Disarmo: Aviano, il GIP si riserva sulla presenza di armi nucleari.
I cittadini e le associazioni: «Vogliamo la verità e la rimozione delle testate nucleari». Il Tribunale di Pordenone deciderà nelle prossime settimane. Secondo fonti internazionali e numerosi studi di settore, nell’aeroporto militare di Aviano sarebbero custodite tra le 30 e le 50 bombe atomiche B61
June 15, 2026
PeaceLink
VERTENZA ELECTROLUX, FIOM: “PIANO DI LICENZIAMENTI CONGELATO, TREGUA ARMATA DI DUE MESI”
Dal tavolo di confronto tra la multinazionale Electrolux è uscito un cambiamento di atteggiamento dall’azienda, che ha “congelato” il piano di oltre 1.700 licenziamenti in Italia per un periodo di due mesi. Un atteggiamento diverso rispetto ai modi con cui poche settimane fa aveva annunciato invece i licenziamenti e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Asti (Ancona) dove si producono cappe per cucine. “Per noi è una tregua armata di due mesi”, ha dichiarato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Andrea Torti, della segreteria Fiom di Milano, particolarmente coinvolta per la vertenza avendo sul territorio lo stabilimento di Solaro. “La fiducia nei confronti dell’azienda è ai minimi termini, avendo annunciato chiusure e licenziamenti mentre in azienda si fanno straordinari e c’è personale assunto a termini: si tratta di un affronto nei confronti di una relazione sindacale corretta”. “Noi non smobilitiamo”, ha annunciato Torti, “e nei prossimi giorni andremo nelle fabbriche a raccogliere il mandato dei lavoratori e delle lavoratrici”. Ascolta o scarica
June 15, 2026
Radio Onda d`Urto
La Cronologia dell’acqua – Kristen Stewart
(visto da Francesco Masala) la sorprendente opera prima di Kristen Stewart, con una bravissima Imogen Potts, un ricordo di Zeudi Araya, e qualche parola di Ken Kesey Kristen Stewart ha fatto l’attrice con registi molto bravi, e allora avrà pensato di fare un film anche lei. ed è stata una scommessa riuscita, a partire da un romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch.
Il mondiale dei respinti: per la FIFA è una festa, ma assomiglia sempre più a una frontiera armata
L’11 giugno non è iniziato solo un torneo. È iniziato il Mondiale più grande della storia. Quarantotto nazionali, tre Paesi ospitanti, miliardi di spettatori incollati agli schermi. La FIFA, dai suoi uffici specchiati di Zurigo, lo racconta così: la celebrazione universale del pallone@. Ti vendono il sogno di un prato verde dove tutti sono uguali. Ma la retorica si spegne dove finisce lo spettacolo e inizia il potere. Basta fare un passo indietro e guardare cosa succede ai controlli di frontiera. È lì, tra i passaporti respinti, i visti negati e i fili spinati invisibili della burocrazia, che la festa cambia faccia. È lì che capisci che il calcio è una cosa, ma le regole del mondo restano sempre le stesse: selettive, razziste. I giocatori dell’Uzbekistan, con il loro allenatore Cannavaro, vengono accolti a New York da metal detector, cani antidroga e perquisizioni bagaglio per bagaglio. I calciatori del Senegal sono costretti a togliersi le scarpe appena scesi dall’aereo, trattenuti per ore come sospetti qualsiasi. Ayman Hussein, stella della nazionale irachena, passa sette ore sotto interrogatorio. Tala Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, viene trattenuto per oltre dieci ore e poi espulso. Peggio ancora va a Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025. Passaporto diplomatico, convocazione ufficiale, tutte le autorizzazioni in regola. Non basta. Undici ore di interrogatorio sulla situazione politica della Somalia e sui rapporti con Al-Shabaab. Alla fine viene respinto. Fuori dal Mondiale. L’Iran si vede negare il visto a quindici membri della propria delegazione. Giornalisti africani e iraniani ricevono autorizzazioni che impediscono loro di seguire liberamente il torneo tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tifosi bloccati, procedure arbitrarie, ostacoli burocratici costruiti apposta per scoraggiare la presenza di interi popoli. Il messaggio è chiaro: siete invitati, ma non siete benvenuti. In fondo, questo Mondiale racconta perfettamente il nostro tempo. Da una parte la retorica della globalizzazione felice. Dall’altra i confini che si chiudono. Da una parte gli slogan sull’universalità dello sport. Dall’altra i controlli selettivi che distinguono chi può passare e chi deve essere interrogato, perquisito, respinto. Il calcio dovrebbe servire a cancellare queste differenze. Invece il Mondiale del 2026 le sta esibendo tutte sotto i riflettori. La FIFA continua a chiamarla festa. Ma assomiglia sempre più a una frontiera armata. Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
Un Ponte per si presenta alla 224° Presenza di Pace
Siamo arrivati alla 224° Presenza di Pace. Il 13 giugno la presenza in piazza Carignano ho visto la proposta di una nuova modalità mirata alla presentazione delle varie realtà che compongono il Coordinamento Agite. Ha inaugurato il nuovo format Un Ponte per. Quindi, chi è Un Ponte per?  Lo ha raccontato Silvano, uno dei sette membri del  Comitato torinese dell’associazione nata  nel 1991 con il nome di un Ponte per Baghdad. Lo scopo iniziale del gruppo era quello di risarcire il popolo iracheno, lenire le difficoltà della popolazione civile dovute al pesante embargo che arrivava a colpire anche le matite perché, si diceva, la grafite poteva essere usata per la costruzione di esplosivi. Un ponte per nasce seguendo il principio della nonviolenza e del rifiuto della sopraffazione di una parte sull’altra. Nasce per promuovere la pace e la giustizia sociale e ambientale ritenute inscindibile l’una dall’altra. Principi e obiettivi che hanno poi portato l’associazione a intervenire in altre zone bisognose di intervento, come adesso la Palestina e il Libano. Da queste due zone sono arrivate in piazza Carignano le testimonianze di due operatori adesso attivi in quelle zone. Dalla Palestina ha parlato in diretta Sharif, un gazawi che vive in Italia e legato a Un ponte per. La sua famiglia vive ancora lì, nelle tende. Il calore in queste strutture è insopportabile, quella del fratello un giorno ha preso fuoco, molti sono rimasti feriti ma gli ospedali sono quasi tutti distrutti. Sono dovuti tornare alle tende ma non possono esporsi al sole. Sharif ha raccontato anche del desiderio di poter avere qualche soldo da spendere al supermercato per accontentare la richiesta di un bambino, quello che qui facciamo in modo scontato e scontato non lo è. Dal Libano ha invece parlato il capo missione David Ruggini, che ha lasciato il suo racconto ad un vocale registrato il giorno prima. In Libano con lo scoppio della guerra gli ordini di evacuazione hanno prodotto un esodo enorme. I rifugi sono stati allestiti nelle scuole – l’attività scolastica è stata spostata on line – ma con servizi di base scarsi e la situazione è nel complesso molto critica demandata quasi unicamente alle azioni umanitarie visto che lo Stato libanese non offre particolare supporto. Mentre nel sud del paese la situazione è drammatica, con bombardamenti costati e quotidiana, il nord non è stato toccato. Da poco è stato occupato il castello di Beaufort, a circa 1 km dal villaggio di Arnoun, un atto questo, prevalentemente simbolico visto che venne già occupato il 7 giugno 1982 dall’esercito israeliano e utilizzato fino al 2000 come base e posto di osservazione dell’IDF. E’ molto forte la propaganda israeliana supportata dagli Stati Uniti per dividere il governo libanese da Hezbollah, pressione che mette a serio rischio la stabilità interna. Purtroppo David non intravede nessun segnale di essere vicini ad una fine del conflitto. Tante le iniziative messe in campo dall’associazione, una lettura del sito o dei social dell’associazione fornirà una mappa chiara dei progetti portati avanti. Cosa possiamo fare noi tutti per aiutare l’associazione? Intanto rimanere informati delle loro varie iniziative tramite sito e social. Ci si può iscrivere sostenendo così anche materialmente il loro lavoro. Inoltre possiamo sostenere le campagne che promuove adesso che sono due in particolare. * La prima consiste nell’adesione alla campagna nazionale “Banche complici” del BDs. Il BDS nasce in Palestina seguendo 3 principi: fine della occupazione e della colonizzazione, rientro dei profughi e uguaglianza tra tutti i cittadini che vivono nell’area. Tra il 10 e il 20 giugno ha rilanciato una campagna volta al boicottaggio di tre grandi istituti di credito italiani, UniCredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas profondamente integrati nell’occupazione della Palestina e nelle guerre di Israele. Si propone a cittadine e cittadine di inviare mail a questi istituti chiedendo l’immediata cessazione di ogni forma di complicità con le violazioni del diritto alla vita dei Palestinesi e darne visibilità sui social. * La seconda è la campagna di sostegno Giù le armi Leonardo che chiuderà il 24 giugno o prima se si raggiungerà la quota di 25.000 euro, ne mancano 5.000. Come? Usando il qr-code in evidenza. Qr-code per sostenere la campagna Giù le armi Leonardo La campagna è in favore dell’azione legale contro Leonardo presentata il 29 settembre 2025 insieme ad AssoPacePalestina, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, e dalla Dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese. L’atto di citazione notificato a Leonardo ed allo Stato italiano è stato depositato al Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e dalle sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forza armate dello Stato d’Israele. La causa deve ancora proseguire, è stato disposto un rinvio a ottobre per il deposito delle memorie difensive. La Presenza è poi proseguita con i consueti interventi. Tra questi ricordiamo solo i due giovani italiani coinvolti nell’inchiesta sulle manifestazioni per la Palestina che, pochi giorni fa, si sono tolti la vita, tra divieti di dimora, misure cautelari sproporzionate e il diniego a partecipare a un funerale. Un fatto che merita un’attenzione e una riflessione approfondita anche sul ruolo della magistratura, ne abbiamo già parlato qui. Sara Panarella
June 15, 2026
Pressenza
La lezione albanese: un modello da seguire
Due settimane di protesta quotidiana  che non si ferma, anzi si allarga coinvolgendo un intero popolo non solo contro il governo ma anche contro il maggior partito di opposizione che è il rovescio della stessa medaglia. Per far sì che il movimento duri nel tempo gli albanesi hanno capito che l’unico sistema possibile è far rientrare le proteste nella quotidianità della vita di tutti i giorni: si continua a lavorare, a studiare, ma ogni giorno a partire dalle 18 l’appuntamento è a piazza Scanderbeg per poi confluire sotto le finestre del palazzo del Primo Ministro. Un accogliente spazio bimbi con lunghissimi fogli e tantissimi colori facilita la partecipazione dei genitori, anche se non pochi bambini si divertono un mondo a sventolare bandiere o cartelli sulle spalle dei genitori. E’ una protesta radicale, che la folla chiama “revolucion”, non solo contro una classe politica corrotta e screditata, ma anche contro un modello di società che costringe centinaia di migliaia di cittadini ad emigrare in cerca di migliori condizioni di lavoro mentre una ristretta borghesia rapace, i famosi oligarchi e i clan a loro associati, si arricchisce oltre ogni misura, anche riciclando denaro di provenienza mafiosa, in speculazioni immobiliari tanto fantascientifiche quanto inutili alla popolazione. Gli architetti si sono sicuramente sbizzarriti nel progettare queste torri fantasiose e bizzarre che si ergono verso il cielo, ma gli appartamenti sono vuoti perché gli affitti sono impossibili per una famiglia di lavoratori. La caduta della dittatura stalinista di Enver Hohxa ha segnato la fine di un governo dispotico, ma le politiche neoliberiste hanno colpito lo stato sociale che garantiva una casa, un lavoro, sanità pubblica e una istruzione gratuita che, pur attraverso una selezione meritocratica, arrivava fino agli studi universitari. Prima chi tentava di scappare dall’Albania finiva in carcere o rischiava la vita, ora si è spesso costretti a lasciare il proprio Paese, nella speranza di tornare un giorno poiché fortissimo è il legame di questo popolo con la propria terra. Insomma l’arroganza della figlia e del genero di Trump sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la difesa di un piccolo paradiso ambientale è diventata orgogliosa difesa della propria terra e della propria patria. Nelle piazze della protesta sale e si sprigiona una energia che insegna a tutti noi che un popolo che si unisce ed alza la testa può cambiare il corso della Storia e diventare esempio. Non è quindi un caso che molti giovani turisti abbiano cambiato i programmi delle loro vacanze. Questo movimento grazie all’inizio della stagione turistica sta diventando un movimento internazionale. Questi ragazzi sono canadesi del Quebec. Le due ragazze sono di origine iraniana e fanno parte di un gruppo ecopacifista di Sinistra. Trovandosi in vacanza in Albania hanno deciso di unirsi alla protesta. Sulla situazione in Iran non hanno dubbi nel solidarizzare con il movimento “Donna, vita, libertà” contro la teocrazia dispotica, patriarcale e feroce nella repressione del dissenso, ma al tempo stesso si sono mobilitate contro la guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti d’America contro l’intero popolo Iraniano. Una guerra che, lungi dal portare libertà e democrazia, con i bombardamenti ha fatto strage di civili innocenti.Ie L’altro ieri in Piazza ho incontrato Julie, italoalbanese di Torino, attivista di un collettivo di solidarietà con il popolo palestinese, non ha dubbi che tramite il genero sionista di Trump Israele e gli Stati Uniti vogliano mettere le mani su un isola strategica che controlla il Canale di Otranto. L’isola di Suzan durante la dittatura di Enver Hoxha fu un’importantissima base militare con buncher antiatomici e chilometri di gallerie sotterranee. Accanto a Julie c’è una sua amica egiziana: hanno deciso di sfilare con una bandiera Albanese ed un airone con la Kefiah. Mi spiegano che chi lavora nel settore pubblico rischia il posto di lavoro se viene identificato e anche per questo molti rifiutano di farsi fotografare o si coprono il viso con il loro cartello. Altri invece si mettono in posa e mi ringraziano Alle manifestazioni partecipano persone delle tre principali religioni: musulmani, ortodossi e cattolici In Albania, diversamente dal resto dell’Europa non c’è alcun sentimento islamofobo. Manifestano con reale preoccupazione per le sorti del loro Paese, ma anche con gioia e allegria. E continueranno indomiti, fino alla vittoria. Mauro Carlo Zanella
June 15, 2026
Pressenza
Il centro dati è la ciminiera del futuro
> In molti paesi si registrano proteste contro i centri dati dedicati > all’intelligenza artificiale, assetati di energia. Manca soprattutto la > trasparenza. Che si tratti della Cina, dell’India, dei Paesi dell’UE o degli Stati Uniti, non c’è quasi nessun Paese che non voglia essere all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Per questo motivo, in tutto il mondo si progetta e, soprattutto, si costruisce molto. L’IA richiede una grande potenza di calcolo e, di conseguenza, grandi centri di calcolo. E queste mega-server farm devono pur essere collocate da qualche parte. I più recenti impianti «hyperscale» sono così grandi che i media realizzano video con i droni per renderne evidente la dimensione. Per questo motivo vengono spesso costruiti in zone in cui il terreno è relativamente economico. I RESIDENTI PAGANO IL PREZZO DEL PROGRESSO TECNOLOGICO Già dal punto di vista estetico non è certo un piacere. A chi piace vivere accanto a un blocco di cemento spoglio, circondato da alte recinzioni e telecamere? I mega-data center rappresentano inoltre una sfida ecologica, per non dire un incubo ecologico. Hanno bisogno di tanta energia quanto intere città e di moltissima acqua, inquinano l’ambiente e distruggono terreni agricoli fertili. I residenti nutrono il legittimo timore che ciò possa causare una carenza idrica e un aumento dei prezzi dell’energia. Secondo quanto riportato dal «Sierra Club», nello Stato della Virginia i prezzi dell’energia sono aumentati del 267% negli ultimi cinque anni. In Virginia si concentrano molti di questi mega-centri, alcuni dei quali situati a breve distanza dalle zone residenziali. In Pennsylvania, secondo «Inside Climate News» (ICN), la bolletta elettrica media è aumentata del 14% in un anno. Gli esperti avvertono addirittura che in situazioni come le ondate di calore potrebbero verificarsi interruzioni di corrente, poiché il fabbisogno energetico dei centri di calcolo è così enorme – oppure un sistema di IA potrebbe dover cessare il funzionamento. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, i residenti vengono consultati molto raramente. Sebbene gli impianti siano così grandi, i vicini spesso ne vengono a conoscenza solo quando iniziano i lavori di costruzione. A quel punto i contratti sono già stati stipulati da tempo, compresi tutti gli accordi di riservatezza. Anche quando i piani vengono resi pubblici in anticipo, spesso opporre resistenza è inutile. Eppure i residenti pagano un prezzo elevato. A CAUSA DEI SISTEMI DI RAFFREDDAMENTO DEI SERVER, GLI STATI UNITI VOGLIONO INDEBOLIRE LA LEGGE SUI PFAS Il problema principale: il lavoro svolto dai chip produce molto calore, quindi gli impianti hanno un enorme fabbisogno di raffreddamento. Questo favorisce l’innovazione, ma ha anche un rovescio della medaglia. Il raffreddamento ad aria, fino a pochi anni fa la norma nei centri di calcolo, ha lasciato il posto a impianti di raffreddamento a liquido o a modelli misti. Gli ultimi sviluppi spingono ancora oltre questo principio, ricorrendo al cosiddetto raffreddamento a immersione, in cui il server viene immerso nel liquido refrigerante. I sistemi di raffreddamento a liquido, che in teoria funzionano in circuiti chiusi, dovrebbero comunque sostituire regolarmente l’acqua contaminata, spiega il «Sierra Club». Non è chiaro cosa ne sia delle acque reflue, almeno negli Stati Uniti. L’organizzazione mette in guardia dall’inquinamento dell’ambiente con sostanze chimiche PFAS, presenti nei sistemi di raffreddamento sotto forma di gas F o liquidi refrigeranti. Esistono alternative come il gas propano o l’ammoniaca, ma queste vengono utilizzate raramente. Inoltre, i PFAS sono presenti negli impianti antincendio di cui ogni data center ha bisogno e, naturalmente, nei materiali semiconduttori dei server. Queste esigenze sarebbero così importanti che l’amministrazione Trump vorrebbe allentare la regolamentazione sui PFAS per facilitare la costruzione di data center. UN DATA CENTER È COME UNA CALDAIA Anche alcuni altri dettagli sembrano usciti dal Far West. A Memphis è in funzione un centro dati dotato di 35 turbine a gas, secondo quanto riportato da «Politico». Gli ossidi di azoto prodotti dall’impianto inquinano l’aria e causano smog nocivo per la salute. Il proprietario xAI gestisce quindi, a rigor di termini, una centrale elettrica soggetta ad autorizzazione – ma ufficialmente solo in via temporanea, motivo per cui non è necessaria alcuna autorizzazione. Secondo uno studio riportato dalla CNN, gli «hyperscaler» costituiscono delle isole di calore che riscaldano l’ambiente circostante fino a 9 gradi Celsius in un raggio di dieci chilometri – in tutto il mondo, dal Messico alla Spagna. Un dettaglio sgradevole che finora era passato inosservato. La quantità d’acqua consumata dai computer che mantengono in funzione ChatGPT, Gemini e MidJourney è considerata un segreto aziendale. Si sa solo una cosa: è moltissima. Per questo motivo ci sono proteste in tutto il mondo, attualmente soprattutto negli Stati Uniti, dove sono in fase di progettazione e costruzione moltissimi data center. Secondo Cleanview, attualmente (al 1° giugno) negli Stati Uniti ci sono 606 data center in funzione con una capacità di quasi 20 gigawatt. Si stima che entro il 2030 questa cifra salirà a circa 80 gigawatt. Un volume di investimenti di molti miliardi di dollari. AMPIE PROTESTE DEI CITTADINI NEGLI STATI UNITI L’impatto dei grandi centri di calcolo riguarda le popolazioni in tutto il mondo, dall’India allo Stato tedesco dell’Assia. Attualmente, la questione sta preoccupando particolarmente la popolazione degli Stati Uniti. Le proteste dei cittadini contro i mega-centri di calcolo in progetto o in costruzione in diverse parti del Paese potrebbero persino influenzare le elezioni di medio termine, scrive il «New York Times», che ha realizzato un video sull’argomento. Le proteste si registrano, tra l’altro, nello Utah, nel Maine, in Virginia, nel Michigan e in Louisiana. La questione sarebbe «trasversale ai partiti quanto la birra», ha scritto il «New York Times», citando un comico che ne aveva parlato nel Wisconsin. Un agricoltore del Bayou, in Louisiana, ha espresso la sua protesta utilizzando le stesse dimensioni di un centro dati progettato dal gruppo Meta, che dovrebbe estendersi su circa 37 ettari: La nota attivista per i diritti civili Erin Brockovich si sta mobilitando dalla fine di aprile contro i giganteschi progetti di costruzione legati all’IA. Ha messo online un sito web in cui vengono localizzate le denunce dei cittadini contro i data center. Il processo manca di trasparenza, lamenta. «Se i data center sono così vantaggiosi per la collettività, perché vengono costruiti in segreto?», chiede. Il suo team ha ricevuto migliaia di segnalazioni relative a edifici esistenti o in progetto. Anche altre organizzazioni, come Cleanview o Honor The Earth, un’iniziativa delle comunità indigene, gestiscono simili strumenti di monitoraggio dei data center. Queste informazioni non sono altrimenti di dominio pubblico. LA POLITICA INIZIA A REAGIRE L’opposizione è così forte che anche le borse ne prendono atto. Si tratta di investimenti miliardari – e naturalmente di un vantaggio tecnologico. Non mancano le accuse secondo cui le proteste sarebbero state organizzate su suggerimento di «organizzazioni straniere» (o direttamente della «Cina») o con il loro finanziamento. I comuni che mettono a disposizione i propri terreni sperano a loro volta in entrate fiscali e posti di lavoro – anche se questi ultimi si creano soprattutto durante la fase di costruzione. Una volta in funzione, anche un grande centro dati richiede poco personale. I governanti vorrebbero insediare un’industria chiave. Le proteste hanno comunque suscitato una reazione da parte della politica. Secondo l’ICN, diversi Stati federali statunitensi stanno pianificando una normativa in base alla quale gli operatori di grandi centri dati dovranno produrre autonomamente l’energia necessaria. Uno svantaggio di ciò: gli operatori di grandi centri dati diventerebbero aziende energetiche – con tutte le implicazioni politiche del caso. I dettagli del programma dal nome accattivante «Bring Your Own Energy» non sono ancora del tutto chiari, riferisce il media della Pennsylvania. Un progetto di legge denominato GRID (Governor’s Responsible Infrastructure Development Standards) affronta anche le questioni relative ai requisiti di trasparenza e alla tutela dell’ambiente. In futuro, il gestore dovrà fornire quote minime prestabilite di energia non fossile, compresa l’energia nucleare: il 10 per cento entro il 2027 e il 32 per cento entro il 2035 – troppo poco, criticano le organizzazioni ambientaliste. Inoltre, il gestore dovrà farsi carico di tutti i costi necessari per l’ampliamento delle infrastrutture energetiche. La fonte energetica attuale è per lo più il gas naturale, il che in Assia ha portato alla sospensione provvisoria dei piani di costruzione. Resta da vedere se il progetto di legge otterrà le maggioranze necessarie. LA MAGGIORANZA DEGLI SVIZZERI INTERVISTATI CHIEDE PIÙ CONTROLLO Nei Paesi europei prevale uno scetticismo diffuso, anche se in questi paesi la regolamentazione è generalmente più severa. È quanto emerge da un sondaggio rappresentativo condotto da Algorithm Watch in diversi Paesi europei, tra cui la Svizzera. Molti intervistati hanno chiesto una maggiore regolamentazione e una maggiore trasparenza. Lo scetticismo è particolarmente forte in Irlanda e in Spagna, Paesi in cui si avvertono già chiaramente le ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulla disponibilità idrica. Tra i circa 1000 intervistati in Svizzera, il 79% ritiene che i data center dovrebbero rendere pubblico il proprio fabbisogno energetico, il 72% ritiene che i nuovi data center dovrebbero essere costruiti solo se possono essere alimentati con energie rinnovabili e il 71% si dice preoccupato per il fabbisogno idrico degli impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
June 15, 2026
Pressenza
Uno spazio aperto contro lo stato presente delle cose
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Per la riunione di redazione aperta di sabato 13 giugno a Roma, la Rete vesuviana solidale ha raccolto diversi pensieri e proposte -------------------------------------------------------------------------------- Rete vesuviana solidaleDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uno spazio aperto contro lo stato presente delle cose proviene da Comune-info.
June 15, 2026
Comune-info
Cosa possiamo mettere in comune?
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 13 giugno, corteo “Fuck remogration”. Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Nel corso della riunione di redazione aperta del 13 giugno è nata una prima proposta su cui ragionare con chiunque interessato -------------------------------------------------------------------------------- Piccolissima premessa Siamo tutte/i attraversati da un doppio sentimento: felici per il ritorno di grandi “maggioranze rumorose”; preoccupate/i dalla ferocia con cui i vecchi e in nuovi “kings” conducono le loro dispute per l’egemonia sul mondo, sull’umano, sul vivente. Alla base delle società, ad ogni latitudine vi è la resistenza delle popolazioni che rivendicano Tierra, Techo, Trabajo. Siamo parte di questi movimenti e siamo anche coscienti che non riusciamo ancora ad essere all’altezza della minaccia che colpisce l’intera umanità. Non riusciamo ad essere abbastanza forti da disarmare i despoti, da immunizzare le persone avvelenate dall’odio che la macchina propagandistica dei regimi instilla giornalmente, da rigenerare le istituzioni pubbliche affinché si liberino dalla subalternità dall’economica degli affari di pochi contro le vite di tutte/i. Domandiamoci cosa ci manca per essere più incisivi, per passare dalla resistenza all’azione propositiva, trasformativa e costituente di una nuova società? Probabilmente ci sfuggono ancora la profondità e l’interdipendenza delle crisi del sistema economico, ecologico, persino morale e culturale (“policrisi” l’ha chiamata il grande filosofo Edgard Morin, recentemente scomparso) che attraversano i paesi dell’ex Primo Mondo. Sicuramente scontiamo lo sfibramento del tessuto sociale e la frammentazione dei movimenti. Domandiamoci cosa possiamo mettere in comune noi, per quello che ognuno di noi può fare, per contribuire ad irrobustire le resistenze e allo stesso tempo metterle in relazione. Quella che segue è la proposta uscita dalla riunione della redazione aperta di Comune che si tenuta al Polo Civico dell’Esquilino di Roma, sabato 13 giugno. Una promessa di impegno Apriamo uno spazio aperto, permanente e itinerante di confronto, elaborazione di cornici comuni di senso, produzione di vocabolari, linguaggi, grammatiche comunicanti e di prefigurazione di approdi da raggiungere. In omaggio alle lotte zapatiste, chiamiamo questo spazio “semenzaio delle idee trasformative” o qualcosa di simile. E cominciamo a dividerlo in tre settori (più uno), dove coltivare, custodire, riprodurre diversi tipi di piante: 1. le piante della pace disarmante. La guerra è solo l’apice di una spirale alimentata dalla volontà di dominio. La pace ci obbliga ad affrontare tutte le cause della violenza strutturale che avvelenano le relazioni umane. Non crediamo vi siamo guerre giuste, non crediamo vi siano guerre di difesa, non crediamo che sia possibile risolvere alcun tipo di conflitto con la violenza; 2. le piante della produzione del pane e delle rose. Come soddisfare i bisogni e i desideri che rendono piene le nostre vite. Come liberare le forme della cooperazione sociale dal comando del profitto, dell’accumulazione, della crescita economica. Come attivare modi di produzione, distribuzione e consumo finalizzati all’eguaglianza e alla sostenibilità; 3. le piante della cura delle relazioni personali e quelle tra gli esseri umani e la natura nei gesti quotidiani. Come sentirsi cittadini del mondo e parte integrata nell’infinita, meravigliosa rete della vita. Un semenzaio a parte va dedicato all’erba maledetta: l’organizzazione. Senza la quale l’onda dei movimenti passa senza lasciare traccia, ma che contiene sempre il rischio di confondere lo strumento con il fine dell’azione. Tutte i modelli sperimenti finora non sono riusciti a creare convergenze persistenti ed efficaci. Ciò ci obbliga ad una maggiore creatività. Cerchiamo persone di buona volontà che ci aiutino a coltivare i semi della speranza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cosa possiamo mettere in comune? proviene da Comune-info.
June 15, 2026
Comune-info
Valle di Susa, valle delle guerre d’Europa
Di Nicoletta Dosio Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi […] The post Valle di Susa, valle delle guerre d'Europa first appeared on notav.info.
June 15, 2026
notav.info
POV: More correct Information, Less Discrimination. Campagna del progetto-MILD
Riceviamo e volentieri pubblichiamo_   Parte oggi, 15 giugno 2026, in quattro paesi europei POV: More correct Information, Less Discrimination, una nuova campagna online e offline volta a sfidare gli stereotipi e promuovere narrazioni più accurate su persone migranti, rifugiate e razzializzate.  La campagna sarà attiva fino al 27 ottobre 2026. POV: More correct Information, Less Discrimination fa parte dell’omonimo progetto europeo MILD (More correct Information, Less Discrimination), realizzato nel corso degli ultimi due anni da organizzazioni della società civile di quattro Paesi: per l’Italia da Lunaria e associazione Carta di Roma, a Malta da African Media Association Malta , in Grecia da Antigone e in Spagna da Fundacion Maldita.es.  La campagna risponde alle persistenti criticità nella rappresentazione mediatica, in cui le persone razzializzate vengono spesso ritratte attraverso stereotipi, narrazioni incentrate sulla crisi migratoria o come semplici soggetti passivi, anziché come partecipanti attivi nella società. Attraverso video, infografiche, eventi pubblici e storytelling sui social media, POV – acronimo per Point of View, in italiano Punto di Vista– mira ad amplificare le voci sottorappresentate, promuovere un’informazione e un modo di informarsi più consapevole e incoraggiare un discorso pubblico che rispecchi la pluralità della società.  La campagna si basa sulle ricerche condotte dal progetto MILD nei quattro paesi partner, che hanno evidenziato la perdurante sottorappresentazione di persone migranti, rifugiate e razzializzate nei media mainstream, nonché la persistenza di narrazioni discriminatorie e disinformazione. Questi risultati hanno orientato sia le attività formative del progetto sia la definizione dei messaggi chiave della campagna.  La campagna si concentrerà su cinque temi:  * Visibilità e rappresentazione;  * Narrazioni negative;  * Riconoscere le fake news e le buone pratiche;  * Stereotipi e disumanizzazione;  * Nuove narrazioni.  La campagna intende stimolare il pensiero critico riguardo alle informazioni che le persone consumano e condividono ogni giorno. Il suo obiettivo centrale è superare le narrazioni che inquadrano le comunità razzializzate esclusivamente attraverso la lente della migrazione, della vulnerabilità o della crisi. Invece, mette in luce le esperienze, le competenze e i contributi di individui troppo spesso esclusi dal dibattito pubblico, promuovendo al contempo esempi di giornalismo responsabile e pluralistico. I contenuti della campagna saranno diffusi attraverso i canali social di tutti i partner del progetto, tra cui Facebook, Instagram, TikTok, X, LinkedIn e YouTube e i materiali della campagna saranno disponibili in inglese, italiano, greco e spagnolo.  POV non è solo social, ma anche incontri e dibattiti dal vivo! Il prossimo appuntamento è Il “privilegio” di informare: Roma, 17 giugno 2026, ore 18.45, Parco del Torrione, via Prenestina 73.  Oltre alla campagna, il progetto ha già sviluppato cinque report – di cui quattro focalizzati sulla dimensione nazionale e uno incentrato sul quadro europeo – e un training volti a rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile, dei giornalisti e degli studenti di giornalismo nell’identificare e contrastare la disinformazione, le narrazioni discriminatorie e i discorsi d’odio. I risultati complessivi del progetto saranno presentati nella conferenza finale, in programma il 17 dicembre 2026.  La campagna “POV: More correct Information Less Discrimination” mira a contribuire a un panorama mediatico che rifletta meglio la pluralità delle società europee contemporanee.  Per aggiornamenti, seguite la campagna sui canali social dei partner del progetto MILD a partire dal 15 giugno 2026.  ***  Sul progetto MILD  Il progetto MILD — More correct Information, Less Discrimination — è un’iniziativa finanziata dall’UE, promossa da Lunaria (Italia) in collaborazione con African Media Association Malta, ANTIGONE (Grecia), Carta di Roma (Italia) e Maldita.es (Spagna).  Il progetto mira a rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile, di attivisti e attiviste, giornalisti e giornaliste e studenti di scuole di giornalismo di monitorare e segnalare la disinformazione da parte dei media tradizionali ai danni di persone migranti, rifugiate e razzializzate in quattro paesi europei, grazie allo sviluppo di attività di ricerca, formazione e campagne di comunicazione. Per ulteriori informazioni visita la pagina web del progetto: https://www.cronachediordinariorazzismo.org/mild-more-correct-information-less-discrimination/  CONTATTI STAMPA  COORDINAMENTO PROGETTO MILD – LUNARIA APS  EMAIL: ANTIRAZZISMO@LUNARIA.ORG  CONTATTI DEI PARTNER LOCALI – ITALIA LUNARIA APS: ANTIRAZZISMO@LUNARIA.ORG | CARTA DI ROMA INFO@CARTADIROMA.ORG Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
tutti i gruppi consiliari del Comune di Rimini, CGIL, CISL, UIL, insieme ai Sindacati degli Inquilini, denunciano il silenzio dell’Amministrazione e del Consiglio Comunale
 La lettera,ultimo atto di diverse azioni di sollecitazione sul tema da parte dei sindacati, trasmessa il 29 maggio 2026, chiedeva l’apertura urgente di un confronto sull’emergenza abitativa e sul diritto alla casa, sollecitando tutte le forze politiche presenti in Consiglio ad assumersi congiuntamente la responsabilità di affrontare una situazione che sta peggiorando rapidamente e che coinvolge ormai migliaia di famiglie, lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati del territorio. Trovare una casa in affitto a un prezzo sostenibile è diventato sempre più difficile. L’offerta di alloggi destinati alla residenza continua a ridursi, mentre il peso crescente degli affitti turistici sottrae ulteriori abitazioni al mercato ordinario. A questo si aggiungono la cronica insufficienza degli alloggi ERP ed ERS e l’inefficacia di strumenti che non rispondono più alle condizioni reali del mercato, come l’attuale sistema previsto nell’Accordo sui canoni concordati. L’emergenza abitativa non riguarda più soltanto le persone economicamente e socialmente più fragili. È diventata anche un ostacolo concreto allo sviluppo del territorio, perché rende difficile attrarre e trattenere figure professionali indispensabili per la sanità, la sicurezza, i servizi pubblici e il sistema economico locale. Rivolgiamo quindi un appello a tutte le forze politiche presenti in Consiglio Comunale, sia di maggioranza sia di opposizione, affinché smettano di considerare il tema della casa come una questione rinviabile e lo assumano tutte come una priorità politica immediata. La casa non può essere terreno di polemiche o contrapposizioni politiche: serve un confronto serio e costruttivo, fondato sull’ascolto reciproco e sulla volontà di individuare insieme risposte concrete. CGIL, CISL, UIL confermano la propria disponibilità a incontrare istituzioni e forze politiche in qualsiasi momento, ma non è più accettabile ignorare un’emergenza che ogni giorno produce nuove difficoltà sociali ed economiche. La casa non può aspettare. Adesso servono risposte responsabilità, concrete e immediate. Rimini, 15/6/2026 CGIL RIMINI CISL ROMAGNA UIL RIMINI Eugenio Pari  Elena Fiero Michele Bertaccini Redazione Romagna
June 15, 2026
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