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La “zampata” della Ue con l’accordo sul Mercosur
Il 16 gennaio scorso è stato firmato ad Asuncion, in Paraguay, l‘Accordo di partenariato tra Unione europea e Mercosur. Ma oggi al Parlamento europeo di Strasburgo si voterà su due mozioni che chiedono entrambe un rinvio dell’accordo dinanzi alla Corte europea di Giustizia per valutarne la validità giuridica. La prima mozione […] L'articolo La “zampata” della Ue con l’accordo sul Mercosur su Contropiano.
Davos. Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”
Come ogni anno, il Davos Economic Forum si apre con il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze economiche. E quest’anno il titolo appare quasi come un programma politico, più che un’analisi delle ricchezze private: “Resisting the Rule of the Rich. Defending Freedom Against Billionaire Power“, ovvero “Resistere il dominio dei ricchi. Difendere […] L'articolo Davos. Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari” su Contropiano.
Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud
Un sistema sanitario che cresce sulla carta, e che invece nella realtà fatica a garantire i servizi essenziali e a colmare le storiche fratture tra Nord e Sud del paese. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali, […] L'articolo Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud su Contropiano.
Centinaia di persone protestano a Davos prima della visita di Trump
Centinaia di persone hanno protestato a Davos prima della visita del presidente Trump al Forum Economico Mondiale, un incontro annuale delle élite economiche globali. La protesta arriva dopo che lunedì Oxfam ha pubblicato un rapporto in cui avverte che la ricchezza collettiva dei miliardari ha raggiunto la cifra record di 18,3 trilioni di dollari e che lo scorso anno il numero totale di miliardari ha superato per la prima volta nella storia i 3.000. Oxfam riferisce inoltre che i Paesi con un alto livello di disuguaglianza sono sette volte più esposti al rischio di erosione dello Stato di diritto e di brogli elettorali. “La vera storia riguarda anche il fatto che questi miliardari non si accontentano di essere super ricchi. Ora stanno comprando il potere politico, stanno comprando le elezioni, stanno comprando i media. E quello che alla fine si vede è l’ascesa dell’oligarchia. Questi pochi miliardari controllano la politica, le politiche e le narrazioni” ha dichiarato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam.   Democracy Now!
Socialismo o barbarie
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo ricchezza, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno con l’epoca dei Faraoni. Poche migliaia di super ricchi hanno accumulato 18600 miliardi di dollari, quasi raddoppiando il proprio patrimonio negli ultimi cinque anni. Nello stesso tempo la povertà globale non si è ridotta di nulla, metà della popolazione globale, cioè 4 miliardi di persone, vive in condizioni di povertà e tra questi quasi 2 miliardi non hanno neppure un’alimentazione sufficiente. Lo stesso sta avvenendo in Italia. I 79 miliardari del nostro paese hanno accumulato in un anno 54 miliardi in più sui loro patrimoni, che ora assommano a 307 miliardi. Ognuno dei nostri super ricchi vale come 250000 poveri, in Italia il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza del paese, al restante 90% tocca ciò che rimane. Dal momento che i ritmi di crescita dell’economia italiana e globale sono molto inferiori a quelli della concentrazione e della accumulazione della ricchezza in poche famiglie, queste ultime accrescono il proprio patrimonio a spese dirette della maggioranza della popolazione. È la redistribuzione della ricchezza a rovescio, dai poveri verso i ricchi; un esproprio continuo ai danni della maggioranza dell’umanità che rischia di consolidarsi con il privilegio ereditario. Secondo Oxfam infatti nei prossimi anni 2500 miliardi di dollari, quasi il PIL annuale dell’Italia, passeranno dai ricconi del mondo a figli e nipoti. Alla faccia della ideologia del merito. Questa colossale accumulazione di ingiustizia sociale è frutto di decenni di politiche economiche neoliberali, amministrate per decenni da una sinistra “riformista” come quella di Toni Blair, oggi non a caso inserito nella cupola neo coloniale di Donald Trump. Ora questa mostruosa concentrazione di ricchezza diventa accentramento di potere. Le istituzioni, l’informazione, l’opinione pubblica, le basi stesse della democrazia, non possono restare indipendenti da questo strapotere dei soldi. E infatti stanno crollando sotto il dominio dei super ricchi. Oxfam pubblica anche un calcolo matematico nel quale più cresce l’indice di Gini, che misura l’iniquità sociale, più aumenta la percentuale di autoritarismo nella società. Se a tutto questo aggiungiamo il riarmo e l’enorme aumento delle spese militari, a danno di quelle sociali, allora diventa ancor più chiaro che siamo dentro un sistema che marcia verso il disastro. La propaganda occidentale, che descrive il mondo come diviso tra democrazia e autoritarismo, è falsa e fuorviante, alimenta economia di guerra e guerra e porta acqua al mulino di Trump e compagnia. Le democrazie liberali sono oggi travolte dalla destra reazionaria e fascista proprio perché non sono in grado di metterne in discussione le basi economiche. Senza colpire la concentrazione della ricchezza, senza un modello economico e sociale alternativo a quello del capitalismo liberale, non c’è futuro per la democrazia. La prima frattura mondiale è quella tra ricchi e poveri, tra potere dei soldi ed eguaglianza sociale, e ogni politica liberale è condannata all’impotenza o alla complicità di fronte all’ingiustizia dilagante. Nel passato il capitalismo è stato costretto a fermare la sua corsa distruttiva solo quando ha avuto di fronte il socialismo. È il socialismo, cioè la proprietà e il controllo pubblici di una economia fondata su eguaglianza giustizia climatica e pace, è il socialismo che deve tornare in campo. Oggi più che mai l’alternativa è socialismo o barbarie. Giorgio Cremaschi Redazione Italia
Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica
Pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, il rapporto di OXFAM mostra che in un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche e in Italia, il Paese delle fortune invertite, la disuguaglianza corre più veloce che mai e insidia la democrazia. Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il report evidenzia che la concentrazione di ricchezza aumenta, conseguenza di scelte politiche che da anni alimentano le rendite di posizione, mentre le opportunità si restringono, i divari economici si acuiscono e le fratture sociali si fanno sempre più profonde. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18˙300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il PIL dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema. Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale, sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa e quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà: 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare. OXFAM denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico, che gli individui più ricchi esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica di cui, invece, anziché pochi privilegiati, dovrebbe beneficiare l’intera collettività: > Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: > corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso > di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. > Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità > morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene > relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di > prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza > rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce > all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un > insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di > “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione > individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva > territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) > che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in > espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in > cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di > esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più > facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti > percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento > sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o > estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di > attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante > involuzione democratica. In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite. Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero. Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024). Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2˙000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. La dinamica rischia di consolidare il carattere ereditocratico della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2˙500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita. L’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici. È del tutto assente, invece, la lotta alla povertà, sottolinea Mikhail Maslennikov, Policy advisor su giustizia economica di OXFAM: > Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, > il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel > contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da > parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a > tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie > eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. > L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha > ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è > oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul > fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più > volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con > risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale > rilancio di politiche organiche sull’abitare.   Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia Giovanni Caprio
Dialogo Caracas-Washington risultato della Diplomazia Bolivariana di Pace, Rodriguez: “Il popolo venezuelano rimanga unito”
Rodriguez: “Non abbiamo paura di dialogare con gli USA” La Presidente vicaria (facente funzioni) del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito venerdì 16 gennaio che il suo Paese non ha paura di stabilire “relazioni” bilaterali con gli Stati Uniti, perché, nonostante siano state segnate da difficoltà nel corso della loro esistenza, si tratta di legami “storici”.  “Non abbiamo paura di stabilire relazioni con un Paese di questo emisfero, con gli Stati Uniti. Si tratta di relazioni storiche, mantenute persino dal nostro liberatore Simón Bolívar. Sono relazioni storiche, che hanno indubbiamente subito battute d’arresto, credo dovute alla scarsa comprensione da parte della [Casa Bianca] della realtà politica, economica e sociale del Venezuela” – ha affermato la Presidente durante un incontro con i membri del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Alla vigilia dell’incontro con gli USA, ha affermato che le autorità venezuelane sono consapevoli che gli Stati Uniti “sono molto potenti, una potenza nucleare letale”, ma nonostante questa differenza di potere, Caracas è convinto che sia possibile negoziare su un piano di parità.  Delcy Rodríguez (a sinistra) saluta il Ministro dell’Industria e della Produzione Nazionale del Venezuela, Alex Saab. Caracas, 16 gennaio 2026. Ufficio stampa presidenziale venezuelano “Abbiamo visto il loro operato nella storia dell’umanità. Lo sappiamo. E  non abbiamo paura di affrontarlo diplomaticamente, attraverso il dialogo politico, come è opportuno, e  di risolvere una volta per tutte questa contraddizione storica “ – ha sostenuto, riferendosi al contrasto tra, da un lato, la Dottrina Monroe (e la attuale e vergognosa Dottrina Rubio, in violazione con il diritto internazionale) difesa dal Paese nordamericano e, dall’altro il bolivarismo venezuelano e la Diplomazia Bolivariana di Pace. Dialogo Caracas – Washington su energia, commercio e cooperazione economica, ma al servizio del popolo venezuelano Sebbene si debba ammettere che da 18 trimestri consecutivi il Venezuela, guidato dal governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro fosse in crescita economica – diventando il primo Paese in crescita in Sudamerica nel 2025 – e che la Legge di Bilancio 2026 (presentata dalla stessa Delcy Rodriguez, in qualità di vicepresidente) aveva già previsto un futuro investimento del 77,8% del bilancio in piani sociali, l’aggressione USA del 3 gennaio ha scombussolato i piani del governo bolivariano.  Rodríguez, garantendo la continuità con il governo Maduro, soprattutto per quanto riguarda il Programma di Ripresa Economica del 2018, ha dichiarato: “Ratifichiamo pienamente il programma di ripresa economica , prosperità e crescita presentato al Paese dal Presidente Nicolás Maduro nel 2018, che ci ha permesso di essere dove siamo; che ha permesso all’economia venezuelana di essere un’economia leader nella crescita in America Latina”. Con l’avvio degli attuali dialoghi con gli USA, Rodriguez ha rivelato al pubblico che Caracas e Washington stanno “affrontando questioni di energia, commercio e cooperazione economica in vari modi”, sebbene abbia sottolineato che “questa agenda economica deve essere al servizio del popolo venezuelano”, in conformità con le linee guida definite dal presidente Nicolás Maduro.    Delcy Rodríguez saluta un membro del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Caracas, 16 gennaio 2026.Ufficio stampa presidenziale venezuelano Il modello, ha spiegato, si basa sulla produzione nazionale di cibo, manufatti, medicinali e altri beni strategici, attraverso un’alleanza tra il settore pubblico e gli enti privati. Ha inoltre riferito che sono stati implementati programmi di assistenza sociale, sottolineandone l’importanza nel fornire  supporto psicologico e alimentare alla popolazione di fronte all’impatto dell’attacco di Washington (2). In questo modo, ha sostenuto, ci si aspetta che “i nuovi investimenti che potrebbero arrivare nel Paese saranno volti a potenziare i processi produttivi nazionali attorno a ciò che si produce in Venezuela “, perché questa espressione di sovranità ha permesso “di superare le gravi condizioni generate dal blocco criminale” degli Stati Uniti.  Quest’anno si prevedono maggiori risultati, investimenti e benessere per il popolo venezuelano, ha assicurato la presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, attraverso i suoi social media: “Nel 2025, la nostra industria degli idrocarburi e i 14 motori dell’economia hanno registrato una performance straordinaria e quest’anno si prevedono risultati, investimenti e benessere ancora maggiori per la nostra gente”. Ha inoltre sottolineato che, dopo il Primo Consiglio Nazionale dell’Economia Produttiva del 2026 (3), ha ascoltato attentamente i rappresentanti dei vari settori produttivi del Paese e che questi hanno presentato la tabella di marcia che guiderà il cammino di crescita economica a beneficio dei venezuelani. Ogni centesimo ricevuto e investito dai fondi sovrani verrà reso noto Per quanto riguarda i ricavi che il Paese otterrà dalla vendita del suo petrolio greggio, Rodriguez ha sottolineato che saranno destinati a “due fondi sovrani”, uno destinato a “migliorare il reddito dei lavoratori “ e un altro a migliorare le infrastrutture e i servizi.  La presidente vicaria ha ribadito che i due fondi sociali sovrani, recentemente annunciati, avranno lo scopo di “equilibrare le disuguaglianze”. Lo ha annunciato sabato durante una giornata di assistenza completa nell’agglomerato urbano di Ciudad Tiuna, i cui spazi sono stati colpiti dall’attacco militare perpetrato dagli Stati Uniti (USA) contro il Venezuela. “Abbiamo creato due fondi sociali. Questa settimana lavoreremo con il Consiglio dei Ministri dell’Economia e il Consiglio dei Servizi Pubblici. Il primo fondo sovrano sarà destinato alla protezione sociale; qualsiasi reddito derivante dalla produzione di petrolio e gas andrà direttamente a sostenere il reddito dei nostri lavoratori, i programmi sanitari, la sicurezza alimentare, l’istruzione e l’edilizia abitativa. Il secondo fondo sovrano sarà destinato ai servizi pubblici, alle infrastrutture, all’acqua, al gas, all’elettricità e alle strade” – ha sottolineato, sottolineando anche che il governo nazionale riferirà su ogni centesimo che entra e viene investito dai due fondi sovrani. “Quello che vogliamo è che queste valute estere siano destinate allo sviluppo economico e sociale del Venezuela attraverso la creazione dei fondi sovrani che ho annunciato ieri […]. Le entrate petrolifere devono essere per tutto il Venezuela e per tutto il popolo venezuelano , in tutte le sue circostanze” – ha sottolineato .  A sostegno della sua tesi, ha spiegato che un aumento del reddito dei lavoratori ha un impatto positivo sui consumi – e quindi sui settori industriale e commerciale – mentre la rivitalizzazione economica consentirà “la sostituzione strategica delle importazioni” e l’aumento delle casse pubbliche attraverso la “riscossione delle imposte”, nell’interesse di “colmare i divari fiscali”.  “Nessuno impazzisca qui , perché il piano di diversificazione della nostra economia lontano dalle entrate petrolifere deve proseguire, e questo Consiglio economico nazionale deve diventare il motore affinché le piattaforme industriali abbiano accesso al credito, affinché i settori economici abbiano accesso al credito, affinché i comuni, attraverso consultazioni popolari, abbiano la garanzia di un sostegno finanziario per gli imprenditori […], affinché il credito diventi un motore dell’apparato produttivo del Venezuela” – ha aggiunto.  Il popolo venezuelano rimanga unito contro l’estremismo golpista Sabato 17 gennaio 2026, la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha esortato i venezuelani a restare uniti, sottolineando che “l’estremismo sta lavorando” per dividere il popolo venezuelano. “L’appello è a restare uniti. Il nemico è all’opera, sia il nemico esterno che l’estremismo interno; stanno lavorando per dividere il nostro popolo, e la migliore risposta è la calma, la pazienza e la prudenza strategica ” – ha affermato durante una visita alla comune di Heroínas de la Patria a Fuerte Tiuna, uno dei quartieri colpiti dall’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026, culminata nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores (1). Rodríguez ha affermato che il Paese sudamericano è la “terra dei liberatori” e ha quindi esortato “il popolo di Simón Bolívar a continuare a fornire esempi storici di superamento delle difficoltà “. “Che nulla ci abbatta, nulla ci sconfigga e che quello spirito, lo spirito di Bolívar, che era uno spirito vittorioso e indistruttibile, sia lo spirito del Venezuela di oggi”, ha aggiunto. La presidente ad interim ha ribadito il suo appello, chiedendo il rilascio di Maduro e Flores. “È la volontà del popolo venezuelano: che il presidente Maduro torni, che la primera combatiente torni” – ha affermato. La centralità della Diplomazia Bolivariana di Pace nel dialogo Fin da subito, il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha uno scopo, da parte del sistema mediatico occidentale e del suo establishment: frammentare ancora di più il movimento in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana facendo leva su uno scetticismo emotivo e non ragionato. Rodriguez è sostenuta dalla base chavista ed è sostenuta dal 91% dei venezuelani godendo di stima, oltre che di territorialità, cosa di cui pochi capi di stato godono. Come ha ribadito recentemente Rodriguez, la Diplomazia Bolivariana di Pace – ossia la “filosofia del dialogo” con chiunque – è parte delle grandi innovazioni umanistiche della Rivoluzione Bolivariana che ha segnato una svolta in politica estera rispetto ai governi pre-chavisti in Venezuale, oltre che ha segnare un esempio per chiunque in ambito esterno uscendo dalle logiche dell’unilateralismo ed aprendo al multipolarismo. Lo strumento diplomatico usato come prevenzione esclusiva ai conflitti militari, diplomatici, economici e geopolitici. Questo è lo strumento che è applicato ora dal governo bolivariano nel dialogo con Washington. Diosdado Cabello Rondón, segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il 13 ottobre 2025 ha espresso la sua posizione quando era stato consultato in merito alla convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite promossa dal Paese nei giorni precedenti. Cabello aveva sottolineato che “il Venezuela utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo. Il Venezuela si è sempre caratterizzato, durante la rivoluzione, per avere una diplomazia di pace”, e ha esortato le persone a ricordare “come i diplomatici venezuelani sono stati utilizzati in passato, ad esempio in El Salvador, dove gli squadroni della morte sono stati creati dall’ambasciata venezuelana”. Ha ricordato: “Quando Luis Herrera Campins era presidente, negli anni ’70 e ’80 c’erano gli squadroni della morte; persone che non avevano scrupoli di alcun tipo e usavano il corpo diplomatico per creare squadroni della morte insieme alla CIA, per assassinare figure religiose, leader popolari e leader sindacali. Con il Comandante Chávez siamo entrati in una nuova fase; prima di non ingerenza, ma anche di una diplomazia di pace, dove il nostro attuale presidente Nicolás Maduro ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri per sette anni. È una scuola. Abbiamo presentato il nostro Paese come una forza di pace davanti a tutti gli organismi competenti” – ha concluso. Oggi, più che mai, il governo bolivariano guidato dalla Presidente vicaria Delcy Rodriguez è questo: governare dialogando in pace per la pace senza dimenticare la sovranità del proprio Paese e il diritto all’autodeterminazione dei popoli.   (1) Con il pretesto di combattere il narcoterrorismo, il 3 gennaio gli Stati Uniti  hanno lanciato  una massiccia aggressione militare in territorio venezuelano (1), colpendo Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, che sono stati condotti a New York. Le aree prese di mira erano di interesse militare, ospitavano sistemi di difesa aerea e infrastrutture di comunicazione, sebbene anche le aree urbane siano state colpite e vi siano state vittime civili. Caracas ha descritto le azioni di Washington come una ” aggressione militare molto grave ” e  ha avvertito  che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. Molti Paesi in tutto il mondo, tra cui Russia e Cina,  hanno chiesto  il rilascio di Maduro e di sua moglie. (2) Il Ministero degli Esteri russo  ha sottolineato  che al Venezuela deve essere garantito il diritto di decidere autonomamente del proprio destino, senza alcuna ingerenza esterna. Secondo il Ministero degli Interni, della Giustizia e della Pace del Venezuela, nell’attacco  sono morte almeno 100 persone , tra cui 32 cubani appartenenti alla squadra di sicurezza che proteggeva Maduro. (3) incontro con i leader aziendali nazionali, pubblici e privati, per coordinare e promuovere gli investimenti nel Paese.   Fonti: https://actualidad.rt.com/actualidad/582571-delcy-rodriguez-no-tener-miedo-relaciones-eeuu https://actualidad.rt.com/actualidad/582706-extremismo-trabaja-delcy-rodriguez-llama-union   Lorenzo Poli
La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
L’insostenibile e ingiustificabile costo del carrello della spesa
Per l’ISTAT il tasso relativo al carrello della spesa ha conosciuto negli ultimi anni, tra il 2021 e il 2025, una crescita del 24%, superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo, pari al 17,3%. Una crescita “anomala” che ha portato l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ad avviare un’indagine conoscitiva sul ruolo svolto dalla grande distribuzione organizzata (GDO) nell’ambito della filiera agroalimentare. Anche perché, a fronte di questi aumenti dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini, che potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata. Ricordiamo che negli ultimi quarant’anni nel nostro Paese sono scomparse due aziende agricole su tre. Nell’ambito della filiera agro-alimentare, l’anello della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori – e di conseguenza della redditività delle attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo. In tale contesto, l’indagine dell’AGCM intende approfondire, tra l’altro, le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della GDO, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali); la richiesta ai fornitori, da parte delle catene distributive, di corrispettivi per l’acquisto dei servizi di vendita (come l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, ovvero il cosiddetto trade spending); il crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore (le cosiddette Private Label). I temi legati all’esercizio del potere di acquisto da parte delle catene distributive hanno un rilievo concorrenziale anche perché la gestione degli acquisti e della vendita dei servizi ai fornitori, come pure quella dell’approvvigionamento e del posizionamento dei prodotti Private Label, rappresentano un’importante leva strategica di competizione a valle tra gli operatori della GDO e incidono direttamente sulle dinamiche di formazione dei prezzi finali. L’Autorità ha avviato una consultazione pubblica sulle tematiche specificate in dettaglio nel provvedimento d’avvio dell’indagine: i soggetti interessati possono presentare contributi entro il 31 gennaio prossimo all’indirizzo e-mail IC58@agcm.it. (A questo link il provvedimento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato: https://www.agcm.it/dotcmsdoc/allegati-news/IC58_provv.%20avvio.pdf). “Questi dati, sottolinea la Federconsumatori, uniti a quelli sull’andamento dei redditi e sulle ulteriori ricadute in vista nel 2026 (il nostro Osservatorio prevede rincari di +672,60 euro annui a famiglia, dovuti anche all’impatto dell’incremento delle accise sul diesel per la distribuzione dei beni di largo consumo), dovrebbero allarmare il governo e spingerlo a intervenire concretamente, in maniera decisa e non con le solite misure spot, per sostenere il potere di acquisto delle famiglie. In caso contrario, queste ultime saranno costrette a ulteriori tagli e rinunce, con la crescita di disparità e disuguaglianze, anche in campo alimentare, e con effetti negativi sull’intero sistema economico.” Intanto, come si legge nell’“Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati” del Coordinamento statistico attuariale dell’Inps, le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici) sono cresciute nominalmente tra il 2014 e il 2024 del 14,7% mentre quelle dei lavoratori pubblici sono salite dell’11,7% con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. “Le dinamiche salariali in Italia, ha sottolineato il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Roberto Ghiselli, a differenza del contesto europeo, sono molto più basse e c’è una perdita di potere d’acquisto.” Se si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti. Intanto, le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini: la retribuzione media annua delle donne è circa il 70% di quella degli uomini. Per non parlare dei giovani, che fanno sempre più fatica ad assicurarsi salari dignitosi. All’inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’Università degli Studi di Messina il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nel considerare come negli anni più recenti circa un decimo dei giovani laureati italiani si sia trasferito all’estero, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza, ha sottolineato: “Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30%. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni”. Qui l’intervento del Governatore della Banca d’Italia: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2026/20260115-panetta/index.html Giovanni Caprio
L’economia cinese vola nonostante i dazi USA
Nonostante i dazi imposti da Donald Trump alla Cina e il conseguente calo delle esportazioni verso gli USA, l’economia del gigante asiatico ha registrato nel 2025 risultati record, contrariamente alle aspettative. Il surplus commerciale dell’anno appena trascorso, infatti, ha raggiunto la cifra eccezionale di 1.189 miliardi di dollari, con le esportazioni salite del 5,5% annuo e le importazioni stabili. Sebbene l’export verso gli USA sia diminuito a doppia cifra durante l’anno, il Dragone ha incrementato le spedizioni verso altri mercati, aumentando lo squilibrio commerciale con i principali partner, tra cui l’UE. Un risultato dovuto anche al successo della BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso progetto infrastrutturale per incrementare le connessioni commerciali e politiche, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Secondo He Yongqian, portavoce del Ministero del Commercio cinese (MOFCOM), infatti, gli scambi commerciali con i paesi partner della BRI rappresentano il 51,9% del totale. Solo nel mese di dicembre, il surplus commerciale di Pechino si è attestato a livello globale a 114,1 miliardi, con l’export a +6,6% e l’import a +5,7%. La portavoce del ministero del commercio cinese ha anche evidenziato che i partner commerciali della Cina sono aumentati: il Dragone, infatti, ha esteso le sue importazioni ed esportazioni a oltre 190 Paesi e regioni. Il funzionario cinese ha inoltre sottolineato che lo slancio innovativo nella nazione asiatica ha continuato a rafforzarsi: le esportazioni di prodotti meccanici ed elettronici sono cresciute del 9%, con una quota che ha superato per la prima volta il 60%. La competitività internazionale dei “prodotti verdi” e a basse emissioni di carbonio è migliorata notevolmente, mentre nuovi modelli di business come l’e-commerce transfrontaliero si stanno affermando rapidamente. I risultati dell’economia cinese sono il frutto di una strategia ben precisa formulata dal Partito comunista cinese , il quale intende fare del Dragone un Paese autosufficiente, capace di produrre tutto internamente in modo da ridurre al minimo ogni tipo di dipendenza dall’estero. A questo si aggiunge, come anticipato, l’estensione del commercio grazie alla BRI e all’instaurazione di buoni rapporti politici e commerciali con gran parte delle nazioni euroasiatiche. Grazie a un’economia pianificata e a un insieme di sussidi e agevolazioni, la Cina sta riuscendo nell’impresa di espandere la sua produzione interna, rendendola sempre più competitiva a livello globale. Questo quadro economico rischia di creare però anche un problema di sovrapproduzione, motivo per cui Pechino esporta sempre di più beni all’estero. In questo contesto, le esportazioni verso il sud-est asiatico sono cruciali, in quanto – secondo alcuni analisti – permetterebbero alla Cina di aggirare i dazi di Trump: nazioni come la Thailandia o il Vietnam sono usati, infatti, come Paesi intermedi dai quali le merci cinesi vengono poi spedite negli Stati Uniti. Non è un caso che, come riporta il Financial Times (FT), il surplus della Cina con la regione del sud-est asiatico sia stato di 245 miliardi di dollari per i primi 11 mesi del 2025, ben al di sopra dei 191 miliardi di dollari registrati per l’intero anno del 2024. Ma il sud-est asiatico non è l’unica regione verso cui il Dragone ha aumentato le sue esportazioni: altri mercati importanti sono l’Africa, l’UE e l’America latina. Nel dettaglio, il surplus con l’Africa relativo ai primi 11 mesi del 2025 è aumentato di 27 miliardi di dollari rispetto ai dati del 2024 per l’intero anno, guidato da Nigeria, Liberia ed Egitto. Il surplus con l’Ue, invece, è aumentato di quasi 20 miliardi e quello con l’America latina di 20 miliardi. Allo stesso tempo, il surplus commerciale con gli Stati Uniti è diminuito di oltre 100 miliardi nel 2025 rispetto al totale del 2024. Se, dunque, da un lato, i dazi di Trump hanno avuto effetto nel ridurre il deficit commerciale con Pechino, dall’altro, hanno contribuito a creare nuovi mercati spostando il polo commerciale verso il sud-est asiatico e incrementando gli scambi con Ue e America latina. Analizzando i settori da cui deriva maggiormente l’eccedenza commerciale, al primo posto troviamo quello automobilistico: in quest’ambito l’avanzo è aumentato di 22 miliardi di dollari nei primi 10 mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, portando il suo totale a 66 miliardi di dollari. Al secondo posto c’è la produzione di batterie, ambito nel quale il Dragone ha registrato un’eccedenza commerciale di 64 miliardi di dollari nel primi dieci mesi del 2025. Cosa che ha anche permesso un impulso ai veicoli elettrici a livello nazionale, trasformando i principali produttori di auto elettriche del paese come BYD in nomi conosciuti a livello mondiale. La rapida espansione del commercio cinese e la sua sovrapproduzione, unitamente ai prezzi competitivi di Pechino, stanno suscitando seria preoccupazione nei Paesi occidentali e da parte del FMI (Fondo monetario internazionale): a dicembre la direttrice del Fondo, Kristalina Georgieva, ha affermato che «Come seconda economia del mondo, la Cina è troppo grande per creare tanta crescita tramite le esportazioni, e continuare a dipendere da una crescita generata dalle esportazioni rischia di aumentare le tensioni commerciali globali». I Paesi occidentali, in particolare europei, non hanno ancora trovato una strategia commerciale efficace e continuano a dipendere eccessivamente dalle importazioni estere, senza sviluppare un piano economico interno per risollevare il crollo della produzione industriale. Da parte sua, la Cina ha dichiarato che intensificherà gli sforzi per promuovere lo sviluppo integrato del commercio e degli investimenti e per sviluppare nuovi motori di crescita anche nel 2026. Giorgia Audiello Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali. L'Indipendente