Per un cosmopolitismo di sinistraOggi, di solito, la critica all’ordine internazionale liberale proviene dalla
destra: lo Stato-nazione è supremo, le istituzioni globali sono una truffa e le
élite cosmopolite hanno tradito la gente comune. La difesa, invece, di solito
viene da liberali che confondono l’internazionalismo dell’ordine postbellico con
il sistema economico che esso sostiene, difendendoli entrambi.
Non soddisfatta di nessuna delle due posizioni, la teorica politica Lea Ypi ci
esorta invece a sviluppare quello che lei definisce un cosmopolitismo
alternativo: un internazionalismo di sinistra in grado di affrontare le sfide
della crescente disuguaglianza, dell’ascesa dell’autoritarismo e della spirale
bellica.
Ypi è professoressa titolare della cattedra Ralph Miliband di Politica e
Filosofia presso la London School of Economics. Cresciuta nell’Albania
comunista, ha vissuto da bambina il suo crollo, un’esperienza che ha raccontato
nel memoir Libera (Feltrinelli, 2023). Anche il suo libro più recente, Dignità
(Feltrinelli, 2026), attinge alla storia della sua famiglia per far luce
sull’ascesa del fascismo nel periodo tra le due guerre. Gli scritti di Ypi
mettono insieme contenuti personali e spunti tratti dal suo lavoro di filosofia
politica, in particolare riflessioni sul valore condiviso da liberali e
socialisti della libertà e sui suoi numerosi tradimenti storici.
In questa conversazione con Meagan Day, Ypi sostiene che l’ondata globale di
estrema destra non va intesa come un riallineamento geopolitico, bensì come una
convergenza ideologica che rispecchia in modo inquietante il periodo tra le due
guerre. Analizza la distinzione tra conservatorismo e fascismo, spiega perché la
radicalizzazione del movimento Maga segue una evidente logica di escalation e
sostiene che la migrazione sia fondamentalmente una questione di classe, non
culturale.
Ypi si rifà anche alla storia della sua famiglia per sostenere che la sinistra
deve fare i conti onestamente con i due fallimenti, radicati nei limiti dello
stato-nazione, del socialismo di stato e della socialdemocrazia, entrambi
riconducibili ai limiti dello stato-nazione, se vogliamo costruire una politica
di sinistra adeguata alla portata della crisi attuale.
Visto il caos che imperversa in Iran, è logico partire dal crollo dell’ordine
geopolitico. Mentre assistiamo alla frammentazione o alla dimostrazione della
propria impotenza delle istituzioni del dopoguerra – le Nazioni unite, le
istituzioni di Bretton Woods, l’intera architettura dell’internazionalismo
liberale – pensi che stiamo assistendo a un fallimento di queste istituzioni o
allo svelamento del fatto che non hanno mai mantenuto le promesse?
È una combinazione delle due cose. Esiste una narrazione su queste istituzioni
secondo cui sarebbero sempre state al servizio dei modelli coloniali e di un
particolare sistema economico, a vantaggio delle élite dei paesi ricchi a
scapito delle regioni più povere del mondo. Ma queste istituzioni furono anche
il risultato di sforzi volti a contrastare le tendenze escludenti del
liberalismo. Non realizzarono appieno il loro dichiarato valore di libertà
universale, ma rappresentarono una lotta continua per estenderlo.
Stiamo assistendo a una crisi che si tende a interpretare in termini puramente
geopolitici: l’ascesa della Cina, la crisi dei rapporti tra Stati uniti ed
Europa. Ma in realtà stiamo vedendo un conflitto geopolitico guidato da un
allineamento ideologico: l’ascesa di una visione del mondo di destra incentrata
sulla supremazia dello Stato-nazione. È etnocentrica, etnonazionalista e trova
le sue basi in una critica delle élite liberali cosmopolite.
Si tratta di un fenomeno riscontrabile in Europa, Medio Oriente e Stati uniti. È
un allineamento ideologico di destra, incentrato sulla prospettiva che la forza
fa la ragione, i forti fanno ciò che devono fare e i deboli subiscono ciò che
devono.
Sta emergendo qualcosa di nuovo a livello ideologico nella destra globale?
Oppure si tratta di una situazione simile a quella della destra di sempre, solo
che ora si sente più audace e libera di agire?
È molto simile alla critica alle élite liberali cosmopolite che si poteva
trovare nella destra del periodo tra le due guerre, quando il fascismo era in
ascesa. Molti pensano che il fascismo sia puro conservatorismo, ma in realtà
contiene anche una visione costruttiva di come vorrebbe che fosse il mondo, una
critica all’internazionalismo liberale già presente dopo la Prima guerra
mondiale e la crisi finanziaria.
La differenza, oggi, sta nel fatto che questa sembra essere la critica egemonica
del capitalismo liberale e della globalizzazione. Nel periodo tra le due guerre,
esisteva un’altra interpretazione, anch’essa una critica al capitalismo e al
liberalismo internazionale, ma proveniente dalla sinistra, da una prospettiva di
classe. Oggi la critica dello status quo proviene in modo preponderante dalla
destra, mentre la sinistra tradizionale fatica ancora a recuperare la propria
critica al capitalismo.
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Redazione Jacobin Italia
Potresti spiegare meglio la differenza tra conservatorismo e fascismo?
Si tratta di una distinzione di metodi. Il fascismo è una sorta di
conservatorismo rivoluzionario. Ritiene che l’allontanamento dallo status quo
debba essere più radicale, perché lo status quo è troppo ancorato a presupposti
liberali. Il conservatorismo, invece, percorre una strada più riformista: si
attiene ai valori e alle tradizioni, ma non all’idea che sia necessario
distruggere il mondo per ricostruirlo secondo una certa visione di nazione,
superiorità civile e omogeneità razziale, che è alla base di gran parte del
pensiero fascista.
Mentre nel conservatorismo si riscontra una maggiore propensione al compromesso
con l’ordine liberale, il fascismo possiede un’energia molto più distruttiva e
creativa. Nel fascismo esiste una concezione nietzschiana del rapporto tra
moralità e potere, molto diversa dall’universalismo liberale. Il fascismo, nella
sua essenza, si fonda sull’idea che il potere si giustifichi da sé e che le
pretese morali contrarie siano solo lamentele dei deboli.
Ritienu che l’ascesa del trumpismo e di figure come Viktor Orbán e Jair
Bolsonaro sia la prova di una crescente ondata fascista?
Provengono da contesti diversi. Orbán emerge dal fallimento del cosmopolitismo
liberale nell’Europa orientale, dalla crisi finanziaria e dalla terapia d’urto
degli anni Novanta, mentre Trump e Bolsonaro emergono dalle proprie storie
personali. Ma queste traiettorie, che iniziano in modo molto diverso, sembrano
tutte convergere verso una direzione fascista più utopica.
Non credo che il movimento Maga nasca effettivamente fascista. C’è un processo
di radicalizzazione. Questi movimenti hanno bisogno di una visione utopica per
spiegare perché non riescono a mantenere le promesse fatte in termini di
politiche concrete. Perché i costi e i prezzi sono ancora così alti anche se
siete al potere? Avete bisogno di un depistaggio ideologico a lungo termine per
giustificarlo ai vostri elettori: un’utopia gerarchica sempre più esclusiva.
Stavo leggendo di un piccolo scandalo nella politica statunitense: la chat di
gruppo dei Giovani Repubblicani di Miami è stata violata e al suo interno
studenti universitari di destra si scambiavano meme sull’esoterico hitleriano
Julius Evola e sul concetto di Agartha di Heinrich Himmler, concetti fascisti di
nicchia e occulti. Come hai detto, non credo che questo faccia parte del Dna di
Maga. Penso che si tratti assolutamente di un’escalation ideologica.
Esattamente. E mentre studiavo l’ascesa del fascismo negli anni Venti e Trenta
per il mio ultimo libro, ho riscontrato una simile escalation ideologica. Quando
oggi pensiamo a Hitler e ai nazisti, pensiamo al culmine: l’Olocausto, i campi
di concentramento. Ma nei primi anni del potere di Hitler, i liberali che erano
preoccupati per lui dicevano: «Beh, ha costretto i suoi a rimuovere gli scritti
antiebraici perché aveva capito che la sua base si era spinta troppo oltre». La
gente si sentiva rassicurata: «Non è così grave come sembra». Persino nel caso
della Germania nazista, ci furono processi di concessioni e ritirate, una
dialettica che rispondeva agli eventi man mano che si svolgevano.
Non c’è quasi nulla di più agghiacciante che analizzare a fondo l’escalation del
fascismo in Germania e constatare come la gente comune si sia ritrovata come
aragoste in una pentola che bolle. Quanto credito date ai parallelismi con il
periodo tra le due guerre?
Credo che ci siano delle analogie reali. L’escalation fascista di destra è una
risposta alla crisi del capitalismo liberale. Questo era vero negli anni Venti,
ed è vero anche ora. La storia non si ripeterà esattamente allo stesso modo, ma
possiamo interpretare l’ascesa della destra come una risposta ai fallimenti
della socialdemocrazia da un lato e del capitalismo liberale dall’altro, come
accadde negli anni Venti e Trenta.
Nel periodo tra le due guerre mondiali la sinistra aveva un ruolo di primo
piano, cosa che, a ben vedere, non è più così oggi.
Sì e no. La guerra civile spagnola è stato l’ultimo momento in cui si è
assistito a un vero internazionalismo di sinistra. Dopo di che, la sinistra –
sia nella sua forma socialista che socialdemocratica – si è impegnata a favore
dello Stato-nazione. E in questo senso, non è un progetto in grado di rispondere
adeguatamente a questa crisi, che in definitiva è una crisi transnazionale. Ciò
che vediamo ora è l’incapacità della sinistra di creare un ampio fronte
internazionale con una visione chiara di dove vuole portare la sua critica al
capitalismo.
Nel frattempo, la destra sembra stia tessendo con grande efficacia un progetto
internazionale coeso.
Sì, e aveva già iniziato a farlo anche prima di essere al potere. Pensiamo a
Steve Bannon e al ruolo che ha svolto nel collegare i vari movimenti di destra
in Europa e in America: c’era già un’ampia mobilitazione transnazionale attorno
a questa ideologia della nazione e dello stato. Sotenevano che il capitalismo è
transnazionale e, pertanto, qualsiasi tentativo di criticarlo da parte della
destra doveva essere anch’esso transnazionale. Questi personaggi si sono dati da
fare per creare reti: think tank, piattaforme di informazione, figure
individuali che fungevano da anelli di congiunzione. Hanno aspettato di andare
al potere.
Quali sono le ragioni del relativo fallimento della sinistra nel fare
altrettanto?
L’abbandono della critica al capitalismo come progetto di classe. Abbiamo la
sinistra ambientalista, la sinistra femminista, la sinistra antirazzista, e c’è
stata una critica all’universalismo che ha reso difficile connettere queste
lotte basate sull’identità in un’unica visione. Paradossalmente, la sinistra ha
ereditato lo stesso approccio culturalista che la destra adotta per comprendere
il conflitto: affermare che si tratta di razzismo o di genere senza inserire
queste critiche in una critica più ampia del modo di produzione.
Ciò che manca davvero alla sinistra è un cosmopolitismo alternativo. Quando ero
studente in Italia, tra la fine degli anni Novanta l’inizio degli anni 2000,
quello fu il momento del movimento alter-globalizzazione. C’era il Forum Sociale
Mondiale di Porto Alegre, l’idea emergente di una globalizzazione alternativa.
Ma quel movimento fu soffocato dall’egemonia del neoliberismo, che insisteva sul
fatto che non servisse un’altra politica, ma solo la politica giusta. Tutto ciò
che bisognava fare era assecondare la Terza Via: soluzioni politiche, un po’ di
redistribuzione, compromessi con le élite economiche.
Noi che eravamo in piazza venivamo considerati dei romantici ingenui che non
capivano che la Guerra fredda era finita e che non c’era alternativa. Questo è
ciò che abbiamo perso, ed è ciò che stiamo cercando di recuperare.
La sinistra ha nutrito diffidenza nei confronti dello Stato-nazione, e a
ragione. Tuttavia, nella storia recente, è stato soprattutto in questo contesto
che i deboli sono riusciti a esercitare il loro potere. C’è forse qualcosa di
positivo nello Stato-nazione?
In termini pragmatici, sì, perché lo Stato-nazione è il luogo in cui risiede il
potere coercitivo. Se si vuole prendere ed esercitare il potere, bisogna sapere
dove risiede. Altrimenti, la lotta sociale rimane ovunque e da nessuna parte.
Ma il motivo per cui la gente riponeva tanta speranza nello Stato-nazione era
che negli anni Venti e Trenta si assisteva alla contrapposizione tra nazione e
impero. Il nazionalismo era una forza progressista nella lotta contro l’ordine
imperiale, contro le chiese e le monarchie che non godevano di alcuna
rappresentanza democratica. Ecco perché veniva presentato come progressista nei
dibattiti di sinistra dell’epoca, negli scritti di [Vladimir] Lenin, [Rosa]
Luxemburg e così via.
Ma ora l’impero è finito. Lo Stato-nazione stesso è un rappresentante del
vecchio ordine. Il nazionalismo non è più progressista, nemmeno nella sua
formulazione più favorevole. È solo l’esclusione dell’altro. Si tende a
distinguere tra nazionalismo etnico e nazionalismo civico, ma in definitiva,
quando c’è un confine, c’è una differenza tra chi è dentro e chi è fuori. È
inevitabilmente un’esclusione. Ci troviamo in un momento diverso e abbiamo
bisogno di un’analisi diversa.
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Come dovrebbe posizionarsi la sinistra quando si rivolge a un pubblico che nutre
serie preoccupazioni sulla migrazione?
Innanzitutto, dobbiamo cambiare il modo di parlare, allontanandoci dalla
moralizzazione della migrazione. Gran parte del dibattito di sinistra si basa su
affermazioni del tipo: i confini sono arbitrari, la libertà di movimento è un
diritto fondamentale, perché le persone non dovrebbero poter circolare
liberamente? Il discorso è talmente moralistico che è difficile distinguere la
difesa dei migranti da parte dei liberali da quella della sinistra.
La migrazione diventa un problema solo quando si verifica in contesti di
rapporti di potere asimmetrici, come ad esempio dal Sud del mondo al Nord del
mondo. Nessuno si preoccupa della migrazione dal Canada agli Stati uniti o
dall’Australia alla Gran Bretagna. Ci preoccupiamo della migrazione solo quando
essa riflette asimmetrie di potere più ampie. E queste asimmetrie sono a loro
volta il risultato di guerre, crisi economiche e degrado ambientale.
La migrazione è una conseguenza, non una causa. Se si vuole davvero risolvere il
problema, bisogna intervenire a livello delle sue cause. Ed è qui che la destra
non ha una risposta. Dire «Dobbiamo rendere di nuovo grande il nostro paese a
spese degli altri» conduce soltanto a guerre, crisi e disastri in tutto il mondo
e, di conseguenza, a più migrazioni.
È fondamentale anche sottolineare la dimensione di classe. I confini non sono
mai stati così aperti per alcuni e così chiusi per altri come lo sono ora,
persino nei paesi al potere con la destra. Mentre Trump pubblicava quelle
immagini di persone incatenate che venivano deportate, si vantava allo stesso
tempo di quanto fosse facile per gli oligarchi russi ottenere visti per
investitori.
I visti d’oro, i programmi di cittadinanza per investimento: la destra si è
dimostrata completamente disposta ad aprire le frontiere ai ricchi. Quindi, se
la vera preoccupazione è la mescolanza e l’integrazione culturale, perché la
migrazione diventa così facile per alcuni e così difficile per altri che
provengono dallo stesso contesto culturale? La migrazione è una questione di
classe, non di cultura.
Sei cresciuta intorno al 1989, e il tuo memoir lo descrive come un punto di
svolta molto ambiguo piuttosto che trionfale. C’è qualcosa nell’esperienza
post-comunista che ci offra strumenti utili per riflettere su questo momento di
instabilità?
Uno degli aspetti interessanti della letteratura sulla transizione degli anni
Novanta è il concetto di «tripla transizione». Gli ex paesi comunisti dovevano
costruire economie di mercato, stati democratici con strutture di legittimazione
e risolvere il problema territoriale, ovvero tutti i conflitti nazionalisti
all’interno di entità multinazionali come la Jugoslavia e l’Unione sovietica.
Gli studiosi sottolineavano che non era possibile raggiungere tutti e tre gli
obiettivi contemporaneamente e che in quelle società non esistevano istituzioni
intermedie: né sindacati, né una vivace società civile, né veri e propri
partiti.
La cosa affascinante è che si diceva tutto questo come se l’Occidente fosse
rimasto immutato. Si prendevano gli aspetti migliori dell’Occidente – l’età
dell’oro della socialdemocrazia, i vincoli imposti al mercato, i partiti di
massa – e si sosteneva che l’Oriente dovesse recuperare terreno. Ma mentre si
tenevano queste discussioni, in Occidente quelle istituzioni intermedie venivano
completamente smantellate. Era il periodo in cui si distruggevano i sindacati,
in cui i partiti si trasformavano in partiti-cartello. Tutto ciò verso cui
l’Oriente avrebbe dovuto orientarsi andava perduto.
Si è trattato di un’operazione ideologica che ha attribuito i successi delle
socialdemocrazie occidentali al liberalismo anziché al movimento operaio, mentre
allo stesso tempo l’era di Margaret Thatcher e Ronald Reagan stava distruggendo
proprio il movimento operaio. Si attribuivano il merito di ciò che il movimento
operaio aveva realizzato, ma senza le strutture che avevano reso possibili tali
risultati. Ciò che si prevedeva sarebbe successo in Oriente – leader autoritari
di destra che usavano questioni culturali per distogliere l’attenzione dai
fallimenti economici – ha finito per accadere sia in Oriente che in Occidente.
La transizione non è avvenuta da Oriente a Occidente, ma da Occidente a Oriente.
Vorrei soffermarmi su un punto della tua intervista con Aaron Bastani su Novara
Media, che riguarda la storia della tua famiglia, perseguitata sotto il
comunismo, e la tua successiva identificazione con il socialismo. Quasi tutti
gli statunitensi, quando si parla di questo argomento, sentono dire: «La mia
famiglia ha vissuto sotto il comunismo, è stata perseguitata, e posso affermare
con certezza che non può funzionare». Eppure, molti socialisti sono stati
perseguitati sotto il comunismo e hanno mantenuto la loro fedeltà ai valori
socialisti. Puoi raccontarci come questo ha funzionato nella tua famiglia?
Mio nonno era un socialdemocratico e per questo fu perseguitato dalla leadership
comunista albanese. Ma il socialdemocratico degli anni Venti e Trenta era
diverso da ciò che intendiamo oggi per socialdemocrazia. I socialdemocratici di
quell’epoca non ritenevano che democrazia e capitalismo fossero compatibili. La
socialdemocrazia, alle sue origini, era un progetto molto più radicale di quanto
le si riconosca oggi.
L’unica vera differenza tra socialdemocratici e comunisti all’epoca riguardava
la rivoluzione e, di conseguenza, il rapporto tra l’avanguardia e il popolo. Il
grande dibattito tra Édouard Bernstein e Rosa Luxemburg verteva sul metodo,
riforma contro rivoluzione, ma gli obiettivi erano gli stessi. Il presupposto
fondamentale era che, per ottenere una vera democrazia, fosse necessario
contenere e infine sconfiggere il capitalismo.
In luoghi come l’Albania, il progetto di costruire il socialismo si fuse con il
progetto di costruire uno stato-nazione dalle ceneri dell’impero. Ciò
significava che non si trattava di un socialismo costruito con mezzi
democratici. Si aveva questo strano ibrido: controllo sui mercati ma nessuna
sfera pubblica funzionante, nessuna legittimazione democratica, nessuna
democrazia di partito. Era socialista sotto certi aspetti importanti, ma era
anche molto repressivo, anche nei confronti dei socialisti e dei
socialdemocratici che si discostavano dalla linea.
Al contrario, possiamo immaginare un socialismo democratico. È possibile avere
uno stato socialista con una costituzione socialista e diversi tipi di partiti
socialisti, e in effetti un sistema multipartitico contribuisce notevolmente
alla legittimazione e alla responsabilità. Perché, dunque, adottiamo questa
interpretazione così ristretta di cosa fosse il socialismo, esemplificata da
casi come quello albanese, e la consideriamo la definizione definitiva, in
contrasto con tutte le alternative socialiste che furono represse dai socialisti
di stato?
A volte mi dicono che non mi importa della mia famiglia. Ma non capisco perché
preoccuparmi della mia famiglia significhi schierarmi dalla parte di coloro che
mio nonno ha sempre considerato nel torto. Lui ha sempre pensato che il
capitalismo fosse il problema. Il fatto che abbia sofferto sotto il comunismo in
Albania non significa che il capitalismo abbia smesso di essere un problema.
Rimanere fedele alle mie radici significa non lasciare che i suoi nemici
definiscano cosa significhi il socialismo.
Credo che i socialisti più recenti a volte siano confusi su questo punto. Hanno
elaborato la propria critica al capitalismo, e ora il mondo sembra diviso in due
campi contrapposti, e loro vogliono stare dalla parte giusta. È fondamentale
sfumare questo quadro.
Giusto, ma in realtà, per ricostruire la sinistra, bisogna fare i conti con
entrambi i fallimenti del ventesimo secolo: il fallimento del socialismo di
Stato e il fallimento della socialdemocrazia nella sua versione radicata nello
Stato-nazione. Il socialismo di Stato fallisce a causa del suo legame
indissolubile con lo Stato-nazione, della sua mancanza di democrazia e della sua
negligenza nei confronti delle libertà fondamentali come la libertà di
movimento, di associazione e di espressione. Non si può semplicemente dire:
«Dovevano farlo, quindi bene così». Il socialismo è sempre stato sinonimo di
uguaglianza, ma non si è mai limitato solo a questo; si è sempre basato anche
sulla libertà.
Allo stesso tempo, dobbiamo anche essere molto critici nei confronti dei
socialdemocratici e del modo in cui hanno sceso a compromessi con il
capitalismo, e di dove ciò ha portato: alle ondate di neoliberismo degli anni
Novanta. Entrambi i fallimenti sono legati allo Stato-nazione. Un’alternativa
deve trarre lezione da entrambi. Dobbiamo recuperare la critica al capitalismo
da un lato e la critica allo Stato-nazione dall’altro. Lo Stato-nazione richiede
strutture di legittimazione che non funzionano con una critica del capitale
transnazionale, un capitale che opera sia nel Nord che nel Sud del mondo, che
genera imperialismo e conflitti per le risorse a livello globale.
Quali sono le tue preoccupazioni riguardo agli eventi in corso in Iran?
La guerra è la logica conseguenza della tendenza a rispondere alle crisi
politiche ed economiche giurando di rendere di nuovo grande il proprio paese.
Una visione del mondo costruita attorno allo Stato-nazione si fonda
necessariamente sull’idea che il mondo appartenga ai potenti e che i potenti
abbiano il diritto di distruggere tutto ciò che non si conforma. La guerra non è
altro che questa logica portata alle sue estreme conseguenze.
Ma ciò che è davvero interessante di questa guerra contro l’Iran è che gli Stati
uniti non sentono il bisogno di legittimarla moralmente. Se pensiamo alla guerra
in Iraq, gli internazionalisti liberal si sono prodigati per spiegare che si
trattava di norme internazionali, di giustizia internazionale. C’era bisogno di
una giustificazione che andasse oltre lo Stato-nazione. La logica non era
semplicemente la pura e semplice forza bruta. In questa guerra, di tutto ciò ce
n’è ben poco.
Ciò sembra riflettere la debolezza dell’istituzionalismo liberale. Forse siamo
giunti al punto in cui la destra può semplicemente condurre una guerra alle
proprie condizioni, senza minimamente appellarsi all’etica dell’ordine liberale.
Sì. Ma nel difendere il pacifismo, è importante non farlo solo sulla base della
necessità di rispettare l’ordine internazionale liberale, perché tale ordine è
sempre stato imperfetto e asimmetrico. Il vero pacifismo è possibile solo dopo
aver superato entrambi i problemi: il capitalismo da un lato e lo Stato-nazione
come ostacolo alla realizzazione di un mondo socialista dall’altro. Esiste una
visione delle istituzioni internazionali che non si limita a difendere le
istituzioni esistenti nella loro forma attuale.
Non credo che si possa delineare un programma in dieci punti per il futuro. Si
parte da un’analisi del momento presente e da una critica di ciò che non ha
funzionato in passato, per poi costruire le istituzioni democratiche necessarie
a portare avanti questa critica. Credo però che debba assumere la forma di un
cosmopolitismo alternativo. Questa è la via più coerente per dare un senso ai
conflitti del mondo globalizzato.
*Lea Ypi è professoressa di teoria politica alla London School of Economics. Il
suo ultimo libro è Dignità (Feltrinelli, 2026). Meagan Day è redattrice senior
di JacobinMag, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della
redazione.
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L'articolo Per un cosmopolitismo di sinistra proviene da Jacobin Italia.