In Gaza Pietas
Nel corto di Diego Monfredini i disegni dei bimbi di Gaza “Una delle cose più belle e delicate, oltre che poetiche e devastanti, che abbia visto su Gaza. Nove minuti di lancinante lirismo e straziante verità visti con gli occhi degli innocenti.” Scrive Paolo Fresu sulla sua pagina FB mettendo il link al corto di Diego Monfredinii Ovviamente il parere
Slow Social Market a Roma
«Alla fine delle raccolte io sono sempre contenta: anche in giorni come oggi, che è mercoledì, riusciamo a riempire più carrelli: così stai bene con te stessa, perché hai contribuito, dando un piccolissimo aiuto, contro la miseria umana». Daniela Piccoli è una volontaria di Nonna Roma, associazione attiva nel contrasto alle diseguaglianze sociali, e partecipa alle raccolte alimentari organizzate nei supermercati di Roma per chiedere ai consumatori donazioni di cibo per le persone in condizioni di povertà. I prodotti vengono poi distribuiti negli empori solidali gestiti da Nonna Roma: «Noi sottolineiamo sempre di fare solo ciò che si può, perché ogni cosa conta», continua Daniela, che, riordinando i tre carrelli riempiti con le donazioni  ricevute, risulta soddisfatta: «la maggior parte delle persone che viene al supermercato decide di contribuire; a volte da alcuni non ce lo si aspetta e questo mi commuove». > Il risultato della raccolta viene portato allo Slow Social Market, emporio > solidale gestito da Nonna Roma e Slow Food Roma, associazione che promuove > filiere alimentari sostenibili, che dal 2023 si trova nel quartiere Esquilino, > nel I Municipio di Roma. Qui trovano sostegno i nuclei familiari in difficoltà > economica, che sono segnalati alle associazioni dai servizi sociali del > territorio e possono recarcisi per scegliere autonomamente ciò di cui hanno > bisogno. «Jerry Essan Masslo, vittima innocente delle mafie: a lui è dedicato questo spazio. Per una nuova storia di giustizia sociale che porta il suo nome»: è l’iscrizione sulla porta dello Slow Social Market, che da fuori può sembrare un semplice negozio alimentare, ma è in realtà il risultato di un’opera di riqualificazione di un immobile confiscato alla mafia. Mentre prima era un negozio gestito dagli affiliati alla criminalità organizzata, oggi è un bene pubblico, al cui riuso contribuisce anche il sostegno di Libera, associazione contro le mafie, e del I Municipio di Roma. «L’intitolazione dei beni confiscati non è mai casuale», afferma Davide Biscotti, referente provinciale di Libera, «mira a tenere viva la memoria delle vittime di mafia ed è legata alle attività svolte negli spazi riutilizzati». In linea con l’intento della legge n. 109/96 sul riuso sociale dei beni confiscati, di cui il 7 marzo si celebra il trentesimo anniversario, l’emporio rispecchia questo principio: nel bene intitolato a Masslo, bracciante vittima di un sistema agroalimentare iniquo e ucciso da camorristi connessi ai caporali per cui lavorava, si mira ora a garantire l’equo accesso ai beni di prima necessità e a un cibo “buono, pulito e giusto” anche a coloro che si trovano in condizioni di povertà. > Qui gli alimenti non hanno un prezzo, bensì un punteggio: sugli scaffali ci > sono prodotti che vanno da due a dieci punti, e l’obiettivo è quello di > promuovere un’alimentazione variegata. Sono ottanta i nuclei familiari che si > recano qui regolarmente e ciascuno di questi ha a disposizione tra i settanta > e i novanta punti al mese per acquistare ciò che desidera. L’emporio vuole poi essere un luogo in cui non solo si trova sostegno economico, ma si promuove attivamente l’inclusione, anche attraverso gli spazi che lo compongono. All’interno si nota un murale dipinto per rendere lo spazio accogliente: il logo del posto è circondato da disegni di alimenti e mani che si avvicinano. Sulla sinistra, invece, beni donati dai cittadini che sostengono l’attività: soprattutto giocattoli, libri e vestiti, che gli utenti possono prendere gratuitamente e che secondo Daniela Sacco, referente di Nonna Roma, rappresentano il sostegno degli abitanti del quartiere allo spazio. Questo è diventato un punto di riferimento per gli utenti: «Molti di coloro che usano il servizio sono soli, e qua sanno di essere accolti» – sostiene Daniela, a cui si unisce Pierangelo, volontario di Nonna Roma: «Qui si crea anche un rapporto personale: per gli utenti, quando prendono confidenza, questa diventa una piccola famiglia. Alcuni restano molto: fanno la spesa ma poi si fermano a chiacchierare». Tra questi c’è Pasquale: aspetta all’entrata l’assistente legale presente nell’emporio e non vuole parlare della sua situazione personale, ma commenta con riconoscenza: «Qui fanno un lavoro incredibile, se non ci fosse sarebbe molto peggio, anche perché aiutano tante persone; il loro sostegno per me ora è fondamentale». > Nell’emporio, infatti, si trova anche uno sportello di mutuo soccorso, dove > assistenti sociali e legali offrono supporto e indicazioni sui servizi sociali > disponibili. «I casi sono vari», raccontano le assistenti sociali Monica e > Elisa, «dalla richiesta di assistenza psicologica, a quella per la ricerca di > una casa». La presenza dell’emporio è poi significativa per persone come Anika, ex-badante con pensione minima. Abita in una stanza in cattive condizioni, che peggiorano il suo stato di salute. Nell’emporio trova uno spazio che le garantisce del cibo, ma soprattutto «di avere, almeno una volta al mese, qualcuno con cui parlare». Tra le altre, anche una famiglia palestinese, arrivata in Italia attraverso un corridoio umanitario, si reca all’emporio per i prodotti alimentari. In particolare Omar, il figlio minore, dice di essere felice perché qui può scegliersi un regalo tra i giocattoli gratuiti, e parlare in italiano con i volontari per imparare la lingua. Lo spazio riqualificato stimola quindi il senso di comunità: «La collaborazione dei cittadini, in un Municipio caratterizzato da profonde diseguaglianze sociali, mostra che l’utilità sociale dell’emporio è riconosciuta», dice Lorenza Bonaccorsi, presidente del I Municipio, che evidenzia l’importanza del rapporto tra istituzioni e associazioni per valorizzare i beni confiscati alle mafie. Emergono, però, anche delle criticità: spicca la scarsità di risorse economiche necessarie a garantirne la continuità. «Se avessimo più soldi potremmo fare più interventi strutturali, necessari perché se tu riconquisti i luoghi pubblici e ridai loro decoro, la criminalità se ne va da lì e i cittadini riprendono i loro spazi», commenta Bonaccorsi, che aggiunge: «La legge 109/96 è buona, ma andrebbe snellita nelle procedure, e soprattutto più finanziata». La difficoltà è testimoniata anche da Pierangelo di Nonna Roma, che si dimostra insoddisfatto: «Parliamo sempre di come trovare risorse: è il nostro problema principale, ma non è facile risolverlo». Lo confermano anche i funzionari dell’Ufficio addetto ai beni confiscati di Roma Capitale, che sottolineano l’indisponibilità di risorse adeguate per garantire che i beni confiscati siano riutilizzati, perché spesso necessitano di ristrutturazioni difficilmente sostenibili per gli enti locali e le associazioni che li gestiscono. A livello nazionale, Libera sottolinea che questo problema riguarda molti dei beni presenti su tutto il territorio. > La legge che regola le procedure del riuso è stata emanata grazie alla > raccolta di più di un milione di firme avviata da Libera, e l’associazione, > trent’anni dopo, sta raccogliendo firme per chiedere che il 2% del Fondo unico > di giustizia (Fug) sia dedicato al sostegno di questa politica. «Nel 1996 era difficile convincere che si trattava di un cambio di passo. Ora invece il tema è più sentito, anche perché le esperienze di riuso funzionano, e la cittadinanza ne è più consapevole», commenta Tatiana Giannone, responsabile nazionale per i beni confiscati di Libera, che aggiunge «I beni riutilizzati in questi trent’anni sono aumentati, ma la nostra campagna è essenziale, perché vanno superate le criticità». Come dimostrato dallo Slow Social Market, trent’anni dopo, la riqualifica dei beni per il riuso sociale si è affermata come stimolo non solo alla diffusione della cultura della legalità, ma anche alla creazione di modelli di giustizia sociale. In un periodo storico in cui all’aumento della povertà, anche alimentare, si affiancano la crisi abitativa e la necessità di valorizzare i luoghi pubblici, emerge dunque l’importanza della solidarietà e del coordinamento tra cittadinanza e istituzioni per rispondere a questi bisogni. È, quindi, sul passaggio dalla presenza di esperienze virtuose a una politica sistemica a sostegno degli spazi solidali che si misureranno i prossimi trent’anni. FOCUS: IL RIUSO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE. 1332: questo il numero dei soggetti sociali, come associazioni, cooperative, e comunità, che gestiscono gli immobili confiscati alle mafie e a loro assegnati. La legge che regola il riutilizzo sociale dei beni confiscati è la n. 109/96, e oggi la materia è recepita nel Codice Antimafia, che delinea il processo di assegnazione degli immobili. Secondo la procedura, questi sono prima gestiti dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafia (ANBSC), che li trasferisce poi al patrimonio pubblico dello Stato o delle amministrazioni locali. Questi possono usare i beni a scopo istituzionale o sociale: il riuso sociale è solitamente determinato dagli Enti locali, che danno i beni in concessione agli enti del terzo settore attraverso bando pubblici. I soggetti gestori sono attivi in 19 regioni su 20, in 448 comuni: più della metà sono associazioni di diverso tipo, mentre le cooperative sono 282, alle quali si aggiungono 12 consorzi di cooperative. È attraverso le attività che si svolgono nei beni che si attua la riqualifica degli spazi: nella maggior parte dei casi rientrano nelle categorie «welfare e politiche sociali» (57,6%) e «promozione culturale, sapere e turismo sostenibile» (23,2%). I beni confiscati sono anche uno strumento di memoria attiva delle vittime innocenti delle mafie: in Italia, sono 125 i beni confiscati intitolati alle vittime innocenti delle mafie, di cui 43 si trovano al Nord, 5 al Centro e 77 al Sud. Qui il loro ricordo è alimentato attraverso le attività sociali svolte dagli enti gestori,  che oltre a essere servizi essenziali per i territori, costituiscono quindi anche uno strumento per veicolare conoscenza e storie su coloro che nei territori si sono opposti al sistema sostenuto dalla criminalità organizzata. La politica del riuso sociale, inoltre, si è affermata anche nell’Unione Europea: nel 2024 la  direttiva 2024/1260, ha rappresentato un cambiamento significativo nelle strategie di recupero dei beni in Europa. europea. Con la Direttiva, in particolare, si riconosce la pervasività della criminalità organizzata nell’economia e gli intrecci che legano ai mercati internazionali, e viene richiesta agli Stati Membri una collaborazione profonda e stabile nelle inchieste per il congelamento e la confisca dei beni, oltre che la possibilità di confiscare “la ricchezza non giustificata”, come previsto nella normativa italiana. Nei considerata iniziali e all’articolo 19  viene poi consigliato il riuso sociale dei beni confiscati, sottolineando quanto questo sia legato alla compensazione per le vittime della criminalità, anche quando queste sono rappresentate dalla comunità stessa. Anche in Europa, quindi, si è affermata una visione politica che vede nel riutilizzo degli spazi confiscati alle mafie uno strumento essenziale per prendersi cura delle comunità attraverso gli spazi pubblici. Tuttavia, il suo impatto concreto dipenderà dalla coerenza della sua attuazione nei vari Stati membri, dala loro cooperazione, e dalla capacità degli Stati membri di tradurre le nuove disposizioni in pratiche operative coerenti. Attualmente, non si registrano ancora interventi normativi sostanziali di adeguamento nei diversi ordinamenti e sarà quindi decisivo il lavoro che ciascun Paese dovrà compiere entro il termine ultimo del 23 novembre 2026. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Irene Bruno L'articolo Slow Social Market a Roma proviene da DINAMOpress.
May 14, 2026
DINAMOpress
Nella testa di Musk
Elon Musk non ha bisogno di presentazioni. È uno dei capitalisti più importanti del nostro tempo. A differenza di molti nel settore tecnologico, si sporca le mani con il mondo fisico (o meglio, lo fanno i suoi dipendenti), costruendo auto e razzi, scavando tunnel e persino impiantando chip nel cervello delle persone. È anche un maestro dell’hype, capace di fare affermazioni assurde che non si avverano mai. A parte questo clamore, ha ottenuto molto. Eppure ha usato la sua fama, i suoi soldi e la sua piattaforma X per promuovere una politica che, senza esagerare, è suprematista bianca e di stampo sterminatore. Le attività di Musk includono Tesla, la casa automobilistica; SpaceX, l’azienda aerospaziale; X, precedentemente nota come Twitter, e xAI, l’impresa di intelligenza artificiale di cui Grok è il volto; Neuralink, produttrice di chip impiantabili nel cervello umano per consentire la comunicazione diretta con i computer; e Boring Company, che scava gigantesche gallerie per creare autostrade sotterranee. Di queste, solo Tesla e SpaceX sono redditizie. Gli utili attuali combinati delle due aziende si aggirano intorno ai 12 miliardi di dollari. Queste sono le basi finanziarie della sua fortuna, stimata da Bloomberg in 655 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali proviene da SpaceX e dalle azioni Tesla. Quest’ultima è quotata in borsa e ha una capitalizzazione di mercato pari a 372 volte gli utili dell’azienda. Si prevede che SpaceX si quoterà in borsa a breve. Con una valutazione di circa 2 trilioni di dollari, si tratterebbe di 250 volte gli utili. Queste valutazioni sono, secondo qualsiasi parametro convenzionale (si stima che un rapporto coerente sia intorno alle 20 volte, Ndt), assolutamente folli, ma gli investitori credono nella magia di Elon. Per il podcast  di Jacobin Radio Behind the News, Doug Henwood ha parlato con lo storico Quinn Slobodian e lo scrittore di tecnologia Ben Tarnoff del loro nuovo libro Muskism: A Guide for the Perplexed. La conversazione è stata modificata e ridotta per una sua migliore comprensione. È comunque possibile ascoltare l’originale qui . Vorrei iniziare con una domanda sul Sudafrica. Ha plasmato Musk, ma anche molti altri personaggi di spicco del mondo tecnologico come Peter Thiel e David Sachs. Mi ha sorpreso scoprire che persino  Louis Rosetto di Wired ne fosse affascinato. Quali sono le caratteristiche dell’influenza del Sudafrica in generale e su Musk in particolare? BT È un’ottima domanda. Da quell’esperienza possiamo trarre diverse conclusioni. Credo che la maggior parte delle persone che osservano la giovinezza di Musk nel Sudafrica dell’apartheid possano giungere alla conclusione più ovvia, ovvero che, considerando la sua successiva svolta a destra, la sua adesione all’etnonazionalismo e alla supremazia bianca, e in particolare la sua diffusione del mito del genocidio dei bianchi in Sudafrica, si è portati a pensare che il seme di tutto ciò sia stato piantato molto tempo fa. Il nostro approccio è leggermente diverso: ci concentriamo sull’economia politica dello stato dell’apartheid e sottolineiamo come si trattasse di un regime fortemente impegnato nel perseguire un certo grado di autosufficienza sia economica che tecnologica. Si trattava di ottenere licenze dalla Ford per costruire automobili entro i confini del paese. Si trattava di portare avanti un programma nucleare con l’aiuto di scienziati americani e israeliani. Si trattava addirittura di costruire una bomba operativa all’inizio degli anni ’80. E se si guarda alla successiva carriera di Musk come industriale, in particolare a SpaceX e Tesla, si trovano alcune interessanti analogie con l’esperienza dell’apartheid. Perché se si conosce Musk come industriale, si sa che ha una forte preferenza per l’integrazione verticale, per ridurre la sua dipendenza da fornitori esterni. Non possiamo entrare nella sua testa e tracciare con precisione la linea di influenza, ma pensiamo che i parallelismi tra questo e il modello industriale sudafricano sotto l’apartheid siano piuttosto sorprendenti. QS Il termine che usiamo per definirlo è «futurismo della fortezza, che a nostro avviso coglie bene sia il senso di rischio o pericolo, sia la necessità di utilizzare tecnologie avanzate per presidiare lo stato e armare i suoi difensori. Questo concetto richiama non solo il Sudafrica dell’apartheid, ma anche alcuni cartoni animati che andavano in onda in televisione quando Musk era bambino, tra cui  Robotech  e  Transformers, serie a cui ha fatto riferimento in post successivi e persino nei nomi dei suoi prodotti. LEGGI ANCHE… DESTRA ELON MUSK, MODERNISTA REAZIONARIO Matt McManus Questo ragazzo è davvero plasmato dalla fantascienza, vero? BT La questione dell’influenza della fantascienza su Musk è piuttosto complessa. Quando si scrive e si riflette su una persona come Musk, sorge spontanea la domanda su quanto delle sue affermazioni si possa prendere alla lettera. Spesso usa la fantascienza come meccanismo di segnalazione, come un modo per manifestare la sua affinità con una particolare cultura nerd e, di conseguenza, coltivare quel tipo di fandom che è stato così importante per la sua fortuna finanziaria e politica. È vero che per lui la fantascienza rappresenta alcuni punti di riferimento fondamentali. Quello a cui Quinn alludeva è il concetto di mech o mecha, tratto dai fumetti e dall’animazione giapponesi. Si tratta dell’idea di una gigantesca tuta robotica in cui un pilota umano, spesso un giovane maschio, entra e si fonde con essa attraverso un’integrazione cibernetica per difendere una civiltà sotto attacco da una forza soverchiante. In particolare, se si considerano le successive dichiarazioni di Musk sulla necessità di diventare cyborg, di impiantare interfacce cervello-computer nelle persone e di integrarsi in quello che lui stesso definisce un «gigantesco collettivo cibernetico», si può notare la risonanza con i mech della sua giovinezza. QS Siamo inoltre restii ad attribuire troppa importanza a libri, fumetti e cartoni animati come veri e propri strumenti esplicativi della costruzione dell’impero di Musk. C’è la tentazione di usare queste briciole come scorciatoia per spiegare, ad esempio, perché Peter Thiel è come è, o perché Marc Andreessen è come è – basta guardare la loro lista di letture. Se si vuole scrivere la storia intellettuale di un capitalista, bisogna osservarlo mentre mette in pratica il capitalismo. Voi considerate Musk come quello che Ralph Waldo Emerson definiva un «uomo rappresentativo». Cosa lo rende l’uomo rappresentativo degli anni 2020? BT Abbiamo cercato in tutti i modi di presentare Musk come una figura che, nelle diverse fasi dell’evoluzione del capitalismo globale negli ultimi quaranta o cinquant’anni, offre un quadro esagerato e persino caricaturale delle tendenze più ampie dell’economia politica. Uno dei pregi di Musk come strumento didattico è che, un po’ come in Forrest Gump, è possibile ripercorrere il suo percorso attraverso questi diversi periodi dell’economia politica. Inizia la sua carriera negli anni Novanta nella Silicon Valley, diventando milionario grazie al settore delle dot-com, un’esperienza che lo ha profondamente influenzato a livello culturale. Passa poi al settore aerospaziale e diventa un importante fornitore del Pentagono durante i primi anni della «guerra al terrorismo». Cavalca quindi l’onda del breve esperimento del capitalismo verde durante il primo mandato di Barack Obama. Si può quindi interpretare Musk come una figura che assorbe, ma al tempo stesso rielabora e radicalizza, le tendenze più ampie dell’economia, della società e della cultura. Un aspetto che lo rende rappresentativo è che il mondo della Silicon Valley, il mondo della tecnologia e persino la cultura in generale venerano il fondatore e la startup. Qual è il significato sociale di tutto ciò? Perché il fondatore e la startup sono così importanti? QS La figura del fondatore-dio viene analizzata facendo riferimento al libro di Peter Thiel, Zero to One. Lì si nota questo paradosso: la Silicon Valley è caratterizzata, da un lato, dal principio della distruzione creativa o dell’innovazione dirompente, il che significa che qualsiasi azienda consolidata è destinata a essere scalzata da qualche nuovo arrivato emergente; ma dall’altro è anche popolata proprio da quelle aziende consolidate. Dopo la prima ondata degli anni Novanta, sono arrivati personaggi come Musk e Thiel che hanno costruito quelli che Peter Thiel ha definito i regni delle startup. Ora bisogna essere vigili nel proteggere i confini del proprio regno, e bisogna farlo in modo da ridurre al minimo l’intermediazione tra il datore di lavoro e i dipendenti. Quindi, ovviamente, niente sindacati tra il datore di lavoro e i dipendenti: è necessario un rapporto personale e diretto. Si assiste quindi alla concretizzazione della figura del grande uomo della storia. Gli storici sono abituati a essere scettici sull’idea del grande uomo della storia. Ma con una figura come Musk, la cosa acquista un certo senso, una volta che la strada è spianata per effettuare donazioni illimitate alla campagna elettorale e per poter parlare a centinaia di milioni di follower in un modo che influenza i prezzi delle azioni o delle criptovalute. Se questo porta a una valutazione di 1,5-2 trilioni di dollari per un’azienda basata su una tecnologia non ancora testata, come nel caso della prevista Ipo di SpaceX tra circa un mese, allora devi essere qualcosa di diverso da un essere umano. L’autoproclamazione, ma ratificata collettivamente, del Technoking, come Musk si è ufficialmente ribattezzato in Tesla nel 2021, è qualcosa che lui incarna più di chiunque altro. Si pensi, ad esempio, alle recenti dimissioni di Tim Cook, Ceo di Apple. Si potrebbe pensare che Cook abbia ricoperto la carica per molto tempo, ma in realtà è stato Ceo di Apple solo per quindici anni, mentre Musk è a capo di Tesla da quasi venti e di SpaceX da ventiquattro. La sua figura incarna perfettamente la concentrazione di un marchio nelle mani di una sola persona, un’attenzione che richiede una devozione quasi religiosa. Con Musk, c’è sicuramente del vero, ma anche molta fumo negli occhi. Voglio dire, non fa altro che vantarsi di un sacco di cose. L’auto a guida autonoma non è mai stata realizzata; continua a prometterla entro sei mesi. È davvero un maestro dell’hype. BT Lo è, ma il modo in cui cerchiamo di concepire la relazione tra clamore mediatico e realtà nel caso di Musk è quello di una piramide rovesciata: c’è una base materiale, ma si apre in un regno virtuale più ampio. Se questo può sembrare un po’ astratto, consideriamo il caso concreto del rapporto prezzo/utili di Tesla. Tesla, soprattutto durante la pandemia ma anche negli ultimi anni, ha avuto una valutazione azionaria piuttosto gonfiata rispetto ai profitti effettivamente realizzati con la vendita dei suoi prodotti e servizi. Questa è una chiara concretizzazione dell’interazione tra realtà e clamore mediatico, dove, da un lato, è indubbio che Tesla abbia contribuito a rendere accessibile al grande pubblico il veicolo elettrico (EV). In particolare, ha reso per la prima volta economicamente sostenibile la produzione di massa di auto alimentate da batterie agli ioni di litio. Dal punto di vista del branding, ovviamente, ha reso i veicoli elettrici attraenti e un simbolo di status eco-consapevole, in un momento in cui faticavano a conquistare quote di mercato. Inoltre, introduce una serie di importanti innovazioni di processo sia in Tesla che in SpaceX, che gli consentono di aumentare l’efficienza dei processi industriali, proprio come farebbe qualsiasi capitalista tradizionale. Quindi, a livello materiale, i suoi punti di forza sono evidenti. Ma vengono premiati in modo sproporzionato dal mercato azionario, in gran parte a causa della logica del fabulismo finanziario, come lo chiamiamo noi: questa straordinaria capacità di Musk di presentarsi come una figura pubblica che fa promesse degne della fantascienza che, ciononostante, la classe degli investitori globali trova sufficientemente credibili da premiarlo con un aumento della valutazione azionaria. LEGGI ANCHE… DIGITALE È POSSIBILE LA DEMOCRAZIA DIGITALE? Robert Gorwa Il caso di Tesla è interessante perché ha creato quel popolare veicolo elettrico. D’altra parte, ora è rimasto molto indietro rispetto alla Cina e la stessa flotta Tesla sta invecchiando. Il Cybertruck è stato un totale fallimento. Si tratta solo di un’interruzione nella sua storia di grande successo, o è un presagio di come potrebbero evolversi le cose? QS Il distacco di Tesla dagli interessi personali di Musk è sicuramente un indicatore della sua posizione sul mercato e di come le persone stiano valutando la gamma di prodotti di Musk. Ci sono ancora alcune parti del mondo in cui la domanda di Tesla è in crescita, ma BYD l’ha ormai superata a livello globale. CATL, che ha iniziato la sua attività come produttore cinese di batterie agli ioni di litio per Tesla nella Gigafactory di Shanghai, ha ora completamente superato Tesla come produttore di batterie agli ioni di litio. E i progressisti ora odiano Musk, quindi non compreranno più i suoi veicoli elettrici. Compreranno Hyundai o qualsiasi altra cosa. Esiste un modo di interpretare Musk come colui che assorbe, ma anche rielabora e radicalizza, le tendenze più ampie all’interno dell’economia, della società e della cultura. Qual è ora il punto cruciale della storia di Musk? È sicuramente legato a SpaceX. Il rapporto prezzo/utili (P/E) menzionato da Ben a proposito di Tesla è davvero incredibile: attualmente si aggira intorno a 400. Se SpaceX si quotasse in borsa il mese prossimo con una valutazione prevista di 2 trilioni di dollari, il suo rapporto P/E si aggirerebbe intorno a 1.000. Quindi, se pensate che la gente stia puntando forte su Tesla, sta puntando ancora di più su SpaceX. Su cosa scommettono? Scommettono che riuscirà a monopolizzare l’orbita terrestre bassa. Che riuscirà a monopolizzare il lancio di oggetti nello spazio. Che riuscirà a creare un’enorme espansione di internet via satellite. Ha già 11.000 satelliti Starlink in orbita terrestre bassa. Ha presentato una richiesta alla Commissione Federale delle Comunicazioni per metterne in orbita un altro milione. E scommettono anche che riuscirà a risolvere tutti i problemi ingegneristici legati al lancio di data center in orbita terrestre bassa. Questi modelli si inseriscono quindi nella stessa linea del modello favolistico finanziario di cui parlavamo. Non si tratta solo di nuovi prodotti, ma di interi nuovi settori di mercato. Non si tratta di noi, intellettuali benpensanti e riflessivi, che pensiamo che Musk sia un imbroglione. In realtà, questo non ha alcuna importanza. Ciò che conta è se chi gestisce i fondi pensione pubblici della California o il fondo petrolifero norvegese lo consideri un imbroglione. E sapete una cosa? Non lo pensano. Queste persone hanno enormi interessi nelle aziende di Musk e, non appena SpaceX verrà lanciata, probabilmente verrà inserita rapidamente negli indici, e poi entrerà a far parte dei fondi indicizzati di Fidelity e Vanguard, e tutti, dalla vecchietta del quartiere al fondo universitario di vostro figlio, crederanno alle promesse di Musk. È questa la dipendenza strutturale che troviamo più interessante, soprattutto perché dall’esterno sembra un vero buffone, spesso un attore goffo, persino isterico. Eppure, com’è possibile che in realtà sia l’incarnazione di qualunque sia, a nostro avviso, l’attuale modalità di accumulazione nel capitalismo globale? Parliamo un po’ dello Stato. Persone come Musk e i suoi colleghi della Silicon Valley vengono spesso dipinte come libertari, il che è in realtà un malinteso. Con Musk, come dici tu, c’è una simbiosi con lo Stato. Come nel caso di internet, si crea un settore che viene avviato con finanziamenti statali, per poi raccogliere profitti che vengono privatizzati, con ingenti entrate che continuano a provenire dallo Stato. Ma in questo modo si rende anche lo Stato dipendente da noi. Quindi dobbiamo parlare di Musk e dello Stato. BT Ci sono due modi di interpretare la questione. Il primo è a livello personale. Se si allarga lo sguardo e si considera la carriera di Musk nel suo complesso, è evidente che in ogni sua iniziativa e in ogni fase, ha visto nello Stato un’importantissima fonte di potere e profitto; che ha strumentalizzato il governo come garanzia per le sue attività, come finanziatore della ricerca di base e, soprattutto, come cliente. Ad esempio, SpaceX ha iniziato la sua attività come fornitore del governo durante la guerra al terrorismo. Si pensi anche all’ingente prestito concesso dall’amministrazione Obama a Tesla nel 2009, ampiamente considerato come quello che l’ha salvata dal fallimento. L’elenco dei modi in cui si è integrato con lo Stato è lunghissimo. Ma c’è un altro modo di inquadrare questa dinamica, che consiste nel tentare di collocare Musk in un contesto più ampio, come emblema di sviluppi più vasti. Se pensiamo alla retorica cyber libertaria in stile Peter Thiel, che ha iniziato a guadagnare notorietà negli anni ’90, essa si inquadra in realtà all’interno di una particolare economia politica del settore tecnologico. Si tratta dell’era della tecnologia di consumo, in cui il modello di business si basa fondamentalmente su siti web e app. Per questo motivo, il settore non ha più quel tipo di stretto rapporto con il governo che aveva in passato. Negli ultimi anni, in particolare dal 2022, si è assistito all’esplosione del boom dell’intelligenza artificiale generativa. Ciò impone un rapporto molto diverso tra settore pubblico e privato. Il settore pubblico è ora un cliente importante, come abbiamo visto nel caso dell’utilizzo da parte del Pentagono di strumenti di guerra basati sull’IA. Ma è anche di fondamentale importanza, in quanto partner, per spianare la strada alla costruzione su larga scala di data center. Abbiamo assistito a una serie di mosse aggressive da parte dell’amministrazione Trump, che ha messo a disposizione terreni pubblici federali per la costruzione di data center, ha tentato di smantellare le procedure di valutazione ambientale e ha fatto tutto il possibile per accelerare il processo di costruzione di questi centri. Probabilmente, questo è il fattore materiale più importante alla base della nuova partnership tra la Silicon Valley e l’amministrazione Trump emersa negli ultimi anni. Musk, in modo tipico, anticipa questa svolta, ma la presenta anche in una forma ancora più esagerata. Ed è per questo che credo possa essere un utile strumento per comprendere questi sviluppi più ampi. QS Musk non agisce di propria iniziativa, ma è in perfetta sintonia con ciò che Alexander Karp definisce la «repubblica tecnologica». Molti hanno faticato a comprendere il passaggio, avvenuto nella Silicon Valley, da una modalità informale e interconnessa a una modalità incentrata sulla tecnologia avanzata e destinata a soppiantare le potenze militari. E Musk contribuisce a spiegare questo cambiamento. È interessante perché parte dalla tecnologia pura e poi passa ai social media, anziché partire dai social media e poi passare alla tecnologia pura. Ma in entrambi i casi, l’atteggiamento verso lo Stato è lo stesso. Non fuggire da esso. Usarlo come ancora di salvezza. Capire come integrarsi il più profondamente possibile nel funzionamento quotidiano del governo, dall’erogazione dei servizi burocratici di tutti i giorni alla selezione dei bersagli fino all’implementazione dell’automazione, che è stato il lato «positivo» dell’iniziativa del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), per come la vediamo noi. Tutto ciò, a mio avviso, rende la categoria di «libertario» un depistaggio. Qual è stato il contributo della transizione di genere di sua figlia alla sua svolta a destra? Data la sua ossessione per i cyborg e la modificazione tecnologica della vita umana, si potrebbe pensare che l’avrebbe accolta con favore. Invece, ora dichiara sua figlia morta, un’affermazione agghiacciante. Perché è così ossessionato da questo? Quanto è personale la questione? QS C’è un aspetto che teniamo a sottolineare nel libro, ovvero non solo il fatto che le sue amate metafore di Matrix e della pillola rossa siano apertamente intese come allegorie dell’identità trans da coloro che hanno creato quei film e quelle metafore, ma anche che quando si parla con qualcuno come Donna Haraway o si legge il suo lavoro in A Cyborg Manifesto, si presume che il cyborg sia qualcosa in grado di trascendere, remixare e trasformare le nostre idee di binarismo di genere e gerarchie sociali di ogni tipo. Ci vuole impegno per ricondurre a noiose dicotomie ciò che può essere stravolto dall’aumento tecnologico, dalla comunicazione e dalla connessione digitale. Chiamiamo il progetto di Musk «conservatorismo cyborg» e lo consideriamo un terreno di scontro continuo all’interno del capitalismo digitale. Per Musk, la transizione di genere di sua figlia rappresentava un paio di segnali. Primo, sua figlia era stata esposta a un mondo di guerra memetica. Pertanto, credeva che fosse stata infettata da un meme sull’identità trans e ne fosse rimasta vittima. Ma è interessante anche il modo in cui Vivian Wilson ha interpretato la cosa. Lei la vede anche come un segno della rabbia di suo padre per un accordo commerciale non rispettato. Il punto è che, quasi certamente, Musk utilizzava una qualche forma di selezione del sesso preimpianto per gli embrioni destinati alla fecondazione in vitro, dato che un numero irrealistico dei suoi figli, uno dopo l’altro, è nato maschio. Vivian ritiene quindi che il sesso assegnatole alla nascita facesse parte di una transazione commerciale che non corrispondeva alla sua identità e alla sua percezione di sé, e che parte della terribile educazione ricevuta come figlia di Musk fosse dovuta alla delusione di lui per il fatto che non si allineasse al prodotto che pensava di aver acquistato. Infine, che effetto ha avuto su di voi, a livello mentale, emotivo e spirituale, trascorrere tutto questo tempo immersi nella cultura muskiana? QS È troppo presto per dirlo, credo. Il virus mentale a volte agisce lentamente. La cosa interessante dello scriverlo in quel periodo, a partire dall’apice del successo di Doge, è che Musk era onnipresente. Tutti avevano un’opinione su DOGE. E poi scriverlo durante quello che era stato una sorta di periodo di relativa calma, in cui le persone sono più spesso caratterizzate da una sorta di stanchezza nei confronti di Musk o addirittura dalla sensazione di non voler più pensare a lui. Stiamo entrando, credo, in una fase diversa in cui i forti legami iniziali tra Maga e la Silicon Valley cominciano a incrinarsi. Il fallimento del Maven Smart System nel garantire una vittoria immediata in Iran dimostra che una guerra basata sull’intelligenza artificiale forse non è poi così diversa dalle guerre precedenti, nonostante la promessa iniziale fosse che sarebbe stata completamente diversa da quelle passate, che avrebbe cambiato le carte in tavola. La resistenza dell’opinione pubblica alla costruzione di data center e l’elevato scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale in generale fanno sì che la tecnologia sarà un tema centrale nelle elezioni di medio termine. Democratici e Repubblicani cercheranno entrambi di appropriarsi di questa reazione negativa. E in entrambi i casi, tale reazione si scontra con gli interessi materiali della classe dirigente della Silicon Valley, completamente accecata dalla narrativa degli investimenti legata alla scalabilità dell’intelligenza artificiale generativa. Ci troviamo anche in un momento in cui le persone iniziano a posizionarsi in vista di una potenziale maggioranza democratica al Senato o alla Camera, e persino a pensare alle prossime elezioni presidenziali. Il motivo per cui questo è interessante è che spinge le persone a porsi domande, sia a noi che a se stesse, sulla possibilità che esista una sorta di muskismo senza Musk, e se, osiamo dire, potrebbe esistere un muskismo di sinistra, come probabilmente immaginava Alexander Karp, da democratico di lunga data, un’amministrazione Kamala Harris quando scrisse La Repubblica Tecnologica. Ci troviamo in un momento in cui è possibile spersonalizzare alcuni di questi aspetti e chiederci: «Qual è il ruolo della tecnologia nella nostra vita? Qual è il ruolo della tecnologia puramente tecnologica? Sta davvero prendendo il sopravvento sul settore? Vogliamo davvero un milione di satelliti in orbita sopra le nostre teste? È sufficiente clonare queste tecnologie, o è necessario ripensarle da zero?». È un momento molto fertile e per certi versi entusiasmante per tornare a queste idee. Possiamo forse ripulire la figura di Musk, mantenendo però gli aspetti politici che rimangono rilevanti al di sotto di essa. *Ben Tarnoff, scrittore e tecnologo, vive nel Massachusetts. È coautore, insieme a Quinn Slobodian, di Muskism: A Guide for the Perplexed . Quinn Slobodian è professore di storia internazionale presso la Frederick S. Pardee School of Global Studies della Boston University. Doug Henwood è direttore di Left Business Observere conduttore di Behind the News. Il suo ultimo libro si intitola My Turn. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Nella testa di Musk proviene da Jacobin Italia.
May 14, 2026
Jacobin Italia
Oggi riparte la Flotilla verso Gaza. Dal mare e da terra, stop al genocidio dei palestinesi
La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare oggi dal porto di Marmaris con un una cinquantina di imbarcazioni dirette a Gaza. Lo hanno annunciato gli attivisti durante la conferenza stampa. La Flotilla sarà formata da 54 imbarcazioni. Oltre a una trentina di navi arrivate dalla Grecia, la Flotilla conta […] L'articolo Oggi riparte la Flotilla verso Gaza. Dal mare e da terra, stop al genocidio dei palestinesi su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
KYRIAKOS È SALPATA VERSO GAZA
Riceviamo e diffondiamo. Qui il comunicato in pdf in italiano e in inglese. Con il nome dell’anarchico internazionalista Kyriakos Xymitiris, «Kyriakos X», naviga con Freedom Flotilla Coalition per rompere il blocco genocida che lo stato sionista impone su Gaza da decenni. In onore alla vita di Kyriakos, che fino all’ultimo giorno è stata dedicata alla … Leggi tutto "KYRIAKOS È SALPATA VERSO GAZA"
May 14, 2026
Brughiere
Il mio lavoro vale cento. Un driver in appalto Amazon si racconta
(disegno di otarebill) Il Grido del Popolo è un progetto editoriale di MULTI – Sindacato Sociale, che raccoglie testimonianze di vita e di lotta sotto forma di scritti, fotografie, video e altre forme espressive. “Ogni racconto – scrivono i curatori presentando il progetto sul loro sito – è parte di ciò che vive una persona, che a sua volta è collegato al vissuto di tante altre. […] Il secondo grido di questo volume de Il Grido del Popolo è il racconto in prima persona di un lavoratore della logistica e della sua esperienza in un’azienda in appalto ad Amazon. Come nella storia di Pinocchio, che viene sfruttato dal Gatto e la Volpe, queste aziende sfruttano la fiducia e l’obbedienza dei lavoratori per scaricare su di loro la responsabilità. Ma da dentro la pancia della balena, possiamo organizzarci per pretendere di essere trattati come persone, non come numeri su un dispositivo e non accontentarci di poco, perché se il nostro lavoro vale cento, noi dobbiamo pretendere cento”.  Riproponiamo questa testimonianza pubblicata sul Grido qualche giorno fa. *     *     * Sono arrivato a lavorare per Oriente Trasporti quasi per caso. Un giorno sotto casa mia qualcuno aveva lasciato una bag di Amazon con delle consegne dentro. Io facevo già il corriere, così l’ho presa e l’ho portata al magazzino di riferimento. Quando sono arrivato ho detto: «Se cercate qualcuno, io cerco lavoro. Faccio già il corriere, ma voglio cambiare». Mi hanno chiamato per un colloquio. Mi dissero che ero piaciuto come persona e come lavoratore, che le probabilità di essere assunto erano buone. Il contratto all’inizio sarebbe stato a scadenza, ma c’erano possibilità di rinnovo. In quel momento io avevo già un contratto a tempo indeterminato, portavo farmaci alle farmacie. Però mi dissero che lì avrei lavorato meno e guadagnato di più. Mi parlarono di cento euro al giorno, tredicesima, ferie, permessi, trasferte, spesso lavorando tre o quattro giorni alla settimana. Sembrava una buona occasione. Io nella vita ho fatto trent’anni il barista, poi il corriere dei farmaci. Il massimo che avevo guadagnato erano mille e settecento euro al mese lavorando sette giorni su sette per un mese di fila. Così ho deciso di provare. E poi diciamolo: Amazon è un nome che riempie la bocca. Ti incuriosisce. Mi avevano detto che i ritmi erano alti, ma che per loro contava più la qualità del lavoro che la quantità. Questa cosa me l’hanno ripetuta fino a poco prima di essere licenziato. IL LAVORO VERO All’inizio ho fatto il corso online, poi ti danno il device, il telefono con cui lavori. Il problema più grande è stato quello. All’inizio non capivo bene come usarlo. Le procedure non erano chiare e i pacchi sono tutti diversi. Per trovare quello giusto nel furgone ci vuole tempo. Quando poi impari diventa più veloce. Ma all’inizio è dura. E poi c’è l’ansia della prestazione. Io ce l’avevo tutti i giorni. All’inizio avevo settanta o ottanta consegne, poi già dal terzo giorno novantacinque, cento, anche centoventi o centotrenta. Quando non finisci le consegne ti viene in mente una cosa sola: se non finisco non mi rinnovano il contratto. In ufficio però ti dicono di stare tranquillo, che capita a tutti, che qualcuno ti darà una mano. Poi vai fuori e capisci che non è così semplice. Mi è capitato di perdermi seguendo il device. Una volta mi sono ritrovato su una collina sperduta tra gli ulivi vicino Siena. Ho perso più di mezz’ora. Un’altra volta pioveva, era buio e mi trovavo in una zona che non conoscevo. Mi chiama un responsabile e mi dice: «Ma lo vedi che sei passato davanti al numero civico?». Io rispondo che dovevo fermarmi prima. E lui mi dice: «Così non imparerai mai a lavorare. Devi svegliarti».  Io lavoravo lì da una settimana. Sentirselo dire da un ragazzo che potrebbe essere tuo figlio è umiliante. Non ti dicono mai apertamente «Vai più veloce!», ti dicono: «Devi organizzarti!». Ma se ogni giorno ti cambiano zona, come fai a organizzarti? Nei messaggi scrivono: «Andate piano, rispettate i segnali». Poi però, se non finisci le consegne, ti dicono: «Ti devi organizzare». E lì capisci che qualcosa non torna.. GLI ERRORI CHE DEVI PAGARE La prima cosa grossa che succede è la bag che sparisce. Era la seconda o terza volta che uscivo da solo, subito dopo aver concluso il breve periodo di affiancamento. Dentro c’erano circa venticinque pacchi. A un certo punto non c’era più. Non abbiamo mai capito dove sia sparita. Io sono abituato a chiudere il furgone, ma quando lavori in un sistema nuovo, con tutta quella pressione, una distrazione può succedere. Poi succede un’altra cosa. Mi chiamano mentre sto lavorando e mi dicono che il furgone che avevo usato giorni prima ha un danno alla targa anteriore. Mi mandano la foto. Io dico subito: «Quel danno non l’ho fatto io». Se picchi contro un palo davanti te ne accorgi. Ma alla fine la contestazione disciplinare arriva lo stesso. Da quel giorno ho iniziato a fotografare il furgone tutte le sere, prima di lasciarlo. LA VIGILIA DI NATALE A un certo punto mi scrivono chiedendomi se sono disponibile a restare. Io rispondo di sì. Poi arriva un messaggio: «Il contratto non sarà rinnovato. Il tuo ultimo giorno è il 24 dicembre». La vigilia di Natale. Io pensavo almeno a una telefonata. Invece finisce così. Quando arriva lo stipendio mi accorgo che ci sono oltre ottocento euro di trattenute. Due mesi di lavoro duro, pioggia, strade strette, ansia, e alla fine quasi niente in tasca. Per un uomo di cinquantadue anni con una famiglia è una botta enorme. Poi ci sono altri incidenti. Una volta pioveva, la strada era stretta, con fossi ai lati. Per evitare di finire nel fosso ho strusciato il furgone. Ho chiamato subito e mandato la foto. Un’altra volta ho urtato il paraurti in retromarcia, in un punto dove non c’erano sensori. Ho sempre comunicato tutto con trasparenza. Eppure la sensazione che ti rimane è una sola. Ti senti una merda. Perché sai che quei danni possono costarti uno stipendio intero. Io pensavo che la trasparenza fosse giusta, che aiutasse tutti. Invece mi si è rivoltata contro.. PINOCCHIO A un certo punto ho capito che molte delle cose che mi erano state raccontate non funzionavano come mi avevano detto. C’è un episodio che per me spiega bene tutto il meccanismo. Un giorno mi chiamano e mi dicono di aggiornare il device, quello che decide dove andare, quale pacco consegnare, quale strada prendere. Io stavo su una strada stretta, in salita, pioveva forte. Poco spazio per manovrare. Eppure le indicazioni erano sempre le stesse: seguire il device. Io le seguivo tutte, rispettavo le regole, eppure mi sono trovato in difficoltà. Ho capito allora che non si tratta di disonestà, ma di responsabilità verso sé stessi: proteggere la propria salute, mentale e fisica, e il proprio lavoro. Pensando a tutto questo mi è venuta in mente la storia di Pinocchio. Lui si fida, segue quello che gli viene detto, e poi incontra il Gatto e la Volpe, che approfittano della sua ingenuità. La colpa non è di Pinocchio, è di chi sfrutta la fiducia. Nel lavoro succede lo stesso: fai il tuo dovere, rispetti le regole, eppure quelle regole possono diventare un modo per scaricare su di te tutta la responsabilità. Un collega più esperto, un vero Grillo Parlante, mi aveva messo in guardia. Mi diceva di fotografare il furgone ogni sera, perché i mezzi potevano essere usati da altri e i danni imputati a chi li aveva prima. Ho seguito il consiglio e ho iniziato a proteggermi così. All’inizio il lavoro sembrava un’opportunità fantastica, pochi giorni alla settimana, più guadagno, meno chilometri rispetto a prima. Poi scopri che sei sempre sulla strada dalle dieci del mattino fino alla sera, che se ti fermi a mangiare rischi di non finire le consegne, e che il contratto a scadenza diventa una forma di ricatto. Così continui a fare il massimo, cercando di dimostrare di essere all’altezza, ma rischi di essere trattato come un oggetto usato. Da questa consapevolezza nascono delusione, rabbia, frustrazione. Grazie a un collega ho conosciuto altre persone che mi hanno indicato come muovermi. È nato così un percorso di giustizia, senza vendetta, solo per far valere le cose in modo corretto. E soprattutto per aiutare altri a non subire la stessa sorte.. IL MIO GRIDO Io non voglio niente di più di quello che mi spetta. Né un euro in più né un euro in meno. Se ho sbagliato io mi inchinerò alla giustizia. Ma se il sistema è sbagliato, il sistema deve cambiare. Non siamo numeri su un dispositivo, non siamo codici dentro un algoritmo. Siamo persone. E una cosa l’ho capita bene: non bisogna mai arrendersi. Nella vita a quasi tutto c’è una soluzione. Bisogna lottare per i propri diritti e non accontentarsi. Perché se il tuo lavoro vale cento, tu devi pretendere cento!
May 14, 2026
Napoli MONiTOR
«Colpevole di Palestina»: dalle carceri israeliane ai tribunali italiani
«La questione palestinese è una causa di prigionieri politici, prima di ogni altra cosa». Con queste parole Dalia Ismail, giornalista e attivista italo-palestinese, impegnata da anni nel racconto della Palestina e delle forme di repressione che colpiscono le comunità palestinesi, dentro e fuori i territori occupati, ha aperto il suo intervento nel dibattito Recludere per reprimere, organizzato il 7 maggio negli spazi di ESC Atelier Autogestito a Roma. L’incontro, organizzato insieme al Comitato romano dell’associazione Un Ponte Per, ha riunito figure e realtà solidali con la Palestina per discutere del rapporto tra carcere, repressione politica e costruzione istituzionale della figura del “nemico”. Al centro del confronto il sistema detentivo israeliano, la criminalizzazione della resistenza palestinese e le continuità individuate tra questi dispositivi repressivi e l’inasprimento delle politiche securitarie in Italia. Oltre a Dalia Ismail, è intervenuta, in collegamento dalla Palestina occupata, Sahar Francis, già direttrice dell’associazione palestinese Addameer, attiva nella tutela dei diritti dei prigionieri palestinesi e inserita da Israele, insieme ad altri gruppi per i diritti umani, nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 2021. Insieme a lei, ha preso parte al dibattito l’avvocato penalista Flavio Rossi Albertini, che negli ultimi anni ha seguito numerosi procedimenti giudiziari legati all’attivismo palestinese in Italia. A moderare l’evento è stata la giornalista e scrittrice Cecilia Dalla Negra. DETENZIONE, TORTURA E CONTROLLO POLITICO NEI TERRITORI OCCUPATI Nel solco della riflessione introduttiva, Sahar Francis ha aperto il confronto riportando dati e testimonianze che mostrano come il sistema detentivo israeliano costituisca uno dei principali dispositivi attraverso il quale vengono esercitati controllo, deterrenza e frammentazione sociale. Nelle carceri israeliane si trovano, oggi, circa 9400 detenuti palestinesi, tra cui 87 donne e 360 minori. Migliaia di persone risultano sottoposte a detenzione amministrativa, misura che consente arresti, senza accuse formali né processo, sulla base di informazioni secretate. > «Ogni palestinese può diventare un potenziale detenuto», ha affermato Francis, > «questo sistema repressivo coinvolge l’intera società: studenti, giornalisti, > attivisti, lavoratori e membri delle organizzazioni politiche. Secondo le > nostre stime, oltre un milione di palestinesi è stato arrestato nel corso > degli anni dell’occupazione israeliana». Il sistema di detenzione israeliano si configura come un apparato che viola sistematicamente il diritto internazionale e le convenzioni sui diritti umani: «La tortura rappresenta una pratica strutturale negli interrogatori e nelle carceri, insieme a trattamenti degradanti, isolamento e limitazioni dell’accesso alla difesa legale e alle cure mediche». A questo si aggiungono pratiche sistematiche di umiliazione e violenza durante le perquisizioni corporali e le operazioni di controllo nelle prigioni: «I detenuti vengono spogliati, costretti all’esposizione del corpo e sottoposti a trattamenti degradanti, anche attraverso violenze sessuali e stupri». Dal 2023, la situazione è peggiorata drasticamente. «Le autorità israeliane hanno ridotto il cibo distribuito ai detenuti, interrotto acqua ed elettricità, confiscato beni personali e limitato fortemente le visite degli avvocati e delle organizzazioni internazionali, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa». A questo quadro si collegherebbe anche l’aumento dei decessi all’interno delle carceri: «Dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, oltre novanta detenuti palestinesi sono morti in custodia israeliana, a causa del peggioramento delle condizioni detentive, dalla malnutrizione, alla diffusione di malattie, fino all’assenza di cure adeguate. Molti detenuti vengono costretti a rimanere per ore o giorni sul pavimento, bendati e ammanettati, mentre durante le incursioni nelle celle vengono imposte continue umiliazioni. Si registrano inoltre numerosi episodi di pestaggi mortali avvenuti nel corso di operazioni di sicurezza interna. Spesso i corpi non vengono restituiti alle famiglie, che vengono così private anche della possibilità di celebrare funerali e sepolture». Particolarmente rilevante è anche la condizione del personale sanitario palestinese arrestato dopo l’inizio della guerra contro Gaza. A causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’accesso alle informazioni sul sistema carcerario non è possibile disporre di dati completi sul numero effettivo dei detenuti, ma secondo diverse ricostruzioni negli ultimi mesi centinaia di medici, infermieri e operatori sanitari sarebbero stati arrestati, spesso attraverso procedure riconducibili alla detenzione amministrativa. «Tra i casi più emblematici, c’è quello del medico Adnan Al-Bursh, arrestato pochi mesi dopo l’inizio dell’offensiva israeliana e morto in detenzione nell’aprile 2024. Non ha mai potuto incontrare i propri legali prima di morire». Tra le numerose denunce emerse figurano in particolare quelle relative alle violenze sessuali e alle condizioni di detenzione imposte ai prigionieri palestinesi, soprattutto ai detenuti provenienti da Gaza. «Centinaia di prigionieri sarebbero stati sottoposti a violenze sessuali, anche se molti episodi restano sommersi a causa della paura, dell’isolamento e dell’impossibilità di denunciare pubblicamente gli abusi. Le violenze sessuali all’interno delle carceri israeliane costituiscono una pratica strutturale del sistema detentivo imposto ai palestinesi; ciò che oggi appare mutato riguarda soprattutto l’estensione e il livello di brutalità raggiunti da queste pratiche dopo il 2023». LA CIRCOLAZIONE DEI DISPOSITIVI REPRESSIVI DALLA PALESTINA ALL’ITALIA Esiste una continuità tra questi dispositivi repressivi e le trasformazioni delle politiche securitarie in Europa e, nel caso specifico, in Italia? Su questo punto si è soffermato Flavio Rossi Albertini, descrivendo le forme contemporanee della repressione come fenomeni “circolari” all’interno delle società occidentali: strumenti sperimentati in determinati contesti vengono progressivamente trasferiti e adottati altrove quando si dimostrano efficaci nel controllo del dissenso politico e sociale. In questo quadro ha inoltre richiamato il tema della tortura e delle pratiche di isolamento, sostenendo che anche il sistema penitenziario italiano presenti dispositivi riconducibili a forme di coercizione psicologica. Tra gli esempi citati vi è il regime del 41-bis, descritto come una forma di “tortura bianca”, fondata sulla deprivazione sensoriale e sull’isolamento prolungato. Anche i procedimenti giudiziari avviati in Italia contro cittadini palestinesi vengono collocati all’interno di questa dinamica, interpretati come parte di un più ampio processo di criminalizzazione della resistenza palestinese e di cooperazione giudiziaria con Israele. Il caso di Anan Yaeesh si colloca lungo questa linea. Arrestato in Italia nel gennaio 2024 a seguito di una richiesta di estradizione avanzata da Israele, Yaeesh aveva ottenuto dalla Corte d’Appello dell’Aquila il rigetto della richiesta, sulla base del rischio concreto di torture e trattamenti inumani in caso di consegna alle autorità israeliane. Nonostante ciò, Yaeesh non lasciò il carcere di Terni: «Il giorno prima della scarcerazione formale è stato arrestato dalle autorità italiane», passaggio indicato come il segno di «un livello di collaborazione pieno» tra apparati italiani e israeliani. Al centro della ricostruzione è stato inoltre richiamato il ruolo degli apparati di sicurezza israeliani nella costruzione dell’impianto accusatorio. Nei procedimenti avviati in Italia sarebbero confluiti interrogatori di prigionieri palestinesi condotti dallo Shin Bet e dalla polizia israeliana, raccolti all’interno di un sistema detentivo segnato da torture e trattamenti degradanti. Lo stesso paradigma viene richiamato anche in relazione al caso di Mohamed Hannoun e degli altri cittadini palestinesi arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Genova. Secondo quanto sostenuto nel corso del dibattito, non solo Israele avrebbe trasmesso materiale investigativo alle autorità italiane, ma l’Italia avrebbe a sua volta condiviso con gli apparati israeliani il contenuto dei telefoni sequestrati a Yaeesh. > «Tutti i giovani palestinesi i cui nomi, cognomi e volti erano comparsi in > quei dispositivi sono stati successivamente uccisi dagli israeliani», aggiunge > Albertini. Nello stesso contesto viene collocato anche il caso di Ahmed Salem, perseguito per avere conservato e condiviso video provenienti da Gaza e ampiamente diffusi online: «Video che probabilmente ognuno e ognuna di noi ha visto in questi due anni». Secondo questa lettura, si tratterebbe di materiali privi di qualunque contenuto concretamente riconducibile alla preparazione di atti terroristici, ma che hanno comunque portato all’applicazione dell’articolo 270 quinquies 3 del codice penale, introdotto dal decreto sicurezza e definito «terrorismo della parola». Albertini ha contestato l’impianto accusatorio sostenendo che il procedimento si fonderebbe soprattutto sull’identità politica e nazionale dell’imputato. «La prima domanda dovrebbe essere: perché quel materiale dovrebbe essere detenuto per finalità di terrorismo?», ha affermato, aggiungendo che la stessa contestazione difficilmente sarebbe stata formulata nei confronti di altri cittadini trovati in possesso degli stessi contenuti. Il caso Salem verrebbe così letto come parte di un processo di criminalizzazione e razzializzazione del sospetto, nel quale l’appartenenza palestinese e musulmana assume immediatamente una connotazione criminale. «Salem si trova lì semplicemente perché colpevole di Palestina, colpevole di essere palestinese», ha concluso. IL CONFINE DEL DISCORSO LEGITTIMO SULLA PALESTINA La rappresentazione mediatica della Palestina e dell’attivismo palestinese nello spazio pubblico italiano costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui si produce la criminalizzazione della solidarietà. Al centro della riflessione vi è la quasi totale assenza di copertura dei procedimenti giudiziari che negli ultimi anni hanno coinvolto cittadini e attivisti palestinesi in Italia, inscritta in una più generale dinamica di invisibilizzazione politica e mediatica. Questa rimozione si intreccerebbe a una narrazione che associa frequentemente la figura del palestinese al terrorismo, contribuendo a legittimare politiche securitarie, pratiche repressive e processi di razzializzazione. A ciò si aggiungono il peso dell’islamofobia e la persistenza di uno sguardo coloniale nella costruzione delle narrazioni occidentali sulle comunità arabe e palestinesi e sulle forme di resistenza all’occupazione. Dalia Ismail ha collegato il silenzio mediatico sui casi di Anan Yaeesh e Ahmed Salem alla difficoltà, nello spazio pubblico occidentale, di affrontare apertamente il tema della resistenza palestinese. «Dopo le grandi mobilitazioni di solidarietà con la Palestina, una parte dell’opinione pubblica italiana avrebbe iniziato a riconoscere la gravità delle violenze israeliane a Gaza, senza tuttavia mettere realmente in discussione la questione del diritto alla resistenza palestinese». Richiamando il libro Vittime perfette di Mohammed El-Kurd, Ismail ha messo al centro anche il modo in cui alcune rappresentazioni occidentale tendano a riconoscere legittimità ai palestinesi soltanto nella condizione di vittime, negandola invece quando assumono una soggettività politica o resistono all’occupazione. Una dinamica che, secondo gli interventi, attraversa anche il racconto mediatico dei procedimenti giudiziari contro cittadini e attivisti palestinesi in Italia. > A emergere è anche la dimensione islamofobica e razzializzata delle politiche > securitarie occidentali, alimentata da media, discorso pubblico e istituzioni. > «La repressione non colpisce tutti insieme», osserva Ismail, «arriva per > gradi: colpisce prima coloro che nessuno vuole difendere e poi si estende agli > altri». Da qui il richiamo anche i casi degli imam Zulfiqar Khan e Mohammad Shaheen, entrambi colpiti da misure repressive dopo avere pubblicamente collegato il 7 ottobre alla storia dell’occupazione e delle violenze subite dai palestinesi. «Una parte della stampa italiana contribuisce alla costruzione pubblica della minaccia legata all’attivismo palestinese e musulmano attraverso narrazioni che associano sistematicamente soggetti arabi e musulmani a terrorismo, estremismo e radicalizzazione», ha proseguito Ismail. «Queste rappresentazioni non producono soltanto stigmatizzazione simbolica, ma incidono concretamente anche sul piano giudiziario e amministrativo, soprattutto nei confronti di persone prive della cittadinanza italiana e quindi maggiormente esposte a espulsioni e trasferimenti nei CPR». Ha inoltre osservato come, dopo le grandi mobilitazioni per la Palestina dell’autunno 2024, una parte del mondo politico abbia rapidamente preso le distanze dagli attivisti arrestati, distinguendo tra figure considerate “accettabili” e altre apertamente criminalizzate per le proprie posizioni politiche. Ha concluso richiamando la pluralità politica della società palestinese e la complessità delle sue forme di resistenza: «I palestinesi non sono tutti uguali», ha affermato, sottolineando però come tutti restino legati, in modi e gradi differenti, a una terra sottoposta all’occupazione, dove chi vive sperimenta quotidianamente arresti, violenze e repressione. «In questa situazione la resistenza non è soltanto una prerogativa riconosciuta dal diritto internazionale. È qualcosa di umano». La copertina è di Tommaso Slewrate (Flickr) L'articolo «Colpevole di Palestina»: dalle carceri israeliane ai tribunali italiani proviene da DINAMOpress.
May 14, 2026
DINAMOpress
Perché Israele è autorizzato a partecipare all’Eurovision Song Contest?
Cinque paesi boicotteranno la 70ª edizione dell’Eurovision, che si terrà il 16 maggio, per protestare contro la Guerra Genocida di Israele contro Gaza. Fonte: English version Immagine di copertina: Il logo dell’Eurovision Song Contest 2025 viene mostrato su uno schermo al termine delle prove generali per la seconda semifinale del concorso presso l’arena St. Jakobshalle … Leggi tutto "Perché Israele è autorizzato a partecipare all’Eurovision Song Contest?" L'articolo Perché Israele è autorizzato a partecipare all’Eurovision Song Contest? proviene da Invictapalestina.
May 14, 2026
Invictapalestina
Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione
Provo dolore, rabbia, angoscia per l’omicidio di Sako Bakari. La violenza – da Gaza in su e in giù – è certo un fatto iperpresente nel nostro tempo. Eppure, quando tocca terra e prende forma in luoghi familiari, diventa più difficile da contenere. Qual è lo spazio per la politica? Quale delle parole? Non so, ma forse conviene provarci. Taranto è una città razzista? Certo. Il razzismo non è un residuo del passato, un “retaggio culturale” destinato a scomparire con il “progresso”. È un elemento strutturale del presente. Organizza gerarchie, distribuisce in modo diseguale risorse, diritti e possibilità, orienta le posizioni nel lavoro e nello spazio urbano. Taranto non fa – ovviamente – eccezione. Passata l’ondata di indignazione e dolore, dovremmo ricordarci di maneggiare con molta più cautela l’immagine della “città irrimediabilmente solidale”, l’idea di “un patto spontaneo tra subaltern*” capace di neutralizzare – qui – forme di razzismo che attecchirebbero altrove. È una rappresentazione rassicurante. Consola chi la invoca e finisce per sottrarre il razzismo allo sguardo. Il razzismo non è una variabile indipendente e astorica. Non agisce in isolamento, né si spiega da solo. È il prodotto – non lineare – di una molteplicità di fattori: processi economici, assetti sociali, dispositivi culturali, gerarchie spaziali, politiche dell’abitare e così via. Un intreccio fitto, stratificato, a tratti sfuggente. Le molteplici crisi che attraversano Taranto – industriali, ambientali, sociali – rendono questo quadro ancora più denso e complesso. Ma è solo dentro questa trama che il razzismo può essere colto: estrarlo, semplificare, isolarlo significa, quasi sempre, fraintendere. “Un onesto lavoratore”. Non conosco le condizioni specifiche in cui Sako Bakari era inserito nel lavoro agricolo, ma non è evidentemente una forzatura ipotizzare un’esposizione a forme di sfruttamento organizzate lungo linee razziali. La posizione nel mercato del lavoro ha molto a che fare con il razzismo – e viceversa: si alimentano, si rafforzano, si organizzano insieme. Non sono dimensioni separate. Per questo, ogni volta che richiamiamo il lavoro, dovremmo anche interrogare il significato concreto. Cosa vuol dire “lavoro” per le persone razzializzate? In quali condizioni si svolge? quali gerarchie incorpora e riproduce? Il razzismo non irrompe all’improvviso nella vita di Sako Bakari. L’omicidio è una manifestazione estrema e ultima, ma è del tutto plausibile immaginare che la sua vita sia stata preceduta, segnata e organizzata da esperienze continuative, ordinarie – meno visibili e, proprio per questo, meno dicibili – di razzismo. È questa asimmetria nella visibilità che ci deve interrogare. Quando la rabbia e il dolore saranno meno forti, cosa resterà del razzismo ordinario nel perimetro del dibattito pubblico cittadino? Come se ne esce? Con la “lotta di classe”? Certo. Ma non basta nominarla perché il razzismo vi trovi automaticamente posto. Quando è normalizzato, latente, il razzismo tende a essere assorbito, derubricato o sottovalutato anche dentro alcune tradizioni del pensiero critico. Tenerlo a fuoco, individuare il suo carattere “produttivo”, coglierne la portata richiede uno sforzo ulteriore, esplicito. In questi giorni l’idea della città come “piano inclinato” che scivola verso il baratro è particolarmente inflazionata. È una tentazione comprensibile, ma da rifiutare. Un fatto terribile, per quanto inscritto in dinamiche più ampie, è un sintomo – non una traiettoria lineare e inevitabile, né un destino segnato. L’immagine della “deriva” non è neutra: orienta lo sguardo, legittima risposte che – non di rado – rischiano di aggravare il quadro, anche dal punto di vista delle politiche pubbliche. Degli autori sappiamo poco. Il riferimento alla “città vecchia” basta davvero a spiegare? L’incontro con Sako Bakari è avvenuto in un contesto specifico, che non è neutro e ha un peso nel rendere possibile ciò che è accaduto. Pensare che basti punire in maniera “esemplare” può avere una funzione rassicurante – e anche deresponsabilizzante – ma non esaurisce affatto la questione. Il contesto non assolve – e non condanna – ma incide: ignorarlo significa rinunciare a comprendere le condizioni che rendono questo evento pensabile e praticabile. L’idea che “più sviluppo” in città vecchia possa produrre “più emancipazione” – anche dal razzismo – è una rappresentazione lineare, fuori scala e anch’essa consolatoria. Le relazioni tra “sviluppo”, marginalità e violenza sono molto più complesse e non seguono un’unica direzione. Non ho, ovviamente, ricette, neanche abbozzate. Ma forse possiamo ripartire da qui: proviamo a non semplificare. Teniamo insieme livelli diversi, riconosciamo le connessioni tra piani economici, sociali e culturali, interroghiamo le reciproche implicazioni. Facciamoci domande. Non giudichiamo.

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