[2026-05-08] Rubio Not Welcome !! @ Piazza Santi Apostoli
RUBIO NOT WELCOME !! Piazza Santi Apostoli - P.za dei Santi Apostoli, 00187 Roma RM, Italia (venerdì, 8 maggio 15:00) Domani arriverà nella Capitale Marco Rubio, Segretario di Stato USA, architetto di sanzioni e fautore dello sterminio a Gaza. Rubio non è solo complice del genocidio in Palestina, ma è il principale responsabile dell’assedio economico contro Cuba, un embargo criminale che da oltre sessant’anni strozza un intero popolo. Rubio rappresenta la volontà di isolare e distruggere chiunque non si pieghi al dominio USA. La sua presenza è un insulto alla Roma solidale: Marco Rubio non è il benvenuto. La complicità del Governo Meloni: "Il miglior alleato di Israele" Denunciamo con forza la complicità del governo italiano nel genocidio in corso. Non è un caso che Tel Aviv abbia dichiarato ufficialmente che l’Italia è oggi il miglior alleato di Israele. Il Governo Meloni, oltre a garantire copertura politica ai crimini di Netanyahu, continua a mantenere attivi i canali di rifornimento bellico e logistico, rendendo il nostro Paese complice attivo del massacro di civili a Gaza e in Cisgiordania. Pirateria nel Mediterraneo e tradimento europeo Manifestiamo sotto la Commissione Europea perché la sovranità del continente è stata svenduta. La Marina israeliana ha intercettato e sequestrato in acque internazionali le navi della Freedom Flotilla che battevano bandiera italiana. L'operazione è avvenuta con il supporto logistico del governo greco, in virtù dei recenti accordi di cooperazione militare e di difesa strategica firmati tra Atene e Tel Aviv per il controllo del Mediterraneo orientale. Tra i volontari rapiti e detenuti illegalmente figura Saif, cittadino con doppia nazionalità spagnola e svizzera. Esigiamo la sua liberazione immediata e quella di tutti gli attivisti. Le nostre rivendicazioni: Isolare Israele ora! Israele rappresenta un pericolo per la stabilità globale e deve essere trattato come uno Stato paria. Chiediamo: • Rottura immediata degli accordi UE-Israele: L'Europa deve sospendere ogni agevolazione commerciale con uno Stato che pratica l'apartheid e il genocidio. • Recisione di ogni legame: Chiediamo la rottura di ogni accordo militare, economico e accademico a livello locale, nazionale ed europeo. • Welfare, non Warfare: Basta soldi alle armi e basta minacce di leva militare obbligatoria. La precarietà sociale che viviamo è il costo diretto della vostra economia di guerra. Le risorse pubbliche devono andare al welfare, non al massacro dei popoli. • ⁠Stop blocco e assedio a Cuba ⁠ Il tempo delle parole è finito. Non accetteremo che Roma diventi il palcoscenico per i complici del genocidio. L'unica strada è l'isolamento totale di Israele e la cacciata dei signori della guerra.
May 7, 2026
Gancio de Roma
Nazionalisti dei miei stivali
Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago […] L'articolo Nazionalisti dei miei stivali su Contropiano.
May 7, 2026
Contropiano
The Permanent Uprising
Transforming mobilization into organization through the commune Émile Marti Youth uprising in Antananarivo, Madgascar, 11 October 2025 September 2025, Nepal. Smoke, tear gas, shouts, stones flying, small groups of young people gathering and forming a massive human tide. A powerful wave surges towards the presidential palace. The gate is quickly toppled; some wave the “One Piece” flag, people take videos to capture these moments of joy. Starting from Indonesia and Nepal in August 2025, then...
Cinemaforte@FortePrenestino 7+15/5
verso il 15 maggio commemorazione del giorno della Nakba CinemaForte presenta DALLA NAKBA AL GENOCIDIO RESISTENZA UMANA IN PALESTINA Giovedì 7 maggio 2026 TUTTO QUELLO CHE RESTA DI TE (All That’s Left of You) di Cherien Dabis con Saleh Bakri, Cherien Dabis, Adam Bakri, Maria Zreik, Mohammad Bakri (Cipro, Ger, Gre, Giord 2025) 145′ Giovedì 14 maggio 2026 THE TEACHER di Farah Nabulsi con Saleh Bakri, Imogen Poots, Stanley Townsend, Muhammad Abed Elrahman (G.B. 2023) 115′ … Inizio proiezioni ore 21:30 Sottoscrivi per il cinema!! CSOA Forte Prenestino – Via F.Delpino (Centocelle) L'articolo Cinemaforte@FortePrenestino 7+15/5 proviene da Romattiva.
May 7, 2026
romattiva.org
Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo
Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni. Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e […] L'articolo Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo su Contropiano.
May 7, 2026
Contropiano
Sempre meno mamme giovani, sempre più disuguaglianze
In Italia, nonostante il crescente dibattito pubblico attorno al tema, la maternità si traduce ancora in un equilibrio fragile tra occupazione e carico di cura, tra desiderio e rinuncia, con carriere che si fermano o rallentano e difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro. È la fotografia che emerge dall’XI edizione del Rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” diffuso alla vigilia della Festa della Mamma ed elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children. Guardando in particolare ai salari, nel settore privato le madri registrano una penalizzazione che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio, mentre nel settore pubblico la penalizzazione è più contenuta (5%), ma comunque rilevante. Rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro, dai dati si evince che mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato del lavoro degli uomini senza figli, per le donne avere figli è associato a una minore occupazione lavorativa. Se il 78,1% degli uomini tra i 25 e 54 anni senza figli è occupato, con una percentuale che si attesta al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore (92,9% per chi ne ha uno e 92,7% per chi ne ha due o più), per le donne della stessa fascia d’età la situazione è molto diversa: lavora il 68,7% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne (67% per chi ne ha uno e 58,8% con due o più). Il tasso di occupazione scende ancora per le madri con almeno un figlio in età prescolare (58,2%). Le differenze territoriali sono marcate: tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%. Il pianeta maternità è caratterizzato anche dal part-time: ne fanno ricorso il 32,6% delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore (di cui l’11,7% è part-time involontario), contro il 3,5% dei padri nella stessa condizione. In aumento la quota di donne occupate con contratti a termine da almeno 5 anni (da 17,4% a 19,1%). Il Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” propone anche quest’anno il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, che misura le condizioni delle madri attraverso 7 ambiti – Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale. In questa edizione la regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il forte arretramento registrato nell’edizione precedente. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12° all’8° posto, e per la Calabria, che guadagna due posizioni, passando dal 18° al 16° posto. Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto e il Veneto dal 9° al 12°, evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale. Perdono terreno anche il Molise, che scivola dal 15° al 17° posto e il Lazio, che passa dal 6° al 9° posto. Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale: l’Abruzzo, con un valore pari a 99,259, si conferma la regione meglio posizionata tra quelle meridionali (14° posto), mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia (92,226) e la Sicilia. Nel complesso, la situazione italiana mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi due anni: l’indice nazionale scende rispetto sia al 2024 che al 2023. Una flessione riconducibile in particolare al peggioramento delle dimensioni della demografia, del lavoro e della salute. L’Indice regionale considera, tra l’altro, anche la “dimensione della violenza”, che misura la presenza di centri antiviolenza e case rifugio per 100.000 donne, evidenziando una distribuzione fortemente disomogenea sul territorio e mostra una sostanziale stabilità nel tempo. Al primo posto si conferma nuovamente, il Friuli-Venezia Giulia, seguito dalla Provincia Autonoma di Bolzano al 2° posto e dall’Emilia-Romagna al 3° posto. Su livelli elevati si collocano anche la Valle d’Aosta al 4° posto, la Lombardia al 5° posto e l’Abruzzo al 6° posto. La Provincia Autonoma di Trento e la Basilicata chiudono la graduatoria all’ultima posizione. Da anni Le Equilibriste ci invita a guardare oltre i numeri delle nascite, interrogandoci sulle condizioni reali in cui prende forma la scelta di avere figli. Oggi più che mai, le equilibriste non sono solo le madri che cercano di conciliare tutto, ma anche le donne che devono valutare se diventare madri. Il Dossier infatti torna al nodo centrale del rapporto tra maternità e lavoro, dove la child penalty continua a pesare su occupazione, reddito e carriere, con forti disuguaglianze territoriali e generazionali. Accanto a questi divari, emergono anche le situazioni più fragili, come quelle delle madri sole. > “La lettura dei dati, ha sottolineato Antonella Inverno, Responsabile Ricerca > e Analisi Dati di Save the Children Italia, ci restituisce la fotografia di un > Paese in cui la maternità resta ancora uno dei principali fattori di > disuguaglianza. Viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della > genitorialità in modo sproporzionato sulle donne, come il rapporto Le > Equilibriste denuncia da undici anni. Nel 2026 dobbiamo ancora rimarcare come > la situazione delle madri in Italia sia addirittura peggiorata rispetto agli > scorsi anni. Nonostante gli impegni annunciati, aumentano le dimissioni delle > neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora > e non è inserita in percorsi di formazione”. Come ogni anno, Save the Children dà voce alle mamme “equilibriste” con le storie e le sfide che hanno affrontato Caterina, Aurora, Elisa e Tiziana quando sono diventate mamme: https://www.youtube.com/watch?v=wRci-8jgPNg&t=4s. Qui per il Rapporto: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2026_0.pdf. Giovanni Caprio
May 7, 2026
Pressenza
Il patto del Comune con la BEI a tutela degli interessi economici: ecco perché
La Sindaca Funaro ha bollato come “fake news” quanto contenuto nell’Appello per rivedere l’incarico alla BEI di un piano di social housing a Firenze, promosso dal Laboratorio per la città. Comunico alla Sindaca che l’Appello è basato … Leggi tutto L'articolo Il patto del Comune con la BEI a tutela degli interessi economici: ecco perché sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il lento sgretolamento dell’università
Un anno fa, lo sciopero del precariato universitario provava ad accendere la luce su quanto stava succedendo negli atenei italiani, con il molteplice attacco sferrato attraverso i tagli al finanziamento, la riforma del precariato, una proposta di riforma generale e la guerra culturale all’università. Poche settimane dopo, ai primi di giugno, il parlamento approvava, attraverso l’emendamento Occhiuto-Cattaneo-Galliani a un disegno di legge legato al Pnrr, una versione ridotta ma sostanzialmente fedele all’originale della riforma del precariato. Chiusa quella partita, necessaria a gestire, sulla pelle di chi lavora nella ricerca e nella didattica, i tagli al finanziamento, il governo prometteva di concentrarsi sul ridisegno generale del sistema universitario italiano. Eppure, il ddl sui concorsi è impantanato alla Camera da gennaio, vittima di schermaglie interne alla maggioranza, e la riforma della governance degli atenei in senso verticista e potenzialmente autoritario non ha mai visto la luce, scatenando le ire del suo principale sostenitore, l’editorialista conservatore Ernesto Galli della Loggia, che a gennaio gettò pubblicamente la spugna definendo «impossibile» riformare l’università sulle pagine del Corriere della Sera. Anche i tentativi di allineare politicamente gli atenei alla linea governativa, pur mai sopiti, hanno ogni giorno meno presa sul corpo accademico, soprattutto dopo che il referendum costituzionale di marzo ha smontato l’aura di imbattibilità e inevitabilità che circondava il governo Meloni, rendendone palese la crisi di consenso. Il rallentamento e l’indebolimento dell’offensiva legislativa sull’università dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo a chi si oppone al governo Meloni e alla sua idea di università piccola, segregata, politicamente allineata e tendenzialmente privatizzata. Eppure c’è poco da cantare vittoria. Non solo perché l’offensiva, pur rallentata e indebolita, è tuttora in atto. Ma anche e soprattutto perché in assenza di una grande riforma che palesi le intenzioni aggressive del governo e generi discussione, schieramento e attivazione negli atenei e nell’opinione pubblica, il rischio è che di università si smetta di parlare. Ossia che passi sotto silenzio ciò che ogni giorno continua ad accadere, sulla spinta della riforma Gelmini del 2010, dell’emendamento dello scorso anno e dei tagli governativi: nei giorni scorsi i vincitori del bando Fis 3 (un grosso programma di finanziamento a progetti di ricerca individuali) hanno denunciato gli ostacoli burocratici ministeriali e la scelta di molti atenei di offrire loro solo contratti precari. Un esempio, tra i tanti che vedremo, di un sistema che con la fine del Pnnr ha esaurito l’ossigeno finanziario e boccheggia, barcollando ogni giorno un po’ vistosamente del precedente, perdendo pezzi.  Mentre sui giornali e sui social si chiacchiera di un’università al di sopra delle possibilità del nostro paese e schiava del «posto fisso», la realtà dei numeri ci parla di un lento sgretolamento. Una realtà su cui non ci si può permettere di lasciar calare il silenzio, soprattutto nell’anno che ci porterà alle elezioni politiche. LEGGI ANCHE… UNIVERSITÀ L’EMERGENZA STRISCIANTE DELL’UNIVERSITÀ Lorenzo Zamponi LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi, con un articolo sul Sole 24 Ore e uno sul Corriere, da Stefano Paleari, ex presidente della Conferenza dei rettori nonché membro di uno dei due gruppi di lavoro ministeriali incaricati di fare il «tagliando» alla riforma Gelmini: i bilanci degli atenei italiani sono a rischio per una serie di motivi, tra i quali spiccano l’aumento dei costi del personale e le esenzioni dal pagamento delle rette da parte degli studenti sulla base del reddito familiare. Nell’università c’è da fare, si scrive citando Quintino Sella, «economia fino all’osso», perché, si spiega ricordando Alcide De Gasperi, la ricerca è un lusso che non ci possiamo permettere. L’avvertimento è molto chiaro: non ci si aspetti investimenti, «perché i prossimi governi dovranno fronteggiare tante altre priorità» e si tiri la cinghia, senza esagerare con il reclutamento e con il diritto allo studio. E chissà che il governo non intervenga per aiutare le università a risparmiare, in qualche modo. È stata questa, del resto, la logica della riforma del precariato varata lo scorso anno: fornire agli atenei una «cassetta degli attrezzi», come ama dire la ministra Anna Maria Bernini, tra cui scegliere il contratto post-dottorato più conveniente. Di fatto, tornando indietro sulle conquiste ottenute nelle ultime settimane del governo Draghi, l’esecutivo cercava nella precarietà un modo per «aiutare» le università a gestire i tagli ai finanziamenti: le risorse diminuiscono, ma se si livellano verso il basso diritti e salari di una parte della forza lavoro, si possono mantenere determinati livelli di ricerca e didattica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il fatto che, come scrive il Corriere, nell’ultimo anno si sia raggiunto il «massimo storico della somma di professori associati e ordinari» significa poco, se si tiene conto che è contemporaneamente, e ovviamente, crollato il numero di ricercatori a tempo indeterminato (figura abolita dalla riforma Gelmini 15 anni fa). Il totale dei docenti di ruolo, in realtà, è ancora di 10 mila unità inferiore rispetto al dato del 2008, nonostante i piani straordinari di reclutamento e il Pnrr. E se tra il 2023 e il 2026 (sull’onda lunga del reclutamento straordinario varato dal governo Conte II durante la pandemia) i posti a tempo indeterminato sono aumentati di circa 4.000 unità, ciò non compensa affatto ciò che è successo, nello stesso periodo, al precariato: i ricercatori a tempo determinato di tipo A (quelli senza sbocco di stabilizzazione), che erano oltre 9.000 nel 2023, ora sono poco più di 6.000; e gli assegnisti di ricerca, che alla fine del 2024 raggiunsero la cifra record di 23 mila, ora sono circa 10 mila. Che fine hanno fatto questi 17 mila precari e precarie? Alcuni sono impiegati con le nuove figure contrattuali introdotte dal governo e non ancora riportate nelle statistiche ministeriali. Alcuni sono riusciti a stabilizzarsi. Il grosso, però, è stato espulso dal sistema universitario o, peggio, staziona ai suoi margini, tra co.co.co, borse di ricerca, docenze a contratto e magari un po’ di lavoro gratuito. È questo il «lusso» di cui si legge sul Corriere, è questa l’università del «posto fisso» di cui si discetta nei podcast. Il sistema universitario più piccolo d’Europa, quello che costa l’1% del Pil quando la media Ocse è dell’1,5%, quello con un docente ogni 21 studenti quando la media Ocse è di 17, quello con il corpo docente più vecchio dell’intera Ocse (il 56% ha più di 50 anni) e con solo il 38% di donne (quando la media Ocse è del 45%). Quello che produce il tasso di laureati nella popolazione più basso d’Europa (il 22%, contro una media Ue del 36%). Banali dati di realtà senza tenere conto dei quali è davvero difficile dire qualcosa di significativo sull’università italiana, sulle sue storture e sulle sue potenzialità. Qualsiasi proposta di riforma che rimuova il tema del finanziamento e quello del precariato nasce, per forza di cosa, monca e priva di contatti con la materialità del lavoro di ricerca e didattica. LEGGI ANCHE… UNIVERSITÀ L’ORBANIZZAZIONE DELL’UNIVERSITÀ Lorenzo Zamponi MANOVRE E ALTERNATIVE Gli interventi del governo, in questo contesto, faticano ad assumere anche solo la valenza del pannicello caldo. Il piano straordinario di reclutamento finanziato dalla legge di bilancio, e teoricamente destinato a offrire la possibilità di un accesso alla tenure-track e quindi alla stabilizzazione ai ricercatori a tempo determinato di tipo A (figura abolita nel 2022 ma di fatto utilizzata fino all’estate scorsa grazie a una provvidenziale proroga), finanzia solo 1.500 posti, per di più solo al 50% (mentre l’altro 50% è in capo agli atenei) e lasciando a carico degli atenei il costo del successivo passaggio in ruolo. Tutto ciò avviene con una procedura riservata a chi ha avuto il contratto in scadenza nel 2025 o ce l’ha nel 2026: per quelli scaduti nel 2024 è troppo tardi, e a quelli che scadranno nel 2027 o nel 2028 penserà il prossimo governo. Se si aggiunge la riserva del 50% dei posti agli rtd-a finanziati tramite Pnrr, è facile anche per i non addetti ai lavori vedere la classica logica di segmentazione che da sempre caratterizza le iniziative governative sul precariato nella pubblica amministrazione, e in particolare nella scuola: si fa una procedura straordinaria con criteri arbitrari, la si fa in buona parte pesare sui bilanci degli atenei, e così facendo di fatto si mettono in competizione gli rtd-a del 2024 con quelli del 2025, quelli Pnrr con quelli non Pnrr, tutti gli rtd-a con gli assegnisti (esclusi da ogni procedura riservata). Una segmentazione che divide, mette gli uni contro gli altri, rende sempre più difficile costruire un orizzonte rivendicativo ampio. A ciò si aggiunge la già citata vicenda dei vincitori dei progetti Fis 3 «starting grant», a cui da bando era stato garantito un posto da «ricercatore a tempo determinato» (e quindi, a legge vigente, un percorso verso la stabilizzazione), ma che una provvidenziale Faq ministeriale (la più sacra delle fonti del diritto) ha reso possibile reclutare attraverso contratti di ricerca precari, possibilità di cui sta approfittando una buona metà degli atenei che ospitano un vincitore. Tutto questo in un programma costato ben 432 milioni di euro, che ha premiato 326 vincitori e che produrrà, oltre alla possibile stabilizzazione di alcuni dei vincitori, svariate centinaia di contratti precari per collaborare ai progetti. Una logica, quella dell’accentramento delle poche risorse disponibili, seguita anche dal bando Prin (quello per i progetti collaborativi) uscito in queste settimane: pochi finanziamenti, progetti grandi. Pochi vincitori, in grado di reclutare torme di precari per un tempo limitato, e poi si vedrà. La logica resta quella del finanziamento occasionale, grant-based e produttore di precariato, in crescita ovunque ma dominante in particolare in Italia, dove il finanziamento ordinario e strutturale, quello che dovrebbe durare nel tempo a prescindere da bandi e progetti, è ben più carente che altrove. Tant’è che una generazione di precari e precarie è stata allevata all’idea di «comprarsi» il posto di lavoro portando le risorse vinte con un progetto. Un meccanismo perverso a sua volta alimentato dagli incentivi premiali introdotti nello scorso decennio (grazie ai quali, ad esempio, a un ateneo conviene, in termini di finanziamento governativo, ospitare vincitori di progetti), in una grottesca corsa al bando che ha distorto completamente il ruolo e il significato dei progetti di ricerca. L’esatto contrario di un’ottica di crescita del sistema universitario nel suo complesso, che passa per un reclutamento regolare e programmato, che parta dai bisogni di didattica e ricerca per pianificare assunzioni a tempo indeterminato, a cui poi i progetti individuali o collaborativi si aggiungono.   Il punto resta lo stesso: che università vogliamo, e a cosa deve servire? Se l’università serve sostanzialmente a selezionare, valutare e certificare determinate competenze indicate dal mercato, allora ciò a cui stiamo assistendo non è un problema: un’università piccola e precaria basta e avanza, e per tutto il resto ci sono le telematiche private a scopo di lucro. Se invece riteniamo che la conoscenza possa essere al centro di una trasformazione sociale, se crediamo che ricerca e didattica servano al futuro di questo paese in forma più forte, più avanzata e più diffusa di quanto sia avvenuto finora, se pensiamo che, dalla transizione ecologica alle diseguaglianze socio-economiche e territoriali, ci siano sfide a cui i saperi possono contribuire, allora sarebbe il caso di battere un colpo. E di proporre l’alternativa a uno scenario che, anche nel rallentamento dell’offensiva autoritaria, vede l’inerzia tutta dalla parte di un graduale ma inesorabile sgretolamento. *Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il lento sgretolamento dell’università proviene da Jacobin Italia.
May 7, 2026
Jacobin Italia
CATERINA LA RACCATTACANZONI
TRACCIA 1: Caterina Bueno – Tutti mi dicon ch’io canti (La Brunettina EP del 1964, I Dischi del Sole) Cantava di core Caterina, mossa da una passione viscerale per la ricerca di canti del popolo, nasce nel 1943, proprio il 2 Aprile a San Domenico di Fiesole.  Viene da una famiglia di intellettuali e artisti, il padre Xavier era un artista spagnolo cresciuto in Svizzera, e la madre Julia Chamorel «È una scrittrice ginevrina. Comunista, molto legata a Sartre e Simone de Beauvoir, un legame di profonda amicizia». Nasce in una bellissima villa a San Domenico di Fiesole, all’inizio della collina toscana ove esisteva da sempre un’interazione molto forte tra l’aristocrazia e la borghesia ricca che lì vive, molto spesso di taglio intellettuale e nei campi poco lontano, ancora il mondo era rurale. A quei tempi c’era la mezzadria, le tate che andavano a lavorare nelle case degli aristocratici venivano veramente dalla realtà contadina della zona. La sua prima tata, l’Albina, era mugellana e le intona arie d’opera e stornelli fin da piccola;  AUDIO 01_Le tate toscane Le tate sono sempre rimaste a vivere lì. Giocavano con lei e con i suoi fratelli e cugine, con la lingua, con quel forte dialetto toscano cantavano ninnananne e stornelli; anche i suoi compagni di scuola vengono dalla campagna. E sentiva cose come questa:  Ninna Nanne Filastrocche e storie per bambini…di tutte le età (Canti e racconti della terra toscana) : 19 – Cecco bicecco Questa traccia appartiene ad una raccolta in omaggio a caterina bueno, nel 2010, curata dall’Associazione Le Radici Con Le Ali (prov.Siena). “Le varianti erano una caratteristica della “poesia popolare” cantata dove non valeva la regola della poesia d’autore. Diritto dunque a cambiare e dovere di far circolare in un ambito sociale aperto, senza Società degli Autori e degli Editori (SIAE)“ AUDIO_02 Caterina si appassiona Nessuno della famglia di caterina era di origine toscana ma fa parte di una famiglia composta da artitsti e intellettuali milleleuropei, conosce il francese e lo spagnolo, ma lìitaliano non è la sua lingua madre. E si appassiona profondamente alla lingua e il dialetto del posto in cui nasce e vive. Caterina frequenta il liceo classico Michelangelo, è molto brillante, ma lascia gli studi dopo i primi due anni. I suoi cugini sono tutti laureati, lei, invece, decide di fare il suo percorso fuori dai circuiti formativi canonici e a sedici anni comincia a esplorare la strada dell’etnomusicologia, mettendo in pratica un percorso da studiosa che utilizza fonti atipiche, all’epoca poco riconosciute. Le sistematizza e le reinterpreta, salvando un patrimonio immenso. I genitori, artisti benestanti l’hanno sempre supportata e finito il liceo il padre le regala un registratore, così lei comincia a percorrere diverse zone della Toscana in cerca di testimonianze.  AUDIO03_Il primo registratore Caterina Bueno – La Mea (La veglia, 1968, I Dischi del Sole) AUDIO04_Nata nelle case del popolo AUDIO05_Le parole dell’insider torinese pt.1 “Andavano in giro come pazzi, hanno visto tutte le case del popolo…” Inizia a girare per le case del popolo e da lì ottiene le prime direttive per cercare in lungo e in largo, con la famosa 500 rossa, dal Valdarno alla Maremma Caterina Bueno – Mamma mamma mi sento un gran male AUDIO 06_Le parole dell’insider torinese pt.2 “Lei ha dato la vita per questa roba…per trovare le canzoni” Caterina Bueno – Battan l’otto Battan l’otto, raccolto da Caterina a San Giovanni Valdarno, in provincia di Arezzo, nei primi anni 60 ha origine nei sanguinosi scioperi delle acciaierie di Terni, che ebbero luogo nel 1907 e provocarono episodi di repressione da parte delle forze dell’ordine. Di qui un’ondata di scioperi in tutta Italia. Tutto il repertorio della musica popolare toscana, quello che oggi è cantato, lo ha recuperato Caterina…Si addentra in cantine, bar e campi documentando stornelli, canti in ottava rima, ballate, ninne nanne, canti di tragedie e canti di feste. AUDIO07_Timidezza, ricerca e i pericoli di una ragazza che girava sola_Le donne in osteria “Ero timida – dice Caterina –. E chiedere una canzone a un contadino toscano… Be’: c’era da farsi rider dietro per un’ora. Sa, nessuno mi conosceva, e il mestiere praticamente inesistente, e dover spiegare tutto dapprincipio: perché ci andavo, cosa volevo, con quali scopi […], insomma, mi vergognavo da morire”  «Girava per questi paesi con una vecchia Cinquecento, girava, girava e si avvicinava alla gente – racconta Giorgi –. Non ha mai osato entrare dal barbiere, le donne in campagna a quell’epoca non entravano nei locali pubblici. È la Toscana degli anni Sessanta e il barbiere per le donne era tabù. Però entrava nelle osterie, lì aveva coraggio. Ma forse anche perché accompagnata da qualcuno di fiducia. E così riusciva, chiacchierando, chiacchierando a convincere le persone a cantarle qualcosa. Allora tirava fuori il suo registratore. Girava anche nei mercati, col registratore certe volte nascosto». Caterina Bueno – La leggera delle donne AUDIO_08 – Le parole dell’insider torinese pt.3 Cantacronache è stato un collettivo di musicisti, letterati e poeti formatosi a Torino nel 1957 con lo scopo di valorizzare il mondo della canzone di protesta attraverso l’impegno sociale. Era formato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero, fondatori, cui si aggiunsero Fausto Amodei e Margot, moglie del citato Liberovici. Sono considerati tra i precursori del cantautorato italiano. Al progetto musicale parteciparono anche intellettuali dell’epoca come Gianni Rodari, Giorgio De Maria, Emilio Jona, Italo Calvino e Umberto Eco nelle vesti di autori dei testi. L’attività del gruppo era orientata in primo luogo alla creazione di un nuovo tipo di canzone che prendesse le distanze dai canoni della canzonetta di consumo dell’Italia nel dopoguerra e ben espressa dal nascente Festival di Sanremo. Canzoni a cui non spettava il compito di intrattenere un pubblico indistinto, ma farsi strumento per mostrare la realtà e ricostruire criticamente fatti di cronaca, consegnandoli così alla memoria collettiva. Le canzoni dovevano assolvere a una funzione educativa. ” Delle canzonette leggere in sé e per sé non ce ne importava molto: il nostro interesse non era mercantile, ma precisamente sociologico e ideologico, e decisamente contenutistico”. Per la prima volta emergeva con chiarezza la differenza tra “canzonetta” (bene di consumo nella nascente cultura di massa: “oggetto d’uso”, prodotto “gastronomico” slegato dal reale, come lo definì Umberto Eco) e canzone d’impegno (canzone d’autore, in cui riconoscere una poetica, un personale sguardo sulle cose). Evadere dall’evasione, infatti, era il motto scelto dai torinesi. Il primo folk festival si svolse proprio a torino nel 1965, mosso dai cantacronache. Il collettivo fu tra i primi a occuparsi di ricerca sul campo e restituzione di canti del passato, raccolti poi in diversi album.  Margot (Cantacronache) – Canzone triste Dopo i Cantacronache incontra Sandra Mantovani, altra cantante folk; siamo nel pieno del folk revival, che riporta in auge la canzone popolare con tutte le sue potenze e contraddizioni, questioni di classe, coloniali e di svuotamento di significato rispetto al valore originario . [Meriterebbe approfondimenti la questione, magari sarà per le prossime] Caterina Bueno – Tutti mi dicon maremma   Una canzone terribile, di maledizioni lanciate da fidanzate, mogli, amanti, rimaste senza il loro uomo, costretto a quel destino per non far morire di fame la famiglia. «La generazione di intellettuali in cui si colloca Caterina è caratterizzata dalla critica alla società capitalista. Lei, infatti, dà voce ai senza voce, alle masse popolari di un’Italia ancora paese rurale, ma ormai in via di trasformazione. Una trasformazione di cui, nell’inconsapevolezza, molti erano vittime.  La società industriale avanzava, la meccanizzazione in agricoltura avanzava, i processi di urbanizzazione erano sempre più marcati, le forme di impoverimento della campagna, anche la campagna toscana, quella più pettinata, quella di San Domenico, erano visibili. Il mondo mezzadrile spariva. Così, questi intellettuali diedero voce a chi non l’aveva». In questa fase dell’etnomusicologia si trova il lavoro di tante altre studiose che in quegli anni si dedicavano alla riscoperta del canto popolare; e cantanti che le ricantano, molto spesso erano sia ricercatrici che cantanti. “Non hanno mai fatto gregge le donne, si contraddistinguono sempre. Anche tra le mondine ci sono quelle che alzano la voce, che fanno la prima voce e al di sotto c’è la potenza delle voci basse che fanno il coro. E si alternano. Ma ognuna ha la sua individualità. Questo lo abbiamo trovato dappertutto. C’è una cosa però che voglio far notare. Anni fa siamo andate a Maglie a registrare, zona depressa, poverissima. Lì si scende dal pullman e c’è una chiesa evangelica, non la chiesa cattolica, perché ci sono tanti discendenti degli Ugonotti, figli della strage della notte di San Bartolomeo, il massacro dei protestanti che avvenne in Francia nel XVI secolo. Da allora molti sono scappati, se ne sono venuti in Italia e si sono acquattati in Molise, in Calabria e in altre zone impervie. Hanno circumnavigato la Città Vaticana e si sono sistemati lì. Cantano molto più severamente, per il fatto di essere protestanti. Hanno dei divieti, per esempio non possono cantare il pettegolezzo, i fatti del paese. Una mentalità diversa. C’era una donna con un viso completamente immobile, cantava benissimo con dei melismi di una difficoltà enorme. Le abbiamo chiesto se potevamo andare a casa a registrarla. Sul caminetto c’era una sfilza di antidepressivi. Li prendeva lei. Anche altre donne lo facevano. Prima lavoravano tutte insieme, poi quei lavori in campagna non si sono fatti più e loro non volevano rassegnarsi a stare a casa. Per questo soffrivano. Lavorando insieme cantavano. “Ci avete portato la gioia”, ci hanno detto, “non cantavamo più da tanto tempo, non ci vedevamo neanche più”. Gli uomini avevano il predominio su tutto. Suonavano la zampogna, la surdulina, tutta una serie di strumenti fatti da loro. Anche i cori li intonavano loro e le donne erano messe in disparte. È chiaro che era caduto in disuso un po’ tutto. “ Sandra Mantovani, Giovanna Marini, Rosa Balistrieri, entra in contatto con molte altre donne con le quali realizza anche spettacoli furono insieme a Caterina figure chiave chiave del Nuovo Canzoniere Italiano; fondato a Milano da Roberto Leydi e Gianni Bosio. Il NCI si proponeva di studiare la canzone popolare italiana, con lo scopo di recuperare una narrazione delle vicende storiche del Paese attraverso la voce del popolo. Per lei quell’esperienza rappresenta un momento forte di militanza, cantare la protesta, risvegliare nella gente che l’ascolta la voglia di reagire a ingiustizie e soprusi. AUDIO08_Tutte donne Coro delle mondine di Medicina – Sebben che siamo donne AUDIO09_Bella Ciao 1964 Nel 1964 col Nuovo Canzoniere Italiano partecipa allo spettacolo Bella ciao (a cura di Roberto Leydi, Michele Straniero, Franco Fortini), in scena al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Che fu anche teatro di un claboroso episodio di censura e disturbi di gruppi fasciscti. Rimasto nella storia, con grande successo di pubblico e critica, anche per il clamore dello scandalo suscitato in occasione di una replica.  In quella serata, a causa di un’indisposizione di Sandra che solitamente eseguiva Gorizia tu sei maledetta, canzone di trincea della Grande Guerra, è Michele Straniero a cantarla, intonando anche una strofa, vietata secondo gli accordi, che scatenerà un vero e proprio putiferio. Quei versi erano un’accusa per niente velata al mondo militare: Traditori signori ufficiali/che la guerra l’avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù. Spoleto era da sempre una platea di gente per bene, «quelli che aspettavano di ascoltare l’operetta o la cantante di successo», dice Anna. Quella sera, poi, diversi ufficiali e militari riempivano la sala e mal sopportarono quell’affronto. Successe, infatti, “l’ira di Dio”, come da racconto di Giovanna Marini: “Una voce si leva dalla platea: «Evviva gli ufficiali» seguita da cori di «Evviva l’Italia». Dal loggione arriva una risposta immediata e viene lanciata in platea una sedia, mentre si intona Bandiera Rossa. Dal basso rispondono con Faccetta Nera […]. Spintoni a destra e a sinistra […]. Giorgio Bocca, da sotto il palco, urla a Michele: «Andate via, andate via prima che arrivi la polizia!» […] Allora vigeva ancora il reato d’opinione: se ci coglievano sul fatto, cosa che stava per accadere […] saremmo finiti direttamente in prigione, in attesa del processo, così era la legge dell’epoca” [Marini, Una mattina mi son svegliata, pp. 170-171]. Il clamore fu tale che due giorni dopo Straniero venne raggiunto, insieme ai responsabili della manifestazione, da una denuncia per vilipendio alle forze armate italiane. Fu a partire da questo spettacolo, però, che in Italia cominciò la stagione del folk–revival. Ne verrà poi tratto il disco Le canzoni di Bella ciao del 1965, in cui è proprio Sandra a cantare Gorizia tu sei maledetta. Proprio in occasione del Bella Ciao 1964, Caterina canta e rende popolare Maremma amara. E poi anche Partire partirò, canto dell’epoca delle guerre napoleoniche quando venne istituita la leva obbligatoria anche nelle terre italiane conquistate. I soldati dovevano partire abbandonando i loro amori. Caterina Bueno – Partire partirò, partir bisogna AUDIO10_In piazza a Santo Spirito “Ma voi mettere te, seimila persone, che cantano in coro ì grillo e la formiha, eh?!“ Caterina Bueno – Storia del grillo e della formica, filastrocca di un amore infelice. AUDIO11_La leggera Caterina qui nell’audio parla della stima che ha per le attività de La Leggera, associazione con cui negli ultimi anni di vita ha collaborato, condividendone la passione e l’approccio alla ricerca; il suo è un approccio fatto di “collaboraborazione e partecipazione”, stava in basso, conosceva le persone e si integrava con le comunità che valicava, ne diventava parte integrante, si faceva accogliere. La leggera è un’associazione che ha sede nel Comune di Rufina, Toscana (Italia). Si occupa di cultura immateriale in Val di Sieve e Casentino, attraverso la ricerca, la documentazione, lo studio, l’apprendimento, la pratica e la diffusione dei linguaggi della musica, della danza, del canto, della narrazione, dell’immagine e del teatro di tradizione orale, di origine contadina e artigiana. Caterina Bueno – La Leggera Così era chiamato il treno che agli inizi del secolo portava i lavoratori stagionali fino in Maremma. “Leggera” era un termine dispregiativo e aveva a che fare i disoccupati, gli stagionali, gli emigranti che, poverissimi, viaggiavano “leggeri” con poche cose per campare: un bagaglio fatto di niente. Su quel treno, però, nonostante la miseria, si cantava tutti. Fanfara della Leggera – Quadriglia di Acone Caterina è mancata a Firenze il 16 luglio 2007. «È morta in sei mesi di malattia per un tumore, era giovane, aveva 64 anni. Era il periodo in cui ricominciava ad avere dei riconoscimenti, le stavano ripubblicando le opere, era ripartito il revival del folk. Ma se ne è andata in fretta. Aveva quel suo modo molto solitario di vivere la vita. Amava andare a trovare i suoi fratelli in campagna, aveva tanti amici, le piaceva organizzare la cena degli avanzi del dopo Natale, ma alla fine era una solitaria. Non so some sarebbe stata per lei la vecchiaia. Alla sua morte volle essere avvolta dalla bandiera anarchica, la dice lunga sulla sua scelta di vita». Dodi Moscati ft. Mazapegul – Maremma in dub ——————————————————————— Chi è la nostra insider torinese? Classe 1943, nota sovversiva, atea miscredente, queste le parole candide con cui si definisce ad oggi, alla veneranda età di 82 anni con alle spalle una vita intera di militanza ed attivismo; suo nonno arrivò a Torino esule da Milano per aver votato contro Mussolini negli anni ’20; finì operaio all’Ansaldo, fabbrica di armi, così come operaio fu il padre, alla fiat. Che piuttosto di comprarsi una macchina, le comprò i libri, permettendole di studiare fino all’Università; si laurea in lettere scegliendo poi di insegnare nelle periferie di Torino, a ragazzi delle medie, alcuni dei quali ancora analfabeti e figli delle migrazioni operaie. Donna forte, sola e indipendente viaggia ovunque riesce, senza nessun compagno – cosa non usuale all’epoca – e spesso con un’amica, deputata comunista; si sposa quasi per disgrazia a 51 anni con un capace sindacalista con cui condividono l’attivismo e l’impegno politico, appassionato di musica le porta i racconti di una Torino ribelle che canta le canzoni impegnate, dei Cantacronache e di Caterina… Altre fonti, libri & siti utili Articoli scritti da Chiara Ferrari su patriaindipendente.it/ , in particolare quello su Caterina Bueno, ma ne ha scritto molti altri sulla musica popolare, con un focus particolare sulle donne, di cui ha pubblicato pure un libro “Le Donne del Folk” Cultura di classe e consumo del folk, il Nuovo Canzoniere Italiano terza serie n.1 , Edizioni Bella Ciao, aprile 1975 Le Radici con Le Ali https://www.leradiciconleali.org L’intervista è stata realizzata a Firenze nel 2004, in occasione delle riprese per il film documentario su I dischi del Sole di Luca Pastore, è stata condivisa online preziosamente da La Leggera che ha collaborato alla realizzazione. La Leggera: https://www.laleggera.eu/wordpress/ Istituto Ernesto De Martino: https://www.iedm.it/ Il folk music revival e la canzone politica (Umberto Eco, Storia della civiltà europea) https://www.treccani.it/enciclopedia/il-folk-music-revival-e-la-canzone-politica_(Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco)/
Salario “giusto” … per chi?
COME SEMPRE PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO  DEL CIP TAGARELLI SUL COSIDDETTO DECRETO PRIMO MAGGIO(SIC) DOVE LA MELONI PROPAGANDA IL “SALARIO GIUSTO”  NEL SENSO FAVOREVOLE AI PADRONI,  PURTROPPO, E NON AI LAVORATORI COME SEMBREREBBE DAL TITOLO. COME SI COBAS LOTTIAMO NON PER UN SALARIO “GIUSTO” ( CHE NEL CAPITALISMO  NON POTRA’ MAI ESISTERE IN QUANTO FONTE DI RICCHEZZA PER POCHI E DI MISERIA PER MOLTI) MA PER L’ABOLIZIONE DEL LAVORO SALARIATO. BUONA LETTURA S.I. COBAS NAZIONALE. Art. 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Premessa:  secondo l’ISTAT i salari in Italia hanno perso – solo dal 2021 ad oggi – il 7,8 % del potere d’acquisto. Così,  puntuale il 1° maggio, è arrivato il nuovo decreto detto “Salario giusto”. Allora vediamo molto in sintesi cosa il governo Meloni – l’ultimo arrivato che non vuole mettere i bastoni fra le ruote ai padroni – intende per “giusto”. *Il decreto afferma che i contratti firmati dai sindacati “comparativamente più significativi” (leggi CGIL/CISL/UIL)  e, dalla parte dei padroni, Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, Coldiretti …siano “giusti” e ad essi vada fatto riferimento per quel che riguarda il salario. Peccato che il tribunale di Milano nell’anno passato abbia  annullato numerosi contratti di categoria firmati da CGIL/CISL/UIL definendoli “salari da fame”: ricordiamo solo le paghe orarie dei contratti della Vigilanza (3,96 euro lordi); dei settori Rider e Food Delivery (2,50 euro lordi a consegna), ribadendo che una paga troppo bassa, anche se concordata con sindacati rappresentativi, non garantisce il principio costituzionale di un’esistenza libera e dignitosa. *Incentivi alle imprese – ben 960 milioni – per “incentivare” l’occupazione, solo a quelle che applicheranno il salario “giusto”. E qui c’è un piccolo problema: invece di sanzionare chi non lo fa si premia chi “rispetta” la legge, esattamente come quell’altra genialata della “patente a punti” sulla sicurezza che premia i padroni invece di punire chi la sicurezza non la rispetta. Infatti continua senza sosta la lista dei morti di profitto (ogni anno 1.500 e più di 30.000 infortuni) sul lavoro senza che un solo imprenditore finisca in galera. Gli incentivi all’assunzione – già sperimentati da anni – sono previsti per chi assume determinate categorie tipo “donne disoccupate o giovani con meno di 35 anni disoccupati” da 24 mesi, ma a condizione che non abbiano mai avuto un contratto  di lavoro a tempo indeterminato!. Da dove vengono i soldi per gli “incentivi”? Sono sgravi fiscali, ossia meno tasse pagate dai padroni e tolte dall’ammontare dei contributi versati dai lavoratori all’INPS, finanziati cioè dalle nostre tasse! Qualcuno ha fatto i conti: 500 euro al mese per lavoratore per due anni fanno 12.000 euro e naturalmente, dopo due anni in base al Job Act di Renzi (che ha causato dal 2015 un aumento del 43% circa di morti sul lavoro), questa mano d’opera a buon mercato potrà  tranquillamente essere mandata a casa e rimpiazzata da altra. *Retroattività: si tratta dei contratti scaduti. Nel caso di contratti scaduti da più di 12 mesi (alcuni lo sono da anni…) il salario deve essere adeguato del 30% rispetto all’indice IPCA (un indice che, guarda caso, non riguarda i costi delle materie prime importate come petrolio e gas…). E’ evidente quindi che, come tutte le multe, l’esiguità dell’adeguamento non spingerà certo i padroni ad assumere. Ecco molto in sintesi il significato del nuovo “pacco” confezionato dal governo Meloni. Perfettamente in linea con quanto denuncia l’ultimo rapporto dell’OXFAM: prendendo in esame a livello globale tra il 2020 e il 2025  1.500 aziende di 33 paesi risulta che in pratica i lavoratori in media hanno lavorato gratis per 108 giorni all’anno. Le retribuzioni dei dirigenti delle grandi corporations invece, sono aumentate dell’11% in termini reali; un amministratore delegato ha guadagnato – sempre in media – 8,4 milioni di dollari all’anno, una cifra che  un lavoratore impiegherebbe 490 anni a raggiungere. E’ il capitalismo, baby… un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che ci spinge sempre più a rotta di collo verso la miseria, la fame, la guerra. Unica (anche se non semplice) soluzione: unità, organizzazione e ripresa della lotta di classe, la sola guerra giusta per il futuro degli sfruttati e degli oppressi. L'articolo Salario “giusto” … per chi? proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
DUE APPUNTAMENTI IMPORTANTI PER I LAVORATORI DEL SETTORE PUBBLICO E PRIVATO!
Due appuntamenti !! IMPORTANTI : 1) [ASSEMBLEA NAZIONALE APERTA] AI LAVORATORI E LAVORATRICI  ISCRITTI DEL SI COBAS F.P – QUESTO SABATO 9 MAGGIO A PARTIRE DALLE ORE 12.00 PRESSO LA SEDE NAZIONALE DI MILANO – MM2 CIMIANO. PER ARRIVARCI : (MAPS) HTTPS://MAPS.GOOGLE.COM/MAPS/PLACE//DATA=!4M2!3M1!1S0X4786C6E1EDFCE523:0XF5255C0097178F3E?ENTRY=S&SA=X&VED=2AHUKEWIFL4BCN6SUAXUCGV0HHVXRCN0Q4KB6BAGZEAA&HL=IT 2) [Riunione online del Coordinamento di lotta COOP Sociali] – Martedì 12 MAGGIO // ore 21 👉🏻 Fai click sul link seguente per partecipare alla riunione: https://meet.jit.si/RiunioneCoordCoopSociali L'articolo DUE APPUNTAMENTI IMPORTANTI PER I LAVORATORI DEL SETTORE PUBBLICO E PRIVATO! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.

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