“Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano
Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”. Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro, nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Amed. È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia? Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente. La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società. Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito. Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno». Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società. Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli. Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini. Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere. Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne. E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish? Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne. Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”? Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti. Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali. Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale? Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti. Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione. Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente. Come continuerà, quindi, la vostra lotta? Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione. La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta. Immagine di copertina commons.wikimedia.org Immagine interna di Ypj Navenda Ragihandine L'articolo “Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
DINAMOpress
Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria
Brigitte Vasallo scrive da anni di legami, del potere della memoria e dei modi in cui questa ordina le nostre vite. È scrittrice, saggista e attivista; i suoi libri hanno dato vita a dibattiti che hanno attraversato il mondo del femminismo e hanno trovato lettrici e lettori ben oltre i confini della Spagna. Molte delle sue opere sono state tradotte in Italia, paese nel quale il suo pensiero ha interagito in modo particolare con i dibattiti sugli affetti, sulle migrazioni e sulle trasformazioni sociali. Parte della ricerca che ha dato origine a “La fosa abierta. Anarchivo emocional de un milagro” ( La fossa aperta. Anarchivio emotivo di un miracolo, NdT), suo ultimo libro, è stata realizzata anche in Italia, dove ha approfondito lo studio delle diaspore rurali e delle memorie condivise tra paesi. Però questa ricerca è, al tempo stesso, profondamente personale. Vasallo è figlia di contadini galiziani espulsi dalla campagna e, partendo da questa storia familiare, conia il concetto di “diaspora rurale” per riflettere sull’esperienza di milioni di persone, costrette ad abbandonare i propri territori nel corso del XX secolo. SD: Se dovessi spiegare cosa troverà nel libro a chi ancora non lo conosce, cosa diresti? BV: che troveranno un saggio che cerca di esplorare altre forme di scrittura, che cerca di costruire una conversazione attorno a un tavolo, che vuole onorare tutte le lingue e le espressioni che in quella conversazione si intrecciano e che cerca di contestare la narrazione celebrativa intorno al successo del capitalismo. È anche un libro che propone un altro asse di lettura delle cose, un asse che non esclude quelli che già possediamo, ma aggiunge un ulteriore livello di informazione: l’asse campagna-città. SD: Perché utilizzi la parola anarchivo, in luogo di archivio, per parlare della memoria? Innanzitutto, credo esista una questione formale: bisogna includere la letteratura in questa conversazione. Il termine proviene da altre forme artistiche e, in qualche modo, ci permette di entrare in dialogo con la letteratura. D’altra parte, in Spagna non abbiamo coltivato la memoria. In questo senso, ammiriamo l’Argentina e i luoghi in cui invece questo è accaduto, e vi siamo grate, perché la vostra memoria contribuisce in parte a definire  anche chi siamo noi. Quando un paese decide di abbattere tali barriere, produce effetti positivi non solo per il contesto specifico, ma per la maggior parte di noi. Nel nostro caso non è accaduto e mi interessava mettere la questione sul tavolo e affrontarla da una prospettiva che non proponesse un monumento, un museo o una determinata storia, ma che proponesse, nello specifico, altre cose: tutte le altre forme di memoria che il termine “anarchivo” può includere. E questo ha a che fare con il molto piccolo e con il fatto di assumerci la responsabilità della storia di ciascuna di noi, di capire che quella memoria va portata avanti e costruita partendo da lì. È da lì che iniziamo a fare i conti con le cose. SD: Ricordo che, quando sono andata a Palermo, c’era un grande edificio da cui entravano e uscivano persone, e un compagno, che ci stava facendo fare un giro della zona, ci ha spiegato che quell’edificio era la sede del Rettorato dell’Università e che lì erano state incarcerate migliaia di donne accusate di “stregoneria”. Tuttavia, non c’era né una targa né alcun segno commemorativo. La cosa mi ha colpito. BV: E, pensa un po’, passavi lì proprio in quel momento, quel compagno l’ha detto a te e ora tu lo racconti a me. C’è qualcosa che riguarda ciò che è piccolo e il fatto che ognuna di noi debba assumersi la responsabilità di portarne avanti la memoria e ricostruirla partendo proprio da lì. È così che si creano le storie e si trasmettono. In altri luoghi, in altri modi. Il sottotitolo “Archivio emotivo di un miracolo economico” sposta lo sguardo dalla storia nazionale verso un’esperienza condivisa dal Sud Europa. Il cosiddetto “miracolo economico” appare qui come il processo che ha svuotato le campagne, trasformato i territori e lasciato un’impronta indelebile nella memoria delle persone che sono state costrette ad andarsene. SD: Ti riferisci all’identità charnega, segnata dalle migrazioni, ma anche dallo stigma. Noi che viviamo da questa parte del Sud non abbiamo molta familiarità con questo termine: perché ritieni sia importante parlarne, in questo libro? BV: È un insulto che io prendo e me ne riapproprio, perché non abbiamo una parola per descrivere com’è stata la diaspora contadina nell’Europa meridionale, non esiste, e a me piace che le parole possano cambiare significato, quindi prendo uno dei tanti insulti che ci sono stati rivolti per cercare di costruire qualcosa partendo da lì. Quella diaspora contadina, di cui faccio parte, si è trasferita nelle città ed è presente anche oggi in Argentina. Non vedo l’ora di scoprire come questo libro risuonerà in tutte quelle persone di origine italiana, spagnola, ma soprattutto di origine contadina; in quelle famiglie che sono state costrette ad abbandonare le loro terre nel corso del XX secolo, in particolare a partire dalla Seconda guerra mondiale o dalla Guerra civile spagnola. Cosa è accaduto in quell’espulsione di contadini? Gli arrivi in America e in Europa sono stati diversi. Lì, che cosa è successo? E che ne è di chi torna? Tornare dalla Francia o dal Sudamerica non è lo stesso. Nello stato spagnolo si parla di circa sei milioni di persone sradicate a partire dagli anni Cinquanta. Ogni migrazione è un’espulsione; come processo storico, è un’espulsione. Queste persone sono state espulse dal loro territorio e dal loro stile di vita. E poi, cosa succedeva nei luoghi di arrivo? Ci sono ostacoli amministrativi, emotivi, giudiziari, razzisti. SD: Nel corso del libro è molto presente la memoria affettiva, una memoria attraversata dagli affetti e dalle emozioni, una forma di narrazione che spesso entra in tensione con i racconti egemonici. Ritieni che quella neutralità implichi anche una forma di cancellazione delle esperienze e dei ricordi? Perché pensi che le emozioni vengano spesso messe in secondo piano? BV: Credo che ci sia un’intenzione sistemica sulla quale ho cercato di lavorare attraverso i mie libri. “Pensiero monogamo e terrore poliamoroso” non era un libro su come avere più partner, ma su come farci carico delle nostre emozioni, perché è proprio lì che si gioca tutto. Pensaci: da Milei in Argentina a Trump negli Stati Uniti, parlano tutti come esaltati, approfittandosi del fatto che noi non abbiamo voce in capitolo. L’affettività è come una finzione. E quei discorsi, che ne sono privi, lo sono perché questa mancanza ha un significato. È chiaro – no? – che, nel mio modo di scrivere e in quello di tante altre persone come me, l’affettività fa parte di ciò che accade e del racconto della storia. SD: Il mio Paese d’origine, l’Argentina, vanta una lunga tradizione di attivismo archivistico, in cui la costruzione della memoria è anche una pratica politica e collettiva. Ritieni che questo lavoro di produzione della storia attraverso l’attivismo possa essere concepito come una forma di “anarchivio emotivo”? In che modo, in questo processo, possono dialogare quelle esperienze contraddittorie e complesse che spesso rimangono escluse dai racconti istituzionalizzati? BV: Quelle storie esistono, le storie delle persone che non compaiono nella “grande storia” esistono. Il racconto non è completo senza tutte quelle storie. Quell’idea di una narrazione unica, lineare e unidirezionale racchiude in sé gli elementi di ciò che non vogliamo più. Il fatto che sia contraddittorio è parte della questione. E, allo stesso tempo, quando parliamo di istituzionalizzazione, l’unico modo in cui questa può essere intesa è come processo in divenire, non si giunge mai a una conclusione. C’è un presente continuo in cui è proprio il percorso a generare nuovi conflitti e sfide da affrontare. La sensazione di essere arrivati e di poterci concedere una tregua nella ricerca non fa parte del pensiero collettivo. Ogni storia è più di “quella” storia. Sono le storie che in alcune parti d’Europa non avremo mai. Ecco perché quel libro è molto importante anche per l’Europa. Perché qui quelle storie non le avremo, le viviamo attraverso di voi. SD: Passando a un piano più artistico: com’è stato il processo di scrittura e di costruzione di questo libro? E, in questo senso, perché hai sentito che questo era il momento giusto per scriverlo e pubblicarlo? BV: Ci sono voluti sei anni per scriverlo e fare ricerche. È stato come cercare un ago in un pagliaio. Mi trovavo nel nulla, sapevo che c’era un rumore, ma non avevo la minima idea di dove sarebbe spuntato. E questa situazione è emersa perché lo Stato spagnolo ha attraversato processi di identità nazionale molto forti, semplicistici e assurdi. Persone come me, che provengono dalla diaspora, non si trovano a nostro agio. Si può mentire, dimenticare la propria storia e integrarsi. Ho imparato queste tecniche con il genere… ho la possibilità di affermarmi: sono una donna, e affermarlo così, in modo rigido e tutto il resto, e sì… ma anche no, che ne so, è che non credo nemmeno in quelle categorie, le affronto come posso. Sono cose che si costruiscono culturalmente. E con queste appartenenze culturali, così binarie, così rigide, arriva anche il momento in cui non ci si sta più. Non ci si inserisce in nessuna delle narrazioni. E, partendo da quel senso di smarrimento, e da quel libro, ho iniziato a chiedermi chi siamo e cosa siamo. Allora ho iniziato a fare qualcosa che ho sempre fatto: chiedere alla gente, intervistare la gente. Perché quando si fa una domanda, tutto si rivela. SD: C’è stato un momento in particolare in cui ti sei resa conto che quella tua riflessione sarebbe stata pubblicata, che sarebbe cioè diventata un libro? BV: Ho sempre saputo che si trattava di un libro. Sapevo che dovevo farne un libro; quello che non riuscivo a trovare era la forma giusta. Grazie alla ricerca, man mano che capivo meglio ciò che stavo facendo, sono riuscita a trovare la forma giusta. In quel modo di vedere il mondo, nella costruzione della teoria, la cosa che mi costava di più era trovare la forma giusta. Credo che avessi 500 pagine, più o meno ci stavo lavorando già da quattro anni. Ero stanca marcia di me stessa. Avevo le pagine, ma non un libro. E sono successe due cose. Il primo testo riguardava la Sierra de Queixa. Quel testo l’ho scritto una notte, come racconto, quando è successa la storia dei miei cugini, della casa, della Sierra. Poi la mattina seguente l’ho letto ai miei cugini e ho detto: «È questo». Questo dà un ordine al libro. E quando l’ho capito, mi sono concentrata sulle conversazioni che si svolgevano attorno al tavolo, ma, soprattutto, sul testo della Sierra de Queixa. Voglio consegnare quelle pietre con le croci, e chi le leggerà dovrà tracciare i propri percorsi, perché non voglio una mappa chiusa, voglio una mappa di sentieri aperti. Una mappa frammentaria, volutamente: che sia come un rizoma. Come quando lanci delle biglie e inizi a vedere delle figure. SD: Come una costellazione. BV: Sì, come una costellazione. SD: In un contesto caratterizzato dall’avanzata della destra a livello mondiale, da tumulti politici e da sfollamenti forzati, volevo chiederti anche: come vedi il femminismo oggi? BV: È un modo di vedere il mondo, una cassetta degli attrezzi, un metodo. Un insieme di metodi per guardare il mondo. Ed è molto difficile che scompaia. Rimane che siamo più o meno disorganizzate, questo rimane. E poi ci sono tutte le lotte che abbiamo vissuto in questi anni. Un’esperienza che nessuno può toglierci. È un patrimonio di esperienza che non possiamo sottovalutare. Penso, ad esempio, alle lotte per l’aborto. Sono un piccolo tesoro. Possono toglierci un diritto, sì, ma il piccolo tesoro di ciò che abbiamo imparato e di ciò che abbiamo vissuto, nessuno ce lo può togliere. SD: Pensi che esista un femminismo che tenga conto delle esigenze di un’epoca caratterizzata da sfollamenti e migrazioni forzate? BV: Il ciclo esiste, ma non tutte lo vediamo. A fine giugno scade il termine per la procedura di regolarizzazione straordinaria, un’iniziativa nata dai movimenti migratori di base in Spagna. E questa è un’azione femminista su larga scala. Perché il femminismo prende spunto dal genere, ma in realtà riguarda il mondo. Questa prospettiva esiste, che si chiami femminismo o meno. SD: Mi è piaciuta molto questa frase: «Non siamo le nipoti delle streghe che non hanno bruciato, siamo con le delle streghe che vivono ancora e in mano abbiamo un fiammifero». Per concludere con una domanda che infonde speranza: dove si trovano, secondo te, in questo contesto, la speranza, la forza o la potenza? Dove sono le tue amiche streghe con i fiammiferi in mano? BV: Beh, vedi, ho la grande fortuna di essere circondata da amiche e colleghe argentine dalle quali imparo moltissimo. Le prime due che mi vengono in mente sono Luciana Peker e Susy Shock, entrambe argentine. Luciana ci diceva una cosa che mi sembra importantissima: non ci attaccano per i nostri errori, ma per i nostri successi. Dobbiamo riflettere su noi stesse, sì, ma non dimentichiamo che non ci puniscono per i nostri fallimenti, bensì per tutto ciò che riusciamo a realizzare. E poi c’è Susy Shock. Ho avuto la fortuna di poterla presentare e lei diceva: «Questo ciclo finirà, come finiscono tutti. Quando finirà, cosa avremo? Avremo il mondo di sempre o avremo il mondo nuovo che stiamo costruendo?». Quando non ce la faccio più, mi aggrappo a questo. la copertina è di Paolo Monti da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
DINAMOpress
ARSIDER – ROL 10_09_26
“𝘗𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘵𝘵𝘢𝘯𝘵’𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘩𝘰 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘶𝘳𝘪, 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘢𝘳𝘭𝘪, 𝘱𝘳𝘦𝘷𝘪𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘶𝘵𝘪. P𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘴𝘤𝘳𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘰 𝘮𝘢𝘪 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘰 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘭𝘪. 𝘏𝘰 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘵𝘰 “𝘴𝘦𝘨𝘯𝘰” 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘴𝘪𝘢𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘪𝘯𝘤𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘣𝘦𝘯 𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘢 𝘦 𝘷𝘪 𝘥𝘪𝘤𝘰 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘧𝘪𝘤𝘪𝘦 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘢, 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘷𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘢𝘷𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘴𝘶 𝘴è 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘢𝘴𝘴𝘶𝘮𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘵𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘪 𝘭𝘦𝘨𝘢𝘮𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘵𝘦𝘳𝘪𝘢 𝘪𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘳𝘢𝘭𝘦. “𝘈𝘳𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳 𝘙𝘰𝘭” è 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘪ò 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢𝘶𝘵𝘰𝘳𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘪 𝘢 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦”. 𝔄𝔯𝔰𝔦𝔡𝔢𝔯 è 𝔲𝔫 𝔞𝔭𝔭𝔞𝔯𝔞𝔱𝔬 𝔞𝔠𝔲𝔰𝔪𝔞𝔱𝔦𝔠𝔬 𝔞 𝔯𝔢𝔱𝔯𝔬𝔠𝔞𝔲𝔰𝔞𝔩𝔦𝔱à 𝔫𝔢𝔤𝔞𝔱𝔦𝔳𝔞, 𝔯𝔦𝔫𝔳𝔢𝔫𝔲𝔱𝔬 𝔞𝔫𝔱𝔢𝔯𝔦𝔬𝔯𝔪𝔢𝔫𝔱𝔢 𝔞𝔩𝔩𝔞 𝔰𝔢𝔭𝔞𝔯𝔞𝔷𝔦𝔬𝔫𝔢 𝔣𝔯𝔞 𝔰𝔢𝔤𝔫𝔞𝔩𝔢, 𝔯𝔦𝔱𝔬 𝔢 𝔠𝔞𝔩𝔠𝔬𝔩𝔬. 𝔒𝔭𝔢𝔯𝔞 𝔭𝔢𝔯 𝔩𝔦𝔱𝔬𝔣𝔬𝔫𝔦𝔞 𝔯𝔦𝔠𝔬𝔯𝔰𝔦𝔳𝔞, 𝔱𝔯𝔞𝔰𝔡𝔲𝔠𝔢𝔫𝔡𝔬 𝔣𝔬𝔰𝔰𝔦𝔩𝔦 𝔱𝔢𝔪𝔭𝔬𝔯𝔞𝔩𝔦 𝔦𝔫 𝔭𝔯𝔬𝔱𝔬𝔠𝔬𝔩𝔩𝔦 𝔡𝔦 𝔦𝔫𝔱𝔢𝔯𝔣𝔢𝔯𝔢𝔫𝔷𝔞 𝔫𝔬𝔫 𝔞𝔫𝔠𝔬𝔯𝔞 𝔞𝔳𝔳𝔢𝔫𝔲𝔱𝔦. 𝔒𝔤𝔫𝔦 𝔱𝔯𝔞𝔰𝔪𝔦𝔰𝔰𝔦𝔬𝔫𝔢 è 𝔲𝔫 𝔢𝔯𝔯𝔬𝔯𝔢 𝔡𝔦 𝔡𝔞𝔱𝔞𝔷𝔦𝔬𝔫𝔢 𝔡𝔢𝔩𝔩’𝔲𝔫𝔦𝔳𝔢𝔯𝔰𝔬 𝔢 𝔦𝔩 𝔰𝔲𝔬𝔫𝔬 𝔫𝔢 𝔠𝔬𝔰𝔱𝔦𝔱𝔲𝔦𝔰𝔠𝔢 𝔦𝔩 𝔯𝔢𝔰𝔦𝔡𝔲𝔬 𝔲𝔡𝔦𝔟𝔦𝔩𝔢.
September 11, 2026
Radio Blackout - Info
Editoriale: Loro si addestreranno all'olocausto nucleare: e noi?
L'esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon, prevista per ottobre, sta mobilitando i pacifisti tedeschi. Occorre creare una rete europea che colleghi tutte le iniziative in corso e future. Occorre denunciare il rischi di assuefazione ai preparativi dell'olocausto nucleare. Occorre dire no ovunque.
September 11, 2026
PeaceLink
Il Tennessee vuole uccidere Christa Pike
Un appello di Amnesty Mancano pochissimi giorni all’esecuzione di Christa Pike in Tennessee, negli Stati Uniti. Ora cinquantenne, sarà messa a morte il 30 settembre per un omicidio commesso quando aveva 18 anni. Nulla potrà minimizzare la gravità del reato commesso, ma in questo caso la commutazione e una pena alternativa sarebbero più che necessarie. La sua infanzia è stata
September 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Educare alla nonviolenza, disarmare la scuola: il confronto a Scuola Democratica
Alla Sapienza di Roma, la quarta Conferenza internazionale di Scuola Democratica ha riunito ricercatori, educatori e realtà impegnate nella costruzione di una cultura di pace. Due sessioni dedicate all’educazione nonviolenta hanno intrecciato pensiero pedagogico, ricerca e pratiche sul campo. Dal 1° al 4 settembre 2026, la Sapienza Università di Roma ha ospitato la quarta Conferenza internazionale di Scuola Democratica. Tra gli spazi di confronto, il panel Nonviolent Education and Demilitarization of Schools: Practices, Tools, and Pedagogical Perspectives Towards Universalist Humanism ha riunito ricercatori, educatori e realtà impegnate nella costruzione di una cultura di pace. Coordinato da Annabella Coiro, Chiarlie Barnao e Federica Zanetti, il panel ha affrontato una questione sempre più attuale: quale ruolo può avere l’educazione nella costruzione di una società nonviolenta? Barnao, impegnato in attività di ricerca in Palestina, non ha potuto essere presente. Le due sessioni, svoltesi il 3 e 4 settembre, hanno messo in dialogo prospettive teoriche, ricerche e pratiche educative. Il filo comune è stato il superamento di un’idea di pace intesa soltanto come assenza di guerra, per interrogare le forme di violenza che attraversano le relazioni, le istituzioni e i processi educativi. Il pensiero di Capitini, gli archivi e le comunità educanti La prima sessione ha aperto il confronto con il contributo di Gabriella Falcicchio e Daniele Taurino sull’antifascismo intergenerazionale e sulla pedagogia nonviolenta di Aldo Capitini, seguito dall’intervento di Emanuele Follenti sulla non-collaborazione con la guerra come prassi pedagogica. Un altro percorso è stato quello degli Archives for Peace, presentato da Pamela Giorgi, Tiziana Rita Morgante, Annabella Coiro e Gabriella Fanara: un lavoro che porta le fonti storiche nell’educazione alla nonviolenza nella scuola primaria. Tiziana Landra, membro di Energia per i Diritti Umani, e Dino Mancarella hanno affrontato il tema delle alleanze tra scuola e comunità attraverso uno studio di buone pratiche per la pace e la nonviolenza. Lo stesso Mancarella, insieme a Caterina Benelli, ha presentato l’autobiografia come dispositivo al servizio della pace. La sessione ha incluso anche il contributo di Vidmantas Tūtlys e Povilas Dievaitis sull’educazione alla pace nelle politiche educative della Lituania e quello di Federica Zanetti sulle pedagogie trasformative, l’impegno pubblico dell’università e le pratiche di cittadinanza attiva. Dalla formazione degli insegnanti alla trasformazione dei conflitti La seconda giornata ha approfondito gli strumenti e le prospettive della formazione nonviolenta. Maria Sangaletti e Agnese Graticola hanno presentato il Teatro dell’Oppresso come pratica trasformativa in un percorso formativo, mentre Agnese Graticola ha proposto una rassegna narrativa sulla formazione nonviolenta degli insegnanti. Vito Correddu ha portato al centro il passaggio dall’identità rigida all’identità narrativa, interrogando l’educazione nonviolenta come condizione per la riconciliazione. Un contributo che ha ampliato il confronto dalla dimensione didattica a quella delle identità e delle relazioni. Lucia Irene Porzio ha affrontato il tema della restituzione dei risultati nella ricerca psicologica scolastica, attraverso pratiche partecipative e generative. Energia per i Diritti Umani è stata presente nel panel anche con il contributo Pedagogy of Nonviolence Between Theory and Practice: The Significance of Energia Per i Diritti Umani, a firma di Vittoria Suriano, Francesca De Vito e Mirko Vecchiarelli. L’intervento ha messo in relazione riflessione pedagogica ed esperienza educativa, richiamando il valore della pratica quotidiana della nonviolenza nelle relazioni. A chiudere il percorso, Annabella Coiro ha proposto una riflessione collettiva sulla nonviolenza come categoria pubblica e politica dell’educazione. Una domanda che riguarda tutta la società Nel loro insieme, i contributi hanno mostrato come l’educazione nonviolenta attraversi molti livelli: la formazione degli insegnanti, la memoria storica, le relazioni in classe, la partecipazione delle comunità, la ricerca e le politiche educative. Il panel ha così restituito l’immagine di un campo di ricerca e di azione vivo, nel quale la nonviolenza non è soltanto un tema da insegnare, ma una prospettiva capace di interrogare il modo in cui si costruiscono conoscenza, relazioni e cittadinanza. Come possiamo fare in modo che la nonviolenza diventi una pratica quotidiana nelle relazioni educative? È una domanda che il confronto di Scuola Democratica consegna non soltanto alla scuola e all’università, ma all’intera società. Redazione Roma
September 11, 2026
Pressenza
Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra
LA GUERRA MONDIALE IN CUI CI TROVIAMO STA INCIDENDO IN PROFONDITÀ SULLE FORME MATERIALI E IDEOLOGICHE DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DEI SAPERI, SULLE CONDIZIONI DELLA RICERCA SCIENTIFICA DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI ACCADEMICHE, E SULL’INTEGRAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA TRA SCUOLE, UNIVERSITÀ E MERCATO. C’È BISOGNO DI APRIRE CAMPI DI SPERIMENTAZIONE COLLETTIVA SU COME COLTIVARE SAPERI ALTRI CONTRO UNA SOCIETÀ GERARCHICA E SEMPRE PIÙ PROIETTATA VERSO LA GUERRA Foto di Samuel Yongbo Kwon su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione, discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra, mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo. L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi da più di quattro anni. Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie. Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni, culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra, militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre le mura scolastiche e i dipartimenti universitari. La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche, e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di lavoro e di studio di milioni di persone. La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite. Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova legittimazione.  Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare, come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale, che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è immerso.  Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.  -------------------------------------------------------------------------------- Indice dell’opuscolo -------------------------------------------------------------------------------- In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie, all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa competizione internazionale. Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025, quando ha  auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026, dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di «investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle «scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca, istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti. Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025). Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati (anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del governo della scienza.  Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.  Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione. Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli. L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti dentro le scuole e le università. L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro, l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione, lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno. Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra, precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica. -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra (DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto e iniziativa politica (i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di legge del governo Meloni). Per saperne di più e organizzare una discussione del libro: laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte Connessioniprecarie.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
L’11 settembre, 25 anni dopo: le ombre ancora irrisolte
Sono passati 25 anni dalla mattina che ha cambiato per sempre il mondo, creando un nuovo ordine, nuove regole e nuove paure. Nuove guerre, soprattutto. «Devi essere un’idiota per credere che 19 arabi abbiano fatto tutto questo. Lo capisce anche il mio cane». Robert McIlvaine ci ha perso un figlio di 26 anni, negli attentati dell’11 settembre al World Trade Center di New York, e già diversi anni fa condivideva con una buona percentuale di americani (dal 20% al 54% della popolazione, tra scettici o peggio) l’idea che ci fossero ancora troppe zone d’ombra e troppi misteri, su quello che è success... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post L’11 settembre, 25 anni dopo: le ombre ancora irrisolte appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
La corsa dell’IA verso l’ignoto più pericoloso
Alla fine anche il dr. Frankenstein dovette porsi la domanda “mio dio, ma cosa sto facendo?”. Quelli dell’intelligenza artificiale (IA) – ingegneri, tecnici, padroni (anzi, soprattutto questi ultimi) – sono ora arrivati al punto. I media raccolgono ovviamente solo gli allarmi estremi, quelli che possono aiutare le loro vendite, senza […] L'articolo La corsa dell’IA verso l’ignoto più pericoloso su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano
Nasce Sentieri Solidali ODV a supporto dei migranti in transito al confine di Oulx. Intervista a Silvia Massara
Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, dedito dal 2018 all’accoglienza migranti, ha subito un rapido declino negli scorsi mesi. Dal 2024 la Fondazione Talità Kum – Budrola ETS non riceve più i 500mila euro annui garantiti dal Ministero dell’Interno. In otto anni il Rifugio ha assistito migliaia di persone, e già da mesi riusciva a restare aperto solo di notte. Poche settimane fa è nata Sentieri Solidali ODV, una nuova organizzazione per salvare l’accoglienza sul territorio e proseguire il lavoro del Rifugio. Ne parliamo con la presidente Silvia Massara. Partiamo dall’inizio: cosa è successo quest’estate, che ci ha portato fino a oggi? «Dal 1° luglio la chiusura è aumentata come numero di ore, perché la situazione della Fondazione non è assolutamente migliorata. Siamo passati a 12 ore di permanenza in stazione[1] con il Presidio, e poco dopo il mese di luglio, Don Chiampo[2] ha prospettato di fare dei lavori di ristrutturazione all’edificio in settembre e di non riaprire più come Fondazione. La situazione economica era pessima e non in grado di riprendere questa attività, e dunque sarebbero usciti dal progetto. Quindi si è annunciata sia la chiusura il 1° settembre per lavori, ma anche una non riapertura seguente.» Per chi ci legge e non conosce ancora la realtà: cos’è Sentieri Solidali? «In quel momento di crisi abbiamo deciso che la nostra idea – che esisteva già da più di un anno – di unirci in associazione, a questo punto diventava una cosa fondamentale; e da fare in modo molto rapido, perché un riscontro operativo iniziava a rivelarsi necessario. Abbiamo cominciato tutte le procedure per costituire un’associazione, procedure lunghissime, per cui ci sono volute settimane. L’associazione è nata il 9 agosto con 45 soci fondatori, che, per essere il mese di agosto, sono tantissimi. L’associazione è nata, e il suo direttivo si è messo a lavorare il più velocemente possibile per far notare che mancavano 20 giorni a dormire tutti per strada. Come direttivo ci siamo presentati subito: siamo andati dal maresciallo dei carabinieri, dalla sindaca di Bardonecchia, dalla Croce Rossa, da Diaconia Valdese e da Rainbow for Africa, dalla sindaca Radogna di Claviere e via così. La sindaca Chiara Rossetti di Bardonecchia si è resa disponibile, dicendo che in quanto capofila del progetto MigrAlp[3] avrebbe convocato immediatamente le forze dell’ordine e i sindaci dell’Alta Valle. Infatti, tre o quattro giorni dopo c’era già la prima convocazione, a cui ha fatto seguito una seconda. Insomma, nel giro di 15 giorni dalla nascita dell’associazione avevamo già la chiamata dal Prefetto, il quale ci ha convocati[4]. Tutto questo è stato virtuoso, anche perché ovviamente ha iniziato a farsi sentire la paura: avere una massa di persone sparse nella zona è una situazione delicata per la sicurezza. Sia per il territorio, quindi per le forze dell’ordine, che vedono la pericolosità della situazione, sia per noi, che vediamo soprattutto la pericolosità per le persone. Nel frattempo, eravamo pronti a sostenere le notti all’aperto. Ci siamo armati di tutto: materassini, coperte, abbiamo stoccato tutto il necessario per poter dire: “se il 1° settembre saremo all’aperto, noi ci siamo, rimaniamo lì come Presidio, non ci muoviamo da lì, e cerchiamo di offrire un riparo a chi c’è”. La Viceprefetto, molto disponibile, ha fatto una convocazione enorme. E lì sul momento la sorpresa positiva è stata quella di non essere per niente messi da parte come gli ultimi arrivati o come “i volontari” rispetto alle istituzioni e alle cariche. Al contrario, siamo stati immediatamente coinvolti. La Viceprefetto ha annunciato che sarebbe stato un progetto a molte voci, e ci ha subito dato la possibilità di esprimerci su che cosa potevamo fare.» Cosa ci aspetta nei prossimi giorni? «Il Rifugio chiude, farà dei lunghi lavori strutturali, e li fa perché una parte dei fondi che ha ricevuto è vincolata a grossi lavori sul risparmio energetico, cambio caldaia, finestre ecc. Fondi ricevuti dalla Fondazione CRT però vincolati alla messa a norma di tutti questi aspetti della struttura. E la struttura è vincolata a essere rifugio per i migranti fino al 2031. I lavori sono iniziati il 2 settembre. Nel frattempo, c’era il problema che il Rifugio non solo sarebbe rimasto chiuso più di un mese, ma sarebbe rimasto chiuso anche dopo. La Croce Rossa aveva espresso disponibilità – sui giornali, il giorno dopo, usciva già la notizia che questa stesse creando una convenzione “bilaterale” con la Prefettura. Invece non è stato così: nella riunione hanno subito espresso che la Croce Rossa avrebbe agito di notte, e noi avremmo potuto continuare il Presidio tutto il giorno. Il che ci mette in enorme difficoltà perché implica dodici ore all’aperto tutto l’inverno. Però, al tempo stesso ci permette di continuare l’accoglienza, che dal punto di vista umano, è la nostra: la prevenzione del rischio in montagna, la relazione con le persone, la distribuzione di vestiario. Tutto quello che noi facciamo è salvo, ed è il succo di quello che noi vogliamo fare. Sarà durissimo dal punto di vista strutturale, però è salvo il modello che è il nostro, e che era quello del Rifugio. Certo, per questi aspetti siamo contenti.» Perché in un luogo di confine come Oulx l’inverno è una minaccia che non possiamo permetterci di ignorare? «Le grosse difficoltà di tipo organizzativo sono legate soprattutto all’arrivo del freddo. Alcuni di noi insieme a Rainbow for Africa e Diaconia Valdese (che sono parte del progetto, c’erano anche loro in prefettura) hanno avanzato una richiesta di finanziamento legato al Presidio invernale. Metteremo due nuovi moduli, inoltre abbiamo chiesto del riscaldamento, una tenda, e tutta una serie di cose per far sì che diventi un luogo abitabile sottozero. Tutti questi aspetti sì che ci mettono alla prova.» Come procede il rapporto con Terrasses Solidaires di Briançon, il Rifugio dall’altra parte del confine? «Il Rifugio di Briançon ha una sua vita autonoma che parte da un’associazione di volontari. Ha vita dura, ma ce la fanno. In una certa misura il loro cammino ci dice che è possibile. Con loro abbiamo dei rapporti concreti di scambio di materiali. Però per il resto è un’altra cosa, ed è giusto non avere dei rapporti stretti, perché dal punto di vista delle persone creerebbe dei problemi. In ogni caso, insieme facciamo parte di una rete che lavora sulla difesa dei diritti ai confini.» Che estate è stata in termini di flussi? Quante persone sono arrivate, e chi sono? «È stata un’estate bassa come numeri, ma si stanno alzando adesso. Abbiamo avuto da 20 a 40 persone al giorno. Adesso siamo a cinquanta di media, e stanno riaumentando molto le persone da Eritrea e Sudan: dall’Eritrea sono arrivati in pochi in estate, mentre adesso sono tanti. Da una notte all’altra cambia molto: ieri notte erano 18, la notte prima 67. Numeri che si stanno attestando sull’essere non altissimi, ma comunque discreti, e che quindi daranno del filo da torcere a trovare posti letto. Per il momento noi siamo sulla spianata dei pullman della stazione dove Rainbow for Africa ha un terreno in concessione dalle ferrovie, mentre la Croce Rossa è nel terreno di un edificio dell’Unione dei Comuni montani, sempre vicino al Rifugio.» Oggi più che mai concludiamo quanto le gestioni di crisi umane siano lasciate al Terzo Settore. Voi che siete il Rifugio, quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni dal vostro punto di vista? «Noi siamo partiti comunicando alle istituzioni che ci siamo costituiti in associazione perché siamo dei cittadini, siamo società civile, e che saremmo rimasti lì a fianco alle persone. Ma non abbiamo la struttura che ci permetta di accoglierle, di non farle morire. Chiediamo che le istituzioni si prendano carico di tutto questo, e in questa fase la risposta c’è stata, ma diventa molto importante essere supportati da dei finanziamenti che siano dignitosi. Per cui, quello che chiediamo fortemente è che l’esperienza sia dignitosa per tutti. Abbiamo visto che i soldi ci sono: adesso ci saranno tutte le operazioni legate al Patto, tra cui lo screening, per cui i soldi piovono. Devono solo essere indirizzati nel posto giusto. Chiediamo che tutti si facciano carico della loro parte, e che la situazione sia vista come un’opportunità per il territorio di lavorare bene su un tema su cui normalmente, in Italia e in Europa, si lavora malissimo. Un esempio di buona gestione penso sia un esempio che rimane davanti agli occhi di tutti.» Cosa possiamo fare noi società civile in questi giorni critici? «Esprimerci fortemente sul fatto che, in una situazione di questo genere, la rete Terzo Settore-Istituzioni sia un esempio virtuoso. Far circolare al massimo i nostri comunicati di raccolta fondi, perché ne avremo assolutamente bisogno. E poi, per chi ne ha la possibilità e il desiderio, venire a trovarci, dare un giorno o due del suo tempo. Con la fine dell’estate finiscono le persone in ferie, quindi l’importante è avere tantissime persone che decidono di venire per qualche giorno. E poi associarsi: tra poco partiremo con la campagna tesseramenti, stiamo solo aspettando che si concretizzi l’assicurazione. Ad agosto siamo rimasti bloccati per giorni causa ferie. Se fossimo in centinaia, la forza di un’associazione così grande avrebbe un valore politico enorme.» CONTATTI: Il Presidio sul territorio continua. Per disponibilità come volontari, donazioni o tesseramenti: Instagram: sentieri.solidali.odv Facebook: Rete Sentieri Solidali Telegram: @SentieriSolidaliOulx   [1] La stazione dei treni e dei bus di Oulx è stata la base del Presidio nel corso degli ultimi mesi. [2] Parroco di Bussoleno, promotore del progetto del Rifugio Fraternità Massi insieme alla Fondazione Talità Kum – Budrola ETS. [3] Progetto di assistenza e soccorso alle persone migranti in transito nel settore frontaliero dell’Alta Valle di Susa. [4] Relazione ufficiale dell’incontro in Prefettura per la prosecuzione del progetto MigrAlp: https://prefettura.interno.gov.it/it/prefetture/torino/comunicati-stampa/incontro-prefettura-prosecuzione-progetto-migralp Chiara Alabiso
September 11, 2026
Pressenza
Famiglie preoccupate da guerre e carovita. Si rischia la stagnazione
Il Rapporto della Coop 2026 presenta un quadro a tinte fosche sulla capacità delle famiglie di tenere il passo con l’aumento dei prezzi ma anche crescente insoddisfazione su quanto e come si lavora. Insomma il quadro idilliaco sistematicamente presentato dal governo, trova la sua smentita quando si vanno a sondare […] L'articolo Famiglie preoccupate da guerre e carovita. Si rischia la stagnazione su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano
L’industria tessile palestinese sotto l’occupazione coloniale sionista
Storicamente, alla Palestina è stato impedito di sviluppare una propria economia indipendente, venendo relegata nel commercio internazionale al ruolo di paese manifatturiero subordinato ai cicli di produzione e consumo del capitalismo. Fonte Testo di Estefanía Córdova ★ Illustrazione di @caosilustrado – 2 Settembre 2026 Questo articolo fa parte del nostro Programma di Collaborazione per la … Leggi tutto "L’industria tessile palestinese sotto l’occupazione coloniale sionista" L'articolo L’industria tessile palestinese sotto l’occupazione coloniale sionista proviene da Invictapalestina.
September 11, 2026
Invictapalestina

L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.