25 anni da Genova: ferita aperta o cicatrice?GENOVA 2001 HA DIMOSTRATO LE REALI CAPACITÀ DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE E DI
ARTICOLAZIONE DI STRUTTURE COME I FORUM SOCIALI MONDIALI, GETTANDO LE BASI
ORGANIZZATIVE PER LE LOTTE FUTURE
Richard Crowbar su El Salto
illustrazioni di Emanuele Giacopetti
Ultimamente non mi sembra strano ricordare, nelle conversazioni con gli amici e
le amiche, cose accadute 25 anni fa. È questo il problema di avere i capelli
grigi. Alcuni ricordi sono sfocati, ma questo è nitido. Eravamo tutti su
quell’autobus: quei ragazzi di Siviglia con gli occhi che brillavano per
l’entusiasmo di partecipare a un evento come quello e che sono tornati con il
braccio al collo e il corpo pieno di lividi, quella compagna che stava finendo
l’università e ora ha un lavoro precario come consulente, quel vecchio militante
che, dopo tanti anni di lotte in città, si è ritirato a vivere in campagna, quel
giovane punk che ormai non è più così giovane, ha una figlia adolescente e
continua a lavorare nel settore della ristorazione rimanendo punk, quella
compagna a cui quell’esperienza è costata un tentativo di suicidio, quel giovane
libertario che anni dopo avrebbe condotto uno sciopero della fame di oltre 50
giorni in seguito alle mobilitazioni di Salonicco, quella ragazza che era
nell’assemblea della facoltà di giornalismo e poi è diventata consigliera
comunale, quello studente di dottorato che cercava di diventare docente
universitario ma che, per riuscirci, ha dovuto emigrare, quella storica
militante femminista che continua a lottare in prima linea, quell’hacker che fu
imprigionato a Bolzaneto e tornò col terrore di ciò che aveva vissuto, ancora
impresso nei suoi occhi, quel giovane che proveniva dalle Gioventù Comuniste e
che poi divenne vicepresidente del Governo, quell’attivista ambientalista che
continua a insistere nel costruire speranza con un sorriso stampato sul volto,
quel tenace sindacalista ormai anziano che non è più tra noi…
Quell’autobus era stato noleggiato dal Movimento di Resistenza Globale (MRG). Si
trattava di una rete nata da un incontro convocato a L’Hamsa, storico centro
sociale occupato del quartiere di Sants a Barcellona, un anno prima, con
l’obiettivo di coordinare le azioni e la comunicazione tra i collettivi in vista
delle proteste antiglobalizzazione a Praga indette in occasione del vertice del
Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Si tratta della prima, e
forse unica, esperienza di una casa comune della sinistra radicale a livello
nazionale nella nostra storia recente. Più tardi sarebbe arrivato lo slancio del
15M e i suoi epitaffi sotto forma di iniziativa elettorale e diversi tentativi
di fronti ampi che ancora oggi danno segni di vita. Ma credo che nessuno sia
stato in grado di cogliere la diversità che si respirava in quelle
mobilitazioni, su quell’autobus.
Dopo molte ore di viaggio arrivammo a Genova: la vista del porto della città,
con centinaia di furgoni dei Carabinieri e i cassonetti della spazzatura che non
erano stati ritirati dalle strade, era il presagio della battaglia che si
sarebbe combattuta due giorni dopo.
Arrivammo allo stadio Carlini. Era uno degli spazi destinati della città dove
migliaia di persone fummo alloggiate per quelle giornate. Il clima era
impressionante, i laboratori di disobbedienza e le assemblee riempivano ogni
angolo dello spazio. Tutti sembravano avere ben chiaro cosa dovevano fare, quale
fosse il proprio ruolo in quel formicaio di attivisti. La mattina seguente,
prima di partire per la manifestazione che avrebbe cercato di sfondare la zona
rossa, il cordone di polizia attorno al vertice del G8, un vecchio militante
dell’autonomia madrilena prese la parola e, incitando i presenti, disse che
stavamo per vivere una giornata storica di lotta. Credo che non potesse
immaginare la reale portata di quelle parole.
Non ho mai più rivissuto con quella stessa intensità la sensazione di stare
costruendo la storia con i nostri stessi corpi. Come è ben noto, poche ore dopo,
i Carabinieri uccisero Carlo Giuliani con un colpo di pistola alla testa e le
scie di sangue provocate dalla brutale repressione della polizia italiana
ricoprirono le strade del capoluogo ligure, dimostrando chiaramente che la
liberalizzazione globale dei mercati e la democrazia sono come l’acqua e l’olio.
Basti ricordare che i fatti di Genova furono definiti da Amnesty International
come la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale
dal secondo dopoguerra e che, quattordici anni dopo, la Corte europea dei
diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano per quanto accaduto, qualificando
quei fatti come tortura.
C’è chi vede Genova come una ferita aperta, sottolineando che il danno inflitto
dagli apparati dello Stato italiano continua a causare sofferenza a causa
dell’impunità e della mancanza di risarcimento. Ricordando il trauma della
violenza di Stato incentrato sulla morte del giovane attivista Carlo Giuliani, i
brutali assalti della polizia alla scuola Díaz e le torture sistematiche nella
caserma di Bolzaneto hanno lasciato un dolore fisico e psicologico che la
giustizia istituzionale ha riconosciuto a malapena e solo grazie all’enorme
pressione e al lavoro dei team legali che hanno sostenuto le persone torturate e
detenute. La violenza perpetrata dagli apparati dello Stato italiano a Genova,
unita al radicale cambiamento geopolitico provocato dall’11 settembre, avvenuto
appena poche settimane dopo, ha rappresentato una brusca cesura che ha
interrotto l’ascesa di una promettente resistenza globale. La sensazione è
quella di un corpo politico che è stato mutilato prima di raggiungere la
maturità, lasciando un vuoto che ancora fa male quando si ricorda il potenziale
troncato.
C’è chi ricorda Genova come una cicatrice, riconoscendo che, sebbene il tessuto
sociale sia stato gravemente danneggiato, la pelle si è ricucita, trasformando
il dolore in memoria, esperienza, apprendimento e struttura. Tracciando a colpi
di punti di sutura la mappa di un territorio che risultava sconosciuto, la
cicatrice come prova visibile di una battaglia vinta o persa, ma soprattutto
della sopravvivenza.
Genova ha dimostrato le reali capacità di coordinamento internazionale e di
articolazione di strutture come i Forum Sociali Mondiali, gettando le basi
organizzative per le lotte future che avrebbero attinto dagli insegnamenti
tratti dalla brutalità del sistema globalizzato, rafforzando la resistenza dei
movimenti sociali del XXI secolo. Le analisi e gli insegnamenti che le cicatrici
di Genova ci ricordano riguardo alla crisi climatica, alle disuguaglianze
causate dalle grandi multinazionali e al controllo delle frontiere non sono
scomparsi; si sono trasformate e hanno dato forma a movimenti successivi come le
mobilitazioni contro la guerra in Iraq, il 15M, Occupy Wall Street o le attuali
resistenze ecosociali, le lotte contro il sistema delle frontiere o le
mobilitazioni di denuncia del genocidio israeliano contro il popolo palestinese.
Forse Genova non è né l’una né l’altra cosa, ma entrambe allo stesso tempo in un
costante processo dialettico. È una ferita perché l’ingiustizia e il dolore
delle vittime dirette non scompaiono con il passare degli anni. Tuttavia, si è
trasformata anche in una cicatrice che ricorda alle nuove generazioni il prezzo
della dissidenza e la necessità costante di tessere reti globali di resistenza
di fronte a un sistema che, in modo apparentemente inesorabile, guida un treno,
a velocità sempre maggiore, verso un abisso, incapace di dare risposta alle
molteplici crisi ecosociali che dobbiamo affrontare.
Ferite e cicatrici che ci ricordano che, dato l’attuale stato delle cose, sembra
evidente che le ipotesi e le diagnosi di 25 anni fa fossero a tutti gli effetti
corrette e che, nonostante l’assalto alle recinzioni che delimitavano le zone
rosse in cui si rifugiavano imprenditori e capi di Stato nei vari vertici del
ciclo di mobilitazioni contro la globalizzazione, la rivoluzione non è tanto una
presa del Palazzo d’Inverno, quanto piuttosto un modo di vivere la vita, che
ancora oggi cerchiamo di mettere in pratica.
In definitiva, la ferita e la cicatrice ci insegnano che i processi di
cambiamento radicale sono possibili solo a partire da un soggetto politico che
si configura attraverso un’espressione multitudinaria, nel senso descritto da
Michael Hardt e Antonio Negri, che si riconosce nella diversità in cui il
rapporto tra l’individuale e il collettivo si trasforma rispetto alle identità
rivoluzionarie classiche.
Nel frattempo, quella notte del 20 luglio 2001, una madre aspettava angosciata
la telefonata di sua figlia, un padre guardava in televisione le notizie
sull’omicidio di Giuliani al termine della sua giornata lavorativa pensando che
suo figlio fosse a quella manifestazione, una sorella rivedeva le immagini
dell’omicidio di Carlo cercando di confermare che quel cadavere non fosse quello
di suo fratello, un fidanzato riceveva un SMS dal suo compagno che gli diceva
che stava bene.
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