CGIL, oltre centomila a Roma: la piazza corre, la politica insegueOltre centomila partecipanti, secondo gli organizzatori, alla manifestazione
nazionale della CGIL del 17 ottobre a Roma. Il corteo, partito da piazza della
Repubblica, ha raggiunto piazza del Popolo con delegazioni arrivate da tutta
Italia. Lavoratori, pensionati, studenti, associazioni e organizzazioni
politiche hanno sfilato tra bandiere, striscioni, musica e slogan. La piazza era
gremita, con la folla che si estendeva oltre i suoi confini. A concludere la
giornata è stato il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, che ha
annunciato lo sciopero generale del 20 novembre.
La CGIL ha confermato una capacità di mobilitazione che non nasce certo oggi.
Sarebbe quindi riduttivo fermarsi ai numeri, per quanto importanti. Il dato
politico più interessante è la distanza tra la forza delle mobilitazioni
sindacali e la difficoltà di tradurre le rivendicazioni che esprimono in un
progetto capace di incidere sulle scelte del Paese.
Al centro della protesta ci sono problemi che riguardano milioni di persone:
salari insufficienti, pensioni, precarietà, sanità pubblica e servizi sempre più
in difficoltà. Non si tratta soltanto di percezioni. Secondo i dati Istat
diffusi nei giorni scorsi, tra il primo trimestre del 2021 e il secondo del 2026
le retribuzioni reali di fatto hanno perso il 9,4% del loro potere d’acquisto.
Un dato che aiuta a comprendere perché, anche quando l’occupazione cresce, tante
famiglie continuino a incontrare difficoltà economiche.
La questione riguarda anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse
pubbliche. Il governo si è impegnato ad aumentare le spese militari, mentre i
Comuni e gli altri enti locali incontrano crescenti difficoltà nel garantire
servizi essenziali ai cittadini. È una contraddizione che solleva una domanda
precisa: quali devono essere le priorità del Paese? Si tratta di decidere dove
investire le risorse disponibili, quali bisogni soddisfare e come finanziare gli
interventi necessari, chiedendo anche un contributo maggiore a chi dispone di
redditi e patrimoni più elevati.
Lo sciopero generale del 20 novembre, in coincidenza con la mobilitazione
studentesca, può rappresentare un passaggio importante. Salari bassi,
precarietà, difficoltà di accesso alla casa e riduzione dei servizi pubblici
attraversano le generazioni e condizionano la possibilità di costruirsi una vita
autonoma. Collegare le rivendicazioni del mondo del lavoro con quelle degli
studenti può rafforzare le mobilitazioni e ricostruire legami collettivi che
negli ultimi decenni si sono indeboliti.
Ma sarebbe sbagliato chiedere al sindacato di risolvere problemi che
appartengono alla politica.
La presenza delle opposizioni alla manifestazione è significativa, ma non
autorizza a considerare le persone scese in piazza come un consenso elettorale
già acquisito. Una manifestazione sindacale raccoglie sensibilità e orientamenti
diversi. Partecipare a una protesta contro le politiche del governo non
significa necessariamente riconoscersi in una delle proposte politiche oggi
disponibili.
Nel Paese esistono insoddisfazione, disagio sociale e disponibilità alla
mobilitazione. Eppure, una parte consistente della popolazione continua a non
riconoscersi nei partiti. Anche l’astensionismo, pur avendo cause diverse,
segnala la difficoltà della politica a mantenere un rapporto stabile con ampi
settori della società. Non basta dunque sommare le sigle dell’opposizione per
pensare di recuperare automaticamente quel rapporto di fiducia.
Le alleanze elettorali sono importanti, soprattutto quando permettono alle
diverse forze di opposizione di confrontarsi su obiettivi comuni. La costruzione
di una coalizione ampia può rappresentare un’occasione per mettere in relazione
culture politiche differenti e affrontare insieme questioni che riguardano
milioni di persone. Perché questo percorso abbia basi solide, però, occorre
chiarire quale politica salariale si intende sostenere, come rafforzare la
sanità pubblica, dove trovare le risorse per gli investimenti e quali scelte
economiche si vogliono cambiare.
C’è anche una questione di credibilità. La critica alle decisioni dell’attuale
governo può accompagnarsi a una riflessione sulle politiche del passato che
hanno contribuito a indebolire le tutele del lavoro e il ruolo dell’intervento
pubblico. Affrontare apertamente queste contraddizioni può aiutare le forze di
opposizione a costruire un rapporto di fiducia più solido con la società.
Le differenze tra le forze di opposizione esistono e non vanno nascoste. Su
questioni importanti, come la guerra in Ucraina, le distanze sono ancora
significative. Proprio per questo, la costruzione di una coalizione ampia
dovrebbe accompagnarsi a uno sforzo più deciso per avvicinare le posizioni,
assumendo come riferimento comune i principi della Costituzione, a partire
dall’articolo 11 e dal ripudio della guerra. La piattaforma della CGIL, che
mette al centro lavoro, salari, giustizia fiscale, servizi pubblici e pace, può
rappresentare un valido punto di partenza per individuare convergenze
programmatiche concrete. Non si tratta di cancellare le diverse identità
politiche, ma di costruire su queste basi un progetto comune che vada oltre le
intese elettorali e possa tradursi in scelte di governo coerenti.
Un progetto politico capace di raccogliere consenso deve tenere insieme due
esigenze: costruire le condizioni per cambiare il governo e indicare con
chiarezza che cosa si intende cambiare nelle politiche del Paese. Senza la prima
si rischia di restare nella testimonianza; senza la seconda, anche un’eventuale
vittoria elettorale potrebbe lasciare irrisolte le ragioni del malcontento.
C’è infine una questione che riguarda il rapporto quotidiano tra politica e
società. La fiducia non si ricostruisce soltanto attraverso i programmi o le
dichiarazioni dei dirigenti. Si conquista tornando nei luoghi di lavoro, nei
quartieri popolari, nelle scuole e nelle università. Sostenendo le vertenze,
difendendo i servizi pubblici e costruendo relazioni con chi oggi si sente
escluso dalla possibilità di incidere sulle decisioni.
Le mobilitazioni sindacali hanno un valore che non può essere misurato soltanto
attraverso i risultati immediati. Contribuiscono a organizzare interessi
collettivi, rafforzare la consapevolezza dei lavoratori e modificare i rapporti
di forza nella società. La manifestazione del 17 ottobre lo ha confermato,
mentre lo sciopero del 20 novembre offrirà una nuova occasione per dare
continuità alle rivendicazioni sociali.
Alle opposizioni spetta un compito che non può essere delegato al sindacato:
costruire una proposta politica capace di riconquistare la fiducia anche di chi
oggi non si riconosce più nei partiti. Le ragioni per protestare sono sotto gli
occhi di tutti, ma per molti manca ancora la convinzione che un cambiamento di
governo possa tradursi in un miglioramento concreto delle proprie condizioni di
vita.
La manifestazione del 17 ottobre, però, ci consegna anche un messaggio di
speranza. In un Paese attraversato dalla sfiducia e dalla rassegnazione, ci sono
ancora tante persone disposte a impegnarsi, a organizzarsi e a lottare per i
propri diritti. È da questa disponibilità collettiva che bisogna ripartire.
Perché il cambiamento non è garantito, ma neppure impossibile. E le energie per
costruirlo, come abbiamo visto a Roma, ci sono.
Giovanni Barbera