La resistenza islamica e la Umma. Di H.R.PiccardoLa resistenza islamica e la Umma.
Contributo di Hamza Roberto Piccardo al Convegno “Capire l’Iran”, Roma 9 Maggio
2026.
Parliamo di resistenza islamica, perché è l’Islam l’anima fondante del movimento
che dall’altra parte del Mediterraneo e in Medio Oriente sta sconvolgendo
equilibri che sembravano irrimediabilmente consolidati e granitici.
Il concetto di resistenza islamica è infatti oggi una delle chiavi
interpretative più rilevanti per comprendere le dinamiche politiche, ideologiche
e militari nel mondo musulmano in generale e in Medio Oriente in particolare.
Essa nasce in funzione anticoloniale, e citiamo a proposito la resistenza e la
lotta dell’emiro Abdelkader dell’Algeria contro la penetrazione francese.
Abdelkader era un religioso, proveniva da una nobile famiglia legata alla
confraternita sufi Qadiriyya.
Nel 1832 le tribù lo designarono loro comandante e gli attribuirono, a soli 24
anni, il titolo che era stato di Omar ibn al Khattab, il secondo dei califfi ben
guidati nel VI secolo: amir el muminin (comandante dei credenti).
Organizzò la resistenza come fosse uno Stato: suddivise il territorio in
province, nominò le figure apicali, raccolse la zakat (l’elemosina
obbligatoria), strutturò le truppe in contingenti regolari e ausiliari e si
preoccupò della manifattura di armi e munizioni, amministrò la giustizia
applicando la sharia in modo coerente.
Fu sconfitto nel 1847, deportato, imprigionato e poi esiliato in Siria ma aveva
dimostrato che era possibile opporre all’espansione europea non solo rivolte
tribali, ma un progetto statuale strutturato.
È considerato un precursore del nazionalismo algerino — il suo esempio fu
rivendicato dal FLN durante la guerra d’indipendenza (1954-1962); oggi è
considerato padre fondatore dell’Algeria moderna.
La guerra provocò centinaia di migliaia di morti algerini (stime tra 500.000 e 1
milione) e inaugurò atroci pratiche di contro-insurrezione che contraddistinsero
la storia coloniale francese.
A margine non sarà inutile ricordare che gli intellettuali francesi, da Hugo a
Tocqueville, i discepoli di Saint Simon non solo non si opposero ma addirittura
sostennero la colonizzazione e i suoi metodi genocidari.
Hugo, in Choses vues annotava gli orrori della guerra coloniale, ma non scrisse
mai un J’accuse sull’Algeria. Tocqueville, teorico della libertà, giustificò la
dominazione. I socialisti, critici dello sfruttamento operaio, videro nei
colonizzati non soggetti di diritti ma oggetti di una missione civilizzatrice…
In Marocco fu Muhammad ibn Abd el-Krim al-Khattabi che guidò le tribù del Rif
contro gli spagnoli e nel 1921 presso Annual inflisse loro la peggiore sconfitta
che una potenza colonizzatrice subì in Africa (dopo quella sofferta dall’Italia
ad Adua). La Spagna perse oltre 12 mila uomini e Al Khattabi poté costituire la
Repubblica del Rif, che mi ricorda quelle partigiane durante la resistenza.
Poi francesi e spagnoli si coalizzarono, schierarono 250mila uomini, misero in
campo artiglieria pesante, aviazione e usarono i gas (iprite). Si calcolano 300
mila morti, la stragrande maggioranza civili non combattenti.
Fu comunque un’altra dimostrazione che si poteva resistere e infliggere
considerevoli perdite al colonizzatore. Pare che la sua prassi ispirò mostri
sacri contemporanei come Ho Chi Minh e Che Guevara.
Secondo taluni storici, il disastro di Annual delegittimò la monarchia spagnola,
contribuì al colpo di Stato di Primo de Rivera (1923) e, in prospettiva, alla
repubblica spagnola del 1931.
In Libia fu un altro religioso, Omar el Mukhtar, esponente di rilievo della
principale confraternita sufi di quel territorio, a imbracciare le armi contro
il Regno d’Italia. A partire dal 1911, organizzò e guidò il movimento di
resistenza libico. Partecipò anche all’opposizione armata contro i francesi in
Ciad e gli inglesi in Egitto. Fu catturato, ferito in battaglia dalle truppe
coloniali libiche, e impiccato.
Il Mahdi del Sudan, al secolo Muhammad Ahmad ibn Abd Allah, tra il 1881 e il
1885 combatté e sconfisse le forze anglo-egiziane. Morì poco dopo la sua
vittoria ma aveva costituito uno stato su base religiosa che resistette fino al
1898.
La sua rivolta anticipò temi che ritroveremo nei nazionalismi del Novecento:
rifiuto dell’ingerenza straniera, rivendicazione dell’identità islamica,
aspirazione all’autogoverno.
Insomma, nata come risposta contro il dominio coloniale e successivamente contro
l’egemonia occidentale nella regione, la resistenza islamica ha assunto nel
tempo una forma complessa: un intreccio di motivazioni religiose, rivendicazioni
nazionali e strategie di potere transnazionale. Essa costituisce una rete
articolata di movimenti, istituzioni e milizie che, pur con differenze interne
notevoli, condividono oggi un obiettivo comune: contrastare l’influenza
politico-militare di Stati Uniti e Israele e ridisegnare la geografia del potere
regionale secondo principi autenticamente islamici.
Certamente non tutti i movimenti anticoloniali avevano questa forte impronta
islamica, ad esempio in Algeria si trattava piuttosto di un movimento
nazionalista con caratteristiche laiche pur senza negare la cultura musulmana
che percorreva tutta o quasi la società algerina.
Erano gli anni della guerra fredda e in funzione antifrancese l’appoggio e
l’influenza ideologica vennero piuttosto dal nazionalismo nasseriano e dai Paesi
del blocco socialista (anche Mattei… ma pro petrolio…).
L’Iran dello shah faceva parte di quel sistema detto dei subimperialismi che
riguardava alcuni paesi periferici o semiperiferici che, pur restando
subordinati alle grandi potenze (in primis gli Stati Uniti nel secondo
dopoguerra), avevano sviluppato a loro volta politiche di espansione economica,
politica e militare verso paesi ancora più deboli.
Non era cioè una potenza imperialista “centrale”, ma neppure un satellite
passivo e svolgeva un qualche ruolo stabilizzatore nell’area di sua
“competenza”; a grandi linee nella stessa condizione c’erano il Sudafrica
dell’apartheid, la Turchia e direi anche il Marocco.
La Rivoluzione Islamica iraniana del 1979 segna il punto di svolta decisivo:
essa rovesciò un regime filo-occidentale e avviò una trasformazione ideologica
che coniugava teologia sciita e sovranità popolare, ponendosi come modello di
emancipazione.
Da quel momento, Teheran divenne il principale centro di riferimento e gestione
della resistenza islamica: non solo per affinità religiose, ma per la capacità
di convertire l’ispirazione rivoluzionaria in strategia geopolitica. Attraverso
strumenti militari indiretti, reti di alleanze politico-religiose e il sostegno
a movimenti come Hezbollah in Libano o Hamas nei Territori palestinesi, l’Iran
ha costruito un “asse” della resistenza capace di erodere il monopolio della
forza di Israele e di limitare la libertà d’azione statunitense nella regione.
Quando il regime dello Shah crollò, nel febbraio 1979, la rivoluzione assunse
immediatamente una duplice dimensione: nazionale e ideologica. Nazionale, perché
liberava il Paese da decenni di sudditanza politica ed economica verso gli Stati
Uniti; ideologica, perché proponeva un modello di società fondato sulla legge
divina (shari’a) e sulla sovranità popolare islamica. Il nuovo ordine non si
limitò a rovesciare un sovrano: proclamò un progetto di rinascita dell’islam
come forza politica universale.
Una delle prime mosse del nuovo governo fu infatti la rottura totale con
Washington e con Israele, tradotta anche nell’interruzione delle forniture
petrolifere e nella chiusura dell’ambasciata israeliana, trasformata in sede
diplomatica della Palestina.
L’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran nel novembre 1979, con la
detenzione di 52 addetti per quasi 15 mesi, sancì l’inizio di un confronto
frontale con gli Stati Uniti e fece dell’Iran un simbolo globale di sfida
all’ordine occidentale.
Si può immaginare l’entusiasmo con cui la Umma, dopo decenni di frustrazione
politica e sconfitte militari, interrotta solo, per una parte di essa,
dall’illusione baathista, volta rapidamente in bieco autoritarismo, accolse
quegli avvenimenti della fine degli anni ’70.
La rivoluzione islamica iraniana non era percepita soltanto come un fatto
nazionale ma anche come una proposta di ordine alternativo: un sistema in cui la
sovranità, la fede e la dignità dei popoli musulmani diventano strumenti di
autodeterminazione e di legittimità delle relazioni internazionali.
La doccia fredda venne con la fitna colossale dell’aggressione irakena del 1980.
Fitna è termine arabo che significa molte cose, tutte brutte. Nel commento alla
nostra traduzione dei significati del Corano, commentando l’espressione ”
Al-Fitnatu ‘Ashaddu Min Al-Qatl – La persecuzione è peggio che l’omicidio (II,
127), abbiamo scritto: “il termine che, in questo caso traduciamo con
persecuzione è in arabo «fitna». Una parola pesante come una montagna e che
presenta grandi difficoltà di traduzione. Non abbiamo trovato di meglio che
formulare questa lunga (e senz’altro non esaustiva) definizione: «fitna»: tutti
i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione,
sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine,
disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”.
Si trattava di una vera fitna, che disorientò molti musulmani. Bisognava
parteggiare per il sunnita, seppur laico e aggressore, o per lo sciita religioso
e aggredito?
Sostenuto bipartisan dagli Stati Uniti, dalle petromonarchie e dall’URSS che era
da poco impegnata in Afghanistan contro una resistenza islamica, il conflitto,
durato otto anni, devastò entrambi i Paesi ma consolidò l’identità
rivoluzionaria iraniana. Per Teheran era una guerra sacra di difesa (defa’-e
moqaddas), coniugando sacrificio nazionale e fede religiosa.
Fu in questo periodo che prese forma la dottrina della “resistenza islamica” in
senso moderno: la convinzione che la sopravvivenza e l’espansione della
rivoluzione dipendessero dal sostegno ai movimenti popolari oppressi del mondo
musulmano. Nacquero così i primi canali di cooperazione che in Libano diedero
poi la costituzione di Hezbollah, nonché un intenso lavoro di tessitura politica
e militare con le comunità sciite di Iraq, Siria e Golfo Persico.
L’Iran comprese che, per fronteggiare nemici militarmente superiori, era
necessario costruire una profondità difensiva regionale basata su reti di
milizie e alleanze ideologiche.
Negli anni successivi alla guerra Iran-Iraq, sorge in Medio Oriente un nuovo
paradigma politico e militare: l’Asse della Resistenza (mehvar al-muqawama), un
sistema di alleanze formali e informali che ruota intorno alla Repubblica
Islamica dell’Iran e capace di proiettare la sua influenza oltre i confini
nazionali. L’espressione “asse” non indica qui un’alleanza codificata come un
trattato, bensì una costellazione di attori ideologicamente affini — movimenti,
milizie, partiti religiosi e Stati — uniti dalla convinzione che la sovranità
regionale debba fondarsi sull’islam, sulla indipendenza dall’Occidente e sulla
fattiva solidarietà al popolo palestinese sulla sua terra.
Il primo e più emblematico esempio di questa nuova architettura fu appunto la
nascita di Hezbollah in Libano, nel contesto dell’invasione israeliana del 1982
che arrivò a occupare Beirut ovest nel tentativo di azzerare, in quel contesto,
l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Teheran inviò in
Libano, via Siria, forse 1500 Pasdaran con il compito di organizzare la
resistenza sciita.
Divenne Hezbollah (“Partito di Dio”), che sin dai primi anni combinò dimensione
religiosa, mobilitazione sociale e lotta di liberazione. A differenza dei
movimenti palestinesi laici dell’epoca, Hezbollah fondava la propria identità
sulla fede islamica mutuando il modello iraniano: la legittimità non derivava
dalla rappresentanza nazionale ma dall’elemento religioso.
Nel corso degli anni Ottanta, il Partito di Dio divenne un caso di successo di
guerra asimmetrica: grazie a una rete di sostegno popolare, a un’efficiente
organizzazione mediatica e al supporto logistico iraniano e siriano, riuscì a
infliggere perdite rilevanti all’esercito israeliano e alle forze statunitensi
presenti a Beirut (l’attentato del 1983 contro le caserme dei Marines fu il
segnale più eclatante). Entro la fine del decennio, il movimento si affermò non
solo come forza militare ma anche come partito radicato nel tessuto sociale
libanese, con scuole, ospedali e fondazioni di welfare.
Di nuovo la Umma si entusiasmò: una compagine araba, praticamente senza storia,
senza armamento pesante e senza aviazione né marina, era riuscita dove avevano
fallito gli eserciti degli Stati arabi: aveva fatto male all’occupante. La
novità era il collante islamico.
Anche in Palestina, dopo anni di lavoro sotterraneo, emergono le formazioni
politiche islamiche che si pongono nella contrapposizione all’occupazione e che
hanno sviluppato un apparato militare: Hamas con le katibat intitolate allo
shahid Izz ad-Din al-Qassam e Jihad Islamica con le Saraya al-Quds. La prima è
espressione del ramo locale dei Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) ed ha
un forte collegamento con la diaspora palestinese. La Jihad Islamica invece non
ha un impianto ideologico ben definito, si focalizza sulla lotta armata senza
occuparsi di welfare e di amministrazione.
Insomma, dopo due secoli da Abdelkader d’Algeria, passando per il Mahdi sudanese
e, nel ‘900, Al Khattabi in Marocco e Omar el Mukhtar in Libia, musulmani
diversi ma uniti in un intento di liberazione e con regole d’ingaggio comuni,
facevano della loro fede l’elemento capace di superare il gap complessivo con
l’avversario e riuscivano a riportare risultati importanti seppur non
definitivi.
Da un punto di vista tattico, Hezbollah sviluppò una sofisticata dottrina
militare basata sul principio dell’asimmetria difensiva: piccoli gruppi di
combattenti, mobilità strategica, utilizzo del territorio e integrazione tra
azione militare e propaganda.
La vittoria simbolica del 2000, con il ritiro unilaterale di Israele dal Libano
meridionale, consacrò la resistenza islamica come attore politico legittimo.
Hezbollah divenne il primo movimento arabo a costringere Israele a un ritiro
senza trattato, e questa vittoria mutò la percezione della sproporzione di
potenza in una risorsa ideologica: la debolezza relativa si trasformò in
glorificazione del sacrificio e la “fede armata” tendeva a superare la
tecnologia occidentale.
In questo periodo, la comunicazione della resistenza assunse un linguaggio
tipicamente pan-islamico, capace di superare la frattura tra sunniti e sciiti.
L’Iran cercò di consolidarsi come “difensore degli oppressi” piuttosto che
leader di una fazione confessionale. L’anti-imperialismo divenne la piattaforma
comune.
Mentre gli Stati arabi filo-occidentali si basavano su alleanze militari
convenzionali e sull’illusione della protezione statunitense, Teheran costruiva
un modello ibrido di potenza che univa ideologia, religione e diplomazia
militante. Era il preludio di quella trasformazione che, dopo il 2003, avrebbe
mutato radicalmente il Medio Oriente post-invasione dell’Iraq.
Infatti la sconfitta di Saddam Hussein e la distruzione dello Stato irakeno
consentirono alla componente sciita di prendere le redini del potere a Baghdad,
rafforzando così il legame con la Repubblica Islamica iraniana.
A partire dal 2011 un’altra fitna mina i rapporti tra Iran e la componente
sunnita della Umma: è quella generata dalla rivolta sunnita contro la dittatura
assadista.
Teheran, giudicando irrinunciabile l’agibilità del territorio siriano per
rifornire Hezbollah e la resistenza palestinese e per non tornare indietro su
quella dichiarazione diventata famosa del 2014, attribuita ad Ali Younesi,
allora assistente speciale di Rouhani, secondo cui l’Iran esercitava influenza
su quattro capitali arabe (pare che lui abbia detto “controlliamo”): Baghdad,
Damasco, Beirut e Sana’a — l’Iran, dicevamo, prestò un importante sostegno
militare e diplomatico al regime alauita.
L’invio di consiglieri militari e combattenti delle sue milizie alleate (tra cui
Hezbollah) trasformò la guerra civile siriana in un conflitto multilivello:
guerra interna, guerra per procura e scontro di visioni sul futuro dell’ordine
regionale. Grazie al sostegno iraniano e all’intervento russo del 2015, il
regime di Assad sopravvisse per altri 9 anni, consolidando così l’arco di
influenza iraniano da Teheran fino al Mediterraneo.
In questa strategia ha un ruolo anche lo Yemen dove, nel 2014, Ansar Allah, più
noto come “milizie Houthi”, insorse contro il governo sostenuto da Arabia
Saudita e Stati Uniti. Pur appartenenti al ramo zaidita dello sciismo, gli
Houthi ricevono sostegno politico, mediatico e militare dall’Iran, che considera
lo Yemen un punto strategico per logorare l’asse saudita-occidentale nel Mar
Rosso e nel Golfo di Aden.
Anche questo scontro è considerabile fitna, opponendo comunque musulmani ad
altri musulmani; ciononostante l’effetto cumulativo di questi processi ha fatto
emergere l’Iran come potenza regionale di primo piano.
Le guerre in Afghanistan e Iraq, pensate per rafforzare la presenza americana,
hanno smantellato le barriere che avevano contenuto l’espansione iraniana per
decenni.
Tuttavia, questo successo incubava nuove fragilità: il rischio settario prodotto
dalla crescente identificazione della resistenza con l’identità sciita; la
pressione economica delle sanzioni internazionali; e l’adattamento del fronte
avversario, che iniziò a coordinarsi in una nuova alleanza regionale
pro-occidentale.
In questa logica possono anche essere visti gli accordi di Abramo del 2020, che
hanno sancito la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti,
Bahrein, Sudan e successivamente altri Paesi arabi. Hanno rappresentato per
molti la fitna delle fitan, il massimo tradimento del popolo palestinese e dei
suoi sacrosanti diritti di scacciare l’occupazione, essere ripristinato nelle
sue proprietà e prerogative e avere congruo indennizzo per quasi 80 anni di
soprusi e spoliazioni.
Contro questa infamia la resistenza islamica si è ridefinita come “fronte dei
popoli” contrapposto ai “regimi normalizzati”. In Libano, Iraq e Yemen il
discorso della resistenza ha recuperato centralità come forma di dignità
popolare in opposizione alle élite filo-occidentali, simili a quelle borghesie
compradore pronte a ogni compromesso pur di mantenere il potere e arricchirsi
ulteriormente.
E poi viene il 7 ottobre, che spazza via molti giochi, smaschera le ipocrisie.
Non ci sono più dubbi, né-né-ismi o comode ignavie: da una parte c’è la
resistenza, islamica in massima parte, e dall’altra il kufr, la miscredenza, che
scatena tutta la sua ferocia su un popolo assediato che ha rotto l’assedio e
attaccato gli assedianti.
Quello che è successo in questi due anni e mezzo ha cambiato in profondità la
nostra Umma. La resistenza islamica non è più solo un progetto ideologico, è una
possibilità reale. Essa rappresenta oggi sia un meccanismo di contenimento
dell’espansione occidentale sia un principio d’identità collettiva per segmenti
ampi delle società arabe e musulmane. Il conflitto in corso appare dunque non
come un episodio transitorio, ma come un processo storico di ridefinizione
dell’ordine mediorientale, in cui il ruolo dell’Iran rimane decisivo.
L’Iran infatti non ha semplicemente sfidato l’ordine imposto dalle potenze
occidentali, ma ha proposto un modello alternativo di potenza fondato su tre
pilastri: ideologia religiosa, mobilitazione dei popoli e strategia militare
asimmetrica.
L’Asse della Resistenza rimane uno dei più potenti strumenti di influenza non
convenzionale mai costruiti nel Medio Oriente moderno. Esso ha permesso all’Iran
di sfidare apertamente Israele e gli Stati Uniti, di sopravvivere a quarant’anni
di isolamento e di portare la sua impronta ideologica fino al Mediterraneo e al
Mar Rosso, e ridare a tutta la Umma la percezione di essere un’altra volta, dopo
gli splendori del passato, soggetto capace di autonomia e attrattiva.
L’Asse della Resistenza – da Hezbollah in Libano a Hamas e alla Jihad Islamica
in Palestina, fino alle milizie irachene e yemenite – non è soltanto una
galassia militare, ma una forma innovativa di politica internazionale basata
sulla legittimità morale e sulla solidarietà religiosa.
Se nel lungo periodo la resistenza islamica continuerà a influenzare la politica
regionale, significa che avrà saputo reinterpretare la propria missione in
chiave costruttiva: non più semplice opposizione all’egemonia, ma progetto di
integrazione, giustizia e autodeterminazione, in sha’Allah