[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
Milano, Carta della Mobilità ATM 2026: frequenze identiche al 2025 e 285 corse in meno al giorno
A metà agosto 2026 ATM ha finalmente pubblicato la propria Carta della Mobilità annuale, il documento con cui ogni 365 giorni dichiara i risultati delle prestazioni raggiunti nell’anno precedente e rende noti gli obiettivi per l’anno in corso sulla base dei principali indicatori di qualità previsti dai Contratti di Servizio col Comune di Milano. Di solito, la Carta della Mobilità viene pubblicata tra maggio e luglio, ma quest’anno è spuntata sul sito ATM solo dopo Ferragosto. Nel luglio 2025 il noto gruppo Facebook “AspettaMI, Milanesi in attesa dei bus” aveva messo a confronto le tabelle delle frequenze dei mezzi di superficie e altri dati pubblicati nella Carta della Mobilità ATM 2025 con quelli degli anni 2024 e 2023. Dalla comparazione era emerso chiaramente che la stessa ATM ammetteva – nero su bianco – il trend di progressivo allungamento delle frequenze di passaggio di autobus, tram e filobus (e quindi anche delle attese dei cittadini utenti) e di riduzione del numero complessivo delle corse e quindi il drastico peggioramento del servizio di superficie. Il maggio scorso, durante un partecipato presidio organizzato a Milano in largo Cairoli da “AspettaMI” insieme ai comitati “La 73 non si tocca”, “Gruppo Milano MPL”, Comitato Basmetto e gli autisti dei sindacati Cobas e STAS, i manifestanti hanno portato in piazza un cartellone coi dati tratti dalle Carte della Mobilità per rimarcare la crisi profonda in cui versa il trasporto di superficie ATM. Ora gli stessi comitati da settimane erano in attesa che ATM pubblicasse la Carta 2026, ansiosi di vedere se i dati ufficiali aggiornati forniti dall’Azienda Trasporti Milanese avrebbero mostrato un trend in miglioramento delle frequenze e di altri indicatori della qualità del servizio di superficie. Sebbene negli ultimi 12 mesi i cittadini avessero continuato a lamentare e documentare con centinaia di post nel gruppo “AspettaMI” attese dei mezzi di superficie molto lunghe e salti delle corse, le promesse – reiterate dal 2024 in avanti – dell’Assessora alla Mobilità Arianna Censi e dei dirigenti ATM di un prossimo ritorno alla normalità e gli annunci di ATM sull’assunzione di 600 e passa autisti lasciavano sperare in una possibile inversione del trend. Invece, le tabelle nella Carta della Mobilità 2026 relative alle frequenze dei mezzi di superficie presentano dati identici alle stesse tabelle nella Carta della Mobilità 2025. Le forbici di attesa sono assolutamente invariate: per intenderci, in orario invernale in fascia di punta si aspetta lo stesso autobus dai 7 ai 20 minuti, esattamente come 365 giorni prima. Nessun miglioramento, dunque, e anzi: mettendo a confronto il numero delle corse dei mezzi di superficie si scopre che ATM ha registrato un’ulteriore flessione del numero di corse giornaliere: 21.239 rispetto alle 21.524 di un anno prima. In pratica, si sono perse altre 285 corse al giorno, un dato scoraggiante soprattutto se si considera che si somma al terribile dato di meno 1.571 corse al giorno che era uscito dal confronto tra gli anni 2025 e 2024. Da rilevare, inoltre, che l’orario estivo anche nel 2026 come nel 2025 è stato prolungato fino al termine della prima settimana di settembre, mentre nel 2024 si fermava a fine agosto. Di fronte al calo progressivo del servizio di superficie, di solito Atm si difende menzionando l’aumento del numero delle corse delle linee della metropolitana, essenzialmente dovuto all’apertura della M4. Ma la rete della metropolitana milanese (decisamente piccola rispetto ad altre città europee) non può essere considerata alternativa a quella dei mezzi di superficie, che restano assolutamente necessari per connettere in modo capillare e democratico tutti i quartieri e i loro abitanti, anche quelli più periferici e quelli più fragili. Comunicato stampa a cura di AspettaMI, Milanesi in attesa dei bus, “La 73 non si tocca”, “Comitato Bamsetto” e “Gruppo Milano MPL”. Redazione Milano
August 20, 2026
Pressenza
Giovane, nera, sindacalista: Angie Nixon vince le primarie democratiche per un seggio al Senato in Florida
Un’altra vittoria alle primarie democratiche consolida la corrente progressista che ha portato all’elezione a sindaco di New York di Zohran Mamdani e alla nomination in vari distretti di New York di Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, in Michigan di Abdul El-Sayed per il Senato e di William Lawrence per la Camera dei Rappresentanti: il 18 agosto Angie Nixon, 42 anni, sindacalista, socialista e membro della Camera dei Rappresentanti per la Florida, ha sconfitto il colonnello in pensione Alex Vindman. Tutti i candidati progressisti hanno battuto rivali moderati molto più anziani e conosciuti, che godevano di immensi finanziamenti e dell’appoggio dell’establishment del Partito Democratico e sfideranno i candidati repubblicani alle elezioni di metà mandato a novembre. In Florida la competizione acquista un alto valore simbolico, giacché riguarda il seggio lasciato vacante al Senato da Marco Rubio dopo la sua nomina a Segretario di Stato. La giovane età, l’attivismo e lo stile di campagna “dal basso” inaugurato da Mamdani, con migliaia di volontari impegnati nel porta a porta e piccole donazioni, sono altri elementi in comune tra tutti questi candidati, così come i temi centrali delle loro campagne elettorali: Angie Nixon ha vinto le primarie con lo slogan “Il cambiamento non può aspettare”, proponendo assistenza sanitaria e servizi per l’infanzia  gratuiti e universali, tassazione dei miliardari, salario minimo di 25 dollari all’ora, abolizione dell’ICE, congelamento degli affitti a livello nazionale, stop agli sfratti e forte critica all’appoggio degli USA a Israele e alle guerre infinite scatenate dal governo americano. Il senatore Bernie Sanders, la deputata di origine palestinese Rashida Tlaib e Jewish Voice for Peace, attivissima organizzazione di ebrei antisionisti, sono tra i suoi sostenitori. Nativa di Jacksonville, Angie Nixon ha affiancato all’attività di direttrice del sindacato dei dipendenti pubblici della Florida un forte impegno legato alla comunità locale: è stata co-fondatrice del Melanin Market, un mercato all’aperto in cui i piccoli produttori vendono cibo sano e ha aperto una libreria-caffetteria dall’eloquente nome di Cafè Resistance, uno spazio dedicato alle riunioni delle organizzazioni locali, ad attività ricreative ed educative per bambini e studenti e alla promozione della storia e della cultura nera.     Anna Polo
August 20, 2026
Pressenza
Cagliari, il Muro di Coscienza prende vita in aeroporto: “Le rotte con Israele passano anche da qui”
Si è formato questa mattina dalle 8.30 alle 12:00 il Muro di Coscienza all’aeroporto di Cagliari Elmas parte di una giornata coordinata attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it) che ha coinvolto anche Verona e Milano questa mattina e che prosegue oggi pomeriggio e stasera a Roma Fiumicino e Venezia. “Siamo qua perché a Gaza si sta consumando un genocidio e perché il Governo italiano continua a garantire attraverso rotte aeree e accordi in essere la normalizzazione dei rapporti con lo Stato che lo sta compiendo”, dichiara Maria Elisabetta Pini, del Presidio Permanente per la Palestina. A Cagliari 30 persone in azione per un flash mob attivo: le improvvisazioni al pianoforte di Peter Waters, Rossella Faa, Silvia Zaru da Milano e Luigi Lai hanno sostenuto le tre ore di azione tra cori e dialoghi con le persone in viaggio, pochi i contestatori dell’azione, molti ringraziamenti e solidarietà. “Le nostre richieste sono chiare e non negoziabili, vogliamo: – La sospensione delle rotte aeree dirette e degli accordi commerciali che sostengono l’economia israeliana direttamente complice del genocidio e la sospensione dell’accoglienza di militari israeliani in “Decompressione” – La fine di ogni forma di collaborazione militare economica e diplomatica del governo italiano con lo Stato di Israele – Il riconoscimento pubblico e istituzionale di quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania – L’apertura delle indagini sulle denunce già depositate presso la Procura di Roma contro soldati israeliani identificati e l’esecuzione dei mandati d’arresto della CPI già emessi” queste le richieste degli attivisti che oggi si sono coordinati in tutto il Paese. La protesta ha un punto fermo: nessuna profilazione delle persone “L’azione non è rivolta contro i singoli viaggiatori in quanto tali – sottolineano gli organizzatori – Il bersaglio è politico: le scelte del governo italiano. Chiunque voglia fermarsi discutere informarsi o unirsi troverà accoglienza.” “È fondamentale nominare chi è responsabile. Parlare delle vittime di Gaza senza nominare da chi sia prodotta la loro condizione significa raccontare una tragedia senza responsabili. Noi scegliamo di nominarli: Israele ed i cittadini israeliani che sostengono l’occupazione la pulizia etnica e il genocidio con la complicità di governi come il nostro.” queste le parole degli attivisti in aeroporto oggi. Il gruppo ha sottolineato che il silenzio non è neutralità: “Vivere in uno Stato che compie un genocidio o che ne è complice e non opporsi non è una posizione neutra: è una forma di complicità.” Dichiarazione “La complicità del governo italiano nel genocidio in Palestina è evidente e chiara. Oltre alla fornitura di armi, il sostegno mediatico e quello politico, questa estate abbiamo assistito alla vergognosa accoglienza e al sostegno garantito al personale militare che arriva nelle nostre località turistiche per decomprimersi e riposare dai propri crimini. Dobbiamo interrompere la complicità del nostro governo con il genocidio!”   Fawzi Ismail – Associazione amicizia Sardegna Palestina   Redazione Sardigna
August 20, 2026
Pressenza
Vogliono solo l’acqua sporca, e tenetevi il bambino
Al presidente dell’INPS basta aggiungere un “solo” per rendere fallace il suo ragionamento. Non starebbe lì se non fosse un cacciatore al soldo di operatori finanziari con pochi scrupoli. Ma cito il suo argomento con tutto il pelo che lo rende indigesto: “La sostenibilità non dipende solo dall’equilibrio tra anziani e giovani, ma dal numero di persone che lavoreranno con continuità e avranno carriere in ascesa, con retribuzioni in aumento capaci di garantire regolarità e solidità contributiva”. Come se dicessi “non serve solo fare una vita sana ma bisogna anche essere fortunati”. Nel nostro caso la fortuna è quella di augurare retribuzioni in aumento a fronte di una evidenza ultradecennale che mostra il contrario. Lavori continuativi in presenza di occupazioni sempre più a rischio di discontinuità. Regolarità e solidità contributiva in un mondo di precari con poca disponibilità di liquidità e tanto debito. Eppure rieccolo il tocco del cacciatore che dice “non solo… ma…” e con l’avversativa falsifica di fatto la banale evidenza: l’equilibrio tra generazioni non implica di per sé alcuna insostenibilità di sistema. Sostenere il contrario è intellettualmente scorretto e politicamente miope, o lungimirante se gli interessi non sono quelli collettivi. Basta per dimostrarlo pensare a quando abbiamo inaugurato e messo a regime quel modello di welfare previdenziale, senza alcun risparmio pregresso e quindi in condizioni di assoluta mancanza di equilibrio generazionale, semplicemente perché la generazione precedente non aveva versato nulla… eppure fino alla grande crisi del 1973 aveva funzionato ed è da quell’equilibrio che era stato prodotto che dovremmo ripartire per fissare parametri di “salute pubblica”. Invece abbiamo isolato alcuni fattori e li abbiamo sottratti dal contesto, abbiamo finto di non sapere che le casse dell’INPS finanziavano le grandi imprese, la cassa integrazione, i portafogli di titoli e azioni. Ed è con quella fallacia, con la credenza che ci sia un problema di squilibrio tra lavoratori e pensionati, che si è via via mascherata la vera questione: il contributivo, non su Marte ma qui e ora, in una cornice di stagnazione salariale e inflazione reale, non può rispondere a sostenibilità di bilancio e ad elementari principi di solidarietà. Per questo sembra, e lo è veramente, iniquo. È lui che è diventato l’acqua sporca. Piuttosto che riformarlo bisognerebbe azzerarlo e ripartire da qualcosa che, oltre a funzionare, abbia un senso. Lo scrivo perché non ne posso più di sentirmi dire (con una malcelata accusa rivolta alla mia condizione di pensionato) io la pensione nemmeno ce l’avrò! Come se fossi io la causa di ciò! Altro che una mancia o una micro tassa su fantomatici e extraprofitti. Bisognerebbe tornare a parlare di ridistribuzione di ricchezza collettiva in forme non solo monetarie. Altrimenti stiamo dissimulando quello che vedo ovunque e cioè nuovo debito per finanziare il ciclo di accumulazione. La ridistribuzione della ricchezza non sarebbe mai stata così attuale come lo è in presenza di una tale gigantesca accumulazione e iniqua distribuzione dei profitti. Eppure ha fatto la fine del bambino gettato via con l’acqua sporca. Paradossale e ironico che poi si cerchi di salvar proprio l’acqua sporca e non il bambino, a cui viene comminata la condanna di una terza gamba, un pilastro che qualcuno dovrebbe impalarsi nel posteriore, anticipando la propria povertà travestita da previdenza. Esagerazioni? Beh, questa sono le sue parole: “Il terzo, [pilastro] invece, è tutto da creare: dovrebbe essere ancora a capitalizzazione e centrato sul risparmio previdenziale fin dalla nascita». Ci spieghi meglio, gli chiede l’intervistatore. «Si potrebbe pensare a un libretto di risparmio al portatore, una sorta di salvadanaio previdenziale, inizialmente alimentato con un contributo dello Stato alla nascita, e poi da genitori e nonni, per far sì che quando la persona si affacci al mercato del lavoro abbia già un capitale che potrà continuare ad accrescere fino al momento della pensione. Esempi di terzo pilastro a capitalizzazione esistono in Svezia, Danimarca e Paesi Bassi». E magari questo altro salvadanaio lo affidiamo a Cassa Depositi e Prestiti che lo mette al sicuro in una joint venture con WeBuild e fondi di investimento americani. Michele Ambrogio
August 20, 2026
Pressenza
Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXVI) Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto 11 gennaio 2025 Oggi, uscendo dall’ospedale – le cui pareti ormai conoscono più le urla che il silenzio –, una donna mi ha fermato. Il suo volto mostrava il peso di notti insonni e di un dolore troppo grande per essere espresso a parole. Era la madre di una bambina di nove anni, una bambina che ora giaceva in una di quelle stanze affollate e scarsamente illuminate, con le piccole braccia mozzate da una violenza che non conosce pietà. Qualche giorno prima aveva mani capaci di intrecciare capelli, impugnare una matita o aggrapparsi al vestito della madre. Oggi non c’è nulla. La madre ha aperto una radiografia con mani tremanti. La pellicola fredda brillava nella luce morente, rivelando la dura verità che il corpo non riusciva più a nascondere. E poi la sua voce, appena più forte di un sussurro, ha rotto il silenzio tra noi. “Le protesi possono sostituire le sue braccia? Riuscirà a tenere di nuovo in mano le cose? Crescerà davvero senza mani?” Ho sentito queste domande innumerevoli volte. Dall’inizio della guerra, più di cento volte mi hanno chiesto la stessa cosa. Volti diversi, bambini diversi, ma la stessa supplica disperata. Eppure, ogni volta vacillo. Come posso spiegare a una madre che le protesi, non importa quanto siano avanzate, non possono sostituire completamente il contatto della pelle, la presa delicata di un bambino che tiene un pastello, il calore del contatto umano? Come posso spiegare che, sebbene la scienza abbia dato arti di acciaio e silicio, non ha ancora padroneggiato la magia silenziosa della sensazione? Che anche le migliori protesi non possono sostituire la spontanea grazia del raggiungere, del tenere e dell’abbracciare? Ma non dico niente di tutto questo. Le dico quello che ho detto a tanti altri. Le dico: “La scienza sta facendo rapidi progressi in questo campo. Quando la guerra finirà, probabilmente ci saranno soluzioni che la faranno sentire come prima”. E in quel momento divento un bugiardo. Non perché lo voglia, ma perché in questo luogo, dove la speranza è più rare dell’acqua pulita, non posso essere io a spegnerla. Così offro la bugia più delicata che riesco a inventare. Non per crudeltà, ma per misericordia. Perché in un mondo in cui i bambini perdono gli arti ogni giorno, dove le risate sono soffocate da sirene e polvere, non c’è nulla di giusto da dire. Solo silenzio. E il peso insopportabile della speranza. 17 gennaio 2025 Oggi, con l’inizio del cessate il fuoco a Gaza, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver sopportato sofferenze inimmaginabili, questo giorno ha un significato profondo. È un giorno per riconoscere e onorare tutti coloro che hanno sostenuto Gaza nel mondo nei momenti più bui. A tutti coloro che hanno alzato la voce per la Palestina, che hanno partecipato alle proteste o hanno condiviso la verità su Gaza: il vostro coraggio è stato un’ancora di salvezza. Agli studenti delle università di tutto il mondo, che si sono riuniti a sostegno della Palestina, e ai lavoratori che hanno lasciato il proprio posto di lavoro per chiedere giustizia, grazie per aver mostrato al mondo cosa significa solidarietà. A Matthew Nelson e Aaron Bushnell, che hanno sacrificato la propria vita in un inimmaginabile atto di solidarietà con Gaza, il vostro eroismo sarà ricordato per sempre. […] 28 gennaio 2025 Uno di coloro che sono ritornati al nord dal sud di Gaza ha parlato, con la voce vuota, lo sguardo fisso su un orizzonte lontano e irraggiungibile: “Ho attraversato Wadi Gaza, ed è stato come entrare in una fossa comune che si estendeva all’infinito. Il terreno era disseminato di resti: frammenti di vita, ridotti in ossa e cenere. E quando ho raggiunto il Crazy Water Resort a Sheikh Ajlleen, mi sono bloccato. I cadaveri… erano bambini. Piccole forme, prive di respiro e calore, sparse come foglie cadute al vento. La loro piccolezza, la loro immobilità, mi hanno distrutto. Erano fuggiti, sfollati come molti di noi, solo per incontrare la morte sulla strada che pensavano potessi salvarli”. Si dice che i sopravvissuti portino il fardello più pesante, il peso della consapevolezza. Le battaglie più dure non si combattono con pistole o esplosivi, ma con la memoria. Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto, né unguento per le ferite scolpite nella nostra mente. Pensavamo di aver superato il peggio, ma il peggio persiste, crescendo come un’ombra a cui non possiamo sfuggire. Un giorno, a poco a poco, inizieremo a comprendere l’abisso in cui siamo stati gettati. Ci renderemo conto della piena portata dell’inferno a cui siamo sopravvissuti, se questa si può chiamare sopravvivenza. O forse, più atrocemente, affronteremo l’inesorabile verità: questa nuova esistenza è un inferno a sé stante, una terra desolata lasciata in eredità da ciò che credevamo fosse una fine, ma che in realtà era solo un inizio. 14 marzo 2025 Da quando avevo sei anni, il mare era nostro. Ci svegliavamo prima della città, prima che la distruzione del giorno precedente si posasse, prima che i carri iniziassero a sferragliare per le strade. Mio padre ci portava sulla riva e, per un’ora, facevamo finta che il mondo fosse solo acqua e cielo. Poi tornavamo a casa, asciugavamo il sale dalla pelle e iniziavamo un’altra giornata a Gaza. Mio padre non ha mai abbandonato questa abitudine. Anche quando gli anni lo hanno logorato, anche quando la guerra è arrivata, se n’è andata e poi è tornata, lui ha continuato a svegliarsi prima del sorgere del sole, a percorrere lo stesso sentiero, a nuotare nella stessa acqua. Gaza è piccola. Una città schiacciata tra terra e mare, senza vie di fuga. Non ci sono montagne dove fuggire, né fiumi da seguire, né foreste in cui nascondersi. L’unica cosa che avevamo era il mare, e nemmeno quello era davvero nostro. Ma ci siamo comunque aggrappati a questo. Era il luogo dove le famiglie si riunivano, dove i pescatori si guadagnavano il pane, dove i bambini imparavano a sfidare le onde, dove gli amanti si incontravano in segreto, come se il mare potesse inghiottire le loro speranze sussurrate e tenerle a sicuro. E poi, un giorno, è scomparso. Ora la costa è desertica. La spiaggia appartiene alle armi. Le onde continuano a infrangersi, indifferenti ai corpi che sono stati trascinati via, indifferenti all’assenza delle persone che un tempo vivevano lì. Il mare è ancora lì, ma non ci è permesso toccarlo. Anche durante il cessate il fuoco, l’ordine è rimasto: state lontani. Le barche dei pescatori sono lasciate a marcire. La sabbia, un tempo piena di impronte, è stata spianata dal vento, come se non fossimo mai stati lì. È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo. Prima prendono la terra. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci. Uccidono l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo esistevamo. E non ci resta nulla. Nient’altro che polvere. Nient’altro che il ricordo di onde ormai irraggiungibili. Nient’altro che il suono del mare, appena oltre i proiettali, a ricordare ciò che è stato rubato. 17 marzo 2025 […] La sega ha toccato l’osso 4500 volte. 800 volte, un bambino si è svegliato in un mondo che non si adatta più al suo corpo. 540 volte, una donna si è destata per ritrovarsi alterata, diminuita, tradita dal destino e dalla storia. Questi numeri non significano nulla per chi li elabora. Ma per il chirurgo, per il paziente, per la madre che porterà a casa un figlio con un arto in meno, ognuno di questi numeri rappresenta un’eternità di sofferenza. La guerra non si ferma sul campo di battaglia. Permane nei corridoi dove i feriti gemono, negli incubi di chi sopravvive. E quando le bende vengono rimosse, quando i monconi vengono fasciati e le ferite iniziano a rimarginarsi, il dolore non si placa, cambia semplicemente forma. Quanti altri arti dovranno essere sacrificati all’insaziabile fame della guerra prima che il mondo riconosca questa carneficina e la chiami con il suo nome? 2 aprile 2025 Siamo precipitati in una sorta di esistenza in cui il sole non sorge per risvegliare i vivi, ma per esporre i dannati. Le nostre giornate sono un susseguirsi di umiliazioni: lunghe fila per l’acqua, un unico contenitore che viene passato come una reliquia sacra tra gli assetati, come se la sete fosse ormai un sacramento. I camion dell’acqua non si sono visti per tre giorni e, quando finalmente sono arrivati, la fila si è allungata all’infinito. Mio fratello e io abbiamo aspettato in quel silenzio denso di polvere e tutto ciò che siamo riusciti a riempire è stato un gallone – uno – sufficiente, forse, per un solo giorno, se fossimo stati attenti, se fossimo stati fortunati. E il pane, che parola tragica. Un tempo simbolo di vita, ora ridotto a un ricordo che mia madre fa rivivere tra fumo e stanchezza, inginocchiata davanti al forno di argilla, come se implorasse pietà al fuoco. Siamo andati a cercare la farina, forse ingenuamente, ancora animati dalla speranza che potesse esserne rimasta un po’. Un sacco da venticinque chili, che una volta costava 25 sicli, ora ne costa 400. Il prezzo del pane è ormai il prezzo della disperazione; il costo del sostentamento di una famiglia è ora misurato nella valuta della crudeltà. Siamo rimasti lì, senza neanche provare rabbia, solo un vuoto interiore. Non per nobiltà d’animo, ma perché anche la rabbia ci aveva abbandonato. Le notizie, quando ho osato leggerle, sono state un ulteriore strato di disperazione: un coro di urla lontane tradotte in titoli. E quando ho provato a ritirare i miei soldi, il sistema, o quel che ne resta, mi ha chiesto il quaranta per cento per convertirli in contanti. Come se la disperazione fosse qualcosa da tassare. Ora gli aerei ritornano. Il loro grido non è più terrificante, è familiare. È la ninna nanna della rovina. Sfrecciano nel cielo non con intento, ma con fame. Lo sento nelle ossa: stanotte colpiranno di nuovo. Eppure, incredibilmente, respiriamo ancora. Questo è il miracolo. Questa è la punizione. Questa non è vita. Questo è il teatro dell’abbandono divino, una prova senza risposte, un fuoco senza luce. E noi, bruciati, continuiamo a fingere di non essere cenere. 5 maggio 2025 Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina, e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le ho viste, persone di medicina, le cui dite esperte e sterili tremavano. Non per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo. Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi – d’acciaio, lucenti, americane – sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossina? Uranio impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita ancora prima che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno studio del “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita. Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal cielo che lo sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano. 17 giugno 2025 […] Non contiamo più le bocche. Solo i cucchiai. C’era una mensa una volta, un’organizzazione benefica. Ogni giorno cucinavano per più di mille famiglie. Non lo facevano per profitto né per riconoscimento, ma perché le loro anime non potevano fare altrimenti. Quella mensa ha chiuso tre giorni fa. Non perché la gente abbia smesso di avere fame, ma perché gli scaffali si sono svuotati: il riso, l’olio, la farina, tutto è finito. E ora la gente si reca ai centri di aiuto americani. Sì, certo. “Corridoi umanitari”. Che bella frase. Quanto è pulita, sterile, burocraticamente elegante. Suona come “danno collaterale” o “operazione”. Gli americani li hanno costruiti. Gli israeliani li hanno messi al sicuro. E ogni giorno quaranta persone muoiono alle loro porte. Schiacciate. Uccise da un proiettile. Affamate. Arrivano in cerca di pane e se ne vanno come cadaveri. Lo sanno tutti. Proprio tutti. Eppure continuano ad andare. La fame spinge un uomo a camminare verso la propria esecuzione se dietro la pistola c’è anche solo l’ombra del riso. Ieri il mio amico Al-Aloul ci è andato. Non è un combattente. È un ingegnere informatico, un uomo tranquillo. È tornato con una coltellata al collo. Sei punti. La sua camicia era intrisa di sangue. Ma lui sorrideva. “Ho il pacco”, ha detto. “Non l’hanno preso”. Che razza di mondo è questo? Che razza di uomo sorride in mezzo al sangue perché ha un pacco di farina? Questa non è una guerra di carri armati e aerei. Questi sono diventati irrilevanti. Questa è la guerra della fame, la guerra della morte lenta. Le donne digiunano per giorni, non per devozione spirituale, ma perché i loro figli devono mangiare per primi. I bambini fanno la fila per ricevere aiuti, senza sapere se torneranno a casa vivi. Le ragazze mangiano di nascosto, e i padri portano una vergogna più pesante del pane. Questo è un genocidio che avviene per sfinimento, per silenzio, per burocrazia e per sguardo distolto. Volete sapere cosa ha fatto l’età moderna del male? Lo ha reso burocratico. Digitalizzato. Professionalizzato. Un genocidio in cui il mondo discute di definizioni mentre i bambini muoiono di fame. […] Gaza non sta morendo. Viene crocifissa. E non siamo la folla del Golgota. Che guarda. 29 giugno 2025 Qui non ci sono più medicine. Non per il corpo. Non per l’anima. Ho parlato a lungo del degrado degli ospedali di Gaza: di come lavoriamo sotto tetti da cui cadono schegge, accanto a letti dove i bambini giacciono mezzi vivi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce un collasso. Ma collasso è una parola troppo delicata. Questo è annientamento. Oggi, all’ospedale Ahli Al-Arabi, abbiamo esaurito le ultime scorte di soluzione fisiologica. Sì, soluzione salina. Sale e acqua. Lo strumento più basilare della medicina. Senza di essa, non possiamo idratare i malati, pulire una ferita o tenere in vita un bambino durante la notte. Senza di essa, le nostre mani non sono mani che guariscono. Sono mani che seppelliscono i vivi. Questa mattina è stato portato un ragazzo, debole e con la febbre alta. Suo padre gli aveva fasciato la gamba con una maglietta strappata e intrisa di sangue. Non avevamo soluzione per la flebo. Nessun lavaggio sterile. Abbiamo usato acqua bollita e una preghiera. Ho guardato il ragazzo negli occhi. Non piangeva. Era andato oltre il pianto. In un’altra stanza una madre sussurrava che dava da mangiare al suo bambino acqua di lenticchie bollita. Non per negligenza. Per povertà. Per fame. Il latte artificiale ora costa più del sussidio mensile, che comunque non ricevono più. Cullava il suo bambino con la tenera quiete di chi ha già immaginato il funerale. Oggi abbiamo visitato quarantasei bambini affetti da impetigine. Abbiamo dato loro ciò che potevamo: impacchi, compassione e bugie che speravamo non avrebbero riconosciuto. Ad Al-Shifa siamo giunti alle ultime dosi di Decortin. I medici le razionano con la stessa aritmetica usata in guerra. Chi ha maggiori probabilità di sopravvivere? Chi può essere scarificato in silenzio? Ma c’è una cosa che proprio non riesco ad accettare: abbiamo finito la soluzione salina. Non morfina. Non sangue. Soluzione salina. Abbiamo sale nelle lacrime, ma non nelle nostre cliniche. E con questo abbiamo esaurito le scuse. E anche le illusioni. Non c’è più nulla che possa nascondere la verità. Non è più una crisi. È un crimine. Un crimine commesso non solo con l’assedio o con le bombe, ma anche con il silenzio. Dov’è il mondo? Dove sono le voci che parlano di umanità, di legge, di Dio? Volete dei numeri. Non li darò. I numeri disumanizzano. Rendono i morti più facili da accettare. Invece vi offro questo: un bambino che ansima nella polvere. Lo sguardo negli occhi di un’infermiera quando si rende conto di non avere più nulla da offrire. La dignità silenziosa e insopportabile di un popolo condannato a morire ordinatamente, senza spettacolo. Questa non è una supplica. È un’accusa. 7 luglio 2025 In questa terra devastata, dove la terra geme e il cielo sanguina fuoco, siedo in una stanza non più grande di una cella di prigione. Intorno a me il vento porta i deboli echi di promesse fatte in capitali lontane, di zone, di mappe, di sicurezza. Quella parola maledetta: sicurezza, pronunciata da uomini le cui mani non hanno mai toccato la polvere, non hanno mai sentito il sangue, non hanno mai udito una madre piangere per la morte del figlio, per la morte che deve ancora venire. E oggi, ancora una volta, loro hanno discusso. Chi avrà Gaza? Chi la dividerà, la sezionerà, la domerà come una bestia? A Doha sorseggiano caffè mentre esaminano i progetti di rovina. Parlano di equilibrio come se stessero pesando cadaveri su una bilancia. […] Rifiuto le vostre conferenze, le vostre dichiarazioni, i vostri architetti di cenere. Questo non è un conflitto. Questa non è una trattativa. Questa è una crocifissione. Dove i non nati sono inchiodati al silenzio del mondo. Dove le madri sanguinano silenziosamente sotto il rombo dei motori aerei. Dove anche la speranza è razionata. Che la storia non ricordi tutto ciò come una strategia. Non come politica. Ma come un genocidio, perpetrato non solo contro i vivi, ma contro la possibilità stessa della vita. 12 luglio 2025 […] Sono qui per confessare ciò che ho visto. È passato un camion. Era vuoto. Il pianale era coperto da un sottile strato di polvere di farina. Solo polvere. Non sacchi. Non pane. Solo la traccia di qualcosa che un tempo avrebbe potuto salvare un bambino. E poi li ho visti. Non ribelli. Non criminali. Bambini. Hanno corso, come animali braccati, verso quel camion. L’hanno scalato con mani che non hanno mai tenuto giocattoli. Si sono inginocchiati come davanti a un altare. E hanno iniziato a raschiare. Uno aveva un coperchio rotto. Un altro un pezzo di cartone. Ma gli altri, gli altri hanno usato le mani. Le loro lingue. L’hanno leccata. Mi avete capito? Hanno leccato la polvere di farina dall’acciaio arrugginito. Dalla sporcizia. Dal retro di un camion che era già partito. Un ragazzo rideva. Non perché fosse felice, ma perché il corpo impazzisce quando è affamato. Un altro piangeva, in silenzio, come chi non crede più che qualcuno lo ascolti. E io sono rimasto lì. Con tutta la mia vergogna. Con le mani in tasca, come un uomo in attesa dell’autobus. Come se non stessi guardando la fine del mondo. […] 18 luglio 2025 […] Stava piangendo per tutti noi. Per tutte le notti in cui abbiamo preferito il silenzio al coraggio. (brani tratti da Ezzideen Shehab, Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, Mimesis, Udine-Milano, 2026)
August 20, 2026
il Rovescio
Un muro di coscienza attraversa l’Italia: cinque aeroporti, un solo messaggio
Questa mattina il Muro di Coscienza si è formato regolarmente all’aeroporto di Verona (7:30 -9:00), a Cagliari (9:00-12:00) e Milano Linate (10:00-12:00), con momenti di confronto con i passeggeri. In questo momento è in piedi a Roma Fiumicino (17:00-20:00). Questa sera, dalle 20:00 alle 23:00, si concluderà all’aeroporto di Venezia. “Siamo qua perché a Gaza e in Cisgiordania si sta consumando un genocidio e perché il Governo italiano continua a garantire, attraverso rotte aeree e accordi in essere, la normalizzazione dei rapporti con Israele che lo sta compiendo. – dichiara Maria Elisabetta Pini, del Presidio Presidio Permanente per la Palestina di Cagliare e organizzatrice del Giovedì bianco – Non possiamo restare a guardare passivamente mentre a Gaza prosegue quello che anche l’ONU definisce un genocidio e in Cisgiordania si inasprisce la pulizia etnica (come dimostrano i fatti di Qusra).” Oggi gruppi, associazioni e attiviste e attivisti con storie ed esperienze diverse – coordinati attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it), lo strumento che ha permesso di far convergere obiettivi comuni tra realtà distinte – danno vita insieme al Muro di Coscienza in cinque aeroporti italiani. Le nostre richieste sono chiare e non negoziabili, vogliamo: * La sospensione delle rotte aeree dirette e degli accordi commerciali che sostengono l’economia israeliana, direttamente complice del genocidio e la sospensione dell’accoglienza di militari israeliani in “Decompressione” * La fine di ogni forma di collaborazione militare, economica e diplomatica del Governo italiano con Israele * Il riconoscimento pubblico e istituzionale che a Gaza e in Cisgiordania sta avvenendo un Genocidio – Rapporto ONU https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/a80492-gaza-genocide-collective-crime-report-special-rapporteur-situation * L’apertura delle indagini sulle denunce già depositate presso la Procura di Roma contro personale militare israeliano, e l’esecuzione dei mandati d’arresto della CPI già emessi” * queste le richieste degli attivisti che oggi si sono coordinati in tutto il Paese. Le associazioni, i gruppi e i collettivi del giovedì bianco hanno costruito muri di coscienza. È un muro fatto di persone: un muro permeabile di almeno 30 metri, attraversabile da chiunque, che rende visibile il nesso tra le rotte aeree, gli accordi economici e il sostegno concreto che questi garantiscono al governo israeliano. È un’azione di informazione e non di ostruzione: chiunque voglia fermarsi, discutere, informarsi o unirsi troverà accoglienza. La protesta ha un punto fermo: nessuna profilazione delle persone “L’azione non è rivolta contro i singoli viaggiatori in quanto tali – sottolineano gli organizzatori – Il bersaglio è politico: le scelte del governo italiano. Chiunque voglia fermarsi discutere informarsi o unirsi troverà accoglienza.” Il bersaglio della protesta è politico e strutturale: le scelte del governo italiano e il sistema di rotte, accordi e interessi economici che sostiene l’occupazione e il genocidio in corso contro tutto il popolo palestinese. Chiunque si fermi a dialogare, indipendentemente dalla propria provenienza, ha trovato accoglienza, non giudizio o respingimento. “È fondamentale nominare chi è responsabile. Troppo spesso, quando si parla delle vittime di Gaza, si racconta la loro sofferenza senza nominare da chi sia prodotta, come se si trattasse di una tragedia senza responsabili – una calamità naturale invece che il risultato di scelte politiche precise da parte di Israele: occupazione, pulizia etnica e genocidio con la complicità di governi come il nostro che continuano a garantire relazioni economiche e diplomatiche normali. Come scriveva Primo Levi, «i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi» –  a renderli tali sono le persone comuni che scelgono di non vedere o di non opporsi (Se questo è un uomo)”. – queste le parole degli attivisti del Giovedì Bianco. Il gruppo ha sottolineato che il silenzio non è neutrale: vivere in uno Stato che compie un genocidio, o che ne è complice, e non opporsi, non è una posizione neutra: è una forma di complicità. Il silenzio normalizza, supporta e permette il genocidio. Per questo scegliamo di non tacere. Vivere in uno Stato che compie un genocidio, o che ne è complice, e non opporsi, non è una posizione neutra: è una forma di complicità. Il silenzio normalizza, supporta e permette il genocidio. Per questo scegliamo di non tacere. Aeroporto di Verona Villafranca Verona e Cagliari si uniscono a Milano, Roma e Venezia in un’unica giornata di mobilitazione. Le voci di chi era presente oggi: “La complicità del governo italiano nel genocidio in Palestina è evidente e chiara – le parole di Fawzi Ismail, Associazione amicizia Sardegna Palestina – dopo la fornitura d’armi, sostegno mediatico e politico ora il vergognosa accoglienza e sostegno ai soldati criminali per “decomprimersi”, e “riposare” nelle località turistiche italiane, interrompiamo la complicità con il genocidi”. “Nessuna tensione con chi è sceso dall’aereo in arrivo da Tel Aviv. Non abbiamo reagito alle provocazioni e agli insulti, coprendoli con cori ‘free free Palestine’. – le parole della Rete Verona per la Palestina – Abbiamo ricevuto insulti e dita medie ma non c’è mai stato un momento di tensione né con chi è sceso dall’aereo, né con le autorità.” Si chiude la giornata a Venezia con lo stesso messaggio rilanciato in tutta Italia – Rachele Voltolina, Global Sumud Veneto conclude: “Non accettiamo la complicità del nostro governo nel genocidio in Palestina e chiediamo la rottura di tutti gli accordi con Israele, compreso il mantenimento delle rotte aeree.  Questi voli non sono neutrali: contribuiscono a sostenere l’economia di guerra israeliana e la sua politica genocida.” Realtà unite attraverso il Giovedì Bianco: Verona – Verona per la Palestina Cagliari – Associazione Amicizia Sardegna Palestina e Presidio permanente per la Palestina Milano – In piazza per Gaza – Duomo Milano Roma – Libere Cittadine per la Palestina Venezia – Rete veneta dei comitati per la Palestina Per un commento o un’intervista, i portavoce sono disponibili ai seguenti contatti: Verona Villafranca —  Anna Holme —  3407906948 — holmeanna89@gmail.com Cagliari — Maria Elisabetta — 333 3347420 — contatto@giovedibianco.it Milano — Santa Borrello  — 347 7670941 — borrellosanta@gmail.com Roma — Francesca Putini — 348 894 2320 — francescaputini@gmail.com Venezia — Rachele Voltolina — 379 1613451— globalsumud_veneto@proton.me   Redazione Italia
August 20, 2026
Pressenza
La denuncia di Human Rights Watch: la violenza dei coloni israeliani, sostenuta dallo stato, costringe alla fuga in Cisgiordania
della Redazione Al Jazeera,  Al Jazeera, 20 agosto 2026.   Human Rights Watch chiede sanzioni e la sospensione degli aiuti militari a Israele, mentre decine di comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata rischiano di essere cancellate. Il 14 agosto 2026 alcuni coloni israeliani hanno issato bandiere israeliane su un edificio palestinese alla periferia di Beit Sahour [Archivio: Mahmoud Illean/AP] Secondo un nuovo rapporto di Human Rights Watch (HRW), decine di comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata rischiano di essere cancellate a causa dell’escalation di attacchi da parte dei coloni israeliani. L’aumento degli attacchi da parte dei coloni, insieme alla rapida espansione degli insediamenti israeliani -illegali secondo il diritto internazionale- sta provocando un’ondata di sfollamenti forzati dei palestinesi, ha affermato l’organizzazione per i diritti umani con sede negli Stati Uniti in un rapporto pubblicato giovedì. Il rapporto accusa le autorità israeliane di armare, finanziare e garantire l’impunità ai coloni affinché possano compiere tali attacchi. La violenza dei coloni israeliani è in aumento da quando l’attuale governo è entrato in carica nel dicembre 2022. Ma gli attacchi hanno raggiunto un picco nei primi due mesi della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: tra gli abusi segnalati figurano omicidi, anche di bambini, aggressioni, violenze sessuali, abusi fisici e psicologici, detenzioni arbitrarie, incendi dolosi, demolizioni di proprietà e furti, aggiunge il rapporto. Il massimo di terra e il minimo di palestinesi «Il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo: il massimo di terra e il minimo di palestinesi; le autorità non solo non fermano la violenza dei coloni, ma la favoriscono attivamente», ha affermato Sarah Sanbar, ricercatrice ad interim per Israele e Palestina presso Human Rights Watch. «I coloni sparano, aggrediscono ed espellono i palestinesi dalle loro terre, e lo stato fornisce le armi, la copertura legale e i fondi per farlo», ha aggiunto. HRW ha indagato sugli attacchi dei coloni in sette comunità palestinesi della Cisgiordania tra aprile e maggio, tra cui Al-Mughayyir, Mikhmas e Taybeh, nel governatorato di Ramallah; Jalud e Qaryut, nel governatorato di Nablus; e Khirbet Hamsa e Muarrajat East, nella Valle del Giordano. Il rapporto ha rilevato che, in alcuni casi, i coloni armati hanno agito a fianco di unità militari israeliane o in presenza di soldati che, pur essendo sul posto, non sono intervenuti durante le incursioni contro residenti e proprietà palestinesi, contribuendo così al fenomeno di sfollamento forzato. Aumento degli sfollamenti forzati Il rapporto afferma che, secondo una ricerca dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nei primi quattro mesi di quest’anno il numero di palestinesi sfollati a causa di attacchi dei coloni, demolizioni e sgomberi è stato superiore a quello registrato nell’intero 2025. L’OCHA ha rilevato che, dal gennaio 2023, 107 comunità, per un totale di 5.900 palestinesi, sono state completamente o parzialmente sfollate a seguito delle violenze dei coloni. È emerso inoltre che, dal gennaio 2025, l’esercito israeliano ha espulso altre 32.000 persone palestinesi dalle loro case nella Cisgiordania occupata, svuotando di fatto i campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Human Rights Watch afferma che gli attacchi e la mancanza di protezione da parte dello stato hanno creato un clima di coercizione che induce molti palestinesi a dichiarare di non avere altra scelta se non quella di abbandonare le proprie case. Sanzioni mirate Il rapporto raccomanda sanzioni mirate nei confronti di coloro che sono implicati negli abusi in corso, la sospensione dei trasferimenti di armi a Israele e un divieto di commercio con gli insediamenti illegali, ed esorta tutti i paesi a prendere in considerazione la sospensione degli accordi commerciali preferenziali con Israele. «L’impunità che le autorità israeliane concedono ai coloni deriva direttamente dal via libera che gli alleati e i donatori di Israele gli hanno concesso», ha affermato Sarah Sanbar. «Israele e i governi che gli danno carta bianca condividono la responsabilità e dovrebbero essere chiamati a renderne conto», ha aggiunto. https://www.aljazeera.com/news/2026/8/20/state-backed-israeli-settler-violence-forces-west-bank-displacement-hrw Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 20, 2026
Assopace Palestina
Hosan Toğan: Il prigioniero Irfan Yılmaz, gravemente disabile, viene lasciato morire
La richiesta di Irfan Yılmaz di rinviare la sentenza è stata respinta nonostante una perizia forense che documentava una disabilità del 96%. Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) è salito al potere 25 anni fa criticando il regime rigido e autoritario della tutela militare. Oggi, tuttavia, cerca di privare coloro che non sono d’accordo con esso o lo criticano non solo della libertà attraverso pressioni giudiziarie e un sistema carcerario che viola i diritti umani, ma anche del diritto alla vita. L’ultimo esempio di questa pratica autoritaria è il calvario burocratico imposto dalla magistratura, dalla polizia e dall’amministrazione penitenziaria a Irfan Yılmaz, un prigioniero politico con una disabilità del 96% detenuto nel carcere di tipo L n. 2 di Marmara a Silivri. Nonostante una relazione dell’Istituto di medicina legale concluda che Yılmaz “non può rimanere in carcere”, è emerso che anche il consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere ha respinto il suo trasferimento in un carcere a regime aperto. Hasan Toğan, tutore legale di Yılmaz, ha parlato con ANF e ha sottolineato che Yılmaz, che usa una sedia a rotelle e non è in grado di vivere in modo indipendente, viene di fatto abbandonato a se stesso. La polizia di Sarıyer e il consiglio penitenziario ignorano la relazione forense Nonostante sia disabile al 96%, affetto da paralisi cerebrale e nonostante una perizia dell’11ª commissione specialistica dell’Istituto di medicina legale che conclude che “non può rimanere in prigione”, a Irfan Yılmaz è stato negato il trasferimento in un carcere a regime aperto dal Consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere n. 2 di Marmara, dove è detenuto illegalmente. Il 30 gennaio 2025 Yılmaz è stato condannato a due anni e un mese di reclusione dal 28° Tribunale penale di Istanbul con l’accusa di “aver identificato come obiettivi individui che avevano partecipato ad attività antiterrorismo”. La condanna è stata emessa perché Yılmaz risultava ufficialmente essere il caporedattore della rivista Halk Okul. La richiesta di rinvio della sentenza di Yılmaz per motivi di salute è stata bloccata da una decisione della procura generale di Bakırköy, ufficio sentenze ed esecuzione. Invece di basarsi sulla relazione dell’Istituto di medicina legale, la decisione ha citato un documento redatto dall’ufficio sicurezza del dipartimento di polizia di Sarıyer, il quale affermava che Yılmaz, costretto su una sedia a rotelle e incapace di vivere autonomamente, “potrebbe rappresentare una minaccia per la sicurezza pubblica qualora la sua condanna venisse rinviata”. Yılmaz, che non può usare le mani, ha dettato una petizione di appello con l’aiuto dei suoi compagni di cella contro la decisione arbitraria. Il suo appello è stato successivamente respinto dal consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere. Il consiglio ha giustificato la sua decisione affermando che Yılmaz “ha dimostrato la volontà di rimanere in un reparto partigiano con membri di un’organizzazione partigiana senza mostrare alcun segno di rimorso e non ha presentato alcuna petizione per dichiarare la propria neutralità”. Tale motivazione ha evidenziato la portata del trattamento illegittimo a cui Yılmaz è stato sottoposto. Il suo rilascio è stato semplicemente ritardato perché non ha richiesto una sezione neutrale Hasan Toğan, tutore legale del prigioniero politico Irfan Yılmaz, ha affermato che Yılmaz viene deliberatamente tenuto in prigione e di fatto lasciato morire. Hasan ha dichiarato di essere stato recentemente informato della decisione del consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere di tipo L n. 2 di Marmara di respingere la richiesta di Yılmaz. Ha dichiarato: “Ciò che colpisce in particolare è che il consiglio di amministrazione e sorveglianza riconosce nella sua decisione che Irfan non ha avuto conversazioni telefoniche con membri dell’organizzazione, non ha ricevuto alcun oggetto da loro e non ha ricevuto visite da parte loro. Eppure respingono la sua richiesta di sospensione della pena semplicemente perché non ha presentato una petizione per essere trasferito in un reparto neutrale.” Hasan Toğan ha affermato che è scandaloso che le autorità si siano basate sul verbale redatto dal dipartimento di polizia di Sarıyer e sulla decisione del consiglio di amministrazione e vigilanza, anziché sulla relazione dell’istituto di medicina legale, la quale conclude che Yılmaz “non può rimanere in prigione”. Toğan ha affermato che la scarcerazione condizionale di Yılmaz è stata posticipata perché si è rifiutato di trasferirsi in un reparto neutrale: “in circostanze normali, Irfan avrebbe dovuto essere rilasciato il 17 ottobre 2025. Ma poiché non ha voluto trasferirsi in un reparto neutrale durante la detenzione, la sua pena è stata prolungata e la data della scarcerazione condizionale è stata posticipata al 15 novembre 2027. Ma come dovrebbe sopravvivere da solo in un reparto neutrale? Le persone lì sarebbero in grado di soddisfare i suoi bisogni allo stesso modo di quelle nel reparto politico dove è attualmente detenuto? Alzarsi e coricarsi, lavare i piatti, lavarsi e pulire non sono cose che Irfan può fare da solo. Nessuno in un reparto neutrale si assumerebbe la responsabilità di aiutarlo con queste necessità. Semplicemente non ha le condizioni per rimanere in un reparto del genere.”” Non può usare braccia o gambe e ha bisogno di assistenza costante Hasan ha affermato che Irfan Yılmaz è detenuto in condizioni estremamente difficili in prigione e ha continuato: “Irfan usa una sedia a rotelle. Non può usare né le gambe né le braccia.” Usa un catetere a causa dell’incontinenza urinaria. Le autorità hanno ritenuto il catetere che usava fuori dal carcere troppo costoso, quindi gliene hanno fornito uno in silicone più economico in prigione. Tuttavia, perde continuamente, costringendolo a cambiarsi d’abito frequentemente. Irfan ha bisogno di assistenza costante per le necessità di base come alzarsi dal letto, andare in bagno, mangiare, lavarsi e curare la propria igiene personale. Deve essere accompagnato in bagno per evacuare. Indossa un pannolino per adulti durante il giorno, che gli viene tolto di notte. Deve essere portato di peso su per le scale fino all’area colloqui perché il carcere non dispone delle infrastrutture di accessibilità necessarie per le persone in sedia a rotelle. Inoltre, non è in grado di leggere libri a causa della sua disabilità visiva, non può scrivere lettere perché non può usare le mani e non può mangiare senza aiuto. Fuori dal carcere, utilizzava una sedia a rotelle elettrica che gli permetteva di muoversi autonomamente. Ma le autorità carcerarie non gli hanno permesso di portare quella sedia a rotelle all’interno e gliene hanno data una manuale, che non è in grado di utilizzare da solo. La sua incapacità di muoversi gli sta causando edema. Stanno violando persino le proprie leggi Hasan Toğan ha messo in dubbio come il dipartimento di polizia di Sarıyer potesse affermare che una persona con una disabilità del 96%, incapace di muoversi autonomamente, rappresenti una minaccia per la società. Hasan ha dichiarato: “Come può il dipartimento di polizia di Sarıyer affermare che una persona disabile al 96% e incapace di muoversi ‘rappresenti una minaccia per la società’? Se qualcuno non rappresentava una minaccia fino all’età di 60 anni, è forse diventato improvvisamente tale dopo aver compiuto 60 anni? Non riusciamo a capirlo, e non ci riesce nessun altro. Di fatto stanno lasciando morire Irfan Yılmaz. Non lo permetteremo. Faremo tutto il necessario per ottenere la sua liberazione. Irfan non dovrebbe trascorrere nemmeno un altro giorno in prigione. Esiste anche una legge che prevede il rilascio dei detenuti gravemente malati, eppure non rispettano nemmeno le proprie leggi. A Irfan viene negata la liberazione perché le autorità lo considerano ancora un membro dell’organizzazione e non è stato trasferito in un reparto neutrale. Viviamo in un Paese in cui persino una relazione dell’Istituto di medicina legale può essere ignorata. Le persone vengono tenute in prigione sulla base di supposizioni della polizia riguardo al loro perseguimento penale. L’amministrazione carceraria e il pubblico ministero si basano illegalmente sull’accusa. rapporto, ma in un verbale di polizia si afferma che “Non esiste alcuna base scientifica”.   di Zeynep Kuray   L'articolo Hosan Toğan: Il prigioniero Irfan Yılmaz, gravemente disabile, viene lasciato morire proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
Retekurdistan.it
Solidarietà alla popolazione del Kashmir amministrato dal Pakistan per i diritti, contro la repressione e l’isolamento
Manifestazione domenica 30 agosto 2026 – ore 16 Antica Tettoia dell’Orologio – Porta Palazzo – Torino Corteo fino a Piazza Castello Nel Kashmir amministrato dal Pakistan, soprattutto a Rawalakot, la popolazione protesta per i propri diritti fondamentali e per condizioni di vita dignitose. Disoccupazione giovanile altissima, infrastrutture carenti, frequenti blackout, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e bollette sempre più pesanti colpiscono una popolazione che denuncia anche una progressiva limitazione dell’autonomia e della rappresentanza politica della regione. A queste rivendicazioni si è risposto con una dura repressione. Secondo le segnalazioni riportate, circa 100 persone sarebbero state uccise, oltre 1.000 arrestate e più di 110 sarebbero vittime di sparizione forzata. A rendere ancora più grave la situazione è l’isolamento della regione: il blocco di internet ostacola le comunicazioni con le famiglie e la circolazione delle informazioni, mentre media e giornalisti incontrano forti difficoltà nell’accedere alle zone interessate e nel documentare liberamente ciò che sta accadendo. Anche le limitazioni all’ingresso di viveri e beni essenziali aggravano le condizioni della popolazione. Chiediamo il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione, la protezione dei civili, informazioni immediate sulle persone scomparse, la tutela dei detenuti e il libero accesso a cibo, medicinali e beni di prima necessità. Chiediamo inoltre un’indagine internazionale indipendente, imparziale e trasparente e che sia garantito l’accesso libero e sicuro a giornalisti, media e osservatori indipendenti.   Redazione Torino
August 20, 2026
Pressenza
Nigeria, si capovolge un’imbarcazione: almeno 43 morti
Un’imbarcazione si è capovolta nello Stato nigeriano di Sokoto, nel nord-ovest del Paese, causando la morte di almeno 43 persone, la maggior parte delle quali bambini. Secondo le ricostruzioni dei media internazionali, basate sulle testimonianze locali, la barca trasportava oltre 70 persone ed era diretta verso una risaia. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso: finora 16 persone sono state tratte in salvo. The post Nigeria, si capovolge un’imbarcazione: almeno 43 morti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Nazionalismo e riammissioni di richiedenti asilo, misure di solidarietà tra Stati o verso le persone?
Dopo l’Austria che chiede di riammettere richiedenti asilo transitati dall’Italia, sulla stessa linea anche la Finlandia. Nei rapporti con questi paesi, come con la Svizzera, non sarà facile chiedere “compensazioni” dagli sbarchi di naufraghi soccorsi dalle Ong, tentativo già fallito con la Germania. L’effetto domino non finirà qui e potrebbe presto estendersi ad altri paesi europei, dopo l’ennesima sospensione della libera circolazione Schengen da parte dell’Italia, da ultimo nei confronti della Spagna. Il problema non deriva soltanto dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento gestione frontiere (UE) 2024/1351 “ex Dublino”, frutto del Patto UE sulla migrazione e l’asilo, ma esplode oggi a causa dalle pregresse inadempienze del governo Meloni, che dal suo insediamento nel 2022 ha “sospeso” le “riammissioni” dagli altri Stati membri, sulla base di una “emergenza” inesistente, e lo confermano i dati sugli sbarchi in questi ultimi anni forniti dal Viminale, “chiudendo la porta” di fronte a persone comunque in cerca di protezione, in nome di un sovranismo che adesso si ritorce contro di noi. In realtà nella comunicazione pubblica, anche sulla vicenda dei “dublinanti” come questi richiedenti asilo “rifiutati” vengono impropriamente definiti, piuttosto che “dublinati”, perchè vittime di scelte politiche prese sulla loro testa, dietro questa logora bandiera della “difesa dei confini”, si stanno rafforzando posizioni apertamente nazionaliste e suprematiste che, ad ogni scadenza elettorale, con un evidente supporto e coordinamento internazionale, rischiano di travolgere la già traballante democrazia europea. Le trattative bilaterali tra singoli Stati membri per concordare un regime particolare di gestione delle frontiere interne sono già un fallimento evidente dei principi di “solidarietà flessibile” e di gestione condivisa al centro del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, e dei Regolamenti che ne sono derivati. Sembra che sia in corso una trattativa con la Germania del cancelliere Merz, alla vigilia di importanti elezioni regionali. Emerge però una base negoziale totalmente sbagliata ad evidente scopo di propaganda, da entrambe le parti. Il contributo di solidarietà, come supporto finanziario, o altre misure compensative, non può essere stabilito sulla base di accordi bilaterali, ma è frutto di una decisione adottata dalla Commissione europea e dal Consiglio sulla base di una analisi approfondita su molteplici indicatori, che non può tenere in conto soltanto il numero dei naufraghi soccorsi dalle Ong, peraltro una modesta percentuale (20%) degli arrivi via mare. Il Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere, che abroga il vecchio Regolamento Dublino III del 2013, indica altri criteri, che non possono essere oggetto di trattativa bilaterale tra Stati membri. In ogni caso stiamo assistendo alla solita bolla mediatica contro gli operatori umanitari delle ONG, contro i “dublinati”, e più in generale contro i richiedenti asilo. Il loro numero effettivo è molto più esiguo di quanto “sparato” da certi giornali, perché il nuovo Regolamento gestione non riguarda casi registrati in data anteriore al 30 giugno 2026, che rimangono regolati dalla vecchia normativa, che richiedeva il consenso dello Stato membro ricevente per la esecuzione effettiva della riammissione nel paese di primo ingresso. Nel caso dell’Italia, a fronte della riduzione degli arrivi via mare vantata dal governo, frutto di accordi con paesi terzi che hanno intercettato naufraghi in acque internazionali ed internato in campi lager decine di migliaia di persone, con migliaia di morti in mare, non si può sostenere la ricorrenza di una pressione migratoria o di una situazione migratoria significativa. Se di emergenza si deve parlare, e se ne deve parlare, si dovrebbe affrontare la questione delle vittime degli accordi di esternalizzazione, e delle politiche di cooperazione con paesi terzi che non rispettano i diritti umani, con le limitazioni alle attività di soccorso delle navi umanitarie delle ONG, frutto degli accordi con i libici (da Berlusconi a Gentiloni, e Minniti) e di leggi nazionali come il Decreto Piantedosi del 2023 (legge 15/2023). Non si possono neppure ignorare i respingimenti immediati che già da tempo si verificano dalla Francia e dall’Austria, soprattutto a Gorizia, frutto di una crisi ormai generalizzata del sistema Schengen, ed anche in questo caso, di precise scelte politiche. Nessuna norma dei nove Regolamenti attuativi del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024 cita espressamente le ONG, ed i soccorsi operati dalle navi umanitarie con riferimento alla mobilità secondaria ai confini interni ed alle azioni di compensazione richieste agli Stati membri quando si tratta di concretizzare il principio di “solidarietà flessibile” che è alla base del Regolamento sulla gestione delle frontiere interne (UE) 2024/1351. Semmai, in questo Regolamento al Considerando 22 si afferma che “Al fine di garantire un’equa ripartizione delle responsabilità, la solidarietà sancita all’articolo 80 TFUE, nonché un equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri, dovrebbe essere istituito un meccanismo di solidarietà obbligatorio che fornisca un sostegno efficace agli Stati membri soggetti a pressioni migratorie e garantisca un rapido accesso a procedure eque ed efficienti per il riconoscimento della protezione internazionale. Tale meccanismo dovrebbe prevedere diversi tipi di misure di solidarietà di pari valore ed essere flessibile e in grado di adattarsi rapidamente all’evoluzione delle sfide migratorie. La risposta di solidarietà dovrebbe essere definita caso per caso, affinché sia mirata alle esigenze dello Stato membro in questione”. E subito dopo si aggiunge (al Cons.25) che “Considerando che la ricerca e il soccorso derivano da obblighi internazionali, gli Stati membri che devono affrontare sbarchi ricorrenti nel contesto di operazioni di ricerca e soccorso potrebbero rientrare tra gli Stati membri beneficiari di misure di solidarietà. Dovrebbe essere possibile individuare una percentuale indicativa delle misure di solidarietà che potrebbero essere necessarie per gli Stati membri interessati. Inoltre, gli Stati membri dovrebbero tenere conto delle vulnerabilità delle persone che arrivano da tali sbarchi”. Quando uno Stato membro ritiene di essere sottoposto ad una “pressione migratoria” che ostacoli la capacità di eseguire gli impegni a causa delle difficoltà cui deve far fronte, può chiedere in qualsiasi momento una riduzione totale o parziale dei contributi che sarebbe tenuto a versare. Gli strumenti di solidarietà operano tuttavia sul piano solidaristico con una forte componente discrezionale, occorrono decisioni della Commissione e del Consiglio UE. In base all‘art.11 del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere che prevede una decisione di esecuzione della Commissione che determina gli Stati membri soggetti a pressioni migratorie, a rischio di pressioni migratorie o in una situazione migratoria significativa, la Commissione consulta gli Stati membri interessati, e utilizza le informazioni raccolte su tutte le rotte migratorie, comprese le specificità del fenomeno strutturale degli sbarchi dopo le operazioni di ricerca e soccorso e i movimenti non autorizzati di cittadini di paesi terzi e apolidi tra gli Stati membri, nonché le pressioni precedenti sullo Stato membro interessato e la situazione attuale. In particolare, “Qualora negli ultimi 12 mesi uno Stato membro abbia dovuto far fronte a un elevato numero di arrivi a causa di sbarchi ricorrenti a seguito di operazioni di ricerca e soccorso, la Commissione considera tale Stato membro soggetto a pressioni migratorie, a condizione che tali arrivi siano di entità tale da creare obblighi sproporzionati persino sul sistema di asilo, accoglienza e migrazione ben preparato dello Stato membro interessato”. Si può ritenere che questa sia la situazione dell’Italia in base al crollo degli arrivi via mare di cui si vanta il governo Meloni per gli anni 2024 e 2025, fino ai dati diffusi per il 2026 pochi giorni fa? Con l’art. 56 del Regolamento (UE) 2024/1351, si stabilisce un Fondo Annuale di Solidarietà, che dovrà servire come principale strumento di risposta solidale per gli Stati Membri sotto pressione migratoria sulla base delle esigenze identificate nella proposta della Commissione. Il Fondo Annuale di Solidarietà deve essere composto dai seguenti tipi di misure di solidarietà, considerate di pari valore: trasferimento di richiedenti protezione internazionale, o quando concordato bilateralmente dallo Stato membro contribuente e beneficiario interessato, dei beneficiari della protezione internazionale che hanno ottenuto la protezione internazionale meno di tre anni prima dell’adozione dell’atto di esecuzione del Consiglio, o ancora contributi finanziari forniti dagli Stati membri principalmente rivolti ad azioni negli Stati membri relative all’ambito della migrazione, accoglienza, asilo, reintegrazione pre-partenza, gestione delle frontiere e supporto operativo, che possano anche fornire supporto ad azioni in o in relazione a paesi terzi che possano avere un impatto diretto sui flussi migratori alle frontiere esterne degli Stati membri o migliorare l’asilo, sistema di accoglienza e migrazione del terzo paese interessato, inclusi programmi di ritorno volontario assistito e di reintegrazione. La situazione di “pressione migratoria” non è stabilita a livello unilaterale, o bilaterale, ma va valutata da tutti gli organi dell’Unione europea. Ai sensi dell’ art. 59 del Regolamento gestione frontiere, “Quando uno Stato membro non è stato identificato in una decisione del Consiglio come sotto pressione migratoria ma si considera sotto pressione migratoria, deve notificare alla Commissione la necessità di utilizzare il Fondo Annuale di Solidarietà e informare il Consiglio. La Commissione informerà il Parlamento Europeo di tali informazioni”. In base all’art.62 del Regolamento, uno Stato membro identificato in una “situazione migratoria significativa” o “che si considera in una situazione migratoria significativa”, può in qualsiasi momento richiedere una detrazione parziale o integrale dei contributi impegnati previsti dall’atto di esecuzione del Consiglio. Quindi, in base al successivo art.64 la Commissione adotterà un “atto di esecuzione” riguardante le regole relative al funzionamento dei contributi finanziari.  Nessuna norma del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere lascia spazio in materia di contributi di solidarietà a trattative dirette tra i singoli Stati membri, ma tutte le misure di solidarietà devono essere decise con il coinvolgimento della Commissione, del Consiglio, ed in qualche caso anche del Parlamento europeo. Che cosa ha fatto l’Italia, o che cosa si propone di fare, in relazione a questa complessa rete di relazioni internazionali che implicano la costruzione di alleanze certamente non basate sulle ricorrenti pulsioni elettorali o sulla spinta di sovranismi di varia natura? La Corte di giustizia europea (CGUE) a marzo di quest’anno (caso Daraa) ha ribadito la valenza del Regolamento Dublino per la determinazione della responsabilità nelle procedure di asilo. Un tribunale amministrativo tedesco si era rivolto alla corte europea per chiarire una questione fondamentale in materia di asilo, proprio su un caso di rifiuto di riammissione da parte dell’Italia. La Corte di Lussemburgo osservava che “lo Stato membro designato come competente in base ai criteri enunciati al capo III del regolamento Dublino III non può sottrarsi, mediante un semplice annuncio unilaterale, alle responsabilità ad esso incombenti in forza di tale regolamento. Infatti, una siffatta possibilità porterebbe a violare tali criteri e rischierebbe di mettere così a repentaglio il buon funzionamento del sistema istituito da detto regolamento”. Lo stesso principio, ancora rafforzato dal recente Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere, potrebbe essere riaffermato in futuro se, come appare probabile, l’Italia finirà ancora una volta davanti alla Corte di Giustizia UE. Gli attuali governi europei, in particolare in Italia ed in Germania, hanno dimostrato di riuscire a sterilizzare le decisioni giudiziarie sfavorevoli. Ma sarebbe forse tempo di un cambio di prospettiva politica, dalla solidarietà tra Stati per escludere e barattare richiedenti asilo, ad una vera solidarietà europea in favore di chi fugge in cerca di protezione, di chi rischia di fare naufragio in mare, e di chi è vittima di respingimenti verso paesi terzi che non rispettano i diritti fondamentali della persona. Se questa è ancora Europa. Fulvio Vassallo Paleologo
August 20, 2026
Pressenza

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