Le Città del Miele: 25 anni a sostegno di un’eccellenza alimentare italiana
Un grande patrimonio, quello dei mieli del nostro Paese, ma anche un “unicum” in termini di qualità da proteggere, da valorizzare e da far conoscere per sostenere gli sforzi degli oltre 78.000 apicoltori italiani, che gestiscono oltre 1,5 milioni di alveari,  per una produzione nazionale di 30.992 tonnellate nel 2025 fatta di ben 60 tipi di miele. Una produzione però che,  come sottolinea l’ISMEA (https://www.ismea.it/istituto-di-servizi-per-il-mercato-agricolo-alimentare), non cresce in parallelo al numero degli alveari presenti per via delle condizioni meteoclimatiche sempre più spesso anomale che compromettono le fioriture e quindi anche le rese degli stessi. L’avvicendarsi di eventi e situazioni meteo avverse, anche di opposta natura, conferma quanto il cambiamento climatico sia il principale fattore limitante delle produzioni nell’ultimo decennio. Come certifica l’Osservatorio Nazionale Miele: “La seconda metà della stagione estiva ha confermato e accentuato la forte impronta climatica già emersa nei mesi precedenti, con un quadro meteo dominato da insistenti ondate di calore e dalla scarsità di precipitazioni, salvo locali eventi temporaleschi brevi ma molto intensi. Gli elevati livelli di evapotraspirazione hanno accelerato lo stato di siccità dei suoli e ridotto drasticamente la durata delle fioriture estive causando un blocco diffuso dei flussi nettariferi in molte aree del Paese”: https://www.informamiele.it/luglio-2026-rilevazione-mensile/. Comunque, anche nelle annate migliori, la produzione nazionale sfiora il 50% del consumo nazionale. Le nostre produzioni si confrontano con un mercato che è oramai unicamente globale, dominato da prezzi molto bassi e da prodotti molto diversi. Inoltre, se è vero che in Italia si stima un consumo pro-capite annuo di quasi 700 gr, a fronte di una media europea di 600g (con Germania al primo posto con 1,5 Kg pro-capite), occorre sottolineare come l’indice di penetrazione sia ancora basso. L’anello debole è proprio nella fascia di età più giovane. Si pensi che, per quanto riguarda lo share di acquisti in volume, il 43% è costituito da acquirenti oltre i 63 anni; il 21% fra i 55 e i 64 anni; il 18% da 45 a 54 anni e solo il 12% per gli acquirenti tra i 35 e i 44 anni e il 6% per quelli fino a 34 anni. A livello nazionale l’apicoltura è ben diffusa sui territori regionali e le regioni italiane più produttive sono il Piemonte, la Lombardia, la Toscana e la Calabria. Dal 2001 in Italia c’è anche  una rete nazionale dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani, Le Città del Miele: https://cittadelmiele.it/, che contribuisce non poco a dare visibilità ai mieli nelle loro caratteristiche di specificità e diversità e promuove i mieli dei territori dando voce e volto agli apicoltori. Nel corso dell’anno, particolarmente in occasione degli eventi di “Andar per Miele”, le Città associate in collaborazione con le associazioni locali di apicoltori organizzano convegni, tavole rotonde e incontri di presentazione e approfondimento su tematiche tecniche legate all’allevamento delle api, alle evoluzioni dei sistemi produttivi, alle criticità del settore. Un contributo rilevante per l’aggiornamento tecnico professionale degli apicoltori. Gli eventi annuali promossi e sostenuti dalle Città associate non sono solo una festa o un mercato dove gli apicoltori di territorio vendono i loro prodotti dell’alveare. Sono soprattutto uno strumento di comunicazione importante, che attiva il dialogo diretto con i consumatori, attraverso il quale gli apicoltori presentano i loro prodotti e fanno assaggiare i loro mieli, specificano le fioriture d’origine, raccontano i prodotti dell’alveare: espressione massima di una comunicazione efficace: https://cittadelmiele.it/eventi-citta-del-miele/. Il 12 e 13 settembre il Convento dei Frati Cappuccini di Renacavata, a Camerino, uno dei 7 Comuni della provincia di Macerata che fanno parte di Le Città del Miele, ospiterà la prima edizione di Miele in Convento. Il convento di Renacavata, che è riconosciuto come il primo monastero al mondo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, fondato nel 1528, ospiterà due giornate per raccontare l’incontro fra il mondo delle api e quello della vita religiosa, trasformando il miele in una chiave originale per entrare nella storia, nei saperi e nel paesaggio di un luogo. Per i più piccoli sono previsti minicorsi dedicati all’apicoltura, con la possibilità di osservare e comprendere il lavoro delle api e concludere l’esperienza con una merenda a base di miele. Il rapporto tra miele e gastronomia sarà anche protagonista di due menu speciali proposti alla tavola del refettorio del convento. Tra gli approfondimenti culturali ci saranno incontri dedicati al miele nell’alimentazione, con degustazioni, a cura degli esperti della Facoltà di Chimica degli alimenti dell’Università di Camerino (https://cittadelmiele.it/eventi/miele-in-convento-2026/). Qui i Musei del Miele: https://cittadelmiele.it/i-musei-del-miele/. Giovanni Caprio
September 6, 2026
Pressenza
Armi a Gioia Tauro: se pensavano che ce ne fossimo dimenticati hanno fatto male i conti
I sedici container di acciaio balistico fermati e ispezionati a Gioia Tauro tra marzo e aprile risultano oggi in partenza. I siti di tracciamento indicano l’imbarco sulla nave Contship Joy per l’8 settembre, con trasbordo al Pireo e destinazione Israele. Tutte e quattro le spedizioni, tutti e sedici i container, alla fine di un’estate. Se qualcuno ha immaginato che bastasse far passare i mesi, lasciare che l’attenzione si consumasse e far scivolare via quel carico a settembre, ha sbagliato i conti. Quei container li abbiamo seguiti mese dopo mese e continueremo a seguirli fino a quando non sapremo cosa contengono e dove finiscono. Per cinque mesi ci è stato ripetuto che quel carico non poteva proseguire. Il 1° luglio, in audizione alla Commissione Esteri, il direttore dell’UAMA ha spiegato ai parlamentari che i casi segnalati non erano andati avanti e che le merci, al massimo, sarebbero tornate da dove erano arrivate. Ma il Pireo non è l’India. Se quei container si muovono verso oriente e non verso il mittente, quella rassicurazione va spiegata con gli atti alla mano. Un divieto vero, del resto, non è mai stato adottato. Lo ha ammesso la stessa UAMA il 14 maggio: il transito di merce straniera su nave straniera resta fuori dalla legge 185/90 e l’unico strumento è la clausola catch all, che impone una licenza soltanto se qualcuno la richiede. Nessuno la richiede, la merce resta in ammissione temporanea e quando l’attenzione cala riparte. Un fermo che si scioglie da solo funziona come un parcheggio, non come un controllo. Chiediamo al Prefetto di Reggio Calabria di vietare quella movimentazione per ragioni di ordine pubblico prima dell’8 settembre, potere che l’UAMA ha indicato in Parlamento come l’unico disponibile. Chiediamo all’Agenzia delle Dogane e all’UAMA di rendere pubblici gli atti: se una misura catch all sia stata emessa, se sia stata presentata istanza di licenza, da chi e con quale esito, e a che punto sia la perizia sull’acciaio che il Ministero dell’Interno doveva disporre. Cinque mesi di interrogazioni parlamentari senza risposta sono un problema democratico prima ancora che sindacale. Chiediamo il rispetto delle norme che esistono, dalla 185/90 al regolamento europeo sul duplice uso fino al Trattato sul commercio delle armi, e chiediamo che il vuoto sui transiti venga chiuso per legge, perché un porto italiano non può restare la scorciatoia che aggira i divieti che il Paese si è dato. Chiediamo il rispetto della vita e il boicottaggio pieno di uno Stato che sta compiendo un genocidio. Ai portuali di Gioia Tauro nessuno ha chiesto il consenso su questo traffico, eppure sono le loro mani a doverlo caricare. Non possiamo di certo accettare che lo facciano in silenzio. Gioia Tauro non sarà un anello della catena logistica del genocidio. E noi non ci siamo dimenticati niente. USB Calabria – Or.S.A. Mari e Porti Unione Sindacale di Base
September 6, 2026
Pressenza
Campagna per una Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta
Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta Descrizione iniziativa (Id iniziativa: 6100008) La proposta che avanziamo mira a trovare uno spazio istituzionale per una forma di Difesa, prevista già dal nostro ordinamento legislativo, che non sia quella legata alle Forze Armate e allo strumento militare. Se il percorso della Legge di iniziativa popolare arriverà a compimento daremo finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 con una struttura di Difesa civile alternativa a quella prettamente militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi. Il Dipartimento, collocato presso la Presidenza del Consiglio, andrà a coordinare i Corpi Civili di Pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, operando in sinergia con protezione civile e servizio civile universale. Il finanziamento avverrà anche tramite un Fondo Nazionale, alimentato dalla Legge di Bilancio e dalla facoltà dei contribuenti di destinare il 6 per mille dell’IRPEF senza oneri aggiuntivi. In un momento in cui il dibattito pubblico europeo sembra aver capitolato all’equazione “più sicurezza = più armi” questa proposta afferma con chiarezza l’opposto: la vera sicurezza si costruisce con prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale. Articolo 1 – Difesa civile, non armata e nonviolenta In attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione, è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, al quale sono attribuite funzioni di indirizzo, coordinamento e attuazione delle politiche in materia. Presso il Dipartimento operano: * i Corpi civili di Pace, inseriti nell’ambito del Servizio Civile Universale e destinati a interventi di prevenzione dei conflitti, mediazione e assistenza nelle aree di crisi, in Italia e all’estero, secondo quanto previsto dalla normativa vigente; * l’Istituto di Ricerca per la Pace e il Disarmo, quale ente di supporto scientifico e formativo del Dipartimento, la cui organizzazione e disciplina sono definite con successivi provvedimenti nel rispetto dei principi della presente legge. Il Dipartimento assicura il coordinamento e la collaborazione, nel rispetto delle rispettive competenze, con: * il Dipartimento della Protezione Civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1; * il Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile del Ministero dell’interno; * le strutture competenti in materia di Servizio Civile Universale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Consiglio Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta, con funzioni consultive e di raccordo interistituzionale, la cui composizione e modalità di funzionamento sono definite con regolamento. Il Dipartimento svolge, in particolare, le seguenti funzioni: * promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione delle crisi; * predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione; * svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche; * favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi; * organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato; * concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio. Le attività, l’organizzazione e il funzionamento del Dipartimento e delle sue articolazioni sono disciplinati con regolamento, da adottarsi ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i Ministri dell’interno, della difesa e degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Articolo 2 – Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta, destinato al finanziamento delle attività e delle strutture del Dipartimento di cui all’articolo 1, nonché dei programmi e degli interventi ad esso riconducibili. La dotazione finanziaria del Fondo è determinata annualmente dalla legge di bilancio, assicurando la necessaria continuità pluriennale delle risorse. Una quota delle medesime risorse, nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, è destinata alle spese di funzionamento del Dipartimento. Il Fondo è alimentato, oltre che dagli stanziamenti a carico del bilancio dello Stato, anche dalle risorse derivanti dalle disposizioni di cui all’articolo 3 e da eventuali ulteriori contributi, comunque destinati per legge alle finalità della presente legge. Le modalità di gestione, utilizzo e rendicontazione delle risorse del Fondo sono definite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, nel rispetto dei principi di trasparenza, pubblicità e separazione tra spese di funzionamento e spese per interventi. Il Presidente del Consiglio dei Ministri presenta annualmente al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione degli interventi finanziati dal Fondo e sui relativi risultati. Articolo 3 – Scelta di destinazione di una quota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche A decorrere dall’anno d’imposta successivo all’entrata in vigore della presente legge, è riconosciuta ai contribuenti la facoltà di destinare una quota pari al sei per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, dovuta e liquidata dall’amministrazione finanziaria, al Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta di cui all’articolo 2. La destinazione della quota non determina maggiori oneri a carico del contribuente né modifica l’ammontare complessivo dell’imposta dovuta. L’esercizio dell’opzione di cui al comma 1 avviene in sede di dichiarazione annuale dei redditi, mediante apposita scelta effettuata dal contribuente. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità applicative, nonché gli adeguamenti della modulistica e delle procedure di liquidazione. Le risorse derivanti dall’esercizio dell’opzione sono versate al Fondo nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta e sono destinate, nell’ambito del medesimo, al finanziamento delle attività e dei programmi di cui alla presente legge. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Ministro dell’economia e delle finanze, presenta annualmente al Parlamento una relazione sull’entità delle risorse derivanti dall’opzione fiscale di cui al presente articolo e sulle relative modalità di impiego. Articolo 4 – Copertura finanziaria Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge si provvede mediante corrispondente riduzione degli stanziamenti iscritti, ai fini del bilancio triennale, nello stato di previsione della spesa del Ministero dell’economia e delle finanze, come determinati annualmente dalla legge di bilancio, anche attraverso misure di razionalizzazione e revisione della spesa. Le minori entrate derivanti dall’esercizio dell’opzione fiscale di cui all’articolo 3 sono compensate nell’ambito del quadro di finanza pubblica, secondo quanto previsto dalla legge di bilancio e dalle connesse disposizioni di attuazione. Il Ministero dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. Articolo 5 – Entrata in vigore La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Approfondimenti Per ulteriori approfondimenti sull’iniziativa proposta si può consultare il sito informativo:  https://www.difesacivilenonviolenta.org. Firmatari ad oggi: 28.170 su 50.000 (56%) necessari per raggiungere il quorum. Inizio del periodo di raccolta firme on line: 18/03/2026 Fine del periodo di raccolta firme: metà settembre!
September 6, 2026
Assopace Palestina
Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Gerusalemme Est: l’istruzione palestinese tra imposizione del curriculum israeliano e crisi dei permessi
LE DUE NOTIZIE 1. Il curriculum israeliano diventa obbligatorio per un terzo degli studenti Con l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, martedì 1° settembre, tutte le nuove classi di prima elementare e prima media aperte nelle 105 scuole municipali israeliane di Gerusalemme Est utilizzano il curriculum israeliano al posto di quello palestinese. È la prima volta dall’annessione della città nel 1967 che questo avviene in modo sistematico su tutte le nuove classi statali. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Maarouf al-Rifai, ha parlato di «crimine culturale ed educativo» e di «escalation pericolosa e senza precedenti dal 1967», sostenendo che l’aderenza al programma palestinese sia una difesa di memoria, identità, storia e del diritto a costruire la narrazione nazionale. Secondo le fonti raccolte (Haaretz, Il Manifesto, Avvenire), oltre 45.000 studenti palestinesi (tra il 36% e il 38% degli alunni palestinesi della città, secondo le diverse fonti) seguiranno ora il programma israeliano, contro circa 13.000 nel 2020 e poche centinaia 15 anni fa. La misura riguarda solo le nuove classi e non chi ha già iniziato il ciclo con il programma palestinese. Un fattore esplicativo poco discusso finora è quello economico: la crescita dell’adesione al curriculum israeliano è legata anche a scelte delle stesse scuole, sotto la pressione delle necessità occupazionali — divenute stringenti con la costruzione del Muro nei primi anni 2000, e ancora più forzose dopo il 7 ottobre 2023, quando il flusso di lavoratori tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e mercato del lavoro israeliano si è quasi azzerato: circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele risultano cancellati da allora. Su questo aspetto il giornalista di Haaretz Nir Hasson ha osservato, criticamente, che seguire il programma israeliano non trasformerà i palestinesi di Gerusalemme in sionisti né cancellerà la loro identità nazionale — una posizione che relativizza l’efficacia della misura anche da un punto di vista israeliano interno. 2. Le scuole cristiane sospendono le lezioni per il blocco dei permessi ai docenti Lo stesso giorno, il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole cristiane della città, dopo il mancato rinnovo, senza preavviso, dei permessi d’ingresso a oltre 70 tra insegnanti e personale amministrativo, sanitario e tecnico residenti in Cisgiordania. La misura coinvolge oltre 8.500 studenti. Il Segretariato ha precisato che la sospensione, decisa in coordinamento con le autorità competenti e i rappresentanti dei genitori, proseguirà fino al rinnovo dei permessi necessari. Non è un episodio isolato: per il secondo anno consecutivo le scuole cristiane sono costrette allo sciopero all’apertura dell’anno. A gennaio 2026 dodici istituti erano già entrati in sciopero per cinque giorni dopo l’annullamento di 171 permessi, coinvolgendo circa 10.000 studenti. Il 10 marzo 2026 il ministero israeliano dell’Istruzione aveva inviato una lettera a tutte le scuole cristiane della città, comunicando che dall’anno 2026-27 l’insegnamento sarebbe stato permesso solo a docenti con certificazione israeliana e residenza a Gerusalemme — escludendo di fatto i docenti di Cisgiordania. Due mesi prima, a gennaio 2026, la Knesset aveva approvato una legge che vieta l’impiego come insegnanti, presidi o supervisori, nel sistema israeliano e in quello di Gerusalemme Est, a chi possiede un titolo conseguito in istituzioni di istruzione superiore dell’ANP. Sulla vicenda dei permessi esiste una versione ufficiale israeliana finora poco ripresa: il Cogat, l’organo che amministra i Territori, sostiene di aver concesso l’autorizzazione a chi ha ricevuto idoneità dagli apparati di sicurezza — lasciando intendere un filtro di sicurezza piuttosto che un rifiuto indiscriminato. Il Segretariato cristiano, dal canto suo, insiste che la misura si è presentata «senza preavviso». Ibrahim Faltas, esponente della Custodia francescana di Terra Santa, ha ricordato che circa 170 insegnanti provengono da Betlemme e altre città della Cisgiordania, e che per molte famiglie quel lavoro è l’unica fonte di reddito. IL CONTESTO STORICO Le scuole di Gerusalemme Est hanno seguito per decenni il curriculum giordano, retaggio dell’amministrazione di Giordania su Cisgiordania e Gerusalemme Est tra il 1950 e il 1967. Subito dopo l’occupazione del 1967, Israele tentò di imporre il proprio curriculum, ma l’iniziativa incontrò una forte opposizione — scioperi e proteste di insegnanti, genitori e studenti — che costrinse Israele a lasciare in vigore il programma giordano. Negli anni Novanta, con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), fu introdotto gradualmente il curriculum palestinese, che porta all’esame di maturità Tawjihi. Dal 2018 il Ministero israeliano dell’Istruzione ha iniziato a incentivare, con finanziamenti aggiuntivi, l’adozione del curriculum israeliano (che porta al bagrout, la maturità israeliana) nelle scuole palestinesi — politica formalizzata in due piani quinquennali (2018-2023 e 2023-2028) per un totale di 1,2 miliardi di shekel. Il Tawjihi non è riconosciuto dalle università israeliane; il bagrout apre invece l’accesso a università e mercato del lavoro israeliani. Le famiglie palestinesi si trovano quindi di fronte a un compromesso tra la tutela dell’identità culturale e nazionale e l’integrazione pratica nel sistema israeliano. A gennaio 2026 il parlamento israeliano ha vietato, all’interno del sistema scolastico israeliano, l’impiego di insegnanti con titoli accademici ottenuti in istituzioni affiliate all’ANP — misura che riguarda circa il 60% dei circa 6.700 docenti arabi di Gerusalemme Est. Israele ha inoltre chiuso diverse scuole dell’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) e ha requisito complessi educativi a Shuafat e Kafr Aqab. DIFFERENZE TRA I DUE CURRICULA Le differenze non sono solo linguistiche o amministrative: Narrazione storica: il curriculum palestinese costruisce e preserva la memoria collettiva nazionale; Israele sostiene che contenga incitamento all’odio e neghi il proprio diritto a esistere. Nei manuali palestinesi usati a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno imposto tagli e pagine censurate su temi storici, geografici e letterari — pratica documentata dalla ricercatrice Samira Alayan (Hebrew University) nel suo studio “White Pages” (2017) e confermata, con maggiore dettaglio istituzionale, dal Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute (commissionato e finanziato dalla Commissione europea). Il rapporto, nel capitolo dedicato ai manuali modificati dalle autorità israeliane, rileva che le modifiche non recano alcuna indicazione di essere state alterate né di chi le abbia effettuate. I cambiamenti agiscono su due livelli: la rimozione delle raffigurazioni di violenza (sia palestinese sia israeliana), la cancellazione di Israele dalle mappe e delle mappe simboliche della “Palestina storica”; e un’idealizzazione della coesistenza israelo-palestinese nei passaggi modificati, senza menzione delle tensioni esistenti. Vengono inoltre rimossi riferimenti all’identità nazionale palestinese, simboli nazionali e passaggi su commemorazioni culturali: la rimozione di interi capitoli di storia regionale e palestinese, conclude il rapporto, cambia in modo sostanziale la narrazione nazionale trasmessa agli studenti. Manuali israeliani: secondo l’analisi di Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University, Premio Sacharov 2001), condotta su 17 testi di storia, geografia ed educazione civica, i manuali israeliani enfatizzerebbero il diritto storico ebraico sulla terra, marginalizzando la popolazione araba nelle cartine e nel linguaggio utilizzato. Le sue tesi sono contestate da organizzazioni filo-israeliane come MIFF, che ne accusano l’interpretazione dei testi. Esame finale e riconoscimento: il Tawjihi non è equivalente al bagrout — un diploma palestinese non consente, ad esempio, l’accesso all’Università Ebraica di Gerusalemme, mentre il bagrout apre a università e lavoro in Israele. LE SCUOLE CRISTIANE: STATUTO E UTENZA Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano e dal Comune di Gerusalemme come “istituti riconosciuti ma non ufficiali” — categoria intermedia tra pubblico e privato, esente dall’obbligo del curriculum israeliano ma soggetta a pressioni indirette (permessi, finanziamenti condizionati). L’utenza è a maggioranza palestinese araba, cristiana e musulmana insieme: nelle scuole cattoliche di Gerusalemme, su 2.125 alunni, solo il 27% è cristiano (73% musulmano); alla scuola delle Suore del Rosario, la più grande, solo il 12% degli alunni è cristiano. Dispensano il curriculum palestinese (Tawjihi) con manuali modificati dalle autorità israeliane, spesso affiancato da programmi internazionali (francese, ecc.). Dal 2018 sono sotto pressione per aprire sezioni bagrout in cambio di sovvenzioni: ad oggi solo 2 delle 12 scuole cristiane di Gerusalemme Est lo fanno. IL NODO DEI FINANZIAMENTI EUROPEI Va distinto un ulteriore livello, quello dei finanziamenti UE all’ANP: dal 2020 il Parlamento europeo vota annualmente risoluzioni non vincolanti che condizionano il trasferimento di fondi a una revisione dei manuali palestinesi, accusati di contenere incitamento alla violenza e antisemitismo secondo studi di IMPACT-se (ONG israeliana). La votazione di maggio 2025 (443 voti favorevoli, 202 contrari, 21 astenuti) è stata la sesta di questo tipo e la prima accompagnata da una sospensione effettiva dei fondi, con una scadenza fissata a settembre 2025 per la correzione dei contenuti. Il 4 maggio 2026 il Parlamento ha approvato la settima risoluzione consecutiva (418 voti favorevoli, 207 contrari, 14 astensioni), che lega i futuri trasferimenti di fondi comunitari all’ANP in Cisgiordania a una revisione radicale dei programmi scolastici, sulla base di un nuovo rapporto IMPACT-se (novembre 2025, quasi 300 manuali e 71 guide per insegnanti esaminati) secondo cui l’ANP continuerebbe a cancellare Israele da mappe e testi, incorporare motivi antisemiti e glorificare violenza e martirio. Va precisato, sulla base del testo ufficiale, che questa non è una risoluzione autonoma dedicata ai manuali: il documento (P10_TA(2026)0130, approvato in realtà il 29 aprile 2026) è la risoluzione del Parlamento nell’ambito della procedura di discarico del bilancio generale UE per l’esercizio 2024 (Sezione X — Servizio Europeo per l’Azione Esterna); il passaggio sui manuali palestinesi ne è un paragrafo, non l’oggetto esclusivo del voto. Il testo integrale è disponibile qui. Il paragrafo pertinente nota che l’UE non finanzia direttamente i manuali palestinesi, né questi rientrano nelle responsabilità dell’UNRWA (che comunque li revisiona per problemi di contenuto); ribadisce la necessità che l’ANP rimuova ogni materiale non conforme agli standard UNESCO, in particolare quello che incoraggia antisemitismo e incita alla violenza; e sottolinea che il sostegno finanziario UE all’ANP in ambito educativo dovrebbe essere condizionato all’allineamento agli standard UNESCO, in linea con i risultati del rapporto Georg Eckert Institute. Questo chiarisce che la condizionalità riguarda il sostegno generale all’ANP (inclusi gli stipendi tramite PEGASE), non un finanziamento diretto e specifico dei testi scolastici. Nel 2021 vi fu inoltre un congelamento effettivo di 15 milioni di euro per 13 mesi. Dal 2008 l’UE ha trasferito all’ANP circa 3,8 miliardi di euro tramite il fondo PEGASE, che copre in parte gli stipendi degli insegnanti. La condizionalità ha diviso le istituzioni UE: nel 2022 quindici ministri degli Esteri firmarono una lettera al commissario Várhelyi per chiedere lo sblocco immediato dei fondi, definendo il rischio di “minare o invertire” i progressi di riforma dell’ANP; alcuni ambasciatori UE avrebbero parlato di “ricatti” e “sporchi giochi politici” (Le Monde, ripreso da Europa Today). L’Alta Rappresentante UE Josep Borrell e i capigruppo di Socialisti&Democratici, Verdi e Sinistra hanno più volte criticato la condizionalità, avvertendo che privare l’ANP dei fondi per gli stipendi danneggerebbe il diritto all’istruzione e potrebbe favorire gruppi estremisti. Non risultano, allo stato attuale delle fonti raccolte, dati quantificati sull’impatto già prodotto sul funzionamento delle scuole. Il Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute — il principale studio commissionato e finanziato dalla Commissione europea sul tema, basato sull’analisi di 172 manuali e guide per insegnanti — descrive un quadro definito esso stesso “complesso”: da un lato i manuali dell’ANP rispettano ampiamente gli standard UNESCO su diritti umani ed educazione alla cittadinanza globale; dall’altro esprimono una “narrazione di resistenza” nel contesto del conflitto israelo-palestinese e mostrano “antagonismo” verso Israele — il termine “occupazione (sionista)” ricorre assai più spesso di “Israele”, e le mappe della “Palestina storica” generalmente non includono lo Stato israeliano. Sul piano metodologico, il rapporto GEI critica esplicitamente gli studi di IMPACT-se e del Begin-Sadat Center (BESA) come caratterizzati da “conclusioni generalizzanti ed esagerate basate su carenze metodologiche”; IMPACT-se ha risposto accusando a sua volta il rapporto GEI di conclusioni di sintesi “incongruenti” rispetto ai dati che il rapporto stesso presenta nel corpo del testo. Il contenuto specifico delle revisioni in corso: un’inchiesta de L’Espresso (25 marzo 2026), basata su documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, descrive nel dettaglio le modifiche richieste all’ANP in cambio dei fondi europei. Una lettera del 19 gennaio 2026, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al ministro delle Finanze Istifan Salameh, elenca circa 300 richieste di modifica sui manuali dalla prima alla decima classe (arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica): l’eliminazione dei termini “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo”; la rimozione dell’inno nazionale, della bandiera e dell’emblema dell’aquila dai testi di prima elementare; la cancellazione di poesie patriottiche come “Ala Dal’ouna” e di lezioni su Giaffa come città palestinese; la riformulazione della frase “Gerusalemme è la capitale della Palestina” verso una definizione che enfatizza il carattere religioso condiviso della città; la rimozione di riferimenti ai prigionieri nelle carceri israeliane e agli scioperi della fame, sostituiti da contenuti generici su pace e convivenza. Secondo L’Espresso, alcuni manuali subirebbero revisioni superiori al 30% del contenuto originario. L’ANP ha firmato nel 2024 una “Lettera di Intenti” che accetta queste condizioni. Va segnalata una discrepanza tra le fonti sulle cifre dei congelamenti: L’Espresso riporta un blocco del 2021 di oltre 220 milioni di euro (contro i 15 milioni citati da altre fonti raccolte in precedenza — probabilmente riferiti a una tranche specifica anziché al totale) e una data del 7 maggio 2025 per la risoluzione che altre fonti collocano al 13 maggio 2025; riporta inoltre oltre 4 miliardi di euro di introiti fiscali trattenuti da Israele (contro gli 1,2 miliardi di dollari citati da Avvenire, probabilmente riferiti a un periodo diverso). Non è stato possibile, con le fonti disponibili, riconciliare in modo definitivo questi numeri — potrebbero riferirsi a periodi, tranche o voci di bilancio differenti — ma la direzione del fenomeno, un sottofinanziamento cronico del sistema scolastico palestinese, è confermata da più fonti indipendenti. Conseguenze sul funzionamento delle scuole: a causa della crisi finanziaria, gli stipendi degli insegnanti risulterebbero tagliati di almeno un terzo da anni, con scioperi ricorrenti; in diverse aree gli studenti frequenterebbero la scuola solo tre giorni a settimana per carenza di personale. L’Espresso riporta inoltre il rifiuto di una quindicina di insegnanti e dirigenti scolastici in Cisgiordania (zona di Hebron) di rilasciare interviste sul tema, per timore di ritorsioni da parte dell’ANP, incluso il rischio di detenzione amministrativa — un elemento che introduce, accanto alla pressione israeliana ed europea, anche quella esercitata dall’ANP sul proprio personale docente per garantire l’attuazione delle revisioni concordate. Reazioni: a metà gennaio 2026 gli studenti palestinesi nei campi profughi in Libano hanno protestato dopo aver scoperto che un libro di geografia dell’UNRWA era stato modificato sostituendo il termine “Palestina” con “Gaza” e “Cisgiordania”; in diverse scuole gli studenti hanno bruciato i testi in segno di rifiuto. IL COLLASSO FINANZIARIO DI UNRWA E ANP: UN TERZO CANALE DI PRESSIONE Accanto a curriculum e permessi, un terzo canale colpisce l’istruzione palestinese attraverso il prosciugamento delle risorse degli enti che la finanziano. UNRWA: l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nata nel 1948, garantisce oggi sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900.000 persone. Ha perso i finanziamenti USA (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante la presidenza Biden. Una legge israeliana del 2024, che accusa l’agenzia di collusione con milizie a Gaza, ne ha reso illegali le attività sul territorio israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme. Il personale ha subito tagli di salario e giorni lavorativi. Le incursioni al centro professionale di Qalandia: la struttura, storica sede UNRWA a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi, forma ogni anno 340 studenti in 15 attività professionali, con un tasso di collocamento lavorativo del 90%. È stata oggetto di ripetute incursioni di esercito e polizia israeliani (l’ottava in un anno, secondo Avvenire, con due raid in 24 ore in un solo caso), nonostante Qalandia rientri nella Zona C degli Accordi di Oslo — pur essendo rivendicata da Israele come parte della municipalità di Gerusalemme. Un dirigente UNRWA ha definito le incursioni un attacco diretto “all’educazione e al lavoro dei giovani”, mettendo a rischio l’apertura dell’anno scolastico prevista per il 7 settembre. Autorità Nazionale Palestinese: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich trattiene almeno 1,2 miliardi di dollari di introiti fiscali dovuti all’ANP in base agli Accordi di Parigi del 1994, aggravando il deficit dell’Autorità e, indirettamente, la sua capacità di sostenere il sistema scolastico palestinese (curriculum, stipendi) anche a Gerusalemme Est. UN QUARTO CANALE: LA DIPLOMAZIA POST-CEASEFIRE E LA CANCELLAZIONE DEL NOME “PALESTINA” Middle East Eye ha pubblicato il 3 settembre 2026 un’intervista a Jeremy Greenstock, ambasciatore britannico all’ONU tra il 1998 e il 2003, nella quale sostiene — sulla base di una fonte a livello ministeriale, non di testimonianza diretta — che Tony Blair, inviato dal Board of Peace istituito dal presidente statunitense Donald Trump per la gestione postbellica di Gaza, si sarebbe recato a Ramallah per chiedere all’Autorità Palestinese di rimuovere la parola “Palestina” dai libri scolastici, sostituendola con la designazione ebraica “Samaria” — come condizione perché il Board considerasse l’ANP capace di raggiungere un accordo con Israele. Secondo Greenstock, il presidente Mahmoud Abbas avrebbe rifiutato categoricamente. Un portavoce di Blair ha smentito recisamente l’episodio, definendolo “una completa fabbricazione”. Si tratta pertanto di un’accusa contestata e non verificata in modo indipendente, non di un fatto accertato. Al di là dell’accusa specifica, l’articolo documenta altri episodi verificabili che si inseriscono nello stesso schema di cancellazione del nome “Palestina”: – UNRWA Libano, sotto una campagna di pressione, ha sostituito il termine “Palestina” con “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza” in mappe di geografia regionale per la sesta elementare, scatenando scioperi e proteste (episodio già discusso in precedenza in questo contributo). Un Independent Review Group guidato dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna non ha trovato prove a sostegno delle accuse israeliane di collusione del personale UNRWA con organizzazioni terroristiche, pur formulando 50 raccomandazioni per rafforzare la neutralità dell’agenzia. – Nel Regno Unito, un gruppo trasversale di parlamentari ha chiesto un’indagine sulla rimozione delle parole “Palestina”, “palestinese” e “occupazione israelita” dalle esposizioni del British Museum. – Secondo quanto appreso da MEE (non verificato indipendentemente in questo articolo), un curriculum palestinese rivisto sarebbe “in circolazione privata per consultazione” nei territori occupati. Se anche solo parzialmente fondato, questo insieme di episodi indicherebbe un quarto canale di pressione sulla terminologia e la memoria palestinesi, distinto da Israele, UE e ANP: quello della diplomazia internazionale del dopo-cessate il fuoco (Board of Peace), rivolto non alla censura di singoli contenuti ma alla cancellazione del nome stesso “Palestina” a favore di una terminologia associata alla destra israeliana e al movimento dei coloni. CONCLUSIONE I fatti documentati in questo articolo— imposizione progressiva del curriculum israeliano, censura dei manuali palestinesi, esclusione dei docenti formati in istituzioni dell’ANP, blocco dei permessi al personale scolastico, requisizione di edifici UNRWA, prosciugamento dei fondi che sostengono il sistema educativo palestinese — convergono su un unico terreno: il controllo di ciò che le nuove generazioni palestinesi di Gerusalemme Est imparano su se stesse, sulla propria storia e sulla propria appartenenza nazionale. Una parte della lettura data a questi eventi, sostenuta dal Governatorato di Gerusalemme e da diversi osservatori palestinesi, li inquadra come un tentativo deliberato di cancellazione dell’identità nazionale — una forma di violenza che colpisce la memoria collettiva e la dignità storica di un popolo tanto quanto le misure più visibili sui territori e sulla popolazione. In questa lettura, sostituire una narrazione con un’altra diventa uno strumento con cui si consolida un’annessione mai riconosciuta a livello internazionale, incidendo su un terreno — quello simbolico e identitario — che si aggiunge alle dimensioni più direttamente distruttive della guerra a Gaza. Va detto, per completezza, che l’applicazione del concetto di genocidio a queste dinamiche non è né priva di fondamento giuridico né di una linea giurisprudenziale consolidata: si tratta di un dibattito aperto. La Convenzione ONU del 1948 definisce il genocidio come atti compiuti con l’intento di distruggere fisicamente, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si concentrano prevalentemente su questa dimensione fisica e biologica, riferita soprattutto a Gaza. Su questa base ristretta, non risultano, allo stato delle fonti raccolte, pronunce di organismi giurisdizionali internazionali che abbiano specificamente qualificato come genocidio le due vicende scolastiche di Gerusalemme Est qui descritte (curriculum, permessi). Esiste però, in sede accademica e nel dibattito giuridico, un filone distinto dedicato al genocidio culturale, che alcuni studiosi (ad esempio nel volume collettaneo Genocide in the Age of the Nation State, Taylor & Francis) applicano esplicitamente al caso palestinese, includendovi la distruzione di scuole, archivi e biblioteche accanto alla cancellazione della toponomastica e della memoria della Nakba. Un’analisi giuridica pubblicata dall’Istituto IARI nel marzo 2026 nota che, sebbene le accuse davanti alla CIG restino centrate sulla distruzione fisica, la dimensione culturale del genocidio è emersa come “rilevante considerazione” nel dibattito più ampio, pur restando terreno di “zone d’ombra” nel diritto internazionale vigente. Diversi osservatori usano inoltre il termine “scholasticide” (genocidio del sapere) per l’impatto della guerra sulle infrastrutture educative, riferendosi però soprattutto alla distruzione fisica delle scuole a Gaza, un contesto diverso da quello amministrativo di Gerusalemme Est. Il governo israeliano respinge fermamente ogni caratterizzazione delle proprie politiche educative come genocidarie, definendole invece necessità di sicurezza, di standard professionali o di integrazione economica. Le tre giustificazioni, però, presentano tensioni interne se confrontate con i fatti documentati sopra. La sicurezza giustifica formalmente il regime dei permessi (è la stessa base invocata dal Cogat per il filtro sugli insegnanti di Cisgiordania), ma si applica indistintamente a decine e centinaia di docenti alla volta, senza criteri resi pubblici caso per caso, colpendo interi istituti anziché individui — un meccanismo che, nei fatti riportati, ha finora sempre coinciso con l’esclusione collettiva di chi proviene dal sistema educativo palestinese, non con casi individuali di rischio dichiarato. Gli standard professionali sono invocati dalla legge che esclude i docenti con titoli ottenuti in istituzioni dell’ANP — ma l’esclusione riguarda l’origine istituzionale del titolo, non una valutazione delle competenze effettive di chi lo possiede: circa il 60% dei circa 6.700 insegnanti di Gerusalemme Est ha percorsi di questo tipo, e la misura ne taglia fuori la maggioranza dal mercato del lavoro anziché prevedere percorsi di riconoscimento, equipollenza o riqualificazione. L’integrazione economica è l’argomento più difficile da conciliare con il quadro descritto: lo stesso periodo in cui si registra la crescita dell’adesione al curriculum israeliano (motivata anche dalle famiglie con l’accesso al mercato del lavoro israeliano) coincide con la cancellazione di circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e con la progressiva chiusura dei canali di mobilità verso la Cisgiordania. L’integrazione economica promessa dal bagrout si scontra quindi con un mercato del lavoro che, nello stesso arco di tempo, si è reso strutturalmente meno accessibile ai palestinesi. A queste due pressioni dirette (curriculum israeliano, permessi) se ne affiancano altre due, più indirette ma dello stesso segno. La condizionalità dei fondi europei ha spinto l’ANP a riscrivere autonomamente i propri manuali, rimuovendo termini come “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo” — cioè proprio quel lessico che, secondo la lettura del Governatorato di Gerusalemme citata sopra, costituisce l’ossatura della memoria nazionale palestinese. In questo caso non è Israele a imporre direttamente la cancellazione, ma è un attore terzo (l’UE) a renderla condizione per l’erogazione di fondi essenziali, con l’ANP che la traduce in pratica sul proprio stesso curriculum — al punto da generare, secondo le fonti raccolte, un clima di reticenza tra insegnanti e dirigenti scolastici timorosi di ritorsioni interne. A questo si aggiunge, secondo l’accusa (contestata da Blair) riferita da Greenstock, un possibile quarto canale: la diplomazia post-ceasefire del Board of Peace, che spingerebbe non solo verso l’attenuazione di singoli contenuti ma verso la sostituzione del nome stesso “Palestina”. Il risultato netto, indipendentemente dall’attore che lo determina in ciascun caso e dal grado di certezza con cui ciascun episodio è documentato, è una convergenza di pressioni israeliana, europea, amministrativa palestinese e diplomatica internazionale verso la riduzione dello stesso repertorio simbolico e lessicale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Emergency annuncia una legge di iniziativa popolare per l’obiezione di coscienza
PER CHI NON VUOLE PARTECIPARE CON IL PROPRIO CORPO, LAVORO O CONSENSO ALLA GUERRA COME STRUMENTO DI REGOLAZIONE DEI CONFLITTI In occasione della sesta edizione del Festival di EMERGENCY, in corso a Reggio Emilia fino a domenica 6 settembre, EMERGENCY ha annunciato ieri una legge di iniziativa popolare per il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, dal titolo “io obietto la guerra”, per garantire a tutte le cittadine e i cittadini la possibilità di rifiutarsi di prestare il proprio corpo, lavoro e consenso alla guerra e al riarmo. L’iniziativa rientra nella campagna R1PUD1A di EMERGENCY dedicata all’Articolo 11 della Costituzione che, da novembre 2024, ha raccolto la partecipazione e la voce di oltre 650 Comuni, 1.500 scuole, centinaia di festival e luoghi della cultura come biblioteche, teatri, cinema, associazioni. Insieme a 250mila persone R1PUD1A ha chiesto al governo di sospendere la collaborazione militare con Israele, ha promosso e partecipato a incontri, marce, iniziative contro il riarmo e ha raccolto una richiesta diffusa di agire per fermare il clima di guerra, violenza e inevitabilità che sta portando a ritenere “normale” la possibilità di finire, anzi di essere già, come ha scritto pochi giorni fa l’avvocatura di Stato, “coinvolti in una guerra mondiale, ibrida e a pezzi”. “Con la proposta di legge di iniziativa popolare, EMERGENCY chiede al Parlamento di istituire, per tutte le cittadine e tutti i cittadini, il diritto di dichiararsi obiettrici e obiettori di coscienza alla guerra di fronte al possibile ritorno del servizio militare e per non dover partecipare col proprio lavoro alla progettazione, produzione, commercio, movimentazione di armi e strumenti destinati alle guerre in corso e a quelle future”, dichiara Simonetta Gola, direttrice della Comunicazione di EMERGENCY. “Per rifiutare di essere coinvolti nella produzione di sofferenza senza per questo subire conseguenze professionali o penali. L’obiezione di coscienza è un diritto umano fondamentale riconosciuto dalla Carta dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Il 2025 con 65 conflitti in corso ha segnato il record di guerre attive, dopo la Seconda guerra mondiale.  Mentre si parla di ripristino della leva – e alcuni Paesi hanno già provveduto – l’Italia non ha più una legge per l’obiezione di coscienza. Questa proposta è un modo concreto perché cittadine e cittadini possano esprimersi in modo chiaro e forte contro la leva e contro la logica di sopraffazione e sfruttamento che accomuna tutti i conflitti. La proposta di legge di iniziativa popolare “Io obietto la guerra” è stata redatta con la collaborazione di Domenico Gallo, magistrato ed ex presidente di sezione della Corte di Cassazione, Alessandra Algostino, costituzionalista e Veronica Dini, avvocata, che hanno partecipato all’incontro “L’obiezione alla guerra è un diritto” al Festival di EMERGENCY. Nelle prossime settimane EMERGENCY fornirà, sul sito ripudia.it, le informazioni e gli strumenti per partecipare a questa iniziativa.  Il Festival di EMERGENCY è organizzato grazie a un protocollo di intesa con il Comune di Reggio Emilia, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e con la media partnership di Adnkronos e di Sky Tg24.  Per rimanere aggiornati sulle attività di EMERGENCY in Italia e nel mondo: https://www.emergency.it Emergency
September 6, 2026
Pressenza
LIVORNO: “CHI SEMINA CEMENTO RACCOGLIE RESISTENZA”. IN 3MILA ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO LA SVENDITA DEL BOSCO URBANO
Almeno 3mila persone al corteo nazionale a difesa del polmone verde degli orti e del bosco urbano alle porte di Livorno si è svolto sabato 4 settembre in centro città. Migliaia di persone in piazza per fermare il progetto di cementificazione dei 6 ettari di terreno per edificare 4 palazzine di 4 piani, più le migliaia di metri quadri di parcheggi e servizi. Infatti, grazie alle previsioni del piano operativo comunale, sia della vecchia giunta 5 Stelle, sia dell’attuale a guida PD, un costruttore privato potrà edificare sul polmone verde della città. Così, da 14 anni, l’area è occupata da un comitato di lavoratori, cittadini e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Il bilancio della manifestazione con Arianna Benedetti, del Collettivo Orto Urbano di Livorno.  Ascolta o scarica.
September 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Arrivano gli inviati USA: tregua tra Russia e Ucraina, ma solo per 3 giorni
Steve Witkoff e Jared Kushner — due funzionari dell’amministrazione Trump — sono volati a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Nelle prossime ore parleranno anche con il capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky. Sul tavolo c’è la discussione della fine delle ostilità tra i due Paesi. In occasione dell’arrivo degli inviati statunitensi, Putin ha annunciato una tregua poi confermata anche da Kiev. È scattata a mezzanotte e dovrebbe andare avanti per i prossimi tre giorni. È durato più di tre ore l’incontro tra Putin e i due inviati di Trump. Questi ultimi avrebbero avanzato «diverse idee» sulle modalità per porre fine alla guerra in Ucraina, dando vita a delle discussioni «estremamente franche», come dichiarato dal consigliere del Cremlino Yuri Ushakov. Witkoff e Kushner hanno invece mantenuto il riserbo, non rilasciando alcuna dichiarazione pubblica. La loro ultima visita a Mosca risaliva a inizio anno, qualche settimana prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran che ha spostato l’attenzione della Casa Bianca dall’Ucraina al Medio Oriente. Ora che il fronte iraniano è in uno stato di sostanziale quiescenza — interrotta da sporadici attacchi incrociati — Trump torna su uno dei temi più caldi della sua campagna elettorale: la fine delle ostilità tra Russia e Ucraina. Presentatosi come paciere del mondo, il Tycoon non ha ottenuto grandi risultati, provocando anzi una crisi energetica che si è ripercossa anche sui suoi stessi cittadini. Con le elezioni di metà mandato che si avvicinano, la Casa Bianca ha messo mano alla sua agenda e Trump ha inviato due dei suoi uomini più fedeli a mediare con Putin e Zelensky. La visita sarebbe stata pronta da settimane, ma puntualmente rinviata a causa dell’escalation militare tra Russia e Ucraina. In occasione della visita di Witkoff e Kushner, Putin ha annunciato una tregua confermata poco dopo anche da Kiev. Per i prossimi tre giorni dovrebbero dunque essere sospesi gli attacchi alle capitali. Dopo l’incontro a Mosca, Witkoff e Kushner sono attesi in queste ore a Kiev dal presidente ucraino Zelensky. I due inviati USA illustreranno le idee dell’amministrazione Trump sulle possibili soluzioni al conflitto e le considerazioni avanzate da Putin. The post Arrivano gli inviati USA: tregua tra Russia e Ucraina, ma solo per 3 giorni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Israele bombarda il Libano meridionale: almeno due morti ad Arab Salim
Raid aerei israeliani stanno colpendo in queste ore il Libano meridionale. Gli attacchi hanno interessato un edificio nel villaggio di Arab Salim, già indicato in precedenza come obiettivo dall’IDF, la città di Nabatieh al-Fawqa e l’area circostante Kfar Reman. Secondo la protezione civile libanese, ad Arab Salim sono morte almeno due persone. Israele aveva ordinato l’evacuazione del villaggio intorno alle 6 del mattino, sostenendo di aver agito in risposta a un presunto attacco con droni di Hezbollah contro le proprie forze. Israele occupa illegalmente il 5% del territorio libanese, estendendosi per 10 km (6 miglia) dal confine tracciato dall’ONU tra i due Paesi. The post Israele bombarda il Libano meridionale: almeno due morti ad Arab Salim appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Germania, si vota in Sassonia-Anhalt: AFD favorita
Urne aperte in Germania, precisamente nel Land di Sassonia-Anhalt, per il rinnovo del parlamento regionale. Saranno chiamati al voto 1,7 milioni di cittadini. Occhi puntati su Alternative für Deutschland (AFD), in testa ai sondaggi. Per la prima volta, il partito di estrema destra guidato da Ulrich Siegmund potrebbe avere una maggioranza assoluta dei seggi, superando CDU, SPD e Linke. Si voterà fino alle 18. The post Germania, si vota in Sassonia-Anhalt: AFD favorita appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio
L’inaugurazione del nuovo studentato privato in via Alessandro Della Spina è l’occasione per il Sindaco Michele Conti di rilanciare la narrazione secondo cui l’iniziativa privata “alza l’asticella della qualità” e “calmiera il mercato”. Si tratta di un teorema economico totalmente … Leggi tutto L'articolo Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Elogio della corruzione
Una cosa che si deve riconoscere ai capitalisti yankee e ai loro governi reazionari o liberal (destra camuffata, da noi spacciati come progressisti) è la grande capacità corruttiva. La corruzione yankee è nell’informazione (vedi la continua propaganda manipolativa, oggi anche con le app dei genocidi sionisti), è nell’immagine dei suoi […] L'articolo Elogio della corruzione su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano

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