«Non ci fate paura»: l’indagine sui medici è un attacco a chi difende i diritti nei CPR
Premetto che questo articolo lo scrivo spogliandomi della mia veste
professionale per parlare da semplice cittadino.
Non posso e non voglio assistere con indifferenza all’indegno attacco alla
libertà e ai diritti che viene perpetrato in queste ore, in questi giorni, anzi,
ormai da settimane e mesi, ai danni dei medici che non si sono allineati alle
imposizioni della polizia e del ministero.
Si tratta di un attacco preordinato e ben studiato (se non fosse così, le
coincidenze sarebbero sorprendenti) che coinvolge politica, stampa e
magistratura.
Un’indagine spettacolare diretta a colpirei medici che non hanno rilasciato la
certificazione medica per l’ingresso dei migranti nei CPR (certificato di
idoneità), riscontrando situazioni di salute nei pazienti loro sottoposti
incompatibili con la vita ristretta in un Centro di Permanenze per i Rimpatri.
In effetti, per chi è abituato a considerare il migrante come un pacco postale
da spedire in questo o in quel CPR, la cura e l’attenzione per la sua salute
appare un orpello non necessario. Così, i medici indagati avrebbero compiuti il
grave crimine di considerare i migranti condotti al loro cospetto come esseri
umani, riservando loro cure e attenzione.
Sarebbero stati troppo diligenti mettendo così in crisi la macchina
amministrativa diabolica messa in piedi per produrre numeri da offrire al
Ministero a fine anno da utilizzare in campagna elettorale. In questa indagine
paradossale il criminale non è infatti il medico che impiega cinque minuti per
rilasciare in certificato di idoneità.
Il delinquente non è il medico che di fronte ad una condizione medica di
fragilità si volta dall’altra parte.
Il vero colpevole è chi ha fatto ricorso al proprio codice deontologico non
cedendo alle pressioni indebite delle Questure e delle forze di polizia.
Pressioni indebite sui medici (o direttamente sui direttori sanitari) per
rimettere in riga le pecorelle smarrite.
L’indagine della procura di Ravenna rappresenta un attacco diretto a chi ha
messo in crisi il sistema della detenzione amministrativa e il sistema CPR nel
pieno rispetto della legge, anzi, chiedendo che la legge venisse rispettata. Un
attacco contro la libertà e l’indipendenza dei medici anche e soprattutto dalle
ingerenze indebite di apparati dello Stato che vorrebbero instaurare uno “stato
di polizia”.
Il vero destinatario di questa indagine non è il singolo medico, a cui va tutta
la solidarietà e la vicinanza, ma la campagna lanciata alcuni anni fa contro i
CPR. Allora dobbiamo domandarci: chi sarà il prossimo? Quale categoria verrà
colpita al prossimo giro di giostra? Saranno le associazioni o gli avvocati?
Dobbiamo farci queste domande perché in questo sistema siamo tutti coinvolti in
qualche modo. Spesso si è parlato di emergenza democratica nel nostro Paese.
Forse abbiamo anche abusato di queste parole. Ma, in questo preciso momento, è
innegabile che l’aria che tira è molto brutta.
Quando si piegano gli strumenti giuridici per raggiungere scopi politici, quando
si tritano le vite delle persone per dimostrare chi comanda, quando lo Stato che
dovrebbe servire e tutelare i cittadini diviene uno strumento di repressione,
non ci sono troppe parole da utilizzare, ma il pericolo che si corre è chiaro.
Allora, tutti dobbiamo sentirci chiamati in causa e tutti dobbiamo impegnarci
per demolire questo tentativo di demonizzare chi ha compiuto il proprio lavoro
in scienza e coscienza e nel rispetto delle regole deontologiche.
Impegnarsi per restituire dignità a chi è colpevole di aver volturo “curare” e
non scacciare. Medici che hanno rispettato la loro missione nel senso più
profondo perché non possiamo dimenticare che “curare” vuol dire avere una
preoccupazione profonda, una attenzione, quindi, anche dedicarsi all’altro.
Se il messaggio lanciato dall’indagine di Ravenna è molto chiaro: “State lontani
dai CPR. Fate attenzione e non metteteci i bastoni tra le ruote. Se lo fate, vi
schiacciamo”. La risposta deve essere altrettanto chiara: non ci fate paura.
Come testimone diretto di quello che accade nei CPR, delle distorsioni del
sistema amministrativo, giuridico e sanitario determinate dalla detenzione
amministrativa, tutto quello che sta accadendo è inaccettabile e provo un
profondo senso di disgusto.
Ma questo disgusto, questa profonda amarezza si sconfigge soltanto impegnandosi
con ancora più decisione e forza contro questo sistema e contro ogni forma di
sfruttamento, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia.