L’Europa, nonostante tuttoIl capitalismo si è fatto autoritario, vive con insofferenza qualsiasi
limitazione alla propria agibilità. Oggi l’economico sovraordina a tal punto la
società che la politica è diventata quasi esclusivamente ancillare. Anzi molti
rappresentanti, espressione del grande capitale, assumono direttamente anche il
comando politico della cosa pubblica. Viene persino fatto un paragone con il
vecchio modello feudale, dove il potere economico e politico coincidevano. Corpi
intermedi, corpi indipendenti, equilibrio dei poteri sono oggi tutti potenziali
elementi d’intralcio al dispiegamento del capitale. Questa supremazia non è,
però, indice di potenza, ma di una crisi nella sua capacità di
autovalorizzazione. I ritmi di crescita economica si riducono, fino a diventare
tendenzialmente stazionari, persino nei paesi emergenti. Come se il modello di
crescita economica andasse verso una saturazione.
La crisi del modello-capitale non implica, però, una crisi dei capitalisti. Le
Big Tech spadroneggiano. Le disuguaglianze si ossificano, mediante rendita ed
eredità, diventando sempre più incolmabili. Tramonta definitivamente il ruolo
dello Stato inteso come mediazione di interessi per trasformarsi in agente dello
scontro tra grandi potentati economici in una scala geopolitica. Usa e Cina,
sebbene differenti, si scontrano con le medesime armi. Finanza, Big Tech, Stato,
politica, alleanze e controllo di risorse. Questo è il capitalismo politico. La
principale differenza tra questi due potentati risiede da un lato nel declino
relativo di uno che ricorre alla forza militare per difendere quella economica,
mentre l’altro, in ascesa, impiega l’economia per sottrarre terreno al
concorrente sia sul piano dello sviluppo commerciale che su quello delle
relazioni internazionali. Washington diventa protezionista e Pechino globalista.
La crisi della globalizzazione e la sua insostenibilità sociale inducono gli
Stati uniti a un ripiegamento protezionista, non certo per difendere la propria
working class. La Cina d’altro canto è globalista non certo per istinto
antimperialista, ma per difendere e rafforzare il proprio ruolo nazionale.
AVVENTO DEL CAPITALISMO POLITICO
La politica di potenza, dunque, polarizza sempre più il mondo. Gli Usa
destrutturano il Medio oriente, rilanciando Israele come avamposto, in una
logica geopolitica e militare che non può sfuggire. Il soft power a stelle e
strisce, ammesso che sia mai esistito, ora viene sostituito da nuove e dirette
mire di controllo, a partire dal cortile di casa latinoamericano. Attacchi in
Venezuela, Iran, persino Africa, per sottrarre relazioni commerciali alla
concorrente Cina. Quest’ultima cerca di consolidare rotte energetiche e
commerciali senza ricorrere alla forza militare, di cui non dispone ancora a
sufficienza, ma con una formula imperiale di sfruttamento di terre (rare come
reali) e finanza, compreso l’uso del debito. Il modello di quella parte di mondo
che viene definito Sud-globale appare in rotta di collisione sempre più marcata
con la potenza statunitense, ma si caratterizza, oltre che per ampia
eterogeneità, per un profilo tendenzialmente autoritario. Il multilateralismo
che si prospetta al posto dell’unilateralismo a stelle e strisce è fatto di
politica di potenza, dove il mercato scalza i più deboli, quelli privi di
risorse naturali, senza uno Stato forte. Il welfare che resta è condizionato
alla sottomissione, è funzionale al consenso di regime. Nessuno scontro
capitale/lavoro è tollerato come modellatore delle relazioni socio-economiche.
Nessuna autonomia sociale è considerata accettabile. Solo paternalismo dall’alto
per consolidare un modello organicista spesso a trazione nazionalista. Al di là
delle differenze che ci sono, questa è la grande convergenza che si afferma nel
capitalismo politico a tutte le latitudini.
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PERCHÉ SEMBRA TRAMONTARE IL LIBERALISMO?
In tale contesto l’opzione liberaldemocratica sembra stia tramontando. Elencherò
una serie di indizi che stanno facendo propendere per questa ipotesi, pur nella
consapevolezza che anche in altri periodi l’opzione liberale era finita
all’angolo. Il passato potrebbe suggerire, dunque, il rischio di un giudizio
precipitoso e analiticamente poco fondato. Ma ritengo vi siano alcune differenze
sostanziali rispetto alla storia degli ultimi cento anni.
Partiamo dagli anni Trenta. Dove i fascismi sembravano soppiantare qualsiasi
altra opzione capitalistica. Come ricorda Paola Cattani «in pochi tra le due
guerre avrebbero scommesso su una rinascita liberaldemocratica a venire». Ma il
New Deal roosveltiano e la sconfitta dei fascismi durante il conflitto mondiale
consentirono il ritorno per trent’anni del liberalismo più forte e più
progressista mai registrato.
Negli anni Trenta, al culmine di consenso per i regimi autoritari, il
liberalismo sembrava irrimediabilmente perso, ma in quel tempo la crescente
egemonia nazionalista era contesa con l’Unione sovietica e con le forze
comuniste e socialiste. L’autoritarismo a destra non era l’unico attore sul
palcoscenico geopolitico. Oltre al pericolo fascismo esisteva un’altra opzione
di natura opposta che dalla Seconda guerra mondiale costituiva un competitor, ma
anche un alleato per sconfiggere l’autoritarismo di destra. Una sorta di
contrappeso. Il comunismo reale a est come a ovest ha condizionato la crisi del
liberalismo, ma allo stesso tempo ha contribuito a risolverla. A dare fiato a
uno sbocco liberaldemocratico al di qua della cortina di ferro.
In quel periodo di crisi del liberalismo, dunque, esistevano diverse opzioni in
campo, sul piano politico ed economico. Oggi così non appare. Il liberalismo non
solo è in ritirata nei consensi, ma nelle scelte politiche di fondo. Per non
dire della svolta liberista dello stesso liberalismo a partire dai primi anni
Ottanta. A ogni spallata della destra di governo non ha corrisposto un cambio
significativo di passo nell’alternativa liberale che provvisoriamente è riuscita
a contenerla. A ogni sconfitta di leader come Trump non ha corrisposto quasi mai
un annullamento dei provvedimenti assunti dai loro governi. Come se una parte
del lavoro sporco necessario ormai fosse stato portato a termine. Perché non
approfittarne senza risultarne responsabili? È da lì, da quel combinato di
liberal-liberismo e destra autoritaria, che si sedimenta il piano inclinato di
cui non si vede la fine.
Sul versante economico, poi, va considerata la fatica a realizzare crescita. Il
ritorno a un capitalismo in grado di creare benessere diffuso, la famosa marea
che farebbe salire tutte le barche, è una teoria che tale è rimasta. Il
trentennio glorioso del secondo dopoguerra appare per quel che è stato: una
congiuntura storica eccezionale. Nei decenni successivi i tassi di crescita sono
diminuiti, la redditività del capitale anche. Emiliano Brancaccio sottolinea
come il saggio di profitto medio a livello mondiale nell’ultimo ventennio sia
sceso del 13%. In Occidente i profitti reggono grazie alla crescente
compressione dei salari e del mercato del lavoro oltre all’alleggerimento
fiscale. Per superare la crisi successiva al trentennio glorioso, inoltre, c’è
stato bisogno di drogare in maniera crescente l’economia attraverso la sua
finanziarizzazione e l’indebitamento (privato e pubblico). Tale processo,
coadiuvato da un portentoso fenomeno di innovazione tecnica, ha consentito di
realizzare per un certo periodo tassi di crescita significativi, seppur non
paragonabili al periodo antecedente. Ma al prezzo di aver costruito un sistema
particolarmente delicato, sensibile a qualsiasi elemento che vada in direzione
contraria. Non vengono tollerate incongruenze, dal panico finanziario fino alla
pur minima conflittualità sociale. Un sistema basato sulla magia della finanza
risulta in definitiva estremamente fragile e spesso non interamente
controllabile. Come le periodiche crisi ci dimostrano a partire dagli anni
Novanta. Crisi dove non esisteva più uno storico e strutturale avversario.
Altro aspetto da rilevare rispetto al passato, infatti, è la natura endogena
della crisi del liberalismo. Una certa vulgata ha sempre in qualche modo
giustificato l’affermazione dei fascismi come reazione al pericolo «rosso». Oggi
tale pericolo non esiste a nessuna latitudine, seppur vi sia spesso agitazione
per il suo spettro. Ma al netto delle strumentali e contraddittorie propagande,
la crisi del liberalismo è frutto non certo di un nemico esterno. Dalla caduta
del Muro di Berlino per il capitalismo liberale si era aperta una strada di cui
non si sarebbe dovuta vedere la fine. Eppure la teleologia liberale è diventata
vittima di sé stessa in maniera paragonabile a quella del comunismo reale.
Nessun avversario esterno ne ha decretato la crisi. Dunque il ritorno di un
capitalismo autoritario nasce e si afferma proprio nella pancia di quello
liberale e dalla disattesa delle sue millenaristiche promesse.
SOPRAVVIVENZA DEL CAPITALISMO
Concentrazione in alto, competizione in basso. La competizione come principio
regolatore generale si è mangiata sé stessa. Il libero mercato ha prodotto la
potenza dei più forti. Senza più freni. A tramontare è l’opzione
socialdemocratica assieme a quella liberal-democratica. Restano solo balbettii
che provano a esser da freno del nuovo capitalismo in maniera sporadica,
segmentata, senza una prospettiva d’insieme. Un flebile freno alla sua totale
libertà. I rituali appelli di mega-imprenditori a pagar più tasse o a
riequilibrare i processi diseguali in corso restano nel migliore dei casi solo
buone intenzioni. La semplice elezione di un sindaco socialista a New York ha
come effetto la fuga di 125 mila cittadini con reddito alto e altissimo in altri
Stati dove si pagano solo tasse federali, senza altre aliquote locali. Queste
ultime non costituiscono certo la socializzazione della ricchezza di quel
famigerato 1%, ma tant’è non esistono spazi di mediazione. I ricchi vogliono
essere sempre più ricchi. Mettendo a valore un sistema ormai diffusissimo di
concorrenza al ribasso sui sistemi fiscali. Il capitale si sottrae alla benché
minima responsabilità sociale.
Parallelamente la sconfitta politica del lavoro ha prodotto la disgregazione
degli argini sociali, la destrutturazione di significativi elementi di
resistenza al capitale. Rendendo complicato invertire la rotta su una scala
sufficientemente ampia. Alla forza cooperante del capitale, dunque, corrisponde
l’assenza di una forza altrettanto cooperante del lavoro.
Analizzare il profilo delle economie emergenti, e in particolare la Cina, è
interessante. Un paese che non costituisce più un’alternativa di modello, anche
se rappresenta un modello contraddittorio e probabilmente in fieri. A ritmi
serrati, Pechino non solo ha ridotto drasticamente la povertà interna (scelta in
senso socialista), ma ha fondato il proprio successo su assi similari a quelli
occidentali (scelta in senso capitalista). Dalla promozione dell’indebitamento
privato, in particolare immobiliare, a quello pubblico. Per non dire dei tassi
di crescita della concentrazione economica, superiori a quelli statunitensi. I
colossi imprenditoriali affermatisi sembrano il corrispettivo di quelli a stelle
e strisce, a partire dal settore digitale. Il modello cinese è molto più simile
a quello occidentale di quanto i due principali contendenti globali siano
disposti a riconoscere. Lo scontro è tra mercantilismo cinese e protezionismo
statunitense. Tra partito comunista cinese e bipolarismo demo-repubblicano
statunitense. Ferma restando la necessità di un comando politico funzionale e/o
consustanziale a quello economico, la distinzione di queste due sfere diventa
progressivamente impercettibile sia a ovest sia a est. Lo stesso pacifismo
cinese appare una scelta contingente piuttosto che identitaria. Le due potenze
accumulano energia dove possono, attrezzandosi per una sempre maggiore
conflittualità.
Oggi, dunque, il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di concentrazione. In
passato la democrazia si è affermata, sebbene con estrema difficoltà, perché era
funzionale allo sviluppo di nuove energie economiche e sociali. La contesa, in
ultima istanza, generava sviluppo e il conflitto sociale riusciva a
redistribuirlo, almeno in parte. Oggi lo sviluppo, al netto degli espedienti
economico-finanziari, è tendenzialmente stagnante. I grandi operatori magari
sono anche in competizione tra loro, ma altrettanto coesi sui principi di fondo
che giudicano vitali. Libertà d’azione del grande capitale, concorrenza fiscale
tra Stati, bassi salari, welfare minimo. Tale fenomeno indica instabilità e
incertezza. Da qui la necessità di un estremo controllo socio-politico del
capitale stesso. Da qui l’esaurirsi di un’opzione concretamente e non solo
formalmente liberal-democratica.
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UN’ALTERNATIVA EUROPEA
In un panorama così desolante da qualche parte si deve pur ripartire. Va
individuata una politica economica che poggi su soggetti in carne e ossa e su
luoghi dove rivendicarla. Occorre una dimensione spaziale dove credibilmente
proporla.
Si tratta, dunque, preliminarmente di lanciare una prospettiva che intenda
imbrigliare il mercato. Che lo fermi, che lo metta al suo giusto posto. Una
prospettiva che reinventi un ruolo della sfera pubblica fondato su gestione e
controllo dell’economia. Pianificazione per gestire il disastro ecologico e
contrastare le diseguaglianze. Costruire, dunque, una nuova impalcatura
economica, fondata su attori pubblici e collettivi, che circoscriva il raggio
d’azione del mercato. Anzi che indirettamente riesca persino a condizionarlo
positivamente. Collaborazione invece di competizione. Protagonismo e controllo
sociale. Formule che devono vedere la convergenza di politiche dall’alto e di
protagonismo dal basso. Pianificazione e collaborazione non solo devono essere
antitetici all’autoritarismo, ma devono essere promossi in un regime di libertà.
Solo così possono generare una nuova efficienza economica. Intesa nel senso di
sviluppo materiale e immateriale coniugato a tutela ambientale e giustizia
sociale.
Risulta evidente che tali necessità trovano un primo limite nell’attuale
dimensione sovranazionale. Ecologia e uguaglianza possono essere perseguite solo
dentro uno spazio sufficiente. Largo abbastanza da potersi sottrarre al cappio
della finanza, dell’economia liberista, della delocalizzazione produttiva e di
consumo. Allo scontro, bipolare o multilaterale che sia, dovremmo sottrarci
perseguendo ben altre logiche. In questa prospettiva il respiro protezionista e
meramente localista non aiuta. Non può essere ripiegando di scala che si risulta
credibili. Nello scontro tra potenze bisogna individuare lo spazio sufficiente
dove resistere per cambiare. Un‘area minima di alleanze politiche, economiche e
sociali per sperimentare percorsi alternativi e in grado di reggere l’urto delle
pressioni esterne.
Lo spazio è l’Europa. Non per ottimismo sulle attuali forze in campo ma perché,
al netto di tutte le contraddizioni che si sono sedimentate in un pluridecennale
processo di unificazione esclusivamente tecnocratico ed economico, fondato su un
astratto liberismo, esiste un contesto potenzialmente utile nel Vecchio
continente. L’Europa è stretta tra potenze storiche ed emergenti. Mantiene un
ruolo neocoloniale residuale che non le consente di ritornare in gioco alle
regole delle principali potenze. Se l’Unione europea è stata il tentativo di
rilanciare la politica di potenza del capitale su scala continentale, allora
oggi appare sempre più chiaro il fallimento del progetto. L’Europa come potenza
globale sta perdendo la contesa globale, le sue multinazionali mantengono un
ruolo marginale e di vassallaggio. La crisi appare evidente e percepita come
irreversibile. Al contempo il Vecchio continente mantiene forme di welfare e
potenzialmente di modello alternativo a quello di stampo anglosassone che
consentono di poter sottrarsi allo scontro globale. L’Europa, pensata come
terreno di contesa, dove provare a ricostruire forze politiche e sociali, può
ancora diventare uno spazio dove si coltivano formule economiche non
ipermercantiliste (che, anzi, dove esistono stanno andando in crisi), con
esperienze pilota di collaborazione. Può diventare lo spazio dove il numero di
ore lavorate rimane più basso che nelle grandi potenze emergenti, consentendo di
sperimentare un modello in cui la produttività va anche a vantaggio del tempo
libero e non solo della produzione. Il bene comune nella cultura popolare è
ancora percepito. L’Europa può essere potenza di pace, di relazioni economiche
internazionali non fondate sulla logica militare. Non è un’idea estemporanea e
neppure la riproposizione di uno slogan. Oggi, differentemente da ieri, esiste
uno spazio politico per un’Europa diversa. È in corso una dinamica che crea le
condizioni perché quello spazio sia materialmente possibile. Insomma si può
lavorare per un’Europa pacifista, democratica e socialista, capace di affrontare
le sfide del presente con la sufficiente scala geopolitica, culturale ed
economica non per posizionarsi nell’attuale scontro globale, ma per
sottrarvisi.
Christian Marazzi ci ricorda che accettando la definizione dominante l’Europa è
indietro su tutti i fronti, a partire da quello tecnologico. E che solo
smantellando lo Stato sociale è perseguibile la «loro» crescita, quella dei più
forti. E conclude: «Meglio scegliere la marginalizzazione che il gioco al
massacro del primeggiare, ci sono cose troppo importanti dal punto di vista
sociale, umano, filosofico, culturale da sacrificare inseguendo la corsa delle
superpotenze. Restiamo nella marginalità per riscoprire un’alterità».
*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è
autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga
(Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo
strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).
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