L’università e la guerra: quando l’Ateneo apre le porte all’industria bellica
Da tempo si denunciano i processi di militarizzazione che a più livelli nell’ambito della formazione, dell’istruzione e della ricerca stanno trasformando le parole e determinando scelte e azioni di quelle stesse istituzioni che in una democrazia dovrebbero difendere principi e … Leggi tutto L'articolo L’università e la guerra: quando l’Ateneo apre le porte all’industria bellica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Confessioni di un italiano: «La fine del mondo»
Pierluigi Pedretti recensisce il romanzo di Francesco Pecoraro Immerso com’era nel grasso d’Occidente, avvolto a sua volta nel feltro del persistente ombrello americano durante un autunno caldo e infinito, pacatamente rifletteva, seduto nei caffè dell’Ipotassi, delle tragedie e dei conflitti del mondo. Leggendo le prime pagine de “La fine del mondo” (Ponte alle Grazie, pp. 356, € 20, 2026) mi
1° maggio unitario contro la guerra, contro il riarmo contro la svolta autoritaria
Tutti possono sottoscrivere l’appello lanciato da lavoratori e lavoratrici di molte città e di tante ‘sigle’ per sollecitare i sindacati ad aggregarsi all’insegna della solidarietà: > Si avvicina la giornata che ha le più profonde radici storiche per il > movimento operaio: il 1° Maggio. > > Questa giornata di lotta si fonda sulla prima e più antica parola d’ordine > della classe operaia: l’unità internazionale dei lavoratori di tutti i paesi. > > Contro la guerra, contro il riarmo, contro la svolta autoritaria CHIEDIAMO CHE > IL  1° MAGGIO I SINDACATI ORGANIZZINO CORTEI UNITARI. > > Da ormai molti anni le manifestazioni del 1° maggio vedono moltiplicarsi > appuntamenti contemporanei in piazze diverse. Dopo gli scioperi separati > contro la legge di Bilancio ed il vuoto di mobilitazione dei mesi successivi, > è necessario rilanciare l’iniziativa unitaria dei lavoratori e l’opposizione > sociale contro la guerra e le politiche neoliberiste sviluppate dal governo > Meloni sulla scia di quelli che l’hanno preceduto, ossia contro lavoratori e > lavoratrici. > > Lottiamo insieme > > * per dire No ai piani di riarmo e ad ogni intervento militare! > * per forti aumenti dei salari, delle pensioni e della spesa sociale! > * contro la precarietà del lavoro e per il salario minimo legale! > * per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario! > * per dire NO all’austerità e SI alla tassazione delle grandi ricchezze! > * per il diritto di cittadinanza ai/alle migranti e la chiusura dei CPR! > > Da Gaza alla Cisgiordania, dall’Ucraina all’Iran, il capitalismo globale, > sulle orme di Trump, sta marciando verso una nuova guerra mondiale. I governi > d’Europa e dell’Italia seguono un doppio standard rispetto alla spesa > pubblica: > > – da tagliare senza limiti se si tratta di qualcosa di utile ai lavoratori e > alle lavoratrici, > > – da aumentare senza limiti se serve all’industria delle armi, dopo che per > decenni sono stati imposti sacrifici, e pesanti tagli alla spesa sociale e > alle pensioni in nome del contenimento del debito pubblico. > > Tutto ciò mentre il diritto di sciopero viene pesantemente limitato dalle > leggi antisciopero (146/1990 e 83/2000), come denunciato di recente anche > dalla CEDS (Comitato europeo dei Diritti Sociali), contro le quali dobbiamo > lottare. > > Questo quadro non è ineluttabile, come hanno già ribadito milioni di > lavoratori e lavoratrici, in un movimento di massa che non si vedeva in Italia > da decenni, contro la guerra e contro il genocidio a Gaza. > > In quelle manifestazioni i sindacati di base e la CGIL, sulla spinta del > movimento, hanno superato le divisioni e hanno agito uniti, potenziando e > rafforzando le mobilitazioni. Quell’unità si è poi persa già nell’affrontare > la manovra di bilancio del governo, con due scioperi separati: sindacati di > base da una parte (28 novembre), CGIL dall’altra (12 dicembre), mentre i > vertici di CISL, UIL e sindacati autonomi, nonostante la contrarietà di una > parte dei loro iscritti, non solo non sono scesi in piazza ma hanno, di fatto, > accompagnato le politiche sociali ed economiche del governo. > > Bisogna, invece, recuperare e rilanciare quella spinta formidabile: nulla > sarebbe oggi più contrario al significato del Primo Maggio che organizzare > iniziative sindacali ciascuno per sé. > > Alla logica dell’oppressione e dello sfruttamento – di classe e di genere – > vogliamo contrapporre quella della solidarietà e del rispetto della dignità > umana. > > È necessario compiere un passo avanti concreto e significativo verso l’unità > d’azione dei lavoratori e delle lavoratrici, dei sindacati e dei movimenti che > si oppongono alla guerra e al neoliberismo, costruendo convergenze con il > movimento di liberazione delle donne e con le lotte dei precari e delle > precarie, dei disoccupati e delle disoccupate, dei e delle migranti, degli > studenti e delle studentesse, degli intellettuali. > > Perciò LANCIAMO QUESTO APPELLO PER UN 1° MAGGIO DI UNITA’ E DI LOTTA, e > chiediamo ai lavoratori e alle lavoratrici, aderenti e non aderenti al > sindacato, di firmarlo e diffonderlo! https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeJinNNhSTTE3bzjeOge9Hz2uCMKZvMb4USYlDRofcDcMaRTA/viewform Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
PALESTINA: DALLA GIORNATA DELLA TERRA ALLA PENA DI MORTE. LA POLITICA SIONISTA CONTRO I PALESTINESI
Il 30 marzo ricorre l’yawm al-ʾArḍ, il Giorno della Terra palestinese, una data simbolica che segna la memoria della confisca e dell’espropriazione delle terre palestinesi e che, ancora oggi, rappresenta un momento centrale di rivendicazione politica. Un anniversario che quest’anno, nel cinquantesimo, coincide con l’approvazione da parte del parlamento israeliano di una legge che introduce la pena di morte per reati definiti di terrorismo per i palestinesi. L’impiccagione potrà avvenire senza nessun appello aggiuntivo, davanti agli stessi tribunali israeliani, dove già oggi il tasso di condanne degli imputati palestinesi supera il 99%. Brindano i coloni sionisti e fascisti, autori della proposta, votata pure da Netanyahu e passata con 62 voti su 120. Secondo il testo, è passibile di condanna a morte “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo”, senza specificare cosa si intende, mentre viene chiarito che serve “intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”; un punto volto esplicitamente a circoscrivere l’accusa solo contro i palestinesi, esulando così i terroristi ebrei di estrema destra e certificando così lo stato di apartheid che contraddistingue la politica israeliana nei confronti della popolazione nativa, cioè i palestinesi stessi. Su questo, diverse associazioni palestinesi e israeliani annunciano ricorso alla Corte suprema. Per ora, Israele diventa il primo Stato al mondo a codificare la condanna a morte su base nazionale; israeliani no, palestinesi sì. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia. Ascolta o scarica.
March 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Capitalism unchained - Enshittification: se internet diventa una merda
Avete presente quella sensazione frustante che provate quando su Google appaiono solo pubblicità e su TikTok solo video fatti dall’IA? Ora ha un nome: enshittification. Secondo Cory Doctorow, è anche una geniale (e pericolosa) strategia aziendale. Il post sul quale era citata la parola venne poi ripubblicato nell'edizione del gennaio 2023 su Wired: «Ecco come muoiono le piattaforme: prima sono buone con i loro utenti, poi abusano di loro per migliorare il loro rapporto con i clienti aziendali e infine, abusano di questi ultimi per riprendersi da loro tutto il valore. E infine muoiono. Io chiamo questo fenomeno enshittification, ed è una conseguenza apparentemente inevitabile che deriva dalla combinazione della facilità di cambiare il modo in cui una piattaforma alloca il valore, unita alla natura di un "mercato a due facce", in cui una piattaforma si trova tra acquirenti e venditori, tenendo ciascuno in ostaggio dell'altro, rastrellando una quota sempre maggiore del valore che passa tra di loro.» Ascolta il podcast sul sito di valori.it
HAVIN GUNESER NEGLI STUDI DI RADIO ONDA D’URTO. L’INTERVISTA ALL’AUTRICE, GIORNALISTA E ATTIVISTA CURDA
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, autrice del libro “L’arte della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025), già portavoce della campagna internazionale “Libertà per Abdullah Öcalan – Pace in Kurdistan” e fondatrice dell’Academy of Social Science, che ha visitato i nostri studi di Brescia prima della presentazione dell’edizione italiana del suo libro che si è tenuta al centro sociale Magazzino 47. L’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser, autrice del libro “L’arte della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025), già portavoce della campagna internazionale “Libertà per Abdullah Öcalan – Pace in Kurdistan” e fondatrice dell’Academy of Social Science. Ascolta o scarica. Di seguito la trascrizione completa dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser di lunedì 30 marzo 2026: L’arte della libertà, breve storia del Movimento di Liberazione Curdo, è il libro di Avin Gunezer tradotto anche in italiano a fine 2025 per Meltemi. Abbiamo il piacere di avere qui nei nostri studi la stessa Avin Gunezer con Anna Clara Basilico, traduttrice del libro in italiano. La prima domanda, iniziamo dal titolo, la scelta di fare un racconto sul movimento di liberazione curdo, come è nata questa idea e quale è la sua importanza? Grazie di questo invito, e un ringraziamentoanche ad Anna Clara per essere qui oggi, per aver tradotto il libro e per tradurre le domande per me in inglese oggi. Credo che questo libro sia molto importante a partire dal titolo“L’Arte della Libertà, Breve Storia del Movimento di Liberazione Curdo”. Ero stata invitata al California Institute of Integral Studies, un’università californianadi San Francisco. Mi avevano chiesto di tenere un seminario di tre giorni per meglio comprendere la lotta di liberazione del popolo curdo. Mi resi conto in quel momento che molte persone avevano sentito parlare del popolo curdo solamente in occasione di circostanze specifiche, come il rapimento di Öcalan nel 1999, o l’occupazione statunitense dell’Iraq, con le conseguenze sulla popolazione curda. Se ne parlava molto in questi casi, così come si è parlato molto del Rojava, ma nessuno di fatto aveva seguito la storia del movimento di liberazione curdo. Come si fosse arrivati alla rivoluzione in Rojava, cosa fosse successo nelle altre parti del Kurdistan… Le persone tendenzialmente erano convinte che il nuovo cambio di paradigma fosse dovuto unicamente al rapimento di Öcalan, o al fatto che avesse improvvisamente scoperto e letto Murray Bookchin altri autori, provocando il cambiamento di prospettiva. Per questo motivo sia io che alcuni professori del California Institute of Integral Studies abbiamo pensato che fosse molto importante tenere questi seminari. In seguito alle tre giornate abbiamo valutato che avesse senso trasformare il contenuto in un libro che offrisse un resoconto interessante di come si fossero sviluppate le cose all’interno del movimento di liberazione curdo. All’epoca erano passati circa 47 anni. Ma ora sono, ovviamente, 53 anni dall’inizio dell’organizzazione del movimento. Ok, la seconda domanda, invece, è legata a quali sono i principalisnodi all’interno di questo libro. Sono tre i punti toccati, soprattutto dal punto di vista della storia e del pensiero del movimento di liberazione curdo. Sì, certo. Il libro è tratto da tre lezioni. Il primo capitolo di fatto spiega come hanno fatto il movimento di liberazione curdo e il PKK a sopravvivere in tutti questi anni al centro del vortice.  Nel libro provo a spiegare come, nonostante la guerra fredda,il movimento abbia assunto una prospettiva marxista-leninista, oltre a presentarsi come un movimento curdo. Erano entrambe scelte molto, molto difficili da compiere. Da lì, sono passata alla “ribellione della più antica colonia”, la donna. Tutto questo iniziò all’interno del movimento, prima di tutto. Penso che molte lotte in tutto il mondo, le lotte anticoloniali, antimperialiste, e anticapitaliste sono state capaci di mostrareil modo in cui oppressione, sfruttamento e gerarchie di potere si sono date storicamente. E penso che quello che dovremmo vedere è che, come ho detto prima, non si è trattato di un cambiamento da un giorno all’altro. Sono stati necessari anni di interrogativi, di critica e diautocritica, ma capire ciò che non si voleva, che si rifiutava, non era abbastanza. Sulla scorta di quel che non si voleva abbiamo capito che tipo di meccanismi politici, sociali, culturali fosse necessariointrecciare affinché non si ripetessero gli stessi errori.In primo luogo era quindi necessario muovere una critica, ma in seconda battuta capire come non ripetere gli errori. Da ultimo, veniva però la costruzione di qualcosa di diverso. Per questo credo che il processo del movimento di liberazione curdo sia da ben comprendere, altrimenti sarebbe impossibile capire come si è giunti al cambio di paradigma. Nel libro, ma più in generale nel movimento di liberazione curdo, dai molto spazio al tema della società. Parli anche di “societicidio”. Quindi vorrei chiedere una riflessione su questo, che è un punto molto importante nella riflessione politica del movimento. Toni Negri ha definito quel che Ocalan sta compiendo molto importante.Dal suo punto di vista, Ocalan stava gettando le fondamenta di un nuovo sistema politico per il XXI secolo.  È nelle sue rielaborazioni che possiamo vedere come lo fa:Ocalan prende in prestito il pensierodiFernand Braudel riguardo alla storia, è affascinato dalla sociologia della storia.Guarda al passato, presente e futuro in questi termini, osserva la long durée eripercorre la storia per individuare qual è la contraddizione primaria. Per molti versi, Ocalan è ancora marxista, ma su questo punto non è d’accordo con Karl Marx. Per lui, non si tratta della contraddizione di classe.Per Ocalan, l’inquadratura è molto più larga, e naturalmente include anche la classe, ma per lui la contraddizione principale è quella tra Stato e comune. E la comune si fonda sulla libertà delle donne, è matricentrica. Per questo motivo per Ocalan era importante cercare di ripercorrere la storia della comune, vedere cosa le fosse successo e perché. In questo modo Ocalan si rende conto che nel momento in cui si arriva alla modernità capitalista, lo Stato, nella sua veste di Stato-nazione, è cresciuto a tal punto a danno della comune – che lui definisce “società morale e politica” – che siamo di fronte a un societicidio. Ecco perché siamo di fronte alla società di oggi. Oggi la società non è altro che una manciata di persone che lavorano insieme. Non so, forse in Italia le cose sono un po’ migliori, ma in moltissimi luoghi, in particolare in Europa, i rapporti tra le persone si stanno davvero deteriorando e la società non è più in grado di prendersi cura di sé stessa, nemmeno per quanto riguarda la vita quotidiana, non è in grado di prendere decisioni e di auto-governarsi. Per questo credo che quel intendeva Negri era che, nel mezzo della Terza guerra mondiale siamo di fronte a numerosi dilemmi. Si sta cercando di creare più confusione possibile. Mi dispiace moltissimo per la perdita di Toni Negri, aveva ancora moltissimo da dare. Ha davvero centrato il punto con Ocalan capendo che la sua proposta è una possibilità d’uscita da questo pantano in cui stiamo affondando, al nostro futuro che diventa sempre più precario, sempre più dannoso per l’ecologia, la società umana e naturale. L’ultima domanda riguarda, ne abbiamo parlato in Ora di Società, abbiamo già parlato prima della guerra, c’è un intero capitolo dedicato alla ginecologia, alla scienza della donna e della vita, che è intitolato, richiama questa fortissima espressione sulla quale vorrei tornare con Evinco Ineseros, cioè la ribellione della prima colonia. Sì. Nella sua ricerca della libertà e delle ragioni per cui l’abbiamo persa, Öcalan ha davvero continuato ad analizzare aspetti che molte persone tendono a ignorare. Lo scientismo e il positivismo, all’interno della modernità democratica, tendono a sminuire molto la storia orale o altre fonti non scritte nella comprensione del passato. Ocalan ha deciso di fare diversamente. Ha iniziato a guardare alla mitologia, rivalutandola. È così che ha iniziato a capire la storia della lotta tra patriarcato e società matrilineari, società cioè basate sulla figura materna. Ha rivalutato le religioni, osservandole come movimenti sociali del loro tempo. Attraverso tutto ciò è giunto alla conclusione che la prima rottura da questa società matrilineare è avvenuta con la rottura tra i sessi. Ocalan parla di una “setta di assassini” – stiamo ancora cercando una traduzione migliore. Ma penso che sia quello che è sotto gli occhi di tutti oggi con gli Epstein files: una massa di uomini, un’oligarchia di fascisti. Quello che hanno fatto è talmente orribile che non esiste reazione al mondo all’altezza delle loro azioni. La realtà ci mostra fino a che punto tutti abbiano semplicemente accettato la violenza contro le donne, i femminicidi. Non si tratta solo di ragazze minorenni o di donne, sono coinvolti persino bimbi piccoli. E alle spalle di tutto ciò c’è, di fatto, un clud di solo uomini, un club di cacciatori. Patriarchi che si organizzano dentro lo stato, dentro le istitutizioni per violarle e annullarle. Voglio dire, ma come siamo arrivati a questo punto? Come mai tutte le organizzazioni e le istituzioni dopo le due guerre mondiali non funzionano più? Come hanno trovato il modo per aggirarle? C’è molto da smontare e da capire Ma perché il sistema è così permeabile a questo? Perché il sistema stesso è lo stato finale o presente del patriarcato. Sulla scorta di questo ragionamento Öcalan coglie che la donna non è solo la prima colonia, è anche la prima classe e la prima nazione. Perché è qui che si verifica la prima rottura, da cui segue lentamente il neolitico come fase di transizione, motivo per cui la mitologia è così importante.Per tutto il paleolitico, ad esempio, sono estremamente diffuse le veneri, statuine femminili che rappresentano la fecondità e la maternità. Più tardi emergono invece siti come Göbekli Tepe, vicino al villaggio natale di Ocalan, in cui osserviamo il processo di sacralizzazione degli organi genitali maschili. Possiamo notare questo passaggio e Ocalan è riuscito a cogliere la continuità di quella lotta che continua ancora oggi. Questa è la ragione per cui Ocalan definisce la donna chiama la prima colonia e il motivo per cui ogni altra colonizzazione, ogni altra schiavitù e ogni altra oppressione – di classe o su base nazionale – si è verificatasulla scorta di quel che è avvenuto alle donne. È stato anzitutto necessario costruire una premessa ideologica, come emerge ad esempio nella mitologia sumera. La maggior parte delle religioni hanno attinto da lì: le donne sono state create dalla costola di Adamo, l’essere umano è stato plasmato dal fango, eccetera. Le religioni hanno ereditato tutto ciò, e così si può vedere l’emergere di una nuova narrazione che esalta l’egemonia maschile e il controllo delle donne. Quindi questo si accompagna, ovviamente, alla violenza. Quel che è stato fatto alla donna continua ancora oggi. Con l’emergere della modernità capitalista qui in Italia, ma non solo, le donne venivano bruciate sul rogo. Chi erano quelle streghe?Erano donne che non accettavano questo sistema, sistema che è diventato poi dominante nelle terre in cui viviamo. Anche l’economia è stata portata via, dalle donne, ma anche dai lavoratori. Se guardiamo alla storia del popolo curdo vediamo che la stessa modalità è stata usata per ridurlo in schiavitù. Penso sia per questo che ha definito la donna la prima colonia, la prima classe e la prima nazione, ed è per questo che pone al centro la comune, e che la comune non può esistere senza che al suo centro vi sia la donna, e la donna libera. Tutto questo non significa naturalmente la donna di oggi. Dobbiamo ancora liberarci del fardello di questi 5000, forse 12mila anni di stratificazione di oppressione, di tutte queste caratteristiche scolpite dentro di noi, ma che non ci appartengono. Quel che sta cercando di fare il movimento di liberazione curdo è questo: nel corso degli anni è passato da un’ideologia della liberazione della donna all’eterno divorzio dal sistema di valori patriarcale, fino all’uccisione del maschio dominante, prendendo in considerazione diverse prospettive per andare sempre più in profondità. E infine, naturalmente, c’è il partito delle donne curde all’interno del movimento di liberazione curdo.  Il tutto va quindi inquadrato in uno scenario molto più ampio. Le donne all’interno del Movimento di Liberazione Curdo e all’interno della società civile hanno davvero lottato duramente per arrivare qui e hanno sacrificato molto. E a questo proposito non posso non parlare del ruolo di Ocalan, perché qualsiasi altro leader, in queste circostanze, avrebbe potuto dire, “sì, okay, ma sapete, abbiamo cose più importanti di cui occuparci, non è questo il momento”, Ma lui ha sempre capito che per non ripetere gli errori degli altri occorreva andare più in profondità, e non ha ignorato la questione. Ha lavorato con le donne, ha favorito l’apertura di uno spazio politico, sociale e culturale e ha cambiato i meccanismi interni al movimenti per essere sicuro di non ripetere gli errori del passato. Per concludere, in breve, vorrei parlare di uno dei progetti più recenti, nato dopo la pubblicazione del libro, che riguarda l’attività dell’Accademia delle Scienze Sociali, di cui, Annaclara Basilicò, qui presente fa parte, insieme a Havin Güneser, fondatrice dell’Assemblea. Quali sono gli obiettivi e su cosa si intende lavorare? L’Academy of Social Science è un’accademia che io, insieme ad Anna Clara e ad altri 19 intellettuali, abbiamo fondato. È un’istituzione molto importante, perché è sotto gli occhi di tutti che produrre saperi e conoscenze per le persone e con le persone non è più qualcosa che si può fare attraverso le università. In realtà, quel che accade è che le università diventano giorno dopo giorno sempre più alleate delle strutture di potere. Nonostante ciò, ovviamente ci sono persone che rimangono critiche e che cercano di mantenere uno spazio critico al loro interno, come molte delle persone che hanno aderito all’Academy of Social Science e con cui stiamo lavorando. Ciò nonostante, sentivamo l’esigenza di uno spazio nostro per sviluppare tutto ciò cui abbiamo lavorato negli ultimi 10-15 anni, per renderlo formale, per essere sicuri che gli argomenti trattati e discussi anche in questa intervista fossero realmente a disposizione della società – come fare ricerca con i movimenti, com attivisti e intellettuali… forse chissà, avremo l’ambizione di preparare un curriculum, un’università, per capire non solamente le nostre radici, ma per capire il nostro presente. Perché so che c’è molta confusione su quel che accade oggi, soprattutto ad esempio nel caos del medio oriente, in Siria, Iran, Iraq e Turchia. Ocalan ha tracciato una linea dalla sua prigione sull’isola di imrali per chiarire qual è la posizione del movimento di liberazione curdo, e so che le persone sono confuse perché sono abituate a determinati schemi. Ma il movimento di liberazione curdo è sempre stato al di fuori di quelli. Le persone sono rimaste piuttosto perplesse. Cosa stanno facendo questa volta. Ma penso che il libro sia utile anche per questo, perché dà una prospettiva diversa, già dal primo giorno. Anche se è nato come movimento marxista leninista, come ha fatto a non cadere nella trappola del dogmatismo e del socialismo reale? Come ha fatto a svilupparsi da quel punto di partenza mantenendo la buona eredità del socialismo, di Marx, dei movimenti anti-coloniali, del femminismo, costruendo su tutti questi? Direi quindi che l’Academy of Social Science, con le sue comuni di ricerca, con i collettivi di artisti, con la rivista “Democraticmodernity” e una serie di altri progetti collaterali, come il dizionario politico e l’approccio metodologico sarà in grado di avvicinare i movimenti e di mostrare che nel mezzo del caos attuale, noi possiamo davvero, a partire dal contesto locale, difendere insieme la società e assicurarci che il sapere non sia potere, ma chela verità è una vita libera.  
March 31, 2026
Radio Onda d`Urto
NO CPR: CONTINUA L’ORRORE QUOTIDIANO. “NON POSSONO ESSERE MIGLIORATI, MA SOLO CHIUSI”
Episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e condizioni di forte sofferenza psicologica vengono segnalati con crescente frequenza all’interno dei Centri per Rimpatrio. “È questo orrore quotidiano, che io definisco una drammatica normalità, che caratterizza questi luoghi” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e di SIMM, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “Ci tengo a far emergere il discorso della normalizzazione che è una delle dinamiche più pericolose che riguarda i luoghi di sofferenza e di violenza istituzionale che sono diventati i CPR. Cioè: per chi lavora all’interno del CPR, per chi si occupa della sicurezza, ma anche della salute; la sofferenza di queste persone, la mancanza di una prospettiva di vita di queste persone è diventata talmente normale che anche solo dai pochi secondi dei video che noi abbiamo messo sulla nostra pagina Facebook, potete notare come sia quasi una routine la persona che cerca di impiccarsi, la persona che viene trasportata di corsa sulla barella perché si è tagliato, la persona che viene trasportata di corsa su una sedia a rotelle perché si è fatto male. E questa è la normalizzazione di un ambiente violento che è quanto di più pericoloso possa esistere in un contesto sociale”. La detenzione amministrativa prolungata (fino a 18 mesi) incide profondamente sulla salute mentale e fisica, studi internazionali infatti mostrano come all’aumentare del tempo di trattenimento crescano anche i disturbi psicologici. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della rete Mai più Lager – No ai CPR e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni con una lunga esperienza come medico nelle carceri e nel CPR. Ascolta o scarica.
March 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Pasqua laica
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- La Pasqua ci spinge a ritrovare la forza di sperare contro ogni speranza. Ogni liturgia civica, nella quale si protesta contro la follia della guerra e del dominio e lo si fa con dignità e costanza, è una Pasqua laica, è un respiro di vita. Ovunque si vuole una società basata sulla giustizia e si chiamano in causa i responsabili delle trame della violenza, si fa Vangelo, anche se al Vangelo non ci si crede. Ed io lo vedo, per esperienza, questo trasparire del Vangelo in coloro che non lo leggono, e questa menomazione del Vangelo in coloro che lo portano sotto il braccio. Dobbiamo scegliere questo mondo di pace. E dobbiamo essere spinti e animati ogni giorno da questa mitezza profetica e perciò coraggiosa, pronta a compromettersi in tutti i modi perché la violenza sia debellata e perché in qualche modo tutti i viventi nel mondo abbiano la Vita e l’abbiano densa di speranza. [Alessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge di Firenze] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua laica proviene da Comune-info.
March 31, 2026
Comune-info
Legge elettorale: cavallo di Troia della destra?
Inizia in queste ore in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati la discussione sulla nuova legge elettorale che la destra vorrebbe far approvare per poi collaudare alle prossime politiche. L’atteggiamento della maggioranza è, in apparenza, diverso da quello tenuto, ad esempio, sulla riforma della giustizia respinta dai cittadini pochi giorni fa. Il Presidente della Commissione, Nazario Pagano, che in passato si è distinto per il suo oltranzismo di maggioranza, si mostra dialogante, e vuole assumere, come dice lui, il ruolo del “sarto”, che taglia, cuce, trova le misure giuste. Insomma un invito a parlare e discutere per trovare accordi ampi. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…”… diceva un tizio che pensava male e spesso agiva peggio, e quindi questa disponibilità improvvisa al dialogo lascia molto diffidenti. A costo di fare la fine del sacerdote Laocoonte è utile dire “timeo danaos et dona ferentes”, in questo caso “temo la destra pure quando dialoga”, o finge di dialogare. Si vuole, forse, scaricare le responsabilità sulle opposizioni, che si troverebbero o a giocare il gioco della destra? Oppure si vuole evidenziare che le opposizioni sono ostruzioniste e non dialoganti, e quindi giustificare colpi di maggioranza? Resta comunque il fatto che la decisione di far partire la discussione della legge elettorale a ridosso del voto non è nuova, ma non appare certo corretta. In passato si riteneva che le modifiche di questo tipo andassero discusse all’inizio e non alla fine della legislatura, nell’ottica di lavorare con il tempo necessario e prescindendo, per quanto possibile, dal “chi viene favorito” dato che in cinque anni le cose cambiano e così le situazioni politiche. Invece ora si parte quasi alla fine della legislatura che, ad essere realisti, terminerà al massimo nella primavera del 2027. E, quindi, i tempi sono ristretti e sarà quindi “necessario” procedere a tappe forzate, per garantire, secondo i proponenti, il mito della “governabilità”, dato che il Rosatellum non porterebbe che allo stallo ed al temuto governo tecnico. Si tratta di una interessante ammissione di debolezza da parte della destra che sino a poco tempo fa si proclamava vincitrice sempre e ovunque. Non solo il referendum ha incrinato questa immagine vincente della destra, e in particolare della Meloni. Gli alleati non sono così propensi ad accettare imposizione della Presidente, in particolare sulla eliminazione dei collegi uninominali, che sfavorirebbe in particolare la Lega che proprio su quei collegi punta per attenuare le conseguenze della crisi “vannacciana” e l’indebolimento elettorale del quale viene indicato come responsabile Matteo Salvini. In realtà, non è questa la sola criticità. Il premio di maggioranza per la coalizione che raggiungesse il 40% dei voti appare sproporzionato, tenendo anche conto della costante crescita dell’astensione, che porterebbe chi prendesse il 40% dei voti, di, per esempio, meno del 50% dei votanti, ad avere un numero di eletti sovradimensionato per quella che sarebbe, al massimo, la più grande delle minoranze in termini di votanti. Si afferma che il testo in discussione sia solo una bozza, che tutto può essere discusso e modificato. E qui ritorna Laocoonte, che sfida i serpenti ma non vuole fare entrare il cavallo in città. E fa bene. Proprio per quanto ricordato sopra. Il tempo è poco, le obiezioni molte. Se tra pochi mesi si vedesse uno “stallo”, dovuto alla discussione in corso, chi può garantire che il “sarto” non sia chiamato a confezionare il vestito sul gusto della Meloni? Portando in Aula un testo come quello attualmente in discussone, pasticciato e pieno di buchi? Timeo Melonas et dona ferentes… diffido della Meloni, del suo Governo e della sua maggioranza anche quando si mostrano aperti, anzi a maggior ragione quando si mostrano aperti! Federico Smidile Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
24 marzo 2026: Mothers Call – Un Cammino d’Incontri per la Pace
Martedì 24 marzo, intorno alle 18, qualche centinaia di donne, vestite di color chiaro, si sono incontrate in piazza Garibaldi, in risposta alla chiamata, girata nei social, di “Mothers Call”. Incontro gli sguardi di Claudia e Luisa, che hanno dato vita all’incontro a Cagliari e chiedo loro come sono entrate in contatto con il movimento…   Claudia: Io, Luisa e altre amiche sentivamo da tempo il desiderio di riprendere a fare attivismo. Abbiamo seguito con profonda ammirazione la “Walk for Peace”: un pellegrinaggio iniziato a ottobre 2025 da un gruppo di monaci buddisti, partiti dal Texas per raggiungere Washington, a cui moltissime persone si sono unite. Un gesto semplice, di una potenza straordinaria, che ci ha spinto a volerci rimettere in cammino. Proprio in quel periodo abbiamo scoperto il movimento Mothers Call e ci siamo attivate immediatamente.   Parlatemi del movimento.   C.: Mothers Call nasce nel 2021 dall’incontro di “Women of the sun”, associazione di donne palestinesi, con “Woman wage peace”, associazione di donne israeliane. Reem palestinese e Yael israeliana si sono unite nell’intento di attivare percorsi di mediazione, risoluzione nonviolenta dei conflitti e rivendicare un ruolo attivo come donne e come madri al fine di rompere il silenzio della diplomazia e coinvolgere le istituzioni. Reem e Yael affermano insieme: I piedi saranno nudi «Perché non possiamo indossare le scarpe sulle strade di un mondo intriso dal sangue dei nostri figli. Cammineremo scalze ma cammineremo. Mai come ora è tempo di cominciare il lungo percorso verso la pace».   Come siete entrate in contatto con il gruppo di Roma?   C.: Il gruppo Mothers Call è molto presente sui social. Ci hanno risposto subito, ed è iniziato un dialogo costante per coordinare la nostra iniziativa alla loro, a Roma. La visione di Mothers Call riflette esattamente la nostra: camminare senza polarizzazioni, scegliendo di esserci come cittadine per cercare strade alternative all’ondata di odio e violenza. Come può cessare tutto questo? Come si può ristabilire un dialogo? La soluzione non può che risiedere nella mediazione e nella risoluzione nonviolenta dei conflitti.   Il gruppo di Cagliari, appena nato, si propone di sostenere e diffondere con varie iniziative la richiesta di Mothers Call: una presenza costante di donne, da lungo tempo impegnate nei movimenti pacifisti, ai tavoli negoziali per trovare soluzioni diplomatiche, per portare un messaggio di Pace Universale. https://mothers-call.org/ https://www.instagram.com/stories/themotherscall/3861216970359715911?utm_source=ig_story_item_share&igsh=dXNsYjV4cjlvNWg3   Grazie Claudia e Luisa! E ritornando a martedì 24 … Le donne convenute in piazza Garibaldi, mezz’ora dopo le 18, hanno iniziato un corteo silenzioso, in fila indiana, unite simbolicamente da un filo bianco di lana, attraversando Piazza Costituzione e confluendo in piazza Yenne al 145’ giorno del Presidio Stabile per la Palestina. Incontro Ben e gli chiedo di parlarci del Presidio…   Ben: il nostro Presidio, che coinvolge uomini e donne, nasce più di 4 mesi fa… Nasce dietro l’impulso di altre Piazze dell’Indignazione presenti in varie città in Italia, in particolare a Milano, dove l’esempio della resistenza nonviolenta, contro la guerra, e dell’indignazione del genocidio che stà avvenendo tutt’oggi Gaza, ci ha coinvolti direttamente. Quà a Cagliari la prima e principale attivista che ci ha coinvolti è Vania, e ci siamo ritrovati tutte le sere a partecipare a questo Presidio nonviolento, sempre pacifico. Crediamo nell’autodeterminazione del popolo palestinese, degli uomini e delle donne palestinesi, le quali con i loro bambini soffrono tantissimo, e sono vittime di carestia (come denunciato dall’Onu e da tantissimi osservatori internazionali che si curano dei bambini). Crediamo che Cagliari debba rivendicare la propria posizione di città pacifica, che è stata vittima di un grandissimo bombardamento durante la seconda guerra mondiale, ed ha ancora delle tracce nelle sensibilità dei cagliaritani. Non vogliamo che in Sardegna il ricatto del lavoro favorisca l’industria del riarmo che si stà svolgendo in Europa.   Grazie Ben. E a proposito del dissenso al riarmo e ad un sentire solidale comune, parlaci dell’incontro in piazza con altri movimenti e col movimento delle Madri per la Pace…   B.: “La Piazza dell’Indignazione”, lo stare in piazza, rendere in qualche modo presente il dramma palestinese, è stata ed è tutt’ora il centro di svariate domande di politica. Non di politica da palazzo, ma di politica vissuta dalla gente, di politica sociale. Molte manifestazioni son confluite qui da noi: di studenti, di organizzazioni palestinesi, e altre ancora, come quella delle madri giorni fa. Noi pensiamo che il dissenso non debba essere criminalizzato. Noi siamo degli Utopisti: vorremo che il Tribunale Internazionale si facesse carico del dramma delle vittime e fossero condannati i colpevoli. (Io ho conosciuto martedì 24 marzo il movimento delle madri). Qualunque tipo di contributo in risonanza con lo spirito del Presidio della Piazza dell’Indignazione è ben accetto. Quello che auspichiamo è che il dibattito prosegua, e per chi vuole noi ci siamo tutti i giorni in piazza Yenne, dalle 18.30 alle 20!   Grazie Ben. Dopo aver salutato il Presidio Stabile per la Palestina, il corteo silenzioso della Madri per la Pace prosegue verso il palazzo della RAS in Via Roma dove celebra con un grande cerchio l’unione tra tutte le donne, e gli uomini accorsi, in segno di Pace tra i popoli. Le marce per la Pace sono come “assemblee in cammino”, diceva Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento in Italia e promotore della prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi nel 1961. Tra le tante donne accorse incontro Giulia e Shardi…   Giulia: Ho saputo da un’amica che mi ha condiviso l’evento. Io e Shardi proveniamo dallo stesso territorio…   Shardi: …partivo con molte esitazioni: la distanza da Tortolì, le difficoltà negli spostamenti (anche economiche), gl’impegni lavorativi e una certa resistenza verso le manifestazioni. Ciò che mi ha fatto cambiare prospettiva è stato il significato profondo dell’iniziativa: camminare scalza, vestita di bianco, in silenzio, come gesto di ascolto e presenza in un momento storico che spesso sembra irreale. Anche grazie al supporto concreto di Giulia, ho scelto di dedicarmi questo tempo come un atto di rispetto quasi sacro: uscire dall’ordinario, rallentare e camminare in silenzio, per esserci davvero.   “In aggiunta” (citando Capitini) che sogni e speranze augurate ragazze?   G.: In aggiunta, io spero che quest’unione di donne, che possono organizzare “Calls of Mothers”, con l’atto di dire “Io la penso così”, di “mettere in piedi la fisicità delle azioni”, possa essere di esempio, possa entrare sempre più in profondo. Quando la grande macchina della guerra si avvicina, …quando è il momento di agire e di dire no? Questo No è mettersi, interrompere le azioni che stiamo facendo nella nostra piccola carriera, interagire con questa realtà, con coraggio.   S.: “Si. Bisogna accompagnarci, come donne, nella consapevolezza di uscire dalla quotidianità, ed entrare in uno spazio molto più profondo, dentro di sé, nel silenzio, nella presenza viva, nel camminare insieme.” “Se stiamo nella superficie, niente cambia. Se uno va in fondo a sé stesso, può solo smuovere, fuori.”   Grazie ragazze!   Claudia: Penso sia importante iniziare ad immaginare uno scenario diverso da quello che stiamo vivendo. Ogni cambiamento inizia da ciò che iniziamo a pensare.   E sull’onda di questi pensieri e speranze, inizio ad immaginare un dare sempre più corpo e voce alla Pace dentro e fuori dai nostri cuori, fino a farci cantare e danzare posando i piedi su Madre Terra.   Grazie! Grazie a Claudia e Luisa (Mothers Call), Grazie a Ben (Presidio Stabile per la Palestina), Grazie a Giulia e Shardi, (giovani donne partecipanti). Articolo partecipato. PressABellu Redazione Pressenza Sardigna Redazione Sardigna
March 31, 2026
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