Alle elezioni in Colombia è in vantaggio il candidato che piace a Trump e a Milei
I colombiani dovranno attendere il prossimo 21 giugno per conoscere il loro nuovo presidente. Il primo turno delle elezioni si è infatti concluso con un testa a testa tra due candidati che non hanno sfondato la soglia del 50% dei consensi. Si tratta di Abelardo de la Espriella, esponente dell’estrema destra che contro ogni pronostico ha ottenuto il 43,7% dei voti e di Iván Cepeda, “erede” dell’attuale presidente Gustavo Petro, fermatosi al 40,9% dei consensi, lamentando irregolarità nel conteggio dei voti. Sorridono Donald Trump e Javier Milei all’idea di avere un nuovo alleato nella regione, ma la corsa alla presidenza resta aperta, soprattutto considerando l’elevato astensionismo che ha caratterizzato il primo turno. Abelardo de la Espriella, meglio conosciuto come El Tigre, ha ribaltato i pronostici della vigilia, chiudendo la tornata elettorale del 31 maggio in testa. Avvocato e imprenditore, Abelardo de la Espriella ha concentrato la sua campagna elettorale su toni militaristi e patriottici, promettendo una lotta serrata contro i gruppi paramilitari attivi nel Paese. Il leader del partito Defensores de la Patria si ispira a un altro presidente della regione, Nayib Bukele, che a El Salvador ha sospeso lo stato di diritto per reprimere le gang. Sul piano economico l’influenza è invece argentina, trovando un riferimento nel neoliberismo di Javier Milei, che ha accolto con favore l’esito elettorale. «Se si ripeterà questo risultato al secondo turno — ha scritto su X Milei — non ho dubbi che la Colombia entrerà nuovamente nel concerto delle Nazioni Libere e riprenderà una rotta orientata alla difesa della vita, della libertà e della proprietà». A sorridere è anche il presidente USA Donald Trump, con il quale El Tigre ha dichiarato di voler stringere un’alleanza strategica, superando le attuali ostilità del governo Petro. In continuità con quest’ultimo, Iván Cepeda, senatore e filosofo, ha invece insistito sul mantenimento dell’autonomia rispetto alle mire statunitensi, diventate delle vere e proprie minacce belliche a seguito del golpe in Venezuela. Il candidato progressista intende continuare il programma di pacificazione con i gruppi armati lanciato da Petro e ancora lontano da una conclusione, visti i recenti attacchi. Dopo una prima parte del mandato segnato da ingovernabilità e rimpasti di ministri, Petro ha risalito la china, approvando la riforma del lavoro ed ergendosi quale baluardo americano contro amministrazione Trump e governo Netanyahu. Così negli ultimi mesi il consenso è risalito, fino a conquistare i sondaggi. La realtà ha però raccontato uno scenario differente, con Abelardo de la Espriella in testa. A separarlo da Iván Cepeda sono poco meno di tre punti percentuali. Per il prossimo turno El Tigre potrà contare sul sostegno dei conservatori, fermatisi al 6%. Anche il fronte progressista, che lamenta irregolarità nel conteggio dei voti, cercherà di racimolare voti tra i partiti esclusi dal ballottaggio. Sulla strada della presidenza risulterà cruciale la capacità di mobilitare chi ha deciso di disertare le urne. Al primo turno l’astensionismo è arrivato al 45%, coinvolgendo praticamente un elettore su due. L'Indipendente
June 1, 2026
Pressenza
No Good Men – Shahrbanoo Sadat
(visto da Francesco Masala) un bel film dall’Afghanistan, Matrix con gli occhi di Federico Greco e un film concerto di Stromae a Kabul non ci sono uomini buoni, pensa e dice Naru, anche se poi uno, troppo tardi, lo trova. Naru è una camerawomen di un tv di Kabul, destinata a programmi inutili, ma un giorno, per caso, comincia a
La macchina di guerra di Putin mostra le crepe
«So di non essere il primo a dirvelo. Ma qualcosa sta succedendo in Russia. Lo si percepisce nell’aria. Cammini per strada, prendi la metropolitana, ti siedi in un bar e ovunque la gente parla della stessa cosa». Questo messaggio mi è stato inviato ieri da un compagno che vive ancora in Russia. È difficile misurare questi stati d’animo queste rilevazioni. Ma spesso questi ultimi colgono i primi segnali di cambiamento con maggiore precisione rispetto ai sondaggisti professionisti. Dal 2024, il Cremlino è sicuro che la guerra della Russia in Ucraina si stesse avviando verso un’inevitabile vittoria. Mosca ha resistito alle sanzioni occidentali, dominato il campo di battaglia e la produzione militare, e mantenuto un netto vantaggio in termini di risorse. Il tempo sembrava essere dalla parte del presidente Vladimir Putin. La coalizione occidentale è apparsa frammentata, Donald Trump ha cercato un accordo con Mosca e l’Ucraina si è trovata a corto di denaro, armi e uomini. Ma questa primavera, le aspettative di vittoria in Russia hanno cominciato a cedere il passo alla sensazione di una crisi imminente. Stando ai dati ufficiali, il deficit del bilancio federale russo ha raggiunto la cifra sbalorditiva di 5.900 miliardi di rubli (circa il 2,5% del Pil) solo nei primi quattro mesi del 2026. Questa cifra supera il deficit dell’intero anno 2025 (5.600 miliardi di rubli), che ha destato preoccupazione tra gli economisti soltanto da poco. Per tutto il 2026, il governo aveva inizialmente previsto un deficit di soli 3.900 miliardi di rubli. È ormai chiaro che, anche tenendo conto dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Iran, i dati finali saranno probabilmente tra i più alti del secolo. A titolo di confronto, nel 2009, al culmine della crisi finanziaria, il deficit raggiunse circa il 6% del Pil, e nel primo anno della pandemia, il 2020, si attestò intorno al 4%. Allo stesso tempo, lo stesso Putin ha riconosciuto che l’economia si è contratta dell’1,8% dall’inizio dell’anno. La svolta «keynesiana militare» avviata nel 2022, che ha alimentato una rapida crescita nel biennio 2023-2024, sembra aver esaurito il suo potenziale. Eppure lo Stato continua ad aumentare le spese militari. Punta tutto sulla guerra. La domanda è: chi pagherà il conto? L’economia russa assomiglia sempre più alla classica formula «armi anziché burro». L’imposta sul valore aggiunto (Iva) è stata aumentata per la seconda volta dall’inizio dell’invasione. Le bollette domestiche subiranno due aumenti nel 2026. La Banca centrale mantiene tassi di interesse proibitivi che rendono il credito quasi inaccessibile alle piccole e medie imprese, nello sforzo di sostenere un rublo forte. LEGGI ANCHE… GUERRA GUERRA E PACE PER UN SOCIALISTA UCRAINO Taras Bilous - Sasha Talaver Una valuta forte è vitale per il settore militare, che dipende in modo consistente da componenti importati, soprattutto dalla Cina. Senza di essa, il Cremlino farebbe fatica a rifornirsi di droni, munizioni ed elettronica. Ma gli alti tassi di interesse e un rublo forte stanno soffocando l’economia civile. Le imprese faticano ad accedere al credito, mentre i produttori nazionali perdono competitività. Il risultato è un’ondata di fallimenti e chiusure di piccole imprese. I lavoratori licenziati dal settore civile si stanno spostando dove i salari sono ancora stabili: negli stabilimenti della difesa finanziati direttamente dallo Stato. Il governo sta letteralmente trasferendo risorse umane e finanziarie dai consumi all’economia di guerra. L’aumento vertiginoso del deficit ha imposto anche tagli alla spesa. I posti di lavoro nel settore pubblico vengono ridotti. I progetti di costruzione, infrastrutture e sviluppo urbano vengono ridimensionati. Ciò danneggia non solo i lavoratori, ma anche migliaia di funzionari, appaltatori, dirigenti e imprenditori dipendenti dallo Stato, i cui redditi si basavano sulla spesa pubblica. Persino il leader del Partito comunista russo, fedele a Putin, ha recentemente avvertito che il collasso economico potrebbe provocare una rivoluzione come quella del 1917. «Non abbiamo il diritto di ripetere questo errore!», ha affermato. Nel frattempo, le imprese stanno reagendo alla crescente pressione fiscale spostando le proprie attività nell’economia sommersa. Lo Stato ha risposto con controlli più severi sui bonifici bancari, restrizioni sulle criptovalute e sanzioni più severe per l’evasione fiscale. Qualunque sia il loro effetto pratico, queste misure ampliano significativamente i poteri di polizia, procura e servizi di sicurezza sulla vita economica. Il Cremlino opera secondo un’unica logica: tutto per il fronte, tutto per la vittoria. Ma alimentare la macchina bellica sta erodendo la stessa base sociale del putinismo. E i problemi si stanno accumulando anche al fronte. Il ritmo dell’offensiva russa, che in qualche forma era proseguita per oltre due anni, ha subito un brusco rallentamento all’inizio del 2026. A febbraio, le forze ucraine avrebbero riconquistato più territorio di quanto ne avessero perso, per la prima volta dal 2023. Secondo blogger a favore della guerra, anche le perdite russe sarebbero aumentate. Una grave battuta d’arresto si è verificata quando, secondo quanto si è appreso, l’accesso russo ai terminali Starlink è stato interrotto su richiesta dell’Ucraina. È apparso chiaro che la Russia non dispone di un sistema alternativo adeguato per le comunicazioni sul campo di battaglia. L’Ucraina ha inoltre rafforzato la sua posizione nella guerra con i droni. Con l’assistenza europea, non solo ha aumentato il numero di droni in uso, ma ne ha anche ampliato il raggio d’azione e le capacità. Mentre in precedenza i droni venivano utilizzati principalmente in prima linea, in genere entro uno-due chilometri, le forze ucraine adesso possono colpire equipaggiamenti e personale a 20-30 chilometri di profondità dietro le linee russe. Ciò ha creato quella che alcuni osservatori definiscono un «muro di droni». La zona di fuoco dietro il fronte si è ampliata drasticamente, rendendo sempre più difficile per le forze russe manovrare o concentrare le riserve vicino alla linea di contatto. Di conseguenza, le perdite russe sono aumentate e uno dei principali vantaggi di Mosca – le sue risorse umane – si è ridotto significativamente. Allo stesso tempo, un numero crescente di soldati stremati sta disertando, semplicemente non tornando dai permessi o dagli ospedali militari. Ricercatori indipendenti stimano che durante la guerra si siano verificati almeno 100.000-120.000 casi di diserzione o renitenza alla leva, più della metà dei quali concentrati nel solo ultimo anno. La tendenza sembra peggiorare. Alla fine di aprile, le autorità hanno secretato i dati relativi ai crimini militari. Allo stesso tempo, l’esercito russo sta incontrando maggiori difficoltà a compensare le perdite subite. Secondo le stime dell’economista Janis Kluge, basate sulla spesa regionale per i bonus di reclutamento, le nuove reclute sono diminuite di circa il 20% nei primi mesi del 2026. È possibile che le dimensioni complessive dell’esercito abbiano iniziato a ridursi per la prima volta dall’invasione. Finora, il Cremlino ha gestito queste carenze attraverso metodi di mercato: si è limitato ad aumentare i bonus di assunzione. Per gli abitanti delle regioni più povere, questo sistema spesso ha funzionato. Ma l’aumento del deficit di bilancio rende più difficile continuare ad acquistare carne da cannone. Di conseguenza, lo Stato sta ricorrendo sempre più spesso alla coercizione. Le autorità regionali fanno pressione sugli imprenditori, talvolta sotto la minaccia di procedimenti giudiziari, affinché reclutino dipendenti per l’esercito. Le università stanno trasformando l’arruolamento degli studenti in una priorità amministrativa. Ma la coercizione non funziona sempre. In una registrazione trapelata dalla Buriazia, un funzionario distrettuale rimprovera i direttori delle fabbriche per non aver raggiunto le quote di reclutamento. Loro rispondono: «Non possiamo obbligarli. Nessuno vuole andare». Quando il funzionario ordina agli imprenditori di arruolarsi, gli viene posta una semplice domanda: «Perché non ci vai tu?». LEGGI ANCHE… RUSSIA LETTERA DAL CARCERE DI PUTIN Boris Kagarlitsky Questo scambio di battute riassume il problema del Cremlino. Formalmente, il potere esecutivo appare onnipotente. In pratica, gli ordini restano sempre più spesso sospesi nell’aria senza risposta. La carenza di uomini e attrezzature, le perdite crescenti, le false dichiarazioni dei funzionari militari e il venir meno della fiducia nella vittoria hanno esasperato non solo soldati e ufficiali, ma anche influenti blogger filo-bellici e attivisti ultranazionalisti. Queste forze, un tempo strumenti chiave di mobilitazione patriottica, ora criticano apertamente le autorità. Alcuni hanno persino iniziato a criticare Putin. L’esercito russo, forte di circa 700.000 uomini, è sempre più attraversato da un diffuso malcontento. Questo sentimento trova ora voce nell’opinione pubblica attraverso commentatori ultrapatriottici sempre più veementi. Il Cremlino ha già visto a cosa possono portare dinamiche simili: nel 2023, l’ammutinamento di Evgenij Prigozín spinse brevemente il regime nella sua crisi più profonda dall’inizio della guerra. Le autorità hanno reagito rafforzando il controllo su Internet. Dapprima ci sono stati tentativi di bloccare Telegram, la principale piattaforma di comunicazione russa. Soldati, famiglie di militari in mobilitazione, funzionari, imprenditori e milioni di utenti comuni ne fanno uso. È lì che i blogger filo-bellici hanno costruito il loro pubblico e la loro influenza. Secondo alcune fonti, il Cremlino sperava di spingere gli utenti verso alternative controllate dallo Stato. Invece, decine di milioni di persone hanno scaricato reti private virtuali (Vpn) e sono rimaste su Telegram. Poi la regolamentazione di Internet è stata affidata più direttamente alle agenzie di sicurezza. A marzo, Internet mobile è stato semplicemente disattivato in molte regioni, inclusa Mosca. Le app bancarie hanno smesso di funzionare. I servizi di taxi e di consegna si sono bloccati. Milioni di persone hanno faticato a contattare i propri familiari, le piccole imprese hanno perso fatturato e, con persino gli uffici governativi in tilt, la rabbia pubblica si è diffusa ben oltre i soliti circoli dell’opposizione. In questo contesto, personaggi pubblici un tempo fedeli al governo hanno iniziato a criticare le autorità. L’avvocato di spicco Ilya Remeslo ha attaccato pubblicamente Putin. La celebrità del mondo dello spettacolo Viktoria Bonya ha pubblicato un video che ha molto circolato in cui parla di paura, censura e di una lista sempre più lunga di problemi che il governo si rifiuta di riconoscere. Molti analisti liberali interpretano questi episodi come segnali di divisione tra le élite. Ma la fonte della crisi potrebbe risiedere più in profondità. Quando le persone non hanno il potere di ribellarsi apertamente, spesso resistono in modi più silenziosi, obbedendo a parole ma ostacolando le cose nella pratica. Ritardano, eludono, mentono, nascondono le risorse, simulano l’obbedienza, fuggono dal controllo e disertano. Queste sono quelle che potremmo definire le «armi dei deboli». Questo è ciò che osserviamo sempre più spesso in Russia. I soldati non rientrano dalle licenze. Gli operai rifiutano i contratti militari anche se ben pagati. Gli imprenditori eludono le richieste di mobilitazione. I funzionari locali falsificano i rapporti sui risultati da inviare ai superiori. Gli ufficiali nascondono perdite e carenze di personale. La resistenza passiva dal basso rende gli ordini inapplicabili. Di conseguenza, questa epidemia di sottrazione si diffonde verso l’alto attraverso la piramide sociale. I ranghi inferiori passano le loro armi di deboli a quelli superiori. Gradualmente, l’apparato statale stesso inizia a funzionare come una macchina di sabotaggio. Prima o poi questa crisi emergerà in forme più evidenti. Le elezioni parlamentari previste per settembre potrebbero rappresentare un banco di prova in tal senso. È vero: in Russia le elezioni hanno perso da tempo il loro autentico significato politico, trasformandosi in rituali di fedeltà. I direttori di fabbrica che garantiscono blocchi elettorali controllati, insegnanti e dirigenti scolastici aiutano a gestire i seggi elettorali «difficili», e il controllo statale sui partiti di opposizione demoralizza i dissidenti: in questo modo il partito al governo può rivendicare vittorie schiaccianti a prescindere dal suo reale consenso. Quel sistema è apparso stabile per anni, ma dipendeva anche dalla collaborazione di migliaia di intermediari. Oggi ogni componente di quel meccanismo è attraversata da demoralizzazione, risentimento e una silenziosa non cooperazione. Putin potrebbe ancora essere in grado di imprigionare un singolo funzionario o uomo d’affari, ma non può facilmente sostituire un intero apparato. La questione è se i tentativi di reprimere con la forza il processo in atto nella società russa possano trasformare i disertori in ribelli e i sabotatori in rivoluzionari. *Alexey Sakhnin è un attivista russo, è stato uno dei leader del movimento di protesta anti-Putin dal 2011 al 2013. È membro del Progressive International Council e di Socialists Against War. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La macchina di guerra di Putin mostra le crepe proviene da Jacobin Italia.
June 1, 2026
Jacobin Italia
Letture dalla Zona Rossa: i confini
Oltre il ponte comincia l’amore… Giovedì sera sono stata al Giardino Madre Teresa di Calcutta (C.so Vercelli) ad ascoltare il secondo incontro di Letture dalla Zona Rossa. Si tratta di un’iniziativa dell’Associazione Arteria Onlus[1], che dal 2005 concentra le sue attività nei quartieri di Porta Palazzo, Barriera di Milano e Aurora e ogni settimana anima il Giardino con radio, libri e giochi. Il titolo di questo mini-progetto del giovedì si rifà al provvedimento del 31 marzo scorso con il quale la Prefettura di Torino, in attuazione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n° 23 (noto come “Pacchetto Sicurezza”), ha istituito sei zone a vigilanza rafforzata[2] – tra cui l’area del Giardino, dopo il ponte di Piazza Borgo Dora – e da qui zone rosse. Ivano Casalegno, uno dei volti dell’Associazione, media l’incontro, e ci racconta che le loro attività mirano a smontare la narrazione di pericolosità della zona attraverso aggregazione e sensibilizzazione. Tant’è che tutti i contenuti sono tradotti sul momento in arabo da Soukaina e in inglese da Destiny (collaboratori del progetto) affinché siano fruibili da tutti i presenti. Abbracciare la multiculturalità significa in primis renderla accessibile. Il dialogo parte dal libro Luoghi di confine: Violenze e resistenze del territorio italiano (DeriveApprodi, 2026), frutto del contributo di trenta penne differenti, a cura dei geografi ricercatori Noemi Bergesio e Lorenzo Mauloni, quest’ultimo ospite del nostro incontro. Con lui Federica Tarenghi, medico di Rainbow for Africa operante sui confini. Il testo raccoglie storie di migrazioni da tutta Italia in una cornice post 2015, anno in cui si rileva un cambio dell’impianto discorsivo-politico sul tema. Mauloni ci racconta come la sua disciplina, la geografia delle migrazioni, indaghi il rapporto tra i luoghi e le persone in mobilità che li attraversano: i confini non sono esclusivamente le frontiere, ma anche spazi, narrazioni e dinamiche che riproduciamo ogni giorno. Per esempio, la questura, con le sue file inesauribili alle richieste d’asilo, è un luogo di confine. Sono confini il contingentamento alle domande accolte, le direttive informali sulla gestione, l’approccio governativo sul tema ecc. Il confine segue il migrante perché le violenze che subisce non si limitano alle “lontanissime” zone del Maghreb che esotizziamo, ma continuano a riprodursi quando arriva in Europa, su una scala che è quotidiana. Tarenghi lavora come medico al Rifugio Massi di Oulx e nei centri ISI[3], sportelli del sistema sanitario nazionale per stranieri non iscritti. Introduce il tema dell’accesso alle cure come un altro dei confini che le persone in mobilità si trovano ad attraversare: rientra tra le precarietà da cui sono fuggite, le perseguita durante tutto il viaggio, e si perpetua ancora nel primo luogo d’arrivo. Ci sono testimonianze di persone alle quali sulla rotta balcanica è stato vietato l’accesso in farmacia. Così, patologie semplici da debellare (es. scabbia) si cronicizzano, e il viaggio migratorio crea malattia[4]. Mauloni ci parla di caporalato abitativo, ovvero quel sistema di accesso informale alla casa nato in risposta al mancato riconoscimento del diritto abitativo, disatteso tanto dal settore pubblico quanto dal privato. In relazione a quest’ultimo, avremo qualche déjà-vu del “Non si affitta ai meridionali”. Si tratta dello stesso razzismo spostato su una scala geografica più ampia. E così una soffitta non a norma, pericolante, sovraffollata, in un quartiere ormai ghetto, diventa essa stessa un confine. Gli ospiti ci spiegano l’effetto imbuto che si crea in luoghi come Lampedusa, Ventimiglia, Oulx, Trieste. Se volessimo ragionare da economisti, potremmo dire che la domanda dei flussi migratori è superiore all’offerta di accoglienza di questi posti. Ma l’effetto imbuto deriva anche e soprattutto dalla militarizzazione delle frontiere. Dal 2015 attraversarle si rivela impossibile per persone di aspetto non caucasico: Federica: «Attraversare la frontiera militarizzata è un problema, e questo porta anche alle morti. Dal 2015 a oggi si contano più di 40 morti alla frontiera alpina italo-francese. Sono numeri che ci segniamo un po’ sulla coscienza, soprattutto come Europa del libero passaggio e di Schengen.» In chiusura ci interroghiamo su cosa possiamo fare. In quanto membri privilegiati della società civile le risposte sono sempre la divulgazione e il volontariato; per chi è in mobilità, ai confini rivolgersi esclusivamente alle associazioni presenti, che saranno sempre facilmente riconoscibili e gratuite. In una città che, forse, ormai confonde le camionette per politiche sociali, vediamo che è ancora una volta il Terzo Settore a costruire comunità.   [1]  https://www.associazionearteria.it/ [2] https://prefettura.interno.gov.it/it/prefetture/torino/notizie/decreto-sicurezza-provvedimento-prefetto-zone-vigilanza-rafforzata [3] Informazione Salute Immigrati. [4]  Come la nota malattia del gommone, ustioni provocate dalla miscela di carburante e acqua marina a contatto con la pelle dei migranti. Chiara Alabiso
June 1, 2026
Pressenza
IL PARADOSSO DEI DATA CENTER IN ITALIA: COLOSSI ENERGIVORI IN UNA TERRA IN PIENA CRISI ENERGETICA.
In piena crisi energetica, è arrivata in Italia la corsa all’oro dei data center. Da una parte ci sono investimenti miliardari legati all’intelligenza artificiale e ai suoi server, dall’altra la preoccupazione di chi abita e lavora in territori dove ora si vorrebbero costruire grandi hub per la raccolta dati. Già contestati negli Stati Uniti, i data center sono altamente energivori e hanno bisogno di un elevato consumo di acqua per il raffreddamento delle macchine. In un tempo di crisi energetica, di blackout localizzati e rincari nelle bollette, l’Italia di Giorgia Meloni vuole diventare l’hub digitale del Mediterraneo. Una rete infrastrutturale su cui si gioca una nuova partita che riguarda lo sfruttamento, il consumo di suolo, lo sperpero idrico e lo (scarso) impatto per quanto riguarda i posti di lavoro. I data center tendono a essere localizzati in territori dove c’è maggiore richiesta: è il caso della Lombardia, dove si concentrano ad oggi i maggiori progetti realizzativi dei data center. Secondo le stime, sul territorio si concentrano 67 dei 168 impianti censiti in Italia nel 2024. E, come sottolinea la giornalista freelance Rita Cantalino, intervistata da Radio Onda d’Urto sul tema: “le richieste di connessione alla rete di alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto quasi i 40 GW nella sola Lombardia: circa la metà degli 80 GW richiesti a livello nazionale”. E’ proprio la Lombardia ad aver approvato, martedì 26 maggio 2026, il progetto di legge che dovrebbe regolamentare l’apertura di nuovi data center per la Regione. Sulla carta la legge servirebbe per disincentivare i colossi a realizzare gli hub per la raccolta dati in territori “vergini”, come campi agricoli o aree verdi. La costruzione dei data center in terreni vergini non è stata però vietata: sono aumentati gli oneri di costruzione, del 100% in più rispetto ad oggi nelle aree agricole e il 200% in più nei parchi. Briciole per i giganti economici dei servizi cloud e AI. Dal mondo agricolo alle associazioni, fino ai privati cittadini e ai sindacati, però, sono molte le proteste in Lombardia. Ne abbiamo parlato con Rita Cantalino, giornalista freelance che si occupa di ambiente e diritti umani. Ascolta o scarica.
June 1, 2026
Radio Onda d`Urto
[Normale Follia] L'infanzia e il diritto alla vita
Dai bambini di Gaza agli adolescenti di tutto il mondo per il loro diritto alla vita, alla libertà, alla crescita. Contro tutte le violenze  sistemiche e le leggi fasciste come quelle di Bongiorno e Valditara che usano il consenso come strumento di  sottomissione patriarcale per annullare il dissenso e imporre la cultura dello stupro. 
June 1, 2026
Radio Onda Rossa
Cisgiordania: scolari inseguiti e aggrediti e incursioni, sequestri e omicidi
L’International Middle East Media Center riferisce che in questi giorni si sono intensificate le aggressioni dei palestinesi che abitano in Cisgiordania e che gruppi di coloni israeliani si accaniscono sui bimbi e ragazzi palestinesi mentre si recano a scuola. Domenica scorsa è stato ripreso l’inseguimento degli scolari a Kisan, un villaggio a est di Betlemme e un’auto guidata da coloni israeliani ha investito e gravemente ferita una ragazza nella strada principale di Al-Lubban ash-Sharqiya, nell’area di Wadi al-Sha’er, a sud di Nablus, dove nella stessa giornata venivano invase le proprietà e attaccati i veicoli dei palestinesi. Inoltre a Rammun, nella zona intorno a Ramallah, i coloni israeliani si sono introdotti in un edificio scolastico in costruzione e con la distruzione delle strutture e con il furto di materiali e attrezzature hanno fatto danni stimati di almeno 30 mila shekel (pari a 10 mila dollari americani). Nei pressi di Taybeh i coloni hanno invaso i terreni coltivati dalla comunità beduina di Abu Faza’ al-Ka’abna disperdendo una mandria di cammelli affamati che hanno distrutto piante e raccolti. Contemporaneamente le forze di occupazione israeliane conducevano un’operazione su vasta scala in tutta la Cisgiordania: nelle incursioni in città, villaggi e campi profughi, che intanto venivano isolate con posti di blocco, sono state fatte irruzioni nelle abitazioni e sequestrate e arrestate molte persone, tra cui l’avvocato Ahmad Rafiq Hussein e alcuni ex prigionieri politici, e sono stati uccisi tre giovani, il 31enne Amjad Jawad Abdul‑Fattah Natsha, il 26enne Emad Haroun Shtayyeh e Hasan Nasrallah. L’IMEMC segnala che: > Nelle ultime settimane si è assistito a un’intensificazione di invasioni, > sparatorie, rapimenti e attacchi da parte di coloni paramilitari israeliani > illegali in diversi distretti della Cisgiordania, con conseguente uccisione di > numerosi palestinesi e ferimento e rapimento di decine di altri.  > > Quest’anno, nella Cisgiordania occupata, sono stati uccisi 65 palestinesi, tra > cui 15 bambini e un giornalista, 17 dei quali per mano di miliziani > israeliani. 31 maggio 2026: * Colonizers Chase Schoolchildren Near Bethlehem * Colonizers Injure Student, Invade Communities Across West Bank * Israeli Forces Invade West Bank, Abduct Palestinians 1 giugno 2026 * Soldiers Kill Palestinian Man Near Bethlehem * Israeli Forces Kill a Palestinian in Ar-Ram * Soldiers Shoot Palestinian In Tulkarem, Continue West Bank Violations Maddalena Brunasti
June 1, 2026
Pressenza
7 giugno 2026 @Laurentino 38: La libertà non cade dal cielo
L38 Squat: una ciurma dal cuore grande. Eravamo lì prima dello sgombero, c’eravamo durante e ci saremo dopo! L38 Squat è stato e continua a essere un pezzo importante della storia di questa città, ax compagnx del Laurentino non va solo la nostra solidarietà, vanno tutta la nostra complicità e il nostro sostegno. Senza giri di parole, L38 Squat è un esempio, una cosa rara di questi tempi. Perché ha rifiutato e rifiuta qualsiasi forma di cooptazione, perché non ha mai chiesto nulla per sé e tutto per il quartiere e ha saputo costruire la sua presenza in un territorio difficile giorno dopo giorno, confrontandosi con chi il quartiere lo vive, tessendo queste relazioni senza rinunciare ai valori che tantx sostengono essere incompatibili con la “cultura popolare”, come il transfemminismo e l’antispecismo. Insieme allx compagnx di L38 Squat abbiamo lottato e ci siamo divertitx, e continueremo a farlo nel futuro! Ci vediamo tuttx il 7 giugno dalle 10 fino a sera al Laurentino 38. In solidarietà e in complicità con L38 Squat, con ZK Squat, con Torre Maura Occupata, con il Bilancione Occupato, con il B15 e con tutti gli spazi che, benché sgomberati o minacciati di sgombero, hanno saputo mantenere la schiena dritta. Perché la lotta è una possibilità di vita!
June 1, 2026
100celle aperte
Il punto sulla guerra russo-ucraina
Abbiamo chiesto a Francesco Dall’Aglio, storico, esperto di est Europa e autore del seguito canale Telegram sulla guerra russo-ucrina War rooms, di fare il punto sul conflitto. Abbiamo parlato di droni e sconfinamenti di droni, delle reticenze sempre maggiori sull’ingresso dell’Ucraina nell’UE da parte dei Paesi membri – e non per la decisione di dare a un’unità militare il nome dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale alleato dei nazisti, e autore di massacri contro la popolazione polacca (cosa che comunque ha ovviamente fatto infuriare Tusk e la Polonia) e della riattivazione del fronte da parte russa. Ascolta o scarica l’interessante approfondimento.
Cineforum in saletta venerdì 5 e sabato 6 giugno 2026
venerdì 5 giugno Due film nell’ambito della rassegna Non è mai troppo tardi ore 18,00 IL RESTO DI NIENTE di Antonietta De Lillo Italia 2004 98′ Tratto dall’omonimo romanzo storico italiano di Enzo Striano, pubblicato per la prima volta nel 1986, nel quale viene raccontata la vita di Eleonora de Fonseca Pimentel sullo sfondo della … Leggi tutto "Cineforum in saletta venerdì 5 e sabato 6 giugno 2026"
June 1, 2026
Casale Podere Rosa
2 giugno 2026 @p.zza Nuccitelli: 181 giorni contro il 41 bis
2 GIUGNO ORE 20 PIAZZA NUCCITELLI: 𝟏𝟖𝟏 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝟒𝟏 𝐛𝐢𝐬: 𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐢𝐨𝐩𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐥𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐂𝐨𝐬𝐩𝐢𝐭𝐨 La prima proiezione del documentario autoprodotto sull’intensa mobilitazione del 2022/23 contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. È stata fissata per il prossimo 12 giugno l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma dopo il reclamo presentato dalla difesa di Alfredo Cospito contro la decisione del ministero della Giustizia di rinnovare per due anni il regime di detenzione del 41bis per l’anarchico. Aggiornamento: per il 12 giugno è stato chiamato un presidio di solidarietà alle 9, a via Triboniano nei pressi del tribunale di sorveglianza di Roma
June 1, 2026
100celle aperte

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