Sulla riconversione industriale a fini militariLA SITUAZIONE STATUNITENSE
Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall
Street Journal1, Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime,
il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case
automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini
militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa
dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel
settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una
sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive.
La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido
deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in
Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con “relativa”
facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi
produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione,
lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali.
È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un
tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive
cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta
dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per
incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che
quella automobilistica.2
Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente
storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di
camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la
Seconda guerra mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione
(tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5%
del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito.
Dei 1.500 miliardi di dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più
alto dalla Seconda guerra mondiale»3 –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto
essere investita nelle politiche sociali, ma così non è stato.
LA SITUAZIONE ITALIANA
Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente
portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni
ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla
riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali,
finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione
e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».4
Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case
automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo
militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello
sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha
dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale
riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma.
Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei
finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso
l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e
missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi
anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza
artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine,
infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo
strategico»5.
A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico
privati su progetti strategici nazionali ed europei»6 e l’incremento dei
finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora
prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va
alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti.
Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili
con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e
medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in
buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di
coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei,
inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali
sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale.
Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale
dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito
produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso
civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una
rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni
militari senza necessità di continui investimenti»7.
Un altro tassello importante è costituito dalla politica per
l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle
catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli
semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto –
supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore
promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai
mercati esteri»8 e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo
maggiormente centrale del Governo.
Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative9 – e noi
speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado
di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da
trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal
Governo che dalle Forze Armate.
Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a
una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i
paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di
alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a
livello globale»10, ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi
nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i
paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico.
Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i
vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione
esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli
normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore,
in tal senso, il recente accordo tra Leonardo SpA e RFI, stipulato nel febbraio
del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari
strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate,
previsto dal PNRR11, che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere
elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie
tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e
incrementando il traffico militare.
A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo
l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e
universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate
«essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere
l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»12; il «rafforzamento della
collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di
spin-off universitari»13 (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno
o a partire da università e centri di ricerca).
Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex
Amministratore Delegato di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, fatto davanti agli
studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo
Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare
l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli
ultimi tre anni ha assunto quasi 20 mila persone, oggi siamo 63 mila e nei
prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17 mila.
La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»14. Del
resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS, la nota azienda produttrice di
armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica,
attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che
mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un
marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione.
Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e
delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a
dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda
Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva
«l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la
competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione
insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di
profitto»15; la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre
quarant’anni che «gli istituti scolastici, i centri di formazione e le
università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro
legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in
particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».16
Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di
guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano quelli che con la guerra
vogliono arricchirsi, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è
proprio il caso di dirlo – in pace.
Emiliano Gentili, Federico Giusti – Osservatorio contro la militarizzazione
delle scuole e delle università
1 Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons
Production, 15th April 2026,
https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?.
2 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica
dell’automotive, 30 marzo 2026,
https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.
3 Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo
la Germania, tocca agli Usa, 17 aprile 2026,
https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/.
4 L. 199/2025, art. 1, c. 280.
5 MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, gennaio 2026,
p. 140.
6 Ivi, p. 137.
7 Ivi, p. 141.
8 Ivi, p. 139.
9 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3.
10 MIMIT, op. cit., p. 140.
11 Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169.
12 MIMIT, op. cit., p. 139.
13 Ivi, p. 141.
14 Cfr.
https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma.
15 ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne
sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989.
16 Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des
systèmes d’éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles,
31 janvier 2001.
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