[2026-07-15] Mercoledì 15 luglio "I diavoli" al Cineforum Bakunin @ Gruppo Anarchico Bakunin
MERCOLEDÌ 15 LUGLIO "I DIAVOLI" AL CINEFORUM BAKUNIN Gruppo Anarchico Bakunin - via vettor fausto, 3, roma, italy (mercoledì, 15 luglio 20:00) Mercoledì 15 luglio proietteremo I DIAVOLI (Ken Russell, 1971) Nel lontano 1634 in una piccola cittadina francese avvenne il più famoso caso di possessione demoniaca di massa della storia. Da questi eventi è stato tratto il libro "I Diavoli Di Loudun" del britannico Aldous Huxley, da cui poi John Whiting si è ispirato per un dramma teatrale nel 1960. Solo un grande visionario come Ken Russell poteva riprendere in mano queste controverse vicende storiche trasformandole in sconvolgente anarchia. Durante la prima metà del XVII° secolo il cardinale Richelieu – ristabilita la pace dopo le guerre di religione – per consolidare il potere regio, invia il barone di Laubardemont a Loudun con l’incarico di abbatterne le fortificazioni. Ma il prete Urbain Grandier (a cui sono stati conferiti pieni poteri fino all’elezione di un nuovo governatore) si oppone alla decisione di buttare giù le mura, consapevole che questo sarebbe il primo passo per la completa revoca della libertà e dell’autonomia cittadina. Grandier è un uomo carismatico e affascinante, piace alla gente così come piace alle suore Orsoline di Loudun: il prete intraprende numerose relazioni con le sue penitenti ma quando Madre Jeanne degli Angeli (la superiora del convento) mette gli occhi su di lui, la storia prende la piega di una contorta e morbosa ossessione. I Diavoli” (“The Devils”) è puro isterismo e continua provocazione, un film diretto magistralmente da un Ken Russell qui assolutamente ispirato. La messa in scena è barocca, poiché ogni inquadratura è appesantita da personaggi convulsi e scenografie imponenti: possiamo toccare con mano uomini e oggetti che si compattano in una poltiglia fiammeggiante, ecco che quindi ritorna il caos inteso come liberazione edonistica in opposizione alle costrizioni spirituali. Il retaggio storico viene quindi fagocitato da un caleidoscopio di immagini ricche di furiosa intensità, come se ogni sequenza fosse il risultato di una bomba appena esplosa. Questo continuo movimento mette in circolo una rivoluzione ben più attuale di una semplice testimonianza legata alla possessione, motivo per il quale “I Diavoli” è da sempre considerato uno dei titoli blasfemi per eccellenza. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane. Quello di Russell è un film sopra le righe in tutto e per tutto: Oliver Reed è in stato di grazia, Vanessa Redgrave è sinuosamente inquietante, “I Diavoli” sono praticamente dei serpenti velenosi pronti a morire pur di raggiungere il loro scopo. Che il genere conventuale esploso durante gli anni settanta prenda spunto da questa pellicola è un dato di fatto, ma quello di Ken Russell è un lavoro che si pone al di là della religione e di quattro suore in preda a oscuri pruriti sessuali. Con “I Diavoli” inoltre veniamo catapultati oltre la soglia del dualismo bene contro male, termini che si annullano a vicenda assimilati da questa spirale di inarrestabile perversione. Il piacere carnale, la tortura, il dolore, la teatralità dei movimenti, una lezione fondamentale che ritroveremo dopo pochi anni nel linguaggio dei connazionali Derek Jarman (qui scenografo) e Peter Greenaway. Il primo più esibizionista ma anche capace di svolte intimiste, il secondo invece eccentrico e intellettuale fino al midollo. “I Diavoli” è un passaggio obbligato per tutto il nostro amato cinema di confine: visionario, iconoclasta, quasi surreale, un istinto anticonformista in cui il demonio fa quasi da spettatore, sghignazzando sul materialismo dilagante di ogni individuo. Presentata a Venezia nel 1971, la pellicola fu accusata di volgarità e faziosità (scandalizzando buona parte della critica), mentre pochi mesi dopo arrivò puntuale il sequestro dalle sale cinematografiche italiane. La versione restaurata contiene la celebre sequenza denominata "Lo stupro di Cristo", la quale fu motivo di grande scandalo all'epoca della prima proiezione a Venezia e, per questo motivo, completamente eliminata nella versione uscita inizialmente nei cinema. Anche Albino Luciani, nel 1971 Patriarca di Venezia e poi futuro Papa con il nome di Giovanni Paolo I, criticò duramente il film, dopo la sua proiezione alla Mostra cinematografica, in una lettera pastorale inviata ai fedeli della sua diocesi. Per noi resta un magnifica (a dir poco)pellicola. I fatti , gli scandali e abusi (conosciuti e non) sessuali della Chiesa,restano di fatto una realta' spesso documentata e taciuta talvolta,di cui purtroppo le vittime non sono attori/ci e non fanno parte di un cast cinematografico. Quella stessa realtà che ha tentato e tenta di censurare film e' regista e spettatore, carnefice e crudele falsificatore.   PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE. Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare... Appuntamento mercoledì 15 LUGLIO al tramonto (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale). Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio. gruppobakunin@federazioneanarchica.org
July 12, 2026
Gancio de Roma
La FIFA non è un’organizzazione sportiva indipendente; è uno strumento politico
di Xavier Abu Eid,  Al Jazeera, 11 luglio 2026.   Gli appassionati di calcio di tutto il mondo stanno scoprendo solo ora ciò che i palestinesi sanno da tempo. Il presidente della FIFA Gianni Infantino (al centro) con Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio Palestinese, e Basim Sheikh Suliman, presidente della Federcalcio Israeliana, durante il 76° Congresso della FIFA a Vancouver, in Canada, il 30 aprile 2026 [Jennifer Gauthier/Reuters] Questo Mondiale ha messo sempre più sotto i riflettori la FIFA e la sua leadership. La sua decisione di revocare la sospensione di un calciatore americano dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato indignazione tra gli appassionati di tutto il mondo. Nel frattempo, sono state mosse accuse agli arbitri di aver favorito l’Argentina nelle loro decisioni durante le partite contro l’Egitto e Capo Verde. In Palestina, da anni assistiamo e subiamo in prima persona la natura corrotta della FIFA. Nonostante il suo statuto imponga esplicitamente all’organizzazione di rispettare i diritti umani, essa ha sistematicamente omesso di farlo quando si è trattato del calcio palestinese. Ha ripetutamente respinto le richieste della Federcalcio Palestinese (PFA) di sospendere la Federcalcio Israeliana (IFA) per aver permesso che le partite del proprio campionato venissero disputate su territori palestinesi occupati, da squadre che risiedono in insediamenti illegali. Non ha condannato l’uccisione di massa e la mutilazione di calciatori palestinesi né ha chiesto il rilascio dei calciatori detenuti – tra cui, più recentemente, Rand Halawani e Natalie Abu Dayyeh, membri della nazionale femminile palestinese. Non ha protestato contro la distruzione degli stadi di calcio palestinesi. Non ha fatto nulla per costringere Israele ad abbandonare le varie politiche che limitano e minano il calcio palestinese, tra cui il rifiuto di concedere permessi di viaggio alle squadre palestinesi. La FIFA non solo ha tollerato e normalizzato il razzismo, l’apartheid e l’occupazione, ma ha anche preso parte agli sforzi volti a congratularsi per la partecipazione dei calciatori israeliani ai crimini di guerra a Gaza o in Libano. Nonostante le ripetute sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e le varie risoluzioni dell’ONU, la FIFA continua ad affermare che le richieste palestinesi sono «una questione altamente complessa ai sensi del diritto internazionale pubblico» e che «lo status giuridico definitivo della Cisgiordania rimane irrisolto». Ciò equivale a sostenere le argomentazioni israeliane, fatte proprie dall’amministrazione Trump per proteggere il proprio alleato Israele e legittimare il furto di terra palestinese. Israele ha sfruttato il turismo, l’archeologia, la religione, l’agricoltura e altri settori per normalizzare la propria annessione illegale, e lo stesso ha fatto anche attraverso il calcio – con il sostegno della FIFA Il contributo della FIFA ai crimini israeliani si è ampliato sotto la presidenza di Gianni Infantino. Le organizzazioni per i diritti umani hanno giustamente deferito le azioni di Infantino alla Corte Penale Internazionale, accusandolo di agire «in piena consapevolezza che tali pratiche costituiscono violazioni dei diritti umani, apartheid e crimini di guerra» e di ignorare le numerose segnalazioni e lettere sull’argomento. La dirigenza della FIFA non solo è rimasta in silenzio e passiva di fronte ai crimini di Israele e al coinvolgimento della Federcalcio Israeliana (IFA), ma ha anche partecipato attivamente alla loro copertura. Il mese scorso, la FIFA ha suggerito che la Palestina dovesse affrontare Israele nella partita inaugurale di un torneo under 15 per «promuovere la pace». Alcune settimane prima, Infantino aveva cercato personalmente di costringere il presidente della PFA a stringere la mano alla sua controparte israeliana. La FIFA chiaramente non è più una federazione sportiva internazionale neutrale, che secondo il proprio statuto dovrebbe evitare qualsiasi interferenza politica. È stata trasformata in uno strumento politico a sostegno della politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati. Lo stesso Infantino è un ottimo esempio di questa realtà. Nel 2018, senza alcuna ragione apparente, ha partecipato alla firma ufficiale degli Accordi di Abramo a Washington – un accordo che di fatto mirava a rimuovere la questione palestinese dall’agenda collettiva araba. Nel 2021, ha partecipato a una conferenza del quotidiano israeliano di destra Jerusalem Post, tenutasi in una sede costruita sul cimitero musulmano profanato di Mamillah a Gerusalemme. A febbraio, Infantino ha partecipato all’inaugurazione del controverso Board of Peace, che mira a porre fine al coinvolgimento dell’ONU nella questione palestinese e a bloccare qualsiasi iniziativa giuridica internazionale volta a porre fine all’occupazione israeliana e al genocidio. Ha persino annunciato una «partnership strategica per promuovere la ripresa e la pace attraverso il calcio» con il Board of Peace. Le controversie in corso sull’organizzazione dei Mondiali vanno comprese in questo contesto. La FIFA ha chiaramente perso il controllo sul proprio processo decisionale indipendente in quanto organizzazione sportiva internazionale e ha abdicato alla propria responsabilità di tenere la politica fuori dal calcio. Alla domanda sulle varie violazioni commesse dagli Stati Uniti in qualità di paese ospitante nei confronti di calciatori, arbitri e tifosi, Infantino ha risposto al pubblico che dovrebbero «calmarsi, rilassarsi». Tutto ciò è incredibilmente dannoso per la fiducia dell’opinione pubblica nelle organizzazioni internazionali come la FIFA. È inoltre dannoso per il calcio internazionale e per la sua reputazione di sport inclusivo per tutti. Se Infantino non cambierà radicalmente rotta, lascerà un’eredità di distruzione. Per quanto riguarda il calcio palestinese, esso continuerà a resistere. Questo sport esiste sin dalla fondazione della squadra della St George’s School a Gerusalemme nel 1904. Da allora, il calcio ha fatto parte di ogni momento della vita palestinese. E come tutte le cose palestinesi, ha la forza di sopravvivere a un’occupazione, a un genocidio e a una FIFA corrotta. Xavier Abu Eidè un politologo, dottorando al Trinity College di Dublino ed ex consulente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/7/11/fifa-is-not-an-independent-sporting-organisation-it-is-a-political-tool Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Il vertice NATO di Ankara si è concluso come una grande fiera delle armi
di Valeria Casolaro,  L’Indipendente, 9 luglio 2026.   La difesa comune passa per gli accordi miliardari siglati con le aziende della difesa di tutto il mondo. E proprio tali accordi sono stati l’elemento centrale del summit della NATO di Ankara, conclusosi ieri. Anche sulla spinta della minaccia degli Stati Uniti di abbandonare l’Alleanza Atlantica, dopo che Trump si è lamentato a più riprese dell’impegno insufficiente degli alleati, minacciando di abbandonare il gruppo. Così, dopo che il 2025 si è confermato come l’anno in cui la spesa globale in armi ha registrato il suo record assoluto, i Paesi membri della NATO hanno rilanciato sulla politica che vede il riarmo come strumento chiave della difesa, impegnandosi in contratti per il riarmo del valore di «decine di miliardi di dollari». Il 2025 è anche stato l’anno in cui i membri dell’Alleanza hanno segnato un traguardo mai visto prima: tutti hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL per la Difesa. Per quanto riguarda l’Italia, alcune stime dimostrano che in realtà tale dato rappresenta più che altro il risultato di artifici contabili, ma resta il fatto che l’impegno per il riarmo ha raggiunto obiettivi mai visti prima. Il nostro Paese si colloca al terzo posto tra quelli del G7 per aumento di spese militari (+20% dal 2024) e al primo posto per aumento nell’export di armi (+157% tra il 2021 e il 2025). Il programmi di riarmo avviati dall’attuale governo sono 78, con 31 miliardi circa divisi equamente tra componente corazzata e aviazione e un aumento di 7 miliardi alla Marina, che si somma ai tre miliardi aggiuntivi destinati alla difesa aerea e antimissile. E la previsione di spesa per il 2026 prevedono ulteriori 32 miliardi destinati al solo ministero della Difesa. Una accelerazione che, evidentemente, non è ancora sufficiente per gli Stati Uniti, che hanno lamentato a più riprese uno scarso impegno da parte dei Paesi UE, minacciando di uscire dall’Alleanza. Così, nel clima di corsa al riarmo scatenato dagli sbalzi di umore trumpiani, il fulcro del summit di Ankara è stato il NATO Summit Defence Industry Forum, svoltosi a margine dell’incontro ufficiale e che ha visto la presenza di molte tra le aziende leader nel settore della difesa. Gli accordi siglati sono tanti e valgono complessivamente una cascata di miliardi – 50, per la precisione, cui si aggiungono i 140 miliardi in due anni destinati all’Ucraina. Lockheed Martin, per esempio, si è impegnata con USA, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia a valutare la realizzazione di una struttura dedicata alla manutenzione dei missili PAC-3, struttura che «rafforzerà la prontezza operativa della difesa aerea e missilistica integrata della NATO, fornendo capacità di manutenzione e supporto nella regione». È stato poi siglato, sempre nell’ambito del summit, un accordo con la tedesca Rheinmetall per la produzione di missili ATACMS in Europa, con il supporto del governo tedesco e statunitense. Un «segnale forte per l’industria della difesa europea e per la resilienza a lungo termine della NATO», ha detto Dennis Goege, ad per l’Europa di Lockheed Martin. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha poi annunciato che verranno avviati negoziati formali con SAAB per l’acquisizione di un massimo di dieci sistemi GlobalEye, sistemi di allerta precoce e controllo aereo che, grazie all’utilizzo di sensori di ultima generazione, permette il rilevamento e l’identificazione a lungo raggio di oggetti in volo, in mare e sulla terraferma. È stata lanciata una iniziativa che include i governi di Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito per l’Airbus A400M, velivolo già  che ha l’obiettivo di «colmare le lacune nella capacità di trasporto aereo strategico tra gli alleati europei» e di riuscire a realizzare «una flotta multinazionale incentrata sul velivolo militare Airbus A400M». Per quanto riguarda l’Italia, Accenture e Leonardo si sono impegnate con la NCIA (NATO Communications and Information Agency) a sviluppare il PBN, il Protected Business Network, il quale gestisce le operazioni classificate della NATO. L’operazione ha il fine di modernizzare le infrastrutture digitali dell’Alleanza Atlantica e costruire «un’organizzazione sempre più connessa e guidata dai dati, capace di sviluppare e mettere a disposizione capacità digitali con rapidità e su larga scala». A scanso di equivoci, la centralità degli investimenti nelle «esigenze fondamentali della difesa» è ribadita nettamente nella dichiarazione finale del summit. L’articolo 5 del Trattato di Washington (che stabilisce il principio della difesa collettiva) sembra così vestito di un nuovo significato politico, piegato del tutto agli interessi USA. Per i quali l’Europa si trova a dover pagare il conto. Valeria Casolaro, classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L’Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura, hanno attraversato l’Iran. Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr. Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione, Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa, presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al 1989. Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026 Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani. Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del 2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e Israele. La morte: 28 febbraio 2026 Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema; la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività ufficiali. Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201 morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di persone comuni. Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Il rinvio dei funerali Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini; l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione principale di questo lungo rinvio. In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19 aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. I funerali: il racconto di un lungo addio Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026, diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno chiuso. La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro —, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di un legame spirituale tra suo padre e Khamenei. La sepoltura a Mashhad Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese. Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni — cifra comunque oggetto di dibattito. Un’eredità in discussione La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana. Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia. Seyyed_Ali_Khamenei_in_meeting_of_Vietnamese_President Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Marco Rubio: Cuba base per operazioni sovversive
Il segretario di stato degli Stati Uniti ha lanciato, in occasione del quinto anniversario delle proteste dell’11 luglio 2021, nuove minacce contro Cuba, definendo l’isola come una base per operazioni militari, di intelligence, terroristiche, sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dagli Stati Uniti. «Oggi ricorre il quinto anniversario da quando il regime comunista di Cuba ha represso brutalmente le proteste pacifiche dell’11 luglio, mettendo ancora una volta a tacere i cubani che chiedevano il rispetto dei diritti fondamentali, dignità e opportunità”, scrive su X il segretario di stato degli Stati Uniti. “Ad oggi, centinaia di cubani restano ingiustamente incarcerati e detenuti in condizioni durissime solo per aver chiesto perché gli abitanti del Paese non possano possedere liberamente un’attività, partecipare al processo politico e provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Il regime deve rilasciare immediatamente questi prigionieri politici”, continua il suo messaggio. Marco Rubio, nella sua consueta propaganda, dimentica che nel 2021 a Cuba era permessa la libera professione e molti cubani già si dedicavano a svolgere attività in proprio. Si dimentica pure di ricordare che il suo paese, la culla della democrazia e dei diritti, ha condannato a pene comprese tra trenta e cento anni otto attivisti per un’azione compiuta davanti ad un carcere dell’ICE nella città di Alvarado. Il 4 luglio 2025 un gruppo di manifestanti protestava di fronte al carcere, intervenne la polizia e un agente rimase ferito. I manifestanti furono accusati di far parte di una cellula dell’organizzazione Antifa, organizzazione considerata terroristica negli Stati Uniti, poi è Cuba lo stato che persegue i dissidenti… “Il Presidente Trump e io vogliamo un futuro migliore per Cuba, in cui i suoi cittadini abbiano maggiori opportunità, libertà e dignità, e il Paese stesso smetta di fungere da base per operazioni militari, di intelligence, terroristiche e sovversive straniere e ostili a sole 90 miglia dal territorio degli Stati Uniti”. Le accuse di essere una base per azioni di intelligence e spionaggio nei confronti degli Stati Uniti è la solita propaganda portata avanti dalla Casa Bianca per giustificare il fatto che Cuba è una minaccia per il paese a stelle e strisce. Né Marco Rubio né alcun altro politico dell’amministrazione di Donald Trump ha fornito uno stralcio di prova di quanto affermato. Negli anni scorsi avevano sostenuto da Washington che la Cina avrebbe costruito basi militari per ascoltare le conversazioni provenienti dagli Stati Uniti basandosi su alcune foto satellitari dalle quali però non veniva evidenziato nulla. “Gli Stati Uniti continueranno a utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per promuovere riforme economiche e politiche significative a Cuba, nonché per proteggere gli americani dalle minacce sovversive provenienti dall’isola», conclude Marco Rubio. L’11 luglio 2021 si verificarono a Cuba diverse manifestazioni nelle quali la popolazione chiedeva riforme e accusava il governo di Miguel Diaz Canel, in piena pandemia da Covid-19, di non essere in grado di garantire un’efficace protezione della popolazione dal virus. A livello internazionale si chiedeva la creazione di un corridoio sanitario per combattere gli effetti della pandemia sull’isola. I cubani che quel giorno manifestavano presero a pretesto questa idea per attaccare il governo, infatti nelle proteste espressero la richiesta alla comunità internazionale di istituire un corridoio umanitario per combattere gli effetti della pandemia a Cuba, ma forse non era Cuba il paese dove occorreva prendere in considerazione questa ipotesi. La vicina Florida era in condizioni molto peggiori dell’isola caraibica. Infatti, secondo quanto riportava l’Università Johns Hopkins che analizzava a livello mondiale i dati dell’incidenza della pandemia sulla popolazione, in Florida si avevano 2.404.895 casi di contagio e 38.157 decessi causati dal Covid 19. Lo stato della Florida contava una popolazione di 21,3 milioni di abitanti quindi l’incidenza dei contagiati era del 11,2 per cento mentre la mortalità in rapporto ai contagiati era del 1,58 per cento. Veniamo adesso ai dati che venivano registrati a Cuba in quei giorni. L’isola contava 11,3 milioni di abitanti, i contagi totali erano 269.546 e 1.791 decessi. Quindi la percentuale di contagiati sulla popolazione era del 2,38 per cento e i decessi erano lo 0,66 per cento delle persone contagiate. In sintesi Cuba si stava comportando sul versante della lotta alla pandemia in modo indiscutibilmente migliore della Florida, degli Stati Uniti e di molte altre nazioni per cui non veniva minimamente chiesto alcun intervento internazionale per arginare la diffusione del virus. Nello stato di Marco Rubio il tasso di contagio sulla popolazione era 4,7 volte maggiore che a Cuba ed i decessi erano 2,4 volte maggiori che sull’isola caraibica. Ma l’11 luglio 2021, giorno delle proteste ricordate dal segretario di stato statunitense, la narrazione imposta dai mass media mondiale che l’isola fosse in piena emergenza sanitaria, nonostante i dati ufficiali che giornalmente venivano pubblicati dalla autorità sanitarie cubane smentissero tale narrazione,  fu usata come pretesto per attaccare il governo e tacciarlo di inefficienza.     Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
July 12, 2026
Pressenza
Re-imagine Peace, secondo giorno: israeliani e palestinesi lottano insieme contro l’occupazione, la pulizia etnica e il genocidio
La mattina di sabato 11 luglio il festival Re-Imagine Peace entra nel vivo con il documentario “The day after”, work in progress sull’esperienza degli accordi di pace in Irlanda del nord tra cattolici e protestanti, arrivati nel 1998 dopo decenni di scontri, morti, bombe, vendette, arresti e detenzioni. I due registi Yuval Orr, israeliano e Aziz Abu Sarah, palestinese, raccontano l’origine e il proposito del documentario, ossia accompagnare un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi per imparare dai protagonisti come fare la pace tra nemici. Alternando spezzoni del documentario alle testimonianze dei registi, ascoltiamo i racconti di attivisti, parenti di vittime degli attentati e negoziatori, da cui emerge con chiarezza la difficoltà di sedersi al tavolo dei negoziati tra persone che si odiano, tra quelli che vengono considerati terroristi, o sono i diretti responsabili della morte di persone care. Un’importante lezione emersa da queste difficili trattative riguarda la domanda: cosa ogni parte è disposta a concedere e non solo cosa vuole ottenere. Il ruolo fondamentale delle donne per mandare avanti i negoziati emerge con chiarezza, così come quello di un personaggio esterno come Nelson Mandela. In un momento di stallo, un viaggio in Sudafrica sblocca la situazione, quando Mandela ricorda che la pace si fa tra nemici e che l’apartheid sconfitto in Sudafrica rischia di continuare in Irlanda del nord. Alcune testimonianze strazianti di persone che hanno perso figli, mogli e altri parenti ricordano in modo impressionante quelle di israeliani e palestinesi ascoltate negli incontri del Parents Circle. Il processo di riconciliazione è lungo (ad esempio per la consegna delle armi ci sono voluti vent’anni e non due), a Belfast esistono ancora muri tra quartieri e scuole separate, ma le uccisioni sono cessate e gli spazi d’incontro e i matrimoni misti sono aumentati. Nel pomeriggio The future is peace, incontro con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon. descrive l’esperienza di un libro scritto insieme, un viaggio di otto giorni in diversi posti, tra cui Gaza e il kibbutz dove Maoz è nato e i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre. I due, abituati a lavorare insieme da anni, parlano con chiarezza di genocidio a Gaza e di violenza strutturale e ammettono che alcune delle voci raccolte nel libro sono scomode e difficili da ascoltare. Lanciano una sfida a cambiare la realtà e ribattono con fermezza all’accusa di ingenuità rivolta a chi, come loro, è convinto che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la nonviolenza, sostenendo che gli ingenui sono quelli che pensano che la pace e la giustizia si raggiungano con la violenza e a guerra. L’incontro termina con la musica di Neta Weiner, che suona la fisarmonica, parla e canta in varie lingue (ebraico, arabo, inglese e yiddish). In contemporanea al Cinema Astra si è svolta la proiezione del film There is Another Way che racconta con immagine anche molto crude la reazione degli attivisti di Combatants for Peace ai fatti del 7 ottobre. Combatants for Peace è una organizzazione di coresistenza formata da palestinesi e israeliani nata 20 anni fa da un gruppo di ex militari israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno scelto la nonviolenza. Il regista Stephan Apkon, introducendo il documentario, ha detto che lo proietta per suscitare un dibattito e produrre domande sul conflitto, sul genocidio, sui diritti umani e sull’occupazione. All’incontro ha partecipato Bianca Senatore della fondazione Gariwo che promuove il documentario e Iris Gur del Combatants, mentre la palestinese Mai Shaheen è riuscita a intervenire solo da remoto a causa delle restrizioni di movimento in Cisgiordania ulteriormente peggiorate in questi giorni e denunciate durante l’incontro. Iris, a questo proposito ha spiegato la situazione drammaticamente surreale in cui vivono gli attivisti e le persone comuni che cercano di muoversi in quel territorio, ricordando come i diritti umani valgano solo per i cittadini di origine ebraica e non per quelli di origine araba. Il documentario relazione con intensità e drammaticità cosa è successo dopo il 7 Ottobre all’interno di quell’associazione e come sia stato possibile uscirne in mondo nonviolento, mantenendo i legami costruiti in anni di attività comuni e spezzati, apparentemente, dalla tragedia. In realtà Combatans for Peace è riuscita, grazie proprio alla sua idea di coresistenza e all’importanza che dà ai rapporti umani, a rafforzare le sue attività di difesa dei territori palestinesi dall’attacco dei coloni, a manifestare per l’acqua a disposizione di tutti, per il cessate il fuoco e la fine del genocidio a Gaza. La giornata si conclude col potente documentario Coexistance, my ass! dell’attivista e comica israeliana Noam Schuster Eliassi; cresciuta nel villaggio di Neve Shalom/Wahat as-Salam, dove ebrei e arabi convivono in pace, Noam ripercorre gli ultimi anni tumultuosi, alternando battute fulminanti (“Non preoccupatevi, resterò solo sette minuti, non settant’anni”, a scene del suo impegno politico e di denuncia del regime fascista che governa Israele. Memorabile la scena in cui discute animatamente con un partecipante a una manifestazione contro Netanyahu, ricordandogli l’oppressione dei palestinesi e ricevendo come risposta uno sbrigativo: “Ora pensiamo a difendere la nostra democrazia, poi vedremo.” La posizione di Noam non lascia spazio a dubbi: ci sono israeliani che non hanno paura di denunciare il genocidio a Gaza, l’occupazione e la pulizia etnica e di schierarsi dalla “parte giusta”. Foto della redazione toscana: combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Muravera (CA), inaugurazione di “Domu Mia Spiaggia Inclusiva” alla Marina di San Giovanni
Muravera, 9 luglio 2026, inaugurazione della “Spiaggia inclusiva”, a cura della Associazione “Domu Mia”. Nella spiaggia della Marina di San Giovanni sono convenute tante persone del paese e dei paesi del Sarrabus, anche dal Gerrei, per l’inaugurazione della struttura che permetterà a persone disabili e anziane di poter godere del mare. Il servizio  giornaliero, assicurato dai volontari e dalle volontarie dell’associazione, renderà effettiva l’accessibilità alla spiaggia e alla balneazione. (foto di Pierpaolo Loi) “Domu Mia Spiaggia inclusiva” si ripropone per il quarto anno consecutivo; un progetto che si realizza grazie alla tenacia dell’associazione e alla ricerca di sinergie, come nel suo breve discoro ha spiegato il presidente, Ninni Santus. Alle festa di inaugurazione non sono mancate le amministrazioni locali, le associazioni del territorio e don Vittorio Quaranta, responsabile dell’ufficio della Diocesi di Cagliari per l’inclusione delle persone con disabilità. Non sono tante le “spiaggie inclusive” o, talvolta, si tende a relegarle in angoli non visibili, ha affermato don Quaranta, mentre l’inclusione esige la visibilità. Su questo c’è ancora tanto da fare. Dovrebbe essere compito delle amministrazioni dei paesi costieri, della stessa Regione Sardegna, garantire a tutti il diritto di godere del bene comune, che è il mare, con uno sguardo speciale rivolto alle persone più fragili e bisognose. In un post sulla pagina Facebook, “Domu Mia” ha scritto: con questa inaugurazione “… abbiamo celebrato un percorso fatto di accoglienza, solidarietà e diritti. Un grande grazie va a chi continua a credere nella nostra missione: ai volontari, cuore pulsante della spiaggia inclusiva, alle istituzioni, alle associazioni partner e a tutte le persone che con la loro presenza hanno reso questa giornata ancora più bella”. (foto di Pierpaolo Loi) La serata è stata allietata dalla musica dal vivo dei Glees con le loro melodie sarde e irlandesi, offrendo l’occasione di danzare a giovani e anziani in un’atmosfera gioiosa, mentre si gustava il cibo prelibato, preparato con amore dalle volontarie dell’associazione.     Pierpaolo Loi
July 12, 2026
Pressenza
Conflitti: Lo scandalo che sta sconvolgendo l'esercito ucraino
Il colonnello Stanislav Luchanov, comandante della brigata meccanizzata addestrata in Francia con 900 milioni di euro, è accusato di sequestro e omicidio di due civili. Un caso che scuote l'esercito ucraino e mette in luce la crisi morale di un esercito in difficoltà..
July 12, 2026
PeaceLink
Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa Cattolica
di Paola Caridi,    +972 Magazine, 10 luglio 2026.   Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma in tutta la Chiesa, molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele. Papa Leone XIV durante la sua inaugurazione, in Città del Vaticano, Santa Sede, 18 maggio 2025. (Mazur/cbcew.org.uk) Il primo papa proveniente dagli Stati Uniti era ben lontano dai festeggiamenti del 4 luglio che segnavano il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai confini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa — primo scalo per migliaia di migranti che intraprendono il pericoloso viaggio verso nord alla ricerca di una vita migliore. Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità affacciato sul mare. «Sono qui», ha dichiarato, «seguendo le orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro». Collegando la sua visita al primo viaggio pontificio di Francesco, Leo non si limitava a rendere omaggio al suo predecessore o a segnalare continuità. Si stava schierando al fianco dei migranti che avevano rischiato tutto solo per incontrare persecuzioni e violenze in Europa e negli Stati Uniti. Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come Francesco prima di lui, ha esortato l’umanità nel suo insieme — credenti e non credenti — a fare i conti sia con le nostre azioni che con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più mortali nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza». Leone è tornato sullo stesso terreno morale. In effetti, il primo anno del pontificato di Leone ha ruotato costantemente attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo del comportamento sia personale che collettivo. Il brano evangelico che ha scelto per Lampedusa è stata la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre davanti allo straniero ferito, il suo «prossimo», sulla strada da Gerusalemme a Gerico. È proprio su quella strada — da Gerusalemme a Gerico, ora soffocata dai posti di blocco militari — che vengono messe a fuoco le questioni relative al pontificato di Leone. Lui parla costantemente di pace. Ha ripetutamente menzionato Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola «genocidio». Le parole che Leone non pronuncia, parole che Francesco era pronto a pronunciare, sono diventate l’assenza determinante di questo capitolo del suo pontificato. L’insediamento di Papa Leone XIV, nella Città del Vaticano, il 18 maggio 2025. (Foto ufficiale del Dipartimento di Stato/Freddie Everett/Wikicommons) Pressione dal basso Mentre nel corso dell’ultimo anno si intensificavano in tutta Italia le proteste di base contro l’assalto di Israele a Gaza — dagli scioperi nazionali e ai blocchi portuali alle occupazioni studentesche e alle manifestazioni di massa — è emersa una frattura parallela all’interno della Chiesa cattolica. La questione è venuta alla ribalta prima dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti contro il Genocidio, una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi fondata nel settembre 2025, ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza. Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non sono presenti, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate alcune delle voci ecclesiastiche più schiette d’Italia nel chiedere un intervento su Gaza. «Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levino parole più chiare, più profetiche e più concrete», si legge nella lettera. «Una parola che invochi un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che invochi la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che invochi il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione». L’Associazione ha inoltre chiesto «l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e di tutta l’umanità sulla base della nostra comune umanità», e ha avvertito che «le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta persino delle comunità cristiane rischiano di renderli complici». L’appello rifletteva la crescente frustrazione per la retorica sempre più contenuta del Vaticano, in particolare dall’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso reso tese le relazioni con Israele parlando in modo più diretto delle sofferenze dei palestinesi e mantenendo stretti legami personali con la comunità cristiana assediata di Gaza. Leone ha continuato a invocare la pace, l’accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati notevolmente più rari. Papa Francesco saluta la folla dopo aver presieduto una messa all’aperto in Piazza della Mangiatoia, fuori dalla Basilica della Natività nella città cisgiordana di Betlemme, il 25 maggio 2014. (Mustafa Bader/Activestills) Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente in termini diretti le azioni di Israele a Gaza. Tuttavia, né Battaglia né alcun altro vescovo italiano di spicco — compreso lo stesso Leone — le ha definite un genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, dalle organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani e da più di una dozzina di stati. Tale cautela segna una svolta rispetto all’approccio stabilito sotto Francesco. Già ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano in aumento, alimentate da annose controversie sullo status giuridico e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà sempre più pubblici di Francesco nei confronti dei palestinesi. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non programmata presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano contro il cemento accanto a un graffito con la scritta «Free Palestine» Ha inoltre viaggiato in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando il muro di separazione israeliano lungo il percorso tra le due città. Dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, secondo quanto riferito Francesco avrebbe chiamato la Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City ogni sera alle 19:00 fino a poco prima della sua morte, parlando con il parroco e i membri della comunità cristiana che si erano rifiutati di abbandonare il complesso. Come Papa Francesco, anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di tre decenni in Terra Santa, si è affermato prima del 7 ottobre come uno dei critici più acuti di Israele all’interno della Chiesa. Ha ripetutamente denunciato la violenza dei coloni sostenuta dallo stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, oggetto di ripetuti attacchi, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. In seguito all’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022, ha anche condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al corteo funebre durante il suo funerale a Gerusalemme. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa durante una funzione commemorativa per il defunto Papa Francesco, nella Chiesa del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, il 23 aprile 2025. (Jamal Awad/Flash90) «Attaccare i partecipanti al corteo funebre, colpirli con i manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, compreso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico», ha affermato in una dichiarazione. Il genocidio di Gaza, tuttavia, ha segnato una svolta. A seguito di quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, culminando in una lettera pastorale pubblicata ad aprile. «C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato», ha scritto. «Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.» Ha ribadito tale distinzione in dichiarazioni successive, diventando così una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere la fondamentale asimmetria che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi. La fine dell’eccezionalismo cristiano Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 denominazioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs — la parola greca che indica un momento decisivo che richiede un’azione. Rivolto alla Chiesa mondiale, il documento ha esortato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo insieme. L’appello è giunto in un momento critico. Gli israeliani ebrei di destra e nazionalisti religiosi prendono di mira da tempo chiese, clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania occupata. Tuttavia, la recente escalation di tali attacchi indica un cambiamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo concesso ai cristiani. Giovani israeliani aggrediscono un gruppo di giornalisti, per lo più palestinesi, alla Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme alla vigilia della Marcia delle Bandiere, il 5 giugno 2024. (Faiz Abu Rmeleh/Activestills) Durante la Marcia delle Bandiere del Giorno di Gerusalemme di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito dei palestinesi nel quartiere cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato alcuni manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazionaliste-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i successivi governi israeliani un tempo tracciavano tra palestinesi cristiani e musulmani — spesso favorendo i primi — è in gran parte scomparsa. Per la leadership nazionalista-religiosa di Israele, la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, comprese le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, né lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo finanziario che esso offre. Le successive guerre di Israele e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come la Grecia, la Turchia o la Spagna al posto della Terra Santa. Con l’intensificarsi delle critiche da parte dei leader ecclesiastici, Israele ha deciso di ricucire i rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek — cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera — come Inviato Speciale presso il mondo cristiano, con l’incarico di «rafforzare i legami di Israele con le comunità cristiane di tutto il mondo». Tuttavia, il messaggio pubblico di Deek si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Egli ha descritto Israele come il «custode dei luoghi santi» e «l’avamposto del mondo occidentale», legato all’Europa da «radici giudaico-cristiane» condivise. Tali dichiarazioni sono giunte solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni dell’Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr, e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Basilica del Santo Sepolcro per la Pasqua. Sia per le comunità palestinesi musulmane che per quelle cristiane di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede rispetto a un’altra. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir sventola la bandiera israeliana mentre visita il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, in occasione della Giornata di Gerusalemme, il 14 maggio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90) Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir sventola la bandiera israeliana mentre visita il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, in occasione della Giornata di Gerusalemme, il 14 maggio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90) Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, probabilmente sarà in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma, con la prima ministra Giorgia Meloni, è anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure, persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato sia con Benjamin Netanyahu che con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, dato il deterioramento delle relazioni tra Israele e la gerarchia cattolica. Ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, è stato impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro. Ha inoltre rimproverato Trump per i suoi attacchi verbali a Papa Leone XIV. Nel loro insieme, questi scontri hanno messo in luce le tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra. Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per i blocchi geopolitici, Papa Leone ha scosso quell’allineamento. Rispondendo a Trump ad aprile, ha dichiarato: «Non ho paura», affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che quella voce fosse ben accolta a Washington o a Gerusalemme. Giovanni Paolo II e Francesco avevano spesso esortato i fedeli a non avere paura. Leone ha fatto propria questa frase. Parlando in prima persona, si è assunto la responsabilità di confrontarsi con gli attori politici più potenti del mondo, pur senza arrivare ad adottare il linguaggio di Francesco su Gaza. Se tale cautela perdurerà ora dipende dal popolo della Chiesa. Dai cristiani palestinesi che invocano il kairòs, ai sacerdoti che chiedono ai vescovi di esprimersi con maggiore chiarezza, a figure come Pizzaballa che insistono nel denunciare l’asimmetria tra occupante e occupato, la pressione proviene sempre più dal basso. Leone ha fatto dell’empatia il fulcro morale del suo pontificato; ora la domanda è se tale posizione lo spingerà a pronunciare le parole che il suo predecessore era disposto a dire. Paola Caridi è giornalista, commentatrice e autrice del libro «Hamas: From Resistance to Regime», Seven Stories Press, New York 2023. È stata corrispondente da Gerusalemme di Lettera22 per 10 anni. https://www.972mag.com/pope-leo-gaza-genocide-catholic-church Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Madri della Pace: Crediamo nel nostro popolo, nella nostra lotta e nel nostro leader
In un comunicato stampa diffuso in occasione dell’anniversario della cerimonia di rogo delle armi, le Madri della Pace di Istanbul hanno chiesto l’emanazione delle leggi necessarie e hanno promesso di continuare a tal fine la loro lotta. L’Iniziativa delle Madri per la Pace di Istanbul ha tenuto una conferenza stampa presso la propria sede nel distretto di Fatih per commemorare l’anniversario della cerimonia di rogo delle armi organizzata dal Movimento per la Libertà Curdo l’11 luglio 2025. Sultan Bozkurt e Güler Buğday, membri dell’Assemblea delle Madri per la Pace di Istanbul, sono intervenute all’incontro. Affermando che la cerimonia del rogo delle armi aveva un significato speciale per loro, il Sultan Bozkurt ha dichiarato: “Un anno fa, i nostri figli hanno bruciato le loro armi. Quel giorno è stato difficile per noi, ma anche pieno di speranza. Credevamo che la pace sarebbe arrivata e che finalmente ci saremmo riuniti con i nostri figli che sono in prigione e in montagna. Sebbene sia trascorso un anno, lo Stato non ha intrapreso un solo passo concreto. Ogni giorno sentiamo parlare di leggi e nuove misure, eppure il linguaggio della sporca guerra non è ancora stato abbandonato. Continuano a definire “terroristica” un’organizzazione che ha bruciato le proprie armi e si è sciolta. Questo ci turba profondamente. Chiediamo al governo e ai suoi media di abbandonare questo linguaggio. Curdi e turchi devono unirsi per fermare questa guerra. Solo così potremo raggiungere la pace. Vogliamo lasciare un futuro democratico ai nostri figli. Sultan ha proseguito: “Il nostro appello è che tutti proseguano nella lotta. Possiamo raggiungere la pace solo insieme. Sırrı Süreyya Önder e Kadir İnanır non hanno potuto vedere la pace realizzata. Né molti altri. Ora noi vogliamo vedere la pace e renderla permanente in queste terre”. Güler Buğday ha dichiarato: “In quella giornata storica, quando i guerriglieri hanno bruciato le loro armi, abbiamo provato allo stesso tempo tristezza e gioia. Quel giorno le nostre speranze di pace crebbero. Sebbene sia trascorso un anno i passi che ci aspettavamo non sono stati compiuti. Ciononostante restiamo fiduciosi che il periodo a venire sarà all’insegna della pace. Le leggi necessarie devono essere promulgate e noi continueremo a lottare per questo. Se il popolo curdo esiste, allora anche i curdi hanno dei diritti. Crediamo nel popolo curdo, nella nostra lotta e nel nostro leader.”
July 12, 2026
UIKI ONLUS

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