[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
American Hardcore#1 – La west coast.
Prima puntata dedicata all’Hardcore punk statunitense dei primi anni ’80. Ci siamo concentrati sulla California, salvo una piccola incursione in Texas. Questa la nostra scelta musicale: 01 – Adolescents – Amoeba 02 – Adolescents – I Hate Children 03 – Channel 3 – Catholic boy 04 – Modern Warfare – One for all 05 – Descendents – I’m not a loser 06 – Fear – Foreign policy 07 – The Germs – Communist eyes 08 – The Germs – What we do is secret 09 – The Germs – Land of treason 10 – The Germs – We must bleed 11 – The Germs – The slave 12 – Black Flag – Rise Above 13 – Black Flag – Gimmie Gimmie Gimmie 14 – Circle Jerks – Wasted 15 – Circle Jerks – Paid Vacation 16 – Circle Jerks – Red Tape 17 – Bad Religion – Bad Religion 18 – Minutemen – Fascist 19 – Minutemen – Search 20 – Minutemen – The Struggle 21 – Dead Kennedys – California Uber Alles 22 – Dead Kennedys – Holiday In Cambodia 23 – Saccarine Trust – Lot’s Seed 24 – Suicidal Tendencies – Two Sides Politics 25 – Suicidal Tendencies – Fascist Pig 26 – M.D.C. (Million of Dead Cops)- John Wayne Was A Nazi 27 – M.D.C. (Million of Dead Cops) -I Remember 28 – D.R.I. – Why 29 – D.R.I. – Capitalists Suck 30 – D.R.I. – Money Stinks 31 – Angry Samoans – Not of this earth
August 2, 2026
Radio Blackout - Info
“Questo caldo è una scelta politica”: il messaggio proiettato da Extinction Rebellion sulla Mole Antonelliana
Extinction Rebellion proietta sulla cupola della Mole lo slogan “Questo caldo è una scelta politica” usato già nelle settimane scorse nei quartieri della città. Un modo per sottolineare le responsabilità di Regione e Governo nello smantellamento delle politiche europee di contrasto alla crisi climatica, che proprio in queste settimane di caldo, incendi e siccità dimostra la sua pericolosità. “Questo caldo è una scelta politica” è lo slogan che Extinction Rebellion ha proiettato, la notte scorsa, sulla cupola della Mole. Si tratta dello stesso slogan diffuso con le locandine affisse a inizio luglio in diversi quartieri della città, che stigmatizzavano anche le affermazioni di Ignazio La Russa “Ci abitueremo al caldo caraibico”, rimodulato qualche giorno dopo sul Toret di viale Marco Pannella, tinto di verde acido, “Siccità e crisi climatica: il Governo ti lascia a secco”. Tre diverse iniziative, un unico messaggio, che fa riferimento alle responsabilità politiche di chi, secondo il movimento, negli anni ha minimizzato la gravità della crisi e ha fatto scelte che vanno in direzione contraria. Questa volta, allo slogan principale si è aggiunto un secondo messaggio: “Morti, incendi, siccità: chi paga?”. Un riferimento diretto agli effetti delle ondate di calore estremo che nelle ultime settimane stanno colpendo l’Europa, provocando migliaia di vittime, alimentando incendi devastanti che stanno mettendo in difficoltà Paesi come Francia, Spagna e Italia e aggravando una situazione di siccità già critica. Anche il Piemonte sta facendo i conti con una crisi che si ripete ormai da anni: incendi sempre più frequenti e una grave scarsità d’acqua hanno riportato il livello del Po ai minimi, rendendo ancora più evidente l’emergenza idrica in corso. Una situazione che ha spinto nuovamente il presidente della Regione Piemonte a chiedere lo stato di emergenza. «Quando smetteremo di rincorrere le emergenze e inizieremo ad agire prima che accadano?», è la domanda lanciata provocatoriamente dal movimento. «Quello che stiamo vivendo oggi è la diretta conseguenza delle scelte politiche degli ultimi trent’anni. Nonostante la comunità scientifica avverta fin dagli anni Novanta dei rischi di un collasso climatico, i governi che si sono succeduti e le grandi multinazionali del petrolio hanno continuato a puntare su un’economia fondata sull’estrazione e il consumo di combustibili fossili, rallentando ogni reale percorso di transizione» commenta ancora Extinction Rebellion. «Questa scelta ci ha portato sull’orlo del baratro. E i governi di oggi, invece di provare a invertire la rotta, stanno premendo il piede sull’acceleratore verso il precipizio, condannando intere comunità a pagare il prezzo di una crisi che non hanno causato». In tutto il mondo, sia a livello istituzionale che aziendale, le politiche di riduzione delle emissioni provocate dalla combustione di gas, petrolio e carbone vengono indebolite o cancellate. Come riporta il sito “We don’t have time“, in 12 mesi, dal luglio 2025 a luglio 2026, sono state ritirate o indebolite ben 45 linee guida o leggi, in 15 paesi. In Europa sono state indebolite alcune misure bandiera del “Green New Deal, per la pressione esercitata da alcuni governi, tra cui quello italiano. La Commissione, il 17 luglio, proprio durante la terribile ondata di calore che attanagliava l’Europa,  ha proposto di alleggerire gli obblighi per l’industria e le aziende energetiche riguardo alle emissioni di carbonio in seguito alle pressioni dell’industria, tra cui Confindustria, del Partito Popolare europeo e dei governi di Polonia e Italia. Sempre su pressione del governo italiano, affiancato da quello tedesco e dall’industria dell’auto, la Commissione ha stralciato il divieto di produrre auto con motore a combustione interna dal 2035. Anche il Regolamento sulla Deforestazione, pensato per ridurre le emissioni e l’impatto sulla biodiversità, è stato ulteriormente ritardato, rinviando l’obbligo di garantire che i prodotti venduti o esportati dall’Unione Europea non siano responsabili della deforestazione. “L’attuale governo italiano e chi governa la Regione Piemonte ha delle enormi responsabilità nello smantellamento delle norme di contrasto alla crisi ecoclimatica, una scelta politica che ha costi umani ed economici” –  sottolinea Extinction Rebellion – “Le persone morte a causa del caldo estremo di questa estate, in Italia, vengono stimate in oltre un migliaio. E sono ingenti i danno alle colture di cereali e all’ortofrutta.La crisi climatica non è un costo futuro, sta colpendo ora gli agricoltori, i lavoratori, le aziende, le famiglie. Chi pagherà questi danni?” chiede Extinction Rebellion. Extinction Rebellion
August 2, 2026
Pressenza
Strage di Bologna: le sentenze sulla matrice neofascista e le ombre della strategia della tensione
A quarantasei anni dal 2 agosto 1980, il fischio del treno che alle 10:25 rompe il silenzio del piazzale della Stazione di Bologna non richiama soltanto il ricordo delle 85 vittime e dei circa 200 feriti. Ricorda anche una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica, sulla quale la giustizia ha accertato molte responsabilità, mentre il dibattito storico continua a interrogarsi sul contesto che rese possibile quella strage. Ancora oggi una parte del confronto pubblico si concentra sulle difficoltà di alcuni esponenti politici nel pronunciare la parola “neofascismo”. Eppure le sentenze definitive raccontano una storia molto più ampia. La bomba del 2 agosto fu il frutto dell’azione dell’eversione neofascista, accompagnata da una rete di finanziamenti, coperture e depistaggi che coinvolse esponenti della loggia massonica P2 e appartenenti a settori deviati degli apparati dello Stato. Su questo punto non esistono più margini di ambiguità. La Corte d’Assise d’Appello di Bologna, nel 1994, e la Corte di Cassazione, con la sentenza del 23 novembre 1995, hanno definitivamente attribuito l’esecuzione materiale della strage ai militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). Per l’attentato sono stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Negli anni successivi sono arrivate anche le condanne definitive dell’ex NAR Gilberto Cavallini e dell’ex esponente di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, al termine del processo sui mandanti. Per questo motivo parlare di matrice neofascista non significa esprimere un’opinione politica, ma richiamare una verità ormai accertata dalla magistratura. Le indagini sviluppate negli ultimi decenni hanno consentito di ricostruire anche il sistema di finanziamenti e protezioni che accompagnò la preparazione della strage. Le sentenze del processo Bellini, confermate definitivamente dalla Corte di Cassazione, hanno ricostruito il ruolo di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi come mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, pur trattandosi di persone decedute prima della celebrazione del processo e quindi non giudicabili. Uno degli elementi più importanti dell’inchiesta è il cosiddetto “Documento Bologna”, conosciuto anche come “Orologio”, sequestrato a Gelli nel 1982. Le consulenze disposte dall’autorità giudiziaria hanno ricostruito movimenti finanziari per circa cinque milioni di dollari transitati, tra il febbraio e l’agosto del 1980, da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani. Secondo le motivazioni della sentenza, quei fondi furono utilizzati per sostenere l’eversione nera e finanziare le attività di copertura e depistaggio collegate alla strage. Le sentenze hanno accertato anche una sistematica attività di depistaggio, sviluppatasi in fasi diverse nel corso degli anni. Per i depistaggi compiuti all’indomani della strage sono stati condannati in via definitiva Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte. Il più recente processo Bellini ha inoltre portato alle condanne definitive dell’ufficiale dei Carabinieri Piergiorgio Segatel, a sei anni di reclusione per depistaggio, e dell’ex amministratore Domenico Catracchia, a quattro anni per false informazioni rese al pubblico ministero. Tra gli episodi più noti vi è il falso ritrovamento, nel gennaio 1981, di una valigia sul treno Taranto-Milano contenente esplosivo, armi e documenti predisposti per orientare le indagini verso una inesistente pista internazionale. È un elemento che mostra come, dopo la strage, qualcuno lavorò attivamente per allontanare gli investigatori dalla ricerca della verità. Le sentenze hanno stabilito chi ha organizzato, finanziato ed eseguito la strage. Comprendere il contesto nel quale tutto questo maturò è invece il compito della ricerca storica e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta. Numerosi studi, insieme alle relazioni della Commissione parlamentare sulle Stragi e della Commissione parlamentare sulla P2, collocano infatti l’attentato di Bologna all’interno della strategia della tensione che attraversò l’Italia negli anni della Guerra Fredda. Secondo queste ricostruzioni, il terrorismo neofascista rappresentò uno degli strumenti utilizzati per condizionare la vita politica italiana in una fase in cui il Partito Comunista Italiano era la più forte forza comunista dell’Europa occidentale. Nello stesso quadro, diverse analisi storiche e parlamentari hanno evidenziato possibili convergenze tra settori dell’intelligence occidentale, strutture clandestine come la rete Stay Behind (Gladio) e apparati italiani impegnati nella cosiddetta “guerra non ortodossa”. Si tratta di ricostruzioni che hanno alimentato un ampio dibattito storiografico e politico e che trovano riscontro nelle relazioni parlamentari, ma che non costituiscono un accertamento giudiziario definitivo di una responsabilità diretta della NATO o delle intelligence alleate nella strage di Bologna. In questa prospettiva, una parte significativa della storiografia interpreta la strategia della tensione come uno strumento volto a preservare gli equilibri politici dell’Italia nel blocco occidentale e a contenere l’avanzata delle sinistre. Anche la relazione conclusiva della Commissione Stragi presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino descrive il terrorismo nero come parte di una più ampia guerra politica clandestina finalizzata a influenzare gli equilibri democratici del Paese. A quarantasei anni dalla strage, una cosa non dovrebbe più essere oggetto di discussione: la matrice neofascista è una verità accertata dalle sentenze della magistratura. Allo stesso tempo, fermarsi ai nomi degli esecutori materiali significa cogliere soltanto una parte del quadro. Le decisioni dei giudici hanno ricostruito anche il ruolo della P2, dei finanziamenti e dei depistaggi. La ricerca storica e le Commissioni parlamentari hanno poi cercato di spiegare il contesto politico e internazionale nel quale quei fatti si inserirono. Sono due piani diversi, ma non incompatibili. Il primo individua le responsabilità penali; il secondo aiuta a comprendere il clima politico e strategico dell’epoca. È dall’incrocio tra sentenze, documenti e ricerca storica che emerge il quadro di uno dei capitoli più oscuri della storia della Repubblica italiana. Giovanni Barbera
August 2, 2026
Pressenza
Ceuta, quando si tradisce persino una tragedia: peggio di Cutro
La destra europea, quella italiana in testa, sta usando la tragedia di Ceuta per attaccare la Spagna e sospendere Schengen. Ma è solo meschinità fatta propaganda. Gli ingredienti: 1. Ignoranza. Ceuta è in Nord Africa e da lì, per entrare in Europa servono visti e controlli di frontiera. Sospendere Schengen è come chiudere una porta già sprangata: non serve. 2. Mistificazione. La Spagna è dipinta come un “porto di mare” (dunque per antonomasia e natura un luogo aperto). Ed invece di ingressi irregolari nel 2025 l’Italia ne ha registrati quasi il doppio della Spagna. Meloni e soci, “quasi amici”, sono smentiti dai dati. Italiani 3. Ancora ignoranza, ma con un pizzico di mistificazione. La Spagna ha concesso permessi di soggiorno e lavoro a chi era già sul suolo spagnolo da mesi e senza precedenti penali. Una misura contro lo sfruttamento e contro l’evasione contributiva, non un incentivo all’arrivo, e soprattutto permessi, non cittadinanza. E c’è un po’ di differenza. La strumentalizzazione della tragedia dimostra quanto sia pericolosamente facile per chi non ha limiti etici o morali, sfruttare la pelle degli ultimi per instillare falsità e paura nella gente, per vincere, pur senza convincere, in premio un consenso elettorale drogato sul quale poi, magari applicare un premio di “stabilità” abnorme. Almeno la strage di Cutro è una vergogna. Gregorio De Falco
August 2, 2026
Pressenza
INTERPORTO DI BOLOGNA: VIOLENZA DI ISCRITTI FIT-CISL E GRAVE DISTORSIONE DEI FATTI NEL MAGAZZINO ONE EXPRESS
Il SI Cobas esprime profondo sdegno per la ricostruzione falsa e distorta diffusa dalla FIT-CISL sui gravi fatti avvenuti nella notte del 29 luglio 2026 presso il magazzino One Express dell’Interporto di Bologna. Questa versione capovolge quanto accaduto, trasformando i lavoratori aggrediti in aggressori e nascondendo le responsabilità dei propri iscritti. Nel magazzino lavorano 140 persone: circa 100 sono iscritte al SI Cobas, una quindicina ha aderito recentemente alla FIT-CISL ed è inoltre presente una rappresentanza della FILT-CGIL. Il SI Cobas rappresenta quindi da anni la grande maggioranza dei lavoratori del sito, mentre la presenza della FIT-CISL è recente e largamente minoritaria. I fatti sono iniziati all’interno del magazzino, quando un iscritto alla FIT-CISL ha volontariamente urtato con un trans-pallet il muletto condotto da un lavoratore del SI Cobas. Sono seguiti insulti, provocazioni e gravi minacce contro i nostri iscritti. Nonostante i ripetuti tentativi del responsabile del magazzino e dei delegati SI Cobas di riportare la calma, alcuni iscritti alla FIT-CISL hanno volutamente lasciato il posto di lavoro, incitando altri a seguirli all’esterno. Fuori dal magazzino, un lavoratore del SI Cobas è stato circondato e aggredito. Durante l’aggressione gli iscritti FIT-CISL hanno utilizzato una sedia metallica, una spranga di ferro e un cutter. Diversi nostri iscritti sono stati colpiti e feriti, di cui 7 hanno riportato lesioni alla testa, alle braccia, alla spalla, alla schiena, alla caviglia e al ginocchio, oltre a ferite da taglio. La situazione è terminata soltanto grazie all’intervento del delegato sindacale e di numerosi lavoratori del SI Cobas oltre che del responsabile del magazzino, che hanno separato le persone coinvolte e impedito conseguenze ancora più gravi. Sul posto sono poi intervenuti i Carabinieri e il personale sanitario. S.I. COBAS NAZIONALE. L'articolo INTERPORTO DI BOLOGNA: VIOLENZA DI ISCRITTI FIT-CISL E GRAVE DISTORSIONE DEI FATTI NEL MAGAZZINO ONE EXPRESS proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Violenza di classe:  Val di Susa e altro…
COME SEMPRE OSPITIAMO VOLENTIERI L’ANALISI DEL CIP TAGARELLI PRENDENDO SPUNTO DA QUANTO AVVENUTO IN VAL SUSA SULLA COSEDDETTA  “VIOLENZA” DEI MANIFESTANTI ESAMINA QUELLA CHE E’ INVECE LA VIOLENZA DI STATO FATTA PASSARE DAI MEDIA  ASSERVITI AL SISTEMA COME LEGITTIMA. AGGIUNGIAMO UN DATO STATISTICO : I  PROFITTI DEI  DIECI MILIARDARI  PIU’ RICCHI POTREBBERO METTERE FINE ALLA FAME NEL  MONDO MA OVVIAMENTE AI GOVERNI E AI PADRONI NON GLI FREGA NIENTE PERCHE’ QUESTO E’ IL CAPITALISMO. BUONA LETTURA. S.I. COBAS NAZIONALE Ripartito (per l’ennesima volta…) sui media lo scandalo sulla “violenza” di chi, da trent’anni, protesta contro un’opera inutile, gravemente dannosa agli umani e al territorio… la TAV della Val di Susa. Progetto: partito 25 anni fa…. ma non era un’opera “strategica”?… il cui costo è arrivato a 14,7 miliardi, il 23% in più di quanto allora calcolato, che non serve a nulla e il passaggio degli anni lo dimostra. Democraticamente (questa volta senza virgolette) gli abitanti della valle, sostenuti da ambientalisti, ingegneri, professori di università lo dicevano già allora. Ma non sono stati mai ascoltati dai “democratici di professione” — leggi tutti i partiti, sia di destra che di finta sinistra finalmente uniti: il bla bla bla sulla “violenza” li accomuna tutti. Perché la violenza, quando è di classe e di Stato, a quanto pare non è tale se colpisce lavoratori e cittadini stanchi di essere calpestati. Avete mai visto una simile “unità” quando: . ci sono  1.500 morti di lavoro ogni anno, vittime del profitto, l’ultimo dei quali ma solo in ordine di tempo aveva 18 anni;. . ci sono 6 milioni di persone che rinunciano a  curarsi perché non hanno i soldi; . ci sono settantenni che cadono dalle impalcature perché la loro pensione non basta per sopravvivere; . la polizia sgombera con caschi e manganelli  i picchetti degli operai stanchi di farsi sfruttare per pochi euro al giorno e uccide impunemente chi “disturba” come a Bologna; . si licenziano in tronco sindacalisti che denunciano i pericoli (di vita) per i pazienti affidati – come al San Raffaele di Milano con Margherita Napoletano – al personale di finte cooperative(che costa molto meno)  non in grado nemmeno di leggere le prescrizioni dei medici; . si investono miliardi ” nelle armi perché “dobbiamo difenderci”… non si sa da chi; . si osserva, senza muovere un dito, l’orrendo genocidio che i nazi-sionisti israeliani compiono in Palestina (più di 73.000 morti di cui 20.000 bambini) continuando a fornirgli armi e finanziamenti… e dobbiamo anche ascoltare un cretino che alla TV di stato parla della pulizia etnica in Cisgiordania definendo i coloni assassini “escursionisti”- che nel corso della loro “passeggiata” hanno incendiato case, moschee ecc. – . quando persino i vertici militari dell’IDF (l’esercito israeliano) chiedono al governo genocida Netanyahu di “fermare la violenza dei coloni” (e lo scrivono i  giornali israeliani);. e, per non farla troppo lunga, si decide di mettere in galera i ragazzi “che delinquono” anche se hanno 14 anni. Non una parola sulle leggi, leggine, ecc. (approvati negli anni, per la gioia dei padroni, da governi di destra, di centro, di finta sinistra) hanno tolto loro la possibilità di avere un lavoro, un  futuro, una famiglia, in una parola una vita dignitosa… mentre i ricchi non sono mai stati così ricchi e in parlamento, pagati lautamente con i soldi delle nostre tasse, siedono ladri e mafiosi. Conclusione: quando si difendono il profitto e gli interessi dei capitalisti e dei loro servi – l’enorme minoranza – si dice  “sicurezza”; quando gli sfruttati e gli oppressi – l’enorme maggioranza – difendono i loro si dice “violenza”. Mai come oggi è chiaro che il capitalismo sta portando l’umanità intera verso il baratro. Mai come oggi è necessaria l’unità e l’organizzazione del proletariato per rovesciarlo. Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” 28.7.2026 L'articolo Violenza di classe:  Val di Susa e altro… proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
In Italia il business della sanità privata ha raggiunto i 13,4 miliardi l’anno
La sanità privata italiana continua a rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema delle cure, spinta dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescente domanda di assistenza e dal costante arretramento del servizio sanitario nazionale. Lo ha dimostrato plasticamente l’ultimo report condotto da Area Studi Mediobanca, in cui si evidenzia come i 38 principali gruppi con giro d’affari superiore ai 100 milioni abbiano registrato nel solo 2024 ricavi aggregati per 13,4 miliardi di euro. La crescita è del 5,5% rispetto al 2023 e del 22% rispetto al 2019, anno precedente all’inizio della pandemia. Nel 2024, inoltre, il comparto ha superato la quota dei 102 mila addetti, con una crescita del 17,5% rispetto al 2019, Nel 2024, inoltre, il comparto ha superato la quota dei 102 mila addetti, con una crescita del 17,5% rispetto al 2019, in un contesto in cui aumenta anche la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie. L’analisi dei bilanci dei principali operatori privati evidenzia come la spinta maggiore sia fornita dalle strutture per anziani, per le quali si prevede nel 2025 una crescita del fatturato del 7,9%, il dato più elevato tra tutti i segmenti monitorati. Seguono l’assistenza ospedaliera (+3,9%), la diagnostica (+2,8%) e la riabilitazione (+2,6%). Nel confronto con il 2019, le RSA registrano un balzo del 25,9%, favorite dall’aumento del tasso di occupazione dei posti letto e dalla continua apertura di nuove strutture. La diagnostica cresce del 22,9% nonostante le contrazioni del biennio 2022-2023 legate al calo di tamponi e test sierologici, mentre l’area ospedaliera si attesta a +22,8% e la riabilitazione ferma al +10,1%. Tra i maggiori gruppi per fatturato spiccano Papiniano (holding del Gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) con 2,16 miliardi, Humanitas (1,26 miliardi), GVM-Gruppo Villa Maria (968 milioni), Policlinico Universitario A. Gemelli (946 milioni) e KOS (799 milioni). A fare da sfondo a questa espansione è il progressivo invecchiamento della popolazione, che alimenta costantemente la domanda di servizi sanitari. Gli ultrasessantacinquenni rappresentano già il 24,5% della popolazione residente, quota destinata a salire al 34,1% entro il 2062. Le stime per il periodo 2026-2029 indicano una stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica intorno al 6,4% del Pil, mentre l’Italia continua a destinare alla sanità pubblica una quota del Pil inferiore rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. A incidere sulla crescita del privato contribuiscono anche le difficoltà di accesso alle cure pubbliche: nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a prestazioni sanitarie per le liste d’attesa o per motivi economici. Secondo il monitoraggio Agenas, nel primo semestre del 2026 si registrano i primi segnali di miglioramento, con oltre 1,6 milioni di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati entro i tempi previsti in più rispetto allo stesso periodo del 2025, pur con forti differenze territoriali. La crescita del comparto privato si inserisce in un quadro più ampio di progressivo aumento della spesa sanitaria a carico dei nuclei familiari. Lo scorso gennaio, un report del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA) ha evidenziato come, nell’arco di quarant’anni, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane sia più che raddoppiata, attestandosi a una cifra pari a 43 miliardi di euro. Nel rapporto si evidenzia che oltre il 70% dei nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19 punti percentuali dagli anni Ottanta. Le conseguenze di questa deriva sono pesantissime in termini di equità. L’incidenza della spesa sanitaria sui consumi familiari ha raggiunto in media il 4.3% del reddito, toccando però il 6.8% tra i nuclei con bassa istruzione. Le disparità sono anche geografiche: al Centro e nel Mezzogiorno la spesa privata è cresciuta molto più del reddito disponibile, indicando che il ricorso al privato è una risposta forzata alle carenze del servizio pubblico, non una scelta dettata da maggiore benessere. Un segnale chiaro è che le famiglie residenti nel Mezzogiorno acquistano più frequentemente farmaci (81,0% delle famiglie) e visite specialistiche con finalità preventiva (24,2%), presumibilmente per aggirare barriere di accesso al pubblico. A rendere ancor più critica la situazione è l’aumento delle spese “catastrofiche”, quelle che assorbono oltre il 40% della capacità di spesa mensile di un nucleo. Oggi riguardano 2,3 milioni di famiglie, con un incremento del 2,1% nell’ultimo decennio. The post In Italia il business della sanità privata ha raggiunto i 13,4 miliardi l’anno appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 2, 2026
L'INDIPENDENTE
PIETRO LIBERO
Mentre tuttx lx compagnx arrestate nell’ambito dell’operazione anti-anarchica del 16 giugno scorso sono state scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione per Pietro! Il compagno è stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, […]
August 2, 2026
LABORATORIO SCORIE
UK: cancellato festival a sostegno di Rifugi di Animali a seguito della denuncia presentata dall’Associazione Avvocati Britannici per Israele.
L’’Associazione degli Scout, proprietaria del luogo dove doveva svolgersi il festival ,  ha annullato il Great Vegan Gathering a seguito di un reclamo presentato all’UKLFI. Fonte Imran Mulla – 30 luglio 2026 Un festival vegano che mirava a raccogliere fondi per gli animali salvati è stato cancellato in seguito a una denuncia presentata dal controverso … Leggi tutto "UK: cancellato festival a sostegno di Rifugi di Animali a seguito della denuncia presentata dall’Associazione Avvocati Britannici per Israele." L'articolo UK: cancellato festival a sostegno di Rifugi di Animali a seguito della denuncia presentata dall’Associazione Avvocati Britannici per Israele. proviene da Invictapalestina.
August 2, 2026
Invictapalestina
È qui che bisogna stare
QUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…” -------------------------------------------------------------------------------- 25 luglio. Roma, Calais e Gaza Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del ’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini, ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no. Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri, Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- 26 luglio. Il deposito di legna Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi, tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia già a costruire qualcosa insieme. Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario. Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer, “l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori di frontiera”. Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo, resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco. -------------------------------------------------------------------------------- 27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le braccia. Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono, ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini – che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi, per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme valgono più della somma delle parti. Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme, globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo. Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno, qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni: perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami. Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città, insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la sola risposta che so dare. -------------------------------------------------------------------------------- 30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project — CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia, segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”. Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è, se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove. La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita, con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto. Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà — l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova, francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove non esistono incroci. Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa. Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza, senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile, mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di questo sono sicuro. -------------------------------------------------------------------------------- 1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina, la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra. Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel 2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9 alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo, nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni, costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune. Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme. Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile, anche il nostro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.
August 2, 2026
Comune-info
Il punto di svolta: che cosa accade al sistema meteo-climatico euro mediterraneo
Le onde atmosferiche planetarie che portano il nome del meteorologo svedese Carl Rossby, trasportano aria calda verso i poli e aria fredda verso l’equatore, riducendo le differenze termiche globali e redistribuendo l’energia termica accumulata con l’irraggiamento solare. Senza di esse il “clima globale” sarebbe più statico ed estremo, con poli perennemente gelidi e tropici roventi. Le onde di Rossby influenzando dunque l’alternanza tra caldo e freddo, fra periodi piovosi e fasi più secche e sono fondamentali per l’equilibrio climatico del pianeta. Queste onde caratterizzano la corrente a getto polare (Jet Stream), quel potente flusso d’aria collocato tra i 7 e i 16 km di altitudine, che circonda il pianeta tra i 30° e i 60° di latitudine e che come un gigantesco fiume aereo forma ampie curve che si spostano dal Nord America verso l’Europa e l’Asia. Inizialmente le onde si muovono senza oscillazioni significative ma quando incontrano discontinuità sulla superficie terrestre come alternanze tra oceani e continenti, oppure semplici fluttuazioni atmosferiche, si innescano le prime oscillazioni che poi si propagano intorno al pianeta formando un treno di onde. Man mano che l’ampiezza delle onde cresce avviene il distacco di masse d’aria fredda verso sud, intensificando cicloni e anticicloni. Tuttavia si tratta di un processo temporaneo, auto limitante, poiché quando si riducono le differenze termiche, le onde si indeboliscono e si estinguono riportando il getto a uno stato più lineare. Negli ultimi decenni, a causa dell’aumento della temperatura globale causato dalle attività umane, queste naturali oscillazioni- in termini di latitudine e inclinazione- si sono progressivamente ridotte favorendo condizioni meteorologiche estreme come gravi siccità, sviluppo di Medicane (uragani mediterranei), piogge alluvionali, ondate di freddo e al contrario ondate di calore africano con l’ormai noto blocco ad Ω. Poichè a garantire l’equilibrio delle dinamiche atmosferiche sull’Europa è proprio la variabilità del Jet Stream, la riduzione delle oscillazioni delle onde di Roosby è dunque in grado di provocare impatti severi sui climi del continente. A modificare questa variabilità e quindi l’equilibrio climatico, interviene anche il riscaldamento dei mari (in particolare quello del Mediterraneo), poichè l’acqua più calda altera lo scambio di calore verticale e orizzontale, smorzando la differenza di temperatura che alimenta la forza del flusso d’aria in quota. La riduzione del gradiente termico produce inoltre un feedback climatico perché durante le ondate di calore le superfici marine e terrestri interagiscono in un ciclo di rinforzo reciproco. Assodato che il riscaldamento globale interviene su queste dinamiche, gli studi più recenti suggeriscono che il sistema climatico Euro- Mediterraneo potrebbe essere più sensibile a queste variazioni di quanto finora indicato dai modelli matematici utilizzati per le previsioni. ” Il segnale di cambiamento nelle osservazioni è infatti circa quattro volte più intenso rispetto a quello simulato e mostra come i modelli sottostimano la risposta dell’atmosfera ai gas serra”*, tanto da indurre a ritenere che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio punto di svolta, ovvero una situazione in cui la modificazione del Jet Stream e delle onde di Roosby non rappresenta un fatto temporaneo ma una nuova condizione destinata a durare nel tempo almeno fino a quando non sarà diminuita la concentrazione dei gas serra in atmosfera. Una condizione che favorisce mutazioni su ampia scala con danni agli ecosistemi, alle persone, alle infrastrutture, alla logistica, alle produzioni agricole e industriali, e che in termini economici, nei prossimi 20 anni, sarà in grado di provocare ingenti perdite del PIL e una forte riduzione del reddito medio. E tutto ciò al netto dell’attività di El Niño e de La Niña e delle alterazioni dell’ AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), il grande sistema di correnti dell’Oceano Atlantico che regola il clima della Terra. * Nature Communications Earth & Environment 2026 Max Strata
August 2, 2026
Pressenza

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