetto istituzionale del Paese, mettendo in discussione la forma di Stato, la Repubblica democratica. Temiamo possa essere l’unica deforma che andrà avanti. È per questo che lanciamo un grido di allarme: presto le pre-Intese siglate dal Governo con Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte su 4 materie “non LEP” (nonostante la sentenza della Consulta) approderanno in un Parlamento defraudato della sua prerogativa istituzionale e costituzionale, trattato come un organo passacarte, prono al volere del Governo. E la legge Calderoli sui LEP, AS 1623, sta continuando il suo iter in Senato. Nulla è concluso, dunque; tutto continua sottotraccia, nel silenzio e nella disinformazione. Con questo nostro Allarme ci appelliamo a tutte le forze democratiche del Paese – dalle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici – affinché assumano la responsabilità di non lasciare questo appello inascoltato. E per lanciarlo, organizzeremo un’Assemblea nazionale a Napoli il 6 giugno prossimo. Segnate la data, siate presenti. Auspichiamo che tutte /i coloro che hanno detto no al Referendum del 22- 23 marzo si mobilitino per bloccare il disegno dell’Autonomia differenziata, per dire alto e forte No alla secessione dei ricchi. Vi aspettiamo a Napoli. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino (ripreso da versiinvolo.blogspot.com) Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso… l’educazione, la scienza e la
Niscemi e le responsabilità dal sen fuggite
Niscemi frana, oltre un centinaio di famiglie vengono fatte sfollare, diverse centinaia di persone rimangono senza tetto, ma non è il 25 gennaio di quest’anno: è, invece, il 12 ottobre 1997 quando vi fu un primo significativo evento franoso del comune in provincia di Caltanissetta, secondo soltanto al catastrofico rivolgimento tellurico del 1790 che aprì un baratro tra i terreni di sabbia e argilla a testimonianza dell’alto livello di instabilità della zona. La frana del 25 gennaio scorso è stato un evento altrettanto se non più drammatico di quello del 1997, considerata l’estensione di quattro chilometri di lunghezza, il dislivello creatosi che in alcuni punti ha raggiunto i 55 metri e la massa di detriti creata superiore a quella del Vajont, ma non imprevedibile, proprio a causa del precedente che risale a quasi trent’anni fa. Negli anni passati sono state emanate una serie di ordinanze di protezione civile per la messa in sicurezza del territorio che sono rimaste lettera morta. Sul sito della Protezione Civile nazionale è possibile ricostruire la sequela dei provvedimenti adottati, a partire dall’ordinanza 2703/1997 con la quale l’Assessore regionale con delega alla protezione civile è stato a suo tempo nominato commissario per l’attuazione degli interventi d’emergenza.  È proprio a causa di questa trentennale situazione di sostanziale inerzia negli interventi di consolidamento, finanziati per un importo pari a circa 12 milioni di euro, che la Procura di Gela ha iscritto nel registro degli indagati 13 persone fra cui gli ultimi quattro Presidenti della Regione, da Raffaele Lombardo fino a Renato Schifani passando per Rosario Crocetta e Nello Musumeci, attuale ministro con delega alla protezione civile che aveva tuonato contro “gli sciacalli anche in giacca e cravatta” all’indomani dell’evento franoso. Il reato contestato è disastro colposo e danneggiamento a causa di frana per non aver eseguito i lavori e non aver applicato le ordinanze della Protezione civile nazionale sulla mitigazione del rischio. Nell’inchiesta, che in questa prima fase avrebbe individuato responsabilità a partire dal 2010, sono coinvolti anche i responsabili della Protezione civile regionale succedutisi nello stesso periodo Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e Salvatore Cocina, i dirigenti preposti agli uffici contro il dissesto idrogeologico Vincenzo Falgares, Salvatore Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello e Giacomo Gargano nonché la responsabile dell’associazione temporanea di imprese che doveva eseguire le opere di mitigazione Sebastiana Coniglio. Ovviamente i politici coinvolti hanno da subito messo le mani avanti esprimendo piena fiducia nell’operato della magistratura (certo, dopo la mazzata del referendum qualche correzione nella linea di condotta andava apportata!), ma dichiarando la propria estraneità verso qualsiasi responsabilità ascrivibile agli eventi calamitosi. Schifani, attuale Presidente, è “convinto che la magistratura accerterà i fatti in tempi brevi” e affronta questa situazione “con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”. Musumeci è sereno come Schifani se non di più e parla di “atto dovuto” da parte della Magistratura: “quello che dovevo dire l’ho già detto in Parlamento”, facendo riferimento alle comunicazioni rese all’Aula ai primi di febbraio con le quali è parso scaricare tutte le responsabilità sugli amministratori locali piuttosto che assumersene in prima persona. Anche Lombardo, manco a dirlo, parla di atto dovuto e dichiara la sua estraneità ai fatti. Rosario Crocetta, unico fra gli indagati ad essere stato Presidente di una coalizione di centrosinistra, rivendica addirittura la propria azione contro il dissesto: “il mio governo ha stanziato ben 500 milioni finanziando tutti i progetti segnalati e riguardo a Niscemi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta”. Siamo alle solite: chi ha responsabilità di governo cerca sempre di tirarsene fuori quando viene chiamato in causa, salvo poi individuare qualche capro espiatorio da offrire in pasto all’opinione pubblica. Inutile dire che i commenti della politica alla vicenda sono tutti orientati in ragione degli schieramenti di appartenenza, con espressioni di massima solidarietà da parte del centrodestra (anche per Crocetta!) e, al contrario, richieste di dimissioni da parte del centrosinistra.  Qui torniamo su un punto che avevamo già trattato quando Schifani aveva invitato i propri dipendenti ed i cittadini a denunciare i casi di cattiva amministrazione: vuoi vedere che alla fine la responsabilità andrà a ricadere proprio sull’incolpevole cittadino?  Di una cosa siamo sicuri, al momento: davanti a questo ennesimo scaricabarile le conseguenze le stanno pagando coloro che hanno perso le case allora come oggi e che ancora aspettano risarcimenti e soluzioni adeguati ai danni subiti. E insieme a loro le pagano i siciliani che si ritrovano un territorio devastato, le infrastrutture inadeguate e le vie di comunicazione che cadono a pezzi, ma a cui un Ponte non si nega mai! Enzo Abbinanti
April 20, 2026
Pressenza
RIFONDAZIONE COMUNISTA PROPONE UN FRONTE UNICO PER BATTERE LE DESTRE. FOCUS CON LE DUE POSIZIONI INTERNE ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL PRC
Rifondazione Comunista propone alle forze di opposizione di costruire “un fronte costituzionale, democratico e antifascista” per sconfiggere la destra di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Il progetto è contenuto nel documento politico presentato dal segretario nazionale Maurizio Acerbo e approvato dal Comitato Nazionale che si è svolto il 12 aprile scorso. Il documento parte dalla necessità di dare rappresentanza ai milioni di cittadini che hanno votato No al Referendum costituzionale sulla giustizia e che hanno partecipato ai cortei per Gaza e No Kings. Da qui la decisione storica di aderire alla coalizione di centrosinistra. Non succedeva dal 2008. “Non si tratta per noi – sta scritto nel documento della maggioranza- di aderire a qualcosa di già costituito” né “si tratta per Rifondazione Comunista di aderire al ‘campo largo’ e al centrosinistra, ma “mantenendo la nostra autonomia politica e programmatica intendiamo verificare la possibilità di un accordo che consenta di convergere nel comune obiettivo di sconfiggere la destra e di determinare un cambiamento nel Paese che risponda almeno su alcune questioni essenziali ai bisogni delle classi popolari”. Questi alcuni passaggi della proposta della direzione che ha raccolto 89 sì, 80 no. Su Radio Onda d’Urto le voci di Dino Greco della direzione nazionale di Rifondazione Comunista e Ezio Locatelli segretario provinciale del partito a Bergamo che ha presentato il documento della minoranza. Ascolta o scarica
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Alla ricerca delle pagine perdute di Umberto Eco
Un viaggio tra testi dispersi, pseudonimi e falsi indizi nella produzione “invisibile” del famoso intellettuale e semiologo italiano. IN COPERTINA un’opera di tullio… L'articolo Alla ricerca delle pagine perdute di Umberto Eco sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
April 20, 2026
L'INDISCRETO
STEFFETTA RADIO CON LE EMITTENTI INDIPENDENTI ONDA ROSSA, BLACKOUT, CITTÀ FUJIKO E CIROMA. DISPONIBILE L’ORA DI DIRETTA SU RADIO ONDA D’URTO
Le Radio indipendenti Onda Rossa, Onda d’Urto, Blackout, Ciroma e Città Fujiko hanno dato vita, domenica 19 aprile 2026, a una staffetta radiofonica che è stata trasmessa contemporaneamente su tutte le nostre piattaforme di streaming e FM. Un’iniziativa collettiva e dal basso, andata in onda dalle 9 e fino alle 14 di domenica, con un tam-tam di voci, interviste, dirette e approfondimenti a tema censura e dissenso. La staffetta radiofonica è stata diffusa dalle sedi radio di Roma, Brescia, Cosenza, Bologna e Torino.  Ognuna delle nostre emittenti ha visto negli ultimi anni acuirsi tentativi di censura e di controllo, contro le stesse radio e contro chi parla ai nostri microfoni. Così come i movimenti sociali in Italia subiscono con sempre più ferocia una repressione del dissenso, tanto i nostri mezzi di informazione indipendente sono sotto la lente del controllo. Anche per questi motivi abbiamo organizzato collettivamente una staffetta radiofonica. Nelle prossime ore sarà disponibile l’intera diretta di 5 ore, intanto vi proponiamo l’ora realizzata su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Il 20 aprile alle 16.20 talk sulla cannabis…
… su www.fuoriluogo.it/mappamondo/420-talk-per-la-giornata-mondiale-della-cannabis e sui social di Fuoriluogo e Meglio Legale. Lunedì 20 aprile, alle ore 16.20, il talk dedicato alla Giornata mondiale della cannabis sarà l’occasione per fare il punto, in chiave italiana e internazionale, sulle politiche di regolamentazione della cannabis, sulle trasformazioni in corso in Europa, sulle contraddizioni del quadro normativo italiano e sulle prospettive di riforma a
Militarizzazione in Sicilia: Salone dell’Orientamento alle armi a Catania
Dal 14 al 17 aprile 2026, decine di migliaia di studenti e studentesse delle scuole superiori di una grande parte della Sicilia sono stati accolti al Salone dell’Orientamento 2026, organizzato dall’Università di Catania, da un lugubre manichino in tenuta da combattimento. La sentinella vigilava sulla vasta area dell’evento dedicata alle Forze Armate, che comprendeva stand dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica Militare. Al centro troneggiava un blindato Freccia, visitabile, evoluzione del Centauro ottimizzata per il trasporto truppe e il combattimento meccanizzato. Ancora più inquietante era il video che scorreva a ciclo continuo sullo schermo dello stand dell’Esercito: scene di militari in azione, carri armati lanciati in spettacolari manovre su terreni impervi, truppe speciali con mitra spianati ed elicotteri d’assalto in volo. L’Università di Catania ha dunque scelto di offrire un posto d’onore, in questa kermesse fortemente sostenuta e finanziata da istituzioni locali, grandi aziende e fondi europei, alle Forze Armate. Una centralità confermata anche dalla gestione della comunicazione dell’evento. Su Unict Magazine, la rivista ufficiale dell’ateneo, si può leggere un articolo – massicciamente rilanciato sui profili social dell’Università – dal titolo significativo: «Giovani e divisa, una scelta che resiste al tempo». Il pezzo enfatizza le opportunità professionali offerte dagli stand militari. Anche l’articolo di bilancio dell’evento sulla stessa rivista sottolinea come sia stata «particolarmente apprezzata la presenza delle Forze Armate con le loro divise simbolo di servizio e professionalità». Il Salone dell’Orientamento 2026 dell’ateneo catanese è stato dunque un altro passo nei crescenti processi di militarizzazione che attraversano il nostro territorio e l’intero Paese. Un appuntamento, non a caso collocato all’incrocio tra scuola e università, che prova ad accentuare il carattere normale e persino ineluttabile dell’orizzonte militare. E a pochi chilometri da Sigonella, tutto questo assume un peso particolare. Catania orientamento alle armi Luca Cangemi -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino Dalla pelle alle parole, dai volti alle porte, ogni confine nasce prima nelle coscienze che sulle mappe: solo ricostruendo legami, responsabilità e umanità condivisa sarà possibile disarmare …

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