Critica della identità militanteÈ SOPRATTUTTO NEI PERIODI PIÙ CUPI E DI CAOS CHE OCCORRE FAVORIRE L’AUTOCRITICA
ANCHE ALL’INTERNO DEI PEZZI DI SOCIETÀ CHE NON RINUNCIANO A IMMAGINARE MONDI
NUOVI. NON DOVREMMO MAI DIMENTICARE, AD ESEMPIO, CHE NON C’È ALCUNA TRANSIZIONE
DA COSTRUIRE, QUEI MONDI NUOVI COMINCIANO QUI E ORA, TRA INEVITABILI LIMITI E
DIFFICOLTÀ. CHE LA FRATERNITÀ E LA LIBERTÀ NON SONO LE SORELLE POVERE
DELL’UGUAGLIANZA. CHE QUALSIASI SOGGETTO CHE CERCA DI TRASFORMARE IL MONDO, DEVE
TRASFORMARSI, A SUA VOLTA, NELL’AZIONE DI CAMBIAMENTO. CHE È FACILE PERDERE IL
SENSO DELLA MISURA NEGLI IMPEGNI POLITICI E SOCIALI. INFINE, CHE CAMBIARE IL
MONDO OGGI SIGNIFICA PRIMA DI TUTTO CREARE OVUNQUE LUOGHI ACCOGLIENTI. PER
QUESTO TUTTI, MA PROPRIO TUTTE E TUTTI, ANCHE COLORO CHE SENTIAMO DISTANTI,
POSSANO CONTRIBUIRE IN MODI DIVERSI A CREARE RELAZIONI SOCIALI NON DOMINATE DAL
PROFITTO
A proposito di luoghi accoglienti: festa per la consegna dei “diplomi” della
Scuola di italiano per migranti promossa da YaBasta RestiamoUmani e Ass. Nova
koiné nei comuni di Scisciano e di Marigliano (Na)
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Vorrei dire qualcosa sul concetto di “rivoluzione”, che reputo il vero nodo da
sciogliere nei ragionamenti politici di chi, come me, non si sente riconciliato
col capitalismo e ancora pensa e agisce nella prospettiva del suo superamento. E
vengo subito a quello che, a mio avviso, rappresenta il cuore del problema: al
fatto, cioè, che dovremmo essere maggiormente consapevoli del legame
strettissimo di “nuova società” e “nuova umanità”.
Non solo. Postulare la loro immediata connessione in tutte le fasi della
possibile transizione dal capitalismo al comunismo (in sostanza, fin dal punto
di partenza) ci colloca necessariamente oltre la tradizione novecentesca del
movimento operaio, il quale ha proceduto separando politicamente e storicamente
i due elementi, affidando la “nuova umanità” semplicemente a ciò che sarebbe
dovuto accadere – col tempo, e per forza propria – dopo la costruzione della
“nuova società”.
Il punto è che la formidabile triade che aveva aperto l’età moderna – libertà,
uguaglianza e fraternità – veniva mantenuta forzosamente scissa anche dal
“nostro versante”, analogamente a come, dal punto di vista dei propri interessi
materiali e della propria visione del mondo, avevano sempre fatto, e continuano
a fare, le classi dominanti. Di quelle tre parole, i socialisti e i comunisti,
e, attraverso di loro, il proletariato e le altre classi oppresse, assumevano
come decisiva unicamente l’uguaglianza; e addirittura guardavano con sospetto,
se non peggio, al tema della libertà, e con sufficienza, se non peggio, al tema
della fraternità.
Libertà e fraternità non venivano considerate politicamente “attuali”. Esse
sarebbero state ri-guadagnate, così si è argomentato, soltanto alla sommità del
lungo cammino della rivoluzione, per i benefici e spontanei effetti della nuova
società fondata sull’uguaglianza.
E però, come tutti sappiamo, le cose non hanno funzionato per niente, ma proprio
per niente, in questo modo…
Così, il superamento, anche per noi, del Novecento (e siamo in incredibile
ritardo perché già la storia complessiva lo ha abbondantemente archiviato), non
può che partire dalla rimessa in discussione di quel procedere per “ambiti
separati”.
Ma che mai potrà significare connettere immediatamente “nuova società” e “nuova
umanità”? In estrema sintesi, null’altro che questo: che anche il
soggetto-che-trasforma deve trasformarsi, a sua volta, nell’azione di
trasformazione.
Non bisogna più pensare alla maniera del “noi-che-cambiamo-il-mondo che abbiamo
davanti”; bensì occorrerà dire:
noi-che-ci-cambiamo-contemporaneamente-allo-forzo-di-cambiare-il-mondo che
abbiamo davanti. Vale per le classi sfruttate e oppresse, ma vale anche per i
militanti politici e gli attivisti sociali.
Fermandoci appena all’orizzonte che ci concerne direttamente in quanto militanti
e attivisti, io ritengo che la trasformazione – come processo che
contemporaneamente trasforma il soggetto medesimo che si attiva per trasformare
– dovrebbe essere riferita soprattutto al punto critico decisivo che ci
caratterizza, e che peraltro viene incessantemente alimentato e rafforzato dalla
società dell’ingiustizia e della competizione. Alludo a ciò che non riesco a
definire altrimenti se non come “ipertrofia del soggetto”; ovvero, in altre
parole, al vizio del politicismo, così saldamente radicato in ciascuno di noi.
E però sarà bene intendersi sul concetto di “politicismo”. Io lo adopero qui
alla maniera medesima di Agnes Héller, che così si esprimeva:
«… Chi, al contrario, vive solo nel mondo e per il mondo, chi si spende
interamente nell’attività politica, pensa solo a questa e non ha “tempo libero”
per l’autoriflessione, per lo stare con gli altri, per la gioia di vivere, per
l’immediatezza; chi dissolve completamente la sua soggettività nelle azioni,
insomma il “politicista”, che vede sfumare il proprio mondo di sentimenti, o si
aggrappa unicamente alle “azioni”, che non è più in grado di distinguere fra ciò
che è importante e ciò che è marginale, dal momento che per lui l’avvenimento
politico più secondario assume dimensioni gigantesche… che da solo, al di fuori
dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla, poiché
essendo vuoto, privo di personalità, costui è identico con il mondo in cui vive.
E non si libera certo dalle repressioni da cui vuole liberare il mondo. La sua
ragione si trasforma in sottigliezza, il suo intelletto in calcolo. Anche gli
uomini che siedono tutti i giorni davanti alla televisione con i loro bambini
sono superiori ai “politicisti”, poiché hanno preservato una briciola di sfera
intima e di capacità di godere…»
Tralascio qui la sostanza del ragionamento proposto dalla grande allieva di
Lukács, e cioè la critica alla tesi di Lenin, per il quale “noi dovremmo fare il
socialismo con gli uomini tali e quali li abbiamo ereditati dal capitalismo”
(“su questo punto concordo con l’idea di Marx – scriveva Heller – che nel
processo rivoluzionario gli uomini cambiano se stessi…”); e tralascio anche
l’idea del comunismo come società di “uomini e donne morali”. Richiamo, invece,
l’attenzione sulla descrizione del politicista, il quale “si aggrappa unicamente
alle azioni” e non è più “in grado di distinguere fra ciò che è importante e ciò
che è marginale”.
Si tratta di una modalità completamente auto-centrata di relazionarsi al mondo,
tipica dell’individualismo e dell’egotismo della cultura borghese. Ma, a ben
vedere, essa è particolarmente resistente proprio nei militanti politici
dell’anticapitalismo: e ciò sia nella versione degli attivisti di partiti,
gruppi politici e riviste teorico-politiche, e sia nella versione degli
attivisti sociali. Detto in una parola, ne siamo affetti tutti noi che ci
battiamo per una alternativa alla società capitalistica. È qualcosa che avviene
solo parzialmente per “colpa nostra”; e anzi, la ragione di un tale persistente
difetto risiede, almeno in buona parte, proprio nella forte legittimazione
morale che ciascuno di noi dà a quello che fa. Esattamente perché ci “spendiamo
per il mondo” senza tornaconto personale, noi ci poniamo anche nella posizione
più difficile per giudicare il peso storico effettivo del nostro stesso “fare”.
La Heller sottolinea che per il politicista “l’avvenimento politico più
secondario assume dimensioni gigantesche”; ma questo accade esattamente perché,
per il militante, nulla di ciò che entra in relazione con lui, e che lui
“intenziona” in forma, per l’appunto, militante, potrà mai essere davvero
secondario: si tratti di un semplice volantino, di un saggio teorico,
dell’organizzazione di un corteo, di una attività di propaganda, della
costruzione di un comitato, della conduzione di una lotta… Detto in altre e più
chiare parole, il paradosso del militante è che egli riesce a fare ragionamenti
anche complessi sul mondo che gli sta davanti, ma è poi incapace di mettere se
stesso in relazione complessa col mondo di cui parla. Il deficit di complessità
è, per così dire, la faccia nascosta della ipertrofia del soggetto.
Ma in questa maniera, come tendiamo ad assolutizzare le nostre azioni e l’ambito
nel quale agiamo, così relativizziamo spontaneamente tutto ciò che ci sta
lontano, o che non esperiamo direttamente come ‘questione significativa’
nell’ambito della nostra peculiare comunità di attivisti. Fino a possibili,
autentici corti circuiti, per cui ci saremo noi, solo noi, da un lato, e un
indistinto “resto del mondo”, dall’altro.
Il nodo vero è che diventiamo singolarmente incapaci di vedere la forza e la
molteplicità delle pratiche che si muovono nell’identica nostra direzione
dell’anticapitalismo. Assumiamo, cioè, come davvero anticapitaliste solo le
pratiche molto uguali alle nostre. E quando non sono uguali, tendiamo a
derubricarle, quasi per riflesso condizionato, a pratiche non-significative, se
non addirittura dannose, se non addirittura controproducenti; e persino, nei
casi estremi, controrivoluzionarie…
Chiudere col Novecento significa, perciò, lavorare profondamente anche su noi
stessi, assumendo come habitus pratico e mentale l’attitudine a cambiare. Il che
implica non soltanto che dovremmo far valere per noi, qui e ora, talune
caratteristiche del mondo nuovo che abbiamo in mente, ma anche che dobbiamo
provare a capovolgere, nel nostro sguardo d’insieme, la logica della
assolutizzazione dell’io e della relativizzazione dall’altro.
Non si tratta di un’impresa facile, e non bastano le buone intenzioni, poiché
siamo costantemente condizionati non solo dal “paradosso intrinseco del
militante”, ma anche dalla vera e propria fatica fisica e mentale che mettiamo
in tutto quello che facciamo. Alla fin fine, davvero la giornata è solo di
ventiquattro ore; e se dobbiamo fare quello che dobbiamo fare, ci resta poco
tempo per guardare il resto.
Lo sa bene ciascuno di noi: quelli oberati dalla faticosa attività quotidiana di
partito o di associazione, così come quelli sopraffatti dal gravoso lavoro di
analisi e studio teorico, così come quelli che si sentono addosso la
responsabilità inderogabile di attivarsi nelle iniziative di lotta e di
movimento, così come quelli che non riescono quasi più a pensare sotto l’urgenza
continua delle pratiche di solidarietà attiva… Ciò che facciamo, se lo facciamo
con sistematicità, davvero non ci lascia respirare.
E però il tempo dovremo pur farlo uscire in qualche modo. Il tempo di guardare
segnatamente la realtà-altra che abbiamo di fronte in quanto complessità delle
pratiche della liberazione, soprattutto quelle molto lontane e diverse da noi.
Altrimenti non riusciremo a capire bene neppure quello che facciamo.
Ricorro ad un esempio che mi riguarda, perché forse chiarisce meglio di tante
parole ciò che intendo dire. Alcuni anni fa, con la lotta contro la costruzione
del mega-inceneritore di Acerra, io so di aver vissuto il periodo di maggiore
impegno pratico della mia specifica “biografia politica”. Ma esso è stato anche,
contemporaneamente, il periodo più disordinato della mia vita personale e anche
il periodo più confuso della mia capacità di iniziativa politica e riflessione
teorica.
La lotta contro quella mega-opera, conclusasi con una sonora sconfitta, durò
complessivamente più di quattro anni. I primi due anni ci videro occupare il
terreno sul quale l’inceneritore doveva sorgere. E forse ha qui un senso
ricordare che a compiere concretamente l’occupazione in una piovosa alba
invernale, sfondando il cordone di polizia che sbarrava la via di accesso,
furono una trentina non di cittadini generici, ma di veri e propri militanti,
due terzi dei quali non erano neppure di Acerra. Come a dire che la lotta iniziò
per davvero solo dopo una determinata decisione di una determinata area di
compagni. Poi, per mantenere l’occupazione del terreno si dovettero organizzare
i turni. Il movimento diventò rapidamente di massa, e perciò si poteva contare
su una base ampia per le turnazioni. E però a presidiare il posto ci doveva
essere sempre un nutrito gruppo di persone (nell’ordine di alcune decine), e
questo per ventiquattro ore al giorno, per sette giorni la settimana, per 12
mesi all’anno.
In sostanza, per il ruolo di coordinamento avuto in quella vicenda dall’inizio,
io mi sentivo obbligato a essere presente in modo costante, talvolta anche di
notte, attorno al capanno e alle tende alzate alla meglio. Per me, quei due anni
hanno significato, grosso modo, restarmene fisicamente al Pantano (questo il
nome della località), attorno alle 20-30 ore a settimana.
Poi un giorno, approfittando anche dello sfilacciamento del presidio (cosa più
che normale dopo due anni), polizia e carabinieri occuparono manu militare il
terreno. La lotta si trasferì perciò sulle strade prospicienti l’area, e divenne
una lotta di picchetti per impedire l’ingresso dei camion e delle macchine degli
operai che andavano a costruire l’inceneritore. Qualche giorno riuscivamo a
bloccarli per l’intera giornata, qualche altro giorno solo per alcune ore,
qualche altro giorno assistevamo impotenti al loro ingresso. Al netto delle
altre iniziative di lotta – più volte il blocco dell’autostrada, moltissime
volte il blocco di strade anche lontane dal Pantano e svariate volte cortei e
blocchi nel centro stesso di Napoli – per me sono stati altri due anni di
“presenza fisica”. Ci fu un periodo, di almeno tre mesi consecutivi, mi pare tra
gennaio e marzo del 2004, che quasi tutte le mattine, dalle 4 e mezzo e fino
alle 8 o alle 9, quando poi andavo a scuola, stavo ai picchetti a tentare i
blocchi e a fronteggiare la polizia. Poi, nell’estate, ci fu l’occupazione della
stazione ferroviaria di Acerra, che durò cinque mesi consecutivi: e anche lì
turni, presenza 24 ore su 24 e via dicendo. In sostanza, un impegno gigantesco
proprio sul piano fisico oltre che mentale, con il disordine totale nel ritmo
della mia vita pratica e intellettuale. Come avrei potuto vivere un tale
passaggio se non con l’idea che il Pantano e le due strade d’accesso, e poi la
stazione di Acerra e i presidi e i picchetti e i cortei e le occupazioni e i
blocchi stradali, autostradali, ferroviari, eccetera, fossero proprio “tutto il
mondo”?
E però esattamente perché vivevo in tal modo quell’esperienza, tutto il resto
perdeva di significato. Anche la normale gerarchia delle cose si alterava, fino
al punto che gli altri movimenti, la militanza in Rifondazione comunista e tutta
la restante parte della mia vita politica acquistavano davvero senso quasi
unicamente in relazione alla vicenda dell’inceneritore. Ma così io tendevo a
perdere, lo volessi o no, il senso della misura; e soprattutto tendeva a
sfuggirmi, concettualmente, la ricchezza e la complessità e la pluralità delle
stesse pratiche “antagoniste”. Proprio come dice la compagna Heller: “al di
fuori dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla”…
Provo, dunque, a tirare un po’ le somme su questo punto. Non è soltanto il mondo
che abbiamo di fronte che deve cambiare: dobbiamo cambiare anche noi stessi. E
ritengo che questa sia una acquisizione fondamentale per arrivare a formulare
una nuova idea di rivoluzione. E però, porci nella logica di dover cambiare,
assieme al mondo, anche noi stessi, comporta indagare spietatamente proprio i
punti di criticità che ci concernono. Che concernono sia il proletariato in
generale (e qui siamo ancora a ciò che abbiamo di fronte) e sia noi medesimi,
noi militanti dell’anticapitalismo.
Io ravviso nel nostro “deficit di complessità” il punto critico sul quale
maggiormente dovremmo lavorare. Esso consiste, da un lato, nel fatto che diamo
per scontato di sapere (sulla scorta delle analisi di Marx di centocinquanta
anni fa) come concretamente operi oggi il capitalismo; dall’altro, nel fatto che
non concepiamo neppure l’esistenza dei “simili”. I simili, non gli “uguali”:
quelli che muovono, cioè, con le loro specifiche pratiche e le loro specifiche
idee, nella stessa direzione nostra dell’anticapitalismo. E a tal proposito
occorre ben comprendere come l’anticapitalismo sia difficile e semplice allo
stesso tempo. Soprattutto esso è una merce molto meno rara di quanto la nostra
pochezza organizzativa ci induce a credere.
Forse non sarebbe necessario ribadirlo; ma comunque non lo ritengo inutile: il
capitalismo non è una “cosa”, ma un rapporto sociale incentrato sulle dinamiche
della valorizzazione. E oggi, nel mondo attuale, tutto, ma proprio tutto,
concorre alla valorizzazione. E però, allo stesso tempo, molte delle dinamiche
che concorrono alla valorizzazione tendono spontaneamente anche a fuoriuscire
dalle strettoie della logica del valore. Lo fanno episodicamente,
contraddittoriamente e perfino ambiguamente. Ma lo fanno. Lo fanno, ad esempio,
quando alludono, pur con tutte le loro parzialità e incongruenze, alla dignità
delle persone o a elementi “eccentrici” rispetto alla tradizione canonica del
movimento operaio, e però tutti potenzialmente contraddittori coi normali
“valori di scambio” del sistema capitalistico: dal corpo agli affetti, dalla
cultura all’ambiente. Benché non esplicitamente, tali dinamiche, quando riescono
a emergere (ed emergono più spesso di quanto noi pensiamo), diventano parte viva
del processo di trasformazione. E del resto, in taluni momenti ce ne siamo anche
accorti. Durante Genova 2001, persino le Suore Orsoline le abbiamo vissute come
parti costitutive del processo del cambiamento. Non le abbiamo affatto
giudicate, come forse avremmo fatto nel Novecento, alla stregua di “utili
idiote” della rivoluzione…
Orbene, dobbiamo essere capaci di rafforzare, dentro noi stessi, esattamente
tale fondamentale capacità di com/prensione. Il che vuol dire, né più né meno,
che dobbiamo costruire – a partire da noi, oltre noi ma anche per noi – una
politica, mi si passi il temine, “conviviale” (proprio nel senso etimologico del
cum alio vivere). È in questo modo che possiamo davvero praticare, pur con tutte
le nostre parzialità, la “nuova umanità” nel medesimo punto di partenza. E cosa
possa significare in concreto, ciascuno di noi può facilmente immaginarlo. Io
penso soprattutto alla costruzione di luoghi accoglienti, alla capacità di
ascoltare gli altri, a un atteggiamento di fiducia sul fatto che, pure in
quest’Italia con le lotte ridotte al lumicino, siano costantemente all’opera le
dinamiche di trasformazione. La qual cosa implica, tuttavia, che tutti, ma
proprio tutti, possano davvero cambiare nell’attività. E che nessuno, neppure
quelli che sentiamo visceralmente distanti da noi, siano inchiodati per forza a
ciò che magari noi abbiamo già giudicato, più o meno sensatamente, come errori,
incoerenze, opportunismi o addirittura “piccole infamie”.
La vita delle persone è sempre più complessa degli episodi che costellano la
loro esistenza. E nessuno specifico episodio può davvero esaurirla.
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> Lotta di classe identitaria e non identitaria
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L'articolo Critica della identità militante proviene da Comune-info.