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[2026-11-04] ECOLAB: Radici contro Cemento @ Roma3, dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo, aula Matassi
ECOLAB: RADICI CONTRO CEMENTO Roma3, dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo, aula Matassi - Via Ostiene 234-236 (mercoledì, 4 novembre 17:00) 🌱 RADICI contro CEMENTO 🌱 storie rimosse e memorie dal sottosuolo 🐞🐜🪲 🌻 Primo appuntamento del terzo ciclo di Ecolab su la Resistenza: difendere la terra per liberare la vita 🌻 Ci vediamo ⏰ mercoledi 4 novembre ore 17:00 📍 dip. di filosofia Roma3 (via Ostiense 234-236) aula Matassi L'ecolab é uno spazio aperto di discussione e confronto, nessuna competenza previa richiesta 🏴‍☠️ In questo laboratorio ci muoveremo nel tempo e nello spazio alla ri-scoperta di quel filo rosso che collega le lotte per la liberazione della terra a quelle per la liberazione della vita. Partiremo dai movimenti indigeni sudamericani in difesa della terra per arrivare alle esperienze di autogestione delle ZAD (Zone À Défendre) europee, passando necessariamente per le intifade palestinesi. Metteremo poi a confronto questi esempi di resistenza più o meno lontani con la realtà che ci circonda, per mettere a sistema e ricomporre le anime del movimento, frammentato, che difende la nostra terra, per liberare la nostra vita. 📚 A breve condivideremo dei materiali per la discussione sul canale telegram Ecolab roma
October 25, 2026
Gancio de Roma
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Furundulla 343-Le parole sono importanti…
…ma anche i disegnini hanno un loro senso di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Iperboli e litoti Non resilienzio più!   Fuori dal vaso   L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente: 342 Nooo…bel colpo
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Faro di Roma: Oltre il cemento e le armi. Memoria operaia, resistenza antifascista e il ritorno del militarismo
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 2 OTTOBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 2 ottobr 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La scelta di approfondire il nesso tra educazione e militarizzazione — evidente nella preoccupante penetrazione di forze armate e dimostrazioni d’uso delle armi all’interno delle istituzioni scolastiche volte a plasmare una gioventù disciplinata ai valori della “difesa della patria” — si inserisce in un quadro geopolitico di riarmo generalizzato. A ciò si aggiunge la localizzazione strategica del Comando NATO (il Quartier Generale permanente della Multinational Division South – Mnd-S) presso la caserma Predieri di Rovezzano, già tristemente nota come snodo logistico della K-Force durante la guerra nei Balcani. Questo presidio di guerra, unito alla retorica governativa sull’incremento delle spese militari giustificata dal conflitto russo-ucraino e alla ventilata reintroduzione di un servizio militare obbligatorio (finora solo sospeso) esteso anche alle giovani generazioni, delinea un disegno di progressiva militarizzazione della società civile. Come denuncia anche una altra realtà attivista L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che opera e agisce anche a livello nazionale….continua a leggere su www.ilfarodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
È sangue di noi tutti
di Edoardo Todaro* Nel nuovo romanzo di Valerio Varesi, l’eccidio di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 riapre una pagina decisiva della storia italiana: la continuità degli apparati dello Stato, …
7 OTTOBRE 2023 – 2026: 3 ANNI DI GENOCIDIO, 78 ANNI DI OCCUPAZIONE E… RESISTENZA IN PALESTINA
Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, dalla Striscia di Gaza parte l’attacco delle Brigate al-Qassam di Hamas e delle altre fazioni della resistenza palestinese che coglie di sorpresa l’esercito di occupazione israeliano. Negli scontri, prima che l’Idf – dopo diverse ore – riuscisse a riprendere il controllo militare del territorio, 1200 israeliani sono rimasti uccisi e circa 250 furono sequestrati e portati all’interno della Striscia. Da quel giorno, come rappresaglia da parte dello stato di Israele, è iniziata l’attuale fase genocidiaria dell’occupazione sionista iniziata con la Nakba del 1948. In tre anni, i bombardamenti, gli attacchi e le politiche criminali dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza hanno ucciso – secondo i numeri verificati dal Ministero della Sanità di Gaza –  74.245 palestinesi e ne hanno feriti 175.267 (le vittime potrebbero essere anche molte di più, dal momento che Tel Aviv non consente l’ingresso di mezzi idonei alla rimozione delle macerie, sotto le quali potrebbero trovarsi ancora migliaia di corpi senza vita). Le ultime due vittime sono state uccise stamattina da un attacco aereo israeliano che ha colpito il campo profughi di Hamad a Khan Yunis. Il 90% delle infrastrutture di Gaza – ospedali compresi – è ridotto a un cumulo di macerie. A tutto questo si aggiungono gli attacchi, le uccisioni, i rapimenti e le demolizioni quotidiane per mano di coloni fascisti e militari israeliani in Cisgiordania. In questi giorni, sono previste iniziative di solidarietà internazionale con la resistenza e la causa palestinese in tutto il mondo. In Italia l’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), i Giovani Palestinesi (Gpi) e altre organizzazioni dei palestinesi hanno lanciato la data del 10 ottobre. Proprio sabato, a Brescia (la città da cui trasmette Radio Onda d’Urto), appuntamento alle ore 15 in Piazza Garibaldi per partire in corteo e raggiungere insieme lo stabilimento della Leonardo per denunciare le complicità italiane con il genocidio. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato, in questa trasmissione, con Shukri Hroub, dell’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), e con Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che per lavoro si reca spesso in Cisgiordania, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
October 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Crosetto su diserzione, difesa, Resistenza: ma cosa dicono davvero i numeri?
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato a chi usa in termine positivo la parola “diserzione” riferita alla difesa dello Stato (Repubblica, 17/9/2026), rivendicando che gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di resistere ai tedeschi, pagando con seicentomila deportati nei campi di concentramento. È una ricostruzione parziale, che la documentazione disponibile permette di verificare punto per punto. La cifra degli internati Il numero più accreditato per gli Internati Militari Italiani (IMI) è di circa 650.000 uomini, su un totale di circa 800.000 soldati catturati dai tedeschi nei giorni successivi all’armistizio. Sul numero dei morti nei lager non esiste una cifra ufficiale: le stime oscillano tra 37.000 e 50.000, talvolta fino a 60.000. Si tratta comunque di una forma di resistenza passiva — il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale e di continuare a combattere a fianco dei tedeschi — e non di un’azione militare contro le forze d’occupazione. Le resistenze armate immediate Due episodi concentrano la memoria della resistenza militare attiva. A Roma, tra il 9 e il 10 settembre, la divisione Granatieri di Sardegna, affiancata dai Lancieri di Montebello e da alcuni reparti della Sassari e carabinieri, combatté a Porta San Paolo insieme a civili accorsi spontaneamente: tra 241 e circa 400 caduti civili secondo le stime. A Cefalonia, la divisione Acqui del generale Antonio Gandin scelse di respingere l’ultimatum tedesco e di combattere: le stime sui caduti — tra scontri, fucilazioni di rappresaglia e annegamenti nel trasporto verso il continente — divergono sensibilmente a seconda degli studi, da circa 2.300 a oltre 6.500, con un comunicato ufficiale del 1945 che ne indicava circa 9.400. Gandin fu tra i primi fucilati, il 24 settembre. L’altra componente: la diserzione come atto fondativo della Resistenza partigiana Qui i dati raccontano un fenomeno che la ricostruzione di Crosetto lascia fuori campo. Le prime bande partigiane, formatesi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre, si formarono anche grazie a soldati che abbandonarono reparti ormai privi di comando per darsi alla macchia. A questo nucleo italiano si aggiunse una componente multinazionale: si stimano almeno 15-20.000 combattenti stranieri nella Resistenza italiana, giunti soprattutto tramite diserzione dalle forze armate tedesche o fuga dalla prigionia — tra loro circa 5.000 sovietici, migliaia di jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi, 2-3.000 tedeschi e austriaci. Il caso più noto è quello di Fëdor Poletaev, sergente dell’Armata Rossa fuggito nel 1944 da un campo di lavoro a Tortona, caduto nella Battaglia di Cantalupo il 2 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro al valor militare: la motivazione ufficiale lo descrive come “deportato russo in Italia, fuggito dal campo di concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni partigiane”. Diserzione ed evasione, in questi casi, non sono l’opposto della Resistenza, ne sono invece una delle vie d’accesso. Il nodo storiografico Claudio Pavone, in “Una guerra civile” (1991), e Santo Peli, in “La Resistenza in Italia” (2004), leggono questi percorsi — la renitenza degli Internati Militari Italiani, la resistenza armata di reparti regolari, la diserzione verso le bande — come componenti compresenti di un’unica crisi dello Stato-nazione, non come alternative gerarchiche sul piano morale. La contrapposizione tra “chi ha resistito in divisa” e “chi ha disertato” non corrisponde, in questa storiografia, a una linea di demarcazione tra legittimità e illegittimità. Il punto lessicale La distinzione che Crosetto rivendica tra “difesa” — termine a cui la Costituzione (art. 52) affianca l’aggettivo “sacro” — e “riarmo” sposta il piano del discorso dal dato materiale a quello valoriale. Ma usare “gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito” per liquidare ogni uso positivo della parola “diserzione” richiede di ignorare che una parte sostanziale della stessa Resistenza partigiana nacque esattamente da atti di diserzione — italiana e straniera — e che la storiografia non li tratta come un’onta da cui prendere le distanze. Conclusione Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, resta aperta, al netto della ricostruzione fattuale, una domanda che la polemica politica tende a chiudere in partenza: quando la diserzione può essere un valore? La storiografia citata sopra non offre una risposta univoca, ma un criterio di lettura: la diserzione non ha un segno morale fisso, dipende da cosa si abbandona e verso cosa ci si muove. I disertori tedeschi e austriaci che si unirono alle brigate partigiane lasciarono un esercito di occupazione per combattere contro di esso. Gli Internati Militari Italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana non disertarono: scelsero l’internamento pur di non continuare la guerra a fianco del Reich. I soldati italiani che dopo l’8 settembre abbandonarono reparti ormai senza comando per darsi alla macchia si allontanarono da una catena di comando che aveva smesso di esistere, non da uno Stato capace di dare ordini. Se il criterio è questo — non l’atto in sé, ma la direzione verso cui porta e la natura di ciò che si lascia — allora la domanda che la politica dovrebbe porsi non è se la parola “diserzione” sia di per sé legittima o inaccettabile, ma quale sia, in ogni contesto storico specifico, l’autorità da cui ci si allontana e la causa per cui lo si fa. È su questo crinale che l’Osservatorio intende collocare il proprio contributo al dibattito: non difendere o condannare una parola in astratto, ma restituire alla sua storia la complessità che la ricostruzione di Crosetto, trattando “diserzione” come termine univocamente screditante, lascia fuori campo. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“FUORI I SIONISTI DA BRESCIA, PALESTINA LIBERA!”, IN DUECENTO CONTESTANO LA CONFERENZA DEL MILITARE ISRAELIANO LION UDLER
Più di duecento persone sono scese in strada nel centro di Brescia, tra corso Martiri della Libertà e via Moretto, insieme al Coordinamento Palestina dietro lo striscione “Fuori i sionisti da Brescia, Palestina libera!” per opporsi a un’iniziativa di chiara matrice sionista che si sta svolgendo a Palazzo Averoldi, in via Moretto: l’Associazione Italia-Israele di Brescia ha invitato a intervenire in una conferenza Lion Udler, ex militare dell’intelligence e dei reparti d’elite dell’esercito di occupazione israeliano. Ore 18 – La prima corrispondenza di Marco della redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Via Moretto è completamente blindata dalla polizia a difesa della conferenza sionista. I manifestanti anti-sionisti, solidali con la causa e la resistenza palestinese, hanno percorso alcune decine di metri in corteo in direzione dello sbarramento delle forze di polizia per avvicinarsi il più possibile al luogo della conferenza sionista. Ore 18.10 – La seconda corrispondenza di Marco della redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
October 3, 2026
Radio Onda d`Urto