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Minneapolis pensa allo sciopero generale
Articolo di Luis Feliz Leon Il Minnesota sembra pronto a una rivolta di massa. Sindacati, organizzazioni comunitarie, leader religiosi e piccole imprese chiedono una  giornata statale di «senza lavoro (tranne che per i servizi di emergenza), senza scuola e senza shopping» il 23 gennaio. Le proteste sotterranee sono esplose nazionalmente il 7 gennaio, dopo che l’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) Jonathan Ross ha sparato e ucciso la poetessa e madre di tre figli Renee Nicole Good, mentre lei e sua moglie osservavano gli agenti federali assediare il suo quartiere. Una settimana dopo, un altro agente federale ha sparato a una gamba di un immigrato latinoamericano proveniente dal Venezuela. Agenti dell’Ice hanno spruzzato sostanze chimiche negli occhi dei manifestanti. Mercoledì sera, hanno fatto esplodere un lacrimogeno sotto l’auto di una famiglia che stava semplicemente tornando a casa dall’allenamento di basket; il bambino, legato al seggiolino, è rimasto privo di sensi. Il regime di Donald Trump ha intensificato gli attacchi razzisti contro le comunità somale, latinoamericane e asiatiche, sfondando porte, facendo irruzione in piccole attività commerciali e costringendole a chiudere, inseguendo gli scuolabus, lanciando gas lacrimogeni fuori dalle scuole e circondando gli ospedali. Ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, che consentirebbe al presidente di schierare l’esercito a Minneapolis. Sotto assedio, i cittadini del Minnesota si affidano alle organizzazioni presenti sul posto di lavoro e nei loro quartieri per porre fine al terrore. «Non andremo a fare la spesa. Non andremo al lavoro. Non andremo a scuola venerdì 23 gennaio. Per alcuni è uno sciopero», ha dichiarato Janaé Bates Imari della Chiesa Metodista Unita di Camphor Memorial in una conferenza stampa martedì. «Per molti di noi, questo è il diritto di rifiuto finché qualcosa non cambierà». I SINDACATI SI FANNO AVANTI Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees (Seiu) Local 26, Unite Here Local 17, i Communications Workers (Cwa) Local 7250, la St Paul Federation of Educators Local 28, la Minneapolis Federation of Educators (Mfe, Aft Local 59), l’International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, il Graduate Labor Union, gli United Electrical Workers Local 1105 presso l’Università del Minnesota, il Transit Union (Atu) Local 1005, il Committee of Interns and Residents (Seiu) e la Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio. «Le nostre federazioni sindacali incoraggiano tutti a partecipare il 23 gennaio», ha dichiarato Chelsie Glaubitz Gabiou, presidente della Federazione Regionale del Lavoro di Minneapolis. «È tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale». Tra gli altri sostenitori figurano Faith in Minnesota, Tending the Soil, United Renters for Justice, Unidos Minnesota, Communities Against Police Brutality, Indivisible Twin Cities, Women’s March Minnesota, il centro per i lavoratori Centro de Trabajadores Unidos en la Lucha e il Minnesota Immigrant Rights Action Committee. In totale, novanta organizzazioni, grandi e piccole, hanno sottoscritto l’appello. Con lo slogan «Ice fuori dal Minnesota: Giornata della verità e della libertà», chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Good venga ritenuto legalmente responsabile, che non vengano concessi ulteriori finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con l’agenzia federale. Tremila agenti dell’Ice intanto hanno invaso l’area di Minneapolis nelle ultime settimane e sono diventati più aggressivi, incoraggiati dall’offerta di immunità dell’amministrazione Trump. I lavoratori li stanno affrontando sul posto di lavoro. A dicembre, i postini hanno organizzato una manifestazione per cacciare gli agenti dell’Ice da due parcheggi postali a South Minneapolis. I dipendenti dell’Atu Metro Transit chiedono all’Ice di smettere di interferire con il servizio degli autobus dopo un violento arresto a una fermata il 10 gennaio e la detenzione di un dipendente somalo-americano della Metro Transit lo scorso dicembre. «Stanno salendo sugli autobus della Metro Transit», ha detto l’autista Ryan Timlin, uno steward della sezione locale 1005 dell’Atu. «Stanno iniziando a buttare giù le porte. Stanno facendo tutto il possibile per far scendere la gente. Gli Stati uniti sono definiti una società democratica, ma a Minneapolis non sembra. È un incubo. L’officina in cui lavoro a South Minneapolis ha una popolazione proveniente dall’Africa orientale. I nostri colleghi vanno in giro con i passaporti, soprattutto quelli della comunità somala, che Trump sta davvero prendendo di mira. Sono cittadini statunitensi!». Lui e i suoi colleghi hanno fatto approvare alla sezione locale una risoluzione che vieta ai membri di collaborare con l’Ice – ad esempio consentendo loro di salire su treni e autobus – e di istituire una rete di pronto intervento. In una conferenza stampa del 14 gennaio, il presidente della sezione locale 1005, David Stiggers, ha definito la repressione dell’Ice  «un ritorno ai tempi più bui della storia umana, la Germania degli anni Quaranta». ICE FUORI DAL MINNESOTA Nat Anderson-Lippert, direttore organizzativo della Minneapolis Federation of Educators, afferma che gli insegnanti di Minneapolis si sono ispirati al modello di scuole rifugio della Chicago Teachers Union, che ha riunito genitori e insegnanti per rafforzare l’organizzazione tra scuola e comunità. «Il livello di infrastrutture e organizzazione è davvero impressionante e commovente», ha affermato. «L’attacco agli immigrati non è una novità, ma l’intensità a cui stiamo assistendo è semplicemente estrema, e molte altre persone si stanno facendo avanti proprio ora per affrontare la situazione», ha affermato Jason Rodney, insegnante di sostegno presso l’Anishinabe Academy nelle scuole pubbliche di Minneapolis. Nella battaglia contrattuale dello scorso novembre, il Mfe ha ottenuto dal distretto una decisione più netta per rifiutare l’ingresso degli agenti dell’Ice nei locali scolastici a meno che non esibiscano un mandato giudiziario, che preveda la tutela della privacy dei dati e il supporto psicologico per il personale. Il lavoro dei dipendenti scolastici è inoltre tutelato in caso di detenzione o perdita del loro status legale, il che li inserisce nella lista delle persone da richiamare al lavoro. L’organizzazione include il mutuo soccorso, che può significare la spesa, il sostegno per l’affitto e l’organizzazione di car pooling. Il sindacato ha anche ottenuto il diritto per le famiglie preoccupate per la propria sicurezza di seguire lezioni online, e la scuola ha ospitato corsi di formazione per conoscere i propri diritti. Gran parte di queste attività rimandano a quei rapporti di fiducia costruiti nel tempo, anche durante la rivolta per l’omicidio di George Floyd. «Dal 2020, più persone conoscono i propri vicini rispetto a prima, e questo ci ha sicuramente aiutato a rispondere più rapidamente, costruendo reti di quartiere e supporto reciproco», ha detto Rodney. Sotto la pressione del momento il sindacato ha cercato di fungere da forza stabilizzatrice. «Siamo in un centinaio sulla chat di Signal e può essere estenuante seguire cose su cui non intendiamo intervenire», ha detto. Quindi gli insegnanti stanno parlando con i colleghi per decidere su cosa concentrarsi. «Questa è una crisi, ma penso che ne usciremo più forti. Faremo andare via l’Ice». Trump ha utilizzato uno scandalo di frode come pretesto per profilare razzialmente i cittadini somali statunitensi e minacciare di privarli della cittadinanza. Ma la repressione ha scatenato una coraggiosa sfida di alcuni lavoratori somali americani, come l’autista Uber Ahmed Bin Hassan, che ha sfidato gli agenti federali nel parcheggio di un aeroporto come si vede in un video sui social media. «Non potevano sentire la mia voce quando hanno bussato al finestrino, ma potevano vedere il mio colore», ha detto Bin Hassan a The Intercept. «Sapevo che se queste persone mi avessero portato qui oggi, sarebbe successo. Quindi sarò semplicemente me stesso». DIECI ANNI DI ORGANIZZAZIONE Lo slancio sta crescendo grazie alle proteste di massa, come quella nel centro di Minneapolis il 10 gennaio, che ha radunato diecimila persone. Ma queste richieste coraggiose sono frutto anche di un decennio di organizzazione. Nel 2020, mezzo milione di americani si sono riversati nelle proteste del movimento Black Lives Matter (Blm) per la giustizia razziale in seguito all’omicidio di George Floyd, non lontano dal luogo in cui l’Ice ha ucciso Good. Nel 2022, il Mfe ha scioperato per aumentare gli stipendi degli insegnanti meno pagati, i professionisti del supporto all’istruzione, per lo più persone afrodiscendenti, mentre gli insegnanti più pagati sono per lo più bianchi. La rivolta di Blm ha contribuito a costruire solidarietà tra questi gruppi e a evidenziare la dimensione di giustizia razziale della loro lotta contrattuale.  Ha anche seminato reti di resistenza, che si sono riattivate ora che la Roosevelt High School si è ritrovata in una zona di guerra; gli agenti dell’Ice hanno sparato gas lacrimogeni su studenti e insegnanti, e la scuola è diventata un luogo chiave per gli scioperi studenteschi. Marcia Howard, ora presidente del Mfe, insegnava inglese alla Roosevelt quando Floyd è stato ucciso a pochi passi dalla sua porta d’ingresso. Si è presa un periodo di aspettativa per essere in prima linea in quella lotta, trasformando George Floyd Square in un centro commemorativo e di protesta. Kieran Knutson, presidente della sezione locale 7250 della Cwa, afferma che gli omicidi di Jamar Clark a North Minneapolis e Philando Castile, commessi dalla polizia in un sobborgo di St. Paul, hanno alimentato le reti di resistenza e accresciuto la consapevolezza. Ora, gli attacchi di Trump agli immigrati hanno aperto discussioni difficili all’interno della sua sezione. «Se dobbiamo discutere di qualcosa di controverso, metteremo tutto sul tavolo», ha detto Knutson. «Ne discuteremo a livello di soci e andremo avanti con ciò che la maggioranza ritiene giusto». Le discussioni riflettono le esperienze che i membri stanno vivendo nei loro quartieri. Quando Knutson stava distribuendo volantini sull’Ice, due sindacaliste gli hanno detto di far già parte della rete di difesa degli immigrati e gli hanno mostrato i loro fischietti di allerta dell’Ice. «Combattiamo con tutte le nostre forze su tutte le questioni relative a salari, benefit e disciplina», ha detto Knutson. «E questo ci dà una certa credibilità per parlare di cose più ampie. Quindi parliamo della filosofia secondo cui un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Dico alla gente che questa è la mia religione». Lo scorso dicembre, l’Ice ha rapito due membri della sezione locale 7304 della Cwa, provenienti dal Laos, presso la New Flyer, azienda produttrice di autobus elettrici a St. Cloud, Minnesota. Lavoravano presso la New Flyer da oltre vent’anni. LE BASI DELLA DISGREGAZIONE Dal 2011, una costellazione di forze in Minnesota ha costruito la sua forza riunendo lavoratori, inquilini e membri della comunità per contestare il potere e trasformare l’economia a livello statale. Hanno organizzato settimane di azione congiunta, elaborato strategie comuni sui legami tra i loro avversari aziendali e iniziato a pianificare le scadenze contrattuali. Tutto questo contribuisce a gettare le basi per ciò che potrebbe accadere la prossima settimana. «Negli ultimi due decenni in Minnesota, i nostri gruppi sindacali, religiosi e comunitari hanno costruito relazioni che ci hanno permesso di affrontare insieme campagne più strategiche», ha affermato Greg Nammacher, presidente della sezione locale 26 del Seiu. «Abbiamo affrontato le aziende che gestiscono il nostro Stato per affrontare le disuguaglianze razziali ed economiche che hanno causato, e abbiamo ottenuto grandi risultati». «Ora le nostre comunità sono sotto attacco diretto da parte del governo federale. E faremo tutto il possibile per difendere i lavoratori e le persone che rispondono a questa mobilitazione». Per passare all’attacco, servono anche rinforzi. La Federazione Regionale del Lavoro di Minneapolis sta sostenendo una moratoria sugli sfratti, perché molti lavoratori temono di presentarsi al lavoro per paura di essere rapiti dall’Ice. «Non abbiamo bisogno di aumentare la popolazione senza fissa dimora», ha affermato Stacie Balkaran, portavoce della federazione. Attraverso la sua associazione no-profit, Working Partnerships, la federazione ha anche finanziato una rete di gruppi di mutuo soccorso. Queste reti hanno contribuito a garantire il sostentamento delle persone dopo gli attacchi federali che hanno privato lo Stato dei finanziamenti Snap [lo strumento di assistenza per la lotta alla fame, Ndr], e stanno coordinando gli aiuti per la spesa e i viaggi da e per il lavoro. La federazione ha istituito un fondo legale per sostenere i lavoratori detenuti illegalmente, con l’obiettivo di raccogliere 150.000 dollari. Secondo Balkaran, questi fondi andranno a tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dal fatto che aderiscano o meno a un sindacato. In preparazione alla giornata di azione del 23 gennaio, l’Afl-Cio del Minnesota invierà forze di pace sindacali, «in modo che si possa effettivamente garantire la nostra sicurezza… e sapere di essere al sicuro nell’esercitare i propri diritti garantiti dal Primo Emendamento», ha affermato Balkaran.  Sebbene i sindacati abbiano appoggiato gli appelli ai cittadini del Minnesota affinché si rifiutino di andare al lavoro, a scuola e a fare la spesa il 23 gennaio, nessun sindacato ha ancora accettato di scioperare. «Non abbiamo votato per lo sciopero, ma il nostro sindacato invita la gente a sostenere la mobilitazione», ha detto Knutson. «La gente può dire: ‘Questo non è un vero sciopero generale’. Questa è una mobilitazione di massa. Per me, a un certo punto, una mobilitazione di massa diventa qualcosa di qualitativamente nuovo».  La storia dimostra come le proteste di massa possano trasformarsi in scioperi di massa. Lo sciopero generale di San Francisco del 1934 iniziò dopo che i portuali e i loro sostenitori bloccarono il quartiere commerciale della città con un corteo funebre di massa, in seguito all’uccisione di due scioperanti e al pestaggio di migliaia di persone. «La marcia funebre rese lo sciopero generale, fino ad allora al massimo una minaccia, praticamente inevitabile», scrive lo storico Nelson Lichtenstein nel suo libro di prossima uscita, Why Labor Unions Matters, perché vedere 40.000 scaricatori portuali e i loro sostenitori paralizzare il quartiere commerciale della città diede alla classe operaia cittadina un’ondata di fiducia sul proprio potere. Sei giorni dopo, con il sostegno del consiglio sindacale di San Francisco, 150.000 lavoratori si astennero dal lavoro. I sindacati possono promuovere la democrazia contro i governi autoritari, scrive Lichtenstein, ma per farlo, «devono trascendere sé stessi», andando oltre la semplice rappresentanza dei membri per diventare movimenti sociali in grado di raggiungere «un nuovo e vasto insieme di energie e aspirazioni». Quel momento potrebbe essere arrivato. «Le nostre azioni ora determineranno che tipo di paese avremo per una generazione», ha affermato Nammacher del Seiu Local 26.  La mobilitazione potrebbe presto estendersi oltre il Minnesota? «May Day Strong sostiene fermamente i nostri affiliati di Minneapolis che si stanno organizzando in modo straordinario per organizzare una giornata senza scuola, lavoro e shopping venerdì prossimo», ha dichiarato Jackson Potter, vicepresidente del Chicago Teachers Union, a nome di una coalizione nazionale di sindacati e gruppi comunitari che organizza giornate di mobilitazione in tutto il paese. «Considerato come stanno andando le cose, non avremo altra scelta che emulare questo coraggioso esempio come nazione il 1° maggio». *Luis Feliz Leon è uno scrittore e organizzatore dello staff di Labor Notes. Quest’articolo è uscito su Jacobin Mag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Minneapolis pensa allo sciopero generale proviene da Jacobin Italia.
Noccioleti e glifosato: vietare il diserbo per salvare le falde
Ne avevamo già parlato qui della pericolosità dell’uso del diserbante a base di glifosato e della sentenza con la quale la Monsanto era stata condannata a pagare un risarcimento di 289 milioni di dollari a favore di un uomo, malato terminale, per non aver avvertito sui rischi nell’utilizzo del prodotto contenente glifosato. Ora neanche il rischio per le preziose riserve idriche profonde può più essere ignorato. Il castello di carta costruito per proteggere il glifosato è ufficialmente crollato. Con il ritiro (retraction) dello studio Williams et al. (2000) da parte della rivista scientifica “Regulatory Toxicology and Pharmacology“, la narrazione sulla sicurezza assoluta del diserbante più usato al mondo subisce un arresto definitivo. > Per 25 anni, questo documento è stato lo scudo “scientifico” usato per > rassicurare governi e cittadini, ma oggi l’indagine accademica conferma una > realtà inquietante: lo studio era inquinato da gravi conflitti d’interesse e > ghostwriting industriale. La Monsanto, l’azienda ora controllata dal gigante Bayer, che ha brevettato, prodotto e commercializzato il Roundup, un erbicida proprio a base di glifosato, sembra aver contribuito alla stesura del lavoro senza essere menzionata come co-autore. Questo terremoto scientifico ha ripercussioni immediate e pesantissime su un settore agricolo strategico e delicato: la corilicoltura intensiva. Il problema del diserbo nei noccioleti nel territorio della Tuscia viterbese non è solo una questione di chimica superficiale. La vera minaccia è ciò che accade nel sottosuolo. I noccioleti sorgono spesso sopra bacini idrici caratterizzati da una fitta rete di pozzi artesiani. Queste strutture, essenziali per l’agricoltura, creano una connessione diretta e senza filtri tra la superficie e le falde acquifere profonde. Se lo studio che garantiva la “non pericolosità” del glifosato è stato ritirato perché manipolato dall’azienda produttrice, l’uso di questa sostanza sopra queste “autostrade verticali” diventa un azzardo inaccettabile per la salute pubblica. Il principio attivo e i suoi metaboliti, trascinati dalle piogge, possono bypassare i naturali strati filtranti del terreno, infiltrandosi direttamente nelle riserve idriche che alimentano acquedotti e abitazioni private. Finché lo studio del 2000 è rimasto in vigore, le autorità hanno potuto ignorare i significativi segnali d’allarme, definendo il glifosato come «sicuro se usato correttamente». Oggi, quella base scientifica è dichiarata nulla. Pertanto la sicurezza non è mai stata provata e i dati sulla tossicità cronica erano stati “confezionati” per evitare restrizioni commerciali. In presenza di pozzi artesiani e corsi d’acqua limitrofi, il rischio di contaminazione è concreto, attuale e privo di una soglia di sicurezza credibile. Una scelta obbligata diventa il divieto. > Alla luce di queste rivelazioni, la politica non può più restare a guardare. > Nelle aree vocate ai noccioleti, dove la vulnerabilità idrogeologica è > massima, il divieto del diserbo chimico non è più una proposta radicale, ma > una misura di sicurezza nazionale. La protezione dell’acqua che beviamo, difesa dai pozzi che la estraggono dalle viscere della terra, deve valere più della comodità di un trattamento chimico oggi privo di ogni credibilità scientifica. La gestione dei noccioleti deve evolvere verso lo sfalcio meccanico e l’inerbimento: solo così potremo garantire che il “frutto d’oro” della nostra terra non diventi il veleno delle nostre falde. La copertina è di Oregon State University da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Noccioleti e glifosato: vietare il diserbo per salvare le falde proviene da DINAMOpress.
Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Articolo di Tommaso Chiti Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali, incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante genocidio a Gaza. In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale, proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina. In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020, contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere in nuove forme oligarchiche delle élite globali. Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia, come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello transnazionale. La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà», ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo «etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe, sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità». All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica, grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale, portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio. L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio. Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite. In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione finanziaria, in modo marcatamente mercantilista. Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista, in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno ridividendo le loro sfere di influenza». Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare forme di deportazione, ormai sempre più diffuse». L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina  neoliberista, causa di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale, in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria».  Secondo il Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società».  Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale». Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela». Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella loro diversità». *Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. L'articolo Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà proviene da Jacobin Italia.
La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump
Articolo di Lois Parshley Il presidente  Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato con gli occhi puntati sulla Groenlandia. Quando ha proposto per la prima volta di acquistare la nazione artica durante la sua prima amministrazione, la proposta fu considerata una presa in giro. Ma ha dimostrato di voler raddoppiare gli sforzi per conquistare l’obiettivo.  Sebbene l’isola non sia in vendita, il presidente  ha sottolineato l’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Non ha detto però che un’acquisizione da parte degli Usa potrebbe indebolire le leggi minerarie del paese e il divieto di proprietà privata, favorendo i piani dei donatori di Trump di trarre profitto dai giacimenti minerari dell’isola e costruire una tecno-città liberista. Trump, che ha riassunto la sua politica sulle risorse naturali con «drill, baby, drill» (trivella, tesoro, trivella), probabilmente gestirebbe le risorse naturali dell’isola in modo molto diverso dall’attuale governo, finora in opposizione ai grandi progetti estrattivi. Nel 2019, l’ambasciatore di Trump in Danimarca e Groenlandia visitò  un importante progetto di estrazione di terre rare sull’isola, poco prima dei primi annunci per l’acquisto del paese. L’opposizione allo sfruttamento delle miniere portò al potere due anni dopo il partito politico liberale Inuit Ataqatigiit, che bloccò la miniera e vietò  qualsiasi futuro sfruttamento petrolifero. La rinnovata intenzione di Trump di impossessarsi della Groenlandia ha riacceso i dibattiti sulla sua sovranità, mentre il paese si confronta con il compromesso tra opportunità economiche e indipendenza dalla Danimarca. Con lo scioglimento dei ghiacciai, il paese si trova anche ad affrontare radicali trasformazioni causate dal clima, che minacciano le attività tradizionali come la pesca e la caccia e mettono a rischio preziose risorse minerarie. Questi cambiamenti hanno suscitato l’interesse di personaggi di spicco legati a Trump. I magnati della tecnologia in prima fila al suo insediamento, come Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, sono anche investitori in una start-up che mira a estrarre dalla Groenlandia occidentale materiali cruciali per il boom dell’intelligenza artificiale. L’azienda, KoBold Metals, utilizza l’intelligenza artificiale per localizzare ed estrarre minerali di terre rare. Il loro algoritmo proprietario analizza rilievi geologici finanziati dal governo e altri dati per individuare giacimenti significativi. Il programma ha individuato la costa frastagliata della Groenlandia sud-occidentale, dove l’azienda detiene ora una partecipazione del 51% nel progetto Disko-Nuussuaq, alla ricerca di minerali come il rame. Solo due settimane prima che alcuni dei suoi investitori si presentassero ai festeggiamenti del Campidoglio, KoBold Metals ha raccolto 537 milioni di dollari nella sua raccolta di finanziamenti, portando la propria valutazione a circa 3 miliardi di dollari. Tra i finanziatori anche una delle principali società di venture capital fondata da Marc Andreessen, uno dei primi imprenditori della Silicon Valley che ha contribuito a definire le politiche tecnologiche dell’amministrazione, tra cui la consulenza al Dipartimento per l’Efficienza Governativa di Trump  in qualità di autoproclamato  «stagista non retribuito». «Crediamo nell’avventura», ha scritto Andreessen in un lungo manifesto del 2023 in cui delineava le sue critiche al governo centralizzato, sostenendo che i tecnologi avrebbero dovuto prendere il controllo, «ribellandosi allo status quo, mappando territori inesplorati, sconfiggendo draghi e portando a casa il bottino per la nostra comunità». Connie Chan, socio accomandatario della società di venture capital Andreessen Horowitz, è indicato come direttore di KoBold nel documento del 2022 alla Securities and Exchange Commission. Oltre a KoBold, Andreessen ha sostenuto anche altre iniziative che hanno come target la nazione artica: è un importante investitore in Praxis Nation, un progetto che mira a utilizzare la Groenlandia per stabilire uno «Stato crittografico», una comunità sperimentale e autonoma costruita attorno a ideali libertariani e tecnologie come la criptovaluta. L’iniziativa è finanziata in parte anche da Pronomos Capital, un gruppo di venture capital fondato dal nipote dell’economista Milton Friedman e finanziato da figure libertariane come Peter Thiel, la cui famiglia avrebbe gestito una  miniera di uranio in Namibia. Pronomos mira a creare città private e favorevoli alle imprese come Praxis, spesso in paesi in via di sviluppo, dove gli investitori potrebbero scrivere le proprie leggi e regolamenti. Questi «broligarchi» ora hanno l’ascolto del presidente. Thiel è stato un importante sostenitore di Trump, investendo  milioni di dollari nel corso della sua carriera politica e presentandolo all’attuale vicepresidente J.D. Vance. In particolare, a dicembre 2024 Trump ha annunciato che il partner di Thiel, Ken Howery, sarebbe stato il suo ambasciatore danese, rendendo esplicitamente chiare le sue intenzioni. UN PREZZO TROPPO ALTO Per secoli, la lotta per il controllo della Groenlandia ha ruotato attorno alle sue risorse naturali. Il paese, stretto tra i ghiacci, fa parte della Danimarca dal 1721, quando una spedizione missionaria sostenuta da mercanti cercò di diffondere il cristianesimo tra la popolazione Inuit e di espandere la caccia alle balene e le rotte commerciali. La Groenlandia ottenne l’autonomia nel 1979, sebbene i danesi continuassero a controllarne le relazioni estere e la difesa, consentendo agli Stati uniti di costruire e gestire basi militari. In un referendum del 2008, i groenlandesi votarono per una maggiore indipendenza, che consentisse loro di assumere il controllo delle proprie risorse naturali e di altre funzioni statali. Nello stesso anno, l’Us Geological Survey scoprì che il paese possedeva una delle maggiori riserve potenziali di petrolio e gas al mondo. Stime più recenti suggeriscono che l’Artico potrebbe contenere il 13% del petrolio non scoperto al mondo e il 30% del gas naturale non scoperto. Il rapporto attirò l’attenzione di importanti compagnie petrolifere come ConocoPhillips, Chevron e BP, che iniziarono ad acquisire licenze di esplorazione e a condurre indagini in Groenlandia e nelle sue aree offshore. Ma produrre petrolio in condizioni così estreme è difficile e costoso a causa degli elevati costi di trasporto e delle limitazioni infrastrutturali. ExxonMobil, ad esempio, ha ritirato la sua richiesta nel 2013, poiché la tendenza al ribasso dei prezzi del petrolio ha reso economicamente impraticabile un ulteriore sviluppo. Quando Siumut, un partito politico indipendentista, salì al potere all’inizio di quell’anno, il leader Aleqa Hammond dichiarò che il paese avrebbe invece intrapreso la transizione verso l’estrazione mineraria,  affermando: «Se vogliamo una maggiore autonomia dalla Danimarca, dobbiamo finanziarla noi stessi. Questo significa trovare nuove fonti di reddito». Nel 2014, il governo ha annunciato un piano nazionale quadriennale per creare «nuove opportunità di reddito e occupazione nel settore delle risorse minerarie». Tuttavia, poiché i vasti giacimenti minerari della Groenlandia contengono spesso uranio, la fiorente industria mineraria è entrata rapidamente in conflitto con la rigida politica danese contro l’estrazione di materiali radioattivi. La Danimarca  ha scelto di non sviluppare l’energia nucleare negli anni Ottanta e ha normative relativamente severe in materia di radioprotezione. Una delle misure adottate dal governo guidato da Siumut nel 2014 è stata la proposta di un disegno di legge che avrebbe limitato  l’accesso del pubblico alle informazioni ambientali e ai processi decisionali relativi all’estrazione mineraria. Ha inoltre abbassato gli standard ambientali per l’estrazione dell’uranio. Il disegno di legge  non fu approvato ma, con il sostegno di Siumut, un progetto internazionale che mirava all’estrazione di uranio e terre rare ottenne  l’approvazione preliminare. La società australiana Greenland Minerals (ora Energy Transition Minerals) trovò il sostegno della cinese Shenghe Resources Holdings e portò l’ambasciatrice di Trump in Groenlandia, Carla Sands, sul posto per una visita nel luglio 2019. Il mese successivo, Trump annunciò di voler acquistare l’isola,  paragonandola a «un grande affare immobiliare». Sands, ex chiropratica e attrice di soap opera, ora lavora per l’America First Policy Institute, un think tank conservatore che si occupa, tra le altre questioni nazionaliste, di rafforzare le catene di approvvigionamento minerario degli Stati uniti. La miniera proposta da Energy Transition Minerals ha scatenato enormi polemiche: le preoccupazioni per il potenziale impatto sulle industrie ittiche e sulle forniture alimentari hanno portato il partito Siumut a uscire nel 2021 da un potere occupato da decenni. «Esiste una dialettica generazionale in corso», afferma Barry Zellen, ricercatore senior di Arctic Security presso l’Institute of the North, tra i movimenti pro-sviluppo e pro-sussistenza «che tende a oscillare in modo pendolare». Quando il partito Inuit Ataqatigiit, più orientato a sinistra, è andato al potere, ha approvato rapidamente una legge che ripristinava i limiti sull’uranio, revocava i permessi dell’Energy Transition Minerals e  vietava tutte le future esplorazioni di petrolio e gas. «Il prezzo dell’estrazione del petrolio è troppo alto», ha scritto il partito in una dichiarazione all’epoca. «Ciò si basa su calcoli economici, ma anche le considerazioni sull’impatto sul clima e sull’ambiente giocano un ruolo centrale nella decisione». Questo tipo di tutela ambientale è esattamente ciò che Trump intende eliminare dall’industria mineraria americana. Nel suo primo giorno in carica, uno dei suoi tanti ordini esecutivi ha ordinato ai funzionari governativi di rimuovere «oneri indebiti» dal settore, in modo che gli Stati uniti potessero diventare «il principale produttore e trasformatore di minerali non combustibili, compresi i minerali delle terre rare». La spinta per il controllo del paese artico arriva mentre investitori facoltosi come Andreessen sono stati attratti dalle start-up che sperano di costruire enclave sperimentali, convinti dalla promessa di libertà dai vincoli governativi. Proposte per questi criptostati sono emerse in Honduras, Nigeria, Isole Marshall e Panama, quest’ultima proposta da Trump anche per la conquista militare. Sebbene ogni concetto cambia a seconda della situazione, spesso la strategia di vendita prevede la sostituzione di tasse e regolamenti con criptovalute e blockchain. Per Praxis questi sogni utopici hanno portato alla Groenlandia, spesso erroneamente immaginata come una frontiera disabitata. «Sono andato in Groenlandia per cercare di comprarla», ha scritto il fondatore di Praxis, Dryden Brown, su X a novembre 2024, sottolineando di essersi interessato per la prima volta all’isola «quando Trump si è offerto di acquistarla nel 2019». Una volta a Nuuk, ha appreso che il paese ha a lungo cercato l’indipendenza e che molti groenlandesi sostengono la sovranità, sebbene il paese continui a dipendere dalla Danimarca per il sostegno finanziario. Attualmente riceve 500 milioni di dollari l’anno in sussidi danesi, che rappresentano il 20% dell’economia. «Non vogliono essere “comprati”», ha scoperto tardivamente Brown, concludendo: «Qui c’è un’evidente opportunità». Ha proposto che le tasse di una città gestita in modo indipendente da Praxis potrebbero contribuire a sostituire i sussidi danesi. La Groenlandia, tuttavia, non ammette la proprietà privata, un accordo che storicamente ha dato alle comunità un peso maggiore nel determinare come e se le sue risorse naturali debbano essere sfruttate, e che potrebbe rivelarsi un problema per l’utopia pianificata da Brown. Ma forse questo potrebbe cambiare con un nuovo governo. In risposta a un post che faceva riferimento ai «progetti di Trump relativi alla Groenlandia», l’account ufficiale X di Praxis si è vantato di «Un nuovo post-Stato nell’estremo Nord». La «nazione» delle start-up ha raccolto 525 milioni di dollari, anche se Brown, che ha abbandonato la New York University ed è stato  licenziato dal suo ultimo incarico in un hedge fund, non ha condiviso molti dettagli sul sito web di Praxis riguardo alla sua proposta per la Groenlandia. Ma i piani di altri magnati della tecnologia per l’isola sono più concreti. «SONO MINERALI CRITICI» La Groenlandia si sta riscaldando a un ritmo molto più rapido rispetto al resto del pianeta, causando un veloce scioglimento dei suoi ghiacciai in virtù del quale questi preziosi depositi stanno diventando più accessibili. Un’indagine della Commissione europea del 2023 ha rivelato che la Groenlandia possiede venticinque dei trentaquattro minerali classificati come materie prime critiche, ovvero risorse essenziali per la transizione energetica verde ma ad alto rischio di interruzione delle catene di approvvigionamento. Il paese vanta alcuni dei più grandi giacimenti di nichel e cobalto al mondo e, nel complesso, le sue riserve minerarie equivalgono quasi a quelle degli Stati uniti. Questa ricchezza di risorse ha attirato l’attenzione di aziende come KoBold Metals, i cui sostenitori della Silicon Valley hanno un interesse personale nel fornire materiali per l’industria tecnologica. KoBold si è posizionata come fornitore di soluzioni cruciali per il cambiamento climatico, facilitando una riduzione globale delle emissioni di gas serra attraverso la fornitura dei materiali necessari per le batterie e altre tecnologie rinnovabili. L’azienda ha elogiato l’utilizzo del Defense Production Act da parte del presidente Joe Biden per incentivare l’attività mineraria nel 2022, insieme alle misure dell’Inflation Reduction Act per sovvenzionare l’estrazione mineraria internazionale di minerali di terre rare. In Groenlandia, le licenze di esplorazione di KoBold Metals si concentrano sulla ricerca di minerali del gruppo del nichel, rame, cobalto e platino, materiali importanti per l’energia verde, ma anche per la rapida crescita dei data center. Finora, lo sviluppo principale di KoBold è stato lo sfruttamento di una miniera di rame in Zambia, la più grande scoperta del genere in un secolo. Il rame è utilizzato come materiale chiave nella costruzione di data center ed è cruciale per le infrastrutture dell’intelligenza artificiale. Si prevede che il boom dell’intelligenza artificiale raddoppierà quasi la domanda di rame entro il 2050. «Abbiamo investito in KoBold», ha dichiarato Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, «per trovare nuovi giacimenti». Anche la sua iniziativa in Zambia è stata al centro di una lotta di potere globale, poiché l’amministrazione Biden ha sostenuto lo sviluppo di una ferrovia per il trasporto di metalli dalla regione a un porto in Angola. L’iniziativa faceva parte di un più ampio sforzo statunitense per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, offrendo investimenti come alternativa alla sua Belt and Road Initiative, un pacchetto commerciale e infrastrutturale. Il dirigente di KoBold, tuttavia, preferisce concentrarsi sul litio. «La crescita [della domanda di litio] è piuttosto sbalorditiva», ha affermato Kurt House, Ad di KoBold, in una presentazione del 2023 a Stanford. «È necessario un aumento di 30 volte della produzione globale». Uno dei luoghi a cui gli Stati uniti potrebbero rivolgersi per questo minerale essenziale è la Groenlandia, dove sono stati recentemente scoperti giacimenti promettenti. «Tutti vogliono il litio» per il suo ruolo nella creazione di batterie, afferma Majken D. Poulsen, geologa del Geological Survey of Denmark and Greenland. Spiega che la prima esplorazione per il litio in Groenlandia è stata condotta nell’estate 2024 in collaborazione con il Dipartimento di Stato americano. Sotto la presidenza di Biden, l’agenzia ha anche aiutato il paese a redigere una legge sugli investimenti minerari, volta a incoraggiare gli investimenti in Groenlandia. Sebbene di tono piuttosto diverso, le dichiarazioni spavalde di Trump sulla Groenlandia condividono obiettivi simili. Charlie Byrd, gestore degli investimenti presso la società di gestione patrimoniale globale Cordiant Capital, è uno dei tanti investitori che ora sperano che la mossa del presidente si traduca in cambiamenti politici più favorevoli agli investimenti esteri. «Non c’è dubbio che ciò porterebbe a un maggiore coinvolgimento istituzionale e a investimenti più strategici», ha dichiarato alla rivista di settore  Institutional Investor. Gran parte di questo interesse è dovuto alle tensioni con la Cina, che attualmente detiene circa il 70% dell’estrazione globale di terre rare e il 90% della loro lavorazione. Ciò conferisce alla potenza asiatica un’enorme influenza sulle catene di approvvigionamento tecnologiche globali. Il controllo sui minerali che alimentano la tecnologia è diventato una delle principali forme di soft power, muovendo fili invisibili nei mercati globali e plasmando alleanze. Questo rende la regolamentazione mineraria in Groenlandia una mossa geopolitica. Oggi «le normative del governo della Groenlandia sono piuttosto rigide», spiega Poulsen del Geological Survey. «Hanno normative molto severe», afferma, che includono considerazioni sia ambientali che sociali, come «benefici locali come tasse, forza lavoro locale, aziende locali e istruzione». Michael Waltz, il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, sembra confermare che l’accesso ai minerali del paese stia guidando l’interesse di Trump. «Si tratta di minerali critici; si tratta di risorse naturali», ha dichiarato a Fox News. NON PUOI DARE UN NOME ALLA TERRA Donald Trump Jr. è giunto alla capitale dell’isola, Nuuk, all’inizio di gennaio 2025, con il messaggio del padre: intendiamo prendere il potere. Il tour de force – che includeva  la corruzione di persone per partecipare a servizi fotografici – non è riuscito a convincere molti groenlandesi, afferma Inuuteq Kriegel, residente di Nuuk. «Non vogliamo essere americani. Non vogliamo essere danesi. Siamo groenlandesi», ha detto. Una settimana dopo il viaggio di Trump Jr., il deputato Andy Ogles (R-TN) ha presentato il Make Greenland Great Again Act, dando istruzioni al Congresso di sostenere i negoziati di Trump con la Danimarca per l’acquisizione immediata della Groenlandia. «Potrebbe sembrare folle, e qualcuno potrebbe chiedersi: “Perché mai volere la Groenlandia?”», ha detto Ogles in un  recente video. Stava parlando con Kuno Fencker, un membro del parlamento groenlandese che rappresenta il partito Siumut, che si era recato a Washington, DC. «Il vostro interesse per la sicurezza è il nostro interesse per la sicurezza», ha detto Ogles a Fencker. «La nostra capacità di sfruttare al meglio i vostri minerali, le vostre risorse e le vostre ricchezze, a beneficio del vostro popolo e del nostro, è nel nostro interesse». Fencker, che sostiene che tasse e royalties sui minerali e sui combustibili fossili dell’isola potrebbero aprire la strada all’indipendenza, ha risposto: «Abbiamo altre vaste risorse, come petrolio e gas, ma l’attuale governo ha bloccato tutto. Tuttavia, la mia opinione personale è che dobbiamo utilizzare queste risorse». Il viaggio di Fencker negli Stati Uniti ha scatenato polemiche a livello locale. In genere, i negoziati internazionali della Groenlandia richiedono il coordinamento e l’approvazione della Danimarca; immaginate qualcuno come la deputata Marjorie Taylor Greene (R-GA) che decide da sola di negoziare con l’Unione europea senza l’approvazione del Congresso. Il partito di Fencker ha affermato che non era autorizzato a discutere di affari esteri della Groenlandia, mentre Fencker ha difeso il suo viaggio come una missione privata a sue spese. La natura sleale dei recenti sviluppi è stata rafforzata da una copertura mediatica dal forte impatto. In Groenlandia, Kriegel afferma che i giornalisti stranieri «spesso parlano con le persone più rumorose – e spesso con le stesse persone – e possono generalizzare un’intera popolazione parlando solo con pochi». I suoi stessi social network sono profondamente a disagio con i tentativi di Trump di comprare il Paese. L’entusiasmo di Trump e dei suoi finanziatori tecnologici per l’appropriazione della Groenlandia, a dispetto della cultura e delle leggi esistenti, è «rappresentativo di una particolare visione del mondo coloniale ed estrattiva»,  ha scritto  Anne Merrild Hansen, professoressa di scienze sociali e studi sul petrolio e il gas artico presso l’Università della Groenlandia. Questo approccio tratta la terra e le risorse come beni da rivendicare, indipendentemente dai diritti o dagli interessi delle persone che vi abitano. Tutto questo sgradito trambusto, tuttavia, è riuscito a produrre un cambiamento: Kriegel afferma che il Paese è ora unito nel voler trovare un percorso verso l’indipendenza dalla Danimarca, anche se non c’è ancora un accordo su come farlo. «Non si può dare un nome alla terra», dice. «La terra appartiene alla gente. È parte di noi, e noi ne facciamo parte». *Lois Parshley è una giornalista investigativa pluripremiata. I suoi reportage di ampio respiro sono stati pubblicati sul New Yorker, Harper’s, New York Times, Businessweek, National Geographic e altri.Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, prestigiosa testate giornalistica indipendente e investigativa. Poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump proviene da Jacobin Italia.
Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo
Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata con un coltello, uccidendolo a scuola. I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025, e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale. > Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la > sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma > rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti > fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e > assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto > alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non > rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva. Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione. Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone Rosse) nelle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio. Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza. Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali, e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo. In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto. Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate, e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione. Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa. > In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: > siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in > generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni > diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo > repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti ad offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia. Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni. Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’intervento educativo e sociale resta sullo sfondo. Nessuna misura a rafforzare le forme di prevenzione comunitaria, le attività di riduzione del danno, le forme di ascolto o i progetti educativi. Solo il controllo. > È il rovesciamento completo del significato originario di securitas: non più > assenza di preoccupazione garantita dalla cura dei diritti, ma assenza di cura > verso le fragilità, trattate esclusivamente come rischio da neutralizzare, un > principio valido in precedenza solo per gli adulti, ma ormai sdoganato > soprattutto nei confronti dei minori, de-rubricati a maranza. In altre parole, solo la repressione è prevista come soluzione al disagio dei giovani, all’abbandono scolastico, alle difficoltà di gestione della dispersione scolastica, alla capacità di accoglienza e di presa in carico dei Minori stranieri non accompagnati sul territorio. In materia di immigrazione e protezione internazionale, le innovazioni incidono in modo strutturale sull’equilibrio tra controllo dei confini e tutela dei diritti. Si introduce la possibilità di interdire temporaneamente l’accesso alle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale o di pressione migratoria, si rafforza il sistema dei rimpatri e del trattenimento attraverso procedure accelerate e derogatorie e si restringe l’area della protezione complementare, con una lettura più limitata del diritto alla vita privata e familiare. Particolarmente rilevante è l’introduzione nel diritto interno del concetto di Paese terzo sicuro, che comporta l’inammissibilità della domanda di asilo e la limitazione degli effetti sospensivi del ricorso giurisdizionale. A ciò si accompagna una riduzione delle tutele procedurali, inclusa l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione, con un conseguente indebolimento dell’accesso effettivo alla giustizia. Di nuovo, una serie di norme che rispondono alle recenti polemiche sulle mancate ottemperanze di ordini di espulsione a carico di Emilio Gabriel Valdez Velazco, che ha ucciso la giovane Aurora Livoli, e il mancato ottemperamento dell’ordine di allontanamento per il croato Marin Jelenic, che ha ucciso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Una decretazione che insegue la cronaca, senza mai interrogarsi sulle cause, ma rispondendo solamente con la punitività a tutti i costi: più strumenti alle forze dell’ordine, meno diritti ai cittadini. Se venissero approvati questi interventi sbilancerebbero ulteriormente la relazione tra garanzie e legittimo uso della forza, tra repressione e libertà. Se non stupisce l’afflato sanzionatorio, colpisce la miopia istituzionale a fronte di un’esplosione delle strutture penitenziarie. Con oltre 63500 detenuti nelle carceri per adulti e 572 minori oggi presenti anche in termini utilitaristici un nuovo rincaro delle pratiche repressive potrebbe portare i sistemi al collasso. Nel loro insieme, le novità introdotte configurano un mutamento di paradigma che va oltre la risposta a singole emergenze. Ne emerge l’immagine di uno Stato più presente, più attrezzato e più rapido nell’azione, ma anche di uno Stato che ridefinisce il proprio rapporto con le libertà individuali e con il conflitto sociale, spostando l’equilibrio complessivo a favore del controllo e dell’anticipazione repressiva. > Non è in discussione la necessità di prevenire la violenza, ma è assurdo > pensare che la prevenzione coincida con l’anticipazione repressiva e con la > compressione selettiva dei diritti, anziché con politiche capaci di > intervenire sulle cause sociali del conflitto e del disagio. La sicurezza intesa come ordine pubblico, come controllo capillare, come spazio del conforme diventa il principio ordinatore dell’intervento pubblico e giustifica un ampliamento dei poteri preventivi, una riduzione delle soglie di intervento e una compressione selettiva delle garanzie, soprattutto nei confronti di soggetti considerati portatori di rischio, che, di questo passo, saremo presto tutte e tutti. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo proviene da DINAMOpress.
Gli Argonauti dell’economia
Articolo di Tiziano Distefano Secondo un antico mito greco, perché Giasone potesse riprendersi il trono che gli spettava di diritto, dovette accettare la proposta dell’usurpatore Pelia: salpare in compagnia di una cinquantina di volontari a bordo della nave costruita da Argo alla ricerca del leggendario vello d’oro. Prima di partire, gli Argonauti avevano a disposizione solo indizi, racconti di altri marinai e una buona dose di determinazione. Tutto fu una scelta: decidere la rotta, affrontare insidie inattese, cambiare percorso all’improvviso. Il loro viaggio fu un’impresa collettiva, portata avanti da un gruppo eterogeneo che racchiudeva qualità e competenze diverse, ma anche ambizioni e desideri contrastanti, da conciliare continuamente.  L’umanità nel XXI secolo si trova ad affrontare un viaggio simile, costellato di incertezze e grandi sfide, di scelte difficili e di soluzioni comuni, per raggiungere un fine che sappiamo nominare — «sostenibilità» — ma che nessuno ha mai visto, né saprebbe descrivere esattamente come si realizzi.  CONOSCENZA, CONTROLLO E DOMINIO Qualche settimana fa, Josep Borrell ha rivendicato il ruolo dell’Ue nella difesa del «giardino ordinato», identificato con l’Occidente, contro la «giungla» del Sud globale che rischia di minare l’ordine costituito. Queste affermazioni fanno eco all’ideale seicentesco del Jardin du Roi inteso come uno spazio di natura messa in ordine, organizzata secondo le esigenze del potere e della scienza. Questa utopia ha resistito fino ai giorni nostri. La visione meccanicistica e dualistica del mondo, che separa e contrappone Homo e Natura, sta influenzando in profondità il dibattito ambientale. Qui ci concentreremo su un solo dispositivo, che in qualche modo li riassume tutti: l’analisi benefici–costi (ABC). Mostreremo come (non) funziona, come possiamo superarla e come affrontare le sfide macroeconomiche senza piegarsi ai diktat imposti dalle tecnocrazie neoliberiste. A prima vista, l’ABC sembra il criterio più naturale e immediato per prendere una decisione: si mettono su un piatto della bilancia tutti i possibili effetti positivi attesi e, sull’altro, i sacrifici da sopportare per ottenerli. Se i benefici superano i costi, la scelta appare razionale e quindi eticamente giustificata. La radice morale di questo approccio sembra profonda, tanto che l’ideale stesso di Giustizia trova nella dea Temi una potente rappresentazione iconografica: una figura bendata che regge una bilancia. Quest’approccio contabile e ragionieristico alla scelta può funzionare in molte situazioni, ma quando lo si estende a qualsiasi decisione rischia di produrre effetti disastrosi. Per mettere a confronto costi e benefici, infatti, è necessario ridurre qualsiasi fenomeno a un’unità di misura comune. Ma cosa accade quando entriamo in un territorio fatto di criteri e valori incommensurabili, che per loro natura non possono essere ricondotti alla stessa dimensione? Gli economisti, con notevole disinvoltura, rispondono che il problema non esiste: basta creare un mercato (o fingere che possa esistere) e il prezzo stabilirà il «valore» di qualunque cosa. Come mostra Michael Sandel nel libro Quello che i soldi non possono comprare, la monetizzazione dei valori produce una forma di corruzione morale: una degradazione etica derivante dall’imposizione di un criterio semplificatorio su ambiti che richiederebbero molteplici criteri di giudizio. Tornando sul piano macroeconomico, è utile ricordare un classico esempio di scelte difficili da commensurare fra loro. Negli anni Sessanta, si diffuse l’idea che esistesse una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Indipendentemente dal fatto che questa relazione sia risultata instabile nel tempo, il punto cruciale resta lo stesso: che cosa deve fare la politica economica quando due obiettivi fondamentali non possono essere perseguiti contemporaneamente? Le istituzioni europee hanno optato per mantenere la stabilità dei prezzi «a ogni costo», con l’obiettivo di un’inflazione intorno al 2% nel medio periodo. Come mostrato durante l’ultima crisi inflazionistica, la Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse per «raffreddare l’economia», scaricando il costo dell’aggiustamento sui lavoratori, tutelando invece il valore delle attività finanziarie.  È razionale sacrificare l’occupazione per garantire la stabilità dei prezzi? La scelta di dare priorità all’una rispetto all’altra non può essere presentata come tecnica o neutrale: si tratta, a tutti gli effetti, di una decisione politica, che favorisce certi gruppi sociali a discapito di altri. La dea Temi, ricordiamolo, tiene in mano non solo la bilancia, ma anche una spada: dietro la contabilità dei costi e dei benefici, alla fine, ci sono sempre conflitti, rapporti di forza e decisioni che vengono imposte e fatte rispettare. Lo stesso ragionamento vale, in modo ancora più grave, quando ci spostiamo sul piano ecologico. È così che sono nati prima i mercati dei diritti di emissione, e che più recentemente, alla Conferenza Onu sulla biodiversità Cop16 di Cali (Colombia, 2024), è stato portato al centro il progetto di costruire un vero e proprio mercato globale dei crediti di biodiversità. In ogni caso, gli ecosistemi vengono immaginati come costruzioni della Lego che si possono scomporre e rimontare a piacimento. Vi è anche un’altra giustificazione: «rendere visibile l’invisibile». Se qualcosa non ha un prezzo, si dice, la politica lo ignora e la situazione peggiora; meglio quindi un numero di fantasia che il silenzio delle statistiche.  Un ultimo aspetto da mettere in evidenza è quello del futuro. Nel mondo neoliberista «there is no alternative»: ogni conflitto viene ridotto a questione meramente tecnica e ogni voce fuori dal coro viene silenziata in nome dell’efficienza e del progresso – non a caso Fukuyama ha potuto parlare di «fine della Storia». I modelli neoclassici, fondati sulla logica ABC, offrono anche una visione estremamente ristretta del mondo, ridotto a un grande gioco d’azzardo in cui si può scommettere su tutto, perché tutto ha un prezzo. Non è un dettaglio che il modello elaborato da Nordhaus – premio Nobel per aver sviluppato «l’economia del cambiamento climatico» – si chiami Dice, letteralmente «dado». Il tipo di incertezza che questi modelli considerano è solo quello del rischio, tipico dei casinò: puoi vincere o perdere a seconda della faccia che esce, ma puoi calcolare esattamente le vincite e le perdite attese, perché tutti gli eventi possibili e tutte le probabilità sono noti a priori. Non sai se uscirà 1 o 4, ma sai che non emergeranno cambiamenti imprevisti dovuti all’interazione tra i giocatori, al tavolo, alle regole del gioco.  COMPLESSITÀ: LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE La complessità è studiata da decenni, in particolare in fisica, e ha contribuito a modificare in profondità il paradigma scientifico. Tra le sue principali caratteristiche spiccano l’emergenza di fenomeni dovuti alle relazioni tra le parti – un campo di dune che cambia forma nel tempo non si capisce analizzando il singolo granello di sabbia – la relazione non neutrale tra osservatore e osservato, e soprattutto l’incertezza radicale che caratterizza la loro evoluzione. Questi aspetti implicano che il futuro è aperto, ignoto e in costruzione. È esattamente qui che entra in gioco la macroeconomia ecologica.  Al di là dei dettagli tecnici, è importante sottolineare lo scopo e la modalità con cui viene costruita la nuova generazione di modelli elaborati dalla macroeconomia ecologica. Primo: non pretendiamo di fare previsioni, ma utilizziamo simulazioni al computer per esplorare scenari alternativi che tengano conto del cambiamento climatico, del progresso tecnologico e della giustizia sociale. Secondo: si adotta un approccio modulare. Il sistema viene scomposto in «blocchi» che possono essere descritti separatamente, ma che devono essere connessi per comprendere il comportamento aggregato. Terzo: consapevoli che «tutti i modelli sono sbagliati», perché semplificazioni della realtà, adottiamo un atteggiamento di umiltà epistemica e di ascolto, ispirato ai principi della Post-normal Science. Come hanno sostenuto i pionieri di questo approccio, Funtowicz e Ravetz, quando «i fatti sono incerti, i valori in discussione, la posta in gioco alta e le decisioni urgenti», la scienza è necessaria ma non sufficiente. Per questo cerchiamo di lavorare in costante dialogo con diversi corpi sociali e portatori di interesse, per capire quali domande sono rilevanti, quali variabili e connessioni includere nei modelli e quali, inevitabilmente, tralasciare. Non pretendiamo di fornire risposte certe né di prevedere il futuro: vogliamo piuttosto contribuire a rendere l’economia un sapere democratico, costruito con e per la società. Il nostro viaggio è iniziato una decina di anni fa, quando abbiamo sviluppato un nuovo modello (Eurogreen) attraverso cui testare politiche sociali ambiziose che sarebbero state presentate al Parlamento europeo. Così, come dei novelli Argonauti, abbiamo costruito una «nuova nave» intrecciando conoscenze, metodologie e dati provenienti da discipline diverse. Nei nostri modelli, che simulano l’evoluzione delle economie dell’Italia e della Francia fino a metà secolo, abbiamo messo a confronto la «crescita verde», fondata sull’idea che il progresso tecnologico e il mercato possano automaticamente risolvere i problemi ambientali e sociali, con proposte alternative. Gli scenari mostrano che puntare tutto su efficienza energetica, automazione, produttività e politiche ambientali di mercato riduce sì le emissioni, ma al prezzo di più disuguaglianza e disoccupazione. Invece, ipotizzando riduzioni volontarie dei consumi, tassazione della ricchezza finanziaria e forti politiche sociali, è possibile ottenere nel lungo periodo meno CO₂, meno disuguaglianze e un più equo rapporto tra salari e profitti.  Sul fronte della crisi energetica e dell’inflazione, le nostre simulazioni per l’Italia confermano che l’esplosione dei prezzi dell’energia colpisce soprattutto chi ha redditi bassi, perché una fetta maggiore del loro reddito va in bollette, carburanti e affitti. L’indicizzazione dei salari insieme a un tetto agli affitti farebbe aumentare i salari reali e sostenere la domanda senza innescare automaticamente una spirale inflazionistica, migliorando la distribuzione a favore di lavoratori e lavoratrici. Inoltre, abbiamo immaginato di testare l’introduzione in Italia di una carbon tax sulla produzione, che cresce gradualmente da 30€ a quasi 200€ per tonnellata di CO₂ nel 2050. I risultati mostrano che questa politica, da sola, ha un impatto limitato sulle emissioni e può avere effetti regressivi, a meno che il gettito non venga redistribuito in favore delle fasce a basso reddito. L’uso mirato della tassazione permetterebbe così di evitare la povertà energetica senza impattare in modo significativo sui bilanci pubblici. Quando guardiamo all’adattamento climatico, vediamo che l’austerità è un boomerang: ingenti investimenti pubblici nel breve periodo, in deroga ai limiti imposti al bilancio, per l’adattamento riducono i danni futuri e migliorano persino la sostenibilità del debito pubblico a lungo termine.  Di fronte alle tecnologie che risparmiano lavoro, come ad esempio l’intelligenza artificiale, non esiste una bacchetta magica, ma un mix mirato di politiche sociali  – lavoro garantito per 300.000 persone e una riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di stipendio – finanziate da una patrimoniale, può trasformare l’innovazione in più sicurezza sociale invece che in nuova precarietà. Infine, esplorando la questione di genere, vediamo che quando si include la distribuzione del tempo, riconoscendo il valore del lavoro di cura, allora una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, accompagnata da uno schema di reddito universale, aiuta a ridurre i divari di reddito tra donne e uomini, pur senza eliminare da solo il gender pay gap. Quando allarghiamo lo sguardo alle materie prime, scopriamo che gli scenari «tecno-ottimisti» non riescono a disaccoppiare davvero crescita e uso di materiali: più efficienza e riciclo non bastano se i volumi complessivi continuano a crescere. Emerge un’inedita connessione tra mercato finanziario ed economia circolare: la necessaria contrazione dell’uso delle materie prime, la maggior parte importate, per restare dentro i limiti biofisici può essere accelerata grazie a un ridimensionamento della finanza. In altre parole, drenare risorse dalla speculazione finanziaria verso l’economia reale sembra essere la carta vincente per un miglioramento delle condizioni di vita e della salute, minacciate dall’enorme produzione di rifiuti. Integrando nel modello anche la dimensione idrologica, si dimostra che crescita e crisi climatica tendono a esasperare lo stress idrico, ma che politiche pubbliche su efficienza, infrastrutture e limite ai pesticidi possono ridurlo significativamente. In definitiva, modelli «complessi per la complessità» permettono di superare il vecchio conflitto tra lavoro e ambiente, mostrando che i soli indicatori biofisici non bastano per dichiararsi «sostenibili», senza guardare a chi ne sopporta i costi.  In sintesi, da questi scenari emerge una tesi semplice ma politicamente solida: non è vero che «non ci sono alternative». Le politiche ambientali di mercato, prese da sole, non funzionano; servono pacchetti integrati di interventi pubblici, redistribuzione, riduzione dei consumi materiali e riconoscimento del lavoro – anche di cura – per tenere insieme clima, equità e democrazia. È un compito difficile, perché le misure necessarie sono complesse, conflittuali e devono essere rapide: per questo non possono essere delegate a una ristretta élite o nascoste dietro la finta neutralità dei modelli neoclassici. Come ricorda David Graeber in L’alba di tutto, gli esseri umani si distinguono proprio per la capacità di scegliere consapevolmente e collettivamente tra forme diverse di organizzazione sociale. Nei sistemi complessi, dove non è possibile prevedere tutti gli effetti a causa del ruolo attivo «dell’osservatore», la partecipazione non è solo un valore politico, ma una necessità scientifica: è l’unico modo per esercitare una reale libertà collettiva. Di fatto, è ciò che è già accaduto negli ultimi decenni: governi e istituzioni hanno imposto politiche neoliberiste senza conoscerne davvero tutte le conseguenze, o fingendo di misurarle con l’ABC. Se la complessità ci dice che il futuro è aperto, la vera posta in gioco non è trovare il modello «giusto» che lo predice, ma lottare per partecipare alla costruzione del mondo che vogliamo. La macroeconomia ecologica, nel suo piccolo, è un tentativo di farlo: rimettere economia, ecologia e democrazia sulla stessa imbarcazione. E non riguarda solo l’Europa: anche in diversi paesi del Sud del mondo – dal Brasile alla Cina, fino alla Colombia – nuovi lavori stanno sperimentando questo approccio per esplorare nuovi percorsi capaci di affrontare disuguaglianze crescenti, crisi ecologiche e povertà. Sta a noi decidere se restare a riva ad aspettare gli oracoli del libero mercato, o salire a bordo e contribuire a tracciare una nuova rotta. *Tiziano Distefano è Professore associato in Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze e membro eletto del board dell’International Society for Ecological Economics (Isee). Questo articolo presenta le osservazioni personali dell’autore sull’emergente disciplina della Macroeconomia Ecologica, a cui si dedica una crescente comunità internazionale di studiosi e studiose impegnati nello sviluppo di modelli eterodossi. Qui si sono discussi, in particolare, alcuni risultati dei gruppi di ricerca delle Università di Firenze e di Pisa, grazie soprattutto al lavoro del Prof. Simone D’Alessandro e del Dr. Guilherme Morlin. Chi volesse mettersi nei panni di un «decisore politico» può accedere al toolkit online gratuito del progetto Ecoesione, con cui è possibile sperimentare gli effetti di diverse politiche sociali ed energetiche per l’Italia e osservarne le conseguenze su un ampio insieme di indicatori socio-economici e ambientali. L'articolo Gli Argonauti dell’economia proviene da Jacobin Italia.
Il museo dell’impero
Articolo di Neelam Srivastava Roma è stata capitale di più di un impero. Angelo Del Boca, Nicola Labanca, Valeria Deplano, Alessandro Pes ed Emanuele Ertola sono alcuni fra i molti storici che hanno studiato il passato coloniale italiano, praticamente finito nel dimenticatoio dopo il 1945, mettendo in luce soprattutto la volontà del regime fascista di trasformare l’Italia in un impero. Adesso, in un museo da poco riaperto al pubblico, cimeli del colonialismo italiano sono presentati al visitatore senza alcuna cornice interpretativa che le aggiorni per il pubblico di oggi, ignorando tutto il lavoro storiografico che ha cercato di decolonizzare la storia d’Italia e rendere visibile gli atti di dominio coloniale che hanno fatto parte integrante dell’identità nazionale.  Nell’ottobre del 1935, Benito Mussolini pronunciò un discorso dal balcone di Piazza Venezia a Roma, che fu trasmesso a venti milioni di italiani chiamati ad adunata nelle piazze e nei centri cittadini di tutta Italia. Nel suo discorso, Mussolini spiegò che l’Italia avrebbe fatto la guerra all’Etiopia per ottenere il suo meritato «posto al sole» in Africa e per lavare l’onta della sconfitta di Adua, dove nel 1896 l’esercito italiano era stato battuto in campo aperto dalle truppe etiopiche e le ambizioni coloniali del neonato Regno d’Italia avevano subito una brusca frenata.  All’epoca in cui l’Italia lanciò l’aggressione all’Etiopia, questo era uno Stato sovrano, membro della Società delle Nazioni e governato dall’imperatore Haile Selassie. Fu un’invasione illegale e aggressiva, contro le tendenze di un periodo in cui gli imperi coloniali europei attraversavano una grossa crisi dovuta ai movimenti anticoloniali che stavano prendendo piede in molte parti del mondo colonizzato: basti pensare al nazionalismo indiano guidato da Gandhi e Nehru, il Rastafarianismo nei Caraibi/Jamaica che rifiutava l’egemonia coloniale britannica e le lotte anti-francesi nelle colonie della Tunisia e Algeria capeggiate dall’Étoile Nord-Africaine e Destour (partito nazionalista tunisino).  L’aggressione italiana all’Etiopia fu fra gli eventi più eclatanti del 1935 e ricevette molta attenzione dalla stampa, soprattutto britannica, che metteva in chiara luce la natura illegale della conquista e l’uso delle armi chimiche contro la popolazione etiopica (le foto delle persone colpite dall’iprite comparvero su molti giornali ed era un fatto noto all’epoca, nonostante la cosiddetta «smentita» di Indro Montanelli negli anni Novanta, il quale poi ritrattò).  La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia si concluse nel maggio 1936. Il 9 maggio Mussolini si rivolse di nuovo alla nazione, annunciando «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» e che l’Africa Orientale Italiana era stata arricchita di un’ulteriore colonia (vedi Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, volume 3,  La conquista dell’impero). La dominazione italiana sull’Etiopia, che fece capo per circa un anno al viceré Rodolfo Graziani, commise molte atrocità e crimini di guerra, incluso il massacro degli abitanti di Addis Abeba nel febbraio del 1937 a seguito di un attentato a Graziani. Lo storico Ian Campbell ritiene che l’ammontare delle vittime civili sia intorno a 19.000, uccise da militari, camicie nere e coloni italiani nella capitale del paese. Non vi è nessuna menzione di questa storia di violenze legate alle guerre coloniali italiane nella Sala delle Colonie del Museo del Genio, il cui nome intero è Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio. Qui sono attualmente ospitate due belle mostre allestite dal Gruppo Arthemisia, una sulla fotografa americana Vivian Maier e una sull’artista italiano Ugo Nespolo.  Il Museo del Genio si trova sul Lungotevere delle Vittorie, nel quartiere Prati. È stato chiuso al pubblico per parecchi decenni ed ha riaperto recentemente nell’occasione di queste due mostre. Il museo fu costruito nel 1939 nella sede attuale ed era volto a celebrare il genio militare italiano e documentare la storia delle imprese dell’esercito, soprattutto le fortificazioni e le invenzioni tecniche a scopo militare. Come spiegano Christian Raimo e Bruno Montesano in un recente articolo sul Manifesto, la responsabilità dell’esposizione è condivisa dal Ministero della difesa «e la sua società in house Difesa servizi, che possiedono e gestiscono l’edificio» e da «Arthemisia (una società privata che spesso fa da partner a istituzioni pubbliche o semipubbliche), alla quale è stata affidata la curatela delle mostre temporanee».  Ci sono diversi aspetti sconcertanti che colpiscono del museo. Innanzitutto, il visitatore deve attraversare un grande androne prima di arrivare alle collezioni permanenti. La sala d’ingresso presenta cinque serie di incisioni sulle varie pareti di marmo travertino, ognuna con dediche a una guerra italiana. Qui leggiamo degli eroi e delle medaglie all’onore della prima guerra d’indipendenza, la seconda, la terza, la quarta (la Prima guerra mondiale) e infine l’ultima serie reca come titolo «la conquista dell’impero – l’Etiopia–, come a significare una continuità ideale fra la prima guerra d’indipendenza e questa guerra coloniale di conquista. Non ci sono pannelli esplicativi in questa grandiosa anticamera del museo sul perché la guerra d’Etiopia fosse vista alla pari delle guerre d’indipendenza agli occhi del regime nel 1939. Come ci racconta Del Boca, per Mussolini l’invasione dell’Etiopia era una guerra di prestigio con cui sperava di consolidare l’immagine internazionale del fascismo. Questo è riflettuto chiaramente nella disposizione della Sala delle Colonie, che è stata riproposta al pubblico senza alcuna mediazione o apparato critico-storico contemporaneo, rimasta identica a quando il museo fu aperto. In questa sala si trovano esposti oggetti relativi alle imprese coloniali italiane in Libia, Eritrea ed Etiopia. Questo in sé ovviamente non darebbe da discutere, anzi molti degli oggetti sono di grandissimo interesse storico e culturale; né è giusto pretendere che un museo dedicato all’Arma del Genio debba per forza fare sempre il processo alle intenzioni.  È piuttosto l’allestimento a essere problematico ’ essendo segnato da inaccuratezze e omissioni storiche riguardo all’impresa coloniale che, come detto, è stata ampiamente documentata dalla storiografia da parecchi decenni. La prima cosa che vede il visitatore nella sala è una pelle di leone appesa; l’animale era stato ucciso durante una battuta di caccia da parte dell’operaio italiano Gastone Lombardi in Giggica nell’aprile del 1937 e c’è tanto di foto accompagnatrice di un gruppo di «operai del Genio di Scaveli con l’uccisore del leone».  Stona l’anacronismo anti-ecologico, con forti reminiscenze da uomo bianco in Africa. Sulla parte opposta è esposta una grande pianta della Rete Stradale dell’Impero.  Questa mappa è d’indubbio interesse storico perché mostra chiaramente l’intervento del genio militare in Africa Orientale e il grande valore attribuito all’Arma per il suo ruolo nella costruzione di strade, ferrovie e ponti che collegavano Somalia, Eritrea, ed Etiopia. L’espansione italiana in Africa doveva segnalare al mondo le brillanti innovazioni tecnologiche e militari italiane, «rivelando le intenzioni di Mussolini di coinvolgere l’intero paese nel conflitto e di alimentare con la fulmineità di una guerra meccanizzata, l’immagine di un regime moderno, efficiente, imbattibile» (citazione sempre di Del Boca, La conquista dell’impero). Come scrisse il poeta Filippo Tommaso Marinetti nel 1937, «La guerra ha una sua bellezza perché serve la potenza della grande Italia Fascista». L’esposizione continua con una serie di cosiddetti «trofei di guerra» ottenuti in combattimento con gli etiopici, come per esempio un tamburo negarit preso da una compagnia italiana nel 1936 .  Le diciture delle didascalie non recano alcuna traccia di decenni di lavoro storiografico e museale sull’imperialismo italiano in Africa e i crimini di guerra commessi dagli italiani, e senza alcun accenno al fatto che la cosiddetta conquista fu un’invasione. In più si potrebbe anche notare che la terminologia di «trofeo» non è proprio adatta a un museo odierno; si veda la didascalia posta dentro una vetrina che contiene una stazione radiofonica presa al comandante etiopico Ras Destà e inviata «in dono al Museo Nazionale del Genio perché sia perennemente conservata con gli altri trofei della guerra africana». La sala è occupata in larga parte da varie vetrine che contengono plastici di fortini costruiti durante la guerra coloniale, a dimostrazione del «genio militare italiano». Encomi a truppe di combattimento in Libia, Eritrea ed Etiopia si mescolano ai plastici e a cartine militari dell’Africa Orientale Italiana. La disposizione dei cimeli e dei vari oggetti nella sala sono chiara prova (come se ce ne fosse bisogno) della profonda continuità ideologica fra le guerre coloniali del periodo liberale (da Adua in poi e soprattutto la campagna di Libia) e la campagna etiopica del 1935-36. Questa continuità ideologica è viva e vegeta in questo museo finanziato dal Ministero della difesa. Come dice lo storico Fabio De Ninno, «se la cornice resta quella della continuità e del ‘passaggio di consegne’ tra guerre, senza un lavoro esplicito sulle discontinuità (e, in particolare, sul nesso fra guerra, violenza politica e ordine mediterraneo e/o coloniale), allora la visita del pubblico produce esattamente ciò che temiamo: un senso di familiarità e di legittimità, più che una comprensione storica» (vedi anche il recente libro di De Ninno per la collana Fact-checking di Laterza, Mancò la fortuna non il valore). La supposta continuità fra le guerre italiane si legge anche sul sito del Ministero della difesa dedicato alla storia dell’esercito italiano, dove nel caso della guerra d’Etiopia si legge che «Appena terminate tali operazioni, definite ‘cicli di polizia coloniale’, nel 1935 l’Esercito fu impegnato di nuovo nel conflitto con l’Etiopia». L’espressione «cicli di polizia coloniale» probabilmente si riferisce alle operazioni precedenti ovvero alla riconquista della Libia effettuata sotto il regime di Mussolini: è un risaputo fatto storico che si trattò in realtà di una campagna di controguerriglia contro una resistenza accanita. E «l’impegno» dell’Italia in Etiopia fu, come si è già detto, in effetti un’invasione.  Colpisce la mancanza di rispetto nei confronti di persone e territori rappresentati come semplicemente nemici (e anche implicitamente inferiori) agli italiani. Usare il termine «nemico» suona strano quando si è in effetti invaso un’altra nazione sovrana andando contro il diritto internazionale dell’epoca. Inoltre, molti oggetti esposti nella sala, come ad esempio le armi prese ai combattenti etiopi ed esposti in teche senza alcuna nota esplicativa che ne indichi la provenienza, di diritto apparterrebbero all’Etiopia, quindi né al museo né allo Stato italiano. Si contrasti questo con la lista degli oggetti che l’Italia si impegnò a restituire all’Etiopia negli anni Cinquanta, esposta al Museo delle Civiltà all’Eur e che fanno parte di un’opera di Theo Eshetu che mira a ri-significare e ri-attualizzare gli oggetti coloniali e il rapporto fra Italia ed Etiopia. Che dire poi della statua dell’ascaro di dimensioni naturali conservata in una teca senza alcuna didascalia e che è posto all’uscita, come a conclusione della visita alla Sala delle Colonie? Gli ascari erano truppe coloniali usate dall’Italia per effettuare la conquista della Libia e dell’Etiopia e rappresentano una forma di egemonia militare e razziale esercitato su popolazioni soggette al dominio coloniale. È a dir poco irresponsabile mostrare queste cose senza alcuna contestualizzazione storica, in un museo aperto al grande pubblico con varie descrizioni trionfalistiche sul sito di Arthemisia. Il sito afferma che «il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio». Manca anche il minimo riconoscimento dei soprusi e aggressioni effettuati ai danni delle popolazioni etiopiche, libiche e somale nel corso delle guerre coloniali che sono presentate in maniera trionfalistica nella sala.  Si potrebbe obiettare che questa sala è ben poca cosa in un edificio abbastanza marginale nel sistema museale di Roma. È anche vero però che gli spazi del Museo del Genio vengono riutilizzati per mostre di arte contemporanea, che quindi porteranno un afflusso molto maggiore di visitatori che si trovano poi a passare per le sale del Museo senza alcuna spiegazione o pannello che contestualizzi gli oggetti relativi all’imperialismo italiano. Non solo, ma sia Arthemisia che il Ministero della Difesa stanno chiaramente cercando di rilanciare il Museo stesso, celebrandone il contenuto in maniera acritica. Per citare di nuovo De Ninno, è una questione di confrontarsi con la memoria pubblica delle guerre coloniali e in sostanza del fascismo, come Ruth Ben-Ghiat scrisse in un articolo risultato assai controverso in Italia. Si contrasti la Sala delle Colonie con una mostra intitolata «Museo delle Opacità» ospitata tempo fa dal Museo delle Civiltà che ha riproposto parte della sua collezione di oggetti provenienti dall’ex-Museo delle Colonie in maniera auto-riflessiva e critica non solo del retaggio coloniale ma anche di un metodo museale-antropologico che era teso semplicemente a «mostrare» gli oggetti in chiave esotizzante e orientalistica.  La storica dell’arte Giulia Grechi osserva che gli archivi e i musei non ci insegnano soltanto che cosa dobbiamo sapere ma anche come saperlo. Ad esempio, l’opera dell’artista Jermay Michael Gabriel, Yekatit 12 in mostra al pianterreno del MuCiv, segnala all’entrata che si sta cercando di ripensare la collezione per il grande pubblico dal punto di vista dell’esperienza etiopica dell’occupazione italiana (il titolo «Yekatit 12» è la data nel calendario etiope del massacro di Addis Abeba compiuto dagli italiani nel 1937, oggetto di commemorazione annuale in Etiopia).     Com’è evidente, allora, in Italia non si è mai avviato un vero processo di decolonizzazione a livello pubblico, nonostante che il volto demografico dell’Italia sia cambiato radicalmente e ormai essere italiani non sia più sinonimo dell’essere bianchi. Ma tutto questo passa sotto silenzio e indifferenza o peggio si ritorna alle mitizzazioni del colonialismo fascista. Rimane da sperare che una nuova generazione di artisti e attivisti continui a produrre opere e installazioni come quelle dell’Ente di Decolonizzazione, Alessandra Ferrini o Laura Fiorio che gettano luce sui pregiudizi razziali e culturali che sostennero l’imperialismo nostrano e riprendono le memorie del passato coloniale in maniera critica e analitica.   *Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo italiano. L'articolo Il museo dell’impero proviene da Jacobin Italia.
«Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo
La vicenda processuale italiana di Annan Yaeesh inizia il 24 gennaio 2024 con la richiesta estradizione trasmessa al Ministero della Giustizia dallo Stato Israele. Come si sviluppano le fasi iniziali del procedimento? La vicenda processuale inizia a gennaio 2024 quando le autorità israeliane chiedono la consegna di Anan Yaesh alle autorità italiane. La richiesta di estradizione viene accolta, tant’è che procedono all’arresto ai fini estradizionali di Anan che viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La decisione sull’estradizione viene tuttavia impugnata e la Corte di Appello dell’Aquila decide di liberare Anan, in quanto secondo la Corte non vi sono i presupposti per consegnarlo alle autorità israeliane, dato il rischio concreto che venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, sulla base di quanto era stato prodotto dalla difesa citando rapporti delle principali organizzazioni internazionali, quali ad esempio Amnesty International, e relazioni dell’ONU che documentano come le autorità israeliane praticano in maniera sistematica la tortura su i prigionieri palestinesi. Questa decisione della Corte di Appello è molto importante poiché un organo istituzionale di questo paese afferma, nero su bianco, che Israele pratica sistematicamente la tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi, al punto di negare l’estradizione. Tuttavia, cosa succede due giorni prima di questa decisione? Che la procura dell’Aquila decide di promuovere un procedimento “autonomo” (non quindi su diretta iniziativa, se così possiamo dire, dello Stato di Israele) sempre nei confronti di Anan con accuse praticamente sovrapponibili a quelle iniziali, in base alle quali richiede di nuovo la custodia cautelare in carcere. Morale della favola, Anan non viene mai liberato. Il capo di imputazione del nuovo procedimento è quello previsto dall’articolo 270 bis, ovvero l’associazione con finalità di terrorismo, e non riguarda solo Anan, ma anche altre due persone, Ali Saji Rabhi Irar e Mansour Doghmosh, palestinesi anch’essi, che vivono a L’Aquila e sono legati ad Anna da rapporti di amicizia. Tutti e tre vengono arrestati e portati in carcere. Per mettere in risalto tutti gli aspetti problematici, preoccupanti e profondamente politici di questo procedimento, è necessario farne breve riassunto. La vicenda processuale può essere sostanzialmente divisa in due parti, la fase cautelare e il dibattimento. Nella fase cautelare, la Procura e il Tribunale hanno affrontato questo procedimento senza minimamente considerare il contesto nel quale si sarebbero svolti i fatti e il diritto che doveva essere applicato, ovvero il diritto internazionale umanitario. I tre sono accusati di aver fatto parte delle Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, in Cisgiordania, che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero un’articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’organizzazione della resistenza palestinese che ha operato principalmente nel corso del 2023 nella città di Turkarem e che ha come obiettivo principale quello di resistere alle incursioni dell’esercito israeliano all’interno del della città di Tulkarem e in particolar modo nei due campi profughi della città. I tre dall’Italia avrebbero fornito attività di finanziamento, di propaganda, di supporto all’organizzazione di appartenenza. La fase cautelare termina con la scarcerazione di due dei tre imputati, cioè di Ali e Mansour, mentre Anan rimane in carcere. La Cassazione riscontra infatti una totale insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei due e sulla base di questi principi il Tribunale della Libertà libera Ali e Mansour. A processo, quindi, due dei tre imputati sono già liberi e la loro posizione dal punto di vista accusatorio è già messa fortemente in discussione. Essenzialmente, è l’intero teorema accusatorio a essere molto debole. Quello che succede ai tre imputati dopo la decisione del Tribunale della Libertà è emblematico riguardo al trattamento che lo Stato italiano riserva ai/alle cittadine/i palestinesi che lottano per la liberazione dall’occupazione israeliana. Nonostante sia un richiedente asilo, Mansour viene infatti prelevato direttamente dal carcere di Rossano e poi portato al CPR di Roma nell’espletamento di una procedura di espulsione che viene interrotta dal Tribunale Civile (di nuovo, un tribunale si pronuncia contro l’espulsione di cittadini palestinesi in Israele dato il rischio di trattamenti disumani e degradanti), ma successivamente la Commissione territoriale per il diritto d’asilo ha comunque deciso di rigettare la sua richiesta. Ad Annan e Ali, il permesso di soggiorno viene invece revocato (pende il ricorso contro questa decisione). Di fronte quindi a palestinesi che si attivano per l’autodeterminazione del proprio popolo, lo Stato utilizza tutto l’armamentario repressivo, non solo penale, ma anche amministrativo utilizzando la loro condizione di non cittadini di questo paese. Siamo quindi all’assurdo: palestinesi titolari di permesso, o di protezione, prima del 7 ottobre 2023, perdono il diritto di asilo nel mezzo di un genocidio … Inizia così il processo vero e proprio, in cui è centrale la discussione riguardo alla distinzione fra legittimità della lotta, anche armata, per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli dalla dominazione coloniale e terrorismo. Perché questa questione è il fulcro del processo? Il processo ruota attorno alla distinzione tra legittima lotta di autodeterminazione e terrorismo, perché la prima, anche armata, con alcune limitazioni è assolutamente legittima in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito da diversi pronunciamenti di organismi internazionali. In particolare, esistono delle convenzioni internazionali, come ad esempio la Convenzione di New York, che stabiliscono come la definizione di terrorismo sia diversa a seconda che si operi in contesti di pace o di guerra. In questo secondo caso, l’attività di resistenza, in particolar modo nei confronti dell’esercito di uno Stato occupante viene considerata assolutamente legittima. L’unico limite è che le azioni di resistenza non debbano mai coinvolgere civili che non partecipano alle ostilità. Solo ed esclusivamente nel caso in cui le condotte contro lo Stato occupante mettano a rischio la vita dei civili non coinvolti nelle ostilità, possono essere considerate terrorismo. Questo concetto è stato ribadito anche dalla Corte di Cassazione in fase cautelare riaffermando il diritto e la legittimità della cosiddetta ribellione armata, con i limiti sopra citati. Il riconoscimento in un’aula di giustizia che si possa lottare, anche in armi, per la propria liberazione e autodeterminazione è, di per sé, già un risultato ottenuto dal procedimento. E’ un concetto che in un contesto di pacificazione avevamo dimenticato. Il punto centrale del procedimento sarebbe quindi dovuto essere stabilire se le azioni imputate ad Annan, Ali e Mansour fossero legittime o invece riconducibili alla categoria del terrorismo, tesi, quest’ultima, sostenuta dall’impianto accusatorio della Procura, anche in virtù dell’allargamento odierno del concetto di terrorismo. A tale scopo, sarebbe stato necessario sia ricostruire il contesto che considerare il diritto applicabile quello scenario di occupazione militare, ovvero il diritto internazionale umanitario. Ad esempio, descrivere la quotidianità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, come questa si esplica in tutte le forme, dalla demolizione delle case, alle punizioni collettive, alla detenzione amministrativa, all’esistenza delle colonie. Affrontare quindi questioni quali cosa sia il colonialismo di insediamento, come gli insediamenti vengono considerati nell’ambito del diritto internazionale (ad esempio il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 che sancisce l’illegalità dell’occupazione della Cisogiordania, Gaza e Gerusalemme Est impartendo il ritiro israeliano e lo smantellamento delle colonie), qual è lo status dei coloni spesso in prima linea nelle aggressioni quotidiane ai villaggi palestinesi, soggetti armati e allo stesso tempo impuniti. Queste tematiche sono centrali visto che ad Anan, Ali e Mansour è contestata l’organizzazione di una non ben definita “azione” ad Avnei Hefetz, colonia in Cisgiordania, quindi illegale secondo il diritto internazionale. Prima di tutto, occorre sottolineare che la fantomatica azione non è mai stata circostanziata, cioè la Procura non è mai riuscita a sostenere che effettivamente qualcosa sia stato organizzato all’interno della colonia, al punto che il capo di imputazione è solo ed esclusivamente uno, la partecipazione all’associazione, mentre non viene contestato nessun reato-fine, cioè nessun attentato in cui viene indicato il luogo, l’orario, la data, le modalità di realizzazione … Non viene contestato proprio perché non è mai stata dimostrato che qualcosa sia realmente avvenuto, ma nonostante questo si viene processati per terrorismo. In secondo luogo, cos’è realmente Avnei Hefetz? E’ un obiettivo legittimo? Chi vi risiede? Civili? E le Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, cui sono accusati di parte i tre imputati, cosa sono? Grazie al materiale che è stato rinvenuto all’interno dei telefoni cellulari abbiamo capito che lo scopo di queste brigate era resistere alle incursioni dell’esercito israeliano in città, e che quindi le azioni compiute avevano sempre come obiettivi l’esercito israeliano. Nel corso del processo, abbiamo appreso come i membri noti delle Brigate siano stati tutti uccisi dall’IDF, e stiamo parlando di fatti precedenti il 7 ottobre 2023. Sono stati tutti uccisi con veri e propri attentati terroristici compiuti dall’esercito israeliano. Si parla di bombardamenti con droni per uccidere un solo appartenente alle brigate, oppure di vere e proprie esecuzioni eseguite nelle strade di Tulkarem. Il processo si è aperto con le immagini dell’esecuzione di alcuni militanti delle Brigate nella città di Tulkarem, uccisi dall’esercito israeliano in un agguato in cui soldati nascosti dentro una macchina con targa palestinese, hanno bloccato la macchina dei militanti e li hanno uccisi tutti a sangue freddo coinvolgendo anche dei civili, in particolar modo addirittura dei bambini, feriti. Il Tribunale ha però osteggiato la ricostruzione del contesto che come collegio avevate deciso di includere nella difesa degli imputati. Lo svolgimento del processo presenta infatti alcuni tratti preoccupanti, a partire dall’inammissibilità di 44 testimoni su 47 della difesa (fra cui Francesca Albanese). Quali altre violazioni dei principi del giusto processo avete riscontrato nel dibattimento? La strategia difensiva prevedeva chiaramente di riportare il contesto in cui si svolgono i fatti e avremmo voluto farlo attraverso la deposizione di testimoni assolutamente qualificati: esperti di diritto internazionale, persone che lavorano all’interno delle organizzazioni internazionali, persone che hanno vissuto sulla propria pelle, quella che è l’occupazione israeliana, professori universitari, eccetera. La Corte d’assise, alla prima udienza, ha ritenuto non ammissibili tutti i testi presentati dalla dalla difesa, privando il processo ma privandosi anche essa stessa di comprendere appieno qual era l’oggetto del dibattimento. Gli unici testi quindi ritenuti ammissibili sono quelli indicati dal pubblico ministero, sostanzialmente ed esclusivamente soggetti appartenenti alla Digos dell’Aquila che avevano svolto le indagini, che nel corso delle deposizioni hanno dimostrato enormi lacune storiche, giuridiche e amministrative (ammettendo anche di aver cercato di svolgere indagini utilizzando le cosiddette fonti aperte, ovvero non meglio precisati siti web!). L’altra grande questione sorta nelle nelle battute iniziali di questo processo riguardava la richiesta, da parte della procura dell’Aquila, di voler acquisire a dibattimento dei verbali di interrogatori di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questo è stato uno dei momenti più gravi e problematici delle prime udienze, poiché appunto come difesa ci siamo battuti, vincendo, per far sì che questi verbali di interrogatorio non potessero essere acquisiti. Oltre al fatto che ci sono ragioni procedurali per cui non è possibile considerare quei verbali dei semplici documenti acquisibili al dibattimento, la prima questione è che sono dei verbali di dichiarazioni rese da prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sentiti prima da dallo Shin Bet, poi dalla polizia israeliana, senza un difensore. Ma soprattutto c’è il comprovato elemento che i prigionieri palestinesi delle carceri israeliane vengono sistematicamente torturati, per cui pensare di poter ritenere valide tali dichiarazioni è assolutamente illegittimo. Un’altra stortura del dibattimento ha riguardato la discussione riguardo la natura, civile o militare, di Avni Hefez. La Corte ha infatti richiesto l’audizione dell’ambasciatore israeliano a Roma. Questa idea di poter di pensare di acquisire delle informazioni in questo processo attraverso l’audizione dell’ambasciatore dello Stato occupante è un altro fatto molto grave su cui la difesa si è opposta, poiché riteniamo che ovviamente non sia una parte oggettiva in questo processo. Inoltre, l’audizione dell’ambasciatore riconosce di fatto l’occupazione della Cisgiordania, violando quegli obblighi internazionali sanciti nel parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio del 2024. Tuttavia, questa eccezione veniva rigettata dalla Corte e quindi è stato sentito una funzionaria di collegamento dell’ambasciata israeliana a Parigi, che ovviamente si è limitata ad affermare che quello era un insediamento civile. Aver dato la possibilità a un rappresentante dello Stato israeliano di prendere parola in questo momento storico, con le accuse che tendono nei confronti di Israele, e poterlo ritenere un teste è un aspetto estremamente grave. Come controprova, alle difese viene concesso di audire il Professor Chiodelli, dell’Università di Torino, già inserito nella lista testi inizialmente rigettata con lo scopo di riferire sulla natura di Avni Hefez. La testimonianza del testd Chiodelli è stata dirompente all’interno del processo, sia per la professionalità che per le competenze. Inoltre, il fatto che lo stesso si fosse recato in Cisgiordania, lo rende il primo, e unico, testimone di questo processo che si era effettivamente recato nei luoghi. Il professore ha riferito di come all’entrata di questo insediamento vi sia una grandissima base base militare, assolutamente visibile sia dalle mappe di Google Maps che da altre fonti ONU e quindi obiettivo legittimo di eventuali azioni di resistenza contro l’occupazione. Inoltre, Chiodelli descriveva con precisione la vita dei palestinesi sotto occupazione, cosa fossero le colonie, come erano inserite all’interno del progetto di colonialismo di insediamento israeliano e chi fossero i coloni stessi. Ha reso una chiara relazione sui sistemi di sicurezza delle colonie, sul fatto che le colonie ovviamente siano posti iper sorvegliati dall’esercito israeliano con le armi. Nonostante tutti questi elementi e la mancanza di prove circostanziali riguardo la cosiddetta “azione” terroristica con obiettivo Avni Hefez, la richiesta di condanna è stata elevatissima, 12 anni per Anan, 9 per Ali e 7 per Mansour. Cosa ci dice l’andamento del processo riguardo alla complicità dell’Italia con lo Stato di Israele nella repressione del popolo palestinese e nei confronti delle garanzie processuali all’interno del nostro sistema giudiziario? Siamo di fronte all’israelizzazione del nostro sistema penale, vedi anche la vicenda di Hannoun? Fin dal primo momento si è cercato di mantenere alta l’attenzione su questo procedimento perché poteva rappresentare chiaramente un precedente molto grave, sin dall’inizio, nella decisione di accogliere la richiesta di estradizione nei confronti di Anan. Sappiamo infatti che le decisioni sull’estradizione sono politiche e accogliere la richiesta dello Stato di Israele, sarebbe stato già problematico in un altro momento storico, figuriamoci a gennaio del 2024 quando la Corte Internazionale di Giustizia aveva accolto la causa per genocidio intentata dal Sud Africa. Inoltre, l’altra grande problematica emersa era il fatto vi fosse una repressione della resistenza palestinese non solo in Palestina ma anche nei paesi europei dove risiede e vive la diaspora. Sempre dal primo momento è emerso chiaramente come questo fosse anche un procedimento utilizzato nel tentativo di reprimere qualsiasi tipo di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, movimento che poi abbiamo visto esplodere a settembre del 2025 dopo anni di faticoso lavoro. Repressione che stiamo vedendo soprattutto a seguito della fine della parte più partecipata della mobilitazione. Sono infatti tantissimi i procedimenti che stanno iniziando proprio adesso in quasi tutte le procure d’Italia. Dal punto di vista poi strettamente processuale come detto ci sono stati una serie di passaggi avvenuti all’interno del processo che appunto hanno segnato l’idea che Israele, cioè uno Stato accusato di compiere ora in diretta un genocidio, potesse essere ritenuta una fonte attendibile. Ma anche la stessa idea, poi respinta, di utilizzare delle informative dei servizi segreti israeliani, ovviamente in contatto con quelli italiani, in dibattimento. Infine la decisione della Corte d’Assise di poter ritenere coome testimone valido l’ambasciatore israeliano. Quindi tutte valutazioni che ritengono che soggetti rappresentanti le varie istituzioni israeliane, o informazioni che provengono dalle autorità israeliane, possano essere considerate valide all’interno delle aule di tribunale. E questo segna un tratto problematico e si lega alla vicenda di Hanoun, in cui probabilmente è stato fatto un pericolosissimo salto in avanti perché, come hanno denunciato gli avvocati difensori, quell’indagine si fonda sostanzialmente e principalmente su vere e proprie informative dei servizi o su materiale di intelligence proveniente da un contesto di conflitto armato in corso e quindi, nemmeno dall’autorità giudiziaria israeliana. Questo è di una gravità incredibile. La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo proviene da DINAMOpress.
Due attivistə di Palestine Action hanno intrapreso uno sciopero della fame di 73 giorni
Si chiamano Kamran Ahmed e Heba Muraisi lə tre attivistə del collettivo britannico Palestine action accusatə di aver praticato un’azione di sabotaggio contro una fabbrica di armi israeliana e una base militare della Royal air force. Lə attivistə, che si dichiarano innocenti, denunciano una condizione carceraria punitiva e ingiusta, che li vede affrontare per motivi non chiari un allungamento fuori legge del periodo di detenzione preventiva. La custodia cautelare, che non dovrebbe superare i sei mesi di detenzione, si sta prolungando ormai da più di 18 mesi senza nessuna giustificazione legale. Lo scorso 14 gennaio lə attivistə hanno interrotto lo sciopero della fame portato avanti da 73 giorni dopo che alcune delle loro richieste sono state realizzate. Di seguito l’articolo pubblicato su Novara media in precedenza all’interruzione del digiuno. Muraisi, 31 anni, soffre di spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e deve «ricordarsi di respirare», secondo il gruppo di attivistə Prisoners For Palestine. Ahmed, 28 anni, soffre di forti dolori al petto, affanno, difficoltà nel parlare e perdita dell’udito all’orecchio sinistro, secondo quanto riferito dalla sorella maggiore, ma rimane «mentalmente lucido» e «andrà fino in fondo». «La morte è una possibilità molto concreta per Heba in questo momento», ha dichiarato a Novara Media Hinda, amicizia d’infanzia di Muraisi, che ha preferito non rivelare il proprio cognome. Descrive Muraisi come una persona amorevole, gentile e altruista che «mette sempre gli altri prima di sé». Nove attivistə di Palestine Action in custodia cautelare hanno intrapreso uno sciopero della fame l’anno scorso dopo che la ministra dell’Interno Shabana Mahmood non ha risposto a una lettera in cui venivano espresse preoccupazioni sulle loro condizioni. Muraisi e Ahmed sono due delle tre persone detenute appartenenti a Palestine Action che continuano a rifiutare il cibo. Il terzo è Lewie Chiaramello, 22 anni, che digiuna a intermittenza da 44 giorni perché affetto da diabete. Teuta “T” Hoxha ha interrotto il suo sciopero della fame di 58 giorni (il secondo intrapreso in meno di un anno) il 5 gennaio. Hoxha è stata ricoverata in ospedale più volte e la sua salute rimane significativamente a rischio di sindrome da rialimentazione, a meno che la sua guarigione non venga gestita correttamente. Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno interrotto il loro sciopero dopo 51 giorni il 23 dicembre 2025. Jon Cink e Umer Khalid hanno concluso i loro scioperi della fame di 41 e 13 giorni all’inizio di dicembre. Il gruppo di attivistə chiede il rilascio immediato su cauzione, il diritto a un processo equo, la revoca della messa al bando di Palestine Action, la chiusura degli stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit Systems sul suolo britannico e la fine delle presunte interferenze da parte delle autorità carcerarie nelle loro lettere e altre comunicazioni. Il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha rifiutato costantemente di aprire un dialogo o incontrare chiunque rappresenti le persone in sciopero della fame. Muraisi ha iniziato a rifiutare cibo il 3 novembre e ha riferito sintomi quali incapacità di formulare frasi, dolore quando si sdraia su un fianco e dolori muscolari costanti. Ahmed è stato ricoverato in ospedale per la quinta volta la settimana scorsa. Sua sorella, la farmacista Shahmina Alam, ha dichiarato a Novara Media di vivere nella paura costante che suo fratello possa avere un infarto. La preoccupazione per la sopravvivenza di queste persone in sciopero della fame non è infondata. Il rifiuto del cibo per più di 40 giorni è considerato fase critica dal personale medico, con potenziali danni permanenti o morte per collasso cardiovascolare e infezioni. Esiste anche un forte rischio di complicazioni neurologiche dovute alla carenza di vitamine. Il dottor James Smith, medico di pronto soccorso qualificato e docente presso lo University College di Londra, ha dichiarato a Novara Media che Muraisi è «giunta alla fase critica dello sciopero della fame, in cui è probabile che l’organismo venga danneggiato in modo irreversibile e il rischio di morte aumenta di giorno in giorno». Smith ha aggiunto: «Il rischio che squilibri elettrolitici provochino aritmie cardiache e arresto cardiaco è elevato, così come la vulnerabilità a infezioni e sepsi. Tutti gli organi – fegato, reni, cuore – sono sottoposti a uno stress enorme e potrebbero smettere di funzionare in qualsiasi momento». Il personale carcerario non può procedere con l’alimentazione forzata quando le persone detenute rifiutano cibo o liquidi. Alam descrive se stessa e la sua famiglia «come zombie». «Ogni ora che passa senza avere sue notizie [di Ahmed] è un momento di panico», ha detto. «Sei in uno stato di ansia costante. Senti il tuo cuore andare in pezzi e non puoi farci niente». Muraisi e Ahmed fanno parte di Filton 24 e sono in custodia cautelare senza alcun processo da più di 13 mesi, ben oltre il limite di circa sei mesi previsto per la custodia cautelare. Il loro processo è previsto al più presto nel maggio di quest’anno, il che significa che a quel punto saranno in carcere da 18 mesi senza condanne, senza che sia stato formulato alcun tipo di reato. Lo scorso ottobre Muraisi è stata trasferita dall’HMP Bronzefield nel Surrey all’HMP New Hall di Wakefield, in una mossa che secondo lə attivistə ha avuto lo scopo di isolarla e separarla dalle sue reti di sostegno, compresa sua madre. Secondo quanto riferito, lei è determinata a continuare lo sciopero della fame fino a quando non verrà riportata a Bronzefield. Hinda ha raccontato a Novara Media che lei e altrə, tra cui Jon Trickett, deputato laburista di Normanton e Hemsworth, non hanno ottenuto il permesso di visitare Muraisi «nonostante la direzione del carcere sostenga il contrario», e che ciò ha avuto un impatto significativo sulla salute mentale di Muraisi. Dei dieci prigionieri politici, appartenenti all’IRA e all’INRA, morti nel Maze durante lo sciopero della fame del 1981, solo tre avevano resistito senza cibo per più giorni rispetto a Muraisi. Un portavoce di Prisoners For Palestine ha dichiarato a Novara Media: «Dopo più di due mesi senza cibo e nel totale disinteresse delle autorità, la vita di Heba è in grave pericolo. Perché si rifiutano di trasferirla all’HMP di Bronzefield, vicino alla madre disabile che non può vedere da mesi?». La sorella di Ahmed ha affermato di provare «profonda delusione» verso il  governo proprio perché è un governo laburista e Starmer, in quanto ex-avvocato specializzato in diritti umani, «dovrebbe vergognarsi». «Ignorare le persone che stanno mettendo a rischio la propria vita per garantire il rispetto dei diritti di cittadini e cittadine britanniche e del diritto internazionale è follia», ha dichiarato Alam a Novara Media. «Si pensa a torto che queste persone vogliano un trattamento speciale o una corsia preferenziale verso il processo, ma niente è più lontano dalla verità. Tutto ciò che chiedono è quanto previsto dalle nostre costituzioni democratiche e dal sistema giudiziario». «Non avrei mai pensato che mio fratello sarebbe finito in prigione per motivi politici. Non avrei mai pensato che mio fratello avrebbe fatto uno sciopero della fame. Erano cose che leggevamo nei libri di storia e pensavamo: ‘Wow, ci vuole un gran coraggio per fare una cosa del genere’. Poi ho capito che si tratta solo di persone comuni che si affidano alla loro umanità e si rendono conto che non sono libere finché tutti non lo sono». Hinda ha dichiarato che il governo mette «gli interessi delle potenze straniere al di sopra di quelli dei propri cittadini» e lo ha definito un «precedente pericoloso». A Novara Media ha detto: «Heba è in carcere da più di un anno e si prevede che vi rimarrà ancora a lungo senza una condanna per quello che la legge definisce danno penale. Heba lo fa affinché le sue richieste vengano ascoltate, la legge applicata in modo proporzionato e le sia concesso di tornare a casa e tornare a essere una figlia». Lə nove detenutə in sciopero della fame sono in carcere per il presunto coinvolgimento in irruzioni nelle fabbriche di proprietà della Elbit Systems, la più grande azienda produttrice di armi di Israele, e nella base aerea RAF Brize Norton. Tuttə loro negano queste accuse. Il mese scorso esperti ed esperte delle Nazioni Unite hanno esortato il governo britannico ad adottare «misure urgenti» per salvaguardare la vita dei detenuti in sciopero della fame. Sette esperti ed esperte indipendenti, tra cui la relatrice speciale per i Territori palestinesi occupati Francesca Albanese, hanno affermato: «Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere delle persone detenute». A dicembre, Starmer ha dichiarato alla Camera dei Comuni che regole e procedure erano state rispettate, dopo che erano state sollevate domande sul motivo per cui il suo governo non avesse incontrato i familiari degli avvocati dei detenuti in sciopero della fame. Il ministro del carcere Lord James Timpson ha dichiarato: «Benché molto preoccupanti, gli scioperi della fame non sono una novità nelle nostre carceri. Negli ultimi cinque anni ne abbiamo registrati in media oltre 200 all’anno e disponiamo di procedure consolidate per garantire la sicurezza delle persone detenute». «Le équipe sanitarie penitenziarie forniscono assistenza sanitaria nazionale e monitorano costantemente la situazione. L’HMPPS [His Majesty’s Prison and Probation Service, Servizio penitenziario e di libertà vigilata di Sua Maestà] afferma chiaramente che le accuse secondo cui l’assistenza ospedaliera viene negata sono del tutto fuorvianti: essa viene sempre fornita quando necessario e alcuni di questi detenuti sono già stati curati in ospedale. Queste persone sono accusate di reati gravi, tra cui furto aggravato e danneggiamento. Le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti e avvocati e avvocate possono presentare ricorsi al tribunale per conto dellə propriə assistitə. Nessunə ministrə li incontrerà: abbiamo un sistema giudiziario basato sulla separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura è il fondamento del nostro sistema. Sarebbe assolutamente incostituzionale e fuori luogo se ministri e ministre intervenissero in procedimenti giudiziari in corso». Harriet Williamson è redattrice e giornalista per Novara Media. Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio su Novara Media, la traduzione è a cura di Benedetta Rossi (DinamoPress) La copertina è stata pubblicata su Novara media SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Due attivistə di Palestine Action hanno intrapreso uno sciopero della fame di 73 giorni proviene da DINAMOpress.