Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
Il silenzio è una camera anecoica con dentro John Cage morto
Una camera anecoica è una stanza totalmente isolata dal mondo, all’interno della quale non si sente assolutamente niente. Pavimento, soffitto e pareti sono rivestiti di materiale fonoassorbente, si cammina su una rete sospesa per non toccare il pavimento, e ogni rumore che entra viene inghiottito dai muri senza produrre eco. Ne esistono poche al mondo. Piccole riserve naturali di silenzio incontaminato. John Cage, invece, lavorava con il suono. Era un compositore. Uno dei più grandi innovatori della musica del ‘900. Nel 1951 entra nella camera anecoica dell’università di Harvard, una delle meglio progettate al mondo. Dieci metri quadrati di vuoto cosmico all’interno dei quali non esiste alcun suono. John Cage entra e sente due suoni: uno acuto e uno grave. Ci rimane male. Esce dalla stanza e chiede lumi ai tecnici. Gli spiegano che quello che ha sentito non proviene dal mondo esterno, bensì da dentro di lui. Il suono acuto è il suo sistema nervoso in funzione, quello grave è il cuore che batte e il sangue in circolo. John Cage trae la sua conclusione: il silenzio non esiste. John Cage nella camera anecoica Forte di questa convinzione compone uno dei suoi brani più celebri e controversi: 4’33”. Una composizione della durata di quattro minuti e trentatré secondi che può essere eseguita da qualsiasi strumento, basta non suonarlo. La partitura esiste davvero. È divisa in tre movimenti e per ciascuno riporta una sola indicazione: tacet. Al posto della musica, il silenzio. O meglio, il silenzio ideale dello spartito che però, come Cage ha imparato dentro la camera anecoica, non corrisponde al silenzio reale. Il 29 agosto 1952 il brano va in scena per la prima volta. Il luogo è la Maverick Concert Hall di Woodstock, nello stato di New York. Una sala di legno in mezzo a un bosco, con la parete di fondo che si apre verso gli alberi. Il pianista è David Tudor, che di Cage è l’interprete di fiducia. Si siede, prende un cronometro, chiude il coperchio della tastiera. Trenta secondi. Lo riapre, lo richiude, volta pagina. Due minuti e ventitré. Lo riapre, lo richiude, volta pagina. Un minuto e quaranta. Si alza e saluta. Cage, seduto in platea, prende nota di quello che ha sentito. Il brano, infatti, non è muto: risuona di tutto quello che succede mentre il musicista non suona. Nel primo movimento Cage annota il vento fra gli alberi. Nel secondo le prime gocce di pioggia sul tetto. Nel terzo il pubblico che comincia a mormorare, a muoversi sulle sedie, e in qualche caso ad alzarsi e andarsene. Anche quello fa parte della composizione. Non tutti capiscono. Nel dibattito che segue, un artista locale chiede la parola e invita i concittadini a cacciare Cage e Tudor dalla città. Cage racconterà l’episodio per tutta la vita, sempre con un certo divertimento. Quelli che se ne sono andati, dirà, non hanno capito che il silenzio non esiste. Hanno sentito soltanto la musica che si sono persi. «La materia della musica è suono e silenzio – spiega Tudor un attimo prima di chiudere il pianoforte – metterli assieme, significa comporre» Tudor non dice niente di strano. Lo sa chiunque abbia assistito a un concerto di musica classica. Il direttore saluta il pubblico, si avvicina al leggio, guarda i musicisti, alza la bacchetta e crea il silenzio: la prima nota di ogni sinfonia. Prima che il sole sorga su Zarathustra, prima che fiorisca la danza della primavera, prima che il destino bussi alla porta. Quattro minuti, trentatrè secondi e sessantadue anni dopo, il silenzio torna in scena. Questa volta, però, a scopo di lucro.  Marzo 2014. I Vulfpeck, un gruppo funk di Ann Arbor, Michigan, caricano su Spotify un album intitolato Sleepify. Dieci tracce, ognuna di poco più di trenta secondi. Tutte mute. I titoli sono una Z, due Z, tre Z, e così via fino a dieci. Non è un omaggio a John Cage, bensì uno stratagemma per fare soldi. Spotify paga una royalty per ogni riproduzione che supera i trenta secondi. Le tracce ne durano trentuno. La band chiede ai fan di mettere il disco in loop di notte, mentre dormono. Otto ore di sonno equivalgono a circa novecento riproduzioni a testa. Nel giro di poche settimane i Vulfpeck raccolgono circa ventimila dollari, con i quali organizzano una serie di concerti a ingresso gratuito nelle città che hanno dormito di più. Spotify lascia fare per un po’, poi rimuove l’album dal catalogo per violazione dei termini d’uso. Nel frattempo ha capito il problema. Negli anni successivi cambia le regole: i brani con meno di mille ascolti annui non ricevono più un centesimo, e i cosiddetti rumori funzionali, la pioggia, il rumore bianco, il ventilatore per far dormire i neonati, vengono pagati solo se durano almeno due minuti. Da allora esiste una durata minima ufficiale del silenzio retribuito. Questa rubrica nel mese di agosto è rimasta in silenzio. Come molte persone, del resto, che sullo spartito quotidiano hanno scritto tacet e sono andate al mare. Il resto dell’orchestra, tuttavia, ha continuato a suonare. Settantamila nordafricani hanno invaso il Nord Africa.  L’Italia ha chiuso i confini con la Spagna. I Campi Flegrei hanno tremato come non facevano da quarant’anni. Guccini è morto. Il sole è stato oscurato da un’eclissi. L’Etna ha bloccato centomila passeggeri a Catania. A Messina hanno rubato tre tavole di Antonello durante la processione di Ferragosto. Il principe Harry è tornato nel Regno Unito. Delle banche hanno comprato altre banche. Spotify ha annunciato un’etichetta per distinguere i cantanti che esistono da quelli che no. Ben-Gvir ha chiesto quaranta morti a notte a Gaza. Trump ha cambiato nome a un sacco di laghi. È crollato un ghiacciaio in Nepal. L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica e il governo Meloni è diventato il più longevo della storia della Repubblica.   John Cage in Italia nella cabina del quiz Lascia o Raddoppia A conti fatti, l’unico modo per ottenere il silenzio assoluto sarebbe una camera anecoica con dentro un compositore che ha smesso di respirare. John Cage muore nel 1992. Da allora, se non altro, l’esperimento è replicabile. Nel frattempo però la camera anecoica di Harvard è stata sostituita da una stanza in cui il suono non finisce mai, anche se dentro non c’è nessuno: l’interminabile mixtape del presente, quello che chiamiamo attualità. A Harvard, Cage aveva sentito il proprio sangue. Noi, ad agosto, abbiamo sentito il nostro. Si riprende da qui. Il primo movimento è già cominciato. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. 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September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-dellistituto-federale-per-le-attivita-immobiliari-contro-la-nato-contro-la-bundeswehr-contro-la-guerra-pinneberg-germania-16-agosto-2026/ Attacco incendiario contro il parco auto dell’Istituto federale per le attività immobiliari, contro la NATO, contro la Bundeswehr, contro la guerra (Pinneberg, Germania, 16 agosto 2026) Ciao, oggi vogliamo presentarvi l’Istituto federale per le attività immobiliari (BImA). Non lo conoscete? Sembra noioso? Anche noi la pensavamo così fino a poco tempo fa. Ma la collaborazione tra il settore civile e quello militare sta dando risultati sorprendenti. Per questo motivo, nella notte tra il 15 e il 16 agosto 2026, abbiamo dato fuoco al parco auto della BImA a Pinneberg (Schleswig-Holstein), al numero 1 di Eggerstedtstraße. La BImA si occupa della gestione e della valorizzazione di tutte le caserme e gli immobili dell’esercito federale tedesco. Il compito principale della BImA è garantire gli spazi e i terreni di cui hanno bisogno varie istituzioni federali, in particolare l’esercito federale, la polizia federale e la dogana. Inoltre, la BImA organizza programmi edilizi, ad esempio per la costruzione di nuovi alloggi per le forze armate. La BImA è coinvolta anche in numerose strutture della NATO, ad esempio nella gestione dei beni immobili delle truppe NATO e nella gestione della rete di condutture di quest’ultima. Come potete vedere, quindi, ci sono molti motivi per interessarsi all’“Istituto federale per la gestione immobiliare”. La cooperazione civile-militare offre inoltre diverse opportunità… Sabotiamo la Bundeswehr, sabotiamo ogni manovra della NATO, sabotiamo la guerra! Contro ogni Stato, ogni nazione e il servizio militare obbligatorio! Per la vita, l’auto-organizzazione e l’azione diretta! [Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/858133 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-dellistituto-federale-per-le-attivita-immobiliari-contro-la-nato-contro-la-bundeswehr-contro-la-guerra-pinneberg-germania-16-agosto-2026/]
September 6, 2026
il Rovescio
Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft da parte di Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione (Montreal, Canada, 5 agosto 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/13/comunicato-di-rivendicazione-per-lattacco-alla-residenza-di-dominic-macduff-auger-fondatore-di-munera-intelligence-azienda-produttrice-di-droni-ia-e-per-il-lancio-di-bottiglie-molotov-contro-una/ Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft da parte di Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione (Montreal, Canada, 5 agosto 2026) Visita a domicilio a uno sviluppatore di droni AI e attacco con bottiglie Molotov contro Microsoft Nella notte di mercoledì 5 agosto, sono state sfondate le finestre e la porta di un’abitazione e una sede di Microsoft è stata presa di mira con delle bombe molotov. L’azione era diretta contro la residenza ufficiale del fondatore e la sede centrale di Munera Intelligence. Munera sviluppa droni basati sull’intelligenza artificiale che, grazie alla tecnologia AI, sorveglieranno le nostre strade, come previsto da un accordo con il Comune di Montreal annunciato a giugno. Le finestre e la porta dell’abitazione di Dominic MacDuff-Auger sono state distrutte. Il Comune ha dichiarato che i droni verranno utilizzati esclusivamente nelle zone di cantiere. Tuttavia, come qualsiasi sistema di videosorveglianza, i dati raccolti non faranno altro che rafforzare il sistema di controllo che la polizia sta implementando per coprire l’intera città. Il programma sui droni fa parte di un progetto più ampio che include l’installazione, recentemente annunciata, di telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale e gestite dalla polizia in tutta la città. L’obiettivo è normalizzare le crescenti intrusioni nelle nostre vite e condurre una guerra costante contro la nostra capacità di vivere in libertà. Se si consentirà al Comune di sviluppare l’uso dei droni con intelligenza artificiale, non c’è dubbio che il nostro futuro assomiglierà sempre più a un mondo in cui il cielo sarà pieno di robot che effettuano consegne per Amazon e vigilano sulla nostra totale obbedienza a governi sempre più autoritari. La stessa notte, sono state lanciate bottiglie molotov contro una sede della Microsoft. Questo attacco è una risposta alla silenziosa espansione dei data center, settore in cui Microsoft riveste un ruolo di primo piano. I data center rappresentano un elemento fondamentale del potere capitalista contemporaneo. Sono al centro dell’ascesa dell’intelligenza artificiale che, da un lato, sta distruggendo il pianeta e, dall’altro, sta creando nuovi strumenti di sorveglianza. La tecnologia di Microsoft, tra le altre, è utilizzata dal governo israeliano nella sua campagna di genocidio contro il popolo palestinese. Durante l’attacco si sono verificate delle difficoltà nell’accendere le bottiglie molotov, difficoltà che non si erano presentate durante le prove. State certi che in futuro queste difficoltà verranno risolte. Ci era stato detto che ci attendeva un futuro migliore, un futuro in cui le persone avrebbero avuto tutto ciò di cui avevano bisogno, in cui l’acqua e il cibo sarebbero stati abbondanti e sani e l’aria perfettamente respirabile, in cui il lavoro sarebbe stato ridotto al minimo e le persone avrebbero vissuto senza padroni né dei. Che fine ha fatto questo futuro? Dobbiamo forse aspettare che la fantascienza di 1984, Mad Max o Blade Runner diventi realtà, mentre facciamo da cavie per le sette tecnologiche? No, finché una rivoluzione è ancora possibile, potete contarci: andremo fino in fondo! Niente più pietà. È ora di dichiarare guerra all’intelligenza artificiale, alla sorveglianza e ai loro sviluppatori! I metodi che adotteremo dovranno essere all’altezza della gravità della nostra situazione: bombe molotov, attacchi alle abitazioni e altro ancora. Non possiamo più rimandare il momento di combattere, lottare e attaccare fino alla vittoria totale. La vittoria totale della rivoluzione sociale. La vittoria totale della vita. L’IA deve essere distrutta! Giorni migliori ci attendono. Viva la rivoluzione anarchica! Revolutionary Anarchist Liberation Front [Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione] [Pubblicato in inglese in https://mtlcounterinfo.org/house-visit-for-ai-drone-developer-and-molotov-attack-on-microsoft/ | Pubblicato in francese in https://mtlcontreinfo.org/attaque-residentielle-contre-le-developpeur-des-drones-ia-et-attaque-molotov-contre-microsoft/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/13/comunicato-di-rivendicazione-per-lattacco-alla-residenza-di-dominic-macduff-auger-fondatore-di-munera-intelligence-azienda-produttrice-di-droni-ia-e-per-il-lancio-di-bottiglie-molotov-contro-una/]
September 6, 2026
il Rovescio
Contro il DDL salva-sionismo, resistenza a oltranza! Roma, 9 settembre: presidio contro il ddl Romeo
Riceviamo e diffondiamo questo importante testo e appuntamento: Scarica la chiamata in pdf: testo su 9 (rev REV) Resistenza a Oltranza I fronti di guerra si allargano sempre di più e il genocidio in Palestina continua senza sosta. L’Italia è in prima fila in ogni massacro. È in prima fila in Asia occidentale con la guida della missione Aspides, con l’invio di ben 700 soldati in Arabia Saudita e con l’utilizzo delle basi militari in territorio italiano, nonché con l’uso di radar per i bombardamenti. È in prima fila in Ucraina, fornendo materiale bellico, supporto logistico e politico, inviando addestratori e dando appoggio incondizionato al governo fantoccio di Kiev. È da sempre in prima fila nel sostenere il genocidio del popolo palestinese, fornendo copertura politica, economica e cooperazione a tutti i livelli all’entità sionista, arrivando addirittura a lucrare sul massacro stesso, riuscendo, ad esempio, ad accaparrarsi lo sfruttamento del gas di fronte alle coste di Gaza tramite Eni. Per permettere che questa carneficina continui indisturbata, lo Stato italiano deve blindare sempre di più il fronte interno e quindi portare la guerra alle classi subalterne e a tutte le forme di opposizione e resistenza, anche potenziali, alla macchina da guerra. Da qui nasce l’esigenza di varare una lunga serie di provvedimenti liberticidi che hanno preso la forma di decreti o pacchetti sicurezza. Anche il disegno di Legge Romeo si inserisce in questo apparato repressivo ed è rivolto in particolare al movimento in sostegno alla Palestina nato per opporsi al genocidio in corso. Come Coordinamento di solidarietà col popolo palestinese ci siamo subito resi conto della pericolosità di questo ennesimo attacco e insieme alla Rete Liberi di Lottare abbiamo prodotto un’opuscolo “da battaglia” che spiega nel dettaglio i contenuti nonché la genesi di questo ddl e lo abbiamo presentato in decine di spazi e contesti sociali. Per questo non approfondiremo qui i contenuti specifici ma ci limiteremo a dire che il DDL mira ad equiparare l’antisemitismo all’antisionismo, adottando la faziosa definizione formulata dall’International Holocaust Remebrance Alliance (IHRA, organizzazione governativa costituita dai Paesi NATO, a cui si aggiungono Argentina ed Israele). Ci teniamo invece a sottolineare come nella Commissione Parlamentare dedicata, tutti i partiti dell’arco parlamentare abbiano partecipato attivamente alla stesura del testo. La cosiddetta opposizione si è spinta addirittura a proporre varie altre formulazioni perfettamente sovrapponibili a quella votata al Senato (es. Del Rio). Il decreto è stato approvato al Senato anche con i voti del PD e la ridicola opposizione di M5S e AVS. Infatti, se da un lato il M5S è responsabile insieme al PD dell’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA sotto il 2° governo Conte, dall’altro ricordiamo tutti le scomposte e imbarazzanti prese di distanza dei vertici di AVS da Hannoun e compagni che continuano a restare in galera accusati di terrorismo. Sono tutti complici. Quindi a chi parla di difesa della democrazia facciamo presente che il regime democratico capitalista e genocidario occidentale è la causa di tutte le guerre e i massacri a cui stiamo assistendo e non può essere riformato ma solo combattuto con tutte le forze di cui disponiamo. A chi si spinge a suggerire allo Stato forme alternative e più sostenibili di repressione (ad es. la Dichiarazione di Gerusalemme), ricordiamo che le barricate hanno solo due lati: o si sta con l’imperialismo occidentale o si sta con le popolazioni martoriate e oppresse da esso. L’illusione di poter riformare il sistema è sepolta sotto un cumulo di macerie insanguinate. Per noi esiste un’unica risposta possibile a questo ennesimo attacco repressivo: Resistenza a Oltranza! Continueremo a difendere la gloriosa resistenza del popolo palestinese in tutte le sue forme! Continueremo a gridare “Palestina libera dal fiume fino al mare!” Continueremo a difendere i prigionieri politici, palestinesi e non, perseguitati dallo Stato! Continueremo a sostenere che il 7 ottobre è stato un atto di legittima resistenza! Continueremo a dire che Israele è un’entità coloniale, suprematista e genocida! Per questo il 9 settembre saremo sotto il Parlamento italiano dove avrà inizio la discussione sul ddl “salva-sionismo” che rappresenta una intollerabile forma di censura che di fatto istituisce il “terrorismo della parola” per chi non si allinea con il sionismo. E continueremo poi, il 17 settembre alle 16:30 in aula Majorana al dipartimento di Fisica, dove abbiamo convocato una assemblea a cui invitiamo a partecipare tutti coloro che non vogliono rassegnarsi al silenzio o al collaborazionismo per organizzarci e reagire insieme alla deriva repressiva. Avremo anche i contributi di Georges Abdallah e dei compagni della rivista francese Supernova.
September 6, 2026
il Rovescio
Cosa fai quando non senti le bombe? Essere sordo durante il genocidio di Gaza.
Nel contesto del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, i palestinesi con problemi di udito sono diventati particolarmente vulnerabili, incapaci di sentire i missili in arrivo o gli ordini di evacuazione. Fadl Kuraz è uno dei pochi che ha dedicato la propria vita ad aiutarli a sopravvivere. Fonte Di Jumana Mughari – 2 settembre 2026  … Leggi tutto "Cosa fai quando non senti le bombe? Essere sordo durante il genocidio di Gaza." L'articolo Cosa fai quando non senti le bombe? Essere sordo durante il genocidio di Gaza. proviene da Invictapalestina.
September 6, 2026
Invictapalestina
La definizione di “antisemitismo” dell’IHRA e l’attacco alle libertà accademiche nel panorama internazionale
Il dibattito sul disegno di legge Romeo contro l’antisemitismo si è concentrato sulla definizione operativa dell’antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che il testo legislativo adotta e di cui costituisce l’ossatura portante. La dichiarazione, la cui stessa approvazione, da parte dell’assemblea plenaria dell’IHRA tenutasi a Bucarest nel 2016, è avvenuta in circostanze non del tutto limpide, è stata criticata soprattutto per gli esempi di antisemitismo contemporaneo che propone, e che includono varie forme di critica allo Stato di Israele. Un folto numero di studiosi, anche ebraici, ha proposto di rigettarla e di sostituirla con un altro testo, la Dichiarazione di Gerusalemme del 2021, più attento a distinguere la condanna della politica israeliana dall’odio antiebraico. Sul versante opposto, i sostenitori della dichiarazione di Bucarest (e delle varie proposte legislative sul tema presentate al Parlamento) negano che essa possa produrre la penalizzazione delle critiche allo Stato ebraico, e adducono l’esempio dei molti paesi in cui essa è stata già recepita. Vale quindi la pena di verificare quali risultati abbia effettivamente prodotto l’adozione di quella definizione negli stati e nelle istituzioni che l’hanno assunta come riferimento. Ci concentreremo su uno dei campi in cui tali risultati si sono mostrati con maggiore evidenza, ossia le restrizioni alla libertà accademiche, di insegnamento e di ricerca (per approfondimenti e per l’indicazione delle fonti rimandiamo al numero speciale del 2025, War on Knowledge, della rivista ISPF-LAB – www.ispf-lab.cnr.it). È innanzitutto l’esperienza degli Stati Uniti a mostrare la rilevanza del problema. Durante il primo mandato Trump, un ordine esecutivo del 2019 aveva disposto che, nell’applicazione del Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, le autorità federali tenessero conto della definizione dell’IHRA. Essa veniva così inserita, pur senza diventare una legge, nel quadro amministrativo attraverso il quale le autorità federali possono indagare sulle università e condizionare l’erogazione dei fondi. La questione è diventata più evidente con la seconda presidenza Trump.  All’indomani del suo insediamento, il governo federale ha avviato indagini su numerose università e ha minacciato o sospeso finanziamenti in relazione, tra l’altro, alla gestione di presunti episodi di antisemitismo nei campus e delle proteste a sostegno del popolo palestinese. La Columbia University, di fronte alla minaccia di un taglio di circa 400 milioni di dollari, ha accettato una serie di richieste governative, intraprendendo provvedimenti disciplinari, fino in alcuni casi all’espulsione, nei confronti degli studenti implicati nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, e disponendo il commissariamento di alcuni dipartimenti, tra cui quello di studi sul Medio Oriente; viceversa Harvard ha scelto inizialmente di resistere e ha subito il congelamento di miliardi di dollari di finanziamenti federali, oltre alla minaccia di revoca delle esenzioni fiscali. Mentre le minacce di tagli si estendevano, nel corso del 2025, a decine di altre università, il Department of Homeland Security inaugurava un giro di vite sulla concessione di visti agli studenti stranieri, numerosi leader delle proteste studentesche a favore della Palestina venivano arrestati e alcuni espulsi dagli USA. L’insieme delle misure adottate nei confronti delle istituzioni educative – di cui la strumentalizzazione dell’antisemitismo è stato il perno centrale – ha spinto la storica Ellen Schrecker a giudicare la politica del governo Trump “molto peggiore” della crociata maccartista del secondo dopoguerra. Un fondamento giuridico di questa serie di provvedimenti è rappresentato proprio dal Titolo VI del Civil Right Act integrato con la dichiarazione dell’IHRA. Essa ha costituito un potente strumento amministrativo per colpire le Università, molte delle quali hanno finito per inserirla nelle loro linee guida al fine di soddisfare le richieste del governo. Se l’attacco alle istituzioni accademiche figurava nel programma MAGA a prescindere dalle implicazioni connesse al conflitto in Palestina, è sulla base della dichiarazione di Bucarest che le proteste e le iniziative antisioniste sono cadute sotto la definizione di antisemitismo, giustificando l’applicazione di provvedimenti restrittivi e punitivi nei confronti delle Università, dei docenti e degli studenti. Il caso tedesco offre un esempio diverso, ma non meno significativo. Nel 2019 la Conferenza dei rettori delle università tedesche ha adottato la definizione dell’IHRA come riferimento per le università al fine dell’identificazione degli episodi di antisemitismo. Negli anni successivi essa è stata incorporata in programmi di formazione, linee guida e pratiche delle istituzioni pubbliche. Anche il Bundestag e diversi parlamenti regionali l’hanno richiamata per indirizzare i finanziamenti pubblici e il supporto istituzionale, condizionandoli al rispetto dei suoi principi. In questo contesto si sono moltiplicati gli interventi volti a impedire iniziative accademiche riguardanti il genocidio in Palestina e le politiche di Israele. Nel novembre 2025, per esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco ha cancellato il workshop «The Targeting of Palestinian Academia», organizzato dalla cattedra di studi arabi e islamici con la partecipazione di studiosi palestinesi e israeliani. Poco prima era stato annullato all’Università Leibniz di Hannover un workshop organizzato da Udi Raz, colpendo in questo caso una voce del mondo ebraico critica nei confronti dello Stato di Israele. Il susseguirsi di episodi di questo genere ha alimentato in Germania un dibattito sui limiti imposti alla libertà di ricerca e di discussione da quella che si va definendo come l’“eccezione palestinese”. In molti paesi, così come in Germania, la definizione dell’IHRA è stata impiegata per realizzare uno strumento generale di controllo e repressione, spesso su spinta esplicita di gruppi interessati alla strumentalizzazione della lotta contro l’antisemitismo per impedire le critiche alle politiche criminali del governo israeliano, comprimendo gli spazi di libertà di ricerca, di insegnamento e di espressione. Nonostante le critiche ricevute, la dichiarazione di Bucarest è stata adottata o approvata in 43 stati. Nella maggior parte dei casi la sua influenza si esercita non tanto attraverso divieti legislativi espliciti e sanzioni penali, quanto piuttosto attraverso la diffusione capillare di un quadro normativo la cui autorità si afferma attraverso le aspettative istituzionali, le prassi amministrative e i meccanismi di finanziamento; nonché, in molti casi, attraverso la nomina all’interno delle istituzioni educative di soggetti specificamente incaricati di censurare le iniziative che ricadono sotto la sua definizione di antisemitismo, una prescrizione che torna anche nel d.d.l. proposto in Italia. Come ha mostrato uno studio di S. Doğan, D. Della Porta e F. Alagnain recentemente pubblicato in Perspectives on Politics (DOI: 10.1017/S1537592726105672), basato sull’analisi di oltre 120 episodi di repressione nelle università americane e tedesche, tale definizione concorre alla costruzione di un meccanismo di “panico morale” che giustifica a sua volta la sospensione delle garanzie di libertà di ricerca e di espressione nei confronti dei soggetti additati strumentalmente come “antisemiti”. In nome di una pretesa “neutralità” della scienza quella che si va affermando è una criminalizzazione programmatica della critica e del dissenso, che oltre a giustificare provvedimenti punitivi e censori alimenta una tendenza al conformismo e all’autocensura. Alla luce di questi precedenti si evidenzia chiaramente il rischio ben concreto che l’adozione della dichiarazione dell’IHRA prevista dal d.d.l. Romeo possa rafforzare una tendenza alla compressione della libertà di espressione già avviata nel nostro paese da provvedimenti come i decreti sicurezza. Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Eruzione in Indonesia, 6 aeroporti chiusi e centinaia di voli sospesi
L’eruzione del vulcano Anak Krakatoa, tra le isole di Sumatra e Giava, ha mandato in tilt il traffico aereo dell’Indonesia. Le autorità locali hanno disposto la chiusura di sei aeroporti, incluso quello di Giacarta Soekarno-Hatta, principale scalo del Paese. Sono almeno duecento i voli sospesi e oltre ventimila le persone bloccate. Secondo l’agenzia meteorologica indonesiana BMKG, dal lato di Giava la cenere ha raggiunto un’altezza di 6mila metri, con un pennacchio di 15mila metri dal lato di Sumatra. The post Eruzione in Indonesia, 6 aeroporti chiusi e centinaia di voli sospesi appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
clan milieu
fumetto sul tema del mare e del suo inquinamento realizzato da Mattia Rebora, classe 2017 (9 anni).
September 6, 2026
Ahida online
Cinecittà World: il voto alle donne lo festeggiano le Forze Armate!
«Torna a Cinecittà World alla sua decima edizione, Viva l’Italia, Il più grande evento espositivo e dimostrativo interforze mai realizzato in un Parco Divertimenti». Così il parco divertimenti situato nel comune di Roma pubblicizza l’iniziativa che si terrà dal 4 settembre al 6 settembre. Il parco divertimenti di Cinecittà World nasce dall’idea di privati (Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Diego Della Valle e vede tra i soci Stefano Cigarini di Gardland) con l’idea di creare un parco a tema cine-televisivo. Affidare la promozione della settima arte a logiche di profitto fa sì che il parco si caratterizzi più come divertimento che come divulgazione della storia e delle tecniche cine-televisive e pertanto di per sé non ha nulla di istruttivo né probabilmente ha la pretesa di averlo nonostante il richiamo a scenografie dantesche e storiche. Tuttavia si presta a quel tipo di processo “educativo non formale o informale” che “comprende quell’insieme di esperienze di tutti i giorni nell’ambito della famiglia, del lavoro e della vita sociale”. Infatti, anche un’offerta di divertimento ha il suo “valore” formativo pur non essendo la stessa cosa di un Museo del cinema, di una visita al Foro Italico o di una visita ad una biblioteca, solo per fare alcuni esempi. Se il valore che guida la realizzazione di un parco giochi è profitto in cambio di divertimento (anche nel senso divertissement di Pascal!) il fine del parco è solo quello di aumentare il numero dei consumatori utilizzando ogni tipo di offerta “appetibile”. Tutto può essere strumentalizzato per aumentare i clienti compreso “gli 80 Anni della Repubblica Italiana e del voto alle donne, una storia di coraggio e democrazia”, tema su cui vertono le “patriottiche” giornate Viva l’Italia! Come si legge sul sito, a celebrare insieme a famiglie e bambini «questo importante traguardo saranno le quattro Forze Armate dello Stato e Forze dell’Ordine – Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri, con Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e il Corpo Militare della Croce Rossa. […] unendo il ricordo del passato, oggi più vivo che mai, ad una weekend di gioia, pace e speranza per il futuro. Tra i set dei film che hanno fatto la storia del cinema le Forze Armate e Forze dell’Ordine, daranno vita, con il loro suggestivo e imponente spiegamento di mezzi e persone, ad un evento unico e emozionante». Gioia, pace, futuro affidati a chi fa della guerra il suo mestiere! La presenza di circa 550.000 visitatori l’anno, rende così Cinecittà World un luogo ideale per la propaganda militare: oltre alla patria, la pace e il futuro viene scomodato lo sport, con una Chiara Consonni che felicemente si presta all’acquisizione delle impronte digitali; i giovani impareranno a «diventare poliziotti della scientifica, vigili del fuoco, finanzieri, militari dell’esercito»; tra i mezzi dispiegati, «il veicolo tattico medio multi ruolo, chiamato Orso utilizzato per la bonifica di itinerari», ovvero bonifica di ordigni esplosivi (senza specificare ovviamente che i “buoni” militari sminano campi minati dai militari stessi!); un po’ di buonismo solidaristico che rende le attività una «raccolta fondi per le famiglie delle forze armate» (e non per disoccupati, precari, nullatenenti, senza tetto, bisognosi ecc.); ma soprattutto sono momenti di «sensibilizzazione [tradurre con: propaganda della cultura della difesa] e un’occasione per mostrare l’impegno di tutte le forze in campo in contesti di emergenza» (tradurre con: prepariamoci alla guerra!) (Per la fonte vd. TG5). Il fenomeno di fondere la presenza militare con l’intrattenimento e il tempo libero ha introdotto un neologismo nei paesi anglosassoni: “militainment” (unione di military ed entertainment, in italiano militarismo di intrattenimento, per una intro vedi qui ). Si tratta di una strategia globale (sic!) che utilizza la cultura pop, i videogiochi, i media e i parchi tematici per normalizzare la figura del soldato e facilitare il reclutamento. Una forma di propaganda che non solo promuove ideali e valori militari presso il grande pubblico, minimizzando le devastanti conseguenze delle azioni militari e delle guerre (e portando a una mancanza di pensiero critico nei confronti delle forze armate e del loro ruolo nella società) ma, per tornare sul piano educativo (non formale e informale), inganna i più giovani su cosa sia la guerra: un gioco, un joystick, una scalata, un addestramento divertente… la commistione tra divertimento e militare in questo è pericolosa, va oltre la normalizzazione delle guerra e apre a immaginari dispotici (o reali?) per il messaggio che implicitamente trasmette: il mondo militare è un gioco divertente, un parco divertimenti e con esso anche la guerra. Le foto di bambini armati e sorridenti mostrano proprio come questo messaggio sia pericoloso e quanta manipolazione dell’infanzia ci sia dietro questi eventi. Gli 80 Anni della Repubblica Italiana e il voto alle donne, sono temi estranei a Viva l’Italia; palesi sono invece gli obiettivi dell’evento: rendere familiari e affascinanti i linguaggi, le strategie e le estetiche della guerra, trasformare il parco in un vero e proprio canale di reclutamento simulato, in cui l’esperienza militare viene presentata come un’avventura divertente (grazie anche all’elevata tecnologia) e soprattutto priva delle reali conseguenze tragiche del conflitto. E tutto ciò al costo di 39 euro al giorno per adulto e 30 euro per bambino! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Suicidio assistito: in Sicilia la proposta di legge viene da destra…
Riceviamo e per correttezza e completezza d’informazione diffondiamo “Una persona che soffre, che è malata in modo irreversibile, che è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e che chiede di poter porre fine alla propria esistenza con dignità ha il diritto di ricevere una risposta certa e tempestiva. Non una risposta burocratica o che dipende dalla sensibilità di un singolo direttore generale o dalla disponibilità di un avvocato. Una risposta che sia uguale per tutti, ovunque in Sicilia.” Lo dichiarano Salvo Tomarchio e Stefano Pellegrino, deputati di Forza Italia che hanno depositato ieri all’Assemblea Regionale Siciliana un disegno di legge per dare attuazione alle sentenze della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Tomarchio è il primo firmatario della proposta, Pellegrino è il capogruppo del partito all’Assemblea Regionale Siciliana. “Capiamo perfettamente come il tema possa apparire divisivo, come tocchi in modo profondo la coscienza di tutti. Riguarda ciò che ciascuno di noi pensa del dolore, del limite, della libertà di disporre di sé, del modo in cui vive la propria Fede. Ma la politica è prima di tutto impegno per i diritti e, quando i diritti possono apparire contrastanti, lavorare per il loro bilanciamento. Per questo, il rispetto di quelle convinzioni è parte del testo che proponiamo: nessun professionista sanitario è obbligato a partecipare alla procedura, la partecipazione avviene su base volontaria. Nessuna persona malata viene sospinta verso alcuna direzione: l’informazione sulle cure palliative e sul diritto di rifiutare o interrompere qualunque trattamento precede ogni altro passaggio. Un diritto che pone dilemmi umani, etici e personali resta un diritto. La presenza del dilemma è una buona ragione per circondarne l’esercizio di garanzie e di tempi di riflessione. Non è una ragione per lasciarlo senza attuazione”. Il provvedimento è composto da quattordici articoli e vuole colmare quel vuoto normativo che anche in Sicilia dura ormai da sette anni: da quando cioè la Corte Costituzionale è intervenuta, con la sentenza 242/2019 su questo tema. Oggi però, in assenza di regole uniche nazionali, la possibilità di ottenere una risposta da parte dei cittadini che vivono questa condizione dipende dalla provincia in cui si vive, dalla sensibilità individuale dei medici e dei dirigenti sanitari coinvolti e, in troppi casi, dalla disponibilità di un’associazione o di un legale che accompagni la richiesta. Un diritto che si può esercitare solo in questo modo è un diritto incompiuto, una facoltà diseguale. L’attesa indeterminata, come hanno dimostrato le vicende degli ultimi anni, produce gli effetti di un diniego. “Il disegno di legge che abbiamo presentato – spiegano Tomarchio e Pellegrino – non definisce i requisiti di accesso, che restano quelli fissati dalla giurisprudenza costituzionale: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, trattamenti di sostegno vitale, piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. La Regione Siciliana, nell’esercizio delle competenze statutarie in materia di sanità, disciplina le modalità organizzative e procedurali attraverso le quali le aziende sanitarie danno attuazione a pronunce immediatamente esecutive.” La proposta istituisce presso ogni Azienda sanitaria provinciale una Commissione multidisciplinare permanente, composta da sette professionalità – cure palliative, neurologia, psichiatria, anestesia e rianimazione, medicina legale, psicologia clinica e infermieristica – integrata per ciascun caso dallo specialista della patologia. Viene richiesto il parere dell’organismo per l’etica nella clinica già operante in azienda. La persona interessata può chiedere che il proprio medico di fiducia partecipi ai lavori. La somministrazione del farmaco è effettuata esclusivamente dalla persona interessata, con assistenza del personale sanitario, in ospedale, hospice o al domicilio. L’intero percorso è gratuito e revocabile in ogni momento. “Il testo che proponiamo non risolve la questione di fondo, che spetta al Parlamento – concludono i due parlamentari di Forza Italia -ma fa una cosa più modesta e più urgente: mette la Sicilia in condizione di rispondere, con procedure conoscibili e verificabili, a chi bussa alla porta di un’azienda sanitaria chiedendo di esercitare una facoltà e un diritto che la Costituzione gli riconosce. Sappiamo che su questo tema vi sono sensibilità trasversali e per questo auspichiamo che vi sia la possibilità di discuterne con la necessaria attenzione ma senza preconcetti, per una rapida approvazione della norma”. Redazione Sicilia
September 6, 2026
Pressenza
La seconda tappa del confronto: con i referenti di associazioni, comitati e partiti
A seguito del precedente, il Coordinamento Nazionale No Riarmo organizza l’incontro online a cui intervengono Michele Lucivero dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Rosa Siciliano, direttrice editoriale di Mosaico di pace, la rivista mensile promossa da Pax Christi Italia, Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” e Marta Collot, co-portavoce nazionale di Potere al Popolo. L’iniziativa li coinvolge, anche insieme ai rappresentanti di altre associazioni e altri comitati e partiti, per ragionare insieme sulle rispettive posizioni e proposte in merito a: * come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; * come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Per intervenire: https://us02web.zoom.us/meeting/register/N–8wYzoRpW5gulhMzwb4w. Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Se non si riceve il link di iscrizione, segnalare il disguido a articolo11@art11.it. All’iniziativa svolta il 26 agosto scorso Andrea Catone ha spiegato le finalità del Coordinamento Nazionale NO Riarmo costituito l’anno scorso sull’onda della petizione contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina: “L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per dare vita a un movimento di massa contro la guerra, esaminare la possibilità di dargli rappresentanza politica in Parlamento e, a tal fine, costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che Fuori l’Italia dalla guerra sia l’obiettivo realisticamente unificante su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie”. “Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale”, ha affermato Andrea Catone: > Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica > contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno > Unito che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la > Russia, non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si > agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è > per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran > parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro > dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. > Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e > alla escalation. > > Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I > pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine > febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, > fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di > USA e Israele. > > Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là > delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra > imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un > ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo > sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud > globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al > mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine > mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, > rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità > di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò > che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra mondo unipolare > e mondo multipolare. > > La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. > Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. > > La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, > che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, > alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. > > Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. > > Insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta e condanna del > genocidio, occorre operare politicamente per ottenere risultati concreti, > trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, > chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del > nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia > dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, > politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione > di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo > stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA > e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte > dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai > Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i > movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo > pluridecennale. > > Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e > dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per > dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo > discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori > l’Italia dalla guerra!. > > Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo > comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è > fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati > territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, > ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la > guerra. > > Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la > guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel > parlamento nazionale poiché, anche se è in atto da anni l’attacco alla > centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del > 1948, è lì che si decidono ancora le cose. > > Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni > politiche. > > In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui > un falso bipolarismo. In sede italiana e nelle votazioni del parlamento > europeo il Partito democratico ha approvato tutte le mozioni di sostegno > militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla > questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI > convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una > posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo > incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di > missili in Ucraina. > > Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna > elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. > > Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, > senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la > costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa > dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la > guerra. > > Le direttrici di fondo del suo programma da cui discendono fondamentali scelte > di politica economica, sociale, culturale si possono individuare nei due > pilastri della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del > 1948, col suo fondamentale articolo 11, e della fuoriuscita dell’Italia dalla > guerra e dal sistema di guerra. > > Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, > comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la > costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, > culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri > finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la > catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, > dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. Diretta in streaming sul canale https://www.youtube.com/@ComitatoArticolo11 Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza

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