L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

Torino scende in piazza, ma non per il lavoro
A distanza di due settimane Torino ha mostrato due volti molto diversi di sé. Il 31 gennaio decine di migliaia di persone hanno attraversato la città contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il 14 febbraio circa mille lavoratrici e lavoratori metalmeccanici hanno manifestato per il futuro industriale del territorio e contro la crisi dell’automotive. La sproporzione ha colpito molti osservatori. Com’è possibile che la difesa di uno spazio sociale mobiliti più della difesa del lavoro? La risposta più immediata — disinteresse, superficialità, radicalismo — è anche la meno utile. Non aiuta a capire Torino. E soprattutto non aiuta a capire l’Italia di oggi. Infatti, non è diminuita la capacità di mobilitazione, è cambiato ciò che mobilita. Per oltre un secolo il lavoro industriale è stato la struttura stessa della vita collettiva. La fabbrica non era soltanto produzione: era mobilità sociale, organizzazione del tempo, identità urbana. Scioperare significava difendere non solo il salario ma il futuro. Oggi quella promessa non esiste più. La deindustrializzazione non è solo un processo economico: è diventata un fatto interiorizzato. L’automotive appare un settore in ritirata globale, deciso da catene produttive e centri finanziari lontani dalla città. Anche chi ne subirebbe le conseguenze fatica a immaginare che una manifestazione possa davvero modificarne il destino. Il lavoro resta un valore, ma non è più percepito come terreno politico contendibile. Lo spazio urbano sì. La mobilitazione per Askatasuna ha avuto una forza simbolica immediata: non parlava di scenari economici complessi, ma di presenza dello Stato, libertà di dissenso, possibilità di esistere nella città. Era un conflitto leggibile senza mediazioni tecniche. Non riguardava una categoria, ma un “noi” potenziale, anche per chi non frequenta quel luogo. È una differenza decisiva: il lavoro oggi non unisce perché segmentato — tra occupati, precari, studenti, professionisti — mentre il conflitto simbolico unisce perché riguarda il riconoscimento. Il primo chiede previsione del futuro, il secondo reazione nel presente. La scarsa mobilitazione per il lavoro racconta una città che non crede più che il proprio destino industriale si decida nelle piazze. Non si mobilita per ciò che si pensa perduto, ma per ciò che si ritiene ancora contendibile. La rassegnazione è percepibile proprio nel quartiere simbolo della Fabbrica: Mirafiori. Qui la gente non ha perso solo il lavoro, ma la fiducia nelle grandi istituzioni: la fabbrica, il sindacato, i partiti. È un cambiamento ormai quarantennale. Il 14 febbraio non è stato un giorno qualunque, ma forse il momento in cui la città ha scoperto di abitare già un’altra storia (e non sembra molto bella). Fabrizio Floris
February 17, 2026
Pressenza
Le Marche prime in Italia per lupi morti a causa del bracconaggio
Nelle Marche, solo nelle prime sei settimane del 2005, la stampa locale ha prodotto oltre 15-20 articoli sul tema “lupi”, tra avvistamenti e gestione, mentre nello stesso periodo di quest’anno, gli articoli dedicati al lupo sono oltre 15. Da questi dati si potrebbe dedurre che la proliferazione del lupo nelle Marche rappresenti indubbiamente il problema, se non addirittura l’emergenza, più seria della regione, tale da prevalere sulle inefficienze della sanità, sulle difficoltà del mondo economico, su gravi problemi ambientali, sull’aumento del 10% della disoccupazione solo nel secondo semestre del 2025. Eppure, il tema lupo tiene banco nel mainstream regionale. Ma solo gli avvistamenti, o presunti tali, di lupi vivi, mentre il tema della mortalità del lupo viene completamente ignorato. Il perché dell’interesse mediatico per questo animale è legato esclusivamente alla logica del clickbait; ovvero alla tecnica editoriale e di web marketing utilizzata per attirare l’attenzione degli utenti e spingerli a cliccare su link, immagini o video. Si basa su titoli sensazionalistici, esagerati o volutamente incompleti che creano curiosità. Ogni click sull’articolo apre banner pubblicitari; più click ci sono su un articolo, più l’inserzionista è stimolato a investire in promozione. E come tutte le cose che attivano le nostre paure o fantasie, il lupo fa notizia; basta un articolo con un presunto, se non finto avvistamento, con una foto scaricata da google di un lupo che magari stava nella tundra, a far impennare i click dei lettori social. Non solo nelle Marche, ma in tutta la Penisola, questo modo di fare informazione, unitamente alla capacità di lobbying di alcune organizzazioni agricole e delle associazioni venatorie, ha portato lo scorso anno a livello prima europeo, e poi nazionale, al declassamento del lupo a livello legislativo. Da “specie rigorosamente protetta” a “specie protetta”, il decreto è stato pubblicato a gennaio 2026. Questo significa che da ora in poi ai lupi si potrà sparare con piani di abbattimento controllati, fissando un “tasso massimo di prelievo” annuo. Le Regioni possono definire i prelievi (modo ipocrita della politica legislativa per definire gli abbattimenti), con un tetto massimo di 160 sull’intero suolo nazionale. Per le Marche il numero fissato è di otto. Al momento, per fortuna, questo iter procedurale si è bloccato, grazie alla Regione Campania che ha espresso parere sfavorevole e ha stoppato lo schema di decreto del Ministero dell’Ambiente. La motivazione, come ha spiegato l’assessora Zabatta, “nasce da una lacuna fondamentale: la mancanza di dati scientifici recenti e rappresentativi. La conservazione della biodiversità richiede gestione, ma non si può stabilire una percentuale di abbattimento senza conoscere il numero reale dei lupi presenti”. Infatti siamo fermi al primo monitoraggio nazionale condotto fra il 2020 e il 2021 e coordinato dall’Istituto per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA), che fornisce i dati sui lupi grigi (Canis lupus) attualmente presenti in Italia: circa 3.501 esemplari (valore medio in un intervallo fra 2.949 – 3.945 individui) distribuiti sul territorio nazionale, con circa 952 lupi nell’area alpina, e circa 2.557 lungo l’area peninsulare e la dorsale appenninica, a esclusione della Sardegna, dove il lupo è assente. Indubbiamente negli ultimi anni c’è stato un aumento della popolazione, che lo stesso ISPRA nel 2025 solo per l’arco alpino ha stimato intorno al 18%. Se dessimo però invece dare retta al mainstream marchigiano, solo in questa regione ci dovrebbero essere più lupi della complessiva stima presente in tutto il suolo nazionale. Ma la ragione di questo doping mediatico è riconducibile alle pressioni sulla politica da parte delle associazioni venatorie per prime, preoccupate che la presenza maggiore del lupo abbia portato negli ultimi tempi ad una riduzione drastica del cinghiale, che per i cacciatori rappresenta un importante business. Nell’informazione mainstream delle Marche, invece non viene fatta menzione del numero dei lupi rinvenuti morti negli ultimi anni. Al circo mediatico non interessa certo diffondere i dati dello studio, pubblicato nel novembre 2025, “La mortalità del lupo (Canis lupus) in Italia nel periodo 2019-2023” a cura di “Io non ho paura del lupo APS”, una delle realtà più attive in Italia per la tutela e la convivenza con questo predatore. La relazione fornisce un quadro aggiornato e approfondito sulla mortalità del lupo nel quinquennio, e i dati utilizzati per questa analisi sono stati reperiti presso gli enti competenti a livello nazionale e regionale per la raccolta e la gestione delle informazioni relative alla fauna selvatica. L’obiettivo principale è stato quello di quantificare il numero di esemplari di lupo rinvenuti morti annualmente in Italia e di analizzare le cause di morte, suddividendole per categorie omogenee e riconoscibili, al fine di comprenderne la distribuzione e l’incidenza sul territorio nazionale. In particolare, la relazione distingue tra cause naturali (ad esempio, mortalità intraspecifica, malattie o invecchiamento), cause antropiche dirette (ossia il bracconaggio, che generalmente avviene tramite uccisione con arma da fuoco, trappole o avvelenamento), cause antropiche indirette (soprattutto investimenti stradali e ferroviari) e cause indeterminate, ovvero quei casi in cui non è stato possibile accertare i motivi del decesso. Per quanto riguarda le Marche, i dati sono stati raccolti tramite interlocuzioni tra l’associazione e il settore Forestazione e Politiche Faunistiche Venatorie della Regione, l’Istituto Zooprofilattico Marche e Umbria e l’ISPRA. A fronte di un totale di lupi rinvenuti morti in Italia pari a 1.639 (210 nel 2019, 278 nel 2020, 320 nel 2021, 382 nel 2022, 449 nel 2023), nelle Marche tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti morti 173 lupi (25 nel 2019, 23 nel 2020, 31 nel 2021, 52 nel 2022, 42 nel 2023). Il primo dato di confronto che si evidenzia è che la regione si colloca al quarto posto per mortalità dopo il Piemonte, l’Emilia-Romagna e l’Abruzzo. Rispetto alle cause accertate di mortalità, il 64% è dovuto a investimenti, il 21% al bracconaggio, il 12% a cause indeterminate e il 3 % a cause naturali. Considerata l’estensione territoriale della regione, la densità della mortalità è pari a 0,018 (n. individui/kmq di superficie). Un rapporto che pone le Marche al secondo posto dopo l’Abruzzo rispetto a tutte le altre regioni, ma, dato più grave, al primo posto per mortalità dovuta al bracconaggio. I dati dello studio ci forniscono una situazione molto differente dalla narrazione mainstream sul lupo, sia nelle Marche che nel resto d’Italia, che però ha portato a rendere accettabile da parte dell’opinione pubblica il fatto che ora si potranno abbattere i lupi. Farci accettare qualcosa che, fino a poco tempo prima, la nostra sensibilità, razionalità, cultura ed etica avrebbero considerato indicibile: questa è la potenza del mainstream. Cosa questa, per la nostra quotidianità, molto più pericolosa della, seppur remota, possibilità di trovarci davvero faccia a faccia con un lupo. Leonardo Animali
February 17, 2026
Pressenza
Riforma della magistratura: siamo quelli del NO
-------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che non è una riforma della giustizia. La giustizia continuerà ad essere lenta e inefficiente perché continueranno a mancare personale, risorse, spazi di lavoro per renderla più rapida e più adeguata alla domanda di giustizia dei cittadini. E gli uffici giudiziari continueranno a essere ingolfati da milioni di procedimenti (ogni anno circa 2,5 milioni di nuovi procedimenti) in larga parte per reati “bagatellari”, cioè reati di scarsa gravità che spesso non arrivano neanche a giudizio. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che non è una riforma che separa le carriere. Già oggi le carriere di giudice e di pubblico ministero (PM) sono di fatto separate, perché è molto difficile passare da una funzione all’altra.  A causa delle varie limitazioni introdotte nel tempo – i magistrati possono cambiare funzione una volta sola e devono trasferirsi in un’altra regione – non succede quasi mai: nel 2024, appena 42 passaggi su quasi 9.000 magistrati: lo 0,4% -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO alla riforma della magistratura, che vuole trasformare il pubblico ministero nell’ “accusa” all’americana. In Italia il pubblico ministero non è l’avvocato dell’ “accusa” contrapposto all’avvocato della “difesa”, perché hanno doveri, obiettivi e responsabilità molto diverse: il pubblico ministero resta un pubblico ufficiale, con l’obbligo di imparzialità e con un obbligo ulteriore che l’avvocato non ha: l’obbligo di verità. Il PM “svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art. 358 del Codice di procedura penale) e se nel corso del processo si accorge che non vi sono elementi per portare a una condanna, o che quegli elementi non sono sufficienti, ha l’obbligo di chiedere l’assoluzione. Se vengono violate queste regole deontologiche, non solo vi è la possibilità di un procedimento disciplinare, ma anche di una sanzione penale, che sono gli stessi magistrati ad attivare.  Siamo quelli del NO  a una riforma che, dichiarando di voler rendere il giudice più imparziale e libero da condizionamenti del PM, in realtà crea le premesse per il controllo politico del PM e ne esalta il ruolo di accusatore Si sostiene che l’attuale sistema – con un unico concorso e un unico Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – renda i giudici «parziali» e li spinga a favorire i pubblici ministeri all’interno del processo. Ma – sulla base dei dati pubblicati nel 2021 dalle stesse Camere Penali – solo il 40,4% dei processi che sono andati a sentenza si concludono con la condanna. Quindi, affermare che «solo con la riforma e la separazione delle carriere si avrà un giudice terzo e imparziale» induce falsamente gli elettori a pensare che in tutti questi anni i giudici non siano stati imparziali né affidabili, screditando l’impegno di un’intera categoria di cui fanno parte anche quei magistrati che per garantire giustizia ai cittadini hanno dato la loro vita e la rischiano ogni giorno. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla riforma della magistratura, che con il pretesto di cancellare le correnti ridimensiona l’autogoverno dei magistrati. L’autogoverno dei magistrati è una garanzia della effettiva separazione dei poteri – esecutivo (governo), legislativo (parlamento), giudiziario (magistratura) – e dell’autonomia della magistratura, che garantisce l’applicazione imparziale della legge per tutti i cittadini, compreso il mondo della politica e dei cosiddetti “poteri forti”.  “Divide et Impera”, “Dividi e comanda”: smembrare il CSM in due consigli separati – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri- e nella cosiddetta “Alta corte disciplinare”, vuol dire ridimensionare un organo a cui i costituenti hanno affidato l’autogoverno proprio per garantire l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  all’adozione del sorteggio per individuare i membri togati degli istituendi Consigli Superiori della Magistratura e Alta Corte disciplinare. La riforma introduce l’estrazione casuale mediante sorteggio “secco” dei membri “togati” – i rappresentanti dei giudici e dei pubblici ministeri, mentre i cosiddetti   “membri laici”   – avvocati o professori universitari  nominati  dal Parlamento – sarebbero estratti da  una rosa di nominativi indicati con votazione parlamentare  a maggioranza semplice. Avremmo, quindi, i componenti magistrati selezionati a caso e non secondo capacità,  e senza alcun criterio democratico, mentre quelli laici sarebbero selezionati con un forte mandato politico della maggioranza parlamentare. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  alla nomina di rappresentanti di magistrati che non sono stati scelti con il criterio democratico della rappresentanza I membri togati dei due CSM non sarebbero eletti per le loro idee sulla giustizia, condivise da altri magistrati, ma finirebbero con l’esprimere essenzialmente visioni personali, non avendo nessuna responsabilità né obbligo di “rendere conto” nei confronti dei magistrati, che non li hanno eletti.  Siamo quelli del NO  alla inevitabile disparità tra membri togati e membri laici nei nuovi CSM I rappresentanti dei magistrati sarebbero estratti a sorte tra migliaia di appartenenti alla categoria (circa 8000 giudici e 2500 PM), al di fuori di un’occasione e di un’abitudine al confronto sulle idee, favorendo una mentalità individualista, autoreferenziale ed isolata, mentre il drappello dei selezionati dal Parlamento –  cioè dalla maggioranza di turno –  sarebbe del tutto verosimilmente un corpo omogeneo, coeso, deciso e orientato a un fine comune. Ma soprattutto siamo quelli del NO  all’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, una sorta di tribunale speciale, vietato dalla Costituzione (art. 102 comma 2) La materia dei processi disciplinari a carico dei magistrati viene tolta dal CSM ed assegnata ad un organo che già da ora si prefigura come un tribunale squilibrato, sia per la diversa proporzione della sua composizione tra magistrati e laici rispetto all’attuale CSM, sia perché le condanne potrebbero essere impugnate solo davanti alla stessa Alta corte, in diversa composizione. In sostanza, un giudice o un PM sottoposto a condanna disciplinare non potrebbe più fare ricorso alla Corte di Cassazione, ma dovrebbe rivolgersi alla stessa Corte che gli ha comminato la condanna. La riforma costituzionale non chiarisce quali sarebbero le modalità di organizzazione e funzionamento dell’Alta Corte: le regole, compresa la composizione dei collegi giudicanti ed il rapporto fra togati e laici, saranno stabilite in seguito con legge ordinaria e i provvedimenti disciplinari sui magistrati potrebbero essere il frutto di decisioni prese a maggioranza dai soli consiglieri indicati dalla politica.  Siamo quelli del NO  a una riforma raccontata dai promotori con slogan farlocchi. I sostenitori del SI’ alla riforma sostengono che le modifiche costituzionali non toccano l’autonomia della magistratura e che la riforma non prevede di portare il pubblico ministero sotto il controllo del potere esecutivo, cioè del governo. Tuttavia, viste le premesse, la riforma appare in tutta evidenza come il primo passo in quella direzione, tanto più che le ulteriori modifiche potranno essere introdotte con semplici leggi ordinarie. E già il Ministro Tajani ha manifestato l’intenzione di rendere la polizia giudiziaria autonoma dal pubblico ministero, cioè non sottoporre più alla direzione del PM le attività di indagine. -------------------------------------------------------------------------------- Siamo quelli del NO  a una riforma apertamente punitiva nei confronti dei magistrati Gli stessi esponenti del governo e della maggioranza hanno più volte attaccato le sentenze dei magistrati con ricadute sulle decisioni del governo (ad esempio in materia di centri per immigrati in Albania, di fine vita, di libertà personale)  considerandole un’inaccettabile intromissione, come se chi è stato eletto dai cittadini o  dal parlamento fosse sottratto al dovere di rispettare le leggi, i principi costituzionali, le norme europee, senza incorrere nelle iniziative giudiziarie che si mettono in moto per tutti gli altri cittadini. Siamo quelli del NO ad una riforma a vantaggio dei potenti  e non dei cittadini Siamo quelli PER una magistratura autonoma e indipendente, PER  la legge uguale per tutti, PER  una giustizia finalmente efficiente e accessibile. Siamo quelli PER la Costituzione italiana, nata dalla lotta di Liberazione al nazifascismo, voluta dalle madri e dai padri costituenti per la libertà e la democrazia, per le generazioni future. La Costituzione più bella del mondo. IL 22 E IL 23 MARZO SULLA SCHEDA SCRIVIAMO NO (ha collaborato Marco Patarnello, sostituto procuratore generale della Cassazione e componente del comitato centrale dell ’Anm) scarica il PDF stampabile 17 febbraio 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@admin-2 vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli con I video della serie e il calendario Perché al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura bisogna convintamente votare e far votare NO (in sintesi) (da un documento di analisi della riforma di Alfredo M. Bonagura, Consigliere Corte d’Appello di Roma) Referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, i motivi del NO ntroduzione e conclusioni di Anna Maria Bianchi – analisi della riforma di Alfredo M. Bonagura, Consigliere Corte d’Appello di Roma vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali
February 17, 2026
carteinregola
UNICEF: i bambini vittime della guerra in Ucraina
Dal 24 febbraio 2022 i bombardamenti hanno ucciso o ferito più di 3˙200 bambini e, mentre la guerra entra nel suo quinto anno, 2˙589˙900 bambini ucraini, più di un terzo della popolazione infantile, è ancora sfollato. Questo numero comprende oltre 791˙000 bambini all’interno dell’Ucraina e quasi 1˙798˙900 bambini che vivono come rifugiati al di fuori del Paese. Rispetto al 2024, nel 2025 si è registrato un aumento del 10% delle vittime tra i bambini. Più di 1˙700 scuole e altre strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte, con la conseguenza che 1 bambino su 3 non può frequentare la scuola in presenza a tempo pieno. Quasi 200 strutture mediche sono state danneggiate o distrutte solo nel 2025. Tra gli sfollati, 1 adolescente su 3 di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di essersi spostato almeno due volte. 1 ragazzo su 4 tra i 15 e i 19 anni sta perdendo la speranza di un futuro nel paese. “Milioni di bambini e famiglie sono fuggiti dalle loro case in cerca di sicurezza, e 1 bambino su 3 è ancora sfollato a quattro anni dall’inizio di questa guerra implacabile. Per i bambini in Ucraina, la sicurezza è sempre più difficile da raggiungere, dato che gli attacchi alle aree civili continuano in tutto il Paese. In molti modi, la guerra segue questi bambini”, ha dichiarato la Direttrice regionale dell’UNICEF per l’Europa e l’Asia centrale Regina De Dominicis. Molti bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro case più volte. Una recente indagine condotta dall’UNICEF ha rilevato che tra gli sfollati, 1 adolescente su 3 di età compresa tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di essersi spostato almeno due volte. La sicurezza è stata citata come la ragione più comune della fuga. I bombardamenti, tra cui l’intensificarsi degli attacchi a lungo raggio, hanno ucciso o ferito più di 3.200 bambini dal 24 febbraio 2022. L’anno scorso si è registrato un aumento del 10% delle vittime tra i bambini rispetto al 2024, il terzo anno consecutivo in cui le vittime tra i bambini verificate dalle Nazioni Unite sono aumentate. I servizi su cui i bambini fanno affidamento sono stati decimati negli ultimi quattro anni e sono sempre più sotto pressione. Più di 1.700 scuole e altre strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte, con la conseguenza che 1 bambino su 3 non può frequentare la scuola in presenza a tempo pieno. I recenti attacchi alle infrastrutture energetiche hanno lasciato milioni di bambini e famiglie a lottare per sopravvivere a temperature estreme sotto lo zero, costretti a sopportare giorni senza riscaldamento, elettricità e acqua in casa. I neonati e i bambini piccoli sono i più esposti al rischio di malattie respiratorie e ipotermia in queste condizioni, mentre le strutture mediche faticano a funzionare sotto gli attacchi e la riduzione dell’energia, con quasi 200 strutture mediche danneggiate o distrutte solo nel 2025. Oltre ai pericoli fisici, la salute mentale dei bambini è sempre più a rischio. La paura costante di attacchi, l’infinito rifugiarsi in scantinati e l’isolamento a casa con connessioni sociali limitate hanno messo in difficoltà gli adolescenti. Una recente indagine ha rilevato che un ragazzo su quattro tra i 15 e i 19 anni sta perdendo la speranza di un futuro in Ucraina, evidenziando l’urgente necessità di sicurezza e stabilità e di investimenti nei servizi e nelle opportunità fondamentali di cui bambini e giovani hanno bisogno. L’UNICEF lavora in tutta l’Ucraina e nei Paesi limitrofi per sostenere i bambini colpiti dallo sfollamento e dalle violenze in corso, fornendo assistenza salvavita e servizi essenziali. L’UNICEF fornisce l’accesso all’acqua potabile, all’assistenza sanitaria, alla nutrizione, all’istruzione, alla protezione dell’infanzia e al sostegno psicosociale e alla salute mentale, contribuendo inoltre alla riparazione e alla riabilitazione di infrastrutture essenziali come scuole, strutture sanitarie e sistemi idrici danneggiati dagli attacchi. Nel 2025, attraverso le autorità locali e i partner, l’UNICEF ha raggiunto 7 milioni di persone, tra cui 2,5 milioni di bambini, con un sostegno umanitario. Il programma di ripresa dell’UNICEF, in collaborazione con le autorità nazionali e locali, ha rafforzato i servizi sociali per circa 9,8 milioni di persone in tutto il Paese. “Gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario devono essere rispettati e devono essere adottate tutte le misure possibili per proteggere i bambini e le infrastrutture civili da cui dipendono. Ogni bambino ha il diritto di crescere in sicurezza e questo diritto deve essere rispettato senza eccezioni”, ha dichiarato De Dominicis. UNICEF
February 17, 2026
Pressenza
Italia Nostra: autorizzazione ambientale ‘ex post’ alla fabbrica di esplosivi e bombe RWM
La Commissaria ad acta nominata dal TAR Sardegna per pronunciarsi sul provvedimento richiesto dalla RWM, relativo alla via postuma dell’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas–Iglesias–Musei, ha rilasciato l’autorizzazione ambientale. L’intervento del TAR si è reso necessario a causa del silenzio-inadempimento della Regione Sardegna, che non si è pronunciata in attesa di un’istruttoria tecnica integrativa, sollecitata dalle numerose segnalazioni relative ad anomalie e incompatibilità tecniche della procedura, presentate da Italia Nostra Sardegna e da altri portatori di interesse. Non abbiamo ancora potuto esaminare il provvedimento in quanto non ancora pubblicato, ma questa autorizzazione ambientale appare a tutti gli effetti come una decisione politica, più volte sollecitata dal Governo italiano, che – nel rilancio dell’industria degli armamenti e nel renderla funzionale alle politiche di riarmo europeo – sembra voler sostituire il tessuto produtivo del Sulcis-Iglesiente, una delle aree più povere d’Europa, con l’industria bellica. Non è un caso che la notizia sia stata diffusa dal MIMIT / Ministrero delle Imprese e del Made in Italy * ancor prima della pubblicazione ufficiale del documento sui siti istituzionali competenti. Un provvedimento politico agevolato dal comportamento della Regione Sardegna che, pur disponendo del tempo necessario e di adeguate informazioni tecniche per esprimere un parere negativo, ha scelto di non decidere. Anche di fronte alla forzatura imposta dal TAR, la Regione avrebbe potuto adottare un provvedimento di diniego, motivandolo con numerosi elementi tecnici o, quantomeno, facendo ricorso al principio di precauzione, considerato che la stessa Regione aveva dichiarato l’istruttoria ancora in corso. Eppure, i vizi già accertati dal Consiglio di Stato in ben due sentenze permangono integralmente, così come permangono i danni ambientali e paesaggistici causati dall’anomalo ampliamento dello stabilimento, avvenuto in assenza di pianificazione urbanistica, in prossimità di aree protette, in violazione del Piano di Assetto Idrogeologico e della normativa urbanistica, paesaggistica e ambientale regionale, nazionale ed europea. Esamineremo con attenzione il provvedimento adottato e non escludiamo ulteriori impugnazioni davanti al tribunale amministrativo. Come Italia Nostra Sardegna, restiamo fermamente convinti della fondatezza delle nostre tesi, ulteriormente rafforzate dalle precedenti sentenze del Consiglio di Stato che le hanno pienamente accolte.   * RWM Italia: il MASE autorizza la piena operatività del sito di Domusnovas / MIMIT – 17.02.2026 Redazione Cagliari
February 17, 2026
Pressenza
Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
MALTEMPO: LA CALABRIA “STA CROLLANDO”. ANCORA CICLONI E NUBIFRAGI SU UN TERRITORIO GIÀ VULNERABILE
I nubifragi continuano a colpire la Calabria, con precipitazioni intense e raffiche di vento che sul versante tirrenico superano i 120 km/h. Resta l’allerta arancione. Il torrente Coscile è esondato e sono state disposte evacuazioni in località Apollinara, nel comune di Corigliano-Rossano. Oggi scuole chiuse in metà della regione. Danni anche altrove, da ovest a est: alberi abbattuti, muri crollati e pannelli fotovoltaici divelti da una tromba d’aria nel Brindisino. Raffiche e piogge battenti imperversano da ore in tutta la Puglia. A Bari è crollato un lungo tratto del lungomare di Torre a Mare, quartiere costiero, a causa delle violente mareggiate. “Il ciclone Harry così come il recentissimo nubifragio che ha colpito il centro-nord della Calabria rivelano ciò che ormai è chiaro a tutte e tutti: i nostri territori sono fragili, trascurati, sacrificabili“, denuncia La Base di Cosenza, attraverso un comunicato diffuso a seguito dei danni provocati dalle ingenti piogge. La Base di Cosenza annuncia un’assemblea per il prossimo 28 di febbraio: “ma quale Ponte sullo Stretto? Messa in sicurezza del territorio, sanità pubblica, lavoro dignitoso“. L’appuntamento è per sabato 28 febbraio alle 17 presso la sede de La Base in via Macallè 17, Cosenza. Parteciperanno gli attivisti e alle attiviste No Ponte di Messina e Reggio Calabria. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, per parlare dei danni ripetuti che nelle ultime settimane hanno colpito popolazione e territori calabresi, è intervenuto Antonio, attivista del movimento La Base di Cosenza. Ascolta o scarica.  
February 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Amnesty International: in Libia l’impunità alimenta i crimini
A 15 anni di distanza dalla rivolta contro il dominio repressivo di Muammar Gheddafi, una sistematica impunità alimenta crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani da parte di milizie e gruppi armati, mentre la giustizia e la riparazione per le persone sopravvissute e le famiglie delle vittime rimane lontana. Invece di essere portate di fronte alla giustizia e sottoposte a processi equi, le persone sospettate di coinvolgimento in uccisioni, torture, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale e in violazioni dei diritti umani vengono assassinate o restano latitanti: tra queste, vi sono persone ricercate dalla Corte Penale Internazionale, nonostante il Governo di unità nazionale di Tripoli abbia fatto un passo avanti importante nel maggio del 2025, accettando la giurisdizione della Corte per presunti crimini commessi in Libia dal 2011. “Per 15 anni, le varie autorità libiche non hanno voluto smantellare le reti criminali che alimentano le violazioni dei diritti umani, anzi hanno finanziato e legittimato famigerate milizie e integrato i loro membri nelle istituzioni statali senza adeguate verifiche. Consentendo alle persone sospettate di aver commesso crimini di diritto internazionale di rimanere fuori dalla portata della giustizia, le autorità libiche hanno tradito le persone sopravvissute e rafforzato un ciclo di violenza e assenza di legge che non mostra segnali di fine”, ha dichiarato Mahmoud Shalabi, ricercatore di Amnesty International su Egitto e Libia. “L’accettazione, da parte del Governo di unità nazionale, della giurisdizione della Corte penale internazionale rimane un pezzo di carta se non è seguita da azioni concrete. L’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, settimane fa, ha evidenziato l’incapacità del sistema giudiziario libico di assicurare l’accertamento delle responsabilità e ha privato le famiglie delle vittime del loro diritto alla verità e alla giustizia. Le autorità libiche devono cooperare davvero con la Corte penale internazionale, consegnare le persone ricercate per crimini di diritto internazionale e assicurare che tutte le persone sospettate di avere responsabilità penale siano sottoposte alla giustizia attraverso processi equi”, ha aggiunto Shalabi. Dal deferimento, avvenuto nel 2011, della situazione in Libia alla Corte Penale Internazionale da parte del Consiglio di sicurezza, solo uno dei 14 presunti responsabili di crimini di diritto internazionale è stato trasferito alla Corte: il 1° dicembre 2025 la Germania ha consegnato alla Corte Khaled Mohamed Ali El Hirshi (citato anche come “Al Buti”), membro di lungo corso e di alto rango della famigerata milizia tripolina Apparato di deterrenza per combattere il terrorismo e la criminalità organizzata (nota con l’acronimo Dacto o come al-Radaa). La Corte aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti per crimini di guerra e contro l’umanità in relazione a quanto accaduto nella prigione di Mitiga, a Tripoli, sotto il controllo del Dacto. Il Governo di unità nazionale, così come le Forze armate arabe libiche, l’autorità di fatto che controlla l’est e il sud della Libia, continuano a rifiutare di arrestare e/o trasferire cittadini libici nei confronti dei quali la Corte penale internazionale ha emesso mandati di cattura per crimini contro l’umanità e/o crimini di guerra. Otto cittadini libici ricercati dalla Corte restano latitanti. Il 2 febbraio 2026 Amnesty International ha scritto al procuratore generale della Libia chiedendo informazioni su eventuali procedimenti giudiziari contro due cittadini libici la cui attuale situazione legale rimane incerta e che si teme siano protetti e tenuti alla larga dall’accertamento delle loro responsabilità. Si tratta di Osama Almasri Njeem, l’ex capo del Dipartimento delle operazioni di sicurezza giudiziaria e a lungo membro del Dacto, e di Abdelbari Attad Ramadan al-Shaqaqi, figura di primo piano del gruppo armato al-Kaniat. Fino ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Le uccisioni al posto della giustizia In Libia si assiste a una serie di uccisioni di persone sospettate di coinvolgimento in violazioni dei diritti umani e alla conseguente negazione del diritto delle vittime alla verità e alla giustizia che meritano. Il 3 febbraio 2026 Saif al-Islam Gheddafi è stato ucciso in circostanze misteriose da persone non identificate. Nel 2011 il procuratore della Corte penale internazionale lo aveva incriminato per aver commesso crimini contro l’umanità, come quelli di uccisione e persecuzione. Nel 2017 un tribunale libico lo aveva condannato a morte in contumacia al termine di un processo che non aveva rispettato gli standard internazionali. Sempre quell’anno, un gruppo armato della città occidentale di Zintan, che tratteneva l’uomo sin dal 2011, ne aveva annunciato la scarcerazione a seguito di un’amnistia. È stato assassinato in circostanze misteriose un altro ricercato dalla Corte penale internazionale: Mahmoud al-Werfalli, ex comandante sul campo della Brigata forze speciali (nota come al-Saiqa), affiliata alle Forze armate arabe libiche. Nel 2017 la Corte aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti per crimini di guerra. Nel 2021 è stato ucciso a Bengasi, la seconda città della Libia, sotto il controllo delle Forze armate arabe libiche. Un altro famigerato comandante di una milizia, Abdel Ghani al-Kikli, conosciuto come “Gheniwa”, è stato ucciso in circostanze non chiarite il 21 maggio 2025 a Tripoli. L’episodio ha scatenato scontri armati tra milizie rivali della capitale. Amnesty International ha documentato crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani contro cittadini libici e persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, ad opera di milizie sotto il comando di “Gheniwa”, quali le Forze centrali di sicurezza / milizia Abu Salim e l’Autorità per il sostegno alla stabilizzazione: detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e torture, sparizioni forzate, violenze sessuali e uccisioni illegali. L’organizzazione per i diritti umani ha documentato anche i violenti intercettamenti in mare, da parte dell’Autorità per il sostegno alla stabilizzazione, di persone migranti e rifugiate, con conseguenti perdite di vite umane. Il mancato trasferimento dei sospetti alla Corte penale internazionale Il sistema giudiziario libico continua a mostrare indisponibilità e incapacità rispetto allo svolgimento di indagini efficaci sui crimini commessi da potenti milizie e gruppi armati. I procedimenti giudiziari sono segnati da gravi violazioni dei diritti a un processo equo: ad esempio, a una difesa adeguata, a non autoincriminarsi e a essere protetti dalla tortura. Oltre a ciò, proseguono i processi ai danni di imputati civili presso i tribunali militari. Lo stesso procuratore generale, nell’aprile del 2025, ha definito “pressoché inefficaci” gli organismi responsabili di mandare avanti i casi così come della raccolta e conservazione delle prove, a causa del coinvolgimento di soggetti in grado di influenzarli affiliati a corpi di sicurezza o a gruppi armati. Nonostante questa situazione, le autorità libiche rifiutano di trasferire alla Corte penale internazionale le persone raggiunte da un mandato d’arresto emesso dalla Corte stessa. Nel novembre del 2025 il procuratore generale ha ordinato l’arresto di Osama Almasri Njeem per torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti all’interno della prigione di Mitiga e per la morte di una persona in stato di detenzione. Non è disponibile alcuna informazione sul luogo di detenzione né sull’eventuale procedimento giudiziario. Vi è il timore che non sarà portato di fronte alla giustizia a causa del potere che la Dacto – di cui è stato a lungo un alto dirigente – ha ancora a Tripoli. Nel gennaio del 2025 le autorità italiane lo avevano arrestato a seguito di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per poi quasi immediatamente riportarlo in Libia. Il 13 luglio 2025 il ministro della Giustizia del Governo di unità nazionale ha pubblicato sulla sua pagina Facebook, salvo poi rimuoverla rapidamente, questa dichiarazione in cui annunciava il suo rifiuto di trasferire Osama Almasri Njeem alla Corte penale internazionale: “La Libia non ha firmato né ratificato lo Statuto di Roma. Pertanto, nessun cittadino libico sarà trasferito al di fuori della giurisdizione del territorio libico e il potere giudiziario libico è del tutto competente a giudicare questi casi”. Nell’ottobre del 2024 la Corte penale internazionale ha annunciato di aver emesso mandati di cattura per sei tra capi, figure di rilievo e affiliati di al-Kaniat, un gruppo armato autore di crimini di diritto internazionale durante il suo regno del terrore nella città di Tarhouna: uccisioni illegali di massa, torture, sparizioni forzate e sfollamenti forzati. I sei uomini restano latitanti o devono ancora essere trasferiti alla Corte. Uno dei sei è Abdelbari Ayyad Ramadan al-Shaqaqi, che dal 2024 è in custodia del Dacto. Nell’agosto del 2025 l’ufficio del procuratore generale ha annunciato di aver ordinato la detenzione preventiva di un membro di al-Kaniat, evitando di nominarlo ma fornendo elementi per identificarlo con al-Shaqaqi. Non sono state rese note neanche le accuse nei suoi confronti, salvo che era indagato per il rapimento e l’uccisione di una persona nel 2020. Non è noto se sia stato rinviato a processo. L’assenza di indagini e di processi nei confronti dei capi delle milizie I governi libici, uno dopo l’altro, hanno continuato a integrare membri di milizie e di gruppi armati nelle istituzioni statali senza svolgere valutazioni per escludere quelli sospettati di crimini di diritto internazionale e di altre gravi violazioni dei diritti umani. Anche nei rari casi in cui il governo ha sciolto alcune milizie o ha rimosso i loro capi, non sono state avviate indagini né sono stati sottoposti a valutazione i membri. Nel maggio del 2025 il Governo di unità nazionale ha sciolto il Dipartimento delle operazioni di sicurezza giudiziaria, diretto da Osama Almasri Njeem, integrandone i membri nel ministero dell’Interno senza alcuna valutazione individuale al fine di escludere e portare in giudizio quelli che fossero ragionevolmente sospettati di coinvolgimento in crimini di diritto internazionale. Sempre nel maggio del 2025 il governo ha fatto dimettere Lotfi al-Harari, ex direttore dell’Agenzia per la sicurezza interna a Tripoli. Secondo le denunce di Amnesty International, membri dell’Agenzia hanno sottoposto decine di uomini e donne a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, torture e sparizioni forzate. Non è stata aperta alcuna indagine su membri dell’Agenzia sotto il comando di al-Harari. Ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, un comandante militare o una persona che effettivamente agisce come comandante militare può essere ritenuto responsabile dei crimini commessi dalle persone sotto il suo comando e controllo, se tale comandante è consapevole dei crimini o avrebbe dovuto esserlo e non li ha impediti né puniti. Amnesty International
February 17, 2026
Pressenza
La NFL – National Football League, dà un significato alle sue partite
> Bad Bunny ha dominato i titoli dei giornali dopo la sua esibizione durante > l’intervallo del Super Bowl di quest’anno. Bisogna dargli atto che ha offerto > ciò che molti si aspettavano: un’espressione senza compromessi della diversità > culturale, della memoria storica e della solidarietà con le comunità latine e > altre voci emarginate e discriminate. Ciò di cui si discute molto meno è una questione più profonda e dalle conseguenze più rilevanti: perché la NFL gli ha concesso quel palcoscenico? Per qualsiasi attivista o movimento sociale, l’accesso a un palcoscenico di quella portata è oro colato. I messaggi e le richieste spesso esistono già; ciò che manca è la visibilità. Nel corso della storia, la sfida raramente è stata la mancanza di idee, ma piuttosto l’assenza di spazi in cui quelle idee potessero emergere, risuonare ed essere condivise collettivamente. Ho già scritto in passato della necessità di andare oltre una visione del mondo puramente materialista e dell’importanza del senso come qualcosa di più decisivo della sola azione. Il senso dà coerenza e direzione a lungo termine alla vita umana. Senza di esso, anche le azioni più intense si dissolvono in stanchezza, ripetizione e frammentazione. Un esempio inaspettato, ma rivelatore, di questo principio si può trovare nella National Football League. Non è la prima volta, e non è un caso, che la NFL si sia allineata, spesso con sorprendente accuratezza, alle tensioni culturali e sociali del suo tempo, senza schierarsi apertamente. Questa capacità non è stata spontanea, ma è stata acquisita nel tempo. Una svolta decisiva avvenne nel 1993, quando Michael Jackson trasformò lo spettacolo dell’intervallo del Super Bowl in qualcosa di più di un semplice intrattenimento. Eseguendo Heal the World e We Are the World, trasformò l’intervallo in un gesto morale globale. Da quel momento in poi, il Super Bowl non fu più solo un evento sportivo, ma divenne un rituale culturale in grado di rivolgersi all’umanità. Questa lezione riapparve con grande chiarezza nel 2002, quando gli U2 si esibirono dopo gli attacchi dell’11 settembre. Mentre i nomi delle vittime scorrevano silenziosamente dietro di loro, la NFL scelse il riconoscimento piuttosto che lo spettacolo. Il Paese non aveva bisogno di distrazioni, ma di un momento di lutto condiviso. Da allora, questo modello è continuato. Le performance che affrontano l’ingiustizia razziale, la cancellazione storica e l’identità culturale non hanno evitato le tensioni sociali, ma le hanno rispecchiate simbolicamente. Questi momenti non hanno insegnato al pubblico cosa pensare o chi sostenere, ma hanno creato uno spazio in cui poter essere visti, sentiti e accolti. È qui che la posizione della NFL diventa chiara. Operando in una delle società più polarizzate della storia moderna, la lega deve tenere insieme un pubblico che abbraccia razza, classe, geografia e identità politica. Una schierata apertura di parte frammenterebbe quel pubblico; una neutralità totale svuoterebbe il rituale di significato. La NFL ha invece imparato a consentire agli artisti di riflettere il momento storico preservando lo stesso spazio condiviso. In questo modo, il Super Bowl è diventato uno degli ultimi rituali civici veramente collettivi negli Stati Uniti, in cui milioni di persone si riuniscono ancora attorno alle stesse immagini, agli stessi suoni e alle stesse emozioni, anche se su poco altro sono d’accordo. Non si può fare a meno di augurarsi che eventi sportivi globali come la Coppa del Mondo o i Giochi Olimpici prendano esempio da questo approccio, affrontando il momento storico con responsabilità piuttosto che limitarsi a “prendere i soldi e scappare”. Da questo si può trarre una lezione anche per i movimenti progressisti e umanisti. La NFL dimostra, forse senza volerlo, che è ancora possibile creare comunione senza uniformità, unità senza cancellare le differenze e senso condiviso senza dogmi. La storia ci ricorda che il senso raramente appare per caso. Durante il Rinascimento europeo, la famiglia Medici in Italia non si limitò ad accumulare ricchezze, ma scelse di finanziare artisti, pensatori e spazi culturali che diedero direzione e coerenza al loro tempo. Erano banchieri, non santi, eppure la storia li ricorda per ciò che hanno reso possibile. La lezione è semplice e duratura: il senso deve essere sostenuto, messo in scena e dotato di risorse. Se oggi una lega sportiva commerciale può comprenderlo intuitivamente, i movimenti impegnati nella dignità umana e nella trasformazione sociale farebbero bene a ricordarlo. Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante David Andersson
February 17, 2026
Pressenza
La scienza sceglie la pace: il 19 febbraio il convegno a La Sapienza di Roma
In un contesto internazionale segnato da crescenti tensioni geopolitiche, aumento della spesa militare e rapida evoluzione delle tecnologie dual use, l’Università di Roma ospita il convegno “Sentieri di Pace: responsabilità ed etica degli scienziati per il disarmo”, in svolgimento nella giornata di giovedì 19 febbraio, dalle 9 alle 18:30, nell’Aula Edoardo Amaldi del Dipartimento di Fisica (edificio G. Marconi – piazzale Aldo Moro, 5). Nata dalla collaborazione tra il Dipartimento di Fisica della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali e studiosi e studiose del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione e realizzata con il contributo di IRIAD / Archivio Disarmo e della Fondazione AAMOD / Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, l’iniziativa è una vivida testimonianza del dialogo interdisciplinare tra discipline scientifiche, scienze sociali e memoria storica. Svolto nell’ambito di un progetto di Terza Missione dell’Ateneo, il convegno propone di ricostruire, attraverso documenti d’archivio e contributi interdisciplinari, il percorso di scienziati e scienziate che, dal secondo dopoguerra a oggi, hanno scelto di orientare la ricerca verso il disarmo, la cooperazione internazionale e la difesa dell’indipendenza e universalità della scienza, cercando di sottrarre la ricerca dai vincoli della politica militare e dell’industria bellica, orientando le nuove conoscenze verso un uso pacifico e responsabile. Oggi, in un panorama che ci avvicina sempre più a scenari di guerra mondiale, segnato da molteplici tensioni geopolitiche e da un forte incremento della spesa militare, il tema assume una rinnovata urgenza. Il programma attraversa storia e attualità: dalla figura di Edoardo Amaldi e dal movimento Pugwash ai programmi contemporanei di cooperazione scientifica internazionale come SESAME in Medio Oriente, sincrotrone per applicazioni civili che riunisce Paesi divisi da tensioni politiche, e ISODARCO, scuola internazionale sui temi della stabilità strategica e del disarmo nucleare. Il percorso si estende fino all’analisi delle nuove forme di militarizzazione della ricerca, dall’intelligenza artificiale al cosiddetto complesso militare-digitale. In un’epoca in cui l’integrazione tra ricerca scientifica e industria della difesa è sempre più stretta, propone di interrogarsi sui “sentieri di pace” percorribili oggi dalla comunità scientifica, non solo come produttrice di conoscenza, ma come attore civile e politico nella costruzione di un futuro condiviso di pace. Nell’occasione sarà anche possibile visitare la mostra allestita nell’Atrio al 1° piano. MODULO per la registrazione : https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScMrKgu1_lztrlsIxufQf17OlVg-0Q1KHLibZbGfRgS0qyJUQ/viewform Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza