L'aggregatore di movimento. raccordo.info aggrega in maniera automatica contenuti da siti selezionati. Ci si trovano notizie, informazioni, analisi, comunicati, iniziative, provenienti da siti di "movimento" o vicini al movimento. Un occhio particolare è riservato alla comunicazione Romana, perché facciamo base principalmente a Roma.

Technogym: profitti d’oro, un licenziamento ritorsivo e…
… un clima di lavoro sempre più pesante. Davide Fabbri (*) chiede al patron Nerio Alessandri di rispondere ad alcune domande e intanto ricorda un’iniziativa solidale con il rappresentante sindacale cacciato via a un passo dalla pensione. TECHNOGYM: LAVORO DURO, RIPETITIVO E PRECARIO. CON UN LICENZIAMENTO INACCETTABILE Mi sono occupato da diversi anni – e continuerò a farlo – dell’azienda
Sanità, Nursing Up: “Crisi professione infermieristica, è allarme tra fughe e dimissioni”
 Infermieri italiani sempre più poveri, ma soprattutto sempre più infelici e orientati ad abbandonare la professione. Sono i numeri della più grave crisi dell’ultimo ventennio a raccontare una realtà fatta di corsie che si svuotano e di un sistema che perde tenuta. Oltre 20mila dimissioni nel 2024 tra i professionisti dell’assistenza, circa 6mila infermieri ogni anno scelgono l’estero, più del 70% dichiara difficoltà economiche. La crisi infermieristica italiana parte da qui, ma non si esaurisce nei numeri. I numeri sono l’effetto finale. Le radici sono molto più profonde. I turni si fanno più pesanti, l’insoddisfazione cresce, le prospettive si riducono. Il lavoro cambia natura: da professione diventa fatica continua, da vocazione diventa resistenza quotidiana. Si lavora di più, si regge di più, ma si regge sempre peggio. È così che nasce il disamore, silenzioso ma diffuso, che scava dentro come e allontana dalla professione. Crea disaffezione, giorno dopo giorno! L’analisi della letteratura scientifica su database PubMed conferma che l’uscita dal lavoro non ha una causa unica. È il risultato di fattori che si intrecciano e si rafforzano:  – carichi di lavoro elevati – pressione emotiva – retribuzioni percepite come inadeguate – difficoltà di conciliazione vita-lavoro – modelli organizzativi non più adeguati alla complessità assistenziale Il nodo economico naturalmente resta centrale. Gli stipendi degli infermieri italiani, da tempo, non tengono il passo con il mutato costo della vita.  Nelle grandi città del Nord affitti e servizi non sono più proporzionati alle scarse retribuzioni della sanità. Questo significa una realtà concreta: sempre più infermieri sono spinti verso la soglia della povertà.  Gli infermieri italiani percepiscono mediamente 30–32mila euro lordi annui contro i 38–42mila europei, con una perdita reale di potere d’acquisto di circa il 10% dopo il rinnovo contrattuale 2022–2024. Ma non è solo quanto si guadagna. È come si lavora ogni giorno. È la distanza crescente tra responsabilità e riconoscimento, tra impegno e sostenibilità. «La carenza è la conseguenza, non la causa. Il vero nodo è capire perché gli infermieri se ne vanno», afferma Antonio De Palma. «Non si lascia solo per lo stipendio poco dignitoso, anche se non arrivare a fine mese pesa maledettamente. Si lascia quando il lavoro perde equilibrio e diventa difficile da sostenere nel tempo». Le evidenze europee confermano il quadro: tra il 20% e il 30% degli infermieri intende lasciare la professione, mentre in Italia oltre un terzo presenta livelli elevati di stress e burnout. «Il sistema sanitario non sta perdendo solo numeri, ma stabilità», conclude De Palma. «Se non si interviene sulle condizioni di lavoro e sull’organizzazione, la frattura continuerà ad allargarsi, con effetti sempre più evidenti sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale». Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
graficAttac: chiamata alle armi grafiche contro la propaganda bellica
Riceviamo e diffondiamo: Qui il blog del progetto: https://graficattac.noblogs.org/   “Se l’Europa vuole evitare la guerra l’Europa deve prepararsi alla guerra” -Ursula Von Der Leyen, discorso alla Royal Danish Military Academy, marzo 2025 “Si vis pacem, para bellum” – Publius Flavius Vegetius Renatus, Dē Rē Mīlitārī, s. IV AD Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero. L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno. Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari. GraficAttac è uno spazio per: – condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario – Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra – agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica – liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe! Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026 I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate. L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.
March 18, 2026
il Rovescio
No al referendum giustizia
di ROBERTA POMPILI. Viviamo in una fase storica in cui la guerra non è più soltanto un evento esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra è diventata una forma di governo del mondo. La crisi dell’egemonia statunitense e occidentale, le tensioni tra blocchi, l’instabilità monetaria, la competizione permanente per risorse e influenza hanno prodotto un ordine internazionale fragile, attraversato da conflitti che non sono più eccezioni, ma parte strutturale del funzionamento del sistema. In questo quadro, la guerra non organizza soltanto la politica estera: ristruttura anche le politiche interne, legittima l’emergenza permanente, normalizza la compressione delle garanzie, giustifica la concentrazione del potere esecutivo. Per anni abbiamo detto, giustamente, che vivevamo dentro un neoliberalismo in crisi permanente: una razionalità capace di trasformare la crisi stessa in paradigma di governo. Oggi però questa lettura non basta più. Le conseguenze della pandemia, la guerra in Ucraina, il riarmo, la frammentazione dell’ordine globale, le tensioni sul piano monetario e geopolitico ci dicono che siamo entrati in una fase diversa. Il rapporto tra produzione, riproduzione sociale e accumulazione del capitale sta cambiando. L’accumulazione è sempre più concentrata, oligopolistica, legata non solo allo sfruttamento del lavoro, ma anche all’estrazione di valore da un “fuori” dalla produzione: dalla guerra, dalla crisi, dall’emergenza, dalla distruzione. In questo quadro, lo Stato assume uno statuto ambiguo ma decisivo: non è più garante della protezione sociale, non è nemmeno davvero in grado di governare razionalmente il caos globale, ma diventa sempre più apparato di comando, di sicurezza, di repressione. È così che prende forma quello che possiamo chiamare un regime di guerra permanente. Non perché ogni giorno cadano bombe, ma perché la logica dell’emergenza, del comando, della decisione rapida, della riduzione degli spazi di conflitto e di controllo democratico diventa la grammatica ordinaria del governo. Dentro questa cornice si colloca la gestione della crisi sociale. Crisi che non è astratta: è fatta di lavoro precario, salari insufficienti, case che non si trovano, sanità e scuola in difficoltà, territori interi lasciati senza servizi. Questa è l’insicurezza reale, materiale, quotidiana. Ma invece di rispondervi con più diritti, più welfare, più protezione sociale, la politica dominante sceglie un’altra strada: sostituire la sicurezza sociale con la sicurezza penale. Dove si ritrae il welfare, avanza il controllo. Dove mancano i servizi, si promette ordine. Dove cresce il disagio, si risponde con disciplina e repressione. È una scelta politica precisa. E qui bisogna dirlo con chiarezza: in una democrazia il conflitto sociale non è una patologia. È parte costitutiva della vita democratica. I conflitti dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, indirizzati, non criminalizzati. Quando il conflitto viene trattato come un problema di ordine pubblico, la democrazia si svuota e si trasforma in amministrazione autoritaria dell’emergenza. Invece oggi vediamo una tendenza opposta. Vediamo la costruzione sistematica del nemico interno. Il linguaggio politico e le piattaforme digitali spingono alla polarizzazione continua. La rabbia sociale viene deviata verso figure simboliche: il migrante, la donna che rivendica diritti, la persona LGBTQ+, il povero, il dissidente. L’altro diventa il problema. Così si evita di guardare alle cause strutturali delle disuguaglianze e si governa la paura. Questa logica si traduce in leggi precise. I decreti e i disegni di legge sulla sicurezza non sono semplici aggiustamenti tecnici. Sono dispositivi che ampliano i poteri di polizia, restringono gli spazi del dissenso, trasformano pratiche di conflitto in fattispecie da reprimere. I primi e i secondi pacchetti sicurezza hanno introdotto decine di articoli che estendono misure preventive, aggravano pene, colpiscono la possibilità stessa di manifestare e di organizzarsi. E il salto più grave è l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo: non punire per ciò che si è fatto, ma per ciò che si potrebbe fare. Questa stessa razionalità la vediamo all’opera nella scuola, che è uno dei laboratori più evidenti del nuovo paradigma. La scuola pubblica italiana è da anni sottofinanziata: edifici spesso inadeguati, classi sovraffollate, personale precario, mancanza di servizi di supporto soprattutto nei territori più fragili. Eppure la risposta politica non è stata un grande investimento strutturale sul welfare educativo. La risposta è stata lo spostamento verso disciplina e controllo. Sotto la gestione di Valditara sono state introdotte misure molto chiare in questa direzione. È stato reintrodotto il voto di condotta come criterio selettivo, al punto che un 5 in condotta può comportare la non ammissione all’anno successivo. Sono state previste sanzioni più dure e persino multe fino a 10.000 euro per reati contro il personale scolastico. È stato rafforzato l’impianto disciplinare della valutazione, con il ritorno a giudizi sintetici nella scuola primaria. Parallelamente, il Ministero ha annunciato investimenti mirati – per esempio oltre 150 milioni di euro destinati agli istituti tecnici e professionali – che però non cambiano il quadro generale: la scuola pubblica resta strutturalmente sottofinanziata, mentre cresce lo spazio del privato e delle scuole paritarie sostenute anche con risorse pubbliche. Il messaggio politico è chiaro: al disagio sociale che entra nelle scuole sotto forma di povertà, fragilità, conflitti, non si risponde con più educatori, più tempo scuola, più servizi, più inclusione. Si risponde con l’ordine. Meno welfare educativo, più disciplina. A questo si aggiunge un crescente intervento sui contenuti e sull’autonomia della didattica. Si restringe lo spazio della libertà di insegnamento. Si alimenta un clima di controllo e di autocensura. Arrivano proposte come quella di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, cioè di confondere la critica politica con l’odio razziale, riducendo lo spazio del dissenso legittimo. Anche qui, non siamo di fronte a episodi isolati: siamo dentro una logica di governo che considera il sapere critico come un problema da contenere. Lo stesso schema lo ritroviamo nella sanità, dove il servizio pubblico viene progressivamente indebolito, mentre cresce lo spazio per grandi strutture e per il privato finanziato con risorse pubbliche. Il risultato è un sistema più diseguale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a curarsi. E poi c’è il disegno di legge Bongiorno sul consenso, che sposta l’asse dalla libertà presunta alla libertà da dimostrare. Non è una finezza giuridica. È un cambio di paradigma: i diritti non sono più il presupposto, diventano l’eccezione da provare. I soggetti diventano casi da valutare. È, ancora una volta, la grammatica del securitarismo: sospetto, controllo, selezione delle vulnerabilità ritenute credibili. In questo contesto, anche il diritto cambia funzione. Non serve più a mediare i conflitti sociali o a garantire diritti universali. Serve sempre più a selezionare, prevenire, punire, neutralizzare. È per questo che la giustizia diventa un terreno centrale di scontro politico. Ed è qui che si colloca il referendum. Non è una riforma tecnica. È un passaggio politico decisivo. Si tenta di rendere la magistratura più debole, più ricattabile, più subordinata all’esecutivo. Non più un potere autonomo capace di rappresentare un limite e un controllo, ma sempre più un ingranaggio allineato al comando politico. Questo si lega perfettamente agli altri pezzi del disegno: all’autonomia differenziata che spezza l’uguaglianza dei diritti tra territori, al progetto di premierato che concentra il potere, alla moltiplicazione dei decreti che svuotano il Parlamento, alla riduzione dei contrappesi istituzionali. È un’unica architettura: centralizzazione, comando, riduzione dei controlli, riduzione dei diritti. In un regime di guerra permanente, interno ed esterno, questa è la direzione: meno democrazia, più autorità. Meno welfare, più polizia. Meno diritti, più disciplina. PERCHÉ IL NO È IMPORTANTE Ed è qui che bisogna essere molto concreti, perché questa riforma non è un gioco tra palazzi. Riguarda la vita quotidiana delle persone. Riguarda il rapporto tra i cittadini e il potere, tra i più deboli e i più forti. Se la magistratura viene resa più debole, più esposta, più condizionabile dall’esecutivo, a perdere non sono le élite: perdono quelli che hanno bisogno della giustizia per difendersi. Pensiamo, per esempio, al rapporto tra cittadini e forze di polizia. In un contesto in cui si propone uno scudo penale per gli agenti, e in cui sappiamo benissimo — ce lo dice la cronaca — che errori, abusi e violenze possono accadere, una magistratura più fragile significa una cosa molto semplice: meno possibilità di accertare responsabilità, meno possibilità di ottenere giustizia per chi subisce. Non per sfiducia ideologica, ma per un dato strutturale: quando il potere esecutivo pesa di più, il controllo giudiziario pesa di meno. E chi sta dall’altra parte di un manganello o di una divisa resta più solo. Pensiamo poi a quello che succede dopo i Decreti Sicurezza. Chi protesta, chi manifesta, chi occupa, chi sciopera, chi prova a portare il conflitto sociale nello spazio pubblico, viene sempre più spesso trascinato in procedimenti penali. In questo scenario, una magistratura più debole e più allineata significa meno tutela per studenti, giovani, lavoratori, movimenti, e più facilità nel trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da reprimere, non in una questione politica da affrontare. Pensiamo al lavoro. Oggi sappiamo che solo grazie a interventi della magistratura è stato possibile, in alcuni casi, fermare pratiche di sfruttamento evidenti. Un esempio noto è quello dei rider: aziende come Glovo sono state costrette a cambiare pratiche e a fermare modelli di sfruttamento perché c’è stato un intervento giudiziario che ha riconosciuto che pagare due o tre euro a consegna, senza tutele, senza diritti, non è “innovazione”, è sfruttamento. Se la magistratura diventa più prudente, più timorosa, più condizionata politicamente, chi avrà davvero il coraggio di andare fino in fondo contro una multinazionale? Pensiamo alle donne vittime di violenza. In un sistema in cui i diritti diventano sempre più selettivi, in cui la protezione si indebolisce e il potere si rafforza, il rischio è evidente: la giustizia diventa sempre meno uguale per tutte e tutti. La possibilità di ottenere tutela, di vedere punito uno stupratore, di essere credute e protette, rischia di dipendere sempre di più dalle risorse, dal ceto, dalla posizione sociale. Non perché qualcuno lo scriva in una legge, ma perché un sistema giudiziario indebolito tende strutturalmente a proteggere i forti più dei deboli. Pensiamo infine al lavoro industriale, alle cosiddette “morti bianche”. Ogni volta che un operaio muore in fabbrica, sappiamo che dietro ci sono quasi sempre risparmi sulla sicurezza, catene di appalti, pressioni sui tempi e sui costi. Anche qui, senza una magistratura realmente autonoma e determinata, le responsabilità risalgono sempre meno in alto, si fermano sempre più in basso, e le grandi aziende, i grandi gruppi, le grandi filiere produttive restano sempre più protette. Una fabbrica, un’impresa, un grande datore di lavoro avrà di fatto più scudi e meno controlli. Questo è il punto: una giustizia più debole non è una giustizia “più efficiente”. È una giustizia più selettiva. Più dura con chi protesta, più prudente con chi comanda. Più severa con chi è già fragile, più indulgente con chi ha potere, soldi, relazioni. È per questo che questa riforma non è neutra. E non riguarda solo i magistrati. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda chi viene protetto e chi viene esposto. Riguarda se la legge resta, almeno in parte, uno strumento di difesa dei deboli, o diventa sempre di più un ingranaggio del comando Per questo il NO è così importante. Non perché risolva tutto, ma perché ferma l’esecutivo adesso. Perché dà una battuta d’arresto a un potere che si sente intoccabile. Perché riapre uno spazio politico in cui torna possibile parlare di rapporti di forza, di diritti, di alternative. E qui veniamo al punto decisivo. La nostra battaglia non è semplicemente difendere la Costituzione come un feticcio. Quella Costituzione, soprattutto nella sua parte sociale, è stata svuotata per decenni. Il neoliberismo lo ha fatto da destra, ma lo ha fatto anche il centro-sinistra: tagli al welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, riduzione sistematica dei diritti sociali. La Costituzione è rimasta spesso sulla carta. La vera sfida è renderla effettiva. Rendere effettivi il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro dignitoso, alla casa, alla protezione sociale, all’uguaglianza. E questo non succede per buona volontà. Succede solo se si ricostruiscono rapporti di forza reali. Questa è una sfida radicale. Non riguarda solo la ricomposizione di sigle, partiti, movimenti o strutture politiche. Riguarda qualcosa di più profondo: ricostruire le connessioni tra la molteplicità dei bisogni e dei desideri dei soggetti che oggi compongono la moltitudine: lavoratori e lavoratrici precarie, studenti, donne, migranti, territori abbandonati, soggettività LGBTQ+, pezzi di società che oggi vivono separati ma subiscono la stessa logica di comando. O fermiamo adesso questa deriva autoritaria, o il prezzo sarà ancora più alto. Dire NO non è la fine della battaglia. È l’inizio necessario per riaprire uno spazio di conflitto, di democrazia reale, di trasformazione. Non per difendere l’esistente, ma per riprenderci la scena e rendere reali i diritti che ci sono stati tolti. questo intervento è stato pubblicato su UmbriaLeft L'articolo No al referendum giustizia proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
EuroNomade
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestre e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
March 18, 2026
il Rovescio
Faccio l’avvocata penalista e voterò NO
di VALENTINA RESTAINO. Faccio l’avvocata penalista e al referendum costituzionale voterò NO. Non perché la magistratura mi sia particolarmente simpatica — anzi. Chi fa questo mestiere sa bene cosa significhi confrontarsi con decisioni ingiuste, atteggiamenti arroganti, talvolta veri e propri squilibri di potere. Ma non si vota per antipatia. E non si decide per ritorsione. Si vota dentro un quadro. E il quadro, oggi, è questo. In queste settimane si moltiplicano letture rassicuranti della riforma: un intervento tecnico, quasi igienico; una razionalizzazione del sistema; una separazione delle carriere che renderebbe i giudici più imparziali e riequilibrerebbe il rapporto tra accusa e difesa. Tutto molto neutro, molto ordinato. E profondamente fuorviante. Perché — e questo è il punto — le riforme costituzionali non vivono nel vuoto pneumatico. Non sono mai “solo tecniche”. Si collocano dentro un contesto politico, e quel contesto ne orienta il senso, ne determina gli effetti, ne rivela le finalità reali. E il contesto, oggi, racconta altro. Racconta di decreti sicurezza che anticipano la soglia dell’intervento penale, che estendono l’area della repressione, che rendono più facile colpire il dissenso e la marginalità. Racconta di un linguaggio pubblico in cui i magistrati che adottano decisioni sgradite — su migranti, ambiente, lavoro, libertà personali — diventano bersagli polemici quotidiani. Racconta, infine, di una proposta di legge elettorale con un premio di maggioranza talmente ampio da trasformare la “governabilità” in una sostanziale blindatura dell’esecutivo. Ora, ciascuna di queste scelte, presa singolarmente, può essere condivisa o contestata. Ma la Costituzione non si legge per compartimenti stagni. È un sistema di equilibri; e quando più interventi si muovono nella stessa direzione, il baricentro si sposta. Separare le carriere non è un gesto neutro. Significa incidere sulla struttura di uno dei poteri dello Stato. E qui conviene ricordare una cosa semplice: la separazione dei poteri non è un vezzo teorico, ma un dispositivo di difesa. Non serve a rendere il sistema più elegante; serve a impedire che uno dei poteri — storicamente, l’esecutivo — prevalga sugli altri. Quando si interviene su quell’equilibrio, la domanda da farsi non è “funzionerà meglio?”, ma “chi diventa più forte?”. E allora la domanda diventa inevitabile: se il pubblico ministero smette di appartenere a un corpo unitario e diventa un segmento distinto, non diventa forse più semplice — nel tempo — intervenire sul suo statuto, sulle sue priorità, sulle sue dinamiche interne? Non serve immaginare scenari espliciti di controllo politico. Basta molto meno. Basta incidere sui criteri di priorità dell’azione penale. L’obbligatorietà, formalmente, resterà. Ma sappiamo bene — chiunque pratichi il diritto penale lo sa — che l’obbligatorietà vive dentro la selezione concreta dei casi. E la selezione passa dalle priorità. Decidere cosa perseguire con maggiore energia e cosa con minore intensità è già fare politica criminale. E allora viene da chiedersi: quali saranno queste priorità? Davvero pensiamo che saranno i reati finanziari? L’evasione sofisticata? Le grandi responsabilità economiche? Oppure, più realisticamente, conflitto sociale, ordine pubblico, migrazioni? Non serve molta immaginazione. Basta ascoltare il discorso pubblico di questi anni. Pochi giorni fa il Ministro Nordio ha detto che i criteri di priorità potrebbero essere stabiliti dal Parlamento. E qui il cerchio si chiude: perché, nello stesso tempo, si lavora a una legge elettorale che rischia di trasformare il Parlamento in una sede di ratifica delle decisioni dell’esecutivo. E allora il problema non è più tecnico. È strutturale. Quando l’esecutivo si rafforza — grazie a meccanismi elettorali che ne amplificano il peso — e contemporaneamente si riorganizza il sistema che dovrebbe controllarlo, il punto non è se ogni singola riforma sia, in astratto, difendibile. Il punto è l’effetto combinato. Non si tratta di difendere una categoria professionale. Non si tratta — davvero — di “stare con i magistrati”. Si tratta di ricordare che la democrazia costituzionale nasce dalla diffidenza verso il potere concentrato. Se il Parlamento diventa sempre più funzione dell’esecutivo, e la magistratura viene resa più frammentata — e quindi più esposta a interventi esterni — l’equilibrio non crolla all’improvviso. Si assottiglia. Ed è proprio così che le libertà si perdono: non in un giorno drammatico, ma in una lenta erosione. Quando i limiti al potere vengono raccontati come ostacoli. Quando i contrappesi diventano fastidi da rimuovere. Quando l’efficienza diventa l’argomento che giustifica tutto. La democrazia esiste solo dove il potere incontra limiti reali. Quando quei limiti si indeboliscono, non si rafforza lo Stato: si restringe lo spazio delle libertà. E no, non è una questione di simpatia. È una questione di equilibrio. L'articolo Faccio l’avvocata penalista e voterò NO proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
EuroNomade
Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario
di GISO AMENDOLA. Il referendum sulla giustizia viene raccontato come un intervento tecnico, quasi neutro, sulla separazione delle carriere dei magistrati. È una rappresentazione completamente fuorviante: in gioco non c’è un dettaglio dell’ordinamento giudiziario, ma un passaggio decisivo nell’evoluzione del nostro sistema costituzionale. Per comprenderlo, bisogna collocare questa riforma dentro un quadro più ampio: quello di una trasformazione dei sistemi democratici in senso sempre più autoritario, in cui l’esecutivo tende ad accumulare potere a scapito degli altri poteri dello Stato. Non è evidentemente un fenomeno esclusivamente italiano. Ma in Italia, con questa proposta di controriforma, si manifesta in modo particolarmente esplicito, sistematico e – direi – costituzionalmente organizzato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno slittamento continuo: il rapporto tra sicurezza e libertà è stato progressivamente riequilibrato a favore della prima. La logica securitaria è diventata la grammatica ordinaria del potere. Dal decreto “rave” fino al cosiddetto decreto Caivano, sino alla lunga sequela di decreti sicurezza, questo processo ha assunto un ritmo incalzante. La controriforma costituzionale si colloca esattamente in questa traiettoria: ne è il punto di consolidamento. Non introduce qualcosa di radicalmente nuovo, ma iscrive nella Costituzione formale ciò che abbiamo già visto operare nella prassi. Per questo la battaglia contro questa riforma è la stessa battaglia che è stata condotta – e che continua, con la partecipazione determinate di reti sociali e di “convergenze” dal basso – contro i decreti sicurezza. Non sono piani distinti: sono espressioni diverse di un unico disegno neoautoritario. La separazione che indebolisce La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante viene presentata come una misura di chiarezza. In realtà, spezza l’unità della giurisdizione. Il pubblico ministero, nel nostro ordinamento, non è semplicemente un accusatore: è – o dovrebbe essere – una figura che partecipa alla funzione di garanzia. Separarlo significa trasformarlo progressivamente in altro: in un soggetto sempre più vicino alla polizia giudiziaria che alla cultura del giudicare. Nella prima fase l’assetto del nuovo “autogoverno” delle Procure si presenterà come completamente autoreferenziale, sganciato come sarà dalla necessità del confronto con la funzione giudicante. Ma questo assetto è instabile. Ed è proprio qui che si comprende il senso politico della riforma: un pubblico ministero isolato è più facilmente ricondotto, nel passaggio successivo, sotto l’orbita dell’esecutivo. Non serve che questo sia scritto esplicitamente. Basta predisporre le condizioni perché accada. Del resto, l’appiattimento della pubblica accusa su una logica securitaria e poliziesca, e l’attrazione nell’orbita dell’orientamento politico Frammentare per governare La riforma non si limita a dividere il Consiglio Superiore della Magistratura. Separa anche l’esercizio del potere disciplinare, moltiplica i centri decisionali, ridefinisce i meccanismi di selezione. Il risultato è una magistratura più frammentata e quindi più governabile. Un autogoverno più debole, più esposto. Magistrati sorteggiati e quindi meno strutturati sul piano istituzionale; membri laici legati alla maggioranza parlamentare. Non è un dettaglio tecnico: è un dispositivo politico. Quando si rompe l’unità della magistratura e si indeboliscono le sue forme di autogoverno, ciò che si riduce non è un privilegio corporativo, ma la capacità di esercitare una funzione di limite rispetto al potere. L’incubo della destra: il circuito virtuoso tra certa magistratura e lotte sociali Questo disegno si chiarisce se si guarda a quale magistratura risulta particolarmente sotto il tiro delle destre. La destra ha presentato il sorteggio come un’arma contro le correnti, e, dietro le correnti, contro la magistratura “politicizzata”.  In realtà, siamo ben lontani, oggi, dal quadro “post-Tangentopoli”, in cui poteva essere messo all’ordine del giorno, non senza qualche ragione, il problema di una magistratura “supplente” rispetto alla crisi della politica. Oggi, una “politicizzazione” generale della magistratura è tema che sussiste praticamente solo nella propaganda della destra, come del resto dimostrato anche da tutte le più recenti elezioni del CSM, che vedono costantemente il prevalere delle correnti conservatrici. Emerge però un altro fronte: la presenza di una magistratura, spesso “nuova” non solo culturalmente ma anche generazionalmente, che propone una lettura “attivistica” della costituzione, delle carte internazionali e della giurisprudenza sovranazionale, in nome di una rinnovata lotta per il diritto e i diritti, in settori cruciali, nei quali l’attività parlamentare è da tempo paralizzata e ridotta ad un ruolo ancillare rispetto al volere dei governi e delle maggioranze politiche. Gli esempi sono molteplici: la difesa dei diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e, in generale, del sistema di protezione internazionale, che gli interventi governativi tentano continuamente di destrutturare (non a caso, Meloni ha cominciato la campagna referendaria evocando la questione del fallimento dei campi per richiedenti in Albania come esempio paradigmatico dell’impossibilità di agire per la sicurezza per “colpa” della magistratura); i rapporti di lavoro, come stanno mostrando le inchieste sullo sfruttamento lavorativo che hanno oggetto il nuovo caporalato delle piattaforme; la violenza di genere, come mostra la centralità del consenso nella fattispecie di stupro, affermata dalla giurisprudenza ben prima della controriforma reazionaria del ddl Bongiorno. L’efficienza come parola d’ordine Si dice che questa riforma renderà la giustizia più efficiente. Ma non c’è nulla che incida sui tempi dei processi o sulle disfunzioni degli uffici. L’unica efficienza che viene perseguita è un’altra: quella di ridurre gli ostacoli all’azione dell’esecutivo. Quegli “ostacoli”, quei “rallentamenti” – che il potere vive come un problema – sono in realtà il cuore della democrazia. Sono i contropoteri: sono quei contrappesi sociali, tra i quali oggi, nell’impasse della politica tradizionale “democratica” e del potere legislativo, emergono in particolare i circuiti tra certa giurisprudenza avanzata e le lotte dell’attivismo, che impediscono al neoautoritarismo di stabilizzare definitivamente un nuovo equilibrio reazionario. Eliminare questi contropoteri, per ristabilire una finora impossibile unità del comando, è l’unica efficienza cui mira questa controriforma. Autoritarismo e regime di guerra C’è infine l’elemento di sfondo e determinante, che rende questi processi ancora più intelligibili: il contesto di guerra. La trasformazione neoautoritaria, l’“esecutivizzazione” del sistema, è strettamente connessa a un regime di guerra. La guerra – tragicamente – ci aiuta a capire ciò che altrimenti apparirebbe tecnico: i governi non tollerano ostacoli, non tollerano rallentamenti, non tollerano contropoteri. Devono decidere rapidamente, concentrare comando, neutralizzare dissenso. Ma proprio ciò che per il potere appare intollerabile – i limiti, i conflitti, i ritardi – è ciò che per la democrazia è essenziale. Per questo la mobilitazione per il No al referendum non è isolata. È intrecciata con quella contro i pacchetti sicurezza ed è, allo stesso tempo, intrecciata con l’opposizione alla guerra. Si tratta di un unico terreno di conflitto: contro l’autoritarismo, contro la guerra, contro la riduzione degli spazi democratici. Non difendere, ma riattivare Non si tratta, semplicemente, di “difendere la Costituzione”. Certo, in un tempo in cui viene violata e piegata, essa va rispettata e onorata più che mai. Ma non possiamo nasconderci che il suo disegno è stato già eroso da decenni di neoliberismo, dalla distruzione del welfare, dall’indebolimento del principio di eguaglianza. Anche l’equilibrio tra i poteri è saltato da tempo: l’esecutivo ha già divorato ampie porzioni della funzione legislativa e della centralità del Parlamento. Per questo la posta in gioco non è conservativa. Non si tratta di difendere equilibri che non esistono più. Si tratta di riattivarli. Di contrattaccare. Riattivare elementi costituenti dentro e oltre la “difesa” della Costituzione significa ricostruire contropoteri democratici, riappropriarsi del welfare, reinventare forme di partecipazione e di conflitto. Significa dare forza a quelle reti e a quelle esperienze che già oggi stanno producendo nuove soggettività politiche: dai movimenti femministi a quelli ecologisti, dalle lotte sociali ai percorsi di mutualismo, fino alle reti che mettono in connessione queste esperienze. È lì che la Costituzione può tornare a vivere: non come testo da difendere, ma come processo da riaprire. Una scelta politica Il referendum sulla giustizia non è una questione tecnica. È una scelta politica fondamentale. Non riguarda la difesa della magistratura in quanto tale. Riguarda la possibilità stessa di mantenere – e reinventare – uno spazio democratico in cui il potere incontri limiti, resistenze, conflitti. Nessuno ha stabilito che autoritarismo e guerra siano un destino. Ma per impedirlo, bisogna riconoscerne la connessione e organizzare l’opposizione. È esattamente questo il senso del voto L'articolo Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
EuroNomade
La differenza evidente tra portatori di Civiltà e portatori di Barbarie e Morte
Di Andrea Zhok. La coalizione Epstein ha assassinato il Segretario della Sicurezza Nazionale Iraniana Ali Larijani. Oramai niente di strano. Ci stiamo abituando alla normalizzazione dell’omicidio politico. Comunque se guardo qualche foto di Larijani e le metto accanto ad una foto del suo equivalente americano Hegseth, non posso impedirmi di pensare che la fisiognomica sia una scienza ingiustamente trascurata. Peraltro, in termini di curriculum, Ali Larijani aveva una laurea in informatica e matematica presso l’Università di Tecnologia Aryamehr, un master e un dottorato di ricerca in filosofia occidentale presso l’Università di Teheran. Ha pubblicato libri su Immanuel Kant (e tradotto Kant in farsi), su Saul Kripke e David Lewis. Larijani era membro della facoltà della Scuola di Letteratura e Scienze Umanistiche dell’Università di Teheran. Pete Hegseth ha finito a calci una triennale (BA) in scienze politiche a Princeton, grazie alla sua partecipazione al team di basket. La madre di Hegseth disse di lui nel 2018 che era un maltrattatore di donne, che le umiliava, mentiva e le tradiva. E’ stato accusato di molestie sessuali, poi ottenendo il ritiro della denuncia con un obolo di 50.000 dollari alla vittima. A parte ciò vi invito ad ascoltare un po’ delle sue esternazioni in rete. Che volete che vi dica, ogni volta che sento qualcuno che mi cerca di spiegare come noi saremmo la civiltà e l’Iran la barbarie mi viene da piangere. I civilizzatori della coalizione Epstein mi sembrano gli Uruk-Hai di Saruman che si lamentano degli esseri umani, perché la carne umana non ha un buon sapore.
March 18, 2026
InfoPal
Sea Watch 5 approda a Trapani per emergenza sanitaria con a bordo 57 persone
È attraccata il pomeriggio di mercoledì 18 marzo al porto di Trapani la nave Sea Watch 5 con a bordo 57 persone migranti soccorse nei giorni scorsi nel Mediterraneo centrale. All’imbarcazione era stato inizialmente assegnato dalle autorità il porto di Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza, ma le condizioni di salute delle persone a bordo hanno reso quella destinazione incompatibile con la loro sicurezza. I 57 naufraghi a bordo erano il risultato di due operazioni di soccorso condotte nei giorni precedenti in condizioni meteo estreme. Il 16 marzo l’equipaggio aveva prima recuperato 54 persone, poi un secondo gommone in difficoltà con altre 40 circa. Una notte drammatica: tra i casi medici più gravi quello di una bambina di due anni in severa ipotermia, le cui condizioni avevano fatto temere per la vita. La stessa notte, 9 persone – tra cui la bambina- erano state evacuate dalla Guardia Costiera e trasferite a Lampedusa. Nei giorni precedenti il quadro nel Mediterraneo centrale era già tragico: un bambino risultava disperso, un ragazzo di 21 anni era arrivato morto a Lampedusa. > Nel Mediterraneo la tempesta è già iniziata, ma sappiamo di oltre 225 persone > in mare aperto, che non sono ancora state soccorse [Thread 1/3 🧵] > pic.twitter.com/LK0OAmWvta > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) March 16, 2026 È in questo contesto che le autorità italiane hanno assegnato alla nave il porto di Marina di Carrara: quattro giorni di navigazione supplementare per persone stremate, con mare mosso e bisogno urgente di assistenza medica a terra. A comunicare passo dopo passo la scelta di non rispettare l’assegnazione di un porto così lontano è stata la stessa organizzazione tedesca. Tra le persone soccorse erano presenti persone esauste, colpite dal mal di mare e con ustioni da carburante, oltre a una donna incinta e diversi casi bisognosi di cure mediche urgenti, per scongiurare il rischio di infezioni e possibili sepsi. Di fronte ad una situazione sempre più difficile, Sea Watch già da ieri aveva dichiarato lo stato di necessità. «La nave Sea Watch 5 dichiara lo stato di necessità: l’irresponsabile blocco imposto dall’Italia mette in pericolo i 57 sopravvissuti, che sono esausti, soffrono di mal di mare e hanno ustioni da carburante. Hanno bisogno di cure mediche immediate per prevenire infezioni e possibili casi di sepsi. A bordo c’è una donna incinta. La sordità delle autorità italiane ai loro bisogni è un’offesa ai diritti umani». La nave si trovava già nel Canale di Sicilia, davanti alla costa trapanese, quando l’equipaggio ha scelto di deviare la rotta assegnata e puntare su Trapani. Una decisione presentata dall’Ong non come una scelta, ma come l’unica strada percorribile. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». Anche dopo aver comunicato questa decisione e con persone a bordo sempre più stremate, però, la nave ha dovuto attendere ore prima di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto. Un’attesa che Sea Watch ha definito intollerabile. «Avrebbero potuto risparmiare un altro giorno di sofferenza alle 57 persone a bordo di SeaWatch 5. Invece, da ieri notte, siamo al largo di Trapani in una situazione di stallo. Chiediamo di poter entrare in porto adesso. Basta con questo muro politico sulla pelle dei più deboli». Solo dopo questo ulteriore stallo è arrivato il via libera all’attracco. «La SeaWatch5 sta entrando in porto a Trapani, nel rispetto dei diritti delle persone a bordo – ha scritto al momento dell’ingresso in porto – . Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del Governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». Ora c’è da aspettarsi l’ennesimo provvedimento repressivo da parte del Viminale. Il caso della Sea Watch 5 riporta tuttavia al centro del dibattito una pratica consolidata delle autorità italiane e prevista dal decreto Piantedosi: l’assegnazione sistematica di porti lontani, che allunga i tempi di permanenza in mare per persone già provate da traversate spesso drammatiche. Una scelta che le organizzazioni della flotta civile – insieme a diversi giuristi e alle sentenze di numerosi tribunali – considerano in contrasto con i principi fondamentali del diritto del mare e con la tutela della vita umana. Nelle stesse ore in cui andava in scena l’ennesimo braccio di ferro tra le autorità italiane e una Ong del soccorso, Alarm Phone segnalava un nuovo episodio di cattura e respingimento da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo quanto denunciato, il naufragio sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui i libici tentavano di salire a bordo dell’imbarcazione. Diciassette persone hanno perso la vita. I loro corpi, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati abbandonati in mare invece di essere portati a terra per essere identificati e sepolti. > 🆘 ~62 people in distress at sea in the central Mediterranean! > > The people on board, who are trying to escape from #Libya, report of high > waves and we fear for their lives. Relevant authorities are informed: Rescue > these people to safety before it is too late! pic.twitter.com/COATUu0Euz > > — @alarmphone (@alarm_phone) March 15, 2026 Nel Mediterraneo centrale, la guerra per procura degli Stati europei, e dell’Italia in prima fila, contro le persone migranti non si ferma mai.
Milano: operazione repressiva sul 22 settembre
Undici persone colpite da misure cautelari per l’azione alla Stazione Centrale nel giorno del primo sciopero generale per la Palestina. A Milano è in corso una dura azione repressiva legata al tentativo di occupazione della Stazione Centrale durante la manifestazione “Blocchiamo tutto” del 22 settembre, contro il genocidio in Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla. A sei mesi dai fatti, si contano decine di persone indagate e numerosi procedimenti giudiziari. Al momento risultano colpiti da misure di vario tipo 11 militanti del CSA Lambretta e di Gaza FREEstyle. L’operazione si inserisce nella più ampia deriva autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico e arriva a ridosso della manifestazione nazionale del 28 marzo e della nuova partenza della Global Sumud Flotilla, a cui le realtà milanesi partecipano attivamente[g.p.] DI SEGUITO IL COMUNICATO DEL CSA LAMBRETTA In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, alcune delle quali appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Ad ora si tratta di nuovi procedimenti giudiziari verso 11 compagn* (di cui diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il Genocidio del popolo Palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. > È STATA L’AZIONE DI UN CORPO COLLETTIVO, NEL CONTESTO DI RIVOLTA SOCIALE CHE > HA ATTRAVERSATO L’ITALIA: “BLOCCHIAMO TUTTO” ERANO LE SUE PAROLE D’ORDINE In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “Tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. > COME CSA LAMBRETTA E GAZA FREESTYLE SIAMO IMPEGNATI IN QUESTI MESI ED IN > QUESTE SETTIMANE PER DARE IL NOSTRO CONTRIBUTO ALLA NUOVA MISSIONE IN PARTENZA Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. PER SOSTENERE LE SPESE LEGALI: INTESTAZIONE: “MUTUO SOCCORSO MILANO APS” C/O BANCA ETICA CAUSALE: SPESE LEGALI   CODICE IBAN NUMERO IT92F0501801600000016973398 PUBBLICATO ANCHE SU GLOBAL POJECT Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
La Scuola dell’Immagine. Esercizi per leggere, disfare e rovesciare le immagini
Martedì 24 marzo a Roma presso Aula Studio Ex Biblioteca di Architettura di Roma Tre, con la collaborazione del collettivo ARCHa Roma Tre, Donatella della Ratta, Noura Tafeche, introdotte da Agnese Trocchi, condurranno il workshop La Scuola dell'Immagine: Esercizi per leggere, disfare e rovesciare le immagini. Cosa Viviamo immersi in un flusso incessante di immagini. Circolano più velocemente di quanto possiamo guardarle e comprenderle. La Scuola dell’Immagine nasce come proposta di rallentamento e di restituzione della collettività all’atto del vedere: uno spazio-tempo condiviso in cui riunirsi per guardare immagini insieme e leggerle collettivamente. Qui le immagini non vengono spiegate dall’alto, ma interrogate: da dove provengono, quali immaginari ereditano, dove circolano, cosa cancellano o contraddicono. Workshop con Donatella della Ratta e Noura Tafeche, introdotto da Agnese Trocchi. Quando e dove Martedì 24 Marzo | ore 17.00-20.00 Aula Studio Ex Biblioteca - Ingresso Largo G.B. Marzi 10 Tutte le informazioni le trovi sul sito di CIRCE
Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA
(Fonte) Silvano Cacciari – 18 Marzo 2026 E’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione  per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni. Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati,  mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir, ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani. Sul piano strategico, la cassetta degli attrezzi concettuale era invece già stata preparata nel 2009 dalla Brookings Institution con il rapporto “Verso la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”. Il documento prevedeva con precisione la sequenza: attacco aereo con obiettivo di decapitazione, rappresaglia missilistica iraniana contro basi USA nel Golfo, coinvolgimento di Hezbollah, e la variabile critica dello Stretto di Hormuz come “variabile che le forze armate non hanno ancora pienamente testato“. Nonostante la potenza di calcolo e la profondità di analisi strategica, il sistema ha mostrato almeno tre grandi zone d’ombra che i modelli non avevano catturato e che gli Usa stanno fortemente pagando sul campo e in termini di guerra finanziaria: la resilienza del sistema di potere iraniano alla decapitazione; la sottovalutazione sistematica della chiusura di Hormuz; la rapidità della reazione a catena assicurativo-logistica.  Ma perché sia sul piano tecnologico che su quello strategico gli USA sembrano non aver tenuto conto proprio dello scenario che si è realizzato, una guerra asimmetrica nel quale il soggetto militarmente più debole mette in difficoltà strategica quello più forte? Le fonti disponibili suggeriscono che le simulazioni non hanno previsto la chiusura di Hormuz per una combinazione di bias cognitivo umano, limiti strutturali dei modelli predittivi e – probabilmente – un’indicazione implicita dai vertici di privilegiare scenari che mantenessero aperta quella opzione. I funzionari hanno tacitamente ammesso al Congresso di non aver pianificato lo scenario peggiore della chiusura dello Stretto. Questo rivela un primo livello di fallimento: il bias della “razionalità condivisa”. I modelli AI, addestrati su dati storici, avevano incorporato questa stessa convinzione dei funzionari. Il piano della selezione dei modelli. Nelle settimane precedenti l’attacco, il Pentagono stava utilizzando Claude di Anthropic per simulazioni strategiche e analisi di intelligence. Ma il 27 febbraio, poche ore prima dell’attacco, Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva a tutte le agenzie federali di cessare l’uso di Claude, definendo Anthropic una “azienda di sinistra radicale” e dichiarandola “rischio per la catena di fornitura”. Il motivo? Anthropic si rifiutava di rimuovere le salvaguardie etiche che impedivano l’uso del modello per operazioni letali e chiedeva garanzie contro l’impiego in sistemi d’arma autonomi. Questo significa che il modello più sofisticato, quello che aveva processato decine di migliaia di documenti persiani e simulato fino a centomila scenari, è stato messo da parte proprio nel momento cruciale. Al suo posto, il Pentagono si è rivolto a OpenAI, il cui CEO Sam Altman aveva accettato di fornire servizi per l’analisi di documenti classificati. La domanda sorge spontanea: perché silurare proprio il modello che aveva la maggiore capacità predittiva? Una possibile risposta è che Claude, con le sue simulazioni, stesse producendo scenari sgraditi – magari proprio quelli che includevano la chiusura di Hormuz e le sue conseguenze catastrofiche. Sostituirlo con modelli più “accomodanti” (o semplicemente meno sofisticati) potrebbe essere stata una scelta politica, non tecnica. Al di là delle ipotesi sul bias deliberato, esiste un problema strutturale che nessuna regolazione degli input può risolvere. Come emerge da un’analisi approfondita pubblicata su una piattaforma cinese, l’AI militare americana ha un tallone di Achille: la “data boundary” (confine dei dati). I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in guerra – dai droni autonomi ai modelli predittivi – funzionano sulla base di dati storici e parametri predefiniti. Le loro capacità operative (tempi di reazione, raggi di rilevamento, logiche di riconoscimento) sono “bloccate” in fabbrica e non possono essere aggiornate in tempo reale durante il combattimento . Questo crea un paradosso: più l’AI è sofisticata, più è vulnerabile una volta che i suoi parametri vengono esposti. Facciamo un esempio: se un drone americano con tempi di reazione di 0,32 secondi viene catturato o analizzato, il nemico può sviluppare contromisure con tempi di reazione di 0,27 secondi, rendendolo obsoleto. Applicato alle simulazioni strategiche, questo significa che, usciti dalla “fabbrica”,  i modelli predittivi lavorano su scenari “noti” e comportamenti “già visti”. L’Iran non aveva mai chiuso completamente Hormuz in risposta a un attacco USA. Non c’erano dati su cui addestrare la previsione. L’AI non poteva “immaginare” una mossa che non era nei suoi archivi. The post Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.