L’istruzione è un diritto sancito dalla Costituzione: “Fermiamo quel decreto!”DA UNO DEI QUARTIERI PIÙ INTERCULTURALI D’EUROPA, L’ESQUILINO DI ROMA, DOVE DA
OLTRE VENT’ANNI HA PRESO FORMA UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI SCUOLA APERTA
PARTECIPATA, NASCE UN APPELLO DOPO L’APPROVAZIONE DEL DECRETO SCUOLA.
Si rivolge al presidente della Repubblica e ai parlamentari e alle parlamentari
per chiedere un attento esame delle nuove disposizioni “alla luce dei principi
costituzionali di pari dignità, uguaglianza e diritto all’istruzione… Siamo di
fronte, ai nostri occhi, a una versione contemporanea della logica delle leggi
razziali…”.
Come redazione di Comune-info/Territori Educativi invitiamo altri istituti
comprensivi, comitati genitori e associazioni genitori a farlo circolare il più
possibile e ad aderire.
Quanto raccolto sarà messo a disposizione del Comitato Genitori dell’Istituto
comprensivo Daniele Manin e dell’Associazione Genitori Di Donato.
> Care comunità scolastiche,
>
> come Comitato Genitori dell’Istituto comprensivo Daniele Manin di Roma e
> Associazione Genitori Di Donato, vi invitiamo ad aderire all’appello rivolto
> al Presidente della Repubblica e al Parlamento contro le disposizioni del
> decreto-legge sulla scuola che limitano la presenza nelle classi di una parte
> degli alunni con cittadinanza non italiana.
>
> Chiediamo una scuola aperta a tutte e tutti, con risorse adeguate ai bisogni
> reali: insegnanti, sostegno linguistico, tempo pieno, edifici sicuri e
> continuità didattica. Vogliamo far sentire insieme la voce di chi vive la
> scuola ogni giorno e rifiuta che bambine e bambini siano divisi in base alla
> cittadinanza.
>
> Vi chiediamo di condividere l’appello nelle vostre scuole e di comunicarci
> l’adesione scrivendo a comitato.genitori.didonato.manin@gmail.com, indicando
> il nome del comitato, dell’associazione, dell’organismo o del gruppo aderente,
> la scuola, la città e un recapito.
>
> Un caro saluto,
>
> Comitato Genitori dell’Istituto comprensivo Daniele Manin – Roma
>
> Associazione Genitori Di Donato
Appello al Presidente della Repubblica e al Parlamento contro il decreto legge
sulla scuola
Al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
Alle Deputate e ai Deputati e alle Senatrici e ai Senatori della Repubblica
Siamo mamme e papà di bambine e bambini che frequentano l’istituto comprensivo
Daniele Manin, a Roma, che comprende la scuola dell’infanzia e primaria Di
Donato.
Dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto-legge sulla
scuola, sentiamo il dovere di rivolgerci a voi e di prendere pubblicamente
posizione.
La soglia del 30 % prevista per una parte degli alunni con cittadinanza non
italiana introduce una distinzione tra bambini nell’organizzazione della scuola
pubblica.
Nelle parole con cui la Presidente del Consiglio ha annunciato la misura, questa
distinzione è ancora più esplicita: i bambini italiani non dovrebbero diventare
«minoranza» nella propria classe.
Si indica così la presenza di altri bambini come qualcosa da contenere perché i
primi possano continuare a sentirsi maggioranza.
Siamo di fronte, ai nostri occhi, a una versione contemporanea della logica
delle leggi razziali: l’autorità pubblica traccia una linea tra persone,
attribuisce loro un’appartenenza e fa discendere da quella classificazione un
diverso trattamento.
Proprio la memoria di quella storia ci impone di riconoscere il momento in cui
una distinzione del tutto arbitraria e mortificante della dignità e
dell’identità dei bambini viene rappresentata al contrario come una ragionevole
e ottimale gestione della vita comune.
Ci si è sempre domandati come sia stato possibile arrivare alle leggi razziali
in Italia. Eppure ci sembra purtroppo di assistere in questi giorni a una
replica di quella deriva nefasta.
E c’è una storia ancora più vicina, che riguarda le nostre famiglie. Nel secolo
scorso i figli degli emigrati italiani venivano esclusi dalle scuole per bianchi
nel Sud degli Stati Uniti; in Svizzera i figli dei lavoratori stagionali
vivevano nascosti o finivano nelle classi speciali; in Germania sono stati a
lungo relegati nelle scuole differenziali perché non parlavano ancora il
tedesco.
Oggi l’Italia rischia di riservare ai figli di altri lo stesso trattamento
subito dai figli dei nostri nonni.
Nella nostra scuola i bambini e le bambine non sono quote da distribuire.
Alcuni hanno la cittadinanza italiana, altri no; alcuni sono nati qui, altri
sono arrivati dopo; molte famiglie hanno storie che attraversano più paesi e più
lingue.
Una classificazione giuridica non dice quanto una bambina conosca l’italiano,
quali sostegni le servano, quali legami abbia costruito con i compagni.
La cittadinanza non impedisce che un nome, un’origine familiare o il colore
della pelle espongano un bambino allo sguardo di chi continua a considerarlo
straniero.
Il Governo sostiene che la norma riguardi la lingua. Ma il decreto non misura la
conoscenza dell’italiano: conta i passaporti. Un bambino con cittadinanza
straniera nato a Roma, che parla italiano da sempre, rientra nel tetto se non ha
frequentato due anni di scuola dell’infanzia, che non è obbligatoria; un bambino
con cittadinanza italiana che non parla italiano, invece, no. Se il problema
fosse davvero la lingua, si investirebbe nell’insegnamento dell’italiano, non si
fisserebbero quote in base alla cittadinanza.
Sappiamo che le scuole hanno bisogno di strumenti per insegnare l’italiano a chi
arriva senza conoscerlo. Sappiamo anche che la povertà, la segregazione
abitativa e la diseguale distribuzione delle risorse pesano sulla vita
scolastica.
Queste sono però responsabilità della politica: richiedono insegnanti,
mediazione linguistica, tempo pieno, servizi e investimenti per restituire
sostanza ai diritti sociali.
Se alcune scuole, più di altre, si trovano a dover affrontare una maggiore
complessità linguistica, sociale e abitativa, la domanda dovrebbe essere
un’altra: quali risorse servono a quelle scuole per garantire a tutti
un’istruzione di qualità?
Chiediamo dunque che alle scuole vengano assegnate risorse in base ai bisogni
effettivamente rilevati e non alla cittadinanza degli alunni.
La scuola è aperta a tutti e la Repubblica ha il compito di rimuovere gli
ostacoli che impediscono il pieno sviluppo delle persone. È proprio a scuola che
bambini e bambine possono costruire relazioni oltre le divisioni che la politica
vorrebbe imporre loro.
Colpisce anche che, sotto il titolo dell’«integrazione», un articolo del decreto
metta insieme la segnalazione ai servizi sociali delle famiglie in cui i
genitori non conoscono abbastanza l’italiano, l’obbligo per loro di conseguire
una certificazione linguistica e il divieto di partecipare alle attività
scolastiche con il volto coperto, punito con sanzioni anche ai genitori: una
logica di controllo e sanzione, non di sostegno. Ed è una logica
contraddittoria. Il decreto-legge n. 20 del 2023, il cosiddetto decreto Cutro,
ha eliminato i corsi di italiano dai centri di accoglienza per chi chiede
protezione; ora si pretende che i genitori imparino la lingua in fretta, con
percorsi da realizzare «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica».
Rifiutiamo inoltre che, nello stesso discorso politico, la composizione delle
classi venga accostata alla libertà delle bambine e delle ragazze, come se una
soglia per gli alunni con cittadinanza non italiana e un divieto del volto
coperto potessero, di per sé, garantire quella libertà. La libertà di tutte le
bambine e i bambini richiede politiche pubbliche capaci, anche attraverso la
scuola, di contrastare ogni pratica sessista e razzista con ascolto, sostegno e
spazi di autodeterminazione, quali che siano la religione e le tradizioni delle
loro famiglie.
Il decreto interviene sul volto coperto; il dibattito politico che lo accompagna
è un tema che non può essere affrontato con la decretazione d’urgenza, poiché
merita una discussione pubblica ampia, con tempi e prospettive che partano dalla
voce delle donne, delle bambine e delle ragazze e dall’esperienza di chi lavora
nelle scuole e per la libertà e i diritti di tutte le donne.
Le urgenze della nostra scuola sono altre.
Partendo dal nostro piccolo esempio: da quattro anni l’edificio della scuola Di
Donato, a Roma, è interessato da lavori di adeguamento sismico che non si
concludono, con disagi quotidiani per bambine, bambini e insegnanti; la scuola
dell’infanzia attende ancora di riavere i propri spazi e il proprio cortile.
Molti dei nostri docenti arrivano da altre regioni e scelgono la nostra scuola
per la vicinanza alla stazione Termini: vivono da pendolari, perché a Roma non
trovano una casa che possano permettersi e dopo un anno molti rinunciano.
Ci servono un edificio finito e sicuro e un corpo docente stabile, non un tetto
alla presenza di alcuni bambini nelle classi.
E non siamo un’eccezione. In Italia solo due scuole su cinque sono accessibili
alle bambine e ai bambini con disabilità motoria; più di nove edifici su dieci
non hanno sistemi di raffrescamento e anche quest’anno, in molte città, il
rientro in classe è stato rinviato o ridotto per il caldo; l’anno scolastico si
regge su circa 118 mila supplenze; la dispersione scolastica, pur in calo, resta
molto alta in alcune aree del Paese.
Eppure, lo stesso decreto, quando si occupa di edilizia scolastica, si limita a
prorogare le procedure per i cantieri del PNRR, senza stanziare nuove risorse.
Per questo riteniamo che le norme sulla composizione delle classi rispondano a
un intento propagandistico, più che a un’esigenza reale della scuola.
Si ricorre alla decretazione d’urgenza ad anno scolastico iniziato per una
misura che si applicherà alle classi prime solo dal 2027/28. Si dichiara di
voler intervenire sulla lingua, ma si usa come criterio la cittadinanza. E il
Governo non ha reso pubblico alcun dato: in quante scuole queste norme avrebbero
effetto, e quante lo hanno chiesto? Quanti docenti rinunciano ogni anno a un
incarico fuori regione perché non trovano un alloggio? Quanti edifici scolastici
sono oggi a norma?
Siamo dinanzi a un’emergenza costituzionale perché vengono messi in discussione
la pari dignità delle persone, l’uguaglianza sostanziale e il principio secondo
cui la scuola è aperta a tutti.
Per questi motivi, chiediamo al Presidente della Repubblica di esercitare le
proprie prerogative di garanzia nell’esame del decreto-legge, valutando con
particolare rigore la compatibilità delle disposizioni sulla composizione delle
classi con
* l’articolo 3 della Costituzione, che afferma la pari dignità e affida alla
Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza,
* con l’articolo 34, secondo cui «la scuola è aperta a tutti».
Chiediamo che sia valutata anche la sussistenza dei presupposti straordinari di
necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77.
Qualora il Parlamento dovesse approvare una legge di conversione con le
disposizioni proposte dal Governo, chiediamo al Presidente di considerare
l’esercizio del potere di rinvio motivato alle Camere previsto dall’articolo 74
della Costituzione.
Chiediamo alle Deputate e ai Deputati, alle Senatrici e ai Senatori di non
convertire norme che distinguono gli alunni in base alla cittadinanza e al loro
percorso precedente.
Chiediamo di ascoltare le comunità scolastiche e di sopprimere le disposizioni
che fissano una soglia per la presenza di alcuni bambini nelle classi.
Gli articoli 3 e 34 indicano un’altra direzione: garantire a ciascuno e ciascuna
il diritto di frequentare la scuola e investire le risorse necessarie perché
quel diritto sia effettivo.
Non accetteremo che nella scuola della Repubblica un bambino debba domandarsi da
quale parte della linea sarà contato.
Roma, 25 settembre 2026
Comune-info