Gli Houthi possono bloccare il Mar Rosso dopo aver conquistato la costa yemenita?
di Shola Lawal,  Al Jazeera, 11 settembre 2026.   Alcuni osservatori vedono negli Houthi un gruppo che si è notevolmente rafforzato negli ultimi anni, ma altri dubitano che essi possano mantenere le vittorie ottenute. Un fotogramma tratto da un video dell’Agence France-Presse (AFP) del 9 settembre 2026 mostra le forze governative yemenite che sparano con una mitragliatrice durante gli scontri con i combattenti Houthi a ovest della provincia di Taiz [AFP] Le forze Houthi hanno conquistato l’intera costa yemenita sul Mar Rosso, spingendosi fino allo strategicamente importantissimo stretto di Bab al-Mandeb, mentre venerdì 11 è proseguita la rapida offensiva del gruppo. Giovedì 10, gli Houthi hanno conquistato la città portuale di Mocha, infliggendo un duro colpo al governo yemenita sostenuto dalla vicina Arabia Saudita. Gli analisti definiscono le vittorie del gruppo Houthi, sostenuto dall’Iran, lo sviluppo regionale più significativo da quando Stati Uniti e Israele hanno dichiarato guerra all’Iran a febbraio. Le offensive potrebbero rivelarsi particolarmente dannose per l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di petrolio. Gli Houthi, che all’inizio dell’anno avevano dichiarato un blocco delle navi battenti bandiera saudita nel Mar Rosso, ora esercitano un controllo molto più saldo sul canale di Bab al-Mandeb, su cui Riyadh fa sempre più affidamento per le esportazioni di petrolio, a seguito dei blocchi dello Stretto di Hormuz all’imbocco del Golfo, secondo quanto affermano gli esperti. Ma gli Houthi possono davvero controllare il Mar Rosso? Ecco cosa sappiamo: Un’immagine satellitare ottenuta da Reuters l’8 settembre 2026 mostra il fumo che si alza da un centro di distribuzione della Saudi Aramco ad Abha Bulk, in seguito a quelli che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen ha definito attacchi da parte degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran [NASA/Handout via Reuters] Cosa sta succedendo nello Yemen? Lo Yemen è in stato di guerra dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno conquistato la capitale Sanaa e la città portuale di Hodeidah, costringendo il governo a dimettersi. Con il sostegno dell’Iran, da allora il gruppo ha combattuto contro una coalizione militare degli Stati del Golfo, appoggiata dall’Arabia Saudita, che combatte a fianco del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden. L’Arabia Saudita è entrata in guerra nel 2015 nel tentativo di ripristinare il governo yemenita e contrastare l’influenza crescente dell’Iran. Sebbene una tregua delle Nazioni Unite nel 2022 abbia interrotto i combattimenti, da allora si sono verificati scontri intermittenti. La scorsa settimana è ripresa una nuova ondata di combattimenti – tra le più intense degli ultimi anni – quando gli Houthi hanno attaccato alcune postazioni con l’obiettivo di conquistare la costa del Mar Rosso. Le forze governative yemenite hanno reagito. A luglio, nel pieno della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli Houthi hanno annunciato un blocco marittimo totale contro l’Arabia Saudita e hanno iniziato a sferrare attacchi contro le navi legate all’Arabia Saudita che transitavano attraverso l’importante stretto di Bab al-Mandeb. Lo stretto, di larghezza ridotta, è una delle rotte marittime più importanti al mondo e collega il Canale di Suez e il Mar Rosso al Golfo di Aden. Ogni giorno vi transita circa il 12 per cento del commercio mondiale. Il numero di navi che lo utilizzano è aumentato ulteriormente da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto di Ormuz, attraverso il quale, prima dell’inizio della guerra a febbraio, transitava annualmente circa il 20% delle forniture energetiche mondiali. Cosa significano le conquiste degli Houthi per l’Arabia Saudita? Il controllo totale da parte degli Houthi del corridoio di Bab al-Mandeb potrebbe aggravare l’attuale crisi energetica globale, poiché i prezzi e le forniture aumenteranno, avvertono gli esperti. Per l’Arabia Saudita, ciò potrebbe danneggiare ulteriormente le esportazioni di petrolio. Da quando l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, Riyadh ha cercato di fare maggiore uso del proprio oleodotto est-ovest, che si snoda dal giacimento petrolifero di Abqaiq attraverso la vasta penisola arabica fino al porto occidentale di Yanbu sul Mar Rosso. Il petrolio può quindi essere spedito tramite quella rotta marittima anziché attraverso il Golfo. L’oleodotto è in funzione dagli anni ’80 ed è stato costruito appositamente per evitare interruzioni nello Stretto di Hormuz. È stato temporaneamente chiuso durante gli attacchi con droni degli Houthi nel 2019. Dall’inizio della guerra a febbraio, il regno ha portato l’oleodotto alla piena capacità, il che significa che ora può pompare fino a sette milioni di barili al giorno (bpd) attraverso il paese fino alla costa del Mar Rosso, rispetto ai cinque milioni di bpd prima della guerra. Di conseguenza, attraverso Bab al-Mandeb viene spedito il 21% in più di petrolio saudita rispetto a prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele. In risposta, gli Houthi hanno preso di mira le petroliere saudite nel Mar Rosso. Ma ora che il gruppo controlla l’intera costa yemenita e Bab al-Mandeb, le esportazioni saudite potrebbero subire un ulteriore contraccolpo. Gli Houthi hanno già preso di mira gli impianti energetici sauditi e le città del sud. Venerdì sono circolate immagini che sembravano mostrare fumo che si levava dall’oleodotto est-ovest. I sauditi non hanno confermato che l’oleodotto sia stato colpito. Cosa significa questo per l’Iran? Gli esperti sostengono che gli Houthi sembrano intenzionati ad aprire un nuovo importante fronte nella guerra tra Stati Uniti e Iran e, cosa cruciale, a fornire a Teheran una carta vincente nel suo attuale stallo con Washington. Sia l’Iran che gli Stati Uniti sostengono di avere il controllo dello Stretto di Ormuz, ma i volumi di traffico marittimo notevolmente ridotti suggeriscono che l’Iran abbia il sopravvento, affermano gli osservatori. Il controllo indiretto di Bab al-Mandeb non fa che rafforzare tale posizione. «In sostanza, significa che l’Iran ora controlla lo Stretto di Hormuz e lo “Stretto di Hormuz plus”», ha affermato Alam Saleh, professore di relazioni internazionali presso l’Australian National University. Ciò aumenta anche la pressione su Washington, poiché l’impennata dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari ha già reso la guerra estremamente impopolare, con gli elettori USA che potrebbero manifestare la propria rabbia nei confronti dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre. Questa settimana, il presidente Donald Trump ha riconosciuto che è improbabile che la guerra finisca prima di allora. Sebbene Washington ritenga che una strategia di attacchi combinati con pressioni economiche possa piegare Teheran, il tempo a disposizione per ribaltare la situazione a proprio favore sta rapidamente esaurendosi, ha affermato Saleh. La vittoria degli Houthi non solo sposta significativamente l’equilibrio di potere a favore dell’Iran, ma segnala anche ad altre potenze, come la Cina e la Russia, che la potenza militare statunitense in Medio Oriente sta diminuendo, ha aggiunto. «L’Iran ha ora giocato la carta dei prezzi globali del petrolio e della sicurezza energetica. Pertanto, il controllo di Bab al-Mandeb da parte degli Houthi avvantaggia enormemente l’Iran». Gli Houthi riusciranno a mantenere il controllo del Mar Rosso? La sconfitta delle forze governative yemenite di giovedì 10 è stata quasi servita su un piatto d’argento agli Houthi, sostengono gli analisti. Le forze governative yemenite contano circa 300.000 uomini, mentre gli Houthi ne hanno circa 250.000. Tuttavia, le fratture interne all’esercito yemenita, così come le pressioni esterne da parte dell’Arabia Saudita, hanno creato un fronte altamente frammentato che manca della coesione necessaria per combattere un gruppo agile e adattabile come gli Houthi, affermano gli esperti. «Direi che si tratta di una forza combattente probabilmente più avanzata rispetto a quella contro cui combattevano i sauditi circa un decennio fa», ha affermato Mohamad Elmasry, professore presso il Doha Institute for Graduate Studies, riferendosi agli Houthi. Inoltre, l’accesso alle armi iraniane negli ultimi anni – che vanno dai missili ai droni ai sistemi di difesa aerea – ha consentito agli Houthi di costituire una scorta di armi impressionante, ha aggiunto. Tuttavia, Andreas Krieg, professore associato al King’s College di Londra, ha dichiarato ad Al Jazeera che, nonostante le loro vittorie immediate, gli Houthi sono «pessimi» nella gestione del governo ed è improbabile che riescano a mantenere un blocco a Bab al-Mandeb. La loro avanzata di successo non è avvenuta perché sono stati sottovalutati, ma perché la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita è stata sopravvalutata, ha aggiunto. Tuttavia, sottolinea Saleh dell’Australian National University, gli Houthi non hanno in realtà bisogno di controllare l’intero Stretto di Bab al-Mandeb o il Mar Rosso per raggiungere i propri obiettivi. Basta un accenno di pericolo per esercitare pressione sulle compagnie di navigazione e sulle assicurazioni, convincendole che lo stretto è troppo rischioso da attraversare, ha affermato. La domanda ora è se Riyadh riuscirà effettivamente a fermare gli Houthi con la propria potenza aerea. Nelle ultime 24 ore, le forze saudite hanno lanciato decine di missili verso le aree controllate dagli Houthi, tra cui Mocha, ma ciò non sembra aver fermato il gruppo. Secondo gli esperti, è improbabile che entri in vigore il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, poiché i paesi vogliono evitare un’escalation nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Anche Washington sembra poco disponibile. Il sito di notizie statunitense Axios ha riferito che giovedì il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiamato due volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per richiedere attacchi aerei americani contro gli Houthi. Trump, tuttavia, ha rifiutato. https://www.aljazeera.com/news/2026/9/11/can-the-houthis-close-the-red-sea-after-seizing-the-yemen-coast Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 11, 2026
Assopace Palestina
Morti lavoro: Treviso è la capitale e…
… e il Veneto fra le prime per numero di morti in rapporto agli abitanti (in età lavorativa). di Carlo Soricelli (*). A seguire il confronto fra i dati dell’Inail e quelli dell’«Osservatorio». Il Veneto si conferma una regione dalle grandi contraddizioni: un territorio economicamente forte, ma tragicamente al vertice della classifica delle morti sul lavoro e questo da quando
September 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Manovre belliche, aurea illusione d’indipendenza e uno spettro gira nei Balcani
GUERRE: IN SFINIMENTO, PRONTE ALLO SCOPPIO, FINANZIARIE… MAI CONCLUSE NEI SECOLI Abbiamo provato a fare il punto del conflitto ucraino dopo la pausa estiva con Francesco Dall’Aglio e siamo finiti in Yemen, mentre Ansarullah si prendeva Bab el Mandeb, passando da Hormuz. Poi è stata la volta di Alessandro Volpi che ci ha dimostrato come i fondi tipo BlackRock stiano scommettendo sull’oro per disinnescare la trappola degli asset statunitensi imposti in un cortocircuito per nulla virtuoso, puntando a un multilateralismo che miri a ridurre la dipendenza da un sistema nel quale circuiti di pagamento, banche, mercati dei capitali e istituzioni occidentali costituiscono strumenti di potere geopolitico. Da ultimo siamo andati ai funerali di stato di Radko Mladić accompagnati da una attonita guida serba: Tatjana Ðorđević è consapevole di quanto la maggioranza della popolazione serba sia ancora imbevuta di nazionalismo, nonostante prima dell’era Vucić sembrasse aver superato quella sindrome di accerchiamento e ci spiega come sistema mediatico e testi scolastici siano responsabili del lavaggio del cervello di un paese ridotto a nazione. MLADIĆ SALDA IL PONTE TRA GENERAZIONI DI NAZIONALISTI SERBI Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall’abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato. Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre.  A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli.
September 11, 2026
Radio Blackout - Info
“La forza delle donne contro la violenza”, a Verona dal 24 settembre prossimo
L’iniziativa, promossa dal Circolo della Rosa con il patrocinio del Comune di Verona, propone un ciclo di incontri tenuti nella sala Fiumi della Biblioteca Civica di Verona, con inizio alle 17:30. Al primo, in svolgimento giovedì 24 settembre, l’attenzione focalizzerà sulle prassi e sui principi orientativi del movimento femminile pacifista internazionale. Mirella Leone dialogherà con le referenti del gruppo Donne in Nero di Verona, che nella città veneta svolge attività da molti decenni, dal 1990 praticando nella centrale piazza Bra un’ora di silenzio per la pace ogni giovedì pomeriggio. I seguenti incontri sono ispirati da frasi celebri, che alcune donne hanno scritto in opere letterarie e saggi e spesso citate nei discorsi sulla pace, nei dibattiti sulla nonviolenza e in proclami, dichiarazioni, manifesti e manifestazioni contro la guerra: * 20 novembre – «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» (Christa Wolf, Cassandra), con Anna Maria Piussi * 27 novembre – «Come donna non ho patria. La mia patria è il mondo intero» (Virginia Woolf, Le tre ghinee), con Vittoria Ferri * 4 dicembre – «Combattere senza odiare […] disfare senza distruggere» (Luisa Muraro, Dio è violent) con Marco Campedelli Maddalena Brunasti
September 11, 2026
Pressenza
Regno Unito, respinta legge sul suicidio assistito
La Camera dei Comuni del Regno Unito ha respinto, con 286 voti contrari e 270 favorevoli, il disegno di legge sul suicidio assistito. La proposta era limitata ai territori di Inghilterra e Galles e riguardava gli adulti affetti da una malattia terminale, con un’aspettativa di vita inferiore ai sei mesi. Venivano previste delle specifiche garanzie per accertare la capacità del paziente e l’assenza di coercizione.   The post Regno Unito, respinta legge sul suicidio assistito appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
EX ILVA: CONFERMATO IL BLOCCO DELL’AREA A CALDO, DOVRÀ CHIUDERE ENTRO LA FINE DI OTTOBRE 2026
La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di AdI e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria: “La salute umana viene prima delle esigenze della produzione” commenta l’avvocato Ascanio Amenduni, legali degli 11 cittadini di Taranto, tra cui un bambino di 12 anni gravemente malato, che hanno ottenuto lo stop. Il Governo, da Roma, “prende atto” della sentenza e annuncia a breve un nuovo tavolo con i sindacati, per capire cosa fare delle migliaia di lavoratori-trici ancora oggi impiegati da Ilva. “Era un conferma che non ci lascia sorpresi, ma siamo preoccupati per quello che potrebbe succedere. Poco fa è arrivata una pec da Aigi, hanno ripreso con i licenziamenti collettivi”. Racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Giovanni Lippolis, delegato Fiom Cgil di Taranto. Ascolta o scarica.
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo
Non finiscono i guai giudiziari per Foodinho, la società con cui Glovo opera in Italia. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha infatti riconosciuto la natura subordinata della prestazione di un rider assistito dall’Unione Sindacale di Base (USB), ordinandone la reintegrazione dopo un licenziamento giudicato illegittimo. Il lavoratore, inquadrato al sesto livello del contratto collettivo del commercio, sarà così retribuito per tutte le consegne della giornata. Verrà incluso anche il tempo delle attese tra un ordine e l’altro, escludendo i periodi di inattività superiori ai 60 minuti. È una sentenza storica, destinata a fare scuola tra le vertenze e le aule di tribunale. Nel giustificare il controllo giudiziario a cui Foodinho-Glovo è sottoposto da febbraio, la Procura di Milano aveva puntato il dito proprio contro l’opaca gestione delle consegne. La decisione del Tribunale di Torino torna sui falsi lavoratori autonomi riconoscendo, a partire dal 1° ottobre 2024, un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno per un rider inquadrato come collaboratore occasionale. A convincere i giudici è stato soprattutto il sistema di assegnazione delle consegne (abolito da Foodinho-Glovo nel maggio del 2025) di natura premiale, giudicato espressione di un certo potere direttivo dell’azienda. Il nuovo algoritmo adottato dal colosso spagnolo del delivery non ha migliorato di molto la situazione — che da febbraio è quella del controllo giudiziario. Per uscirne, Foodinho-Glovo aveva sbandierato dei presunti aumenti salariali per i lavoratori. Tuttavia, le indagini dei magistrati hanno dimostrato che si trattasse di un aumento fittizio: facendo affidamento su un nuovo algoritmo basato sul “tempo effettivo calmierato”, Foodinho-Glovo sarebbe riuscita a tagliare, in media, 3 ore di retribuzione per ogni 10 ore di tempo effettivamente impegnate dal rider. In altre parole, sulla base di non meglio specificati criteri statistici, l’algoritmo calcola il tempo che il fattorino dovrebbe impiegare per effettuare una consegna. Gli eventuali minuti eccedenti non vengono conteggiati e lasciati dunque fuori dal compenso. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha contestato a Foodinho-Glovo anche il licenziamento illegittimo, definendo carenti e contraddittorie le prove presentate per giustificare la cessazione del rapporto lavorativo. «Ma c’è di più: il Tribunale riconosce che il tempo trascorso dal rider loggato e a disposizione della piattaforma, compresa l’attesa dell’ordine, è tempo di lavoro e deve essere retribuito». Commenta così l’USB, che ha affiancato il lavoratore in quest’anno e mezzo di battaglia legale, inserita in una più ampia mobilitazione a tutela dei diritti dei rider. Il nodo principale — sostenuto da diverse sentenze — è quello del superamento del sistema dei falsi lavoratori autonomi, riconoscendo invece la subordinazione. L’USB ha manifestato l’intenzione di portare l’ultima sentenza torinese all’audizione della Commissione Lavoro della Camera sul recepimento della direttiva UE 2024/2831, meglio nota come direttiva rider. L’atto europeo disciplina il lavoro legato alle piattaforme digitali, imponendo maggiore trasparenza degli algoritmi e soprattutto la corretta qualificazione professionale. The post Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
CATALOGNA: VIOLENZE DI POLIZIA CONTRO UNA MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA ALLA VIGILIA DELLA “DIADA”
Nella serata del 10 settembre 2026 la polizia autonoma catalana, i Mossos d’Esquadra, hanno impedito con violente cariche ed arresti una manifestazione antifascista che ha cercato di accedere al Fossar de les Moreres, a Barcellona, dove la formazione di estrema destra Aliança Catalana si era data appuntamento alla vigilia della Diada dell’11 settembre. Quando diverse migliaia di partecipanti a una manifestazione antifascista convocata da organizzazioni della sinistra indipendentista hanno tentato di superare il cordone messo a protezione di poche centinaia di fascisti, la polizia è intervenuta con cariche e arresti. L’obbiettivo dichiarato era di impedire a Aliança Catalana di raggiungere Fossar de les Moreres, uno dei luoghi di maggiore carico simbolico per l’indipendentismo catalano durante gli atti della Diada. Ci racconta quanto accaduto Victor Serri, fotoreporter de La Directa  e nostro collaboratore. Ascolta o scarica  
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Umanità e nuove tecnologie
-------------------------------------------------------------------------------- Altri articoli sulla relazione con l’intelligenza artificiale: L’amaro calice [Franco Berardi Bifo] Pensiero e immaginazione [Giorgio Agamben] Quella nuova morte in vita toccata alla donna [Lea Melandri] Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano [Paolo Mottana] Gli algoritmi non hanno vita propria [Raúl Zibechi] Alexa e le altre [Stefano Rota] La retorica dell’innovazione [Sara Gandini e Paolo Bartolini] Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech [S.P. e D.L.] -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Zulfugar Karimov su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Magnifica humanitas di Leone XIV è un’enciclica molto significativa anche per coloro che non sono credenti o appartengono ad altre fedi. Lo è perché affronta senza giri di parole una delle novità sostanziali del nostro tempo, e cioè il fatto che la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando in profondità non soltanto il modo di intervenire dell’uomo nel mondo e sulla natura, ma anche l’identità umana in quanto tale. Del resto, la tecnica ha avuto sempre una doppia valenza: da un lato, è stata la forza strumentale che ha permesso all’uomo di intervenire effettivamente nel mondo e di modellarlo alla sua maniera; ma, dall’altro, è stata anche un elemento decisivo dell’autocostruzione dell’identità umana. Inoltre, la tecnica ha prodotto esiti storicamente contraddittori: è stata globalmente positiva in quanto ha ampliato gli spazi di esistenza degli esseri umani, ma è stata anche continuamente negativa poiché ha allargato le condizioni di infelicità per la gran parte dell’umanità. Il carattere positivo e il carattere negativo della tecnica lo si è storicamente collegato alle finalità con le quali gli uomini l’hanno concretamente utilizzata. Si può anzi dire che il giudizio non sia mai stato veramente sulla tecnica in quanto tale, bensì sui fini dell’uomo. Giudizio morale, ovviamente. E politico. Ora però è accaduto che la estrema pervasività sociale ed esistenziale dello strumentario artificiale emerso dalla Terza o Quarta Rivoluzione industriale (a seconda delle ricostruzioni)1 – appunto quella della digitalizzazione, della Intelligenza Artificiale e della robotica applicata – ha acquisito una sorta di “forza propria”. Poiché penetrano nel profondo della quotidianità delle persone, questi nuovi strumenti non li possiamo più designare alla vecchia maniera, ovvero come semplici arnesi inerti o anche come puri dispositivi automatici. Essi ormai cooperano, con tutta evidenza, alla costruzione dei processi decisionali, assumono un rilievo via via maggiore nella determinazione dei rapporti tra uomini e natura, e soprattutto con-costruiscono, assieme all’essere umano, lo stesso immaginario collettivo. Peraltro, la preminenza degli strumenti tecnologici nella costruzione dell’identità umana si estende spontaneamente anche agli assetti civili e di potere all’interno della società. Intendiamoci: un determinato livello di interconnessione fra tecnologia e dinamiche sociali c’è sempre stato; e ripetutamente si sono poste, nel dibattito teoretico e non solo politico, le questioni nodali della finalità storica dell’agire tecnico, della salvaguardia dell’interesse pubblico nel suo utilizzo e del controllo reale dei dispositivi tecnologici. Anzi, ha sempre avuto grande rilevanza la questione giuridica della proprietà degli strumenti tecnici, se cioè dovessero appartenere a coloro che concretamente li adoperavano oppure a individui esterni al ciclo lavorativo o addirittura al potere pubblico. Si tratta perciò di questioni discusse anche in passato, poiché tutti i dispositivi tecnici necessitano comunque di cura e di impegno; e il contesto sociale e gli istituti politici sono chiamati giocoforza ad assumere oneri anche considerevoli per realizzarli, manutenerli, adoperarli e custodirli. Ma l’onere è divenuto adesso davvero gigantesco. In progressione, tende a coinvolge la totalità delle forze e delle risorse. Dall’Età degli “oggetti al servizio della società” si sta passando, giorno dopo giorno, con stupefacente naturalezza, alla “società al servizio degli strumenti”, e praticamente al servizio dei centri, sempre più verticalizzati e impenetrabili, di elaborazione, implementazione e controllo. Leone XIV procede con paradigmi di ordine teologico o, per meglio dire, teologico-filosofici e non puramente filosofici. Nel suo lessico e nelle sue convinzioni il concetto cristiano di “persona” e la dignità della persona, come pure il concetto cristiano di cura del Bene Comune, sul presupposto che ogni persona proviene da Dio e ogni bene è un dono di Dio, si pongono come riferimento imprescindibile dell’argomentazione. E tuttavia, al netto di questi riferimenti, la riflessione del Pontefice costituisce un punto di interlocuzione utile per qualsivoglia ragionamento su questi aspetti decisivi del nostro tempo. Egli ricorre a due episodi biblici: la Torre di Babele (Genesi, 11) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia dopo il periodo della cosiddetta “cattività Babilonese” (II Libro di Esdra). Papa Prevost li mette in esplicita opposizione tra loro. La Torre di Babele nasceva dal desiderio degli esseri umani dei primordi, caratterizzati da una sola provenienza e da una sola lingua, di costruire una figurazione visibile della loro potenza, che rappresentasse in modo inequivocabile la loro superiorità rispetto a qualunque altro essere vivente. Decisero perciò di innalzare una torre la cui cima arrivasse al cielo. Era una impresa imponente poiché significava convogliare tutte le conoscenze e tutte le capacità di lavoro in un’unica straordinaria direzione. E però, sottolinea papa Leone, il progetto nascondeva una profonda insidia: “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da una uniformità che elimina la diversità e che invece della comunione sceglie l’omologazione”.2 In sostanza, la Torre, che di fatto è una vera e propria città in verticale, la si edificava sulla base dell’orgoglio. Come è noto, il racconto biblico procede con Dio che interviene e confonde le loro lingue, di modo che attorno alla costruzione le persone non si capiscono più; e ciò li induce a raggrupparsi per affinità linguistiche e a cercare altrove una collocazione, abbandonando l’impresa. Detto en passant, il pontefice non si sofferma sul significato dell’intervento divino, limitandosi a dire che la questione, agli occhi di Dio, era costituita esattamente dal processo di omologazione, dall’uniformità che si produceva attorno alla Torre per lo stesso fatto che tutti si sentivano impegnati a costruirla. La dignità delle persone, la loro specificità ne usciva compromessa.3 Ed è a questo punto che nell’Enciclica subentra la figura di Neemia. Questi era stato lungamente cortigiano, con funzioni di coppiere, del re assiro Ataserse. Saputo però della decadenza della città di Gerusalemme ormai mezza spopolata (siamo nel periodo della cosiddetta “cattività babilonese”), egli chiede al re il permesso di porvi rimedio. Il re acconsente e lo invia con pieni poteri a Gerusalemme per ricostruire la città. Il pontefice mette in evidenza che pur avendone il potere Nemia “non impone soluzione dall’alto; convoca le famiglie; affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire; ascolta le paure; coordina gli sforzi; fronteggia le opposizioni”.4 In sostanza, il racconto evidenzia come la ricostruzione della città proceda non con una dinamica di omologazione, ma in un contesto di responsabilità condivisa da tutto il popolo. Ancor prima di un luogo che assembla pietre, la città si caratterizza come luogo che costruisce legami. E la lingua comune che a Gerusalemme viene ritrovata non è quella dello uniformità, insiste Prevost, bensì “quella della comunione”.5 La conclusione è piuttosto netta. La tecnologia non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male. Però non è neutrale: “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.6 È evidente che Babele rappresenta in qualche modo il digitale: è la pretesa di un linguaggio unico e di un’impresa unitaria cui tutti sono chiamati a conformarsi. Neemia mantiene invece la pluralità di voci, di rapporti e di visioni. Egli si muove all’insegna del principio dell’edificare assieme, con l’accettazione della diversità in quanto risorsa e come spinta alla fraternità. E tuttavia il digitale si era presentato all’inizio proprio in tale veste: come uno strumento formidabile che apriva alla pluralità delle voci. Anzi, in tanti l’hanno inteso e l’hanno indicato come la raggiunta possibilità per tutti di far sentire la propria opinione. Anche l’opinione di chi non aveva mai avuto la forza di farsi ascoltare. Ben presto, però, questa sua autoproclamata caratteristica ha mostrato evidentissime crepe e si è rivelata ben poco veritiera. Si è cominciato perciò a sospettare, sulla base di non pochi dati di fatto, che i nuovi dispositivi contenessero una intrinseca carica impositiva di regole e comportamenti anziché spazi di libertà. Di fatto, le voci umane sono tornate a essere discriminate anche all’interno della digitalizzazione. Con una linea di discrimine in particolare nei confronti delle persone più fragili e vulnerabili. Per essere davvero tale, l’accettazione della pluralità delle voci implica che venga accolta senza riserve anche la fragilità degli esseri umani. E questo è un tema particolarmente delicato proprio sul piano teoretico. Non è un caso che la Chiesa degli ultimi tempi lo abbia richiamato con forza. E io sottolineo convintamente che si è trattato di un richiamo meritorio proprio sul piano storico. Benché esso rimanga corposamente ambiguo sul piano teoretico. Non si tratta, infatti, nell’impianto teologico, di una semplice specificazione dei contenuti di solidarietà nei confronti di singole, sfortunate persone, bensì della dimensione della fragilità in quanto tale, in quanto limite costitutivo della condizione umana: “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”.7 In una tale affermazione c’è, sì, la positiva critica ai “modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli”,8 ma c’è anche, a mio avviso, la tradizionale diffidenza cattolica verso la spinta umana all’autoaffermazione e alla libera scelta etica. In altre parole, la precisazione che la fragilità debba essere, per così dire, “socialmente lavorata”, come pure la sottolineatura che il desiderio di felicità umana sia una forza positiva inscritta nel cuore degli uomini e indirizzata verso tutti gli ambiti del vivere,9 non cancellano, benché siano affermazioni culturalmente avanzate, la convinzione di fondo di ogni scrittura teologica: ossia l’idea che il creato non stia mai sullo stesso piano del creatore, e che è perciò un errore non riconoscere la condizione ontologica di minorità dell’uomo e la necessità di affidarsi a Dio.10 In ogni caso, è proprio il tema della corresponsabilità che funge da asse paradigmatico nel discorso di Prevost. Come Neemia invitava a “curare ciascuno il suo tratto di muro” nell’azione condivisa dell’edificare assieme, così la corresponsabilità, ovvero la responsabilità che ognuno di noi ha degli altri, appare la leva più efficace per affrontare la sfida della robotica e della digitalità del nostro tempo. La questione, insomma, scrive il pontefice, non è di tirare subito le somme a proposito delle nuove tecnologie, ma esattamente di “restare umani”. Solo che è esattamente il concetto di “umano” a non essere scontato. Per un credente l’umano è il soffio di bontà innata che l’essere umano, in quanto figlio di Dio, possiede dentro di sé, pur se magari senza consapevolezza. È un qualcosa di inalterato e già compiuto in partenza. Invece, per uno come me, che non è credente, il “contenuto di bene” non ci viene dall’esterno della nostra storia ma sta tutto dentro il provare e riprovare storico degli uomini. È perciò un contenuto costitutivamente incompiuto e costitutivamente aperto, che ci chiama a un continuo intervento intellettuale e non solo morale. L’umanità è passata per molte tragedie e molti orrori; e però accanto alle tragedie e agli orrori ci sono state ininterrottamente anche le felicità e le dolcezze. Ed è in questo percorso duplice e contraddittorio che l’umanità ha costruito – cioè, per come la vedo io, ha propriamente “inventato” – il paradigma straordinario dell’umano. Trarlo dalla pesantezza della storia non è stato facile, ma l’essere umano alla fine c’è riuscito. È questo il punto che dobbiamo mettere a tema. Ed è su questo che le riflessioni del papa, pur provenendo da un’altra ricostruzione filosofica, possono obiettivamente aiutare. L’interrogativo è cioè se la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica applicata del mondo di oggi ci aiutino a tenere in piedi il discrimine tra l’orrore e la dolcezza; se ci aiutino, cioè, a “restare umani”. Il dubbio, infatti, è che essi possano mettere in crisi proprio i contenuti di umanità che nel tempo della modernità, credenti e non credenti, abbiamo tutti cercato faticosamente e contraddittoriamente di sviluppare e mantenere vivi. Ed è un dubbio che non può essere liquidato sbrigativamente, con un sì o con un no. Anzi, io temo che questo interrogativo saremo costretti a tenerlo giocoforza aperto per un lungo periodo storico. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Normalmente si intende per Terza rivoluzione industriale l’introduzione, generalizzatasi negli anni ‘70 del XX secolo, dell’elettronica e dell’informatica nei contesti lavorativi, mentre la Quarta rivoluzione industriale si baserebbe sulla convergenza tra le tecnologie per così dire “fisiche” e l’insieme delle tecnologie digitali, ivi compresa l’Intelligenza Artificiale. Cfr. J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, Milano 2011 e K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Franco Angeli, Milano 2016. 2 Cfr. Leone XIV, Magnifica humanitas, Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2026, p. 21. 3 L’interpretazione teologica ha messo costantemente in guardia da una lettura del Dio biblico come figura gelosa delle sue prerogative alla maniera degli dèi greci, che erano sempre pronti a punire la hybris, ovvero la tracotanza degli esseri umani, costitutivamente incapaci di mantenersi nei propri limiti. Nell’episodio della Torre, cioè, Dio confonde le lingue non perché si “senta sfidato”, ma per amore. Lo fa alla luce del disegno provvidenziale di non concentrare la stirpe umana in un solo luogo ma di diffonderla in tutta il globo terracqueo. Papa Leone va comunque al di là di questa lettura e recupera paradossalmente l’elemento della “punizione”: non perché la Torre rappresenti una sfida a Dio, ma perché essa era una sfida alla specificità, alla pluralità costitutiva delle voci umane. Non a caso, a Babele contrappone immediatamente l’edificazione delle mura di Gerusalemme e la figura di Neemia. 4 Leone XIV, Magnifica humanitas, p. 22. 5 ibidem 6 Ibidem, p. 23. 7 Ibidem, p. 25. 8 Ibidem. 9 “Dio ha infatti inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita … La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca” in Ibidem. 10 Per esemplificare: la condanna insistita dell’eutanasia da parte della Chiesa ha molto a che vedere con questa convinzione cardine della ragione teologica. Non proviene soltanto, come può sembrare di primo acchito, dalla esaltazione incondizionata della vita in quanto dono di Dio, ma è generata anche dalla difficoltà concettuale di accettare la libera scelta umana proprio sul passaggio decisivo dell’esistere, che è appunto la decisione sul termine della vita. Ciò che è stato creato non può mai essere, per definizione, pareggiato alla potestà di Dio. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Umanità e nuove tecnologie proviene da Comune-info.
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