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Dal 24 al 27 settembre a Torino il ‘cibo buono pulito e giusto’ di Terra Madre
NELL’ARCO DI QUATTRO GIORNI, IL SALONE DEL GUSTO ORGANIZZATO DA SLOW FOOD OSPITERÀ CIRCA 1˙000 EVENTI, TRA CUI 200 CONFERENZE, DECINE DI LABORATORI DI DEGUSTAZIONE, OLTRE 60 PRANZI E CENE COMUNITARIE, E CENTINAIA DI ATTIVITÀ ORGANIZZATE DA PARTNER, ISTITUZIONI E ORGANIZZAZIONI DELLA COMUNITÀ. L’evento coincide anche con l’Assemblea dei partecipanti della Fondazione Slow Food, il più importante incontro globale del movimento in materia di governance. I delegati discuteranno di priorità, strategie e orientamenti politici per gli anni a venire. Torino diventa la capitale delle culture gastronomiche globali La dimensione internazionale di Terra Madre va ben oltre conferenze e assemblee. Per quattro giorni, il cuore storico di Torino si trasformerà in una mappa vivente delle culture alimentari del mondo: una ‘carta geografica’ tracciata dalle iniziative in svolgimento in alcuni degli spazi più iconici della città, da Piazza San Carlo a Piazza Vittorio, da Piazzetta Reale a Piazza Carlo Alberto, da Piazza C.L.N a Via Roma,… Oltre a queste location, il Salone del Gusto si diffonderà in tutta Torino, coinvolgendo cinema e teatri, auditorium, ristoranti, scuole, musei e innumerevoli altri luoghi con le proprie attività e grazie agli eventi Off. Lungo questo percorso di eventi i visitatori scopriranno storie, prodotti e tradizioni di comunità provenienti da ogni continente. Anche chi si troverà semplicemente di passaggio nel centro di Torino avrà l’opportunità di entrare in contatto con i valori e la visione di Slow Food. Al centro dell’esperienza si trova il vasto Mercato Terra Madre, che riunisce oltre 600 espositori, tra cui agricoltori, artigiani del cibo, comunità indigene, presidi Slow Food, produttori di street food e delegati internazionali. Insieme a mostre, degustazioni e installazioni immersive, il mercato offre l’opportunità di sperimentare la straordinaria ricchezza della biodiversità globale e scoprire come il cibo connetta territori, ecosistemi, culture e persone in tutto il mondo. Tra le installazioni più ambiziose spicca Terre Connesse: un percorso che esplora il cibo come forza politica e strumento di costruzione di relazioni. Attraverso le storie di colture e prodotti come riso, mais, caffè e carne, i visitatori sono invitati a ripercorrere i viaggi globali che hanno plasmato paesaggi, economie, culture e identità. Allestita in piazza Castello, l’installazione mette in luce sia le vulnerabilità create dai sistemi alimentari omogeneizzati, sia le opportunità offerte dall’agroecologia e dalla biodiversità. INFORMAZIONI: https://2026.terramadresalonedelgusto.com/date-accessi-e-location/ Le soluzioni esistono già Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, i conflitti e le migrazioni forzate sono temi ricorrenti in tutto il programma. Le discussioni esploreranno il loro impatto sui sistemi alimentari, nonché le risposte che emergono dalle comunità stesse. Agricoltori africani, rappresentanti indigeni latinoamericani, leader del settore alimentare asiatici e organizzazioni di base europee condivideranno esperienze di adattamento e resistenza. Le loro storie ricorderanno ai partecipanti che la lotta per la biodiversità è inseparabile dalla lotta per la sovranità alimentare, per la giustizia sociale e per il diritto delle comunità a rimanere sulle proprie terre. Uno dei messaggi più forti che emerge dal programma di Terra Madre 2026 è che le soluzioni esistono già. In tutto il mondo, le comunità stanno proteggendo i semi, ripristinando gli ecosistemi, preservando le conoscenze tradizionali e sviluppando economie locali resilienti. La sfida non è scoprire nuove risposte, ma riconoscere, sostenere e ampliare il lavoro già svolto. Questa prospettiva è particolarmente evidente nell’ampio programma internazionale dedicato ai popoli indigeni e alle comunità locali. Oltre 150 delegati della Rete dei Popoli Indigeni di Slow Food parteciperanno a discussioni sulla sovranità alimentare, la conservazione della biodiversità e i diritti territoriali. La loro partecipazione riflette una crescente consapevolezza del fatto che molti dei più efficaci custodi dell’ambiente a livello mondiale continuano a essere esclusi dalle principali decisioni politiche, nonostante detengano generazioni di conoscenze sui sistemi alimentari sostenibili. L’eredità di Carlo Petrini e il futuro del movimento Sono trascorsi trent’anni dal primo Salone del Gusto e quarant’anni dalla fondazione di Slow Food a Bra. In questi decenni, gli avvertimenti del movimento sulla perdita di biodiversità, l’agricoltura industriale e le conseguenze ambientali della produzione alimentare sono passati dai margini del dibattito pubblico al centro. Preoccupazioni un tempo considerate di nicchia sono diventate priorità globali. Eppure l’opera rimane incompiuta. Quel senso di lavoro incompiuto è forse l’eredità più potente di Carlo Petrini. Nel corso del programma, relatori, attivisti e leader della comunità torneranno su una domanda centrale: cosa succederà da adesso in poi…? La storia più profonda, in definitiva, è una storia di persone: migliaia di custodi, attivisti e comunità che dimostrano che un sistema alimentare diverso non è solo auspicabile, ma che si sta già costruendo, ogni giorno, in tutto il mondo. Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
Global Sumud: mobilitazione urgente per gli arresti
C’è un filo rosso che attraversa il Mediterraneo e lega le carceri tunisine alle aule parlamentari italiane, le piazze di Tunisi ai cortei di Milano e Roma: la criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese. È su questo terreno che si muove la mobilitazione della Global Sumud Italia e le organizzazioni che sostengono la causa palestinese: a partire da domani, 23 settembre, alle ore 9:00, avrà inizio un presidio urgente e una conferenza stampa alle ore 11:00 davanti all’Ambasciata di Tunisia a Roma per chiedere la liberazione immediata di Wael Nawar, Nabil Chennoufi, Ghassan Boughediri e Ghassan Henchiri, attivisti tunisini detenuti da mesi per il loro impegno umanitario a sostegno della Palestina, e per rivendicare il diritto di ogni cittadino e di ogni cittadina a esprimere la propria solidarietà. Chiediamo la partecipazione degli organi di stampa e alla società civile di unirsi alla mobilitazione, diffondendo tra reti, associazioni, organizzazioni, e singoli/e cittadini/e che lottano per la tutela dei diritti umani. Gli arresti in Tunisia La vicenda dei quattro attivisti tunisini ha origine lo scorso marzo, quando la Global Sumud Flotilla si riunì a Tunisi per tre giorni di incontri e eventi pubblici in preparazione della seconda missione verso Gaza. Il 4 marzo, una marcia pacifica, partita verso il porto di Sidi Bou Said in omaggio ai portuali che avevano sostenuto la partenza della Flotilla nel settembre 2025, fu bloccata dalle forze dell’ordine, che revocarono il permesso all’ultimo momento e intervennero con violenza: alcuni attivisti svennero, altri riportarono ferite in diverse parti del corpo. Il giorno seguente, alcuni agenti in borghese arrestarono Wael Nawar, e successivamente Ghassan Henchiri, Ghassan Boughediri, Nabil Chennoufi e altri attivisti tunisini. Le accuse – frode, riciclaggio e uso improprio dei fondi raccolti – sono di natura strettamente politica, come denunciato dalla Lega tunisina per i diritti umani e dal Comitato nazionale per la difesa degli attivisti, che parlano di una campagna più ampia che colpisce giornalisti e attivisti politici per i diritti umani. La criminalizzazione della solidarietà è proseguita lo scorso sabato 20 settembre, quando almeno 11 persone – come riportano gli avvocati Ghassen Besbes e Fedy Snene – sono state arrestate a Tunisi durante la manifestazione pacifica che chiedeva la loro liberazione. Gli arresti dimostrano che l’obiettivo dell’intera campagna repressiva iniziata a marzo è ostacolare con violenza la solidarietà con il popolo palestinese. Non possiamo dimenticare che la Tunisia subisce da tempo pressioni da parte degli Stati Uniti e di Israele, iniziate già durante la scorsa missione, quando fu chiesto espressamente al governo di non lasciare partire le imbarcazioni della Flotilla, intente a percorrere il Mediterraneo e raggiungere Gaza, per rompere il blocco illegale e aprire il corridoio umanitario negato alla popolazione palestinese. L’arresto degli organizzatori e l’inasprimento delle misure repressive durante le manifestazioni di solidarietà per la liberazione della Palestina provocano gravi difficoltà all’intero movimento tunisino, minando alle fondamenta la libertà di espressione del dissenso e di protesta a sostegno del popolo palestinese. Il risultato è, di fatto, il favoreggiamento del regime sionista che procede senza alcuna sanzione e impedimento nella sua operazione coloniale e genocida in Palestina. La repressione in Italia: gli arresti dello scorso 22 Settembre e il DDL Antisemitismo Lo stesso meccanismo repressivo è in azione nel nostro paese: il disegno di legge sull’antisemitismo, già approvato dal Senato e ora in discussione alla Camera – con approdo in aula previsto per il 2 ottobre – adotta la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) per tentare di sovrapporre l’antisemitismo – odio razziale intollerabile che va combattuto senza ambiguità – all’antisionismo, ovvero alla critica dell’ideologia politica che spinge alle continue violazioni dei diritti dei popoli, nel silenzio complice degli stati europei. Più di 250 organizzazioni hanno aderito alla mobilitazione nazionale contro un provvedimento che rischia di trasformarsi in una «legge bavaglio» capace di equiparare le critiche alle politiche israeliane a veri e propri atti di antisemitismo, uno strumento di censura che punta a soffocare le critiche ai governi israeliani e criminalizzare il dissenso interno. A un anno esatto dalle grandi manifestazioni del 22 settembre dello scorso anno, quando centinaia di migliaia di persone scesero in piazza contro il genocidio a Gaza, ci troviamo a fare i conti con innumerevoli misure cautelari, denunce a piede libero, obblighi di firma e divieti che hanno colpito decine di attivisti, soprattutto giovani, per i fatti della Stazione Centrale di Milano. La repressione in Italia è già in atto e in corso di rafforzamento, a tutela degli interessi politici ed economici delle élite, e intenta a colpire chiunque provi a rompere un equilibrio di sistema sempre più imperniato sul controllo e sulla violenza, nei posti di lavoro come nelle piazze. Le condizioni allarmanti degli attivisti La situazione dei quattro attivisti tunisini è sempre più critica. Tutti e quattro sono detenuti nel carcere di Mornaguia e l’11 settembre il giudice ha disposto una proroga di quattro mesi della loro detenzione preventiva: * Wael Nawar: È in sciopero della fame da 37 giorni, ha perso 25 chili, non sente bene e resta seduto in uno stato semi-comatoso; soffre di gravi problemi alla vista e riesce a vedere soltanto ciò che gli viene posto davanti al viso; è attraversato da un dolore costante e ininterrotto al petto, al cuore e allo stomaco, e non riesce a dormire, al punto da desiderare di perdere conoscenza o di scivolare in un coma completo pur di trovare sollievo. Chi lo ha visto ha riferito: «La sua condizione è profondamente allarmante; per la prima volta sento che Wael è vicino alla morte e dobbiamo convincerlo a sospendere lo sciopero della fame». * Ghassan Boughediri: Ha un livello di glicemia di 0,6 e un valore di emocromo di 9,6, ha perso 8 chili, accusa vertigini e difficoltà a camminare; un infermiere gli controlla il sangue e la glicemia mattina e sera e, quando i valori sono calati, lo ha visitato tre volte consecutive durante la notte. * Ghassan Henchiri: Versa in condizioni fisiche e mentali pessime: ha dichiarato di non avere più la forza di alzarsi dal letto e di camminare in equilibrio precario; presenta anch’egli glicemia a 0,6 ed emocromo a 9,6, con vertigini e gravi difficoltà motorie. La reazione allergica che lo colpisce non si arresta e, nonostante l’uso dello shampoo, pustole e piaghe gli coprono tutto il corpo. Il medico del carcere ha rifiutato di emettere l’impegnativa per una visita dermatologica sostenendo che la condizione non è grave, ma Henchiri non riesce a dormire per il dolore intenso e l’irritazione provocata dalle lesioni. * Nabil Chennoufi: È, tra i quattro, quello in condizioni relativamente migliori sia sul piano fisico sia su quello mentale: ha un emocromo di 10,4 e una glicemia di 0,68, ha perso 14 chili, non ha problemi di sonno, ma accusa dolori di stomaco occasionali e vertigini. Secondo il diritto internazionale, una persona in sciopero della fame dovrebbe essere monitorata da un medico ogni giorno, mentre a Wael le visite vengono garantite circa due volte alla settimana. È una violazione grave e sistematica dei loro diritti, che svuota il significato e la leva politica dello sciopero della fame, mettendo a tacere l’unico strumento di protesta che resta a chi viene privato della libertà personale. Il nostro appello La Global Sumud Italia, insieme alle reti territoriali di solidarietà con la Palestina, chiama alla mobilitazione con urgenza per la liberazione immediata di Wael Nawar, Nabil Chennoufi, Ghassan Boughediri e Ghassan Henchiri. Utilizzando i propri corpi ridotti allo stremo come strumento di lotta contro l’ingiustizia di Stato, gli attivisti tunisini si inseriscono in una tradizione storica di resistenza anticoloniale e di fermezza palestinese. Il loro sciopero della fame è l’espressione della solidarietà della lotta degli oltre 9.400 prigionieri politici e ostaggi palestinesi attualmente detenuti nelle segrete dell’occupazione israeliana. Wael, Nabil, Ghassan e Ghassan stanno soffrendo all’interno del carcere di Mornaguia perché si sono rifiutati di scendere a compromessi sulla liberazione palestinese. La loro battaglia per la libertà è indissolubilmente legata alla lotta collettiva globale per liberare ogni prigioniero politico detenuto per aver resistito al genocidio. * * Chiediamo che il governo tunisino garantisca loro assistenza medica adeguata e che cessi la repressione della solidarietà. * Chiediamo al governo italiano di fermare il DDL antisemitismo, che criminalizza la solidarietà con la Palestina e colpisce il diritto di dissenso. * Per la liberazione di Wael, Nabil, Ghassan e Ghassan. Contro la repressione della solidarietà, in Tunisia come in Italia. * Per la liberazione dei prigionieri palestinesi. Per le sanzioni e l’embargo allo stato sionista. Per la Palestina libera – dal fiume al mare. Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
In Italia il salario dignitoso vale12 euro netti l’ora
In occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso, il 25 settembre la Campagna Abiti Puliti presenta “Il salario dignitoso fa bene al clima”, la scheda di aggiornamento del primo rapporto pubblicato nel 2022. Per Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna, «garantire un salario dignitoso a chi lavora non è solo una misura di giustizia sociale, ma anche una leva di adattamento alla crisi climatica». 12 euro netti l’ora, pari a 2.063 euro netti al mese e a 24.756 euro netti all’anno, per un lavoro a tempo pieno: è la nuova soglia del salario dignitoso per il 2026 calcolata dalla Campagna Abiti Puliti. La stima è contenuta in “Il salario dignitoso fa bene al clima”, la scheda di aggiornamento del primo rapporto del 2022, pubblicata in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso, che la Clean Clothes Campaign (CCC) – la rete internazionale che si occupa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile – celebra il 25 settembre. L’aggiornamento arriva a poche settimane da un allarme che pesa come una sentenza: secondo il rapporto “Limiting Overshoot”, pubblicato il 2 settembre dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il superamento della soglia di 1,5 gradi, fissata dall’Accordo di Parigi, è ormai «sostanzialmente inevitabile», con un possibile picco di 1,8 gradi anche nello scenario più ottimistico. Un’estate di ondate di calore da record lo ha reso tangibile per milioni di lavoratrici e lavoratori, schiacciati non solo sotto la morsa del caldo torrido ma anche del caro-bollette e dell’impennata dei prezzi del carburante e degli alimenti. Una misura in grado di intervenire subito, senza aspettare i tempi lunghi della transizione energetica, esiste già: è garantire a tutti un salario dignitoso. Quest’anno la Campagna Abiti Puliti lega la battaglia per il salario dignitoso di base a un’altra grande urgenza del nostro tempo, la giustizia climatica. Un mercato del lavoro sempre più diseguale L’Italia è un Paese sempre più diseguale, dove peggiorano le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, intrappolati nella spirale della povertà lavorativa e della precarietà. Lo conferma la “Nota di lavoro” dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB, luglio 2026): tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel settore privato si sono ridotte in media del 6,6%, con un picco del 40,8% per il 10% dei lavoratori più poveri. Più o meno nello stesso periodo il lavoro si è fatto anche più precario: dal 1990 al 2018 gli operai e gli impiegati assunti part-time sono passati da 500mila a 4,8 milioni. La fotografia è quella di un Paese in cui gran parte della classe lavoratrice è povera o a basso reddito, una condizione che la soglia di povertà ufficiale di 13.237 euro (Istat 2025) sottostima. Un quadro pesante, prodotto dalle riforme neoliberali del mercato del lavoro, dalla mancata contrattazione e dalle politiche di moderazione salariale, a cui un fisco sempre meno progressivo ha potuto apportare solo lievi correttivi. È proprio nel mercato del lavoro, del resto, che si generano le principali disuguaglianze italiane: il divario fra le retribuzioni di operai e manager è cresciuto in modo drastico, passando da un rapporto di 1 a 4 negli anni Ottanta a 1 a 11 nel 2018. Se si guarda ai dieci manager più pagati d’Italia, nel 2020 il rapporto con lo stipendio di un operaio saliva addirittura a 1 a 649. A pagare il prezzo più alto di queste disuguaglianze sono soprattutto le donne e le persone immigrate, relegate in occupazioni a basso valore aggiunto e con minori possibilità di carriera e di autonomia decisionale. Ed è proprio questa ampia fascia di lavoratori e lavoratrici a basso reddito – sottopagata, precaria, più esposta alle intemperie del mercato – a rischiare di pagare il conto più salato anche quando le intemperie sono quelle vere, causate dalla crisi climatica. Ecco perché quest’anno la Campagna Abiti Puliti rende esplicita la connessione tra le due battaglie: quella per il salario dignitoso e quella per la giustizia climatica. Il salario dignitoso fa bene al clima Gli impatti del riscaldamento globale non colpiscono tutti allo stesso modo: si abbattono con più forza su chi ha meno mezzi per proteggersi, mentre chi vive nel lusso continua a inquinare  e a restarne, nell’immediato, quasi indenne. Bastano dieci giorni. È il tempo che, secondo il rapporto Oxfam “Nel baratro della diseguaglianza” (2026), è servito ai più ricchi del pianeta – fra industrie, jet privati e consumi di lusso – per bruciare l’intero budget di CO2 che l’umanità dovrebbe rispettare in un anno per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. Lo 0,1% più ricco ha esaurito la propria quota individuale ancora prima, il 3 gennaio. Non è un caso isolato. Uno studio econometrico sulle emissioni di CO2 negli Stati Uniti tra il 1997 e il 2012 – “Income Inequality and Carbon Emissions in the United States: A State-level Analysis, 1997–2012″ (2017) – mostra lo stesso schema su scala nazionale: quando il reddito si concentra nelle mani del decile più ricco, il degrado ambientale aumenta in modo significativo; non succede lo stesso quando la disuguaglianza cresce nel resto della scala dei redditi. In altre parole, le emissioni salgono quando la ricchezza si accumula in cima alla piramide, non quando viene redistribuita verso chi guadagna meno. E chi inquina di più se la cava quando il clima va in tilt. Case sicure, aria condizionata, servizi su misura: i super-ricchi possono permettersi di proteggersi dagli effetti della crisi climatica che contribuiscono a creare. A pagarne il prezzo sono invece i lavoratori e le comunità dei territori più esposti – in Italia come nel resto del mondo – in uno scambio profondamente diseguale, sia fra i Paesi, sia al loro interno. Nella filiera tessile lo scambio diseguale ha dei numeri: in Cambogia l’82% delle fabbriche tessili supera i 32 gradi al chiuso, una su tre i 35 gradi, con interni fino a 5 gradi più caldi dell’esterno già pericoloso, come viene spiegato nel rapporto “Mitigating Heat Stress in Garment, Footwear, and Travel Goods Sector” (2026). Lo denuncia anche la Clean Clothes Campaign, che chiede che il salario venga garantito quando il caldo ferma le linee di produzione. Un rischio che riguarda da vicino anche l’Italia, che dalle filiere asiatiche importa gran parte dell’abbigliamento venduto sul mercato nazionale, e che non è comunque immune dagli effetti della crisi climatica. La denuncia è contenuta nel rapporto Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta (2026). Secondo il documento, firmato da un gruppo di ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), del Politecnico di Milano, di Ca’ Foscari, dell’Istituto Universitario Europeo e dell’Università di Siena, a pagare il prezzo più alto sono i territori e i gruppi sociali con meno risorse per proteggersi. È in questo scenario che si inserisce la proposta della Campagna Abiti Puliti. «Garantire a tutti i lavoratori e le lavoratrici un salario dignitoso di base», spiega la coordinatrice Deborah Lucchetti, «non è soltanto una misura di giustizia sociale per riequilibrare le disuguaglianze fra redditi e gruppi sociali e quindi contribuire a mitigare le emissioni di CO2. È anche una misura di adattamento climatico urgente e necessaria, che consente alla classe lavoratrice di affrontare meglio la crisi climatica, avendo accesso a cibo, abitazione e servizi di maggiore qualità», ovvero il paniere di beni essenziali al centro della proposta della Campagna. Una battaglia, quella per il salario dignitoso, che per la Campagna Abiti Puliti non riguarda soltanto i diritti di chi lavora nella filiera della moda, ma la possibilità stessa di costruire una transizione – sociale e climatica – che non lasci indietro nessuno. «Per una giusta transizione nella moda occorrono interventi sul piano delle politiche sociali e post-distributive da compiere subito, ma quello salariale è il primo passo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza laddove si genera, cioè nel mercato del lavoro», conclude Lucchetti. Link utili Campagna “Un salario dignitoso per tutti” Rapporto “Il salario dignitoso è un diritto universale” (2022) Scheda di aggiornamento 2024 del Rapporto 2022   Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
Rider: mercoledì 30 settembre in assemblea e in corteo a Milano
DOPO DIECI ANNI DI COTTIMO ANCORA SI PARLA DI “CAUTELA”. QUANDO LA LIBERTÀ D’IMPRESA È LIBERTÀ DI SFRUTTARE. La decisione del GIP di Milano sul controllo giudiziario di Glovo contiene un passaggio che non possiamo ignorare: il giudice mantiene il controllo giudiziario sulla società, riconoscendo la necessità di verificare il raggiungimento di livelli retributivi sufficienti, ma respinge la richiesta della Procura di qualificare i rider come lavoratori subordinati, richiamando la necessità di limitare l’intervento in nome della libertà d’impresa… Da dieci anni le piattaforme del food-delivery hanno costruito il proprio modello di business sulla precarietà dei rider, sul cottimo, sul controllo algoritmico e su compensi da fame, e oggi ci viene ancora chiesto di procedere con “cautela” per non interferire con il modello d’impresa. Il paradosso è evidente: quando a non essere economicamente sostenibili sono i salari dei rider, si chiama mercato; quando rischiano di non esserlo i profitti dell’impresa dopo l’applicazione delle regole, improvvisamente diventa un problema collettivo. E allora bisogna essere responsabili, prudenti, graduali. Ma responsabili verso chi? La domanda va finalmente rovesciata: da cosa dovremmo salvare queste imprese? Dall’obbligo di pagare il lavoro? Dal versare i contributi previdenziali che non hanno versato? Dal restituire allo Stato quanto sarebbe stato dovuto se quei rapporti fossero stati inquadrati correttamente? Quanto deve durare ancora la “cautela” nei confronti delle imprese sotto controllo giudiziario per caporalato? Perché devono essere i singoli rider, uno per uno, a conquistarsi davanti a un giudice ciò che il funzionamento concreto della piattaforma rende già evidente? Il Decreto Primo Maggio ha introdotto una presunzione relativa di subordinazione in presenza di elementi di controllo e direzione esercitati anche attraverso sistemi algoritmici. Ma se, quando si arriva al primo grande caso concreto, la questione viene nuovamente rimessa ai singoli rapporti e ai contenziosi individuali, è legittimo chiedersi quale sia la reale efficacia di quella norma. E c’è poi la questione del tempo di lavoro, che rende il paradosso ancora più evidente. Il Tribunale di Torino ha appena riconosciuto a un rider Glovo non solo la subordinazione e la reintegra, ma anche che il tempo trascorso in attesa degli ordini è tempo di lavoro e deve essere retribuito. L’amministratore (o difensore?) giudiziario, invece, ancora discute non soltanto se debba essere pagata l’intera messa a disposizione del rider, ma persino se debba essere riconosciuto integralmente il tempo effettivamente impiegato per una consegna. La motivazione? Il rider potrebbe deviare dal percorso ottimale per andare a ritirare o consegnare un ordine per un’altra piattaforma. Un’ipotesi formulata in termini puramente eventuali, senza che venga indicato alcun accertamento concreto che dimostri che quei tempi più lunghi corrispondano effettivamente a seconde consegne. Il risultato è paradossale: invece di dover dimostrare che il lavoratore non stava lavorando per Glovo, si presume che una parte del suo tempo di consegna possa essere dedicata ad altro e, sulla base di questa supposizione, quel tempo viene preventivamente sottratto alla retribuzione. Viene quasi da chiedersi: ma la giurisprudenza degli ultimi dieci anni l’ha letta? Perché la sua posizione è esattamente quella degli avvocati di Glovo: gli stessi argomenti sull’autonomia, gli stessi distinguo sul tempo di lavoro, la stessa ossessione per il singolo rapporto da sezionare caso per caso, la stessa resistenza a chiamare subordinazione ciò che i Tribunali continuano a riconoscere come tale. È la linea che Glovo porta in giudizio da dieci anni e con cui perde da dieci anni nei tribunali di tutta Italia. A questo punto delle due l’una: o dieci anni di sentenze sono improvvisamente diventati carta straccia, oppure è piuttosto singolare che l’amministrazione incaricata di controllare Glovo finisca per recitare, praticamente parola per parola, la memoria difensiva di Glovo. E tutto questo mentre la Procura ha rilevato che, con il sistema proposto da Glovo, resta fuori dalla paga circa il 30% dell’attività di consegna dei rider. Non è una questione contabile: se il rider sta effettuando una consegna o è a disposizione della piattaforma, quel tempo non può semplicemente scomparire dal salario per trasformarsi in margine d’impresa. Ma il GIP indica anche la strada della contrattazione tra le parti sociali e proprio qui emerge un’altra questione decisiva: chi rappresenta davvero i rider? La questione non può essere rinviata all’infinito: né ai singoli Tribunali del lavoro, né a tavoli negoziali nei quali la rappresentanza dei lavoratori viene data per scontata. Si misurino le deleghe, le vertenze, le mobilitazioni, la presenza reale nei luoghi di lavoro e il consenso tra i lavoratori e le lavoratrici. La rappresentanza non può essere attribuita dalle piattaforme né stabilita semplicemente in base a chi viene invitato al tavolo della contrattazione, che si sa, spesso e volentieri sono solo i sindacati di “comodo” delle aziende a presenziare… se poi è lo stesso sindacato che ha sottoscritto con Assodelivery il ccnl rider che ha portato al controllo giudiziario di Glovo e Deliveroo, la prova del nove è fatta. Un diritto che, per essere esercitato, deve essere fatto valere individualmente da migliaia di lavoratori davanti ai Tribunali del lavoro, dopo anni di sfruttamento, suona più come un sopruso, soprattutto se dietro a tale decisione sta ancora l’idea di tutelare la “libertà d’impresa” di chi è accusato di caporalato. Per questo mercoledì 30 settembre a Milano ci ritroveremo nella sede USB di via Padova 234 per un’assemblea dei rider, a cui seguirà un corteo. L’USB non arretrerà, non siamo schiavi! Unione Sindacale di Base
September 23, 2026
Pressenza
Tra il fiume e il mare per una terra condivisa. Incontro tra ebrei, israeliani e palestinesi a Milano
Lunedì 5 ottobre 2026 alle 18 Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano (M1 fermata Lima) Biglietto 5 euro Apertura sala alle 17:30 “Dal Fiume al Mare” è uno slogan che da decenni anima le piazze, variamente interpretato e sempre fonte di tensione, mai di dialogo. La rete Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace con LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista propone l’incontro dal titolo “Tra il fiume e il mare per una terra condivisa”, a sottolineare che esistono due popoli e che il riconoscimento di questa esistenza intende contrastare ogni suprematismo e  fondamentalismo. L’incontro al Teatro Elfo Puccini tra appartenenti alla diaspora palestinese residenti in Italia e appartenenti al mondo ebraico intende proseguire il confronto iniziato in altre occasioni e allo stesso teatro lo scorso gennaio. Vorremmo rinnovare questa pratica che ci auguriamo possa continuare nel tempo: tra ebrei e palestinesi un dialogo è possibile, nel rispetto reciproco. Il nostro obiettivo è scambiare idee sulla possibilità di agire per un cambiamento nella politica italiana, connivente con le politiche di Israele, per sostenere col nostro agire chi in Israele e in Palestina lavora per fermare il massacro e la pulizia etnica e per una composizione del conflitto secondo giustizia.  Parteciperanno all’incontro Najati Alrabi, medico, responsabile dell’Unità operativa di Urologia dell’istituto Clinico Sant’Anna di Brescia, dove si occupa di attività robotica per il trattamento di alcune patologie.  Autore e coautore di numerosi articoli pubblicati su riviste nazionali e internazionali in ambito oncologico, è membro dell’associazione Sanitari per Gaza. Walid Barakat, imprenditore palestinese cristiano cattolico, originario di Betlemme. Laureato all’Università Statale in Diritto Internazionale Pubblico con una tesi sulla definizione giuridica dell’Autorità Nazionale Palestinese.  La sua visione è quella di una convivenza pacifica tra palestinesi e israeliani all’interno di un unico Stato. Micol Meghnagi, sociologa presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna e attualmente Visiting Scholar presso University of California, Berkeley. Si occupa di memoria pubblica e rappresentazioni sociali della Shoah e del colonialismo in Italia e delle intersezioni tra studi dell’Olocausto e studi postcoloniali.   Emad Qaisi, attivista e figura di riferimento della Comunità Palestinese della Lombardia, di cui è uno dei fondatori, è nato ad Amman, in Giordania ed è originario di Hebron, in Palestina.  Laureato in ingegneria civile all’Università degli Studi di Pavia. È stato sempre impegnato dai tempi del GUPS (Unione generale degli studenti palestinesi) per il diritto del popolo palestinese ad avere il suo Stato indipendente e alla propria autodeterminazione. Widad Tamimi,  scrittrice e giornalista italiana. Figlia di un profugo palestinese e di madre di origine ebraica, ha studiato Diritto Internazionale a Londra e servito a lungo nell’assistenza ai rifugiati. È fondatrice di IOIEN, un’associazione no-profit che offre borse di studio a giovani in fuga da guerre e contesti di vulnerabilità. Video-intervista alla giornalista Amira Hass, scrittrice e giornalista israeliana, che lavora per il quotidiano Haaretz. Conosciuta a livello internazionale per aver descritto la vita dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Dal 2001 scrive un diario per il settimanale italiano Internazionale. Breve Intervento di Hagai Agmon-Snir, fondatore del Centro Interculturale di Gerusalemme, noto attivista ebreo-israeliano per i diritti umani; ha scelto di lasciare Israele e trasferirsi in Italia. Per la rete Mai indifferenti – voci ebraiche per la pace:  Gad Lerner, giornalista e scrittore, è nato a Beirut da una famiglia ebraica che si è trasferita a Milano quando lui aveva tre anni. Ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Autore di molti saggi; i più recenti sono Gaza, Odio e amore per Israele, Ebrei in guerra – dialogo tra un rabbino e un dissidente. Stefano Levi Della Torre, saggista, pittore, studioso del mondo ebraico, autore di numerosi libri. Di famiglia ebraica piemontese e aostana, ha una visione laica, socialista e liberale, che però non gli impedisce lo studio delle tradizioni ebraiche e di scrivere per diversi giornali su questi temi. Modera Matteo Pucciarelli, giornalista, della rete LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista Poesie dal libro “48 kg” di Batool Abu Akleen pubblicato da Mille Gru editore. Le poesie della giovane poetessa, traduttrice e pittrice palestinese (nata nel 2005 a Gaza City), accompagneranno gli interventi insieme a una lettura curata dal LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista. Coordinamento artistico di Elio De Capitani, attore e regista. Riferimenti: www.maiindifferenti.it maiindifferenti6@gmail.com LƏA è su Facebook e Instagram; Mail: laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com     Redazione Milano
September 23, 2026
Pressenza
PERCHÉ? racconta la vita, e la storia, di Angelo Vassallo perché…
IL 13 OTTOBRE NELLA SALA GIACOMO MATTEOTTI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI LA ‘PRIMA ASSOLUTA’ DEL DOCUFILM SUL ‘SINDACO PESCATORE’, I CUI FRATELLI, DARIO E MASSIMO VASSALLO, SPIEGANO: “NON VOGLIAMO RACCONTARE SOLTANTO LA SUA MORTE. VOGLIAMO RACCONTARE L’UOMO, IL PESCATORE, IL SINDACO E LA SUA IDEA DI POLITICA. E CONTINUARE A PORRE QUELLA DOMANDA: PERCHÉ?” Dopo sedici anni di domande, memoria e ricerca della verità, la storia di Angelo Vassallo, il ‘Sindaco Pescatore’ di Pollica, arriva alla Camera dei Deputati attraverso il cinema. PERCHÉ? è il docufilm dedicato alla vita di Angelo Vassallo, nato da un’idea dei fratelli Dario e Massimo Vassallo, rispettivamente Presidente e Vicepresidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore, con riprese e montaggio di Giuseppe Falagario. La ‘prima assoluta’  si terrà martedì 13 ottobre 2026 alle ore 15:30 nella Sala Giacomo Matteotti della Camera dei Deputati (Palazzo Theodoli-Bianchelli, piazza del Parlamento 19 – Roma). Un appuntamento che la Fondazione ha voluto fortemente perché la storia di Angelo Vassallo, secondo Dario e Massimo Vassallo, non appartiene soltanto alla sua famiglia e al Cilento, ma riguarda la storia del nostro Paese. “Abbiamo scelto il cinema perché volevamo raccontare Angelo in una maniera diversa – afferma il Presidente della Fondazione, Dario Vassallo –  Non volevamo realizzare l’ennesimo racconto che partisse dalla sua morte. Volevamo partire dalla sua vita. Angelo era un pescatore, era un uomo, era un sindaco. Era una persona che aveva scelto di fare politica con passione, con coraggio e mettendosi al servizio della propria comunità”. “PERCHÉ? è una domanda che ci accompagna da sedici anni – continua Dario Vassallo – Una domanda che non abbiamo mai smesso di porre e che continueremo a porre. Perché hanno ucciso Angelo? Perché è stato ucciso un uomo che aveva dedicato la propria vita al territorio, alla sua comunità e a un’idea precisa di amministrazione? Noi non vogliamo che questa domanda venga dimenticata”. Il docufilm nasce con l’obiettivo di restituire una visione completa del ‘Sindaco Pescatore’, raccontando il suo rapporto con il mare, il lavoro da pescatore, il legame con Pollica e Acciaroli, l’impegno amministrativo e quella che la Fondazione definisce la “bella politica”: una politica fatta di passione, concretezza e attenzione al territorio. “Angelo non può essere ricordato soltanto per il modo in cui è morto – sottolinea il Vicepresidente della Fondazione, Massimo Vassallo – Angelo deve essere conosciuto per il modo in cui ha vissuto. Era un pescatore e conosceva il valore della fatica. Era un amministratore e conosceva il valore della responsabilità. Era un uomo profondamente legato alla propria terra e aveva una visione precisa del territorio e del ruolo delle istituzioni”. Per Massimo Vassallo il docufilm rappresenta anche un messaggio rivolto alle nuove generazioni: “Vogliamo consegnare ai giovani una storia vera, quella di un uomo che ha scelto di impegnarsi per la propria comunità. Vogliamo far capire che la politica può essere anche passione, servizio, responsabilità e amore per il territorio. Questo è ciò che Angelo ci ha lasciato e questo è ciò che vogliamo raccontare”. Ma accanto al racconto della vita di Angelo, la Fondazione vuole riportare al centro anche la questione della verità sull’omicidio e del ruolo delle istituzioni. “Noi continuiamo a chiedere verità e giustizia – affermano Dario e Massimo Vassallo – E diciamo una cosa molto semplice: in questo processo lo Stato faccia lo Stato. Noi non chiediamo favori, non chiediamo scorciatoie e non chiediamo privilegi. Chiediamo che le istituzioni facciano fino in fondo il proprio dovere e che si arrivi alla verità sull’assassinio di Angelo”. Una richiesta che, per la Fondazione, accompagna da sedici anni ogni iniziativa dedicata alla memoria del ‘Sindaco Pescatore’. “Non basta ricordare Angelo. Non basta una corona, non basta una cerimonia, non basta pronunciare il suo nome una volta all’anno. La memoria deve camminare insieme alla verità e alla giustizia – sottolinea Dario Vassallo – Per questo continuiamo a porre quella domanda: PERCHÉ? E continueremo a farlo finché non avremo una risposta”. “Portare PERCHÉ? dentro un luogo delle istituzioni significa riportare Angelo nel luogo nel quale lui ha sempre creduto: quello delle istituzioni al servizio dei cittadini – affermano Dario e Massimo Vassallo – Angelo era un sindaco, ma prima ancora era un cittadino che aveva scelto di assumersi una responsabilità. Per questo abbiamo voluto che la prima del film avvenisse a Roma”. Al centro del docufilm resterà però quella domanda che dà il titolo all’opera: PERCHÉ…? Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
La guerra passa dai nostri porti: il ruolo del porto di Piombino.
IL PROSSIMO 30 OTTOBRE SARÀ LA SECONDA GRANDE GIORNATA INTERNAZIONALE DI LOTTA DEI PORTUALI CONTRO LA GUERRA, IL RIARMO E LA MILITARIZZAZIONE DEI PORTI. Abbiamo riempito l’Arabia Saudita di armi. E oggi ci chiediamo perché la guerra arrivi fin dentro i nostri confini. Da circa un anno i carichi di armi, mezzi militari ed esplosivi movimentati attraverso il porto di Piombino sono aumentati in maniera significativa. Quello che per molto tempo è apparso come un fenomeno episodico si è progressivamente trasformato in una presenza ricorrente. Tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile 2026, nel pieno dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e del coinvolgimento dei Paesi della regione, la nave Capucine, utilizzata dal Ministero della Difesa italiano, arriva nel porto toscano. Grazie a una segnalazione veniamo a conoscenza del possibile carico e, soprattutto, della destinazione: il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Una destinazione che, per quella nave, rappresentava una novità. Mentre arrivavano le consuete rassicurazioni da parte di alcuni esponenti vicini ad ambienti militari e imprenditoriali — «sono armi italiane che servono soltanto per semplici esercitazioni» — l’Unione Sindacale di Base decide di rivolgersi immediatamente alle autorità competenti e invia un esposto urgente alla Procura della Repubblica di Livorno, alla Capitaneria di Porto, all’Agenzia delle Dogane, alla Guardia di Finanza e all’Autorità di Sistema Portuale. Nell’esposto USB segnalava che la Capucine, battente bandiera maltese, sarebbe entrata nel porto di Piombino per effettuare il carico di: * cartucce; * detonatori; * bombole di azoto; * batterie; * TNT (tritolo). La destinazione indicata era il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Nell’esposto USB evidenziava inoltre come l’Arabia Saudita fosse direttamente coinvolta nello scenario di conflitto e come non risultasse, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, la presenza di un contingente militare italiano nel Paese tale da giustificare quel tipo di trasferimento. Da qui nasceva un interrogativo preciso: quel materiale era destinato realmente a esigenze delle forze armate italiane oppure era diretto verso altri apparati militari impegnati nello scenario mediorientale? Non era un interrogativo teorico. Come Unione Sindacale di Base proclamammo lo sciopero nel porto di Piombino in concomitanza con le operazioni di carico e partecipammo al presidio delle Donne in Nero, uno dei pochi soggetti che, insieme al sindacato, ha continuato a denunciare pubblicamente il traffico di armi nello scalo piombinese. Alla fine la Capucine caricò il materiale e partì verso l’Arabia Saudita. E proprio nei giorni in cui la nave arrivava a Gedda, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si recava a sua volta nella città saudita, dove incontrava il primo ministro Mohammed bin Salman. Di fronte a quella vicenda, nessuno degli enti preposti ritenne necessario, almeno pubblicamente, aprire un’indagine o fornire chiarimenti. Da un episodio a una rotta. Quello che accadde con la Capucine non rimase un episodio isolato. Da marzo in poi sono stati diversi i carichi di materiale bellico partiti da Piombino verso il Medio Oriente, con il coinvolgimento sia della Capucine sia della nave Severine. Una dinamica documentata anche dall’inchiesta della giornalista Linda Maggiori, che ha ricostruito le rotte e la crescente frequenza degli scali delle due navi. Nel frattempo, però, le informazioni sono diventate sempre più difficili da ottenere. Le navi hanno iniziato in diversi casi a rendere più difficile il loro tracciamento attraverso lo spegnimento dei transponder. Alcuni passaggi sono stati segnalati davanti alle coste israeliane, prima della prosecuzione della navigazione verso il Canale di Suez, o nella direzione opposta. L’Agenzia delle Dogane, inoltre, non ha fornito le informazioni richieste sui carichi e sulle destinazioni. Un fatto che assume un peso particolare se letto alla luce di quanto messo nero su bianco dall’Avvocatura dello Stato nel contesto del ricorso al TAR di Bologna e della successiva udienza presso il Consiglio di Stato promosso da Linda Maggiori: «nell’attuale contesto storico politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale “a pezzi” ed “ibrida” che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia». Non stiamo dunque parlando di un problema astratto. Stiamo parlando di porti italiani, di navi che trasportano materiale militare, di rotte internazionali e di un Paese che dichiara di non essere parte dei conflitti ma che, allo stesso tempo, è sempre più inserito nei meccanismi logistici che consentono alla macchina bellica di funzionare. L’ultimo carico della Severine è avvenuto poche settimane fa. L’inchiesta di Linda Maggiori ha documentato proprio nel 2026 la crescente frequenza degli scali delle due navi a Piombino e la presenza di materiale bellico nello scalo toscano. I porti non sono neutrali quando trasportano la guerra. È proprio da qui che dobbiamo partire. Mentre il nostro Paese aumenta il proprio coinvolgimento nello scenario bellico e mentre il riarmo diventa una delle priorità dichiarate dei governi europei, i lavoratori portuali di Europa e Mediterraneo hanno deciso di rispondere con una mobilitazione internazionale. Il 30 ottobre sarà la seconda grande giornata internazionale di lotta dei portuali contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione dei porti. La mobilitazione coinvolgerà organizzazioni sindacali di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia e rappresenterà lavoratori di oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa. A questa rete si è aggiunta anche ORSA Porti di Gioia Tauro. Non è una semplice giornata di testimonianza. È una mobilitazione che nasce dalla consapevolezza che i porti rappresentano uno dei nodi fondamentali attraverso cui passano le merci, le risorse e anche gli strumenti della guerra. Per questo i lavoratori portuali rivendicano che i porti non vengano utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, mezzi militari e truppe destinati ai teatri di guerra. E rivendicano che le risorse pubbliche siano destinate ai bisogni sociali, ai salari, alle pensioni, ai servizi pubblici e al lavoro, anziché essere assorbite dai programmi di riarmo. In Italia l’Unione Sindacale di Base è tra i promotori di questa giornata internazionale, insieme ad ORSA Porti di Gioia Tauro. Non basta denunciare. Bisogna fermare il meccanismo. Da troppo tempo la guerra viene raccontata come qualcosa che accade lontano. Ma la guerra passa dai nostri porti. Passa dalle navi. Passa dai lavoratori chiamati a movimentare quelle merci. Passa dalle infrastrutture civili trasformate progressivamente in snodi logistici della macchina militare. E passa anche dalle conseguenze economiche che ricadono sulla popolazione: dall’aumento delle spese militari alla sottrazione di risorse ai servizi pubblici, fino all’aumento dei costi dell’energia, dei beni essenziali e soprattutto della benzina Per questo non possono bastare i comunicati di denuncia. Non possono bastare le dichiarazioni di principio. La mobilitazione del 30 ottobre nasce dalla volontà di intervenire concretamente su uno dei meccanismi che alimentano la guerra: la sua logistica. I lavoratori non vogliono essere considerati semplicemente una parte neutrale della catena ma dicono no alla movimentazione di materiale destinato ai conflitti. Vogliono poter esercitare il diritto all’obiezione di coscienza quando il proprio lavoro viene utilizzato per alimentare una guerra. Vogliono che i porti rimangano luoghi di lavoro e non diventino basi operative della militarizzazione. È una posizione che comporta anche dei rischi. Significa, per un lavoratore, esporsi alle pressioni delle aziende, a possibili conseguenze disciplinari e al rischio di perdere il proprio posto di lavoro. Per questo il 30 ottobre non sarà soltanto una giornata contro la guerra. Sarà soltanto la prima tappa di un percorso che dovrà portarci nuovamente in piazza, in massa, per fermare tutto ancora una volta. Una nuova stagione di scioperi, mobilitazioni e di conflitto. Unione Sindacale di Base
September 22, 2026
Pressenza
A Finale Ligure il 26 settembre “Il mondo che vorrei… è già qui”
NEL POMERIGGIO DI SABATO PROSSIMO DALLE 15 ALLE 19 NEI CHIOSTRI DI S. CATERINA UNA GIORNATA DI INCONTRO FRA REALTÀ PRESENTI SUL TERRITORIO CHE PROPONGONO ESPERIENZE VIRTUOSE DI VITA AGGREGATIVA. L’iniziativa è organizzata, in collaborazione con ACLI Savona e con il sostegno del Comune di Finale Ligure, dall’associazione Vita Nova, che spiega: > Il nostro obiettivo è incontrarsi, conoscerci e creare una rete fra persone > che, nonostante tutte le difficoltà di questi anni, credono e vivono già in un > mondo più umano, basato sulle persone e su relazioni di cura e rispetto. > > Riuniremo circa 20 realtà: associazioni, cooperative, gruppi e persone che > operano fuori dalla logica del profitto, difendendo beni comuni, come pace, > salute, clima, accoglienza, ad es. coltivando nel rispetto dell’ambiente e > proteggendo il suolo. > > Ogni gruppo avrà uno spazio con tavolo, sedie e plance, da allestire col > proprio materiale per poter comunicare la propria visione del mondo e della > vita. > > Aspettiamo simpatizzanti, curiosi e anche critici. > > VITA NOVA con Ass. Fondazione Galdima, B.D.S. Liguria, Casa Semenze Alpi > Marittime, Enostra coop, F.D.U. Finale diritti umani, Fermiamo il Mondo, > G.A.S. PER (Varazze), G.a.s.Sa (Savona), Giovani produttori agricoli (Pieve di > Teco-Campo Chiesa-Calizzano), G.I.T. SV-IM Banca Etica, M.D.F. Movimento > Decrescita Felice, NO-REARM-EUROPE Savona, Progetto Marte, Solo andata, > U.S.E.I. Unione Solidarietà Ecuador Italia. PROGRAMMA 15.00 Apertura festa con tavoli interattivi 15.10 – 16.00 A cura di USEI – “Lingue e popoli dell’America Latina”- intervento di Maria Eugenia Esparragoza, docente presso l’Università di Genova 16.00 – 16.30 spettacolo teatrale a cura degli “Alcolisti Anomali” 16.30 – 18.30 MUSICA dal vivo con la “Circle Blues Band” 18.30 cerchio finale con danza per la Pace “Le 4 stagioni” Tutto il pomeriggio a cura di “Solo andata” visione del filmato “Perché io? Why me?” INFORMAZIONI: vitanovafinale@gmail.com     Maddalena Brunasti
September 22, 2026
Pressenza
Comunicazione empatica efficace
ALLA LUCE DEL SUCCESSO DELLE ANALOGHE INIZIATIVE PRECEDENTI, L’ASSOCIAZIONE GESSETTI COLORATI PROPONE UN ULTERIORE WEBINAR SUL TEMA. IL PERCORSO SI ARTICOLA IN 8 INCONTRI ONLINE CONDOTTI DAL PROFESSIONAL COACH E WELLNESS COUNSELOR GERMANO MONDINO. Saper comunicare significa essere in grado di confrontarsi, esprimere le proprie idee, i propri disaccordi, saper proporre le proprie soluzioni in modo empaticamente colloquiale. Significa saper parlare un linguaggio che non giudica, basato sull’onestà e sulla comprensione: un linguaggio che ci permette di esprimere amorevolmente ogni forma di concetto e di creare relazioni sincere e profonde. Tutto questo è benessere relazionale: una condizione di serenità interiore che incrementa il benessere psico-fisico delle persone. Parte da queste considerazioni la proposta di un ulteriore webinar sul tema Comunicazione empatica efficace, condotto da Germano Mondino, professional coach e wellness counselor. Il percorso si articola in 8 incontri online, al giovedì – 22 e 29 ottobre e 5, 12, 19, 26 novembre – nel pomeriggio, dalle 17 alle 19. Il percorso è adatto anche a chi abbia già preso parte a uno dei precedenti corso. Ai partecipanti viene rilasciata una dispensa riassuntiva. Sarà disponibile anche la registrazione audio degli incontri. Redazione Italia
September 22, 2026
Pressenza
Festa d’autunno di Volere la Luna
da venerdì 25 settembre alle 17.30 fino a domenica 27 alle 18.00 in via Trivero 16 a Torino si terrà la Festa d’autunno di Volere la Luna Nella festa si alterneranno  conferenze, dibattiti, filmati, mostre come da  programma allegato.  Tra i molti eventi si segnalano – nel pomeriggio di venerdì,  Deborah  Luchetti, presentando  il libro  La moda è potere, ci guiderà in un viaggio tra salari da  fame, repressione  sindacale e  green washing, dando  voce a chi  ha deciso di  alzare la testa; – seguirà  un concerto di Gigi Venegoni e Dario Lombardo – nel pomeriggio di sabato le attrici  Stephanie Renard  e Tiziana Rubano daranno voce ai bambini e alle bambine palestinesi attraverso letture da Qui c’era la nostra casa. I bambini di Gaza raccontano, curato da Amedeo Cottino, che introdurrà l’evento; – la sera di sabato sarà dedicata a L’Italia delle stragi e dei depistaggi, con proiezione del film documentario La loggia del silenzio. Manlio, memoria di una strage, di Tommaso D’Elia, Simone Pallicca, Daniela Preziosi e Elena Caronia (2026) e incontro con Davide Conti (storico, già consulente delle Procure di Bologna e Brescia nelle inchieste sulle stragi); – domenica mattina sarà inaugurata e presentata la mostra  fotografica di  Jo Palazzo“1980, la più grande lotta operaia”,che resterà aperta fino al 18 ottobre. Interverranno, con  l’autore,  Sofia Venturoli, Silvia Nugara  e Sandro Busso, curatori del progetto “Voci, corpi e linguaggi  della fabbrica” della Università di Torino e alcuni protagonisti di quella lotta tra cui Angelo Caforio, Pietro Perotti e Franco Ranghino; – la festa si concluderà il pomeriggio di domenica con un confronto tra Valentina Pazé, Valentina Pisanty e Marco Revelli a margine del libro Le parole della guerra di Valentina Pazè- L’accesso e la partecipazione agli eventi sono liberi e gratuiti fino all’esaurimento dei posti. Redazione Torino
September 22, 2026
Pressenza