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Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna
Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs. Il libro Porzûs […] L'articolo Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna su Contropiano.
July 30, 2026
Contropiano
Sicurezza o controllo? Il caso Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Un’analisi del tessuto socio-culturale del Pilastro per comprendere le radici della mobilitazione.   L’omicidio di Abderrahim Fakir avvenuto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento di polizia, ha scosso profondamente la città e aperto interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Un uomo, segnato da una doppia marginalità – tra condizione migrante e disagio psichico – è morto mentre veniva immobilizzato a terra dagli agenti; la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo diverse persone nel registro degli indagati. Senza entrare qui nel merito della gestione sanitaria del disagio psichico e delle pratiche di contenimento – tema che meriterebbe un approfondimento specifico – è necessario analizzare il contesto sociale e la storia del quartiere, che ha reagito in modo ampio e partecipato alla sua morte. Oggi, al Pilastro, si parla di forme di auto-organizzazione come video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, assistenza di prossimità e presidi territoriali informali. I video diffusi hanno rapidamente alimentato indignazione e proteste, con paragoni internazionali che evocano modelli di gestione repressiva come quelli attribuiti all’ICE negli Stati Uniti. Militarizzazione e protesta Il Pilastro è oggi il simbolo di una tensione più ampia. Già prima dell’omicidio, i comitati territoriali denunciavano una crescente militarizzazione del quartiere: aumento della presenza delle forze dell’ordine e un approccio securitario percepito come invasivo. Le tensioni degli ultimi mesi sono legate anche ai progetti di trasformazione urbana dell’area del parco Mitilini-Moneta-Stefanini, da tempo terreno di conflitto tra residenti e istituzioni. Dopo la morte di Fakir, la risposta della cittadinanza si è espressa in una grande mobilitazione popolare. Circa duemila persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere, chiedendo “verità e giustizia”. Nel frattempo, iniziative e manifestazioni si sono diffuse anche in altre città italiane. La marcia del Pilastro si è distinta per la sua composizione eterogenea: residenti storici, giovani, famiglie, associazioni locali, comitati cittadini e volontari. Un segnale chiaro: il quartiere rifiuta di essere ridotto a una narrazione di degrado e rivendica la propria complessità sociale e politica. Una lunga storia di conflitto e mediazione Per comprendere il presente del Pilastro è necessario tornare alle sue origini. Nato negli anni Sessanta come quartiere di edilizia popolare, è stato fin da subito segnato da isolamento urbano e carenza di servizi. In questo contesto nacque, nella seconda metà degli anni ’60, il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro, promosso da figure come Luigi Spina e Oscar De Paoli, con l’obiettivo di rispondere collettivamente alle condizioni di marginalità. Il Comitato ha storicamente combinato conflitto e dialogo. Le mobilitazioni si accompagnavano a un confronto costante con l’amministrazione comunale, allora guidata dal PCI, dando vita a un modello di partecipazione capace di incidere sulle politiche urbane. I risultati furono significativi. Tra il 1973 e il 1975, le proteste contro la speculazione edilizia portarono a modifiche decisive nella pianificazione urbanistica, tra cui la salvaguardia del cosiddetto “pratone”, oggi Parco Pier Paolo Pasolini. Anche episodi più radicali, come l’occupazione di via Frati nel 1971, rientravano in un ciclo di mobilitazione che alternava conflitto e negoziazione. Questa storia restituisce l’immagine di un quartiere capace di auto-organizzarsi e produrre cambiamento, costruendo nel tempo un’identità collettiva forte. Il Pilastro come laboratorio sociale Un altro elemento fondamentale è rappresentato dall’esperienza del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata, attivo nel quartiere a partire dal 1969. L’intervento evidenziò criticità profonde: sovraffollamento abitativo, isolamento sociale e carenza di servizi educativi. Gli studi condotti mostrarono come il disagio non fosse individuale ma strutturale, legato alle condizioni urbanistiche e sociali. Dopo poco tempo il progetto si interruppe per mancanza di continuità e fondi istituzionali, lasciando irrisolti molti bisogni della comunità. Analisi successive, tra cui ricerche socio-territoriali come RISMA, hanno confermato la persistenza di queste fragilità, sottolineando come l’assenza di politiche di lungo periodo abbia contribuito a consolidare dinamiche di marginalità. Sicurezza o controllo? Centrale è il significato stesso di “sicurezza”. La militarizzazione dei territori e l’intensificazione dei controlli rischia di accentuare la distanza tra istituzioni e cittadini e di alimentare un clima di conflitto permanente. Tutto questo si inserisce in un contesto nazionale segnato da un rafforzamento degli strumenti repressivi, come evidenziato dal dibattito attorno al “ddl sicurezza” e al cosiddetto “ddl antisemitismo”. Diversi osservatori – tra cui giuristi, associazioni per i diritti civili e organismi internazionali – hanno segnalato il rischio che un’estensione eccessiva di tali strumenti possa comprimere gli spazi democratici e la libertà di espressione, aumentare strumenti repressivi e intensificare il conflitto sociale. In questo quadro, la militarizzazione da mesi di un intero quartiere con problematiche sociali irrisolte da anni e l’aumento della violenza della polizia appare non solo insufficiente, ma controproducente. La storia insegna che l’inasprimento del controllo, se non accompagnato da ascolto e politiche sociali, tende ad alimentare la radicalizzazione e lo scontro tra gruppi sempre più contrapposti. Il rischio è quello di una spirale in cui il conflitto si intensifica anziché risolversi. Il Pilastro, invece, ha dimostrato nel tempo che partecipazione, investimento sociale e mediazione possono generare risultati più duraturi. La mobilitazione per Fakir si inserisce in questa tradizione: una richiesta di giustizia che non è solo giudiziaria, ma anche sociale e politica. Ignorare queste istanze e rispondere unicamente con strumenti repressivi significa esporsi a uno scenario prevedibile: l’aumento delle tensioni e, nel peggiore dei casi, delle vittime. Oltre la cronaca L’omicidio di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato. È la punta di un iceberg fatto di disuguaglianze urbane, politiche securitarie e fragilità sociali mai risolte. La marcia delle duemila persone al Pilastro indica che esiste una comunità viva, capace di reagire e di rivendicare diritti. Il futuro del Pilastro – e non solo di Bologna – dipenderà dalla capacità di trasformare questa crisi in un’occasione di ascolto e cambiamento. La scelta è aperta: continuare lungo la strada dell’emergenza e della militarizzazione, oppure investire in un progetto di città più giusto e inclusivo, capace di ascoltare le molteplici voci di comitati, volontari e realtà associative.   Fonti per approfondimento: La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-vicenda-di-fakir-ricorda-che-la-salute-mentale-e-soprattutto-una-questione-di-classe/ Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-pilastro-di-bologna-dalla-citofonata-di-salvini-alla-morte-di-fakir-storia-del-quartiere-popolare-e-dei-suoi-60-anni-tormentati/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/ Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/   Redazione Bologna
July 29, 2026
Pressenza
Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle […] L'articolo Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari su Contropiano.
July 29, 2026
Contropiano
4, 5, 6 Settembre – Dai monti ai piani partigian*
82 anni fa’ le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circol Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per * Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva * Rafforzare le radici dell’antifascismo * Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese >> appuntatevi la data >> programma definito a breve
July 28, 2026
NextEmerson
Perché difendo ciò che sembra non avere più nulla da offrire?
L’utopia è nell’orizzonte. Faccio due passi e lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. A cosa serve l’utopia? Ecco a cosa serve: a farci camminare. Lo diceva Eduardo Galeano, e oggi lo ripeto a me stesso come una preghiera […] L'articolo Perché difendo ciò che sembra non avere più nulla da offrire? su Contropiano.
July 27, 2026
Contropiano
A proposito del caso Fakir e dintorni | La tanatopolitica del dispotismo che imita l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu – di Salvatore Palidda
Fakir, Magherini, Aldrovandi, Cucchi, Uva e tanti altri sono stati fatti morire o lasciati morire nelle strade, nelle carceri e nei CPR con modalità simili a quelle che si ripetono per mano dell’ICE di Trump o col genocidio dei palestinesi da parte dei militari israeliani. È la tanatopolitica per eliminare l’“umanità in eccesso”, superflua, [...]
July 26, 2026
Effimera
Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info