Il comunicato congiunto ANPI Nazionale – UCEI, un cedimento inconsapevole al sionismo?Ho aspettato un po’ di tempo prima di scrivere questo articolo, ma vedendo i
vari comunicati stampa dei circoli locali ANPI di tutta Italia, ho deciso che
forse era giusto riportare ed esprimere il mio dissenso verso questa presa di
posizione.
Il 28 luglio 2026 l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) pubblica
sul suo sito un comunicato stampa congiunto con l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane (UCEI) in cui si afferma che “UCEI e ANPI hanno registrato
significativi punti di convergenza” tra cui:
“- il valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione
italiana
– la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di
qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di
lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali
(art. 3 Cost.)
– il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e
della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo
– la riconferma del diritto della componente ebraica alla partecipazione in
sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile contrastando scelte e comportamenti
divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte
– l’impegno in generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà
di affrontare tramite il confronto diretto anche le questioni su cui divergono
– l’interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del
prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.”
L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e
alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei
cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani
lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei
principi della Resistenza. Il richiamo all’articolo 3 della nostra Costituzione
è sicuramente importante e basilare ed è sempre stato uno dei più importanti per
l’ANPI, insieme all’art. 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli
altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che
assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Questo cozza con il palese sostegno incondizionato espresso dall’UCEI verso
Israele. L’UCEI riconosce la centralità dello Stato d’Israele per l’identità
ebraica contemporanea e promuove attivamente i rapporti e la conoscenza della
realtà israeliana in Italia. Nelle sue linee istituzionali e nei comunicati
ufficiali, l’ente tutela il diritto di Israele a esistere e a difendersi, pur
svolgendo primariamente un ruolo di coordinamento culturale, religioso e sociale
per gli ebrei italiani; riconosce il legame imprescindibile tra l’ebraismo
contemporaneo e lo Stato d’Israele; sostiene pubblicamente il diritto alla
sicurezza e all’esistenza di Israele, specialmente nei momenti di crisi e
conflitto; e mai in questi anni si è espressa in condanna al genocidio del
popolo gazawi da parte d’Israele, non condividendo l’uso del termine
“genocidio” e minimizzando ciò che sta accadendo. Questo, di per sè sarebbe una
violazione a priori di uno dei punti del comunicato stampa congiunto che
riconosce come base l’art. 3 della Costituzione e “la condanna di qualsiasi atto
di violenza, ovunque abbia origine”, anche se sarebbe bene che, in un contesto
così difficile, si contestualizzassero le dinamiche di oppresso-oppressore e le
condizioni di violenza istituzionalizzata e sistematica che portano
inevitabilmente ad atti di resistenza.
Infatti non dobbiamo dimenticare che più volte membri dell’UCEI hanno espresso
posizioni belliciste sulla difesa a tutti i costi di Israele, postulando – cosa
che invece non hanno fatto altri membri appartenenti a comunità ebraiche – che
Israele sia il “popolo oppresso”, continuando a negare che sia Israele a
occupare terre non sue e che stia agendo un sistema d’apartheid razzista e
coloniale nei confronti del popolo palestinese. Il Rabbino Capo di Roma,
Riccardo Di Segni – membro della Consulta Rabbinica, l’organo composto dai
Rabbini Capo che si interfaccia con il Consiglio dell’UCEI per questioni di
carattere generale, spirituale e culturale – ha più volte ribadito posizioni
belliciste dichiarando apertamente come Israele stia combattendo una “guerra
giusta” contro il male, giustificandola persino con principi talmudici della
tradizione ebraica. In una lettera a La Repubblica del 27 ottobre 2023 Di Segni
ha scritto: “le guerre sono sempre un’offesa alla dignità umana, comportano
morte e distruzione, e certamente vanno evitate, ma quando è in gioco la propria
esistenza davanti a un nemico irriducibile l’alternativa pacifista è discutibile
anche moralmente. (…) Qualche volta qualcuno deve essere sconfitto, solo lui e
per sempre”.
Questa è la visione rabbinica dominante all’interno dell’ebraismo sul “male”: è
“male” colui che è contro di me ed io, che sono il “buono”, per difendermi posso
usare il male contro di lui. Un’interpretazione che si sposa perfettamente con
il sionismo d’estrema destra di Netanyahu, giustificato su basi religiose: per i
sionisti è una guerra della “Luce” (loro) contro “l’Oscurità” (i palestinesi),
postulata dalla convinzione di essere quella “Luce”.
Per quanto – a differenza di altre visioni strettamente pacifiste e nonviolente
– la normativa ebraica (Halakhà) ammetta il ricorso alle armi quando la
sopravvivenza di una vita umana (Pikuach nefesh) o di un intero popolo è sotto
attacco, in realtà il Talmud è chiaro a riguardo: “Se qualcuno viene per
ucciderti, prova a ucciderlo tu prima che lui uccida te” (Talmud babilonese,
trattato Sanhedrin 72a), ovvero se una persona arriva con l’intento certo di
toglierti la vita, tu hai il pieno diritto di difenderti e neutralizzare la
minaccia per salvare te stesso, riconoscendo la necessità e la giustizia della
difesa attiva di fronte a un’aggressione mortale. La strumentalizzazione
sionista di questo famoso principio del Talmud, che esprime la legge naturale e
morale della legittima difesa, ha fatto sì questo principio non si possa però
applicare a chi oppresso (popolo palestinese), ma a chi opprime, come in questo
caso Israele.
Inoltre, il comunicato si promette di promuovere “riconoscimento del ruolo dei
combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana
al nazifascismo” senza evidentemente conoscere la storia. La presenza della
Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile non è solo contestata per il
suo appoggio all’Entità sionista di Israele negando la resistenza del popolo
palestinese, ma anche perchè è controversa la storia del suo ruolo nella
resistenza antifascista partigiana. La Brigata Ebraica non è (è bene ricordarlo)
una vera brigata partigiana, ma un corpo che faceva parte dell’esercito inglese
e che come tale rispondeva all’autorità britannica e non al CLN. La Brigata
Ebraica infatti non nasce all’interno del movimento della Resistenza italiana,
ma bensì nacque nel 1944 su impulso dell’Agenzia Ebraica per Israele (chiamata
anche Sochnut (agenzia) o JAFI, dall’acronimo inglese Jewish Agency for Israel),
che era il prodromo dello Stato d’Israele. La Brigata Ebraica rappresenta il
contributo militare degli ebrei coloni e Yishuv di Palestina nella Seconda
Guerra Mondiale i quali rimasero inattivi fino a praticamente la fine del
conflitto, lasciando che si consumasse l’orrore della guerra e della Shoah,
senza intervenire. Dopo decine di milioni di morti, si mobilitarono solo quando
vi fu concretamente la possibilità di costituire lo stato d’Israele e per farlo
serviva partecipare alla guerra. Per questo venne mandato un numero simbolico di
uomini ad arruolarsi nelle fila dell’esercito inglese. Non è un caso che la
bandiera della Brigata Ebraica sia quella dello Stato d’Israele. Costoro
arrivarono al fronte quando la guerra stava finendo, dopo la liberazione del
campo di Auschwitz. Pur non facendo quasi nulla per contribuire alla fine del
nazismo, si intestarono la vittoria e la memoria limitandosi ad inseguire i
tedeschi in ritirata, combattendo per un mese. L’obiettivo della Brigata ebraica
non era lottare per la libertà e salvare le vite (nemmeno degli ebrei), ma
favorire la nascita dello Stato d’Israele. Nel libro La Brigata ebraica. Una
storia controversa, dal 1944 a oggi di Alberto Fazolo, con prefazione di Moni
Ovadia (editore 4Punte), viene spiegato molto bene ogni singolo passaggio
storico.
Altro punto del comunicato, che sta facendo discutere i circoli ANPI in tutta
Italia, è la tutela del “diritto della componente ebraica alla partecipazione in
sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile” contrastando “comportamenti divisivi
di qualsiasi natura”. Una posizione che sarebbe condivisibile, se non si
ignorassero i fatti del 25 aprile 2026, dove la Brigata Ebraica si è presentata,
violando ogni accordo preso in sede preventiva all’effettuazione del corteo, con
bandiere israeliane e immagini inneggianti a Trump, Netanyahu e con le bandiere
di Forza Italia che si era unita al gruppo inneggiante – o, forse peggio,
negante – il genocidio del popolo palestinese, oltretutto con la pretesa di
essere capofila del corteo. Un comportamento chiaramente provocatorio che non è
sfociato in incidenti soltanto grazie al buon senso messo in campo dai militanti
dell’ANPI.
Il comportamento avuto dalla Brigata Ebraica è stato antitetico ai principi del
25 aprile: il 25 aprile è contrario alle guerre, alle aggressioni nei confronti
dei popoli, al razzismo e al nazionalismo.
Molti circoli ANPI hanno preso posizione, contestando apertamente il comunicato
congiunto tra Anpi e Ucei sulle manifestazioni passate e future del 25 aprile.
In particolare molti circoli Anpi si sono indignati – giustamente – quando già
successivamente alla firma del comunicato di “pacificazione”, gli ambienti
sionisti milanesi aggregatisi intorno alla Brigata Ebraica sono andati subito
all’attacco presentando una denuncia pesantissima contro ignoti, riferendosi ai
manifestanti che il 25 aprile scorso a Milano avevano sbarrato la strada allo
spezzone con le bandiere di Israele. Insomma un segnale tutt’altro che in
sintonia con lo spirito pacificatore del comunicato congiunto e una conferma in
più che nessuna mediazione è possibile con i circoli sionisti che sostengono
apertamente l’occupazione dei Territori Palestinesi e il genocidio del popolo
palestinese.
A fronte di tutto questo, il contenuto del comunicato congiunto ANPI-UCEI è
insufficiente a garantire un dialogo chiaro con le Associazioni Ebraiche
apertamente sostenitrici del sionismo e dell’entità sionista di Israele.
Come ci insegna la storia e l’operato politico di Nelson Mandela, prima si pone
fine all’apartheid e poi si avviano i processi di riconciliazione per riscrivere
una nuova storia insieme. Penso, inoltre, che si sarebbe dovuto aspettare un
periodo più adatto a favorire un confronto con le sezioni, essendo nel bel mezzo
do un genocidio raccontato in streaming commesso proprio dall’entità che queste
associazioni intendono sostenere.
Pur riconoscendo la volontà di dialogo espressa dalla nostra Associazione (come
del resto nella nostra tradizione e nei nostri principi), l’importanza
dell’antifascismo come base comune da cui partire, e non dimenticando i fatti
che hanno portato alla necessità di un dialogo atto a garantire in futuro uno
svolgimento pacifico e condiviso con le Comunità Ebraiche della festa del 25
aprile, credo che tutto il resto sia alquanto discutibile, non nell’intento del
comunicato ma per le tempistiche con cui è stato concepito (senza un
coinvolgimento dei circoli e delle basi) e nei contenuti stessi. Se da un lato
si vuole puntare sui punti di convergenza, dall’altro non si possono
sottolineare delle falle evidenti.
Questo comunicato non sembra quindi espressione chiara di un dialogo, ma un
cedimento inconsapevole verso qualcuno che un dialogo pacifico e democratico non
lo vuole avere, ma che ha l’intento di esercitare ed ampliare la propria
influenza con l’arte della persuasione allargando la cerchia di consenso.
Non dimentichiamoci delle radici tossiche, razziste, nazionaliste e colonialiste
del sionismo; non dimentichiamoci che l’ebraismo è cosa ben diversa dal
sionismo; non dimentichiamoci che ci sono infinite comunità di ebrei
anti-sionisti, critici del genocidio a Gaza, dell’occupazione belligerante
israeliana delle terre palestinesi e dell’apartheid bianca, razzista e coloniale
israeliana verso i palestinesi e le minoranza arabe. Verso queste comunità
ebraiche anti-sioniste, perseguitate da Israele, dobbiamo avere solidarietà e
sostegno, non dimenticando che non siamo obbligati a mostrare solidarietà
laddove non c’è condivisione di valori comuni appigliandoci ad astrazioni.
Il comunicato congiunto ANPI-UCEI resta un documento ambiguo che ha lasciato
allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei
cortei e lavorando per costruire ogni anno la Festa della Liberazione, che in
questi anni ha visto protagonista la causa palestinese, in sostegno
all’autodeterminazione dei popoli, al diritto di resistenza di fronte ad una
esasperante e disperata oppressione ed alla liberazione di tutti i popoli
oppressi.
Ulteriori info:
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/03/nessun-cedimento-e-possibile-con-i-sionisti-rivolta-dei-circoli-dellanpi-sul-comunicato-congiunto-con-lucei-0197567
> Respingiamo come inaccettabile Il comunicato congiunto Anpi-Ucei
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/13/i-non-detti-del-comunicato-anpi-ucei-0197774
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/30/la-capitolazione-dellanpi-verso-il-sionismo-a-milano-la-brigata-ebraica-ne-approfitta-subito-0197448
https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/10/disappunto-e-contrarieta-dellanpi-roma-per-laccordo-con-i-sionisti-0197689
Lorenzo Poli