Quando la burocrazia vale più dei carri armati--------------------------------------------------------------------------------
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“La proprietà è un furto”. Quando Proudhon scrisse questa frase provocatoria
nell’Ottocento, intendeva smascherare il fatto che dietro ogni titolo di
proprietà formalmente legittimo si nasconde spesso un’appropriazione originaria
violenta, poi normalizzata attraverso il diritto. La proprietà non nasce dal
nulla: nasce da atti di forza che vengono poi cristallizzati in documenti,
registri, catasti. Ma c’è un rovesciamento ancora più cinico di questa dinamica:
quando il catasto stesso, lo strumento che dovrebbe certificare la proprietà
esistente, diventa il meccanismo attraverso cui si compie il furto, quando la
registrazione burocratica non documenta una realtà preesistente, ma la trasforma
a favore di chi controlla l’apparato amministrativo. È esattamente quello che
sta accadendo in Cisgiordania.
Il provvedimento invisibile che cambia tutto
C’è un tipo di notizia che quasi sempre passa sotto la soglia dell’indignazione
pubblica, perché non ha l’estetica dello drammaticità immediata: non è un
bombardamento, non è una dichiarazione incendiaria, non è un video virale. È una
delibera, una procedura, un fascicolo amministrativo. Eppure, nel lungo periodo,
può valere più di un’operazione militare: perché produce irreversibilità.
In questi giorni il governo israeliano ha approvato la ripresa e
istituzionalizzazione della registrazione catastale delle terre in Cisgiordania,
con un focus particolare sull’Area C – quella zona che costituisce circa il 60%
della Cisgiordania e che secondo gli Accordi di Oslo dovrebbe essere sotto pieno
controllo militare e amministrativo israeliano solo temporaneamente, in attesa
di un accordo definitivo. Tradotto in modo comprensibile: si rimette in moto un
dispositivo burocratico che decide, in ultima istanza, chi “esiste”
giuridicamente sul territorio e chi no. Chi ha diritti documentabili e chi è
solo un’ombra tollerata fino a revoca.
Perché il catasto non è “solo tecnico”
Il nodo non è il catasto in sé. In uno stato di diritto funzionante, un registro
catastale dovrebbe essere uno strumento di certezza giuridica e tutela dei
proprietari: sapere esattamente chi possiede cosa, proteggere i diritti di
proprietà, facilitare transazioni trasparenti, impedire espropriazioni
arbitrarie. Ma il nodo è il contesto: un territorio occupato militarmente da
oltre 57 anni, frammentato amministrativamente in aree A, B e C con regimi
giuridici differenti, sottoposto a ordinanze militari che si sovrappongono a
leggi ottomane, giordane, israeliane, con archivi storici discontinui,
documentazioni spesso incomplete o deliberatamente non riconosciute dalle
autorità occupanti.
In questo contesto specifico, il “tecnico” diventa immediatamente e
inevitabilmente politico: perché tende a trasformarsi in una inversione
dell’onere della prova che penalizza sistematicamente chi ha meno accesso agli
strumenti burocratici del potere.
Il labirinto impossibile
Per capire quanto sia kafkiana la situazione, bisogna ricostruire il labirinto
giuridico-amministrativo in cui si trovano intrappolati i palestinesi che devono
“dimostrare” la proprietà delle loro terre.
La Cisgiordania ha conosciuto, negli ultimi 150 anni, almeno cinque diversi
regimi di proprietà terriera.
Il primo, Impero Ottomano (fino al 1917): sistema complesso basato su categorie
come miri (terre statali), mulk (proprietà privata piena), waqf (terre
religiose), matruka (terre comuni). Molte terre non erano formalmente registrate
perché la registrazione comportava tasse e coscrizione militare, quindi le
famiglie spesso evitavano di registrare formalmente proprietà tramandate da
generazioni.
Il secondo, Mandato Britannico (1917-1948): tentativo di modernizzare il
catasto, ma incompleto. Molte aree rurali rimasero fuori dalla registrazione
sistematica.
Il terzo, Amministrazione Giordana (1948-1967): continuò parzialmente il lavoro
britannico, ma con discontinuità e lacune, specialmente nelle zone rurali e
beduine.
Il quarto, Occupazione israeliana (dal 1967): impose ordinanze militari che si
sovrappongono a tutti i sistemi precedenti, dichiarando spesso “terre statali”
quelle non registrate secondo criteri israeliani.
Il quindo, Autorità Nazionale Palestinese (dal 1993, solo Aree A e B):
competenza limitata e frammentata, senza continuità territoriale.
Ora, immaginiamo di essere un contadino palestinese la cui famiglia lavora
quella terra da generazioni. Quali documenti dobbiamo produrre per “dimostrare”
la proprietà?
L’impossibilità strutturale della prova
Il primo problema è rappresentato dai documenti che non esistono. Molte famiglie
palestinesi hanno ereditato terre di generazione in generazione senza mai
formalizzare la proprietà secondo i criteri ottomani, britannici o giordani. Non
per negligenza, ma perché: la registrazione comportava costi e rischi (tasse,
coscrizione); in società tradizionali la proprietà era riconosciuta dalla
comunità, non da un archivio statale; le terre comuni (per pascolo, raccolta
legna) non avevano proprietari individuali registrabili. Risultato: non esiste
un documento originario da cui partire per dimostrare la catena di proprietà.
Il secondo problema sono i documenti che sono stati distrutti. Guerre,
devastazioni, sfollamenti hanno fatto sparire archivi. Molti palestinesi hanno
perso documenti durante la Nakba del 1948, durante la guerra del 1967, durante
demolizioni di case, confische, evacuazioni forzate. Come provare la proprietà
se il documento che la attestava è stato distrutto in un bombardamento o
confiscato durante uno sfollamento?
Il terzo problema sono i documenti che non vengono riconosciuti. Anche quando i
documenti esistono, infatti, l’autorità militare israeliana spesso non li
riconosce perché: non sono conformi agli standard israeliani di registrazione;
sono in arabo ottomano antico, difficile da interpretare; mancano passaggi
formali nella catena di trasmissione ereditaria; non seguono le procedure
burocratiche israeliane imposte dopo il 1967. Un documento perfettamente valido
sotto il diritto giordano quindi può essere semplicemente ignorato
dall’amministrazione israeliana.
Il quarto problema è legato invece all’inversione dell’onere della prova. Mentre
in un sistema giuridico normale lo Stato deve dimostrare che una terra è
pubblica prima di appropriarsene, qui funziona al contrario: la terra viene
presunta statale (cioè israeliana) finché il palestinese non dimostra il
contrario con documenti che, come abbiamo visto, spesso non esistono, sono stati
distrutti, o non vengono riconosciuti. È come se ti dicessero: “Questa casa è
mia, a meno che tu non dimostri con documenti vecchi di 100 anni, conformi a
criteri che io decido unilateralmente, che è tua. E se non ci riesci, la prendo
legalmente…”.
Il quinto problema, infine, è il tempo come nemico. Molte terre palestinesi sono
classificate come “non coltivate” o “abbandonate” perché: il proprietario non ha
potuto accedervi a causa di restrizioni militari; sono state dichiarate “zone
militari chiuse”; sono state separate dal villaggio dal Muro di Separazione.
Il proprietario è in esilio e non può tornare
Dopo un certo periodo di “non utilizzo” (determinato unilateralmente), queste
terre vengono dichiarate “abbandonate” e quindi trasferibili allo Stato. Ma il
non-utilizzo è spesso conseguenza diretta delle restrizioni imposte
dall’occupante. È un meccanismo dunque che si autoalimenta: ti impedisco di
coltivare la terra, la terra diventa “non coltivata”, posso dichiararla
abbandonata, la registro come statale.
Facciamo un caso reale, ripetuto migliaia di volte. Una famiglia palestinese
possiede terre tramandate dal nonno. Il nonno le aveva ereditate dal padre, che
a sua volta le aveva lavorate per decenni sotto gli ottomani. Nessuna
registrazione formale, perché nella cultura tradizionale la proprietà era
riconosciuta dalla comunità del villaggio. 1967: arriva l’occupazione
israeliana. La terra è in Area C. Anni ’80: Israele dichiara parte di quella
terra “zona militare” o “riserva naturale”. La famiglia non può più accedervi.
Anni ’90: dopo anni di non-coltivazione forzata, la terra viene classificata
come “abbandonata”. Anni 2000: viene assegnata a un insediamento coloniale o
dichiarata “terra statale”. Ora: con il nuovo catasto, la famiglia dovrebbe
“dimostrare” la proprietà… Ma con quali documenti? Il nonno non aveva registrato
niente formalmente. Gli archivi ottomani (se esistevano) sono inaccessibili.
L’amministrazione israeliana non riconosce la testimonianza della comunità come
prova. La terra era stata resa inaccessibile da ordinanze militari israeliane.
Risultato: la terra passa formalmente allo Stato israeliano. Legalmente.
Burocraticamente. Senza sparare un colpo.
Come funziona l’inversione dell’onere della prova
Il principio pratico del nuovo catasto funziona così: se tu, palestinese, non
riesci a dimostrare con documenti formali e catene complete di titolarità
(spesso storicamente difficili o impossibili da ricostruire per tutte le ragioni
appena spiegate) che quella terra è davvero tua secondo criteri stabiliti
unilateralmente dall’autorità occupante, quella terra viene classificata come
“terra dello Stato”. E una volta che la terra diventa formalmente “dello Stato”
nei registri ufficiali, tutto ciò che segue – pianificazione territoriale,
permessi edilizi, infrastrutture, destinazioni d’uso, assegnazioni a coloni –
tende a muoversi inesorabilmente in una sola direzione.
Non serve dichiarare urlando “annessione formale”. La fai silenziosamente, con
timbri, mappe catastali, registri amministrativi che trasformano l’assenza di
documenti in perdita di diritti. È l’annessione burocratica: meno visibile, più
duratura, molto più difficile da contestare o rovesciare.
L’architettura dell’irreversibilità
Il provvedimento catastale assume un significato che va ben oltre la singola
misura amministrativa. Non è un atto isolato, è un tassello di una strategia
sistematica di annessione a bassa visibilità mediatica. Una strategia che non
punta solo al controllo militare temporaneo del territorio (che potrebbe essere
reversibile in caso di accordo politico), ma alla sua trasformazione
giuridico-amministrativa permanente: rendere la presenza palestinese più
fragile, più contestabile sul piano formale, più revocabile in qualsiasi
momento; rendere invece il controllo israeliano più “normale”, più
amministrativo, più profondamente radicato nelle carte e nei computer, più
difficilmente discutibile sul piano pratico anche da parte della comunità
internazionale.
Quando un insediamento coloniale viene costruito, può (in teoria) essere
smantellato, come è successo a Gaza nel 2005. Ma quando la proprietà della terra
sottostante viene trasferita formalmente nei registri dello Stato, quando le
mappe catastali ufficiali riflettono una realtà diversa, quando gli archivi
amministrativi consolidano una situazione di fatto in situazione di diritto,
l’irreversibilità diventa molto più profonda. È la differenza tra occupazione
(che il diritto internazionale riconosce come situazione temporanea e
reversibile) e sovranità amministrativa de facto (che crea fatti compiuti
difficilissimi da smantellare).
“L’Ordine del Caos”: il diritto come strumento di dominazione
Insomma, nei conflitti contemporanei la dominazione non passa soltanto
attraverso la forza militare bruta, ma sempre più attraverso l’architettura del
diritto e della burocrazia (è questo il tema centrale del libro L’Ordine del
Caos, Ombre corte, scritto dall’autore dell’articolo, ndr). Non è l’assenza di
leggi, non è il puro caos hobbesiano. È qualcosa di più insidioso: l’uso
selettivo, asimmetrico e strumentale delle regole formali per produrre ordine
per alcuni e caos per altri. È la moltiplicazione di regimi giuridici
sovrapposti e contraddittori che rendono impossibile la certezza del diritto per
chi è debole, ma offrono mille strumenti legali a chi è forte.
Il diritto internazionale viene solennemente proclamato nelle conferenze e nelle
risoluzioni ONU (la Cisgiordania è “territorio occupato”, gli insediamenti sono
“illegali secondo il diritto internazionale”, l’annessione è vietata). Ma sul
terreno, la realtà materiale cambia giorno dopo giorno attraverso dispositivi
tecnici che producono conseguenze giuridiche sostanziali.
Si approva un piano regolatore che rende impossibile costruire case palestinesi
dichiarando il 70% dell’Area C “zona militare” o “riserva naturale”. Si
istituisce un regime di permessi edilizi talmente complesso che il 98% delle
richieste palestinesi viene respinto. Si demoliscono costruzioni “abusive”
mentre pochi chilometri più in là crescono insediamenti con piscine e centri
commerciali. E ora: si registra catastalmente la proprietà secondo criteri che
favoriscono sistematicamente una popolazione a scapito dell’altra.
È l’ordine del caos: non l’assenza di regole, ma la proliferazione controllata
di regole contraddittorie, la loro applicazione selettiva, il loro uso come
strumento di ingegneria sociale e territoriale. Ordine perfetto per chi
controlla l’apparato burocratico-militare. Caos kafkiano per chi lo subisce.
La normalizzazione attraverso la tecnocrazia
C’è un elemento ulteriore, ancora più sottile, in questa strategia: la
normalizzazione attraverso il linguaggio tecnocratico. Un catasto suona
neutrale. Suona addirittura progressista, modernizzante: “finalmente portare
certezza giuridica”, “superare la confusione amministrativa”, “garantire i
diritti di proprietà”. Chi può opporsi a principi così ragionevoli? Ma è
esattamente qui che si annida la trappola retorica che produce effetti reali.
Perché il linguaggio tecnico-amministrativo nasconde le asimmetrie di potere che
ne determinano l’applicazione concreta. Presentare come “modernizzazione
amministrativa” quello che è sostanzialmente uno strumento di consolidamento
dell’occupazione è un’operazione di mascheramento ideologico perfetta.
È lo stesso meccanismo che funziona con le “Zone militari chiuse”, le “Riserve
naturali strategiche”, i “Piani di sviluppo territoriale”, le “Procedure di
sicurezza standardizzate”. Tutto suona tecnico, necessario, inevitabile. E
proprio questa patina di inevitabilità tecnocratica è ciò che permette di
procedere senza suscitare lo scandalo che una dichiarazione politica esplicita
provocherebbe.
Se Israele dichiarasse domani “annetto formalmente l’Area C”, ci sarebbe (o
dovrebbe quantomeno esserci) una reazione internazionale immediata, condanne,
forse anche sanzioni (quelle no… siamo consapevoli). Ma se si procede per via
amministrativa – un catasto qui, una pianificazione territoriale là, una
riclassificazione delle terre dall’altra parte – ogni singola misura sembra
troppo piccola, troppo tecnica, troppo “interna” per giustificare una crisi
diplomatica. E intanto, passo dopo passo, l’annessione di fatto si consolida in
annessione di diritto registrata negli archivi dello Stato.
La complicità silenziosa della comunità internazionale
E qui arriva la domanda politica inevitabile, scomoda, che riguarda anche e
soprattutto noi europei che amiamo proclamarci “difensori del diritto
internazionale”: se diciamo di difendere il diritto internazionale, che cosa
facciamo concretamente davanti a misure che, passo dopo passo, rendono
permanente ciò che il diritto internazionale definisce espressamente temporaneo
(l’occupazione) e trasformano in “amministrazione normale” ciò che è,
sostanzialmente, appropriazione territoriale e consolidamento coloniale? Perché
c’è una forma di complicità anche nel silenzio tecnocratico, anche nel “non è il
momento”, anche nel “è troppo complesso per intervenire”, anche nel limitarsi a
“deplorare” senza mai passare a conseguenze concrete.
Quando l’Ue finanzia progetti di sviluppo in Area C che poi vengono demoliti
sistematicamente dall’amministrazione militare israeliana, e si limita a
“esprimere preoccupazione” senza trarne conseguenze politiche, sta di fatto
normalizzando l’ordine del caos. Sta accettando che esistano regole per alcuni
(Israele può demolire, espropriare, registrare catastalmente) e regole diverse
per altri (i palestinesi devono dimostrare l’indimostrabile per mantenere
diritti che il diritto internazionale riconosce loro in teoria).
Quando si continua a parlare di “soluzione a due Stati” mentre il territorio
dello Stato palestinese viene metodicamente frammentato, registrato,
riclassificato, trasferito nei catasti israeliani, si sta di fatto fingendo che
il tempo non conti, che l’irreversibilità materiale e giuridica che si accumula
giorno dopo giorno sia reversibile con un accordo politico futuro. Ma la verità
è che ogni giorno che passa senza conseguenze per queste misure rende più
difficile, più costoso, più improbabile qualsiasi accordo futuro. Perché
smantellare un insediamento è una cosa; smantellare una struttura di proprietà
consolidata nei registri catastali, con transazioni economiche, con diritti
acquisiti riconosciuti dal sistema giuridico israeliano, è tutt’altra cosa.
Perché l’annessione non avviene solo quando viene dichiarata
C’è una lezione generale, qui, che va oltre il caso specifico
israeliano-palestinese e che illumina molti conflitti contemporanei.
L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata formalmente con un atto
sovrano solenne. Avviene anche, forse soprattutto, quando viene registrata
burocraticamente, amministrata quotidianamente, normalizzata nei file degli
uffici catastali, consolidata nelle pratiche routinarie dello Stato. Questa è la
forma di potere più insidiosa del XXI secolo: non quella che si manifesta con la
violenza spettacolare e quindi genera resistenza e indignazione, ma quella che
si infiltra nelle procedure, che si naturalizza nei formulari, che si sedimenta
negli archivi. È il potere che non ha bisogno di giustificarsi ideologicamente
perché si presenta come pura necessità tecnica. È il potere che non teme il
dibattito politico perché si sottrae al dibattito collocandosi nel regno
dell’amministrazione, dove solo gli esperti possono entrare e dove il cittadino
comune si perde in labirinti di competenze sovrapposte, cavilli procedurali,
rimandi infiniti.
È il potere, insomma, che produce l’ordine del caos: un sistema che appare
caotico e incomprensibile a chi lo subisce, ma che ha una sua logica ferrea, una
sua razionalità strumentale perfetta per chi lo gestisce.
Quando la proprietà diventa davvero un furto
Torniamo alla provocazione iniziale: la proprietà è un furto? Nel caso del
catasto in Cisgiordania, la risposta è inequivocabile: sì, quando lo strumento
che dovrebbe certificare la proprietà diventa il meccanismo attraverso cui si
compie l’appropriazione/espropriazione. Il catasto non sta documentando una
realtà preesistente. Sta creando una nuova realtà giuridica che trasforma terre
palestinesi lavorate da generazioni in “terre statali” israeliane semplicemente
perché i criteri di prova sono stati costruiti in modo tale da rendere
impossibile la dimostrazione della proprietà palestinese.
È il furto perfetto: legale, burocratico, irreversibile. E silenzioso.
La notizia del catasto in Cisgiordania sembra piccola, tecnica, noiosa. Non fa
notizia come un bombardamento o un’evacuazione forzata. Ma nel lungo periodo è
forse più decisiva, perché produce quel tipo di cambiamento che poi diventa
“realtà sul terreno” difficilissima da smantellare.
Quando tra vent’anni (se non prima) Israele dirà “ma ormai l’Area C è nostra da
decenni, guardate i catasti, guardate le mappe, guardate le proprietà
registrate, guardate le transazioni economiche, guardate le infrastrutture –
come potete chiedere di smantellare tutto questo?”, quella argomentazione sarà
supportata da migliaia di faldoni, database, registri ufficiali che sono stati
riempiti proprio in questi anni, proprio con provvedimenti come quello di questi
giorni.
L’annessione non avviene solo quando viene dichiarata. Avviene anche quando
viene registrata… nel silenzio. E noi, che cosa facciamo mentre i registri si
riempiono?
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