Nei cortili di Odessa, in Ucraina, tra chi dice “no” alla levaZelensky ha bisogno di nuove reclute da mandare al fronte e per questo ha
intensificato la caccia a chi è arruolabile. Molti ragazzi si nascondono nei
posti più impensati. Vasily trascorre le giornate in un patio di periferia, da
sempre zona franca per le autorità: «Io non sono una merce usa e getta. E questa
non è la guerra del popolo»
«Questo cortile è l’unico orizzonte. Tutta la mia vita». Dal risveglio alla
notte, la sua giornata si svolge nel quadrato disegnato dai palazzoni su cui si
stratificano successive architetture e altrettanti progetti politici. La
modernizzazione urbanistica voluta dall’imperatrice Caterina e ispirata al
neoclassicismo italiano, le geometrie create dalle avanguardie socialiste e
riportate al criterio dell’efficienza massima dalla burocrazia sovietica, la
decadenza libertaria anni Novanta e il patriottismo ufficiale dell’Ucraina
invasa. La storia di Odessa – cosmopolita e anti-establishment per definizione –
è concentrata sulla vernice scrostata di questi edifici popolari e labirintici,
sulle loro ringhiere malconce attraversate da file di panni stesi, sull’unico
tavolo del baretto-dispensario che si erge fra le auto scassate parcheggiate dai
tempi dell’Urss, le biciclette e le vetture moderne. “Dvorik”, patio in russo,
lingua madre di quanti abitano le comunità in miniatura invisibili alla
metropoli che si estende oltre ai pesanti portoni di legno e ferro. «Amo questo
panorama. Ma ora, a volte, mi manca l’aria. Sento come se i fabbricati
avanzassero verso di me, fino a stritolarmi», dice mentre gli occhi d’un celeste
chiarissimo si guardano sperduti intorno, quasi a fugare il dubbio. Lo
chiameremo Vasily. Il suo nome non può essere rivelato poiché un “fuggitivo” o
“draft dodger”. Un popolo di almeno due milioni di uomini tra i 25 e i 60 anni,
secondo il ministero della Difesa ucraino, che si nasconde per non essere
bloccato dagli ufficiali di reclutamento, caricato a forza su uno dei pulmini
bianchi in agguato per le strade e spedito al fronte. Altri 200mila hanno
lasciato le armi e si sono dati alla macchia: Awol, li chiamano, «assenti dal
fronte senza giustificazione».
Ad agosto, Vasily, 33 anni, è scampato per un soffio all’arruolamento generale
obbligatorio in vigore da quattro anni. «Ero in centro quando, d’un tratto, mi
sono trovato di fronte il bus. L’autista ha inchiodato, un uomo è sceso e mi
invitato a salire. È accaduto in una manciata di secondi, non ho riflettuto, ho
agito d’impulso. Con tutto il fiato che avevo in gola ho gridato: “No!”. Non
pensavo di riuscire a urlare tanto forte. Mi sono messo a correre, ho fermato la
prima auto che passava e ho supplicato il conducente di aiutarmi. L’ha fatto. E
ora sono qui e non una trincea ad uccidere o a essere ucciso. Quel giorno la mia
vita è cambiata. A lungo mi sono sentito immune alla leva. Conoscevo la legge ma
per eluderla era sufficiente non spostarsi dalla città per non imbattersi in un
check-point».
Con il protrarsi a oltranza del conflitto e il moltiplicarsi delle perdite in
battaglia, la necessità di nuove reclute ha spinto il governo di Volodymyr
Zelensky ad intensificare i controlli. Ormai è una vera e propria caccia
“all’arruolabile”. Chi non vuole indossare la divisa ha due opzioni. Una è
ottenere un’esenzione per ragioni di salute, di lavoro o di famiglia, da
rinnovare ogni tre mesi. Kostantin – altro nome di fantasia –, 38 anni, l’ha
ricevuta esattamente dieci giorni fa a causa dell’invalidità del padre, malato
oncologico. «Questa è solo una parte della verità. L’altra è che ho fatto quello
che fa chi può… ho pagato diverse migliaia di euro. Così nessuno ha fatto storie
e ho avuto il documento in due settimane. Altrimenti dubito che me l’avrebbero
data. Non riesco ancora ad abituarmi all’idea di potermi spostare liberamente.
Non lo faccio dal 2023», racconta il giovane nel suo patio trasformato in
laboratorio di falegnameria e distilleria artigianale di vodka. «Un modo utile
di passare il tempo. Per fortuna avevo il lavoro in un’azienda nautica. Non
ufficialmente, certo. Se sei in età di leva non puoi essere impiegato. Ma tanti,
come me, sono rimasti al loro posto, solo li pagano in nero. Ipocrisie come
queste hanno crescere la mia avversione al conflitto. Non ho paura di
combattere, non voglio farlo».
L’opzione di chi non ha denaro è quella di rifugiarsi nei “dvorik” delle aree
marginali, dove le autorità da sempre non entrano. Nemmeno dopo la caduta del
comunismo, quando i cortili interni delle periferie – sociali più che
geografiche – erano stati colonizzati dalla criminalità organizzata in piena
ascesa. La scelta di Vasily. «Sono recluso, non posso uscire nemmeno per andare
al supermercato. Quasi non lavoro: sono musicista ma come faccio a fare i
concerti in clandestinità? Sopravvivo organizzando delle proiezioni private di
film d’autore per un pubblico di non più di 15 spettatori. Devo controllare chi
sono per evitare problemi. Un piccolo cineforum con opere di Antonioni o
Truffaut. Grandi classici che aiutano a recuperare la complessità del reale in
questo tempo di bianco o nero in cui i dettagli non contano più. È difficile,
stressante, provo ansia, un perenne senso di oppressione, dormo a fatica. Ma non
posso fare diversamente. Non sono disposto a essere parte di questo inganno: non
è la guerra del popolo. Non sono merce usa e getta. Mi rifiuto di esserlo. La
mia vita e quella altrui, dei cosiddetti nemici, valgono di più».
L’entrata al centro di arruolamento della 39esima brigata della marina è
rassicurante: la porta è ricoperta di adesivi colorati. Anche all’interno i
poster si mescolano agli stemmi militari. Su una parete spicca il quadro del
Cremlino in frantumi, con la scritta: «I sogni devono diventare realtà». La
stanza è vuota, a parte i cinque reclutatori dietro alle scrivanie. Igor Poster,
uno di loro, garantisce però che da quando è stato aperto, nel 2023, l’ufficio
riceve in media cento aspiranti al mese. «È cambiata solo la proporzione: prima
erano tutti volontari – sottolinea –. Ora questi ultimi sono il 20%. Un altro
20% sono “assenti ingiustificati” dal fronte che vogliono reintegrarsi. Il 60%
viene dal sistema di leva». Cioè dai pulmini bianchi. Questi ultimi non passano,
in realtà, per il centro ma vengono inviati direttamente all’addestramento di 52
giorni prima del campo di battaglia.
«Lavoriamo per far crescere il numero di volontari con campagne di
sensibilizzazione. Invitiamo gli studenti delle superiori a incontrare i
veterani o facciamo delle proiezioni di film di guerra. Presto, poi, il modello
sarà migliorato». Il governo ha appena annunciato l’aumento del salario minimo
dei soldati, al momento equivalente al momento equivalente a 480 euro, il triplo
di quello dei civili. E una serie di ulteriori incentivi. Igor è fiducioso sui
risultati. «Vuoi parlare con un volontario? Ora non ce n’è, forse la settimana
prossima». Poi conclude: «Sempre che venga qualcuno».
Redazione Italia