Movimenti: alla ricerca di linee comuni
di Gianni Gatti (*) Semplice solidarietà o ribellione, costruita aggregando? In un clima sociale di frammentazione e poco ascolto reciproco fra gruppi che ancora non si sono pensionati dalla militanza politica non istituzionale, è difficile stabilire regole o almeno dare indirizzi di linee a movimenti, ma provo a redigere pubblicamente alcune riflessioni Oggi ci sono tre livelli di azioni e
Civili feriti: un percorso irto di ostacoli per ottenere assistenza governativa
La vita di un civile viene profondamente segnata e trasformata da una ferita di guerra. Dolore, paura e nuove limitazioni fisiche rimodellano ogni cosa. Il trattamento e la riabilitazione possono richiedere mesi o addirittura anni. Durante questo periodo, le persone hanno bisogno di sostegno finanziario, sociale e legale. Frontliner ha parlato con alcuni civili feriti dai bombardamenti russi per capire quale tipo di supporto possono realisticamente aspettarsi dallo Stato. I civili feriti in guerra hanno diritto a sussidi, aiuti finanziari e protesi finanziate dallo Stato. Tuttavia, molti si ritrovano persi in un labirinto di procedure necessarie per ottenere lo status ufficiale di civile colpito dalle ostilità legate alla guerra. Il processo è estremamente burocratico, complesso e incoerente, e persino capire da dove iniziare può essere difficile. Il sistema preposto al riconoscimento dello status di civile ferito è sovraccarico. Da febbraio 2022 a febbraio 2026, solo 1.150 civili sono riusciti a certificare ufficialmente che le loro ferite erano state causate da ordigni esplosivi. Nel frattempo, secondo la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite, 41.000 civili in Ucraina sono stati feriti dalle ostilità legate alla guerra nello stesso periodo. Ferito nei primi giorni dell’invasione su vasta scala Bohdan Khambir, 27 anni, vive nel villaggio di Rusaniv, nell’oblast’ di Kiev, che è stato pesantemente bombardato nei primi giorni dell’invasione. Il 2 marzo 2022, mentre si trovava in casa, un proiettile russo ha trapassato il muro della sua abitazione. Bohdan ha riportato ustioni di terzo grado, la frattura di un ginocchio e di un femore e ha perso la gamba destra sopra il ginocchio. “Ho visto la mia gamba penzolare solo per un lembo di pelle” dice. . Bohdan Khambir durante un’intervista, Kiev, Ucraina, 15 gennaio 2026. (Oleksandra Rakhimova, Frontliner) I genitori di Bohdan gli prestarono i primi soccorsi e lo portarono all’ospedale clinico di Brovary. Tuttavia, non poté rimanere a Brovary per completare il ciclo di cure, poiché il fronte si stava avvicinando e tutti gli uomini con ferite simili venivano evacuati. «Avevamo pensato che se le truppe russe sarebbero entrate in ospedale e vedendo uomini con amputazioni, nessuno avrebbe controllato se si trattasse di un civile o di un soldato. Temevamo che avrebbero ucciso tutti, compresi i medici, proprio lì nei reparti», racconta Bohdan. Su richiesta del Ministero della Salute, la Germania ha accolto Bohdan ed altre vittime del distretto di Brovary per le cure. Tutte le spese per l’alloggio e le protesi sono state coperte dalla Germania. Ad Amburgo, a Bohdan sono state applicate delle protesi e ha imparato a camminare con esse. È tornato a casa con una protesi principale del valore di 34.600 euro e una di riserva del valore di 16.800 euro. Questo ha permesso a Bohdan di continuare a lavorare: da febbraio 2023 è tornato al suo impiego come caposquadra edile. Bohdan Khambir a Maidan Nezalezhnostim (piazza dell’ Indipendenza), Kiev, Ucraina, 15 gennaio 2026. (Oleksandra Rakhimova, Frontliner) Disabilità conseguenti alla guerra Il riconoscimento ufficiale di una disabilità correlata alla guerra determina il tipo di sostegno che una persona può ricevere dallo Stato. Senza tale riconoscimento, una lesione viene trattata come un normale incidente o malattia. Grazie allo status di ferito di guerra, le persone possono beneficiare di una pensione più elevata, sconti sulle utenze fino al 100%, trasporto pubblico gratuito e priorità nelle procedure di assegnazione di alloggi o veicoli gestite dallo Stato. Attraverso un programma statale chiamato Oselia, le persone con disabilità correlate alla guerra possono ottenere un mutuo per la casa con un tasso di interesse di appena il 3%, rispetto al 7% previsto per gli altri richiedenti. Hanno inoltre accesso a una serie di programmi sanitari, spesso senza dover fare la fila. In seguito all’infortunio, Bohdan non era più in grado di muoversi autonomamente, quindi i suoi genitori si sono occupati della maggior parte delle pratiche per ottenere il riconoscimento della sua disabilità. “È stata una vera e propria odissea: dal ricevimento del mio primo certificato medico al riconoscimento definitivo come persona con disabilità legata alla guerra, l’intero processo ha richiesto due anni e due mesi” dice Bohdan. Bohdan Khambir all’ambulatorio protesi della Fondazione Protez, Kiev, Ucraina, 15 gennaio 2026. (Oleksandra Rakhimova, Frontliner) Per dimostrare che le sue ferite erano state causate dalla guerra e per assicurarsi un futuro risarcimento finanziario dalla Federazione Russa, Bohdan avviò un procedimento penale. La documentazione fu inviata al Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) e successivamente esaminata dal Tribunale distrettuale di Brovary, nella regione di Kiev, che si pronunciò a suo favore. Bohdan allegò il documento a un fascicolo che includeva referti medici, la sua dichiarazione alla polizia, le conclusioni del Ministero degli Interni sul tipo di ordigno esplosivo e la data e le circostanze esatte dell’attentato. Sulla base di questi documenti, la apposita Commissione del Ministero degli Affari dei Veterani ha confermato che le ferite di Bohdan erano state causate da ordigni esplosivi. Ciò ha aperto la strada alla revisione del suo caso da parte della Commissione di esperti medico-sociali (MSEC), che gli ha ufficialmente concesso lo status di invalido di guerra. Il caso di Bohdan si è verificato durante un periodo di riforma delle Commissioni di esperti medico-sociali (MSEC) e di cambiamenti all’interno della Commissione interagenzie. Il sistema si stava evolvendo e la procedura per la concessione dello status di invalidità correlata alla guerra ai civili è stata semplificata e snellita. Un percorso più rapido per ottenere lo status di invalidità legato alla guerra. Iryna Kovalenko è rimasta ferita nel 2025. Aveva lasciato Bakhmut nel 2022, ma l’aggressione russa ha raggiunto la cinquantaseienne nel giugno del 2025 mentre si trovava sul posto di lavoro a Kiev. Durante i bombardamenti russi sulla struttura in cui lavorava Iryna, parte dell’edificio è crollata e un filo elettrico scoperto l’ha colpita al braccio. “Ho capito che dovevo togliermi il filo di dosso. Ci sono riuscita. Quando ho guardato la mia mano, le mie dita mozzate pendevano dal guanto da lavoro. In quel momento ho capito che la mia mano non c’era più” dice Iryna. Iryna Kovalenko nell’ambulatorio della Fondazione Protez, Kiev, Ucraina, 15 gennaio 2026. (Oleksandra Rakhimova, Frontliner) Un incendio divampò all’interno dell’edificio e le uscite furono bloccate. Iryna si ritrovò intrappolata, ma riuscì a fuggire attraverso una piccola finestra di servizio. Riportò delle ustioni e cadde da un’altezza considerevole. Un agente di polizia della squadra di soccorso la trovò e la portò in un ospedale di Kiev. Dopo l’incidente, Iryna faticava a dormire. Era tormentata dalla paura e dagli incubi dell’edificio avvolto dalle fiamme. Alla fine ha ricevuto supporto psicologico e ha trascorso un mese e mezzo in ospedale, dove le sono state fornite gratuitamente le cure per le ferite, la consulenza e la terapia. Dopo il congedo, Iryna si recò dal suo medico di famiglia per iniziare la riabilitazione, ma scoprì che l’attesa per un programma era di oltre un mese. Nel frattempo, riuscì a ottenere il riconoscimento dello status di persona con disabilità contratta in guerra. Alcuni documenti sono stati raccolti con l’aiuto del team legale del suo datore di lavoro, ma i certificati medici dovevano necessariamente essere ottenuti di persona. Iryna afferma che, a causa del suo stato di salute precario dopo l’infortunio, non ce l’avrebbe fatta da sola, quindi sua figlia l’ha accompagnata in ogni momento. La procedura per ottenere il riconoscimento dell’invalidità di guerra è durata un mese e mezzo. Le è stata riconosciuta l’invalidità di secondo grado, che le dà diritto a una pensione di 7.800 grivne (circa 200 euro). Riceve inoltre un’indennità aggiuntiva di 3.000 grivne (circa 75 euro) in quanto persona sfollata con disabilità. La famiglia di Iryna Kovalenko ha cercato a lungo una protesi adatta, presentando domanda a diverse organizzazioni. Tra queste, la fondazione no-profit Protez, che ha preso in carico il suo caso. La fondazione le ha fornito gratuitamente due protesi: una meccanica e una bionica che le permetterà di tornare al lavoro. I civili feriti in guerra a cui è stato riconosciuto lo status di invalidità correlata al conflitto hanno diritto a protesi gratuite. Tuttavia, lo Stato copre solo le protesi incluse in un elenco specifico approvato e che rientrano in determinati limiti di prezzo. Il prezzo massimo per una protesi ad alta funzionalità per un civile disabile, rimborsato dallo Stato; all’inizio del 2026, tale importo ammontava a 2.995.200 grivne (circa 75.000 euro), tasse escluse. Se una protesi costa di più, la persona deve coprire la differenza autonomamente o ricorrere a finanziamenti di beneficenza. Ottenere una protesi all’estero, al di fuori del programma statale, comporta la perdita del diritto alle riparazioni gratuite fino alla registrazione ufficiale della protesi in Ucraina. Componenti di protesi presso il centro della Fondazione Protez, Kiev, Ucraina, 15 gennaio 2026. (Oleksandra Rakhimova, Frontliner) I residenti delle aree direttamente colpite dalle ostilità belliche in corso hanno potuto richiedere il riconoscimento dello status di invalido di guerra solo a partire da maggio 2023, mentre le persone ferite in altre zone dell’Ucraina hanno ottenuto tale diritto a partire da ottobre 2024.     *** 3 aprile 2026. Ciao, sono Oleksandra, l’autrice di questo articolo. Grazie per averlo letto fino alla fine. Ho parlato con persone che erano appena rimaste ferite e sono ancora in contatto con una di loro. Il loro racconto delle difficoltà affrontate dopo il trauma mi ha spinto ad approfondire la questione. I russi continuano ad attaccare i civili, il che rende fondamentale discutere delle conseguenze sia per i singoli individui che per il Paese nel suo complesso. *** Oleksandra Rakhimova Fotografa Nel 2017 si è laureata in giornalismo presso l’Università Nazionale dell’Europa Orientale Lesya Ukrainka. Ha iniziato a fotografare circa cinque anni fa. Fin dall’inizio della sua carriera, sapeva che in un modo o nell’altro avrebbe finito per documentare la guerra e tutto ciò che vi è connesso: l’unica domanda era quando. Per lei, la guerra riguarda vite umane e destini. Spera di fotografare quante più storie possibili di ucraini che portano il peso della guerra sulle spalle. Si è unita al team di Frontliner per avere l’opportunità di immortalare momenti importanti in luoghi che prima le erano inaccessibili. Frontliner ONG, ente operante nel settore dei media online; identificativo media – R40-05212; indirizzo presso il quale viene esercitato il controllo editoriale – Olzhycha Str. 5, appartamento 25, Kyiv City. 04060; indirizzo e-mail: info@frontliner.ua Redazione Roma
April 13, 2026
Pressenza
Convivere senza Stato
In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un loro “focolare” in una falange criminale. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini, maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività militari e dopo la ripresa della guerra all’Iran e al Libano (quella contro Gaza non è mai cessata), nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni contrarie, per lo più israelo-palestinesi, i sondaggi dicono che tra il 78 e il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza: sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove; sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere, e deve diventare, una terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo è prevalso il massacro: delle persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi: un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria. Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” l’evidenza di un percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una frattura incolmabile, che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali di cui si gode. E’ quello che è stato chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui è stato finora abituato a contare; oppure, in netta, nell’esperimento di un “ritorno alle origini”: quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli: una confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere pacificamente. Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci, esso appare ormai una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse più importanti. Ma è anche una prospettiva più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi (anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se moltissime donne potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione); ma soprattutto perché Stato significa tante realtà indivisibili: un nome (quale?), delle strutture burocratiche, un arsenale, in questo caso atomico, un esercito, degli impianti strategici, dei saperi esclusivi, una valuta convertibile, e molte altre cose. Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle domani. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo. Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla scena internazionale è la Confederazione democratica e multietnica del Rojava, sorta in condizioni di gravissime difficoltà, la prospettiva di una confederazione democratica delle comunità presenti in Palestina, che certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare però, proprio per questo, la strada per il superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale attuale: quello in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi di dominio più feroci, dal patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra. Vogliamo tornare a pensare in grande? Partiamo dai punti nevralgici del presente. Guido Viale
April 13, 2026
Pressenza
TORINO: MAXI-PROCESSO ASKATASUNA. DOPO L’ASSOLUZIONE DALL’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, LA PROCURA CI RIPROVA CON L’APPELLO
Maxi-processo Askatasuna: dopo che, un anno fa, i giudici torinesi hanno escluso il reato di associazione a delinquere formulato dall’accusa nell’indagine “Sovrano”, la Procura con l’elmetto ci riprova in appello. Si è conclusa lunedì pomeriggio, 13 aprile, la prima udienza d’appello del processo che lo scorso marzo aveva visto 16 dei 28 imputati assolti dall’accusa di far parte di un’associazione a delinquere e, a tal fine, di aver commesso diversi reati legati alla lotta No Tav e alla città di Torino, a partire dal centro sociale Askatasuna. I pm torinesi hanno chiesto e ottenuto il rinnovo del dibattimento, al via stamattina con l’audizione di due agenti della Digos. Non è stata accolta, invece, la richiesta di acquisire il file audio dell’intervista rilasciata alla nostra emittente, Radio Onda d’Urto, da Giorgio Rossetto, compagno torinese tra gli imputati nel processo. Gli avvocati di compagne e compagni hanno poi chiesto a una giudice di “valutare l’opportunità di astenersi”. Si tratta di Emanuela Ciabatti, che aveva fatto parte del tribunale che nel 2015 si pronunciò proprio nei confronti di  Giorgio Rossetto in un’altro processo contro il movimento No Tav. La corte, però, ha respinto la richiesta. L’aggiornamento con Dana Lauriola, compagna del movimento No Tav imputata nel processo. Ascolta o scarica.  
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
GUERRA: USA BLOCCANO LO STRETTO DI HORMUZ CON PERICOLOSE IMPLICAZIONI DI ESCALATION BELLICA
Il blocco dello Stretto di Hormuz minacciato dal presidente Usa Trump sarebbe entrato in vigore. “Il blocco sarà applicato nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e dalle aree costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani situati nel Golfo Arabico e nel Golfo dell’Oman”, riferisce l’esercito Usa. Dopo il fallimento del primo round di negoziati nel fine settimana in Pakistan, la mossa statunitense rischia di mettere la parola fine alla tregua di due settimane siglata lo scorso 8 aprile. È quello che auspica il premier israeliano e criminale di guerra Netanyahu, sospinto dall’elettorato israeliano, che secondo gli ultimi sondaggi è per due terzi favorevole alla continuazione della guerra con gli Ayatollah. Il cessate il fuoco, ha detto Netanyahu dopo un colloquio telefonico con il vice-Trump, JD Vance, potrebbe essere messo in discussione “in brevissimo tempo”. Quale può essere il blocco statunitense, quello in uscita? Si domanda il giornalista Alberto Negri editorialista de Il Manifesto: “è l’unico modo in cui possono farlo in questo momento visto che l’Iran controlla ancora lo stretto di Hormuz. E poi è una minaccia credibile? E’ un bluff? Perchè ogni volta che Trump parla noi dobbiamo sempre chiederci in effetti se stia dicendo qualcosa di vero o stia facendo una delle sue boutades.” Potrebbero esserci però delle conseguenze molto pericolose, oltre a quelle di carattere economico per il rialzo dei prezzi dei carburanti. “Certamente, se venisse in qualche modo attuato, chiaramente provocherebbe un altro disastro in quel golfo che ormai sta tenendo col fiato sospeso tutto il mondo e con qualche conseguenza -prosegue l’analista che è stato inviato di guerra per decenni – perchè gli iraniani potrebbero replicare sia militarmente ma soprattutto potrebbero allora chiedere ai loro alleati huthi di provare a chiudere anche lo Stretto di Bab-el-Mandeb e a quel punto gli europei si potrebbero trovare in guerra perchè hanno una missione militare per impedire la chiusura di quello stretto che porta poi a Suez.” L’intervista a Alberto Negri editorialista de Il Manifesto, analista ed ex inviato di guerra Ascolta o scarica
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Premio Nobel per la Pace nel 2022 dichiarata «estremista» dalla Corte Suprema russa
Giovedì 9 aprile, la Corte Suprema russa ha dichiarato «estremista»1 l’organizzazione non governativa Memorial, che nel 2022 aveva vinto il premio Nobel per la Pace. La decisione impedisce ora all’organizzazione di operare nel paese ed espone inoltre i suoi finanziatori e sostenitori a multe, arresti e procedimenti penali. Nella sentenza, emessa giovedì durante un’udienza a porte chiuse, i giudici hanno scritto che l’attività di Memorial è «di natura chiaramente anti-russa»2, perché punta a «violare l’integrità territoriale ed erodere i valori storici, culturali, spirituali e morali»3 del paese. “Memorial (si pronuncia Memoriàl) fu fondata nel 1989 da Andrei Sacharov (che vinse il premio Nobel per la Pace nel 1975) e da altri attivisti per i diritti umani, in concomitanza con il declino dell’Unione Sovietica. L’intento era documentare e testimoniare i delitti e gli abusi dell’era sovietica, in particolare del periodo stalinista. Negli anni successivi divenne la più grande ong della Russia, aggiungendo alla sua attività di testimonianza e documentazione anche la difesa dei diritti umani e dei prigionieri politici”4. In passato avevano cercato di mettere in difficoltà il lavoro dell’organizzazione, infatti nel 2006 ricevette un ammonimento, mentre nel 2014 fu aggiunta alla lista degli “agenti stranieri”5, una formula che per la legge russa indica persone oppure organizzazioni che secondo il governo ricevono fondi dall’estero per svolgere attività antigovernativa, infine nel 2022 la sede russa di Memorial era stata chiusa dopo che il regime di Vladimir Putin aveva limitato l’attività delle ong e dei media a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Quello stesso anno, assieme all’attivista per i diritti civili bielorusso Ales Bialiatski e al Centro per le libertà civili ucraino, Memorial vinse il Premio Nobel per la Pace. In merito a quanto accaduto, il vicedirettore per l’Europa orientale e l’Asia centrale di Amnesty International, Denis Krivosheev, ha dichiarato: “Per quasi 40 anni, l’impegno instancabile di Memorial per documentare la repressione, passata e in corso, in Russia ha contribuito a far sì che le violazioni subite da milioni di persone non venissero dimenticate. Tra queste vi sono le persone colpite dal sistema dei gulag sotto Stalin, gli atti illegali e le violazioni dei diritti umani nei conflitti in Cecenia, Georgia e Ucraina, così come la detenzione arbitraria di centinaia di attuali voci critiche e oppositori politici. Organizzazione in prima linea nella difesa dei diritti umani, Memorial ha agito con coraggio nonostante gravi ritorsioni, tra cui la persecuzione, la detenzione e l’uccisione di suoi esponenti”. «“Etichettando Memorial come ‘estremista’, le autorità non stanno soltanto prendendo di mira una delle più antiche organizzazioni della società civile in Russia e co-vincitrice del premio Nobel per la pace 2022, ma stanno di fatto criminalizzando il lavoro sui diritti umani. D’ora in poi, mettere ‘mi piace’ o condividere contenuti di Memorial sui social media o altri suoi materiali, così come fare qualsiasi riferimento a essi in pubblicazioni senza menzionare lo status di ‘estremista’ dell’organizzazione, potrà essere perseguito penalmente. Questi tentativi evidenti da parte del Cremlino di mettere al bando Memorial e cancellare dalla sfera pubblica i suoi vasti archivi sulle violazioni dei diritti umani sono deplorevoli”. “Le autorità russe devono revocare immediatamente questa decisione inaccettabile e garantire che Memorial e le altre organizzazioni per i diritti umani possano operare liberamente, nel rispetto degli obblighi della Russia ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani”»6. Nel comunicato diffuso dal Memorial Human Rights Defence Centre, possiamo leggere: «Il 9 aprile 2026, la Corte Suprema russa ha designato il Movimento Pubblico Internazionale “Memorial” come organizzazione estremista. La causa si è svolta a porte chiuse ed è stata classificata come “segretissima”. All’avvocato non è stato permesso di partecipare al procedimento. Questa decisione illegittima segna una nuova fase di pressione politica sulla società civile russa. L’organizzazione citata nella sentenza del tribunale non esiste. Non sappiamo nemmeno di cosa sia accusata questa entità fittizia: il caso è segreto ed è stato impossibile esaminare le affermazioni dello Stato fino ad oggi. Tuttavia, non si può escludere che il regime repressivo di Putin possa ora prendere di mira i sostenitori e i partecipanti di diverse organizzazioni commemorative. A partire da oggi, il Memorial Human Rights Defence Centre cessa tutte le attività dirette in Russia. Non abbiamo dipendenti, membri o volontari in Russia. Non accettiamo donazioni tramite carte di credito russe, in quanto ciò potrebbe mettere a rischio i nostri donatori. Al di fuori della Russia di Putin, il Centro Memoriale per la Difesa dei Diritti Umani continuerà la sua attività, a prescindere da eventuali decisioni repressive da parte delle autorità statali russe. Memorial Human Rights Defence Centre»7 Articolo di Andrea Vitello   1. Cit da https://www.ilpost.it/2026/04/09/ong-memorial-estremista/ 2. Ibidem 3. Ibidem 4. Ibidem 5. Ibidem 6. Cit da https://www.amnesty.it/russia-lorganizzazione-premio-nobel-memorial-designata-come-estremista/ 7. Cit da https://it.gariwo.net/magazine/totalitarismi/sulla-designazione-di-memorial-come-organizzazione-estremista-29975.html Andrea Vitello
April 13, 2026
Pressenza
Intervista al pacifista israeliano Omri Evron: “Non smettiamo di mobilitarci, in Israele e in tutto il mondo”
D: Non smette di stupirci questo movimento pacifista arabo-israeliano, che settimana dopo settimana sta riguadagnando la piazza, o meglio le piazze, perché le manifestazioni che si sono mobilitate questo ultimo week end (in particolare sabato sera, 11 aprile) erano davvero tante: Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ben 17 le postazioni che hanno risposto all’appello. E il primo a dichiararsi stupito è lo stesso Omri Evron, pacifista da sempre, oltre che membro attivo di Hadash (Partito Comunista Israeliano) e da un paio d’anni alla co-direzione della Peace Partnership Coalition che è stata il principale motore di questa mobilitazione. Lo abbiamo raggiunto per telefono ed ecco il suo commento: R: Se penso alle prime uscite in risposta all’attacco israelo/americano all’Iran del 28 febbraio, non riesco quasi a credere alla partecipazione cui abbiamo assistito l’altra sera: straordinaria, colorata, rumorosa, creativa, da pochissimi che eravamo siamo cresciuti moltissimo in poco più di un mese. E nonostante la repressione che avevamo subito il 4 aprile, quando siamo stati violentemente aggrediti dalle forze dell’ordine, dispersi con gli idranti, per non dire dei 17 arresti, eccoci di nuovo in tanti l’altra sera a Tel Aviv: Habima Sq. traboccante di cartelli, striscioni, tamburi, caroselli, pupazzi con le facce di Trump e Netanyahu da mandare a casa, eravamo almeno dieci mila. Un successo reso possibile dalla quantità di organizzazioni che hanno aderito alla convocazione, impossibile citarle tutte ma ti basti dare un’occhiata alla locandina: una sessantina di loghi diversi e il dato importante è la compresenza di sigle arabe insieme a quelle israeliane. Una risposta che chiaramente esprime un netto calo di consensi verso questo regime di guerra infinita che il governo di Netanyahu vorrebbe imporci come unica sicurezza possibile! D: Raccontaci la tua storia: israeliano, comunista e convintamente pacifista… R: Sono nato a Giaffa che originariamente era una città palestinese, poi assorbita dall’espansione di Tel Aviv. Sono quindi cresciuto in un ambiente misto, dove l’ebraismo si trova a convivere per forza con le tradizioni arabe, il che è raro per chi vive in Israele e inevitabilmente soffre di una semi totale mutua segregazione, con pochissime possibilità di incontro. Mi considero un privilegiato, sia per l’ambiente che per la famiglia che mi ha generato, per niente allineata con la dominante ideologia sionista: i miei nonni erano comunisti, i miei genitori mi hanno sostenuto in tutte le mie scelte soprattutto quelle più difficili. Per esempio quando a 18 anni, in risposta alla chiamata per il servizio militare, ho promosso quella lettera degli shministim (giovani obiettori di coscienza). Era il 2005, nel pieno della 2nda intifada, e siccome eravamo in 250 a dichiararci refusenik la cosa fece rumore. Oltre a costare ad alcuni di noi qualche mese di prigione, perché l’IDF non ha mai riconosciuto l’obiezione di coscienza. In compenso la nostra iniziativa venne non poco apprezzata all’estero, e un paio di anni dopo eccomi invitato da varie situazioni pacifiste anche in Italia (compreso il Sereno Regis ndr). Bello vedere tanti giovani israeliani che stanno seguendo il nostro esempio… Quanto al mio impegno politico: ho cominciato da ragazzino, affiliato alla Gioventù Comunista e sempre più presente alle proteste contro l’occupazione in Cisgiordania. Da un paio di anni sono alla guida di questa Peace Partnership Coalition che, oltre a opporsi alla guerra come unica e permanente non-soluzione, rappresenta un raro esempio di riuscita coesistenza, tra tante diverse realtà sia ebraiche che arabe, sempre più spesso attive congiuntamente. Un ruolo molto coinvolgente e impegnativo, che ho il privilegio di condividere con la palestinese Sulafa Makhoul. D: Come è nata questa Peace Partnership Coalition, e in che senso si differenza dalla coalizione It’s Time che il 30 aprile si ritroverà per il Peace Summit di Tel Aviv? R: Siamo nati in reazione agli eventi del 7 ottobre. Era il dicembre del 2023 e tutte le componenti del cosiddetto ‘campo di pace’ israeliano erano allo sbando: nessuno osava esprimersi in dissenso nei confronti del governo, e ogni minima espressione di pubblica protesta, anche da parte di Hadash che pure gode di legale riconoscimento, veniva dispersa dalle forze dell’ordine. La conclusione fu tentare la carta della coalizione: se da soli non contavamo quasi più nulla, insieme potevamo sperare di renderci un po’ meno invisibili, sebbene in minoranza rispetto al maggioritario bellicismo della società israeliana. E così è stato: la maggior parte delle manifestazioni di denuncia contro l’occupazione e contro la guerra che sono state inscenate in Israele durante questi due anni e mezzo sono successe grazie a questa nostra Peace Partnership Coalition che ormai conta una sessantina di sigle. Naturalmente aderiamo alla It’s Time Coalition, con la quale condividiamo gli obiettivi di fondo, oltre alle decine di sigle che fanno parte di entrambe i fronti. L’unica differenza è operativa. Mentre loro si concentrano su uno o due grandi eventi all’anno, la nostra coalizione è espressione di una mobilitazione pressoché permanente a livello di base, grazie al contributo dei tanti comitati attivi in Israele all’interno di Hadash e alle situazioni equivalenti in Cisgiordania. Il fatto che siano numericamente in crescita conferma il valore di questa nostra rete, in risposta al crescere delle criticità a livello sociale. Possiamo quindi definirci un ponte, o meglio un diffuso punto di ascolto: tra il movimento pacifista all’interno di Israele, con la sua storia, e le rappresentanze attive su traiettorie analoghe all’interno della società palestinese. Un indubbio punto di forza della nostra coalizione è Hadash e il credito di cui gode all’interno del fronte arabo: in radicale opposizione all’apartheid e al genocidio; e in difesa dei valori democratici, in condizioni di totale parità di diritti. A cominciare dal diritto all’autodeterminazione: passaggio imprescindibile per il riconoscimento del popolo palestinese e unico presupposto per una pace duratura e sostenibile in questa regione. D: Però i sondaggi parlano di un crescente consenso per Netanyahu,e proprio grazie alla guerra con l’Iran… R: Credo che la situazione sia ben più dinamica di quel che fotografano i sondaggi, le cose cambiano molto rapidamente. È vero che all’inizio dell’attacco israelo-americano contro l’Iran c’era un generale consenso a favore della guerra,il che spiega lo scarso successo dellenostre prime manifestazioni subito disperse dalle Forze dell’Ordine e sbeffeggiate sui social. Ma rispetto alle guerre precedenti il consenso si è sgretolato più velocemente .Anche se non sta soffrendo come a Gaza o in Libano, lapopolazione israeliana è stanca di questo stato di guerra permanente, senza alcuna prospettiva all’orizzonte. Già prima del fragile cessate il fuoco si avvertiva una generale avversioneverso questo stato di cose e la situazione è destinata ad aggravarsi con il fallimento dei negoziati di Islamabad. Ed è per questo che dobbiamo continuare a mobilitarci, in Israele come in tutto il mondo, cosa che sta succedendo. Io resto ottimista. Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/04/13/intervista-al-pacifista-israeliano-omri-evron-non-smettiamo-di-mobilitarci-in-israele-e-in-tutto-il-mondo/     Daniela Bezzi
April 13, 2026
Pressenza
Crisi energetica a Cuba: le necessità umanitarie persistono nonostante la fornitura di combustibile
Il rappresentante dell’ONU nel paese avverte sull’impatto “sistemico e sempre più grande” della crisi energetica, che colpisce il sistema sanitario, l’accesso all’acqua, gli alimenti e il trasporto. L’isola è da più di tre mesi senza combustibile sufficiente. Questo lunedì il coordinatore dell’ONU residente a Cuba, Francisco Pichón, ha avvertito sul deterioramento della situazione umanitaria nel […]
Sostegno agli appelli per la pace di Papa Leone
Ci scrive il Presidente della Comunità Giovanni XXIII, fondata nel 1968 da d. Oreste Benzi «Sento l’urgenza di esprimere pieno sostegno agli appelli per la pace lanciati da Papa Leone XIV. In particolare a fronte delle inaccettabili dichiarazioni del presidente statunitense Trump che ha etichettato il Pontefice come un “debole”. Scambiare la mitezza per debolezza è un errore tipico di chi misura la realtà esclusivamente attraverso il filtro della potenza militare ed economica». E’ quanto dichiara Matteo Fadda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito alle dichiarazioni contro il Papa da parte del presidente statunitense. «La costruzione della vera pace non si impone con le armi – continua Fadda –, ma si costruisce coinvolgendo prima di tutto chi la guerra è costretto a subirla. Questa è l’esperienza tangibile che viviamo ogni giorno attraverso i volontari di Operazione Colomba, il nostro Corpo nonviolento di pace, che operano in vari contesti di conflitto armato. E’ possibile passare da relazioni di forza alla forza delle relazioni, condividendo la vita con le persone che vivono sotto assedio e che cercano un’alternativa alla violenza». Fadda cita poi un volontario di Operazione Colomba dall’Ucraina che oggi ha scritto: «C’è una meravigliosa canzone scritta circa duemila anni fa da una ragazza ebrea palestinese di nome Maria, la quale ci ricorda che la vera giustizia “ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili”. Purtroppo, ciò che vediamo oggi nell’azione di figure come Trump, Putin o nelle dittature in Iran è l’esatto opposto: il tentativo sistematico di rovesciare gli umili per innalzare i potenti. Si ergono a leader forti ma si dimostrano incapaci di alzare lo sguardo oltre i propri interessi personali e nazionali. È evidente a tutti che una pace costruita su queste basi opportunistiche semplicemente non funziona». «Come ci ha sempre insegnato don Oreste Benzi, per rivoluzionare questo mondo, dobbiamo partire dagli umili – conclude Fadda –, da coloro che portano sulle spalle un peso tremendo, costretti a una vita impoverita e senza prospettive. Il nostro primo imperativo deve essere chiederci come possiamo determinare un cambiamento concreto nella vita di queste persone, qual è la nostra responsabilità e quali azioni possiamo mettere in campo. La via del dialogo umile e perseverante indicata dal Santo Padre mi convince, quella della violenza dei potenti mi atterrisce». Redazione Italia
April 13, 2026
Pressenza
UNGHERIA: PETER MAGYAR “EUROPEISTA PER NECESSITÀ”, NON È GARANZIA PER GLI ANTIFA IN CARCERE
Vittoria elettorale schiacciante per Peter Magyar, leader del partito conservatore “del rispetto e della libertà – Tisza“, che con il 53,2% dei voti ottiene i due terzi dei seggi in parlamento e potrà quindi modificare la Costituzione; secondo classificato e grande sconfitto Viktor Orbán che, con la lista Fidesz-KDNP, riceve 55 seggi grazie al 38,2% dei voti. Terzo e ultimo partito ad entrare in parlamento è la destra radicale del “Movimento patria nostra”, che con il 5,8%, ottiene 6 seggi. Dentro le istituzioni ungheresi “nulla rimane della sinistra” della Coalizione Democratica di Klára Dobrev, che non ha superato il 5% di sbarramento previsto dalla legge elettorale. Escluso anche il Partito del Cane a Due Code (Mkkp). L’Ungheria si è recata alle urne mentra affronta “una grave crisi economica” ed è alle prese con un pesante deficit pubblico, pari a 9 miliardi di euro. Sono questi i fattori principali che hanno spinto il partito vincitore alle elezioni “Tisza”, quello “del rispetto e della libertà” di Peter Magyar, ad assumere un atteggiamento filo europeista. Per far fronte al pesante indebitamento del paese, il nuovo governo dovrà necessariamente riuscire a sbloccare i finanziamenti provenienti dall’Unione Europea, bloccati dalle strategie “veto non veto” messe in pratica per anni da Orbán. Da non dimenticare però che il leader Peter Magyar resta esponente della destra conservatrice, “un patriota che vuole fare gli interessi del suo paese, che in questo momento storico coincidono con quelli dell’Unione Europea”. Tutto da capire anche l’evolversi delle relazioni Ungheria-Russia, dato che il paese magiaro è restato, a livello energetico, fortemente dipendente dalla Russia. Nonostante le sanzioni imposte da Bruxelles infatti, Budapest continua ad importare “gas e petrolio per circa il 92% del proprio fabbisogno”. Abbiamo intervistato Aurora Floridia, senatrice dei Verdi del Sudtirolo – Alto Adige e osservatrice elettorale in Ungheria per il Consiglio d’Europa. Ascolta o scarica Altra analisi del voto con Simona Nicolosi docente di storia delle relazioni internazionali e dottoranda per l’Università di Seghedino, in Ungheria. Ascolta o scarica Quali cambiamenti reali possiamo attenderci? Si apriranno spazi di agibilità nuovi per la sinistra e per gli e le antifascisti ungheresi? Le riflessioni di Elia Rosati, ricercatore di Storia contemporanea alla Statale di Milano, studioso delle destre europee e nostro collaboratore Ascolta o scarica In contemporanea alla sconfitta di Orban, arriva la parola fine sulla vicenda giudiziaria che vede imputata a Budapest l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis. Il tribunale ungherese le ha comunicato l’archiviazione del processo a suo carico. “Questa archiviazione avviene a seguito del voto sull’immunità e non da un cambio di orientamento dei giudici”, chiarisce la campagna Free All Antifas. “Nulla è cambiato quindi per i processati in tutta Europa, per Maja T in carcere da oltre 600 giorni e per le richieste di estradizione di Gino e Zaid. Paradossalmente, aggiungono compagne e compagni, “il fatto che Magyar sia più gradito all’UE potrebbe rendere più facili le estradizioni”. Per questo, prosegue il comunicato, oggi è “ancora più importante rilanciare il percorso di solidarietà per tutte le persone coinvolte a partire dall’udienza di mercoledì 15 aprile a Parigi”. In conclusione, “la notte è ancora lunga”, come titola un articolo pubblicato dal blog Free All Antifas, di cui fa parte anche un compagno che ci espone la loro analisi sulla sorte di antifasciste e antifascisti rinchiusi nelle carceri ungheresi ed europee e rilancia con le prossime iniziative di piazza. Ascolta o scarica  
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto

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