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MuBasta: il Rione Pilastro non vi vuole!
ll MuBa, “Museo delle bambine e dei bambini”, è un progetto faraonico voluto dal Comune di Bologna, i cui costi totali attesi ammontano a 6.355.599 euro. Le specifiche tecniche, e i render, vengono presentate sul sito del Comune stesso. Il 30 Dicembre nasce il “Comitato MuBasta”, costituito da residenti del Pilastro, il cui obbiettivo, dichiarato fin da subito, è impedire la privatizzazione, e la cementificazione, dei restanti spazi verdi pubblici del quartiere. Uno degli elementi centrali evidenziati in svariati comunicati è il rifiuto di progetti calati dall’alto, inefficaci a rispondere alle reali necessità di chi abita il Rione Pilastro. La mobilitazione ha saputo delineare una coesistenza tra tematiche sociali, quali le contraddizioni della gentrificazione e della marginalizzazione, ed ambientali. Ed è proprio per questo carattere intersezionale che numerosx solidali sono giuntx in aiuto nel corso dei mesi successivi. Di Andrea Bellafoto Il Comitato, nella speranza di poter bloccare il progetto sul nascere, ha più volte organizzato presidi sotto Palazzo d’Accursio, sede del Consiglio Comunale, richiedendo un appuntamento urgente con la Giunta. Nonostante i tentativi, lunedì 23 febbraio, alle sei di mattina, l’impresa edile, scortata da otto camionette dei reparti anti-sommossa e una ventina di agenti della digos, ha iniziato i lavori all’interno dell’area prevista, recintata da novembre. Il 25, dunque, il Comitato ha deciso di recarsi all’alba al parco, ed unx delle persone presenti è riuscitx ad arrampicarsi sull’unico platano rimanente. Sono quindi intervenuti i reparti anti-sommossa, tentando di allontanare con scudi e manganelli lx residenti e lx solidali presenti. La situazione è rimasta in stallo per diverso tempo, fin quando diversx giovani del quartiere non sono giunte al parco, iniziando a colpire ripetutamente le recinzioni del cantiere. La folla presente, a questo punto altamente variegata in composizione, ha quindi allontanato gli operai e divelto le recinzioni. > Gli agenti antisommossa, accerchiati, hanno dovuto retrocedere, fino ad > abbandonare il parco Quella sera è stato quindi instaurato il presidio permanente all’interno dell’area di cantiere. Le giornate successive sono state caratterizzate dalla creazione di momenti di socialità spontanea, creatività, ed immaginazione di un parco diverso. Si è delineata una partecipazione altamente diversificata: famiglie, bambinx e ragazzx del Rione, persone giunte da quartieri diversi e membri del Comitato. Quest’ultimoè diventato un’entità unica, comprensiva sia dellx residenti che dellx solidali, il cui ruolo attivo nel mantenimento del presidio è stato di centrale rilevanza in quelle giornate, durante le quali elcunx residenti hanno anche realizzato una struttura abitabile in legno attorno al platano. LA REPRESSIONE DEL COMITATO La permanenza nel “parco liberato” è durata fino a lunedì 2 marzo, interrotta da un violento sgombero, al quale il Comitato, malgrado l’organizzazione preventiva, non ha potuto opporsi. La questura di Bologna ha disposto uno schieramento inverosimile di forze dell’ordine: 14 camionette, 2 idranti e 2 blindati.  L’incursione all’interno del presidio è stata anticipata dagli agenti della Digos, che hanno aperto le tende dove si trovavano lx attivistx e strattonato con forza chi dormiva sulla struttura in legno, costruita appositamente attorno al platano nei giorni prima. Nonostante i tentativi di resistenza da parte di chi si trovava sul posto, sei persone sono state arrestate e portate, nel giro di un’ora, in questura. Da quel momento in poi lo scenario è cambiato completamente: è stato impiantato un controllo permanente del reparto celere, tuttora in vigore, anche nelle ore notturne. Affinché questa turnazione possa essere garantita, ancora adesso a Bologna sono presenti in pianta stabile unità di polizia inviate da Milano e Padova. Di Andrea Bellafoto Una volta diffusa la notizia degli arresti, è stato chiamato un presidio solidale sotto alla Questura, fino a quando, nelle prime ore del pomeriggio, non sono state ottenute informazioni precise: tre dellx arrestatx verranno rilasciate in giornata, con diverse accuse a carico, e altrx tre invece saranno trasferite al carcere della Dozza, in attesa di un processo “in direttissima”.  La repressione subita dal Comitato non ne ha leso la determinazione, e la sera del giorno stesso è stata indetta un’assemblea urgente, alla quale hanno partecipato circa 200 persone. Al termine è stata realizzata una “battitura” sulle nuove recinzioni e la risposta della polizia non si è fatta attendere: celere schierata e fitto lancio di lacrimogeni, anche ad altezza uomo. Nel giro di pochi minuti, sono state effettuate alcune cariche a freddo, che hanno portato all’arresto di altre tre persone.  In questo momento di confusione, sono giuntx lx giovani del Rione, che si sono unitx nel respingere le forze dell’ordine. Nonostante la polizia abbia tentato di effettuare dei fermi, la conoscenza del territorio dellx ragazzx del Pilastro ha impedito che ciò potesse avvenire.  > Qualche ora dopo, due dellx tre arrestatx sono statx rilasciatx dalla > questura, mentre l’ultimx, giuntx all’ospedale, con un braccio rotto, è stata > dimessa la mattina seguente La repressione è continuata fino al 4 marzo: mentre larga parte del Comitato si era recata alla Dozza in attesa del rilascio dellx arrestatx, la Questura, approfittando della scarsa presenza al parco, ha tentato di sequestrare i materiali del presidio. La polizia locale, recatosi sul posto, ha emanato tre verbali, appellandosi all’articolo 18 TULPS, il quale prevede una pena pecuniaria per gli organizzatori di una “riunione in luogo pubblico in assenza di preavviso di tre giorni” che, aggravata dal Pacchetto Sicurezza, ammonta da 1000 a 10.000 euro.  Il presidio, nonostante sia assente una struttura stabile, perdura tutt’oggi, le attività di coinvolgimento della cittadinanza e di socialità continuano prendere vita, in vista del “Corteo Rionale” programmato per sabato 7 marzo. BOLOGNA LABORATORIO DELL’(IN)SICUREZZA MELONIANA  La risposta della questura al percorso MuBasta prosegue la stretta repressiva nel capoluogo emiliano inaugurata contro il movimento per la Palestina. Il cambio di passo è avvenuto sia nella violenza poliziesca di piazza che nella violenza giudiziaria nelle aule del tribunale, forte della copertura creata dai recenti Ddl Sicurezza. Negli ultimi mesi a Bologna si sono verificati svariati casi di lesioni gravi subite dallx manifestantx (caso emblematico quello di Lince), sono stati recapitati oltre 100 avvisi di inizio indagini, e decine di denunce a partecipanti del movimento cittadino. Allo stesso modo, il dispiegamento di forze di polizia contro il Comitato è stato smisurato, con cariche a freddo e lacrimogeni sparati ad altezza uomo sullx abitanti del quartiere. La repressione del dissenso risulta ancora più evidente sul piano giuridico: nel corso di tre giorni sono stati effettuati nove fermi, conclusi con tre detenutx per due notti in carcere, un “foglio di via” da Bologna, e un insieme di altre denunce per resistenza, inoltre tre sanzioni amministrative con pene pecuniarie aggravate dal Pacchetto Sicurezza. La repressione del percorso è finalizzata a interrompere un percorso di lotta ecologista e sociale che, nelle settimane scorse, è stato partecipato dal Rione nella sua interezza: adultx, genitori con figlix piccolx, ragazzx d’ogni età. È forse questa eterogeneità la più grande novità rispetto ai recenti percorsi ecosociali a difesa del parco Don Bosco, portata avanti dal Comitato Besta tra il 2023 ed il 2024, e la nascita del Comitato Giardini San Leonardo nel 2025 in tutela dell’omonima area verde. Il quartiere tornerà in piazza questo sabato, con il corteo contro la gentrificazione e la repressione del rione popolare. La copertina è di Andrea Bellafoto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo MuBasta: il Rione Pilastro non vi vuole! proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
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Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza
La novità non è la trita retorica dell’austerità che instilla senso di colpa nelle masse ottenendone il  tacito assenso per contrarre altro debito. E nemmeno che questo avvenga favorendo soggetti privati a spese di fasce di popolazione marginalizzate che vanno ingrossandosi di giorno in giorno. La novità è l’accelerazione vertiginosa che questo tipo di violenza economica esercita e la crescente pervasività dei fenomeni di estrattivismo finanziario a essa legati. Oggi è lecito parlare di uno scontro tra riproduzione sociale e capitale senza precedenti e, in particolare, della fascistizzazione di questo antagonismo, come spiega Veronica Gago. > Procedendo per gradi, è utile capire il nesso che intercorre tra debito e > finanza come elemento cruciale di una logica neoestrattivista che raggiunge > nelle politiche del “saccheggio” il proprio culmine. In questa ottica, è > proprio la riproduzione sociale a venire sacrificata, e con essa ogni soggetto > marginalizzato e marginalizzabile.  Lo abbiamo visto e continuiamo a osservarlo in Argentina con le politiche dichiaratamente antifemministe e “antigenere” di Milei, il quale si è rivolto alla platea internazionale dei forum di Davos del 2024 e 2025 definendo l’attivismo femminista e quello ambientalista radicali e aberranti e asserendo come al mondo esistano solo due generi e che, in buona sostanza, l’omosessualità andrebbe associata alla pedofilia. Citando Gago, «L’antifemminismo di stato, in quanto guerra dichiarata e supportata da risorse pubbliche contro soggetti identificati in base al genere […] è ciò che permette al neoliberalismo autoritario di esacerbarsi utilizzando metodi fascisti. In altre parole, è attraverso l’antifemminismo di stato che il governo anarcolibertario intensifica il progetto neoliberale autoritario fino a riuscire ad organizzarlo secondo la logica fascista di annichilimento di alcune popolazioni». Fascistizzazione perché sono proprio le donne e le soggettività LGBTQIA+, le persone povere, razzializzate e in generale i soggetti marginalizzati e marginalizzabili a fare le spese di questo processo, che aggiunge via via maggior potere al capitale finanziario, rendendo sacrificabili persone e realtà ritenute improduttive e opponendosi apertamente a tutte le pratiche femministe volte all’esplorazione di forme alternative di interdipendenza, attraverso l’esercizio di una cura libera dai legacci e dalla normatività della famiglia mononucleare borghese.   > Ci troviamo dunque all’interno di un regime di guerra economica in cui è in > gioco la sopravvivenza di popolazioni e soggettività marginalizzabili, > “sacrificabili” (donne, persone trans e non binarie, razzializzate, povere, > disabili…). Guerra alimentata dall’impulso di morte del capitale finanziario, > che definanzia il welfare per favorire soggetti privati.  Che elegge un «presidente patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto» (è notizia di questi giorni la sospensione delle patenti delle persone trans in Kansas, mentre sappiamo bene cosa stia accadendo alle persone migranti e al diritto all’aborto negli States). Che espropria e saccheggia territori e popoli interi in America Latina per estrarre terre rare e costruire resort. Che finanzia il genocidio del popolo palestinese per lasciare spazio alla devastazione coloniale.  Per dirla con Susana Draper, «Il genocidio riproduttivo (di cui ci parla il Palestinian Feminist Collective, NdR), elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso». Risulta dunque oggettivamente arduo, se non impossibile, non perdere la speranza davanti a uno scenario tanto desolante. > Ma la risposta feroce e repressiva del capitale e delle destre che > imperversano a livello globale altro non ci dicono che la lotta dei movimenti > femministi e transfemministi, delle reti informali, funziona. Tanto da dover > essere repressa e schiacciata, con violenza. E del resto, anche quello che accade in Italia ce lo dimostra: ddl sicurezza, antisemitismo, un referendum sulla giustizia che altro non è che l’ennesimo espediente per inasprire l’approccio punitivo del nostro governo verso una società che va irregimentata a suon di bastonate. Consenso per riformare la giustizia, dissenso per sperare di non essere stuprate.  Quest’anno segna la decima proclamazione dello sciopero transfemminista del movimento Non Una di Meno, giunto in Italia proprio grazie alle lotte, alle conquiste, alla rabbia e all’amore dellə compagnə argentine. Questo è cio che porta in piazza un movimento che in dieci anni è stato capace di produrre una trasformazione radicale, nel discorso pubblico, nel linguaggio, nella vita quotidiana di quelle persone che cercano e trovano reti di cura alternative a un modello imposto che non possiamo più sostenere. Molto spesso sento parlare di rivoluzione come di qualcosa che vedranno i nostri figli, nipoti, le discendenze future. Ma non è questo, o almeno, lo è solo in parte. E del resto, è Silvia Federici a ricordarci che la rivoluzione è ora, davanti ai nostri occhi: in una militanza gioiosa che quotidianamente attraversa non solo le piazze ma costruisce nuove affettività, che vadano oltre la solitudine cui il capitale ci relega. Un lavoro invisibile di costruzione e rafforzamento di relazioni affettive, di solidarietà, essenziale allo scardinamento della finanziarizzazione e dell’estrazione di valore dalle nostre esistenze, senza il quale non ha senso pensare di lottare. Immagine in evidenza di Lucía Ares per Dinamopress, Marchia dell’Orgoglio Antifascista Buenos Aires 1 febbraio 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
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Trump contro l’élite della politica estera
Articolo di Paul Heideman L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo, l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile record dell’Operazione Iraqi Freedom. Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i suoi sostenitori tra i vertici aziendali. Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana – sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla bellicosità di Trump negli ultimi mesi. IL NETWORK PENSANTE Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank, a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni, nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione Trilaterale. Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy: Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’ contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle possibili soluzioni politiche. L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure si prendono in mano la leva di persona». I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo, i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016, > Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di > pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra > Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro > contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori > sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole, > scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite > aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica. Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie. Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti. Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare l’accordo. LA RETE SI È ROTTA La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure analoghe nelle precedenti amministrazioni. Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133. Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e significativa con la precedente configurazione del potere delle élite». Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato. Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo, il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la legittimità. Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera, la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa. Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump, proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via più facile. La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare (l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran. Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute (Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori, ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di pianificazione della politica estera. In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate, il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti. E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico incredibilmente incompetente. Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia. Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori. Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano aggravate. La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre. *Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Trump contro l’élite della politica estera  proviene da Jacobin Italia.
March 7, 2026
Jacobin Italia
La tormenta e le nostre alternative
SEBBENE I MEDIA MAINSTREAM LA DESCRIVANO COME UNO SCONTRO TRA POTENZE PER L’EGEMONIA GLOBALE O REGIONALE, SE GUARDIAMO ALLE QUESTIONI DI FONDO, VEDIAMO CHE IN IRAN, UCRAINA E VENEZUELA SONO IN GIOCO LE MATERIE PRIME ESSENZIALI PER IL DOMINIO. SI TRATTA DUNQUE DI UN’UNICA GUERRA, LA GUERRA DEI POTENTI CONTRO I DEBOLI. IN ALCUNI ANGOLI DEL MONDO È UNA GUERRA SPIETATA CONTRO I POPOLI INDIGENI, IN ALTRI CONTRO I NERI, IN ALTRI ANCORA CONTRO I CONTADINI, GLI ABITANTI DELLE PERIFERIE URBANE, I POVERI, LE DONNE… IN EUROPA È ANCHE CONTRO I MIGRANTI. LA VECCHIA CULTURA POLITICA DEI MOVIMENTI NON BASTA, DOBBIAMO LOTTARE IN MODO DIVERSO, TANTI, COME DIMOSTRANO DIVERSE COMUNITÀ INDIGENE, HANNO COMINCIATO: NELLA LORO LOGICA, SPIEGA ZIBECHI, NON CI SONO INGRESSI VITTORIOSI NEI PALAZZI DEL POTERE MA LA COSTRUZIONE, INEVITABILMENTE FRAGILE, DI MONDI NUOVI. “C’È MOLTO DA IMPARARE SU COME RESISTERE. SOLO POCHI GIORNI FA ABBIAMO CELEBRATO LA STRAORDINARIA VITTORIA DI 14 COMUNITÀ AMAZZONICHE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI TRE GRANDI FIUMI, RESISTENDO ALLA MULTINAZIONALE CARGILL E AL GOVERNO DI BRASILIA. LA DOMANDA CHE DOVREMMO PORCI È: SIAMO DISPOSTI A IMPARARE DA QUESTE COMUNITÀ O CONTINUIAMO A CREDERE CHE LE AVANGUARDIE E I PARTITI DI SINISTRA SIANO LE UNICHE ALTERNATIVE?” Foto di Acmos: carovana dal basso Stop the war now diretta in Ucraina (aprile 2022) -------------------------------------------------------------------------------- Tempo fa, la volontà di lottare era sufficiente per ottenere risultati, sia per sottomettere chi deteneva il potere sia per impedirne la distruzione. Oggi, la sola volontà non basta; serve “qualcosa di più” per non essere inghiottiti dalla tormenta capitalista. Per quanto ne so, solo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si prepara a questa eventualità da oltre un decennio, da quando ha organizzato l’incontro “Pensiero Critico di Fronte all’Idra Capitalista”. Le guerre di espropriazione e sterminio condotte da chi detiene il potere non possono essere affrontate direttamente perché ciò garantirebbe il nostro annientamento, come è accaduto al popolo palestinese. Al contrario, in Vietnam, Algeria, Cuba e in tanti altri luoghi, è stato possibile affrontare e sconfiggere i rappresentanti del sistema. Ma la vecchia cultura politica non è più efficace, sebbene sia necessario recuperarne i valori etici, come l’impegno militante, la volontà di sacrificio (Benjamin), l’organizzazione e il mettere in gioco il proprio corpo, senza limiti ma con la dovuta cura. Gli stati nazionali che si scontrano direttamente con stati più potenti saranno spazzati via, come abbiamo visto negli ultimi anni, con costi enormi per le loro popolazioni. Questo non significa che non dovremmo combattere, ma piuttosto riconoscere che l’obiettivo del capitalismo odierno è l’annientamento di interi popoli. Se comprendiamo questo, tutto inizia ad avere un senso. Rafael Poch lo ha detto chiaramente qualche giorno fa: “Ciò a cui stiamo assistendo in Iran, Ucraina e Venezuela è, in termini generali, un’unica e medesima guerra. Il suo obiettivo è impedire militarmente il declino dell’egemonia americano-occidentale nel mondo, minacciata principalmente dalla crescente potenza della Cina” (Ctxt, 23/02/2026). Sarebbe ingenuo credere che si tratti semplicemente di una guerra tra stati. Sebbene i media mainstream la descrivano come uno scontro tra potenze in lizza per l’egemonia globale o regionale, se guardiamo alle questioni di fondo, vediamo che in ogni caso sono in gioco le materie prime essenziali per il dominio, dal gas di Gaza al petrolio di Iran e Venezuela. Per impossessarsi di queste risorse comuni, è necessario attuare una pulizia etnica e sociale come quella a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e, molto chiaramente, in America Latina. Con una leggera correzione di Rafael Poch, possiamo dire che siamo di fronte a un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare. Questi popoli, e in particolare le comunità indigene, stanno praticando una nuova cultura politica che non si trova in nessun libro, ma che trae ispirazione da secoli di resistenza e rivolte, da modi di vivere e di relazionarsi con la vita, dalle tradizioni, ma anche dall’integrazione di nuove conoscenze. Un primo punto da evidenziare riguarda le piramidi. Osserviamo che ogni volta che gli imperi attaccano, il loro primo obiettivo è decapitare le piramidi. L’antropologo Pierre Clastres ha osservato che i popoli delle pianure resistevano alla conquista meglio di coloro che formavano grandi imperi con funzionari di alto rango. Il dibattito che gli zapatisti propongono sulle piramidi, l’ampia e profonda riorganizzazione della loro autonomia, credo sia legato sia alla loro resistenza alla tormenta sia alla certezza che riproducano l’oppressione, come hanno dimostrato all’incontro di Morelia lo scorso agosto. Se non costruiamo piramidi, non possono decapitarci. Questa è l’altra lezione che dobbiamo imparare. Una seconda questione è come affrontare coloro che vogliono distruggerci. Nella vecchia cultura politica, l’approccio era quello di rispondere a ogni aggressione dall’alto, di affrontare la guerra dei potenti con una guerra rivoluzionaria, una simmetria che ha mostrato i suoi limiti. Non è che non vogliamo combattere, ma piuttosto che lo faremo in modi diversi, in modi che garantiscano la sopravvivenza del nostro popolo. In questa logica, non ci sono trionfi o sconfitte, né ingressi vittoriosi nei palazzi del potere, ma qualcosa di completamente diverso: continuare a essere ciò che siamo, e per questo dobbiamo resistere costruendo i nostri mondi, che è uno dei modi per incarnare la ribellione che ci ispira. C’è molto da imparare su come resistere. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato la straordinaria vittoria di quattordici comunità amazzoniche contro la privatizzazione di tre grandi fiumi, resistendo alla multinazionale Cargill e al governo di Brasilia (leggi Rivolte indigene, vedi prima foto in coda). La domanda che dovremmo porci è: siamo disposti a imparare da queste comunità o continuiamo a credere che le avanguardie e i partiti di sinistra siano le uniche alternative? -------------------------------------------------------------------------------- A proposito di imparare da esperienze dal basso da cui imparare: Un gruppo di donne delle comunità amazzoniche che nei giorni scorsi hanno fermato la privatizzazione di tre grandi fiumi in Brasile La Global Sumud Flotilla è stata una meravigliosa e inaspettata esperienza di solidarietà promossa dalla società civile di diversi paesi, nell’autunno 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Fare qui e ora una scuola diversa, attenta a tutti e tutte: il Doposcuola Quarticciolo, Roma -------------------------------------------------------------------------------- Donne zapatiste, dicembre 2025. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Accogliere i migranti della Rotta Balcanica a Trieste. Foto di Linea d’ombra -------------------------------------------------------------------------------- Assemblea del movimento sudafricano Abhlali baseMjondolo, “coloro che vivono nelle baracche”, presente in diverse città e noto per le sue capacità di autogestione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La tormenta e le nostre alternative proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Perché la sinistra minimizza il caso Epstein?
Articolo di Paolo Mossetti Ci vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti.  Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto. Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale. Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.  L’ANTIPOPULISMO MILITANTE In questo filone possiamo leggere l’intervento della filosofa Gloria Origgi sulla newsletter Appunti di Stefano Feltri: «Nessuno è stato arrestato finora tra coloro che risultano nei file […] Sarebbe stato meglio affidare questo materiale alla stampa professionale […] La totale trasparenza in democrazia è un ideale impraticabile: la fabbrica del consenso non è mai completamente eliminabile, l’importante è che sia nelle mani giuste». Usiamo queste parole perché ci sembrano paradigmatiche. Quello che potremmo chiamare antipopulismo militante, ama enfatizzare il sacrosanto bisogno, di fronte alle crisi dei meccanismi di delega,  di attenersi ai «fatti», ai «numeri» e alla legalità formale. Questo atteggiamento presenta il costo di trascurare altre esigenze, per quanto caotiche e costose, come quella di ricucire  lo strappo fra le istituzioni e la vita quotidiana dei cittadini qualunque. Mentre questi vorrebbero vedere i file gestiti da una cerchia ristretta di addetti ai lavori, l’esperienza concreta di milioni di persone con i media tradizionali porta a conclusioni molto diverse, e ad accettare come inevitabile e persino salvifica la disintermediazione tramite i social. Se il populismo vive di una verità emotiva che spesso ignora concetti come «nessuno è stato arrestato», l’impressione è che l’antipopulismo, anche di sinistra, si rifugi in un culto della competenza piuttosto velleitario e fuori tempo massimo. Si prenda il processo penale che è già partito contro Peter Mandelson, stratega di lungo corso del New Labour, machiavellico deux ex machina blairiano, sabotatore della svolta socialista: in ballo in questa storia non ci sono solo foto in mutande, ma il fatto che nel maggio 2010, mentre i ministri dell’eurozona trattavano febbrilmente un piano di salvataggio continentale, Mandelson avrebbe fatto sapere in anticipo a Epstein di un possibile bailout da 500 miliardi. Aggiungiamoci altri episodi non meno gravi: un presunto «avviso» di Mandelson sulle dimissioni di Gordon Brown, che sarebbe circolato in pieno orario di mercato, quindi molto più facilmente monetizzabile su sterlina, titoli di Stato e titoli azionari. Oppure le consulenze chieste da Mandelson a Epstein su come sabotare il programma redistributivo del suo stesso partito, dopo la crisi finanziaria del 2008. È vero che le indagini sono solo all’inizio, ma va da sé che la vicenda ci ricorda cos’era diventato un centrosinistra troppo rilassato con gli ultraricchi e la libertà dei capitali. Quando ci si lamenta delle rozzezze di chi sobilla il populismo con certi reel su Instagram forcaioli e pieni di imprecisioni, e di un’imprenditoria della disperazione che ci trasforma tutti in pagliacci sui social, bisognerebbe chiedersi anche perché, per milioni di utenti, quelle rozzezze sono sempre meglio dei cosiddetti legacy media. Per giorni, i telegiornali italiani e i principali quotidiani si sono concentrati sul sottoargomento epsteiniano più traballante di tutti: il presunto coinvolgimento di Putin nelle macchinazioni del finanziere morto suicida, basato per lo più su un numero abnorme di citazioni nelle email. Addirittura un giornale come Repubblica ha scelto di affidarsi, per suggerire il presunto collegamento, a un articolo di un tabloid di destra che ai tempi della Brexit veniva denigrato (il Daily Mail). All’estero non è andata meglio.  Uno spin imbarazzante che Pjotr Sauer, corrispondente dalla Russia del Guardian, così ha riassunto su X: «Epstein passa anni a fare pressioni sui suoi contatti, senza successo, per un incontro con Putin, in modo da poter proporre idee sugli investimenti esteri […] Finora nulla suggerisce che Epstein lavorasse per l’intelligence russa». Se c’è un taglio interessante parlando del rapporto Epstein-Russia, semmai, è il fatto che la caduta dell’Unione sovietica abbia creato un modello di oligarchi e reti finanziarie transnazionali che ha finito per essere imitato e cooptato dagli occidentali: movimenti di capitali opachi, uso di kompromat, società fittizie e collaborazione tra servizi deviati, oligarchi e faccendieri. In un’epoca di astensione crescente ovunque e di disaffezione per la politica, guardare nei documenti di Epstein non significa solo cedere al «populismo penale», ma avere l’opportunità di interrogarsi su un arretramento democratico avvertito da sempre più persone. Anche affrontando certi clamorosi doppi standard. IL NODO ISRAELE-MOSSAD Il caso Epstein, com’era prevedibile, ha fatto esplodere non solo sfottò grevi contro i ricchi o teorie oziose gettate nell’etere, ma anche vecchi miasmi antisemiti. Che talvolta si ammantano di panni antisraeliani, a volte di panni antiebraici e basta. A vari esponenti della destra razzista così come anche a qualcuno a sinistra non sarà sembrato vero poter finalmente «unire i punti» parlando di un finanziere ebreo coinvolto in gossip macabri, possibili rituali satanici e accertati abusi su minori. Dalle citazioni di Ilan Pappé e Moni Ovadia all’attualizzazione della leggenda nera di San Simonino e degli ebrei che bevono sangue di bambini è un attimo, su Internet.  Succede in effetti per lo più nella galassia very much online della destra statunitense: quella nazi-cristiana e misogina (Nick Fuentes) oppure quella isolazionista conservatrice (Candace Owens, Tucker Carlson) che anche quando non si affida all’antisemitismo esplicito sembra volersi  occupare soltanto dei legami Epstein-Mossad. Ma non mancano giornalisti e streamer della sinistra populista, come Ana Kasparian o Hasan Piker.  Anche in Italia, si vedono tendenze sconcertanti in alcuni influencer filopalestinesi che non hanno alcun incentivo a misurare le parole – anzi – e tanti cani sciolti, periferici, di una sinistra disperata senza più casa politica, che diffondono interpretazioni errate su presunti riferimenti religiosi nei documenti. Sarebbe irresponsabile, insomma, sottovalutare i rischi per la comunità ebraica derivanti da questo «liberi tutti». Quello che sappiamo è che nelle email di Epstein ci sono riferimenti scherzosi o arroganti all’ebraicità, e un linguaggio di «insider» che punta a rafforzare il senso di appartenenza identitaria. Può sembrare la conferma di stereotipi odiosi su un’élite ebraica chiusa e potente che controlla finanza, media e politica: ma Epstein non era un criminale perché ebreo, né emerge dai documenti una cabala ebraica che governa il mondo. Come fa notare David Klion su Jewish Currents, l’aspetto semmai più interessante è come una certa forma di solidarietà comunitaria, di rete sociale, sia servita a Epstein per coprire o ignorare i suoi abusi, e a farsi trattare come interlocutore rispettabile. Sappiamo che questo lo ha fatto diventare un intermediario e facilitatore di accordi politici e di sicurezza ad altissimo livello, con relazioni estese non solo con ambienti dell’intelligence statunitense, ma anche con quella israeliana e di altri Stati, agendo come mediatore informale tra governi.  Sappiamo che Ghislaine Maxwell ha svolto, secondo documenti visionati dal New York Times, un ruolo attivo e molto centrale nella fase di avvio della Clinton Global Initiative (lanciata nel 2004-2005), aiutando a strutturarne la creazione e contribuendo a trovare finanziamenti. Parliamo di un’organizzazione da sempre impegnata nella criminalizzazione di qualsiasi tentativo di imporre sanzioni o boicottaggi su Israele. È ormai accertato che il padre di Ghislaine Maxwell, Robert, mentre costruiva un impero editoriale, facesse il pendolare per il Mossad, trafficando software-spia come fossero enciclopedie porta a porta. È morto su uno yacht alle Canarie (per annegamento, secondo la versione ufficiale) ed è stato sepolto con tutti gli onori istituzionali in Israele. Anche se vogliamo scartare quel controverso rapporto dell’Fbi basato su un informatore confidenziale poi rivelatosi un negazionista dell’Olocausto, convinto che Epstein fosse un agente del Mossad, documenti ben più solidi mostrano che Epstein e il suo circolo di potere fossero indifferenti alle vite dei palestinesi e incrollabili sostenitori dell’esercito israeliano – tramite ad esempio donazioni a Friends of Israel Defense Force e al  Jewish National Fund che finanziano insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Sappiamo che Epstein avrebbe suggerito all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, tutt’altro che una figura marginale, di valutare Palantir, fondata da Peter Thiel, come partner tecnologico, contribuendo così indirettamente alla diffusione in Israele di strumenti di analisi e intelligence poi usati per martoriare Gaza. Palantir è un colosso i cui capi non solo definiscono apertamente il sostegno a Israele una scelta «di civiltà», ma dicono che una delle missioni aziendali è la persecuzione di ogni forma di socialismo. Sarebbe un dettaglio secondario, non fosse che l’intelligence di diversi paesi Ue si affida da molti anni a Palantir e a Israele, rendendo di fatto clownesca, come scrive lo storico Alessandro Aresu, l’espressione «sovranità tecnologica». DOPPI STANDARD  Gli elementi che abbiamo davanti raccontano insomma a un pubblico spesso sfiduciato e disamorato di un’attività di networking politico-strategico di alto livello finora poco approfondito dai media tradizionali. Secondo Sangita Myska, veterana di Bbc Radio, non proprio un’estremista: «[Epstein] avrebbe fatto soldi tramite Putin/Russia e anche tramite il Mossad/Israele. Mentre ho visto i principali media britannici esplorare giustamente il primo aspetto, non ho letto molto sul secondo».  Con un’aggravante, chiara a tanti elettori populisti e non solo: se la Russia è di fatto già antagonista della nostra diplomazia, le omissioni su Israele riguardano un alleato cruciale del fronte euro-atlantico, che gode di un indubbio privilegio diplomatico nonostante sia in piena escalation etnonazionalista, che ha un impatto notevole, concreto, innegabile non solo sulla diplomazia ma anche sul dicibile pubblico in molte nazioni, su diverse carriere culturali, e anche sulla legislazione dei parlamenti.  Si pensi alla legge «contro l’antisemitismo» che mentre scriviamo sta per essere approvata al Senato italiano grazie a un accordo tra destra di governo e centristi Pd, basata su una definizione che, secondo Amnesty, «potrebbe comprimere libertà di espressione, insegnamento e associazione», «in contrasto con diversi principi costituzionali». Verrebbero squalificati come discriminatori anche «i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele» e «le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni». Un’iniziativa autoritaria, probabilmente inutile, impopolare, concepita di concerto con la diplomazia israeliana e leadership ebraiche sempre più radicalizzate a destra che – denuncia il Laboratorio Ebraico Antirazzista – «non può che alimentare nuova ostilità e ulteriore antisemitismo». RIAPPROPRIARSI DELLA CRITICA AL POTERE Di fronte a pesi e misure diversi adoperati nel discorso pubblico, si palesano gruppi sociali che usano ogni frase scritta da Jeffrey Epstein per sostenere che rappresenti il modo di pensare di tutti gli ebrei: il comportamento specifico di un criminale e dei suoi sodali viene trasformato in una colpa collettiva. O che ogni ricco, famoso e potente menzionato in quelle email sia automaticamente colpevole. Inutile dire che il modo migliore per non alimentare la violenza è non dire cose violente, non frequentare i violenti e non dargli spazio. Anche perché in molti casi nessuna evidenza gli farà cambiare idea. Il secondo modo migliore per non alimentare la violenza è non lasciare a elettori già sfiduciati  l’impressione che ci siano categorie o argomenti intoccabili, beneficiari di una protezione incongrua da parte di intellettuali pavidi e istituzioni compromesse. Se è fuori discussione la necessità di tenere saldo l’onere della prova nei momenti di panico morale – per evitare il sorgere di nuovi Savonarola – e quando si parla del rapporto tra Epstein ed ebraismo di rifiutare categorie monolitiche, non ci si può disinteressare completamente dell’arretramento democratico raccontato da questa storia. Rifugiarsi negli aspetti puramente legalistici, evitando di affrontare il comportamento di élite ristrette che scambiano la propria identità per immunità morale, o sostenere che l’unico modo per proteggere le democrazie dal caos sia restringere il dicibile pubblico è controproducente, ma soprattutto è miope.  C’è nei files abbondante materiale per mobilitare in chiave moralistica il pubblico più reazionario, alimentando ondate di conformismo intellettuale, ma ancora più catastrofiche potrebbero essere, elettoralmente, le conseguenze per una sinistra che si mostri appiattita sullo status quo, del tutto disinteressata alle connessioni di potere e alle lezioni da apprendere. In una fase di autoritarismo crescente, la pavidità e l’incoerenza del progressismo si pagano caro. I populismi prosperano sul crollo degli standard condivisi. I fascisti si nutrono della percezione pubblica che le regole siano selettive. Andare in una diversa direzione significa accettare di fare politica con quello che c’è, allargando lo spazio del discutibile in democrazia. Significa la costruzione di un percorso etico più solido: provando a sporcarsi le mani con almeno alcuni dei «complotti» che abbiamo davanti, parlandone e nel caso persino rivendicarli, anche se sono già frequentati da persone che ci fanno ribrezzo. L'articolo Perché la sinistra minimizza il caso Epstein? proviene da Jacobin Italia.
March 6, 2026
Jacobin Italia
Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici
Articolo di Francesco Pallante, Tomaso Montanari Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo. Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana). Ma cos’è, dal punto di vista del diritto pubblico, ciò che più di tutto segna la discontinuità tra lo Stato fascista e lo Stato democratico? La risposta è semplice: la negazione dell’assolutezza della sovranità dello Stato, e quindi dei poteri del decisore politico che esprime la volontà dello Stato. Nello Stato costituzionale, chi governa non può tutto, deve rispettare la Costituzione, come emblematicamente risulta da due disposizioni costituzionali cruciali. La più nota è contenuta nell’articolo 11 della Costituzione, che limita il potere per eccellenza dello Stato, quello di fare la guerra, circoscrivendolo alle esigenze difensive e prevedendo «limitazioni di sovranità» volte a dar vita a un ordinamento internazionale incentrato non sulla violenza, ma sulla pace e sulla giustizia. Meno nota, ma ancor più rilevante, è la disposizione che, nell’articolo 1 della Costituzione, segue l’affermazione in base alla quale «la sovranità appartiene al popolo», aggiungendo che il popolo è tenuto a esercitare la sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione»: dovendo, quindi, rispettare vincoli di procedura (le forme) e di contenuto (i limiti). Significa – come anticipato – che il decisore politico, scelto dal popolo, non può decidere quel che vuole, ma è vincolato a esercitare la propria discrezionalità decisionale nel rispetto della Costituzione. Alcune cose sono costituzionalmente vietate (per esempio, le discriminazioni), altre imposte (per esempio, la cura dei malati): ed è solo nello spazio che residua tra ciò che è proibito e ciò che è dovuto che si colloca il campo d’azione della discrezionalità politica. L’esatto contrario della dottrina dello Stato fascista, che assegnava, invece, al capo del Governo l’ultima parola su tutto ciò che avesse rilevanza collettiva. E se la politica decide di agire al di fuori delle forme e dei limiti? In tal caso, è dovere costituzionale dei giudici intervenire, al fine di far prevalere quanto previsto dalla Carta fondamentale sulle decisioni politiche aventi contenuto o procedura d’approvazione difforme. Il fulcro del contrasto tra la destra e la magistratura, in ultima istanza, si colloca qui. La destra non si riconosce politicamente nella Costituzione democratica antifascista e vuole forzarne le norme per privatizzare i servizi pubblici (sanità, scuola, previdenza), sfruttare il lavoro dipendente, imporre orientamenti morali (su inizio e fine-vita, oltre che sulla sessualità), violare il principio di laicità, reprimere il dissenso politico, soffocare il disagio sociale, cementificare le città e il paesaggio, costruire grandi opere senza controlli, discriminare i migranti, negare il diritto d’asilo, ecc. Quando ciò accade, i giudici intervengono per ripristinare il rispetto della Costituzione e delle norme dell’ordinamento giuridico nazionale e internazionale. È per questo che la destra è in conflitto con le corti giudiziarie a tutti i livelli: con la Corte di Cassazione, con la Corte dei conti, con la Corte costituzionale, con la Corte di giustizia dell’Unione europea; persino con la Corte penale internazionale. Ovunque ci sia una regola ispirata ai valori democratici del secondo dopoguerra, lì la destra – a quei valori estranea – va in sofferenza. Ecco allora il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, anche in questo caso apertamente rivendicato dal Governo: trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto. Quale altro potrebbe, in effetti, essere il significato delle parole pronunciate dalla presidente del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno, secondo cui «se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: Governo, forze di polizia e magistratura»? Basta con la magistratura che controlla l’operato della polizia – e, cioè, del ministero degli interni – facendo valere i diritti dei cittadini in caso di loro violazione; quel che occorre è una magistratura che collabori con il Governo, dando corso nei tribunali alle decisioni politiche, con tanti saluti allo Stato di diritto. Esattamente com’era al tempo del fascismo…  Non meno esplicito il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, stupito «che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo» (3 novembre 2025), così come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, per il quale «c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta» (4 novembre 2025). Ricondurre i giudici alla collaborazione con un Governo che disconosce i fondamenti costituzionali della Repubblica, affinché non ne sia compromessa la pienezza dei poteri decisionali e la completa libertà d’azione: ecco, nelle parole stesse della destra, l’obiettivo della riforma (non certo la – peraltro già esistente – separazione delle carriere di giudici e pm). Un obiettivo costituzionalmente eversivo, per conseguire il quale occorre demolire l’accorto sistema di garanzie posto dalla Costituzione a protezione dell’indipendenza dei magistrati. Il rischio, in proposito, non è tanto quello dello smaccato condizionamento diretto della magistratura (l’alto esponente del Governo che intima al giudice di decidere in un certo modo), quanto piuttosto quello, più insidioso, del condizionamento indiretto. Perché minacciare un magistrato quando si può più comodamente intervenire sulle assunzioni per concorso, sull’affidamento degli incarichi, sulle richieste di trasferimento, sugli avanzamenti di carriera, sulle sanzioni disciplinari? Tutti compiti che la Costituzione ha, non a caso, sottratto al ministro della Giustizia e affidato a un apposito organo costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), composto da esperti di diritto, in maggioranza magistrati, e presieduto, data la delicatezza estrema delle sue funzioni, dal Presidente della Repubblica. Esattamente l’organo che la riforma governativa va a colpire, suddividendolo in tre organi minori (un Csm per i giudici, un Csm per i pubblici ministeri, un’Alta Corte disciplinare), e quindi meno idonei a svolgere il proprio ruolo a tutela della magistratura, e rivedendone i criteri di composizione in modo tale che i membri che non provengono dalla magistratura (avvocati e professori universitari) siano, di fatto, eletti dal Parlamento e i membri che provengono dalla magistratura siano invece estratti a sorte, così da assicurare ai primi una compattezza di visione e di azione che i secondi non potranno avere.  Un doppio indebolimento, insomma – dell’organo in sé e, al suo interno, della componente proveniente dalla magistratura – che non potrà che riverberarsi negativamente sulla sua capacità d’intervenire a tutela dell’indipendenza dei magistrati contro coloro che mireranno a «ricondurli» ad atteggiamenti collaborativi. Ecco la vera posta in gioco nel referendum di primavera: l’equilibrio dei rapporti tra il Governo – un Governo, peraltro, che già si è appropriato dei poteri del Parlamento, riducendolo a servile consesso di ratifica delle sue decisioni – e la magistratura: un equilibrio che la destra mira ad alterare definitivamente a proprio beneficio.  *Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino. Ha pubblicato Spezzare l’Italia. Le regioni come minaccia all’unità del Paese (Einaudi, 2024). L'articolo Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici proviene da Jacobin Italia.
March 5, 2026
Jacobin Italia
Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute
I grandi eventi non finiscono mai! Si sono appena concluse le Olimpiadi invernali Milano-Cortina, che si comincia a parlare di quelle estive del 2040, ventilando l’ipotesi della candidatura di Roma. Sono grandi occasioni per grandi affari. Intanto si lavora per prepararsi alla 38° edizione dell’America’s Cup che si svolgerà a Napoli nell’estate 2027. In quei giorni la città diventerà «il polo mondiale della vela», ci raccontano con entusiasmo. Le basi dei team internazionali saranno allestite nell’area di Bagnoli, mentre il lungomare di via Caracciolo ospiterà il Race Village. Manca poco e i lavori a Bagnoli sono in una fase di forte accelerazione per completare la colmata e le opere a mare entro maggio 2026 come previsto dal programma. Poi si proseguirà con i lavori di bonifica, la realizzazione di nuove scogliere e il drenaggio dei fondali per la realizzazione del nuovo porto, tutto da ultimare per il 2027. > La zona è quella dell’ex-area industriale di Bagnoli, della cui bonifica si > parla da 30 anni. Il mare della baia di Pozzuoli e la costa sono stati > promessi a chi vive in quei luoghi, ma i lavori per il loro recupero non sono > mai partiti. Pozzuoli è al centro di una vasta area interessata da bradisismo, la terra trema e si solleva. Un anno fa, come abbiamo raccontato qui, forti scosse hanno costretto migliaia di persone a lasciare le loro case. C’è stata una grande mobilitazione che chiedeva una legge speciale per i Campi Flegrei per finanziare la messa in sicurezza di tutto il territorio a carico dello Stato, la creazione di hotspot e luoghi davvero attrezzati per poter accogliere le persone durante e dopo le scosse, sostegni economici per chi aveva perso il lavoro, soluzioni dignitose per chi era sfollato. Poco è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio e i fondi stanziati per gli aiuti si sono rivelati del tutto insufficienti. Intanto la terra ha continuato a tremare, le ultime scosse avvertite sono del 24 febbraio. > Di fronte a tutto questo non è difficile immaginare la rabbia e l’inquietudine > degli e delle abitanti mentre vedono passare i camion che trasportano migliaia > di metri cubi di calcestruzzo per procedere con la colmata dell’ex-area > Italsider. Pensano a quanto poco sia stato messo in campo per loro e decidono > di scendere in piazza. Nell’appello che convocava la manifestazione del 9 febbraio era scritto: «Siamo il quartiere che dice SI: vogliamo bonifica sotto controllo popolare, clausole sociali per un lavoro stabile e sicuro, rimozione della colmata, ripristino della linea di costa, spiaggia e mare liberi, gratuiti e accessibili». Il grande corteo è riuscito a raggiungere l’ingresso della colmata e a prelevare campioni di terreno e di guaina per sottoporli ad analisi indipendenti. Sostengono che non si può ricoprire con metri cubi di calcestruzzo un “mostro” di rifiuti industriali che andrebbe rimosso per avviare una reale bonifica. Poi si è diretto verso il Circolo Ilva e il borgo Coroglio che rischia di essere trasformato in un’area al servizio del turismo e del porto di lusso. Infine il corteo è arrivato alla Cementir, il cementificio di Franco Caltagirone, una struttura abbandonata, fatiscente e inquinata, che per anni ha prodotto profitti privati, mentre adesso i costi di bonifica dovranno essere affrontati con le casse pubbliche. > La mobilitazione è proseguita nelle giornate successive con i blocchi dei > camion diretti verso la colmata dell’ex- area Italsider. Abitanti del > quartiere, attivisti e attiviste della rete No America’s Cup hanno presidiato > le strade, interrompendo il transito dei camion diretti al cantiere e > garantendo invece quello delle auto private. A bloccare la strada dove passano i Tir dell’America’s Cup non è stata solo la protesta, ma anche una voragine che si è aperta per la rottura della condotta idrica principale, lasciando diverse abitazioni, scuole e negozi senz’acqua a Bagnoli e Pozzuoli. Le condizioni della viabilità non sono in grado di sopportare il traffico di mezzi pesanti che fanno avanti e dietro in questi giorni. E così gli operai di Napoli Servizi non fanno che riparare buche! Le proteste andranno avanti fino al 3 marzo, giorno in cui è previsto un Consiglio comunale che si svolgerà proprio a Bagnoli per discutere del tema. Il presidio pretende che il Consiglio non si svolga se prima non si sospendono i lavori e che la riunione non serva solo a comunicare decisioni già prese senza aver ascoltato i cittadini e le cittadine. La sospensione dei cantieri rappresenta l’unica condizione per avviare un confronto reale. > Il Sindaco e Commissario straordinario per Bagnoli Gaetano Manfredi ha già > detto che si andrà avanti. Andranno avanti anche le persone che lì vivono, con > le stesse parole d’ordine: «No alla Coppa. Si alla spiaggia pubblica, al bosco > urbano, mare disinquinato e accessibile, restituzione piena del territorio ai > suoi abitanti». L’organizzazione sindacale SiCobas ha animato martedì 3 marzo uno sciopero regionale in concomitanza con il Consiglio Comunale. «Il tradimento del Piano di Risanamento: i lavori sulla Colmata sacrificano l’obiettivo storico della rimozione totale della stessa, la bonifica di suoli e mare e il ripristino della linea di costa per favorire infrastrutture funzionali a un evento sportivo privato», hanno scritto nel comunicato insieme a un appello alle altre organizzazioni sindacali di convergere in uno sciopero unitario. Bagnoli è una questione che segnerà il futuro di Napoli e della vita di molte persone. La copertina è di Sludge G (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute proviene da DINAMOpress.
March 5, 2026
DINAMOpress
Iran, Donald è nei guai
Articolo di Branko Marcetic All’inizio dello scorso fine settimana, moltissime persone avevano lanciato l’allarme: la guerra con l’Iran in cui è coinvolto Donald Trump avrebbe potuto degenerare in un inferno. Ma pochi, se non nessuno, avevano previsto che sarebbe degenerata così in fretta. A soli tre giorni dall’inizio della guerra, questa si sta già rivelando un rischio politico ancora maggiore per Donald Trump rispetto a quando la lanciò con solo il 27% di sostegno. Il Pentagono ha ammesso che, ufficialmente, quattro militari statunitensi sono morti, un numero che molti osservatori sospettano sia ampiamente sottostimato, cosa che sia Trump che il Pentagono sembrano pensare essere vera. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz sta già facendo schizzare alle stelle i prezzi del petrolio, minacciando di aggravare la crisi di accessibilità economica che ha causato ai repubblicani una botta elettorale cinque mesi fa. L’esercito statunitense sta bruciando le scorte già esaurite di intercettori e altre munizioni, e persino gli esperti militari più aggressivi dubitano che ne abbia abbastanza per una guerra che durasse più di una settimana. Basi e hotel statunitensi che ospitano militari americani sono stati colpiti in quattro diversi stati del Golfo. Inoltre, tre caccia statunitensi sono stati abbattuti in quello che il Pentagono definisce un incidente di fuoco amico da parte di uno dei suoi partner per la sicurezza, il Kuwait. I funzionari dell’amministrazione sembrano lasciare credere di non fidarsi della Casa Bianca contraddicendo i suoi punti di vista a favore della guerra, come se volessero assicurarsi che la colpa venga scaricata solo su Trump. Gli ultimi sondaggi mostrano quasi due terzi degli americani contrari alla guerra, il che si riflette nel fatto che persino i leccapiedi di Trump come Matt Walsh, la criticano apertamente . I funzionari di Trump stanno ora pubblicamente cercando di attribuire la responsabilità della guerra a Israele, un fatto che, sebbene sia oggettivamente vero , suggerisce che la Casa Bianca non è più desiderosa di prendersi il merito della decisione. Trump e il suo team, ormai è dolorosamente chiaro, sono in una situazione al di sopra delle loro possibilità e non hanno un piano. Era già evidente nel corso dei preparativi, quando Trump non riuscì a trovare una motivazione univoca e coerente per la guerra e, a quanto pare, chiese ai vertici militari di spiegare la strategia alla base della sua decisione di scatenarla. La situazione non fa che peggiorare ora che la guerra è iniziata. Nel corso di un’unica intervista rilasciata al New York Times questo fine settimana, Trump ha affermato che il suo obiettivo era quello di permettere alla popolazione iraniana di ribellarsi e prendere il controllo del paese (cosa che avrebbero fatto semplicemente arrendendosi e consegnando loro le armi da parte delle forze di sicurezza assassine) e che nelle settimane successive avrebbe voluto raggiungere un accordo simile a quello con il Venezuela con la restante élite iraniana: due versioni di cambio di regime diametralmente opposte. Nel frattempo, in un’intervista separata , ha dichiarato ad Abc News che i potenziali futuri leader con cui sperava di raggiungere quell’accordo erano stati uccisi nell’attacco sbandierato due giorni fa con cui è stata decapitata la catena di comando. Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha negato poi che il cambio di regime fosse mai stato l’obiettivo e ha citato diversi nuovi obiettivi che né Trump né nessun altro aveva mai menzionato prima, tra cui la distruzione della marina iraniana. Non sorprende che non si sia assistito né a una progressiva escalation né a un crollo delle missioni. Un rapporto , proveniente dall’emittente israeliana Ynet Global , riporta che gli iraniani hanno respinto l’offerta di un cessate il fuoco immediato avanzata da Trump il giorno dopo l’inizio della guerra, e da allora i leader iraniani hanno ripetuto pubblicamente questo rifiuto. Quando ha lanciato la guerra sabato, Trump ha parlato di porvi fine in «due o tre giorni». Entro domenica, ha affermato che «ci vorranno quattro settimane, o meno». Ventiquattro ore dopo, ha suggerito che potrebbe «durare molto più a lungo». Sia lui che Hegseth ora si dicono disponibili all’invio di truppe di terra, una drammatica escalation del coinvolgimento degli Stati uniti che causerebbe ulteriore turbamento tra quella base di Trump stanca del conflitto. Mentre la guerra continua a intensificarsi e i costi umani e militari aumentano, il presidente Usa si troverà ad affrontare pressioni sempre maggiori per decidere di voltare pagina e andarsene dal conflitto con imbarazzo, come ha fatto con gli Houthi in Yemen l’anno scorso, oppure cercare di salvare la faccia trincerandosi e intensificando ulteriormente la tensione. Per un presidente che non è incline alla cautela e considera la forza militare l’ultima vestigia della grandezza americana e un’estensione della propria virilità personale, la tentazione di percorrere la seconda strada sarà forte. Anche per l’Iran le cose non sono esattamente rosee. I suoi attacchi contro i vicini stati del Golfo e ora contro le infrastrutture militari europee rappresentano una scommessa enorme che potrebbe indurre alleati e partner degli Stati Uniti a entrare più direttamente in guerra contro un paese già indebolito. Sia Israele che gli Stati uniti stanno già infliggendo alle sue città e alle sue infrastrutture un tipo di distruzione che ricorda Gaza, il che serve a ricordare perennemente che i leader di entrambi i paesi sono più che disposti a compiere crimini indicibili se ciò significa poter rivendicare la vittoria. Ma l’élite iraniana sente di non avere più nulla da perdere e, grazie al suo sistema autoritario e alla sua struttura di potere repressiva, può agire indipendentemente dall’opinione pubblica e dalle sofferenze. Inoltre, ha un obiettivo chiaro: infliggere la maggior sofferenza possibile agli Stati uniti e a Israele per scongiurare eventuali attacchi futuri, e si impegna a perseguirlo. Trump, che nonostante il suo evidente desiderio di governare gli Stati Uniti allo stesso modo in cui l’Ayatollah Khamenei, ormai defunto, governò l’Iran, non può permettersi gli stessi lussi. Deve ancora rispondere all’opinione pubblica e sembra non avere idea di cosa stia cercando di ottenere, il che rende difficile convincere gli elettori, già stremati dalla guerra, ad accettare quest’ultima avventura statunitense. Ogni giorno che passa, una guerra che dura da appena mezza settimana, rischia di trasformarsi in una debacle sempre più grande. *Branko Marcetic fa parte dello staff di JacobinMag, dove è uscito questo articolo, ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo  Iran, Donald è nei guai proviene da Jacobin Italia.
March 4, 2026
Jacobin Italia
«La campagna d’Iran non sarà una passeggiata»
Articolo di Andreas Krieg, Daniel Finn Andreas Krieg è professore associato presso il Dipartimento di Studi sulla Difesa del King’s College di Londra e autore di Socio-Political Order and Security in the Arab World. Parla con Jacobin dell’attacco statunitense/israeliano all’Iran, della natura della risposta iraniana e del probabile corso degli eventi nelle prossime settimane e mesi. Qual è il bilancio militare della campagna Usa/Israele e la risposta iraniana? Stati uniti e Israele sembrano aver ottenuto ciò che più desideravano nella fase iniziale: slancio, libertà d’azione nel dominio aereo e un effetto dirompente sul comando e controllo iraniano. Gli attacchi sembrano progettati per creare un corridoio per operazioni successive e passare rapidamente dalla soppressione della difesa aerea a una pressione sostenuta sulle infrastrutture missilistiche e sui nodi nucleari sensibili rimanenti. La risposta dell’Iran, tuttavia, è stata più ampia di quanto molti nel Golfo si aspettassero. La caratteristica più evidente non è la precisione, ma l’ampiezza e la ripetitività: ondate multiple in diversi stati del Golfo, con pesanti intercettazioni ma perdite e macerie sufficienti a causare danni e un vero e proprio shock psicologico. In Qatar, ad esempio, il modello dominante sembra ancora quello di traiettorie orientate verso Al Udeid e i sistemi militari associati, ma detriti e occasionali colpi mancati hanno portato la guerra nelle aree residenziali. Negli Emirati arabi uniti, la percezione è stata molto più allarmante perché lo spettro di fuoco in arrivo è percepito come meno circoscritto e più a livello urbano, con siti civili colpiti e crescente panico tra la popolazione. Quindi descriverei il bilancio come quello di una coalizione che ha preso l’iniziativa nell’aria e ha imposto costi di leadership e infrastrutture, mentre l’Iran è riuscito ad ampliare il teatro di guerra e ad aumentare il prezzo politico ed economico per i partner statunitensi. Cosa pensa abbia determinato la tempistica dell’attacco? Era inevitabile che una campagna di questa portata venisse lanciata prima o poi, dopo il rafforzamento militare statunitense nella regione? Non credo che un’operazione di questa portata fosse inevitabile, ma l’accumulo ha creato una trappola di credibilità. Una volta assemblata una posizione visibilmente in grado di colpire, si deve ottenere un accordo che sembri vincente o accettare il costo reputazionale di un passo indietro. Il momento decisivo arriva spesso quando i leader concludono che la via diplomatica non sta colmando le lacune chiave e che aspettare rende il problema più difficile perché il bersaglio si disperde, si irrigidisce e si adatta. Anche in questo caso, l’influenza di Israele conta. Se Israele ritiene che un esito negoziato lasci intatta una minaccia a lungo termine, spingerà per un’azione o minaccerà di agire, e questo può comprimere i tempi decisionali degli Stati uniti. Da quanto ho potuto vedere, l’accumulo di tensioni non ha reso certa la guerra, ma ha reso politicamente più difficile il rinvio e ha reso più probabile «fare qualcosa» una volta che i negoziati hanno raggiunto i loro limiti abituali. Quanto ha contato la crisi interna della Repubblica islamica dopo la repressione delle proteste di inizio anno nel spingere gli Stati uniti e Israele ad agire? La crisi interna in Iran, seguita alla repressione delle proteste, ha probabilmente svolto un ruolo di condizione abilitante piuttosto che di singolo fattore scatenante. Potrebbe aver contribuito a diffondere a Washington e a Gerusalemme la sensazione che il regime fosse sotto pressione e che la pressione potesse produrre una frattura nell’élite o quantomeno aggravare le disfunzioni interne. Ma vorrei mettere in guardia dal dare troppa importanza a questo aspetto. Gli Stati sotto attacco esterno spesso serrano i ranghi e la paura può reprimere la mobilitazione anziché catalizzarla. Il ciclo di protesta è importante per la legittimità a medio termine; è un indicatore meno affidabile di un collasso immediato nella nebbia della guerra. Cosa sappiamo, almeno finora, sulla capacità dell’Iran di mantenere la continuità della leadership dopo l’assassinio del leader supremo, Ali Khamenei, e di altre figure di spicco? Per quanto riguarda la continuità della leadership, il punto chiave è che l’Iran è stato costruito per sopravvivere agli shock di leadership. Anche con l’assassinio di Khamenei e di altre figure di spicco, il sistema dispone di meccanismi di autorità ad interim e di gestione della successione, ed è in grado di operare in una modalità più decentralizzata, basata sul comando di missione, per un certo periodo. L’incertezza riguarda la durata di questa fase prima che il sistema abbia bisogno di una direzione centrale più chiara per stabilire le priorità delle risorse, gestire la segnalazione e prevenire il freelance. Se un successore o un gruppo direttivo ad interim si consolida rapidamente, l’Iran può calibrare e riacquistare coerenza. Se il consolidamento è lento o contrastato, si ottiene maggiore volatilità, maggiore autonomia tattica e maggiori probabilità di errori di calcolo o di sbilanciamenti. Quale potrebbe essere la logica alla base della risposta dell’Iran a Israele e agli Stati uniti? Ha dimostrato capacità di reazione che non sono state sfruttate lo scorso giugno? La logica di risposta dell’Iran sembra abbastanza coerente con la sua strategia di deterrenza, ma con un’intensità maggiore rispetto a quella dello scorso giugno. L’obiettivo è dimostrare che si tratta di una questione esistenziale e che Teheran non subirà le punizioni in silenzio. Strategicamente, sta cercando di imporre sofferenze laddove la coalizione è politicamente sensibile: basi statunitensi nei paesi ospitanti, spazio aereo e flussi commerciali del Golfo, e la sensazione psicologica che la guerra possa essere mantenuta «laggiù». Anche se l’Iran afferma di prendere di mira le basi statunitensi piuttosto che le società del Golfo, l’imprecisione e i detriti rendono questa distinzione priva di significato sul campo. Penso che l’Iran abbia anche dimostrato la volontà di sostenere ondate ripetute piuttosto che sparare una singola salva simbolica, il che è importante perché segnala resistenza e cerca di erodere la fiducia nella difesa aerea come garanzia di sicurezza. Come reagiranno gli stati allineati agli Stati uniti, come l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti, all’attacco alle basi statunitensi sul loro territorio? È probabile che l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti considerino l’attacco alle basi statunitensi innanzitutto come una crisi di sicurezza interna. La risposta immediata consisterà nel rafforzare la difesa aerea e missilistica, gestire le rassicurazioni pubbliche e coordinarsi in modo discreto con Washington sulla protezione delle forze. Non darei per scontato che ciò si traduca in entusiasmo per una partecipazione offensiva alla guerra. Entrambi i governi hanno valide ragioni per evitare di essere visti come cobelligeranti in un conflitto senza fine, soprattutto se questo sta già danneggiando la loro reputazione di «hub sicuro». Ciò che potrebbe cambiare, tuttavia, è la loro tolleranza nei confronti delle continue pressioni iraniane: se gli attacchi continueranno e l’ansia dei civili aumenterà, insisteranno per trovare una via d’uscita e, contemporaneamente, rafforzeranno la cooperazione pratica in materia di sicurezza con gli Stati uniti, anche se manterranno le distanze politiche dagli obiettivi di Israele. Ciò a cui stiamo assistendo oggi è che l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti si stanno avvicinando sempre di più alla difesa avanzata, tanto che potrebbero attaccare siti di lancio in Iran in operazioni difensive. Quale impatto avrà questo sul prezzo globale del petrolio e quale impatto avrà sull’esito della guerra? L’effetto petrolio è un premio di rischio determinato meno dall’effettiva perdita di offerta attuale e più dalla paura del mercato per ciò che accadrà in seguito: interruzioni nello Stretto di Hormuz, scioperi nei porti, picchi assicurativi e chiusure prolungate dello spazio aereo. Prezzi più elevati possono aumentare i ricavi dei produttori, ma interruzioni prolungate minacciano il modello operativo della regione e possono rapidamente trasformarsi in un problema politico globale. Questo è importante per la guerra perché riduce la pista di Washington e aumenta la pressione esterna per porre un freno alla campagna, aumentando al contempo la leva finanziaria dell’Iran se riesce a tenere a rischio in modo credibile i flussi commerciali senza innescare ritorsioni schiaccianti. Dal punto di vista dei vertici di Washington e Teheran, qual è il probabile epilogo? Dovremmo aspettarci un conflitto molto più lungo della Guerra dei Dodici Giorni dell’estate scorsa? Per quanto riguarda gli obiettivi finali, la probabile «missione compiuta» di Washington è una narrazione politica costruita attorno alla riduzione della minaccia missilistica, al danneggiamento di infrastrutture nucleari sensibili, alla protezione delle forze statunitensi e al successivo ritorno alla diplomazia da una posizione di forza. La definizione di Israele è più ampia: vuole un risultato a lungo termine in cui l’Iran non possa ricostruire le capacità strategiche e in cui Israele mantenga la libertà d’azione per colpire di nuovo se ci prova. L’obiettivo finale di Teheran è la sopravvivenza e il ripristino della deterrenza: convincere Washington che una vittoria decisiva è irraggiungibile, imporre costi sufficienti a imporre una pausa ed evitare di cedere il programma missilistico, che considera l’ultima linea di difesa dopo il crollo della sua rete regionale. Credo che dovremmo aspettarci qualcosa di più lungo e caotico della Guerra dei Dodici Giorni, anche se questo non significa necessariamente una campagna aerea costante ad alta intensità. Un quadro più realistico è quello di una contesa prolungata, con picchi e pause: una fase di apertura intensa, seguita da una fase di rallentamento a un ritmo più lento, mentre l’Iran cerca di mantenere la pressione su Israele e sui partner statunitensi nel Golfo. La variabile critica è se la leadership iraniana si consoliderà abbastanza rapidamente da controllare l’escalation e se Washington riuscirà a definire criteri per fermarla, che possano essere venduti a livello nazionale senza essere trascinata dagli eventi in una guerra più lunga. Andreas Krieg è professore associato presso il Dipartimento di studi sulla difesa del King’s College di Londra e autore di Socio-Political Order and Security in the Arab World (Springer International Publishing, 2017). Daniel Finn è redattore di Jacobin . È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo «La campagna d’Iran non sarà una passeggiata» proviene da Jacobin Italia.
March 3, 2026
Jacobin Italia
Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
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