Republic of Love – Laurie Anderson
di susanna sinigaglia Laurie Anderson Republic of Love[1] Il mio incontro con Laurie Anderson avvenne alla personale allestita dal Pac nel 2003-2004. Ero rimasta rapita soprattutto da alcune sue invenzioni, quei violini con archetti lunghissimi che la facevano assomigliare a qualche creatura fantastica scaturita dalla fantasia dei Fratelli Grimm. Fino ad allora l’avevo conosciuta come la “compagna di Lou Reed”,
NO 41 BIS
La trascrizione della testimonianza di Alfredo all’udienza del 18 maggio 2026 a Bologna.https://www.mezzoradaria.com/2026/06/08/la-parola-ad-alfredo/
June 10, 2026
LABORATORIO SCORIE
Pozzallo, 12-13 giugno: «Uniti sotto lo stesso casco»
Forum sindacale Euromediterraneo. Organizza Fillea Cgil UNITI SOTTO LO STESSO CASCO Al via Costruzioni Migranti – Forum sindacale Euromediterraneo a Pozzallo il 12 e 13 giugno 2026 SCARICA IL PROGRAMMA  Due giorni di cultura, incontri e dibattiti con attivisti sindacali dell’area Euromediterraneo per dare voce a chi non vuole arrendersi alle morti di frontiera e alla criminalizzazione delle persone in movimento.  Trovare una lingua
La Polveriera non si tocca: aggiornamento su lotte, cura e convergenze. Assemblea aperta il 15 giugno
Durante il picco dell’onda repressiva innescata dalle azioni messe in campo da Piantedosi contro gli spazi sociali autogestiti, La Polveriera Spazio Comune è riapparsa sui titoli di alcuni articoli di quotidiani; a dicembre 2025, infatti, si leggeva “rischio sgombero” a … Leggi tutto L'articolo La Polveriera non si tocca: aggiornamento su lotte, cura e convergenze. Assemblea aperta il 15 giugno sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Video. Arab Barghouti al Music Festival di Berlino
Arab Barghouthi è salito sul palco insieme al gruppo Massive Attack al Citadel Music Festival di Berlino, chiedendo il rilascio di suo padre, il leader palestinese Marwan Barghouti. Unitevi alla campagna @FreeMarwanNow Il discorso di Arab in questo video di 2 min 50”:
June 10, 2026
Assopace Palestina
“Palermo città che si riscrive: mini-festival delle comunità grafomani e grafopittoriche”
Venerdì 12 giugno a Villa Filippina dalle 10 alle 18 il primo incontro delle ricerche Idea Azione dell’Istituto Arrupe.  Sarà un’occasione per riflettere sul rapporto tra scrittura, disegno, spazio urbano e partecipazione comunitaria, con sessioni sia esplicative che esperienziali. Con “Palermo città che si riscrive: mini-festival delle comunità grafomani e grafopittoriche” partono, infatti, gli incontri di condivisione dei risultati delle ricerche della XII edizione di Idea – Azione promosse dall’Istituto Arrupe. Il primo dei tre incontri sarà il prossimo 12 giugno; condurrà l’incontro di condivisione Alessio Castiglione presso Villa Filippina di Palermo, dalle 10  alle 18. Il ricercatore, dopo aver esplorato per un anno queste comunità, racconterà i risultati della sua attività. Le comunità interessate sono: Newbookclub community lab, Parole Notturne, Unìsono e Urban Sketchers Palermo. Dopo il saluto introduttivo di p. Gianni Notari (direttore dell’Istituto Arrupe), prenderanno la parola Massimo Massaro (ideatore e coordinatore del Programma di ricerca Idea – Azione), Federico Batini (tutor scientifico e docente dell’Università La Sapienza di Roma), Giocchino Lavanco (Università di Palermo), Charlie Barnao (sociologo) e Alessio Castiglione. A seguire ci saranno alcuni laboratori di comunità di scrittura e pittura e la creazione di un’installazione sociale con mostra temporanea. “Ho avuto modo, grazie a Idea Azione, di analizzare l’impatto sociale che, in questi anni, ha dato e continua a dare il Newbookclub – afferma Alessio Castiglione, fondatore di Newbookclub community lab – come arte a servizio del sociale per sviluppare comunità. Vogliamo fare capire il valore sociale, politico e culturale che hanno queste realtà nella vita della nostra città. Queste comunità stanno riscrivendo la città, con punti di forza e di debolezza, partendo dalla sua bellezza”. Nella ricerca è stata svolta pure una comparazione con la comunità montanaArvier, nella Valle d’Aosta per aprire un confronto con l’esperienza di Palermo. “Per i nostri borsisti della XII edizione di Idea – Azione – spiega Massimo Massaro ideatore e coordinatore del Programma di ricerca Idea-Azione – è giunto il momento di condividere i risultati della loro attività con stakeholder, esponenti del Terzo settore e soggetti istituzionali. Siamo molto soddisfatti del lavoro perchè Idea-Azione continua ad essere  un’iniziativa che propone un approccio alternativo alla ricerca, cooperativo e non competitivo che guarda molto ai bisogni sociali e punta ad azioni concrete nel territorio”. Le altre ricerche Idea-Azione – i cui risultati verranno presentati nei prossimi mesi di settembre e ottobre – sono: la ricerca di Mirco Vannoni che ha sperimentato nuove pratiche per contrastare il fenomeno di emarginazione sociale delle persone senza dimora (SFD) attraverso la co-creazione di programmi culturali; la ricerca di Valerio Lombino che sta lavorando alla creazione di un archivio della Primavera di Palermo per valorizzare il passato nella prospettiva di rilancio di una progettazione urbana partecipata dal basso. Da più di dieci anni, con il Programma di ricerca Idea-Azione finanziato dalla Tokyo Foundation for Policy Research attraverso il Programma Sylff viene proposta una ricerca con un approccio concreto, non autoreferenziale, ancorato al territorio e volto a migliorare la qualità di vita delle comunità. Tutti i lavori di ricerca prodotti all’interno di Idea-Azione sono consultabili presso la Biblioteca “p. Angelo Carrara SJ” dell’Istituto Arrupe e nella sezione del sito dedicato a Idea-Azione * https://istitutoarrupe.it/news…/3-incontri-x-3-ricerche/ Redazione Palermo
June 9, 2026
Pressenza
L’appello di due giovani sulla remigrazione
Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento. Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico… Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove? Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo.  La Rete degli Studenti Medi del Lazio diffonde l’appello scritto dai due giovani: > Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani. > Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà > non avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui > siamo cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver > visto che delle persone scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi > conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole. > Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. > Non siamo una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una > questione personale. > Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro. > Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a > casa stanca dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro > padre che si sveglia quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un > negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate > a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere a noi di > studiare e avere opportunità migliori. > Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di > famiglie italiane ogni > giorno. > Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo > sui libri, ripeto gli argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non > essere abbastanza preparato. Le stesse paure che hanno i miei compagni di > classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e si affacci alla > vita adulta. > Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato > nulla di diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le > persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio > guardando la Roma, prendo in giro gli amici e vengo preso in giro come accade > in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha > imparato a parlare. > Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la > parte che facciamo più fatica a comprendere. > Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da > osservare. L’abbiamo vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, > nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da > bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a > studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri. > Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel > secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è > molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa? > Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più > importanti? Per chi qui ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo > bacio, ha festeggiato i compleanni, ha pianto ai funerali delle persone care, > ha immaginato il proprio futuro? > La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee. > Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare > normali parole che qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi > vengono accolte con una scrollata di spalle. Fa paura accorgersi che sempre > più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di > numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che dietro ci sono > ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno > di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i > tuoi vicini di casa. > Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce > un’idea disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di > sentire. > Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra > i banchi di scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso > abituarsi a certe parole e ho studiato anche la Costituzione italiana. Ho > letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità > sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che > spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata. > Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perché non > è soltanto un nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la > qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana > e il futuro che vogliamo costruire insieme. > Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo. > Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo > persone che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, > non per le nostre origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è > molto più grande delle paure che qualcuno prova ad alimentare per propaganda > politica. > Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo. > La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a > camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri > amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa > schifo. > Per questo non vogliamo restare in silenzio. > E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano > all’Italia. > Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di > noi? > Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire > alla società in cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad > alcuni di loro che, qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai > abbastanza? > Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a > chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a > essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un > intero Paese. Redazione Roma
June 9, 2026
Pressenza
“Riusi-AMO – Un aiuto per Gaza” a Foggia dall’11 al 13 giugno
Dopo il successo della prima edizione, torna il mercatino di beneficenza che unisce solidarietà, sostenibilità e partecipazione collettiva e offrirà la possibilità di acquistare capi di abbigliamento estivi e accessori per donna, uomo e teenager. Promossa dal Club per l’Unesco di Foggia, in collaborazione con l’Ufficio Missionario dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino, con il supporto del Coordinamento Capitanata per la Pace ed il sostegno logistico della direttrice di Prenatal Foggia, Lucia La Torre, l’iniziativa mira a raccogliere fondi da destinare alla Parrocchia Latina “Sacra Famiglia” di Gaza, impegnata quotidianamente nel sostegno alla popolazione palestinese duramente provata da anni di conflitto e da condizioni di vita sempre più drammatiche. L’edizione dello scorso febbraio ha consentito di raccogliere una discreta somma, interamente devoluta alla comunità assistita dalla parrocchia gazawi. In un recente collegamento video con Foggia, il parroco della “Sacra Famiglia”, padre Gabriel Romanelli, ha ribadito l’importanza di questi contributi, sottolineando come rappresentino una risorsa fondamentale per la sopravvivenza di molte famiglie. «Ognuno deve fare la propria parte – sottolineano gli organizzatori – partendo da un gesto semplice: acquistare un capo di abbigliamento in buono stato e di qualità, riutilizzarlo con consapevolezza e, allo stesso tempo, contribuire concretamente a salvare vite umane». Il progetto richiama inoltre l’attenzione sul tema della sostenibilità ambientale. Lo slogan “Riusi-AMO” evidenzia infatti il valore del riuso e dell’economia circolare, promuovendo una cultura del consumo responsabile e contrastando gli effetti ambientali prodotti dall’eccessiva produzione di beni, in particolare nel settore tessile. La cittadinanza è invitata a visitare il mercatino, effettuare un acquisto solidale o lasciare un’offerta libera, contribuendo così a un gesto concreto di vicinanza e speranza. L’inaugurazione si terrà giovedì 11 giugno 2026 alle ore 18, alla presenza di Mons. Giorgio Ferretti, Arcivescovo di Foggia-Bovino. Il mercatino sarà aperto dall’11 al 13 giugno 2026 dalle 11 alle 13 e dalle 17:30 alle 20:30 presso il Centro Diocesano Oratori dell’Arcidiocesi di Foggia (via Oberdan 7). Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
Un rapporto e un appello delle associazioni contro l’apertura di un CPR in Toscana
In programma l’11 giugno a Firenze un evento pubblico per discuterne, alla luce del monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza e Rimpatrio in Italia realizzato nel 2025. Il dibattito è promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia, che hanno anche lanciato un appello aperto alla sottoscrizione della società civile e della cittadinanza. Firenze, 9 giugno 2026 – I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) rappresentano spazi di sospensione dei diritti fondamentali delle persone migranti, che si trovano a dover affrontare condizioni sistematiche di isolamento, violenza, degrado materiale, sofferenza fisica e psichica. Inoltre, la loro inefficienza nell’esecuzione degli ordini di rimpatrio, scopo a cui sarebbero preposti, è clamorosamente evidente. È quanto emerge dal secondo Rapporto di monitoraggio dei CPR del Tavolo Asilo e Immigrazione, realizzato nel corso del 2025, che sarà presentato l’11 giugno a Firenze nel corso dell’incontro promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia. Un dossier che restituisce la fotografia di un sistema strutturalmente incompatibile con i principi dello Stato di diritto e totalmente disfunzionale. Per questo motivo le associazioni promotrici hanno deciso di rilanciare, in concomitanza con la presentazione del report, un appello alla Regione Toscana perché assuma una netta presa di posizione contro l’apertura di un CPR sul territorio regionale, ipotizzato dal Governo.  Un appello che ha già raccolto numerose adesioni e che sarà aperto alla sottoscrizione di tutta la società civile toscana e di tutti i cittadini e le cittadine. “Non è un caso che questo rapporto venga presentato a Firenze proprio in questo periodo – sottolineano le organizzazioni promotrici – quando si sono riaccese le polemiche circa la volontà del governo di realizzare un CPR a Pallerone, nei pressi di Aulla Lunigiana, così come dichiarato dal Ministro dell’Interno Piantedosi in più occasioni. Vogliamo ribadire con forza che la società civile è assolutamente contraria sia alla realizzazione di un CPR nel territorio toscano, che al mantenimento delle dieci strutture attualmente aperte sul territorio nazionale. I contenuti del rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione non lasciano dubbi circa la necessità di chiudere quanto prima l’esperienza della detenzione amministrativa – che avviene, cioè, in assenza di reato – nel nostro Paese”.   Il programma dell’incontro di giovedì 11 GIUGNO a Firenze L’incontro di giovedì 11, ad ingresso libero, si terrà dalle ore 17.30 presso la sede Arci di piazza dei Ciompi 11 a Firenze, e vedrà la partecipazione di membri delle delegazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione che hanno effettuato gli accessi ai CPR sul territorio nazionale, di associazioni del territorio impegnate contro l’aperura di un CPR nella nostra regione e di esponenti delle istituzioni nazionali e locali, come la Deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa e l’Assessora Regionale, Alessandra Nardini. La denuncia nel report del Tavolo Asilo e Immigrazione La fotografia restituita nel dossier parte dalle visite effettuate nel corso del 2025 dalle delegazioni delle associazioni che compongono il Tavolo Asilo e Immigrazione, assieme a parlamentari ed europarlamentari, in dieci CPR sul territorio nazionale: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Un’analisi da cui emerge come i CPR siano vere e proprie “istituzioni totali”, per richiamarsi alla tradizione critica inaugurata da Franco Basaglia contro i manicomi: luoghi chiusi, opachi e segreganti, che sottraggono le persone allo spazio pubblico e allo sguardo della comunità e usano la privazione della libertà come pratica di gestione di fenomeni sociali. Proprio partendo dal parallelo con le istituzioni manicomiali, il report mostra come nei CPR italiani il diritto alla salute, in particolare, sia formalmente riconosciuto ma sistematicamente compromesso nella pratica. Si registrano ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. La detenzione amministrativa è poi associata a un aumento significativo di disturbi ansiosi, depressivi e post-traumatici, ed è stato ovunque riscontrato un uso improprio e massiccio di psicofarmaci, spesso impiegati come strumento di contenimento piuttosto che di cura. Il Rapporto documenta anche numerosi eventi critici, tra cui atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e crisi psichiatriche acute. Critiche anche le condizioni materiali di vita all’interno dei CPR. Il monitoraggio documenta spazi sovraffollati o degradati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, assenza di aree comuni funzionali e lunghi periodi di inattività forzata. La vita quotidiana è segnata da isolamento, mancanza di attività strutturate e compressione sistematica dell’autonomia personale. Il dossier evidenzia inoltre gravi limitazioni nell’accesso effettivo alla tutela legale, che è invece un diritto fondamentale delle persone private della libertà personale. Le persone trattenute incontrano difficoltà nell’incontrare i propri legali, nell’ottenere informazioni chiare sui procedimenti che li interessano e nell’esercitare in modo consapevole il diritto di difesa. In molti casi, l’informazione giuridica risulta frammentaria, tardiva o affidata a strumenti standardizzati che non garantiscono una reale comprensione della propria situazione. Evidente è inoltre il fallimento sugli obiettivi dichiarati. A fronte dell’aumento della capacità detentiva e dell’estensione dei tempi di trattenimento, l’efficacia dei rimpatri è progressivamente diminuita. Se si guarda al totale dei provvedimenti di allontanamento, il peso dei CPR resta marginale: nel periodo 2011–2024 la quota media dei rimpatri realizzati tramite detenzione si ferma al 9,9%. Nel 2024 il dato è pari al 10,4%, in lieve calo rispetto all’anno precedente.  Ne emerge quindi un sistema che assorbe risorse pubbliche crescenti senza produrre risultati proporzionati, ledendo al tempo stesso in modo gravissimo i diritti fondamentali delle persone trattenute. Il rapporto colloca poi l’esperienza nazionale dei Centri per il Rimpatrio, che adesso potrebbe trovare attuazione anche in Toscana, in una traiettoria europea più ampia. La Toscana non diventi un laboratorio per sperimentare le nuove politiche anti-immigrazione del Governo. “Il prossimo 12 giugno entra formalmente in vigore il Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, e a brevissimo è atteso il nuovo Regolamento Rimpatri – concludono le associazioni promotrici dell’appello – Queste norme distruggeranno il diritto di asilo come lo conosciamo finora, e trasformeranno la detenzione amministrativa da misura eccezionale a strumento di gestione ordinaria delle politiche migratorie. Respingiamo l’idea che la nostra regione sia un nuovo terreno di sperimentazione di norme che riteniamo contrarie al diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani. La posizione del Tavolo Asilo e Immigrazione è la nostra, i CPR non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Chiediamo quindi l’esclusione definitiva della detenzione amministrativa dalle politiche migratorie, l’adozione di alternative non detentive e un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana”. Redazione Toscana
June 9, 2026
Pressenza
Intesa Sanpaolo è la prima banca fossile italiana, sempre più legata al GNL USA
Il 17esimo rapporto annuale “Banking on Climate Chaos”, pubblicato oggi da un’ampia coalizione di organizzazioni della società civile, tra cui ReCommon, conferma Intesa Sanpaolo come prima banca fossile italiana, ribadendo il suo fortissimo legame con il settore oil&gas a stelle e strisce. Nel 2025, l’istituto torinese ha destinato 4,7 miliardi di dollari ai combustibili fossili, sostanzialmente invariati rispetto al 2024 (-0,6%). Dall’analisi di ReCommon sui dati del rapporto emerge che questa stabilità nasconde due dinamiche. L’esposizione fossile di Intesa non si riduce, ma si distribuisce su un numero crescente di controparti, (oltre 150 operazioni nel 2025, il dato più alto del quinquennio) e si sposta nettamente verso gli Stati Uniti: nel 2025 gli USA sono il primo paese di destinazione del finanziamento fossile della banca, con un valore superiore al doppio di quello destinato all’Italia, quasi la metà dell’intero portafoglio fossile e il distacco più ampio degli ultimi cinque anni. Il rapporto fotografa un boom mondiale del gas naturale liquefatto (GNL), e Intesa Sanpaolo si conferma dentro il segmento più caldo. Il più grande debitore fossile del mondo nel 2025 è Venture Global, società statunitense del GNL vicina all’amministrazione Trump, che da sola ha raccolto 32,9 miliardi di dollari di finanziamenti (+631% in un anno, pari al 2,7% di tutto il fossile globale). Intesa Sanpaolo è tra le sue banche: finanzia il terminal di esportazione Calcasieu Pass 2 (CP2), in Louisiana, con un ruolo di arrangiatore mandatario, cioè tra i principali registi dell’operazione. Lo stesso ruolo che ricopre per Rio Grande LNG, in Texas, sviluppato da NextDecade, altra società salita quest’anno al nono posto tra i maggiori debitori fossili mondiali (+193 posizioni in un solo anno). Il legame italiano con Venture Global non si ferma alla finanza: nel luglio 2025 ENI ha firmato con la società un contratto ventennale per la fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL proprio da CP2, impianto non ancora operativo. Venture Global è già al centro di contenziosi con acquirenti europei di gas per i carichi del suo primo terminal, ed è indicata dal rapporto come l’emblema di come le società del GNL sfruttino l’instabilità geopolitica per realizzare profitti straordinari. «Intesa Sanpaolo ha fatto una scelta precisa: puntare sul gas liquefatto statunitense, il business più speculativo del momento. Un business che alla banca porta profitti, ma che a noi lascia una dipendenza sempre più stretta dal gas americano e bollette in balìa delle crisi geopolitiche» ha commentato Daniela Finamore di ReCommon. «Finanziare Venture Global, che macina profitti record sulle guerre e sui rincari energetici, significa arricchire pochi miliardari, mentre famiglie e comunità pagano il prezzo di un clima sempre più instabile. Ogni nuovo dollaro all’espansione del GNL ci lega di più a un’industria che prospera sulle crisi: Intesa Sanpaolo ne è pienamente responsabile» ha concluso Finamore. Il quadro globale che fa da sfondo al caso Intesa è di crescita, non di ritirata. Nel 2025 le 65 maggiori banche del mondo hanno destinato 906 miliardi di dollari ai combustibili fossili, in aumento del 7,6% rispetto all’anno precedente, portando il totale a 8,7 mila miliardi dalla firma dell’Accordo di Parigi. Il finanziamento alle compagnie che espandono attivamente il fossile è salito a 508 miliardi di dollari, con un balzo del 27% in un solo anno, il valore più alto mai registrato. Il mercato resta dominato da pochissimi attori: JPMorgan Chase si conferma la prima banca fossile al mondo con 58 miliardi, e le dodici maggiori, la cosiddetta “Dirty Dozen”, coprono da sole quasi il 40% del totale globale. A trainare l’espansione è soprattutto il segmento midstream (gasdotti, terminal e GNL) cresciuto dell’84% in un anno: metà di tutto il finanziamento all’espansione è andato a società con almeno un grande progetto di gas liquefatto o di pipeline. Sul fronte italiano, l’altra banca presente in classifica, UniCredit, ha ridotto il proprio finanziamento fossile del 18,5% nel 2025, scendendo a 4,6 miliardi di dollari: una delle poche grandi banche europee ad aver operato un taglio significativo. Anche il principale gruppo energetico italiano figura tra i protagonisti dell’espansione del gas: ENI è partner, insieme alla compagnia emiratina ADNOC e alla tailandese PTT, del giacimento offshore Ghasa, il cui sviluppo è stato finanziato nel 2025 con un’operazione da 11 miliardi di dollari. * rapporto annuale “Banking on Climate Chaos” 2026 Re: Common
June 9, 2026
Pressenza
Varese dice NO alla “Piazza della Pace” realizzata con contributi di Leonardo SpA
Le associazioni e i gruppi firmatari riuniti nella “Tenda per la Palestina e contro le armi” hanno consegnato al Sindaco e alla Giunta Comunale di Varese una lettera aperta per chiedere di non attuare quanto deliberato in data 23 dicembre 2025 in riferimento alla sottoscrizione del protocollo d’Intesa con la Fondazione Leonardo, per la riqualificazione del sito dell’ex Aermacchi in via Sanvito Silvestro a Varese, e dichiarano: > Come associazioni e gruppi della società civile varesina respingiamo in > maniera categorica la possibilità di partecipare alla costruzione di una > “Piazza della Pace” progettata e finanziata con il contributo di una fabbrica > di armi. > > Ci opponiamo recisamente alla logica  aberrante secondo cui se vuoi la pace > devi preparare la guerra. > > È una visione che non possiamo in nessun modo tollerare e soprattutto non > intendiamo tramandare ai nostri figli: la Pace si costruisce con la Pace , la > verità e la giustizia. > > Finché a Varese continueremo a vedere la produzione di armi passata e presente > come una cosa di cui sentirci orgogliosi non riusciremo a vedere nel nostro > futuro un’ opportunità di pace e di vita degna, per noi e per tutti. > > Per spiegare meglio la proposta di pace vera (cioè  radicalmente alternativa > alla collaborazione con aziende armiere) cui vorremmo contribuire, abbiamo > voluto accompagnare la nostra lettera con l’omaggio del bel lungo “Lettere dei > bambini ai fabbricanti di armi ” che ebbe l’ appoggio di Papa Francesco. > > La lettera, già firmata da una rosa di sottoscrittori, è aperta a chiunque > desideri aderirvi. > > Noi promotori  chiediamo  all’amministrazione comunale di darci un riscontro > pubblico in tempi rapidi , con  la garanzia di non sottoscrivere qualsiasi  > accordo  con aziende armiere, quale premessa indispensabile per poter valutare > le proposte concrete che vorremmo offrire come alternativa  al progetto in > questione. La comunicazione è stata inoltrata attraverso l’account di posta del Comitato Varesino per la Palestina a nome di tutte le associazioni firmatarie della lettera allegata, riunite nella “Tenda per la Palestina e contro le armi”: * Abbasso la guerra OdV * Caritas della Zona Pastorale di Varese * Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV * Sanità di Frontiera * Collettivo da Varese a Gaza * nAzione Umana * Donne in Nero * FLC CGIL sezione provinciale di Varese * Emergency – Gruppo Varese * Partito della Rifondazione Comunista, federazione di Varese * Comitato Antifascista Busto Arsizio * Rete Antifascista Varesina * Associazione Un’Altra Storia * Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Sezione di Induno Olona (Elenco in aggiornamento ) TESTO DELLA LETTERA: All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d’intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l’esposizione come simbolo del velivolo MB-326 in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l’intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell’obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’ area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. Redazione Varese
June 9, 2026
Pressenza
Gli Stati commercianti di carbonio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Marcin Jozwiak su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il mercato del carbonio ora include anche il mercato interstatale, facilitato dagli Stati. Non si tratta più solo di scambi di carbonio tra o con le aziende; ora i Paesi possono anche vendere quote di inquinamento ad altri Paesi. Questo è grave per molte ragioni. Non è una reale riduzione delle emissioni di gas serra, quindi la crisi climatica non fa che peggiorare con questo nuovo pretesto. Inoltre, gli Stati, in quanto “proprietari” del carbonio, hanno il potere di imporre queste transazioni, ad esempio, contro le comunità che difendono i propri territori. Il rapporto Grain, State Carbon Rush: More Threats to Communities and the Climate (La corsa al carbonio degli Stati: più minacce per le comunità e il clima), spiega questa nuova tendenza e come gli Stati del Sud del mondo vedano una nuova fonte di reddito nella vendita della capacità dei propri ecosistemi di assorbire carbonio ai Paesi del Nord del mondo, che poi la considerano come una propria azione per il clima. Il nuovo meccanismo, dal nome criptico di “risultati di mitigazione trasferiti a livello internazionale” (ITMO), rientra nell’ambito dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Questo articolo disciplina le modalità di scambio, negoziazione o compensazione delle emissioni, non la loro riduzione. L’articolo 6.2 stabilisce il quadro di riferimento per lo scambio tra i paesi di sequestro di carbonio e altre misure di mitigazione dei cambiamenti climatici, un concetto innovativo in questo contesto. L’articolo 6.4 fa riferimento ad altre forme di mercati del carbonio, simili a quelli già esistenti, ma con metodologie e regole presumibilmente nuove. È l’articolo preferito dalle compagnie petrolifere transnazionali e da altre grandi industrie responsabili dei cambiamenti climatici perché rinnova i mercati del carbonio, ormai screditati, aggiunge nuove aree soggette a tali mercati – come terreni agricoli, mari e coste – e, inoltre, conferisce a questi mercati un’apparenza di “integrità” grazie alla loro approvazione da parte delle normative ONU, sebbene queste siano volontarie. Gli operatori del mercato dei crediti di carbonio hanno urgente bisogno di ripulire la propria immagine, poiché il settore sta soffrendo di una mancanza di credibilità, a seguito di una serie di scandali degli ultimi anni che hanno rivelato come la maggior parte dei crediti di carbonio, la materia prima di questi mercati, non abbia un fondamento reale, ma sia fraudolenta in quanto non genera nuovo sequestro di carbonio e, in molti casi, contribuisce ad aggravare i cambiamenti climatici (Mercado de carbono: hecho para el fracaso). Pertanto, l’obiettivo è quello di proiettare l’immagine che i progetti approvati ai sensi dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi garantiscano crediti di carbonio di “elevata integrità”. Tuttavia, l’organizzazione Carbon Market Watch ha analizzato il primo gruppo di progetti approvati all’inizio del 2025 e ha scoperto che solo un credito su 26 emesso per tali progetti poteva rappresentare una reale riduzione delle emissioni di carbonio (First wave of Article 6 carbon credits misfire spectacularly). Il Messico è un paese molto ambito per i progetti di sequestro del carbonio, quasi il 90% dei quali è legato al settore forestale e prevede contratti con comunità o ejidos (proprietà terriere collettive). Ciò non sorprende, poiché, oltre alla ricchezza dei suoi ecosistemi, esiste una significativa ambiguità giuridica, la stragrande maggioranza dei progetti opera attraverso mercati volontari e le società di verifica e certificazione stabiliscono autonomamente le proprie condizioni sia in termini di contenuti che di prezzi, rendendole soggette alla volatilità dei mercati finanziari. I profitti derivanti da queste transazioni vanno quasi interamente (fino al 90%) agli intermediari. Grain osserva che la maggior parte dei progetti nei nuovi mercati del carbonio si concentra su monocolture arboree su larga scala, sulla delimitazione di aree forestali a scopo di conservazione e sulla modifica delle pratiche agricole, pastorali e zootecniche tradizionali, il che probabilmente porterà a un’ulteriore accaparramento di terre per destinare maggiori aree al sequestro del carbonio. Il rapporto rileva che tra il 2016 e il 2024, oltre 9 milioni di ettari di terreno nel Sud del mondo sono già stati espropriati per progetti di monocolture arboree e altre colture destinate alla produzione di crediti di carbonio. Ciò è avvenuto prima che i crediti di carbonio previsti dall’articolo 6 iniziassero ad essere implementati. L’ondata di accaparramento di terre comunali potrebbe peggiorare considerevolmente, così come la recinzione di terreni e aree pubbliche, ora con l’intervento dello Stato. La creazione di un maggior numero di crediti di carbonio non farà altro che allontanarci dalle reali riduzioni delle emissioni di cui abbiamo urgente bisogno. Questo nuovo mercato degli obblighi è potenzialmente più pericoloso per le comunità rispetto al mercato volontario. Conferisce ai governi un interesse finanziario nei progetti che autorizzano, coinvolgendoli direttamente in eventuali conflitti territoriali tra gli sviluppatori dei progetti e le comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice. Silvia Ribeiro, ricercatrice, è responsabile per l’America Latina del Gruppo ETC (Action Group on Erosion, Technology and Concentration). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Il neoimperialismo del carbonio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli Stati commercianti di carbonio proviene da Comune-info.
June 9, 2026
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