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Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso. Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna. […] L'articolo Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta su Contropiano.
June 13, 2026
Contropiano
Guerra all’Iran: gli USA bombardano mentre Netanyahu prepara il piano per la guerra permanente a Gaza e in Libano
Nella notte gli Stati Uniti hanno ricominciato a bombardare l’Iran utilizzando come casus belli l’abbattimento dell’aeroplano Apache di qualche giorno fa mentre sorvolava le acque di Hormuz. Secondo Washington la responsabilità è iraniana, dunque, ad aver fatto saltare il banco negoziale, su cui venivano riposte ben poche speranze da entrambe le parti. Sono stati colpiti quindi 20 siti iraniani nell’isola di Qeshm, nella città di Sirik e nel porto di Jask sul Golfo di Oman. Sono stati colpiti anche due serbatoi di acqua potabile tagliandone l’accesso a circa 20 mila persone. L’Iran ha contrattaccato colpendo basi americane nel Golfo in Barhain, Giordania e Kuwait. Il tutto avviene con Israele che continua a violare il “cessate il fuoco” in Libano e prepara l’IDF per una nuova offensiva su larga scala a Gaza, perpetuando violenze e massacri in Cisgiordania e lanciando annunci contro Hezbollah seguendo il copione narrativo già utilizzato contro Hamas. Che sia una opzione per rilanciare sulla sua vittoria alle prossime elezioni o per farle rimandare causa guerra aperta poco cambia, il punto è che l’interesse di Netanyahu continua ad essere quello di una guerra permanente per estendere il suo progetto coloniale e di occupazione, estrarre risorse e sgomberare il campo da altre opzioni politiche nella Regione. Così come la guerra all’Iran ha probabilmente seguito un corso non completamente prevedibile anche il Libano meridionale e la periferia Sud di Beirut confermano una resistenza sul territorio che non è scontata e non va sottovalutata anche da parte degli eserciti più potenti al mondo. Facciamo il punto con Eliana Riva, giornalista per Il Manifesto e PagineEsteri
Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele
La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”. Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di […] L'articolo Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
Cuba sotto assedio: il silenzio del mondo davanti al genocidio
Ci sono guerre che si combattono con i bombardieri, con i carri armati e con i missili. E poi ci sono guerre più subdole, meno appariscenti, spesso invisibili ai grandi mezzi di comunicazione, ma non per questo meno devastanti. La guerra economica che gli Stati Uniti conducono contro Cuba da […] L'articolo Cuba sotto assedio: il silenzio del mondo davanti al genocidio su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
L’invasione del Libano non è “un pasto gratis” per Israele
L’invasione del Libano comincia a presentare un alto costo per Israele L’esercito israeliano ha confermato che altri due soldati sono stati uccisi in combattimento nel sud del Libano, aggiungendosi ad un bilancio in aumento. Altri quattro erano stati uccisi domenica. Le morti arrivano mentre Washington ha avanzato alcune proposte per […] L'articolo L’invasione del Libano non è “un pasto gratis” per Israele su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
Libano. Il castello di Beaufort…Una memoria incancellabile
Ci siamo svegliati domenica con l’immagine della bandiera israeliana issata sul Castello di Beaufort, nel Libano meridionale, e la memoria palestinese è stata trasportata indietro a uno dei suoi momenti più dolorosi e al tempo stesso più orgogliosi. Questo castello non è mai stato semplicemente un luogo geografico o un […] L'articolo Libano. Il castello di Beaufort…Una memoria incancellabile su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
Israele pratica la guerra totale in Libano. Beaufort un simbolo da cancellare
Nella guerra totale scatenata contro il Libano truppe israeliane hanno distrutto e conquistato il castello di Beaufort, e la cresta strategica che lo circonda nel sud del paese. E’ un aspetto dell’invasione israeliana del Libano dal forte sapore simbolico. La conquista di un castello medievale dei crociati da un lato vuole marcare […] L'articolo Israele pratica la guerra totale in Libano. Beaufort un simbolo da cancellare su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
Ancora sulla parata militare del 2 giugno
 Ci sembrano incompatibili la parata militare, che è ostentazione della forza distruttiva delle armi, e l’articolo 11 della Costituzione: la Repubblica è davanti alla scelta tra riarmo e pace (come già ribadito più volte: Verso il 2 giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale). Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Non un generico auspicio morale, ma una scelta storica e politica maturata dopo il fascismo, la catastrofe bellica e la devastazione prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. La tensione tra la rappresentazione militare della Repubblica e il dettato costituzionale non riguarda il rispetto dovuto alle Forze armate o alle istituzioni democratiche, ma il rischio che la guerra venga progressivamente normalizzata come destino inevitabile delle relazioni internazionali. In un tempo segnato dal riarmo globale, dall’aumento delle spese militari e dalla costruzione permanente del nemico, l’articolo 11 torna così ad assumere una centralità che travalica la dimensione giuridica per investire direttamente il terreno politico, culturale e antropologico della convivenza democratica, continua ad affermare con forza e convinzione anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. La formula secondo cui “l’Italia ripudia la guerra” non rappresenta soltanto una dichiarazione di principio nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, ma costituisce il tentativo più avanzato di inscrivere nella struttura costituzionale una diversa idea di civiltà politica. In essa si condensa l’esperienza storica dell’antifascismo, della Resistenza e della consapevolezza maturata dopo la devastazione materiale, etica e morale prodotta dai nazionalismi imperiali del Novecento. Le molteplici esperienze di opposizione alla guerra presenti nelle città e nelle province italiane testimoniano la persistenza di una memoria storica che non è ancora stata completamente neutralizzata dalla normalizzazione del militarismo contemporaneo. Dai movimenti contro la leva obbligatoria alle mobilitazioni contro le basi statunitensi e NATO, dalle campagne contro il riarmo alle pratiche di obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, emerge un tessuto diffuso di resistenza civile che spesso rimane frammentato, locale, privo di una sintesi politica complessiva. Eppure proprio in questa pluralità risiede una possibilità storica: trasformare le lotte parziali in un progetto collettivo capace di ridefinire il rapporto tra società, Stato e guerra. La guerra contemporanea non si presenta più soltanto come evento eccezionale o dichiarazione formale tra Stati sovrani. Essa permea l’intera organizzazione economica e culturale delle società avanzate. La conversione bellica dell’economia, l’aumento delle spese militari, la subordinazione della ricerca scientifica agli interessi strategici, la costruzione mediatica del nemico e l’espansione degli apparati securitari delineano una struttura permanente di mobilitazione. In questo contesto il militarismo non opera unicamente attraverso le armi, ma mediante la progressiva interiorizzazione dell’idea che la guerra costituisca un destino inevitabile delle relazioni umane. Il vero trionfo dell’ordine bellico consiste precisamente nel trasformare la guerra da scandalo storico a normalità psicologica. Per questa ragione l’attuazione dell’articolo 11 non può limitarsi a un richiamo morale o simbolico. Se la guerra tende a diventare struttura economica e culturale, allora anche la pace deve assumere una dimensione materiale e organizzativa. Difendere il ripudio della guerra significa interrogare i meccanismi produttivi che traggono profitto dal conflitto, le alleanze internazionali che subordinano la sovranità democratica a logiche geopolitiche, le forme di dipendenza ideologica che riducono il dissenso a marginalità. La pace, in questo senso, non coincide con l’assenza passiva di guerra, ma con la costruzione attiva di rapporti sociali alternativi alla competizione distruttiva imposta dal capitalismo globale. Le lotte territoriali contro le installazioni militari assumono allora un significato che va oltre la semplice opposizione locale. Esse diventano momenti di riappropriazione democratica dello spazio pubblico e della sovranità popolare. Il segreto che spesso circonda le basi militari e gli accordi strategici internazionali rappresenta infatti una sospensione implicita della democrazia: intere porzioni di territorio vengono sottratte al controllo delle comunità in nome di interessi superiori definiti altrove. In tale dinamica si manifesta una contraddizione profonda tra costituzionalismo democratico e integrazione militare globale. Analogamente, la questione dell’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro apre un problema filosofico e politico di grande rilievo. In una società in cui la produzione bellica si intreccia con numerosi settori industriali e tecnologici, il lavoratore rischia di diventare ingranaggio inconsapevole di processi distruttivi che non controlla. L’obiezione non riguarda quindi soltanto la sfera individuale della coscienza morale, ma investe il tema del controllo democratico sul lavoro e sulla finalità sociale della produzione. La domanda implicita è radicale: è possibile una democrazia autentica se i processi economici fondamentali rimangono subordinati alla logica della guerra? L’orizzonte che emerge da queste riflessioni non è quello di un pacifismo astratto o puramente testimoniale. Al contrario, si tratta di riconoscere che la guerra moderna è inseparabile dalle forme di dominio economico e politico che attraversano le società contemporanee. Di conseguenza, ogni movimento che voglia realmente attuare l’articolo 11 deve confrontarsi con il problema della trasformazione sociale complessiva. La pace non può essere ridotta a invocazione etica; deve diventare pratica politica organizzata, capacità di costruire alleanze popolari, progetto di democratizzazione radicale delle istituzioni e dell’economia. In questo senso il richiamo alla Resistenza assume un valore non retorico ma storico. La Resistenza italiana non fu soltanto lotta armata contro l’occupazione nazifascista; fu anche esperienza di autorganizzazione popolare, di solidarietà collettiva, di elaborazione di un nuovo modello di società fondato sulla dignità del lavoro e sulla partecipazione democratica. L’articolo 11 nasce precisamente da quella esperienza storica e ne conserva l’ambizione più profonda: impedire che la guerra possa nuovamente costituire il principio ordinatore della vita politica. Oggi, di fronte alla crisi dell’ordine internazionale e alla crescente militarizzazione delle democrazie occidentali, l’attuazione dell’articolo 11 rappresenta forse una delle ultime possibilità di restituire contenuto sostanziale alla sovranità popolare. Non come semplice difesa di un principio costituzionale isolato, ma come ricostruzione di una cultura politica capace di opporsi alla naturalizzazione della guerra. La vera posta in gioco non riguarda soltanto la politica estera, bensì l’idea stessa di umanità che si intende preservare nel XXI secolo.     Laura Tussi
May 30, 2026
Pressenza