A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili”IL DOSSIER DI CANDIDATURA PROMETTEVA UNA COMPETIZIONE A IMPATTO ZERO. LA REALTÀ
È BEN DIVERSA, IN PARTICOLARE NELLE DOLOMITI
su Mediapart
Cortina d’Ampezzo – Mentre sale lungo la strada asfaltata che serpeggia
attraverso uno spesso strato di neve, Patrizia Perucon non riesce a calmarsi.
«Sembra un ottovolante, un gigantesco tubo», commenta questa abitante di Cortina
indicando la nuovissima pista da slittino che serpeggia sopra il terreno, a
pochi metri dalle case con le facciate in legno e dai rari larici che non sono
stati abbattuti per la sua costruzione.
«Prima era un bosco, con più di cinquecento alberi, alcuni dei quali centenari»,
continua l’attivista dell’associazione ambientalista WWF. La vecchia pista da
slittino era a livello del suolo, quasi invisibile. Di quella pista oggi rimane
solo la promessa non mantenuta di organizzare le Olimpiadi invernali “più
sostenibili di sempre”, secondo il dossier di candidatura.
Costruita all’inizio degli anni ’20 e utilizzata durante le Olimpiadi invernali
del 1956 a Cortina, la vecchia pista da slittino doveva essere una delle dodici
infrastrutture sportive (su quattordici) già esistenti. Il dossier prevedeva
importanti lavori di ristrutturazione, ma solo due siti olimpici dovevano essere
costruiti da zero, a Milano, e dunque in zone urbanizzate e spesso industriali.
«Dovevano essere Olimpiadi a costo zero, ma alla fine la maggior parte delle
infrastrutture è stata demolita e ricostruita consumando nuovi terreni, in
particolare per tutte le infrastrutture collaterali come parcheggi o strade»,
riassume Fabio Tullio, che segue il dossier per l’associazione ambientalista
Legambiente e per la sezione italiana della Commissione internazionale per la
protezione delle Alpi (Cipra).
Per questi Giochi invernali, molti impianti sportivi richiedono anche notevoli
risorse idriche, spiega Fabio Tullio: «Per consentire l’innevamento artificiale,
sono stati costruiti o ampliati bacini artificiali, poi l’acqua viene prelevata
dal torrente e congelata per produrre ghiaccio per la pista di slittino e la
pista di pattinaggio. Durante i Giochi, ogni secondo potranno essere prelevati
98 litri d’acqua dal torrente Boite, che scende dalle alture di Cortina fino
alla valle, per circa 45 chilometri.
PILONI NELLA PRATERIA
«La montagna non può diventare così!», sbotta Patrizia Perucon. A pochi minuti
di strada dalla pista da slittino, la neve si è trasformata in fango denso a
causa del passaggio di camion e macchine da cantiere. Enormi piloni si ergono in
mezzo alla neve, dominando i dintorni. «Al posto di questi mostri c’era una
magnifica distesa che arrivava fino al borgo di Mortisa, uno degli ultimi ancora
preservati», commenta l’attivista.
Pochi metri più in basso, la struttura metallica d’una stazione della teleferica
è ancora inattiva, nonostante l’inaugurazione dei Giochi. La funivia
Apollonio-Socrepes dovrebbe trasportare migliaia di spettatori e spettatrici
verso il sito sciistico femminile, situato a un’altitudine maggiore, evitando
così gli ingorghi per accedere alle piste.
Oltre alla costruzione di enormi parcheggi ai diversi livelli della funivia, gli
attivisti che abbiamo incontrato denunciano la realizzazione di
un’infrastruttura in una zona a rischio idrogeologico. «Un pilone ha già
iniziato a muoversi», spiega Silverio Lacedelli, mostrando una serie di foto sul
suo telefono. «Questa zona è a rischio di frane, su una lunghezza di quasi 3
chilometri e una larghezza di 300-400 metri».
Il progetto di fattibilità tecnica ed economica realizzato dalla società che
supervisiona i lavori, consultato da Mediapart, tiene conto di movimenti del
terreno da 2 a 10 centimetri all’anno. I piloni sono stati costruiti con un
sistema di supporti scorrevoli per adattarsi.
«Avevamo proposto un sistema di navette elettriche gratuite per raggiungere le
piste», ricorda Giovanna Ceiner, vicepresidente regionale dell’associazione
Italia Nostra. Insieme a una ventina di altre associazioni ambientaliste, tra
cui Legambiente e Cipra, dal giugno 2021 ha partecipato a tavole rotonde con la
Fondazione Milano-Cortina, che organizza le Olimpiadi. «Purtroppo, la legge
olimpica non includeva alcun articolo relativo all’obbligo di valutazione
ambientale», deplora da uno degli storici caffè di Belluno, nella valle
sottostante a Cortina.
In Italia, i cantieri di grandi dimensioni sono normalmente soggetti a una
valutazione ambientale strategica. Ma per le Olimpiadi è stato nominato un
commissario speciale incaricato di supervisionare i lavori, accelerare le
procedure amministrative e rispettare il calendario. «Abbiamo sbattuto la porta
nel settembre 2023, perché questi Giochi non erano sostenibili e tutte le nostre
richieste di vedere i progetti e discuterne non sono mai state prese in
considerazione», racconta.
Le associazioni hanno quindi creato l’osservatorio Open Olympics per chiedere la
pubblicazione dei costi di ogni progetto. Ad oggi, il budget iniziale di 1,5
miliardi di euro è quadruplicato, raggiungendo quasi i 6 miliardi di euro.
Quando sente queste osservazioni, Enrico Valle fa spallucce. Questo abitante di
Cortina è stato presidente dell’ente locale che ha organizzato le gare di Coppa
del Mondo di sci a Cortina d’Ampezzo fino al 2018: «Ogni volta che si fa
qualcosa, c’è un impatto. Le prime Olimpiadi invernali del 1956 ci hanno
permesso di abbandonare l’allevamento di mucche e capre e di sviluppare il
turismo, e oggi queste Olimpiadi ci permetteranno di fare ancora meglio. Pensate
davvero che senza le Olimpiadi ci avrebbero costruito un nuovo ospedale?».
UN VILLAGGIO OLIMPICO USA E GETTA
In questa città arroccata a 1.200 metri di altitudine, che conta quasi 4.000
residenti annuali per circa 50.000 posti letto turistici, la sua voce risuona
con quella di molti abitanti. L’organizzazione di questi Giochi pone soprattutto
la questione dello sviluppo turistico in alta montagna dal momento che gli
abitanti sono sempre meno numerosi.
Roberta De Zanna, consigliera comunale per la lista Cortina bene comune, parla
di «occasione perduta» e di Giochi «piombati dall’alto»: «Siamo stati esclusi da
ogni decisione, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione,
ci sarà un impatto ambientale sul territorio e non crediamo che sarà troppo
positivo».
Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista minoritaria Cortina Bene
comune, parla di «occasione persa» e di Olimpiadi «calate dall’alto»: «Siamo
stati esclusi da tutte le decisioni, le nostre proposte non sono mai state prese
in considerazione, c’è un impatto ambientale sul territorio e non si intravede
un’eredità positiva». »
Cita l’esempio del villaggio olimpico situato a nord di Cortina: 1.400 posti
letto distribuiti in piccole case smontabili e temporanee, che saranno demolite
al termine dei Giochi. Come altri, aveva proposto la ristrutturazione di un
vecchio villaggio turistico, 15 chilometri più a valle. «Si è preferito un
villaggio in affitto, monouso, che è costato quasi 40 milioni di euro che
avrebbero potuto essere utili al territorio», si rammarica l’eletta.
«La montagna è diventata il parco divertimenti degli abitanti delle pianure.
Bisogna costruire nuove case, hotel di lusso anche in alta quota, mentre i
villaggi vengono abbandonati», afferma l’attivista ecologista Giovanna Ceiner.
Gli abitanti di Cortina, dal canto loro, sono divisi. Alcuni hanno appeso ai
balconi o alle finestre la bandiera dei Giochi distribuita dal comune. Altri
hanno preferito la bandiera tricolore blu-bianco-verde dei Ladini, una minoranza
culturale e linguistica alpina che vive nelle Dolomiti, in segno di silenziosa
protesta. Le trecento bandiere messe a disposizione dall’associazione ladina
locale sono andate via in due mezze giornate e centinaia di altre ordinate per
il debutto dei Giochi.
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