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Da Southport a Belfast, il Regno unito scosso dalla violenza anti-migranti continua a resistere
La fiammata di violenza che ha investito Belfast è divampata a seguito di un tragico fatto di sangue avvenuto la sera dell’8 giugno 2026 nel nord della città. Un uomo del posto di 44 anni, Stephen Ogilvie, è stato brutalmente aggredito in strada con un coltello da cucina, riportando ferite gravissime che gli sono costate la perdita di un occhio. Le forze dell’ordine della Police Service of Northern Ireland (PSNI) hanno tempestivamente arrestato l’aggressore, Hadi Alodid, un rifugiato sudanese di 30 anni, incriminandolo per tentato omicidio. Nonostante la polizia abbia subito chiarito l’assenza di matrici terroristiche e la stessa famiglia della vittima abbia lanciato un accorato appello alla calma, l’ala più radicale della destra identitaria ha immediatamente capitalizzato l’accaduto. Nel giro di poche ore, i quartieri a maggioranza protestante lealista di Belfast sono sprofondati nel caos. Gruppi di manifestanti mascherati hanno dato vita a veri e propri pogrom urbani: blocchi stradali sono stati creati dando alle fiamme cassonetti, automobili e un autobus del trasporto pubblico; sono state diffuse online “liste di obiettivi” con gli indirizzi di strutture d’accoglienza e abitazioni private di persone straniere. Almeno 27 persone, tra cui interi nuclei familiari, sono rimaste senzatetto dopo che le loro case sono state bruciate; gli agenti sono stati bersagliati con pietre, mattoni e bottiglie molotov, costringendo le autorità a impiegare gli idranti e i proiettili di gomma per disperdere la folla; squadre di vigilantes hanno presidiato i pressi di alcune strutture sanitarie, fermando le auto per controllare l’etnia dei passeggeri e intimidendo il personale medico straniero. I PRECEDENTI RECENTI: UN BIENNIO DI TENSIONI NEL REGNO UNITO I disordini di Belfast non sono un evento isolato, ma si inseriscono in una precisa scia di intolleranza che sta segnando la storia recente della regione. Il picco più grave si era registrato nell’estate del 2024, a seguito del tragico accoltellamento di Southport, in Inghilterra, dove tre bambine persero la vita. In quell’occasione, la falsa notizia diffusa online secondo cui l’attentatore fosse un richiedente asilo musulmano scatenò la peggiore ondata di violenza razzista degli ultimi decenni nel Regno Unito. Moschee, hotel riadattati a centri di accoglienza che ospitavano migranti e negozi gestiti da minoranze vennero assaltati da Londra a Liverpool, fino alla stessa Belfast. Anche il 2025 ha visto l’Irlanda del Nord al centro di tensioni identitarie. Nel giugno di quell’anno, la cittadina di Ballymena fu scossa da violente proteste dopo l’arresto di due giovani di origine straniera accusati di aggressione sessuale. Le manifestazioni degenerarono rapidamente in quella che la polizia definì «teppismo razzista», provocando il ferimento di oltre cento agenti e decine di arresti nel corso di due settimane di disordini. Davanti alla stazione di polizia, estremisti di destra si sono rivolti alla folla sostenendo che la morte di Nowak fosse da attribuire al «razzismo istituzionale» della polizia nei confronti dei bianchi. Il neofascista Tommy Robinson ha dichiarato alla folla: «Se Henry non fosse stato bianco, non sarebbe stato ammanettato». Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto. La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno. IL CONTAGIO DI GIUGNO 2026 La stessa dinamica si è ripetuta in queste settimane. Nelle giornate del 2-3 giugno a Southampton, a seguito della condanna di un ragazzo Sikh di 23 anni (Vikcrum Digwa) per aver accoltellato a morte uno studente universitario di 18 anni (Henry Nowak) e della proiezione di un video che mostrava le forze dell’ordine che incredibilmente avevano ammanettato la vittima, di fatto provocandone la morte per dissanguamento, sono scoppiati riot a sfondo razzista. Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto. La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno. Ora, le proteste scattate a Belfast si sono rapidamente estese, seppur in forma minore, ad altre città della Scozia (come Glasgow ed Edimburgo) e dell’Inghilterra settentrionale (Liverpool). IL FILO ROSSO DELLA DISINFORMAZIONE E IL DOPPIO STANDARD MEDIATICO: L’ASIMMETRIA DEL SILENZIO E IL RUOLO DEI SOCIAL MEDIA Dopo l’arresto di Digwa, il padre del ragazzo assassinato, Mark Nowak, aveva dichiarato di non volere che la morte del figlio diciottenne venisse «strumentalizzata per alimentare ulteriori divisioni, odio o tensioni. Vogliamo che la sua storia contribuisca a rendere le nostre strade più sicure per tutti». > Tuttavia, personaggi come il leader di Reform UK Nigel Farage e il portavoce > dell’opposizione per gli affari interni, il conservatore Chris Philp, hanno > ignorato questo appello e hanno sfruttato la morte di Nowak per sostenere che > esisterebbe una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge da parte > delle forze dell’ordine». La richiesta di Farage che la nazione reagisse con > «fredda rabbia» all’omicidio di Nowak ha trovato subito risposta nella rivolta > di Southampton e mei pogrom di Belfast. Le immagini grafiche dell’accoltellamento di Ogilvie hanno saturato piattaforme come X, TikTok e Facebook. Figure di spicco dell’estrema destra britannica, Tommy Robinson in testa, supportate dai post di Elon Musk, hanno amplificato la retorica dell’«invasione», esortando la popolazione a scendere in piazza in tutto il Regno Unito. Questa dinamica evidenzia come la disinformazione online si traduca in pochissime ore in violenza fisica nel mondo reale e lo strumento dell’Astroturfing politico digitale è l’ultima frontiera raggiunta dalla rete neofascista britannica. > L’esplosione di rabbia collettiva e la massiccia copertura mediatica riservate > ai fatti di Belfast mettono in luce una profonda e sistematica asimmetria nel > modo in cui la stampa e la politica britannica affrontano la violenza. Negli > ultimi due anni, l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito sono stati > teatro di numerose aggressioni, minacce e campagne di sgombero forzato > perpetrate da frange radicali ai danni di residenti di origine africana o di > fede musulmana. Solo poche settimane prima dei disordini di giugno 2026, una > violenta serie di raid mirati contro richiedenti asilo nella zona di Lawrence > Street, a South Belfast, era stata liquidata dai media locali come > micro-criminalità o semplice vandalismo isolato, finendo rapidamente nel > dimenticatoio giornalistico. Giornali spazzatura come “The Sun” o “Daily > Mail”, o testate storiche del conservatorismo come “The Spectator”, nel tirare > la volata elettorale a Nigel Farage, alimentano una narrazione tossica che > lega il presunto aumento dei reati violenti nel Regno Unito all’immigrazione. Peccato – per loro – che sia realtà sia ben altra, come ha ben riassunto il giornalista Owen Jones: se è indubbio il forte aumento della popolazione immigrata (da 4.6 milioni nel 2002 agli 11 milioni attuali), i dati sui reati sono diminuiti di circa un terzo dai 12,4 milioni sempre del 2002 a ora. Per ciò che concerne gli omicidi, nel 2003 il tasso era di 17,9 per milione, ma ora risulta quasi dimezzato (9.5 per milione). A Londra, la città col maggior numero di persone migranti, il numero annuale di omicidi è il più basso di sempre, da 216 nel 2003 a 97 nel 2025. Una ricerca condotta da “Inquest” nel 2023 ha rilevato che le persone di colore hanno una probabilità sette volte maggiore rispetto ai bianchi di morire in seguito a un intervento di contenimento da parte della polizia. Infine, il rapporto del 2025 stilato dalla dottoressa Shereen Daniels sul razzismo nella polizia metropolitana di Londra ha rilevato che «l’uso della forza è più facilmente autorizzato» contro le persone di colore, mentre i bambini di colore sono vittime di un processo di “adultizzazione” e hanno meno probabilità di essere trattati come bambini. L’OMBRA NERA DELL’UNIONISMO E IL PARADOSSO DELLE BANDIERE Il fatto che le proteste razziste vengano innescate da influencer dell’estrema destra e spesso coordinate tramite canali Telegram o gruppi WhatsApp, non vuole dire che non esistano organizzazioni che su di esse provino e spesso riescano a esercire una direzione. I riots di Belfast, come peraltro quelli di Ballymena dell’anno scorso, sono stati nei fatti diretti dalle fazioni unioniste che, a dispetto di qualsiasi Good Friday Agreement, hanno sicuramente mantenuto livelli elevati di organizzazione dal punto di vista paramilitare. Tuttavia, si notano anche piccoli, ma significativi segnali di un inedito superamento (da destra) delle divisioni identitarie. In alcune recenti manifestazioni anti-immigrazione a Belfast, gli estremisti lealisti (con la bandiera britannica dell’Union Jack) ed estremisti dell’ultradestra della Repubblica d’Irlanda (con il tricolore irlandese) hanno sfilato insieme contro il “nemico comune”: i migranti. Un’alleanza impensabile fino a pochi anni fa. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per il Sinn Féin, da qualche anno e per la prima volta al governo delle Sei contee con un programma politico socialista. UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE A ogni modo, quanto è avvenuto in questi tre giorni nel capoluogo delle Sei Contee e la lunga scia di violenze in cui si inserisce riaffermano una certa tradizione storica del razzismo anglosassone: nel 1919 a Glasgow, Cardiff, Liverpool, South Shields e in altre città portuali contro marinai neri, asiatici e arabi; nel 1948 a Liverpool contro la comunità afrodiscendente, cinese e yemenita; nel 1958 a Nottingham e a Londra (Notting Hill) contro la comunità caraibica (la cosiddetta “Generazione Windrush”); negli anni Settanta, nell’East London contro le comunità pakistana e bengalese (“Paki-bashing“); nel 2001 nel Nord dell’Inghilterra contro le comunità asiatica e musulmana e infine dal 2024 ad oggi un po’ in tutto il Paese contro i richiedenti asilo, le comunità musulmane e le minoranze afrodiscendenti. Una tradizione che ha fatto morti e feriti, da Kelso Cochrane, ucciso a Londra nel 1959, a Kemran Aman, accoltellato da due adolescenti il 30 giugno 2025, passando per il rogo del gennaio 1981 a New Cross, nel sud-est londinese, in cui morirono 13 giovani neri fra i 14 e i 22 anni. LA RISPOSTA DEI MOVIMENTI E DELLA SOCIETÀ CIVILE «Viviamo in tempi pericolosi», ha scritto il “The Morning Star“: alcune zone della Gran Bretagna sono una polveriera, con le comunità operaie, sia bianche che nere, abbandonate anche da quello che doveva essere il loro partito, il Labour. Ciò porta a che le contraddizioni e le problematiche sociali non vengano più comprese in termini di classe. L’ultimo sondaggio del sindacato GMB, per cui il 30% degli iscritti voterebbe Reform UK alle prossime politiche, la dice lunga sull’incubo che sta vivendo il Paese. «Costruire solidarietà tra le comunità e sostenersi a vicenda quando si è sotto attacco è fondamentale», scrive sempre il “Morning Star”. Intrecciare l’antirazzismo con la difesa degli interessi di lavoratori e lavoratrici è condizione necessaria. Per questo, più e oltre le risposte giudiziarie e quelle della politica – con il prevedibile scontro fra Reform UK e Tories da una parte, Greens, Your Party e nazionalisti nordirlandesi e scozzesi dall’altra e lo scontro interno fra destra e sinistra laburista –, vanno registrate le reazioni della comunità popolare e working-class: sabato 13 giugno, circa 20.000 persone si sono radunate davanti al municipio di Belfast per la più grande manifestazione antirazzista e antifascista di sempre (Together Against Hate), per riaffermare i valori di solidarietà e inclusione e di isolare le frange radicali di destra che cercano di riaprire vecchie e nuove ferite sociali nel Paese. Già le reti di quartiere e le associazioni per i diritti umani si sono attivate per supportare i residenti evacuati d’urgenza durante gli incendi dolosi e per proteggere le famiglie straniere, in particolare quelle di origine africana, che si sono trovate barricate in casa. Organizzazioni sindacali come UNISON, reti di base come Trade Unions Fighting the Far Right e formazioni politiche come People Before Profit (PBP) hanno promosso attivamente azioni unitarie di lavoratori e residenti contro i gruppi di estrema destra, sottolineando che le persone migranti fanno parte integrante della comunità. Il collettivo di donne Anaka Women’s Collective ha lanciato una raccolta fondi straordinaria che ha superato rapidamente le 84.000 sterline per assistere e ricollocare in sicurezza le famiglie e i rifugiati le cui abitazioni sono state danneggiate dagli attacchi incendiari. Quartieri e comunità locali a West Belfast hanno organizzato presidi spontanei di solidarietà o incontri di coordinamento dei lavoratori tenute nelle sedi sindacali o in aree comunitarie specifiche per organizzare l’autodifesa. Iniziative di massa si sono svolte in diverse città anche a Derry, Glasgow, Brighton, Sheffield, Newcastle e Liverpool, dove migliaia di antifascisti e antifasciste hanno surclassato e  messo letteralmente all’angolo le adunate razziste che erano state organizzate in queste città. E, anche qui come da transizione, questa volta antifascista, è risuonato il famoso coro: «There are very many more of us than you… There are very many more of us than you… There are very many more… Very many more… Very many more of us than you…» La copertina è di Alisdare Hickson da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 15, 2026
DINAMOpress
La famiglia senza centro
La famiglia è quella realtà sociale che si presta troppo spesso a guerre culturali mosse da un furore ideologico – si pensi al ritorno in auge di una triade primitiva come Dio, patria, famiglia – che inquina gli argomenti a sostegno delle tesi sostenute, finendo per screditare una nozione altamente etico-politica come quella d’impegno militante. Chi aprisse il libro di Maria Rosaria Marella, sul Diritto di famiglia nella società contemporanea e prendesse mano mano gusto nell’addentrarsi in quelle pagine belle ed esigenti, si renderà conto come la militanza per l’argomentazione tecnica è l’esatto opposto della partigianeria ideologica e si coniuga senza attrito con le posizioni teoriche e politiche dell’autrice, senza che queste ultime inquinino il ragionamento proprio della giurista. L’approccio mentale dell’autrice combacia a pieno con un militantismo senza ideologia, cioè col rifiuto di una visione unilaterale e precostituita delle cose da far valere a ogni costo. Direi che riecheggia in questo libro l’espressione genuina di uno stile problematico caro a una figura che ha profondamente marcato Marella come Stefano Rodotà. Per rendere l’idea conviene dare direttamente la parola all’autrice quando discute dell’essere genitore alla luce della possibile estensione del numero dei soggetti convolti in questo ruolo oltre il fatidico “due”. La materia è quella sintomatica della maternità surrogata: «La genitorialità può essere declinata in termini di autodeterminazione procreativa o invece se ne possono denunciare le implicazioni “mercatiste’” Assumere l’una o l’altra opzione come vessilli da agitare in contrapposizione l’uno dell’altro, come in un palio finto-medievale, non è utile. Più utile è invece capire, in questa come in altre materie, quali sono I dispositivi messi in campo dal diritto, come essi funzionano nel governo delle vite, in che misura ce ne si può avvalere senza rimanere schiacciati. La genitorialità realizzata con l’ausilio di terzi è una chance e un affare economico dagli esiti distributivi complessi e nebulosi» (p. 146). Si coglie qui la cifra di uno spirito laico che non chiude la porta a una combinazione aperta dei possibili, facendo prova di accoglienza di un “altro” giuridico esattamente come l’antropologia, sulla stesso tema, ha liberato il suo stupore costruttivo affermando che «il faut toujours plus qu’un homme et une femme pour faire un enfant» (Godelier). Se quanto appena detto delinea l’approccio mentale di Marella al diritto di famiglia, il metodo che lo mette in opera è dichiaratamente realista, sulla scia dei Critical Legal Studies, perché privilegia l’analisi delle norme giuridiche per le loro ricadute sui rapporti sociali e le relazioni di potere tra individui e gruppi. Qui si apre una riflessione di carattere generale sull’autonomia del diritto nel determinare l’ordine delle soggettività e delle relazioni: «Il diritto non solo stabilisce le regole del gioco, ma distribuisce anche la posta ai giocatori» (p. 4). Nella comprensione di chi scrive questo enunciato va inteso accompagnato dalla precisazione seguente: a condizione di tener presente che gli strumenti giuridici non sono veicoli di un’ideologia intrinseca ma prestano il loro servizio agli attori in gioco, senza essere appannaggio esclusivo di una classe, di un genere, di una razza o di qualsiasi centro di riferimento precostituito. È il gioco dei rapporti di forza politici, sociali, culturali a orientare il diritto verso un certo esito, di qui le necessità di ritornare sull’annosa questione della neutralità del diritto su cui occorre intendersi: il fatto di postulare una neutralità potenziale dei dispositivi giuridici è la premessa per costatarne invece la non neutralità in atto. Ciò, tuttavia, significa anche che quegli stessi strumenti sono reversibili se si offrono le condizioni storiche in grado di ribaltare i rapporti materiali e culturali di forza preesistenti e che hanno orientato fino a quel momento un certo uso del diritto. In questo senso il diritto attribuisce poteri e contropoteri, le sue tecniche possono servire diversi padroni, di estrazione socio-economica e ideologica assai distanti tra loro. Esiste una dialetticità intrinseca agli strumenti giuridici, poiché il diritto non è in sé proprietà di classi o gruppi economicamente e socialmente dominanti, ma la posta in gioco di un rapporto di forza politico e sociale che si determina anche attraverso il controllo su quell’arsenale di mezzi. Proprio per la sua nobiltà genealogica che lo pone alla base del processo storico di giuridificazione del sociale, il diritto privato incarna al meglio questo ruolo di regione mediana che mette in rapporto soggetti e mondo astraendo dalla loro qualità sensibile e riducendoli a termini di riferimento per l’applicazione di regole che producono effetti pratici sulla vita sociale. > Solo perché gli strumenti del diritto stanno “in mezzo”, nella mischia dei > rapporti sociali, appaiono per ipotesi intermedi, e grazie a questo loro > status di risorsa che non appartiene a nessuno è possibile dare il giusto peso > ai rapporti di forza che si determinano nella società dall’esito dei quali il > diritto può essere impiegato in un modo o in un altro, e diventare quindi > strumento di parte. Fermo restando che ogni nuova creazione giuridica sfugge, per la sua artificialità intrinseca, al dominio esclusivo del suo inventore ed entra nel campo di una razionalità strategica che non può escludere a priori questo o quell’utente. Un realismo giuridico maturo, per essere coerente con le proprie premesse, deve accogliere la distinzione tra neutralità di principio e non neutralità in concreto di quei dispositivi. Il secondo passo che segue naturalmente è la necessità di congedarsi una volta per tutte dalla teoria del riflesso che, bisogna ammetterlo, non ha rappresentato il capitolo più longevo della critica marxista della società: il diritto costruisce i rapporti sociali, ma non ne è lo specchio. E la famiglia è forse il laboratorio in cui meglio è visibile questa capacità performativa degli attrezzi giuridici nel plasmare posizioni e poteri (p. 7). Non è solo un certo marxismo tralatizio a fare le spese di questo torsione dello sguardo, ma più in generale le scienze sociali e in particolare la storia sociale, basti pensare ai protocolli fondatori della scuola delle “Annales”, doviziosamente scettici sulla capacità del diritto di avviare il cambiamento nei rapporti umani. Anzi, l’idea guida è stata per tanto tempo quella di rappresentare l’arrivo del diritto a cose fatte, cristallizzando col suo marchio un movimento i cui risultati accadevano grazie alla capacità auto-organizzativa degli attori, alla spinta dei loro bisogni e interazioni, al lavorio dei processi mentali e quindi al mutamento delle sensibilità (cfr.A. Bourguière, La famille comme enjeu politique (de la Révolution au Code civil), “Droit et société”, 14, 1990, pp. 25-38). Tre matrici, secondo Marella, cooperano nel definire il discorso giuridico sulla famiglia: quella comunitaria classica che concepisce la sfera familiare come meritevole di un diritto speciale; quella più d’impronta privatistica in cui irrompe l’autonomia individuale e la contrattazione tra coniugi; quella espressione dei diritti individuali e del moltiplicarsi delle identità che si afferma sempre più nel nostro presente. Ripercorrendo le tappe maggiori che dall’Ottocento hanno scandito la riflessione dei giuristi sulla materia, il libro parte dal sigillo organicista impresso da Savigny alla famiglia, istituzione particolare che esiste come unità completa e non lascia spazio al suo interno alle regole del diritto privato, mentre sono piuttosto i precetti morali, espressione del Volksgeist, a organizzare i rapporti tra coniugi e con i figli. Di qui il carattere di specialità a metà strada tra pubblico e privato che la famiglia non riuscirà mai più a scrollarsi del tutto di dosso. Non sarà pertanto l’idea di famiglia tradizionale partorita dal Code Civil napoleonico, che secondo il discorso di presentazione di Portalis doveva costituire la pépinière de l’Etat, il vivaio dello Stato, ma per Savigny la famiglia si svincola dal dominio dei rapporti patrimoniali tipici del diritto privato e si colloca in uno spazio d’indifferenza tra la dimensione pubblica (via lo spirito del popolo) e la dimensione circoscritta dei rapporti tra i suoi membri regolabili per via metagiuridica. Comincia già a stagliarsi quella che poi diventerà la dicotomia delle dicotomie e alla quale l’autrice non intende affatto credere, quella tra famiglia e mercato che fa da pendant a all’altra falsa opposizione tra famiglia e Stato, che del resto Antonio Cicu nella prima metà del XX secolo rigetterà con forza poiché, secondo l’ideale tipicamente fascista ma già hegeliano, la famiglia come lo Stato sono le due leve per realizzare la solidarietà nazionale e sovraindividuale. In un caso come nell’altro in realtà l’ambito familiare non è mai rimasto impermeabile alle pressioni del mercato e dello Stato, cosicché suona quanto meno mistificatoria la pretesa di Jemolo di costruire un argine intorno all’isola della famiglia, che il mare del diritto deve appena lambire. Del resto il mito del non intervento statale è declinabile da opposte ideologie, accanto a quella cattolica alla Jemolo va ricordata quella di ispirazione libertaria, ma anche quella più prettamente privatista che punta a una regolamentazione leggera imposta dal legislatore (Hohfeld), fermo restando che ogni cospicua dose di laissez faire applicata alla famiglia comporta una legittimazione dello status quo e quindi un avallo di fatto delle più tenaci incrostazioni patriarcali. Russ Allison Loar – Flickr E a proposito di visioni consolidate c’è da chiedersi se l’evidente sgrammaticatura ideologica dell’art. 29 della Costituzione che concepisce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio abbia deliberatamente messo tra parentesi la verità storica che, invece, ci restituisce da sempre una costruzione artificiale dettata da precisi regimi giuridici e dalle visioni culturali sottostanti. Sembra quasi che il costituente nel declamare questa formula abbia quasi invitato il legislatore futuro ad applicarla attraverso differenti forme e gradi di presa di distanza, quasi negandola. Rovesciando il noto assunto spinoziano secondo cui omnis determinatio est negatio, si potrebbe dire che omnis negatio est determinatio nella misura in cui la definizione dell’articolo 29 enuncia una verità ontologica che più che valere come idea regolativa segna uno spartiacque tra teoria e realtà. Andava data quell’indicazione generale affinché fosse normativamente realizzabile il suo contrario, di qui l’unico modo di esistenza possibile di quel principio che è quello del suo contrasto progressivo, di un commiato positivo che il legislatore sarebbe stato chiamato a interpretare sfruttando la potenza del negativo di cui la storia si fa portatrice. Occorreva un respingente per innescare la differenza, e questo respingente “oggettivo” su cui le scienze sociali si sono facilmente esercitate è stata la famiglia intesa come società naturale fondata sul matrimonio. Il diritto di famiglia dell’Italia repubblicana storicizza, in tempi successivi e modalità diverse, l’infondatezza naturale della famiglia. Di questo processo si fa carico la giurisprudenza costituzionale chiamata a legittimare e dar voce ai regimi giuridici che progressivamente contestualizzano quell’aggettivo “naturale”, riorientandolo sul registro del cambiamento storico e svincolandolo da ogni abbraccio con un’essenza immutabile. In questo senso l’evoluzione normativa, sociale e culturale della famiglia non potrebbe essere meglio esemplificata dall’irruzione della responsabilità civile tra le pareti domestiche, con la mercificazione dei valori che ne consegue, ma anche col riconoscimento del ruolo acquisito dalla persona rispetto al tradizionale blocco dell’entità familiare i cui componenti sono chiamati in causa, a titolo individuale, per riparare il c.d. danno endofamiliare. Il quadro d’insieme che se ne ricava è così descritto da Marella: «La storia di questi ultimi decenni – la sfida all’eterosessualità e il trionfo sempre più generalizzato del matrimonio same sex, oggi la sfida lanciata dalle varie espressioni della poligamia e del poliamore – mostra come il modello tradizionale di famiglia, quello monogamico, eterosessuale, fondato sul matrimonio, sia stato forzato e in gran parte superato proprio facendo riferimento ai principi fondamentali delle Costituzioni : l’uguaglianza, la dignità, la libertà di autodeterminazione» (p.63). Ora da questo scenario sembra trovare nuova linfa un istituto come il matrimonio che, archiviate le aspettative confessionali del consortium omnis vitae, si fa congegno adattabile a domande sociali di diverso tipo e in questo modo sembra scoprire una seconda vita istituzionale e un rinnovato quanto inatteso prestigio. Sulla sua scia vanno egualmente lette riforme come la legge 76 del 2016 sulle unioni civili omoaffettive volte a riconoscere la piena dignità giuridica alle persone LGBT +. A tale riguardo è lecito porsi qualche interrogativo. Riforme come la Cirinnà si collocano nell’orizzonte della coniugalità come perno concettuale dello stare insieme, l’ordinamento guarda con favore politico, sociale e culturale il fatto di accordare protezione alla relazione amorosa tra due partner qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Si tratta di una scelta tanto chiara quanto restrittiva giacché si potrebbe adottare come parametro dello «stare insieme» tutelato dal diritto più che la coniugalità l’idea della “formazione sociale” in cui si svolge la personalità di cui parla l’art. 2 della Costituzione. In questa ottica più ampia si è mosso ad esempio il legislatore francese introducendo i PACS (Patti civili di solidarietà), contratti sempre tra due individui maggiorenni che decidono di organizzare la loro vita in comune in piena libertà, dove la coniugalità non è affatto essenziale poiché il vincolo strutturante è il principio di solidarietà, al punto che l’accordo può essere stipulato anche da persone legate da rapporti di parentela, o di vicinato o di simpatia fiduciaria per così dire. Ovviamente anche i Pacs prevedono misure fiscali, di successione patrimoniale, nell’alloggio in caso di morte di uno dei due, congedi di assistenza per partner e figli, scioglimento ecc. Ma la vera posta in gioco di una riforma sulle unioni civili come quella francese, pur sempre confinata nella relazione a due, resta l’immaginazione di un legame sociale tra persone che non devono necessariamente condividere la sfera della loro intimità. Si potrebbe persino sostenere che con i Pacs il diritto non si limita a lambire ma dà forma e schiude frontiere a qualcosa che per principio è sempre sfuggito alla sua influenza: l’amicizia, una categoria ben più profonda ma anche più volatile della famiglia. In un’epoca in cui si chiede l’amicizia a distanza senza mai aver incontrato l’interlocutore sociale, i Pacs la istituzionalizzano assortendola di diritti e obblighi tra i partner. Il perimetro della forza connettiva delle relazioni si amplia considerevolmente, lo stare insieme regolato dal diritto si arricchisce di possibilità affettive che esorbitano la simbiosi matrimoniale. > In una materia come questa sarebbe il caso che il diritto italiano, > tradizionalmente poco incline a slabbrare i propri ordini discorsivi in nome > di una vieta autoreferenzialità, si apra seriamente all’ascolto delle scienze > sociali e s’interroghi su quali basi si forma il legame tra le persone. La risposta tardo-ottocentesca dei giuristi, calata sulla nozione jheringhiana di diritto soggettivo, è che il legame sociale si fonda sull’interesse e la buona fede: stringo accordi con qualcuno per realizzare un mio scopo e coltivo l’aspettativa che questo accordo sia rispettato dall’altro. Nella costruzione del rapporto familiare il fattore amoroso introduce un parametro irriducibile all’interesse utilitaristico del singolo, ma non si può dire che sterilizzi ogni altra aspettativa non in fase con quella corrente affettiva. In ogni caso storicamente non lo è mai stato e la tipologia del matrimonio d’interesse, appannaggio delle classi aristocratiche, ne è la prova storica più lampante. Così come lo è, e in misura nettamente superiore non foss’altro per la sua rilevanza attuale, l’arrembaggio dell’art. 2043 al fortino dell’organicità familiare, grazie al quale si tutelano richieste riparatorie avanzate dai singoli nei confronti di altri membri della famiglia in nome, come argomenta la Cassazione civile (10 maggio 2005) in un caso d’impotenza maschile celata prima delle nozze, della tutela dei diritti fondamentali ma anche della lealtà dei comportamenti tra coniugi (p. 158). Dinanzi alla sfida decisiva per legittimare il suo ruolo di sapere moderno applicato allo studio della società, la sociologia può offrire risposte molto più diversificate per spiegare come si formi il legame sociale, e forse non è un caso che questa disciplina dei Pacs sia stata adottata in Francia dove la sociologia è una disciplina di governo molto più che in Italia. Da noi, invece, per tradizione il diritto tende a mantenere un ruolo egemonico nell’orientare le politiche pubbliche e tratta molto spesso con una certa accondiscendenza, se non con disprezzo, i tentativi della sociologia di dire la sua. Per questa ragione l’idea di accogliere la famiglia nel quadro teorico e pratico più ampio della “formazione sociale”, di cui la coniugalità è solo una delle possibili espressioni, ci sembra un orizzonte di vita più avanzato di quello inalberato sotto il segnacolo in vessillo del matrimonio per tutti. Questo approccio non mette affatto in discussione la portata antidiscriminatoria del matrimonio egalitario che Marella giustamente riconosce (p. 67), cerca solo di ricentrare culturalmente e praticamente la relazione a due in un orizzonte più ampio della coniugalità, sia questa sancita dal matrimonio strictu sensu o da un’unione civile. Del resto, il libro lo spiega molto bene in quello che sembra essere un protocollo di lettura generale dell’organizzazione dei rapporti in società quando sottolinea, a proposito del pensiero queer, la forza di denuncia della performatività delle norme sociali (Butler): «Le varie forme di normatività che intervengono nelle relazioni sociali sono responsabili dell’invenzione dei soggetti che normano. Non diversamente le riforme, il legal change, il diritto in generale […] creano i propri soggetti. E dispositivi del diritto di famiglia offrono esempi […] nel loro concorrere alla creazione di soggettività sessualizzate secondo il binarismo maschile-femminile e etero-monosessualità» (p. 67). Se si fuoriesce dalla feritoia inevitabilmente riduttrice dello sguardo giuridico, è difficile sottrarsi a un’analisi della società in termini di normatività comparate di cui il diritto è uno dei linguaggi, anche se quello tecnicamente più attrezzato in termini formali e per tale motivo, direbbe Weber, più incline ad affermarsi sugli altri. È ciò che l’autrice sostiene, a proposito della legge Cirinnà, quando osserva che «la legittimazione ottenuta sul piano legale tende di norma a trovare un riscontro in termini di accettazione sociale. Detto in altri termini ci si può ragionevolmente attendere che la nuova legge contribuisca alla sconfitta dell’omo-lesbo-transfobia diffusa nella società» (p. 71). > Fa bene leggerle certe affermazioni perché controbilanciano il deflazionismo > giuridico alla Montesquieu secondo il quale la società non si cambia mai per > decreto. D’altra parte rivendicare l’influenza delle leggi sul modo di pensare > delle persone non significa avallare il formalismo demagogico dell’attuale > Ministro dell’istruzione e del merito per il quale il patriarcato in Italia > non esiste più da quando la riforma del 1975 ha abolito la nozione di > capo-famiglia. Il diritto influisce sugli atteggiamenti mentali, ma non può > con un tratto di penna smontare un’antropologia ancestrale. A PROPOSITO DEL SOGGETTO DI DIRITTO Parlando dei nuovi regimi giuridici della famiglia, della comparsa di identità e status lanciati sulla scena dalle nuove configurazioni che ridimensionano il modello fondato sull’unione duale, eterosessuale ecc. l’occasione è buona anche per ritornare su un tema classico come il soggetto di diritto. Questa nozione sembra de tempo mostrare la corda, l’essere disincarnato perde sempre più quell’alone di universalità così funzionale alla logica del capitale e all’egemonia del verbo neo-liberale che assegna al soggetto il suo teatro prediletto: il mercato. L’utile artefatto ha ormai smarrito la sua neutralità, perché già ai suoi albori ottocenteschi offriva copertura al reale soggetto proprietario, geloso dei suoi diritti e di quelli della famiglia intesa come blocco unitario strutturato su base gerarchica. La questione sociale che irrompe a inizio Novecento, e di cui la costituzione di Weimar è la portavoce principale, rompe l’identità tra soggetto borghese e soggetto di diritto e percorre due terzi del secolo prima di farsi affiancare e spiazzare dalla critica femminista che rispetto al parametro della classe introduce un ulteriore elemento identitario legato alla riproduzione sociale e alla cura. Nell’approccio intersezionale il presunto “vuoto” del soggetto di diritto finisce poi per riempirsi di un numero così importante di elementi (classe, genere, razza) da rendere evidente che il costrutto ottocentesco è pura finzione ideologica. Marella procede in maniera convinta su questo versante della critica al soggetto di diritto, nozione per troppo tempo oberata di prestazioni giuridiche da renderla esausta e perciò bersaglio prelibato delle rivendicazioni giuridiche che emanano sempre più dai corpi in carne e ossa e dalla varietà dei bisogni e desideri che veicolano. Pur riconoscendo a pieno i meriti della critica femminista del diritto, a giudizio di chi scrive forse sarebbe utile riflettere un momento in più prima di liquidare il soggetto di diritto che resta pur sempre un’astrazione istituita, anche se nella mentalità del giurista è sovente assunta come dato immediato della conoscenza alla stregua del fatto naturale. Nel linguaggio del diritto “istituire” significa isolare quella sequenza di passaggi che compongono la messa in forma della realtà in maniera tale che, a processo compiuto, non si potrà più tornare indietro perché la riqualificazione di persone, cose, azioni e funzioni che segue a quella messa in forma ha prodotto un’astrazione concreta che soppianta istantaneamente il dato empirico preesistente. La ben nota “seconda natura” prodotta dalle categorie giuridiche ci consegna un modello artificiale di diritto che non rivela tanto il riflesso dell’istituzione come elemento sociologico preesistente quanto la pratica nominalistica che, come ha rilevato Balibar a proposito di Foucault, è quel «supplemento di materialismo che evita a ogni realtà materiale di irrigidirsi in una metafisica» (Foucault et l’enjeu du nominalisme, in AA.VV., Michel Foucault philosophe, Seuil, Paris 1989, p. 75). Il soggetto di diritto è pertanto il frutto della compenetrazione tra nomen e res iuris, cosicché la visione della res come dato esterno – ciò che per l’empirismo è l’out there della realtà – non è più pertinente. Nel diritto romano questo processo è stato mostrato magistralmente da Yan Thomas per il quale «la res subisce una riduzione analitica che comporta un’estrazione a opera del soggetto della sostanza dell’oggetto [… ] Questo metodo proietta sull’oggetto una struttura artificiale che è riconosciuta come la sua struttura reale» (Le droit entre les mots et les choses. Rhétorique et jurisprudence à Rome, “Archives de philosophie du droit”, 23, 1978, p. 109). > In altri termini non c’è resistenza che la realtà possa opporre a questa opera > di estrazione di valore che produce simultaneamente una selezione di senso e > un inedito oggetto sociale. Lezione strutturale, nominalismo e materialismo si > combinano qui in una rappresentazione in cui la res del diritto non è > riducibile a oggetto materiale e sociale, ma anche a soggetto materiale e > sociale. Il soggetto di diritto, in quanto res nel senso classico del termine, > allora non è altro che la messa in forma della realtà secondo il procedimento > qui appena accennato. In Leggere il capitale, Althusser ha offerto una spiegazione illuminante del movimento che il pensiero compie creando e separando l’oggetto della conoscenza dall’oggetto reale:«Quando Marx ci dice che il processo di produzione della conoscenza, dunque del suo oggetto, distinto dall’oggetto reale di cui essa si vuole appropriare sul “modo” della conoscenza, si sviluppa interamente nella conoscenza, nella “mente”, o nel pensiero, egli non cade nemmeno per un istante in un idealismo della coscienza, dello spirito o del pensiero, perché il “pensiero” di cui si tratta non è la facoltà d’un soggetto trascendentale o d’una coscienza assoluta, cui il mondo reale si contrapporrebbe come materia; tale pensiero non è nemmeno la facoltà di un soggetto psicologico, sebbene gli individui umani ne siano gli agenti. Tale pensiero è il sistema storicamente costituito di un apparato di pensiero, fondato e articolato nella realtà naturale e sociale. Esso è definito dal sistema delle condizioni reali che fanno di esso, se posso arrischiare la formulazione, un modo di produzione determinato di conoscenze. Come tale, esso pensiero è costituito da una struttura operante una connessione (Verbindung) tra il tipo d’oggetto (materia prima) su cui opera, i mezzi di produzione teorica di cui dispone (la sua teoria, il suo metodo e la sua tecnica sperimentale o altro) e i rapporti storici (a un tempo teorici, ideologici e sociali) nei quali essa produce. È questo Sistema definito dalle condizioni della pratica teorica che assegna a tale o talaltro soggetto (individuo) pensante il suo posto e la sua funzione nella produzione delle conoscenze. Questo sistema di produzione teorica, sistema tanto materiale quanto “spirituale”, la cui pratica è fondata e articolata sulle pratiche economiche, politiche e esistenti che gli forniscono direttamente o indirettamente l’essenziale della sua “materia prima”, possiede una realtà obiettiva determinata» (prefazione a L. Althusser, J. Rancière, P. Macherey, Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 42-43). Dooley – Flickr Ecco, anche il soggetto di diritto è il risultato di questo sistema di produzione teorica che si è affermato nel XIX secolo e che acquista un’esistenza obiettiva di astrazione realizzata all’interno di una logica del capitale che lo trova perfettamente funzionale al suo scopo. Non bisogna tuttavia dimenticare che, generata in una precisa fase storica, la “forma” astratta del soggetto di diritto può emanciparsi da quel contesto e dispiegare le sue risorse altrove. E questa potenzialità migratoria delle costruzioni giuridiche, com’è quella per antonomasia del soggetto di diritto, si rivela essere un espediente dagli effetti inesauribili. Prendiamo l’esempio di una famosa sentenza della Cassazione (15138/2015) che ha autorizzato il cambio di sesso all’anagrafe in Italia anche senza interventi chirurgici demolitori o ricostruttivi. Il diritto alla rettificazione del sesso si basa pertanto sull’identità di genere percepita, non più sulla trasformazione fisica. È una Cassazione, verrebbe fatto di commentare, che sembra imbevuta dello spirito di Cartesio perché stabilisce la separazione netta tra res extensa (il sesso) e res cogitans (il genere). Questa operazione non sarebbe possibile se non si postulasse lo schema di un’astrazione concreta come quella del soggetto di diritto che funge da recipiente istituzionale in cui accogliere la mutazione al registro civile. Visto che il soggetto fisicamente rimane lo stesso, la variazione non può che avvenire nell’altro soggetto istituzionalmente disincarnato e astrattamente postulato come è per l’appunto il soggetto di diritto. La discontinuità tra io e l’altro che divengo, nella continuità materiale, non può che aggrapparsi a un’entità fittizia come quella del soggetto di diritto. Per quest’ultimo vale quindi il discorso valido per tutte le costruzioni artificiali del diritto che non hanno un oggetto intrinseco che le caratterizzi stabilmente come un’essenza metafisica, ma al contrario sono forme aperte a un numero indefinibile di contenuti e si adattano proprio per la loro elasticità tecnica alle combinazioni storiche, nel senso sociale e materiale, più diverse. Un altro esempio questa volta ce lo offre direttamente il libro a proposito non del soggetto di diritto, ma del contratto. Trattando della possibilità d’introdurre la contrattazione del lavoro di cura che incombe sulle donne, Marella osserva giustamente che una soluzione di questo tipo «sarebbe un passo avanti verso il superamento dell’eccezionalismo del diritto di famiglia e della relativa narrazione giuridica del lavoro di cura» (p. 200), quella che lo vuole al riparo delle regole del mercato. Un’altra narrazione però sarebbe qui smontata, quella che rappresenta il contratto come un istituto targato ideologicamente (strumento dei padroni borghesi), mentre proprio come il soggetto di diritto è un istituto multiverso, che in questo caso si può impiegare a tutela del lavoro invisibile e dei soggetti deboli che lo forniscono. Insomma il diritto è scatola di attrezzi e non strumento esclusivo di una classe, di un genere, di una razza, ecc. La critica non deve pertanto rivolgersi agli strumenti, la cui utilità non è esclusiva di chi occupa una posizione dominate in una società, bensì ai rapporti politici, sociali ed economici che si mettono in gioco di volta in volta avvalendosi di quegli strumenti che sono peraltro socialmente assai perfomativi. La copertina è di Duncan Rawlinson (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo La famiglia senza centro proviene da DINAMOpress.
June 13, 2026
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A Milano “Giù le mani dalla città”
Il progetto “Giù le mani dalla città” è nato a Milano un anno fa con l’intento di mappare i processi di speculazione edilizia e le trasformazioni urbane che espellono le persone dai loro quartieri. Promossi dallo spazio sociale il Cantiere e da Cura Lab, il laboratorio di ricerca territoriale guidato da Francesca Cognetti del Politecnico di Milano, si sono svolti alcuni itinerari per attraversare e capire la complessità del territorio, le trasformazioni in atto e le ricadute sulla vita dei quartieri. Dopo i tour di mappatura nella zona di Villa Pizzone, Bindellina e Portello e quello tra il Parco delle Cave e Piazza d’Armi  dei mesi scorsi, sabato 6 giugno si è svolta la terza tappa. Appuntamento alle 11 davanti lo stadio di San Siro, sotto un cielo reso limpido dal temporale notturno mentre si diffonde la musica delle prove di Tiziano Ferro per il concerto serale. Il numeroso gruppo dei “mappatori” si mette in marcia. Si parte con la ricostruzione della storia dell’iconico stadio Sandro Meazza destinato adesso alla demolizione. Costruito nel 1926 dal Milan, diviene di proprietà del comune di Milano nel 1935 e tale è rimasto  fino al 5 novembre 2025, quando è stato firmato il rogito che cede la proprietà dell’impianto e di tutte le aree circostanti alle due società sportive Inter e Milan, ovvero ai fondi gestiti da Oaktree e RedBird, per la misera cifra di 197 milioni di euro. Sulla legittimità della vendita sta indagando la magistratura. Ma non si parla solo dello stadio, guardandosi intorno si capisce che l’operazione che riguarda questo   quadrante milanese è molto più grande. C’è l’area dello Stadio del Trotto con i suoi manufatti che Italia Nostra ha tentato dagli anni ‘90 di proteggere chiedendo l’apposizione di un vincolo ambientale, ma con una mossa a sorpresa l’amministrazione nel 2014 con una semplice determinazione dirigenziale, senza sottoporre la decisione al voto del Consiglio comunale, ha deciso di procedere con il cambio di destinazione d’uso dei terreni. Ora è possibile costruire residenze. Non ha perso tempo la società Hines che ha immediatamente presentato un progetto per la costruzione di 1300 appartamenti, di cui  700 destinati all’affitto. Intanto lì attorno ci sono cantieri quasi ultimati e appartamenti in vendita a prezzi non accessibili alla gran parte della popolazione. Anche questo viene presentato come un “esempio di avanguardia di rigenerazione urbana” che «diventerà una vibrante destinazione urbana collettiva ricca di verde, sport, esperienze da vivere e capace di offrire momenti da condividere. Il verde fa da ricucitura al contesto residenziale, connettendo nuovi residenti e il quartiere esistente in una comunità connessa e contemporanea. Un’ innovativa chiave di lettura degli spazi pubblici si sviluppa in sintonia con l’identità unica del contesto storico per creare un’esperienza di quartiere senza precedenti che accoglie un mix intergenerazionale ad alto valore sociale». Si pensa a un intervento analogo a quanto è già stato realizzato nell’adiacente area di via dei Rospigliosi dove accanto a un edificio in linea di 8 piani svetta una torre di 22 piani. Sull’intervento è in corso un’indagine per presunta lottizzazione abusiva e abusi edilizi. Ancora in cammino si lambisce il quartiere di edilizia pubblica San Siro realizzato alla fine degli anni ’30 conosciuto come “il quadrilatero”. È uno dei più grandi complessi di edilizia residenziale pubblica di Milano (con oltre 6.000 alloggi) gestito principalmente da ALER Milano. Il quartiere quando è nato  era ai margini della città, oggi non è più così. È racchiuso come un’isola e circondato dalla trasformazione in atto di questa parte di città. Nel quartiere lavora da più di dieci anni un gruppo di studio dell’università, che ha creato un vero e proprio distaccamento nel territorio che dà la possibilità di sperimentare liberamente progettualità e cooperazione. Anche il quadrilatero è minacciato dalla “rigenerazione”. Si parla di demolizione, di risanamento, di recupero. Ovunque si privatizza ogni proprietà pubblica, come è avvenuto al Lido di Milano. La sosta  di fronte al centro balneare progettato negli anni ’30 serve a ricostruire la storia di questo imponente impianto pubblico inaugurato nel 1931 e acquistato dal Comune di Milano nel 1936. Il Lido è stato per anni uno dei luoghi più frequentati dai milanesi, divenendo, assieme all’Idroscalo,  il posto dove praticare sport o fuggire dall’afa estiva. A prezzi popolari in questi centri balneari comunali si poteva trascorrere l’estate in città. «Una nuova vita per il Lido di piazzale Lotto», dichiara la Giunta che ha approvato «fattibile e rispondente  all’interesse pubblico la proposta di progetto per l’affidamento in concessione per la realizzazione di un nuovo centro sportivo nell’area nonché la successiva gestione per un periodo di 42 anni presentata da parte della società iberica Ingesport health and SPA consulting S.A., leader dei centri Go fit». Il canone annuale della concessione è stato quantificato in 80mila euro. Si parla anche in questo caso di rigenerazione, ma si sottrae alla città  servizi essenziali e spazio pubblico. La lunga camminata si conclude in piazza Stuparic 18 nello Spazio di Mutuo Soccorso, questo si rigenerato! Un complesso edilizio dal quale 30 anni fa sono state sfrattate tutte le famiglie con l’intenzione di demolire e ricostruire. Un vincolo ha impedito la demolizione e tutto è caduto in abbandono. Fino a quando  nel 2013 dopo anni di lotte e di progetti che si sono sviluppati a partire dal Centro Sociale Cantiere e dal Comitato abitanti di San Siro la struttura è stata occupata, per dare casa a chi non l’aveva e per dare vita alle molte attività sociali e solidali che oggi fanno vivere lo spazio. Nel grande cortile con un pranzo sociale si è chiusa la mappatura  in attesa dell’appuntamento per le prossime tappe. Intanto il 12,13 e 14 giugno si festeggiano  i 25 anni di vita del Centro Sociale Cantiere a via Monterosa 84. La copertina proviene dal sito www.cantiere.org. Le foto all’interno dell’articolo sono dell’autrice Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 12, 2026
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Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale
A Roma, il 13 giugno 2026, accadrà qualcosa che un paese democratico — che ha visto la propria storia macchiata dal sangue di circa 500.000 morti, vittime di vent’anni di regime fascista — non dovrebbe mai vedere. Un paese che si è liberato anche grazie alla Resistenza antifascista, che ha scritto una Costituzione nata proprio per impedire che quella barbarie potesse ripetersi, si trova oggi a fare i conti con cortei che invocano deportazioni di massa, marce antiabortiste che vogliono sottrarre alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo e un generale in divisa da politico che, dopo aver lasciato la Lega, fonda un partito che in pochi mesi raggiunge 90.000 iscritti, dichiarando che “la remigrazione è una necessità”. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma si trasmette: nelle parole, nelle piazze, nelle leggi. E quando si lascia che certe parole tornino a occupare lo spazio pubblico senza essere contrastate, si comincia a perdere il filo di quella memoria. Roma, il 13 giugno, è uno di quei momenti in cui quel filo va tenuto stretto. ROMA, 13 GIUGNO: TRE PIAZZE, UN SOLO CAMPO Sabato 13 giugno Roma è attraversata da tre appuntamenti distinti ma contigui, che insieme disegnano la mappa del campo della destra radicale italiana. Alle 14:30, da piazza della Repubblica, parte la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”, organizzata con il supporto di Pro Vita & Famiglia e oltre 110 associazioni pro-life, cattoliche e pro-famiglia. Un corteo antiabortista diretto verso San Giovanni in Laterano, il cui obiettivo è quello di inasprire le leggi sull’aborto e sul fine vita. Alle 15:00 parte da Piazza della Libertà il corteo del comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” — che aggrega CasaPound, il Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani — per consegnare al Parlamento le firme per una proposta di legge che prevede espulsioni di massa di persone di origine straniera, compresi regolari e naturalizzatə. Sempre il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, si svolge la prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci, che ha fatto della remigrazione un tema chiave, per accaparrarsi consenso, facendo leva su una paura vecchia come il mondo e già strumentalizzata dalla destra storica. > Tre soggetti, tre registri diversi: quello religioso-familiare di Pro Vita, > quello etno-nazionalista degli identitari, quello istituzional-populista di > Vannacci. Ma un unico denominatore: la convinzione che certi corpi — quelli > delle donne, quelli deə migranti, quelli queer e trans — debbano essere > controllati, espulsi o cancellati dall’orizzonte del visibile. Non è una coincidenza di calendario. È un campo politico che ha imparato a muoversi su più fronti simultaneamente per costruire egemonia culturale, occupare spazio pubblico e moltiplicare i canali di accesso al potere. Sono le tattiche della destra radicale europea, studiate e replicate. PRO VITA & FAMIGLIA: AGENDA, TATTICA E FINANZIAMENTI OPACHI Pro Vita & Famiglia Onlus è l’associazione antiabortista più strutturata e visibile in Italia. Fondata nel 2013, si presenta come onlus apartitica ma opera da anni come principale motore culturale della destra religiosa e nazional conservatrice sul tema dei diritti riproduttivi e LGBTQIA+. Le sue campagne hanno tappezzato oltre 190 città italiane con maxi-manifesti e camion vela contro la legge 194. Nel gennaio 2024 ha lanciato Semplicemente Umano — bombardando i muri dei quartieri con immagini di embrioni nominati, Matteo, Sofia, Giulia — con il messaggio «9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano. E tu?». L’8 marzo 2024 poi, in concomitanza con il corteo transfemminista di Non Una di Meno, invece di stare fuori dalla piazza transfemminista, ha organizzato flash mob davanti alle ambasciate francesi con camion vela recanti lo slogan “Non Una Di Meno… ma per davvero”: una mossa deliberata per attaccare e svuotare il linguaggio del femminismo, colonizzarne le parole per piegarle a un significato opposto e fazioso. Non è ingenuità, è strategia culturale consapevole, parte di un più ampio processo di mainstreaming reazionario che trasforma il lessico dei movimenti in strumenti del loro contrario. Nel 2025 il bersaglio si è spostato alle scuole con la campagna Mio Figlio No, presentata in conferenza stampa a febbraio 2025 a pochi passi dalla Camera. Manifesti con immagini di minorenni generate dall’intelligenza artificiale recavano messaggi come «Oggi a scuola un attivista Lgbt ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni». La campagna chiedeva leggi per bloccare qualunque progetto sulla “fluidità di genere” e lo stop aə attivistə LGBTQ+ negli istituti. Nel luglio 2025 rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati in audizione alla Camera. Questo è il punto che non va sottovalutato: > Pro Vita non è più solo una realtà di piazza. È un soggetto che detta agenda > parlamentare, che porta la propria visione dentro le istituzioni con la > legittimità di chi viene invitato a sedere ai tavoli del potere. È la > normalizzazione progressiva di un progetto antifemminista e omofobo travestita > da difesa della famiglia. Sul piano dei finanziamenti e delle connessioni politiche, il quadro è denso di zone d’ombra, per usare un eufemismo. Nel 2024, un’inchiesta giornalistica uscita su “Domani” ha documentato cinque operazioni immobiliari che hanno coinvolto personalmente Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, e Roberto Fiore, leader storico di Forza Nuova — il partito neofascista i cui militanti hanno assaltato la sede della CGIL nell’ottobre 2021, per cui Fiore è stato condannato in primo grado a otto anni e sei mesi. Brandi avrebbe acquistato da Fiore o dalla sua società cinque immobili — a Roma, Bari, Latina, Padova e Treviso — pagandoli in parte con fondi provenienti da conti svizzeri, per poi donarli alla onlus nel 2019. In alcuni casi i pagamenti sarebbero avvenuti con anni di anticipo rispetto ai rogiti notarili. Tra i collaboratori dell’associazione figura Alessandro Fiore — figlio del leader neofascista — nel ruolo di responsabile del settore legale, come risulta dal bilancio sociale 2023 di Pro Vita & Famiglia. Pro Vita ha sempre smentito ogni legame organico, affermando che si trattasse di rapporti personali precedenti alla nascita della onlus e che nessuna operazione coinvolgesse direttamente l’associazione. Ma le domande specifiche rivolte a Brandi dai giornalisti sono rimaste senza risposta. Dal settembre 2024 Pro Vita risulta comunque iscritta al Registro di Trasparenza dell’UE. Nessuna risposta ufficiale è arrivata. Nel frattempo, Pro Vita continua ad avere accesso ai consultori pubblici, dove i suoi obiettori di coscienza contribuiscono a rendere sempre più ostico l’accesso all’interruzione di gravidanza. REMIGRAZIONE: QUANDO L’ABERRAZIONE DIVENTA PROPOSTA DI LEGGE Il termine “remigrazione” è stato inserito nel 2025 da Treccani tra i neologismi con la definizione esplicita di «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Nato in ambienti identitari europei a partire dagli anni Dieci, serve a mascherare con linguaggio neutro un progetto di deportazione di massa che includerebbe non solo ə migranti irregolari ma anche regolari, naturalizzatə e figliə di migranti consideratə “non assimilatə”. È la teoria della “grande sostituzione” — la cospirazione secondo cui le popolazioni europee bianche verrebbero rimpiazzate da popolazioni non europee — tradotta in proposta di legge. Quello che colpisce non è solo il contenuto, brutale e razzista in modo manifesto, ma il meccanismo linguistico che lo veicola: prendere una parola tecnica, neutra nella forma, e riempirla di un significato opposto, così da rendere dicibile in pubblico quello che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto confinato nelle chat di neofascisti. > È la stessa operazione che fa Pro Vita con il linguaggio del femminismo: la > parola viene svuotata, rovesciata, restituita come arma. In Italia questa agenda ha trovato un canale istituzionale nel maggio 2025, quando circa 400 tra attivisti, militanti e simpatizzanti dell’alt-right si sono riuniti al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate per la prima edizione del Remigration Summit. Il teatro comunale è stato ufficialmente concesso dal sindaco leghista Andrea Cassani. L’organizzatore italiano è Andrea Ballarati, 23 anni, ex-militante di Gioventù Nazionale — la giovanile di Fratelli d’Italia — ora fondatore dell’associazione identitaria Azione, Cultura, Tradizione. Tra i relatori, Martin Sellner, teorico austriaco del Grand Remplacement, e Dries Van Langenhove, ex-parlamentare belga condannato a un anno di reclusione dal tribunale di Gand per razzismo e negazionismo dell’Olocausto. Vannacci ha inviato un videomessaggio dichiarando che «la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». Il passaggio dall’estrema destra extraparlamentare alla destra istituzionale — con un sindaco leghista che apre le porte del teatro comunale e un eurodeputato che manda il proprio endorsement in video — è il dato politico più rilevante: non si tratta di frange, si tratta di un’agenda che scala verso il centro. Vale la pena sottolinearlo: quando Forza Nuova organizzava cortei sulla remigrazione, veniva liquidata dalla politica come fenomeno marginale di pochi. Quando lo stesso contenuto viene rivestito con abiti presentabili, portato in un teatro, promosso da un eurodeputato con seggio a Bruxelles e firmato da 150.000 persone in calce a una proposta di legge, diventa dibattito. > Questa è la normalizzazione. Non avviene di colpo: si costruisce lentamente, > passo dopo passo, convegno dopo convegno, audizione dopo audizione. E ogni > volta che non viene contrastata, il passo successivo costa meno e intanto la > rana continua a bollire. DALLA BIOPOLITICA ALL’ETNO-NAZIONALISMO: IL PROGETTO È UNO Non serve una laurea a capire quale sia il futuro auspicato dietro tutto questo. L’analisi transfemminista e antirazzista rifiuta di trattare questi fenomeni come questioni separate. Il controllo dei corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto, la cancellazione delle identità trans e queer dalle scuole, la deportazione delle persone migranti: sono le facce dello stesso progetto politico. Quello che i movimenti identitari europei chiamano “riconquista” è in realtà una restaurazione della gerarchia patriarcale, razziale ed eteronormativa. Il corpo della donna bianca eterosessuale serve a riprodurre la nazione; il corpo del migrante non bianco va espulso perché “la contamina”; le persone trans e queer disturbano entrambi gli assi di questa logica e vanno cancellate dall’orizzonte del visibile, a partire dalle scuole. Questa chiave di lettura non è solo ideologica: è analitica. Ci dice che quando Pro Vita entra nelle istituzioni con le sue proposte di legge sulla “libertà educativa”, non sta difendendo le famiglie. Sta normalizzando l’idea che certi corpi — quelli delle donne, quelli queer, quelli migranti — abbiano meno diritti degli altri, che la loro libertà sia negoziabile, che lo Stato possa e debba regolarne l’esistenza. Ci dice che quando Vannacci parla di «riaccompagnare nei paesi d’origine chi non rispetta i nostri valori», non sta parlando di sicurezza. Sta costruendo una gerarchia di appartenenza nazionale in cui alcuni corpi sono originari e altri sono ospiti revocabili. Ci dice che quando il comitato Remigrazione e Riconquista sfila con skinhead e neofascisti, non lo fa nonostante il proprio programma politico: lo fa coerentemente con esso. > Il filo che connette Pro Vita, gli identitari e Vannacci non è occasionale né > tattico: è strutturale. Tutti e tre operano dentro la stessa cornice > ideologica — quella del nazionalismo etnico e patriarcale. Tutti e tre trovano nel governo Meloni un interlocutore che non li contraddice mai, che li riceve, che li ascolta in Parlamento, che concede i teatri comunali, che non risponde alle interrogazioni. Non prendere le distanze, in politica, è già una forma di endorsement. Roma, il 13 giugno, sarà il luogo dove questo progetto si mostra in piena luce. La risposta è già in strada. FUCK REMIGRATION: IL 13 GIUGNO IN STRADA A Roma, infatti, il 13 giugno non sarà solo la giornata dell’ultradestra. Da alcune settimane è attiva Fuck Remigration. Nata dopo un primo incontro alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e cresciuta attraverso assemblee pubbliche aperte. Il contro-corteo antifascista e antirazzista partirà da Colosseo alle 15:00. Chi scende in piazza quel giorno lo fa, come si legge in una nota dell’assemblea, perché «non va mai normalizzata la presenza nello spazio pubblico di organizzazioni neofasciste e razziste. La libertà non riguarda la possibilità di propagandare idee di odio e di sopraffazione. Nonostante l’idea di remigrazione venga discussa con disinvoltura nel dibattito pubblico, non dobbiamo rinunciare a spiegare che è tutto tranne che un’idea di buon senso». Il 13 giugno è anche la data in cui si chiude la raccolta firme del comitato Remigrazione e Riconquista prima della consegna in Parlamento. Essere in strada sabato significa impedire che la normalizzazione compia un altro passo, che deportazioni e controllo dei corpi vengano consegnati alle istituzioni come se fossero carne da macello ideologico. La risposta alle tre piazze della destra radicale non è la delega alle istituzioni che non rispondono, non è l’interrogazione parlamentare ignorata, non è l’appello ai valori costituzionali rivolto a chi li viola ogni giorno. È la piazza antifascista, antirazzista e transfemminista. È alle 15. La foto di copertina è di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale proviene da DINAMOpress.
June 12, 2026
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Il 12 giugno si sciopera nella cultura e negli appalti
Il 12 giugno sono stati indetti due scioperi, uno nel settore della cultura e uno negli appalti: quali sono le ragioni che hanno portato a questa doppia mobilitazione? E in che modo le due vertenze si intrecciano? Il 12 giugno ci sono queste due mobilitazioni. Entrambe nascono da percorsi autonomi che sono stati organizzati in mesi di assemblee, incontri, dibattiti, e tanto lavoro dal basso. Entrambi gli scioperi sono il 12 giugno anche a causa delle strettoie che sono costruite dalla legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali (legge 146/1990) applicabile a tutti e due i settori. Secondo noi, che questi due scioperi siano lo stesso giorno è anche positivo perché le vertenze ovviamente si intrecciano. All’interno del mondo della cultura – un mondo molto largo – ci sono tantissime lavoratrici e lavoratori in appalto, e gli appalti appunto sono un problema che riguarda tutti i settori, e quindi riuscire a costruire una mobilitazione con una copertura più ampia e che permetta anche a forme di sfruttamento e di priorità differenti di parlarsi, di parlare, di essere visibili, di comunicare, ci sembra molto importante.  Quindi sono percorsi che sono nati in maniera autonoma, ma come Clap e rete intersindacale seguiamo entrambe le vertenze e quindi abbiamo deciso di investire in questa giornata affinché sia un momento che faccia parlare i settori più sfruttati e più in difficoltà. Aggiungo, per le Clap è anche importante provare ad affermare una questione di cultura sindacale: piuttosto che organizzare scioperi generali rituali, è importante provare ad organizzare scioperi anche pluri-settoriali, all’interno dei quali però è possibile ristabilire rapporti di forza, e costruire mobilitazioni e scioperi che possano essere effettivamente efficaci.  Lo sciopero della cultura arriva al termine di un percorso di oltre un anno e coinvolge sia sindacati di base sia la CGIL, con una mobilitazione diffusa su tutto il territorio nazionale. Quali sono le principali rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore? E quali criticità strutturali emergono oggi nel mondo della produzione culturale? Affermare di poter scioperare dentro il mondo della cultura, dentro un settore in cui è molto difficile scioperare in maniera classica, è già un passo fondamentale. Anche perché spesso chi lavora all’interno del mondo della cultura, largamente inteso, si trova dentro situazioni di autosfruttamento, o comunque in situazioni in cui è difficile anche solo far riconoscere che si tratta di lavoro a tutti gli effetti, soprattutto nel comparto più legato alla produzione artistica. Quindi già dire che in quella giornata bisogna scioperare nel settore della cultura è una grande novità e la costruzione che ci ha portato a questa giornata è la cosa che ci interessa di più. Le rivendicazioni sono molte e sono state volutamente tenute larghe perché deve essere una giornata in cui il lavoro della cultura parla di sé. Quindi ovviamente ci sono le questioni salariali, anche perché ci sono alcuni tavoli aperti per il rinnovo dei contratti collettivi e la questione salariale è da mettere al centro, ma anche diritti e welfare universale in un settore che è strutturalmente intermittente e precario e che quindi ha bisogno di garanzie.  La dignità, che passa per i salari, la lotta alle false partite IVA, utilizzate come strumento di precarizzazione e abbassamento dei salari, e all’interno di questo c’è ad esempio il sistema degli appalti da superare, e qui le due mobilitazioni si intrecciano. Ma c’è anche la questione del riconoscimento del lavoro culturale, la regolamentazione del volontariato e degli stage negli ambiti culturali che sono molto presenti e abbassano le condizioni e i diritti sul lavoro, la salute psicofisica perché sono lavori molto spesso stressanti, a volte anche pericolosi e bisogna intervenire assolutamente con dei protocolli su questo.  Quindi: welfare, salario, basta alla precarietà, agli appalti, al falso lavoro autonomo e un riconoscimento della dignità del lavoro. Abbiamo messo al centro anche la questione dell’art washing, soprattutto in una fase in cui è in corso un genocidio in Palestina, e si cerca di normalizzare le politiche di guerra, l’arte non solo può e deve prendere parola, ma non si deve prestare in nessun modo a operazioni di facciata e deve rivendicare fondi alla cultura contro la guerra.  Il 12 giugno al Teatro Palladium a Roma si terranno gli Stati Generali delle lavoratrici e dei lavoratori precari in appalto, quali sono gli obiettivi politici e organizzativi di questa giornata? E che tipo di percorso si intende costruire a partire da questo appuntamento? Nella giornata di sciopero sugli appalti al Teatro Palladium ci sarà un’assemblea, un momento di confronto perché appunto il mondo degli appalti è molto frammentato. Gli appalti sono ovunque e nonostante tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici si trovano di fronte a forme di sfruttamento o controparti differenti, è necessario trovare delle rivendicazioni che siano unificanti, senza far scomparire le specificità dei settori.  Prima di tutto, l’internalizzazione, la chiusura del sistema degli appalti, in ogni caso bisogna costruire una regolamentazione, eliminare gli appalti al massimo ribasso, che riducono diritti, tutele e sicurezza. Non è un caso che moltissimi incidenti sul lavoro e morti sul lavoro si verificano dentro la gestione di appalti e subappalti, rispetto ai quali è impossibile a volte risalire la filiera e trovare dei responsabili. Bisogna avere una regolamentazione precisa del sistema degli appalti che non sia al massimo ribasso e che individui responsabilità chiare. Inoltre, il sistema degli appalti ha modificato, da un certo punto di vista, anche l’aspetto del lavoro pubblico. Oggi esistono tantissime società in house, società in appalto che lavorano effettivamente per il pubblico, ma rispetto ai quali il pubblico non risponde in nessun modo, gli stipendi sono molto differenti rispetto all’amministrazione pubblica, e quindi lo slogan che da anni agitiamo è che “A parità di mansione, parità di salario”. Gli appalti vengono utilizzati perché sono convenienti e fanno risparmiare sul costo del lavoro, quello che va fatto è imporre che il lavoro venga pagato e tutelato esattamente nella stessa maniera di chi non lavora in appalto.  Scioperare negli appalti e nella cultura è molto difficile perché le lavoratrici e i lavoratori sono sotto il ricatto di bassi salari e di contratti precari, come si può aderire allo sciopero? Quali azioni si possono portare avanti anche se non si aderisce formalmente allo sciopero? Sono sicuramente settori molto complicati all’interno dei quali scioperare, molto spesso perché c’è una legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, che è di fatto una legge antisciopero, ma anche perché sono lavori in cui si è fortemente ricattabili, a volte si è anche soli/e, con pochi dipendenti all’interno del luogo di lavoro, e quindi è molto difficile scioperare. Addirittura nella cultura a volte quando si sciopera si fa un danno solo a sé stessi, pensiamo, ad esempio, agli spettacoli di piccole compagnie.  Quindi è un settore molto difficile, ma vanno fatte due cose, e vanno fatte contemporaneamente. La prima è comunque scioperare. Lì dove è possibile esercitare il diritto di sciopero e l’astensione dal lavoro è una cosa fondamentale, perché molto spesso questi ricatti, questi livelli di pressione, si reggono anche sul fatto che poi c’è un rallentamento, un passo indietro, lo sciopero non si fa mai. Bisogna costruire dei livelli di conflitto all’interno dei posti di lavoro che passano anche per l’esercizio di un diritto che è costituzionalmente garantito come lo sciopero.  La seconda è moltiplicare le azioni dentro e oltre lo sciopero, proprio perché sappiamo che è difficile in particolare nella cultura. Quando parliamo di laboratorio parliamo proprio di questo. Quindi il 12 ci saranno molte forme per partecipare allo sciopero, che possono essere letture di comunicati dai palchi, fotografie in cui si mostrano cartelli, parole d’ordine da fare girare nei luoghi della cultura, dentro i musei, dentro gli scavi archeologici. A Roma, ma anche in altre città, in realtà ci sono due appuntamenti, uno mattutino e uno nel pomeriggio, di piazza e di presidio. Proprio per permettere la partecipazione in diversi momenti della giornata. E soprattutto pensare al 12 come un punto di partenza.  Lo è sicuramente per gli appalti, per una campagna che probabilmente passerà anche attraverso la proposta di una legge d’iniziativa popolare per l’eliminazione degli appalti. Ma lo è anche per la cultura, perché serve molta strada per organizzare un blocco del lavoro quotidiano nel settore della cultura.  Ma credo che questa sfida serva anche alle organizzazioni sindacali perché sono costrette a misurarsi con dei settori che non hanno la possibilità di esercitare classicamente gli strumenti a nostra disposizione. Per questo da tempo parliamo di sciopero sociale, per questo da tempo pensiamo che intrecciare le lotte non sia soltanto un desiderio teorico, ma sia la possibilità di avere rapporti di forza anche maggiori. Per questo pensiamo che bisogna sindacalizzarsi e diffondere gli strumenti sindacali che significa iscriversi a un sindacato, ma anche formarsi, conoscere i propri diritti, riuscire davvero a costruire una cassetta degli attrezzi sindacali diffusa e in mano a tutte le lavoratrici e i lavoratori. E questo non vale solo per questi due settori ma nel mondo del lavoro in generale. La copertina è di Gabriele Campanale Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 11, 2026
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Yeki bud, yeki nabud. Marjane e lo specchio magico di Persepolis
Yeki bud, yeki nabud. Così cominciano molte fiabe persiane, in quello spazio dove si incontrano la storia e la fantasia, la realtà e l’invenzione. C’era una volta una bambina che voleva diventare profeta. Lo racconta lei stessa nelle prime pagine di Persepolis. Ha dieci anni, vive a Teheran e, prima di addormentarsi, dialoga con un Dio dal volto benevolo di un anziano patriarca che, non senza ironia, assomiglia sorprendentemente a Karl Marx. È guidata da un istintivo senso di giustizia e coltiva il sogno di un mondo capace di prendersi cura degli ultimi. Quella bambina si chiamava Marjane. Nella vita reale, Marjane Satrapi nasce in una famiglia colta e progressista dell’Iran degli anni Settanta. Nella storia che avrebbe raccontato molti anni dopo, si ritrae con grandi occhi neri e poche linee nette, in uno stile che affida alla sottrazione la propria forza espressiva. Le figure appaiono spesso bidimensionali, immerse nel contrasto sintetico del bianco e del nero, con sfondi asciutti e dettagli stilizzati. Da questa apparente semplicità, emergono emozioni, ricordi e avvenimenti storici senza che nulla venga addolcito o attenuato. Le fiabe e le storie hanno una caratteristica particolare: continuano a circolare molto tempo dopo la scomparsa di chi le ha raccontate. Forse è anche per questo che, dopo la morte di Marjane Satrapi, avvenuta il 4 giugno 2026 a Parigi, sono tornata a Persepolis. Volevo misurare ancora una volta la forza di quelle pagine; capire perché, ogni volta che le apro, alcune immagini continuino a colpirmi in punti diversi; interrogarmi su come alcune storie, invece di restare ferme nel tempo in cui sono state scritte, sembrano cambiare insieme a chi le legge. LA BAMBINA CHE INSEGNAVA LA STORIA La fotocopiatrice della scuola dove lavoro tossiva fogli uno dopo l’altro. Io ero lì davanti, qualche mese fa, a scegliere quali pagine di Persepolis potessero entrare nelle mie lezioni. Non era previsto dal programma ministeriale, non compariva in nessuna antologia adottata e, forse, proprio per questo avevo deciso che gli alunni e le alunne avrebbero dovuto leggerlo. Il mio appuntamento con Persepolis è ormai un rituale annuale. Le immagini di Satrapi posseggono una rara capacità di riattivarsi nel presente, di sottrarsi alla dimensione del documento storico per tornare a essere materia viva di discussione. Ogni anno, davanti a quelle tavole, accade qualcosa che i manuali di storia raramente riescono a ottenere. A un certo punto, chi legge smette di interrogarsi su un Paese lontano e inizia a guardare dentro di sé. Le domande che emergono oltrepassano l’Iran e toccano il rapporto più ampio tra individuo e potere, tra appartenenza e libertà, tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano che diventeremo. Quest’anno scolastico, tuttavia, la lettura ha assunto una densità particolare. Le vicende che attraversano l’Iran contemporaneo – dalle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno rimesso al centro le richieste di libertà e autodeterminazione, alle tensioni geopolitiche che continuano a coinvolgere il Paese nello scenario internazionale – hanno reso ancora più evidente la forza narrativa di Persepolis. Come tutte le grandi fiabe, anche questa inizia prima della nascita dell’eroina. Alle sue spalle c’è la storia lunga e tormentata dell’Iran del Novecento. Tra modernizzazione e autoritarismo, tra aspirazioni democratiche e controllo politico. Quando Marjane Satrapi nasce nel 1969, sul trono siede ancora lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Nella memoria occidentale quel periodo viene spesso ricordato come un’epoca di sviluppo e apertura. Tuttavia, nelle case di molte famiglie iraniane, compresa quella di Satrapi, il racconto è diverso: repressione politica, polizia segreta e disuguaglianze sociali. La bambina osserva gli adulti discutere di rivoluzione. Non comprende tutto, ma percepisce che qualcosa stia cambiando. È il 1979. Lo Scià cade. Milioni di iraniani festeggiano nelle strade. Ma, come sappiamo, la storia reale è più complessa delle fiabe. Per molti iraniani e iraniane la rivoluzione rappresentò una grande promessa di libertà politica, giustizia sociale e indipendenza dalle influenze straniere. Nelle vignette di Satrapi si avverte l’entusiasmo di quei giorni. Eppure, pagina dopo pagina, il sogno si trasforma e si capovolge. Al posto della monarchia si consolida una Repubblica islamica che impone nuove regole, nuovi controlli e nuove forme di censura. Anche questa è una delle contraddizioni che attraversano Persepolis. Lo Scià rappresentava per gli Stati Uniti e per gran parte dell’Occidente un alleato strategico in una regione cruciale per gli equilibri geopolitici e per il controllo delle risorse energetiche. La sua immagine di sovrano modernizzatore contribuì a lungo a oscurare la repressione esercitata contro chi si opponeva al regime, contro il mondo sindacale, quello intellettuale e i movimenti democratici. Satrapi ricorda che la storia dell’Iran non può essere letta come una semplice contrapposizione tra libertà e fondamentalismo. Dietro la rivoluzione del 1979 si intravedono anche le ambiguità di un Occidente che ha spesso sostenuto governi repressivi, osservando con criteri spesso diseguali i conflitti che coinvolgono “Paesi alleati” e “Paesi nemici”. È una tensione che attraversa anche il presente: dai rapporti con i Paesi del Golfo al sostegno politico e militare che molte potenze continuano a garantire a Israele nelle sue guerre, dalla devastazione di Gaza e del Libano, fino alla rapida normalizzazione di nuovi interlocutori politici come Ahmad al-Sharaa nella Siria post-Assad. Forse è anche per questo che, a oltre vent’anni dalla sua pubblicazione, Persepolis continua a essere letto nelle scuole e nelle università di tutto il mondo. Non soltanto per ciò che racconta, ma per il modo in cui lo racconta. LA RAGAZZA DI TEHERAN Quando Satrapi pubblica il primo volume, all’inizio degli anni Duemila, la graphic novel sta attraversando una stagione di profonda trasformazione. Dopo aver conquistato una propria legittimità letteraria grazie a opere come Maus di Art Spiegelman e ai reportage di Joe Sacco, il fumetto smette progressivamente di essere percepito come un linguaggio destinato esclusivamente all’intrattenimento e si afferma come uno strumento capace di affrontare temi storici, politici e autobiografici di grande complessità. Persepolis occupa un posto centrale in questo processo. Con il suo tratto essenziale in bianco e nero e con la scelta di raccontare la rivoluzione iraniana attraverso lo sguardo di una bambina, poi di una giovane donna, Satrapi dimostra che il fumetto può fare qualcosa che altri linguaggi spesso faticano a realizzare: rendere accessibile la complessità senza appiattirla o semplificarla. Le parole spiegano, le immagini mostrano. Le une colmano ciò che le altre non riescono a fare. Il lettore è chiamato a costruire significati, a collegare ciò che legge con ciò che vede. Nel caso di Persepolis, questo meccanismo assume una portata ulteriore. Pubblicato in un periodo in cui l’immagine dell’Iran era spesso appiattita tra fondamentalismo, terrorismo e conflitto geopolitico, il libro ha contribuito a restituire profondità e spessore a una realtà che l’Occidente tendeva a osservare attraverso stereotipi. L’Iran raccontato dall’interno di una famiglia, di una scuola, di una città acquista un volto concreto e riconoscibile. Con questa scelta narrativa, il racconto spiega la politica meglio di molti discorsi politici. È qui che la graphic novel rivela tutta la sua potenza civile, traducendo la storia per renderla più vicina. Tra le prime tavole del fumetto vediamo bambine allineate con il velo imposto dopo la rivoluzione islamica. Lo indossano senza comprenderne davvero il significato, trasformandolo in un gioco, una corda o una benda. È una scena potentissima, apparentemente infantile, che nasconde la frattura destinata a segnare la vita di Marjane e che coincide con un momento specifico nella vita di tutte e tutti: quando il mondo degli adulti entra con irruenza nell’infanzia. Rileggere oggi quelle immagini conduce inevitabilmente a guardarle alla luce di ciò che è accaduto in Iran negli ultimi anni. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini, a seguito dell’arresto nel 2022 da parte cosiddetta polizia morale per una presunta violazione delle norme sul velo, milioni di persone sono scese in piazza al grido di «Donna, Vita, Libertà». In quelle fotografie e in quei video provenienti dalle strade di Teheran, in quanto lettrice, ho riconosciuto lo stesso conflitto che attraversa l’intera opera di Satrapi, dove i corpi delle donne diventano terreno di controllo politico e la ricerca dell’autodeterminazione si scontra continuamente con l’imposizione del potere. Attraversando quelle tavole, entro nella storia attraverso Marjane, le sue domande, le sue paure, i suoi fraintendimenti. Lei osserva, registra, si stupisce, cerca di dare un ordine a ciò che ordine non ha. Non possiede ancora gli strumenti per interpretare pienamente ciò che le accade intorno e proprio per questo riesce a mostrarlo con una limpidezza disarmante. È in quello spazio di incertezza e di ricerca che si attiva l’immedesimazione di chi legge. Anch’io torno a quello stato originario in cui il mondo degli adulti appariva insieme affascinante e incomprensibile, popolato di regole oscure, discorsi intercettati parzialmente e avvenimenti troppo grandi per essere compresi fino in fondo. Attraverso gli occhi di Marjane, l’esperienza personale diventa una testimonianza universale. ABITARE PIÙ MONDI Come nelle fiabe antiche, l’eroina viene allontanata dal proprio regno. La Teheran della sua infanzia si trasforma lentamente. Le strade cambiano, gli amici spariscono e le libertà si restringono. Ogni pagina diventa uno specchio. Da una parte c’è Marjane che cresce davvero; dall’altra la sua controfigura disegnata che registra ogni paura, ogni ribellione e ogni scoperta. Quando viene mandata in Austria, la protagonista entra nel bosco. Nelle storie tradizionali il bosco è il luogo in cui si perdono le certezze. Per Marjane quel bosco ha i colori dell’Europa. È uno spazio di possibilità, non sempre accogliente, ma è anche il luogo dell’esilio, della solitudine e dell’identità sfumata. L’esilio è, a mio parere, il tema più universale dell’opera. In Persepolis prende la forma della vicenda di una giovane iraniana costretta a lasciare il proprio Paese negli anni Ottanta, ma rimanda a un’esperienza che attraversa epoche e contesti differenti. Ancora oggi milioni di persone sono costrette a spostarsi o a ricostruire la propria esistenza altrove per ragioni politiche, economiche o ambientali. E dunque, cosa resta della nostra identità quando viene meno il luogo a cui sentiamo di appartenere? Il viaggio e la vita di Marjane raccontano una delle grandi esperienze della contemporaneità: la costruzione di identità multiple, mobili, transnazionali e come accade nelle storie più vere, il premio del viaggio raramente è la felicità; assomiglia piuttosto alla capacità di abitare le proprie contraddizioni senza smettere di cercare il proprio posto nel mondo. Per questo Persepolis continua a parlare a lettrici e lettori lontani nel tempo e nello spazio. Non perché racconti una storia conclusa, ma perché la sua storia non è ancora finita. In questo senso, Persepolis è uno specchio magico. Marjane Satrapi è la bambina, l’adolescente e la donna che ciascuna di noi è stata quando ha scoperto che il mondo non sempre coincide con i propri sogni. C’ERA UNA VOLTA, C’È ANCORA Guardando oggi l’opera di Satrapi, è difficile non ripensare anche a Pollo alle prugne, forse il suo lavoro più malinconico. In quella storia, il musicista Nasser Ali Khan decide di lasciarsi morire quando comprende di aver perduto ciò che dava significato alla sua arte e alla sua esistenza. Non credo sia circoscrivibile o facilmente categorizzabile come una storia sulla morte; appare piuttosto come un racconto sul rapporto tra il desiderio, la memoria e ciò che rende una vita degna di essere vissuta. Tra Persepolis e Pollo alle prugne si potrebbe disegnare una traiettoria sorprendente. Da una parte una bambina che scopre il mondo e crede di poterlo cambiare; dall’altra un uomo che osserva la propria vita dall’orlo della fine. In mezzo c’è tutta l’opera di Satrapi: una riflessione ostinata sull’amore, sui ricordi, sulla libertà e su ciò che, nonostante tutto, continua a tenerci in vita. Oggi, mentre una nuova generazione di iraniani e iraniane continua a confrontarsi con il lascito della rivoluzione e mentre le donne che hanno raccolto l’eredità di «Donna, Vita, Libertà» continuano a sfidare il potere, la voce di Satrapi resta attuale, inquieta e necessaria. Come accade nelle fiabe di ogni tempo, la narratrice può uscire di scena, ma il racconto continua a camminare da solo. È questo che penso ogni anno, mentre la fotocopiatrice di scuola restituisce lentamente le pagine di Persepolis e una nuova classe si prepara a leggerle. Yeki bud, yeki nabud. C’era una volta una bambina che voleva diventare profeta e che parlava con Dio. Oggi la sua voce continua a viaggiare per il mondo. La copertina è di WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 10, 2026
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Rimettere la remigrazione con i piedi per terra
Rimetterla “con i piedi per terra” significa coglierne insieme le condizioni di possibilità e il carattere di rottura. Solo così diventa possibile comprendere cosa ci dice sul presente delle politiche migratorie europee e sulle sfide che pone alle culture politiche progressiste Di fronte alla remigrazione la tentazione è quella di stringere l’inquadratura. Fare uno zoom sui promotori, sulle loro biografie politiche, sui simboli che utilizzano, sulle parole e retoriche agitate. È un esercizio necessario. Permette di riconoscere genealogie politiche, continuità ideologiche e riferimenti culturali che sarebbe ingenuo sottovalutare. IL 13 GIUGNO E IL RISCHIO DELLO ZOOM La remigrazione sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano. Il 13 giugno è prevista a Roma una manifestazione nazionale promossa da organizzazioni dell’estrema destra in occasione della quale verrà promossa la proposta di legge che punta a tradurre quel progetto politico in un insieme organico di misure legislative. Contro l’iniziativa sono state annunciate mobilitazioni e cortei che si preannunciano partecipati e politicamente molto densi. Eppure lo zoom, da solo, rischia di non bastare. Concentrando tutta l’attenzione sugli attori che oggi rivendicano la remigrazione, si corre il rischio di trasformarla in un’anomalia, in un corpo estraneo improvvisamente comparso nello spazio pubblico. Come se si trattasse di una proposta comprensibile soltanto a partire dalle culture politiche che la sostengono e non come il prodotto delle trasformazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le politiche migratorie europee. Per comprendere davvero la portata della remigrazione occorre allora cambiare inquadratura. Senza rinunciare allo zoom, ma affiancandogli un grandangolo capace di mostrare il contesto entro cui questa proposta emerge, si diffonde e prova a conquistare consenso. Lo zoom ci aiuta a capire chi promuove la remigrazione. Per comprenderne il significato politico occorre però allargare lo sguardo e interrogare il terreno sul quale essa prende forma. L GRANDANGOLO: IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE MIGRATORIE L’emersione della remigrazione nel dibattito pubblico italiano coincide con una fase di profonda trasformazione delle politiche migratorie europee. Negli ultimi anni il governo della mobilità è diventato uno dei terreni privilegiati attraverso cui l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno ridefinendo strumenti, priorità e confini dell’azione pubblica. L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il rafforzamento delle procedure accelerate alle frontiere, la crescente centralità delle politiche di esternalizzazione e il rilancio delle strategie di rimpatrio delineano un quadro nel quale il controllo della mobilità occupa una posizione sempre più centrale. A questo scenario si aggiungono esperimenti come il protocollo tra Italia e Albania, che sposta oltre i confini nazionali alcune funzioni fondamentali della gestione migratoria, e le proposte europee volte a rafforzare ulteriormente i meccanismi di espulsione e allontanamento, come il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri attualmente in discussione, che punta ad ampliare e rendere più efficaci gli strumenti di espulsione e allontanamento. > Non si tratta di processi isolati. Al contrario, compongono una trasformazione > più ampia che da almeno quindici o vent’anni investe le politiche migratorie > del continente. Prima ancora della remigrazione, l’Europa ha costruito una > complessa infrastruttura giuridica, amministrativa e materiale di selezione, > confinamento ed espulsione. Centri di detenzione amministrativa, procedure differenziate di accesso ai diritti, accordi con paesi terzi, sistemi sempre più sofisticati di sorveglianza e identificazione, dispositivi di rimpatrio forzato: è all’interno di questo insieme di pratiche che si definisce oggi una parte rilevante del governo delle migrazioni. Collocare la remigrazione dentro questo scenario non significa affermare che essa sia già realtà o che rappresenti semplicemente il nome nuovo di politiche esistenti. Significa piuttosto riconoscere il contesto entro cui essa prende forma. La remigrazione emerge in una fase nella quale il controllo della mobilità è già diventato una delle principali tecnologie di governo delle società europee. Ignorare questo sfondo significherebbe privarsi degli strumenti necessari per comprenderne la forza e le condizioni di possibilità. PERCHÉ IL GRANDANGOLO DA SOLO NON BASTA Ma allargare l’inquadratura comporta un rischio speculare: quello di appiattire le differenze. Se lo zoom rischia di isolare la remigrazione dal contesto che la rende possibile, il grandangolo, da solo, rischia di dissolverne la specificità. È un rischio meno evidente, ma non meno insidioso. Una volta riconosciuto che la remigrazione emerge all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche migratorie europee, si potrebbe essere tentati di considerarla soltanto una versione più esplicita, più aggressiva o più radicale di tendenze già esistenti. Gli elementi che alimentano questa lettura non mancano. Molti degli strumenti evocati dai sostenitori della remigrazione appartengono già al repertorio delle politiche migratorie contemporanee: i rimpatri forzati, la detenzione amministrativa, i programmi di ritorno volontario assistito, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la differenziazione dei diritti sulla base dello status giuridico. Anche il legame tra accesso alla cittadinanza, appartenenza nazionale e selezione della popolazione non è certo una novità nella storia degli Stati moderni. > Eppure fermarsi a questa constatazione significherebbe perdere un aspetto > decisivo. La continuità degli strumenti non implica l’identità dei progetti > politici. Le stesse tecnologie di governo possono essere mobilitate > all’interno di immaginari differenti e orientate verso obiettivi diversi. Per > questo la questione non riguarda soltanto quali misure vengano proposte, ma > quale visione della società esse contribuiscano a costruire. Da questo punto di vista la remigrazione non si limita a chiedere un inasprimento delle politiche migratorie esistenti. Prova a riorganizzarle attorno a un principio politico più ampio, che riguarda la definizione stessa della comunità nazionale, dei suoi confini e della sua composizione. È su questo terreno che emerge la sua specificità e che diventa possibile coglierne il significato politico. PIÙ CHE UNA POLITICA MIGRATORIA, UNA POLITICA DELLA POPOLAZIONE È a questo livello che conviene leggere la proposta di legge presentata dal comitato Remigrazione e Riconquista. Considerate singolarmente, molte delle misure proposte possono apparire come un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie: l’espulsione di determinate categorie di stranieri, la restrizione dei ricongiungimenti familiari, l’abolizione di forme di protezione, l’inasprimento delle condizioni di soggiorno e di accesso ai diritti. Altre riguardano invece la cittadinanza, prevedendone la revoca in alcuni casi o limitandone ulteriormente l’acquisizione. Altre ancora puntano a incentivare il ritorno nei paesi di origine oppure, al contrario, a favorire l’insediamento di soggetti considerati maggiormente assimilabili alla comunità nazionale, come gli italo-discendenti. A queste misure si affiancano infine interventi demografici rivolti alle famiglie italiane, presentati come strumenti per contrastare il declino della natalità. Osservati nel loro insieme, però, questi provvedimenti assumono un significato diverso. Il loro tratto distintivo non risiede in ciascuna misura presa isolatamente, ma nella logica che le connette. > Espulsioni, revoche della cittadinanza, incentivi al ritorno, selezione degli > ingressi e politiche demografiche vengono ricondotti a un medesimo obiettivo: > intervenire sulla composizione della popolazione in maniera radicale, > proponendo un’idea esplicita di razzismo priva della ambivalenti mediazioni > sperimentate nel corso della seconda metà del Novecento. Letti insieme, questi strumenti non delineano soltanto una politica di controllo dell’immigrazione. Disegnano una precisa idea di composizione della popolazione. La questione non è più soltanto governare gli ingressi o regolare la presenza delle persone migranti sul territorio. Diventa stabilire quali soggetti siano desiderabili, quali debbano essere incoraggiati a restare, quali possano essere allontanati e quali caratteristiche debba assumere, nel lungo periodo, la comunità nazionale dentro la cornice della bianchezza. Più che una politica migratoria, la remigrazione appare allora come una politica della popolazione. Una politica che utilizza gli strumenti del controllo migratorio, ma li inserisce all’interno di un progetto più ampio di ridefinizione dell’appartenenza. La domanda fondamentale non è più soltanto chi può entrare nel territorio dello Stato. È chi può appartenere stabilmente alla comunità nazionale e contribuire a definirne il futuro non più in base alla collocazione nel mercato del lavoro, ma in ragione dell’identità razziale e del profilo religioso. UNO SPARTIACQUE È qui che emerge la novità della remigrazione. Per almeno tre decenni il lessico dominante delle politiche migratorie europee si è organizzato attorno a una serie di parole chiave relativamente stabili: gestione dei flussi, integrazione, sicurezza, quote di ingresso, fabbisogni del mercato del lavoro. Pur all’interno di orientamenti politici differenti, la questione fondamentale rimaneva quella di regolare la presenza delle persone migranti: quanti ingressi consentire, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali strumenti di controllo. Naturalmente questa rappresentazione è tutt’altro che neutra sul piano politico. Le politiche migratorie europee sono state attraversate da profonde e spesso violente pratiche di esclusione, gerarchie giuridiche, dispositivi di confinamento e violazioni dei diritti ben prima dell’emersione della remigrazione. Tuttavia, anche nelle loro versioni più restrittive, esse tendevano a presentarsi — spesso anche in contraddizione con gli effetti concreti prodotti — come strumenti di gestione della mobilità e di amministrazione della presenza. La remigrazione sposta il terreno della discussione. Non si limita a proporre criteri più severi per l’ingresso o la permanenza. Mette in discussione la permanenza stessa delle persone con background migratorio come fatto legittimo e strutturale delle società europee contemporanee. > Se il paradigma della gestione dei flussi si interrogava su quanti migranti > ammettere e secondo quali criteri, la remigrazione si interroga su quali > popolazioni debbano comporre la nazione e su quali, invece, possano o debbano > esserne progressivamente allontanate. È in questo passaggio che si manifesta il suo carattere di spartiacque. Non perché introduca strumenti completamente inediti, ma perché rende esplicito un principio che nelle politiche migratorie contemporanee è spesso rimasto implicito, frammentato o mascherato dal linguaggio tecnico dell’amministrazione. La questione della composizione della popolazione, dell’appartenenza nazionale e della desiderabilità dei soggetti non resta sullo sfondo: diventa il centro dichiarato del progetto politico. Non è più soltanto il governo della mobilità a essere in discussione, ma la ridefinizione della popolazione stessa come oggetto esplicito dell’intervento politico. Per questo la remigrazione non può essere interpretata né come un fenomeno completamente estraneo alle trasformazioni in corso né come una semplice continuazione delle politiche esistenti. È piuttosto un punto di condensazione: il luogo in cui tendenze sedimentate nel corso degli ultimi decenni vengono ricomposte all’interno di un immaginario coerente e rese politicamente esplicite. Ed è proprio questa esplicitazione, prima ancora delle singole misure proposte, a spiegare perché il termine remigrazione stia conquistando una crescente visibilità nel dibattito pubblico europeo. PERCHÉ L’ANTIFASCISMO DA SOLO NON BASTA Riconoscere questa rottura è indispensabile. Ma non sufficiente. La mobilitazione contro la manifestazione del 13 giugno è una tappa fondamentale. Lo è perché individua correttamente la matrice politica della remigrazione, ne contesta l’impianto ideologico e ne contrasta il tentativo di legittimazione nello spazio pubblico. Sarebbe un errore minimizzare questo aspetto o considerarlo secondario. Il problema nasce quando l’attenzione si concentra esclusivamente sui soggetti che oggi promuovono la remigrazione. In questo caso il rischio è quello di circoscrivere il fenomeno entro i confini dell’estrema destra, perdendo di vista il terreno sul quale esso riesce a radicarsi e ad apparire plausibile. La remigrazione non conquista spazio soltanto per la capacità dei suoi promotori di organizzarsi e comunicare. Lo conquista anche perché interviene in un contesto nel quale il controllo della mobilità, il rafforzamento dei rimpatri, l’esternalizzazione delle frontiere e la differenziazione dei diritti sono già diventati elementi ordinari del governo delle migrazioni. > Da questo punto di vista, occuparsi oggi di migrazioni, da una prospettiva > critica, non può significare soltanto opporsi alla remigrazione. Significa > anche interrogare le trasformazioni che hanno attraversato negli ultimi anni > le politiche europee e nazionali, il consolidamento dei dispositivi di > confinamento e detenzione, la normalizzazione del linguaggio emergenziale e la > crescente centralità attribuita al contenimento della mobilità come strumento > di governo. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere il sintomo lasciando intatto il terreno che ne rende possibile la diffusione. Di denunciare la forma più radicale di una tendenza senza interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa pensabile, dicibile e, per una parte dell’opinione pubblica, perfino desiderabile. Per questa ragione la critica della remigrazione non può esaurirsi nella denuncia dei suoi promotori. Deve essere capace di mettere in discussione anche il quadro più ampio entro cui essa prende forma. Non per confondere fenomeni diversi o cancellarne le differenze, ma per comprendere il rapporto che li lega e individuare i punti nei quali è possibile intervenire politicamente. QUALE IMMAGINAZIONE POLITICA? La remigrazione non è soltanto un programma politico. È anche un esercizio — violento, brutale e potenzialmente pericoloso — di immaginazione politica. Uno degli aspetti che colpiscono nel dibattito europeo degli ultimi anni è la capacità delle destre di articolare proposte che, pur essendo difficilmente praticabili, riescono a presentarsi come una visione complessiva della società. La remigrazione non si limita a evocare un principio generale. Costruisce un lessico, individua obiettivi, immagina istituzioni, propone procedure, definisce gerarchie e criteri di appartenenza. In altre parole, offre un’immagine del futuro. Una parte rilevante delle culture politiche progressiste sembra invece aver mano a mano rinunciato a questo terreno. Negli ultimi anni il dibattito si è spesso concentrato sulla difesa delle garanzie residue contro gli aspetti più brutali delle politiche migratorie contemporanee. Una battaglia necessaria, ma che raramente si è tradotta nella capacità di formulare un progetto alternativo. Si contestano gli eccessi, si denunciano gli abusi, si chiedono politiche più umane. Molto più raramente si mettono in discussione le categorie fondamentali che organizzano il campo. Chi può muoversi? Chi può restare? Chi ha diritto ai diritti? Chi decide l’appartenenza? Sono domande che finiscono spesso per essere poste dall’estrema destra, mentre il resto dello spettro politico si limita a reagire. È anche per questo che la remigrazione merita di essere presa sul serio. Non perché rappresenti una risposta convincente, ma perché segnala un vuoto. Mostra la capacità della destra di trasformare in progetto politico una determinata idea di popolazione, mentre le alternative appaiono spesso prive di un’analoga capacità di immaginazione istituzionale. > Eppure un’altra prospettiva è possibile. Regolarizzazione permanente, chiusura > dei CPR, diritti sociali sganciati dalla nazionalità, cittadinanza svincolata > dalla discendenza e dal profilo reddituale, welfare universale, libertà di > movimento: nessuna di queste proposte può essere ridotta a uno slogan morale o > a una dichiarazione di principio. Ognuna implica la costruzione di istituzioni, dispositivi e forme di organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il problema è che troppo spesso queste ipotesi restano frammentate, difensive o relegate ai margini del dibattito pubblico. Rimettere la remigrazione con i piedi per terra significa allora compiere entrambe le operazioni. Allargare l’inquadratura per cogliere il contesto che ne rende possibile l’emersione e, allo stesso tempo, riconoscerne il carattere specifico. Solo così è possibile sottrarsi sia all’allarmismo sia alla banalizzazione. E solo così diventa possibile tornare a discutere non di come governare le migrazioni, ma di quale società vogliamo costruire e di quali principi debbano organizzare il rapporto tra mobilità, cittadinanza, uguaglianza e democrazia nell’Europa contemporanea. La copertina è di pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rimettere la remigrazione con i piedi per terra proviene da DINAMOpress.
June 10, 2026
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Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì
A marzo 2026 la Procura di Milano ha disposto il commissariamento del ramo italiano di Deliveroo per caporalato. Ventimila rider in tutto il paese, tremila solo a Milano. L’algoritmo assegna gli ordini, gestisce i rating, attiva e disattiva gli account. Nessun caporale in carne e ossa: solo un sistema che funziona esattamente come progettato. La risposta dei lavoratori è arrivata pochi giorni prima: il 14 marzo 2026, migliaia di rider sono scesi in piazza in oltre 30 città italiane, con lo slogan «Si lavora per vivere, non per sopravvivere». La mobilitazione, organizzata da Nidil Cgil, chiedeva l’applicazione del CCNL Merci e Logistica: ferie, malattia, infortuni, tredicesima. A Bologna, la Cgil aveva già aperto a marzo 2025 “Casa Rider”, uno spazio di supporto e organizzazione in collaborazione con Arci e Caritas. Il movimento esiste, si organizza, ottiene risultati parziali. Ma la domanda che questo articolo pone è più radicale: anche se tutte quelle battaglie contrattuali vincessero, il problema di fondo sarebbe risolto? La risposta è no. E per capire perché bisogna capire cos’è davvero il comando. IL COMANDO NON HA BISOGNO DI UN PADRONE Siamo abituati a pensare il comando come qualcosa che qualcuno esercita su qualcun altro. Il capo che ordina. Il poliziotto che minaccia. Il proprietario che sfratta. Il dominio, in questa versione, richiede un agente: qualcuno che vuole, decide, impone. > Deliveroo non funziona così. L’algoritmo non vuole nulla. Non ti odia. Non ti > sfrutta per piacere. Applica criteri pubblici, trasparenti, identici per > tutti: tasso di accettazione degli ordini, puntualità, valutazioni dei > clienti. Se scendi sotto la soglia, vieni deattivato. Nessuna discrezionalità. > Nessun arbitrio. Nessun padrone. Eppure il commissariamento è arrivato. Perché la struttura del rapporto — indipendentemente dalla buona o cattiva volontà di chiunque — produce sfruttamento. Come? Il comando strutturale esiste quando un’istituzione pone una persona nella posizione di determinare se un’altra conserva accesso alle condizioni di sopravvivenza. Non serve che qualcuno emetta ordini. Serve solo che rifiutare i termini significhi perdere ciò di cui hai bisogno per continuare a esistere. TRE CONDIZIONI, UNA STRUTTURA Per diagnosticare il comando strutturale bastano tre domande. Prima: il rider dipende dalla piattaforma per accedere a un reddito senza il quale non può sopravvivere? Sì. Come documenta il Dossier Rider 2025 di Nidil Cgil, basato su circa 500 questionari in quattro lingue, la maggior parte dei rider lavora sei o sette giorni a settimana, otto-dieci ore al giorno. Non è un lavoretto. È l’unica fonte di reddito — e per il 91,7% dei casi si tratta di uomini giovani, in larga parte migranti, senza alternative nel mercato del lavoro regolare. Seconda: la piattaforma si appropria di valore da questa dipendenza — valore che estrae precisamente perché il rider non può rifiutare credibilmente? Sì. Deliveroo trattiene dal 20% al 30% su ogni ordine. Il rider sopporta tutti i rischi — meteo, traffico, infortuni, assenza di tutele — mentre la piattaforma incassa la commissione. La commissione è estraibile perché chi la paga non ha alternative. Terza: il rischio di perdere tutto — reddito, accesso alla piattaforma, la possibilità stessa di lavorare — è asimmetricamente concentrato sul rider e funziona come meccanismo strutturale di compliance? Sì. Secondo i dati della Procura di Milano, il 73% dei rider monitorati guadagnava meno della soglia di povertà — con uno scarto medio di oltre 7.000 euro annui dal minimo necessario. La deattivazione dell’account è il licenziamento senza preavviso, senza appello, senza indennità. Il rider non può imporre costi equivalenti alla piattaforma. TRE CONDIZIONI, TUTTE SODDISFATTE. COMANDO STRUTTURALE Perché le riforme contrattuali non bastano La risposta istituzionale si è concentrata sul contratto: riconoscere la subordinazione, applicare il CCNL Logistica, garantire ferie e malattia. Il Tribunale di Milano lo ha stabilito nel 2023. La direttiva europea 2024/283 va nella stessa direzione. Nidil Cgil lo chiede da anni, con dati e vertenze. Queste battaglie sono giuste e necessarie. Ma non toccano la radice del problema. Un rider con contratto subordinato, ferie pagate e malattia garantita è ancora in una relazione di comando strutturale se non può rifiutare i termini del rapporto senza perdere il reddito da cui dipende la sua sopravvivenza. Hai migliorato le condizioni della resa. Non hai eliminato la struttura che la rende necessaria. Glovo lo ha dimostrato a modo suo: dal maggio 2025 ha introdotto il free-login, eliminando la prenotazione dei turni. Più rider connessi contemporaneamente, meno consegne per ciascuno, meno guadagno. Più «libertà», più comando. L’innovazione contrattuale viene costantemente aggirata quando la struttura di potere sottostante resta intatta. IL RIFIUTO SOPRAVVIVIBILE La domanda che il movimento dovrebbe porre non è solo «quanto pagate i rider?» ma «il rider può rifiutare senza essere distrutto?» Il rifiuto sopravvivibile non significa rifiuto comodo. Uscire da un rapporto di lavoro ha sempre costi. Non si tratta di eliminarli. Si tratta di garantire che non superino la soglia oltre la quale la persona non è più in grado di ricostruirsi: di cercare alternative, di deliberare, di agire come qualcuno che sceglie invece che come qualcuno che sopravvive. Quando quasi tre quarti dei rider monitorati guadagnano meno della soglia di povertà, il rifiuto non è sopravvivibile. Non perché Deliveroo sia particolarmente crudele, ma perché il mercato del lavoro italiano nel 2026 non offre alternative reali a chi è già ai margini. Questo è il punto che le battaglie contrattuali, da sole, non possono raggiungere. Il contratto regola i termini del rapporto. Il rifiuto sopravvivibile richiede le condizioni materiali esterne al rapporto: un reddito di base incondizionato, una rete di sicurezza che non si smonta appena smetti di «collaborare». Non per rendere i lavoratori capricciosi. Per rendere la loro partecipazione al mercato genuinamente volontaria. L’ALGORITMO COME FORMA DI DOMINIO SENZA DOMINATORI C’è qualcosa di politicamente rilevante nel fatto che Deliveroo sia stata commissariata per caporalato senza che ci sia un caporale identificabile. I manager non odiano i rider. I clienti non stanno consapevolmente partecipando a uno schema di sfruttamento. L’algoritmo non ha intenzioni. > Questo è esattamente ciò che rende il comando strutturale più difficile da > combattere del comando personale. Quando c’è un padrone, puoi organizzarti > contro il padrone. Quando c’è una struttura, devi organizzarti contro la > struttura — e la struttura non si vede, non si incontra in assemblea, non > firma contratti. Il commissariamento di Deliveroo è una vittoria legale. Ma la struttura sopravviverà al commissariamento, come ha sopravvissuto alle sentenze, alle direttive europee, ai codici etici. Perché la struttura non è nei contratti. È nella posizione relativa di chi può permettersi di aspettare e di chi non può. COSA SIGNIFICA LOTTARE CONTRO IL COMANDO STRUTTURALE Per i rider questo significa tre cose concrete che si possono portare avanti insieme: continuare le battaglie contrattuali per il riconoscimento della subordinazione — Nidil Cgil e i collettivi rider stanno facendo un lavoro essenziale; costruire potere collettivo capace di rendere la deattivazione individuale non-sopravvivibile per le piattaforme (reti mutualistiche, casse di resistenza, coordinamenti tra lavoratori come quelli che si stanno sviluppando a Bologna e in altre città); e spingere per le condizioni materiali esterne al rapporto di lavoro — reddito incondizionato, welfare universale — che rendono il rifiuto un’opzione reale. Le prime due sono battaglie di movimento. La terza è una battaglia di sistema. Tutte e tre sono necessarie, perché il comando strutturale si riproduce finché non vengono eliminate le condizioni che lo rendono possibile — non solo i suoi effetti più visibili. Deliveroo può essere commissariata. La struttura che l’ha resa possibile è ancora lì, e produce già il prossimo Deliveroo. Tommaso Biagi è ricercatore indipendente in filosofia morale e politica analitica. Lavora sul framework dell’Anarchismo del Limite, che sviluppa i concetti di Non-Comando, Comando Strutturale ed Equifelicità. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì proviene da DINAMOpress.
June 9, 2026
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Quattro passi con Claude
Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende. > Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, > alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere > i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. > Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia > battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli > scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di > Franceschini e Bettini. L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità. Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…» E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale. VENIAMO ALL’OGGI La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali. Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere. > Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel > contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei > soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni > grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle > condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente). Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento. Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento. > Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le > cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono > un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, > non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, > responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99). Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi. > È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica > di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i > privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione > oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né > cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni. Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema. Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.  Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo. Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato. > Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione > (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato > capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina > cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione > operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un > articolo politico e non di critica teorica. Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale. Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo. Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione. Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza. La copertina è di DomyD da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quattro passi con Claude proviene da DINAMOpress.
June 8, 2026
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Educazione sessuale e affettiva vietata nelle scuole per legge
L’educazione sessuo-affettiva è un’azione di prevenzione alla violenza di genere. Eppure ieri il Senato della Repubblica ha approvato il disegno di legge Valditara che vieta qualsiasi attività di educazione sessuale, affettiva, alle relazioni, alle differenze per la scuola primaria e la scuola dell’infanzia. E richiede l’autorizzazione preventiva delle famiglie – il cosiddetto “consenso informato” – per le scuole superiori di primo e secondo grado.  > Il nostro paese da ieri è un po’ meno libero e alle nuove generazioni verranno > offerti meno strumenti per comprendere sé stessi, il proprio corpo, le proprie > relazioni, la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale e la > propria identità di genere. Presentare questa legge «come una misura di “trasparenza verso le famiglie” è fuorviante. Il testo introduce un principio politico e culturale più ampio: trasformare l’educazione affettiva, sessuale, alle differenze e al consenso in argomenti sospetti, da sottoporre ad autorizzazione preventiva e controllo delle famiglie» scrive Non una di meno Roma, perché «la famiglia è uno dei luoghi in cui si riproducono violenza, controllo, ruoli di genere rigidi e cultura del possesso». Una legge approvata alla fine dell’anno scolastico mentre a scuola tutti corrono dietro le incombenze di fine anno, ultime interrogazioni, recuperi impossibili, burocrazia asfissiante ed esami. Il Senato, con 116 persone presenti su 200, vota con 78 voti favorevoli e 38 contrari, e approva una legge che limita la libertà di insegnamento e toglie alla scuola italiana strumenti per affrontare i problemi delle persone in età evolutiva, dietro lo spauracchio “dell’ideologia gender”. Come scrive Educare alle Differenze: «Questa legge viene approvata in aperta contraddizione con le raccomandazioni internazionali e con le evidenze promosse da OMS e UNESCO, che indicano da anni nell’educazione sessuo-affettiva uno degli strumenti fondamentali per prevenire la violenza di genere, promuovere il consenso, contrastare discriminazioni e costruire relazioni più libere». > I numeri della violenza di genere in Italia non sono in calo, anzi la violenza > si ramifica dai luoghi di lavoro fino agli spazi digitali e si espande e > riproduce nelle giovani generazioni, come ci hanno dimostrato diversi studi. Nell’ultimo rapporto di Save the Children leggiamo: «Un adolescente su 4 dichiara di essere stato una vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti). Uno su 3 è stato geolocalizzato dal partner. Il 28% ha visto condividere immagini intime senza consenso. Il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati. Il 36% ha subito insulti o prese in giro per il suo genere o il suo orientamento sessuale». Una violenza diffusa e radicata. E di fronte a queste evidenze il governo vieta o limita la discussione, rendendo questi argomenti dei tabù, peggiorando di fatto la situazione.  I movimenti femministi e transfemministi, i centri antiviolenza, le associazioni da anni si battono per superare la diffusione a macchia di leopardo di queste inziative e rendere l’educazione sessuale, affettiva, alle differenze e alle relazioni obbligatoria per ogni scuola di ogni ordine e grado. Già oggi sono poche le scuole che attivano laboratori, e rimangono fuori le scuole più periferiche, nei piccoli centri, nelle zone interne e con questa legge la situazione peggiorerà. > «A pagare il prezzo più alto saranno ancora una volta le persone più giovani e > in formazione. Le giovani persone LGBTQIA+, e in particolare le persone trans > e non binarie, vedono restringersi ulteriormente gli spazi di riconoscimento, > autodeterminazione e tutela all’interno dei contesti educativi». Affermano le associazioni LGBTQIA+ di Bologna e chiedono alle scuole di inserire «nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) progetti di educazione alle differenze, affinché, grazie al patto educativo scuola-famiglia già previsto, si possa continuare a prevenire nelle scuole l’omobilesbotransfobia e la violenza di genere. In questo modo si può rafforzare l’alleanza tra scuola, famiglie e associazioni del territorio, dimostrando come questa nuova legge sia pura propaganda: gli strumenti per sviluppare progettualità condivise con il coinvolgimento delle famiglie erano già presenti». Bisogna moltiplicare i laboratori nelle scuole, stringere patti con le istituzioni locali, con le associazioni di genitori, con i collettivi studenteschi, i sindacati, i movimenti femministi e transfemministi, i centri antiviolenza: l’educazione sessuale, affettiva, alle relazione, alle differenze non deve tornare ad essere un fatto privato. E se la vogliono vietare nelle scuole, bisogna riportarla per le strade.   Immagine di Non una di meno Catania Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Educazione sessuale e affettiva vietata nelle scuole per legge proviene da DINAMOpress.
June 5, 2026
DINAMOpress
Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze
I comuni sotto i 5.000 abitanti in Italia rappresentano circa il 70% del totale e 2.000 di questi sono sotto i 1.000 abitanti. Circa 10 milioni di persone abitano in questi piccoli centri, il cui territorio copre la metà del territorio nazionale. In un sistema democratico sano, il diritto di critica e il dovere di controllo dovrebbero essere garantiti e protetti come pilastri costituzionali anche e soprattutto in queste realtà. Eppure è proprio qui che si consuma una disparità silenziosa, che trasforma la politica in una sfida tra chi ha le chiavi della cassa e chi deve attingere alle proprie risorse per difendere la legalità e i diritti di tutti e tutte. È qui che nasce la democrazia sospesa: un regime in cui le regole esistono sulla carta, ma la loro applicazione pratica dipende dalla disponibilità economica di chi le deve far rispettare. La disparità delle armi determina una lotta impari Il paradosso è evidente e brutale. Quando una Giunta approva una delibera controversa, ha alle spalle l’intero apparato comunale: dirigenti, tecnici e avvocati pagati con i soldi dei contribuenti. Se quella delibera è viziata, il consigliere o la consigliera di opposizione che intende impugnarla si trova davanti a un bivio drammatico: tacere o pagare. Mentre il Sindaco e gli Assessori resistono in giudizio utilizzando fondi di bilancio (soldi di tutti e tutte, inclusi quelli di chi dissente), il consigliere o la consigliera di minoranza deve affrontare le spese di un ricorso al TAR — tra contributi unificati esorbitanti e parcelle legali — attingendo ai propri risparmi personali o ricorrendo alle sottoscrizioni dei cittadini e delle cittadine che rappresenta. È una democrazia “per censo”, dove la tutela del bene pubblico è subordinata alla capacità patrimoniale del singolo eletto. Il rischio è che sia imposto un “silenzio forzato” > Questa asimmetria non è solo una questione di soldi; è una precisa arma > politica. Una maggioranza consapevole di questa disparità può sentirsi > legittimata a forzare la mano su atti di dubbia regolarità, sapendo che > l’opposizione difficilmente potrà permettersi il lusso di un’azione > giudiziaria. La partecipazione alla vita pubblica e alle scelte politiche nei piccoli comuni è una risorsa cruciale, che spesso si sviluppa attraverso forme di cittadinanza attiva e volontariato per migliorare la comunità. La difficoltà di opporsi a scelte fatte dall’amministrazione che si ritengono illegittime rende spesso inutile l’impegno e la partecipazione. Il risultato è una democrazia sospesa, che produce effetti devastanti come l’indebolimento del controllo in quanto si rinuncia a contestare atti illegittimi per timore del tracollo finanziario personale. La legalità diventa un lusso che non ci si può permettere. Inoltre chi è competente ma non può contare su risorse economiche proprie rinuncerà a candidarsi, sapendo di non poter esercitare il mandato con pienezza. Il consiglio comunale rischia di diventare un club esclusivo, non il luogo del confronto democratico. Si assisterà alla fuga dall’impegno civile. Gli uffici tecnici, sentendosi meno “osservati” da una minoranza finanziariamente sotto scacco, rischiano di appiattirsi sulle volontà della politica anziché sul rigore della norma e potranno agire in regime di impunità. C’è poi una beffa ulteriore che offende l’etica pubblica. I cittadini e le cittadine che sostengono le ragioni dell’opposizione pagano due volte: finanziando con le proprie tasse la difesa legale dell’Ente (anche quando l’Ente agisce contro la legge) e dovendo, se vuole, contribuire a raccolte fondi per permettere ai propri rappresentanti di chiedere giustizia. Così pagano due volte. È un cortocircuito che vede il denaro pubblico usato per blindare il potere e il denaro privato usato per cercare la verità. > Una riforma è urgente e necessaria per riattivare la democrazia. Non si può > chiedere a un consigliere comunale, che spesso percepisce un gettone di > presenza simbolico, di farsi carico di costi giudiziari nell’ordine delle > migliaia di euro. Quando il controllo è impedito dal costo della giustizia, la > democrazia è, di fatto, sospesa. È necessario un riequilibrio strutturale. > Servirebbero forme di tutela legale per le minoranze, l’esenzione dal > contributo unificato per i ricorsi legati all’esercizio del mandato, o la > possibilità di adire organi di controllo con poteri reali, rapidi e a costo > zero. Fino ad allora, la funzione di controllo nei piccoli comuni resterà un atto di eroismo civile, una battaglia contro i mulini a vento combattuta con la spada di legno del diritto contro la corazzata del bilancio pubblico. La democrazia non può avere un prezzo d’ingresso. Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità. 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June 5, 2026
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“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
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