Cinque morti nel giro di poche ore: l’Italia ha vissuto l’ennesima giornata nera sul lavoro
C’è un filo che collega luoghi molto distanti tra loro: Casarano, in provincia di Lecce; San Nicolò, nel piacentino; San Leucio del Sannio, un piccolo Comune da 3mila anime in provincia di Benevento; Trecate, nel novarese; e Venezia, in località Marghera. Ieri hanno fatto da sfondo all’ennesima giornata nera sul lavoro che si è consumata in Italia. Cinque persone, quattro operai e il titolare di una ditta edile, sono morte mentre lavoravano, aggiornando il bilancio di questa strage silenziosa. Soltanto poche ore prima l’INAIL aveva pubblicato i dati su infortuni e malattie professionali, denunciando che, tra gennaio e settembre 2026, 823 persone sono morte sul lavoro, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2025. La vittima più giovane della giornata nera di ieri aveva appena 25 anni. Era un operaio di un’azienda che lavorava gli inerti, attiva nella frazione Casale Maccabei del Comune di San Leucio del Sannio. Non si conosce ancora il nome della vittima, né tantomeno è stata accertata la dinamica dell’incidente mortale. Secondo le prime ricostruzioni, il 25enne sarebbe precipitato da un impianto, morendo sul colpo. «Ancora un morto sul lavoro e sempre con le stesse e poco chiare dinamiche. Oggi è toccato ad un giovane di appena 25 anni, venuto dal Camerun in cerca di una nuova vita ed invece ha trovato la morte», ha dichiarato Nicola Ricci, segretario generale della CGIL Campania. Un operaio di 34 anni è invece la vittima di Marghera. Stava lavorando per Fincantieri all’interno di una nave in costruzione. Improvvisamente è stato colto da un malore, presto degenerato. L’ipotesi al momento più quotata è quella dell’intossicazione da sostanza nociva, avvalorata dal fatto che altri due lavoratori si sono sentiti male. L’area è stata sgomberata per procedere coi rilievi ambientali e accertare le cause dell’incidente che ha portato alla morte di Marius Hurba. Aveva 54 anni Marco Carini, l’operaio ucciso ieri in provincia di Piacenza. È stato travolto da un’auto mentre svolgeva una lettura dei contatori dell’acqua in un pozzetto d’ispezione. Ai Carabinieri il compito di ricostruire la dinamica. Pino De Rosa, segretario UGL UTL, nel frattempo si interroga sul rispetto delle norme di sicurezza: «Il lavoratore era solo mentre entrava nei tombini o era affiancato da un collega? Aveva in dotazione l’apposita dotazione di sicurezza per segnalare la propria presenza nei tombini e con la mole di lavoro da svolgere aveva il tempo materiale di posizionarla ogni volta?». Dalla CGIL sostengono che «l’attività risulterebbe riconducibile a un servizio esternalizzato nell’ambito degli affidamenti di IREN. Chiediamo al gruppo di chiarire l’intera catena degli appalti e degli eventuali subappalti», lungo la quale spesso finiscono per sbiadirsi responsabilità e vincoli, come denunciato durante la campagna referendaria del giugno 2025, conclusasi poi con un nulla di fatto a causa del mancato raggiungimento del quorum. A Trecate, in provincia di Novara, un operaio 57enne è rimasto gravemente ferito dallo schiacciamento provocato da una gru. A nulla è servita la corsa in ospedale. Antonio Fasciani è morto poco dopo il ricovero a causa dei gravi traumi riportati. Lavorava per conto della MC Prefabbricati all’interno di un cantiere per l’ampliamento della fabbrica chimica MacDermid. La morte nel leccese di Bashkim Rushani, 61enne a capo di una ditta edile, chiude l’ennesima giornata nera vissuta dall’Italia. Il 61enne stava lavorando «al rifacimento di alcuni pilastri», spiega Tommaso Moscara, segretario generale della CGIL di Lecce, che aggiunge: «Il mondo del lavoro salentino piange la nona vittima nel 2026». Soltanto poche ore prima l’INAIL aveva pubblicato il suo rapporto periodico sulle denunce di infortuni e malattie professionali. Nei primi nove mesi del 2026, da gennaio a settembre, si sono registrati 823 morti sul lavoro, contro i 784 dell’anno scorso, nello stesso periodo. Viene dunque riscontrato un aumento del 5%. Lo stesso è avvenuto per le denunce di infortunio complessive, che hanno raggiunto la cifra di 457.879, contro le 435.883 del 2025. Nel conteggio, specifica l’INAIL, sono inclusi anche gli infortuni degli studenti, sempre più coinvolti nelle aziende attraverso i percorsi di scuola-lavoro. Delle 823 vittime sul lavoro, 13 sono studenti, 6 in più rispetto allo stesso periodo del 2025. La CGIL, che non ha aderito allo sciopero generale del 30 ottobre, ha lanciato la sua mobilitazione per il 20 novembre, sottolineando che tra le ragioni della protesta c’è anche la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. «La Confederazione rivendica interventi più incisivi per prevenire infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro. La tutela della vita di chi lavora deve diventare una priorità effettiva, sostenuta da investimenti, prevenzione, controlli e responsabilità lungo tutta la catena degli appalti». The post Cinque morti nel giro di poche ore: l’Italia ha vissuto l’ennesima giornata nera sul lavoro appeared first on L'Indipendente.
November 5, 2026
L'INDIPENDENTE
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November 5, 2026
CampiAperti
Francia, al via lo sciopero generale con 250 manifestazioni
È in corso in Francia lo sciopero generale convocato dai sindacati contro la Manovra 2027, bocciata all’unanimità dall’Assemblea nazionale. Per la giornata di oggi sono previste circa 250 manifestazioni in tutto il Paese. Le prime stime parlano di oltre 700mila persone scese in piazza, di cui 250mila soltanto a Parigi. Si chiedono aumenti salariali e una maggiore spesa sociale. Hanno aderito anche gilet gialli e studenti, che continuano a occupare i licei.  The post Francia, al via lo sciopero generale con 250 manifestazioni appeared first on L'Indipendente.
November 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Gaza: bombe su bimbe e bimbi…
Riprendiamo, senza altri commenti e qualche link, due post dalla pagina FB di Marco Rodari (Claun il Pimpa)1 sulla distruzione del Mosader Kindergarten a Gaza. Condivido con estrema amarezza Condivido con estrema amarezza il comunicato della Ass. Mosader di Gaza legato al Mosader Kindergarten “Meraviglia di Scuola” uno dei primi luoghi dove è abbiamo potuto concretamente esprimere il concetto di
November 5, 2026
La Bottega del Barbieri
D’Alema e Veltroni: eravamo comunisti, abbiamo governato. Ma ce ne siamo scordati
A TRENT’ANNI DALL’ULIVO, I DUE EX PREMIER ED EX PCI, TORNANO ALLA RIBALTA (CON UN LIBRO E UN FILM) MA NESSUNO DEI DUE TORNA LÀ DOVE LE LORO SCELTE HANNO PESATO SULLA VITA DI MILIONI DI PERSONE [FEDERICO BONADONNA] Nello stesso autunno, a pochi giorni di distanza, i due ragazzi della meglio gioventù berlingueriana si sono ripresentati al pubblico. Massimo D’Alema con il memoir Eravamo comunisti (scritto con l’ex dell’Unità Pietro Spataro). Walter Veltroni con un film, L’assurda storia della Gialappa’s Band, passato alla Festa del Cinema di Roma che lui stesso aveva fondato da sindaco 20 anni fa e arrivato in sala con Medusa. Del resto Veltroni non avrebbe mai potuto scrivere un memoir con quel visto che ad un certo punto è arrivato a negare di essere mai stato comunista. Da una parte la memoria del Partito, la famiglia comunista, Togliatti, Berlinguer, Mosca. Dall’altra Mai dire gol, Tafazzi, il Mago Forest, tre voci milanesi fuori campo che per quarant’anni hanno preso in giro la televisione dall’interno della televisione. Sembra la parodia di un vecchio dualismo: il dirigente che rivendica la serietà della tradizione e il comunicatore che sceglie la cultura pop. Eppure è così che i due si sono sempre raccontati. E siccome i due non fanno le cose a caso, questa visibilità indotta dal sistema mediatico è funzionale a un obiettivo: il prossimo presidente della Repubblica. Il paradosso è che entrambi, ognuno con il proprio stile e linguaggio, evitano di raccontare gli anni in cui hanno governato, hanno esercitato direttamente il potere. Il memoir di D’Alema si ferma alla Bolognina. Il film di Veltroni attraversa la storia d’Italia per figurine. Il decennio 1996-2008, quello in cui gli ex comunisti arrivarono finalmente al potere e lo usarono per fare cose che nessun governo democristiano aveva osato, resta fuori campo. TRENT’ANNI DI DUELLO La rivalità tra i due è uno dei romanzi più lunghi della sinistra italiana. Quasi coetanei, cresciuti entrambi nella Fgci, entrambi allevati da Berlinguer, entrambi destinati a diventare segretari, presidenti del Consiglio, ministri. Ma con due temperamenti opposti: D’Alema di formazione, normalista, freddo, convinto che la politica sia anzitutto organizzazione e rapporti di forza; Veltroni cresciuto tra cinema e televisione, convinto che la politica sia anzitutto racconto. Li accomuna una cognizione del potere sviluppatissima. La frattura si consuma nel luglio 1994, quando Occhetto si dimette dopo la sconfitta contro Berlusconi. La consultazione degli iscritti (il popolo dei fax…) indica Veltroni, il Consiglio nazionale del Pds elegge D’Alema. Da quel momento i due si alternano e si sorvegliano: Veltroni diventa il volto dell’Ulivo accanto a Prodi, D’Alema il custode del partito. Ogni volta che uno sale, l’altro si sposta di lato. Nel memoir, il massimo riconoscimento che D’Alema concede al vecchio compagno è quello di essere stato un buon direttore, dell’Unità s’intende. Veltroni, dal canto suo, ha sempre risposto con l’arma che gli riesce meglio: non rispondere, e occupare un altro spazio. Il libro e il film Eravamo comunisti è un’autobiografia che coincide con l’autobiografia di un partito. D’Alema racconta il primo discorso da pioniere davanti a Togliatti, a undici anni, gli anni della Normale passati anche a giocare con i soldatini, il Berlinguer dell’austerità, Fidel Castro incontrato in un locale notturno dell’Avana, il viaggio a Mosca per i funerali di Andropov. Fino alla svolta di Occhetto, letta attraverso i miti diversi di Enea e di Ulisse. Lì il libro si ferma. È, come ha scritto L’Espresso, un memoir per ricordare di esserci senza impantanarsi col presente. Il film di Veltroni fa l’operazione opposta e simmetrica. È il suo dodicesimo documentario in dodici anni e Davide Turrini sul Fatto lo ha stroncato come la “Barbara D’Urso del documentario”. Ventisette intervistati, spezzoni di Mai dire gol, Teocoli in lacrime, e a metà film una raffica di immagini della storia patria che non c’entrano nulla con i tre commentatori: il Muro, la guerra del Golfo, Di Pietro in toga, Capaci, via D’Amelio, Occhetto, Ciampi, e Berlusconi più volte. Insomma due modi di raccontarsi. In entrambi i casi la stagione del governo e dell’esercizio del potere scompare per omissione e dissolvenza. 1996-2008 Eppure, se si guarda a quello che hanno fatto concretamente, i due avversari sono soci della stessa impresa e sulle scelte di fondo la pensavano esattamente allo stesso modo. Nel primo governo Prodi, dal maggio 1996, Veltroni è vicepresidente del Consiglio e ministro della Cultura; D’Alema è segretario del Pds, il partito che regge la maggioranza. Quando Prodi cade, nell’ottobre 1998, D’Alema va a Palazzo Chigi grazie ai voti di Cossiga e Veltroni prende la segreteria dei Ds. Si scambiano i ruoli, non la linea. La linea era quella dell’ingresso nell’euro a ogni costo, e fu condivisa senza riserve. La finanziaria del 1997 e l’eurotassa servirono a rientrare nei parametri di Maastricht. Fu un successo, rivendicato da entrambi, ma ebbe un prezzo: la rinuncia a qualunque politica espansiva e l’accettazione del vincolo esterno come orizzonte della sinistra di governo. Poi le privatizzazioni, la stagione più vasta della storia repubblicana: Telecom nel 1997, poi Enel in borsa e Autostrade nel 1999, mentre l’Iri si avviava alla liquidazione. Il governo D’Alema accolse con favore la scalata a debito di Colaninno e dei “capitani coraggiosi” su Telecom, quella che Guido Rossi bollò come opera dell’unica merchant bank in cui non si parla inglese. Il risultato fu una delle grandi aziende del Paese caricata di debiti e poi passata di mano in mano. Sul lavoro, il pacchetto Treu del 1997 introdusse il lavoro interinale e aprì la strada alla flessibilità che si trasformò in precarietà strutturale. La legge Turco-Napolitano del 1998 istituì i Centri di permanenza temporanea per gli immigrati: detenzione senza aver commesso alcun reato. La legge 62 del 2000, sotto D’Alema, sancì la parità scolastica con il finanziamento indiretto alle scuole private. Sul piano istituzionale, la Bicamerale presieduta da D’Alema e il patto della crostata a casa di Gianni Letta legittimarono Berlusconi come padre costituente, in cambio di una riforma che naufragò nel giugno 1998. Nel 2001 la maggioranza di centrosinistra approvò da sola, con pochi voti di scarto, la riforma del Titolo V, aprendo la strada a un regionalismo che accentuò la frammentazione del Ssn. Del resto già nel 1995 per D’Alema la Lega era una costola della sinistra. Nel dicembre 1998, con D’Alema a Palazzo Chigi ma su un testo avviato dal governo Prodi, passa poi la legge 431, la riforma delle locazioni abitative che abolisce quel che restava dell’equo canone, già svuotato dai patti in deroga del 1992 (una legge passata sotto il governo Andreotti nel 1978 con il voto del partito comunista), liberalizzando gli affitti con il contratto a canone libero e concordato, con incentivi fiscali per i proprietari. E infine la guerra. Nella primavera del 1999 l’Italia di D’Alema partecipò ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, senza mandato dell’Onu, dalle basi di Aviano e con i propri aerei. Il primo presidente del Consiglio venuto dal Pci guidò così la prima guerra italiana del dopoguerra senza la copertura delle Nazioni Unite. Il segretario dei Ds lo sostenne. LA CITTÀ VETRINA E IL SUO RETROBOTTEGA: VELTRONI SINDACO Dal 2001 al 2008 Walter Veltroni ha governato Roma raccontandola come un modello, il Modello Roma: una città che cresceva più del “sistema Italia”, illuminata dalle Notti bianche, dalla Festa del cinema, dalla Nuvola di Fuksas. Smaltito l’incantesimo, però, il bilancio è un altro: una colata di cemento, periferie scollegate dalla città consolidata e un’emergenza sociale non risolta ma resa cronica e appaltata. La prima critica riguarda il modo di intendere il mandato. La legge sull’elezione diretta del sindaco dava al primo cittadino poteri ampi. Veltroni li ha usati soprattutto come trampolino verso i vertici della politica nazionale. A metà del secondo mandato Veltroni lascia il Campidoglio per guidare il neonato PD. Perde le politiche contro Berlusconi, contribuisce alla caduta del governo Prodi e consegna la città ad Alemanno dopo quindici anni di centrosinistra. E quella promessa televisiva di lasciare la politica per fare il volontario in Africa, resta il simbolo di una distanza tra immagine e realtà. Il cuore dell’atto d’accusa è l’urbanistica. Il PRG approvato nel febbraio 2008, «il peggiore della storia di Roma Capitale» secondo Renato Nicolini (esaltato per l’invenzione dell’estate romana ma rimosso quando critica il Modello Roma) prevede circa 70 milioni di metri cubi di cemento, per 400.000 nuovi abitanti. Intanto l’Istat certificava che nel decennio precedente 180.000 romani avevano lasciato la città per l’hinterland. È il «piano dell’offerta»: il territorio trattato come moneta. Il caso di Porta di Roma è esemplare. Doveva essere una delle diciotto “centralità”, con un quarto dell’edificato destinato a funzioni direzionali. Nel novembre 2007, a un mese dalle dimissioni del sindaco, la giunta trasforma le volumetrie residue da terziarie a residenziali. Ne esce un quartiere dormitorio abitato a metà, cresciuto attorno a uno dei più grandi centri commerciali d’Europa. Quella delibera segna la fine dell’idea di affidare il destino della città al mercato. Il crollo del 2008 mostrerà quanto fosse fragile una crescita costruita sulla rendita fondiaria diventata finanziaria. Poi c’è la doppia faccia della politica sociale. Lo slogan «A Roma nessuno resti solo» porta a triplicare i posti di pronta accoglienza. Nello stesso periodo partono però sgomberi a tappeto di campi, occupazioni e baraccopoli. Un manifesto del centrosinistra per le comunali del 2006 rivendicava 8.000 persone «spostate» in cinque anni, quasi cinque al giorno. Secondo le stime dell’Associazione 21 Luglio furono spesi oltre dieci milioni di euro per far vagare persone da un interstizio all’altro della metropoli. A coordinare gli sgomberi c’era il vicecapo di gabinetto Luca Odevaine coinvolto nell’inchiesta Mondo di mezzo che poi patteggerà 5 anni. Il villaggio attrezzato di via di Salone, inaugurato nel 2006, recintato e videosorvegliato oltre il Raccordo, diventa il prototipo di un’«urbanistica del disprezzo». Il Patto per Roma sicura prevedeva nuovi “villaggi della solidarietà” «fuori dal GRA», come se lì non vivesse oltre un milione di romani. A tutto questo si aggiunge la politica dell’annuncio. Il rimpatrio di un mendicante disabile romeno viene trasformato in evento mediatico. Il trasferimento del campo di vicolo Savini viene celebrato come l’inizio del «vivere all’italiana». Il punto di rottura arriva il 30 ottobre 2007, con l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto. Fino ad allora il Campidoglio era stato fin troppo tollerante verso il degrado di quell’area buia e dissestata. Di colpo il sindaco chiede misure d’urgenza e ottiene un decreto sulle espulsioni dei cittadini comunitari. Dichiara che Roma era «la città più sicura del mondo» prima dell’ingresso della Romania nell’Ue. Il tasso di criminalità della capitale, intanto, restava storicamente basso. Marco Pannella fu tra i pochi a denunciare l’assurdità di un governo che si rivolgeva a Bucarest come se fosse il rappresentante dell’aggressore. È lì che la sinistra romana smarrisce il proprio segno solidarista. Ed è lì che nasce il “doppiopesismo” di chi, un anno dopo, avrebbe protestato contro gli sgomberi di Alemanno dopo aver taciuto su quelli di Veltroni. La pax veltroniana ha avuto così due volti. Uno liquido, che stordiva la città con eventi e scenografie. Uno duro, che addomesticava il conflitto e spingeva il disagio sempre più lontano dal centro-vetrina. Con quei soldi si potevano affrontare casa, mobilità e periferie, riprendendo il disegno di Petroselli di ricucire Roma. Invece, usando Petroselli e Pasolini come ornamento retorico, sono state poste le basi delle prime banlieue capitoline. Il quadro teorico era quello della Terza via. Nel novembre 1999 Firenze ospitò il vertice sul riformismo con Clinton, Blair, Schröder e Jospin, padrone di casa D’Alema. Due mesi dopo, al congresso dei Ds al Lingotto, Veltroni scelse come parola d’ordine l’inglese “I care”, preso dalla scuola di Barbiana di don Milani. Il primo parlava il linguaggio della modernizzazione, il secondo quello dei buoni sentimenti, quel buonismo che già da qualche anno gli veniva rimproverato. Ma la sostanza era la stessa: il mercato come orizzonte naturale, lo Stato come regolatore minimo, il conflitto sociale edulcorato, il sindacato sussunto. Chi li difende ricorda che senza quelle scelte l’Italia sarebbe rimasta fuori dall’euro, che il debito pubblico scese per la prima volta in modo significativo, che il Kosovo fu una guerra per fermare una pulizia etnica. Sono argomenti veri, ma che per coerenza dovrebbero essere circoscritti a un altro campo politico che nulla ha a che fare con il partito comunista. O forse no. Pietro Ingrao la definì mutazione genetica. Oggi, a trent’anni dall’Ulivo, i loro due prodotti autunnali ripetono lo stesso schema. D’Alema torna al comunismo dell’infanzia, quando essere di sinistra significava ancora qualcosa di nitido. Veltroni torna alla televisione degli anni Novanta, quando ridere di tutto sembrava una forma di libertà. Nessuno dei due torna là dove le loro scelte hanno pesato davvero, sulla vita di milioni di lavoratori, di precari, di cittadini che da allora hanno smesso di votare. Forse il memoir di quella generazione dovrebbero scriverlo insieme. Il titolo potrebbe essere: Eravamo al governo, siamo al potere. Ma non succederà The post D’Alema e Veltroni: eravamo comunisti, abbiamo governato. Ma ce ne siamo scordati first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo D’Alema e Veltroni: eravamo comunisti, abbiamo governato. Ma ce ne siamo scordati sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
November 5, 2026
Popoff Quotidiano
La “lezione” del 4 novembre insegnata dagli studenti di Casale Monferrato
Le risposte dei giovani alle domande poste loro in occasione della cerimonia sono inequivocabili. In molte città e scuole italiane la celebrazione della festa nazionale istituita dalla Legge n° 27/2024 coinvolge bambini e ragazzi con attività didattiche finalizzate a instillare nelle nuove generazioni quel senso del dovere che induce al patriottismo e all’obbedienza, con reverenza, alle forze armate. Anche a Casale Monferrato. Ieri, 4 novembre, alla cerimonia cittadina inaugurata con l’inno nazionale, dopo la deposizione della corona di alloro al Monumento ai Caduti mentre veniva diffuso il coro de Il Piave mormorava… e suonato Il Silenzio militare e dopo i discorsi delle autorità (il sindaco Emanuele Capra, il presidente del Consiglio comunale Gianni Filiberti e l’assessore regionale Federico Riboldi), gli alunni della scuola elementare Martiri della Libertà hanno cantato il Promemoria di Gianni Rodari: > Ci sono cose da fare ogni giorno: > lavarsi, studiare, giocare, > preparare la tavola, > a mezzogiorno. > > Ci sono cose da fare di notte: > chiudere gli occhi, dormire, > avere sogni da sognare, > orecchie per non sentire. > > Ci sono cose da non fare mai, > né di giorno né di notte, > né per mare né per terra: > per esempio, la guerra. Interpellati a spiegare cosa significhi per loro questa giornata, i ragazzi dell’Istituto Superiore A. Sobrero hanno risposto senza esitazione: Insomma, i giovani d’oggi sanno, e capiscono, che devono imparare tante ‘cose’ importanti, perché necessarie ad affrontare il proprio futuro, e in particolare una: la lezione di vita insegnata dalla storia. Palesemente i ragazzi di oggi sono consapevoli che il loro destino è nelle mani di adulti che, invece, dalle lezioni della storia non hanno imparato niente e continuano a ripetere gli stessi errori compiuti dai propri predecessori: * La prima manifestazione della ‘GenZ – Jeunesse en colère’ di Casale Monferrato   Eppure domani, venerdì 6 novembre, alla fiera Fai la mossa giusta gli studenti di licei, istituti superiori e professionali di Casale Monferrato verranno ‘orientati’, cioè informati delle opportunità di lavoro e di studio loro offerte, negli stand allestiti da associazioni di categoria, numerose imprese locali, alcune università (Cattolica, Università del Piemonte Orientale, Università degli Studi di Torino e di Pavia e Università di Pollenzo), Vigili del Fuoco e forze armate (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Marina e Aereonautica militari)… … militari e veterani che ieri hanno visto irregimentati e impettiti sotto gli stendardi delle rispettive armi. Ieri i bambini e i ragazzi hanno diligentemente ascoltato discorsi proclamati dalle autorità nell’occasione, il rituale celebrativo della Giornata dell’Unità Nazionale, anche Giornata delle Forze Armate, inoltre Commemorazione dei Caduti per causa di guerra o in servizio… … e hanno capito la ‘solfa’: * Oltre la retorica del 4 novembre: la differenza profonda tra chi indossa una divisa e chi la onora Hanno anche guardato con molta curiosità d’altra parte, dove c’erano i praticanti la settimanale Mezzora di silenzio per la pace e la giustizia sociale che, invece di vessilli e armi, impugnavano le bandiere arcobaleno e i cartelli con scritte le proprie idee: * Il ‘nostro’ 4 NOVEMBRE 2026 * 4 novembre: una giornata di lutto e di riflessione  Maddalena Brunasti
November 5, 2026
Pressenza
Voto negli Stati Uniti, cosa accade ora in Medio Oriente? Gli imperi vogliono ancora guerre, i popoli no.
Passata l’ondata blu delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, ora lo sguardo è rivolto agli scenari di guerra aperti in Medio Oriente da Stati Uniti e Israele e che hanno avuto un ruolo chiave nello spostamento del voto negli Usa. Il day after è il giorno della resa dei conti interna al Partito Repubblicano. “Abbiamo perso per la guerra in Iran”, ha dichiarato il vice presidente JD Vance, interpretando i malumori diffusi nel movimento Maga. Secondo FoxNews, emittente legata alla destra repubblicana, Vance starebbe cercando di formare una nuova corrente di destra, alternativa a Trump, all’interno del Gop. “Ha ragione”, ammette il tycoon, che secondo alcuni media Usa starebbe pensando di silurare il suo ministro della Guerra, Pete Hegseth. Per la Cnn, la Camera potrebbe votare un impeachement nei suoi confronti già la prossima settimana. In Iran, intanto, c’è preoccupazione per nuovi attacchi dall’asse Israele-Stati Uniti, “anche perché in Israele si impiegherà mesi per formare il nuovo governo, negli Stati Uniti il nuovo congresso si stabilirà il 3 gennaio e Trump ha le mani libere perchè conta sull’attuale congresso”, fa sapere il giornalista Ahmad Rafat ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ci sono poi i pasdaran e i vertici iraniani: “in questo momento c’è il regime, ha bisogno di una crisi per non dover affrontare la forte crisi economica che c’è nel paese dovuta all’embargo, all’assedio dei porti, al mancanza, essendo fuori dal sistema bancario internazionale eccetera. Perciò una crisi, un conflitto, anche se breve, può favorire il regime iraniano”. L’intervista al giornalista di origini iraniane Ahmad Rafat. Ascolta o scarica. Altro capitolo riguarda la Palestina: il terremoto elettorale di Midterm ha indebolito anche il progetto messianico di Bibi e le sue politiche genocidiarie, almeno a parole. A conferma di questo, le emittenti televisive israeliane: la tv pubblica Kan ha titolato “la sconfitta negli Stati Uniti non è solo per Trump, ma anche per lo status di Israele”. Channel 12, l’emittente più seguita nel Paese, ha sottolineato che il nuovo Congresso Usa “potrebbe rivelarsi il più ostile a Israele di sempre”. Il blocco delle opposizioni israeliane ha preso la palla al balzo, indicando Bibi come colui “che mette a rischio la sicurezza del Paese, ne compromette la democrazia e rovina la sua posizione sulla scena globale”. Come ha dichiarato Yair Lapid. Sul fronte reale, “la maggior parte del Partito Democratico statunitense rimane una forza moderata che ha avuto insieme ai repubblicani un appoggio bipartisan a Israele, alle sue necessità militari, ai rifornimenti di armi, tutto quello che sappiamo”, ricorda Michele Giorgio, giornalista e corrispondente per Il Manifesto da Gerusalemme, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Quanto questa rivoluzione, così come è stata chiamata, a mio avviso un po’ impropriamente in modo esagerato ieri, potrà incidere in futuro sui rapporti tra Israele e Stati Uniti, è difficile valutarlo”. L’intervista a Michele Giorgio, giornalista e corrispondente per Il Manifesto da Gerusalemme. Ascolta o scarica.  
November 5, 2026
Radio Onda d`Urto

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