9 anni di TPNW: Rete Pace Disarmo chiama l’Italia a “ripensarci”
Il 7 luglio 2017, 122 Paesi votarono all’ONU il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). Nove anni dopo, mentre la spesa globale per gli arsenali atomici tocca il record di 118,8 miliardi di dollari (+19% in un anno), Rete Italiana Pace e Disarmo diffonde la traduzione italiana del nuovo Report ICAN per fare il punto su costi, rischi e prospettive del disarmo nucleare. Nove anni fa, in una sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una larghissima maggioranza di Stati del mondo scriveva una pagina storica del diritto internazionale: il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), la prima norma globale che dichiara le armi di distruzione di massa nucleari fuorilegge, allo stesso modo di quanto già avvenuto per le armi chimiche, biologiche e le mine antiuomo. Oggi il Trattato è stato firmato, ratificato o è in via di adesione da parte di 99 Paesi, ma nessuno dei nove Stati dotati di armi nucleari lo ha sottoscritto e la corsa al riarmo atomico, lungi dal fermarsi, sta accelerando. Lo confermano senza appello i dati contenuti in “Premeditata: espansione e spesa degli arsenali nucleari”, il nuovo Report della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017) che Rete Italiana Pace Disarmo ha diffuso in versione italiana con il sostegno del Consorzio CAES. Nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i propri arsenali (equivalenti a ben 3.768 dollari al secondo) con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente e una crescita costante che dura ormai da anni. Il Report documenta inoltre, per la prima volta in modo sistematico, i piani di spesa e schieramento che le potenze nucleari hanno messo nero su bianco per i prossimi decenni: sistemi d’arma progettati per restare operativi fino al 2060, al 2085, in alcuni casi oltre il 2100. A tutto ciò si aggiungono anche altri dati altrettanto preoccupanti emerso dalle analisi annuali di “Don’t Bank on the Bomb”: dopo anni di calo, il numero di istituzioni finanziarie che investono nelle aziende produttrici di armi nucleari torna a crescere, raggiungendo quota 301 nel mondo. Anche il sistema bancario italiano resta coinvolto, con nove istituti che tra il 2023 e il 2025 hanno erogato oltre 5,7 miliardi di dollari a queste aziende. “Le armi nucleari non sono un residuo del passato, ma una minaccia concreta e in espansione, alimentata da scelte politiche ed economiche precise – dichiara Lisa Clark, vicepresidente di ‘Beati i costruttori di Pace’ e referente RIPD per il disarmo nucleare – Il TPNW ci indica la strada maestra: mettere fuorilegge queste armi, come già avvenuto per altri ordigni di distruzione di massa. Il nostro compito, con la campagna ‘Italia, ripensaci’, è portare questi dati e queste scelte nel dibattito pubblico italiano, rompendo il muro di silenzio che ancora oggi circonda il tema”. Cosa si potrebbe fare con i fondi sprecati per gli arsenali nucleari, invece. Il Report traduce una teoria di numeri astratti in alternative concrete. Ogni minuto di spesa nucleare globale (226.069 dollari) potrebbe garantire acqua potabile e servizi igienico-sanitari per un anno a quasi 3.500 persone; ogni giorno (326 milioni di dollari) basterebbe a salvare oltre 2 milioni di persone dalla grave insicurezza alimentare; ogni settimana (2 miliardi di dollari) potrebbe finanziare oltre 12 miliardi di dosi di vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. E l’intera spesa nucleare del 2025 (i 118,8 miliardi di dollari già evidenziati come cifra cardine della ricerca) sarebbe potuta servire ad alimentare con energia solare oltre 6 milioni di abitazioni nel mondo, o coprire per 32 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. Numeri che mostrano il reale costo-opportunità di questa scelta: non sicurezza, ma sottrazione sistematica di risorse a salute, istruzione, clima e sviluppo. Il costo degli arsenali nucleari, il valore del disarmo: i 9 anni del Trattato TPNW di messa al bando: i contenuti e il significato del Trattato TPNW, e presentati nel dettaglio i dati del nuovo Report sui costi nucleari nel 2025, curato da Rete Italiana Pace e Disarmo sulla base delle analisi internazionali di ICAN. Interventi di: * Lisa Clark – Beati i Costruttori di Pace, referente per il disarmo nucleare in RIPD * Elena Peverada – Consorzio CAES, che ha sostenuto la pubblicazione del Report * Francesco Vignarca – Coordinatore Campagne RIPD e un messaggio video di Florian Eblenkamp, della campagna internazionale ICAN (Premio Nobel per la Pace 2017 per il proprio lavoro sul TPNW). Rete Italiana per il Disarmo
July 7, 2026
Pressenza
SIRIA: ALTA TENSIONE A DAMASCO, DUE ESPLOSIONI VICINO ALL’HOTEL DOVE ALLOGGIAVA MACRON. 18 PERSONE FERITE
Settimane di altissima tensione a Damasco, dove Israele ha occupato altre porzioni di territorio siriano, mentre il governo dell’ex jihadista Al Jolani è diviso tra il tentativo di fare affari con Ue, Usa e Turchia e le spinte settarie delle sue milizie. Risultato? Pochi giorni fa una bomba ha colpito un caffè adiacente al Palazzo di giustizia, nel centro di Damasco, 9 persone sono state uccise e almeno 20 quelle ferite. Oggi invece 2 esplosioni nei pressi dell’hotel dove ha trascorso la notte  il presidente francese Emmanuel Macron, primo leader Ue a fare visita ad Al Jolani dal rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. Negli attacchi dinamitardi di oggi sono rimaste ferite 18 persone, Macron aveva già lasciato la struttura per recarsi al palazzo presidenziale, prima di recarsi nella capitale turca per il vertice Nato. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto il commento di Daniela Galiè, di DinamoPress, più volte in Siria e autrice di “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”. Ascolta o scarica.
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Gusto dell’Altro a Re-imagine Peace
Abbiamo parlato con Tze’ela Rubinstein e Shadi Hasbun, che parteciperanno a Re-imagine Peace con un cooking show intitolato “Il Gusto dell’Altro”. Che cos’è “Il Gusto dell’Altro” e che cosa farete concretamente insieme? Shadi Hasbun: In realtà, forse ancora non lo sappiamo nemmeno noi con certezza. Cuciniamo, certo, ma la cucina in questo caso è solo un pretesto per stare insieme e cercare di conoscerci. Forse la cosa più difficile è stata proprio l’inizio: scoprire l’uno i gusti dell’altro e viceversa. Non è stato tutto rosa e fiori fin dal primo momento con Tessela. Prima ancora di comprenderci come chef, abbiamo dovuto conoscerci come persone, e non è stato un percorso semplice. Oggi siamo molto amici, ci tengo a sottolinearlo, ma è stato il frutto di un percorso duro, durato due o tre anni, in cui una competizione prima ci ha messi contro e poi ci ha uniti. Piano piano abbiamo iniziato a costruire qualcosa insieme. La nostra toscanità – io per via delle mie radici e lei perché vive qui – ci ha aiutati a trovare i primi punti in comune. Ma oltre a questo, abbiamo scoperto di condividere gli stessi pensieri e le stesse situazioni. Ho vissuto anche diverse crisi di coscienza in questi anni di lavoro condiviso, ma alla fine il senso del “Gusto dell’Altro” è proprio questo: cercare di immergersi nell’altro per capire quanto, in fondo, siamo simili. Tze’ela Rubinstein: Il gusto dell’altro è praticamente una collaborazione nata di un’amicizia che è nata in cucina fra i fornelli, fra Chef Shadi e me. Ci sono diversi modi di lettura della parola altro, e anche in ebraico parliamo dell’altro. Chi è quello altro? Potrebbe essere un sospetto: chi è quello altro, quell’altro ancora, chi è quello sconosciuto? E il gusto dell’altro è proprio quello, conoscere, sapere e avvicinarsi a quello sconosciuto. In ebraico c’è un altro significato per quell’altro. Nella nostra tradizione abbiamo il dovere morale di riconoscere e di trattare bene tre gruppi sociali molto distinti: gli orfani, le vedove e gli altri. Nella nostra tradizione e nella nostra Bibbia è scritto proprio di lasciare un po’ di margine nei nostri campi nella raccolta per questi tre gruppi, gli orfani, le vedove e gli altri, perché sono i più deboli, perché sono i più bisognosi. E quell’altro è sconosciuto, magari le vedove e gli orfani li conosciamo, gli altri non li conosciamo. Chi è questo altro? Non importa, è un essere umano, lo dobbiamo trattare bene. Con Shadi, l’altro, ovviamente nel contesto sia politico che attuale, ma anche della storia di questi due popoli, palestinesi e israeliani, questa parola significa tanto, tanto perché va riconosciuto quell’altro, chi è quello altro: come ci avviciniamo a quell’altro, come vediamo che lui è un essere umano come noi. E noi che siamo chef, che operiamo fra gusti, sapori e tradizioni, volevamo proprio condire, insaporire il nostro contesto con l’altro tramite una conoscenza comune, tramite il cibo tramite una cosa che ci si siede intorno al tavolo, si parla, si gusta si assaggia e ci si riconosce meglio. Cucinare insieme può essere quindi un modo per avvicinarsi e trovare nuove forme di dialogo? Shadi Hasbun: Sì, sicuramente. Credo che né io né Tze’ela abbiamo la presunzione di poter cambiare il mondo o di risolvere l’attuale situazione geopolitica con quello che facciamo. Portiamo entrambi le nostre storie che, alle radici, sono inevitabilmente diverse. Tuttavia, abbiamo cercato di trovare un terreno comune come persone e la cucina è diventata il nostro linguaggio. Se il cibo è stato il pretesto per avvicinarci, allora sì, posso dire che il cibo aiuta. Io non condivido ciò che accade nella mia terra d’origine, e penso che anche Tze’ela viva con molta pesantezza la situazione attuale. Nonostante questo, vorremmo lanciare un messaggio a chi ci viene a guardare: un modo per dialogare e per trovare una soluzione esiste. Forse non nel contesto attuale, ma la possibilità di un cambiamento che ci faccia stare bene c’è, e il cibo è un veicolo fondamentale per dimostrarlo. Tze’ela Rubinstein: Assolutamente sì, nel senso che lavorando su qualsiasi cosa, su qualsiasi passione che uno condivide con un altro si costruisce un ponte di dialogo. Nel nostro caso è la cucina, i sapori, gli ingredienti, le consistenze, i colori, la vivacità degli ingredienti, il richiamo delle viuzze mediterranee, il suk, il mercato, tutte queste cose riuniscono. Quando noi entriamo in cucina e cominciamo con la nostra arte, perché è un’arte come la percepisco io, la cucina è un’arte, è un’immaginazione che uno mette, un passione che uno mette nel piatto. Se in due, due lati diversi, lo fanno insieme, non può risultare altro che collaborazione, conoscenza, dialogo e quello che è successo fra me e Shadi: quando siamo sulle pentole, fra i fornelli e praticamente venendo dalla stessa terra, con ingredienti molto molto simili, con i gusti che si richiamano uno all’altro. Qui si crea una nuova amicizia fra i fornelli che non può essere altro che una passione comune che porta con sé anche onde di energie positive che noi riflettiamo sulle nostre zone limitrofe della famiglia, degli amici, di conoscenti professionali; la gente a volte è un po’ stupita di vedere come collaboriamo. Io sono assolutamente convinta che quella è l’unica strada che può riunire gente che apparentemente, e sottolineo apparentemente, sta su due lati di un conflitto. Qual è il senso della vostra partecipazione a Re-imagine Peace? Tze’ela Rubinstein: Re-imagine Peace is like a glove to our hands, è come un guanto per le nostre mani, Shadi e io ci crediamo: è già diversi anni che facciamo la stessa attività che porteremo a Re-imagine e siamo molto onorati di andare sul palco su questa bellissima iniziativa che riunisce tanta gente in un cammino che noi abbiamo iniziato qualche anno fa e mi sembra un percorso naturale di procedere con iniziative che riuniscono tramite collaborazione, dialogo e tanta tanta speranza e tanta tanta sostanza. Attualmente sembra che a volte la gente perda la speranza di un’alternativa alla situazione. Invece gente come noi e come Re-imagine  diamo sostanza alla speranza e diamo una vera e propria alternativa alla situazione attuale. Bisogna  essere coraggiosi per dire sì, io voto per l’alternativa, io costruisco l’alternativa. Shadi Hasbun: Come dicevo, parlare di pace non significa ignorare la tragica realtà dei fatti. Per noi la pace si fa concretamente, stando presenti su un palco per raccontare la nostra esperienza. È un grande onore essere stati invitati a questa manifestazione. Personalmente ho il cuore molto pesante per quello che sta succedendo. Spero però che un evento del genere possa dimostrare che il dialogo tra le parti è possibile e che si possono cercare soluzioni che non facciano soffrire le persone. Porteremo il nostro cooking show per condividere con il pubblico ingredienti, sapori e punti in comune. Per quanto mi riguarda, è anche un modo per dire che la Palestina esiste, che non può essere ignorata, e per dare voce a questa realtà su un palco importante come quello di Re-imagine Peace. Grazie mille per le vostre risposte. Allora ci vediamo domenica 12 luglio a Firenze per il vostro cooking show. il video integrale dell’intervista: In allegato la scheda dell’evento LA CUCINA COME UN PUNTO DI INCONTRO Chef Shady è di origine palestinese. Chef Tze’ela è di origine israeliana. Si sono incontrati attraverso il cibo, in Toscana, usano le differenze come spezie. Sono amici, colleghi e forse l’immagine più concreta di ciò che il Re-Imagine Peace Festival porta a Firenze. Domenica 12 luglio, il Teatro del Sale – uno dei luoghi più amati e iconici di Firenze – ospiterà un cooking show dal vivo con i due chef, moderato dallo scrittore e giornalista Adam Smulevich. Sul palco del Teatro del Sale, ogni ingrediente racconterà una storia: la tahina, il melograno, il cous cous, il sommacco – alimenti che portano con sé memoria, geografia e identità da entrambe le parti. Shady, con i suoi ricordi di infanzia tra Ramallah e Betlemme. Tze’ela, con i sapori afferrati in gioventù nella sua vita girovaga tra kibbutz, deserto e Tel Aviv. Shady viene da Arezzo, Tze’ela da Lucca: Firenze è per entrambi il punto di incontro naturale. La loro storia di amicizia è anche una storia di questa regione: un luogo dove culture diverse trovano un terreno comune attraverso la bellezza, il cibo e l’arte di stare insieme a tavola. Olivier Turquet
July 7, 2026
Pressenza
GRAN BRETAGNA: IL LEADER DI ESTREMA DESTRA NIGEL FARAGE SI DIMETTE DOPO LO SCANDALO FINANZIAMENTI
Nigel Farage ha annunciato, martedì 7 luglio, le sue dimissioni da deputato: l’ex tribuno della Brexit e leader di Reform Uk, rampante partito della destra xenofoba, complottista e trumpiana, ha ribadito di non aver fatto “nulla di sbagliato” in risposta a una serie di scandali relativi a donazioni milionarie ricevute in passato – tra gli altri – da George Cottrell, 32enne finanziere e aristocratico britannico in seguito condannato negli Usa per truffa e riciclaggio di denaro sporco, oltre che a redditi privati non pienamente dichiarati in Parlamento. Il leader di Reform UK ha quindi respinto ogni accusa nei suoi confronti, precisando che si candiderà all’elezione speciale per riconquistare il seggio, presentato il voto come un confronto diretto “tra il popolo e l’establishment”, rimettendo così agli elettori del collegio il giudizio sul proprio operato. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, il contributo, da Londra, del collaboratore Claudio Ceruti. Ascolta o scarica.
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
VIII Conferenza Biennale ASAI: gli studi africanistici italiani si confrontano sulle “Acque d’Africa”
Oltre duecento studiose e studiosi, quasi novanta dei quali provenienti da istituzioni straniere, trenta panel, tre giornate di confronto interdisciplinare e una crescente apertura internazionale: l’VIII Conferenza Biennale dell’Associazione per gli Studi Africani in Italia (ASAI), dedicata al tema Acque d’Africa. Flussi, destini e contesti, che si è svolta a Pavia si è conclusa confermando il ruolo dell’associazione come principale punto di riferimento per gli studi africanistici nel panorama accademico italiano e uno spazio sempre più aperto al dialogo internazionale. Ospitata dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pavia, la conferenza ha riunito ricercatrici e ricercatori provenienti da numerose università italiane ed estere, offrendo tre intense giornate di discussione sulle molteplici dimensioni delle Afriche contemporanee e storiche. Il tema dell’acqua, scelto come filo conduttore dell’edizione 2026, è stato affrontato nelle sue molteplici declinazioni: dalle trasformazioni ambientali alle migrazioni, dalle politiche delle risorse naturali ai patrimoni culturali, dalle memorie coloniali alle pratiche di restituzione, fino alle dinamiche economiche, sociali e religiose che attraversano il continente. I lavori si sono articolati in circa trenta panel, alcuni organizzati in doppia sessione, e hanno visto alternarsi contributi provenienti da discipline diverse – storia, antropologia, geografia, studi politici, relazioni internazionali, linguistica, letterature, sociologia, diritto e studi ambientali – confermando il carattere profondamente interdisciplinare della ricerca africanistica. Uno degli aspetti più significativi di questa edizione è stato il suo marcato respiro internazionale. Più della metà dei panel si è infatti svolta in inglese o francese, mentre la partecipazione di quasi novanta studiose e studiosi affiliati a istituzioni straniere testimonia il crescente inserimento di ASAI nelle reti internazionali della ricerca. Una direzione che l’associazione intende consolidare nelle prossime edizioni, rafforzando il dialogo tra la comunità scientifica italiana e quella internazionale. Momento centrale della conferenza sono state le due keynote lectures, affidate a Pierluigi Valsecchi e Jacqueline Goldin, studiosi di riferimento nel panorama internazionale degli studi africani. Pierluigi Valsecchi ha aperto i lavori con una riflessione dal titolo L’eterno ritorno dei capi africani: riflessioni di storia e cultura politica, offrendo una lettura di lungo periodo sulle leadership politiche africane e sui processi di costruzione del potere nel continente. Jacqueline Goldin ha invece concluso la conferenza con una lecture intitolata Diamonds on the soles of our feet. science at the river’s edge: whose knowledge counts? dedicata alle sfide contemporanee legate all’acqua, alle disuguaglianze ambientali e alla giustizia sociale, proponendo una riflessione interdisciplinare che ha stimolato un intenso dibattito tra i partecipanti. Entrambi gli interventi hanno rappresentato momenti di particolare rilievo scientifico, contribuendo a inquadrare il tema della conferenza in una prospettiva ampia, capace di coniugare storia, politica, ambiente e società. Accanto ai panel scientifici, la conferenza ha ospitato una serie di iniziative collaterali dedicate alla diffusione della ricerca. Sono state presentate le prime monografie di Elia Vitturini, Alessio Iocchi ed Elisa Prosperetti, offrendo ai giovani studiosi un’importante occasione di confronto con la comunità scientifica. Particolarmente apprezzata è stata anche la proiezione del documentario River Nomads, dei registi Eric Hahonou e Lotte Pelckmans, che ha arricchito il programma con uno sguardo visuale sulle relazioni tra ambiente, mobilità e società africane. La conferenza ha rappresentato ancora una volta non solo un momento di presentazione dei risultati della ricerca, ma soprattutto uno spazio di costruzione di nuove collaborazioni scientifiche, favorendo l’incontro tra generazioni di studiose e studiosi e tra differenti approcci disciplinari. Un momento significativo della Conferenza è stato l’assegnazione della Borsa di studio ASAI per la migliore tesi di dottorato in Africanistica, attribuita all’unanimità a Elvira Pietrobon per la tesi Sull’abitare contadino. Spazi in divenire nel Sud del Mali, discussa presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Il riconoscimento testimonia l’attenzione dell’associazione nei confronti delle nuove generazioni di ricercatrici e ricercatori e dell’innovazione scientifica negli studi africanistici. In un momento storico in cui il continente africano occupa una posizione sempre più centrale nei grandi temi del nostro tempo – dalle trasformazioni climatiche alle migrazioni, dalle disuguaglianze globali ai nuovi equilibri geopolitici – occasioni di confronto come la Conferenza ASAI assumono un valore che va oltre la comunità accademica. Promuovere una conoscenza rigorosa, plurale e interdisciplinare delle Afriche significa contribuire a superare stereotipi e narrazioni semplificate, offrendo strumenti indispensabili per comprendere un continente protagonista delle sfide del XXI secolo. In questa prospettiva, ASAI continua a rappresentare uno spazio privilegiato di dialogo scientifico, internazionale e intergenerazionale, capace di mettere in relazione ricerca, società e dibattito pubblico. La crescente partecipazione di studiose e studiosi provenienti da contesti diversi e il consolidamento della dimensione internazionale della Conferenza confermano la vitalità di un settore di studi sempre più capace di dialogare con le grandi questioni del presente, contribuendo alla costruzione di una conoscenza critica, aperta e condivisa delle Afriche contemporanee. Nel corso della conferenza si sono inoltre svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo di ASAI, che entrerà ufficialmente in carica a partire da gennaio 2027 per il successivo biennio. Alla Presidenza è stata riconfermata Daniela Melfa, professoressa ordinaria dell’Università degli Studi di Messina, a testimonianza della continuità del lavoro svolto negli ultimi anni per il consolidamento e l’internazionalizzazione dell’associazione. Nel nuovo Consiglio Direttivo è stata inoltre riconfermata Federica Colomo (Università Roma Tre), mentre fanno il loro ingresso Stefano Bellucci (Leiden University), Alessandro Gusman (Università di Torino) e Alessandra Brivio (Università degli Studi di Milano). Il nuovo assetto del Direttivo riflette la pluralità disciplinare e internazionale che caratterizza oggi ASAI e accompagnerà l’associazione nelle prossime sfide scientifiche e organizzative. Migliore tesi di dottorato in Africanistica Redazione Italia
July 7, 2026
Pressenza
CASCINA SPIOTTA: A 51 ANNI DAI FATTI SI CHIUDE IL PROCESSO. 6 ANNI PER AZZOLINI, PRESCRIZIONE PER CURCIO E MORETTI.
Sei anni di carcere in continuazione con un’altra condanna per Lauro Azzolini, prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti. Sì è chiuso così oggi, martedì 7 luglio, ad Alessandria il processo dopo 50 anni dai fatti di Cascina Spiotta. Il 5 giugno del 1975, nel corso di una sparatoria, venne uccisa – dopo essersi arresa ed aver alzato le mani – Mara Cagol, una delle fondatrici delle Brigate Rosse, mentre rimase ferito (fino a morire pochi giorni dopo) il carabiniere Giovanni D’Alfonso. La pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo per Curcio e Moretti, 21 anni per Azzolini. Un primo commento su Radio Onda d’urto di Davide Steccanella, difensore di Lauro Azzolini. Ascolta o scarica.
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Massa, 12 luglio: incontro “Normalizzare la guerra, militarizzare scuola e società”
DOMENICA, 12 LUGLIO, ORE 18:00 MASSA, PALAZZO DUCALE IN PIAZZA ARANCI L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università partecipa a un incontro organizzato dall’associazione Mycelium con ha già collaborato in passato. Il dibattito verterà sui temi della guerra e della militarizzazione della società. Insieme alla nostra Serena Tusini, docente e attivista, tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, parteciperà all’incontro il prof Angelo d’Orsi, storico e saggista, già docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Torino. L’incontro si svolgerà domenica 12 luglio alle ore 18:00 a Massa nel palazzo Ducale in piazza Aranci. L’ingresso è libero. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Avviso Pubblico: “Amministratori sotto tiro, una intimidazione ogni 28 ore”
Presentato a Napoli il report, giunto alla XVI edizione, elaborato da Avviso Pubblico. Gli atti intimidatori, di minaccia e violenza rivolti contro sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica Amministrazione registrati in tutto il Paese nel 2025 sono 309 (-6% rispetto al 2024, quando furono 328). Si tratta del numero di casi più basso registrato in 16 anni di monitoraggio del fenomeno. Al contrario, si registra un aumento del numero dei Comuni interessati (215, +4% rispetto al 2024) e delle province coinvolte (72, +4% in confronto all’anno precedente). In crescita anche il numero delle regioni coinvolte, 18, mentre Trentino Alto Adige e Molise sono le uniche a risultare immuni. Rispetto al 2024 la ripartizione dei casi per macroaree geografiche vede una diminuzione delle intimidazioni nel Mezzogiorno (59% del totale nazionale), soprattutto per effetto del calo dei casi censiti nelle Isole (da 68 a 51 casi). Aumentano i casi nelle regioni del Centro (46) e del Nord – Ovest (44), mentre si registra una lieve diminuzione nel Nord – Est (37). La Puglia è la regione più colpita da atti intimidatori nel 2025, riprendendosi un primato che era già stato suo nel lontano 2013: sono 51 i casi censiti da Avviso Pubblico (+24% rispetto al 2024). Seguono Campania (37), Sicilia (35) e Calabria (32), tutti territori che fanno segnare una riduzione delle minacce registrate rispetto a dodici mesi prima. La Lombardia (30 casi, +58% rispetto al 2024) si prende il titolo di regione più colpita dell’area centro-nord. A seguire Veneto e Lazio (22 casi censiti in entrambi i territori). Chiudono le prime 10 posizioni Sardegna (16), Toscana (12) ed Emilia-Romagna (11). A tre anni di distanza dall’ultima volta Napoli torna ad essere la provincia più bersagliata da atti intimidatori nel 2025 con 16 casi distribuiti in 11 Comuni. Nella graduatoria provinciale seguono Lecce (15), Palermo (14), Reggio Calabria (11), Cosenza, Agrigento e Padova (10). L’84% delle intimidazioni censite nel 2025 sono state di tipo diretto, vale a dire che amministratori locali e personale della Pubblica Amministrazione – dirigenti e impiegati comunali, presidenti di enti e aziende partecipate, personale di altre strutture locali – sono stati minacciati direttamente come persone. Tra i soggetti maggiormente presi di mira da minacce e intimidazioni dirette si confermano gli amministratori locali (77% dei casi). Tra questi sono i Sindaci i più bersagliati (68%), in aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2024. Prosegue il calo – in corso da qualche anno – del numero di minacce e di aggressioni nei confronti del personale della Pubblica Amministrazione: il 13% del totale nel 2025. Nel restante 16% dei casi le minacce sono state di tipo indiretto. Questo significa che sono stati colpiti municipi, uffici e strutture di proprietà comunale o sono state distrutte e danneggiate strutture e mezzi adibiti al ciclo dei rifiuti, a servizi sanitari, idrici, elettrici e del trasporto pubblico. Tra le minacce di tipo indiretto vanno annoverate anche le intimidazioni rivolte ai familiari: genitori, mogli, mariti, figli, fratelli e sorelle. Gli incendi si confermano la tipologia di intimidazione più utilizzata per minacciare gli amministratori locali e il personale della Pubblica Amministrazione nel nostro Paese (il 19.5%, un caso su cinque), seguono lettere, biglietti e messaggi intimidatori (17%), i social network (15%) e minacce verbali o telefonate minatorie (15%). Analizzando i contesti territoriali si conferma una volta ancora una netta distinzione tra il modo di intimidire nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. Gli incendi, che si confermano la prima tipologia di minaccia al Sud e nelle Isole (29.5%), non sono fra le cinque tipologie più riscontrate nel Centro-Nord. Analogamente le lettere e i messaggi minatori, che nel Centro – Nord rappresentano il 28,5% delle intimidazioni, al Sud e nelle Isole non raggiungono il 10% della casistica complessiva. I casi di minacce dirette e indirette che hanno visto coinvolte le donne sono stati il 16% del totale, un dato in calo di due punti percentuali rispetto al 2024. Per le amministratrici quasi un caso su quattro (il 24% del totale) si è consumato attraverso i social network, a seguire gli incendi (23% dei casi) e le minacce verbali (18%). Il 15% dei 309 casi censiti da Avviso Pubblico nel 2025 sono avvenuti in Comuni che in un passato più o meno recente sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Questi atti intimidatori hanno coinvolto 35 Comuni. Dal 1991, anno dell’introduzione nel nostro ordinamento della legge sullo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli Enti locali, al 31 marzo 2026 sono stati 404 gli Enti (Comuni, Municipi e Aziende Sanitarie Provinciali) che hanno subito il provvedimento dissolutorio. Nel 2025 sono stati 10 gli Enti locali sciolti in conseguenza di fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso: Caserta, Marano di Napoli e Poggiomarino in Campania; San Luca, Casabona, Badolato e Altomonte in Calabria; Tremestieri Etneo e Paternò in Sicilia; Aprilia nel Lazio. Sono i Comuni più piccoli quelli maggiormente vulnerabili: Il 57% dei casi censiti nel 2025 si è verificato in Comuni al di sotto dei 20mila abitanti. Il 22% in Comuni tra i 20mila e i 50mila abitanti. Il restante 21% in Comuni con oltre 50mila abitanti. In 16 anni di raccolta dati Avviso Pubblico ha censito sul territorio nazionale 6.025 atti intimidatori, di minaccia e violenza nei confronti degli amministratori locali e del personale della Pubblica Amministrazione che lavora in Italia. La media è di 376 intimidazioni l’anno, 31 ogni mese, una al giorno. Il 57% dei casi è stato registrato nelle quattro regioni in cui sono nate le cosiddette mafie storiche. Roma è la provincia più colpita del Centro Italia (6° posto a livello nazionale con 189 casi). Milano è la provincia più colpita del Nord-Ovest (12° posto a livello nazionale con 134 casi). Padova è la provincia più colpita del Nord-Est (29° posto a livello nazionale con 76 casi). Giovanni Caprio
July 7, 2026
Pressenza
GENOVA: A 25 ANNI DAL G8 “NESSUN RIMORSO”. 19 LUGLIO CORTEO NAZIONALE
Genova si prepara ad una grande manifestazione nazionale in memoria del G8 del 2001 e per il rilancio delle rivendicazioni di allora che “sono più vive che mai”. Appuntamento domenica 19 luglio alle ore 15.30 in piazza Alimonda, luogo simbolico dove i carabinieri assassinarono Carlo Giuliani. Erano tante le politiche già scritte nelle agende dei “grandi del pianeta” venticinque anni fa e che sono state implementate. I risultati sono oggi evidenti, scrivono gli organizzatori di Genova Antifascista e del CPA di Firenze: la guerra come strumento di “comando e controllo”, la finanza come strumento di “coercizione e destabilizzazione”, “la rapina delle risorse a danno dei popoli del Sud Globale”. La repressione ha poi contribuito ad agevolare “la massimizzazione delle rendite e dei profitti”, rappresentando lo strumento per eccellenza che ha portato negli anni all’inasprimento delle leggi sulla cosiddetta sicurezza e anche alla “chiusura di spazi politici e sindacali per eliminare le conquiste di lavoratori e lavoratrici”. Nonostante i traumi, le divisioni e “la distinzione tra buoni e cattivi attraverso cui spaccarono anche quel movimento”, Genova rilancia l’appuntamento il 19 luglio di quest’anno con lo slogan “in nessun caso nessun rimorso”. Infatti Genova 2001 è una storia che il movimento si propone di “raccogliere e porgere alle nuove generazioni”, per contrastare “l’ondata nera che lentamente sta invadendo le nostre città” e per lottare contro chi fomenta “paure, incertezze e spaccature” sociali. 19 luglio quindi non soltanto come una ricorrenza ma un “invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più soltanto come antagonisti ad un sistema ingiusto e sbagliato ma come protagonisti della costruzione del futuro al quale ambiamo”. La presentazione del percorso che ha portato all’organizzazione del corteo del 19 luglio con Simona del CS Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
FRANCIA: CONDANNA DEFINITIVA PER MARINE LE PEN, USÒ I FONDI DEL PARLAMENTO UE PER PAGARE I SUOI DIPENDENTI
La Corte d’Appello di Parigi ha giudicato colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici Marine Le Pen, estremista della destra francese e leader del Rassemblement National, nel caso dei falsi impieghi all’Europarlamento. Confermata la condanna di prima istanza a quattro anni di carcere, due con la condizionale. Per quanto riguarda la sua ineleggibilità – in primo grado era stata condannata a cinque anni – secondo i giudici è “già stata scontata”: la leader del Rassemblement National potrebbe infatti candidarsi alle Presidenziali del 2027, che nei sondaggi la vedono favorita. Ma dovrà portare per un anno il braccialetto elettronico e lei stessa ha dichiarato più volte di non voler fare campagna elettorale con questo obbligo. Intanto scalda i motori il delfino Bardella nella corsa all’Eliseo, che dal 2021 ha preso il suo posto al vertice del partito. La sentenza “permette di mantenere al centro del dibattito il partito fascista come se fosse la principale minaccia o la principale salvezza” del paese. Alle concrete possibilità che il Rassemblement National possa prendere possesso della Presidenza il prossimo anno, si aggiunge “il sostegno massiccio dell’oligarchia francese e dei media tutti”. Così il giornalista e nostro collaboratore dalla Francia Cesare Piccolo che interpellato ai nostri microfoni, ricorda anche l’enorme potere che si concentra nelle mani del Presidente della Repubblica Francese. Che dal prossimo anno potrebbe essere un fascista! L’intervista a Cesare Piccolo, giornalista italiano che vive da anni in Francia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
La sanità privata è anche antisindacale
Solidarietà a Margherita Napoletano, RSU Cub dell’Ospedale San Raffaele, sotto attacco per la sua attività sindacale in difesa del diritto alla salute. Margherita negli ultimi mesi ha ricevuto due contestazioni, per le quali rischia ora il licenziamento. La prima per aver permesso ad alcune studentesse in alternanza scuola-lavoro di sostare all’interno della sala sindacale presente in ospedale. La seconda per aver denunciato, a ottobre scorso, il ricorso alla somministrazione di infermieri esterni non formati nei reparti dell’ospedale, parlandone pubblicamente alla trasmissione televisiva Report. E’ evidentemente questa denuncia il motivo degli attacchi che ora subisce con motivazioni pretestuose. La vicenda è poi esplosa su tutti i giornali quando, tra il 6 e il 7 dicembre 2025, a causa del caos generato dalle esternalizzazioni degli infermieri, è stato bloccato l’accesso al pronto soccorso e si sono verificati gravi errori nella somministrazione dei farmaci, con enormi rischi per la salute dei pazienti. Tali fatti hanno portato addirittura alla dimissione dell’amministratore unico dell’ospedale. Ma chi ha denunciato la cosa, invece di essere premiato, è ora oggetto di ritorsioni, da parte di quello stesso gruppo San Donato che nella nostra Regione è una delle principali lobby che promuove la privatizzazione delle cure e lo smantellamento della sanità pubblica. La battaglia di Margherita è anche la nostra! L’attacco a Margherita rientra nell’attacco più generale che viene condotto in tutto il paese nei confronti dei lavoratori che lottano. Per la Cub, fra i casi più noti di attacchi recenti, ricordiamo Delio Fantasia (Stellantis) e Simone Vivoli (TIM). In Lombardia, nel recente passato, attacchi simili nella sanità hanno colpito Riccardo Germani (ex Adl Cobas) e Francesco Scorzelli (USB), fino ad arrivare all’attacco in corso contro Luigi Borrelli. Esprimiamo quindi la nostra solidarietà a Margherita e a tutti i lavoratori colpiti per essersi mobilitati in difesa del diritto alla salute e al lavoro, e la volontà di sostenerla in tutte le iniziative che saranno prese per contrastare e rispedire al mittente questo attacco. Medicina Democratica
July 7, 2026
Pressenza
“Renditi conto”: la campagna del TAI sui costi nascosti dei centri in Albania
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), di cui Amnesty International Italia fa parte, lancia la campagna “Renditi conto – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania tratta – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi. “Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI. Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto. Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare. Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei Cpr italiani, i centri di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo. Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai Cpr italiani. Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili. Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania. Per maggiori informazioni: #RenditiConto: il costo non è solo economico – Amnesty International Italia Qui per l’approfondimento: centri-in-albania-un-pericolo-laboratorio-di-autoritarismo.pdf Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione:  A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni  XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE. Amnesty International
July 7, 2026
Pressenza

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