D’Alema e Veltroni: eravamo comunisti, abbiamo governato. Ma ce ne siamo scordatiA TRENT’ANNI DALL’ULIVO, I DUE EX PREMIER ED EX PCI, TORNANO ALLA RIBALTA (CON
UN LIBRO E UN FILM) MA NESSUNO DEI DUE TORNA LÀ DOVE LE LORO SCELTE HANNO PESATO
SULLA VITA DI MILIONI DI PERSONE [FEDERICO BONADONNA]
Nello stesso autunno, a pochi giorni di distanza, i due ragazzi della meglio
gioventù berlingueriana si sono ripresentati al pubblico. Massimo D’Alema con il
memoir Eravamo comunisti (scritto con l’ex dell’Unità Pietro Spataro). Walter
Veltroni con un film, L’assurda storia della Gialappa’s Band, passato alla Festa
del Cinema di Roma che lui stesso aveva fondato da sindaco 20 anni fa e arrivato
in sala con Medusa.
Del resto Veltroni non avrebbe mai potuto scrivere un memoir con quel visto che
ad un certo punto è arrivato a negare di essere mai stato comunista.
Da una parte la memoria del Partito, la famiglia comunista, Togliatti,
Berlinguer, Mosca. Dall’altra Mai dire gol, Tafazzi, il Mago Forest, tre voci
milanesi fuori campo che per quarant’anni hanno preso in giro la televisione
dall’interno della televisione.
Sembra la parodia di un vecchio dualismo: il dirigente che rivendica la serietà
della tradizione e il comunicatore che sceglie la cultura pop.
Eppure è così che i due si sono sempre raccontati. E siccome i due non fanno le
cose a caso, questa visibilità indotta dal sistema mediatico è funzionale a un
obiettivo: il prossimo presidente della Repubblica.
Il paradosso è che entrambi, ognuno con il proprio stile e linguaggio, evitano
di raccontare gli anni in cui hanno governato, hanno esercitato direttamente il
potere.
Il memoir di D’Alema si ferma alla Bolognina. Il film di Veltroni attraversa la
storia d’Italia per figurine. Il decennio 1996-2008, quello in cui gli ex
comunisti arrivarono finalmente al potere e lo usarono per fare cose che nessun
governo democristiano aveva osato, resta fuori campo.
TRENT’ANNI DI DUELLO
La rivalità tra i due è uno dei romanzi più lunghi della sinistra italiana.
Quasi coetanei, cresciuti entrambi nella Fgci, entrambi allevati da Berlinguer,
entrambi destinati a diventare segretari, presidenti del Consiglio, ministri. Ma
con due temperamenti opposti: D’Alema di formazione, normalista, freddo,
convinto che la politica sia anzitutto organizzazione e rapporti di forza;
Veltroni cresciuto tra cinema e televisione, convinto che la politica sia
anzitutto racconto.
Li accomuna una cognizione del potere sviluppatissima.
La frattura si consuma nel luglio 1994, quando Occhetto si dimette dopo la
sconfitta contro Berlusconi. La consultazione degli iscritti (il popolo dei
fax…) indica Veltroni, il Consiglio nazionale del Pds elegge D’Alema. Da quel
momento i due si alternano e si sorvegliano: Veltroni diventa il volto
dell’Ulivo accanto a Prodi, D’Alema il custode del partito. Ogni volta che uno
sale, l’altro si sposta di lato.
Nel memoir, il massimo riconoscimento che D’Alema concede al vecchio compagno è
quello di essere stato un buon direttore, dell’Unità s’intende. Veltroni, dal
canto suo, ha sempre risposto con l’arma che gli riesce meglio: non rispondere,
e occupare un altro spazio.
Il libro e il film
Eravamo comunisti è un’autobiografia che coincide con l’autobiografia di un
partito. D’Alema racconta il primo discorso da pioniere davanti a Togliatti, a
undici anni, gli anni della Normale passati anche a giocare con i soldatini, il
Berlinguer dell’austerità, Fidel Castro incontrato in un locale notturno
dell’Avana, il viaggio a Mosca per i funerali di Andropov. Fino alla svolta di
Occhetto, letta attraverso i miti diversi di Enea e di Ulisse. Lì il libro si
ferma. È, come ha scritto L’Espresso, un memoir per ricordare di esserci senza
impantanarsi col presente.
Il film di Veltroni fa l’operazione opposta e simmetrica. È il suo dodicesimo
documentario in dodici anni e Davide Turrini sul Fatto lo ha stroncato come la
“Barbara D’Urso del documentario”. Ventisette intervistati, spezzoni di Mai dire
gol, Teocoli in lacrime, e a metà film una raffica di immagini della storia
patria che non c’entrano nulla con i tre commentatori: il Muro, la guerra del
Golfo, Di Pietro in toga, Capaci, via D’Amelio, Occhetto, Ciampi, e Berlusconi
più volte.
Insomma due modi di raccontarsi. In entrambi i casi la stagione del governo e
dell’esercizio del potere scompare per omissione e dissolvenza. 1996-2008
Eppure, se si guarda a quello che hanno fatto concretamente, i due avversari
sono soci della stessa impresa e sulle scelte di fondo la pensavano esattamente
allo stesso modo.
Nel primo governo Prodi, dal maggio 1996, Veltroni è vicepresidente del
Consiglio e ministro della Cultura; D’Alema è segretario del Pds, il partito che
regge la maggioranza. Quando Prodi cade, nell’ottobre 1998, D’Alema va a Palazzo
Chigi grazie ai voti di Cossiga e Veltroni prende la segreteria dei Ds.
Si scambiano i ruoli, non la linea.
La linea era quella dell’ingresso nell’euro a ogni costo, e fu condivisa senza
riserve. La finanziaria del 1997 e l’eurotassa servirono a rientrare nei
parametri di Maastricht. Fu un successo, rivendicato da entrambi, ma ebbe un
prezzo: la rinuncia a qualunque politica espansiva e l’accettazione del vincolo
esterno come orizzonte della sinistra di governo.
Poi le privatizzazioni, la stagione più vasta della storia repubblicana: Telecom
nel 1997, poi Enel in borsa e Autostrade nel 1999, mentre l’Iri si avviava alla
liquidazione. Il governo D’Alema accolse con favore la scalata a debito di
Colaninno e dei “capitani coraggiosi” su Telecom, quella che Guido Rossi bollò
come opera dell’unica merchant bank in cui non si parla inglese. Il risultato fu
una delle grandi aziende del Paese caricata di debiti e poi passata di mano in
mano.
Sul lavoro, il pacchetto Treu del 1997 introdusse il lavoro interinale e aprì la
strada alla flessibilità che si trasformò in precarietà strutturale. La legge
Turco-Napolitano del 1998 istituì i Centri di permanenza temporanea per gli
immigrati: detenzione senza aver commesso alcun reato. La legge 62 del 2000,
sotto D’Alema, sancì la parità scolastica con il finanziamento indiretto alle
scuole private.
Sul piano istituzionale, la Bicamerale presieduta da D’Alema e il patto della
crostata a casa di Gianni Letta legittimarono Berlusconi come padre costituente,
in cambio di una riforma che naufragò nel giugno 1998. Nel 2001 la maggioranza
di centrosinistra approvò da sola, con pochi voti di scarto, la riforma del
Titolo V, aprendo la strada a un regionalismo che accentuò la frammentazione del
Ssn. Del resto già nel 1995 per D’Alema la Lega era una costola della sinistra.
Nel dicembre 1998, con D’Alema a Palazzo Chigi ma su un testo avviato dal
governo Prodi, passa poi la legge 431, la riforma delle locazioni abitative che
abolisce quel che restava dell’equo canone, già svuotato dai patti in deroga del
1992 (una legge passata sotto il governo Andreotti nel 1978 con il voto del
partito comunista), liberalizzando gli affitti con il contratto a canone libero
e concordato, con incentivi fiscali per i proprietari.
E infine la guerra. Nella primavera del 1999 l’Italia di D’Alema partecipò ai
bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, senza mandato dell’Onu, dalle basi di
Aviano e con i propri aerei. Il primo presidente del Consiglio venuto dal Pci
guidò così la prima guerra italiana del dopoguerra senza la copertura delle
Nazioni Unite. Il segretario dei Ds lo sostenne.
LA CITTÀ VETRINA E IL SUO RETROBOTTEGA: VELTRONI SINDACO
Dal 2001 al 2008 Walter Veltroni ha governato Roma raccontandola come un
modello, il Modello Roma: una città che cresceva più del “sistema Italia”,
illuminata dalle Notti bianche, dalla Festa del cinema, dalla Nuvola di Fuksas.
Smaltito l’incantesimo, però, il bilancio è un altro: una colata di cemento,
periferie scollegate dalla città consolidata e un’emergenza sociale non risolta
ma resa cronica e appaltata.
La prima critica riguarda il modo di intendere il mandato. La legge
sull’elezione diretta del sindaco dava al primo cittadino poteri ampi. Veltroni
li ha usati soprattutto come trampolino verso i vertici della politica
nazionale. A metà del secondo mandato Veltroni lascia il Campidoglio per guidare
il neonato PD. Perde le politiche contro Berlusconi, contribuisce alla caduta
del governo Prodi e consegna la città ad Alemanno dopo quindici anni di
centrosinistra. E quella promessa televisiva di lasciare la politica per fare il
volontario in Africa, resta il simbolo di una distanza tra immagine e realtà.
Il cuore dell’atto d’accusa è l’urbanistica. Il PRG approvato nel febbraio 2008,
«il peggiore della storia di Roma Capitale» secondo Renato Nicolini (esaltato
per l’invenzione dell’estate romana ma rimosso quando critica il Modello Roma)
prevede circa 70 milioni di metri cubi di cemento, per 400.000 nuovi abitanti.
Intanto l’Istat certificava che nel decennio precedente 180.000 romani avevano
lasciato la città per l’hinterland. È il «piano dell’offerta»: il territorio
trattato come moneta.
Il caso di Porta di Roma è esemplare. Doveva essere una delle diciotto
“centralità”, con un quarto dell’edificato destinato a funzioni direzionali. Nel
novembre 2007, a un mese dalle dimissioni del sindaco, la giunta trasforma le
volumetrie residue da terziarie a residenziali. Ne esce un quartiere dormitorio
abitato a metà, cresciuto attorno a uno dei più grandi centri commerciali
d’Europa. Quella delibera segna la fine dell’idea di affidare il destino della
città al mercato. Il crollo del 2008 mostrerà quanto fosse fragile una crescita
costruita sulla rendita fondiaria diventata finanziaria.
Poi c’è la doppia faccia della politica sociale. Lo slogan «A Roma nessuno resti
solo» porta a triplicare i posti di pronta accoglienza. Nello stesso periodo
partono però sgomberi a tappeto di campi, occupazioni e baraccopoli. Un
manifesto del centrosinistra per le comunali del 2006 rivendicava 8.000 persone
«spostate» in cinque anni, quasi cinque al giorno. Secondo le stime
dell’Associazione 21 Luglio furono spesi oltre dieci milioni di euro per far
vagare persone da un interstizio all’altro della metropoli. A coordinare gli
sgomberi c’era il vicecapo di gabinetto Luca Odevaine coinvolto nell’inchiesta
Mondo di mezzo che poi patteggerà 5 anni.
Il villaggio attrezzato di via di Salone, inaugurato nel 2006, recintato e
videosorvegliato oltre il Raccordo, diventa il prototipo di un’«urbanistica del
disprezzo». Il Patto per Roma sicura prevedeva nuovi “villaggi della
solidarietà” «fuori dal GRA», come se lì non vivesse oltre un milione di romani.
A tutto questo si aggiunge la politica dell’annuncio. Il rimpatrio di un
mendicante disabile romeno viene trasformato in evento mediatico. Il
trasferimento del campo di vicolo Savini viene celebrato come l’inizio del
«vivere all’italiana».
Il punto di rottura arriva il 30 ottobre 2007, con l’omicidio di Giovanna
Reggiani a Tor di Quinto. Fino ad allora il Campidoglio era stato fin troppo
tollerante verso il degrado di quell’area buia e dissestata. Di colpo il sindaco
chiede misure d’urgenza e ottiene un decreto sulle espulsioni dei cittadini
comunitari. Dichiara che Roma era «la città più sicura del mondo» prima
dell’ingresso della Romania nell’Ue. Il tasso di criminalità della capitale,
intanto, restava storicamente basso. Marco Pannella fu tra i pochi a denunciare
l’assurdità di un governo che si rivolgeva a Bucarest come se fosse il
rappresentante dell’aggressore. È lì che la sinistra romana smarrisce il proprio
segno solidarista. Ed è lì che nasce il “doppiopesismo” di chi, un anno dopo,
avrebbe protestato contro gli sgomberi di Alemanno dopo aver taciuto su quelli
di Veltroni.
La pax veltroniana ha avuto così due volti. Uno liquido, che stordiva la città
con eventi e scenografie. Uno duro, che addomesticava il conflitto e spingeva il
disagio sempre più lontano dal centro-vetrina. Con quei soldi si potevano
affrontare casa, mobilità e periferie, riprendendo il disegno di Petroselli di
ricucire Roma. Invece, usando Petroselli e Pasolini come ornamento retorico,
sono state poste le basi delle prime banlieue capitoline.
Il quadro teorico era quello della Terza via. Nel novembre 1999 Firenze ospitò
il vertice sul riformismo con Clinton, Blair, Schröder e Jospin, padrone di casa
D’Alema. Due mesi dopo, al congresso dei Ds al Lingotto, Veltroni scelse come
parola d’ordine l’inglese “I care”, preso dalla scuola di Barbiana di don
Milani. Il primo parlava il linguaggio della modernizzazione, il secondo quello
dei buoni sentimenti, quel buonismo che già da qualche anno gli veniva
rimproverato. Ma la sostanza era la stessa: il mercato come orizzonte naturale,
lo Stato come regolatore minimo, il conflitto sociale edulcorato, il sindacato
sussunto.
Chi li difende ricorda che senza quelle scelte l’Italia sarebbe rimasta fuori
dall’euro, che il debito pubblico scese per la prima volta in modo
significativo, che il Kosovo fu una guerra per fermare una pulizia etnica. Sono
argomenti veri, ma che per coerenza dovrebbero essere circoscritti a un altro
campo politico che nulla ha a che fare con il partito comunista. O forse no.
Pietro Ingrao la definì mutazione genetica.
Oggi, a trent’anni dall’Ulivo, i loro due prodotti autunnali ripetono lo stesso
schema. D’Alema torna al comunismo dell’infanzia, quando essere di sinistra
significava ancora qualcosa di nitido. Veltroni torna alla televisione degli
anni Novanta, quando ridere di tutto sembrava una forma di libertà. Nessuno dei
due torna là dove le loro scelte hanno pesato davvero, sulla vita di milioni di
lavoratori, di precari, di cittadini che da allora hanno smesso di votare.
Forse il memoir di quella generazione dovrebbero scriverlo insieme. Il titolo
potrebbe essere: Eravamo al governo, siamo al potere.
Ma non succederà
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