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Pensavano di recintare il mare. Cronache dell’insorgenza francese
La mobilitazione contro il carovita e in solidarietà del movimento dellə studentə, esplosa nelle piazze francesi il 17 ottobre, è tornata a riempire le strade sabato scorso, appena una settimana dopo, confermando la capacità del movimento di riaprire uno spazio di conflitto sociale e politico nel Paese. Nonostante le decine di ordinanze prefettizie di divieto, i cambiamenti di percorso imposti all’ultimo momento e un dispositivo repressivo eccezionale — 70.000 agenti dispiegati su tutto il territorio nazionale, affiancati da unità speciali, blindati, elicotteri ecc. — centinaia di migliaia di persone sono tornate in piazza. (Secondo la CGT, 800.000 persone in tutta la Francia e 250.000 solo a Parigi). Numeri enormi, che testimoniano la persistenza e l’ampiezza della mobilitazione malgrado i tentativi di intimidazione del governo. Di fronte a una mobilitazione che continua a sfuggire ai tentativi di contenimento, il governo aveva reagito infatti, nel corso della settimana precedente, con nuove misure restrittive. Dopo gli scontri che si erano protratti in diverse città anche nei giorni successivi al 17 ottobre, il primo ministro Sébastien Lecornu aveva chiesto ai prefetti di introdurre coprifuoco parziali e localizzati aggiungendo un nuovo tassello a una stretta autoritaria che restringe le libertà pubbliche, dal diritto di manifestare alla libertà di circolazione, e rischia di normalizzare il ricorso a misure eccezionali.. Sul piano giudiziario, migliaia di persone erano state fermate e il ministro della Giustizia Gérald Darmanin aveva sollecitato i procuratori a chiedere pene più severe per le persone accusate (sospensione del diritto di voto, trasmissione della sulla condanna al datore di lavoro, divieto di partecipare a manifestazioni; esclusione dai social network, interdizione dal territorio francese per le persone straniere condannate). Macron, dal canto suo, aveva indicato, al termine di un Consiglio di difesa e sicurezza nazionale, che la raccomandazione generale fosse di non organizzare manifestazioni nei giorni successivi, precisando che i prefetti avrebbero vietato, «ovunque possibile», quelle non promosse e inquadrate dai sindacati. Il 24 ottobre ha tuttavia dimostrato che la paura e la repressione non bastano a fermare una mobilitazione che continua a estendersi e punta ora a iscriversi nella durata, con nuove scadenze già all’orizzonte: domani 31 ottobre e il 5 novembre, giornata di Sciopero Generale dichiarato dall’intersindacale. L’ATTESO IMPREVISTO DEL 17 OTTOBRE: LA FRANCIA TORNA IN MOVIMENTO Se l’esplosione della mobilitazione studentesca delle ultime settimane aveva già rappresentato un’irruzione di novità nel torpore della rentrée politica – scandita dalle discussioni sul bilancio nazionale, dalle manovre la per la campagna elettorale per le presidenziali 2027 e dalle desolanti primarie del partito socialista – la mobilitazione del 17 ottobre ha costituito a tutti gli effetti un atteso imprevisto : l’emergere improvviso di una “convergenza” – sebbene la rigidità di questo termine mal si adatti alla fluidità delle alleanze e alla trasversalità delle rivendicazioni della piazza – a lungo invocata, ma che sembrava ogni volta sottrarsi alla possibilità di una concreta realizzazione. Nata dalla circolazione in rete di una pluralità di appelli alla mobilitazione in vista dell’anniversario della prima mobilitazione dei Gilets jaunes, la giornata del 17 ottobre ha rapidamente catalizzato l’attenzione di tanti, trovando nel movimento liceale un interlocutore capace di rilanciarne la portata. Quest’ultimo ha infatti riconosciuto in questa data l’occasione per generalizzare la protesta avviata a settembre, attingendo all’eredità simbolica di una delle contestazioni sociali più forti e incisive dell’ultimo ciclo di lotte in Francia > È dunque nel segno di un paradosso temporale, quello dell’«atteso imprevisto», > che si è presentata questa giornata: qualcosa a lungo cercato, tentato e > preparato, che tuttavia irrompe all’improvviso. Il 17 ottobre ha attraversato la Francia una mobilitazione di massa, a prevalenza giovanile e largamente autorganizzata, capace di portare in strada centinaia di migliaia di persone senza sciopero né appelli ufficiali. Dai blocchi stradali e dei caselli alle barricate, dai cortei spontanei all’occupazione delle stazioni, fino ai saccheggi di grandi catene commerciali e negozi di lusso, la giornata ha moltiplicato le forme del conflitto, mettendo a dura prova la capacità dell’apparato poliziesco di contenere e disciplinare la mobilitazione. Per un giorno, in molte città, i flussi di merci e di persone su cui si regge l’attività economica quotidiana (trasporti, commercio, circolazione stradale) sono stati bloccati. Senza rimuovere la radicalità dell’insieme di queste pratiche né liquidare i saccheggi come semplici atti di vandalismo, le testimonianze restituiscono qualcosa che il racconto securitario tende a cancellare: la gioia di ritrovarsi in tantə, la musica i cori e le danze nelle strade e nelle stazioni, i pasti condivisi, il mutuo soccorso sotto i lacrimogeni, la solidarietà di abitanti e automobilisti. > Una dimostrazione di forza dunque: non soltanto una manifestazione di collera, > ma un momento di rottura, per quanto temporaneo, che rende visibile il > passaggio dalla rassegnazione all’azione collettiva e la possibilità di > intaccare i blocchi di potere politico ed economico. A guardare le immagini del 17 ottobre, l’era Macron sembra già al capolinea. Impossibile, malgrado la preoccupazione per la scadenza elettorale delle presidenziali tra meno di sei mesi, non guardare indietro a quando, ormai dieci anni fa, l’entrata in scena di questo énarque ex banchiere d’affari — passato dall’alta amministrazione alla finanza per conto di grandi gruppi capitalistici e infine al vertice dello Stato — veniva raccontata attraverso la fiaba del riformismo “illuminato”. Un mito che oggi si dissolve definitivamente di fronte alla realtà di un Paese devastato dal saccheggio delle finanze pubbliche e a un governo autoritario di “estremo centro”, consumato dalla propria arroganza e dal disprezzo per ogni forma di dissenso sociale. Un bilancio decennale che parla da sé: mentre gli aiuti pubblici alle grandi imprese sono schizzati a 211 miliardi di euro i servizi essenziali sono stati letteralmente svuotati. È il ritratto di una Francia messa in ginocchio da un’austerità a senso unico: oltre 32.000 letti d’ospedale tagliati, 10.000 posti di insegnante soppressi con classi ormai sovraffollate, e un attacco sistematico a lavoro, pensioni e potere d’acquisto. Foto CGT LƏ STUDENTƏ MEDIƏ CATALIZZATORE DI UNA NUOVA MOBILITAZIONE Pochi avrebbero scommesso che il risveglio dal torpore dei mesi scorsi sarebbe arrivato da un movimento dellə studentə mediə. Un movimento con epicentro le scuole di banlieue da Creteil a Saint Denis. Mentre restavamo spettatori dell’avanzata reazionaria delle destre a livello globale, del precipitare degli equilibri planetari dentro la cornice della guerra permanente e del genocidio a Gaza, la jeunesse francese ha sparigliato le carte. Con straordinaria determinazione il movimento cominciato a settembre ha saputo trasformare la periferia da margine dimenticato a centro del conflitto. Ma il suo ruolo non si è esaurito nell’innesco: agendo come elemento propulsivo, la Gen Z (o come si è autodefinita la generazione six-seven) ha spezzato l’isolamento delle singole lotte e ha riattivato l’intero corpo sociale. Attraverso un’energia vitale straripante, fatta di creatività, gioia e desiderio di festa, lə studentə sembrano spazzare via l’orizzonte mortifero a cui ci vorrebbe condannare il sistema dominante: crisi ecologica, corsa al riarmo, militarizzazione e sdoganamento del fascismo. > È proprio in questa capacità di irradiazione che la mobilitazione giovanile > compie un salto di qualità, configurandosi come una vera e propria sintesi > diffusiva. Lungi dal rimanere confinata entro le mura delle scuole o nei perimetri corporativi (lo studente d’altronde è per antonomasia una figura in transizione) la protesta si è diffusa a macchia d’olio offrendo a soggetti sociali eterogenei (lavoratrici, precarə, abitanti dei quartieri popolari etc.) un linguaggio comune entro cui ritrovarsi. L’efficacia di questa sintesi si misura in più punti decisivi: Innanzitutto sul terreno delle rivendicazioni materiali e della ricomposizione del lavoro.  titolo di esempio, basta guardare al Plan d’urgence de 10 milliards d’euros pour l’éducation preteso da L’Union étudiante e L’Union syndicale lycéenne : un piano che prevede non solo la riqualificazione dell’edilizia scolastica e la creazione di nuovi posti di ruolo per gli insegnanti nella scuola secondaria, ma anche l’apertura di 250.000 nuovi posti per lə studentə negli atenei. Una misura capace di invertire la tendenza ai tagli all’università e di offrire uno sbocco reale alle aspirazioni di migliaia studentesse e studenti ma anche di precari dell’insegnamento e della ricerca da cui dipende in larga misura il funzionamento quotidiano degli atenei. Il rifiuto dell’austerità e della distribuzione ineguale dei costi della crisi. Mentre il governo continua a chiedere sacrifici e a comprimere le risorse destinate ai servizi pubblici, le rivendicazioni lə studentə riportano al centro la questione delle priorità di bilancio. Il bilancio degli anni di Macron, celebrato al suo ingresso sulla scena politica come un «Mozart della finanza», è segnato da scelte fiscali e di spesa che alimentano il conflitto sulla distribuzione delle risorse pubbliche. Non a caso, l’intersindacale della funzione pubblica insiste sulla rivalutazione dei salari, sul recupero del potere d’acquisto e sulla necessità di investimenti capaci di garantire servizi adeguati. La protesta giovanile incontra così un malessere sociale più ampio, che riguarda tanto le condizioni materiali di chi studia quanto quelle di chi lavora e di chi dipende dai servizi pubblici. È su questo sfondo che acquista rilievo anche la critica alla corsa al riarmo, che rende ancora più evidente il conflitto sulle destinazioni della spesa pubblica: quali risorse per la scuola, la sanità, l’università e la protezione sociale, e quali per gli armamenti? Infine, sul piano dell’assunzione politica delle lotte contro la violenza di Stato e il razzismo sistemico. Sfidando la linea della “tolleranza zero” e i divieti prefettizi sui blocages degli istituti scolastici, il movimento studentesco non ha soltanto sperimentato direttamente sulla propria pelle la brutalità delle forze dell’ordine, ma ha riconosciuto nella repressione subita una violenza sistemica denunciata ormai da tempo dai collettivi delle famiglie delle vittime. Facendo proprie le istanze di chi da tempo si batte contro le violenze della polizia e il razzismo di Stato — non da ultime le mobilitazioni che avevano aperto l’anno politico denunciando la proposta di legge sulla presunzione di legittima difesa presto ribattezzata “Permis de Tuer” —, il movimento ha collocato la repressione subita all’interno di una cornice strutturale. Una violenza fattasi pratica ordinaria di governo, segnata dall’uso di armi mutilanti come i LBD e le granate GM2L — responsabili negli anni di un drammatico bilancio di éborgnements e mains arrachées. IL LINGUAGGIO TRASVERSALE DELLA JEUNESSE DE BANLIEUE Spesso oggetto di fantasie o rimozioni da parte della militanza tradizionale, le giovani delle banlieue incarnano la figura sociale su cui si concentra con maggior violenza l’oppressione sistemica, sociale e razziale. Che il detonatore della protesta sia arrivato da lì non era necessariamente prevedibile, ma è profondamente comprensibile: ed è forse proprio la loro insorgenza, quando non viene liquidata come l’ennesima jacquerie urbana o derubricata a mero sfogo di violenza anomica, a offrire il terreno per l’estensione della lotta. A muoversi è in effetti quella che qui veniva giustamente definita una «nuova e giovanissima generazione meticcia« capace di rompere gli schemi tradizionali della protesta e che senza attendere l’ennesima riforma da contestare sceglie una strada finalmente offensiva. > Questa jeunesse parla un linguaggio comprensibile a tuttə lə sfruttatə perché > attacca senza mediazioni le radici dell’ingiustizia. Il posto assegnato a questa giovane generazione è quello di una scuola pubblica che se nei licei del centro può conservare ancora talvolta la funzione di riproduzione delle élite, nei quartieri popolari diventa dispositivo di segregazione e canalizzazione precoce ai lavori più precari e ricattabili. È un meccanismo di matrice coloniale, che governa popolazioni di cui ha bisogno ma che non le accetta come pari, e di cui il razzismo e la violenza poliziesca sono gli strumenti. Contestarlo vuol dire attaccare una gerarchia che si regge non solo su accessi diseguali alla scuola ma anche al lavoro e alla città, e che oggi non si fermano ai confini dei quartieri popolari: ogni taglio alle risorse e ogni pezzo di stato sociale smantellato la estende a chi finora ne era al riparo. È qui che si gioca la vera portata politica dell’insorgenza: non più un’eccezione confinata ai margini, ma lo specchio anticipato di una condizione materiale che si fa più generale. Il linguaggio della jeunesse cessa così di essere il gergo di una frattura periferica per diventare una chiave di lettura e di attacco accessibile a una precarietà ormai diffusa. Foto CGT LA VIOLENZA E CHI NE PARLA Dopo la grande giornata del 17 ottobre, il discorso pubblico è stato immediatamente sequestrato da una precisa operazione di rimozione. Le ragioni sociali che avevano spinto centinaia di migliaia di persone in piazza – il carovita soffocante, i tagli alla scuola pubblica, il collasso dei servizi essenziali – sono state cancellate per far posto alla sola grammatica dell’ordine pubblico e della criminalizzazione. Questo ribaltamento è stato alimentato, a reti unificate, dal polo mediatico dell’estrema destra francese. Da un lato CNews – la rete all-news a ciclo continuo di proprietà del miliardario reazionario Vincent Bolloré, che ne ha fatto la piattaforma per le proprie ossessioni identitarie su immigrazione, Islam e insicurezza –, dall’altro BFMTV, l’altro gigante dell’informazione continua, ripiegato sulla medesima agenda securitaria. > Per giorni, queste emittenti hanno trasformato vetrine infrante e negozi > saccheggiati in un flusso ininterrotto di immagini tossiche, costruite > appositamente per attribuire le devastazioni a una parte precisa della > popolazione e marchiare lə giovani delle periferie come nemici della nazione. Nelle ore successive alla piazza, su tutti i canali di informazione è andato in scena un offensiva politico-mediatica dai toni apertamente razzisti. Éric Zemmour volto dell’estrema destra nazionalista e identitaria ha parlato di «horde de barbares maghrébins et africains», mentre su CNews Pascal Praud ha invocato apertamente la linea dura rispolverando De Gaulle: «L’unico tono da usare quando ci sono delle émeutes per strada è il tono del comando. […] in ultima analisi lo Stato ha una prerogativa: abbattere chi vuole abbatterlo!». Un’evocazione grottesca del gaullismo che rimuove – o richiama fin troppo bene – alcune tra le sue pagine più oscure, come quella del massacro degli algerini perpetrato dalla polizia francese proprio il 17 ottobre, ma del 1961. La criminalizzazione della mobilitazione e la costruzione di un «nemico interno» non sono rimaste confinate al dibattito pubblico. Il 23 ottobre, a Trappes, nelle Yvelines, Kevin T., un estremista di destra, ha aperto il fuoco, uccidendo il ventiseienne Pengo Bossio Wangi e ferendo altre persone tra cui una bambina di 11 anni gravemente ferita . La città, è stata teatro di una violenza che, aveva una precisa matrice razzista: agli agenti, Kevin T. avrebbe dichiarato di aver voluto «vendicare i commercianti», prendendosela con «neri e arabi». Questa mano armata non ha agito nel vuoto. L’estrema destra politica e mediatica, forte della propria capacità di occupare una parte rilevante dello spazio informativo nazionale, porta una responsabilità politica precisa nella costruzione del nemico interno e nella normalizzazione del discorso d’odio. > Chi dispone di un potere così grande nella formazione dell’opinione pubblica e > lo mette al servizio della stigmatizzazione razziale non può chiamarsi fuori > dalle conseguenze politiche del discorso che contribuisce a diffondere. Come ha ricordato Assa Traoré a nome dei collettivi antirazzisti, la violenza di Trappes si inscrive in una storia più lunga di violenza di Stato e mediatica che da anni avvelena il Paese. CONCLUSIONI Ed è proprio contro questa tenaglia fatta di terrorismo razzista, isteria mediatica, coprifuoco e blindati che la risposta della piazza ha mostrato tutto il suo valore politico. Il 24 ottobre, la scommessa del governo di soffocare la protesta con la paura si è infranta miseramente. Oltre 800.000 persone sono tornate a riempire le strade in tutta la Francia. Nonostante i massicci schieramenti di agenti, le minacce di pene esemplari e le ordinanze prefettizie e le incursioni fasciste nei cortei, la piazza ha spezzato l’ingranaggio della paura. I primi risultati concreti strappati dalla mobilitazione hanno costretto l’esecutivo a correre ai ripari con una serie di concessioni ben precise: l’annuncio del superamento di Parcoursup (la piattaforma algoritmica opaca che disciplina gli accessi all’istruzione superiore) con lo sblocco di 15.000 posti aggiuntivi nelle filiere corte dell’università e l’attribuzione di nuovi fondi per il piano straordinario di ristrutturazione dell’edilizia scolastica. Tuttavia, lə studentə che hanno imposto questi primi cedimenti non manifestano alcuna intenzione di recedere. Queste misure vengono rigettate come parziali, elemosine ridicole a fronte della gravità della crisi strutturale e della portata delle rivendicazioni in campo. La mobilitazione rilancia rilancia l’offensiva, puntando dritta alle scadenze di domani 31 ottobre e all’appuntamento decisivo dello Sciopero Generale indetto dall’intersindacale per il 5 novembre. Copertina di Francescco Brancaccio Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Pensavano di recintare il mare. Cronache dell’insorgenza francese proviene da DINAMOpress.
October 30, 2026
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30 ottobre: uno sciopero perché l’insorgenza diventi marea
Venerdì 30 ottobre sarà sciopero generale in tutto il paese. La data, convocata già a livello internazionale al finire dell’estate come data di mobilitazione internazionale per bloccare i porti che trafficano con Israele, ha assunto un significato molto più esteso e comprensivo alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane in Italia e in tutta Europa. Infatti alla mobilitazione internazionale in solidarietà al popolo palestinese e contro le politiche di riarmo si è innestata la protesta generalizzata contro il caro vita e per la scuola pubblica che ha visto riempire – in modo spontaneo ed eccedente – le piazze nelle giornate del 16, 17 e 24 ottobre. Ci sono molte motivazioni che rendono questo sciopero particolarmente importante e che potrebbero rendere la giornata chiave nelle sorti delle mobilitazioni autunnali. > Fino ad ora le proteste cittadine sono state portate avanti per lo più da > fasce giovanili della popolazione, – con l’eccezione importante della protesta > degli autotrasportatori nel Sud Italia, che alla fine ha coinvolto metà del > paese. Ora stanno convergendo sulla data di venerdì 30 tutti i principali sindacati autonomi inclusi Clap e Cobas. Vi è la possibilità concreta di adesioni significative da vari comparti come scuola, sanità e più in generale il settore pubblico. Aderisce convintamente allo sciopero anche il settore organizzato del mondo della cultura. Pertanto si mette alla prova un processo compositivo estremamente importante. Come hanno scritto su Dinamo, in questo contesto  «Organizzarsi diventa quindi una responsabilità collettiva: più che la vetrina infranta o la riappropriazione della merce, colpisce la semplicità dell’utilizzo di diverse pratiche di conflitto, la loro capacità di risonanza e di connessione di soggetti sociali diversi: dal protagonismo delle seconde e terze generazioni, fino ai blocchi di agricoltori e autotrasportatori. Un inedito ed embrionale processo di riconoscimento e ricomposizione di classe». Ci sono vari elementi che ci portano a dire che quest’ appuntamento per alcuni tratti ricorda le mobilitazioni per Gaza dell’autunno scorso, perché vi è la sensazione – che dovrà essere confermata nei numeri – che si sia aggregato quel composito insieme di realtà organizzate, società civile, associazionismo e protagonismo giovanile che aveva dato vita alle maree oceaniche dell’autunno scorso e soprattutto che ne aveva permesso la loro espansione oltre i confini della militanza.  > Se la composizione potrebbe essere analoga a quella dell’anno scorso, è > cambiato il contesto. Ad aggravare la situazione si aggiunge infatti il > peggioramento delle condizioni materiali della vita di noi tutte a seguito > della chiusura dello Stretto di Hormuz e della situazione bellica in Medio > Oriente che ha portato il carovita a livelli insostenibili. Nel frattempo si avvicina una finanziaria che sarà lacrime e sangue, che vedrà investimenti ingenti solo nel sistema di difesa, che prevederà – ancora- tagli a sanità e scuola  già gravemente provate, e non avrà neppure la capacità di ridistribuire alle componenti fedeli al governo, con l’eccezione della scelta demagogica e generalizzata di abolire il bollo auto. Le piazze di venerdì poi dovranno misurarsi con le scelte sempre più repressive del Viminale e delle questure delle varie città. Al di là dell’ennesimo decreto sicurezza del governo, nei due weekend di manifestazione si sono verificate decine di episodi di gravi abusi polizieschi, dalle studenti trattenute in questura a Roma fino all’auto della polizia che corre all’impazzata tra la folla in piazza Castello a Torino, per non dimenticare gli idranti che impediscono ad una autoambulanza di soccorrere un ragazzo a Bologna. Non saranno giornate facili ma è evidente che la tenuta democratica del paese – messa seriamente a rischio in questi 4 anni di governo fascistoide – passa anche dal riuscire a tenere una piazza ed una opposizione radicale al governo in giornate come queste.  Una grande giornata di lotta e mobilitazione potrebbe dare energie ed entusiasmo nei mesi avvenire, verso lo sciopero del 20 novembre e le mobilitazioni transfemministe del 25 e 28 novembre. HUB FOR DEFENDERS: +39 3534953606 Immagine di copertina di Clap Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo 30 ottobre: uno sciopero perché l’insorgenza diventi marea proviene da DINAMOpress.
October 29, 2026
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Cosa fare in caso d’incendio? Youssef Siher e la stretta repressiva
Andare a vedere quello che succede in piazza non serve tanto a spiegare o spiegarsi la natura dei movimenti che la popolano: chi avverte questa esigenza dovrebbe rivolgersi prima di tutto a un poeta, gli unici in grado di leggere davvero il presente. Andare a vedere quello che succede in piazza serve soprattutto a capire come stanno messi i confini di quella che per motivi a volte sfuggenti ancora chiamiamo democrazia. Lo ha ricordato Marco Bascetta poco tempo fa sul manifesto, riprendendo un passaggio centrale dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni – e a cui probabilmente assisteremo ancora per un po’ – di spunti ne offre parecchi. Qualche flash, tanto per contestualizzare. Sabato 24 ottobre, una settimana dopo lo sbocco di rabbia che ha travolto il centro di Milano, in piazza del Duomo e dintorni sono state identificate quasi tremila persone, moltissime delle quali minorenni. Dal Viminale, per giorni, hanno mandato messaggi di distensione ai collettivi e ai centri sociali (peraltro scarsamente coinvolti in queste manifestazioni), poi però le strade erano piene di poliziotti e carabinieri, digos vestiti da maranza, agenti in borghese vestiti come i cattivi di Ken in guerriero che fermavano ragazzini e li fotografavano contro il muro dopo aver fatto indossare loro un passamontagna. Il motivo? Identificazione. E confronto di queste immagini con quelle scattate durante i famosi riot. Hai visto mai che non escano fuori corrispondenze. > Va da sé che questo trattamento veniva riservato soprattutto a chi non aveva > proprio l’aria di essere nato in Italia da genitori italiani a loro volta > figli di italiani. Un ragazzino ha commentato: «A me non mi hanno fermato, forse perché avevo la felpa di Decathlon, gli altri invece l’avevano nera e basta…». O magari è gli è andata bene perché ha i capelli biondi, va’ a sapere. Cosa fare in caso di incendio? Se hai la pelle non bianca evita di indossare una tuta da ginnastica addosso, perché sei sospetto. E soprattutto portati i documenti dietro, altrimenti finisci in questura. È il fermo preventivo, recentemente esteso anche a chi non ha compiuto 18 anni: per uno “stato di fatto”, ovvero per una semplice impressione, si può essere trattenuti fino a 12 ore dalle forze dell’ordine, che per farlo devono solo avvisare, anche oralmente, il pubblico ministero. Un buffo affare: il governo che lo ha deciso è lo stesso che qualche mese fa proponeva di separare le carriere di magistrati requirenti e magistrati giudicanti, salvo poi attribuire con questa norma ai primi un potere che in teoria spetterebbe solo ai secondi, cioè quello di privare qualcuno della propria libertà personale, sia pure per un periodo di tempo limitato. Sempre sabato 24 ottobre, all’ora di pranzo, ancora a Milano, la polizia è andata a prendere un trentenne chiamato Youssef Siher. Era lui ad aver creato la pagina di Instagram e il gruppo di Telegram “Movimento 17 ottobre”. Per la procura era il capo dell’insurrezione in arrivo: tra un post e un messaggio, infatti, l’accusa era di star progettando manifestazioni violente. Un «piano eversivo» hanno scritto i pm nella loro richiesta di convalida del fermo. Mercoledì 28 ottobre la gip di Milano Tiziana Landoni, valutate le prove, ha concesso a Siher di uscire di prigione, perché non aveva commesso reati di alcun genere. Certo il fatto di avere origini marocchine, di far parte della comunità musulmana lombarda e di essersi speso contro il genocidio a Gaza ha avuto il suo peso: «L’ayatollah dei maranza» l’ha definito un giornale filogovernativo. > La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha reagito alla scarcerazione di > questo trentenne come sempre fa quando in tribunale si assume una decisione a > lei sgradita: attaccando la magistratura, complice stavolta dell’insurrezione > contro il suo governo. C’è da capirla: Meloni non può ammettere che le piazze e i cortei siano frutto dell’insoddisfazione per le sue politiche, dunque può solo evocare l’esistenza di una misteriosa regia a muovere i fili della violenza di piazza. Altro buffo dettaglio: per tutta la campagna referendaria sulla giustizia, non troppi mesi fa, ci è stato ripetuto migliaia di volte che giudici e pubblici ministeri non possono stare insieme perché si danno sempre ragione a vicenda. E invece qui abbiamo una gip che ha dato torto su tutta la linea alla procura. Lo stesso era accaduto ad esempio per il corteo di Askatasuna, a gennaio: i pm chiedevano il carcere per i fermati e il gip ha detto di no (lì Meloni aveva fatto anche il capo d’accusa: “tentato omicidio”). Capita spesso, in realtà. Significa che, nonostante tutto, la giurisdizione funziona ancora. Cosa fare in caso di incendio? Gli avvocati dicono sempre di non poter manco alludere a come si faccia a non essere arrestati quando si commette un reato. Hanno ragione perché è un reato a sua volta. Il problema qui è che si può finire in galera anche senza aver commesso alcun tipo di condotta illecita. > Più facile a dirsi che a farsi, certo. Il governo, in quattro anni di vita, ha > varato nove provvedimenti sulla sicurezza: siamo partiti dal reato di festa – > il decreto rave – e siamo arrivati al reato di “partecipazione violenta a un > corteo”. Qualsiasi cosa voglia dire, dal momento che non solo esiste l’attenuante della suggestione di una folla in tumulto, ma esiste anche la devastazione e il saccheggio. La cui pena edittale è peraltro molto maggiore rispetto a quella della “partecipazione violenta”. Sarà divertente, si fa per dire, in udienza vedere schiere di avvocati sostenere che la procura ha sbagliato ipotesi di reato per qualcuno che forse (o forse no) ha tirato una pietra durante un corteo. E sappiamo benissimo da tempo che farlo è un reato. Il punto è quando le pietre sono cento: lì le regole del codice penale valgono sempre, ma siamo in presenza di un atto politico. Che guarda ad altre categorie e secondo altre categorie dovrebbe essere letto. Cosa fare in caso di incendio? La risposta non è difficile, in realtà. Basta lasciar bruciare. Immagine di copertina di Cristina Romeo Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Cosa fare in caso d’incendio? Youssef Siher e la stretta repressiva proviene da DINAMOpress.
October 29, 2026
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La scuola non ci dà gli strumenti, la lotta sì
All’indomani dello sciopero e dei cortei del 17 ottobre, il movimento studentesco non ha rallentato. Le occupazioni, partite da Torino il 5 ottobre, si sono estese a Roma, Napoli, Firenze, Genova, Bologna, Milano, Prato, Palermo e a molte altre città, coinvolgendo decine di istituti. Lə studentə si riprendono le aule e organizzano assemblee, pranzi sociali, sportelli psicologici gratuiti e momenti di confronto. È un modo per mostrare, con i fatti, cosa significa una scuola gestita da chi la vive ogni giorno. La risposta è stata la repressione. Dopo i cortei di Milano, centinaia di giovani sono stati accompagnati in questura, moltissimi dei quali minorenni. A Torino, durante il corteo del 16 ottobre, tre minorenni sono stati portati al carcere minorile. A Bologna molte scuole sono state chiuse per impedire le occupazioni. Si risponde con le questure e le chiusure a chi chiede scuole sicure, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e si oppone al decreto che fissa un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Il movimento, però, guarda avanti. Sabato 24 ottobre i cortei sono stati convocati in almeno otto città. Il 30 ottobre lə studentə saranno in piazza con lo sciopero generale e il 20 novembre con lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Non è un’esplosione passeggera, ma la costruzione di una mobilitazione che vuole durare oltre l’autunno. LICEO PLINIO: UN’OCCUPAZIONE Partiamo dall’occupazione: quando è iniziata e quali sono le ragioni che vi hanno portato a questa scelta? Al Liceo Plinio siamo circa 1.600 studentə e abbiamo due sedi: quella centrale e la succursale, qui vicino. L’occupazione è iniziata lunedì 19 ottobre, dopo un’assemblea decisionale all’esterno della scuola. Abbiamo aspettato che arrivassero anche lə studentə della succursale, poi abbiamo votato: la maggioranza si è espressa a favore. A quel punto siamo entratə e abbiamo cominciato a organizzarci. Occupazione per noi non significa fermarsi: stiamo infatti costruendo corsi e momenti di confronto quotidiani, legati alle nostre istanze politiche e alle rivendicazioni che ci hanno portato a mobilitarci. Abbiamo deciso di occupare guardando a ciò che sta succedendo a livello politico e sociale, sia in Italia sia nel mondo, e anche alle proteste che arrivano dalla Francia e dalla Spagna. Ci riconosciamo nelle richieste portate in piazza in quei Paesi; a volte, anzi, ci sembra che la situazione nelle scuole italiane sia persino peggiore, soprattutto in tema di condizioni di vita all’interno delle strutture scolastiche. Le questioni politiche nazionali hanno ripercussioni reali sulla scuola e sull’istruzione. La mancanza di fondi impedisce di realizzare cambiamenti che potrebbero migliorare concretamente, ad esempio, l’accesso all’istruzione e alla socialità per le persone con disabilità. La nostra palestra, il cortile e la stessa succursale, sono inaccessibili per mancanza di accessi e rampe. EDILIZIA SCOLASTICA E DISAGIO NORMALIZZATO Rispetto, appunto, alle condizioni di vita all’interno della vostra scuola, molti dei problemi che avete oggi — bagni inagibili, acqua fredda, aule che si allagano, freddo d’inverno, caldo d’estate e barriere architettoniche — sono gli stessi di trent’anni fa e da allora non è stato fatto niente. Cosa ne pensate? È assurdo che non vengano destinati fondi sufficienti all’istruzione pubblica, alle scuole, all’edilizia e alla sanità, mentre si investono miliardi negli armamenti o in azioni a supporto di un genocidio. Nel frattempo, gli edifici scolastici vengono lasciati in condizioni inaccettabili. L’anno scorso, nella nostra scuola, alcune classi sono state chiuse perché era crollato il soffitto: se ci fosse stato qualcunə, avrebbe potuto farsi male. Già nelle assemblee cittadine avevamo cominciato a discutere di edilizia scolastica e militarizzazione. Ci siamo accortə che alcune condizioni sono diventate così abituali da sembrarci normali: nella nostra scuola ci sono bagni rotti e li accettiamo come se fosse inevitabile; vediamo i ratti in cortile e ci diciamo che va bene, perché ce n’è uno solo e non venti. Ma non dovrebbe essere così. Spesso si raccontano i giovani come in grado di adattarsi a tutto, proprio perché giovani. Ma esiste una doppia narrazione su di voi. C’è, di contro, anche quella che vi considera pigrə e perdutə. Come rispondete a questa narrazione, che descrive la vostra generazione come disinteressata alla politica e concentrata soltanto sui social? Il problema è che si parla continuamente di noi senza parlare con noi. È successo per i fatti di Milano e di Torino ed è successo anche con il dibattito sui telefoni e sui social. Credo che da parte del Governo ci sia la volontà di spostare l’attenzione su altro. Si dice che il motivo del disagio psicologico e dell’infelicità delle persone giovani dipenda dal tempo passato su TikTok, senza considerare ciò che ha davvero influito: la pandemia, le guerre e il contesto in cui siamo cresciutə. La nostra generazione parla di salute mentale più di quelle precedenti, ma questo non significa necessariamente che stia meglio. Significa anche che oggi c’è più consapevolezza e che, per fortuna, se ne può parlare. Non è corretto ridurre tutto all’uso dei cellulari o alla mancanza di interessi. Bisognerebbe chiedersi perché stiamo male e in quale mondo stiamo crescendo. Nessunə si chiede il perché delle cose che facciamo. Lo stesso accade quando si raccontano le proteste. Si parla delle vetrine distrutte a Milano e si liquida tutto come il gesto di un gruppo di ragazzə deficienti, senza chiedersi perché sia successo. Si descrive la violenza come improvvisa, senza considerare la violenza sistemica a cui siamo sottopostə ogni giorno e la repressione che viviamo anche negli spazi scolastici. CENTRO E PERIFERIA: ALLARGARE LA MOBILITAZIONE Avete poi citato le proteste francesi, ma il contesto italiano è diverso. In Francia le mobilitazioni sono partite anche dalle banlieue; in Italia, invece, le lotte studentesche sembrano spesso iniziare dai licei del centro, dove è più facile avere occasioni e strumenti per politicizzarsi. Sì, è una considerazione giusta. È necessario allargare il campo a tutta la città, evitando che la mobilitazione resti circoscritta ai licei del centro, che spesso hanno più strumenti per leggere ciò che succede. A differenza della Francia, in Italia le lotte partono sempre dalle scuole del centro e mai dalle periferie. Noi possiamo farlo perché siamo privilegiatə: abbiamo la possibilità di acquisire conoscenze e di parlare di temi, come quello della Palestina, che sono difficili e non sempre vengono raccontati in maniera corretta. Avete quindi ragionato su come coinvolgere le periferie e gli istituti tecnici? In Italia la situazione politica studentesca è più complicata anche per il rapporto con le organizzazioni sindacali. Eppure, il 16 ottobre è stata una data importante per molti istituti romani. Anche con la mobilitazione «Blocchiamo tutto» dello scorso anno avevamo organizzato diverse assemblee cittadine: in piazza si è vista la possibilità di collaborare, mettendo da parte le appartenenze organizzative e coinvolgendo anche gli istituti tecnici. Rispetto agli anni precedenti, e già a partire dall’anno scorso, vediamo un legame più forte tra le lotte. «Blocchiamo tutto» ha avuto una dimensione internazionale: osserviamo quello che succede altrove, ci riconosciamo nelle rivendicazioni delle altre persone e prendiamo esempio dalle loro pratiche. Si sta costruendo una solidarietà tra studentə, anche attraverso i contatti con chi arriva da città come Milano e Torino. Forse non c’è ancora una comunicazione diretta e strutturata tra tutte queste realtà, ma sta crescendo una forma di sostegno e protezione reciproche. Dobbiamo poi estendere le assemblee cittadine e costruire occasioni di confronto con studentə di altri Paesi. Avevamo pensato di invitare alcunə compagnə francesi, ma non ci siamo riuscitə; probabilmente organizzeremo un collegamento. PARTECIPAZIONE: DIRITTI SULLA CARTA, OSTACOLI NELLA PRATICA In una nota relativa alle occupazioni e alle manifestazioni di questi giorni, il Ministro Valditara ha sostenuto l’inutilità delle occupazioni e delle manifestazioni perché, a suo dire, all’interno delle scuole italiane esistono già spazi e momenti previsti per il libero confronto studentesco. Vi ritrovate in questa affermazione? Gli strumenti istituzionali vi permettono davvero di esprimervi, decidere e migliorare la scuola? Il ministro lo sentiamo soprattutto attraverso le barriere socioculturali e patriarcali che continua a riproporre. Gli strumenti di partecipazione, sulla carta, esistono, ma nella pratica spesso non riusciamo a utilizzarli pienamente. Dopo l’occupazione, parlando con lə preside, ci è stato detto che avremmo dovuto sfruttare gli spazi di partecipazione studentesca che già abbiamo. Ma come possiamo farlo se incontriamo ostacoli persino nell’organizzare un’assemblea? Prima dell’occupazione, ad esempio, volevamo svolgere un’assemblea nel cortile, ma non ci hanno permesso di prendere le sedie, nonostante il terreno fosse bagnato per la pioggia della sera prima. Ci è stata presentata una questione di sicurezza: ma quale pericolo c’è nel prendere una sedia da un’aula e portarla fuori? Sembra che nulla di quello che facciamo vada bene. Lə collaboratorə scolasticə ci hanno detto che era una “disposizione della presidenza”, che a sua volta aveva detto che era una “disposizione dall’alto”. È questo il punto: non ci viene mai detto chiaramente né il perché delle cose né chi lo decide. Non possiamo neppure svolgere le assemblee di classe previste senza la presenza di unə docente, con la giustificazione che potrebbe succedere qualcosa. Ma durante un’assemblea dobbiamo poter parlare dei problemi che viviamo, anche quando riguardano unə insegnante. Se siamo obbligatə a discutere sempre in presenza del personale docente, non abbiamo piena libertà di confronto. Se ci vengono impedite le assemblee o vengono ostacolati i progetti, è difficile sostenere che basti rivolgersi agli organi istituzionali per cambiare le cose. Ci dicevate che durante questa occupazione state organizzando corsi e portando avanti progetti vostri. Nella normale organizzazione scolastica vi viene data la possibilità di proporre attività extra? Nella nostra scuola esiste il comitato studentesco, composto dalle persone rappresentanti di classe, di consulta e d’istituto. La componente studentesca propone molti progetti: non è una proposta individuale, ma una richiesta condivisa. Negli anni abbiamo elaborato tanti progetti, tra cui, ad esempio, quello sui corpi e sull’educazione sessuo-affettiva: sono iniziative che partono dal basso, ma non dovrebbero essere lasciate soltanto alla nostra iniziativa. Sono state tutte bocciate. Rispetto al progetto «Abitari i nostri corpi», alcunə professorə lo hanno apertamente ostacolato, impedendo che la discussione arrivasse al collegio docenti. A scuola si insiste sull’apprendimento delle formule matematiche, ma si dovrebbe riconoscere anche il valore di percorsi che aiutano a comprendere le relazioni, il rispetto e la società in cui viviamo. Spesso ci viene risposto che la scuola offre già i corsi pomeridiani di Scuole aperte e che dovremmo inserire lì le nostre iniziative. Ma sono due cose diverse. Dopo sei o sette ore di lezione, chiedere a lə studentə di fermarsi per un’altra ora o due significa raggiungere soprattutto chi ha già una certa consapevolezza e la possibilità di partecipare. Noi vogliamo coinvolgere tuttə, in modo trasversale, non soltanto chi frequenta già le assemblee o si interessa a questi argomenti. Quando proponiamo di svolgere le attività durante l’orario scolastico, ci viene detto che vogliamo soltanto saltare le lezioni! È un modo per delegittimare le nostre richieste. Lo stesso è successo durante il corteo del 16 ottobre, a cui hanno partecipato circa 500 studentə: si finisce per accusarci di sottrarre tempo allo studio, senza interrogarsi sulle ragioni della mobilitazione. E quali attività extracurriculari vi propone invece la scuola? Ogni anno abbiamo corsi legati alla cosiddetta “educazione alla legalità”. L’anno scorso ad esempio è stato organizzato un viaggio in Sicilia sul tema della mafia. Prima di quell’evento sono venuti a scuola alcuni Carabinieri e avvocatə in giacca e cravatta a spiegarci quanto sia sbagliato compiere una serie di azioni illegali, tra cui occupare la scuola. L’anno scorso poi, unə nostrə professorə ha aderito a un progetto con l’Aeronautica militare. È stata un’esperienza negativa: alcunə militari hanno parlato a lungo di come il sessismo nelle Forze Armate non esisterebbe più e di come sarebbe ormai stato sconfitto. È un esempio di come la militarizzazione entri sempre di più nell’ambiente scolastico. Anche quando si parla di droghe, vengono i Carabinieri a spiegarci quanto faccia male fumare cannabis, mostrando immagini del cervello prima e dopo. Ci chiediamo perché debbano essere loro a occuparsi di questo tema: non sarebbe più opportuno coinvolgere professionistə della salute? E perché si insiste su alcune sostanze senza affrontare con la stessa attenzione altri consumi, come quello dell’alcol? SESSISMO, DISCRIMINAZIONE E SICUREZZA Vorrei tornare sul sessismo. Avete provato a proporre progetti sull’educazione sessuo-affettiva e sul rispetto dei corpi, ma avete incontrato ostacoli. Come vivete, da giovani donne, la cultura patriarcale di questo periodo? Come incidono sulle vostre relazioni i social e la pressione estetica? E quali strumenti servirebbero per parlare del corpo, del consenso e delle relazioni? Penso che noi non possiamo stare tranquille da nessuna parte: né per strada, né a scuola, né a casa. Non ci sentiamo mai al sicuro. Se esci la sera, trovi qualcuno che ti molesta; può succedere a una festa, sull’autobus, in metropolitana, ovunque. Viviamo in una situazione di disagio continuo. E c’è sempre qualcunə prontə a giustificare quello che ti è successo. È una cosa così frequente che finisce per essere normalizzata. A volte, quando qualcuno fischia per strada, quasi ti senti sollevata: pensi che si limiterà a quello, che resterà dall’altra parte della strada e non verrà a importunarti direttamente. Questo tipo di atteggiamenti deriva da una considerazione del corpo femminile come oggetto. Attraverso i media, per esempio, le donne vengono spesso esibite come elementi puramente decorativi, secondo uno standard di bellezza molto preciso. Come affrontate questa pressione? I social e la televisione alimentano continuamente l’idea che ciò che conta sia come appariamo, non come siamo. Ci descrivono come soprammobili. La pressione estetica diventa così ancora più presente nella vita quotidiana. Quali strumenti può avere una giovane donna per uscire da questa gabbia, soprattutto se non ha una formazione politica o transfemminista? Non so se questa gabbia si possa distruggere, però penso che sia fondamentale stare insieme, costruire una sorellanza e trovare sostegno nelle altre. Voglio aggiungere una cosa: il patriarcato lo si può distruggere. Dobbiamo crederci, perché è anche per questo che lottiamo. È vero, ma mi rendo conto che il patriarcato è radicato anche dentro di me. Mi considero una persona abbastanza politicizzata, eppure a volte mi accorgo di riprodurre meccanismi maschilisti, anche durante le assemblee. È un percorso di decostruzione lungo, perché siamo cresciute in una società costruita culturalmente in un certo modo. La decostruzione è difficile e richiede tempo: la lotta serve anche a cambiare progressivamente il modo in cui pensiamo e agiamo. Le generazioni attraversano fasi storiche diverse e ciascuna aggiunge qualcosa. Il linguaggio e la consapevolezza che esistono oggi a scuola non sono paragonabili a quelli di vent’anni fa. Il mondo in cui vivete è più complesso, ma dal basso si stanno costruendo strumenti di comprensione e autodifesa. La scuola, però, spesso non li fornisce. Un’altra questione è quella legata all’integrazione: nella vostra esperienza quotidiana, esistono davvero le divisioni – come quelle evocate dalle parole “maranza” o “straniero” – di cui si parla nel dibattito pubblico? Il Plinio si trova vicino a Termini e accoglie studentə che arrivano sia dal centro sia dalle periferie: convivono quindi esperienze e background molto diversi. Il limite alla presenza di studentə stranierə nelle classi, di cui si è discusso nel dibattito sulla scuola, è inutile. Trovo già problematico parlare di «stranierə» come se fosse una categoria omogenea. Una misura di questo tipo rischia di discriminare sulla base della provenienza e di mettere in discussione il diritto all’istruzione pubblica, che dovrebbe essere garantito a tuttə come previsto dalla Costituzione. La cittadinanza, inoltre, è una questione complessa. Non si può ridurre una persona all’immagine dell’immigratə arrivatə con i barconi, né trattarla come se avesse meno diritto delle altre persone a frequentare la scuola. DALL’AUTUNNO ALLA MOBILITAZIONE PERMANENTE Dopo lo sciopero del 16 ottobre, che ha avuto una partecipazione importante, come pensate di proseguire la mobilitazione? E come intendete rafforzare la convergenza tra scuole del centro e della periferia, a livello nazionale ed europeo? La prossima data importante è il 30 ottobre, con lo sciopero per i porti, a cui parteciperemo come scuola. Vogliamo continuare a costruire date di mobilitazione, per evitare che succeda quello che è accaduto l’anno scorso con la Palestina: quando l’attenzione mediatica è calata, anche la presenza nelle strade si è ridotta. Come collettivi ci siamo dettə che non dobbiamo limitarci all’autunno, il periodo in cui si concentrano più manifestazioni e mobilitazioni, per poi fermarci durante il resto dell’anno. La lotta deve essere continua. State pensando anche di aprire vertenze specifiche sulle condizioni strutturali delle scuole e di portare le vostre rivendicazioni al Ministero? Stiamo ancora ragionando su come organizzarci, ma sì. Anche nell’ultima manifestazione siamo andatə davanti al Ministero dell’Istruzione, perché è lì che vogliamo far arrivare le nostre richieste. L’obiettivo è superare la dimensione simbolica della protesta e fare in modo che le rivendicazioni si traducano in interventi concreti. Dobbiamo fare pressione sulle istituzioni. Una delle nostre rivendicazioni più immediate nei confronti della presidenza è la creazione di una sorta di tavolo permanente per discutere dell’edilizia scolastica. Fino all’anno scorso, all’interno del comitato studentesco, ci eravamo divisə in commissioni: una transfemminista e una dedicata all’edilizia. Quest’ultima raccoglieva, per esempio, fotografie dei soffitti che cadevano e delle condizioni degli spazi. È importante che queste iniziative partano anche da lə studentə, senza aspettare che siano sempre lə professorə a occuparsene. Non possiamo delegare tutto a chi, magari, non interviene. Vogliamo documentare i problemi, discuterli e trasformarli in rivendicazioni collettive. Tutte le foto sono di Marta D’Avanzo Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 29, 2026
DINAMOpress
Riprendiamoci il futuro. Senza chiedere permesso, senza più guardare indietro
Pubblichiamo un testo di un gruppo di spazi romani sull’attuale situazione politica del paese e le prospettive verso le mobilitazioni dell’autunno e le prospettive di lotta. Siamo dentro il precipizio di un modello. La crisi dell’Occidente e del dominio coloniale e maschile che lo hanno fondato stanno dimostrando sempre più la loro irriformabilità. Il collasso a cui assistiamo nella “vecchia Europa” non è una congiuntura sfavorevole né una crisi passeggera, ma l’esito sistemico di 40 anni di politiche neoliberali volte ad azzerare la lunga stagione di lotte e conquiste che ha segnato il dopoguerra fino a tutti gli anni Settanta. Di fronte all’incapacità di ricomporre il caos economico e la stagnazione dei mercati, il capitale globale ha compiuto un salto programmatico: rimettere ordine attraverso l’economia di riarmo. L’inflazione bellica, la speculazione energetica e il carovita non sono “effetti collaterali”, ma precise decisioni politiche volte a finanziare l’escalation militare tagliando e riorientando la spesa sociale. L’investimento in un modello estrattivista che ignora la crisi ambientale e climatica che produce e’ sfacciata quanto la nobiltà di fine ‘800. La compromissione delle vite di miliardi di persone è un misero costo sociale da sopportare: un’operazione di una violenza inaudita, messa in atto col piglio di chi, dall’alto delle proprie lussuose e opulente torri d’avorio, gira l’olivetta nel Martini. Non si punta il dito contro i profitti delle industrie belliche o i tagli alla sanità, alla casa e all’educazione, ma contro le persone migranti e razzializzate, le persone trans e queer, chi percepisce un sussidio o chi scende in piazza, deviando la sofferenza sociale verso la guerra dei penultimi contro gli ultimi. È la distruzione di Gaza, la guerra permanente, il genocidio riproduttivo, il razzismo istituzionale e l’islamofobia, l’ecocidio, l’ordine patriarcale, la criminalizzazione di chi prova ad opporsi contro la devastazione della vita e del vivente tutto che chiamiamo violenza. UNA FRATTURA CHE MESCOLA LE CARTE In questo scenario si colloca una frattura generazionale profonda: giovani cresciuti durante l’isolamento pandemico, segregati in una quotidianità segnata dai social media, perché nel “mondo reale” non è stato lasciato loro alcun margine di agibilità o di futuro. Quando questa generazione esplode nelle strade, porta con sé un carico di sofferenza viscerale, di estraneità alle istituzioni e alla politica – anche “di movimento” -, di rabbia (che potrebbe sembrare) cieca. Una rabbia istintiva contro l’ingiustizia, che appare “prepolitica”, talvolta aspra, ma assolutamente legittima, in una società che offre solamente precarietà, competizione, solitudine, forme di disciplinamento e polizia. Una generazione si unisce e si muove, i governi rispondono a suon di coprifuoco, violenza poliziesca, decreti sicurezza. Ci vengono in soccorso le parole di Bertold Brecht: «Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, toglierli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato». I fatti di questi giorni ci mostrano una debolezza inaspettata del sistema di comando, rispetto alle narrazioni di comodo, in cui la lotta sui bisogni materiali conquista la scena con intelligenza e radicalità, nonostante un apparato repressivo e di controllo preventivo senza precedenti: mettere in gioco i corpi attraverso le forme di riappropriazione diretta, l’occupazione dello spazio pubblico, i cortei selvaggi, il blocco della mobilità e del trasporto, interroga con forza il terreno della riproduzione sociale e i processi di fascistizzazione della società. Se la vita delle persone è tenuta in scacco dalle condizioni materiali legate al salario, al welfare, alla disponibilità di tempo, ciò che ci separa realmente dal migliorarle è spesso molto più alla nostra portata. Nella quotidianità quello che ci separa dal cibo é una cassa di supermercato, quello che ci separa dal lusso é una vetrina, quello che ci separa dall’avanzare é un cordone di polizia e quello che può portare al blocco delle grandi industrie sono camion che si fermano davanti a un casello.  Quando questo accade il sistema trema: le persone non restano più a guardare rassegnate, prendono in mano la propria vita e provano ad abbattere i muri di una condizione sociale non più sopportabile. > Ci troviamo di fronte all’apertura di una inedita finestra di possibilità che > ci consente di allargare lo spettro di ciò che è ritenuto possibile e > praticabile in maniera comune. Organizzarsi diventa quindi una responsabilità collettiva: più che la vetrina infranta o la riappropriazione della merce, colpisce la semplicità dell’utilizzo di diverse pratiche di conflitto, la loro capacità di risonanza e di connessione di soggetti sociali diversi: dal protagonismo delle seconde e terze generazioni, fino ai blocchi di agricoltori e autotrasportatori. Un inedito ed embrionale processo di riconoscimento e ricomposizione di classe. IL CAMBIAMENTO NON È MAI GENTILE Guardando all’Europa, le forme dell’insorgenza parlano la stessa lingua della sofferenza, ma assumono tratti differenti. Se in Albania, Francia, Spagna e Serbia, la conflittualità si esprime in cicli di rivolta metropolitana o blocchi prolungati, in Italia le ultime piazze mostrano una composizione meticcia e giovanissima che rompe con i vecchi schemi ideologici. Allo stesso tempo, un capitolo cruciale riguarda le mobilitazioni del Sud Italia.  Il Mezzogiorno è stato prima scientemente ingannato dalle promesse demagogiche di Meloni e della destra per poi essere cinicamente abbandonato e ignorato. Con lo smantellamento del Reddito di cittadinanza, l’imposizione dell’Autonomia differenziata e la desertificazione industriale, il governo ha condannato intere regioni alla marginalità. Oltre alla propaganda ufficiale e il silenzio dei media mainstream, al Sud stanno emergendo dinamiche sociali e forme di resistenza “indigene”, nate dalla rabbia per il tradimento subito e dalla necessità quotidiana di sopravvivenza. La strada era stata già indicata un anno fa, durante il formidabile autunno di lotta contro il genocidio in Palestina e di solidarietà alla Global Sumud Flottiglia: dobbiamo accogliere la disponibilità al conflitto, reimmaginandone le forme. A nostro avviso, lo sciopero generale e sociale rimane lo strumento fondamentale per affermare un principio di giustizia sociale, riattivare meccanismi di conflittualità reale nei luoghi di lavoro e nei territori, e soprattutto sottrarsi alla morsa repressiva con cui il governo vorrebbe schiacciare la questione sociale. Da questo punto di vista è quanto mai urgente e opportuno farsi “infrastruttura sociale e politica”, in grado di dare spazio e tempo a quell’ecosistema di rivendicazioni, lotte e pratiche che stanno riprendendo vigore nel nostro paese: rifiuto della guerra, abbandono dell’economia fossile, aumento dei salari, reddito sociale, autodeterminazioni dei corpi, diritto alla casa e all’istruzione pubblica, sanità pubblica. > Se la casa costa troppo, se la vita costa troppo, se hanno venduto il futuro > di un’intera generazione, se aggrediscono in continuazione i nostri diritti, > se violentano ogni giorno i nostri corpi.. Non possiamo tornare a casa. Per > dirla con bell hooks, avremmo bisogno di “adottare una prospettiva radicale da > cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”. Nei prossimi mesi abbiamo la possibilità materiale di invertire la rotta: a partire dallo sciopero generale del 30 ottobre, che attraverserà i porti e i flussi metropolitani, dove “bloccare tutto” significa spezzare la catena del valore, passando per lo sciopero generale e studentesco internazionale del 20 novembre, fino ad arrivare alla settimana di mobilitazione chiamata da Non una di meno contro la violenza patriarcale verso il 28 novembre. Il futuro non è scritto. Riprendiamocelo. Senza chiedere permesso e senza più guardare indietro. Appuntamento venerdì 30 ottobre alle 10.30 a Piazza dei Cinquecento. Foto di copertina di Veronica Figliuzzi, corteo per il 25 aprile a Roma Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 28, 2026
DINAMOpress
Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della vita
Nelle ultime settimane in tanti paesi in tutto il mondo stiamo assistendo a una espansione delle mobilitazioni sociali causate dalle policrisi che stiamo vivendo. Anche in America Latina, migliaia di persone si stanno mobilitando contro la nuova espansiva ondata reazionaria, in particolare in Argentina, Cile e, dallo scorso 14 ottobre, in Colombia.  Una giornata di mobilitazione popolare che ha lanciato nelle strade un grido collettivo, moltitudinario e potente, con migliaia di persone cantando «Por qué nos asesinan si somos la esperanza de América latina» (Perché ci assassinano se siamo la speranza dell’America Latina), «Que lo vengan a ver, esto no es un Gobierno, son los paracos en el poder»  (Venite a vederlo questo non è un governo, sono i paramilitari al potere), assieme al canto mutuato dalle lotte afrodiscendenti che è diventato ormai parte integrante degli slogan delle lotte popolari, “El pueblo no se rinde” (Il popolo non si arrende).  * * * * La mobilitazione sociale ha inondato le strade di tutto il paese per difendere la vita e i diritti conquistati dalla classe lavoratrice, dalle lotte contadine, dalle comunità nere e indigene, dalle femministe, dal movimento LGBTQI+ e dal movimento studentesco, che sono scese in piazza assieme a migliaia di persone che, con coscienza sociale, comprendono i rischi del rafforzamento dell’estrema destra autoritaria e, dunque, la necessità di continuare a estendere e ampliare la mobilitazione generale del popolo colombiano, come affermato sulle reti sociali dall’ex-candidato presidenziale Iván Cepeda. Perchè la sovranità alimentare, il salario degno, i diritti sessuali e riproduttivi, le riforme socio-ambientali, la libertà di espressione, il diritto alla memoria e all’arte, la cura dell’acqua, dei minerali, dei boschi, della fauna, la pace in Colombia e nel mondo, non sono questioni negoziabili. Sotto un sole radiante, seguito da una intensa grandinata che non ha placato gli animi, con canti, tamburi, balli e slogan pieni di vitalità, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in più di dieci città in tutta la Colombia in risposta alle manovre del Presidente di ultradestra Abelardo de La Espriella che, allineato con l’ingerenza statunitense di Donald Trump, in soli due mesi di governo ha portato avanti una serie di misure, molte delle quali incostituzionali, che mettono a rischio la democrazia, la sicurezza, la salute, l’educazione, i diritti sociali e il benessere delle popolazioni e dei territori. Alla fine della giornata, durante una pacifica iniziativa contro il fracking nella centralissima piazza del Parque de los Periodistas a Bogotá, la polizia ha attaccato con violenza fino a tarda sera le persone che si trovavano all’iniziativa. * * * UN NUOVO ALLINEAMENTO AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI Gli interessi neoliberali di questo governo si concentrano per il momento sugli accordi commerciali sui cosiddetti minerali rari o strategici con gli Stati Uniti, intensificando i conflitti socio-ambientali, dato che l’estrazione di molte di queste risorse geologiche implica mettere in grave pericolo le riserve idriche che forniscono l’acqua a diverse regioni. Si tratta inoltre di politiche che non tengono conto assolutamente del fenomeno del “Súper niño” che mantiene in stato di allerta tutto il Sud America e annuncia siccità, caldo estremo e crisi idrica, alternate con piogge intense e inondazioni. Al tempo stesso, in linea con il rinnovato impulso alla guerra antinarcotici della Casa Bianca, nelle selve del Putumayo e dell’Amazzonia il governo pretende di iniziare le fumigazioni di oltre mille ettari con composti chimici sperimentali, in zone però scelte non per la presenza di grandi concentrazioni di coltivazioni di piante destinate all’uso illecito, ma piuttosto per un importante sostegno politico alla sinistra durante le scorse presidenziali. Questa operazione ci ricorda la proposta polemica del consigliere di Medellín Andrés Rodríguez, del partito di destra Centro Democrático, che suggerì di bombardare i municipi o le zone del paese dove il voto alle ultime elezioni presidenziali aveva favorito con grande maggioranza la sinistra, affermando che sia stato dovuto alle pressioni dei gruppi armati. Questa affermazione disconosce il voto popolare, la loro capacità di scelta politica e la lunga traiettoria di lotte anticoloniali delle popolazioni che vivono in quei territori, la cui composizione sociale è in gran parte costituita da comunità afrocolombiane e indigene che hanno avuto una partecipazione centrale nel governo della sinistra popolare di Gustavo Petro. Durante lo scorso governo infatti, come parte del progetto politico, le comunità nere e indigene hanno ottenuto in modo significativo che le politiche pubbliche dello Stato colombiano finalmente fossero pensate non più solo per le grandi città e gli interessi dell’estrattivismo, ma per risolvere, con risorse adeguate, alcune delle problematiche fondamentali in diverse regioni, come l’assenza di acqua potabile, la mancanza di strumentazioni negli ospedali, l’accesso alle università. Sono stati portati avanti processi di assegnazione e riconoscimento di massa delle terre per le comunità, è stato rafforzato lo strumento costituzionale della Consulta Previa, che obbliga lo Stato, prima di iniziare qualiasi progetto, attività o misura amministrativa in un territorio di tenere conto delle posizioni delle comunità che lo abitano. E finalmente, è importante sottolineare come questi processi abbiano scosso la percezione di bianchezza della società, riuscendo, per citare l’espressione di Sueli Carneiro, a ennegrecer la soggettività colombiana. Tornando alla questione della complicità politica dell’ultradestra con gli Stati Uniti, le questioni non finiscono qui. Dopo che il presidente di sinistra Gustavo Petro aveva saldato il debito acquisito dal suo predecessore Duque, di estrema destra, con il Fondo Monetario Internazionale, il presidente De La Espriella ha proposto di chiedere un nuovo prestito al FMI. Assicurando vantaggi nell’accesso a prestiti con bassi tassi di interesse, il governo finge di ignorare l’asimmetria di forze che caratterizza le negoziazioni con questa istituzione, e che un nuovo credito aprirebbe le porte a una politica inflessibile di tagli che colpirebbero i settori popolari. Queste politiche che approfondiscono l’ingerenza di un governo straniero nel Paese, sono state accompagnate dal ristabilimento di relazioni commerciali e diplomatiche con Israele, dopo che Petro aveva interrotto le relazioni come denuncia del genocidio, ancora in corso, contro il popolo palestinese. L’apertura nei confronti dell’interventismo israeliano è andata oltre. Dopo il devastante terremoto dello scorso 10 agosto, organizzazioni di soccorso e attivisti sociali che stavano gestendo missioni di soccorso hanno denunciato persecuzioni da parte del contingente di 82 membri delle forze militari di Israele inviate nelle zone colpite dall’emergenza.  L’avvicinamento tra il governo colombiano e la potenza militare in Medio Oriente preoccupa anche il popolo Arhuaco nella Sierra Nevada, in Colombia, che denuncia tentativi predatori di appropriazione culturale e risorse naturali, che hanno difeso storicamente e continuano a difendere oggi impedendo la costruzione di nuovi hotel e la distruzione delle montagne e delle fonti idriche, come raccontato da un leader della comunità ai microfoni di AJ+Español. LA GUERRA CONTRO LE SINISTRE E I MOVIMENTI Tutto questo avviene in un contesto di intimidazioni crescenti, che dalla campagna elettorale in poi non si sono mai fermate, da quando De La Espriella alcune settimane prima delle elezioni aveva dichiarato che un volta arrivato al governo si sarebbe dedicato a «sventrare la sinistra». Due sono stati i passi concreti in questa direzione. Da una parte la firma del Decreto 1368 lo scorso 8 settembre, deregolamentando il porto d’armi che, come dimostrato in vari studi internazionali, tende a elevare il tasso di omicidi e produce un aumento letale dei casi di violenza di genere e intrafamiliare. Dall’altra parte, la firma di un decreto che si propone di regolare la protesta sociale attraverso poteri speciali alla forza pubblica limitando il dialogo e la mediazione in piazza, operando con una strategia che, come denunciato dall’ex-candidato presidenziale della sinistra Iván Cepeda, ha l’obiettivo di reprimere la mobilitazione sociale, creare paura e limitare il diritto costituzionale al dissenso. Contemporaneamente, il governo sta preparando uno Statuto Antiterrorista, che assomiglia allo Statuto della Sicurezza dell’ex-Presidente Julio César Turbay (1978 – 1982), che concesse un potere smisurato alle forze militari, diventando uno strumento di violazione sistematica dei diritti umani (come torture, arresti arbitrari di massa e perquisizioni irregolari). Rendendo possibile l’arresto per semplici sospetti, questo statuto fu responsabile di una delle repressioni più brutali della storia dei movimenti in Colombia, consolidando la figura del “nemico interno”, rendendo possibile che i militari considerassero la maggior parte delle questioni sociali come manifestazioni sovversive, che nella pratica si tradusse nel tentativo di sterminare qualsiasi espressione di protesta popolare. Dopo soli 72 giorni dalla formazione del governo di estrema destra e in sole due settimane sono tornate a colpire quelle politiche che provano a far tornare in voga la pratica delle esecuzioni extra-giudiziarie, che durante il governo di Álvaro Uribe Vélez erano arrivate al loro massimo livello portando a 7.837 le vittime riconosciute dalla Giustizia Speciale per la Pace (JEP). Nelle ultime settimane, tre afrocolombiani sono stati assassinati durante operazioni delle forze pubbliche in circostanze non chiarite: Keiner Banguera, 19 anni, oriundo del municipio El Charco, nella nel sud della costa Pacifica nel dipartimento di  Nariño; Donovan Balanta, assassinato a Ciudad Bolívar, Bogotá; e Luis Alfredo Chocó Echeverry assassinato a Villa Rica, Cauca. Le loro famiglie e le comunità esigono una risposta e si sono mobilitate nelle piazze con slogan che reclamano giustizia come: «Las vidas afro importan», «Justicia para ellos», «No más abuso policial», «Fuerza Pública asesina». > Le minacce e e i tentativi insistenti di stigmatizzare e criminalizzare la > protesta e determinati settori sociali, sono state accompagnate tanto dalla > spettacolarizzazione dei procedimenti delle forze pubbliche, quanto > dall’esibizione dei corpi delle persone assassinate, inclusi minorenni, > durante le operazioni militari, nell’ambito della cosiddetta > “controrivoluzione culturale”. Questa iniziativa di opposizione alle politiche progressiste si traduce nella pratica in un attacco ai diritti sessuali e riproduttivi, all’educazione laica, in una minaccia all’autonomia universitaria, con l‘approvazione della possibilità di intervento repressivo all’interno delle istituzioni educative del paese ed esercitando pressione sulla stampa libera. Ma anche negando ai contadini il riconoscimento come soggettività con dei diritti, prendendosi gioco e disconoscendo la diversità sessuale, fino ai tagli del 30% dei fondi per il 2027 al Ministero della Cultura, le Arti e i Saperi, ribattezzato ora Ministero della Cultura. In questo contesto, María Carolina Restrepo, direttrice dell’Istituto Colombiano del Benessere Familiare, responsabile per le politiche di attenzione all’infanzia e all’adolescenza, ha dichiarato che sarà eliminata la parola “bambine” dall’ente come misura contro il linguaggio inclusivo. * Questo scoraggiante panorama si è aggravato la scorsa settimana quando il Presidente ha visitato il Ministero della Cultura per annunciare la sua guerra dichiarata contro il woke. Poco dopo, nel Museo Nacional di Bogotá, uno degli archivi nazionali di arte più importanti del paese, ha ordinato lo smontaggio di 30 opere connesse con il movimento Lgbtiq+, le lotte femministe, le vittime della violenza, la Costituzione del 1991 e gli Accordi di Pace firmati tra il governo dell’ex-Presidente Santos e la guerriglia della Farc nel 2016. Come risposta a queste dichiarazioni, si sono tenute due gironate di mobilitazioni pacifiche di fronte al Museo Nacional, con lo slogan «Ogni dittatura comincia con una censura», duramente represse dalla polizia. Ma le proteste di massa, in piazza e non solo, hanno portato a una paziale vittoria, con una sentenza giudiziaria che impone al Museo di mantenere esposte le opere ritirate dal governo. * * * * * L’OPPOSIZIONE NEL CONGRESSO E NELLE STRADE A fronte di tutte queste misure autoritarie, che rischiano di portare il paese indietro dal punto di vista delle conquiste sociali, economiche, ambientali, culturali e politiche ottenute negli scorsi anni, l’opposizione parlamentare della sinistra, riunita nel Pacto Histórico, ha ufficializzato la nomina di Gustavo Petro come presidente del partito, ed ha annunciato una serie di azioni giuridiche nelle piazze gremite di persone delle mobilitazioni dello scorso 14 ottobre. Sono state avviate azioni giudiziarie contro il decreto che propone la modifica del protocollo di azione della polizia durante le mobilitazioni sociali, sono state denunciate presso la Fiscalía General de la Nación i presunti brogli elettorali durante le scorse presidenziali e sono state promosse azioni legislative e giuridiche per frenare lo smantellamento delle politiche pubbliche approvate negli scorsi anni dal governo Petro in difesa dell’agricoltura, con il blindaggio della destinazione d’uso delle aree più fertili del paese per garantire un uso esclusivo per la produzione di cibo e la sopravvivenza delle campagne. La giornata di mobilitazione dello scorso mercoledì si è conclusa con azioni coordinate davanti al Congresso e nelle piazze pubbliche di tutte le città dove si sono tenuti cortei, presidi e manifestazioni, occupate da rappresentanti di organizzazioni sociali di diverse regioni del paese, con leader sociali, voci femministe, studentesche, contadine, indigene e afrocolombiane, con un primo bilancio positivo della prima mobilitazione di massa dal ritorno dell’estrema destra al governo. Rispetto a questa mobilitazione, risulta interessante l’esistenza di una produttiva ed evidente connessione tra le rappresentanze istituzionali del partito della sinistra con le lotte popolari nelle piazze, con le nuove sfide a venire che riguardano la convocazione di uno sciopero generale nazionale che si terrà a novembre, già annunciato ma in data da definire, l’articolazione regionale con la campagna a sostegno di Lula in Brasile e con le potenti mobilitazioni sociali di queste ultime settimane in Argentina, in Cile e in altre parti del continente e nel mondo. La nuova grande sfida internazionalista riguarda la necessità di costruire una piattaforma globale capace di connettere le ribellioni e i desideri collettivi di relazioni sociali più giuste, che privilegino la cura della vita rispetto all’economia bellica, all’autoritarismo, agli imperialismi e al fascismo. Abbiamo la certezza che non bisogna smettere di credere nella potenza delle lotte, come ha detto dal palco alla fine della manifestazione un leader dei giovani afrodiscendenti. Perché, come si poteva leggere su molti cartelli presenti nelle piazze colombiane, solo il popolo salva il popolo. Immagine di copertina di @vanecasba. Immagini dentro l’articolo e gallerie fotografiche a cura di @vanecasba e dell’autrice dell’articolo. Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della vita proviene da DINAMOpress.
October 27, 2026
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Israele al voto, nulla di nuovo all’orizzonte
Il 27 ottobre Israele tornerà alle urne. Il paese voterà per il rinnovo della Knesset, il parlamento. Dall’esito della nuova assemblea, dipenderà il futuro governo. Il paese ha un sistema di voto interamente proporzionale, ci sono coalizioni ma è dal numero di eletti per ciascun partito che si deciderà la maggioranza futura poiché a seconda degli esiti il Presidente dello stato sceglierà a chi dare il compito di formare il nuovo governo. Le coalizioni in campo sono due, una guidata da Netanyahu che include, oltre al Likud sia i due partiti religiosi ultra-ortodossi (uno sefardita e l’altro ashkenazi), che i due partiti di destra estrema di Smotrich e Ben Gvir. L’altra coalizione è guidata da Eisenkot, ex-generale che capeggia una formazione centrista variegata, fondamentalmente accomunata dall’opposizione a Netanyahu e che comprende il suo stesso partito – Yashar –, ma anche il partito di Lieberman – destra sionista laica – e quello di Lapid e Bennett. Sia Lieberman che Bennett sono forti sostenitori della causa dei coloni e dell’espansione territoriale in Cisgiordania. Ultimo partito a far parte della coalizione anti-Netanyahu è il partito “I Democratici” di Yair Golan, erede di quel che rimane della sinistra sionista che fu maggioranza del paese ai tempi di Rabin e che oggi forse non arriverà al 10%. Vi sono infine i cosiddetti partiti arabi, ossia quelli che rappresentano i due milioni di palestinesi con passaporto israeliano che vivono soprattutto nelle zone nord del paese. Ricordiamo che invece gli abitanti di Gerusalemme Est anche se formalmente sono interamente sotto diretta giurisdizione israeliana non possono votare.  > Le liste arabe che si presentano sono due, il partito Ra’am, islamista e > conservatore, e una Joint Arab list di sinistra che include anche Hadash, > l’unico partito binazionale. Si stima che queste due liste insieme > raccoglieranno circa il 15% dell’elettorato. Spesso sono accusate di sostenere > la resistenza palestinese. La stampa liberal di mezzo mondo tifa apertamente per la coalizione capeggiata da Eisenkot definendola l’unica speranza per la pace nell’area. Eisenkot in realtà è un politico che solo recentemente (2022) si è affacciato nell’arena elettorale. Non è una novità. La politica israeliana si è sempre contraddistinta per una serie di fluidità e trasformismi che hanno permesso coalizioni e aggregazioni di partiti e di leader.  Basti pensare che Yashar è stato fondato a settembre 2025 e oggi si stima sarà il partito più votato assieme al Likud. A guardarle da vicino, purtroppo, per quello che riguarda la politica nei confronti della popolazione palestinese, le due coalizioni si assomigliano molto. La presenza nella coalizione “anti Netanyahu” di due falchi come Bennett e Lieberman esclude qualunque avanzamento rispetto alle politiche di apartheid in Cisgiordania e di genocidio a Gaza. Lo stesso Eisenkot con l’approssimarsi del voto ha ribadito a più riprese una serie di posizioni marcatamente di destra, quali la negazione di uno stato palestinese, la difesa delle colonie in Cisgiordania e persino ha difeso l’operato di Ben Gvir nella gestione del sistema di reclusione. Colpisce in ogni caso il fatto che nonostante i numerosi scandali che hanno ampiamente dimostrato che il Primo Ministro fosse a conoscenza di quanto stava per accadere il 7 ottobre, questo mantenga un appoggio non scalfibile in quasi la metà della popolazione e possa contendere un’altra volta il potere. Nessun sondaggio è stato modificato a suo svantaggio all’indomani della verità emersa in modo sempre più chiaro. Rispetto alla politica interna emergono ovviamente maggiori distinguo, la coalizione anti- Netanyahu promette di rompere con il sistema di corruzione e accentramento di potere che ha contraddistinto questi anni e che permesso a Netanyahu di rimanere al governo nonostante scandali e procedimenti penali. > Tuttavia “la questione palestinese” non è un fattore di politica estera, è > consistente alla gestione quotidiana del Paese inclusa nella sua politica > interna, basti pensare al ruolo dei coloni, alla militarizzazione della > società fin dalle scuole, alle politiche di budget e di spesa militare nonché > alle discriminazioni nei confronti della popolazione palestinese che vive in > Israele. In tutte queste politiche, ci si può aspettare scelte analoghe a prescindere da chi vinca. Parte del sostegno di cui Eisenkot gode all’estero – soprattutto negli Usa – è determinato dal fatto che viene ritenuto più moderato rispetto alle scelte di politica internazionale. Probabilmente con lui al governo Israele non avrebbe spinto Trump a iniziare la guerra all’Iran, con le conseguenze economiche e politiche che ben sappiamo, ma anche qui siamo nel campo delle ipotesi. C’è pure una terza opzione in campo, che nessuna coalizione abbia i 61 seggi necessari a conseguire la maggioranza e a costruire un governo. A quel punto le opzioni in campo sono due: o un governo di unità nazionale – che però è improbabile viste le posizioni fortemente anti-Netanyahu dell’opposizione – oppure una richiesta di appoggio esterno a uno dei due partiti palestinesi. Tra i due il più quotato è quello conservatore, Ra’am, perché non ha le posizioni antisioniste e binazionali che contraddistinguono invece la lista di sinistra e che non potrebbero mai essere accettate dai partiti sionisti.  Ra’am ha già appoggiato un governo con Gantz e Bennett nel 2021, ottenendo in cambio supporto economico nelle aree di Israele densamente popolate da palestinesi. Eisenkot, tuttavia, recenti dichiarazioni pubbliche, nega pure questa ipotesi. Al di là di ogni gioco politico rimane la terribile realtà quotidiana per la popolazione palestinese che vive in Israele e per quella che vive in Cisgiordania e a Gaza. Una realtà che non cambierà con il cambio della Knesset, ma con solo una seria pressione politica esterna da parte della comunità internazionale che purtroppo non si vede all’orizzonte. Copertina da Activestills.org, Ayman Odeh, il leader palestinese della Joint List Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Israele al voto, nulla di nuovo all’orizzonte proviene da DINAMOpress.
October 27, 2026
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L’Albania si ribella contro il governo e l’ordine neoliberale
Ambientato nel 1942, il film del 1961 Debatik di Hysen Hakani, racconta la storia di un gruppo di adolescenti che combattono contro il regime coloniale dell’Italia fascista in Albania. La storia si ispira alla vita dei co-sceneggiatori Selman Vaqari e Gëzim Erebara i quali furono arrestati assieme ad altri compagne e compagni perché facevano parte di un’organizzazione antifascista di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 12 e i 16 anni. Le rivolte che hanno travolto le città europee in questi giorni rendono il film quanto mai attuale. Dal 13 ottobre studenti e studentesse con il sostegno di cittadini e cittadine di ogni fascia d’età sono scesi nelle strade di Tirana e altre località albanesi per chiedere le dimissioni del governo di Edi Rama. Come in altre città europee, le persone si lamentano del carovita e delle pessime condizioni dell’istruzione pubblica. Queste nuove e più veementi proteste, seguono oltre centotrenta giorni di pacifiche manifestazioni nelle strade di Tirana che sono diventate globalmente famose come la “rivoluzione dei fenicotteri” o flamingo revolution. Le proteste hanno generato scontri con le forze dell’ordine che così come durante l’occupazione fascista, picchiano e arrestano cittadine/i che chiedono giustizia sociale per difendere le prerogative dei ricchi. LA PROTESTA DEI FENICOTTERI Il moviemento di protesta è nato inizialmente per fermare la costruzione di resort di lusso nella zona protetta di Zvërnec e nell’isola di Sazan -l’unica isola dell’Albania – da parte di compagnie legate al genero di Trump Jared Kushner. Sebbene animata da tendenze politiche diverse e contrastanti, “la rivoluzione dei fenicotteri” aveva attratto il sostegno di migliaia di persone da tutto il mondo divenendo un simbolo di lotta contro lo strapotere delle oligarchie globali che stanno distruggendo la vita di tutti gli esseri viventi del pianeta. Per le/gli albanesi le proteste dovevano avere uno scopo pragmatico ovvero la deposizione del governo Rama che è ormai totalmente screditato agli occhi della poplazione per grossi affari corruttivi e per aver ceduto le risorse del Paese a “investitori” locali e internazionali a lui vicini. > Le manifestazioni di questi giorni sono l’espressione di un processo storico > risalente alla caduta del comunismo, quando l”Albania fu repentinamente > assoggettata nel sistema dell’economia neo-liberale che generó fortissimi > squilibri sociali portando il Paese sull’orlo della guerra civile nel 1997. Il regime neo-liberale riflette il concetto di “Impero” così come viene definito da Negri e Hardt, ovvero un sistema di governo rizomatico che non ha un solo centro di potere e controllo, manifestando invece la propria autorità in modo ubiquo e multiforme. Ciò che non à cambiato rispetto al classico imperialismo è il carattere classita, sessista, razzista e predatorio del potere capitalista. Similmente ai contesti coloniali descritti da Frantz Fanon, le politiche neo-liberali compartimentano il mondo creando da un lato i ghetti e dall’altro edifici, quartieri o intere zone a esclusivo beneficio dei ricchi e dei benestanti dove il resto della popolazione può accedere solo in qualità di personale di servizio malpagato. In Albania vengono costruite con fondi di dubbia provenienza quartieri con ville e resort protette da mura e appartamenti in costosissimi grattaceli che ben pochi possono permettersi dato che lo stipendio medio si aggiare intorno ai 500-700 euro al mese. La speculazione edilizia è un’attività che beneficia il capitalismo locale e internazionale. Mentre di norma le aziende albanesi si occupano della costruzione, la progettazione di molti edifici nel centro di Tirana è affidata a studi di architetti italiani come Stefano Boeri oppure ad altre archistar internazionali come Bjarke Ingels, che non si fanno scrupoli a lucrare sulla pelle degli altri. Sebbene tallonate dalla competizione cinese, le ditte italiane approfittano direttamente dell’industria edilizia locale in quanto esportano materiale da costruzione. Il governo albanese ha incentivato la cementificazione e la privatizzazione di zone rurali e urbane tramite una legge speciale adottata nel 2015 atta a favorire presunti “investimenti strategici” dando a compagnie private accesso ai demani statali, aree protette e zone turistiche. GLI SVILUPPI DELLA CONTESTAZIONE L’immagine dell’Albania moderna, sicura e accogliente che il governo di Tirana ha cercato di promuovere negli ultimi anni riflette dunque una politica economica che ha favorito il turismo e l’edilizia a scapito di settori storicamente rilevanti come l’agricoltura. Ora l’industria albanese produce più cemento e mattoni, ma meno prodotti alimentari. É sufficiente entrare in un supermercato per rendersi conto che la maggior parte dei prodotti sono di origine italiana, greca e turca e spesso costano più che in Paesi dell’Europa occidentale dove gli stipendi sono almeno il doppio. I locali e i ristoranti alla moda nella zona del Bllok di Tirana e in altre aree gentrificate come il Pazari I Ri o intorno all’ex-stadio Qemal Stafa sono sempre più inacessibili non solo per noi albanesi, ma pure per molti turisti e turiste. Dopo essere stato il quartiere della nomenklatura negli anni Novante e Duemila il Bllok divenne un luogo di svago per gli abitanti di Tirana. Ora invece è sempre più uno spazio riservato a stranieri e straniere privilegiate – cosiddetti/e expats – e pochi/e benestanti locali. > A questa situazione si somma un totale disinteresse del governo per le > politiche d’istruzione e culturali. Il Teatro Nazionale è stato demolito e i > lavori per la ricostruzione sono fermi da tempo. La Biblioteca Nazionale funziona in condizioni precarie e la città è servita da soli due cinema oltreché da un multisala molto lontana dal centro, dedicata per lo più a film di Hollywood. Tranne qualche evento propagandistico, come un programma di residenze nella villa dell’ex-dittatore, le realtà artistiche indipendenti non sono veramente riconosciute o sostenute. > Così come in tutti i Paesi europei, le guerre imperialiste scatenate da Putin > in Ucraina e da Trump in Iran, hanno pompato l’inflazione e peggiorato la vita > della maggior parte delle persone. La pensione media è di circa 160 euro al mese, una somma che non puo’ bastare a soddisfare neanche i bisogni più essenziali. Le conseguenze peggiori di questa situazione ricadono su giovani, studenti e studentesse che devono fare i conti con l’impoverimento delle famiglie da cui dipendono e con i costi complessivi per continuare gli studi dopo le superiori. Sin dall’inizio degli anni Novanta, l’emigrazione è sembrata a molte persone l’unica soluzione per migliorare la propria esistenza ricercando un salario più alto. La tendenze migratorie hanno raggiungo un nuovo picco negli anni dopo il Covid, nei quali si stima che oltre 166mila albanesi hanno lasciato il paese. IL PUNTO DI ROTTURA Ma le proteste degli ultimi giorni ci dicono che forse la situazione sta cambiando, perché è ormai chiaro a tutti che i problemi sociali dell’Albania sono gli stessi delle periferie della Francia, dell’Italia, e del Belgio. Essi non non sono dovuti alla nostra incapacità di rispettare “the rule of law” come ci è stato voluto fare credere. Sono invece il prodotto del capitalsmo che genera sfruttamento, povertà, corruzione e emarginazine. Nkwame Nkrumah ha affermato che il razzismo è la diretta consequenza del capitalismo. Le impietose politiche neo-liberali hanno reso il mondo un posto inospitale per la maggior parte delle albanesi e degli albanesi che sono umiliati/e sfruttat/e sia in patria che all’estero. > Dagli anni Novanta, siamo stati riposizionati in un sistema di gerarchie > razziali che sancisce la nostra ontologica inferiorità rispetto agli > occidentali. Sin dal XIX secolo, l’ideologia coloniale ha concepito il carattere della nazione o della razza albanese come selvaggio, violento e criminale. Queste catalogazioni sono servite e ancora servono per giustificare l’imperialismo occidentale nei territori popolati da albanesi e le misure repressive intraprese nei suoi confronti. Essere albanese in occidente è già di per sé una sorta di crimine o un aggravante. Ogni albanese che ha varcato i confini per recarsi in Grecia, Italia, Francia, Inghilterra, Belgio, Germania e in ogni altro Paese dell”Occidente, sa bene che le autorità e la gente comune ti scrutano con sdegno e sospetto. Il razzismo serve per abbassare il valore dell’individuo e deprezzare il suo lavoro. La pressione che le autorità esercitano soprattutto su migranti uomini albanesi si desume anche dal fatto che spesso essi figurano in cima alle liste delle comunità di migranti carcerati e remigrati. Il vergognoso “protocollo” Rama-Meloni per la costruzione dei campi per la detenzione di migranti a Gjadër e Shëngjin siglato nel november del 2023, sottolinea la posizione marginale dell’Albania che viene indicata come luogo d’esilio per altri esseri umani che, proprio come gli albanesi e le albanesi, sono considerati/e un surplus del capitalismo. Il fatto che i campi siano stati costuriti da un governo guidato da Fratelli d’Italia, l’erede diretto del Partito Nazionale Fascista, mostra la continuità delle politiche neo-liberali con quelle del Ventennio fascista. Fu proprio il PNF ad allargare l’azione coloniale italiana in Albania alla metà degli anni Venti per poi invadere e annettere il Paese tra il 1939 e il 1943. > Le rivolte di questi giorni sono una lotta di classe frutto di una spontanea > ribellione contro l’oppressione neo-liberale e delle sue istituzioni nazionali > e internazionali. Dopo trent’anni di promesse di “democrazia” e “standard di > vita europei”, gli albanesi e le albanesi non vogliono più essere i servi o > serve dei ricchi e dell’Occidente all’estero e in patria. Essi vogliono > riprendere il controllo delle loro vite alienate dal capitalismo. Le immagini di un ragazzo che si scontra a mani nude contro un gruppo di poliziotti in assetto anti-sommossa che lo avevano circondato e che lo colpivano coi manganelli hanno mostrato la determinazione dei manifestanti. Un giovane ha dichiarato di avere la leucemia e di non sapere quanto gli rimanesse da vivere, ma che sentiva il dovere di partecipare. Una studentessa di 22 anni ha raccontato in lacrime le difficoltà economiche che l’avevano spinta a protestare. Moltissime ragazze si sono unite alle proteste mettendosi come lei in prima linea contro gli agenti e i mezzi anti-sommossa. Questi ragazzi e ragazze, come tanti altri che sono stati brutalizzati dagli agenti dell’Impero neo-liberale, sono diventati i simboli di coraggio e orgoglio che molti non si aspettavano di trovare in questa generazione. La popolazione e alcuni giornalisti e giornaliste hanno solidarizzato con i/le manifestanti mettendosi tra loro e gli agenti per impedire gli arresti e documentando le violenze delle forze dell’ordine. Immagine di Flamingo Revolution IL SALTO DI QUALITÀ DELLE MANIFESTAZIONI I manifestanti e le manifestanti affermano che la violenza di questi giorni deriva dal fatto che il governo ha rifiutato di prendere in considerazione le loro richieste. Le azioni violente hanno preso di mira edifici istituzionali e privati simbolo del potere neo-liberale e tecnofascista come le banche e i negozi di compagnie telefoniche, alcuni grattacieli e le telecamere di sicurezza. È stato inoltre dato alle fiamme l’ufficio del Collegio d’Europa. Sebbene una certa insoddisfazione verso le politiche di Bruxelles si noti ormai da anni, le rivolte hanno fatto emergere in maniera molto netta la frustrazione di molti albanesi verso l’UE che è ritenuta complice del governo di Edi Rama. La rappresentanza dell’UE in Albania ha rilasciato un messaggio sui canali social in cui si condannavano gli attacchi alla proprietà pubblica e privata. Centinaia di utenti hanno risposto esprimendo delusione verso l’UE che viene accusata di aver ignorato le richieste pacifiche dei manifestanti. Ursula Von der Leyen, che ha visitato l’Albania il 30 settembre, è stata criticata per aver taciuto sulle manifestazioni. L’ingresso dell’Albania nell’UE è il cavallo di battaglia di Edi Rama il quale afferma che senza di lui i negoziati sarebbero a rischio. Ma diversi albanesi che rispondono ai post dell’EU pensano che l’adesione non porterà benefici e non vogliono più farne parte. > Le recenti manifestazioni si differenziano da quelle pacifiche delle settimane > precedenti perche non si notano bandiere UE e americane che prima invece si > vedevano tra la folla. Molte persone erano stupite dal fatto che si brandissero le bandiere americane quando il genero del presidente statunitense era il principale artefice dei progetti a Zvërnec a Sazan. La presenza delle bandiere americani nelle manifestazioni è dovuta a esponenti dell’opposizione di destra come il Partito Democratico (PD) che, nella speranza di capitalizzare lo scontento popolare, stanno cercando di allisciarsi l’ambasciata americana e l’establishment di Washington invocando un loro providenziale sostegno. I tentativi di cooptare il movimento da parte dell’opposizione sono continuati anche negli ultimi giorni con esponenti del PD che si sono recati negli ospedali per visitare i manifestanti feriti e con la creazione di una squadra di assistenza legale. > È tuttavia chiaro che così come nelle proteste pacifiche, la maggior parte dei > manifestanti e delle manifestanti richiede un cambiamento radicale della > politica albanese evocando la prigione sia per Edi Rama che per il capo > dell’opposizione Sali Berisha. L’asservimento ideologico del PD agli Stati Uniti e la mancata condanna alle politiche imperialiste di Trump sono segni del fatto che se l’opposizione prenderà il potere svenderà l’Albania a un prezzo anche minore di quello con cui la sta svendendo Edi Rama. Seguendo i discorsi di alcuni sostenitori del PD si può notare come posizioni anti-coloniali e anti-sioniste che circolano in Albania vengano manipolate e riproposte in salsa MAGA, neo-fascista e anti-semita. Secondo queste opinioni l’Albania sarebbe vittima di un disegno “sorosiano” sostenuto dall’UE, che intende colonizzaare il Paese sostituendo gli albanesi con coloni israeliani e migranti asiatici e africani. LA COMPOSIZIONE DEL MOVIMENTO I manifestanti sono uniti dalla volonta di mandare via il Governo e di protestare contro la corruzione e il carovita, ma non hanno coerente matrice ideologica. Ci sono infatti diversi gruppi con differenti visioni come studenti e studentesse, ultras delle squadre di calcio simpatizzanti di destra e sinistra, e ragazze e ragazzi dei quartieri e delle province. Il profilo Instagram Antifa Tirana sostiene le rivolte e pubblica contenuti ripresi dalle strade. Ogni tanto tra la folla si sente pure gridare “abbasso il comunismo”, mostrando che alcuni vivono gli eventi come un flashback degli anni Novanta. Ci sono pochi simboli. Si nota qualche bandiera albanese, drappi dell’Esercito di Liberazine del Kosovo (UÇK) e altri vessilli nazionalisti, ma si tratta di qualche elementi sparso nella folla. Al cori che incitano la “rivoluzione” si alternanano “Albania agli albanesi, morte ai traditori”. > Il nazionalismo e l’implicito razzismo sono ben radicati nella cultura > albanese, come in tutti i popoli europei. Tuttavia in queste circostenze le > esternazioni patriottiche non sono rivolte contro i/le migranti > razzializzati/e o contro i “nemici” balcanici, anche se certamente alcuni > membri dell’opposizione cercano di dirigerle verso quella direzione. Il nazionalismo di questi giorni è una reazione contro le politiche del governo e i suoi sostenitori e sostenitrici occidentali. Dai commenti sui social si apprende che le manifestazioni hanno trovato il sostegno di persone originarie della Serbia, una comunità che la competizione tra imperi ha spesso posizionato in rapporto dialettico con gli albanesi e le albanesi. Tante/i albanesi hanno altresì simpatizzato con le manifestazioni che chiedevano le dimissioni di Vucic in Serbia. Ciò indica che aldilà della propaganda dei partiti politici, molte persone sanno che le loro relazioni non sono destinate a essere ostaggio di presunte antiche inimicizie nazionali e di razza. Al contrario, c’è forte consapevolezza che le relazioni tra le comunità balcaniche sono state storicamente inquinate da politiche di espansione capitalistica come quelle ora in atto. L’EFFETTO GAZA Il vigliacco voltafaccia americano verso l’Ucraina, ha ormai reso chiaro a tutti che la lealtà alle potenze occidentali non offre alcuna garanzia di sicurezza. Un’altro fattore che ha contribuito a cambiare l’opinione di molte/i albanesi verso l’occidente è il genocidio a Gaza. A Tirana ci sono state diverse manifestazioni a favore del popolo palestinese e tante persone sono preoccupate dal fatto che il governo ha iniziato a collaborare con Israele per costruire droni e mortai in Albania. La mancata presa di posizione dell’UE contro Israele e il continuo sostegno che l’amministrazione USA fornisce a Tel Aviv, ha creato una sensazione di sfiducia e di paura verso Washington e Bruxelles. > Se l’UE e gli USA chiudono gli occhi di fronte alle vittime palestinesi per > quale motivo dovrebbero curarsi degli e delle Albanesi, un popolo per la > maggior parte di origine musulmana e considerato composto da selvaggi e/o > criminali? Gli/le Albanesi hanno memoria delle politiche coloniali, delle pulizie etniche e dei massacri condotti a loro danno dai governi dei paesi vicini con il sostegno delle grandi potenze e perciò non si sentono molto tranquilli/e davanti agli eventi in Palestina. La questione palestinese, così come quella bosniaca e del Kosovo, sono la diretta conseguenze della spartizione dei territori dell’Impero Ottomano e delle politiche di persecuzione attuate contro le popolazioni di origine islamica che, secondo l’ideologia coloniale, sono incompatibili con i valori occidentali. Gaza è stata spesso evocata da giornalisti e commentatori albanesi per descrivere le violenze della polizia contro i manifestanti. Questi confronti non sono fatti per affermare che i due contesti siano paragonabili o che ci sia un pericolo “sionista”. Parlare di Gaza serve a prevvedere la possibilità e forse a esorcizzare la paura che eventi simili a quelli in Palestina possano succedere anche in Albania per mano dello stesso governo albanese con il passivo o attivo beneplacito dell’Occidente. Le proteste di questi giorni in Albania, in Francia, in Italia e in Belgio, nascono dalla sensazione di essere finiti nel piatto di oligarchi insaziabili dai quali nessuno si aspetta empatia per il genere umano. Come i giovani nel film Debatik, le persone che hanno manifestano il loro dissenso in Europa sono quelle che Moten e Harney chiamano gli “undercommons”, ovvero una comunità di persone subalterizzate dal capitale che vivono nella costante fuga dalle autorità e dai loro dispositivi istituzionali e tecnologici di dominio e cooptazione. Cosi come durante la Resistenza, le violenze scoppiate nelle città europee sono il risultato di un tentativo spontaneo, rizomatico, ideologicamente eterogeneo, ma anche pienamente cosciente di opporsi all’ordine neoliberale e alla sua deriva autoritaria per sottrarsi a una situazione di pericolo esistenziale. Immagine di copertina di Trivet Art Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo L’Albania si ribella contro il governo e l’ordine neoliberale proviene da DINAMOpress.
October 27, 2026
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Quale scuola, quali corpi, quale futuro?
La scuola è il luogo in cui si incontrano generazioni, differenze, disuguaglianze e conflitti, ma anche uno dei principali sistemi attraverso cui una società riproduce sé stessa: organizza il tempo, trasmette saperi, forma soggettività, costruisce relazioni e distribuisce possibilità. In questo senso, la scuola costituisce uno degli ambiti fondamentali della riproduzione sociale, intesa come l’insieme dei processi, delle attività materiali e delle relazioni di cura attraverso cui la vita viene quotidianamente sostenuta e in cui si riproducono i rapporti sociali. > È proprio per questo che qui si aprono spazi di conflitto e possibilità di > trasformazioni: ciò che accade nella scuola riguarda complessivamente il modo > in cui una società decide quali vite sostenere, quali differenze riconoscere, > quali corpi disciplinare e quale futuro rendere possibile. Tra i provvedimenti più evidenti e recenti che mostrano ciò, c’è il DL Valditara sul consenso informato, approvato nel giugno 2026; esso introduce per le scuole secondarie di primo e secondo grado l’obbligo del consenso preventivo delle famiglie per la partecipazione alle attività sulla sessualità, mentre ne vieta completamente lo svolgimento nella scuola dell’infanzia e primaria. Il governo giustifica la norma come tutela della libertà educativa delle famiglie e allo stesso tempo la collega alla necessità di contrastare la cosiddetta “propaganda gender”. Se si inserisce però l’educazione sessuoaffettiva nella cornice della riproduzione sociale, diviene evidente che difenderla è necessario, perché consenso, desiderio, piacere, relazioni, corpi e autodeterminazione non sono contenuti accessori, ma dimensioni essenziali della formazione. Allo stesso tempo, tuttavia, sarebbe un errore considerarla una battaglia isolata, affidata a qualche ora di lezione o a un progetto da proteggere dalle interferenze delle famiglie, e proprio qui si apre una questione che va oltre il singolo provvedimento. Chi decide quali saperi possono entrare nella scuola? Chi può nominare il corpo, il desiderio, le relazioni, le differenze? Quale autonomia – intesa come autodeterminazione dei corpi che attraversano e abitano la scuola, come libertà di insegnamento e come rifiuto del disciplinamento, e non nel senso neoliberale della “scuola dell’autonomia” – resta a un’istituzione pubblica quando una parte della sua funzione formativa viene sottoposta a un’autorizzazione preventiva? > L’educazione sessuoaffettiva diventa così un punto di osservazione > privilegiato sulle trasformazioni strutturali dell’istituzione scolastica, in > quanto rende visibile  la contesa, più ampia, sul ruolo della scuola nella > formazione delle soggettività. Per comprendere la posta in gioco dobbiamo collocare la scuola dentro la crisi della riproduzione sociale. Non si tratta soltanto di una situazione della scuola italiana: in forme diverse, a livello globale, sono sotto pressione le condizioni che rendono possibile la vita – la cura, la salute, l’istruzione, l’abitare, il tempo, la socialità, la possibilità di costruire relazioni e di immaginare un futuro. Mentre vengono indebolite le infrastrutture pubbliche della riproduzione, avanzano privatizzazione e individualizzazione della responsabilità e, di conseguenza, ciò che dovrebbe essere sostenuto collettivamente viene sempre più scaricato sulle famiglie, sulle singole soggettività e su chi, dentro la complessa macchina della riproduzione sociale, svolge quotidianamente il lavoro necessario a farla funzionare. Risulta tutto sommato facile riconoscere quanto la scuola sia al centro di questa contraddizione. Alla scuola si chiede di compensare disuguaglianze crescenti, contrastare la violenza, occuparsi del disagio, educare alle relazioni, includere, prevenire la radicalizzazione, sostenere chi arriva da altri paesi. In contemporanea, però, vengono erose le condizioni materiali che rendono possibile il lavoro educativo. Il salario docente, il numero di insegnanti, gli spazi, il tempo, i servizi non sono questioni marginali rispetto all’educazione: sono le condizioni concrete attraverso cui una società decide quanto investire nella propria riproduzione. Possiamo chiedere alla scuola di produrre autonomia mentre impoveriamo il lavoro di chi insegna, comprimiamo il tempo della relazione, lasciamo irrisolte le carenze strutturali e trasferiamo sulle singole persone responsabilità sempre più vaste? In una fase segnata dal riarmo e dalla crescita degli investimenti militari, la domanda diventa inevitabilmente anche un’altra: quali vite consideriamo degne di investimento? Quali infrastrutture vogliamo rafforzare? Quale futuro siamo disposti a rendere concretamente possibile? > La retorica della scuola come luogo capace di rispondere a ogni emergenza > sociale, di fatto, nasconde il progressivo arretramento delle responsabilità > pubbliche. All’interno di questo cortocircuito vanno lette anche le politiche che intervengono sulla composizione delle classi e sui corpi. Ad esempio, il decreto-legge che prevede il tetto del 30% per l3 studenti con cittadinanza non italiana o con competenze linguistiche considerate insufficienti, presentato come uno strumento di integrazione e di contrasto alla concentrazione degli alunni stranieri, solleva un problema più ampio: quando una differenza sociale e linguistica viene tradotta soprattutto in una questione di distribuzione, contenimento e gestione della presenza, la scuola rischia di amministrare la disuguaglianza invece di intervenire sulle condizioni che la producono – una logica che si inserisce in un quadro più ampio di politiche migratorie sempre più segnate da controllo, selezione e confinamento. > Lo stesso problema emerge nel modo in cui il corpo torna continuamente al > centro del discorso pubblico, dalle polemiche sull’abbigliamento delle ragazze > e sul velo delle donne musulmane alla crescente stigmatizzazione delle > questioni relative all’identità e alla sessualità delle persone trans e queer. Una delle conseguenze più evidenti di queste politiche sono i conflitti che attraversano le periferie e le forme di radicalizzazione che coinvolgono una parte dei più giovani, fenomeni spesso letti attraverso le categorie dell’emergenza e del degrado, da contrastare con sicurezza e punizione. Ma dietro i conflitti giovanili ci sono condizioni materiali: trasformazioni urbane, precarietà, disuguaglianze, crisi delle aspettative, impoverimento degli spazi pubblici e delle possibilità di socialità. Là dove diminuiscono gli spazi collettivi nei quali confrontarsi, entrare in conflitto, elaborare la frustrazione e costruire relazioni, subentrano altri dispositivi e altre modalità che offrono appartenenza e riconoscimento e con i quali esprimere il proprio disagio, spesso costruito contro le donne, le persone migranti, le persone queer e chi viene percepito come diverso: la misoginia online, la manosphere, il razzismo e le forme di identificazione con l’estrema destra non possono essere spiegati soltanto come deviazioni individuali o come un problema generazionale, ma ci interrogano sulle condizioni dentro cui si formano oggi le soggettività. > Per quanto siano terreni differenti e non sovrapponibili, tutti mostrano > quanto la regolazione dei corpi sia diventata una questione politica centrale: > stabilire quali corpi possano essere visibili, quali differenze possano essere > espresse, quali soggettività debbano essere ricondotte alla norma. In questo senso, l’impoverimento della scuola assume un significato politico ancora più rilevante: anche se non può risolvere da sola processi che hanno una dimensione socio-economica globale, essa è rimasta uno dei pochi luoghi pubblici nei quali soggettività diverse possono ancora incontrarsi fuori dalle logiche del mercato, della famiglia e delle piattaforme digitali, un luogo nel quale il conflitto può essere trasformato in parola, conoscenza, relazione e possibilità di azione. La crisi della riproduzione sociale non produce soltanto impoverimento. Produce anche una crisi della capacità collettiva di formare soggettività autonome e metterle nelle condizioni di autodeterminarsi. Se vengono indeboliti i luoghi della cura, della formazione, della socialità e della partecipazione, aumenta lo spazio per dispositivi fondati sulla norma, sul controllo, sulla paura e sulla punizione. > Per definire questa torsione autoritaristica nella gestione della crisi, Gago > e Cavallero hanno coniato la categoria della fascistizzazione, che vale anche > per il nostro contesto: alla difficoltà di garantire condizioni materiali di > vita si risponde sempre più attraverso ordine, gerarchia, controllo delle > differenze e sanzione del conflitto. La scuola è uno dei luoghi decisivi di questa contesa, perché le ragazze e i ragazzi, le persone trans e queer, gli studenti con background migratorio, chi vive la precarietà e chi abita le periferie non sono semplicemente destinatari di politiche di inclusione: sono la scuola, ne costituiscono il presente e possono esserne una forza di trasformazione. Allo stesso modo, chi insegna e chi lavora nella scuola non è soltanto il personale chiamato a far funzionare un servizio: svolge una parte fondamentale del lavoro sociale che permette alla società di riprodursi. Il punto, allora, non è aggiungere l’educazione sessuoaffettiva alla lunga lista di compiti affidati alla scuola. È riconoscere che proprio attraverso il modo in cui affrontiamo i corpi, le relazioni, le differenze e il consenso si decide quale scuola stiamo costruendo. È riconoscere che il consenso non è soltanto un contenuto da trasmettere, ma una pratica democratica, che permette di poter dire sì e no, di prendere parola, di essere ascoltat3, contestare una norma, di non essere definit3 una volta per tutte dal proprio corpo, dalla propria provenienza o dal proprio comportamento: in una scuola che educa all’autonomia si deve poter fare esperienza dell’autonomia. > Per questo la difesa dell’educazione sessuoaffettiva non può essere separata > dalla difesa della scuola come infrastruttura pubblica della riproduzione > sociale. Significa difendere il tempo, le risorse, il lavoro e l’autonomia > necessari perché la scuola possa essere davvero un luogo di formazione e non > soltanto di disciplinamento. In un tempo in cui la crisi della riproduzione viene sempre più governata attraverso norma, controllo e punitivismo, quindi, la posta in gioco è contendere alla scuola un’altra funzione: non addestrare all’obbedienza, ma produrre gli strumenti per interrogare ciò che ci viene presentato come naturale, inevitabile, immutabile; non insegnare ai corpi a conformarsi alla norma, ma dare nloro strumenti per riconoscerla, metterla in discussione e trasformarla. Perché la domanda non riguarda soltanto ciò che vogliamo insegnare a ragazze e ragazzi sulle relazioni, sul consenso e sulla sessualità – questioni dirimenti e irrinunciabili: riguarda, soprattutto, quale società stiamo rendendo pensabile attraverso la scuola. la copertina è di Renato Ferrantini, manifestazione Roma 2022 Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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October 26, 2026
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La Spagna va al voto con le strade in fermento per il diritto alla casa
L’anticipo delle elezioni – che si sarebbero dovute tenere nel 2027 – è stata l’ennesima mossa del cavallo della carriera di Pedro Sánchez che verrà ricordato, tra le altre cose, sicuramente per il suo opportunismo e la capacità di cadere sempre in piedi, contro ogni pronostico: così andò nel 2023, sempre con elezioni anticipate e prima ancora contro le cospirazioni interne al suo stesso partito per escluderlo dalla leadership. Fino a poco tempo fa si parlava di un governo in agonia, senza maggioranza parlamentare e che da tre anni non riusciva ad approvare la legge di bilancio statale. Un governo costantemente sotto il fuoco incrociato della destra politica e giudiziaria e campagne di lawfare, nonché indebolito dai casi di corruzione ai vertici del PSOE. Soprattutto, un Sánchez incapace di determinare il discorso politico pubblico, in particolare dopo la tragedia di Ceuta: gestita in maniera fallimentare come problema di ordine pubblico e sicurezza nazionale, invece che come crisi umanitaria, il governo ha prestato il fianco alla retorica xenofoba della destra. Non è bastato nemmeno l’appoggio di Sánchez alla causa palestinese e le frizioni con Israele: sicuramente sono state le posizioni più coraggiose tra i partiti socialdemocratici europei ostaggi di correnti filosioniste, ma hanno avuto risalto soprattutto all’estero. Invece il tanto decantato miracolo economico spagnolo è rimasto limitato alla crescita del PIL, a cui non sono seguite misure realmente redistributive e che non è bastato a contrastare l’aumento dell’inflazione, che è più alta della media europea. Per cambiare il quadro è servita l’irruzione nel discorso politico dei movimenti sociali in difesa del diritto alla casa. Per gli Spagnoli l’accesso alla casa è il problema che più li preoccupa, prima ancora della crisi economica e l’immigrazione. Una volta scadute e non rinnovate le misure d’emergenza pianificate durante la pandemia, in particolare la moratoria degli sfratti, solo il paziente lavoro quotidiano dei sindacati degli inquilini, fatto di picchetti e supporto legale, ha evitato la totale espulsione delle classi popolari dai quartieri gentrificati. A settembre, lo sfratto violento e la successiva morte in ospedale di Maricarmen Abascal, la donna madrilena ottantasettenne e in difficili condizioni di salute, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese. Il fatto che queste mobilitazioni possano avvantaggiare i socialisti alle elezioni è un paradosso, se pensiamo che il PSOE è stato sempre difensore del primato del libero uso della proprietà privata della casa sopra ogni regolamentazione e ha fatto da tappo per una riforma strutturale del mercato degli affitti. Ma nella concitazione del picco delle proteste, il governo non ha esitato a proporre due decreti legge per venire incontro ai movimenti. Erano due decreti di diverso tenore: il primo, moderato ed emergenziale, puntava a un ulteriore blocco degli sfratti senza alternativa, esenzioni fiscali ai proprietari in cambio della riduzione degli affitti, prestiti a tasso zero garantiti dallo stato per l’acquisto della prima casa; il secondo proponeva gli affitti a tempo indeterminato. Il primo avrebbe avuto una maggioranza parlamentare – così si diceva – mentre il secondo andava incontro a bocciatura sicura perché non sufficientemente negoziato col parlamento. La sorpresa del voto contrario della destra catalanista anche al primo decreto ha fatto naufragare la proposta ed è in questo momento che il PSOE ha deciso che era arrivato il momento di sciogliere le camere e andare a elezioni, con la forza dell’ “almeno ci abbiamo provato”. In effetti, non è chiaro quanto davvero avessero voluto provarci, visto che pochi mesi prima una legge simile fu proposta dall’ala sinistra del governo (Sumar) e fu bocciata dagli stessi socialisti, come tante altre proposte analoghe precedenti. Mesi prima non c’era un movimento sociale a fare pressione, ma si sarebbero potuti evitare tanti sfratti e la morte di Maricarmen. > La campagna elettorale improvvisa mette i movimenti di lotta per la casa in > una posizione complicata: da un lato, le loro rivendicazioni sono radicali e > strutturali, difficilmente ricevibili dai socialisti; dall’altro, la paura di > un governo di estrema destra rende complicato mantenersi neutrali. In altre parole, le elezioni anticipate hanno smorzato sul nascere un conflitto che avrebbe indebolito innanzitutto il governo, e hanno costretto il movimento a ragionare a breve termine. A queste difficoltà si aggiunge la totale frammentazione dei partiti alla sinistra del PSOE: Sumar, alleanza di partiti con Ada Colau capolista, e Podemos sono ai ferri corti e andranno separati in praticamente tutti i collegi, giustificando gli appelli al voto utile per i socialisti. D’altro canto, non sarà facile per le destre appropriarsi di questo tema, PP e VOX sono piegate su posizioni trumpiste e neoliberiste e l’unico loro jolly a disposizione sarà indicare i migranti come responsabili del caro affitti (ed è da vedere se questa retorica possa far presa sull’elettorato in così poco tempo). A vantaggio delle destre c’è però l’estrema localizzazione all’ambito metropolitano sia del problema della casa che delle proteste e quindi una Spagna rurale che con tutta probabilità voterà maggioritariamente per loro. > La speranza è che il caos venga risolto non in ambito parlamentare, ma > dall’eccedenza dei movimenti. Lo sciopero generale dell’11 novembre, il primo > dal 2012, sarà uno sciopero sociale difficile da confinare in un’ottica > elettoralistica. Sono passati quindici anni dalle acampadas del 2011, che portarono a una primavera politica spagnola, a una prima rottura col regime del bipartito PP-PSOE nato dalla transizione post-franchista e all’emergere di una nuova generazione politica e di partiti come Podemos. Ora quel ciclo si sta chiudendo, forse insieme a quegli stessi partiti. Intorno al diritto all’abitare si sta ricomponendo quel movimento che negli ultimi anni è stato protagonista contro il genocidio in Palestina e le lotte per il clima, aggiungendo una rivendicazione materiale e di classe che tocca direttamente fasce di popolazione spesso escluse dal dibattito politico, senza contare che da mesi sono in mobilitazioni anche gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, il personale medico e, più recentemente, gli studenti universitari. Le contemporanee rivolte in Francia e Italia echeggiano anche in Spagna, in analogia con le primavere arabe e i movimenti europei che nel 2011 fecero da catalizzatore per gli indignados. I presupposti ci sono tutti per una riedizione di quegli eventi, con una differenza sostanziale: se in passato le richieste erano più democrazia e meno corruzione, ora si punta al cuore del regime capitalista e di guerra, data l’evidente impossibilità di conciliarlo con nuove politiche di welfare. Tutte le foto dell’autore Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo La Spagna va al voto con le strade in fermento per il diritto alla casa proviene da DINAMOpress.
October 26, 2026
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Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso
Può esistere una prospettiva di pace in Medio Oriente che non passi attraverso nuovi equilibri militari, spartizioni territoriali e accordi tra potenze? E può la democrazia nascere dalle comunità, dalle municipalità e dall’autorganizzazione delle donne, anziché essere concessa dall’alto? Sono queste le domande che hanno attraversato la conferenza internazionale «Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente», tenutasi il 17 ottobre a Torino. Un incontro che ha riunito rappresentanti politici e istituzionali, attiviste, esponenti dei movimenti democratici curdi e realtà della solidarietà internazionale, mettendo in relazione esperienze provenienti dalle quattro parti del Kurdistan. Una geografia politica attraversata da confini, guerre e repressione, ma anche da decenni di sperimentazione di nuove forme di convivenza. Realizzata con la collaborazione del Consiglio regionale del Piemonte e il patrocinio della Città di Torino, la città piemontese ha ospitato una giornata di studi promossa dall’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e dall’associazione alessandrina “Verso il Kurdistan”. Una partecipazione istituzionale che ha assunto un significato particolare nel momento in cui il processo di pace avviato in Turchia si confronta con la necessità di trasformare le dichiarazioni politiche in garanzie concrete. Ayşe Serra Bucak Küçük, co-sindaca della municipalità metropolitana di Amed (Diyarbakır), insiste sul ruolo delle amministrazioni locali nel processo di pace. I negoziati tra i vertici politici, per quanto necessari, non bastano. Senza un coinvolgimento diretto della società e senza un lavoro quotidiano nei territori, il rischio è che gli accordi rimangano soltanto sulla carta. È nelle municipalità, sostiene Küçük, che possono prendere forma nuovi spazi di partecipazione, dialogo e convivenza tra le diverse comunità. Nel progetto del confederalismo democratico, che attraversa il dibattito politico nelle quattro parti del Kurdistan, le municipalità occupano un ruolo centrale nella costruzione dell’autogoverno. È a livello locale che le diverse comunità culturali, linguistiche e religiose possono organizzare la propria convivenza, partecipare alle decisioni collettive e sviluppare pratiche di democrazia diretta. La prospettiva elaborata da Abdullah Öcalan affida così alle municipalità un ruolo fondamentale nella trasformazione dei rapporti sociali e politici, a partire dall’organizzazione della vita quotidiana. DA İMRALI, UN MESSAGGIO PER UNA PACE CHE NON SIA SOLTANTO SILENZIO DELLE ARMI A dare ulteriore profondità politica alla giornata è stato il messaggio inviato alla conferenza da Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-carcere turca di İmralı. Il leader curdo ha ribadito che la fine della lotta armata, pur rappresentando un passaggio storico, non può coincidere automaticamente con la costruzione della pace. La cessazione del conflitto deve accompagnarsi al superamento delle condizioni politiche, sociali e culturali che lo hanno generato: il riconoscimento dell’identità curda, la garanzia di un’eguale cittadinanza e la rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica. Un messaggio che si inserisce nel percorso aperto dal suo appello alla fine della lotta armata e che guarda al confederalismo democratico come una proposta e una soluzione per il Kurdistan, ma anche come a una possibile risposta alla crisi dell’intero Medio Oriente. Di fronte a un sistema regionale caratterizzato dalla militarizzazione, dall’autoritarismo e dalla competizione tra Stati, la proposta è quella di costruire una diversa architettura sociale, fondata sull’autonomia delle comunità, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra i popoli. SIRIA, IRAN, IRAQ. LA DEMOCRAZIA CONTRO L’ACCENTRAMENTO DEL POTERE È proprio la Siria ad aprire il primo confronto, dedicato al confederalismo democratico come possibile alternativa politica per il Medio Oriente. Sullo sfondo, l’accordo del 29 gennaio tra Damasco e le Forze democratiche siriane, che ha aperto una nuova fase nei rapporti tra le istituzioni centrali e le realtà autonome del Nord-Est. Ad aprire il confronto sulla Siria è Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est e tra le principali protagoniste del dialogo politico con Damasco. Il suo intervento si concentra sulle prospettive aperte dall’accordo del 29 gennaio e sulla necessità di costruire una Siria democratica e decentralizzata, capace di riconoscere la pluralità etnica, culturale e religiosa del Paese. Per Ahmed, il futuro della Siria passa attraverso il riconoscimento delle autonomie locali e la partecipazione delle diverse comunità alla costruzione di un nuovo assetto politico. Sul delicato rapporto con Damasco interviene anche Abdulkarim Sabri Omar, rappresentante dell’Amministrazione autonoma nella capitale siriana. Omar richiama l’attenzione sulle tendenze accentratrici del governo guidato da Ahmed al-Sharaa e sui rischi che queste comportano per il processo di dialogo. La concentrazione dei poteri nelle mani della nuova leadership siriana pone interrogativi concreti sul futuro delle istituzioni autonome e sulle possibilità di preservare le esperienze di autogoverno sviluppate nel Nord-Est del Paese durante gli anni della guerra. Il confronto si sposta poi verso il Rojhelat, il Kurdistan orientale, nei confini dell’Iran. Maryam Fathi, rappresentante in Europa della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR), affronta la condizione delle donne sotto la Repubblica islamica e il ruolo assunto dal movimento «Jin, Jiyan, Azadî» (Donna, Vita, Libertà) nelle mobilitazioni degli ultimi anni. Ehven Chiaco, esponente del Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), approfondisce la proposta politica della nazione democratica come prospettiva per il futuro dell’Iran. Il riconoscimento della pluralità dei popoli che abitano il Paese, l’autorganizzazione della società e la partecipazione delle comunità alle decisioni politiche costituiscono gli elementi centrali di un progetto che cerca di affrontare le radici dell’autoritarismo e della repressione. Lo sguardo si sposta a Şengal, nel nord dell’Iraq, territorio della comunità ezida colpita dal genocidio perpetrato dall’ISIS nell’agosto del 2014. Sabreen Khudhur Elias, rappresentante del movimento delle donne di Şengal, racconta il percorso di ricostruzione sociale e politica seguito al massacro e alla riduzione in schiavitù di migliaia di donne ezide. L’esperienza dell’autodifesa e dell’organizzazione autonoma delle donne ha assunto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della comunità, trasformando la sopravvivenza al genocidio in un percorso di partecipazione politica e di riappropriazione del proprio futuro. Ali Hussein Khaleel Awsu, attivista ecologista di Şengal, affronta le conseguenze ambientali e sociali lasciate dall’occupazione dell’ISIS e le difficoltà che accompagnano ancora oggi la ricostruzione del territorio. La devastazione provocata dalla guerra, lo sfollamento della popolazione e le tensioni legate al rapporto con le istituzioni irachene continuano a incidere sulla vita della comunità ezida. Nei suoi racconti trovano spazio anche le responsabilità della comunità internazionale durante il genocidio e le sfide che Şengal affronta nel tentativo di costruire un futuro fondato sull’autonomia e sulla sicurezza della propria popolazione. İMRALI E IL PROCESSO DI PACE: IL DIRITTO ALLA SPERANZA Il secondo momento della conferenza si concentra sulla Turchia e sulle possibilità aperte dal processo di pace. Un percorso che non può prescindere dalla condizione di Abdullah Öcalan e dal ruolo che può svolgere nella ricerca di una soluzione politica alla questione curda. La questione delle condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan viene affrontata da Mahmut Şakar, suo avvocato e co-presidente di MAF-DAD, associazione impegnata nella tutela dei diritti e della democrazia. Şakar ricostruisce il sistema di isolamento imposto al leader curdo nell’isola-carcere di İmralı, dove è detenuto dal febbraio 1999. Per dieci anni Öcalan è stato l’unico prigioniero dell’isola, trasformata dalle autorità turche in una struttura di massima sicurezza sottoposta a un imponente controllo militare. Le condizioni della sua detenzione e le restrizioni ai contatti con i legali e i familiari rappresentano uno dei nodi centrali del processo di pace, anche alla luce del ruolo politico assunto da Öcalan nell’apertura del dialogo con Ankara. Şakar richiama le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Öcalan. Nel 2005 la Corte riconobbe la violazione del diritto a un processo equo, mentre nel 2014 stabilì che la condanna all’ergastolo aggravato, priva di una prospettiva di liberazione, violava l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È il principio del diritto alla speranza, che impone agli Stati di prevedere una possibilità effettiva di riesame delle pene perpetue. La sua applicazione al caso Öcalan resta al centro delle rivendicazioni del movimento curdo e delle iniziative legali promosse dai suoi difensori. La vicenda richiama anche una responsabilità italiana. Il 1° ottobre 1999 il Tribunale civile di Roma riconobbe a Öcalan il diritto all’asilo politico ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione. La sentenza arrivò oltre sette mesi dopo la sua cattura in Kenya e il trasferimento forzato in Turchia, quando il leader curdo si trovava già detenuto a İmralı. Sul piano politico interviene Berdan Öztürk, deputato del Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza dei Popoli (DEM) alla Grande Assemblea nazionale turca. Il suo contributo riguarda il ruolo del partito nel processo di pace e nella costruzione di una società democratica, attraverso il confronto con le istituzioni turche e l’organizzazione politica delle comunità. La prospettiva della modernità democratica elaborata da Öcalan si confronta così con le condizioni concrete della Turchia, con le limitazioni alla partecipazione politica e con la necessità di tradurre il dialogo in trasformazioni legislative e istituzionali. Il ruolo dell’Europa viene approfondito da Eyyup Doru, rappresentante del DEM presso le istituzioni europee. Al centro del suo intervento ci sono le responsabilità dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, a partire dall’attuazione delle sentenze della Corte di Strasburgo e dal riconoscimento del diritto alla speranza. La posizione di Doru richiama la necessità di una pressione diplomatica capace di accompagnare il processo di pace e favorire le condizioni per una soluzione politica della questione curda. La libertà di Öcalan, il rispetto dei diritti democratici e il riconoscimento della rappresentanza politica curda restano questioni decisive nel confronto tra il movimento curdo e lo Stato turco. TESSERE UN NUOVO INTERNAZIONALISMO, OLTRE I CONFINI DEL KURDISTAN L’ultimo panel della conferenza, dedicato alla solidarietà internazionale e alla rivoluzione delle donne, affronta la possibilità di sviluppare il confederalismo democratico oltre i confini del Kurdistan, mettendo in relazione le esperienze del movimento curdo con le lotte sociali, ecologiste e femministe in altre parti del mondo. Jacopo Bindi e Ali Çiçek, entrambi dell’Accademia della Modernità Democratica (ADM), approfondiscono la prospettiva di un nuovo internazionalismo comunalista a partire dal paradigma politico elaborato da Abdullah Öcalan. La critica alla modernità capitalista, al sistema dello Stato-nazione e ai rapporti di dominio che attraversano la società contemporanea si accompagna alla ricerca di forme di organizzazione collettiva fondate sull’autonomia, sull’ecologia sociale e sulla liberazione delle donne. Nel loro contributo emerge la necessità di sviluppare questa prospettiva attraverso il confronto con i movimenti che, in diversi contesti geografici, cercano di costruire alternative al modello politico ed economico dominante. Nazan Üstündağ, sociologa e componente della rete Women Weaving the Future, porta la riflessione sul terreno delle relazioni tra i movimenti femministi. Al centro del suo intervento c’è l’esperienza della rivoluzione delle donne curde e il rapporto costruito negli anni con altre realtà di lotta, attraverso scambi, incontri e pratiche di solidarietà. Da questa esperienza prende forma la proposta di un confederalismo mondiale delle donne, fondato sulla costruzione di relazioni stabili tra organizzazioni femministe, sulla condivisione delle conoscenze e sullo sviluppo di pratiche comuni di resistenza. L’internazionalismo assume così una dimensione organizzativa concreta, attraverso la capacità dei movimenti di apprendere gli uni dagli altri e di costruire insieme nuove prospettive di emancipazione. LORENZO ORSETTI E IL SIGNIFICATO DI UNA SCELTA A chiudere la conferenza è Alessandro Orsetti, padre di Lorenzo, conosciuto in Rojava con il nome di battaglia Tekoşer Piling, internazionalista fiorentino ucciso dall’ISIS il 18 marzo 2019 durante la battaglia di Baghuz, mentre combatteva nelle Unità di protezione popolare (YPG). Alessandro ripercorre la scelta del figlio di partire per la Siria, il suo avvicinamento agli ideali della rivoluzione del Rojava e soprattutto il rapporto con le persone incontrate durante la sua esperienza. Nel suo racconto emerge il legame profondo che Lorenzo aveva sviluppato con quella società, con le donne e gli uomini impegnati nella costruzione dell’autonomia democratica e con il progetto politico che aveva scelto di condividere e difendere. Una scelta maturata attraverso la conoscenza diretta di una realtà nella quale riconosceva valori e aspirazioni che sentiva propri. La testimonianza di Alessandro restituisce alla solidarietà internazionale una dimensione profondamente umana, fatta di relazioni, responsabilità e scelte personali. Lorenzo aveva trovato in Rojava un’esperienza rivoluzionaria alla quale dedicare il proprio impegno, riconoscendo nella lotta del popolo curdo una prospettiva di emancipazione che riguardava anche il suo futuro e quello della società da cui proveniva. Il suo ricordo chiude la giornata di Torino, un confronto che ci lascia aperta soprattutto la questione delle condizioni concrete attraverso cui costruire la pace. Il futuro del processo avviato in Turchia, il riconoscimento dell’autonomia democratica in Siria e la possibilità di rafforzare le relazioni tra i movimenti internazionalisti dipenderanno dalle scelte politiche dei prossimi mesi e dalla capacità delle comunità coinvolte di incidere su queste trasformazioni. È su questo terreno che il confederalismo democratico continua a confrontarsi con le contraddizioni del Medio Oriente e con le aspirazioni di chi, dentro e fuori dal Kurdistan, lavora alla costruzione di una società democratica. Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
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Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro
Nel mondo che ci tocca in sorte, che corre veloce verso l’abisso, la moneta è trattata come faccenda tecnica. La sua smaterializzazione, l’ha resa tema massimamente religioso, sacerdotale. Non casualmente, il più importante capitalista americano del momento, Peter Thiel, assieme a Musk ha fatto fortuna con PayPal, ma soprattutto parla attraverso Paolo di Tarso e la sua lettera ai Tessalonicesi. Il Papa, giustamente, si incazza, ma quello non si placa e sostiene che l’anticristo, ovvero la Cina, sia grande alleato del Papa stesso. Mondo in corsa verso l’abisso, appunto. La moneta legale è emessa dalle banche centrali. In un bel libro di qualche anno fa, Alberto Orioli definisce quelli del banchiere centrale enunciati oracolari. Trattasi dunque di rivelazione divina, a mezzo di profeti non particolarmente eroici, ma felpati, austeri, quasi sommessi nell’eloquio, con vasta cultura (anche umanistica). Più la politica si fa sguaiata, più non tocca palla quando si parla di moneta. Le banche le nomina per gli extraprofitti, senza però capire precisamente cosa sono, come si fanno, gli extraprofitti delle banche commerciali. > Ora, nel mondo è in corso un conflitto epocale. Si tratta di una guerra, ma > monetaria. Combinata con le guerre che insanguinano l’Europa orientale e il > Medio Oriente, senz’altro. Ma relativa, più specificatamente, al futuro della > moneta. Dal 1971 in maniera definitiva, tra moneta e oro non vi è più connessione sostanziale. L’oro rimane un bene rifugio, sempre più rilevante nella fase attuale segnata dal declino del dollaro, ma l’emissione di moneta non è più incatenata ai lingotti d’oro nei caveau. Basta un click della banca centrale, che scambia titoli di Stato con riserve, e le riserve, composte di moneta di banca centrale, garantiscono liquidità alle banche commerciali e queste dovrebbero garantire credito alle imprese, quelle dinamiche e innovative – ma assai spesso non lo fanno. E poi ci sono i depositi bancari, che creano moneta bancaria (quindi privata, ma convertibile in legale) ex nihilo, sempre attraverso un click. Capite? Trattasi di Spirito. Ma il successo dell’oro era legato alla sterlina, dopo la sterlina al dollaro. Il dollaro si è fatto «denaro mondiale», con l’incedere della finanziarizzazione e l’implodere del blocco sovietico. Poi, dalla crisi delle dotcom del 2000, dall’11 settembre del 2001, ma soprattutto dal crack del 2007-2008, il sogno imperiale si è infranto. Quindi il dollaro, che declina ma non muore, si è fatto strumento militare. Tra i più efficaci, tra l’altro. Tanto gli Stati Uniti perdono tutte le guerre sul terreno, dall’Iraq all’Afghanistan, tanto il dollaro colpisce duro, rende solidi gli ordini esecutivi e le sanzioni che chiudono conti correnti e congelano asset. La Cina, che ha capito di essere il prossimo bersaglio, una volta che la destabilizzazione europea e mediorientale avrà fatto il suo corso, si è organizzata: la sua banca centrale ha cominciato a emettere renminbi digitale, ovvero moneta digitale pubblica, equivalente al contante; ha creato CIPS (Cross-border Interbank Payment System), circuito alternativo a SWIFT, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; ha egemonizzato mBridge, progetto della Bank of International Settlements che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. Di tutta risposta, Trump, che un tempo era ostile alle criptovalute, ora, col suo Genius Act, ha regolamentato le stablecoin, valute digitali ancorate al dollaro emesse da società private non bancarie. Per ancorare le stablecoin, guarda caso, le società in questione acquistano a man bassa titoli di Stato a stelle e strisce. Una manna dal cielo, visto che il debito pubblico americano non se lo vuole accattare più nessuno, avendo superato i 40 mila miliardi di dollari. Se le stablecoin si diffondono, garantendo esse pagamenti transfrontalieri e all’ingrosso programmabili, 24/7 e 365 giorni l’anno, il gioco è fatto: il mondo ricomincerà a finanziare il bilancio pubblico statunitense, Pentagono in primo luogo. E non si è fermato, Trump: ha ordinato che la Fed interrompa ogni progetto di dollaro digitale. > Una guerra è in corso: tra moneta pubblica e moneta privata. E l’Europa? La BCE, che certo non brilla per complicità col proletariato, si sta attrezzando. E lo sta facendo al meglio. Se tutto va come deve, entro il 2026 sarà ratificato l’euro digitale. Moneta pubblica, dunque, che dopo un paio d’anni di sperimentazione, sarà finalmente emessa e diffusa (2029). Con un e-wallet, sarà utilizzabile anche offline. Di più, con Pontes prima e Appia a seguire, la BCE procede verso la tokenizzazione della moneta di banca centrale, per rendere autonomi dai circuiti internazionali anche i pagamenti all’ingrosso (interbancari), e non solo quelli al dettaglio (che avverranno con euro digitale e contanti). Di tutto ciò la politica – anche di sinistra – non parla, trattandosi a suo avviso di temi da lasciare ai banchieri centrali. È in controtendenza, allora, la conferenza organizzata dalla For the People Foundation, che si svolgerà oggi a Roma (presso Industrie fluviali), dalle ore 10 alle 19. For the People, infatti, è la fondazione affiliata a ELA – European Left Alliance, la formazione politica eco-socialista che vede insieme un importante numero di partiti europei e, tra questi, Sinistra Italiana. Controtendenza urgente, visto che non è proprio vero che la politica europea tutta non si stia occupando di euro digitale. Lo fa per esempio una forza politica tedesca, di nome AfD, e con un obiettivo chiaro: distruggerlo. Un motivo in più, per sapere da che parte stare. Segui la diretta streaming dell’evento Immagine di copertina di Atlantic Ambience L'articolo Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
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