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La Convenzione di Århus dà alle popolazioni residenti il diritto di partecipare ai processi decisionali sulle Grandi Opere
Riprendiamo da Pressenza – È razionale solo l’Opzione Zero, ossia l’utilizzo della linea ferroviaria esistente tra Avigliana e Torino L’associazione Pro Natura Piemonte insieme ai comitati No Tav di Avigliana, […] The post La Convenzione di Århus dà alle popolazioni residenti il diritto di partecipare ai processi decisionali sulle Grandi Opere first appeared on notav.info.
March 9, 2026
notav.info
Rifondazione comunista sarà con l’European Convoy in partenza il 17 marzo per Cuba
“Rifondazione Comunista partecipa all’European Convoy in partenza con un volo per l’Avana il 17 marzo, organizzato dalla campagna Let Cuba breathe. Una mobilitazione internazionale che unisce persone e popoli lungo un percorso comune di solidarietà. La delegazione di Rifondazione è composta da Fiodor Verzola, Assessore a Nichelino (TO) alle Attività Produttive e Lavoro Protezione Civile Politiche Giovanili, Gabriele Brazzini, sindacalista e consigliere comunale a Campi Bisenzio (FI) per la lista Campi a Sinistra, Marco Pala, militante. I nostri compagni porteranno la solidarietà umana, concreta e politica del partito. La recrudescenza del blocco unilaterale imposto dagli Stati Uniti a Cuba da più di 60 anni ha assunto proporzioni sempre più disumane e sfacciatamente contrarie al diritto internazionale. Dal 3 dicembre è impedito l’ingresso alle forniture di carburante, mettendo a rischio la sussistenza energetica dell’isola: ospedali, distribuzione di alimenti, refrigerazione, trasporto pubblico. La misura lanciata il 29 gennaio 2026 con la quale Trump ha dichiarato Cuba “una minaccia inusuale e straordinaria” è assurda e ha ricevuto anche un voto contrario dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. L’arroganza di Trump, la subalternità di chi accetta, pena l’applicazione di dazi e il taglio delle importazioni verso gli USA, stanno provocando una crisi umanitaria senza precedenti. La solidarietà che si è attivata è straordinaria: Rifondazione Comunista, che da sempre è a fianco di Cuba, del popolo cubano e del Partito Comunista Cubano, ha attivato ovunque nei territori iniziative e raccolta di medicinali, denunciando quanto sta accadendo. La partecipazione all’European Convoy è un altro tassello di un lavoro che negli anni non è mai venuto meno, perché Cuba non è sola” è quanto dichiara in una nota Anna Camposampiero, Responsabile nazionale Esteri di Rifondazione Comunista   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
March 9, 2026
Pressenza
Guerra alle donne: in Afghanistan e Iraq…
… fra orrori e resistenze. Due testi ripresi dal CISDA (*). Un’analisi dettaglata del nuovo codice penale talebano e l’assassinio di Yanar Mohammed che ha salvato migliaia di donne. Belqis Roshan: “Questo codice chiude ogni porta alla giustizia” di Beatrice Biliato Nel gennaio 2026 in Afghanistan è stato introdotto un nuovo codice penale che ridefinisce in profondità l’assetto giuridico e
Milano, incontro per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i detenuti politici palestinesi
Molti lo definiscono “il Nelson Mandela della Palestina” e in effetti la vita di Marwan Barghouti presenta diversi aspetti in comune con quella di colui che si batté strenuamente contro l’apartheid sudafricano, riuscendo a diventare addirittura presidente. In primo luogo entrambi hanno dovuto affrontare un lungo e terribile periodo di detenzione, un calvario che per Barghouti non è ancora finito. A fronte di migliaia di detenuti politici rilasciati dal governo israeliano durante la guerra, la sua liberazione non è stata neppure presa in considerazione e non è certo un caso. È infatti opinione comune non solo in Medio Oriente, ma nel mondo intero che Marwan Barghouti, grazie alla sua storia e al suo carisma, sia il solo leader politico che sarebbe in grado di ricostituire intorno a sé l’unità dei palestinesi oggi frammentati e sfiduciati, “mentre il genocidio continua, solo a un ritmo un po’ rallentato”, spiega l’ambasciatrice palestinese Mona Abuamara. Proprio lei ha tenuto a battesimo sabato 7 marzo alla Casa della cultura il Comitato di Milano per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i detenuti politici palestinesi, a cui aderiscono al momento una trentina di associazioni e realtà della società civile. Al centro dell’incontro, ricco di interventi di persona e in collegamento, è stata proprio l’intervista all’ambasciatrice condotta da Lorenza Ghidini e Danilo De Biasio. “Purtroppo dopo la mobilitazione che ha portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo” ha spiegato Abuamara “la causa palestinese è uscita dai radar con la firma del teorico ‘cessate il fuoco’ e l’istituzione del cosiddetto Board of peace, nient’altro che un comitato d’affari che esclude i palestinesi dalle decisioni sul loro futuro. Oltretutto si parla solo di Gaza, ma nessuna soluzione che escluda la Cisgiordania è attuabile. Noi abbiamo dimostrato di essere disponibili, ma la premessa è che Israele accetti il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e cessi l’occupazione che dura da quasi 60 anni. Non c’è pace senza giustizia. Il governo di Netanyahu invece ci ha disumanizzati e ci tratta come oggetti da spostare a suo piacimento. Ora poi l’attenzione si è ulteriormente spostata sull’Iran, mentre la situazione in Cisgiordania non fa che peggiorare, i gazawi sono di nuovo rimasti senza cibo e tutta la Palestina è esposta ai colpi dei razzi e dei droni iraniani. Dal 10 ottobre (giorno della firma della tregua) si calcola che i palestinesi uccisi siano almeno 600”. A chi le chiedeva se i giovani palestinesi conoscano la figura di Barghouti, condannato a 5 ergastoli per la sua partecipazione alla seconda Intifada e in carcere da 24 anni, l’ambasciatrice ha risposto: “Marwan è un leader riconosciuto e noto a tutti, come Mandela ha usato la detenzione come opportunità per studiare, sviluppare il suo pensiero politico e scrivere testi da poter condividere. Non dico che se fosse rilasciato diventerebbe automaticamente presidente, ma deve essergli lasciata la possibilità di candidarsi a libere elezioni e di riprendere l’impegno politico al servizio del suo popolo. Dobbiamo batterci per la liberazione sua e delle migliaia di altre persone detenute ingiustamente senza accuse né processo. Occorre ricordare che l’esercito israeliano considera terrorista ogni palestinese, bambini compresi: in cella ci sono almeno 10mila detenuti, oltre 500 sotto i sedici anni”. Sull’argomento è intervenuta l’eurodeputata Cecilia Strada: “Tutti sanno che la situazione nelle carceri israeliane è drammatica. I prigionieri vengono tenuti in isolamento e torturati, viene loro impedito di vedere i familiari e un avvocato. Addirittura quando un detenuto insiste per incontrare un legale gli viene concesso, ma il giorno dopo quello stesso detenuto viene pestato o stuprato in carcere per punirlo, tanto che molti rinunciano a ogni richiesta per paura di ritorsioni. Ora poi la Knesset sta approvando una nuova legge che prevede la pena di morte, ma solo per i palestinesi.” Già ora peraltro sono centinaia le persone morte in carcere e neppure il corpo viene restituito ai familiari, che restano spesso ignari della sorte del loro caro. Nell’autunno scorso nell’ambito degli accordi di tregua sono stati consegnati alla Croce Rossa Internazionale 120 corpi in tre tranche: sui sacchi bianchi non nomi ma numeri, all’interno resti martoriati dalle torture e in diversi casi privi di organi. E’ intervenuta anche l’europarlamentare Ilaria Salis: “In Palestina il carcere è uno strumento di repressione politica. Con la ‘detenzione amministrativa’ viene meno il diritto a un giusto processo, uno dei diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale. La solidarietà internazionale è fondamentale per aprire un percorso di decolonizzazione, pace e giustizia”. Moni Ovadia, intellettuale ebreo da sempre schierato per i diritti dei palestinesi, dopo aver invocato il ritorno in massa nelle piazze per la liberazione di Barghouti e dei suoi compagni di sventura, si è scagliato contro il cosiddetto Ddl antisemitismo passato in questi giorni al Senato con 7 voti del Pd e l’astensione del resto del partito. “Quella legge adotta la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International holocaust remembrance alliance – Ihra)” ha spiegato. “Essa equipara l’antisemitismo all’antisionismo condiviso da moltissimi israeliani ed ebrei della diaspora. Una legge che non esito a definire fascista, razzista e antisemita, volta a mettere a tacere qualsiasi critica al comportamento genocida di un governo guidato da un criminale di guerra. I sionisti sono molto abili a sfruttare questa arma ideologica: accusano di antisemitismo chiunque contesti loro le stragi di innocenti commesse a sangue freddo. Se non reagiamo rischiamo di vedere compromesso il nostro diritto alla libera espressione e manifestazione del pensiero sancite dalla Costituzione, oltre che dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e pietra miliare della democrazia.” La giornata di solidarietà a Marwan Barghouti – le cui condizioni psicofisiche sono ignote, dal momento che nessuno ha potuto entrare in carcere per constatarle – si è poi conclusa con la proiezione del docufilm “Tomorrow’s freedom” di Georgia e Sophia Scott, su quest’uomo che ha dedicato la vita alla lotta per l’autodeterminazione e la sopravvivenza del suo popolo.   … Claudia Cangemi
March 9, 2026
Pressenza
Arrestati a Tunisi cinque organizzatori della Global Sumud Flotilla
Dopo la violenta repressione preventiva e punitiva dei giorni scorsi, in questo momento sono ancora in stato di arresto a Tunisi, dove si era riunito il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, sei organizzatori tunisini. Un’attivista ha riportato la frattura di un braccio. Nessuno si aspettava un intervento del reparto antiterrorismo tunisino, anche perché si sta preparando una missione nonviolenta nel pieno rispetto della legalità internazionale. Questa situazione allucinante e inaccettabile segna un cambio di passo nella complicità dei governi con il regime criminale di Netanyahu, che ha chiuso di nuovo i valichi per Gaza impedendo il passaggio di aiuti umanitari. Gaza è un campo di sterminio e la Global Sumud Flotilla vuole portare un sollievo concreto alle famiglie palestinesi stremate dalla fame. Il governo italiano complice del genocidio si appresta a varare una legge bavaglio per impedire qualsiasi critica a Israele, accusando di antisemitismo chiunque osi raccontare la verità dei fatti. Riportiamo una sintesi del comunicato del 6 marzo della Global Sumud Flotilla: “La Global Sumud Flotilla (GSF) condanna fermamente l’arresto, avvenuto oggi, degli organizzatori tunisini locali della GSF Wael Nouar, Jawaher Channa, Nabil Chanoufi, Sana Msahli e Mohammed Amin Belnour, trattenuti a Sidi Bou Said (Tunisia) dall’unità antiterrorismo della polizia tunisina. L’arresto fa seguito a una serie di azioni allarmanti da parte delle autorità tunisine avvenute negli ultimi giorni, che hanno preso di mira attività pacifiche di solidarietà con Gaza legate alla Global Sumud Flotilla. Il 4 marzo, la polizia tunisina ha impedito con la violenza a una delegazione di oltre venti membri del comitato direttivo della GSF, nonché ad organizzatori locali e internazionali, di arrivare al porto di Sidi Bou Said, dove avevano programmato di incontrare e ringraziare i lavoratori portuali tunisini che hanno mostrato solidarietà alla Palestina e sostenuto la flottiglia. L’incontro era stato pianificato in anticipo e disponeva delle autorizzazioni richieste dalle autorità tunisine. Tuttavia, poco prima dell’inizio dell’azione, i permessi sono stati revocati bruscamente senza alcuna spiegazione. L’arresto degli organizzatori tunisini della GSF, insieme alla ripetuta sospensione degli incontri legali, rappresentano un’escalation profondamente preoccupante e un’inquietante deviazione dalla lunga storia di solidarietà pubblica della Tunisia con il popolo palestinese e dagli sforzi internazionali a sostegno di Gaza. La Global Sumud Flotilla chiede un chiarimento immediato sulle circostanze di questi arresti e il rapido rilascio degli attivisti. Nonostante queste azioni, la nostra missione rimane invariata. Questa primavera lanceremo nuovamente una storica missione civile dal Mediterraneo a Gaza per sfidare l’assedio israeliano e sostenere il popolo palestinese. Confidiamo che il popolo tunisino, la cui solidarietà con la Palestina è sempre stata forte e visibile, svolgerà ancora una volta un ruolo fondamentale in questo sforzo storico”. Redazione Italia
March 9, 2026
Pressenza
Giustizia: dire no alla riforma-schiforma
, Carlo Soricelli e Tiziano Tosarelli dichiarano come (e perchè) voteranno il 22-23 marzo. In coda i nostri link “referendari”. Voto NO al Referendum sulla Giustizia: chi conta i morti sul lavoro sa che per le vittime cambierà in peggio. Mi chiamo Carlo Soricelli e dal 1° gennaio 2008 porto avanti, come volontario, l’attività dell’Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro di
La Solidarietà Deportata
di Maurizio Giacobbe – Micropolis Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare alle richieste di Israele? Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello staff locale e dei loro familiari. Una profilazione completa del personale? Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere; stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori. Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni? ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative, socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive, soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani, abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività fuori da quegli spazi. So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza bom- bardata. Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este- ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici, costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così. Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente dovremo cambiare diverse cose. Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare? A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc. ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi- nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati. Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto su Gaza? In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi, ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita 40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi, talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in atri sono realizzati in tende. Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E per le metodologie basate sulle nuove tecnologie? Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese. Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più, ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.
March 9, 2026
ACS italia
PretenDiamo legalità: concorso della Polizia di Stato per le scuole. Riflessioni su obbedienza/punizione VS educazione
Se non esistesse il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non potrebbe fare notizia la nona edizione dell’iniziativa che, in «considerazione del positivo riscontro delle passate edizioni», il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, sta avviando sull’intero territorio nazionale. Apprendiamo che  questo progetto – PretenDiamo legalità – ha  nove anni di vita, che si tratta di un ciclo di incontri per «agli alunni delle scuole primarie, secondarie di primo e di secondo grado» con in cattedra la Polizia di Stato. Così recita la nota della Questura, in questo caso di Bergamo, inviata all’Ufficio Scolastico Regionale (USR) (clicca qui per il concorso). In totale sprezzo della autonomia delle scuole, se ancora vogliamo confidare nella legge che la regola e nella funzione degli Organi Collegiali nel definire il Piano dell’Offerta Formativa (PTOF), le articolazioni del progetto sono decise dalle questure per fasce di età e ordini scolastici «di concerto con il Ministero dell’Istruzione». Le scuole saranno individuate su un elenco fornito dall’USR: di aderenti volontari? Di dirigenti già considerati fidati, confidenti nella bontà dei percorsi? Del resto, i selezionatori-questurini avranno a che fare con dei referenti della scuola indicati da non si capisce chi. La legislazione scolastica non rientra nella cultura della legalità. Partiamo dal titolo, crasi assai suggestiva di pretendere e dare. La pretesa è prepotente, è potenza in atto prima di ogni riflessione in merito; il dare è donativo, paternalistico, pastorale. I contenuti previsti nel progetto sono un misto fra addestramento a individuare le minacce che ci circondano in strada, ovunque, e buonismo parrocchiale. Nella primaria, tenendo conto della sua elementarità basica, senza pretese, figura il parlar bene, le competenze soft utili allo stare in gruppo. Ma, in questo caso, quello a cui da sempre bada una brava Maestra, nella nota si chiama “Hate Speek“. In che consista il giocare – soprattutto oggi che le creature sono affascinate dai dispositivi – lo insegnano i poliziotti. Nella secondaria, la ex media e le superiori, il gioco si fa duro: qui si tratta di contrastare il cyberbullismo, magari dopo aver fatto vedere come si traccia vita natural durante un sospettato, come si raccoglie una testimonianza di molestie presentata da una ragazza, come si procede a un interrogatorio (bullismo da questura?). Ma forse siamo troppo poco indulgenti con le buone intenzioni dei percorsi proposti, sarà perché a furia di sentire e leggere di parità, di inclusione, di accesso ai diritti per il cittadino (escluso il migrante, ovviamente, dalla categoria), avvertiamo l’abuso semantico e politico in cui sono precipitati questi concetti. Richiamare i Principi della Carta Costituzionale, da vivere ogni giorno come recita il testo, dà molto da pensare in un Paese dove vigono norme di sicurezza durissime e si ascoltano continui echi di guerra, nel drammatico disprezzo per le madri e i padri che li scrissero, dopo la devastazione sociale prodotta dal Ventennio e a ridosso di una carneficina che ha prodotto nel mondo circa 85 milioni di morti. Per ben concludere, la nota ricorda il concorsone finale, ormai il paese è tutto un festival, vinti e vincitori, qualcuno merita di più, qualcuno è in fondo lista. A ben pensarci è sempre una questione di confini, di occupazione di territori, di abilitarsi come leader. Al di là della metafora incalza la vita vera, a questi valori orientata. Spendiamo qualche riflessione veloce su un tema che meriterebbe lo studio di interi trattati. La legalità rappresenta la corrispondenza fra un comportamento di qualsiasi tipo (verbale, fisico, singolare, collettivo) e una fonte di norme, e la legge. La legge nella sua anomia, erga omnes, nell’apparente equità, nell’indifferenza per la soggettività di coloro che esibiscono un comportamento, prevede obbedienza al suo mandato e punizione per il mancato rispetto. La legge segue una complessa via gerarchica di elaborazione. Nei Paesi che si definiscono democratici si incardina in complessi ordinamenti di cui le carte costituzionali sono la fonte primaria, segue protocolli di presentazione, discussione, approvazione, piuttosto complessi. Proprio per la macchinosità della sua vigenza e per l’impatto politico che produce, la legalità non sempre si conforma alla legittimità. Legale e legittimo nel nostro ordinamento giuridico non sono sinonimi. La legittimità, potremmo dire un po’ grossolanamente, è discussa, discutibile, oggetto di diatribe che portano in giudizio anche la legge dettata. Ma, né in questo né in altri progetti analoghi, si mette in campo un discorso che evidenzi queste delicate problematiche. Il Verbo è chiaro, non ammette chiaroscuri, ombre: da un lato chi conosce e amministra le procedure legali, dall’altro chi deve conformarsi, adattarsi. Naturalizzazione del comando, potremmo dire. Oggi il nostro Osservatorio riceve decine di segnalazioni quotidiane, spesso viene citato dai media, e questo forse dimostra che si è alzata la sensibilità  della società civile, del corpo docente, degli studenti  su questa invasione di divise nelle nostre scuole. Una presenza insinuante che contagia, che vampirizza saperi e conoscenze, facendo della legalità un meta-valore morale, categorico, ineludibile per il buon cittadino di oggi e di domani. Forse, se per alcuni anni, mentre maturava il clima giusto per ben nove tornate di incontri di questo tipo, ci siamo distratti, oggi dobbiamo stare sul pezzo, allertati, soprattutto come educatori, come adulti responsabili. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Susan George, il movimento altermondialista e lo stato del mondo nella crisi globale del sistema capitalistico – di Giorgio Riolo
Susan George, scomparsa di recente, è stata un politologa, una sociologa e un'attivista. Nata negli Stati Uniti, ha studiato alla Sorbona e successivamente si è trasferita in Francia, ottenendo la cittadinanza francese. Ha trasformato l'analisi economica in uno strumento di resistenza, criticando duramente il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le politiche del [...]
March 9, 2026
Effimera
NON SOLO IRAN: ISRAELE FA 500 MORTI IN LIBANO, MENTRE IN PALESTINA AMMAZZATA UN’ALTRA GIORNALISTA A GAZA
Non solo Iran. L’aggressione militare Usa – Israele scatenata su Teheran a partire dall’ultimo scampolo di febbraio 2026 sta travolgendo sempre più anche il Libano, dove Tel Aviv ha invaso via cielo e terra anche l’est del Paese, vicino al confine con la Siria. Pesanti scontri in corso con Hezbollah, che rivendica abbattimento di un elicottero israeliano. Tel Aviv continua poi i propri crimini di guerra con raid a tappeto sulla periferia sud di Beirut. Almeno 16 morti e 40 feriti oggi, con il totale in una settimana arriva a ben 486 vittime, oltre a 1.300 feriti. Tra i morti per le bombe di Tel Aviv anche il franscescano Pierre El Raii, parroco di Qlayaa, 50 anni. Non solo: Human Rights Watch denuncia come Israele ha utilizzato fosforo bianco almeno una volta in maniera accertata, il 3 marzo a Yohmor, nel Libano meridionale, parzialmente e nuovamente occupato. Il governo di Beirut chiede a Israele “negoziati immediati” e accusa Hezbollah di volere “fare collassare il Paese”, mentre Parigi ha chiesto un Consiglio urgente di Sicurezza Onu. Dal Libano su Radio Onda d’Urto l’aggiornamento di lunedì 9 marzo con David Ruggini, capomissione dell’ong “Un Ponte Per” a Beirut, che ha lanciato (clicca qui) una campagna straordinaria di raccolta fondi a sostegno della popolazione civile libanese. Ascolta o scarica C’è poi la Palestina, dove proprio ieri sera – 8 marzo – Israele ha ucciso l’ennesima giornalista donna, Amal Shamali, corrispondente di Qatar Radio dalla Striscia di Gaza, dove nelle ultime 24 ore ci sono almeno 7 morti a Gaza City per mano israeliana, oltre a 17 feriti. Il bilancio delle vittime del genocidio israeliano sulla Striscia in due anni e mezzo è salito a 72.133 morti e 172mila feriti, oltre a migliaia di persone sotto le macerie o…evaporate per gli attacchi di Tel Aviv. A poche ore dalla fine del quinto mese di cessate il fuoco Tel Aviv ha ammazzato 648 palestinesi, ferendo 18mila, e impedendo a migliaia di persone ferite di lasciare la Striscia. Da quando è iniziata l’aggressione sull’Iran, Israele ha infatti nuovamente chiuso i valichi praticamente a chiunque, compresi i feriti, nonostante gli accordi di ottobre 2025. Scenario non troppo dissimile in Cisgiordania, dove sono migliaia i check point, cancelli, barriere che Israele tiene più o meno sempre chiuse per strangolare l’economia e la società palestinese. Liberi di muoversi i coloni fascisti, che fanno il lavoro sporco di sponda con Netanyahu: oggi raid e attacchi a Tubas, Qalqylia, nella Valle del Giordano. E ancora: persone ferite, terre e animali rubati, oltre ai rapimenti dell’esercito, 24 in 24 ore tra Jenin, Nablus, Hebron e Gerusalemme, dove il ministro fascista israeliano della polizia, Ben Gvir, ha annunciato il porto d’armi automatico per i 300mila israeliani che vivono in città. La corrispondenza da Gerusalemme con il giornalista Michele Giorgio, corrispondente del quotidiano Il Manifesto, direttore di Pagine Esteri e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
March 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Scambi di missili si intensificano tra Teheran e Tel Aviv mentre Israele minaccia il Consiglio della Leadership iraniano
Teheran. La guerra della Coalizione Epstein (USA-Israele) contro l’Iran è entrata nel suo decimo giorno, con continui scambi di missili tra Teheran e Tel Aviv e crescenti tensioni politiche attorno alla selezione del successore del defunto Leader Supremo dell’Iran. L’Iran ha lanciato una nuova ondata di missili nelle prime ore di domenica prendendo di mira aree nel sud di Israele, il Negev, la Grande Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. I media israeliani hanno riferito che un missile è caduto in un’area aperta nel sud senza vittime dirette, e 22 persone hanno riportato ferite lievi mentre correvano verso i rifugi. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che la 27ª ondata dell’Operazione “True Promise 4” è stata effettuata utilizzando missili e droni contro quelle che ha descritto come posizioni israeliane e americane. In risposta, Israele ha lanciato una nuova serie di attacchi aerei su Teheran e sulle aree circostanti. Funzionari iraniani hanno affermato che gli attacchi notturni hanno preso di mira quattro impianti di stoccaggio di petrolio e un centro logistico di carburante a Teheran e nella vicina provincia di Alborz. Le autorità hanno dichiarato che le strutture sono state danneggiate ma che gli incendi sono stati messi sotto controllo. Nell’Iran centrale, la Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito che gli attacchi israelo-americani su Isfahan hanno ucciso 11 persone, mentre le squadre di soccorso continuavano gli sforzi per assistere i feriti e valutare i danni. Nel frattempo, secondo fonti citate da Axios, gli Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di dispiegare forze speciali in Iran per sequestrare scorte di uranio altamente arricchito. Sul piano politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è scusato con i paesi della regione per gli attacchi iraniani effettuati durante la scorsa settimana ma ha insistito che l’Iran “non si sottometterà all’ingiustizia”, avvertendo che Teheran risponderà a qualsiasi attacco, mettendo in guardia contro l’uso del territorio di altri paesi per lanciare attacchi contro l’Iran. Secondo quanto riferito, l’Arabia Saudita ha detto a Teheran che preferisce una soluzione diplomatica al conflitto, ma che potrebbe rispondere allo stesso modo se gli attacchi iraniani contro il regno o il suo settore energetico continueranno. A Washington, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di non essere interessato a negoziati con l’Iran, suggerendo che la guerra potrebbe continuare “fino a quando l’esercito iraniano e la leadership politica scompariranno”. (Fonti: PIC, Quds News).
March 9, 2026
InfoPal
Le Dita Nella Presa - L'IA va alla guerra
Dopo la cattura di Maduro, l'attacco all'Iran è un'altra occasione in cui le Intelligenze Artificiali vengono utilizzate in teatri di guerra. La querelle tra Anthropic e Ministero della Difesa Statunitense ci fa capire che l'intenzione è un uso sempre più esteso di queste tecnologie a fini bellici. Vediamo come è andata e cosa c'è da aspettarsi per il futuro. Come dicevamo già nella puntata precedente, droni iraniani hanno colpito dei data center negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, mettendo in luce un nuovo problema delle infrastrutture digitali. Facciamo qualche riflessione su come questo potrebbe influenzare le geografie dei data center. A tal proposito, guardiamo anche il caso statunitense, in cui le Big Tech sono alle prese con problemi energetici. La conferenza stampa delle procure di Roma e Napoli conferma (contraddicendo il governo) che Francesco Cancellato di Fanpage è stato intercettato usando Graphite, il malware venduto da Paragon. Si tratta dello stesso malware usato per intercettare Luca Casarini e Beppe Caccia, ma il Copasir continua a negare che i servizi abbiano dato l'ordine di spiare Cancellato. Concludiamo con una notiziola: la piena automazione del rimborso dei dazi - ora illegali - di Trump prevede un tempo di elaborazione di circa 500 anni. La Custom Border Protection promette un aggiornamento del software. Ascolta l'audio sul sito di Radio Onda Rossa