Solidarietà ad Autistici/Inventati
"Per guardare bene basta aprire gli occhi". E noi questo lo sappiamo bene. Da 25 anni core a core con il collettivo di Autistici/Inventati abbiamo costruito le nostre basi digitali, abbiamo custodito i nostri "segreti", condiviso i saperi collettivi, fuori dalle logiche delle big tech. Ma il 26 Agosto il governo americano ha deciso di "attaccare" spudoratamente il collettivo e di "sanzionarlo", inserendolo in una lista ricca di immaginazione. Niente di strano, tutto da guardare. Sicuramente crea un precedente pericoloso e indubbiamente sappiamo che il piano della solidarietà deve in questi casi essere pieno ed incondizionato. Totale solidarietà ad A/I. Diffondiamo dai nostri spazi digitali il comunicato di AvANa. https://avana.forteprenestino.net/2026-comunicato-ai/ AvANa - Solidarietà ad Autistici/Inventati  
Chi era il boia di Srebrenica
È MORTO ALL’AIA RATKO MLADIĆ, EX COMANDANTE SERBO-BOSNIACO ALL’ERGASTOLO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, CRIMINI DI GUERRA E PER GENOCIDIO   Leggo la notizia e chiamo la mia amica Nadja Mujčić, profuga bosniaca in Italia, che nel genocidio di Srebrenica ha perso un fratello e il marito, i cui resti, a distanza di trenta anni, non sono stati ancora trovati.. “La sua morte non risolve niente” mi dice,, “il male che ha fatto rimane per sempre”. “ Verissimo”, rispondo. “Però un criminale in meno al mondo”. E lei riconosce: “è vero, uno di meno. Ma muoiono sempre troppo tardi i boia. Muoiono e l’orrore che hanno generato sopravvive a loro. Muoiono e lasciano dolore nel cuore. E il dolore non muore né va in prescrizione” La morte di Mladić chiude la parabola personale di uno dei principali responsabili della guerra in Bosnia, ma riapre una domanda che accompagna da trent’anni la memoria di Srebrenica: anche se alla fine i perpetratori sono stati condannati, una pace, seppur fragile e imperfetta come gli accordi di Dalton, è stata fatta, cosa ne è oggi di quel riuscito melting pot che era la Bosnia prima della guerra? E potrà mai  Srebrenica – ancora parte della entità della  Repubblica Srpska, che dal sangue della genocidio sia nutrita e che da quel sangue è nata – tornare a vivere, quando ancora circa 1000 corpi smembrati senza nome né tomba? Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 in un ospedale carcerario delle Nazioni Unite all’Aia, mentre stava scontando la condanna all’ergastolo pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Aveva 84 anni. La sua morte arriva a quasi trentuno anni dall’incriminazione e a cinque anni dalla sentenza definitiva. Ma chi era il boia di Srebrenica, il generale che trasformò la guerra in una campagna di terrore prima e poi in un genocidio? Nato il 12 marzo 1942 nell’area dell’odierna Bosnia-Erzegovina, all’ epoca  in cui il maresciallo Tito combatteva i nazisti e i fascisti invasori in Jugoslavia, Mladić aveva fatto carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della federazione nel 1992, divenne comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Republika Srpska, la formazione militare dei serbo-bosniaci. Assunse formalmente l’incarico il 12 maggio 1992 e rimase al vertice del comando fino al novembre 1995. Il suo nome è legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica. A Sarajevo le forze sotto il suo comando sottoposero la popolazione civile a un assedio durato quasi 4 anni -il più lungo della storia europea, compresi quelli di Leningrado e Stalingrado e terminato oltre la firma dei trattati di Pace – caratterizzato da bombardamenti e attacchi dei cecchini. Ma è a Srebrenica che il nome di Mladić è diventato sinonimo di genocidio. Nel luglio 1995, dopo più di tre anni di guerra e di assedio, l’esercito serbo-bosniaco conquistò Srebrenica, formalmente dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area». Migliaia di civili bosgnacchi si rifugiarono a Potočari, presso il compound delle Nazioni Unite, mentre almeno  quindicimila  uomini tentarono di raggiungere il territorio controllato dal governo bosniaco attraverso le montagne, venendo però inseguiti e uccisi anche dopo che si erano consegnati. La caduta della città fu seguita dalla separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che furono deportati. I maschi adolescenti  e adulti, furono detenuti in stadi, fattorie, scuole e progressivamente trasferiti nei luoghi delle esecuzioni. Nei giorni successivi, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. I loro corpi vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali furono successivamente riaperte e i resti dispersi in altre fosse nel tentativo di nascondere le dimensioni del crimine. Il Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia (ICTY)  ha stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio e che Mladić ebbe un ruolo centrale nell’impresa criminale finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca dell’area. La giustizia internazionale arrivò sulla carta già durante la guerra. L’ ICTT, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò Mladić il 25 luglio 1995, pochi giorni dopo il genocidio di Srebrenica, mentre la guerra è formalmente finita il 21 novembre 1995. Le accuse comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma tra un’incriminazione e un arresto passarono quasi sedici anni. È questo uno degli elementi più significativi della vicenda Mladić. Nel momento in cui il suo nome era già associato ai più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, il generale non era in carcere. Era latitante. E non si trattò di una fuga breve o improvvisata. Dal 1995 al 2011 Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura. Per anni visse in una sorta di zona grigia nella quale l’esistenza del mandato di arresto internazionale si scontrava con la mancanza di volontà politica, di consegnarlo alla giustizia. Nel 2001 il procuratore del Tribunale riferiva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avere ricevuto informazioni considerate molto affidabili secondo cui Mladić sarebbe stato protetto dalle strutture militari della Repubblica Federale di Jugoslavia e si sarebbe trovato in Serbia, probabilmente a Belgrado. Non basta  dire che Mladić «fu bravo a nascondersi». Per una parte consistente della sua latitanza egli beneficiò di una rete di protezioni, sostegni e complicità che rese possibile la sua permanenza fuori dalla portata della giustizia internazionale. Anche dopo la fine della guerra, Mladić continuò a godere di una significativa rete di sostegno. La sua figura era diventata quella di un eroe per una parte del nazionalismo serbo, il cui volto è soggetto tuttora di numerosi murales a Belgrado, Banja Luka e inoltre varie cittadine serve di qua e di là dalla Drina. La sua cattura avrebbe significato, per la Serbia, affrontare direttamente il tema delle responsabilità dello Stato e delle strutture politiche e militari che avevano sostenuto i serbo-bosniaci. Quelle responsabilità che tutt’ora rifiuta protestando offesa per la istituzione due anni fa da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale per la memoria delle vittime di Srebrenica . La pressione internazionale crebbe progressivamente. La collaborazione con il Tribunale dell’Aia divenne una questione centrale nei rapporti della Serbia con l’Unione europea e con la comunità internazionale. Solo il 26 maggio 2011 Mladić venne arrestato in Serbia, nel villaggio di Lazarevo. Aveva trascorso quasi sedici anni da latitante. Il 31 maggio fu trasferito all’Aia. Il processo cominciò il 16 maggio 2012 e si concluse, dopo anni di testimonianze, documenti e prove, con la sentenza del 22 novembre 2017. Il Tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra e gli inflisse l’ergastolo. La sentenza non riguardò soltanto Srebrenica. I giudici riconobbero la responsabilità di Mladić per una serie di crimini commessi in diverse parti della Bosnia-Erzegovina e per il suo ruolo in quattro distinti «joint criminal enterprises», cioè imprese criminali comuni. Una riguardava il progetto più generale di rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Una seconda riguardava Sarajevo e la campagna di cecchinaggio e bombardamento contro la popolazione civile. Una terza riguardava direttamente Srebrenica e l’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca. La quarta riguardava la presa in ostaggio del personale delle Nazioni Unite per impedire i bombardamenti NATO. Mladić non accettò la condanna e presentò appello. L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò sostanzialmente la sentenza. Furono respinte le principali contestazioni della difesa relative alle imprese criminali comuni riguardanti la Bosnia, Sarajevo e Srebrenica e furono confermate le condanne per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e altri crimini. Anche la condanna all’ergastolo venne confermata. Da quel momento la condanna è diventata definitiva. Mladić, non ha mai mostrato pentimento. Durante il procedimento mantenne un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del Tribunale e continuò a respingere le accuse. La sua morte arriva dunque senza una confessione e senza una richiesta pubblica di perdono alle vittime. Anche per questo la morte di Mladić non può essere letta soltanto come la scomparsa di un ex generale. Srebrenica continua infatti a porre la stessa domanda che la sua morte non può chiudere: come fu possibile che, un genocidio si sia consumato nel cuore dell’Europa? Ratko Mladić è morto in carcere, anziano. Le sue vittime, invece, sono morte molto prima, a Srebrenica, a Sarajevo, nei villaggi della Bosnia orientale e nei luoghi dove furono compiute le esecuzioni. Alma Mustafić, ricercatrice, il cui padre proprio come il marito di Nadja lavorava per il Dutchbat – il battaglione olandese delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere Srebrenica e che invece me ha consegnato gli uomini a Mladić come carne da macello – proprio oggi ha ricevuto il HU Genotenprijs – il più alto riconoscimento della Hogeschool Utrecht – per i suoi molti anni di impegno, contributo scientifico e sociale nell’aumentare la conoscenza e la consapevolezza sul genocidio di Srebrenica. Proprio oggi, che è stato annunciato anche che il criminale di guerra Ratko Mladić è morto. Coincidenza bizzarra, quasi irreale. Mentre l’artefice del genocidio lasciava definitivamente la sua cella del carcere di Scheveningen nei Paesi Bassi, lei, in quello stesso Stato, saliva sul palco per essere onorata per aver costruito pace ed istruzione. La prima domanda che le hanno fatto  è: “Come ti senti?”. Le sue parole ricordano molto quelle di Nadja – il dolore ha una sola voce e non varia – : “l’uomo che ha distrutto migliaia di vite non è più tra noi. L’uomo che ha fatto baciare ai miei figli una lapide invece di un nonno non c’è più. Ma l’ideologia malvagia che ha portato a questi orrori è ancora molto viva. In Serbia e in alcune parti della Bosnia, Mladić è ancora considerato un eroe dai suoi sostenitori. Finché quell’odio continuerà, il pericolo non è passato. Dobbiamo continuare a combattere contro quel male. Il genocidio non finisce con l’ultimo proiettile o con l’ultima fossa comune. Finisce solo quando affrontiamo l’ideologia fascista che lo sostiene”. Ratko Mladić è morto. Ma Srebrenica no. Resta nei nomi delle vittime, nelle fosse che ancora aspettano di essere aperte, nelle famiglie che cercano un corpo per poter finalmente dare un luogo al proprio lutto. Resta nella memoria di chi è sopravvissuto e nella responsabilità di chi, oggi, deve scegliere se guardare quella storia negli occhi o trasformarla in una pagina da dimenticare. La morte di un uomo non cancella i crimini che ha commesso, né scioglie le responsabilità di chi lo ha protetto, sostenuto o celebrato. E soprattutto non cancella un’ideologia quando quella ideologia continua a trovare spazio, parole e simboli. Forse è questo il senso più profondo della coincidenza di oggi: mentre Mladić usciva per sempre dalla sua cella, Alma Mustafić veniva premiata per aver dedicato la propria vita alla conoscenza e alla costruzione della pace. Da una parte la morte di chi ha incarnato l’odio; dall’altra una donna che ha scelto di trasformare il proprio dolore in memoria e consapevolezza. Perché il vero superamento del genocidio di Srebrenica non sarà la morte dell’ultimo dei suoi carnefici. Sarà il giorno in cui nessuno avrà più bisogno di ricordare perché tutti avranno imparato. Fino ad allora, il dolore continuerà a parlare. E noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.             The post Chi era il boia di Srebrenica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chi era il boia di Srebrenica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 29, 2026
Popoff Quotidiano
Dalle foreste di Atlanta fino alla Val di Susa: ri-creare le reti dell’abbondanza
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti di lavoratorx. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altri attivisti che come lei hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione , il tour, dalla Sicilia fino alla Val di Susa, offre un’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in modo comunitario questa crisi. Ad Atlanta hanno cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l’abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei manifestanti. Ai nostri microfoni interviene chi li accompagna in questo tour, per raccontarci meglio il perché di questo viaggio e i temi al centro degli incontri tra cui il concetto di abbondanza come resistenza e quello di spazi di cura e aggregazione che nascono nella lotta come i Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Council https://akccollective.noblogs.org/): Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso:  https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina Di seguito le date del tour e la locandina con tutte le info per la tappa in Val di Susa: – Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone – assemblea e aperitivo dalle 18 sabato 28, cena e proiezione dalle 19.30 il 29 https://www.instagram.com/p/DcYkakiCHTy/ – Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza – proiezione dalle 18, cena e assemblea dalle 20.30 https://www.instagram.com/p/DcMJjCDCMe2/?img_index=1 – Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di Meno – aperitivo, assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/Dcgl55YAO_V/?img_index=1  – Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere – assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/DcVksr6jlwQ/  – Val di Susa, il 5 settembre a VisRabbia di Avigliana (laboratorio di cucina dalle 17) e il 6 settembre all’associazione La Credenza di Bussoleno (assemblea, cena e proiezione dalle dalle 18) – https://gancio.cisti.org/event/tessere-la-rete-dellabbondanza  – Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano; – Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II; – Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo Blocco Decoloniale e vivèro luogo di quartiere – proiezione dalle 21 l’11, assemblea, pranzo e laboratorio di cucina dalle 10.30 il 12
August 28, 2026
Radio Blackout - Info
Continua la lotta in difesa degli orti urbani a Livorno
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo rifugio climatico è minacciato dalla speculazione. Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti di dibattito. Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero.  In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere allo sgombero. Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città diventano luogo di auto-organizzazione. Per rimanere aggiornatx: https://www.instagram.com/ortiurbani.livorno/
August 28, 2026
Radio Blackout - Info
Extinction Rebellion: “caldo e siccità, i colpevoli sono qui”
Extinction Rebellion denuncia il negazionismo climatico della giunta regionale e l’assenza, negli ultimi anni, di politiche efficaci per contrastare crisi climatica, ondate di calore, siccità e incendi. _______________________________________________________________________ Nella notte di venerdì, sul grattacielo della Regione Piemonte, è apparsa una scritta luminosa “Siccità, incendi, caldo estremo: i colpevoli sono qui”. Dopo la scritta apparsa sulla cupola della Mole e le locandine affisse in centro, che ribadivano che “Questo caldo è una scelta politica”, Extinction Rebellion torna a ricordare come il caldo terribile degli ultimi mesi, che ha aggravato siccità e incendi, sia la conseguenza devastante della crisi climatica che la comunità scientifica comunica da anni e abbia quindi responsabili ben precisi. “Proiettiamo queste scritte su questo palazzo perché la Regione Piemonte negli ultimi anni ha fatto di tutto per ostacolare ogni misura nazionale e internazionale volta ad affrontare una transizione ecologica rapida e giusta. Il Presidente Cirio è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza per gli incendi boschivi e la siccità su tutto il territorio regionale, dopo aver negato la crisi ecoclimatica per anni e aver denigrato la comunità scientifica che, con dati precisi, sollecitava interventi sulla riduzione delle emissioni e la realizzazione di misure di mitigazione e adattamento” dichiara Alessandro di Extinction Rebellion. “Con le ordinanze si possono governare le emergenze; per una crisi sistemica come quella che stiamo vivendo, servono politiche climatiche complessive e servono ora”. Temperature record, aumento dei morti, zero termico schizzato oltre i 5000 metri. Ospedali sotto pressione, raccolti decimati, blackout continui, incendi in quasi tutte le valli e dichiarazione di emergenza idrica: è il quadro di un Piemonte colpito da una sequenza di eventi estremi senza precedenti. Dalla fine di maggio la regione è stata investita da quattro distinte ondate di calore: la prima a fine maggio, la seconda a partire dal 15 giugno, la terza nel mese di luglio e infine l’ondata iniziata il 28 luglio e protrattasi fino al 10 agosto. In moltissime aree del territorio sono stati registrati valori estremi sia nelle temperature massime sia in quelle minime, mentre lo zero termico ha superato i 5000 metri. Temperature che a Torino hanno fatto registrare un aumento dei decessi, particolarmente significativo tra le persone over 65 e le fasce più vulnerabili. In agricoltura, i danni provocati finora in tutta la regione sono stimati in tre miliardi di euro, destinati ad aumentare, perché le riserve idriche sono circa il 30% inferiori alla norma. Riso e nocciola, due filiere simbolo dell’agricoltura piemontese, sono tra quelle maggiormente esposte, con un calo del raccolto del riso fino al 40%. “Di fronte a questo disastro annunciato, la Regione Piemonte parla di futuri interventi legislativi su bonifiche e data center – afferma Giulia – Ma questa giunta, che governa dal 2019, ha la responsabilità di avere prima negato la crisi climatica e poi fatto pressione affinché venissero alleggerite e ritardate norme comunitarie pensate per ridurre le emissioni, come il bando dei motori a combustione interna o la direttiva sull’inquinamento atmosferico. Anche la gestione della crisi idrica portata avanti finora è surreale, con il tentativo, bocciato dalla Corte Costituzionale, di prosciugare i fiumi, già sofferenti, riducendo il minimo flusso vitale”. Nel 2023 infatti il presidente Cirio, assieme ai presidenti di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, si recò a Bruxelles per chiedere che i limiti fissati dalla Direttiva sulla qualità dell’aria venissero abbassati, così come, di concerto con il Governo di Giorgia Meloni, la giunta regionale si è spesa per prolungare i termini per lo stop ai motori a combustione interna. Fino all’ultima vicenda, sul deflusso minimo vitale dei fiumi, che ha addirittura ricevuto al bocciatura della Corte Costituzionale. “Il contrasto alla crisi climatica si fa riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e mettendo in sicurezza le risorse idriche. La giunta regionale, finora, ha fatto proprio il contrario” conclude Extinction Rebellion. Fonti: * Extinction Rebellion https://extinctionrebellion.it/press/2026/07/31/proiezione-mole-caldo/ * La Stampa https://www.lastampa.it/torino/2026/08/07/news/estate_record_caldo_temperature_notturne_incendi-15709331/ * Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/emergenza-caldo-picchi-oltre-9-gradi-torino-e-piu-decessi-gli-over-65-AI8pH1yD * Il Sole 24 ore, https://www.ilsole24ore.com/art/caldo-record-zero-termico-sopra-5000-metri-ghiacciai-alpini-e-mediterraneo-rischio-AHeJ5sRB * Torino Today, https://www.torinotoday.it/salute/ondata-calore-ricoveri-ospedale-pronto-soccorso-anziani-118-sintomi.html * Il Corriere della Sera, https://torino.corriere.it/notizie/piemonte/26_agosto_20/siccita-in-piemonte-il-grido-d-allarme-degli-agricoltori-siamo-arrivati-anche-a-temperature-di-40-gradi-quest-anno-non-si-2a46b546-18b2-4d63-804b-7e270f3a0xlk.shtml * La Stampa, https://torino.repubblica.it/cronaca/2026/08/18/news/piemonte_incendi_biellese_vco_alessandria_qualita_aria-425533552/ * Regione Piemonte, https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/piemonte-dichiara-stato-emergenza-regionale-per-crisi-idrica-incendi * Coldiretti, https://www.coldiretti.it/economia/caldo-danni-da-clima-superano-i-3-miliardi-calamita-nei-campi * La Voce, https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/728851/data-center-bonifiche-e-crediti-di-carbonio-il-piemonte-prepara-tre-nuove-leggi-per-cambiare-le-regole-ambientali.html * La Stampa, https://www.lastampa.it/torino/2026/06/26/news/blackout_centro_torino_proteste_via_po_piazza_vittorio-15671830/ Extinction Rebellion
August 28, 2026
Pressenza
Zelensky nomina “Eroe dell’Ucraina” il fondatore del Battaglione Azov
Il 24 agosto 2026, con il Decreto n° 813/2026, il Presidente dell’Ucraina Zelensky ha nominato Andrіj Bіlec’kyj come “Eroe dell’Ucraina”. Di seguito il contenuto del Decreto: “Per il coraggio personale e l’eroismo dimostrati nella difesa della sovranità statale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, e per il servizio disinteressato reso al popolo ucraino, decreto: Conferire il titolo di Eroe dell’Ucraina con l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Oro al Generale di Brigata Andriy Yevgeniyovych BILETSKY. Il presidente dell’Ucraina V. ZELENSKYI” Ma chi è Andrіj Bіlec’kyj? Noto con il soprannome di “Führer bianco”, è stato nel 2008 cofondatore del movimento Assemblea Social-Nazionale (SNA) e nel 2014 fondatore e primo comandante della formazione paramilitare ucraina neonazista chiamata Battaglione Azov; mentre attualmente è leader del partito politico Corpo Nazionale e contemporaneamente il comandante del 3º Corpo d’Armata dell’Esercito Ucraino, dalla sua costituzione nel marzo 2025. La sua carriera politica nasce quando nel 1990 rifiuta di essere iscritto all’Organizzazione dei Pionieri di tutta l’Unione “Vladimir Il’ič Lenin” (1), durante l’Unione Sovietica. Bіlec’kyj, insieme ad alcuni compagni di scuole, avrebbe sollevato la bandiera ucraina sull’edificio dell’Istituto Superiore. Nel 2002 Bіlec’kyj diventa leader dell’organizzazione politica Tryzub nella città di Charkiv e nel 2003 collabora con il Partito Social-Nazionale dell’Ucraina (SNPU) (2), organizzazione di stampo neonazista fondata il 13 ottobre 1991 e registrata ufficialmente il 16 ottobre 1995 dai noti neonazisti ucraini Andrij Parubij, Oleh Tjahnybok, Yaroslav Andruškin e Jurij Kryvoručko. Dopo che nel 2004 Oleh Tjahnybok venne eletto presidente del partito, ci fu un tentativo di ripulitura dei ranghi e dell’immagine del partito, espellendo elementi neonazisti e ribattezzando il partito in Unione Pan-ucraina “Libertà” (0vver0 Svoboda)(3) e sostituendo il simbolo “Idea della Nazione” con il simbolo di una mano che mostra tre dita (stilizzando il Tryzub, stemma nazista simbolo nazionale dell’Ucraina); venne inoltre sciolto il movimento giovanile Patriota dell’Ucraina (4), considerato troppo estremista. Bіlec’kyj si oppose alla trasformazione del Partito in Svoboda e alla liquidazione dell’originale Patrioti dell’Ucraina, così nel 2005 avvia la rinascita di un’organizzazione di stampo paramilitare con lo stesso nome (5). Nelle elezioni del 2006, Bіlec’kyj si candida senza successo al Parlamento ucraino (6). Nel 2008 è tra i fondatori dell’Assemblea Sociale-Nazionale (SNA) (7), un insieme di organizzazioni radicali ultranazionaliste ucraine scioltasi nel 2015, che tra i suoi obiettivi aveva “la protezione della razza bianca creando un sistema di “nazionecrazia” antidemocratico e anticapitalista” e l’eradicazione di “capitale speculativo sionista internazionale” (8). Lo stesso Bіlec’kyj ha più volte sostenute posizioni vicine al suprematismo bianco, al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e all’omofobia. Nel 2010, Bіlec’kyj disse che la missione della nazione ucraina era quella di “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale… contro gli Untermenschen guidati dai semiti” (9). Nell’agosto 2011, membri di Patrioti dell’Ucraina e SNA vengono arrestati in relazione al “caso dei terroristi Vasylkiv”. Allo stesso tempo, viene condotto un assalto armato al quartier generale di Patrioti dell’Ucraina a Charkiv durante il quale due membri dell’organizzazione e l’attentatore rimangono feriti. L’11 settembre 2011, i membri di Patrioti dell’Ucraina vengono arrestati e accusati di tentato omicidio. Il 19 novembre 2011, si verifica un attentato alla vita di Bіlec’kyj a Charkiv, con due ferite da arma da fuoco. Bіlec’kyj riesce a raggiungere l’ospedale della città dove viene operato. Le forze dell’ordine locali classificano l’evento come teppismo. Il 27 dicembre 2011, Bіlec’kyj, insieme ad altri membri di Patrioti dell’Ucraina, viene arrestato con le stesse accuse e detenuto nel carcere investigativo di Charkiv, in custodia cautelare, per 28 mesi. Il 28 novembre 2013, durante le manifestazioni di Euromaidan, i membri di Patrioti dell’Ucraina sono tra i fondatori del movimento Pravyj Sektor, collettivo paramilitare di organizzazioni d’estrema destra ucraine di stampo ultranazionalista e neonazista che nasce come alleanza di diversi gruppi nazionalisti ucraini e dell’Assemblea Nazionale Ucraina – Auto Difesa Nazionale Ucraina (UNA-UNSO). Il 24 febbraio 2014, dopo il colpo di Stato di stampo neonazista che ha visto la cacciata del legittimo presidente ucraino Viktor Janukovyč, la Verchovna Rada (il parlamento ucraino) adotta un emendamento sulla libertà per i prigionieri politici. Il giorno successivo, Bіlec’kyj e altri prigionieri vengono completamente assolti da tutte le accuse e messi in libertà. Il 12 marzo 2014, Bіlec’kyj diviene un dei leader di Pravyj Sektor – Est nelle operazioni speciali, che comprendeva oblast’ come Poltava, Charkiv, Donec’k e Luhans’k. Il 5 maggio 2014, a Berdjans’k, Bіlec’kyj fonda e diventa primo comandante del Battaglione Azov, movimento politico e militare ultranazionalista e neonazista di estrema destra ucraino, sorto a seguito dell’occupazione russa della Crimea e della conseguente guerra in Donbass. Costituito da una serie di organizzazioni civili, politiche, militari e paramilitari, il Battaglione Azov è inizialmente composto da membri di Patrioti dell’Ucraina, SNA, tifosi (in particolare i sostenitori della Futbol’nyj Klub Dynamo Kyïv) e del movimento AutoMaidan. La formazione paramilitare è nota come “Omini neri”, in opposizione alla formazione speciale russa “Omini verdi“. Il 13 giugno 2014, Bіlec’kyj guida il suo distaccamento alla conquista della città di Mariupol, in mano ai ribelli filo-russi. Per le sue gesta, il 2 agosto 2014, Bіlec’kyj, è insignito dell’Ordine per il Coraggio (III grado) e il 15 agosto 2014 promosso tenente colonnello di polizia. Durante il conflitto del 2014, il Battaglione Azov ha compiuto torture, stupri, saccheggi ed esecuzioni sommarie, tanto sui prigionieri quanto sui semplici cittadini russofoni delle città riconquistate da Kiev. Esiste un rapporto Ocse del 2016 che accusa alcuni membri di uccisione di massa di prigionieri, occultamento di cadaveri nelle fosse comuni e uso sistematico di tecniche di tortura fisica e psicologica. Amnesty International ne chiese lo scioglimento al governo ucraino, ma rimase inascoltata. Le sue nefandezze sono state riconosciute ed elencate in una serie di report pubblicati dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nonostante ciò, il Battaglione Azov, durante il conflitto e negli anni successivi alla guerra del Donbass, è diventato una sorta di mito per i militanti neonazisti e della destra radicale, ricevendo affiliazioni da mezza Europa, Italia inclusa. Azov sostiene il diritto dei privati cittadini ad essere armati così come vedrebbe di buon occhio la reintroduzione della pena di morte per i traditori e per chi si appropria di beni statali. Il 10 settembre 2014, Bіlec’kyj è ammesso al consiglio militare del Fronte Popolare (10) ma non diventa membro del partito. Il 27 settembre 2014 si candida da indipendente nel 217º distretto elettorale di Kiev, per le elezioni parlamentari ucraine del 2014, vincendo con 31.445 voti (33,75%). Andrіj Bіlec’kyj, dal novembre 2014 al luglio 2019, è stato membro del Parlamento ucraino per l’Unione Ucraina di Patrioti – UKROP, continua a mantenere incarichi militari. Nell’ottobre 2014 Bіlec’kyj lascia il comando del Battaglione Azov e il 20 novembre 2014 succede qualcosa di inusuale: il Battaglione Azov, che da battaglione paramilitare di estrazione neonazista era stato inquadrato inizialmente nella polizia di Stato ucraina con una certa benevolenza del governo ucraino, entra ufficialmente nelle forze militari della Difesa (dopo le battaglie con i russofoni) diventando a tutti gli effetti un reggimento legale. Nel 2015, dopo gli Accordi di Minsk II, Azov, che era passato da 800 miliziani a quasi 2.000, viene integrato ufficialmente nella Guardia Nazionale Ucraina diventando Reggimento Operazioni Speciali Azov: un qualcosa di impensabile in uno Stato democratico. Nell’ottobre 2016 Bіlec’kyj lascia l’esercito ucraino perché ai funzionari eletti è stato impedito di prestare servizio nelle forze armate; ma ha promesso di continuare la sua carriera militare “senza titoli”. Andrij Bіlec’kyj durante i suoi primi 3 anni di lavoro in parlamento partecipa solo al 2,09% delle votazioni, per un totale di 229, classificandosi al quinto posto nella graduatoria dei deputati con il minor numero di votazioni e saltando 328 sedute del parlamento ucraino. Inoltre ha ignorato tutte le sedute della Verchovna Rada nel 2016 e non è comparso in parlamento a marzo 2017. Secondo una ricerca del Comitato degli elettori dell’Ucraina, pubblicata nell’agosto 2017, Andrij Bіlec’kyj non è riuscito a scrivere alcuna legge adottata nella Verchovna Rada. Con 30 progetti, è al primo posto tra i deputati che hanno presentato il maggior numero di progetti di legge infruttuosi. Il fatto che abbia ricevuto uno stipendio da parlamentare pagato con soldi pubblici pur esercitando assenteismo e inadempienza, ha dato i suoi frutti e, per quanto Bilec’kyi nelle elezioni parlamentari ucraine del 2019 sia stato classificato al 2º posto nella lista congiunta di Svoboda e Corpo Nazionale – l’iniziativa governativa di Jaroš e Pravyj Sektor -, non è stato eletto in quanto il partito non ha ottenuto voti sufficienti per superare la soglia elettorale del 5%. Nonostante ciò continua ad avere una certa popolarità e nel maggio 2024 è stato nominato come secondo tra i “100 ucraini che dal 2014 hanno definito la vita nel paese e l’hanno portata avanti” dal giornale The New Voice of Ukraine. nonostante l’assenteismo e l’aver comunque incassato soldi pubblici. Il 30 settembre 2025 è stato promosso a brigadiere generale delle Forze terrestri ucraine e, appunto, il 24 agosto 2026 Zelensky lo ha premiato conferendogli il titolo di Eroe dell’Ucraina, la massima onorificenza del paese, per i successi conseguiti al comando del 3º Corpo d’armata. Ora, oltre a guidare il partito politico d’estrema destra Corpo Nazionale (di stampo neo-nazista fondato nel 2016 da lui stesso), continua ad essere il comandante del 3º Corpo d’Armata dell’Esercito Ucraino: tutto questo senza destare preoccupazione in uno Stato europeo guidato da un governo che i media mainstream occidentali continuano a definire “democratico”.     (1) fu, in Unione Sovietica, un’organizzazione giovanile di massa riservata ai bambini di età compresa tra i 9 e i 14 anni. L’attività dell’organizzazione, su mandato del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), era curata dall’Unione Comunista della Gioventù (Komsomol), la struttura giovanile del partito. (2) Il nome “Social Nazionalista” era un riferimento intenzionale al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler. Il partito adottò anche un emblema che molti definiscono simile al Wolfsangel, noto simbolo della Germania nazista, sebbene il PSNU affermasse che tale simbolo significasse “Idea Nazionale”. https://www.spiegel.de/international/europe/ukraine-sliding-towards-civil-war-in-wake-of-tough-new-laws-a-945742.html (3) Svoboda, partito d’estrema destra ucraino di stampo neonazista che ebbe ruoli di spicco nelle manifestazioni di Euromaidan e del golpe neonazista del 24 febbraio 2014. (4) Nel 1999 il PSNU istituì il movimento Patrioti dell’Ucraina, che divenne l’ala giovanile del partito. https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/osw-commentary/2011-07-05/svoboda-party-new-phenomenon-ukrainian-right-wing-scene (5) https://hromadske.ua/posts/my-namahaiemosia-pryity-do-vlady-cherez-vybory-khocha-maiemo-vsiaki-mozhlyvosti-iak-azov-staie-partiieiu (6) https://nv.ua/publications/andrey-bileckiy-kak-voyna-prevratila-polituznika-v-komandira-batalona-azov-17031.html (7) Anton Shekhovstov, The Creeping Resurgence of the Ukrainian Radical Right? The Case of the Freedom Party., in Europe-Asia Studies, vol. 63, n. 2, marzo 2011, pp. 203-228, https://archive.org/details/rightwingpopulis0000woda; Anton Shekhovstov, The Creeping Resurgence of the Ukrainian Radical Right? The Case of the Freedom Party., in Europe-Asia Studies, vol. 63, n. 2, marzo 2011, pp. 203-228, https://archive.org/details/sim_europe-asia-studies_2011-03_63_2/page/202/mode/2up; Andreas Umland, Ukraine’s Radical Right, in Journal of Democracy 25(3), pp. 58-63., 1º luglio 2014,  https://www.academia.edu/7615988/Ukraines_Radical_Right; Volodymyr Ishchenko, Fighting Fences vs Fighting Monuments: Politics of Memory and Protest Mobilization in Ukraine, in Debatte: Journal of Contemporary Central and Eastern Europe, vol. 19, 1–2, 2011; Mridula Ghosh, The Extreme Right in Ukraine’s Political Mainstream: What Lies Ahead?, a cura di Ralf Melzer, Friedrich Ebert Stiftung, 2013. (8) Laddove il termine “sionista” è qui usato come sinonimo di “ebreo” in linea con quella narrazione centrale in alcuni settori dell’estrema destra neonazista che credono nel mito del “giudeo-bolscevismo”, ovvero in un “complotto mondiale giudeo-moscovita” che vuole impossessarsi del mondo: un mito analizzato molto bene nel libro Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico dello storico Paul Hanebrink. https://web.archive.org/web/20210622074335/https://www.bbc.com/russian/international/2014/07/140716_ukraine_swedish_sniper (9) Untermenschen, che significa sub-umano, è un termine dell’ideologia razzista nazista utilizzato per descrivere specialmente gli ebrei, i Popoli Romanì, gli slavi e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”, secondo la terminologia nazista del tempo. https://www.theguardian.com/world/2018/mar/13/ukraine-far-right-national-militia-takes-law-into-own-hands-neo-nazi-links (10) Fronte Popolare – un partito politico ucraino di destra liberalconservatore fondato nel 2014 da Arsenij Jacenjuk e Oleksandr Turčynov, insieme ad altri fuoriusciti dal partito Patria dell’imprenditrice ucraina Julija Tymošenko.   Ulteriori articoli: > Guerra in Ucraina, dai missili NATO su Mosca al rifornimento degli Alleati – > Parte I > Guerra in Ucraina, la contestualizzazione politica del Donbass e la > disinformazione embedded – Parte II > Guerra in Ucraina, tra nazificazione e neonazismo militante. Colpo di Stato e > neonazismo > Ucraina e Palestina, quale parallelismo con la Resistenza partigiana? > Guerra in Ucraina tra disinformazione di Stato e geopolitica. Rubeo: “La fine > della storia si è rivelata una mera illusione” > Venti di Guerra in Ucraina. Intervista a Fulvio Grimaldi Lorenzo Poli
August 28, 2026
Pressenza
«Hostis. Il paradigma dell’ospitalità»
Come ci ricorda Bauman, tutte le società – compresa la nostra – creano stranieri, ma ognuna crea il suo peculiare tipo di straniero e lo fa a modo proprio. Indagare l’immaginario e le pratiche dell’ospitalità oggi significa dunque riflettere sulla nostra idea di città, di territorio, di lavoro, e in definitiva sul nostro modo di pensare il mondo. Se per interrogare il presente è utile adottare uno sguardo inattuale e misurarci con altri tempi, è allora alla storia e alla grammatica dell’ospitalità che dobbiamo rivolgerci per comprendere il governo della mobilità nell’Europa contemporanea e le nuove stratificazioni sociali che si vanno configurando. Ricostruendone la genealogia, dalle radici greco-romane fino alle recenti politiche migratorie, Anderlini ci mostra come il concetto-soglia di ospitalità – attraverso la rappresentazione dello straniero, la distinzione fra amico e nemico e i meccanismi di inclusione ed esclusione – sia la chiave per interpretare le attuali narrazioni sull’accoglienza. A partire dalla duplice razionalità – umanitaria e securitaria – che caratterizza il regime confinario oggi in vigore, chiarire i limiti e le condizioni dell’ospitalità di fatto significa esplicitare i criteri di appartenenza con cui si stanno riformulando le nozioni di sovranità, confine e cittadinanza. L’ospitalità è dunque un atto eminentemente politico che rende evidente come definire l’Altro implichi sempre definire anche un Noi. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (elèuthera, 2023).
L’incremento esponenziale dei data center e il ruolo di Terna
https://www.ilsole24ore.com/art/data-center-italia-e-boom-richieste-rete-terna-48percento-AJUI5Zs?refresh_ce DATA CENTER IN ITALIA: È BOOM DI RICHIESTE ALLA RETE TERNA (+48%) SOLO NEI PRIMI 8 MESI DELL’ANNO UN BALZO DI OLTRE IL 48%: LA FETTA PRINCIPALE DELLE ISTANZE TRA LOMBARDIA, LAZIO E PIEMONTE di Celestina Dominelli 23 agosto 2026 La crescita impetuosa dei data center continua a spingere la domanda di energia elettrica, almeno sulla carta. Secondo la fotografia registrata da Terna, le richieste di connessione di nuovi progetti di centri dati alla rete elettrica hanno toccato i 95,38 gigawatt (dato rilevato il 21 agosto). Un salto non da poco se si riavvolge il nastro al 2021 quando le istanze di questo tipo erano pari a 1 gigawatt. Da allora è partita una vera e propria corsa che ha visto prima crescere il numero di richieste a 5,40 GW nel 2023 per poi salire a 31,28 GW l’anno dopo: un boom che, come documenta il gruppo guidato da Pasqualino Monti, si concentra soprattutto nel Nord Italia e, in particolare in Lombardia che, da sola, raccoglie 290 domande per 46 GW – in gran parte localizzate su Milano -, seguita da Lazio, Piemonte e Puglia. IL PICCO AL CENTRO-NORD Delle 531 domande giunte finora sul tavolo di Terna – di cui 300 solo da gennaio a oggi (58,7 GW, vale a dire il 48,2% in più dei primi 8 mesi del 2025, quando l’asticella si era fermata a 215 (39,6 GW) – solo 15 (1,88 GW) hanno raggiunto la fase di maturità più avanzata, segno che il grosso delle richieste rinvia a una domanda potenziale che non arriverà a traguardo. Ma i numeri restano comunque molto significativi. Soltanto ad agosto, secondo Terna si sono registrate 8 nuove domande per 0,87 GW (3 richieste dalla Lombardia, 2 dalla Puglia, e 1 richiesta ciascuna da Emilia Romagna, Sicilia e Veneto) e 6 richieste sono decadute per una potenza di circa 1,3 GW. Nel mese di luglio, invece, sono state 17 le istanze pervenute per un potenza complessiva di 1,68 GW: nei due mesi, 7 richieste sono arrivate dalla Lombardia (857 MW), 4 dal Piemonte (350 MW), 2 dalla Campania (200 MW), 2 dalla Basilicata (200 MW) e, infine, 10 istanze tra Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Sicilia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia per una potenza complessiva di 1,1 GW. Come ad agosto, però, otto domande sono venute meno o sono state oggetto di rinuncia. L’IDENTIKIT DEI PROPONENTI Le richieste provengono principalmente da società di progettazione e developer di impianti di questo tipo o di impianti da fonti rinnovabili, ma anche da società di scopo e da real estate. Disporre di un quadro di dettaglio delle attività del soggetto che presenta la domanda non è chiaramente possibile, ma si può registrare un dato importante: durante il percorso di autorizzazione, gli operatori finali intervengono acquisendo la titolarità delle domande dalle società di sviluppo e progetto, analogamente a quanto avviene nel mondo delle rinnovabili. Tornando alle oltre 530 domande presentate da inizio anno a oggi, soltanto il 10% circa è immediatamente riconducibile a operatori di data center o fondi di investimento a loro dedicato, mentre il restante 90% è suddiviso tra un 30% circa riconducibile a società di progettazione, sviluppo e di scopo, e un 60% rappresentato da una realtà differenziata di società più grandi di real estate e logistica e di operatori privati. IL RUOLO DI TERNA Fin qui il quadro aggiornato delle richieste di connessione alla rete elettrica che devono essere presentate a Terna con l’indicazione della potenza richiesta e dell’area di insediamento, nonché dei documenti previsti dalla regolazione vigente. Non appena viene ricevuta la domanda, il gestore della rete elettrica emette una soluzione tecnica minima generale (Stmg), che include la soluzione di connessione e i corrispettivi di connessione da sostenere all’atto della sigla del contratto di connessione. L’accettazione del preventivo deve avvenire a cura del richiedente e, nel caso in cui la Stmg preveda nuove opere sulla rete di trasmissione nazionale per la connessione, scatteranno alcuni passaggi: 1) la richiesta dell’offerta economica per la progettazione delle opere Rtn da parte del proponente; 2) la formulazione dell’offerta economica, con tempi e costi per la progettazione, emessa da Terna; 3) l’accettazione dell’offerta economica e il pagamento del corrispettivo a cura del proponente; 4) la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo (che include anche la conferenza dei servizi prevista nel nuovo regime introdotto dal Dl Bollette) del data center e delle opere di rete di utenza a cura del richiedente presso l’ente competente (le strutture dell’Aia ministeriale o regionale); e, infine, la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo delle eventuali opere Rtn per la connessione a cura di Terna presso il Mase. Una volta completati gli iter autorizzativi, viene quindi emessa la cosiddetta “soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), con cui Terna definisce nel dettaglio le opere e i costi necessari per connettere il data center alla rete e viene stipulato il contratto di connessione vero e proprio, al quale seguirà la fase realizzativa delle opere e la loro entrata in esercizio. I DATA CENTER GIÀ CONNESSI A oggi risultano connessi alla rete 8 data center come specifiche unità di consumo: il primo è connesso dal 2017, mentre 3 di questi sono entrati in servizio nel 2026. Si attendono altre 4 connessioni nei prossimi mesi: sono tutti dossier concentrati in Lombardia. Il numero complessivo di centri dati connesso è naturalmente più elevato: al momento, l’asticella è pari a 226 impianti con una potenza complessiva di 513 MW, ma la maggior parte di questi sono più piccoli e connessi alla rete di distribuzione o a impianti industriali complessi. Quanto all’aumento dei consumi finali derivante dall’atteso sviluppo dei data center, è già previsto negli scenari Terna che arrivano a stimare, nelle ipotesi più sfidanti, un aumento fino al 17 per cento.
August 28, 2026
il Rovescio
Cultura: We Shall Overcome
Da un inno cattolico siciliano del Settecento a un canto gospel afroamericano, fino all'inno dei diritti civili cantato da Joan Baez nel 1963 per la Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà
August 28, 2026
PeaceLink

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