[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Spin Time e la Costituzione
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda che “La proprietà è pubblica o privata” cioè che “I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. Quindi viviamo in un paese nel quale non stiamo mettendo in discussione la proprietà privata. Ma non dobbiamo mettere in discussione nemmeno il bene pubblico e, in maniera più profonda e solidale, il bene comune. Il Comune di Roma ha provato a acquisire il palazzo di Spin Time Labs per riconsegnarlo agli abitanti di Spin Time. Ma il solito palazzinaro romano ha pensato solo ai suoi interessi, nonostante la Costituzione ci ricordi anche che la legge assicura “la funzione sociale” della proprietà privata e la rende “accessibile a tutti”. L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda anche “la proprietà privata può essere (nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo) espropriata per motivi d’interesse generale“. Gli abitanti di Spin Time ce l’hanno una casa. La loro casa si chiama Spin Time Labs. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin Time e la Costituzione proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Tecnopolitica, svolta totalitaria
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Shamsudeen Adedokun su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La politica serve a governare e a decidere, quindi deve avere la capacità di interpretare e gestire gli eventi, oltre la mera autoreferenzialità. Quando il contributo avviene dall’esterno – l’associazionismo, fino ai movimenti rivoluzionari -, oltre i partiti, con la partecipazione propulsiva delle varie anime presenti nella società essa si arricchisce culturalmente e socialmente. Questo tipo di coinvolgimento, in larga parte, è morto da tempo. I partiti, a loro volta, dopo l’intrinseca crisi di riconoscimento a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, trasformati in qualcosa di diverso, attraversati da fenomeni di portata globale, e da essi dominati, rimangono gruppi di interesse particolare, distanti dalla materialità delle esistenze, e idonei solo a salvare forme anacronistiche mentre la sostanza cambia. Con l’arrivo di personalità forti, che concentrano il potere economico e indirizzano la comunicazione, capaci, a modo loro, di interpretare lo spirito dei tempi e comunque di influenzare le masse (Berlusconi, Trump, i sovranisti), meglio di chi si erge dall’alto di un sapere tecnocratico (Draghi, Lagarde, von der Leyen, Cottarelli, et similia), post-democrazia e post-verità sono diventate la normalità da fronteggiare per salvare la democrazia e la politica stessa. Da quando la tecnologia ha fatto passi da gigante, rimodellando il quotidiano di ognuno, un presente inevitabile che avvilisce le facoltà umane, essa è diventata strumento di potere a disposizione del potere. Una nuova Weltanschauung. Questo reazionari e tecnocrati lo sanno bene. Le innovazioni applicate in qualsiasi ambito economico, invece di snellire le attività non rappresentano altro che manifestazioni aggiornate di servilismo. E creano una nuova forma di burocrazia (digitale). Da un lato chi le distribuisce e padroneggia (sviluppatori, datori di lavoro) e dall’altro chi le subisce (gli utenti, i lavoratori). Un processo di alienazione continua con in più l’ansia da prestazione e la dipendenza da contenuti e app. La tecnica al servizio di altri settori, come quello militare o legato alla gestione dell’ordine pubblico, diviene mezzo di annichilimento oltre le regole giuridiche nel primo caso, e corre il rischio di mutare, in senso autoritario, i rapporti tra i consociati, nel secondo caso. Se i soggetti che dovrebbero avere ruoli di autorevolezza e responsabilità (genitori, educatori, esponenti delle istituzioni e delle forze armate, operatori sanitari, titolari di azienda) abdicano al loro ruolo viene a crearsi un vuoto difficile da colmare. Questa è una ferita aperta che ci trasciniamo dal momento in cui certe incombenze sono state delegate, acriticamente, alla tecnica. E adesso vengono a galla tutte le distorsioni prodotte. Pensiamo all’uso dei telefonini sin dalla tenera età. Oramai il danno è fatto. Correre ai ripari, attraverso le limitazioni, anche se tardive, può servire a recuperare quelle facoltà cognitive disperse nel buco nero della rete informatizzata. La crescita (anormale) velocizzata e mediata dalla tecnologia, ma che rallenta l’apprendimento, e modifica le relazioni e le esperienze di vita. Quando poi determinati episodi si verificano con una certa frequenza, sono i casi di bullismo, omofobia, intolleranza, accoltellamenti, risse, e chiamano in causa chi dovrebbe vigilare sui discenti, allora viene a concretizzarsi quella ibridazione con la macchina, che sopperisce all’affettività e trasforma le esistenze di quanti non sono in grado di padroneggiare gli stati d’animo. L’educazione, il rispetto, sembrano essere qualcosa di un’altra epoca, perdute nei meandri dell’odierna distopia. E con esse anche la prevenzione, l’invito al dialogo e all’ascolto. Sostituiti dall’uso della forza, che per mezzo delle leggi e dell’interventismo dei corpi dello Stato, disconosce le ragioni altrui, imponendo un modello che criminalizza e punisce ciò che è considerato devianza. Così, avviene in ambito di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico. Tutto appartiene al calderone securitario, che si tratti di singoli cittadini che vanno in escandescenza o di qualche fanatico religioso, fino alle manifestazioni dal basso e non eterodirette, che turbano maggioranza ed opposizione parlamentare, unite nel preservare il decoro dell’élite, e per questo incapaci di spiegare le ragioni delle lotte sociali. Per tale motivo il potere politico-mediatico tende a concentrarsi sui fatti di cronaca, per evidenziare la violenza dei sudditi (i manifestanti) ma non quella degli apparati e di chi dovrebbe tutelarli, ed oltre ad essere l’ennesima operazione di distrazione di massa con dati gonfiati (quanti agenti feriti) e opinabili, approfitta del clima di tensione creato ad hoc per far passare provvedimenti legislativi di restrizione delle libertà. Fermi preventivi, misure cautelari, utilizzo di dispositivi e mezzi tecnologici (i droni, l’intelligenza artificiale, le telecamere, i controlli biometrici) che, da strumenti da utilizzare in via eccezionale per garantire la sicurezza, rendono normale, in nome di un astratto pericolo, l’osservazione delle masse. Alla fine la tecnica serve a potenziare gli interessi che ci girano intorno: quelli economici, che da una società in pieno stato emergenziale (reale o creato) trovano beneficio (le tante piattaforme web, le strutture di tracciamento e quelle detentive), e quelli di una ridefinizione del fare politico pensato come reazione dell’uomo solo al comando. Dietro la retorica della sicurezza si delinea la svolta totalitaria che conduce alla dissoluzione della società. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnopolitica, svolta totalitaria proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Pensiero e immaginazione
-------------------------------------------------------------------------------- “Diamanti e perle”. Acrilico su tela realizzato da Julia Robin Crastolla -------------------------------------------------------------------------------- Il problema dell’intelligenza artificiale, sul quale si discute oggi non sempre con naturale intelligenza, ha avuto nella storia della filosofia occidentale – come abbiamo qui già avuto occasione di mostrare (leggi La verità e l’opinione, Il bastone e la mano, Bilinguismo e pensiero, Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale, ndr) – un precursore: l’intelletto unico e separato dell’averroismo latino. L’analogia è così stringente – un intelletto unico e separato che pensa al di fuori dei singoli individui – che essa può perfino coincidere nella sigla che le esprime: Intelligenza Artificiale – Intelletto Agente (come gli averroisti chiamavano l’intelletto separato). Per i filosofi medievali, in questo più accorti dei nostri contemporanei, il problema cruciale era quello del modo in cui l’intelletto unico e separato si unisce (copulatur) ai singoli uomini, affinché il pensiero sia acquisito (adeptus) dall’individuo e si possa dire hic homo intelligit, quest’uomo pensa. Il medio che permette quest’unione era per Averroé l’immaginazione, di cui i nostri contemporanei sembrano invece assolutamente privi. Nell’intelligenza artificiale, infatti, hic homo non intellegit, il singolo uomo rinuncia a pensare e delega la più preziosa delle sue facoltà a un macchina, che dovrebbe pensare in suo luogo e meglio di lui. Per seguire le istruzioni di questo inesorabile maestro, l’immaginazione non è di alcuna utilità (anche se persino per applicare una norma una qualche forma di immaginazione potrebbe essere necessaria). Forse il vero problema dell’intelligenza artificiale è che essa è stata resa possibile da una perdita generale della facoltà dell’immaginazione, quasi che il suo avvento fosse stato preceduto dall’instaurazione di un’onnipervasiva immaginazione artificiale. Una umanità, che aveva perduto l’immaginazione, era pronta a privarsi anche del pensiero (che del resto, come già insegnava Aristotele, senza l’immaginazione non è semplicemente possibile). La prima cosa da fare per contrastare il dominio dell’IA è pertanto una paziente, puntigliosa e metodica ricerca dell’immaginazione perduta. E poiché il pensiero non è che la forma compiuta dell’immaginazione, dell’intelligenza artificiale non ci sarà allora più alcun bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Quella nuova morte in vita toccata alla donna -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensiero e immaginazione proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Il fresco come patrimonio dell’umanità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo De Angelis -------------------------------------------------------------------------------- Il Mediterraneo non è mai stato così caldo e tocca la temperatura record di 33 gradi, accumulando tanta di quell’energia pronta ad esplodere, con l’arrivo della prima aria fredda, in eventi estremi come violenti nubifragi e alluvioni. Intanto nel Pacifico cresce El Niño che porterà una quantità di energia smisurata, di calore estremo, in un clima già supercaldo che ci farà rimpiangere questa estate considerata la più fresca di quelle che verranno. Stiamo entrando in un territorio estremo e ignoto ma continuiamo a far finta di niente. 63 i gradi misurati sull’asfalto, mentre continuiamo a cementificare al secondo 2,5 metri quadri di suolo pubblico. Temperature che sfiorano i 50 gradi al sole, con operai edili e lavoratori nei campi che muoiono nell’indifferenza generale e in quella più colpevole di chi governa. 41 gradi sugli Appennini. Boschi e foreste che bruciano. Fiumi come il Po in secca. Il Danubio, il secondo fiume più lungo d’Europa, è sceso ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni, da costringere alla chiusura di due reattori nucleari in Romania, perché l’acqua è insufficiente al raffreddamento. Il 60 per cento del nostro territorio che soffre già di aridità secondo Coldiretti. L’Italia viaggia a una velocità di riscaldamento doppia rispetto alla media globale ma la classe politica che ci governa, anziché farne una priorità, rimane “climafreghista”, non dice una parola sullo stato di emergenza climatica come se fosse normale questo calore estremo e prolungato. Chi ci governa continua a ignorare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici firmato da 120 scienziati, approvato nel 2023 e lasciato nei cassetti dei ministeri. D’altronde le destre populiste al potere in ogni parte del mondo è quello che fanno: negano la scienza, sostengono i combustibili fossili con relative compagnie, ridicolizzano gli attivisti per l’ambiente, bloccano i piani di transizionze energetica e non stanziano fondi per il verde urbano per combattere le isole di calore. Ma sono sempre efficienti nella distrazione di massa e nella ricerca del consenso, propaganda e chiacchiere, vittimismo e manipolazione della realtà. E andrà sempre peggio con la campagna elettorale: daranno il meglio di loro che è il peggio per noialtri. Il fresco come patrimonio dell’umanità, inteso come alberi ombra acqua, le infrastrutture del futuro, e non come galera dove sono felici di rinchiudere anche i quattordicenni che sbagliano. Il fresco del verde pubblico, dei boschi orizzontali e verticali, dei corridoi d’ombra, del depaving per fare prati e giardini e far respirare le città, insieme alla riduzione delle emissioni: è da qui che dobbiamo partire, la nostra priorità per la sopravvivenza. -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- . L'articolo Il fresco come patrimonio dell’umanità proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Voltare le spalle agli sciacalli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di FGTB Charleroi & Sud-Hainaut  -------------------------------------------------------------------------------- Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome Ignazio La Russa. “Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana”, ha detto il compagno Pestiau. Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di merda. Come disertore (Disertate è il titolo di uno degli ultimi libri di Bifo, “Il disertore” è anche il nome della sua newsletter su Substack, dove è apparso questo articolo, ndr) volto le spalle ai fascisti che oggi come nel 1956, sono al servizio degli sfruttatori e oggi come allora portano la responsabilità della sofferenza e della morte dei lavoratori migranti, che allora erano italiani, oggi sono africani, afghani o bengali. Nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1093 persone, secondo i dati ufficiali elaborati dall’Inail. Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri. Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli? Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa spagnola (leggi anche Capire Ceuta). Il regista di Ceuta si chiama Donald Trump Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa. Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità. Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini. Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet. Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana. La grande migrazione e la sconfitta dell’internazionalismo Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio. Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di tipo assistenziale. Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio. La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi. In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale. Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato. Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione. Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. È meglio che niente, ma non basta. L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia. Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria. Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso. Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi. Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento. La gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro. Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria. Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali. Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori. La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione solidale del lavoro dipendente. Poteva andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro? Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche. Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Voltare le spalle agli sciacalli proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
4. Effetto Refugio: Salute sessuale tra servizi e autogestione
Domenica 2 agosto il cerchio di parola organizzato durante Effetto Refugio ha visto un dialogo molto partecipato tra le esperienze di Livorno e quelle di altri territori su questo tema. Abbiamo registrato gli audio che potete quindi riascoltare: la presentazione dell’incontro di Albe e Francesca https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/1-presentazione-di-Albe-e-Francesca.mp3 Mari del coordinamento assemblee dei consultori Lazio e del gruppo di formazione trans di Roma https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/2.-mari-intervento.mp3 Cinzia di Non una di meno Livorno https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/4-Cinzia-NUDM-Livorno.mp3 Egon Botteghi del Centro Ascolto LGBTQ+ L’APPRODO di Livorno, uno spazio sicuro e di accoglienza con professionistɜ e volontariɜ! https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/3-Egon-intervento.mp3 Claudio del reparto infettivi dell’ospedale di Livorno su infezioni sessualmente trasmissibili https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/5-medico-reparto-malattie-infettive-Livorno.mp3
August 8, 2026
RadioSonar.Net
Matinée XXL #119 – 07.07.2026
Matinée no stop. Dj Post Pony evapora e nel passaggio dallo stato gassoso a quello solido si manifesta Anna Giovanna, O.G. del nastro aka TapeJockey à-la-coque. 1 ora e trenta minuti di AKKATASTATO: flusso mentale saturato su nastro, sintonizzato sulle frequenze radio di un’auto fantasma lanciata a tutta velocità sul rovente rettilineo di un’autostrada fuorifase… autorizzazione ufficiale, su carta siglata e bollata, per annientare l’obsolescenza programmata. Cutup + mixing selvaggio, no planned selection, no tapelist, solo tapes, zero budget, lo-fi!!!
August 8, 2026
Radio Blackout
BRASILE :Ferrovieri e ferroviere in sciopero contro la privatizzazione a San Paolo!
IL SI COBAS FA PARTE DELLA RETE INTERNAZIONALE DEI SINDACATI DI BASE PER QUESTO, MA NON SOLO, CI SENTIAMO IMPEGNATI A METTERE   IN RETE MATERIALI SINDACALI E POLITICI  ( RIFERITI IN QUESTO CASO AL BRASILE) RELATIVO ALL’ATTACCO CHE LA CLASSE LAVORATRICE  SUBISCE NEL MONDO INTERO, METTENDO IN EVIDENZA LA NECESSITA’ SEMPRE PIU’ IMPELLENTE DI ESSERE COORDINATI SUL PIANO INTERNAZIONALE PER COSTRUIRE QUELLA NECESSARIA  CAPACITA’  DI RISPOSTA ORGANIZZATA COME CLASSE MONDIALE. INFATTI COME SI VEDE DA QUESTO POST  IN BRASILE E’ AL GOVERNO IL SINISTRO LULA CON LA SUA CRICCA DI “SINISTRA” MA LE PRIVATIZZAZIONI LE FA LO STESSO A DIFESA DELLE MULTINAZIONALI. BUONA LETTURA. S.I. COBAS NAZIONALE  Brasile 05 agosto 2026 La Rete Dal 4 agosto, i ferrovieri e le ferroviere della Companhia Paulista de Trens Metropolitanos (CPTM) di San Paolo, che gestiscono le linee 11, 12 e 13, sono in sciopero. Da martedì, le assemblee generali dei lavoratori e delle lavoratrici organizzate nei centri di lavoro di queste linee recentemente privatizzate hanno deciso di indire lo sciopero. Questo movimento verte sulle rivendicazioni dei ferrovieri e delle ferroviere. È anche un’occasione per denunciare, con prove alla mano, i danni causati dalla privatizzazione e dalla corsa al profitto che va a discapito di ciò che dovrebbe essere il servizio ferroviario pubblico. È in gioco la sicurezza della circolazione e degli impianti, il servizio offerto agli utenti è peggiorato, la formazione del personale è insufficiente, gli orari di lavoro sono stati allungati… Pochi giorni di funzionamento sotto il regime della privatizzazione hanno portato alla decisione di affidare nuovamente il servizio all’azienda pubblica per 90 giorni. La constatazione delle conseguenze catastrofiche delle privatizzazioni è quella fatta dai ferrovieri e dalle ferroviere, dagli utenti del trasporto ferroviario, dalle organizzazioni sindacali indipendenti, in tutto il mondo. I sindacati del settore ferroviario, ma anche le loro organizzazioni interprofessionali, membri della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, esprimono tutto il loro sostegno ai compagni della CPTM di San Paolo! L'articolo BRASILE :Ferrovieri e ferroviere in sciopero contro la privatizzazione a San Paolo! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Pakistan: divieto d’iniziative sindacali di sei mesi nel settore energetico!
PUBBLICHIAMO DALLA RETE INTERNAZIONALE UN ARTICOLO DOVE SI EVIDENZIA CHE LA CLASSE OPERAIA (UNICA CLASSE SOCIALE CHE PRODUCE LA RICCHEZZA) E’ ATTACCATA IN TUTTO IL MONDO QUANDO METTE IN DISCUSSIONE IL PROFITTO DEI PADRONI. INOLTRE ANCHE IN PACHISTAN METTONO IN PRATICA LA 146 COME IN ITALIA PER VIETARE GLI SCIOPERI NEI COSIDDETTI SERVIZI ESSENZIALI A “DIFESA DELLA NAZIONE” CIOE’ A DIFESA DEGLI INTERESSI  DELLA CLASSE AL POTERE. TUTTO IL MONDO E’ PAESE ! UNIAMO LE FORZE LAVORATRICI DI TUTTO IL MONDO  PER UNA SOCIETA’ LIBERA DALLO SFRUTTAMENTO. S.I. COBAS NAZIONALE 30 LUGLIO 2026 LA RETE Il governo federale del Pakistan impone un divieto di sei mesi alle attività sindacali all’interno delle entità del settore elettrico, a partire dal 26 luglio 2026, ai sensi dell’articolo 3 della legge pakistana del 1952 sui servizi essenziali (Pakistan Essential Services (Maintenance) Act, 1952). Questa misura si applica a tutti i principali enti pubblici del settore elettrico, in particolare: le società di distribuzione (DISCO), le società di produzione (GENCO) e la Società nazionale di trasporto e distribuzione (NTDC). Il governo sostiene che l’obiettivo sia quello di mantenere un approvvigionamento ininterrotto di energia elettrica, garantire la sicurezza operativa e prevenire qualsiasi interruzione di un servizio pubblico essenziale. I sindacati affiliati alla Federazione panpakistana dei sindacati uniti (APFUTU) hanno organizzato manifestazioni in diverse città, tra cui Islamabad, Multan, Kot Addu e Hyderabad. Si tratta, di fatto, di misure antisciopero e antisindacali volte a contrastare le lotte contro i progetti di privatizzazione del governo riguardanti le società pubbliche di distribuzione dell’energia elettrica. Privatizzazioni che comporterebbero riduzioni di personale, un indebolimento della tutela dei lavoratori e un aumento delle tariffe elettriche. La Rete sindacale internazionale di solidarietà e lotta sostiene i sindacati pakistani e chiede il rispetto del diritto di sciopero in tutto il mondo! L'articolo Pakistan: divieto d’iniziative sindacali di sei mesi nel settore energetico! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.

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