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ROJAVA: ANCORA VIOLAZIONI DELL’ACCORDO DI CESSATE IL FUOCO DA PARTE DI DAMASCO. PROSEGUONO I PRESIDI IN ITALIA E NEL MONDO
Ancora violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte delle fazioni affiliate a Damasco nelle regioni di Jazeera e Kobane, siglato ieri con le Forze Democratiche Siriane. Il cessate il fuoco è entrato in vigore alle 20 di ieri, ora locale, e dovrebbe proseguire per 4 giorni, ma le milizie di Damasco, sostenute dall’esercito turco, hanno effettuato una serie di attacchi ad Hasakahe e Kobane e nei villaggi limitrofi. Nelle città dell’Amministrazione autonoma democratica – da Kobane, accerchiata e sotto assedio, a Qamishlo, Amude, Hasake e Derik – migliaia di civili sono nelle strade, armati, per la “guerra rivoluzionaria di popolo” chiamata dall’autogoverno confederale strada per strada. Negli altri territori curdi – Iraq, Iran, Turchia – decine di migliaia alle manifestazioni, con tentativi di varcare il confine, respinte (sul lato turco) dagli spari degli agenti di frontiera. Alessia Manzi, giornalista freelance e collaboratrice de Il Manifesto Ascolta o scarica  Solidarietà che arriva anche da altri paesi del Mondo, compresi quelli europei. A Bruxelles manifestazione per il Rojava fuori dal Parlamento europeo, colpita dagli idranti della polizia belga. In Italia diverse iniziative in programma. Oggi presidio a Milano, in piazza Castello, iniziato alle 18, da cui sentiamo Sherkan, della rete Kurdistan Italia Ascolta o scarica  A Brescia, dove già la scorsa settimana c’è stato un primo presidio in piazza Rovetta, stasera (a breve) l’assemblea pubblica al Magazzino 47, con appuntamento alle ore 20. Obiettivo: organizzare una manifestazione di piazza per sabato, così come in altre città italiane, come deciso ieri dall’assemblea online lanciata da “Defend Kurdistan Italia”, che ha visto la partecipazione di decine di realtà e che hanno deciso collettivamente di organizzare iniziative territoriali a sostegno del Rojava questo sabato.
LOGISTICA DI GUERRA: DA LA SPEZIA ALLA BASE MILITARE DI GHEDI(BS). IL PUNTO SULL’OLEODOTTO NATO
Oltre ad aggravare la crisi climatica e a contaminare interi ecosistemi, il petrolio alimenta guerre e genocidi in tutto il mondo. E in questo momento storico in cui la guerra è presentata come inevitabile, necessaria e in alcuni casi anche giusta è il combustibile che muove caccia, carri armati e navi da guerra. Una fitta rete di oleodotti e petroliere attraversa mari e terre per trasportare petrolio che dai porti raggiungono le basi militari. L’ultimo report di Oil Change documenta gli impressionanti flussi di greggio e carburante avio diretti verso Israele tra il 1° novembre 2023 e il 1° ottobre 2025. Nei due anni di sterminio a Gaza, dodici Paesi hanno rifornito Israele con oltre 17,9 milioni di tonnellate di greggio. Mentre altri diciassette hanno inviato 3,3 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, compreso carburante specifico per aerei militari. L’Italia è al quarto posto, con 310 mila tonnellate di prodotti petroliferi raffinati esportati verso Israele, dopo Russia, Grecia e Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Italia, le spedizioni sono partite soprattutto dalla raffineria di Sarroch (CA) e da quella di Taranto, ma non solo. Dal porto di Ravenna, nei mesi più cruenti del massacro di Gaza, sono partite verso il Medio Oriente – in primis Israele – 13 mila tonnellate di prodotti petroliferi di classe 3. In Italia – come nel resto d’Europa – si estende una fitta rete di tubature sotterranee della Nato, all’interno delle quali scorre carburante avio a uso militare, destinato ad alimentare le basi aeree di Ghedi, Aviano, Rivolto, Villafranca Veronese, Cervia e altre infrastrutture utilizzate esclusivamente dall’Aeronautica militare italiana. Via camion o treno il carburante per jet arriva anche alle basi del Sud Italia. La sezione italiana della rete Nato POL (Petroleum, Oil and Lubricants) è denominata North Italian Pipeline System (NIPS). Si tratta di condotte subacquee che non versano in buonissimo stato, costruite negli anni sessanta, non godono di buona salute. Anche alla luce dei nuovi scenari di guerra la necessita’ ora è quella di potenziarli. In Italia sono collegate al sistema il centro ricerche NATO situato alla Spezia (CMRE), il Defense College di Roma, l’Allied Joint Force Command di Napoli, il NATO Rapid Deployable Corps in provincia di Varese e la base navale NATO di Taranto. La bandiere atlantica sventola anche in molte basi italiane. Da Sigonella (Sicilia) ad Aviano (Friuli), da Camp Darby (Toscana) a Ghedi (Lombardia). 1000 chilometri di tubazioni che attraversano 6 regioni, 17 province e 136 comuni. Parte dalla Spezia e dal golfo per raggiungere le basi di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Rivolto (Udine) e Cervia (Ravenna) ed altre infrastrutture. Inaugurato il 1° gennaio 1960, non ha mai smesso di pompare, giorno e notte, fino a un massimo di 1,6 milioni al giorno, record che pare sia stato siglato durante la guerra in Kosovo. L’intera struttura è sotto il controllo e la gestione del Comando Rete POL dell’Aeronautica militare, con sede a Parma. Movimenta oltre 100.000 metri cubi di combustibile all’anno: il 62,1% destinato ai velivoli militari italiani, il 3,4% ai mezzi dell’esercito italiano, il 34,5% ai velivoli statunitensi (USAF). La sua gestione prevede un costo di circa 14 milioni di euro all’anno, tra costi di conduzione, manutenzione ordinaria e personale (52 militari, 11 civili e 125 dipendenti dell’azienda gestore). Secondo i dati emersi, il gestore ha un contratto nominale di 13,3 milioni di euro. L’aeronautica copre tale contratto per 10 milioni, l’esercito per 3,3. milioni. E’ in questo quadro che si inserisce il potenziamento dell’oleodotto Nato che collega il porto di La Spezia alla base militare di Ghedi(BS). Il primo step di lavori è destinato al rafforzamento della piattaforma marittima che si affaccia sul golfo di Ruffino. Qui è prevista la costruzione di un nuovo pontile di 550 metri che consentirà l’attracco simultaneo di due navi cisterna fino a 80mila tonnellate con punti di carico e scarico degli idrocarburi e la sostituzione della condotta subacquea con una condotta superficiale. Nell’aprile 2025 la Soprintendenza ha dato il via libera al progetto, inserito nell’aumento delle spese militari italiane in ambito Nato. Costo dell’opera 38 milioni di euro. Entro questa primavera inizieranno i lavori, che dovrebbero terminare nel 2030. Uno studio redatto dal Politecnico di Torino, per conto del Centro militare di studi strategici (2006) racconta come si sviluppa l’infrastruttura. Si parte dal Golfo dei Poeti per poi attraversare Parma, Cremona, la base di Ghedi e concludere il percorso alla base di Aviano. Da qui si collega poi all’oleodotto europeo. Domenichini William Comitato Riconvertiamo Seafuture Restiamo Umani Ascolta o scarica   
SCUOLA: LA RETE DEGLI STUDENTI MEDI MOBILITATA PER CHIEDERE LA FINE DEI PERCORSI CHE UCCISERO LORENZO PARELLI
Una giornata di lotta studentesca quella di oggi, mercoledì 21 gennaio 2025, in occasione del quarto anniversario dell’uccisione di Lorenzo Parelli, 18enne di Udine schiacciato da una barra di 150 chilogrammi mentre si trovava in un percorso di ex alternanza scuola-lavoro. L’alternanza scuola lavoro, è stata sostituita dai PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento) e, a partire dall’anno scolastico 2025/2026, dalla Formazione Scuola-Lavoro (FSL). La rete degli studenti medi chiede di “abolire una volta per tutte questi percorsi”. Dopo la morte di Parelli, come ha ricordato la Rete degli Studenti Medi del Lazio, ci sono state altre vittime: “Giuseppe Lenoci e Giuliano De seta sono stati uccisi durante le ore di pcto. Oltre a loro sono tanti altri gli studenti lesi durante le ore dell’alternanza tra cui, Samuele, studente a Rieti il cui braccio è stato frantumato da un Tornio mentre svolgeva le sue ore di Pcto”.  Soprattutto a Roma e nel Lazio c’è stata una forte partecipazione alle mobilitazioni, ma non solo. “La morte di Lorenzo Parelli non è un evento casuale, non è una vittima di un incidente sfortunato, bensì si tratta di un omicidio di un sistema malato che mira a sfruttare e capitalizzare sulla pelle degli studenti”, continua la Rete: “dobbiamo abolire i Pcto e ripensare una volta per tutte al rapporto tra scuola e mondo del lavoro”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi. Ascolta o scarica
ROJAVA: DAVIDE GRASSO, “IL MOVIMENTO CONFEDERALE IN SIRIA PAGA LA SUA AMMIREVOLE COERENZA”
“Il movimento confederale paga la sua ammirevole coerenza: pensiamo a quanti soldi, oltre che posti di rilievo nel nuovo governo, sono stati offerti in questi mesi ai rappresentanti delle Sdf e della Daanes in cambio dell’abbandono della propria causa ideologica, per porre fine alle tensioni in Siria e permettere ai capitali internazionali di arrivare, cominciare la depredazione delle risorse e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro siriana secondo i crismi del FMI, cui Al-Sharaa ha aderito dopo che per anni la Siria non ne aveva fatto parte. Ora, invece, stanno rischiando moltissimo e si stanno preparando a proteggere le comunità in caso di un eventuale attacco. È un movimento che non fa dichiarazioni roboanti ma, se si guarda ai fatti, mantiene ferme le sue convinzioni e in questo è un esempio“. Sono le parole con cui Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, ha commentato quanto sta accadendo in Siria del nord-est e Rojava in queste ore ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Nell’intervista abbiamo parlato dell’attacco totale delle milizie salafite di Damasco contro la rivoluzione del confederalismo democratico, anche a partire dall’articolo da lui pubblicato su Dinamo Press dal titolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo. Con lui abbiamo commentato le enormi conquiste politiche e sociali ottenute dalla rivoluzione confederale nei territori dell’Amministrazione autonoma, ma anche le contraddizioni e i limiti che caratterizzano “ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale”. Nell’intervista, Davide Grasso spiega anche perché, a suo avviso, “non ha senso stupirsi che l”Occidente’ abbia ‘abbandonato’ i ‘curdi’ suoi ‘alleati'” ma, al contrario, avrebbe senso stupirsi del fatto “che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere”. Infine, abbiamo affrontato il tema di una delle fake-news sulle quali la propaganda turco-jihadista – e in generale dei nemici della rivoluzione del Rojava – insiste particolarmente: la presunta alleanza tra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est e lo stato di Israele. “Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa”, commenta Davide Grasso. Al contrario, aggiunge Grasso, “è davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto alle lusinghe israeliane, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982)”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Ascolta o scarica.
Dopo 100 giorni di cessate il fuoco: Hamas documenta le violazioni israeliane dell’accordo in un promemoria ai mediatori
GAZA – PIC. Il Movimento Hamas ha confermato in un ampio promemoria politico che l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è stato sistematicamente e continuamente violato da Israele, nonostante la piena adesione del Movimento ai suoi termini sin dalla sua entrata in vigore. Secondo una dichiarazione pubblicata martedì sul sito ufficiale di Hamas, il promemoria è stato emesso 100 giorni dopo l’entrata in vigore dell’accordo. È stato inviato ai mediatori, alle parti garanti, ai Paesi e alle organizzazioni internazionali, sia come riconoscimento del loro ruolo nella mediazione dell’accordo sia come avvertimento sull’impatto catastrofico delle violazioni in corso sulla situazione umanitaria di Gaza. Hamas ha sottolineato di aver trattato l’accordo come un impegno legale e morale vincolante per proteggere i civili e porre fine allo spargimento di sangue, non come una copertura politica per una continua aggressione o un ritorno a politiche genocidarie. Il Movimento ha affermato di aver rispettato il calendario concordato e, entro le prime 72 ore, di aver rilasciato 20 soldati israeliani vivi in conformità con l’accordo. Nonostante la distruzione massiccia e il controllo del fuoco israeliano su oltre il 63% della Striscia di Gaza, Hamas ha detto di aver continuato a cercare i corpi dei prigionieri israeliani. Ha riferito di aver recuperato 27 corpi su 28 e ha confermato che sono in corso sforzi per individuare l’ultimo, in coordinamento con i mediatori e il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Bilancio delle vittime Il rapporto ha dichiarato che durante il periodo di tregua 483 persone sono state uccise, tra cui 169 bambini (35%), 64 donne (13,3%), 19 anziani (3,5%) e 191 uomini civili (39,8%), oltre a 39 combattenti della resistenza (8,1%). Ha sottolineato che il 96,3% dei martiri è stato ucciso all’interno delle “zone sicure” designate, evidenziando la natura deliberata e sistematica delle uccisioni. Numero dei feriti Il rapporto ha registrato 1.294 feriti, una media di 13 al giorno, tra cui 428 bambini (33%), 262 donne (20%), 66 anziani (5%) e 528 uomini civili (41%), insieme a 10 combattenti della resistenza (1%). Tutti i ferimenti sono avvenuti all’interno delle aree coperte dall’accordo di tregua, segnalando una continua presa di mira diretta dei civili. Violazioni sul campo Il rapporto ha osservato che Israele ha commesso 1.298 violazioni sul campo, una media di 13 al giorno, tra cui 428 episodi di fuoco diretto, 66 incursioni militari e 604 attacchi aerei e di artiglieria. Ha inoltre rivelato che le forze israeliane hanno effettuato 200 operazioni di demolizione prendendo di mira case e isolati residenziali all’interno della “linea gialla” e delle aree controllate, con l’obiettivo di imporre cambiamenti demografici e geografici. Inoltre, 50 civili e pescatori sono stati arrestati in mare, e le forze israeliane hanno superato le mappe di ritiro concordate con distanze che vanno da 200 a 1.300 metri, come nel campo profughi di Jabalia. Israele ha anche imposto nuove “zone di controllo del fuoco” che si estendevano fino a 1.700 metri nella Gaza settentrionale. L’area stimata recentemente controllata oltre la linea gialla è di circa 34 chilometri quadrati. Queste violazioni sono state accompagnate da distruzioni ingegneristiche quotidiane, tra cui spianamento di terreni, demolizioni di edifici e il livellamento di interi quartieri. Crollo del settore sanitario Il rapporto ha sottolineato che le politiche israeliane hanno portato al quasi totale collasso del sistema sanitario di Gaza a causa del blocco e dell’impedimento alla consegna di forniture mediche, inclusi il divieto per squadre specializzate e il sequestro o la distruzione di medicinali e attrezzature. Israele ha anche bloccato l’ingresso di articoli essenziali come dispositivi radiologici, unità di terapia intensiva e attrezzature chirurgiche, nonché dei materiali da costruzione necessari per riparare gli ospedali danneggiati, contribuendo all’aumento dei tassi di mortalità, soprattutto tra bambini, anziani e pazienti affetti da malattie croniche. Camion di aiuti e forniture Il rapporto ha sottolineato che Israele non ha rispettato il suo impegno a consentire 600 camion di aiuti al giorno e ha fornito cifre fuorvianti. Solo 26.111 camion sono entrati negli ultimi due mesi, su 60.000 previsti, tra cui 15.285 camion di aiuti umanitari, 10.165 camion di merci commerciali e solo 661 camion di carburante. Il settore del carburante è stato il più colpito, ricevendo solo 661 camion invece dei 50 al giorno concordati, solo il 13,2% di quanto necessario, paralizzando ospedali, panifici, trasporti e sistemi elettrici. Israele ha inoltre bloccato il funzionamento dell’unica centrale elettrica della Striscia, così come l’importazione di pannelli solari, attrezzature per panifici e soccorso, e tende e roulotte necessarie per le famiglie sfollate. Anche le reti idriche, fognarie e di telecomunicazioni sono state chiuse. I materiali da costruzione e i macchinari pesanti sono stati vietati all’ingresso per oltre 27 mesi. Il valico di Rafah è rimasto completamente chiuso in entrambe le direzioni dalla firma dell’accordo, impedendo a migliaia di feriti e malati di ricevere cure all’estero, bloccando i viaggi di studenti e umanitari e fermando l’ingresso di missioni mediche ed esperti internazionali. Dossier dei detenuti Per quanto riguarda i prigionieri, Hamas ha confermato che Israele si rifiuta di rivelare la sorte di decine di detenuti e persone scomparse, sta ritardando il rilascio di donne e bambini e non ha fornito elenchi di coloro che sono morti in detenzione. Più di 1.200 corpi di martiri rimangono in custodia israeliana. Il rapporto ha accusato Israele di aver commesso crimini documentati contro i detenuti e di averli trasmessi pubblicamente, prova di una strategia deliberata per sabotare l’accordo e approfondire il disastro umanitario. È necessaria un’azione internazionale urgente Hamas ha chiesto un intervento internazionale immediato per fermare le violazioni, imporre il ritiro completo israeliano da Gaza e passare alla fase due dell’accordo. Ha anche chiesto che Israele aderisca alle linee di ritiro concordate, ponga fine al controllo sui 34 chilometri quadrati aggiuntivi e che venga istituito un meccanismo internazionale neutrale di monitoraggio. Il rapporto ha sottolineato la necessità di garantire 600 camion di aiuti giornalieri, compresi 50 camion di carburante, sotto supervisione internazionale diretta, e di consentire all’ONU e alle sue agenzie di operare liberamente. Il Movimento ha chiesto la riapertura immediata del valico di Rafah in entrambe le direzioni e l’ingresso di carburante, attrezzature mediche, dispositivi vitali, tende, roulotte e materiali da costruzione. Ha inoltre chiesto trasparenza sulla sorte dei detenuti e delle persone scomparse, il rilascio di donne e bambini e la restituzione dei corpi dei defunti
DEFEND ROJAVA: A ROMA ASSEMBLEA PUBBLICA AL CENTRO SOCIO-CULTURALE ARARAT PER ORGANIZZARE LA SOLIDARIETÀ
Ufficio informazione del Kurdistan in Italia e Rete Kurdistan Italia hanno lanciato per oggi, mercoledì 21 gennaio 2026, alle ore 18 al Centro socio-culturale Ararat di Roma, un’assemblea pubblica dietro lo slogan “Defend Rojava” per organizzare la solidarietà internazionalista alla resistenza dei popoli dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est dal 6 gennaio sotto l’attacco totale delle milizie salafite al potere a Damasco. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia, per presentare l’assemblea e spiegare perché la partecipazione è urgente. Ascolta o scarica. Di seguito l’appello di Rete Kurdistan Italia e Uiki: Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli. Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell’Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall’alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase. Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l’oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli. Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione. Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme. UIKI Onlus Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
Netanyahu nel “Comitato per la pace” a Gaza: come se il Padrino fosse invitato a far parte dell’Antimafia
InfoPal. Non ha limite l’abuso, lo stupro, l’assassinio della legalità internazionale e di ogni norma umanitaria, etica e anche solo di buon gusto, da parte dell’Imperatore-pirata Donald Trump, a capo della cricca occidentale di colonizzatori e genocidari, di cui l’Europa guerrafondaia e totalitaria è pienamente parte. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato invitato dal compare Trump a unirsi all’autoproclamato “Consiglio per la Pace“, un titolo orwelliano per spiegare un piano coloniale sul territorio nativo palestinese della Striscia di Gaza, da trasformare in Riviera/Dubai a detrimento di ciò che rimane della popolazione indigena. Ovviamente il Padrino ha accettato. Il mondo ha dato un nuovo sussulto di disgusto e lanciato critiche nei confronti di un organismo-farsa, coercitivo e profondamente coinvolto nella devastazione di Gaza. L’ufficio di Netanyahu ha confermato la decisione, mercoledì, nonostante il leader israeliano sia oggetto di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra commessi durante l’attacco israeliano in corso a Gaza. Appunto, è come se il defunto Totò Riina, il Padrino o altri capi-mafia fossero invitati a discutere di “pace” con le loro vittime o a unirsi al pool anti-Mafia… Solo menti colonizzatrici, suprematisti e criminali potevano architettare una cosa di questo tipo. Ma tant’è. Il comitato esecutivo fondatore del consiglio detiene il vero potere decisionale sul futuro di Gaza. Cioè, i sostenitori e finanziatori dei criminali, dei genocidari. Tra i suoi membri più importanti ci sono Jared Kushner, genero di Trump; l’ex primo ministro britannico Tony Blair; il Segretario di Stato americano Marco Rubio; l’inviato di Trump Steve Witkoff; e il finanziere di Wall Street Marc Rowan, CEO di Apollo Global Management. Il cosiddetto Consiglio per la Pace è stato annunciato dalla Casa Bianca a ottobre come parte del piano in 20 punti di Trump per Gaza, nominalmente collegato alla seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas. Sebbene inizialmente concepito come un meccanismo per supervisionare la ricostruzione, la governance e la sicurezza di Gaza, Trump ha successivamente indicato che il consiglio potrebbe assumere un ruolo globale, potenzialmente rivaleggiando o emarginando le Nazioni Unite. Cioè, Netanyahu e il suo governo di estremisti terroristi al posto dell’ONU. Vi è chiaro il meccanismo perverso? Si fa business anche con i posti al Consiglio… Secondo le bozze dello statuto del consiglio, esaminate dai media internazionali, la partecipazione ha un prezzo elevato: fino a 1 miliardo di dollari per un seggio permanente, un accordo che diplomatici e analisti hanno descritto come estorsivo e senza precedenti nella moderna diplomazia multilaterale. Sono stati invitati almeno 60 leader mondiali. Tuttavia, l’entusiasmo è rapidamente scemato… La Svezia ha formalmente rifiutato di partecipare nell’ambito dell’attuale quadro normativo, mentre altri Paesi, tra cui il Regno Unito e l’Unione Europea, hanno ammesso di aver ricevuto inviti ma non si sono impegnati. L’Arabia Saudita si è visibilmente tenuta fuori. Secondo quanto riferito, diversi governi stanno riconsiderando il loro coinvolgimento, a causa del timore che il consiglio sia poco più di uno strumento politico controllato dagli Stati Uniti, progettato per legittimare il predominio israeliano a Gaza. Lo stesso Netanyahu ha espresso obiezioni, non sulla legittimità del consiglio, ma sulla sua composizione. “Abbiamo alcuni disaccordi con i nostri amici negli Stati Uniti riguardo alla formazione del consiglio consultivo che accompagnerà il processo di pace a Gaza”, ha affermato, riferendosi al Consiglio Esecutivo di Gaza, recentemente annunciato, un organismo subordinato incaricato di amministrare la Striscia. Netanyahu ha promesso di bloccare qualsiasi ruolo per Turchia e Qatar, insistendo sul fatto che soldati di entrambi i paesi “non saranno presenti nella Striscia”. Nonostante queste tensioni pubbliche, Netanyahu ha ribadito la sua lealtà a Trump, definendolo il “più grande amico di Israele alla Casa Bianca” e sottolineando che i “disaccordi” non avrebbero influenzato le relazioni bilaterali. Il Consiglio Esecutivo di Gaza, composto da figure approvate da Washington, ha suscitato particolare indignazione. Sebbene includa funzionari regionali provenienti da Turchia, Qatar ed Egitto, il loro ruolo è ampiamente considerato di facciata. La vera autorità spetta al comitato esecutivo fondatore del Board of Peace, dominato da figure che hanno costantemente negato o minimizzato le atrocità israeliane a Gaza. L’inclusione di Blair, uno degli artefici chiave della guerra in Iraq, e corresponsabile per i milioni di morti, è particolarmente controversa. Il governo britannico ha preso le distanze dal suo ruolo, sottolineando che non rappresenta alcuna posizione ufficiale del Regno Unito. I critici sottolineano anche la condotta degli Stati Uniti a Gaza, in particolare il loro sostegno ai cosiddetti meccanismi di aiuto umanitario che si sono rivelati letali. I siti di distribuzione degli aiuti sostenuti da Israele, supportati politicamente e logisticamente da Washington, sono diventati punti di strozzatura letali dove centinaia – e secondo alcuni migliaia – di palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano mentre cercavano cibo. I gruppi per i diritti umani hanno descritto questi progetti come “trappole di aiuti”, emblematiche della complicità degli Stati Uniti nella distruzione di Gaza. Netanyahu ha usato il suo discorso di accettazione per raddoppiare le richieste: “La seconda fase è semplice: Hamas verrà disarmata e Gaza verrà smilitarizzata”, ha affermato, impegnandosi a raggiungere questo obiettivo “con la via più facile o con quella più difficile”, omettendo qualsiasi riferimento all’obbligo di Israele di ritirare le sue forze o porre fine all’assedio.
Guardando il cielo negli occhi
“MENTRE LA MAMMA GIULIA STRAPPA CON MAESTRIA LE LENZUOLA, I FIGLIOLI INIZIANO A SCRIVERE I NOMI… NUR, LA LUCE, TRE ANNI… ZAMZAM COME LE ACQUE PRIMORDIALI… SABR, DUE ANNI, LA PAZIENZA… MI FERMO OGNI TANTO PER PARLARE CON IL FIGLIOLO CHE MI CHIEDE SE L’ARABO SIA DIFFICILE, O CON LA MAMMA CHE RACCONTA DI COME HA SCOPERTO IL NOSTRO GIARDINO… O CON GLI INSEGNANTI E I BABBI CHE HANNO RESO POSSIBILE LA VITA DI QUESTO LUOGO – SCRIVE MIGUEL MARTINEZ – E CIASCUNO DI LORO È UNA STORIA, COME LO SONO LE BAMBINE E I BAMBINI CHE STIAMO COMMEMORANDO. E TRA I MORTI E I VIVI, MI VIEN QUASI DA PIANGERE…”. A FIRENZE C’È UN GIARDINO COMUNITARIO GESTITO DAGLI ABITANTI DEL RIONE CHE NON SMETTE DI ACCOGLIERE IL MONDO: QUALCHE GIORNO FA, ISPIRANDOSI A UNA POESIA MERAVIGLIOSA, CHE PARLA DEGLI AQUILONI DI GAZA, HANNO TROVATO IL MODO PER ABBRACCIARE LE BAMBINE E I BAMBINI UCCISI IN PALESTINA Nel 2011, ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto”, un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, Se io devo morire (إذا كان لا بدّ أن أموت). Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella, (che sia bianca con una lunga coda) così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire che porti speranza che sia una favola. Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni. Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba. Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno. Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228. Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome. Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere. Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad. Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano. E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”. Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte. Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza… Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato… mi sono sentito un mostro dopo… e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così. E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo. E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando. E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia. Qui, in arabo e in inglese, la poesia che ci ha ispirati. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Dodicimila cadaveri in un giardino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Se un bambino smette di disegnare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardando il cielo negli occhi proviene da Comune-info.
Le esportazioni agricole israeliane rischiano un collasso a causa del rifiuto mondiale dei prodotti a seguito del genocidio a Gaza
Gli agricoltori israeliani avvertono che l’industria agricola esportatrice del Paese sta affrontando un “collasso” imminente a causa dell’opposizione internazionale al Genocidio di Gaza. Recenti rapporti mostrano l’impatto del boicottaggio di Israele e perché il “marchio” israeliano potrebbe non riprendersi mai più. Il boicottaggio funziona. Mondoweiss. Di Jonathan Ofir. Negli ultimi mesi, l’emittente pubblica israeliana ha trasmesso diversi servizi sull’enorme problema di Israele nell’esportazione di frutta, in particolare verso i mercati europei. I resoconti, che indicano quello che gli stessi coltivatori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniano inconsapevolmente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale di Israele. Israele si ritrova ora al fianco della Russia nell'”alleanza dei boicottati”, ha affermato l’emittente pubblica israeliana Kan 11. È difficile individuare un singolo responsabile dei problemi di esportazione di Israele, ma l’Europa è una parte importante della vicenda. “Non vogliono i nostri mango”, dice un coltivatore a Kan 11. “In Europa, ci contattano solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa, la evitano”. Un altro tassello della vicenda riguarda gli Ansar Allah dello Yemen (comunemente noti come “gli Houthi”). Il loro blocco del Mar Rosso a Sud (nonostante l’accordo di maggio con gli Stati Uniti, che non hanno rinunciato a minacciare Israele), ha costretto le compagnie di navigazione a utilizzare rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico. Ma nonostante la mancanza di un singolo fattore chiaro, il Genocidio israeliano a Gaza rimane una chiara causa comune che si estende su vari elementi. Gli israeliani negano e dichiarano simultaneamente il loro sostegno, come dimostrato da un importante sondaggio dell’anno scorso che mostra come la stragrande maggioranza degli israeliani creda che “non ci siano innocenti a Gaza”. A causa dell’ipocrisia nazionale e del senso di diritto di commettere un Genocidio con il pretesto dell'”autodifesa”, le terribili conseguenze colpiscono inizialmente l’ego collettivo israeliano. Vediamo i contadini piangere e la simpatia nazionale va naturalmente ai coltivatori di agrumi e mango, anche se uno di loro, un generale in pensione, dice a tutti di aver “chiuso” con i palestinesi. In altre parole, la reazione israeliana al boicottaggio globale alimenta implicitamente l’odio per i palestinesi, disprezzando coloro che non stanno dalla parte di Israele. Ma ciò che sta effettivamente subendo un colpo in Israele non è un settore economico o l’altro: è il marchio israeliano, e potrebbe non riprendersi. Ironicamente, la migliore rappresentazione di quel marchio sono le “arance di Jaffa”, praticamente scomparse dal mercato internazionale, un marchio che di per sé è una rappresentazione dell’espropriazione coloniale della cultura palestinese da parte di Israele. Diamo un’occhiata a due importanti resoconti mediatici, uno sugli agrumi e l’altro sui mango, che costituiscono due importanti prodotti agricoli d’esportazione israeliani. “DOVE SONO LE ARANCE?” Un articolo di fine novembre, intitolato: “Fine Della Stagione Delle Arance”, che allude a una popolare canzone israeliana, si concentra, tra l’altro, sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud, dove sono nato e cresciuto. Quel frutteto si trova proprio vicino al punto in cui si possono ancora trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya, vittima di Pulizia Etnica. Il coltivatore del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega come tutti i frutteti siano a rischio di sradicamento a causa della mancanza di ordini per l’esportazione. Weisberg ha iniziato a gestire le piantagioni per il kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli agrumeti nel tentativo di rendere il settore di nuovo redditizio. Ma poi, gli ordini dall’Europa hanno iniziato a essere cancellati, e ora non riesce nemmeno a vendere i prodotti della metà del frutteto rimasto. “La frutta israeliana, nonostante la sua alta qualità, è attualmente meno richiesta in Europa”, afferma. “Stiamo effettivamente operando in perdita dalla guerra a Gaza”. Se le cose peggiorano, afferma Weisberg, porterà al “collasso”. Il giro prosegue proprio dall’altra parte della strada, verso i frutteti del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico israeliano Benny Morris. Lì, Gal Alon, coltivatore di agrumi di terza generazione, racconta di come la sua famiglia abbia preso la decisione di non esportare affatto dall’inizio della guerra. L’export è “un mondo molto duro e aggressivo”, dice, quindi ha deciso di affidarsi esclusivamente ai mercati locali. Le telecamere si spostano poi per tre chilometri a ovest verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove l’agricoltore Ronen Alfasi sta negoziando il prezzo dei pompelmi con un commerciante che vuole venderli ai mercati di Gaza. Alfasi afferma che i prodotti confezionati saranno troppo costosi per loro, nonostante i suoi magazzini e le celle frigorifere siano pieni. Mostra come i frutti sugli alberi abbiano superato il limite di dimensioni e diventino inutili per la vendita come frutta, figuriamoci per l’esportazione, e dovranno essere venduti localmente per la produzione di succo. Il rapporto rileva che non vengono quasi più coltivate arance. Ce ne sono alcune, ma solo per i mercati locali. Il marchio “arancia di Jaffa” è storia, ma è stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà del 1800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che lo esportava, una città che fu quasi completamente sottoposta a Pulizia Etnica da parte delle milizie Sioniste nel 1948. Israele ha poi preso il controllo del marchio, parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come prodotti israeliani. “Prima della guerra, esportavamo alcune arance in Scandinavia”, afferma Daniel Klusky, Segretario Generale dell’Associazione Israeliana degli Agrumicoltori. “Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un container”. “ALLEANZA DEI BOICOTTATI”. Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore veniva esportata in Asia, ma cita il “problema logistico contro gli Houthi” come motivo per cui “tutte le linee logistiche sono cambiate”. Si cercavano rotte più lunghe e costose, dice Alfasi, con container che arrivavano con 90-100 giorni di ritardo. “E arrivavano con grossi problemi di qualità”, ha descritto. L’unico mercato rimasto disponibile, dice Alfasi, è la Russia. Anche se sta perdendo denaro come agrumecoltore, esporta in Russia solo per coprire le spese di magazzino. A un certo punto, l’intervistatore pone una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che parla ancora con noi?” “Parlano ancora con noi”, dice Alfasi, “ma in Europa, meno, ci parlano solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa, evitano di comprare da noi”. “Ed è stato detto esplicitamente che è a causa della situazione nazionale di Israele?” chiede l’intervistatore in modo più diretto. “Sì”, risponde Alfasi con chiarezza. “Quindi gli europei non ci considerano e gli asiatici sono bloccati. Almeno i russi continuano a comprare alcuni beni da noi: l’alleanza dei boicottati”, conclude l’intervistatore. MANGHI MARCI. Un’immagine simile si trovava in un altro servizio televisivo di quattro mesi fa sul raccolto di mango nel Nord. Qui, si vede un Generale in pensione ed ex portavoce militare, Moti Almoz, ora coltivatore di mango, che impartisce ordini ai lavoratori in gergo militare. Il frutto sembra buono, ma la stagione è comunque “una delle più difficili per i coltivatori di mango in Israele”, descrive il narratore. “Stanno parlando di un vero e proprio collasso”. Non è perché la produzione sia scarsa, Almoz dice di aver avuto “un raccolto pazzesco” questa stagione, ma il problema è che “il 25% è a terra”. “Perché non li hai raccolti?” chiede l’intervistatore. “Perché non potevo farci niente. Dopo che il frigorifero è pieno, e dopo che i commercianti prendono ciò che hanno ordinato il popolo israeliano ha bisogno anche di mangiare carne, un po’ di pane, formaggio. Non possono mangiare solo mango”. Molti mercati agricoli per i produttori di mango sono stati chiusi quest’anno, afferma il rapporto, e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di Shekel, mentre le aziende agricole più grandi ne stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore dei frutteti di mango condivisi dei kibbutz di Moran e Lotem, afferma che quest’anno non stanno nemmeno inviando la frutta ai magazzini perché non sarebbe redditizio. Invece, le persone arrivano con le proprie auto e acquistano cassette direttamente dal frutteto. “Spero che ci aiuti a rimanere a galla”, commenta Matalon. “Ma non ci salverà davvero”. Su 1.200 tonnellate di frutta, 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “È una crisi che non abbiamo mai sperimentato”, spiega Matalon. Poi arriva la cornice del narratore. Come l’altro rapporto, anche questo allude al Genocidio. “Questa crisi è stata causata da una combinazione di diversi fattori che si sono verificati contemporaneamente, la maggior parte dei quali è legata alla guerra”, dice il narratore. “Gaza, che deteneva il 15% del mercato, ha chiuso completamente. Anche i palestinesi in Cisgiordania acquistano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei mango israeliani è destinato all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere”. “A causa della guerra a Gaza, stanno riducendo la portata degli acquisti da Israele”, dice Almoz. “Non vogliono i nostri mango”. Matalon afferma che in Europa ci sono “piccoli segnali che indicano la provenienza del prodotto”, osservando che “possiamo vedere che questo ha un effetto”. Ritiene che il deterioramento dello stato dell’agricoltura israeliana da esportazione richieda un intervento governativo se si vuole salvare il settore, altrimenti, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza agricoltura da esportazione”. PREFERIREBBE ANDARE IN ROVINA PIUTTOSTO CHE VENDERE AI GAZAWI. Il narratore dice che Almoz è un vecchio Laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più aggressivo dal 7 ottobre. La tendenza tra queste persone è stata espressa chiaramente da Nir Meir, il capo del Movimento dei Kibbutz: “Molti dei kibbutznik che hanno vissuto il 7 ottobre non sopportano di sentire l’arabo e vogliono vedere Gaza Cancellata”. Almoz condivide sentimenti simili, sostenendo che: “Dopo il 7 ottobre dobbiamo ripensare tutto, tutto. Ero uno di quelli che diceva che più lavoratori palestinesi in Israele avrebbero potuto significare meno terrore”. “Ti sbagliavi?” gli viene chiesto. “Certo, cosa intendi? Ho chiuso con loro”, risponde con enfasi. “Stai parlando con una persona che ha chiuso con loro. Tutto quello che potresti dirmi, affinché cambi sono favole”. Infatti, Almoz dice che non venderà a Gaza, anche se ciò porterebbe dei soldi. “Se c’è la possibilità che io perda soldi perché questo mango si trasforma in un interesse di Hamas, allora devo perdere soldi”. Matalon stava letteralmente versando lacrime durante l’intervista, ma il senso generale di ipocrisia in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui, per il momento, di dover riconoscere che il Genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del Genocidio. Jonathan Ofir è un direttore d’orchestra, musicista, scrittore e blogger israelo-danese, che scrive regolarmente per Mondoweiss. La Zona Grigia
Israele demolisce la sede dell’Unrwa a Gerusalemme, Onu: “Attacco senza precedenti”
Anche l’UNRWA è un’organizzazione terroristica, di Hamas, secondo Israele. Euronews.Israele demolisce la sede dell’Unrwa a Gerusalemme: dura condanna dell’agenzia Onu per i palestinesi; esulta Ben Gvir. Militari e bulldozer di Israele sono entrati nel quartier generale dell’Unrwa, ormai vuoto, e hanno avviato la demolizione degli edifici. “Azione senza precedenti”, denuncia l’agenzia dell’Onu per i palestinesi. Per un ex dipendente è l’ennesimo sfregio al diritto internazionale.