I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/ I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO SUO) La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni. ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco. Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi. Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare autonomo e all’esperienza maturata sul campo. L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello sforzo bellico di Kiev. Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”. Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari e affaristiche della guerra in Ucraina. COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra alla Russia. La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp, prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina, ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti. La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta sempre inevasa. Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3 miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su un’industria bellica di livello internazionale. L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE… Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T, versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del 26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere almeno al cinque per cento delle scorte USA. Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione, Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno, prodotto da Leonardo. Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione “progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti – n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà… … E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte. Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy nel campo degli strumenti di morte. Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi “operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra citato. Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa 2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte per conto terzi. Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo ucraino. RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”. Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo, agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia, perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria minaccia esistenziale. La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili. Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco); si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture (potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette “grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire. I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra, in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo. L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50 e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili contro ogni aggressore.” L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”. Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni. La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini, contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati. In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano. E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti. Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale, capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è parte integrante di questa azione.
August 29, 2026
il Rovescio
“Global Sumud Flotilla. La storia siete voi” approda a Saluzzo
Mercoledì 2 settembre l’autrice presenta il libro all’evento organizzato dal Gruppo Saluzzo per Gaza insieme alla Fiera Piemontese dell’Editoria.  Insegnante, attivista e portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia racconta un’esperienza fatta di persone, incontri, scelte e momenti di difficoltà, restituendo la dimensione umana e collettiva di una missione che ha portato al centro dell’attenzione internazionale la situazione di Gaza: “Agosto 2025. Oltre quaranta barche, i cui equipaggi provengono da quarantaquattro paesi, salpano da diversi porti del Mediterraneo dirette a Gaza, una terra ridotta da Israele a campo di sterminio a cielo aperto. È la Global Sumud Flotilla. Dopo quasi due anni di genocidio in diretta tv, finalmente un’azione: reale, collettiva, liberatoria. Maria Elena Delia, attivista e portavoce della Flotilla, in questo libro ne narra la genesi e il viaggio, a partire dalla figura ispiratrice di Vittorio Arrigoni, e le tante storie individuali di chi vi ha preso parte, in una narrazione corale in cui tutto trova posto, la tensione morale come la paura, i continui imprevisti come i successi inaspettati, lo scontro con l’apparato repressivo israeliano e le grandi manifestazioni, i fatti vissuti in prima persona e il loro racconto mediatico. Un’epopea contemporanea i cui protagonisti sono consapevoli di incarnare una semplice certezza: che la storia la fanno le collettività, gli uomini e le donne insieme. E quando il libro sembra arrivare al suo approdo, il Mediterraneo si riapre ancora: nuove barche salpano nella primavera del 2026, dimostrando che la Global Sumud Flotilla non è stata un episodio isolato ma, come scrive Ilan Pappé nella sua prefazione, «la più forte indicazione del rifiuto universale del silenzio»”. La presentazione a L’Ortica – Libreria Indipendente (Complesso Le Corti – via della Resistenza 4/A/1) “sarà un’occasione per ascoltare direttamente la voce di chi ha preso parte a questo percorso e per conoscere le storie, le paure e le decisioni che hanno accompagnato il viaggio della Flotilla – spiegano gli organizzatori – Un incontro per continuare a interrogarci su ciò che sta accadendo in Palestina e, in particolare, sul genocidio in corso a Gaza, attraverso il racconto di chi ha scelto di mettersi in viaggio e di prendere posizione”. https://www.ponteallegrazie.it/evento/incontro-con-maria-elena-delia-a-saluzzo.html Redazione Italia
August 29, 2026
Pressenza
Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
Il rinoceronte nella stanza
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. Instagram itamargov -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 agosto ricorre il quarantaseiesimo anniversario della morte di Franco Basaglia. Per ricordarlo, viene in mente un animale: un grande cavallo azzurro. Si chiamava Marco Cavallo e nacque nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste, dall’incontro tra gli internati, gli operatori e gli artisti che lavoravano con loro. Era fatto di cartapesta, alto quasi quattro metri. Il 25 febbraio di quell’anno varcò i cancelli del manicomio e uscì per le strade della città. Non era soltanto una scultura: era il tentativo di portare fuori ciò che per decenni era stato tenuto nascosto, le persone che l’istituzione aveva separato dal mondo, le loro storie, i loro desideri, la loro voce. Marco Cavallo diventò così il simbolo visibile di una rivoluzione culturale che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi. A più di cinquant’anni di distanza, un altro animale enorme sta attraversando una regione europea. Questa volta è un rinoceronte bianco, alto dieci metri e lungo sedici. In questi giorni gira per la Sassonia, fermandosi nelle piazze, davanti ai musei e ai teatri. Si chiama The Rhinoceros in the Room — Il rinoceronte nella stanza. L’espressione inglese “the elephant in the room” indica qualcosa di ingombrante, evidente, impossibile da ignorare, di cui però tutti fingono di non parlare. L’artista Itamar Gov ha sostituito l’elefante con un rinoceronte, richiamando direttamente Eugène Ionesco e il suo dramma del 1959, in cui gli abitanti di una tranquilla cittadina cominciano, uno dopo l’altro, a trasformarsi in rinoceronti. All’inizio sembra un fatto assurdo, poi accade di nuovo, poi sempre più spesso, finché ciò che sembrava inconcepibile diventa la norma e la maggioranza si ritrova trasformata. Il vero problema non è soltanto la comparsa del rinoceronte: è la nostra capacità di abituarci alla sua presenza. Ed è per questo che oggi quel gigantesco corpo bianco attraversa la regione. Non è solo un’opera d’arte: è il punto focale di una mobilitazione. Alla vigilia degli appuntamenti elettorali, con l’avanzata di Alternative für Deutschland, la posta in gioco non riguarda più soltanto le provocazioni o i toni della propaganda, ma un programma politico con proposte precise: ridimensionare il peso della memoria sui crimini nazisti nei programmi scolastici per dare spazio a una narrazione identitaria; tagliare i fondi alle istituzioni culturali che non si allineano; mettere in discussione il Bauhaus e l’inclusione scolastica dei bambini con bisogni particolari; fermare le iniziative antirazziste e prevedere classi separate per i figli dei richiedenti asilo. Molte di queste misure toccano ambiti in cui i Länder hanno piena competenza decisionale. Per questo la risposta è arrivata prima. Da Magdeburgo è nata una rete a cui hanno aderito più di cento realtà: musei, teatri, centri culturali, artisti, comunità religiose e persino la radio-televisione pubblica. La campagna “La cultura è diversità e patria”, promossa tra gli altri dal Kunstmuseum di Magdeburgo, non è una semplice reazione di parte, ma la rivendicazione della cultura come spazio di pluralità e di libertà. Perché quando la politica stabilisce quali storie meritano di essere raccontate, quali idee possono entrare nelle scuole e chi fa parte della comunità, la cultura smette di essere un settore per diventare una questione democratica centrale. Come ha sintetizzato Sabine Schramm, direttrice del Teatro delle marionette di Magdeburgo: «Fermarlo prima che inizi». Prima. È questa la parola decisiva. Aspettare che una deriva autoritaria mostri i suoi effetti compiuti significa spesso accorgersene quando gli spazi di agibilità e di dissenso si sono già azzerati. Perfino la Mitteldeutscher Rundfunk, la TV pubblica regionale, ha scelto un segnale insolito, interrompendo la programmazione con una scritta sui monitor: «Non vedete più nulla? Presto potrebbe succedere». È un monito inquietante che parla del rischio di oscuramento delle voci libere, ma anche di una cecità più profonda: la possibilità di smettere di vedere. Le trasformazioni più pericolose avvengono per gradi. Cominciano dalle parole, da ciò che viene ridefinito “buon senso”, dalla distinzione tra un “noi” e un “loro”, fino ad arrivare all’assuefazione. Ci si può indignare davanti all’orrore improvviso; è molto più difficile cogliere il momento esatto in cui ci si sta abituando all’inaccettabile. Forse è questo che il rinoceronte bianco ci chiede: guardare quello che sta accadendo mentre sta accadendo. Non aspettare che diventi storia o che qualcuno chieda come sia stato possibile. Guardare adesso, leggere i programmi, difendere i luoghi in cui una società può ancora discutere e ricordare, senza confondere la vigilanza con la paura. Vigilare non significa vedere nemici ovunque; significa non smettere di guardare. In questo 29 agosto, ci piace far camminare insieme questi due animali simbolici. Marco Cavallo e il rinoceronte. Il primo è uscito da un luogo recondito per riportare nella città chi era stato escluso. Il secondo attraversa la città per mostrare ciò che rischia di entrarvi. Uno porta fuori gli invisibili; l’altro rende visibile il pericolo. Sono immagini opposte ma complementari, che ci ricordano la stessa verità: la facoltà di guardare è una responsabilità democratica. Quel rinoceronte è ancora lì, enorme e bianco. È il momento di riscoprire una parola antica e necessaria: vigilanza. Non quando il rinoceronte sarà già dentro la stanza. Adesso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il rinoceronte nella stanza proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Newsletter del 29.08.26 – Biblioteca (da mart.1); BioOsteria e BiblioArena (ven.4 e sab.5), MercatoBIO (sab.5).
Casale Podere Rosa Biblioteca sociale Passepartout Newsletter del 29.agosto.2026 Leggi la Newsletter sul sito Solidarietà ad Autistici/Inventati, piattaforma web gestita da piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani recentemente dichiarata dal governo degli stati uniti ‘organizzazione terroristica mondiale’! Molti anni fa ci affidammo per alcuni servizi a questo collettivo perchè ne condividevamo i principi … Leggi tutto "Newsletter del 29.08.26 – Biblioteca (da mart.1); BioOsteria e BiblioArena (ven.4 e sab.5), MercatoBIO (sab.5)."
August 29, 2026
Casale Podere Rosa
La discarica della vergogna: il progetto approvato dalla Provincia di Alessandria
Il 28 agosto è stata deliberata la realizzazione del sito alla Cava ‘La Bolla’, un terreno nei pressi di Spinetta Marengo e attiguo allo stabilimento Solvay/Syensqo e al ristorante La Fermata. “Un via libera arrivato nonostante il parere negativo espresso dall’Ufficio Urbanistica del Comune di Alessandria, che nella propria istruttoria aveva richiamato diverse norme e articoli di legge ritenuti ostativi al progetto – spiega il comunicato dell’Associazione Pro Natura /E.R.I.C.A. I 2 Fiumi – Rilievi che, tuttavia, sono stati di fatto superati dal consenso espresso dalla Regione Piemonte, che ha così scavalcato le riserve sollevate dall’ente comunale”. Pianificata come deposito dei rifiuti speciali non pericolosi provenienti dai cantieri per l’edificazione di un nuovo scalo merci nel nodo ferroviario alessandrino, la realizzazione della discarica è da già molto tempo stata affidata alla società Silpdue. “Nel corso dell’iter autorizzativo sia la Provincia che ASL e ARPA hanno imposto numerose prescrizioni, che la ditta proponente ha recepito – precisa l’associazione ambientalista – Sulla carta lavorazioni, trasporti, movimentazioni e coperture risultano quindi conformi. Non sono tuttavia mancati momenti di incertezza”. Ad allarmare gli ecologisti sono molte questioni, alcune emerse anche durante la Conferenza dei Servizi convocata il 28 agosto scorso: “Un tecnico della Provincia ha chiesto chiarimenti proprio sulle modalità di movimentazione dei big bag contenenti amianto – osserva l’Associazione Pro Natura / E.R.I.C.A. I 2 Fiumi – Segno che anche a livello progettuale alcuni nodi restano da sciogliere”. “Resta perciò da verificare cosa accadrà nella pratica quotidiana del cantiere – evidenzia l’Associazione – Il personale addetto sarà adeguatamente formato per queste lavorazioni? Il progetto prevede inoltre l’uso di cannoni nebulizzatori (cannon fog) per l’abbattimento delle polveri: con quale acqua verranno alimentati? Una domanda tutt’altro che secondaria, se si considera che nella falda dell’area sono già presenti cromo esavalente, cloroformio, metalli pesanti e, non ultimi per rilevanza, i PFAS“. Prima della riunione, l’Associazione Pro Natura / E.R.I.C.A. I 2 Fiumi aveva mandato alla Provincia di Alessandria un proprio memorandum elencante le criticità rilevate dall’ARPA e in cui, rilevando l’incompatibilità urbanistica e idrogeologica espressa dal Comune di Alessandria, il problema del trasporto dei rifiuti con passaggio dei mezzi pesanti attraverso aree fortemente urbanizzate, in particolare un quartiere densamente popolato, e l’assenza di una reale valutazione delle alternative localizzative e osservando che “la disponibilità di un’area di proprietà non può rappresentare da sola il criterio per scegliere dove realizzare un impianto di smaltimento”, sollecitava la Provincia di Alessandria a considerare invece la possibilità di utilizzare impianti già in funzione. * IL PICCOLO di Alessandria – Spinetta: Pro Natura, «no alla nuova discarica, troppe criticità ambientali e sanitarie» L’autorizzazione all’avvio dei lavori è stata deliberata rigettando anche le obiezioni del Comune Alessandria: “Il parere di Palazzo Rosso è stato favorevole, con prescrizione, con la Direzione Ambiente, come hanno fatto gli altri enti – ha comunicato la Provincia di Alessandria – Il parere contrario del Comune dal punto di vista urbanistico è stato superato dalle controdeduzioni della Regione. Il Comune di Alessandria, per legge, al pari di tutti gli altri enti, è parte del procedimento e quindi di tutte le conferenze dei servizi, compresa anche la decisoria. Per questa Conferenza dei Servizi ha mandato un parere tecnico accompagnato da una lettera del sindaco proprio pochi minuti prima della conferenza. I rappresentanti del comune hanno scelto di non partecipare ai lavori e quindi alla discussione dei pareri che è avvenuta in sede di conferenza decisoria di ieri, limitandosi a trasmettere un parere scritto”. * RADIO GOLD – Autorizzata a Spinetta una discarica rifiuti dallo scalo ferroviario: no del Comune e la protesta di Pro Natura “Una decisione che arriva mentre la mobilitazione dei cittadini non si è fermata – ha commentato l’Associazione Pro Natura / E.R.I.C.A. I 2 Fiumi – Nella giornata di oggi [28 agosto – NdR] nonostante i violenti temporali che si sono abbattuti sulla zona, un gruppo di residenti si è comunque radunato davanti al cancello della cava per manifestare la propria contrarietà al progetto. Sul posto era presente anche una troupe della Rai, che ha documentato la protesta e raccolto le testimonianze dei presenti”. * RAI News – TG3 Piemonte: La rabbia contro la nuova discarica di Spinetta Marengo: “Così siamo la nuova terra dei fuochi” Esprimendo “forte preoccupazione per un iter autorizzativo che ha visto le valutazioni tecniche dell’amministrazione comunale superate da un livello decisionale sovraordinato” e ribadendo “la necessità di massima trasparenza su tutti gli aspetti ambientali e sanitari legati al progetto, a partire dalle analisi sulla qualità delle acque superficiali e di falda dell’area interessata”, l’Associazione Pro Natura / E.R.I.C.A. I 2 Fiumi conferma il suo impegno “a seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, a fianco dei cittadini di Spinetta Marengo”. Redazione Piemonte Orientale
August 29, 2026
Pressenza
[Musica Machina] puntata 212 del 29 agosto 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #25 (agosto 2026) Ciuffy Rouge - CTL+ALT+BASS mixtape (agosto 2025) H501L – Autonomic Half-Time DnB mixtape (agosto 2026)   Puntata 212 trasmessa sabato 29 agosto 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, August 26, 2026).
August 29, 2026
Radio Onda Rossa
BiblioSocialArena 04-05 settembre 2026
Riprende la BiblioArena del Casale Podere Rosa e della Biblioteca Passepartout, nell’ambito del progetto “La biblioteca sociale …oltre il giardino !” con una rassegna di film trasposizione di romanzi. I libri sono disponibili per il prestito in biblioteca. proiezione alle ore 21,00 (NB in caso di imprevisti il film viene proiettato in saletta) Dalle 18 … Leggi tutto "BiblioSocialArena 04-05 settembre 2026"
August 29, 2026
Casale Podere Rosa
Niger, sventato tentativo di golpe
A Niamey, capitale del Niger, sono stati segnalati spari ed esplosioni, anche nei pressi del palazzo presidenziale. La giunta militare al governo fa sapere di aver respinto gli insorti — un gruppo di soldati che avrebbe tentato l’ammutinamento. “Il nostro personale e le nostre infrastrutture non sono stati coinvolti negli episodi. Tutto il personale italiano sta bene e, al momento, non emergono elementi che facciano ritenere il nostro personale esposto a pericoli imminenti”. Così il Ministero della Difesa italiano in una nota. The post Niger, sventato tentativo di golpe appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Stare svegli
C’è una canzone, prima ancora che uno slogan. Nel 1938 un musicista di nome Lead Belly scrive “Scottsboro Boys”, la storia di nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama, arrestati su un treno, quasi linciati prima ancora del processo. Alla fine della canzone, un avvertimento a chi come lui attraversa quello stato: se ci passate, tenete gli occhi aperti. “Stay woke“. Non è una metafora. È un consiglio pratico, di quelli che si danno a chi rischia la vita per un errore di percorso. Un modo per dire: io sono già stato dentro l’ingiustizia, tu non fidarti della quiete apparente. Da lì la parola ha camminato per decenni dentro le comunità afroamericane, passata di bocca in bocca, prima di ogni hashtag: un modo di volersi bene restando all’erta, di proteggersi a vicenda da un pericolo che per altri era invisibile e per loro era quotidiano. Poi, qualche anno fa, qualcosa si è spezzato. La parola è uscita da quella bocca ed è entrata in un’altra — talk show, meme, dibattiti — e a un certo punto ha smesso di indicare una vigilanza per diventare un’etichetta con cui accusare. Il passaggio non è stato annunciato. È successo nel punto esatto in cui qualcuno ha iniziato a usarla senza aver mai avuto bisogno di restare sveglio per sopravvivere. È lì che vorrei fermarmi. In quel punto di cerniera. Perché forse il problema non è la parola, è che l’abbiamo spostata senza chiederci se avevamo il diritto di portarcela via. Restare svegli, per chi l’ha coniato, non era una posizione da difendere nei dibattiti. Era un modo per accorgersi di chi restava indietro o veniva travolto, non come categoria astratta, ma come persona con un nome e una storia. Il lavoratore che muore in un cantiere o sotto il sole nei campi, nel silenzio di tutele evaporate in nome del profitto. La donna che chiede aiuto prima che sia troppo tardi e si scontra con la sottovalutazione o l’abbandono. Il ragazzo nato e cresciuto nelle nostre città a cui una legge cieca continua a ripetere che questa non è la sua casa, lasciandolo in una sospensione senza tutele. La persona anziana che rinuncia a curarsi perché la sanità pubblica è diventata un percorso ad ostacoli inaccessibile. Sono vite, non capitoli separati di un programma politico. Nessuno di loro vive la propria sopraffazione dividendo la mancanza di reddito dalla negazione della dignità: vive tutto insieme, nello stesso respiro faticoso. Forse è per questo che la parola, arrivata fin qui, suona così diversa da come è nata. Nel dibattito pubblico è diventata uno schieramento, si è o non si è, come se restare svegli fosse un’appartenenza invece che un’attenzione verso la sofferenza altrui. E una volta che un’attenzione diventa bandiera, smette di chiedere qualcosa a chi la usa. Diventa comoda. Viene da pensare a Simone Weil, quando scriveva che l’attenzione pura è la forma più rara e più alta di generosità. Per Weil, guardare davvero chi soffre non significa applicargli una categoria, un’etichetta o una teoria politica preconfezionata, ma rivolgergli una domanda semplicissima e spietata: «Qual è il tuo tormento?». Sotto la caricatura mediatica resta allora questa sola domanda originaria, che richiede lo sforzo di uno sguardo spogliato da ogni appartenenza. Non è un’ideologia da sbandierare, ma un esercizio continuo della presenza, la capacità di sostare di fronte al dolore dell’altro senza trasformarlo in un argomento di discussione. Qualcosa che va rinnovato ogni giorno, come chi, ancora oggi, ripete a chi ama: stai attento, tieni gli occhi aperti. Comune-info
August 29, 2026
Pressenza

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