E se una caserma diventasse un parco?
Un manifesto sul futuro dell'ex caserma Sani, che sarà presentato nell'ambito di una due giorni di iniziative che Resistenze spaziali ha organizzato per oggi e domani nel parco di via Parri: "Per un’altra città che sia davvero di tutt*".
Le sue pagine, le sue parole, il suo sorriso restano
Riprendiamo dalla pagina fb della Biblioteca delle Donne UDIPalermo questo toccante ricordo dell’amica e sorella Rita, germanista e pregevole studiosa della letteratura yiddish femminile di Otto e Novecento, femminista impegnata nel presidio di donne per la pace, attivista antimafia, scrittrice vivace per vocazione pedagogica, affascinante narratrice, ma soprattutto presenza quotidiana affettuosa e discreta (d.m.) La notizia della scomparsa di Rita Calabrese ci ha colte impreparate, lasciando un dolore profondo e una tristezza che condividiamo con le molte che l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene. Per noi della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO, Rita è stata una presenza feconda. In momenti importanti del nostro percorso ha contribuito a dare parola e forma a un pensiero vivo, e soprattutto ha saputo incarnarlo: nella cura delle relazioni, nella fiducia nel dialogo, nella capacità di tenere insieme differenze senza ridurle. Aveva uno sguardo ampio e attento, nutrito da una ricerca rigorosa e mai separata dalla vita. Attraversava testi, storie e memorie con sensibilità e profondità, restituendoli sempre a una dimensione condivisa, aperta. E insieme a questo, portava una qualità rara: un’ironia sottile, una leggerezza che non sottraeva nulla alla complessità, ma la rendeva abitabile. Ma ciò che più resta, per noi, è il suo modo di stare nelle relazioni: attento, libero, mai scontato. La sua scomparsa ci lascia spiazzate. Ma non ci lascia vuote. Rita resta nei legami che ha reso possibili. E nel modo esigente e libero con cui li ha coltivati. Redazione Palermo
May 9, 2026
Pressenza
Decine di padiglioni chiusi e cortei contro Israele. Inizia la Biennale di Venezia
Padiglioni chiusi e migliaia di persone in corteo hanno segnato la giornata di mobilitazione contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, durante il terzo giorno di pre-apertura. Mentre lo sciopero dei lavoratori della cultura lasciava con la serranda abbassata 27 stand nazionali — Italia esclusa — da via Garibaldi si muovevano tremila persone, in direzione Arsenale. L’obiettivo dei manifestanti era il padiglione israeliano, per denunciare i crimini internazionali commessi da Tel Aviv, dal genocidio in Palestina ai recenti assalti alla Flotilla diretta a Gaza. A impedire la contestazione democratica è stato il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, che con scudi e manganelli ha bloccato il corteo nei pressi di Campo della Tana. Collettivi dei lavoratori della cultura, come Art not genocide alliance (ANGA), e sigle sindacali, tra cui l’Unione Sindacale di Base (USB) avevano indetto per ieri una giornata di mobilitazione contro precarietà, guerra e genocidio in Palestina. I promotori hanno denunciato i continui tagli al settore, che rendono incerta la vita di migliaia di operatori, mentre la spesa pubblica in armi continua a crescere e lo farà anche negli anni a venire. Il governo Meloni, su ordine di Donald Trump, ha infatti deciso di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Mentre Israele e Stati Uniti disseminano il caos — tra Palestina, Libano, Iran, Venezuela — le multinazionali del settore, tra cui l’italiana Leonardo, si arricchiscono, realizzando profitti da record. «A pochi giorni dall’apertura della Biennale, ci appelliamo a chiunque creda che l’arte non possa diventare strumento di normalizzazione del genocidio». Con queste parole l’Art not genocide alliance aveva rilanciato la contestazione verso Israele, che proprio ieri ha inaugurato il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Chi invece oggi, dopo tre giorni di pre-apertura, non parteciperà all’inaugurazione ufficiale è la Russia, cacciata dalla presidenza della Biennale su pressione dell’Unione Europea che dopo gli inviti era passata alle minacce. Si tratta della stessa organizzazione sovranazionale che non ha invece mosso un dito contro la presenza israeliana, scrivendo l’ennesima pagina di doppiopesismo europeo. Sul piano economico, in due anni e mezzo l’UE non ha varato alcun pacchetto di sanzioni nei confronti di Israele, come fatto invece 20 volte per la Russia, alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, a Bruxelles, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele. Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini, dalla colonizzazione della Palestina al genocidio del suo popolo, passando per la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza. Nel silenzio delle istituzioni i popoli continuano ad agire. L’appello lanciato dai lavoratori della cultura è stato accolto a Venezia: 27 padiglioni della Biennale sono rimasti chiusi durante l’evento di pre-apertura, con gli artisti che hanno spiegato le proprie ragioni ai visitatori incuriositi. Anche se l’Italia ha deciso di non aderire all’iniziativa, garantendo il massimo supporto all’alleato israeliano, ci hanno pensato migliaia di cittadini a dare continuità allo spirito solidale mostrato negli anni verso il popolo palestinese, prendendosi le strade veneziane.   L'Indipendente
May 9, 2026
Pressenza
Il Piano Mattei due anni dopo: dalla retorica al bagno di realtà
Il 13 e il 14 febbraio, ad Addis Abeba, s’è svolto il secondo vertice Italia-Africa, presentato dal Governo Meloni come “nuova tappa dell’impegno italiano volto a promuovere un partenariato politico ed economico strutturato con le Nazioni africane (…) secondo gli assi strategici del Piano Mattei”1. A distanza di due anni dal primo summit, svoltosi a Roma nel gennaio 2024, il governo ha continuato a indicare il suddetto piano come un’autentica svolta nella politica estera italiana. Perché capace di introdurre un nuovo modello nei rapporti con il continente africano, distinto da partenariati all’insegna della reciprocità. Certo, al principio di quest’anno il rapporto tra il governo di destra e parte del sistema mediatico nostrano ha iniziato a logorarsi: perciò, rispetto al passaggio in questione diverse testate hanno mantenuto una certa misura. Nel 2024 e nel 2025, invece, esse s’erano largamente appiattite sulle rappresentazioni ufficiali. Un atteggiamento intermedio aveva invece distinto alcuni dei circoli che cercano di influenzare la politica estera italiana. Lo attesta un position paper pubblicato nell’agosto 2024, e redatto dai think thank che compongono la “Comunità Italiana di Politica Estera”2. In esso non mancano le lusinghe, ma l’atteggiamento di fondo è quello di chi blandisce per veicolare meglio i suoi consigli. Avanzando persino qualche notazione critica, come quella riguardante la scelta dei nove paesi interessati dai progetti pilota. Invero, col tempo la lista degli Stati coinvolti è andata aumentando. Ma l’elenco dei paesi d’avvio rimane fortemente indicativo. Perché segnala un forte “sbilanciamento sul versante nord: 4 Paesi su 5 in Nord Africa, con la Libia come unica eccezione, mentre quelli subsahariani sono 5 su 49”3. Questa, per capirsi, era la lista iniziale: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Mozambico, Kenya ed Etiopia. Da dove veniva una scelta siffatta? Tra le spiegazioni addotte dai già citati pensatoi ve n’è una particolarmente significativa, legata al fatto che “con la sola eccezione dell’Etiopia, in tutti questi Paesi opera ENI, a più riprese coinvolta in anni recenti nella promozione dei rapporti tra Italia e alcuni Paesi africani”4. Dunque, trattasi di un’ulteriore conferma del peso determinante, nella politica estera italiana, di questa multinazionale del settore energetico. La quale, del resto, rimane uno dei pochi colossi economici nostrani. Però, il fatto che l’Eni incida in questi termini può rappresentare una anomalia. Certo, anche in altri paesi capitalistici le multinazionali tentano di sospingere la politica estera in una determinata direzione. Ma, dato che spesso si tratta di una pluralità di soggetti, la dinamica che si determina risulta differente. I governi di riferimento non si limitano al ruolo di esecutori di volontà esterne, ma s’impegnano nel comporre in un unico disegno le istanze di vari soggetti economici. Qui, invece, pare che di entità imprenditoriali d’un certo peso ve ne sia una sola. Attenzione, però: quel che stiamo esplicitando viene più che altro accennato dai think thank, i quali confidano in una capacità di rado posseduta da chi sta in alto: quella di leggere tra le righe. Più schietta, nel criticare l’Esecutivo, è risultata una testata indipendente come il Post. Cui dobbiamo, nei giorni del primo vertice Italia-Africa, un articolo volto a esporre le non poche carenze del Piano in oggetto5. Piano che allora veniva indicato come disegno sganciato da qualsiasi logica predatoria e neocolonialista. Il governo cercava di evocare una radicale lontananza dalle modalità con cui la Francia ha sempre condotto il suo intervento in Africa. D’altra parte, negli ultimi anni il continente in questione ha visto una progressiva perdita di peso di Parigi lecui forze armate sono state espulse da diversi Stati dell’Africa Occidentale, desiderosi di allentare i rapporti con un partner a dir poco ingombrante. Dunque, era normale che l’esecutivo Meloni rivendicasse una filosofia diversa da quella che ha portato al declino dell’Eliseo. Senonché sotto questo profilo si è subito commesso un errore, che forse va oltre il galateo istituzionale. A sottolinearlo è stato Moussa Faki Mahmat, odierno Presidente della Commissione dell’Unione Africana. In occasione del primo vertice Italia-Africa egli ha precisato che sarebbe stato meglio consultare i paesi africani “prima che il Piano partisse”6. Poiché tale passaggio non s’è dato, le declamazioni italiane circa la ricerca di rapporti paritari sono risultate poco credibili. A detta di alcuni commentatori, tuttavia, su questo fronte si è recuperato qualche punto in seguito. Proprio perché tenuto “in Africa, alla vigilia del Vertice dell’Unione Africana”, il secondo summit relativo al Piano Mattei avrebbe mostrato “che almeno sul piano della forma l’Italia intende prendere sul serio il lessico del partenariato”7. PROMOZIONE DELLO SVILUPPO AFRICANO? Ma torniamo al vecchio contribuito de il Post, portatore di un’analisi del Piano tra le più severe. Tra i rilievi, il più incisivo rinvia alla scarsa organicità: al suo risolversi, cioè, in “singoli progetti di cooperazione e sviluppo che possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico di quelle aree”8. A dirla tutta, qualcosa si potrebbe eccepire pure in merito alle ricadute locali. Per dire: siamo sicuri che, in Africa, le imprese nostrane cerchino qualcosa di diverso dalla manodopera a basso costo? Da anni impegnate, in patria, nella diffusione del lavoro povero, è improbabile che superino questa logica in paesi in cui, si pensi in particolare all’Egitto e alla Tunisia9, lo sfruttamento incontra ben pochi limiti. Ora, qualcuno potrebbe richiamare al superamento della cultura del sospetto. Rimane il fatto che a porre problemi circa gli effetti del Piano, in termini sociali e di sviluppo, sono stati analisti di diverso orientamento. Per esempio, Giovanni Carbone lo ha inquadrato in una tendenza internazionale volta a superare i termini tradizionali della cooperazione allo sviluppo. Oggi, dalla centralità degli aiuti si sta passando a quella, pressoché assoluta, degli investimenti. I quali vengono presentati come autentici toccasana, in grado di avvantaggiare i capitalisti stranieri come le popolazioni locali. Viene però da osservare che è un errore “confondere investimento e sviluppo”10.Di norma, “gli investimenti tendono a concentrarsi dove il rischio è più contenuto, i rendimenti più prevedibili e le condizioni operative più favorevoli”11. Perciò, tra i rischi connessi al Piano Mattei, vi è quello di contribuire “più a una rinnovata stagione di estrazione esterna di risorse africane” che non” a “un effettivo rafforzamento delle economie locali”12. A detta di Carbone, per evitarlo “occorre insistere su filiere territoriali, formazione, trasferimento di competenze, capacità amministrative e istituzioni locali”13. Poiché condividiamo tali osservazioni, ci domandiamo: cosa si sta facendo, ad esempio, sui due terreni intrecciati della formazione e del trasferimento delle competenze? Si sta cercando di creare, in loco, un personale qualificato, in grado di misurarsi con l’evoluzione dei sistemi produttivi? Al riguardo i segnali sono ancora pochi. Per esempio, nel luglio del 2025 l’Italia e l’Algeria hanno firmato un “protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione in ambito agricolo e agroalimentare”14. All’interno di tale accordo, si “prevede la creazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in ambito agricolo”, che “sarà dedicato alla memoria di Enrico Mattei”15. Ovviamente, per esprimersi su tale progetto occorrerà verificarne la concreta attuazione. Ma in ogni caso parliamo di un’esperienza isolata. Certo, leggendo le comunicazioni governative potrebbe sembrare che – su questo fronte – alcuni passi in avanti siano stati compiuti. Infatti, aprendo i lavori del secondo vertice Giorgia Meloni ha insistito sulla “valorizzazione del capitale umano fin dai primi anni di scuola”16. E in tale ottica ha annunciato il lancio “insieme alla Nigeria e in partenariato con la Global Partnership for Education” di una “campagna per raccogliere 5 miliardi di dollari e migliorare la qualità dell’istruzione per 750 milioni di bambini in oltre 91 nazioni”17. Al riguardo, si terrà un Vertice a Roma nel mese di giugno. Bene, si dirà. Ma intanto questo passaggio – rivolto anche a paesi non africani – si lega al Piano Mattei sino a un certo punto. In secondo luogo, parliamo d’una campagna volta a sollecitare i governi a porre mano, per così dire, al portafoglio. Probabilmente questa chiamata avrà successo, come altre legate alla Global Partnership for Education. E se più bambini andranno a scuola non si potrà che rallegrarsene: sul medio e lungo termine ciò può avere ricadute non indifferenti. Affinché vi siano effetti diretti sullo sviluppo economico, però, ci vogliono degli autentici progetti di formazione professionale, al momento più sbandierati che agiti. In ogni caso, l’annuncio meloniano – e il fatto che il vertice in oggetto si terrà in Italia – possono portare a un ritorno d’immagine per il Belpaese. UN EUROPEISMO DI NECESSITÀ Ma forse è il caso di tornare al già citato documento dei think thank di casa nostra. Che suggeriva anche di agganciarsi il più possibile all’Unione Europea e alle sue politiche di investimento in Africa. In primo luogo perché la dotazione finanziaria nostrana si attesta sui 5,5 miliardi: dunque, pur non essendo irrilevante, non basta a dare corpo alle velleità egemoniche di casa nostra. In seconda istanza perché in generale, negli ultimi decenni, il nostro paese ha perduto molto in termini di capacità di influenza. Perciò nel position paper poc’anzi menzionato si avanzava l’invito a “delineare i contorni e le modalità di un’effettiva connessione del Piano con le maggiori iniziative europee in questo ambito, in particolare il Global Gateway, essenziale per mobilitare investimenti su larga scala che rafforzino le economie africane”18. Già… il Global Gateway Africa – Europe Investment Package: delineato dalla Commissione Europea, questo appare di notevole consistenza. Perché va “a mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti nel continente africano”, perseguendo ufficialmente i seguenti obiettivi: “accelerare la transizione energetica e digitale, favorire una crescita sostenibile e l’occupazione, migliorare i sistemi sanitari, così come l’educazione”19. Non casualmente, questa rapida ed efficace descrizione si trova sul sito della Assolombarda e in particolare nel link relativo a un incontro svoltosi a Milano il 22 Giugno 2023. Tale passaggio, oltre a descrivere l’ambizioso piano, era volto anche a illustrare “le modalità con le quali le aziende italiane possono interagire con le istituzioni (europee e nazionali) per approfondire le proprie conoscenze sul Global Gateway for Africa”20. Allora il Piano Mattei non era che un vago proposito, ma già una parte del tessuto imprenditoriale nostrano guardava ai movimenti dell’Ue in un continente ricco di risorse. È dunque verosimile che a spingere verso un raccordo tra le ambizioni italiane e il progetto europeo siano stateanche le imprese, desiderose di crearsi nuove opportunità. Presto, infatti, il Governo ha manifestato la volontà di saldare il proprio progetto a quello europeo, nella non dichiarata consapevolezza dei limiti d’azione del nostro paese. Ad esempio, a fine marzo 2025 l’Italia e l’Ue hanno organizzato assieme un evento di alto profilo tecnico, che “ha riunito oltre 400 partecipanti, tra cui alti funzionari del governo italiano, dell’UE, delle nazioni africane, degli Stati Uniti, leader del settore privato e rappresentanti di organizzazioni internazionali”21. Nel relativo comunicato stampa, il Piano Mattei e il Global Gateway vengono definiti “complementari”. Tale rinnovata spinta europeista, dettata soprattutto dalle necessità, ha già portato con sé qualche vantaggio. Ad esempio, il coinvolgimento nostrano in un “progetto infrastrutturale che collega il cuore minerario dello Zambia e del Katanga (RDC) all’Atlantico angolano”22: il corridoio di Lobito. Che interessa aree ove si concentrano risorse a dir poco decisive negli odierni processi produttivi: litio, manganese, rame, cobalto. Certo, qui affiora una delle caratteristiche di fondo del Piano Mattei. Tutt’altro che definito in ogni sua linea, esso appare come un contenitore che – volta per volta – si riempie di nuovi contenuti. Tra questi, possiamo appunto annoverare la possibilità di partecipare alla realizzazione del suddetto “corridoio”, investendo 320 milioni. In merito, da un’intervista all’ex viceministro Mario Giro, emerge che il 27 Marzo del 2025 si è dato un passaggio importante. Una riunione “organizzata dalla Struttura di Missione del Piano Mattei in collaborazione con il Global Gateway dell’Unione Europea, alla quale hanno partecipato grandi imprenditori italiani – come We Build-Salini, Ghella o ENI – con esponenti del mondo africano, fra cui i ministri di Zambia, Tanzania e Angola e il capo di Gabinetto del Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo”23. L’INSODDISFAZIONE DELLE PMI Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno può sempre parlare di un piano flessibile, che consente di intercettare al volo tutte le occasioni. Peraltro, in virtù di un meccanismo un po’ più oliato, oggi il Piano sembra espandere la sua area d’azione. Nell’ultima riunione della cabina di Regia se n’è celebrata la “logica incrementale”, tale da portare “a diciotto il numero complessivo di Nazioni coinvolte nei progetti”24. Invero, andrebbe verificato quanto sia passato dall’idea alla piena realizzazione. Perché, soprattutto nelle prime fasi, il Piano Mattei s’è distinto per la lentezza esecutiva. In un contributo pubblicato a luglio 2025 sulla testata ecologista Greenreport, Nicola Baggio ha citato la prima relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, inviata alla Camera nel novembre del 2024. In essa si riferiva di appena ventuno progetti attivi, alcuni dei quali rientranti nella categoria dei “Memorandum of Understanding”, ovvero accordi meramente indicativi e non progetti attuativi”25. Invero, nella trattazione di Baggio vi è un elemento ancor più interessante, concernente il punto di vista delle piccole e medie imprese: queste, oltre ad avere un particolare rilievo nel tessuto economico italiano, sono spesso portatrici di interessi diversi da quelli delle multinazionali. In particolare, egli riferisce d’un incontro con un funzionario della Cassa Depositi e Prestiti, a cui ha chiesto delucidazioni circa il mancato coinvolgimento – nel Piano – dei soggetti economici meno grandi. Rispondendogli, l’interlocutore ha precisato la destinazione dei Fondi a quei progetti che “cubano almeno 20 milioni, meglio 50 milioni di euro”26. Facile osservare, di converso, che “queste taglie di investimento sono del tutto fuori scala per le iniziative delle numerosissime imprese italiane che lavorano in Africa in tutti i settori, dall’industria all’agricoltura, dal turismo al commercio”27. A detta di Baggio, per invertire la rotta vanno sostenuti progetti “di investimento dai 100mila ai 5 milioni di euro”, perché questa “è la fascia tipica e ragionevole degli investimenti del tessuto industriale in Africa”28. Invero, non era facile definire un progetto capace di mettere assieme le imprese più grandi e quelle più piccole, le realtà economiche ad alto tasso tecnologico e quelle meno innovative. Però, come si accennava prima, l’ancoraggio al progetto europeo denominato Global Gateway, oltre che dai think thank, è stato verosimilmente determinato dal mondo imprenditoriale nostrano, inteso nella sua globalità. Di fatto, però, una parte di esso è rimasto a mani vuote. E non vi sono garanzie che, in un prossimo futuro, diventi partecipe dei giochi. Perché in un contesto come quello africano – segnato come non mai dalla competizione tra le potenze capitalistiche – risulta difficile seguire le indicazioni di Baggio. Se si dovessero sostenere tutte le Pmi, operanti su scala ridotta e in mille rivoli, dal poco organico di oggi si passerebbe a un’ingestibile frammentazione. Insomma, ancora una volta il problema coincide con la struttura stessa del capitalismo italiano, a partire da quella segmentazione del tessuto imprenditoriale che non ha riscontri tra le maggiori economie del pianeta. Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera 1 Piano Mattei, l’Italia lancia il secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia il 13 febbraio, in https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-l-italia-lancia-il-secondo-vertice-italia-africa-etiopia-il-13-febbraio/30948. 2 Si tratta di ISPI, Aspen, Cespi, ECFR e IAI. 3  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, in https://www.esteri.it,  ISPI_FPC-Piano-Mattei. 4 Ibidem. 5 Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa, «il Post», 30 gennaio 2024. 6 Ibidem. 7 G. Carbone, Piano Mattei: tappa etiope, prova di realtà, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/piano-mattei-tappa-etiope-prova-di-realta-234771, 9 aprile 2026. 8 Ambizioni e limiti del piano del governo italiana per l’Africa, cit. 9 Diritti dei lavoratori: in Africa maglia nera a Egitto, Tunisia, eSwatini, in africarivista.it, 13 giugno 2024. 10 G. Carbone, op. cit. 11 Ibidem. 12 Ibidem. 13 Ibidem. 14 Piano Mattei, Italia e Algeria firmano il protocollo per la formazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in agricoltura, 23 Luglio 2025, https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-italia-e-algeria-firmano-il-protocollo-la-creazione-di-un-polo-deccellenza-la. 15 Ibidem. 16 Italia-Africa: Meloni, a giugno vertice con Nigeria su piano 5mld per istruzione, 13 febbraio 2026, https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_13.02.2026_17.20_492. 17 Ibidem. 18  Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, op. cit. 19 Global Gateway Africa: il piano di investimenti europeo per il continente, 22 giugno 2023, in https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/informazioni/global-gateway-africa-uno-sguardo-approfondito-al-piano-di-investimenti-europeo-milano-22-giugno-ore-10.30. 20 Ibidem. 21 Piano Mattei, evento di alto livello tecnico Italia-Ue per rafforzare la cooperazione con l’Africa, 27 marzo 2025, https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-congiunto-italia-ue-piano-mattei-evento-di-alto-livello-tecnico-italia-ue. 22 R. Forcellino, Il Corridoio di Lobito: un’occasione strategica per l’Europa (e l’Italia) nel nuovo scacchiere africano, 20 maggio 2025, in https://www.geopolitica.info/europa-africa/. 23 R. Missaglia e B. Tintori, Intervista a Mario Giro: il Piano Mattei nel 2025, 14 aprile 2025, in https://www.geopolitica.info/piano-mattei/. 24 Piano Mattei per l’Africa, riunione cabina di regia a Palazzo Chigi, 10 marzo 2026, https://www.governo.it/it/articolo/quinta-riunione-della-cabina-di-regia-del-piano-mattei-l-africa/31310. 25 N. Baggio, Perché il Piano Mattei non decolla? Ecco cosa ne pensano le Pmi italiane in Africa, 10 luglio 2025, greenreport.it. 26 Ibidem. 27 Ibidem. 28 Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Assolti per l’azione al Museo degli Uffizi a Firenze
Nonostante l’assoluzione, rimane la sanzione di 20.000 € per Giacomo, Tommaso e Giordano  Ieri venerdì 8 maggio il Tribunale di Firenze ha assolto tre attivisti di Ultima Generazione, difesi dall’avv. Dell’Aquila, per l’azione del 13 febbraio 2024 al Museo degli Uffizi, in cui immagini delle alluvioni di Campi Bisenzio, attaccate con scotch di carta, vennero fissate alla teca della “Nascita della Venere” di Botticelli. L’azione si è svolta all’interno della campagna Fondo Riparazione, che chiedeva l’istituzione di un fondo da 20 miliardi per risarcire i cittadini colpiti da catastrofi climatiche come alluvioni e siccità. Tommaso, Giacomo e Giordano sono stati denunciati per: * artt. 110, 340 cc. 1,3 cp (interruzione di pubblico servizio) * art. 18 TULPS (manifestazione non autorizzata) * art. 76 c. 3 dlgs 159/2011 (violazione obbligo di dimora) L’assoluzione, la 75esima per le azioni di Ultima Generazione, è una buona notizia. Ma il messaggio rimane più urgente e attuale che mai. Poi, l’assoluzione non riguarda la multa da 20.000 euro a testa ricevuta ai sensi del cosiddetto “decreto eco-vandali”, approvato definitivamente alla Camera il 18 gennaio 2024, che prevede sanzioni da 10.000 a 60.000 euro per chi deturpa o danneggia beni culturali. Una legge inutile dal punto di vista giuridico: il reato di danneggiamento era già perseguibile dal codice penale, ma non poteva essere contestato in tribunale proprio perché il danneggiamento non c’era mai stato. Allora si è deciso di punire l’imbrattamento e quindi anche lo scotch di carta. Un decreto costruito su misura per noi, come ha denunciato Amnesty International, con l’unico scopo di criminalizzare l’attivismo climatico e scoraggiare chiunque voglia alzare la voce. Questa non è tutela del patrimonio: è repressione del dissenso. Giacomo, 31 anni, informatico, dopo l’assoluzione dichiara: “Sono stato assolto. Ed è un sollievo, per me e per chi mi vuole bene. Ma questa parola non chiude nulla. Quel giorno agli Uffizi abbiamo attaccato delle fotografie su un vetro con dello scotch di carta. Immagini di case sommerse, di strade diventate fiumi, di famiglie di Campi Bisenzio che avevano perso tutto. Nessuna distruzione, nessuna violenza. Solo immagini di una realtà che questo Paese si ostina a ignorare. l tribunale ha riconosciuto che non era un reato. Ma la multa da 20.000 euro rimane per quello scotch di carta. Nel frattempo, anziché legiferare per la transizione energetica, questo governo ha prodotto decreto dopo decreto per silenziare chi protesta. Mi chiedo quante leggi si sarebbero potute scrivere in questi anni per liberarci dalla dipendenza dal gas, per rendere le nostre case e le nostre bollette indipendenti dalle crisi geopolitiche e dalle speculazioni dei mercati. Oggi le famiglie italiane si trovano a fare i conti con bollette insostenibili, proprio perché quella transizione è stata rimandata, sabotata, derisa. E chi lo denunciava veniva portato in tribunale. Non mi pento di nulla. Perché quella fotografia mostrava la verità. E la verità non si può condannare anche quando costa ventimila euro provarci.” NEL PIENO DELLA CRISI ENERGETICA L’ITALIA È ANCORA UN PAESE FOSSILE: NEL 2024 SPESI 48 MILIARDI DI SOLDI PUBBLICI IN SAD A sostegno di questa denuncia, i numeri. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, nel 2024 l’Italia ha speso 48,3 miliardi di euro pubblici in sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Soldi che, in forma di trasferimenti, agevolazioni fiscali e sostegno a settori energivori e inquinanti, finiscono per alimentare le stesse industrie fossili che ci tengono legati alle turbolenze internazionali e a un modello economico insostenibile. Così mentre i manager e gli azionisti di società come Eni si arricchiscono anche con i nostri soldi, le persone comuni scontano nelle proprie tasche l’aumento dei costi di trasporti ed energia. Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui I NOSTRI CANALI Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione
May 9, 2026
Pressenza
IIS Majorana di San Lazzaro (BO): interrogazione parlamentale per orientamento delle Forze Armate
I deputati pentastellati Stefania Ascari e Antonio Ferrara hanno presentato un’interrogazione il 30 marzo scorso, iscritta al registro della Camera al n° 636, rivolta ai Ministri Guido Crosetto e Giuseppe Valditara sull’iniziativa di orientamento alle carriere militari tenutasi presso l’istituto scolastico Ettore Majorana di San Lazzaro di Savena (BO). Questo strumento di controllo parlamentare prevede una risposta scritta entro 30 giorni, trascorsi i quali può essere trasformata in question time (interrogazione e risposta in tempo reale, direttamente in aula). Al momento il procedimento risulta in corso. La segnalazione arriva all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università da una pagina del quotidiano la Repubblica, nella cronaca di Bologna (clicca qui). Un’analoga attività si era già svolta all’istituto Mauro Minghetti di Bologna dove ha suscitato la protesta dei collettivi studenteschi (clicca qui) e quella dell’assessore all’istruzione del Comune, Daniele Ara. Il giornalista annota anche un fatto interessante: l’istituto di San Lazzaro di Savena aveva invitato precedentemente Francesca Albanese, ne era seguita un’ispezione dell’Ufficio Scolastico Regionale o direttamente del Ministero (una consuetudine inutile se non per il carattere intimidatorio, visto che, come segnalano i due parlamentari, non si conoscono norme che vietino e agevolino questi incontri). L’ospitalità ai militari orientatori e reclutatori sembra così una sorta di contrappeso, una forma di par condicio. La preside smentisce. L’istituto Majorana, come succede in tantissimi altri di ogni ordine e grado, offre un vasto panorama di attività extracurriculari, nell’attuale bulimia da progettificio. L’offerta formativa deve spaziare fra gli obiettivi propri dell’istituto tecnico, del liceo di scienze applicate – forse collegati fra loro dalle esigenze del montante interesse governativo e di mercato per le discipline STEM – e del liceo linguistico. Il comune di San Lazzaro di Savena ha circa 33.000 anime sotto la protezione del santo lebbroso ed è uno dei 55 comuni della Città Metropolitana di Bologna. In Italia, di città metropolitane ce ne sono 14, sono i maggiori centri urbani che hanno assunto le funzioni delle province, in parte smantellate per ragioni di risparmio nel 2011 e stabilizzate nel 2014 dal Ministro Graziano Delrio. Grandi territori ad amministrazione mista, centralizzata e locale, enorme densità abitativa, che pian piano si avviano a copiare il modello Milano, con misure di smantellamento progressivo di ciò che è pubblico, la creazione di holding che gestiscono il patrimonio immobiliare, che cacciano dai centri storici verso le immense periferie i meno abbienti (insomma un fatto di classe sociale, ancora e sempre). Il debito dei comuni aumenta, il rimedio è svendere. Il mercato gongola. Qualcuno a scuola lavora su questi aspetti con gli alunni o ci si distrae in mille progetti? Nella completa ignoranza di dove si vive e di cosa è possibile realizzare nel proprio contesto a livello lavorativo e personale, eventualmente, in uscita, ci si arruolerà. Renata Puleo – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Una città violenta produce degrado e insicurezza
Le gravi responsabilità istituzionali nei fatti di sangue di piazza Libertà a Trieste  Ahmed (nome di fantasia) era fuggito dall’Afghanistan, uno dei paesi più violenti del mondo, per salvarsi e cercare una nuova vita. Ha invece rischiato di morire su una panchina, in una strada di Trieste, la sera di venerdì 8 maggio. Quanto accaduto è il risultato della radicale assenza, nel territorio triestino, di percorsi adeguati di inclusione sociale. Arrivato a Trieste nell’inverno del 2023, aveva ottenuto la protezione internazionale. Terminato il periodo di prima accoglienza presso ICS, e nonostante la sua fragilità, era stato trasferito in un progetto in un’altra città italiana a causa della totale mancanza di posti nel sistema di seconda accoglienza per rifugiati gestito dal Comune di Trieste. Quel trasferimento ha interrotto il percorso costruito fino a quel momento, costringendolo a ricominciare da zero. La sua condizione psicologica, già compromessa, si è aggravata ulteriormente dentro un sistema sempre più povero di risorse e incapace di garantire tempi e strumenti adeguati a persone che necessitano di percorsi di sostegno lunghi e strutturati. Finito nuovamente in strada, Ahmed era tornato a Trieste, l’unica città che conosceva, vivendo per oltre un anno negli spazi del Porto Vecchio, nell’indifferenza generale e senza alcun intervento pubblico di carattere sociale. La sua sofferenza mentale era diventata evidente al punto che molti connazionali lo chiamavano levanai”, che in lingua pashto significa “matto”. Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il prodotto di un sistema pubblico di accoglienza ormai al collasso, incapace di costruire percorsi di inclusione stabili e ridotto, troppo spesso, a un breve e vuoto parcheggio assistenziale prima dell’abbandono in strada. A Trieste sono sempre di più le persone – straniere e italiane – spinte nella marginalità dall’assenza di interventi istituzionali: neo-maggiorenni allontanati dalle comunità per minori il giorno stesso del loro diciottesimo compleanno e scaricati dal Comune di Trieste che non ha per loro nessun intervento; rifugiati che avrebbero diritto a un inserimento nei progetti di seconda accoglienza ma che la Prefettura di Trieste getta in strada senza neppure attendere il loro inserimento in un nuovo progetto; persone di diversa condizione giuridica con fragilità sanitarie e sociali di cui nessun servizio sembra assumersi la responsabilità. Trieste, città che in passato è stata un riferimento per l’innovazione nelle politiche sociali, non aveva mai conosciuto un livello di abbandono e disgregazione così grave. ICS, ogni giorno, cerca di intervenire con le poche risorse disponibili e in un clima di costante aggressione verso il proprio lavoro. Ma nessuna associazione può supplire da sola a un disastro istituzionale di queste dimensioni. Non si affronta questa situazione con soluzioni tanto irrazionali quanto illegittime, come recintare la piazza della stazione nel tentativo di spostare altrove il problema, né cancellando i pochi servizi esistenti per chi vive condizioni di estrema vulnerabilità. Le persone in difficoltà non spariscono perché vengono rese invisibili. Allo stesso modo, non si produce sicurezza disperdendo risorse pubbliche in presidi inefficaci che impegnano un numero enorme di agenti di polizia, sottraendoli ad altri compiti. Occorre invece sostenere e non attaccare il lavoro delle realtà di solidarietà, rafforzare gli interventi sociali e sanitari e tornare a gestire situazioni complesse con un’autentica visione pubblica, capace di prevenire marginalità, conflitto sociale e degrado. Sicurezza e decoro possono esistere soltanto dove vengono riconosciute la dignità delle persone e il rispetto delle leggi, a partire dall’azione delle istituzioni pubbliche. Oggi è proprio questa capacità di intervento, orientata al bene collettivo, a risultare drammaticamente assente. Redazione Friuli Venezia Giulia
May 9, 2026
Pressenza
La solidarietà non si arrende
Global Sumoud Flotilla Le navi sono partite e attualmente sono in acque internazionali. “Non lasciamo i palestinesi da soli. Il mondo intero ha visto le atrocità compiute dai militari israeliani contro noi uomini e donne disarmat3 e impegnati in una missione umanitaria. Quello che fanno ai palestinesi è peggio”, ha detto un attivista da un porto greco prima di partire alla volta delle coste turche. Per seguire il viaggio umanitario: Il Tracker Appello congiunto di ARCI, ANPI, Pax Christi, ACLI e Libera per la liberazione dei due attivisti della Flotilla, rapiti dall’esercito israeliano in acque internazionali: “Tutte le Corti internazionali intervengano per condannare i reati commessi dalle forze armate israeliane. Governo italiano e UE operino per la liberazione dei rapiti dai militari”. Appello per la liberazione dei rapiti dall’esercito israeliano Presidio per la Flotilla a Roma, ieri. Attivisti consegnano una lettera alla Commissione Ue: “Liberi subito Avila e Abukeshek”. Il presidio è stata l’occasione anche per lanciare le prossime tappe della mobilitazione. Oltre alla manifestazione nazionale, che si terrà a Milano sabato 16 maggio, Guido Lutrario, dell’esecutivo nazionale Usb, ha annunciato lo sciopero generale a Roma per il prossimo 18 maggio. Giornalisti palestinesi In Belgio si terrà la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh. L’11 maggio 2026 si terrà a Bruxelles la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh 2026 “Per il coraggio e l’impegno delle giornaliste”. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e l’Unione Internazionale della Stampa Francofona (UPF) invitano giornalisti e sostenitori della libertà di stampa a partecipare alla cerimonia. Leggi in francese sul sito del’IFJ. Cultura Biennale di Venezia nel caos, dopo le polemiche. 20 padiglioni chiusi per la protesta dei lavoratori. Sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura contro la presenza israeliana alla mostra internazionale. La polizia ha attaccato il corteo pacifico. Non è garbato ai commissari del governo il cartello “No al padiglione del genocidio”. La mobilitazione è stata promossa dal collettivo Anga – Art Not Genocide Alliance. La manifestazione è stata convocata “contro il genocidio e la militarizzazione dell’economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele”. La cultura non può essere neutrale di fronte alle atrocità della guerra. I due pesi e due misure non si addicono alle istituzioni culturali, ma il “civile occidente” è guercio. Due anni fa a Venezia è stata impedita la presenza della Russia per l’invasione dell’Ucraina. Non si è voluto escludere Israele malgrado il genocidio in corso a Gaza e l’Apartheid e pulizia etnica nei territori palestinesi occupati. La pensata “geniale” degli organizzatori, che non volevano cancellare la presenza di Israele, è stata quella di ammettere la Russia, anche se il contesto della guerra non è cambiato rispetto a due anni fa. Ipocrisia all’ennesima potenza, che ha scatenato litigi all’interno del governo e indotto l’UE a cancellare il finanziamento alla Biennale. Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio Prosegue il digiuno a staffetta. Sono passati 11 mesi e 24 giorni dall’avvio della campagna di Digiuno x Gaza, l’iniziativa lanciata a maggio 2025 da Anbamed.   ANBAMED
May 9, 2026
Pressenza
Pubblicato il Piano Rifiuti Regione Lazio 2026-2031: come mandare osservazioni
Dal sito della Regione Lazio E’ stato approvato dalla Giunta Regionale il nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR Lazio 2026-2031), che ora dovrà passare l’iter legislativo in Consiglio Regionale, dove è stato inserito anche il nuovo termovalorizzatore di Santa Palomba (nei precedenti piani non erano previsti nuovi inceneritori). Il 5 maggio è stato pubblicato l’avviso che dà avvio alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS): “entro il termine di 45 giorni dalla data di pubblicazione dell’avviso, chiunque abbia interesse può prendere visione della proposta di Piano, del relativo Rapporto Ambientale e della Sintesi non tecnica e presentare in forma scritta proprie osservazioni, anche fornendo nuovi o ulteriori elementi conoscitivi e valutativi, indirizzandoli all’Autorità Competente in materia di VAS e all’Autorità Procedente”  Il Piano modifica la suddivisione precedente che prevedeva 5 ATO provinciali, dividendo la Regione in due ambiti: ATO 2: Roma Capitale (2,8 mln abitanti) ATO 1: Lazio senza Roma (2,9 mln abitanti). Pubblichiamo l’Avviso, i documenti e il comunicato dal sito regionale, invitando cittadini e organizzazioni dei territori a prendere visione e mandare osservazioni. (AMBM) Vai alla pagina della procedura VAS (Valutazione Ambientale Strategica) scarica: * Deliberazione n. 234Deliberazione Giunta n. 234 del 22/04/2026 OGGETTO: Adozione della proposta di “Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR) 2026- 2031” della Regione Lazio, comprensivo del Rapporto Ambientale ai fini della procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), di cui al D. Lgs. 3 aprile 2006 n.152 e ss.mm. ii. * PIANO REGIONALE DI GESTIONE DEI RIFIUTI DELLA REGIONE LAZIO 2026-2031 All. 1 Rapporto Ambientale * PIANO REGIONALE DI GESTIONE DEI RIFIUTI DELLA REGIONE LAZIO 2026-2031 All. 2 Sintesi non tecnica DIREZIONE REGIONALE AMBIENTE, TRANSIZIONE ENERGETICA E CICLO DEI RIFIUTI Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti 2026-2031 –Valutazione ambientale strategica – Comunicazione di avvio della Consultazione ex art. 14 del D.Lgs. n. 152/2006 e s.m.i. AVVISO PUBBLICO L’Autorità Procedente Direzione Regionale Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo dei Rifiuti comunica l’avvio, ai sensi degli artt. 13 comma 5 e 14 del D .Lgs. 152/2006 e ss. mm. ii., della consultazione per la procedura di Valutazione Ambientale Strategica relativa al Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti 2026-2031 della Regione Lazio, adottato dalla Giunta Regionale del Lazio con Deliberazione n. 234 del 22 aprile 2026, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio – n. 34 – Supplementi n. 1 e n. 2 del 28/04/2026. La proposta di Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti 2026-2031, è stata elaborata tenendo conto dell’atto di indirizzo per l’aggiornamento e la revisione del Piano di Gestione dei rifiuti della Regione Lazio di cui alla Decisione n. 34 del 28/09/2023, degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclo stabiliti dalle norme vigenti e degli indirizzi specifici contenuti nel Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti (PNGR) approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il Piano si compone delle seguenti sezioni: * 1. Sezione introduttiva * 2. Programma di prevenzione della produzione di rifiuti urbani e speciali * 3. Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani * 4. Gestione dei rifiuti da imballaggio * 5. Rifiuti speciali e bonifiche * 6. Criteri di localizzazione Il Piano copre l’arco temporale 2026-2031, fissa un obiettivo di raccolta differenziata al 72,3% per laRegione Lazio e prevede una riduzione dei rifiuti del 9,1% rispetto al 2022. La proposta di Piano prevede una nuova perimetrazione degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), passando dagli attuali cinque ATO provinciali a due ATO, corrispondenti a: * ATO 1: tutto il Lazio esclusa Roma Capitale, composto da 377 comuni, in parte aggregati in Unioni di Comuni, con una popolazione pari a 2.902.338 abitanti (2022), una superficie di 15.918 kmq e una densità di 182 abitanti per kmq. * ATO 2: il territorio di Roma Capitale con popolazione pari a 2.813.544 abitanti (2022), una superficie di 1285 kmq e una densità di 2.184 ab/Kmq. L’ATO2, include il solo territorio di Roma Capitale, per la cui gestione è stato nominato nel 2021 uno specifico Commissario di Governo che ha provveduto ad approvare un proprio Piano di gestione dei rifiuti urbani che contiene le previsioni di produzione e gestione fino al 2030 e localizza l’impiantistica prevista, interamente recepito nella proposta di Piano. Ai sensi dell’art.13 comma 5-bis del D. Lgs. 152/2006 e s.m.i., la proposta di Piano, il Rapporto Ambientale e la Sintesi non tecnica, sono consultabili:05/05/2026 – BOLLETTINO UFFICIALE DELLA REGIONE LAZIO – N. 36 ˗ sul sito web dell’Autorità Procedente Direzione Regionale Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo Dei Rifiuti: https://www.regione.lazio.it/cittadini/rifiuti/pianificazione/Piano-rifiuti-2026-2031 – sul sito web dell’Autorità Competente Direzione Regionale Urbanistica e Politiche Abitative, Pianificazione Territoriale, Politiche del Mare – Area Autorizzazioni Paesaggistiche e Valutazione Ambientale Strategica: https://www.regione.lazio.it/enti/urbanistica/valutazione-ambientale-strategica/procedura-valutazione-ambientale-strategica-vas-art-13-18 Inoltre, ai sensi dell’art.13 comma 6 del D. Lgs. 152/2006 e s.m.i., la documentazione è consultabile anche sui seguenti siti web: Città Metropolitana di Roma Capitale: www.cittametropolitanaroma.it – Albo Pretorio Provincia di Frosinone: www.provincia.fr.it – Albo Pretorio Provincia di Latina: www.provincia.latina.it – Albo Pretorio Provincia di Rieti: www.provincia.rieti.it – Albo Pretorio Provincia di Viterbo: www.provincia.viterbo.it – Albo Pretorio Ai sensi dell’art.14 del D.Lgs.152/2006 e s.m.i. entro il termine di 45 (quarantacinque) giorni dalla data di pubblicazione del presente avviso, chiunque abbia interesse può prendere visione della proposta di Piano, del relativo Rapporto Ambientale e della Sintesi non tecnica e presentare in forma scritta proprie osservazioni, anche fornendo nuovi o ulteriori elementi conoscitivi e valutativi, indirizzandoli all’Autorità Competente in materia di VAS e all’Autorità Procedente, alle seguenti PEC: Autorità Competente: vas@pec.regione.lazio.it Autorità Procedente: direzioneambiente@pec.regione.lazio.it VAS-2024_06Regione Lazio – Direzione Regionale Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo dei Rifiuti Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR) 2026-2031 della Regione Lazio.  01/04/2026Link https://regionelazio.app.box.com/v/VAS-2024-006pra Dal sito della Regione Lazio 22/04/2026 Presentato il nuovo Piano Regionale di Gestione dei rifiuti del Lazio Per la prima volta il Lazio chiude il ciclo, prevedendo la completa autosufficienza per il trattamento e lo smaltimento. Gli obiettivi: il 72,3% di raccolta differenziata entro il 2031 e la riduzione del 6% di rifiuti Avviare il Lazio, per la prima volta, alla chiusura del ciclo regionale dei rifiuti, prevedendo la completa autosufficienza per il trattamento e lo smaltimento, 13 anni dopo la cessazione dei conferimenti presso la discarica di Malagrotta, la cui chiusura, senza prevedere un’alternativa, aveva messo in crisi tutto il sistema di gestione dei rifiuti. È questo l’obiettivo ambizioso contenuto nel nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR Lazio 2026-2031) approvato dalla Giunta Regionale, che ora dovrà passare l’iter legislativo in Consiglio Regionale.    GLI INVESTIMENTI DELLA REGIONE LAZIO PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA Con il programma PR FESR LAZIO  2021-2027 la Regione Lazio ha investito l’importo di 60 milioni di euro per promuovere l’economia circolare, migliorare e innovare la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, ammodernare e creare nuove linee di trattamento e riciclo dei materiali raccolti, finanziare interventi per ammodernare e potenziare la rete di raccolta differenziata e gli impianti di riciclo e nello specifico: * 18 milioni di euro destinati per il bando per il potenziamento della raccolta differenziata per i Comuni del Lazio; * 19 milioni di euro per la concessione di contributi per la realizzazione dei centri di raccolta e delle isole ecologiche e per le attività di compostaggio e auto compostaggio per la riduzione della frazione organica per i Comuni del Lazio e Roma Capitale; * 21 milioni di euro per interventi di ammodernamento e riconversione impiantistica esistente per il potenziamento delle attività di trattamento.  * 9 milioni di euro di contributi ai comuni che sostengono il peso della chiusura del ciclo dei rifiuti, con particolare riferimento a quei territori nei quali insistono le discariche e i termovalorizzatori. Si tratta di un sostegno economico per opere pubbliche di interesse locale da destinare al potenziamento della raccolta differenziata per venire in supporto dei Comuni, anche in considerazione degli alti costi previsti per interventi di questo tipo. Tale importo, in base a una norma approvata nel recente bilancio regionale, potrà essere aumentato.   IL CONTESTO STRUTTURALE DEL NUOVO PIANO RIFIUTI La strutturale carenza impiantistica del Lazio relativa agli impianti minimi (discariche per lo smaltimento dei rifiuti non pericolosi e termovalorizzatori per il recupero energetico) ha nei fatti prodotto una dipendenza costante dai conferimenti in impianti extra regione (estero compreso), soprattutto del rifiuto cosiddetto ‘tal quale’, del combustibile da rifiuti (css) e dello scarto di lavorazione degli impianti intermedi. Ma il deficit impiantistico ha penalizzato anche la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (forsu), il cosiddetto umido, anch’essa quasi tutta trasportata fuori regione.  Ogni anno circa un milione di tonnellate di rifiuti laziali (tra indifferenziati e differenziati) viene smaltito o trattato fuori dal Lazio. Il nuovo Piano Regionale ingloba integralmente il Piano di Gestione dei Rifiuti di Roma Capitale, varato dal Commissario Straordinario di Governo per il Giubileo della Chiesa cattolica 2025, compresi i prossimi impianti di trattamento previsti da AMA (due biodigestori e due piattaforme per il recupero di carta e plastica) e il termovalorizzatore (tmv) di Acea Ambiente. Per ottimizzare la gestione, il Piano supera la divisione in 5 ambiti provinciali istituendo 2 nuovi Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) e mira ad efficientare il sistema impiantistico per raggiungere l’obiettivo del 72,3% di raccolta differenziata entro il 2031 e la riduzione del 6% di rifiuti. * Il Lazio presenta un deficit impiantistico storico che comporta l’esportazione di circa 1 milione di tonnellate di rifiuti ogni anno. * Nel 2023 la produzione totale è stata di 2,865 milioni di tonnellate (501 kg/abitante). * Il sistema è caratterizzato da forte dipendenza da impianti fuori regione e squilibrio tra Roma e resto del territorio.   COSA PREVEDE IL NUOVO PRGR Il Piano supera il modello precedente che prevedeva 5 ATO provinciali. Con la nuova governance la Regione viene suddivisa in due ambiti: * ATO 1: Lazio senza Roma (2,9 mln abitanti) * ATO 2: Roma Capitale (2,8 mln abitanti) Questa scelta consente una gestione più mirata e risponde alle differenze strutturali tra territori, ponendosi come obiettivo la riduzione del 6% dei rifiuti entro il 2031. Il Piano analizza uno “scenario inerziale”, con una produzione di rifiuti costante rispetto al 2023: 2,865 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti, pari a 501 kg/abitante; raccolta differenziata al 55,4% (56,2% il dato aggiornato dal Rapporto Arpa Lazio 2024). Esiste un forte divario tra i due ATO, in quanto l’ATO 1 ha già raggiunto e superato l’obiettivo di legge con il 66,5% di r.d., mentre l’ATO 2 è in ritardo (r.d. 46,6%). Il Piano prevede, poi, uno “scenario tendenziale”, che rappresenta il vero obiettivo, considerando una riduzione della produzione di rifiuti al 2031 (<10% rispetto al 2023). Il Piano fissa traguardi ambiziosi per allinearsi alle direttive europee e nazionali: * Raccolta Differenziata: raggiungimento di una media regionale del 72,3% entro il 2031. Nello specifico, si punta al 78% per l’ATO 1 e al 68% per l’ATO 2. L’obiettivo normativo del 65%, a livello regionale, sarà raggiunto nel 2028. * Riciclaggio Effettivo dei rifiuti urbani (calcolato secondo i nuovi criteri europei): raggiungimento dell’obiettivo europeo del 60% entro il 2030 (nel 2023 era stimato al 48,2%). * Conferimento in Discarica: riduzione drastica dell’uso della discarica, al fine di conferirvi non più del 6% del totale dei rifiuti urbani prodotti entro il 2031, un valore ampiamente inferiore al limite massimo europeo del 10% previsto per il 2035.   SVILUPPO IMPIANTISTICO E AUTOSUFFICIENZA Impianti minimi Gli impianti di recupero energetico (termovalorizzatori) sono fondamentali per trattare i rifiuti (sia gli indifferenziati, sia gli scarti combustibili delle attività di recupero), riducendo l’uso della discarica. In questo settore, il Piano prevede l’autosufficienza regionale nel 2028. * Polo Impiantistico ATO 1 (San Vittore nel Lazio, Acea A.): l’impianto attualmente in funzione (capacità di 397.200 tonnellate/anno) gestirà i rifiuti trattati provenienti dall’ATO 1. Il Piano considera il funzionamento a pieno regime della sua quarta linea (attualmente in realizzazione) per garantire maggiore resilienza durante i fermi per manutenzione delle altre tre linee. * Nuovo Polo Impiantistico ATO 2 (Roma Capitale, Acea A.): per colmare il deficit, è prevista l’entrata in funzione, dal 1° gennaio 2028, del nuovo tmv a S.Palomba. Avrà una capacità di 600.000 t/a e riceverà direttamente i rifiuti urbani indifferenziati romani (il cosiddetto ‘tal quale’), by-passando il trattamento presso gli impianti intermedi per almeno ⅔ delle t/a autorizzate (non oltre ⅓ delle 600.000 t/a previste potranno essere rifiuti trattati provenienti da tbm/tmb). Produrrà 65 MW di energia elettrica, catturerà CO₂ e consentirà il recupero di metalli (non oltre il 10%) dalle ceneri pesanti.  Riguardo agli impianti di smaltimento (discariche di rifiuti non pericolosi), il Piano stima un fabbisogno – per il periodo 2026-2031 – pari a circa 1,166 milioni di tonnellate (oltre 1,060 milioni di m³), destinato esclusivamente agli scarti non combustibili e ai residui dei trattamenti. Capacità prevista: l’offerta impiantistica in via di sviluppo garantirà più di 2,223 milioni di tonnellate (più di 1,940 milioni di m³) di capienza, coprendo abbondantemente il fabbisogno per l’orizzonte di Piano e oltre. * I quattro siti principali, ATO 1: * Viterbo: ampliamento autorizzato (Bacino VT4) per 550.000 m³. * Aprilia (LT): nuova discarica in località Sant’Apollonia per 940.742 m³. * Roccasecca (FR): ampliamento in corso (Bacino V) per 450.000 m³. * Civitavecchia (CMRC): ampliamento in autorizzazione (lotto Fosso Crepacuore 4) per 400.000 m³. * Azione per l’ATO 2: il Piano prevede l’ampliamento della discarica per rifiuti non pericolosi all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale (dentro il perimetro dell’ATO 1), al fine di accogliere i rifiuti trattati dell’ATO 2 secondo il principio di prossimità. Questo si è reso necessario perché il Piano di Roma Capitale redatto dal Commissario Straordinario non ha previsto la discarica per la chiusura del ciclo all’interno dei confini di Roma Capitale (ATO 2).. Impianti intermedi TBM/TMB e TM La rete degli impianti di trattamento biologico-meccanico, meccanico-biologico e solo meccanico (tbm/tmb e tm) rappresenta lo snodo cruciale di primo conferimento per la gestione dei rifiuti urbani indifferenziati nel Lazio.  Il Piano Regionale delinea per questi impianti una profonda fase di transizione tecnologica e strategica da qui al 2031. * Ruolo Attuale e Sovraccapacità * Funzione: nel 2023, hanno ricevuto la quasi totalità (circa il 93,3%, pari a oltre 1,201 milioni di tonnellate) dei rifiuti urbani indifferenziati della regione. * Classificazione: i tbm/tmb e tm operanti nel Lazio sono classificati come impianti intermedi, poiché i loro flussi in uscita sono destinati agli impianti minimi finali di chiusura del ciclo. * Resilienza di sistema: il Lazio dispone storicamente di una capacità impiantistica di trattamento autorizzata superiore al reale fabbisogno. Questa sovraccapacità è considerata un elemento di forza, in quanto garantisce la continuità del servizio anche in caso di manutenzioni (ordinarie o straordinarie) o chiusure improvvise di singoli impianti. * Transizione tecnologica: da tm a tmb * Il Piano registra un processo in corso per la trasformazione degli impianti tm in tmb. Questo avviene tramite la realizzazione di “biocelle” o linee di biostabilizzazione per trattare la frazione organica residua (il cosiddetto sottovaglio). * Evoluzione recente del quadro impiantistico: La rete ha subito notevoli mutamenti tra il 2022 e il 2025: * Chiusure e riduzioni: * Albano Laziale (CMRC): a seguito di un incendio, le attività sono sospese dal 2016 e l’autorizzazione è stata revocata nel 2024. * Roma, Malagrotta 2 (RC): a seguito di un incendio, le attività sono sospese da giugno 2022, allo stato attuale senza previsioni di ripristino. * Roma, Malagrotta 1 (RC): ha riaperto a ottobre 2024 dopo l’incendio nel Natale 2023, ma con un layout semplificato (solo biostabilizzazione) per 187.000 t/a. Ulteriori lavori di ripristino sono in corso.  * Nuovi avvii e adeguamenti completati: * Guidonia Montecelio (CMRC): entrato in funzione nel 2024, è al servizio esclusivo dei rifiuti di Roma Capitale (capacità operativa attuale 100.000 t/a su 190.000 autorizzate). * Castelforte (LT) e Pomezia (CMRC): nel 2024, entrambi hanno avviato le linee di biostabilizzazione, operando ora a tutti gli effetti come TMB (Pomezia ha anche collaudato un ampliamento a 380.000 t/a nel 2025). * Aprilia (LT) – nel 2025, MTS Ambiente (gruppo Rida Ambiente) ha avuto autorizzato un nuovo impianto meccanico da realizzare per 495.000 t/a (di cui massimo 165.000 t/a per rifiuti urbani indifferenziati). L’impianto prevede anche di produrre il css-c, combustibile da rifiuti in End of Waste: la procedura tecnico-normativa (letteralmente “cessazione della qualifica di rifiuto”) permette a un rifiuto, sottoposto a operazioni di recupero, di cessare di essere tale per diventare un prodotto o materia prima seconda; in questo caso, buono per la valorizzazione energetica, ad esempio, nei cementifici (quello di Buzzi a Guidonia M. è in fase autorizzativa proprio per sostituire parte del fabbisogno di carbon coke con css-c). * Rinnovi in corso: Sono in fase di riesame/rinnovo e definizione AIA gli impianti di Viterbo (Ecologia Viterbo), Colfelice (SAF), Cisterna di Latina (Refecta) e i tm privati di Rocca Cencia a Roma (Porcarelli). L’impianto di Aprilia (Rida A.) è stato invece già rinnovato nel 2023 per 409.200 t/a. * Prospettive future e riconversione (2028-2031): il ruolo dei tmb è destinato a ridimensionarsi nel corso del Piano: * Impatto del tmv di Roma: con l’entrata in esercizio del nuovo impianto di recupero energetico di Roma Capitale (previsto per il 2028), i rifiuti indifferenziati romani verranno conferiti direttamente al tmv, by-passando gli impianti intermedi.  * Riconversione verso il riciclo (caso AMA Rocca Cencia): l’impianto pubblico tmb di Rocca Cencia (AMA), che attualmente opera solo come area di trasferenza per ordinanza commissariale, sarà riconvertito. Il progetto, già autorizzato, prevede la sua trasformazione in un impianto di trattamento delle frazioni secche riciclabili dei rifiuti urbani. IMPIANTI PER IL TRATTAMENTO DELLA FRAZIONE ORGANICA DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI (FORSU) Il recupero della frazione organica è un settore in cui il Lazio supererà ampiamente il proprio fabbisogno, invertendo la tendenza storica all’esportazione. Oggi la gran parte di questi rifiuti è trattata in Veneto. Il fabbisogno stimato al 2031 è di 780.000 t/a. La capacità totale degli impianti (esistenti, in costruzione o autorizzati) potrà superare 1,9 milioni di t/a. I NUOVI CRITERI DI LOCALIZZAZIONE PER NUOVI IMPIANTI Rispetto al Piano vigente, il nuovo Piano Regionale stabilisce un quadro di regole precise per l’individuazione delle aree idonee e non idonee ad ospitare ogni singola tipologia di impianto, che le Province e la Città Metropolitana di Roma Capitale dovranno recepire in specifiche mappe territoriali entro un anno dall’approvazione del Piano. 9 giugno 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@admin-2
May 9, 2026
carteinregola
Gli italiani e il lavoro, oltre un secolo di cambiamenti tra progressi e ritardi
Nel 1861 gli occupati erano 15,5 milioni, pari a oltre il 70% della popolazione: pochi bambini andavano a scuola e la maggior parte lavorava, come quasi tutte le persone in grado di farlo, con un impegno in attività perlopiù poco qualificate e prive di tutele, spesso in ambito familiare. Nel 2025 gli occupati hanno superato, invece, i 24 milioni, rappresentando il 41% della popolazione. In oltre 150 anni la partecipazione al lavoro e le sue condizioni e caratteristiche hanno subìto cambiamenti profondi, legati a quelli della società e dell’economia del Paese. E’ quanto si legge nel Report Storie di dati dell’ISTAT su “I Cambiamenti del lavoro, tra progressi e ritardi”. Letto attraverso la lente del lavoro, il cambiamento dell’Italia inizialmente è lento: nel 1861 l’agricoltura assorbiva il 70% dell’occupazione, nel 1901 oltre il 60% e nel 1936 ancora circa la metà. Nel Secondo dopoguerra, invece, nell’arco di un trentennio, si realizza dapprima il passaggio a un’economia industriale e successivamente a quella dei servizi: al Censimento del 1961, l’industria era il primo settore per occupazione, arrivando al 44% nel 1971; dagli anni Sessanta decolla anche l’occupazione terziaria, che già nel 1981 rappresentava quasi la metà del totale. Nel 2025 il 70% degli occupati lavorava nei servizi, poco più di un quarto nell’industria e appena il 3,5% in agricoltura. Tuttavia, lo sviluppo dei servizi in Italia è inferiore rispetto alle altre principali economie dell’Ue e, come in Spagna, resta relativamente orientato ad attività tradizionali quali commercio e ricettività. In connessione con l’evoluzione della struttura produttiva vi è la forte riduzione del lavoro indipendente associato all’agricoltura e alle attività artigiane. All’inizio del ‘900, il 60% dei lavoratori svolgeva un’attività autonoma e oggi poco più del 20%; nonostante la riduzione, consolidatasi nell’ultimo ventennio, in Italia il lavoro non dipendente continua a essere più diffuso rispetto alla Spagna, alla Francia e, soprattutto, alla Germania. Il lavoro dipendente standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, è oggi la forma prevalente di occupazione (58% nel 2025), ma nell’ultimo trentennio è cresciuta la rilevanza delle forme contrattuali flessibili: l’occupazione a tempo determinato (l’11% del totale nel 2025) e quella a tempo parziale (16%). L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra le economie dell’Ue per quota di part-time, ma si caratterizza per la maggiore incidenza di quello involontario (accettato in mancanza di occasioni a tempo pieno), pari all’8% del totale degli occupati (nel 70% dei casi sono donne), contro un valore medio europeo del 3%. E’ notevolmente aumentato anche il livello di istruzione della popolazione, ancora più marcato tra gli occupati: alla fine degli anni ‘70 otto lavoratori su 10 avevano al più la licenza media e i laureati erano appena il 4%; oggi gli occupati con bassa istruzione sono il 26% del totale, come i laureati. Tra le donne la crescita della quota di laureate tra le occupate è stata più accentuata, e oggi queste rappresentano oltre un terzo del totale. Con la diffusione e il prolungamento dell’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani (fino a 19 anni) e, negli ultimi vent’anni, anche per la classe 20-29 anni: nel 1955, i giovani sotto i 30 anni rappresentavano oltre un terzo degli occupati, mentre oggi sono poco più del 10%. La quota di occupazione dei lavoratori di 60 anni e più, invece, si è prima ridotta (dall’8,5% nel 1955 fino al 4,1% nel 2005), per effetto della diminuzione del lavoro agricolo, del miglioramento dei trattamenti previdenziali e del ricorso ai pensionamenti anticipati, per poi crescere rapidamente (fino al 15% nel 2025), per l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della speranza di vita, l’entrata tardiva nel mercato e l’innalzamento dell’età pensionabile. L’effetto dell’invecchiamento è stato solo parzialmente compensato dalla crescita della quota di occupati stranieri, dal 5% nel 2005 all’11% del 2025, caratterizzati da un’età mediamente inferiore. Per quanto riguarda il lavoro femminile,  alla fine dell’Ottocento le donne rappresentavano circa il 40% degli occupati, in larga parte impegnate nell’agricoltura e nelle industrie tessili (nei decenni post-unitari arrivarono ad essere oltre metà dei lavoratori nell’industria); in seguito l’occupazione femminile diminuisce, fino a circa il 25% negli anni ’50 e ’60, quando il miracolo economico e la diffusione dell’occupazione industriale consolidano la figura dell’uomo come unico percettore di reddito in famiglia. La partecipazione delle donne al lavoro retribuito torna ad aumentare dagli anni ’70, fino a quasi il 43% degli occupati nel 2025, con una forte concentrazione nel terziario. Tra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione femminile è cresciuto in modo quasi continuo, nel complesso di 20 punti; quello maschile, più influenzato dalle dinamiche cicliche, è diminuito invece di oltre 3 punti. La crescita dell’occupazione femminile ha beneficiato delle opportunità lavorative offerte dall’espansione del terziario e del lavoro a orario ridotto, ma si lega soprattutto all’aumento della quota di donne più istruite. Restano quasi invariate le differenze nel tasso di occupazione per livello di istruzione, che per le donne con bassa istruzione è circa 50 punti percentuali inferiore a quello delle laureate; nonostante la crescita il tasso di occupazione femminile oggi è ancora di quasi 18 punti inferiore a quello degli uomini e l’Italia è il Paese europeo con il valore più basso, inferiore di circa 9 punti rispetto alla Spagna, 13 alla Francia e 20 alla Germania, con tassi di occupazione più bassi in Italia soprattutto per le donne con istruzione media e bassa. Qui il testo integrale: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storia-dati-lavoro-1.pdf. Qui la presentazione del Report: https://www.youtube.com/watch?v=fjGkOeErRn4. Giovanni Caprio
May 9, 2026
Pressenza
Guerra e repressione (dal convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio)
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/. Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE Guerra e repressione Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione. Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento. La fine del mondo unipolare Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra. Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹ Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense. L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari. Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”. Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta. Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico. Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori. Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare. Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale). La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione. Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi. Alcune caratteristiche della guerra contemporanea Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace. A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare. Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³ Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra . Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica. Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato. Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio, l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea. Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo). Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti. La guerra ibrida Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante. Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵ I fronti della repressione Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione. Mondo del lavoro Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità. Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza. La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta. La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato. Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato. Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli. Esclusione sociale «Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città. Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale. Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva. Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa. Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti. L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo. Società del controllo La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità. Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo. Repressione politica Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta. In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica. Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse». La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte. Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica. Censura Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura. Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina. Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata. La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense). Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale. Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶ Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche. Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”. Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷ Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico. Conclusioni A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni. La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale. La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione. Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi. Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista. Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare. Viterbo, 8 febbraio 2026 NOTE ¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf ²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) ³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani. ⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari. ⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/ ⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/ ⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
May 9, 2026
il Rovescio
Il gorgo che ha avvolto Peppino Impastato
La morte di Peppino Impastato, militante della sinistra extraparlamentare siciliana ucciso il 9 maggio 1978, è andata incontro al singolare destino di essere stata dapprima trascurata, o addirittura denigrata come la conseguenza di un gesto terroristico; quindi, dopo il film di Marco Tullio Giordana, I Cento Passi (2000), sottoposta a tardiva riabilitazione oppure, addirittura, esaltazione. In particolare, nella seconda fase, è stata operata una ricostruzione arbitraria della figura di Peppino Impastato. Presentato come un campione di civismo e legalità (in senso borghese), leader carismatico che, grazie alle sue qualità taumaturgiche, riusciva a crearsi un seguito di coetanei rassegnati, ma in fondo destinati a perdere in una Sicilia ostaggio della piovra mafiosa.  Anche nel caso di Impastato, è invalso lo schema di eroicizzarne la figura, portandola fuori dall’ordinario, sulla falsariga delle narrazioni costruite intorno alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ridotti a icone dell’antimafia da cerimoniale che prevale oggi. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Mai fu più vero come nel caso dell’Italia contemporanea, dove il processo di eroicizzazione è direttamente proporzionale al vuoto progettuale e di classe politica che ci affligge. LEGGI ANCHE… MAFIA FOLLOW THE MONEY Redazione Jacobin Italia Per questo motivo si rende necessario laicizzare la figura di Peppino Impastato, allo scopo di restituirgli il ruolo e lo spessore umano che la contraddistingueva. Per farlo, è necessario muoversi tra le due polarità menzionate, operando una ri-contestualizzazione della sua vicenda. La sua tragica morte, com’è noto, coincise col ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani. Un evento cruciale, che ancora oggi non è stato sufficientemente elaborato a livello politico. La cui portata fu enorme a livello internazionale, e che quindi, inevitabilmente, non poteva che adombrare la morte di un giovane militante siciliano della sinistra radicale. Sono proprio l’orientamento politico di Impastato, il contesto locale di cui era originario, a costituire un elemento portante dell’insabbiatura del caso. Bisogna assumere consapevolezza del fatto che, in quegli anni, dell’esistenza, o quantomeno, della natura della mafia, dubitavano tutti. Ci volle l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel settembre 1982, affinché il parlamento approvasse l’introduzione, nel codice penale, dell’articolo 416-bis, che contempla il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Di conseguenza, che qualcuno promuovesse la lotta antimafia, che lo facesse organizzando una radio indipendente e che lanciasse iniziative di protesta partecipate, suonava alquanto dissonante per le narrazioni ufficiali dell’epoca.  Soprattutto, non coincideva con le rappresentazioni della Sicilia, dipinta come terra di emigrazione, rassegnata, subalterna al potere clientelare Democrazia cristiana, abbarbicata a costumi arcaici che venivano messi in relazione con la mafia. Letta più spesso come un’articolazione folkloristica dell’arretratezza dell’Isola che come il sistema di potere criminale complementare a quello ufficiale quale effettivamente era. Si fa presto a trarre le conclusioni: in Sicilia poteva solo esserci un terrorista, disadattato, che agiva da solo, e saltava in aria mentre piazzava un ordigno esplosivo. Insomma, si credeva più alla rappresentazione della realtà piuttosto che tentare di appurare la verità.  LEGGI ANCHE… MAFIA LA MEMORIA VIVA DI PEPPINO IMPASTATO Giovanni Impastato - Luisa Impastato - Martina Lo Cascio - Marie Moïse A questo punto, entra in gioco la seconda polarità. Peppino Impastato come eroe solitario, campione della legalità. Come i giudici palermitani. Come Placido Rizzotto. Ma tutti questi eroi dovrebbero far sospettare: e se per caso, in Sicilia, c’è sempre stato un movimento antimafia diffuso, con cui vanno messi in relazione tutti questi sindacalisti, attivisti, magistrati, giornalisti che tentavano di opporsi alla borghesia mafiosa?  La figura di Peppino Impastato non rappresenta un fiore nel deserto. La Sicilia di quegli anni, dove lui comincia a fare politica, disponeva di un Pci che ancora teneva viva la memoria delle lotte contadine degli anni Quaranta, che denunciava, attraverso la figura di Pio La Torre, il sacco di Palermo. Il quotidiano L’Ora, controllato da Botteghe Oscure, da anni faceva nomi e cognomi, guadagnandosi una bomba piazzata sotto la sede dai Corleonesi e la lupara bianca di Mauro De Mauro. Nel 1972, Giovanni Spampinato, un altro giovane cronista de L’Ora, che era riuscito a denunciare le connessioni tra estrema destra e criminalità organizzata, era rimasto ucciso a Ragusa. A Catania, nel frattempo, Pippo Fava cominciava le sue inchieste sulla mafia che lo avrebbero portato alla morte nel 1984.  Peppino Impastato, tuttavia, si forma nella sinistra extraparlamentare palermitana di quegli anni, all’interno della quale si distinguono le femministe, e  le numerose attività come le occupazione delle case popolari e l’organizzazione di reti di supporto alle famiglia sottoproletarie del centro storico e delle nuove borgate. Sarà proprio uno dei frutti di quella esperienza, il Centro Siciliano di Documentazione che porta il suo nome, fondato da Umberto Santino e da Anna Puglisi, a lottare, con successo, per riaprire l’inchiesta sulla sua morte. Anche il mondo cattolico cominciava a muoversi, col Centro Pedro Arrupe e la rivista Segno a dare vita a una think tank di pensatori eretici, che trovavano sponda nel cardinale Salvatore Pappalardo, schieratosi da subito contro la mafia.  LEGGI ANCHE… MAFIA MESSINA DENARO E LA BORGHESIA MAFIOSA Martina Lo Cascio - Antonio Vesco Da questo quadro, emerge che la Sicilia di Peppino Impastato, tutt’altro che rassegnata, possedeva quei fermenti in grado di produrre mobilitazioni civili e politiche che potevano mettere in discussione gli assetti di potere dell’epoca. Di conseguenza, la figura di Impastato è tutt’altro che un episodio isolato. Cosa mancò a quella Sicilia? Sicuramente una sponda politica robusta. Il Pci siciliano, anticipando gli scenari nazionali, si impelagò nel compromesso storico, disperdendo in breve un patrimonio politico che lo portava ad avere in Sicilia, fino ai primi anni Settanta, una quota di consensi elettorali superiori a quelli della media nazionale. Tra Roma e Milano, invece, si continuò a perpetuare la lettura coloniale della Sicilia e del fenomeno mafioso. Tanto che fu solo in seguito all’omicidio di un funzionario dello Stato originario del Nord che venne riconosciuta l’esistenza della mafia. Eppure, i delitti eccellenti, erano stati commessi anche prima di Dalla Chiesa. Ma non avevano suscitato lo stesso clamore politico-mediatico.  Naturalmente, il blocco di potere che predominava nella Sicilia di quegli anni aveva tutto l’interesse a perpetuare queste narrazioni dominanti, per difendere la loro rete di potere. Con la morte di Peppino Impastato e, in seguito, con quella di Pio La Torre, si perse l’occasione per lanciare un’antimafia sociale. Lasciando il terreno libero a quella istituzionale-celebrativa. Risucchiando Peppino in un gorgo dentro il quale, ne siamo sicuri, si sarebbe sentito a disagio.  *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il gorgo che ha avvolto Peppino Impastato proviene da Jacobin Italia.
May 9, 2026
Jacobin Italia

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