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MuBasta: il Rione Pilastro non vi vuole!
ll MuBa, “Museo delle bambine e dei bambini”, è un progetto faraonico voluto dal Comune di Bologna, i cui costi totali attesi ammontano a 6.355.599 euro. Le specifiche tecniche, e i render, vengono presentate sul sito del Comune stesso. Il 30 Dicembre nasce il “Comitato MuBasta”, costituito da residenti del Pilastro, il cui obbiettivo, dichiarato fin da subito, è impedire la privatizzazione, e la cementificazione, dei restanti spazi verdi pubblici del quartiere. Uno degli elementi centrali evidenziati in svariati comunicati è il rifiuto di progetti calati dall’alto, inefficaci a rispondere alle reali necessità di chi abita il Rione Pilastro. La mobilitazione ha saputo delineare una coesistenza tra tematiche sociali, quali le contraddizioni della gentrificazione e della marginalizzazione, ed ambientali. Ed è proprio per questo carattere intersezionale che numerosx solidali sono giuntx in aiuto nel corso dei mesi successivi. Di Andrea Bellafoto Il Comitato, nella speranza di poter bloccare il progetto sul nascere, ha più volte organizzato presidi sotto Palazzo d’Accursio, sede del Consiglio Comunale, richiedendo un appuntamento urgente con la Giunta. Nonostante i tentativi, lunedì 23 febbraio, alle sei di mattina, l’impresa edile, scortata da otto camionette dei reparti anti-sommossa e una ventina di agenti della digos, ha iniziato i lavori all’interno dell’area prevista, recintata da novembre. Il 25, dunque, il Comitato ha deciso di recarsi all’alba al parco, ed unx delle persone presenti è riuscitx ad arrampicarsi sull’unico platano rimanente. Sono quindi intervenuti i reparti anti-sommossa, tentando di allontanare con scudi e manganelli lx residenti e lx solidali presenti. La situazione è rimasta in stallo per diverso tempo, fin quando diversx giovani del quartiere non sono giunte al parco, iniziando a colpire ripetutamente le recinzioni del cantiere. La folla presente, a questo punto altamente variegata in composizione, ha quindi allontanato gli operai e divelto le recinzioni. > Gli agenti antisommossa, accerchiati, hanno dovuto retrocedere, fino ad > abbandonare il parco Quella sera è stato quindi instaurato il presidio permanente all’interno dell’area di cantiere. Le giornate successive sono state caratterizzate dalla creazione di momenti di socialità spontanea, creatività, ed immaginazione di un parco diverso. Si è delineata una partecipazione altamente diversificata: famiglie, bambinx e ragazzx del Rione, persone giunte da quartieri diversi e membri del Comitato. Quest’ultimoè diventato un’entità unica, comprensiva sia dellx residenti che dellx solidali, il cui ruolo attivo nel mantenimento del presidio è stato di centrale rilevanza in quelle giornate, durante le quali elcunx residenti hanno anche realizzato una struttura abitabile in legno attorno al platano. LA REPRESSIONE DEL COMITATO La permanenza nel “parco liberato” è durata fino a lunedì 2 marzo, interrotta da un violento sgombero, al quale il Comitato, malgrado l’organizzazione preventiva, non ha potuto opporsi. La questura di Bologna ha disposto uno schieramento inverosimile di forze dell’ordine: 14 camionette, 2 idranti e 2 blindati.  L’incursione all’interno del presidio è stata anticipata dagli agenti della Digos, che hanno aperto le tende dove si trovavano lx attivistx e strattonato con forza chi dormiva sulla struttura in legno, costruita appositamente attorno al platano nei giorni prima. Nonostante i tentativi di resistenza da parte di chi si trovava sul posto, sei persone sono state arrestate e portate, nel giro di un’ora, in questura. Da quel momento in poi lo scenario è cambiato completamente: è stato impiantato un controllo permanente del reparto celere, tuttora in vigore, anche nelle ore notturne. Affinché questa turnazione possa essere garantita, ancora adesso a Bologna sono presenti in pianta stabile unità di polizia inviate da Milano e Padova. Di Andrea Bellafoto Una volta diffusa la notizia degli arresti, è stato chiamato un presidio solidale sotto alla Questura, fino a quando, nelle prime ore del pomeriggio, non sono state ottenute informazioni precise: tre dellx arrestatx verranno rilasciate in giornata, con diverse accuse a carico, e altrx tre invece saranno trasferite al carcere della Dozza, in attesa di un processo “in direttissima”.  La repressione subita dal Comitato non ne ha leso la determinazione, e la sera del giorno stesso è stata indetta un’assemblea urgente, alla quale hanno partecipato circa 200 persone. Al termine è stata realizzata una “battitura” sulle nuove recinzioni e la risposta della polizia non si è fatta attendere: celere schierata e fitto lancio di lacrimogeni, anche ad altezza uomo. Nel giro di pochi minuti, sono state effettuate alcune cariche a freddo, che hanno portato all’arresto di altre tre persone.  In questo momento di confusione, sono giuntx lx giovani del Rione, che si sono unitx nel respingere le forze dell’ordine. Nonostante la polizia abbia tentato di effettuare dei fermi, la conoscenza del territorio dellx ragazzx del Pilastro ha impedito che ciò potesse avvenire.  > Qualche ora dopo, due dellx tre arrestatx sono statx rilasciatx dalla > questura, mentre l’ultimx, giuntx all’ospedale, con un braccio rotto, è stata > dimessa la mattina seguente La repressione è continuata fino al 4 marzo: mentre larga parte del Comitato si era recata alla Dozza in attesa del rilascio dellx arrestatx, la Questura, approfittando della scarsa presenza al parco, ha tentato di sequestrare i materiali del presidio. La polizia locale, recatosi sul posto, ha emanato tre verbali, appellandosi all’articolo 18 TULPS, il quale prevede una pena pecuniaria per gli organizzatori di una “riunione in luogo pubblico in assenza di preavviso di tre giorni” che, aggravata dal Pacchetto Sicurezza, ammonta da 1000 a 10.000 euro.  Il presidio, nonostante sia assente una struttura stabile, perdura tutt’oggi, le attività di coinvolgimento della cittadinanza e di socialità continuano prendere vita, in vista del “Corteo Rionale” programmato per sabato 7 marzo. BOLOGNA LABORATORIO DELL’(IN)SICUREZZA MELONIANA  La risposta della questura al percorso MuBasta prosegue la stretta repressiva nel capoluogo emiliano inaugurata contro il movimento per la Palestina. Il cambio di passo è avvenuto sia nella violenza poliziesca di piazza che nella violenza giudiziaria nelle aule del tribunale, forte della copertura creata dai recenti Ddl Sicurezza. Negli ultimi mesi a Bologna si sono verificati svariati casi di lesioni gravi subite dallx manifestantx (caso emblematico quello di Lince), sono stati recapitati oltre 100 avvisi di inizio indagini, e decine di denunce a partecipanti del movimento cittadino. Allo stesso modo, il dispiegamento di forze di polizia contro il Comitato è stato smisurato, con cariche a freddo e lacrimogeni sparati ad altezza uomo sullx abitanti del quartiere. La repressione del dissenso risulta ancora più evidente sul piano giuridico: nel corso di tre giorni sono stati effettuati nove fermi, conclusi con tre detenutx per due notti in carcere, un “foglio di via” da Bologna, e un insieme di altre denunce per resistenza, inoltre tre sanzioni amministrative con pene pecuniarie aggravate dal Pacchetto Sicurezza. La repressione del percorso è finalizzata a interrompere un percorso di lotta ecologista e sociale che, nelle settimane scorse, è stato partecipato dal Rione nella sua interezza: adultx, genitori con figlix piccolx, ragazzx d’ogni età. È forse questa eterogeneità la più grande novità rispetto ai recenti percorsi ecosociali a difesa del parco Don Bosco, portata avanti dal Comitato Besta tra il 2023 ed il 2024, e la nascita del Comitato Giardini San Leonardo nel 2025 in tutela dell’omonima area verde. Il quartiere tornerà in piazza questo sabato, con il corteo contro la gentrificazione e la repressione del rione popolare. La copertina è di Andrea Bellafoto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo MuBasta: il Rione Pilastro non vi vuole! proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
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Il Nepal volta pagina nelle prime elezioni dopo la rivolta gen-Z
A soli sei mesi dalla rivoluzione della gen-Z nepalese, il Paese himalayano, divenuto Repubblica solo nel 2008 grazie alla rivoluzione armata guidata dai gruppi maoisti, cambia faccia. Dopo anni di governi nelle mani di una classe politica gerontocratica e corrotta, votata all’alternanza di governo tra Partito Comunista Nepalese – Unificato Marxista-Leninista – e Congresso Nepalese con rispettivi partiti minori alleati, mutano nettamente gli equilibri politico-partitici dell’assemblea legislativa del Paese. Simbolo di questo cambiamento post rivoluzione gen-Z è Balen Shah, ingegnere, ex sindaco di Kathmandu e famoso rapper. Balen, così conosciuto dalle masse in seguito al suo exploit musicale avvenuto nel 2013, ha costruito il suo successo cambiando il volto pubblico del Rashtriya Swatantra Party (Rsp)– partito nazionale indipendente. Levato il partito dalle mani dell’ex conduttore televisivo Rabi Lamichanne – uscito di galera durante la rivoluzione gen-Z di settembre, dov’era rinchiuso con accuse di frode fiscale – Balen ha puntato sull’effetto social network e sulla capitalizzazione della sua popolarità in termini elettorali. Spazzate via le figure influenti di Sudan Gurung – leader della popolare ONG Hami Nepal, personalità molto influente durante la rivoluzione gen-Z – e terminato il dibattuto mandato di transizione di Sushila Karki, Balen ha sugellato il suo successo stravincendo nella competizione elettorale contro K.P. Oli, ex primo ministro e leader del Partito Comunista Nepalese – Unificato Marxista-Leninista. Dietro al dato simbolico della vittoria si cela il dato oggettivo della chiusura di un’epoca politica iniziata a metà anni novanta con la lotta armata dei comunisti-maoisti per la Repubblica e poi tradita dalla stessa classe politica che aveva impugnato i fucili contro la monarchia della famiglia Rana; di una rivoluzione gen-Z, o meglio delle classi subalterne, che in un sussulto di liberazione si è emancipata da un ceto politico anziano e putrescente. > Il risultato di Balen è anche figlio dell’incapacità dei partiti di rinnovare > agenda e facce nella fase di transizione post-rivoluzionaria. Il partito comunista marxista-leninista, solo nel nome, guidato da K.P. Oli non ha mai riconosciuto come legittimo il governo di transizione di Sushila Karki, restando arroccato nelle proprie posizioni politiche e con le stesse figure di spicco alla guida del partito. Il pessimo risultato alle urne è anche figlio di quest’incapacità di rinnovarsi per stare al passo coi tempi. Cambio di faccia invece adottato dal Congresso Nepalese, con la candidatura del “giovane” quarantanovenne Gagan Thapa per sostituire la vecchia leadership. Un’operazione fallimentare, all’insegna del cambiare tutto per non cambiare nulla. Più interessante, ma allo stesso tempo residuale, l’operazione unitaria di una decina di partiti comunisti riunitisi sotto il simbolo del Nepal Communist Party. Il cambio di paradigma è evidente nella crescita esponenziale del Rashtriya Swatantra Party. Il giovane partito, nato meno di quattro anni fa, passa dai 20 seggi su 275, conquistati nelle ultime elezioni, a una proiezione che assegna al solo partito circa la metà dei seggi in ballo. Nonostante il lento conteggio degli oltre dieci milioni di voti, su una platea di elettori di circa 19 milioni di aventi diritto, la vittoria è schiacciante. Con un programma elettorale centrato su modernizzazione tecnologica , istruzione, giovani, lavoro digitale, e attenzione alla diaspora nepalese, Balen si troverà col difficile compito di de-burocratizzare un Paese dove spesso i documenti vengono consegnati a ridosso della loro scadenza. Ambizioso il programma economico con cui si vuole portare la crescita economica al 7% annuo del PIL, necessaria per l’obiettivo dell’espansione economica a quasi 100 miliardi di dollari, e l’aumento del reddito medio pro-capite a tremila dollari all’anno da una base di 1.440 dollari registrata nel 2024. > Crescita che poggia sulla promessa della creazione di 1,2 milioni di posti di > lavoro per sopperire alla diaspora nepalese, puntando sul reinserimento dei > lavoratori migranti e l’attrazione di nomadi digitali, individuati come > cruciali per la crescita i settori dei servizi, informatica e > telecomunicazioni, turismo, agricoltura e manifatturiero. Fanno da cornice alle proposte di legislazione ordinaria, le proposte di riforma costituzionale ed elettorale. Sul piatto l’elezione diretta del capo del governo, la legge elettorale per rendere il Parlamento pienamente proporzionale – ad oggi 165 membri sono eletti con il maggioritario uninominale e 110 con il proporzionale –, e riforma del federalismo. Su quest’ultimo compito, la riforma andrebbe a istituire una struttura amministrativa federalista dello Stato, come previsto dalla Costituzione del 2015, mai attuata dai 14 governi che si sono succeduti in soli 17 anni di Repubblica. I compiti saranno ancor più difficili se il nuovo primo ministro si dovesse ritrovare a dover fare alleanze con altri partiti minori, fughe dal partito, o ancor peggio una gestione del potere politico clientelare quanto quella della classe politica pre-rivoluzione gen-Z. Il voto è una bocciatura delle politiche della vecchia Repubblica, responsabile dell’impoverimento della popolazione e della massiccia emigrazione giovanile. Nel Paese con un’età media di 25 anni, sono più di tre milioni i giovani costretti a emigrare per cercare condizioni di vita migliori che in madre patria non riescono a trovare. Di questi, molte e molti emigrano nei Paesi asiatici circostanti. Le famiglie che hanno un gruzzolo poco più grande consegnano un destino migliore ai propri figli, consentendo loro di partire per Europa, Americhe o Asia occidentale – 1,7 milioni nella regione tra il Mar Arabico e il Mar Rosso. Indispensabili le loro rimesse per la tenuta dei conti pubblici, su cui pesano per oltre un terzo del totale. A spoglio quasi al termine è certo che l’obiettivo di scacciare via la classe politica corrotta del Paese è stato raggiunto, resta da capire se la nuova sarà in grado di essere all’altezza del consenso della gen-Z o se sarà oggetto delle sue critiche. Il passaggio di cariche da Sushila Karki commentato da Balen come «vittoria della democrazia sotto la [sua] guida» porta con sé dubbi su quanto la transizione guidata dall’ex presidente della Corte Suprema – tra l’altro ritenuta troppo moderata da frange degli insorti in settembre – sia stata efficace nel preparare la nuova Repubblica. Altrettanto leciti i dubbi sulla forma tecno-ottimista e liberista del programma di Balen e Rsp, i cui auspicati esiti positivi si troveranno a fare i conti con uno Stato fortemente burocratizzato, alta povertà e comprovata prontezza dei subalterni gen-Z a scacciare i governi quando questi sono incapaci di attenersi ai propri compiti. Del resto, i subalterni nepalesi non sono nuovi ad alzare la testa. Loro che, in più di un decennio di lunga rivoluzione contadina armata, hanno destituito una delle più longeve e parassitarie monarchie sopravvissute alle ghigliottine delle rivoluzioni borghesi. La copertina è di Janak Bhatta (Wikipedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Nepal volta pagina nelle prime elezioni dopo la rivolta gen-Z proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
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Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza
La novità non è la trita retorica dell’austerità che instilla senso di colpa nelle masse ottenendone il  tacito assenso per contrarre altro debito. E nemmeno che questo avvenga favorendo soggetti privati a spese di fasce di popolazione marginalizzate che vanno ingrossandosi di giorno in giorno. La novità è l’accelerazione vertiginosa che questo tipo di violenza economica esercita e la crescente pervasività dei fenomeni di estrattivismo finanziario a essa legati. Oggi è lecito parlare di uno scontro tra riproduzione sociale e capitale senza precedenti e, in particolare, della fascistizzazione di questo antagonismo, come spiega Veronica Gago. > Procedendo per gradi, è utile capire il nesso che intercorre tra debito e > finanza come elemento cruciale di una logica neoestrattivista che raggiunge > nelle politiche del “saccheggio” il proprio culmine. In questa ottica, è > proprio la riproduzione sociale a venire sacrificata, e con essa ogni soggetto > marginalizzato e marginalizzabile.  Lo abbiamo visto e continuiamo a osservarlo in Argentina con le politiche dichiaratamente antifemministe e “antigenere” di Milei, il quale si è rivolto alla platea internazionale dei forum di Davos del 2024 e 2025 definendo l’attivismo femminista e quello ambientalista radicali e aberranti e asserendo come al mondo esistano solo due generi e che, in buona sostanza, l’omosessualità andrebbe associata alla pedofilia. Citando Gago, «L’antifemminismo di stato, in quanto guerra dichiarata e supportata da risorse pubbliche contro soggetti identificati in base al genere […] è ciò che permette al neoliberalismo autoritario di esacerbarsi utilizzando metodi fascisti. In altre parole, è attraverso l’antifemminismo di stato che il governo anarcolibertario intensifica il progetto neoliberale autoritario fino a riuscire ad organizzarlo secondo la logica fascista di annichilimento di alcune popolazioni». Fascistizzazione perché sono proprio le donne e le soggettività LGBTQIA+, le persone povere, razzializzate e in generale i soggetti marginalizzati e marginalizzabili a fare le spese di questo processo, che aggiunge via via maggior potere al capitale finanziario, rendendo sacrificabili persone e realtà ritenute improduttive e opponendosi apertamente a tutte le pratiche femministe volte all’esplorazione di forme alternative di interdipendenza, attraverso l’esercizio di una cura libera dai legacci e dalla normatività della famiglia mononucleare borghese.   > Ci troviamo dunque all’interno di un regime di guerra economica in cui è in > gioco la sopravvivenza di popolazioni e soggettività marginalizzabili, > “sacrificabili” (donne, persone trans e non binarie, razzializzate, povere, > disabili…). Guerra alimentata dall’impulso di morte del capitale finanziario, > che definanzia il welfare per favorire soggetti privati.  Che elegge un «presidente patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto» (è notizia di questi giorni la sospensione delle patenti delle persone trans in Kansas, mentre sappiamo bene cosa stia accadendo alle persone migranti e al diritto all’aborto negli States). Che espropria e saccheggia territori e popoli interi in America Latina per estrarre terre rare e costruire resort. Che finanzia il genocidio del popolo palestinese per lasciare spazio alla devastazione coloniale.  Per dirla con Susana Draper, «Il genocidio riproduttivo (di cui ci parla il Palestinian Feminist Collective, NdR), elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso». Risulta dunque oggettivamente arduo, se non impossibile, non perdere la speranza davanti a uno scenario tanto desolante. > Ma la risposta feroce e repressiva del capitale e delle destre che > imperversano a livello globale altro non ci dicono che la lotta dei movimenti > femministi e transfemministi, delle reti informali, funziona. Tanto da dover > essere repressa e schiacciata, con violenza. E del resto, anche quello che accade in Italia ce lo dimostra: ddl sicurezza, antisemitismo, un referendum sulla giustizia che altro non è che l’ennesimo espediente per inasprire l’approccio punitivo del nostro governo verso una società che va irregimentata a suon di bastonate. Consenso per riformare la giustizia, dissenso per sperare di non essere stuprate.  Quest’anno segna la decima proclamazione dello sciopero transfemminista del movimento Non Una di Meno, giunto in Italia proprio grazie alle lotte, alle conquiste, alla rabbia e all’amore dellə compagnə argentine. Questo è cio che porta in piazza un movimento che in dieci anni è stato capace di produrre una trasformazione radicale, nel discorso pubblico, nel linguaggio, nella vita quotidiana di quelle persone che cercano e trovano reti di cura alternative a un modello imposto che non possiamo più sostenere. Molto spesso sento parlare di rivoluzione come di qualcosa che vedranno i nostri figli, nipoti, le discendenze future. Ma non è questo, o almeno, lo è solo in parte. E del resto, è Silvia Federici a ricordarci che la rivoluzione è ora, davanti ai nostri occhi: in una militanza gioiosa che quotidianamente attraversa non solo le piazze ma costruisce nuove affettività, che vadano oltre la solitudine cui il capitale ci relega. Un lavoro invisibile di costruzione e rafforzamento di relazioni affettive, di solidarietà, essenziale allo scardinamento della finanziarizzazione e dell’estrazione di valore dalle nostre esistenze, senza il quale non ha senso pensare di lottare. Immagine in evidenza di Lucía Ares per Dinamopress, Marchia dell’Orgoglio Antifascista Buenos Aires 1 febbraio 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
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Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora
A Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise). Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo femonazionalista di estrema destra “Nèmèsis”, che non ha perso un attimo a fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti. A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto, mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista” violento e assassino, il media indipendente Contre-Attaque ha pubblicato un video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione fornita sia da Nèmèsis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia. Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle voci dal basso. Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo Nèmèsis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si sa, per citare il più basico patriarcato: “dietro un uomo che agisce c’è sempre una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta”. E in questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte. MA CHI È NÈMÈSIS? Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La Manif pour tous. Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35 anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con Rassemblement National di Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: “un collettivo nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra”. > Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la > civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto > dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali. Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Nèmèsis nel panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre, quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza. Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come collettivo di estrema destra — identitario, xenofobo, razzista, anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente — questa dicitura viene rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) “innamorati della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti”. In realtà la posizione di Nèmèsis è fin troppo chiara, ciarlerie fumose a parte. E no: Nèmèsis non è un gruppo femminista. Nèmèsis è innanzitutto un gruppo di estrema destra femonazionalista — concetto elaborato dalla sociologa Sara R. Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche nazionaliste e anti-immigrazione — che costruisce la propria matrice identitaria su un inganno in termini. Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare i salari. Solo che Nèmèsis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela, rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono raccontata, e continuano a raccontarsela, a modo loro, ovviamente. NON ESISTE, E MAI ESISTERÀ, IL FEMMNISMO DI DESTRA Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo. Al di là dell’excursus storico — che qui non riassumeremo, anche perché parte dalla fine del XVII secolo — il femminismo ha una caratteristica di base che non potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere. Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la propria identità Nèmèsis, ma andiamo avanti. Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie contraddizioni interne — e ancora le vive — ma si fonda su principi basilari che ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità. Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente. SEPARARE, OPPORRE, ESCLUDERE, SOTTOMETTERE Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi — uomini, bianchi, ricchi, eterosessuali — ed esclude politicamente, socialmente ed economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e omo-lesbo-bi-transfobia. Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente: ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle destre e ai loro sistemi valoriali. A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone — ad esempio TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism)— o neoliberale che esclude o non ha come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza. Beh, ad esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere. > Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al > contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione, > portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di > quella di altrə, non può definirsi tale. Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale” due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine “naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di una famiglia nucleare tradizionale. L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa, spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa, occupandosi del lavoro di cura — non retribuito — e dei figli. La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione. Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke. Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e l’eteronormatività come unica opzione possibile. L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni scuola di ordine e grado. Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici. CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO? Dentro a questo quadro si inserisce dunque Nèmèsis, “femministe diverse”, come amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura, meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la responsabilità della violenza di genere. Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio Oriente e contesto islamico come “patriarcali e sessisti” e perciò incompatibili con i diritti delle donne occidentali. All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi. È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la purezza e la sicurezza delle donne bianche. > In questo senso il discorso di Nèmèsis non rappresenta soltanto una posizione > marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e > culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare > confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di > detenzione in Albania. La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato. La retorica della difesa delle donne proposta da Nèmèsis è perciò un mero dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi. Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle società europee. Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da origine, religione o status giuridico. > Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma > rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere. Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate. Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto: riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non selezionino le vittime in base alla loro appartenenza. Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla logica della propaganda e restituirli al terreno — molto più difficile ma necessario — dei diritti e della giustizia sociale. NÈMÈSIS ITALIA: IL VOLTO SOCIAL DEL FEMMINISMO IDENTITARIO Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano con scritto: “Le femministe non sono antifa”, “Noi stiamo con la polizia”. Sono le aderenti al gruppo Nèmèsis Italia, costola neonata ma già interessantissima del Collectif Nemesis France. Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale (fronte giovanile di FdI). > Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche > figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è > sicuramente la comunicazione social di Nèmèsis Italia. È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social. L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: “stop agli stupri stranieri” e “difesa della nostra cultura”, scritti a caratteri cubitali, duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”, senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o dei contesti in cui questa avviene. L’ESTETICA VISIVA DELLA PAGINA È IN LINEA CON I TEMI DELLA SICUREZZA, DELLA PROTEZIONE E DELLA DIFESA I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di “buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona. In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: “vogliamo tutti i profughi”. > L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più > giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo. Ai post che riprendono — rari — momenti collettivi si affiancano poi i decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche, dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere ad opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti vari stereotipi di bellezza pacata — biondo miele e “100% femminile” — da contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole primarie! In sintesi, la pagina social di Nèmèsis Italia somiglia molto a Nèmèsis Italia. La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie, e che non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice. Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento. Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza al grido di “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” per ribadire che la lotta e di tutt3 e non si ferma. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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Per un’etica dello sguardo lacaniano
È uscito in questi giorni per i tipi di Orthotes “L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo” di Pietro Bianchi. Anticipiamo un estratto dall’introduzione del libro. LO SGUARDO E LA SUA CRISI La storia della visione nella modernità si presenta come la storia di un dispositivo di sapere-potere che ha utilizzato la vista come mezzo di appropriazione dello spazio. La visione è stata concepita come lo strumento attraverso cui ridurre lo spazio a visibilità assoluta. Lacan chiama questa modalità «ottica geometrale»: un insieme di pratiche di sapere e di tecnologie di potere organizzate con lo scopo di ridurre l’esperienza visiva a un’oggettività indiscutibile, a una forma di normalizzazione priva di ogni possibilità critica. Il modello di questa visione, depurata da qualsiasi intrusione di singolarità sintomatiche, è quello promosso dalle scienze empiriche, secondo cui l’esperienza visiva consisterebbe in un incontro tra un percipiens e un perceptum, cioè tra una polarità soggettivo-attiva e una polarità oggettivo-passiva. La visione, in questo schema, quando avviene senza alcun problema di sorta, deve seguire il modello dell’adequatio rei et intellectus: l’adeguazione della cosa alla rappresentazione del soggetto conoscente, in questo caso a colui che vede. È questo il modello dominante della visione, che perdura ancora oggi: un modello in cui l’esperienza del vedere si configura come appropriazione dell’oggettività di un elemento esterno che viene sottomesso e appropriato dallo sguardo di un soggetto. Naturalmente, il discorso sarebbe molto più complesso e articolato, e molto meno lineare. Lacan, ad esempio, nel Seminario XIII, L’oggetto della psicoanalisi, individua i segni di una crisi di questo modello già nel Rinascimento: prima con la formalizzazione della prospettiva e poi con le geometrie proiettive, dove sarebbe proprio il supplemento soggettivo – dato ad esempio dal rapporto tra il soggetto del quadro e il punto di fuga – che si farebbe da garante della consistenza dell’esperienza visiva. Tuttavia la storia visiva della modernità si configura essenzialmente come una congiunzione di sapere e potere a spese di ogni intrusività sintomatica. > Si pone allora la domanda: come si manifesta una crisi nel campo visivo? Come > fa il sintomo a farsi strada all’interno di quella relazione empirica tra > soggetto e oggetto su cui si fonda l’ottica geometrale? Dal punto di vista storico, questo lo si può osservare attraverso le riflessioni di Walter Benjamin sulla fotografia e il problema del fotografico al cinema. Non dimentichiamo infatti che cinema e psicoanalisi condividono praticamente la stessa data di nascita e, in un certo senso, rappresentano lo stesso processo visto da due prospettive differenti: quella del soggetto e quella dell’immagine. Da un punto di vista teorico-filosofico, invece, per Lacan l’elemento critico emerge quando la divisione tra il soggetto della visione e l’oggetto guardato comincia a vacillare: quando cioè qualcosa della mutua esclusività della loro relazione inizia a incrinarsi. La crisi può essere letta anche come effetto di quella messa in discussione del modello delle scienze empiriche, che pretendendo di fondare scientificamente e oggettivamente l’esperienza visiva, finivano però per opporre rigidamente il lato dell’oggettività – ossia della realtà – al lato delle rappresentazioni soggettive, che generalmente viene chiamato immaginazione, ma che qui potremmo chiamare fantasma. L’inconscio emerge nel momento in cui la divisione tra realtà e fantasma diventa difficile da stabilire, come accade, per esempio, nell’esperienza del sogno. Certo, esistono anche i meta-sogni, in cui l’esperienza stessa di essere dentro a un sogno diventa un tema del testo onirico, ma nella maggior parte dei casi i sogni sono esperienze che il sognatore percepisce come reali, pur appartenendo a una dimensione costruita fantasmaticamente. A chiunque sarà capitato di svegliarsi e rendersi conto che la realtà del sogno non solo era così intensa da sembrare reale, ma che risultava persino un po’ più desiderabile della propria vita quotidiana. A volte, al risveglio, si prova quasi un certo rammarico per dover passare dalla realtà del fantasma al grigiore di quella che chiamiamo realtà. Un concetto simile viene espresso nella celebre parabola taoista di Zhang Zhou e della farfalla. Zhang Zhou sogna di essere una farfalla e, una volta svegliatosi, si domanda se non sia piuttosto vero il contrario: cioè che lui sia in realtà una farfalla che sogna di essere Zhang Zhou. Il risultato è paralizzante: non è possibile, infatti, sciogliere il dubbio una volta che abbiamo stabilito l’esistenza dell’esperienza onirica. Un sogno è definibile in quanto tale, solo quando ci si trova già al di fuori da esso; se siamo al suo interno, è di fatto impossibile distinguere ciò che è realtà da ciò che invece appartiene al fantasma. L’impossibilità di fondare in modo indubitabile la realtà ha una lunga tradizione filosofica: da Cartesio e il genio maligno fino a The Matrix, passando per quelle teorie cospirazioniste contemporanee note come “simulation hypothesis” secondo cui la nostra vita non sarebbe altro che un videogioco o una simulazione artificiale giocata da qualcun altro (forse un’entità aliena superiore o invisibile). Ma forse l’esperienza che meglio illustra questo problema è quella dell’allucinazione visiva, dove, pur in assenza di lesioni organiche o fisiologiche, un soggetto può essere in grado di produrre illusioni che non solo risultano indistinguibili dalla realtà, ma che ne diventano la sostanza stessa. È davvero possibile appellarsi a un meta-discorso fondativo che possa separare con assoluta certezza la normalità di chi vive all’interno del modello delle scienze empiriche da chi invece cade preda di allucinazioni? Secondo Lacan, questo momento di indecisione – in cui il confine tra realtà e fantasma si incrina, in cui ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo si incontrano in un punto di indistinzione che fa vacillare il principio di realtà su cui si fonda l’ottica geometrale – ha un nome. Ed è quello di sguardo. Lo sguardo, in questa accezione, non ha nulla a che vedere con ciò che abitualmente si intende negli studi cinematografici, dove si parla dello sguardo di un personaggio o dello spettatore. Per Lacan, lo sguardo è una visione che non è ancorata a nessun punto del campo visivo, e che emerge nel momento in cui l’ambiguità di una possibile allucinazione incrina i contorni della realtà. > Lo sguardo è l’apparire di un sintomo nel campo visivo: è l’emergere > dell’inconscio nell’esperienza della visione. È in questo senso che possiamo > definire lo sguardo come una manifestazione della dimensione ottica > dell’inconscio. Poiché questa esperienza si dà nel punto di indistinzione tra il piano dell’oggettivo e quello del soggettivo, è strutturalmente impossibile da esemplificare in un’opera d’arte, in un film o in una fotografia, che non possono fare altro che ri-suturare tale frattura all’interno dell’oggettività immaginaria. Tuttavia, un esempio che può alludere a questa frattura del campo visivo si può rilevare in una famosa scena di Mulholland Drive di David Lynch, che per la sua relativa autonomia funziona quasi come un piccolo cortometraggio all’interno del film. In questa sequenza che avviene tra i primi minuti del film, ci troviamo in un diner piuttosto anonimo di Hollywood che si chiama Winkie’s (la macchina da presa si sofferma sull’insegna proprio all’inizio della sequenza). Al tavolo sono seduti due uomini: uno, Dan, visibilmente agitato, e l’altro, Herb, seduto di fronte a lui, che lo ascolta con pazienza. Dal modo in cui conversano capiamo che si tratta di un analista e del suo analizzante. Dan racconta a Herb un sogno ricorrente e angosciante che ha avuto due volte, sogno che si svolge proprio lì, in quel ristorante. Nel sogno, dice, c’è “qualcuno dietro l’angolo” del locale, dietro la cucina, nel vicolo sul retro. Qualcuno o qualcosa di terribilmente malvagio. Dan racconta che, a un certo punto del sogno, anche Herb inizia a spaventarsi, proprio nel momento in cui, di fronte al registratore di cassa, sta per pagare il conto. Herb, con fare sicuro e rassicurante, invita allora Dan a fare la prova del reale: uscire dal locale e verificare cosa c’è effettivamente dietro il ristorante. Ma, mentre stanno per uscire, Herb si avvicina al registratore di cassa del bancone per pagare e si accorge che sta facendo esattamente quello che Dan ha appena raccontato, e guardandolo, gli viene il dubbio (come viene a noi spettatori) che quest’ultimo non stava solo raccontando il contenuto del sogno, ma che in quel momento si stanno trovando entrambi nella scena che ha sognato, come se la realtà stesse seguendo la logica del sogno. A quel punto, la conclusione della sequenza diventa inevitabile: i due si avvicinano con passo incerto verso il retro di Winkie’s, ma l’atmosfera diventa ormai sempre più tesa e irreale, con la macchina da presa di Lynch che rallenta, si fa ovattata, e l’inquadratura sempre più stretta. All’improvviso, dietro un angolo, compare proprio la figura mostruosa e grottesca del sogno, e Dan, sopraffatto dal terrore, sviene, collassando e verosimilmente muore. Ciò che colpisce di questa sequenza è il fatto che Dan all’inizio parta dalla posizione del soggetto della visione delle scienze empiriche: colui che osserva un oggetto dall’esterno e se ne appropria attraverso lo sguardo o attraverso il discorso. In questo caso, l’oggetto è un sogno, che il protagonista racconta come se fosse qualcosa di esterno a lui. Come se si trattasse del racconto di qualcun altro, senza implicazioni soggettive. Il soggetto parla di un oggetto che gli è esterno, e questa linea di divisione tra realtà oggettiva (il luogo dell’enunciazione) e fantasma o sogno è ribadita dalla stessa forma del suo discorso (che si struttura come un parlare di). Naturalmente, andare a raccontare un sogno proprio nel luogo che è oggetto del sogno non è particolarmente consigliabile, ma fa parte di quella tipica crudeltà che Lynch riserva ai suoi personaggi. > C’è però un momento – uno scambio di sguardi, quando Dan è ancora seduto al > tavolo e lo psicoanalista si trova davanti alla cassa – in cui realizza che > lui non sta raccontando un sogno, ma che si trova dentro al sogno. Che non è un soggetto che da una posizione sicura e al riparo da ogni implicazione soggettiva narra di qualcosa di esterno, ma che lui è diventato l’oggetto del sogno stesso. In quell’istante comprende che non esiste alcun luogo in cui sia possibile collocarsi al riparo dalla dimensione del sintomo. Noi non parliamo dei sintomi: noi siamo i nostri sintomi. PER UN’ETICA DELLO SGUARDO Quindi che cos’è in definitiva l’esperienza di questo insconscio della visione? È qualcosa che si configura come un’alterità: una visione che non appartiene al soggetto e tuttavia gli è interna; una zona d’indistinzione tra l’oggettivo e il soggettivo, tra la realtà e l’allucinazione. Il problema è però in realtà ancora più complesso perché l’inconscio non è un attributo di un soggetto già costituito, ma l’apertura di una dimensione inedita della soggettività, distinta dall’individuo alienato nel discorso dell’Altro. > Il soggetto nasce insieme all’inconscio; o meglio, prende forma nel momento in > cui il sintomo parla, viene ascoltato e riconosciuto come espressione di > verità. È in quell’istante che il soggetto emerge, quando ciò che appare come > crisi si rivela in realtà come portatore di senso. E tuttavia vi è anche un’altra faccia di questo processo, che riguarda il tipo di risposta che si può dare alla domanda sul sintomo. Perché il lavoro analitico non può consistere semplicemente nel tentativo dell’analizzante di recuperare un sapere su di sé che si suppone già costituito e soltanto rimosso. L’idea che la psicoanalisi permetta di accedere a un contenuto nascosto (come spesso viene banalmente rappresentata nel senso comune: si va in analisi “per conoscere meglio se stessi”) va respinta del tutto: non solo perché, come ricorda Lacan, rimozione e ritorno del rimosso sono due facce della stessa medaglia  – e dunque non esiste un “oltre” della rimozione – ma anche perché tale prospettiva ridurrebbe l’inconscio a un sapere oggettivo e appropriabile, semplicemente celato da un ostacolo, ma qualitativamente identico al sapere conscio. Il paradosso è allora quello di un duplice movimento: il soggetto dell’inconscio emerge nell’interrogazione del sintomo – quando il sintomo smette di apparire come disfunzione locale e si manifesta come domanda che riguarda il soggetto – ma si eclissa non appena si suppone che tale domanda possa davvero trovare una risposta o il sintomo una causa che lo fondi. Dal punto di vista dell’analizzante però, il processo di interrogazione analitica del sintomo è quasi inevitabile che quanto meno nella prime fasi di un’analisi venga orientato alla produzione di un sapere di questo tipo: in analisi non ci limitiamo a riconoscere che il sintomo apra una crisi, ma cerchiamo, attraverso il transfert, di attribuirgli un senso, ossia di ricondurre la domanda nei suoi confronti a una possibile spiegazione. Questo perché l’Io desidera soltanto che la faglia della crisi si richiuda il più rapidamente possibile. È quel processo di semiosi generalizzata che porta ad attribuire a ogni formazione dell’inconscio (o, nel nostro caso, a ogni immagine) un significato, se non attuale, almeno virtuale. Il presupposto di questa interrogazione, che riduce il sintomo a un sapere e la domanda a una risposta, è l’idea che colui che interroga sia già in qualche modo costituito prima che la domanda abbia luogo. Così che il soggetto che rivolge la domanda all’Altro, cioè all’analista, si trasformi nell’Io di una risposta. Sta all’analista, o per meglio dire al dispositivo analitico stesso, mantenere aperta questa faglia. In termini tecnici si direbbe che stia all’analista non rimanere nella posizione del soggetto supposto sapere a cui l’analizzante vorrebbe ridurlo, e mettersi nella posizione di oggetto a. È questa in effetti la posta in palio etica di questa riflessione. Il passaggio da fare è quello di passare da un’idea di sapere proprietaria e trasmissibile (ancorché rimossa), a un’idea di sapere incarnata: anche se non in un corpo empirico, ma in uno pulsionale – un corpo cioè, senza localizzabilità immaginaria. A essere messo al centro non è l’inconscio come attributo di un individuo immaginario, ma semmai l’oggetto a come sfondo impersonale che precede l’individuazione immaginaria. È a partire dall’oggetto a che può emergere un inconscio, come irriducibile alle determinazioni dell’Altro e del senso. La domanda dell’analizzante riguardo al sintomo, non è una domanda che nasce da un deficit epistemologico di conoscenza che tramite l’analisi dovrebbe essere colmato, ma è in un certo senso una domanda intransitiva. Una domanda senza risposta. O quello che Lacan definirà reale. Deleuze lo dice con una chiarezza esemplare in Differenza e ripetizione: > Il problema o la domanda non sono determinazioni soggettive, privative, che > segnano un momento di insufficienza nella conoscenza. La struttura > problematica fa parte degli oggetti, e consente di coglierli come segni, > proprio come l’istanza interrogante o problematizzante fa parte della > conoscenza, e consente di coglierne la positività, la specificità nell’atto di > apprendere. (Differenza e ripetizione 1971, p. 110) I segni di cui parla Deleuze sono segni che non rimandano a niente, proprio come gli oggetti a per Lacan. La domanda sul sintomo è come se subisse una torsione su sé stessa, e invece che riferirsi oltre sé stessa, come nel modello della catena significante, iniziasse a far emergere qualcosa dell’ordine del reale. Il problema non è se il sintomo, in quanto domanda indirizzata all’Altro, possa indicare una via per scoprire un sapere che si trova già costituito in un Altro luogo: ma di scoprire che dietro la domanda del sintomo non c’è niente. E che la domanda del sintomo in realtà non è altro che un frammento di godimento. Questa dimensione, che sposta l’asse da una domanda di sapere a una pratica di godimento, è ciò che Lacan definirà come atto: un concetto che permetterà al movimento orizzontale dei significanti – che rimandano sempre a qualcos’altro – di verticalizzarsi. Ma tutto questo che cosa vuol dire per quella dimensione specifica dell’oggetto a di cui ci occuperemo in questo lavoro, e cioè lo sguardo? Innanzitutto, che lo sguardo non può essere localizzato nè in un soggetto che guarda né in un oggetto guardato, che magari è temporaneamente invisibile ma che giace nascosto da qualche parte dello spazio, celato alla vista. No, bisogna provare a ribaltare l’ordine dei fattori e abbandonare l’idea che esista un soggetto dello percezione – di fatto, un individuo immaginario – a cui si possono associare degli attributi o delle azioni, come quella di vedere. Lo sguardo va inteso non come qualcosa che accade a un soggetto, ma come un buco attorno a cui un processo di soggettivazione non immaginario può avere luogo. Lo sguardo – e questo lo vedremo nel terzo capitolo su Deleuze e il reale – va inteso come qualcosa che viene prima del soggetto che guarda: a tutti gli effetti come una modulazione dello spazio da cui il soggetto prende corpo. Anche se si tratta di uno spazio che non ha niente a che vedere con la realtà empirica, ma semmai come uno spazio topologico o reale, da cui un soggetto dell’inconscio reale può emergere. Non sarà quindi possibile andare a vedere dove lo sguardo può apparire da un punto di vista fenomenologico, o in quale punto l’immaginario collasserà per via di una forzatura. Certo, l’immaginario è pieno di sintomi: e i soggetti della visione sono continuamente esposti all’angoscia o all’erotizzazione di uno spazio immaginario che fa acqua da tutte le parti. Ma l’oggetto sguardo non appare là dove l’immaginario crolla. Nel punto di collasso dell’immaginario potrà al massimo comparire un sintomo – se lo vorremo riconoscere e interrogare – che ci darà l’opportunità di indirizzare una domanda all’Altro (che poi non è altro che una domanda a noi stessi). Lo sguardo è semmai la ragione per cui l’angoscia di quella domanda non potrà mai essere placata. L’oggetto sguardo non potrà mai apparire nell’immaginario: anzi, non potrà mai apparire del tutto all’interno della nostra esperienza di soggetti della visione. La logica dell’oggetto ci costringe a fare un passo ulteriore, oltre l’immaginario, ma in un certo senso – in modo paradossale e controintuitivo – anche oltre a noi stessi come soggetti dell’immaginario. E provare a fare quello che Miller chiama con un’espressione enigmatica un’immaginazione del reale: > il tentativo [è quello] di immaginare il reale. È proprio perché il simbolico > non è adeguato al reale, proprio perché il simbolico è associato al reale solo > dal fantasma come suggestione immaginaria che bisogna provare ad associare il > reale all’immaginario. Bisogna provare ad immaginare il reale. […] Immaginare > il reale passa per la strana materializzazione che costituiscono queste figure > che sono delle figure d’oggetto (Jacques-Alain Miller, «La Psicoanalisi» 49, > 2011, p. 208) Ma immaginare il reale non è una domanda che va indirizzata a un soggetto, né tanto meno è un programma di ricerca per filosofi. È semmai un atto attorno a cui un soggetto pulsionale si può costituire: non atto di un soggetto, ma un atto che rende possibile un soggetto. È qui che la posta in palio etica dello sguardo mostra tutta la sua portata. I film di cui parleremo in questo libro, non sono film da mostrare a un soggetto della visione e che possono provocare dei meccanismi di interrogazione, interpretazione o ermeneutica. Certo, le immagini da sempre – e in particolar modo quelle cinematografiche – chiedono di essere interpretate e interrogate: ma il nostro sforzo deve essere quello, anche quando le interpretiamo e le analizziamo, di collocarci in una posizione diversa: cioè di metterci nella posizione dell’oggetto e non del soggetto della visione. E quindi pensare che quei film possano essere delle pratiche impersonali o pre-personali, o degli atti, attorno a cui un soggetto pulsionale possa prendere un corpo. Se una psicoanalisi del cinema è impossibile, o comunque pleonastica, forse l’unico modo per pensare a una pratica della visione, anche cinematografica, che sia attivata dall’esperienza dell’inconscio e della psicoanalisi non può che essere a distanza da quella disciplina che considera i film come oggetti da interpretare, incasellare, spiegare, sociologizzare: e cioè i film studies. Forse a questo riguardo ci è più utile la critica cinematografica – pur nelle sue idiosincrasie e nei suoi dilettantismi, che magari nel periodo attuale possono risultare particolarmente intollerabili – ma che può essere ugualmente l’occasione di un possibile incontro singolare con delle immagini. In effetti in questo senso aveva ragione Deleuze: i film non sono degli oggetti da guardare. Sono le cose stesse. Sono dei pezzi di natura. Ed è a partire da un incontro con dei singoli film – che non sono altro che un’occasione contingente, evanescente, possibile o anche solo virtuale, di un certo incontro con l’oggetto – che una pratica di visione può prendere un corpo. I film in questo senso sono dei “pezzi staccati” di godimento che non sono davanti ai nostri occhi, ma dietro. E che possono rendere possibile quell’evento di corpo tutt’ora inspiegabile che chiamiamo visione. In copertina un’immagine da Adieu au langage – Addio al linguaggio (2014) di Jean-Luc Godard SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Per un’etica dello sguardo lacaniano proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute
I grandi eventi non finiscono mai! Si sono appena concluse le Olimpiadi invernali Milano-Cortina, che si comincia a parlare di quelle estive del 2040, ventilando l’ipotesi della candidatura di Roma. Sono grandi occasioni per grandi affari. Intanto si lavora per prepararsi alla 38° edizione dell’America’s Cup che si svolgerà a Napoli nell’estate 2027. In quei giorni la città diventerà «il polo mondiale della vela», ci raccontano con entusiasmo. Le basi dei team internazionali saranno allestite nell’area di Bagnoli, mentre il lungomare di via Caracciolo ospiterà il Race Village. Manca poco e i lavori a Bagnoli sono in una fase di forte accelerazione per completare la colmata e le opere a mare entro maggio 2026 come previsto dal programma. Poi si proseguirà con i lavori di bonifica, la realizzazione di nuove scogliere e il drenaggio dei fondali per la realizzazione del nuovo porto, tutto da ultimare per il 2027. > La zona è quella dell’ex-area industriale di Bagnoli, della cui bonifica si > parla da 30 anni. Il mare della baia di Pozzuoli e la costa sono stati > promessi a chi vive in quei luoghi, ma i lavori per il loro recupero non sono > mai partiti. Pozzuoli è al centro di una vasta area interessata da bradisismo, la terra trema e si solleva. Un anno fa, come abbiamo raccontato qui, forti scosse hanno costretto migliaia di persone a lasciare le loro case. C’è stata una grande mobilitazione che chiedeva una legge speciale per i Campi Flegrei per finanziare la messa in sicurezza di tutto il territorio a carico dello Stato, la creazione di hotspot e luoghi davvero attrezzati per poter accogliere le persone durante e dopo le scosse, sostegni economici per chi aveva perso il lavoro, soluzioni dignitose per chi era sfollato. Poco è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio e i fondi stanziati per gli aiuti si sono rivelati del tutto insufficienti. Intanto la terra ha continuato a tremare, le ultime scosse avvertite sono del 24 febbraio. > Di fronte a tutto questo non è difficile immaginare la rabbia e l’inquietudine > degli e delle abitanti mentre vedono passare i camion che trasportano migliaia > di metri cubi di calcestruzzo per procedere con la colmata dell’ex-area > Italsider. Pensano a quanto poco sia stato messo in campo per loro e decidono > di scendere in piazza. Nell’appello che convocava la manifestazione del 9 febbraio era scritto: «Siamo il quartiere che dice SI: vogliamo bonifica sotto controllo popolare, clausole sociali per un lavoro stabile e sicuro, rimozione della colmata, ripristino della linea di costa, spiaggia e mare liberi, gratuiti e accessibili». Il grande corteo è riuscito a raggiungere l’ingresso della colmata e a prelevare campioni di terreno e di guaina per sottoporli ad analisi indipendenti. Sostengono che non si può ricoprire con metri cubi di calcestruzzo un “mostro” di rifiuti industriali che andrebbe rimosso per avviare una reale bonifica. Poi si è diretto verso il Circolo Ilva e il borgo Coroglio che rischia di essere trasformato in un’area al servizio del turismo e del porto di lusso. Infine il corteo è arrivato alla Cementir, il cementificio di Franco Caltagirone, una struttura abbandonata, fatiscente e inquinata, che per anni ha prodotto profitti privati, mentre adesso i costi di bonifica dovranno essere affrontati con le casse pubbliche. > La mobilitazione è proseguita nelle giornate successive con i blocchi dei > camion diretti verso la colmata dell’ex- area Italsider. Abitanti del > quartiere, attivisti e attiviste della rete No America’s Cup hanno presidiato > le strade, interrompendo il transito dei camion diretti al cantiere e > garantendo invece quello delle auto private. A bloccare la strada dove passano i Tir dell’America’s Cup non è stata solo la protesta, ma anche una voragine che si è aperta per la rottura della condotta idrica principale, lasciando diverse abitazioni, scuole e negozi senz’acqua a Bagnoli e Pozzuoli. Le condizioni della viabilità non sono in grado di sopportare il traffico di mezzi pesanti che fanno avanti e dietro in questi giorni. E così gli operai di Napoli Servizi non fanno che riparare buche! Le proteste andranno avanti fino al 3 marzo, giorno in cui è previsto un Consiglio comunale che si svolgerà proprio a Bagnoli per discutere del tema. Il presidio pretende che il Consiglio non si svolga se prima non si sospendono i lavori e che la riunione non serva solo a comunicare decisioni già prese senza aver ascoltato i cittadini e le cittadine. La sospensione dei cantieri rappresenta l’unica condizione per avviare un confronto reale. > Il Sindaco e Commissario straordinario per Bagnoli Gaetano Manfredi ha già > detto che si andrà avanti. Andranno avanti anche le persone che lì vivono, con > le stesse parole d’ordine: «No alla Coppa. Si alla spiaggia pubblica, al bosco > urbano, mare disinquinato e accessibile, restituzione piena del territorio ai > suoi abitanti». L’organizzazione sindacale SiCobas ha animato martedì 3 marzo uno sciopero regionale in concomitanza con il Consiglio Comunale. «Il tradimento del Piano di Risanamento: i lavori sulla Colmata sacrificano l’obiettivo storico della rimozione totale della stessa, la bonifica di suoli e mare e il ripristino della linea di costa per favorire infrastrutture funzionali a un evento sportivo privato», hanno scritto nel comunicato insieme a un appello alle altre organizzazioni sindacali di convergere in uno sciopero unitario. Bagnoli è una questione che segnerà il futuro di Napoli e della vita di molte persone. La copertina è di Sludge G (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute proviene da DINAMOpress.
March 5, 2026
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Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA
Nel cuore delle montagne del Rojhelat, l’Est del Kurdistan, tra le vette e i villaggi inerpicati sulla catena dello Zagros, la politica curda si muove su un filo sottile, sospesa tra aspirazioni di autonomia e realtà di guerra. La nascita della Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota anche come «Kurdistan Alliance», rappresenta l’ultimo tentativo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran. LA COALIZIONE DI FINE FEBBRAIO L’annuncio è arrivato in una mattina di fine febbraio, da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno, come a sottolineare la delicatezza della mossa. Una scelta che non è passata inosservata: il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) ha subito preso le distanze, ribadendo di non permettere che il suo territorio diventi minaccia per Paesi vicini. Un messaggio chiaro, riferito indirettamente a Teheran e un segnale della complessità dei rapporti tra il Kurdistan del Sud e i movimenti curdi dell’Iran. Nel settembre 2023, un accordo di sicurezza tra Erbil, Baghdad e Teheran, firmato sotto la minaccia di un’invasione, aveva costretto quasi tutti i partiti curdi iraniani con base nella regione del Kurdistan al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra. > La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan > (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito > Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una delle > fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il documento che li unisce > richiama principi ambiziosi: autodeterminazione curda, diritti politici e > civili e un Iran democratico, decentralizzato e laico. Ma la sostanza > operativa è tutta da verificare. La coalizione è nata da un organismo preesistente noto come Centro per il Dialogo e la Cooperazione, un forum in cui sette partiti curdi iraniani si incontravano da circa otto-nove mesi. Tale organismo funzionava essenzialmente come uno spazio consultivo: i partiti si riunivano, occasionalmente rilasciavano dichiarazioni congiunte, ma non aveva alcun potere decisionale. Le azioni più forti intraprese fino a oggi consistevano nella proclamazione di alcuni scioperi nelle aree curde. Un risultato positivo, considerando che le organizzazioni in questione hanno alle spalle una lunga storia di conflitti interni. La nuova coalizione rappresenta un tentativo di elevare questo assetto a qualcosa di politicamente più vincolante. Due dei sette partiti originari hanno rifiutato l’adesione: la fazione di Komala guidata da Abdullah Mohtadi, residente negli Stati Uniti ma con un vice-leader operativo a Sulaymaniyah, e il Komala Communist Party of Kurdistan, che contestano la vaghezza delle proposte e l’assenza di un piano concreto di implementazione. LIMITI NUMERICI E PROGRAMMATICI Il testo che accompagna la nascita della coalizione parte da un assunto: il movimento politico curdo ha avuto negli ultimi cento anni diverse occasioni per ottenere la propria libertà, ha lottato per essa, eppure non è riuscito ad ottenerla. Da qui, un’assunzione di responsabilità: «Sebbene la ragione principale di questo fallimento sia stata di natura geopolitica, regionale e internazionale, non possiamo ignorare l’assenza di un discorso condiviso e di una strategia di lotta congiunta tra le forze politiche curde dell’Est del Kurdistan». In larga parte, il comunicato è una vera e propria road map programmatica in quindici punti, in cui i firmatari disegnano l’orizzonte politico dei movimenti curdi per il futuro Iran. I primi due punti riguardano il riconoscimento comune del diritto all’autodeterminazione e l’impegno per la costruzione di istituzioni democratiche negli altipiani curdi, raggiungibile tramite una «lotta congiunta con le altre nazioni sottomesse dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica e stabilire un sistema politico democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche». > Al quarto punto emerge uno dei temi più cari al movimento basato sul paradigma > del confederalismo democratico, rappresentato nella coalizione dal PJAK: > «Sosteniamo la lotta delle donne in Kurdistan per la parità di genere e la > loro partecipazione in tutti gli ambiti politici, sociali e amministrativi». Il quinto punto stabilisce che i processi decisionali dovranno avvenire attraverso dialogo e consenso e specifica che: «Riteniamo che ricorrere a qualsiasi forma di violenza, in particolare armata, per risolvere disaccordi sia condannato e proibito». Ciò che potrebbe sembrare ovvio, nella politica curda spesso non lo è: i partiti della coalizione, nel corso di mezzo secolo di lotta armata, hanno più volte fatto ricorso alla violenza tra loro, sfociata in vere e proprie guerre civili, spesso alimentate e strumentalizzate dalle potenze regionali. Il punto sei specifica che ogni forma di resistenza è legittima, inclusa l’autodifesa, per garantire la continuità, l’armonia e l’unità nella sfera civile, politica, culturale e dell’attivismo. L’uso del termine «autodifesa», privilegiato dal movimento confederalista, come altri particolari del documento, lascia trapelare l’influenza del PJAK nella stesura. Abdullah Öcalan, in un messaggio ha invitato il partito a non abbandonare a priori la via della lotta politica «se emerge un terreno basato sull’integrazione democratica», confermando la legittimità della resistenza armata se necessario: «Se la negazione, il genocidio e l’inimicizia continuano, devono proteggersi». > La strada è sicuramente in salita anche per quanto riguarda le alleanze > interne. Il settimo punto del programma dichiara il supporto alla «lotta di > tutti i popoli alla ricerca della libertà in Iran contro la Repubblica > Islamica, lo smantellamento di essa e l’istituzione di un sistema democratico > basato sulla decentralizzazione», estendendo chiaramente gli orizzonti oltre > le regioni curde e cercando di tessere alleanze con le altre componenti del > paese sulla base della «cooperazione reciproca, del riconoscimento del diritto > all’autodeterminazione per la nazione curda e del rifiuto di ogni forma di > dittatura». La prima reazione al comunicato è arrivata da Reza Pahlavi, figlio del deposto scià e aspirante successore, che ha bollato la coalizione come separatista e collaborazionista, affermando che «possiamo aspettarci che l’esercito iraniano adempia al suo dovere nazionale e patriottico, si schieri al fianco del popolo e difenda l’Iran sia dalla Repubblica Islamica che dai separatisti». Ancora una volta, per i movimenti politici curdi, si preannuncia una lotta su più fronti. Alcuni degli articoli chiave del documento sono volutamente vaghi. L’articolo 8, dedicato al coordinamento politico e diplomatico, non chiarisce chi rappresenta la coalizione o come avverranno i rapporti con l’esterno, ad esempio con il KDP di Erbil o il PUK di Sulaymaniyah, né come interagire con altre forze di opposizione iraniane. L’articolo 9 propone un comando congiunto delle forze armate curde, ma il testo parla solo di «lavorare verso la formazione» di questa struttura. Per il momento, ogni partito conserva il controllo sulle proprie armi. Gli articoli da 10 a 14 delineano quello che equivale a un periodo transitorio fino al vero e proprio quadro costituzionale per un Kurdistan post-rivoluzionario: formazione di una struttura di autogoverno nel rispetto della volontà popolare, i cui dettagli non vengono delineati, ma la cui responsabilità sarà quella di «favorire la partecipazione della popolazione civile in vari ambiti e fornire servizi». L’impegno a indire elezioni entro un anno dopo la caduta del regime e a rispettarne l’esito qualunque siano i risultati è ambizioso, forse troppo. Le questioni più complesse: chi controlla il territorio, chi amministra i servizi, quali quadri compongono l’autorità provvisoria, come vengono assegnati i seggi, vengono tutte rinviate. È in questi dettagli che possono facilmente emergere disaccordi tra questi partiti, date le profonde differenze ideologiche e organizzative. IL COLLASSO DEL REGIME Nonostante il duro colpo inflitto alla Repubblica Islamica, il crollo del regime non è scontato, ancor meno lo spazio di manovra in cui i partiti curdi possano applicare la propria roadmap. Il precedente c’è: è chiaramente la rivoluzione del Rojava, e i movimenti curdi del Rojhelat arrivano oggi con un bagaglio di conoscenze, pratiche ed errori che i cugini in Siria non avevano. La fondazione stessa della coalizione può essere vista come un insegnamento dai passati errori. Ma la battaglia, di fatto, non è ancora cominciata, e le contraddizioni non mancano. > Mentre PAK, KDPI, Xabat e Komala possono influire sul piano del coordinamento > politico e della diplomazia, PJAK porta in dote ciò che nessun altro partito > ha: una capacità militare operativa, logistica e di presenza sul campo. Va > detto che sebbene l’accordo del 2023 abbia seriamente minato le capacità > militari degli altri partiti, con la crescente pressione esercitata sull’Iran > dagli Stati Uniti, il KRG potrebbe allentare la presa e permettere un graduale > riarmo. Tuttavia, solo il PJAK possiede strutture militari, basi operative e guerriglieri distribuiti in Rojhelat e Bashur, con esperienza pluridecennale di resistenza armata. Molti combattenti del PJAK hanno partecipato alla rivoluzione del Rojava come volontari e alcuni comandanti erano tra le file della guerriglia del PKK prima ancora della fondazione del PJAK. Senza di loro, la coalizione resta simbolica. Con loro, il peso delle decisioni strategiche ricade su un singolo partito, esposto a rischi enormi. Oltre al piano operativo, c’è una questione di rappresentanza, non meno importante. Quattro dei leader presenti alla conferenza stampa di presentazione della coalizione: Mustafa Hijri del KDPI da Nagadeh, Hussein Yazdanpanah del PAK da Bukan, Baba Sheikh Hosseini di Xebat da Baneh, e Reza Kaabi di Komala da Saqqez, provengono da un cluster limitato di città Sorani e Sunnite. Solo PJAK, con Peyman Viyan da Mako, unica donna presente, e dirigenti provenienti da zone Sciite e Kurmanji, estende la propria influenza al di fuori di questo nucleo. Anche ammettendo una piena rappresentanza della regione Sorani-Sunnita, quattro dei cinque partiti si contendono principalmente la rappresentanza di 3-4 milioni di persone, su una popolazione curda totale stimata tra 10 e 12 milioni. PJAK può contare su una presenza più diffusa, anche considerando le organizzazioni della società civile a a lui ideologicamente vicine come KJAR e KODAR, ma è evidente che ognuno di questi partiti dovrà impegnarsi in uno sforzo politico significativo se vuole aspirare a rappresentare realmente il vasto mosaico sociale, culturale e religioso che abita il Kurdistan dell’est, per non parlare dei milioni di curdi residenti nella regione del Khorasan o a Teheran. La recente escalation militare ha trasformato anche la Regione del Kurdistan in Iraq in un vero e proprio campo di battaglia. Erbil è stata colpita da droni, sirene di allarme e blackout elettrici per due notti consecutive. Le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, come a Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi. > In questo contesto, anche se l’indebolimento della Repubblica Islamica > potrebbe sembrare una grande opportunità, la coalizione si trova in una > posizione delicata: ogni azione militare rischia di provocare una repressione > feroce. Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con > Teheran e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si > troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime > ancora potente e determinato. Il PJAK, in quanto forza militare più organizzata, è dunque al centro di un dilemma politico e militare: ha la capacità di difendersi, ma non può scatenare una guerra aperta senza il rischio di ritorsioni devastanti. I suoi leader hanno più volte dichiarato di essere pronti a difendere una rivoluzione nata dalla società iraniana, ma di rigettare l’intervento esterno e le mire imperialiste di potenze regionali o internazionali. Ogni azione militare e politica implica un calcolo preciso, ogni scelta strategica diventa una responsabilità pesante e rischiosa, che implica bilanciare aspirazioni di libertà e autodeterminazione con la dura realtà della guerra. I prossimi giorni e gli eventi sul terreno determineranno se la coalizione sarà un simbolo di unità politica o una forza reale sul campo. Nel frattempo, le montagne del Rojhelat osservano silenziose, pronte a testare la resistenza dei loro guerriglieri. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA proviene da DINAMOpress.
March 4, 2026
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Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
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Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester
Juan è in America da diciotto anni. Viene da Puebla, Messico. Ogni mattina scende dalla collina dove sorge Chester per raggiungere le serre a valle, dove raccoglie i frutti che finiranno sulle tavole di New York City. Tutti lo conoscono: i vicini, i commercianti della via principale, persino i poliziotti. Chester è una di quelle cittadine anonime e tranquille tipiche dell’Hudson Valley. Quattromila abitanti a un’ora da New York City, una strada principale, qualche negozio, il cream cheese per cui la zona è famosa e un castello trasformato in parco giochi per bambini/e. I tassi di criminalità sono praticamente inesistenti. Però, dall’8 gennaio, qualcosa comincia a cambiare. Il Dipartimento della Homeland Security pubblica un avviso: intende acquistare un magazzino nell’area industriale per trasformarlo in un “centro di detenzione e processamento” dell’Immigration and Customs Enforcement. Capacità: 1.500 persone. La notizia fa il giro dei media locali, poi arriva al Washington Post e al New York Times, fino alla stampa internazionale. Il 13 febbraio, l’agenzia conferma ufficialmente: «L’ICE ha acquistato una struttura a Chester, New York. Sarà un centro di detenzione ben strutturato che soddisfa i nostri standard». Per braccianti come Juan, che ogni mattina scendono dalla collina per nutrire la città, la paura della deportazione non è più un pensiero lontano: è diventata realtà. > «Sono qui con mia sorella e mia nipote», dice Juan, chiedendo di restare > anonimo. «Qui c’è solo una strada principale e tutti si conoscono. Se arriva > l’ICE, mi deporta in un giorno». «L’edificio in questione è un ex-centro di distribuzione di ricambi auto Pep Boys. Secondo il Washington Post, d’estate le temperature al suo interno diventano insopportabili, paragonabili a stare intrappolati in una baracca di alluminio. Ma c’è un dettaglio che non è sfuggito a molti: il magazzino appartiene a una società riconducibile a Carl Icahn, ex-consulente industriale dell’amministrazione Trump e uno dei suoi maggiori finanziatori. «Stiamo davvero parlando di costruire centri di detenzione», si chiede il reverendo Richard Witt, direttore esecutivo della Rural and Migrant Ministry, «oppure si tratta di pompare denaro pubblico nelle tasche di un amico del presidente?» * Photo by Henry Smith/American Image News Service La struttura si trova a meno di tre chilometri da una scuola elementare, diverse chiese e un parco pubblico. «È l’unica località proposta nello Stato di New York e verrebbe probabilmente utilizzata per detenere persone provenienti da tutto lo Stato, non solo dall’Hudson Valley», spiega Vanessa Cid, attivista di For the Many, movimento di base che organizza le comunità nella Hudson Valley per la giustizia abitativa e migratoria. «Questa struttura avrà un impatto su tutti i newyorkesi, non solo sui residenti di Chester e della valle. Aumenterà la presenza dell’ICE e i rapimenti nella Hudson Valley e oltre. Non vogliamo che nessuno, da nessuna parte, venga rapito e detenuto». Non è la prima volta che l’Orange County ospita strutture di detenzione: già oggi la contea affitta gran parte della sua prigione all’agenzia federale, guadagnando milioni di dollari. Witt conosce bene questo meccanismo e cita il precedente di Batavia, una cittadina nell’ovest dello Stato che costruì un centro anni fa. «Batavia non è più conosciuta per essere una bella città, ma solo per la struttura di detenzione. Ora l’Orange County diventerà nota come il luogo di raccolta per madri e padri innocenti». L’impatto sulla comunità è già tangibile, soprattutto tra i lavoratori agricoli. La Rural and Migrant Ministry, fondata nel 1981, accompagna da decenni le famiglie rurali e i braccianti nella loro lotta per migliori condizioni di lavoro e di vita. Molti provengono dall’America Centrale e del Sud, dai Caraibi, ma anche da paesi come l’Egitto e la Cina. L’agricoltura muove oltre sei miliardi di dollari all’anno nello Stato di New York. «I contadini di New York esistono per nutrire New York City – spiega Witt – portare via le persone ha un impatto economico enorme». Nella via principale di Chester, nei caffè e nei negozi, non si parla d’altro. I migranti che raccolgono frutta nelle serre e lavorano nella ristorazione hanno già cominciato a limitare i propri movimenti. «Le persone hanno paura di uscire. L’ICE si mette davanti alle lavanderie e ai supermercati – racconta Witt – la gente ha paura di camminare per la strada, di lasciare i figli a scuola. C’è un’enorme crescita dell’ansia. Questo vale anche per chi non è immigrato, ma dipende dagli immigrati per la propria attività. La paura sta colpendo tutti». Photo by Henry Smith/American Image News Service Di fronte a questa minaccia, la risposta non si è fatta attendere. «Quando ci siamo mobilitati per la prima volta a Chester il 2 gennaio, poco dopo la fuga di notizie sulla stampa e prima che molti avessero sentito parlare del centro, si sono presentate meno di una dozzina di persone – spiega Cid – il 12 gennaio, circa 700 persone hanno risposto alla nostra chiamata per presentarsi a una riunione del consiglio comunale. Alla fine di gennaio, circa 800 persone si sono presentate a un’altra manifestazione. È incredibile quanti membri della comunità si siano uniti a questa lotta così rapidamente. È ancora più sorprendente dato che questa è un’area molto rurale — solo circa 4.000 persone vivono a Chester». > «Ovunque le persone provano paura e rabbia mentre l’ICE terrorizza le comunità > – aggiunge Cid – l’agenzia ha aumentato massicciamente la sua attività nella > Hudson Valley da quando è entrata in carica la seconda amministrazione Trump; > gli avvistamenti confermati e i rapimenti di residenti della valle sono > esplosi rispetto al primo mandato di Trump. Questa agenzia federale canaglia > non può essere riformata. Deve essere abolita». «C’è un’enorme voglia di opposizione – conferma Daniel Atonna, consigliere comunale di Poughkeepsie e organizzatore del Mid-Hudson Valley DSA – l’Hudson Valley è davvero una sola comunità, e siamo molto preoccupati che i nostri vicini vengano rapiti. Se questa struttura aprirà, rapiranno migliaia di persone per le strade di tutta la Hudson Valley, e li manderanno qui a Chester». Photo by Henry Smith/American Image News Service Il 29 gennaio, tra 600 e 800 persone sono tornate in strada durante un meeting del Town Board, il consiglio che amministra la città. La pressione ha prodotto risultati: il consiglio ha approvato due risoluzioni, una contraria alla costruzione del centro, l’altra a sostegno del NY MELT Act, che obbligherebbe gli agenti a portare cartellini identificativi. Parallelamente, For the Many ha fatto pressione sul rappresentante democratico Pat Ryan affinché rifiutasse le donazioni dei dirigenti di Palantir, uno dei più grandi contractor dell’ICE, e destinasse i fondi già ricevuti a organizzazioni locali di difesa degli immigrati. Ryan ha accettato. Dietro Chester si nasconde qualcosa di molto più ampio. Secondo documenti interni trapelati a dicembre e pubblicati dal Washington Post, la cittadina fa parte di un piano nazionale per costruire 23 nuovi centri su tutto il territorio, per un totale di 76.500 posti letto. Il piano è finanziato dal Big Beautiful Bill, la legge che ha quasi raddoppiato i fondi dell’agenzia, che oggi detiene settantamila persone al giorno – un record storico. > «A prima vista sembra che riguardi solo Chester», spiega Witt, «ma a uno > sguardo più attento, riguarda l’intera regione. Si tratta di costruire una > struttura vicino alla base aerea di Stewart per espellere le persone, > affittando spazi per svuotare l’Hudson Valley, il Connecticut occidentale, il > New Jersey settentrionale e la Pennsylvania orientale. Si tratta di uno sforzo > nazionale complessivo per costruire queste strutture. Si tratta di trasformare > il nostro paese in uno Stato di Polizia». L’espansione è già in corso: nuovi uffici dell’ICE stanno sorgendo a New Windsor, a Woodbury e a Roseland. Tutti i sedi si trovano a meno di un’ora e mezza da Chester, creando una rete di controllo sul territorio. I numeri confermano l’accelerazione su scala nazionale. A metà gennaio, più di 75.000 immigrati si trovavano in detenzione, rispetto ai 40.000 di un anno prima. Le strutture utilizzate sono più che raddoppiate, arrivando a 225 siti in 48 stati. Ma l’amministrazione Trump sta compiendo ulteriori passi: a gennaio sono stati spesi 102 milioni di dollari per un magazzino nel Maryland, 84 milioni in Pennsylvania, più di 70 milioni in Arizona. Mentre il governo costruisce la sua infrastruttura della deportazione, da Chester parte un movimento di resistenza per difendere la valle e opporsi all’ICE. Il costo umano è altissimo. «Abbiamo un ragazzo di sedici anni che ha già perso il padre e ogni giorno ha paura di perdere la madre», racconta Witt. «È qualcosa che un sedicenne dovrebbe affrontare?» La pressione si fa sentire tra i giovani lavoratori: molti stanno abbandonando la scuola per prendersi cura delle famiglie. «Le famiglie con cui lavoriamo non sono criminali», sottolinea Witt. «Sono uomini e donne che lavorano duramente. Non sono qui solo per sfuggire a persecuzioni e povertà, ma anche per contribuire alle nostre comunità, alla nostra economia. Ci stanno nutrendo». Photo by Henry Smith/American Image News Service Mentre i ristoranti si svuotano, cresce la determinazione. «La paura sta colpendo tutti», ammette Witt, «ma stiamo vedendo anche qualcos’altro: una comunità che si unisce, che dice no. Le persone alle manifestazioni sono gente comune – non solo attivisti ma anche madri, padri… persone normali insomma. Non permetteremo che i nostri vicini vengano rapiti dalle loro case». Come è successo a Batavia, se il centro verrà costruito, le proteste continueranno. «Le persone continueranno a resistere contro quella che percepiscono come detenzione ingiusta, rapimenti e abusi». «Vogliamo che i nostri fratelli e sorelle in Italia e in Europa sappiano che non condividiamo ciò che è stato detto e fatto da molti dei nostri funzionari eletti, specialmente dal Presidente – aggiunge Witt – siamo in molti a credere che la visione e la forza dell’America si fondino sulla diversità: persone che si uniscono, lavorano, vivono insieme. È da qui che l’America trae la sua forza e la sua pace». «For the Many organizza persone comuni in tutta la Hudson Valley per fare pressione su chi detiene il potere», spiega inoltre Vanessa Cid. «Siamo riusciti a ottenere che Pat Ryan rifiutasse le donazioni di Palantir con un post sui social media. Immaginate quanto saremmo efficaci se ci presentassimo in massa ogni volta, come abbiamo fatto a Chester. È questo che ci vuole per tenere fuori l’ICE e fermare questi attacchi alle nostre comunità. Ed è per questo che ci stiamo organizzando». Immagine di copertina di Henry Smith/American Image News Service SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Hudson Valley vs ICE: no al detention center a Chester proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
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Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno
A novembre, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza delle donne, alla Camera è stato approvato all’unanimità un progetto di legge per riformulare integralmente la formulazione dell’art. 609-bis del Codice penale sulla violenza sessuale, per legare esplicitamente il reato di violenza sessuale al concetto di consenso libero e attuale. Ma già il 25 novembre 2025, giornata simbolica e data prevista per l’approvazione in Aula del Senato, la maggioranza blocca la votazione, rinviando l’esame e «chiedendo approfondimenti» sul testo. La proposta dovrebbe intervenire sulla legge contro la violenza sessuale varata nel 1996, frutto di lunghi anni di battaglie, e che trasformò la violenza sessuale da un reato contro la morale a un reato contro la persona. L’impianto della legge del 1996 lega la violenza sessuale alla presenza della minaccia e dell’abuso, un modello coercitivo, ma ormai superato dalla giurisprudenza, che dopo l’approvazione della Convenzione di Istanbul, ha iniziato a riconoscere il modello fondato sul consenso come principio cardine per valutare se c’è stata o no violenza sessuale. Qualche settimana fa è presentato in Commissione il nuovo disegno di legge è a cura della Senatrice Giulia Bongiorno (Lega), che sostituisce il “consenso” con la «volontà contraria all’atto sessuale», introducendo il concetto di “dissenso” e riportando l’Italia indietro di cinquant’anni. Leggi il nostro speciale per approfondire. Foto di Non una di meno Roma DDL “CONSENSO”: QUANDO IL “DISSENSO” SERVE A PROTEGGERE LO STUPRATORE Di Giada Sarra Dopo l’accordo bipartisan sul reato di violenza sessuale, promosso da Meloni e Schlein, la sostituzione del “consenso” con il “dissenso” rivela una chiara scelta politica, facendo apparire la proposta originaria come l’ennesima manovra di gender washing Foto di Daniele Napolitano BE FREE: «IL DDL BONGIORNO STRAVOLGE IL SIGNIFICATO DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL» di redazione La norma in discussione alle camere sta suscitando proteste e mobilitazioni. Con l’approvazione, si arriverà a dare per scontata la legittimità predatoria del rapporto sessuale e l’esigibilità dei corpi femminili, causando un grave arretramento giuridico in un Paese dove la violenza di genere è un fenomeno ancora così diffuso e spesso sommerso Foto di Margherita Caprili LA CULTURA DELLO STUPRO COME TECNICA DI POTERE di Babs Mazzotti Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno Immagine di copertina di Non una di meno Roma SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
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Disagio mentale e povertà, un legame perverso
Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi integrati». > Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e > tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano > che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra > il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il > 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della > popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i > disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il > 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato > divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più > elevata tra le donne». Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016». E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo  posto nel mondo per la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a coinvolgere fino all’80% delle ragazze. Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare,  nei giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack. Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel nostro paese in particolare tra i giovani e le donne. Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza. Perché siamo caduti in questo precipizio? La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali. Un quadro desolante che va ben oltre il Covid Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li “assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri. Invece di? Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti. A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro relazione. Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione sessuale nelle scuole? In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta introduzione alla sessualità, spesso la sola. Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta? È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono. la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Disagio mentale e povertà, un legame perverso proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
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