22_10_26
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October 23, 2026
Radio Blackout - Info
Altrimenti non si accorgono di noi
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- “Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato con le loro scorribande dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane, ma anche di quelli in corso da molti più giorni in Francia e altrove. Molti, non tutti, minorenni e persino bambini, che Salvini vorrebbe incriminare e carcerare per “associazione a delinquere”. Molti, non tutti, indicati con una crasi che i suoi inventori (ma non sanno che cos’è) hanno istituito tra marocchino e paranza (squadra dedita a piccoli reati): in sostanza, migranti di seconda o terza generazione, molti dei quali già italiani, accomunati dalla povertà; un termine orribile e schifoso, ormai portato all’onore delle prime pagine dei quotidiani e dei titoli di nuovi disegni di legge. Quei ragazzi, per far sapere che “esistono anche loro”, non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie (di giovani e adulti) che protestano: se non ci sono scontri o interruzioni del traffico se ne parla il meno possibile. O per niente. Lo sanno bene operai e studenti in lotta. E non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco poliziesco di un corteo. E a Torino hanno devastato la libreria Feltrinelli senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”; forse non sanno nemmeno molto bene che cosa sono i libri. Sicuramente nessuno gli ha insegnato (a scuola o altrove) che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, cioè i razzisti di un secolo fa, antesignani e numi ispiratori dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei CPR, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo sociale, dell’inedia. Ma di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. “Che fare?” ci si chiede nell’establishment e tra i suoi corifei. Tutti, senza distinzione, si scandalizzano e ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestati che rompono qualche vetrina (molte), non quella a cui assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà e che non ruba scarpe ma territori e nazioni. Ma con una differenza tra loro: gli uni propendono per la mano forte: più repressione, più carcere, più leggi liberticide (come se non ce ne fossero già abbastanza); gli altri sono per la divisione (divide et impera): separare (ma fare in modo che lo facciano loro) i manifestanti “pacifici” da quelli violenti, due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio; distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali: forse rimpiangendo i “sevizi d’ordine” degli anni ’70 del secolo scorso, quando le manifestazioni si facevano tutti ben inquadrati. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due “segmenti” della popolazione giovanile non c’è né ci può essere soluzione di continuità. Agitano, in termini generali, temi comuni: il carovita (che vuol dire povertà), la casa (e molti di loro sanno bene che cosa significa abitare case invivibili, o non trovare un posto dove continuare gli studi), la sanità (e chi non ha un parente che non riesce a curarsi?), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni a scuola e ovunque. Ma poi, quello che spinge gli studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: vogliono far sapere che “esistono anche loro”. Perché l’establishment – governo, partiti, media, direzioni didattiche, aziende – non tiene alcun conto di loro e dei loro bisogni (hanno alle costole solo l’esercito: per reclutarli… e dalla loro, per ora, solo quegli insegnanti schierati per difenderli dalle cariche). Né del loro presente, né del loro futuro. Forse sanno meglio degli altri (“i violenti”) sanno che cosa rivendicare (o si stanno chiarendo le idee occupando e manifestando): edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al confronto con il mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni) ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione forse non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. E certo sono in molti a vedere in quelle code violente dei loro cortei un ostacolo alla chiarezza dei loro obiettivi. Ciononostante tutto ciò fa delle ultime generazioni (Z e alfa: si ricomincia la conta da capo…) un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina… I giovani come classe è il titolo di un saggio di sessant’anni fa scritto da due autori di ispirazione “marcusiana” che metteva in discussione l’ortodossia marxista e rappresentava, allora e forse anche oggi, una forzatura estremizzante. Fatto sta che allora come oggi a costituire il nucleo portante della rivolta e delle lotte erano e sono le nuove generazioni: studenti, ma anche operai, disoccupati, artisti: nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto. Fatto sta che ad accomunarli nella lotta c’era allora (sessant’anni fa) la percezione di un incerto futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto da un futuro di soggezione agli imperativi di un’economia dominata dal profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nelle calure della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite, ormai consegnate a un pugno di “signori del mondo”. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti – quello di chi “conta” e sta in posizioni di comando, se non di vero potere – gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa (pensano solo a se stessi e se la prendono con l’ignavia dei giovani); quel futuro che si fa di tutto per far dimenticare, ma forse anche per dimenticare: per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Altrimenti non si accorgono di noi proviene da Comune-info.
October 23, 2026
Comune-info
30 Ottobre: Sciopero Generale, le ragioni di USB Sardegna
Il 10, 16 e 17 ottobre tre date che hanno visto Cagliari e altre città della Sardegna attraversate da migliaia e centinaia di lavoratori e studenti: una generazione intera che non accetta un futuro di precarietà, salari bassi, carovita e guerra. Da qui bisogna costruire e rafforzare l’alleanza tra studenti e lavoratori. Per questo l’USB proclama lo SCIOPERO GENERALE di venerdì 30 ottobre, per tutte le categorie del lavoro pubblico e privato. In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti: benzina e gasolio oltre i 2 euro, spesa rincarata dal 30 al 50% in 5 anni, bollette di luce e gas con aumenti superiori al 30%. I salari non recuperano nemmeno l’inflazione e il governo Meloni, schierato con compagnie petrolifere e banche, risponde con provvedimenti inconsistenti. Servono salari adeguati al costo della vita, prezzi calmierati e IVA azzerata sui beni di prima necessità. E per chi studia? Scuola-lavoro gratuita, aule sovraffollate, tetti agli alunni stranieri, programmi che cancellano il colonialismo, università legate all’industria bellica e a chi collabora con Israele. Il governo ha scelto l’economia di guerra: miliardi per il riarmo, briciole per salari, scuola, sanità e casa. La guerra si scarica su energia, lavoro e spesa sociale. Continua la complicità con il genocidio in Palestina, nonostante le piazze piene con studentesse e studenti in prima fila. E intanto si stringe sul dissenso: il ddl antisemitismo con la definizione IHRA rischia di rendere perseguibile la critica a Israele e chi si mobilita per la Palestina. Il 30 sarà una giornata storica Le proteste divampano in tutta Europa, da Spagna e Francia ad Albania. Lo sciopero generale USB si inserisce nella mobilitazione dei portuali di decine di porti nel mondo, che per la prima volta si allarga oltre il Mediterraneo: nord Europa, India, Messico, Sudafrica e Stati Uniti. Cagliari e la Sardegna entrano in una lotta che non è più solo locale ma internazionale. Nessunə si salva da solə. Uniamo le lotte, tuttə insieme. Abbassate le armi, alzate i salari. Venerdì 30 ottobre, corteo a Cagliari, ore 9.30, Piazza Garibaldi USB Sardegna Redazione Sardigna
October 22, 2026
Pressenza
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (seconda parte)
(Continua dalla prima parte) Un ulteriore profilo riguarda l’applicazione delle procedure accelerate di frontiera a Trieste dopo il 12 giugno 2026. L’articolo 43 del regolamento (UE) 2024/1348 individua specifiche condizioni per il ricorso a tali procedure, collegate, tra l’altro, agli attraversamenti delle frontiere esterne e alle zone di transito. Trieste, tuttavia, si trova lungo una frontiera interna dello spazio Schengen. Il temporaneo ripristino dei controlli non determina automaticamente la trasformazione di una frontiera interna in frontiera esterna dell’Unione. La questione è stata oggetto di controversie giudiziarie, anche in relazione all’individuazione delle zone di frontiera o di transito e alla normativa nazionale di attuazione. Il decreto del Ministero dell’interno del 21 luglio 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 10 agosto, ha integrato l’individuazione di tali zone, senza tuttavia eliminare la necessità di verificare, nei singoli procedimenti, il rispetto dei presupposti stabiliti dal diritto europeo. Durante la conferenza, Schiavone ha riferito che diversi ricorsi cautelari presentati a Trieste sono stati accolti, con il conseguente superamento, nei casi esaminati, dell’inquadramento nella procedura accelerata di frontiera. Si tratta di interventi giurisdizionali rilevanti, che dimostrano quanto sia indispensabile il controllo del giudice sulla legittimità dell’azione amministrativa. A rendere particolarmente delicata la questione contribuisce l’estrema brevità dei termini di impugnazione. L’articolo 35-ter del decreto legislativo n. 25 del 2008, come modificato nel 2026, prevede, per la specifica ipotesi disciplinata dalla norma, un termine di cinque giorni dalla notificazione del provvedimento per proporre ricorso. Cinque giorni possono rappresentare un intervallo estremamente esiguo per una persona che non conosce la lingua italiana, non dispone di una rete sociale, deve reperire un difensore e necessita di ricostruire vicende personali spesso segnate da persecuzioni, violenze o traumi. In questo contesto, il diritto a un ricorso effettivo, garantito dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’articolo 13 della CEDU nei rispettivi ambiti applicativi, assume un’importanza decisiva. Non è sufficiente prevedere astrattamente la possibilità di impugnare un provvedimento: occorre che la persona sia posta nelle condizioni concrete di esercitare tale facoltà. Gli articoli 15, 16 e 17 del regolamento (UE) 2024/1348 disciplinano, con condizioni e modalità specifiche, l’accesso all’orientamento legale gratuito durante la procedura amministrativa e all’assistenza e rappresentanza legali gratuite nella fase d’impugnazione. In particolare, l’articolo 16 non si limita alla semplice consegna di materiale informativo, ma contempla anche spiegazioni relative alla procedura e assistenza nella formalizzazione della domanda. È proprio su questa distinzione che Schiavone ha insistito con particolare determinazione: consegnare un opuscolo non equivale necessariamente a mettere una persona nelle condizioni di comprendere le conseguenze giuridiche della procedura alla quale viene sottoposta. La tutela effettiva richiede un’informazione comprensibile, un orientamento adeguato e, quando previsto, un’assistenza legale accessibile. In assenza di tali garanzie, l’accelerazione rischia di tradursi in una compressione sproporzionata del diritto di difesa. Un sistema capace di decidere in pochi giorni, dopo aver lasciato una persona per mesi in condizioni di precarietà, presenta una contraddizione che non può essere ignorata. La rapidità, infatti, sembra intervenire soprattutto nel momento in cui occorre definire negativamente una posizione giuridica, mentre le attività necessarie ad assicurare l’accesso alla protezione possono rimanere gravate da ritardi prolungati. Questa asimmetria deve essere analizzata con particolare rigore, senza presumere automaticamente l’intenzionalità illecita dei singoli funzionari. Eventuali responsabilità amministrative, civili, contabili o penali richiedono l’accertamento dei rispettivi presupposti. Tuttavia, l’assenza di una responsabilità penale individuale accertata non esclude la possibilità che determinate prassi costituiscano violazioni del diritto nazionale o dell’Unione europea, né impedisce di valutare l’eventuale responsabilità dello Stato. Durante il dibattito è emersa anche la questione della sicurezza urbana e del rapporto, spesso costruito nel discorso pubblico, tra immigrazione e criminalità. Schiavone ha contestato la tendenza a ricondurre episodi eterogenei a un’unica categoria indistinta di persone straniere, senza distinguere tra richiedenti asilo, persone stabilmente residenti, soggetti in transito e autori di specifici comportamenti penalmente rilevanti. Il principio costituzionale di responsabilità penale personale, sancito dall’articolo 27, primo comma, impedisce di attribuire a un’intera collettività la responsabilità delle condotte commesse da singoli individui. La sicurezza costituisce un interesse pubblico legittimo, ma non può essere perseguita attraverso generalizzazioni, discriminazioni o limitazioni arbitrarie dei diritti. Conosco la Piazza del Mondo e so che la convivenza tra persone provenienti da contesti culturali differenti può comportare difficoltà, incomprensioni e situazioni conflittuali. Non ritengo utile negare questi problemi, né giustificare comportamenti violenti in nome della solidarietà. Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare singoli episodi per alimentare una rappresentazione indiscriminatamente criminalizzante della popolazione migrante. La tutela delle persone vulnerabili e la sicurezza della collettività non sono obiettivi necessariamente contrapposti. Un sistema di accoglienza funzionante, capace di garantire identificazione, informazione giuridica, assistenza sociosanitaria e percorsi di integrazione, contribuisce anche a prevenire marginalità e tensioni sociali. Al termine dell’intervento ho rivolto a Gianfranco Schiavone una domanda che considero centrale per comprendere la direzione delle attuali politiche europee: «Alla luce del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, non stiamo assistendo a una progressiva sostituzione della tutela dei diritti umani con una politica di deterrenza e contenimento? E soprattutto, quando la burocrazia impedisce concretamente l’accesso alla protezione internazionale, possiamo ancora parlare di inefficienza amministrativa oppure dobbiamo riconoscere una vera e propria violazione sistemica dei diritti fondamentali, della quale gli Stati devono rispondere giuridicamente?» La risposta di Schiavone è stata inequivocabile nell’esprimere la propria valutazione critica. Dopo aver condiviso la preoccupazione contenuta nella domanda, ha sintetizzato la direzione che, a suo giudizio, starebbe assumendo il sistema europeo con un interrogativo particolarmente incisivo: «Come posso togliere il diritto d’asilo senza toglierlo?» È una formulazione che merita di essere approfondita perché richiama una questione fondamentale dello Stato di diritto: la differenza tra titolarità formale di una posizione giuridica ed effettività della relativa tutela. Un diritto può essere riconosciuto dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali e dai regolamenti europei, ma rischiare di perdere gran parte del proprio significato quando le condizioni materiali e procedurali necessarie per esercitarlo vengono progressivamente ostacolate. Non significa che ogni procedura accelerata sia illegittima o che ogni misura di controllo delle frontiere costituisca una violazione dei diritti umani. Significa, piuttosto, che qualsiasi limitazione deve essere giustificata, proporzionata, conforme alle fonti sovraordinate e sottoposta a un controllo giurisdizionale effettivo. Ritengo che proprio qui si collochi la responsabilità più importante degli operatori del diritto: impedire che la complessità delle procedure diventi uno strumento di esclusione, garantendo che anche le persone prive di risorse economiche, conoscenze linguistiche e strumenti di difesa possano accedere realmente alla giustizia. L’esperienza di Trieste ci obbliga inoltre a interrogarci sul modello di società che intendiamo costruire. Una città di frontiera può scegliere di considerare la presenza delle persone migranti esclusivamente come un problema di ordine pubblico, oppure può riconoscere che il rispetto delle regole, la tutela dei diritti e la dignità umana costituiscono elementi imprescindibili della convivenza democratica. Non chiedo che lo Stato rinunci a governare i flussi migratori, né che venga meno il controllo sulla fondatezza delle domande di protezione internazionale. Chiedo che tali funzioni vengano esercitate nel rispetto delle garanzie che distinguono uno Stato costituzionale di diritto da un sistema nel quale il potere amministrativo diventa sostanzialmente incontrollabile. La conferenza si è conclusa lasciandomi una convinzione ancora più netta: la vera questione non è soltanto quante persone attraversino la rotta balcanica, ma quale trattamento il nostro ordinamento riservi loro quando chiedono protezione. Perché un diritto fondamentale che esiste soltanto sulla carta, ma che non può essere concretamente esercitato, rischia di diventare una promessa giuridica tradita. E quando questo accade, non è soltanto il sistema d’asilo a entrare in crisi. È la credibilità stessa dello Stato di diritto a essere messa in discussione. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Avamposti, violenza, impunità: l’anatomia delle espropriazioni di terre da parte dei coloni israeliani
di Leila Warah,  Al Jazeera, 22 ottobre 2026.   Con il sostegno del governo e scarsa responsabilità, un modello inquietante getta un’ombra sulla raccolta delle olive palestinese. Musa Bani Shamsa, 57 anni, è rimasto contuso e sanguinante dopo essere stato aggredito dai coloni israeliani durante la raccolta delle olive. [Leila Warah/Al Jazeera] Beita, Cisgiordania occupata – La stagione della raccolta delle olive è tradizionalmente un periodo in cui le famiglie palestinesi si riuniscono nei propri uliveti, raccolgono le olive e cucinano sui fuochi all’aperto. Ma quando Musa Bani Shamsa e suo figlio diciassettenne, che ha chiesto di rimanere anonimo, sono arrivati al loro terreno a Beita, a sud-est di Nablus, gli uliveti erano vuoti. La mattina del 14 ottobre, dopo il loro arrivo, un gruppo di uomini israeliani mascherati li ha circondati. Erano armati di pistole, coltelli, tubi, bastoni e un martello, ha raccontato Shamsa ad Al Jazeera. Si vedevano solo i loro occhi. «A un certo punto, ero io a subire le percosse al posto di mio figlio, e in un altro momento era mio figlio a subire le percosse al posto mio», ha detto. «Avevo paura che lo uccidessero, che lo uccidessero sul posto, perché ciò è già successo molte volte». Si è sollevato la maglietta per mostrare i lividi e le ferite da taglio che stavano ancora guarendo. Il pestaggio è durato almeno 20 minuti, finché lui e suo figlio non sono stati lasciati a terra. Shamsa sanguinava e ha perso conoscenza. «Pensavano che fossimo morti, così ci hanno lasciati lì», ha detto. Shamsa ha detto che i suoi aggressori provenivano da un avamposto israeliano sulla collina adiacente. Tre giorni dopo l’aggressione, suo figlio non riusciva ancora a parlare a causa dello shock. La violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata sta aumentando drasticamente. Dal 1° settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNRWA) ha registrato più di 200 attacchi contro agricoltori palestinesi, un numero superiore al totale delle aggressioni simili registrate nell’intera stagione dello scorso anno. Con l’aumento di percosse, incendi dolosi e furti di bestiame, «la gente ha paura», ha detto Shamsa, «in tutti i sensi del termine». Lui condivide quella paura, ma si rifiuta di abbandonare la sua terra. Gli agricoltori hanno adattato le loro abitudini alla situazione. La raccolta inizia prima, alle 5 del mattino. La gente blocca le strade con pietre per rallentare l’avanzata dei coloni e, a turno, raccoglie le olive e fa la guardia dai tetti con il binocolo. Quando i coloni si avvicinano, le famiglie fuggono. Alcuni tornano di notte per raccogliere alla luce dei cellulari. Ma queste precauzioni offrono scarsa protezione. Nei villaggi vicini, ha detto Shamsa, i coloni aspettano che gli agricoltori abbiano finito di raccogliere prima di rubare il loro raccolto e le loro attrezzature. «Vengono a prendersi le loro olive e li picchiano, e prendono anche le stuoie che mettono sotto gli ulivi», ha detto. «Ogni volta che cediamo un po’, loro prendono un po’ di più. Non vogliono garantirci la sicurezza.» Un abitante di Beita osserva con il binocolo un avamposto israeliano sulla collina di fronte. Durante la raccolta delle olive, le famiglie mantengono qualcuno di guardia nel caso in cui i coloni attacchino. [Leila Warah/Al Jazeera] Come un avamposto mette radici Al centro dell’espansione degli insediamenti israeliani ci sono gli avamposti, che spesso nascono con poco più di una bandiera, una tenda o un recinto per il bestiame su terra palestinese. Istituiti vicino ai villaggi palestinesi, possono espandersi fino a controllare i campi e le aree di pascolo circostanti. Dal suo portico, Khalil Tafakji, cartografo ed esperto di confini e insediamenti, ha indicato una collina dove sventolavano bandiere israeliane sopra le case palestinesi. Ha descritto gli avamposti come «i figli degli insediamenti madre». Situati tra gli insediamenti israeliani esistenti, contribuiscono a collegarli e ad estendere il controllo israeliano «sulla più ampia area possibile di territorio con il minor numero di residenti», ha spiegato Tafakji ad Al Jazeera. Secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono illegali. Gli avamposti sono illegali anche secondo la legge israeliana fino all’approvazione da parte del governo, eppure molti ricevono sostegno statale ancor prima del riconoscimento formale. «Lo stato sta dalla parte dei coloni, sostenendoli finanziariamente, moralmente, politicamente, militarmente e in ogni dettaglio», ha affermato Tafakji. Nel 2024, i coloni hanno istituito 62 nuovi avamposti, sostenuti da 75 milioni di shekel (20 milioni di dollari) di finanziamenti governativi. In totale, secondo Peace Now, una ONG israeliana, il governo ha destinato almeno 100 milioni di shekel (30 milioni di dollari) agli avamposti e alle fattorie per attrezzature di sicurezza e infrastrutture, tra cui strade, veicoli, droni, telecamere e cancelli elettrici. Il governo legalizza inoltre retroattivamente gli avamposti. A marzo, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato 34 nuovi insediamenti, tra cui 10 avamposti già esistenti. I media israeliani hanno riferito che la decisione prevede la realizzazione di infrastrutture idriche ed elettriche prima dell’approvazione definitiva del progetto. A Beita si sta verificando uno scenario simile. Nel 2024 Israele ha autorizzato l’avamposto di Evyatar, fondato inizialmente nel 2013, come insediamento. Da allora, secondo quanto riferito dai residenti, sono sorti tre avamposti più piccoli nei suoi dintorni. Rabee al-Sharafa, un abitante di Beita che vive ai margini del villaggio, ha spiegato che inizialmente i coloni attingono energia dalle linee elettriche vicine al villaggio prima che le infrastrutture vengano formalmente estese fino a loro. «Se c’è una linea elettrica vicino al villaggio, possono semplicemente rubarne l’energia, senza problemi», ha detto. «Se viene loro tagliata, non hanno alcun problema. La compagnia elettrica interviene e la estende fino a loro». Con l’aumentare del numero di avamposti, aumentano anche le minacce di violenza e l’uso della forza per allontanare le famiglie palestinesi dalle loro terre. «La politica che seguono è una politica di lenta resa», ha detto al-Sharafa riferendosi ai coloni. A marzo, dieci uomini mascherati armati di bastoni, machete e asce hanno attaccato una famiglia e hanno minacciato di ucciderne i membri se non se ne fossero andati, ha raccontato. La famiglia è fuggita. Un’altra casa è stata sgomberata a giugno e, dall’inizio di ottobre, i coloni hanno preso di mira una terza abitazione, tagliandogli l’elettricità e l’acqua. «Lo paragoniamo a un rosario che si disgrega», ha detto al-Sharafa. Bandiere israeliane sventolano dalle case palestinesi ai margini di Beita, nella Cisgiordania occupata, mentre gli avamposti vicini invadono la città. [Leila Warah/Al Jazeera] Nessuna protezione, nessun ricorso I palestinesi hanno affermato di non avere nessuno a cui rivolgersi. L’esercito israeliano protegge i coloni, e i palestinesi riescono raramente a ottenere giustizia attraverso il sistema giudiziario. Quando i residenti cercano di difendere le loro case, i coloni «chiamano immediatamente l’esercito contro di te», ha detto al-Sharafa. «A volte l’esercito sa che c’è un attacco ma non vuole intervenire finché l’attacco non è finito». Al Jazeera ha contattato l’esercito israeliano per un commento, ma non ha ancora ricevuto risposta. La legge viene utilizzata anche per appropriarsi della terra stessa. Israele attinge a un mosaico di leggi ottomane, britanniche e giordane, oltre che ai propri ordini militari, per impadronirsi del territorio palestinese. In base a una legge dell’era ottomana, i terreni lasciati incolti per diversi anni possono essere rivendicati dallo stato. Israele utilizza questa disposizione per dichiarare alcune aree «terreni demaniali», dove, secondo Tafakji, sono stati fondati molti insediamenti. Altri terreni vengono confiscati tramite ordini militari o espropriati per «finali pubblici». «Stanno confiscando le nostre terre per fondare un altro stato ed espellerci. Si tratta di un processo di sradicamento e sostituzione», ha affermato Tafakji. I palestinesi in possesso di titoli di proprietà formali hanno occasionalmente ottenuto ragione nei tribunali israeliani. Ma anche in quei casi, «arriva il governatore militare e la trasforma in zona militare», ha spiegato Tafakji. A Beita, Shamsa teme che, se la violenza costringesse gli agricoltori ad abbandonare i propri uliveti, Israele potrebbe alla fine rivendicarli come proprietà dello stato. Ha tenuto una tenda sul suo terreno per circa sei anni per trascorrere del tempo con amici e familiari, ma i coloni l’hanno demolita. «Se abbandonassi [il terreno] per qualche anno, potrebbero abbattere gli alberi e usarli come pretesto per dire che il terreno appartiene allo stato», ha detto. Nel frattempo, le denunce penali raramente portano a qualcosa. Delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni monitorate dal gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din dal 2005 al 2023, il 94 per cento è stato archiviato senza alcuna incriminazione. «A chi dovremmo rivolgerci? A chi ci opprime?», ha chiesto Shamsa. https://www.aljazeera.com/features/2026/10/22/outposts-violence-impunity-the-anatomy-of-israeli-settler-land-grabs Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 22, 2026
Assopace Palestina
«No Data Center»: maxi scritta di Extinction Rebellion sull’edificio in cui dovrebbe sorgere il più grande data center d’Italia
Extinction Rebellion ha realizzato delle enormi scritte “No Data Center” sullo stabilimento dismesso dell’ex Ilte e appeso uno striscione con la frase “Fermare l’ecocidio”. Una protesta per denunciare l’impatto ambientale, sanitario e sociale dei data center e di quello che potrebbe diventare il più grande impianto del Paese. «In un mondo che sta collassando, non c’è spazio per altre strutture ecocide»  “No Data Center”. È l’enorme scritta realizzata da Extinction Rebellion sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, edificio al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”. «Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide». Al centro della protesta ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi. A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano. Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra. «Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio. Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, ha ammesso che le rinnovabili non basteranno e ha annunciato che chiederà al governo di escludere i consumi dei data center dal calcolo degli obiettivi di decarbonizzazione. Durante un convegno all’Ordine degli Avvocati di Torino ha poi dichiarato che per alimentarli «è imprescindibile pensare all’energia nucleare». «Le scelte del governo e della Regione sono surreali: prima creano il problema, poi impongono una soluzione che ne genera un altro, ancora più grave, spacciandola per inevitabile», replica Extinction Rebellion. Il progetto del più grande data center di Italia ha già incontrato i primi ostacoli: a ottobre il sindaco di Moncalieri lo ha definito «non accoglibile», anche se il Comune ha tempo fino a fine mese per la decisione. Per questo la protesta è andata in scena proprio sullo stabilimento: mentre l’iter prosegue, la scritta resterà lì, visibile a tutti. Intanto i cittadini del posto hanno lanciato una raccolta firme per fermare il progetto. La richiesta di Extinction Rebellion è netta: fermare il maxi data center, bonificare l’area e restituirla alla comunità. «Al posto di altro cemento e di una nuova struttura energivora, si avvii un percorso partecipato per rinaturalizzare l’area o destinarla all’emergenza abitativa», conclude il movimento. Extinction Rebellion
October 22, 2026
Pressenza
Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
23 ottobre a Bologna: giornata di lutto e …
… e di riflessione per la strage della Toyota, 2 anni fa. di Vito Totire (*) che ricorda la prossima audizione (il 26 novembre) del processo. Secondo anniversario della strage nella Toyota di Bologna a Borgo Panigale Due lavoratori morti: Lorenzo Cubello di 37 anni e Fabio Tosi di 34 anni con 11 feriti 23 ottobre 2026 giornata di ricordo
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
2/ARS, Palazzo Reale di Palermo: “il pollaio di Sala d’Ercole”
Cronaca di una legislatura a mance, dalla prima variazione di bilancio del 2022 alla notte tra il 21 e il 22 ottobre 2026. Ovvero: come trasformare un Parlamento in una mangiatoia e chiamarla “coesione”_   Le manovrine estive, la grandine a calendario. La manovra-ter da circa 220 milioni, approvata 38 a 21, distribuisce fondi a Comuni, formazione e “iniziative per il territorio”: la formula magica che può contenere tutto, dalla rotatoria alla sagra della salsiccia. Ottobre 2025, la manovra quater. 241 milioni, franchi tiratori del centrodestra che affossano articoli col voto segreto, Schifani che medita di ritirare tutto. Il maxi-emendamento anonimo viene archiviato: ora le richieste vanno firmate una per una. Le mance però restano, solo che adesso hanno il nome sopra. Ismaele La Vardera, in aula, parla di deputati che ci hanno messo la faccia, “di bronzo”. E racconta di aver rinunciato a una quota da 300 mila euro che gli spettava. Spettava: il verbo dice tutto. Esiste dunque una quota per deputato, come i buoni pasto. Dicembre 2025, il capolavoro. La finanziaria da oltre un miliardo si chiude nella notte del 20 dicembre. Alle 22:18 passa un comma che destina un milione di euro ai Comuni “dotati di ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”. Formula che non significa nulla: è una trappola di La Vardera, una “supercazzola” scritta apposta per dimostrare che in finanziaria passa qualunque cosa. Passa infatti, con 26 voti favorevoli su 60 presenti, e finisce in Gazzetta Ufficiale. A gennaio arriva il colpo di teatro: un’Unione di Comuni del Catanese scrive che quella norma le calza a pennello e chiede i soldi. Nessuno sceneggiatore avrebbe osato tanto. La Sicilia sì. 21-22 ottobre 2026, il diluvio. Dopo tutto questo, la lezione appresa dalla maggioranza è una sola: se cinquanta milioni di mance fanno scandalo, centosettantaquattro faranno abitudine.   Una maggioranza da casellario A distribuire il mangime è una maggioranza che, quanto a guai giudiziari, ha pochi rivali nella storia recente dell’Isola. Valgono per tutti la presunzione di innocenza e l’attesa delle sentenze. Ma la politica non è un tribunale: è una questione di decoro, e il decoro non aspetta il terzo grado. Gaetano Galvagno (FdI), presidente dell’Ars: la Procura di Palermo ne ha chiesto il rinvio a giudizio per corruzione, peculato, truffa e falso. Nella stessa inchiesta è indagata per corruzione l’assessora al Turismo Elvira Amata. Quando Galvagno comunicò all’aula di essere indagato, la maggioranza gli chiese non un passo indietro, ma due avanti. E Schifani lo abbracciò nei corridoi. Totò Cuffaro, leader della Dc già condannato in passato per favoreggiamento, è finito ai domiciliari a dicembre 2025 con le ipotesi di associazione a delinquere, corruzione e turbativa. Indagato per corruzione nella stessa vicenda il capogruppo Dc all’Ars Carmelo Pace. Luca Sammartino (Lega), vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, è a processo a Catania per corruzione. Michele Mancuso (FI), deputato regionale, è stato posto ai domiciliari a febbraio 2026: secondo la Procura di Caltanissetta avrebbe incassato 12 mila euro per favorire un’associazione destinataria di 98 mila euro di fondi regionali per spettacoli. L’ultimo caso è quello che dovrebbe far tremare i polsi a chi oggi difende il Fondo investimenti territoriali. Perché mostra, in piccolo, il meccanismo che le mance rendono possibile in grande: il contributo pubblico assegnato a discrezione, il beneficiario scelto per nome, la gratitudine che torna indietro. Non serve che ogni mancia sia un reato. Basta che il sistema ne renda uno possibile.   Servi o cittadini Tutto questo accade mentre la Sicilia è in tensione. Nelle stesse ore in cui Sala d’Ercole si spartiva i 174 milioni, sulle statali c’erano i Tir fermi per il caro-gasolio, a Marsala e Petrosino si contavano i danni di due trombe d’aria, un terzo dei Comuni dell’Isola vive tra dissesto e pre-dissesto. Problemi che chiederebbero una politica capace di scegliere priorità, criteri, programmi. Ricevono invece una lotteria in cui vince chi ha il deputato giusto. Eppure la soluzione esiste, e non l’ha inventata l’opposizione di oggi. Piersanti Mattarella, presidente della Regione ucciso dalla mafia nel 1980, aveva immaginato trasferimenti ai Comuni ripartiti in modo equo e automatico, proprio perché i sindaci non dovessero andare a cercarsi i santi in paradiso. Quarantasei anni dopo, i santi sono tornati. E pretendono anche la processione. Il punto non è una rotatoria in più o un campanile restaurato. Il punto è l’idea di cittadinanza che c’è dietro. Un diritto è universale: spetta al Comune amico e a quello nemico, al paese che ha votato bene e a quello che ha votato male. Una mancia invece è personale, revocabile, riconoscente. Chi governa a colpi di mance pensa ai siciliani come a dei servi, non come a cittadini cui garantire pienezza e universalità dei diritti. Li vuole in fila davanti alla segreteria, non in piedi davanti a un ufficio pubblico che funziona. Una maggioranza così non può dirsi classe dirigente. Al massimo, classe distribuente. E i siciliani, che galline non sono, farebbero bene a ricordarselo quando, tra poco più di un anno, qualcuno tornerà a scuotere il secchio sotto le loro finestre.   Per onestà (che è merce rara anche qui) La maggioranza ha le sue ragioni, e vanno riferite. Schifani – la mente -parla di una manovra “di ampio respiro” resa possibile dalla crescita delle entrate. Il capogruppo FdI Giorgio Assenza rivendica i fondi territoriali come risposta alle legittime istanze dei territori; Forza Italia sottolinea i conti rimessi in ordine. Nel testo ci sono anche misure vere: 80 milioni contro il caro-gasolio per agricoltori, pescatori e autotrasportatori, 50 milioni per il comparto cerealicolo, 25 milioni di assegni per le persone con disabilità, 17 milioni per il bonus affitti, 209 milioni per il credito d’imposta della Zes. Chi amministra un piccolo Comune senza un euro di cassa, poi, difficilmente rifiuta un finanziamento per una scuola o una strada, da qualunque porta arrivi. E va detto anche che la pratica non è un’esclusiva del centrodestra. La Vardera stesso ha ricordato che nella spartizione sono stati coinvolti per anni deputati di maggioranza e di opposizione. Meglio tardi che mai… L’indignazione delle opposizioni sarà credibile fino in fondo solo se diventerà una proposta: criteri oggettivi, riparti automatici, una legge sul modello Mattarella. E se varrà anche il giorno in cui al governo ci saranno loro.   Aurelio Angelini
October 22, 2026
Pressenza
1/ARS, Palazzo Reale di Palermo: “il pollaio di Sala d’Ercole” –
Cronaca di una legislatura a mance, dalla prima variazione di bilancio del 2022 alla notte tra il 21 e il 22 ottobre 2026. Ovvero: come trasformare un Parlamento in una mangiatoia e chiamarla “coesione”_   LA NOTTE DELLE GALLINE La seduta si è aperta mercoledì 21 ottobre e si è trascinata per tutta la notte. Sono le 9:22 di giovedì 22 quando la vicepresidente dell’Ars Luisa Lantieri legge il risultato: 37 sì, nessun no, tre astenuti. Fuori dalle finestre di Palazzo dei Normanni è già giorno; dentro Sala d’Ercole è notte fonda, e non solo per le oltre 21 ore di seduta. In aula ci sono soltanto il centrodestra e il governo. Pd, M5s e Controcorrente se ne sono andati prima del voto finale, dopo una nottata di ostruzionismo a oltranza. Il capogruppo dem Michele Catanzaro, uscendo, ha indicato i banchi della maggioranza con un congedo che merita l’archivio: “Votatele voi le schifezze che avete prodotto”. Antonello Cracolici ha trovato la metafora definitiva: altro che mancette, questi sono mangimi per i Comuni. E ha ragione. La mancetta presuppone almeno un cameriere che ha servito un caffè. Il mangime no: si sparge nell’aia, le galline accorrono, nessuno chiede niente. Basta il rumore del secchio. La notte tra il 21 e il 22 ottobre verrà ricordata come una delle pagine più buie della storia del Parlamento siciliano. Ogni primato è stato battuto. È passata, senza nemmeno il pudore di nasconderla, l’idea che il consenso nei territori si possa comprare a peso, un tanto al chilo, un tanto al campanile.   Il conto del becchime La manovrina vale 1,3 miliardi e si chiama, senza ironia apparente, “Coesione e crescita”. La coesione è quella tra deputato e collegio. La crescita è quella delle mance: il Fondo investimenti territoriali era partito da 50 milioni ed è arrivato a 174,3 milioni, più che triplicato nel giro di una notte. Di questi, 146,4 milioni vanno ai Comuni e 27,9 milioni agli enti ecclesiastici. Il tutto è contenuto in un elenco di 48 pagine, spuntato all’alba dentro un maxi-emendamento del governo da circa 300 milioni. I soldi non passano da graduatorie o criteri oggettivi: il dipartimento Infrastrutture li trasferisce direttamente ai beneficiari indicati per nome. Per i Comuni non citati resta una quota residua, da contendersi con un bando. Chi non ha un santo in Sala d’Ercole, insomma, fa la fila. Il capitolo ecclesiastico merita un inchino. Quasi 28 milioni a parrocchie, confraternite e santuari: la politica siciliana, non potendo più garantire miracoli ai cittadini, ha deciso di finanziare direttamente chi li fa di mestiere. La maggioranza ha risposto alle accuse che non c’è nulla di cui vergognarsi, perché tutto è avvenuto alla luce del sole. È vero: è avvenuto alle prime luci dell’alba, dopo 21 ore di seduta, in un’aula vuota. Il sole, a quell’ora, stava ancora sbadigliando.   Breve storia della pioggia (2022-2026) Chi pensa che la notte del 21 ottobre sia un incidente non ha seguito la legislatura. La pioggia di mance è il clima stabile del governo Schifani: cambia solo l’intensità delle precipitazioni. Dicembre 2022, l’acquazzone di prova. La prima variazione di bilancio del nuovo governo vale circa 420 milioni. Dentro c’è roba seria: 250 milioni accantonati per la sanità dopo una sentenza della Consulta, 48 milioni ai Comuni contro il caro-bollette. Va detto: l’esordio fu quasi sobrio. Fu l’ultima volta. Febbraio 2023, la prima finanziaria. Un testo da 127 articoli, riscritto in commissione. Il presidente della commissione Bilancio Dario Daidone mette le mani avanti e spiega che non è corretto parlare di “emendamenti-marchette”. Quando qualcuno ti avverte di non usare una parola prima ancora che tu la pronunci, di solito sa già perché. Estate 2023, l’assestamento da 600 milioni. Il Pd abbandona la commissione Bilancio quando, denuncia Catanzaro, i finanziamenti al territorio diventano mance elettorali anche da poche migliaia di euro. Nello stesso pacchetto spunta perfino una norma “salva-ineleggibili” che avrebbe inciso sulle cause in corso di quattro deputati. Viene stralciata. Il tentativo, però, resta agli atti. La parentesi del Mef. A un certo punto è il ministero dell’Economia a congelare 50 milioni di norme-mancia, dubitando della discrezionalità con cui erano state assegnate. Quando Roma deve fare da tutore a Palermo sulla buona amministrazione, il problema non è più contabile: è antropologico. Aurelio Angelini
October 22, 2026
Pressenza

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