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TROPPO DA DIFENDERE
“Crediamo sia importante lasciare traccia di un percorso che non è arrivato al capolinea ma in un momento dove tutto è chiaro“ Dev’essere piccolo l’impiegato che l’Ater ha mandato due volte al sesto ponte per attaccare prima un avviso di sgombero un po’ generico e poi, due giorni dopo, un foglio più esplicito dove si … Leggi tutto "TROPPO DA DIFENDERE"
February 6, 2026
L38Squat
Foibe sì, foibe no. Come si arriva storicamente a quegli avvenimenti tragici
In queste settimane è tornata in primo piano  la questione “foibe”, con l’occasione della “giornata del ricordo”, viene riesumata questa vicenda, spesso utilizzata a meri fini propagandistici ed ideologici, da politicanti di basso livello culturale e storico, o da propagandisti faziosi e senza alcun spirito di cercare un percorso di “riconciliazione” nazionale, come fu per una tragedia vera, come quella dell’apartheid in Sudafrica, voluta e guidata da Nelson Mandela insieme alla controparte Frederik de Klerk.   In questa “Italia” dove lo spessore storico e culturale, per non dire etico, dei politici nostrani è ai minimi della storia della Repubblica italiana, per ottenere un pugno di voti in più, si utilizzano la morte e le tragedie di essere umani tragicamente vittime degli eventi storici di oltre 80 anni fa. Questo è un paese e anche una gran parte della popolazione, che non ha mai fatto i conti con la propria storia e con i propri orrori e crimini compiuti in giro per il mondo. Atto storico fatto da Germania e Giappone, per esempio. Qui persiste la vulgata dell’ ”italiani brava gente” per affrontare la questione “foibe”, con relative tragedie connesse e innegabili, per alcuni versi, come storicamente sopravvengono in qualsiasi frangente storico di guerra, dove si compiono vendette personali, frutto di rancori, odi di gente esasperata da vessazioni e violenze precedenti. Io penso che invece di polemizzare manicheamente, senza arrivare a nessuna sintesi storica, che certamente non interessa ai “fondamentalisti” nostrani, tutti impegnati a rinfocolare odi, rancori, razzismi etnici, solo per una “guerricciola” elettorale, occorrerebbe ripartire dalla STORIA, con i suoi atti, fatti, passaggi che hanno portato agli anni in questione. Ora tutti sono documentati e inoppugnabili, se ci si attenesse a questi, auspicando onestà intellettuali e giornalistiche, sicuramente rare da trovare, ma ci sono, con un confronto e una sintesi non di parte, ma come giudizio storico, forse si potrebbe chiudere quel periodo e permettere ai familiari delle vittime delle due parti di piangere i propri morti, tutti da rispettare tranne quelli di carnefici, fanatici, torturatori o criminali. Silenziando e togliendo così fiato e benzina, per appiccare odi e divisioni per i loro sporchi pugni di voti elettorali, i fondamentalisti patriottardi sciovinisti. Ribadendo che “patriota” è un termine nobile, di grande dignità, di uomini e donne che combattono per la difesa della propria terra, della propria gente, della propria indipendenza, termine non usufruibile per chi aggredisce, invade, occupa, sottomette altri paesi e popoli. Si comprendono i “ragazzi di Salò” e si accusano i “massacri dei partigiani jugoslavi”, si dedurrebbe anche italiani, visto che sono stati decine di migliaia i partigiani italiani che hanno combattuto contro il nazifascismo in Jugoslavia, e sono morti in quelle terre per riscattare l’onore di un intero popolo, macchiato e infangato da vent’anni di fascismo e colonialismo contro altri popoli, tra cui quello jugoslavo, che mai nella storia hanno aggredito il nostro paese. Il mito degli italiani “brava gente” è fondato sulla rimozione storica dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano nelle colonie e nei territori invasi e occupati della 2° guerra mondiale; la nostra storia nazionale è ricca di rimozioni e “dimenticanze” di quello che è stato fatto ad altri popoli e paesi. Dagli archivi delle Nazioni Unite emerge un dato che dovrebbe far vergognare i “fondamentalisti sciovinisti” che campano sulla questione foibe. Personalmente, verso questi  avvenimenti, sicuramente tragici, mantengo un profondo rispetto per chi fosse perito innocente. Secondo le Nazioni Unite: solo per il periodo coloniale e della 2° guerra mondiale, i fascisti e l’esercito italiano hanno UCCISO oltre UN MILIONE di persone, di cui 300.000 nella sola Jugoslavia, tutto documentato dallo storico americano M. Palombo, il cui lavoro per la BBC inglese “Fascist Legacy” è stato utilizzato anche dalla TV “La 7”, dopo alcuni decenni di censura sulle reti TV pubbliche italiane. 800 Italiani furono dichiarati “criminali di guerra” dalla “Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite” e mai processati. Nei 200 campi di concentramento italiani, furono rinchiusi più di 100.000 jugoslavi (uomini, donne, bambini, e dove 11.606 vi morirono (quelli accertati), oltre che di fame anche di sete. QUASI 200˙000 FURONO I CIVILI FALCIATI DAI PLOTONI DI ESECUZIONE ITALIANI, IN QUANTO “RIBELLI E BANDITI”. Un milione e ottocento mila jugoslavi massacrati da tedeschi e italiani, 4.000 i caduti italiani: invasori non va dimenticato. Il rapporto tra le vittime italiane e quelle slave è di 4.000 contro 1.800.000 che corrisponde allo 0,002, ma i massacratori e inumani, sono considerati gli “slavi”.   Nella sola Istria furono 80˙000 gli slavi che in tre anni dovettero fuggire all’estero, per non essere spazzati via dalla barbaria fascista o deportati nei lager italiani. I morti accertati nelle foibe sono stati circa 2˙000, chi dice anche 3˙000 (e non ci può essere nessun rallegramento, al contrario rispetto, di fronte a cifre che trattano di morte), ma va sottolineato che i fascisti e i collaborazionisti col nazismo in quelle zone, furono alcune decine di migliaia, che compirono ogni genere di atrocità e crimini contro la popolazione civile, documentata storicamente in studi, archivi e in alcuni documentatissimi libri che sono a disposizione di tutti. Oltre alle migliaia di insegnati delle scuole italiane (quelle slave furono chiuse), dipendenti delle amministrazioni pubbliche, dove non potevano esserci slavi, di preposti alla sanità, italiani perché non potevano esserci slavi e così via. Non si può, mediante l’utilizzo di alcuni fatti, revisionare storicamente e ribaltare i processi storici avvenuti e non contestualizzarli. E’ un operazione antistorica e faziosa, senza alcuna scientificità e credibilità, smaccatamente razzista, al di là delle opinioni soggettive. Un confronto deve partire dall’aggressione militare dell’aprile 1941, sbocco di quanto già era stato fatto in termini di snazionalizzazione, vessazione e persecuzione etnica di altri popoli, fino ad arrivare alle vere e proprie deportazioni, dalle infami e criminali politiche fasciste italiane, contro le popolazioni slave da sempre residenti nelle regioni del confine orientale, mischiate e coabitanti al di là dell’aspetto etnico; politica che teorizzava l’espansionismo e lo sciovinismo come obiettivi da conseguire. Senza dimenticare che già nel 1918 furono oltre 500˙000 gli sloveni e croati “inglobati” dall’Italia di allora, il vizietto espansionista  era quasi un dato di fatto.   Dopo il 6 aprile 1941, con l’occupazione e l’annessione di territori jugoslavi in cui non abitava neppure un italiano, furono inclusi illegittimamente entro i nuovi confini occupati, altre centinaia di migliaia di jugoslavi, il cui trattamento da parte dello Stato italiano fu la repressione più spietata, le fucilazioni, gli incendi di villaggi, la deportazione in campi di concentramento di decine di migliaia di donne, vecchi, bambini, e la morte di migliaia di essi. Questi gli esiti dell’“espansionismo italiano”, argomento assolutamente rimosso, mai diventato “memoria collettiva” e mai citati dai fondamentalisti nostrani. Tutti i fautori e i fiancheggiatori del “revisionismo storico” ( compreso  l’on. Fassino e i suoi soci di partito) dovrebbero guardarsi una cartina etnica di queste terre, suggerisco quella redatta nel 1915 da Cesare Battisti (un nome che dovrebbe essere una garanzia) in “La Venezia Giulia. Cenni geografico-statistici”, pubblicato nel 1920 dall’Istituto Geografico De Agostini. Battisti attribuiva per la Venezia Giulia, nel suo complesso, la seguente composizione nazionale, in percentuale:Italiani: 43,09 – Sloveni: 32,23 – Croati: 20,64 – Tedeschi: 3,30Dunque gli “slavi” erano il 52,87 per cento. Per quanto riguarda l’Istria in particolare:Italiani: 35,15 – Sloveni: 14,27 – Croati: 43,52 – Tedeschi: 3,51Dunque gli “slavi” erano il 57,79 per cento.Come si vede i territori rivendicati durante la seconda guerra mondiale dall’“espansionismo slavo” era abitati in maggioranza da “slavi”. Questa non è un’opinione personale, sono dati storici.   Già nei primi anni ’20  lo squadrismo italiano in camicia nera, rafforzato dai fascisti triestini, si rese protagonista di feroci violenze e aggressioni con molti morti e feriti nella popolazione civile. Persino gli stessi storici fascisti, tra i quali l’istriano G.A. Chiurco,  nell’esaltare le imprese squadriste e renderle gloriose, ha involontariamente, documentato inoppugnabilmente i crimini compiuti di assassinii di antifascisti italiani come Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie ed altri, oltre alle devastazioni e distruzioni delle Camere del lavoro e delle Case del popolo, alle sanguinarie spedizioni nei villaggi abitati da croati e sloveni della regione. Anche nel mio libro “Pagine di storia rimosse”, nel diario che ho riportato del cappellano militare Don Pietro Brignoli, sono documentati e testimoniati gli orrori e i crimini compiuti in quei territori, purtroppo anche di soldati italiani, non solo dai fascisti. Con il fascismo furono distrutti e aboliti tutti gli enti e associazioni culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni traccia pubblica dell’esistenza della popolazione croata e slovena. Furono abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti non in italiano divennero materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi slavi, furono italianizzati anche i toponimi. Decine di migliaia di civili croati e sloveni furono deportati nei 200 campi di concentramento disseminati dall’Albania all’isola di Rab (Arbe), nell’Italia meridionale, centrale e settentrionale. Nel solo lager di Arbe/Rab (Jugoslavia) ne morirono 4.000 circa, fra cui 1500 donne e bambini, moltissimi vecchi, per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie.   In un documento del 15 dicembre 1942, l’Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al Campo di Arbe, dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame“. La risposta a quel rapporto, scritta di suo pugno dal generale Gastone Gambara sanciva: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo“.   Come non ricordare qui la nota ai Comandi locali in Slovenia del generale Mario Robotti: “Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!”. Queste parole si rifacevano all’ordine del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia, il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 4C nella quale si sanciva: “…Il trattamento da fare ai ribelli, non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente“.   Una disposizione che troverà una feroce e criminale applicazione nell’eccidio di Gramozna Jama in Slovenia, dove al termine della guerra furono riesumati resti di centinaia corpi di civili massacrati durante l’occupazione, per ordine dei comandi militari italiani; furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla “Provincia del Carnaro“, alla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e in Montenegro senza aver mai subito alcun processo. Nel migliore dei casi, se dipendenti statali e ritenuti non ostili, furono trasferiti in regioni distanti dell‘Italia. Persino nelle chiese le messe potevano essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, queste stesse lingue furono bandite dai tribunali e da tutti gli uffici, negate nella vita quotidiana. Migliaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Lo storico triestino Teodoro Sala sull”L’Espresso” del 19 settembre 1996 ha documentato una prolungata serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si contraddistinsero per ferocia le Camicie Nere: “…rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni…”.   Prima di arrivare alla questione foibe, gli italiani “brava gente” in giro per il mondo, in meno di sessant’anni avevano già aggredito, invaso, occupato, decine di paesi e popoli. Come documentato ormai storicamente, massacrando, sterminando intere popolazioni, saccheggiando e devastando terre e paesi. Questo il curriculum di aggressioni (non certo gloriose o onorabili) che l’Italia ha nella sua breve storia. Chiediamo ai “fondamentalisti” italioti ( termine coniato da G. Bocca), cosa hanno da dire. Poi in Italia si potrà affrontare la questione foibe.   5 Febbraio 1885: occupazione di Massaua, Eritrea. 3 Agosto 1889: occupazione di Asmara, Somalia. 16 Luglio1894: occupazione di Cassala, Sudan. 1 Dicembre 1895: inizio della Guerra di Abissinia contro l‘Etiopia. 1902: dopo la soppressione della Rivolta dei Boxer in Cina, l’Italia occupa Tientsin. 28 Settembre 1911: inizia la guerra contro la Turchia per occupare la Libia. 5 Ottobre 1911: comincia l’occupazione della Libia. 26 Aprile 1912: comincia l’occupazione delle isole greche del Dodecaneso. 23 Maggio 1915: guerra all’Austria-Ungheria e assalto alle coste adriatiche jugoslave. 21 agosto 1915: dichiarazione di guerra all’Impero ottomano. 19 Ottobre 1915: guerra al Regno di Bulgaria 27 Agosto 1916: dichiarazione di guerra all’Impero tedesco. 29 Agosto 1923: occupazione dell’isola di Corfù in Grecia. 7 Aprile 1939: occupazione dell’Albania. 28 Ottobre 1940: aggressione alla Grecia. 6 Aprile 1941: aggressione della Jugoslavia. 22 giugno 1941: aggressione all’Unione Sovietica.   …Sappiamo come si sono concluse tutte…   Per non dilungarmi non affronto qui tutti gli altri coinvolgimenti militari del dopoguerra fino ai giorni nostri.   Quando una giornata del “ricordo” dei crimini italiani e della richiesta di perdono agli altri popoli, in questo caso a quello jugoslavo, per tutte queste vittime innocenti? Questo, sì rappresenterebbe storicamente un coraggioso atto di pace e riconciliazione definitiva.   Perché dover accettare che i carnefici diventino eroi oltre ad essere vergognoso, è anche oltraggioso verso la memoria storica di quella generazione di “ragazzi” che invece di andare a Salò o stare a guardare, è salita in montagna a combattere il nazifascismo pagando con la tortura e con la morte la scelta della lotta per la libertà. Certi signori, di destra o sinistra, ormai c’è poca differenza elettorale, dimenticano che la riconciliazione c’è già stata: è avvenuta il 25 aprile 1945, con la sconfitta del fascismo, la cacciata dell’invasore nazista e la vittoria della lotta di liberazione nazionale, un paese lasciatoci in eredità da quegli italiani che con il loro sangue avevano ridato libertà e dignità all’Italia. Per questo sottoscrivo e faccio mie le parole e il patrimonio morale di un italiano, giornalista, partigiano e antifascista, che ha combattuto per la nostra Italia: quella della giustizia e della dignità.   > …La storiografia revisionista si è così riempita di pidocchi revisionisti che > pretendono di cambiare gli accaduti, la memoria, la toponomastica, i libri di > testo… Quelli che combattevano al fianco dei nazisti…volevano la fine delle > libertà. Furono invece i Partiti della Resistenza, a recuperare le libertà…” I > morti ” diceva Pavese “sono tutti eguali, partigiani e repubblichini”… Ma non > erano uguali le loro storie, le loro idee. La pietà è una cosa che fa parte > del sentimento umano solidale, ma la pietà per le idee non ha senso, non si > può avere pietà per le idee barbare, assassine, non si può revisionare > l’orrore, si può al massimo dimenticarlo… per pietà.  ( G. Bocca)                                                               Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Epstein files: quando alle Marche piacevano gli sceicchi
In una email recentemente pubblicata che è stata inviata da un anonimo (in quanto oscurato) personaggio a Jeffrey Epstein si fa esplicito riferimento a circostanze avvenute nel 2012 nelle Marche. Questa rivelazione riporta la regione di nuovo in primo piano sulla scena nazionale proprio nei giorni in cui in Italia si parla molto delle relazioni intercorse tra personalità politiche italiane ed il finanziere americano pedofilo. L’email si riferisce ad un contesto relativo ad un importante evento pubblico promosso dalla Regione Marche nell’estate di quasi 14 anni fa, quando lo slogan “Marche l’Italia in una regione” trainava la campagna di promozione turistica istituzionale della Regione governata dal presidente Gian Mario Spacca, per dieci anni a guida di una giunta di centrosinistra a trazione PD. Ispirato al Viaggio in Italia di Guido Piovene, quello slogan esprimeva il concetto che le Marche sono una terra che, in pochi chilometri, offre una sintesi di mare, collina e montagna e un pregevole patrimonio storico ed artistico. Ma la regione che diede i natali a Giacomo Leopardi è anche una realtà in cui, nonostante neanche un milione e mezzo di abitanti e la proverbiale tranquillità, non mancano ‘sorprese’ che improvvisamente la lanciano nel panorama nazionale o internazionale. Come, solo per fare un esempio recente, dell’anno scorso, il caso dei militari IDF nelle Marche per un vacanza ‘rigenerante’. Questo inizio del 2026 porta alla ribalta la recente rivelazione di una email tra il finanziere Epstein, ufficialmente suicidatosi in carcere nel 2019, e un misterioso personaggio che gli racconta della sua partecipazione nel giugno del 2012 ad una gara di equitazione nelle Marche. La pubblicazione di uno degli Epstein files ci riporta indietro nel tempo ad una manifestazione che si svolse per tre anni, dal 2012 al 2014, sulle spiagge e sulle pendici del Monte Conero. Un evento sportivo voluto proprio dal presidente fabrianese Gian Mario Spacca, il Marche Endurance Lifestyle era una manifestazione internazionale di endurance equestre, tenutasi sulla Riviera del Conero, focalizzata nella maratona a cavallo, anche definita “sport degli sceicchi”. Si trattava di una serie di gare di equitazione su lunghe distanze (tra 20 e 160 km), dove cavallo e cavaliere affrontano percorsi naturali, con priorità assoluta al benessere animale, controllato da veterinari. L’evento fortemente sostenuto dalla Regione, aveva l’obiettivo di coniugare la competizione sportiva con la promozione del turismo, della cultura e del territorio marchigiano. E nei tre anni in cui si svolse per la sua organizzazione furono investiti molti soldi pubblici: spulciando tra i decreti dirigenziali della Regione è possibile risalire a spese che superano il mezzo milione di euro per ognuna delle sue tre edizioni. A beneficiarne fu principalmente la Sistema Eventi di Perugia, agenzia specializzata in marketing, comunicazione e organizzazione di eventi, con un focus internazionale sull’endurance equestre dal 2007, che per conto della Giunta Regionale, organizzò l’evento. Il suo fondatore e CEO, Gianluca Laliscia, era un campione mondiale di endurance dalla stampa locale definito ‘rappresentante per Italia’ dello sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum. Protagonisti del Marche Endurance Lifestyle infatti erano proprio gli sceicchi degli Emirati Arabi Uniti, i cui cavalli personali furono fatti atterrare con un volo speciale all’aeroporto di Ancona. Si può dire che l’evento fu pensato proprio per i leader dello Stato arabico, nell’ottica di avviare delle relazioni economiche e commerciali tra le Marche e la monarchia assoluta della penisola arabica. Una realtà però, dietro il fascino della città finta di Dubai, di cui Amnesty International denuncia una spietata repressione del dissenso, caratterizzata da processi di massa iniqui, sparizioni forzate, tortura e severe restrizioni alla libertà di espressione, persecuzione delle persone LGTB+. Nonostante l’immagine ‘glamour’, e l’aver ospitato eventi come la COP28, le autorità emiratine continuano a imprigionare attivisti, difensori dei diritti umani e prigionieri di coscienza, utilizzando leggi antiterrorismo e reati informatici per soffocare ogni forma di critica. A detta degli allora vertici istituzionali della Regione, il ritorno economico per il territorio fu significativo, con un giro d’affari stimato sui 6,8 milioni di euro. Tra il 14 e il 17 giugno 2012, protagonisti del Marche Endurance Lifestyle furono il primo ministro e vice presidente degli EAU, Sua Altezza lo sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum (che vinse la gara delle 100 miglia) e i suoi figli Hamdan bin Mohammed Al Maktoum e Majid bin Mohammed Al Maktoum (secondo e terzo posto nel 2012, ma vinsero poi le edizioni del 2013 e 2014), e il ministro dell’economia emiratina Sultan Bin Saeed al Mansouri. L’anonimo personaggio che il 17 giugno 2012 scrive l’email ad Epstein riferisce di aver preso parte alla gara delle 100 miglia con Sheikh Hamdan, uno dei figli del primo ministro di Dubai. Poi i legami con le Marche di questi personaggi sono rimasti solidi nel tempo. L’allora ministro dell’economia Sultan Bin Saeed al Mansouri fa tutt’ora parte del Comitato Scientifico, presieduto da Enrico Letta, della Fondazione Aristide Merloni di Fabriano. Un organismo eterogeneo, in cui figurano personalità quali Romano Prodi, il dirigente istituzionale del Partito Comunista Cinese – Chen Zhimin, l’ex vicepresidente della Commissione Europea – Joaquin Almunia,… e di cui fino a non molto tempo fa era vicepresidente Gian Mario Spacca, nel 2012 presidente della Regione Marche. Ancor oggi la Regione governata da Fratelli d’Italia, con Francesco Acquaroli al secondo mandato, ha grata memoria del Marche Lifestyle Endurance, tanto da evocarlo nella rivista istituzionale a dieci anni di distanza dal 2012. Nel frattempo, l’ex presidente Gian Mario Spacca dal PD è confluito in Base Popolare, il partitino moderato dell’ex ministro Gaetano Quagliarello, una formazione politica che alle elezioni regionali del settembre 2025 ha sostenuto, con candidati inseriti nella lista di Forza Italia, il presidente rieletto della destra Acquaroli. * Epstein files, una gara di equitazione del 2012 ad Ancona citata in una mail al finanziere pedofilo / TGR Marche – 06.02.2026 Leonardo Animali
February 10, 2026
Pressenza
La lingua curda ha perso una delle sue luci
Mehmet Emin Bozarslan, scrittore, linguista e traduttore noto per il suo lavoro nei campi della lingua, della letteratura e della storia curda, è scomparso in Svezia all’età di 90 anni. La morte del 92enne Mehmet Emin Bozarslan, che viveva in esilio a Uppsala, in Svezia, da circa 45 anni, è stata annunciata dalla sua famiglia tramite Aycan Şermin Bozarslan. È stato affermato che, in conformità con i desideri di Mehmet Emin Bozarslan, padre dell’accademico Hamit Bozarslan, la cerimonia funebre si è tenuta in forma privata tra i familiari. La famiglia ha annunciato che le condoglianze saranno accolte oggi dalle 13:00 alle 16:00 presso Stabby Prästgård di Uppsala. Nato nel 1934 nel distretto di Licê ad Amed (Diyarbakır), Mehmet Emin Bozarslan ricevette un’educazione tradizionale in una madrasa. Imparò il turco, la lettura e la scrittura con i propri sforzi e divenne mufti nel 1956 dopo aver superato esami esterni. Fu rimosso dall’incarico due volte a causa dei suoi scritti critici. Bozarslan fece la storia della Turchia moderna con la sua opera “Alfabeto curdo” (Alfabê), pubblicata nel 1968, ma il libro fu confiscato il giorno stesso della sua pubblicazione e Bozarslan fu arrestato con l’accusa di “separatismo”. Arrestato nuovamente dopo il memorandum militare del 12 marzo 1971, Bozarslan rimase in prigione fino al 1974. Nel 1979 si stabilì in Svezia. Attraverso la casa editrice Deng, da lui fondata durante gli anni dell’esilio, Mehmet Emin Bozarslan salvò dall’estinzione le opere fondamentali della letteratura curda, trascrivendole in caratteri latini moderni. Ha lasciato più di 50 opere. Bozarslan, che ha dato un contributo significativo alla conservazione e allo sviluppo della lingua curda attraverso il suo alfabeto curdo, i suoi dizionari e numerose traduzioni, ha lasciato più di 50 opere. Studi di linguistica e lessicografia  * Alfabê (1968): il primo alfabeto curdo stampato in Turchia utilizzando lettere latine. * Dizionario curdo-turco (1978): una delle fonti di riferimento più complete nel suo campo. Studi politici e sociologici  * Problemi dell’Est (1966): uno studio storico che esamina la struttura economica e sociale della regione utilizzando dati statistici. * Sheikhdom-Aghadom da una prospettiva islamica (1964): una critica delle strutture religiose e feudali. * Il problema del califfato e del panislamismo (1967). Traduzioni e revisioni classiche * Memû Zîn: ha tradotto in turco l’opera classica di Ehmedê Xanî e l’ha portata alle masse (1968). * Sharafname: traduzione dell’opera di Sharaf Khan che racconta la storia curda. * Jîn Magazine e Kurdistan Newspaper: pubblicarono le prime pubblicazioni curde del periodo ottomano in cinque volumi, trascrivendole dalla scrittura araba a quella latina. * Storia dei Curdi Marwanidi: Tradotto da Ibn al-Azraq. Letteratura e folklore per bambini * Meyro, Mîr Zoro, Gurê Bilûrvan, Kêz Xatûn, Pepûk. * Melayê Meşhûr: raccolte di barzellette curde. * Kemal Pasha Weledê Kê Ye?: Satira politica e parabole. Patrimonio da preservare con cura Mahmut Bozarslan, nipote di Bozarslan, ha dichiarato che conserveranno con cura l’eredità lasciata dallo zio. Mahmut Bozarslan ha dichiarato: “La morte di nostro zio ci ha profondamente rattristato, perché abbiamo perso una persona di grande valore. Era un grande uomo non solo per noi, ma anche per il popolo curdo. Tutta la sua vita è stata piena di dolore e sofferenza. Ha guidato la lotta per la lingua e la letteratura curda ed è stato costretto a trascorrere la sua vita in esilio a causa del suo lavoro in curdo. Il maestro ha avuto una grande influenza sul popolo curdo nel campo della lingua e della letteratura. Seyda è stato il primo a sviluppare un dizionario e un alfabeto curdo, e siamo orgogliosi che ci abbia lasciato una tale eredità. Questa sua eredità illuminerà sempre il nostro cammino”. I suoi sforzi non sono stati vani vani Il Congresso Nazionale Curdo (KNK) ha inoltre inviato un messaggio di cordoglio alla famiglia e al popolo curdo di Mehmet Emin Bozarslan, scrittore, linguista e traduttore curdo. Il KNK ha ricordato che Bozarslan ha continuato coraggiosamente il suo lavoro durante i periodi in cui l’identità, la lingua e la cultura curde erano vietate. Sottolineando che Bozarslan ha dato un contributo significativo alla lingua, alla letteratura, alla cultura e alla storia curde fino alla fine della sua vita, il KNK ha sottolineato che è stato un grande maestro della cultura, della storia e della letteratura curda e del Kurdistan. Il KNK ha dichiarato: “Mehmet Emin Bozarslan, stai tranquillo. I tuoi sforzi non sono stati vani; hai migliaia di seguaci che continueranno a seguire le tue orme. La tua volontà sarà sicuramente realizzata”. Continuerà a illuminare. Anche l’Associazione degli Scrittori Curdi ha diffuso un messaggio di cordoglio. La dichiarazione recita: “Mehmet Emin Bozarslan non era solo uno scrittore; è stato un faro di luce per la lingua curda nei suoi momenti più bui. Ha consolidato le fondamenta della letteratura moderna nel Kurdistan settentrionale. È stato un tesoro di conoscenza che ha trascorso la sua vita sotto l’oppressione e in esilio, pur servendo con orgoglio il suo popolo. Il suo lavoro e i suoi sforzi per le fondamenta della cultura e dell’identità curda saranno sempre una guida e una risorsa inestimabile per le generazioni future. Come Associazione degli Scrittori Curdi, consideriamo la scomparsa di questo grande accademico una grande perdita per tutto il popolo curdo e per la letteratura mondiale. Esprimiamo le nostre condoglianze alla sua famiglia, ai suoi amici e a tutto il popolo del Kurdistan. La sua eredità illuminerà sempre il cammino della letteratura curda”. 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February 10, 2026
Retekurdistan.it
Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza: partire dai territori
Due intensi momenti di confronto e condivisione a Cecina tra sabato 7 e domenica 8 febbraio scorsi: due giornate capaci di intrecciare riflessione, proposta politica, dimensione culturale e pratiche concrete di nonviolenza, mettendo in relazione il livello locale con una visione globale. L’INCONTRO DI SABATO IN BIBLIOTECA Grazie alla collaborazione del Comune di Cecina, l’incontro di sabato si è tenuto presso la biblioteca cittadina, luogo simbolico di sapere condiviso, accessibile e aperto alla pluralità delle voci. La biblioteca si è confermata uno spazio naturale per ospitare un confronto profondo ma inclusivo, capace di far dialogare cittadinanza attiva, associazioni, mondo della cultura e dell’educazione. Sono intervenuti, in presenza o da remoto, rappresentanti di diversi comitati promotori cittadini della Marcia Mondiale (Torino, Milano, Trieste, Fiumicello, Vicenza, Verona, Firenze, Roma, Fiume–Croazia), rappresentanti istituzionali (Cecina, Rosignano Marittimo, Pomarance), numerose associazioni locali e nazionali, tra cui Un Ponte Per, Campus del Cambiamento, Pax Christi, ANPI, Legambiente, Mestlžaje, Dante Alighieri e Libera. Tra i partecipanti erano presenti anche una componente della Cattedra UNESCO per il Mediterraneo delle Università di Messina e Valencia e una docente dell’Università di San Marino ed é stata inoltre richiamata la collaborazione con l’Università di Perugia a conferma dell’attenzione e del coinvolgimento del mondo accademico nel percorso della Marcia Mondiale. Altri comitati promotori (Genova, Bologna, Palermo, Brescia, Varese), impossibilitati a partecipare, hanno comunque fatto pervenire i propri saluti e il sostegno all’iniziativa. Durante l’incontro sono state riprese e rilanciate le richieste centrali delle precedenti Marce Mondiali, che restano oggi di stringente e drammatica attualità. In particolare: – chiedere ai governi la firma e la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, per scongiurare una possibile catastrofe planetaria e liberare risorse da destinare ai bisogni fondamentali dell’umanità; – promuovere una rifondazione delle Nazioni Unite, garantendo la partecipazione reale della società civile, la democratizzazione del Consiglio di Sicurezza – da trasformare in un autentico Consiglio Mondiale della Pace – e l’istituzione di un Consiglio di Sicurezza Ambientale ed Economico, capace di tutelare le priorità vitali: alimentazione, acqua, salute, ambiente ed educazione; – favorire l’inclusione della Carta della Terra nell’Agenda internazionale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, per affrontare in modo sistemico il cambiamento climatico e le cause dell’insostenibilità ambientale; – diffondere la Nonviolenza Attiva in tutti gli ambiti della vita sociale, con particolare attenzione all’educazione, affinché diventi una reale forza di trasformazione culturale; – rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza e denunciare tutte le forme di violenza. A queste istanze si è proposto di aggiungere, nel manifesto della Quarta Marcia Mondiale nelle città, alcuni elementi qualificanti: il disarmo convenzionale, il ritorno al rispetto del diritto internazionale, un investimento ancora più deciso nella divulgazione della nonviolenza attiva nelle scuole e nelle università, e la creazione – o il rafforzamento – di presidi locali permanenti sulla nonviolenza. Ampio spazio è stato dedicato anche al tema della comunicazione, con la proposta di un piano di divulgazione capace di dare massima visibilità alle iniziative realizzate nelle diverse città, attraverso la creazione di un gruppo di lavoro ad hoc che coinvolga anche studenti e studentesse universitari. La Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, anche quando attraversa una singola città, non cammina mai da sola. Ogni suo passo si inserisce in una trama più ampia di cammini, marce e pellegrinaggi che, in diverse parti del mondo, scelgono la nonviolenza come linguaggio universale. È accaduto con Jai Jagat nel 2019–2020, quando la Marcia Mondiale ha incrociato un cammino planetario di giustizia e dignità; ed è accaduto nei percorsi condivisi in Italia, dal cammino dei monaci a Milano ai tratti della Via Francigena, dove il passo lento diventa ascolto, presenza e relazione. Oggi questa stessa ispirazione riaffiora nel cammino dei monaci buddisti negli Stati Uniti, un peace walk silenzioso che attraversa territori e coscienze, ricordandoci che la pace non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana. Guardando più indietro nel tempo, anche la nostra terra è segnata da sentieri che parlano lo stesso linguaggio: i cammini legati a San Francesco d’Assisi, che uniscono semplicità, dialogo e disarmo interiore, o le antiche rotte che dalla Puglia, via mare, aprono lo sguardo verso l’Oriente e il Mediterraneo come spazio di incontro. In questa prospettiva si colloca il Peace Walk to Jerusalem, presentato alla stampa a Trieste il 29 gennaio scorso e lanciato ufficialmente il 31 gennaio 2026 dalla località spagnola di Finisterre. Il Peace Walk è un cammino europeo di pace che attraversa città e territori con l’obiettivo di giungere ad Al-Quds/Jerusalem tra il 2026 e il 2027, invitando chiunque lo desideri a partecipare per un giorno, una settimana, un mese o per l’intero percorso, in nome di giustizia, pace e dignità umana. Il progetto prevede tratte che attraversano l’area dell’Alpe Adria, conducendo camminanti da Lubiana attraverso Trieste, Capodistria, Fiume e Sarajevo, dove convergono partecipanti provenienti da tutta Europa. Iniziative come questa non solo denunciano i conflitti che infiammano il pianeta, ma rappresentano una forma di azione nonviolenta collettiva, un pellegrinaggio di pace aperto a tutte e tutti, in cui ogni passo diventa occasione di incontro, dialogo e costruzione di relazioni oltre confini, culture e fedi. A conclusione della giornata di sabato, i partecipanti hanno visitato la mostra dei manifesti di Pablo Picasso, soffermandosi in particolare sulle opere dedicate alla pace, che hanno offerto ulteriore ispirazione simbolica e creativa al percorso della Marcia. LA GIORNATA DI DOMENICA ALLA SEDE DI FUORI DAL COMUNE L’incontro di domenica, svoltosi presso la sede di Fuori dal Comune, alla presenza di rappresentanti di alcuni comitati promotori della Marcia Mondiale, assessori, presidenti di commissione e consiglieri del Comune di Cecina, oltre a numerose associazioni locali, è iniziato con una breve restituzione di quanto emerso il giorno precedente. È stata ribadita con forza l’importanza dei presidi territoriali e il ruolo centrale delle scuole come luoghi fondamentali di educazione e formazione alla nonviolenza. Durante l’incontro è intervenuta anche Mia Bintou Diop, vicepresidente della Regione Toscana, che ha sottolineato quanto siano fondamentali momenti di confronto come questi, soprattutto nell’attuale contesto segnato da conflitti molto visibili e altri troppo spesso dimenticati. Ha inoltre evidenziato come proprio dai confronti costruttivi possano nascere progetti concreti, nei quali anche le istituzioni sono chiamate a dare un contributo attivo. È stata inoltre ricordata l’esistenza di un tavolo regionale sulla nonviolenza in Emilia-Romagna, come esperienza significativa da conoscere, rafforzare e mettere in rete. Nel corso del confronto è emersa l’esigenza che le attività culturali e sportive legate alla pace e alla nonviolenza mantengano uno stile “leggero ma profondo”, capace di parlare a tutte e tutti senza rinunciare alla radicalità dei contenuti. Si è discusso del rispetto del confronto politico e della necessità di tornare alla diplomazia come strumento privilegiato per la risoluzione dei conflitti. È stato sottolineato come realtà come Cecina – e altri comuni di dimensioni simili – rappresentino una scala ideale per far incontrare i diversi attori sociali e costruire alleanze capaci di incidere realmente, agendo sia dal basso sia verso l’alto, in un contesto storico segnato da una preoccupante escalation di riarmo. Nel confronto non sono state dimenticate le piccole località decentrate, spesso scelte come luoghi di vita alternativi, legati ai ritmi della terra e a pratiche di coltivazione biologica, che possono diventare veri e propri laboratori avanzati di cultura della pace e della nonviolenza. MURALES E CREATIVITÀ A causa delle piogge dei giorni precedenti non è stato possibile realizzare il murales previsto. Sono però state condivise indicazioni e suggestioni, a partire dalla frase: «Porta la pace in te e portala agli altri» (Silo), traendo ispirazione dalle creazioni delle ragazze e dei ragazzi delle scuole, stimolati dai manifesti di Picasso dedicati alla pace. Un segno rimandato, ma non cancellato: una promessa di continuità e un invito a trasformare parole, immagini e simboli in azioni concrete di nonviolenza. Tiziana Volta
February 10, 2026
Pressenza
Il costo del silenzio
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il caso Chomsky-Epstein non è un fatto privato, ma un problema che tocca la verità stessa del pensiero critico. Quando un intellettuale sceglie la frequentazione e il silenzio di fronte a un sistema di violenza transnazionale sui minori, l’argomento della “conoscenza dall’interno” perde ogni legittimità. Edward Said, in Dire la verità, è estremamente chiaro su questo punto. L’intellettuale, scrive, non è colui che dispone di un accesso privilegiato ai luoghi del potere, ma colui che rifiuta di diventare un insider, anche quando quell’accesso promette informazioni, influenza o prestigio. La verità, per Said, non nasce dalla prossimità, ma dalla distanza critica; non dall’inclusione, ma da una forma di estraneità che espone al rischio, alla perdita, talvolta all’isolamento. Per questo Said insiste sul fatto che “dire la verità al potere” non è un atto retorico, ma una pratica che implica un costo. Senza costo, la verità si trasforma in competenza; senza esposizione, la critica diventa una professione. L’intellettuale che non paga alcun prezzo per ciò che sa e per ciò che vede, che non rompe alcun legame, che non assume alcun rischio, ha già smesso – per Said – di svolgere la propria funzione pubblica. Noam Chomsky ha costruito un’intera opera dedicata alla critica delle élite, dei meccanismi di dominio, della fabbrica del consenso. Tuttavia, quando il potere si è manifestato nella sua forma più oscena – come rete che intreccia ricchezza, influenza e violenza sui corpi più vulnerabili – quelle analisi non si sono tradotte in un gesto pubblico di rottura. In assenza di quel gesto, il pensiero critico rischia di ridursi a capitale simbolico: produce autorevolezza e carriera, ma non responsabilità. Said offre qui una distinzione decisiva: l’intellettuale non è colui che “capisce” il mondo meglio degli altri, ma colui che sceglie da che parte stare quando il mondo si spezza. E ci sono soglie che, una volta attraversate, non consentono più ambiguità. La violenza sui bambini non è una contraddizione secondaria né un dettaglio biografico: è un limite assoluto. Di fronte a questo limite, la mancanza di una condanna pubblica e di una presa di distanza non è una dimenticanza, ma una scelta. L’intelligenza senza il cuore: una frattura insostenibile Non si può separare l’intelligenza dal cuore. Non si può pensare che idee brillanti mantengano la loro verità quando chi le ha enunciate le calpesta brutalmente con i propri gesti, o peggio, con la propria indifferenza. Questo non è un piccolo sbaglio umano, una fragilità perdonabile. È un’azione consapevole che ignora, normalizza, accoglie ciò che l’interlocutore ha fatto. Chomsky non doveva semplicemente “prendere le distanze”: doveva denunciare, condannare, rompere. Senza questo gesto, le sue idee non si indeboliscono soltanto – producono delusione in chi le ha sostenute, perché dimostrano che chi le ha scritte non era disposto a sacrificare nulla quando è arrivato il momento. La domanda diventa allora inevitabile: come può un intellettuale che si pone “contro” un sistema di potere, che si pone come giudice critico delle complicità altrui, diventare poi connivente quando quel potere si manifesta davanti ai suoi occhi? Come può accadere che lucidità analitica e cecità etica coesistano nella stessa persona? Hannah Arendt e la banalità della complicità Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non è sempre mostruoso, che può convivere con la normalità, persino con l’intelligenza. Ma ci ha anche insegnato che la banalità del male non lo giustifica – anzi, lo rende più inquietante. L’intellettuale che “non vede” ciò che avviene davanti ai suoi occhi, che normalizza l’intollerabile perché appartiene alla sua cerchia, riproduce esattamente quel meccanismo di disimpegno morale che Arendt ha analizzato nei carnefici ordinari del totalitarismo. Quello che viene fuori dal caso Epstein è qualcosa di orribile, di disumano, contro ogni umana comprensione. Ed è proprio di fronte a questo orrore che il silenzio di un intellettuale critico diventa intollerabile. Perché dimostra che l’intelligenza critica non garantisce integrità morale. Si può denunciare il potere in astratto e poi accomodarvisi nei salotti, nelle conversazioni private, nelle relazioni che “non si vogliono rompere”. La critica diventa allora un marchio identitario, non una prassi. Un ornamento, non un rischio. E quando la scelta è tra la denuncia della violenza sui bambini e la preservazione di una relazione con il potere, non esiste ambiguità possibile. Esiste solo il silenzio che condanna. Simone Weil direbbe che la vera colpa non è frequentare il male, ma non sentirne il peso come una ferita. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il costo del silenzio proviene da Comune-info.
February 10, 2026
Comune-info
Rozerin Kalkan, rilasciata dopo due rinvii, è tornata nella sua città natale
Rozerin Kalkan, una prigioniera tenuta in isolamento per 11 mesi e il cui rilascio è stato rinviato due volte, è stata rilasciata ieri dal carcere femminile chiuso di İzmir Aliağa Şakran dopo 10 anni di reclusione. Dopo il suo rilascio, Rozerin Kalkan è tornata oggi nella sua città natale. Arrivata a Mardin in aereo, è stata accolta con applausi e grida di gioia dalla sua famiglia e dai dirigenti dell’Associazione per l’assistenza e la solidarietà con le famiglie dei detenuti e dei condannati (TUHAY-DER). Intervenendo alla cerimonia di benvenuto, la co-presidente di TUHAY-DER di Mardin, Ayşe Bozan, ha dichiarato di voler rivedere presto tutti i prigionieri, tra cui anche il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, aggiungendo: “Il ruolo dei prigionieri è importante in un processo del genere. Diamo il benvenuto alla nostra amica”.  Rozerin Kalkan ha poi preso la parola, affermando che i prigionieri hanno inviato saluti anche a chi era all’esterno, dicendo: “Hanno inviato saluti al popolo del Rojava, a coloro che resistono nel Rojava e al Leader. Che tutti sappiano che i prigionieri nelle carceri sono rivoluzionari d’onore. In questo processo, tutti i curdi si sono uniti. Anche le prigioni si sono incluse in questo processo. I prigionieri non hanno mai abbandonato questa lotta per l’onore e non lo faranno mai”. Dopo i discorsi, la folla si è spostata nella casa della famiglia di Rozerin Kalkan. Chi è Rozerin Kalcan ? Rozerin Kalkan è stata arrestata a Mardin l’11 agosto 2016, a seguito di un’irruzione nella sua abitazione. Per nove giorni, è stata sottoposta a torture sessuali e fisiche presso la Sezione antiterrorismo del Dipartimento di Polizia di Mardin. Dopo essere stata arrestata dal tribunale a cui era stata indirizzata, Rozerin Kalkan è stata tenuta in isolamento per 11 mesi nel carcere chiuso di tipo E di Niğde. Nel luglio 2017 la sua richiesta di trasferimento è stata accettata ed è stata trasferita al carcere Şakran di İzmir. Il suo rilascio è stato rinviato due volte dal Consiglio di osservazione amministrativa del penitenziario. Rozerin Kalkan è stata finalmente rilasciata ieri dopo 10 anni.   L'articolo Rozerin Kalkan, rilasciata dopo due rinvii, è tornata nella sua città natale proviene da Retekurdistan.it.
February 10, 2026
Retekurdistan.it
Appello delle donne: il valico di frontiera di Mürşitpınar deve essere aperto
La piattaforma delle donne di Adana ha richiamato l’attenzione sulla crisi umanitaria a Kobanê e ha chiesto l’apertura del valico di frontiera di Mürşitpınar affinché gli aiuti umanitari possano raggiungere Kobanê.  La Piattaforma delle Donne di Adana, in un comunicato stampa rilasciato presso la sede di Adana dell’Associazione per i Diritti Umani (IHD), ha chiesto l’apertura del valico di frontiera di Mürşitpınar. Yasemin Dora Şeker, responsabile della sede di Adana dell’IHD, che ha letto il comunicato stampa, ha sottolineato che la crisi umanitaria a Kobanê si aggrava di giorno in giorno. Ha osservato che, a causa del blocco in corso, i civili nella regione sono privati dell’accesso a cibo, acqua potabile, medicine e beni di prima necessità, e che bambini, anziani e donne, in particolare, stanno lottando per sopravvivere sotto una grave minaccia umanitaria. Sottolineando che è inaccettabile che gli aiuti umanitari siano soggetti a calcoli politici, politiche di confine e ostacoli arbitrari, Yasemin Dora Şeker ha concluso il suo discorso come segue: “Il diritto internazionale e le convenzioni sui diritti umani impongono chiaramente la protezione dei civili e la distribuzione senza ostacoli degli aiuti umanitari. In questo contesto, il valico di frontiera di Mürşitpınar deve essere aperto immediatamente e deve essere garantita la distribuzione sicura e ininterrotta degli aiuti umanitari a Kobanê. Tutti gli ostacoli amministrativi e pratici che si frappongono alle organizzazioni della società civile, ai volontari e alle organizzazioni umanitarie devono essere rimossi. Non bisogna dimenticare che gli aiuti umanitari non sono un favore, ma una necessità. Chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza oltre i confini significa condividere la responsabilità di tale sofferenza. Come Piattaforma delle Donne di Adana, chiediamo alle autorità di assumersi la responsabilità il prima possibile, di aprire il confine al passaggio degli aiuti che le organizzazioni della società civile e la popolazione desiderano consegnare e di aumentare la solidarietà pubblica con la popolazione di Kobanê. Che il valico di frontiera di Mürşitpınar “Si apra il valico di frontiera, che gli aiuti umanitari raggiungano Kobanê.” “Consegnateli!”   L'articolo Appello delle donne: il valico di frontiera di Mürşitpınar deve essere aperto proviene da Retekurdistan.it.
February 10, 2026
Retekurdistan.it
Le nuove misure di Israele per la Cisgiordania “accelerano l’annessione e mettono fine agli accordi di Oslo”
di Lubna Masarwa e Huthifa Fayyad,    Middle East Eye, 9 febbraio 2026.     Gli analisti sostengono che i cambiamenti apportati da Israele abbiano messo alle strette l’Autorità Palestinese e apriranno la strada alla pulizia etnica. Una grande stella di David è montata in cima a un edificio vicino a una torre di guardia in un nuovo insediamento israeliano a Beita, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata. 9 febbraio 2026. (Reuters/Ammar Awad) Le nuove misure israeliane per la Cisgiordania occupata, consolideranno l’annessione de facto e porranno fine agli Accordi di Oslo, affermano gli analisti, vanificando le speranze di uno stato palestinese. Annunciati domenica, i cambiamenti radicali ampliano il controllo civile di Israele nelle aree A e B – dove si trovano tutte le principali città e centri urbani palestinesi – che dal 1993, anno degli Accordi di Oslo, sono ufficialmente sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese (AP). Le misure rendono inoltre più agevole per gli israeliani ebrei possedere terreni privati in Cisgiordania, accelerando potenzialmente l’espansione degli insediamenti. Ciò è reso possibile grazie all’abolizione di una legge che impediva la vendita di terreni di proprietà palestinese a israeliani ebrei, all’allentamento delle norme sulla vendita e alla revoca della riservatezza dei registri catastali, una mossa che potrebbe facilitare la falsificazione dei documenti di acquisto dei terreni, una tattica comunemente utilizzata dai coloni. “La decisione è una delle misure più dirette e pericolose adottate [contro i palestinesi]”, ha dichiarato Jamal Juma, coordinatore palestinese della campagna Stop the Wall, a Middle East Eye. “In effetti, segna la fine di tutto ciò che è stato introdotto dagli Accordi di Oslo e priva l’Autorità Palestinese dei suoi poteri”. In base ai nuovi accordi imposti unilateralmente, anche il rilascio delle licenze edilizie e la costruzione nella città di Hebron, nella parte meridionale della Cisgiordania, saranno trasferiti dalle autorità palestinesi all’esercito israeliano. Il trasferimento consentirebbe a Israele di apportare modifiche alla Città Vecchia di Hebron, compresa la Moschea di Ibrahim, violando gli accordi del Protocollo di Hebron del 1997 tra Israele e l’Autorità Palestinese. I ministri israeliani e i gruppi di coloni hanno accolto con favore le modifiche. Bezalel Smotrich, il ministro di estrema destra che sovrintende agli affari civili in Cisgiordania, ha promesso, dopo l’annuncio dei cambiamenti, di “continuare a contrastare l’idea di uno stato palestinese”. Regavim, un gruppo che supporta i coloni, ha affermato che le nuove misure “segnano una chiara rottura con il quadro di Oslo”. L’Autorità Palestinese e quasi tutte le fazioni palestinesi hanno condannato le misure, definendole passi illegali volti ad estendere l’annessione e ad espandere gli insediamenti. Otto paesi a maggioranza musulmana – Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – hanno denunciato i cambiamenti, affermando che mirano a “imporre la sovranità illegale di Israele” in Cisgiordania. Annessione de facto Da anni Israele cerca di annettere la Cisgiordania occupata, con funzionari e ministri che esprimono pubblicamente il loro sostegno a tale mossa. A luglio, il parlamento israeliano ha approvato una risoluzione non vincolante che chiede l’annessione del territorio.  Sebbene la proposta non abbia alcun valore giuridico e non modifichi lo status ufficiale della Cisgiordania, è ampiamente considerata come un passo simbolico volto a creare slancio verso future azioni unilaterali. Tuttavia, di fronte alle pressioni internazionali – in particolare da parte del suo alleato, gli Stati Uniti – affinché eviti l’annessione ufficiale, l’attuale governo israeliano ha adottato diverse misure che rendono l’annessione una realtà di fatto. A settembre, Smotrich ha presentato un piano per annettere l’82% della Cisgiordania e incorporarla in Israele.  Ha affermato che il piano è stato preparato dall’Amministrazione degli Insediamenti all’interno del Ministero della Difesa. Il principio alla base del piano è quello di assumere il controllo del “massimo territorio con il minimo numero di popolazione palestinese”, smantellando gradualmente l’Autorità Palestinese, che funge da organo di governo riconosciuto a livello internazionale in alcune parti della Cisgiordania. Jamal Juma, da tempo impegnato nella lotta contro l’espansione degli insediamenti, ha affermato che Israele sta portando avanti l’annessione sul campo attraverso tre percorsi paralleli e sinergici: l’espansione degli insediamenti, lo sfollamento dei palestinesi e la ristrutturazione legale e amministrativa. Sotto l’attuale governo, insediatosi all’inizio del 2023, l’espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto da quando l’ONU ha iniziato a raccogliere tali dati nel 2017. Solo nel 2025, sono state avanzate, approvate o messe in gara d’appalto quasi 47.390 unità abitative, rispetto alle circa 26.170 del 2024. In confronto, tra il 2017 e il 2022 erano state aggiunte in media 12.815 unità abitative all’anno. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha descritto l’espansione come “inarrestabile”. Juma ha sottolineato che la crescita degli insediamenti è sostenuta da un’espansione “enorme” delle infrastrutture riservate ai coloni in tutta la Cisgiordania, comprese strade, ponti e altri progetti che collegano direttamente gli insediamenti al territorio israeliano. La Cisgiordania sta inoltre vivendo la più grande ondata di sfollamenti forzati degli ultimi anni, causata dagli attacchi militari nel nord e dalla violenza dei coloni. Secondo Juma, le modifiche ai quadri giuridici e amministrativi sono solo una parte della più ampia politica israeliana volta a creare una realtà di fatto dell’annessione. “L’espansione degli insediamenti, lo sfollamento dei palestinesi e la ristrutturazione giuridica stanno procedendo in parallelo, accelerando l’annessione della Cisgiordania”, ha affermato. “Le ultime misure vanno oltre, prendendo di mira il futuro dell’Autorità Palestinese e il governo del territorio”. L’Autorità Palestinese “messa alle strette”   Una delle misure più significative introdotte domenica è l’espansione del controllo civile israeliano nelle aree A e B della Cisgiordania. Con l’obiettivo dichiarato di proteggere i siti archeologici, prevenire i reati legati all’acqua e affrontare i rischi ambientali, le autorità israeliane sarebbero ora in grado di gestire direttamente gli affari civili nelle principali città palestinesi. Servizi come la gestione dei rifiuti e delle acque reflue saranno coordinati direttamente con l’esercito israeliano in alcune città, aggirando l’Autorità Palestinese. “Le nuove misure riducono di fatto l’Autorità Palestinese a poco più che un agente di sicurezza per Israele, privandola praticamente di tutti i poteri amministrativi”, ha affermato Juma. Ha avvertito che l’Autorità Palestinese si trova ora ad affrontare una crisi esistenziale, anche se non è ancora chiaro quali misure intende adottare. A seguito dell’annuncio, Hussein al-Sheikh, vicepresidente dell’Autorità Palestinese, ha invitato la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a tenere sessioni di emergenza per “discutere e condannare” la decisione israeliana e chiederne la revoca. “Queste decisioni hanno messo alle strette l’Autorità Palestinese”, ha affermato Juma. “Ora non ha più alcuna opzione reale: o continua a fungere da agente di sicurezza per l’occupazione in tutti i sensi del termine, oppure passa a un nuovo piano di resistenza palestinese per contrastare queste misure”. Hebron nel mirino Le nuove misure riguardano specificatamente Hebron, introducendo cambiamenti di ampia portata nella città. La città ospita circa 200.000 palestinesi e 700 coloni israeliani. Da decenni è al centro dell’attività di insediamento israeliana ed è l’unica città palestinese al di fuori di Gerusalemme Est in cui i coloni vivono all’interno del centro urbano. La maggior parte dei coloni della Cisgiordania vive in zone periferiche, lontane dalle principali città palestinesi. Hebron ospita anche la Moschea di Ibrahim, un antico sito venerato da musulmani, cristiani ed ebrei, ed è stata a lungo teatro di incursioni dei coloni e tentativi di conquista. A seguito di un massacro compiuto nel 1994 nella moschea da un colono israeliano, la città è stata divisa in due zone in base agli accordi del Protocollo di Hebron: H1, controllata dai palestinesi, che copre circa l’80% della città, e H2, controllata dall’esercito israeliano, che copre il 20%. Le nuove misure trasferiscono i poteri municipali di Hebron dall’Autorità Palestinese alle autorità israeliane e pongono la pianificazione e la fornitura di servizi intorno alla Moschea di Ibrahim sotto il controllo israeliano, smantellando di fatto gli accordi del Protocollo di Hebron. Hisham Sharabati, ricercatore con sede a Hebron presso il Jerusalem Legal Aid and Human Rights Centre (JLAC), ha dichiarato a MEE che l’ultima mossa fa parte di una politica israeliana decennale volta alla pulizia etnica della città. “Le nuove modifiche significano che il consiglio di pianificazione degli insediamenti supervisionerà gli spazi pubblici, la costruzione di strade e i servizi a Hebron”, ha affermato. “Ciò darà inevitabilmente la priorità ai coloni israeliani rispetto ai palestinesi, conferendo loro il controllo legale su aree che sono state a lungo palestinesi”. Sharabati ha avvertito che i primi a risentirne saranno probabilmente i circa 35.000 palestinesi che vivono nella zona H2, da tempo sottoposti a pesanti restrizioni militari. Ha inoltre avvertito che misure simili potrebbero presto essere estese ad altre città palestinesi. “È in atto una campagna che prende di mira l’intera presenza palestinese in Cisgiordania”, ha affermato. “Questa politica di lunga data continua, ma a un ritmo accelerato. Per molti anni l’occupazione ha ‘gestito il conflitto’ con i palestinesi, ma oggi si sta orientando verso una risoluzione attraverso una vera e propria pulizia etnica, aprendo la strada all’annessione”. https://www.middleeasteye.net/news/israel-new-west-bank-measures-accelerate-annexation-end-oslo-accords Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
February 10, 2026
Assopace Palestina
Come mi compro la repressione in uno Stato di Polizia? “Segui i soldi”…
Con aumenti salariali che negli ultimi anni hanno sfiorato e a volte superato il 6%, rispetto l’anno precedente e con mezzi e investimenti non indifferenti, soprattutto sul lato delle dotazioni per le azioni repressive, in quanto a stipendi e strumenti (oggi anche giuridici) per reprimere una criminalità che secondo tutti i dati Istat e del Ministero degli interni, già dai primi anni ’90 sono in caduta libera in quasi tutte le fattispecie, le forze di polizia italiane non possono certo lamentarsi. Gli pseudo-scioperi o le “grida di allarme” per l’impossibilità di rifornire di gasolio benzina i mezzi per rincorrere i criminali sono ormai un vecchio ricordo. Oggi, le forze di polizia, in senso lato, ostentano, attraverso dotazioni nuove fiammanti, un’arroganza, espressa nei convogli di macchine di servizio, o singole che si fanno largo nel traffico congestionato della capitale a suon di colpetti di sirena e lampeggianti perennemente accesi che è direttamente proporzionale alle dimensioni di una propaganda che le ha legittimate come uniche forze “protettrici” della democrazia ma anche di ogni singolo cittadino: da che cosa dovremmo difenderci, al di là della percezione vittimistica, è ancora difficile da capire! Le forze di Polizia sfiorano complessivamente le 400˙000 unità, comprendendo al proprio interno anche la Polizia Penitenziaria, peraltro impegnata spesso in azioni di ordine pubblico, e le capitanerie di Porto e le varie polizie locali. Ma come si è riusciti a motivare i vari corpi di polizia nell’interpretare così alla lettera il proprio ruolo “protettivo” e “salvifico” anche in presenza di qualche sbavatura o “incidente di percorso” (es. Stefano Cucchi, Ramy, ecc.ecc.) a volte derubricate nel capitolo “Quelle poche mele marce”: oltre ai benefit stipendiali o anche “logistici”, attraverso gli immobili dati in dotazione alle forze di polizia fuori sede, oppure al recente “scudo penale”, porta d’ingresso per future deleghe in bianco in contesti repressivi, vanno segnalati i benefit rivolti alle famiglie, come ad esempio convenzioni di favore presso strutture sanitarie o assistenziali oppure anche nella sfera ludico affettiva. Accanto alla crisi evidente di alcuni stabilimenti balneari colpiti, in un modo o nell’altro, dalle  leggi dell’UE in tema concorrenza, si registra all’estremo opposto un fioriere di ristrutturazioni e di privatizzazioni del demanio pubblico ad uso e consumo dei familiari dei militi o dei poliziotti. Parlando con uno dei tanti esercenti confinanti con uno di questi stabilimenti “militari” ci siamo sentiti rispondere così: «è vero, loro, oltre a svolgere una concorrenza sleale potendo contare su fondi pubblici, peraltro frutto delle nostre tasse, hanno l’appoggio dello Stato, che a noi ci impedisce di valorizzare in termini monetari gli investimenti fatti in diversi anni di attività, perché nel momento in cui le nostre concessione vengono messe a bando per la riassegnazione invece loro godono di una sorta di immunità». Come diceva un noto magistrato, per capire alcuni fenomeni distorsivi, basta seguire il flusso del denaro: oggi potremmo dire che parallelamente si può anche seguire la distribuzione dei benefit ai diretti interessati ma anche ai familiari. Stefano Bertoldi
February 10, 2026
Pressenza
72mila studenti rimasti senza scuola a Kobanê
A causa dell’assedio, a Kobanê (Kobani) e nelle zone limitrofe sono state chiuse 572 scuole, lasciando 72mila studenti e 4mila 190 insegnanti senza la possibilità di ricevere un’istruzione. Kobanê, una delle città simbolo del Rojava, è sotto assedio da 22 giorni da parte di HTS-ISIS e di gruppi paramilitari sostenuti dalla Turchia. L’ondata di attacchi ha colpito anche l’istruzione nella regione. Un totale di 72.000 studenti a Kobanê e nei suoi dintorni (Eyn Isa, Sirrin, Çelebiyê, Qinê, Şêran e nei villaggi e nelle città a essi collegati), che fanno parte della regione dell’Eufrate, sono stati privati del loro diritto all’istruzione. Gli studenti delle scuole primarie, medie e superiori non possono frequentare la scuola a causa degli attacchi. Il primo quadrimestre dell’anno accademico si è concluso il 15 gennaio e il secondo quadrimestre sarebbe dovuto iniziare il 25 gennaio. Tuttavia, tutte le attività didattiche sono state sospese a causa dei continui attacchi e dell’assedio. Le 572 scuole di Kobanê sono state completamente evacuate e sono diventate rifugi per migliaia di famiglie sfollate. Circa 17 scuole nel centro di Kobanê e nei villaggi circostanti sono state riempite da migranti provenienti da aree come Raqqa, Tabqa e Ain Issa, nonché da famiglie sfollate dal campo di Til El Semîn e da Girê Spî. Le scuole ora fungono da rifugi di emergenza piuttosto che da aule scolastiche. L'articolo 72mila studenti rimasti senza scuola a Kobanê proviene da Retekurdistan.it.
February 10, 2026
Retekurdistan.it
Cuba di fronte a nuove aggressioni e sfide gigantesche
Ultima in ordine di tempo, la nuova aggressione lanciata dagli Stati Uniti contro Cuba socialista si somma alle oltre 240 misure coercitive unilaterali e alle ormai innumerevoli azioni legate al criminale bloqueo, il blocco unilaterale statunitense di natura economica, commerciale e finanziaria, inumano e criminale, sistematicamente condannato, da trentatré anni a questa parte, dalla quasi totalità delle Nazioni Unite, e si dispiega nel quadro di una rinnovata aggressività da parte della Casa Bianca, ben inquadrata nei termini del “corollario Trump” alla dottrina Monroe e nella cornice della recente Strategia di Sicurezza Nazionale. L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di sempre, annunciato sin dalle prime mosse del criminale bloqueo, e reso esplicito il 6 aprile 1960 da Lester D. Mallory, Vice-sottosegretario assistente per i temi interamericani quando, in un memorandum segreto del Dipartimento di Stato, osservava che “la maggioranza dei cubani appoggia Castro… l’unico modo prevedibile per sottrargli appoggio è mediante la delusione e l’insoddisfazione che sorgano dal malessere economico e dalle difficoltà materiali… bisogna usare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba… per ottenere i maggiori sviluppi nella privazione a Cuba di denaro e forniture, per ridurle le risorse finanziarie e i salari reali, per provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo”. Ancora una volta, oggi con Trump, si cerca dunque di affamare la popolazione per provocare un cambio di sistema violento, letteralmente bloccando l’isola e asfissiando il popolo. Lo ha denunciato al mondo il presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel: “Cuba è sotto assedio”.  Ma al tempo stesso Cuba è un sistema pianificato e una società organizzata che, pur nel contesto di indiscutibili difficoltà e sfide gigantesche, è in grado di definire le priorità e organizzare la vita pubblica. Così, da subito, il governo cubano ha adottato una serie di misure per garantire i servizi pubblici e sociali essenziali. Come ha dichiarato il Vice Primo Ministro e Ministro del commercio estero e degli investimenti esteri, Oscar Pérez-Oliva Fraga, “è importante massimizzare l’utilizzo delle risorse di cui disponiamo nel Paese e diversificare le vie per continuare a ottenere le entrate di cui la nostra economia ha bisogno al fine di garantire i programmi di sviluppo economico e sociale”; di conseguenza, tutto il carburante disponibile nel Paese sarà utilizzato in via prioritaria per garantire la produzione di servizi essenziali come la sanità e le attività economiche basilari.  In cosa consistono dunque queste misure? Intanto, la produzione di energia elettrica sarà sostenuta “principalmente da centrali termoelettriche che consumano petrolio nazionale, dal gas prodotto a seguito dell’estrazione del petrolio e da fonti energetiche rinnovabili, che, entro il 2025, hanno registrato un incremento significativo”. Sono stati fissati quindi gli obiettivi del programma di installazione di moduli solari fotovoltaici a livello familiare e comunitario per: 20 mila sistemi per abitazioni, con relativi pannelli e batterie, distribuiti a livello statale, 10 mila sistemi in consegna rapida per scuole, ospedali e presidi sanitari, 5 mila moduli per elettrificare il 100% delle abitazioni isolate nei territori più remoti dell’isola, e altri 5 mila previsti per la prima metà dell’anno, destinati a luoghi sociali come case di cura, case di infanzia e servizi comunitari. Nell’ambito della produzione alimentare il programma prevede un ulteriore sforzo per l’aumento della produzione a livello locale, con l’obiettivo di piantare, nel corso del 2026, ben 200 mila ettari di riso, nonché promuovendo l’agricoltura urbana e familiare, e, ancora, l’uso di fonti di energia rinnovabile per l’irrigazione. Nell’ambito della salute, sarà garantita la fornitura di prodotti fabbricati a livello nazionale per soddisfare quanto più possibile tutte le esigenze del sistema sanitario cubano che, come è noto, per le sue caratteristiche pubbliche, gratuite e universalistiche, è noto e studiato a livello mondiale. In particolare, è stato già avviato un programma speciale per i pazienti cronici che vivono in zone remote o con difficoltà di trasporto, affinché possano accedere alle strutture sanitarie, garantendo così il trattamento quando necessario, mentre, al tempo stesso, sarà garantita la sorveglianza epidemiologica, assegnata priorità alle emergenze mediche e al programma di salute materno-infantile, e il carburante per la produzione nazionale di farmaci essenziali da parte di BioCubaFarma, il principale attore (anch’esso statale) della biotecnologia e della farmaceutica. Nell’ambito dell’istruzione, questa continuerà ad essere garantita in tutto il Paese, prevedendo turni laddove necessario, ma dando comunque, sempre, priorità all’apprendimento in presenza, soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, anche in questo caso definendo una serie di priorità, in primo luogo agli asili nido, in ragione della specifica vulnerabilità dei bambini, e nel sostegno alle famiglie che lavorano. Nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica, saranno garantite tutte le risorse necessarie per i fondamentali sistemi di allerta precoce (meteorologia, sismologia, monitoraggio radiologico) volti a proteggere la popolazione dai grandi eventi avversi (ad esempio terremoti e maremoti, cicloni, uragani etc.), mentre, nell’ambito dei trasporti e della mobilità, anche in questo caso sarà adottata una strategia ad hoc, volta a dare priorità ai servizi essenziali, alle importazioni ed esportazioni, e al sostegno a settori critici come la sanità e l’istruzione.  I treni passeggeri nazionali, in servizio ogni quattro giorni, saranno resi operativi ogni otto giorni; nei giorni in cui i treni non saranno in servizio, saranno organizzati servizi di trasporto specifici per insegnanti, studenti e lavoratori che rientrano a casa; i servizi di autobus intermodali in collegamento con i treni nazionali verso zone remote continueranno a funzionare secondo il nuovo orario ferroviario; mentre per quanto riguarda gli autobus nazionali, le partenze saranno modificate o ridotte, mantenendo comunque un servizio giornaliero per i capoluoghi e, nel caso di Pinar del Río, due partenze giornaliere, nel caso di Baracoa una partenza alternata. Questo il quadro generale, ma è disponibile un dossier analitico che il governo ha messo a disposizione per illustrare i dettagli delle misure di emergenza in tutti gli ambiti, disponibile in traduzione italiana. Il quadro che emerge è chiaro. Da un lato, Cuba affronta una minaccia, portata da un potere violento e criminale, quello degli Stati Uniti, con il chiaro intento di strangolarla e di affamarla, a maggior ragione se si considera che l’isola continua a essere, da 65 anni, sotto bloqueo. È lo stesso blocco economico, commerciale e finanziario che ha causato danni cumulativi stimati in oltre 1.500 miliardi di dollari (calcolati sul valore dell’oro), con un impatto di oltre 5 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno, colpendo pesantemente l’economia (agricoltura, industria, trasporti) e il settore sanitario, con carenze di medicinali e tecnologie, generando un costo umano e sociale impressionante.  Sono cifre esorbitanti per un Paese delle dimensioni di Cuba, che, lo ricordiamo, ha una estensione di ca. 110 mila kmq (pari al 36% di quella dell’Italia) e una popolazione di poco meno di 11 milioni di abitanti (meno del 20% di quella dell’Italia): 1.500 miliardi di dollari, per intendersi, è più del Pil annuo di un Paese ricco dell’Ue, come i Paesi Bassi, il che dà la misura della ferocia inumana di queste misure. Dall’altro lato, Cuba affronta la stessa minaccia con disciplina e organizzazione: un contesto di straordinaria durezza, anzitutto per la vita della popolazione, ma dove non viene lasciato indietro nessuno, dove i diritti fondamentali sono garantiti, dove si stabiliscono le priorità e si preservano tutti i servizi di assistenza e protezione sociale. Riferimenti: Informan medidas del Gobierno para enfrentar la situación energética y garantizar los servicios esenciales, Granma 06.02.2026: https://www.granma.cu/cuba/2026-02-06/informan-medidas-del-gobierno-para-enfrentar-la-crisis-energetica-y-garantizar-los-servicios-esenciales-06-02-2026-23-02-17 Il governo cubano informa sulle misure adottate dal Paese per affrontare la situazione attuale, ANAIC 08.02.2026: https://italiacuba.it/2026/02/08/il-governo-cubano-informa-sulle-misure-adottate-dal-paese-per-affrontare-la-situazione-attuale Mapa Geopolítico de Sanciones, Observatorio Venezolano Antibloqueo: https://observatorio.gob.ve   Gianmarco Pisa
February 10, 2026
Pressenza