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Disertiamo la scuola di Valditara, per una scuola antirazzista
Durante l’estate il dibattito politico e mediatico è apparso sempre più orientato alla costruzione di un nemico interno: le persone migranti e razzializzate. Dalla proposta di legge sulla “remigrazione” al cosiddetto decreto “anti-maranza”, dalla retorica dell’Europa sotto assedio alle strumentalizzazioni sull’islam e alla violenza conclamata delle forze dell’ordine, si moltiplicano discorsi che alimentano un clima di emergenza permanente, facendo della questione migratoria il principale problema della collettività e oscurando le crisi strutturali del Paese. La stessa strategia investe la scuola, terreno privilegiato di questa offensiva ideologica, attraverso la costruzione dell’emergenza legata alla presunta “invasione” degli alunnə stranierə. È una linea perseguita da tempo dal governo, ma le recenti prese di posizione del ministro Valditara segnano un ulteriore irrigidimento e anticipano il clima politico con cui si apre il nuovo anno scolastico. Già a luglio la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera ha approvato la cosiddetta “risoluzione anti-islamizzazione”, promossa da Futuro Nazionale, che denuncia un presunto rischio di indottrinamento ideologico, politico e religioso nelle scuole. La dichiarazione di Rossano Sasso, secondo cui le classi sarebbero ormai «piccole moschee», ne rende esplicita la logica. > La risoluzione sembra così perseguire un duplice obiettivo: costruire un > nemico immaginario a fini propagandistici e colpire ulteriormente la libertà > di insegnamento, già sottoposta a crescenti limitazioni. Negli stessi giorni Ernesto Galli della Loggia, dalle pagine del “Corriere della Sera”, offre a questa impostazione una sponda culturale e intellettuale. Attraverso un lessico emergenziale e polarizzante, quantifica la presenza di studentə con background migratorio come «la maggioranza», «talora la quasi totalità», mentre gli ultimi dati del Ministero parlano dell’11,6% di alunnə con cittadinanza non italiana, con un picco del 17% in Lombardia. Una rappresentazione iperbolica, la sua, che trasforma l’aula in uno spazio “occupato”, sottratto allə studenti italianə. Nonostante il 65% di questa popolazione scolastica sia nata in Italia, Galli della Loggia descrive bambinə e ragazzə come portatorə di valori immutabili ed estranei, concentrandosi in particolare sulle famiglie musulmane rappresentate attraverso una logica di conflitto e incompatibilità culturale. > Anche le seconde generazioni scompaiono così nella rappresentazione di culture > intese come blocchi monolitici, mentre il dialogo tra scuola e famiglie viene > sostituito dalla retorica dello “scontro tra civiltà”. La scuola italiana finisce così per essere raccontata come una piccola “Fortezza Europa”: uno spazio assediato in cui difendere un’identità occidentale minacciata dall’alterità. DALL’INCLUSIONE ALL’ASSIMILIAZIONE Questo approccio assimilazionista ed eurocentrico era d’altronde già ampiamente presente nelle Indicazioni nazionali per il primo ciclo pubblicate oltre un anno fa, che Galli della Loggia ha contribuito a redigere come membro della commissione nominata dal Ministero. Indicazioni che hanno operato un vero e proprio “epistemicidio”, ossia la cancellazione sistematica di saperi, lingue e visioni del mondo, ignorando come la stessa storia europea, la filosofia o le matematiche siano il frutto di millenarie contaminazioni globali, incluse quelle del mondo arabo-islamico. > Presentare la cultura italiana come un blocco puro, internamente omogeneo e > separato dal resto del mondo costituisce una costruzione ideologica > colonialista che quelle Indicazioni hanno contribuito a consolidare, rendendo > oggi più agevole per la politica invocare una presunta “difesa” dei confini > culturali all’interno delle classi. La continuità tra produzione culturale e iniziativa politica diventa più evidente durante il mese di agosto. In diverse interviste rilasciate al “Corriere della Sera” e al “Messaggero”, e nel suo intervento al convegno di Comunione e Liberazione a Rimini, Valditara raccoglie e rilancia le argomentazioni di Galli della Loggia, conferendo alla logica assimilazionista e razzista una veste pienamente istituzionale e programmatica. DISTRUGGERE IL PLURILINGUISMO L’integrazione è una priorità del MIM, dice, non l’inclusione – un passo indietro che liquida con un colpo d’accetta anni di ricerche e pratiche pedagogiche – e manifesta preoccupazione per l’uso della lingua madre in famiglia, sostenendo che essa farebbe “disimparare” l’italiano appreso a scuola. Per questo, afferma, verranno organizzati corsi di italiano L2 anche per i genitori. È utile a questo proposito ricordare prima di tutto che le mille cattedre destinate all’insegnamento dell’italiano per alloglotti, previste per lo scorso anno scolastico e sbandierate come un successo personale dal Ministro, sono diventate 762 per il prossimo, un taglio che racconta molto più delle dichiarazioni demagogiche. > Inoltre, le idee del Ministro sul bilinguismo contrastano non solo con decenni > di ricerche sull’apprendimento linguistico, ma anche con i documenti di > indirizzo che orientano l’insegnamento delle lingue nelle scuole italiane. Il Quadro comune europeo di riferimento (QCER) promuove infatti lo sviluppo della competenza plurilingue, riconoscendo che le lingue conosciute da una persona costituiscono un repertorio integrato di risorse che si sostengono reciprocamente. Secondo questa prospettiva le competenze sviluppate nella lingua madre rappresentano una base che facilita l’apprendimento della lingua dello studio e delle altre lingue. Chiedere alle famiglie di rinunciare alla propria lingua nativa tra le mura domestiche non agevola lo sviluppo dellə figlə; al contrario, considerare l’idioma d’origine come un ostacolo da sradicare innalza rigide barriere emotive che compromettono il rendimento scolastico, alimentando forme di rifiuto di sé e della propria storia. La scuola è già oggi impreparata a valorizzare il plurilinguismo che la contraddistingue, è costantemente priva di investimenti strutturali, tende a inserire d’ufficio nella macro-categoria dei Bisogni Educativi Speciali lə studenti con background migratorio non appena riscontra una parziale padronanza dell’italiano. Questo automatismo rischia di marginalizzare i percorsi scolastici dellə ragazzə patologizzando la diversità linguistica ed equiparandola a una carenza cognitiva, attivando interventi puramente compensativi che abbassano le aspettative formative e penalizzano il reale potenziale di apprendimento. > Per valorizzare il plurilinguismo servirebbero, al contrario, investimenti > concreti dedicati alla formazione continua dellə insegnanti e dal > potenziamento di risorse umane specializzate.  Il plurilinguismo dovrebbe essere incentivato come patrimonio dell’intera comunità scolastica, abbandonando l’idea che la diversità sia uno svantaggio da superare per accelerare un’integrazione forzata, che rischia di tradursi in una vera e propria sottomissione culturale. A SCUOLA NON C’È ALCUNO SCONTRO DI CIVILTÀ La stessa logica assimilazionista emerge anche nelle dichiarazioni del Ministro in materia religiosa. Valditara – il quale, pur prendendo le distanze dalle posizioni di Vannacci, nei fatti rincorre la linea della destra estrema di Futuro Nazionale – si erge a difensore delle bambine annunciando un emendamento al decreto Sicurezza che vieterebbe il burqa in classe e richiamando le sanzioni previste dal decreto Caivano per i genitori che non mandano a scuola le figlie per motivi religiosi, fino a evocare la revoca del permesso di soggiorno. > Il corpo delle bambine diventa terreno di scontro ideologico per legittimare > politiche securitarie ed escludenti poiché il richiamo all’emancipazione viene > usato solo come strumento di disciplinamento e di riaffermazione di una > presunta superiorità dei valori occidentali. Un’altra proposta propagandistica del ministro Valditara è rafforzare l’applicazione del tetto del 30% di “alunni stranieri” per classe, già introdotto nel 2010 dalla ministra Gelmini. La categoria stessa di “straniero” è però problematica: dei circa 930mila studenti privə di cittadinanza, il 65,2% è natə in Italia, parla italiano e non ha mai visto il Paese di origine dei genitori. Secondo gli ultimi dati del MIM, le classi che superano il 30% di studenti natə all’estero – le uniche per cui avrebbe senso un supporto linguistico dedicato – sono appena lo 0,7% del totale nazionale. Trasformare questa percentuale marginale in uno spauracchio serve a consolidare l’idea di una scuola “sotto assedio”, occultando le vere criticità: il ritardo scolastico e il maggiore rischio di dispersione che riguardano in misura significativa gli studenti con background migratorio, legati a condizioni economiche e strutturali come la povertà familiare, la concentrazione delle famiglie più vulnerabili nelle periferie, il sottofinanziamento della scuola pubblica e il taglio di figure essenziali come docenti L2 e mediatorə interculturali. A questo si aggiunge una legge sulla cittadinanza che continua a definire “stranierə” ragazzə natə e cresciutə in Italia. Il tetto del 30% lascia inoltre intatto il problema della segregazione formativa: attraverso orientamenti scolastici condizionati da pregiudizi e bias di genere, classe e razza, le seconde generazioni vengono indirizzate verso gli istituti tecnici e professionali anche quando possiedono competenze elevate. Vulnerabilità economica, disuguaglianze territoriali e carenza di informazioni sul sistema educativo rafforzano questo meccanismo, i cui effetti si prolungano nel mondo del lavoro. > Il razzismo istituzionale si mostra così nella sua dimensione più concreta: un > dispositivo che organizza gerarchie nell’accesso all’istruzione e, attraverso > di esse, nel mondo del lavoro. Nel loro insieme, questi interventi restituiscono un’immagine coerente della scuola come luogo di difesa identitaria piuttosto che di costruzione democratica. La narrazione dell’invasione e dello scontro di civiltà tra i banchi serve a occultare le cause strutturali e materiali del disagio scolastico. Derubricare tensioni sociali ed economiche a problemi di “Ramadan” o di “velo” permette allo Stato di deresponsabilizzarsi rispetto alle proprie mancanze, trasformando la marginalizzazione in una questione di incompatibilità religiosa e culturale. UN PROGETTO DI SCUOLA RAZZISTA E NAZIONALISTA Ma il vero assedio alla scuola non proviene dalle persone migranti o musulmane, ma da un progetto politico nazionalista, razzista e autoritario che, attraverso l’emergenza permanente, punta a ridefinire il significato stesso dell’educazione pubblica. > La scuola, anziché essere raccontata come una trincea dove culture diverse si > scontrano, dovrebbe essere il luogo in cui si contrastano le disuguaglianze > educative e lavorative e si pratica un’educazione profondamente antirazzista. A noi insegnanti viene sempre più richiesto di presidiare la scuola come una Fortezza, di schierarci come soldati a difesa della cultura nazionale facendoci complici di un sistema scolastico che guida le seconde generazioni verso un destino di lavoro sottopagato e dequalificato. > A questa chiamata alle armi e alla riproduzione dello sfruttamento scegliamo > di sottrarci: disertiamo. Continuiamo a lavorare dentro e fuori le classi insieme a tutte lə insegnanti che da anni già lo fanno, costruendo quotidianamente pratiche di cittadinanza globale, di educazione alla pace, di antirazzismo, contro i confini e per la libera circolazione di persone, lingue e storie, riconoscendo che il futuro del Paese dipende dalla capacità di ripensarci – oltre il monolinguismo, la bianchezza, i confini nazionali e le gerarchie di classe e di razza nel mercato del lavoro – e non dalla costruzione di nuove trincee identitarie. Per rendere concreta questa trasformazione servono risorse stabili e strutturali, gestite direttamente dalle scuole, superando la logica di progetti e bandi saltuari affidati a enti esterni, che distribuisce le risorse in modo diseguale e finisce per amplificare le disuguaglianze territoriali. Occorre rendere sistemica la presenza dellə mediatorə culturali, in classe, nei colloqui con le famiglie e nell’orientamento; aumentare le cattedre di italiano per alloglotti e i fondi per libri, materiali e attività extracurriculari; garantire il tempo pieno su tutto il territorio nazionale e ampliarlo anche per le scuole medie; attivare sportelli di segretariato sociale per sostenere le famiglie nell’accesso ai servizi e alle piattaforme scolastiche, contrastando il digital divide; garantire infine allə insegnanti formazione retribuita sulla decolonizzazione dei saperi, la didattica antirazzista e il plurilinguismo. > Al contempo, come lavoratorə della scuola, crediamo urgente adeguare i salari > dellə insegnanti. Finché le “referenze inclusione” e “intercultura” resteranno > incarichi aggiuntivi con compensi simbolici, continueranno a gravare sul > “ricatto della cura”, tra volontariato e autosfruttamento. Serve smontare la narrazione della vocazione e dell’attitudine “materna” dellə insegnanti e riconoscere che didattica, inclusione e lavoro emotivo sono lavoro di riproduzione sociale, che richiede adeguata retribuzione e piena dignità. La scuola, però, non può fare tutto da sola: un cambiamento duraturo richiede interventi sul welfare, sulla cittadinanza, sulla sanità pubblica, sul lavoro e sul diritto alla città, capaci di garantire condizioni materiali dignitose anche fuori dalla scuola. la copertina è RDNE Stock project via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Disertiamo la scuola di Valditara, per una scuola antirazzista proviene da DINAMOpress.
September 13, 2026
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Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla
In Sassonia-Anhalt l’AfD ha superato il 43% dei voti domenica scorsa. Un risultato mai visto dal secondo dopoguerra a oggi, un partito apertamente razzista e nostalgico, raggiunge una maggioranza quasi assoluta in un Land tedesco. E lo ha fatto in un’ elezione che ha portato alle urne quasi l’80% degli aventi diritto, una partecipazione enorme rispetto alle precedenti elezioni del 2021, quando si era attestata poco al di sopra del 60%. Ora l’AfD dovrà trovare i numeri per riuscire nella Regierungsbildung, la formazione del governo del Land ma non sarà così difficile perché le mancano una manciata di seggi. Per questo le trattative sono aperte con la formazione rossobruna di Sahra Wagenknecht, che sembra disposta a rompere il Brandmauer, il muro taglia fuoco, il cordone sanitario stabilito dai partiti tradizionali per escludere qualsiasi tipo di alleanza o cooperazione con l’estrema destra, o può sperare che degli eletti tra le fila della CDU, sfiduciati dalla linea del partito di centro-destra, passino al governo di estrema destra. Queste elezioni sono l’inizio di una serie di passaggi elettorali in Europa e nel mondo che potrebbero cambiare il volto della politica globale, si vota ancora la prossima settimana a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, e poi in Brasile, negli Stati Uniti, in Serbia, per arrivare nel 2027 alla Francia, fino alle elezioni politiche italiane. Il voto in Sassonia-Anhalt può può esserci utile per capire la svolta verso l’estrema destra. ELEZIONI 2026–2027 Le principali scadenze elettorali in Europa e nel mondo 2026 13 SETTEMBRE Svezia Elezioni parlamentari 18–20 SETTEMBRE Russia Elezioni della Duma 20 SETTEMBRE Berlino Elezioni regionali 20 SETTEMBRE Meclemburgo-Pomerania Anteriore Elezioni regionali 23 SETTEMBRE Marocco Elezioni parlamentari 3 OTTOBRE Lettonia Elezioni parlamentari 4 OTTOBRE Bosnia-Erzegovina Elezioni generali 4 OTTOBRE Brasile Elezioni generali 27 OTTOBRE Israele Elezioni parlamentari 3 NOVEMBRE Stati Uniti Elezioni di midterm 7 NOVEMBRE Nuova Zelanda Elezioni generali 22 DICEMBRE Sud Sudan Elezioni generali 2027 16 GENNAIO Nigeria Elezioni presidenziali e parlamentari 28 FEBBRAIO El Salvador Elezioni presidenziali e legislative 18 APRILE Francia Presidenziali · primo turno 18 APRILE Saarland Elezioni regionali 18 APRILE Schleswig-Holstein Elezioni regionali 25 APRILE Renania Settentrionale-Vestfalia Elezioni regionali 2 MAGGIO Francia Presidenziali · secondo turno 30 MAGGIO Brema Elezioni regionali PRIMAVERA Grecia Parlamentari · data da definire 26 SETTEMBRE Bassa Sassonia Elezioni regionali 24 OTTOBRE Argentina Elezioni presidenziali e parlamentari AUTUNNO Italia Elezioni politiche · data da definire NOVEMBRE Polonia Elezioni parlamentari · data da definire LA CRISI DELLA CDU E DELLE COALIZIONI DI CENTRO La CDU è la vera sconfitta di queste elezioni regionali, perde oltre il 20% dei voti, in uno stato che governava da più di venti anni, e così scricchiola anche il governo federale a guida cristiano-democratica. Dai flussi di voto è chiaro che una gran parte dell’elettorato della CDU ha votato per l’AfD, oltre a un gran recupero di chi non aveva votato alle scorse elezioni e che ha deciso di votare l’estrma destra. Dopo la crisi di consenso del partito social-democratico di centro-sinistra SPD, che in tutte le ultime elezioni regionali ha raccolto percentuali bassissime, ora è la volta dell’altro grande partito tedesco di centro-destra. Anche qui c’è una profonda crisi di programma, di leadership, di vera e propria proposta politica. Insomma il sistema politico e l’alleanza al centro tra centro-sinistra e centro-destra, che aveva traghettato la Germania post-nazista dalla fine della seconda guerra mondiale alla riunificazione tedesca degli anni ’90, diventando il cemento dell’integrazione europea e della moneta unica, è in piena crisi. Dopo la leadership di Merkel, riuscita a traghettare la Germania nella crisi economico-finanziaria del 2008-2011 e nella cosiddetta crisi dei rifugiati, è stata la guerra in Ucraina che ha portato la Germania in una crisi prima economica e poi politica. > Il centro non regge più, la mediazione tra cristiano-democratici e > social-democratici, la base del patto democratico dal secondo dopoguerra, il > fondamento dell’integrazione europea, è oggi in dissoluzione. In Italia il sistema dei partiti del secondo dopoguerra è finito negli anni ’90, ma per altri due decenni il sistema si è retto su due grandi coalizioni di centro-destra e centro-sinistra, per frantumarsi nelle elezioni nel 2018, con la vittoria del M5S. In Francia è successo qualcosa di simile con l’ascesa di Macron nelle elezioni del 2017, che ha distrutto il bipolarismo tradizionale tra socialisti e repubblicani. Oggi anche il macronismo non tiene più e il terzo polo centrista e neoliberale è probabile che non passi al secondo turno delle elezioni presidenziali. Ma questa è una tendenza europea: il Belgio, i Paesi Bassi, la Spagna, la Polonia, la Romania… > Le grandi coalizioni tedesche tra CDU e SPD sono state il caposaldo delle > politiche neoliberali, dell’austerità e della impossibilità di ogni riforma > del processo di integrazione europea. Sull’accordo franco-tedesco si è > costituito il mercato unico, l’euro e il sistema europeo per come lo > conosciamo oggi. Non è solo la CDU a crollare, ma anche una certa visione del > sistema europeo. Qui però non possiamo cascare nell’errore dei tanti politoligi liberali che valutano le ali estreme come equivalenti ed entrambe pericolose per la democrazia. Oggi i partiti di estrema destra in Europa, come AfD, Futuro Nazionale, Vox, hanno dei programmi espressamente contrari ai diritti umani, e hanno l’obiettivo di introdurre politiche che attaccano l’esistenza delle persone migranti e delle persone trans. Non c’è nulla di simile nei programmi dei partiti di sinistra, anche la più radicale. SASSONIA-ANHALT: IL VOTO CAMBIA VOLTO Elezioni regionali · confronto 2021 / 2026 2021 2026 AfD 20,8% 43,8% CDU 37,1% 17,2% SPD 8,4% 9,3% Verdi 5,9% 8,9% Die Linke 11,0% 8,6% FDP 6,4% 2,6% BSW — 5,3% Fonte: Landeswahlleiterin Sachsen-Anhalt · 2026 dato provvisorio L’ESTREMA DESTRA PER LA PRIMA VOLTA ALLA GUIDA DI UN LAND La Sassonia-Anhalt è un piccolo stato tedesco, con una popolazione di poco più di due milioni di abitanti, in cui l’età media è di 47,3 anni, dagli anni ’90 ha perso almeno mezzo milione di abitanti, il reddito è tra i più bassi della Germania, il tasso di povertà tra i più alti, le industrie dismesse dopo la riunificazione hanno lasciato un tasso di disoccupazione più alto della media. La popolazione migrante è intorno all’8%, quasi la metà che nel resto della Germania, ma negli ultimi dieci anni è cresciuta più velocemente che nel resto del paese. A causa dell’emigrazione la Sassonia-Anhalt presenta un marcato squilibrio di genere in particolare tra le fasce d’età più giovani, con circa 120.240 uomini di età compresa tra i 18 e i 29 anni a fronte di circa 103.177 donne. L’AfD è un partito con un programma di estrema destra radicale: deportazioni di massa delle persone migranti, ma anche delle persone tedesche con diverse origini ma non “integrate”, pattugliamenti nelle strade di milizie volontarie, sostegno alle famiglie tradizionali bianche, attacco diretto all’esistenza delle persone trans, propensione alla fine delle ostilità con la Russia, ritorno all’acquisto di gas russo, fine di ogni politica “green” e un programma economico protezionista che strizza l’occhio al grande capitale tedesco. Tra le file degli eletti troviamo ex dirigenti della Stasi, persone che partecipano ai compleanni di Putin e inconfutabili neonazisti. Non è un caso che goda dell’aperto appoggio di Trump come di Putin. > Il fatto che l’AfD vinca per la prima volta in un Land della Germania dell’est > ci dice molto sulla riunificazione tedesca, la fine del comunismo, il processo > di privatizzazione dei beni pubblici della DDR, l’annessione da parte del > grande capitale dell’Ovest delle industrie statali dell’Est, la cancellazione > dell’identità di una parte della Germania. Non è solo una questione di investimenti pubblici, ma la storia e l’identità della DDR sono state ridicolizzate, marginalizzate, calpestate o semplicemente dimenticate, un po’ come la popolazione che lì viveva e lavorava. Insomma, alcune delle divisioni che alimentano la guerra in Ucraina vivono anche nel cuore dell’Europa. LE FRATTURE SOCIO-POLITICHE DEL VOTO IN SASSONIA-ANHALT Questo voto segue tendenze che si erano già delineate in altre elezioni europee e mondiali, anche se l’Afd ha superato di gran lunga tutte le previsioni di vittoria. > I giovani uomini votano più per l’AdD delle giovani donne, tra le donne tra i > 18 e i 29 anni vota per l’Afd il 39% e per la Linke il 19%, mentre tra gli > uomini della stessa fascia di età, l’Afd è al 59% e la Linke al 13%. Sono gli uomini in età lavorativa (tra i 30 e 59 anni) che votano in massa AfD con percentuali oltre il 50%, anche le donne adulte votano Afd ma meno, con percentuali intorno al 40%. Uomini e donne più anziane hanno mantenuto il voto alla CDU. Le donne giovani sono emigrate di più alla ricerca di migliori opportunità di studio e lavoro, e quelle rimaste votano in percentuali minori per la destra, per quanto anche il voto femminile verso l’estrema destra sia in crescita. C’è una frattura chiara che corre lungo le linee del genere e dell’età. > AfD ha vinto in tutti i 218 comuni del Land. In quasi tutto il territorio > arriva al 30% dei voti e in alcune zone supera il 50%. Sono le regioni rurali > ma soprattutto le zone industriali in dismissione che votano in massa per > l’estrema destra. Come la circoscrizione di Mansfeld-Südharz, legata all’estrazione mineraria del rame fin dai tempi medievali, in queste miniere aveva investito la famiglia di Lutero e nelle campagne circostanti infuriarono le rivolte contadine guidate da Thomas Müntzer, nella seconda metà del ‘700 qui venne usata la prima macchina a vapore di tipo Watt sul suolo tedesco e alla fine dell’800 inaugurata la più lunga linea ferroviaria mineraria; durante il periodo socialista le miniere vennero nazionalizzate e sovvenzionate e la loro storia di rivolte messa al centro della narrazione socialista. Con la riunificazione della Germania, le miniere di rame vennero chiuse velocemente, la deindustrializzazione aprì la strada alla disoccupazione di massa e all’emigrazione, lasciando sul territorio enormi cumuli di roccia scura, delle vere e proprie piramidi artificiali di scarti. L’AfD qui ha raggiunto quasi il 52%. O la circoscrizione del Burgenlandkreis, distretto minerario di lignite e polo chimico, dove dalla metà dell’800 vennero costruite grandi centrali a carbone per la produzione di energia elettrica. Durante il periodo socialista la produzione venne spinta al massimo delle capacità, per essere fortemente ridimensionata con la riunificazione. Questo territorio si trova al centro del programma di Strukturwandel (cambiamento strutturale) per l’eliminazione graduale dell’energia derivante dal carbone. Anche il polo artigianale di produzione di scarpe, di carta e di zucchero non ha sostenuto la competizione globale e sono tantissime le fabbriche chiuse. Anche qui l’AfD ha raggiunto quasi il 52%. Ma anche molto di più, come nella città di Schnaudertal dove ha sfiorato il 65%. > Nelle zone deindustrializzate non si è solo perso il lavoro, ma un’intera > comunità operaia, con le sue relazioni, la sua storia, la sua identità. Qui > possiamo leggere le storie delle aree minerarie inglesi che hanno votato per > la Brexit e la rust belt statunitense che vota per Trump. Questo voto viene letto come gli operai che prima votavano a sinistra e oggi votano l’estrema destra, ma in questi territori è rimasto molto poco del tessuto industriale che abbiamo conosciuto nel ‘900, molto poco di quelle comunità operaie, con una propria storia di classe, di lotta e di senso comune. In queste zone l’AfD ha preso più voti che nelle aree rurali, analizzando i flussi, non sono voti della sinistra, Linke o SPD, ma voti della CDU e persone che non votavano e sono tornate alle urne. > Nei centri urbani di Magdeburgo e Halle, che contano più di 200.000 persone, > Linke e Verdi, raggiungono il loro migliore risultato. Nella circoscrizione di Halle III, ad esempio, i Verdi sono stati addirittura il primo partito assoluto con il 33,7% dei voti. In queste città è stato usato in maniera mirata il voto disgiunto per provare a impedire l’elezione diretta nei seggi uninominali dei candidati dell’AfD. Ma c’è anche la periferia di Magdeburgo dove l’Intel avrebbe dovuto costruire un grande centro di microchip e che invece è rimasta un’area vuota, dove l’Afd raggiunge il 35%, a differenza del resto della città. Anche nella terza città per numero di abitanti Dessau-Roßlau, storica città del design e del Bauhaus, AfD è primo partito ma con percentuali più basse rispetto al territorio circostante. C’è una linea di frattura che corre lungo l’asse centro e perfieria, non è semplicemente città e campagna, ma tra le aree competitive economicamente, demograficamente, culturalmente e le aree marginali dove regna abbandono, spopolamento e sfiducia. > E se seguiamo questa frattura, tra competizione e marginalizzazione > territoriale, arriviamo anche all’altra grande frattura, quella > dell’istruzione, il Bildungsclivage, chi vota AfD ha un titolo di studio più > basso, un diploma tecnico-professionale, mentre chi vota i partiti > progressisti come Linke e Verdi ha una laurea. E questo si collega alla frattura territoriale, perché le competenze più elevate dell’economia dei servizi si trasferiscono verso le aree urbane e si collegano alla frattura di genere, perché le donne tendono a studiare di più e ad avere titoli di istruzione più elevati. GENERE ED ETÀ La frattura generazionale e di genere mostra una forte differenza nel voto all’AfD tra giovani uomini e giovani donne. 59% Uomini 18–29 · AfD 39% Donne 18–29 · AfD Differenza: 20 punti percentuali CENTRO E PERIFERIA Il voto all’AfD cresce nelle aree periferiche e rurali, mentre nei principali centri urbani il consenso è significativamente più basso. 29,9% Halle · AfD 64,7% Schnaudertal · AfD Differenza: 34,8 punti percentuali ISTRUZIONE La frattura educativa: il consenso all’AfD è maggiore tra chi ha un livello di istruzione più basso. 57% Istruzione bassa · AfD 30% Istruzione alta · AfD Differenza: 27 punti percentuali COSA POSSIAMO IMPARARE DA QUESTO VOTO Analizzare il voto e le fratture socio-politiche che ne emergono non significa cristallizzarle, ma costruire basi di analisi solide per la costruzione di una strategia politica che porti la sinistra verso traiettorie di vittoria. Spesso il quadro di chi vota i partiti di estrema destra – maschi, bianchi, poco istruiti, che vivono in posti squallidi e abbandonati – viene stereotipato e deriso, lo fanno i giornali liberali, i programmi televisivi, e anche una parte dei partiti di sinistra e progressisti. Solo nelle ultime settimane, vengono in mente le parole di Raimo sulle zone interne dove è rimasto «solo il maschilismo e l’alcolismo», e di Bonaccini «chi vota a destra ha studiato poco». Ha risposto Salvini con un video sostenendo che anche chi non ha studiato può fare grandi cose e per questo vota Lega. L’AfD offre la prospettiva di scaricare verso il basso i costi delle prossime crisi, cioè far pagare alla popolazione più precaria, povera e migrante le conseguenze economiche, climatiche e sanitarie delle politiche neoliberali degli ultimi decenni. L’AfD è l’organizzazione politica del rancore: delle persone bianche sulle persone razzializzate, degli uomini sulle donne, delle persone con un titolo di studio tecnico contro gli intelletualli del centro… > Ma il voto in Sassonia-Anhalt ci dice qualcosa in più. Un partito con > percentuali oltre il 40% non è semplicemente un voto delle aree > marginalizzate, ha sfondato anche nelle aree urbane, nella piccola borghesia, > nella classe media. In Sassonia-Anhalt chi votava CDU ha iniziato a votare > l’AfD, quindi si sta ampliando il blocco sociale che vota l’estrema destra. Una parte della borghesia e del grande capitale tedesco potrebbe iniziare a rompere il muro taglia fuoco e far bruciare l’intera prateria. Così come sta accadendo in Francia, ed è accaduto in Italia, dove la grande borghesia ha già votato Meloni e ora invita Vannacci a Cernobbio. Quali prospettive può offrire una programma politico di sinistra radicale alle aree marginalizzate, a chi ha un basso titolo di studio, a chi vive nella precarietà, a chi vede nel futuro una minaccia invece che una prospettiva? > Per rimanere nelle elezioni regionali tedesche, il programma della Linke a > Berlino già delinea delle risposte. Berlin bezahlbar machen, rendere Berlino accessibile è lo slogan principale, un programma incentrato sulla lotta alla speculazione e alla rendita immobiliare, agli affitti brevi, blocco degli sfratti, e poi trasporto pubblico gratuito in prima istanza per le fasce più povere, ma in prospettiva per tutti e tutte, politiche sociali ed educative al centro. I sondaggi danno la Linke al 21%, la CDU al 20%, l’AfD al 18%, la SPD al 12%. L’estrema destra lo ha capito molto bene, in Germania come altrove, non si vince più al centro. La partita è tutta aperta. Ed è ora di iniziare a giocare anche a sinistra. Immagine di copertina di vfutscher via flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla proviene da DINAMOpress.
September 12, 2026
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“Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano
Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”. Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro, nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Amed. È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia? Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente. La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società. Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito. Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno». Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società. Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli. Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini. Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere. Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne. E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish? Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne. Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”? Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti. Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali. Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale? Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti. Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione. Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente. Come continuerà, quindi, la vostra lotta? Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione. La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta. Immagine di copertina commons.wikimedia.org Immagine interna di Ypj Navenda Ragihandine L'articolo “Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
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Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria
Brigitte Vasallo scrive da anni di legami, del potere della memoria e dei modi in cui questa ordina le nostre vite. È scrittrice, saggista e attivista; i suoi libri hanno dato vita a dibattiti che hanno attraversato il mondo del femminismo e hanno trovato lettrici e lettori ben oltre i confini della Spagna. Molte delle sue opere sono state tradotte in Italia, paese nel quale il suo pensiero ha interagito in modo particolare con i dibattiti sugli affetti, sulle migrazioni e sulle trasformazioni sociali. Parte della ricerca che ha dato origine a “La fosa abierta. Anarchivo emocional de un milagro” ( La fossa aperta. Anarchivio emotivo di un miracolo, NdT), suo ultimo libro, è stata realizzata anche in Italia, dove ha approfondito lo studio delle diaspore rurali e delle memorie condivise tra paesi. Però questa ricerca è, al tempo stesso, profondamente personale. Vasallo è figlia di contadini galiziani espulsi dalla campagna e, partendo da questa storia familiare, conia il concetto di “diaspora rurale” per riflettere sull’esperienza di milioni di persone, costrette ad abbandonare i propri territori nel corso del XX secolo. SD: Se dovessi spiegare cosa troverà nel libro a chi ancora non lo conosce, cosa diresti? BV: che troveranno un saggio che cerca di esplorare altre forme di scrittura, che cerca di costruire una conversazione attorno a un tavolo, che vuole onorare tutte le lingue e le espressioni che in quella conversazione si intrecciano e che cerca di contestare la narrazione celebrativa intorno al successo del capitalismo. È anche un libro che propone un altro asse di lettura delle cose, un asse che non esclude quelli che già possediamo, ma aggiunge un ulteriore livello di informazione: l’asse campagna-città. SD: Perché utilizzi la parola anarchivo, in luogo di archivio, per parlare della memoria? Innanzitutto, credo esista una questione formale: bisogna includere la letteratura in questa conversazione. Il termine proviene da altre forme artistiche e, in qualche modo, ci permette di entrare in dialogo con la letteratura. D’altra parte, in Spagna non abbiamo coltivato la memoria. In questo senso, ammiriamo l’Argentina e i luoghi in cui invece questo è accaduto, e vi siamo grate, perché la vostra memoria contribuisce in parte a definire  anche chi siamo noi. Quando un paese decide di abbattere tali barriere, produce effetti positivi non solo per il contesto specifico, ma per la maggior parte di noi. Nel nostro caso non è accaduto e mi interessava mettere la questione sul tavolo e affrontarla da una prospettiva che non proponesse un monumento, un museo o una determinata storia, ma che proponesse, nello specifico, altre cose: tutte le altre forme di memoria che il termine “anarchivo” può includere. E questo ha a che fare con il molto piccolo e con il fatto di assumerci la responsabilità della storia di ciascuna di noi, di capire che quella memoria va portata avanti e costruita partendo da lì. È da lì che iniziamo a fare i conti con le cose. SD: Ricordo che, quando sono andata a Palermo, c’era un grande edificio da cui entravano e uscivano persone, e un compagno, che ci stava facendo fare un giro della zona, ci ha spiegato che quell’edificio era la sede del Rettorato dell’Università e che lì erano state incarcerate migliaia di donne accusate di “stregoneria”. Tuttavia, non c’era né una targa né alcun segno commemorativo. La cosa mi ha colpito. BV: E, pensa un po’, passavi lì proprio in quel momento, quel compagno l’ha detto a te e ora tu lo racconti a me. C’è qualcosa che riguarda ciò che è piccolo e il fatto che ognuna di noi debba assumersi la responsabilità di portarne avanti la memoria e ricostruirla partendo proprio da lì. È così che si creano le storie e si trasmettono. In altri luoghi, in altri modi. Il sottotitolo “Archivio emotivo di un miracolo economico” sposta lo sguardo dalla storia nazionale verso un’esperienza condivisa dal Sud Europa. Il cosiddetto “miracolo economico” appare qui come il processo che ha svuotato le campagne, trasformato i territori e lasciato un’impronta indelebile nella memoria delle persone che sono state costrette ad andarsene. SD: Ti riferisci all’identità charnega, segnata dalle migrazioni, ma anche dallo stigma. Noi che viviamo da questa parte del Sud non abbiamo molta familiarità con questo termine: perché ritieni sia importante parlarne, in questo libro? BV: È un insulto che io prendo e me ne riapproprio, perché non abbiamo una parola per descrivere com’è stata la diaspora contadina nell’Europa meridionale, non esiste, e a me piace che le parole possano cambiare significato, quindi prendo uno dei tanti insulti che ci sono stati rivolti per cercare di costruire qualcosa partendo da lì. Quella diaspora contadina, di cui faccio parte, si è trasferita nelle città ed è presente anche oggi in Argentina. Non vedo l’ora di scoprire come questo libro risuonerà in tutte quelle persone di origine italiana, spagnola, ma soprattutto di origine contadina; in quelle famiglie che sono state costrette ad abbandonare le loro terre nel corso del XX secolo, in particolare a partire dalla Seconda guerra mondiale o dalla Guerra civile spagnola. Cosa è accaduto in quell’espulsione di contadini? Gli arrivi in America e in Europa sono stati diversi. Lì, che cosa è successo? E che ne è di chi torna? Tornare dalla Francia o dal Sudamerica non è lo stesso. Nello stato spagnolo si parla di circa sei milioni di persone sradicate a partire dagli anni Cinquanta. Ogni migrazione è un’espulsione; come processo storico, è un’espulsione. Queste persone sono state espulse dal loro territorio e dal loro stile di vita. E poi, cosa succedeva nei luoghi di arrivo? Ci sono ostacoli amministrativi, emotivi, giudiziari, razzisti. SD: Nel corso del libro è molto presente la memoria affettiva, una memoria attraversata dagli affetti e dalle emozioni, una forma di narrazione che spesso entra in tensione con i racconti egemonici. Ritieni che quella neutralità implichi anche una forma di cancellazione delle esperienze e dei ricordi? Perché pensi che le emozioni vengano spesso messe in secondo piano? BV: Credo che ci sia un’intenzione sistemica sulla quale ho cercato di lavorare attraverso i mie libri. “Pensiero monogamo e terrore poliamoroso” non era un libro su come avere più partner, ma su come farci carico delle nostre emozioni, perché è proprio lì che si gioca tutto. Pensaci: da Milei in Argentina a Trump negli Stati Uniti, parlano tutti come esaltati, approfittandosi del fatto che noi non abbiamo voce in capitolo. L’affettività è come una finzione. E quei discorsi, che ne sono privi, lo sono perché questa mancanza ha un significato. È chiaro – no? – che, nel mio modo di scrivere e in quello di tante altre persone come me, l’affettività fa parte di ciò che accade e del racconto della storia. SD: Il mio Paese d’origine, l’Argentina, vanta una lunga tradizione di attivismo archivistico, in cui la costruzione della memoria è anche una pratica politica e collettiva. Ritieni che questo lavoro di produzione della storia attraverso l’attivismo possa essere concepito come una forma di “anarchivio emotivo”? In che modo, in questo processo, possono dialogare quelle esperienze contraddittorie e complesse che spesso rimangono escluse dai racconti istituzionalizzati? BV: Quelle storie esistono, le storie delle persone che non compaiono nella “grande storia” esistono. Il racconto non è completo senza tutte quelle storie. Quell’idea di una narrazione unica, lineare e unidirezionale racchiude in sé gli elementi di ciò che non vogliamo più. Il fatto che sia contraddittorio è parte della questione. E, allo stesso tempo, quando parliamo di istituzionalizzazione, l’unico modo in cui questa può essere intesa è come processo in divenire, non si giunge mai a una conclusione. C’è un presente continuo in cui è proprio il percorso a generare nuovi conflitti e sfide da affrontare. La sensazione di essere arrivati e di poterci concedere una tregua nella ricerca non fa parte del pensiero collettivo. Ogni storia è più di “quella” storia. Sono le storie che in alcune parti d’Europa non avremo mai. Ecco perché quel libro è molto importante anche per l’Europa. Perché qui quelle storie non le avremo, le viviamo attraverso di voi. SD: Passando a un piano più artistico: com’è stato il processo di scrittura e di costruzione di questo libro? E, in questo senso, perché hai sentito che questo era il momento giusto per scriverlo e pubblicarlo? BV: Ci sono voluti sei anni per scriverlo e fare ricerche. È stato come cercare un ago in un pagliaio. Mi trovavo nel nulla, sapevo che c’era un rumore, ma non avevo la minima idea di dove sarebbe spuntato. E questa situazione è emersa perché lo Stato spagnolo ha attraversato processi di identità nazionale molto forti, semplicistici e assurdi. Persone come me, che provengono dalla diaspora, non si trovano a nostro agio. Si può mentire, dimenticare la propria storia e integrarsi. Ho imparato queste tecniche con il genere… ho la possibilità di affermarmi: sono una donna, e affermarlo così, in modo rigido e tutto il resto, e sì… ma anche no, che ne so, è che non credo nemmeno in quelle categorie, le affronto come posso. Sono cose che si costruiscono culturalmente. E con queste appartenenze culturali, così binarie, così rigide, arriva anche il momento in cui non ci si sta più. Non ci si inserisce in nessuna delle narrazioni. E, partendo da quel senso di smarrimento, e da quel libro, ho iniziato a chiedermi chi siamo e cosa siamo. Allora ho iniziato a fare qualcosa che ho sempre fatto: chiedere alla gente, intervistare la gente. Perché quando si fa una domanda, tutto si rivela. SD: C’è stato un momento in particolare in cui ti sei resa conto che quella tua riflessione sarebbe stata pubblicata, che sarebbe cioè diventata un libro? BV: Ho sempre saputo che si trattava di un libro. Sapevo che dovevo farne un libro; quello che non riuscivo a trovare era la forma giusta. Grazie alla ricerca, man mano che capivo meglio ciò che stavo facendo, sono riuscita a trovare la forma giusta. In quel modo di vedere il mondo, nella costruzione della teoria, la cosa che mi costava di più era trovare la forma giusta. Credo che avessi 500 pagine, più o meno ci stavo lavorando già da quattro anni. Ero stanca marcia di me stessa. Avevo le pagine, ma non un libro. E sono successe due cose. Il primo testo riguardava la Sierra de Queixa. Quel testo l’ho scritto una notte, come racconto, quando è successa la storia dei miei cugini, della casa, della Sierra. Poi la mattina seguente l’ho letto ai miei cugini e ho detto: «È questo». Questo dà un ordine al libro. E quando l’ho capito, mi sono concentrata sulle conversazioni che si svolgevano attorno al tavolo, ma, soprattutto, sul testo della Sierra de Queixa. Voglio consegnare quelle pietre con le croci, e chi le leggerà dovrà tracciare i propri percorsi, perché non voglio una mappa chiusa, voglio una mappa di sentieri aperti. Una mappa frammentaria, volutamente: che sia come un rizoma. Come quando lanci delle biglie e inizi a vedere delle figure. SD: Come una costellazione. BV: Sì, come una costellazione. SD: In un contesto caratterizzato dall’avanzata della destra a livello mondiale, da tumulti politici e da sfollamenti forzati, volevo chiederti anche: come vedi il femminismo oggi? BV: È un modo di vedere il mondo, una cassetta degli attrezzi, un metodo. Un insieme di metodi per guardare il mondo. Ed è molto difficile che scompaia. Rimane che siamo più o meno disorganizzate, questo rimane. E poi ci sono tutte le lotte che abbiamo vissuto in questi anni. Un’esperienza che nessuno può toglierci. È un patrimonio di esperienza che non possiamo sottovalutare. Penso, ad esempio, alle lotte per l’aborto. Sono un piccolo tesoro. Possono toglierci un diritto, sì, ma il piccolo tesoro di ciò che abbiamo imparato e di ciò che abbiamo vissuto, nessuno ce lo può togliere. SD: Pensi che esista un femminismo che tenga conto delle esigenze di un’epoca caratterizzata da sfollamenti e migrazioni forzate? BV: Il ciclo esiste, ma non tutte lo vediamo. A fine giugno scade il termine per la procedura di regolarizzazione straordinaria, un’iniziativa nata dai movimenti migratori di base in Spagna. E questa è un’azione femminista su larga scala. Perché il femminismo prende spunto dal genere, ma in realtà riguarda il mondo. Questa prospettiva esiste, che si chiami femminismo o meno. SD: Mi è piaciuta molto questa frase: «Non siamo le nipoti delle streghe che non hanno bruciato, siamo con le delle streghe che vivono ancora e in mano abbiamo un fiammifero». Per concludere con una domanda che infonde speranza: dove si trovano, secondo te, in questo contesto, la speranza, la forza o la potenza? Dove sono le tue amiche streghe con i fiammiferi in mano? BV: Beh, vedi, ho la grande fortuna di essere circondata da amiche e colleghe argentine dalle quali imparo moltissimo. Le prime due che mi vengono in mente sono Luciana Peker e Susy Shock, entrambe argentine. Luciana ci diceva una cosa che mi sembra importantissima: non ci attaccano per i nostri errori, ma per i nostri successi. Dobbiamo riflettere su noi stesse, sì, ma non dimentichiamo che non ci puniscono per i nostri fallimenti, bensì per tutto ciò che riusciamo a realizzare. E poi c’è Susy Shock. Ho avuto la fortuna di poterla presentare e lei diceva: «Questo ciclo finirà, come finiscono tutti. Quando finirà, cosa avremo? Avremo il mondo di sempre o avremo il mondo nuovo che stiamo costruendo?». Quando non ce la faccio più, mi aggrappo a questo. la copertina è di Paolo Monti da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
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Spin Time: un’altra idea di città prende forma
Nonostante le condizioni climatiche romane la notte del 29 luglio, come abbiamo raccontato, uno sgombero ha costretto  gli e le abitanti di Spin Time a uscire dall’edificio che per tredici anni era stata la loro casa. Quella che stiamo vivendo è l’estate più calda di sempre. Un “picco” dietro l’altro con la temperatura percepita che ha superato spesso la soglia dei  40°. Tutti i sanitari sconsigliano alle persone più fragili di uscire di casa, le invitano a rifugiarsi dove c’è l’aria condizionata. A Roma l’iniziativa comunale “Il Grande Freddo” ha offerto  proiezioni gratuite in sale cinematografiche climatizzate per difendersi dalle ondate di calore. Le biblioteche sono rimaste aperte con la stessa funzione. Invece quasi 400 persone, di ogni età e condizioni fisiche, si sono ritrovate in mezzo alla strada a passare notte e giorno su quell’asfalto rovente che raggiungeva punte di 60 gradi. > Erano lì senza potersi lavare, cambiare gli abiti, rimasti dentro l’edificio, > senza acqua e cibo. Solo l’attivazione della società civile, l’enorme > solidarietà dimostrata dalla città intera ha consentito la sopravvivenza di > tanti e tante. Sono arrivati beni di prima necessità, generatori per fornire energia elettrica, tende e teli per creare zone d’ombra, giochi per bambini e bambine, incapaci di capire cosa stesse succedendo. La Protezione Civile ha dato un piccolo contributo con l’allestimento di alcuni punti per l’assistenza. Tutto questo però non ha impedito che si vivessero giorni drammatici. Da anni pendeva la minaccia di sgombero (nel 2019 avevamo raccontato del distacco della luce) nonostante il valore di questa esperienza fosse stato riconosciuto dall’amministrazione capitolina, tanto da inserire nel Piano Strategico per il Diritto all’Abitare 2023-2026, Spin Time, insieme a Metropoliz-MAAM, fra gli immobili da acquisire e riproporre quello che è già avvenuto per l’occupazione di Porto Fluviale per la quale, dopo l’acquisto, è stata compiuta la ristrutturazione utilizzando i fondi del bando europeo Pinqua. E oggi le case sono di nuovo abitate! Ma di nuovo nell’ottobre 2023 si manifesta l’intenzione del Ministro degli Interni Matteo Piantedosi di voler sgomberare il palazzo, per renderlo disponibile alla proprietà che non ha mai nascosto la volontà di trasformarlo in un albergo, uno dei tanti “cinque stelle” che stanno sorgendo a Roma. Lo sgombero è infine avvenuto, con l’inganno, la notte del 29 luglio. Ci sarebbero potute essere conseguenze drammatiche. Il 4 agosto un bambino di un anno e mezzo è stato trasportato in ospedale in codice rosso per crisi respiratoria. Non è stato l’unico caso di emergenza, più volte è stato necessario l’intervento di ambulanze per assistere anziani, malati cronici, donne in gravidanza, tutti e tutte colpiti da disidratazione e colpi di calore. > Sarebbe bastato far rientrare le persone nelle loro case, come chiedeva la > comunità di Spin Time, ma la proprietà ha opposto un irremovibile rifiuto sia > alla proposta avanzata dall’amministrazione Gualtieri di acquisire l’immobile, > sia  alla concessione temporanea di quegli spazi per garantire il rientro > delle famiglie nello stabile dopo alcuni interventi di messa in sicurezza. Ma chi è questa potente proprietà dello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme? Il palazzo di dieci piani nel quartiere Esquilino era stata sede dell’Inpdap, l’Istituto nazionale di previdenza e assistenza dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, poi confluito nell’Inps. La chiusura degli uffici dell’ente avviene fra il 2003 e il 2010, dopo che lo stabile è diventato oggetto di un processo di cartolarizzazione per opera della cosiddetta “finanza creativa” del ministro Tremonti. Viene acquisito dal fondo di investimenti immobiliari Investire SGR consentendo al Gruppo Banca Finnat Euroamerica S.p.A. di incassare oltre 1 miliardo di euro > Investire SGR, per il sindaco Gualtieri è “senza cuore” ma in compenso ha un > portafoglio gonfio di 7 miliardi di euro distribuito su 60 fondi suddivisi > nelle macro-categorie: abitare, infrastrutture sociali, uffici,  commerciale e > ospitalità. Insomma ovunque! Sono sue molte operazioni immobiliari in tutta > Italia, portate avanti sempre in accordo con le amministrazioni locali.. A Roma ha trasformato un grande complesso immobiliare in via Cavour in un nuovo «“eco-luxury lifestyle hotel», naturalmente 5 stelle. Per farlo ha usufruito di un permesso di costruire in deroga motivato da “interesse pubblico”. Adesso non c’è più bisogno di “andare in deroga” per queste operazioni. L’amministrazione ha modificato le Norme Tecniche del Piano Regolatore consentendo la crescita sulla redditività degli investimenti privati e facilitando le procedure. Contro ogni interesse pubblico! A Milano, a Firenze, a Torino e non solo, SGR dispone di un grande patrimonio immobiliare attraverso il quale crea valore per gli investitori, i clienti e le istituzioni che gli affidano i loro capitali. Coprono l’intera filiera immobiliare dalla pianificazione urbanistica, che a Roma dovrebbe essere in mano all’assessore Maurizio Veloccia, al posizionamento commerciale, alla gestione del progetto per valorizzare il patrimonio. Così gli urbanisti delle città sono diventati i fondi immobiliari. Si sono impadroniti del patrimonio pubblico dismesso dallo Stato, per fare cassa. Saranno loro a rimodellare le città. > Questa gestione urbana neoliberale dipendente dai capitali finanziari è > facilitata da incentivi e deroghe urbanistiche concesse da tutte le > amministrazioni, senza distinzione di colore politico. Anche da quella romana. > Grandi spazi urbani, come l’area degli Ex Mercati generali, sono diventati > mezzi di produzione di profitto privato. Come poteva pensare il sindaco Gualtieri che vendessero il loro immobile ispirati da una forte sensibilità etica e umana?  È toccato all’amministrazione trovare una soluzione, seppur temporanea, per tutte quelle famiglie. Alloggi lontani dal quartiere Esquilino dove avevano vissuto per 13 anni, con i bambini che frequentavano le scuole di zona, costringendo una comunità a disgregarsi e rendendo ancora più fragili le persone coinvolte. È stato riconosciuto il diritto ad avere una casa popolare a chi ha i requisiti, ma la lista di chi ne ha diritto è molto lunga e le case popolari non ci sono. Intanto attorno all’esperienza di Spin Time continua la mobilitazione, in via di Santa Croce in Gerusalemme sono stati montati alcuni gazebo dove poter svolgere le attività che erano nell’edificio che non era solo la casa per tante persone ma una realtà sociale in grado di configurare un’altra idea di città. > Per il 19 settembre è stata lanciato un appello per una manifestazione > nazionale con un corteo che partirà da Santa Croce in Gerusalemme per arrivare > in via Po dove è la sede di Investire SGR. Il giorno dopo si terrà > un’assemblea per il diritto alla casa fuori del palazzo dove fino ad allora ci > sarà un presidio permanente. Si scende in piazza contro il modello repressivo del governo Meloni, che continua a sgomberare, criminalizzare e svuotare i luoghi del dissenso e gli spazi in cui si costruiscono pratiche e visioni alternative di società. Si scende in piazza anche perché le amministrazioni delle città ripensino totalmente le politiche urbanistiche, di rigenerazione urbana e abitative abbandonando l’idea che attrarre investimenti che garantiscono profitti a privati sia la soluzione. Le tante battaglie che si sviluppano nel nostro paese devono riconoscersi, unirsi e diventare una battaglia comune per un’altra idea di città che sia in grado di rispondere ai bisogni di chi la città la abita. Il 19 e il 20 sarà l’occasione per confrontarsi. la copertina è di Renato Ferrantini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Spin Time: un’altra idea di città prende forma proviene da DINAMOpress.
September 10, 2026
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Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli
In Rojhelat, il cessate il fuoco non ha mai coinciso con la fine degli attacchi. Nei mesi trascorsi dalla tregua dell’8 aprile, mentre Washington e Teheran alternavano negoziati, minacce e nuove operazioni militari, sulle sedi dei partiti curdi piovevano bombe. In Iran sono proseguiti gli arresti, le esecuzioni e gli attacchi contro la guerriglia. L’invasione curda immaginata nelle prime settimane della guerra non si è materializzata. La guerra contro i curdi, invece, è continuata. Il 24 aprile erano già diciotto gli attacchi registrati dopo la tregua, attribuiti ai Pasdaran e alle milizie irachene a loro affiliate, che avevano causato quattro morti. Al 17 giugno i bombardamenti censiti erano diventati cinquanta, distribuiti tra le sedi del Partito democratico del Kurdistan iraniano (PDKI), del Partito della libertà del Kurdistan (PAK), delle diverse organizzazioni di Komala e di Xebat. Missili e droni hanno raggiunto anche gli insediamenti dove abitano le famiglie dei militanti. Il trasferimento dei campi e le restrizioni imposte ai partiti non sono bastati a proteggerli. Il rifiuto di diventare la fanteria di Stati Uniti e Israele non è bastato a sottrarre i curdi alla repressione iraniana. Intanto il Rojhelat, il Kurdistan orientale dentro i confini dell’Iran, ha cominciato ad assumere un peso nuovo nella geografia politica curda. > Mentre in Turchia e in Siria processi diversi e ancora reversibili stanno > ridisegnando il rapporto tra movimento curdo, lotta armata e Stato, in Iran > rimane aperta la questione di quale assetto possa emergere dalla crisi. Il > Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) è uno degli attori meglio > preparati a intervenire in questa fase. La strategia dei tunnel, affinata dall’esperienza dell’ultimo decennio di guerra tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e lo Stato turco, tiene i membri del partito in relativa sicurezza, ma nessuna tattica può evitare indefinitamente lo scontro se Teheran insiste nel cercarlo. Il 28 giugno, sulle alture di Gagesh, tra Mahabad e Piranshahr, quattro membri delle Unità di Protezione del Kurdistan orientale (YRK), la forza di autodifesa legata al PJAK, sono caduti combattendo contro i Pasdaran. L’operazione iraniana, condotta con droni, artiglieria e mezzi corazzati, ha interessato un fronte di circa 400 chilometri ai piedi dello Zagros, a ridosso del confine con la regione del Kurdistan in Iraq. Le YRK hanno annunciato le perdite il 30 giugno e rese pubbliche le identità il 4 luglio: Arjîn Garzan, Bawer Cûdî, Cîhan Sîrwan e Şahan Gabar, due donne e due uomini. La geografia delle loro biografie attraversa il Kurdistan: Tatvan e Muş a nord, Marivan e Khoy a est. Anche mentre cambiano le forme organizzative della lotta, i percorsi dei militanti continuano a ignorare confini che sul terreno restano molto più porosi di quanto appaiano sulle carte politiche. La repressione non si ferma ai combattenti. Il 26 luglio il fotografo e attivista Mehdi Tavakoli, sua sorella Somayeh e la madre Maryam Aslani sono stati uccisi sulla strada tra Baneh e Marivan. La restituzione dei corpi sarebbe stata subordinata al silenzio della famiglia e alla presentazione dell’accaduto come incidente stradale. Nel solo mese di agosto sono state arrestate in Iran 117 persone, 75 delle quali curde. almeno 89 le esecuzioni. Per settimane partiti diversi, reti clandestine e popolazioni civili sono stati compressi nell’immagine di un esercito in attesa degli ordini americani. Quando Donald Trump ha accusato i curdi di avere trattenuto armi destinate ai manifestanti iraniani, questa rappresentazione ha offerto a Teheran un argomento ulteriore per presentare l’opposizione come un’emanazione dei servizi stranieri. > Gli attacchi e le esecuzioni restano responsabilità di chi li ordina e li > compie. Ma trasformare una società in una presunta riserva militare > dell’Occidente significa contribuire a renderla un bersaglio politicamente > spendibile. All’inizio di luglio sono cominciati a emergere i dettagli del piano con cui il Mossad avrebbe voluto provocare il rovesciamento del regime iraniano, abortito nelle sue fasi iniziali. Il nome in codice, «Gatto con gli stivali», non era nemmeno la parte più surreale del piano. Secondo le ricostruzioni emerse, i gruppi curdi avrebbero dovuto scendere in battaglia per favorire il ritorno al potere di Mahmoud Ahmadinejad, questa volta come figura sulla quale Israele riteneva di poter esercitare influenza. A ispirare la strategia, secondo una ricostruzione pubblicata da Haaretz, sarebbe stata la rapida caduta di Assad: l’Iran, dopo pochi mesi di bombardamenti, avrebbe dovuto cedere come la Siria dopo anni di guerra civile. Un’avanzata curda avrebbe dovuto produrre un’insurrezione iraniana; l’eliminazione dei vertici avrebbe dovuto disarticolare gli apparati repressivi e le capacità tattiche delle forze armate iraniane; l’indebolimento dello Stato avrebbe dovuto generare un nuovo ordine controllabile dall’esterno. La popolazione, le sue organizzazioni e i suoi obiettivi politici comparivano come variabili subordinate a questa sequenza. Quando i funzionari israeliani presentarono il piano alla delegazione americana, la reazione sarebbe stata un misto di sconcerto e ilarità. Marco Rubio avrebbe definito il progetto una «stronzata», il direttore della CIA John Ratcliffe una «farsa». Alcuni ufficiali israeliani, racconta una fonte citata dal giornale, scherzavano sul momento in cui si sarebbe aperto il «tiro al bersaglio» contro i curdi. È forse il particolare che racconta meglio la gerarchia delle vite su cui poggiava l’intera operazione. Tutte le fonti concordano su almeno un punto: le organizzazioni considerate portatrici di  «un’agenda esplicitamente antiturca» erano state escluse a priori. «Abbiamo fatto in modo di non entrare in questo gioco» rivendicava il 25 Agosto Ahwen Chiako, dirigente del PJAK. > La vicenda racconta bene il rapporto intermittente dell’Occidente con la > questione curda. I curdi vengono periodicamente riscoperti quando possono > contribuire alla strategia di qualcun altro. La loro visibilità cresce insieme > alla presunta disponibilità a combattere; diminuisce quando chiedono > riconoscimento politico, garanzie e il diritto di stabilire tempi e forme > della propria lotta. Il problema riguarda anche lo sguardo di chi racconta la regione: all’inizio del conflitto, mentre circolavano le voci di una prossima offensiva, in molti si sono affrettati ad accusare il movimento curdo di partecipare a supposti piani imperialisti sulla sola base delle dichiarazioni degli stessi attori in guerra. Quando quella narrazione si è sgonfiata di fronte ai fatti, sul Rojhelat è tornato il silenzio. In Turchia, dopo l’annuncio dello scioglimento del PKK nel 2025, il nodo centrale è diventato il rapporto tra disarmo e garanzie. Il Parlamento ha approvato il 10 agosto la legge numero 7595, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 18, che definisce il quadro giuridico successivo al disarmo. È un passaggio concreto, ma una legge, da sola, non risolve la questione curda: molto dipenderà da come verrà applicata e dallo spazio che saprà aprire alla politica democratica. Il movimento ispirato a Öcalan si trova così davanti alla possibilità di trasferire una parte decisiva del conflitto sul terreno politico e dell’organizzazione sociale. Ma la sequenza conta. Chiedere prima la rinuncia a ogni capacità di difesa e lasciare a un momento indefinito le garanzie significa trasformare il negoziato in un atto di fiducia unilaterale. Il 25 agosto Mazloum Abdi ha annunciato lo scioglimento delle Forze della Siria democratica (SDF) come forza militare indipendente, dopo l’integrazione dei suoi combattenti nell’esercito siriano. Abdi ha annunciato anche l’integrazione delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nello Stato siriano. Le SDF cessano così di esistere come struttura militare indipendente dopo aver difeso per anni l’autogoverno del nord-est. Lo scioglimento formale, però, non basta a stabilire quale spazio resterà alle istituzioni nate dall’autogoverno e alla società che le ha costruite. > Presentare il Rojava come già cancellato impedisce di vedere la continuità > delle sue organizzazioni e la portata del cambiamento sociale che ha promosso; > leggere l’integrazione come il pieno riconoscimento delle sue rivendicazioni > nasconde invece i rapporti di forza e i compromessi che hanno accompagnato > l’accordo con Damasco. Turchia e Siria pongono così, in forme diverse, lo stesso problema: come trasformare la forza accumulata durante un conflitto in diritti capaci di sopravvivere alla sua conclusione? In Iran manca persino l’avvio di un percorso comparabile. Qui il potere continua a trattare l’organizzazione politica curda come una minaccia da eliminare, mentre la crisi rimette in discussione la struttura stessa della Repubblica Islamica. Il peso assunto dal Rojhelat dipende anche da ciò che è accaduto nella società iraniana dal 2022. La rivolta di Jin, Jiyan, Azadî, esplosa dopo il femminicidio di Jina Amini, ha mostrato come una mobilitazione radicata nel Kurdistan potesse parlare all’intero Iran. La libertà delle donne, la contestazione dell’autoritarismo e il riconoscimento delle comunità oppresse si sono saldati nella stessa mobilitazione. La rivoluzione delle donne nel Rojava ha contribuito ad alimentare un immaginario che nel Rojhelat si è tradotto anche in forme civili, politiche e sociali, ben oltre la lotta armata. Il PJAK condivide riferimenti ideologici, una storia politica e relazioni transfrontaliere con il PKK. Rivendica però strutture decisionali proprie e una strategia determinata dalle condizioni iraniane. Il 26 agosto Rivar Abdanan ha ribadito che lo scioglimento del PKK non comporta automaticamente quello del PJAK. In Iran, ha osservato, non è stato aperto alcun processo politico che renda praticabile lo stesso percorso. «L’integrazione non è il primo passo e al momento non è nella nostra agenda», ha affermato Gelawêj Ewrîn, portavoce stampa del PJAK. Perché diventi una possibilità occorrono il riconoscimento dell’identità e della volontà politica curda, la cessazione della repressione e garanzie che rendano la partecipazione una scelta libera. Se Ankara e Damasco trattano, pur con contraddizioni profonde, mentre Teheran continua a colpire, l’appartenenza alla stessa famiglia politica non rende sovrapponibili le tre situazioni. Il rifiuto di entrare in guerra, inoltre, non significa neutralità verso il regime. Nella prima parte di agosto si sono susseguite uccisioni di uomini indicati dalle organizzazioni curde come jash: membri o collaboratori dei Pasdaran. Il 12 agosto le YRK hanno rivendicato l’uccisione di Omar Dehqan, avvenuta alcuni giorni prima nell’area di Mahabad, accusato di avere contribuito all’operazione in cui erano caduti i quattro guerriglieri di Gagesh e di aver preso parte alla repressione di Jin, Jiyan, Azadî. Il 6 agosto, a Sarvabad, è stato ucciso Mohammad Ali Rahimzadeh; l’8 agosto, a Sine, Salar Rangamiz. La scelta di non aprire un’offensiva non dipende dunque dall’assenza di capacità militare. Conservare le forze, sottrarsi a una guerra di logoramento imposta dall’esterno e organizzare la società sono decisioni politiche. «La nostra strategia non deve essere dettata dagli eventi». Riassume Amir Karimi, co-presidente del PJAK. Nella sua analisi, la crisi dello Stato iraniano può creare possibilità, ma aspettare semplicemente il suo indebolimento consegnerebbe il futuro a chi dispone già di un piano e delle risorse per imporlo. La coalizione dei partiti curdi, annunciata a febbraio, serve a costruire una posizione comune nel Rojhelat e a impedire che l’ingresso in un fronte iraniano più ampio dissolva le rivendicazioni condivise del Kurdistan. La partecipazione all’Iran Freedom Congress porta invece quella posizione dentro l’opposizione iraniana: senza un accordo sulla natura plurale del paese, un eventuale cambiamento a Teheran potrebbe lasciare intatta la subordinazione politica curda. La mobilitazione, però, non passa soltanto dai partiti. Il 4 settembre, alla vigilia del quarto anniversario di Jin, Jiyan, Azadî, diverse organizzazioni di donne e per i diritti umani hanno sottoscritto un comunicato comune: Tra le firmatarie figurano KJAR, il Consiglio delle donne del PJAK, Asû, legata a Komala, Shivar del Baluchistan e il gruppo delle donne dell’Iran Freedom Congress. Il testo richiama la solidarietà tra comunità e individua nella libertà delle donne una condizione del cambiamento. All’inizio di settembre è ripresa l’escalation diretta tra Stati Uniti e Iran; il 5 settembre il CENTCOM ha annunciato di avere colpito tre petroliere iraniane dopo il lancio di missili contro due navi militari statunitensi. A Kuhestak, un bombardamento statunitense ha colpito una festa di matrimonio. L’Iran parla di almeno quattro morti e decine di feriti. La pressione militare ed economica continua dunque a crescere, senza indicare di per sé alcuna via d’uscita per la popolazione iraniana. Secondo Ahwen Chiako una nuova guerra potrebbe compromettere il controllo iraniano sul Rojhelat. > L’indebolimento del regime, tuttavia, può diventare un’opportunità solo se > incontra una società organizzata e un processo politico capace di garantire > che i curdi non vengano ancora una volta sacrificati a un accordo tra Stati. Nei comunicati di questi giorni ricorre il nome di Simko Serhildan, Majid Kaviani, caduto il 3 settembre 2011 in uno scontro con i pasdaran. Quindici anni dopo, il conflitto che lo portò alla morte resta, nella lettura del PJAK, politicamente irrisolto. Ma la memoria dei caduti non coincide necessariamente con la volontà di aggiungerne altri. Lo afferma Fûad Bêrîtan, nell’intervista diffusa il 2 settembre: «Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra». Nella prospettiva del PJAK, la possibilità di evitare una nuova guerra dipenderà ora da ciò che farà Teheran. Se il potere iraniano aprirà la strada a un cambiamento radicale, aprendo un processo democratico che riconosca i curdi e gli altri popoli del paese, il PJAK vuole parteciparvi e risparmiare alla propria società la morte e la distruzione di un’altra guerra. Un cambiamento reale dovrà significare fermare la repressione e aprire uno spazio reale all’organizzazione e alla partecipazione politica, non semplicemente sostituire qualche dirigente o concludere un’intesa con Washington. Se invece Teheran continuerà a chiudere ogni strada politica e ad attaccare il movimento e la popolazione, per il PJAK non resterà altra opzione che la guerra. La strada che il partito afferma di voler evitare. Tutte le immagini sono state fornite dal PJAK Media Center Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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September 9, 2026
DINAMOpress
Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava?
Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento. Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale. > Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da > militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano > un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche. La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni». Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie. RIVOLUZIONE E INTEGRAZIONE NELLO STATO La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi. La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale. > Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in > espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa > incarnava l’“autonomia democratica”. Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati). Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale. > Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di > scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da > integrare in negoziati futuri, e così via. Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo. Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla? LA RIVOLUZIONE E LE ARMI Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg. Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi. L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri? > Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere > rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur > sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il > movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo. Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili. Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi. L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole. Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri. REPRESSIONE INTERNAZIONALE DI UN’ANOMALIA Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico. Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine. > Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che > possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme > di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi > tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale? Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti. Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale. I LIMITI SOGGETTIVI DEL MOVIMENTO CONFEDERALE La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale. Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione. Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina. > Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo > diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e > Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si > producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, > economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla > competizione regressiva tra clan e strutture tribali. Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome. Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni. Immagine di copertina da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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September 9, 2026
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Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è. LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE” Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche. Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico. > Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il > mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale > di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e > gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende > inaccessibile per via amministrativa. Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000. Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto. A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano. Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile. IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania. Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media. Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. > “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività. Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”. È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire. L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi. Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”. UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri. IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno. È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio. PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale. > Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di > maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi > decide della nostra vita? Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo. Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
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Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter
I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi. L’UGUAGLIANZA VA IN SCENA Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo.  In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi. Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali?  MEDITERRANEO, UN MARE IN FRANTUMI Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale. Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove. > È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la > portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso > alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere > sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di > attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e > dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. > Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono > state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I > Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li > abitano. Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni. Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo. La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine.  TARANTO, UNA CITTÀ FINALMENTE RICOMPOSTA? Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta. > È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea > di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è > un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture > che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al > tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle > porte. Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali. La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana.  C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita. Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica.  Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
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A/I chiude – Restare Umani
Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana. Per noi restare umani non è un semplice slogan.  Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.  Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.  > A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i > servizi a breve termine.  > > Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.  Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati. Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.  > Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. > Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.  Immagine di copertina di Autistici/inventati Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo A/I chiude – Restare Umani proviene da DINAMOpress.
September 7, 2026
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Notizie da Pietralata
La Storia abita l’Occidente e soltanto l’Occidente. Ce l’ha spiegato Galli della Loggia e ne ha fatto obbligo didattico Valditara con le linee guida per l’insegnamento della storia. E abitano qui, nell’happy West, la Grande Storia e la piccola storia. La Grande Storia se ne sta accucciata, per il terribile caldo, nelle stanze e nei cortili del Potere adattandosi alle dimensioni locali. Vannacci, Delmastro Delle Vedove e le Cinque Forchette, Sigfrido Ranucci,  Valterino Lavitola, Calenda l’intervistato di professione. Lo Spirito del Mondo che aveva cavalcato a Jena sotto le finestre di Hegel, ora si limita a montare stagiste ed elefanti, a scacazzare sui prati woke e a nutrirsi alternativamente di bistecche d’Italia e di crudités de la mer. Questo ci ha ingolfato occhi e orecchie per tutta la stagione estiva mentre il mondo bruciava per il clima in attesa di farlo per la guerra. > E poi c’è la piccola storia quotidiana, umile e feroce, che scorre via sotto i > titoloni e però ci sfiora i vestiti e proprio qui a Roma abbiamo la capitale > storica e letteraria (da Pasolini a Morante e Moravia) di questa non-storia > dell’umanità offesa: Pietralata. Così che la notizia del giorno, il segno dei tempi, non è la baruffa su primarie sì – primarie no, ballottaggio fra il 40 e il 42%, i reconditi significati dell’articolo di Conte contro il woke e delle malattie esternate di Franceschini, gli orrori o meraviglie dei borghi nostrani, bensì la straziante storia che sottostà all’omicidio-suicidio dell’intera famiglia Ambasciano-Pambianco (marito, moglie, bambina disabile e cane) a Pietralata, via dell’Antracite. Molti di noi hanno sperimentato la solitudine e la sofferenza di assistere un genitore declinante, consapevoli all’improvviso che anche noi, più prima che poi, diverremo oggetto della compassione e delle cure che si tributano a chi sta a fine corsa. Il caregiver parentale si separa per breve tempo in certa misura dal mondo e coltiva ogni tipo di frustrazione, ansia e senso di colpa. I semplici e divertiti gesti con cui avevamo accudito a figli/e e nipoti – il cambio dei pannolini, l’imboccamento, i bagnetti, il racconto sonnifero delle favole – li replichiamo con imbarazzo e fatica, ormai anche noi non più giovani, per genitori non più autosufficienti. Ben più grava insolita era la situazione di Luca e Valentina, che si sono trovati ad assistere la figlia Bianca, gravemente disabile sin dalla nascita, per cinque anni. Un impegno difficile, per tutta la vita, con l’angoscia di lasciarla sola dopo di loro. Sentendo di subire un’ingiustizia per una creatura nuova e non chi fisiologicamente era comunque destinato alla morte dopo un percorso autonomo felice o infelice. > Un salto di scala che spiega anche la ricerca irrazionale di soluzioni > miracolose per cui abbondano guaritori a caro prezzo, che certamente, insieme > ai cravattari, hanno contribuito al graduale esaurimento delle risorse di una > famiglia piccolo borghese, precipitata rapidamente sotto la soglia di povertà. La conclusione è stata un gesto estremo e unilaterale, che ha inevitabilmente diviso l’opinione pubblica fra sbigottita comprensione e chi parla di disabilicidio. Ma davanti a questo omicidio-suicidio un giudizio è davvero difficile e non ci sentiamo di darlo. Sappiamo che i servizi sociali hanno fatto quel poco che il magro welfare comunale consentiva e che esistevano parenti e vicini di casa. Tuttavia parte della tragedia era rinchiudersi su essa (l’irreparabile dolore assomiglia per parodia alla piena felicità) e, quando i genitori hanno lasciato scritto «da soli non possiamo farcela», non era più una richiesta di aiuto ma la motivazione postuma di un omicidio-suicidio. Tocca in qualche modo a noi, estranei e sopravvissuti/e, farci carico di una sofferenza e di una solitudine di cui padre e madre sono stati vittime quanto la bambina e il cane Teo cui tanto era affezionata e forse era il maggior tramite con il mondo esterno. Le famiglie con figli e figlie disabili in tutte le loro differenze sono molte e il welfare locale, tanto quanto il servizio sanitario nazionale, sono notoriamente molto al di sotto del livello minimo necessario e degli standard europei, anzi sono definanziati giorno dopo giorno e ridotti alla pura assistenza farmacologica. Lasciarne la gestione esclusivamente alle famiglie interessate, anche se queste lo desiderassero (e non sempre lo è) significa estendere il dolore e l’impotenza ai congiunti – costringendoli, per esempio, a rinunciare al lavoro, cioè a reddito e socializzazione. E al 99% è la donna a “rinunciare”. > Il solo e parzialissimo sostegno economico (250 milioni annui per tutti i > caregiver familiari, in una popolazione che invecchia rapidamente) non > toccherebbe la produzione di solitudine  che accompagna la “familiarizzazione” > – servirebbe almeno, come si comincia a richiedere in Francia, un sistema di > congedi parentali retribuiti che eviti l’abbandono secco della professione e > la dissoluzione della rete di relazioni sociali. La cura non può diventare > isolamento del curante e del curato, ripiegamento materiale e affettivo su un > dolore condiviso, anticamera dell’autodistruzione. Via dell’Antracite, Pietralata, non è solo simbolo di un caso particolarmente doloroso ma indica una condizione sociale meno drammatica ma più diffusa, in cui il nucleo familiare esplode, magari senza il frastuono mediatico della cronaca. Ha a che fare con la solitudine molecolare di una società stremata, quando il prendersi cura, invece di costruire un tessuto relazionale, acuisce all’estremo il disagio, annienta ogni progetto di riscatto e sopravvivenza. La cura, come l’amore, può uccidere se, in entrambe le situazioni, il loro esercizio configura una pretesa di possesso e di potere. Immagine di copertina da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 7, 2026
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“Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale
Dal 7 al 13 settembre il Parco della Torre di Tor Marancia ospita la seconda edizione di Arene Decoloniali, il festival promosso dall’Ong Un Ponte Per che quest’anno assume i femminismi come chiave per interrogare i rapporti tra genere, colonialismo, razzismo, memoria e potere. Venti proiezioni, sette dibattiti, una mostra e un premio compongono un programma nel quale il cinema occupa il centro, pur dentro una struttura che chiama in causa associazioni, archivi, attiviste e attivisti, studiose, festival e realtà culturali diverse. Dietro questa scelta curatoriale spiccano domande che riguardano la politica delle immagini prima ancora della selezione dei titoli: chi possiede il diritto di raccontare? Da quale posizione guarda e quali forme narrative diventano legittime quando a stabilirne il valore continuano a essere, in larga misura, sistemi produttivi e culturali occidentali? Arene Decoloniali nasce precisamente da questa frizione, spiega Caterina, che per Un Ponte Per ha lavorato all’organizzazione del festival: «In Italia il colonialismo è ancora in larga parte rimosso dalla memoria pubblica e manca uno spazio capace di raccontarne la storia e, allo stesso tempo, di mettere in discussione lo sguardo eurocentrico che continua a influenzare il nostro modo di leggere il mondo. La prima edizione è partita soprattutto dalla memoria del colonialismo italiano e dalle resistenze anticoloniali; quest’anno abbiamo voluto fare un passo ulteriore, dedicando il festival ai femminismi e al rapporto tra genere, colonialismo, razzismo e potere». È una questione che investe direttamente la forma stessa del festival, perché, spiega Caterina: > «Arene Decoloniali è stato pensato come uno spazio aperto di ascolto e di > relazione, costruito insieme a soggetti che sui temi affrontati lavorano già > sul piano culturale, politico e sociale». La Casa Internazionale delle Donne, Yekatit 12-19 febbraio, Libreria Griot, LeSconfinate e Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza figurano tra le realtà coinvolte, accanto a festival italiani e internazionali e a una rete di studiose, attiviste e associazioni che intervengono nelle singole giornate. In questa architettura Un Ponte Per svolge il ruolo di promotore e organizzatore: «l’intenzione è mettere a disposizione uno spazio nel quale soggetti e punti di vista diversi possano incontrarsi, facendo del festival un luogo in cui la collaborazione produca confronto e alleanze». Se questa è la premessa politica, il cinema costituisce il terreno sul quale la questione dello sguardo diventa immediatamente visibile. Micaela Veronesi, che con Daniela Ricci firma la direzione artistica, racconta che la costruzione del programma è partita da una domanda elementare solo in apparenza: che cosa vediamo abitualmente sugli schermi e dentro quali storie impariamo a immedesimarci? Ogni immagine, ricorda la direttrice, restituisce un doppio movimento, perché coinvolge chi guarda e, nello stesso tempo, rivela la posizione di chi quell’immagine ha costruito. È qui che il percorso di Veronesi, legato agli studi femministi, incontra quello della co-direttrice Ricci, maturato attraverso un lungo lavoro sui cinema africani e sulle cinematografie del Sud globale: due genealogie differenti che convergono sulla necessità di interrogare l’apparente neutralità della rappresentazione. Veronesi richiama le riflessioni avviate dagli studi femministi sul cinema a partire dagli anni Settanta, da Laura Mulvey a Teresa de Lauretis, quando la critica cominciò a mostrare con maggiore sistematicità quanto spesso la donna cinematografica corrispondesse a una figura immaginata e modellata da uno sguardo maschile. Trasportata sul terreno decoloniale, la stessa domanda investe le culture e le geografie che per decenni sono comparse sullo schermo filtrate da dispositivi produttivi, estetici e narrativi occidentali. > «Oggi», osserva Veronesi, «ci sono film e autrici provenienti da ogni parte > del mondo, mentre la loro circolazione resta diseguale; la programmazione > assume allora il compito di portare al centro opere che i circuiti > distributivi mainstream lasciano spesso ai margini». Ricci insiste sulla capacità delle opere di produrre uno spaesamento che costringa lo spettatore a rivedere il proprio punto di vista. «Siamo abituati a consumare narrazioni occidentali, modellate su strutture e codici altrettanto occidentali. Nel costruire il programma abbiamo quindi scelto opere capaci di spostare lo sguardo dello spettatore, intervenendo tanto sui temi quanto sulle forme: narrazioni frammentate, non lineari, che si sottraggono a una fruizione rassicurante. Sono film che richiedono una partecipazione attiva e sollecitano chi guarda a elaborare un pensiero proprio. In un’epoca segnata da una forte omologazione culturale, l’ascolto dell’alterità, nelle sue diverse declinazioni, può diventare una forma di partecipazione e di resistenza civile». La scelta di dedicare l’edizione 2026 ai “femminismi”, declinati al plurale, discende dalla medesima critica dell’universalismo. Veronesi ricorda: «Pensare il femminismo come un’esperienza omogenea significa perdere la complessità della condizione delle donne, perché il colore della pelle, l’origine, l’estrazione sociale e perfino alcuni fattori burocratici incidono profondamente sulle vite e sulle possibilità di ciascuna. È qui che entra in gioco l’intersezionalità, che ci obbliga a considerare insieme queste differenze. Le opere e gli incontri del festival chiedono quindi di ripensare il femminismo occidentale, sottraendolo all’idea di un modello unico, granitico e immodificabile». Daniela Ricci porta il ragionamento ancora più avanti, ricordando che anche movimenti nati per combattere il patriarcato hanno potuto riprodurre forme di gerarchizzazione culturale e razziale. Da qui l’interesse per il pensiero di Françoise Vergès – attesa al festival nella giornata conclusiva – e per un programma costruito attraverso il dialogo tra autrici e pensatrici il cui sguardo dipende da biografie, appartenenze e posizionamenti diversi. «Non esiste un unico sguardo femminile, così come non esiste un unico modo di essere donna». La questione si fa più delicata quando riguarda direttamente la curatela, perché selezionare significa esercitare un potere, decidendo quali opere e quali voci rendere visibili. Veronesi definisce il processo assunto nella selezione come mediazione, capace di creare connessioni e dare circolazione a opere che incontrano più difficoltà ad arrivare al pubblico. In questa prospettiva, la pratica curatoriale può assumere una funzione decoloniale proprio quando resta aperta alla possibilità di «passare il testimone». Ricci insiste su un rischio contiguo, quello del tokenismo, cioè l’inclusione di una presenza diversa come elemento di facciata, mentre la struttura decisionale resta immutata. La formula del “concedere spazio”, osserva, conserva una matrice paternalista, perché presuppone che qualcuno possieda quello spazio e possa distribuirlo secondo la propria discrezione. La direzione artistica ha cercato perciò di lavorare attraverso un processo collettivo, confrontandosi con Un Ponte Per, con le persone coinvolte nel programma e con curatrici e curatori provenienti da differenti aree del Sud globale. > Il passaggio decisivo consiste dunque nello spostarsi dalla rappresentazione > della diversità alla redistribuzione del potere che stabilisce quali immagini > meritino di essere viste. Questa riflessione torna alla storia italiana, poiché parlare di decolonialità in un paese che ha elaborato solo parzialmente il proprio passato imperiale significa misurarsi con una rimozione che riguarda scuola, cultura popolare e memoria collettiva. Veronesi sottolinea: «il colonialismo italiano è rimasto ai margini dell’insegnamento scolastico e persiste, di conseguenza, un repertorio di stereotipi che ha favorito letture autoassolutorie dell’esperienza coloniale». Il programma di Arene Decoloniali prosegue idealmente, dopo la settimana di Tor Marancia, con la mostra fotografica sulla deportazione coloniale a Ustica, prevista alla Casa della Memoria e della Storia dal 17 settembre al 6 novembre, e con il convegno del 2 ottobre dedicato alle deportazioni e ai campi di concentramento e internamento coloniali in Libia, Etiopia e nei Balcani. Anche il cinema, proprio perché modifica la posizione da cui una storia viene osservata, può incidere su questa rimozione quando restituisce il racconto a chi ha subito la conquista e la violenza coloniale. Veronesi cita il lavoro di Haile Gerima, regista etiope nato nel 1946 e cresciuto dentro una memoria familiare segnata dalla resistenza all’aggressione italiana, del quale il festival presenta Bush Mama, film del 1975 ambientato nel quartiere di Watts a Los Angeles. «Dare spazio a storie che non sono state girate da chi il colonialismo lo ha agito, ma da chi lo ha subito, ci consente di iniziare a cambiare il punto di vista e a immedesimarci nei panni dell’altro». È il caso del lavoro di Haile Gerima, che in Adwa: An African Victory racconta la prima invasione italiana dell’Etiopia «dal suo punto di vista, dal suo posizionamento», quello di un uomo etiope cresciuto in una famiglia che aveva combattuto contro l’aggressione italiana. Quando Ricci definisce il decoloniale «prima di tutto una forma mentale», capace di pensare un’italianità plurale senza cancellarne le differenze, il discorso torna così al punto da cui il festival prende avvio: la relazione fra immagini e potere, fra chi racconta e chi viene raccontato, fra ciò che il pubblico è abituato a riconoscere e ciò che deve ancora imparare a vedere. L'articolo “Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale proviene da DINAMOpress.
September 5, 2026
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