Source - DINAMOpress

Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì
A marzo 2026 la Procura di Milano ha disposto il commissariamento del ramo italiano di Deliveroo per caporalato. Ventimila rider in tutto il paese, tremila solo a Milano. L’algoritmo assegna gli ordini, gestisce i rating, attiva e disattiva gli account. Nessun caporale in carne e ossa: solo un sistema che funziona esattamente come progettato. La risposta dei lavoratori è arrivata pochi giorni prima: il 14 marzo 2026, migliaia di rider sono scesi in piazza in oltre 30 città italiane, con lo slogan «Si lavora per vivere, non per sopravvivere». La mobilitazione, organizzata da Nidil Cgil, chiedeva l’applicazione del CCNL Merci e Logistica: ferie, malattia, infortuni, tredicesima. A Bologna, la Cgil aveva già aperto a marzo 2025 “Casa Rider”, uno spazio di supporto e organizzazione in collaborazione con Arci e Caritas. Il movimento esiste, si organizza, ottiene risultati parziali. Ma la domanda che questo articolo pone è più radicale: anche se tutte quelle battaglie contrattuali vincessero, il problema di fondo sarebbe risolto? La risposta è no. E per capire perché bisogna capire cos’è davvero il comando. IL COMANDO NON HA BISOGNO DI UN PADRONE Siamo abituati a pensare il comando come qualcosa che qualcuno esercita su qualcun altro. Il capo che ordina. Il poliziotto che minaccia. Il proprietario che sfratta. Il dominio, in questa versione, richiede un agente: qualcuno che vuole, decide, impone. > Deliveroo non funziona così. L’algoritmo non vuole nulla. Non ti odia. Non ti > sfrutta per piacere. Applica criteri pubblici, trasparenti, identici per > tutti: tasso di accettazione degli ordini, puntualità, valutazioni dei > clienti. Se scendi sotto la soglia, vieni deattivato. Nessuna discrezionalità. > Nessun arbitrio. Nessun padrone. Eppure il commissariamento è arrivato. Perché la struttura del rapporto — indipendentemente dalla buona o cattiva volontà di chiunque — produce sfruttamento. Come? Il comando strutturale esiste quando un’istituzione pone una persona nella posizione di determinare se un’altra conserva accesso alle condizioni di sopravvivenza. Non serve che qualcuno emetta ordini. Serve solo che rifiutare i termini significhi perdere ciò di cui hai bisogno per continuare a esistere. TRE CONDIZIONI, UNA STRUTTURA Per diagnosticare il comando strutturale bastano tre domande. Prima: il rider dipende dalla piattaforma per accedere a un reddito senza il quale non può sopravvivere? Sì. Come documenta il Dossier Rider 2025 di Nidil Cgil, basato su circa 500 questionari in quattro lingue, la maggior parte dei rider lavora sei o sette giorni a settimana, otto-dieci ore al giorno. Non è un lavoretto. È l’unica fonte di reddito — e per il 91,7% dei casi si tratta di uomini giovani, in larga parte migranti, senza alternative nel mercato del lavoro regolare. Seconda: la piattaforma si appropria di valore da questa dipendenza — valore che estrae precisamente perché il rider non può rifiutare credibilmente? Sì. Deliveroo trattiene dal 20% al 30% su ogni ordine. Il rider sopporta tutti i rischi — meteo, traffico, infortuni, assenza di tutele — mentre la piattaforma incassa la commissione. La commissione è estraibile perché chi la paga non ha alternative. Terza: il rischio di perdere tutto — reddito, accesso alla piattaforma, la possibilità stessa di lavorare — è asimmetricamente concentrato sul rider e funziona come meccanismo strutturale di compliance? Sì. Secondo i dati della Procura di Milano, il 73% dei rider monitorati guadagnava meno della soglia di povertà — con uno scarto medio di oltre 7.000 euro annui dal minimo necessario. La deattivazione dell’account è il licenziamento senza preavviso, senza appello, senza indennità. Il rider non può imporre costi equivalenti alla piattaforma. TRE CONDIZIONI, TUTTE SODDISFATTE. COMANDO STRUTTURALE Perché le riforme contrattuali non bastano La risposta istituzionale si è concentrata sul contratto: riconoscere la subordinazione, applicare il CCNL Logistica, garantire ferie e malattia. Il Tribunale di Milano lo ha stabilito nel 2023. La direttiva europea 2024/283 va nella stessa direzione. Nidil Cgil lo chiede da anni, con dati e vertenze. Queste battaglie sono giuste e necessarie. Ma non toccano la radice del problema. Un rider con contratto subordinato, ferie pagate e malattia garantita è ancora in una relazione di comando strutturale se non può rifiutare i termini del rapporto senza perdere il reddito da cui dipende la sua sopravvivenza. Hai migliorato le condizioni della resa. Non hai eliminato la struttura che la rende necessaria. Glovo lo ha dimostrato a modo suo: dal maggio 2025 ha introdotto il free-login, eliminando la prenotazione dei turni. Più rider connessi contemporaneamente, meno consegne per ciascuno, meno guadagno. Più «libertà», più comando. L’innovazione contrattuale viene costantemente aggirata quando la struttura di potere sottostante resta intatta. IL RIFIUTO SOPRAVVIVIBILE La domanda che il movimento dovrebbe porre non è solo «quanto pagate i rider?» ma «il rider può rifiutare senza essere distrutto?» Il rifiuto sopravvivibile non significa rifiuto comodo. Uscire da un rapporto di lavoro ha sempre costi. Non si tratta di eliminarli. Si tratta di garantire che non superino la soglia oltre la quale la persona non è più in grado di ricostruirsi: di cercare alternative, di deliberare, di agire come qualcuno che sceglie invece che come qualcuno che sopravvive. Quando quasi tre quarti dei rider monitorati guadagnano meno della soglia di povertà, il rifiuto non è sopravvivibile. Non perché Deliveroo sia particolarmente crudele, ma perché il mercato del lavoro italiano nel 2026 non offre alternative reali a chi è già ai margini. Questo è il punto che le battaglie contrattuali, da sole, non possono raggiungere. Il contratto regola i termini del rapporto. Il rifiuto sopravvivibile richiede le condizioni materiali esterne al rapporto: un reddito di base incondizionato, una rete di sicurezza che non si smonta appena smetti di «collaborare». Non per rendere i lavoratori capricciosi. Per rendere la loro partecipazione al mercato genuinamente volontaria. L’ALGORITMO COME FORMA DI DOMINIO SENZA DOMINATORI C’è qualcosa di politicamente rilevante nel fatto che Deliveroo sia stata commissariata per caporalato senza che ci sia un caporale identificabile. I manager non odiano i rider. I clienti non stanno consapevolmente partecipando a uno schema di sfruttamento. L’algoritmo non ha intenzioni. > Questo è esattamente ciò che rende il comando strutturale più difficile da > combattere del comando personale. Quando c’è un padrone, puoi organizzarti > contro il padrone. Quando c’è una struttura, devi organizzarti contro la > struttura — e la struttura non si vede, non si incontra in assemblea, non > firma contratti. Il commissariamento di Deliveroo è una vittoria legale. Ma la struttura sopravviverà al commissariamento, come ha sopravvissuto alle sentenze, alle direttive europee, ai codici etici. Perché la struttura non è nei contratti. È nella posizione relativa di chi può permettersi di aspettare e di chi non può. COSA SIGNIFICA LOTTARE CONTRO IL COMANDO STRUTTURALE Per i rider questo significa tre cose concrete che si possono portare avanti insieme: continuare le battaglie contrattuali per il riconoscimento della subordinazione — Nidil Cgil e i collettivi rider stanno facendo un lavoro essenziale; costruire potere collettivo capace di rendere la deattivazione individuale non-sopravvivibile per le piattaforme (reti mutualistiche, casse di resistenza, coordinamenti tra lavoratori come quelli che si stanno sviluppando a Bologna e in altre città); e spingere per le condizioni materiali esterne al rapporto di lavoro — reddito incondizionato, welfare universale — che rendono il rifiuto un’opzione reale. Le prime due sono battaglie di movimento. La terza è una battaglia di sistema. Tutte e tre sono necessarie, perché il comando strutturale si riproduce finché non vengono eliminate le condizioni che lo rendono possibile — non solo i suoi effetti più visibili. Deliveroo può essere commissariata. La struttura che l’ha resa possibile è ancora lì, e produce già il prossimo Deliveroo. Tommaso Biagi è ricercatore indipendente in filosofia morale e politica analitica. Lavora sul framework dell’Anarchismo del Limite, che sviluppa i concetti di Non-Comando, Comando Strutturale ed Equifelicità. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Nessuno comanda nessuno, ma Deliveroo sì proviene da DINAMOpress.
June 9, 2026
DINAMOpress
Quattro passi con Claude
Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende. > Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, > alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere > i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. > Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia > battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli > scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di > Franceschini e Bettini. L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità. Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…» E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale. VENIAMO ALL’OGGI La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali. Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere. > Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel > contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei > soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni > grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle > condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente). Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento. Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento. > Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le > cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono > un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, > non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, > responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99). Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi. > È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica > di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i > privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione > oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né > cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni. Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema. Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.  Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo. Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato. > Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione > (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato > capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina > cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione > operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un > articolo politico e non di critica teorica. Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale. Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo. Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione. Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza. La copertina è di DomyD da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quattro passi con Claude proviene da DINAMOpress.
June 8, 2026
DINAMOpress
Educazione sessuale e affettiva vietata nelle scuole per legge
L’educazione sessuo-affettiva è un’azione di prevenzione alla violenza di genere. Eppure ieri il Senato della Repubblica ha approvato il disegno di legge Valditara che vieta qualsiasi attività di educazione sessuale, affettiva, alle relazioni, alle differenze per la scuola primaria e la scuola dell’infanzia. E richiede l’autorizzazione preventiva delle famiglie – il cosiddetto “consenso informato” – per le scuole superiori di primo e secondo grado.  > Il nostro paese da ieri è un po’ meno libero e alle nuove generazioni verranno > offerti meno strumenti per comprendere sé stessi, il proprio corpo, le proprie > relazioni, la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale e la > propria identità di genere. Presentare questa legge «come una misura di “trasparenza verso le famiglie” è fuorviante. Il testo introduce un principio politico e culturale più ampio: trasformare l’educazione affettiva, sessuale, alle differenze e al consenso in argomenti sospetti, da sottoporre ad autorizzazione preventiva e controllo delle famiglie» scrive Non una di meno Roma, perché «la famiglia è uno dei luoghi in cui si riproducono violenza, controllo, ruoli di genere rigidi e cultura del possesso». Una legge approvata alla fine dell’anno scolastico mentre a scuola tutti corrono dietro le incombenze di fine anno, ultime interrogazioni, recuperi impossibili, burocrazia asfissiante ed esami. Il Senato, con 116 persone presenti su 200, vota con 78 voti favorevoli e 38 contrari, e approva una legge che limita la libertà di insegnamento e toglie alla scuola italiana strumenti per affrontare i problemi delle persone in età evolutiva, dietro lo spauracchio “dell’ideologia gender”. Come scrive Educare alle Differenze: «Questa legge viene approvata in aperta contraddizione con le raccomandazioni internazionali e con le evidenze promosse da OMS e UNESCO, che indicano da anni nell’educazione sessuo-affettiva uno degli strumenti fondamentali per prevenire la violenza di genere, promuovere il consenso, contrastare discriminazioni e costruire relazioni più libere». > I numeri della violenza di genere in Italia non sono in calo, anzi la violenza > si ramifica dai luoghi di lavoro fino agli spazi digitali e si espande e > riproduce nelle giovani generazioni, come ci hanno dimostrato diversi studi. Nell’ultimo rapporto di Save the Children leggiamo: «Un adolescente su 4 dichiara di essere stato una vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti). Uno su 3 è stato geolocalizzato dal partner. Il 28% ha visto condividere immagini intime senza consenso. Il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati. Il 36% ha subito insulti o prese in giro per il suo genere o il suo orientamento sessuale». Una violenza diffusa e radicata. E di fronte a queste evidenze il governo vieta o limita la discussione, rendendo questi argomenti dei tabù, peggiorando di fatto la situazione.  I movimenti femministi e transfemministi, i centri antiviolenza, le associazioni da anni si battono per superare la diffusione a macchia di leopardo di queste inziative e rendere l’educazione sessuale, affettiva, alle differenze e alle relazioni obbligatoria per ogni scuola di ogni ordine e grado. Già oggi sono poche le scuole che attivano laboratori, e rimangono fuori le scuole più periferiche, nei piccoli centri, nelle zone interne e con questa legge la situazione peggiorerà. > «A pagare il prezzo più alto saranno ancora una volta le persone più giovani e > in formazione. Le giovani persone LGBTQIA+, e in particolare le persone trans > e non binarie, vedono restringersi ulteriormente gli spazi di riconoscimento, > autodeterminazione e tutela all’interno dei contesti educativi». Affermano le associazioni LGBTQIA+ di Bologna e chiedono alle scuole di inserire «nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) progetti di educazione alle differenze, affinché, grazie al patto educativo scuola-famiglia già previsto, si possa continuare a prevenire nelle scuole l’omobilesbotransfobia e la violenza di genere. In questo modo si può rafforzare l’alleanza tra scuola, famiglie e associazioni del territorio, dimostrando come questa nuova legge sia pura propaganda: gli strumenti per sviluppare progettualità condivise con il coinvolgimento delle famiglie erano già presenti». Bisogna moltiplicare i laboratori nelle scuole, stringere patti con le istituzioni locali, con le associazioni di genitori, con i collettivi studenteschi, i sindacati, i movimenti femministi e transfemministi, i centri antiviolenza: l’educazione sessuale, affettiva, alle relazione, alle differenze non deve tornare ad essere un fatto privato. E se la vogliono vietare nelle scuole, bisogna riportarla per le strade.   Immagine di Non una di meno Catania Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Educazione sessuale e affettiva vietata nelle scuole per legge proviene da DINAMOpress.
June 5, 2026
DINAMOpress
Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze
I comuni sotto i 5.000 abitanti in Italia rappresentano circa il 70% del totale e 2.000 di questi sono sotto i 1.000 abitanti. Circa 10 milioni di persone abitano in questi piccoli centri, il cui territorio copre la metà del territorio nazionale. In un sistema democratico sano, il diritto di critica e il dovere di controllo dovrebbero essere garantiti e protetti come pilastri costituzionali anche e soprattutto in queste realtà. Eppure è proprio qui che si consuma una disparità silenziosa, che trasforma la politica in una sfida tra chi ha le chiavi della cassa e chi deve attingere alle proprie risorse per difendere la legalità e i diritti di tutti e tutte. È qui che nasce la democrazia sospesa: un regime in cui le regole esistono sulla carta, ma la loro applicazione pratica dipende dalla disponibilità economica di chi le deve far rispettare. La disparità delle armi determina una lotta impari Il paradosso è evidente e brutale. Quando una Giunta approva una delibera controversa, ha alle spalle l’intero apparato comunale: dirigenti, tecnici e avvocati pagati con i soldi dei contribuenti. Se quella delibera è viziata, il consigliere o la consigliera di opposizione che intende impugnarla si trova davanti a un bivio drammatico: tacere o pagare. Mentre il Sindaco e gli Assessori resistono in giudizio utilizzando fondi di bilancio (soldi di tutti e tutte, inclusi quelli di chi dissente), il consigliere o la consigliera di minoranza deve affrontare le spese di un ricorso al TAR — tra contributi unificati esorbitanti e parcelle legali — attingendo ai propri risparmi personali o ricorrendo alle sottoscrizioni dei cittadini e delle cittadine che rappresenta. È una democrazia “per censo”, dove la tutela del bene pubblico è subordinata alla capacità patrimoniale del singolo eletto. Il rischio è che sia imposto un “silenzio forzato” > Questa asimmetria non è solo una questione di soldi; è una precisa arma > politica. Una maggioranza consapevole di questa disparità può sentirsi > legittimata a forzare la mano su atti di dubbia regolarità, sapendo che > l’opposizione difficilmente potrà permettersi il lusso di un’azione > giudiziaria. La partecipazione alla vita pubblica e alle scelte politiche nei piccoli comuni è una risorsa cruciale, che spesso si sviluppa attraverso forme di cittadinanza attiva e volontariato per migliorare la comunità. La difficoltà di opporsi a scelte fatte dall’amministrazione che si ritengono illegittime rende spesso inutile l’impegno e la partecipazione. Il risultato è una democrazia sospesa, che produce effetti devastanti come l’indebolimento del controllo in quanto si rinuncia a contestare atti illegittimi per timore del tracollo finanziario personale. La legalità diventa un lusso che non ci si può permettere. Inoltre chi è competente ma non può contare su risorse economiche proprie rinuncerà a candidarsi, sapendo di non poter esercitare il mandato con pienezza. Il consiglio comunale rischia di diventare un club esclusivo, non il luogo del confronto democratico. Si assisterà alla fuga dall’impegno civile. Gli uffici tecnici, sentendosi meno “osservati” da una minoranza finanziariamente sotto scacco, rischiano di appiattirsi sulle volontà della politica anziché sul rigore della norma e potranno agire in regime di impunità. C’è poi una beffa ulteriore che offende l’etica pubblica. I cittadini e le cittadine che sostengono le ragioni dell’opposizione pagano due volte: finanziando con le proprie tasse la difesa legale dell’Ente (anche quando l’Ente agisce contro la legge) e dovendo, se vuole, contribuire a raccolte fondi per permettere ai propri rappresentanti di chiedere giustizia. Così pagano due volte. È un cortocircuito che vede il denaro pubblico usato per blindare il potere e il denaro privato usato per cercare la verità. > Una riforma è urgente e necessaria per riattivare la democrazia. Non si può > chiedere a un consigliere comunale, che spesso percepisce un gettone di > presenza simbolico, di farsi carico di costi giudiziari nell’ordine delle > migliaia di euro. Quando il controllo è impedito dal costo della giustizia, la > democrazia è, di fatto, sospesa. È necessario un riequilibrio strutturale. > Servirebbero forme di tutela legale per le minoranze, l’esenzione dal > contributo unificato per i ricorsi legati all’esercizio del mandato, o la > possibilità di adire organi di controllo con poteri reali, rapidi e a costo > zero. Fino ad allora, la funzione di controllo nei piccoli comuni resterà un atto di eroismo civile, una battaglia contro i mulini a vento combattuta con la spada di legno del diritto contro la corazzata del bilancio pubblico. La democrazia non può avere un prezzo d’ingresso. Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze proviene da DINAMOpress.
June 5, 2026
DINAMOpress
“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
DINAMOpress
United we bargain – Festival del sindacalismo conflittuale
Giovedì 4 e venerdì 5 giugno si terrà a Roma, presso il Casale Garibaldi autogestito a via Romolo Balzani 87, il Festival del sindacalismo conflittuale “United we bargain”. L’iniziativa, organizzata dai sindacati di base Clap – Camere del lavoro autonomo e precario e dalla Confederazione Cobas, vuole interrogarsi sulle sfide che le organizzazioni di lavoratori e lavoratrici devono affrontare nel contesto attuale. Riportiamo di seguito il testo introduttivo della due giorni e il programma degli eventi. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. Davanti a queste sfide epocali esiste uno spazio per una nuova idea di sindacato? Quali strumenti organizzativi, comunicativi e mutualistici all’altezza delle trasformazioni dei modelli produttivi e della forza lavoro contemporanea? Come costruire inchiesta e intervento in un’ottica di convergenza e di ricomposizione sociale e politica? Saranno queste le domande, complicate e ambiziose, che discuteremo pubblicamente giovedì 4, venerdì 5 giugno nel primo festival costruito insieme dalla Confederazione Cobas e dalle CLAP, United we bergain, che presenterà il patto federativo tra le due organizzazioni sindacali, collocato all’interno del più ampio quadro di convergenza nazionale della Rete Intersindacale. Una scommessa controcorrente, di chi intende farsi “infrastruttura di classe” per contribuire a un modello di sindacalismo sociale unitario, radicale, moltitudinario, oltre le identità e le piccole patrie. Per tornare a far male ai padroni, di oggi e di domani. Due giornate di dibattiti, teatro, musica, reading, cibo e tanto altro. Vi aspettiamo! PROGRAMMA  Giovedì 4 giugno  H 18:00 Dibattito: La scommessa della convergenza: quale rappresentanza sindacale nel Paese della precarietà? La situazione salariale in Italia, oramai impantanata dentro una trentennale stagnazione, rischia il tracollo sotto i colpi della crisi bellica globale e della spirale inflattiva. La contrattazione di primo livello vive da tempo una profonda crisi di efficacia, figlia soprattutto delle politiche concertative che per troppi anni hanno subordinato le lotte sul salario alle compatibilità politiche e di mercato. Salario minimo legale, settimana corta e riduzione dell’orario a parità di salario, forme di indicizzazione, tutela della rappresentanza e del pluralismo sindacale: questi sono i temi decisivi, per noi inaggirabili, che vorremmo discutere insieme alle organizzazione sindacali e alle forze politiche di opposizione. Le CLAP e la Confederazione Cobas in dialogo con: * Elisabetta Piccolotti (AVS) * Antonio Caso (M5S) * Alfredo D’Attore (PD) * Luca Dall’Agnol (ADL Cobas – Rete Intersindacale) * Matteo Maserati (Sial Cobas – Rete Intersindacale) * Luca Scacchi (FLC-CGIL)  H 20:00 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi  H 21:30 Spettacolo teatrale: Barillette Cosmico – Maradona Pedagogista di e con Christian Raimo. Disegno luci Matteo Ziglio, produzione Gruppo della Creta Qual è il gol più bello della storia del calcio? Molti forse risponderebbero quello di Diego Armando Maradona durante i mondiali del 1986 contro l’Inghilterra. Maradona scarta mezza squadra e infila in rete, raddoppiando il vantaggio dopo il gol con “la mano di Dio”. Ma quel gol non è solo un gesto atletico e artistico, è anche una grande lezione sull’origine del talento e sul senso dell’educazione. È Maradona stesso a spiegarlo. E siamo noi a poter seguire il suo commento, ripercorrendo la storia dell’Argentina, prima e durante e dopo la dittatura, e capendo insieme quanto ogni capolavoro come ogni riscatto nasca dalla dedizione e dal coraggio. Venerdì 5 giugno H 17:00 Reading: L come Luana – Tributo a Luana D’Orazio di e con Ugo De Vita ed Emma Marrazzo Poemetto in versi e prose che racconta la tragica vicenda di Luana D’Orazio, morta sul lavoro a poco più di vent’anni il 3 maggio 2021 in un’orditura a Montemurlo nella quale era apprendista. “Elle come Luana” è divenuto l’evento di teatro civile più importante della stagione teatrale. La semplicità della testimonianza di Emma Marrazzo e la accurata documentazione ha trovato riscontro negli oltre millecinquecento spettatori che dal 19 Febbraio in sale e teatri, come alla Camera e al Senato, hanno lungamente applaudito, commossi. Un tempo unico di poco meno di cinquanta minuti introdotti dalla testimonianza di Emma Marrazzo che ha collaborato alla stesura del testo che poi affida alla voce dell’interprete. La forma é quella tradizionale dell’Oratorio in musica, versi e prosa. Si avvertono “rumori” quelli della macchina tessile, sibilanti e sinistri, rumori che graffiano quando accostati al racconto. De Vita é poi voce familiare, voce che il poeta Mario Luzi nella sua prefazione a “lezioni di teatro” aveva definito così: “(…) voce che non esibisce nulla ma dal nulla é attratta. Voce che somiglia a tutte le voci e a nessuna. Voce di nessuno di noi”. Ugo De Vita (Roma, 1961) autore, attore, doppiatore, docente universitario. Ha lavorato per la TV, per il cinema e il teatro, compresi anche altri spettacoli di impegno civile. Emma Marrazzo è la madre di Luana D’Orazio.  H 19:00 Assemblea: Povero lavoro! Rompere la catena degli appalti, invertire la rotta delle esternalizzazioni In questi giorni in cui l’ennesima rappresentazione fiabesca del “Salario Giusto” irrompe su tutti i teatri mediatici, le vertenze che abbiamo animato in questi ultimi anni ci restituiscono una verità diversa, denunciando il sistema delle filiere degli appalti che costruisce carriere scintillanti per dirigenti pubblici e privati sulle spalle di lavoratrici e lavoratori, stretti tra salari iniqui e condizioni di estrema precarietà. Ragioniamo insieme intorno a una campagna di nuova ripubblicizzazione del welfare e dei servizi in appalto, verso lo sciopero del settore il prossimo 12 giugno.  H 20:30 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi Tappeto musicale e convivialità Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo United we bargain – Festival del sindacalismo conflittuale proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
DINAMOpress
Spettri cinesi e il ritorno dello Stato
La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea annuale della “sua” Confindustria, le Considerazioni finali del Governatore della Banca di Italia Fabio Panetta non sembrano all’altezza dell’epoca. Segnalano consonanza con la premier Giorgia Meloni e, in modo diverso indubbiamente, mancano di coraggio – nonostante le intenzioni, soprattutto di Orsini. Dipingono il declino, ma poi celebrano resilienza e fiducia. Qualche spiraglio, senz’altro, si intravede e alcune proposte – in particolare di Panetta – vanno prese sul serio; in generale, però, faticano a emergere visioni alternative a tutto ciò che ha contribuito, negli ultimi trent’anni, a fare dell’Italia fanalino di coda per quanto riguarda i salari, nonché il Paese più vecchio d’Europa, dal quale i e le giovani, soprattutto se formati e formate, fuggono senza sosta. A seguire, una circoscritta analisi comparativa delle due relazioni, con una congettura sull’alternativa necessaria; necessaria, anche, per non consegnare il governo alle larghe intese, prima, a Vannacci subito dopo. L’ANTICRISTO CINESE Fin nell’esordio della sua relazione, Orsini indica le colpe europee: troppa burocrazia, poco sostegno alla competizione (leggi: soldi alle imprese, all’innovazione tecnologica per le imprese). E se l’Europa arranca, anche a causa della guerra e dell’aumento dei costi, la Cina è la vera superpotenza industriale. Ma lo è perché gioca sporco: «La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovra-capacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra». > Come avremo modo di vedere, non vi è mai, nelle parole di Orsini, > un’ammissione di colpa da parte delle aziende italiche. L’Europa sbaglia, non > perché non ha un federale governo del tesoro, con fisco, welfare e salari > finalmente allineati, ma perché non regala risorse pubbliche a sufficienza > alle imprese. Inondando il mercato di regole e cavilli, che, invece di > sostenere gli «animal spirits», li atterriscono. Sul problema della Cina, le parole di Panetta sono indubbiamente meno sguaiate. Ma non per questo meno taglienti. L’avanzo commerciale cinese mina la stabilità economica mondiale, al pari del disavanzo americano: «Anche la Cina ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale, con una crescita del 5 per cento. A fronte di una domanda interna debole, le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali. È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo: non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche. […] Gli Stati Uniti rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa. […] Negli Stati Uniti il disavanzo è alimentato dall’elevato deficit pubblico e dal basso risparmio delle famiglie. In Cina l’avanzo rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura. In Europa l’avanzo segnala la cronica difficoltà di trasformare il risparmio in investimenti innovativi». Parole più miti, indubbiamente, ma stessa polemica: visto che il Partito Comunista cinese continua a comprimere la domanda interna (ma è del tutto vero?), dati i dazi di Trump, la sovra-capacità produttiva cinese invade i mercati mondiali, in particolare ma non solo l’Europa, la Germania e l’Italia ancora più precisamente. Perché non dire che l’Europa in generale, Germania e Italia e con loro la filiera dell’automotive, nulla hanno fatto per tenere il passo nella sfida dell’elettrico? Certo, per dirlo senza infingimenti, andrebbe una volta per tutte chiarito che il Green New Deal è saltato in aria a causa della guerra in Ucraina e, a seguire, della catastrofe mediorientale. In entrambi i casi, i fossili russi e a stelle a strisce ne escono vincenti, mentre l’automotive in Germania avvia la ristrutturazione bellica.  Vi è poi un denso e articolato non detto nelle relazioni che stiamo analizzando: per quale motivo gli Stati Uniti possono permettersi due terzi del disavanzo mondiale? Cosa rende sostenibile l’impennata del debito pubblico statunitense? E per quale motivo, poi, l’impennata del debito pubblico si è imposta negli ultimi venti anni – dal 70% in rapporto al PIL, nel 2008, ha superato il 120% nel 2025? Cosa ha spinto la Federal Reserve a pompare senza freni liquidità nei mercati finanziari, così acquistando Treasury Bonds di cui, però, si è imposta l’emissione? E per quale motivo, poi, Apple e Tesla, per fare solo degli esempi, hanno investito in Cina? Semplicemente, per fare un favore ai cinesi? Domande che Panetta, tanto meno Orsini, si pongono e che, con risposte semplici, potrebbero aiutarci a comprendere. Il dominio planetario del dollaro, come «denaro mondiale» e riserva di valore, anche se in declino continua a garantire il debito pubblico: fin quando i T-bond saranno considerati sicuri, perché denominati in dollari, allora potranno essere emessi. Vero è che il debito pubblico americano è cresciuto vertiginosamente per salvare le banche too big to fail dal crack dei mutui subprime: dal 2008 al 2013, è passato da 10 trilioni a 16 trilioni di dollari. Vero che le politiche fiscali regressive di Trump (primo mandato, ma ora anche peggio) lo hanno enormemente accresciuto. Vero che le risposte fiscali di Biden al Covid hanno fatto il resto. Senza la crisi del 2008, però, nulla si capisce delle politiche monetarie espansive che hanno cambiato segno solo con la ripresa della dinamica inflativa (2021-2023), esito del lockdown, della guerra in Ucraina, delle strozzature delle catene del valore. EUROBOND: MA PER CHI? La relazione di Orsini e ovviamente le Considerazioni di Panetta insistono sugli eurobond. Ciò è bene, perché senza eurobond l’Europa non può farcela. Di più, senza eurobond, non può farcela il welfare europeo, il modello sociale europeo più in generale. Entrambi, legano il debito comune all’unione dei risparmi e dei capitali: la mobilitazione del risparmio privato europeo (circa 30 trilioni di euro) è il grande tema che affligge le imprese quanto gli Stati, stimolando continuamente l’appetito dei grandi fondi di investimento americani. Colpisce, però, la sfacciataggine di Orsini: «Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri. Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema». L’Europa, colpevole di lacci e lacciuoli, può essere utile se emette debito comune e, senza neanche discuterne, lo devolve alle politiche industriali. Ciò, per sconfiggere la Cina. Anche in questo caso, le parole di Panetta sono più misurate, senz’altro più complete: «La strategia sull’Unione del risparmio e degli investimenti è un passo importante. Ma una vera integrazione finanziaria richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. Se fondato su un’adeguata capacità di bilancio comune, esso favorirebbe il finanziamento di investimenti di interesse europeo. Si eviterebbero le inefficienze di iniziative nazionali non coordinate e sarebbe più agevole mobilitare capitali privati su larga scala». > Gli eurobond, infatti, sono la condizione affinché un bilancio comune più > solido possa affermarsi. Al contempo, in combinazione con l’emissione > dell’euro digitale, potrebbero rafforzare in modo significativo la posizione > dell’euro come valuta globale, non solo continentale, generando così le > condizioni per l’ampliamento e la sostenibilità del debito comune stesso. Sia Orsini che Panetta, però, definiscono un perimetro stretto, per l’utilizzo del debito comune: energia, che per Orsini significa principalmente nucleare; sicurezza, che per entrambi vuol dire industria bellica; tech, che vuol dire ovviamente infrastrutture digitali (cloud e data center) e intelligenza artificiale. Intendiamoci, l’attenzione di Panetta per l’istruzione e la ricerca è sempre rilevante, a maggior ragione quando si tratta di mettere in evidenza le drammatiche mancanze italiane. E pure nella relazione di Orsini, sembrerà strano, la parola ‘ricerca’ compare. Ma non si capisce per quale motivo gli eurobond non debbano finanziare istruzione e ricerca principalmente, welfare e sostegno al reddito, in particolare tenuto conto l’impatto, sull’occupazione, dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Soprattutto, non è chiaro se la capacità di spesa pubblica comune resa disponibile dagli eurobond sia destinata alle imprese private – della sicurezza, dell’energia, del tech – o se invece abbia l’obiettivo di dare vita a grandi public utilities continentali. In verità, nel caso di Orsini la risposta è chiara, ma pure l’omissione di Panetta non rassicura. di Angelo Benedetto (Flickr) DECLINO ITALIANO Mentre Orsini blandisce Meloni, Panetta non fa sconti e, con passaggi decisivi, chiarisce l’entità della crisi. Un passaggio, tra gli altri, merita attenzione: «Dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000. Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie». Pochi laureati, ancora, rispetto alla media europea. Ciò nonostante, fuga senza sosta dei giovani qualificati; la domanda delle imprese, infatti, rimane debole. Ma Panetta sa arrivare anche al punto – ciò lo rende più interessante, e più utile per chi cerca strade alternative, di Orsini: non basta colpevolizzare i giovani perché non scelgono le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), né accanirsi con coloro che né studiano né cercano lavoro (i NEET, che in Italia sono tanti), ma occorre riconoscere che «un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione». Siamo di fronte al punto più alto, e senz’altro più condivisibile, delle Considerazioni del Governatore. Orsini, da parte sua, riconosce che in Italia esiste una drammatica questione salariale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese. I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e l’unico per molte piccole realtà». Ma poi celebra il Governo e il decreto-legge “Primo maggio”, l’ultimo della serie, e conclude: «Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla». Non c’è che dire, Orsini non sa cosa sia la vergogna. E, ovviamente, neanche una parola sui dati in ultimo presentati dal Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari a 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio che va dal 2015 al 2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è stata inferiore alla media UE, +4,5%. Dato che fa la differenza, a maggior ragione se abitudine italica prevalente è quella di colpevolizzare il capitale umano, riguarda gli investimenti privati (delle imprese) in ricerca e sviluppo: 17 miliardi, nel 2024, «valore nettamente inferiore ai 92 miliardi di euro della Germania e ai 42 miliardi di euro della Francia». No, questi numeri per Orsini non esistono, dunque bene chiedere a Meloni il rafforzamento della ZES unica. EQUITÀ FISCALE E RITORNO DELLO STATO INVESTITORE Vi è un sussulto di dignità anche in Orsini – difficile da credere, ma è così: «L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». D’altronde, la stessa Bankitalia ha censito che il volume annuo degli aiuti a fondo perduto alle imprese è triplicato nell’ultimo quinquennio, passando da circa 6 miliardi all’anno del biennio 2018-2019 a circa 18 miliardi tra il 2020 e il 2025. Comunque, benissimo, siamo d’accordo. > Sorge spontaneo il dubbio: non è che si sta cercando un modo per a) non > affrontare, come invece si deve, il problema della tassazione progressiva dei > redditi da capitale, più in generale della ricchezza, e per b) colpire solo > professionisti e piccole imprese (la flat tax di cui godono, intendiamoci, > rimane intollerabile)? Panetta, invece, di fronte ai numeri del declino, riscopre lo Stato investitore diretto, e lo fa in particolare riferendosi ai ritardi delle imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale: «Lo Stato può inoltre agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni. Anche la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Amministrazioni pubbliche può accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese». La proposta è senz’altro convincente, da rilanciare. Ma si tratta semplicemente di ridurre il rischio per i pionieri o di prendere atto che, senza pianificazione economica e intervento pubblico, la transizione digitale porta con sé, quanto meno ma non solo in Italia, ritardi, squilibri, fallimenti, disoccupazione (del lavoro cognitivo automatizzabile)? CONGETTURE Mettiamo il caso che, nelle prossime elezioni italiane, l’eccedenza che ha fatto stravincere il ‘no’ al referendum sulla riforma della giustizia decida di mandare a casa Meloni. Fatto non scontato – un pareggio, al momento, è difficile da escludere. Non scontato, ma possibile. La domanda, per un Governo che si vuole seriamente alternativo alle destre, è dunque la seguente: esiste un cervello (collettivo) capitalistico, in Italia? Se sì, quali parole meglio lo rappresentano? > La risposta che qui si propone è tranchant: in Italia manca, e da tempo, un > cervello capitalistico capace di visione, tempi lunghi, respiro; quel poco che > emerge viene dalla Banca d’Italia e più in generale dalle élite europeiste (in > molti casi tecnocratiche), mentre Confindustria arranca frammentata, senza > scuse, provinciale e arrogante al contempo. Per mobilitare l’eccedenza, dunque, e quindi per provare a governare, la ricetta è semplice e per questo, in prevalenza, messa a tacere dai media mainstream: tassare i ricchi; indicizzare automaticamente i salari all’inflazione; raddoppiare la spesa pubblica, in rapporto al PIL, in istruzione, università e ricerca; promuovere il pieno federalismo europeo, gli eurobond, l’euro digitale – contro la dollarizzazione dell’economia europea a mezzo stablecoin; salario minimo e reddito di cittadinanza, insieme e non l’uno contro l’altro; pianificazione democratica e aziende pubbliche per i settori strategici dell’innovazione tecnologica ed energetica; rilancio della sanità pubblica. Al di sotto della proposta sopra tratteggiata, non si vince; senza realizzarne una parte significativa, si rischia, se va bene, l’effetto “Tsipras”, se va male si consegna il Paese a Vannacci – come d’altronde SPD (prima) e CDU (adesso) sembrano fare con AfD in Germania. Bene sapere che non c’è alchimia politica (campo, coalizione, ecc.) che possa realizzare, senza convulsioni e fratture, crisi e arretramenti, l’articolato programmatico di cui sopra. Al quale si aggiunge, ma è una premessa, il contrasto alle guerre tutte e all’industria bellica. Occorre dunque essere consapevoli che, senza movimenti sociali e sindacali di massa, in Italia e in Europa, anche le intenzioni migliori possono evaporare nel giro di una stagione. Il tema, allora, sarà: possibile combattere, dal basso e dall’alto, secondo una inedita co-articolazione di eterogenei, per strappare l’alternativa metro dopo metro? Solo collettivamente, sperimentando, si potrà provare a rispondere alla domanda. Ma è bene cominciare a porla. La copertina è di Luca Di Ciaccio (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Spettri cinesi e il ritorno dello Stato proviene da DINAMOpress.
June 3, 2026
DINAMOpress
Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo
Le elezioni del 31 maggio hanno aperto uno scenario che fino a poche settimane fa appariva quantomeno poco probabile: alla chiusura dei preconteggi del voto del primo turno delle presidenziali, con il 58,7 per cento di partecipazione elettorale, l’ex outsider dell’estrema destra Abelardo de la Espriella della lista “Firme por la Patria”, filo trumpiano e difensore dei paramilitari, sfiderà con il 43.74% il candidato del Pacto Histórico, candidato della coalizione “Alianza por la vida”, Iván Cepeda Castro, secondo con il 40.90%, il prossimo 21 giugno al ballottaggio per le presidenziali in Colombia. Quel giorno si definirà il nuovo governo che a partire dal prossimo 7 agosto si insedierà alla Casa de Nariño, il palazzo presidenziale nella capitale colombiana, a seguito del primo governo di sinistra della storia colombiana che durante questi ultimi quattro anni è stato guidato da Gustavo Petro: sarà una virata verso una nuova estrema destra, che va oltre (e con) l’uribismo, nel solco di Trump, Milei, Noboa e Bukele, e della ripresa della guerra, dell’estrattivismo e del paramilitarismo, o si riuscirà a rilanciare nelle urne la continuità di una proposta di governo progressista e popolare, con l’orizzonte della pace e della giustizia sociale? Se nelle scorse settimane questa seconda opzione sembrava la più probabile, dopo il primo turno lo scenario è fortemente riconfigurato: da mesi era in testa nei sondaggi la formula che vede candidato presidente Iván Cepeda Castro, senatore di sinistra, figura riconosciuta delle lotte per i diritti umani, fondatore del movimento delle vittime dei crimini di Stato (suo padre fu un leader politico della Unión Patriótica assassinato dai paramilitari nel 1994), con Aida Quilcué, leader del movimento indigeno del Cauca ed ex senatrice, oggi candidata vicepresidenta. Insieme hanno riempito le piazze con grandissime mobilitazioni, forti del sostengo popolare al presidente e al governo uscente (il più alto degli ultimi decenni) e dei buoni risultati delle elezioni parlamentari dello scorso marzo dove il Pacto Histórico si era confermato primo partito a livello nazionale. > Ma questa volta il primo turno è di fatto diventato un secondo turno > anticipato, con il voto dell’elettorato di destra spostato direttamente su > Abelardo de la Espriella, che ha fatto irruzione nell’ecosistema digitale > negli ultimi mesi, con un forte sostegno dell’estrema destra a livello > internazionale e statunitense in particolare, convogliando sulla sua figura i > voti della destra tradizionale. Infatti, la candidata del partito Centro Democratico, la destra (estrema) tradizionale dell’uribismo, Paloma Valencia, dopo aver ottenuto oltre 3 milioni di voti alle primarie di marzo, si è fermata al 6.92%, non andando oltre il milione e seicentomila voti: è evidente che gran parte del suo elettorato ha votato direttamente il candidato visto come favorito per affrontare la proposta della continuità dell’attuale governo di sinistra, e che l’alleanza con il centrodestra moderato di Oviedo, dichiaratamente omosessuale e candidato vicepresidente con Valencia, non ha pagato in termini elettorali (e proprio Oviedo difficilmente sosterrà, a differenza di Valencia, il voto per Espriella, apertamente omofobo e misogino, aprendo una contesa anche su un settore di votanti di centrodestra in vista del secondo turno). Quarto il centro moderato di Fajardo, con il 4,26 %, pochissime percentuali per tutti gli altri e le altre candidate, a partire dall’ex sindaca di Bogotà Claudia López, che per poco non ha raggiunto l’1 per cento. * * Seppur questo risultato è apparso in buona parte inatteso, la figura di estrema destra di Abelardo de la Espriella stava crescendo in maniera significativa nelle ultime settimane nelle reti sociali e nei sondaggi, fino ad arrivare a presentarsi come il più votato al primo turno in vista del ballottaggio: se la sfida delle sinistre e del progressismo nei mesi scorsi era confrontarsi con l’eredità dell’uribismo, adesso la contesa è su un piano politico differente definito dal protagonismo di una figura nuova sullo scenario politico colombiano che, in sintonia con Trump, Milei, Bukele e Noboa, punterà sulle politiche tradizionali dell’estrema destra, oltre a promettere di “sventrare la sinstra e incarcerare i suoi dirigenti”, minacciando di usare la forza contro Petro e Cepeda (in un paese devastato dalla violenza, reduce da genocidi politici e terrorismo di stato,  queste parole detto da un avvocato difensore dei paramilitari e dei narcotrafficanti pesano veramente tanto). > Nel programma di Abelardo de la Espriella troviamo le ricette dell’estrema > destra a livello internazionale: allineamento strategico in politica estera > con gli Stati Uniti e Israele, smantellamento del pubblico, mano dura > repressiva, intensificazione della guerra. Le proposte vanno dalle carceri speciali alla Bukele, fino ad un intenso e duro attacco contro le politiche sociali e le conquiste di questi anni di governo progressista, misure contro l’aborto e i diritti lgbtqi+, smantellamento della giustizia transizionale e degli accordi di pace, politiche in favore dell’impresa privata e dei latifondisti, misure in favore dell’estrattivismo e contro la transizione energetica. Con il 43,7 per cento dei voti (che corrisponde a 10.361.499 voti), De la Espriella andrà al secondo turno forte del sostegno di Uribe e della destra tradizionale, mentre Iván Cepeda, con il 40,9 per cento, avendo ottenuto il numero più alto di voti nella storia della sinistra al primo turno elettorale delle presidenziali in Colombia, con 9.688.361 voti (ben un milione in più rispetto al primo turno di Petro di quattro anni fa), dovrà comporre alleanze con parti del centro moderato, ma soprattutto conquistare voti tra le milioni di persone che si sono astenute al primo turno, che potrebbero votare, almeno in parte, al ballottaggio, e che saranno decisive per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Cepeda ha vinto sulla costa dei Caraibi, sulla costa Pacifica, nelle regioni più povere e marginalizzate, ed in quelle colpite storicamente dalla guerra, ma anche nelle grandi città della costa, a Cali e Bogotá (seppure nella capitale con risultati che si possono migliorare); nelle regioni interne, a Medellin e in alcune delle aree colpite dalla crisi umanitaria degli ultimi anni, ha invece vinto Abelardo, riproducendo una mappa elettorale simile a quattro anni fa. Saranno tre settimane decisive per mantenere la speranza e difendere la democrazia per delle elezioni che hanno un valore che andrà bel oltre i confini nazionali colombiani e riguarda quantomeno lo scenario latinoamericano, se non oltre: la contesa sarà durissima, venti giorni di campagna elettorale decisive per la definizione del prossimo presidente in un paese ancora più fortemente polarizzato di quanto non lo fosse già. Quattro anni fa, Petro ha recuperato oltre tre milioni di voti tra il primo e il secondo turno, vincendo le presidenziali, nonostante la somma dei voti del primo turno dei due candidati di destra fosse superiore a quanto ottenuto, in termini di numeri di voti, dalla sinistra. > Seppure ci troviamo in uno scenario differente e difficile, la possibilità di > tornare a vincere per le sinistre è aperta, e queste tre settimane di campagna > saranno decisive per negoziare accordi elettorali ma anche e soprattutto per > convincere nuovi votanti in uno scenario più polarizzato che mai. Da ieri è cominciata una campagna elettorale completamente nuova, dove ogni passaggio, ogni parola e azione saranno decisive, e dove è in gioco non solo la scelta di un presidente, ma il futuro del paese, la possibilità stessa della democrazia, della pace e della difesa della vita in un paese che viene da sessant’anni di conflitto armato, diseguaglianza e violenza, e che in questi quattro anni ha conosciuto importanti avanzamenti e iglioramenti in termini di crescita economica, di diritti sociali e condizioni socio-economiche, dall’innalzamento del salario minimo all’abbassamento del tasso di disoccupazione ed informalità, con significativi avanzamenti per i diritti del lavoro, delle economie popolari e delle comunità indigene ed afrodiscendenti, in un panorama però segnato anche dai limiti incontrati dal processo della pace totale e da una nuova intensificazione delle violenze dei gruppi armati e del narcotraffico. In questo scenario, bisogna tener conto del contesto geopolitico, oltre a quello ideologico: un fattore di grande importanza è l’influenza sulle elezioni dell’ingerenza statunitense, passato negli ultimi mesi per le minacce di Trump di bombardare la Colombia e le misure contro Petro (dopo l’attacco contro il Venezuela a gennaio, mentre continuano le minacce e il blocco criminaale contro Cuba), ai dazi e alle tensioni militari al confine con l’Ecuador attraverso le politiche del presidente filo trumpiano Noboa, fino alle fake news e agli ingenti finanziamenti per campagne mediatiche e nelle reti sociali contro il governo Petro che arrivano da tanti esponenti dell’estrema destra statunitense e latinoamericana: un campo di battaglia decisivo in vista del ballottaggio. > Nelle piazze, nelle reti sociali e nelle strade ieri sono cominciate le > mobilitazioni per questo secondo turno elettorale: nei quartieri popolari e > nelle università, in tanti e tante sono scese in strada per fare campagna e > difendere la democrazia e la vita contro l’estrema destra, e per dare > continuità al progetto di trasformazione sociale cominciato con gli accordi di > pace, le rivolte sociali e il governo Petro. Ivan Cepeda, dopo aver chiesto di attendere i risultati ufficiali dello scrutinio elettorale, denunciando rischi di frodi elettorali nel preconteggio, a seguito dell’annuncio del presidente Petro, che ha presentato una denuncia di una alterazione del censo elettorale corrispondente a poco più di 800mila voti (poco più della differenza di voti tra De La Espriella e Cepeda), ha dichiarato che bisognerà mobilitarsi per vincere le elezioni contro il fascismo e il paramilitarismo, e per continuare il progetto del cambiamento sociale e politico in Colombia. Poche ore dopo, il presidente Petro ha dichiarato: “Abbiamo tutti il dovere morale di lottare contro il fascismo mafioso che ha governato per decenni la Colombia con Uribe e che oggi vuole tornare al potere con Abelardo. Ma Abelardo ha perso nella sua regione natale, ed è stato sconfitto in tutta la regione dei Caraibi: la gente del suo territorio sa cosa può succedere se un fascista difensore del paramilitarismo torna al potere. Invito tutte le persone democratiche a unirsi per difendere la democrazia contro la morte che si avvicina. Invito la gioventù colombiana a votare in massa per difendere la vita. Oggi serve una vera e grande alleanza per la vita”. Dalla forza e dall’efficacia di questa alleanza per la vita passerà la possibilità e la speranza della Colombia, dell’America Latina e oltre, per resistere alla guerra e al fascismo e all’estrattivismo, e per costruire orizzonti politici di trasformazione nel regime di guerra globale.   Immagine di copertina a cura di Alioscia Castronovo, mobilitazione contro l’ingerenza di Trump in Colombia, Bogotá, 2026. L'articolo Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo proviene da DINAMOpress.
June 2, 2026
DINAMOpress
Studentə migrantə e diritto riproduttivo: un cortocircuito italiano
Stella (nome di fantasia) ha ventidue anni e studia veterinaria all’Università di Pisa. Viene da un Paese extra-UE ed è arrivata in Italia tramite visto di studio. Frequenta le lezioni universitarie, sostiene gli esami, conduce la sua vita. Stella ha rapporti sessuali e, come può accadere, resta incinta. Non vuole portare avanti la gravidanza: vuole abortire. Perché? Perché è studentessa, giovane, straniera? Per qualsiasi altra ragione? Non è questo il punto. Non è affar nostro: riguarda solo Stella. Quello che dovrebbe richiamare urgentemente la nostra attenzione è invece la difficoltà che Stella incontra nel portare avanti la sua scelta: una scelta sul proprio corpo, che parla del diritto di decidere se, quando e come riprodursi. Una scelta che dovrebbe essere sempre possibile, accessibile, sicura e gratuita, per tuttə. IL CONTESTO GIURIDICO In Italia, il percorso di IVG è tutt’altro che semplice. Il contesto giuridico in cui operiamo è quello di una legge, la 194, che concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare e prevenire, non come un desiderio da garantire nel modo più rapido e sicuro possibile. Questa legge, frutto di compromessi storici con la Democrazia Cristiana, lega a doppio filo l’aborto a una gravidanza che comporti «un serio pericolo per la salute fisica o psichica» della gestante, oppure a particolari ragioni economiche, sociali e familiari. Deve esserci sempre una giustificazione. > Non si contempla la possibilità di non desiderare la genitorialità, nella > propria vita o in uno specifico momento dell’esistenza. La stessa legge > istituisce la cosiddetta “settimana di riflessione” dopo il rilascio del > certificato di IVG (articolo 5) e l’obiezione di coscienza (articolo 9), oggi > praticata da circa il 65% del personale medico. Questa percentuale è possibile perché, pur prevedendo che gli ospedali siano tenuti a fornire il servizio di IVG, non vengono posti limiti all’obiezione di coscienza. Si arriva così a situazioni in cui il 100% del personale è obiettore e quindi non si praticano interruzioni: in questi casi si parla di obiezione di struttura. Come se non bastasse, le associazioni antiabortiste (articolo 2) sono legittimate a essere presenti in consultori e ospedali sotto le spoglie di «associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Il loro ruolo, però, è da sempre quello di cercare di dissuadere e stigmatizzare chi sceglie l’aborto. Molte delle difficoltà che si incontrano quando si vuole abortire in Italia — e le strategie esistenti per aggirarle — sono indicate nella guida  IVG Senza Ma, materiale prodotto dal basso che contiene informazioni tecniche su come, entro quando e in che modo sia possibile accedere ai diversi tipi di IVG in Italia. La possibilità di abortire è prevista legalmente entro i primi novanta giorni: con metodo chirurgico fino alla dodicesima settimana e farmacologico fino alla nona. Per avviare il procedimento serve un certificato, rilasciato da medici, consultori o anche online in telemedicina. Nonostante l’imposizione della settimana di riflessione, in teoria il medico può richiedere l’urgenza per abbreviare i tempi; nella pratica, però, accade raramente. Inoltre, molte strutture impongono illegittimamente ulteriori passaggi non previsti neppure dalla controversa 194, come l’ascolto del battito fetale. Tutto ciò comporta ritardi e ulteriori disagi. Per abortire dopo le dodici settimane devono essere presenti motivazioni legate alla salute fisica o psicologica della persona incinta, da dimostrare tramite valutazione psichiatrica, così da poter ricorrere al cosiddetto “aborto terapeutico”. Per alcune categorie più vulnerabili, come le persone minorenni e straniere, gli ostacoli aumentano e assumono forme molto specifiche. SSN PER CHI? Quando si è stranierə in Italia, il primo nodo da sciogliere riguarda il diritto all’assistenza sanitaria. Possono iscriversi al SSN: lavoratrici e lavoratori; persone con ricongiungimento familiare; richiedenti asilo e titolari di protezione; persone in gravidanza; minori; persone detenute; persone in attesa di regolarizzazione. Questo consente di accedere agli ospedali, agli ambulatori e all’intera rete di consultori e medici di base. Il problema è che anche chi ne ha diritto incontra spesso difficoltà linguistiche, richieste burocratiche aggiuntive, informazioni incomplete o errate. Inoltre, l’iscrizione è gratuita per le persone con permesso di soggiorno, mentre è a pagamento per chi possiede un visto. Nel secondo caso si tratta di costi molto elevati, difficili da sostenere da un giorno all’altro, soprattutto in una situazione urgente come un’interruzione di gravidanza. A queste forme di iscrizione si aggiungono le possibilità di ricorso a codici specifici, come STP ed ENI. L’STP è un codice per persone straniere irregolarmente presenti sul territorio e significa “Straniero Temporaneamente Presente”. È una tessera valida sei mesi su tutto il territorio nazionale, rilasciata dalle aziende sanitarie o dagli ospedali locali.Se cittadinə UE di passaggio o non regolarmente soggiornante in Italia, è possibile esibire la TEAM (Tessera Europea di Assicurazione Malattia), parte integrante della tessera sanitaria di uno Stato membro dell’UE. In sua assenza si può richiedere il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”), che consente di accedere ai servizi sanitari anche senza iscrizione al SSN e garantisce l’accesso gratuito alle prestazioni ambulatoriali urgenti o comunque essenziali per le persone prive di risorse economiche sufficienti.  Lo status migratorio determina quindi modalità, tempi e costi di accesso alle cure. L’aborto, tuttavia, è una pratica medica salvavita che non concede il lusso di rimandare o attendere, soprattutto in un Paese in cui la 194 impone già sette giorni di attesa – nonostante l’OMS stessa indichi che prima avviene l’aborto più è sicuro.  STELLA Il caso di Stella — quello del visto di studio — è particolarmente complesso, perché questo tipo di documento non garantisce la copertura sanitaria gratuita. Per accedere all’IVG Stella deve effettuare l’iscrizione volontaria al SSN tramite una procedura burocraticamente complessa e costosa, valida soltanto per l’anno solare. Nessuno le spiega questi passaggi. Nei presidi medici territoriali  ci sono mediatrici o mediatori culturali, non ci sono traduttorə. Alcune persone indirizzano Stella a noi di Obiezione Respinta, che facciamo accompagnamento all’IVG. Da lì inizia una corsa contro il tempo: trovare 700 euro in pochi giorni, recarsi al CUP per ricevere il bollettino, poi alle Poste e di nuovo al CUP con la ricevuta, ottenere una tessera sanitaria temporanea — che, avendo validità annuale, se fatta alla fine dell’anno durerà solo pochi mesi — e scegliere un medico di base. Bisogna poi fissare un appuntamento con il medico per prescrivere le analisi del sangue e ottenere il certificato, attendere i risultati e, nel frattempo, trovare posto per l’IVG. Per aiutare Stella a coprire almeno una parte del costo abbiamo aperto una campagna GoFundMe, diffusa attraverso i nostri social. Abbiamo spiegato la situazione, denunciando la difficoltà per le persone straniere con determinate posizioni amministrative ad accedere all’aborto. Siamo rimastə senza parole nel vedere che in dieci minuti avevamo già raggiunto la cifra necessaria. Sorellanza e mutuo aiuto rappresentano un mondo di legami e pratiche dotate di una potenza straordinaria. Tuttavia, questa campagna — e non è la prima volta — ci ha anche postə al centro di un ciclone di aggressività e violenza social. Moltə hanno espresso i soliti giudizi non richiesti; altrə ci hanno accusato di voler truffare le persone e di mentire, sostenendo che le persone migranti avrebbero diritto all’IVG gratuita. Questi commenti dimostrano una sostanziale ignoranza della normativa. La gratuità vale infatti solo per alcunə. Come già sottolineato, riguarda chi può richiedere il codice STP, che consente di effettuare visite e accedere a consultori e ospedali, comprendendo anche l’interruzione volontaria di gravidanza con esenzione dal ticket. Questo codice, però, è richiedibile solo da persone irregolarmente presenti sul territorio italiano. > Una persona con visto studentesco, dunque, non essendo irregolare, non può > richiederlo. E non può richiedere nemmeno il codice ENI, accessibile solo a > cittadinə europeə indigentə e non iscrittə al SSN. Anche all’interno > dell’Unione Europea, dunque, l’accesso ai servizi riproduttivi dipende dalla > posizione amministrativa e dalla capacità di dimostrare la propria situazione > economica. Reperire queste informazioni è difficile persino per noi, che siamo cittadine italiane, parliamo bene la lingua e conosciamo le procedure relative all’IVG. Come può orientarsi una persona che non parla italiano? Abortire può essere sicuro solo quando sappiamo dove andare, a quale procedura possiamo accedere, con quali tutele e modalità. ABORTO COME PRATICA DI MUTUO AIUTO In una procedura sanitaria vincolata ai tempi come l’interruzione volontaria di gravidanza, ostacoli amministrativi e ritardi burocratici possono rendere più difficile — o persino impedire — l’accesso tempestivo alle cure. Per le persone senza cittadinanza italiana, soprattutto se prive di permesso di soggiorno — ma, come abbiamo visto, non solo — l’accesso all’IVG può dipendere dalla capacità di orientarsi tra codici sanitari, iscrizioni al SSN, documentazione richiesta e modalità di presa in carico che non sempre risultano chiare o uniformi. Per questo sono necessari servizi in grado di garantire accessi a bassa soglia e informazioni sicure, come dovrebbero fare i consultori, spesso primo punto di accesso ai servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva. Oltre a fornire informazioni e assistenza sanitaria, i consultori svolgono un’importante funzione di orientamento, aiutando le persone a comprendere i propri diritti e a entrare in contatto con le strutture ospedaliere competenti. Tuttavia, anche in questo ambito emergono forti disuguaglianze territoriali. La presenza dei consultori sul territorio nazionale è disomogenea, così come la disponibilità di figure professionali specifiche, come mediatrici e mediatori culturali. La legge italiana garantisce formalmente l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza anche alle persone straniere, comprese quelle prive di permesso di soggiorno. Nella pratica, però, il diritto passa attraverso una rete complessa di codici, iscrizioni, documenti e procedure amministrative. E ancora una volta le risposte arrivano dal basso. Obiezione Respinta non è un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le forme di mutuo aiuto che portiamo avanti sono strumenti collettivi per condividere informazioni, esperienze e pratiche di supporto, trasformando l’IVG in un terreno di rivendicazione politica. L’aborto, la contraccezione e più in generale la salute riproduttiva continuano infatti a essere trattati come questioni marginali, eccezionali o moralmente controverse, anziché come aspetti fondamentali della salute e dell’autonomia delle persone. Per questo i nostri obiettivi si riassumono nel mettere in discussione il modo in cui l’accesso all’aborto viene regolato e raccontato in Italia, e nel renderlo concretamente possibile laddove emergano limiti, difficoltà e ostacoli. Si riassumono nella possibilità di riuscire, collettivamente, ad aiutare Stella. Immagine di copertina di Luca Mangiacotti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Studentə migrantə e diritto riproduttivo: un cortocircuito italiano proviene da DINAMOpress.
June 1, 2026
DINAMOpress
«Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma
L’inchiesta descrive in dettaglio le continue minimizzazioni da parte degli organi stampa e istituzionali delle violenze perpetrate ai danni di militanti e attiviste antifasciste e antifascisti in contesti di manifestazioni di protesta contro il genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano o in generale in solidarietà con la causa palestinese. Negli ultimi due anni infatti le intimidazioni e le violenze verso chi esprime solidarietà con il popolo palestinese si sono fatte sempre più frequenti. Questo fenomeno, presente in tutto il mondo, si è verificato con particolare intensità nella città di Roma, soprattutto nel quadrante sud orientale della capitale. Il documentario ha l’obiettivo di far luce su quanto accaduto, per non lasciare queste violenze sotto silenzio. Pubblichiamo inoltre un’intervista esclusiva fatta al collettivo Restiamo umani, autore del documentario «Silenzio stampa». Di seguito il video integrale della docu-inchiesta realizzata da Restiamo umani e l’intervista di DinamoPress al collettivo promotere del progetto. -------------------------------------------------------------------------------- Perché avete sentito la necessità di realizzare questo documentario? Abbiamo sentito la necessità di realizzare questo documentario innanzitutto perché nessuno/a lo aveva ancora fatto al posto nostro. Lo spazio che le aggressioni di matrice sionista hanno trovato nella narrazione pubblica è sempre stato troppo poco e anche per questo abbiamo pensato che invece fosse necessario porre fine a questo silenzio. Noi siamo ragazzi e ragazze che, come tanti e tante altre/i, negli ultimi anni hanno attraversato e animato le mobilitazioni per la Palestina e ci siamo presto accorti/e che attorno a questa questione si respira, soprattutto nella città di Roma, un clima intimidatorio, che abbiamo sentito l’esigenza di raccontare. L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Come si è manifestata “l’impunità” di cui godono i soggetti autori delle aggressioni? L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Il secondo livello è quello dei media generalisti, che hanno taciuto o ribaltato la dinamica degli eventi, operando sulle cronache cittadine la stessa mistificazione che applicano al racconto del genocidio in Palestina. Infine, c’è un piano di agibilità pratica e fisica sul campo: la condotta delle forze dell’ordine, infatti, in diverse occasioni ha permesso a queste frange radicali di muoversi e colpire, molto spesso senza subire alcuna conseguenza giudiziaria e senza essere nemmeno identificate. Se i media “mainstream” hanno depistato e coperto le aggressioni di matrice fascio-sionista, quale deve essere il ruolo della stampa indipendente di fronte a quanto accaduto? Il ruolo della stampa indipendente e della contro-informazione deve essere non solo quello di denunciare l’omissione dei grandi media, ma anche quello di spezzare l’unilateralità del racconto pubblico e smontarne i meccanismi di funzionamento. Come diciamo proprio nei minuti finali della nostra inchiesta, infatti, il compito diventa quello di portare le prove dove si vorrebbe imporre il silenzio e di dare voce a una verità che i fatti non permettono più di ignorare. Se l’informazione generalista tende a derubricare queste forme di violenza politica ad anonimi scontri fra facinorosi e, come avviene ancora più spesso, ad invertire i ruoli tra aggrediti e aggressori, il giornalismo indipendente deve riuscire ad imporre un principio di realtà attraverso un lavoro d’inchiesta rigoroso, basato sulle testimonianze e sui riscontri oggettivi, per dimostrare che non siamo di fronte a episodi isolati ma a una strategia precisa. Inoltre crediamo che la forza del giornalismo indipendente risieda anche nel fatto che la realtà documentata sul campo è dotata di una forza intrinseca: quando si ricostruiscono i fatti con rigore, la verità diventa così solida e dirompente da riuscire a bucare la narrazione ufficiale. Il fine ultimo della contro-informazione deve essere proprio quello di trasformare la verità dei fatti, storpiata dal discorso dominante, in una consapevolezza diffusa e in un senso comune non più manipolabile. La copertina è a cura di Restiamo umani Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma proviene da DINAMOpress.
May 29, 2026
DINAMOpress
Enrico Gargiulo: «I protocolli riducono la visibilità delle scelte politiche»
C’è qualcosa di molto fragile e allo stesso tempo estremamente violento, negli scenari globali contemporanei. Guerre interconnesse, crisi permanenti, ridefinizioni tumultuose degli equilibri geopolitici: dentro questo quadro, l’effettività del diritto – a cominciare da quello internazionale – appare progressivamente più incerta, selettiva, intermittente. Ma proprio mentre si moltiplicano le rappresentazioni della crisi dell’ordine giuridico e politico, gli strumenti ordinari di amministrazione del potere rischiano di diventare ancora più invisibili e normalizzati. È per questa ragione che l’ultimo libro di Enrico Gargiulo, Protocollo. Uno strumento di potere (Elèuthera, 2026), assume una duplice utilità: analitica e politica. Il volume disegna un percorso immersivo dentro il concetto di protocollo, seguendone genealogie, trasformazioni, usi e funzioni. Con un approccio che attraversa storia, saperi giuridici e teoria critica, Gargiulo mostra come il protocollo non sia soltanto una procedura tecnica o amministrativa, ma un dispositivo capace di organizzare rapporti di potere, orientare comportamenti e produrre gerarchie. Un’analisi minuziosa, che però si sviluppa costantemente iscritta dentro uno scenario più ampio: quello delle trasformazioni contemporanee delle forme di governo. Nella prospettiva delineata dall’autore, sociologo dell’Università di Torino, il protocollo agisce infatti come un potente «neutralizzatore politico». Trasforma decisioni storicamente situate in procedure apparentemente inevitabili; sposta il conflitto dal terreno della scelta a quello dell’implementazione tecnica; contribuisce a presentare come neutrale ciò che è invece il prodotto di rapporti di forza, interessi e asimmetrie materiali.  E se è vero – come spesso è affermato nel dibattito pubblico, anche da prospettive molto differenti tra loro – che una delle cifre del presente è la progressiva scomparsa della politica, allora vale la pena seguire il percorso proposto da Gargiulo ed esplorare fino in fondo la portata del protocollo. Non solo per comprendere meglio questo specifico dispositivo, ma anche per interrogare più in generale le forme contemporanee del governo, della coercizione e dell’amministrazione delle condotte. Nel contesto attuale, segnato da ristrutturazioni violente dell’ordine neoliberale e da una crescente instabilità globale, come nasce l’esigenza di concentrarti proprio sul concetto di protocollo? C’è stato un episodio specifico da cui è nata l’idea di questa focalizzazione? Il mio interesse per il concetto di protocollo nasce da una curiosità relativa alle trasformazioni che interessano le modalità di governo contemporanee, sempre più segnate dall’uso di strumenti tecnici e amministrativi capaci di regolare la vita sociale. All’interno di scenari segnati da crisi, instabilità ed emergenze – vere o presunte – i protocolli si affermano come dispositivi centrali per affrontare l’incertezza, offrendo procedure standardizzate che orientano l’azione e riducono la necessità di decidere in maniera contingente. Ma il mio interesse per il concetto di protocollo nasce anche da curiosità più specifiche. > La gestione dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, in > particolare, è stata un momento fondamentale. Una vera e propria “pandemia di > protocolli” ha fatto seguito alla diffusione globale del virus: quasi ogni > gesto quotidiano, importante o meno che fosse, è stato regolato da una > procedura specifica, che andava rispettata in modo tassativo. Lo scenario internazionale, a sua volta, è stato determinante. Non a caso il libro si apre raccontando un episodio legato all’invasione israeliana della striscia di Gaza e al genocidio della popolazione palestinese. Dopo il secondo cessate il fuoco tra Israele e Hamas, presso lo Sheba Medical Center di Tel Aviv è stato realizzato in tempi rapidi un protocollo ad hoc per l’assistenza agli ostaggi liberati. In assenza di linee guida già disponibili, il personale medico si è basato su saperi esperti relativi a eventi simili per costruire una procedura operativa dedicata. L’episodio, se da un lato mostra come i protocolli siano strategici nei momenti di emergenza – situazioni inedite sono governate attraverso dispositivi formalizzati –, dall’altro rivela le asimmetrie nell’accesso a risorse fondamentali: la possibilità di costruire e applicare un protocollo efficace dipende da fattori materiali, cognitivi e relazionali distribuiti in modo diseguale. Le differenze tra il trattamento riservato agli ostaggi israeliani e quello destinato alle persone palestinesi liberate dalle carceri in cui erano detenute lo rende visibile in maniera evidente. Da considerazioni più generali e da episodi come questo nasce l’idea di focalizzarmi sul protocollo. Uno strumento che appare neutrale e tecnico ma che, in realtà, gioca un ruolo del tutto politico: mentre promette efficienza e uniformità contribuisce a riprodurre le disuguaglianze e a spostare l’attenzione dalle scelte alle procedure, spoliticizzando l’azione pubblica. Analizzarlo, dunque, significa interrogare le forme contemporanee del potere, in molti casi esercitate in modo indiretto, discreto e apparentemente neutrale. Come si inserisce il tema del protocollo nel tuo percorso di ricerca? Che continuità vedi con i lavori in tema di anagrafe, saperi di polizia, politiche dell’integrazione e della cittadinanza? Il filo conduttore è nel percorso di politicizzazione di dispositivi che tendono a presentarsi come neutri o puramente tecnici? Il concetto di protocollo è una sorta di filo rosso nei miei lavori. Rappresenta il punto di convergenza di interessi sviluppati nel tempo attorno ad ambiti diversi ma in qualche modo collegati: la cittadinanza e le sue trasformazioni; le politiche di integrazione della popolazione immigrata; il sapere di polizia, l’anagrafe e le sue performatività; gli strumenti amministrativi. Campi che, nella loro eterogeneità, condividono un elemento centrale: il ruolo strategico che strumenti tecnici e burocratici, privi di uno statuto giuridico chiaro, rivestono nella regolazione della vita sociale. L’attenzione per il concetto di protocollo, più in dettaglio, nasce da una curiosità maturata studiando dispositivi in apparenza banali ma, in realtà, capaci di influenzare concretamente i comportamenti agendo in modo prescrittivo e al contempo pedagogico. L’anagrafe è piuttosto rappresentativa: strumenti amministrativi che appaiono poco vincolanti e posti molto in basso nella scala delle fonti del diritto, come le ordinanze e le circolari sindacali, contribuiscono a garantire o a negare visibilità amministrativa a individui e gruppi e, quindi, a costruire disuguaglianze materiali e simboliche. > La polizia è altrettanto significativa: strumenti come i manuali o i > protocolli operativi indicano come classificare la popolazione e insegnano a > operare selezioni, riproducendo gerarchie sociali e distinguendo tra soggetti > “legittimi” e “illegittimi”. Le politiche di integrazione sono a loro volta > emblematiche: documenti di programmazione che appaiono come poco vincolanti > aiutano a strutturare il modo in cui guardiamo alle relazioni sociali tra > persone “native” e “immigrate”, nascondendo processi politici e decisioni che > regolano in maniera selettiva il diritto al soggiorno e il riconoscimento > dell’appartenenza. Il filo conduttore che lega cose diverse tra loro, dunque, è il carattere profondamente politico di dispositivi che tendono a presentarsi come tecnici o ad apparire banali e scontati. Il protocollo, in questo senso, incarna perfettamente il rapporto ambiguo tra tecnica e politica, tra la neutralità apparente delle decisioni e l’esercizio effettivo, e in una certa misura arbitrario, del potere: è, parafrasando il titolo di un libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson (Border as Method), un metodo di governo. Analizzarlo significa allora rendere visibile ciò che normalmente resta opaco, mostrando come la gestione delle popolazioni si eserciti attraverso pratiche quotidiane e apparentemente innocue. Nel libro utilizzi il paradigma della soft law per descrivere il funzionamento del protocollo: un dispositivo il cui carattere coercitivo è spesso poco evidente. Se dovessi sintetizzare, qual è oggi il peso specifico del protocollo nelle forme contemporanee di governance? Nello scenario contemporaneo, il protocollo ha un peso sempre più rilevante nelle pratiche di governo. In particolare quando assume la forma della cosiddetta soft law: un insieme eterogeneo di documenti contenenti indicazioni tecniche o operative – linee guida, libri “colorati” (blu, giallo, bianco, ecc.), manuali – che, pur non avendo lo status formale di norme giuridiche, sostituiscono la legge tanto da produrre effetti vincolanti e da incidere concretamente sui comportamenti, suggerendo buone pratiche e provando a uniformare le condotte, standardizzandole. > Allo stesso tempo, si comporta come una pseudo-legge, capace di integrare una > normativa generica o inadeguata. È assimilabile perciò a uno strumento di > infra-diritto, che in apparenza va a definire in dettaglio i contenuti di una > norma ma che, di fatto, finisce per introdurne una ex novo, consentendo così > una regolazione flessibile, adattabile a contesti diversi e particolarmente > efficace nella gestione di situazioni complesse o emergenziali. Il protocollo, date le sue caratteristiche, svolge una funzione politica precisa: permette di governare “a distanza”, delegando agli esperti la definizione delle procedure e spostando il conflitto dal piano delle decisioni a quello dell’implementazione tecnico-operativa. In sostanza, è un meccanismo capace di ridurre la visibilità delle scelte politiche e di proteggere i decisori dalle critiche, contribuendo a una forma di spoliticizzazione. Il risultato è una particolare modalità di esercizio del potere, fondata su strumenti informali, flessibili e apparentemente neutri che, tuttavia, mantengono un forte carattere normativo. In uno scenario del genere, “protocollo” è il nome generale che possiamo dare a dispositivi che veicolano decisioni scaturite da percorsi poco visibili ma non per questo meno incisivi. Il contenimento della mobilità è uno degli assi principali attraverso cui analizzi gli effetti dei protocolli, sia nel presente – penso al caso Albania – sia in prospettiva storica, anche coloniale. Perché la mobilità è, nelle tua analisi, un terreno privilegiato per osservare il funzionamento del protocollo? La mobilità è un terreno privilegiato per osservare il funzionamento dei protocolli: costituisce uno degli ambiti in cui il governo delle popolazioni si manifesta in modo più evidente e conflittuale. Il movimento delle persone, in quanto tale, mette in crisi l’ordine statale, che presuppone stabilità, sedentarietà e appartenenze territoriali definite. > In uno scenario segnato dall’ossessione per la mobilità, i protocolli sono > strumenti capaci di regolare e contenere gli spostamenti individuali, > contribuendo a classificare i soggetti, a stabilire le condizioni di accesso e > permanenza e a definire chi può muoversi legittimamente e chi no. Aiutano > inoltre a far apparire le norme che disciplinano il movimento come naturali e > inevitabili, nascondendo il fatto che sono il prodotto di decisioni politiche > e rapporti di potere. La mobilità, nello specifico, è un ambito in cui operano numerosi dispositivi amministrativi e documentali – registri, controlli, protocolli operativi – che producono effetti performativi: non si limitano cioè a registrare i movimenti, ma contribuiscono a definirli, rendendo alcune forme di spostamento visibili e legittime e altre invisibili e illegittime. È un settore, inoltre, in cui gli strumenti protocollari assumono la forma delle intese e degli accordi. Come il Protocollo di intesa tra Italia e Albania di cui hai parlato in dettaglio qui, che prevede la costruzione, nel territorio albanese, di centri (hotspot e CPR) sotto la giurisdizione italiana, destinati a trattenere e processare le domande di asilo di persone soccorse in mare, allo scopo di velocizzarne il rimpatrio. Storicamente, più in generale, la regolazione della mobilità è associata a logiche di controllo e classificazione della popolazione, come mostrano in modo chiaro le misure di polizia che si sono stratificate nel corso del tempo, il cui scopo ultimo, al di là delle retoriche sicuritarie ed emergenziali tramite cui di volta in volta sono state giustificate e legittimate, è mantenere l’ordine sociale distinguendo tra soggetti “accettabili” e “pericolosi”. Per queste ragioni lascia trasparire in maniera cristallina la dimensione normativa, selettiva e gerarchica dei protocolli: è il luogo in cui il loro funzionamento appare meno neutro e più chiaramente legato alla produzione di disuguaglianze e al controllo delle popolazioni. Il libro non ha solo una finalità analitica: nelle conclusioni ti confronti esplicitamente con l’approccio abolizionista. Chi immagini come destinatariə politico del tuo libro? Che cosa può significare un uso abolizionista del tuo lavoro sul protocollo? Il libro si rivolge a una platea ampia ma chiaramente orientata: studios*, attivist*, professionist* del diritto e, più in generale, persone interessate a comprendere criticamente il funzionamento degli strumenti di governo contemporanei. Un pubblico tendenzialmente non neutro, che può appropriarsi delle analisi contenute nel testo per interrogare e mettere in discussione le forme attuali di esercizio del potere. In questo senso, il richiamo all’abolizionismo e alle proposte analitiche e politiche sull’argomento allude a una prospettiva critica che non vuole limitarsi a una riforma degli strumenti esistenti ma intende problematizzarne radicalmente le funzioni e gli effetti. Un uso abolizionista delle analisi critiche sul concetto di protocollo implica innanzitutto la messa a tema, esplicita e pubblica, del carattere politico di dispositivi che si presentano come tecnici, mostrandone la funzione produttiva di gerarchie, esclusione e controllo. Comporta, inoltre, il non accettare come inevitabili o naturali le procedure che regolano la vita sociale, riconoscendole piuttosto come il risultato di scelte situate e contestabili. In sostanza, la posta in gioco dell’analisi portata avanti nel libro è de-naturalizzare i dispositivi di governo, analogamente a quanto avviene in altri lavori o proposte di stampo abolizionista che hanno come oggetto i confini, l’idea di integrazione o le strutture carcerarie e manicomiali. Una lettura abolizionista del concetto di protocollo, insomma, non consiste nel rifiuto assoluto dei dispositivi protocollari – che sarebbe irrealistico e forse anche controproducente – ma si sostanzia nella messa in luce delle condizioni di possibilità della loro pervasività: ossia, nella critica dei tratti portanti della struttura giuridica e politico-economica in cui viviamo, il capitalismo, al cui interno le decisioni politiche passano molto spesso attraverso procedure banalmente tecniche. Un approccio abolizionista all’analisi dei protocolli, inoltre, si traduce nella capacità di immaginare alternative: vale a dire, forme di organizzazione e di gestione della vita collettiva che non si fondino su dispositivi opachi e gerarchici ma provino a costruire relazioni più orizzontali e meno coercitive. Il libro, quindi, non ha la pretesa di offrire soluzioni immediate, ma ha l’ambizione di fornire le basi analitiche per una critica radicale del mondo in cui viviamo e per una possibile trasformazione delle pratiche di governo che lo segnano in maniera strutturale. La copertina è di Mariann Szőke Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Enrico Gargiulo: «I protocolli riducono la visibilità delle scelte politiche» proviene da DINAMOpress.
May 29, 2026
DINAMOpress
Sawe e il nuovo ritmo della corsa
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione. Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale? > La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni > volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica > classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato > come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. > Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per > gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per > molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e > apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il > corpo che attraversa lo spazio. Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità. Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.  È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite. > Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, > comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in > spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è > separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la > razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, > produzione continua di risultati visibili. Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa. Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi. Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo. Immagine di copertina da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sawe e il nuovo ritmo della corsa proviene da DINAMOpress.
May 28, 2026
DINAMOpress