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Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Articolo di Tommaso Chiti Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali, incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante genocidio a Gaza. In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale, proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina. In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020, contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere in nuove forme oligarchiche delle élite globali. Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia, come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello transnazionale. La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà», ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo «etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe, sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità». All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica, grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale, portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio. L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio. Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite. In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione finanziaria, in modo marcatamente mercantilista. Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista, in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno ridividendo le loro sfere di influenza». Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare forme di deportazione, ormai sempre più diffuse». L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina  neoliberista, causa di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale, in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria».  Secondo il Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società».  Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale». Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela». Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella loro diversità». *Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. L'articolo Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà proviene da Jacobin Italia.
La radicalità del sentimento amoroso per Horvat
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel saggio La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione (DeriveApprodi, 2016) il filosofo croato Srećko Horvat analizza la vicendevole influenza tra il potere statuale ed economico e le pulsioni erotiche: quali ripercussioni produce nella vita di un popolo la repressione dei costumi sessuali? Perché la rivendicazione della libertà sessuale si presta a essere sussunta dal capitale, cioè a diventare terreno fertile da cui estrarre profitto? E che ruolo gioca l’amore nella costruzione di una comunità politica? È possibile dedicare se stessi tanto alla persona amata quanto a una causa rivoluzionaria oppure la sfera affettiva esclude quella politica (e viceversa)? Prima ancora, quali connessioni intercorrono tra desiderio e rivoluzione? Horvat muove dalla constatazione che la controrivoluzione iraniana, come la Russia successiva alla Rivoluzione d’ottobre, tengono un analogo atteggiamento nei confronti del desiderio: entrambe si propongono di metterlo al bando. Il filosofo narra di un suo viaggio nel 2015 in Iran: la sera i luoghi di aggregazione sono chiusi e la sola vita sociale ammessa sembra essere quella che si svolge dentro le case; d’altronde, piscine, sale da ballo e da biliardo sono state chiuse a seguito della controrivoluzione. Anche l’arte di strada gioca un preciso ruolo quale dispositivo che disciplina il desiderio della popolazione: la proliferazione di murales che ritraggono l’Ayatollah Khomeini e i martiri instilla lo spirito di sacrificio, che equivale alla fuga dalla vita quotidiana e, a maggior ragione, dall’agone politico. Il nemico più temuto dal regime è proprio il desiderio: oltre alla danza, sono stati vietati anche i siti internet dedicati alla moda e, ovviamente, al sesso. Ciò non toglie che le élite economiche e i ceti benestanti riescono comunque ad avere accesso ai piaceri proibiti: nel corso del suo soggiorno, Horvat è ospite di una famiglia che consuma alcool pregiato, indossa abiti sexy, parla in lingua inglese e fuma sigarette occidentali. A ogni modo, la loro libertà di essere diversi da come li vuole il regime “si traduce in libertà di consumare” (p. 56), che incide solo sulle modalità della loro vita privata e non anche di quella pubblica. In altre parole, “non si oppongono affatto al regime teocratico e alle sue limitazioni delle libertà personali” (p. 59), perché non lottano in alcun modo per la libertà: semplicemente, la comprano con il denaro. Un bazarì – cioè un mercante – intervistato da Horvat conferma le sue deduzioni, confessandogli che gli iraniani agiati sono soliti condurre una doppia vita e che però la possibilità di scegliere questa seconda vita non è sinonimo di libertà: equivale semplicemente a un diritto garantito dalla ricchezza. Pure la rivoluzione dell’ottobre ’17 in Russia conduce a un esito analogo a quello della controrivoluzione iraniana: “una società totalitaria volta alla repressione delle emozioni” (p. 65). In verità, la rivoluzione russa si era aperta sotto tutti altri auspici, con la legalizzazione dell’aborto, il riconoscimento del divorzio e la parificazione giuridica delle donne agli uomini. Horvat si domanda come si sia potuto arrivare nel 1934 a vietare aborto e divorzio e a criminalizzare l’omosessualità. L’argomento principale di questa svolta reazionaria è il risparmio energetico: la sessualità implicherebbe “un eccessivo dispendio di energia, che impedisce all’individuo di contribuire alla società” (p. 73), cioè alla costruzione del socialismo. Già negli anni ’20 venivano inscenati spettacoli teatrali tendenziosi che esaltavano la moralità di personaggi maschili i quali dichiaravano di non coltivare l’intimità con l’altro sesso per dedicare le proprie forze al partito, o che simulavano processi a prostitute o a persone che, conducendo una vita sessuale promiscua, favorivano la diffusione di malattie veneree (Processo al cittadino Kiselev accusato di aver infettato la moglie con la gonorrea e averla indotta al suicidio è il titolo di uno di questi spettacoli didattici). Invece della “«libertà di amare» servivano autocontrollo e disciplina, perché la battaglia per rafforzare il potere sovietico doveva ancora terminare” (p. 82). In questo scenario, è interessante la ricostruzione operata da Horvat del dibattito tra Lenin e le rivoluzionarie femministe: il primo credeva che il concetto di amore libero avrebbe potuto essere inteso come negazione della serietà nei rapporti sentimentali, esenzione dalla procreazione e libertà di adulterio, così risolvendosi in una conquista borghese, e che le donne proletarie, piuttosto che impegnarsi in discussioni su sesso, matrimonio e prostituzione, avrebbero dovuto pensare alla rivoluzione. Queste ultime ritenevano però inscindibili dalla rivoluzione il riguardo e la considerazione per la vita intima dei rivoluzionari, persone in carne e ossa i cui desideri non possono essere ignorati: simile dimenticanza sarebbe stata fatale per la rivoluzione. Il pericolo temuto da Lenin si concretizza poi nell’esperienza della Kommune 1, comune berlinese fondata dalla sinistra studentesca più radicale e assurta a protagonista del ʼ68 tedesco. I suoi membri, che vedevano nella famiglia una cellula dello Stato e del suo apparato repressivo, interpretavano strenuamente l’ideale di amore libero, sperimentando le più svariate sostanze psicotrope e pratiche sessuali. Non passò molto tempo prima che celebrità come Jimi Hendrix fecero visita alla comune e intrattennero rapporti con Uschi Obermaier, ritenuta la più avvenente delle comunarde; foto e pettegolezzi riguardanti queste liaison finirono su tutti i rotocalchi, a riprova del fatto che il sesso vende; la trasgressiva vita privata dei comunardi veniva così estetizzata e svuotata di qualunque potenziale sovversivo per essere sussunta nella debordiana società dello spettacolo, la quale ottenebra lo spettatore con la rappresentazione di bisogni (anche sessuali) che lo alienano dalla vita politica, di modo che “più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio” (Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, 2019, pag. 75 s.). La rappresentazione mediatica dei disinibiti costumi sessuali dei membri della Kommune 1 sanciva così la primazia del diritto alla scelta dello stile di vita su quello alla resistenza nei confronti dell’ordine dominante, teorizzato per ironia della sorte proprio da Herbert Marcuse, il cui Eros e civiltà tanto influenzò la stagione del ’68. L’esperienza della Kommune 1 non deve lasciar credere che la demonizzazione del desiderio o comunque l’ascetismo sia il giusto presupposto per condurre lotte sociali; Horvat reputa che amore e rivoluzione non si escludano a vicenda, anzi: paradigmatica a tal proposito è l’esperienza di Ernesto Che Guevara. Anche nel corso delle missioni più impegnative e rischiose il Che non dimenticò mai gli affetti familiari: per esempio, definì la notizia della morte della madre, giuntagli mentre si trovava in Congo, la più triste di quella guerra. Per incontrare i suoi figli era costretto a travestirsi: doveva evitare che loro, bambini, lo riconoscessero e ingenuamente potessero dire a qualcuno di averlo incontrato. Indubbiamente il Che si è trovato lontano dagli affetti per gran parte della sua vita, ma questo non gli ha impedito di tenerli stretti a sé e di continuare a nutrirli tanto in cuor proprio quanto nelle occasioni che la vocazione rivoluzionaria gli concedeva. In una lettera chiedeva ad Aleida, sua seconda moglie e madre di quattro dei suoi cinque figli, di “sacrificare gli affetti per ideali più alti” (p. 98) e di amarlo pur sapendo che niente lo avrebbe fermato se non la morte. La famiglia del Che prendeva così, almeno indirettamente, parte al sacrificio generale per il bene della Rivoluzione, ma ciò non toglie che il Che sia stato guidato da sentimenti d’amore verso i propri familiari. La radicalità dell’esperienza del rivoluzionario argentino mostra come azione e rivoluzione ben possano coesistere; d’altronde, nessuno dei due può darsi senza rischi: è solo rischiando che il rivoluzionario-innamorato può spingersi a dispiegare i propri tratti personali e le proprie capacità umane anche nelle prove più pericolose, così da dare luogo a eventi e gesti incredibili. L’ipersessualizzazione contemporanea intende rimuovere proprio i rischi impliciti nell’amore, facendo di noi dei “corpi seriali da scopare” (p. 35): le app di dating abbattono le barriere tra gli utenti per permettere loro di scoprire rapidamente eventuali corrispondenze, degradando l’esperienza dell’incontro all’andare a fare la spesa; esse concorrono così a far perdere al sesso il suo significato di atto politico basilare, che gli spetta a pieno titolo in quanto capace di determinare “l’impensabile, l’innaturale: nel momento in cui sono tutto preso dal mio godimento posso relazionarmi all’altro prendendomi cura anche del suo” (Davide Navarria, Benvenuti nel Pornocene, Rogas, 2020, p. 122). In questo scenario l’innamorato è un marginale e il suo discorso dolente e solitario, come quello dell’impersonale amante romantico cui dà voce Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, 2014): in un’intervista ricompresa nell’edizione italiana del libro il semiologo nota che la cultura di massa è solita rappresentare non tanto il sentimento amoroso in sé, quanto la storia d’amore, che riconcilia l’innamorato con la società e lo ammansisce. L’innamorato custodisce infatti in sé una potenzialità anti-sociale e per questo Horvat ritiene che l’amore non costituisca un pericolo per la rivoluzione e che anzi sia proprio la repressione dell’amore, o comunque l’ambizione di disciplinare gli ambiti più intimi della vita umana, a rischiare di condurre a esiti nefasti, come accaduto nella controrivoluzione iraniana e nella rivoluzione d’ottobre. Al contempo, l’odierno permissivismo liberale ha sublimato l’ambizione a cambiare la vita (propria e degli altri), dunque alla rivoluzione, nella libertà di scelta tra i vari stili di vita post-moderni (l’hipster, il creativo, il vintage lover ecc.), tutti mercificati e individualisti, e perciò spogliati di potenziale sovversivo. Il filosofo avverte l’urgenza di reinventare l’amore e, a tal proposito, nelle ultime battute del saggio immagina un triangolo tra i due amanti e una terza istanza, la rivoluzione: in questo reciproco influsso tra forze quel che conta non è tanto la complementarità o compatibilità tra gli amanti, quanto che entrambi si riconoscano come attratti verso un orizzonte politico ancora da venire e si comprendano come soggetti attivamente impegnati nel cammino verso questo orizzonte, cammino che non può escludere la restante collettività. La soluzione è, in definitiva, la “dedizione alla persona amata e alla rivoluzione” (p. 132, corsivo dell’Autore), senza esclusioni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La radicalità del sentimento amoroso per Horvat proviene da Comune-info.
La lunga marcia del movimento-flotilla
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 10 gennaio 2026. Foto di Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- Il movimento-flotilla, sempre più esteso e sempre più forte perché inizia il suo radicarsi, più o meno lungo, più o meno difficile, nei territori, dopo le mobilitazioni che hanno scandito il no alla guerra e al genocidio dell’anno scorso, si rimette in navigazione. Questo è il punto di attacco che l’assemblea degli “equipaggi di terra” ha sancito a Roma, a Esc Atelier, giovedì 15 febbraio. Il primo incontro dell’anno nella disastrosa accelerazione delle politiche imperiali di guerra, rapina, guerra civile inter e intra-statale e repressione, ha visto una partecipazione grande e plurale che continua nello spazio cittadino di San Lorenzo, esperienza unica di costruzione di “qualcosa di diverso”; qualcosa che ha in buona parte determinato, con l’adesione libera di reti, spazi, singoli e associazioni, il “blocchiamo tutto!” di ottobre-novembre 2025. Spazio non-identitario da curare e salvaguardare dunque, così come è stato rilevato nel ragionamento collettivo. La bella invenzione degli “equipaggi di terra” è infatti stata riconosciuta come un modo di mettersi contro la guerra. É stato ed è importante il metodo: fare coordinamento e alimentare connessioni mantenendo aperto lo spazio dell’assemblea; e magari (piccola proposta) passare dall’intersezionalità a pronunciare di nuovo la parola “comune”… Dal contrasto al capitalismo che distrugge la vita è urgente ripartire. Le flotille si preparano, gli eventi cruciali arrivano: l’assemblea “No Kings” al TPO di Bologna, il 24 e 25 gennaio. L’incontro a Colonia il 28 febbraio della Transnational Social Strike con un lucido invito (su Connessioni Precarie la traduzione) di apertura delle analisi e delle pratiche dei mesi scorsi. Contro l’economia di guerra, razzista e sessista, contro l’aggressione ai movimenti di protesta in Iran, e contro il neocolonialismo omicida statunitense, servono nei diversi luoghi, terre e paesi, strumenti di informazione, di connessione e di formazione. Agire le piazze si può, con una lingua semplice, coordinando le 1.000 iniziative davanti ai supermercati, nei presidi e nei banchetti e ovunque si esprime un gigantesco No alla guerra, al suprematismo, al sovranismo e alla repressione, sempre più intensa nella provincia italiana con i nuovi decreti sicurezza perché qui forse più che altrove si teme l’intensificarsi del “laboratorio” sociale e collettivo, indotto dalla distruzione finale dello stato sociale e dall’intensificarsi delle povertà, dell’esclusione e della desertificazione dei territori, prede della grande speculazione immobiliare. Per questo è necessario dotarsi di strumenti di informazione organizzati. Il regime di guerra esteso al Venezuela, all’Iran, alla Siria, dove Stati Uniti, Israele, Turchia e governo di Al-Shara stanno distruggendo il Rojava, e alla Groenlandia, produce la spartizione della terra in zone di influenza in cui si avvierà il controllo capillare e la repressione delle popolazioni. La gestione del territorio sempre più soffocante, la compressione del dissenso nei luoghi pubblici e di lavoro, oltre che nelle piazze, impone l’organizzazione di strumenti strutturati di comunicazione social, cartacea e in qualunque formato che demoliscano l’infame discorso del riarmo. Valga per tutti la testimonianza iraniana di chi è oggi in Italia e ha vissuto le proteste del 2009 e la costituzione di “donna, vita, libertà”, e oggi denuncia le fetide manovre di infiltrazione che Stati Uniti e Israele stanno facendo con l’eventuale ritorno dello Scià a cui si oppone la maggioranza della popolazione e che invece un’informazione complice propone come possibile alternativa all’autodeterminazione. Continuare a promuovere e a mantenere aperta la connessione tra le miriadi di spazi sociali, sindacati, associazioni, Ong, è essenziale per “fare” movimento, per creare e ricreare immaginario, discorso e convivialità che non è secondaria se si crede che solo una soggettività plurale, non identitaria e intergenerazionale è in grado di penetrare all’esterno, in società sempre più impoverite ma consapevoli delle conseguenze del riarmo e dei poteri di guerra (spacciati per “difesa” degli stati). Demolire il discorso della guerra e produrre invece la sollevazione per il disarmo, per la “buona vita”, per i conflitti ambientali e per la ricrescita dell’intero mondo, oggi in transizione brutale verso l’uso di idrocarburi fossili, gas e petrolio che sono più facili da estrarre se in Groenlandia si sciolgono i ghiacci; questa è la prospettiva da considerare e da praticare nei prossimi mesi. Augurando che sia buona la navigazione! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La lunga marcia del movimento-flotilla proviene da Comune-info.
L’attacco ad Aska bene comune
Articolo di Rocco Alessio Albanese Flashback. Il giorno è il 3 ottobre 2025, e l’Italia è ferma perché è stata bloccata dallo sciopero generale. Convocato da Cgil e sindacati di base con una intelligente (ma rara, come poi purtroppo è stato facile tornare a constatare) scelta di convergenza, lo sciopero di quasi tre mesi fa è stato in tutto il paese una giornata di mobilitazione e di lotta come non se ne vedevano da quindici anni. Con una partecipazione straordinariamente ricca – animata da un senso quasi sorridente (se così si può dire, in un mondo terrificante) di risveglio collettivo, e quindi capace di stare in piazza in maniere determinate e conflittuali – milioni di persone hanno invocato libertà e giustizia per la Palestina. Hanno manifestato un rifiuto radicale delle politiche genocide, coloniali e di apartheid dello Stato di Israele. Hanno esteso questo rifiuto a un intero mondo – il nostro ipocrita mondo politico, economico e mediatico-culturale – che per lo più sorregge quel progetto di oppressione e di morte, e ne è complice (basta pensare ai contratti di Leonardo, recentemente contestati davanti al Tribunale di Roma). Vivere e sentire, dopo molti anni, la possibilità e l’esistenza di una mobilitazione di massa, è stato per molte persone qualcosa di liberatorio. Ciò è valso per chi vive ogni giorno una vita «normale», e forse è valso a maggior ragione, e in modo più intenso, per chi dedica quotidianamente energie e tempo alla militanza e all’attivismo. In questo senso, la potenza e la trasversalità delle manifestazioni di inizio autunno non possono che stimolare a riflettere su come (con quali premesse e posture, con quali impatti) le organizzazioni politiche e sociali percepiscono e interpretano il proprio ruolo quando, nella società, avvengono attivazioni massicce. Specie in un contesto come quello italiano, una riflessione di questo tipo sarebbe piuttosto opportuna e urgente, ponendo interrogativi di fondo sulle culture e le pratiche politiche che sorreggono collettivi e movimenti e che da essi sono riprodotte.  Come fare i conti con approcci muscolari, performativi, iper-competitivi e in fin dei conti machisti, ben radicati nelle nostre organizzazioni politiche e sociali? Come mettere le aree politiche organizzate il più possibile al servizio di chiunque sia intenzionata a dare un contributo? Come scongiurare il rischio di trattare in modo strumentale – nelle riunioni e nelle piazze – le persone comuni, allontanandole da una partecipazione di lungo periodo? Come evitare di frustrare tanti sforzi di elaborazione e di organizzazione, contribuendo davvero a che le mobilitazioni cambino, in profondità e a ogni livello, i rapporti di forza nel paese, istituendo nuove normalità e mutati baricentri? Come superare la confusione, sempre in agguato, tra la possibile potenza politica delle narrazioni e le visioni romanticizzate o perfino mistiche dei movimenti? Come prendere congedo da posture narcisiste, spesso perpetuate nell’esercizio di un potere che ci si illude di avere mentre, «là fuori», i capitalismi occidentali apparecchiano un feroce delirio di povertà e discriminazioni, crisi e guerre, fascismi suprematisti e genocidio? Soffermarsi sulle manifestazioni per la Palestina e sulle domande di fondo che queste mobilitazioni hanno suggerito è un punto di partenza per riflettere attorno e oltre lo sgombero di Askatasuna. In effetti, la reazione a giornate di lotta come il 3 ottobre è esattamente quel che sta attorno a questo sgombero. Ed è il contesto che stiamo vivendo. Con buona pace di chi, facendo fatica a nominare l’attualità dei fascismi contemporanei, formula pensose avvertenze sul fascismo storico, non è fuori luogo dire che quanto successo ad Askatasuna e alle persone che ne animano il percorso abbia anche – e molto – a che fare con i bisogni di un governo sempre più scopertamente fascista. Anzitutto, colpire in modo «spettacolare» Aska ha significato regolare alcuni conti con l’imprevisto rappresentato dalle mobilitazioni per la Palestina e dal loro potenziale. Com’è infatti chiaro a tutte le persone che attraversano quotidianamente il quartiere torinese di Vanchiglia, il metodo scelto per questo regolamento di conti è stato quello di una vera e propria intimidazione di Stato. Dal 18 dicembre, centinaia di famiglie e migliaia di persone hanno vissuto in un quartiere in stato di assedio militare, con la negazione di diritti fondamentali come quello alla circolazione e alla scuola. Per non parlare dei modi in cui le cosiddette forze dell’ordine hanno «gestito» la piazza: basti pensare alla serata del 18 dicembre, con migliaia di manifestanti pacifiche circondate su corso regina Margherita, il traffico della città lasciato allo sbaraglio, idranti e lacrimogeni usati in modo spasmodico in pieno centro e perfino nei pressi dell’ospedale Gradenigo. Il governo, del resto, non aspetta altro che passi falsi, veri o presunti, per poter dispiegare il proprio disegno reazionario. Così è per ogni dichiarazione di Francesca Albanese. Così è stato per la vicenda gravissima (e per ora finita bene, fortunatamente) dell’imam Mohamed Shahin. E, pure per Askatasuna, si può dire che la discutibile azione alla redazione de La Stampa abbia avuto esattamente questa funzione.  Il governo, nelle persone dei ministri dell’Interno e degli Esteri, lo ha sostanzialmente rivendicato: hanno deciso di affermare una connessione tra mobilitazioni per la Palestina e lo sgombero di Askatasuna. Hanno usato la violenza e la repressione in una forzatura del tutto sproporzionata rispetto a quelle (l’azione presso la redazione vuota de La Stampa, così come alcuni fatti avvenuti durante le massicce manifestazioni di fine settembre e inizio ottobre) che, in tesi, l’avrebbero preceduta. La strategia – si badi: la strategia del governo; la strategia che si vorrebbe dello Stato – è piuttosto evidente. Il messaggio è: si senta intimorita, minacciata e potenzialmente in pericolo ogni persona che, organizzandosi nella società e praticando conflitti sociali, ricerca un mondo basato sull’antifascismo e sulla giustizia economica e sociale, ambientale, razziale e di genere. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si sa: i fascisti, anche e soprattutto al governo, non cambiano e sono così: cialtroni e servi con chi ha il potere; feroci e violenti con chi è fragile e/o dissente.  Nell’intimidazione di Stato messa in scena a Torino attorno allo sgombero di Askatasuna sembra possibile, però, cogliere alcuni elementi di novità. Primo: una volontà politica repressiva diretta da una chiara regia dall’alto, come da tempo non si vedeva in Italia. Secondo: l’uso consapevole della repressione per creare diversivi rispetto a un’agenda politica «spinosa», così da impedire che si parli in modo approfondito di come il governo e la maggioranza stanno devastando economicamente e socialmente, e orbanizzando politicamente, il paese. Terzo: la disponibilità crescente (Aska non è una «prima volta», in questo senso; c’è già stato lo sgombero del Leoncavallo a Milano) a muovere, da Roma, leve volte ad attaccare, al livello territoriale, una diversa e sgradita maggioranza politica.  Insieme a molte altre possibili (un esempio per tutti: ciò che riguarda l’università pubblica), queste ultime considerazioni consentono di vedere quello che mi pare un salto di qualità nell’offensiva fascista di governo. E nominare un tale approfondimento e allargamento della violenza istituzionale può essere utile. Il principio di realtà impone, infatti, di avere una chiara consapevolezza del contesto in cui ci muoviamo, e dei rapporti di forza di cui dobbiamo tenere conto per non finire con l’essere velleitari o, peggio, controproducenti. Sintonizzarsi sulla dialettica tra livelli nazionale e locale consente, inoltre, di posare lo sguardo oltre, per così dire, lo sgombero di Askatasuna. Non è esagerato, allora, ipotizzare – come ha fatto nei giorni scorsi Marco Grimaldi, deputato torinese di Avs – che l’intimidazione di Stato concretizzatasi nello sgombero di Askatasuna avesse anche un obiettivo istituzionale: la timida maggioranza di centro-sinistra che governa attualmente a Torino. In molte abbiamo avuto questa impressione, in effetti, leggendo il comunicato diramato dal sindaco Stefano Lo Russo la mattina del 18 dicembre. Con la fretta di chi non vede l’ora di potersi liberare di una patata bollente, e con un testo che è sembrato la nota di un ufficio legale appena sveglio, mentre una sedicente perquisizione assumeva le sembianze di un vero e proprio sgombero, il sindaco si è limitato a esercitare, in nome e per conto della città di Torino, il diritto di recesso dal patto di collaborazione concluso, con riguardo ad alcuni spazi di corso regina Margherita 47, nel marzo 2025 con quattro persone fisiche e due associazioni sportive dilettantistiche.  Sul piano politico, la posizione così inizialmente assunta da Lo Russo è apparsa particolarmente grave. Il 18 dicembre il sindaco ha rinunciato, di fatto, al suo ruolo di primo cittadino, preoccupandosi soltanto di allontanare il coinvolgimento giuridico dell’amministrazione locale negli spazi di Askatasuna e di difendere la regolarità formale delle azioni del governo e delle cosiddette forze dell’ordine. Non può essere casuale che questo approccio, a dir poco maldestro e forse davvero intimorito, sia stato ribaltato dallo stesso Lo Russo in poco più di 24 ore. In un video diffuso il 19 dicembre, infatti, il sindaco ha confermato che gli spazi di corso regina Margherita 47 sono e restano un bene comune urbano della città di Torino, su cui l’amministrazione comunale non sarebbe disposta a dismettere il proprio investimento giuridico e istituzionale. Diventa chiaro, allora, che andare oltre lo sgombero di Askatasuna significa anche spostare l’attenzione sul piano giuridico e sulle implicazioni politiche che il diritto può avere. La questione può riassumersi in questi termini. A Torino era – e, malgrado tutto, potrebbe ancora essere – in corso, in un preoccupante contesto di crescente criminalizzazione, un tentativo delicato e sfidante: quello di ricondurre l’esperienza di occupazione quasi trentennale di Askatasuna al diritto dei beni comuni urbani, prima nella forma di un patto di collaborazione e poi, magari, con strumenti di auto-governo, previsti dal Regolamento comunale del 2019 e più capaci di valorizzare l’autonomia collettiva della cittadinanza.  Al di là del recesso del Comune (che sarebbe basato sul «non rispetto dell’interdizione dell’accesso ai locali dei piani superiori del fabbricato» – clausola 9 comma 1 del patto di collaborazione), si trattava e si tratta di un percorso perfettamente plausibile dal punto di vista tecnico e amministrativo. Non può quindi stupire che il suo avvio abbia mandato in crash la classe dirigente post-fascista locale. La Regione, sotto l’impulso dell’assessore Maurizio Marrone e del consigliere Fabrizio Ricca, ha legiferato sulla materia dei beni comuni per cercare, senza successo, di sabotare giuridicamente l’operato della città di Torino. A Roma, Augusta Montaruli non ha mai perso occasione per dedicare la sua attività parlamentare ad Askatasuna. I fatti di questi giorni sono anche una radicalizzazione e una concretizzazione di questi tentativi di annichilire un’ipotesi politica e istituzionale innovativa e imprevista. Ma forse quel che più conta, a questo proposito, non sono le reazioni repressive che vengono agite da destra. Forse è più interessante dirci che mettere il discorso sui beni comuni urbani al servizio di corso regina Margherita 47 è qualcosa che arriva a chiamare in causa sia le relazioni profonde tra diritto e città, sia i cambiamenti di identità e culture politiche molto radicate e tradizionalmente ostili. Sul piano giuridico, provare a pensare e a praticare l’Aska come un bene comune non è e non può essere un’operazione che risponde solo a legittime ragioni «tattiche». Al contrario, questo tentativo rappresenta un’opportunità sistemica. Se l’Aska può essere qualificato e gestito in forme in parte rinnovate, ciò significa che le riflessioni e le pratiche sui beni comuni urbani possono sfuggire alle tendenze che, negli ultimi anni, ne hanno promosso la sterilizzazione giuridica e politica. In altri termini, Aska può essere un bene comune se si rigetta l’idea che, nelle città, gli unici beni comuni urbani ammessi siano quelli politicamente innocui: i proverbiali giardinetti curati dalla solita associazione di quartiere (fatta, magari, da persone abbienti, bianche, per lo più anziane e munite di cittadinanza italiana).  Non è inutile, a tal proposito, ricordare che i beni comuni sono di tutte e tutti, e anche di ciascuna e di ciascuno; e che ciò significa che essi sono, giuridicamente, una sfida profonda alle logiche dell’appropriazione estrattiva, dell’accumulazione individuale, della mercificazione mercantile. Che i beni comuni, se presi sul serio, non possano essere un dispositivo «neutrale», lo si vede proprio nei contesti urbani, sempre più investiti dai modi in cui le logiche appena evocate dispiegano la violenza del capitalismo nei luoghi quotidiani delle nostre vite. È negli spazi sempre più plurali e contraddittori delle città che – tramite riflessioni pazienti e pratiche ricche di cura – i beni comuni possono affermarsi come veicoli di istituzione giuridica del collettivo. Dove «collettivo» significa, in via di principio, sia la cooperazione di chiunque voglia esserci, sia una conflittualità che – lungi dall’essere eliminata dalle pulsioni di pacificazione autoritaria dei fascisti – sia capace di fiorire, restituendo a rinnovati circuiti di partecipazione democratica negoziazioni e decisioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle città. Ammettere che questa ipotesi giuridica è plausibile, però, impone di mettersi in discussione sul terreno delle identità e delle culture politiche. Questa campana suona per tutte e tutti, e nel caso di Askatasuna suona in particolare per i partiti torinesi (specie il Partito democratico, uno dei più tradizionalmente destrorsi in circolazione) e per un’area come Autonomia Contropotere. Non si tratta solo di riconoscere che il mondo e l’Italia sono completamente cambiati o di andare alla ricerca di capi da cospargere di cenere. Si tratta, molto più in profondità, di fare fino in fondo i conti con noi stesse. Di capire che il principio e la pratica della convergenza – che poi significa, anzitutto, lealtà nei modi in cui cooperiamo o abbiamo conflitti – non possono che essere una stella polare in questo mondo terrificante.  Quello che possiamo imparare da questa vicenda di assedio, sgombero e futuri possibili, è come praticare, in modi insieme pragmatici e strategici, l’azione politica in contesti fatti di storicità, contraddizioni, stratificazioni. Anche nel percorso che, attraverso un’assemblea convocata per il 17 gennaio e altre occasioni di incontro collettivo, porterà alla manifestazione nazionale di Torino del prossimo 31 gennaio, in questi contesti possiamo pure dire «autonomia», ma non possiamo che intendere «relazione» e «interdipendenza». Uno scenario, questo, in cui occorre accettare la sfida di pensare l’autonomia oltre il primato della politica partitica e rappresentativa, e forse anche al di là dell’idea di un contropotere a quel primato speculare. Se, dunque, dire che Askatasuna è un bene comune può significare tutto questo, a valle del ragionamento non resta che un proposito per l’avvenire: quello di essere all’altezza dello sguardo di Audre Lourde, che ci ricorda come «è nel doloroso processo di trasformazione attraverso la rabbia che identifichiamo chi sono i nostri alleati con cui abbiamo grosse divergenze, e chi sono i nostri veri nemici». Hanno sgomberato l’Aska, viva Askatasuna! *Rocco Alessio Albanese è un attivista di Co.Mu.Net Officine Corsare e un ciclista della domenica. Insegna diritto privato all’Università del Piemonte Orientale e, tra le altre cose, ha scritto Nel prisma dei beni comuni. Contratto e governo del territorio (2020). L'articolo L’attacco ad Aska bene comune proviene da Jacobin Italia.
Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte
IL MONDO BRUCIA. PER RAÚL ZIBECHI CI SONO TRE CHIAVI DI LETTURA. LA PRIMA: TRUMP NON È PAZZO, RAPPRESENTA GLI INTERESSI DELLE GRANDI IMPRESE. LA SECONDA: LA TEMPESTA IN CORSO, COME LA CHIAMANO GLI ZAPATISTI DAL 2015, È FATTA DI GUERRE, CRISI AMBIENTALE E CAOS. LA TERZA, PIÙ DELLE ALTRE, CHIAMA A PENSARE E AD AGIRE INSIEME: COSA FARE ORA CHE SAPPIAMO NON ESISTE UN DIRITTO INTERNAZIONALE? “SE SIAMO ORGANIZZATI, ABBIAMO UNA POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE. CIÒ IMPLICA AVERE RIFUGI COLLETTIVI, RISERVE COLLETTIVE E AUTONOME, IN GRADO DI GARANTIRE ACQUA, CIBO, SICUREZZA E SALUTE ALLE NOSTRE COMUNITÀ. IL FUTURO DIPENDE ESCLUSIVAMENTE DA NOI. NESSUNO CI SALVERÀ…” Foto di Mohamed Alamarin, cuoco, che un anno fa ha messo in piedi una cucina mobile a Gaza e insieme a una piccolo gruppo di persone (supportate da SOS Gaza) gira i vari campi con fornelli, pentole e cibo -------------------------------------------------------------------------------- Non c’è niente di meglio che affrontare la realtà a testa alta, senza giri di parole o scuse, guardando il mostro in faccia per decidere la strada dei movimenti di base e dei popoli disposti a resistere. Se lo facessimo, concluderemmo che l’impero agisce in modo molto simile al narcotraffico: minacciando, corrompendo e attaccando vigliaccamente per appropriarsi dei beni collettivi di comunità e popoli. Ecco perché il narcocapitalismo o capitalismo criminale – ormai sinonimi – deve essere compreso in modo olistico, senza separarne le varie sfaccettature. Ciò che è accaduto con l’attacco al Venezuela rappresenta una svolta che trascende l’amministrazione Trump, poiché l’impero ha deciso di perseguire la strada del dominio incontrollato della regione nel tentativo di contenere il suo inarrestabile declino, nella speranza di affrontare la Cina da un Occidente sotto il suo controllo. Ma la questione centrale, dal mio punto di vista, è come questa nuova realtà influenzi i movimenti e i popoli, cosa possiamo aspettarci d’ora in poi e come possiamo agire per limitare i danni, per sopravvivere collettivamente a un nemico – il capitalismo – che aspira ad annientarci per impossessarsi dei beni comuni. Il genocidio palestinese è lo specchio in cui ci vediamo, che ci permette di comprendere gli obiettivi del sistema. Il primo punto è che Trump non è pazzo. Rappresenta gli interessi delle grandi imprese e dello Stato, e il gruppo al potere ha l’unica strategia ragionevole per la sopravvivenza dell’impero: non combattere direttamente con Cina e Russia, lasciare che controllino rispettivamente Asia ed Eurasia e concentrarsi sul controllo dell’Occidente e, soprattutto, del proprio territorio. Da lì sperano di resistere all’ascesa della Cina, controllando il petrolio e i petrodollari, le terre rare e i minerali del nostro continente. Chiunque venga dopo Trump, questa politica, delineata nella recente Strategia per la Sicurezza Nazionale, non cambierà. In secondo luogo, la sfida per i movimenti e i popoli è enorme, così grande che non siamo in grado di invertirla o fermarla nel breve o medio termine. Questa è la tempesta contro cui l’EZLN ha lanciato l’allarme almeno dal 2015, quando ha tenuto il seminario “Pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Le guerre per l’egemonia globale sono una parte centrale di questa tempesta, a cui si aggiungono la crisi ambientale e il caos che, insieme, devasteranno gran parte dell’umanità. Il nostro primo dovere è comprendere che ci troviamo nella prima fase di questo disastro, il cui inizio possiamo collocare a Gaza e ora in Venezuela, sapendo che l’impero ha puntato gli occhi su Colombia, Cuba e Messico, ma anche sulla Groenlandia, come emerge chiaramente dalle ultime dichiarazioni di Trump (leggi anche America latina: un continente esposto e sulla difensiva). La terza domanda è cosa faremo ora che sappiamo che non esiste un diritto internazionale (leggi anche Sul feticismo del diritto), che organizzazioni come le Nazioni Unite sono diventate irrilevanti e che conta solo la forza militare, la forza bruta, come è accaduto nelle guerre coloniali e nelle due guerre mondiali. Se vogliamo guardare la cosa da un’altra prospettiva, diciamo che siamo nel mezzo di una transizione egemonica e che, storicamente, transizioni di questo tipo hanno comportato guerre tremende. Solo nella Seconda Guerra Mondiale, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 100 milioni di persone. Ora il disastro umano sarà molto più grande, poiché le armi sono state perfezionate e nove paesi possiedono già armi nucleari, pronti a usarle. Inoltre, quante vite si aggireranno a causa del disastro climatico e delle migrazioni? Credo che una lezione fondamentale della storia sia che se non siamo organizzati, scompariremo come individui e come nazioni. Se siamo organizzati, abbiamo una possibilità di sopravvivere, e sebbene questa non possa essere garantita, è certamente l’unica vera possibilità che abbiamo. Ciò implica avere rifugi collettivi, riserve collettive e autonome, in grado di garantire acqua, cibo, sicurezza e salute alle nostre comunità. L’altra questione è che il futuro dipende esclusivamente da noi. Nessuno ci salverà. Pertanto, dobbiamo mettere a repentaglio la nostra vita, non per il desiderio di esporci, ma perché non c’è altra scelta. Questo è ciò che hanno fatto, tra gli altri, i popoli del Vietnam, dell’Algeria e di Cuba. Per cacciare gli statunitensi, i vietnamiti hanno pagato con circa 3 milioni di vite, in un paese che all’epoca contava 32 milioni di abitanti. Nella guerra di liberazione nazionale morirono mezzo milione di algerini, su 10 milioni di persone che popolavano il Paese. Non sto cercando di difendere il sacrificio, tanto meno la morte. Allo stesso tempo, la guerra popolare prolungata non funziona più, né eticamente, né politicamente, né militarmente. Questa affermazione merita un ampio dibattito. Voglio semplicemente dire che dobbiamo essere organizzati. Che la tempesta attuale è solo all’inizio e che la parte più dolorosa e brutale deve ancora arrivare. È in gioco qualcosa di serio come la sopravvivenza collettiva. La vita non è qualcosa con cui scherzare. Non dobbiamo giocare con la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte proviene da Comune-info.
Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio
DICONO CHE PRESTO METTERANNO IN STRADA LE 150 FAMIGLIE CHE VIVONO OGNI GIORNO A SPIN TIME. E ALLORA LORO PROMUOVONO UN’ASSEMBLEA IN STRADA: CENTINAIA DI PERSONE, SABATO 10 GENNAIO, SONO ARRIVATE DA OGNI QUARTIERE E HANNO FELICEMENTE OCCUPATO VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME, ALL’ESQUILINO. SPIN TIME, DICONO, VA PROTETTO PERCHÉ PROTEGGE IL DIRITTO ALL’ABITARE, PERCHÉ È UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI CONTRASTO ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA, PERCHÉ OFFRE UN TETTO A ESPERIENZE SOCIALI FONDAMENTALI PER LA CITTÀ E PER IL MONDO, COME MEDITERRANEA. NEL TEMPO DELLA NECROPOLITICA, SPIN TIME È VITA Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Roma, sabato 10 gennaio 2026. La città ha detto No allo sgombero di Spin Time e alle lugubri politiche di sicurezza e repressione del governo Meloni. Migliaia di persone hanno felicemente occupato via Santa Croce in Gerusalemme, all’Esquilino, a Roma, riunendosi in assemblea di fronte all’ingresso dello storico edificio, dal 2013 spazio sociale e abitativo per 150 famiglie. Da ogni quartiere, da ogni realtà sociale, da ogni zona sono oggi affluite migliaia di istanze di cura, di solidarietà, di impegno e di resistenza contro le miserabili trame orchestrate per far scomparire le esperienze più ricche di riqualificazione urbana in città divenute invivibili: “Leoncavallo” a Milano, “Askatasuna” a Torino. Spin Time svolge una essenziale funzione di servizio pubblico, sottraendo famiglie e singole persone all’emergenza abitativa in una città sempre più corrosa dalla speculazione immobiliare, con povertà, razzismo ed esclusione sociale in aumento. Spin Time è presidio contro la dispersione scolastica avendo istituito un doposcuola per bambini e ragazzi, ed è un cantiere di rigenerazione urbana e uno spazio polifunzionale con una miriade di attività culturali, un auditorium, sede di spettacoli teatrali e concerti di musica classica, la vecchia mensa trasformata in osteria popolare e a queste attività se ne aggiungono molte altre: la residenza artistica la falegnameria, gli sportelli sociali. Nelle centinaia di interventi che si sono succeduti nel pomeriggio è stato ribadito il carattere repressivo dei provvedimenti di sgombero di quegli spazi sociali che contrastano il degrado in un perverso disegno di distruzione di luoghi e comunità che costituiscono spazi di vita, di socialità, di differenza e di libertà. Spin Time è davvero tutta Roma come dice lo striscione “Roma è tutta qui”. Perché Spin Time è, insieme con tutti gli spazi sociali della città, un’esperienza storica di amicizia e di sperimentazione di relazioni protette dalla micidiale presa razzista e di crescente discriminazione sociale. Questa esperienza proviene dalla trentennale pratica di autogestione e di produzione di mondi possibili che le amministrazioni hanno la responsabilità di proteggere, dovrebbe essere oggetto di salvaguardia da parte di amministrazioni che non possono rimanere silenti, o peggio, inattive, di fronte alle interferenze del governo nelle politiche cittadine. L’amministrazione e i partiti che la sostengono devono scegliere se stare dalla parte del “modello Milano”, del disastro immobiliare, della guerra ai poveri e della corruzione o dalla parte della città solidale. A Roma c’è una storia amara, quella della “delibera 104” sulla regolarizzazione di spazi e realtà culturali e di sindacalismo sociale, frutto di mediazione tra comune e realtà sociali, che però si rivela fallimentare, avendo introdotto lo schema della “gara” che privilegia la competizione e l’assegnazione a enti e associazioni anodine che aumentano la desertificazione dei territori. Spin Time invece è lo spazio che dà da mangiare durante le accampate davanti all’Università la “Sapienza” per lottare contro il caro-affitti; è lo spazio di solidarietà non solo a parole di don Mattia e di Mediterranea che salvano vite, non le uccidono respingendole o detenendole altrove. È l’osteria a prezzi popolari, è il luogo luminoso di attività multiculturali ed editoriali. A Spin Time nasce tre anni fa il Social Forum dell’Abitare che proviene dalle giornate del G8 di Genova 2001 e gira l’Italia per far fronte all’emergenza della casa che manca, della città che espelle e delle persone che diventano invisibili. Spin Time è “la città che da qualsiasi parte tu venga, in qualsiasi Dio tu credi, se hai bisogno di un tetto sulla testa dice ‘vieni, ti accolgo’”, e ha insegnato che non si è qui o là per lottare “per” te ma “con” te. Vogliono cancellare questo spazio di dignità e di umanità per un hotel di lusso di cui Roma non ha bisogno. Non vogliono eliminare un’occupazione, ma un modello che funziona. Deridono, umiliano, colpiscono le persone fragili. Giustamente si ricorda che “tempo fa qualcuno diceva che al centro di un progetto rivoluzionario c’è l’amore e che senza amore tutto il resto sarebbe stato un ammasso informe, senza vita”. Spin Time “è l’amore, la vita che si contrappone allo sterminio che non è soltanto più un’opzione politica, ma la possibilità di business, di arricchirsi, di distruggere”. Contro tutto questo inizia un percorso di assemblea permanente, un’agorà aperta, in cui si incontreranno le mille realtà, associazioni, reti e municipi, gli stessi che hanno alzato la marea delle mobilitazioni contro guerra, genocidio e distruzione della terra. Difendere Spin Time è difendere questo processo, è difendere Roma antifascista, cioè democratica, perché non ci sono altre democrazie: quelle sono maschere strappate che rivelano autoritarismo, violenza e propaganda. Per ricominciare a respirare insieme, a creare immaginario, mutualismo, aria pulita. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Riccardo Troisi: -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Spin time: -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Una luce nell’oscurità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio proviene da Comune-info.
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni
DECINE DI MORTI, CENTINAIA DI FERITI E DI ARRESTI. LA RIVOLTA IN IRAN CONTINUA ED È DIFFUSA NELLE CITTÀ PICCOLE DELL’OVEST. A PORTALA AVANTI SONO SOPRATTUTTO GIOVANI, DISOCCUPATI, LAVORATORI E LAVORATRICI PRECARIE E STUDENTI. LE PROTESTE INTRECCIANO LOTTE CONTRO L’IMPOVERIMENTO, CONTRO IL DOMINIO MASCHILE E TEOCRATICO, CONTRO L’OPPRESSIONE RAZZISTA ESERCITATA DAL REGIME SULLE MINORANZE CURDE E BELUCI. IN QUESTO TESTO, ROJA (COLLETTIVO FEMMINISTA E ANTICAPITALISTA IRANIANO, CURDO E AFGHANO) SPIEGA QUALI SONO LE MINACCE INTERNE ED ESTERNE CHE ASSEDIANO LA PROTESTA E PERCHÉ, ANCHE SE L’INSURREZIONE ATTUALE DOVESSE ESSERE REPRESSA, ESSA RITORNERÀ Foto di CrimethInc -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci. Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran. D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto. Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione. [∫connessioni precarie] -------------------------------------------------------------------------------- I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato a un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Immagini: CrimethInc e Roja L'articolo Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni proviene da Comune-info.
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
IN VENEZUELA NON È STATO NECESSARIO FARE UNA STRAGE. È IL NUOVO STILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI NELLA REGIONE: UN’INTERFERENZA APERTA, SUPPORTATA DAI MEDIA, PER INTIMIDIRE. SE QUEL CHE RESTA DELLA SINISTRA NON VUOLE E NON SA LIBERARSI DAL RICATTO MILITARE POTRANNO FARLO I MOVIMENTI? SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE CONOSCE QUEL CONTINENTE COME POCHI: “TRA IL CARACAZO DEL 1989, CHE POSE FINE AL SISTEMA BIPARTITICO IN VENEZUELA E L’ULTIMA RIVOLTA INDIGENA E POPOLARE DEL 2022, CI SONO STATE UNA VENTINA DI INSURREZIONI CHE HANNO ROVESCIATO UNA DOZZINA DI GOVERNI… OGGI SEMBRA CHIARO CHE NÉ LA SINISTRA NÉ I MOVIMENTI SOCIALI ABBIANO LA FORZA DI FERMARE QUESTA BRUTALE OFFENSIVA… NON SONO UNO DI QUELLI CHE SOSTENGONO IL PROGRESSISMO, MA NÉ ESSO NÉ LA SINISTRA ESISTEREBBERO SENZA I MOVIMENTI POPOLARI, CONTADINI, NERI E INDIGENI. QUINDI, SE IL PENTAGONO RAGGIUNGERÀ I SUOI OBIETTIVI, LA SINISTRA SARÀ POLITICAMENTE MORTA SE CHI STA IN BASSO NON RIUSCIRÀ A LIBERARSI DAL CONTROLLO E DAL RICATTO MILITARE. QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI IN UN ECUADOR MILITARIZZATO È UNO SPECCHIO IN CUI I MOVIMENTI SOCIALI POSSONO RIFLETTERSI…” Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco al Venezuela è un duro colpo per l’intera regione latinoamericana, che si verifica in un momento di maggiore ascesa dell’estrema destra da decenni e di quasi scomparsa dei governi progressisti. Il modo in cui Nicolás Maduro e sua moglie sono stati rapiti, senza opporre resistenza, dimostra la fragilità del processo bolivariano, che un tempo si spacciava per una “rivoluzione”. Anche se sarà difficile arrivare al fondo della questione, alcuni fatti sono stati scoperti. La prima è che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) non hanno combattuto; alcuni dei suoi comandanti – è impossibile dire quanti – sono stati corrotti da agenti statunitensi e hanno collaborato con l’invasione. Molto probabilmente, hanno isolato Maduro e lo hanno consegnato. La facilità con cui lo hanno fatto, senza nemmeno un soldato statunitense ferito, è un serio avvertimento per la leadership chavista che rimane al potere ma non ha l’autorità di prendere decisioni che scontentino Trump e il Pentagono. Sia la nuova presidente, Delcy Rodríguez, che il suo gabinetto hanno iniziato a epurare i funzionari che non sono disposti a sottomettersi a Washington e stanno esortando la popolazione a non scendere in piazza per protestare. Per i paesi vicini come la Colombia, questo è più di un semplice avvertimento. Ma è anche un avvertimento per il Messico e la Groenlandia (leggi anche Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte, mdr), che sono secondi solo a Cuba nelle priorità strategiche della Casa Bianca. Trump ha annunciato che non invierà truppe a Cuba, nella speranza di costringere Díaz-Canel a negoziare quando l’isola esaurirà il petrolio, il suo sistema elettrico crollerà e la carestia incomberà. Tuttavia, la possibilità di un intervento in Colombia, anche il vano tentativo del presidente Petro, che durerà solo sei mesi, rappresenta una seria sfida per quanto riguarda il suo successore. Contrariamente a tutte le aspettative, gran parte dell’élite colombiana ha espresso il proprio disaccordo con Trump. Il quotidiano El Espectador ha intitolato il suo editoriale del 6 gennaio: “Minacciare il presidente Petro è un attacco alla Colombia”. Questo è significativo perché non si tratta di un organo di stampo filo-presidenziale, bensì di un organo di opposizione, e riflette l’opinione di una parte della potente borghesia colombiana. Il quotidiano più conservatore El Tiempo prende le distanze dal presidente Petro, nonostante la loro lunga disputa politica. “Riguardo alle dichiarazioni dello statunitense, che ha accusato il presidente colombiano di essere un narcotrafficante, dobbiamo essere inequivocabili: non c’è alcuna prova che suggerisca che il presidente Petro abbia legami con il traffico illecito di droga”. Un continente diviso Sono passati molti anni da quando la regione è stata così divisa e così allineata con gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Ecuador e Paraguay, solo in Sud America, hanno sostenuto la violazione della sovranità venezuelana, e si prevede che il Cile si unirà a loro quando Kast entrerà in carica a marzo. L’unico governo fermo è quello di Petro. I governi di Lula (Brasile) e Sheinbaum (Messico) non possono nemmeno essere considerati progressisti, poiché il primo governa in alleanza con la destra, e il presidente messicano è estremamente “tollerante” nei confronti degli Stati Uniti, un paese da cui dipende economicamente, nonostante le dichiarazioni di sovranità del presidente. In Messico si specula sull’ingresso di agenti statunitensi per compiti antidroga e di controllo delle frontiere, cosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Quanto accaduto nelle recenti elezioni argentine rivela lo stato dell’opinione pubblica nella regione. Un mese prima delle elezioni legislative di ottobre, Milei ha subito una sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires, governata dal peronista Axel Kicillof. Ma Milei ha raggiunto un accordo con Trump, che prevedeva la concessione di prestiti per stabilizzare l’economia in difficoltà, inducendo una parte significativa degli elettori – che si prevedeva avrebbero votato nuovamente contro il partito al governo – a cambiare voto. In breve, la palese interferenza di Trump nel processo elettorale è riuscita a influenzare l’opinione pubblica a favore di Milei, il cui sostegno era in costante calo. Dodici giorni prima delle elezioni, Trump aveva detto: “Se perde, non saremo generosi con l’Argentina”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent è stato ancora più esplicito: “Il successo del programma di riforme dell’Argentina è di importanza sistemica, e un’Argentina forte e stabile che contribuisca alla prosperità dell’emisfero occidentale è nell’interesse strategico degli Stati Uniti”. Non è stato necessario sparare un solo colpo. Questo è il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, messa in scena dai media, come un modo per intimidire e costringere le persone a riflettere se valga la pena resistere all’impero, anche solo attraverso le urne. Movimenti disorientati e senza proposte Dopo i governi progressisti e l’ondata di governi impopolari – da Bolsonaro a Milei e Noboa – i movimenti si sono indeboliti e alcuni sono caduti in una vera e propria disorganizzazione. I movimenti progressisti hanno implementato programmi sociali per garantire la governabilità, il che ha portato a vari gradi di cooptazione e al trasferimento dei quadri del movimento alle istituzioni statali. Certo, i movimenti erano garanti della governabilità tra la gente, ma il prezzo era troppo alto, anche se questo sarebbe diventato evidente solo con l’arrivo della destra repressiva. In breve, quando la mobilitazione popolare era più necessaria, è stato impossibile rilanciarla perché la base era esausta e, soprattutto, disorientata. Un eminente kirchnerista ha espresso il suo scetticismo su La Jornada: “Scrivo queste righe in Argentina, dove la gente comune, e anche quella meno comune, soffre di uno strano miscuglio di apatia, confusione e una silenziosa tristezza quotidiana”. Immaginiamo la realtà di quella stessa gente comune in Venezuela, dove l’ex vicepresidente di Maduro ha spudoratamente cambiato schieramento a favore della fazione vincente, così come una buona parte della leadership militare e dei civili al governo. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno che i movimenti sociali dovranno considerare. Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico del Patto di Punto Fijo (1958), e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi. La rivolta, la rivolta popolare, è stata una forma di azione che ha trovato una delle sue espressioni più notevoli nella destituzione popolare di Fernando de la Rúa in Argentina nel dicembre 2001. Ma con la politica di ricatto di Trump, è possibile che il Pentagono mobiliti le sue forze per scoraggiare e intimidire le popolazioni insorte. Questa è una delle lezioni più profonde dell’attacco al Venezuela. Il 3 gennaio il presidente ha detto: “Il predominio degli Stati Uniti in America Latina non sarà mai più messo in discussione”. Sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva. Dobbiamo prendere queste minacce molto sul serio, visto quanto accaduto a Caracas. Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su El Salto (e qui con l’autorizzazione dell’autore), con il titolo América Latina: un continente desnudo y a la defensiva -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E ASCOLTA ANCHE QUESTA INTERVISTA A RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo America Latina: un continente esposto e sulla difensiva proviene da Comune-info.