Noi c’eravamo. Solidarietà ai denunciati del 22 settembre a Milano«BLOCCHEREMO TUTTO, BLOCCHEREMO ANCHE LE FOGNE. NON CI FOTTERANNO PIÙ CON LE
LORO MENZOGNE. COMPLICI DI CRIMINI, LA STORIA NON DIMENTICA. VERITÀ E GIUSTIZIA,
PALESTINA LIBERA» CANTANO LE FUCKSIA.
18 marzo 2026. A sei mesi dai fatti, la Questura di Milano notifica 27 denunce.
Dodici riguardano attivistə tra Lambretta, Gaza Freestyle e Zam in relazione
alla manifestazione del 22 settembre, promossa in occasione dello sciopero
generale contro il genocidio, a sostegno del popolo palestinese e della missione
della Global Sumud Flotilla.
Milano è la piazza simbolo di quella giornata. Il corteo, forte di 30.000
persone, si svolge pacificamente fino all’arrivo davanti ai cancelli della
stazione. In molte città italiane — da Palermo a Torino, passando per Venezia,
Bologna e Brescia — vengono occupate stazioni, tangenziali e porti. Solo a
Milano l’ingresso viene negato. È in quel momento che la richiesta si fa corale:
tutti – giovani e adulti – spingono per oltrepassare i cancelli per
un’occupazione annunciata come simbolica, nel quadro della giornata lanciata
dallo slogan “blocchiamo tutto”. Non si apre alcun dialogo. Le forze dell’ordine
intervengono prima con manganellate e successivamente con un fitto lancio di
lacrimogeni ad altezza d’uomo nell’atrio della stazione. La tensione prosegue
per ore. Gli scontri si spostano lungo via Vittor Pisani e si protraggono fino
alla sera. Un lacrimogeno raggiunge anche un balcone, dove si sviluppa un
principio d’incendio. Alcuni minori vengono fermati. I manifestanti restano sul
posto fino al loro rilascio.
Chi sono, allora, “tutti”? Il 22 settembre la piazza è gremita come non accadeva
da anni. Non è una folla indistinta: accanto alla componente giovanile, emergono
con forza le lavoratrici e i lavoratori del comparto scuola e istruzione. Alcune
maestre partecipano con i bambini, rendendo visibile, in modo concreto, il
legame tra educazione e responsabilità civile contro lo “scolasticidio” –
tuttora in corso – in Palestina.
È proprio da questa composizione che viene in mente lo slogan che da anni
attraversa le manifestazioni francesi in sostegno alla popolazione palestinese —
Nous sommes tous les enfants de Gaza / Siamo tutti bambini di Gaza. Quel “tutti”
è soprattutto una presa di posizione collettiva e consapevole. È la risposta di
una comunità educante che, di fronte alla negazione dei diritti umani, alla
violazione della tutela dell’infanzia, del diritto internazionale e della
libertà di stampa, ha scelto di essere partigiana.
Una scelta che nasce anche dal riconoscimento delle due principali vittime del
genocidio: i bambini, che dovrebbero godere della più alta forma di protezione,
e i giornalisti, che hanno cercato di raccontare ciò che stava realmente
accadendo, smentendo le narrazioni dominanti. In questo intreccio tra
testimonianza e responsabilità, in quel “tutti” prende forma una comunità che
non accetta il silenzio e rifiuta l’indifferenza.
Ventimila bambini contava Save the Children a settembre 2025 in 23 mesi di
guerra. Oltre 240 giornalisti secondo le stime ONU, sempre risalenti allo stesso
periodo.
Come si può insegnare la democrazia e i diritti umani senza essere esempio per i
propri studenti, esercitando il diritto al dissenso, mentre i potenti del mondo
cercano di far credere che la pace si costruisca sterminando popoli e devastando
territori? Come può la comunità educante fingere di non sapere che nel “mondo
occidentale” reprimere la resistenza palestinese e reprimere il dissenso contro
la guerra sono espressioni delle stesse politiche autoritarie e sovraniste? E
come non riconoscere che, nello scenario politico attuale, gli ideali di
democrazia e di pace sono sotto attacco, nonostante si ritenesse di averli
tutelati, nel secondo dopoguerra, attraverso la costruzione della comunità
internazionale e l’elaborazione delle dichiarazioni universali dei diritti
dell’uomo e dell’infanzia? Che un accordo di pace, firmato dai signori della
guerra, è servito soltanto a silenziare la stampa mainstream sui morti che
continuano, comunque, ad esserci?
È per questo che la comunità educante sostiene anche la nuova missione della
Global Sumud Flotilla, perché di Gaza si continui ancora a parlare. Perché Gaza
ha bisogno di tutti noi. Perché quello che succede a Gaza succede anche a noi.
Perciò esprimiamo la nostra solidarietà ai denunciati di Milano e affermiamo
“noi c’eravamo” e sosteniamo e diffondiamo la campagna per le spese legali “Io
c’ero“. Come canta qualcuno “fino all’ultimo respiro noi saremo insieme a voi”,
da ogni fiume ad ogni mare per una Palestina libera, per un mondo senza guerre.
Leggi il comunicato su Milano in Movimento.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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