L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

Resistere alla guerra, lottare per la pace
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026 Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.  È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo.  Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.  Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato  la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.  Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno. Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.  A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società.  Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.  Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative  di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta.
Guerra. Per una nuova antropologia politica
di Gioacchino Toni da Carmillaonline Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00 Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX). Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI). Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII). Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico. > Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere > sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i > tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore > ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato > in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, > anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli > attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a > sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive > più (p. XV). A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica. > In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra > pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine > su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno > guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace > di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione > sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi > tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla > complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non > decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli > spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più > un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente > mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza > corona” (pp. XVII-XVIII). Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32). «Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali. > Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, > la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della > guerra permanente. > La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, > opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la > polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri > obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una > società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente > specializzata, caotica ed entropica. > La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne > diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima > analisi, una vittima (p. 53). In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove. Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni. Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi. > In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla > guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico > significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, > subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i > propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della > violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra > ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94). Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108). Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità. > Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, > travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che > alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la > politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, > di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe > disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario > contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in > definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la > trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con > altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128). Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129). --------------------------------------------------------------------------------
#war ITALIA ZONA DI #GUERRA: #Sicilia al centro dei conflitti in #Iran e #Ucraina | A. Mazzeo, F. Dall'Aglio L'operazione sull'isola di Kharg realizzata con un drone Triton decollato da #Sigonella per raccogliere le informazioni di intelligence necessarie per pianificare il bombardamento ed un eventuale sbarco. https://www.youtube.com/watch?v=2wg_9AVaYP0
March 14, 2026
Antonio Mazzeo
Palestina: l’impero colpisce ancora…
Oggi: Anbamed, aggiornamenti del 14 e del 13 marzo lista di distribuzione postale: relazione sulla intervista a Gian Franco Veraldi Armin Messanger sulle caratteristiche dell’espansionismo israeliano Plestia Alaqad sull’importanza di dare voce ai palestinesi A.T. sulla situazione in Cisgiordania la descrizione della iniziativa Combatants for Peace e Parents Circle Enrico Semprini su una mozione presso l’Università di Modena e Reggio
Altre 57 persone salvate dalla Life Support. Assegnato porto di Civitavecchia
Nella serata di venerdì 13 marzo la Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, ha effettuato un nuovo salvataggio di 57 persone che si trovavano in acque internazionali della zona SAR libica. Tra le persone tratte in salvo sono presenti anche nove minori, di cui cinque non accompagnati, e dodici donne. Subito dopo il primo soccorso, avvenuto la mattina di venerdì 13 marzo, il team a bordo della Life Support ha prontamente avvisato le autorità competenti e alla nave è stato assegnato Place of Safety (POS) di Civitavecchia, a più di 500 miglia nautiche dall’attuale posizione della Life Support. L’assegnazione di un porto così lontano obbliga le 98 persone a bordo, già provate da un viaggio difficile e in condizioni di estrema fragilità fisica e psicologica, a trascorrere altri giorni in mare, ritardando il loro accesso ai servizi essenziali. La seconda operazione effettuata dalla Life Support, conclusa alle ore 20.55 di venerdì, ha interessato un gommone grigio sovraffollato individuato direttamente dal ponte di comando della nave. Tutte le persone soccorse sono state portate al sicuro a bordo della nave della ONG, già impegnata nella mattinata di venerdì in un altro soccorso di 41 persone che viaggiavano su un gommone alla deriva, sempre in zona SAR libica. Al momento, a bordo della Life Support tutti i naufraghi sono seguiti dallo staff di EMERGENCY che si sta prendendo cura di loro. Le 57 persone soccorse nel secondo salvataggio di venerdì sera sono 45 uomini, di cui 4 minori non accompagnati e 2 minori che viaggiano con almeno un familiare, e 12 donne, di cui 1 minore non accompagnata e due minori accompagnate. I naufraghi hanno riferito di essere partiti da Garabulli alle 4.00 del 13 marzo e provengono da Nigeria, Guinea – Bissau, Biafra, Senegal, Sud Sudan, Guinea Conakry, Gambia e Sudan, Paesi segnati da conflitti, violenze, povertà, insicurezza alimentare e cambiamenti climatici. La Life Support sta compiendo la sua 41esima missione nel Mediterraneo centrale, operando in questa regione dal dicembre 2022. Durante questo periodo, la nave SAR di EMERGENCY ha soccorso complessivamente 3.346 persone.   Emergency
March 14, 2026
Pressenza
A 35 anni dall’Onda Rossa Posse@0
La musica degli Assalti Frontali ci ha accompagnato in mille cortei e in mille lotte durante questi anni. Grazie alla chiacchierata telefonica con Militant A ne abbiamo ripercorse alcune, ma abbiamo anche parlato di quelle di oggi con tutte le differenze del caso. Molto contenti di averlo ospitato ai nostri microfoni in attesa di ascoltarlo cantare sabato 14 marzo al CSOA Gabrio. Qui trovate tutta la puntata di Metix Flow e nella traccia successiva solo l’intervista. Buon ascolto!!
March 14, 2026
Radio Blackout - Info
A 35 anni dall’Onda Rossa Posse@1
La musica degli Assalti Frontali ci ha accompagnato in mille cortei e in mille lotte durante questi anni. Grazie alla chiacchierata telefonica con Militant A ne abbiamo ripercorse alcune, ma abbiamo anche parlato di quelle di oggi con tutte le differenze del caso. Molto contenti di averlo ospitato ai nostri microfoni in attesa di ascoltarlo cantare sabato 14 marzo al CSOA Gabrio. Qui trovate tutta la puntata di Metix Flow e nella traccia successiva solo l’intervista. Buon ascolto!!
March 14, 2026
Radio Blackout - Info
Guerra :fondamentalismi occidentali, onde d’urto verso oriente, intelligenza artificiale e complesso militare industriale
Tentare di decrittare la guerra israelo americana contro l’Iran senza ricorerre a categorie psicoanalitiche è impresa ardua. La dicotomia semplicistica dei buoni contro i cattivi, che discende dalle rappresentazioni hollywoodiane dei nemici come sempiterni cattivi senza sfumature, è stata utilizzata fin dai tempi di Reagan che parlava dell’Unione sovietica come l’impero del male pensando di essere sul cast di “Guerre stellari”. Nell’ora più buia che stiamo vivendo si aggiunge un’ aggravante ulteriore costituita dalla overdose di fondamentalismo che permea le menti dei protagonisti di questa guerra. La deriva messianica sionista è stata ampiamente constatata durante il massacro di Gaza non fosse per i deliri di Netanyahu che paragonava i gazawi agli amaleciti ,un antico popolo che fu sterminato dagli Israeliti per ordine biblico divino (bambini, neonati, animali e donne incluse), che abitava il Negev .L’ossessione fondamentalista evangelica che impera nell’amministrazione americana ha oltre che in Trump sostenuto apertamente dai pastori evangelici, validi  interpreti in Hegseth a capo del ministero della Difesa ,pardon della guerra ,uno psicopatico suprematista che invoca una nuova crociata e in Rubio il neocon che si presenta in televisione con una croce sulla fronte il mercoledì’ delle ceneri. Anche JD Vance non è esente da una visione suprematista ultracattolica che auspica un’America cristiana, bianca, tradizionalista, chiusa al mondo e guidata da una presunta missione divina. A queste considerazioni si sommano le perplessità sullo scopo della guerra contro l’Iran, le difficoltà dell’ammnistrazione Trump a gestire le conseguenze globali di un’aggressione che si pensava portasse ad un rapido cambio di regime. Questa sottovalutazione probabilmente deriva dal fatto che i decisori all’interno delle strutture militari americani si sono  formati in un epoca post guerra fredda in cui gli Stati Uniti sembravano  gli unici regolatori globali in grado di esercitare una potenza militare senza avversari. Finita questa fase e di fronte ad una guerra non più asimmetrica con uno stato come l’Iran strutturato e con un esercito organizzato ,con uno scenario globale che vede l’emergere della potenza cinese e alla fine del ciclo imperiale americano le mutate condizioni stanno mettendo in crisi le capacità dell’apparato militare americano . Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio studioso dei paesi dell’Europa orientale ed analista di  questioni strategico militari.  Ambiguità ed equilibrismi per gli stati a maggioranza musulmana sono passaggi inevitabili dopo l’aggressione degli yankee-sionisti. Da un lato vengono scombinate alleanze che si erano andate a costituire, o almeno  molte cancellerie a Oriente di Tehran vengono poste in imbarazzo sia per le conseguenze del più probematico approvvigionamento di idrocarburi, sia per obblighi, o attese derivanti da accordi di reciproco aiuto o di schieramento. Con Emanuele Giordana, aprodato a Bangkok nel suo pellegrinaggio attraverso i territori del Sudest asiatico, abbiamo considerato innanzitutto la situazione della guerra inopinatamente esplosa nelal sua recrudescenza lungo la Durand Line tra il Pakistan, stufo dell’ausilio dato ai talebani del TTP dai “cugini” afgani ormai al potere da 5 anni, proprio grazie all’appoggio di Islamabad. Una situazione resa complessa dall’appoggio indiano ai talebani di Kabul, ma anche dal patto di mutuo soccorso siglato dal Pakistan con l’Arabia Saudita, all’epoca considerato nel suo valore di ombrello nucleare ottenuto dai sauditi e ora invece si ribalta in un inestricabile rebus per una nazione musulmana e vicina a Tehran, il cui debito è detenuto dal recente alleato, grande nemico del regime iraniano. Una situazione analoga si sta vivendo in Indonesia che ha anche ritardato a esprimere il cordoglio per la morte di Khamenei – sollevando contro Prabowo il disappunto di molti indonesiani – e si trova tra l’incudine della fedeltà agli Usa (e al timore dei dazi di Trump) vs la solidarietà dovuta a un paese musulmano sotto attacco imperialista giudaico-cristiano. Le prime consegenze dell’avventata mossa di Trump-Netanyahu è che salterano gli AbrahamsAccord, l’adesinoe dell’Indonesia al Board of Peace e l’invio di 8000 militari d’interposizione a Gaza. Non male come primo effetto delal guerra lampo contro gli ayatollah. Nel resto del Sudest asiatico la preoccupazione è molta per la carenza di energia dei paesi minori, mentre la Cina, che poteva venire considerata l’obiettivo di una guerra mediorientale, si trova nella condizione di poter reggere più di 6 mesi grazie alal pianificazione e allo stoccaggio di ingenti quantità di petrolio. Un problema non di poco conto saranno le migliaia di sfollati e migranti che si riverseranno fuori dagli scenari di guerra e dei bombardamenti, senza considerare il tracollo dele borse, in particolare in India Corea, e soprattutto Giappone. Un punto di vista ancora più da incubo per un’area ancora più vasta di quella in cui le basi americane nel Golfo vengono prese di mira nei paesi limitrofi all’Iran, allargando verso Est l’estensione del conflitto, sempre menno circoscritto. Si sta definendo un complesso militare, tecnologico e finanziario con al centro l’intelligenza artificiale che incontra le esigenze di aziende e start up affamate di utili che ancora non arrivano e inquiete per una prossima bolla speculativa. Assistiamo ad una ipercapitalizzazione (solo Nvidia capitalizza 4600 miliardi di dollari) a fronte di un alto tasso d’indebitamento e profitti ancora non all’altezza degli investimenti. Il ruolo da monopolista della maggior produttrice di microprocessori di Nvidia rischia di essere intaccato da altri produttori di chip specifici per compiti  differenziati come i TPU di Google in uno scontro d’interessi nel quale s’inserisce il caso Anthropic .Il Pentagono ha definito la società di  Amodei “un rischio per la catena di approvvigionamento” nonostante il contratto da 200 milioni di dollari già stipulato. Il rifiuto di Anthropic di consentire l’uso del suo sistema definito “Claude” d’intelligenza artificale generativa per la sorveglianza di massa e per le armi autonome senza supervisione umana ha portato ad una rottura con il Pentagono ,ma non fa certamente Anthropic un modello di etica considerando i contratti di collaborazione già in essere anche con Palantir. E’ sempre più difficile districare l’utilizzo dual use dell’intelligenza artificiale ,gli usi civili da quelli militari. Molte applicazioni che utilizziamo frequentemente derivano da progetti che rispondevano ad esigenze miitari ,lo scontro con la Cina si gioca anche sulle capacità di produrre microprocessori avanzati nonostante le limitazioni imposte a Pechino dalle restrizioni commerciali americane. Gli investimenti massicci del progetto “Star link” evidenziano un gigantismo nordamericano che comporta la costruzione di enormi data center estremamente energivori che rischiano anche di diventare in un contesto bellico obiettivi militari. Di questo e altro ne parliamo con Daniele Signorelli giornalista freelance di “Guerre di rete” progetto di informazione su cybersicurezza, sorveglianza, privacy, censura online, intelligenza intelligenza artificiale.           
March 14, 2026
Radio Blackout - Info
Il controllo polarizzato delle tecnologie
Più la velocità di circolazione dell’informazione cresce, e più il controllo dei cambiamenti e degli scambi aumenta e tende a diventare assoluto. L’onnipresenza del controllo tende a fare di quest’ultimo il sostituto dell’ambiente dell’uomo, la sua terra, il suo unico … Leggi tutto L'articolo Il controllo polarizzato delle tecnologie sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Suliman, Fatima e la guerra in Sudan che non finisce
“Dove andiamo? Questa è una domanda” (sottinteso: da farsi). E’ il mio amico sudanese Suliman che se lo chiede parlando con me in una lunga telefonata dall’Egitto. Gli avevo chiesto com’era poi andato l’appuntamento per la richiesta dell’asilo politico che era stato molti mesi fa fissato per un certo giorno di dicembre 2025: il colloquio è avvenuto, Suliman e Fatima hanno anche espresso la preferenza per l’Italia, ma la risposta l’avranno nel 2028! E’ la beffa, a cui si aggiunge un altro serio motivo di preoccupazione: dopo aver aperto le frontiere (soprattutto quelle meridionali) ai sudanesi in fuga da una guerra assurda e atroce (come sono tutte le guerre), da più di un anno il governo egiziano ha dichiarato che non vuole più sudanesi e che caccerà via quelli presenti, compresi quelli muniti di asilo politico. Alcune settimane fa Suliman mi aveva parlato di pullman governativi in cui venivano fatti salire a forza cittadini sudanesi per essere rimandati indietro (ma indietro dove? In mezzo alla guerra? E’ la stessa domanda che mi faccio a proposito dei respingimenti di cui tanto si vanta il nostro governo, quei pochi, per fortuna, che riesce a effettuare: non è contemplato chiedersi dove mai vengano rimandati questi profughi forzati, poi diventati profughi due volte. Se da quel Paese fuggivano avevano motivi gravi e li avranno di nuovo al loro ritorno, ma questo non interessa a gente di infimo spessore politico ed etico. Ecco da dove viene la desolata e realistica domanda: “Ma dove andiamo?” Suliman mi aveva chiamato da Zagazit, città a circa 200 Km dal Cairo, famosa per la sua importante e antica università di medicina che – diversamente da quella del Cairo, frequentata soprattutto da egiziani – accoglie moltissimi studenti stranieri. Anche un nipote di Suliman ha studiato lì, ora è laureato e sta praticando il tirocinio nell’ospedale annesso all’università. Con lo scoppio della guerra in Sudan la madre e le altre persone della famiglia lo hanno raggiunto e ora vivono tutti in quella cittadina. Non avendo i soldi necessari per pagare il viaggio di “fuga” a tutti, il padre è rimasto nella sua casa sudanese in Darfur; la bella notizia è che da poche settimane, dopo un viaggio interminabile su strade distrutte e pericolose è riuscito ad arrivare a Zagazit e a ricongiungersi con la sua famiglia. Per andare dal Darfur all’Egitto non si è diretto verso nord, come sarebbe logico, ma è dovuto andare a sud, entrare nel Sud Sudan, poi risalire verso Port Sudan (sul Mar Rosso) ed entrare infine in Egitto. Tornando a Zagazit, In questi giorni Suliman e la moglie Fatima sono andati a salutarlo e a condividere con tutti i parenti due-tre giorni di Ramadan. Mi faccio coraggio e chiedo a Suliman notizie della figlia maggiore, che con i bambini è rimasta bloccata nella sua città a nord del Darfur, vicino ad El Fashir: sono vivi, mi dice e per quanto ormai il Darfur sia del tutto in mano ai Janjaweed sembra che per chi vive nelle città non ci sia pericolo, giacché i Janjaweed una volta conquistati i territori non hanno motivo di infierire ancora contro la popolazione. Forse saranno anche un po’ preoccupati da quando il governo sudanese ha chiesto agli Stati Uniti – e non so se anche all’Onu – di designare le Forze di Supporto Rapido come un’organizzazione terroristica, così come hanno fatto con la Fratellanza Musulmana in Sudan. Ma significa comunque vivere imprigionati, senza poter uscire dal Paese, senza scuole per i figli, senza i necessari negozi e con chissà quante infrastrutture carenti o mancanti. La guerra non finisce e Suliman non vede per sé e per la sua famiglia nessuna possibilità di tornare a Khartoum nel breve/medio termine: dei 18 Stati che compongono il Sudan, il governo ne ha riconquistati soltanto otto. Gli altri dieci sono in mano alle RSF, ai terroristi che un tempo si muovevano a cavallo e oggi su lussuose automobili e forse elicotteri per andare dove loro stessi hanno distrutto le strade. In alcuni Stati, fra cui il Kordofan, la guerra è ancora intensa. Per fortuna ogni mese il figlio minore Ahmed invia a Suliman e Fatima i soldi per l’affitto e per il vitto dal nord del Sudan, dove sta lavorando. Se non fosse scoppiata questa crudele, insulsa guerra ora forse Ahmed starebbe a Perugia, a completare i suoi cinque anni di studio in ingegneria, dopo aver studiato l’italiano all’Università per Stranieri. E’ riuscito a raggiungere una zona del Sudan dove non infuriano battaglie e dove le miniere d’oro danno possibilità di lavoro: Ahmed è impiegato nell’amministrazione e forse si occupa anche delle comunicazioni satellitari, date le sue capacità acrobatiche nell’installare le parabole sui tetti. In questa lunga telefonata riusciamo anche a parlare d’altro, per esempio del Nilo: gli chiedo se è pulito. La risposta è sì, lì in Egitto sembra pulito, mentre in Sudan e nella stessa Khartoum con la guerra era diventato ricettacolo di materiale bellico nonché di cadaveri. Parliamo dei due Nili (racconto a Suliman che ieri alla lezione di italiano per stranieri siamo andati tutti davanti al planisfero a indicare alcuni Paesi degli studenti e ci siamo soffermati sull’Egitto, giacché una delle studentesse viene proprio dal Cairo), che si incontrano a Khartoum. Il più lungo dei due è il Nilo Bianco, che nasce in Uganda e attraversa tutto il Sudan da sud a nord; l’altro è il Nilo Azzurro, che viene dall’Etiopia. E a proposito dell’Etiopia vengo a sapere che anche guerriglieri (alias disperati) etiopici intervengono nella guerra a sostegno delle Forze di Supporto Rapido, finanziati anche loro dagli Emirati Arabi. Ma torniamo ai fiumi: il punto in cui nascono si chiama “bahar” che vuol dire “lago” (Suliman mi fa l’esempio del Lago di Bracciano dove siamo andati una volta), anche se – a quanto capisco – quello Bianco nasce effettivamente da un lago, mentre quello Azzurro scaturisce da una montagna (come dire “una sorgente”) e poi diventano un fiume, uno “wadi”. E’ bello parlare di acqua, come è bello per me riascoltare queste parole arabe. Quando alla fine saluto Fatima, lei parte decisa con un “Ciao Francesca, come stai?” perché insieme al marito si è messa a studiare l’italiano on-line). Ancora più del Nilo è commuovente parlare della bellissima montagna del Darfur, lo Jebel Marra, un vulcano considerato dagli abitanti il simbolo della loro patria. In effetti dalle parole di Suliman si sente chiaramente che lo Jebel Marra è un luogo dell’anima, un simbolo di bellezza e di ricchezza: c’è tanta acqua, sia calda che fredda, c’è sale, è verde e pieno di frutti e nel sottosuolo ci sono giacimenti d’oro. Per tutta questa ricchezza gli Emirati lo vogliono possedere e sfruttare, ma i nativi lo amano e lo rispettano e ora lo vivono forse come il paradiso perduto. Parliamo dei finti confini, quelli tracciati a tavolino, come la linea verticale drittissima fra il Sudan e il Ciad: di qua gli inglesi e di là i francesi, mentre prima era tutto un grande Sudan – Ciad, Niger, fino al Mali. La storia ci ha insegnato che i grandi regni finiscono, ma i cittadini dovrebbero rimanere nella loro terra accanto ai loro corsi d’acqua, con la possibilità di guardare le loro belle montagne e godere delle loro risorse naturali. Quello che è certo è che i darfuriani lo Jabel Marra se lo portano dentro dappertutto e per sempre gli apparterrà. Nella scuola di italiano per stranieri dove faccio l’insegnante volontaria cercano un mediatore a distanza che conosca la lingua Zagawi. Lo racconto a Suliman e lui mi spiega che è la sua lingua madre e si parla sia nel Darfur che nel Ciad, dove ha diversi parenti. Spero tanto che questa possibilità si realizzi: quanto è importante per un espatriato sentirsi utile, offrirsi per un piccolo lavoro e poterlo fare grazie alla ricchezza di conoscenze linguistiche che possiede. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ Francesca Cerocchi
March 14, 2026
Pressenza
Le parole e le bombe
Mi pare che non si stia adeguatamente riflettendo su un “dettaglio” di questa guerra iniziata con l’aggressione USA all’Iran. Il fatto che questa sia iniziata mentre le due delegazioni diplomatiche, iraniana e statunitense, stavano dialogando a Ginevra. Giovedì 26 si sono incontrate, le delegazioni si sono mostrate soddisfatte dei colloqui, hanno fissato un nuovo colloquio per lunedì ma questo non è mai avvenuto perché gli USA sabato 28 hanno iniziato a bombardare (insieme allo stato alla sbarra per genocidio che già aveva illegalmente bombardato mesi prima, e questo è un altro “dettaglio” che meriterebbe molte più riflessioni) Noi non ci rendiamo conto della totale perdita di credibilità che tutto questo comporta sugli USA, e su di noi che siamo ormai una loro propaggine (lo siamo diventati per scelta strategica, non perché tre generazioni fa i nostri nonni e bisnonni siano stati liberati grazie al supporto USA: i politici del dopoguerra erano molto più liberi di quelli attuali da tale egemonia). Chi può fidarsi di noi? Che un giorno diciamo “ci rivediamo lunedì a Ginevra” e sabato bombardiamo a tradimento? La nostra parola, anche quella scritta, non vale più nulla. Siamo abituati a vedere questa perdita di credibilità nella politica interna. Promesse elettorali tradite, gli “stai sereno” a cui due settimane dopo segue un’operazione di palazzo, i vari “se perdo mi ritiro dalla politica” detti a reti unificate su cui nessuno ha mai chiesto conto. Politici che cambiano casacca e posizione in modo spudorato. Ma si tratta ancora di cose di poco conto rispetto a quanto avvenuto con le bombe sul tavolo di negoziazione. Ricordiamo: nel 2015 Obama fa un patto con l’Iran sul nucleare, loro lo rispettano, gli USA escono nel 2018 unilateralmente con Trump, Israele bombarda nel 2025 ammazzando scienziati e alti funzionari nonostante l’AIEA non veda rischi (come vent’anni fa con l’Iraq gli ispettori ONU non vedevano armi di distruzione di massa). Le bombe arrivano avendo come movente la cosa, magari l’unica, su cui gli iraniani sono irreprensibili: il loro programma nucleare civile. Loro hanno rispettato la parola, la nostra parte di mondo no. Non è del tutto irrilevante che una “fatwa” di qualche decennio fa, ribadita in più occasioni, possa aver contribuito a tenere l’atomica lontana da quel paese. Si dirà che le cause sono anche altre, tecnologiche, può darsi, fatto sta che mentre la Corea del Nord nel 2003 usciva dal TNP, l’Iran ribadiva la parola della fatwa. Nel 2006 la Corea del Nord diventava potenza nucleare e faceva i primi test, 20 anni dopo invece l’Iran, stando a quanto dice l’AIEA, non aveva niente che facesse pensare allo sviluppo dell’atomica. Un cinico potrebbe dire che ha fatto bene la Corea del Nord, che ha ottenuto la deterrenza, che se gli iraniani invece di legarsi a quella parola detta decenni addietro avessero fatto lo stesso, non sarebbero stati bombardati nel 2025 e nel 2026. Sarò ingenuo, non adeguatamente informato, ma ho l’impressione che delle culture che noi guardiamo con paternalismo e superficialità, diano molta più importanza alla parola rispetto a quanto ne diamo noi. Per uno sciita magari una fatwa della seconda autorità religiosa esistente, ha un peso molto alto. La parola, per un credente è qualcosa di talmente importante che per i cristiani è Dio stesso. “Il Verbo era Dio…”dice il prologo del Vangelo di Giovanni. La Parola può creare, trasformare, rinnovare. Ma se smette di essere qualcosa di credibile, se si smentisce in continuazione, quella parola non ha niente a che fare col trascendente, quella parola non è Parola, è menzogna. Lo stesso personaggio che ci ha detto sei mesi fa che le capacità nucleari iraniane erano distrutte per sempre grazie al bombardamento di un B52, ci dice un mese fa che senza ulteriori bombardamenti l’Iran avrà l’atomica in una settimana. Chi può credere alle sue parole? Gli stessi che lunedì ci dicono “la guerra è finita abbiamo già vinto” (e riescono a farlo credere per un giorno ai mercati, che in uno schioccar di dita vedono il Brent scendere da 119 a 80 dollari) dicono ai loro militari di prepararsi a star via di casa fino a settembre, mandano una terza portaerei in zona, dicono ai loro diplomatici di andare via da ulteriori sedi. Chi, tra gli avversari, può credere a una loro parola? A una nostra parola, perché noi siamo purtroppo parte dello stesso mondo. La diplomazia occidentale è stata fatta a pezzi contemporaneamente ai corpi delle bambine della scuola di Minab. Già non era granché in salute da diverso tempo. Ma adesso se ci mettiamo anche solo per un istante nei panni di un avversario degli USA (ovvero di un nostro avversario) non si può che condividere la loro sfiducia in una proposta di percorso diplomatico che veda noi come attori. Come se ne esce? Probabilmente non è ormai possibile spegnere l’incendio, ma se c’è ancora uno spiraglio, solo chi è meno compromesso, chi ha ancora una parola credibile, può cercare di ricreare un percorso diplomatico. Un’azione congiunta di paesi che hanno ancora credibilità da spendere. Il Brasile di Lula, che da tempo sta portando in sede ONU un progetto di riforma del consiglio di sicurezza. Il Sudafrica, capace di portare davanti alla ICJ i campioni mondiali di impunità, con l’accusa di genocidio. Forse la Spagna di Sanchez. Gente che è disposta a pagare un prezzo per ci che dice e per le posizioni che prende. Se vogliamo recuperare la diplomazia, dobbiamo recuperare la parola. Andrés Lasso
March 14, 2026
Pressenza