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La Comune di Parigi in scena
Cinque anni fa pubblicammo, in contemporanea con “Lundi matin” e nel 150° anniversario della Semaine sanglante con il titolo 2021. La Comune prende il volo la sezione conclusiva di un racconto utopico di Krill&Zon intitolato Il gran finale. L’antefatto del finale immagina che un gruppo assortito di sbandati, proletari e intellettuali che provengono da differenti percorsi si ritrovino in un singolare progetto commemorativo dell’anniversario di cui sopra. Siamo nella stagione del Covid e della Casa di carta quando  tutti fantasticavamo nelle ambasce del lockdown. I tre principali sottogruppi della banda si incontrano per casi a mangiare in un ristorante clandestino, aperto per pochi iniziati a fianco di un locale giapponese chiuso per Covid e rifornito di cibo da asporto da un ristorante vicino e reale (Le temps des Cérises, noto bistrot cooperativo a tema comunardo nel rione della Butte aux Cailles, luogo di uno dei pochi combattimenti vittoriosi durante la difesa di Parigi). LA COSPIRAZIONE Il progetto “Assalto al cielo” consiste nel dipingere la Colonna Vendôme, simbolo dei trionfi napoleonici, abbattuta dalla Commune antimilitarista su iniziativa di Courbet, rialzata dopo la restaurazione di Thiers, disancorarla dal suolo, armarla con otto razzi e scagliarla come un gigantesco missile contro la  basilica del Sacré-Coeur – il bianco monumento espiatorio che corona Montmartre (da cui la Commune aveva preso le mosse con il rifiuto di restituire al governo i cannoni). Un orrore architettonico ormai degradato a fondale turistico e un simbolo della repressione. Per realizzare il progetto, in cui la muralizzazione della Colonna serve per intraprendere un restauro mascherato da ponteggi e vele pubblicitarie che consentano invece lo smantellamento delle sovrastrutture figurative bronzee e l’aggancio con i razzi), occorrono numerosi passi e contatti, quindi un allargamento dei partecipanti all’iniziativa, che coinvolge nuovi imprevedibili interlocutori del mondo militare, economico e mafioso. Soprattutto alla fantasia e competenza digitale della componente anarchica e post-fordista occorre unire la disciplina sindacale e la manualità dei vecchi métallos PCF stalinisti, riassunti nella persona del loro reclutatore Bertrand – cha addirittura è un critico dello spontaneismo della Commune che tanto esalta i suoi più giovani complici nell’impresa. Componente decisiva, ma anche l’unico che muore o meglio di cui si annuncia in coda il male che lo mina e che allegoricamente esprime l’estinzione  di un’intera e generosa sezione della classe operaia. Fino alla spettacolare e festiva realizzazione del progetto, nel giorni del 150° anniversario della caduta della Commune (24 maggio 2021), in fortunata coincidenza con il raduno al Sacré-Coeur di tutta la corte macroniana, apparati dello stato, opposizione di facciata e ideologi di Sciences-Po (manca purtroppo, per ragioni cronologiche, l’esimio artefice della disfatta elettorale italiana del 2022). All’inizio il massacro riparatore non era previsto, tutto si risolveva nella distruzione della Colonna e nella festa popolare, musiche, balli, cestini di vimini paracadutati, colmi di ciliegie (le cérises di Belleville furono da subito  l’emblema popolare della Commune). Il punto di svolta è inserito nella “favola” da un violento e ingiustificato episodio repressivo in cui un mezzo della polizia schiaccia decine di manifestanti pacifici, così da scatenare una vendetta che tiene insieme le fucilazioni del 1871 e le violenze macroniane contro i dimostranti e i beurs della banlieue. LO SPETTACOLO È proprio questa “gran finale” fantascientifico a ispirare la trasformazione, per opera di Nicola Grillenzoni, di questa “favola” in uno spettacolo popolare (volutamente “per bambini”) della durata di poco più di un’ora realizzato dallo stesso autore come One Man Show, con un prologo riassuntivo della storia della Commune (origini, manifesti programmatici e leggi, vicende militari e repressione versagliese), un breve riassunto degli antefatti  cospirativi e la messa in scena, con sollecitata partecipazione del pubblico, di alcuni passaggi della storia. La costruzione e demolizione delle barricate con blocchetti di plastica, la verniciatura della Colonna con pistole a spruzzo di colori lavabili, il lancio finale del razzo. I bambini si divertono un sacco a costruire barricate e spruzzare colori impasticciandosi, gli adulti riflettono sull’assalto al cielo e le miserie odierne. La miscela di soluzioni da teatro epico e improvvisazioni con coinvolgimento del pubblico funziona sul piano sia didattico che visuale e performativo. È agevolmente smontabile e rimontabile adattandolo ogni volta a realtà diverse, insomma è un buon utensile politico-narrativo. Lo spettacolo ha girato in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio e varie sedi italiane, in un circuito di centri sociali, circoli di sinistra, sedi anarchiche, università e scuole, luoghi della Commune. Io l’ho visto nel giardino della Villetta di Garbatella a fine maggio. Le rappresentazioni riprenderanno a settembre. Nel dopoguerra si cantava orgogliosamente «Non siamo più la Comune di Parigi», schiacciata nel sangue dai borghesi perché troppo poco organizzata, priva di un partito terzinternazionalista. Ahinoi, le cose non sono andate meglio, alla lunga, neppure con quelle integrazioni e oggi resta valido solo il primo verso: che non siamo più comunardi. Che uno spettacolo ci ricordi che invece potremmo ridiventarlo, allora non è affatto male. Immagine di copertina di Efrem Efre via pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo La Comune di Parigi in scena proviene da DINAMOpress.
July 30, 2026
DINAMOpress
Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio
Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza? È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability? È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi. Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso. Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio. Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia. Ne abbiamo parlato con gli autori del libro. Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca – l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione sia indispensabile? G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere. Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine. Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione. Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori. In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative. C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova). In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine. Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e scrivere questo libro? G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico. Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato. In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia. Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza. L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia? G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”. C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti. Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali. In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo. Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti, istituzioni e società civile? G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema. Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico. C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”. In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano? G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica. Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata. Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine. Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione. C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali. Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana. Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e realisticamente perseguibili? C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale. Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti. G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione. Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia. C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia. Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere. In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato. Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio proviene da DINAMOpress.
July 30, 2026
DINAMOpress
Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi
Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri.  > Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha > messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha > seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non > solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua > venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e > musulmani corrisponde a Lucifero. Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria. I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse. In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire. Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto. Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione. > La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro > svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è > mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le > radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni. Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo. Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità. Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto. A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq.  C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli. La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava. Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano. Foto di copertina di Mirca Garuti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi proviene da DINAMOpress.
July 29, 2026
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Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte
Dibattiti, volantinaggi, un tour in diverse città italiane, incontri contro l’estrettivismo e la devastazione ambientale in tanti territori, assemblee settimanali a Messina, la campagna No Ponte negli ultimi mesi ha attraversato diversi contesti e città, partendo dalle due sponde dello Stretto di Messina, per rilanciare la mobilitazione. Dal 7 al 9 agosto si terrà un campeggio, nel pomeriggio di sabato 8 agosto il corteo, in serata, a partire dalle 8.30 in piazza del Popolo, un concerto che vedrà alternarsi sul palco Papalia, Kento & Mad Simon, La Stanza Della Nonna, Big Mimma, The Whistling Heads, Turki Stan, Bluemarina, No Social Climbers. Pubblichiamo qui a seguire il comunicato del Movimento No Ponte in vista dell’importante mobilitazione estiva che come ogni anno ribadirà la contrarietà al devastante progetto del Ponte per rivendicare diritti, sanità, infrastrutture e difesa dell’ambiente e del territorio. A partire dalla rivendicazione della chiusura della Stretto di Messina SpA. Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e buchi neri. Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la grande imprenditoria della devastazione. Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti, fino, naturalmente, alla società concessionaria. Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali. Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023. Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14 miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche. Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura della Stretto di Messina SpA. Immaginer di copertina di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023. Immagine nell’articolo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte. L'articolo Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte proviene da DINAMOpress.
July 29, 2026
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Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata
Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà. > Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e > quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo > visto, appartengono a questa categoria. Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così. La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari. Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare. Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo. È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi. IL PILASTRO NON È SOLTANTO LO SFONDO La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale. Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca. > Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica > o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi > abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una > periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency > collettiva. Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese. Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni. Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine. Foto Gianluca Rizzello UNA CRISI DA CURARE O UNA MINACCIA DA REPRIMERE? Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo. Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario. Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere. > Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di > correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola > perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende > completamente da chi lo sta trattenendo. La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine.  Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità. Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione. IL METODO ICE E LA SUA VERSIONE ITALIANA Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano. Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano. Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine. Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura. > In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri > di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la > retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi > richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti. Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere. C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile. L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale. Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare. LA BOLOGNA PROGRESSISTA DAVANTI AL PROPRIO LIMITE Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda. Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono. > Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim > costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una > scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte. Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte. È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla. Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta. LA VIOLENZA DELLE PROTESTE NON CANCELLA LA DOMANDA ORIGINARIA Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine. Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico. E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile. Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza. La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar. E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di  sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età. Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello CHI CONTROLLA I CONTROLLORI? La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine? Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente. Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno. > La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare > della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, > tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica. In casi  come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche. DAL PILASTRO, UNA DOMANDA RIVOLTA A TUTTA LA CITTÀ La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta. Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza. Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare? La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento. > Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei > propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la > diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue > strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o > aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile. L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona. Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo. la copertina è di Gianluca Rizzello Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata proviene da DINAMOpress.
July 28, 2026
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Difendiamo la città pubblica!
Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia. Giovedì 30 luglio, ore 8.30 COLAZIONE SOLIDALE a Casale Garibaldi A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione. In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato. A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma. La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104. Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima. In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo. Appello promosso da: A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs Elenco in costante aggiornamento Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Difendiamo la città pubblica! proviene da DINAMOpress.
July 28, 2026
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Gaza, Shatila, Roma. Il viaggio di Reema tra istruzione, guerra e diritti umani
Reema Saleh viene da Gaza. Parliamo a lungo: della guerra, prima di tutto, poi del lavoro, della sua famiglia e dei viaggi che un giorno vorrebbe intraprendere. Infine, seguendo un improvviso slancio della memoria, torniamo indietro, fino al tempo in cui si annidano molti dei primi ricordi di una persona. GLI ANNI DELLA SCUOLA A GAZA Reema raccoglie i ricordi e torna a quando aveva sette anni. Nel suo racconto, però, questo tempo non era scandito soltanto dalle lezioni, dagli esami e dalle vacanze. A dettarne il ritmo erano soprattutto gli attacchi, le scuole chiuse all’improvviso e il rumore dei bombardamenti. Quasi ogni semestre, un’aggressione spezzava la vita quotidiana. Gli attacchi potevano cominciare all’improvviso, senza alcun preavviso. Per questo, a scuola, ai bambini insegnavano prima di tutto come evacuare l’edificio in sicurezza. Nel frattempo le lezioni continuavano, per quanto possibile, anche quando il semplice tragitto fino alla propria classe poteva trasformarsi in un rischio. «Da bambina mi chiedevo perché ci permettessero di andare a scuola mentre cadevano le bombe. Perché i miei genitori e i miei insegnanti insistevano tanto? Erano spesso arrabbiati, spaventati, a volte piangevano». All’inizio, racconta Reema, la notizia di un nuovo conflitto provocava nei bambini una reazione quasi naturale, accompagnata dalla speranza di non dover andare a scuola. Pensavano che le lezioni sarebbero state sospese e che avrebbero potuto restare a casa. Immediatamente, solo dopo quella prima, ingenua felicità arrivava la paura, insieme alla consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di molto grande. Nel 2008, però, quella percezione cambiò per sempre. Una delle guerre peggiori cominciò con un bombardamento israeliano vicino alla casa di Reema. Nel giro di poche ore venne uccisa Mayar, la bambina che sedeva accanto a lei in classe. Per Reema fu uno dei traumi più profondi della sua infanzia. Quando, alla fine degli attacchi, gli alunni e le alunne tornarono a scuola, Reema si sedette da sola. Accanto a lei era rimasto un posto vuoto. L’insegnante cercò, con fatica, di dare un significato a quell’assenza. «Se Mayar fosse qui con noi, o se potesse parlarvi, vi chiederebbe di continuare ad andare a scuola e di portare avanti anche il suo percorso. Non sarebbe felice se smetteste di studiare. Ora è in paradiso ed è felice che voi continuiate il vostro cammino». Poi, Reema pronuncia una data: «Il 27 dicembre 2008». Quel giorno ebbe inizio l’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, l’attacco su Gaza che sarebbe proseguito fino al gennaio 2009. In quel periodo gli studenti si stavano preparando per gli esami di metà anno, quando cominciarono i bombardamenti. Le scuole chiusero per alcuni giorni, ma i libri rimasero aperti. I genitori di Reema riunirono i figli e le figlie in una stanza al centro dell’appartamento, lontana dalle pareti esterne. Era considerata il punto più sicuro della casa. Fuori, le esplosioni e il rumore delle armi continuavano senza sosta, mentre i bambini avrebbero dovuto concentrarsi sulle pagine da studiare per prepararsi a degli esami che forse non si sarebbero mai svolti. Reema non riusciva a capire cosa pretendessero da lei. Aveva paura e non riusciva a studiare. «Non voglio andare a scuola, non voglio studiare, c’è una guerra. Tanto cancelleranno gli esami», diceva a sua madre. > «Così stai facendo esattamente quello che vuole Israele», le veniva risposto. > «Non studi soltanto per superare un esame, ma per diventare una persona > istruita e per combattere l’occupazione». Le ripetevano che avrebbe dovuto continuare anche se gli esami fossero stati cancellati, anche se la scuola fosse stata bombardata o se gli insegnanti fossero stati uccisi. Allora Reema non riusciva ad accettarlo. Per lei, quando le lezioni venivano sospese, tutto doveva fermarsi. Oggi, Reema ha 31 anni e quei momenti le tornano alla mente con dei contorni più precisi. Comprende quanto la sua famiglia e i docenti cercassero di impedire che la paura spezzasse il percorso delle bambine e dei bambini. «L’istruzione era un diritto, una strada verso il futuro, come anche una forma di sopravvivenza, un modo per continuare a immaginare una vita oltre la guerra». DALLA STRISCIA A SHATILA Nel settembre 2022, ormai adulta, Reema lascia Gaza. Parte per il Libano grazie a una borsa di studio per frequentare un master della durata di due anni in Diritti umani, nello specifico i diritti dell’infanzia. A Beirut, nell’ambito delle attività del Global Campus Arab World, Reema comincia a lavorare con i bambini palestinesi e siriani del campo di Shatila, collaborando con una realtà locale che utilizza lo sport e le attività educative come strumenti di protezione e partecipazione. Basket, calcio, boxe, inglese, matematica, attività artistiche. > Per Reema, istruzione e protezione sono inseparabili. Nel campo di Shatila, > spiega, studiare è difficile. Le scuole private, che rappresentano gran parte > dell’offerta educativa libanese, sono troppo costose per molte famiglie, > mentre il sistema pubblico è stato ulteriormente indebolito dalla crisi > economica iniziata nel 2019. Anche le condizioni di vita nel campo rendono > complicato seguire un percorso scolastico regolare. In quei giorni, il pensiero di Reema torna inevitabilmente a Gaza, alle scuole distrutte, agli insegnanti uccisi e ai bambini costretti a interrompere le lezioni. È una realtà che osserva anche attraverso la storia della propria famiglia: sua nipote, suo fratello, i suoi cugini, le figlie e i figli delle sue amiche. «In quel periodo pensavo molto a cosa rappresentasse davvero la scuola. Quando un bambino ne è privato, non gli si sta negando soltanto il diritto all’istruzione. La scuola è anche un sistema di sostegno psicologico. È il luogo nel quale possono sentirsi al sicuro, incontrare gli altri, costruire amicizie e imparare a vivere insieme». La prima visita al campo di Shatila rappresenta per Reema un nuovo punto di svolta. «Quando sono arrrivata a Shatila sono rimasta sconvolta. Da tutto. Da bambina avevo studiato che, tra i campi palestinesi in Libano, Shatila era quello in cui le condizioni sono peggiori. Una volta giunta, ho visto che era davvero così». Shatila, il cui nome, nella memoria storica contemporanea, è inseparabile da Sabra, nasce nel 1949 nella periferia meridionale di Beirut, per accogliere una parte dei palestinesi espulsi o fuggiti dalle proprie case durante la Nakba (in arabo “catastrofe”, il termine con cui si indica l’esodo forzato e la perdita delle terre subiti dalla popolazione palestinese nel 1948, durante la nascita dello Stato di Israele). Quello che avrebbe dovuto essere un rifugio temporaneo si è trasformato, nel corso delle generazioni, in un insediamento permanente, densamente abitato e segnato dalla povertà, dalle restrizioni imposte ai palestinesi in Libano e dalle distruzioni della guerra civile. Anche a Sabra, il quartiere adiacente, vivevano numerosi palestinesi. Nel settembre 1982, durante l’invasione israeliana del Libano, dopo settimane di assedio su Beirut Ovest, la dirigenza e i combattenti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina avevano già lasciato la città in seguito a un accordo mediato a livello internazionale. Dopo l’assassinio del presidente libanese appena eletto, Bashir Gemayel, leader vicino alle milizie cristiano-falangiste, l’esercito israeliano occupò Beirut Ovest e circondò Sabra e Shatila. Tra il 16 e il 18 settembre, miliziani falangisti libanesi, alleati di Israele, entrarono nell’area e uccisero centinaia di civili, in gran parte palestinesi, tra cui donne e bambini. Le forze israeliane, che controllavano l’area circostante e avevano consentito l’ingresso delle milizie, non adottarono misure tempestive e adeguate per impedire o fermare il massacro. Durante la notte, l’area fu inoltre illuminata con razzi lanciati dapprima dagli aerei e poi, a intervalli, da postazioni di mortaio israeliane, consentendo ai falangisti di continuare a operare nei campi anche dopo il buio. È con questa storia alle spalle che Reema entra per la prima volta a Shatila. «Avevo studiato tutto questo a scuola, e adesso lo vedevo con i miei occhi. È stato come un ritorno improvviso al passato, a quando ero bambina e studiavo il massacro di Sabra e Shatila. Ora vedevo le conseguenze che aveva lasciato sulle nuove generazioni». A colpirla sono le carenze materiali del campo, la mancanza di sicurezza e soprattutto l’assenza di luoghi pensati per i bambini. «Tutto era terribile. I bambini non avevano nemmeno uno spazio adeguato in cui giocare o imparare. Era un ambiente del tutto inadatto alla loro crescita». Il gruppo con cui lavora cerca allora di intervenire con i mezzi disponibili. «La prima soluzione che siamo riusciti a realizzare, anche se molto piccola, è stata creare uno spazio per praticare lo sport. Accanto, è stata ricavata una piccola aula per i corsi e lo studio». Il lavoro a Shatila la porta inevitabilmente a pensare ai bambini di Gaza, dove il sistema educativo è stato distrutto insieme a ogni spazio che avrebbe dovuto garantire sicurezza. Le scuole, aggiunge, vengono colpite anche quando non funzionano più come luoghi di insegnamento, ma sono diventate rifugi per le famiglie sfollate. «A Shatila le scuole non sono state distrutte dalle bombe e il contesto è più sicuro. Ma l’istruzione rimane difficile da raggiungere. Le famiglie affrontano ostacoli economici e sociali, mentre per i giovani palestinesi anche l’accesso alle università, al lavoro e alla possibilità di viaggiare può trasformarsi in un percorso complicato». La differenza tra Gaza e Shatila è evidente. In un caso, la guerra distrugge fisicamente le scuole e uccide chi le frequenta. Nell’altro, gli edifici esistono, ma povertà, discriminazioni e restrizioni rendono comunque difficile esercitare il diritto allo studio. > Per Reema, è qui che le due esperienze si incontrano. Il filo comune è la > distruzione dell’istruzione e di tutto ciò che essa rappresenta per una > comunità. «Lo abbiamo visto anche durante questo genocidio: sono state distrutte università e scuole, sono stati colpiti professori, medici, insegnanti e studenti. Le scuole e gli studenti sono sempre stati tra i primi a pagare il prezzo della violenza. L’istruzione è una delle armi che i palestinesi hanno contro l’occupazione. Per noi è fondamentale, perché non puoi affrontare una battaglia se non hai gli strumenti per comprendere quello che accade». Quando ne parla, Reema pensa soprattutto a suo nipote. Ha sei anni e non è mai entrato in una scuola. Quando è iniziata la guerra ne aveva tre e non aveva ancora raggiunto l’età per frequentarla. «Non sa nemmeno che aspetto abbia una scuola. Sua madre cerca di insegnargli qualcosa nel luogo in cui vivono, che faticano a considerare una casa, perché non è una casa. Ha quasi dimenticato che cosa significhi la parola “casa”». Il bambino fatica ad accettare quelle lezioni improvvisate. «Dice a sua madre: “Non voglio studiare qui. Quando la guerra finirà e la scuola sarà ricostruita, allora potrò andarci”». Nella sua immaginazione, la scuola è ciò che non ha mai conosciuto, un luogo con giochi, compagni, insegnanti e attività. Invece, ora si ritrova a studiare in un rifugio per sfollati, circondato da centinaia di persone, e sua madre che prova a insegnargli. «In arabo, per descrivere l’inizio della crescita, usiamo l’immagine di una pianta appena messa a dimora. Per un bambino, la scuola è il primo terreno in cui mettere radici, il luogo da cui comincia a crescere». ROMA, CITTÀ RIFUGIO Il primo anno in Libano, Reema ottiene un permesso di soggiorno per motivi di studio. Il secondo, però, non riesce a rinnovarlo. Nel frattempo, comincia l’offensiva militare israeliana sul territorio palestinese e gli scontri raggiungono anche il Libano. Per una palestinese arrivata direttamente dalla Striscia, la permanenza nel Paese diventa difficile da inquadrare anche dal punto di vista amministrativo. «In Libano, in generale, quella palestinese non è una nazionalità ben accolta», racconta. La situazione di Reema è diversa da quella dei palestinesi nati e cresciuti nei campi libanesi. Lei è arrivata da Gaza per studiare. Una volta scaduto il permesso, però, si ritrova intrappolata nella stessa precarietà. Senza uno status legale non può lavorare, non può chiedere un visto per raggiungere un altro Paese e non può tornare a Gaza, ormai travolta dalla guerra. Rimane così bloccata. La possibilità di uscire dal Libano arriva attraverso i corridoi umanitari. Reema raggiunge Roma, dove viene accolta nel programma Shelter City, la rete internazionale delle “città rifugio” dedicata ai difensori e alle difensore dei diritti umani a rischio. A Roma il programma è coordinato da Un Ponte Per e offre una forma di accoglienza temporanea che comprende sia l’ospitalità materiale, sia la creazione di uno spazio in cui fermarsi, ritrovare sicurezza ed energie, ricevere una formazione e costruire relazioni con associazioni, istituzioni e altri attivisti e attiviste. Ogni percorso viene adattato alle esigenze della persona accolta. Per Reema significa poter restare in Italia per il tempo necessario senza rinunciare al desiderio di tornare, un giorno, a Gaza. Allo stesso tempo, il progetto le permette anche di continuare il lavoro sui diritti dell’infanzia iniziato tra Gaza e il campo di Shatila: frequenta un corso intensivo di italiano, incontra associazioni e comunità locali e porta in altre città il racconto dei bambini e delle bambine palestinesi. Foto di copertina, Palestina Gaza strip en 2015, Beit Hanoun. Foto Jordan Valley pubblicata da heatkernel su  Flick in Creative Commons.  L'articolo Gaza, Shatila, Roma. Il viaggio di Reema tra istruzione, guerra e diritti umani proviene da DINAMOpress.
July 27, 2026
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Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile
Finora, come tant3 altr3, non ho mai voluto scrivere di Genova, per diversi motivi secondo me ancora molto validi: perché innanzitutto credo di non aver ancora capito fino in fondo cosa sia successo davvero intorno a noi in quelle giornate di lotta e combattimenti; perché penso che altre persone abbiano (avuto) cose più intelligenti e informate da dire; ma soprattutto perché non ho mai sopportato le tre declinazioni dominanti del vittimismo che ormai permea tutto quello che leggo da 25 anni su Genova: 1) quello che Antonio Musella in un post su Facebook ha perfettamente definito come “reducismo”: delle generazioni spezzate, della paura, del trauma – anche quello di chi a Genova manco c’era; 2) l’insostenibile pesantezza dello “spartiacque” che ci sorbiamo da 25 anni (sì, lo è, ma è passato un quarto di secolo di acqua sotto ai ponti, quelle acque si sono rimescolate e nel frattempo sono inspiegabilmente nate nuove persone che ora hanno la nostra età di allora, possiamo fare pace con l’esistenza del presente?); 3) il mantra: «avevamo ragione noi!» – l’epigrafe autoassolutoria sulla nostra lapide: è andata male, ma ricordatevi che noi eravamo i buoni. > Diversi interventi in questi giorni hanno tentato di superare questa postura, > per fortuna. Hanno letto Genova non solo come una sconfitta cocente ma come la > manifestazione di un movimento globale che condensava le lotte e i percorsi di > soggettivazione di un’intera generazione. Anzi, di un “movimento dei movimenti”, che ricomponeva le lotte g-locali (un termine che serviva a descrivere e nominare le ricadute locali del capitalismo neoliberista in tutte le loro forme, dai confini allo sfruttamento del lavoro e dei territori, dall’attacco all’istruzione pubblica alla concentrazione delle ricchezze nelle mani delle corporation transnazionali) rovesciando quella sensazione di impotenza consegnata dai cicli di lotte precedenti in una capacità immaginifica potentissima: un altro mondo era possibile! Come ha sottolineato Giuliana Visco, questo non era uno slogan consolatorio ma un grido di liberazione dalla rassegnazione all’esistente, la denuncia del processo di naturalizzazione dell’ingiustizia operato dal capitalismo, il capovolgimento della spudorata dichiarazione thatcheriana: «there is no alternative», che per vent’anni aveva soffocato la possibilità di immaginare orizzonti rivoluzionari. > Ciò che ha caratterizzato quel movimento e che si è accumulato negli anni > precedenti come una valanga è stato proprio questo senso di ritrovata potenza. > Ma non solo. Quella forza che ci ha portat3 a Genova, quella spinta coraggiosa, forse temeraria e decisamente romantica al limite dell’epico (chi può dimenticare la meravigliosa dichiarazione  Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova di Wu Ming?) era guidata da un immaginario potentissimo. Anzi, da diversi immaginari, che si nutrivano di esperienze, saperi e lotte di tutto il mondo. Tra queste, l’esperienza zapatista, l’esercito di liberazione il cui obiettivo era disarmarsi e conquistare tutto per tutt@, con la lirica del Subcomandante Marcos, che ogni comunicato ci emozionava come un poema; con le donne di Mais, che avevano fatto la loro rivoluzione nella rivoluzione, dandoci respiro per affrontare anche le nostre comunità molto spesso terribili; con il federalismo municipalista, che scioglieva il dilemma tra statalismo e federalismo nelle nostre desolate lande, dove la Lega non più di lotta ma solo di governo surfava ipocrita sulla rabbia esplosa per la corruzione e la decadenza etica della prima repubblica. Dall’Italia all’Europa al pianeta Terra la rivoluzione tornava possibile e non retorica, e si poteva fare a partire dai territori, dalla presa di potere delle e nelle comunità, con sistemi di autogoverno democratico. Eravamo insomma un esercito di sognatori invincibili capace di costruire narrazioni e alleanze che connettevano le lotte contadine e quelle decoloniali, quelle ecologiste e migranti, unite dal desiderio e dalla necessità di sconfiggere le ingiustizie del neoliberismo ma anche di ricomporre e organizzare le moltitudini –  un concetto negriano che a non tutt3 piace(va), ma che costituiva la cifra del superamento dell’identitarismo in cui l’individualismo neoliberista aveva provato a frammentare i movimenti sociali nei decenni precedenti. Anche per questo Genova, così come le grandi contestazioni ai vertici dei potenti dei mesi precedenti, iniziò il venerdì 19 con una grande manifestazione contro tutti i confini. Poch3 lo ricordano, ma quel primo corteo era animato anche da una rete nazionale di studenti medi3 e universitari3, Studenti in movimento. Nei mesi precedenti eravamo stat3 protagonist3 delle reti nazionali universitarie e delle scuole superiori, organizzando decine di seminari, iniziative e assemblee. L’obiettivo non era tanto fare controinformazione – quella era un appannaggio comune a tutte le infrastrutture di movimento ed è quella che ha consentito di registrare tutto ciò che è avvenuto a Genova e che è diventato patrimonio storico legale e politico di tutt3 noi. > Piuttosto, la nostra fame di sapere scaturiva dall’esigenza di costruire > paradigmi epistemologici e politici autonomi, capaci di produrre conoscenza e > istituzioni del comune. Il conflitto sul sapere e sull’incipiente trasformazione radicale della sua produzione e trasmissione, già leggibile dalle prime riforme universitarie, era centrale. E non riguardava “solo” la già visibile ombra della precarizzazione del mondo della conoscenza, ma anche e soprattutto il riconoscimento che quello sarebbe stato uno dei terreni di controllo biopolitico su cui il capitale avrebbe investito in maniera sempre più feroce negli anni a venire. L’università stava già diventando laboratorio di disciplinamento, selezione e gerarchizzazione dei saperi funzionale alla sua successiva de-democratizzazione. Era vista come una fucina pericolosa di ribellione e organizzazione, come era stata la  fabbrica del Novecento, e avevano ragione: dopo la delocalizzazione e la precarizzazione del lavoro, l’università e la scuola erano gli ultimi luoghi fisici in cui generazioni intere vivevano e si organizzavano insieme e avevano il tempo e gli strumenti per farlo: un’intelligenza collettiva capace di produrre relazione, ricomposizione e conflitto. La grammatica politica si costruiva in queste palestre, insieme componevamo uno straordinario mosaico di prospettive, pratiche, obiettivi, e anche naturalmente scazzi. In questo processo c’era insomma tutto quello serve a sentirsi vicini vicini alla possibilità di farcela in qualche modo. > Immaginare il possibile era il motore di tutto, era proprio quella spinta > liberatoria da cui tutto sembrava poter nascere di nuovo. Il granello di > Fantasia da cui poter ricominciare, dopo la distruzione della capacità > immaginativa dell’umanità. Poi c’è stato l’11 settembre, una data che in molt3 hanno letto come un tentativo di fermare quel movimento. Eppure Genova ha continuato a ribollire nelle lotte degli anni successivi, cercando di far fronte all’accelerazione furiosa della violenza capitalista: durante le guerre al terrore, o le “guerre giuste” orwelliane, siamo stat3 per qualche anno, dopo Genova, il secondo potere mondiale, come ha scritto il “New York Times”. E poi nei movimenti contro la tolleranza zero (una delle etichette assegnate alla repressione interna di tutte le forme di dissenso e inassimilabilità alla ristrutturazione globale del neoliberismo e alle sue ricadute locali); in quelli ecologisti, nel sindacalismo sociale, nei movimenti femministi e transfemministi transnazionali che sono venuti dopo. Insomma, avevamo ragione e abbiamo pure fatto delle cose buone. Ma non ce l’abbiamo fatta e questo ci ha fatto perdere un sacco di tempo. Venticinque anni dopo, le ragioni di quel movimento, come tutt3 sottolineano, sono ancora lì e in qualche modo possiamo dire che sono definitivamente trasparenti. Dalla guerra al terrore, che ha nonostante tutto avuto bisogno dell’obliterazione del diritto internazionale, spacciando vere e proprie fake news per giustificare l’invasione e la distruzione dei propri mandatari imperiali, siamo arrivat3 al genocidio come paradigma occidentale (stavo scrivendo “del suprematismo occidentale”, ma mi è parso ridondante). > Il genocidio, Trump, lo schianto dell’illusione democratica europea a cui > stiamo assistendo ci parlano di uno sfondamento dei limiti del pensabile: ora > nessun governante ha più bisogno di mistificare le vere ragioni della propria > necro-politica. Il razzismo, il colonialismo, il patriarcato ora si celebrano > senza pudore. Il tecnofascismo non ha più bisogno di sussumere nulla per indorare la pillola: Musk ne è la scandalosa riprova. Ma per sostenersi, questa rivoluzione eversiva transnazionale ha ancora bisogno di neutralizzare i nostri cervelli. Trump ha decimato i fondi federali alle università, e soprattutto ai corsi decoloniali, femministi, indigeni e Black. L3 studenti che hanno animato le acampadas contro il genocidio sono stat3 sospes3, arrestat3 e a volte anche espuls3. Non dimenticheremo mai la lista delle parole chiave consegnata ai segugi della nuova Gestapo neomaccartista trumpiana per scovare i pericolosi corsi “antiamericani” e cancellarli insieme all3 loro studenti e docenti. Specularmente, anche in Europa attivist3 e studios3 di fama internazionale non hanno potuto mettere piede in diverse università per denunciare il genocidio, e in Italia si è arrivat3 vergognosamente a discutere un ddl sull’antisemitismo che aderisce all’infame definizione dell’IHRA, bollando come antisemiti gli studi post e decoloniali (meglio: lo hanno fatto le componenti sioniste del PD alleate dei partiti fascisti al governo, anche questo non lo dimenticheremo mai). Per quanto riguarda la nostra triste provincia, oltre all’attacco repressivo del ministro Valditara nei confronti dei percorsi di genere e femministi e la persecuzione dell3 studenti dissidenti, non abbiamo prestato abbastanza attenzione, secondo me, all’affermazione della supremazia epistemologica occidentale che il Ministro ha voluto inscrivere nei programmi scolastici («solo l’Occidente conosce la storia», un’affermazione che vorrebbe mettere una pietra tombale su decenni di decostruzione decoloniale, indigena, femminista e intersezionale – cioè sulle nostre genealogie epistemologiche che credevamo ormai sedimentate definitivamente: che ingenuità. Questi due momenti della nostra contemporaneità (l’affermarsi del paradigma genocidario e del suo apparato epistemologico legittimatorio) sono consustanziali e reciprocamente necessari: l’Occidente deve abbattere gli ultimi residui di pensiero critico per potersi sostenere senza una rivolta globale. E infatti, contro questa deriva, un nuovo soggetto politico ha invece preso forma e potenza ancora una volta proprio dalle università e dalle scuole (ma non solo). > Il movimento contro il genocidio a Gaza e l’israelizzazione delle nostre > post-democrazie mi sembra essere il nuovo ciclo rivoluzionario post-Genova. Le > università e le scuole sono tornate a essere barricate di resistenza > all’attacco neofondamentalista, razzista, misogino e omolesbobitransfobico e > tecnofascista sferrato dall’ondata nera populista e autoritaria in tutti i > paesi occidentali. Ora come allora questo movimento ha individuato e denunciato il nesso tra colonialismo, suprematismo, economia di guerra, estrattivismo, ecocidio, erosione dei diritti e del welfare state. Questo movimento esiste già ed invade le piazze di tutto il mondo da ormai tre anni, sfidando ogni confine e divieto, come le flottille hanno mostrato – un’indicazione fondamentale per la ricostruzione del diritto internazionale a partire dalla difesa dei diritti e dell’umanità (come descritto da Enrica Rigo e Tatiana Montella). Si tratta di una nuova forma politica di internazionalismo, connessa in rete, che condivide indignazione e rabbia, riconosce le ricadute locali e la consapevolezza della posta in gioco di un mondo sull’orlo del collasso definitivo. La sua composizione vede giovani e studenti, ma anche e soprattutto nuove generazioni di cittadin3 le cui famiglie provengono da traiettorie migratorie e/o (post)coloniali, che si rispecchiano direttamente nella violenza genocidaria a Gaza, in Sudan e nel resto del cosiddetto Sud globale. Un protagonismo politico straordinario che sta facendo tremare le fondamenta del nostro asfittico mondo occidentale, e che sta finalmente mostrando i suoi frutti migliori. Come negli Stati Uniti, dove l’elezione di Trump ha dimostrato che le nuove generazioni hanno preferito sottrarsi alla falsa alternativa tra un fascista psicopatico e una donna non bianca come presidente degli Stati Uniti, riconoscendo in entrambi la matrice razzista e suprematista sionista e quindi la complicità con il genocidio di Gaza. Si può dire lo stesso per il destino di Starmer nel Regno Unito, e lo spero anche per il nostro Paese. Alla stessa stregua, l’elezione di Mamdani a New York e l’ondata di vittorie alle elezioni comunali francesi da parte de La France Insoumise, di cui hanno parlato in maniera elettrizzante Francesco Brancaccio e altri sempre qui su Dinamopress, dimostrano che «una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale assumono un ruolo centrale».  > Tutto ciò ci dice che il movimento contro il genocidio di Gaza può spostare i > risultati elettorali e lo fa. L’eco del municipalismo zapatista, > dell’internazionalismo, del rifiuto delle guerre coloniali e imperiali risuona > qui con forza, non vi sembra? Prendo spunto da questi elementi per provare a chiudere queste riflessioni delineando qualche punto che spero possa aprire una riflessione collettiva sul nostro futuro politico prossimo. Mamdani si è candidato senza nessuna speranza dicendo delle cose molto semplici: 1) i ricchi devono pagare il loro diritto a essere ricchi e risarcire la povertà della maggioranza su cui si fonda la loro stessa ricchezza;  2) le persone povere, lavoratrici, razzializzate e marginalizzate hanno diritto di vivere dignitosamente; 3) Israele sta commettendo un genocidio; e 4) queste semplici verità sono connesse tra loro. Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano trentenne della storia degli Stati Uniti. Non ha avuto paura di squarciare tutti i tabù politici più rischiosi per qualsiasi carriera politica negli USA e in realtà ovunque nel Nord globale. > Avere il coraggio di immaginare, dire e trasformare in programma politico > qualcosa che mette in discussione i pilastri del capitalismo, la retorica > dell’ineluttabilità che sorregge e che avevamo scalfito a Genova, avere il > coraggio e la forza di contestare il profitto finanziario, la rendita, la > povertà indotta e il potere delle lobby sioniste, è ciò che lo ha portato alla > vittoria. Qui risuona quel coraggio del possibile che ci ha guidat3 a Genova, ma che non abbiamo saputo trasformare in sfida politica reale e contropotere venticinque anni fa. La costruzione di quel mondo possibile immaginato a Genova si deve nutrire di queste indicazioni. > Come Genova è stata lo spartiacque della nostra generazione, Gaza lo è per > quelle di oggi. In questo spostamento, un ruolo fondamentale ce l’hanno le > nuove generazioni meticce che non per caso sono oggetto di una persecuzione > violentissima da parte dei governi suprematisti neofascisti (pensiamo alla > guerra ai “maranza” di casa nostra). La loro paura deve essere la nostra forza. Le esperienze francese e statunitense ci costringono a ridefinire obiettivi e configurazioni delle organizzazioni politiche di movimento e ci parlano della necessità di conquistare terreno all’interno della melma nera che ci circonda, a partire dalla questione razziale, coloniale, di classe e genere, tra loro intrinsecamente legate, e dal desiderio ineludibile di giustizia che diventa la cifra della domanda politica attuale. E da lì aprire un conflitto che può diventare costituzionale e costituente. Di certo, un altro mondo possibile deve essere diverso da quello che abbiamo (visto e fatto) finora. la copertina è di Gianluca Rizzello Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile proviene da DINAMOpress.
July 25, 2026
DINAMOpress
Verità e giustizia Abderrahim Fakir
È mattina tardi al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, fa caldo, tanto caldo. Fa caldo da giorni, settimane, mesi. Non se ne può più. Il caldo si mischia all’ansia dei documenti che non arrivano, alle leggi sull’immigrazione che si inaspriscono, sia a livello nazionale che europeo, a Vannacci pompato a tutte le ore dai social e televisioni. Vivi qui da quando hai sette anni, ma non hai ancora la cittadinanza e ancora oggi, superata la soglia dei quarant’anni, hai paura per il permesso che fa ritardo. Fa sempre ritardo. Devi sempre provare il tuo status con documenti, certificati, permessi. Vivi qui da quando hai sette anni. Questo è il tuo paese, Bologna la tua città. E poi c’è il lavoro che non va bene, hai un’impresa, ma i clienti pagano sempre in ritardo e tu devi pagare le tasse, i contributi, i lavoratori. L’ansia sale, non ti senti bene, ti manca il respiro. Hai provato a chiedere aiuto, anche al pronto soccorso, ma non ti hanno ascoltato… Abderrahim Fakir il 19 luglio viene visto “dare in escandescenza”, tirare calci a dei garage, urlare. Interviene la polizia, viene chiamato il 118 per una “crisi psichiatrica”. I pochi minuti che concludono la vita di Abderrahim Fakir  li abbiamo visti tutte e tutti nei video, viene eseguita “una manovra di contenzione” dai due poliziotti arrivati sul posto, mentre una terza persona gli ferma le gambe. Sul tema si è già espresso il Presidente del 118 Balzanelli «la manovra così eseguita è errata e rischiosa». Anche la circolare del Ministero dell’interno dell’11 maggio 2026 con le linee guida per la gestione di persone non collaborative scrive chiaramente che «se il soggetto mostra segni di malessere, [bisogna] allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Quindi i protocolli ci sono e sono chiari: non si deve stare sopra la cassa toracica di una persona in evidente stato di agitazione, contro cui era già stato usato lo spray al peperoncino e con mani e piedi già legati. E i video della situazione precedente al momento della manovra, non possono eliminare né giustificare ciò che è accaduto dopo.  > Perché al momento del suo fermo erano presenti solo i paramedici del 118 e non > un medico? Perché i paramedici non sono intervenuti prima? Perché era ancora > ammanettato quando si è cercato di rianimarlo? Perché è stato usato dello > spray urticante? Come scrive la Brigata Basaglia: «Le pratiche di contenzione, i TSO, le procedure di intervento nei confronti di persone “in stato di alterazione” non sono neutre, sono lo specchio di un crescente sistema di repressione e controllo che agisce con particolare violenza nei confronti delle persone marginalizzate, dissidenti e razzializzate».  Il poliziotto che ha di fatto provocato la morte di Abderrahim Fakir, non era la prima volta che in un fermo utilizzava “metodi estremamente violenti”, era già stato denunciato da Enrico Abumhere, questo ci fa comprendere come non siamo di fronte a singole azioni che deviano dai protocolli, momenti di difficoltà, o qualche mela marcia. Ma modalità sistematiche.  Foto di Daniele Stefanizzi LA VIOLENZA RAZZISTA È STRUTTURALE  La polizia italiana è stata più volte accusata di razzismo dalle organizzazioni internazionali. Nel 2023 il Comitato Onu per l’Eliminazione delle discriminazioni razziali (CERD) nel suo rapporto sull’Italia si è definito «preoccupato per le numerose segnalazioni sull’uso diffuso della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine». Nel 2024, il Meccanismo internazionale di esperti indipendenti per promuovere la giustizia e l’uguaglianza razziale nelle forze dell’ordine (EMLER), ha denunciato «l’adozione sistematica della profilazione razziale come base per i controlli d’identità, per i fermi e le perquisizioni», così come ha definito il sistema penale e carcerario fortemente discriminatorio nei confronti delle persone razzializzate. Ancora nel 2025, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) ha pubblicato dossier in cui accusa la polizia italiana di utilizzare la profilazione razziale, indirizzando i controlli in base all’etnia.  > Profilazione razziale, leggi discriminatorie, sistema della cittadinanza > basato strettamente sullo jus sanguinis, il razzismo in Italia non è un > semplice atteggiamento individuale di qualche individuo, ma un sistema > segregazionista fatto di leggi, istituzioni, uffici, certificati, procure e > applicato violentemente nei controlli di polizia. Il ricatto dei documenti è utile per sfruttare lavoratrici e lavoratori migranti e pagarli con salari da fame e mantenerli senza diritti. E a questo dobbiamo aggiungere tutti i nuovi poteri che le forze dell’ordine hanno ottenuto tramite l’approvazione dei vari Decreti Sicurezza, tra cui lo scudo penale, subito utilizzato in questo caso.  La polizia, i carabinieri e l’esercito nelle strade, l’istituzione di zone rosse nei centri città, attuano praticamente una segregazione razziale urbana, controllando in maniera continuativa, stressante e violenta le persone razzializzate e migranti, le persone marginalizzate e che vivono in estrema povertà nelle strade, e chiunque provi a protestare e criticare il potere. Le carceri e i cpr sono il corollario di questo controllo urbano. Non è un caso che Abderrahim Fakir vivesse un’ansia costante di essere deportato. Ed è simbolico che la sua uccisione sia avvenuta mentre a Genova si ricordava l’uccisione di Carlo Giuliana. Come allora, la polizia uccide impunita nelle nostre strade, l’omertà, lo spirito di corpo, i depistaggi e la base fascista della polizia è ben solida, coperta e sostenuta dal sistema giudiziario e politico.   > Abderrahim Fakir non stava bene, ma della sua salute mentale nessuno parla, > non era preso in carico dai servizi di salute mentale, perché in Italia sono > manchevoli e non hanno sufficienti personale e risorse. Non seguiva una cura, non aveva un sostegno psicologico, nonostante stesse affrontando un momento della vita complicato. Come può accadere a ognuno di noi. Solo che pagare 50 o anche 100 euro settimanali per una seduta di terapia è un privilegio che non tutte le persone si possono permettere. Eppure nessuna risorsa aggiuntiva è stata inserita in finanziaria per il supporto psicologico e per il benessere psico-fisico, mentre la richiesta di presa in carico è esplosa. Quando in passato aveva era stato fermato per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, per Abderrahim Fakir si è attivato il sistema penale e carcerario in maniera solerte. Ma in un momento di bisogno non si è attivato nessun servizio del sistema sanitario o di supporto sociale. Nessuna istituzione della cura, solo del controllo. E questo ha tutto a che vedere con il colore della sua pelle, con la storia coloniale del nostro paese e dell’Europa, con il suprematismo bianco dei nostri giorni, che affonda le sue radici in secoli di conquiste, sopraffazione e schiavismo.  Foto di Daniele Stefanizzi BOLOGNA IN RIVOLTA  Il giorno seguente l’uccisione di Abderrahim Fakir, il sindaco Lepore ha convocato un presidio in centro storico, e non al Pilastro, dove le sue politiche in passato erano già state al centro di contestazioni. Qui c’erano migliaia di persone che hanno ascoltato le parole della nipote Yossra Fakir: «Abderrahim non era un caso di cronaca, era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente», continuando tra le lacrime: «meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare e che in un momento di fragilità, quando una persona chiede aiuto qualcuno possa non essere riuscito a proteggerlo. E oggi noi chiediamo risposte: su chi aveva il compito di intervenire, su chi aveva il compito di tutelare una vita. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili, per questo chiediamo che ogni comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima attenzione».  Il presidio è diventato un corteo, circondato dalle forze dell’ordine contro cui sono scoppiati scontri per tutta la notte. Ore in cui la polizia di Bologna ha lanciato lacrimogeni ad altezza delle persone, usato idranti, e caricato con violenza, ci sono stati diversi fermi, reporter sono stati manganellati, e ad altri sono state rotte le macchinette fotografiche. > Perché era necessaria la polizia in assetto antisommossa in un presidio per la > morte di un uomo ucciso dalla polizia? Perché già erano previsti idranti in > piazza? Sono mesi che assistiamo a scene di estrema violenza nelle strade di > Bologna, e non solo, dove durante il movimento per la Palestina almeno una > persona ha perso un occhio perché colpita da gas lacrimogeni. Se Bologna non avesse risposto con questa determinazione e rabbia e non fosse rimasta in piazza per ore, oggi il caso Abderrahim Fakir sarebbe già fuori dalle pagine di giornale, non avrebbe superato i confini nazionali e sarebbe rimasto l’ennesimo fatto di cronaca presto dimenticato. Senza quella rabbia la vita Abderrahim Fakir, di Rami Elgaml, di Moussa Diarra e le tante vite spezzate dal razzismo istituzionale non le ricorderebbe nessuno.  Il Partito Democratico ha ancora una volta deciso di stare dalla parte sbagliata, con le parole balbettanti di Schlein, mentre il Movimento 5 Stelle non si è espresso, e AVS ha chiesto un’ indagine indipendente. Non è abbastanza. Possibile che nessuna forza politica abbia il coraggio di dire che Fakir è stato ucciso da due poliziotti? > La lotta al razzismo sistemico e la denuncia di un’uccisione di una persona > inerme come Abderrahim Fakir dovrebbe essere al centro di un programma di > sinistra. La destra, al contrario è molto chiara, soffia sul razzismo perché > si espanda l’incendio dell’odio, in una rincorsa a Vannacci che porta il > discorso pubblico sempre più verso il fascismo. Mentre schiere di persone reali e bot alimentano nei social commenti che inneggiano alla morte delle persone migranti. La piazza di Bologna è stata giusta e necessaria, così come il processo di mobilitazione che sta nascendo, la grande assemblea che si è tenuta mercoledì 22 a piazza Lucio Dalla, chiama a una mobilitazione cittadina per domenica 26 e a una mobilitazione nazionale per settembre. Nonostante anche qui non manchino divisioni e sgomitate identitarie per ricavarsi il proprio pezzo di visibilità.  Quante altre vite spezzate dovremmo piangere? Quante altri familiari dovranno farsi carico di processi e comitati per chiedere verità e giustizia? Quante tempo ancora ci vorrà per rispecchiarci in queste storie? La lotta per Abderrahim Fakir deve essere la lotta di tuttƏ, non possiamo più aspettare il prossimo omicidio di Stato.  Mentre scriviamo ci arriva la notizia che Mohamed Amin Bessioud si è lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua camera. Immagine di copertina di Daniele Stefanizzi Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 24, 2026
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Genova 2001-2026 #6. Dove tutto ha inizio.
Genova, 18 luglio 2001. Da una settimana ho finalmente terminato la maturità. Negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi dell’esame, la mia partecipazione alle assemblee del collettivo Resistenza Studentesca si era molto diradata e poi azzerata. Adesso, finalmente posso godermi le vacanze e il concerto in piazzale Kennedy di Meganoidi, 99 Posse e Manu Chao sembra il modo migliore di cominciarle. Mai vista tanta gente a un concerto: 20 mila persone che ballano assieme, nonostante arrivare a Genova in questi giorni sia diventato sempre più complesso per la crescente militarizzazione; kalimotxo e birre che girano fra la folla, pugni che si alzano, sudore e polvere che si mischiano. Ecco cosa intendeva Emma Goldman. Zulù dal palco ci ricorda il motivo per cui siamo qui: «C’è da bloccare un incontro di farabutti e il casco è obbligatorio». Ventimiglia, 17 luglio 2021. Il centro della città di frontiera il venerdì si riempie di turistə francesi che vengono a comprare cianfrusaglie al mercato. Per loro il confine è sempre aperto, mentre da sei anni è chiuso per le persone in movimento. Con lə compagnə arrivatə per il transborder camp decidiamo di attraversare il mercato con un corteo determinato ma gioioso, volantinando e denunciando la violenza della frontiera che in questi anni ha fatto almeno quaranta vittime. Tornatə al piazzale davanti al cimitero, stasera, oltre alla consueta distribuzione di cibo per le persone accampate sotto il ponte, abbiamo organizzato un concerto. Balliamo assieme, solidali e persone in viaggio. La Questura risponde schierando la celere. Genova, 19 luglio 2001. Mai vista una manifestazione così a Genova. Decine di migliaia di persone. Camminiamo per ore sotto il sole, da piazza Sarzano attraverso Carignano, corso Aurelio Saffi, attraverso la Foce e Albaro – non lo avranno mai fatto un corteo ad Albaro prima di oggi – e poi indietro fino a piazzale Kennedy. Gente da tutto il mondo a reclamare libertà di movimento per tutti e tutte. Un corteo gioioso, nonostante la città si sia risvegliata ancora più militarizzata. Container piazzati ovunque a sbarrare strade; la zona rossa sempre più blindata; la cittadella della polizia alla Fiera strabordante di mezzi e uomini; gli elicotteri che da giorni ci ronzano sopra la testa come corvi neri. Atene, 15 giugno 2023. Ieri la Guardia Costiera greca ha causato il naufragio di una barca con a bordo almeno 600 persone al largo di Pylos. Nel giro di poche ore si diffonde la chiamata per un corteo per denunciare l’ennesima strage determinata dalle politiche migratorie europee. Almeno 15mila persone rispondono alla chiamata, marciamo verso la sede del Parlamento greco in piazza Syntagma e poi in direzione degli uffici dell’Unione Europea. In coda al corteo partono scontri, la polizia carica ripetutamente, il corteo prosegue, ma giunto a Syntagma viene spezzato. Una parte ritorna verso la partenza e viene circondata. A fine giornata si conteranno 24 arresti. Quando ci ritroviamo più tardi sotto il commissariato in Alexandras per chiederne la scarcerazione veniamo nuovamente caricatə. Foto Luca Daminelli, incontro al decennale del G8, Genova, Luglio 2011 Genova, 20 luglio 2001. Alla mia fidanzata i genitori hanno vietato di venire alle manifestazioni. Sono tantissimə i e le giovani genovesi che in questi giorni sono statə mandatə in campagna coi nonni per paura di quello che potrebbe succedere in città. Da mesi i media soffiano sul fuoco dell’allarme. Sono arrivati a dire che lə manifestanti potrebbero lanciare sacche di sangue infetto contro la polizia. Io decido di vedermi con Silvia al mattino, i miei amici che hanno la macchina partono per raggiungere il concentramento del Carlini e io rimango bloccato a Sestri Ponente. La città è spaccata in due dalla zona rossa, impossibile riuscire a raggiungerli coi mezzi. Il pomeriggio lo passo incollato alla diretta televisiva su Primocanale. Le cariche, gli scontri, il blindato in fiamme. Immagini che entreranno a far parte del mio immaginario militante, ma che non ho vissuto. I carabinieri ammazzano un ragazzo in piazza Alimonda. > Potrebbe essere uno dei miei amici. Avrei potuto essere io se avessi preso il > loro passaggio in macchina. Forse è uno dei ragazzi con cui ci siamo scambiati > le birre al concerto l’altra sera. Non mi perdonerò mai di non essere stato in > piazza. Roma, 14 dicembre 2010. Quando si è diffusa la notizia della fiducia al governo il clima del corteo è cambiato completamente. Vero, già prima c’erano stati degli scontri, avevamo avanzato col Book Block verso i blindati, ci avevano gasato e poi il corteo è proseguito. Ora è diverso. Non ci fermiamo in piazza del Popolo, sto governo lo sfiduciamo noi. È lo stesso governo di dieci anni fa a Genova. Imbocchiamo via del Corso, avanziamo, la Finanza carica. Resistiamo e contrattacchiamo. Ci caricano una seconda e una terza volta. Ci passiamo acqua, aiutiamo a rialzarsi chi è cadutə, ci stringiamo e continuiamo ad avanzare. Dovranno lanciarci contro i blindati per fermarci, ma in piazza del Popolo resisteremo a lungo e poi in corteo selvaggio verso la Sapienza. Si parte e si torna insieme. 21 luglio 2001. Oggi sono in piazza. Nonostante ieri abbiano ammazzato Carlo, oggi siamo 300mila. Forse siamo 300mila anche per questo motivo. Mai visto prima un corteo così grande. Gli elicotteri ci girano sulla testa ininterrottamente. Il clima è radicalmente cambiato rispetto a due giorni fa: ogni spezzone è protetto da cordoni. Ripetutamente il grido “assassini” si alza verso il cielo. In fondo a corso Italia vediamo fumo, facciamo in tempo a svoltare in corso Torino e la polizia carica, spezza il corteo in due. Noi siamo nella parte che riesce a proseguire verso Marassi. Ci caricano alle spalle, nonostante il panico diffuso, molta gente riesce a mettersi al riparo grazie alle indicazioni dellə genovesi, chi in un portone, chi risalendo una scalinata. Respiro i miei primi lacrimogeni. Rimaniamo in giro per la città per ore assieme a compagnə conosciutə in piazza. Si dice che è meglio non tornare a casa perché la polizia arresta chiunque si muova in ordine sparso. Qualcuno di noi ha il cellulare, ma le linee non funzionano. Non ricordo a che ora riesco ad arrivare a casa. > Mia madre mi attende sulle scale: «Te lo avevo detto che era meglio non > andare». «Vaffanculo» è l’unica cosa che riesco a dire e sarà l’unica volta > nella vita. Accendo la TV: su Primocanale passano le immagini dellə compagnə > portatə via in barella dalla Diaz. Non andare in piazza non sarà mai più > un’opzione. Chiomonte, 3 luglio 2011. Cinque giorni fa la polizia ha sgomberato la Libera Repubblica della Maddalena. Dalla Valle è arrivata la chiamata per provare a riconquistare il terreno espropriato e impedire l’apertura del cantiere. Da Genova siamo partitə in centinaia; ci stringiamo a fatica nel treno da Torino, le persone entrano dai finestrini, si arrampicano sui portabagagli per fare spazio a tuttə. Il corteo è gigantesco; in decine di migliaia riempiamo le strade della Valle e poi i sentieri e i boschi. L’assedio del cantiere va avanti per ore. Ci gasano, ci sparano lacrimogeni in faccia, chi viene arrestatə sapremo che verrà massacratə. Gli elicotteri ci girano sulla testa per ore. Resistiamo passandoci acqua e maalox. Tornatə a Chiomonte aspettiamo per ore compagnə dispersə nei boschi. Qualcunə di loro quindici anni dopo ancora pagherà per questa resistenza. Quella sera torniamo tuttə a casa. Si parte e si torna insieme, Chiomonte come Atene, siam tuttə black bloc. Genova, luglio 2026, Foto Luca Daminelli A Genova le settimane e i mesi dopo il G8 sono densi di iniziative. Le date smettono di essere precise e sfumano nella memoria, forse anche a causa del trauma causato dalla violenza che abbiamo visto riversarci addosso. Eppure, dopo le giornate del G8 ci saranno i presidi davanti al carcere per chiedere la liberazione dellə compagnə arrestatə, ci si riprenderà piazza De Ferrari con quello striscione enorme che recita: «per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti». E poi il grande corteo cittadino sei mesi dopo il G8 e quello nazionale, enorme, un anno dopo, quando occupammo anche la Diaz. Nel frattempo, io ho deciso di diventare un militante. Proprio alla luce di tutta la violenza che abbiamo visto riversarci addosso, dopo Genova, stare a casa non sarà più un’opzione: come dice quella scritta dietro casa, ognunə di noi deve dare qualcosa, in modo che nessunə sia costrettə a dare tutto. Foto di copertina, Muro di Balbi 4 occupata durante l’Onda, ottobre 2008, gentilmente offerta dall’autore Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001-2026 #6. Dove tutto ha inizio. proviene da DINAMOpress.
July 23, 2026
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Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima
Roma è nella morsa del caldo ormai da un mese. Non sappiamo quanto durerà ancora né se, alla fine, sarà l’estate più calda o se il 2024 sarà stata ancora più infuocata. Le statistiche contano fino a un certo punto, di più conta la realtà vissuta ed è una realtà di forte disagio per la parte di popolazione più debole e con meno risorse. Le statistiche dicono chiaramente che Roma è tra le città europee che più hanno peggiorato la propria situazione climatica negli ultimi anni. Dal 1960 a oggi la temperatura estiva in città è aumentata di 2,66 gradi. I tempi in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck sfrecciavano in Vespa nella Roma agostana – immortalati nei souvenir venduti oggi in centro storico – sono climaticamente lontani. Oggi i due rimarrebbero forse chiusi in un caffè con l’aria condizionata e la paura di fare anche solo una passeggiata all’aperto. Un recente articolo comparso su “Internazionale” ha rilevato che anche la stessa architettura storica della città è a rischio a causa dell’innalzamento delle temperature. Questo stravolgimento climatico infatti ha effetti particolarmente duri nei quartieri più poveri, dove avere un impianto di condizionamento d’aria è un lusso, dove si vive in tante persone e in pochi metri quadri, dove si formano le isole di calore per concentrazione di cemento e assenza di spazi verdi.  In quegli stessi quartieri i tempi di attesa per gli autobus sono insopportabili in questi mesi e le poche aree verdi diventano aride steppe abbandonate per mancanza di cura da parte dei servizi comunali. Lo stesso disagio è vissuto da chi svolge i lavori più a rischio, come quelli esposti al sole come edilizia e rider oltre che ovviamente chi lavora in agricoltura. Le responsabilità di questi rapidi e violenti impatti del cambiamento climatico sono note a chi legge Dinamopress, così come lo sono le possibili soluzioni e il ritardo doloso che la politica mondiale continua ad avere rispetto ai problemi generati dalla crisi climatica. Tuttavia va ricordato che invece molto si potrebbe fare per attuare piani di adattamento al clima stravolto, mentre è poco quanto finora si è mosso. Se non ci si può aspettare granchè dal governo fascistoide e negazionista di Meloni, che boccheggia tra una crisi e l’altra verso le elezioni, molto più deludente è osservare l’assenza di una visione ecosistemica per la protezione climatica della città da parte della attuale Giunta comunale capitolina. Nel 2024 il Comune di Roma ha adottato un Piano per il Clima. Associazioni e gruppi ecologisti avevano criticato fortemente questo piano per l’inadeguatezza e per la profonda incoerenza nei metodi utilizzati e nei contenuti, ma sono rimaste inascoltate senza ricevere neppure una risposta al documento di critica presentato.  A distanza di due anni, quelle critiche appaiono oggi ancora più fondate e sostanziali. Anzitutto perché in questi due anni la giunta ha difeso strenuamente alcuni progetti edificatori che sono uno schiaffo in faccia a qualunque sostenibilità ecologica in epoca di crisi climatica. Stiamo parlando del progetto dello stadio della A.S. Roma a Pietralata e del progetto per l’area dei Mercati Generali a Ostiense.  > Entrambi i progetti sono, tra le altre cose, uno scempio ecosistemico e > climatico. Il primo sorgerà su un bosco, il secondo su un “corpo idrico > superficiale”, entrambe le aree sarebbero da preservare in modo estremamente > accurato proprio per riuscire a difendersi dall’avanzata del calore estivo. La > Giunta Gualtieri ha deciso invece di rovesciarvi sopra tonnellate di cemento. Non sono, purtroppo, gli unici casi. Nelle ultime settimane si sta parlando molto del progetto edilizio di 20mila metri quadri sull’ex deposito AMA a Montagnola,  anche in quel caso, comitati locali stanno cercando di fermare quello che sembra un ennesimo favore alla speculazione cementificatrice. Le opere svolte per il Giubileo si sono pure caratterizzate per colate cemento in molti punti della città, come si può vedere in piazza San Giovanni o in piazza dei Cinquecento, nonostante gli studi scientifici dimostrino che ciò che va fatto, per adattarsi al clima surriscaldato, è togliere il cemento, non aggiungerlo. Berlino, Lione, Valencia, sono alcune delle città europee (non necessariamente guidate dal centro-sinistra, anzi) che stanno attuando pratiche concrete di depavimentazione e di rimboschimento urbano.   L’area dei mercati generali a seguito di un disboscamento avvenuto a Febbraio 2026, FB Basta Speculazione A Roma accade drammaticamente il contrario, complice anche una gestione del verde pubblico spesso dubbia, che predilige il taglio di alberi che creino problemi ad una loro cura per quanto complessa. Come se tutto questo non fosse sufficiente, il 23 luglio verranno definitivamente approvate le NTA, norme tecniche di attuazione del Piano regolatore che prevedono, ancora una volta, l’ ampliamento delle possibilità di cementificare, come denunciato da Fridays For Future che ha scritto «Le nuove Norme Tecniche Attuative (NTA) del Piano Regolatore arrivano al voto in Campidoglio e rischiano di consegnare Roma a palazzinari e speculatori. Da oltre un anno ci mobilitiamo insieme a comitati e associazioni di tutta Roma per arginare queste modifiche, che investono 62 articoli su 113. Modifiche che riteniamo preoccupanti perché consentono di  •  Dare incentivi per demolizioni e ricostruzioni più grandi, fino a +30% di volume.  • Trasformare case in studentati, case vacanze o edifici commerciali • Accorpare edifici storici fino a 500 mq, sventrandoli, e mantenendo solo la facciata per farne hotel, fast food o negozi • Monetizzare aree verdi e servizi pubblici.» Ricordiamo infine che davanti ad un progetto mastodontico e devastante come il Porto di Fiumicino – per ora fermo grazie alla sentenza del Tar – Gualtieri si era subito reso disponibile a utilizzare i fondi del Giubileo per le opere accessorie e di viabilità a esso collegate: strade, parcheggi, ancora cemento. L’assenza di una seria politica climatica in città è determinata da vari fattori.  È noto l’assoggettamento storico alla lobby palazzinara guidata dalla famiglia Caltagirone che ha un peso politico enorme nei confronti di Giunte di qualunque colore, ma ormai questo non basta più a comprendere cosa stia accadendo. Il passo verso cui si muovono all’unisono Comune e Regione è quello di una evidente messa a disposizione della città a fondi di investimento immobiliare internazionali che hanno il chiaro intento di riprodurre il “modello Milano”. > Con questo termine intendiamo un modello estrattivista composto da > turistificazione, sviluppo urbano iniquo e cementificatore, innalzamento > insostenibile del costo della vita, svendita dello spazio e del patrimonio > pubblico agli interessi della rendita immobiliare speculativa.  Un modello che non potrà mai tutelare il verde pubblico e non ha nessun interesse a garantire la sopravvivenza in città per chi non ha seconde case in montagna o il condizionatore in ogni stanza.  Ricordiamo che dietro al progetto dei Mercati Generali vi è il fondo di investimento israeliano Hines, mentre si sono dimostrati interessati a sostenere lo stadio di Pietralata JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs. La rivista Generazione Magazine in questo approfondito articolo ha dimostrato come questa modalità di gestione della città sia strutturale, come dimostra il bando Roma REgeneration – della omonima Fondazione – che Campidoglio e Regione hanno patrocinato, mentre Rossella Marchini su Dinamo ha di recente ricostruito la genesi di questo modello. Gualtieri ha rivendicato pubblicamente già nel 2023 che quello milanese sia il suo modello urbanistico, e in virtù di questa scelta continua ad invitare investitori in città. La gravità di questo scenario è tale da lasciare aperte alcune domande a cui la politica cittadina sembra non voler dare risposte ma che suscitano interesse diffuso. L’appello lanciato da studiosx e urbanistx per un modello di città differente – a partire da molte riflessioni analoghe a quelle qui esposte – ha suscitato attenzione e sostegno molto ampio, segnale che la città è preoccupata per quello che appare un futuro insostenibile ecologicamente e iniquo socialmente. Eppure la coalizione al governo del Campidoglio appare indaffarata solo a prepararsi alle elezioni in modalità campo largo, o a posizionarsi rispetto alla querelle sul cinema Metropolitan, mentre fa passare in silenzio alcuni passaggi molto gravi come l’approvazione delle NTA che non a caso avvengono in un silenzioso tardo luglio in cui l’attenzione cittadina diminuisce sensibilmente. Manca meno di un anno all’appuntamento elettorale.  Sarebbe utile che tutto questo diventasse materia di dibattito aperto e soprattutto di sano conflitto sociale.  Sarebbe utile che non ci si nascondesse dietro all’ennesimo There is No Alternative, alla narrazione sul debito e le casse vuote e neppure dietro al ricatto «o noi o torneranno i fascisti in Campidoglio».  Chi vive e chi vorrà vivere in futuro in questa città merita molto di più. Foto di copertina, l’area dove si vuole costruire lo stadio di Pietralata, di Daniele Napolitano, Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 23, 2026
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Genova 2001 – 2026 #5. La città 25 anni dopo
A Genova fa caldo. Quando il corteo si muove il sole è ancora altissimo, siamo abbondantemente sopra i 30 gradi, per non parlare dell’umidità. Forse l’orario di inizio, in pieno pomeriggio, è stato un po’ improvvido, ma il punto non è questo. Il punto è che fa sempre più caldo. Quando 25 anni fa denunciavamo i rischi e le conseguenze già in atto della globalizzazione neoliberista, il riscaldamento globale era tra questi. Se ne pagano le conseguenze anche nel corteo di commemorazione di quelle giornate, domenica scorsa 19 luglio, parte di un variopinto e frammentato programma di iniziative che si sono svolte a Genova un quarto di secolo dopo. Seminari, eventi di tipo diverso organizzati da diverse associazioni (e istituzioni), una lunga e partecipata assemblea di No Kings, mostre, si fa persino fatica a darne conto. > Si sente la mancanza di un coordinamento unitario (questione sia organizzativa > sia soprattutto politica), sicuramente moltissimi sono stati i momenti degni > di nota. L’atmosfera in città non era quella di un funerale, piuttosto quella > gioiosa di quando ci si ritrova per ricordare un pezzo della nostra storia, > senz’altro tragico, ma anche capace di esprimere una conflittualità, > un’elaborazione teorica, una capacità di incidere nel mondo forse non più > ripetuti (ma, senz’altro, auspicabilmente ripetibili). Come successo in passato  soprattutto negli anniversari con le cifre tonde, per chi arriva da fuori fa impressione vedere come la città continui a sembrare viva e pronta ad accogliere. Nei vicoli, si incontrano compagn* che arrivano da altri posti, si ricordano anni di militanza e iniziative, ci si scambia pareri su quello che succede nelle rispettive città. Può capitare di imbattersi nel cantante Willy Peyote che parla di come il G8 ha cambiato il mondo della musica in un’iniziativa organizzata da AVS, o in un workshop sull’azione diretta gestito da Extinction Rebellion, finanche nella presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. D’altronde la potenza di quel movimento dei movimenti che aveva riempito le strade di Genova stava anche nella capacità di tenere assieme anime e pratiche radicalmente differenti. Questo nonostante la situazione in città, oggi, sia invece più complicata, con i centri sociali storici sgomberati o che cambiano forma e la percezione che forse si potesse fare di più in termini di allargamento, coordinamento e dialogo nei mesi che hanno portato a questo venticinquennale.  Una delle grandi novità di quest’anno è la “presa” di palazzo Ducale, al centro di quella zona rossa dove i “grandi” della terra si barricarono per decidere il futuro del mondo. Proprio in un’elegante sala al secondo piano del palazzo già sede dei dogi della Repubblica genovese si è tenuta l’assemblea nazionale di No Kings, il percorso transnazionale contro i re e le loro guerre che negli ultimi mesi ha portato in piazza migliaia di persone. Una lunga assemblea, sabato 18, con la partecipazione di centinaia di persone da tutta Italia e da molte realtà diverse. E poi il corteo nazionale, “Nessun rimorso”, che si è mosso nelle vie simbolo degli scontri di un quarto di secolo fa, da piazza Alimonda verso il centro cittadino passando per via Tolemaide. Una decina di migliaia di persone hanno dato vita a un corteo abbastanza variegato, nel quale, se da un lato si nota l’assenza di ampia parte del mondo dell’associazionismo e dei sindacati, dall’altra fa ben sperare la grande partecipazione giovanile, coi collettivi studenteschi già in piazza dal primo pomeriggio, con un coraggioso concentramento sotto il sole delle 14.30 davanti alla scuola Diaz.   Dopo pochi metri dalla partenza, la sede di Casa Pound, a qualche metro da Piazza Alimonda, viene simbolicamente “murata” con del cartongesso e delle scritte. Man mano che ci si avvicina a piazza De Ferrari si diffonde la voce che la polizia ha ucciso una persona durante un fermo a Bologna. Ancora. Con buona pace di coloro che nei mesi di avvicinamento a questo anniversario raccontavano che i tempi sarebbero stati maturi per una pacificazione e una riconciliazione fra Stato e manifestanti. Dimenticando, forse, che fra Carlo e Abderrahim ci sono stati Federico, Aldo, Stefano, Moussa, Ramy e decine di altre vittime della violenza poliziesca. > In questi 25 anni le forze dell’ordine non hanno mai smesso di manganellare, > torturare, uccidere per le strade delle nostre città, così come dentro galere > e CPR. Un paio d’ore dopo la fine del corteo ufficiale, un altro corteo > spontaneo attraversa i vicoli al grido di “Genova, Bologna, Palestina. Polizia > bastarda, polizia assassina”. Ogni anno, quando ricorre l’anniversario, la domanda è come evitare la ritualità e, peggio ancora, i reducismi. Una delle risposte arriva il 20 luglio, durante il consueto presidio in piazza Alimonda. Alle 17.27, orario dell’omicidio di Carlo, un enorme sudario bianco viene srotolato, andando a occupare una grande fetta della piazza. Sopra di esso sono scritti i nomi dei 18.457 minori uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Saif Abukeshek e Maria Elena Delia, membri della Global Sumud Flotilla, dal palco sottolineano che essere a Genova oggi per ricordare Carlo significa non dimenticare il genocidio in corso a Gaza e tutte le vittime del colonialismo e delle guerre del capitale, dalla Palestina al Sudan, passando per il Congo e lo Yemen. D’altronde, come scrivevano gli Assalti Frontali – che su quel palco si esibiranno poco dopo – “il 20 luglio è segnato, è un segnale, il 20 luglio per noi è I’introduzione alla guerra globale. Ho studiato strade e tutta la cartina, ma ormai la Palestina è Genova, e Genova è in Argentina”. Foto di copertina di Luca Peretti, foto nell’articolo di Miriam Aly, entrambe 19 luglio 2026, Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 22, 2026
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