Si stanno spegnendo a poco a poco gli altoforni dell’ILVA
Negli anni Novanta i lavoratori della cokeria in otto ore respiravano inquinanti cancerogeni equivalenti a 60 mila sigarette. Di notte arrivavano nella città nubi tossiche, fino nelle camere da letto dei bambini. Era una sensazione terribile e spettrale che sta per finire. Finalmente. C’è un silenzio che a Taranto, nel quartiere Tamburi, faceva paura. Quando calava la notte e le luci della città si spengevano, l’area a caldo dell’ILVA – lì vicina a soli trecento metri – continuava a funzionare e le nubi salivano al cielo minacciose.  L’aria si faceva densa di un odore metallico e acre. Chi ha vissuto quelle notti lo sa: era una presenza quasi spettrale, un’ombra che vegliava sui tetti e sulle culle. E mentre ci si addormentava, la consapevolezza era atroce: anche i bambini, nel loro sonno, avrebbero respirato aria cancerogena. Oggi, mentre gli altiforni si spengono definitivamente, quella presenza spettrale inizia a dissolversi. La Corte di Cassazione ha confermato lo stop dell’area a caldo, imponendo la chiusura degli impianti per tutelare la salute pubblica. Le operazioni di spegnimento sono già in corso: riguardano tutti gli altiforni. È un passaggio storico, atteso da tempo, che PeaceLink ha sempre invocato come atto di giustizia sanitaria e ambientale. Non possiamo dimenticare ciò che è stato. I dati che PeaceLink ha contribuito a portare alla luce sono lì a ricordarci l’entità della tragedia silenziosa. Nei primi anni Duemila, nel quartiere Tamburi, i bambini hanno respirato elevate quantità di benzo(a)pirene, un cancerogeno genotossico e neurotossico. In soli tre giorni, tra il 2 e il 4 marzo 2004, l’aria che respirarono equivaleva a 200 sigarette. Le concentrazioni giornaliere, in quei “tre giorni terribili”, furono di 15,8, 22,4 e 65,5 ng/m³, corrispondenti a 31, 44 e 128 sigarette al giorno. Non sappiamo cosa è avvenuto negli anni Novanta, o negli anni Ottanta, o negli anni Settanta o negli anni Sessanta. Non c’erano misurazioni di questo tipo nel quartiere Tamburi di Taranto. Ma da una stima realizzata per i lavoratori della cokeria l’esposizione per il benzo(a)pirene in un turno di otto ore poteva raggiungere le 60.000 sigarette equivalenti nel periodo degli anni Novanta. Nessuna indagine epidemiologica è stata fatta per accertare quanti operai della cokeria sono morti in quell’inferno. Una comunità intera ha portato sulle spalle un tetro fardello di paura.   Nello stabilimento Ilva di Taranto sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto. La prima AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) riesaminata con decreto del 26 ottobre 2012 prevedeva che gli interventi ambientali nell’ILVA, tra cui quelli relativi alla gestione e rimozione dell’amianto, dovessero essere attuati entro un arco temporale massimo di 36 mesi. Di conseguenza, il termine ultimo fissato da quella prima AIA cadeva nell’ottobre 2015. E’ stato fatto? No. Siamo nel 2026. La Cassazione è stata giustamente inesorabile.  Stop. PeaceLink lo ha denunciato per anni: la salute dei cittadini, e in particolare quella dei più piccoli, non è negoziabile. Lo spegnimento degli altiforni, zeppi di amianto cancerogeno, non cancella il passato, ma segna l’inizio di un futuro diverso. Finalmente diverso. Peacelink Telematica per la Pace
November 6, 2026
Pressenza
USA: in borsa le big tech affondano con Trump (e adesso cambiano atteggiamento)
Sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti si è abbattuta un’”ondata blu”: i Democratici hanno ribaltato in modo sostanziale gli equilibri di potere. I motivi di una simile svolta nella sensibilità politica del Paese sono molti, ma tra questi emergono la crescente sfiducia verso l’oligarchia delle Big Tech e l’ostilità dichiarata verso la costruzione di nuovi data center. Non a caso, a scrutinio concluso, i titoli tecnologici sono crollati in Borsa e i vertici delle aziende hanno cambiato subito il tono delle loro comunicazioni pubbliche. Dopo i risultati, il Nasdaq, indice fortemente legato al settore tecnologico, ha perso oltre il 5,5%, con un calo repentino stimato in 3.200 miliardi di dollari. Tutte le “Magnifiche Sette” sono in ribasso: Apple -1,5%, Microsoft -3,5%, Amazon -2%, Alphabet -1,9%, Meta -3,9% e, soprattutto, NVIDIA -9,26% e Tesla -10,7%, due aziende il cui futuro finanziario dipende in larga parte dalla costruzione di quegli hyperscaler tanto invisi alle comunità locali. Male anche Oracle (-6,9%), che non fa parte del pantheon delle Big Tech, ma è strettamente legata alla tenuta della bolla dell’IA e, attraverso la famiglia del suo fondatore, Larry Ellison, a una parte rilevante del settore dell’informazione e dell’intrattenimento. Sotto l’ala della famiglia Ellison figurano Paramount, Skydance, CBS, CNN e TikTok. Elon Musk, che nei mesi scorsi aveva investito 450 milioni di dollari a sostegno delle campagne dei candidati Repubblicani, ha visto SpaceX e Tesla perdere rispettivamente il 9% e l’11% del valore di mercato, per oltre 420 miliardi di dollari complessivi. Una reazione così marcata suggerisce che gli investitori temono la fine della lunga impunità di cui le aziende tech hanno goduto: con Senato e Camera a maggioranza Democratica, potrebbero partire numerose indagini su presunte violazioni di legge. Il primo potenziale bersaglio di questa retribuzione politica sarebbe proprio Musk, sia per l’attività delle sue imprese sia per l’ambiguo ruolo che ha rivestito all’interno di DOGE, la simil-agenzia governativa che ha guidato i tagli alla spesa pubblica, con effetti pesanti sui servizi e con l’eliminazione di aiuti esteri la cui scomparsa, secondo alcune stime, avrebbe causato oltre 600.000 morti. Non a caso, in vista del voto, il Presidente USA Donald Trump aveva ventilato l’ipotesi di una grazia preventiva per proteggere l’imprenditore da ogni conseguenza. Data l’avversione degli americani per i data center, si prevede inoltre un forte ridimensionamento dei progetti di nuove infrastrutture per clause e calcolo IA. Il timore di questa prospettiva ha inferto uno strattone a tutti i produttori di microchip, anche quelli esteri: da SK Hynix a Samsung fino all’europea ASML. Il fatto che chi ha investito massicciamente nell’IA cominci a dubitare che quegli investimenti daranno i frutti promessi, contribuisce a sua volta a creare una forte instabilitá e a enfatizzare gli effetti delle midterm. Percependo il cambio di vento, le aziende del settore hanno rivisto subito il tono con cui parlano al pubblico: meno “dobbiamo farlo”, più “troviamo un compromesso civile”. Fino a poche settimane fa Sam Altman, CEO di OpenAI, sosteneva che «il mondo dovrebbe accettare che accadano alcune cose brutte per il bene di questa tecnologia». Ieri, giovedì 5 novembre, sempre OpenAI ha invece annunciato il National Community Compact, un’iniziativa per lo sviluppo sostenibile dell’IA che promette maggiore trasparenza su contratti con le istituzioni, tecnologie impiegate, impatto ambientale e fabbisogno di risorse. OpenAI si impegna formalmente a pagare per intero i costi energetici delle proprie infrastrutture – finora si è osservato che le bollette di acqua ed elettricità aumentavano in concomitanza con l’arrivo degli hyperscaler – e a dialogare con le comunità per avviare progetti collaterali a beneficio della società. The post USA: in borsa le big tech affondano con Trump (e adesso cambiano atteggiamento) appeared first on L'Indipendente.
November 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Appello sulla vicenda di Youssef Siher e Sagia Hammoud
Come professionisti e professioniste del diritto, e realtà della società civile impegnate nella tutela dei diritti umani, denunciamo con fermezza i gravissimi profili di allarme democratico emersi nella vicenda giudiziaria che coinvolge Youssef Siher e Sagia Hammoud. Il caso costituisce un ulteriore segnale del progressivo arretramento delle garanzie dello Stato di diritto: dalla criminalizzazione del dissenso politico alla costruzione di colpevoli nell’arena mediatica, fino alle indebite pressioni esercitate sul dibattito pubblico da esponenti dell’Esecutivo in relazione a decisioni dell’autorità giudiziaria. Sono dinamiche che, nel loro insieme, mettono a rischio principi costituzionali irrinunciabili e la stessa qualità democratica del Paese. In un contesto segnato dal susseguirsi di interventi normativi di impronta securitaria e da politiche migratorie sempre più restrittive, assistiamo alla sistematica rappresentazione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico e alla costruzione di un «nemico interno» su cui indirizzare paura e ostilità sociale. La vicenda di Siher e Hammoud, anche in ragione della loro origine araba e appartenenza religiosa musulmana, rischia di essere piegata a questa logica di stigmatizzazione, alimentando pregiudizi e discriminazioni anziché un confronto pubblico fondato sui fatti e sul rispetto delle garanzie individuali. Desta particolare preoccupazione il ricorso a ipotesi di reato di eccezionale gravità, con richiami alla matrice terroristica, per condotte che devono essere sottoposte a un rigoroso accertamento della loro effettiva rilevanza penale: senza anticipare alcun giudizio sull’esito delle indagini, non è ammissibile che la gravità delle qualificazioni giuridiche prospettate si traduca, di per sé, in una presunzione di pericolosità o di colpevolezza. La libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione e dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non può essere compressa attraverso un’indebita dilatazione della rilevanza penale di dichiarazioni, opinioni o forme di dissenso. L’evocazione del terrorismo esige un riscontro puntuale degli elementi costitutivi delle relative fattispecie: diversamente, il diritto penale rischia di degenerare in uno strumento di intimidazione politica, in contrasto con i principi di legalità, offensività e proporzionalità. Parimenti inaccettabili, sul piano istituzionale, appaiono le espressioni di disprezzo rivolte dalla Presidente del Consiglio e da esponenti del Governo all’operato della GIP a seguito del rigetto della richiesta cautelare. Il potere esecutivo può esprimere valutazioni politiche, ma non può pretendere che la giurisdizione si conformi alle aspettative governative né delegittimare una decisione giudiziaria per il solo fatto che essa non corrisponde a tali aspettative. L’indipendenza della magistratura, la soggezione dei giudici soltanto alla legge e la separazione dei poteri non sono ostacoli all’azione politica sono presìdi essenziali di democrazia contro l’arbitrio. Condanniamo, inoltre, la campagna di esposizione e stigmatizzazione mediatica che ha accompagnato la vicenda, rappresentando gli indagati, in talune ricostruzioni giornalistiche, come responsabili già individuati dei fatti di Milano. È una deriva incompatibile con il principio di presunzione di non colpevolezza sancito dall’art. 27, secondo comma, della Costituzione e dall’art. 6, paragrafo 2, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, oltre che lesiva della dignità delle persone coinvolte. La libertà di stampa, pilastro di ogni ordinamento democratico, comporta la responsabilità di informare con accuratezza, di distinguere i fatti dalle ipotesi accusatorie e di non sostituire il processo con un verdetto pronunciato sulle pagine dei giornali o nei dibattiti televisivi. Come costantemente riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, il ruolo della stampa quale «cane da guardia» della democrazia esige autonomia critica nei confronti del potere, non adesione a campagne di delegittimazione preventiva. Rifiutiamo una concezione del diritto penale come strumento di governo del conflitto sociale e di neutralizzazione del dissenso. In particolare, il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza, unitamente all’ingerenza dell’esecutivo nella sfera del potere giudiziario, rivela una preoccupante tendenza, diffusa nei Paesi occidentali, alla progressiva alterazione degli equilibri costituzionali e alla concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo, secondo una deriva di chiara impronta autoritaria. Rivolgiamo pertanto un appello a tutte le professioniste e a tutti i professionisti del diritto, alle organizzazioni democratiche e agli organi di informazione affinché difendano senza ambiguità le garanzie costituzionali, la libertà di espressione, il diritto di difesa e l’indipendenza della giurisdizione. Chiediamo che ogni ulteriore attività investigativa e processuale nei confronti di Youssef Siher e Sagia Hammoud si svolga nel pieno rispetto della presunzione di non colpevolezza, del contraddittorio e dei diritti della difesa, senza condizionamenti politici né processi mediatici. La difesa dello Stato di diritto si misura precisamente dalla capacità di assicurare tali garanzie anche — e soprattutto — quando il clima politico e mediatico vorrebbe sacrificarle. Possono aderire giuristi, avvocati e associazioni nell’ambito del diritto compilando il modulo in calce al documento qui linkato > COMUNICATO SULLA VICENDA DI YOUSSEF SIHER E SAGIA HAMMOUD Redazione Italia
November 6, 2026
Pressenza
La speranza in ciò che abbiamo
IL MONDO CHE DESIDERIAMO NON È DEL TUTTO ESTRANEO AL NOSTRO PRESENTE. ESISTE GIÀ, IN FORMA FRAGILE E INCOMPIUTA, NELLE PRATICHE DI CHI PROVA A VIVERE DIVERSAMENTE, NELLA QUOTIDIANITÀ DELLE PERSONE CHE SI PRENDONO CURA DEGLI ALTRI, SI IMPEGNANO PER LA GIUSTIZIA, COSTRUISCONO OCCASIONI DI INCONTRO E SOLIDARIETÀ. LA NOSTRA RESPONSABILITÀ È NON LASCIARLE SOLE. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DA UN TESTO DI GIORGIO AGAMBEN -------------------------------------------------------------------------------- Khan Younis, sud della Striscia di Gaza. Foto di Sami Abuomar di Gaza FREEstyle. Un gruppo di bambini ha ripulito le macerie di un ex mercato e costruito un campo da pallavolo. “Non sconfiggerete mai la voglia di vivere dei palestinesi” scrive Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- C’è un testo apparso su Comune di Giorgio Agamben, intitolato “Speranza e desiderio“, che mi ha fatto fermare a riflettere. Sono poche righe, ma contengono un modo di guardare alla speranza che trovo particolarmente necessario, soprattutto in un tempo in cui sembra diventato difficile immaginare un futuro diverso. Agamben comincia richiamando Dante e la condizione degli abitanti del Limbo, descritta da Virgilio con queste parole: «sanza speme vivemo in disio». Viviamo nel desiderio, ma senza speranza. È un’immagine che descrive con precisione una condizione che ci è familiare: continuiamo a desiderare un mondo più giusto, relazioni più umane, la pace, una società capace di non lasciare indietro nessuno. Eppure questi desideri convivono spesso con la sensazione che le cose non possano cambiare davvero. Desideriamo, ma facciamo fatica a credere nella possibilità che ciò che desideriamo possa realizzarsi. Il futuro appare come uno spazio difficile da abitare. Agamben propone però un rovesciamento profondo. Siamo abituati a rivolgere la speranza verso un bene che ci manca, qualcosa che vorremmo raggiungere. Lui ci invita invece a rivolgerla «a quello che già abbiamo, al bene che è in noi, perché resti vivo e ci faccia vivere». La speranza, allora, non deve necessariamente essere collocata tutta nel futuro, in un’attesa astratta. Può cominciare dal riconoscimento di ciò che già esiste e che rischiamo di non vedere più: le persone che si prendono cura degli altri, chi si impegna per la giustizia, chi costruisce occasioni di incontro e solidarietà. Presenze vive che impediscono al mondo di appiattirsi sull’indifferenza. È qui che la riflessione di Agamben mi ha aperto una domanda. Quando scrive che «la speranza in ciò che abbiamo è una forma speciale di memoria», non leggo soltanto un invito a ricordare ciò che è stato. Mi sembra piuttosto un modo per interrogare il nostro rapporto con ciò che, nel presente, continua a meritare attenzione e cura. Da questa intuizione nasce, almeno per me, un legame profondo tra memoria e responsabilità. Tra memoria e responsabilità il passaggio non è automatico. È il percorso che queste parole mi suggeriscono. Ricordare, infatti, non significa semplicemente guardare indietro o celebrare nostalgicamente ciò che è stato, che si tratti delle conquiste democratiche, delle lotte per i diritti o dei gesti quotidiani di solidarietà. Se la memoria resta confinata al passato, perde gran parte della sua forza. Diventa invece una pratica viva quando ci chiama a riconoscere ciò che oggi è fragile e prezioso e a non lasciarlo dissolvere nell’indifferenza. In questo senso, la responsabilità non coincide con la semplice conservazione di ciò che esiste, ma con la scelta di accompagnarne la crescita e la possibilità di futuro. Accogliere questo sguardo mi sembra importante per non rinunciare alla speranza. Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato lasciarsi sfuggire ciò che è già vivo e presente; dall’altro inseguire promesse astratte, prive di radici nell’esperienza concreta. Ancorare la speranza a ciò che già esiste significa darle consistenza. Leggendo Agamben, mi pare che questa vigilanza sia una delle forme possibili del pensiero. A me suggerisce anche qualcosa di ulteriore: una responsabilità concreta verso quelle esperienze, relazioni e pratiche che rendono il mondo più abitabile. Non una conservazione immobile, ma una forma di fedeltà capace di generare nuova vita. Questo non significa affatto accontentarsi né rinunciare a contrastare le ingiustizie e la negazione dei diritti. Al contrario, significa riconoscere che il mondo che desideriamo non è del tutto estraneo al nostro presente. Esiste già, in forma fragile e incompiuta, nelle pratiche di chi prova a vivere diversamente. La nostra responsabilità è non lasciarlo solo. Agamben conclude identificando questa trasformazione della speranza in memoria con il pensiero, con «la vita della mente». È una conclusione che trovo particolarmente feconda. Se, come suggerisce Agamben, il pensiero nasce anche da questa capacità di custodire la memoria del bene che abbiamo, allora esso diventa anche una resistenza contro tutto ciò che tende a renderlo invisibile. Da qui nasce, per me, una conseguenza ulteriore: pensare non significa soltanto comprendere il mondo, ma restare fedeli alle possibilità di umanità che esso già contiene. Per questo il mondo che desideriamo non comincia soltanto domani. È già presente, in modo fragile e incompiuto, nelle relazioni e nelle esperienze che ogni giorno lo rendono possibile. E forse sperare significa anche questo: riconoscerlo, averne cura e non lasciarlo scomparire. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La speranza in ciò che abbiamo proviene da Comune-info.
November 6, 2026
Comune-info
Terza condanna per il Viminale: il “registro degli eventi critici” del CPR di Gjadër va reso pubblico
CON UNA DECISIONE LAMPO – A QUATTRO GIORNI DALL’UDIENZA – IL 30 OTTOBRE IL TAR DEL LAZIO HA RICONFERMATO QUANTO DETTO MENO DI UN ANNO FA: NUOVAMENTE RICONOSCIUTO IL DIRITTO DI ALTRECONOMIA A CONSULTARE E FAR CONOSCERE ALL’OPINIONE PUBBLICA IL CONTENUTO DEL DOCUMENTO. Assistita dagli avvocati Anna Pellegrino, Salvatore Fachile e Federica Remiddi, Altreconomia ha impugnato il nuovo diniego della prefettura di Roma che aveva impedito di consultare il documento che racconta la sofferenza quotidiana nel centro di detenzione in Albania. Un ostacolo paradossale considerato che prima il Tar del Lazio e poi il Consiglio di Stato ne avevano già stabilito l’illegittimità. Per la terza volta in meno di un anno il ministero dell’Interno è stato condannato per non aver consentito l’accesso al “registro degli eventi critici” del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gjadër in Albania. Il 30 ottobre il Tribunale amministrativo del Lazio ha nuovamente riconosciuto con una decisione lampo – a quattro giorni dall’udienza – il nostro diritto a poterlo consultare e farne conoscere il contenuto all’opinione pubblica. Un contenuto scomodo perché descrive la sofferenza quotidiana all’interno di quelle strutture presentate come “modello” dal governo di Giorgia Meloni. Forse proprio per questo il Viminale aveva fatto orecchie da mercante. Nonostante prima il 13 novembre 2025 e poi in appello il 26 marzo 2026, il Consiglio di Stato avesse già chiarito che non c’erano ragioni valide per non far conoscere ai giornalisti il contenuto di quel documento. In particolare si paventava un pericolo di violazione della privacy, anche se nomi e cognomi delle persone all’interno del registro possano essere agevolmente cancellati. “L’Amministrazione non è stata in grado di dimostrare per quale ragione la copia del registro, con oscuramento selettivo dei nominativi, ovvero dei codici identificativi, avrebbe potuto ciononostante esporre gli aventi diritto all’identificazione, escludendo tout-court la possibilità di un accesso parziale, risultante al contrario possibile e doveroso”, aveva scritto la massima autorità amministrativa nella sentenza. Nonostante questo, una volta ottenuta copia del registro per il quale era stato presentato ricorso, abbiamo avanzato una nuova richiesta per poter visionare quello relativo al periodo compreso tra l’11 aprile 2025 e il 24 marzo 2026. Anche questa volta però la prefettura di Roma ha negato l’accesso al documento. In una nota a firma del prefetto Giannini tornava a essere sollevata la questione della privacy, già censurata in due gradi di giudizio, alla quale si aggiungevano ulteriori motivazioni. Il primo riguardava possibili accertamenti investigativi in corso che richiedevano “un’apposita istruttoria presso gli uffici giudiziari ai fini dell’acquisizione delle previste autorizzazioni” e quindi la conoscibilità di quei documenti avrebbe ostacolato “il corso di possibili indagini di polizia”. Il secondo “la possibilità di rivelare punti di debolezza dell’infrastruttura e le modalità con cui i sistemi di protezione possono essere elusi, con evidenti pregiudizi delle esigenze di sicurezza”. E poi il terzo con cui addirittura si minava la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica perché il documento contiene informazioni “concernenti gli interventi delle forze di polizia con annotazione dei tempi di reazione, del numero di unità impiegate per sedare le criticità e delle tecniche operative utilizzate per ripristinare la sicurezza. Altreconomia ha impugnato questo diniego difesa da Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino di fronte (nuovamente) al Tar del Lazio che, dopo l’udienza del 27 ottobre, ha deliberato in appena tre giorni. Il testo è un “copia e incolla” di quanto deciso un anno fa e poi di quanto scritto dal Consiglio di Stato, ribadendo che non vi sono ragioni “per discostarsi da tale posizione, considerato che questo caso è identico a quello già deciso, cosicché anche il ricorso in esame va considerato e pertanto accolto”. “In tre diversi giudizi il ministero non è mai riuscito a dimostrare nulla di quello che sosteneva: prima la privacy, poi le indagini in corso, infine la sicurezza. Tutto questo è stato paventato come rischio ma mai ‘provato’. Evidentemente le ragioni erano altre ma giuridicamente insostenibili: non far conoscere che cosa succede in Albania”, sottolinea l’avvocata Pellegrino. Leggendo il contenuto di quello che accade nel Cpr di Gjadër (come in tutti gli altri dieci attivi in Italia) si capisce il perché: dall’11 aprile al 28 maggio 2025 il bilancio, come detto, è di 54 annotazioni in 48 giorni, la maggior parte per autolesionismo (22), tentativi di suicidio (12) e proteste dei reclusi (11). Il Tar ha dato trenta giorni alla prefettura di Roma per inviare il documento. Salvo un nuovo -e a questo punto improponibile- appello del ministero.     altreconomia
November 6, 2026
Pressenza
Il parlamento UE ha approvato la revoca del piano d’addio ai motori endotermici
Quarantotto voti a favore, trenta contrari e due astensioni per un «pacchetto più ampio volto a rendere il settore automobilistico europeo pulito e competitivo». È così che viene presentata la revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni per le nuove auto a partire dal 2035. Con il nuovo testo approvato dalla Commissione Ambiente dell’Eurocamera, le case automobilistiche non saranno più tenute a raggiungere l’azzeramento delle emissioni medie di CO₂ delle nuove auto vendute, ma potranno limitarsi a una riduzione dell’87,5%. A questa modifica si aggiunge l’equiparazione dei veicoli con motori a scoppio alimentati con biocarburanti ai veicoli elettrici, che verranno dunque considerati a emissione zero. Il provvedimento deve ancora completare un lungo iter prima di essere approvato definitivamente, ma si inserisce nel solco di altri interventi che hanno progressivamente ridimensionato i principali obiettivi del Green Deal. La proposta segna così un ulteriore passo nella revisione delle politiche comunitarie di transizione ecologica, mettendo in discussione uno degli ultimi pilastri della strategia di riduzione delle emissioni dell’UE. La proposta di revisione delle politiche comunitarie in materia di emissioni del comparto automobilistico è stata avanzata dall’eurodeputato italiano Massimiliano Salini, del Partito Popolare Europeo (PPE), esponente di Forza Italia. Il testo è stato approvato al termine di una fase di negoziazione con S&D, l’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (in Italia rappresentata dal PD), e Renew Europe, il gruppo liberale e centrista riconducibile all’area macroniana (in Italia rappresentato da Azione). È interessante notare come, in sede di votazione, i gruppi dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR, rappresentato in Italia da Fratelli d’Italia), dei Patrioti per l’Europa (PfE, a cui aderisce la Lega), dei Verdi/ALE (in Italia rappresentati da AVS) e della Sinistra (AVS e M5S) si siano opposti al testo. La maggioranza si è dunque formata attorno a un accordo tra forze politiche comprese tra il centrodestra e il centrosinistra, escludendo le formazioni collocate alle due estremità dello schieramento parlamentare. Per quanto riguarda la delegazione italiana, M5S, Azione e Alleanza Verdi e Sinistra non hanno partecipato alla votazione poiché privi di rappresentanza in commissione. La revisione interviene su diversi aspetti della politica europea in materia di emissioni del comparto automobilistico. In primo luogo, vengono rivisti gli obiettivi di riduzione delle emissioni per le nuove auto vendute dalle case automobilistiche, che passano dal 100% all’87,5%. Il testo prevede inoltre un ulteriore margine di flessibilità del 7,5%, riconosciuto attraverso crediti legati all’utilizzo di acciaio e altri materiali a basse emissioni di carbonio, ad esempio riciclati o prodotti ricorrendo a energia rinnovabile. In concreto, i produttori potranno compensare una parte delle emissioni delle proprie auto utilizzando materiali prodotti con processi meno inquinanti, senza ridurre le emissioni dei motori; questa flessibilità potrà coprire fino al 7,5% dell’obiettivo complessivo. Il restante 5% rappresenta invece il margine di emissioni che non dovrà essere compensato attraverso questi meccanismi, e resta dunque libero da vincoli. Analoghe modifiche sono previste per i furgoni: i nuovi obiettivi consentirebbero ai produttori di ridurre le emissioni del 35% entro il 2030, anziché del 40% attualmente previsto, e dell’80% entro il 2035, anziché del 100%. «Anche in questo caso, sarebbe possibile utilizzare crediti per l’acciaio a basse emissioni di carbonio, entro un limite massimo del 7,5%», specifica il comunicato dell’Eurocamera. La revisione prevede inoltre incentivi per favorire la produzione e la vendita di piccole auto elettriche. Una delle novità più rilevanti, tuttavia, riguarda i cosiddetti VEEF, acronimo di Vehicles running Exclusively on Eligible Fuels, ossia “veicoli alimentati esclusivamente con combustibili ammissibili” dalla normativa europea. Tradotto: i veicoli – anche a combustione – che funzionano con biocarburanti. «La definizione di “veicoli a zero emissioni” verrebbe modificata per includere sia i veicoli che non producono emissioni di CO₂ allo scarico, sia i VEEF», scrive il Parlamento. Con l’approvazione da parte della Commissione Ambiente, la revisione degli obiettivi sulle emissioni del comparto automobilistico dovrà ora passare al voto della plenaria, per poi affrontare il trilogo, ovvero il negoziato interistituzionale tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea, e completare il successivo iter legislativo. Il voto in commissione rappresenta tuttavia un primo passo verso la revisione di uno degli obiettivi cardine delle politiche europee di transizione ecologica. Il ridimensionamento degli obblighi e degli obiettivi ambientali è in atto da tempo e ha già interessato diversi ambiti del Green Deal, dalle politiche sulla deforestazione a quelle sui pesticidi, fino al comparto industriale. Se da una parte la revisione degli obiettivi risponde alle richieste delle case automobilistiche, messe in difficoltà dalla mancanza di programmazione, incentivi e piani industriali adeguati, dall’altra rappresenta un ulteriore passo nel progressivo smantellamento delle politiche di transizione ecologica dell’UE, che sembrano sempre più lontane dagli obiettivi inizialmente fissati. The post Il parlamento UE ha approvato la revoca del piano d’addio ai motori endotermici appeared first on L'Indipendente.
November 6, 2026
L'INDIPENDENTE
USA Midterm Elections 2026, una svolta “rossa” nella storia dell’America?
I dati sulla vittoria Dem Le Elezioni di midterm negli USA (1), svoltesi il 3 novembre 2026, hanno sconvolto il mondo. Gli Stati Uniti si sono recati alle urne per rinnovare i 435 seggi della Camera, 35 su 100 totali del Senato ed eleggere 36 governatori. Alla vigilia del voto c’erano alcuni Stati indicati come fondamentali per stabilire chi avrebbe vinto le elezioni di midterm del 2026, in particolare per il controllo del Senato e nelle 36 corse per le cariche di Governatore: dal Maine alle Carolina del Nord e del Sud, passando per il Texas e l’Ohio fino all’Alaska, l’attenzione era puntata sui seggi senatoriali in palio in questa tornata. Così è stato. A decidere la corsa, in particolare per il Senato, sono stati i risultati in alcuni Stati chiave: Texas, Kansas, Iowa, Ohio, Maine, North Carolina, South Carolina e Michigan. Il Partito Democratico ha vinto le elezioni di midterm 2026 negli Stati Uniti, e ha ottenuto il controllo dell’intero Congresso. Alla Camera dei Rappresentanti, quando il conteggio delle schede è ancora in corso, i liberal si erano già assicurati 224 seggi quando la maggioranza richiesta è di 218. Dopo la fine dello spoglio, alla Camera – dove il voto non avviene a livello statale, ma distrettuale – i Democratici hanno ottenuto una ampia vittoria con 253 seggi (contro i 157 dei Repubblicani) che consegna loro la maggioranza dell’Aula. Al Senato i Dem si non aggiudicati 54 seggi contro i 44 seggi dei Repubblicani, vincendo i Oregon, Colorado, New Mexico, Kansas, Texas, Minnesota, Iowa, Illinois, Michigan, Ohio, Georgia, Suoth Carolina, North Carolina, Virginia, Delaware, New Jersey, Rhode Island, Massachusetts, New Hampshire e nel Maine. Per quanto riguarda la corsa per l’elezione dei governatori, i Dem si sono aggiudicati la maggioranza dei governatori: 28 contro i 20 Repubblicani, rubando 5 seggi a quest’ultimi e vincendo in Oregon, California, Nevada, New Mexico, Arizona, Texas, Colorado, Minnesota, Iowa, Wisconsin, Michigan, Illinois, Ohio, Pennsylvania, New York, Maine, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, Maryland e Georgia. Sia Camera sia il Senato sono adesso in mano ai Dem, sancendo una sconfitta netta per Donald Trump e per il Partito Repubblicano. Un voto generazionale e non solo… Secondo Voter Poll CNN, effettuato il giorno del voto, a livello nazionale i dati indicano che il 58% delle donne ha sostenuto i candidati Democratici alla Camera contro il 40% per i Repubblicani. Gli uomini sembrano invece divisi, con poco meno della metà dei voti espressi per ciascun partito. Per fascia d’età, quasi due terzi delle persone sotto i 45 anni hanno dichiarato di aver votato per i Democratici. La fascia di età compresa tra i 45 e i 64 anni ha sostenuto i Democratici con il 51% dei voti contro il 48% per i Repubblicani. Secondo il sondaggio CNN denominato Voter Poll, la vittoria Dem alle elezioni di midterm è frutto dell'”Effetto Mamdani”: il successo del sindaco Zohran Mamdani a New York ha mostrato che una proposta politica progressista può parlare ad un elettorato giovane e multiculturale se è in grado di affrontare di affrontare questioni concrete poco care alla destra internazionale: affitti, trasporti pubblici, sanità, potere d’acquisto dei salari e costo della vita. Se si guarda al voto in base all’età, si capisce che è la Generazione Z ad avere il merito dello spostamento a sinistra degli USA: il 76% dei 18-24enni ha votato per i Dem; il 68% dei 25-29enni ha votato Dem; il 63% dei 30-39enni ha votato Dem; il 56% dei 40-49enni ha votato Dem; tra i 50 e i 64enni il voto si spartisce in egual modo tra Dem e Repubblicani; mentre tra gli over 65 hanno vinto i Repubblicani con il 51%. Non si tratta solo di un voto generazionale, ma anche su base etnica in una realtà sempre più multiculturale come gli USA. Secondo Voter Poll CNN, i Dem hanno vinto soprattutto tra gli afroamericani (con il 89%), tra i latinos (con il 62%), tra gli asiatici (con il 70%) e tra le altre minoranze (con il 53%); mentre i Repubblicani hanno stravinto esclusivamente nella popolazione bianca (con il 51%). La vittoria dei Dem è una “ondata blu”? “La società americana ha votato contro le politiche che non fanno altro che impoverire le persone. Contro l’odio, contro il sessismo, contro il negazionismo climatico e contro i privilegi delle élite”. Lo ha scritto su X il premier spagnolo socialista Pedro Sanchez. “È successo in Brasile, è appena successo negli Stati Uniti e succederà presto anche in Spagna. L’ondata di estrema destra su cui Feijóo e Abascal stanno cercando di cavalcare non sta più crescendo: si sta sgretolando”, ha aggiunto. Sui media occidentali si è parlato della vittoria dei Dem come“L’onda blu che travolge gli Usa”, ma ciò che emerge da questo voto è ben altro. La vittoria dei Dem è stata segnata dall’elezione dei primi deputati dichiaratamente socialisti seguaci di Bernie Sanders e non semplicemente “liberal-democratici” alla Clinton. Queste elezioni sono state una “vittoria nella vittoria”: non solo è stata sconfitta l’alt-right di Donald Trump e del Partito Repubblicano, ma anche la destra dell’establishment del Partito Democratico (Joe Biden, Hillary Clinton, Kamala Harris… Etc…) di stampo liberal. In sostanza ha vinto la “sinistra” del Partito Democratico (DP) legata al socialista Bernie Sanders, colui che da anni si batte per la tassazione degli ultraricchi, la tassazione progressiva, un piano di politiche sociale, la difesa dell’ambiente e dei nativi nordamericani, il diritto al lavoro, oltre al contrasto alla pervasiva povertà negli USA, all’erosione delle libertà costituzionali e all’ampliamento delle diseguaglianze economiche. Loro sono i Democratic Socialist of America (DSA) che, con oltre 130.000 membri, sono la più grande organizzazione socialista degli Stati Uniti (che gli Stati Uniti abbiano mai visto dagli anni Dieci del Novecento) che crede che i lavoratori debbano gestire sia l’economia che la società civile, e dimostrano il nostro impegno verso questo principio essendo “un’organizzazione della, per e a favore della classe lavoratrice”. In queste elezioni di metà mandato, il DSA ha fatto la storia. Oltre 130 sezioni del DSA in 43 Stati hanno sostenuto candidati socialisti e iniziative referendarie in tutto il Paese, vincendo: sono 9 i candidati socialisti che hanno vinto in 7 distretti congressuali. La Camera dei Rappresentanti avrà ora la più alta rappresentanza di socialisti mai registrata prima d’ora, nella storia degli USA. Il DSA ha quadruplicato la sua presenza al Congresso, inviando “a Washington un blocco socialista che lotterà per anteporre le persone al profitto”.  Oltre a Bernie Sanders e alla rielezione di Alexandria Ocasio-Cortez (per il quinto mandato), gli altri socilisti ad aver conquistato un seggio alla Camera sono: * Donavan McKinney e Rashida Tlaib in Michigan; * Angela Gonzales-Torres, in Califonia; * Melat Kiros, in Colorado; * Chris Rabb, in Pennsylvania; * Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, a New York Il 4 novembre, a Los Angeles, la socialista Nithya Raman ha sconfitto la sindaca democratica uscente Karen Bass con il 52,1% dei voti, mettendo al primo posto in agenda la questione abitativa e l’emergenza senzatetto. Non si tratta di una semplice “onda blu” ma – per la prima volta – di un’onda rossa che sta cambiando anche i volti del Partito Democratico. A differenza di volti dell’establishment democratica neoliberale, i DSA hanno un programma radicale che non ha bisogno di interpretazioni o insinuazioni. Sul loro sito si legge: “Siamo entusiasti di guidare la lotta per i diritti della classe lavoratrice, puntando all’assistenza sanitaria universale (Medicare for All), all’embargo sulle armi contro Israele e all’abolizione dell’ICE. Combatteremo fianco a fianco con i sindacati e gli attivisti della comunità per raggiungere questi obiettivi. Abbiamo tutti la responsabilità collettiva di resistere e sconfiggere Trump, il suo gabinetto corrotto, gli oligarchi che li finanziano, i membri del Congresso che li sostengono e i governatori che li imitano.” I loro candidati provengono dalla classe operaia e promettono di lottare per la classe operaia: tutto questo nella patria che ha dato i natali al maccarthismo. La maggior parte di loro sono pionieri come Jaelynn Scott, che diventerà la prima legislatrice statale transgender dello Stato di Washington. Sono sindacalisti come Robert LeVertis Bell, il primo socialista eletto nel governo statale del Kentucky dal XIX secolo. Oltre a solidarizzare con i BRICS ed aver espresso solidarietà a Lula in Brasile, sono instancabili sostenitori della fine del genocidio in Palestina, come la deputata Rashida Talib. Le loro iniziative rientravano tra le oltre 300 candidature e proposte referendarie promosse dal DSA a livello nazionale. Hanno ispirato migliaia di lavoratori americani ad aderire al DSA e a organizzarsi attorno alle rivendicazioni del loro Programma “Workers Deserve More!”. Nonostante i DSA al Congresso siano ancora una minoranza, i nuovi legislatori socialisti – candidati nelle liste del Partito Democratico – hanno ottenuto una presenza significativa nell’assemblea legislativa e sono stati affiancati da alleati populisti di sinistra come Abdul El-Sayed del Michigan e Troy Jackson del Maine. Nell’ultimo decennio la sinistra socialista del DP ha dibattuto animatamente su come rapportarsi al Partito Democratico: se creare egemonia al suo interno; se sfruttarne tatticamente le liste per creare un proprio partito; o se formare immediatamente un terzo partito alternativo ai Dem e ai Repubblicani per porre fine al loro bipolarismo. Per ora, candidarsi con il DP rimane il modo più sicuro per rafforzare la loro leadership e la loro presenza al Congresso. Ora serve un gruppo parlamentare che li rappresenti al meglio e che o sia in grado di organizzare il conflitto politico all’interno del Partito Democratico o sia in grado di proseguire gli sforzi per costruire un polo socialista all’interno del Partito Democratico stesso, ampliando il lavoro già svolto da Sanders, Aoc e dal sindaco di New York Zohran Mamdani.   (1) Le elezioni di metà mandato (Midterm Elections) sono delle elezioni negli Stati Uniti che si tengono ogni quattro anni, due anni dopo le elezioni presidenziali. In tale occasione si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federati a partire dai governatori. L’Articolo II, Sezione 1, Comma 1 della Costituzione degli Stati Uniti fissa la durata del mandato presidenziale a quattro anni, mentre l’Articolo I, Sezione 2, Comma 1 stabilisce un mandato di due anni per i membri del Congresso eletti alla Camera dei Rappresentanti. L’Articolo I, Sezione 3, Comma 1 prevede invece un mandato di sei anni per gli eletti al Senato, con il Comma 2 che divide tale assemblea in tre “classi”, in modo che circa un terzo dei seggi sia soggetto a rinnovo elettorale ogni due anni. https://www.usvotefoundation.org/what-are-midterm-elections Lorenzo Poli
November 6, 2026
Pressenza
intervista a un Taborita
Intervista a un Taborita del XVsecolo, ribelli millenaristi dell’attuale Repubblica Ceca che, ritirandosi sul monte Tabor dopo la prima defenestrazione di Praga, riuscirono per anni a tenere sotto scacco le forze papali e imperiali, alla ricerca di un mondo migliore…in terra. Tratta dal numero 41 della Rivista Malamente (https://edizionimalamente.it/)
November 6, 2026
Radio Blackout - Info
Altri argomenti contro la Proposta di deroga alle distanze dagli alberi per ombrelloni e tavolini
di Paola Loche Con la Decisione di Giunta n. 88 del 29 settembre 2026, Roma Capitale vuole ridurre la fascia di protezione di due metri attorno agli alberi per far spazio agli arredi di chioschi e locali di somministrazione. Una scelta che ignora la biologia delle piante, affida verifiche e cure agli stessi esercenti e apre un pericoloso cortocircuito legale sulle responsabilità civili in caso di crolli. A Roma lo spazio vitale degli alberi rischia di restringersi per far posto a sedie, tavolini e ombrelloni. Con la proposta di deliberazione approvata dalla Giunta il 29 settembre 2026 (Dec. G.C. n. 88) [1], il Campidoglio punta infatti a modificare l’Allegato 15 del Regolamento del Verde pubblico e privato, introducendo una deroga alla fascia di rispetto di due metri attorno ai tronchi. L’obiettivo è consentire ai locali di somministrazione di posizionare le cosiddette “strutture elementari” — arredi, fioriere e persino tappeti e zerbini — a ridosso del colletto delle piante e direttamente sotto le chiome. Pensata per rendere strutturali gli ampliamenti dei concessi in via emergenziale durante la pandemia, la misura solleva però pesanti interrogativi sul piano agronomico, gestionale e della sicurezza dei cittadini. Il primo punto critico sta proprio nelle premesse del provvedimento. La Relazione Tecnica che accompagna la delibera definisce infatti “irrilevante” l’impatto di tavolini e tappeti sull’ambiente urbano. Una tesi smentita dalle basi stesse dell’agronomia: i primi due metri attorno al tronco coincidono con la zona più delicata dell’apparato radicale superficiale, quella da cui dipende non solo l’assorbimento di acqua e ossigeno, ma anche l’ancoraggio meccanico della pianta. Il peso costante degli arredi e il calpestio continuo di camerieri e clienti provocano un inevitabile compattamento del suolo: la terra perde porosità, diventa impermeabile e soffoca le radici, portandole alla necrosi. A peggiorare il quadro contribuisce l’autorizzazione a stendere tappeti e zerbini alla base dei tronchi. Queste coperture trattengono l’umidità e bloccano il passaggio della luce, creando l’ambiente ideale per lo sviluppo di funghi patogeni e marciumi radicali. Tutto questo andrebbe a gravare su un patrimonio verde già in forte sofferenza. È la stessa Amministrazione ad ammettere che gli alberi romani sono sottoposti a “stress estremi” tra isole di calore, smog e cantieri stradali. Giustificare l’arrivo dei tavolini sostenendo ad esempio che in molte vie della Capitale l’asfalto arriva già a toccare i tronchi per la storica mancanza di aiuole rappresenta un evidente cortocircuito logico. Di fronte a un degrado pregresso, la priorità di un’amministrazione dovrebbe essere quella di rimuovere il cemento e restituire respiro alle radici, non certo quella di aggiungere un ulteriore carico commerciale che accelera il declino delle piante e ne compromette la tenuta statica. Ancora più discutibile è il meccanismo scelto dal Comune per gestire le deroghe. Per occupare la fascia di rispetto, all’esercente basterà presentare una perizia di “non nocumento” firmata da un tecnico abilitato di sua fiducia, impegnandosi in cambio a curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’albero. Una formula che introduce un palese conflitto d’interessi: la certificazione sulla sicurezza ecologica viene infatti affidata a un professionista scelto e pagato dallo stesso titolare del locale che ha un interesse economico diretto a ottenere lo spazio. E anche se si specifica che tale “asseverazione da parte di un tecnico abilitato” sarà “previa verifica tecnico-agronomica da parte della Direzione Gestione Territoriale Ambientale e del Verde del Dipartimento Tutela Ambientale”, conoscendo le difficoltà in cui versa il Dipartimento anche per i più ordinari controlli, le garanzie di tutela si ridurrebbero di fatto a una pratica burocratica di parte. Non meno rischiosa è l’idea di delegare la cura degli alberi ai gestori dei bar e dei ristoranti, che sarebbe assicurata dalla relazione del tecnico come “garanzia dei servizi di cura ordinaria e straordinaria della stessa“. Il verde urbano è un’infrastruttura complessa che richiede competenze specialistiche, terzietà e una visione d’insieme su interi filari e quartieri. Spezzettare la manutenzione a macchia di leopardo, legandola ai metri quadri affittati dai singoli dehors, significa consegnare un bene comune alle logiche e alle disponibilità economiche dei privati, senza alcuna garanzia di uniformità negli interventi. Questa cessione di controlli e manutenzioni apre poi un capitolo delicatissimo sul fronte del diritto civile e dell’incolumità pubblica. Un albero con le radici asfissiate dal calpestio e intaccate dai funghi è una pianta strutturalmente più fragile, esposta al rischio di cedimenti o schianti improvvisi proprio sopra i tavolini affollati di clienti. Per la legge italiana (articolo 2051 del Codice Civile), Roma Capitale è proprietaria e custode del verde pubblico e risponde oggettivamente dei danni causati a terzi dalla caduta di alberi o rami, a meno che non riesca a dimostrare il caso fortuito. Cosa succederebbe, dunque, in caso di crollo di un albero “affidato” a un locale? La delega ai privati non basterebbe a sollevare automaticamente il Campidoglio dalle proprie responsabilità di custodia e vigilanza, soprattutto dopo aver autorizzato a monte un utilizzo rischioso del suolo. Si aprirebbe piuttosto un infinito contenzioso legale, con un rimpallo di colpe tra l’Amministrazione comunale, il gestore del locale divenuto co-custode e il tecnico che aveva firmato la perizia. A farne le spese sarebbero i cittadini danneggiati, costretti ad attendere anni per i risarcimenti, e le stesse casse pubbliche, comunque esposte al rischio di pesanti condanne erariali. Appare infine fuori luogo il richiamo della delibera all’articolo 41 della Costituzione, citato per invocare un bilanciamento tra libertà d’impresa e tutela dell’ambiente. Dopo la riforma costituzionale del 2022, gli articoli 9 e 41 chiariscono senza ambiguità che l’iniziativa economica privata non può mai svolgersi in danno alla salute e all’ambiente, tutelando gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. Del resto, i due piatti della bilancia non hanno lo stesso peso: rinunciare a qualche metro quadro di dehors comporta per un locale un mancato incasso marginale e temporaneo; perdere un albero maturo significa invece infliggere a un intero quartiere una ferita irreversibile, privandolo per decenni di ombra, ossigeno e protezione dal calore. Difendere quei due metri di distanza dai tronchi non è un ostacolo al commercio, ma la misura minima indispensabile per proteggere il verde di Roma e la sicurezza di chi vive la città. Paola Loche vedi anche Un’assessora all’Ambiente che tutela i tavolini e non gli alberi 28 ottobre 2026 Assessore Alfonsi, rispettiamo le regole e lasciamo stare la Costituzione 3 ottobre 2026 vedi anche Regolamento tavolini: una delle pagine peggiori dall’insediamento di Gualtieri 6 marzo 2025 NOTE scarica 150°Proposta (Dec. G. C. n. 88 del 29 settembre 2026) Modifica dell’Allegato n. 15 al Regolamento del Verde pubblico e privato e del paesaggio urbano di Roma Capitale di cui alla Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 17 del12/03/2021 h
November 6, 2026
carteinregola
Dylan dal Papa con il cappuccio: il pacifista che non si è mai fatto arruolare
La scena è di quelle che spiazzano: Papa Leone XIV ha ricevuto in visita privata Bob Dylan, 85enne cantautore, poeta e premio Nobel per la letteratura, a Roma per una tappa del suo tour. Le foto circolate cristallizzano a livello estetico un contrasto che sembra uscito da un film di Jim Jarmusch: da una parte il Pontefice, sorridente nell’abito talare bianco, dall’altra lui, che, sfidando le consuetudini, è vestito di nero dalla testa ai piedi, guanti di pelle, cravatta allentata sulla camicia bianca, il cappuccio di una felpa calato sul capo, tenuto su anche durante la stretta di mano, e un ombrello in mano in un giorno in cui però di pioggia, nella città santa e dannata, non c’era nessuna traccia. Il Papa gli ha regalato un rosario, Dylan ha ricambiato con una copia di Chronicles, la sua autobiografia. Sui social, dove ognuno finisce per trovare esattamente ciò che cerca, c’è chi ci ha visto una mancanza di rispetto, chi un omaggio ai Templari e chi a Giordano Bruno, che la statua di Campo de’ Fiori ritrae proprio così, incappucciato, nel punto in cui l’Inquisizione lo mandò al rogo, mentre Dylan, come sempre, non ha spiegato niente. E non lo farà. Che a volerlo incontrare sia stato Robert Prevost, d’altra parte, non sorprende. A luglio, nella prefazione di Disarmata e disarmante, il Papa aveva citato Go Away You Bomb, un testo contro l’atomica scritto da Dylan nel 1963 e mai inciso, e ad aprile, in Camerun, aveva richiamato Masters of War. Nel frattempo è diventato la voce più scomoda per la Casa Bianca: ha contestato l’intervento in Venezuela, la guerra in Iran e la politica migratoria di Donald Trump, ha detto di non avere paura della sua amministrazione e, a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, ha fatto sapere di aver votato per posta, una modalità che Trump ha più volte bollato come “corrotta” e che a marzo aveva cercato di limitare con un ordine esecutivo. Nato Robert Allen Zimmerman a Duluth, nel 1941, in una famiglia ebrea ashkenazita i cui nonni erano arrivati in America da Odessa e dalla Lituania, a 22 anni Dylan aveva già scritto le canzoni che sarebbero diventate inni universali, da Blowin’ in the Wind a The Times They Are a-Changin’, e due capolavori contro la guerra: Masters of War, invettiva feroce contro i mercanti di armi, e With God on Our Side, dove ricorda che chiunque scateni un conflitto giura di avere Dio dalla sua parte. Nell’agosto del 1963 cantava alla Marcia su Washington, lo stesso giorno del discorso di Martin Luther King, ma il ruolo di portavoce della protesta che tutti gli cucivano addosso cominciava a stargli stretto. Lo fece capire nel 1965 al festival di Newport, il tempio del folk acustico e impegnato, presentandosi con la chitarra elettrica e una band rock: per i puristi fu un tradimento e l’esibizione si chiuse tra fischi e proteste. Da quel momento i comizi li ha lasciati agli altri, ma le canzoni hanno continuato a fare il loro lavoro. Nel 1975 scrisse Hurricane per il pugile Rubin Carter, condannato per un triplice omicidio al termine di un processo segnato dal pregiudizio razziale, e con la Rolling Thunder Revue organizzò concerti per pagarne la difesa, che nel 1985 ottenne l’annullamento della condanna. Al Live Aid del 1985 chiese che una parte dei soldi andasse ai contadini americani strangolati dai debiti, scatenando l’ira di Bob Geldof e ispirando la nascita di Farm Aid, che successivamente ha raccolto milioni di dollari, e nel 1989 arrivò Ring Them Bells, un inno quasi biblico per gli ultimi della terra. Nel 1991, in piena guerra del Golfo, ritirò il Grammy alla carriera suonando proprio Masters of War. Sei anni dopo, il 27 settembre 1997, suonò per la prima volta davanti a un Papa, al Congresso eucaristico di Bologna. Giovanni Paolo II rispose a Blowin’ in the Wind spiegando a 300mila ragazzi che di strade, per l’uomo, ce n’è una sola, quella di Cristo, e Dylan salì sul palco papale a stringergli la mano, ma il cardinale Joseph Ratzinger era contrario e 10 anni dopo lo mise per iscritto, dicendosi ancora scettico verso quel genere di “profeti”. Poi arrivarono i riconoscimenti, accolti sempre a modo suo, fino al Nobel del 2016, seguito da due settimane di silenzio, dall’assenza alla cerimonia e da una lezione consegnata a cinque giorni dalla scadenza. Non stupisce, allora, che anche oggi preferisca le allusioni alle dichiarazioni: quando a giugno il New York Times ha chiesto ad alcuni ottantenni illustri un consiglio per il compleanno di Trump, Dylan ha scritto una riflessione sulla vecchiaia senza nominarlo, osservando che a ottant’anni si diventa «più difficili da programmare», e sulle guerre in corso ha lasciato parlare la scaletta, riportando Masters of War sul palco nell’estate del 2025 dopo 9 anni di assenza. Leone XIV ha accolto il Dylan delle canzoni, quello che da sessant’anni canta contro la guerra e contro chi fabbrica le armi. Ma all’appuntamento si è presentato anche l’altro Dylan, quello che non si è mai lasciato arruolare da nessuno, né dai movimenti degli anni Sessanta né dalla politica di oggi. Il cappuccio, forse, è soprattutto questo: le canzoni le ha regalate al mondo intero, ma sé stesso continua a tenerlo per sé, anche davanti a un Papa che lo ammira. [Crediti immagine di copertina: Vatican Media] The post Dylan dal Papa con il cappuccio: il pacifista che non si è mai fatto arruolare appeared first on L'Indipendente.
November 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Чем заняться в ненастный выходной день дома и за его границами
Чем заняться в ненастный выходной день дома и за его границами Дождливый выходной дарит варианты для увлекательного отдыха, которые остаются упущенными в ясные дни. Непогода становится основанием уделить внимание на дела, нуждающиеся уединения или уникальной атмосферы. Капли дождя за окном формируют Vulkan casino неповторимую среду для творчества и взаимодействия с дорогими людьми. Почему дождливая погода […] L'articolo Чем заняться в ненастный выходной день дома и за его границами proviene da CampiAperti.
November 6, 2026
CampiAperti

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