Desiderare mondi nuoviÈ NEI PIANI BASSI DELLA SOCIETÀ E NEI MOVIMENTI DELLE DONNE, NELLE GLOBAL SUMUD
FLOTILLA CHE OCCORRE CALARSI PER IMMAGINARE UN PERCORSO DI CAMBIAMENTO SOCIALE,
CHE DEV’ESSERE PERÒ, PRIMA DI TUTTO, DESIDERATO. LORENZO GUADAGNUCCI INTERVIENE
SULLA DISCUSSIONE COMINCIATA CON GLI ARTICOLI DI LEA MELANDRI, UNA MAGGIORANZA
RUMOROSA FINORA INASCOLTATA, E ANDREA SEGRE, NUOVE COMUNITÀ DEMOCRATICHE E
ANTIFASCISTE. ALTRI INTERVENTI SONO LEGGIBILI QUI
Disegno di Gianluca Costantini
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La drammatica fase storica che stiamo vivendo può essere descritta come un
tradimento, attuato dalle attuali classi dirigenti, della missione storica delle
democrazie europee nate dopo la seconda guerra mondiale. È la missione scritta
nelle Costituzioni democratiche e progressiste, aperte perfino al socialismo, e
in quelle che andrebbero chiamate “istituzioni del pacifismo”: le Nazioni Unite,
la Dichiarazione universale del diritti umani, la Corte di giustizia
internazionale, la Convenzione contro il genocidio, il diritto internazionale,
tutte istituzioni concepite in un’Europa in macerie con il preciso fine di
prevenire le guerre e svuotare le menti dal veleno ideologico del Novento: il
nazionalismo, origine ultima delle tragedie del secolo.
Negli ultimi mesi, con la vorticosa opera di distruzione compiuta attraverso le
guerre, il genocidio del popolo palestinese, lo sgretolamento delle regole
internazionali, le politiche di riarmo, abbiamo assistito all’accelerazione di
un processo in corso ormai da tempo e che vede coinvolte, con diversi gradi di
responsabilità ma senza una reale opposizione, tutte o quasi tutte le élite
politiche europee, incluse le forze politiche solitamente definite di sinistra o
comunque progressiste.
Negli stessi mesi, come ha osservato Lea Melandri, nella società civile europea
si è manifestata viceversa una fortissima contestazione dello status quo, una
forte ribellione alle scelte compiute nei palazzi del potere: la solidarietà con
il popolo palestinese, l’invio della Flotilla verso Gaza, le manifestazioni
pacifiste e contro l’economia di guerra, da ultimo anche il No
intergenerazionale (inclusa una bella fetta di giovani normalmente
astensionisti) al referendum meloniano sulla giustizia hanno dimostrato che
esiste un fortissimo contrasto – un vero e proprio distacco politico e perfino
esistenziale – fra associazioni, movimenti e singoli non rassegnati e non
pacificati e gli apparati politici tradizionali, che faticano, anche nelle
componenti meno integrate nel “sistema”, a trovare canali di dialogo con “quelli
che stanno in basso”. Il tradimento, del resto, crea barriere; la lontananza
etica ed esistenziale non favorisce la comunicazione.
La lunga storia della dialettica fra partiti e movimenti, insomma, sembra
essersi fermata, e non da ora. Melandri, parlando di Non una di meno, fa notare
quanto poco i partiti abbiano prestato ascolto a ciò che si muoveva nella
società, se non per cooptazioni di piccolo cabotaggio, ma potremmo anche
ricordare l’esperienza del movimento per la giustizia globale, a cavallo del
millennio, fra Porto Alegre, Genova e oltre, la fase storica nella quale le
sinistre europee hanno pensato di poter gonfiare le loro vele col vento del
neoliberismo, ciò che le ha condannate all’irrilevanza e alla perdita di senso
del loro stesso agire. Si discute oggi se il no al referendum possa essere il
preludio al riscatto elettorale del centrosinistra italiano, ma forse dovremmo
soprattutto immaginare quali passi compiere per favorire ciò di cui abbiamo più
bisogno: un riscatto ideologico, prima ancora che elettorale, di forze politiche
rimaste senza idee e prospettive se non “vincere le elezioni”, e invece
bisognose di strumenti aggiornati di comprensione del mondo.
Oggi è nei movimenti delle donne, nelle Global Sumud Flotilla, nel nuovo
ecologismo dei movimenti indigeni, nelle mobilitazioni giovanili per la
giustizia climatica, nelle convergenze fra operai in lotta e cittadini anche
loro in lotta che si sta forgiando un pensiero all’altezza dei tempi, ed è in
questi ambienti che occorre calarsi per immaginare un percorso di cambiamento,
che dev’essere però, prima di tutto, desiderato, e non sappiamo quanto gli
attuali partiti siano davvero coscienti del tradimento di cui dicevamo e del
radicale mutamento di rotta necessario.
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