Source - Radio Onda d`Urto

NO TAV: NONOSTANTE LA REPRESSIONE DAL 30 LUGLIO AL 2 AGOSTO TORNANO LE TENDE ALLA PIANA DI SUSA
Restano in carcere i due giovani tedeschi fermati dopo la grande manifestazione in Valle di Susa a seguito delle proteste e del Festival di lotta No Tav svoltosi nel weekend. Tremila persone sono state raggiunge da identificazioni di massa e ondate di Daspo e altre misure durante la permanenza nella Valle che resiste. Ma la mobilitazione non si ferma. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. Ne parliamo con un compagno tra gli organizzatori del campeggio Ascolta o scarica  Di seguito il comunicato TENERE IL PUNTO. Sul campeggio di lotta di questo fine settimana. Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni espropriati della piana di Susa, le tende torneranno in valle per quattro giorni di lotta e autogestione, scambi e discussioni collettive. In un momento come questo, dopo l’importante giornata di lotta del 25 luglio, in una settimana in cui il mondo della politica e dell’opinionismo alza gli scudi a difesa del TAV e dei militari che la difendono, stiamo assistendo a uno spettacolo per quanto eccezionale, estremamente chiaro e normale. Una giornata di lotta da un lato, un tentativo di delegittimazione di chi resiste dall’altro. Questo è quello che accade da 30 anni in val di Susa, e non solo. Questo è quello che accade ogni qual volta il monopolio della violenza dello Stato viene, per un pomeriggio o un’intera nottata, messo in discussione. Non crediamo che in momenti come questi, siamo noi a dover aver paura…ma neanche pensiamo che un fatto vale l’altro. Un giusto equilibrio pensiamo sia importante da mantenere per guardare con coraggio e lucidità alle prossime settimane. Per tenere il punto. Vogliamo affrontare il campeggio di questo fine settimana come una delle tante iniziative di lotta che possiamo portare avanti, ma sappiamo che nulla è semplice, ma neanche impossibile. Facciamo appello alla solidarietà e invitiamo a tenere alta l’attenzione sulle prossime giornate. Giovedi 30, dalle 10 di mattina, invitiamo tutte e tutti a supportare il montaggio del campeggio nel presidio di Traduerivi. Non lasciamo nessuno solo di fronte la vigliaccheria dello Stato, chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia. Con il pensiero rivolto ai due compagni tedeschi nel carcere delle Vallette, fermati dopo la manifestazione del 25 luglio, diamo inizio alla settimana di lotta nella Piana di Susa. Tutte le info su franalapiana.org.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
VICENZA:IL BOCCIODROMO DIVENTA JUNA. AZIONARIATO POPOLARE PER L’ACQUISTO DEL NUOVO SPAZIO
Terminata l’occupazione dell’ex Baronio in viale Trento a Vicenza inizia ora una nuova fase. Tramite azionariato popolare è stato infatti acquistato un capannone dove ospitare concerti, una palestra popolare, laboratori, assemblee e attività culturali. Cambia anche la denominazione, con il nome ispirato alla partigiana vicentina, Luisa Urbani. Come annunciato dagli attivisti, il capannone è stato acquistato tramite azionariato popolare. Un acquisto collettivo che, come spiega il Bocciodromo in una nota, «non rappresenta una rottura, ma uno strumento diverso per rafforzare autonomia, radicamento e capacità di organizzazione». «Abbiamo acquistato collettivamente con un azionariato popolare e ribelle un capannone nella zona del “Mercato Nuovo” – si legge -. La scelta di un acquisto collettivo nasce dalla volontà di dare da un lato stabilità e continuità al percorso costruito in questi 15 anni di lotte e relazioni nel territorio e dall’altro rafforzare la capacità di incidere maggiormente in città». L’acquisto e la ristrutturazione del capannone saranno sostenuti da una grande campagna di azionariato “popolare e ribelle”. «Sarà una sfida collettiva che coinvolgerà tutta la città. Non chiediamo semplicemente un contributo economico: proponiamo di costruire insieme un bene comune, indipendente dalle logiche della rendita e del profitto, capace di durare nel tempo e di restare patrimonio collettivo di chi lo attraverserà ogni giorno». Il nome è ispirato dal nome di battaglia di una partigiana vicentina, Luisa Urbani, che a seguito della sua incarcerazione e successiva fuga si unì prima alla Brigata “Sette Comuni” e poi alla brigata Mameli della divisione “Garemi”, dove ebbe il ruolo di vice commissario e capo servizio stampa della brigata e guidò una squadra che la notte del 25 aprile 1945 liberò Caltrano. L’intervista con Eleonora dello spazio sociale Juna di Vicenza Ascolta o scarica 
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
APPELLO PER I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI IN ITALIA “PER ACCENDERE UN FARO SULLA LORO DETENZIONE”
Appello per i prigionieri palestinesi concordato tra le realtà organizzatrici della mobilitazione del 18 luglio davanti alle carceri insieme alle Associazioni palestinesi. “Per accendere un faro sulla loro detenzione”.  A Sassari intanto , sono gravissime le condizoni di Riyad Al-Bustanji detenuto nel carcere di Bancali dopo le fantasiose accuse di terrorismo emesse dai servizi segreti israeliani ai quali l’Italia ha fatto seguito. Si trova da diverse settimane in custodia cautelare: ma per il 60enne palestinese, che soffre di diverse patologie, sono sopraggiunte “frequenti crisi diabetiche senza ricevere tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione, come denunciato da attivisti e attiviste sardi per la Palestina, che ne chiedono la liberazione immediata per accertare il suo stato di salute. La presentazione con Elio del CS Vittoria di Milano Ascolta o scarica  Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Italia — Libertà per la Palestina Il 18 luglio scorso, su iniziativa di numerose associazioni, organizzazioni e reti di persone solidali, si sono svolti presìdi davanti a cinque carceri italiane – Terni, Sassari, Ferrara, Rossano Calabro, Melfi – con iniziative anche in altre città, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi lì detenuti: una detenzione ingiusta di per sé — non solo perché lo dicono le convenzioni ONU o il diritto internazionale, comunque dispositivi ideati da chi occupa e non da chi resiste, ma perché lo afferma la storia e la resistenza del popolo palestinese. Il fatto che questa detenzione costituisca una violazione anche per il diritto degli oppressori rivela quanto sia contraddittorio e ipocrita questo sistema di “democrazia” e “libertà” dell’Occidente. Chiediamo la fine della repressione messa in atto dai complici del genocidio sionista: la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici palestinesi, e la fine della politica di prepotenza e persecuzione nei confronti della comunità palestinese e di chi, in Italia, si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese. Quanto sta accadendo oggi solleva serie preoccupazioni riguardo a una deriva verso la criminalizzazione della solidarietà con la Palestina e la restrizione delle libertà pubbliche e della libertà di espressione. Al di là della specificità dei singoli casi, denunciamo come costante, in tutte le vicende giudiziarie riguardanti i prigionieri palestinesi, la pressione dei servizi segreti e dell’apparato repressivo sionista, capace di condizionare, attraverso solidi legami economici e commerciali, le scelte delle autorità politiche e giudiziarie italiane. Il Governo Meloni viola apertamente il diritto internazionale, venendo meno perfino alla finzione umanitaria con cui i Governi europei stanno provando a mascherare la loro complicità rispetto a quanto accade in Palestina. Mentre in seno al Parlamento europeo si moltiplicano le richieste di ritenere l’entità sionista responsabile di genocidio e delle gravi violazioni del diritto internazionale, il governo Meloni continua a confermarsi tra i governi più servili a “Israele” in Europa: fornisce copertura politica al governo Netanyahu e vota contro, o si oppone, alle iniziative volte a condannare l’occupazione sionista e a introdurre sanzioni e boicottaggio, in palese disprezzo verso il popolo palestinese e la sua autodeterminazione. Sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza, schierarsi al loro fianco contro l’occupazione, il colonialismo di insediamento, l’apartheid e lo sfollamento non è un crimine; al contrario, è una posizione legittima dal punto di vista politico, etico e legale. Il vero crimine è rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso, rendendosi complici di politiche di sterminio, fame e assedio insieme all’alleato sionista. È inaccettabile che i palestinesi vengano perseguitati o arrestati per aver sostenuto il proprio popolo, la propria causa e il proprio diritto ad autodeterminarsi; per le proprie opinioni politiche e posizioni pubbliche; o per ciò che pubblicano sui social media a condanna dell’occupazione e del genocidio portati avanti dai criminali sionisti. Nell’ambito delle politiche del governo Meloni, molte voci palestinesi e filopalestinesi vengono accolte con sospetto e pregiudizio, nell’intenzione di criminalizzare la Resistenza Palestinese e la solidarietà, con accuse volte a mettere a tacere il dissenso, in virtù di norme dall’impianto incostituzionale pensate ed adottate nel nome della cultura paranoica della “sicurezza”, come “il terrorismo della parola”. Lo Stato trasforma il sostegno politico e morale ai legittimi diritti del popolo palestinese in un crimine, etichettando i palestinesi e i loro sostenitori come terroristi semplicemente per aver difeso i propri diritti esistenziali: questo è il dato di fatto. Ed è contro questo che lottiamo: contro la cancellazione dell’agibilità politica per tutte e tutti, in difesa della Palestina e del popolo palestinese oggi, come della libertà e del diritto di esistere di tutti i popoli oppressi. È paradossale, e a tratti grottesco, che la parola “terrorismo” venga rovesciata contro chi resiste all’occupazione e usata proprio da chi il terrorismo lo pratica realmente: l’entità sionista e i suoi lacchè. L’incarcerazione di palestinesi per la loro identità nazionale, le loro attività di solidarietà o le loro posizioni politiche costituisce una grave violazione dei valori democratici di cui l’Italia continua a vantarsi, e crea un precedente grave che non farà che acuire il senso di ingiustizia, discriminazione e persecuzione. La repressione dei prigionieri politici palestinesi si consuma dentro carceri italiane le cui condizioni, in piena estate, sono insostenibili per l’intera popolazione detenuta: sovraffollamento, caldo soffocante, carenze igienico-sanitarie che confliggono con il rispetto della dignità umana. Denunciamo l’insostenibilità delle carceri, aggravata in questi mesi estivi, e la trascuratezza in cui giacciono da tempo le vicende giudiziarie dei prigionieri palestinesi, segnate da tensioni quotidiane, provocazioni finalizzate ad allungare i periodi detentivi, discriminazione e crescente isolamento. Denunciamo la situazione particolarmente disumana di Ryiad Albustanij che, nel carcere di massima sicurezza di Sassari, versa in precarie condizioni di salute purtroppo in peggioramento mentre, invece, viene ancora privato del diritto al pieno accesso alle cure sanitarie e del diritto alla comunicazione con la famiglia. Lanciamo un appello a tutte le associazioni e le realtà politiche e sociali solidali con la Palestina affinché portino in ogni spazio e in ogni dibattito la voce e la richiesta di libertà dei prigionieri palestinesi; partecipino, con una mobilitazione forte e dal basso, ai prossimi appuntamenti scanditi dall’iter processuale dei detenuti, per far sentire alta la nostra voce, e sostengano con iniziative autonome — presìdi, raccolte fondi per le famiglie, campagne di sensibilizzazione — che non dipendano dalla disponibilità delle istituzioni ad agire. Segnaliamo fin d’ora l’udienza di riesame per Mohammed Hannoun e Raed Dawoud, prevista per il 9 ottobre, e ci impegniamo a essere presenti anche alle udienze d’appello per Anan Yaeesh e Ahmed Salem. Chiediamo per questo un intervento da parte di senatori, deputati, amministratori di enti locali, autorità religiose e segretari di partito: una visita ai detenuti palestinesi, capace di dare visibilità mediatica alla loro condizione, con possibile organizzazione di eventi pubblici sui rispettivi territori e uscite sulla stampa, che rendano visibile l’ingiusta detenzione e le condizioni di detenzione per loro e per tutti; garantire ai familiari dei detenuti palestinesi il pieno diritto di visita, rimuovendo ogni ostacolo amministrativo o politico che limiti il mantenimento dei rapporti familiari, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona detenuta. I detenuti: Carcere di Terni: Mohammed Hannoun Carcere di Sassari: Riyad Albustanji, Abdelmuti Abunada Carcere di Ferrara: Raed Dawoud Carcere di Rossano Calabro: Yaser Elasaly, Ahmed Salem Carcere di Melfi: Anan Yaeesh Ribadiamo il nostro impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese e per la legittimità della sua resistenza, per la giustizia e la libertà. I tentativi di intimidazione e arresto non ci fermeranno: continueremo a sostenere il popolo palestinese e la sua legittima lotta per la libertà, la dignità e la fine dell’occupazione. Come associazioni e persone solidali, abbiamo sempre chiesto — e continuiamo a chiedere — la rottura del Memorandum d’intesa militare tra Italia e “Israele”, la fine di ogni accordo commerciale, finanziario e di ricerca tra enti, società, imprese e università italiane e l’entità sionista, così come la fine del Patto di associazione tra i paesi UE e”Israele”. Libertà per i prigionieri politici. Libertà per la Palestina Associazione Palestinesi in Italia, Coordinamento calabrese per la Palestina, Coordinamento ternano per la Palestina, Donne Palestinesi, Ferrara per la Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia, Milano per la Palestina, Rete per la Palestina di Basilicata, Sassari per la Palestina.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
TURCHIA: IL PARLAMENTO DISCUTE LA “LEGGE QUADRO” DEL PROCESSO DI PACE, IL CHP SI SPACCA IN DUE E NASCE “NUOVO PARTITO”. IL PUNTO CON MURAT CINAR
L’Assemblea nazionale della Turchia sta discutendo la “legge quadro” che dovrà fare da cornice giuridica alle iniziative che verranno intraprese dallo stato turco nell’ambito del processo di pace in corso da oltre un anno tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. L’esistenza di nuovi negoziati tra il governo turco e la guerriglia rivoluzionaria curda era stata annunciata il 27 febbraio 2025 dal leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, detenuto sull’isola-carcere di Imrali da 27 anni. Da allora, il movimento di liberazione curdo ha intrapreso alcuni passi per dimostrare la propria serietà: tra il 5 e il 7 maggio 2025, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha raccolto l’invito del proprio leader convocando un congresso straordinario nel corso del quale ha deciso di sciogliere le proprie strutture organizzative e abbandonare la lotta armata; l’11 luglio 2025, trenta guerriglieri e guerrigliere del Pkk sono scesi dalle montagne del nord Iraq e, vicino alla città curda di Sulaymaniyya, hanno bruciato le proprie armi per ribadire la propria opposizione alla guerra e rivendicare “pace, uguaglianza e democrazia”; il 27 ottobre 2025, la guerriglia ha abbandonato le proprie posizioni sulle montagne del Kurdistan all’interno dello stato turco riposizionandosi su quelle del Kurdistan iracheno. Da parte dello stato turco, però, non ci sono stati passi in avanti di questa portata. A livello pubblico il passaggio più significativo è stata la costituzione di una commissione ad hoc del parlamento turco – la Commissione parlamentare per la “Solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia” – i cui lavori hanno preparato il terreno per la legge quadro ora in discussione all’Assemblea nazionale. “Questa legge dovrebbe riguardare una serie di militanti del Pkk, probabilmente quelli che non hanno partecipato a combattimenti e non hanno grosse complicazioni giudiziarie in Turchia, che saranno reintrodotti nella società turca per dimostrare che lo stato fa un passo avanti”, spiega il giornalista Murat Cinar sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. “Alcune fonti giornalistiche sostengono che questa legge quadro sarà portata in parlamento prima della chiusura estiva, quindi tra pochissimi giorni, con l’intenzione di discuterla nel mese di settembre”, aggiunge Cinar. A questo proposito, il parlamento turco ha prorogato i propri lavori fino al 6 agosto. Mentre, secondo l’appello di Abdullah Öcalan, il processo di pace dovrebbe portare a una democratizzazione complessiva della società turca, nell’ultimo anno il regime turco di Erdogan ha spostato il mirino della repressione sul principale partito di opposizione, il Chp. Negli ultimi mesi sono stati numerosi i sindaci di questa forza politica sollevati dal proprio incarico e sostituiti dai cosiddetti “fiduciari” di Ankara, mentre diversi esponenti di primo piano del partito – come il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu – sono stati arrestati e si trovano tuttora in carcere. Non solo, i giudici di Ankara hanno anche deciso di annullare i risultati del congresso 2024 del Chp, invalidando l’elezione a segretario di Özgür Özel e disponendo il ritorno alla guida del partito di Kemal Kilicdaroglu, uscito sconfitto (seppure di poco e con i soliti dubbi sul regolare svolgimento del voto) dalle elezioni presidenziali 2023. Kilicdaroglu, però, non sembra intenzionato a convocare un nuovo congresso. Per questo Özgür Özel ha deciso di guidare una scissione e fondare un nuovo partito di opposizione… Il “Nuovo Partito” (YENİ Parti). 90 deputati del Chp lo hanno già seguito. “Il partito fondatore della Repubblica (il Chp), che tra l’altro è uno dei partiti più antichi del mondo tra quelli esistenti, rischia di diventare il terzo, quarto, forse quinto partito di opposizione. Forse non entrerà nemmeno in parlamento e dunque vive una fase di grande difficoltà”, commenta Murat Cinar. Di tutto questo parleremo alla Festa di Radio Onda d’Urto, a Brescia, lunedì 10 agosto 2026, all’interno del dibattito “Il processo di pace in Turchia: prospettive e aspettative” insieme al giornalista Murat Cinar (che co-organizza e modera l’incontro), a İdris Baluken, ex deputato del parlamento turco con l’HDP, Şerife Ceren Uysal, avvocata del Foro di Istanbul specializzata in diritti umani, e Rosida Koyoncu, giornalista, documentarista e attivista per i diritti delle persone LGBTQIA+ L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Murat Cinar, con il quale abbiamo fatto il punto sulla situazione politica in Turchia e presentato del dibattito del 10 agosto 2026 alla Festa di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
VALSUSA: ATTESA OGGI LA DECISIONE DEL GIP SUI DUE GIOVANI TEDESCHI FERMATI. AVV. VITALE: “SCHEDATURA DI MASSA”
“Oggi sapremo se verrà disposta la custodia in carcere o un’altra misura o se saranno messi in libertà i due giovani tedeschi arrestati dopo la manifestazione di sabato al cantiere della Tav.” L’avvocato Gianluca Vitale che li assiste  non può entrare nel merito delle accuse ma specifica che gli attivisti sono stati fermati “in quest’ambito di una attività di controllo che ritengo particolarmente problematica e criticabile – afferma il legale – perchè evidentemente c’è un problema, parliamo di centinaia e centinaia di identificazioni svolte anche con metodi non consentiti ovvero riprese video-fotografiche di tutte le persone e non solo registrazione delle generalità che lumeggiano un pericolo di profilazione di massa. Questo dovrebbe far riflettere tutti sulla legittimità di questo tipo di registrazione di dati che sostanzialmente diventa una schedatura di massa.“ L’avvocato Gianluca Vitale  Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
EX ILVA: GOVERNO PARALIZZATO DOPO LO STOP ALL’AREA A CALDO DI TARANTO. SINDACATI TRA SCIOPERI E ASSEMBLEE OPERAIE
L’ex Ilva ha ancora 89 giorni prima dallo stop dell’area a caldo di Taranto, come disposto dalla Corte d’Appello di Milano, che ha accolto la tesi dell’associazione “Genitori Tarantini” sui rischi conclamati per la salute di mezza città pugliese per le lavorazioni che avvengono nel vetusto stabilimento siderurgico. Nessuna ipotesi è sul piatto del Governo, con la testa sotto la sabbia, nel tentativo di svendere almeno l’area a freddo agli indiani di Jindal, mentre non è chiaro cosa accadrà a fine ottobre ai circa 20mila lavoratori e lavoratrici, tra diretti e indotto, coinvolti dalle lavorazioni siderurgiche, a Taranto ma non solo. Ieri oltre tre ore di confronto tra le parti a Palazzo Chigi, ma non è emerso nulla. Il governo ha rimandato alla costituzione di tavolo tecnico per qualsiasi decisione, non avendo in questo momento alcuna idea. I sindacati – confederali e Usb – hanno proclamato 8 ore di sciopero immediato in tutta Italia, con assemblee nelle fabbriche.Oltre a Taranto, dove c’è l’area caldo a rischio chiusura, si parla di Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Genova. Abbiamo sentito Armando Palombo, delegato rsu Fiom all’ex Ilva di Genova Cornigliano. Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
FONDO “SAFE”: PER IL RIARMO PRESTITI OGGI…DA PAGARE DOMANI. L’ITALIA “PRENOTA” 15 MILIARDI DI EURO.
E’ caos nel governo sull’utilizzo del Safe da 14,9 miliardi di euro, di “prestito” a tassi agevolati per investimenti in armamenti. Il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato di aver chiesto o meglio “prenotato” all’Unione Europea i miliardi. Una scelta che ha suscitato perplessità all’interno della maggioranza, in particolare nella Lega, che ha ricordato come si tratti comunque di nuovo debito e che l’ultima parola spetta al Parlamento. Il governo ha successivamente chiarito che non è ancora stata assunta alcuna decisione definitiva sull’utilizzo dei prestiti: la prenotazione delle risorse serve soltanto a mantenere aperta la possibilità di accedere ai fondi. Per la Commissione europea sarebbe “molto, molto positivo” se l’Italia utilizzasse i fondi Safe a disposizione interamente, per 14,9 mld di euro, anche perché ha presentato un piano molto “solido” sull’uso che intende fare di quelle risorse. A sottolinearlo il portavoce per la Difesa Thomas Regnier, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. Su Radio Onda d’Urto il parere di Raffaele Crocco,  di Atlanteguerre. Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
BOVEZZO (BRESCIA): FINO A DOMENICA 2 AGOSTO LA FESTA DI LIBERAZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
“Nostra patria è il mondo intero. Contro guerre, muri e razzismi” sono le parole d’ordine scelte per l’edizione 2026 della Festa di Liberazione, il tradizionale appuntamento a cavallo tra luglio e agosto organizzato dalla Federazione bresciana del Prc, Partito della Rifondazione Comunista. Fino a domenica 2 agosto, al parco urbano “2 Aprile” di Bovezzo ci sono stand gastronomici, banchetti, musica, dibattiti e molto altro. Il programma completo della Festa di Liberazione del Bresciano si trova cliccando qui. Su Radio Onda d’Urto l’intervista con Fiorenzo Bertocchi, segretario provinciale bresciano del Partito della Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica    
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
MILANO: 500 PERSONE IN CORTEO AL SAN RAFFAELE CONTRO IL LICENZIAMENTO PRETESTUOSO DI MARGHERITA NAPOLETANO
Terzo giorno di presidio davanti all’ospedale San Raffaele di Milano, dove con motivazioni più che pretestuose è stata licenziata Margherita Napoletano, lavoratrice, coordinatrice Rsu e delegata della Cub, da anni in prima linea contro la gestione di uno dei principali nosocomi sanitari privati italiani. Oggi, mercoledì 29 luglio 2026, assemblea contro il licenziamento di Margherita Napoletano e l’attacco sferrato contro il sindacalismo di base che sta lottando contro le logiche di privatizzazione e di profitto sempre più imperanti nell’ospedale. Oltre 500 persone presenti, partite poi in corteo spontaneo (qui un breve video) per l’immediato reintegro della Napoletano. La corrispondenza con Daniela Rottoli, della segreteria nazionale Cub Sanità, dal San Raffaele di Milano. Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
LEVANTE: LA GUERRA – IRAN MA NON SOLO – DALLA PROSPETTIVA CINESE.
La guerra – Iran ma non solo – dalla prospettiva cinese. Analizziamo la posizione di Pechino, i suoi rapporti con Teheran e il peso della sicurezza energetica, mentre sullo sfondo resta il tentativo della Repubblica Popolare Cinese di presentarsi come interlocutore diplomatico centrale in una crisi che minaccia dell’Asia Occidentale in primis ma più in generale quelli globali, soprattutto sul fronte delle catene del valore e della logistica commerciale, militare ed energetica. Di questo parliamo nella puntata di “Levante”, trasmissione di Radio Onda d’Urto dedicata all’Asia orientale, tra Cina e dintorni. Ospite il nostro collaboratore Dario Di Conzo, co-curatore di Levante, docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli e Francesco Betrò, corrispondente dell’agenzia di stampa Ansa da Pechino. La conversazione con Di Conzo e Betrò in “Levante”, andata in onda venerdì 24 luglio 2026. Ascolta o scarica
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
CISGIORDANIA OCCUPATA: “I COLONI NON SONO MELE MARCE, SEGUONO LA STRATEGIA DELLO STATO DI ISRAELE” IL PUNTO CON CHIARA CRUCIATI
La violenza dell’occupazione israeliana in Cisgiordania continua a intensificarsi, un aggressione che vede agire fianco a fianco esercito e coloni. Nelle ultime settimane sono aumentati gli attacchi contro villaggi e comunità palestinesi, soprattutto nell’area di Nablus e Ramallah: incendi di abitazioni e terreni, furti di bestiame, distruzione di cisterne d’acqua, pestaggi, rapimenti e uccisioni si accompagnano ai raid militari e alla moltiplicazione dei posti di blocco, che limitano sempre più la libertà di movimento della popolazione. A questo quadro si aggiungono le operazioni dell’esercito nei campi profughi della Cisgiordania: dopo Jenin, Tulkarem e Nur Shams, dove oltre 40 mila palestinesi restano sfollati in seguito alle operazioni militari israeliane, il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato nuovi piani per occupare e svuotare altri campi. La stessa logica si riflette anche su Gaza: nessun negoziato, ma solo violenza cieca e brutale, è quello di esercito occupante e coloni israeliani in Palestina. Nella Striscia di Gaza, rasa al suolo da 2 anni e 8 mesi di bombe israeliane, in 24 ore ammazzati 3 palestinesi e 14 feriti. Sono così almeno 73.333 le persone uccise nella Striscia dall’ottobre 2023. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il commento e l’analisi di Chiara Cruciati, vicedirettrice del quotidiano Il Manifesto. Ascolta o scarica.
July 28, 2026
Radio Onda d`Urto
RAVENNA: LE DOGANE NEGANO I DATI SUL TRAFFICO D’ARMI AL PORTO E SI APPELLANO AL CONSIGLIO DI STATO
I parlamentari del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ed Marco Croatti annunciano “un’interrogazione urgente. Chiediamo conto al governo della scelta inaccettabile dell’Agenzia delle Dogane di impugnare la sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna che aveva riconosciuto alla giornalista Linda Maggiori e all’avvocato Andrea Maestri l’accesso ai dati sui materiali d’armamento transitati da Ravenna e destinati a Israele. Nell’atto di appello l’Avvocatura dello Stato si spinge a definire la pubblicazione una minaccia alla sicurezza nazionale, arrivando a delegittimare l’inchiesta giornalistica con argomenti offensivi. Il Governo non può apporre il segreto sui traffici d’armi e calpestare il diritto dei cittadini a essere informati”, dicono Ascari e Croatti. Giovedì mattina, ore 11.30, presidio davanti alle Dogane con il Coordinamento popolare contro le armi nel porto di Ravenna. Linda Maggiori, giornalista freelance e del Coordinamento ravennate Ascolta o scarica  COMUNICATO Ravenna Porto d’Armi.Le Dogane continuano a negare i dati e si appellano al Consiglio di Stato Dopo la sentenza del Tar Emilia-Romagna (1 luglio 2026) che obbliga l’ufficio delle Dogane a rendere noti i dati sui traffici di armi dal porto di Ravenna, queste si sono rifiutate, e hanno fatto appello al Consiglio di Stato chiedendo la sospensiva dell’efficacia del provvedimento. La pervicacia delle Dogane nel negare i dati, se non fosse chiaro a tutti, dimostra che dal porto di Ravenna continuano a passare armi verso Israele e alleati. “Il dato quantitativo in merito al materiale bellico o ai componenti di armamenti partiti dal Porto di Ravenna nel 2025 è un dato importante, se non altro in quanto consente di comprendere quale sia la eventuale rilevanza militare complessiva del Porto di Ravenna e la sua strategicità nel dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione. (…) L’esecuzione della sentenza è idonea a compromettere in modo definitivo ed irreparabile la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari, nonché le relazioni internazionali dello Stato” spiega l’avvocatura dello Stato nell’appello. Insomma sembra che il porto di Ravenna da commerciale sia diventato un porto militare con segreti inconfessabili. E lo sarà sempre di più con la corsa al riarmo dell’ Europa e della Nato. Non a caso l’ambasciatore statunitense ha fatto una lunga e approfondita visita alla città, in compagnia del sindaco, appena una settimana fa, lodando l’incrollabile alleanza. Tra rigassificatore e armi, Ravenna è uno snodo cruciale per l’imperialismo. A breve, sarà una tappa del corridoio Imec, altro corridoio commerciale (e militare) che collega Europa, Israele, e India, fortemente voluto dagli Usa. Nell’appello al Consiglio di Stato, le Dogane fanno anche un duro e insensato attacco al giornalismo indipendente. Riferendosi alla giornalista Linda Maggiori, le Dogane sottolineano che “le reiterate richieste lungi dall’essere dirette a promuovere la partecipazione dei cittadini sembrano, di contro, volte unicamente al procacciamento, nell’esclusivo interesse della giornalista, di notizie che possano avere un forte impatto mediatico”. E infine: “gli interessi pubblici sottesi alla vicenda prevalgono sicuramente sugli interessi privati della odierna appellata che agisce non “de damno vitando”, ma “de lucro captando”. In parole povere, secondo le Dogane e l’avvocatura dello Stato l’interesse pubblico coincide con il facilitare e proteggere il traffico di armi, mentre gettare luce su questi traffici con articoli di stampa è un lucroso interesse privato da limitare. “Una posizione molto pesante che offende la professione del giornalismo, che non solo si occupa di fatti di interesse pubblico (come appunto il traffico di armi da porti civili) ma è esso stesso un servizio pubblico. Le Dogane hanno diritto a difendersi, se è questo ciò che vogliono, ma non hanno diritto a offendere, delegittimare, e squalificare i giornalisti che fanno il loro lavoro rispettando la legge e il codice deontologico dell’ordine: qui non si parla di gossip privati, ma di armi dirette a massacrare civili innocenti” commenta Linda Maggiori. “Abbiamo chiesto anche i dati del 2026, se non sono passate armi, perché non rendere noti i dati? Per quanto riguarda il lucro, poi, è quasi comico oltre che offensivo. Qui si parla di giornalisti precari, attivisti e avvocati pro bono. Pensiamo piuttosto a chi lucra sulla vendita delle armi”. Come Coordinamento contro le Armi crediamo che questa accusa non offenda solo il lavoro della giornalista, ma anche le centinaia di persone che a Ravenna hanno manifestato e le decine di migliaia di cittadini che hanno firmato la petizione alla Regione per chiedere lo stop alle armi ad Israele dal porto di Ravenna e l’istituzione di un Osservatorio per la trasparenza sul traffico di armi in generale. Secondo l’avvocato Andrea Maestri “tecnicamente l’appello non ha fondamento perché postula l’esenzione totale di un ente, le Dogane, dall’accesso generalizzato, per coprire segreto d’ufficio, interessi militari, relazioni internazionali, sicurezza nazionale. Confidiamo che, applicando la normativa vigente, il Consiglio di Stato non possa che confermare la sentenza di primo grado. Il Tar di Bologna ha già operato un bilanciamento tra dovere di trasparenza e interessi pubblici in potenziale conflitto con esso. Affermare che nessuna informazione, nemmeno quantitativa, su export e transiti di armi, può essere data sarebbe davvero troppo. Mi pare che vogliano dirci che col nostro ricorso e con la vittoria di primo grado abbiamo toccato i fili dell’alta tensione. Ma il diritto è dalla nostra parte, dalla parte della democrazia e della trasparenza, in un ambito in cui i cittadini hanno diritto di sapere se il nostro Paese ha continuato a fornire o a far transitare armi verso Israele, rendendosi complice del crimine dei crimini internazionali, il genocidio, oggetto di indagine da parte della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale. Senza trasparenza, con un potere blindato e inaccessibile l’opinione pubblica viene privata del diritto all’informazione, presupposto per l’esercizio concreto ed effettivo del diritto di partecipazione democratica” conclude l’avvocato. Come Coordinamento contro le armi nel porto di Ravenna faremo un presidio di protesta, sotto le Dogane, giovedì 30 luglio ore 11.30, via Darsena San Vitale n.48. Per dire che l’interesse pubblico non coincide con l’interesse del governo a mantenere legami militari con lo stato di Israele e i suoi alleati, che l’interesse pubblico è trasparenza e non complicità con i crimini di guerra. Che il giornalismo libero non è da limitare né da intimidire, che il porto di Ravenna non deve essere porto d’armi nè base militare, dove a lucrare sono i mercanti di armi, protetti dalla opacità. Chiediamo infine al sindaco Barattoni di fare lui stesso accesso agli atti alle Dogane, come primo cittadino. Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna
July 28, 2026
Radio Onda d`Urto