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25 aprile 1945 SEMPRE: Roma è partigiana e antifascista
Anche quest’anno il 25 aprile sarà una grande giornata di lotta e di festa in tutta la città di Roma. Decine di iniziative, cortei, manifestazioni, per lo più autorganizzate e autogestite, arricchiranno il programma della giornata. Quest’anno le realtà autogestite romane hanno deciso di costruire un manifesto comune proprio per segnalare la connessione profonda e la convergenza tra i quartieri e le iniziative. Questo è un fatto nuovo ma molto importante in un momento storico di avanzata violenta di legislazioni e operazioni politiche esplicitamente neofasciste che colpiscono in modo significativo le lotte sociali oltre che le basi su cui si fonda la nostra costituzione. > Convergere sui valori di fondo che il 25 aprile e la lotta partigiana > rappresentano diviene allora indispensabile e urgente. Nel manifesto, si è > deciso di fare emergere in modo netto che antifascismo e Resistenza oggi > vogliono dire resistere al regime di guerra in cui stiamo vivendo, inteso come > dispositivo di attacco ai territori e ai corpi, dentro e fuori il nostro > paese. L’attacco all’Iran e al Libano, il perpetuarsi del genocidio in Palestina saranno pertanto al centro dell’attenzione, così come i provvedimenti reazionari e coercitivi come il ddl Bongiorno e l’ennesimo aberrante decreto sicurezza imposto dal governo Meloni. Rispetto alla Palestina infine, il 25 aprile avrà luogo in prossimità della partenza della nuova Flotilla diretta a Gaza. I collegamenti e i ponti con la Sicilia saranno pertanto numerosi. I cortei mattutini saranno due. Il primo, a Roma Sud con partenza alle 10.30 da Piramide, è promosso dai comitati dell’ANPI ma vede la partecipazione attiva delle realtà sociali e autogestite di Roma Sud. Queste stesse realtà a partire dalle 13.30 organizzeranno un pic nic della Liberazione a Parco Schuster, con musica, parole, giochi, spettacoli di arte di strada e gran finale con il Samba della Liberazione. A Roma Est l’appuntamento è alle 9.30 da Piazza delle Camelie con il tradizionale fiore al partigiano e a seguire dalle 10.30 con il corteo che percorrerà le strade di Centocelle fino al parco Modesto di Veglia al Quarticciolo, dove a partire dalle 14.00 è prevista la Festa della Liberazione con artisti di ogni genere che si alterneranno fino a sera sul palco. A San Lorenzo l’appuntamento è alle 13.00 tra via dei Volsci, piazza dei Sanniti e via dei Sardi, con un lungo programma artistico e culturale che continuerà fino a tarda sera nelle vie del quartiere. Al Pigneto la festa tradizionale per il 25 aprile avrà come sempre il suo perno su piazza Nuccitelli Persiani, con iniziative dalle 12.00 per tutto il pomeriggio fino a sera tardi. Al parco degli Acquedotti dall’ora di pranzo sarà organizzato il tradizionale pic nic antifascista, con musica, spettacoli che continuerà per tutto il pomeriggio. Lungo il litorale è stato inoltre organizzato un corteo studentesco per venerdì 24 aprile, che percorrerà anche le strade di Ostia con appuntamento alle 9.00 da via capo Sperone fino al Parco Pietro Rosa, dove è prevista l’assemblea finale. Infine a Roma Ovest i collettivi antifascisti organizzano nella mattinata una passeggiata nei luoghi della memoria, un aperitivo musicale e un pranzo. A quasi quattro anni dall’elezione del governo Meloni il tessuto connettivo antifascista della città regge, fa rete, e costruisce opposizione sociale dal basso. Non sappiamo cosa aspetta il futuro ma sappiamo che gli anticorpi e la determinazione a resistere non sono venuti meno: ancora una volta, ieri partigian*, oggi antifascist*. La copertina è di Gaia Di Giacchino SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 25 aprile <s>1945</s> SEMPRE: Roma è partigiana e antifascista proviene da DINAMOpress.
April 23, 2026
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«The Rest and the West»: presentazione dell’ultimo libro di Mezzadra e Neilson
Il volume, scritto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson e pubblicato a ottobre 2025 per Meltemi editore, affronta il dibattito che si è costruito all’interno del panorama politico internazionale sui nuovi rapporti di forza tra potenze, piccole, medie e grandi, e sulla loro competizione per acquisire posizioni egemoniche nell’attuale scenario globale. Durante l’evento è stata posta particolare attenzione intorno alla critica del concetto di “campismo”, ovvero su come superare la formazione di nuovi blocchi di potere e di alleanze tra potenze globali, che rischiano di cancellare o inibire la formazione di nuovi soggetti politici dal basso, a partire dai movimenti sociali. Hanno partecipato alla discussione: * Giacomo Cuoco, dottorando Roma Tre * Sandro Mezzadra, autore del libro, Unibo * Miriamo Tola, John Cabot University La moderazione dell’iniziativa è stata condotta da Francesco Raparelli. La presentazione del libro si è tenuta a Esc atelier autogestito il 26 febbraio 2026. Riprese e montaggio sono a cura di Milos Skakal. La copertina è di Hajime e diffusa da Dennis Sylvester Hurd (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «The Rest and the West»: presentazione dell’ultimo libro di Mezzadra e Neilson proviene da DINAMOpress.
April 22, 2026
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Il cortocircuito sul consenso e i nodi politici del ddl Valditara e del ddl Bongiorno
Negli ultimi anni, il sistema scolastico italiano ha iniziato — con lentezza e tra molte ambiguità — a riconoscere che educare significa anche fornire strumenti per abitare consapevolmente le relazioni. In questo quadro, il concetto di consenso ha fatto il suo ingresso, seppur in modo frammentario, nei percorsi educativi: non come imposizione ideologica, ma come risposta a un’evidenza sociale sempre più difficile da ignorare. > Violenza di genere, incapacità diffusa di riconoscere i confini propri e > altrui, difficoltà ad accettare e rispettare le differenze — comprese quelle > legate all’orientamento sessuale e all’identità dellə più giovani — non sono > emergenze astratte, ma fenomeni concreti che attraversano anche le aule > scolastiche. Questo ingresso, tuttavia, non è stato il frutto di una strategia sistemica o di una chiara volontà istituzionale. Al contrario, è dipeso in larga misura dall’iniziativa di singolə insegnanti che, all’interno di un sistema scolastico fortemente femminilizzato, hanno scelto di assumersi il rischio di affrontare temi scomodi. Un lavoro alimentato dal dialogo costante con realtà del territorio, come associazioni transfemministe e centri antiviolenza, che in questi anni hanno portato nelle scuole pratiche fondamentali. Un contributo importante è arrivato anche dallə attivistə di Non Una di Meno che in diverse città sono intervenutə nelle scuole per colmare il vuoto di educazione sessuo-affettiva, chiamate direttamente dallə studenti durante i periodi di occupazione. È su questo lavoro sommerso di sinergia tra il dentro e il fuori scuola, non sempre riconosciuto e talvolta apertamente osteggiato, che si è costruito quel poco di educazione al consenso oggi presente nelle scuole. Un lavoro che ha richiesto non solo competenze pedagogiche, ma anche esposizione personale e capacità di resistere a pressioni culturali e istituzionali. > È precisamente su questo terreno fragile che interviene il disegno di legge > promosso da Giulia Bongiorno. Nel nuovo impianto, il reato di violenza > sessuale non si fonda più sull’assenza di un consenso libero e attuale, ma > sulla prova di un dissenso. È un passaggio tutt’altro che neutro. Significa > spostare il baricentro: non più verificare se ci sia stato un “sì”, ma se sia > stato espresso un “no”. È qui che la questione giuridica si intreccia con quella educativa. Se il diritto non parla di consenso, anche la cultura educativa perde un riferimento. La scuola si trova così in una posizione paradossale: da un lato tenta di costruire nellə studenti una grammatica del consenso; dall’altro, il quadro normativo si propone di tornare a privilegiare una logica del dissenso, della prova, della contestazione. Non è una contraddizione teorica, è un corto circuito concreto. Come si costruisce una cultura della responsabilità condivisa, se il modello giuridico ruota attorno alla capacità di opporsi? Il problema non è solo che il disegno di legge (ddl) sia “troppo debole” o “troppo forte”. Il problema è che si muove nella direzione opposta rispetto all’evoluzione culturale e giuridica europea. Un punto di riferimento fondamentale è la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia, che indica chiaramente nel consenso il criterio centrale per definire la violenza sessuale e assegna alla scuola un ruolo esplicito nella prevenzione: educare al rispetto reciproco, all’uguaglianza e all’autodeterminazione. > Il ddl si discosta da questa impostazione, tornando a un paradigma basato sul > dissenso. Le conseguenze non sono solo processuali, ma educative e dunque > sociali: non perché il ddl vieti l’educazione al consenso — non lo fa — ma > perché ne erode il fondamento. Trasmette un messaggio implicito: il problema > non è ottenere un sì, ma evitare un no. In questo quadro si inserisce l’approvazione definitiva del ddl Valditara, prevista al Senato per mercoledì 22 aprile, un provvedimento che va a colpire direttamente l’educazione sessuo-affettiva nelle aule. Il disegno di legge, che prende il nome del ministro dell’Istruzione e del Merito, rappresenta un grave attacco alla scuola pubblica e un torto importante a insegnanti, studenti, associazioni e realtà che operano quotidianamente nella scuola per promuovere la cultura del consenso. Vietando l’educazione sessuo-affettiva nella primaria e introducendo nella scuola secondaria un meccanismo di consenso informato che di fatto delega interamente la materia all’ambito familiare – si rinuncia a intervenire in quei contesti dove sarebbe più urgente farlo. Bambinə e ragazzə vengono così lasciatə isolatə in una condizione di maggiore vulnerabilità e solitudine e la scuola, in quanto istituzione, viene relegata a una posizione di subalternità rispetto alla famiglia, che esercita un ruolo di controllo e censura preventiva. > Il ddl Bongiorno e il ddl Valditara, pur agendo il tema del consenso in modo > paradossalmente opposto, intervengono entrambi producendo conseguenze > gravissime sul piano educativo e delineando un progetto comune, volto a > ostacolare l’educazione sessuo-affettiva e la prevenzione della violenza di > genere; una strategia che coinvolge altri dispositivi — come le nuove > Indicazioni Nazionali e le Linee Guida per l’Educazione Civica — ma di cui > questi due disegni di legge restano i pilastri più nocivi. Siamo fortemente convintə che la scuola non possa essere, in questa fase più ancora che in altre, un attore accessorio: è uno dei pochi spazi in cui è possibile costruire, in modo sistematico, una cultura delle relazioni basata sulla reciprocità e sul riconoscimento dell’altro. Proprio per questo,deve poter essere — e diventare sempre di più — uno spazio safe per tuttə, in cui ogni studentə possa esprimersi senza timore, riconoscersi ed essere riconosciutə, senza che le differenze diventino motivo di esclusione o violenza. Uno spazio in cui la relazione non sia un elemento marginale, ma il cuore stesso dell’esperienza educativa: dove si impari non solo a conoscere, ma a stare con l’altrə, a rispettarne i limiti, a comprendere il valore del consenso e della libertà reciproca, uno spazio dove immaginare e costruire relazioni di benessere. Non è un’esigenza astratta: negli ultimi anni le cronache segnalano un aumento degli episodi di molestie, pressioni e comportamenti violenti anche tra giovanissimə, spesso consumati proprio negli spazi della socialità quotidiana e non sempre riconosciuti come tali. > È urgente dunque riconoscere la scuola come un luogo in cui è possibile > intervenire in modo precoce e sistematico, contrastando stereotipi, dinamiche > di sopraffazione e modelli relazionali violenti e offrendo alternative > concrete fondate sull’ascolto, sul rispetto e per l’appunto sul consenso. Indebolire questo ruolo significa lasciare un vuoto che difficilmente può essere colmato altrove: rinunciare a uno dei pochi contesti in cui la violenza può essere non solo nominata, ma disinnescata, e in cui si può costruire, giorno dopo giorno, una cultura in cui la violenza non è normalizzata, ma riconosciuta e rifiutata. La questione riguarda allora l’idea di società che si vuole promuovere. Una società in cui le relazioni si fondano su un consenso esplicito e condiviso, oppure una in cui ciò che conta è, ancora una volta, dimostrare di aver detto “no” mettendo in tensione il linguaggio con cui una generazione imparerà a nominare — e a vivere — le proprie relazioni. La copertina è di Gabriele Pennisi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il cortocircuito sul consenso e i nodi politici del ddl Valditara e del ddl Bongiorno proviene da DINAMOpress.
April 22, 2026
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Con un emendamento al Dl Sicurezza il governo è finito in un vicolo cieco
Se il tema non fosse così cupo, verrebbe quasi da osservare con una certa soddisfazione — popcorn alla mano — il governo schiantarsi contro la propria boria. Il compenso riconosciuto allə avvocatə in funzione dell’effettivo rimpatrio volontario del proprio assistito è, per l’esecutivo, un’enorme grana politica. Dopo l’approvazione di questo emendamento, la conversione in legge del decreto sicurezza si sta trasformando in un terreno sorprendentemente accidentato per la maggioranza. Un corto circuito che la costringe a immaginare soluzioni paradossali, irritando il Quirinale. > Si allarga, intanto, il fronte di chi si oppone alla conversione del decreto, > ben oltre i circuiti abituali del dissenso. Non solo organizzazioni e > movimenti solidali, ma anche settori dell’avvocatura, ordini professionali, > attori generalmente prudenti. Un’ampia area intermedia — con molte sfumature > di grigio — che raramente si espone con questa nettezza. Eppure, negli ultimi anni non sono certo mancate misure altrettanto aberranti: dalla finzione giuridica dei centri in Albania rappresentati come suolo italiano, alla moltiplicazione delle forme di trattenimento, fino alle strategie più bizzarre per limitare l’accesso alla protezione. Una lunga sequenza di provvedimenti insieme raffazzonati e crudeli, che il dibattito politico ha assorbito con discreta facilità. Perché, allora, proprio ora il governo si impantana? Qui si intrecciano fattori che finora non si erano mai allineati. La norma oltrepassa una soglia sensibile. Non colpisce soltanto le persone migranti, ma investe direttamente la funzione dell’avvocatura. Trasforma — anche solo potenzialmente — lə difensorə in un soggetto incentivato a orientare la scelta del proprio assistito. In secondo luogo, si tratta di una misura troppo esplicita: il nesso tra denaro e rimpatrio è esibito senza mediazioni. Viene meno quella zona di opacità — almeno sul piano discorsivo — che negli anni ha reso digeribili dispositivi altrettanto violenti. Infine, pesa la congiuntura politica. Siamo in una finestra temporale in cui, anche a seguito del referendum, l’idea dell’inevitabilità delle politiche del governo si è radicalmente incrinata. A livello internazionale, alcune delle figure simbolo dell’offensiva reazionaria — Trump in testa — attraversano difficoltà che ne riducono la capacità di dettare l’ordine del discorso. È in questo incrocio che una norma, pur molto grave ma non isolata nel panorama recente, produce una rottura ampia e diffusa. > Che fare, allora? Limitarsi a osservare, magari sghignazzando, il governo che > affanna? Occorre spingere sull’acceleratore. Le mobilitazioni annunciate dai > movimenti, in concomitanza con il dibattito parlamentare, possono > rappresentare una leva decisiva. La mancata conversione del decreto sarebbe un risultato eccellente, non solo per questo singolo profilo, ma per un provvedimento nel suo complesso inaccettabile. Riuscire a bloccarlo “a caldo”, dando visibilità a un movimento in crescita, capace di attivare in profondità il dibattito pubblico, costituirebbe un passaggio politico di grande rilievo. Dimostrerebbe che è possibile incidere — e persino fermare — l’azione del governo anche sul terreno della conversione dei decreti legge: un precedente tutt’altro che secondario. Tornare a vincere sul terreno delle politiche migratorie, dopo anni passati sulla difensiva, potrebbe restituire energia, fiducia e capacità di immaginare nuovi obiettivi con coraggio e creatività. La copertina è di wikicommon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Con un emendamento al Dl Sicurezza il governo è finito in un vicolo cieco proviene da DINAMOpress.
April 21, 2026
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Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta mercoledì 15 aprile nella sala convegni Renato Biagetti alla Città dell’Altra Economia è stato presentato l’Atto di diffida formale inviato al Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, all’Assessora ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini e al Responsabile del Procedimento. Lo stesso è stato segnalato anche all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) che già si era espressa sulla variante presentata al progetto originario nel 2012 chiedendo un nuovo bando di gara, viste le variazioni essenziali. > La diffida riguarda la convenzione che è stata rinnovata fra l’amministrazione > e i fondi di investimento immobiliare che intendono realizzare una struttura > turistica ricettiva nell’area degli ex-Mercati Generali nel quartiere > Ostiense. La rappresentante del comitato ha illustrato il lungo percorso, iniziato a ottobre dello scorso anno, quando un gruppo di abitanti del quartiere ha iniziato a vedersi per discutere del futuro di quell’area pubblica. Oggi sono centinaia le persone che partecipano alle assemblee del lunedì, insieme ad altri comitati cittadini e agli spazi sociali. La rappresentante ha ricordato la manifestazione del 28 febbraio, che ha visto la partecipazione di più di 5mila persone, le due conferenze urbanistiche che sono state organizzate con la partecipazione di tecnici ed esperti di varie discipline, le decine di infopoint che hanno informato il territorio di tutto quello che succedeva intorno a quell’area e infine la larga partecipazione del comitato ai “finti” tavoli di partecipazione organizzati dall’amministrazione. È così che il comitato è arrivato alla decisione di rivolgersi a uno studio legale per porre l’amministrazione di fronte alle proprie responsabilità e per chiedere la sospensione e la revoca degli atti adottati, l’avvio del dibattito pubblico e della Valutazione di Impatto Ambientale, la tutela dell’ecosistema sviluppatosi negli anni e la restituzione dell’area alla città come bene comune. Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente e giornalista free-lance impegnata nel comitato, ha illustrato come è cambiato il nuovo progetto rispetto a quello originario che era risultato vincitore nella gara bandita nel 2003. Le funzioni originarie, che prevedevano una gran parte di spazi per la cultura e il tempo libero, sono cambiate e molta della cubatura che si intende realizzare sarà destinata a residenze universitarie e turistiche. Nella relazione che accompagna il progetto è scritto che «è ridotta drasticamente a causa della attuale inattualità e improduttività della destinazione commerciale». Il comitato chiede perché il privato può cambiare il progetto secondo le proprie convenienze, mentre l’amministrazione pubblica non riesce a modificare l’accordo e il progetto per nuove e mutate esigenze del quartiere e della città? > Il bilancio illustrato da Sarah Gainsforth è vistosamente a favore degli > investitori privati: l’area di 8 ettari e mezzo è interamente pubblica e viene > assegnata in concessione con pagamento di un canone annuo di 165mila euro. > L’investimento tutto privato è di 381 milioni di euro e il valore della > gestione per 57 anni è di 3,5 miliardi di euro. I l canone annuo è rimasto invariato dal 2006, mai pagato finora e mai indicizzato. Rappresenta lo 0,51% del fatturato stimato per il primo anno di gestione. Altro che interesse pubblico, il Comune fa un gran regalo al fondo Hines! L’avvocata Veronica Dini, incaricata di seguire gli aspetti legali delle procedure fin qui espletate, ha illustrato le criticità riscontrate. La modifica sostanziale del progetto e il valore del contratto impone lo svolgimento di una nuova procedura di gara a evidenza pubblica. È stata violato il diritto di informazione e partecipazione della cittadinanza, come previsto dal Regolamento e come reso obbligatorio dall’articolo 40 del D.lgs. 36/2023 per opere superiori a 300 milioni di euro. Il nuovo progetto non è mai stato sottoposto a Verifica di Impatto Ambientale obbligatoria ai sensi del D.lgs.152/2006. Il piano economico-finanziario appare viziato e mancante di una vera analisi della domanda e dell’offerta. È sull’interesse pubblico che si è concentrata l’attenzione della diffida. La dichiarazione di interesse pubblico andava valutata sul nuovo progetto, mentre è stata semplicemente confermata, come se nulla fosse cambiato. L’enorme studentato privato non costituisce oggetto di interesse pubblico, come lo stesso Assessore all’Urbanistica ha dichiarato pubblicamente. > Allora qual è l’interesse pubblico? Solo il 6,2% della superficie totale > edificata sarà fruibile gratuitamente dai cittadini e la gestione degli spazi > all’aperto sarebbe a carico di Roma Capitale contro ogni evidente interesse > pubblico. Lorenzo Romito di Stalker ha parlato del danno ambientale che la realizzazione del progetto provocherebbe in quell’area umida e alla falda superficiale connessa al paleoalveo del fiume Almone. Ha lanciato i gruppi di progettazione partecipata per la costruzione di una proposta per conservare il valore naturalistico ed ecologico del sito e per la realizzazione della “bellezza” all’interno della città. Con la diffida il comitato intima a Roma Capitale di revocare gli atti adottati, avviare il dibattito pubblico, verificare l’impatto ambientale, avviare monitoraggi ecologici e accertare le responsabilità per il danno ambientale già prodotto. La lotta è solo all’inizio. Per sostenere le spese legali è stata lanciata una raccolta fondi su questo link. La copertina è tratta dalla pagina Facebook Ex Mercati Generali – BASTA Speculazioni SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali proviene da DINAMOpress.
April 20, 2026
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MSC da Fiumicino a Hormuz: i porti italiani nella filiera della guerra globale
I recenti controlli a Cagliari, con il blocco di materiali classificabili come dual use, riportano al centro una questione cruciale: il ruolo delle grandi compagnie di shipping nella movimentazione di beni che, pur formalmente civili, possono avere impieghi militari. Il termine “dual use” indica proprio questa ambiguità. Si tratta di materiali – come acciai speciali o componenti industriali – utilizzabili tanto in ambito civile quanto nella produzione bellica, secondo la normativa europea vigente. Una zona grigia che rende difficile distinguere tra commercio legittimo e inserimento, diretto o indiretto, nelle filiere dell’economia di guerra. In questo scenario, la Mediterranean Shipping Company (MSC) occupa una posizione centrale. Non è soltanto uno dei principali operatori container al mondo, ma un nodo strategico della logistica globale, capace di collegare porti, mercati e aree geopolitiche sensibili. > I casi emersi tra Gioia Tauro e Cagliari mostrano come le rotte gestite dalla > compagnia possano incrociare traffici diretti verso Israele, inclusi materiali > destinati a distretti industriali legati alla difesa. A rendere ancora più complesso il quadro è la struttura stessa della flotta. Molte delle navi operate da MSC non sono di proprietà diretta, ma registrate attraverso società offshore o noleggiate da grandi armatori internazionali, rendendo più difficile tracciare responsabilità e benefici economici. IL RUOLO DI EYAL M. OFER, ROYAL CARIBBEAN A ZODIAC MARITIME Tra gli attori centrali di questo sistema figura Zodiac Maritime, gruppo riconducibile all’imprenditore israeliano Eyal M. Ofer, che gestisce una flotta globale di circa 200 navi tra portacontainer, petroliere e bulk carrier. Una quota rilevante di questa flotta – stimabile tra 15 e 25 navi – opera o ha operato sotto il marchio MSC attraverso contratti di charter: un sistema che consente di controllare intere rotte senza una proprietà diretta delle navi, separando formalmente gestione e proprietà ma mantenendo una forte integrazione operativa. Tra le navi più frequentemente associate a questo intreccio figurano MSC Josseline, MSC Joanna, MSC Orion, MSC Oliver e MSC Susanna, insieme a unità appartenenti a diverse classi della flotta MSC – tra cui la MSC Josseline-class, la MSC Orion-class e la London-class – esempi concreti di come una nave possa operare sotto un marchio pur avendo una proprietà diversa, spesso difficilmente ricostruibile. Alcune unità possono essere consultate anche tramite database pubblici come VesselFinder. IL SEQUESTRO DI MSC ARIES COME CASO EMBLEMATICO Questo modello emerge con particolare evidenza nel caso della MSC Aries. Il 13 aprile 2024 la nave è stata sequestrata dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane nello Stretto di Hormuz, in un’operazione militare condotta con elicotteri, nel pieno delle tensioni tra Iran e Israele. A determinare il sequestro non è stata tanto l’attività commerciale della nave, quanto il suo assetto proprietario: pur operata da MSC, la Aries risultava noleggiata da una società collegata a Zodiac Maritime. È su questa base che l’Iran ha considerato l’unità “affiliata” a interessi israeliani, trasformando una nave commerciale in un obiettivo geopolitico. L’equipaggio è stato trattenuto e la nave sequestrata per settimane, mostrando come i legami societari possano avere conseguenze dirette sulle rotte globali. Anche le navi recentemente citate nel dibattito – come MSC Vega, MSC Danit, MSC Lucy e MSC Siena – si inseriscono nello stesso modello. Le loro strutture proprietarie risultano schermate attraverso società veicolo e registrazioni offshore e non sono facilmente riconducibili a un proprietario effettivo chiaramente identificabile. Database pubblici come Equasis e IMO permettono solo una tracciabilità parziale. A questo si aggiunge un ulteriore livello di opacità: molte delle navi impiegate in queste rotte navigano sotto cosiddette “bandiere di comodo”, registrate in paesi come Panama, Liberia o Malta. Un sistema che consente di ridurre costi e vincoli normativi, ma che allo stesso tempo frammenta le responsabilità giuridiche e rende ancora più difficile tracciare proprietà, controlli e destinazioni dei carichi. > Lo stesso Eyal M. Ofer è membro del board di Royal Caribbean Group, > multinazionale tra i principali operatori mondiali del settore crocieristico e > già oggetto di attenzione giornalistica per i legami di alcuni suoi vertici > con il caso Epstein. Un elemento che assume particolare rilievo alla luce del progetto di sviluppo del porto di Fiumicino: in un sistema in cui proprietà e gestione delle navi risultano frammentate e opache, quale garanzia esiste che reti operative come quelle riconducibili a Zodiac Maritime – attive oggi sulle rotte MSC – non possano estendersi anche alle nuove infrastrutture portuali? Un interrogativo che appare ancora più rilevante considerando che il porto di Fiumicino sarà il primo porto italiano interamente privato. Dai terminal container di Cagliari e Gioia Tauro fino ai nuovi progetti come il porto di Fiumicino, prende forma un sistema in cui i porti smettono di essere semplici infrastrutture civili e diventano snodi strategici dentro una filiera globale sempre più intrecciata con la guerra. In questo contesto, MSC, Zodiac Maritime e Royal Caribbean non appaiono come attori isolati, ma come parte di un modello economico che concentra potere, frammenta le responsabilità e si espande scaricando i costi su territori, lavoratori e popolazioni coinvolte. Fermare loro significa sabotare la filiera della guerra.  Le copertina è di Nicolas Grevet (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo MSC da Fiumicino a Hormuz: i porti italiani nella filiera della guerra globale proviene da DINAMOpress.
April 16, 2026
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«Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco
Un altro weekend di mobilitazione è atteso nella Valle del Sacco, da tempo al centro di preoccupanti progetti di conversione bellica e militarizzazione. A ottobre avevamo intervistato Federico Bernardini della Assemblea No War Valle del Sacco, che ci aveva spiegato nel dettaglio i progetti di KNDS – ex-Winchester- e di allargamento di Avio Group. In vista delle mobilitazioni di sabato 18 (dalle ore 17:30 in Piazza Cavour, Anagni) e domenica 19 aprile (davanti l’ex-Winchester ore 15 – organizzate assieme al movimento No Kings – abbiamo intervistato Marta, sempre della Assemblea No War, per aggiornarci sulla vertenza. Rispetto all’autunno scorso è cambiato qualcosa riguardo al progetto proposto sulla fabbrica? Non è cambiato nulla di significativo. Rispetto al progetto della ex Winchester – oggi KNDS – c’è stata la prima conferenza dei servizi a metà marzo. Si è conclusa con un nulla di fatto. La documentazione prodotta da KNDS non è stata ritenuta sufficiente. Sono state chieste integrazioni per le quali è necessario il parere di Arpa Lazio, dalla prossima conferenza sapremo qualcosa in più. L’aspetto che ci ha lasciato più sconcertatə è stato che ancora una volta la cittadinanza è rimasta sola. Eravamo presenti noi e alcune associazioni, nessun ente comunale né regionale si è presentato per informarsi e discutere rispetto ad un progetto di questa portata e di questa gravità.  Stiamo provando nel frattempo in tutti i modi a rallentare l’attuazione del progetto di riconversione. Sappiamo che KNDS ha molta fretta di concludere la partita. I fondi che utilizzerà sono parte di una tranche di finanziamenti per conversione bellica successivi all’inizio del conflitto in Ucraina, non sono parte di ReArm Europe. Rientrano nel fondo europeo ASAP [Act in Support of Ammunition Production, varato nel luglio 2023 per incrementare la capacità produttiva di munizioni, ndr]. Per questa ragione hanno urgenza di spenderli. Puoi ricordarci cosa prevede il finanziamento e il progetto? Asap è un programma Europeo che prevede la spesa di circa 30/40 milioni di euro per la ex Winchester di Anagni. Attualmente è una fabbrica utilizzata per la dismissione di proiettili, mentre si vuole trasformarla in una fabbrica per la produzione di nitro-gelatina. Ne prevedono una produzione di 150 kg all’ora. L’azienda aumenterà l’area per altri 11 capannoni mentre si stima che verranno impiegati in tutto 25 operai in più di quelli attuali. La nitro gelatina è un materiale altamente esplosivo utilizzato per propellenti militari. La fabbrica si situa a 350 metri dall’autostrada e a 300 metri da un quartiere residenziale. Il 21 aprile c’è la seconda conferenza dei servizi in cui speriamo partecipino finalmente anche le istituzioni. Ricordiamo che nella Valle del Sacco siamo in area SIN [Sito di Interesse Nazionale: aree che sono state gravemente inquinate da forme di sviluppo industriale nel corso degli anni e che devono essere sottoposte a bonifica ndr] che però non è mai stata bonificata, teoricamente non si potrebbe neanche costruire su quel terreno. Anche le istituzioni dei comuni limitrofi sembrano finora disinteressate al progetto? Purtroppo sì, non si presenta né interessa nessuno. Siamo però abituate, nella Valle del Sacco, a questo genere di atteggiamento da parte delle istituzioni. Da moltissimo tempo lottiamo contro l’inquinamento. Ognuno in famiglia ha avuto qualcuno che ha avuto un tumore a causa dell’inquinamento. Ci aspettiamo un po’ di considerazione che poi puntualmente non arriva.  Come è nato in tal senso il vostro legame con il movimento No Kings? Ricordiamo che siamo venutə a conoscenza di questo progetto di ampliamento [della fabbrica, ndr] per puro caso grazie ad una visualizzazione sul sito della Regione Lazio che riportava i nuovi programmi. Abbiamo organizzato pertanto una serie di mobilitazioni, la prima è stata il 3 maggio 2025, in cui abbiamo avuto una risposta soltanto da parte della popolazione locale. Successivamente c’è stata una conferenza organizzata da istituzioni locali, qui ad Anagni, in cui erano invitati la Fondazione Med-Or, legata a Leonardo, e altri soggetti coinvolti nel business delle armi. Sono venuti proprio loro a parlare di geopolitica e sicurezza. A quel punto abbiamo deciso che il progetto va fermato, per il suo valore simbolico, perché accade ora in questo scenario mondiale, perché non è ancora stato realizzato, perché è un’area SIN e perché siamo stanche di dover scegliere tra lavoro e salute. Abbiamo perciò attraversato una serie di assemblee romane in cui abbiamo cercato formule di convergenza con la rete “No DDL sicurezza” e poi fino a No Kings, e così siamo arrivati fino a questo weekend. Mercoledì 15 aprile alle 18.00 abbiamo un’assemblea di lancio al Brancaleone a Roma. Questo percorso ha permesso che la mobilitazione assuma un valore e una risonanza nazionale: un fattore che per noi era importantissimo, per uscire fuori dalla nostra bolla e per coinvolgere di più il territorio. Purtroppo la popolazione locale è ancora molto poco informata e consapevole dei rischi a cui andiamo incontro con la presenza di una fabbrica di questo tipo. Come è strutturata la vostra protesta nel corso del prossimo weekend? Sabato 18 aprile faremo ad Anagni alle 17.30 un’assemblea pubblica con microfono aperto, con una impronta locale, perché la città possa rendersi conto dei vari rischi a cui va incontro. Per domenica 19 aprile invece abbiamo chiamato un presidio alle 15.00 davanti ai cancelli della KNDS e abbiamo pensato a interventi, musica e altro. Siamo in attesa di conferme rispetto alle presenze ma a breve sapremo qualcosa in più.  Vuoi mandare un messaggio sulla vostra lotta a chi si è mobilitato in questi mesi contro la guerra? Intanto mi auguro di non sentirci più solə. Mi auguro che questo abbia un senso. Credo che siamo tutte stanchə di questa deriva bellicista. Nessuno di noi vuole essere complice. La Valle del Sacco ha vissuto in passato di agricoltura e allevamento. Non si può vivere dell’industria bellica. Bisogna investire in altro, salute, istruzione, tutela dell’ambiente intorno a noi. L’industria bellica pesa tantissimo sulla qualità dell’ambiente attorno a noi. Abbiamo dato tanto sia a livello di salute che di lavoro. Non siamo più disposte a scendere a compromessi. Nessunə deve scendere a compromessi quando si parla di fabbriche di armi che portano morte dove già ce ne è troppa. La copertina è di Marta D’Avanzo, Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco proviene da DINAMOpress.
April 15, 2026
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Victor Orbán ha perso ma la democrazia illiberale è ancora in piedi
Il 79,55% della popolazione ungherese si è recata alle urne e la maggioranza di questi ha votato contro Orbán. E questo è il primo dato: quando le elezioni sono contese e le persone sentono di poter cambiare qualcosa con il proprio voto vanno a votare, così com’è già successo nelle ultime elezioni federali tedesche del 2025, e nelle precedenti elezioni legislative francesi del 2024. È quindi possibile portare le persone a votare, non viviamo nell’epoca del narciso, individualismo, e apatia – o almeno non solo – e quando il conflitto politico torna al centro della scena anche il voto torna ad avere un senso condiviso.  Orbán ha perso, e ha perso in tutto il paese. E ha perso nonostante l’appoggio di Putin e di Trump, e i video di Netanyahu, Milei, Meloni, Salvini, e Le Pen. E dopo il no al referendum di Meloni, questa è una seconda piena sconfitta al progetto reazionario delle destre globali. E in particolare una sconfitta di Trump, che ha provato a inserirsi in tutti i modi nel gioco elettorale ungherese, anche se non ha promesso soldi come nel caso della rielezione di Milei in Argentina.  > Dopo 16 anni al potere, e la costruzione di un vero e proprio regime > illiberale e paramafioso, Orbán perde le elezioni, proprio grazie alla sua > legge elettorale. Potremmo dire che “chi di governabilità ferisce, di > governabilità perisce”. Infatti, l’oppositore, ex-delfino del partito di Fidesz, Magyar, stravince nei collegi uninominali, 93 seggi conquistati contro 13, e riesce anche a guadagnare 45 seggi grazie al sistema compensativo che ripesca i voti non utilizzati del sistema maggioritario per darli al partito di maggioranza, e non di minoranza, un unicum del sistema elettorale ungherese. Un sistema che premia il partito di maggioranza in maniera sproporzionata rispetto alla minoranza, infatti Tisza ha vinto con il 53,07% dei voti, ma guadagna 133 seggi dei 199 dell’unica Camera che forma il Parlamento, raggiungendo la soglia dei due terzi, necessaria per modificare la Costituzione. > Alcune delle tendenze che abbiamo riscontrato in tutte le ultime elezioni > europee sono riscontrabili anche nelle elezioni magiare. Le città votano di > più, e votano contro Orbán, così come le persone giovani, più istruite. > Insomma il cuore dell’opposizione è giovane, metropolitano, e di classe media > impoverita, ma da solo non basta per vincere. Sono le campagne, che hanno da sempre sostenuto Fidesz, che non hanno tenuto questa volta. Anche perché Magyar ha compreso che questi sarebbero stati luoghi decisivi e quindi da due anni, cioè da quando ha fondato il suo partito, gira per i villaggi ungheresi e tiene comizi nelle piazze per farsi conoscere in prima persona, aggirando, in questo modo la chiusura del sistema mediatico. Si sono presentati al voto indecisi e astensionisti per votare contro Orbán e sono stati l’ago della bilancia. L’unico altro partito che entra in Parlamento è un partito etno-nazionalista di estrema destra. Si forma così un Parlamento dove la sinistra, neanche quella moderata, non esiste. E questo non è un buon segno. MAGYAR È VERAMENTE UN’ALTERNATIVA?  Peter Magyar è cresciuto dentro Fidesz per 12 anni ed è stato membro del gabinetto del Presidente. È uscito dal partito e fondato Tisza, il Partito del Rispetto e della Libertà, nel luglio del 2024 dopo uno scandalo in cui è stata coinvolta l’ex moglie, ministra della Fiustizia del governo Orbán. Nel febbraio del 2024, si è scoperto che il Presidente della Repubblica, con la controfirma della ministra della Giustizia, ha concesso la grazia a un funzionario pubblico che aveva insabbiato abusi contro bambini e bambine in una casa famiglia. L’episodio ha sconvolto l’opinione pubblica, portando a grandi manifestazioni, e minato la retorica governativa sulla “protezione dell’infanzia” utilizzata per approvare leggi contro la comunità LGBTQIA+. Sulla scia di questa breccia nel sistema di potere orbaniano, Magyar esce dal partito, più per una questione personale che una vera e propria divergenza ideologica, e fonda il suo partito centrando il suo discorso politico sulla corruzione del sistema.  > Nei suoi due anni di comizi nelle campagne ungheresi non ha mai preso una > posizione netta sulle questioni dei diritti civili o delle politiche > migratorie, anzi, ha costruito i suoi consensi su una strategia “pigliatutto”, > contro il sistema corrotto, che ha distrutto l’economia ungherese, dando i > soldi a una cricca, per la meritocrazia e la trasparenza. Mantiene tratti conservatori e reazionari chiari, ad esempio, è contrario al sistema delle quote di ripartizioni delle persone richiedenti asilo tra Stati europei. La posizione “più netta” è quella verso l’Unione europea, giocata sempre in chiave anticorruzione, ma anche per riattivare i fondi europei bloccati al regime di Orbán, e su cui il nuovo governo conta per migliorare la situazione economica ungherese.  Per questo conservatori di destra e (neo)liberali progressisti dell’Unione europea stanno dipingendo Magyar come un liberatore che restaurerà la democrazia. Ma per ora, l’unica cosa certa è che la sua politica estera prenderà le distanze sia da Trump che da Putin, in particolare sulla guerra in Ucraina, ritornando nell’orbita europea. Ma anche questo passaggio non sarà così scontato, perché al momento l’Ungheria è altamente dipendente dal gas russo per l’approvvigionamento energetico. > Come spiega il politologo Georgios Samaras, intervistato nel podcast di Owen > Jones: «questa è una rottura interna al regime, non una rottura esterna, è una > crisi di riproduzione del regime, non una rottura democratica» In questi 16 anni le istituzioni statali ungheresi sono state profondamente trasformate in senso autoritario, ma le basi su cui poggiavano erano già molto fragili. Basti pensare che l’Ungheria è l’unico paese post-comunista che nel 1990 non ha scritto una nuova Costituzione, ma ha semplicemente riformato quella esistente tramite sentenze della Corte Costituzionale, una cosiddetta “costituzione invisibile”. È stato Orbán nel 2011 a scrivere la nuova Legge Fondamentale dell’Ungheria, su cui ha fondato le sue riforme successive: la riforma elettorale, la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali, la riforma dei regolamenti parlamentari, la centralizzazione del potere del governo sul premier, un giustizia sottoposta al controllo del governo, una presa sul sistema mediatico e dell’istruzione pubblica, la distruzione dell’opposizione politica, la restrizione dello spazio civile, la distruzioni dei diritti delle persone LGBTQIA+, una politica etnica e apertamente razzista, e l’appoggio ai gruppi di estrema destra più violenti.  > Il processo di Ilaria Salis e di Maya, ancora ingiustamente incarcerata dopo > 600 giorni nelle prigioni ungheresi, chiarisce come le e gli oppositori > politici oggi in Ungheria possono subire trattamenti inumani durante la > detenzione e sottostare a un processo basato su prove falsificate, se non > completamente inventate, dalla polizia, senza che alcun giudice, corte, o > giornale si opponga contro il sistema politico.  Oggi in Ungheria tutte le scuole pubbliche utilizzano gli stessi libri di testo, che devono passare per l’approvazione del governo. Questo forse chiarisce perché possiamo parlare di un vero e proprio regime autoritario che si è imposto silenziosamente senza esercito nelle strade, ma che ha profondamente cambiato non solo le istituzioni ma la struttura della società ungherese. E un processo di democratizzazione che possa veramente trasformare questo regime ha bisogno di tempo e difficilmente può fondarsi su un partito personalistico e leaderistico.  La situazione è per certi versi simili ma anche molto diversa da quella polacca: Donald Tusk è un (neo)liberale europeista convinto, eletto nel 2023 in Polonia dopo anni di governi dominati dalla destra reazionaria del Pis. Tusk ha delle posizioni molto più chiare di Peter Magyar, ma la sua maggioranza è meno stabile. Lo Stato polacco non ha subito la stessa profonda trasformazione di quello ungherese, eppure al momento le riforme più importanti, come quella sulla giustizia e sull’aborto, sono bloccate dai veti del Presidente della Repubblica. Ma anche quelle che sono riuscite a essere approvate incontrano una pubblica amministrazione fondata su valori, routine, prassi istituzionali e culturali formate sotto la destra reazionaria, e così stentano a trovare piena applicazione. Insomma la democrazia non è un insieme di regole formali, di riforme burocratiche, di passaggi di potere – a differenza di ciò che pensano i burocrati dell’Unione europea – ma un processo di partecipazione e profonda trasformazione della società e delle istituzioni. Un processo che al momento necessità di essere rinvigorito in tutto il continente, e non certo solo in Ungheria, che da sola rischia di non farcela. La copertina è di Wikimedia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Victor Orbán ha perso ma la democrazia illiberale è ancora in piedi proviene da DINAMOpress.
April 15, 2026
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I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati uniti contro Teheran
Una delle principali questioni rimaste aperte nel disegno di guerra americano-israeliano contro l’Iran, a partire dal 28 febbraio 2026, riguarda il perché non si sia aperto in un fronte terrestre nel Rojhelat, l’Est Kurdistan, denominazione usata nella letteratura politica curda per indicare le regioni curde dell’Iran occidentale, nonostante la presenza di organizzazioni armate e una geografia di confine con la Regione del Kurdistan in Iraq (KRI) che, almeno in teoria, offrirebbe un margine operativo significativo. Una lettura puramente militare, tuttavia, non basta a spiegare questa assenza. La questione presenta una stratificazione politica, strategica e ideologica che coinvolge organizzazioni e figure curde che operano in tutte le quattro parti del Kurdistan. È vero, ad esempio, che Teheran ha immediatamente lanciato minacce dirette contro il Governo Regionale del Kurdistan (KRG), mettendo in guardia da qualsiasi tentativo di movimento armato dai campi dei partiti curdi iraniani, la maggior parte dei quali si trova in aree da esso controllate. Spingendo il KRG a intensificare il controllo su queste basi. Ma la dinamica che si è sviluppata nei primi giorni della guerra è stata ben più complessa. IL GIOCO DELLE INFLUENZE GEOPOLITICHE Al sesto giorno del conflitto, Donald Trump commenta le indiscrezioni su una possibile «invasione terrestre» da parte di gruppi curdi iraniani basati in Iraq. La sua prima reazione è spiazzante: definisce un eventuale attacco «meraviglioso». All’ottavo giorno, però, cambia posizione: «Non vogliamo che i Curdi entrino», afferma a bordo dell’Air Force One. «Ho escluso questa opzione». «Il Kurdistan deve essere un ponte, non un campo di battaglia. I Curdi si trovano in una posizione unica, essendo vostri grandi alleati, partner e vicini dell’Iran. Credo che siamo nella posizione ideale per svolgere un ruolo nella de-escalation, quando sarà il momento opportuno» – afferma, il giorno successivo alla prima dichiarazione, in un’apparizione su Fox News (scelta chiaramente indirizzata anche alla base elettorale di Trump) Bafel Talabani, leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK), cercando di allontanare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto. «Siamo pronti, come sempre, insieme ai nostri alleati, a cercare di portare stabilità, pace e prosperità in questa regione che ha sofferto fin troppe guerre». > Nel frattempo, missili e droni iraniani colpivano ripetutamente il Kurdistan > iracheno, inclusa la regione di Sulaymaniyya, governata proprio da YNK. > Teheran, di fatto, stava rispondendo alle dichiarazioni di Trump. Attacchi contro basi occidentali, ambasciate, infrastrutture energetiche e strutture civili si sono susseguite con cadenza quotidiana, colpendo anche i campi in cui si trovano in esilio le fazioni curde iraniane. Allo stesso tempo, Stati Uniti e Israele hanno bombardato ripetutamente milizie affiliate all’Iran presenti sul territorio iracheno, autrici di molti di questi attacchi. Molte di queste formazioni operano sotto l’egida di Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), riconosciute istituzionalmente attraverso il decreto n. 40 del 2016 del Consiglio dei Rappresentanti e della Presidenza irachena. Da qui nasce una contraddizione spesso rimossa nel dibattito: molti attacchi che colpiscono il Kurdistan iracheno provengono da gruppi che, formalmente, sono parte dell’apparato statale iracheno e finanziati dal governo federale. Ignorare questa realtà equivale a consentire una costante deresponsabilizzazione politica di Baghdad. Affrontare il nodo, invece, implica riconoscere che lo Stato iracheno è direttamente implicato nella gestione e nel finanziamento di un conflitto in cui alcune delle sue forze armate si combattono a vicenda. Una dinamica non meno rilevante riguarda l’ingerenza turca: Ankara ha lanciato fin dall’inizio della guerra avvertimenti contro qualsiasi mobilitazione curda in Iran. Secondo quanto riportato da Daily Sabah, ampiamente considerato un megafono del partito di Erdoğan, l’AKP, il presidente turco avrebbe espresso a Trump, in una telefonata di inizio marzo, la sua netta opposizione a qualsiasi supporto a favore di gruppi curdi contro l’Iran. Ankara avrebbe inoltre esercitato pressioni dirette sui leader del Kurdistan iracheno, con minacce di ritorsioni militari ed economiche. > Una situazione tutt’altro che inedita. Alla vigilia dell’invasione del 2003, > il piano statunitense prevedeva il Kurdistan iracheno come base operativa, in > un contesto allora diviso tra Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Unione > Patriottica del Kurdistan (YNK). Una divisione che, nelle sue linee > essenziali, sopravvive ancora oggi. «A est c’era l’Iran. Gli iraniani non erano amici e non avrebbero aiutato. A ovest c’era la Siria. Non c’era alcuna possibilità che Assad ci aiutasse a rovesciare Saddam. Pensava che sarebbe stato il prossimo della lista. Rimaneva la Turchia. Se volevamo entrare nel nord dell’Iraq e sostenere un’operazione lì, avremmo avuto bisogno dell’approvazione dei Turchi e del loro continuo supporto. Ma i Turchi non erano semplicemente scettici all’idea di inviare armi ai Curdi; erano furiosi», scriveva Sam Faddis, comandante della squadra CIA incaricata dell’apertura del fronte nel Kurdistan iracheno, nel libro The CIA War in Kurdistan. All’epoca, il rifiuto turco di concedere l’autorizzazione per l’apertura di un fronte nord attraverso il proprio territorio, al fine di escludere le forze curde da qualsiasi successo politico o militare, costrinse Washington a rivedere profondamente l’architettura dell’intervento, con conseguenze operative e strategiche rilevanti. Oggi, secondo diverse interpretazioni, la posizione di Ankara potrebbe aver nuovamente inciso sulle valutazioni relative a un’eventuale operazione terrestre, contribuendo a rafforzare l’ipotesi di un approccio più cauto, almeno nella fase attuale. LA MOTIVATA DIFFIDENZA CURDA Un altro nodo riguarda il livello di sfiducia politica che i partiti curdi iraniani ripongono negli Stati Uniti. Un’ipotesi sempre più diffusa è che l’esperienza recente in Siria, maturata sotto la supervisione dell’inviato statunitense Tom Barrack, abbia funzionato da deterrente politico transnazionale. Non tanto perché le forze curde diffidino del possibile successo di un intervento militare in sé, quanto perché diffidano delle sue conseguenze. > In una parte consistente della comunità curda, i recenti sconvolgimenti nel > Nord-Est della Siria hanno consolidato una percezione: se questo è stato il > destino del Rojava dopo anni di collaborazione con Washington, quale garanzia > potrebbe esistere per il Rojhelat? Le organizzazioni curde in Iran, infatti, non leggono la guerra come un evento tattico, ma come l’apertura di una fase politica successiva. Ed è proprio il “giorno dopo” a costituire la principale fonte di timore, radicata anche nella memoria storica della rivoluzione del 1979 e delle successive repressioni operate in Rojhelat per mano della neonata Repubblica Islamica. Il repentino venir meno del sostegno occidentale ha rappresentato la causa principale di alcuni dei fallimenti politici e delle tragedie più traumatiche del recente passato del popolo curdo, specialmente in Iraq. «Stiamo entrando in Kurdistan per convincere persone molto scettiche, i Curdi, che questa volta facciamo davvero sul serio. Che non stiamo semplicemente venendo per far arrabbiare Saddam e poi andarcene di nuovo lasciando uomini, donne e bambini del Kurdistan ad affrontarne le conseguenze. Che questa volta metteremo fine alla cosa», scriveva ancora Faddis nel suo diario. Evidentemente più consapevole dei disastri causati dai suoi governi di quanto non lo siano oggi alcune delle élite curde. Ancora una volta, ad esempio, nell’autunno del 2017, Washington non ha sostenuto il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno e non ha fatto alcuno sforzo per fermare l’offensiva delle PMF, che ha portato alla cattura di quasi il 50% del territorio della regione autonoma, inclusa la città simbolo di Kirkuk. Da questa prospettiva, diventano chiare anche le parole di Qubad Talabani, fratello di Bafel e vice-primo ministro del KRG, pronunciate nei giorni più tesi della guerra e rivolte alla Coalizione dei Partiti Curdi: «Comprendi il territorio. Comprendi cosa c’è dall’altra parte di questo confine. Non precipitarti in nulla che possa causarti danni significativi, o che possa causarne alle aree curde dell’Iran». > Il 6 aprile, la questione curda ritorna nel dibattito pubblico dopo nuove > dichiarazioni di Trump, rilanciate da Fox News, secondo cui «armi sarebbero > state inviate ai manifestanti iraniani attraverso i Curdi, che però le > avrebbero tenute per sé». Le reazioni sono immediate e nette. La coalizione > curda nega. «Non abbiamo ricevuto alcun supporto militare dagli Stati Uniti. Le armi in nostro possesso provengono da decenni di conflitto o dal mercato nero», ha affermato Amjad Hossein Panahi, membro dell’ufficio politico di Komala. Dopotutto, se non è stato nemmeno possibile inviare dispositivi Starlink, promessi per mesi, quanto è realistico che siano stati inviati carichi di armi e munizioni? L’assurdità dell’idea secondo cui le forze curde potrebbero aver svolto un ruolo da distributori di armi è evidente, anche solo dal punto di vista logistico. COME SONO ANDATE VERAMENTE LE COSE L’accesso dell’opposizione curda al Rojhelat è in gran parte limitato a tunnel e percorsi di contrabbando tra le montagne, rendendo quasi impossibili trasferimenti di armi su larga scala. I partiti curdi, inoltre, hanno possibilità di manovra nelle regioni a maggioranza curda, non a Teheran, Tabriz o Isfahan. La geografia e il livello di militarizzazione delle aree di confine, specialmente del Kurdistan, renderebbero impossibile in ogni caso consegnare spedizioni di armi in queste città. Anche qualora si superassero questi ostacoli, già di per sé quasi insormontabili, non esiste un’entità politica coerente che potrebbe ipoteticamente ricevere una spedizione di armi dal Kurdistan. L’opposizione iraniana non curda è altamente frammentata e manca di leadership. Come si identifica un «manifestante»? Trump decide tuttavia di ribadire i commenti fatti il giorno precedente a Fox News, senza nominare esplicitamente i partiti curdi, aggiungendo: «Sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone e pagheranno un prezzo molto alto». Secondo molti analisti, l’ipotesi più plausibile per questo continuo cambio di posizione è che Trump volesse un intervento curdo immediato all’inizio della guerra, ma che le forze curde abbiano rifiutato di agire. > Pensare che l’ingresso in guerra dei partiti curdi in Iran sia una questione > che dipende dalla volontà di soggetti esterni, significa non conoscere la > realtà politica del Rojhelat, che vanta alcune delle organizzazioni più > antiche, radicali e radicate di tutte le quattro parti del Kurdistan. Rıvar Abdanan, membro del Consiglio direttivo del Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), ha risposto alle dichiarazioni del presidente USA affermando che è già di per sé un errore considerare il popolo curdo come una forza militare. «I Curdi sono una comunità politica con specifiche rivendicazioni politiche democratiche. Il PJAK non vuole che il Kurdistan diventi un campo di battaglia». Anche Komala ha rilasciato una lunga dichiarazione in cui riafferma la propria distanza da qualsiasi coordinamento con Stati Uniti o Israele, rivendicando una linea centrata sull’organizzazione dal basso e sulla mobilitazione sociale, non sulla militarizzazione della lotta politica. All’indomani del nuovo cessate il fuoco, sebbene le organizzazioni politiche curde abbiano scelto di non entrare in guerra, consapevoli dell’assenza di qualsiasi garanzia politica, non sono comunque rimaste al riparo dalle conseguenze del conflitto. Undici peshmerga, tra combattenti del Rojhelat e soldati regolari del KRI, sono stati uccisi da droni e missili iraniani. La pressione internazionale e regionale per spingerli dentro lo scontro, inoltre, insieme al moltiplicarsi di notizie infondate su presunte offensive curde, ha finito per trasformare il loro spazio politico in un bersaglio ancora più esposto. In questo clima si è inserita anche l’ingenuità di alcune formazioni minori e più recenti, come il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), che ha provato a capitalizzare la visibilità del momento con una retorica nazionalista più dura, a fronte però di una base limitata e di una forza militare poco più che simbolica. L’8 aprile, Teheran ha chiesto a Baghdad e al Governo Regionale del Kurdistan di espellere i gruppi di opposizione curdi iraniani presenti nel territorio. L’accusa, ribadita da anni, è quella di una collaborazione con Stati Uniti e Israele. «Lo sconsiderato presidente degli Stati Uniti, agendo come voce di Satana, si è smascherato», si legge nella nota del Consolato iraniano a Erbil, «parlando apertamente della cooperazione tra apparati militari e di intelligence americani e alcuni gruppi curdi separatisti nella regione». LA TRAIETTORIA DEI PARTITI CURDO-IRANIANI Dei sette principali partiti di opposizione curdi iraniani, sei mantengono oggi uffici politici nel Kurdistan iracheno. Il PJAK rappresenta un’eccezione: radicato nelle aree montuose lungo il confine tra Iran e Iraq, opera in una regione in cui la conformazione geografica ha storicamente favorito tanto la protezione quanto l’isolamento, limitando la capacità di controllo da parte delle autorità del Kurdistan iracheno. Negli ultimi anni, diverse di queste organizzazioni hanno progressivamente ridotto la propria attività militare, abbandonando in parte la lotta armata e riconfigurando le proprie strutture. I loro uffici a Erbil, Sulaymaniyya e Koya restano tuttavia attivi, e al tempo stesso esposti alle pressioni dei governi della regione. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la loro partecipazione o meno al conflitto armato, ma la collocazione stessa di questi gruppi in uno spazio politico incerto: abbastanza vicini ai centri di potere per essere considerati rilevanti, e quindi bersagli, ma non sufficientemente da essere riconosciuti come attori politici autonomi. È forse qui che si intravede il nodo più profondo, che va oltre la posizione curda in questa guerra. La difficoltà del sistema regionale e internazionale di riconoscere al popolo curdo uno spazio politico che non sia immediatamente ricondotto a una dimensione militare. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il Kurdistan continuerà a essere considerato un fronte mancato e il suo popolo svuotato dalle proprie aspirazioni ed escluso dal principio di autodeterminazione. Un campo di battaglia permanente, in cui anche la neutralità è una forma di esposizione. La copertina è di Kurdish struggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati uniti contro Teheran proviene da DINAMOpress.
April 14, 2026
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Balkan Talk: Confine Albania. Architetture coloniali che mutano forma
L’idea di un incontro pubblico sul “Confine Albania” è nata durante un Viaggio di Dinamo Press, a cura di Francesca Romana Fiano (urban archeologist e heritage specialist), Patrizia Montesanti (videomaker e giornalista), Marta D’Avanzo (fotografa e giornalista) e Daniela Galiè (scrittrice e giornalista). Siamo andate a Tirana per conoscere le attività del gruppo Social Justice ONG, incontrati al Forte Prenestino in occasione di Take Back the City, coordinamento internazionale contro la gentrificazione, e per conoscere la realtà urbana denunciata dalla rivista indipendente Citizens, megafono delle lotte per la giustizia abitativa e sociale in Albania. Da Tirana abbiamo raggiunto il nuovo centro italiano di detenzione per migranti a Gjader, e lì il nostro viaggio si è intrecciato a quello di Francesco Ferri (giurista e giornalista) e Rosalba Dumas (attivista italo-albanese). Il Talk di Dinamo Press, a distanza di un anno dal viaggio, vuole ripercorrere il filo rosso sulla bacheca di una indagine in corso, e riannodarlo in una trama collettiva fatta di inchieste, ricerche e rivendicazioni sul tema dell’incontro che era anche il motivo del viaggio. Un motivo apparentemente semplice: “superare il confine con l’Albania”. Ci eravamo infatti appena rese conto che a separarci non c’era solo un mare, tutto sommato facile da attraversare. Attraversato già nei ricordi da bambine dalla Vlora, tra le tante imbarcazioni arrivate in Italia sotto i riflettori degli anni 90, attraversato oggi al rovescio dall’esercito italiano con a bordo i migranti trasferiti a Gjader, attraversato dai più familiari traghetti del turismo estivo che ha recentemente cementificato una porzione di costa Mediterranea rimasta intatta fino a così poco fa. C’era un confine più strutturato, più interno, un confine immaginario e di immaginario, il “confine Albanaia”, con un territorio e un popolo al confine dell’Europa, al confine del progresso, al confine della storia. E confinata anche nella memoria collettiva o meglio nella “non memoria” del colonialismo italiano. Una storia tanto rimossa da non farci percepire territori e popoli così vicini, e fino a farli diventare addirittura così lontani. Di fatto questo presunto confine non ha impedito che i semi di una relazione si piantassero sulle due sponde dello stesso mare. Abbiamo iniziato a cogliere in superficie, nel presente, le radici dei processi storici che queste relazioni hanno intessuto. Due gli epifenomeni che hanno attirato la nostra attenzione: venire a conoscenza del violento processo di trasformazione urbana che avveniva nella capitale, Tirana, a firma di rinomati studi di architettura italiani – e i conflitti sociali che ne sono scaturiti – e l’illegittima iniziativa di trasferimento di migranti dall’Italia alla, non ancora politicamente ed economicamente parte dell’unione europea, Albania. È così che in filigrana due fenomeni apparentemente distinti hanno mostrato l’architettura comune di una certa forma di colonialismo che pur mutando forma ancora tenta di dominare la relazione che intercorre tra territori e popoli. Dominio espresso nella logica secondo la quale l’accettazione europea – da cui dovrebbe dipendere “la svolta” dell’Albania – passa per il contagio dei suoi mali: politiche migratorie illegittime, distruzione del patrimonio ambientale a favore di palazzinari mafiosi, rigenerazioni fasulle che spianano la strada alla gentrificazione e alla turistificazione più becera. Dominio affidato all’Italia, dominio da sovvertire. Il viaggio e gli attraversamenti che ha previsto ci ha permesso di raccogliere molti indizi a riguardo. Nella forma urbana, nelle sue architetture, e in quelle dei nuovi centri di detenzione per migranti. Questi indizi sono diventati racconti di chi dalle trasformazioni in corso viene espulso e sradicato o chi lotta affinché queste non diventino prigioni. Questi indizi si sono trasformati in domande e connessioni e cioè in quadro indiziario che intendiamo esplorare con gli ospiti invitati. 18 Aprile 2026, ore 17-21, a Esc Atelier OSPITI DEL TALK: #Discussant 1 Confine Albania di Francesca Romana Fiano: Pillola 1: Il tempo non è una linea: immagini dall’archivio fotografico del Getty Museum Interviene Luca Peretti, Storico – Università di Cambridge: semi e frutti del colonialismo italiano in Albania nell’ultimo secolo. #Discussant 2 Migrazioni di Francesco Ferri: Pillola 2: In viaggio verso Gjader: intervista a Fioralba Duma interviene Fioralba Duma, Attivista Italo-albanese (Italiani Senza Cittadinanza e Mesdhe): Il ruolo del “Confine Albania” nel ridefinire le tecniche di governo della mobilità e le politiche migratorie europee: nuove strategie di resistenza. #Discussant 3 Diritto all’abitare di Patrizia Montesanti e Marta D’Avanzo: Pillola 3: Tirana, lavori in corso: intervista a Social Justice ONG Interviene Fation Kryeziu, Architetto e Attivista per il diritto alla città: Le politiche urbane a scala nazionale scuotono le fondamenta del diritto all’abitare in Albania e stimolano nuove forme di organizzazione politica, lotta e comunicazione (il caso di Citizens). #Dibattito “Architetture e Narrazioni di un colonialismo che muta forma”, introduce Rossella Marchini, Architetta-Urbanista, Dinamopress Sono invitati alla discussione Fabio Alberti e Caterina Ballardini (UnPontePer – Tracce coloniali), Matteo Stefanori (Casa della Memoria), Daniela Galiè (Dinamo Press), Emilia Giorgi (Rete Territoriale San Lorenzo), Silvia Susanna (Architetto e Artista, Forte Prenestino/Take Back the City). PHOTO – VIDEO MAPPING: Il confine con l’Albania non lo abbiamo mai incontrato davvero, eppure lo abbiamo attraversato più volte, in luoghi, architetture e incontri. Attraversando i quartieri di Tirana, le trasformazioni urbane in corso rendono visibile un processo di gentrificazione sistemica: espulsione, finanziarizzazione, turistificazione, ridefinizione dello spazio urbano secondo logiche di mercato. Attraversando il territorio la stessa logica estrattiva, fatta di produzione di spazi di eccezione, esternalizzazione delle responsabilità e separazione tra corpi desiderabili e indesiderabili, riemerge nel CPR di Gjader, dove il confine europeo si sposta oltre, rivelando la continuità tra politiche urbane, turistiche e migratorie. Le architetture incontrate in queste transizioni urbane e territoriali ci hanno mostrato ferite, assenze e nuove presenze artificiali, sono diventate dispositivo di indagine per comprendere i processi materiali e immateriali del colonialismo contemporaneo. La fotografia di queste architetture, il dispositivo di restituzione narrativo e politico di un colonialismo che muta forma, capace di costruire un racconto condiviso tra memoria coloniale e trasformazioni contemporanee. Foto di copertina Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Balkan Talk: Confine Albania. Architetture coloniali che mutano forma proviene da DINAMOpress.
April 13, 2026
DINAMOpress
Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie
«Come si fa ad uccidere la civiltà nella sua culla» Crifiu, Il clown di Aleppo Il Libano e la guerra sono un racconto che ritorna. Terra di saperi e di convivenze, custode di una maestosa eredità storica, eppure è tra quei luoghi che abbiamo imparato a riconoscere per la crudezza del loro passato. Dal 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno inaugurato una nuova fase del conflitto, provocando nuove ondate di sfollamenti. Questa escalation si innesta sulla somma delle emergenze che hanno segnato il Libano negli ultimi anni, dal collasso finanziario alle proteste del 2019, dalla pandemia all’esplosione del porto di Beirut nel 2020, indebolendo progressivamente le istituzioni e rendendo la sopravvivenza quotidiana sempre più dipendente dall’intervento umanitario. A raccontarlo sono due operatrici sul campo, da Beirut e dalla Valle della Beqāʿ, le cui testimonianze offrono uno sguardo diretto sulle conseguenze del conflitto e documentano l’impatto della guerra sulla popolazione civile. IL PREZZO PIÙ ALTO DELLA GUERRA Veronica Bonelli ha ventotto anni, è italiana e lavora a Beirut come project manager per l’organizzazione non governativa Un ponte per. A Dinamopress racconta che, sin dalle prime settimane dell’ultima escalation, l’intervento dell’Ong si è concentrato sulla distribuzione di kit igienici, materassi e coperte, resa possibile grazie al sostegno di donatori internazionali e a una campagna di raccolta fondi. Le operazioni, realizzate con il supporto dello staff locale e di persone volontarie, si sono svolte in tre scuole dei quartieri centrali di Bashoura, Zuqāq al-Blāṭ e al-Batrakiyya, nei pressi di Sāhat al-Shuhadāʾ e di al-Ḥamrāʾ, designate dal ministero degli Affari Sociali libanese come alloggi di emergenza ufficiali. Veronica racconta le numerose difficoltà che cittadini e cittadine libanesi affrontano quotidianamente, sottolineando che, se è vero che la guerra colpisce l’intera popolazione, non lo fa, però, in modo uniforme: a pagare il prezzo più alto sono le persone con minori risorse economiche e coloro che hanno già vissuto lo sradicamento forzato. Qui, il riferimento all’escalation militare del 2024 tra Israele e Hezbollah emerge come un precedente ineludibile. L’offensiva aveva trasformato il sud del Paese e alcune aree della Valle della Beqāʿ in fronti attivi, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Bombardamenti, ordini di evacuazione e attacchi lungo la linea di confine avevano provocato una crisi umanitaria su larga scala, lasciando dietro di sé comunità distrutte e un numero crescente di sfollati interni. Molti di loro non hanno mai fatto ritorno alle proprie abitazioni e oggi si trovano nuovamente in fuga, ancora una volta colpiti dalla guerra. > «Tra i gruppi maggiormente esposti emergono soprattutto i più giovani» > prosegue Veronica. «I bambini e le bambine sono tra i principali soggetti la > cui vulnerabilità aumenta significativamente in queste situazioni. Alla > precarietà dello sfollamento, si aggiunge il trauma psicologico, destinato a > manifestarsi con maggiore intensità nel corso del tempo». Un altro fattore critico riguarda l’interruzione della continuità educativa. «Lo sfollamento forzato e la chiusura delle scuole pubbliche, trasformate in rifugi, hanno privato migliaia di studenti dell’accesso all’istruzione. Questa sospensione coinvolge sia i bambini sfollati sia coloro che non possono più frequentare le lezioni perché gli edifici scolastici sono stati riconvertiti in abitazioni di emergenza. Le conseguenze sono profonde: compromettono la formazione, la permanenza scolastica e le prospettive future di un’intera generazione». Alla voce di Veronica si affianca quella di Darine Saliba, local coordinator nella Valle della Beqāʿ e residente a Zahle, nella regione orientale del Libano. Il suo team collabora con il ministero degli Affari Sociali libanese e altri attori umanitari. Una parte significativa dell’intervento si concentra sulla valutazione degli alloggi di emergenza per le persone sfollate, sulla distribuzione di beni essenziali e sulla promozione di attività ricreative, in particolare per i minori. Anche Darine sottolinea come l’infanzia stia pagando il prezzo più alto del conflitto. «Ciò che stiamo osservando, soprattutto tra i bambini, è molta paura e una sofferenza latente. Alcuni diventano introversi, altri manifestano ansia o cambiamenti nel comportamento come meccanismo di adattamento all’instabilità». Le famiglie vivono sotto una pressione costante, gravata da stress psicologico ed esaurimento fisico, con ripercussioni profonde sulla vita quotidiana. «Di fronte a questa emergenza, stiamo rafforzando gli interventi a sostegno della salute mentale, diffondendo numeri di assistenza e attivando percorsi di supporto psicologico. Per questo promuoviamo inoltre attività dedicate ai minori per aiutarli a ritrovare un senso di normalità, mentre incontri di ascolto e sostegno rivolti alle donne, insieme a iniziative di sensibilizzazione, contribuiscono ad alleviare lo stress e a sostenere le comunità». Le donne sono, infatti, tra le più colpite. «Vivono una condizione di vulnerabilità maggiore rispetto agli uomini», osserva Veronica, evidenziando come la gravidanza, la gestione della salute mestruale e l’accesso ai servizi sanitari diventino particolarmente complessi in contesti di sovraffollamento o di emergenza. Particolarmente esposte risultano le rifugiate e le lavoratrici migranti, spesso escluse dalle strutture d’accoglienza ufficiali e costrette a trovare riparo in alloggi informali. «Tra queste, le lavoratrici domestiche straniere costituiscono una componente significativa e sono frequentemente inserite nel sistema della kafala, un regime di patrocinio legale che lega il permesso di soggiorno al datore di lavoro, limitandone la libertà di movimento, l’accesso ai diritti fondamentali e la possibilità di interrompere il rapporto di lavoro». Una marginalizzazione che si estende anche alle rifugiate siriane e palestinesi, spesso soggette a discriminazioni e ostacoli nell’accesso alla casa e ai servizi. Per molte di loro, l’unico rifugio possibile sono i campi profughi o le proprie comunità. Infine, tra le categorie più esposte figurano gli anziani, le persone con disabilità e con malattie croniche. Gli ordini di evacuazione e lo stress degli spostamenti forzati hanno reso difficile portare con sé farmaci, ausili per la mobilità e beni essenziali, compromettendo la possibilità di fuggire in condizioni di sicurezza. «È una situazione in cui la dignità delle persone non viene rispettata. In molti casi, gli anziani sono rimasti nelle proprie abitazioni, incapaci di raggiungere luoghi più sicuri a causa di ostacoli fisici, logistici ed economici, rendendo ancora più evidente il costo umano della guerra». > Di fronte a questa realtà, l’assistenza umanitaria si configura come un > sostegno imprescindibile per la popolazione civile. Tuttavia, «in contesti di guerra come quello libanese, l’intervento iniziale è per sua natura temporaneo e orientato all’assistenza di base: alloggi, cibo, vestiti, coperte e beni essenziali, affiancati da attività di supporto psicosociale. Una risposta strutturale di lungo periodo non è ancora ipotizzabile, poiché richiederebbe il coinvolgimento diretto delle istituzioni libanesi e della Disaster Risk Management Unit del governo. Per ora, l’orizzonte resta limitato a pochi mesi, con l’obiettivo di mitigare le conseguenze più gravi per la popolazione sfollata». Darine aggiunge che «la vera sfida consiste nel trasformare l’emergenza in interventi duraturi: quando l’assistenza si affianca al rafforzamento dei sistemi locali, alla collaborazione con le comunità e al sostegno ai mezzi di sussistenza, può generare e rafforzare cambiamenti più sostenibili e a lungo termine». MAPPE E FRATTURE DEL CONFLITTO Quello che avviene in Libano è un conflitto asimmetrico, che non oppone due eserciti nazionali ma colpisce il territorio in modo selettivo e diseguale, rendendo decisive le differenze tra le varie aree del Paese. «Sul territorio non esiste alcuna area realmente immune», afferma Darine. «Il sud resta la regione più esposta, costringendo molte famiglie a fuggire verso Beirut, dove servizi e infrastrutture sono già al limite. Anche la Valle della Beqāʿ è sottoposta a una crescente pressione dovuta agli sfollamenti. La popolazione continua a spostarsi alla ricerca di sicurezza, ma la percezione diffusa è che i luoghi davvero sicuri siano ormai sempre più rari, se non inesistenti». Le fratture storiche, politiche e confessionali del Libano si riflettono nella geografia del conflitto. Veronica spiega che «le aree più colpite sono la periferia meridionale di Beirut, al-Ḍāḥiya al-Janūbiyya, e la Valle della Beqāʿ, in particolare il governatorato di Baʿlabakk–al-Hirmil, territori a maggioranza sciita dove è più forte l’influenza politica di Hezbollah». Queste divisioni emergono chiaramente anche all’interno della capitale. Beirut è un mosaico di quartieri cristiani, sunniti e sciiti, affiliati a diverse forze politiche, mentre altre regioni del Paese sono storicamente legate alla comunità drusa. Tutto ciò, restituisce una complessità che rende il conflitto profondamente radicato nella struttura sociale e politica della regione. Tuttavia, il conflitto sta progressivamente ampliando il proprio raggio d’azione. «I recenti bombardamenti hanno colpito anche aree finora risparmiate, inclusi tratti del lungomare di Beirut affacciati verso ovest e verso nord. Non solo le zone a maggioranza sciita, tradizionalmente considerate obiettivi sensibili, ma anche quartieri che in passato erano stati attaccati raramente o mai». > È il segno di un conflitto che si espande, erodendo progressivamente ogni > illusione di distanza e trasformando l’intero Paese in un fronte mutabile. Il 9 aprile, giorno in cui sono state realizzate le interviste alle operatrici umanitarie, un nuovo ordine di evacuazione ha colpito la periferia sud di Beirut, in vista di ulteriori bombardamenti israeliani, estendendosi a un numero crescente di quartieri e ampliando l’area interessata dalle operazioni militari. È il segnale di un conflitto in espansione, che ridefinisce continuamente la geografia della guerra e dell’esodo. Il Libano appare così diviso tra zone direttamente colpite dagli attacchi e aree considerate relativamente più sicure, dove la popolazione in fuga tenta di trovare rifugio temporaneo. Tuttavia, la pressione sugli alloggi e la scarsità di risorse alimentano tensioni crescenti tra comunità ospitanti e sfollati. Prosegue Veronica: «L’intercettazione di un missile nei cieli sopra la costa di Beirut, in un’area a maggioranza cristiana, ha provocato la caduta di detriti e innescato tensioni tra residenti e famiglie sfollate. Non si tratta di un comportamento attribuibile a un’intera comunità, ma di tensioni circoscritte che riflettono la fragilità del contesto». Rispetto alla fase di guerra del 2024, si può individuare una differenza cruciale: «l’estensione e la dichiarata intenzione delle operazioni militari. Gli ordini di evacuazione emessi negli ultimi mesi hanno riguardato aree molto più ampie, includendo l’intera periferia sud di Beirut e vaste porzioni del Libano meridionale. Non si era mai visto uno sfollamento così massiccio». Il risultato è un effetto cumulativo: guerra su guerra. Le conseguenze si sommano e si amplificano e questa stratificazione rende difficile ogni paragone lineare con il passato. RISCHI GEOPOLITICI E CONSEGUENZE UMANE Ogni racconto della guerra in Libano comporta un confronto con la narrazione che la giustifica in nome della sicurezza, presentando gli attacchi come necessari a neutralizzare minacce specifiche. Tuttavia, episodi come il bombardamento di edifici civili nel cuore di Beirut evidenziano la capacità di colpire obiettivi estremamente circoscritti. È il caso dell’attacco dell’8 marzo nel quartiere costiero di Raouché, dove un drone israeliano aveva colpito una suite dell’hotel Ramada, danneggiando l’edificio e ferendo alcuni civili. Trattandosi di un’area residenziale e turistica, Raouché era stata percepita come relativamente sicura, tanto da aver accolto sfollati provenienti da altre regioni del Paese. L’attacco ha infranto questa percezione, dimostrando la vulnerabilità anche degli spazi ritenuti protetti. > «Quello che colpisce è la precisione di questi attacchi, e in simili > circostanze, diventa sempre più difficile considerare le vittime civili come > effetti collaterali accidentali», sostiene Veronica. Tra gli aspetti più gravi del conflitto figurano gli attacchi contro il personale e le strutture sanitarie. «Bombardamenti contro ambulanze, ospedali e centri medici, nonché il fenomeno del cosiddetto double tap: una strategia militare che consiste in un primo bombardamento seguito da un secondo attacco sullo stesso luogo, colpito deliberatamente quando soccorritori, paramedici e civili sono già intervenuti per prestare aiuto. Una pratica che aumenta il numero delle vittime e scoraggia le operazioni di soccorso, configurandosi come una grave violazione del diritto internazionale». > Guardando al futuro, i rischi per il Paese appaiono molteplici e profondi. > Veronica individua anzitutto la possibilità che parte del territorio venga > resa inabitabile o trasformata in una buffer zone, una fascia di sicurezza > controllata e mantenuta priva di insediamenti civili. Secondo l’esercito israeliano, tale area avrebbe la funzione di prevenire attacchi e garantire la protezione dei propri confini; tuttavia, nel contesto libanese, essa comporterebbe la creazione di una zona militarizzata all’interno del territorio nazionale, con rilevanti implicazioni per la stabilità del territorio. Accanto ai rischi geopolitici emergono conseguenze umane e sociali di lungo periodo. «Un ulteriore pericolo riguarda l’acuirsi delle tensioni interne. Il conflitto alimenta fratture confessionali e politiche già esistenti, incidendo sull’equilibrio costruito dopo la guerra civile. Gli attacchi contro aree ritenute sicure diffondono un senso generalizzato di insicurezza e contribuiscono a irrigidire i rapporti tra le diverse comunità. A ciò si aggiunge la devastazione materiale del territorio, dalle infrastrutture alle abitazioni, impedendo il ritorno di migliaia di persone e generando uno sfollamento permanente». Darine individua nei prossimi mesi rischi concreti e immediati. «Temiamo un’ulteriore escalation del conflitto, con nuove e consistenti ondate di sfollamenti, e il collasso di servizi già estremamente fragili, soprattutto a Beirut e nella Valle della Beqāʿ. Si rende sempre più necessario un coordinamento efficace e una chiara assunzione di responsabilità per la protezione dei civili. A livello internazionale, è fondamentale invece il ruolo degli attori con maggiore influenza, chiamati a promuovere la de-escalation e a garantire un sostegno umanitario costante e strutturato, oltre le sole risposte emergenziali. Senza un impegno concreto e continuativo, il rischio è quello di assistere a un collasso profondo e duraturo, dal quale sarà difficile riprendersi». La copertina è di United Nations (Flickr) e ritrae un campo profughi nella Valle della Beqāʿ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie proviene da DINAMOpress.
April 13, 2026
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La rinascita del movimento sindacale britannico fra governo neo-blairiano e pericolo Farage
«The coal strike has cost the industry a year… Mr. Chairman, the strike is over. This dark shadow has passed from our industrial landscape». Così si espresse Margaret Thatcher il 23 marzo 1985 in un discorso al Comitato centrale del Partito conservatore. La prima ministra aveva ragione: la sconfitta dei minatori chiudeva un periodo, aperto con un’altra sconfitta, quella delle operaie della Grunwick di Londra nel 1976, in cui, passo dopo passo, la capacità di mobilitazione e resistenza del movimento sindacale britannico era stata letteralmente rasa al suolo. A distanza di circa 40 anni da quel discorso, e dopo l’avvicendarsi di governi conservatori e laburisti c. he di fatto hanno proseguito nel solco tracciato da Thatcher (Blair, Cameron, Johnson e ora Starmer), si è assistita a una progressiva rinascita del movimento operaio (da intendersi nella sua accezione anglosassone estesa, come working class movement, movimento della classe lavoratrice). Nel maggio-giugno 2022 questa rinascita ha raggiunto un suo primo punto di caduta, con l’ondata di scioperi che hanno interessato i trasporti (ferrotranviari, aeroportuali e su gomma), le comunicazioni (soprattutto i servizi postali e le telecomunicazioni), la sanità, la scuola, la nettezza urbana, addirittura gli avvocati e tanti altri settori. > Nel 2022 l’interesse per l’adesione a un sindacato nel Regno Unito ha > registrato un forte aumento: secondo quanto riportato dal Trades Union > Congress (Tuc), le richieste online relative all’adesione sono aumentate di > circa il 700% solo nel mese di giugno. L’ondata iniziata nel 2022, che sicuramente ha contribuito alla fine di circa 15 anni di governi conservatori, non si è arrestata. Dall’agosto 2021 al dicembre 2025, il solo sindacato Unite ha indetto 1.500 scioperi, con più dell’80% delle vertenze vinte e aumenti salariali pari a complessivi 625 milioni di sterline. Nel dicembre 2025 vi erano 159 vertenze in corso, che mobilitavano 269.000 fra iscritti e iscritte. Ancora nel mese di aprile 2026, quasi 3.000 membri di Unite, attraverso votazioni presso 88 datori di lavoro in 18 settori, stanno partecipando a degli scioperi. L’agitazione nel settore della nettezza urbana a Birmingham, che da quasi un anno e mezzo sta vedendo opposti lavoratori e lavoratrici contro il Comune della città (a guida laburista) è la dimostrazione plastica di come attualmente per buona parte del movimento sindacale non esistono “governi amici”, anzi proprio questi presunti ultimi sono considerati i principali responsabili delle politiche di austerity che colpiscono salari e condizioni della popolazione lavoratrice, mentre ingrassano i profitti delle grandi aziende. Non si può in questa occasione ricostruire la storia e le caratteristiche del movimento del lavoro britannico, per molti aspetti diverse da quelle del corrispettivo movimento nel nostro Paese. Basti al momento ricordare che nel Regno Unito esistono due grandi Federazioni sindacali, alle quali sono affiliate decine di organizzazioni di categoria o generali. La più grande è il Trade Union Congress (Tuc), la federazione sindacale costituitasi nel 1868 ma che ha assunto questa denominazione dopo la fine della Prima guerra mondiale. Attualmente è composta da 47 sindacati membri, dei quali 11 sono affiliati anche al Partito laburista, con complessivi 5 milioni e 300 mila iscritti e iscritte. La General Federation of Trade Unions (Gftu) è stata fondata nel 1899 e a essa sono affiliate 29 organizzazioni sindacali per un totale di più di 500.000 membri. Dieci organizzazioni sindacali facenti parte del Tuc sono affiliate al Labour Party, nessuna fra quelle componenti la Gftu. Poi ci sono alcuni sindacati autonomi fra i quali spicca l’Independent Workers Union of Great britain (Iwgb). Le due maggiori organizzazioni sindacali del Tuc, Unison e Unite, sono fortemente orientate a sinistra e hanno due segretarie generali (rispettivamente Andrea Egan e Sharon Graham). Altre sigle sindacali su posizioni radicali sono la National Union of Rail, Maritime and Transport Workers (Rmt) e la National Education Union (Neu). PLURALISMO DELLE SIGLE E DELLE TEMATICHE DI LOTTA Tutte queste sigle hanno portato e portano avanti vertenze molto grosse e significative sia nei settori pubblici (Sanità e Scuola su tutte), sia private (industria metalmeccanica, logistica, trasporti). Inoltre – e questo è un elemento di estremo interesse – queste sigle sono interne a praticamente tutte le coalizioni dei movimenti sociali che si sono costituite negli ultimi anni: una ventina di sindacati, fra i quali tutti quelli maggiormente rappresentativi, e tutta la Gftu, sono affiliati alla Palestine Solidarity Campaign, che da anni promuove campagne e mobilitazioni massicce in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio israeliano a Gaza. Un Trade Union Network si è costituito all’interno della coalizione Stand Up to Racism, protagonista delle iniziative antirazziste e antifasciste, in particolare contro l’avanzata di Reform Uk e le provocazioni di Tommy Robinson. Ne fanno parte una decina di organizzazioni sindacali, fra cui Unison e Unite. Il 28 marzo 2026, a Londra, la Together Alliance, una coalizione di più di 300 fra associazioni e organizzazioni contro la retorica dell’estrema destra, ha visto una massiccia partecipazione di rappresentanti e membri dei sindacati britannici, in uno spezzone unitario. > I e le maggiori leader sindacali, insieme a membri di Communication Workers > Union (Cwu), Unite, Unison e Neu, hanno sfilato per sostenere la lotta al > razzismo e i diritti di lavoratori e lavoratrici. Rappresentanti sindacali > hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale nel movimento LGBTQIA+, in > particolare integrando i diritti delle persone queer nella sicurezza sul > lavoro e nell’organizzazione sindacale. Al Congresso del Tuc del 2025, i sindacati affiliati hanno approvato all’unanimità la mozione «Active support for trans and non-binary workers», affermando che i diritti delle persone trans sono diritti umani, che le persone trans e non binarie hanno il diritto di vivere e lavorare senza subire pregiudizi e che la discriminazione riflette una rigida conformità di genere che, in ultima analisi, opprime tutte le donne. I rappresentanti sindacali in Gran Bretagna difendono attivamente i lavoratori migranti dallo sfruttamento. Attualmente, nella sanità e nella scuola, Unison e Neu si stanno adoperando contro le riforme del governo, relative allo status di lavoratori e lavoratrici migranti, che rischiano di provocare un altro scandalo simile a quello del caso Windrush. Infine, il piccolo ma molto combattivo sindacato Igwb è attivissimo in vertenze in quei settori ad alta composizione di classe migrante, come nei servizi di pulizie, nei trasporti privati (Uber) o nelle consegne a domicilio (Deliveroo). GLI EFFETTI SUL VOTO AI PARTITO Lo stato di salute del partito laburista a guida neo-blairiana si potrà acclarare non tanto sulla base dei processi di costituzione di Your Party o della crescita elettorale e di aderenti del Green Party (peraltro notevole), ma su come avrebbe reagito il movimento sindacale, in particolare quello affiliato al partito. Perché, non dimentichiamolo mai, il Labour Party fu costituito nel 1900 (Labour Representation Committee) dalle organizzazioni sindacali e fino a poco tempo fa di fatto sostenuto economicamente soprattutto da queste. La divaricazione, se non lo scontro aperto, con il Labour Party di Keir Starmer sembra abbia superato i livelli di guardia. La situazione critica è stata certificata nel marzo scorso, quando il Consiglio esecutivo di Unite ha deciso di tagliare i finanziamenti (l’«affiliazione») al Partito Laburista per ben 580.000 sterline, il 40% del totale. La segretaria Graham ha dichiarato: > «I lavoratori si stanno grattando la testa chiedendosi da che parte stia il > Partito Laburista, chi rappresenti realmente, perché di certo non sono i > lavoratori. Sono i lavoratori e le comunità a pagarne il prezzo. Il Partito > Laburista deve svegliarsi e aprire gli occhi. Il taglio della quota > associativa dimostra la rabbia dei membri di Unite. Smettete di dare i > lavoratori per scontati, tirate fuori il coraggio, fate il vostro lavoro e > siate un vero Partito Laburista». Ancora, la Neu è il più grande sindacato del settore dell’istruzione nel Regno Unito e in Europa, con oltre 450.000 iscritti tra insegnanti, docenti, personale di supporto e dirigenti scolastici. Il segretario generale Daniel Kebede all’inizio di aprile ha accusato il governo laburista di non mantenere le promesse e di lasciare le scuole “senza risorse”. È stato realizzato un ballottaggio indicativo online (aperto fino al 17 aprile) per consultare i membri sull’indizione di uno sciopero riguardante stipendi, carichi di lavoro e finanziamenti scolastici. La Neu è particolarmente attiva anche nelle mobilitazioni antirazziste, contro l’influenza di Reform Uk nelle scuole e a sostegno dei diritti dal popolo palestinese. Sebbene la Neu non sia affiliata ad alcun partito, nelle politiche del 2024 circa il 60% dei suoi iscritti aveva votato per il Partito Laburista. Ora – stando a un sondaggio interno reso noto da Kebede – i Verdi sono il partito preferito da iscritti e iscritte, perché «offrono qualcosa di troppo raro in politica: la convinzione che le cose possano essere fatte diversamente, la convinzione che l’economia esista per servire le persone piuttosto che per disciplinarle». Il maggio prossimo, con le elezioni amministrative nel Regno Unito, sarà forse un momento che determinerà non solo le sorti del governo Starmer, ma anche quelle dell’avanzante marea nera di Farage. Vedremo se e come i movimenti di questi ultimi anni, e quello sindacale in particolare, giocheranno un ruolo determinante nel condizionare e orientare le scelte e le strategie politiche della plurale sinistra britannica. Le basi ci sono tutte… La copertina è di Andy O’Donnell (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rinascita del movimento sindacale britannico fra governo neo-blairiano e pericolo Farage proviene da DINAMOpress.
April 12, 2026
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