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Il board of peace è l’ultimo chiodo nella bara del diritto internazionale
Un club privato esclusivo, con miliardari, criminali di guerra, amici e parenti di Trump, dovrebbe ricostruire Gaza con grattacieli futuristici per farci vivere i palestinesi? Ecco la prima, più grande manipolazione: non si tratta di “ri-costruire” Gaza, ma di costruire… Leggi tutto L'articolo Il board of peace è l’ultimo chiodo nella bara del diritto internazionale sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Israele, Amnesty International: no al ritorno alla pena di morte
Amnesty International ha chiesto ai parlamentari della Knesset di votare contro una serie di proposte di legge contenenti controversi emendamenti che permetterebbero ai tribunali israeliani di espandere l’uso della pena di morte mediante un’applicazione arbitraria nei confronti delle persone palestinesi. La richiesta è stata fatta alla vigilia del voto, all’interno della Commissione per la sicurezza nazionale della Knesset, di uno dei principali disegni di legge. Secondo le proposte presentate, la pena di morte verrebbe applicata nei confronti di persone giudicate colpevoli di omicidio intenzionale con la finalità di recare danno a un cittadino o a un residente israeliano o contro persone giudicate colpevoli dai tribunali militari di omicidio in circostanze definite dalle leggi israeliane “atti di terrorismo”, una disposizione che riguarderebbe in primo luogo imputati palestinesi. In alcuni casi, la pena di morte verrebbe imposta obbligatoriamente senza possibilità di ricorrere in appello. Una delle proposte di legge, approvata in prima lettura alla Knesset nel novembre del 2025, intende modificare tanto le leggi militari applicabili nella Cisgiordania occupata compresa Gerusalemme Est, quanto le leggi applicabili in Israele e nella stessa Gerusalemme Est, annessa illegalmente, per aumentare il numero dei reati punibili con la pena capitale ed eliminare importanti garanzie relative al giusto processo. “La Knesset sta andando in direzione opposta rispetto alla tendenza globale verso l’abolizione della pena di morte e cerca di creare nuovi modi per imporre sentenze capitali. La Knesset dovrebbe immediatamente respingere questi emendamenti anziché mandare avanti in tutta fretta provvedimenti discriminatori che costituirebbero un ulteriore strumento del sistema istituzionalizzato di apartheid contro le persone palestinesi sotto controllo israeliano”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, alta direttrice per le campagne e le ricerche di Amnesty International. “Attraverso queste proposte di legge, Israele sta palesemente concedendosi carta bianca per imporre condanne a morte contro le persone palestinesi. Ogni condanna a morte emessa sulla base degli emendamenti all’esame della Knesset risulterebbe una violazione del diritto alla vita e, quando imposta da un tribunale militare, potrebbe anche costituire un crimine di guerra”, ha sottolineato Guevara Rosas. Oltre ad aumentare i reati punibili con la pena di morte, le proposte di legge prevedono procedure speciali destinate a eliminare le garanzie del diritto internazionale dei diritti umani sul giusto processo: ad esempio, limitare l’accesso alle informazioni circa le esecuzioni per vaghe ragioni di “sicurezza”; autorizzare sentenze di tribunali militari speciali su reati legati agli attacchi del 7 ottobre 2023, deviando dalle procedure standard e dai principi legali sulle prove e dunque limitando ulteriormente i diritti delle persone che rischiano di essere messe a morte; infine, consentendo che le esecuzioni abbiano luogo in assenza di rappresentanti religiosi o della magistratura. Israele non esegue condanne a morte da oltre 60 anni. Le misure proposte, se approvate, costituirebbero anche un passo indietro di 20 anni rispetto agli impegni assunti da Israele dal 2007 circa le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedono una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. Le proposte emendative alle leggi militari consentirebbero ai giudici militari nella Cisgiordania occupata, con l’esclusione di Gerusalemme Est occupata, di imporre obbligatoriamente la pena di morte con la maggioranza semplice di tre giudici, persino nei casi in cui la pubblica accusa non chiedesse la condanna a morte. Le sentenze così emesse non potrebbero essere oggetto di commutazione né di grazia e verrebbero eseguite entro 90 giorni, in grave violazione delle limitazioni e delle garanzie previste dal diritto internazionale. I tribunali militari che operano nella Cisgiordania occupata hanno giurisdizione sulle persone palestinesi e straniere ma non sui coloni israeliani residenti negli insediamenti illegali, che invece vengono processati da tribunali civili all’interno di Israele sulla base delle leggi civili. Una seconda proposta di legge conferirebbe una giurisdizione speciale ai tribunali militari per processare persone accusate di aver commesso reati in relazione agli attacchi del 7 ottobre 2023 “secondo qualsiasi legge”, compresa quella israeliana sul genocidio, nonché l’inflizione della condanna a morte con la maggioranza semplice dei giudici. Questo testo è stato approvato dalla Knesset in prima lettura il 13 gennaio 2026. La Commissione per gli affari costituzionali, le leggi e la giustizia della Knesset dovrebbe riprendere l’esame del testo il 4 febbraio 2026. “Se approvati, questi emendamenti rafforzeranno ulteriormente la matrice delle durature leggi, politiche, prassi e narrative pubbliche che hanno consentito il genocidio israeliano ancora in corso nei confronti delle persone palestinesi della Striscia di Gaza occupata e puntellerebbero il sistema di apartheid contro tutte le persone palestinesi. Il tutto, proprio mentre vengono documentati maltrattamenti e torture, in modo massiccio e crescente, nei confronti dei detenuti palestinesi e aumentano sia il numero dei palestinesi morti in custodia dalla fine del 2023 che quello dei palestinesi uccisi illegalmente nell’ultimo decennio in quelle che paiono esecuzioni extragiudiziali”, ha commentato Guevara Rosas. “I parlamentari della Knesset devono opporsi fermamente a queste proposte di legge ed eliminare tutti i provvedimenti legislativi volti a introdurre, espandere e rendere più facile l’uso della pena di morte, puntando al contrario ad assicurare la sua piena abolizione. La comunità internazionale e soprattutto gli stati che sono forti alleati di Israele devono opporsi a emendamenti legislativi che rafforzerebbero ulteriormente il crudele sistema israeliano di apartheid contro le persone palestinesi: non devono girare lo sguardo altrove né incoraggiare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, garantendo così ulteriore impunità”, ha concluso Guevara Rosas. Ulteriori informazioni Israele ha abolito la pena di morte per i reati ordinari nel 1954 ma l’ha mantenuta per quelli commessi ai sensi della Legge sul genocidio e per il reato di tradimento previsto nel codice penale. L’ultima esecuzione ha avuto luogo nel 1962. Amnesty International è contraria alla pena di morte in tutti i casi senza eccezione alcuna, a prescindere da chi sia accusato, dalla natura o dalla circostanza del reato, dalla colpevolezza o dall’innocenza e dal metodo usato. Attualmente gli stati abolizionisti per tutti i reati sono 113, sette dei quali a partire dal 2020. Amnesty International
February 4, 2026
Pressenza
Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo
QUANDO ANCHE IL PRINCIPALE ATTORE DEL BIOLOGICO ITALIANO RILANCIA IL TEMA DEL GIUSTO PREZZO, LA QUESTIONE NON È PIÙ SOLO QUANTO PAGHIAMO IL CIBO, MA CHI DECIDE IL SUO VALORE E CHI VIENE RICONOSCIUTO COME ATTORE DELLA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA. UN’ANALISI CRITICA DEL GIUSTO PREZZO, DEL CAPITALISMO VERDE E DEL RUOLO POLITICO DEL LAVORO NEI SISTEMI AGRICOLI E ALIMENTARI Introduzione Ho fatto la spesa da NaturaSì per l’Epifania. Lo ammetto: sono una persona piena di contraddizioni. Da anni mi batto per un’altra agricoltura, per il diritto dei produttori e dei lavoratori agricoli a un reddito dignitoso. Eppure, sempre più spesso, faccio la spesa al supermercato. A volte anche da NaturaSì. Non spesso, però, perché i prezzi sono più alti di quelli dei supermercati “ordinari”. Anche se, di norma, a quel prezzo corrisponde anche una qualità diversa dei prodotti. All’uscita del negozio, com’è mia abitudine fare, ho preso una copia del magazine di NaturaSì. Solo settimane dopo, però, ho trovato il tempo di aprirlo per leggerlo. Quando l’ho fatto ho scoperto che NaturaSì ha deciso di aprire l’anno rilanciando il suo impegno per il “giusto prezzo”. A pagina 6 del primo numero del nuovo anno del magazine, infatti, ho trovato un articolo dal titolo eloquente: «L’agricoltore è custode del Pianeta: qual è il giusto prezzo da riconoscere per il suo lavoro?» L’articolo[1] — non firmato, e presumibilmente a cura della redazione — è un’intervista al Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì, pubblicata in occasione dei quarant’anni dalla nascita di NaturaSì. La mia prima reazione è stata immediata: «Questo è un fatto che ci deve interrogare tutte e tutti». Non è certo la prima volta che il tema del giusto prezzo entra nel dibattito pubblico. Da anni rappresenta un nodo centrale nelle pratiche dell’economia solidale e delle filiere alternative. Il fatto nuovo è che una grande catena del biologico scelga oggi di farne un terreno di intervento esplicito. Che cosa significa? Che cosa ci dice — a noi, ai movimenti, alle consumatrici, alle produttrici — e più in generale a chi lavora e vive dentro questi sistemi – questo fatto? La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale La questione del giusto prezzo è una questione fondamentale. Nei circuiti agroalimentari alternativi e nelle reti di economia solidale rappresenta da anni uno dei nodi centrali del dibattito e della pratica quotidiana. Nel mio piccolo, è almeno da una decina d’anni che cerco di interrogarmi su questo tema — e di tradurlo in scelte concrete. Per diversi anni ho fatto parte di SOS Rosarno, un’esperienza che ha posto la battaglia per il giusto prezzo al centro della propria azione, rivendicando l’introduzione di norme che impongano la pubblicazione del prezzo sorgente (cioè il prezzo realmente pagato all’agricoltore) accanto al prezzo di vendita dei prodotti. Allo stesso tempo, come molte altre attiviste delle reti di economia solidale, tanto in SOS Rosarno quanto in altre esperienze di costruzione di circuiti agroecologici solidali nel territorio della Città Metropolitana di Napoli e della Campania, ho partecipato a percorsi collettivi di costruzione di prezzi trasparenti, provando a ricostruire i costi di produzione, trasformazione e distribuzione del cibo per applicare ai prodotti distribuiti nei circuiti in costruzione un prezzo giusto per le persone e l’ambiente. Negli ultimi anni, le campagne per un giusto prezzo del cibo e dei prodotti alimentari si sono intensificate, promosse da coalizioni di associazioni della società civile, sindacati e attiviste per la giustizia sociale. Nel campo dei movimenti, l’ultimo esempio di una campagna per il giusto prezzo del cibo è rappresentato da Ultima Generazione – una campagna che ha contribuito a rilanciare il dibattito sul tema anche tra le nuove generazione di attiviste per la giustizia climatica[2]. Il senso politico delle campagne per il giusto prezzo Le battaglie sul giusto prezzo puntano a denunciare le cause strutturali della crisi delle piccole agricoltrici e — in alcune declinazioni — dello sfruttamento e della crisi di riproduzione sociale delle lavoratrici agricole. Al centro di queste campagne sono situate le disuguaglianze politiche ed economiche che attraversano le filiere agroalimentari e, in particolare, le responsabilità dei supermercati e delle aziende dominanti che si appropriano di una parte sproporzionata del valore prodotto lungo la filiera. Nelle versioni più recenti, come ad esempio in quella promossa da Ultima Generazione, questa denuncia politica si è arricchita di una sensibilità ecologica più pronunciata: la garanzia di un prezzo giusto viene indicata come condizione affinché le agricoltrici possano intraprendere una reale transizione agroecologica. Perché il caso NaturaSì non è neutro Chi conosce questa storia potrebbe pensare: «Siamo contenti che NaturaSì abbia finalmente abbracciato questa battaglia. È quello che diciamo da anni. A noi questo cosa cambia?». Io non la penso così. Anzi: il fatto che sia proprio NaturaSì a rilanciare oggi una campagna sul giusto prezzo non è affatto irrilevante. Solleva interrogativi politici importanti non solo per ciò che viene detto, ma per chi lo dice, da quale posizione e con quali effetti potenziali. Chi è NaturaSì NaturaSì non è semplicemente un marchio del biologico. È oggi il principale attore italiano della distribuzione specializzata in prodotti biologici e biodinamici. Secondo i dati riportati nella Relazione d’Impatto 2024 del gruppo EcorNaturaSì[3], l’insegna conta 330 supermercati, un fatturato superiore ai 413 milioni di euro e una rete di oltre 250 aziende agricole coinvolte stabilmente nelle proprie filiere. NaturaSì concentra, inoltre, circa il 20% del mercato italiano del biologico nel canale specializzato, configurandosi come l’attore dominante di questo segmento. Ma NaturaSì non è solo grande: è anche un’impresa orientata alla crescita e alla redditività. Opera dunque secondo logiche pienamente capitalistiche: compete sul mercato, governa filiere, definisce standard produttivi e contribuisce in modo significativo alla formazione dei prezzi nel settore del biologico. È qui che il punto diventa politico: NaturaSì rappresenta una forma avanzata di capitalismo verde, capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro una strategia d’impresa orientata al valore. L’evoluzione della campagna sul giusto prezzo: l’elemento nuovo dell’ecosistema Il giusto prezzo attraversa da anni la narrazione e le pratiche di NaturaSì, come tentativo di distinguersi dalla grande distribuzione convenzionale e di costruire relazioni stabili con i produttori agricoli. Nel tempo, questo impegno si è articolato attorno a due elementi: trasparenza nella formazione del prezzo e riconoscimento di un prezzo in grado di coprire i costi e remunerare il lavoro agricolo. La novità che emerge oggi è l’allargamento esplicito alla dimensione ecologica. NaturaSì introduce con maggiore chiarezza il tema dei servizi ecosistemici, sostenendo che il prezzo del cibo dovrebbe includere anche il valore delle pratiche agricole che contribuiscono alla tutela della biodiversità, alla fertilità dei suoli, allo stoccaggio del carbonio e, più in generale, al mantenimento degli equilibri ecologici. Questo passaggio si colloca in linea con l’evoluzione delle politiche europee, e in particolare con la Nature Restoration Law, ovvero il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura[4]. Ma segna anche un salto politico: il giusto prezzo non è più solo redistribuzione di valore economico lungo la filiera; diventa meccanismo per tradurre in prezzo di mercato costi e benefici ambientali finora esternalizzati. Da un punto di vista del linguaggio e del discorso politico, inoltre, c’è un elemento che cattura l’attenzione. In questa prospettiva, infatti, l’agricoltore viene descritto come “Custode del Pianeta” – e il giusto prezzo come lo strumento per remunerare questo ruolo. E’ un elemento che non mi sembra irrilevante e che ha effetti a tratti stranianti. A leggere il titolo di sfuggita si potrebbe pensare che l’articolo sia un’intervista a un’esponente del movimento contadino transnazionale La Via Campesina, piuttosto che al Responsabile Sostenibilità di un supermercato. Capitalismo verde: minoritario ma strategico Non è la prima volta che il linguaggio dei movimenti contadini e per la sovranità (e/o l’autodeterminazione) alimentare viene appropriato da imprese produttive o commerciali o da politici decisamente estranei a questi movimenti. Già nel 2005 la sociologa canadese Harriet Friedmann, con la sua brillante capacità di analisi, sostenne che il sistema alimentare mondiale vive una fase di ristrutturazione all’interno di una transizione verso nuove forme di capitalismo verde[5]. Più di recente, Harriet Friedmann ha descritto con parole tanto poetiche quanto efficaci come la spinta propulsiva di questa transizione risiede in “una danza di creatività e appropriazione tra iniziative sociali e capitali agroalimentari”[6]. L’articolo pubblicato sulla rivista di NaturaSì mi ha fatto pensare per l’ennesima volta a quanto sia stata lungimirante la sua analisi e quanto appropriate siano le sue parole. Nel panorama italiano, NaturaSì è una delle punte più avanzate di forme di capitalismo verde che sono in espansione, in un contesto in cui numerose aziende agricole e del sistema alimentare non si fermano a semplici operazioni di greenwashing ma intraprendono traiettorie diverse – e a volte anche molto differenti – di greening delle proprie attività. Al tempo stesso è bene rilevare che NaturaSì è solo uno dei volti di questo capitalismo verde che cresce oggi in agricoltura, ma che resta ancora minoritario tanto rispetto ai modelli dominanti. Anche nel campo più ampio di ciò che può essere definito – o amerebbe essere definito – capitalismo verde, la policy presentata da NaturaSì sul giusto prezzo non è moneta comune. Insomma, la filiera di NaturaSì può coinvolgere un numero di agricoltrici e produttrici decisamente superiore a quella di una delle reti agroalimentari alternative che tante di noi animano, promuovono e costruiscono. Le sue pratiche, quindi, possono probabilmente avere un impatto maggiore di quelle che riesce ad avere una filiera corta autogestita, almeno in termini numerici e di outreach. Tuttavia, il numero di produttrici, la quantità di prodotto distribuita e il numero di consumatrici raggiunte resta una piccola frazione del totale di ognuna di queste categorie nel panorama italiano. Ad ogni buon conto, esplicitato questo caveat, proprio per questo suo specifico posizionamento, mi sembra essere rilevante che NaturaSì si faccia promotrice di una campagna sul giusto prezzo. Perché, per NaturaSì, questa battaglia è anche un’arma di posizionamento, distinzione e legittimità dentro il mercato. E’ una mossa strategica che ci può dare indicazione di una direzione verso cui si orienta il cambiamento in atto. Un passo che porta avanti e oltre la danza di cui parla Harriet Friedmann. E proprio per questo, se un attore di questa portata apre l’anno chiedendo quale sia il giusto prezzo da riconoscere all’agricoltore “custode del Pianeta”, non possiamo rimanere in silenzio. È necessario entrare nel merito. Tre questioni aperte (e politicamente decisive) 1) Il giusto prezzo come processo politico e democratico Chiedersi quale sia il “giusto prezzo” non significa semplicemente interrogarsi su una cifra. Significa aprire un campo di confronto, negoziazione e possibile conflitto. La costruzione del giusto prezzo è un processo politico: dipende da chi partecipa, da quali interessi vengono rappresentati, da quali voci vengono ascoltate e da quali restano escluse. Chi ha partecipato alla costruzione di reti e filiere agroecologiche solidali lo sa bene: la definizione di un prezzo trasparente può essere un esercizio di cittadinanza e democrazia, un processo che rende visibili costi, asimmetrie e scelte, e che può generare nuove relazioni. È a partire da qui che il caso NaturaSì smette di essere solo un esempio e diventa una questione politica. Non dobbiamo solo “chiederci” come NaturaSì calcola ed elabora il giusto prezzo: dobbiamo chiederlo a NaturaSì, e farlo apertamente, ingaggiando un dialogo pubblico. In concreto: attraverso quali processi prende forma il prezzo, con quali meccanismi di governance e di partecipazione, quali soggetti vengono inclusi e quali no. Sono processi che riequilibrano almeno in parte le relazioni di potere all’interno delle filiere e le rendono più democratiche? Non sono domande inquisitorie, ma domande esplorative. Che cosa possono dirci le pratiche di NaturaSì sulla possibilità di estendere questi meccanismi ad altre filiere e ad altri territori? Cosa possiamo imparare — anche criticamente — da un’esperienza che tenta di rendere trasparente la formazione del prezzo su scala industriale? E qui si apre un ulteriore punto. Una riflessione franca sulla composizione del prezzo, infatti, potrebbe portarci a una domanda ancora più radicale: alla luce della quota di valore che viene oggi accaparrata dalle catene di distribuzione, i supermercati — così come esistono oggi, nelle diverse forme organizzative che si danno — sono davvero la forma più economica, o addirittura la forma più ecologica, di organizzazione della distribuzione del cibo? È una domanda che tende a rimanere fuori dal dibattito pubblico. A dire il vero, più che un dibattito, esistono spesso due campi polarizzati che danno per scontato due posizioni alternative: o che i supermercati vadano esclusi tout court da una visione di sistema alimentare giusto e sostenibile; oppure che la grande distribuzione sia l’infrastruttura inevitabile della modernità alimentare. Ma una discussione seria sul giusto prezzo può — e forse deve — aprire una discussione non ideologica anche su questo. Nell’intervista emerge, però, una tendenza a confinare la partecipazione alla transizione ecologica nel ruolo di consumatrici di cibo biologico o biodinamico venduto al prezzo giusto. Come ci ricorda Fabio Ciconte, il cibo è politica[7]. Rivendicare il giusto prezzo significa esercitare cittadinanza attiva. L’esercizio della cittadinanza attiva trova, e deve trovare espressione nella costruzione di spazi di autogoverno e circuiti e filiere autogestite. Tuttavia, non può limitarsi esclusivamente a questo. La questione, allora, è anche il ruolo che le istituzioni possono e devono avere nella trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari: su ciò che l’intervento e le politiche pubbliche possono fare per promuovere soluzioni innovative o sostenerne l’espansione, senza che movimento e contro-movimento si muovano esclusivamente nella sfera del privato. Ingaggiare un dibattito pubblico con NaturaSì su questi temi mi sembra una prospettiva interessante per provare a muovere in questa direzione. 2) “Giusto prezzo”, ma giusto per chi? Nell’intervista e nella narrazione proposta da NaturaSì, il soggetto chiamato in causa è l’agricoltore — talvolta il contadino — elevato a Custode del Pianeta. Una figura declinata al maschile e presentata come omogenea, quasi astratta. Ma questa apparente semplicità nasconde differenze e disuguaglianze che non possono essere ignorate, soprattutto se si parla di giusta remunerazione del lavoro. Chi sono oggi gli agricoltori e le agricoltrici che si celano dietro questa etichetta e di cui parliamo? Cosa producono? In quali contesti agroecologici e territoriali? Con quali tecniche? Con quale accesso a risorse fondamentali? Come organizzano il lavoro? E quali relazioni ecologiche e sociali (ri)producono? Affrontare il tema del giusto prezzo non può prescindere da un’osservazione basilare: i costi di produzione variano enormemente da contesto a contesto, da azienda ad azienda, a seconda delle variabili a cui fanno riferimento le domande appena formulate – e molte altre. E la risposta alla domanda sulla giusta remunerazione non può emergere senza affrontare anche il modo in cui il lavoro produttivo si intreccia con quello riproduttivo, le relazioni di genere e le condizioni materiali di vita nelle aree rurali. Alla luce di questo, serve resistere alla tendenza ad usare etichette omogeneizzanti e declinare al plurale il soggetto prima ancora di iniziare qualsiasi percorso di discussione intorno al giusto prezzo. Ed è urgente declinarlo anche al femminile – a scanso di equivoci, giusto per essere sicure di non invisibilizzare le donne che lavorano in agricoltura e il lavoro di cura e la sfera della riproduzione sociale, a cui pure alludiamo quando parliamo della custodia del Pianeta. C’è poi una seconda invisibilizzazione, forse ancora più problematica. NaturaSì ha presentato la sua policy sul giusto prezzo illustrando come essa possa essere anche uno strumento per contrastare lo sfruttamento dei braccianti agricoli[8]. Oggi, nella torsione ecologista del discorso, il focus si sposta sull’agricoltore e gli altri soggetti che rendono possibile la produzione del cibo scompaiono. Eppure, esistono, e sono centrali. Sono le lavoratrici e i lavoratori agricoli, componente strutturale dell’agricoltura contemporanea: lavoro salariato, spesso precario, sfruttato – talvolta gravemente, quasi sempre poco riconosciuto. Se il prezzo deve essere giusto, può esserlo solo per l’agricoltore e non per chi lavora nei campi? E per chi lavora nella trasformazione, nella logistica, nel trasporto, nella distribuzione? L’agricoltura contemporanea è un sistema complesso, segnato da forti asimmetrie di potere, spesso articolate lungo linee di classe, “razza”, genere e generazione, e da una crescente dipendenza dal lavoro salariato. Non basta democratizzare le filiere: è necessario interrogare anche le relazioni di potere dentro le aziende agricole e le unità produttive. E soprattutto è necessario farlo con l’obiettivo di trasformarle e democratizzarle. E se oggi una sensibilità ecologica riscopre finalmente il ruolo cruciale del lavoro agricolo nella rigenerazione della vita e degli ecosistemi, allora serve fare un passo oltre: non sono solo gli agricoltori i custodi del Pianeta. Lo sono anche le lavoratrici e i lavoratori dell’agricoltura e delle filiere agroalimentari. Riconoscere le lavoratrici e i lavoratori agricoli come agenti della trasformazione (agro-)ecologica non è solo un vezzo stilistico o una nota a margine; è un punto politico sostanziale. Significa interrogarsi su quanto le pratiche promosse dai movimenti per il cibo e le alternative sviluppate siano veramente accessibili e percorribili dalle lavoratrici agricole e, al contempo, chiedersi se nelle forme quotidiane di agency delle lavoratrici agricole risiedano semi di altre vie “operaie” (o working class, se si preferisce)all’agroecologia. Serve inserire nelle nostre discussioni una consapevolezza più esplicita: una giusta transizione agroecologica non si farà senza le lavoratrici e i lavoratori agricoli. Un discorso che gira esclusivamente intorno al topos centrale al populismo agrario del “contadino” come custode del suolo – o del Pianeta – non mi sembra aiutare molto in tal senso, così come non mi sembra facilitare una lettura franca delle differenze enormi che esistono tra agricoltrici e agricoltrici, e dei diversi interessi di cui ognuna di esse è portatrice. Soprattutto oggi, quando quel linguaggio viene appropriato anche da supermercati come NaturaSì o da esponenti politici della destra di governo, il problema non è più solo usarlo: è decidere a chi serve, e contro chi viene usato. 3) Dal giusto prezzo al giusto salario Se il prezzo del cibo deve garantire una giusta remunerazione del lavoro agricolo, chi garantisce la giusta remunerazione del lavoro di chi quel cibo lo acquista? Negli ultimi anni, le analisi sul cheap food regime — il cibo a buon mercato — hanno mostrato come il contenimento del costo del cibo sia stato parte del contenimento del costo del lavoro e della riproduzione del sistema economico[9]. Oggi viviamo una lunga erosione dei salari reali, precarizzazione e aumento del costo della vita. In questo contesto diventa sempre più evidente che la questione del giusto prezzo non può essere separata da quella del giusto salario. Senza salari dignitosi e condizioni di vita giuste, l’accesso al cibo “giusto” rischia di restare esclusivamente un privilegio per poche – e sempre meno. I circuiti agroalimentari alternativi e le filiere agroalimentari autogestite che abbiamo costruito incontrano limiti di crescita. E questo accade anche — e soprattutto — per una ragione materiale: lo scarso potere di acquisto di ampie fasce della popolazione che appartengono alla classe lavoratrice. L’investimento di NaturaSì in pratiche ispirate al principio del giusto prezzo, da solo, non sposta il quadro complessivo, dati i costi reali che hanno i prodotti alimentari quando questi principi sono applicati[10]. Il basso costo dei prodotti alimentari, invece, è uno degli elementi principali su cui fanno leva molte imprese dei circuiti standard della grande distribuzione. Eppure, quasi in modo ironico, il discorso promosso da NaturaSì interpella soprattutto il nostro ruolo di consumatrici. Ma noi siamo prima di tutto lavoratrici e lavoratori, spesso a basso reddito. La possibilità di partecipare alla transizione agroecologica dipende dalle condizioni materiali della nostra esistenza: tempo, risorse, sicurezza (o insicurezza) del lavoro. Una transizione che non metta al centro il lavoro — tutto il lavoro — rischia di restare socialmente fragile. E, in ultima analisi, di fallire. La giusta remunerazione riguarda reddito, ma anche orari, sicurezza, stabilità, diritti, possibilità di organizzazione e partecipazione. Per essere chiari: il giusto salario di cui parlo va inteso come cifra anche di un equilibrio più giusto tra lavoro e vita, tra tempo del lavoro produttivo e tempo della riproduzione. E’ quest’ultimo il tempo che oggi spesso manca a molte e molti di noi. Ed è proprio la sua mancanza che limita la possibilità di un diverso coinvolgimento nelle filiere corte e alternative, o nelle pratiche agroecologiche più diffuse nei movimenti del cibo. In questo campo, più che in altri, non si può evitare la questione del pubblico: il ruolo dello Stato e delle politiche sui salari, sul welfare e sui servizi. Come per i punti precedenti, anche qui c’è un elemento che riguarda il livello del discorso politico – il nostro discorso politico. Non basta riconoscere agency (agro-)ecologica soltanto alle lavoratrici agricole. Allo stesso modo, c’è da riconoscere tutte le lavoratrici e i lavoratori come agenti della transizione agroecologica. Serve interrogarsi su quanto le pratiche quotidiane dei segmenti più a basso reddito della classe lavoratrice possano prefigurare altre vie ad una trasformazione agroecologica – strade che non abbiamo riconosciuto come tali perché abbiamo fino ad oggi operato con una visione troppo stretta di cosa sia o possa essere l’agroecologia. La questione politica ineludibile è che non ci sarà una giusta transizione agroecologica senza le lavoratrici e i lavoratori. Se non affrontiamo questo nodo, la transizione agroecologica rischia di essere costruita sulle spalle di chi non ha le condizioni materiali per sostenerla. Conclusioni NaturaSì rilancia la campagna per il giusto prezzo e pone una domanda importante. Ma il percorso fatto fin qui mostra che la battaglia per il giusto prezzo non è automaticamente anticapitalista: può essere compatibile con un capitalismo verde capace di integrare istanze ecologiche e sociali dentro strategie di mercato. Questo non significa in alcun modo che dobbiamo abbandonare quella battaglia. Significa riconoscere che, se vogliamo che sia davvero trasformativa, dobbiamo rilanciarla su terreni più esigenti: democrazia economica, ruolo pubblico, redistribuzione del potere e riconoscimento dei soggetti reali che rendono possibile il cibo. Ed è qui che si colloca il punto politicamente più rilevante: la transizione agroecologica non può limitarsi a celebrare l’agricoltore come custode del Pianeta. Deve riconoscere pienamente il ruolo del lavoro agricolo — e del lavoro lungo le filiere — come attore (agro-)ecologico, capace di incidere sui processi di riproduzione della vita e sugli equilibri ecosistemici. Riconoscere questo ruolo significa riconoscere l’agency di lavoratrici e lavoratori: capacità di agire, scegliere, resistere, trasformare pratiche produttive e relazioni sociali ed ecologiche. Ma non esiste agency senza condizioni materiali: salario, diritti, sicurezza, tempo, potere nei luoghi di lavoro. Solo a queste condizioni la questione del giusto prezzo potrà diventare parte di una trasformazione profonda dei sistemi agricoli e alimentari, e non una correzione etica dell’esistente. È su questo terreno — quello del lavoro come soggetto ecologico e politico — che si giocherà una parte decisiva della possibilità di costruire sistemi agricoli e alimentari davvero giusti. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Nel corso della redazione di questo articolo ho scoperto che l’intervista è stata anche pubblicata online ed è accessibile qui: https://www.naturasi.it/notizie/lagricoltore-e-custode-del-pianeta-qual-e-il-giusto-prezzo-da-riconoscere-per-il-suo-lavoro?srsltid=AfmBOop-I1q-1npoJJmYJEpsjJkmRLH9jzSj14qbAKXU2prM7zEFCiez [2] Per la campagna di Ultima Generazione, si veda: https://ultima-generazione.com/il-giusto-prezzo/ [3] La Relazione d’Impatto 2024 di EcorNaturaSì è disponibile sul sito internet della società, al seguente link: https://www.naturasi.it/relazione-dimpatto?srsltid=AfmBOorj4QFbopCNFuZnPOUUSKmb3Dz7Ctmx6BTSxOrik5aLFXSKzVUF [4] Nell’intervista il Responsabile Sostenibilità di EcorNaturaSì che spiega: “Su questo fronte si sta muovendo anche l’Europa, in particolare con il Nuovo Regolamento Europeo per il ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL), obbligatorio per tutti gli Stati membri, che devono presentare entro il 2026 i Piani Nazionali di Ripristino. L’obiettivo è ripristinare almeno il 30% delle aree degradate entro il 2030 e il 90% entro il 2050, anche tramite pratiche di ripristino degli ecosistemi agricoli, come lo stock di carbonio organico nel suolo e la biodiversità.” E’ anche interessante notare come NaturaSì si spinga oltre con l’esplicitazione di un posizionamento decisamente meno comune nel campo dell’economia politica agroalimentare: “In Italia, a oggi, esistono fonti di finanziamento attive o in fase di programmazione per sostenere l’attuazione della legge. Poiché i servizi ecosistemici sono beni comuni, il nostro auspicio è che Europa e Italia ripensino i sussidi agricoli ecologici, riconoscendo e finanziando in particolar modo gli agricoltori che forniscono benefici ambientali.” [5] Il saggio a cui faccio riferimento è: Friedmann, H. (2005) “From Colonialism to Green Capitalism: Social Movements and the Emergence of Food Regimes”, New Directions in the Sociology of Global Development, Research in Rural Sociology and Development, Volume 11, 229–267 https://www.emerald.com/books/edited-volume/15790/chapter-abstract/87437171/From-Colonialism-to-Green-Capitalism-Social [6] L’espressione è usata nell’articolo: Friedmann, H. (2016) “Commentary: Food regime analysis and agrarian questions: widening the conversation”, Journal of Peasant Studies, Volume 46, Issue 3, 671-692 https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/03066150.2016.1146254 [7] Qui faccio riferimento al titolo dell’ultimo libro di Fabio Ciconte che propone una discussione più estesa di alcuni dei temi che tratto qui in modo estremamente conciso e ha alimentato enormemente la mia riflessione su aspetti importanti di quanto tratto in questo articolo. Il libro citato è: Ciconte, F. 2025 Il cibo è politica. Torino: Giulio Enaudi Editore. [8] Si veda ad esempio la pagina “Giusto prezzo” sul sito di NaturaSì: https://www.naturasi.it/impegno/giusto-prezzo?srsltid=AfmBOoo96pvnYPP3S-Rm8AxarVuc-G3TrHu4YrS9B4xartcsmbpZtuQ_ [9] L’articolo che mi sembra più illuminante in questo filone – oltre ad essere quello che ha dato il via alle analisi sul tema – è: Araghi, F. (2003) “Food regime and the production of value: some methodological issue”, Journal of Peasant Studies, Volume 30, Issue 2, 41-70. [10] Nonostante le iniziative promosse da NaturaSì per creare linee di prodotto maggiormente accessibili che, comunque, per onestà intelletuale, vanno menzionate. L'articolo Oltre gli agricoltori, oltre il giusto prezzo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
9-13 febbraio: per la libertà di insegnamento
ripreso da « Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università». Con link al Appunti resistenti per la libertà di insegnamento . Settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento 9-13 febbraio. Dalla crisi internazionale dei diritti alle piazze A dicembre insegnanti, studenti e studentesse di 500 scuole, aderendo a una proposta didattica di Docenti per Gaza, hanno partecipato a
February 3, 2026
La Bottega del Barbieri
Difendere il Rojava è difendere l’umanità
Solidarietà con il Rojava – Giornata di mobilitazione Nazionale – Corteo a Cagliari Il Rojava resiste. E questa resistenza parla anche di noi. Nel Nord e nell’Est della Siria, donne e uomini continuano a difendere, giorno dopo giorno, un’esperienza politica unica: un autogoverno costruito dal basso, fondato sulla libertà delle donne, sull’ecologia, sulla convivenza pacifica tra popoli e religioni diverse, sul rifiuto dell’autoritarismo e della guerra come destino inevitabile. Non è solo un territorio a essere sotto attacco. È una proposta politica concreta a essere colpita. Il popolo del Rojava resiste agli attacchi militari della Turchia, alle violenze delle milizie jihadiste come HTS, e alle conseguenze dirette e indirette delle politiche di USA e Israele, che continuano a trattare la regione come uno spazio di interesse strategico e non come una realtà fatta di persone, comunità e diritti. A tutto questo si aggiunge la responsabilità grave dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, che con il loro silenzio, la loro inerzia e i loro doppi standard permettono che questa esperienza venga progressivamente soffocata. L’indifferenza internazionale è parte dell’aggressione. Il 14 febbraio non è una data qualsiasi. È il giorno di mobilitazione contro il complotto internazionale che ha portato alla cattura e alla detenzione di Abdullah Öcalan,che da 27 anni é sottoposto ad un regime di isolamento che viola apertamente i diritti umani. Le sue elaborazioni politiche hanno ispirato il progetto del Rojava: colpire lui, ieri, e colpire il Rojava, oggi, fa parte della stessa strategia. Difendere il Rojava significa difendere la possibilità reale di un’alternativa alla guerra permanente, al patriarcato, allo sfruttamento della natura, alla divisione tra popoli e religioni. Per questo scendiamo in piazza. sabato 14 febbraio Piazza Garibaldi. ore 17:00. Scendere in piazza è rompere il silenzio. È scegliere da che parte stare. È affermare che la solidarietà internazionale non è uno slogan, ma una responsabilità. Noi scegliamo di essere parte di questa resistenza. La resistenza é vita – Berxwedan jiyan e! Per info e contatti: retekurdistansardegna@hacari.org  Redazione Sardigna
February 3, 2026
Pressenza
Condoglianze alla famiglia del nostro compagno di lotta
Abbiamo ricevuto notizia che un nostro compagno di lotte, operaio in Number 1 nel magazzino di Paullo sia da poco venuto a mancare. Solo pochi giorni fa, era come sempre al nostro fianco alla manifestazione a Brescia, in piazza contro sfruttatori e oppressori. Dalle strade attraversate nei cortei da Roma a Milano, dai cancelli della fabbrica dove restano i tuoi compagni fino a quello dove hai portato la tua forza e la tua solidarietà, dalla tua terra ai nostri cuori, ti ricorderemo col sorriso, Nassar. Che la terra ti sia lieve. Sì cobas L'articolo Condoglianze alla famiglia del nostro compagno di lotta proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Convocazione conferenza stampa per il divieto di presidio dei lavoratori degli hotel
VIETATO IL PRESIDIO DEI LAVORATORI DEGLI HOTEL – CONVOCHIAMO CONFERENZA STAMPA Venerdì 6 febbraio, nella Milano zona rossa per l’attraversamento dalla fiaccola olimpica, la Questura vieta il presidio dei lavoratori e delle lavoratrici degli hotel davanti alla sede dell’associazione datoriale Federalberghi di Corso Venezia 47. Gli hotel sono il settore lavorativo cittadino più precario, fatto di appalti al ribasso, precarietà asfissiante, salari poverissimi, lavoro organizzato a cottimo integrale. E’ anche quello che ha fatto più profitti negli ultimi anni e che li triplicherà durante le Olimpiadi, come i prezzi medi delle camere che secondo le indagini ormai toccano i 400 € a notte per una doppia. Da una parte c’è quindi la città turistificata, cara e del lusso, capitale mondiale dei milionari, con un turismo accessibile solo ai più abbienti, militarizzata per difendere i capi di governo e gli imprenditori; dall’altra ci sono invece lavoratori e lavoratrici costretti sempre di più nei gironi infernali del precariato e degli appalti, che non devono disturbare le sfilate dei potenti. Ma noi non vogliamo arrenderci! Convochiamo per VENERDI’6 FEBBRAIO alle ore 10.30 un presidio e conferenza stampa a Piazzale Loreto, angolo via Porpora, per denunciare l’ennesima repressione delle istanze dei lavoratori. Si cobas L'articolo Convocazione conferenza stampa per il divieto di presidio dei lavoratori degli hotel proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Rapporto ÖHD: 842 detenzioni, 118 arresti durante le proteste nel Rojava
L’Associazione avvocati per la libertà (ÖHD) ha pubblicato il suo rapporto sugli interventi della polizia e dell’esercito nelle proteste svoltesi nelle province di Turchia e Kurdistan tra il 1° gennaio e il 2 febbraio 2026 contro gli attacchi al Rojava. Il rapporto è stato annunciato durante una conferenza stampa tenutasi presso la sede di Diyarbakır dell’Associazione. All’incontro hanno partecipato numerosi membri dell’ÖHD. Il rapporto è stato redatto sulla base di osservazioni sul campo, interviste con detenuti, avvocati e familiari, registri ospedalieri e giudiziari e documentazione visiva. Il rapporto ha sottolineato che le violazioni non sono state episodi isolati, ma una pratica sistematica che si estende dal momento dell’arresto al processo. Secondo il rapporto durante questo periodo sono state detenute almeno 842 persone, 118 sono state arrestate (tra cui 25 bambini) e 106 persone sono state sottoposte a percosse e maltrattamenti. Violazioni contro i bambini Secondo il rapporto, durante le proteste almeno 99 minori sono stati trattenuti e 25 sono stati arrestati. I minori sarebbero stati picchiati, ammanettati in senso inverso e trattenuti insieme agli adulti, una pratica considerata contraria ai principi fondamentali del sistema giudiziario minorile. Violenza, diviti e pressioni digitali L’Associazione (ÖHD) ha dichiarato che la maggior parte delle detenzioni e degli arresti è stata effettuata esclusivamente sulla base di conferenze stampa pacifiche e della partecipazione a proteste. Ha osservato che in molte province il diritto di riunione e di manifestazione è stato di fatto sospeso da divieti diffusi imposti dai governatorati, e persino la distribuzione di manifesti, striscioni e volantini è stata impedita. Il rapporto ha inoltre evidenziato che i giornalisti sono stati picchiati e detenuti, che la loro capacità di occuparsi delle notizie è stata ostacolata e che il diritto all’informazione del pubblico è stato violato. Ha inoltre rilevato un aumento delle detenzioni e delle aggressioni contro gli avvocati. Le violazioni dei diritti umani sono una scelta politica L’Associazione avvocati per la libertà di Turchia (ÖHD) ha affermato che gli eventi costituiscono una grave violazione del diritto alla libertà personale e alla sicurezza e che le detenzioni e gli arresti sono una scelta politica volta a reprimere la resistenza sociale sorta contro gli attacchi al Rojava. L’associazione ha invitato le istituzioni nazionali e internazionali a intervenire chiedendo la fine delle detenzioni e degli arresti arbitrari e un’indagine indipendente sulle accuse di tortura. Mehmet Öner, direttore del Quartier Generale dell’Associazione (ÖHD), ha dichiarato: “I divieti al diritto di riunione e manifestazione pacifica devono cessare, le detenzioni e gli arresti arbitrari devono cessare immediatamente, devono essere condotte indagini indipendenti ed efficaci sulle denunce di tortura e maltrattamenti e i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani contro i minori devono essere chiamati a risponderne. Come ÖHD, dichiariamo ancora una volta che continueremo a documentare le violazioni dei diritti umani, a sostenere le vittime e a portare la verità al pubblico”.   L'articolo Rapporto ÖHD: 842 detenzioni, 118 arresti durante le proteste nel Rojava proviene da Retekurdistan.it.
February 3, 2026
Retekurdistan.it
Pervin Buldan: la missione di Öcalan è stata decisiva per l’accordo
Pervin Buldan, membro della delegazione di Imrali, ha affermato che Abdullah Öcalan ha sottolineato che il processo ha raggiunto un punto morto e ha chiesto la ripresa dei negoziati e del dialogo, aggiungendo che l’accordo tra il governo di Damasco e le SDF è stato raggiunto in linea con tale richiesta. L’accordo firmato tra le Forze democratiche siriane (SDF) e il governo di transizione siriano è considerato più di un semplice accordo tecnico: è il risultato di un nuovo equilibrio di potere creato sul campo e in politica dalla resistenza multidimensionale del popolo curdo nel corso di molti anni. La realtà militare, sociale e politica sul campo ha rivelato l’insostenibilità delle politiche che ignorano il popolo curdo, mentre l’inclusione dei diritti identitari, culturali ed educativi nel testo dell’accordo dimostra che la politica di negazione e annientamento perseguita per quasi un secolo ha ampiamente fallito. Pervin Buldan, membro della delegazione di Imrali del Partito per la democrazia e l’uguaglianza dei popoli (DEM), ha commentato l’accordo firmato tra le SDF e il governo di transizione siriano e il ruolo del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan in questo processo. Ha sottolineato che il processo di accordo tra le SDF e Damasco è in corso da molto tempo e che è importante raggiungere questa fase. Pervin Buldan ha affermato che l’accordo ha impedito la perdita di migliaia di vite umane, aggiungendo che quanto accaduto nei quartieri di Şêxmêqsûd (Sheikh Maqsoud) ed Eşrefiyê (Ashrafiah) è stata una grande cospirazione che potrebbe portare al massacro del popolo curdo in Siria. Ha dichiarato che durante il loro ultimo incontro con Abdullah Öcalan sull’isola di Imrali, il 17 dicembre, gli scontri continuavano nei quartieri di Şêxmêqsûd ed Eşrefiyê, aggiungendo che questa situazione ha causato grande preoccupazione e rabbia ad Abdullah Öcalan. Pervin Buldan ha dichiarato: “Abdullah Öcalan ha fatto importanti osservazioni che hanno aperto la strada al negoziato e al dialogo. Non sarebbe sbagliato affermare che questa fase è stata raggiunta dopo aver trasmesso i suoi messaggi alle parti interessate. Pertanto, la missione, il ruolo e gli appelli del signor Öcalan su questa questione, basati sulla prospettiva di impedire che il popolo curdo venga nuovamente massacrato, sono stati decisivi per portare l’accordo a questa fase .”  Ha affermato che i curdi si trovano davanti a una grande cospirazione Pervin Buldan ha affermato che la sicurezza del popolo curdo è molto importante per Abdullah Öcalan: “Il signor Öcalan ha detto: ‘Non vedo nulla di male nel dire che questa è in realtà una nuova cospirazione del 15 febbraio’. I curdi sono di nuovo sull’orlo di una nuova cospirazione per massacrarli. Per questo ha fatto importanti osservazioni sulla loro sicurezza, sul loro futuro, sulle loro vite e sulla tutela delle conquiste che hanno ottenuto in ogni parte del mondo in cui si trovano attualmente. Pervin Buldan ha riferito che Abdullah Öcalan ha sottolineato la grande importanza della preferenza del popolo curdo per la negoziazione e il dialogo, affermando: “Ha compiuto grandi sforzi in tal senso e, in linea con i risultati di questo sforzo, l’accordo o la riconciliazione tra il governo di Damasco e le SDF è entrato in vigore oggi con questo appello”. Sottolineando che la lotta non è finita, Pervin Buldan ha affermato che il processo è in corso e continuerà, ricordando che il governo di Damasco è un governo di transizione. Pervin Buldan ha concluso: “Guardando all’accordo ci sono molte discussioni: è sufficiente o insufficiente? Non dovremmo guardare la questione solo in questo modo. La lotta del popolo curdo continuerà; di conseguenza, il popolo curdo continuerà a portare avanti la sua lotta.” MA / Selman Güzelyüz L'articolo Pervin Buldan: la missione di Öcalan è stata decisiva per l’accordo proviene da Retekurdistan.it.
February 3, 2026
Retekurdistan.it
[2026-02-06] Noise Pills @ Strike s.p.a.
NOISE PILLS Strike s.p.a. - via Umberto Partini 21 (venerdì, 6 febbraio 16:00) 666 invitatx ad un appuntamento audiofilo kamikaze 🛠️Dalle ore 16: Laboratorio a offerta libera / costruzione di un subwoofer kamikaze per contrastare la macchina repressiva: assemblaggio cabinet, saldatura connettori e taratura impianto 🔊: Questo laboratorio nasce dalla necessità di escogitare nuove strategie per resistere alla morsa repressiva che dalla legge “anti rave” all’ultimo ddl 1660 colpisce anche chi cerca di creare spazi e momenti di autogestione. Spesso infatti la difesa dell'impianto sonoro o il suo possesso diventano elementi determinanti per isolare e colpire presunt* “organizzator*” con pene fino a sei anni e il sequestro del sound. Da qui l’utilizzo alternativo di strumenti sacrificabili, riciclati o a basso costo, che possano essere abbandonati o distrutti prima che consegnati agli sbirri 🌶️ Cena vegana Red hot chili per tuttx! 🛠️Banchetti informativi / Distro e riduzione del rischio 🤖 Spettacoli e giochi ad alto voltaggio! Benefit per Progetto Noise Pills / Tetto Strike & spese legali BFP Lascia il mezzo a casa E non parcheggiare ammerda 01010010 01100101 01110011 01110100 01100001 00100000 01100011 01101000 01100101 00100000 01110011 01110100 01100001 01110011 01100101 01110010 01100001 00100000 01110011 01101001 00100000 01100110 01100001 00100000 01100110 01100101 01110011 01110100 01100001
February 3, 2026
Gancio de Roma