«La Palestina spiegata a chi non vuol guardare»
Daniele Barbieri (*) sull’ennesima ristampa del bellissimo libro di Naji al-Ali. «Per completare il libro c’è bisogno che qualcuno immagini quello che non c’è». E’ la prima frase. Poi subito il protagonista: «Handala, il bambino di spalle»: non vedremo quasi mai il suo volto. Un bimbo con le mani incrociate dietro la schiena. Nel primo disegno guarda un’upupa che piangendo,
PeaceLink English: US admits attacking Iran on behalf of Israel
War on commission, the truth emerges. The US State Department has officially acknowledged that Washington went to war against Iran "at the request of its ally Israel." Legal adviser Reed Rubinstein made the revelation. International law experts have spoken of a violation of the UN Charter.
April 26, 2026
PeaceLink
Catania, un “corteo resistente”
Pubblichiamo il comunicato in cui sono illustrate le ragioni della vasta e sentita partecipazione al “corteo resistente” del 25 aprile a Catania Liberiamo la Sicilia dalle basi Usa-Nato! Fermiamo il genocidio in Palestina e la guerra in Medioriente! Smilitarizziamo Sigonella!  Sosteniamo la Global Sumud Flotilla! Da anni ci si mobilita in Sicilia per denunciare i crimini contro l’umanità che lo stato sionista d’Israele compie contro il popolo palestinese anche grazie al vergognoso sostegno Usa-Nato ed UE  e calpestando la legalità internazionale. L’aggressione all’ Iran, autoritario regime teocratico, non esporterà certo la democrazia, come hanno dimostrato le precedenti guerre per rapinare il petrolio ed altre risorse energetiche in Irak, Afghanistan, Libia. In questi ultimi anni le basi militari Usa-Nato in Italia hanno garantito che alcuni nostri territori fossero usati per il transito di micidiali ordigni che hanno seminato morte e distruzione dall’Ucraina al Medioriente rendendoli obiettivi sensibili per eventuali ritorsioni. Recentemente emergono pesanti responsabilità ( grazie a trattati bilaterali ingarbugliati ed in parte secretati ) nello spionaggio, ricognizione e sorveglianza dei nemici degli Usa da colpire e distruggere. Non possiamo più tollerare che chi ci governa, come pure non pochi governi precedenti, continui  spudoratamente a calpestare parti fondamentali della Costituzione (art.11 ed 80), sempre più minacciata dai nostalgici di regimi liberticidi. I porti di Catania ed Augusta, insieme al mare antistante, da oltre un decennio sono coinvolti in “indispensabili” (?) esercitazioni Nato antisommergibili e, mentre i potenti sprecano ingenti risorse per giochi di guerra, a poche miglia continua l’eccidio di migranti ( quasi 1000 dall’inizio 2026). A Sigonella da anni  stazionano e transitano gli aerei pattugliatori P8 Poseidon, i droni Global Hawk e Triton, i cargo GlobeMaster, che portano munizioni nel Neghev in Israele, così come dal Muos di Niscemi alla base di Aviano l’Italia partecipa alla guerra con buona pace del ministro Crosetto. Si vuole riesumare  la leva militare, le spese militari nei prossimi anni raddoppieranno (5% del PIL) , mentre i servizi sociali (sanità, istruzione, pensioni, trasporti…) vengono sempre più ridotti. Solo pochi mesi fa le piazze d’Italia, come in tutto il mondo, si sono riempite per fermare il genocidio in diretta del popolo palestinese, ma anche dopo la falsa tregua di Trump &C.  lo sterminio si è ridotto a Gaza, mentre si è esteso in Cisgiordania, Libano, Iran. Dobbiamo spezzare qualsiasi complicità con questi criminali  di guerra boicottando il loro complesso militare-industriale e le relazioni accademiche e diplomatiche, visto che il regime sionista israeliano è stato condannato per genocidio dalla corte penale internazionale. Sta partendo dalle coste siciliane la seconda missione della Global Sumud Flotilla per rompere l’assedio a Gaza e per aprire canali umanitari e sanitari per lenire le sofferenze della martoriata popolazione palestinese. Dopo aver contribuito  a promuovere numerose manifestazioni a Catania e a Sigonella, parteciperemo alle iniziative che sosterranno il viaggio verso Gaza delle navi per ricostruire una nuova Resistenza Popolare, per riprendere in mano il nostro destino e liberarlo dalle guerre e dal razzismo. I popoli in rivolta scrivono la storia: con la Palestina fino alla vittoria ! ORA E SEMPRE RESISTENZA ! Catanesi solidali con il popolo palestinese Redazione Sicilia
April 26, 2026
Pressenza
Cosa siamo diventati
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: la “Marcia degli invisibili” con i migranti. Il corteo, promosso da un’ampia rete di realtà sociali (tra cui Baobab Experience, Re.Co.Sol – Rete delle Comunita’ Solidali, Arci, Per Cambiare L’Ordine delle Cose – Forum nazionale, Lunaria, Mai più lager – NO ai CPR, Mediterranea, SPIN TIME LABS…), prima di unirsi quello dei No Kings. Foto Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Non devono partire. I governi europei, e anche l’Italia, finanziano accordi, esternalizzano le frontiere, chiudono gli occhi su ciò che accade ai migranti nei luoghi di transito, come in Libia. Se partono, non devono essere soccorsi. Scelte politiche precise ostacolano o rallentano i soccorsi. Intanto, ricorda l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni nel solo 2025 almeno 8.000 persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte migratorie. Dal 2014, oltre 80.000 persone sono morte o scomparse lungo queste rotte. E il numero reale, ci dicono, è più alto. Se arrivano, devono tornare indietro. Il Parlamento italiano approva norme che piegano i diritti: si arriva perfino a immaginare un avvocato pagato per accompagnare il ritorno, non per difendere. Se restano, devono essere trattenuti. Lo Stato li rinchiude nei Centri per il rimpatrio, luoghi sospesi dove il tempo è fermo e i diritti si assottigliano. Se lavorano, devono essere invisibili. Un sistema economico li utilizza come forza lavoro sfruttabile, senza tutele, senza voce. Dal 2014, oltre 80.000 persone sono morte o scomparse lungo queste rotte. Ottantamila. E molte non hanno neppure un nome. E noi, in Italia? Noi votiamo. Molti di noi votano perché questo accada. Intanto leggiamo e ascoltiamo. Non possiamo più dire che non sappiamo. Accade qui, dentro decisioni prese nel nostro Paese, dal nostro governo, nel nostro nome. E allora la domanda non è più cosa succede ai migranti. La domanda è: cosa stiamo diventando noi. Perché una società che accetta tutto questo non è solo più ingiusta. È una società che ha deciso quali vite valgono e quali possono scomparire senza lasciare traccia. E, nel momento in cui lo accetta, ha già iniziato a perdere anche se stessa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cosa siamo diventati proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
Salerno. Potere al Popolo presenta la sua lista per le prossime comunali
Dopo settimane intense di banchetti e raccolta firme, abbiamo presentato la nostra lista indipendente, Potere al Popolo, con Pio De Felice candidato sindaco, alle elezioni comunali di Salerno. Abbiamo incontrato tantissime persone nelle piazze e nelle strade, il cui sostegno ed entusiasmo ci conferma che ora più che mai è […] L'articolo Salerno. Potere al Popolo presenta la sua lista per le prossime comunali su Contropiano.
April 26, 2026
Contropiano
Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile
di Roberta De Monticelli,  Africa ExPress, 26 aprile 2025.   Il direttore del Foglio sostiene una curiosa teoria secondo cui per essere antifascisti bisogna imbottire di armi l’Ucraina e la stessa Unione Europea, nata per spegnere le guerre; che si è antifascisti da salotto se il 25 aprile non si maledicono gli ayatollah iraniani, che sono certamente dei macellai, ma di cui non è chiarissimo il nesso né con Mussolini né con i suoi nostalgici o diversamente continuatori; o addirittura che senza quell’America che oggi sui cappellini governativi scrive il suo smisurato odio per gli “antifa” ci si priva dei mezzi per difendere l’Occidente dal fascismo.   Con questo articolo Roberta De Monticelli comincia la sua collaborazione con Africa ExPress. Redazione Africa ExPress La bandiera palestinese di Roberta De Monticelli nei pressi di quella israeliana Le due bandiere sventolano insieme nel sole d’aprile, sembrano accarezzarsi, rischiano di aggrovigliarsi. Quella palestinese e quella di Israele. Cos’è, un film sull’epoca nuova seguita al day after della prossima apocalisse, atomica o convenzionale che sia, quando ci saranno eguali diritti per tutti, dal fiume al mare, e i due popoli convivranno in Palestina curandosi le profonde ferite, con fatica e con dolore, ma anche con un futuro finalmente davanti, dove uno dei due non conculchi più all’altro la vita, la memoria, la terra, la libertà e la speranza? Macché. Sono solo io che, sospinta da decine di migliaia di festosi manifestanti, sono finita nei pressi della Brigata Ebraica. Non proprio dentro, ma un po’ dietro, dove campeggia lo striscione di una “Sinistra per Israele” che recita a grandi caratteri: “Due popoli, due stati”. Oddio, dove sia finita la terra per l’altro stato non si sa, che quella che gli hanno lasciato non basta neppure a uscire in pace da una delle città palestinesi più aggredite ogni giorno, fra Tulkarem, Nablus, Jenin, Hebron, Gerico e Gerusalemme Est, per farsi un giro in campagna senza farsi massacrare. Ma pazienza, giusto ribadire il principio, dovrebbero potersi autodeterminare anche i palestinesi no? Perfetto sventolarla qui la bandiera che mi sono portata dietro, ecco l’emblema dello stato che ancora non c’è. Curiosa esperienza. Quelli che reggono lo striscione mi guardano costernati. Da principio senza parole, poi si avvicinano in due o tre – “che ci fa qui signora, non vede che ha sbagliato gruppo?” – Io, e perché? Non volete due popoli e due stati? Questa è la bandiera dell’altro, se no ne resta uno solo! Cominciano gestacci e urla. Provocatrice! Mandatela via! – Però ci sono anche un paio di ragazze, diciamo così, che la trovano una buona idea: “Adesso vediamo da che parte stanno i fascisti!” Appunto. Basta prendere sul serio uno slogan, e a quelli già pronti a menar le mani cascano le braccia: un po’ come quando ti ricordi che le tenebre non c’è bisogno di aggredirle, basta accendere la luce. Forse volevo provare a dar credito a una frase almeno di un articolo di un tal Cerasa che mi era occorso di leggere il mattino. Un articolo traboccante di asserzioni apodittiche quanto improbabili, come che per essere antifascisti bisogna imbottire di armi l’Ucraina e la stessa Unione Europea, nata per spegnere le guerre, che si è antifascisti da salotto se il 25 aprile non si maledicono gli ayatollah iraniani, che sono certamente dei macellai, ma di cui non è chiarissimo il nesso né con Mussolini né con i suoi nostalgici o diversamente continuatori; o addirittura che senza quell’America che oggi sui cappellini governativi scrive il suo smisurato odio per gli “antifa” ci si priva dei mezzi per difendere l’Occidente dal fascismo (o dagli ayatollah? Il ragionamento non è lucidissimo). Per non parlare poi dell’ordinaria contorsione logica dell’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo. Ma c’era almeno quella frase, nell’articolo del Cerasa, di cui m’era venuto l’estro di fare un moral checking, per così dire. La questione se i “professionisti dell’antifascismo” (?) sono pronti “a denunciare le tracce di fascismo della contemporaneità”. Io ad esempio non sarò abbastanza professionale, ma son pronta, credo. E infatti pregavo che non arrivasse il solito manipolo di idioti a voler sprangare quelli delle bandiere israeliane, dando così un po’ ragione al ragioniere. Solo un po’, perché oggi quelle bandiere grondano di sangue innocente come poche altre al mondo. Ma una bandiera la sporca chi stermina, non è sporca in sé stessa – o allora lo sono tutte. Bene, gli idioti c’erano. Ma quando vedevano la mia bandiera palestinese si placavano, un po’ – stupiti. Non era lì, il problema. Assorta a sventolare, non mi accorsi dell’orda che ci precedeva di poco, e che mi si era rigirata contro. Oh un’orda piccolina! In mezzo ai decorati al valor militare delle brigate ebraiche erano spuntati gli alfieri dello Scià di Persia, e dietro di loro le bandiere americane. Surreale: sulla scena irrompevano gli anni Cinquanta, con Reza Pahlevi assetato di vendetta che si riprende il potere sulle ali della CIA, una macelleria non minore di quella degli ayatollah che lo sostituirono più tardi. Ma vuoi mettere? Una macelleria laica, mica teocratica! E io che ci facevo lì in mezzo? Cominciavo a preoccuparmi, mentre il teorema di Cerasa finiva calpestato sotto i piedi dell’orda, piccola ma vigorosa. Stavo per tentare un argomento di tolleranza con una robusta signora slava, non chiedetemi cosa c’entrasse, che gridava all’assassino in faccia a me – o alla mia bandiera. Ma venne un giovane dal fare spiccio che mi prese dolcemente per il braccio – “polizia, signora. Prego venga via”. Dolcemente sottratta ai miei esperimenti morali. Con un certo sollievo. Roberta De Monticelli. Già ordinaria di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto. https://www.africa-express.info/2026/04/26/moral-fact-checking-il-signor-cerasa-e-il-25-aprile/
April 26, 2026
Assopace Palestina
Corteo a Milano il 25 Aprile: un’insopportabile pentola a pressione
Si sapeva che in piazza ci sarebbe stata una marea umana e così è stato. Un 25 aprile di sole, dopo il referendum, dopo che la lega era stata in piazza Duomo.  Arrivo alle 14.20, a piedi, dal centro, vado quindi verso la testa del corteo già partito da Porta Venezia. Risalgo, ma dopo diverse decine di gonfaloni ecco subito lo schiaffo in faccia: un cordone di City Angels e polizia a difendere un’accozzaglia (perdonatemi il termine) di uomini e donne: ognuno di loro con un cartello o una bandiera. Dietro lo striscione della solita brigata ebraica in cerca di protagonismo, una serie di bandiere: israeliane, statunitensi, ucraine, iraniane (quelle dello Scià), forza Italia, cartelli con volti di Trump, Netanyahu, Reza Palhavi e altri impresentabili.  Come quando immergi per sbaglio la mano nell’acqua, è bollente e la tiri fuori di scatto: la reazione di TUTTI e TUTTE è altrettanto istintiva. Non si commenta, non si parla, non si ragiona. Ripeto, alcune reazioni sono istintive, umane: le immagini ci scorrono velocissime, negli occhi, nel cuore. Dopo quasi tre anni ad assistere al genocidio dei Palestinesi, dopo le violenze, le aggressioni scatenate da due eserciti armati fino ai denti, dopo le infinite manifestazioni per cercare di fermare governi criminali, ma soprattutto di piegare la complicità del nostro e dell’Europa. Un pianeta in fiamme, un’emergenza ambientale che è sparita, la natura che si ribella, il baratro che ci aspetta, investimenti miliardari in armi, un’economia mondiale piegata mentre la finanza specula, un continente, la possente e meravigliosa Africa, devastato da guerre interne telecomandate da governi di bianchi, interessati a depredare le materie prime. Morti su morti in mare, centri di detenzione che diventano la norma e non indignano più, immigrati pagati un euro e cinquanta all’ora nella ricca Lombardia. Le condizioni di vita di miliardi di persone che peggiorano, perché pochi possano arricchirsi sempre più e andare sulla luna.  Questo è esploso nella mente e nel cuore di chi si è ritrovato davanti quella scena. Urla, su urla, spontanee, da subito e proseguite per oltre due ore intorno a questo manipolo di provocatori, sprezzanti, arroganti, solo perché protetti da uomini pagati. Si è formata una naturale calca, per nulla organizzata, formata da centinaia e centinaia di donne e uomini, indignata, furente.  Ma ciò che è stato veramente grave è che tutto ciò ha fatto sì che le 100 o meglio 200mila persone che stavano dietro, siano rimaste bloccate, stipate, sotto il sole, senza sapere il perché. Moltissimi hanno cominciato a svicolare lungo vie laterali; la marea umana si è trasformata, in quanto liquido, in mille rivoli che sono avanzati verso il centro. Molti si sono ritrovati laddove c’era il tappo. La rabbia è cresciuta ancora di più nel vedere e capire perché un corteo enorme fosse stato bloccato. 200 persone che ne fermavano 200mila. Pazzesco. Eppure, c’era un elicottero che volava sopra la testa di tutti, avranno pur visto benissimo la situazione grave e anche pericolosa che si stava verificando. Nulla.  Le grida non hanno mai smesso, a quel punto chiedevano a gran voce in mille modi, dai più sarcastici ai più arrabbiati, che uscissero dal corteo per poter lasciare scorrere la massa umana che in maniera compostissima aspettava dietro. Più di una volta sembrava che stessero per essere accompagnati in una via laterale, gli stessi manifestanti si sgolavano per aprire un varco, riuscendoci, per farli passare. La digos è stata più volte vicina a farli uscire, ma nulla accadeva. Il gruppo di provocatori si rifiutava di uscire, volendo portare all’esasperazione. Il muro umano si riformava e il tormentone ricominciava. Un delirio. Poliziotti esausti sotto i caschi, sudati e tesi. Sarebbe bastato pochissimo, un guastatore, o un provocatore ad hoc, per far scattare delle cariche pericolosissime. Nessuno dei manifestanti ha lanciato nulla, solo parole, grida. Dopo oltre due ore a fare da tappo, i provocatori sono stati finalmente accompagnati fuori. Sono usciti con sorrisi sprezzanti, dita medie alzate, mentre tutti intorno si tirava un sospiro di sollievo, già sapendo che questi personaggi gongolavano, fieri di diventare ancora una volta le vittime, mentre avevano invece frantumato un corteo festoso che per molti si è trasformato in un incubo al quale sottrarsi in cerca di ombra e acqua. Il resto quasi non conta e questo è tristissimo.  Alle 19 la coda del corteo arrivava in piazza Duomo. I camion dei centri sociali entravano quando i comizi erano finiti da oltre un’ora. La piazza non è mai stata piena, ma il corteo era stato troppo sfilacciato. Le numerosissime famiglie coi bambini, come i primi che erano arrivati, erano andate a casa.  Dalle 18 alle 19 i soliti attivisti ed attiviste che si dispongono da oltre 10 mesi nelle loro file silenziose, come sempre, lo hanno fatto. Esausti, per un’altra ora in piedi, fermi, sotto il sole, componendo alla fine la scritta che ricorda al sindaco Sala che qualche passo in avanti, anche localmente, si può e si deve fare: STOP AL GEMELLAGGIO MILANO TEL AVIV.  Una cosa è certa: le migliaia di persone presenti hanno capito, direttamente o indirettamente, cosa è successo ieri in piazza a Milano, vivranno quindi ancor più come inguardabili, irricevibili, i notiziari dei nostri principali mass media. Arrivano intanto, il giorno dopo, le notizie da Dongo: presenti una cinquantina di fascisti, braccio alzato, protetti da camionette della polizia, mentre 300 manifestanti contestano questa vergogna, questo affronto alla nostra storia.  Andiamo avanti, coscienti della gravità della situazione. Chiudo riferendo il comunicato emesso da diversi gruppi di ebrei, che hanno sfilato senza alcun problema arrivando in piazza Duomo con i loro striscioni. “Oggi come ogni anno un nostro spezzone ebraico ha partecipato al corteo nazionale del 25 aprile a Milano. Lo abbiamo percorso con due striscioni, “ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo #nopuliziaetnica”, e “cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”. Non abbiamo avuto bisogno di alcuna protezione. Non abbiamo ricevuto una parola fuori posto, ma anzi moltissimi applausi e saluti affettuosi dai presenti. La manifestazione per la Liberazione è stata anche stavolta un nostro spazio, sicuro, probabilmente perché le sensibilità e gli ideali che ci muovono – a prescindere dalla nostra identità, che sia religiosa, culturale o familiare – sono perfettamente compatibili con il senso di ciò che è stata la Resistenza: una lotta per la pace, per i diritti di tutte e tutti, per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo e suprematismo. Qui e altrove. Diciamo no ad ogni forma di antisemitismo, quello becero e quello inconsapevole, ma diciamo no anche ad ogni provocazione che mini una giornata di festa all’insegna di valori condivisi.” LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista  e Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la pace Andrea De Lotto
April 26, 2026
Pressenza
La questura di Roma mette fuorilegge «Addio Lugano bella»
Le parole, si sa, sono pietre. Quelle del canto anarchico Addio Lugano Bella sono state scagliate 130 anni fa e colpiscono ancora. La dimostrazione è nel provvedimento con cui il 26 marzo il questore di Roma Roberto Massucci ha vietato la commemorazione di Sandro Ardizzone e Sara Mercogliano, uccisi una […] L'articolo La questura di Roma mette fuorilegge «Addio Lugano bella» su Contropiano.
April 26, 2026
Contropiano
Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturale
In un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica. I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi, aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere interrogato e compreso criticamente. Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati verso modelli unici e rigidi. Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un clima di pace, libertà e dignità. La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli interessi degli apparati militari e industriali. Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata. L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva. Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive. Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne. In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria: l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come elemento strutturale della vita politica contemporanea. La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette. Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e collaborazioni accademiche con industrie belliche. In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente inevitabile della stabilità internazionale. L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e governi. Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni accademiche. La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile nei confronti della sicurezza collettiva. In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti compatibili con specifiche configurazioni di dominio. Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e regressione democratica. Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o tecnocratiche. In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dell’istruzione. Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica. Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione non violenta dei conflitti e della giustizia globale. La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi principali strumenti di emancipazione. Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà. In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.     Laura Tussi
April 26, 2026
Pressenza
I porti italiani sempre più esposti a criminalità e corruzione. I dati del Terzo Rapporto di Libera
Nel corso del 2025 sono stati registrati 131 casi di criminalità nei porti italiani, con un incremento del 14% rispetto al 2024. I porti coinvolti sono stati 38 contro i 30 del 2024 con un incremento del 27%. Sono alcuni dei dato del Terzo Rapporto “Diario di bordo 2026” di Libera dedicato ai porti italiani e internazionali. Il numero più alto di casi criminali si registra nel porto di Civitavecchia, con 14 episodi criminali rispetto ai 4 registrati nel 2024. Seguono i porti di Ancona e Gioia Tauro con 13 casi e Genova con 12 casi, in calo rispetto al primo posto del 2023 (13 casi). Incrementi significativi si registrano anche a Trieste (da 7 a 9 casi), Olbia (da 4 a 7) e Brindisi (da 5 a 6). Al contrario, alcuni porti che nel 2024 figuravano tra quelli maggiormente colpiti mostrano, nel 2025, un netto ridimensionamento. Livorno passa da 16 a 5 casi (−68,8%), Bari da 10 a 6 (−40%), Napoli da 7 a 2 (−71,4%), mentre Venezia registra il calo più marcato, da 7 a 1 caso (−85,7%). Nel 2025, inoltre, emergono per la prima volta episodi criminali in alcuni porti: Acciaroli, Acitrezza, Agropoli, Cervia, Fiumicino, Francavilla al mare, Manfredonia, Ragusa, Siracusa, Taureana di Palmi. A livello regionale, le Marche registrano il numero più alto di casi di criminalità nei porti, con 16 episodi. Seguono Calabria, Lazio, Sardegna e Liguria con 15 casi ciascuna, mentre Puglia e Sicilia si attestano a 14. Dei 131 casi di criminalità registrati, il 56% (73 casi) riguarda attività illegali legate all’importazione di merci o prodotti, in calo rispetto al 77,9% del 2024, il 10% (13 casi) è relativo a esportazioni illegali, un dato in lieve aumento rispetto al 2023 (9,5%) e l’11% (15 casi) riguarda sequestri di merce in transito. Dal Rapporto emerge come ben il 65,5% dei principali scali commerciali italiani sia stato esposto a interessi criminali organizzati. Tra questi figurano porti leader nel traffico merci, tra cui: Ancona, Augusta, Brindisi, Cagliari, Genova, Gioia Tauro, La Spezia, Napoli, Ravenna, Salerno, Savona, Vado Ligure, Taranto, Trieste e Venezia. Dall’analisi delle relazioni istituzionali emerge che 26 gruppi criminali sono stati coinvolti in affari legati ai porti. Si tratta sia di mafie storicamente radicate, sia di gruppi meno noti alle cronache. I dati confermano come i porti rappresentino per i gruppi territoriali un’occasione per entrare in contatto con diverse compagini criminali a livello internazionale. Tra di essi, spiccano le mafie tradizionali italiane: ‘ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra, ma anche altre organizzazioni criminali, come la Banda della Magliana, Sacra Corona Unita, Stidda e gruppi criminali baresi. Insomma, il sistema portuale diventa sempre più un settore appetibile per le consorterie criminali che grazie agli ingenti capitali a disposizione, vedono nei porti un’area di possibili e silenti infiltrazioni dell’economia legale. Un’infiltrazione soprattutto di carattere finanziario, che mette in pericolo l’economia sana del territorio. Nel quadriennio 2022-2025 sono 496 gli eventi criminali nei porti italiani, uno ogni 3 giorni. In questa fotografia spicca l’anno 2022 con 140 eventi criminali, seguito dal 2025, con 130. In totale sono 53 i porti italiani in cui sono emersi eventi di illegalità nell’ultimo quadriennio, di cui 34 di rilevanza nazionale, con un andamento annuale in crescita per il numero dei porti coinvolti: 29 nel 2022, 28 nel 2023, 30 nel 2024, 38 nel 2025. Tra il 1994 e il 2024, invece,  gli interessi della criminalità organizzata hanno riguardato circa un porto italiano su cinque. L’analisi delle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia pubblicate nell’arco temporale considerato consente di censire 113 clan coinvolti in attività di business illegali e legali (+4 rispetto all’ultima rilevazione), con 71 porti italiani (+2 rispetto alla rilevazione precedente) interessati da proiezioni criminali. Si tratta di un quadro che restituisce la dimensione strutturale del fenomeno e la sua capacità di radicarsi in modo esteso nei nodi portuali del Paese. La mappatura mostra infatti una diffusione capillare degli interessi criminali sull’intero territorio nazionale, coinvolgendo regioni del Sud e del Nord e scali affacciati sia sul versante orientale sia su quello occidentale della penisola. Da tempo, la DNA e la DIA segnalano la presenza, nei porti italiani e in quelli europei, di gruppi criminali attivi tanto nell’economia legale quanto nei mercati illeciti, con una particolare centralità del traffico di stupefacenti “È necessario, si legge nel Rapporto di Libera, curato da Marco Antonelli, Francesca Rispoli e Peppe Ruggiero,  alzare l’asticella della vigilanza: rafforzare i presidi di legalità, ridurre la vulnerabilità del sistema e rafforzare i controlli doganali. Serve un maggior utilizzo di intelligence portuale, con tecnologie di scansione X e data analytics; aumento della formazione e rotazione del personale per ridurre i rischi di corruzione. Così come serve un’azione di sensibilizzazione e responsabilizzazione degli operatori economici e il coinvolgimento positivo dei lavoratori portuali, che rappresentano un elemento fondamentale dell’ecosistema portuale. E anche una maggiore implementazione dei sistemi di tracciamento elettronico dei container e una cooperazione internazionale tra autorità portuali e forze dell’ordine. In continuità, servono misure preventive come la trasparenza sui processi decisionali che riguardano le scelte relative ai porti, una cura maggiore delle misure di prevenzione della corruzione e programmi avanzati di protezione per i whistleblower, che possono contribuire ad arginare le infiltrazioni criminali”. Qui per approfondire e scaricare il Rapporto di Libera “Diario di bordo 2026”: https://www.libera.it/it-schede-2822-diario_di_bordo_storie_dati_e_meccanismi_delle_proiezioni_criminali_nei_porti_italiani. Giovanni Caprio
April 26, 2026
Pressenza
#Sicilia Ponte di Pace. Riparte la #Flotilla: dal sud al nord “invade” il Mediterraneo #stopthegenocideingaza🇵🇸 di Antonio Mazzeo C’è una Sicilia piattaforma di guerre e morte. E’ la Sicilia di #Sigonella, del #MUOS di Niscemi, dello scalo aereo di Trapani Birgi e della base navale NATO di Augusta. E c’è la Sicilia che vuole fare da Ponte di pace e dialogo nel Mediterraneo. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/04/sicilia-ponte-di-pace-riparte-la.html
April 26, 2026
Antonio Mazzeo

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