Ci prepariamo alla COP31
La COP di quest’anno si terrà dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya, Turchia, dopo che le Nazioni Unite hanno dichiarato che il mondo ha superato la soglia di stabilità climatica e si sta dirigendo oltre il riscaldamento globale di 1,5 °C, con eventi climatici estremi ben peggiori in arrivo. Questo non deve tradursi in una dichiarazione di sconfitta, bensì in un invito all’azione, che stimoli una risposta immediata e di vasta portata da parte dei leader politici e aziendali per frenare e ridurre le emissioni di gas serra, in modo da mantenere il superamento dei limiti consentiti il più breve e contenuto possibile. Cosa chiede Greenpeace alla COP31 * Gli Stati devono riaffermare e accelerare l’azione verso gli obiettivi energetici del Global Stocktake: triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030 e accelerare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili in questo decennio cruciale. * I Paesi dovranno istituire un quadro di responsabilità per il raggiungimento degli obiettivi del 2030 in materia di foreste e biodiversità, che includa meccanismi vincolanti di monitoraggio, trasparenza, responsabilità e risanamento, nonché parametri e standard comuni per proteggere le foreste ad alta integrità ecosistemica dalla deforestazione e dal degrado forestale. * Un aumento dei finanziamenti per affrontare la disastrosa carenza di fondi per il clima, destinati ai paesi sviluppati e ai paesi del Sud del mondo, sproporzionatamente colpiti, per le azioni climatiche, anche attraverso una tassazione progressiva degli inquinatori. Vi aggiorneremo nelle prossime settimane sugli sviluppi, vista la crucialità di questo evento per i negoziati sul clima e per il futuro che ci attende. Redazione Italia
October 29, 2026
Pressenza
Tutte le piazze del 4 novembre 2026 con l’Osservatorio contro la militarizzazione: “Il 4 novembre non è la nostra festa”
IL 4 NOVEMBRE NON È LA NOSTRA FESTA!  CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLA CULTURA, CONTRO IL RIARMO E LE POLITICHE DI GUERRA, PER SOSTENERE LA PALESTINA. COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA. PUBBLICHIAMO L’ELENCO DELLE PIAZZE DI TUTTA ITALIA IN CUI IL 4 NOVEMBRE 2026 SI SVOLGERANNO PRESIDI E MANIFESTAZIONI PER FRENARE L’AVANZATA MILITARISTICA NELLA SOCIETÀ CIVILE E, IN PARTICOLARE, NELLA SCUOLA E NELLE UNIVERSITÀ. 1. PALERMO, Piazza Sant’Antonino (stazione centrale) corteo fina a piazza Verdi, 16.00 20.00 2. CATANIA, Presidio e microfono aperto, Piazza Turi Ferro, 17.00 3. CAGLIARI, presidio piazza Gramsci, 16,30 – 18,30 4. COSENZA, incontro con docenti, studenti, studentesse e ricarcatori/tiric, La Base, ore 16:00 5. BARI, presidio 6. NAPOLI, presidio e flashmob, piazza Dante, 18 7. TERNI, presidio e raccolta firme, Piazza della Repubblica dalle ore 16 alle ore 18 8. ROMA, mattina università assemblea, pomeriggio volantinaggio al villaggio difesa, ore 12,00 – 20,00 9. PIOMBINO, presidio Donne in nero, via della Pace 27/29, ore 8:00.-9:00 10. PISA, presidio piazza Garibaldi alle 15:30 11. FIRENZE, presidio e raccolta firme, Piazza S. Ambrogio, ore 18 12. GROSSETO, presidio, Piazza Esperanto, ore 16.30 13. SIENA, presidio con lettura di poesie, Piazza Matteotti, ore 17:00 14. BOLOGNA, Piazza Scaravilli, presidio di fronte al Rettorato Unibo con raccolta firme dalle 15 alle 19 15. MASSA, presidio, raccolta firme, microfono aperto, davanti Teatro Guglielmi, ore 16.00-19.00 16. BRESCIA, teatro politico, raccolta firme, microfono aperto, Piazza Vittoria, ore 18.00 17. VERONA, presidio p.zza San Nicolò 14:30 18. TRENTO, preisdio Piazza Pasi, ore 16:00-18:30 Elenco in aggiornamento… Di seguito tutte le locandine delle manifestazioni.
La scuola non ci dà gli strumenti, la lotta sì
All’indomani dello sciopero e dei cortei del 17 ottobre, il movimento studentesco non ha rallentato. Le occupazioni, partite da Torino il 5 ottobre, si sono estese a Roma, Napoli, Firenze, Genova, Bologna, Milano, Prato, Palermo e a molte altre città, coinvolgendo decine di istituti. Lə studentə si riprendono le aule e organizzano assemblee, pranzi sociali, sportelli psicologici gratuiti e momenti di confronto. È un modo per mostrare, con i fatti, cosa significa una scuola gestita da chi la vive ogni giorno. La risposta è stata la repressione. Dopo i cortei di Milano, centinaia di giovani sono stati accompagnati in questura, moltissimi dei quali minorenni. A Torino, durante il corteo del 16 ottobre, tre minorenni sono stati portati al carcere minorile. A Bologna molte scuole sono state chiuse per impedire le occupazioni. Si risponde con le questure e le chiusure a chi chiede scuole sicure, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e si oppone al decreto che fissa un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Il movimento, però, guarda avanti. Sabato 24 ottobre i cortei sono stati convocati in almeno otto città. Il 30 ottobre lə studentə saranno in piazza con lo sciopero generale e il 20 novembre con lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Non è un’esplosione passeggera, ma la costruzione di una mobilitazione che vuole durare oltre l’autunno. LICEO PLINIO: UN’OCCUPAZIONE Partiamo dall’occupazione: quando è iniziata e quali sono le ragioni che vi hanno portato a questa scelta? Al Liceo Plinio siamo circa 1.600 studentə e abbiamo due sedi: quella centrale e la succursale, qui vicino. L’occupazione è iniziata lunedì 19 ottobre, dopo un’assemblea decisionale all’esterno della scuola. Abbiamo aspettato che arrivassero anche lə studentə della succursale, poi abbiamo votato: la maggioranza si è espressa a favore. A quel punto siamo entratə e abbiamo cominciato a organizzarci. Occupazione per noi non significa fermarsi: stiamo infatti costruendo corsi e momenti di confronto quotidiani, legati alle nostre istanze politiche e alle rivendicazioni che ci hanno portato a mobilitarci. Abbiamo deciso di occupare guardando a ciò che sta succedendo a livello politico e sociale, sia in Italia sia nel mondo, e anche alle proteste che arrivano dalla Francia e dalla Spagna. Ci riconosciamo nelle richieste portate in piazza in quei Paesi; a volte, anzi, ci sembra che la situazione nelle scuole italiane sia persino peggiore, soprattutto in tema di condizioni di vita all’interno delle strutture scolastiche. Le questioni politiche nazionali hanno ripercussioni reali sulla scuola e sull’istruzione. La mancanza di fondi impedisce di realizzare cambiamenti che potrebbero migliorare concretamente, ad esempio, l’accesso all’istruzione e alla socialità per le persone con disabilità. La nostra palestra, il cortile e la stessa succursale, sono inaccessibili per mancanza di accessi e rampe. EDILIZIA SCOLASTICA E DISAGIO NORMALIZZATO Rispetto, appunto, alle condizioni di vita all’interno della vostra scuola, molti dei problemi che avete oggi — bagni inagibili, acqua fredda, aule che si allagano, freddo d’inverno, caldo d’estate e barriere architettoniche — sono gli stessi di trent’anni fa e da allora non è stato fatto niente. Cosa ne pensate? È assurdo che non vengano destinati fondi sufficienti all’istruzione pubblica, alle scuole, all’edilizia e alla sanità, mentre si investono miliardi negli armamenti o in azioni a supporto di un genocidio. Nel frattempo, gli edifici scolastici vengono lasciati in condizioni inaccettabili. L’anno scorso, nella nostra scuola, alcune classi sono state chiuse perché era crollato il soffitto: se ci fosse stato qualcunə, avrebbe potuto farsi male. Già nelle assemblee cittadine avevamo cominciato a discutere di edilizia scolastica e militarizzazione. Ci siamo accortə che alcune condizioni sono diventate così abituali da sembrarci normali: nella nostra scuola ci sono bagni rotti e li accettiamo come se fosse inevitabile; vediamo i ratti in cortile e ci diciamo che va bene, perché ce n’è uno solo e non venti. Ma non dovrebbe essere così. Spesso si raccontano i giovani come in grado di adattarsi a tutto, proprio perché giovani. Ma esiste una doppia narrazione su di voi. C’è, di contro, anche quella che vi considera pigrə e perdutə. Come rispondete a questa narrazione, che descrive la vostra generazione come disinteressata alla politica e concentrata soltanto sui social? Il problema è che si parla continuamente di noi senza parlare con noi. È successo per i fatti di Milano e di Torino ed è successo anche con il dibattito sui telefoni e sui social. Credo che da parte del Governo ci sia la volontà di spostare l’attenzione su altro. Si dice che il motivo del disagio psicologico e dell’infelicità delle persone giovani dipenda dal tempo passato su TikTok, senza considerare ciò che ha davvero influito: la pandemia, le guerre e il contesto in cui siamo cresciutə. La nostra generazione parla di salute mentale più di quelle precedenti, ma questo non significa necessariamente che stia meglio. Significa anche che oggi c’è più consapevolezza e che, per fortuna, se ne può parlare. Non è corretto ridurre tutto all’uso dei cellulari o alla mancanza di interessi. Bisognerebbe chiedersi perché stiamo male e in quale mondo stiamo crescendo. Nessunə si chiede il perché delle cose che facciamo. Lo stesso accade quando si raccontano le proteste. Si parla delle vetrine distrutte a Milano e si liquida tutto come il gesto di un gruppo di ragazzə deficienti, senza chiedersi perché sia successo. Si descrive la violenza come improvvisa, senza considerare la violenza sistemica a cui siamo sottopostə ogni giorno e la repressione che viviamo anche negli spazi scolastici. CENTRO E PERIFERIA: ALLARGARE LA MOBILITAZIONE Avete poi citato le proteste francesi, ma il contesto italiano è diverso. In Francia le mobilitazioni sono partite anche dalle banlieue; in Italia, invece, le lotte studentesche sembrano spesso iniziare dai licei del centro, dove è più facile avere occasioni e strumenti per politicizzarsi. Sì, è una considerazione giusta. È necessario allargare il campo a tutta la città, evitando che la mobilitazione resti circoscritta ai licei del centro, che spesso hanno più strumenti per leggere ciò che succede. A differenza della Francia, in Italia le lotte partono sempre dalle scuole del centro e mai dalle periferie. Noi possiamo farlo perché siamo privilegiatə: abbiamo la possibilità di acquisire conoscenze e di parlare di temi, come quello della Palestina, che sono difficili e non sempre vengono raccontati in maniera corretta. Avete quindi ragionato su come coinvolgere le periferie e gli istituti tecnici? In Italia la situazione politica studentesca è più complicata anche per il rapporto con le organizzazioni sindacali. Eppure, il 16 ottobre è stata una data importante per molti istituti romani. Anche con la mobilitazione «Blocchiamo tutto» dello scorso anno avevamo organizzato diverse assemblee cittadine: in piazza si è vista la possibilità di collaborare, mettendo da parte le appartenenze organizzative e coinvolgendo anche gli istituti tecnici. Rispetto agli anni precedenti, e già a partire dall’anno scorso, vediamo un legame più forte tra le lotte. «Blocchiamo tutto» ha avuto una dimensione internazionale: osserviamo quello che succede altrove, ci riconosciamo nelle rivendicazioni delle altre persone e prendiamo esempio dalle loro pratiche. Si sta costruendo una solidarietà tra studentə, anche attraverso i contatti con chi arriva da città come Milano e Torino. Forse non c’è ancora una comunicazione diretta e strutturata tra tutte queste realtà, ma sta crescendo una forma di sostegno e protezione reciproche. Dobbiamo poi estendere le assemblee cittadine e costruire occasioni di confronto con studentə di altri Paesi. Avevamo pensato di invitare alcunə compagnə francesi, ma non ci siamo riuscitə; probabilmente organizzeremo un collegamento. PARTECIPAZIONE: DIRITTI SULLA CARTA, OSTACOLI NELLA PRATICA In una nota relativa alle occupazioni e alle manifestazioni di questi giorni, il Ministro Valditara ha sostenuto l’inutilità delle occupazioni e delle manifestazioni perché, a suo dire, all’interno delle scuole italiane esistono già spazi e momenti previsti per il libero confronto studentesco. Vi ritrovate in questa affermazione? Gli strumenti istituzionali vi permettono davvero di esprimervi, decidere e migliorare la scuola? Il ministro lo sentiamo soprattutto attraverso le barriere socioculturali e patriarcali che continua a riproporre. Gli strumenti di partecipazione, sulla carta, esistono, ma nella pratica spesso non riusciamo a utilizzarli pienamente. Dopo l’occupazione, parlando con lə preside, ci è stato detto che avremmo dovuto sfruttare gli spazi di partecipazione studentesca che già abbiamo. Ma come possiamo farlo se incontriamo ostacoli persino nell’organizzare un’assemblea? Prima dell’occupazione, ad esempio, volevamo svolgere un’assemblea nel cortile, ma non ci hanno permesso di prendere le sedie, nonostante il terreno fosse bagnato per la pioggia della sera prima. Ci è stata presentata una questione di sicurezza: ma quale pericolo c’è nel prendere una sedia da un’aula e portarla fuori? Sembra che nulla di quello che facciamo vada bene. Lə collaboratorə scolasticə ci hanno detto che era una “disposizione della presidenza”, che a sua volta aveva detto che era una “disposizione dall’alto”. È questo il punto: non ci viene mai detto chiaramente né il perché delle cose né chi lo decide. Non possiamo neppure svolgere le assemblee di classe previste senza la presenza di unə docente, con la giustificazione che potrebbe succedere qualcosa. Ma durante un’assemblea dobbiamo poter parlare dei problemi che viviamo, anche quando riguardano unə insegnante. Se siamo obbligatə a discutere sempre in presenza del personale docente, non abbiamo piena libertà di confronto. Se ci vengono impedite le assemblee o vengono ostacolati i progetti, è difficile sostenere che basti rivolgersi agli organi istituzionali per cambiare le cose. Ci dicevate che durante questa occupazione state organizzando corsi e portando avanti progetti vostri. Nella normale organizzazione scolastica vi viene data la possibilità di proporre attività extra? Nella nostra scuola esiste il comitato studentesco, composto dalle persone rappresentanti di classe, di consulta e d’istituto. La componente studentesca propone molti progetti: non è una proposta individuale, ma una richiesta condivisa. Negli anni abbiamo elaborato tanti progetti, tra cui, ad esempio, quello sui corpi e sull’educazione sessuo-affettiva: sono iniziative che partono dal basso, ma non dovrebbero essere lasciate soltanto alla nostra iniziativa. Sono state tutte bocciate. Rispetto al progetto «Abitari i nostri corpi», alcunə professorə lo hanno apertamente ostacolato, impedendo che la discussione arrivasse al collegio docenti. A scuola si insiste sull’apprendimento delle formule matematiche, ma si dovrebbe riconoscere anche il valore di percorsi che aiutano a comprendere le relazioni, il rispetto e la società in cui viviamo. Spesso ci viene risposto che la scuola offre già i corsi pomeridiani di Scuole aperte e che dovremmo inserire lì le nostre iniziative. Ma sono due cose diverse. Dopo sei o sette ore di lezione, chiedere a lə studentə di fermarsi per un’altra ora o due significa raggiungere soprattutto chi ha già una certa consapevolezza e la possibilità di partecipare. Noi vogliamo coinvolgere tuttə, in modo trasversale, non soltanto chi frequenta già le assemblee o si interessa a questi argomenti. Quando proponiamo di svolgere le attività durante l’orario scolastico, ci viene detto che vogliamo soltanto saltare le lezioni! È un modo per delegittimare le nostre richieste. Lo stesso è successo durante il corteo del 16 ottobre, a cui hanno partecipato circa 500 studentə: si finisce per accusarci di sottrarre tempo allo studio, senza interrogarsi sulle ragioni della mobilitazione. E quali attività extracurriculari vi propone invece la scuola? Ogni anno abbiamo corsi legati alla cosiddetta “educazione alla legalità”. L’anno scorso ad esempio è stato organizzato un viaggio in Sicilia sul tema della mafia. Prima di quell’evento sono venuti a scuola alcuni Carabinieri e avvocatə in giacca e cravatta a spiegarci quanto sia sbagliato compiere una serie di azioni illegali, tra cui occupare la scuola. L’anno scorso poi, unə nostrə professorə ha aderito a un progetto con l’Aeronautica militare. È stata un’esperienza negativa: alcunə militari hanno parlato a lungo di come il sessismo nelle Forze Armate non esisterebbe più e di come sarebbe ormai stato sconfitto. È un esempio di come la militarizzazione entri sempre di più nell’ambiente scolastico. Anche quando si parla di droghe, vengono i Carabinieri a spiegarci quanto faccia male fumare cannabis, mostrando immagini del cervello prima e dopo. Ci chiediamo perché debbano essere loro a occuparsi di questo tema: non sarebbe più opportuno coinvolgere professionistə della salute? E perché si insiste su alcune sostanze senza affrontare con la stessa attenzione altri consumi, come quello dell’alcol? SESSISMO, DISCRIMINAZIONE E SICUREZZA Vorrei tornare sul sessismo. Avete provato a proporre progetti sull’educazione sessuo-affettiva e sul rispetto dei corpi, ma avete incontrato ostacoli. Come vivete, da giovani donne, la cultura patriarcale di questo periodo? Come incidono sulle vostre relazioni i social e la pressione estetica? E quali strumenti servirebbero per parlare del corpo, del consenso e delle relazioni? Penso che noi non possiamo stare tranquille da nessuna parte: né per strada, né a scuola, né a casa. Non ci sentiamo mai al sicuro. Se esci la sera, trovi qualcuno che ti molesta; può succedere a una festa, sull’autobus, in metropolitana, ovunque. Viviamo in una situazione di disagio continuo. E c’è sempre qualcunə prontə a giustificare quello che ti è successo. È una cosa così frequente che finisce per essere normalizzata. A volte, quando qualcuno fischia per strada, quasi ti senti sollevata: pensi che si limiterà a quello, che resterà dall’altra parte della strada e non verrà a importunarti direttamente. Questo tipo di atteggiamenti deriva da una considerazione del corpo femminile come oggetto. Attraverso i media, per esempio, le donne vengono spesso esibite come elementi puramente decorativi, secondo uno standard di bellezza molto preciso. Come affrontate questa pressione? I social e la televisione alimentano continuamente l’idea che ciò che conta sia come appariamo, non come siamo. Ci descrivono come soprammobili. La pressione estetica diventa così ancora più presente nella vita quotidiana. Quali strumenti può avere una giovane donna per uscire da questa gabbia, soprattutto se non ha una formazione politica o transfemminista? Non so se questa gabbia si possa distruggere, però penso che sia fondamentale stare insieme, costruire una sorellanza e trovare sostegno nelle altre. Voglio aggiungere una cosa: il patriarcato lo si può distruggere. Dobbiamo crederci, perché è anche per questo che lottiamo. È vero, ma mi rendo conto che il patriarcato è radicato anche dentro di me. Mi considero una persona abbastanza politicizzata, eppure a volte mi accorgo di riprodurre meccanismi maschilisti, anche durante le assemblee. È un percorso di decostruzione lungo, perché siamo cresciute in una società costruita culturalmente in un certo modo. La decostruzione è difficile e richiede tempo: la lotta serve anche a cambiare progressivamente il modo in cui pensiamo e agiamo. Le generazioni attraversano fasi storiche diverse e ciascuna aggiunge qualcosa. Il linguaggio e la consapevolezza che esistono oggi a scuola non sono paragonabili a quelli di vent’anni fa. Il mondo in cui vivete è più complesso, ma dal basso si stanno costruendo strumenti di comprensione e autodifesa. La scuola, però, spesso non li fornisce. Un’altra questione è quella legata all’integrazione: nella vostra esperienza quotidiana, esistono davvero le divisioni – come quelle evocate dalle parole “maranza” o “straniero” – di cui si parla nel dibattito pubblico? Il Plinio si trova vicino a Termini e accoglie studentə che arrivano sia dal centro sia dalle periferie: convivono quindi esperienze e background molto diversi. Il limite alla presenza di studentə stranierə nelle classi, di cui si è discusso nel dibattito sulla scuola, è inutile. Trovo già problematico parlare di «stranierə» come se fosse una categoria omogenea. Una misura di questo tipo rischia di discriminare sulla base della provenienza e di mettere in discussione il diritto all’istruzione pubblica, che dovrebbe essere garantito a tuttə come previsto dalla Costituzione. La cittadinanza, inoltre, è una questione complessa. Non si può ridurre una persona all’immagine dell’immigratə arrivatə con i barconi, né trattarla come se avesse meno diritto delle altre persone a frequentare la scuola. DALL’AUTUNNO ALLA MOBILITAZIONE PERMANENTE Dopo lo sciopero del 16 ottobre, che ha avuto una partecipazione importante, come pensate di proseguire la mobilitazione? E come intendete rafforzare la convergenza tra scuole del centro e della periferia, a livello nazionale ed europeo? La prossima data importante è il 30 ottobre, con lo sciopero per i porti, a cui parteciperemo come scuola. Vogliamo continuare a costruire date di mobilitazione, per evitare che succeda quello che è accaduto l’anno scorso con la Palestina: quando l’attenzione mediatica è calata, anche la presenza nelle strade si è ridotta. Come collettivi ci siamo dettə che non dobbiamo limitarci all’autunno, il periodo in cui si concentrano più manifestazioni e mobilitazioni, per poi fermarci durante il resto dell’anno. La lotta deve essere continua. State pensando anche di aprire vertenze specifiche sulle condizioni strutturali delle scuole e di portare le vostre rivendicazioni al Ministero? Stiamo ancora ragionando su come organizzarci, ma sì. Anche nell’ultima manifestazione siamo andatə davanti al Ministero dell’Istruzione, perché è lì che vogliamo far arrivare le nostre richieste. L’obiettivo è superare la dimensione simbolica della protesta e fare in modo che le rivendicazioni si traducano in interventi concreti. Dobbiamo fare pressione sulle istituzioni. Una delle nostre rivendicazioni più immediate nei confronti della presidenza è la creazione di una sorta di tavolo permanente per discutere dell’edilizia scolastica. Fino all’anno scorso, all’interno del comitato studentesco, ci eravamo divisə in commissioni: una transfemminista e una dedicata all’edilizia. Quest’ultima raccoglieva, per esempio, fotografie dei soffitti che cadevano e delle condizioni degli spazi. È importante che queste iniziative partano anche da lə studentə, senza aspettare che siano sempre lə professorə a occuparsene. Non possiamo delegare tutto a chi, magari, non interviene. Vogliamo documentare i problemi, discuterli e trasformarli in rivendicazioni collettive. Tutte le foto sono di Marta D’Avanzo Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 29, 2026
DINAMOpress
Consumo di suolo: 280 mila metri quadrati cancellati ogni giorno
Nel 2025 le superfici impermeabilizzate hanno raggiunto il 7,19% della superficie nazionale: 21.644 km² risultano coperti da edifici, infrastrutture, piazzali, impianti e altre superfici artificiali. Solo nell’ultimo anno cemento e asfalto hanno cancellato altri oltre 10.200 ettari di aree naturali, pari a più di 102 km². I ripristini si fermano invece a 746 ettari e il bilancio resta negativo per quasi 9.500 ettari. La Sicilia aggiunge poco più di 1.600 ettari di nuovo suolo artificiale, il Lazio più di 1.400 ettari, Puglia e Lombardia superano i 1.000. Quest’ultima insieme a Veneto e Campania restano anche le regioni con la quota più alta di superfici coperte da edifici e infrastrutture: rispettivamente il 12,27%, l’11,87% e il 10,65%. Dal 2006 le nuove coperture artificiali interessano il 96% dei Comuni italiani e il suolo consumato avanza anche nelle aree più fragili: in un anno +1.106 ettari nelle zone a rischio alluvione e 707 ettari nelle aree a rischio frana. Sono alcuni dei risultati contenuti nell’edizione 2026 del Rapporto sul Consumo di suolo in Italia, il lavoro, curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), che quest’anno non ha misurato soltanto il fenomeno, ma ha reso disponibile anche una prima mappatura nazionale di suolo potenzialmente recuperabile. “Dal 2006 al 2025, si legge nel Rapporto, nel 96% (7.578 su 7.896) Cei comuni italiani si è registrato un aumento del suolo consumato. Gli incrementi sono stati di almeno 5 ettari in 4.205 Comuni (il 53%) e superiori a 10 ettari in più di un terzo dei casi (2.907 Comuni). Nell’ultimo anno, in circa due terzi dei Comuni sono state rilevate nuove superfici artificiali, nel 20% la crescita è stata di almeno un ettaro, mentre gli incrementi più consistenti, oltre i 5 ettari, hanno interessato circa il 5% dei Comuni. I valori più alti di nuovo consumo di suolo interessano i Comuni di Tuscania (+319 ettari), Montalto di Castro (+316 ettari) e Catania (+198 ettari). Se si esclude il contributo dei nuovi impianti fotovoltaici a terra, in netta crescita nel 2025 con quasi 2.800 ettari rilevati (valore più alto di oltre 1.000 ettari rispetto allo scorso anno), i Comuni con la maggiore crescita annuale di aree artificiali sono Roma (74 ettari), Foggia (72 ettari), Cerignola (53 ettari) e Campagna (51 ettari)”. Oltre la metà delle nuove superfici artificiali (il 52,6%) è legata ai cantieri che si estendono su 5.387 ettari. I nuovi edifici coprono 725 ettari di suolo naturale e 435 ettari di cantieri preesistenti, per una crescita complessiva di 1.160 ettari. Piazzali, aree di servizio e altre superfici artificiali aumentano di 1.230 ettari, le attività estrattive e le infrastrutture coinvolgono rispettivamente 392 e 506 ettari, considerando anche le opere costruite su cantieri già esistenti. Tra i fenomeni che crescono più rapidamente la logistica, che in un anno aggiunge 390 ettari, soprattutto in Piemonte (+115 ettari) e nel Lazio (+59). Prosegue l’estensione anche del fotovoltaico a terra (+2.798 ettari, quasi quaranta volte il valore del 2021) e degli impianti eolici (+118 ettari comprese le infrastrutture collegate). Oltre due terzi delle nuove trasformazioni si concentrano nelle città: nel 2025 scompaiono 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di copertura arborea, riduzioni che si riflettono anche sulle temperature estive. Nelle zone più impermeabilizzate il suolo raggiunge valori superiori di oltre 10°C rispetto alle aree rurali circostanti, con punte che localmente arrivano a 12°C. Dove gli alberi sono più presenti, invece, le temperature risultano fino a 1,6°C più basse. Tuttavia, come si sottolinea nel Rapporto, “la relazione tra il consumo di suolo e le dinamiche della popolazione conferma che il legame tra la demografia e i processi di urbanizzazione e di infrastrutturazione non è diretto e si assiste a una crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi di decrescita, della popolazione residente. Anche a causa della flessione demografica, il suolo consumato pro-capite aumenta di quasi 2 m2/ab rispetto al 2024. Si passa, infatti, da 347 m2 /ab nel 2006 a 367 m2 /ab nel 2025. In dieci anni dal 2006 al 2016 il suolo consumato per abitante era aumentato di 3,1 m2 /ab mentre tra il 2016 e il 2025 si è registrata una crescita cinque volte maggiore, pari a 16,6 m2/ab”. Per i ricercatori dell’ISPRA-SNPA il fenomeno si può quindi ridurre: con oltre 2.100 km² di superfici disponibili l’Italia può iniziare a recuperare terreno, a rigenerare le città, realizzare nuovi spazi verdi urbani, depavimentare e limitare il consumo di suolo che, nel 2025, come si evidenziava, ha segnato il record, avanzando di altri 102 km2 a un ritmo superiore a 3 m² al secondo, pari a oltre 280mila metri quadrati al giorno. Le opportunità individuate sul territorio nazionale comprendono anche 3.281 km² di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 km² di tetti utilizzabili per l’installazione di impianti fotovoltaici. A queste si aggiungono quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che possono essere recuperate e riutilizzate. Le aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari, con le maggiori estensioni nel Lazio, in Lombardia e in Veneto. Tra i Comuni il primato spetta alla città di Roma. “Oggi la conoscenza ambientale, ha sottolineato Maria Alessandra Gallone, presidente Ispra-Snpa, non serve solo a descrivere i problemi, ma a costruire le soluzioni. E il valore di questo Rapporto sta proprio in questo: non solo fotografa l’avanzata del consumo di suolo, ma fornisce indicazioni concrete su come contrastarlo e individua le opportunità per lo sviluppo sostenibile dei territori e delle città. Ispra e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente mettono a disposizione dati, analisi e strumenti che permettono di individuare percorsi alternativi alla perdita di suolo e di orientare le scelte verso il recupero e la rigenerazione di ciò che già esiste.” Qui per approfondire e scaricare il Rapporto Ispra-Snpa: https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/report-snpa/consumo-di-suolo-ecosistemi-urbani-e-stato-del-territorio-edizione-2026/ Giovanni Caprio
October 29, 2026
Pressenza
La buona speranza
Finché c’è vita c’è la buona speranza, sgorgata dalla rabbia studentesca e dai tras-portatori sani che crescono nei valori della Carta, in liste d’attesa partorite da un sistema padronale che promette mari e monti…sfrontato nell’im-battibile record di quattro lunghi anni. Finché c’è vita c’è la buona speranza che fa uscire dalle urne… i forti pro-cacciatori di sogni ad occhi aperti, contro le manovre governative spocchiose che moltiplicano le colpe non commesse e piantano ar-busti mussoliniani purgati e coltivati da parole boccheggiate… come pesci fuor d’acqua. Finché c’è vita c’è la buona speranza di non avere un parlamento privatizzato che se ne sta appollaiato e re-legato da una madre-matrona dolcemente assiepata nelle sue idee, negli interessi di bottega e nella rimozione di una sfera pubblica assetata di risposte vere e sicure. Finché c’è vita c’è la buona speranza e la giustizia dei nuovi colonizzatori uniti scompare sul carro alato di un sole spento in un giorno di festa elettorale, appestata e attestata da un criminale, ri-messo nei sentieri di guerra per completare l’opera di sterminio su Gaza amata dai sionisti che non vogliono meditare… che questo è stato. Pino Dicevi
October 29, 2026
Pressenza
Rassegna stampa “Costruire la pace. Decostruire la guerra” n. 32
(riceviamo e pubblichiamo dal nostro collaboratore Andrea Pancaldi) E’ disponibile il numero 32, 27 ottobre 2026, della rassegna stampa che il gruppo “Amici di p. Angelo Cavagna” produce dal maggio 2025 per ricordare il sacerdote e giornalista dehoniano, uno dei padri dell’obiezione di coscienza e del servizio civile in Italia, impegnato sul fronte della pace, della nonviolenza, dell’antimilitarismo. Scaricala qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/10/rassegna-stampa-sito-cavagna-trentadue-27-ottobre-2026.pdf Indice del numero 32/2026: – Esercito e scuola in Emilia-Romagna – La pace è anche giustizia sociale: 193 miliardi di evasione fiscale e contributiva non costruiscono una società di pace – Servizio civile: bando da 3767 posti, scade 6 /11 – Vaticano all’ONU: il disarmo non è rinviabile – Diritti: no alla sospensione del diritti d’asilo nella UE – Militarizzazione: sempre più appelli per l’esercito nelle strade – Militarizzazione: sui social arriva la pubblicità dei kit d’emergenza in caso di guerra – Diritti: qualcuno preme per reintrodurre la pena di morte – Due nuove rubriche: Guerre e fonti energetiche; Guerra, armi, femminile – Media: arriva la guerra cognitiva – Guerre e persone con disabilità – Armi nei porti: il caso Ravenna – Le nostre rubriche su Industria bellica, Guerre dimenticate, Media, Religioni e guerra – Una ampia rassegna di libri, film, appuntamenti a Bologna La Rassegna ha per ora prodotto 32 numeri per complessive 1700 notizie L’invio della Rassegna stampa è gratuito per tutti. Scrivi a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovi qui: https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
October 29, 2026
Pressenza
Skank Bloc Bologna: Alternative Art Spaces since 1977 Skank Bloc Bologna: Alternative Art Spaces since 1977 is a book edited by Roberto Pinto and Francesco Spampinato that reconstructs the history of nonprofit exhibition spaces in Bologna from 1977 up to the present. Whether individual initiatives, cooperative enterprises, or social centers, the… https://links.grafton9.net/2dfb8bdeecf8/ #books #Bologna #centri_sociali
October 29, 2026
archivio grafton9
Sabato 24 ottobre, un racconto da Bologna
La manifestazione di sabato 24 ottobre a Bologna è stata segnata da ripetute cariche della polizia, con manganelli, lacrimogeni e idranti, e dal grave episodio del ragazzo picchiato e immobilizzato a terra, a cui sono stati negati i soccorsi. Quando finalmente, dopo una lunga attesa, è arrivata l’ambulanza la polizia ha azionato gli idranti anche contro il mezzo di soccorso. Una manifestazione spontanea e molto partecipata contro carovita, guerra e repressione. Ci sono stati numerosi fermi preventivi per impedire alle persone di raggiungere il corteo, diverse denunce e tre persone sono state arrestate a seguito della piazza; domenica si è svolto un presidio solidale sotto la Questura per chiederne il rilascio e portare solidarietà alle persone fermate. Bologna, negli ultimi anni, è diventata uno dei luoghi in cui il dibattito sulla gestione dell’ordine pubblico e sul rapporto tra forze dell’ordine e diritto di manifestare si è acceso con maggiore evidenza. Non per la violenza e brutalità del singolo celerino o reparto, ma uno spaccato evidente delle decisioni operative e, soprattutto, politiche che stanno dietro alla gestione delle manifestazioni. Una dinamica che vediamo chiaramente nelle ultime settimane in Italia, ma che a Bologna è evidente già dai cortei per la Palestina dello scorso anno. Proprio da episodi di violenza poliziesca è nata la campagna Lince – Occhi sugli abusi. Abbiamo chiesto ad una compagna di Lince un racconto dalla piazza di sabato.
October 29, 2026
Radio Blackout - Info
Ogni progetto israeliano si trova a un bivio
Netanyahu non ha vinto, ma non è nemmeno caduto. La palla ora è nel campo dell’altra metà della società ebraica, che deve decidere se vuole liberarsi del razzismo seminato da Netanyahu e dalla sua banda fascista. Questa metà, che si rifiuta di accettare le idee di Netanyahu, deve affrontare realisticamente […] L'articolo Ogni progetto israeliano si trova a un bivio su Contropiano.
October 29, 2026
Contropiano
#stopthegenocideingaza🇵🇸 2 ELEZIONI 1 GUERRA LEVANTE - Casa del Sole TV Israele ha votato con un’affluenza record: #Netanyahu perde la maggioranza, #Eisenkot avanza, i partiti arabi toccano il massimo storico. Ma l’alternativa a Netanyahu è un generale che Netanyahu stesso indica agli americani come il partner ideale se riprende la guerra con l’Iran. E i risultati ufficiali arrivano il 4 novembre, il giorno dopo il voto di metà mandato negli Stati Uniti. https://www.youtube.com/watch?v=2hh1fxOMdQo
October 29, 2026
Antonio Mazzeo
Albania: Rama criminalizza le proteste con multe fino a 5.500 euro
Il governo albanese del premier Edi Rama ha approvato una serie di emendamenti alla legge sulle assemblee pubbliche, introducendo multe fino a 500mila lek, circa 5.500 euro, per i manifestanti che partecipano a proteste violente, anche nel caso in cui non siano direttamente coinvolti nei disordini. La cifra corrisponde a circa sei stipendi medi albanesi. Sanzioni analoghe si applicano anche a chi, durante una manifestazione, non obbedisce agli ordini di dispersione della polizia e a chi si copre il viso con l’intento di non farsi riconoscere. The post Albania: Rama criminalizza le proteste con multe fino a 5.500 euro appeared first on L'Indipendente.
October 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Dopo giorni di gogna mediatica, il caso di Youssef Siher è finito in nulla
Dopo essere stato accusato di essere una possibile spia dell’Algeria, un potenziale infiltrato di Hamas, e un presunto terrorista islamico, Youssef Siher, il fondatore della pagina social del Movimento 17/10 è stato rilasciato. Siher era indagato per diversi reati, tra cui quello di terrorismo, ma la richiesta di fermo si concentrava sul solo reato di istigazione a delinquere con finalità terroristica. La gip di Milano, tuttavia, ha riconosciuto che nessuno dei messaggi di Siher incitava alla violenza e ha disposto la sua liberazione per l’infondatezza delle accuse. La decisione della giudice non è bastata a frenare la strumentalizzazione politica, con la premier Meloni che ha definito «vergognosa» la scelta della magistratura e rilanciato la fake news che attribuiva a Siher l’organizzazione dei disordini del 17 e 18 ottobre, nonostante la pagina da lui fondata sia sorta dopo gli eventi. Anche Tajani ha attaccato la giudice, giudicando la sua scelta «grave» perché «demotiva le forze dell’ordine». «Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram del Movimento 17 ottobre, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi edifici commerciali a Milano». Le parole di Meloni, dure nei toni, ma prive di aderenza ai fatti, approfittano del caso mediatico della settimana per scoccare un altro attacco alla magistratura e accusarla di parzialità. In occasione della conferenza stampa sulla nuova manovra di bilancio, le è stato fatto notare che la pagina fondata da Siher sia sorta dopo le manifestazioni che hanno portato ai disordini di Milano, e la premier, con tono apparentemente stizzito, ha corretto il tiro, rilanciando tuttavia le accuse a Siher: «Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona; effettivamente nel video ho sbagliato il tempo di un verbo, perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare era “delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni” e invece ho detto “che hanno portato alle manifestazioni”. Ciò non toglie che Youssef Siher era indagato esattamente per quello che io ho detto». Vale la pena ricordare al lettore che non è una mera questione di passato o trapassato. Nelle undici pagine di richiesta di convalida di fermo, che L’Indipendente ha letto integralmente, si legge che Siher era indagato per istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità terroristica, terrorismo e violenza organizzata, reato introdotto dal governo Meloni due giorno dopo la nascita della pagina del Movimento. Alla fine è stato accusato solo di istigazione a delinquere. Le accuse sostenevano che Siher avesse volontariamente generato uno scenario di terrore nella popolazione e incitato alla violenza; secondo la procura, inoltre, esisteva il rischio che fuggisse dall’Italia. Le frasi incriminate? «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove»; e ancora, «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». A Siher veniva contestato anche di aver condiviso un manuale di piazza contenente indicazioni generiche su come evitare di fare male a sé e agli altri; il documento da cui Siher sarebbe partito per redigere il proprio conterrebbe anche immagini illustrative sull’uso di scudi e vernice per contrastare le forze dell’ordine. Quest’ultimo, in ogni caso, non è mai stato reso pubblico. Nella sua pagina Instagram e nella gemella su Telegram, Siher non incita mai alla violenza, ma si limita a muovere critiche, pur aspre, alle politiche del governo, con lo scopo esplicito di accrescere la coscienza collettiva. Sono queste le motivazioni con cui la gip di Milano ha disposto la sua liberazione. L’uso di espressioni colorite contro il governo «non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti contro l’ordine pubblico»; gli inviti ad atti di disobbedienza civile «non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti»; il manuale con illustrazioni giudicate violente «non risulta essere stato integralmente pubblicato», mentre le pagine diffuse «non contengono riferimenti a strumenti offensivi»; la finalità della protesta lanciata da Siher era quella di «promuovere la formazione di una coscienza collettiva», non quella terroristica; infine, il pericolo di fuga non è comprovato da alcun elemento. Insomma, dichiarare «guerra al presente infame» non equivale a dichiarare guerra allo Stato, così come scrivere che i lacrimogeni non vanno raccolti da terra perché incandescenti non costituisce un atto di preparazione alla guerriglia. La gip ha risposto duramente alle critiche di Meloni: «Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto», si legge nel comunicato della giudice; «La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione». Con questo scontro istituzionale, su cui anche Tajani e Salvini hanno voluto dire la loro, il caso Siher pare volgere al termine. Si chiude dopo una settimana di accuse mosse senza il supporto di alcuna prova e la diffusione di evidenti fake news, che paiono avere avuto il solo effetto di distogliere l’attenzione dalle ragioni reali del malcontento della popolazione e dalle numerose proteste che stanno attraversando la penisola, da Nord a Sud. 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October 29, 2026
L'INDIPENDENTE

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