[TuttaScenaTeatro] Klara e il sole ● martedì 01 settembre 2026 ore 14
TUTTA SCENA TEATRO martedì 01 settembre 2026 la compagnia lacasadargilla presenta il melologo ● KLARA E IL SOLE regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni adattamento Roberto Scarpetti regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni drammaturgia musicale Alessandro Ferroni e Gianluca Ruggeri disegno sonoro Pasquale Citera con Cecilia Fabris, Lorenzo Frediani, Alice Palazzi, Edoardo Sabato, Tania Garribba, Petra Valentini assistente alla regia Matteo Finamore assistenti alla drammaturgia Angelica Azzellini, Anna Farina, Leonardo Ravioli Dal romanzo di Kazuo Ishiguro. Un gioiello ibrido del XXI secolo, un affresco sull’amicizia e sulla complessità del cuore umano, sfaccettato come le percezioni di Klara, robot umanoide che promette di dedicare tutti i suoi straordinari talenti a Josie, la ragazzina che la sceglie come AA, la sua Amica Artificiale. Ishiguro dipinge una società mutata con adolescenti dall’intelligenza potenziata ma privi di capacità relazionale, e riesce a farci conoscere il corpo e l’anima di un androide empatico che conosce la finalità senza scopo. info https://www.lacasadargilla.com/if-legacy2025 ---------- ore 15:35 ospiti: ● Lisa Ferlazzo Natoli della compagnia lacasadargilla presenta la 13^ edizione di IF/INVASIONI (dal) FUTURO - legacy 2026 Roma - Teatro India, 31 agosto > 06 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/31/if-invasioni-dal-futuro-13-edizione/ ● Silvia Calderoni, codirettrice artistica, presenta la 21^ edizione del festival SHORT THEATRE Roma, 03>12 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/30/short-theatre-21-edizione/ ● Ferruccio Merisi, direttore artistico, presenta la 30^ edizione del festival L’ARLECCHINO ERRANTE - suoni e sentimenti Pordenone, 01>10 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/28/larlecchino-errante-30-edizione/ -------------- segnalazioni: ● Chiara Crupi, codirettrice artistica, presenta la 20^ edizione del festival internazionale di nuovo circo, teatro di strada e musica ANOMALIE Segni (Rm) e Roma, 28 agosto > 13 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/22/anomalie-20-edizione/ ● Emilio Genazzini, direttore artistico, presenta la 31^ edizione del festival ScenArte cinque comuni della provincia e Roma, 19>30 agosto 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/08/21/scenarte-31-edizione/ ● Alessandra Muschella, direttrice artistica, presenta la 2^ edizione del ROMA BORGATA FESTIVAL 09 maggio > 13 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/05/04/roma-borgata-festival-2-edizione/ ----------------------------------- TUTTA SCENA TEATRO (già RadioTeatro) trasmissione settimanale, il martedì ore 14, sigla di David Schacherl via dei Volsci 56 - 00185 Roma streaming https://www.ondarossa.info/player-ror.html facebook http://www.facebook.com/pages/RadioTeatro/312426765448394 e-mail visionari@ondarossa.info l'Archivio completo di TuttaScenaTeatro e RadioTeatro in podcast: 2026 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2026/01/archivio-tutta-scena-teatro-2026 2025 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2025/01/archivio-tutta-scena-teatro-2025 2024 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2024/01/archivio-tutta-scena-teatro-2024 2023 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2023/01/archivio-tutta-scena-teatro-2023 2022 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2022/01/archivio-tutta-scena-teatro-2022 2021 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2021/01/archivio-tutta-scena-teatro-2021 2020 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/01/archivio-tutta-scena-teatro-2020 2019 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-tutta-scena-teatro-2019 2018 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/07/archivio-tutta-scena-teatro-2018 2018 http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/01/archivio-radioteatro-2018 2017 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/archivio-radioteatro-2017 2016 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2016 2015 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2015 2014 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2014 2013 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2013 2012 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2012 2011 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2011 2010 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2010 2008/9 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2008-9 ------------------------ buon ascolto!  
September 1, 2026
Radio Onda Rossa
In Italia crolla la quota di giovani che non studiano e non lavorano
Nel giro di dieci anni l’Italia ha quasi dimezzato la quota di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Nel 2015 i cosiddetti NEET, acronimo di Not in Education, Employment or Training, rappresentavano il 25,7% delle persone tra i 15 e i 29 anni; nel 2025 sono scesi al 13,3%. Una riduzione di 12,4 punti percentuali, la più forte registrata nell’Unione europea nello stesso periodo. Buona parte del recupero è avvenuta negli ultimi anni. Nel 2021 quasi un giovane italiano su quattro rientrava ancora in questa condizione, con una quota vicina al 23%. Nel 2022 la... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post In Italia crolla la quota di giovani che non studiano e non lavorano appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
l’Info di Blackout sta per tornare! Nel frattempo, qualche podcast da riascoltare
Di ritorno dalle vacanze? In vista della ripartenza dell’Informazione di Blackout, ecco tre temi per riprendere il filo delle cose: Ambiente, Lavoro e Guerra. Per ciascun tema abbiamo raccolto alcune delle dirette e degli approfondimenti andati in onda negli ultimi mesi all’interno della trasmissione. Notizie e analisi, racconti di lotte e di territori, voci e punti di vista: qualche spunto per preparare un rientro resistente. Ambiente CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO ACCELLERA SUL NUCLEARE?https://radioblackout.org/2026/05/crisi-energetica-il-governo-accellera-sul-nucleare DENTRO E FUORI I DATACENTER: IMPATTO AMBIENTALE E SOCIALE DELLA DIGITALIZZAZIONE https://radioblackout.org/2026/05/dentro-e-fuori-i-datacenter-impatto-ambientale-e-sociale-della-digitalizzazione VIA LIBERA AGLI OGM DAL PARLAMENTO EUROPEO https://radioblackout.org/2026/06/via-libera-agli-ogm-dal-parlamento-europeo CONTINUA LA MOBILITAZIONE IN ALBANIA CONTRO IL GOVERNO, CONTRO LA GUERRA E GLI INTERESSI ESTERNI SUL PROPRIO TERRITORIO  https://radioblackout.org/2026/06/continua-la-mobilitazione-in-albania-contro-il-governo-contro-la-guerra-e-gli-interessi-esterni-sul-proprio-territorio CALA FINANZA ,PROTESTE CONTRO IL RESORT DI LUSSO https://www.radioblackout.org/2026/6/cala-finanza-proteste-contro-il-resort-di-lusso Guerra LA GUERRA COME RISPOSTA ALLA CRISI DI EGEMONIA STATUNITENSE CONDUCE ALLA RECESSIONE GLOBALE https://radioblackout.org/2026/03/la-guerra-come-risposta-alla-crisi-di-egemonia-statunitense-conduce-alla-recessione-globale CUBA SOTTO ASSEDIO SI ORGANIZZA PER DIFENDERSI https://radioblackout.org/2026/05/cuba-sotto-assedio-si-organizza-per-difendersi IL PUNTO SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA https://radioblackout.org/2026/06/sconfinamenti-di-droni-frenata-sullingresso-in-ue-il-punto-sulla-guerra-russo-ucraina RACCONTO, AGGIORNAMENTI E RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETÀ ALLA CISGIORDANIA https://radioblackout.org/2026/08/racconto-aggiornamenti-e-riflessioni-sulla-solidarieta-alla-cisgiordania Lavoro PIEMONTE. LA STRAGE DEL LAVORO https://radioblackout.org/2025/10/piemonte-la-strage-del-lavoro SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI PORTI CONTRO LA LOGISTICA DI GUERRA https://radioblackout.org/2026/02/sciopero-internazionale-dei-porti-contro-la-logistica-di-guerra BAKARI SAKO: UNO DI TANTI, TROPPI, MORTI DI RAZZISMO E SFRUTTAMENTO https://radioblackout.org/2026/05/bakari-sako-uno-di-tanti-troppi-morti-di-razzismo-e-sfruttamento SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione https://radioblackout.org/2026/06/sciopero-meat-to-contro-sfruttamento-e-razzismo-nella-ristorazione
September 1, 2026
Radio Blackout - Info
Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Takashi Sakamoto su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso. A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività. Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica. In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica. Crisi multiple e fine dell’eccezione Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni. Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari. La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita.  Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali. Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita. Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale.  La doppia transizione verde e digitale La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni. Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione. Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione. L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati. In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici. Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate.  Perché un reddito di base europeo A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa. Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa. Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi.  Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale. In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari. La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale. Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali. Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni. Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale. Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale. Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità. Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro. In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile. L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria. Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica. Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione. Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”. Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito. Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale. Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario. -------------------------------------------------------------------------------- Note e riferimenti essenziali Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023 Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html# International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447 Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/ -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a transform-italia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Srebrenica, la memoria profanata
UN RADUNO PER MLADIĆ NELLA CITTÀ DEL GENOCIDIO RIACCENDE GLI ODI DELLA GUERRA C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo. A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di Sarajevo. Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica. Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”, “Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città da parte delle forze serbo-bosniache. L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli. Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti. Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi. Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del «Generale» e della «Patria». È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche. E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić. È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni. La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra. È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi. È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime. A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra. Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui una società sceglie di costruire il proprio futuro. The post Srebrenica, la memoria profanata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Srebrenica, la memoria profanata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 31, 2026
Popoff Quotidiano
Perché gli Stati Uniti non riescono a porre fine alle loro guerre
di Greg Jaffe,  The New York Times, 30 agosto 2026.    La guerra più lunga della storia del paese è giunta al termine esattamente cinque anni fa. Oggi offre insegnamenti ai responsabili politici che cercano di evitare una guerra senza fine in Iran. Un elicottero militare statunitense sorvola Kabul, in Afghanistan, nel maggio 2021. Foto Jim Huylebroek per il New York Times Per gran parte della guerra in Afghanistan, per gli Stati Uniti l’unica cosa più difficile che vincere era smettere. La guerra più lunga del paese (20 anni) si è conclusa nel caos e nella sconfitta cinque anni fa domenica prossima. Centinaia di migliaia di afghani, disperati di sfuggire agli insorti talebani, hanno invaso l’aeroporto di Kabul. Tredici soldati statunitensi sono morti lì in un attentato suicida. Da allora, però, i timori che avevano impedito a tre presidenti di porre fine alla guerra si sono rivelati infondati. L’Afghanistan non è diventato un rifugio per il terrorismo né una base di lancio per attacchi contro gli Stati Uniti. Oggi, l’esercito statunitense è impantanato in una nuova guerra in Iran. Ancora una volta, le prospettive di una vittoria militare appaiono cupe. Persino il presidente Trump ha lasciato intendere che vorrebbe porre fine alla guerra, salvo poi fare marcia indietro e sostenere la necessità di restare. «Non dobbiamo per forza essere lì», ha detto in un discorso dall’Ufficio Ovale in primavera. «Non abbiamo bisogno del loro petrolio. Non abbiamo bisogno di nulla di ciò che possiedono. Ma siamo lì per aiutare i nostri alleati». La lunga guerra in Afghanistan solleva domande difficili per i generali e i responsabili politici che stanno valutando la strada da seguire in Iran: perché è stato così difficile ritirarsi dall’Afghanistan? Cosa ci dice la lunga lotta per accettare la sconfitta in quel paese sulla difficile situazione dell’amministrazione Trump in Iran? Gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare interrogativi sul ritiro praticamente in ogni guerra che hanno combattuto da quando sono emersi come potenza globale dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Gran parte di ciò in cui siamo stati coinvolti negli ultimi decenni consiste in realtà nel mantenere l’ordine nell’impero», ha affermato Andrew R. Hoehn, analista senior presso la RAND Corporation, un think tank che studia questioni di sicurezza. Nella maggior parte dei casi, le truppe statunitensi sono entrate in guerra per imporre l’ordine in un mondo indisciplinato o per difendere i valori americani. «Non stiamo combattendo conflitti esistenziali», ha detto Hoehn. Combattenti talebani su un Humvee a Kabul, in Afghanistan, nell’agosto 2021. Crediti. Jim Huylebroek per il New York Times Le conseguenze della morte di Osama bin Laden nel maggio 2011 hanno offerto l’occasione migliore per lasciare l’Afghanistan. L’autore degli attacchi terroristici dell’11 settembre era morto e un decennio di attacchi con i droni aveva decimato la sua organizzazione. Gli insorti talebani, che avevano governato l’Afghanistan e dato rifugio ad Al Qaeda prima dell’invasione statunitense, si stavano rivelando quasi impossibili da sradicare. «Se i funzionari americani avessero saputo allora ciò che sanno ora, molti di loro — me compreso — avrebbero sostenuto con maggiore forza un ritiro anticipato», ha scritto di recente Carter Malkasian, che ha fornito consulenza ai comandanti statunitensi in Afghanistan, in un saggio pubblicato sulla rivista Foreign Affairs. I presidenti e il Pentagono erano spinti a continuare a combattere dalle preoccupazioni relative alla credibilità del paese, da un senso di obbligo nei confronti degli alleati afghani di fiducia e dalla sensazione che una sconfitta avrebbe disonorato i sacrifici compiuti dai soldati caduti e feriti. Per molti di questi ufficiali, che avevano perso amici intimi negli scontri a fuoco con i talebani, l’idea di mollare andava contro anni di addestramento ed esperienza. «In parole povere, uno dei motivi per cui gli americani non hanno lasciato prima l’Afghanistan è che l’esercito statunitense combatte per vincere», ha scritto Malkasian. I leader politici e di politica estera erano preoccupati per la credibilità degli Stati Uniti sulla scena mondiale e per il prezzo che avrebbero potuto pagare alle urne in caso di sconfitta in guerra. Già nel 2011, il numero delle truppe statunitensi in Afghanistan aveva iniziato a diminuire, e i talebani avevano capito che dovevano solo resistere più a lungo delle truppe statunitensi e della volontà, ormai esaurita, dell’opinione pubblica americana di sostenere i costi della guerra. Man mano che la prospettiva di sconfiggere i talebani diventava sempre più remota, i leader politici statunitensi hanno modificato i propri obiettivi. Si sono concentrati sulla riduzione delle vittime, sul taglio dei costi della guerra e sul mantenimento in vita del governo afghano, corrotto e impopolare. «Sono come un medico in un reparto di terapia intensiva che sa che il paziente sta per morire», ha affermato Rosemary Kelanic, direttrice del programma sul Medio Oriente presso Defense Priorities, un’organizzazione che promuove una politica estera statunitense più moderata. «Sperano solo che il paziente muoia dopo che il loro turno sarà finito. Non vogliono che accada sotto la loro responsabilità». La guerra è proseguita per un altro decennio dopo la morte di bin Laden, mietendo le vite di altri 868 militari. I comandanti statunitensi che hanno guidato le truppe negli ultimi anni di guerra hanno intuito che venivano messi in una situazione destinata al fallimento. In un recente podcast, il generale Austin S. Miller, l’ultimo comandante in Afghanistan, ha ricordato il suo stato d’animo quando nel 2018 fu scelto per l’incarico. Si aspettava di uscire dal suo mandato «molto stanco» e con una «reputazione compromessa». La sua situazione, ha scherzato cupamente, era ben sintetizzata dal testo di una canzone della rock band Steely Dan: «Sono uno sciocco a fare il tuo lavoro sporco». In attesa di fuggire dal paese, una folla di migliaia di persone si è radunata fuori dall’aeroporto di Kabul, in Afghanistan, mentre un aereo da trasporto militare C-130 decollava nell’agosto 2021. Crediti. Jim Huylebroek per il New York Times Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha promesso all’inizio di quest’anno che la guerra in Iran non avrebbe avuto nulla a che vedere con le lunghe guerre in Afghanistan e in Iraq. Hegseth era stato inviato in entrambi i conflitti quando era un giovane ufficiale della Guardia Nazionale dell’Esercito. Quell’esperienza lo aveva lasciato arrabbiato e disilluso. «Ascoltate me, uno delle centinaia di migliaia di persone che hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan, che hanno visto politici sciocchi come Bush, Obama e Biden sperperare la credibilità americana», ha detto Hegseth ai giornalisti a marzo. Quelle guerre erano dei pantani, ha affermato. La guerra in Iran, ha promesso, sarebbe stata diversa: «precisa come un raggio laser», letale, rapida e «decisiva». «Qui non siamo in Iraq», ha insistito Hegseth. «Non sarà una guerra senza fine». L’Iran ha risposto agli attacchi punitivi chiudendo lo Stretto di Hormuz. All’inizio di quest’estate, il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei Capi di Stato Maggiore, ha ammesso che le bombe e i missili statunitensi probabilmente non sarebbero stati sufficienti a sconfiggere l’Iran né tantomeno a riaprire quella via navigabile cruciale al traffico commerciale. «La potenza aerea ha dei limiti», ha affermato nella sua testimonianza al Senato, «e dobbiamo sempre tenerne conto». Oggi l’amministrazione scommette che un blocco da parte della Marina degli Stati Uniti delle esportazioni iraniane attraverso lo stretto, unito alle sanzioni economiche, riuscirà a ottenere ciò che i precedenti attacchi aerei non sono riusciti a fare. Si intravedono i primi segnali di un aumento del numero di navi e delle esportazioni di petrolio che transitano nello stretto. Nonostante i modesti progressi, i vertici militari statunitensi non parlano più di una vittoria rapida. Descrivono invece una campagna che metterebbe sotto pressione l’Iran per mesi o anche più a lungo. Alla domanda su quanto a lungo la Marina, già messa a dura prova da lunghi dispiegamenti, potesse sostenere il blocco, Hegseth ha risposto: «Possiamo mantenerlo per tutto il tempo necessario: a tempo indeterminato». La sfida per le forze armate statunitensi ricorda quella affrontata in Afghanistan. Gli insorti talebani combattevano per la propria sopravvivenza. Lo stesso vale per i leader iraniani. Per gli Stati Uniti, la posta in gioco è molto più bassa, così come lo sono i costi di un ritiro. Le forze armate statunitensi potrebbero probabilmente riaprire lo Stretto di Hormuz, che era aperto prima dell’inizio della guerra. «È un compito fattibile», ha affermato Thomas G. Mahnken, che ha ricoperto il ruolo di alto funzionario del Pentagono sotto la presidenza di George W. Bush. «Ma richiederebbe un certo impegno sul campo, proprio perché gli iraniani hanno trascorso decenni a costruire e fortificare le loro postazioni». Per ora, i costi di un’operazione del genere, in termini di vite umane e risorse finanziarie, sembrano superiori a quelli che Trump o il popolo americano — che, secondo i sondaggi, si oppone alla guerra — siano disposti a sostenere. Mercoledì Hegseth ha commemorato il quinto anniversario della fine della guerra in Afghanistan conferendo a tre marines in congedo onorificenze di valore militare di grado superiore. Due dei tre hanno riportato gravi ferite da schegge nell’attentato suicida all’aeroporto di Kabul. Nonostante le ferite, hanno continuato ad aiutare i feriti a mettersi in salvo. Nel suo discorso, Hegseth ha elogiato il loro eroismo. «Quando i malvagi hanno cercato di seminare il terrore, questi uomini si sono eretti come leoni alle porte: audaci nel loro intento, feroci nella loro determinazione e incrollabili nel loro coraggio», ha affermato. La cerimonia ha avuto anche uno scopo secondario: ha ridefinito la sconfitta delle forze armate statunitensi nella lunga e insoddisfacente guerra in Afghanistan come una vittoria per le truppe che sono state dispiegate e hanno combattuto. «Voi siete l’avanguardia di una forza letale, orgogliosa e imbattuta», ha detto Hegseth ai marines. Ha consegnato loro le medaglie a lungo attese. Nessuno ha menzionato la sconfitta del paese. Julie Tate ha contribuito alla ricerca. Greg Jaffe, giornalista. Ho trascorso 15 anni a seguire la guerra in Afghanistan, iniziata con un obiettivo chiaro: rovesciare i talebani e distruggere al-Qaeda. È finita esattamente cinque anni fa oggi. Più la guerra andava avanti, più era difficile capire contro chi stessimo combattendo e perché. Col senno di poi, avremmo potuto porre fine alla guerra molto prima e ottenere lo stesso risultato. Ho notato alcune analogie con l’attuale guerra in Iran. Questo articolo è stato il mio tentativo di capire perché siamo rimasti così a lungo in Afghanistan e cosa possiamo imparare mentre riflettiamo sulla strada da seguire in Iran. https://www.nytimes.com/2026/08/30/us/politics/us-wars-iran-afghanistan.html?emc=edit_th_20260831&nl=today%27s-headlines&segment_id=225787 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 31, 2026
Assopace Palestina
E’ possibile un nuovo “municipalismo” quale processo partecipato per la democrazia di base?
La notizia che a ottobre una sentenza del Tar potrebbe portare al commissariamento degli organi elettivi della città di Messina ha rianimato un dibattito politico che sembrava annichilito dalla netta vittoria di Basile alle recenti elezioni amministrative. A ben guardare si tratta di un riflesso condizionato comprensibile. Come quando ti riesce un gol che ti rimette in gioco. Da tifoso del Messina penso alla rete segnata da Ragusa contro la Gelbison a tre minuti dalla fine nello spareggio che alcuni anni fa ci tenne in serie C. Nulla sembrava annunciarla, ma avvenne. Sembrava poco, allora. Oggi faremmo carte false. Ecco, dunque, che forze politiche e coalizioni sconfitte politicamente, prima ancora che elettoralmente, sperano di avere un’altra chance. Ma che chance ci si può dare se non si hanno idee? Sì, perché la questione fondamentale è questa: dal punto di vista della visione politica Cateno De Luca, che guida col piglio del comando, le azioni di Sud chiama Nord, rappresenta l’unica espressione che abbia una densità politico-amministrativa di un certo rilievo nella nostra città. Non dico che sia bella. Dico che è l’unica. Il resto è, per quello che si è visto alle passate elezioni, mera amministrazione degli equilibri politici e di consenso pre-esistenti. Con qualche piccola eccezione, certo, ma le eccezioni fanno, appunto, la regola. E’, dunque, la domanda giusta quella di chiedersi se il Tar darà ragione ai ricorrenti? No, non è la domanda giusta. La domanda giusta è: la prospettiva politico-amministrativa proposta da De Luca va bene o può essercene un’altra migliore, più evoluta? Si possono negare le trasformazioni avvenute negli ultimi anni? Io penso di no. Nel 2013, quando entrai in Consiglio Comunale, in città circolavano meno di 20 autobus e ora (dopo tre amministrazioni) più di 100, la differenziata era al 3% e ora al 60%. Tutto merito della compagine di De Luca? No, naturalmente. Alcune attività, ad esempio, erano già state attivate e, soprattutto, De Luca e Basile hanno avuto a disposizione i flussi finanziari derivanti dal Covid le cui dimensioni prima ce le si poteva scordare. Ma questi sono argomenti da convegno. Non hanno a che fare con la percezione che hanno gli abitanti di Messina. Chiunque voglia aspirare a contendere la guida politica della città o anche semplicemente ad esistere politicamente a Messina deve partire da questo: dalle trasformazioni avvenute. Soprattutto, chi vuole contendere un discorso politico pubblico a De Luca deve sapere cosa siano oggi i Comuni. E su questo, a me pare, ci siano stati enormi errori di valutazione nel passato. Per esempio, non si è capito cosa volesse dire amministrare nella crisi. Solo per fare un esempio, statisticamente il 70% dei sindaci viene rieletto al secondo giro. Non è stato così per chi passava dal vertice delle città intorno al 2013, gli anni dell’austerità, di Monti, degli indirizzi della Troika. Un discorso a parte meriterebbero i piani di riequilibrio, dispositivi che chi si occupa delle cose dei Comuni ha sancito ormai come fallimentari. Non era difficile capire, quando vennero introdotti, che si trattava di un metodo per disimpegnare lo Stato dalla crisi finanziaria dei Comuni e taglieggiarli. Oggi è troppo tardi. Stanno già pensando a cambiare metodo. Allo stesso modo, era evidente che la modifica dei sistemi di bilancio avvenuta nel 2015 avrebbe massacrato i Comuni del Sud, ma, presi dai tecnicismi, pochi degli attori politici del tempo hanno affrontato il problema. A capirlo fu De Luca che scommesse tutto sui fondi extra-bilancio. E’ su questo che si è fondata la sua narrazione del Salva Messina: tagli e fondi extra-bilancio. L’ha raccontata come lui sa fare e secondo me in parte non è, ma ha vinto politicamente su questo. Possono, dunque, oggi i partiti rifarsi su De Luca? A me pare di no. Di sicuro non da soli. Per il fatto semplice che i partiti di centrodestra sono un qualcosa che assomiglia a dei notabilati, gruppi di consenso costruiti intorno a una persona, e quelli di centrosinistra hanno ormai dimensioni molto ridotte. E come competere, poi, con un uno che sta 24 ore al giorno sul pezzo. De Luca in questo è imbattibile per la mole di discorso pubblico che genera. Trovarne uno uguale e contrario è pressoché impossibile. L’unica cosa che potrebbe aspirare a competere con la macchina politico-mediatica di De Luca sarebbe qualcosa di completamente diverso: un soggetto collettivo, civico, una comunità, qualcosa che metta insieme la ricchezza di tanti percorsi diversi, un processo istituzionale che nasca prima nella società che dentro una campagna elettorale. Ciò per cui varrebbe la pena di battersi oggi sarebbe un nuovo “municipalismo”, un processo che opponga la democrazia di base a una prassi politica e amministrativa fondata sul comando di uno. Non sfugge, evidentemente, che il comando di uno sia una tentazione cui le comunità a volte cedono. La semplificazione dei processi decisionali rende tutto più facile. Il problema è che rende anche tutto più involuto. Sì, perché ciò su cui bisogna porre l’attenzione non è se il corso a guida De Luca sia migliore dei precedenti, ma se sia quello preferibile o se non sia preferibile una politica in cui tutti (o almeno tutti quelli che hanno voglia di farlo) possano dire la propria, partecipare alle decisioni che li riguardano. Con De Luca questo non è possibile. Non è possibile neanche all’interno del suo partito, dove anche i margini di autonomia dei singoli soggetti sono quelli che lui concede. I tempi che vengono non sono certo i tempi migliori. I soldi del PNRR sono finiti e ai Comuni verranno chiesti nuovamente sacrifici. Non è un caso se il Rapporto 2025 dell’Università Ca’ Foscari sui Comuni italiani s’intitola: I Comuni nel tunnel dell’austerità. E’ per questa ragione che tutto il patrimonio teorico sui Beni Comuni inventato ai tempi della prima austerità, quella causata dalla crisi del 2008, verrà buono. Si tratterà di aprire una nuova fase, che sia creativa, competente e partecipata. Senza questi tre requisiti si soccomberà alle nuove condizioni. Certo, uno la può raccontare, come spesso viene fatto, ma la realtà, poi ti si sbatte in faccia. Di sicuro si tratterà di riaprire una discussione pubblica con i centri decisionali. Non è possibile vivere in un paese spaccato in due in cui i Comuni in dissesto o predissesto stanno tutti da una parte. In questo De Luca ha avuto ragione a dire che le decisioni su Messina non possono venire da Roma, ma certo non possono venire neanche da Fiumedinisi. Redazione Sicilia
August 31, 2026
Pressenza
L’urgenza climatica di cui facciamo finta di niente
Da Kyoto a Parigi, da una COP all’altra, il mondo conosce da decenni la gravità della crisi climatica. Eppure continuiamo a vivere come se avessimo a disposizione un altro pianeta. Governi e grandi interessi economici hanno responsabilità enormi, ma anche noi cittadini possiamo scegliere, partecipare e pretendere un cambiamento. Non possiamo più dire che non lo sapevamo. GLI UNDICI ANNI PIÙ CALDI MAI REGISTRATI Gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media globale di circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Gli oceani continuano ad accumulare calore, mentre gli eventi meteorologici estremi provocano danni, vittime e conseguenze economiche in molte parti del mondo. L’Europa, poi, si sta riscaldando più di due volte più rapidamente della media globale ed è il continente che si riscalda più velocemente. Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Ondate di calore, siccità, incendi, riduzione della neve e dei ghiacciai e temperature marine eccezionalmente elevate stanno modificando territori ed ecosistemi, dall’Artico al Mediterraneo. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse un avvertimento per il futuro. Il futuro, invece, è già arrivato. DA KYOTO A PARIGI: TRENT’ANNI DI PROMESSE La politica mondiale non ha scoperto ieri il cambiamento climatico. Nel 1997 fu adottato in Giappone il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005. Per la prima volta furono stabiliti obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati aderenti. Nel primo periodo di applicazione, dal 2008 al 2012, 37 Paesi industrializzati ed economie in transizione e la Comunità europea si impegnarono complessivamente a ridurre le emissioni in media di circa il 5% rispetto ai livelli del 1990. Era un passaggio storico, ma insufficiente. Gli Stati Uniti firmarono il Protocollo senza ratificarlo e le economie emergenti non erano sottoposte agli stessi obiettivi quantitativi previsti per i Paesi industrializzati. Diciotto anni dopo Kyoto, il 12 dicembre 2015, alla COP21 arrivò l’Accordo di Parigi. Questa volta l’ambizione era coinvolgere praticamente il mondo intero. L’obiettivo comune: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Ogni Paese aderente deve presentare e aggiornare periodicamente il proprio piano climatico, il cosiddetto NDC, indicando gli interventi previsti per ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Ma conoscere il traguardo non significa raggiungerlo. Nel 2025, dieci anni dopo Parigi, l’UNEP ha calcolato che, anche ipotizzando la piena realizzazione degli impegni climatici nazionali, il riscaldamento globale previsto nel corso del secolo sarebbe nell’ordine di 2,3-2,5 °C. Con le politiche effettivamente in vigore, la traiettoria arriva invece a circa 2,8 °C. Per riallinearsi a un percorso compatibile con 1,5 °C, le emissioni annuali globali nel 2035 dovrebbero essere inferiori del 55% rispetto a quelle del 2019. C’è persino un ritorno indietro: dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più parte dell’Accordo di Parigi, dopo aver notificato la propria uscita un anno prima. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti altri accordi dobbiamo firmare prima di comportarci come se li avessimo davvero sottoscritti? I “REGNANTI DEL MONDO” E NOI Quando si parla di crisi climatica, lo sguardo si rivolge inevitabilmente ai governi, ai grandi decisori politici ed economici, a quelli che potremmo chiamare i “regnanti del mondo”. Ed è giusto che sia così. Le decisioni sulla produzione energetica, sui combustibili fossili, sui trasporti, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla tutela dei territori e sugli investimenti pubblici possono modificare le emissioni su una scala che nessun singolo individuo potrebbe mai raggiungere. Non sarebbe quindi corretto mettere sullo stesso piano la responsabilità di un cittadino che prende l’automobile per andare al lavoro e quella di chi decide per decenni le politiche energetiche di uno Stato. Ma sarebbe altrettanto comodo concludere che noi non possiamo fare nulla. La crisi climatica non può essere affrontata soltanto modificando qualche comportamento individuale. L’IPCC evidenzia come le scelte dei singoli interagiscano con infrastrutture, norme sociali e trasformazioni strutturali. Allo stesso tempo, indica un potenziale molto significativo nelle strategie che agiscono sulla domanda nei settori degli edifici, del trasporto terrestre e dell’alimentazione. È proprio qui, però, che rischiamo di commettere un errore: ridurre il cittadino al suo ruolo di consumatore. Il cittadino è anche un elettore. È un abitante di una città e di un territorio. Può associarsi ad altri, partecipare a un comitato, interrogare un’amministrazione, scegliere a chi affidare il proprio denaro, sostenere un’iniziativa, chiedere conto a un sindaco, a un parlamentare, a un governo. Forse è proprio questa la parte che abbiamo dimenticato. NON SIAMO SPETTATORI DELLA NATURA Per troppo tempo abbiamo parlato della natura come di qualcosa che ci circonda: un paesaggio da proteggere, un bosco da salvare, un mare da non sporcare. Ma non siamo spettatori della natura. Ne facciamo parte. Respiriamo l’aria che alteriamo, beviamo l’acqua che inquiniamo, mangiamo ciò che cresce nei terreni. Dipendiamo dagli oceani, dagli insetti impollinatori, dalle foreste e dalla stabilità di un clima nel quale si è sviluppata la nostra civiltà. Essere sostenibili, allora, non significa semplicemente essere “più buoni” con il pianeta. Significa proteggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa esistenza e quella delle generazioni che verranno dopo di noi. Ma la consapevolezza, da sola, non basta. DAL COMPORTAMENTO INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA Spegnere una luce inutile, consumare meno energia, evitare gli sprechi, comprare meno e meglio, riparare e riutilizzare, scegliere quando possibile il trasporto pubblico o il treno, ridurre lo spreco alimentare: sono comportamenti che hanno un valore. Ma sarebbe illusorio pensare che la crisi climatica possa essere risolta sommando milioni di piccoli gesti individuali mentre le grandi scelte energetiche, industriali e territoriali rimangono immutate. La responsabilità del cittadino non finisce quindi davanti allo scaffale di un supermercato o nella scelta del mezzo con cui andare al lavoro. Comincia anche nello spazio pubblico. Significa chiedere ai Comuni, alle Regioni e ai governi quali obiettivi climatici abbiano assunto e con quali risultati verificabili. Significa leggere i programmi elettorali cercando proposte concrete su energia, trasporto pubblico, consumo di suolo, acqua, rifiuti, riforestazione, adattamento alle ondate di calore e prevenzione del dissesto idrogeologico, senza accontentarsi della parola “sostenibilità”. Significa partecipare. Un comitato territoriale, un’associazione, un’assemblea pubblica, una consultazione o una campagna civica possono trasformare una preoccupazione individuale in una questione collettiva. Anche difendere un’area verde, denunciare un corso d’acqua inquinato o contestare nuovo cemento inutile significa occuparsi della crisi ambientale nel luogo concreto in cui viviamo. E significa fare rete. Un cittadino isolato può essere ignorato. Cento cittadini che pongono la stessa domanda molto meno. Migliaia possono trasformare quella domanda in un problema politico. Non si tratta, dunque, di scegliere tra responsabilità individuale e responsabilità politica. Si tratta di non utilizzare l’una per cancellare l’altra. Soprattutto, non possiamo cedere all’idea che sia ormai troppo tardi. Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa minori perdite e minori danni per le persone e gli ecosistemi. La distanza tra 1,5, 2 o 3 gradi non è un numero astratto: significa conseguenze profondamente diverse per società, territori ed ecosistemi. Kyoto è stato nel 1997. Parigi nel 2015. Siamo nel 2026. Non possiamo più dire che non sapevamo. E forse la domanda da lasciare ai nostri governanti, e contemporaneamente a noi stessi, è molto semplice: che cosa stiamo aspettando? FONTI * World Meteorological Organization – State of the Global Climate 2025 * Copernicus Climate Change Service / WMO – European State of the Climate 2025 * UNFCCC – The Kyoto Protocol * UNFCCC – The Paris Agreement * UNEP – Emissions Gap Report 2025: Off Target * IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change – Summary for Policymakers * UNFCCC – United States of America: Paris Agreement withdrawal Redazione Napoli
August 31, 2026
Pressenza
Un ordine esecutivo americano, un collettivo italiano spento in una notte
Autistici/Inventati è un collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali – posta elettronica, blog, mailing list, server e strumenti di anonimato – a movimenti e associazioni. Il 26 agosto gli Stati Uniti lo hanno inserito in una lista legata al terrorismo globale. Il caso pone una questione più ampia: quanto è sovrana l’Italia nel mondo digitale, se un provvedimento americano può bloccare un’infrastruttura italiana senza passare da un tribunale italiano o europeo. Il 26 agosto il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati nella stessa lista di designazione usata per Al-Qaeda. Lo strumento è l’Ordine Esecutivo 13224, un atto amministrativo dell’esecutivo americano, non una sentenza. Nel documento compaiono numeri imponenti: sedicimila caselle di posta elettronica, diecimila blog, cinquemilacinquecento mailing list, millecinquecento siti. Ma quante di quelle caselle appartengono davvero a qualcuno che ha commesso un reato? La domanda è centrale, perché il caso non riguarda soltanto un collettivo di attivisti digitali che fornisce infrastrutture di rete a movimenti sociali, centri sociali, parrocchie, studenti. Riguarda il potere di un governo straniero di spegnere, con la firma di un funzionario, pezzi di infrastruttura utilizzata in Italia senza passare da un giudice italiano o europeo. Autistici/Inventati nasce nel 2001 dall’incontro tra persone e gruppi dell’area antagonista e anticapitalista interessati alla tecnologia e ai diritti digitali. Le sue origini si intrecciano con Indymedia Italia, la rete di informazione indipendente che raccontò dall’interno le proteste del G8 di Genova. Da allora offre caselle di posta non commerciali, mailing list, blog ospitati su Noblogs e altri servizi, gestiti in gran parte da volontari. Nella designazione americana il collettivo è descritto come fornitore dell’infrastruttura digitale di cellule antifasciste internazionali: posta, chat cifrate, server, videoconferenze e strumenti di anonimato. Il documento cita un gruppo di Portland che avrebbe usato quei servizi per organizzare un attacco agli elicotteri della polizia di frontiera, con un’incriminazione federale in corso. Il Tesoro cita inoltre, tra i beneficiari dei servizi, il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione designata come terroristica da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea. La questione di fondo è dunque questa: fornire strumenti di comunicazione e cifratura a chiunque li richieda, senza controllare chi li usa e per quale scopo, equivale a sostenerne le finalità? C’è poi un aspetto giuridico importante. La designazione del Tesoro tramite l’OFAC attribuisce lo status di Specially Designated Global Terrorist (SDGT), diverso dall’inserimento nella lista delle Foreign Terrorist Organizations (FTO), che compete al Dipartimento di Stato con una procedura distinta. La differenza non è soltanto tecnica: uno status meno formalizzato e deciso con minori garanzie può produrre comunque un blocco totale dei rapporti economici. Da quel momento nessun soggetto americano può più fornire servizi al collettivo, dai server ai domini fino ai pagamenti. Il Tesoro ha dovuto emettere una licenza, la numero 36, per permettere a chi aveva rapporti commerciali con Autistici/Inventati di chiuderli senza rischiare sanzioni. Il punto debole dell’impianto non sta necessariamente nel sospetto su Portland, che può anche essere fondato, ma nel criterio che non distingue tra chi avrebbe commesso un reato e tutti gli altri utenti. La sociologa Susan Leigh Star osservava che un’infrastruttura tende a diventare visibile quando smette di funzionare. È come il montante dell’acqua di un condominio: se viene chiuso per punire l’inquilino del terzo piano, resta a secco l’intero palazzo, compresi quelli che con quell’inquilino non hanno nulla a che fare. Le conseguenze si sono viste subito. Il Public Interest Registry, l’ente statunitense che amministra i domini .org, ha applicato ad autistici.org un blocco tecnico chiamato serverHold: il dominio esiste, ma i browser non riescono più a raggiungerlo. Il collettivo ha dichiarato di aver appreso della designazione non da una notifica ufficiale, ma da un tweet del Segretario di Stato Marco Rubio, e di non aver ottenuto risposte dal registrar europeo, che a sua volta risponde a un registro americano. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, alle 3:57, il dominio è sparito dalla rubrica pubblica di internet. Autistici/Inventati ha respinto ogni accusa, definendo il provvedimento il frutto di un’amministrazione politicamente in affanno e ribadendo l’intenzione di continuare a fornire strumenti di autodifesa digitale a chiunque ne abbia bisogno. Sul fronte economico la vicenda è ancora più istruttiva. Le donazioni tramite bonifico passavano su un conto Banca Etica, l’istituto italiano della finanza sociale. Non è la prima volta che quel “no” viene pronunciato: era già successo con Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi, anch’essa finita nella lista sanzionatoria americana, a cui Banca Etica non era riuscita ad aprire un conto. La spiegazione resa pubblica all’epoca è tecnica quanto inquietante: un bonifico in dollari tra Milano e Roma transita comunque per New York attraverso il sistema SWIFT, e se tra i soggetti coinvolti compare qualcuno inserito nella lista sanzionatoria, quello scalo può negare l’imbarco, con il rischio di compromettere l’operatività dell’intero istituto. Il timbro americano, in altre parole, non colpisce solo il dollaro: arriva anche al bonifico in euro tra due conti italiani. Il 27 agosto anche il conto PayPal di Autistici/Inventati, l’altro canale di raccolta fondi, è stato bloccato. C’è un dettaglio quasi paradossale: il collettivo non ha mai accettato Bitcoin, un canale esterno ai tradizionali circuiti finanziari. È una scelta politica coerente con la sua critica alla speculazione finanziaria, ma oggi rappresenta l’unica porta che aveva scelto di tenere chiusa mentre le altre venivano sprangate dall’esterno. Il precedente più significativo non riguarda però un collettivo di attivisti, ma un magistrato internazionale. A febbraio lo stesso Ordine Esecutivo 13224 aveva colpito Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, che aveva emesso un mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. I conti di Khan sono stati congelati e la sua casella di posta professionale, ospitata su Microsoft, è svanita, costringendo la Corte a migrare l’infrastruttura. Lo stesso strumento amministrativo che ieri ha rallentato il lavoro del tribunale internazionale sui crimini di guerra, oggi prova a spegnere un collettivo antifascista italiano. È il criterio che lega i due casi a dover preoccupare, al di là delle simpatie o antipatie per Autistici/Inventati: se offri un servizio a chi commette reati e non conservi i registri, per l’amministrazione americana puoi diventare complice. Non per una sentenza di un tribunale, ma per una decisione amministrativa. Applicato alla lettera, il criterio coinvolge chiunque offra una cifratura efficace, perché l’anonimato è parte essenziale del servizio. È come considerare un fabbro che vende serrature inviolabili complice di qualunque reato venga commesso dietro una porta che quelle serrature proteggono. Sul fronte politico italiano è calato un silenzio quasi totale. Nei giorni successivi alla designazione l’unica voce istituzionale registrata è stata quella di Rifondazione Comunista, che ha chiesto al ministro degli Esteri Antonio Tajani di chiarire la posizione del governo su un provvedimento americano che colpisce un soggetto italiano, la sua infrastruttura e i suoi conti. Nell’immediato non è arrivata alcuna presa di posizione ufficiale dell’esecutivo. È qui che emerge il problema della sovranità. Chi debba essere considerato terrorista non dovrebbe dipendere, per un soggetto italiano, dalla sola firma di un funzionario dall’altra parte dell’oceano, ma da un procedimento in cui l’accusato possa difendersi secondo le garanzie del proprio ordinamento. È questo il perimetro della sovranità che rischia di consumarsi, un dominio alla volta, un conto corrente alla volta: quando un’infrastruttura italiana dipende da un rubinetto americano, una parte della sua autonomia diventa esposta a una decisione amministrativa statunitense. La domanda, allora, non riguarda più soltanto Autistici/Inventati. Riguarda chiunque, in Italia, dipenda da un’infrastruttura che non controlla. FONTI ● Foto di copertina: David Pupăză (@davidpupaza) su Unsplash — licenza Unsplash, uso libero — https://unsplash.com/photos/heNwUmEtZzo ● U.S. Department of the Treasury, “Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks”, 26 agosto 2026 — https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0616 ● U.S. Department of State, “Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist”, 26 agosto 2026 — https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/08/designation-of-autistici-inventati-as-a-specially-designated-global-terrorist ● U.S. Department of State, “Imposing Sanctions on Violent Far-Left Terrorist Groups”, 26 agosto 2026 — https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/08/imposing-sanctions-on-violent-far-left-terrorist-groups/ ● U.S. Department of State, Executive Order 13224 — pagina descrittiva — https://www.state.gov/executive-order-13224 ● JURIST, “US Treasury sanctions Palestine Action and two other groups over alleged far-left terrorism ties” — https://www.jurist.org/news/2026/08/us-treasury-sanctions-palestine-action-and-two-other-groups-over-alleged-far-left-terrorism-ties/ ● Decode39, “Autistici/Inventati case sets a new counterterrorism precedent, Irdi says” — https://decode39.com/16319/autistici-inventati-case-sets-a-new-counterterrorism-precedent-irdi-says/ ● Open, “Autistici/Inventati, che cos’è il gruppo italiano antifascista dichiarato «terrorista» dagli Usa”, 27 agosto 2026 — https://www.open.online/2026/08/27/autistici-inventati-sanzioni-usa-terrorismo-cosa-e/ ● Radio Onda d’Urto, intervista al collettivo Autistici/Inventati, 27 agosto 2026 — https://www.radiondadurto.org/2026/08/27/autistici-inventati-nella-lista-statunitense-dei-terroristi-globali-se-non-fosse-grave-e-seria-la-situazione-si-potrebbe-fare-una-bella-risata-intervista-al-collettivo-digitale/ ● Sito ufficiale Autistici/Inventati — comunicato di replica alla designazione USA — https://www.autistici.org Francesco Russo
August 31, 2026
Pressenza
GUERRA: LO SCONTRO PER IL DOMINIO DELLO STRETTO DI HORMUZ HA RIPERCUSSIONI A LIVELLO MONDIALE MA ANCHE DENTRO LE SOCIETA’ DI USA E IRAN
“Sul dominio sullo stretto di Hormuz adesso ci sono posizioni incompatibili tra Usa e Iran come prima esistevano sul programma nucleare. L’Iran durante la guerra  ha scoperto di avere un’arma che può causare danni seri all’economia mondiale: lo stretto di Hormuz, dove prima del conflitto passavano quotidianamente  130-140 petroliere o navi commerciali in entrambe le direzioni e adesso, secondo dati delle società britanniche  che fanno monitoraggio del passaggio delle navi, si sono ridotte al massimo a 13-14 al giorno.” Il giornalista e analista di origine iraniana Ahmad Rafat commenta con questa chiave di lettura il nuovo attacco militare statunitense e la risposta iraniana delle ultime ore e l’irritazione statunitense dopo l’accordo raggiunto tra Iran e Oman sulla richiesta di dazi per i servizi offerti alle navi che transitano. Così, secondo quanto ricostruito, sembra che dopo l’abbattimento di un drone ricognitivo nordamericano sulle acque del Golfo, gli americani hanno attaccato la base iraniana sull’isola di Larak provocando alcune vittime e per risposta gli iraniani hanno attaccato con droni una base Usa negli Emirati Arabi Uniti e con missili balistici una base statunitense in Giordania. Intanto la prosecuzione del conflitto sta creando pesanti ripercussioni economiche non solo a livello internazionale ma all’interno dell’ Iran e degli Usa. Nel paese mediorientale “le persone con cui ho parlato nelle ultime due settimane dicono che ad esempio il prezzo dei generi alimentari è aumentato anche del  170%, più che raddoppiato -afferma il giornalista di origine iraniana – piccole imprese che importavano materie prime dall’estero hanno dovuto chiudere e gli operai sono a casa senza stipendio; le esportazioni di petrolio sono molto ridotte e per vie traverse, le importazioni anche.” La situazione però non è rosea neppure negli Stati Uniti: “ la popolarità del presidente Trump è scesa sotto al 30% e in vista delle prossime elezioni di medio termine del 18 novembre questo può pesare molto sul risultato dei repubblicani; poi c’è aumento dei prezzi anche negli USA a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Ci sono conseguenze economiche ma soprattutto cresce la sfiducia della popolazione rispetto all’attuale amministrazione.“ L’intervista al giornalista e analista di origine iraniana Ahmad Rafat Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
I Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare
Di fronte ai venti di guerra e con la diplomazia ormai in soffitta, i Paesi europei affilano le armi, cercando di convincere i giovani a intraprendere la carriera militare. Non è un compito semplice: sondaggi e proteste fotografano nei ragazzi europei il generale sentimento di avversione all’arruolamento in caso di guerra. Con tempi e modalità differenti, gli eserciti europei si sono mossi per rendere seducente il servizio militare. In Germania, da settimane, le forze armate stanno provando ad attrarre giovani facendosi pubblicità sugli incarti dei kebab. L’Italia sta puntando forte sulla comunicazione social, non lesinando riferimenti alla cultura pop per far diventare la divisa virale. In questi tempi di riarmo, Roma punta a raccogliere i frutti del processo di militarizzazione del sapere intrapreso da anni con la presenza nelle scuole e nelle università. La questione del servizio militare è affrontata in Europa da diverse angolazioni. Dieci Paesi membri dell’UE sono dotati di leva obbligatoria, mentre altri hanno deciso di puntare su un servizio volontario. Di recente il Belgio ha lanciato un programma di arruolamento a cui hanno risposto 3248 ragazzi per 500 posti disponibili. La speranza del Ministero della Difesa è che, dopo l’anno di ferma volontaria, diventino riservisti o scelgano in via definitiva la carriera militare. Per pubblicizzare il programma, le autorità belghe hanno inviato nel novembre del 2025 quasi 150mila lettere ad altrettanti diciassettenni, che quest’anno avrebbero raggiunto la maggiore età. L’obiettivo? “Sensibilizzarli sulla Difesa”, come dichiarato dal ministro Theo Francken, firmatario della missiva. Per settimane sono stati organizzati nel Paese banchetti informativi, accompagnati dalla promozione via social. Oltre a sottolineare lo spirito patriottico dell’iniziativa, i promotori non hanno mancato di mettere in evidenza i vantaggi materiali dell’arruolamento, come uno stipendio mensile netto di circa 2000 euro o la copertura delle spese sanitarie. > 149.000 brieven gingen gisteren op de post. Alle 17-jarigen van het land > worden warm gemaakt voor Defensie in het algemeen en voor het vrijwillige > militaire dienstjaar in het bijzonder. > > Let’s go! @BelgiumDefence pic.twitter.com/UaStbvIHuC > > — Theo Francken (@FranckenTheo) November 8, 2025 Quest’anno la Germania ha introdotto un meccanismo di leva obbligatoria per i cittadini maschi nati dal 1° gennaio 2008, che devono registrarsi presso le forze armate e sostenere delle prove di idoneità. In caso di esito positivo, è previsto l’arruolamento volontario dalla durata minima di sei mesi. L’aspetto cruciale della legge approvata sul finire del 2025 consiste nel fatto che se il numero di volontari non sarà sufficiente, scatterà un meccanismo di selezione coatta attraverso un sorteggio, la cosiddetta “coscrizione obbligatoria in base alle necessità”. Una soluzione ibrida che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe rafforzare la Bundeswehr, alle prese con carenze strutturali di personale. In questa direzione vanno letti anche i tentativi di rendere il servizio militare più attraente per i giovani. Nelle ultime settimane l’esercito ha lanciato una campagna di reclutamento sfruttando uno dei luoghi più frequentati dai giovani: le kebabberie. Gli incarti con motivi mimetici dotati di un codice QR rimandano direttamente al sito delle forze armate tedesche e alle opportunità lavorative attive. L’Italia si sta preparando da anni a questo momento di incertezza internazionale. Conta sull’articolato processo di militarizzazione della scuola e dell‘università, a cui abbiamo dedicato diversi articoli. A ciò si affianca un più recente cambio nella strategia social, accomunata dal medesimo obiettivo: rendere più attraente la carriera militare. Si vai dai reel quotidiani col “buongiorno” degli agenti alla costruzione di campagne virali, come quella lanciata a maggio dai Carabinieri. Attingendo dalla cultura gaming e utilizzando un linguaggio pop, i Carabinieri hanno pubblicato un video che ritraeva un agente intento a vestirsi e armarsi, accompagnato dalla descrizione: «Scegli la tua skin. Poi entra in partita e dimostra di meritarla». Non mancano poi le collaborazioni con divulgatori e influencer pubblicate sulle varie piattaforme social. Il ministero della Difesa punta a incrementare l’organico delle forze armate fino a 40mila unità entro la fine del 2033. A quest’obiettivo risponde il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri e in attesa di iniziare l’iter in Parlamento. The post I Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE

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