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Noccioleti e glifosato: vietare il diserbo per salvare le falde
Ne avevamo già parlato qui della pericolosità dell’uso del diserbante a base di glifosato e della sentenza con la quale la Monsanto era stata condannata a pagare un risarcimento di 289 milioni di dollari a favore di un uomo, malato terminale, per non aver avvertito sui rischi nell’utilizzo del prodotto contenente glifosato. Ora neanche il rischio per le preziose riserve idriche profonde può più essere ignorato. Il castello di carta costruito per proteggere il glifosato è ufficialmente crollato. Con il ritiro (retraction) dello studio Williams et al. (2000) da parte della rivista scientifica “Regulatory Toxicology and Pharmacology“, la narrazione sulla sicurezza assoluta del diserbante più usato al mondo subisce un arresto definitivo. > Per 25 anni, questo documento è stato lo scudo “scientifico” usato per > rassicurare governi e cittadini, ma oggi l’indagine accademica conferma una > realtà inquietante: lo studio era inquinato da gravi conflitti d’interesse e > ghostwriting industriale. La Monsanto, l’azienda ora controllata dal gigante Bayer, che ha brevettato, prodotto e commercializzato il Roundup, un erbicida proprio a base di glifosato, sembra aver contribuito alla stesura del lavoro senza essere menzionata come co-autore. Questo terremoto scientifico ha ripercussioni immediate e pesantissime su un settore agricolo strategico e delicato: la corilicoltura intensiva. Il problema del diserbo nei noccioleti nel territorio della Tuscia viterbese non è solo una questione di chimica superficiale. La vera minaccia è ciò che accade nel sottosuolo. I noccioleti sorgono spesso sopra bacini idrici caratterizzati da una fitta rete di pozzi artesiani. Queste strutture, essenziali per l’agricoltura, creano una connessione diretta e senza filtri tra la superficie e le falde acquifere profonde. Se lo studio che garantiva la “non pericolosità” del glifosato è stato ritirato perché manipolato dall’azienda produttrice, l’uso di questa sostanza sopra queste “autostrade verticali” diventa un azzardo inaccettabile per la salute pubblica. Il principio attivo e i suoi metaboliti, trascinati dalle piogge, possono bypassare i naturali strati filtranti del terreno, infiltrandosi direttamente nelle riserve idriche che alimentano acquedotti e abitazioni private. Finché lo studio del 2000 è rimasto in vigore, le autorità hanno potuto ignorare i significativi segnali d’allarme, definendo il glifosato come «sicuro se usato correttamente». Oggi, quella base scientifica è dichiarata nulla. Pertanto la sicurezza non è mai stata provata e i dati sulla tossicità cronica erano stati “confezionati” per evitare restrizioni commerciali. In presenza di pozzi artesiani e corsi d’acqua limitrofi, il rischio di contaminazione è concreto, attuale e privo di una soglia di sicurezza credibile. Una scelta obbligata diventa il divieto. > Alla luce di queste rivelazioni, la politica non può più restare a guardare. > Nelle aree vocate ai noccioleti, dove la vulnerabilità idrogeologica è > massima, il divieto del diserbo chimico non è più una proposta radicale, ma > una misura di sicurezza nazionale. La protezione dell’acqua che beviamo, difesa dai pozzi che la estraggono dalle viscere della terra, deve valere più della comodità di un trattamento chimico oggi privo di ogni credibilità scientifica. La gestione dei noccioleti deve evolvere verso lo sfalcio meccanico e l’inerbimento: solo così potremo garantire che il “frutto d’oro” della nostra terra non diventi il veleno delle nostre falde. La copertina è di Oregon State University da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Noccioleti e glifosato: vietare il diserbo per salvare le falde proviene da DINAMOpress.
La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore». Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”. Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane. Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro». > E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette > “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità > venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni > di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno > interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se > stessa. Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo. LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale. Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia. Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico. Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie. > Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice > un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera > l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea > costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il > referendum confermativo della Costituzione. Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze. Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti». I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela. IL COLPO DI STATO Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla. Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito. > Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al > 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di > persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono > rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro? Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger». Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo». IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%. Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono. > In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le > sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto > quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della > mortalità e sanzioni. A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta. La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_ della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla polizia. > Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia > all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano > voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense. I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo». La copertina è di Alex Lanz da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana proviene da DINAMOpress.
Controriforma del lavoro in Argentina: Milei contro la classe operaia
L’11 dicembre 2025, il presidente argentino Javier Milei ha firmato un disegno di legge annunciato da tempo, che verrà sottoposto al Congresso con l’obiettivo di trasformare radicalmente il mondo del lavoro. Nonostante l’intenzione fosse quella di farlo approvare entro la fine del 2025, la sua discussione è stata rinviata al prossimo febbraio a seguito della massiccia mobilitazione sindacale di giovedì 18 dicembre e delle proteste da parte dell’opposizione parlamentare. Il testo, presentato come intervento di “modernizzazione del lavoro”, contiene quasi 200 articoli che propongono modifiche su questioni molto diverse tra loro, come il lavoro su piattaforma passando per i contributi previdenziali e le pensioni fino al diritto di sciopero e all’allungamento della giornata lavorativa. Nonostante nelle settimane precedenti alcuni portavoce del governo avessero fatto trapelare o fatto riferimento a vari aspetti della proposta di legge, la versione finale era ancora più lunga e ampia di quanto previsto. Celebrata dalle Camere di Commercio (molte delle quali hanno partecipato alla stesura del testo), ha generato allarme e preoccupazione in tutto il movimento sindacale argentino. Jorge Sola, co-segretario generale della Confederación General del Trabajo (CGT) ha dichiarato la propria «categorica contrarietà a ogni singolo punto messo in essere da questo disegno di legge di riforma del lavoro». Sulla stessa linea, le due anime della Central de Trabajadores de Argentina (CTA) [sigla sindacale nata nel 1992 da una scissione dalla CGT e composta dalla Centrale dei Lavoratori della Argentina Autonoma (CTA-A e dalla Centrale dei Lavoratori dell’Argentina dei Lavoratori (CTA-T) – ndt], che in un comunicato congiunto sostengono che il disegno di legge «non modernizza nulla» e che, in realtà, «è una legge stilata negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali» il cui vero scopo «è creare precarietà e lasciare i lavoratori senza tutele». La risposta dei sindacati è commisurata alla situazione, visto che proprio il Ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, ha ammesso, durante una visita nello Stato spagnolo lo scorso novembre, che uno degli obiettivi della legge era quello di «smantellare» i sindacati riducendone il «potere» di negoziazione. > La maggior parte dei sostenitori del progetto cerca però di sottolineare come, > a loro avviso, con queste modifiche sarà possibile creare più posti di lavoro > e generare maggiore «stabilità» nel mercato del lavoro. Paradossalmente, il > modello economico promosso finora da Javier Milei ha generato stagnazione, > perdita di potere d’acquisto e di posti di lavoro. Secondo dati ufficiali, dall’insediamento del Presidente di estrema destra i salari reali sono calati in media dell’11%. Allo stesso tempo, il salario minimo è crollato del 34% e oggi dispone di un potere d’acquisto inferiore di quanto ne avesse nel 2001, anno in cui l’Argentina ha attraversato la peggiore crisi economica della sua storia. Inoltre, come sottolineato dalla giornalista Eugenia Rodríguez in un dettagliato articolo pubblicato su “El Destape” [portale di informazione online, fondato nel 2014 dal giornalista Roberto Navarro – ndt], «le riforme del lavoro introdotte con la Ley Bases nel 2024 (periodo di prova più lungo, introduzione della categoria dei collaboratori “indipendenti” e la liquidazione facoltativa)» non hanno creato posti di lavoro. Anzi, «gli ultimi dati ufficiali pubblicati di recente indicano che sono andati persi oltre 280.000 posti di lavoro dipendente». In un’intervista con “El Salto”, la sociologa Luci Cavallero ha sottolineato che «uno dei principali miti promossi dai media, ma ormai diventati di senso comune, è l’ipotesi e il presupposto implicito che una maggiore flessibilità nelle normative sul lavoro comporti una maggiore probabilità che gli imprenditori assumano più lavoratori». Tuttavia, ha aggiunto, «questo non si è verificato in nessuna parte del mondo, mentre gli esperti del mondo del lavoro di ogni settore e ideologia concordano sul fatto che quello che crea occupazione concreta sono le economie in crescita». UN ATTACCO AI SINDACATI l ricercatore Luis Campos, membro dell’Istituto di Studi e Formazione della CTA-A e uno dei massimi esperti sulla situazione del lavoro in Argentina, sostiene che, in realtà, il progetto del governo Milei nasconde tre riforme in una. In primo luogo, rappresenta un attacco diretto all’organizzazione e all’azione collettiva, il cui principale strumento istituzionale sono i sindacati. «Di fatto, proibisce gli scioperi attraverso un’eccessiva regolamentazione dei cosiddetti servizi essenziali», ha sottolineato Campos nell’intervista su questa stessa testata. La proposta di legge classifica come essenziali attività diverse come la gastronomia, l’istruzione e la produzione alimentare, e imporrebbe, in caso di indizione di uno sciopero, l’obbligo di garantire un livello minimo di personale tra il 50% e il 75% a seconda dei casi. «In questo modo si impongono restrizioni al diritto di sciopero praticamente in tutti i settori dell’economia, restrizioni che attualmente esistono già ma soltanto per un numero molto limitato di attività, come le unità di terapia intensiva o le centrali nucleari», ha riferito il ricercatore. > Un’altra questione critica per i sindacati riguarda i contratti collettivi di > lavoro. Attualmente, è in vigore un sistema progressivo per il quale la Legge > sui Contratti di Lavoro stabilisce un livello minimo che gli accordi specifici > di settore possono migliorare, ma mai peggiorare. Allo stesso tempo, vengono consentiti accordi individuali a livello aziendale o regionale, che devono però rispettare gli stessi standard minimi. La riforma proposta dal governo argentino mira a rompere questa dinamica, consentendo che gli accordi di secondo livello (provinciali o aziendali) prevalgano sui contratti collettivi nazionali nonostante introducano condizioni di lavoro peggiori. La proposta prevede anche l’imposizione di un limite molto severo alla cosiddetta “ultrattività di legge” dei contratti collettivi. A differenza di altri Paesi, in Argentina questi accordi non hanno una data di scadenza. Ciò significa che, se le trattative tra un sindacato e un’associazione di imprenditori non riescono a raggiungere un accordo, tutti i diritti acquisiti in base all’accordo precedente rimangono in vigore. Anche in questo caso, il governo intende eliminare questo principio stabilendo un periodo di validità di un anno per alcune clausole, aspetto che metterebbe i sindacati in una posizione di debolezza poiché sarebbero costretti a sottoscrivere accordi con le aziende, anche se questo significherebbe perdere benefici e conquiste ottenute nel tempo. Inoltre, si condiziona anche l’attività sindacale all’interno delle unità produttive. Qualsiasi gruppo di lavoratori che decida di tenere un’assemblea dovrà ottenere l’autorizzazione del datore di lavoro e, in caso di riscontro positivo, il tempo impiegato nella discussione collettiva verrà detratto dalla retribuzione. Infine, ma non meno importante, «sono previste restrizioni molto severe sul finanziamento sindacale», ha sottolineato Campos, aggiungendo che «forse quella più significativa è che i datori di lavoro non sono più tenuti a fungere da sostituti d’imposta per le quote sindacali, il che ostacolerà notevolmente la capacità dei sindacati di finanziare le proprie attività». CONTROLLO DEL PROCESSO DI LAVORO Secondo Campos, la seconda riforma è correlata alla prima, ma si concentra sull’ampliamento e rafforzamento del controllo da parte del datore di lavoro sul processo lavorativo. Tra i punti più significativi figurano: l’estensione del periodo di prova a sei mesi; una maggiore flessibilità nei periodi di ferie permettendone il frazionamento in periodi di almeno sette giorni consecutivi e introducendo l’obbligo per i datori di lavoro di concedere ferie “almeno” una volta ogni tre anni durante la stagione estiva; l’introduzione dei “salari dinamici” che possono essere modificati in base alla produttività o al “merito”; l’autorizzazione al pagamento in valuta estera, voucher o cibo. Senza dubbio, l’aspetto più controverso di questa seconda riforma del progetto rimane la cosiddetta “banca delle ore”. Questo sistema consente ai datori di lavoro di gestire il tempo dei dipendenti in base alle proprie esigenze produttive e di modificare l’orario di lavoro senza pagare gli straordinari. Una giornata lavorativa di otto ore potrebbe essere estesa a 12 ore lo stesso giorno, se l’azienda dovesse decidere in tal senso. Come compensazione, queste ore verrebbero “restituite” al dipendente in un altro giorno, tramite una riduzione della giornata lavorativa. > «Questo pone i lavoratori in una posizione molto debole nei confronti dei > datori di lavoro, perché queste questioni, entro certi limiti, potevano essere > oggetto di negoziazione nei contratti collettivi, mentre da ora in poi saranno > discusse nei contratti individuali», sostiene Campos. Da parte sua, Luci Cavallero ritiene che se questa legge venisse approvata, «l’impatto sarebbe una diminuzione del costo del lavoro per le aziende non solo in virtù dell’adeguamento degli stipendi, ma anche in relazione alle condizioni di lavoro», dove ci sarebbe «una maggiore flessibilità e una maggiore responsabilità da parte del lavoratore per questioni che prima erano assunte dal datore di lavoro e che dovrebbero continuare ad essere assunte dal datore di lavoro». RENDERE I RICCHI PIÙ RICCHI Il terzo aspetto della legge sulla “modernizzazione del lavoro” è direttamente legato al progetto politico, economico e nazionale di Milei: un governo della classe dirigente e per la classe dirigente. Per Luis Campos non ci sono dubbi: il testo della nuova legge «rappresenta un trasferimento multimilionario di risorse dalla forza-lavoro al capitale». Possiamo osservarlo in due modi. In primo luogo, la riduzione dei contributi mensili di previdenza sociale da parte dei datori di lavoro, che diminuiscono di tre punti percentuali: dal 20,4% al 17,4%. Questi fondi confluiscono attualmente nell’Administración Nacional de la Seguridad Social (ANSES) , responsabile del pagamento delle indennità, delle pensioni, degli assegni familiari e di altri contributi previdenziali. Mentre le aziende continueranno a trattenere questi tre punti percentuali dalla retribuzione totale, questi fondi saranno reindirizzati al Fondo di Assistenza al Lavoro (FAL), uno strumento creato dalla nuova legge che sarà responsabile del pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori licenziati dai loro datori di lavoro. «Quindi, per i datori di lavoro, rappresenta un guadagno quotidiano netto: verseranno il 3% al FAL, ma risparmieranno il 3% di contributi previdenziali», ha spiegato Campos. In definitiva, risparmieranno sulle indennità di fine rapporto «che ora saranno coperte indirettamente da fondi che l’ANSES non riceverà più». In altre parole, i soldi saranno sottratti a pensionati e altre persone vulnerabili per finanziare la possibilità per le aziende di licenziare i lavoratori. In secondo luogo, la legge prevede anche una riduzione dei contributi a carico dei datori di lavoro ai fondi di previdenza sociale, dal 6% al 5% dei salari. Ciò significa che i lavoratori argentini cederebbero al settore imprenditoriale circa il 4% della massa salariale complessiva. Secondo le stime dei sindacati, il totale ammonta attualmente a circa 2,5 miliardi di dollari all’anno. QUAL È LO STATO DI AVANZAMENTO DEL PROGETTO? Come accennato all’inizio, l’obiettivo dichiarato dell’Esecutivo era che il Congresso approvasse la riforma entro la fine del 2025. Infatti, la neoeletta senatrice ed ex-Ministro della Sicurezza sotto Milei, Patricia Bullrich, aveva fissato il 26 dicembre come data per la votazione. Tuttavia, la situazione è cambiata nei giorni precedenti alla data. Nella notte di mercoledì 17 dicembre, il partito al governo ha subìto una battuta d’arresto nella votazione sulla Legge di Bilancio alla Camera dei Deputati, dove l’opposizione è riuscita a far respingere l’articolo che eliminava i finanziamenti all’università pubblica e abrogava la legge Emergenza e Disabilità [legge che dichiarava uno stato di emergenza fino alla fine del 2026 e introduceva sussidi per le persone con disabilità, approvata dal Senato il 10 giugno 2025 ma bloccata da Milei il 4 agosto 2025 – ndt]. Nel frattempo, giovedì 18 dicembre, i principali sindacati, organizzazioni sociali, gruppi per i diritti umani e partiti politici si sono mobilitati in Plaza de Mayo per manifestare contro la riforma del lavoro. Poche ore dopo la manifestazione, nella quale era stato evocato lo sciopero nazionale, la senatrice Bullrich ha annunciato che il disegno di legge sarebbe stato discusso il prossimo 10 febbraio. Nonostante dell’ottobre 2025 il governo di Milei sia emerso rafforzato dalle elezioni legislative e abbia ampliato la propria rappresentanza in entrambe le camere del Congresso, deve ancora trattare con i settori moderati e più inclini al dialogo per ottenere l’approvazione dei suoi progetti. In questo momento, mentre il partito di governo cerca di convincere i legislatori indecisi (con argomentazioni o prebende), il movimento operaio sta pianificando i prossimi passi in una battaglia che, per ora, è riuscito a rimandare al 2026. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress da “El Salto“. La copertina è di Gage Skidmore da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Controriforma del lavoro in Argentina: Milei contro la classe operaia proviene da DINAMOpress.
Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo
Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata con un coltello, uccidendolo a scuola. I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025, e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale. > Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la > sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma > rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti > fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e > assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto > alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non > rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva. Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione. Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone Rosse) nelle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio. Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza. Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali, e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo. In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto. Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate, e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione. Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa. > In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: > siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in > generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni > diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo > repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti ad offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia. Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni. Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’intervento educativo e sociale resta sullo sfondo. Nessuna misura a rafforzare le forme di prevenzione comunitaria, le attività di riduzione del danno, le forme di ascolto o i progetti educativi. Solo il controllo. > È il rovesciamento completo del significato originario di securitas: non più > assenza di preoccupazione garantita dalla cura dei diritti, ma assenza di cura > verso le fragilità, trattate esclusivamente come rischio da neutralizzare, un > principio valido in precedenza solo per gli adulti, ma ormai sdoganato > soprattutto nei confronti dei minori, de-rubricati a maranza. In altre parole, solo la repressione è prevista come soluzione al disagio dei giovani, all’abbandono scolastico, alle difficoltà di gestione della dispersione scolastica, alla capacità di accoglienza e di presa in carico dei Minori stranieri non accompagnati sul territorio. In materia di immigrazione e protezione internazionale, le innovazioni incidono in modo strutturale sull’equilibrio tra controllo dei confini e tutela dei diritti. Si introduce la possibilità di interdire temporaneamente l’accesso alle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale o di pressione migratoria, si rafforza il sistema dei rimpatri e del trattenimento attraverso procedure accelerate e derogatorie e si restringe l’area della protezione complementare, con una lettura più limitata del diritto alla vita privata e familiare. Particolarmente rilevante è l’introduzione nel diritto interno del concetto di Paese terzo sicuro, che comporta l’inammissibilità della domanda di asilo e la limitazione degli effetti sospensivi del ricorso giurisdizionale. A ciò si accompagna una riduzione delle tutele procedurali, inclusa l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione, con un conseguente indebolimento dell’accesso effettivo alla giustizia. Di nuovo, una serie di norme che rispondono alle recenti polemiche sulle mancate ottemperanze di ordini di espulsione a carico di Emilio Gabriel Valdez Velazco, che ha ucciso la giovane Aurora Livoli, e il mancato ottemperamento dell’ordine di allontanamento per il croato Marin Jelenic, che ha ucciso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Una decretazione che insegue la cronaca, senza mai interrogarsi sulle cause, ma rispondendo solamente con la punitività a tutti i costi: più strumenti alle forze dell’ordine, meno diritti ai cittadini. Se venissero approvati questi interventi sbilancerebbero ulteriormente la relazione tra garanzie e legittimo uso della forza, tra repressione e libertà. Se non stupisce l’afflato sanzionatorio, colpisce la miopia istituzionale a fronte di un’esplosione delle strutture penitenziarie. Con oltre 63500 detenuti nelle carceri per adulti e 572 minori oggi presenti anche in termini utilitaristici un nuovo rincaro delle pratiche repressive potrebbe portare i sistemi al collasso. Nel loro insieme, le novità introdotte configurano un mutamento di paradigma che va oltre la risposta a singole emergenze. Ne emerge l’immagine di uno Stato più presente, più attrezzato e più rapido nell’azione, ma anche di uno Stato che ridefinisce il proprio rapporto con le libertà individuali e con il conflitto sociale, spostando l’equilibrio complessivo a favore del controllo e dell’anticipazione repressiva. > Non è in discussione la necessità di prevenire la violenza, ma è assurdo > pensare che la prevenzione coincida con l’anticipazione repressiva e con la > compressione selettiva dei diritti, anziché con politiche capaci di > intervenire sulle cause sociali del conflitto e del disagio. La sicurezza intesa come ordine pubblico, come controllo capillare, come spazio del conforme diventa il principio ordinatore dell’intervento pubblico e giustifica un ampliamento dei poteri preventivi, una riduzione delle soglie di intervento e una compressione selettiva delle garanzie, soprattutto nei confronti di soggetti considerati portatori di rischio, che, di questo passo, saremo presto tutte e tutti. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo proviene da DINAMOpress.
«Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo
La vicenda processuale italiana di Annan Yaeesh inizia il 24 gennaio 2024 con la richiesta estradizione trasmessa al Ministero della Giustizia dallo Stato Israele. Come si sviluppano le fasi iniziali del procedimento? La vicenda processuale inizia a gennaio 2024 quando le autorità israeliane chiedono la consegna di Anan Yaesh alle autorità italiane. La richiesta di estradizione viene accolta, tant’è che procedono all’arresto ai fini estradizionali di Anan che viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La decisione sull’estradizione viene tuttavia impugnata e la Corte di Appello dell’Aquila decide di liberare Anan, in quanto secondo la Corte non vi sono i presupposti per consegnarlo alle autorità israeliane, dato il rischio concreto che venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, sulla base di quanto era stato prodotto dalla difesa citando rapporti delle principali organizzazioni internazionali, quali ad esempio Amnesty International, e relazioni dell’ONU che documentano come le autorità israeliane praticano in maniera sistematica la tortura su i prigionieri palestinesi. Questa decisione della Corte di Appello è molto importante poiché un organo istituzionale di questo paese afferma, nero su bianco, che Israele pratica sistematicamente la tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi, al punto di negare l’estradizione. Tuttavia, cosa succede due giorni prima di questa decisione? Che la procura dell’Aquila decide di promuovere un procedimento “autonomo” (non quindi su diretta iniziativa, se così possiamo dire, dello Stato di Israele) sempre nei confronti di Anan con accuse praticamente sovrapponibili a quelle iniziali, in base alle quali richiede di nuovo la custodia cautelare in carcere. Morale della favola, Anan non viene mai liberato. Il capo di imputazione del nuovo procedimento è quello previsto dall’articolo 270 bis, ovvero l’associazione con finalità di terrorismo, e non riguarda solo Anan, ma anche altre due persone, Ali Saji Rabhi Irar e Mansour Doghmosh, palestinesi anch’essi, che vivono a L’Aquila e sono legati ad Anna da rapporti di amicizia. Tutti e tre vengono arrestati e portati in carcere. Per mettere in risalto tutti gli aspetti problematici, preoccupanti e profondamente politici di questo procedimento, è necessario farne breve riassunto. La vicenda processuale può essere sostanzialmente divisa in due parti, la fase cautelare e il dibattimento. Nella fase cautelare, la Procura e il Tribunale hanno affrontato questo procedimento senza minimamente considerare il contesto nel quale si sarebbero svolti i fatti e il diritto che doveva essere applicato, ovvero il diritto internazionale umanitario. I tre sono accusati di aver fatto parte delle Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, in Cisgiordania, che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero un’articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’organizzazione della resistenza palestinese che ha operato principalmente nel corso del 2023 nella città di Turkarem e che ha come obiettivo principale quello di resistere alle incursioni dell’esercito israeliano all’interno del della città di Tulkarem e in particolar modo nei due campi profughi della città. I tre dall’Italia avrebbero fornito attività di finanziamento, di propaganda, di supporto all’organizzazione di appartenenza. La fase cautelare termina con la scarcerazione di due dei tre imputati, cioè di Ali e Mansour, mentre Anan rimane in carcere. La Cassazione riscontra infatti una totale insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei due e sulla base di questi principi il Tribunale della Libertà libera Ali e Mansour. A processo, quindi, due dei tre imputati sono già liberi e la loro posizione dal punto di vista accusatorio è già messa fortemente in discussione. Essenzialmente, è l’intero teorema accusatorio a essere molto debole. Quello che succede ai tre imputati dopo la decisione del Tribunale della Libertà è emblematico riguardo al trattamento che lo Stato italiano riserva ai/alle cittadine/i palestinesi che lottano per la liberazione dall’occupazione israeliana. Nonostante sia un richiedente asilo, Mansour viene infatti prelevato direttamente dal carcere di Rossano e poi portato al CPR di Roma nell’espletamento di una procedura di espulsione che viene interrotta dal Tribunale Civile (di nuovo, un tribunale si pronuncia contro l’espulsione di cittadini palestinesi in Israele dato il rischio di trattamenti disumani e degradanti), ma successivamente la Commissione territoriale per il diritto d’asilo ha comunque deciso di rigettare la sua richiesta. Ad Annan e Ali, il permesso di soggiorno viene invece revocato (pende il ricorso contro questa decisione). Di fronte quindi a palestinesi che si attivano per l’autodeterminazione del proprio popolo, lo Stato utilizza tutto l’armamentario repressivo, non solo penale, ma anche amministrativo utilizzando la loro condizione di non cittadini di questo paese. Siamo quindi all’assurdo: palestinesi titolari di permesso, o di protezione, prima del 7 ottobre 2023, perdono il diritto di asilo nel mezzo di un genocidio … Inizia così il processo vero e proprio, in cui è centrale la discussione riguardo alla distinzione fra legittimità della lotta, anche armata, per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli dalla dominazione coloniale e terrorismo. Perché questa questione è il fulcro del processo? Il processo ruota attorno alla distinzione tra legittima lotta di autodeterminazione e terrorismo, perché la prima, anche armata, con alcune limitazioni è assolutamente legittima in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito da diversi pronunciamenti di organismi internazionali. In particolare, esistono delle convenzioni internazionali, come ad esempio la Convenzione di New York, che stabiliscono come la definizione di terrorismo sia diversa a seconda che si operi in contesti di pace o di guerra. In questo secondo caso, l’attività di resistenza, in particolar modo nei confronti dell’esercito di uno Stato occupante viene considerata assolutamente legittima. L’unico limite è che le azioni di resistenza non debbano mai coinvolgere civili che non partecipano alle ostilità. Solo ed esclusivamente nel caso in cui le condotte contro lo Stato occupante mettano a rischio la vita dei civili non coinvolti nelle ostilità, possono essere considerate terrorismo. Questo concetto è stato ribadito anche dalla Corte di Cassazione in fase cautelare riaffermando il diritto e la legittimità della cosiddetta ribellione armata, con i limiti sopra citati. Il riconoscimento in un’aula di giustizia che si possa lottare, anche in armi, per la propria liberazione e autodeterminazione è, di per sé, già un risultato ottenuto dal procedimento. E’ un concetto che in un contesto di pacificazione avevamo dimenticato. Il punto centrale del procedimento sarebbe quindi dovuto essere stabilire se le azioni imputate ad Annan, Ali e Mansour fossero legittime o invece riconducibili alla categoria del terrorismo, tesi, quest’ultima, sostenuta dall’impianto accusatorio della Procura, anche in virtù dell’allargamento odierno del concetto di terrorismo. A tale scopo, sarebbe stato necessario sia ricostruire il contesto che considerare il diritto applicabile quello scenario di occupazione militare, ovvero il diritto internazionale umanitario. Ad esempio, descrivere la quotidianità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, come questa si esplica in tutte le forme, dalla demolizione delle case, alle punizioni collettive, alla detenzione amministrativa, all’esistenza delle colonie. Affrontare quindi questioni quali cosa sia il colonialismo di insediamento, come gli insediamenti vengono considerati nell’ambito del diritto internazionale (ad esempio il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 che sancisce l’illegalità dell’occupazione della Cisogiordania, Gaza e Gerusalemme Est impartendo il ritiro israeliano e lo smantellamento delle colonie), qual è lo status dei coloni spesso in prima linea nelle aggressioni quotidiane ai villaggi palestinesi, soggetti armati e allo stesso tempo impuniti. Queste tematiche sono centrali visto che ad Anan, Ali e Mansour è contestata l’organizzazione di una non ben definita “azione” ad Avnei Hefetz, colonia in Cisgiordania, quindi illegale secondo il diritto internazionale. Prima di tutto, occorre sottolineare che la fantomatica azione non è mai stata circostanziata, cioè la Procura non è mai riuscita a sostenere che effettivamente qualcosa sia stato organizzato all’interno della colonia, al punto che il capo di imputazione è solo ed esclusivamente uno, la partecipazione all’associazione, mentre non viene contestato nessun reato-fine, cioè nessun attentato in cui viene indicato il luogo, l’orario, la data, le modalità di realizzazione … Non viene contestato proprio perché non è mai stata dimostrato che qualcosa sia realmente avvenuto, ma nonostante questo si viene processati per terrorismo. In secondo luogo, cos’è realmente Avnei Hefetz? E’ un obiettivo legittimo? Chi vi risiede? Civili? E le Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, cui sono accusati di parte i tre imputati, cosa sono? Grazie al materiale che è stato rinvenuto all’interno dei telefoni cellulari abbiamo capito che lo scopo di queste brigate era resistere alle incursioni dell’esercito israeliano in città, e che quindi le azioni compiute avevano sempre come obiettivi l’esercito israeliano. Nel corso del processo, abbiamo appreso come i membri noti delle Brigate siano stati tutti uccisi dall’IDF, e stiamo parlando di fatti precedenti il 7 ottobre 2023. Sono stati tutti uccisi con veri e propri attentati terroristici compiuti dall’esercito israeliano. Si parla di bombardamenti con droni per uccidere un solo appartenente alle brigate, oppure di vere e proprie esecuzioni eseguite nelle strade di Tulkarem. Il processo si è aperto con le immagini dell’esecuzione di alcuni militanti delle Brigate nella città di Tulkarem, uccisi dall’esercito israeliano in un agguato in cui soldati nascosti dentro una macchina con targa palestinese, hanno bloccato la macchina dei militanti e li hanno uccisi tutti a sangue freddo coinvolgendo anche dei civili, in particolar modo addirittura dei bambini, feriti. Il Tribunale ha però osteggiato la ricostruzione del contesto che come collegio avevate deciso di includere nella difesa degli imputati. Lo svolgimento del processo presenta infatti alcuni tratti preoccupanti, a partire dall’inammissibilità di 44 testimoni su 47 della difesa (fra cui Francesca Albanese). Quali altre violazioni dei principi del giusto processo avete riscontrato nel dibattimento? La strategia difensiva prevedeva chiaramente di riportare il contesto in cui si svolgono i fatti e avremmo voluto farlo attraverso la deposizione di testimoni assolutamente qualificati: esperti di diritto internazionale, persone che lavorano all’interno delle organizzazioni internazionali, persone che hanno vissuto sulla propria pelle, quella che è l’occupazione israeliana, professori universitari, eccetera. La Corte d’assise, alla prima udienza, ha ritenuto non ammissibili tutti i testi presentati dalla dalla difesa, privando il processo ma privandosi anche essa stessa di comprendere appieno qual era l’oggetto del dibattimento. Gli unici testi quindi ritenuti ammissibili sono quelli indicati dal pubblico ministero, sostanzialmente ed esclusivamente soggetti appartenenti alla Digos dell’Aquila che avevano svolto le indagini, che nel corso delle deposizioni hanno dimostrato enormi lacune storiche, giuridiche e amministrative (ammettendo anche di aver cercato di svolgere indagini utilizzando le cosiddette fonti aperte, ovvero non meglio precisati siti web!). L’altra grande questione sorta nelle nelle battute iniziali di questo processo riguardava la richiesta, da parte della procura dell’Aquila, di voler acquisire a dibattimento dei verbali di interrogatori di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questo è stato uno dei momenti più gravi e problematici delle prime udienze, poiché appunto come difesa ci siamo battuti, vincendo, per far sì che questi verbali di interrogatorio non potessero essere acquisiti. Oltre al fatto che ci sono ragioni procedurali per cui non è possibile considerare quei verbali dei semplici documenti acquisibili al dibattimento, la prima questione è che sono dei verbali di dichiarazioni rese da prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sentiti prima da dallo Shin Bet, poi dalla polizia israeliana, senza un difensore. Ma soprattutto c’è il comprovato elemento che i prigionieri palestinesi delle carceri israeliane vengono sistematicamente torturati, per cui pensare di poter ritenere valide tali dichiarazioni è assolutamente illegittimo. Un’altra stortura del dibattimento ha riguardato la discussione riguardo la natura, civile o militare, di Avni Hefez. La Corte ha infatti richiesto l’audizione dell’ambasciatore israeliano a Roma. Questa idea di poter di pensare di acquisire delle informazioni in questo processo attraverso l’audizione dell’ambasciatore dello Stato occupante è un altro fatto molto grave su cui la difesa si è opposta, poiché riteniamo che ovviamente non sia una parte oggettiva in questo processo. Inoltre, l’audizione dell’ambasciatore riconosce di fatto l’occupazione della Cisgiordania, violando quegli obblighi internazionali sanciti nel parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio del 2024. Tuttavia, questa eccezione veniva rigettata dalla Corte e quindi è stato sentito una funzionaria di collegamento dell’ambasciata israeliana a Parigi, che ovviamente si è limitata ad affermare che quello era un insediamento civile. Aver dato la possibilità a un rappresentante dello Stato israeliano di prendere parola in questo momento storico, con le accuse che tendono nei confronti di Israele, e poterlo ritenere un teste è un aspetto estremamente grave. Come controprova, alle difese viene concesso di audire il Professor Chiodelli, dell’Università di Torino, già inserito nella lista testi inizialmente rigettata con lo scopo di riferire sulla natura di Avni Hefez. La testimonianza del testd Chiodelli è stata dirompente all’interno del processo, sia per la professionalità che per le competenze. Inoltre, il fatto che lo stesso si fosse recato in Cisgiordania, lo rende il primo, e unico, testimone di questo processo che si era effettivamente recato nei luoghi. Il professore ha riferito di come all’entrata di questo insediamento vi sia una grandissima base base militare, assolutamente visibile sia dalle mappe di Google Maps che da altre fonti ONU e quindi obiettivo legittimo di eventuali azioni di resistenza contro l’occupazione. Inoltre, Chiodelli descriveva con precisione la vita dei palestinesi sotto occupazione, cosa fossero le colonie, come erano inserite all’interno del progetto di colonialismo di insediamento israeliano e chi fossero i coloni stessi. Ha reso una chiara relazione sui sistemi di sicurezza delle colonie, sul fatto che le colonie ovviamente siano posti iper sorvegliati dall’esercito israeliano con le armi. Nonostante tutti questi elementi e la mancanza di prove circostanziali riguardo la cosiddetta “azione” terroristica con obiettivo Avni Hefez, la richiesta di condanna è stata elevatissima, 12 anni per Anan, 9 per Ali e 7 per Mansour. Cosa ci dice l’andamento del processo riguardo alla complicità dell’Italia con lo Stato di Israele nella repressione del popolo palestinese e nei confronti delle garanzie processuali all’interno del nostro sistema giudiziario? Siamo di fronte all’israelizzazione del nostro sistema penale, vedi anche la vicenda di Hannoun? Fin dal primo momento si è cercato di mantenere alta l’attenzione su questo procedimento perché poteva rappresentare chiaramente un precedente molto grave, sin dall’inizio, nella decisione di accogliere la richiesta di estradizione nei confronti di Anan. Sappiamo infatti che le decisioni sull’estradizione sono politiche e accogliere la richiesta dello Stato di Israele, sarebbe stato già problematico in un altro momento storico, figuriamoci a gennaio del 2024 quando la Corte Internazionale di Giustizia aveva accolto la causa per genocidio intentata dal Sud Africa. Inoltre, l’altra grande problematica emersa era il fatto vi fosse una repressione della resistenza palestinese non solo in Palestina ma anche nei paesi europei dove risiede e vive la diaspora. Sempre dal primo momento è emerso chiaramente come questo fosse anche un procedimento utilizzato nel tentativo di reprimere qualsiasi tipo di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, movimento che poi abbiamo visto esplodere a settembre del 2025 dopo anni di faticoso lavoro. Repressione che stiamo vedendo soprattutto a seguito della fine della parte più partecipata della mobilitazione. Sono infatti tantissimi i procedimenti che stanno iniziando proprio adesso in quasi tutte le procure d’Italia. Dal punto di vista poi strettamente processuale come detto ci sono stati una serie di passaggi avvenuti all’interno del processo che appunto hanno segnato l’idea che Israele, cioè uno Stato accusato di compiere ora in diretta un genocidio, potesse essere ritenuta una fonte attendibile. Ma anche la stessa idea, poi respinta, di utilizzare delle informative dei servizi segreti israeliani, ovviamente in contatto con quelli italiani, in dibattimento. Infine la decisione della Corte d’Assise di poter ritenere coome testimone valido l’ambasciatore israeliano. Quindi tutte valutazioni che ritengono che soggetti rappresentanti le varie istituzioni israeliane, o informazioni che provengono dalle autorità israeliane, possano essere considerate valide all’interno delle aule di tribunale. E questo segna un tratto problematico e si lega alla vicenda di Hanoun, in cui probabilmente è stato fatto un pericolosissimo salto in avanti perché, come hanno denunciato gli avvocati difensori, quell’indagine si fonda sostanzialmente e principalmente su vere e proprie informative dei servizi o su materiale di intelligence proveniente da un contesto di conflitto armato in corso e quindi, nemmeno dall’autorità giudiziaria israeliana. Questo è di una gravità incredibile. La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo proviene da DINAMOpress.
Storie di teatro, poesia e identità. Dal Nord-Est siriano alla diaspora curda
La rivoluzione del Rojava, oltre a ridefinire istituzioni e meccanismi di governo, ha trasformato il paesaggio culturale, ponendo al centro la produzione e trasmissione dei saperi. In un territorio in cui per decenni lingue e identità erano state represse, arte, letteratura e memoria orale sono divenute strumenti di emancipazione collettiva. Durante il regime baathista, la lingua curda e le espressioni artistiche erano marginalizzate e confinate alla clandestinità; le narrazioni circolavano in spazi domestici e comunitari – cucine, cortili, riunioni familiari – attraverso canti, poesie e racconti degli anziani. In questo contesto si colloca la figura del dengbêj, il cantastorie curdo che con il canto epico custodiva genealogie, memorie di conflitti e tragedie collettive. Per generazioni i dengbêjan hanno rappresentato un archivio vivente: una memoria orale extra-istituzionale che, proprio nella marginalità, si configurava come pratica di resistenza e di sopravvivenza identitaria. L’avvio dell’autogoverno nel 2012 ha segnato una svolta: la memoria orale è stata riconosciuta e incorporata nelle nuove istituzioni. L’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES) ha collocato la rinascita culturale tra le proprie priorità, promuovendo archivi, accademie linguistiche, biblioteche comunitarie, laboratori teatrali e festival itineranti. La narrazione, non più semplice ornamento, diventa dispositivo di identità e legittimazione politica, in una cornice plurilingue che valorizza curdo, arabo, siriaco e armeno come patrimonio condiviso. Questi spazi segnano il passaggio da una mémoire vivante – nel senso di Pierre Nora, fluida e orale — a una memoria formalizzata e riconosciuta come patrimonio collettivo. I due poli si intrecciano: un canto può diventare drammaturgia, una narrazione sceneggiatura documentaria, un mito performance itinerante capace di trasformare la memoria vissuta in eredità condivisa. > Parallelamente, la produzione artistica contemporanea diventa spazio critico > di autoriflessione, indagando tensioni etniche, fratture generazionali e > dinamiche di genere. Portare alla luce tali contraddizioni significa > sottoporre l’esperienza rivoluzionaria a continua interrogazione. Le testimonianze raccolte tra giugno e novembre 2025 delineano un quadro in cui cultura e produzione artistica diventano spazi di conflitto, sperimentazione e affermazione collettiva. Tra queste spicca la voce di Diljan Osman Oso, attore e regista di Qamishlo, nato nel 2001, che attraverso teatro e cinema custodisce e rinnova la memoria del padre, ucciso in un attacco dell’ISIS a Tirbespiye. Per lui, l’arte è un atto di continuità e resistenza: «Mi sono avvicinato alla recitazione a dodici anni, ispirato da mio padre. La sua morte ha segnato una frattura irreversibile, e da allora ho sentito il bisogno di far rivivere la sua memoria sul palco e sullo schermo». Il percorso artistico di Diljan è iniziato nel 2013 al Centro Culturale e Artistico Mihammed Sheikho. Da allora ha recitato in oltre cinquanta ruoli in curdo e arabo, intrecciando la carriera con la costruzione di uno spazio culturale autonomo, ma denunciandone i limiti: «Nella mia città esistono molti artisti di talento, ma troppi restano ai margini per mancanza di spazi e opportunità. La scarsità di produttori, teatri e infrastrutture culturali rende ancora difficile, in molte aree, il semplice atto di portare in scena un’opera». Pur in presenza di tali limitazioni strutturali, l’esperienza di Diljan mostra come l’arte possa assumere forme di intervento significative, capaci di incidere sulle dinamiche sociali e sulla rielaborazione collettiva del trauma. Alla domanda su un momento particolarmente significativo del suo percorso, Diljan ha risposto: «Nel 2023 sono entrato per la prima volta, nelle vesti di attore, nel campo di al-Hol. È stata per me un’esperienza dolorosa, poiché proprio quelle persone sono state responsabili della morte di mio padre. Eppure ho scelto di presentare lo spettacolo e, attraverso di esso, ho voluto dire loro che, sebbene avessero martirizzato mio padre, ero lì per tentare di trasformare la loro mentalità con l’arte. Perché l’arte è un’arma potente, capace di generare cambiamento». Colpisce come, in questo contesto, l’arte diventi gesto di restituzione pubblica e strumento per sottrarre l’esperienza all’oblio, restituendola alla memoria collettiva. Continua Diljan: «Mentre i combattenti difendevano la nostra terra con le armi, noi offrivamo la nostra arte come atto di resistenza, sacrificandoci simbolicamente come loro, che donano la vita per la comunità». Siham Salah Suleiman, poetessa cinquantenne di Qamishlo, ha unito pratica artistica e impegno civile, collaborando con il Consiglio delle Famiglie dei Martiri e recitando poesie commemorative. La sua produzione è una forma di riconoscenza verso i martiri e le unità di protezione YPG e YPJ. «Le nostre poesie nascono da esperienze e osservazioni. Le dedichiamo alle anime dei nostri martiri, ai combattenti in prima linea. Scrivere è un dovere verso chi ha sacrificato la vita per una società libera». Nella prospettiva della rivoluzione del Rojava, la cultura è anche terreno di emancipazione femminile. Continua Siham: «In passato le figure femminili nel canto erano rare – Aishishan, Mezgin e poche altre – in una comunità fortemente conservatrice, dove esibirsi in pubblico era complesso e spesso ostacolato. Con il mutamento politico e sociale si è aperto un percorso di emancipazione: le donne hanno ampliato la loro presenza in ogni ambito, lavorando accanto agli uomini, cantando, assumendo responsabilità equivalenti e, infine, partecipando anche alla lotta armata». Questa trasformazione non ha tuttavia eliminato modelli tradizionali e strutture patriarcali, che restano terreno di confronto e intervento. Su questi aspetti si concentra la riflessione di Diljan: «Nel tentativo di integrare memoria orale e tradizioni locali nei nostri progetti artistici emerge una questione centrale: nella cultura della mia città persistono elementi problematici che richiedono attenzione critica. Con film e rappresentazioni cerchiamo di sensibilizzare la comunità, affrontando dinamiche come l’ideologia patriarcale che confina le donne al ruolo domestico, radicata in gran parte del Medio Oriente, e che riteniamo necessario contrastare attraverso l’arte». Accanto alle esperienze radicate nel Rojava emerge la prospettiva della diaspora, che aggiunge nuovi livelli di complessità al discorso culturale e memoriale. In questo quadro si inserisce la voce di Seyrana Celad, 46 anni, poetessa curda-ezida residente in Armenia, la cui opera intreccia lingua, identità e memoria. Dopo quindici anni di silenzio ha scelto di tornare a scrivere in curdo come atto di cura verso la lingua e la comunità: «Se non difendiamo noi la nostra identità, nessuno lo farà. Scrivere è il mio modo di custodire ciò che siamo, per noi e per chi verrà dopo». Per Seyrana, la memoria è una trama viva di legami: tra curdi e armeni – nonostante una storia intrecciata anche da momenti di violenza e lacerazioni –, tra generazioni, tra i luoghi dell’esilio e quelli d’origine. La sua voce ripercorre la storia di Radio Yerevan, che negli anni ’50 divenne scuola e archivio sonoro del Kurdistan, e riafferma che la cultura è tanto uno spazio di pace quanto di conflitto. «Nel 1955, in Armenia, nacque una stazione radiofonica in lingua curda, Radio Yerevan. Con il tempo, divenne una vera e propria scuola di intellettuali, un vivaio di accademici, scrittori e musicisti. Gli organizzatori viaggiavano di villaggio in villaggio, raccogliendo canti, racconti e poesie, per poi portarli in radio». Le esperienze di Diljan, Siham e Seyrana mostrano come corpo, voce e scrittura diventino spazi di resistenza simbolica: un monologo, una poesia commemorativa o una canzone tradizionale assumono in questo quadro, la funzione di pratiche discorsive dotate di una valenza politica. Nell’ambito della DAANES l’arte funge da dispositivo di mediazione interculturale, ponte tra comunità e lingue diverse. Per molti artisti esprimersi in più idiomi è un atto di riconoscimento delle culture che convivono nella regione: «Non ci esprimiamo solo in curdo, ma anche in arabo, siriaco e armeno e ci impegniamo ad apprendere queste lingue per poter rappresentare e valorizzare le culture che vi si esprimono, riflettendo una convivenza che dura da molti anni», sottolinea Diljan. > La memoria rivoluzionaria si configura come processo collettivo e identitario, > realizzato attraverso pratiche e rituali che trasformano spazi ordinari in > luoghi della memoria. In diaspora, sottolinea Seyrana, il canto e le > celebrazioni restano fondamentali: «Manteniamo vive le nostre feste, e il > Newroz occupa un posto d’onore, accanto al Çarşema Sor e al Khdr Nebi. In quei > momenti la musica annulla ogni distanza e restiamo semplicemente persone, > unite dal ritmo e dalla festa. Ogni ricorrenza intreccia gioia e malinconia. È > come riportare in vita un pezzo della nostra storia». La riflessione sul ruolo della memoria nelle comunità curde conduce inevitabilmente a uno dei suoi nuclei concettuali: la nozione di şehîd (martire), reinterpretata all’interno del movimento curdo in chiave laica come eredità vivente, capace di tradurre il sacrificio individuale in orientamento etico e responsabilità collettiva. In tale prospettiva, la commemorazione assume la funzione di pedagogia rivoluzionaria, mentre le pratiche artistiche si configurano come strumenti privilegiati di mediazione e trasmissione di questa memoria. Conclude Diljan: «Nei momenti più difficili, quando il Nord Est della Siria era sotto l’assedio dei carri armati, dei bombardamenti e dell’oppressione dell’ISIS, nonostante fossimo ancora bambini, abbiamo continuato a portare avanti il nostro lavoro artistico in modo quasi sacrificale. Consideriamo l’arte una vera e propria forma di sacrificio, un modo per contribuire, con mezzi diversi, alla difesa e alla rinascita del nostro popolo». La copertina è stata concessa dal Rojava information center e raffigura Siham Salah Suleiman alla diga di Tishreen, nella Siria del Nord-est SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Storie di teatro, poesia e identità. 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Due attivistə di Palestine Action hanno intrapreso uno sciopero della fame di 73 giorni
Si chiamano Kamran Ahmed e Heba Muraisi lə tre attivistə del collettivo britannico Palestine action accusatə di aver praticato un’azione di sabotaggio contro una fabbrica di armi israeliana e una base militare della Royal air force. Lə attivistə, che si dichiarano innocenti, denunciano una condizione carceraria punitiva e ingiusta, che li vede affrontare per motivi non chiari un allungamento fuori legge del periodo di detenzione preventiva. La custodia cautelare, che non dovrebbe superare i sei mesi di detenzione, si sta prolungando ormai da più di 18 mesi senza nessuna giustificazione legale. Lo scorso 14 gennaio lə attivistə hanno interrotto lo sciopero della fame portato avanti da 73 giorni dopo che alcune delle loro richieste sono state realizzate. Di seguito l’articolo pubblicato su Novara media in precedenza all’interruzione del digiuno. Muraisi, 31 anni, soffre di spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e deve «ricordarsi di respirare», secondo il gruppo di attivistə Prisoners For Palestine. Ahmed, 28 anni, soffre di forti dolori al petto, affanno, difficoltà nel parlare e perdita dell’udito all’orecchio sinistro, secondo quanto riferito dalla sorella maggiore, ma rimane «mentalmente lucido» e «andrà fino in fondo». «La morte è una possibilità molto concreta per Heba in questo momento», ha dichiarato a Novara Media Hinda, amicizia d’infanzia di Muraisi, che ha preferito non rivelare il proprio cognome. Descrive Muraisi come una persona amorevole, gentile e altruista che «mette sempre gli altri prima di sé». Nove attivistə di Palestine Action in custodia cautelare hanno intrapreso uno sciopero della fame l’anno scorso dopo che la ministra dell’Interno Shabana Mahmood non ha risposto a una lettera in cui venivano espresse preoccupazioni sulle loro condizioni. Muraisi e Ahmed sono due delle tre persone detenute appartenenti a Palestine Action che continuano a rifiutare il cibo. Il terzo è Lewie Chiaramello, 22 anni, che digiuna a intermittenza da 44 giorni perché affetto da diabete. Teuta “T” Hoxha ha interrotto il suo sciopero della fame di 58 giorni (il secondo intrapreso in meno di un anno) il 5 gennaio. Hoxha è stata ricoverata in ospedale più volte e la sua salute rimane significativamente a rischio di sindrome da rialimentazione, a meno che la sua guarigione non venga gestita correttamente. Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno interrotto il loro sciopero dopo 51 giorni il 23 dicembre 2025. Jon Cink e Umer Khalid hanno concluso i loro scioperi della fame di 41 e 13 giorni all’inizio di dicembre. Il gruppo di attivistə chiede il rilascio immediato su cauzione, il diritto a un processo equo, la revoca della messa al bando di Palestine Action, la chiusura degli stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit Systems sul suolo britannico e la fine delle presunte interferenze da parte delle autorità carcerarie nelle loro lettere e altre comunicazioni. Il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha rifiutato costantemente di aprire un dialogo o incontrare chiunque rappresenti le persone in sciopero della fame. Muraisi ha iniziato a rifiutare cibo il 3 novembre e ha riferito sintomi quali incapacità di formulare frasi, dolore quando si sdraia su un fianco e dolori muscolari costanti. Ahmed è stato ricoverato in ospedale per la quinta volta la settimana scorsa. Sua sorella, la farmacista Shahmina Alam, ha dichiarato a Novara Media di vivere nella paura costante che suo fratello possa avere un infarto. La preoccupazione per la sopravvivenza di queste persone in sciopero della fame non è infondata. Il rifiuto del cibo per più di 40 giorni è considerato fase critica dal personale medico, con potenziali danni permanenti o morte per collasso cardiovascolare e infezioni. Esiste anche un forte rischio di complicazioni neurologiche dovute alla carenza di vitamine. Il dottor James Smith, medico di pronto soccorso qualificato e docente presso lo University College di Londra, ha dichiarato a Novara Media che Muraisi è «giunta alla fase critica dello sciopero della fame, in cui è probabile che l’organismo venga danneggiato in modo irreversibile e il rischio di morte aumenta di giorno in giorno». Smith ha aggiunto: «Il rischio che squilibri elettrolitici provochino aritmie cardiache e arresto cardiaco è elevato, così come la vulnerabilità a infezioni e sepsi. Tutti gli organi – fegato, reni, cuore – sono sottoposti a uno stress enorme e potrebbero smettere di funzionare in qualsiasi momento». Il personale carcerario non può procedere con l’alimentazione forzata quando le persone detenute rifiutano cibo o liquidi. Alam descrive se stessa e la sua famiglia «come zombie». «Ogni ora che passa senza avere sue notizie [di Ahmed] è un momento di panico», ha detto. «Sei in uno stato di ansia costante. Senti il tuo cuore andare in pezzi e non puoi farci niente». Muraisi e Ahmed fanno parte di Filton 24 e sono in custodia cautelare senza alcun processo da più di 13 mesi, ben oltre il limite di circa sei mesi previsto per la custodia cautelare. Il loro processo è previsto al più presto nel maggio di quest’anno, il che significa che a quel punto saranno in carcere da 18 mesi senza condanne, senza che sia stato formulato alcun tipo di reato. Lo scorso ottobre Muraisi è stata trasferita dall’HMP Bronzefield nel Surrey all’HMP New Hall di Wakefield, in una mossa che secondo lə attivistə ha avuto lo scopo di isolarla e separarla dalle sue reti di sostegno, compresa sua madre. Secondo quanto riferito, lei è determinata a continuare lo sciopero della fame fino a quando non verrà riportata a Bronzefield. Hinda ha raccontato a Novara Media che lei e altrə, tra cui Jon Trickett, deputato laburista di Normanton e Hemsworth, non hanno ottenuto il permesso di visitare Muraisi «nonostante la direzione del carcere sostenga il contrario», e che ciò ha avuto un impatto significativo sulla salute mentale di Muraisi. Dei dieci prigionieri politici, appartenenti all’IRA e all’INRA, morti nel Maze durante lo sciopero della fame del 1981, solo tre avevano resistito senza cibo per più giorni rispetto a Muraisi. Un portavoce di Prisoners For Palestine ha dichiarato a Novara Media: «Dopo più di due mesi senza cibo e nel totale disinteresse delle autorità, la vita di Heba è in grave pericolo. Perché si rifiutano di trasferirla all’HMP di Bronzefield, vicino alla madre disabile che non può vedere da mesi?». La sorella di Ahmed ha affermato di provare «profonda delusione» verso il  governo proprio perché è un governo laburista e Starmer, in quanto ex-avvocato specializzato in diritti umani, «dovrebbe vergognarsi». «Ignorare le persone che stanno mettendo a rischio la propria vita per garantire il rispetto dei diritti di cittadini e cittadine britanniche e del diritto internazionale è follia», ha dichiarato Alam a Novara Media. «Si pensa a torto che queste persone vogliano un trattamento speciale o una corsia preferenziale verso il processo, ma niente è più lontano dalla verità. Tutto ciò che chiedono è quanto previsto dalle nostre costituzioni democratiche e dal sistema giudiziario». «Non avrei mai pensato che mio fratello sarebbe finito in prigione per motivi politici. Non avrei mai pensato che mio fratello avrebbe fatto uno sciopero della fame. Erano cose che leggevamo nei libri di storia e pensavamo: ‘Wow, ci vuole un gran coraggio per fare una cosa del genere’. Poi ho capito che si tratta solo di persone comuni che si affidano alla loro umanità e si rendono conto che non sono libere finché tutti non lo sono». Hinda ha dichiarato che il governo mette «gli interessi delle potenze straniere al di sopra di quelli dei propri cittadini» e lo ha definito un «precedente pericoloso». A Novara Media ha detto: «Heba è in carcere da più di un anno e si prevede che vi rimarrà ancora a lungo senza una condanna per quello che la legge definisce danno penale. Heba lo fa affinché le sue richieste vengano ascoltate, la legge applicata in modo proporzionato e le sia concesso di tornare a casa e tornare a essere una figlia». Lə nove detenutə in sciopero della fame sono in carcere per il presunto coinvolgimento in irruzioni nelle fabbriche di proprietà della Elbit Systems, la più grande azienda produttrice di armi di Israele, e nella base aerea RAF Brize Norton. Tuttə loro negano queste accuse. Il mese scorso esperti ed esperte delle Nazioni Unite hanno esortato il governo britannico ad adottare «misure urgenti» per salvaguardare la vita dei detenuti in sciopero della fame. Sette esperti ed esperte indipendenti, tra cui la relatrice speciale per i Territori palestinesi occupati Francesca Albanese, hanno affermato: «Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere delle persone detenute». A dicembre, Starmer ha dichiarato alla Camera dei Comuni che regole e procedure erano state rispettate, dopo che erano state sollevate domande sul motivo per cui il suo governo non avesse incontrato i familiari degli avvocati dei detenuti in sciopero della fame. Il ministro del carcere Lord James Timpson ha dichiarato: «Benché molto preoccupanti, gli scioperi della fame non sono una novità nelle nostre carceri. Negli ultimi cinque anni ne abbiamo registrati in media oltre 200 all’anno e disponiamo di procedure consolidate per garantire la sicurezza delle persone detenute». «Le équipe sanitarie penitenziarie forniscono assistenza sanitaria nazionale e monitorano costantemente la situazione. L’HMPPS [His Majesty’s Prison and Probation Service, Servizio penitenziario e di libertà vigilata di Sua Maestà] afferma chiaramente che le accuse secondo cui l’assistenza ospedaliera viene negata sono del tutto fuorvianti: essa viene sempre fornita quando necessario e alcuni di questi detenuti sono già stati curati in ospedale. Queste persone sono accusate di reati gravi, tra cui furto aggravato e danneggiamento. Le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti e avvocati e avvocate possono presentare ricorsi al tribunale per conto dellə propriə assistitə. Nessunə ministrə li incontrerà: abbiamo un sistema giudiziario basato sulla separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura è il fondamento del nostro sistema. Sarebbe assolutamente incostituzionale e fuori luogo se ministri e ministre intervenissero in procedimenti giudiziari in corso». Harriet Williamson è redattrice e giornalista per Novara Media. Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio su Novara Media, la traduzione è a cura di Benedetta Rossi (DinamoPress) La copertina è stata pubblicata su Novara media SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Due attivistə di Palestine Action hanno intrapreso uno sciopero della fame di 73 giorni proviene da DINAMOpress.
Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia
È dal 1988 che quel vecchio casale rurale al centro del quartiere Casilino 23 è un presidio dove molte le realtà di diverse generazioni hanno dato vita ai primi tentativi di welfare dal basso: cinema ,teatro, sala musica e concerti, scuola di italiano per persone migranti, insomma un laboratorio ricco di iniziative, progetti e campagne sociali. La sua storia non si è mai fermata, si sono susseguite una serie di concessioni e convenzioni, fino al bando pubblico del 2011 vinto dall’Associazione Casale Garibaldi, che univa le varie realtà che lì portavano avanti tanti progetti. > Inizia la seconda vita di Casale Garibaldi, con l’avvio della collaborazione > con il mercato contadino Terra/Terra, con la promozione di attività per i più > piccoli, con una stagione di politicizzazione, l’apertura degli sportelli di > CLAP, le relazioni di mutuo scambio con le scuole del quartiere. La scadenza dell’affidamento del 2011 arriva a maggio 2017 e coincide con l’aggressione neoliberale della Delibera 140 del Commissario Tronca. Arriva una lettera dove si legge «Si invita quindi l’associazione in indirizzo a lasciare liberi gli spazi siti in via Romolo Balzani 87 entro i 90 giorni dallo scadere della predetta convenzione». Insomma, entro l’11 agosto, lo spazio andava liberato. Si decide allora di rilanciare una scommessa e di difendere questo patrimonio della città dalle mire speculative. Si da vita a un nuovo progetto politico di autogestione, che sappia tenere insieme forme di vita e di impegno politico, produzione culturale e servizi autorganizzati. “Common at work” è la definizione del nuovo spazio, per riscoprire la natura cooperativa e produttiva dello stare insieme. > L’attacco da parte dell’amministrazione municipale non si ferma, vengono > richiesti ingenti somme per il pagamento dell’indenntità di occupazione. Il > ricorso presentato dà ragione alle e agli occupanti. Anche l’accusa di abusi > edilizi che si sarebbero commessi viene respinta dal tribunale. In quel periodo a livello comunale si stava costruendo la delibera 104 che avrebbe regolato le concessioni future degli spazi pubblici. Un tentativo di dare riconoscimento agli spazi sociali attivi nella città e dall’altra attraverso i bandi di evidenza pubblica garantirsi una procedura legale. Ci racconta Emiliano: «La delibera 104 prevede due canali per assegnare gli spazi. Uno regolato dall’articolo 11 riguarda il patrimonio abbandonato e vuoto, l’altro regolato dall’articolo 42 è riferito a concessioni scadute o a occupazioni senza titolo. Noi aderiamo all’articolo 42 che prevede un’istanza da parte dell’ex-concessionario che in pratica diventa il progetto pilota che darà seguito a un bando di evidenza pubblica aperto per 30 giorni. È quello che noi abbiamo fatto e il progetto che abbiamo presentato è stato la base su cui si è costruito il bando. Per stabilire la graduatoria delle domande presentate sono previsti quattro criteri. Uno di questi prevede una premialità per chi è un ex-concessionario e ha svolto attività culturali e sociali per anni in quello spazio». > Casale Garibaldi per quanto stabilito dalla commissione tecnica è stato > assegnato a due realtà del tutto estranee al territorio e non agli > ex-concessionari. Continua Emiliano: «Per noi è un fatto gravissimo che mette in discussione il senso della delibera. Di tutto questo discuteremo nell’assemblea pubblica che abbiamo convocato per sabato 17 alle 16. Contemporaneamente stiamo valutando il ricorso al Tar per annullare quanto è stato deciso e che per noi rappresenta una ferita. Pensiamo però che ci sia ancora spazio per la politica, visto che l’assegnazione vera e propria scatterà dopo che gli atti della commissione con la graduatoria saranno stati ratificati con delibera dalla giunta municipale. Le forze politiche devono assumersi la loro responsabilità». Di seguito il comunicato che convoca l’assemblea 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗠𝗔𝗡𝗢 𝗦𝗨 𝗖𝗔𝗦𝗔𝗟𝗘 𝗚𝗔𝗥𝗜𝗕𝗔𝗟𝗗𝗜: 𝗗𝗜𝗙𝗘𝗡𝗗𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔̀ 𝗣𝗨𝗕𝗕𝗟𝗜𝗖𝗔! Sabato 17 gennaio, ore 16, ASSEMBLEA PUBBLICA (firma l’appello in fondo al comunicato) 𝗔𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲: 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗠𝘂𝗻𝗶𝗰𝗶𝗽𝗶𝗼 𝗩 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗢𝗡 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝗮 𝗥𝗼𝗺𝗼𝗹𝗼 𝗕𝗮𝗹𝘇𝗮𝗻𝗶 𝟴𝟳 𝗮𝗹𝗹’𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗖u𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗖𝗮𝘀𝗮𝗹𝗲 𝗚𝗮𝗿𝗶𝗯𝗮𝗹𝗱𝗶. Qualcuno vorrebbe cancellare 40 anni di mutualismo, autogestione, sindacalismo sociale, produzione culturale, welfare dal basso, cura di un bene comune urbano, che hanno segnato la storia del territorio di Roma est e della città tutta. 𝗨𝗻 𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶̀𝗼𝗹𝗮 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝟭𝟬𝟰 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼, frutto di un lungo percorso di confronto, conflitto e compromesso tra amministrazione e reti sociali, che fa emergere con chiarezza uno scontro di potere tra indirizzo politico-normativo e “burocrazia neoliberale”. Non a caso ci giungono voci di una giunta municipale in fibrillazione, a partire dal ruolo dell’assessore al Patrimonio. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗱𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗶𝗹𝗹𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗮𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗻𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟭𝟳: aggressioni legali e fiscali, rispedite sempre al mittente anche attraverso il pronunciamento dei tribunali, in una lunga lotta di resistenza che c’è costata fatica e un esborso economico pesantissimo. 𝗖𝗼𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶 𝗮𝘃𝗮𝗹𝗹𝗮 (𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲) 𝘂𝗻𝗮 “𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗶” 𝘁𝗿𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶 𝗲 𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, che devono trovare soluzioni diverse, previste proprio dal regolamento della Delibera 104. In questo modo si rischia di azzerare una esperienza di partecipazione inventata dalle lotte, un insediamento pluridecennale che ha dato vita a una rete infinita di progetti, percorsi, attività, segnate da una composizione sociale e generazionale vasta e plurale. 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗶 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗯𝗲𝗻 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼: 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝘀𝗲𝗰𝘂𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗼𝗳𝗮𝘀𝗰𝗶𝘀𝘁𝗲 𝗮𝗹 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼 che, dopo gli scalpi del Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino, mettono nel mirino, a Roma, alcune tra le più importanti esperienze sociali, culturali, abitative, per spianare definitivamente la strada alla rendita immobiliare e finanziaria; una strategia di costruzione del “nemico esemplare”, utile per mascherare mediaticamente le misure economiche antipopolari e di guerra del governo, che colpiscono i salari, la sanità, il welfare, i servizi pubblici. 𝗗𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗹t𝗿𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀, 𝗰’𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲, 𝗮𝗹 𝗹𝗶𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮, 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗠𝗶𝗹𝗮𝗻𝗼” 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲; tra gli interessi immobiliari della “rigenerazione” degli ex-mercati generali di Ostiense e il diritto alla città; tra i manganelli di Piantedosi e Meloni e le lotte dei movimenti e degli spazi sociali che costruiscono mutualismo nella crisi economica e nella povertà dilagante. 𝗡𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝗣𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗮𝘀𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗗𝗲𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝟭𝟬𝟰 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝘀𝗮, 𝗽𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗶𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼, oppure se servono soltanto a mitigare ma non a cambiare radicalmente le politiche della destra. Una cosa è certa, questa storia collettiva, che compone un mondo fatto di tante storie, non si può cancellare. 𝗖𝗶 𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝗿𝗲𝗺𝗼 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘀𝗰𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗺𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼: 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲, 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲. COSTRUIAMO LA MOBILITAZIONE PERMANENTE IN DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI, DEL DIRITTO ALLA CASA, DELLA CITTÀ PUBBLICA. La copertina è tratta dalla pagina Facebook Casale Garibaldi – common at work SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia proviene da DINAMOpress.
Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame»
L’isola artica è nel mirino della politica aggressiva e imperialista del presidente Trump ormai da molti anni, ma nell’ultimo periodo la sua insistenza nel “prendere” la Groenlandia si fa sempre più pressante e insistente. I timori di una vera e propria invasione militare e di una acquisizione «con le buone o le cattive», parafrasando Trump, del territorio, si sono fatti ancora più vividi in seguito all’attacco sferrato dagli Stati uniti al Venezuela nei primi giorni del 2026. Inoltre, le dichiarazioni di Trump si insinuano all’interno di un percorso pluridecennale che sta portando progressivamente la Groenlandia verso una sua indipendenza nei confronti della Danimarca, e di contro la politica groenlandese non accetterebbe di passare da un controllo straniero all’altro. Di questi e di altri aspetti legati alle tensioni che emergono sempre più vivide intorno alla Groenlandia abbiamo parlato insieme a Paolo Borioni, professore associato al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’università La Sapienza ed esperto in studi artici. Di seguito la video-intervista e una sintesi scritta della conversazione. Che spazio è la Groenlandia? Ci puoi raccontare di più della popolazione indigena inuit che la abita e della sua storia di colonizzazione? La popolazione inuit è una popolazione che esprime con chiarezza un desiderio d’indipendenza, però al contempo ha anche assunto alcuni dei tratti trasmessi dal rapporto con i danesi. È una società che protesta anche animatamente e retrospettivamente per alcune questioni come le sterilizzazioni forzate a cui sono state sottoposte nei decenni passati alcune donne inuit, così come la privazione della patria potestà ad alcune coppie. Queste politiche si inserivano all’interno di una un’idea di riforma sociale preventiva che ha degli aspetti altamente problematici, repressivi e razzisti. Al contempo i groenlandesi hanno assunto su di sé alcuni caratteri, come la vicinanza alla fede religiosa, che si identifica con la con la chiesa evangelica danese, maggioritaria in Danimarca e in Groenlandia. Anche il rapporto con i monarchi danesi è sempre stato forte e l’idea di andare verso l’indipendenza è caratterizzata da minore ostilità rispetto a ciò che abbiamo visto in altre storie coloniali, ed esiste soprattutto è un’idea collaborativa. Storicamente avviene che abbiamo le popolazioni nordiche, prima di tutto quelle norvegesi, che ancora prima dell’anno mille si stabiliscono per alcuni secoli in Groenlandia. Dal XVIII° secolo viene ripresa come terra di missione gestita in parte dai religiosi della chiesa evangelica luterana e poi da compagnie con capitale borghese norvegese e danese, e in seguito da una compagnia regia commerciale, come era usanza al tempo in tutto il mondo, per gestire i commerci fra la metropoli e la periferia coloniale. Negli anni 1950 del secolo passato, la Groenlandia diviene una provincia della Danimarca, quindi c’è un progresso nei diritti, nel senso che i groenlandesi, così come i faroesi, eleggono due deputati al parlamento monocamerale danese. Negli stessi anni la Danimarca ha concesso o comunque viene attribuita la capacità di autodeterminazione di un governo autonomo Groenlandese. L’ultima evoluzione del 2009 porta a una forma di autogoverno completa che ha anche un suo itinerario verso l’indipendenza, anche se disegnato secondo una forma cooperativa e collaborativa. Certamente il modello sociale dal quale non vogliono allontanarsi troppo i groenlandesi è quello nordico danese ed è attestato da tutti i tipi di indagini di opinione, recenti e passati. Quali sono le sfide di questo territorio di fronte al riscaldamento climatico, al nuovo turismo e alla disoccupazione diffusa? Rispetto al cambiamento climatico le questioni sono due. Da un lato il fatto che le grandi ricchezza del sottosuolo sono state sfruttate in maniera poco sistematica fino a questo momento perché gli spessissimi ghiacci interni rendono più difficile l’estrazione dal sottosuolo. Dall’altro perché anche qualora questo avvenisse, la mancanza e la difficoltà di costruire infrastrutture renderebbe comunque difficile poi l’effettiva esportazione delle risorse. Il cambiamento climatico, posto che è una catastrofe che va evitata a tutti i costi, però può favorire una forma più intensa di sfruttamento del sottosuolo. Quello della Groenlandia è un tipico caso di economia della dipendenza ed estrattiva, o meglio estrattivista. Tra l’altro le elezioni di qualche anno fa sono state caratterizzate dal fatto che la popolazione inuit ha rifiutato un progetto di estrazione di terre rare perché ne aveva già accertato gli esiti negativi sul piano ambientale, e temevano che queste nuove attività economiche potessero compromettere la caccia e la pesca, ben più radicate nella cultura inuit, ma anche estremamente rimunerative. L’esito elettorale ha favorito la vittoria di Inuit Ataqatigiit (Ia), il partito socialista e indipendentista groenlandese, alla sinistra della social democrazia, che ha sospeso questo tipo di estrazione dietro la quale c’era una joint venture se non ricordo male sino-australiano. Infine faccio una mia riflessione sul cambiamento climatico e sulla questione dell’iperturismo che ormai è arrivato anche ai lembi estremi del nord europea, tipo l’Islanda, e anche nell’artico potrebbe arrivare. Ritengo che, non so quanto legittimamente, i grandi capitalisti delle Big-Tech che si muovono intorno a Trump, e Trump stesso, stiano forse pensando ad acquisire la Groenlandia anche perché in un’ipotesi di clima sempre più caldo magari alcune popolazioni o alcune persone particolarmente benestanti potrebbero accettare di trasferirsi lì per scampare a invece i disastri ben maggiori che potrebbero accadere in altre zone del mondo. Questo per realizzare lì una specie di comunità di geni o supposti geni che si radunano per creare un’aristocrazia del nuovo ipercapitalismo. Qual è la situazione politica e le posizioni in campo di fronte questa minaccia statunitense? Sia il partito Siumut, che sono social-democratici, che Inuit Ataqatigiit, che sono questo partito socialista groenlandese, sono indipendentisti, e sono ora rispettivamente il secondo e il terzo partito dopo essere stati quasi sempre il primo e secondo. Entrambi però sono attenti a indicare un percorso di indipendenza che non sia uno stravolgimento degli aspetti del welfare social-democratico nordico. Poi c’è un aspetto di altro tipo, cioè che appunto con i danesi alla fine si è costruito un percorso costituzionale condiviso che è anche prospettico: dalla svolta del 1979 che ha concesso il governo autonomo e poi quella successiva del 2009 dell’autogoverno, sempre uscite da referendum popolari nettamente maggioritari. Quindi c’è stato un percorso democratico chiaro ed evidente. La maggior parte della popolazione quindi non vorrebbe lasciare questo percorso certo, deciso insieme ai danesi, per un percorso incerto “americano”. Inoltre le condizioni di vita delle popolazioni inuit in Alaska, un po’ meglio per quanto riguarda il Canada, non sono certo migliori di quelle dei groenlandesi, anzi tutt’altro. Le ultime elezioni hanno visto una netta maggioranza di partiti, Siumut (social-democratici), Inuit Ataqatigiit (socialisti), e Demokraatit (liberal-democratici), i quali presentano differenze tra di loro ma si ritrovano tutti in un approccio indipendentista. Tutti dicono non vogliamo essere né danesi né americani ma certamente non vogliamo essere comprati: we are for business but not for sale. Questa coalizione che raccoglie il 75% dell’elettorato, e che adesso governa, si è unita, prima in campagna elettorale all’inizio del 2025 e poi con la formazione del governo attuale, per rimanere all’interno del percorso che abbiamo descritto, costituzionale, di progressiva autonomia. Inoltre questo percorso può concretamente portare a una retrocessione ulteriore della Danimarca, soprattutto nella gestione della politica estera che è ora quasi l’unica prerogativa che rimane ai danesi rispetto ai groenlandesi e ai faroesi. Per ora il dibattito ha visto i groenlandesi accettare questa “acquisizione” della gestione della politica estera, ma vengono sempre più spesso avanzate richieste di maggiore autonomia su alcuni temi più strettamente legati al territorio groenlandese, come per esempio la richiesta di sedere nel Consiglio artico. Va detto anche che la Danimarca contribuisce ancora molto all’economia dell’isola, con un contributo fisso annuale di vari miliardi di corone, che divisi per una popolazione sotto i 60 mila abitati non è poco. C’è soltanto un partito, che si chiama Naleraq, più nazionalista e più indipendentista, che è cresciuto fino al 25%, ed è l’unico all’opposizione, che invece è più aperto al rapporto con gli Stati Uniti, nonostante probabilmente lo fanno per comunque accelerare il distacco dalla Danimarca. Perché Trump è così interessato Groenlandia?  È vero che la Nato e i danesi in particolare hanno continuato da una ventina d’anni una non più realistica politica che vede l’artico come spazio di pace, per cui la regione non è stata presidiata militarmente quanto forse sarebbe stato necessario per prevenire queste pretese statunitensi. La Russia da parte sua possiede circa il 60% di territori artici, quindi è normale che sia attiva nella zona. Gli esperti danesi, rispetto all’attività russa nell’artico, dicono che sì, esiste, ma è più dalla parte del mare di Barents e delle Svalbard, e questo è interessante, quasi divertente, perché come sappiamo i danesi sono stati i più filo-Nato all’interno dell’Europa occidentale e i più antirussi probabilmente in assoluto. Mentre non risulta nulla di particolare né di russo e nemmeno di cinese intorno alla Groenlandia. Quello che temono gli americani è che i sommergibili atomici russi possano insinuarsi sotto i ghiacci avvicinandosi molto al continente americano e accorciare ancora di più quella che è la realtà dell’artico, nel senso che l’artico è la zona di minore percorrenza dalla quale si possono raggiungere tre continenti, come la zona del mediterraneo. Avvicinandosi e navigando sotto i ghiacci i sommergibili atomici russi potrebbero essere più minacciosi e questo probabilmente ha un suo fondamento strategico. Un’altra motivazione può essere che dopo il logoramento subito dai russi in Ucraina una presenza americana forte nell’artico produrrebbe per loro uno sforzo militare ulteriore e quindi uno stress superiore per l’economia russa. Ma i danesi rispondo che nei trattati come quello del 1951, firmato in piena guerra fredda e poi modificati in seguito, in realtà gli americani possono benissimo decidere, trattando con i groenlandesi, di impiantare nuove basi. Ma gli americani hanno addirittura nel tempo ritirato delle forze dalla Groenlandia, quindi i danesi controbattono che se gli Stati uniti hanno queste paure la colpa è anche loro che si sono ritirati da quel territorio. Infine altra questione importante che sta dietro il ragionamento americano riguarda gli aspetti più strategici, più razionali, per quanto temibili per la pace degli equilibri mondiali. C’è l’idea di arretrare la difesa del continente americano, cioè lasciare agli europei la difesa verso la Russia nel post guerra in Ucraina per poi investire una parte cospicua nella parte artica e in quella pacifica. Secondo lei come si muoveranno gli USA per arrivare al controllo di questo territorio? C’è una risorsa che i nordici, e specialmente i nordici neutrali, come Finlandia e Svezia, fino a poco tempo fa hanno utilizzato durante la guerra fredda, cioè rendere particolarmente infame, a livello politico, un possibile attacco al loro territorio. Questa politica era parte del loro dispositivo di sicurezza, perché la neutralità ha una sua teoria della sicurezza nazionale. La difesa della Danimarca è quella di diffidare gli Stati uniti dallo sparare a un Paese con queste caratteristiche, che in più è uno dei più fedeli alleati. Ma visto che l’opzione militare c’è sempre, rischia di forzare gli inuit e la Danimarca ad accettare delle soluzioni che non avevano voluto accettare prima, per esempio un’associazione della Groenlandia agli Stati uniti, tipo Portorico. Fino al momento gli esperti militari danesi dicono che non risponderanno nel caso gli Stati uniti li attacchino [l’intervista è stata registrata sabato 10 gennaio, ndr]. Un’altra ipotesi dell’espansione americana in Groenlandia è per esempio la seguente: è plausibile che si concluda un nuovo trattato che riguardi una nuova presenza militare americana con, per esempio, cinque nuove basi e l’invio di 10mila soldati. Poi la realtà magari sarà che gli uomini e le forze realmente dispiegate saranno il quintuplo, con una annessione di fatto dell’isola e una gestione sul piano clientelistico della popolazione. Un’altra ipotesi, che ho sentito dire da degli esperti accademici questa volta, non della difesa, sia norvegesi che danesi, vedrebbe gli americani chiedere agli alleati Nato di barattare una presenza statunitense come garanzia per una futura pace in Ucraina in cambio di una pressione verso la cessione della Groenlandia da parte dei danesi. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame» proviene da DINAMOpress.
Rigo-Montella: «Per la Procura di Genova la società civile in Palestina non esiste»
Trascorse alcune settimane dopo l’inchiesta contro le attività in solidarietà alla Palestina, abbiamo intervistato due giuriste, Enrica Rigo, della Clinica Legale Migrazioni di Roma Tre, e Tatiana Montella, del Legal Team della delegazione italiana Global Sumud Flotilla, per comprendere assieme a loro la portata e il significato dell’azione della magistratura. L’inchiesta della procura di Genova contro l’Associazione Palestinesi in Italia ha visto l’utilizzo di informative provenienti direttamente dal governo israeliano, incluse informative dei servizi segreti e delle forze armate. È un fatto ricorrente nell’ambito di questo tipo di iniziative giudiziarie? Che conseguenze può avere sul rispetto delle garanzie processuali l’uso di informazioni raccolte o trasmesse da un governo come quello israeliano? Purtroppo, non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni, diverse inchieste penali in Italia, soprattutto quelle che coinvolgono movimenti politici, attivismo internazionale o accuse legate al “terrorismo”, hanno fatto affidamento su fonti estere, spesso provenienti da servizi di intelligence di Paesi con cui l’Italia collabora in materia di sicurezza. Il caso genovese rientra in questa prassi: qui, le indagini si basano in parte su documenti forniti direttamente dal governo israeliano, inclusi rapporti dei suoi servizi segreti e delle forze armate. Questa pratica solleva quanto meno due ordini di problemi strettamente intrecciati. Il primo è di natura politica. Israele non è un osservatore neutrale: è una parte diretta nel conflitto israelo-palestinese, con un interesse strategico ben preciso nel definire come “terroristiche” anche organizzazioni che svolgono attività del tutto legittime. Il secondo problema è squisitamente processuale. Le informative dei servizi segreti sono spesso anonime, prive di indicazioni sulle fonti primarie e non verificabili. Ciò rende impossibile per la difesa esercitare il diritto al contraddittorio, principio fondamentale del giusto processo, garantito dalla Costituzione e dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se un’accusa si fonda su prove che l’indagato non può conoscere, contestare né verificare, il processo perde ogni carattere di equità A ciò si aggiunge un ulteriore rischio: l’allineamento completamente acritico a narrazioni politiche esterne. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte ribadito che gli Stati non possono fare uso, in sede penale, di informazioni ottenute da governi coinvolti in conflitti o da sistemi che non rispettano gli standard democratici, soprattutto se tali informazioni sono state raccolte senza garanzie procedurali. L’uso di informative provenienti da un attore direttamente coinvolto in un conflitto armato – per giunta senza trasparenza né possibilità di verifica – non solo svuota di senso il diritto al contraddittorio, ma legittima una deriva autoritaria del diritto penale: quella per cui le idee scomode vengono neutralizzate non nel dibattito pubblico, ma nelle aule di tribunale, con la complicità silenziosa di un sistema che confonde sicurezza con repressione. Da quello che avete potuto comprendere, cosa differenzia l’inchiesta attuale da quelle che precedentemente avevano coinvolto le associazioni di solidarietà operanti in Palestina? L’ordinanza del 26 dicembre si basa su una diversa interpretazione di un quadro che era già stato oggetto di precedenti valutazione da parte dell’ufficio del Giudice per le indagini preliminari di Genova che, nel 2006, aveva rigettato la richiesta di misure cautelari. A fare la differenza rispetto a precedenti indagini, più che il quadro indiziario nuovo, è soprattutto la diversa valutazione di contesto delle ipotesi accusatorie. Molte analisi che sono circolate sulla stampa e sui social hanno messo in evidenza questo aspetto, anche in maniera efficace (penso ai post di Lorenzo D’Agostino). Per arrivare alle stesse conclusioni basterebbe però leggere i passaggi chiave dell’ordinanza; possibilmente, senza farsi prendere dal panico morale che generano le accuse di terrorismo. Sulla questione del finanziamento alle organizzazioni terroristiche, in particolare, non viene contestato che i fondi raccolti siano stati deviati da attività caritatevoli per finanziare, invece, attività direttamente connesse ad attentati o attacchi terroristici, bensì viene letto diversamente il ruolo che svolgono le associazioni caritatevoli. Per giustificare questo slittamento nell’interpretare i fatti, la giudice richiama una sentenza di una corte di appello statunitense del 2011 (Circuito del Texas, Louisiana e Mississippi) secondo la quale, seppure le organizzazioni caritatevoli svolgano legittime funzioni di supporto ai civili, vengono considerate funzionali agli obiettivi di Hamas «facendone crescere la popolarità tra i palestinesi e assicurando loro una risorsa di finanziamento». In un altro passaggio, si legge che l’ala sociale è cruciale poiché aiuta Hamas «a conquistare i cuori e le menti dei palestinesi mentre promuove il suo programma anti-Israele indottrinando la popolazione nella sua ideologia». Sospendendo il giudizio sui toni stereotipati e orientalisti di simili affermazioni, è evidente che l’ordinanza riconosce la natura complessa di Hamas. Da qui a considerare le organizzazioni caritatevoli, operanti sia a Gaza che in Cisgiordania, come il braccio economico assistenziale di un’organizzazione terroristica unitaria si compie, però, un passaggio che, dal punto di vista del diritto penale, è molto problematico. > La condotta di partecipazione a un gruppo terroristico viene infatti estesa al > di là della presenza di un qualsivoglia elemento materiale dell’organizzazione > e di qualunque offensività delle condotte. Si pensi se un analogo schema interpretativo venisse applicato alla criminalità organizzata: qualunque attività che indirettamente ne favorisca l’operatività diventerebbe una condotta di fiancheggiamento. Si tratta di un salto di scala che dal punto di vista del diritto penale risulta estremamente pericoloso. C’è poi un aspetto più tecnico, sul quale l’ordinanza non si sofferma. Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, l’inserimento di un’organizzazione nell’elenco delle entità terroristiche non costituisce di per sé una prova incontrovertibile, ma soltanto una presunzione semplice. Ciò significa che, in sede processuale, l’accusa non può limitarsi a richiamare semplicemente tale presunzione: deve comunque dimostrare con elementi concreti e specifici il contribuito alle attività dell’organizzazione. Sebbene l’ordinanza richiami diverse intercettazioni ambientali e telefoniche, il significato che viene loro attribuito dalla Procura è ricostruito a posteriori, attraverso un’interpretazione già orientata dall’assunto che ogni forma di solidarietà verso la Palestina sia necessariamente funzionale a Hamas.  Cosa rivela questa inchiesta sul modo in cui il contesto palestinese viene percepito e trattato oggi in Italia? Un passaggio rilevante e molto critico dell’ordinanza è quello che considera il sostegno alle famiglie dei detenuti e dei “martiri” (termine che, peraltro, viene inopinatamente fatto coincidere con “attentatore”) come attività direttamente connesse al terrorismo, seppure mediate dal sostegno delle organizzazioni caritatevoli. Chiunque in questi due anni di distruzione e genocidio si sia preso la briga di informarsi sul contesto, sa che lo strumento della carcerazione, inclusa la detenzione amministrativa che prescinde da accuse formali, è una prassi delle politiche di aparthaid di Israele, tanto che l’antropologa e criminologa palestinese Nadera Shalhoub Kevorkian parla di un regime “necropenologico”. Successivamente al 7 ottobre, le condizioni di isolamento dei detenuti sono drammaticamente peggiorate e, con la scusa del fiancheggiamento al terrorismo, nelle carceri e nei centri di detenzione non vengono fatte entrare le organizzazioni per i diritti umani, né quelle che offrono altre forme di sostegno. L’esperienza della carcerazione è notoriamente parte del vissuto di ogni famiglia palestinese, poichè in carcere ci finisce chiunque: uomini e donne, studenti, lavoratori e lavoratrici, ragazzini e ragazzine giovanissime. Allo stesso modo il termine martire viene ampiamente utilizzato per chiunque cada vittima delle politiche di occupazione, dalle vittime ai check point, ai ferimenti degli studenti nei campus, fino a chi muore a Gaza sotto i bombardamenti. Considerare terrorismo il supporto alle famiglie dei detenuti e dei martiri equivale a criminalizzare l’intera società. > Ma il punto è proprio questo: così come a Gaza per l’esercito Israeliano non > esistono vittime civili, perché nessuno viene considerato civile, la chiave > narrativa dell’ordinanza disconosce qualunque possibilità che in Palestina ci > siano reti di solidarietà, organizzazioni o gruppi informali espressione della > società civile. Il non detto sul quale si regge questa impostazione retorica non è neppure la connivenza con Hamas. Ancor prima del sostegno ad Hamas, la “colpa” che viene implicitamente imputata (ed esplicitamente fatta pagare) ai civili palestinesi è quella di non collaborare con la potenza occupante – nel caso degli atti genocidiari a Gaza – o con chi arroga a sé la missione di “liberarli” da Hamas – nel caso dell’ordinanza cautelare, così come di tutti coloro che ritengono di portare lo scettro del liberatore. Mi pare che sia una retorica nella quale sono cadute anche alcune delle reazioni scomposte all’inchiesta genovese. Per evitare questi inciampi, sarebbe necessaria una discussione franca, che fino a oggi è mancata. Un conto è l’immaginario (nostro) che auspica il sostegno a movimenti di liberazione laici, internazionalisti o addirittura in grado di superare l’idea di Stato nazionale; un altro è disconoscere la complessità dei contesti e di anni di occupazione. La tentazione di romanticizzare i movimenti di liberazione è da evitare tanto quanto l’atteggiamento orientalista con cui guardiamo Hamas e che trasliamo, inevitabilmente, sulla società palestinese. Non è un caso che, nell’ordinanza genovese, il contesto dell’occupazione sia pressoché assente, poichè questo è funzionale ad assumere a-problematicamente la narrazione che abbiamo descritto. Ci sembra, tuttavia, che questa assenza di contesto non sia sfuggita neppure alla Procura, visto che si è sentita in dovere di specificare nel comunicato stampa che l’inchiesta non fa venir meno le responsabilità di Israele.  Non è detto che proprio queste inchieste e questi processi non aprano degli spazi di discussione e di contraddizione. Sicuramente quello dell’Aquila, oltre ad aver mobilitato solidarietà, ha stimolato una riflessione su alcune riviste specializzate che ha investito più di un aspetto della fattispecie di terrorismo contro uno stato estero, incluso cosa vada considerato come resistenza armata e cosa come terrorismo nel contesto di un’occupazione. Le reazioni all’inchiesta fanno emergere una volontà di strumentalizzazione politica e di criminalizzazione del movimento di solidarietà per la Palestina? Sicuramente c’è un rischio di strumentalizzazione, tuttavia la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà con la Palestina è evidente da molto prima di questa inchiesta. Si vede nella gestione dell’ordine pubblico e nell’utilizzo sproporzionato della forza nelle piazze di Roma, Milano o Napoli; nelle perquisizioni domiciliari contro le e gli attivisti; nei procedimenti per “istigazione a delinquere” fondati su post social; ma anche nell’utilizzo del diritto dell’immigrazione in chiave repressiva, dalla revoca della protezione internazionale alle cittadine e ai cittadini di origine palestinese o araba, alle espulsioni per motivi di sicurezza. La vicenda di Mohamed Shahin trasferito nel Cpr di Caltanissetta è eloquente; ma sono moltissimi i provvedimenti analoghi che, quando colpiscono le persone migranti che non sono inseriti in reti di sostegno, non arrivano neppure ai giornali. > In Francia, negli ultimi due anni, decine di attivisti sono stati condannati > per “apologia del terrorismo” solo per aver esposto bandiere palestinesi o > scritto slogan contro l’occupazione. In Germania, organizzazioni come Samidoun > sono state messe fuori legge e partecipare a loro eventi può costare multe o > denunce. Mentre parliamo, nell’indifferenza quasi completa della stampa mainstream, nel Regno Unito Heba Muraisi e Kamran Ahmed, attivist3 di Palestine Action, sono in fin di vita perché in sciopero della fame rispettivamente da 70 e 63 giorni. Si trovano in carcere in attesa di processo, per aver attivamente boicottato le fabbriche di armi complici del genocidio. Se Heba Muraisi e Kamran Ahmed morissero vorrebbe dire che una nuova soglia di disprezzo della vita è stata oltrepassata; ma anche di disprezzo del diritto, azionato ormai dagli Stati solo in chiave repressiva a difesa della proprietà, dell’industria e del commercio di guerra, e dunque per distruggere la vita.  Che connessione vedete tra questa inchiesta e la proibizione alle Ong internazionali di operare a Gaza? Che legame c’è tra questa inchiesta e altre inchieste contro la solidarietà internazionale, ad esempio quelle contro chi aiuta le persone migranti? La connessione non è evidente solo per la coincidenza temporale tra l’inchiesta genovese e l’estromissione delle Ong da parte di Israele, ma anche per la logica sottintesa a entrambe. Le Ong bannate da Gaza includono nomi che hanno una reputazione solidissima a livello transnazionale, come Oxfam, Action Aid, Save the Children e Msf. Il criterio è stato il rifiuto a fornire i nomi di lavoratrici e lavoratori locali, ovvero il rifiuto di collaborare con l’apparato repressivo di Israele. Si tratta di una richiesta che sarebbe considerata illiberale e altamente lesiva dei diritti di lavoratrici e lavoratori in ogni ordinamento democratico, ma il rovesciamento per cui si punisce chi invoca il rispetto dei diritti, invece di chi li viola, è ormai una consuetudine. Un rapporto dell’organizzazione Adalah dello scorso novembre fa il punto sulle decine di leggi approvate dalla Knesset negli ultimi due anni per limitare la libertà di espressione, di associazione, i diritti sindacali, i diritti sociali e familiari dei palestinesi. Tra le leggi attualmente in via di approvazione, c’è anche il divieto di ogni attività di documentazione volta a supportare cause sulla violazione dei diritti umani di fronte alle giurisdizioni internazionali. Ogni critica al regime di oppressione è, dunque, non solo impedita attraverso il bando alle Ong, ma anche criminalizzata. > Questo dovrebbe farci riflettere anche sui ddl in discussione in Italia che > propongono di adottare la definizione di antisemitismo dell’International > Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui matrice non è il contrasto > all’antisemitimo ma la repressione di ogni dissenso verso Israele. Hai perfettamente ragione a indicare un legame tra la repressione delle Ong da parte di Israele e la criminalizzazione della solidarietà internazionalista contro chi aiuta le persone migranti. Anche in questo caso non si tratta solo di una coincidenza (si pensi che Msf e Save the Children erano tra le Ong messe sotto accusa nel processo alla Juventa per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare), bensì di una comune matrice per cui la solidarietà va repressa nella misura in cui rappresenta un intralcio alla sopraffazione. Renee Nicole Good è stata uccisa perché, con la sua auto, era di intralcio alle operazioni delle milizie anti immigrati dell’ICE; proprio come le Ong nel Mediterraneo sono di intralcio alle operazione di cattura e respingimento dei migranti da parte delle milizie libiche finanziate e equipaggiate dall’Italia e dall’Europa. E anche nel Mediterraneo sembra che ormai vi sia licenza di sparare apertamente contro le Ong del soccorso in mare, come è accaduto contro Mediterranea, Sos Mediterranée e Sea Watch e contro le imbarcazioni dei migranti in fuga. La copertina è di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Rigo-Montella: «Per la Procura di Genova la società civile in Palestina non esiste» proviene da DINAMOpress.
«Dove il Tevere s’insala»: reportage fotografico sul porto croceristico di Fiumicino
A Fiumicino, nella zona del vecchio Faro conosciuta per i suoi Bilancioni, durante la notte tra il 3 e il 4 marzo 2025 è stato installato dalla società Fiumicino Waterfront S.r.l., costituita da Royal Caribbean e Icon Infrastructure, un muro in cemento con un guardiano armato che occlude il libero accesso al mare alla cittadinanza. Ma questa storia non comincia qua. Già tra il 1997 e il 2010, IP (Iniziative Portuali) ottiene la concessione di beni demaniali per la costruzione del Porto della Concordia, con un investimento di circa 350 milioni di euro. Dopo l’approvazione del progetto preliminare, nasce il comitato “Fiumicino Resiste”, che da subito denuncia i rischi ambientali e la mancanza di trasparenza. Nonostante le opposizioni, il 5 febbraio 2010 viene posta la prima pietra, ma i lavori si limitano alla costruzione di una diga foranea, che modifica inutilmente il paesaggio e i flussi marittimi. Nel 2013, un’inchiesta giudiziaria blocca i lavori, lasciando le tracce della diga sull’intera linea di costa, la quale ha portato alla formazione di nuovi banchi di sabbia, privando i Bilancioni dei cinque metri d’acqua sui quali si ergevano. Il tutto con la volontà di costruire un porto croceristico con l’attracco di navi tra le più grandi al mondo. Questo progetto racconta chi da anni occupa, vive, lotta e organizza iniziative in questo lembo di terra. * * * * * * * * * * Tutte le immagini sono dell’autore SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Dove il Tevere s’insala»: reportage fotografico sul porto croceristico di Fiumicino proviene da DINAMOpress.