Vietato parlare di Gaza: l’accertamento senza oggetto. Conferenza stampa del 4 agosto 2026, Camera dei deputati

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Wednesday, August 12, 2026

Il 4 agosto, nella Sala Stampa della Camera, si è tenuta la conferenza stampa “Vietato parlare di Gaza: docenti sotto ispezione”, promossa dalla deputata Stefania Ascari. Sono intervenuti Massimo Sabbatini e Marina Boscaino del Liceo “Vivona” di Roma, Salvatore Bullara del Liceo “Righi” di Roma, lo studente Adriano Cerri, Dario Furnari per USB Scuola e Tommaso Marcon per OSA.

I fatti sono già noti: il messaggio di Sabbatini agli ex studenti il 6 luglio, l’articolo del Tempo due giorni dopo, le convocazioni dell’USR Lazio dal 9 luglio (clicca qui per i dettagli). Meno noto è il meccanismo con cui si sono svolte. Quello che vogliamo mettere in luce è appunto il meccanismo, le sue conseguenze e le reazioni contro di esso a tutela della scuola come luogo fondante della democrazia.

Le convocazioni erano prive di oggetto, per docenti, studentesse e studenti allo stesso modo. Nessuno — Sabbatini incluso — sapeva di cosa rispondere. Sono stati convocati tutti i docenti uomini di latino e greco dell’istituto e i rappresentanti di classe delle quinte: lo stesso identikit anonimo — “un professore di latino e greco di un liceo di Roma” — con cui «il Tempo» aveva aperto il caso.

Il mandato non è pubblico. Non si può dire che un oggetto non esistesse, solo che non è mai stato reso noto ai convocati — ed è questa la circostanza che conta. La FLC CGIL di Roma e del Lazio ha parlato di un’azione avviata «in assenza, per quanto è dato sapere, di qualsiasi contestazione formale, di un mandato reso noto, di un oggetto dichiarato». Secondo la stampa, gli ispettori avrebbero poi indicato come oggetto la diffamazione del docente da parte del quotidiano, e l’accertamento si sarebbe chiuso senza rilievi: nessuna nota ufficiale lo conferma. Certo è solo che nessun provvedimento è stato adottato.

1. Una solidarietà che non è sentimento

Cerri, rappresentante d’Istituto e di Consulta, ha riferito che ad alcuni studenti sono stati ispezionati anche i telefoni — fatto gravissimo, al di fuori da ogni prerogativa ispettiva — e ha parlato di solidarietà tra studenti, studentesse e docenti. Non è un moto d’animo: è il riconoscimento di una condizione comune. Trattandosi di rappresentanti delle quinte, erano tutti maggiorenni: la differenza di tutela con un docente di ruolo, che dispone di un procedimento disciplinare codificato, non è dunque quella tra un adulto e un minore, ma tra chi ha uno statuto professionale riconosciuto e chi ne è privo. Anche questa differenza viene azzerata in partenza dall’assenza di un oggetto dichiarato. Senza addebito non ci sono garanzie da attivare.

La solidarietà emersa tra docenti, studentesse e studenti costituisce un elemento rilevante: contrasta l’aspettativa delatoria dell’ispezione.

Storicamente è apparsa nei momenti di crisi sociale e politica: numerosi gli esempi durante il fascismo e la Resistenza. Il Sessantotto non offre un’alleanza pronta: l’occupazione di Palazzo Campana, nel 1967, colpiva proprio l’autoritarismo dei docenti, e chi tra loro mostrò apertura — Bobbio, Paci — fu a sua volta contestato. Tuttavia le pressioni portarono alla legge Codignola del 1969, che apriva a tutti i corsi di laurea — privilegio fino ad allora del liceo classico — l’accesso dei diplomati di ogni percorso quinquennale. L’alleanza si costruisce dopo, sulle 150 ore del 1973 e sugli organi collegiali del 1974: le stesse cariche che oggi, al “Vivona”, portano i nomi di Boscaino e Cerri.

Furnari (USB) ha esteso l’asse ai lavoratori e alle lavoratrici, dentro una lettura più ampia della scuola neoliberista. Le mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 sono state lette come un ritorno agli anni Settanta: il paragone regge sull’asse studenti-lavoratori, che in quelle piazze si è ricomposto davvero. Quello che riemerge oggi al Vivona è un altro asse, più recente e meno scontato, prodotto da un dispositivo che ha convocato tutti con lo stesso metodo e lo stesso silenzio.

2. Un organo costituzionale

“La scuola è il primo strumento della democrazia”, ha detto Cerri. Boscaino ne ha dato la cornice giuridica — articoli 33 e 34, pluralismo, laicità, inclusione — e una precisazione controintuitiva: nel caso Sabbatini la libertà di insegnamento non è in gioco, perché il messaggio è stato inviato a esami conclusi, tra privati cittadini. Che il docente non stesse insegnando non attenua l’anomalia dell’ispezione: la aggrava.

Ha chiuso citando Calamandrei: «La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri tessuti» (11 febbraio 1950).

Un ufficio che convoca per categoria, senza addebiti, non vigila su un settore amministrativo qualsiasi: interviene su un organo costituzionale. E se la funzione è ematopoietica, il danno non si misura sulle settimane di audizioni: un organismo che smette di produrre sangue non lo segnala all’istante, ma gli effetti nel tempo sono devastanti.

3. L’intimidazione non ha bisogno della sanzione

Bullara, già ispezionato al “Righi” per aver parlato di Palestina, l’ha detto con la massima economia: non serve la sanzione, basta agitare le acque. È il chilling effect — l’autocensura per paura delle conseguenze, anche quando nessuna conseguenza arriva — e il caso “Vivona” ne è la prova sperimentale: nessun rilievo, e tutti gli effetti — telefoni ispezionati, un corpo docente che ha imparato che “restiamo umani” può costare una convocazione. L’assenza di oggetto non è un vizio, ma è funzionale. Un addebito formulato sarebbe stato contestabile, e circoscritto. Uno taciuto lascia indeterminato il perimetro del lecito, ed è proprio questa indeterminazione a produrre l’autocensura.

Vale anche all’interno: convocare una categoria senza spiegare perché divide senza bisogno di dividere apertamente, perché nessuno sa se sia stato risparmiato o solo non ancora raggiunto. Su un corpo docente già frammentato tra ruolo e precariato, il metodo è efficiente. Che il fronte comune si sia comunque formato, in Parlamento il 4 agosto, non era scontato.

4. Il metodo, non l’equidistanza

Bullara ha contestato l’idea che lo studioso debba comportarsi come in un talk show, dando spazio uguale a ogni posizione. Marcon (OSA) ne ha tratto la conseguenza: la scuola neutra non esiste, né esiste democrazia senza conflitto.

Lo studioso non lavora per contraddittorio: confronta fonti secondo criteri verificabili, non bilancia posizioni. L’equidistanza chiede al docente di rinunciare proprio a ciò che ne fa la competenza. E poiché lo studioso non punta a convincere, l’oggettività del metodo non implica neutralità dell’esito: se le fonti convergono, converge il giudizio. Confondere le due cose ha un solo effetto pratico: rendere illegittima ogni conclusione, comunque raggiunta. L’indottrinamento si riconosce da qui: è il discorso che chiede adesione senza esporre le fonti. Se le conclusioni fondate non sono simmetriche, il dissenso è la norma del discorso pubblico. Trattarlo come disfunzione da correggere per via ispettiva non protegge il pluralismo: chiede silenzio, e lo chiama equilibrio.

5. La casa di tutti

Ascari ha ricordato che il Parlamento è la casa di tutti, e ha riassunto il messaggio implicito dell’amministrazione: attenzione a cosa dite, a cosa insegnate. È una lettura, non il contenuto di un atto, e non ha bisogno di esserlo: l’effetto è più efficace non dichiarato.

Bullara ha osservato che stampa, politica e sindacati non avevano dato spazio a queste vicende: il 4 agosto quello spazio si è aperto alla Camera, cuore della democrazia e spazio di confronto politico e sociale.

Il caso “Vivona”, come tanti altri segnalati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si sarebbe chiuso senza rilievi — ma le domande che pone restano senza risposta. È un altro caso, quello su chi lo ha disposto, a restare aperto.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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