Albania: Rama criminalizza le proteste con multe fino a 5.500 euro
Il governo albanese del premier Edi Rama ha approvato una serie di emendamenti alla legge sulle assemblee pubbliche, introducendo multe fino a 500mila lek, circa 5.500 euro, per i manifestanti che partecipano a proteste violente, anche nel caso in cui non siano direttamente coinvolti nei disordini. La cifra corrisponde a circa sei stipendi medi albanesi. Sanzioni analoghe si applicano anche a chi, durante una manifestazione, non obbedisce agli ordini di dispersione della polizia e a chi si copre il viso con l’intento di non farsi riconoscere. L'Indipendente
October 29, 2026
Pressenza
I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa
Non era mai accaduto che nel giro di tredici giorni ci fossero tre scioperi generali in Europa e uno sciopero intercontinentale. E’ quanto previsto per il 30 ottobre in Italia, il 5 novembre in Francia, l’11 novembre in Spagna. E per lo stesso 30 ottobre i sindacati dei portuali hanno […] L'articolo I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa su Contropiano.
October 29, 2026
Contropiano
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October 29, 2026
CampiAperti
In Israele cambia poco
Martedì 27 ottobre, un gran numero di elettori israeliani e arabi con cittadinanza israeliana si è recato alle urne per le elezioni del parlamento israeliano, la Knesset. Si è trattato delle prime elezioni dopo la formazione, nel 2022, del governo più reazionario nella storia dello stato sionista. Negli ultimi quattro anni, questa coalizione di estrema destra ha unito il partito Likud di Benjamin Netanyahu e i gruppi neonazisti guidati da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, insieme a partiti religiosi ultraortodossi. Come previsto dai sondaggi, la coalizione guidata dal Primo Ministro uscente Netanyahu e l’alleanza di opposizione guidata dall’ex capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, Gadi Eisenkot, hanno concluso la corsa elettorale in una sorta di  pareggio. Potrebbero volerci alcuni giorni prima che vengano annunciati i risultati definitivi e diverse settimane di trattative tra le fazioni della Knesset prima che si conosca la composizione del prossimo governo. Come ampiamente sottolineato, la particolarità più cruciale delle recenti elezioni è che si sono svolte per la prima volta dopo l’operazione guidata da Hamas il 7 ottobre 2023, che ha innescato la guerra genocida lanciata dall’esercito israeliano contro Gaza, causando lo sfollamento dei suoi abitanti e la distruzione totale degli edifici. A ciò si è accompagnata una pericolosa e senza precedenti escalation di violenza da parte dei coloni sionisti contro la popolazione palestinese in Cisgiordania, che costituisce chiaramente una strisciante campagna di pulizia etnica simile a quella verificatasi nella maggior parte della Palestina durante la Nakba del 1948 e, più recentemente, nella Striscia di Gaza. Queste nuove elezioni si sono svolte in un momento di forte tensione all’interno della società israeliana tra i sostenitori della coalizione di governo e l’opposizione sionista. La tensione aveva già raggiunto il culmine prima del 7 ottobre, manifestandosi all’epoca in grandi dimostrazioni dell’opposizione incentrate su questioni giudiziarie. L’operazione guidata da Hamas ha riunito per un certo periodo gran parte della società ebraica israeliana attorno all’odio verso i palestinesi, in particolare quelli di Gaza, ma anche verso tutti i palestinesi, compresi quelli con cittadinanza israeliana. In altre parole, l’odio razzista sionista ha raggiunto il suo apice all’interno della società ebraica israeliana negli ultimi tre anni e non si è ancora significativamente attenuato. LEGGI ANCHE… GUERRA 7 OTTOBRE, ZILZAL Valerio Renzi Di conseguenza, nessuna delle principali questioni che caratterizzano il nuovo ciclo elettorale incide realmente sul consenso sionista reazionario che si è recentemente consolidato. La Palestina non è certamente al centro di questo consenso. Anzi, è quasi del tutto assente dal dibattito tra Netanyahu e i suoi oppositori, se non per le reciproche accuse di servire Hamas. Tutti i partiti sionisti, dall’estrema destra a ciò che resta della «sinistra» sionista, dichiarano di rifiutare persino la creazione di un piccolo Stato palestinese come l’attuale Autorità palestinese di Ramallah, o, nella migliore delle ipotesi, collegano tale prospettiva a un controllo più rigido e stringente sulla popolazione palestinese, rendendolo molto meno «sovrano» persino degli ex Bantustan del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Di fronte a questa deplorevole situazione, un numero di elettori ebrei, probabilmente superiore a quello di tutte le elezioni precedenti, ha dichiarato la propria intenzione di votare per uno dei due blocchi arabi. I più «moderati» hanno appoggiato la Lista Unita, guidata da un leader islamico di destra e da un leader ebreo sionista. Gli ebrei più progressisti, che auspicano una pacifica convivenza con il popolo palestinese, hanno invece optato per la Lista Comune. Un risultato significativo per quest’ultima, come previsto dai sondaggi e apparentemente confermato dalle attuali stime di voto, rappresenterebbe il miglior esito possibile di queste elezioni. Tuttavia, il fatto che gli ebrei progressisti abbiano votato per questa lista è la prima e più evidente prova del loro fallimento nel formare un’organizzazione politica prevalentemente ebraica contraria al consenso sionista. Tale opposizione rifiuterebbe il principio di uno «stato ebraico» e abbraccerebbe la richiesta di uno «stato per tutti i suoi cittadini» sostenuta dai partiti di opposizione arabi progressisti. Inoltre, chiederebbe il ritiro dell’esercito di occupazione e dei coloni sionisti da tutti i territori occupati nel 1967, nonché il sostegno al diritto al ritorno o al risarcimento dei rifugiati palestinesi, quale parte integrante del diritto inalienabile all’autodeterminazione del popolo palestinese. Mansour Abbas, leader della Lista Unita, si sta sforzando di raggiungere un accordo con l’opposizione sionista simile a quello che aveva stretto quando partecipò, senza portafoglio ministeriale, al governo 2021-2022 guidato da Naftali Bennett, leader sionista di estrema destra e rivale di Netanyahu, e da Yair Lapid, che i media descrivono come moderato pur essendo più intransigente di Netanyahu su questioni come l’eliminazione di Hamas o l’attacco all’Iran. Oggi il principale leader dell’opposizione sionista è Eisenkot, un uomo che ha personalmente supervisionato l’attuazione in Libano della dottrina militare da lui teorizzata, che prevede la distruzione totale delle aree in cui sono presenti forze nemiche, senza risparmiare i civili e quindi in flagrante violazione del diritto internazionale. LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia Mansour Abbas sta cercando di collaborare con Eisenkot aggirando il rifiuto di quest’ultimo di allearsi con un partito arabo, imponendo come condizione, ad esempio, che dichiarino Hamas «terrorista». Questa richiesta è particolarmente difficile da accettare per Abbas, poiché egli stesso proviene dalla Fratellanza Musulmana da cui ha origine Hamas. Abbas ha quindi cercato di superare questo ostacolo includendo un ufficiale di polizia sionista ebreo in cima alla sua lista, nella speranza che Eisenkot possa accettarlo come ministro in un futuro governo, qualora riuscisse a ottenere la maggioranza parlamentare con il sostegno della Lista Unita. La Lista Unita, dal canto suo, ha annunciato la propria disponibilità a fornire quella che ha definito una «rete di sicurezza» nei voti alla Knesset per l’opposizione a Netanyahu e alla sua attuale coalizione, a condizione che l’opposizione si impegni ad affrontare le urgenti richieste relative alle condizioni di vita dei palestinesi in Israele ed esprima il proprio sostegno alla creazione di uno Stato palestinese. Tuttavia, l’attuale consenso tra la coalizione di governo e l’opposizione sionista sul rifiuto di un piccolo Stato palestinese rende impossibile l’offerta della Lista Unita, qualora quest’ultima mantenga la propria condizione. Ciò sarebbe del tutto normale, poiché nessun palestinese, avversario del sionismo,  potrebbe offrire sostegno a partiti ostili al loro popolo, sia all’interno dei confini dello Stato sionista, sia al di fuori di essi. Un governo guidato da Eisenkot non si discosterebbe certamente dall’accordo sionista relativo al proseguimento degli sforzi per eliminare Hamas e controllare Gaza, nonché agli attacchi contro l’Iran in collaborazione con gli Stati uniti e contro Hezbollah in Libano. Ciò che potrebbe distinguere un governo guidato da Eisenkot da quello attuale, al di là delle controversie relative alla coscrizione degli studenti ebrei ultraortodossi, è la volontà di contrastare le trasgressioni commesse dai coloni sionisti estremisti, incitati da Ben-Gvir e Smotrich, che attaccano i palestinesi in Cisgiordania. Lo stesso Netanyahu ha espresso un certo disappunto per le azioni di questi fanatici, a causa dell’ulteriore danno che infliggono alla reputazione internazionale di Israele. L’obiettivo di Eisenkot, tuttavia, è il mantenimento del controllo dello stato sionista sulla maggior parte della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, con lo scopo di annettere infine questi territori. Le aree rimanenti sarebbero lasciate aperte all’attuazione del cosiddetto piano di pace di Donald Trump, una mossa che lo stesso Netanyahu sarebbe costretto ad accettare qualora Trump tornasse ai suoi capricci dopo l’attuale attenzione rivolta a Iran e Ucraina. Ciò detto, se nessuno dei due principali blocchi riuscirà a formare un’alleanza di maggioranza alla Knesset, non è da escludere un rimescolamento del panorama politico sionista, con Netanyahu che potrebbe rompere con i suoi due alleati più imbarazzanti, Ben-Gvir e Smotrich, per spianare la strada alla formazione di un «governo di unità nazionale» tra lui e gli attuali partiti di opposizione, con i quali ha condiviso il potere nel recente passato. Prima di raggiungere un compromesso di questo tipo, tuttavia, cercherà certamente di allontanare dal blocco di opposizione coloro che sono più a destra e quindi più disposti a collaborare con l’attuale coalizione di estrema destra. *Gilbert Achcar è professore di studi sullo sviluppo e le relazioni internazionali presso la School of Oriental and African Studies, University of London. I suoi libri più recenti sono The New Cold War: The United States, Russia and China From Kosovo to Ukraine e Gaza Catastrophe: The Genocide in World-Historical Perspective. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In Israele cambia poco proviene da Jacobin Italia.
October 29, 2026
Jacobin Italia
L’Onu conferma: “togliete il bloqueo contro Cuba!”
Sul voto hanno pesato le minacce del fascista Marco Rubio esercitate su molti paesi affinché votassero contro la risoluzione di Cuba, che chiede l’abolizione dell’embargo. L’Assemblea Generale dell’ONU ha appena votato oggi, mercoledì 28 ottobre 2026. La risoluzione per chiedere la fine del blocco economico contro Cuba è stata approvata […] L'articolo L’Onu conferma: “togliete il bloqueo contro Cuba!” su Contropiano.
October 29, 2026
Contropiano
[2026-10-31] Fuori di Zucca @ Communia
FUORI DI ZUCCA Communia - via dello Scalo San Lorenzo 33, Roma (sabato, 31 ottobre 19:00) Dice che siamo tutt* FUORI DI ZUCCA! Ritorna la mostruosa festa del basket sanlorenzino Per una sera mettiamo da parte canestri, schemi e difese: si scende in campo per dare il meglio, o anche il peggio, di noi! Programma: * Contest per il miglior costume: tirate fuori il vostro lato più mostruoso! * Trucco e parrucco per chi arriva ancora troppo umano * Cena popolare, perché anche i mostri hanno fame * Musica per ballare fino all’ultimo quarto con: Sista Bene from Astarbene Crew Ørt Cloud Mirkione Diggei Incursioni circensi di Melaza Che siate fenomeni sotto canestro o completamente fuori di zucca, poco importa: l’essenziale è esserci! Sabato 31 ottobre 2026 Dalle 19:00 Communia – Viale dello Scalo San Lorenzo 33, Roma Ingresso ad offerta libera - tutto il ricavato servirà a supportare le attività dell'Atletico San Lorenzo
October 29, 2026
Gancio de Roma
Scarcerazione di Siher e garantismo a geometria variabile, tra conflitto sociale e uso selettivo delle garanzie giuridiche
Il procedimento a carico di Youssef Siher non riguarda soltanto gli elementi contestati. Ci dice qualcosa sul modo in cui il campo politico e il discorso pubblico costruiscono il dissenso come oggetto di governo: la protesta smette di essere letta come forma ordinaria di partecipazione e viene ricodificata come minaccia all’ordine pubblico. Proprio per questo le garanzie costituzionali vanno difese nella loro universalità, perché la loro tenuta si misura nei casi in cui difenderle è politicamente costoso_   I FATTI, LA CRONOLOGIA E LA PRESUNZIONE DI INNOCENZA Da quanto già era emerso dalla lettura delle undici pagine del decreto di fermo emesso dalla Procura di Milano, non risultano fatti specifici adeguatamente circostanziati, né elementi idonei a sostenere la contestata «finalità di terrorismo». Un primo vaglio giurisdizionale ha confermato questi dubbi; il giudizio definitivo spetterà comunque al contraddittorio tra le parti. Come ricorda Luigi Ferrajoli, la presunzione di innocenza non è solo una tutela individuale: è un dispositivo di limitazione del potere punitivo. Due elementi richiedono una verifica rigorosa. Il primo è la sequenza temporale. Il gruppo Telegram e l’account Instagram “Movimento 17 ottobre” sarebbero stati creati la sera del 18 ottobre, quando gli scontri milanesi si erano già conclusi. Resta da spiegare come quegli strumenti possano aver ispirato fatti avvenuti prima della loro esistenza. Una lettura retrospettiva, che attribuisce agli eventi una coerenza costruita a posteriori, produce narrazioni, non prove. Il secondo riguarda i contenuti: la convocazione di una manifestazione per il 24 ottobre, indicazioni su come comportarsi in caso di intervento delle forze dell’ordine, un’opposizione netta al Governo Meloni. In termini sociologici, si tratta di mobilitazione delle risorse e definizione di un repertorio d’azione. Dall’atto non emerge un’incitazione esplicita alla violenza riconducibile a Siher. I commenti anonimi di terzi vanno valutati separatamente: attribuire a una persona le parole altrui significa sostituire la responsabilità individuale con una responsabilità di contesto. La costruzione discorsiva di un soggetto collettivo di protesta, propria di ogni movimento sociale, non coincide con l’imputazione di condotte penalmente rilevanti, che richiede prove individualizzate. IL DISSENSO COME OGGETTO DI SICUREZZA Da quando convocare una manifestazione contro il Governo costituisce una minaccia all’ordine democratico? Su quali basi una protesta non ancora avvenuta può essere definita “sommossa”, e i suoi partecipanti “facinorosi”?  Per Max Weber lo Stato moderno si fonda sulla pretesa di monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma la legittimità dipende dal fatto che quella forza sia esercitata secondo criteri  pubblici, proporzionati e non selettivi. Manifestare e organizzare il dissenso sono libertà costituzionali; nessuna libertà autorizza la violenza, ma la distinzione tra protesta e reato deve restare netta. Nella prospettiva della Scuola di Copenaghen, securitizzare significa sottrarre una questione alla dialettica democratica presentandola come minaccia esistenziale. I decreti sicurezza operano in questa direzione: confondono la radicalità delle opinioni con la pericolosità delle condotte e restringono la struttura delle opportunità politiche dei movimenti. È ciò che Jonathan Simon ha chiamato governing through crime. Lo schema si estende dal presunto “regista” all’intera generazione scesa in piazza. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha affermato che molti dei ragazzi protagonisti dei disordini del 17 e 18 ottobre avrebbero assunto droghe prima delle devastazioni, chiamando in causa i messaggi veicolati da media e social. Non è dato sapere su quali accertamenti si fondi l’affermazione; conta la sua funzione. Spiegare il conflitto con la droga significa medicalizzarlo: trasformare un fatto politico in un sintomo, una generazione in protesta in una popolazione da correggere. Se chi scende in piazza è alterato o manipolato, le ragioni della protesta, dal caro vita alla precarietà, scompaiono dal dibattito pubblico. Stanley Cohen ha chiamato questo meccanismo panico morale: la costruzione di “diavoli popolari” su cui proiettare ansie sociali diffuse. Il giovane drogato, il ragazzo manipolato dai social, il militante di origine straniera: figure diverse di uno stesso racconto, che sposta l’attenzione dalle cause del conflitto alla patologia di chi lo esprime. Non a caso Riccardo Ricciardi (M5S) ha definito quelle parole “vergognose” e Riccardo Magi vi ha letto il fallimento di otto decreti sicurezza. Nessuno nega che vi siano state condotte gravi o che il consumo di sostanze sia un problema reale; ma una generalizzazione senza dati verificabili colpisce l’immagine di un’intera generazione, non i singoli responsabili. MANIFESTAZIONE STUDENTESCA “A SCUOLA NESSUNO È STRANIERO” IL GARANTISMO SELETTIVO Le garanzie devono valere per tutti, indipendentemente dall’orientamento dell’indagato o dalla simpatia del Governo per le ragioni della piazza. Applicato solo agli alleati, il garantismo diventa privilegio di status. E quando si distribuisce secondo una gerarchia implicita di cittadinanza, tradisce il principio stesso dell’uguaglianza davanti alla legge: non esistono italiani di serie A e di serie B. Il paradosso è evidente negli ambienti che del garantismo hanno fatto una bandiera identitaria – secondo un menù à la carte del capo – e che oggi adottano un lessico amico-nemico, avvicinandosi a una logica da “diritto penale del nemico”, in cui si è giudicati per ciò che si rappresenta, non per ciò che si è fatto. Colpisce il silenzio di tanti garantisti di professione: la coerenza di un principio si misura nei casi scomodi. Bourdieu chiamava potere simbolico la capacità di imporre categorie di classificazione del mondo sociale. Definire qualcuno” facinoroso”, “sovversivo” o “drogato” non descrive la realtà: contribuisce a produrla. La gip di Milano Tiziana Landoni ha respinto ieri la convalida del fermo e la custodia cautelare chieste dalla Procura per il caso Siher: nelle 37 pagine dell’ordinanza esclude i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga, qualificando i contenuti del canale social come appelli alla disobbedienza civile e alla programmazione di manifestazioni settimanali, non come istigazione a condotte violente o criminose. Il testo sottolinea che i nodi sollevati (cronologia, assenza di istigazione individualizzata, distinzione tra organizzare il dissenso e istigare al reato) non erano cavilli ma il cuore della questione, e che ricondurre il caso alla categoria della disobbedienza civile significa spostarlo dal registro della sicurezza a quello della politica. La reazione dell’esecutivo è stata immediata: la presidente Meloni ha definito la decisione «vergognosa», parlando di mortificazione del lavoro di forze dell’ordine e inquirenti; Salvini l’ha definita assurda, chiedendo se il giudice pagherà di tasca propria eventuali danni durante i cortei del venerdì; Tajani ha sostenuto che la scarcerazione metterebbe in pericolo la sicurezza del Paese. SIHER DOPO L’USCITA DA SAN VITTORE TORNA A CASA CIRCONDATO DALLA MOGLIE E DAI SUOI AMICI L’ingerenza, ancora una volta, tocca l’equilibrio tra i poteri (articoli 101 e 104 della Costituzione). La proposta di Salvini viene letta come ripetizione sul piano istituzionale dello stesso schema applicato a Siher: far rispondere un giudice di fatti futuri, eventuali e commessi da altri, cioè responsabilità di contesto invece che personale. Gasparri ha definito Siher un «estremista palestinese» nonostante sia un cittadino italiano nato e cresciuto nel Bresciano: il sospetto diventa razziale e sopravvive alla scarcerazione. Il garantismo selettivo trova qui la sua forma compiuta, quando le garanzie proteggono l’avversario diventano un ostacolo e il giudice che le applica diventa nemico; la logica amico-nemico arriva dalla piazza alla giurisdizione, ed è lì che si misura la tenuta dello Stato di diritto. IRONIA SUL GARANTISMO A DUE VELOCITÀ Che meraviglia il garantismo à la carte: per gli amici la Costituzione è un santuario intoccabile, per i nemici è carta igienica. Quando la gip applica le garanzie a chi il governo non gradisce, ecco che le garanzie diventano “vergognose” e il giudice un bersaglio da mettere alla gogna social. Altro che articolo 101, qui vige l’articolo “fai quello che dico io”. Salvini, poi, ha superato sé stesso: chiede che il giudice paghi di tasca propria i danni di cortei futuri, eventuali e organizzati da altri. Geniale: la responsabilità oggettiva applicata ai magistrati, mentre per i “potenti” vale sempre il principio “non poteva sapere, non poteva prevedere”. E Gasparri che definisce “estremista palestinese” un cittadino italiano nato e cresciuto nel Bresciano. Insomma, il garantismo selettivo ha finalmente la sua forma compiuta: le garanzie vanno benissimo finché proteggono noi; quando proteggono l’avversario, diventano un ostacolo e chi le applica diventa il nemico. La logica amico-nemico è partita dalla piazza e ora bussa alla porta della giurisdizione: chissà che lo Stato di diritto non apra e si accomodi. Non si tratta di assolvere preventivamente Siher, né di sostituirsi alla magistratura, né, oggi, di trasformare un’ordinanza in una bandiera. Si tratta di chiedere che il procedimento rispetti le regole che valgono per chiunque: accertamento dei fatti, responsabilità personale, rispetto della cronologia, distinzione tra opinioni e reati, nessuna gerarchia fondata sull’origine. E che una generazione in piazza venga ascoltata nelle sue ragioni prima di essere ridotta a un problema di ordine pubblico o di salute. Una democrazia non si misura dalla quantità di ordine che impone, ma dalla quantità di conflitto che sa tollerare senza rinunciare alle proprie garanzie. VERSIONE PER PRESSENZA[ACCÌ] Aurelio Angelini
October 29, 2026
Pressenza
Lo scandalo sull’immigrazione britannica rivela i rischi dell’IA nella pubblica amministrazione
A seguito di un’indagine durata sei mesi, l’organizzazione non governativa Open Rights Group (ORG) denuncia che il ministero degli Interni del Regno Unito avrebbe impiegato in maniera impropria una moltetudine di sistemi di intelligenza artificiale al fine di gestire la richiesta d’asilo dei rifugiati in attesa d’accoglienza. Ora, l’organo di vigilanza indipendente si prepara a investigare il Governo, in ciò che potrebbe presto diventare un caso studio per l’intera Europa. La denuncia è stata pubblicata il 27 ottobre sul portale del gruppo attraverso un fitto report dal titolo inequivocabile: Discriminazione automatica: Svelare l’ostile ambiente digitale. Il documento descrive uno scenario fin troppo comune, ovvero quello di istituzioni che si identificano in valori democratici e che demandano ad algoritmi e intelligenze artificiali l’approvazione di assistenzialismi o, come in questo caso, la gestione dei flussi migratori, deumanizzando l’intera operazione e distanziando le istituzioni da eventuali sviste. Quella di ORG, però, non è una contestazione puramente ideologica: è soprattutto di natura tecnica. Grazie ai documenti del ministero ottenuti con richieste di accesso agli atti (FOIA) e alle risposte a interrogazioni parlamentari, l’organizzazione ha ricostruito come l’IA sia ormai usata o sperimentata in molti passaggi: stima dell’età dei richiedenti asilo, sintesi dei colloqui e delle informazioni sui Paesi d’origine, definizione delle priorità tra i casi, analisi dei dati dei cellulari, individuazione di potenziali matrimoni fittizi, riconoscimento facciale in tempo reale al confine e ancora droni, satelliti e torrette automatizzate per la sorveglianza autonoma.  Molte delle informazioni più sensibili, denuncia il gruppo, sono state oscurate: i funzionari invocano l’insormontabile scudo della “sicurezza nazionale” per respingere le richieste o svuotare di senso i documenti. Eppure, in ogni caso, è noto che gli strumenti di IA sono inaffidabili, soggetti alle cosiddette “allucinazioni” e inclini a perpetuare e amplificare le discriminazioni sistemiche già presenti in molte società. I primi dati non rassicurano: ACS e APS si basano su un modello di OpenAI (GPT-4o, secondo ORG) e, su 203 sintesi controllate da esperti del ministero dopo l’avvio di aprile, il 22% non ha superato il primo controllo, contro il 9% scartato nella fase pilota. Quanto ai guadagni di efficienza promessi dal governo, ORG rileva che da aprile 2026 il numero medio mensile di decisioni iniziali è calato di circa il 42% rispetto al 2025 e il tempo medio tra colloquio e decisione è salito del 29%, pur senza che i dati provino un nesso causale con l’IA. Comprendere puntualmente la situazione è d’altronde complesso, visto che l’impostazione dell’intera gestione dei richiedenti asilo è tutt’altro che trasparente. Il governo replica che le decisioni finali restano in mano a funzionari addestrati e che l’IA li assiste soltanto nella consultazione dei verbali dei colloqui e delle informazioni sulle policy. ORG obietta però che l’ACS automatizza un lavoro prima svolto da specialisti tecnici, eliminando di fatto un livello di controllo esperto. Allo stesso tempo, il mondo accademico evidenzia ormai da decenni l’esistenza del pregiudizio di automazione, ovvero la tendenza degli esseri umani a dar peso al suggerimento di uno strumento automatico a scapito di informazioni contraddittorie raccolte in modo organico, anche quando queste sono corrette. ORG ha dunque commissionato a studi legali un parere tecnico sui due degli strumenti d’asilo di cui si hanno maggiori informazioni. Secondo il riscontro fornito, l’uso delle due soluzioni non rispetta in aspetti significativi il cosiddetto UK AI Playbook, le linee guida del Governo sull’IA e che i richiedenti asilo non sono stati informati degli strumenti a cui vengono sottoposti, quindi non possono verificare né correggere le sintesi generate, mancanza che potrebbe rappresentare un illecito. Non risulta inoltre chiaro quali misure di controllo compensino il pregiudizio di automazione. Questi punti oscuri, segnala Wired, hanno attirato l’attenzione dell’Ispettore capo indipendente delle frontiere e dell’immigrazione (ICIBI), il quale ha chiesto a ORG ulteriori informazioni mentre definisce i temi delle ispezioni del prossimo anno.  Il caso britannico rischia di segnare un punto di svolta: molti governi europei – Germania in primis – stanno valutando o implementando soluzioni simili, nonostante persino il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) metta in guardia sui rischi di inesattezze, discriminazioni, garanzie procedurali indebolite e violazioni della privacy. La tendenza non è che l’evoluzione di un’impostazione ormai datata, in cui le istituzioni cercano di accelerare i tempi della burocrazia affidando questioni delicate ad algoritmi e automatismi. Già dal 2016-2017, per esempio, l’Ufficio federale tedesco per la Migrazione e i Rifugiati (BAMF) ha avviato un programma digitale con strumenti automatici per verificare identità e provenienza dei richiedenti, come il riconoscimento del dialetto e la trascrizione automatica dei nomi. Il caso più clamoroso resta però quello dei Paesi Bassi, il cui governo si è dimesso nel gennaio 2021 per lo scandalo dei sussidi per l’infanzia: i sistemi per individuare le frodi avevano etichettato per errore più di 20.000 genitori come truffatori, colpendo in modo sproporzionato proprio quelle persone che avevano un background migratorio. The post Lo scandalo sull’immigrazione britannica rivela i rischi dell’IA nella pubblica amministrazione appeared first on L'Indipendente.
October 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Piazze in rivolta: perché ci serve un Ministero della Pace
La voce che si leva dalle piazze europee e italiane non nasce da un semplice disagio generazionale. Sono il segnale di una gioventù che chiede di contare, di partecipare e di ridisegnare un futuro più giusto. I giovani non contestano solo ciò che non funziona: denunciano l’abisso tra le promesse delle istituzioni e la realtà quotidiana, tra i valori sbandierati e le scelte economiche che condizionano le loro esistenze. Ci chiedono quale società stiamo costruendo. Ci interrogano sul senso di un modello che misura il progresso unicamente attraverso il PIL, la produttività e il profitto, relegando ai margini la dignità umana, la qualità delle relazioni e la felicità delle persone. Liquidare questa domanda come un problema di ordine pubblico è miope. Dobbiamo interrogarci sulle responsabilità delle istituzioni nel creare il terreno fertile in cui germogliano rabbia, esclusione e conflitto. La violenza non si esaurisce nelle armi. Esiste una violenza sistemica, invisibile ma implacabile: quella che produce povertà e disuguaglianze, che umilia, esclude e trasforma l’insicurezza in una condizione permanente. È una violenza che si insinua nelle strutture economiche, nel linguaggio e nell’indifferenza con cui accettiamo sofferenze evitabili. Le logiche tribali, la polarizzazione e l’anestesia morale giustificano ogni forma di dominio. È il terreno su cui prospera la necropolitica: il potere di decidere quali vite proteggere e quali lasciare esposte all’abbandono o alla morte. Abbiamo bisogno di condizioni sociali e politiche in cui i conflitti non degenerino. Ma la pace non si ottiene invocandola: richiede competenze. Servono pensiero critico, alfabetizzazione mediatica e digitale per smascherare algoritmi e manipolazioni. Servono educazione emotiva, ascolto attivo e comunicazione nonviolenta per trasformare il dissenso in confronto costruttivo. Competenze fondamentali che non possono essere affidate alla buona volontà di singoli insegnanti o associazioni, ma che devono diventare pilastri strutturali dei percorsi educativi, delle amministrazioni e delle politiche pubbliche. Senza un investimento programmatico nella formazione dei cittadini e nella prevenzione sociale, la convivenza civile rischia di rimanere un guscio vuoto, costantemente esposto alla cassa di risonanza dell’odio e della paura. Lo stesso vale per l’Europa. Se vogliamo un’Unione capace di promuovere diritti e giustizia, dobbiamo investire non solo nella difesa militare, ma nella prevenzione, nella diplomazia e nella coesione sociale. La sicurezza non è la sola reazione alla minaccia: è la capacità di estirparne le radici profonde e di costruire tessuti comunitari capaci di resistere alle tensioni geopolitiche e interne: la vera sicurezza è quella umana! Ed è proprio a questo orizzonte a cui risponde la scienza amministrativa del peacebuilding, che trova nel Ministero della Pace come innovativo dicastero di politiche attive, la sua naturale architettura istituzionale: una struttura capace di restituire alla pace la dignità di priorità pubblica e di bene comune. Riconoscere la pace come funzione essenziale dello Stato significa dotarla di responsabilità definite, continuità d’azione e risorse adeguate. Un Ministero della Pace darebbe finalmente coerenza a politiche oggi frammentate tra educazione, politiche giovanili, cooperazione internazionale, servizio civile e difesa nonviolenta e non armata. Potrebbe promuovere programmi permanenti di educazione alla pace, sostenere i territori nella gestione dei conflitti locali e spostare l’asse dell’azione pubblica dall’emergenza alla prevenzione. Non un’istituzione burocratica che parla ai giovani al posto loro, ma una struttura aperta che valorizza le loro competenze e li rende protagonisti reali delle decisioni collettive e soprattutto non li condanna solo a subire la violenza sistemica e a riprodurla. Istituire un Ministero della Pace significa affermare che la nonviolenza non è debolezza, ma una scelta politica lucida, rigorosa e indispensabile per la stabilità democratica. Significa trattare la prevenzione con la stessa serietà e i medesimi budget riservati alle crisi civili o militari. Non dobbiamo chiedere ai giovani di smettere di protestare. Dobbiamo costruire istituzioni capaci di ascoltare le ragioni della loro rabbia e di trasformarle in cambiamento. La pace non è un’alternativa ingenua alla politica: è la sua responsabilità più alta. Scegliere di investire nella prevenzione significa decidere che la violenza non è un destino inevitabile, ma la conseguenza di scelte omissioni che possiamo e dobbiamo correggere. Perché i giovani non sono soltanto il futuro della pace: sono la responsabilità del nostro presente. E un Paese che vuole davvero consegnare loro un domani diverso deve cominciare oggi a dare alla pace competenze, risorse e istituzioni concrete. Laila Simoncelli Redazione Italia
October 29, 2026
Pressenza
Una generazione sotto sorveglianza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- A settembre studenti e studentesse francesi hanno cominciato a riempire le piazze contro classi sovraffollate, tagli e austerità. Il 6 ottobre erano più di 260 mila in tutto il Paese. Da lì l’onda si è allargata. In Spagna contro un’emergenza abitativa che i manifestanti chiamano «un furto legalizzato», in Belgio e in Portogallo contro il costo della vita. In Albania la rivolta è nata contro la svendita della costa protetta di Zvërnec a un progetto di resort di lusso legato a investitori vicini alla Casa Bianca, in un Paese che ha già affittato il proprio territorio all’Italia per rinchiudere persone migranti nei CPR. Lingue diverse e parole d’ordine che fino a poche settimane fa sembravano indecifrabili per il mondo adulto ci consegnano ora la chiave d’accesso a una generazione cresciuta dentro crisi permanenti, a cui si chiede di essere flessibile e produttiva senza offrirle un futuro. E a cui, mentre si tagliano scuola e welfare, si prospetta come orizzonte il riarmo e la guerra: in Germania è tornata la leva, e migliaia di ragazze e ragazzi sono scesi in piazza per dire che non vogliono diventare «carne da cannone». Sono le nuove generazioni a guidare le piazze, contro una violenza economica di guerra. Ad ottobre l’onda è arrivata in Italia. Già venerdì 16 ottobre migliaia di studenti e studentesse avevano scioperato in tutta Italia contro guerra, razzismo e «scuola-caserma». La mobilitazione è proseguita sabato e domenica alzando il livello del conflitto e la risposta è stata ovunque la stessa: misure di prevenzione contro minorenni disposte prima ancora che i cortei partissero, centinaia di ragazzi identificati, fermi e denunce di un uso sproporzionato della forza. A Milano, nel cuore della città del lusso e della finanza, ci sono stati scontri con la polizia, vetrine rotte, negozi svuotati. Sono le immagini che hanno fatto il giro dei telegiornali e su cui il governo ha costruito il nuovo decreto, come se fossero l’unica cosa da vedere. Ma quei gesti non nascono nel vuoto. Avvengono dentro una violenza quotidiana, che non finisce mai in prima pagina: quella di chi cresce senza casa e senza reddito, viene fermato per il proprio aspetto, vede la propria scuola cadere a pezzi mentre si finanzia il riarmo, e sa che il futuro promesso ai propri genitori non arriverà. Chi chiede di guardare solo i vetri infranti delle vetrine chiede di non guardare tutto il resto.  Tre giorni dopo il Consiglio dei ministri ha approvato l’ottavo decreto sicurezza di questo governo: un nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», da due a cinque anni di carcere; il fermo preventivo esteso ai minorenni; multe ai genitori, anche di ragazzi non imputabili; 500 militari in più a Milano fino a fine anno. Non è una risposta all’emergenza. È un metodo. Secondo un conteggio approssimativo, dall’inizio della legislatura il governo ha introdotto circa sessanta nuovi reati o inasprimenti di pena. Il copione è già scritto. Nel settembre 2023, dopo i fatti di Caivano, un altro decreto abbassava le soglie per la custodia cautelare dei minorenni, estendeva il Daspo urbano ai quattordicenni e l’ammonimento del questore ai dodicenni, e puniva i genitori per l’abbandono scolastico dei figli. Il risultato più misurabile?  Gli istituti penali per minorenni sono passati da 381 ragazzi a fine 2022 a 572 a fine 2025: più 50 per cento e, per la prima volta, sovraffollamento negli istituti minorili. Ogni volta che una contraddizione sociale esplode, la dose aumenta. Come scrive l’Osservatorio Repressione, l’ordine pubblico è diventato «la droga preferita di un potere che non sa più cosa inventarsi». E così ogni crepa sociale diventa un capitolo del codice penale: chi resta indietro trova una divisa, chi resta solo trova una cella, chi protesta trova un nuovo reato. A chi parla, davvero, questo decreto? Noi lo sappiamo, perché quelle ragazze e quei ragazzi li incontriamo ogni giorno: sono figli e figlie delle nostre comunità, figli e figlie di famiglie arrivate da altrove, le seconde generazioni che crescono nelle periferie, i minori soli che hanno già attraversato confini e centri d’accoglienza. Sono quelli che vengono fermati e identificati più spesso degli altri, per il colore della pelle o per il quartiere in cui vivono. Un fermo preventivo applicato ai minorenni, in luoghi «affollati», sulla base di una presunta pericolosità, rischia di trasformare un gruppo di adolescenti in piazza in un fatto sospetto.  E una multa ai genitori colpisce soprattutto chi già fa fatica ad arrivare a fine mese: per molte famiglie migranti è una punizione che pesa su tutto il nucleo, sul permesso, sulla casa. Lo vediamo anche nelle nostre città, dove affitti brevi e turistificazione espellono chi le abita e i quartieri vengono presidiati dai militari: la militarizzazione non risolve i problemi, li sposta in un vicolo più buio o in una periferia più lontana, fuori dalla vista di turisti ed elettori. Noi sappiamo da che parte stare. Stiamo dalla parte delle famiglie raggiunte nel cuore della notte da una telefonata della questura: vostro figlio è qui da noi. Madri e padri che hanno attraversato la città senza sapere cosa li aspettava, spesso dovendo capire in una lingua che non è la loro cosa stesse succedendo. Famiglie a cui nessuno ha mai chiesto come vivono, quanto guadagnano, che futuro vedono per i propri figli, ma a cui adesso, in condizioni già precarie quando non di vero e proprio sfruttamento, si chiede anche di pagare. Stiamo dalla parte di chi ogni giorno, nei quartieri, costruisce legami che nessun decreto può sostituire. Per noi la sicurezza è avere qualcuno che ti conosca per nome, una casa, un reddito dignitoso, una scuola che funziona. È sapere che, se arrivi in un luogo e sei solo, c’è una comunità che ti vede. È quello che proviamo a costruire ogni giorno, aprendo le nostre case e condividendo tavolate, lingua, tempo: non assistenza, ma reciprocità. L’esatto contrario di un decreto che guarda a un’intera generazione, come abbiamo scritto raccontando Ceuta, «come un problema di ordine pubblico invece che come una questione di dignità umana». La sicurezza che ci serve passa di mano in mano. E anche qui, come ovunque, oltremanizzare vuol dire riconoscersi nell’altro e agire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- Oltremani è una rete nazionale (con sede a Napoli) di associazioni, gruppi e persone. “Superiamo le etichette, per costruire comunità vive, reciproche e solidali…”, per trasformare i territori -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una generazione sotto sorveglianza proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
Milano, 28 ottobre: 500 giorni in piazza con la Palestina nel cuore
Grazie a Pressenza che ci chiede ancora di scrivere sulla nostra presenza quotidiana in piazza Duomo. Ieri eravamo più del solito, almeno un centinaio. Oramai diversi di noi hanno una piccola luce che illumina il loro cartello, il freddo è ancora accettabile. Sapevamo che sarebbe stata una giornata diversa, ma non sono mancate le sorprese: gli Ottoni a Scoppio, stupendoci ancora una volta, erano tanti e hanno suonato per noi, per la piazza, per la Palestina. Silenzio prima, silenzio dopo. Un’enorme bandiera della Palestina si è palesata. E prima della fine la grande scritta che avevamo concordato: 500 giorni con la Palestina nel cuore. Parte per la terza volta in questi mesi il trombettista Raffaele Kholer. Una tromba che riempie la piazza. Un’atmosfera di sospensione, una profondità che ci attraversa, una magia che crea vita e speranza. Con Raffaele si è creata una vera sintonia. Nessuno “sfila” in piazza: chi viene ci entra con tutto sé stesso, dà e riceve. Alla fine del nostro orario, alle 19, si resta lì, si ha voglia di parlare, di dirsi quello che non ci possiamo dire in quell’ora, di abbracciarci; si beve insieme per stringerci e sono i nostri sguardi che ci dicono che dobbiamo andare avanti. Arriva anche il buon vecchio Khader, presidente della Comunità Palestinese di Lombardia, moltissime volte con noi. Arriva di corsa, ha portato del the per tutti, si piega in due sul suo thermos gigante e porge bicchierini a tutti. Scalda i nostri corpi e le nostre anime. Questa sera salutiamo Claudio che domani parte per l’Africa, per trovare la sua famiglia adottiva in un villaggio del Togo. E poi oggi è tornato con noi anche Antonio, dopo due mesi di convalescenza, lo aspettavamo. Ed è venuta a trovarci Isabelle dal presidio quotidiana di Losanna, con cui siamo gemellati. È felice di essere con noi e dice la stessa cosa che abbiamo detto tante volte anche noi: “Sapendo che queste azioni si fanno anche altrove ci si dà forza a vicenda, ci si sente meno soli.” Nei giorni scorsi invece ci ha lasciato Pinuccio, che è venuto tante volte in piazza con noi; qualcuno lo ha definito un personaggio felliniano. Lo ricordiamo   Andrea De Lotto
October 29, 2026
Pressenza
Marwo e Saeed
Ci sono parole che abbiamo imparato ad associare al passato. Fame è una di queste. Evoca carestie lontane, fotografie in bianco e nero, un mondo nel quale non esistevano ancora le conoscenze, le risorse e gli strumenti che abbiamo oggi. E invece la fame è profondamente contemporanea. Circa 43 milioni di bambini sono colpiti da malnutrizione acuta. Tra questi, 12 milioni sono gravemente malnutriti. La malnutrizione continua ad avere un ruolo in quasi la metà delle morti dei bambini sotto i cinque anni. Numeri enormi, dietro i quali rischia di scomparire proprio ciò che dovrebbero mostrarci: la vita di ogni singolo bambino. Perché avere fame durante l’infanzia non significa soltanto non avere abbastanza da mangiare. Significa che un corpo e un cervello, nel momento decisivo della loro crescita, non ricevono ciò di cui hanno bisogno. Significa essere più vulnerabili alle malattie, avere meno possibilità di imparare, crescere, costruire il proprio futuro. Nei casi più gravi, significa non sopravvivere. Ma c’è un altro dato che dovrebbe interrogarci. Oggi sappiamo come prevenire e curare la malnutrizione. Sappiamo quali interventi funzionano. Abbiamo conoscenze e risorse che le generazioni prima di noi non avevano. Eppure milioni di bambini continuano a non avere abbastanza cibo. È qui che la fame smette di essere soltanto un’emergenza umanitaria e diventa una questione politica e morale. Le guerre distruggono raccolti e mercati, costringono le famiglie a lasciare le proprie case e impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. La crisi climatica rende sempre più fragili comunità che vivono di agricoltura. L’aumento dei prezzi trasforma un pasto in qualcosa a cui rinunciare. Le disuguaglianze decidono chi può attraversare una crisi e chi invece ne viene travolto. Lo vediamo in Sudan, in Afghanistan, a Gaza. Ma anche nelle tante crisi che raramente arrivano sulle prime pagine dei giornali e che continuano a consumarsi lontano dallo sguardo del mondo. Primo Levi ha scritto che «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Conoscere, però, porta con sé una responsabilità. Perché una volta che sappiamo che la fame può essere prevenuta e la malnutrizione può essere curata, non possiamo più considerarle inevitabili. Ogni volta che un bambino viene identificato e curato prima che la malnutrizione diventi grave, ogni volta che una madre può nutrire il proprio figlio, che una comunità dispone di acqua pulita, servizi sanitari e strumenti per affrontare una siccità, vediamo quanto sia concreta la possibilità di cambiare le cose. Ma curare le conseguenze non sarà mai sufficiente se non saremo disposti ad affrontarne le cause. Significa proteggere l’accesso umanitario durante i conflitti. Investire nella prevenzione. Contrastare gli effetti della crisi climatica sulle comunità più vulnerabili. E significa non accettare che gli aiuti internazionali diminuiscano proprio mentre aumentano i bambini che ne hanno bisogno. Più di cento anni fa Save the Children è nata da un’idea allora rivoluzionaria: che un bambino non possa essere considerato responsabile della guerra, della povertà o delle scelte degli adulti in mezzo alle quali è nato. Quell’idea oggi ci riguarda forse ancora di più. Perché la fame dei bambini non racconta ciò che il mondo non può fare. Racconta ciò che, pur potendo fare, ancora non fa. Ed è questa la parte più difficile da accettare. Ma anche quella che ci obbliga a continuare ad agire. Daniela Fatarella Direttrice Generale per l’Italia Save the Children LA STORIA DI MARWO Quando Marwo ha lasciato la sua casa nella regione del Basso Giuba, in Somalia, insieme alla sua famiglia, sperava di trovare un luogo sicuro dove ricominciare. Da quattro anni vive in un campo con i suoi quattro figli, affrontando ogni giorno le difficoltà di chi ha perso quasi tutto. La prova più dura è arrivata quando il più piccolo dei suoi figli, Saeed, di appena 18 mesi, si è gravemente ammalato a causa della malnutrizione. La struttura sanitaria più vicina era lontana e raggiungerla non era semplice. Anche l’acqua pulita, indispensabile per la salute di tutta la famiglia, era difficile da reperire. Quando finalmente Saeed è stato visitato, è stato immediatamente trasferito in un Centro di Stabilizzazione. Qui ha potuto iniziare un percorso di recupero seguito da personale sanitario qualificato, con alimenti terapeutici e un attento monitoraggio medico. Giorno dopo giorno, le sue condizioni hanno iniziato a migliorare. Ma prendersi cura di un bambino significa anche proteggere l’ambiente che lo circonda. Per questo il sostegno ricevuto dalla famiglia non si è fermato alle cure mediche. Marwo ha ricevuto contenitori per conservare l’acqua in modo sicuro, compresse per la potabilizzazione e prodotti per l’igiene domestica, strumenti semplici ma fondamentali per ridurre i rischi di malattie e garantire condizioni di vita più dignitose. La storia di Marwo e Saeed racconta quanto possa essere prezioso un intervento tempestivo e completo: non solo salvare una vita in un momento di emergenza, ma aiutare una famiglia a ritrovare speranza, sicurezza e la possibilità di guardare al futuro con maggiore serenità. Redazione Italia
October 29, 2026
Pressenza

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