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Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta
PRENDE CORPO LA TEORIA DI UNA RISSA DEGENERATA IN UN LINCIAGGIO DOPO UNA PROVOCAZIONE DELLE FEMONATIONALISTE. SOTTO ACCUSA LFI Yannis Angles e Marie Turcan su Mediapart Ventiquattro ore dopo l’annuncio della morte dell’attivista identitario Quentin Deranque a Lione, le circostanze delle violenze che hanno preceduto il suo decesso devono ancora essere chiarite nella loro interezza. La procura di Lione ha tuttavia comunicato domenica 15 febbraio, in un breve comunicato, che «l’indagine si sta ora concentrando sull’identificazione dei diretti responsabili delle violenze correzionali e criminali». «La polizia ha raccolto diverse testimonianze significative», ha aggiunto il procuratore, che terrà una conferenza stampa lunedì 16 febbraio alle 15:00. La procura si è mostrata molto cauta dall’apertura dell’indagine per «violenza aggravata», giovedì 12 febbraio, la sera stessa del ricovero in ospedale del giovane di 23 anni in gravi condizioni. I suoi familiari parlavano già allora di «morte cerebrale». L’indagine è stata poi estesa ai «colpi mortali». La morte di questo attivista di estrema destra ha provocato un forte shock politico, amplificato dopo che TF1 ha diffuso, sabato 14 febbraio, un video raccapricciante in cui si vede una quindicina di persone pestare tre individui, uno dei quali potrebbe essere la vittima. Mediapart ha potuto tracciare una parte dei fatti di quel giovedì pomeriggio, che accredita la teoria di una rissa tra antifascisti e attivisti di estrema destra, che è degenerata in un linciaggio. IL VIOLENTO SCONTRO Quel giorno, un gruppo di attiviste fémonationalistes, femministe nazionaliste di Nemesis si è recato davanti alla sede di Sciences Po Lyon per srotolare uno striscione e protestare contro l’incontro con la deputata europea Rima Hassan (LFI). Nemesis ha ammesso di aver chiesto ad alcuni “amici” di venire a “sorvegliare da lontano” la loro azione, in modo “volontario”. Questi amici sono in realtà un gruppo di attivisti identitari provenienti da vari gruppi di estrema destra. Quentin Deranque ha fatto parte dell’Action française e fa parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin. Vestiti di scuro e muniti di passamontagna o sciarpe nere, gli attivisti si sono dati appuntamento a 400 metri dall’Istituto di studi politici (IEP) di Lione, alla fine di un lungo tunnel ferroviario, nel 7° arrondissement. Alla fine, la decina di identitari non ha mai raggiunto l’IEP, né ha incrociato le militanti di Némésis. Verso le 18, infatti, si sono imbattuti in un gruppo di persone che arrivava nella loro direzione e è scoppiata una prima rissa. Uno di questi giovani, che si presenta come «uno studente impegnato a sinistra», spiega a Mediapart che il suo gruppo, composto da membri del movimento antifascista, aveva programmato di andare ad ascoltare la conferenza di Rima Hassan. Al loro arrivo – prima ancora che avesse luogo l’happening di Nemesis – sarebbe stato loro negato l’ingresso dalle guardie di sicurezza di Sciences Po. «Abbiamo saputo che non era possibile entrare, perché non ci eravamo registrati per seguire la conferenza», ha detto. Conferma poi che il suo gruppo ha attraversato il tunnel ferroviario e si è imbattuto nei militanti identitari che gli sarebbero «saltati addosso». «C’era molta confusione. Ci hanno lanciato una torcia o un fumogeno che è finito direttamente in faccia a uno di noi». Anche una commerciante intervistata sul posto da Mediapart ricorda un fumogeno che è atterrato «davanti alla sua porta a vetri», senza però poter dire chi lo abbia lanciato. Conferma inoltre di aver visto almeno «una ventina di uomini» «scagliarsi l’uno contro l’altro». Un breve video ottenuto da Mediapart mostra infatti uno scontro violento tra le due parti. In un comunicato, l’avvocato della famiglia di Quentin Deranque ha denunciato esattamente il contrario, ovvero un «agguato, metodicamente preparato [che] sembrerebbe essere stato teso a Quentin da individui organizzati e addestrati, in netta superiorità numerica e armati». Lo stesso ha affermato un militante identitario presente sul posto al sito di estrema destra Frontières: «Ci avevano individuati e ci hanno attaccati di sorpresa passando da una strada dove erano nascosti prima». Lo studente di sinistra afferma di essere fuggito non appena ne ha avuto la possibilità e di non essere in grado di confermare se Quentin Deranque sia stato poi inseguito o se lo scontro sia proseguito in una strada adiacente. Quel che è certo è che molti degli uomini che si sono scontrati all’incrocio compaiono nel video del linciaggio diffuso da TF1 sabato sera. Ripreso da un abitante nella strada perpendicolare al tunnel ferroviario, mostra una quindicina di individui vestiti di nero o di chiaro, perdipiù incappucciati, mentre menano tre individui a gruppi di quattro o cinque. Almeno due delle vittime vengono colpite con calci alla testa. LA QUESTIONE DEL RUOLO D’UN COLLABORATORE PARLAMENTARE DI LFI Dopo la rissa di venerdì, il collettivo di estrema destra Némésis accusa i militanti antifascisti della Jeune Garde di essere responsabili dei colpi contro Quentin Deranque. Questa organizzazione antifascista è stata sciolta dal consiglio dei ministri lo scorso 12 giugno contemporaneamente al gruppo di estrema destra Lyon populaire, dopo un’offensiva del ministero dell’Interno, Bruno Retailleau. Il gruppo, successivamente, ha depositato un ricorso in sede di procedimento sommario al Consiglio di Stato per contestare la messa al bando. La Jeune Garde è stata cofondata da Raphaël Arnault, deputato eletto nel luglio 2024 sotto la bandiera di La France insoumise. Uno dei suoi collaboratori, Jacques-Élie Favrot, è stato accusato da diversi militanti identitari a partire da giovedì, i quali affermano di averlo riconosciuto durante uno degli scontri. Secondo testimonianze concordanti, provenienti in particolare dall’ambiente antifascista, l’assistente parlamentare insoumis era effettivamente presente sul posto. Mediapart non è tuttavia in grado di indicare se abbia preso parte ad atti violenti. Contattato, il suo avvocato Bertrand Sayn ha dichiarato per telefono di non voler rispondere alle richieste di Mediapart, precisando che il suo cliente non desiderava «né confermare né smentire la sua presenza sul posto», ma che «si mette a disposizione della giustizia se questa desidera ascoltarlo». In un comunicato diffuso in seguito, l’avvocato ha precisato: «Sulla stampa e sui social network, Jacques-Élie Favrot è accusato di aver causato la morte di Quentin D. Egli nega formalmente di essere responsabile di questo dramma». Ha indicato che il suo cliente «si dimette dalle sue funzioni di assistente parlamentare per la durata delle indagini». Il deputato Raphaël Arnault non ha risposto alle nostre numerose richieste. In un comunicato diffuso domenica sera, il collettivo della Jeune Garde ha dichiarato che l’organizzazione aveva «sospeso tutte le sue attività in attesa della decisione del Consiglio di Stato» e che «non poteva essere ritenuta responsabile dei tragici eventi» accaduti a Lione. E LA POLIZIA? Come si spiega che questi scontri violenti, seguiti dal linciaggio, abbiano potuto verificarsi a poche centinaia di metri da una conferenza organizzata, in un clima politico teso, da una personalità politica molto spesso presa di mira dall’estrema destra? Secondo le nostre informazioni, i servizi segreti territoriali erano stati avvertiti da diversi giorni del progetto di manifestazione delle fémonationalistes Nemesis davanti all’IEP. Tuttavia, nessuna presenza visibile della polizia è stata dispiegata nei dintorni dell’edificio, nemmeno a scopo deterrente. Solo quando alcuni studenti dell’IEP di Lione hanno iniziato a respingere il gruppo di militanti di estrema destra – uno dei quali è stato violentato a terra con un colpo a sorpresa ed è finito in ospedale – sono state chiamate e sono arrivate le forze dell’ordine. I furgoni sono stati poi parcheggiati in una strada adiacente all’istituto, ma dall’altra parte del tunnel dove si svolgevano gli scontri più violenti. La direttrice dell’istituto non ha voluto rispondere alle nostre domande. In un comunicato, Sciences Po Lyon ha presentato “le sue condoglianze alla famiglia e ai cari di Quentin Deranque” e ha ricordato che “contrariamente a quanto affermato in alcuni messaggi sui social network o sulla stampa, l’istituto ha fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza delle persone e dei beni durante la visita di Rima Hassan”. “I vari servizi dello Stato sono stati informati in anticipo della tenuta di questa conferenza e di ciascun avanzamento della sua preparazione. Degli agenti della sicurezza e la direzione dell’istituto le hanno presentate per prevenire che degenerasse», ha precisato l’istituto. Interpellata, la prefettura di Auvergne-Rhône-Alpes non ha dato seguito alle richieste, né il ministero degli Interni. Il ministro Laurent Nuñez ha inoltre dichiarato di aver «inviato nel tardo pomeriggio un telegramma ai prefetti invitandoli a rafforzare la vigilanza intorno ai raduni di natura politica e alle sedi delle campagne elettorali, al fine di evitare qualsiasi turbativa dell’ordine pubblico e garantire la sicurezza delle persone e dei beni». OMAGGIO DELL’ESTREMA DESTRA A PARIGI, GIORNALISTA DI MEDIAPART AGGREDITO (YOUMNI KEZZOUF) Diverse centinaia di persone hanno sfidato la pioggia domenica 15 febbraio per partecipare al raduno organizzato in omaggio a Quentin Deranque, militante neofascista ucciso a Lione. Numerosi militanti del movimento, di tutte le generazioni, si sono riuniti in Place de la Sorbonne, a Parigi, insieme a esponenti politici dell’estrema destra con le loro fasce di eletti. Deputati e eurodeputati del Rassemblement national (RN), di Reconquête e dell’Union des droites pour la République (UDR) hanno così affiancato numerosi militanti di gruppuscoli radicali venuti a rendere omaggio alla memoria del giovane e a prendere di mira La France insoumise (LFI). «Le mani che hanno ucciso Quentin sono le piccole mani di Jean-Luc Mélenchon», ha accusato al microfono l’eurodeputato RN Pierre-Romain Thionnet, mentre Hilaire Bouyé, responsabile della sezione giovanile di Reconquête, ha invitato gli eletti a «non sedere più all’Assemblea finché Raphaël Arnault non si sarà dimesso», suscitando gli applausi della folla, che ha scandito «Arnault, assassino» e «LFI assassina». «Faccio un giuramento: noi proseguiremo, nelle urne, nei tribunali, nelle piazze», ha rilanciato Stanislas Tyl, portavoce del gruppo identitario Les Natifs, che ha organizzato il raduno. Un uomo, che si è presentato come «un amico di Quentin» ha preso a sua volta la parola per dire che «ogni militante patriota, nazionalista e identitario è un eroe. Quentin, tu eri un eroe, ora sei un martire». Al termine dell’omaggio, Mediapart ha cercato di intervistare i rappresentanti politici presenti, ma ha ricevuto un rifiuto da parte dei militanti incaricati del servizio d’ordine dell’organizzazione. Un partecipante alla commemorazione ci ha aggredito fisicamente alle spalle, mentre altri due sono stati incaricati dal responsabile dell’ordine di seguirci per impedirci di lavorare e cercare di intimidirci. «Conosciamo questo giornalista, non è qui per le giuste ragioni», ha giustificato uno di loro.   The post Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Lione, morte di un militante di estrema destra: le indagini e le domande senza risposta sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 16, 2026
Popoff Quotidiano
Cisgiordania, l’arcipelago della segregazione
ISRAELE AVVIA L’ANNESSIONE DELLA CISGIORDANIA. FINE DELLA FINZIONE DEI “DUE POPOLI, DUE STATI” Nel silenzio della stampa, domenica 15 febbraio il governo di Israele ha approvato la riattivazione della registrazione delle terre nella Cisgiordania occupata, per la prima volta dal 1967. Vaste porzioni dell’Area C, circa il 60% del territorio cisgiordano, verranno classificate come “proprietà dello Stato”. Non è una legge votata dalla Knesset, bensì una decisione esecutiva presa direttamente dal Gabinetto di Netanyahu. Ma produce effetti permanenti. La registrazione catastale non è un atto tecnico neutro: stabilisce titolarità, consolida il controllo e integra nel sistema giuridico israeliano ciò che il diritto internazionale definisce territorio occupato. DIO A PARTE, L’ANNESSIONE NON È UN’IPOTESI È UN PROCESSO Nel diritto umanitario l’occupazione è temporanea, non conferisce sovranità, non consente acquisizione permanente. Eppure, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo dice senza ambiguità: “Stiamo continuando la rivoluzione degli insediamenti per controllare tutte le nostre terre”. Ha detto proprio così. Gliele ha promesse Dio in persona. È scritto nell’Antico Testamento, nero su bianco. Si potrebbe dire: carta canta, se non fosse una tragedia. Nel XXI secolo, quando un territorio occupato viene definito “nostro”, a maggior ragione se quel “nostro” è per diritto divino, la trasformazione è già compiuta nel linguaggio prima ancora che nei codici. Non è annessione dichiarata. È annessione incorporata nella burocrazia divina. Le frasi di Bezalel Smotrich sono parole coerenti con una visione politica messianica strutturata: sovranità piena su tutta la “Terra d’Israele”, smantellamento definitivo dell’idea di Stato palestinese – ma questo chiunque fosse al corrente della storia lo sapeva già – gestione permanente della popolazione palestinese come problema amministrativo. Possibilmente da “risolvere” — secondo dichiarazioni ripetute di esponenti del governo israeliano, tra cui Netanyahu e Smotrich — attraverso quella che viene definita una “deportazione volontaria” della popolazione. OSLO NON È FALLITO. È STATO SVUOTATO. Non è retorica marginale, è programma di governo, un processo iniziato nel secolo scorso. Perché mentre da questa parte del Mediterraneo si è discusso di “cessate il fuoco”, di “processi diplomatici”, di soluzioni a “due popoli, due Stati”, il fatto politico più rilevante è sempre stato sistematicamente rimosso, oggi come allora: negli Accordi di Oslo, l’Area C – circa il 60% della Cisgiordania – avrebbe dovuto essere trasferita progressivamente sotto controllo palestinese entro cinque anni. Cinque anni. Oslo II venne firmato nel 1995. Il trasferimento da allora non è mai avvenuto. L’Area C è sempre rimasta sotto pieno controllo israeliano: sicurezza, pianificazione, costruzioni, risorse, confini. È lì che si sono sempre allargati gli insediamenti ed è lì che si è consolidato il controllo territoriale, prendendo forma l’annessione di fatto alla quale stiamo assistendo oggi. Questo dato non viene quasi mai ricordato. Si parla di “processo di pace fallito” come se fosse evaporato da solo, come una nebbia mattutina. In realtà, è stato svuotato dall’interno. Israele ha lavorato sistematicamente per neutralizzare Oslo, congelandone la parte sostanziale e sfruttandone le ambiguità racchiuse nella versione inglese del testo, che fu quella adottata, a discapito di quella in francese, molto più precisa. Gli Stati Uniti hanno sempre garantito copertura politica, fin dal principio. Mentre l’Autorità Palestinese ha accettato una struttura di potere che la trasformava in amministrazione subalterna, dipendente economicamente e priva di reale sovranità. Praticamente dei ciambellani subordinati. Degli “yes men” senza spina dorsale. Questo va detto senza indulgenze. Nel libro di Ziyad Clot, Non ci sarà mai uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore in Palestina, è documentata dall’interno l’ambiguità, l’impreparazione e la corresponsabilità dell’élite palestinese, a partire da Abu Mazen. Clot non scrive da oppositore ideologico, ma da insider del team negoziale. Racconta concessioni, rinvii, mancanze di strategia, accettazione di parametri che svuotavano di sostanza la prospettiva statuale. Il fallimento non è stato un incidente. È stato un processo del quale l’ANP è corresponsabile. Israele in Cisgiordania, piantina elaborata dall’ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale IL LABORATORIO CISGIORDANIA Oggi l’annessione del 60% della Cisgiordania non è più un tabù: è una possibilità dichiarata, pianificata, preparata giuridicamente e infrastrutturalmente da anni. E qui sta il punto che inquieta. Ciò che è stato fatto in Cisgiordania non è solo un precedente territoriale. È un laboratorio politico. Il passo successivo è la ridefinizione demografica: se l’annessione dell’Area C rappresenta la formalizzazione di un controllo territoriale consolidato, ciò che si sta preparando a Gaza è di altra natura: non integrazione giuridica, ma espulsione, svuotamento. E la parola che nessuno vuole pronunciare è deportazione. L’idea che la popolazione di Gaza possa essere “ricollocata”, “trasferita”, “redistribuita” in altri Paesi non è una fantasia complottista. È un’opzione evocata, discussa, testata nel dibattito politico israeliano e nei corridoi diplomatici. Si sonda il terreno, si osserva la reazione internazionale, si misura il livello di assuefazione. Abbiamo assistito, sotto i nostri occhi, a uno sterminio progressivo normalizzato dal linguaggio: “operazioni”, “danni collaterali”, “zone di sicurezza”, “evacuazioni”. Se l’annessione del 60% della Cisgiordania è stata resa possibile dall’erosione silenziosa di Oslo, la prossima fase, quella di Gaza, rischia di essere resa possibile dall’assuefazione. QUANDO LA FINZIONE FINISCE Prima si abitua l’opinione pubblica all’idea che uno Stato palestinese non nascerà mai. Poi si abitua all’idea che una popolazione possa essere spostata. Infine si dichiara che non c’era alternativa. La storia recente ci insegna che i processi irreversibili non iniziano con un’esplosione. Iniziano con una rimozione. Con una clausola dimenticata. Con un termine tecnico che sostituisce una parola morale. L’Area C doveva essere consegnata entro cinque anni. Non è accaduto. Gaza non doveva diventare un territorio invivibile. È accaduto. La domanda non è se l’annessione verrà formalizzata. La domanda è se, quando la deportazione verrà presentata come “soluzione umanitaria”, avremo ancora il coraggio di chiamarla con il suo nome. Perché questa volta non potremo dire che non sapevamo. Sta avvenendo sotto i nostri occhi. L’articolo potete trovarlo anche https://alessandramaffilippi.substack.com/ Alessandra Filippi
February 15, 2026
Pressenza
Antisemitismo: combatterlo davvero, senza strumentalizzazioni
A cura di Fulvia Fabbri, attivista per i diritti umani e Milad Jubran Basir, giornalista italo palestinese L’antisemitismo è una forma storica e persistente di razzismo, che ha prodotto persecuzioni, pogrom e il genocidio nazifascista. E’ purtroppo ancora vivo nel nostro paese e combatterlo non è opzionale: è un dovere politico, morale e civile. Ma proprio perché la posta in gioco è alta, la lotta all’antisemitismo non può essere piegata a operazioni di censura, delegittimazione del dissenso o repressione della solidarietà internazionale. Bisogna invece chiedersi quali strategie e strumenti possono davvero contrastare l’antisemitismo, impedire che si diffonda e si rafforzi. Il 27 gennaio 2026, ricorrenza della Giornata della memoria, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha adottato, tra otto proposte di legge, il ddl di Massimiliano Romeo come testo base per la legge sull’antisemitismo, in discussione al Parlamento, per essere approvata, se il percorso verrà rispettato, il prossimo mese di Marzo 2026. “Il testo, oltre a misure educative nell’ambito scolastico, prevede la possibilità di vietare manifestazioni in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. La definizione operativa di antisemitismo, a cui il ddl Romeo fa riferimento, è quella dell’IHRA, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance), che, nella definizione generale, descrive l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Dalla definizione generale discendono 11 esemplificazioni operative, alcune di queste mettono al centro la relazione tra comunità ebraiche e Stato israeliano. “Esempio 7. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Esempio 8. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.” La conseguenza di questa impostazione conduce a considerare le critiche ad Israele -non importa il loro contenuto – come una forma “nascosta” di antisemitismo. D’altra parte l’accusa di antisemitismo è sempre stata usata dal governo di Netanyahu, durante tutti gli ultimi tre anni, durante la campagna militare contro Gaza. Nel novembre 2025 il Ministero israeliano per gli affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo ha reso noto di aver respinto le registrazioni di quattordici (ma il numero esatto è 37) organizzazioni umanitarie non governative, operanti in Gaza e Cisgiordania, sulla base di presunti legami con il terrorismo, accuse di posizioni antisemite, iniziative di delegittimazione dello Stato di Israele e di negazione degli attacchi del 7 ottobre. L’effetto di questa decisione del Ministero israeliano sarà l’allontanamento di Ong quali Medici senza Frontiere, che sta garantendo il 75% delle cure sanitarie a Gaza, di Save The Children , che organizza attività educative nella Striscia e in Cisgiordania, della Caritas di Gerusalemme e Caritas internazionale. Secondo Sandro De Luca , presidente di LINK 2007, network che raggruppa 15 tra le più importanti e storiche Organizzazioni Non Governative italiane, subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche (come il giudizio di antisemitismo e/o di legittimazione dello Stato israeliano) “significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana”. Per contrastare questi effetti della definizione generale dell’IHRA, nel 2021 è stata redatta la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), frutto del lavoro di studiosi ed esperti di antisemitismo, storia e diritto internazionale. La JDA afferma con chiarezza ciò che dovrebbe essere ovvio: criticare uno Stato, le sue politiche o la sua ideologia non è antisemitismo, a meno che la critica non si trasformi in odio o discriminazione verso gli ebrei in quanto tali. Al punto C la Dichiarazione afferma che non è antisemitismo “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.” La JDA non indebolisce la lotta all’antisemitismo: la rafforza, perché la sottrae alla strumentalizzazione e la restituisce alla sua funzione originaria, ossia combattere il razzismo, non proteggere governi o politiche di occupazione. In questo quadro già di per sé complesso, merita di essere citato e riconosciuto il lavoro serio e prezioso della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, istituita nel 2023, per volontà della senatrice a vita Liliana Segre, che ne è la presidente. Negli ultimi anni la Commissione ha svolto un’attività di analisi, ascolto e documentazione fondamentale, contribuendo a portare alla luce la diffusione strutturale dei discorsi d’odio, online e offline, a collegare antisemitismo, islamofobia, razzismo anti-migranti e altre forme di discriminazione come fenomeni interconnessi, affermando che la risposta all’odio non può essere solo repressiva, ma deve basarsi su educazione, prevenzione, responsabilità politica e tutela delle libertà costituzionali. C’è davvero bisogno di un ddl antisemitismo? O non sarebbe bene rafforzare l’azione della Commissione per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo e istigazione all’odio, che è finalizzata a guardare la nostra società nella sua interezza, prendendo in considerazione tutti gli eventi discriminatori che vi si muovono, a monitorare le ideologie introdotte, le parole diffuse, i comportamenti agiti “contro”. Non sarebbe meglio che la politica tutta accogliesse le indicazioni di questa Commissione, per trasformarle in approfondimento culturale, in testimonianza rivolta alle giovani generazioni ? In questa prospettiva verrebbe preservato il valore etico universale della memoria della Shoah: una memoria viva che non assolve il potere, ma lo interroga. Milad Jubran Basir
February 15, 2026
Pressenza
I Re fanno la guerra coi nostri soldi
Il 26 gennaio scorso, la Commissione Europea ha proposto per l’approvazione del Consiglio Europeo (che ratificherà entro fine febbraio) la seconda parte dei piani di assistenza finanziaria per la difesa presentati da diversi Paesi. Salgono così a 16 i Paesi che potranno accedere ai prestiti relativi al SAFE (Security Action For Europe), un fondo di 150 miliardi, prima tappa dei complessivi 800 miliardi che l’Unione Europea ha deciso di mobilizzare per dare vita al piano “Readiness 2030”, che dovrebbe portarci ad essere pronti a combattere fra quattro anni. Fra questi Paesi c’è l’Italia, che entro marzo riceverà i 14,9 miliardi di euro richiesti. Sempre a marzo è attesa dal governo italiano l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, passaggio che permetterà al nostro Paese di aumentare le spese per armamenti nella misura del 1,5% del Pil all’anno per quattro anni in deroga al patto di stabilità. Si tratta di due passi concreti per la transizione verso quell’economia di guerra, vista dall’Unione Europea come unico destino del continente. Sono tuttavia due passi che, paradossalmente, fanno franare il castello di carte della narrazione liberista: nessuno potrà più raccontare la favola che “non ci sono i soldi”, né potrà più giustificare le politiche di austerità con l’inamovibilità del patto di stabilità. Se si trovano centinaia di miliardi per le armi e se questi finanziamenti possono essere erogati fuori dal patto di stabilità, il terreno delle risorse e della loro destinazione diviene contendibile e parte essenziale del conflitto politico e sociale. Il prossimo passo, cui l’Ue sta lavorando da tempo, ha l’obiettivo di convogliare i risparmi delle persone nel finanziamento alla guerra. Secondo la Commissione Europea, il 31% dei i risparmi individuali dei cittadini del vecchio continente è oggi depositato in contanti o in depositi a basso rendimento. Si tratta di 11.630 miliardi di euro (1.580 dei quali in Italia) che devono essere indirizzati al finanziamento della difesa e della produzione di armi. Nasce da qui la serie di misure per “semplificare” e unificare il mercato dei capitali all’interno dell’Unione, così come il sostegno a fondi finanziari privati che gestiscono il risparmio e finanziano l’industria della difesa (il primo, Sienna hephaistos private investments, con sede a Lussemburgo, già finanziato nel settembre 2025), la previsione di appositi prodotti finanziari, semplici e a basso costo, che stimolino le persone a diventare investitori, l’estensione abnorme della definizione di sostenibilità degli investimenti, che include ovviamente il finanziamento dell’industria bellica. La stessa stretta sui fondi pensione, verso cui si vuole convogliare il Tfr di lavoratrici e lavoratori col meccanismo truffaldino del silenzio-assenso, va nella medesima direzione. Un attacco a tutto campo, con l’obiettivo, grazie al riarmo e alla guerra, di completare la finanziarizzazione dell’economia, della società e della vita delle persone. Le quali persone continuano a non arruolarsi, come in una recente audizione ricordava, con un certo disappunto, Rob Murray, ex-capo dell’innovazione Nato: “Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, l’opinione pubblica, in molte nazioni europee, continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla difesa. Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti”. C’è una grande occasione per aumentare il disappunto di generali, finanzieri, mercanti d’armi e politici autoritari: il 28 marzo a Roma (e contemporaneamente a Londra e in tutte le città degli Usa) una grande manifestazione “Together No Kings” porterà in piazza la società che non solo non si arrende a un destino di guerra e fascismo, ma batte il tempo della libertà e del futuro collettivo. L'articolo I Re fanno la guerra coi nostri soldi proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
Oltre cento star firmano una lettera a sostegno di Francesca Albanese
Oltre cento figure del cinema e della cultura mondiale, da Mark Ruffalo a Javier Bardem, hanno firmato una lettera aperta a sostegno di Francesca Albanese. La relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi è nel mirino di Francia e Germania, che ne hanno chiesto le dimissioni giudicando le sue parole su Gaza incompatibili con la neutralità richiesta dal ruolo. Gli artisti chiedono di tutelare l’indipendenza di chi documenta quanto accade sul campo Oltre cento personalità internazionali del cinema, della musica e della cultura hanno firmato una lettera aperta per sostenere Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. L’iniziativa arriva in risposta alla richiesta di dimissioni avanzata da Francia e Germania, secondo cui alcune recenti dichiarazioni della funzionaria italiana sulla situazione a Gaza non sarebbero compatibili con la neutralità prevista dal suo incarico ONU. La mobilitazione punta a respingere le pressioni politiche e a mantenere Albanese nel suo ruolo. La mobilitazione degli artisti La raccolta firme è stata promossa dal collettivo Artists for Palestine, attivo da anni sul fronte dei diritti umani. Tra i firmatari figurano Mark Ruffalo, Javier Bardem, Annie Lennox, Ken Loach, Brian Eno, Viggo Mortensen, Jim Jarmusch, la Nobel per la Letteratura Annie Ernaux e, per l’Italia, Asia Argento. Nel documento, gli artisti affermano di voler difendere l’autonomia del mandato di Albanese, il cui compito è monitorare e documentare eventuali violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi. La lettera esprime “pieno supporto” alla relatrice, ritenuta una figura essenziale per garantire un’osservazione indipendente sul campo. Le dichiarazioni al centro del caso diplomatico L’appello degli artisti si inserisce nel solco delle tensioni tra la relatrice e i governi di Francia e Germania, che ne hanno chiesto formalmente le dimissioni a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate nel fine settimana. Al centro della polemica, l’utilizzo del termine ‘genocidio’ per descrivere l’operazione militare a Gaza e l’espressione ‘nemico comune dell’umanità’, che i Ministeri degli Esteri di Parigi e Berlino hanno interpretato come un riferimento diretto allo Stato di Israele, giudicandolo incompatibile con il dovere di imparzialità richiesto dal ruolo ONU. Albanese ha respinto le accuse, parlando di una ‘manipolazione’ delle sue parole e negando ogni forma di pregiudizio o intento antisemita. La questione dell’autonomia dell’ONU Nel testo diffuso da Artists for Palestine, i firmatari richiamano la necessità di garantire piena indipendenza ai funzionari delle Nazioni Unite, soprattutto a coloro che operano in aree di conflitto. Secondo gli artisti, interferenze politiche possono ostacolare la capacità dei relatori speciali di svolgere correttamente il loro mandato. La lettera ribadisce che gli incarichi ONU devono essere esercitati senza pressioni esterne e che la documentazione delle violazioni dei diritti umani richiede un margine di autonomia pieno e riconosciuto a livello internazionale. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Raccolta fondi “Let Cuba Live”
Il blocco del carburante imposto da Trump sta privando Cuba di energia, paralizzando ospedali e scuole e tentando di provocare una carestia. Da qualche giorno è partita la raccolta fondi “Let Cuba Live”, che ha l’obiettivo di sostenere il Paese caraibico nell’acquisto di generatori e pannelli a energia solare. L’iniziativa è a cura di diverse realtà statunitensi che negli ultimi anni si sono distinte nel contrasto alle politiche imperialistiche dei vari governi succedutisi nel Paese e nella difesa della democrazia dai feroci attacchi dell’ultimo. Tra i primi firmatari compaiono organizzazioni come Codepink, Jewish Voice for Peace, Veterans for Peace, People’s Forum e Democratic Socialists of America, gli attori Jane Fonda, Mark Ruffalo, Ed Harris, Kal Penn e Susan Sarandon, il musicista Roger Waters, l’attivista nativo americano Leonard Peltier e molti altri. Il People’s Forum, tra i promotori della campagna, scrive in un breve comunicato che è responsabilità del popolo americano aiutare i vicini a mantenere le luci accese negli ospedali. Cuba dista dalla Florida solo 145 kilometri. Tra le mille difficoltà di un embargo attivo da quasi settant’anni il Paese è sempre riuscito a sopravvivere e conservare la sua sovranità, ma l’attuale crisi è stata creata ad arte per farlo crollare; sono scelte politiche criminali che abbiamo imparato a conoscere come “guerra ibrida”; proprio come ogni conflitto provocano danni economici e psicologici all’intera popolazione e uccidono in modo più subdolo delle bombe. Tutti ci chiediamo quale minaccia rappresenti il piccolo Stato caraibico per una potenza nucleare come gli Stati Uniti… In tempo di crisi pandemica, quando l’Italia da sola non riusciva a soddisfare le richieste d’intervento per infezione da Covid 19 e gli ospedali erano in difficoltà, Cuba inviò in nostro aiuto personale medico specializzato e in varie città si aprirono presidi sanitari diretti da dottori cubani. A quei tempi eravamo noi in una crisi umanitaria e lo Stato socialista, fedele al principio di solidarietà fra le genti, venne in nostro soccorso. Inutile sperare in qualche forma di riconoscenza da parte delle nostre istituzioni, ma dal momento che anche il popolo italiano è debitore a Cuba e ai suoi bravi medici, forse a qualcuno farà piacere contribuire a questa particolare raccolta fondi, anche se non siamo vicini di casa. “Particolare” perché l’idea di investire in energia solare potrebbe, lo speriamo tutti, essere vincente e assicurare al Paese caraibico l’autonomia per la quale lotta e soffre da anni. Cuba, che diversamente da Venezuela e Messico non possiede giacimenti di petrolio, lo ha capito da tempo e con l’aiuto cinese sta sostenendo le proprie strutture civili (ospedali per primi) con sistemi energetici alternativi ai carburanti fossili.  E allora vuoi vedere che diventerà il primo vero Stato a impatto 0? L’Avana finirà col far da modello alle presuntuose smart city europee? Oggi, mentre il mondo più fortunato litiga su transizione energetica si, transizione energetica no o ni – perché ogni decisione per il bene comune deve sempre portare un tornaconto economico –, i cubani affrontano ogni giorno sfide vitali e trovano soluzioni creative. Aiutiamoli. https://www.letcubalive.info https://www.letcubalive.info/donate     Marina Serina
February 15, 2026
Pressenza
Bergamo, Ezio Locatelli eletto Segretario Provinciale di Rifondazione Comunista
La sera del 12 febbraio 2026, Ezio Locatelli è stato eletto segretario provinciale di Bergamo di Rifondazione Comunista subentrando a Franco Macario (Cocò) che ha raggiunto i limiti temporali del suo mandato. Ai lavori era presente il compagno Fabrizio Baggi della direzione nazionale. A Cocò è andato il ringraziamento di tutte/i le/i compagne/i, e mio, per il lavoro svolto in tanti anni di direzione del partito di Bergamo certi che non verrà meno il suo apporto di dirigente politico. Per quanto mi riguarda non sono nuovo in questo ruolo di segretario né a Bergamo né altrove. “Ho raccolto la richiesta che mi è stata avanzata dalle compagne e i compagni, con spirito di servizio, condividendo appieno la prospettiva politica e di lavoro tracciata nel documento finale approvato a larghissima maggioranza.” – h scritto Ezio Locatelli sulla sua pagina Facebook – “Si lavora, guardando ai ceti sociali meno abbienti, alle nuove generazioni che chiedono un futuro migliore, a costruire una alternativa nella società  e sul piano politico di contro al partito trasversale della guerra, del riarmo e dell’austerità. Senza se e senza ma.” Sul piano politico Locatelli è stato segretario provinciale a Bergamo di Democrazia Proletaria dal 1984 al 1991, anno in cui DP partecipa alla nascita del Partito della Rifondazione Comunista. Locatelli ne diventa prima presidente provinciale e, tre anni dopo, segretario provinciale di Bergamo. Da sempre attivo promotore di comitati e movimenti popolari, ambientalisti, pacifisti e sulle tematiche del lavoro, a partire dal 1980, Locatelli viene più volte eletto consigliere comunale di Castelli Calepio (BG). Nel 1985 diventa consigliere provinciale di Bergamo per DP. Dopo tre mancate elezioni, nel 1995 e nel 2000 viene eletto consigliere regionale della Lombardia. Quello stesso anno viene eletto segretario regionale di Rifondazione Comunista. Alle elezioni del 2006 Locatelli viene eletto deputato nella circoscrizione Lombardia 2. Il 25 febbraio 2007 Alfio Nicotra gli succede alla guida del PRC della Lombardia. Nel 2008, in occasione delle elezioni politiche, a causa del mancato raggiungimento del quorum elettorale da parte della Sinistra Arcobaleno, Locatelli non è rieletto in Parlamento. Nel 2010 è candidato consigliere regionale in Lombardia nella Federazione della Sinistra in provincia di Bergamo ed è il più votato della sua lista con 1189 preferenze, senza però essere eletto. All’inizio del 2012 viene chiamato a svolgere il ruolo di segretario provinciale di Rifondazione Comunista di Torino, ruolo che ricopre per quasi dieci anni. Ha fatto parte della segreteria nazionale del partito con l’incarico di responsabile organizzazione dal giugno 2016 al giugno 2019 e ha ripreso nuovamente tale incarico nel dicembre 2021 per poi terminarlo dopo il XII Congresso del PRC a dicembre 2025. Redazione Sebino Franciacorta
February 15, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodriguez: “Machado dovrà rendere conto della sua complicità nell’aggressione imperialista USA”
Riguardo al possibile ritorno della politica di estrema destra María Corina Machado, a cui si è rivolta durante l’intervista Kristen Welker, moderatrice di Meet the Press della NBC News , la Presidente vicaria Delcy Rodríguez ha sottolineato che la Machado, che ha recentemente consegnato la sua controversa medaglia del Premio Nobel per la Pace al presidente Donald Trump, dovrà “rispondere al Venezuela” per aver richiesto interventi militari e sanzioni e per aver celebrato l’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026. Nelle prime ore di quella data, le forze militari statunitensi bombardarono Caracas e diverse zone degli stati di Aragua, Miranda e La Guaira, provocando la morte di più di 100 persone , tra civili e militari, e un numero maggiore di feriti .     Durante l’aggressione imperialista, il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores furono rapiti e trasferiti illegalmente negli Stati Uniti, dove sono tuttora detenuti in un carcere di massima sicurezza a New York. A seguito di quell’incidente, denunciato dalle autorità e dal popolo venezuelano, nonché da diversi leader, organizzazioni, movimenti e gruppi sociali in tutto il mondo, Delcy Rodríguez ha prestato giuramento formalmente come presidente ad interim del Venezuela lunedì 5 gennaio , davanti all’Assemblea Nazionale. Questa azione ha garantito la continuità costituzionale e la difesa integrale della nazione. > Machado regala Nobel a Trump. Estrema destra venezuelana collaborò > nell’aggressione USA al Venezuela https://www.telesurtv.net/delcy-rodriguez-presidente-maduro-venezuela/ Lorenzo Poli
February 15, 2026
Pressenza
Chicago, ciclisti solidali contro le retate dell’ICE
Gran parte della popolazione di Chicago è costituita da immigrati privi di documenti, principalmente ispanici. Anche prima di Minneapolis, la città aveva già subito occupazioni e feroci retate dell’ICE. Tuttavia, le persone si sono organizzate per difendere i propri vicini e resistere alla violenza degli agenti mascherati in molti modi creativi. Tra le associazioni più attive c’è CyclingxSolidarity. Ne parliamo con Rick, uno dei fondatori. Come e quando si è formato il vostro gruppo? Il nostro gruppo si è formato a Chicago nel 2021, al culmine della pandemia, quando alcuni amici appassionati di ciclismo hanno voluto creare uno spazio in cui la bicicletta incontrasse la comunità. La nostra prima uscita di gruppo è stata proprio questa: abbiamo girato per la città e pulito i Love Fridges, frigoriferi collettivi riempiti e puliti da volontari che forniscono cibo alla comunità. Abbiamo anche promosso uscite di gruppo ed eventi di altri gruppi di ciclisti di Chicago. Volevamo che le persone scoprissero la gioia di andare in bicicletta con gli amici attraverso una vasta gamma di opportunità e gruppi che rappresentano la diversità di Chicago. Qual è la situazione attuale nella città per quanto riguarda le retate dell’ICE? Attualmente, l’ICE mantiene ancora una presenza a Chicago, ma non ai livelli o con l’intensità della sua precedente occupazione alla fine del 2025, né ai livelli visti di recente a Minneapolis. Quali sono le vostre attività per proteggere gli immigrati e le persone più vulnerabili? Nella resistenza agli agenti dell’ICE, quanto è importante conoscere la città su due ruote? Abbiamo creato tre iniziative che sostengono i venditori ambulanti attraverso attività di mutuo aiuto. Abbiamo scelto i venditori ambulanti perché sono molto amati e apprezzati, ma anche molto vulnerabili, e volevamo usare la nostra posizione di persone che vanno in bicicletta per la città per sostenerli e aiutarli a stare al sicuro. Organizziamo giri di acquisti in cui ci alziamo presto e giriamo per la città per comprare tutto il loro cibo e bevande con i soldi raccolti dai nostri sostenitori, in modo che possano tornare a casa e stare al sicuro con le loro famiglie. Poi giriamo in bicicletta per distribuire ciò che abbiamo acquistato alle persone senza fissa dimora della comunità, nei rifugi e per riempire i Love Fridges. Poi collaboriamo con i nostri partner della Street Vendors Association of Chicago e altri per identificare i venditori ambulanti che sono troppo spaventati per uscire e organizzare ordini e ritiri a domicilio, in modo che possano stare al sicuro e guadagnare un po’ di soldi e poi distribuiamo il cibo come nei acquisti dai venditori. I giri in bicicletta più pubblici e sociali che organizziamo sono le Street Vendor Bike Tour Series, dove per ogni uscita ci incontriamo in un luogo centrale e visitiamo diversi quartieri per sostenere i venditori ambulanti che abbiamo individuato. I partecipanti comprano quello che vogliono mangiare/bere, noi compriamo il resto dei loro prodotti e poi li distribuiamo alla comunità come nelle altre nostre uscite. Si tratta di un’uscita gioiosa e adatta alle famiglie, che permette alle persone di conoscere diversi quartieri e sostenere direttamente i venditori ambulanti. Ne abbiamo organizzate sei nel 2025 e ne organizzeremo altre sei nel 2026, con cadenza mensile da maggio a ottobre. Tutte le nostre iniziative si basano sulla nostra esperienza di giramondo in bicicletta, sia individualmente che in gruppo e sulla nostra partnership con Burrito Brigade Chicago, un’altra organizzazione locale, con la quale distribuiamo burritos alle persone senza fissa dimora da quasi cinque anni. La nostra collaborazione con loro è iniziata nel giugno del 2022, quando abbiamo visto che distribuivano burritos su base mensile e abbiamo voluto contribuire a eliminare gli spostamenti in auto per una distribuzione più intima, andando in bicicletta e interagendo con le persone. Ora abbiamo tre squadre di distribuzione in bicicletta che ogni mese percorrono tutta la città per distribuire almeno 250 burritos e altri generi di prima necessità a sostegno della loro attività. Avete contatti con attivisti di altre città? Persone di altre città ci hanno contattato per sapere come avviare un proprio gruppo di mutuo soccorso in bicicletta o per domande specifiche, come quando uno dei nostri volontari ha stampato in 3D dei fischietti. Abbiamo persone nella Bay Area e a New York che si sono organizzate. CyclingxsolidarityNYC è nato ufficialmente come costola del nostro gruppo. In Italia ci sono state forti proteste contro la presenza di agenti dell’ICE alle Olimpiadi invernali come scorta per autorità e atleti statunitensi e c’è molto interesse e solidarietà per la vostra resistenza. Sulla base della vostra esperienza con l’ICE e la polizia statunitense, avete qualche suggerimento per gli attivisti italiani? Registrate tutto. Recentemente i funzionari del governo statunitense hanno cercato di raccogliere video di agenti federali che commettono azioni illegali in vista di futuri procedimenti giudiziari. Come avete visto con l’esecuzione di Alex Pretti e Renee Good, i video girati dai passanti sono fondamentali per denunciare le responsabilità degli agenti. Anche i fischietti sono stati uno strumento incredibile per avvisare le comunità della presenza dell’ICE e fermare il loro terrore. Cosa vi dà la forza di continuare la vostra azione di solidarietà in mezzo a tanta violenza e con un nemico così spietato? La comunità. La solidarietà. Il sostegno che abbiamo ricevuto da tutto il mondo nella nostra lotta contro il fascismo continua a darci forza. I ciclisti di Chicago e oltre che si sono uniti alle nostre pedalate perché volevano coinvolgersi e sostenere direttamente i venditori ambulanti ci hanno mostrato quanto sia potente la nostra comunità locale. https://www.cyclingxsolidarity.com/ https://www.facebook.com/profile.php?id=61577310676639   Anna Polo
February 15, 2026
Pressenza