Sfidare i giganti del web. E vincereIL DOGMA DEI GRANDI TEMPLI DI DATI, ERETTI A USO E CONSUMO DEI COLOSSI DEL BIG
TECH, COMINCIA FINALMENTE A VACILLARE. IN ITALIA, MA ANCOR PIÙ IN EUROPA, SONO
DIVERSE LE COMUNITÀ CHE METTONO IN DISCUSSIONE LA COSTRUZIONE DEI DATA CENTER (7
E 8 NOVEMBRE, INCONTRI E PRESIDI AD ABBIATEGRASSO, LOCANDINA IN BASSO). IN
AMERICA LATINA, IL PROBLEMA È PRESENTE DA TEMPO. UNA COMUNITÀ IN LOTTA NELL’AREA
METROPOLITANA DI SANTIAGO DEL CILE – RACCONTA CAMINANTES – DIMOSTRA CHE,
MALGRADO LA DISPARITÀ DI FORZE, SI POSSA ANCHE VINCERE CONTRO UN GIGANTE DI NOME
GOOGLE. DIETRO QUELLA STRAORDINARIA LOTTA, RESISTE UNA COMUNITÀ – CHE
SPECULAZIONE E GENTRIFICAZIONE NON HANNO DISTRUTTO – UNITA DA RETI DI
MICRO-SOLIDARIETÀ QUOTIDIANA TESSUTE SOPRATTUTTO DA DONNE
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Santiago del Cile, 4 novembre 2026. Qualche anno fa Cerrillos, una comuna della
periferia sudoccidentale di Santiago arrivò sulle cronache internazionali per
qualcosa che sembrava impossibile, e di cui al tempo si parlava ancora poco: lx
abitanti avevano bloccato la costruzione di un data center di Google.
Nell’ultimo anno la febbre dei mega data center è arrivata anche in Europa: il
caso di dibattito più recente è quello del bosco finlandese distrutto per far
posto a un impianto, sempre di Google, senza che fosse stata svolta alcuna
valutazione ambientale. E anche in Italia si inizia a discuterne e attivare
percorsi di mobilitazione, soprattutto nelle regioni e nelle province
maggiormente interessate dai progetti.
Intanto, a luglio di quest’anno, Dataluna, la filiale cilena di Google, ha
ripresentato il progetto per il data center di Cerrillos, a cui è stato dato il
via libera senza necessità di nuovi studi di impatto ambientale. L’esperienza
dellx abitanti della comuna, che oggi come sette anni fa sono risolutx nell’idea
di fermarne la costruzione, è un esempio prezioso di organizzazione comunitaria
e dal basso in una lotta che, con forme e modalità distinte ma nemici comuni,
oggi si estende a diverse latitudini – incluse quelle più vicine a noi.
Le riflessioni che presentiamo sulla vicenda sono emerse dalle conversazioni con
attiviste e abitanti del quartiere e dalla partecipazione ad assemblee e
iniziative nelle ultime settimane.
Dal plebiscito del 2019 a oggi
Nel 2012 Google annuncia la costruzione del primo data center in America Latina
a Quilicura, nella regione metropolitana di Santiago. Inaugurato nel 2015, nel
2018 il data center di Quilicura arriva a occupare oltre 11 ettari di terreno.
Solo un anno dopo il colosso del web, attraverso la sua filiale cilena Dataluna,
acquisisce la proprietà di vari terreni nella zona del Mallplaza Oeste di
Cerrillos per un totale di 23 ettari e presenta una Dichiarazione di Impatto
Ambientale alla SEIA. Contestualmente, acquista i diritti per 228 litri d’acqua
al secondo[1], con l’intenzione di utilizzarne 169 al secondo per i sistemi di
raffreddamento dei server. Un consumo quotidiano enorme, pari a quello annuale
di tutta la popolazione di Cerrilos, in un contesto territoriale già sottoposto
a stress idrico.
È stato questo a far scattare l’allarme in alcunx abitanti, per lx quali, a
fronte di un consumo così alto e impattante sul territorio, non era accettabile
che il progetto prendesse piede senza uno Studio di Impatto Ambientale
approfondito[2] che tenesse in considerazione non solo il data center in sé, ma
l’impatto della sua installazione in un territorio già saturo come quello di
Cerrillos. Davanti al mancato ottenimento di questo studio, lx abitanti decidono
di iniziare a mobilitarsi per fare pressione sulle istituzioni locali. È in
questo frangente che nasce il Mosacat, (Movimiento Socioambiental Comunitario
por el Agua y el Territorio), che oggi continua ad essere il soggetto trainante
della mobilitazione. Dopo settimane di azioni e iniziative, ottengono una prima
presa di posizione dell’amministrazione comunale, che inserisce un quesito sul
data center nel plebiscito comunal di dicembre. Parallelamente, attivistx ed
abitanti procedono sul piano legale, assumendo un’avvocata ambientalista e
presentando diversi ricorsi. Solo dopo la vittoria del no al data center nel
plebiscito il comune si schiererà più convintamente, ingaggiando uno studio
legale per portare la questione davanti ai tribunali ambientali.
A questo punto, inizia una fase di negoziazioni, durante le quali sono
direttamente i rappresentanti di Google a dialogare con lx abitanti e le
istituzioni di Cerrillos, e che si conclude con l’impegno – tuttavia non
vincolante – di modificare i sistemi di raffreddamento per diminuire il consumo
di acqua, a patto che lx abitanti interrompessero la mobilitazione e ritirassero
i procedimenti legali in corso. È grazie alla caparbietà di un’abitante, che a
differenza dellx altrx decide di proseguire a livello legale, che il
procedimento resta aperto finché nel 2024 il Secondo Tribunale Ambientale non
dichiara l’infattibilità del progetto in assenza di validi antecedenti
ambientali, richiedendo ulteriori valutazioni che tenessero in considerazione
l’impatto del data center in uno scenario contraddistinto da stress idrico e
cambiamento climatico.
Google rinuncia momentaneamente ai suoi piani su Cerrillos, fino a giugno di
quest’anno, quando Dataluna presenta una consulta de pertinencia per un progetto
di data center con un nuovo nome (da “Cerrillos Data Center” a “Data Center
Cerrillos”) e un sistema di raffreddamento ad aria, ma che insiste sui medesimi
terreni. La popolazione si trova quindi nuovamente minacciata dal mega impianto:
il progetto ha recentemente ottenuto il via libera in virtù della modifica del
regolamento SEIA (Sistema de Evaluación de Impacto Ambiental) realizzata con il
DS 17 del 2025, che tra le altre cose aumenta i margini di stoccaggio di
sostanze pericolose e di lunghezza dei cavi ad alto voltaggio necessari perché
sia obbligatoria una valutazione d’impatto ambientale (due dei criteri in virtù
dei quali era stato bloccato).
Gli impatti ambientali
Gli impatti ambientali del data center di Cerrillos non si limitano alla
questione idrica, ma coinvolgono la totalità dell’impianto. L’insostenibilità
ecologica di data center di grandi dimensioni, d’altronde, è al centro di
campagne di mobilitazione in tutto il mondo. A differenza del progetto del 2019,
il nuovo progetto prevede che i sistemi di raffreddamento siano ad aria,
riducendo il consumo di acqua (ma aumentando quelli energetici). Tuttavia,
Dataluna mantiene i 228 litri d’acqua al secondo acquistati, che potrebbe
decidere di utilizzare in caso di ulteriore modifica dei sistemi di
raffreddamento, di ampliamento del sito, etc. Ma al di là dell’utilizzo diretto
di acqua, il rischio idrico coinvolge anche quello di contaminazione. Cerrillos
e le zone circostanti, infatti, si alimentano da falde sotterranee (e non dai
fiumi Maipo e Machoco come nel caso di altri municipi di Santiago), che
sarebbero messe in pericolo dalla fuoriuscita accidentale e dalla migrazione di
combustibile e materiali altamente inquinanti presenti in ingenti quantità. Si
prevede inoltre di stoccare 695,9 tonnellate di diesel, una quantità che,
sebbene al di sotto del limite di mille tonnellate che imporrebbero uno studio
di impatto ambientale, è in ogni caso sufficientemente elevata da aumentare
considerevolmente il rischio di incidenti. L’alto rischio sismico della zona
aumenta considerevolmente il rischio di contaminazione delle falde.
È prevista inoltre l’installazione di 44 gruppi elettrogeni, per un totale di
120,5 MW di potenza, come sistema di backup elettrico, vale a dire per garantire
la funzionalità continua del sito 24/7 anche in caso di blackout o guasti della
rete elettrica. Oppure, come sospettano alcunx attivisti, per avere delle scorte
garantite laddove il prezzo della fornitura di energia elettrica dovesse salire
eccessivamente. In ogni caso, le emissioni inevitabilmente prodotte
dall’impianto vanno ad aggiungersi ad un territorio già saturo in termini di
emissioni a causa di traffico e industrie, ragion per cui se ne dovrebbero
analizzare gli impatti sinergici e cumulativi. Tra questi, la generazione di
un’isola di calore in tutta l’area circostante (secondo uno studio recente[3]
spesso citato dallx attivistx, si parla di un aumento della temperatura media di
2° C, con picchi fino ai 9° C, in un raggio di circa 10 chilometri).
Infine, ogni componente di un impianto di questo tipo genera un rumore costante
e insostenibile, costringendo chi abita o lavora nelle vicinanze a convivervi 24
ore al giorno.
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Non vogliamo trasformarci in una zona di sacrificio: nelle parole di una giovane
partecipante ad un’assemblea dellx abitanti a Villa Santa Adela, un quartiere
nei pressi del terreno del data center, c’è un altro degli elementi centrali di
questa lotta.
Nell’ultimo decennio, i grandi colossi tecnologici hanno dovuto fare i conti con
la materialità delle infrastrutture (centralizzate) che tengono in piedi la
rete: la maggiore richiesta di calcolo e archiviazione, dovuta negli ultimi anni
in particolar modo all’intelligenza artificiale, ha comportato un aumento
sostanziale delle dimensioni dei data center e, di conseguenza, un maggiore
bisogno di spazio. E seguendo le logiche mai dismesse del colonialismo, questo
spazio è stato individuato nei terreni di alcune regioni del Sud Globale (e in
particolar modo dell’America Latina) ritenuti disponibili, economici e
sacrificabili. Poco importa che queste infrastrutture vadano a installarsi in
territori già segnati da siccità, inquinamento, sfruttamento. Anzi: se questo li
rende più vantaggiosi, abbassando i costi del suolo e del lavoro, ben venga. In
questo modo, l’estrattivismo digitale contribuisce alla dinamica di
consolidamento di zone di sacrificio, a livello globale lungo la linea di
separazione Nord-Sud, ma anche a livello locale, esacerbando le diseguaglianze
urbane.
Il caso di Cerrillos si inserisce appieno in questa dinamica. Google è l’ultimo
arrivato in un territorio già provato dalla speculazione industriale ed
edilizia. Nelle storie di chi vive a Cerrillos da decenni emerge con forza la
trasformazione conosciuta dalla comuna nel corso degli anni, una trasformazione
che si può osservare con facilità in alcuni quartieri. È il caso di Buzeta, il
quartiere antistante alla stazione della metro, dove gli immobiliaristi hanno
acquistato i terreni su cui sorgevano le tradizionali case basse, per
sostituirle con alte torri residenziali. Oggi sono in pochi a non aver ancora
ceduto alle offerte, e queste ultime casette resistenti si perdono ai piedi dei
palazzoni. Percorrendo il Camino a Melipilla, lo stradone principale che
attraversa longitudinalmente la comuna, i cantieri sono interrotti solo dai
grandi cartelloni che pubblicizzano altri edifici in costruzione. L’assenza di
un piano regolatore comunale non fa che agevolare l’espansione edilizia
incontrollata, tanto in termini residenziali che industriali e logistici. La
vista sulle montagne della Cordillera, che prima accompagnava lo sguardo in
quasi tutta la comuna, ora resiste solo in qualche angolo del Parque
Bicentenario, che sorge sui terreni che fino a vent’anni fa ospitavano il primo
aeroporto di Santiago. Ma anche lì il panorama sta cambiando, con nuovi
complessi in costruzione (nonostante inizialmente l’edilizia residenziale fosse
stata interdetta a causa della presenza di sostanze pericolose nel suolo legate
alle operazioni dell’aeroporto), e oggi l’orizzonte è occupato quasi totalmente
da palazzi, traffico e smog. Google, le industrie e gli immobiliari sono
accomunate dal vedere Cerrillos come una distesa di terreni disponibili e a
basso costo, in cui installare le proprie strutture generando entrate che non
arriveranno mai sul territorio, a cui toccherà invece pagarne il prezzo.
È una delle facce della segregazione sociale urbana che attanaglia Santiago, in
cui spostandosi da un capo all’altro delle linee di metropolitana ci si trova
catapultate in contesti totalmente differenti. Come raccontano due abitanti
storiche della comuna:
C’è una disuguaglianza tremenda: i servizi pubblici costruiti dallo Stato nei
comuni dove vivono le classi ricche sono molto diversi da quelli di altre zone.
Impressionante. Le piazze, le aree verdi, gli asili, quello che c’è là in
alto[4], rispetto a quello che abbiamo qui… Si è visto ora, di recente con le
tempeste e l’alluvione. Senza andare lontano, qui hanno fatto una strada nuova,
il Mirador, e non hanno fatto i tombini per l’acqua piovana, per cui tutta
l’acqua scende verso il basso e il quartiere si allaga. È una realtà costante,
permanente. Invece lassù sono andati persino i pompieri a pulire le piscine. A
Coquimbo, nel nord, c’è stata anche lì una devastazione per la pioggia e hanno
impiegato sette giorni a dichiarare lo stato di catastrofe, a reagire. E qui a
Las Condes[5], dopo tre ore il presidente ha firmato la dichiarazione di zona di
catastrofe, perché Las Condes è un comune ricco: ci sono i voti sicuri, gli
imprenditori, quelli che finanziano le sue campagne, i suoi amici, i suoi
parenti. C’è una disuguaglianza atroce, feroce, che fa male. Uno si aspetta che
lo Stato sia più presente dove è più necessario, e qui quasi mai è così. No, non
è mai così.
Parlare esclusivamente di zone di sacrificio, però, rischia di invisibilizzare
il ruolo e l’agency delle persone che le abitano, inchiodando la definizione di
un territorio a quella delle dinamiche di sfruttamento esogeno che lo
attraversano che, seppur necessarie da evidenziare per denunciare la persistenza
di logiche coloniali ed estrattiviste dietro lo sviluppo industriale e
tecnologico, non esauriscono la sua identità. Anzi: un filo rosso che connette
tante “zone di sacrificio” è proprio la resistenza di chi le vive ad essere
“sacrificabile”, l’irriducibilità al ruolo di “vittima” o spettatore inerme
della devastazione. Così, nelle parole delle abitanti di Cerrillos, nella
strenua volontà di non abbandonare la lotta per il proprio territorio, a
discapito dell’età e della stanchezza, si ascolta anche tutto l’orgoglio di
appartenere ad una comunità che non è disposta a vedere la propria storia
cancellata dall’arroganza del potere e del denaro.
Data center e democrazia
L’arsenale di strategie messe in campo da Google al suo arrivo a Cerrillos segue
pedissequamente il copione applicato dalle grandi compagnie del Big Tech quando
si presentano in un territorio in cui installare le proprie infrastrutture:
adulazione delle istituzioni locali, promesse di riqualificazione, garanzie di
assunzioni, annunci di grandi investimenti. Nel 2019, racconta una ex
consigliera municipale tra le prime a schierarsi contro il progetto, i
rappresentanti di Dataluna erano stati particolarmente insistenti, spingendo per
incontrare lx consiglierx individualmente e invitandolx a visitare le strutture
di Quilicura. Fin dall’inizio, le false promesse erano state rispedite al
mittente. Al di là degli annunci, i posti di lavoro che il data center potrebbe
creare una volta operativo sono al massimo 40, per la maggior parte
iper-specializzati e realisticamente non destinati ad abitanti del territorio;
così come finirebbero altrove buona parte dei 200 milioni di dollari di
investimenti previsti.
In termini di compensazioni ambientali, Dataluna si impegnava a contribuire alla
riqualificazione e al verde urbano piantando 1.500 alberi come era stato fatto a
Quilicura, dove già poco tempo dopo essere stato piantato il “bosco” di Google
era secco e abbandonato. La risposta dellx abitanti di Cerrilos era stata
chiara: certo, avremmo bisogno di 1500 alberi, ma con tutta l’acqua che usereste
non avremo di che irrigarli. Lasciateci l’acqua e tenetevi gli alberi.
Ma al di là delle promesse specifiche, quello che un colosso del tech come
Google porta in dotazione quando arriva in una città è la sua immagine, la
garanzia di proiettare il territorio nel futuro e nel mondo, la retorica
patinata del progresso; sono i suoi uffici marketing e comunicazione, i suoi
legali, il suo potere di lobbying, finanziario e informativo. I colossi del Big
Tech siedono allo stesso tavolo dei governi, cooptando leggi e regolamenti,
aprendosi varchi e possibilità, rendendo indispensabili i propri servizi e
imponendo le proprie infrastrutture. Quando le comunità reagiscono, contestando
progetti che le avevano ignorate e rifiutando i ricatti, emerge con forza
l’incompatibilità tra l’esistenza stessa dei grandi oligopoli digitali e il
diritto di chi abita un territorio di decidere per e su quel territorio.
Il caso di Cerrillos ci permette di osservare questo intreccio tra questione
democratica e opposizione alle mega infrastrutture del digitale attraverso
almeno tre angolazioni:
La prima. La vittoria al plebiscito comunal del 2019 ha palesato l’esistenza di
un soggetto imprevisto, capace di farsi riconoscere anche attraverso gli
strumenti della democrazia rappresentativa, spesso inadeguati o incapaci di
accogliere le istanze e le lotte che nascono dalle comunità e dal basso. Oggi
quella vittoria resta nelle mani dei comitati come una leva per rivendicare i
propri diritti di fronte al nuovo tentativo di Google. Inoltre, la decisione del
Secondo Tribunale Ambientale ha costituito in ogni caso un precedente rilevante,
al di là delle successive modifiche dei regolamenti – costringendo Google a
rivedere almeno parzialmente le proprie strategie. Ma il processo di Cerrillos
ha rappresentato un precedente anche al di fuori delle aule di tribunale per le
comunità che si trovavano (e si troveranno) a fronteggiare una minaccia simile:
la testimonianza che vincere contro i giganti è possibile.
La seconda. Il conflitto attraversa immediatamente il piano infrastrutturale.
Quando parliamo di data center (ma più in generale di infrastrutture digitali)
una domanda centrale da porsi è: a chi e a cosa servono? Per immagazzinare quali
dati? Con che funzione? Le risposte a questi interrogativi portano spesso
lontano dai territori che ospitano gli impianti, lungo traiettorie descritte dai
flussi delle merci informazionali che continuano a percorrere le rotte tracciate
del colonialismo e dell’imperialismo. Risulta così, ad esempio, che il
fabbisogno cileno in termini di elaborazione ed archiviazione dati sia già
ampiamente soddisfatto e che i data center di cui le comunità pagano i costi in
termini sociali e ambientali siano utili solo per il mercato estero, in
particolar modo statunitense.
La terza. Nel 2024 il governo Boric ha lanciato il Piano Nazionale sui data
center (PDATA), con l’obiettivo di attrarre investimenti tecnologici e rendere
il Cile competitivo su scala globale. Il PDATA avrebbe potuto essere
un’occasione di regolamentazione reale e tutela delle comunità e dei territori
dallo strapotere dei giganti del tech, ma già durante le prime fasi di
implementazione è emerso come il coinvolgimento delle organizzazioni della
società civile (presenti nel Comité Multiactor) non fosse altro che uno
specchietto per le allodole. I pareri espressi dal Comité non erano infatti in
alcun modo vincolanti, rendendolo uno strumento utile soprattutto a ripulire
l’immagine del piano e disinnescare il conflitto. Questo, unito alla mancanza di
trasparenza, ha portato lx attivistx del Mosacat ad abbandonare il tavolo. Il
tempo ha dato loro ragione: la proliferazione incontrollata di data center in
tutto il Paese, e in particolar modo nella regione metropolitana, non rispetta
alcun vincolo di sostenibilità ambientale o sociale. Al contrario, a beneficiare
di tutto il processo sono stati i rappresentanti dell’industria dei data center,
che hanno avuto l’opportunità di incidere direttamente sulle strategie di
sviluppo economico e tecnologico del Paese.
Pedagogia delle lotte e relazioni di prossimità
Da quando il “nuovo” progetto ha ottenuto il primo via libera, lx attivistx del
Mosacat hanno ripreso le fila della mobilitazione. Rispetto al 2019, sono
cambiate molte cose in Cile: dopo i mesi segnati dalla tensione rivoluzionaria
dell’Estallido Social e dall’enorme partecipazione popolare nel processo
costituente, la sconfitta nel plebiscito costituzionale ha inflitto un colpo
duro ai movimenti e a chiunque avesse sperato nell’approvazione della nuova
carta, lasciando ancora oggi strascichi di sfiducia, delusione, stanchezza e
minore disponibilità alla mobilitazione. E anche se nei primi mesi
dall’insediamento del governo Kast le piazze non sono mancate, permane la
sensazione che organizzarsi e mobilitarsi sia più difficile, ma anche più
urgente, su molteplici fronti.
Oggi a Cerrillos lx abitanti sanno di non avere alleati istituzionali
(tutt’altro) e proprio per questo stanno adottando strategie differenziate con
l’obiettivo di costruire un’opposizione capillare ed efficace. A livello legale,
il Mosacat ha fatto ricorso alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos
sostenendo che lo Stato abbia violato l’Acuerdo de Escazú in materia di
partecipazione cittadina e giustizia ambientale e sta valutando i prossimi passi
con OLCA e un team di avvocate. Hanno presentato una mozione in consiglio
municipale, ottenendo che la commissione sull’ambiente si faccia carico della
questione, ma sanno che il rischio che si concluda in un nulla di fatto è alto,
dati i toni delle ultime interlocuzioni con l’amministrazione comunale. Nel
2019, la presa di posizione dell’alcalde era stata decisiva per portare la
questione davanti ai tribunali ambientali, per questo oggi sanno che è
necessario fare tutto il possibile per spostare quest’asse e mettere sindaco e
giunta davanti all’impossibilità di sottrarsi alla volontà popolare. In
quest’ottica, stanno portando avanti un grande lavoro sul piano comunicativo,
interfacciandosi con media internazionali, nazionali e locali, dalle grandi
testate alle radio studentesche. Ma soprattutto, stanno lavorando
sull’allargamento della partecipazione e della sensibilizzazione, promuovendo
assemblee nei quartieri, organizzandosi per i porta a porta, coinvolgendo i
sindacati, partecipando a mobilitazioni cittadine e iniziative comunitarie e
continuando il lavoro di informazione dal basso iniziato nel 2019.
Nel corso degli anni, infatti, questa lotta è stata anche un laboratorio
pedagogico collettivo, nel quale in tante e tanti hanno avuto la possibilità – e
il bisogno – di documentarsi su tutti gli impatti celati dell’infrastruttura che
tiene in piedi quella che troppo spesso viene raccontata come una nuvola eterea.
A differenza del 2019, quando le preoccupazioni si concentravano sulla questione
idrica, oggi c’è molta più consapevolezza sul funzionamento dell’impianto e sui
suoi molteplici impianti ambientali. Nelle prime assemblee di quartiere, oltre a
raccontare gli avvenimenti degli ultimi sette anni, si spiega con linguaggio
chiaro e diretto cos’è e come funziona un data center, avvicinando alle persone
una conoscenza che troppo spesso viene strumentalmente resa inaccessibile e
spacciata come eminentemente tecnica. Parlando con tantx abitanti emerge subito
come questo lavoro funzioni: le ragioni del no al data center si fanno via via
più diffuse e articolate, l’informazione cresce, e bastano poche parole con chi
ancora non è a conoscenza del nuovo progetto perché anche questi esprima la
propria contrarietà.
Ma tutto questo sarebbe impossibile, o quantomeno molto più difficile, se
mancasse il tessuto relazionale che caratterizza la comunità di Cerrillos. Una
comunità che si tiene stretta, in cui ci si conosce, in cui le relazioni
personali e di prossimità costituiscono un’infrastruttura sociale fondamentale
che né la speculazione edilizia né la gentifricazione sono ancora riuscite a
distruggere, nonostante le minino sempre di più. Che Cerrillos non sia solo la
distesa di terreno edificabile che appare agli occhi del capitale privato lo
testimoniano infatti le reti di micro-solidarietà di quartiere tessute
quotidianamente dalle donne che si prendono cura della propria comunità lottando
per gli spazi comuni, combattendo i palazzinari, dandosi una mano ad andare a
prendere i mezzi, fare la spesa… mettendo a disposizione il proprio tempo, le
proprie energie e la propria generosità per mantenere vivi i legami che la
speculazione e la ridefinizione delle geografie economiche e territoriali
vorrebbero spezzare. Si tratta di legami e di un modo di vivere lo spazio urbano
con radici profonde. Lo racconta bene una storia legata alla comuna, ancora oggi
motivo di orgoglio di tante persone che vivono nel quartiere: quella di Villa
Valentina Tereshkova, una cooperativa abitativa fondata più di sessant’anni fa e
intitolata dagli abitanti alla cosmonauta sovietica, la quale nel 1972 andrà a
visitare quell’angolo di periferia cilena che porta il suo nome[6] e che, oggi
come allora, sembra voler continuare ad esistere nelle cartografie della
resistenza oltre che in quelle della devastazione.
La lotta contro il data center, allora, è uno dei tanti atti di cura della
comunità nei confronti di chi la abita e di chi la abiterà in futuro, in un
movimento ricorsivo in cui le connessioni interpersonali alimentano i percorsi
collettivi e ne traggono nuova linfa, mantenendo la comunità viva, curiosa,
combattiva. Non stupisce che tra le fila del Mosacat, nelle piazze, nelle
assemblee e nelle iniziative la grande maggioranza delle persone siano donne,
che quotidianamente risignificano la cura come pratica organizzativa e di lotta
contro la solitudine e l’ingiustizia. La cura come strumento di trasformazione
dei rapporti di forza, inevitabilmente collettivo e al contempo materiale, nel
senso che attraversa il corpo-territorio di ciascuna, con le sue storie e
cicatrici.
Sporgendosi dai margini e ancorandosi bene al suolo – contaminato,
cementificato, sfruttato, eppure ancora umido, fertile e vivo – le abitanti di
Cerrillos disturbano l’intoccabilità della nuvola del web. La loro battaglia è
la stessa di tante altre comunità, di territori nelle geografie più disparate
che, contro gli insostenibili piani sul futuro scritti a tavolino dalle
oligarchie tecnologiche, continuano a difendere la vita.
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[1] In Cile la Costituzione (risalente alla dittatura di Pinochet) riconosce il
diritto di proprietà privata dell’acqua. La commercializzazione dell’acqua ha
storicamente privilegiato il settore minerario, idroelettrico, agroalimentare e,
oggi, anche quello del tech. La pubblicizzazione dell’acqua era uno dei grandi
temi presenti nella proposta di nuova costituzione del 2021.
[2] A differenza della Dichiarazione di Impatto Ambientale, che è una procedura
semplificata e che non prevede partecipazione cittadina, presupponendo la
sostenibilità del progetto presentato, uno Studio di Impatto Ambientale prevede
ricerche indipendenti, modelli predittivi, considerazione degli effetti
sinergici e cumulativi del progetto, nonché l’obbligo di consultazione della
popolazione.
[3] Andrea Marinoni et al., 2026. The Data Heat Island Effect: Quantifying the
Impact of AI Data Centers in a Warming World. https://arxiv.org/pdf/2603.20897
(preprint)
[4] A Santiago, i quartieri alti della zona orientale, a ridosso della
Cordillera, sono i quartieri più ricchi, con una differenza profonda dal resto
della città in termini architettonici, urbanistici, socioeconomici.
[5] Il quartiere più colpito dall’alluvione dell’8 ottobre 2026.
[6] La storia di Villa Valentina Tereshkova è raccontata nel libro Una
cooperativa de vivienda con nombre de cosmonauta (2023, a cura di Pía Acevedo
Méndez e Carlos Rojas Sancristoful), frutto di un lavoro collettivo realizzato
dalla Junta de Vicinos Villa Valentina, dai suoi abitanti e dall’Instituto de
Estudios Patrimoniales.
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Alcune fonti per approfondire
Manuel García Domínguez, Los centros de datos como centros de conflictos: el
caso de los humedales en Quilicura y Cerrillos (Chile), Revista Controversia,
2025.
https://revistacontroversia.cinep.org.co/index.php/controversia/article/view/1356/1098
Martin Tironi e Camila Albornoz, Divergent Futures in a Damaged Territory: The
Rise of Data Centers and Water Conflicts in Santiago de Chile, Journal of Urban
Technology, 2025.
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/10630732.2025.2546784#abstract
Enol Nieto Jiménez e Daniel Pena, Exposing Google’s Seizure of Water in
Drought-Impacted Uruguay, Logic(s) Magazine, 2025.
https://logicmag.io/land/exposing-googles-seizure-of-water-in-drought-impacted-uruguay-a-conversation/
Hippolyte Radisson, Au Chili, les data centers, portés par le boom de l’IA,
encerclent Santiago, Le Monde, 2026.
https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/10/20/au-chili-les-data-centers-portes-par-le-boom-de-l-ia-encerclent-santiago_6797911_3234.html
Álvaro Marchant Cuevas, El boom de los data centers y el cambio ambiental: siete
proyectos buscan avanzar sin ingresar al SEIA, El Desconcierto, 2026.
https://eldesconcierto.cl/reportajes/el-boom-los-data-centers-y-el-cambio-ambiental-siete-proyectos-buscan-avanzar-ingresar-al-seia-n5462381
Florencia Vargas, Expertos advierten sobre el desorden en la regulación de los
data centers en Chile. Doble Espacio, 2026.
https://doble-espacio.uchile.cl/desorden-regulacion-data-centers-en-chile/
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Pubblicato da Arianna (che ringraziamo) su Caminantescentrodocumentazione.org
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L'articolo Sfidare i giganti del web. E vincere proviene da Comune-info.