Una riflessione sulla violenza a scuola
Quando un No diventa intollerabile Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per il susseguirsi di episodi di aggressione nei confronti dei docenti, fenomeno che non può essere interpretato esclusivamente come una questione disciplinare o di ordine pubblico. Dietro questi gesti si intravede una crisi educativa più ampia che interpella famiglie, scuola, istituzioni e società nel suo complesso. Colpisce che, sempre più frequentemente, un richiamo, una valutazione insufficiente o un semplice diniego possano generare reazioni sproporzionate, talvolta persino violente. È come se una parte delle nuove generazioni fosse stata privata dell’esperienza fondamentale dell’attesa, della rinuncia, dell’errore e della frustrazione. Eppure è proprio attraverso questi passaggi che si costruisce la personalità di un individuo capace di affrontare il mondo reale. Per anni si è cercato di proteggere i ragazzi da ogni difficoltà, da ogni delusione, da ogni ostacolo. In molti casi, però, questa protezione si è trasformata in una forma di impoverimento educativo. Si è confusa la cura con la sostituzione, il sostegno con la rimozione di qualsiasi esperienza dolorosa. Così facendo, si è rischiato di trasmettere un messaggio implicito ma devastante: che ogni desiderio debba essere immediatamente soddisfatto e che ogni frustrazione rappresenti un’ingiustizia. La vita, tuttavia, non funziona in questo modo. Nessun percorso di crescita può prescindere dall’incontro con il limite. Il limite non è una punizione; è una bussola. È ciò che insegna il rispetto dell’altro, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, la capacità di distinguere tra ciò che si desidera e ciò che è giusto. Quando un giovane arriva a colpire un insegnante, ciò che emerge non è soltanto un problema di controllo della rabbia. Emerge una difficoltà più profonda: l’incapacità di accettare che esistano figure adulte chiamate a svolgere una funzione educativa, anche quando questa comporta valutazioni sgradite, richiami o regole da rispettare. La scuola non può essere ridotta a uno spazio nel quale gli studenti devono sentirsi costantemente gratificati. La scuola è il luogo in cui si impara anche a confrontarsi con i propri limiti, a riconoscere gli errori, a trasformare le difficoltà in occasioni di crescita. Un sistema educativo che rinuncia a questa funzione per paura del conflitto finisce per tradire la propria missione. Preoccupa inoltre la crescente tendenza a delegittimare la figura dell’insegnante. In una società che fatica a riconoscere il valore dell’esperienza, della competenza e dell’autorevolezza, il docente rischia di apparire non più come una guida, ma come un ostacolo da contestare ogni volta che non conferma aspettative o desideri. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia necessario riaprire una seria riflessione culturale sul significato dell’educazione. Educare non significa eliminare ogni sofferenza dal cammino dei giovani; significa fornire loro gli strumenti per affrontarla. Non significa evitare le cadute, ma insegnare a rialzarsi. Non significa costruire percorsi privi di ostacoli, ma formare cittadini capaci di attraversarli con responsabilità e consapevolezza. In questo scenario assume un ruolo centrale l’educazione ai diritti umani. I diritti non possono essere percepiti come pretese individuali prive di limiti; essi trovano il loro fondamento nel riconoscimento della dignità dell’altro, nel rispetto reciproco e nella responsabilità personale. Non esiste diritto che possa legittimare la violenza, l’intimidazione o la sopraffazione. Le aggressioni ai docenti rappresentano dunque un campanello d’allarme che va ben oltre le mura scolastiche. Esse raccontano una difficoltà crescente nel rapporto tra giovani e mondo adulto, tra desiderio e realtà, tra libertà e responsabilità. Ignorare questi segnali significherebbe rinunciare a comprendere una delle più urgenti sfide educative del nostro tempo. Occorre avere il coraggio di restituire valore all’impegno, alla fatica, al merito, alla responsabilità e persino all’errore. Solo così potremo aiutare le nuove generazioni a diventare persone libere, non perché non incontrano mai ostacoli, ma perché imparano ad affrontarli senza trasformarli in motivo di rabbia o di violenza. prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
I peruviani protestano contro i risultati a favore di Fujimori
L’ascesa di Keiko Fujimori negli ultimi risultati elettorali, durante lo spoglio dei voti dell’ONPE che è arrivato al 98,325%, ha provocato una manifestazione di massa della popolazione che è scesa in strada per protestare contro quella che considerano una “frode elettorale” orchestrata in anticipo, e che spiegherebbe perché l’ascesa della candidata non sia dovuta solo ai voti dall’estero. In mattinata, il candidato Roberto Sánchez ha invitato alla calma e ha proposto alla sua avversaria Keiko Fujimori di unire gli sforzi a favore della democrazia, fatto che è stato interpretato dalla popolazione come un messaggio molto “tiepido” dato il “rischio di frode” che “non rispetterebbe la volontà popolare”. Secondo i risultati dell’ONPE, Sánchez ha ottenuto la vittoria sulla sua avversaria in 16 regioni del Paese (con percentuali comprese tra il 51% e l’85%), mentre Fujimori l’ha ottenuta in 9 regioni (tra il 51% e il 65%) oltre al voto dall’estero (63,4%). Il processo di conteggio presenta oltre 1630 verbali osservati i cui voti non sono stati incorporati nel conteggio ufficiale, il che potrebbe avvantaggiare la candidata. Nel frattempo, la Giuria Speciale di Lima ha respinto la richiesta di Juntos por el Perú di annullare 1751 seggi elettorali in Perù e negli Stati Uniti per mancato pagamento della tassa elettorale che superava i 2 milioni di soles. GENERAZIONE Z: RISPETTO DELLA VOLONTÀ DEL POPOLO Diversi collettivi, tra cui Generazione Z Perù, hanno indetto per domani, sabato 13 giugno, una “mobilitazione cittadina in difesa del voto popolare e del voto dei nostri fratelli delle zone rurali”. «Non possiamo più rimanere in silenzio. In passato è stata ignorata la voce dei cittadini su questioni come il sistema bicamerale; oggi vediamo con preoccupazione che si cerca nuovamente di ignorare il grido del popolo. Questa non è una lotta né di destra né di sinistra. È una lotta per il rispetto della volontà del popolo peruviano. Il voto dei nostri fratelli delle regioni vale quanto il voto di Lima. Tutti i peruviani valiamo lo stesso e meritiamo che la nostra decisione sia rispettata. Basta con la corruzione. Basta con gli abusi. Basta voltare le spalle al popolo. Invitiamo tutti i cittadini che credono nella democrazia e nel rispetto del voto popolare a farsi sentire”, indicavano nei volantini. LE FORZE ARMATE SI MOBILITANO Durante la giornata, mezzi di comunicazione alternativi come Noticias Live hanno riferito che a Ica (a sud di Lima) “sono iniziate le intimidazioni e la repressione nel quartiere Chino – Ica, dove sono stati inviati militari in vista di possibili blocchi. Non è ancora ufficiale, ma hanno già iniziato a intimidire la popolazione. «Vogliono dominarci a colpi di proiettile se protestiamo», sono state le parole di un padre di famiglia», ha indicato il media. ANP: SANZIONI CONTRO LE MARCE Da parte sua, l’Associazione Nazionale dei Giornalisti (ANP) ha informato che il sindaco di Lima, Renzo Reggiardo (Rinnovamento Popolare), ha annunciato sanzioni contro le marce nel centro storico. “Applicheremo la legge”, ha detto il sindaco; il che potrebbe surriscaldare ancora di più la situazione sociale. HILDEBRANDT SI PRONUNCIA Il famoso giornalista César Hildebrandt, sul suo account TikTok “Hildebrandt en sus 13”, si è pronunciato riguardo alla questione della frode sottolineando che “la frode ha preceduto le elezioni.  La frode è avvenuta prima, quando la coalizione corrotta che ci governa ha tessuto la sua ragnatela e ha snaturato la riforma elettorale, adattandola ai propri appetiti”. «È una frode che chi ha perso le elezioni del 2021 abbia finito per governare dal Congresso. È una frode che il fujimorismo, che dopo il primo turno detiene la maggioranza congressuale del 2026, pretenda di entrare a palazzo per assicurarsi di fatto un governo dittatoriale come quello di Alberto Fujimori. È una frode il fatto che abbiamo un Senato che bloccherà qualsiasi riforma sostanziale nel caso in cui qualcuno la proponga», ha indicato nel suo editoriale settimanale. Mentre prosegue lo spoglio dell’ONPE, il clima sociale continua a surriscaldarsi e le posizioni delle autorità alimentano la polarizzazione…   Redacción Perú
June 13, 2026
Pressenza
108 nuovi Chortens, Stupa per la pace, in Buthan
Nel Regno del Bhutan verranno innalzati 108 sacri Chortens in un medesimo giorno, quale offerta collettiva in nome della Pace Gelephu, Bhutan, 13 giugno 2026 Il Bhutan ha ufficialmente annunciato che il giorno 1 novembre 2026, nella Gelephu Mindfulness City (GMC), verranno innalzati contemporaneamente 108 sacri Chortens. Si tratta di costruzioni che nel mondo buddhista rappresentano l’Illuminazione e la loro costruzione contemporanea vuole significare un grande impegno spirituale profuso in questo senso.  L’iniziativa, denominata Project 108, cioè Progetto 108, è stata resa pubblica nei mesi scorsi a Gelephu, da Sua Maestà Jigme, Re del Bhutan, in occasione dei festeggiamenti per il suo 46° compleanno. I 108 Chortens, ognuno alto 15 metri, saranno innalzati lungo un percorso di 12 chilometri che affianca il fiume Mao, a Gelephu, nella zona meridionale del Bhutan, posti ognuno a 108 metri di distanza dal precedente.  Per quanto straordinario, il Progetto 108 non intende essere una esibizione di capacità costruttive e non ha finalità di intrattenimento: è una semplice offerta spirituale per la Pace, la Compassione e la Memoria, in un mondo che sempre più sembra contrassegnato da conflitti ed incertezze.  “Nella tradizione Buddhista, l’elevazione di Chorten è considerata uno degli atti più meritori che una persona possa intraprendere”, spiega Dasho Tashi Dorji, capo della Spiritual Workstream dell’Autorità della GMC. “Il Progetto 108 vuole rappresentare un’offerta collettiva al mondo.” Un Jangchub Chorten, cioè uno Stupa dell’Illuminazione, è un monumento che commemora il raggiungimento dell’Illuminazione da parte del Buddha ed è considerato come il più significativo tra gli otto diversi tipi di Stupa buddhisti. Al suo interno, come da Tradizione, si trovano numerosissimi testi sacri, preghiere e benedizioni, noti come zungs: i Chortens divengono così strutture che irradiano benefici spirituali verso tutti coloro che li incontrano.  Il numero 108 riveste un profondo significato nelle tradizioni buddhiste, ma anche in Astronomia e Matematica. Nel Buddhismo viene associato alla purificazione dalle 108 afflizioni che si ritiene possano offuscare la compassione ed il retto pensiero.  Il team del Progetto 108 ha comunicato che per completare in un solo giorno l’erezione dei 108 Chortens saranno necessari 40.000 volontari, che opereranno simultaneamente in tutti e 108 i siti prescelti. Preliminarmente, saranno approntate le fondazioni e verranno effettuate le attività tecniche necessarie. L’elevazione delle strutture esterne avverrà in contemporanea il 1 Novembre 2026.  Al progetto stanno già lavorando migliaia di volontari addestrati, secondo la tradizione dello zhabto – lavoro comune condiviso – offerto come pratica spirituale. Volontari di ogni categoria, tra cui monaci, studenti, contadini e professionisti del luogo, insieme a cittadini Bhutanesi residenti all’estero, sono da mesi all’opera per preparare i terreni e per tutte le opere preliminari nei 108 cantieri.  Il Progetto 108 offre il benvenuto a quanti vorranno partecipare: chiunque è ben accetto, dai singoli, alle famiglie, alle comunità, alle Istituzioni ed alle organizzazioni Buddhiste, in tutto il mondo. Ogni Chorten può essere sostenuto da offerte individuali o di gruppo, considerando sponsorizzazioni di circa 200.000 USD per ogni singolo Chorten.  I sostenitori potranno anche donare attraverso la piattaforma di crowdfunding dedicata, ospitata dal Royal Securities Exchange of Bhutan Limited (RSEBL). Ulteriori informazioni circa la partecipazione, la sponsorship ed il volontariato sono disponibili presso: Gelephu Mindfulness City Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Una pagina del diario di Nancy da Gaza
Ormai è chiaro da oltre 7 mesi che la tregua, chiamata trionfalmente ad ottobre 2025 “pace”, in realtà sia una guerra continua a più o meno bassa intensità e il diario di Nancy da Gaza conferma questo stato dei fatti: Ciao Stefano, grazie a Dio stiamo bene!. Ti mandiamo tanta pace e amore da Gaza. Ciò che ti descrivo qui di seguito vuole solamente rappresentare l’entità delle sofferenze quotidiane che sopportiamo qui, io, la mia famiglia e ogni altra famiglia di Gaza. Gli attacchi in questi giorni sono costanti, estremamente violenti, casuali e terrificanti. L’ansia causata da questi attacchi è la nostra compagna costante. La vita quotidiana è difficile, soprattutto ora con l’arrivo dell’estate e il conseguente aumento del caldo e dell’umidità, anche perché viviamo vicino al mare. Le tende semplicemente non possono resistere a due stagioni consecutive di inverno ed estate. Soffriamo anche per la carenza d’acqua, sia per bere che per lavarci o per lavare i vestiti. Anche in altre situazioni ho menzionato gli insetti, come le zanzare e inoltre anche i ratti: tutti questi sono ancora presenti e purtroppo numerosi. Noi e i bambini, quindi, abbiamo sviluppato eruzioni cutanee per le quali non c’è cura. I bombardamenti stanno creando una situazione di grande instabilità in tutta Gaza. Io e la mia famiglia stiamo bene, ma la connessione a Internet è difficile: i bombardamenti hanno danneggiato e danneggiano i cavi di rete e siamo costretti ad aspettare che la compagnia intervenga e li ripari, il che richiede giorni. La guerra continua senza sosta e sembra non finire mai. Stefano Bertoldi
June 13, 2026
Pressenza
Non c’è orgoglio nel genocidio: il Rome Pride respinge il pinkwashing mentre il massacro di Israele continua
di Michael Leonardi,  Counterpunch, 12 giugno 2026.   Fotografia di Matteo Nardone Alla fine di maggio 2026, gli organizzatori del Rome Pride hanno lanciato un messaggio chiaro e coraggioso: non ci sarà spazio per la complicità con il genocidio. All’unica organizzazione ebraica LGBTQ+ italiana, Keshet Italia, è stato impedito di sfilare con un proprio carro alla parata del 20 giugno. La ragione era chiara e di principio: Keshet si è rifiutata di avallare il manifesto politico del Rome Pride, che condanna esplicitamente il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele e chiede una netta rottura con le politiche di occupazione, apartheid e sterminio dello stato sionista. Questa decisione ha scatenato la prevedibile indignazione degli ambienti sionisti, che hanno immediatamente gridato all’antisemitismo. Ma la vera questione qui non è il pregiudizio: è la responsabilità. Il Pride è nato come un atto radicale di resistenza contro l’oppressione, non come una parata aziendale di “lavaggio arcobaleno” in cui i criminali di guerra possono sventolare bandiere arcobaleno mentre bombardano i bambini. L’abominio del pinkwashing Israele ha trascorso decenni a perfezionare l’arte del pinkwashing: sbandierando cinicamente la vivace (e pesantemente sovvenzionata) scena del Pride di Tel Aviv come prova della sua “democrazia liberale”, pur mantenendo il regime coloniale di insediamento più brutale sulla terra. Gli israeliani queer possono prestare servizio apertamente nelle forze di occupazione, ma i queer palestinesi vivono un doppio incubo: la violenza quotidiana dell’occupazione militare e le pressioni sociali conservatrici esacerbate da decenni di espropriazione e assedio. A Gaza e in Cisgiordania, la sopravvivenza stessa è precaria. Le autorità israeliane hanno una storia documentata di ricatti ai danni di palestinesi queer vulnerabili per costringerli alla collaborazione, usando la loro sessualità come arma di controllo e tradimento. La distruzione del sistema sanitario di Gaza, gli attacchi mirati contro i civili e la campagna di fame hanno reso impossibile qualsiasi parvenza di esistenza queer sicura. In interi quartieri intere famiglie vengono spazzate via, gli ospedali ridotti in macerie e i bambini mutilati o resi orfani senza accesso alle cure di base. Oltre 70.000 palestinesi sono stati massacrati dall’ottobre 2023, con altre migliaia mutilati, resi orfani e affamati. La campagna genocida di Israele si sta ora estendendo al Libano, con incessanti bombardamenti e incursioni terrestri che fanno salire il numero delle vittime e spingono la regione verso una guerra più ampia e catastrofica. Quando intere famiglie vengono cancellate e intere comunità sono distrutte, sventolare una bandiera arcobaleno sopra la carneficina non è un progresso: è un’oscenità morale. Una presa di posizione necessaria Gli organizzatori del Rome Pride hanno compreso questa realtà. Hanno subordinato la partecipazione all’opposizione al “genocidio in corso a Gaza da parte dello stato di Israele”. Non si tratta di discriminazione contro gli ebrei, ma di un rifiuto di qualsiasi normalizzazione dei crimini di stato israeliani. Gli individui ebrei sono i benvenuti a sfilare come parte della comunità più ampia, ma non come rappresentanti di un regime che perpetra omicidi di massa in diretta streaming mentre rivendica la superiorità morale attraverso una visibilità LGBT selettiva. L’esclusione di Keshet Italia mette a nudo la linea di frattura che attraversa i movimenti queer globali: la solidarietà sarà coerente e basata sui principi, o si piegherà alle pressioni delle lobby sioniste e alla propaganda del pinkwashing? Una vera politica di liberazione non può ignorare selettivamente l’oppressione dei palestinesi — queer o meno — mentre celebra l’immaginario arcobaleno a Tel Aviv. Questa decisione impone un confronto, atteso da tempo, con i limiti delle politiche identitarie slegate dalla lotta anti-imperialista. Il costo umano rende l’ipocrisia insopportabile. Il pinkwashing non salva vite; ricicla il sangue e distrae dalla violenza sistematica che rende la vita quotidiana un inferno per i palestinesi sotto occupazione. Fotografia di Matteo Nardone Le radici del Pride e la prova del nostro tempo Il Pride è emerso dai moti di Stonewall e da decenni di lotta militante contro la violenza della polizia, l’esclusione sociale e la repressione statale. Non è mai stato pensato per essere neutralizzato in un consumismo consolatorio o in un marchio geopolitico al servizio di potenti interessi. La prova di oggi è se il movimento si opporrà alla più grande atrocità morale della nostra generazione o se si lascerà cooptare da coloro che traggono profitto dalla guerra senza fine e dalla pulizia etnica. La decisione di Roma, per quanto controversa, ribadisce che il vero Pride deve essere anti-imperialista e anticolonialista nel suo nucleo. Non può fare pace con uno stato coloniale che pratica l’apartheid e il genocidio. Mentre la Generazione Gaza continua a mobilitarsi in tutta Italia e oltre – facendo pressione sui governi, bloccando i porti, interrompendo le spedizioni di armi e costruendo una vera solidarietà dal basso – questa presa di posizione a Roma invia un segnale potente: i giorni del pinkwashing incontrastato stanno volgendo al termine. Non può esserci orgoglio senza giustizia. Niente bandiere arcobaleno sulle fosse comuni. Nessuna celebrazione dei “diritti LGBTQ” mentre i bambini palestinesi vengono bombardati e affamati – e mentre l’aggressione israeliana si espande in Libano con totale impunità. Dal fiume al mare, la liberazione deve essere per tutti – o non è per nessuno. Il Rome Pride ha tracciato una linea necessaria nella sabbia. Il resto del movimento queer globale dovrebbe prenderne atto e seguire l’esempio. Non c’è orgoglio nel genocidio. Questo articolo è stato ispirato dal suggerimento e dall’interesse della mia figlia LGBTQ+ Val (Gaia) Leonardi, che ha ritenuto necessario uno sguardo più approfondito sul Pride e sul pinkwashing del genocidio dopo la controversia e il clamore sionista che hanno circondato il Roma Pride e la sua posizione di principio. Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com https://www.counterpunch.org/2026/06/12/there-is-no-pride-in-genocide-rome-pride-rejects-pinkwashing-as-israels-slaughter-continues/
June 13, 2026
Assopace Palestina
L’accanimento repressivo contro il dissenso continua a crescere
Queste le dichiarazioni di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e di Francesca Ciuffi (SUDD Cobas) “La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato. Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza. Cosa è successo davvero il 7 marzo? Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager. Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario. Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola. Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa. C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza. La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero. Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza. Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto. Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa. Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni”. (s.spa.) Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
#war #iran Da Al-Dhafra a #Sigonella: la rotta dei #Triton #eau di Antonio Mazzeo Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l’attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell’isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale.https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/12/da-al-dhafra-a-sigonella-la-rotta-dei-triton/
June 13, 2026
Antonio Mazzeo
Lavoro nero e caporalato: giro d’affari da 77 miliardi di euro
  In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di dimensioni rilevanti. Secondo una recente analisi dell’Ufficio studi della CGIA su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno (77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest). Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra quindi nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari, infatti, il 37,5 per cento opera nel Sud. Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi però il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, ecc.) al 20,3 per cento. Si tratta di dati che confermano come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo. Il “nero”, sottolinea la CGIA, è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, vale a dire l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 7 per cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La media nazionale è del 4 per cento. Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel Sud e, in particolare, in Calabria con il 17,9 per cento. Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il dato medio Italia è del 10 per cento. “L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara (CS), si sottolinea nel report dell’Ufficio studi della CGIA, è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori agricoli/organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato”. La FILLEA CGIL pone invece l’accento sul passaggio velocissimo del caporalato dall’agricoltura all’edilizia. “Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella costruzione del Consolato americano a Milano è una situazione gravissima, inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere, ha sottolineato Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia. La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il perimetro delle grandi opere pubbliche. (…) C’è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c’è un caporale e tutto questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di soggiorno per essere regolari in Italia. E che quindi devono stare sotto ricatto di chi offre loro un contratto. (…) Per contrastare il caporalato in edilizia “servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l’illegalità, che coincide con l’arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita organizzata” (https://www.filleacgil.net/tutto-comunicazione/17749-caporalato-e-paraschiavismo-fenomeno-diffuso.html). Qui la nota dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre su “Lavoro nero e caporalato: giro d’affari da 77 miliardi l’anno” : https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/06/Lav.neroCap-06.06.2026.pdf. Giovanni Caprio
June 13, 2026
Pressenza
Una giornata di studio sul reddito di base universale e incondizionato
Una giornata di studio al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo attorno al libro di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio con postfazione di Andrea Fumagalli Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine (Multimage, Firenze 2026), lunedì 15 giugno  Il volume smaschera il mito della romanticizzazione del lavoro, rivelandolo come una “trappola capitalista” che impone il sacrificio in nome della passione. Di fronte a una società postindustriale in cui l’automazione e l’Intelligenza Artificiale stanno progressivamente cancellando il lavoro salariato, l’opera lancia un’esortazione radicale: riappropriarsi del proprio tempo e del proprio corpo per tornare a godere della vita. In questo scenario di conflitto tra capitale e lavoro, la vera chiave di volta diventa il Reddito di base universalmente e incondizionatamente erogato. Non una misura assistenziale, ma un diritto inalienabile di ogni individuo a partecipare alla ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale, indispensabile per liberarsi dai ritmi di uno sfruttamento ingiusto. “In noi l’idea di dover trasformare il lavoro in una passione è così radicata da farci illudere che sia giusto sacrificarsi; del resto, chi non fa sacrifici per amore? Non dovremmo, però, dimenticare che la romanticizzazione del lavoro – nata a partire dal lavoro non retribuito delle casalinghe – è ‘una trappola capitalista’ e che, soprattutto, il lavoro non ricambia il nostro amore. Quanto precede è l’anima e il cuore di questo volume, una esortazione alla riappropriazione degli spazi del nostro piacere, ed è per questo che abbiamo il dovere di criticare radicalmente il lavoro. Dobbiamo mettere in discussione quelle attività lavorative che sono innestate su ritmi, tempi e paghe ingiuste, e lottare per un cambiamento reale. Perché solo chi non lavora fa l’amore: soltanto chi è disposto a fermarsi, ad alzare la mano e a metterci il corpo può, finalmente, tornare a godere.” Con la concrezione della società postindustriale, il processo d’automazione ha innescato una tendenza inarrestabile alla sostituzione della forma salariata del lavoro, andando ben oltre il perimetro della fabbrica, travolgendo anche la gran massa delle attività intangibili, inesorabilmente destinata quest’ultima ad essere sostituita in modo sempre più pervasivo dall’Intelligenza artificiale. Ecco perché la questione del Reddito di base diventa la linea di demarcazione sull’analisi del conflitto capitale/lavoro. Essa non lascia spazio a surrogati o ipotesi strumentali, da cui – anzi – è necessario sgombrare definitivamente il campo. Quello che più spesso appare fuorviante è il voler dare un’interpretazione molto elastica e incoerente dei due attributi di universalità e incondizionalità che sono, invece, ciò che esattamente definisce la natura e il significato del Reddito di base. Ciò che è veramente dirimente per capire i termini del problema è avere ben chiaro che l’erogazione di un reddito – uguale per tutti – deve essere considerata come espressione del diritto di ciascun individuo a partecipare alla distribuzione della ricchezza prodotta da quella cooperazione sociale, di cui tutti siamo parte, seppure con modalità e ruoli diversi. Redazione Palermo
June 13, 2026
Pressenza
Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi
Un nuovo registro digitale israeliano impone di fatto la sovranità sul 60% della Cisgiordania. I palestinesi devono registrarsi presso le autorità israeliane o rischiano di perdere le loro terre, ma le scappatoie legali israeliane sono concepite per invalidare le loro rivendicazioni in entrambi i casi. Fonte: English version Immagine di copertina: Bandiere sraeliche piantate vicino … Leggi tutto "Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi" L'articolo Annessione digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre palestinesi proviene da Invictapalestina.
June 13, 2026
Invictapalestina
Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania
La maggior parte dei farmaci è scomparsa dalle farmacie pubbliche e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. Il sequestro da parte di Israele delle entrate doganali ha aggravato significativamente il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire servizi sanitari essenziali. Fonte: English … Leggi tutto "Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania" L'articolo Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania proviene da Invictapalestina.
June 13, 2026
Invictapalestina
L’Albania è in piazza contro la corruzione e per difendere il proprio patrimonio ambientale
Arrivato ieri, venerdì 12 giugno all’aeroporto di Tirana, prendo il pullman di linea che mi porta in centro. Percorro la via alberata che porta nella piazza principale di Tirana, Piazza Scanderbeg (in albanese Sheshi Skënderbej che è delimitata dal Museo della Storia dell’Albania, dal monumento all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbegdi e dalla più antica Moschea della città. Sono arrivato nel momento della preghiera del venerdì e decine di fedeli stanno pregando all’esterno della piccola Moschea che non potrebbe con tenerli tutti. Mi imbatto subito in un lungo banchetto dove si stanno raccogliendo e autentificando le firme dei cittadini. Al banchetto, mi spiegano, si stanno raccogliendo firme per due referendum che hanno l’obiettivo di abrogare due leggi volute dal presidente Edit Rama. Parlo a lungo con una giovane donna che parla un ottimo Italiano e che mi spiega che le due leggi facilitano le speculazioni forzando i vincoli ambientali in nome della speculazione. Si è voluto in particolare favorire la figlia ed il genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a tutti i costi. L’obiettivo è di raggiungere entro ottobre le 50mila firme certificate che imporranno al Presidente di indire il Referendum per i primi mesi del prossimo anno. Mi spiega che il sedicente partito “socialista” di Edit Rama nulla ha di Sinistra poiché oltre a svendere il Paese al capitale straniero favorisce gli oligarchi locali e le mafie ad essi collegate. Lei si dichiara di Sinistra, quella vera è di opposizione aggiunge. Tirana, le chiedo, appare come un gigantesco cantiere con grattacieli che spuntano come funghi. Senza troppi giri di parole mi spiega che sono il frutto di capitali mafiosi o parà mafiosi che vengono in questo modo riciclati in beni immobiliari. Ciononostante il prezzo degli affitti nel centro cittadino è esorbitante e si aggira sui mille euro. Il costo degli affitti è simile a quello di Milano, specifica, ma il salario minimo di chi lavora in regola è di 500 euro (diffuso però è il lavoro nero e precario). I salari media dei lavoratori si aggirano sui 700 euro ma anche nella periferia di Tirana gli affitti  sono di 500 euro. Molte famiglie possono vivere a Tirana perché il regime stalinista qualcosa di buono fece assegnando case che appartenevano allo Stato e successivamente vennero assegnate a chi vi abitava. Per le nuove coppie e per i giovani vivere a Tirana è impossibile anche perché i generi alimentari nei supermercati sono addirittura più cari che in Italia. A promuovere la raccolta di firme è il piccolo partito Shquiperia Behet (Albania si può fare) che alle ultime elezioni del 2025 ha eletto un deputato. Un giovane uomo mi spiega che si considerano un Partito di centro destra, ma parlando mi rendo conto che questa denominazione non ha nulla a che spartire con ciò che in Italia si definisce “destra” semplificando si potrebbero paragonare al Partito Radicale Italiano degli anni Settanta: un Partito che si propone di riformare lo Stato lottando contro la corruzione e per alcune riforme democratiche come la legge, recentemente da loro proposta e approvata dal Parlamento che ha permesso il voto agli Albanesi residenti all’estero. Per spiegarmi la situazione politica dell’Albania dice che si può fare un paragone con l’Italia di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi moltiplicata per dieci. Mi spiega che loro hanno proposto il referendum che necessita di 50 mila firme raccolte e certificate dai documenti di identità entro ottobre dopo i controlli il Presidente dovrà indire nei primi mesi del 2027 i due Referendum, ma loro sperano che il governo rassegni prima le dimissioni e che si arrivi al più presto a elezioni anticipate. Ci tiene a precisare che ora il referendum è uno strumento messo a disposizione del movimento e che i volontari che raccolgono le firme non sono solo del loro partito ma di chiunque abbia dato la sua disponibilità. Ci tiene a prendere le distanze dai partiti di estrema destra italiani e di chi segue la via di Trump. In sostanza si potrebbe definire come un Partito patriottico che lotta contro la corruzione, a favore di un vero stato di Diritto e liberale in economia. In piazza incontro invece i militanti dell’unico vero partito di sinistra che ha eletto a Tirana un deputato. Il sistema elettorale è proporzionale su base regionale, senza recupero nazionale, e quindi sfavorevole alle formazioni politiche minori. Il loro giovane partito si chiama Shquiperi e re (Nuova Albania) e si definiscono Socialisti Democratici e come tali sono impegnati soprattutto nella difesa dei Diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori, ma non escludono la collaborazione nelle battaglie contro la corruzione e per la difesa dell’ambiente con i due piccoli partiti di opposizione di centro destra (il terzo nasce da una scissione dello screditatissimo e corrotto Partito Democratico di Salis Berisha). Sono molto fortunato perché il compagno con cui parlo conosce la Storia politica dell’Italia e quindi che in Italia il termine “comunista” grazie ad Enrico Belinguer e al tentativo di costruire un fronte eurocomunista con i partiti Spagnolo e Francese, attraverso una via democratica lontana dal sedicente “socialismo reale” sovietico e per molti versi contrapposti al regime stalinista di Enver Hoxha, che infatti condannò senza appello i comunisti italiani. Il mio interlocutore è uno degli intellettuali di questa nuova formazione politica ed è impegnato nella traduzione in Albanese degli scritti di Antonio Gramsci: ha tradotto la Questione Meridionale e ora si sta dedicando alla traduzione dei Quaderni dal Carcere. Intanto in piazza la gente continua a con fluire esponenzialmente ben oltre la decina di migliaia di persone di ogni età. Gridano “Revolution, revolution!”, “Rama e Berisha in prigione!”. Le manifestazioni, I dette da conosciuti rappresentanti della società civile, vanno ben oltre la forza dei tre piccoli partiti della vera opposizione parlamentare: alta è la percentuale di giovani e giovanissimi, molte le famiglie che sfilano al completo alcune con culle o passeggini. Per i più grandicelli, di tre, quattro, cinque anni è allestito uno spazio con volontari che offrono colori per disegnare su lunghissimi fogli stesi in terra dopo che il corteo si è trasformato in un presidio nei pressi degli uffici del presidente. Dopo un ora di fischi e proteste si riforma il corteo che si ingrandisce sfilando. Tante sono le bandiere albanesi, rosse con un’aquila a due teste nera. Molti hanno cartelli fatti da sé o sagome di Fenicotteri Rosa. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!” Il Compagno del partito socialista democratico mi spiega che gli Albanesi hanno un forte legame con la propria Terra, ma che questo patriottismo è immune da ogni forma di sentimento ultranazi e suprematista. Lo striscione più grande recita perentorio “L’Albania non è in vendita!”. Mauro Carlo Zanella
June 13, 2026
Pressenza

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