Turchia, muore in carcere il prigioniero politico curdo Gürkan Türkoğlu
Al 250 giorno di sciopero della fame contro le spaventose condizioni carcerarie delle celle di tipo F..Solidarieta’ a chi lotta contro la dittatura e per la liberta’ dei popoli. Ma in Italia neanche se ne parla. Rilanciamo con forza il nostro progetto di adozione a distanza delle famiglie dei prigionieri politici turchi e kurdi, “Oltre le sbarre”. Non serve indignarsi, occorrono fatti concreti. Puoi aderire a questo progetto per un anno, eventualmente rinnovabile, tu o un gruppo di amici e familiari. Gli estremi sono i seguenti: IBAN IT17 Q030 6909 6061 0000 0111 185 intestato all’associazione Verso il Kurdistan Odv Causale: adozione a distanza Costo: 31 euro al mese, 186 per sei mesi, 372 per un anno. Non lasciamoli soli, non lasciateci soli. A cura di Verso il Kurdistan Odv L'articolo Turchia, muore in carcere il prigioniero politico curdo Gürkan Türkoğlu proviene da Retekurdistan.it.
July 18, 2026
Retekurdistan.it
KNK: Buon 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava!
In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla accesa 14 anni fa continua a crescere. Il KNK ha invitato tutti a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro i tentativi di occupazione e divisione. In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla che si accese 14 anni fa continua a crescere. Il comunicato è come segue: “Il 19 luglio 2012 la voce della rivoluzione si è levata da Kobanê; la scintilla della rivoluzione del Rojava Kurdistan si è accesa ed è cresciuta giorno dopo giorno.” Il Kurdistan Rojava si era preparato da tempo alla rivoluzione. A Dêrik, Qamışlo, Amûdê, Serêkaniyê, Kobanê, Efrîn e in tutta la geografia del Rojava, le persone si stavano preparando ad assumere il controllo del proprio destino e a stabilire un’amministrazione autonoma nella propria terra. Nel mezzo dei disordini interni in Siria, i curdi e gli abitanti del Kurdistan hanno unito le loro forze. Per evitare un vuoto di potere nel Rojava si erano organizzati rapidamente e hanno rafforzato la loro presenza. Da Kobanê a est fino a Dêrik e da Efrîn a ovest, portarono città, paesi, villaggi e frazioni sotto la protezione delle proprie forze di sicurezza interne. Negli ultimi 14 anni i curdi e il popolo del Kurdistan hanno pagato un prezzo altissimo nel percorso verso l’autonomia. Sviluppando diverse forme di governo e statuti, principalmente il modello cantonale, hanno instaurato di fatto un’amministrazione autonoma democratica. Fin dall’inizio gli stati che occupavano il Kurdistan erano preoccupati da questo nuovo sviluppo nel Rojava. La Turchia in particolare lanciò i suoi attacchi contro il Rojava fin dal primo giorno. Kobanê è stato il primo obiettivo perché era il luogo in cui era emersa per la prima volta la volontà di autogoverno del popolo curdo. Inizialmente gruppi islamisti radicali e il sanguinario ISIS attaccarono Kobanê. Gli abitanti di Kobanê opposero una resistenza epica difendendo la loro terra, sconfiggendo l’ISIS e altri aggressori e scrivendo la loro lotta nella storia. Lo Stato turco ha subito una grave sconfitta nella resistenza di Kobanê. Ha quindi rivolto la sua attenzione ad Afrin. Data la sua vicinanza al Mediterraneo ha occupato dapprima Azaz e Jarablus per accerchiare Afrin e tagliarne i collegamenti con il Cantone di Cizîrê. Successivamente, ha attaccato Afrin con carri armati e artiglieria, occupando la regione e sfollando forzatamente la popolazione. Oggi la struttura demografica di Afrin è alterata con turchi e arabi insediati nella zona. In seguito ha occupato anche Serêkaniyê e Girê Spî. La Turchia continua a minacciare l’intera regione del Rojava. Nelle aree controllate dall’Amministrazione autonoma, compie assassinii e attacchi utilizzando droni e tecnologie militari e di intelligence avanzate trasformando la vita della popolazione civile in un inferno. Nonostante ciò, la resistenza del popolo del Rojava continua; tutte le istituzioni dell’Amministrazione autonoma lottano per la sicurezza della popolazione. In Siria si sta delineando una nuova situazione. Circa un anno e mezzo fa, il regime ba’athista è crollato e il governo di Damasco è caduto nelle mani delle forze islamiste. In seguito al crollo del regime, gruppi armati affiliati alla Turchia hanno attaccato le regioni dell’Amministrazione autonoma. Gli attacchi si sono intensificati soprattutto intorno a Shahba, Aleppo e Manbij. Violenti combattimenti hanno interessato la regione di Tishrin. La Turchia ha fornito supporto aereo e terrestre a questi gruppi. Alcune aree sono finite sotto il controllo di gruppi sostenuti dalla Turchia. Nonostante tutti questi attacchi l’Amministrazione autonoma si è difesa ed è riuscita a fermare le offensive. Comunque il regime di Damasco e i suoi alleati non si erano fermati qui. Continuarono i loro tentativi nello smantellare l’Amministrazione autonoma. Dopo aver rafforzato i rapporti con i paesi arabi, l’America e l’Europa, attaccarono Aleppo nella prima settimana del nuovo anno in collaborazione con la Turchia. Poi hanno rivolto la loro attenzione a Raqqa e Deir ez-Zor. Conquistarono numerose aree e avanzarono fino alle vicinanze di Hasakah. Le Unità di protezione del popolo (YPG) e le Unità di protezione delle donne (YPJ) avevano opposto una resistenza su tutti i fronti, difendendo le regioni curde. Il popolo curdo con il sostegno dei suoi alleati si era sollevato in tutte e quattro le parti del Kurdistan e in molte parti del mondo, dimostrando solidarietà nazionale. Di conseguenza il 29 gennaio 2026 fu firmato un accordo con il regime di Damasco. Nonostante tutte queste cospirazioni, attacchi e crisi, il popolo del Rojava continua a difendere unito il proprio paese. Il ruolo delle donne in questa lotta rivoluzionaria non deve essere dimenticato. Le donne, in particolare, occupano una posizione di primo piano e svolgono un ruolo estremamente efficace nella lotta. Tuttavia la situazione generale in Siria rimane complessa e il futuro del Paese è incerto. Il regime di Damasco ha attaccato per primo gli alawiti, perpetrando massacri nella regione di Latakia. In seguito, ha attaccato i drusi, e fin dal primo giorno i cristiani sono stati sottoposti a un’enorme pressione Successivamente sono iniziati gli attacchi contro i curdi. Questo regime anziché trovare soluzioni è diventato fonte di nuovi problemi. Attualmente è in vigore un cessate il fuoco con il regime di Damasco e sono in corso negoziati attraverso il dialogo per attuare l’accordo del 29 gennaio. Tuttavia molte questioni rimangono poco chiare. Il regime di Damasco sta mostrando un atteggiamento negativo nei confronti dell’attuazione dell’accordo e del chiarimento delle sue clausole. Questa è una situazione pericolosa e tutti i curdi devono essere vigili. Bisogna impegnarsi per risolvere i problemi attraverso il dialogo; allo stesso tempo dobbiamo rafforzare le nostre difese affinché nessuno attacchi le nostre conquiste. Proteggere l’Amministrazione autonoma significa proteggere il Kurdistan. In questa occasione, noi, il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) ci congratuliamo con il popolo del Kurdistan e con tutte le istituzioni politiche, amministrative, di sicurezza e militari per il 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava Kurdistan. Il KNK esorta tutti i curdi e il popolo del Kurdistan a fornire il massimo sostegno alla protezione dell’Amministrazione autonoma del Rojava, del territorio del Paese e di tutti i suoi abitanti. Li invita a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro ogni tentativo di occupazione e divisione. Possa la rivoluzione democratica, nazionale e patriottica del Rojava Kurdistan avere successo ed essere duratura! Lunga vita alla resistenza e alla vittoria della Rivoluzione del Rojava!
July 18, 2026
UIKI ONLUS
KNK: Buon 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava!
In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla accesa 14 anni fa continua a crescere. Il KNK ha invitato tutti a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro i tentativi di occupazione e divisione. In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla che si accese 14 anni fa continua a crescere. Il comunicato è come segue: “Il 19 luglio 2012 la voce della rivoluzione si è levata da Kobanê; la scintilla della rivoluzione del Rojava Kurdistan si è accesa ed è cresciuta giorno dopo giorno.” Il Kurdistan Rojava si era preparato da tempo alla rivoluzione. A Dêrik, Qamışlo, Amûdê, Serêkaniyê, Kobanê, Efrîn e in tutta la geografia del Rojava, le persone si stavano preparando ad assumere il controllo del proprio destino e a stabilire un’amministrazione autonoma nella propria terra. Nel mezzo dei disordini interni in Siria, i curdi e gli abitanti del Kurdistan hanno unito le loro forze. Per evitare un vuoto di potere nel Rojava si erano organizzati rapidamente e hanno rafforzato la loro presenza. Da Kobanê a est fino a Dêrik e da Efrîn a ovest, portarono città, paesi, villaggi e frazioni sotto la protezione delle proprie forze di sicurezza interne. Negli ultimi 14 anni i curdi e il popolo del Kurdistan hanno pagato un prezzo altissimo nel percorso verso l’autonomia. Sviluppando diverse forme di governo e statuti, principalmente il modello cantonale, hanno instaurato di fatto un’amministrazione autonoma democratica. Fin dall’inizio gli stati che occupavano il Kurdistan erano preoccupati da questo nuovo sviluppo nel Rojava. La Turchia in particolare lanciò i suoi attacchi contro il Rojava fin dal primo giorno. Kobanê è stato il primo obiettivo perché era il luogo in cui era emersa per la prima volta la volontà di autogoverno del popolo curdo. Inizialmente gruppi islamisti radicali e il sanguinario ISIS attaccarono Kobanê. Gli abitanti di Kobanê opposero una resistenza epica difendendo la loro terra, sconfiggendo l’ISIS e altri aggressori e scrivendo la loro lotta nella storia. Lo Stato turco ha subito una grave sconfitta nella resistenza di Kobanê. Ha quindi rivolto la sua attenzione ad Afrin. Data la sua vicinanza al Mediterraneo ha occupato dapprima Azaz e Jarablus per accerchiare Afrin e tagliarne i collegamenti con il Cantone di Cizîrê. Successivamente, ha attaccato Afrin con carri armati e artiglieria, occupando la regione e sfollando forzatamente la popolazione. Oggi la struttura demografica di Afrin è alterata con turchi e arabi insediati nella zona. In seguito ha occupato anche Serêkaniyê e Girê Spî. La Turchia continua a minacciare l’intera regione del Rojava. Nelle aree controllate dall’Amministrazione autonoma, compie assassinii e attacchi utilizzando droni e tecnologie militari e di intelligence avanzate trasformando la vita della popolazione civile in un inferno. Nonostante ciò, la resistenza del popolo del Rojava continua; tutte le istituzioni dell’Amministrazione autonoma lottano per la sicurezza della popolazione. In Siria si sta delineando una nuova situazione. Circa un anno e mezzo fa, il regime ba’athista è crollato e il governo di Damasco è caduto nelle mani delle forze islamiste. In seguito al crollo del regime, gruppi armati affiliati alla Turchia hanno attaccato le regioni dell’Amministrazione autonoma. Gli attacchi si sono intensificati soprattutto intorno a Shahba, Aleppo e Manbij. Violenti combattimenti hanno interessato la regione di Tishrin. La Turchia ha fornito supporto aereo e terrestre a questi gruppi. Alcune aree sono finite sotto il controllo di gruppi sostenuti dalla Turchia. Nonostante tutti questi attacchi l’Amministrazione autonoma si è difesa ed è riuscita a fermare le offensive. Comunque il regime di Damasco e i suoi alleati non si erano fermati qui. Continuarono i loro tentativi nello smantellare l’Amministrazione autonoma. Dopo aver rafforzato i rapporti con i paesi arabi, l’America e l’Europa, attaccarono Aleppo nella prima settimana del nuovo anno in collaborazione con la Turchia. Poi hanno rivolto la loro attenzione a Raqqa e Deir ez-Zor. Conquistarono numerose aree e avanzarono fino alle vicinanze di Hasakah. Le Unità di protezione del popolo (YPG) e le Unità di protezione delle donne (YPJ) avevano opposto una resistenza su tutti i fronti, difendendo le regioni curde. Il popolo curdo con il sostegno dei suoi alleati si era sollevato in tutte e quattro le parti del Kurdistan e in molte parti del mondo, dimostrando solidarietà nazionale. Di conseguenza il 29 gennaio 2026 fu firmato un accordo con il regime di Damasco. Nonostante tutte queste cospirazioni, attacchi e crisi, il popolo del Rojava continua a difendere unito il proprio paese. Il ruolo delle donne in questa lotta rivoluzionaria non deve essere dimenticato. Le donne, in particolare, occupano una posizione di primo piano e svolgono un ruolo estremamente efficace nella lotta. Tuttavia la situazione generale in Siria rimane complessa e il futuro del Paese è incerto. Il regime di Damasco ha attaccato per primo gli alawiti, perpetrando massacri nella regione di Latakia. In seguito, ha attaccato i drusi, e fin dal primo giorno i cristiani sono stati sottoposti a un’enorme pressione Successivamente sono iniziati gli attacchi contro i curdi. Questo regime anziché trovare soluzioni è diventato fonte di nuovi problemi. Attualmente è in vigore un cessate il fuoco con il regime di Damasco e sono in corso negoziati attraverso il dialogo per attuare l’accordo del 29 gennaio. Tuttavia molte questioni rimangono poco chiare. Il regime di Damasco sta mostrando un atteggiamento negativo nei confronti dell’attuazione dell’accordo e del chiarimento delle sue clausole. Questa è una situazione pericolosa e tutti i curdi devono essere vigili. Bisogna impegnarsi per risolvere i problemi attraverso il dialogo; allo stesso tempo dobbiamo rafforzare le nostre difese affinché nessuno attacchi le nostre conquiste. Proteggere l’Amministrazione autonoma significa proteggere il Kurdistan. In questa occasione, noi, il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) ci congratuliamo con il popolo del Kurdistan e con tutte le istituzioni politiche, amministrative, di sicurezza e militari per il 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava Kurdistan. Il KNK esorta tutti i curdi e il popolo del Kurdistan a fornire il massimo sostegno alla protezione dell’Amministrazione autonoma del Rojava, del territorio del Paese e di tutti i suoi abitanti. Li invita a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro ogni tentativo di occupazione e divisione. Possa la rivoluzione democratica, nazionale e patriottica del Rojava Kurdistan avere successo ed essere duratura! Lunga vita alla resistenza e alla vittoria della Rivoluzione del Rojava!   L'articolo KNK: Buon 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava! proviene da Retekurdistan.it.
July 18, 2026
Retekurdistan.it
La memoria è un ingranaggio collettivo
 MERCOLEDI 22 LUGLIO 2026  CSOA Forte Prenestino presenta: LA MEMORIA E' UN INGRANAGGIO COLLETTIVO Dalle ore 20 presentazione di NESSUN RIMORSO RELOADED, interverranno Supporto Legale Emanuela Del Frate, giornalista Tatiana Montella, avvocata Daniele Vicari, regista Alle 22 proiezione del film DIAZ - Don't clean up this blood Presenti banchetto libri, poster, maglie di Supportolegale
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: assemblea No Kings a Palazzo Ducale
Compilo queste brevi note mentre al Palazzo Ducale di Genova si è appena conclusa la “restituzione”, dai vari focus tematici pomeridiani e dopo la partecipatissima Assemblea No Kings che si è svolta in mattinata. Ho scritto Palazzo Ducale e intendo dire proprio: dentro. Dentro quella stessa magnifica sala che 25 anni fa accolse gli 8 Grandi del Pianeta – mentre oltre le alte transenne che delimitavano la Zona Rossa, andava in scena una “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”, come la definì Amnesty International. Ben 45 gli interventi che si sono succeduti nella sessione di stamattina che è stata inaugurata dal saluto di Elena Giuliani e che è sforata ben oltre le previste due ore: ci sarà parecchio su cui lavorare nelle prossime settimane, in vista della prossima assemblea che dovrebbe succedere non oltre la prima settimana di ottobre e soprattutto in vista di un importante appuntamento entro la fine dell’anno su scala europea. E naturalmente c’erano tutti coloro che contribuirono a organizzare quei memorabili giorni di Genova venticinque anni fa. Raffaella Bolini e Walter Massa (ARCI), Marco Bersani (Attac), Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo), Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), e tanti altri. Particolarmente applaudito l’intervento di Vittorio Agnoletto che del Genova Social Forum fu portavoce: “Sebbene possiate considerarci anziani, noi di sogni ne abbiamo ancora tanti…”. Da remoto sono intervenuti anche tre giovani donne iraniane, un certo Cam Kennedy da Minneapolis, una giovane attivista dall’Albania e persino Omar Barghouti, figlio di Marwan, detenuto da anni nelle carcere israeliane e per la liberazione del quale si stanno mobilitando in tanti anche in Italia. Hanno preso il microfono anche parecchi giovani, esponenti di varie organizzazioni studentesche, comitati territoriali, movimenti per la casa, in difesa dell’ambiente, contro il riarmo, i decreti sicurezza, la precarizzazione sul fronte del lavoro. Ci è sembrato particolarmente significativo l’intervento di Carlo Mezzalama di Fridays For Future Torino, che vi proponiamo qui di seguito. Lui che nel 2001 non era ancora nato e adesso che ha solo vent’anni ci dice: Prepariamoci insieme a cambiare tutto. Oggi siamo qua come Fridays For Future, come movimento che nasce spontaneamente nel 2018 da migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze che hanno visto davanti ai loro occhi un tradimento storico, generazionale, un furto del nostro futuro. In milioni abbiamo manifestato in tutto il mondo contro le politiche fossili di governi e multinazionali e con il tempo abbiamo imparato che non si può affrontare la crisi climatica senza guardare in faccia la crisi sociale che ci attanaglia, la corsa alle armi, l’estrattivismo, la battaglia per liberare i popoli dalle eredità del colonialismo e dalle sue nuove forme. È stato proprio per via di questa nuova consapevolezza, per via delle nostre rivendicazioni sempre più radicali che col tempo anche chi inizialmente ci applaudiva e ci stringeva la mano ci ha voltato le spalle. Hanno capito che quel movimento di giovani non sarebbe rimasto in superficie, ma si sarebbe addentrato nelle radici del problema. Oggi hanno paura, ancora più di prima e la risposta si è fatta ancora più violenta, un decreto sicurezza alla volta. Negli ultimi due anni le compagnie fossili hanno ricominciato ad annunciare nuovi piani di estrazione di petrolio e gas, eliminando ogni riferimento a sostenibilità e decarbonizzazione. Siamo diventati ecoterroristi, ecovandali. Il governo Meloni si è premurato di fare delle leggi ad hoc per fermare le nuove forme di protesta che stavano nascendo. Ma gli ultimi 4 anni sono anche stati quelli in cui in Europa abbiamo perso 200 mila persone a causa delle ondate di calore. Sono numeri comparabili con gli effetti della pandemia da Coronavirus in Italia. Ogni anno che passa l’aria si fa più irrespirabile, i fiumi più vuoti, gli incendi e le tempeste più violente. La crisi climatica ci sta ammazzando, è già arrivata e loro lo sanno: ora ci dicono che dobbiamo abituarci. Ci stanno togliendo tutto, mentre annunciano di voler reintrodurre la leva, mentre parlano di fermo preventivo per i minorenni, ci tolgono anche la possibilità di immaginare una vita dignitosa per noi e per chi verrà dopo. Questo non ci ferma, significa che continueremo a riempire le piazze delle nostre città, come un fiume in piena. Non abbiamo scelta, continueremo a lottare e guardiamo a questo autunno come a un momento che può essere davvero di svolta per tutti e tutte noi. Noi siamo in ascolto, pronti a sostenere il percorso che è nato da questa grandissima aggregazione di persone, organizzazioni e idee che è culminata nella piazza del 28 marzo. Non possiamo immaginare che la banda di criminali corrotti che governa il nostro Paese resti nei gangli del potere per altri 5 anni. La svolta sarà possibile solo se faremo rete, se resteremo uniti camminando negli stessi cortei. Per questo ringraziamo chi ha portato in questa sala tutte queste persone. Prepariamoci insieme a cambiare tutto.     Daniela Bezzi
July 18, 2026
Pressenza
Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Brescia, sabato 25 luglio: Iniziative per la chiusura estiva del circolo Bonometti e presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più sovraffolate d’ italia. Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono regalati alle guardie dopo le rivolte. A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta dietro le sbarre, ma il secondino rimasto “ferito” durante quelle che vengono definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo. Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i respiri. Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento del 203%, non fa certo eccezione. Infatti, l’ agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l’ inutile tentativo di raggiungere l’ ospedale. E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei suoi vessilli sicurezza e repressione. L’ ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni. Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani che fino ad ora venivano “soltanto” fermati dagli sbirri e sparati a sangue freddo nei parchi di Rogoredo, come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le gazzelle delle guardie, come Ramy. In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d’ intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati. Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo. Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in attesa di giudizio. Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane agli arresti con la sola “prova” di possedere fanzine di carta, operazione evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del Bencivenga. O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e Sandro sul luogo della loro morte. Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e fascista. Quando la repressione è legge la rivolta è dovere Contro ogni frontiera e ogni prigione Libertà per tuttx! A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16 giugno e tuttx lx detenutx
July 18, 2026
il Rovescio
[Musica Machina] puntata 209 del 18 luglio 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #22 (maggio 2026) Ciuffy Rouge - Pirandello's Maskes mixtape (luglio 2025) H501L – 36 Monography session mixtape vol. 2 (luglio 2026)   Puntata 209 trasmessa sabato 18 luglio 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, July 18, 2026).
July 18, 2026
Radio Onda Rossa
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Il caso Roggero
Pubblichiamo due riflessioni sul caso Roggero, una di ordine politico, l’altra più di carattere etico, augurandoci che la loro curvatura e la loro pacatezza correggano in qualche modo l’acrimonia dilagante in queste ore (d.m.) Il caso Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori, impazza sui social con due schieramenti che, come al solito, non ammettono discussioni. Una parte consistente è per la grazia subito; un’altra parte significativa dice: “meritava l’ergastolo”. Tra coloro che chiedono la grazia c’è anche una parte (di minoranza) che ha una visione umanitaria. La grazia verrebbe giustificata dall’età avanzata e dalla esasperazione del momento. In astratto sono argomenti che da garantista ritengo giusti ed apprezzabili contro gli eccessi giustizialisti di chi parla di sentenza troppo leggera, devo però dire che rispetto al caso concreto non sono del tutto pertinenti. Roggero non era e non è un uomo esasperato; non si è pentito per quanto ha fatto; non ha detto: “mi dispiace, ma in quel momento non ragionavo”. Al contrario ha detto in pratica: ho fatto bene; era mio diritto farlo e ora pretendo la grazia dal Presidente della Repubblica. Inoltre non è affatto incensurato come qualcuno crede. In passato ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e la sua famiglia, dove per fortuna non c’era nessuno dal grilletto facile come il suo. Per questi fatti è stato condannato e gli è stato ritirato il porto d’armi, anche se le armi le aveva lo stesso. Data questa situazione la grazia non sarebbe un atto di clemenza, ma una scelta politica di schieramento atta a modificare di fatto l’idea stessa di legittima difesa, accettando il diritto di farsi giustizia da sé. È proprio questa la questione più grave. Un caso giudiziario chiarissimo – con tre gradi di giudizio concordanti, con un uomo ripreso dalle telecamere mentre insegue e uccide le sue vittime, con una ipotesi di legittima difesa che è semplicemente risibile anche per chi sa pochissimo di diritto – diviene un caso politico emblematico. Il ministro della giustizia avvia un provvedimento di grazia (usurpando, tra l’altro, le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, che si vede costretto a redarguirlo); Salvini raggiunge in carcere il detenuto e dice di voler valutare una sua eventuale candidatura. Il diritto fatto a pezzi e gettato nella spazzatura. E, sia detto per inciso, neppure aiuta il giustizialismo di chi dice “ergastolo”, mostrando di volere accettare la sfida dello scontro duro a tutti i costi, in barba a qualche studioso, forse fuori dal mondo, che ha osato parlare di “diritto mite”. Una società che pensa di poter fare a meno o di poter manipolare il diritto; una società che crede nella giustizia fai da te e che la pretende come “azione diretta” di popolo; un sistema politico che crede di poter cavalcare la tigre o di poter fare della legge della giungla un obiettivo da campagna elettorale: sono tutte testimonianze di un mondo malato. Ci sono troppi segnali per poter credere nella semplice casualità o nella contingenza. Credo che dovremmo cominciare a pensare ad un processo di imbarbarimento le cui radici stanno nel senso di smarrimento che assale un Occidente in crisi e che sta perdendo le sue vecchie certezze. Quando pensi di essere il centro del mondo e ti accorgi invece che stai diventando periferia, solo una ripartenza Etica ti può salvare. C’è tutto un percorso da costruire prima che sia troppo tardi. Antonio Minaldi In questi giorni, assistendo al “dibattito” sulla vicenda di Mario Roggero, mi sento più solo. Non tanto a causa della mia qualità di “studioso” di diritto: le opinioni a commento della vicenda mettono certamente a dura prova i giuristi. Mi sento solo come uomo, come cittadino, come persona. Io credo nelle persone, e in particolare nel fatto che ogni essere umano sia “buono” per natura. Io credo che chi sbaglia, chi aggredisce, chi prevarica, chi offende, in quanto persona può riscattarsi, può ritornare “buono”. So che è difficile da credere, e che subire un torto in prima persona, anche gravissimo, è tutta un’altra cosa. So che è difficile da credere, in questo tempo dove tutti hanno certezze, tutti condannano, tutti sono convinti di sapere cosa sia “giusto”. Per conto mio, l’unica certezza che ho è che nessuno nasce “cattivo”. Io credo che la vita di chi offende valga quanto la vita dell’offeso. Credo che additare, accusare, escludere, isolare chi offende generi solo altro livore, produca solo altra violenza. Lo credo anche perché l’ho visto con i miei occhi. Scontata la pena, chi ha offeso tornerà ad offendere: l’Italia ha un tasso altissimo di recidiva, e cioè chi ha commesso un reato, una volta scontata la pena, tornerà a delinquere. Mi rendo conto che la mia è una posizione impopolare, per questo soggetta a critiche. Ma io credo nelle persone, e penso che il nostro compito, come comunità, sia di rispettare la vita anche di chi offende, e provare a non trattarlo come un mostro, a non gioire perché qualcuno viene ucciso a colpi di pistola da chi ha subito la sua violenza, a non stilare giudizi sommari. Il nostro compito, come comunità, è di aiutare chi ha sbagliato a ricredersi, di aiutarlo ad assumere consapevolezza del male che ha fatto, aiutarlo a immaginare e a programmare una nuova vita, lontano dalla violenza. E le istituzioni, la politica, dovrebbe favorire tutto questo. Mi sento solo, più solo in questi giorni. Davanti a tutto il livore e alle convinzioni che leggo non smetto di credere che il futuro delle nostre comunità non si giochi sull’immedesimazione: “tu cosa avresti fatto al suo posto, se non quello?”. Si giochi, piuttosto, sulla carità e sulla compassione, ben più difficili da praticare: “so che hai sbagliato, ma il mio compito è aiutarti”. Giuseppe Verrigno Antonio Minaldi
July 18, 2026
Pressenza

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