[Musica Machina] puntata 206 del 20 giugno 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #19 (maggio 2026) Ciuffy Rouge – Resonance of Shadows mixtape (settembre 2025) H501L - Experimental Ambient Jazz vinyl mix (giugno 2026) Dj Elettrodo – Daft Records monography mixtape 25 (giugno 2026)   Puntata 206 trasmessa sabato 20 giugno 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, June 20, 2026).
June 20, 2026
Radio Onda Rossa
La Fondazione Hind Rajab chiede agli Stati Uniti di arrestare un soldato israeliano presente ai Mondiali
dalla Redazione Cradle,  The Cradle, 16 giugno 2026.   Un cittadino con doppia cittadinanza statunitense e israeliana è accusato di aver preso parte a operazioni volte a rendere inabitabili ampie zone di Gaza.  (Foto: HRF) Il 16 giugno, la Fondazione Hind Rajab (HRF) ha formalmente richiesto al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di arrestare e perseguire penalmente Jake Burkons, cittadino con doppia nazionalità statunitense e israeliana, che sta attualmente assistendo ai Mondiali FIFA 2026, per crimini di guerra commessi a Gaza.  La fondazione afferma che Burkons è coinvolto in crimini di guerra e atti di genocidio commessi nella Striscia di Gaza. Questa azione fa seguito a una denuncia penale presentata dal gruppo il mese scorso in Sri Lanka, dove Burkons era in vacanza. Il rapporto precisa che Burkons ha prestato servizio nella Compagnia D del 603° Battaglione del Genio da Combattimento, un’unità facente parte della 7ª Brigata Corazzata dell’esercito israeliano, e si era arruolato volontariamente in seguito all’avvio del genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele, il 7 ottobre 2023. Sebbene il Battaglione sia ufficialmente assegnato a compiti di ingegneria quali lo sminamento e la fortificazione, l’HRF (Fondazione Hind Rajab) riferisce che le sue operazioni effettive comportavano la distruzione sistematica di zone residenziali per facilitare la frammentazione del territorio.  Tali attività includevano la creazione di corridoi militari come l’«Asse Morag» nel sud di Gaza, destinati a consolidare il controllo e a facilitare il movimento delle forze israeliane. Gli investigatori hanno documentato almeno 65 demolizioni controllate eseguite dal battaglione tra ottobre 2023 e la metà del 2025. Questi attacchi hanno preso di mira moschee, siti industriali, terreni agricoli e abitazioni.  L’unità è inoltre accusata di aver attaccato ospedali e di aver commesso detenzioni illegali e maltrattamenti nei confronti di civili.  L’HRF collega Burkons a un caso specifico di distruzione illegale a Khan Yunis tra ottobre e novembre 2025. Tra le prove figurano post sui social media che mostrano Burkons mentre tiene in mano un cavo di detonazione all’interno di un edificio civile in rovina e mentre condivide filmati di demolizione geotaggati in cui compare il distintivo della sua compagnia. L’atto legale cita due articoli del Codice Penale USA (USC), il18 § 2441 (crimini di guerra) e l’articolo 18 § 1091 (genocidio), affermando la distruzione gratuita di beni e gli attacchi a edifici indifesi, azioni che «non sono giustificate dalla necessità militare». Jake Romm, rappresentante della fondazione HRF negli Stati Uniti, ha dichiarato che «il War Crimes Act è stato approvato per impedire a tutti i criminali di guerra, indipendentemente dalla nazionalità, di trovare rifugio negli Stati Uniti». Romm ha aggiunto: «Quando cittadini statunitensi si recano all’estero per commettere crimini di guerra e genocidio, il dovere di perseguire penalmente tali reati diventa ancora più importante». L’HRF sta esortando il Dipartimento di Giustizia a emettere un mandato di arresto e a impedire a Burkons di lasciare la giurisdizione degli Stati Uniti. L’ultimo caso fa seguito a una precedente denuncia presentata dall’HRF il 2 giugno, in cui si chiedeva all’India di arrestare il riservista israeliano Eitan Gilboa per crimini di guerra da lui stesso documentati a Gaza. L’HRF ha presentato prove alle autorità indiane, tra cui video e post sui social media che mostrano Gilboa mentre festeggia la demolizione sistematica di infrastrutture civili a Gaza nell’ambito del suo servizio nell’esercito israeliano.  L’HRF ha avvertito che Nuova Delhi rischia la complicità se non interviene, sottolineando che i lunghi viaggi post-servizio che i soldati israeliani intraprendono in paesi come l’India – informalmente noti come «Hummus Trail» – non possono diventare una via verso l’impunità. Le autorità indiane non hanno finora intrapreso alcuna azione per arrestare Gilboa, e non ci sono informazioni disponibili al pubblico sulla sua attuale presenza nel paese. https://thecradle.co/articles-id/38281 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 20, 2026
Assopace Palestina
Palestina Anima Mundi anche a Como
Nella serata di venerdì 19 giugno è stata proposta a livello nazionale un’iniziativa “dal basso” sulla Palestina, con la partecipazione di Francesca Albanese, relatrice speciale per l’Onu sulla situazione dei territorio palestinesi occupati. L’iniziativa, che ha preso la forma di una lunga intervista on-line (condotta dal giornalista Matteo Meloni), merita qualche commento sia sull’approccio organizzativo che sui contenuti. Bisogna infatti sottolineare che questo incontro è frutto della proposta condivisa tra i “presidi stabili” per la Palestina di Cagliari e di Milano; la denominazione – tuttora ufficiosa, ma sempre più diffusa – sta a designare tutte quelle realtà che nei mesi del genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese hanno continuato a manifestare in forme diverse, ma sempre nonviolente, con cadenza periodica (quotidiana, settimanale, quindicinale ecc.) e continuativa la propria solidarietà alla Palestina. In qualche caso l’impegno è cominciato già nel novembre 2023, a Milano nel 2025, a Como dall’inizio del 2026 e a Genova addirittura – a staffetta con un presidio per la Pace – addirittura da oltre cinque anni. Con l’intento di dare a queste tante diversissime realtà una sorta di orizzonte organizzativo condiviso (al di là dell’ovvia convergenza sul tema della Palestina) il presidio di Cagliari ha proposto questa iniziativa “comunitaria” grazie a un contatto diretto con Francesca Albanese. In pochi giorni (Como è stata contattata da Milano meno di un mese fa) il numero di realtà aderenti è cresciuto non proprio esponenzialmente, ma quasi: 60, poi 81, poi 105, poi 120; l’ultimo conto – alla vigilia della trasmissione – è arrivato alla cifra, sempre approssimativa di 175. Non tutti “presidi stabili” in effetti, ma comunque gruppi “stabilmente” impegnati a sostegno dei diritti del popolo palestinese. Il lavoro di coordinamento, generosamente condotto dalle persone di Cagliari e di Milano, poi con la collaborazione anche di altre realtà sparse sul territorio, ha permesso una prima presa di contatto “orizzontale” tra gruppi e reti sparse davvero su tutto il territorio. In una riunione-fiume, ovviamente on-line, ciascun presidio si è brevemente presentato; ognuno può fare i conti moltiplicando 30 secondi (in media) per un numero qualsiasi alto a piacere, come avrebbero detto docenti di matematica d’altri tempi. Tutti sperano che questa ricchezza di contatti, di persone, di idee trovi il modo di rafforzarsi e di dar vita a quella mobilitazione che deve riuscire a rendere giustizia al popolo palestinese, così come a tutti i popoli oppressi della Terra. È questo alla fine – per passare brevemente agli aspetti contenutistici della serata – il centro del ragionamento che ha condotto Francesca Albanese durante la sua intervista: sembra che si stia facendo poco, ma in realtà si sta facendo molto e questo poco-molto merita di diventare sempre di più. In un racconto che – a partire dalle pagine del suo ultimo libro La luce del risveglio – ha messo in evidenza tanto le analisi politiche più generali quanto le riflessioni più personali e intime, Francesca Albanese ha espresso, senza facili entusiasmi, la sua fiducia nella possibilità di riaffermare la giustizia internazionale. Anche se alla domanda, un po’ retorica, “come vede il futuro di Israele e Palestina” non ha potuto fare a meno di rispondere “non lo so”. Non ha mai rimosso i problemi, non ha dato una versione edulcorata della drammatica situazione con cui ci si deve confrontare, ha messo in evidenza le tremende responsabilità del “nostro” Occidente, l’incapacità di affrontare con decisioni coraggiose i rapporti di forza con Israele. Ha speso parole inequivocabili sulle indispensabili pratiche di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento, che possono essere la saldatura tra le “buone pratiche” dal basso con le ponderate decisioni istituzionali: se gli stati “democratici” si decidessero a interrompere i rapporti economici e militari con lo Stato di Israele, le sue condotte criminali non potrebbero durare a lungo. Un incontro che al pubblico virtualmente presente (impossibile dire quante persone stessero assistendo all’intervista, ma moltiplicando una media di 50-100 presenti per gli oltre 150 “punti di ascolto” si arriva facilmente a 10-15 mila persone almeno) è servito a dare elementi di conoscenza e anche motivazioni di azione. Non è poco. Soprattutto pensando che questa iniziativa è stata veramente progettata e realizzata dal basso. Un’altra comunicazione è possibile, e anche a Como abbiamo dato il nostro, sia pur piccolo, contributo. Continueremo la presenza in piazza San Fedele domenica dalle 17.30 alle 18.30. L’intervento di introduzione La registrazione dell’intervista a Francesca Albanese. Immagini di Massimo Borri, ecoinformazioni, con i banchetti informativi nell’atrio del Teatro Nuovo di Como. Ecoinformazioni
June 20, 2026
Pressenza
SALO’ (BRESCIA): IN DUECENTO ALLA PASSEGGIATA “SALVIAMO IL GARDA” CONTRO L’OVERTOURISM SELVAGGIO
200 persone a Salò (Brescia) nel pomeriggio di sabato 20 giugno 2026 per “SalviAmo il Garda”, passeggiata informativa organizzata per sensibilizzare la cittadinanza sulle gravi criticità che pesano sul territorio, a partire dall’over tourism: una pressione antropica oltre l’insostenibile, considerando le 28 milioni di presenze turistiche del 2025, a fronte delle 5 milioni di presenze del 1990. Il Garda soffoca, quindi, tra cemento, case introvabili – e affitti alle stelle -, infrastrutture spacciate per green (come ciclabili e pedonali) realizzate però occupando altro territorio vergine. E ancora: la pressione sulle reti viabilistiche, le fognature e il tessuto idrico, fino ai danni causati a un altro tessuto, quello sociale, con giovani, famiglie e lavoratori espulsi dalle varie località del Garda per fare spazio a un turismo ricco, mordi e fuggi. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Cristina Milani, vicepresidente Legambiente Lago di Garda e con Luca Cecchi, del Monastero dei Beni Comuni, due delle tante realtà che fanno parte del Coordinamento interregionale tutela del Lago di Garda. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Salute: l’algoritmo del profitto sulla pelle dei cittadini
 E’ questo il baricentro de L’industria della salute. Farmaci, privatizzazioni e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto con una prefazione di Silvio Garattini (Edizioni Paper First)  Nell’ era del business globale, l’“industria della salute” cerca privatizzazioni e potere economico. La democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma dalla trasparenza con cui uno Stato tutela i corpi e le vite dei propri cittadini. Quando la cura della salute cessa di essere un presidio sociale e si trasforma in un segmento ad altissima resa finanziaria, il patto costituzionale si rompe. L’articolo 3 della Costituzione italiana rappresenta il principio fondamentale dell’uguaglianza, non si limita quindi a proclamare un’uguaglianza formale, ma pone le basi per una società in cui ogni individuo sia tutelato allo stesso modo dall’ordinamento giuridico. L’articolo 32 riguarda invece la tutela della salute, riconosciuta come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Nel loro insieme, gli articoli 3 e 32 sono strettamente collegati: il diritto alla salute può essere effettivamente garantito solo se tutti i cittadini sono posti in condizioni di uguaglianza sostanziale nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari. Essi esprimono quindi la visione di uno Stato che tutela la dignità della persona e promuove il benessere collettivo attraverso l’uguaglianza e la solidarietà sociale. In questa prospettiva, un aumento smisurato delle spese militari può essere visto come problematico se sottrae risorse a sanità e politiche sociali. Inoltre, il rischio di escalation nucleare rappresenta una minaccia diretta alla salute, alla vita e alla dignità umana. Per questo, i principi costituzionali richiamano l’importanza di perseguire la pace, la cooperazione internazionale e il disarmo, affinché la sicurezza non sia fondata sulla corsa agli armamenti ma sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone. È da questa faglia profonda che si sviluppa L’industria della salute, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto. Frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato più di due anni, il libro si presenta come un’opera di controinformazione necessaria; un testo che affronta scientemente quei nodi politici ed economici che il giornalismo mainstream tende a derubricare a fatalità o a tecnicismi per addetti ai lavori. Agnoletto, con la lucidità del medico militante e la precisione dell’attivista globale, firma una radiografia spietata del declino del Servizio Sanitario Nazionale, offrendo al lettore una bussola per orientarsi nei complessi meccanismi che operano all’ombra della salute pubblica. Il volume ha il grande pregio della chiarezza divulgativa, una scelta stilistica che non è mai banalizzazione, ma un atto di profondo rispetto per il lettore: spiegare con parole semplici la ragnatela di interessi che determina il nostro destino biologico significa, intrinsecamente, fornire ai cittadini gli strumenti per difendersi. L’impianto del libro si muove costantemente su un doppio binario, connettendo la dimensione locale dei tagli alle strutture territoriali con le dinamiche della geopolitica del farmaco. La tesi di fondo è netta: la distruzione della sanità pubblica non è il frutto di un’inefficienza cronica o del destino cinico e baro, ma il risultato di una precisa strategia di privatizzazione strisciante e di una subalternità culturale e politica della classe dirigente nei confronti dei colossi farmaceutici transnazionali. L’analisi più densa e strutturata del saggio si concentra sul fenomeno del conflitto d’interessi sistemico, un virus invisibile che infetta la neutralità della ricerca scientifica. Agnoletto solleva la pesante cortina che avvolge le società scientifiche, ovvero quegli organismi composti da specialisti a cui è affidata la stesura delle linee guida terapeutiche. Queste linee guida non sono semplici raccomandazioni teoriche, ma vere e proprie indicazioni terapeutiche che stabiliscono quale farmaco debba assumere una persona malata. L’autore documenta come la vicinanza economica tra queste società e le multinazionali farmaceutiche possa alterare la definizione stessa dei parametri di salute. Abbassare la soglia clinica di una patologia cronica, come l’ipertensione o l’ipercolesterolemia, significa convertire istantaneamente milioni di individui sani in malati cronici da sottoporre a terapia. In questo modo, la scienza medica rischia di abdicare alla propria missione per farsi braccio esecutivo di strategie di marketing, capaci di orientare i flussi finanziari globali e di allargare a dismisura i mercati di Big Pharma. Un altro fronte di approfondimento cruciale riguarda i meccanismi di immissione in commercio e di rimborsabilità dei farmaci, gestiti a livello europeo dall’EMA e in Italia dall’AIFA. Agnoletto svela un paradosso regolatorio che rasenta l’assurdo: per essere approvato, un nuovo farmaco deve dimostrare di essere sicuro e superiore a un placebo, ma quasi mai le normative impongono che sia più efficace dei farmaci già presenti sul mercato. Si assiste così all’invasione di farmaci cosiddetti «me-too», prodotti fotocopia leggermente modificati nella molecola o nella modalità di somministrazione, che non portano alcun reale beneficio terapeutico aggiuntivo ma che vengono immessi sul mercato a prezzi astronomici. Il saggio decostruisce le trattative negoziali sul prezzo del farmaco, evidenziando come spesso gli Stati falliscano nel far valere il principio dell’economicità: anziché vincolare il rimborso pubblico alla reale innovazione o alla scelta del prodotto meno costoso a parità di efficacia, il sistema cede alle pressioni industriali, drenando risorse preziose che vengono sottratte ai servizi di base, alla prevenzione e al personale ospedaliero. Le pagine più severe sono indubbiamente quelle dedicate al ruolo dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. Agnoletto risponde alla domanda scomoda sul perché il nostro Paese sia stato uno dei più proni ai desideri delle multinazionali. L’autore ripercorre le scelte della diplomazia italiana e dei ministeri competenti, in particolare durante la crisi pandemica, quando l’Italia si è allineata alla difesa a oltranza dei diritti di proprietà intellettuale e dei brevetti sui vaccini, rifiutando di sostenere le moratorie internazionali che avrebbero permesso la liberalizzazione della produzione nei paesi del Sud del mondo. Questa sudditanza non è solo geopolitica, ma strutturale: l’Italia è diventata il principale hub manifatturiero farmaceutico d’Europa, con una leadership particolarmente marcata nella produzione per conto terzi (CDMO), che rappresenta uno dei pilastri del settore e che ha finito per creare un ricatto occupazionale ed economico. Il potere di veto esercitato dalle lobby del farmaco sui decisori politici ha paralizzato ogni tentativo di riforma e ha accelerato la privatizzazione del welfare sanitario, spingendo le famiglie verso la spesa privata o verso la rinuncia alle cure. Eppure, L’industria della salute evita le secche del fatalismo e del complottismo sterile. La denuncia, per quanto radicale, è sempre il preludio a una proposta. Nella parte conclusiva del volume, Agnoletto articola una piattaforma di proposte concrete per un modello alternativo di medicina. Si parla della necessità di rifondare una farmaceutica pubblica, di slegare la formazione dei medici e il finanziamento della ricerca dai budget delle aziende private, e di rimettere al centro la prevenzione, la medicina del territorio e i determinanti sociali della salute (l’ambiente, il lavoro, lo stile di vita). Il libro di Vittorio Agnoletto è un testo prezioso e militante, un invito a non rassegnarsi all’idea che la salute sia un bene di lusso. È un saggio che merita di essere letto, discusso e utilizzato come strumento di mobilitazione politica e sociale, perché ci ricorda che difendere la sanità pubblica significa, in ultima analisi, difendere la nostra stessa libertà e la nostra dignità umana. Laura Tussi
June 20, 2026
Pressenza
BOLOGNA: “GIUSTIZIA PER BAKARY SAKO”, IN PIAZZA NETTUNO PER IL BRACCIANTE UCCISO A TARANTO POCO PIU’ DI UN MESE FA
Comunità Maliana di Bologna in piazza, assieme a numerose realtà solidali, per la manifestazione nella centrale piazza Nettuno  “Giustizia per Bakary Sako – Una sola voce contro il razzismo, lo sfruttamento e l’indifferenza”. Un’iniziativa che nasce dalla richiesta di verità e giustizia per Bakary Sako, brutalmente aggredito e ucciso mentre si recava al lavoro a Taranto all’inizio di maggio, oltre che dalla volontà di ricordare anche i 4 braccianti agricoli uccisi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, contro ogni forma di sfruttamento, discriminazione, precarietà. Da Bologna la corrispondenza del pomeriggio di sabato 20 giugno con Federico, della redazione emiliano-romagnola di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Quello che il genocidio a Gaza sta insegnando sul colonialismo, sulla resistenza e sull’Occidente
di Francesca Bellini,  Altreconomia, 18 giugno 2026.   Di fronte al senso di impotenza, alla rabbia e alla tristezza per quello che sta accadendo in Palestina, lo scrittore e giornalista Omar El Akkad ha usato la scrittura come proprio “effetto moltiplicatore” per avere un impatto e cercare di cambiare le cose. Il suo libro “Un giorno tutti diranno di essere stati contro” è un diario di pensieri condiviso da una parte di chi è stato abituato fin da subito a farsi “sempre più piccolo” per non disturbare e che con la Striscia ha riconosciuto tutte le aspettative e le promesse tradite dell’Occidente. Un uomo si trova in mezzo alle macerie di un edificio distrutto dopo un attacco aereo israeliano nel campo profughi di al-Maghazi, nella Striscia di Gaza, venerdì 12 giugno © Moiz Salhi / IPA “Un giorno tutti diranno di essere stati contro”: non sarà né domani né tra una settimana. Ma tra secoli accostare Gaza alla parola “genocidio” non comprometterà più il posto di lavoro e parlare di resistenza riferendosi alla bandiera palestinese sarà normale. Le ragioni di questo cambiamento non saranno legate a una trasformazione autentica quanto piuttosto a un mero calcolo nichilistico: tra centinaia di anni non ci sarà più nulla da perdere nel sostenere espressamente i diritti dei palestinesi.  Ne è convinto Omar El Akkad -scrittore nato in Egitto, cresciuto in Qatar, e trasferitosi in Canada e poi negli Stati Uniti- autore dell’omonimo libro pubblicato da Gramma Feltrinelli nel 2025. Per lui il 7 ottobre 2023 e quello che ne è seguito hanno rappresentato un’epifania su ciò che è realmente l’Occidente e su una visione di mondo che non esisterà più. El Akkad, in che modo ciò che è successo a Gaza dal 2023 in poi ha cambiato il suo sguardo? OEA (Omar El Akkad): Quando mi sono trasferito in Qatar a cinque anni, ho costruito un’immagine fantastica dell’Occidente su cui proiettavo tutte le frustrazioni del posto in cui vivevo. In quel momento non era importante per me capire davvero che cosa fosse il West, quanto piuttosto trasformarlo in ciò di cui avevo bisogno. Poi mi ci sono effettivamente trasferito, ho iniziato a lavorare come giornalista durante la “guerra al terrorismo” post 11 settembre 2001, e ho scoperto che quel mito che avevo immaginato non era reale. Se fossi stato più intelligente o più coraggioso probabilmente l’avrei capito prima. Ma c’è voluto il 7 ottobre, i mesi e gli anni che ne sono conseguiti, per accettarlo davvero. Il libro è un’analisi di questa presa di coscienza. Pensa che le persone proiettino sull’Occidente una sorta di utopia? OEA: Non ho mai davvero riflettuto su quanto questa esperienza sia universale, però le reazioni più intense che ho ricevuto alla pubblicazione del libro sono arrivate da persone provenienti da situazioni simili alla mia, con genitori che sono emigrati dal Medio Oriente o dal Nord Africa, e che parlano della stessa sensazione di straniamento. Quando cresci in un ambiente come quello dove sono cresciuto io è facile convincersi che se ti trasferisci in Europa o negli Stati Uniti e ti mostri abbastanza grato, ti rendi piccolo, non crei problemi e diventi “l’amico arabo sorridente”, allora puoi stare tranquillo. Ma dopo l’11 settembre e l’autunno del 2023, molte persone come me hanno dovuto fare i conti con il fatto che non ci si può rendere abbastanza piccoli e invisibili, a meno di smettere completamente di esistere; e che per quanto ci provi sarai sempre soggetto a quella sensazione di alterità e di non appartenenza.  Gaza ha portato una maggiore consapevolezza nelle persone sui meccanismi globali? OEA: Sì, soprattutto tra i più giovani. Quando parlo con studenti delle superiori o dell’università, non trovano rivoluzionario nulla di ciò che dico perché sono molto più “avanti” di me. I sistemi di potere sono sempre stati molto bravi a isolare le ingiustizie e a imporre la narrazione secondo cui quella cosa orribile che succede “laggiù” resta confinata. I giovani però stanno iniziando a vedere quanto questa menzogna sia evidente e pericolosa perché sanno che esiste una connessione tra il drone che uccide un palestinese, l’arma nelle mani della polizia, il fatto che non riuscirai mai a permetterti una casa e che il pianeta potrebbe presto diventare inabitabile. I ragazzi stanno iniziando a collegare questi puntini e ad abbandonare la fantasia secondo cui tutto continuerà a migliorare per sempre. È una delle poche cose che oggi mi dà un po’ di speranza. E se prevale il senso di impotenza? OEA: Una delle cose che continuo a ripetermi da quasi tre anni è che niente è sufficiente ma tutto conta. Una protesta o seguire le linee guida del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndr) fermerà tutto questo? No, ma è comunque qualcosa. E più persone iniziano a impegnarsi in queste piccole azioni, più ci renderemo conto che non sono poi così difficili da mettere in atto. Quello che consiglierei a tutti è trovare il proprio “effetto moltiplicatore”: io non so fare altro che scrivere ma se lo faccio è lì che posso avere un impatto maggiore. Qualunque sia il caso, servono reti comunitarie. Una delle ragioni principali per cui la stragrande maggioranza delle persone nel mondo è fortemente contraria a qualcosa eppure quella cosa continua ad accadere, è proprio perché mancano questi gruppi.  Il 25 ottobre 2023, tre settimane dopo l’inizio dei bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad pubblica in rete queste parole: “Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”. Il post viene visualizzato più di dieci milioni di volte. La sua denuncia dell’ipocrisia dell’Occidente di fronte a quest’ultimo genocidio e la cronaca della promessa tradita è raccontata con rabbia e tristezza in “Un giorno tutti diranno di essere stati contro”. Il libro è stato pubblicato nel 2025 da Gramma Feltrinelli, 192 pagine, 10,99 euro © Gramma Feltrinelli C’è qualcuno nelle istituzioni che le dà speranza? OEA: Nel corso degli anni mi sono sentito tradito da moltissimi leader che dicevano le cose giuste e poi, una volta arrivati al potere, abbandonavano le proprie promesse. Ed è un doppio tradimento: da una parte non fanno ciò che avevano raccontato e dall’altra ti fanno sentire ingenuo per aver creduto in un mondo migliore. L’ultima figura rispetto alla quale ho provato questa sensazione è stato Barack Obama. Si è presentato con lo slogan “speranza e cambiamento” e poi appena arrivato al potere si è attaccato a un’idea di pragmatismo infinito. Se oggi comunque dovessi riporre la mia fiducia in qualche politico sarebbero quelli che hanno parlato di Gaza e del genocidio fin dall’inizio: penso ad Avi Lewis, leader dell’NDP in Canada (il Nuovo Partito Democratico, ndr), e a Rashida Tlaib negli Stati Uniti. I politici più giovani sembra che inizino a capire che esiste un sostegno popolare per queste posizioni. E questo significa che vedremo emergere due tipi di figure: quelle che credono davvero nei temi della giustizia e nell’opposizione al genocidio e gli “Obama 2.0” che vedono solo un’opportunità narrativa da sfruttare. Spesso quando si parla di certi valori si viene definiti “naive”. OEA: Se consideriamo ingenua qualunque ideologia fondata sul concetto che gli esseri umani meritino di essere trattati come tali, allora dovremmo considerare altrettanto ingenua una visione che difende il diritto di un miliardario a comprarsi un’isola privata mentre milioni di persone non hanno un tetto sopra la testa. Per me l’ingenuità è l’idea quasi fantastica che tutto andrà comunque bene anche senza avere alcun rapporto con la realtà. Inoltre ci sono cose ben più negative dell’essere naive: essere inconsapevoli, complici o apertamente mostruosi. Se la cosa peggiore che può capitarmi per aver detto il minimo indispensabile su un genocidio in corso è essere definito ingenuo, allora posso conviverci. Le generazioni più anziane sembrano restie al cambiamento. Corretto? OEA: Non conoscono palestinesi, arabi o musulmani e una parte del problema arriva dalla narrazione e dall’educazione a cui siamo sottoposti. Si cresce con l’idea che qualunque alternativa al sistema capitalistico attuale porterebbe inevitabilmente al disastro totale. Qualsiasi approccio anche solo vagamente socialista che includa il rispetto e le responsabilità reciproche è bollato come “Unione Sovietica”. E poi la Palestina è stata trasformata in qualcosa che moltissime persone e praticamente tutte le istituzioni per anni hanno deciso collettivamente di fingere che non esistesse. E quando per decenni hai accettato di fare una cosa del genere è poi difficile tornare indietro perché dovresti ammettere di essere rimasto in silenzio mentre ogni principio che sostieni veniva violato. Che cosa ha mostrato Gaza del giornalismo? OEA: Considero il giornalismo uno strumento incredibilmente potente e che la stragrande maggioranza dei giornalisti faccia il proprio mestiere in circostanze lavorative assurde. Nella teoria condivido anche l’idea di una neutralità e oggettività giornalistica. Quando però lo squilibrio è tale da costringerci a prendere per vera ogni menzogna solo perché proviene da chi ha potere, mentre chi non ne ha è continuamente messo in dubbio, allora quei principi smettono non solo di essere utili ma diventano attivamente dannosi. Omar El Akkad è scrittore a giornalista. Nella sua carriera si è occupato di terrorismo internazionale ed è stato inviato in prima linea in Afghanistan, ha curato reportage sui processi nel carcere militare di Guantánamo, sulle rivoluzioni della Primavera Araba e sul movimento Black lives matter in Missouri © Kateshia Pendergrass In futuro “tutti diranno di essere stati contro”? OEA: In tempi molto lontani sì. Immagino succederà qualcosa di simile all’approvazione della risoluzione di scuse per il genocidio delle popolazioni indigene avvenuta da parte degli Stati Uniti. Ogni volta che vado a una lettura di poesia in Nord America si inizia con un “land acknowledgement” e qualcuno che dice: “Vorrei riconoscere che ci troviamo sul territorio non ceduto del popolo anishinaabe”. Quanto sarebbe stato assurdo se questo fosse stato fatto mentre gli anishinaabe venivano massacrati. Ma centinaia di anni dopo non c’è più nulla da perdere.  Nel libro scrive che, a posteriori, anche la resistenza può fare comodo al potere. OEA: Guardiamo i francobolli. Qualcuno ne avrebbe mai stampato uno con l’attivista Harriet Tubman mentre liberava gli schiavi? È la cosa più facile del mondo celebrare una resistenza dopo che tutto è finito. Il colonialismo è un furto infinito: della terra, delle risorse, delle vite delle persone che si mettono di traverso e anche della narrazione. Prima prendi tutto e poi vuoi essere parte della storia morale di quella resistenza che hai distrutto.  Il telefono è un veicolo che ci ha portato le immagini da Gaza ma anche un filtro che permette di mantenere una distanza. No? OEA: Abbiamo sviluppato una strana capacità di sorprenderci per cose che accadono da moltissimo tempo. Negli USA parecchie persone sembrano credere che esista questa coincidenza miracolosa per cui la polizia avrebbe iniziato a uccidere persone nere nel momento in cui sono stati inventati i telefoni con videocamera: ovviamente le uccidevano anche prima ma non c’erano gli strumenti per mostrarlo. E penso che qualcosa di simile stia accadendo con Gaza. Uno degli elementi fondamentali che hanno permesso questo genocidio è stato il fatto che molte persone non consideravano la Striscia come un luogo reale, né i palestinesi come persone vere. Improvvisamente poi ti ritrovi davanti a immagini di bambini fatti a pezzi, all’audio di una ragazzina che implora di essere salvata e tutto questo distrugge la barriera mentale. Allo stesso tempo, però, i social media contribuiscono a creare una distanza perché si è continuamente bombardati da contenuti diversi. La scrittrice Nasreen Malik ha detto che gli esseri umani non sono fatti per assorbire una quantità così enorme di sofferenza. Ha ragione. Allo stesso tempo, però, se la cosa peggiore che mi succede è dover guardare queste immagini allora credo di avere almeno l’obbligo morale di fare il minimo indispensabile. Questo non significa che tutto ciò non lasci conseguenze psicologiche profonde. Negli ultimi tre anni il mio rapporto con la gioia è cambiato completamente, ho visto troppi bambini morti e non sarò mai più la stessa persona dopo tutto questo. Ma vivo nel cuore dell’impero. Sono le mie tasse che stanno uccidendo quei bambini. Già solo questo mi impone il dovere di fare qualcosa. https://altreconomia.it/quello-che-il-genocidio-a-gaza-sta-insegnando-sul-colonialismo-la-resistenza-e-loccidente/
June 20, 2026
Assopace Palestina
Le parole pesano (e sionismo è una parola pesante)
Le parole pesano. Possono farsi carico delle contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità, oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla. C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera urgenza: la realtà materiale dell’occupazione, dei diritti umani e della democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco, frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico – ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell’obiettivo è stato raggiunto, nel 1948. L’analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l’urgenza di fare chiarezza sui termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo. Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine dell’Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all’interno della diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo, affinché l’opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici dentro le tragedie del presente. Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo? Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre, sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense, ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come «anti-sionista», ovvero traditore. Dall’altro lato, nel campo della solidarietà internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il «sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo, apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto, disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di “ismi” e iniziare a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi. L’articolo ha scatenato una riflessione profonda, intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e, soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali. Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l’insistenza sul «sionismo delle origini» suona come un’ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica reale significa spingerlo all’allontanamento. Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per proteggersi dalle critiche del diritto internazionale. Se ogni obiezione alla colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e quindi all’esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del sionismo d’ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l’unica soluzione praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo. Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle colline di Nablus. Abbandonare l’uso di una parola abusata non significa dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo dell’epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato: uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi che la salvaguardia del futuro degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno invece bisogno del coraggio di nominare l’ingiustizia con il suo nome presente: occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo ideologico negli occhi di chi soffre.   Redazione Italia
June 20, 2026
Pressenza
Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro
A due anni dallo sgombero del Silos di Trieste, KhandwAlarm convoca una giornata pubblica di memoria e condivisione. Sabato 21 giugno, a partire dalle ore 16:00 in Piazza Libertà, si terrà l’iniziativa “Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro”, aperta a tutta la città. La logica che ha prodotto lo sgombero del Silos non si è esaurita con quell’episodio. Dal Silos ai magazzini del Porto Vecchio, dalle attese davanti alla Questura alla recinzione di Piazza Libertà, il trattamento riservato alle persone in movimento a Trieste segue una linea di continuità: renderne invisibile la presenza, trattarla come un problema di ordine pubblico e di decoro, sottraendola ai percorsi che dovrebbero invece garantire tutela e diritti. Gli sgomberi non risolvono l’abbandono. Quando una persona viene allontanata da un edificio resta comunque senza un posto sicuro, senza risposte, senza accesso effettivo alle procedure che la legge prevede. Nel 2025 gli spazi del Silos sono stati occupati dal Cirque du Soleil, nel 2026 si moltiplicano gli sgomberi dei magazzini del Porto Vecchio, ma continuano a non venir date alternative. La giornata sarà occasione per ricordare cosa è stato il Silos e cosa ha rappresentato, per nominare le responsabilità politiche e istituzionali, per condividere pratiche di lotta e ribadire con chiarezza che nessuno sgombero può essere una soluzione. Il programma del 21 giugno Ore 16:00 – Interventi di Linea d’Ombra, ICS, Fornelli Resistenti, KhandwAlarmOre 17:00 – Attività ludiche e artistiche: capoeira e danze resistentiA seguire – Musica e merenda condivisa Cos’è KhandwAlarm? KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – “casa rotta” – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatti: ig: @khandwalarm mail: silos@riseup.net Redazione Friuli Venezia Giulia
June 20, 2026
Pressenza
Roma Pride 2026: se i diritti non sono di tuttə non sono diritti
Non bisogna essere per forza neri per manifestare contro il razzismo, ne è necessario essere uno straniero clandestino per lottare contro chi minaccia la cosiddetta “emigrazione”, o donna per protestare contro i femminicidi, o rom per indignati contro la tziganofobia… si può essere quindi essere eterosessuali, cisgender, e scendere in piazza contro ogni forma di omofobia: basta non essere fascisti e/o stronzi (mi si scusi il francesismo). B Da anni infatti i Pride sono una grande festa di libertà di tutte e di tutti: un gioioso movimento di festa di popolo e soprattutto di giovani e giovanissimi che ripudiano il moralismo sessuofobo e clerical e fascista che per secoli ha dominato, a volte con ferocia, il nostro Paese, l’intero Occidente e gran parte del nostro pianeta. Tutt’ora ci sono Paesi in cui l’omosessualità è un reato, talvolta persino punito con la pena di morte al punto che non sono pochi i rifugiati che richiedo asilo in Italia per le persecuzioni che vive chi appartiene o si riconosce in una identità di genere non conforme. Sfilano i numerosi carri che sparano musica a tutto volume. Ricordo il primo Pride a cui ho partecipato nel 2000. La Chiesa Cattolica tentó in tutti i modi di bloccarlo considerandolo blasfemo nell’anno del giubileo. Questa ottusità provocó, come sempre accade in questo Paese quando la reazione tenta di imporsi spudoratamente, una partecipazione di massa. Ricordo Armando Cossutta in giacca e cravatta dietro lo striscione di Rifondazione Comunista e il mio amico don Gianni Novelli, che ci ha lasciato pochi mesi fa, direttore del Centro Interconfessionale per la Pace che sfilava con un folto gruppo di Cristiani contro l’omofobia. Credo che fu da allora che i Pride divennero sempre di più una festa di tutte, ma anche momento di lotta perché la reazione incalza è ci vuole poco a tornare indietro di decenni. Ho un ricordo particolarmente emozionante di un mio alunno che brividi dopo una decina di anni e quindi ormai ventenne che faceva parte del servizio d’ordine che apriva il corteo e che mi abvracció calorosamente visibilmente commosso. Per quanto tentino forze neoliberiste di appropiarsi di questa battaglia per i diritti individuali, in Italia queste posizioni di pink washing non trovano spazio. Da un lato vi sono i numerosi carri della Cgil, esprimono il fatto che i diritti umani sono una rete indivisibile che unisce quelli individuali a quelli sociali poiché senza una casa e un lavoro non esiste vera libertà. Dall’altro il Pride di Roma ha “scelto da che parte stare” e ha deciso che chi non condanna il genocidio in Palestina non può sfilare nel Pride come nulla fosse. I Pride in Italia espressione della vasta comunità LGBTQIA+ italiana credono nella intersezionalità delle lotte e quindi ripudiano la guerra è il militarismo e sostengono il popolo palestinese.   Del resto le giovani e giovanissime persone che sfilano Oggi sono in gran parte le stesse che sabato scorso hanno manifestato contro gli xenofobi e razzisti autori delle reimmigrazione, che hanno votato NO al referendum costituzionale e che hanno bloccato Roma e l’Italia in solidarietà con la Palestina. Lotte per la libertà che si intrecciano. Anni fa la partigiana comunista Tina Costa decise di accettare di essere la madrina di uno dei Pride romani. La giovane leader del movimento degli Studenti Palestinesi, Maia Issa, sta sul carro dell’Arci imbandierato con le bandiere palestinesi. Riusciremo ad unire queste lotte in un credibile e vincente progetto di alternativa di società? Difficile dirlo, “a sarà dura” dicono le compagne ed i compagni della Valsusa che da decenni si oppongono al TAV. Pressenza serve anche a questo. Mauro Carlo Zanella
June 20, 2026
Pressenza
MILANO: ANCORA IN PIAZZA PER LA PALESTINA, IL LIBANO E GLI ARRESTATI DI GENOVA.
Milano ancora in piazza per la Palestina. Corteo sabato 20 giugno, dalle ore 18, in San Babila, indetta dall’Associazione Palestinesi d’Italia e dall’Associazione Donne Palestinesi in Italia. Una manifestazione che si inquadra, oltre che con il sostegno alla lotta del popolo palestinese e di quello libanese, con la necessità di ribadire la propria vicinanza a Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Rjiad Albustanji, da dicembre 2025 in carcere con l’accusa di “sostegno ad Hamas” e a cui il Tribunale di Genova, pochi giorni fa, ha confermato la carcerazione, nonostante i rilievi posti dalla Cassazione, a cui il team legale difensivo ha preannunciato un nuovo ricorso. A dirlo direttamente i legali –  Fabio Sommovigo, Dario Rossi,  Marina Prosperi, Fausto Giannelli, Emanuele Tambuscio, Nicola Canestrini. Samuele Zucchini, Pierfrancesco Poli,  Federico Riboldi, Silvia Tassotti e Giuseppe Sambataro – che in una nota scrivono: “nel dare notizia della conferma della custodia cautelare degli indagati non scarcerati a gennaio, il collegio difensivo sottolinea che il provvedimento del Tribunale del Riesame, dando una lettura riduttiva delle chiare indicazioni contenute nella sentenza della Cassazione, ha riproposto quasi integralmente le proprie precedenti motivazioni. Ciò senza affrontare i numerosi temi, in primis quello della natura delle charities e della destinazione dei fondi, rispetto ai quali la Cassazione aveva previsto precisi obblighi motivazionali. Al di là di alcune nuove allegazioni operate dalla Procura, meramente suggestive e di cui s’era eccepita l’inutilizzabilità, il provvedimento sembra un “fermo immagine” precedente alla sentenza della Cassazione. Le difese proporranno un nuovo ricorso rispetto a una decisione disallineata dalla pronuncia di annullamento della Suprema Corte”. Su Radio Onda d’Urto Elio Lupoli, compagno del centro sociale Vittoria di Milano. Ascolta o scarica  
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Il mondo di Muhammad
-------------------------------------------------------------------------------- Se un giorno il mondo smettesse improvvisamente di essere raccontato da giornalisti dei grandi media, esperti di geopolitica o storici delle guerre, potremmo affidarci ai rifugiati. Le loro storie, i loro saperi sulla storia e sulla geografia, i loro sogni offrirebbero uno sguardo sul mondo inedito e straordinariamente ricco di senso. Nella poesia Profugo, Maḥmūd Darwīsh scrive: «La terra mi riconosce come le sue spighe, e il cielo sa che sono un figlio della pioggia». Chi opera nei percorsi di accoglienza cerca spesso di mettere al centro proprio le storie dei rifugiati. Unouno è uno spettacolo nato dalla collaborazione tra alcuni progetti di accoglienza dell’ong GUS in Salento e Ippolito Chiarello, attore e regista noto per alcuni spettacoli portati strada o in spazi non convenzionali (“barbonaggio teatrale”). Le vicende raccontate in scena si ispirano alla storia di Muhammad, un ragazzo partito dal Sudan a 13 anni e arrivato in Italia a 23, dopo un lungo viaggio segnato da violenze e torture che lo hanno reso cieco. Il 20 giugno, presso NASCA Teatri di Terra, a Lecce, Unouno è andato in scena in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Qui un’intervista a Ippolito Chiarello. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo di Muhammad proviene da Comune-info.
June 20, 2026
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