Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e CaprioglioNella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente
al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir
durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto
interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando
dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad
accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali.
Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità
politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un
caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e
controlla il proprio monopolio della forza?
È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca,
quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto,
chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci
si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono
forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità
democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali
margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici?
Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i
meccanismi di responsabilità e di accountability?
È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e
democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore
ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo
Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è
un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine.
È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato
democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato
equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il
modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e
sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura
istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia,
cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si
creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi.
Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e
prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante
sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace
di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive
molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e
avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti,
organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia
comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso.
Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi
angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso
oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa
incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo
episodio.
Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione
chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a
limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società
organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere
coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia.
Ne abbiamo parlato con gli autori del libro.
Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene
organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca –
l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante
un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione
sia indispensabile?
G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti
cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere
di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori
di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere.
Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la
tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo
caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale
che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale
tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui
storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali
marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era
stato in parte circoscritto.poli
La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle
prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il
precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia,
delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione
violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano
state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo,
se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro
esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie
del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine.
Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi
tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim
Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la
sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua
proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente
minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima
ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione.
Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla
regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di
regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra
ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili
condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più
adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria
efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali
all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori.
In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile
tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da
un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo
la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative.
C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due
questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia;
l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di
esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test
rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della
polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso
della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione
del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per
semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel
registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia
evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello
specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51
c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio,
visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di
un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è
solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa,
sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri
delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e
molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del
G8 di Genova).
In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla
storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la
drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice:
perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la
polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è
una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in
stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora,
sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma
che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto
altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell,
la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita
quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la
probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla
domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia
pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta
di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che
dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come
l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo
volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri
e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco,
sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche
pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto
Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per
affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse,
che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono
attribuite alle forze dell’ordine.
Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e
scrivere questo libro?
G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca
empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento,
sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente,
non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica
sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo
inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente
empirico.
Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo
progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore
sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia,
democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito
sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della
responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato.
In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di
studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze
giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli
degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di
cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio.
Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da
un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della
filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo
aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno
offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri
di polizia.
Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la
principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il
libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci
sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica
sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione
“interna” all’apparato di pubblica sicurezza.
L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di
diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei
punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia?
G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già
contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di
accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e
tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale
per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai
stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di
controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere
comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di
polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei
poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi
giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio.
Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia
irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del
libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in
qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”.
C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento
qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro:
l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale
del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti
strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di
accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto
penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano
particolarmente importanti.
Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della
responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei
singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d.
catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni
operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha
contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia
esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso
che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della
Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove
l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a
quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti
fondamentali.
In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento
relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo
attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di
polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo
fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano
sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di
polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più
gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum
per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non
sembra essere lo strumento più adatto a farlo.
Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con
uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e
fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti,
istituzioni e società civile?
G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare
di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza
indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello
costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema.
Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in
cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo
democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro
tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato
democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze
dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo
indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono
questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e
riportate al centro del dibattito pubblico.
C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia
destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e
dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro
lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori
dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho
l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi
temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire,
“radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il
tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate,
per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione
degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce
criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in
Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli
abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In
questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza
rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme
capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo
e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di
Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza
di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a
un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un
più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una
prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”.
In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e
indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo
caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più
strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano?
G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in
parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato.
Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad
affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano
talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica.
Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un
salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però,
che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura
istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata.
Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo
la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono
il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia
contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della
forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia
e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di
procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine.
Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza
cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura
istituzionale lascia all’esercizio della coercizione.
C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con
Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di
quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una
riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna
l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso
che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali,
ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo
individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture
critiche radicali.
Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una
discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due
fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico
atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia,
che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere
posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle
forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel
dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali,
le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura
sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito
critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato
proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e
organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e
marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che
caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo
poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i
movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare
il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno
esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana.
Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in
Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e
realisticamente perseguibili?
C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente,
un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire
dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso
la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano
l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con
l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”.
Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso
legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa –
attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei
fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia,
appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione
all’interno di un perimetro di legalità costituzionale.
Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la
regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in
Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al
pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno
sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza,
per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli
strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con
quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul
grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a
qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti
nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una
riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è
l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia
una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca
nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni,
in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di
tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui
luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema
dei garanti dei detenuti.
G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi
di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di
procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia
rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche
dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di
elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi
costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto
alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale
abolizione.
Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di
cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale
la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori
di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di
inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità,
evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle
forze di polizia in Italia.
C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in
maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole
significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità
che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle
organizzazioni di polizia.
Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni
strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di
valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a
tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad
avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla
vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida
dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che
costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di
una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere.
In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di
poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a
causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di
prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo
tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un
contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e
civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver
abdicato.
Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels
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