A proposito del volume ‘Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento’
Il saggio di Gianmarco Pisa, ‘Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento’, ci offre uno strumento straordinario per svelare come lo spazio pubblico sia, a tutti gli effetti, un terreno di scontro geopolitico e di classe. La tesi centrale dell’opera ci costringe a superare la visione borghese ed estetica del monumento: una statua o un memoriale non sono pezzi di pietra inerte, ma dispositivi politici attivi, ovvero la materializzazione visiva di una precisa egemonia. Se c’è un ambito in cui questa materializzazione ha raggiunto vette di autentica rottura rivoluzionaria, è proprio quello del blocco socialista e dell’esperienza jugoslava. L’autore, basandosi sulla sua approfondita ricerca sul campo in Kosovo e nei Balcani, ci riporta alla grande stagione del socialismo reale. In Occidente siamo purtroppo abituati a monumenti imperialisti, dedicati a conquistatori, monarchi o generali che celebrano il colonialismo, il dominio e la sottomissione.  Il socialismo reale ha radicalmente ribaltato questa semantica. Pensiamo ai celebri Spomenik jugoslavi: quelle imponenti strutture astratte e avveniristiche non celebravano i singoli leader, ma la lotta partigiana di liberazione dal nazi-fascismo, la fratellanza e l’unità dei popoli. Era un’architettura monumentale concepita non per intimidire le masse, ma per elevarle, ricordando che la vera pace si fonda sul superamento delle divisioni etniche e sull’emancipazione dei lavoratori. Quella era un’idea di pace attiva, internazionalista e legata a doppio filo alla giustizia sociale. Cosa succede, allora, quando quel sistema crolla sotto la spinta dell’avanzata neoliberista e dell’espansionismo occidentale? Questo è il punto di giunzione fondamentale con la geopolitica del presente. Oggi assistiamo a quella che possiamo definire una brutale campagna imperialista di cancellazione della memoria. Lungo tutta l’Europa dell’Est, nei paesi baltici, così come in Ucraina, l’abbattimento sistematico dei monumenti sovietici e dei memoriali antifascisti non è un semplice cambio di arredo urbano. È un atto di aggressione culturale volto a sradicare la memoria storica dell’alternativa socialista. L’unipolarismo imperialista a guida euro-atlantica ha bisogno di cancellare questi simboli per imporre la finta “fine della storia” e legittimare il proprio modello economico e militare. Demolire la statua di un liberatore sovietico o un monumento alla fratellanza jugoslava significa voler cancellare l’idea stessa che un mondo non capitalista sia esistito e sia tuttora possibile, oltre che auspicabile. Questa furia iconoclasta è la proiezione visiva dell’espansionismo della NATO, ed è il preludio ideologico dei tragici conflitti che oggi insanguinano il nostro tempo. In conclusione, la proposta di ‘culture-oriented peacebuilding’ di Gianmarco Pisa assume qui un significato profondamente attuale e urgente. Costruire la pace non significa piegarsi alle narrative unilaterali del vincitore capitalista, ma difendere la complessità storica. Una pace autentica può nascere solo in un mondo finalmente multipolare, in cui ai popoli sia restituita la sovranità di scegliere la propria via di sviluppo economico e sociale, liberi dal ricatto dell’imperialismo e della sottomissione culturale. La “semantica del monumento” di cui parla Gianmarco Pisa ci esorta a lottare per riprenderci lo spazio visivo e politico. Leggere questo libro oggi significa dotarsi degli anticorpi intellettuali necessari per difendere la memoria storica del socialismo e per guardare ai monumenti del passato non con nostalgia, ma come fari che indicano la necessità di un’alternativa multipolare, socialista e di pace per il futuro.  Fabrizio Verde, direttore de l’Antidiplomatico  Redazione Italia
September 28, 2026
Pressenza
Il cambiamento tradito di Arévalo
La vittoria elettorale di Bernardo Arévalo e del suo Movimiento Semilla nel giugno del 2023 aveva risvegliato in buona parte della popolazione la speranza che un Guatemala meno diseguale fosse possibile. Al suo fianco si era mobilitata gran parte della popolazione urbana e rurale per difendere una vittoria che il cosiddetto “patto dei corrotti” voleva frenare a tutti i costi. Quest’ultimo è un’alleanza informale, trasversale e impunita di potere politico, economico, giudiziario e militare, il cui obiettivo è la cooptazione delle istituzioni, il controllo del Paese e l’arricchimento tramite fondi pubblici. Per circa 100 giorni, strutture di governo originarie comunitarie – come quella dei 48 Cantoni di Totonicapán, i municipi di Sololá e Sacapulas, e settori dei popoli Ixil, Ch’orti’, Xinka, Mam e Garifuna –, insieme a organizzazioni contadine e indigene, erano scese in piazza contro i tentativi degli organi di giustizia di annullare le elezioni e dichiarare illegale il movimento/partito di Arévalo. Giustizia sociale, sviluppo inclusivo, lotta alla corruzione e ripristino delle istituzioni democratiche erano i cavalli di battaglia del programma elettorale del neopresidente. Temi che avevano fatto breccia e che lo avevano portato a vincere ampiamente il ballottaggio (agosto 2023), nonostante la bassa affluenza alle urne (45%, con una riduzione del 16% rispetto al primo turno). Una boccata di ossigeno per una nazione segnata da sanguinosi conflitti armati, profonde divisioni razziali e un modello economico imposto dalle classi dominanti (ladinos). Un sistema fortemente neoliberista, estrattivista, agro-esportatore e oligarchico che, pur garantendo una grande stabilità macroeconomica, genera una profonda disuguaglianza sociale. Quasi il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (Indagine Nazionale sulle Condizioni di Vita – Encovi 2023), una percentuale che sale al 75% tra la popolazione indigena e che tocca picchi del 90% in dipartimenti come l’Alta Verapaz (Istituto Nazionale di Statistica 2024). A questi quadro si aggiunge un tasso di lavoro informale che supera il 70%, una grave situazione di malnutrizione cronica infantile che colpisce circa il 44% dei bambini sotto i cinque anni e una forte dipendenza delle famiglie guatemalteche dalle rimesse inviate dai migranti. Nel 2026, queste ultime hanno raggiunto la cifra record di quasi 18 miliardi di dollari, sostenendo quasi da sole il consumo interno. Una situazione che, tuttavia, potrebbe progressivamente deteriorarsi a causa delle restrizioni migratorie degli Stati Uniti: durante i primi otto mesi dell’anno, infatti, le deportazioni verso il Guatemala sono aumentate del 47,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un totale di oltre 46 mila persone rimpatriate. La profonda dipendenza strutturale dagli Stati Uniti – basti pensare che il 73% delle esportazioni verso questa nazione gode di “zero dazi”, legando a doppio filo la competitività agraria e industriale guatemalteca alle politiche di Washington – va di pari passo con la politica diplomatica impostata dal presidente Arévalo, volta a consolidare il Guatemala come un socio affidabile e un alleato strategico di Washington. Si tratta indubbiamente di un’enorme Spada di Damocle a stelle e strisce che pende minacciosamente sul destino del Paese. Nel frattempo, mentre le grandi aziende godono di enormi esenzioni fiscali, lo Stato rimane uno dei più deboli del continente. Con una pressione fiscale di appena l’11-12% del PIL – tra le più basse al mondo –, le istituzioni pubbliche affrontano enormi difficoltà nel finanziare politiche sociali e investimenti strutturali a beneficio della popolazione. Democratizzare le istituzioni e saldare l’enorme debito dello Stato in termini di memoria e diritti umani era un’altra delle grandi aspettative riposte nel nuovo governo. Quando si parla di Guatemala, infatti, la memoria corre immediatamente alle oltre 200 mila vittime del cosiddetto “conflitto armato interno” – con più di 45 mila desaparecidos –, l’85% delle quali di etnia Maya (Rapporto“Nunca Más” del progetto interdiocesano REMHI del 1998; “Guatemala: Memoria del Silencio” della Commissione per il Chiarimento Storico delle Nazioni Unite del 1999). La politica della “terra bruciata”, classificata dalla Commissione ONU come genocidio, si tradusse in 626 massacri compiuti da forze governative, violenze sessuali sistematiche contro le donne Maya, l’infanticidio di migliaia di bambini, lo sfollamento interno di quasi 1,5 milioni di persone e l’esilio per oltre 150 mila guatemaltechi. Una carica di responsabilità enorme per Arévalo il quale,nonostante abbia dovuto affrontare fin dall’inizio il sabotaggio politico istituzionale, una difficile situazione economica e un apparato giudiziario apertamente ostile, non ha mai mostrato la capacità o, forse, la volontà di mettere in pratica quelle promesse di cambiamento contenute nel suo programma di governo. Proprio per questo, a meno di un anno dalle prossime elezioni generali (giugno 2027), il panorama della nazione centroamericana appare sempre più complesso e si agitano i fantasmi di un possibile golpe. “Arévalo ha sicuramente trovato grossi ostacoli sul suo cammino, ciononostante è apparso evidente quanto sia diverso proclamare lotte ideologiche da una scrivania rispetto ad assumere la responsabilità della guida politica di un Paese. L’incapacità mostrata sul campo nel coordinare azioni e strategie con i movimenti e i settori che lo avevano sostenuto, insieme alla mancanza di volontà nel dare protagonismo e partecipazione alle fasce storicamente più vulnerabili, emarginate e discriminate, ha avuto effetti devastanti per il governo”, spiega a Pagine Esteri il coordinatore del Consiglio Politico dei Sindacati Globali del Guatemala, Francisco Mendoza. Questa situazione ha alimentato il crescente malessere tra la popolazione e i movimenti alleati. Parallelamente, l’esecutivo non è riuscito a incidere sulla destrutturazione dei gruppi di potere – spesso legati al crimine organizzato – che continuano a controllare l’apparato statale, economico e politico del Paese. A questo quadro si aggiunge una complessa congiuntura internazionale, i cui effetti economici gravano sulle nazioni centroamericane attraverso l’aumento del costo dei carburanti e, quindi, dei beni di prima necessità. Uno scenario ulteriormente esacerbato dagli impatti del cambiamento climatico e da una grave siccità, di fronte ai quali il governo Arévalo si ritrova privo di strumenti adeguati ad alleviare le ripercussioni sull’intera società. Le proteste degli ultimi giorni sono state represse con vari arresti e il loro presunto legame con il crimine organizzato, tesi ventilata dal capo di Stato, non regge. “Il governo sta perdendo buona parte della sua credibilità e del sostegno politico della popolazione, lasciando spazio a frustrazione e disincanto che potrebbero allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. Tale scenario si inserisce in un contesto elettorale frammentato con oltre trenta opzioni politiche – ma si parla addirittura di cinquanta –, i cosiddetti “partiti di cartone”. La cosa più probabile, quindi, è un’offerta ampia ma sempre meno significativa, a fronte di una partecipazione in costante calo, soprattutto tra i giovani. Lo scenario perfetto per i gruppi di potere oligarchico per riprendere il controllo assoluto del Paese”, sostiene Mendoza. Secondo gli ultimi sondaggi, la percentuale di disapprovazione per il governo Arévalo ha superato il 52%, mentre peggiora la situazione della sicurezza con un aumento significativo delle morti violente, specialmente dei femminicidi, dell’estorsione, furti di armamento militare e fughe dalle carceri. Per Jubenal Quispe (Ollantay Itzamná), ricercatore, antropologo e attivista sociale, lo scenario era ampiamente prevedibile. “Arévalo rispondeva agli interessi dei democratici statunitensi e godeva del sostegno dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e delle ONG finanziate dall’USAID. Rappresentava la simulazione di un’alternativa progressista nel cuore del Centro America, utile a disarticolare il movimento popolare e riportare il Guatemala, quattro anni dopo, allo status quo precedente.Spero di sbagliarmi, ma le prossime elezioni sanciranno proprio questo: un governo ancor più ancorato ai gruppi di potere e schierato con la linea trumpista e filosionista dello Scudo delle Americhe”, dichiara a Pagine Esteri. Non tutto, però, è da scartare. Secondo l’analista, all’interno della macchina governativa si muovono figure impegnate a dare segnali di svolta, specie in termini di progetti sociali; sforzi che restano, tuttavia, una goccia d’acqua in un oceano di continuismo. “Basti guardare all’approccio geopolitico, in perfetta sintonia con il passato: le porte spalancate alla penetrazione statunitense e israeliana, tanto sul piano militare di reazione rapida quanto su quello degli investimenti strategici nella logistica portuale, una mossa volta a frenare la crescente presenza cinese nel settore, fino al sostegno politico e diplomatico delle rispettive posizioni negli organismi multilaterali. Persino i fondi dell’USAID sono stati rimpiazzati dalle risorse di Israele, sempre più attivo con progetti e finanziamenti, nel riuscito intento di penetrare e controllare il tessuto sociale, disinnescandone la conflittualità e le rivendicazioni”. La conseguenza – spiega l’attivista – è la totale perdita di fiducia nelle istituzioni: i cittadini sentono che lo Stato è assente, se non quando si tratta di sfruttarli. “Diventa quindi impossibile anche solo pensare di costruire un progetto politico in una situazione di dissociazione tra l’apparato istituzionale e la società”. Una parabola che, conclude Quispe, è servita unicamente a placare i settori popolari impegnati nella lotta contro-egemonica. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
September 28, 2026
Pressenza
Scavare tra ricordi e pericoli per guadagnarsi da vivere tra le macerie di Gaza
di Fedaa al-Qedra, The Electronic Intifada, 25 settembre 2026.   Qassam al-Sane’e e i suoi colleghi usano mazze per sfondare il cemento e recuperare il ferro. Recuperare un pezzo di ferro può richiedere ore, persino giorni, di lavoro. Fedaa al-Qedra Per gli uomini che hanno perso le loro case, il loro lavoro e ogni mezzo di sussistenza, le rovine degli edifici distrutti di Gaza sono diventate una pericolosa fonte di reddito. Qassam al-Sane’e non avrebbe mai immaginato che le sue mani, che un tempo digitavano su una tastiera, un giorno avrebbero impugnato una pesante mazza per sfondare il cemento. Al-Sane’e, 35 anni, aveva studiato informatica all’Università Al-Azhar. Prima che iniziasse la guerra di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023, progettava siti web e forniva assistenza tecnica in un negozio di riparazione computer. Ora si ritrova tra le macerie delle case bombardate a Khan Younis, nel sud di Gaza, a frantumare il cemento e a cercare qualsiasi rottame che possa essere venduto o riutilizzato – principalmente ferro, piastrelle e legno, ma anche alluminio, tubi metallici e cavi. «Mai, mai. Non avrei mai nemmeno immaginato, nemmeno per un giorno, che avrei fatto questo tipo di lavoro», racconta al-Sane’e a The Electronic Intifada. Aveva scelto il settore dell’informatica perché amava quel lavoro: progettare siti web per i clienti, spesso in una stanza con l’aria condizionata, con una tazza di caffè in mano. Ma non ha scelto il suo lavoro attuale; la guerra gli ha lasciato ben poca scelta. Dopo essere stato sfollato da Rafah a Khan Younis, al-Sane’e racconta che la sua vita è cambiata «dalla A alla Z». Avendo perso il computer a causa della guerra, sostituirlo era ben al di là delle sue possibilità economiche, dato il crollo dell’economia e la scomparsa del lavoro. A ciò si sono aggiunti i blackout di Internet e dell’elettricità, che hanno reso impossibile svolgere il suo lavoro precedente; la priorità era trovare qualsiasi lavoro che lo aiutasse a sfamare i propri figli. Senza accesso ai macchinari pesanti normalmente utilizzati per demolire i resti degli edifici, i lavoratori sono costretti a ricorrere a mazze, picconi e altri attrezzi di base per rompere il cemento armato e recuperare ciò che è ancora possibile salvare. La portata della distruzione che circonda questi lavoratori è enorme. Più di 370.000 unità abitative in tutta Gaza sono state distrutte o danneggiate, secondo una valutazione congiunta delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e della Banca Mondiale pubblicata nell’aprile 2026. E dei circa 250.000 edifici presenti nella Striscia, circa il 78 per cento è stato danneggiato o distrutto, generando circa 61 milioni di tonnellate metriche di detriti, secondo un rapporto del settembre 2025 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). L’UNEP ha avvertito che le macerie potrebbero contenere amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti, oltre a ordigni inesplosi e altri materiali pericolosi. Effetti personali sepolti Per al-Sane’e, questo lavoro comporta un ulteriore peso. La sua casa a Rafah – che condivideva con la moglie, i sei figli e la madre – è stata distrutta dopo che era stato costretto ad abbandonarla, e i suoi effetti personali sono scomparsi sotto le macerie. Mentre setaccia le rovine delle case altrui, a volte si imbatte in oggetti personali che i proprietari presumibilmente ritenevano perduti o distrutti. «Ricordo la nostra casa», dice. «La nostra casa non c’è più, e i miei effetti personali non ci sono più». Ritrovare anche solo un vecchio capo di abbigliamento significherebbe per lui il mondo intero in questo momento, afferma. Quando gli operai trovano qualcosa di identificabile, al-Sane’e cerca di restituire gli oggetti alla famiglia che li ha persi. Guadagna circa 20 dollari al giorno, lavorando per un intermediario che gli versa uno stipendio. I soldi servono per il cibo, l’acqua e altre necessità di base. Ha sei figli da mantenere e invia denaro anche a sua madre, che è in trattamento di dialisi in Egitto. Al-Sane’e racconta che gli operai hanno trovato frammenti di missili e altri resti tra le macerie. È anche preoccupato per la polvere che si solleva quando il cemento viene frantumato. Gli operai non dispongono di maschere protettive: se lavorano in presenza di una polvere nera particolarmente densa, devono improvvisare legandosi dei teli intorno al viso. «Sappiamo che è nocivo, sappiamo che è pericoloso, ma continuiamo comunque a lavorare», dice. «Siamo costretti a farlo». «Cinquanta shekel, cosa ci si può fare?» Anche per Saleh Musbah, 33 anni, il lavoro è una questione di necessità. Ha iniziato a lavorare tra le macerie durante la guerra, dopo aver fatto l’operaio edile in precedenza. La sua giornata inizia intorno alle 6 del mattino e trascorre le successive 12 ore a frantumare e spostare detriti per circa 16,50 dollari (50 shekel) al giorno, pagati da un intermediario. Musbah ha due figli piccoli, uno in età prescolare e uno di un mese. Circa 10 persone dipendono dal suo reddito, dice. «Cinquanta shekel, cosa ci si può fare?», dice. Si ferisce spesso mentre lavora, e la caduta di pezzi di cemento è un pericolo costante. «Questo lavoro è così», dice Musbah. «Il nostro mestiere è cadere e romperci le ossa». «Non c’è lavoro, e non ci sono soldi se non con questo lavoro». Il crollo del mercato del lavoro a Gaza ha spinto molte persone ad accettare qualsiasi lavoro riescano a trovare. Nel 2025, il tasso di disoccupazione a Gaza aveva raggiunto il 78 per cento, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, poiché la guerra ha devastato l’attività economica e i mezzi di sussistenza, in aumento rispetto al 45 per cento prima della guerra. Un commercio nato dalla distruzione Le macerie hanno dato vita a una piccola economia improvvisata attorno ai materiali che i lavoratori riescono a recuperare. Tamir Breis, 35 anni, era già un commerciante di rottami quando è iniziata la guerra. Era solito comprare e vendere materiali quali ferro, rame, alluminio, piastrelle e plastica, recuperati da persone che vendevano i propri rifiuti domestici. Ora acquista ferro, piastrelle, legno e altri materiali estratti da lavoratori come al-Sane’e e Musbah. Li seleziona, pulisce ciò che può essere riutilizzato e raddrizza il ferro piegato prima di rivenderli: a volte direttamente a chi ha bisogno di determinati materiali, come le piastrelle, altre volte vende il ferro a un centro di smistamento specializzato. Per le famiglie sfollate che vivono nelle tende, questi materiali di “rottame” spesso non sono affatto tali: possono fare la differenza tra un alloggio scomodo e inabitabile e un luogo più sicuro e meno esposto. Le piastrelle possono aiutare a coprire i pavimenti fangosi, il legno può rinforzare o riparare i rifugi di fortuna e il ferro può essere riutilizzato per le strutture delle tende o per i mobili. È una piccola catena commerciale generata dalla distruzione: gli operai rompono il cemento, i rigattieri acquistano ciò che recuperano e le famiglie poi comprano tutto ciò che possono utilizzare. Tamir Breis, a sinistra, mentre raccoglie piastrelle usate per venderle. Fedaa al-Qedra Ma nella vita stessa di Breis si riflettono gli echi di quella stessa distruzione. Originario di Khan Younis, nel sud di Gaza, è stato sfollato a Rafah nel dicembre 2023 ed è tornato a Khan Younis lo scorso aprile. La sua casa nel quartiere di al-Amal a Khan Younis è stata distrutta. «Vivo dove un tempo sorgeva la casa», racconta a The Electronic Intifada. «Ho semplicemente montato una tenda e mi sono sistemato lì». Breis afferma di essere stato sfollato nove volte, molte delle quali proprio all’interno della stessa Khan Younis. Ha due figli, di 18 mesi e 3 anni, e sua moglie è incinta del terzo figlio. Aiuta anche a mantenere suo padre, che vive con loro e si muove su una sedia a rotelle dopo che gli sono state amputate le gambe a causa di complicazioni legate al diabete e alle ferite riportate durante lo sfollamento – ferite che sono solo peggiorate in assenza di cure mediche adeguate. Guadagna tra i 16,50 e i 20 dollari al giorno. «Prima della guerra, la vita era molto migliore di così», dice. Mentre i salari sono crollati, il costo della vita è aumentato in modo esponenziale, quindi arrivare a fine mese non è mai stato così difficile. «Ogni minuto, siamo esposti alla morte» Nahid Nabil Zo’rub, 33 anni, lavora nel settore delle demolizioni e dei rottami da più di 10 anni. Prima della guerra, le demolizioni venivano effettuate con escavatori, bulldozer e altre attrezzature pesanti. Ora, i lavoratori svolgono gran parte del lavoro a mano, poiché la stragrande maggioranza di tali macchinari è stata distrutta o danneggiata durante la guerra e la carenza di carburante rende quasi impossibile far funzionare quelli rimasti. Saleh Musbah, con un berretto nero, e Nahid Nabil Zo’rub, con uno bianco, scavano tra le macerie per guadagnare tra i 16,50 e i 30 dollari al giorno. Fedaa al-Qedra Zo’rub coordina una squadra di circa altri 15 uomini assunti da un proprietario di casa per ripulire il terreno dalle macerie. Diversi lavoratori possono impiegare ore a rompere un singolo pezzo di cemento armato con pesanti mazze prima di riuscire a raggiungere il ferro all’interno. Alcuni pezzi richiedono pochi minuti per essere rotti. Altri richiedono ore o addirittura giorni. Zo’rub racconta che la sua squadra ha recentemente impiegato quattro o cinque giorni per superare una sezione di cemento particolarmente dura. «Ora non ci sono più bulldozer, né attrezzature, niente», dice. «È lavoro manuale». Il pericolo è aggravato dalla mancanza di dispositivi di protezione di base. I lavoratori non hanno elmetti, stivali di sicurezza né adeguati dispositivi di protezione mentre rompono il cemento ed estraggono a mano il metallo contorto. Lavorano con qualsiasi attrezzo riescano a trovare, esposti alla caduta di detriti, a spigoli taglienti e a nuvole di polvere. «Ogni minuto siamo esposti alla morte», dice Zo’rub. Durante la raccolta delle informazioni per questo articolo, il tetto di una casa che la squadra stava aiutando a demolire è crollato. Prima della guerra, racconta, un edificio poteva essere demolito in due o tre giorni. Ora, un lavoro simile può richiedere tre o quattro settimane. I suoi guadagni sono diminuiti a causa del ritmo più lento del lavoro, e ora guadagna tra i 16,50 e i 30 dollari al giorno. Zo’rub ha un figlio e una figlia, rispettivamente di 3 e 5 anni, e sua moglie è incinta. La famiglia è stata sfollata e vive in una tenda nel campo di Buraq a Khan Younis. Alcuni giorni non vede i suoi figli fino alle 21:00 o alle 22:00. E parte di ciò che incontra durante il giorno lo segue fino a casa. Cosa nascondono le macerie Zo’rub racconta che tra le macerie hanno trovato resti umani. Mani, gambe e altre parti del corpo, dice, possono essere sepolte sotto il cemento. Quando vengono rinvenuti dei resti, gli operai contattano il Comitato Internazionale della Croce Rossa per organizzare il recupero. «Vediamo cose strane», dice. «Intendo dire, incubi». Gli operai trovano anche ordigni inesplosi. «Quando li troviamo, ci spaventiamo e ci allontaniamo immediatamente», dice Zo’rub. «Potrebbero esplodere mentre stiamo sgomberando le macerie e causare una tragedia». In un sito, racconta, hanno scoperto sei razzi e proiettili inesplosi e hanno chiamato le squadre specializzate nello smaltimento di ordigni esplosivi per rimuoverli. Quando torna alla sua tenda, pensa alle persone che un tempo vivevano nelle case che ora sta aiutando a smantellare. «Di notte, continuo a pensare a come vivevano quelle persone e a cosa sia successo loro». Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza. https://electronicintifada.net/content/digging-through-memories-and-dangers-secure-livelihood-gazas-rubble/51661 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 27, 2026
Assopace Palestina
Milano, 28-29 settembre: il golpe in Argentina fra…
… fra incontri con Claudia Carlotto e una mostra. In coda trovate una nota e alcuni link della “bottega” su memoria e rimozioni. Lunedì 28 settembre 2026 a Milano si apre la visita di Claudia Carlotto — da anni impegnata nella ricerca dei figli e dei nipoti sottratti alle famiglie durante la dittatura argentina — con la mostra fotografica “50
September 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Frontex usa i droni di Leonardo per favorire i respingimenti illegali in Libia
“Sono riuscito a segnalare posizione alla Guardia Costiera libica”. Frontex non si nasconde più e rivendica la sua partecipazione nei respingimenti illegali verso la Libia. A pagarne le conseguenze le circa 65 persone catturate dalle milizie libiche e riportate nei lager libici. La comunicazione è arrivata dal drone Falcon01, che da marzo sorvola il Mediterraneo, senza che i suoi tracciati siano visibili. È gestito da Frontex e costruito da Leonardo, la più grande azienda italiana produttrice di armi. Questo sistema illegale è finanziato interamente anche grazie ai contributi degli italiani. L’azienda a partecipazione statale Leonardo produce droni che facilitano i respingimenti delle milizie libiche, anch’esse finanziate dall’Italia: oltre 1 miliardo di euro dal 2017 ad oggi. Quando il governo lamenta mancanza di fondi per migliorare la sanità pubblica, costruire nuove scuole o frenare il rincaro dei carburanti, consigliamo di iniziare a tagliare i finanziamenti a chi schiavizza, uccide e traffica esseri umani. Sea Watch
September 27, 2026
Pressenza
Appello: da italiani e da ebrei diciamo no al ddl antisemitismo
Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla Camera dei Deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana. Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo. Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei, fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini. Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo. L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione «dell’uomo sull’uomo»: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno. Firmatari:  Lea-Laboratorio ebraico antirazzista Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace Tikkun-Diaspora ebraica decoloniale Nora Aghion, Deborah Arbib Guido Bassano, David Calef Giorgio Canarutto Paola Canarutto Raya Cohen Renata Colorni Andrea Damascelli Lucio Damascelli Roberto Della Seta Deborah Di Cave Micol di Nepi Anna Foa Saby Fresko Bice Fubini Nicoletta Gandus Shmuel Gertel Siegmund Ginzberg Lisa Ginzburg Bella Gubbay Sveva Haertter Joan Haim Francesca Incardona Helena Janeczek Amy Kabat Irene Kajon Yael Laibel, Gad Lerner Daniel Levi Giorgina Levi Stefano Levi Della Torre Bruno Montesano Giacomo Ortona Olga Dalia Padoa Martina Piperno Valentina Pisanty Matteo Pucciarelli Annalisa Ravenna Annalisa Salerno Renata Sarfati Stefano Sarfati Gadi Schoenheit Eva Schwarzwald Susanna Sinigaglia Alessandro Soria Widad Tamimi Jardena Tedeschi Claudio Treves Adriana Valabrega Maya Vetri Marco Vigevani   Redazione Italia
September 27, 2026
Pressenza
In carcere pagherai anche se volontario e…
… medico:. Così decide Ausl-Parma. di Vito Totire (*) Io medico anargiro dovrò pagare anche questa volta la tassa sul buon samaritano”? Oggi la Chiesa cattolica ricorda Cosma e Damiano santi anargiri perseguitati e uccisi sotto l’impero di Diocleziano. E dal Comune di Erchie ci ricordano che i medici anargiri erano in verità cinque cioè i due santi famosi e
September 27, 2026
La Bottega del Barbieri

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