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Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo»
VERSO TOGETHER. L’INTERVENTO DI MAYA ISSA, DEL MOVIMENTO STUDENTI PALESTINESI IN ITALIA, ALL’ASSEMBLEA DEI NO KINGS Dobbiamo rompere il muro di ipocrisia che circonda il massacro in corso. Dal momento esatto in cui è stato annunciato il fantomatico “cessate il fuoco”, sono stati uccisi oltre 600 palestinesi. Questa non è una tregua: è la prosecuzione metodica di un genocidio che non si è mai fermato. Dobbiamo essere chiari: quello a cui assistiamo non è un’operazione di sicurezza, ma l’attuazione violenta del progetto della “Grande Israele”. Israele mira all’espansione totale, cancellando i confini e annientando il popolo palestinese per occuparne ogni centimetro di terra. Ma questa non è solo una questione regionale: Israele rappresenta oggi una minaccia globale. Insieme agli Stati Uniti, agisce come un braccio armato che calpesta il diritto internazionale, come dimostra l’attacco all’Iran. L’obiettivo è destabilizzare intere aree per imporre regimi servili, come quello di Pahlavi, funzionali agli interessi imperialisti. 1 marzo 2026, l’assemblea nazionale del Movimento No Kings ospitata nella sala Ilaria Alpi dell’Arci Nazionale IL SIONISMO INQUINA LE DEMOCRAZIE La destra sa perfettamente cosa fare. Sta portando avanti la propria agenda con ferocia: dai decreti sicurezza che criminalizzano il dissenso, ai tentativi di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo per tappare la bocca a chiunque critichi il regime coloniale. Noi non possiamo rispondere con un linguaggio banale o appiattito. Serve una reale agenda politica capace di fermare le destre e il progetto sionista. E dobbiamo lottare da qui, perché il sionismo non è un concetto lontano: è presente nelle nostre città, nelle nostre istituzioni. Il sionismo è una forza che inquina le nostre democrazie, finanzia lobby come l’Enet con sede qui a Roma — l’equivalente dell’AIPAC — e spinge per leggi liberticide che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Il governo italiano è complice due volte. Prima ha finanziato il genocidio e fornito armi; ora, attraverso il “Board of Peace” — un organismo palesemente incostituzionale — cerca di ripulirsi l’immagine parlando di pace. Ma dietro la parola “ricostruzione” si nasconde lo sciacallaggio. I grandi gruppi italiani — Webuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna, Italferr — sono già pronti a lucrare sulle macerie di Gaza. Vogliono trasformare la distruzione in profitto, trasformando il sangue palestinese in contratti per il cemento e le infrastrutture. Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi in Italia INTERSEZIONALITÀ E AUTODETERMINAZIONE Lottare per la Palestina significa lottare per ogni popolo oppresso. Non possiamo più separare le lotte: serve un’intersezionalità reale. Il filo conduttore che ci unisce non è solo l’opposizione ai nemici comuni, USA e Israele, ma la difesa dell’autodeterminazione. Oggi non servono parole banali, serve un’agenda politica di rottura: *  Sanzioni e isolamento totale di Israele. *  Embargo militare immediato. *  Boicottaggio di ogni azienda complice. Nella manifestazione del 28, la Palestina deve essere il cuore pulsante. La Palestina è la nostra cartina di tornasole: ci sta insegnando che è la sua resistenza a liberare noi, svelando la ferocia del sistema globale e ridandoci la dignità di lottare. The post Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 1, 2026
Popoff Quotidiano
Cuba si libera della dipendenza dal petrolio
Vi spiego: bisogna parlare in megawatt (MW) perché è così che funzionano le cose. Cuba non dipende totalmente dal petrolio poiché, in collaborazione con la Cina, sta portando avanti un piano accelerato di installazione di energia fotovoltaica, superando i 1.000 MW di capacità installata all’inizio del 2026 attraverso la sincronizzazione di più parchi fotovoltaici. Sono stati completati decine di parchi da 21,8 MW ciascuno, il che ha permesso di migliorare la produzione diurna e ridurre il consumo di combustibile. Cosa si consuma Orario diurno: 3000 MW Ore di punta dalle 18 alle 21: 3500 MW La generazione disponibile rimane al di sotto dei 2.500 MW, causando deficit compresi tra 500 MW e 1.000 MW e generando i fastidiosi “blackout”. Affinché il sistema sia efficiente, Cuba deve disporre di una capacità installata e disponibile compresa tra circa 4.000 MW e 4.500 MW. Perché più di quanto se ne consuma? Per le riserve operative, la manutenzione e altre esigenze impreviste. Affinché tutto il Paese sia coperto e non ci siano più blackout, è necessario un investimento massiccio in sistemi di stoccaggio (batterie) su larga scala che sono molto costosi. Tuttavia, si stanno incorporando sistemi di accumulo di energia in parchi selezionati (ad esempio L’Avana, Holguín, Granma) per migliorare la stabilità del Sistema Energetico Nazionale (SEN) e consentire l’uso dell’energia solare al di fuori delle ore di sole. Situazione attuale e proiezioni (febbraio 2026): Capacità e sincronizzazione: all’inizio del 2026, Cuba ha dichiarato di aver sincronizzato al Sistema Elettrico Nazionale (SEN) più di 45 parchi, superando i 1.000 MW di capacità installata totale. Obiettivo 2026: il Paese punta ad aggiungere altri 100 MW di generazione fotovoltaica nel 2026, mantenendo il ritmo di crescita dell’anno precedente. Nonostante questi progressi, continuano a verificarsi blackout, soprattutto di notte, a causa dell’elevata dipendenza dai combustibili fossili e della lenta implementazione delle batterie su larga scala. Ma i cubani sono ottimisti e hanno fiducia nella loro rivoluzione, che ha superato situazioni ben peggiori. Ora tutti li stanno aiutando. E per dimostrarvelo, vi racconterò un aneddoto: avevo un amico cubano molto simpatico, loquace e perennemente ottimista, purtroppo ormai scomparso, che mi diceva: “Stiamo molto bene perché ora, a volte, abbiamo i LAMPI.” (N.d.T) In caso di interruzioni elettriche, periodo di tempo (simile a un lampo) in cui viene ripristinata la corrente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Margarita Labarca Goddard
March 1, 2026
Pressenza
#nowar ATTACCO ALL'#IRAN: OBIETTIVO #KHAMENEI. RAPPRESAGLIA TOTALE DI TEHERAN #italiabelligerante https://www.youtube.com/watch?v=A0e8a1qLlqg
March 1, 2026
Antonio Mazzeo
#nowar #iran Pare che siano 148 le vittime dell'attacco #Usa #Israele ad una scuola femminile iraniana. Uno scolasticidio di dimensioni immani, come mai verificatosi nella storia dell'umanità. Il cuore di ogni educatore e insegnante urla di rabbia e di dolore
March 1, 2026
Antonio Mazzeo
SCIOPERO FEDEX: PER LA TUTELA DELLA SALUTE E SICUREZZA, PER LA DIFESA DEL POSTO DI LAVORO E DEL SALARIO.
Spett.le FedEx Express e p.c. alle Società in appalto operanti lungo la filiera FedEx, la scrivente Organizzazione Sindacale, con la presente, dichiara lo stato di agitazione nazionale a tutela di tutti i lavoratori e le lavoratrici operanti all’interno della filiera FedEx Express, sia dipendenti diretti sia lavoratori impiegati presso le aziende in appalto. Lo stato di agitazione è da intendersi aperto per tutti i lavoratori diretti Fedex e per quelli degli appalti , in continuità con i precedenti stati di agitazione già proclamati: sul sito di Bologna per i lavoratori diretti FedEx (facchini); sul sito di Modena per i lavoratori in appalto Moving S.r.l. (autisti). Fatte salve le specificità delle singole vertenze territoriali, emerge con assoluta chiarezza un comune denominatore, che costituisce il tema centrale e rivendicato del presente stato di agitazione nazionale: l’allontanamento, la sospensione o l’espulsione dal ciclo produttivo di lavoratori che hanno ricevuto un giudizio di idoneità parziale, con indicazione di limitazioni alla mansione. In particolare: nel caso di Modena, la risposta dell’azienda in appalto è stata il licenziamento del lavoratore; nel caso di Bologna, i lavoratori interessati sono stati immediatamente sospesi dall’attività lavorativa. Tali condotte delineano un quadro estremamente grave e inaccettabile, che evidenzia una assoluta mancanza di tutela da parte di FedEx Express nei confronti di lavoratori che, a seguito di sopravvenute limitazioni fisiche, vengono di fatto considerati non più proficui per le esigenze produttive. Si sottolinea come tali limitazioni non siano casuali, ma derivino in larga misura dalla gravosità del lavoro svolto per anni all’interno delle realtà lavorative FedEx, caratterizzate da ritmi intensi, carichi fisici elevati e condizioni operative usuranti. A Bologna, peraltro, i manager aziendali arrivano ad affermare che i casi di lavoratori con limitazioni sarebbero “troppi”, quasi si trattasse di una responsabilità individuale da imputare ai lavoratori stessi. Al contrario, FedEx dovrebbe interrogarsi seriamente su come mai proprio all’interno dei propri magazzini e delle proprie attività si accumulino nel tempo patologie analoghe e ricorrenti. In tutti questi anni FedEx ha davvero messo al primo posto la salute dei lavoratori? Ha realmente fatto tutto il possibile, sotto il profilo della prevenzione, della sicurezza e della tutela della salute, per evitare che tali situazioni si determinassero? La scrivente Organizzazione Sindacale ritiene di no. Riteniamo che i lavoratori siano stati trattati come meri strumenti da spremere e che, una volta non più funzionali alle esigenze produttive siano stati allontanati, peraltro in assenza di un serio confronto sindacale, in un contesto di sostanziale impunità che appare propria di una grande multinazionale. La salute delle lavoratrici e dei lavoratori è un diritto primario e indisponibile, non un fastidio o un ostacolo alla produttività. Per queste ragioni, lo stato di agitazione è dichiarato su tutta la filiera FedEx, a tutela della salute, della dignità e del salario dei lavoratori e delle lavoratrici. Si richiede pertanto l’apertura immediata di un confronto nazionale con FedEx Express, volto ad affrontare in maniera strutturale le tematiche sopra esposte e a interrompere pratiche che colpiscono lavoratori già duramente segnati dalle condizioni di lavoro. In assenza di risposte adeguate, lo stato di agitazione proseguirà con ogni conseguente iniziativa di mobilitazione. Si Cobas Nazionale . L'articolo SCIOPERO FEDEX: PER LA TUTELA DELLA SALUTE E SICUREZZA, PER LA DIFESA DEL POSTO DI LAVORO E DEL SALARIO. proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Il punto di approdo di chi resta fuori
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Per il tredicesimo anno consecutivo, Medici per i Diritti Umani (MEDU) – come racconta nel rapporto “Gli insediamenti dell’esclusione” – è intervenuta nella Piana di Gioia Tauro, garantendo nei mesi di gennaio e febbraio 2026 supporto socio-legale e orientamento sanitario ai braccianti che vivono nel campo container di Contrada Russo e nella Tendopoli di San Ferdinando. Sono state prese in carico 40 persone regolarmente soggiornanti, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale. Il 70% vive stabilmente in Italia da oltre tre anni e si sposta stagionalmente seguendo i cicli agricoli. Trenta erano già state supportate negli anni precedenti: un dato che conferma la cronicizzazione della marginalità abitativa e lavorativa. La paga media dichiarata è di circa 50 euro al giorno. Si registra un maggiore ricorso a contratti formali, ma restano diffusi contratti brevi e giornate non registrate. Le giornate in busta paga (12–20 al mese) raramente coincidono con quelle effettivamente lavorate. La stagione agrumicola è stata inoltre più breve e meno favorevole, anche a causa della ridotta resa produttiva legata alla siccità dell’anno precedente. La Tendopoli ha ospitato quest’anno in media circa 500 persone, mentre in passato è arrivata a ospitarne fino a 1.200. Una soluzione nata come temporanea è divenuta uno spazio di marginalità permanente. Servizi igienici deteriorati, assenza di illuminazione, accumulo e combustione di rifiuti, tende usurate e mancanza di misure di sicurezza rendono le condizioni di vita gravemente inadeguate. Nella giornata di martedì ancora un campanello di allarme: un incendio ha coinvolto due tende e si è reso necessario il trasporto in ospedale di un giovane residente. Negli anni scorsi, roghi analoghi hanno già provocato vittime all’interno dell’insediamento. Non si tratta di fatalità, ma dell’esito prevedibile di condizioni strutturalmente insicure. Si registra inoltre un aumento della presenza di persone con dipendenze, di cittadini stranieri con disagio psichico e di lavoratori segnati dal fallimento del Decreto Flussi: persone entrate regolarmente in Italia ma rimaste escluse dalla procedura di assunzione e dalla regolarizzazione, precipitate in una condizione di invisibilità istituzionale. Gli insediamenti della Piana non sono soltanto spazi di precarietà abitativa: rappresentano il punto di approdo di chi resta fuori dai meccanismi formali di accesso ai diritti. MEDU torna a chiedere alle istituzioni interventi essenziali e non più rinviabili: il superamento dell’approccio emergenziale con un piano strutturale di accoglienza diffusa; la garanzia effettiva dell’accesso a residenza, codice fiscale e assistenza sanitaria; controlli efficaci lungo tutta la filiera agricola; una revisione profonda del Decreto Flussi per evitare che produca nuova esclusione. Finché la risposta resterà temporanea, la marginalità continuerà a riprodursi, lasciando centinaia di lavoratori intrappolati tra precarietà abitativa e ricattabilità lavorativa. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi il rapporto completo “Gli insediamenti dell’esclusione” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il punto di approdo di chi resta fuori proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
60 lavoratori in appalto alla Fiege di Arese stanno lottando contro i licenziamenti.
60 lavoratori(maggioranza donne ) hanno iniziato una lotta, attivando il primo  sciopero alla Fiege di Arese che vede come  fornitore la soc coop Adriatica ex ucsa. I lavoratori e soprattutto lavoratrici devono essere trasferite ( e quindi quasi sicuramente licenziate) senza ancora conoscere il luogo dove dovranno essere trasferite dopo essere state sfruttate per 10-15- 20 anni. Come si cobas abbiamo attivato da subito la richiesta alla prefettura e all’ispettorato di Milano per costringere sia il fornitore che il committente a comunicare il luogo del trasferimento, ma ad oggi nessuna risposta è arrivata da queste istituzioni. La società Adriatica soc coop- ex Ucsa-  è da noi ben conosciuta,  per essere una società che ha il vizietto di evadere  i contributi PREVIDENZIALI dei lavoratori, usare metodi repressivi e provocatori verso chi   si iscrive al SI COBAS, oltre al mancato  rispetto  degli istituti contrattuali. In pratica la mancata comunicazione del luogo del trasferimento serve  al fornitore per mettere  le lavoratrici di fronte al fatto compiuto in modo da non potersi difendere. La società Adriatica Ha sbagliato i calcoli, non solo perchè c’è il SI COBAS, ma anche  perché  un gruppo compatto di dipendenti non è disposto ad accettare queste condizioni dopo essere stati sfruttati per decine di anni  con salari da fame. La lotta andrà avanti nei prossimi giorni mettendo in campo  iniziative sindacali più dure. Sì cobas Novara L'articolo 60 lavoratori in appalto alla Fiege di Arese stanno lottando contro i licenziamenti. proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Modi in Israele: Partnership strategica o complicità nel genocidio?
DI PALESTINE CHRONICLE STAFF,   PER THE PALESTINE CHRONICLE, 26 FEBBRAIO 2026   LA VISITA DI MODI IN ISRAELE RAFFORZA I LEGAMI MILITARI E TECNOLOGICI, OFFRENDO COPERTURA POLITICA A NETANYAHU IN MEZZO AL GENOCIDIO DI GAZA E ALLE TENSIONI NEL MEDIO ORIENTE. Una crescente alleanza India–Israele si sviluppa sullo sfondo del genocidio israeliano a Gaza. (Foto: Palestinian Chronicle) Punti chiave 1. La visita di due giorni di Modi in Israele si concentra su difesa, tecnologia ed economia mentre Gaza rimane sotto bombardamenti ed occupazione. 2. Il discorso alla Knesset sembra essere stata una grande approvazione a Israele durante le crescenti accuse di genocidio. 3. L’India è uno dei partner più importanti di Israele per la difesa e il commercio, con un commercio bilaterale che ha raggiunto i 3,62 miliardi di dollari nel 2025. 4. Voci di solidarietà palestinese e figure dell’opposizione indiana hanno condannato la visita come legittimazione delle politiche belliche di Netanyahu. 5. Il viaggio ha implicazioni geopolitiche più ampie, intersecando le tensioni tra Stati Uniti e Iran e i corridoi economici emergenti regionali. L’Ottica Il Primo Ministro indiano Narendra Modi è arrivato in Israele con un caloroso abbraccio pubblico da parte di Benjamin Netanyahu, una dimostrazione accuratamente coreografata che sottolinea l’allineamento sempre più profondo tra Nuova Delhi e Tel Aviv. Secondo l’Associated Press, la visita di due giorni è focalizzata sul rafforzamento della “cooperazione in materia di sicurezza, economica e tecnologica”, inclusi incontri con Netanyahu e il presidente Isaac Herzog, un discorso alla Knesset e la firma di molteplici accordi. Il commercio India–Israele ha raggiunto i 3,62 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2025, riflettendo la dimensione economica della partnership. Ma l’immagine è importante quanto gli accordi. Il discorso di Modi al parlamento israeliano arriva mentre Israele continua la sua guerra genocida su Gaza — una campagna che ha ucciso e ferito centinaia di migliaia di palestinesi e devastato le infrastrutture civili del territorio assediato. In questo contesto, una standing ovation alla Knesset non è semplicemente una cerimonia diplomatica; È un messaggio politico. Il governo israeliano, di fronte alle pressioni internazionali e alle accuse di crimini di guerra, trae enormemente beneficio dalle visite di alto profilo delle grandi potenze. La presenza di Modi segnala che Israele resta tutt’altro che isolato, anche mentre l’indignazione globale per Gaza si intensifica. Il discorso Nel suo discorso alla Knesset, Modi ha sottolineato che India e Israele sono “partner di fiducia” il cui rapporto è “vitale” per il commercio e la sicurezza. Ha condannato gli attacchi del 7 ottobre 2023 e ha dichiarato che “nulla può giustificare il terrorismo”, allineandosi strettamente con l’inquadratura israeliana del conflitto. Reuters ha riportato che Modi ha riaffermato la solidarietà dell’India con Israele e la sua “ferma posizione contro il terrorismo”, mentre Netanyahu ha evidenziato quella che ha definito una “straordinaria alleanza” tra i due paesi. Il primo ministro israeliano ha elogiato l’India per aver “sostenuto” Israele. Modi ha fatto riferimento al sostegno di un’iniziativa di pace sostenuta dall’ONU a Gaza e ha parlato di dialogo e stabilità. Tuttavia, in particolare è assente qualsiasi forte critica pubblica al genocidio israeliano a Gaza. La struttura del discorso riflette un cambiamento più ampio nella politica estera indiana. Storicamente, l’India è stata tra i più forti sostenitori dell’autodeterminazione palestinese nel Sud Globale. Le relazioni diplomatiche con Israele furono formalizzate solo nel 1992. Tuttavia, dall’ascesa al potere di Modi nel 2014, i rapporti con Israele sono passati da un pragmatismo cauto a un allineamento strategico esplicito. La ‘Partnership’ Dietro la retorica si cela la sostanza: armi e tecnologia. L’India è diventata uno dei maggiori clienti della difesa israeliana. La cooperazione comprende sistemi missilistici, tecnologie di sorveglianza, difesa aerea, droni e piattaforme di cybersicurezza. Gli analisti riconoscono ampiamente che le esportazioni di difesa israeliane verso l’India sono aumentate rapidamente nell’ultimo decennio, integrando la relazione in infrastrutture militari concrete. La visita attuale dovrebbe ampliare ulteriormente la collaborazione nell’intelligenza artificiale, nel calcolo quantistico, nella cybersecurity e nella produzione congiunta di difesa. Netanyahu ha descritto apertamente la relazione come parte di un più ampio asse di innovazione e sicurezza. Per i palestinesi, questa non è cooperazione astratta. Le tecnologie militari israeliane sono sviluppate, perfezionate e testate sul campo nel contesto dell’occupazione e delle ripetute guerre a Gaza. I sistemi di sorveglianza, le capacità dei droni e le armi guidate di precisione sono inseparabili dall’architettura di controllo imposta ai palestinesi. Critica interna La visita di Modi ha suscitato critiche sia in India che a livello internazionale. Il Partito Comunista d’India ha descritto il viaggio come una legittimazione di Netanyahu durante un attacco genocida a Gaza, inquadrandolo come un tradimento dell’eredità anticoloniale dell’India. La critica va oltre la politica di parte. Per molti osservatori, la visita simboleggia uno spostamento dal sostegno storico dell’India ai movimenti di decolonizzazione verso un allineamento pragmatico con il nazionalismo militarizzato. A livello regionale, il viaggio si svolge in un contesto di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran e discussioni su nuovi corridoi economici che collegano l’India all’Europa tramite il Medio Oriente. La leadership israeliana vede l’India come un nodo cruciale in questa architettura emergente. Ma questa architettura spesso mette in secondo piano la Palestina. I corridoi commerciali, le partnership per l’IA e gli accordi di difesa sono negoziati a livelli alti, mentre l’autodeterminazione palestinese è trattata come una questione periferica. La nostra valutazione strategica La visita di Modi deve essere intesa non come un evento diplomatico autonomo, ma come parte di una più ampia ricalibrazione geopolitica. Innanzitutto, fornisce a Israele un visibile rinforzo diplomatico in un momento in cui accuse di genocidio, pulizia etnica e miramenti sistematici ai civili dominano il discorso internazionale. Ogni visita di alto livello erode le narrazioni di isolamento. In secondo luogo, riflette le priorità strategiche a lungo termine dell’India: diversificazione delle partnership per la difesa, progresso tecnologico e posizionamento regionale in un mondo multipolare. Israele offre tecnologie militari avanzate e cooperazione nell’intelligence a cui Nuova Delhi tiene molto. In terzo luogo, la visita mette in luce la fragilità della diplomazia “equilibrata”. Mentre l’India continua a sostenere teoricamente una soluzione a due stati, il suo allineamento materiale racconta un’altra storia. I trasferimenti di armi, le joint venture e le raccomandazioni di alto profilo durante la guerra pesano più delle dichiarazioni accuratamente elaborate alle Nazioni Unite. Per i palestinesi, il messaggio è sobrio. Le grandi potenze possono condannare l’espansione degli insediamenti in linea di principio, ma le partnership strutturali che rafforzano il dominio militare e tecnologico di Israele rimangono intatte. Infine, il contesto regionale non può essere ignorato. Con l’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, Israele è desideroso di consolidare alleanze oltre Washington. L’abbraccio dell’India segnala che Tel Aviv mantiene potenti amici in Asia, anche mentre l’opinione pubblica europea cambia. In questo contesto, i diritti palestinesi rischiano di diventare pedine di scambio in calcoli geopolitici più ampi. https://x.com/QudsNen?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E2026702871685743012%7Ctwgr%5E9fde2faaf1466e250426e4354918c9514065b28a%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.palestinechronicle.com%2Fmodi-in-israel-strategic-partnership-or-complicity-in-genocide-analysis%2F https://www.palestinechronicle.com/modi-in-israel-strategic-partnership-or-complicity-in-genocide-analysis/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 1, 2026
Assopace Palestina
trigger point 26-02-26
TRACKLIST LINTD – gone too soon DJ DEATHDEFY – master of reality MB93 – EPISTROPHY Slikback – ALONE Pol Cartier – chasm John T. Gast – Going In Klpflrtpr – Gaman LINTD – I’m not sure DJ DEATHDEFY – Be There For You P3RY – RAGE CONNOISSEUR P3RY – ADRENALINE feat. B4MBA Gargantuan Grief – (W)hole Gargantuan Grief – Great Fall, Cutting Edge Sadness Saint Ludo ft. Kasst 8 – Subliminals Brodinski – battle royale Brodinski – inspire Bone Abduction – Known Only from Teeth and Bits NO-REQ – SPAWNTRAP  
Con lo sguardo di un colonizzato
VIVERE PER MOLTI ANNI IN DIVERSI PAESI DELL’AFRICA OCCIDENTALE, SOPRATTUTTO IN NIGER, COSTRINGE E CAMBIARE SGUARDO SUL MONDO E SUI PROCESSI MIGRATORI. DI CERTO, SCRIVE MAURO ARMANINO, OGGI SEMBRA DEL TUTTO IRRILEVANTE, AI CAPI DI STATO AFRICANI RECENTEMENTE RIUNITI AD ADDIS ABEBA PER L’ASSEMBLEA DEI CAPI DI STATO E DI GOVERNO DELL’UNIONE AFRICANA, CHE MIGLIAIA DI GIOVANI, DONNE E BAMBINI CONTINUINO A VOLER FUGGIRE DAL CONTINENTE AFRICANO. “LO AMMETTO. SONO STATO COLONIZZATO, FORSE NON ABBASTANZA, DALL’AFRICA OCCIDENTALE E IN PARTICOLARE DAL SAHEL…. CHE I POVERI PRENDANO LA PAROLA E DANZINO L’AVVENUTA LIBERAZIONE DA OGNI PAURA…” unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme a un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni Settanta, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città. Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di “professione”, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni Novanta. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivò in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti. Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di “colonizzazione africana” si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza “anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo”. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza a una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente. Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventare una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema. Ad esempio sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba (Assemblea dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana), che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nel deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I “Black Wagner” dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta. Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel, quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui “golpe” istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una “presidenza a vita”. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori. Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto “islamico”. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste a una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il “politicamente corretto” che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani subsahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa “bianca” è diversa. Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzioni. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Con lo sguardo di un colonizzato proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
CONTRO I LICENZIAMENTI ALLA PERONI A ROMA.
Gli operai PERONI E SDA non mollano !!! Ottava giornata di mobilitazione da parte dei lavoratori che per anni hanno prestato servizio all’ interno della Peroni di Roma e che ora, a causa di una procedura di licenziamento attivata dall’ azienda fornitrice Masterjobs, sono a rischio licenziamento. Momenti di tensione quando un tir ha provato ad investire i lavoratori in sciopero, per cui uno degli operai, ha dovuto richiedere l’ intervento dell’ ambulanza. Da stamattina al loro fianco decine di lavoratori anche di altri magazzini come quelli Sda del Lazio , anch’essi in sciopero dall’ alba per 4 corrieri del bancario Sda della filiale di Roma 1 licenziati . In dietro non si lascia nessuno! Come ci hanno insegnato i lavoratori della logistica in questi anni: SOLO LA LOTTA PAGA ! Avanti si cobas! Sì cobas nazionale. L'articolo CONTRO I LICENZIAMENTI ALLA PERONI A ROMA. proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.