Nel Cuneese l’acqua torna alla gestione interamente pubblica
Da giovedì primo ottobre, gli abitanti di quaranta comuni di Cuneo che devono chiedere un allacciamento, contestare una bolletta o segnalare un guasto non si rivolgono più a una società del gruppo Iren, multiutility quotata in Borsa, ma al Municipio. In piazza Risorgimento hanno aperto gli sportelli di Cogesi, la società consortile a totale capitale pubblico che da quel giorno ha preso il posto di Egea Acque nel servizio idrico mentre i contratti passano al nuovo gestore da soli, senza moduli né firme da parte degli utenti. «Il ciclo idrico sarà totalmente pubblico sia nel controllo sia nella ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Nel Cuneese l’acqua torna alla gestione interamente pubblica appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
[2026-10-14] Mercoledì 14 ottobre cineforum Garbatella "La fine di un mistero" di M. Hermoso 2003 @ Gruppo Anarchico Bakunin
MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE CINEFORUM GARBATELLA "LA FINE DI UN MISTERO" DI M. HERMOSO 2003 Gruppo Anarchico Bakunin - via vettor fausto, 3, roma, italy (mercoledì, 14 ottobre 19:00) CINEBAKUNIN 14 OTTOBRE  h19 La fine di un mistero (La luz prodigiosa, 2003) di M.Hermoso La fine di un mistero (La luz prodigiosa, 2003) di Miguel Hermoso è un'opera delicata e commovente, celebre soprattutto per essere l'ultimo, intenso testamento artistico del grande Nino Manfredi. • Granada, 1936: Durante la guerra civile spagnola, un giovane pastore di nome Joaquin (interpretato da Alfredo Landa) salva un uomo senza memoria scampato a una fucilazione franchista. • Quarant'anni dopo: Nel 1980, Joaquin torna a Granada per ritrovare quell'uomo (Nino Manfredi, chiamato Galapago o Tartaruga), accorgendosi che dietro al suo silenzio e alla sua fragilità potrebbe celarsi il celebre poeta Federico García Lorca. L'interpretazione di Nino Manfredi nei panni dell'uomo silenzioso e segnato dal tempo (chiamato Galápago),  offre una prova d'altri tempi. Senza quasi bisogno di parole, con il solo sguardo e la presenza scenica, riesce a riempire lo schermo di una malinconia struggente e poetica. È il saluto perfetto di un gigante del nostro cinema. Il film tocca un "che cosa sarebbe successo se..." dal forte impatto emotivo, immaginando un destino alternativo per una delle figure più iconiche e tragiche della letteratura spagnola. La pellicola funziona come una favola amara sulla pietà umana, sul ricordo e sul bisogno di dare un senso al passato, sorretta dalla discrezione della regia di Miguel Hermoso. Un piccolo film dal sapore artigianale e televisivo, che vive della luce crepuscolare dei suoi interpreti e che si guarda soprattutto per stringersi un'ultima volta attorno al talento inimitabile di Nino Manfredi. Vale ricordare  che il film fu Premiato al Festival cinematografico internazionale di Mosca con il San Giorgio d'oro ed è l'ultima pellicola cinematografica interpretata da Nino Manfredi. PORTA E CONDIVI CIO' CHE VUOI MANGIARE/BERE. Dopo la proiezione si potrà dibattere, bere, fare, mangiare, cantare, suonare... Appuntamento mercoledì 14 ottobre ore 19 (ora solare di Garbatella),in Via Vettor Fausto 3, Garbatella (entrare dal portone e scendere le scale). Gruppo Anarchico Bakunin, F.A.I. Roma e Lazio. gruppobakunin@federazioneanarchica.org
October 12, 2026
Gancio de Roma
Per la Malaysia i Rohingya sono troppi,rimpatrio forzato verso il Myanmar
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione .
October 12, 2026
Radio Blackout
R-esistenze migranti: soggetti, non pedine
Fragili, disperati, senza risorse. O, al contrario, un pericolo per la sicurezza e l’ordine sociale. Quando si parla di migranti, il racconto si riduce quasi sempre a questo: miseria o minaccia. Le due visioni si intrecciano di continuo, creando un’immagine stereotipata che cancella l’individuo. Davanti alla complessità della tematica, è necessario superare la narrazione binaria per comprendere chi sia il migrante che lascia la sua terra. Sabato 3 ottobre 2026, si è tenuto al Centro Studi Sereno Regis l’incontro R-esistenze migranti all’interno dell’ottava edizione del Festival della Nonviolenza /Eirene Fest Torino. Obiettivo era presentare due libri legati al tema della migrazione in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina di Fassin e Defossez e L’immigrazione meridionale a Torino di Fofi. Per contestualizzare e spiegare i testi, ma soprattutto per farli dialogare, sono intervenuti quattro esperti: William Bonapace (storico, fondatore dell’associazione On Borders), Maria Perino (sociologa, autrice su On Borders, socia di Adl a Zavidovici), Gianfranco Crua (attivista, fondatore di Carovane Migranti) e Michael Eve (sociologo, promotore di Porta delle Culture). Umanità in esilio, come hanno spiegato bene Bonapace e Perino, è un testo che parla del confine alpino italo-francese (Oulx-Briançon), ma in realtà pone una riflessione generale sulle frontiere come espressione di una differenza: quella tra chi può passare e chi no. La frontiera non è solo una linea geografica, ma un mezzo di separazione tra gli individui. Questa separazione è anche visibile nel divario tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “solidali”. Le prime applicano le direttive statali di chiusura; i secondi sono i gruppi o gli individui che resistono alle direttive e che seguono una logica di accoglienza nei confronti dei migranti. Il tema della violenza, più o meno radicale, esercitata dalle forze dell’ordine ai confini, è un punto fondamentale: secondo gli autori del libro, non rappresenta un’anomalia locale, ma è sintomo di un indebolimento dei valori democratici globali. In breve, capire le frontiere significa comprendere un po’ le nostre società. Eve e Crua riflettono sul secondo saggio, L’immigrazione meridionale a Torino. Il contesto è molto diverso: si tratta di un libro che analizza l’ondata migratoria italiana durante il boom economico. Goffredo Fofi denuncia l’impreparazione delle istituzioni nel gestire l’arrivo dei migranti dal Meridione, ma non solo: racconta un cambiamento; la migrazione, infatti, è sinonimo di passaggi come quelli dalla vita contadina al lavoro operaio e di mutamento nelle relazioni tra gli abitanti della città che si interfacciano con una “comunità” del sud molto diversa dalla propria. Quando si analizza il fenomeno migratorio, ci si dimentica spesso della centralità della trasformazione. Bonapace ricorda, tra le tante cose, che l’arrivo dei migranti dal sud Italia ha portato il sindacato e il Partito Comunista Italiano a un ripensamento di se stessi. Il tema è semplice: la migrazione porta in avanti le società, le fa evolvere. Arrivati a questo punto, si può dire che i due libri, legati a contesti molto specifici, riescono a parlare in modo universale. Che si tratti del migrante sul fronte alpino o di quello proveniente dal Sud Italia, emergono due punti interessanti. Innanzitutto, la migrazione è un fenomeno normale: Eve ci tiene a sottolinearlo. Una cosa è normale quando “segue la norma, è conforme alla norma, è quindi consueta, ordinaria, regolare” (Treccani). Sì, l’immigrazione è conforme alla norma perché è parte integrante della storia dell’umanità, nei suoi svariati contesti. Oggi ci aiuterebbe studiare la storia da un punto di vista migratorio: non solo per comprendere la frequenza del fenomeno, ma soprattutto l’importanza che questo riveste nella trasformazione e nell’equilibrio delle società. Nell’intervento viene riportato un esempio: in Italia stanno aumentando i giovani che proseguono con studi lunghi e sono sempre meno disposti a svolgere lavori a qualificazione bassa. Il migrante, che arriva nel nostro paese ed è disoccupato, accetta invece di ricoprire quei ruoli che i giovani universitari quasi disdegniamo di esercitare. Non soffermandosi ulteriormente su questo primo punto, diventa interessante, invece, mettere in evidenza una questione che è emersa e che già si anticipava all’inizio: l’immagine che si ha del migrante. I due libri sembrano quasi mettere in discussione la raffigurazione diffusa del migrante come miserevole o minaccioso. Si provi a immaginare un migrante: si vede una persona che è obbligata a lasciare la propria terra per intraprendere un viaggio lunghissimo, rischiando la vita, in modo da arrivare in un paese “sicuro” dove poter trovare delle condizioni di vita migliori. Ma il problema di quest’immagine sta nel concetto di obbligatorietà a cui è associata. Per molti persone, il migrante è un poveretto che merita compassione a causa del viaggio che ha compiuto e dell’obbligo che l’ha portato ad abbandonare terra e famiglia. Un’interpretazione simile generalizza il vissuto di ogni singolo migrante, ponendolo in una dimensione di universalità: “Tutti i migranti sono uguali perché il loro percorso è bene o male lo stesso”. Questa concezione dimentica l’individuo singolo che si “nasconde” dietro al termine che  lo definisce. In secondo luogo, mettere la compassione in primo piano rende il migrante un oggetto dell’emotività: si prova pena e si semplifica la complessità dell’individuo che si ha di fronte. Il singolo migrante, però, non è una pedina: ha un valore e una profondità in quanto essere umano. Sicuramente si ritrova nell’urgenza di agire quando lascia il proprio paese; tuttavia, quest’urgenza non è frutto solo di obbligatorietà, ma anche di una scelta. Talvolta chi sostiene l’arrivo di migranti irregolari, nel rispondere a chi vorrebbe “remigrarli”, tende a celare questa soggettività per fare leva sul piano della tenerezza: “Sono persone che non hanno nulla, in balìa degli eventi, senza possibilità di scegliere”. Questa verità è parziale: la scelta c’è. Una persona, prima di decidere di imbarcarsi e mettere in pericolo la propria vita, pondera bene in che luogo spostarsi: per esempio nei giovani, come viene evidenziato nell’intervento, influisce spesso il sogno di un’Europa vista sui social. Il dibattito sull’immigrazione potrebbe spostarsi dal “sono obbligati a venire qui” allo “scelgono di venire qui, anche contro la loro volontà perché in condizioni sicure e stabili forse rimarrebbero sulla propria terra”. La dimensione della volontarietà non va nascosta perché scomoda, va anzi evidenziata: proprio in virtù di una scelta sono esseri umani e in quanto tali meritano di essere accolti nel paese che scelgono. Centro Sereno Regis
October 11, 2026
Pressenza
Che questo tetto comune sia il germoglio di una nuova resistenza
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco con piena profonda convinzione, che questo tetto comune sia il germoglio di una nuova resistenza….. [Enrico D’Angelo] -------------------------------------------------------------------------------- (Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che questo tetto comune sia il germoglio di una nuova resistenza proviene da Comune-info.
October 11, 2026
Comune-info
Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra. Correzione.
Nella precedente rassegna stampa per errore mancava il sommario della Rassegna stampa E’ disponibile il numero 31, 8 ottobre 2026, della “Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra”, scaricala a questo link con 102 nuove notizie https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/10/rassegna-stampa-sito-cavagna-trentuno-8-ottobre-2026.pdf In questo numero: – In cronaca: 4 ottobre S.Francesco. Storia, mito, revisioni. Primi sommovimenti a latere della nuova festa nazionale. Rassegna stampa. – In cronaca: terzo anniversario del 7 ottobre e della strage di Hamas. Rassegna stampa – Obiezione. Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare – Obiezione. Quando gli operai della Rolls Roice lasciarono a terra gli aerei di Pinochet – Tam tam sui social per il ritorno della Leva – Pace. Preti contro il genocidio. Oltre 2500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza – Diritti. L’Algeria verso il ritorno alle esecuzioni capitali – Militarizzazione, i terreni di coltura. Il peggio dai social tra migranti come immondizia, coltelli in vendita a spron battuto, bambini coi mitra, carri armati invece che automobiline a pedali – Militarizzazione. Il nuovo videogioco lanciato da Trump “Costruisci il muro e deporta” – Conflitti non raccontati. Sempre peggio in Sudan, Nigeria e Haiti – Armamenti. Industrie europee e italiane a tutto gas. Il 9/11 a Bologna un incontro su “Industria bellica in E.Romagna” – Gott mit uns: i generali italiani evocano ancora Dio – Guerra/Pace/Media. Israele lancia un falso film NAZA – Pace e ri-conoscimento tra i popoli. Il difficile rapporto tra storia e memoria: il massacro di Baby Yar (1941) e i crimini di guerra italiani durante il colonialismo e la seconda guerra mondiale – Ampia rassegna di libri, articoli da riviste e 22 appuntamenti a Bologna tra ottobre e novembre L’invio della Rassegna stampa è libero e gratuito, iscriviti con una mail a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovi qui: https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ La rassegna stampa è prodotta da un gruppo di ex obiettori di coscienza del GAVCI di Bologna e Modena per ricordare la figura di p.Angelo Cavagna (1929-2024), sacerdote dehoniano, giornalista, impegnato sui fronti della pace, obiezione di coscienza, servizio civile, nonviolenza, disarmo, cooperazione internazionale. Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
Dall’interno del corteo di Cagliari nella giornata di mobilitazione mondiale per la Palestina
Oltre seimila persone hanno manifestato per la Palestina, ieri, dal pomeriggio fino a sera, per le strade del centro cittadino di Cagliari e nella passeggiata di Via Roma. La risposta alla chiamata del “Comitato Sardo di Solidarietà con la Palestina” – che raccoglie l’adesione di oltre 25 realtà in tutta la Sardegna – e dalla “Rete Palestina Anima Mundi”, di scendere in piazza per denunciare la falsa tregua e il genocidio ancora in atto a Gaza e in Cisgiordania, è stata importante. Moltissimi giovani, famiglie con bambini, uomini e donne di tutte le età. Il raduno alle ore 16:00 in piazza Costituzione, quasi stracolma, faceva presagire, come poi si è avverato, una presenza imponente. Da piazza Costituzione, per via Manno, piazza Yenne, Largo Carlo Felice, il corteo ha raggiunto la passeggiata di via Roma, dove ha preso corpo “Quasi un festival”, con alcune piazze tematiche d’informazione e di confronto. Ho vissuto questo evento, dall’interno di uno spezzone del corteo: il “Presidio stabile per la Palestina Cagliari”, che ha sfilato al centro del corteo nel 345° giorno di presenza in piazza Yenne, ribattezzata “Piazza dell’indignazione”. Un sudario di circa una ventina di metri con scritti i nomi di una parte delle migliaia di bambini e delle bambine uccisi a Gaza, preceduto dallo striscione “Il Presidio r1pud1a la guerra” che viene esposto tutti i giorni durante il presidio. A tenere il sudario tante persone con la short bianca “Can’t Stay Silent” (non posso restare in silenzio), il motto che ha animato a Cagliari la prima grande manifestazione del settembre 2025, “La marcia dell’Indignazione”. Durante il percorso si è svolta una Via crucis, in cinque stazioni, in cui si sono letti brani dell’ultimo rapporto di Francesca Albanese sulla condizione dei diritti umani in Palestina. La manifestazione è proseguita nello spazio da poco ultimato della nuova passeggiata in via Roma, davanti al porto. Alcune persone hanno continuato a scrivere dei nomi di bambini e bambine sul sudario: a me sono apparsi da scrivere nomi di bambini e bambine da zero anni a 2 anni. Nel mentre, si sono animate le tre piazze tematiche organizzate per la manifestazione “Quasi un festival. La fine del genocidio è la fine del sionismo”: Piazza Sardegna liberata, Piazza Palestina liberata, Piazza Resistenza, in cui si sono affrontati i problemi che accomunano la Sardegna e la Palestina: la presenza della fabbrica di bomba Rwm e le servitù militari, di supporto alle forze armate israeliane; la militarizzazione nelle scuole e nell’università; la repressione che ha colpito soprattutto i giovani a causa dei decreti sicurezza; il DDL contro l’antisemitismo, una legge bavaglio che criminalizzerebbe ogni critica contro lo Stato d’Israele; le banche armate e complici del genocidio in Palestina. Per una descrizione più dettagliata delle tre piazze rimando all’articolo su pressenza al seguente link: www.pressenza.com/it/2026/10/imponente-manifestazione-a-cagliari-nella-giornata-mondiale-per-la-palestina/ Spazio anche alla creatività con laboratori di di disegno e la presenza di gruppi musicale, come la Banda Sbandati che ha intonato “Bella ciao” all’inizio della pacifica, intensa, colorata e resistente manifestazione.   Pierpaolo Loi
October 11, 2026
Pressenza
MediaWatch: La notizia sui "piani di assassinio" russi
Valutato secondo il criterio della falsificabilità di Karl Popper, il reportage del Financial Times sui presunti piani russi per intensificare gli assassinii di alti dirigenti della difesa europea presenta i tratti di una tesi infalsificabile.
October 11, 2026
PeaceLink
Imponente manifestazione a Cagliari nella giornata mondiale per la Palestina
Si è svolta, ieri a Cagliari, una grande manifestazione in sintonia con altre 50 città d’Italia e d’Europa in difesadella vita del popolo palestinese, e per il riconoscimento internazionale dello stato di Palestina, chiamata “La fine del genocidio”. La democratica protesta è stata indetta dai Movimenti di studenti palestinesi e dalla Rete Palestina Anima mundi, dai Giovani Palestinesi d’Italia, dall’Associazione dei palestinesi in Italia e dall’Unione democratica arabo-palestinese. Concentramento dalle 16:00 nella storica piazza Costituzione: dopo che la Banda Sbandati ha intonato “Bella Ciao”, hanno preso la parola i rappresentanti dei palestinesi e gli organizzatori della manifestazione che hanno illustrato il percorso e le sue finalità, tra cui la fine della guerra a Gaza, il rispetto del diritto internazionale e maggiori aiuti umanitari alla popolazione.  Dopo aver percorso la Via Manno e il Largo Carlo Felice, si è fermato in via Roma, per informare i cittadini di cosa fa, o meglio non fa il Governo Italiano per la Palestina. Siamo partiti in circa un migliaio, accompagnati dal rullo delle ragazze con una decina di tamburi e arrivati a fine percorso in circa seimila persone, tra cui molti giovani; inoltre, hanno sfilato varieassociazioni pacifiste, e alcuni partiti del campo largo e della galassia della nuova sinistra. Molte le bandiere, comprese anche quelle della repubblica di Cuba assediata da decenni dal Blocao, il feroce blocco economico, energetico e sanitario che fa soffrire il popolo cubano, quanto il genocidio in Palestina. La serata chiamata anche “Quasi un festival in via Roma” ha sorpreso molte persone, in quanto oltre al rituale corteo per le strade, è stata arricchita da tre piazze originate dalla creatività delle persone che hanno organizzato la giornata di mobilitazione. Ogni “piazza” – ovvero un cerchio di persone tra i giardinetti – nella quale c’è chi introduce e informa, poi la parola passa ai presenti. Le tre piazze si svolgono insieme: ci si può fermare, ascoltare, intervenire e spostarsi. Piazza Palestina liberata (foto di Pierpaolo Loi) La prima piazza, “Palestina liberata”: “Il genocidio in Palestina e la responsabilità dell’Europa”, intervento di Fawzi Ismail, Associazione Amicizia Sardegna Palestina. Dopo si prosegue con “Ma io che c’entro? Che ci posso fare? Contro la normalizzazione dell’occupazione, dal turismo alla cultura”, intervento di Claudia Ortu dell’Assemblea cagliaritana di Poter al Popolo! La situazione dei prigionieri politici palestinesi, con Samed Ismail. Il collaborazionismo di UNICA (Università di Cagliari) negli ultimi tre anni di genocidio. Piazza Sardegna liberata (foto di Pierpaolo Loi) La seconda piazza, “Sardegna Liberata”: Come la Saras alimenta il genocidio. Viene presentato Il dossier “Soffocare la macchina bellica”. Da Domusnovas a Gaza. RWM, la fabbrica che ferisce due terre, con Graziano Bullegas e Antonio Muscas. La lotta contro l’occupazione militare della Sardegna, con “A foras” e “No radar”, storia di una battaglia vinta. Piazza Resistenza (foto di Pierpaolo Loi) La “Piazza Resistenza”: “La conoscenza non marcia. Per un’istruzione e una ricerca libere dalla militarizzazione”. Con interventi di esponenti dell’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della università”. La nuova repressione: Giulia Lai ha preso la parola a nome delle persone denunciate a seguito di alcune manifestazioni dell’autunno 2025. DDL antisemitismo e le vittorie civili contro la nuova dittatura del pensiero: interventi di Adriano Sollai e Maria Elisabetta Pini. “Banche armate e complici del genocidio: il caso di Poste italiane”, con Carlo Bellisai e Filippo Lunesu. “Azione nonviolenta”, con Ivano Peddis di Ultima Generazione. E infine, “criticare il Governo di Israele non è antisemitismo”: è gravissima la legge che il Governo italiano sta facendo approvare dal Parlamento; sarebbe la prima volta che in Italia si va contro il diritto di parola garantita dalla nostra Costituzione e dal Diritto Internazionale, sempre difeso dall’ONU. Diritto che non può essere calpestato da temporanei capi di governo, seppure espressi dal nuovo imperialismo, che ha molte sfaccettature del nazionalsocialismo e del fascismo, con alle spalle i padroni del web che pensano di dettare al mondo libero le regole che più gli fanno comodo e che permettono a meno di una decina di persone di stabilire quale debba essere il nostro pensiero. Giancarlo Nonis Redazione Sardigna
October 11, 2026
Pressenza
Cuba: sempre più intenso l’assedio Usa
Le ultime e severe sanzioni mirano a congelare qualsiasi tentativo di sovranità economica e a colpire lo stomaco e la vita quotidiana delle famiglie cubane di Giorgio Trucchi (*) Cuba si ritrova nuovamente sotto il fuoco incrociato dell’imperialismo più antiquato. Sebbene le aggressioni non siano mai cessate, ciò che si sta vivendo in questo tratto finale del 2026 rasenta la
October 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Storia della Pace: L'Ucraina e il Donbass
L'Ucraina avrebbe dovuto modificare la propria Costituzione per riconoscere uno status speciale per il "decentramento" e per garantire "particolari modalità di autogoverno locale". Ma non fu mai fatto e al suo posto venne inserito l'obiettivo di adesione alla NATO e all'UE.
October 11, 2026
PeaceLink

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