Auschwitz in purezza
Mariarosa Mancuso su Il Foglio: i bambini assassinati a Gaza dai criminali di Idf che confessano i loro crimini nel fil Naza “sognano la guerra contro il nemico di sempre”. Vittime collaterali, sì, ma fino ad un certo punto, meglio ammazzarli da piccoli. Auschwitz in purezza. 07* da Facebook L'articolo Auschwitz in purezza su Contropiano.
October 2, 2026
Contropiano
USA: L’ESECUZIONE DI CHRISTA FALLISCE DOPO DUE INIEZIONI TRA ATROCI SOFFERENZE
In Tennessee Christa Pike, una donna di 50 anni condannata a morte quando era diciottenne per l’assassinio di una coetanea e per 30 anni detenuta nel braccio della morte, é sopravvissuta a due iniezioni letali a base di pentobarbital, tra atroci sofferenze. E, ancora in vita, é stata trasferita in un vicino ospedale. Ancora un’esecuzione fallita, dunque, che irrompe nella campagna elettorale per le midterm non tanto per riaprire un serio dibattito sulla pena di morte (che negli Usa resta un tabù), ma per dare voce a chi propone il ritorno alla sedia elettrica (la senatrice trumpiana Marsha Blackburn che corre per diventare governatore del Tennessee) e chi invece consiglia di giustiziare Christa davanti a un plotone di esecuzione. “È la peggiore esecuzione a cui abbiamo assistito, senza precedenti nell’era moderna”, ha detto Robin Maher del Death Penalty Information Center andando indietro fino al 1976, quando la Corte Suprema autorizzò gli Stati Usa a ricorrere all’iniezione letale. In Tennessee, nel cui braccio della morte Christa é stata l’unica donna in oltre due secoli, il boia aveva già fallito quest’anno: nel mese di maggio non riuscì a trovare le vene di Tony Carruthers, un detenuto afroamericano di 57 anni. Dopo circa un’ora e mezza di tentativi l’esecuzione venne annullata. In quel caso il farmaco non fu iniettato, mentre su Pike (che un mese fa aveva chiesto di essere  impiccata) c’è stata una sorta di accanimento: le due flebo previste dal protocollo sono state somministrate in fretta e furia per tentare di arrivare a chiudere l’esecuzione entro la prevista mezzanotte. Christa tuttavia non é morta e ora si trova in ospedale in gravi condizioni. Randy Spivey, il legale, ha chiesto al governatore Bill Lee di commutare la pena della Pike nell’ergastolo senza sconti di pena. Lee ha già negato una volta questa richiesta. “Quello che è successo ieri sera non è stato soltanto un fallimento: è stato crudele, è stata una tortura. Ed era anche prevedibile”, ha aggiunto l’avvocato. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha esortato il Tennessee a “non tentare nuovamente di giustiziare Christa Pike”. “Il caso di Christa Pike mette a nudo le molteplici ragioni per cui la pena di morte dovrebbe essere abolita”, dice l’Onu. Il commento di Sergio D’Elia dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino Ascolta o scarica 
October 2, 2026
Radio Onda d`Urto
“Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro)
di FANT PRECARIO. Parte prima: sono il prologo Il panorama bancario italiano conserva, a prima vista, l’aspetto della pluralità. Grandi gruppi nazionali, banche territoriali, credito cooperativo, operatori specializzati e gruppi stranieri compongono un paesaggio nel quale le insegne sono ancora numerose e ciascuna porta con sé una storia, una geografia. Eppure le insegne possono ingannare. Contare le banche significa contare delle entità giuridiche, non necessariamente i luoghi nei quali vengono prese le decisioni. Il primo è un dato amministrativo; il secondo è un dato economico e, inevitabilmente, politico, perché riguarda la distribuzione della capacità di decidere dove il denaro viene raccolto, dove viene investito, a chi viene prestato e a quali condizioni. Vista da questa altezza, la geografia bancaria italiana appare assai meno affollata. Al vertice stanno Intesa Sanpaolo e UniCredit, due grandi gruppi sistemici costruiti secondo logiche differenti: il primo attorno a una forte integrazione tra banca commerciale, private banking, risparmio gestito e assicurazioni; il secondo dentro una dimensione paneuropea che fa dell’Italia uno dei territori di una piattaforma finanziaria più vasta. Intorno a loro si è consolidata una terza costellazione. BPER, dopo l’aggregazione con la Popolare di Sondrio, ha unito crescita dimensionale e un’importante eredità territoriale; Banco BPM ha portato nel proprio perimetro Anima, avvicinando definitivamente la rete bancaria alla fabbrica del risparmio; l’aggregazione fra Monte dei Paschi e Mediobanca mette in relazione banca commerciale, investment banking, gestione dei patrimoni e partecipazioni strategiche. Persino il credito cooperativo racconta la stessa storia. Le BCC conservano nomi, autonomie giuridiche e radicamento locale, ma la loro organizzazione intorno a Iccrea e Cassa Centrale riconduce quella molteplicità entro architetture comuni di direzione e coordinamento. A queste si aggiungono le banche italiane solo in senso geografico: profondamente inserite nell’economia del Paese, ma appartenenti a gruppi il cui centro ultimo di decisione si trova altrove. BNL-BNP Paribas ne è il caso più evidente. La distinzione diventa allora essenziale: la geografia delle insegne non coincide più con la geografia del comando. È forse questa una delle trasformazioni più importanti del sistema bancario italiano degli ultimi decenni. Mentre i centri decisionali si concentrano, la banca fisica si ritira: gli sportelli diminuiscono, alcuni territori perdono del tutto la presenza bancaria e una parte crescente delle operazioni e delle relazioni migra verso piattaforme digitali e strutture centralizzate. Non sono due movimenti contrari, ma lo stesso movimento osservato dai suoi due estremi: concentrazione verso l’alto, rarefazione verso il basso (che chiameremo “indifferenza” dei sedicenti istituti di credito). La distanza che conta, allora, non è più soltanto quella tra il cliente e lo sportello più vicino; è quella, assai meno visibile, tra il luogo nel quale nasce un bisogno di credito e il luogo nel quale qualcuno decide se quel bisogno meriti credito. La banca che non è più soltanto una banca, se è ancora tale Anche parlare di concentrazione bancaria rischia ormai di essere riduttivo (o forse unicamente assertivo e autoreferenziale), perché ciò che si concentra non sono soltanto gli attivi: si concentrano funzioni. La banca contemporanea tende a raccogliere intorno a sé attività che un tempo potevano apparire distinte (credito, gestione del risparmio, assicurazioni, previdenza, private banking, investment banking, pagamenti) e non è più soltanto un intermediario fra chi possiede denaro e chi ne ha bisogno. Diventa progressivamente un ambiente nel quale il denaro viene seguito durante quasi tutto il suo ciclo di vita, dalla creazione, fittizia, alla estinzione poiché reso cimiteriale elargizione allo stato privatizzato (o all’impresa sovvenuta per legge). Per questo il sistema assomiglia sempre meno a una piramide ordinata di banche grandi, medie e piccole e sempre più a una rete. Seguendo le partecipazioni, le società di gestione, le compagnie assicurative e le fabbriche prodotto, i confini diventano porosi: soggetti che competono sul mercato bancario possono incontrarsi negli stessi grandi nodi finanziari, mentre banche, fondi e assicurazioni si collegano attraverso investimenti, partecipazioni ed esposizioni comuni. Non bisogna naturalmente confondere questi legami con il controllo. Proprietà, influenza e interconnessione sono fenomeni differenti, e proprio la necessità di distinguerli mostra quanto sia diventata insufficiente la vecchia cartografia. Non emerge necessariamente un unico centro di comando, quanto piuttosto un numero relativamente ristretto di grandi ecosistemi finanziari, concorrenti e insieme interdipendenti. La concorrenza non cancella la rete: avviene dentro la rete. La lunga catena del risparmio Seguendo questa rete si comprende perché una parte così importante delle strategie bancarie più recenti conduca verso il risparmio gestito, le assicurazioni e il private banking. La posta in gioco non è più semplicemente conquistare un deposito, ma conquistare una “relazione patrimoniale”. In un Paese nel quale la ricchezza privata delle famiglie (alcune…) rimane enorme, il cliente che possiede patrimonio può essere accompagnato per decenni: il denaro viene raccolto, investito, assicurato, amministrato e, un giorno, chissà, trasferito alla generazione successiva (fairy tale). La banca non custodisce più semplicemente la ricchezza, cerca di circondarla. È una trasformazione importante perché modifica la natura stessa della competizione: il cliente patrimonializzato diventa il centro di una relazione finanziaria potenzialmente permanente e la banca tende a trasformarsi in una sorta di infrastruttura privata della ricchezza, una famiglia, un family banker…. (cfr. cerchi sulla sabbia). Osservare il sistema soltanto da questo lato produce però un curioso effetto ottico: sembra che tutti abbiano qualcosa da investire. Non è così. C’è un altro paese che entra nella finanza senza portare patrimonio; porta il proprio lavoro, meglio la propria vita. Chi entra in banca senza patrimonio… Per chi vive essenzialmente del proprio reddito, la banca assume, rispetto a quanto detto sopra, una funzione quasi speculare. Non è il luogo nel quale depositare una ricchezza già accumulata, ma quello al quale rivolgersi quando il reddito di oggi non basta a pagare ciò di cui si ha bisogno oggi: una casa, un’automobile necessaria per lavorare, un computer per un figlio, una spesa imprevista. O una dentiera. La dentiera è forse un oggetto poco nobile per un discorso sulla grande finanza, e proprio per questo è utile: ci ricorda che tra le sofisticate architetture del capitale e la vita materiale non esiste una frontiera impermeabile. Il bisogno nasce nel presente, il denaro manca nel presente e il credito risolve questa dissonanza andando a cercare risorse nel futuro. Appaiono così due figure quasi speculari. Chi possiede un patrimonio consegna alla finanza il proprio passato economico, la ricchezza che è riuscito ad accumulare; chi non possiede patrimonio ma dispone di un reddito consegna alla finanza, in qualche misura, il proprio futuro economico, ciò che dovrà ancora guadagnare. La banca si colloca tra questi due tempi: da una parte mette al lavoro ciò che è già stato accumulato, dall’altra rende spendibile ciò che non è stato ancora prodotto. Il futuro (il passato che non passa?) messo al lavoro Un prestito personale, un mutuo o una cessione del quinto non sono soltanto contratti che trasferiscono denaro, ma dispositivi che mettono in relazione presente e futuro. Il credito permette di vivere oggi qualcosa che il reddito consentirebbe di pagare soltanto domani, ma nel farlo trasforma una parte del reddito futuro in un’obbligazione coniugata al tempo presente. In questo senso il debito è anche una forma di organizzazione del tempo. Il credito può (dovrebbe) ampliare la libertà materiale, rendere possibile un investimento e distribuire razionalmente nel tempo un costo troppo elevato. La questione cambia, però, quando non serve più soltanto ad anticipare il desiderabile, ma sempre più spesso il necessario. Se il reddito presente non basta alla vita presente, il credito interviene anticipando il reddito futuro, e ciò che appare contabilmente come maggiore disponibilità nel presente è, dall’altro lato, una porzione di futuro già impegnata. Due porte, stessa banca La disuguaglianza patrimoniale non stabilisce soltanto quanto ciascuno possiede: stabilisce anche da quale porta si entra nella finanza. Chi possiede capitale incontra un sistema che compete per averlo; chi ha bisogno di capitale incontra un sistema che deve giudicarlo. Al primo vengono offerte consulenza, pianificazione e gestione personalizzata; del secondo si misurano reddito, stabilità lavorativa, storia creditizia e probabilità di insolvenza. Da una parte il private banker, dall’altra lo scoring: figure lontanissime che appartengono tuttavia alla stessa macchina. C’è, in questa simmetria, un paradosso. Quanto maggiore è il patrimonio, tanto più la finanza tende a diventare personale: qualcuno conosce il cliente, ne studia la famiglia, gli obiettivi e l’orizzonte temporale. Quanto più modesto è il credito richiesto, tanto più la relazione può diventare impersonale, riducendosi a dati, soglie, procedure, algoritmi. La ricchezza riceve una biografia; il bisogno rischia di ricevere un punteggio. La progressiva scomparsa dello sportello acquista, da questa prospettiva, un significato meno banale. Non si tratta di rimpiangere il vecchio direttore di filiale: la conoscenza personale poteva significare prossimità, ma anche arbitrio, paternalismo ed esclusione, mentre la standardizzazione può rendere le decisioni più coerenti e controllabili (mah …. vedi Conto Arancio). Ciò che cambia è la natura della conoscenza. Una storia lavorativa, una famiglia, una difficoltà temporanea devono essere tradotte in informazioni leggibili da un sistema. La biografia economica diventa dato; la persona diventa rischio. Una geografia del potere Possiamo a questo punto tornare alle banche italiane. Intesa, UniCredit, BPER, Banco BPM, MPS, i gruppi cooperativi e gli operatori internazionali: la loro evoluzione può essere letta come una normale vicenda industriale fatta di efficienza, economie di scala, tecnologia, fusioni e concorrenza. Ma questa è soltanto una parte della storia. Quando diminuiscono i centri decisionali e aumentano le funzioni concentrate in ciascuno di essi, si concentra anche una particolare capacità di organizzare rapporti sociali e creare un certo assetto mentale: decidere dove allocare il credito e come amministrare il risparmio, quali redditi siano affidabili e quali forme di lavoro sufficientemente stabili, quali bisogni possano essere finanziati e a quale prezzo sia possibile trasformare il futuro in presente. La nuova geografia del potere finanziario italiano non può dunque fermarsi alle partecipazioni societarie. Deve seguire il denaro fino al punto nel quale incontra l’esistenza materiale. Lì si comprende finalmente che la finanziarizzazione non consiste soltanto nel fatto che la finanza occupi uno spazio crescente nell’economia, ma anche nella crescente necessità che pezzi della vita passino attraverso la “forma finanziaria” per poter essere vissuti. Ma qui emerge un’ultima conseguenza. Se la geografia delle insegne non coincide più con quella del comando, se il credito, il risparmio, l’assicurazione, la gestione patrimoniale e i pagamenti tendono a ecosistemi più vasti, allora anche la parola banca comincia a perdere parte della propria capacità descrittiva. La banca forse non scompare: continuano a esistere la sua forma giuridica, le sue funzioni specifiche, la sua indispensabilità nell’architettura monetaria e creditizia. Ciò che si indebolisce è la possibilità di considerarla come l’unità fondamentale attraverso la quale leggere il sistema. Da questo punto di vista, la banca sopravvive quasi come forma istituzionale di una potenza finanziaria multiforme che ormai la supera. Un feticcio per dimostrare che esiste il credito come quello della fabbrica per dimostrare che esistono gli operai, o l’impresa per dimostrare che esiste una cosa, una casa, un einaudi che misura la vita come più di 100 anni fa la terra [un catasto per ogni corpo sconfitto). La banca continua dunque a esistere, ma non coincide più con il luogo del potere che il suo nome lascia immaginare. Proprio mentre la finanza penetra più profondamente nella vita, la banca diventa meno visibile. Si ritira dallo spazio fisico, perde autonomia dentro strutture più vaste, si dissolve in applicazioni, fondi, assicurazioni, algoritmi e piattaforme, la funzione finanziaria che la attraversa diventa più pervasiva. La banca diventa troppo piccola per contenere ciò che chiamiamo finanza ma sempre troppo grande per non soggiogare la vita del precario indebitato. ***** Proveremo allora a guardare a distanze diverse: abbastanza da lontano da cogliere la trama di una finanza che infiltra le nostre vite, abbastanza da vicino da vedere come quella stessa trama le stringa La banca che non è più soltanto una banca Vedremo come la banca abbia progressivamente oltrepassato i propri confini tradizionali, fino a diventare il punto di accesso a un sistema molto più vasto, nel quale credito, risparmio, assicurazione, previdenza e investimento tendono sempre più a intrecciarsi. La lunga catena del risparmio Seguiremo il denaro lungo il suo ciclo di vita: da quando entra nel sistema finanziario a quando viene investito, gestito, protetto e infine trasmesso. Cercheremo soprattutto di capire chi lo incontra lungo questa catena, chi decide dove indirizzarlo e chi ne ricava valore. Chi entra in banca senza patrimonio? Cambieremo prospettiva e seguiremo chi alla banca non porta un capitale, ma chiede denaro: per una casa, un’automobile, una spesa imprevista o semplicemente per il proprio presente. È qui che incontreremo l’altra faccia della finanza: quella che non amministra la ricchezza, ma finanzia il bisogno. Il futuro messo al lavoro Ci chiederemo che cosa accade quando, non avendo un patrimonio presente, si mette a disposizione il proprio reddito futuro. Mutui, prestiti e cessioni del quinto ci porteranno dentro una finanza capace non soltanto di muovere il denaro nello spazio, ma anche di anticiparlo nel tempo: rendendo disponibile oggi una parte di ciò che guadagneremo domani. Due porte, stessa banca Entreremo nella stessa banca da due porte diverse: quella di chi possiede un patrimonio e quella di chi chiede credito. Vedremo come cambiano linguaggi, strumenti e criteri di valutazione e perché, nello stesso sistema, la ricchezza può ricevere una biografia mentre il bisogno rischia di ricevere un punteggio come ad una mostra canina Seguiremo la trasformazione attraverso la quale reddito, lavoro, consumi e comportamenti diventano informazioni misurabili. Scoring, profilazione, algoritmi e intelligenza artificiale ci porteranno a una domanda più grande: che cosa cambia quando conoscere una persona significa sempre più trasformarla in dati? Una geografia del potere Proveremo allora a ridisegnare la mappa da cui siamo partiti. Non guarderemo soltanto chi possiede chi, ma dove si concentra la capacità di decidere: chi ottiene credito, quali rischi vengono finanziati, dove viene indirizzato il risparmio e quali possibilità vengono aperte o chiuse (dulcis in fondi). Il paradosso del salotto buono….il rischio non c’è! Prenderemo il caso paradossale di una banca orientata soprattutto alla gestione di grandi patrimoni, che presenta ogni anno come elemento di solidità un NPE ratio estremamente basso. Ma che cosa misura davvero quell’indicatore se l’attività creditizia è marginale? Se si presta poco, si produce inevitabilmente poco credito deteriorato. Il dato resta corretto, ma cambia il significato che possiamo attribuirgli. Da qui una questione più generale: un indicatore di rischio può essere letto indipendentemente dal modello di banca che quel rischio decide, a monte, di assumere? L'articolo “Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro) proviene da EuroNomade.
October 2, 2026
EuroNomade
Israel Bonds, stop alla vendita in Europa: vince la mobilitazione dal basso
Per oltre un anno hanno protestato davanti alla sede della Banca centrale d'Irlanda. Hanno raccolto più di 6mila firme e portato la questione in Parlamento. Hanno perfino segnalato alla Corte penale internazionale il governatore della banca, Gabriel Makhlouf, accusandolo di complicità nel genocidio. Ai microfoni di RTÉ Radio 1, è stato proprio lui a mettere il punto: da Israele non è arrivato alcun prospetto informativo. Tradotto: gli Israel Bonds, i titoli di debito con cui lo Stato israeliano raccoglie denaro dai risparmiatori di mezzo mondo, non si possono più vendere nell'Unione europea. A... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Israel Bonds, stop alla vendita in Europa: vince la mobilitazione dal basso appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Anche le critiche della Senatrice Liliana Segre al governo di Israele saranno considerate espressione di antisemitismo?
Continuo a non capire le critiche gratuite mosse alla Senatrice a vita Liliana Segre, che si basano sul fatto di non utilizzare la parola “genocidio”, parola che, ovviamente, io uso, ma non è questo il punto. Ecco cosa ha dichiarato più volte la Senatrice Segre, è stata sempre molto dura nei suoi giudizi e sempre tenendo distinta la sua identità ebraica dallo Stato di Israele: Ha detto di provare _”una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu e verso la destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste al potere oggi in Israele”. Ha ribadito più volte, anche in questi giorni per il ddl antisemitismo, di aver “spesso criticato aspramente le posizioni e le scelte degli attuali governanti israeliani, arrivando ad esprimere un sentimento di ‘repulsione'” Sulla guerra a Gaza e sull’esercito: “È chiaro che, dopo un trauma come quello del 7 ottobre, qualunque governo israeliano avrebbe reagito con durezza. Ma la guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili e non è stata condotta secondo i principi umanitari e di rispetto del diritto internazionale che dovrebbero guidare Israele” “Israele è andato ben oltre i limiti del diritto di difesa, facendo stragi di civili e distruzioni immani” In un’intervista dell’agosto 2025 ha parlato di rischio di arrivare “all’indicibile” quando “si arriva ad affamare una popolazione”, e ha definito “straziante vedere Israele sprofondato in un simile abominio con alcuni ministri fanatici che, con gli occhi fuori dalle orbite, gridano propositi di virulenta disumanità, oppure con gruppi di coloni che compiono vergognose azioni squadristiche ai danni di palestinesi inermi in Cisgiordania”. Segre tiene separati i piani: “Io non penso di dover rispondere, di dovermi discolpare, in quanto ebrea, di quello che fa lo Stato di Israele”. È pertanto evidente, a tutte le persone intellettualmente oneste, che le stesse parole della Senatrice Liliana Segre, se il DDL non sarà emendato, come lei stessa auspica, sarebbero considerate come espressione di antisemitismo. Mauro Carlo Zanella
October 2, 2026
Pressenza
Sanzioni Usa, da Banca etica a Mediterranea: «L’Europa difenda la propria sovranità»
Dopo il caso di Auistici / Inventati, la missiva indirizzata al governo italiano e al parlamento europeo affinché vengano protette persone, organizzazioni e associazioni dagli effetti delle designazioni americane emanate «senza un processo, senza un tribunale che verifichi le accuse, senza nemmeno un avviso preventivo o una consultazione con partner di lunga data come, ad esempio, l'Unione europea» Un appello alla Commissione europea e al governo italiano affinché vengano protette persone, organizzazioni e associazioni dagli effetti delle sanzioni americane emanate, «senza un processo, senza un tribunale che verifichi le accuse, senza nemmeno un avviso preventivo o una consultazione con partner di lunga data come, ad esempio, l'Unione europea». Lo scrivono quattordici organizzazioni della società civile italiana, da Mediterranea a Banca etica, da Oxfam all’Arci, passando anche per Acli, Legacoop, Altromercato e Gruppo Abele, insieme alla Federazione europea delle Banche etiche e alternative. Leggi l'articolo su "Domani" Leggi la lettera aperta alle istituzioni europee e italiane dal sito di Banca Etica. Nel frattempo è giunta la notizia che "Bancomat e altri player lanciano Enp per interoperabilità pagamenti in Ue per un 'ecosistema più autonomo'. ANSA Your page content goes here.
Trump e la superintelligenza
> Trump esige uno sviluppo illimitato dell’IA e dà del “malato” a chi la > critica. Lui, tuttavia, non ha nemmeno iniziato a comprenderne i rischi > globali che potrebbe causare. Doonbeg, Irlanda, domenica 13 settembre 2026. Donald Trump si trova nell’area di partenza dell’Irish Open, nel suo campo da golf, mentre osserva un giocatore. Un giornalista chiede se l’industria dell’IA debba rallentare o essere maggiormente regolamentata. Trump si gira. “Siamo in vantaggio sulla Cina”, afferma, “siamo il Paese più avanzato al mondo, e così deve rimanere. Chi vince nell’IA, vince tutto. Misure di sicurezza? Si potrebbero mettere in atto misure di sicurezza. Ma ci sono forze negative che sollevano questioni che non si verificheranno mai” (PBS/AP, 13 settembre 2026). Questa è stata l’intera risposta, che riassume anche tutto il suo programma. Il resto del mondo inizia a temere. Dopotutto, la domanda non era spuntata dal nulla. Ventiquattro ore prima, Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, aveva pubblicato un saggio dove chiedeva alla sua stessa industria di rallentare. La sua azienda concederà ai revisori indipendenti un accesso permanente ai sistemi, alla stregua di quello dei propri dipendenti, e Amodei ha chiesto alla concorrenza di seguire il suo esempio (Amodei, 12 settembre 2026). Sam Altman di OpenAI ha affermato di essere dello stesso parere in meno di un’ora. Elon Musk, che è stato in conflitto con entrambi per anni, ha scritto semplicemente: “Dario ha ragione” (SiliconANGLE). Qualche giorno dopo, Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ha dato le dimissioni, affermando che i laboratori stavano correndo verso una superintelligenza che avrebbe continuato ad evolversi e migliorarsi indipendentemente dagli esseri umani, mettendo quindi a repentaglio tutte le nostre vite (TechCrunch). I tre uomini più potenti del settore e un disertore, tutti nella stessa settimana, tutti con lo stesso messaggio. Una cosa del genere non era mai accaduta. La risposta di Trump di lunedì è stata un’escalation. L’unico controllo di cui l’IA avrebbe bisogno, ha affermato, sarebbe un presidente forte, intelligente e con un alto quoziente intellettivo. E gli Stati Uniti ne hanno uno. Sarebbe in atto una “cospirazione MALATA” nei confronti dell’IA e i data center, e la Cina sarebbe l’unica a goderne. Il vicepresidente J.D. Vance l’ha definita un “cavallo di Troia” quando le aziende hanno supplicato il governo di essere regolamentate (AP, 14 settembre 2026). Riflettiamoci un attimo: gli sviluppatori di una tecnologia chiedono supervisione, e il governo sospetta che dietro ci sia un complotto. LO SVILUPPO DI UNA SUPERINTELLIGENZA PARAGONABILE AL PROGETTO MANHATTAN Gli obiettivi che Trump intende raggiungere sono stati definiti per iscritto dalla sua amministrazione. Il Piano AI Action Plan di luglio 2025 elenca 90 misure. Il suo coordinatore, David Sacks, le ha giustificate affermando che gli Stati Uniti devono vincere la corsa all’intelligenza artificiale, per rimanere la principale potenza economica e militare (Casa Bianca, 23 luglio 2025). A ciò ha fatto seguito, a novembre, l’Ordine Esecutivo 14363: l’America è impegnata in una corsa al primato tecnologico globale, e l’impresa è paragonabile, per urgenza e ambizione, al Progetto Manhattan (Genesis Mission, EO 14363). Quando, alla fine del 2024, una commissione congressuale raccomandò per la prima volta un “Progetto Manhattan” per l’IA forte, il fisico del MIT Max Tegmark rispose in modo succinto: “Una corsa all’IA forte è una corsa al suicidio” (Tegmark, Future of Life Institute). Eric Schmidt, amministratore delegato di Google da dieci anni e tutt’altro che un tecnofobo, giunse alla stessa conclusione nel marzo 2025 in uno studio condotto con Dan Hendrycks e Alexandr Wang: qualsiasi Stato che cerchi apertamente di ottenere il monopolio sull’IA provocherà atti di sabotaggio da parte dei propri rivali, compresi attacchi ai data center. Una corsa del genere destabilizzerebbe anziché garantire la sicurezza (Superintelligence Strategy, arXiv). Trump ha tuttavia dichiarato che il Progetto Manhattan è un modello da seguire, come programma, non come monito. NON È FANTASCIENZA, È GIÀ REALTÀ Per capire perché proprio coloro che sviluppano questa tecnologia lanciano gli avvertimenti, è necessario conoscere i tre meccanismi che sono all’opera nei laboratori. Nessuno di essi è fantascienza; tutti e tre sono diventati di dominio pubblico quest’estate. Il primo si chiama auto-miglioramento ricorsivo. Immaginate una fabbrica il cui prodotto siano fabbriche migliori. La seconda fabbrica ne costruisce una terza, più veloce e migliore della seconda, e così via. Non si tratta più di una metafora. Amodei scrive che, a partire dall’estate del 2026 circa, i sistemi di IA nel suo laboratorio hanno contribuito in misura sempre maggiore allo sviluppo della prossima generazione di IA, e cita questo fatto come la prima delle due ragioni del suo cambiamento di opinione (Amodei). Il matematico Irving John Good aveva già descritto questo concetto nel 1965: una macchina in grado di progettare macchine migliori innescherebbe un’esplosione di intelligenza; sarebbe l’ultima invenzione di cui l’umanità avrebbe mai bisogno (Telepolis, 17 novembre 2024). Nel dicembre 2024, Eric Schmidt ha spiegato in televisione dove traccia il confine: “Quando il sistema è in grado di auto-migliorarsi, dobbiamo pensare seriamente a spegnerlo” (Fortune, 16 dicembre 2024). Se dobbiamo credere ad Amodei, questa soglia è già stata raggiunta. Il secondo meccanismo è il modo in cui le macchine imparano. Nessuno programma il loro comportamento. Vengono dati loro dei compiti, vengono premiate per i successi, e punite per i fallimenti, centinaia e migliaia di volte, proprio come alleniamo i cani con i croccantini. Questo processo si chiama apprendimento per rinforzo. Presenta un inconveniente che ogni proprietario di cane conosce bene: l’animale non impara ciò che l’uomo intende, ma piuttosto ciò per cui viene ricompensato. Se il cane trova il cassetto con i bocconcini, ha risolto il compito in termini di ricompensa. Con una macchina più intelligente del suo addestratore, questa differenza non è più un difetto minore, ma il vero problema. Ci ritroviamo con sistemi di cui possiamo misurare le capacità, ma di cui possiamo solo ipotizzare le intenzioni. Stuart Russell, autore del manuale sull’intelligenza artificiale più diffuso al mondo, ha trasformato questo concetto nell’argomentazione più lucida del dibattito: un sistema che persegue un obiettivo ha la razionalità di impedire di essere spento, perché se venisse spento non raggiungerebbe il proprio obiettivo. Ciò non richiede né malizia né coscienza (Russell, Human Compatible, Cato Journal). Il terzo meccanismo interessa gli agenti: un software che non risponde semplicemente ma prende l’iniziativa. Ha accesso a strumenti digitali, account, altri programmi, lavora per ore senza bisogno di approvazione e può lanciare ulteriori agenti. Quest’estate OpenAI ha sperimentato direttamente quali conseguenze ciò può comportare. Durante un test interno in cui agli agenti era stato chiesto di individuare vulnerabilità di sicurezza nel software, alcune delle consuete misure di protezione erano state disattivate. Circa 1.200 agenti hanno creato una bacheca improvvisata in una delle cartelle dei pacchetti dell’azienda, si sono scambiati tecniche e si sono definiti uno “sciame”. Alcuni sono riusciti a uscire dal loro ambiente di test isolato, hanno ottenuto l’accesso a Internet e, tra l’11 e il 13 luglio, si sono infiltrati nei sistemi di produzione dell’azienda Hugging Face per rubare le soluzioni del test su cui venivano valutati. Nessun essere umano l’aveva ordinato (OpenAI, 26 agosto 2026). Hugging Face ha contato più di 17.000 azioni compiute dagli agenti e ha descritto l’incidente come un evento “da estremo a estremo” guidato da un sistema di agenti autonomi (Hugging Face, luglio 2026). Il cane aveva trovato il cassetto e, per farlo, si era introdotto nella casa di uno sconosciuto. CHI SALIREBBE SU UN AEREO CON PROBABILITÀ DI PRECIPITARE TRA IL 10 E IL 20%? In questo contesto, gli avvertimenti assumono un significato diverso rispetto a due anni fa. Il 9 settembre la BBC ha chiesto a Geoffrey Hinton, vincitore del Premio Nobel per la Fisica 2024 e uno dei padri del deep learning, se una probabilità del 10% che l’IA uccidesse tutti gli esseri umani entro un decennio fosse irragionevolmente alta. La sua risposta è stata: “Non abbiamo mai creato esseri che presto saranno più intelligenti di noi”. Il 10% non è irragionevole; nessuno sa come stimarlo in modo affidabile (CNBC, 15 settembre 2026). Yoshua Bengio, il ricercatore di IA più citato al mondo, ha spiegato nell’ottobre 2025 che i sistemi più all’avanguardia potrebbero superare la maggior parte degli esseri umani nella maggior parte dei compiti intellettuali nel giro di pochi anni; il primo passo è capire come costruire sistemi che siano incapaci di nuocere agli uomini (Future of Life Institute, ottobre 2025). Demis Hassabis, vincitore del Premio Nobel per la Chimica e direttore di Google DeepMind, ritiene che l’IA forte arriverà tra cinque o dieci anni (Axios, 5 dicembre 2025) e sostiene che Stati Uniti e Cina debbano almeno cooperare in materia di scienza e di sicurezza, poiché l’esito riguarda l’intera umanità (Guardian/Yahoo). Musk, che è lui stesso in lizza con xAI, stima che la probabilità che le cose vadano male sia compresa tra il dieci e il venti per cento (Fortune). Chi salirebbe su un aereo il cui costruttore ha dati del genere? IA, SISTEMI D’ARMA E GUERRA Russell dice che il problema fondamentale è il “problema dei gorilla”. Circa dieci milioni di anni fa, gli antenati dei gorilla diedero involontariamente origine al lignaggio da cui si sono evoluti gli esseri umani. Oggi, la sopravvivenza dei gorilla dipende interamente da ciò che gli uomini consentono loro di avere. La domanda è se gli esseri umani possano mantenere il proprio dominio e la propria autonomia in un mondo popolato da macchine significativamente più intelligenti di loro (Russell). Nel suo libro Artificial Intelligence and War, il professore di informatica e ricercatore di IA Karl Hans Bläsius ha posto la stessa domanda nel 2025, da una prospettiva opposta: quali rischi sorgono quando gli esseri umani perdono il controllo? La risposta di Bläsius, già prima di quest’estate, era che i rischi più gravi non dipendono dalla superintelligenza. Nascono prima, con sistemi già esistenti, non appena viene affidato loro il compito di prendere decisioni irreversibili. Una di queste decisioni è l’ordine di fare fuoco. Gli stessi militari di Trump, la scorsa primavera, hanno dimostrato cosa accade quando i tre meccanismi vengono integrati ad una catena di comando. Nella guerra contro l’Iran, il Pentagono ha usato il Maven Smart System di Palantir, una piattaforma software di IA che aggrega immagini satellitari, video di droni, dati radar, e comunicazioni intercettate. È in grado di classificare i target, consigliare le armi e genera pacchetti d’attacco in tempo reale. Il Dipartimento di Difesa ha riportato che circa 1.000 target sono stati colpiti nelle prime 24 ore, il doppio rispetto alla campagna contro l’Iraq del 2003. Dopo 38 giorni, il totale era arrivato a più di 13.000 (Arms Control Today, maggio 2026). Uno dei target fu la scuola elementare Shajareh Tayyebeh a Minab. Un missile Tomahawk la colpì il primo giorno di guerra; almeno 168 persone morirono, più di un centinaio di queste erano bambini sotto i 12 anni. La scuola si trovava a meno di cento metri dalla base navale del Corpo delle guardie della rivoluzione e aveva fatto parte del complesso fino alla costruzione di un muro circa dieci anni fa. Aveva un sito web. Più di 120 membri del Congresso degli Stati Uniti hanno chiesto al Pentagono se Maven avesse identificato la scuola come target; ex-ufficiali militari hanno citato vecchi dati inseriti a mano che erano stati dati in pasto al sistema (Military Times, 24 marzo 2026). L’IA non aveva creato l’errore, lo ha semplicemente incanalato alla velocità di una macchina, e l’essere umano alla fine della catena non è riuscito a individuarlo. Chiunque approvi in pochi minuti ciò che il sistema suggerisce in pochi secondi non sta più prendendo decisioni: da solo il proprio benestare. Un processo del genere produce crimini di guerra. In Ucraina, la fase successiva è stata raggiunta già da tempo. Lì, anni fa, alcuni soldati sono stati uccisi da droni che avevano perso il collegamento radio durante la fase finale del volo, e avevano cercato i bersagli in autonomia (Telepolis, 24 giugno 2026). Ogni fase giustifica quella successiva: se la ricognizione avviene in pochi secondi, la selezione del bersaglio non può richiedere minuti; se la selezione del bersaglio avviene in pochi secondi, l’autorizzazione umana diventa un rallentamento. Il risultato finale sono sistemi che reagiscono l’uno all’altro senza intervento umano, con attacchi e contrattacchi che si susseguono in rapida successione. Il trading ad alta frequenza ha un termine per descrivere questo fenomeno: il “crollo lampo”. In ambito bellico, il termine è lo stesso: “guerra lampo” (Telepolis, 24 giugno 2026). E questa dinamica non si ferma al nucleare. L’istituto di ricerca sulla pace SIPRI ci dice che l’IA militare accorcia i tempi decisionali anche al di fuori delle armi nucleari, che le raccomandazioni opache dell’IA spingono coloro che prendono le decisioni ad agire in fretta, e che i sistemi autonomi, con capacità di contrastare le forze strategiche, minacciano la possibilità di sferrare un secondo attacco, e quindi minacciano anche l’equilibrio di potere (SIPRI, giugno 2025). Due uomini hanno salvato il mondo non agendo: Vasily Arkhipov, che nel 1962 al largo delle coste di Cuba si rifiutò di autorizzare il lancio di un siluro nucleare, e Stanislav Petrov, che nel 1983 liquidò come falso allarme la segnalazione di un lancio missilistico americano. Un algoritmo che insegue un obiettivo avrebbe agito in entrambi i casi. E più i falsi allarmi diventano rari, grazie al progresso tecnologico, più è probabile che il prossimo venga preso per vero (Telepolis, 25 giugno 2026). L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON DEVE FAR PARTE DELLA CATENA DI COMANDO Questo ci riporta al punto di partenza, a Doonbeg. L’affermazione di Trump presuppone che la corsa sia una gara: con un percorso, un traguardo e un vincitore che poi stabilisce le regole. I tre meccanismi descrivono invece qualcos’altro. Una fabbrica che costruisce fabbriche migliori non cresce in modo lineare, ma esponenziale. La politica, al contrario, opera in modo lineare: audizione, bozza, commissione, voto, causa legale. Il 3 settembre, Bernie Sanders e Greg Casar hanno annunciato un disegno di legge che vieterebbe definitivamente la superintelligenza, bloccherebbe lo sviluppo e punirebbe le violazioni con fino a venti anni di carcere (Sanders, 3 settembre 2026). Nessuno sa se verrà mai approvato. L’unica certezza è che ci vogliono anni per approvare una legge, mentre il raddoppio delle capacità delle macchine avviene in pochi mesi. Inoltre, nessuno sa a che punto sia la corsa. L’IA e le armi cibernetiche implicano software che possono essere sviluppati in segreto; persino le nostre stesse capacità non sono completamente note, poiché le armi cibernetiche non possono essere testate in un ambiente reale (Telepolis, 24 giugno 2026). “Siamo in vantaggio sulla Cina” non è quindi una valutazione oggettiva della situazione, ma piuttosto un’affermazione utilizzata per giustificare un non rallentamento. Due parti che si considerano entrambe in vantaggio, e non rallentano, rappresentano lo scenario più pericoloso che questa competizione possa assumere. In questa logica, il “troppo tardi” non è una data, ma un modo d’essere. È il momento in cui la mano di Schmidt sull’interruttore di accensione non serve più a nulla, perché, come dimostra Russell, il sistema ha imparato che non può raggiungere il proprio obiettivo se viene spento e perché, come afferma Hinton, è in grado di convincere le persone a non farlo. Non ci si accorge di tutto ciò mentre sta accadendo, ma solo in seguito. David Sacks ha risposto ad Amodei affermando che il modo più semplice per evitare di costruire una superintelligenza è decidere insieme di non costruirla (PBS/AP). Con questa affermazione voleva fare del sarcasmo. È ciò di cui avremmo effettivamente bisogno. Purtroppo, Sacks esige che lo facciano aziende concorrenti, del tutto incapaci di rispettare un tale impegno autoimposto, e assolve il Governo, che potrebbe far rispettare questo dovere. Se il Governo è responsabile di prevenire danni ai propri cittadini e di proteggerli, dovrebbe anche fermare la superintelligenza. Ora, non più tardi. Ciò che occorre, in sostanza, lo sappiamo da molto tempo. L’intelligenza artificiale non deve avere alcun posto nella catena di comando: né nella selezione di target, né nell’emissione di ordini, né in alcun ambito di allerta precoce e di autorizzazione nucleare. Lo sviluppo richiede una pausa concordata durante la quale i revisori indipendenti abbiano accesso ai sistemi, proprio come Amodei ha promesso per la propria azienda, solo che questa volta deve essere vincolante e applicarsi a tutti. E poiché le capacità del software non possono essere quantificate, sono le procedure, piuttosto che gli oggetti, a dover essere sottoposte a scrutinio, come i processi di autorizzazione, le catene decisionali e gli obblighi di segnalazione degli incidenti come quello di Hugging Face. I responsabili delle politiche di sicurezza internazionali avevano capito in passato, ad esempio nel Rapporto Palme del 1982, che la sicurezza nell’era nucleare può essere raggiunta solo con l’avversario, non contro di lui. Il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio INF aveva successivamente eliminato un’intera classe di armi: gli Stati Uniti e la Russia concordarono di distruggere i propri missili nucleari e le relative infrastrutture in tutto il mondo. Il Trattato sui cieli aperti aveva instaurato un clima di fiducia attraverso la trasparenza, prevedendo ogni anno un numero specifico di voli di osservazione concordati sul territorio degli altri Stati firmatari del trattato. Entrambi sono stati rescissi o sono scaduti, e non vi sono accordi che ne abbiano preso il posto (Telepolis, 25 giugno 2026). Il giorno dopo il discorso di Trump, Xi Jinping ha invocato una maggiore cooperazione internazionale (CNN, 14 settembre 2026). Il fatto che questa invocazione venga da Pechino non è rassicurante. Dimostra quanto buon mercato un’offerta del genere sia diventata e quanto costoso sarebbe rifiutarla. Il 20 settembre, Trump ha finalmente annunciato un ente che regolamenterà l’IA, l’“AI Force”, ma ha aggiunto che, in nessuna circostanza, gli sarà permesso di ostacolare l’attuale progresso tecnologico. Inoltre, non ha indetto la creazione del tanto necessario quadro congiunto di sicurezza internazionale perché, data la sua visione sciovinista, è esattamente ciò che non vuole. Di Axel Fersen e Klaus Moegling -------------------------------------------------------------------------------- Axel Fersen, politologo impegnato nella politica di pace e autore di articoli di analisi dell’attualità, esperto di trasformazione digitale e intelligenza artificiale; membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto europeo per la ricerca sociale e sanitaria di Berlino. Coordina il Circolo Erhard Eppler ed è attivo nel gruppo di studio sulla valutazione tecnologica della digitalizzazione presso l’Associazione degli scienziati tedeschi (VDW).  https://www.erhard-eppler-kreis.de/uber-uns/ Klaus Moegling, Professore emerito, politologo, ricercatore nel campo della pace e sociologo; ha insegnato in diverse università e istituti di formazione per insegnanti, da ultimo presso l’Università di Kassel in qualità di professore presso il Dipartimento di Scienze Sociali; tra gli altri incarichi, è membro del comitato consultivo scientifico dell’Erhard Eppler Circle. È autore del libro «Neuordnung. Ist eine friedliche und nachhaltig entwickelte Welt noch möglich?» (Riorganizzazione. È ancora possibile un mondo pacifico e sviluppato in modo sostenibile?), la cui settima edizione aggiornata e ampliata è disponibile gratuitamente sul suo sito web: https://www.klaus-moegling.de/international-edition/ Insieme a Josef Mühlbauer (Università di Graz), ha curato il volume *Paths to Peace: Perspectives on Critical Peace Research* (maggio 2026, Verlag Westfälisches Dampfboot), disponibile in versione cartacea e in open access: https://www.dampfboot-verlag.de/de/buecher/wege-zum-frieden -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI GAIA DA RÈ. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
October 1, 2026
Pressenza
Milano, piazza Duomo – Quotidianamente al centro del mondo. Domenica scorsa…
Tutti giorni affollata da tanta gente – milanesi, pendolari, turisti,… – da un anno e mezzo nel tardo pomeriggio la piazza principale del capoluogo lombardo e capitale italiana dell’industria e della finanza diventa un luogo di confronto e incontro, a volte scontro, tra le persone che lavorano, fanno compere o passeggiano e quelle che manifestano contro il genocidio dei palestinesi. Ad esempio domenica scorsa quando io – che a Milano sono nata e cresciuta, ho abitato e lavorato fino ai miei primi 44 anni ed ero tornata per qualche giorno – sono andata a …vedere l’effetto che fa…, cioè a capire come viene svolta questa iniziativa e cosa succede durante il suo svolgimento: Come spiega Andrea Luotto, un ideatore e animatore dell’iniziativa, la manifestazione quotidiana coinvolge i partecipanti silenziosamente, così a protestare senza ‘disturbare la quiete pubblica‘ e pacificamente, nella forma espressiva del silenzio per la pace a Milano praticato dal marzo 2022 in via Mercanti ogni giovedì pomeriggio (Silenzio per la Pace – Milano). Dopo la prima, praticata del collettivo francese Artisans de paix nel 1982, l’ora in silenzio per la pace si è diffusa anche in Italia, dove – come illustra la mappa online dall’estate scorsa sul repertorio italiano di Pressenza (nella colonna a destra della videata) – viene svolta settimanalmente a Longare dal 1986, a Verona dal 1990, a Genova dal 2001,… e da quando è cominciata la guerra in Ucraina ed è iniziato l’assedio della Striscia di Gaza in moltissime altre città e località. L’iniziativa silente viene tacitamente approvata da molti passanti: alcuni lo dimostrano soffermandosi a osservare o fotografare i manifestanti, la maggior parte invece senza dire o fare niente, come i giovani che, pur rifiutando di venire intervistati, hanno spiegato che siccome stavano lavorando preferivano non essere ripresi però dichiarato la propria solidarietà con la popolazione palestinese e chi si erge in sua difesa. Una ragazza ha chiesto ad Andrea se poteva prestargli la bandiera della Palestina per farsi una foto. Un’altra invece… La manifestazione viene svolta tutti i giorni in piazza Duomo nel periodo estivo dalle 18:30 alle 19:30 e nel periodo invernale dalle 18 alle 19. Come spiega Andrea, l’orario invernale quest’anno comincia il 4 ottobre, quindi in una data emblematica, onomastico di San Francesco d’Assisi, che a Milano verrà celebrato con lo spettacolo messo in scena da Aldo Cazzullo insieme ad Angelo Branduardi al Teatro Carcano, lo stesso in cui è ambientata una canzone di Enzo Iannacci…   Maddalena Brunasti
October 1, 2026
Pressenza
Si Marcia per la pace in Romagna domenica 4 ottobre
Domenica 4 ottobre, la Romagna torna a camminare per la pace. Si ripete l’appuntamento con la Marcia per la Pace Romagna, ormai alla sua nona edizione. La Marcia per la Pace Romagna non è solo una data sul calendario, bensì la prova concreta di una comunità che decide di non voler restare a guardare. Nata nel 2012 come iniziativa del Centro per la Pace di Forlì, insieme al Comune e a tante associazioni locali, questa manifestazione dimostra che la pace non è un’idea astratta, ma una scelta quotidiana di vicinanza, ascolto e solidarietà. Da allora, il Centro continua a creare occasioni di incontro e partecipazione attorno ai temi della nonviolenza e della solidarietà. L’edizione di quest’anno coinvolge i Comuni di Forlì, Forlimpopoli e Bertinoro, riunendo cittadini, associazioni e realtà locali sotto lo stesso messaggio: “Se vuoi la Pace, prepara la pace”. Mettersi in cammino non significa soltanto attraversare fisicamente un territorio, ma è soprattutto trasformare la strada in uno spazio di incontro, confronto e partecipazione collettiva. È proprio questa dimensione condivisa che, come Centro per la Pace, vogliamo valorizzare. Camminare insieme significa creare legami, mettere in relazione persone e realtà diverse e riportare questi temi al centro della nostra vita pubblica. La giornata del 4 ottobre prenderà il via da più punti. Da Forlì, alle 8.45, i partecipanti partiranno in bicicletta da Piazza Saffi, mentre da Cesena l’incontro è all’Ippodromo alle 9.15. I due gruppi confluiranno poi a Forlimpopoli per proseguire insieme verso Bertinoro, il borgo romagnolo simbolo di ospitalità. La marcia si concluderà nel giardino della Rocca, dove sono previsti interventi istituzionali, un momento musicale e gli stand delle associazioni coinvolte. La scelta di camminare insieme si carica di un profondo significato simbolico, raccogliendo così il testimone della grande Marcia Perugia-Assisi, nata nel 1961 per iniziativa di Aldo Capitini nella quale persone che arrivano da luoghi diversi, percorrono lo stesso cammino e scoprono di essere un’unica grande comunità unita da solidarietà e bene comune. È anche per questo che, come Centro per la Pace di Forlì, continuiamo a promuovere la Marcia: perché crediamo che la costruzione della pace passi anche dalla possibilità di incontrarsi e confrontarsi. Ma come si prepara concretamente la pace? Camminare insieme significa anche prendersi la responsabilità di risposte concrete. Con i cittadini e le realtà del territorio sosteniamo tre impegni precisi: 1º: Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta: la richiesta istituzionale di un Dipartimento dedicato e di un Istituto di ricerca sulla pace e sul disarmo, per educare alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 2º: Creazione e rafforzamento dei Corpi Civili di Pace Europei: il rafforzamento di strumenti di intervento civile nei contesti di crisi per fare mediazione, dialogo e tutela dei diritti umani (sperimentazione già attiva nel Servizio Civile Universale). 3º: Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari: chiediamo con forza al Governo italiano di aderire al trattato entrato in vigore nel 2021. Le tre proposte portate avanti dalle organizzazioni e dai cittadini si inseriscono in un dibattito più ampio che riguarda tutti noi: il legame tra riarmo, diritto internazionale e prevenzione delle crisi. Per la nostra comunità, portare questi temi all’interno della Marcia significa andare oltre le semplici affermazioni di principio e chiedersi su quali strumenti reali vogliamo investire. Parlare di pace, infatti, vuol dire mettere in dubbio l’enorme quantità di risorse che vengono destinate alla preparazione militare e decidere di usare quelle stesse energie e quei fondi per progetti civili che aiutino a gestire i conflitti. Significa anche guardare alle brutali conseguenze ambientali della guerra e delle attività militari, come la distruzione degli ecosistemi, il consumo di risorse e l’inquinamento. Quindi, la questione non riguarda soltanto quello che succede sui campi di battaglia, ma riguarda anche le istituzioni, le organizzazioni internazionali e la società civile. Quali alternative possiamo sviluppare prima che una crisi divampi? Quale ruolo possiamo avere noi cittadini nel far crescere una cultura della tolleranza e dell’educazione alla nonviolenza? È qui che il livello locale si connette con quello nazionale. La proposta sulla Difesa Civile punta proprio a dare una veste istituzionale alle richieste che salgono dal basso, trasformando la voce dei cittadini in vere politiche pubbliche parlamentari. La Marcia nasce sul territorio, ma parla al Paese e al mondo, ponendo una domanda ineludibile: la pace è soltanto l’assenza di guerra o è qualcosa che dobbiamo imparare a preparare con strumenti, competenze e istituzioni civili? La guerra consuma risorse, devasta ecosistemi e cancella il futuro. Preparare la pace significa rovesciare questa logica: investire nella prevenzione, nell’educazione e in alternative reali alla risposta militare. Dalla mobilitazione delle nostre piazze alla trasformazione in politiche pubbliche nazionali il passo è fondamentale. Il 4 ottobre, la strada che unisce Forlì, Forlimpopoli e Bertinoro diventa il simbolo di ciò che possiamo essere quando decidiamo di camminare insieme. La pace si costruisce così: passo dopo passo, persona dopo persona, partendo dalla nostra terra per guardare al mondo intero.   Marta Galliadi, Centro per la Pace Forlì Redazione Romagna
October 1, 2026
Pressenza
FRANCIA: NUOVA GIORNATA DI MOBILITAZIONE E BLOCAGES STUDENTESCHI IN TUTTO IL PAESE. LA PROTESTA SI STENDE ALLE FACOLTA’
Blocchi, picchetti davanti ai licei e manifestazioni, si sono svolti in tutte le città francesi nella nuova giornata odierna di mobilitazione studentesca che ha diverse rivendicazioni, tra le quali avere maggiori risorse destinate alle scuole,  protestare contro gli edifici scolastici fatiscenti e  superare la piattaforma informatica di ammissione all’università parcoursup considerata un sistema ingiusto e selettivo. Anche oggi si sono ripetuti gli attacchi della polizia con lacrimogeni, pallottole di gomme e fermi violenti contro gli studenti e il governo ha annunciato una specie di serrata annunciando che “un elenco di licei passerà alla didattica a distanza. Questa escalation di violenza rende praticamente impossibile la continuità del servizio pubblico di istruzione in diversi licei, esponendo così ad un pericolo il personale educativo e gli studenti”, ha dichiarato l’entourage del primo ministro. “Quello che caratterizza il movimento è questa mobilitazione gioiosa di questi ragazzi che sono contenti di avere un protagonismo politico – afferma ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Cesare Piccolo – che sono stressati perché in Francia c’è una competizione, uno stress che viene messo a questa gioventù che è terrificante, una specie di arrivismo, lotta di tutti contro tutti, una finta meritocrazia che in realtà diventa una vera selezione sociale, con graduatorie continue e difficoltà ad accedere a studi superiori. Nei quartieri popolari le scuola sono ancora più fatiscenti che nel resto del paese e quindi si aggiunge anche un malcontento di classe estremamente sentito nei giovani delle classi popolari.” Questa mattina il nostro collaboratore  è stato davanti al liceo Eugénie Cotton a Montreuil comune della periferia parigina: anche qui la polizia è intervenuta sparando granate quando gli studenti hanno dato fuoco ad un cassonetto per fare un blocco stradale. “Questa mobilitazione si estende e ormai si sta estendendo anche agli studenti universitari che è esattamente quello che il governo teme. In realtà la risposta che darà il governo la sta già dando ed è sempre la solita: ultraviolenza, ultra repressione, con oltre 600 fermi e centinaia di feriti. intimidazione, criminalizzazione del movimento e poi probabilmente repressione giudiziaria anche dopo come era successo con i gilets jaunes. Comunque al di là delle mobilitazioni e dei picchetti ci sono anche manifestazioni in tutta la Francia, in tutte le città francesi ma anche nei piccoli centri che non siamo abituati a vedere in lotta ma che però avevamo già visto mobilitarsi all’epoca del movimento contro la riforma delle pensioni.” La corrispondenza da Parigi di Cesare Piccolo giornalista indipendente e nostro collaboratoreAscolta o scarica
October 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Il futuro del clima è oggi
-------------------------------------------------------------------------------- L’estate più calda degli ultimi 250 anni, quello che possiamo fare dal basso e quello che possono fare le istituzioni nazionali e internazionali, il “negazionismo banale”. Questi alcuni dei affrontati con grande chiarezza da Luca Mercalli, in questa intervista realizzata dall’associazione Terra Giusta per il ciclo di incontri “Conversazioni sul futuro” (prossimi appuntamenti on line: ottobre Marco D’Eramo, novembre Monica Di Sisto, dicembre Telmo Pievani). -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il futuro del clima è oggi proviene da Comune-info.
October 1, 2026
Comune-info

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