Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del poterePrestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o
sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale a un costrutto
inventato e magari finire con legittimare profezie che si auto-avverano o miti
di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in
Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di
provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di
vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo
partito per le prossime elezioni.
È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo
italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente
liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello
che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso
tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del
maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte
che dirige persone come fossero plotoni militari.
Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la
Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud
dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato,
che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a
destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea
di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea.
Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente
locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”,
sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese,
araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e
quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune
l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio
millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di
pace.
Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura
mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali,
simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa
cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla
scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle
condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo.
Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche
quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra
contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli
uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno
della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia,
educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della
costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto
quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega,
secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali.
È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della
cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba
sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di
stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a
contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci.
È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie
allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa,
custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e
meritevole di rispetto sociale.
Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un
riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto
che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è
il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato
prima a una casta di uomini d’armi e dopo a una casta di uomini di lettere.
Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato
a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si
autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla
deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità
gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle
donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle
condizioni materiali.
Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente
mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato
un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una
politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima
militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria
ideologia necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a
discapito dell’educazione, della parola, della cura.
Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e
matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà
accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano
caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste
culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per
l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la
scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace.
È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca
faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari
di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma
di potere frana il terreno sotto i piedi.
È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della
facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per
comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma
di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale
processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della
guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura,
l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione
del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli
intellettuali impegnati in politica.
Lo schema, ovviamente, non è nuovo; basterebbe studiare un po’ di storia, anche
quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla
politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della
libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il
comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere.
Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria,
quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in
generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici
che condizionavano la vita delle comunità.
Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine
capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale,
architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che –
parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata –
avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide
da credergli».
[1] J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico
nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003;
H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del
mondo, Venexia, Roma 2013;
H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del
patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023;
M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008.
Michele Lucivero