[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi
Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere? Fonte Hanin Majadli – 19 agosto 2026 Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane … Leggi tutto "Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi" L'articolo Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi proviene da Invictapalestina.
August 20, 2026
Invictapalestina
Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani
Da Sde Teiman ai sospetti terroristi ebrei, Honenu fornisce supporto legale ai più noti estremisti israeliani, coltivando al contempo legami politici. Fonte Di Jessica Buxbaum – 19 agosto 2026 Nel 2025, la società israeliana è stata coinvolta in un acceso dibattito dopo la diffusione pubblica di un video che mostrava guardie israeliane violentare una detenuta … Leggi tutto "Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani" L'articolo Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani proviene da Invictapalestina.
August 20, 2026
Invictapalestina
Portogallo, promulgata la “legge del burqa”
Anche in Portogallo sarà proibito circolare a viso coperto: lo stabilisce la legge promulgata ieri dal presidente António José Seguro, dopo l’approvazione da parte del Parlamento, lo scorso 17 luglio. Secondo quanto dichiarato dal capo di Stato, la norma sarebbe in linea con alcune sentenze emesse dalla Corte Europea per i Diritti Umani, con la quale il presidente condivide «la convinzione» che l’identificazione del volto sia «fondamentale per l’identità e la comunicazione umana». The post Portogallo, promulgata la “legge del burqa” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici
«Ciò che è tossico per noi, è tossico per tutti». Sulla base di questo principio, centinaia di attivisti provenienti da tutta Europa si sono radunati davanti allo stabilimento dell’azienda chimica Cheminova di Harboøre, in Danimarca, per bloccare le spedizioni di pesticidi vietati nell’Unione Europea verso Paesi terzi. La protesta rientra nel più ampio raduno internazionale Break the Chain, organizzato in Danimarca dalla Nordic Climate Justice Coalition per contestare le attività di alcune aziende danesi e le loro catene di approvvigionamento, accusate di contribuire a forme di sfruttamento ambientale e sociale. Durante l’azione, gli attivisti hanno bloccato i camion in uscita dai cancelli dello stabilimento e sono tornati a chiedere il divieto di esportazione verso Paesi terzi di pesticidi il cui utilizzo è vietato nell’UE per i loro rischi per la salute e l’ambiente. Cheminova è un’azienda danese attiva nel settore chimico, recentemente acquisita dal colosso agrochimico statunitense FMC. Gli attivisti la indicano come simbolo di un modello che, a loro avviso, delocalizza oltre i confini nazionali ed europei i costi ambientali e sanitari della produzione di sostanze vietate nell’UE. L’azienda, sostengono, è conosciuta «in Danimarca per i numerosi disastri ambientali causati dai suoi stabilimenti» e rappresenterebbe un «modello di greenwashing da smantellare». «Oggi la Danimarca produce pesticidi così tossici da essere illegali nell’UE che vengono esportati nei Paesi del Sud del mondo, dove le loro conseguenze distruttive sono ben documentate», scrivono gli attivisti. «In Paesi come Argentina, Sud Africa, Pakistan e Filippine, gli agricoltori muoiono ogni giorno come conseguenza diretta di questi pesticidi». Secondo gli stessi attivisti, anche alcuni ministri dell’Ambiente danesi avrebbero in passato criticato questo modello, senza tuttavia riuscire a regolamentarlo. Alla luce di queste accuse, gli attivisti hanno portato avanti una lunga protesta contro le attività dello stabilimento: dopo aver manifestato per giorni davanti alla fabbrica di Harboøre, sono arrivati a bloccarne le esportazioni. Alcuni di loro, inoltre, sono entrati nell’area dello stabilimento e hanno prelevato campioni di terreno per verificare l’entità della contaminazione del suolo circostante, che secondo gli attivisti non sarebbe stata ancora adeguatamente mappata. «Abbiamo in programma di inviare i campioni all’Università di Aarhus e chiedere che li analizzino. Dopotutto, l’università ha posseduto la fabbrica per 50 anni e ne ha ricavato una fortuna, ma non ha contribuito praticamente per nulla allo sforzo di pulizia», si legge nel comunicato della campagna. Gli attivisti chiedono alle istituzioni di vietare l’esportazione di pesticidi tossici verso Paesi terzi e di predisporre un piano a lungo termine per la chiusura di Cheminova, che affronti «il grave inquinamento intergenerazionale nella zona» garantendo al contempo ai lavoratori un’occupazione etica e sostenibile sul piano economico, produttivo e ambientale. Alla protesta hanno partecipato persone provenienti da diversi Paesi europei, tra cui esponenti di movimenti ambientalisti italiani, come la sezione di Extinction Rebellion del Belpaese. L’iniziativa si inserisce nella più ampia campagna Break the Chain, che ha organizzato un raduno di due settimane coinvolgendo migliaia di attivisti da tutto il mondo, con l’obiettivo di costruire una rete, condividere competenze e conoscenze e promuovere iniziative comuni. Il raduno è stato inaugurato lo scorso 7 agosto e terminerà domani, 21 agosto. La campagna punta a contestare le multinazionali danesi accusate di sfruttare territori indigeni, inquinare le acque del Paese, contribuire al genocidio in Palestina e alimentare l’espansione dell’industria dei combustibili fossili. Tra le iniziative organizzate c’è stata anche una manifestazione, la prima nel suo genere, davanti alla raffineria petrolifera di Kalundborg. Secondo gli attivisti, la struttura copre circa il 15% del fabbisogno energetico della Danimarca e rappresenta quindi «l’esempio più chiaro della dipendenza danese dai combustibili fossili, una dipendenza che aggrava il collasso climatico globale». Gli attivisti hanno chiesto il ridimensionamento dell’industria fossile danese, lo stop alle nuove concessioni petrolifere e, ancora una volta, «la garanzia di un lavoro verde per i lavoratori del settore fossile». The post In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale a un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si auto-avverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo a una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologia necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo; basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». [1] J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008.   Michele Lucivero
August 20, 2026
Pressenza
Kidnappeur: il figlio bastardo della frontiera
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Il kidnappeur è il figlio bastardo della frontiera, che nasce dal suo blocco e che cresce dove le strade finiscono e le persone perdono ogni diritto. Il kidnappeur nasce lungo la frontiera, dove le lingue si mescolano come le piste nel deserto. Compare quando il viaggio si interrompe, quando la persona smette di essere viaggiatore e diventa merce. Il vive negli spazi lasciati aperti dalla chiusura delle rotte: tra arresti, deportazioni, passaggi clandestini e ritorni forzati. Ombra che cresce accanto alla frontiera quando la mobilità viene resa impossibile. Per gli aventurier, il kidnappeur rappresenta il momento in cui il viaggio perde ogni promessa:  al mare da attraversare e alla meta da raggiungere si sostituisce l’attesa di una telefonata, di un riscatto, di una liberazione incerta. KIDNAPPEUR a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova. Entrambi. Kidnappeur è una parola bastarda, nata al crocevia tra due lingue – inglese e francese – e diffusa tra gli aventurier di diverse nazionalità. Corre di bocca in bocca, come un sussurro. Porta con sé l’eco di catene arrugginite, di telefoni che squillano a migliaia di chilometri, di famiglie terrorizzate. Descrive il sequestro di persona operato a scopo di riscatto da tunisini o altri migranti subsahariani, e spesso implica l’esercizio di varie forme di violenza e tortura sulle persone sequestrate. Arriva dalla Libia, dove l’economia del sequestro prospera da anni. A partire dal 2023, con la chiusura della porte de la mer (la diminuzione drastica delle partenze dalla Tunisia verso l’Italia) per l’intensificarsi delle intercettazioni in mare e delle deportazioni nel deserto, ha preso forma un nuovo mercato: quello dei sequestri degli aventurier. Il meccanismo non è così diverso da quanto descritto riguardo la frontiera libico-tunisina nel rapporto State Trafficking. Tutto parte dalle deportazioni operate dalla Garde Nationale in questo caso dirette non verso la Libia ma verso l’Algeria. Al centro c’è sempre la riduzione in schiavitù dei migranti, la loro vendita, la richiesta di un riscatto alle famiglie per la liberazione. Il sistema è il seguente: dal porto o dal carcere di Sfax, la Garde Nationale carica le persone da deportare su grandi bus e le abbandona in una zona di confine in Tunisia lungo la strada P13. Di fronte si trova la città algerina di Tebessa. Come fosse una delle città invisibili di Calvino, le sue strade sembrano condurre alla libertà ma portano a prigioni invisibili. Qui infatti i deportati sono costretti a rivolgersi a una rete di traffico per trovare un luogo dove dormire e per usare i servizi di trasporto. I taximafia e altri mezzi informali giocano un ruolo importante produzione dei video e la comunicazione con le famiglie nella logistica dei sequestri: permettono di riattraversare la frontiera e fare ritorno a Sfax. Sembrano passaggi offerti per carità ma ogni corsa può divenire un ritorno all’inferno, perché una volta arrivate le persone rischiano di essere rivendute e deportate in un arcipelago di prigioni clandestine, gestite da tunisini e da altri migranti black. Come nel caso degli arnaqueur che vendono falsi viaggi (si veda Arnaqueur) o per i cokseur che rubano i soldi dei passeggeri (si veda Cokseur), anche nel caso dei kidnappeur è all’opera un sistema di segnalazione e di messa all’indice: si rende pubblico ovvero che quel taximafia tunisino – con un nome, un telefono, una foto – lavora con i kidnappeur, oppure che quel tal migrante – con una nazionalità, un’età, un nome e una foto – è parte della rete dei sequestri. Kidnappeur non è quindi un individuo ma un sistema economico operato da una rete di soggetti: taxisti, guardiani di prigioni domestiche, proprietari tunisini di case messe a disposizione, operatori del passaggio della frontiera dal lato algerino. Pierre Bourdieu parlava di «circolarità della violenza», ovvero di come la violenza strutturale si ripercuota sempre in violenza interpersonale. In tal senso il kidnappeur è figlio dell’economia e della violenza della frontiera; è il fratello oscuro del passeur, il gemello cattivo del cokseur. Nessuno lo ha voluto ma eccolo lì: vive e cresce dove le mappe sanguinano. Come nel caso dei viaggi in toba, anche il sequestro e la detenzione informale in Tunisia costituiscono un terreno di cooperazione fra soggetti diversi – les arabes e i black: i primi garantiscono l’infrastruttura del trasporto e la messa a disposizione dei luoghi di detenzione; i secondi si occupano di gestire la violenza sugli ostaggi, la KIDNAPPEUR paesi di origine. Lo sviluppo recente di questo mercato avvicina sempre più, nella gestione dell’«oro nero», la Tunisia alla Libia (si veda Or noir). Gli aventurier associano il kidnapping a una forma di tratta, in cui il ruolo delle autorità tunisine è laterale ma fondamentale: forniscono risorse umane – secondo alcuni in cambio di una percentuale – a un mercato informale che si sviluppa grazie ai volumi degli arresti e delle deportazioni. È la stessa musica; solo sono cambiati lo strumento e il contesto: là le sabbie libiche, qui le strade di Sfax. La partitura però è identica: uomini presi, rivenduti. Consumati come merci di fronte a un continente che ascolta, fingendo di non sentire, e che chiama tutto questo «ordine pubblico», o «esternalizzazione delle frontiere». ESEMPI DAL CAMPO Il kidnapping è un lavoro fra tunisini e migranti subsahariani. I taxi mafia ti prendono alla frontiera se non hai soldi e ti portano nei bunker a Sfax dove sono stoccate le persone. I tassisti ti vendono per centocinquanta euro agli arabi e ad altri neri. Rimani là, e ti chiedono cinquecento, settecento o anche mille euro per uscire. È una vendita, passo dopo passo. I neri kidnappeur sono gli ultimi acquirenti nella catena. Alcuni prigionieri subiscono torture, con i coltelli, con i bastoni o i machete e poi i video vengono mandati alle famiglie, un po’ come in Libia, ma a Sfax. La polizia sa dove sono le prigioni informali, la polizia porta i deportati ai trafficanti, è un deal. Ma è nascosto. È un sistema legalizzato, nell’ombra. La vendita in Tunisia è gestita dalle autorità. Ma c’è sempre bisogno di un nero. Sono dei banditi i neri che partecipano a questo lavoro. Il nero è utilizzato anche come comunicatore ma è una catena in cui c’è sempre un arabo. I neri sono dei banditi già nei loro paesi, dei maledetti, che si permettono di sequestrare i loro fratelli. È a causa di queste persone che l’avventura è diventata difficile. intervista con William, corrispondente del giornale delle rotte Tebessa, frontiera Algeria-Tunisia. Attenzione! Un kidnappeur di Te bessa è in Tunisia. Soprannome: Generale; Nazionalità: Guinea. Ha torturato molti passeggeri deportati dalla Tunisia. Chiede i riscatti alle famiglie. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel, con foto del kidnappeur e indicazioni delle sue reti sociali
A Carloforte il concerto-tributo per Guccini e De André si schiera con la Palestina
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza di Laura Bendinelli del Presidio per la Palestina di Carloforte, in Sardegna. Lunedì 17 agosto noi del Presidio per la Palestina di Carloforte, nell’isola di San Pietro in Sardegna, eravamo presenti al concerto-tributo per Guccini e De André. Sul palco Ellade Bandini, Flaco Biondini,  Andrea Parodi Zabala, Alex Valle, Riccardo Maccabruni, Michele Guaglio e la bandiera della Palestina. Un grande, indimenticabile concerto, che è stato anche un sostegno per il nostro presidio. Nelle note di “Dio è morto” è stata aggiunta dopo la strofa sui campi di sterminio una frase sui bambini morti a Gaza! Girava un’aria di grande città la sera nella zona del porto. Centinaia di persone erano venute per stare insieme, ascoltare la musica e anche per puntare la luce sulla drammatica situazione umanitaria a Gaza. Bandiere palestinesi sventolavano al ritmo della percussione, accompagnate dalle melodie di un futuro migliore con solidarietà e dei valori giusti. E’ stato bello vedere uniti qui in questo piccolo mondo in mezzo al Mediterraneo bambini ad anziani. Magari qualcuno si porta dietro questo gesto e inizia a riflettere su quello che sta succedendo nel mondo, che solo noi tutti insieme possiamo cambiare – volendolo e uscendo dalla nostra comfort zone – dal cambiamento climatico alle guerre completamente inutili. Noi possiamo farci un’opinione, votare, cambiare, rimanendo critici ma anche creativi e costruttivi. Come quella bellissima notte uniti sotto le stelle. Per un attimo ci è sembrato di stare nell’ombelico del mondo, con la speranza all’orizzonte.   Redazione Italia
August 20, 2026
Pressenza
Roma in movimento per la pace: dal 17 settembre al 3 ottobre arriva la 4ª Marcia Mondiale
Dal 17 settembre al 3 ottobre 2026, Roma si trasforma in una delle capitali globali della mobilitazione pacifista ospitando le tappe della 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. L’iniziativa internazionale punta a costruire un’alternativa concreta alla militarizzazione e alla guerra attraverso un fitto programma diffuso sul territorio capitolino. Il percorso ha ricevuto il patrocinio dell’Assessorato alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale e il supporto accademico di atenei quali la Sapienza, Link Campus, UPEACE e RUNIPACE. Circa cinquanta organizzazioni locali e nazionali hanno aderito alla manifestazione per stimolare il dibattito pubblico sulla riduzione delle spese militari e sulla giustizia sociale. Il Programma degli eventi romani 17 settembre: La presentazione alla città Il percorso si apre ufficialmente con la conferenza stampa di presentazione dei dettagli del programma, ospitata presso la sala stampa dell’Ordine dei Giornalisti a Roma. 21 settembre: Apertura e collegamento globale In occasione della Giornata Internazionale della Pace, la sede della University for Peace delle Nazioni Unite (UPEACE) ospita l’apertura formale delle attività romane con una conferenza stampa. Successivamente è previsto un tavolo di confronto interreligioso e un collegamento simultaneo in diretta con altre otto città sparse nei vari continenti. Al termine, un corteo raggiungerà la Basilica di Santa Maria Maggiore per portare omaggio alla tomba di Papa Francesco. 26 settembre: Sport, riflessione geopolitica e cultura La mattina vede la pace mettersi in movimento da Ponte Milvio: alle 9:30 partono i camminatori e i canoisti lungo il Tevere, seguiti alle 10:30 dai ciclisti. I tre flussi convergono a Piazza del Popolo alle 12:00 per un flash mob collettivo. Il pomeriggio si sposta a Palazzo Valentini con il seminario economico e politico “Agenda 2030 versus Prontezza 2030 – Sviluppo sostenibile o economia di guerra: su quale futuro l’UE intende investire?”, promosso dall’Associazione Beni Comuni Stefano Rodotà OdV. Il panel analizza l’impatto del riarmo sui bilanci di sanità e istruzione, basandosi sulle teorie di “pace positiva” di Johan Galtung. Tra i relatori figurano: Giorgio Parisi (Premio Nobel per la Fisica): il ruolo della scienza e dell’intelligenza artificiale. Sergio Bellucci (UPEACE): i rischi legati ai sistemi d’arma autonomi. Stefania Maurizi (Giornalista): lo stato delle armi nucleari statunitensi in Italia. Alessandro Giannì (Greenpeace Italia) e Gaetano Benedetto (WWF): l’interconnessione tra crisi climatica, guerre e Green Deal. Cinzia Pettini (Emergency) e Antonella Trocino (Comitato Promotore): le mobilitazioni civili e le politiche di transizione ecologica giusta. La sera, dalle 18:00 alle 22:00, il Parco delle Stelle di Largo Settimio Passamonti a San Lorenzo ospita la Festa dell’Inter-Cultura 2026 “Alla scoperta dell’Umano”, curata da Energia per i Diritti Umani APS e Diritti al Cuore ODV. L’evento a ingresso gratuito offre mostre sui costruttori della nonviolenza, performance e giochi aperti alla cittadinanza. 2 ottobre: Le scuole in Campidoglio In concomitanza con la Giornata Internazionale della Nonviolenza indetta dall’ONU, la piazza del Campidoglio si riempie con gli studenti delle scuole romane. Guidati dal team di Scuole in Marcia, i ragazzi partecipano a un’iniziativa pubblica culminante nella composizione coreografica del simbolo della nonviolenza.   Il Festival della Nonviolenza Attiva (2-3 ottobre) Dal Campidoglio le attività si spostano nello spazio ExtraLibera di via Stamira 5 per la terza edizione del Festival della Nonviolenza Attiva. L’evento, promosso da Energia per i Diritti Umani APS con il sostegno dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese, si sviluppa per la prima volta su due intere giornate a ingresso libero. Il cuore del festival è strutturato attorno a cinque panel tematici specialistici: Migrazioni (Venerdì 2 ottobre, 18:00-20:00): focus sul governo dei flussi e sulla scomposizione dei linguaggi emergenziali. Pace e disarmo (Sabato 3 ottobre, 10:00-12:00): transizione dall’economia bellica alla società della cura. Genere e nonviolenza (Sabato 3 ottobre, 10:00-12:00): confronto tra soggettività plurali e pratiche di liberazione. Ambiente e conflitti (Sabato 3 ottobre, 14:30-16:00 – Aula D. Dolci): approfondimento su crisi ambientale e giustizia climatica. Educazione nonviolenta (Sabato 3 ottobre, 16:00-18:00 – Aula M. Montessori): il ruolo della comunità educante nei modelli relazionali. All’interno del festival trova spazio anche la fiera editoriale Eirenefest, interamente focalizzata sulle presentazioni librarie e gli incontri con autori che trattano i temi della pace e dei diritti umani, con la media partnership di Pressenza. Per informazioni o per inviare l’adesione formale come realtà collaboratrice, è possibile contattare l’organizzazione all’indirizzo email: info@festivalnonviolenza.it. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza
August 20, 2026
Pressenza
Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto
Nel gennaio 2005, Hugh Hefner telefonò più volte all’FBI per denunciare Jeffrey Epstein. Accanto a lui, nella Playboy Mansion, c’era Audra Lynn Christiansen, playmate e Miss ottobre 2003, che sosteneva di essere stata abusata e di essere stata vittima del traffico sessuale del finanziere di Brooklyn. I federali assicurarono che avrebbero indagato, ma non accadde nulla. La donna sarebbe stata contattata dagli inquirenti soltanto 15 anni dopo, nell’ottobre 2020, quando Epstein e lo stesso Hefner erano ormai morti. La storia emerge dalla quarta versione della denuncia Jane Doe et al. v. United States of America depositata il 21 maggio 2026 presso il tribunale federale del distretto meridionale della Florida. Il documento raccoglie le accuse di decine di donne contro il governo statunitense, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, ritenuti responsabili di avere ignorato segnalazioni circostanziate e violato le proprie procedure investigative. Audra Christiansen, nota ai lettori di Playboy come Audra Lynn, aveva 23 anni quando si rivolse a Hefner. Secondo quanto riferito nella causa, Epstein l’avrebbe abusata e resa vittima del suo traffico sessuale, anche consegnandola. La giovane viveva allora nella Playboy Mansion e temeva di poter finire nuovamente nelle mani del finanziere. Hefner le consigliò di contattare l’FBI, ma lei gli chiese di farlo al suo posto: era convinta che il nome e le relazioni del celebre editore di Playboy avrebbero costretto i federali a prenderla sul serio. Hefner chiamò più volte l’FBI. Durante una telefonata del gennaio 2005, ascoltata dalla stessa Christiansen, spiegò all’interlocutore che Epstein aveva abusato della donna e l’aveva coinvolta in un circuito di sfruttamento sessuale. Dall’altra parte arrivò la rassicurazione che le accuse sarebbero prese sul serio ed esaminate. Fidandosi di quella promessa, Christiansen non si rivolse ad altri organismi di polizia. Per quindici anni, sostiene il ricorso, l’FBI non approfondì la segnalazione né interrogò la presunta vittima. Soltanto nell’ottobre 2020, oltre un anno dopo la morte di Epstein in carcere e tre anni dopo quella di Hefner, gli investigatori cercarono Christiansen per chiederle informazioni su quanto aveva denunciato nel 2005. La telefonata di Hefner aveva preceduto di pochi mesi l’indagine della polizia di Palm Beach, avviata dopo la denuncia relativa a una quattordicenne reclutata per un “massaggio” nella villa di Epstein. I detective locali raccolsero testimonianze e materiali, arrivando a identificare numerose ragazze. L’FBI aprì formalmente un fascicolo soltanto nel luglio 2006. Nel 2007, però, il procuratore federale Alexander Acosta stipulò con Epstein il famigerato accordo a porte chiuse di non perseguibilità che lo sottrasse alle accuse federali e protesse anche eventuali complici. Nel 2008, il finanziere si dichiarò colpevole in Florida di reati statali legati alla prostituzione, anche minorile, scontando una pena insolitamente favorevole e beneficiando del regime di semilibertà. Il caso Christiansen è ancora più significativo se inserito nella lunga sequenza delle segnalazioni ignorate. Già nel 1996 Maria Farmer aveva segnalato all’FBI Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Il rapporto federale reso pubblico nel 2025 registrava una denuncia relativa a materiale pedopornografico e alle minacce di Epstein; Farmer sostiene di avere riferito agli agenti anche gli abusi sessuali e l’esistenza di un sistema di sfruttamento di ragazze minorenni. Anni dopo, uno scambio interno all’FBI avrebbe confermato che la segnalazione era finita in uno «zero file», cioè, in un fascicolo al quale non era seguita alcuna azione investigativa. Nel marzo 2005, la polizia di Palm Beach aprì una nuova indagine dopo la denuncia riguardante una quattordicenne. Negli anni successivi emersero ulteriori testimonianze e anomalie finanziarie, senza che il complesso degli elementi raccolti conducesse a un’effettiva incriminazione federale di Epstein. Nel caso di Audra Christiansen non si trattò, dunque, di un singolo errore né della mancanza di una fonte autorevole. Hugh Hefner era uno degli editori più famosi e influenti degli Stati Uniti, padrone di un impero mediatico e uomo abituato a frequentare celebrità, politici e uomini d’affari. La sua figura resta controversa, soprattutto dopo le accuse postume di violenze sessuali, controllo psicologico, uso di droghe e comportamenti coercitivi all’interno della Playboy Mansion, ma nel 2005 mise il proprio nome al servizio della denuncia della playmate. È qui che la vicenda assume un peso politico. Per anni l’impunità di Epstein è stata attribuita al denaro, alle amicizie altolocate e all’efficienza dei suoi avvocati, ma la cronologia restituisce un quadro più grave: omissioni ripetute, segnalazioni ignorate, indagini arenate e promesse d’intervento rimaste senza seguito, troppo numerose e prolungate per essere liquidate come semplice “negligenza”. Se neppure il peso di Hugh Hefner riuscì a scalfire la protezione di cui Epstein sembrava godere, il problema non era la debolezza delle vittime né l’assenza di interlocutori influenti. Era la solidità di un sistema che, per oltre trent’anni, gli consentì di continuare ad agire nonostante le denunce e gli avvertimenti giunti alle autorità. The post Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
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Attacco russo a Kiev: l’Ucraina denuncia 13 morti
La Russia ha lanciato un attacco contro la capitale ucraina Kiev. Il ministero della Difesa russo sostiene di avere colpito l’impianto Fire Point, che produce componenti per droni d’attacco. Secondo le autorità ucraine, invece, l’attacco avrebbe colpito edifici residenziali e magazzini, danneggiando anche un ospedale pediatrico. Kiev riferisce di 13 persone uccise e circa 40 ferite. Il Cremlino non ha ancora commentato le presunte vittime dell’attacco. The post Attacco russo a Kiev: l’Ucraina denuncia 13 morti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Perù. Pronabec: giovani si giocano tutto per le borse di studio per un futuro
La decisione che metterà alla prova se il merito o la povertà definiscono il futuro di migliaia di giovani. Il 18 agosto, decine di borsisti di PRONABEC hanno organizzato un presidio davanti al Ministero dell’Istruzione, accompagnati dai loro genitori e da lavoratori dell’edilizia civile, chiedendo che il ministro José Antonio Chang Escobedo finalmente li ascolti e risponda alle loro proposte. Hanno trascorso la notte in tende sapendo che questo esercizio del loro diritto è minacciato da una recente direttiva del PRONABEC con sanzioni accademiche, ritardi negli studi o persino l’espulsione dalle loro università. Lo fanno per difendere il diritto a continuare a studiare e come cittadini. Questa situazione rivela fino a che punto lo Stato abbia ignorato il contesto di migliaia di studenti in condizioni di vulnerabilità. Il Ministero dell’Istruzione cerca di modificare il quadro normativo che disciplina il Programma Nazionale di Borse di Studio e Credito Educativo (PRONABEC) dal 2020, contenuto nel Regolamento della Legge N° 29837, approvato mediante il Decreto Supremo N° 018-2020-MINEDU. La proposta presentata mediante la Risoluzione Ministeriale N° 365-2026-MINEDU introduce 27 modifiche contestate dagli stessi borsisti. La protesta si verifica poche ore dopo che l’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL) ha emesso una dichiarazione ufficiale respingendo il progetto normativo per eliminare il finanziamento dei corsi ripetuti, inasprire le cause di perdita della borsa di studio e minacciare la libertà di espressione degli studenti. L’associazione ha inoltre chiesto, in una dichiarazione separata, indirizzata al direttore esecutivo di PRONABEC Enrique Roberto Kocyen Chon Yamasato, di garantire un processo di consultazione pubblica trasparente, partecipativo e vincolante prima di approvare qualsiasi modifica. Con il progetto di regolamento ancora privo di una risoluzione definitiva, la pressione cittadina e giuridica, che ora include organizzazioni sociali come l’Acuerdo Histórico Ciudadano (AHC), si concentra su un’unica richiesta: che il Ministero dell’Istruzione risponda lasciando senza effetto tale progetto e aprendo il Dialogo Equo proposto dai giovani, su cosa migliorare nella Legge del PRONABEC. LA DOMANDA A CUI IL MINISTERO PREFERISCE NON RISPONDERE In questa congiuntura è difficile ignorare che in Perù si sta attraversando un momento preoccupante in materia di politiche pubbliche. Mentre il mondo promuove strategie per ampliare l’accesso all’istruzione superiore e ridurre i divari sociali, qui si discutono modifiche che, secondo gli stessi borsisti, potrebbero limitare le opportunità per coloro che ne hanno più bisogno. In questo senso, l’istruzione non può diventare un privilegio riservato a chi nasce con maggiori risorse economiche, poiché è un diritto per il quale si è lottato per anni e uno strumento fondamentale di mobilità sociale. Tuttavia, se in Perù 9 studenti su 10 concludono l’istruzione secondaria senza raggiungere il livello atteso in Matematica o Lettura (secondo la Valutazione Nazionale dei Risultati dell’Apprendimento 2025), e inoltre, più di 1,5 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni vivono in condizioni di povertà (secondo l’ENAHO), la vera domanda non è perché esista PRONABEC. La domanda è: perché si intende indebolire uno dei pochi strumenti che permette di spezzare il circolo della disuguaglianza? SPESA O INVESTIMENTO? IL FONDAMENTO CHE SOSTIENE LE BORSE DI STUDIO Si discute se le borse di studio siano una spesa o un investimento sociale, quando in realtà questa discussione riguarda lo sviluppo dell’intero Paese. Oggi, in larga misura, l’accesso all’istruzione superiore dipende dall’origine socioeconomica e non dal merito, il che costituisce un’ingiustizia strutturale che lo Stato ha l’obbligo di correggere mediante la sua funzione redistributiva, tutelata dalla legge per evitare che i divari sociali continuino a crescere (Stiglitz & Rosengard, 2016). Il mercato può essere efficiente e allo stesso tempo escludere giovani di talento solo per mancanza di risorse, mentre il sistema finanziario non offre crediti accessibili per gli studi, poiché la conoscenza non può essere utilizzata come garanzia di pagamento (Stiglitz & Rosengard, 2016). Per questo, le borse di studio non beneficiano un gruppo particolare di cittadini, ma correggono una disuguaglianza di origine che colpisce l’intera società impedendo il pieno sfruttamento del talento umano (Arrow, 1992, come citato in Stiglitz & Rosengard, 2016). In questo senso, PRONABEC è nato come uno strumento precisamente per compiere questa missione: ridurre il divario tra i giovani di talento che vivono in povertà e coloro che dispongono di condizioni migliori per accedere e completare gli studi superiori. La realtà dimostra che gli studenti provenienti dall’istruzione pubblica affrontano svantaggi accumulati già prima di entrare in un’università. Alla povertà di origine si aggiungono minori risultati di apprendimento, minori probabilità di accedere all’istruzione superiore, maggiori rischi di abbandono e, infine, minori possibilità di mobilità sociale. Pertanto, PRONABEC non rappresenta un beneficio assistenzialista, bensì un investimento pubblico volto a sviluppare il capitale umano di cui il Paese ha bisogno. SI GIOCANO TUTTO: UNA PROTESTA CHE METTE A RISCHIO LE STESSE CARRIERE DEI BORSISTI Oggi, decine di borsisti continuano a campeggiare per difendere ciò che considerano un diritto. Non stanno portando avanti una protesta semplice. Stanno mettendo a rischio la loro salute e le loro stesse carriere. Ogni giorno lontano dalle aule può tradursi in assenze, ritardi accademici, sanzioni e persino compromettere la continuità dei loro studi. Eppure, rimangono lì perché comprendono che questa lotta trascende i loro interessi individuali. Rappresentano più di 67 500 borsisti attivi e migliaia di giovani che vedono nell’istruzione superiore l’unica reale opportunità di cambiare il destino delle loro famiglie. Le richieste dei borsisti sono concrete: * Rinunciare al progetto di Decreto Supremo che modifica il Regolamento della Legge N° 29837, pubblicato mediante la Risoluzione Ministeriale N° 365-2026-MINEDU, considerando che le sue 27 modifiche snaturano la finalità di PRONABEC e ostacolano l’accesso e la permanenza nell’istruzione superiore. * Lasciare senza effetto la Risoluzione Direttoriale Esecutiva N° 119-2026-MINEDU/VMGI-PRONABEC, per la sua ambiguità e per mettere gravemente a rischio gli studenti che protestano contro politiche che colpiscono la loro comunità; in particolare, chiedono di preservare la rappresentanza studentesca attualmente prevista dall’articolo 5, comma j, che tale risoluzione modifica. * Aprire un dibattito al Congresso per rivedere la Legge N° 29837, poiché, secondo quanto riferito da Héctor Chunga, consulente legale dei borsisti, le modifiche strutturali al sistema delle borse di studio devono essere discusse mediante una riforma legislativa e non esclusivamente per via regolamentare o amministrativa. Permettere che si riducano le opportunità di coloro che si impegnano maggiormente per andare avanti non è un fatto isolato: è un ulteriore passo verso il regresso dei diritti di tutte le popolazioni vulnerabili del Paese. Oggi chiudono la porta a un borsista; domani la chiudono a chiunque. Di conseguenza, lo Stato, la cittadinanza e i loro rappresentanti legislativi hanno la responsabilità condivisa di garantire che la povertà non determini il futuro di nessuno. Basta con il taglio silenzioso dei diritti. Jhovana Yauri Redacción Perú
August 20, 2026
Pressenza

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