Da maggio a giugno: l’altra Romagna in movimento…
… contro l’economia del genocidio e della catastrofe ecologica. di Manuela Foschi Nelle prossime settimane in Romagna tanti appuntamenti contro il genocidio palestinese, le guerre in corso e il riarmo ma anche sui problemi ambientali in Regione sollevati dalla Carovana di RECA e AMAS -ER. Il 13 maggio per il Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto ravennate,
Sulla riconversione industriale a fini militari
LA SITUAZIONE STATUNITENSE Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall Street Journal1, Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime, il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive. La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con “relativa” facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali. È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che quella automobilistica.2 Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la Seconda guerra mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione (tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5% del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito. Dei 1.500 miliardi di dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale»3 –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto essere investita nelle politiche sociali, ma così non è stato. LA SITUAZIONE ITALIANA Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».4 Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma. Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine, infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo strategico»5. A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico privati su progetti strategici nazionali ed europei»6 e l’incremento dei finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei, inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale. Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti»7. Un altro tassello importante è costituito dalla politica per l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto – supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai mercati esteri»8 e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo maggiormente centrale del Governo. Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative9 – e noi speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal Governo che dalle Forze Armate. Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello globale»10, ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico. Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore, in tal senso, il recente accordo tra Leonardo SpA e RFI, stipulato nel febbraio del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate, previsto dal PNRR11, che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e incrementando il traffico militare. A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate «essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»12; il «rafforzamento della collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di spin-off universitari»13 (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno o a partire da università e centri di ricerca). Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex Amministratore Delegato di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, fatto davanti agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20 mila persone, oggi siamo 63 mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17 mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»14. Del resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS, la nota azienda produttrice di armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica, attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione. Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto»15; la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre quarant’anni che «gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».16 Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano quelli che con la guerra vogliono arricchirsi, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è proprio il caso di dirlo – in pace. Emiliano Gentili, Federico Giusti – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons Production, 15th April 2026, https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?. 2 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/. 3 Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo la Germania, tocca agli Usa, 17 aprile 2026, https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/. 4 L. 199/2025, art. 1, c. 280. 5 MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, gennaio 2026, p. 140. 6 Ivi, p. 137. 7 Ivi, p. 141. 8 Ivi, p. 139. 9 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. 10 MIMIT, op. cit., p. 140. 11 Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169. 12 MIMIT, op. cit., p. 139. 13 Ivi, p. 141. 14 Cfr. https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma. 15 ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989. 16 Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des systèmes d’éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles, 31 janvier 2001. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Pisa, 23 maggio: presentazione degli atti del secondo convegno nazionale “Scuole e università di pace: fermiamo la follia della guerra”
SABATO 23 MAGGIO ORE 18:30 CIRCOLO ARCI ALBERONE – PISA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Pisa invita alla presentazione degli atti del secondo convegno nazionale dal titolo Scuole e università di pace: fermiamo la follia della guerra. Interverranno: Federico Giusti, Giuseppe Saraceno e Fausto Caricato. Sarà un’occasione per discutere insieme di come la propaganda bellicista stia invadendo i luoghi della formazione e delle possibili strategie da mettere in atto per fermare questa pericolosissima deriva. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Matinée XXL #108 – 11.05.2026
“Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?” canticchia Dj Post Pony contemplando alla finestra questa falsa primavera. Da lontano i clacson in piazza Baldissera sembrano gli assoli sfrenati di Gato Barbieri mentre l’odore di diossina da Via Cigna si confonde con quello dei cornetti surgelati del bar 24h: così, i nostri antieroi, travolti da un insolito destino nel bianco cielo di maggio, finiscono catapultati in un sogno del gufo mangiasale da cui è impossibile ormai uscire. Il prossimo lunedì in diretta dall’anticamera della corteccia cerebrale. Tracklist: Ugne Uma – night coat Lavurn – motor dreamz / song 1 chantsss – jus woke up (w k2dj) hans arsen – velvet heat Jamira Estrada & Miao Zhao – moto Elif Gülin Soğuksu – I am 𝒻𝑜𝓇𝑔𝑒𝓉𝓉𝒾𝓃𝑔 what is to be high density gathering – sempre appesi ad un filo Teresa Winter, Birthmark, Guest, A.Childs – 1 jean ritchie – o love is teasin’ terry day – tummy gato barbieri – in search of the mistery high density gathering – i suoi brillanti anni ’80 Maria Chavez & Jordi Wheeler – Pluck Pluck CALHAU! – orioNoiro krano – va pian / coparse / 4:04 p.m. rat henry – seren star wow – rosa di luce jaque berrocal – rock n roll station nu no – rock n roll station crushed curcuma – qui (side a) Conrad Schnitzler & Wolf Sequenza – Consequenz III 3
La scuola anticulturale
Stretta nella morsa di un potere politico che mira all’egemonia culturale e del neoliberismo trionfante che impone i suoi dogmi economicistici a tutti i settori della società, la scuola pubblica italiana è  ormai da decenni fatta oggetto di incessanti riforme che ne hanno stravolto nella sostanza la funzione culturale, così come l’aveva delineata la Costituzione. È infatti di un «organo costituzionale», secondo la nota formula di Piero Calamandrei, che si parla quando entra in gioco la scuola, con una sua specifica autonomia garantita dal primo comma dell’articolo 33, secondo cui l’insegnamento dell’arte e della scienza deve essere libero per garantire l’esercizio della democrazia a tutti i cittadini, senza distinzioni.   La riforma dell’istruzione tecnica, entrata in vigore con il Decreto-legge n. 29 del 19 febbraio  2026, opera invece una radicale manomissione della funzione costituzionale della Scuola, portando a compimento, in maniera autoritaria (cioè senza confronto con i soggetti sociali coinvolti) e pressoché definitiva, un processo di aziendalizzazione che coinvolge non solo, anche se soprattutto, gli istituti tecnici e che va avanti, senza soluzione di continuità, dai tempi della riforma Berlinguer, con la quale, all’alba del nuovo millennio, venivano introdotti i principi cardine del pensiero neoliberista, in primis la subalternità della Scuola alle esigenze del lavoro, ovvero delle imprese e del Mercato. Che oggi si  sia arrivati a un punto di non ritorno, è dimostrato dalla reazione massiccia e diffusa dei lavoratori e delle lavoratrici, che hanno dato vita a forme di autorganizzazione come la Rete nazionale degli istituti tecnici, la cui mobilitazione dal basso è culminata nello sciopero del 7 maggio, indetto dai sindacati di base (Cobas e Usb) e dalla Flc Cgil.   L’obiettivo dichiarato della riforma, che era già stata impostata dal ministro Patrizio Bianchi  nella precedente legislatura, è l’allineamento dei curricoli scolastici degli istituti tecnici «alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale secondo gli obiettivi della Riforma 1.1 della Missione 4, Componente 1, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza», indirizzando l’istruzione «verso l’output di innovazione del piano nazionale Industria 4.0 e l’innovazione digitale in atto in  tutti i settori del mercato del lavoro». I nove articoli di cui il testo del Decreto si compone intervengono pesantemente su diversi ambiti degli assetti ordinamentali degli istituti tecnici, a cominciare da quello più strettamente didattico. Non è un caso che la parola-cardine della Scuola neoliberista, «competenze”, ricorra ben 24 volte, mentre le conoscenze disciplinari sono di fatto cancellate (la parola «saperi” compare una volta soltanto). Ed è infatti sulla metodologia didattica per competenze, la cui matrice strumentale ed economicistica ne tradisce le finalità ultime, che si fonda l’intero impianto della riforma, tanto che, persino laddove si stabilisce di valorizzare gli aspetti  laboratoriali, e perciò presumibilmente più partecipati, dell’apprendimento degli studenti, finisce per emergere lo scopo di fondo, ovvero «l’implementazione della connessione al tessuto  socioeconomico-produttivo del territorio di riferimento, favorendo la laboratorialità, l’innovazione e  l’apporto formativo delle imprese e degli enti del territorio». A ciò si aggiunge la  frammentazione dei saperi causata dalla «progressiva organizzazione della didattica per unità di  apprendimento finalizzate all’acquisizione o alla mobilitazione di conoscenze e abilità necessarie per  promuovere e sviluppare competenze che consentano di gestire compiti di realtà attraverso la  partecipazione attiva e autonoma degli studenti»: il che significa, al di là degli artifici  retorico-pedagogici, una considerevole diminuzione dei contenuti a vantaggio delle competenze  richieste dal tessuto produttivo dei singoli territori. L’imposizione di una specifica metodologia  didattica, oltre che comprimere la pluralità degli strumenti tecnici e culturali a disposizione degli  insegnanti nello svolgimento della loro funzione, cancella di fatto il principio costituzionale della  libertà di insegnamento.  LEGGI ANCHE… SCUOLA DALL’ULTIMO BANCO Redazione Jacobin Italia Le trasformazioni della didattica si realizzano però soprattutto tramite un intervento draconiano sui quadri orario delle singole discipline. Il Decreto stabilisce infatti la riduzione  complessiva del tempo scuola, allorché prevede un taglio di 198 ore di lezione a partire dall’anno scolastico 2030-2031, quando la riforma andrà a regime: nel quinto anno di corso del nuovo  ordinamento, agli studenti degli istituti tecnici sarà impartita un’ora in meno di Italiano (3 invece di  4) e persino un’ora in meno della materia di indirizzo. Oltre a ciò, le ore di lezione destinate alla  formazione culturale subiscono riduzioni ingenti e diffuse: ad esempio, nel primo Biennio  dell’indirizzo tecnologico-ambientale, le discipline scientifiche (Chimica, Fisica, Scienze della Terra e Biologia) vengono accorpate in un’unica macro-materia, le Scienze sperimentali, con un drastico  taglio del quadro orario (da 528 a 297 ore) e una significativa riduzione delle cattedre. Un destino  analogo, in proporzioni diverse, riguarda la Geografia e gli insegnamenti di seconda e terza lingua  nel settore economico e Tecnologia e Tecniche di rappresentazione grafica in alcuni indirizzi del settore tecnologico-ambientale (fino al 50% delle ore).  Il significato complessivo di queste operazioni è fin troppo chiaro: un pesante impoverimento della preparazione culturale degli studenti accompagnata dall’ennesimo taglio allo stato sociale, di cui l’istruzione è parte fondamentale, che si traduce naturalmente anche in una consistente diminuzione dei posti di lavoro.   È tuttavia sul piano dell’orientamento degli studenti e della formazione dei docenti che la  riforma svela la sua natura radicalmente aziendalistica. L’articolo 4 del Decreto stabilisce che le istituzioni scolastiche che erogano percorsi di istruzione tecnica devono prevedere, nell’ambito  della loro progettazione curricolare, interventi «volti a facilitare il raccordo con i percorsi di istruzione terziaria degli Its Academy di cui alla legge 15 luglio 2022 n. 99 e i percorsi delle lauree professionalizzanti di cui all’articolo 2 della legge 8 novembre 2021, n. 163, in una logica di  continuità degli apprendimenti al fine di definire un’offerta formativa orientata al progressivo  innalzamento di competenze tecnico professionali». La politica scolastica dei singoli  istituti, dotati di un’autonomia solo presunta ed esercitabile solo in teoria negli spazi sempre meno  democratici degli Organi collegiali, è in sostanza demandata agli Istituti Tecnici Superiori, trasformati recentemente in Academy gestite da Fondazioni cui lo Stato mette a disposizione fondi pubblici, in  cui gli interessi delle imprese occupano una posizione dominante.   La conseguenza inevitabile dell’azienda che si fa scuola è la trasformazione dei docenti in  disciplinati esecutori della nuova logica economicistica. Un risultato che va raggiunto tramite  specifiche attività formative finalizzate alla sperimentazione di modalità didattiche innovative e coerenti con le specificità dei contesti territoriali. A questo proposito, l’articolo 5 invita gli istituti  tecnici a «organizzare, per i docenti delle discipline professionalizzanti e per gli insegnanti tecnico  pratici, periodi di osservazione in aziende delle filiere produttive di riferimento e di affiancamento  tutoriale per l’aggiornamento in ordine alle innovazioni introdotte nei contesti lavorativi». Si intende, «senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato», una formula burocratica ricorrente  nelle riforme scolastiche, ma che nella fattispecie dovrà per forza di cose prevedere che i docenti interessati utilizzeranno parte del loro orario di servizio o degli incentivi economici provenienti da Fondi di Istituto già ridotti all’osso per effettuare stage formativi presso le imprese del territorio.   LEGGI ANCHE… FEMMINISMO IL PASSO INDIETRO DI VALDITARA Camilla Girotti - Giulia Selmi Vengono infine introdotti specifici accordi, definiti «Patti educativi 4.0», per l’integrazione e  la condivisione delle risorse professionali, logistiche e strumentali di cui dispongono gli istituti tecnici e professionali, le imprese, gli Enti di formazione accreditati dalle Regioni, gli Its Academy, le università e i centri di ricerca, in cui la Scuola rischia di essere soffocata da esigenze estranee a quelle precipuamente educative e culturali e soprattutto vincolata ai territori di appartenenza. La stessa quota di autonomia e di flessibilità, anche oraria, nella definizione dell’«offerta formativa» da parte delle  singole scuole va nella direzione di soddisfare «le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal  territorio». Il principio generale dell’autonomia differenziata trova così una specifica forma di attuazione nell’ambito dei processi di istruzione.  Il nodo di problemi posti dalla riforma, sia pure ancora in assenza di Linee guida la cui  pubblicazione renderà il quadro più chiaro e completo, è tanto complesso quanto intellegibile nel  disegno complessivo che propone. Si tratta della messa in opera di quella che il sociologo francese  Christian Laval, già nel 2011, aveva definito La nouvelle école capitaliste, un progetto di istruzione  elaborato a livello globale e fatto proprio dall’europeismo neoliberista già a metà degli anni Novanta. In questo nuovo modello di Scuola, le imprese vengono ricodificate come servizio di istruzione, con inevitabili processi di mercificazione dei saperi, selezionati in base alla loro capacità di trasformarsi in competenze di cui dotare gli studenti-lavoratori (nei nuovi tecnici riformati la cosiddetta Formazione Scuola Lavoro è anticipata al Biennio). Le istituzioni, a cominciare da quella  potenzialmente più trasformativa come la Scuola, sono finalizzate a cristallizzare i rapporti di classe  così come emergono dalla società, tal che il sistema di istruzione è piegato a riprodurre l’impianto  della ragione capitalista; pertanto, la Scuola, e ancor di più l’Università, pensano e agiscono in base  alle regole del mercato, e la forma-impresa viene proposta come modello da imitare. Il fine educativo è infatti la produzione di capitale umano, la cui caratteristica principale è l’interiorizzazione della  ragione capitalista. La cultura e la conoscenza vengono quindi plasmate in base a principi di razionalità strumentale funzionali allo sviluppo del nuovo capitalismo digitale.  La funzione culturale che la Costituzione aveva assegnato alla Scuola democratica come suo  compito specifico viene così irrimediabilmente compromessa dalla logica politico-economica della  riforma. Invece di essere un fattore di aggregazione e mobilità interclassista, la nuova Scuola  capitalista, di cui la neonata filiera tecnico-professionale (così la nomenclatura ministeriale  ridefinisce gli istituti tecnici) rappresenta la massima espressione italiana, opera nel senso di un  contenimento delle aspirazioni sociali delle classi subalterne, dalle quali generalmente provengono  gli studenti delle scuole tecniche, svantaggiati sul piano economico e dotati di minori risorse culturali di partenza. Né vanno sottovalutati ulteriori elementi di discriminazione, da un lato di tipo etnico razziale, se è vero che una quota crescente della popolazione studentesca dei tecnici proviene da famiglie di recente immigrazione, con inevitabili rischi di segregazione culturale e sociale, dall’altro nei confronti degli studenti con disabilità, per i quali sarà sempre più difficile trovare una sana dimensione scolastica in istituti dove prevalgono sempre più gli interessi competitivi provenienti dal Mercato e sempre meno i valori solidaristici espressi nella Costituzione.   Insegnare e studiare oggi negli istituti tecnici significa, quindi, stare nel cuore del conflitto  sociale. Mobilitarsi e organizzare il dissenso sono un dovere civico cui la Scuola democratica non  può sottrarsi, se vuole salvare il significato stesso della sua esistenza.  *Alessandro Giarrettino insegna Lettere nella Scuola secondaria superiore ed è membro dell’assemblea generale Flc Cgil Rieti-Roma Est-Valle dell’Aniene. Dal 2004 fa parte della redazione del Bollettino di Italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica, edito da Carocci, dove pubblica saggi e recensioni. Collabora con il blog La letteratura e noi per cui scrive articoli sulla Scuola.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La scuola anticulturale proviene da Jacobin Italia.
May 11, 2026
Jacobin Italia
Catalogna, insegnanti in sciopero contro la crisi del sistema educativo spagnolo
Nelle ultime settimane la dirigenza politica spagnola è diventata un punto di riferimento per la sinistra europea. Le dichiarazioni di Sánchez contro la guerra in Iran e il Genocidio israeliano sono state accolte da molti e molte come un grande esempio di dignità e integrità politica. Paradossalmente, sempre nel territorio spagnolo, proprio in questi anni, si sono svolti cicli di protesta che sono passati in sordina nella stampa internazionale. E una di queste è la protesta degli e delle insegnanti, principalmente in Catalogna. Da anni l’istruzione è diventata una vera e propria “patata bollente” per i governi regionali che si sono succeduti e, ultimamente, le turbolenze si sono installate direttamente nelle aule istituzionali. Tra il personale docente si è accumulato un malessere crescente nei confronti della gestione del Dipartimento dell’Istruzione e della carenza strutturale di risorse, a fronte della crescente complessità sociale ed educativa che le e gli insegnanti incontrano quotidianamente in classe. Se da una parte il dipartimento continua a introdurre nuovi progetti ampi e inclusivi per rispondere a una società catalana sempre più eterogenea e diversificata, cercando di trasformare la scuola in un elemento di integrazione sociale, dall’altra il finanziamento destinato alle e ai docenti e al personale educativo specializzato è andato progressivamente riducendosi. Questa dinamica ha portato a una serie di proteste iniziate già lo scorso anno, ma i primi mesi del 2026 sono stati segnati da scioperi di massa da parte di docenti e personale specializzato dell’educazione, con livelli di mobilitazione che non si vedevano da decenni. Il conflitto è ancora in corso e i sindacati hanno convocato per il prossimo mese di maggio e giugno più di 17 giornate di sciopero, accompagnate dallo slogan: «non finiremo l’anno». EDUCATRICI DELL’ASILO NIDO RIVENDICANO DIGNITÀ PER LA SCUOLA DA 0 A 3 ANNI La prima protesta è quella delle maestre degli asili nido, che hanno già indetto almeno un paio di giornate di sciopero. Dopo anni di lotta per uscire dalla precarietà, ora rivendicano stabilità lavorativa. La convocazione risponde alla necessità di migliorare le condizioni lavorative delle educatrici e di rafforzare le risorse del sistema educativo in questa fase iniziale degli alunni. Le professioniste denunciano infatti che il primo ciclo dell’educazione infantile continua a essere poco riconosciuto, nonostante la sua importanza fondamentale nello sviluppo. > Tra le principali rivendicazioni vi sono maggiori risorse umane e materiali > negli asili nido, miglioramenti delle condizioni lavorative anche a livello > salariale, l’equiparazione dei rapporti numerici alla media dell’Unione > Europea (in Catalogna il rapporto tra maestre e bambini è tra i più alti > d’Europa), un finanziamento sufficiente e stabile, e il riconoscimento reale > del valore educativo della fascia 0-3, considerata fondamentale per lo > sviluppo emotivo, sociale e cognitivo delle bambine e dei bambini. Dalla piattaforma sottolineano inoltre che la mobilitazione non risponde soltanto alle richieste del personale educativo, ma ha come obiettivo quello di garantire un’educazione pubblica, universale e di qualità fin dai primi anni di vita. In questo senso, sostengono che migliori condizioni per le professioniste si riflettono direttamente sull’attenzione e sul benessere delle bambine e dei bambini. Molte educatrici, però, sono consapevoli di quanto sia complesso portare avanti queste rivendicazioni da sole, soprattutto considerando la crescente complessità sociale. Per questo motivo, le organizzatrici hanno chiesto comprensione e sostegno alle famiglie di fronte alla convocazione dello sciopero, consapevoli che possa generare difficoltà organizzative nella vita quotidiana. Tuttavia, sottolineano che la mobilitazione mira a migliorare il sistema educativo nel suo complesso e ad assicurare maggiori opportunità per i bambini e le bambine. Oltre alle giornate del 7 maggio e del 20 maggio in Catalogna, sono previste anche mobilitazioni unitarie a Madrid verso la fine del mese, con l’obiettivo di continuare a rivendicare cambiamenti strutturali per la fascia 0-3. IL PERSONALE DOCENTE VUOLE MIGLIORI CONDIZIONI DI LAVORO Un altro gruppo centrale è quello del personale docente della scuola primaria e secondaria. Le richieste sono quelle storiche del settore, che si trascinano da tempo e che i sindacati avevano già avanzato ai governi precedenti: per quanto riguarda il salario, il recupero del potere d’acquisto perso con i tagli della crisi del 2008; un aumento dell’investimento nell’istruzione fino ad almeno il 6% del PIL — come previsto dalla legge catalana, anche se attualmente si attesta intorno al 4% —; riduzione del rapporto alunni.e/docente e garantire un’adeguata attenzione agli e alle studenti con bisogni educativi speciali; l’eliminazione del carico burocratico imposto dal Dipartimento; la riduzione del potere delle direzioni scolastiche a favore dei collegi docenti; e una revisione dei curricula e delle indicazioni didattiche con un maggiore coinvolgimento delle e degli insegnanti. > Tutti i sindacati del settore dell’istruzione in Catalogna — USTEC, Professors > de Secundària, CCOO, CGT e UGT — si sono mobilitati all’inizio dell’anno, > convocando scioperi a febbraio culminati in una manifestazione di massa a > Barcellona, con oltre 75.000 partecipanti secondo i sindacati e 25.000 secondo > la polizia municipale, oltre a numerose azioni di protesta come blocchi delle > principali arterie dell’area metropolitana. Una vera e propria “marea gialla”, > colore simbolo dell’istruzione pubblica già ai tempi del movimento degli > Indignados di oltre 15 anni fa, che i sindacati hanno definito “storica”. Il Dipartimento dell’Istruzione catalano, guidato dalla consigliera Esther Niubó, ha raccolto la sfida, incontrando i sindacati e presentando una prima proposta di miglioramento del sistema. Tuttavia, questa è stata respinta in blocco perché giudicata “insufficiente” e “irrisoria”, poiché comportava di fatto un aumento medio di poco più di 25 euro lordi mensili. L’unità sindacale, però, si è presto incrinata. Il governo ha infatti raggiunto un accordo separato con CCOO e UGT, sindacati minoritari nel settore, per migliorare le condizioni lavorative e salariali dei docenti. La decisione ha provocato una forte reazione degli altri sindacati, che hanno denunciato un’intesa siglata fuori dal quadro negoziale ufficiale e senza trasparenza. Inoltre, ne contestano il contenuto, considerandolo ancora una volta insufficiente. Qui si apre una questione più ampia. CCOO e UGT sono sindacati storicamente maggioritari, nati nel contesto delle lotte operaie degli anni Settanta e legati alla fase finale del franchismo. Nel tempo, però, il loro ruolo è cambiato: da circa 20 anni vengono criticati per una linea considerata meno conflittuale e più vicina alle istituzioni. Nonostante la loro forza numerica, una parte crescente del settore li accusa di non rappresentare più in modo efficace le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici. In questo contesto si sono rafforzate nuove realtà sindacali, mentre nel mondo dell’istruzione la CGT, storico sindacato anarco-sindacalista, ha progressivamente ampliato la propria influenza. > Ancora una volta, questo accordo separato diventa un segnale delle tensioni > interne. Pochi giorni prima dell’inizio delle proteste un altro settore > pubblico era stato premiato: gli agenti di polizia, che hanno visto un aumento > salariale di oltre 4.000 euro annui con una riduzione d’ore lavorative > incluse. Nel frattempo, le e i docenti restano attorno ai 2.000 euro mensili, > mentre gli agenti di polizia superano i 3.000 euro. Nonostante queste decisioni politiche, in cui la repressione sembra avere maggiore importanza rispetto all’istruzione, il governo catalano socialista di Salvador Illa difende un “accordo di paese” legato al “principio di realtà”. L’esecutivo ha presentato il patto come un’intesa strutturale per rispondere alle esigenze della scuola catalana, definendolo “storico” e auspicando che rappresenti un punto di svolta nel sistema educativo. Secondo il governo, la sua applicazione porterà i e le docenti catalane a diventare i terzi meglio pagati dello Stato, mentre attualmente si trovano tra i meno retribuiti. Ne beneficeranno 129.327 insegnanti, sia della scuola pubblica sia di quella convenzionata, cioè istituti che rappresentano una forma ibrida tra pubblico e privato, nati da scuole originariamente private che nel tempo sono state integrate nel sistema attraverso accordi con la Generalitat (l’ente equivalente alla Giunta regionale in Italia, ndr). Questa trasformazione ha radici storiche: durante il tardo franchismo, molti insegnanti progressisti crearono scuole cooperative per introdurre metodi alternativi e difendere la lingua catalana, e nel periodo democratico queste strutture sono state progressivamente riconosciute come parte del sistema convenzionato. Il Dipartimento sottolinea che questo aumento salariale rappresenta uno sforzo significativo per le finanze pubbliche, in un contesto in cui il governo, in minoranza parlamentare, non è riuscito ad approvare un bilancio e deve operare attraverso integrazioni di credito concordate con altri partiti. Di fronte ai paragoni con gli aumenti della polizia regionale, fonti del Dipartimento invitano a non “confrontare mele con pere”, sottolineando che gli agenti sono numericamente molti meno. UN ACCORDO RIFIUTATO DALLA BASE Tuttavia, USTEC — sindacato maggioritario a livello di rappresentanti dentro al personale docente insieme a Professors de Secundària, CGT e Intersindical — non ha firmato l’accordo, ritenendolo insufficiente in tutti gli aspetti: sia per gli aumenti salariali sia per le risorse destinate al miglioramento del sistema educativo. La portavoce di USTEC, Iolanda Segura, lo ha definito «un accordo assolutamente ideologico e politico che non risponde alle esigenze del collettivo». Negli ultimi due mesi questi sindacati hanno chiesto la riapertura dei negoziati e promosso una consultazione interna tra i docenti per misurare chi accettasse l’accordo già firmato: su 42.965 partecipanti, il 95% ha respinto la proposta. Il Dipartimento dell’Istruzione si è dichiarato disponibile al dialogo, ma ha escluso di rivedere l’accordo con CCOO e UGT. La posizione del governo è stata chiara: invita i sindacati critici ad aderire a quanto già firmato, richiamandosi a un “principio di realtà”. > I sindacati, tuttavia, hanno mantenuto la pressione, prolungando le > mobilitazioni. A marzo si è svolta un’altra settimana di proteste in tutta la > Catalogna, con blocchi stradali, e sono già state convocate nuove azioni tra > maggio e giugno. La loro posizione resta ferma: «Senza condizioni dignitose > non termineremo l’anno scolastico». Tutti gli incontri si sono conclusi senza > accordo. L’accordo firmato da CCOO e UGT prevede un aumento salariale attraverso un incremento progressivo del 30% del complemento autonomico fino al 2029. In pratica, ciò equivale a circa 200 euro mensili aggiuntivi a regime, mentre nei primi anni l’aumento sarà minimo, di circa una ventina di euro. Include anche una riduzione progressiva del numero di studenti per classe, con l’obiettivo di ridurre il sovraffollamento, soprattutto nella scuola secondaria. Sono previste inoltre misure per l’inclusione, con investimenti per personale di supporto e per l’accoglienza degli studenti stranieri, oltre a interventi per ridurre la burocrazia e migliorare la stabilità del personale docente. Tuttavia, mancano ancora infrastrutture sufficienti per raggiungere questi obiettivi. Anche le proiezioni demografiche non sono incoraggianti: si prevede un aumento della popolazione catalana da 7 a quasi 10 milioni nei prossimi vent’anni. Se per anni non sono state costruite nuove scuole, ospedali e servizi di base, la situazione rischia di diventare insostenibile non solo per i lavoratori, ma per l’intera popolazione. > I sindacati critici ritengono però che queste misure non abbiano un impatto > immediato e siano insufficienti rispetto ai bisogni reali. Denunciano che > l’aumento salariale non compensa la perdita di potere d’acquisto degli ultimi > anni, che la riduzione delle classi è troppo lenta e che gli investimenti > restano lontani dall’obiettivo del 6% del PIL. Criticano inoltre la mancanza > di garanzie concrete sulle promesse future. In sintesi, i sindacati critici considerano l’accordo un tentativo del governo di chiudere il conflitto senza risolverlo realmente. Per questo motivo hanno deciso di continuare con le mobilitazioni: il 6 maggio torneranno in piazza e le proteste proseguiranno fino al 5 giugno. SCIOPERO A TEMPO INDETERMINATO NELLA COMUNITÀ VALENCIANA DALL’11 MAGGIO Come in Catalogna, anche nel settore educativo valenciano si prevede un mese di maggio molto turbolento. Infatti, il 29 aprile il tavolo sindacale composto dai maggiori sindacati, oltre alle piattaforme di base Docents en Lluita e la Coordinadora d’Assemblees Docents, ha tenuto un’assemblea per valutare il risultato della votazione, che ha fissato l’inizio di uno sciopero a tempo indeterminato a partire dall’11 maggio. Nella consultazione, promossa dai sindacati STEPV, UGT, CCOO e CSIF – i quattro rappresentati al tavolo settoriale insieme ad ANPE – hanno partecipato 9.817 docenti, di cui il 61% ha votato a favore della protesta. Tra questi, il 38% ha optato per iniziarla l’11 maggio e il 23,2% il 25 del prossimo mese. Per quanto riguarda la durata, il 28% degli intervistati si è detto disposto a partecipare allo sciopero «per tutto il tempo necessario», mentre la grande maggioranza ha indicato un periodo compreso tra due giorni e tre settimane. In sintesi, fino al 60% ritiene che parteciperebbe per otto o più giorni. E quindi dall’11 maggio inizia uno sciopero a tempo indeterminato per migliori condizioni di lavoro e per il diritto all’istruzione. Tutte le foto dell’autore QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo Catalogna, insegnanti in sciopero contro la crisi del sistema educativo spagnolo proviene da DINAMOpress.
May 11, 2026
DINAMOpress
KIBAKA AFRICAN FILM FESTIVAL a Firenze dal 18 al 20 maggio
Dal 18 al 20 maggio, Firenze ospita il Kibaka African Film Festival: tre giorni per rivivere la cultura, il pensiero e le sfide dell’afrodiscendenza attraverso film, voci e storie che, tra il continente africano e la realtà europea, continuano a … Leggi tutto L'articolo KIBAKA AFRICAN FILM FESTIVAL a Firenze dal 18 al 20 maggio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Comunicato della Commissione Legale delle Comunità Palestinesi in Europa sulle gravi condizioni di salute dei detenuti palestinesi nelle carceri europee
La Commissione Legale dell’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Palestinesi segue con estrema preoccupazione il grave deterioramento delle condizioni di salute dei detenuti palestinesi nelle carceri europee, in un contesto segnato da una persistente negligenza medica e da violazioni che … Continua a leggere→
#Vicenza città militarizzata. Il ruolo di #Ederle, Del Din, Miotto, basi Usa in un mondo di #guerra #usarmy By Antonio Mazzeo Il tema della presenza delle basi militari statunitensi a Vicenza è estremamente complesso. La documentazione raccolta evidenzia un’ulteriore accelerazione, un ulteriore potenziamento e rafforzamento del dispositivo militare esistente in questa città. https://www.academia.edu/165717653/Vicenza_citt%C3%A0_militarizzata_Il_ruolo_di_Ederle_Del_Din_Miotto_basi_Usa_in_un_mondo_di_guerra
May 11, 2026
Antonio Mazzeo
Case promesse e sfratti garantiti
di Gianluca Cicinelli (*) Il governo ha trovato il modo più italiano possibile per affrontare l’emergenza abitativa: promettere case domani e accelerare gli sfratti oggi. Da una parte il Piano casa, con centomila alloggi annunciati in dieci anni, fondi immobiliari, privati da coinvolgere e canoni definiti “accessibili”. Dall’altra il disegno di legge sugli sgomberi e sui rilasci, cioè la parte
Grecia. “Il carcere isola, le lettere connettono”
«Tutto ciò che mi resta dentro è un po’ di speranza, perché deve esserci una ragione per vivere – bisogna continuamente trovare delle ragioni. Sono queste ragioni a illuminare i momenti più bui e a guidarci nel ritrovare la strada. Dopotutto, anche nei momenti più oscuri, dentro di noi splende sempre una stella che nessuno ha il potere di portarci via. Nessuno ha il potere di spegnere il fuoco che vive nella speranza». Omid Da oltre due anni Omid è detenuto nel carcere di Avlona, in Grecia. L’8 giugno 2026 comparirà davanti alla Corte d’Appello di Rodi per l’udienza sul ricorso contro una condanna a 66 anni e 6 mesi di carcere per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”. La sua storia è quella di una delle tante persone migranti criminalizzate alle frontiere europee per aver preso il timone di un’imbarcazione durante una traversata. Attorno al suo caso, The Human Rights Legal Project (HRLP) – organizzazione indipendente che segue la sua difesa legale – ha lanciato una campagna internazionale di solidarietà e raccolta fondi per sostenere il processo d’appello. “Justice begins with solidarity”, scrive l’organizzazione: la giustizia inizia dalla solidarietà. DALL’IRAN ALLA GRECIA Omid è un giovane curdo iraniano cresciuto in un contesto di forte impegno politico e sociale. “Il carcere isola, le lettere connettono“ Per mandare un messaggio ad Omar clicca sull’immagine Fin dall’adolescenza ha partecipato all’attivismo studentesco in Iran come membro del Partito Democratico del Kurdistan e di un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti ambientali. È vegano e attivista per i diritti degli animali. Nel 2017, a soli 15 anni, è stato costretto a lasciare l’Iran insieme alla sua famiglia per cercare protezione in Turchia. Durante il soggiorno in Turchia ha scelto di convertirsi al cristianesimo, ma il rigetto della domanda d’asilo e il rischio di deportazione lo hanno costretto a fuggire nuovamente. Per Omid, un eventuale ritorno in Iran significherebbe affrontare un concreto rischio di persecuzione: per la sua appartenenza alla minoranza curda, per il suo attivismo politico e per la conversione religiosa, che nel contesto iraniano può portare ad accuse gravissime, fino alla pena di morte. “Nella Repubblica Islamica dell’Iran, qualsiasi attività politica contro il regime può portare ad accuse di propaganda contro lo Stato o di ‘guerra contro Dio’. Le punizioni possono arrivare fino alla pena di morte. Questa è una minaccia reale per un attivista politico come me.” Omid IL NAUFRAGIO E L’ACCUSA DI ESSERE “SCAFISTA” Nel luglio del 2022 Omid si è imbarcato dalla Turchia con l’intenzione di raggiungere l’Italia e chiedere protezione internazionale. Durante la traversata, però, una tempesta ha colpito l’imbarcazione e il motore si è guastato in acque greche. Secondo quanto ricostruito dalla difesa legale, Omid stava traducendo agli altri passeggeri le indicazioni del capitano mentre tutti cercavano inutilmente di riparare il motore. Alla fine le persone a bordo sono state costrette a chiedere soccorso a una nave commerciale, che le ha consegnate alle autorità greche. Trasferito nel campo di Kos, Omid è stato interrogato e arrestato dalla polizia greca con l’accusa di traffico di esseri umani sulla base del presunto “boat-driving”. Inizialmente rischiava fino a 465 anni di carcere. Rapporti e dossier LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA” Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 20 Marzo 2026 Nel novembre 2023 il tribunale del Dodecaneso, a Rodi, lo ha condannato in primo grado a 66 anni e mezzo di detenzione. Ha presentato appello lo stesso giorno. LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE PERSONE IN MOVIMENTO Il caso di Omid non è isolato. Negli ultimi anni la Grecia è diventata uno dei principali luoghi di sperimentazione delle politiche europee di criminalizzazione della migrazione. Sempre più persone migranti vengono accusate di essere trafficanti semplicemente per aver guidato un gommone, tradotto istruzioni o aiutato altre persone durante la traversata. Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato processi sommari, pene sproporzionate e gravi limitazioni del diritto alla difesa. Approfondimenti GRECIA: SALVARSI DA UN NAUFRAGIO È SEMPRE PIÙ SPESSO UN CRIMINE Operatori umanitari e persone in movimento sotto accusa per smuggling Ludovica Mancini 5 Marzo 2026 Per questo HRLP sottolinea che il processo di Omid “non riguarda solo lui, ma ogni persona in movimento perseguita invece che protetta”. La campagna lanciata in vista dell’appello punta non solo a sostenere le spese legali, ma anche a rompere l’isolamento prodotto dalla detenzione. L’organizzazione invita persone, collettivi e associazioni a inviare a Omid lettere, poesie, fotografie, disegni e messaggi di solidarietà. > “Prison isolates, letters connect”: il carcere isola, le lettere connettono. La vicenda di Omid parla di una persona incarcerata per aver cercato di sopravvivere. Ma parla anche di un sistema che continua a trattare il movimento delle persone come un crimine. E della necessità, oggi più che mai, di costruire solidarietà transnazionale contro queste politiche.
L’inizio della fine della dottrina della “sicurezza permanente” di Israele
Il nome dato alla micidiale ondata di bombardamenti israeliani in Libano dell’8 aprile, sferrata proprio mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, la dice lunga sulla posizione attuale di Israele nella regione. Fino a poco tempo fa, Israele sceglieva nomi di guerra che minimizzassero […] L'articolo L’inizio della fine della dottrina della “sicurezza permanente” di Israele su Contropiano.
May 11, 2026
Contropiano

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