La preghiera dello Studio Ovale--------------------------------------------------------------------------------
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«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9)
Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo
Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori
evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano
lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua
azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le
nostre truppe”.
La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa.
È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della
domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio
di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione:
si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo.
Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede
può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà.
Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene
apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità
spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di
alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo
religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come
“nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi
sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della
volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la
creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene
sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della
morale comune o del dubbio democratico.
Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o
divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così
moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta
verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di
colpa e da ogni critica esterna.
A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della
prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa
interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della
benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un
rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli
ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno
denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer
parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon
mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione.
Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul
fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la
religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità
di stare dalla parte degli oppressi.
Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società
attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di
protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo
forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a
garantire la sicurezza del gruppo.
Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un
Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti.
Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione
agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a
proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede
smette di interrogare il potere e comincia a servirlo.
In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste
scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei
potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la
tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi
è oppresso?
Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido
degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra».
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