I genitori ebrei sanno cosa fanno i loro figli in Cisgiordania?
I video che mostrano coloni israeliani attaccare palestinesi, mentre i soldati restano inerti o partecipano alla violenza, chiedono a gran voce un profondo esame di coscienza all’interno delle famiglie ebraiche. Fonte Tamer Nafar – 13 ottobre 2026 I video che continuano ad emergere dalla Cisgiordania sono orribili, a prescindere dalla questione ebraico-araba. Guardarli significa semplicemente … Leggi tutto "I genitori ebrei sanno cosa fanno i loro figli in Cisgiordania?" L'articolo I genitori ebrei sanno cosa fanno i loro figli in Cisgiordania? proviene da Invictapalestina.
October 15, 2026
Invictapalestina
Witralen 24
* Saluto a Juan Aliste * 12 ottobre niente da festeggiare * Jorge Huenchullian Cayul e Machi Betiana Colhuan * Il processo di Facindo Huala  
October 15, 2026
Radio Onda Rossa
Bologna. “Stuprala”, “Falla piangere”. Insulti e minacce da parte dei fascisti contro le studentesse in lotta
Ecco la vera faccia della “meglio gioventù” tanto elogiata dal Governo Meloni. Gli screenshot parlano chiaro: elementi legati ai circuiti di Azione Studentesca e Gioventù Nazionale (le organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia) hanno rivolto minacce di una gravità inaudita — che vanno dallo squadrismo all’istigazione allo stupro — contro le […] L'articolo Bologna. “Stuprala”, “Falla piangere”. Insulti e minacce da parte dei fascisti contro le studentesse in lotta su Contropiano.
October 15, 2026
Contropiano
Pena di morte in diretta streaming? Ottima idea
Vediamo ciò che permettiamo di fare dietro le quinte di una società. di Lavinia Marchetti (*) Ho letto che il Pentagono vorrebbe trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito americano condannato a morte per la strage di Fort Hood. Pare che Trump, dopo aver inizialmente sostenuto la proposta, abbia cominciato a nutrire qualche dubbio. Comincio
October 15, 2026
La Bottega del Barbieri
ALBANIA: SITUAZIONE INCENDIARIA, LA PROTESTA INVESTE TUTTE LE CITTA’. SCONTRI A TIRANA, DURAZZO E SCUTARI
Resta incendiaria la situazione a Tirana dove continuano scontri tra polizia e manifestanti, in larga parte studenti ed esponenti del movimento Flamingo, che si spostano in varie aree del centro attaccando gli edifici governativi. Scontri anche a Durazzo e Scutari. In prima fila giovani e giovanissimi, tanto che Rama – obiettivo numero uno della rivolta – minaccia i genitori: “Non permettete che i vostri figli vengano esposti alla violenza e a situazioni che mettono a rischio la vita e la loro salute, teneteli a casa” l’appello governativo. Sulla rivolta a Tirana Illy, compagno albanese in piazza e Marjo, compagno albanese che vive in Italia Ascolta o scarica 
October 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Agricoltori piemontesi contro caro carburante e carovita
In continuità con le interviste fatte in questi giorni agli agricoltori in mobilitazione in tutta Italia, ci siamo collegate con Gabriele Ponzano, presidente del nodo di Agricoltori Autonomi Italiani di Alessandria, e membro di COAPI (Coordinamento Agricoltori Pescatori Italiani). Ponzano ci aggiorna sull’ultima, partecipata assemblea dell’associazione, la scorsa settimana. Da questo incontro è emersa chiaramente l’intenzione di muoversi insieme agli agricoltori del sud Italia, ma anche ad altri cittadini e cittadine per opporsi all’aumento dei costi di produzione, al caro energia e al carovita. Proprio in questa prospettiva, sono diversi gli agricoltori e le agricoltrici che sabato 17 ottobre parteciperanno alla piazza chiamata a Torino ore 15 in piazza Castello.
October 15, 2026
Radio Blackout
Gli avvocati del governo dicono che l’Italia è in guerra per nascondere i dati sulle armi
L’Avvocatura dello Stato ha reclamato il «diniego totale» all’accesso ai dati sul transito di armi nel porto di Ravenna con la motivazione che l’infrastruttura ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati potrebbe favorire le «potenze nemiche». È questa la motivazione con la quale l’Avvocatura (che dipende dal Consiglio dei ministri, quindi da governo) ha fiancheggiato le Dogane nel rifiuto alla richiesta di accesso ai dati sui traffici di armi attraverso il porto romagnolo. Una situazione paradossale dove, da una parte, il governo ha negato ripetutamente che l’Italia sia in guerra mentre, dall’altra, gli avvocati dello stesso governo affermano che il Paese è in guerra al solo fine di negare la trasparenza democratica sulle informazioni strategiche. Ma riavvolgiamo il nastro della vicenda. Il caso è nato in seguito alla richiesta di accesso agli atti presentata da chi scrive, nel gennaio 2026, alle Dogane ufficio Romagna per avere dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto di Ravenna e sulle relative destinazioni: «la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestri e divisi per export-transito». Le Dogane nel giro di un mese mi hanno inviato un diniego totale, per motivi di sicurezza nazionale e per segreto commerciale. Assistita dall’avvocato Andrea Maestri del foro di Ravenna ho quindi fatto ricorso al Tar. A inizio luglio 2026, il Tar di Bologna ha accolto parzialmente il ricorso: si devono divulgare i dati aggregati sulle armi, visto che secondo i giudici non mettono in pericolo la sicurezza nazionale, ma si possono celare le destinazioni. Non una decisione ottimale, perché le destinazioni sono necessarie a capire se quelle armi finiscono in mano a eserciti genocidiari, ma quantomeno si è trattato di un compromesso. Peraltro dal porto di Ravenna è facile capire dove finiscono i carichi, visto che la destinazione più frequente sono proprio i porti di Ashdod e Haifa dove finiscono 1000-2000 container ogni mese, mentre alle altre destinazioni (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano…) arrivano quantità molto inferiori.  Il blocco di due ore del traffico nel porto di Ravenna, il 28 novembre 2025 Il 7 luglio, una settimana dopo la sentenza del Tar, invio a mezzo pec un sollecito alla Dogane: «in esecuzione della sentenza n.1279/2026, pronunciata dal TAR Emilia-Romagna il 1° luglio 2026 nel ricorso R.G. n. 420/2026, chiedo il rilascio dei dati da me richiesti. Visto il ritardo accumulato nella risposta, chiedo che ai dati del 2025 siano aggiunti anche i dati relativi al 2026. Qualora l’Amministrazione non provveda spontaneamente a dare esecuzione alla sentenza, mi vedrò costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza». A questo punto le Dogane, assistite dall’Avvocatura dello Stato (che dipende dal Consiglio dei ministri), si appellano al Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa in Italia, chiedendo l’annullamento della sentenza e la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. Nella memoria di consiglio scritta per l’udienza cautelare, motivano la richiesta di negare totalmente i dati aggregati sulle armi, con il fatto che il porto di Ravenna ha una «rilevanza militare con una funzione strategica nel dispositivo difensivo nazionale» e che ci troviamo «nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e divulgare questi dati avrebbe favorito le “potenze nemiche”:  «La ostensione di dati e informazioni (vieppiù a una giornalista di inchiesta) è idonea ad arrecare gravissimo e irreparabile pregiudizio agli interessi pubblici, […] alla difesa e alle questioni militari. […] La propalazione dei dati e delle informazioni consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni dello Stato del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia» si legge nel memoriale. Eppure il porto di Ravenna è classificato come porto civile e commerciale, non militare. Ma come altri porti civili, viene usato sempre più come infrastruttura dual use, anche a seguito delle decisioni europee (military mobility) sulle reti Ten-T che stanno adattando questi “corridoi” ferroviari e portuali al passaggio di armi e truppe.  L’Avvocatura dello Stato aggiunge peraltro che la mia richiesta di accesso generalizzato agli atti è un interesse privato da limitare, finalizzato al lucro (“de lucro captando”) mentre l’export e il transito di armi sono un interesse pubblico da tutelare con il segreto, sottolineano ancora che «l’interesse mediatico non equivale all’interesse pubblico».  Come se i mercanti di morte non lucrassero sul traffico di armi, e come se la professione del giornalismo non fosse un esercizio a tutela della democrazia e di rilevanza pubblica. Ma la cosa più grave, oltre all’offesa del giornalismo, è che l’avvocatura dello stato abbia dichiarato nero su bianco che ci troviamo “parte” di una guerra mondiale, mai dichiarata e mai deliberata dal Parlamento.  Il consiglio di Stato, riunito il 27 agosto per decidere sulla sospensiva, decide di non decidere: chiede a me e al mio avvocato di non esigere i dati almeno fino all’8 ottobre data della successiva udienza di merito. Accettiamo. Nel frattempo si mobilita la società civile, si costituiscono ad adivandum Weapon Watch, il centro di ricerca per la democrazia (Cred), il sindacato USB.  Nonostante ripetuti appelli da parte della società civile e del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, il sindaco Alessandro Barattoni e il presidente della Regione Michele De Pascale non si costituscono ad adiuvandum nel ricorso, preferendo agire con moral suasion verso le Dogane: a inizio settembre 2026 scrivono infatti all’ufficio nazionale delle Dogane chiedendo di rendere pubblici tutti i dati sugli armamenti che transitano da tutti i porti italiani. A oggi non ci risulta che abbiano ricevuto risposta.  L’11 settembre l’onorevole Stefania Ascari (M5S) ha chiesto che il Governo venisse in Parlamento a chiarire la rilevanza militare del porto di Ravenna, dopo aver depositato un’interrogazione parlamentare sui quantitativi di materiale d’armamento transitati dal porto di Ravenna nel 2025 e nel 2026. «Siamo in guerra? Da quando l’Italia è coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida”? Chi lo ha deciso? E quando sono stati informati il Parlamento, i cittadini e le cittadine? L’Avvocatura dello Stato, nel difendere l’Agenzia delle dogane davanti al Consiglio di Stato, ha definito Ravenna un porto di “rilevanza militare’’. Si parla anche di una “guerra mondiale a pezzi e ibrida’’. Parole gravissime, che non possono restare senza risposta, perché sono fatti di interesse pubblico e abbiamo il diritto di sapere. Perciò ho chiesto un’informativa urgente al Ministro Crosetto su quanto sta emergendo attorno al porto di Ravenna. Se dal porto di Ravenna, così come da tutti gli altri porti, transitano armamenti, il Governo deve dire con chiarezza quali materiali passano, verso quali destinazioni, con quali autorizzazioni, in base a quali accordi e perché ai cittadini e alle cittadine viene negato il diritto di sapere. Su Gaza e sulle armi che attraversano i nostri porti non possiamo accettare omertà, segreti e complicità» ha detto la Ascari in Parlamento.  Il presidio dell’8 ottobre a Ravenna mentre a Roma si svolgeva il Consiglio di Stato Hanno presentato interrogazioni simili anche il senatore Marco Croatti (M5S) e il deputato Marco Grimaldi (AVS), senza però, ad oggi ottenere risposte.  L’8 ottobre si è svolta l’udienza finale presso il Consiglio di Stato a Roma, mentre una folla di persone era in presidio a Ravenna. Sono passati ormai 7 giorni e i giudici non hanno emesso alcuna sentenza. L’attesa continua. Nel frattempo, le Dogane di Trieste hanno opposto diniego al mio accesso agli atti per conoscere la quantità di armi transitate nel porto friulano. Anche in questo caso si invoca la sicurezza nazionale e le relazioni tra gli Stati in virtù della quale la trasparenza è vietata: «la pubblicazione dei dati, anche quantitativi, (…) sul transito di armamenti (…) comporterebbe un concreto pregiudizio ai rapporti intercorrenti tra Stati e alle relazioni internazionali, in quanto la pubblicazione dei documenti oggetto dell’Istanza, anche in termini di dati di tipo quantitativo, consentirebbe, ad esempio, di identificare attraverso quali rotte commerciali gli Stati si garantiscono l’approvvigionamento di armamenti o sistemi di difesa e danno attuazione ai propri obblighi internazionali».   Ma la società civile e gli stessi portuali non ci stanno ad accettare la guerra. A Ravenna così come in altri porti italiani e internazionali il 30 ottobre ci sarà lo sciopero internazionale dei portuali contro le guerre. In Italia aderiscono finora USB e Orsa Porti. 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October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
RADIO AFRICA: TUNISIA, QUINDICI ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE. COSA RESTA DELLE SPERANZE DEL 2011?
Nella puntata di Radio Africa di giovedì 15 ottobre andiamo in Tunisia, il paese che nel 2011 diede inizio a quella stagione di rivolte popolari che sarebbe stata conosciuta come Primavera araba. Il 14 gennaio di quell’anno, dopo settimane di mobilitazioni, il presidente Zine El Abidine Ben Ali fu costretto a lasciare il potere. Una rivoluzione che aveva portato nelle piazze centinaia di migliaia di persone, unite dalla richiesta di libertà, lavoro e dignità, e che aveva aperto la strada a un processo di transizione democratica. Quindici anni dopo, però, il quadro è profondamente cambiato: dal 25 luglio 2021, quando il presidente Kais Saied ha sospeso il Parlamento e avviato un progressivo accentramento dei poteri, la Tunisia ha conosciuto una nuova stagione autoritaria. Gli spazi di partecipazione politica si sono progressivamente ridotti, mentre la repressione ha colpito oppositori, giornalisti, sindacalisti e organizzazioni della società civile. Ma la crisi tunisina non riguarda soltanto la tenuta delle istituzioni democratiche. L’estate del 2026 ha restituito l’immagine di un paese attraversato da profonde difficoltà economiche e sociali. Le interruzioni nella distribuzione di acqua ed elettricità hanno riportato le persone in piazza, questa volta per rivendicare servizi essenziali. Intanto, la disoccupazione, l’emigrazione e il peggioramento delle condizioni di vita alimentano un sentimento sempre più diffuso di sfiducia nei confronti delle istituzioni. Che cosa rimane oggi delle speranze nate dalla rivoluzione del 2011? E quali possibilità di cambiamento esistono in un paese in cui manifestare, fare opposizione e persino raccontare ciò che accade può comportare conseguenze giudiziarie? Ne parleremo con Matteo Garavoglia, giornalista che segue da anni le vicende del Nord Africa, e con Majdi Carbai, ex deputato tunisino dell’opposizione di sinistra, oggi in esilio in Italia. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 1 ottobre alle ore 18.45 e in replica venerdì 18 settembre, alle ore 6.30. Ascolta o scarica.
October 15, 2026
Radio Onda d`Urto

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