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Porto di Livorno: azione diretta per fermare il traffico di armi
Il transito di una nave carica di armi ha provocato ancora una volta proteste nel porto di Livorno. All’alba del 18 aprile attivisti e attiviste hanno bloccato l’apertura del ponte girevole sul Canale dei Navicelli ritardando così il transito della nave Freeberg, carica di munizioni ed esplosivi, proveniente dalla base USA di Camp Darby e diretta al porto. L’iniziativa ha visto la partecipazione di varie realtà studentesche e sociali su iniziativa di USB. Da segnalare l’intervento repressivo delle forze dell’ordine che hanno interrotto il presidio pacifico contro il traffico di armi sul territorio e rimosso il sit-in dei manifestanti portandoli via di peso. Sulla vicenda sono intervenuti il Coordinamento Antimilitarista Livornese e la CUB Toscana. Il Coordinamento Antimilitarista Livornese esprime la propria solidarietà e il proprio sostegno agli attivisti, che hanno dimostrato ancora una volta quello che è possibile fare, con pratiche determinate e nonviolente, per contrastare la deriva bellicista del nostro Paese. La CUB Toscana ricorda che l’austerità salariale non verrà risolta con il riarmo e che la regione è tristemente da tempo zona nevralgica per la logistica militare statunitense, indispensabile alle guerre di Donald Trump. I territori sono attraversati dal trasporto di armi, le università attirate nella trappola delle tecnologie duali e della ricerca a fini di guerra, con potenziamento dei finanziamenti in questa direzione, le scuole rese destinatarie della propaganda militare. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della Toscana esprime solidarietà alle organizzazioni attive citate sopra, e le invita ad organizzare quanto prima una iniziativa unitaria contro i processi di militarizzazione delle scuole, l’attraversamento di convogli militari sul territorio e la riconversione dell’economia civile a militare. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che non sia più il momento di limitare l’obiezione di coscienza a un mero diritto individuale, da esercitarsi come eccezione entro i confini del servizio militare. In un momento storico in cui la guerra viene normalizzata e i nostri luoghi del sapere vengono trasformati in avamposti ideologici e tecnologici per il conflitto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole segnalare i rischi che il servizio civile oggi può rappresentare. Infatti, nell’attuale contesto di guerra permanente esso diventa uno strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare nei Paesi europei la leva militare: l’obiezione di coscienza in questa fase deve essere totale e farsi scelta collettiva e politica. 1. IL RIPUDIO DELLA GUERRA COME VALORE ASSOLUTO Richiamiamo con forza l’Articolo 11 della Costituzione Italiana: l’Italia ripudia la guerra non solo come strumento di offesa, ma come logica di risoluzione dei conflitti. Questo ripudio non può essere sospeso né subordinato ad alleanze internazionali o logiche di riarmo. Rifiutiamo a priori ogni politica, ogni investimento e ogni decisione che spinga l’umanità verso l’autodistruzione. 2. SCUOLA E UNIVERSITÀ: LUOGHI DI PACE, NON DI GUERRA Denunciamo la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. La scuola e l’università devono essere spazi di pensiero critico e di cooperazione. NO alla ricerca scientifica asservita all’industria bellica. NO ai protocolli tra istituzioni scolastiche e forze armate. NO alla militarizzazione e al nazionalismo dei programmi educativi. NO ad ogni forma di schedatura di massa finalizzata alla leva. La conoscenza deve servire alla vita e al progresso della società, non al perfezionamento di strumenti di distruzione e morte. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università considera rilevante l’impatto dell’obiezione non solo nell’ambito di scuole e università, ma anche nel resto della società per le implicazioni che ha sulle comunità e nei luoghi di lavoro. 3. OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA Rivendichiamo il diritto all’Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: – Nel mondo del lavoro, per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto di armamenti. – Nella ricerca, per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici. – In tutta la società, come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. 4. CONTRO LA COMPLICITÀ E IL GENOCIDIO La nostra obiezione è un atto di solidarietà internazionale. Dire NO alla guerra oggi significa: – Dire NO al genocidio del popolo palestinese e ad altri genocidi in atto. – Dire NO al sionismo e al fascismo, basati sulla sopraffazione e sull’esclusione. – Dire NO alle politiche coloniali e alla complicità dell’Occidente nei massacri in corso. – Dire NO alla corsa al RIARMO. 5. CONTRO LA REPRESSIONE DEL DISSENSO Rifiutiamo la narrazione unica. La criminalizzazione di chi manifesta per la pace, il clima di minacce e ritorsioni contro la libertà d’insegnamento, la censura nelle scuole e nelle università e la repressione nelle piazze sono i sintomi di un sistema globale di guerra. Non esiste pace né democrazia senza libertà di dissenso. L’obiezione collettiva è la nostra risposta alla paura. L’Obiezione di Coscienza Totale è oggi un atto di realismo possibile contro la folle corsa verso la guerra. Non basta limitarsi a esercitare questo diritto individualmente solo in funzione del servizio di leva o di un’eventuale chiamata per entrare nell’esercito in caso di guerra, occorre rifiutare di essere ingranaggi del meccanismo bellico anche da un posizionamento civile. Riteniamo che oggi il servizio civile non si configuri più come scelta alternativa al militare: in tutta Europa è lo strumento che i guerrafondai utilizzano per militarizzare tutta la società, applicando la dottrina militare della “difesa totale” per la quale ogni cittadino e ogni cittadina sono considerati “soldati” a partire dai propri posti di lavoro o di studio o di cooperazione sociale. L’Obiezione di Coscienza Totale è la forza collettiva per salvare l’intero Paese dalla guerra in tutti gli ambiti della società nei quali si esercitano i diritti di cittadinanza. Non chiediamo il permesso di restare umani: NOI ESERCITIAMO IL DIRITTO DI RESTARE UMANI. LA NOSTRA PROPOSTA * Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze. * Vogliamo difendere le giovani ed i giovani e non lasciarli soli davanti ad un destino di guerra contro chi vuole trasformarli in carne da cannone, proponendo una Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva. * Con questo manifesto invitiamo a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica alla prospettiva di scivolare in una guerra che distruggerà il nostro Paese. È così che vogliamo difenderlo, seguendo quel Ripudio della guerra espresso nell’art. 11 della nostra Costituzione. Ed è proprio nel solco del ripudio totale della guerra che si colloca il nostro rifiuto nei confronti di qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Se saremo in tante e in tanti, i progetti di guerra non avranno la meglio e riusciremo a difendere i valori fondanti della nostra Repubblica e i diritti di tutti i popoli. IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, MA QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ. Scarica qui il PDF del Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra e stampalo per diffonderlo. Manifesto obiezione totale2Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gioia del Colle (BA): vittoria contro la militarizzazione della corsa “Corri con Gioia”
Gioia del Colle (BA) da laboratorio sperimentale della militarizzazione dei territori e delle coscienze diventa esempio di successo della mobilitazione dal basso contro la propaganda bellicista, dimostrazione concreta e fattuale del fatto che la militarizzazione può essere arrestata, ma solo se si prende consapevolezza e si riconosce il fenomeno che attraverso l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università da anni stiamo denunciando. È accaduto che la Gioia Running, associazione podistica dilettantistica locale, ha annunciato circa un mese fa che la tradizionale corsa “Corri con Gioia” alla dodicesima edizione quest’anno si sarebbe svolta per 7 km all’interno del perimetro della base aerea del 36° stormo, ubicata proprio nel territorio di Gioia del Colle. Ciò che i cittadini e le cittadine hanno trovato davvero raccapricciante è stato il messaggio di promozione dell’evento, in cui veniva fatto un accostamento abbastanza agghiacciante tra la potenza e la precisione degli aerei militari Eurofighter Typhoon e le prestazioni sportive degli atleti e delle atlete, per cui il Comitato Cittadino per la Pace si è mobilitato facendo uscire un primo comunicato stampa (da noi pubblicato qui) in cui sollevava dubbi e perplessità circa l’opportunità in questo momento storico di organizzare un evento sportivo cittadino, che nelle scorse edizioni era stato una grande festa per le vie della città, all’interno di una base militare situata, peraltro, 1 km fuori dal perimetro della città, quindi escludente una fetta della popolazione. Il Comitato cittadino per la Pace ha così inviato, in un secondo momento, una lettera al Ministero della difesa Guido Crosetto e, per conoscenza, al comandante della base militare per chiedere delucidazioni in merito alle questioni legate alla sicurezza, dal momento che oltre alle questione etiche e all’opportunità politica di organizzare una manifestazione del genere in un conteso internazionale di guerra in spazi militarizzati, si profilavano anche pericoli legati alla sicurezza con l’ingresso di migliaia di persone all’interno della base militare. A tutto questo iter istituzionale non è corrisposto nessun tipo di riscontro né da parte del Ministero né da parte del comandante né, tantomeno, da parte dell’associazione podistica organizzatrice e del Comune di Gioia del Colle che, comunque, ha dato il patrocinio economico e culturale all’iniziativa. Insomma, silenzio assoluto da parte delle istituzioni, fino a quando la questione sollevata dal Comitato cittadino per la Pace ha determinato un provvedimento da parte della Prefettura, che ha predisposto il divieto di accesso all’interno della base! La conseguenza, quindi, è stata che a meno di una settimana dallo svolgimento della “Corri con Gioia” è stato possibile fermare la militarizzazione della corsa e disporre il blocco dell’iniziativa all’interno della base militare. Questo serve anche a mettere in evidenza il fatto che non tutto ciò che viene organizzato, per il solo fatto che venga autorizzato dalle istituzioni, necessariamente significa che sia lecito e vada bene per la sicurezza e il benessere della cittadinanza. A Gioia del Colle è accaduto che solo quando la società civile si è mobilitata e ha messo in discussione le modalità di svolgimento delle iniziative militaristiche siano partite le verifiche per la sicurezza e solo allora poi ci si è reso conto che effettivamente far entrare nelle caserme le persone, così come i bambini e le bambine, gli studenti e le studentesse, rappresenta un serio problema. La vicenda di Gioia del Colle, oltre ad essere una sonante vittoria per i movimenti pacifisti sul territorio pugliese, deve essere un monito in generale per stimolare la società civile in tutta Italia alla partecipazione alla cosa pubblica, a studiare i dettami costituzionali della convivenza civile e a mettere in discussione uno status quo che non è detto che vada sempre bene per la popolazione. È importante sottolineare, infine, che il Comitato cittadino per la Pace è stato appoggiato e sostenuto da tutta la rete regionale dei Comitati per la Pace, da DisarmataTerra, da Emergency, dal Movimento nonviolento, dallo stesso Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da tutte le realtà pugliesi che sul territorio regionale lavorano da sempre in maniera congiunta per denunciare e arrestare la militarizzazione dei territori, dalla base aeronautica di Amendola (FG), dove il 10 maggio si terrà la XIII Marcia per la pace, fino alla base salentina di Torre Veneri, in cui vengono condotti gli studenti e le studentesse (leggi qui la denuncia dell’Osservatorio). Si è trattato di un gioco di squadra di una serie di soggetti e di realtà della società civile e questa è la direzione da prendere per ottenere vittorie antimilitariste sul campo! “C’è una frase ormai celebre, cadenzata con forza in tutti i discorsi che il Papa ha rivolto alle genti di Puglia: ‘La nostra Terra sia un ponte di pace lanciato verso Oriente’. Sarebbe lo stravolgimento più tragico dell’alto magistero del Papa se noi credenti dovessimo tollerare che, per l’’Oriente, la Puglia diventi solo un ponte aereo!” Don Tonino Bello Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Puglia -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Monza: “giornata della legalità” o giornata dell’arruolamento?
24, 25 E 26 APRILE TRE GIORNI DI MOBILITAZIONE CONTRO LA GUERRA MONZA Negli ultimi anni stiamo assistendo a un moltiplicarsi sempre più invasivo di iniziative didattiche e progetti tenuti da Forze Armate e Forze dell’Ordine nelle scuole e destinati anche a bambini e bambine delle scuole dell’infanzia e primaria. Dalle gite a 5 anni alle basi Nato di Solbiate Olona ai PCTO all’arsenale militare marittimo di Augusta, sono decine e decine le occasioni in cui, negli ultimi anni, diverse istituzioni educative hanno lasciato che la cosiddetta “Cultura della Difesa” trovasse un nuovo spazio fertile da colonizzare. La cultura della guerra oggi arriva direttamente tra i banchi di scuola e anche Monza si è data da fare. Se non fosse bastata l’esperienza dell’Italian Raid Commando dello scorso anno e le sue ridicole esercitazioni, è arrivata anche quella che è stata mascherata da “Giornata della legalità”: ciò che ha avuto luogo al Parco di Monza il 16 Aprile non è stato altro che uno spot all’indottrinamento militare e all’arruolamento volontario. Alunni e alunne dagli 8 anni in su hanno riportato a casa decine di pieghevoli sull’arruolamento in Marina o nell’Esercito, opuscoli tecnici sugli F35 (gli stessi aerei che in Palestina ammazzano i loro coetanei nelle scuole) e tanto altro ancora. Avevamo già parlato di questa iniziativa (clicca qui), parte di un più largo “Progetto Legalità” organizzato dall’Istituto Salvo D’Acquisto di Monza, sottolineando come fosse quantomeno discutibile la scelta di affidare quasi esclusivamente a membri delle Forze dell’Ordine la discussione di importanti temi come la cybersicurezza o il bullismo, quando esistono centinaia di docenti e professionisti formati appositamente per parlare a bambini e adolescenti. Ma non solo, i temi vengono affrontati esclusivamente dal punto di vista repressivo, facendo leva quindi sulla paura e invitando alla totale delega alle Forze dell’Ordine. In questo modo, tali progetti non sembrano servire a sviluppare lo spirito critico di alunni e studenti e la loro presa di coscienza rispetto alle questioni trattate, ma solo a glorificare l’operato della polizia o dei militari che intervengono a risolvere i problemi. L’educazione lascia così il posto all’indottrinamento. Invitiamo tutti e tutte a partecipare alla 3 giorni di mobilitazione contro la guerra che si terrà a Monza il 24 25 e 26 aprile (clicca qui) e a restare sintonizzati sulle iniziative contro l’edizione 2026 dell’Italian Rail Commando che si terrà in provincia di Monza e Brianza il 24 maggio 2026 (clicca qui). FUORI I MILITARI DALLE SCUOLE! Genitori e insegnanti contro la guerra e la militarizzazione – Monza e Brianza -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà al partito dei CARC
Cronaca di repressioni annunciate, stiamo parlando delle perquisizioni avvenute nella mattinata del 21 aprile nelle abitazioni di alcuni attivisti dei CARC tra Toscana e Campania, fra cui un minore, trattenuti poi in questura per molte ore. I capi di imputazione sono particolarmente pesanti e va colto il dato specificamente politico di una inchiesta che applica l’articolo 270-bis del codice penale italiano con cui si puniscono le «associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo» anche internazionale «o di eversione dell’ordine democratico». Si noti che si intende punire il proposito, non l’attuazione o la preparazione di una qualche azione. Ed è questo l’articolo in base al quale è stato condannato in primo grado il militante palestinese Anan Yaneesh che vivendo in Italia non avrebbe certo potuto compiere nessuna azione armata nella sua terra, in Cisgiordania. Se il 270-bis era da tempo utilizzato per reati di terrorismo, ora invece viene curvato sempre più in reato di opinione per essere applicato in procedimenti contro realtà sociali e politiche non terroristiche ma di lotta e di opposizione come appunto i CARC. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vede nell’utilizzo del reato associativo un’ autentica minaccia alla democrazia e alla partecipazione attiva in ambito sindacale, sociale e politico. All’occorrenza questo articolo potrebbe essere agitato per colpire molti altri attivisti, ed è ormai oggetto di forti critiche da parte di legali, giuristi e osservatori dei diritti civili. Non ci sono fatti violenti commessi dai militanti dei CARC, il 270-bis si presta invece per ridurre al silenzio le organizzazioni di opposizione, delegittimarle in ambito sociale alimentando la caccia alle streghe tipica di ogni clima emergenziale, quel clima che oggi indistintamente colpisce attivisti sindacali per gli scioperi di settembre ed ottobre, attivisti sociali e politici impegnati nei movimenti ambientalisti, dell’abitare e contro la guerra e il genocidio in Palestina. L’Osservatorio, esprimendo la propria solidarietà agli attivisti dei CARC, si fa quindi promotore di una campagna di solidarietà attiva contro l’emergenza delle legislazioni speciali. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà agli attivisti di Pax Christi fermati a Roma dalla polizia
Il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi a Roma, avvenuto domenica 12 aprile, come scrive Peacelink, ci riporta indietro nel tempo, quando, nel continente latino-americano, venivano rapiti e uccisi preti e attivisti cattolici di base per mano dei battaglioni della morte legati ai latifondisti e alle dittature locali. E quei regimi dittatoriali erano espressione degli interessi statunitensi. Con le debite differenziazioni, contestualizzando gli avvenimenti e con tutte le cautele del caso, ancora oggi una parte forse minoritaria del cattolicesimo viene vista come nemica dell’ordine costituito, perché schierata, con istanze radicali, contro le disuguaglianze e la guerra. A margine dell’Assemblea nazionale di Pax Christi a Roma, un gruppo di attivisti e attiviste è stato fermato prima di arrivare in piazza San Pietro, dove avrebbe partecipato ad una preghiera per la pace convocata dal Papa. Forse per il Governo Meloni e i suoi ministri erano lo striscione o le magliette che riportavano il testo de l’art. 11 della Costituzione a rappresentare una minaccia per l’ordine? O semplicemente ricordare che la guerra viene alimentata dalla produzione e dall’invio di armi equivale a una minaccia contro gli interessi nazionali rappresentati magari dall’export di armi made in Italy? Chi ci conosce sa bene la nostra critica storicamente fondata a come i principi costituzionali più avanzati siano stati aggirati nel corso degli anni, vale per il ripudio della guerra come per i principi che attestano la necessità di puntare sullo stato sociale. Del resto, il ripudio della guerra non ha impedito al nostro Paese di partecipare direttamente a vari conflitti o a sostenerli politicamente e dalle retrovie, aggirando la legge 185/1990 che proprio da Pax Christi e dal suo presidente don Tonino Bello fu voluta. Eppure, evocare certi principi sembra ancora oggi un atto sovversivo, in aperta violazione dell’ordine pubblico, come se una marcia nonviolenta di cattolici potesse rappresentare qualche minaccia. Attivisti e attiviste di Pax Christi hanno riportato queste notizie preoccupanti, evidenziando come proprio il ripudio della guerra sia considerato alla stregua di un “intento politico”, giudicato altamente pericoloso per l’ordine pubblico. L’episodio dovrebbe far riflettere, tra l’altro, sulla gestione dell’ordine pubblico nelle nostre città, su come la economia di guerra abbia influenzato anche il legislatore tra pacchetti sicurezza, che oggi vengono bocciati da CSM (leggi qui la notizia), e intenti repressivi che colpiscono ormai tutte le forme di dissenso. Per questi motivi, ci pare molto preoccupante il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi, come anche la repressione scatenata da qualche maglietta con stampate delle frasi che dovrebbero rappresentare il faro guida dell’operato delle forze dell’ordine. Al contempo, potremmo anche dedurre che in tempi di guerra sta diventando un pericoloso ostacolo denunciare guerre, genocidi, commerci di armi, ingiustizie sociali ed economiche. Forse tanto sdegno dovrebbe indurci a guardare con maggiore preoccupazione al restringersi degli spazi di libertà e di democrazia nel nostro Paese, al ritorno alla leva che si accompagnerà ad un’incessante propaganda di guerra. Esprimiamo, dunque, la nostra solidarietà agli attivisti e alle attiviste di Pax Christi, nella consapevolezza che questo episodio non arresti la protesta, e il contrasto alla guerra e ai processi di militarizzazione. Di seguito la maglietta accusata di essere uno “slogan politico” dalla polizia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Terni, 20 aprile: Convegno “Scuola della Costituzione o Scuola-azienda?”
SCUOLA DELLA COSTITUZIONE O SCUOLA-AZIENDA? RIFLESSIONI SULLA SCUOLA PUBBLICA DOPO 25 ANNI DI RIFORME LUNEDÌ 20 APRILE 2026 TERNI, AUDITORIUM I.I.S.P.T.C CASAGRANDE-CESI, LARGO PAOLUCCI 1 Lunedì 20 aprile 2026 presso l’auditorium dell’I.I.S.P.T.C CASAGRANDE-CESI, Largo Paolucci 1 a Terni il CESP – Centro Studi per Scuola Pubblica, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, organizza un corso di formazione nazionale per il personale docente e ATA dal titolo “Scuola della Costituzione o Scuola-azienda”. Il seminario nazionale, aperto a tutto il personale docente e ATA delle scuole, è valido ai fini dell’aggiornamento, la partecipazione è gratuita. Al termine del corso verrà consegnato apposito attestato di partecipazione. PROGRAMMA 8,30-8,45 Registrazione dei partecipanti Catia Coppo, docente, referente provinciale CESP 9,00-10.30 proiezione del film D’ISTRUZIONE PUBBLICA di F. Greco e M. Melchiorre  10,30-10.45 pausa lavori Franco Coppoli, docente, Cobas Scuola, “RESISTENZE CONTRO LA SCUOLA NEOLIBERISTA“ Fabrizio Capoccetti, docente, scrittore “SCUOLA E INSEGNANTI NELLA SOCIETÀ NEOLIBERALE” Roberta Leoni, docente, presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, “LA MILITARIZZAZIONE DELL’ISTRUZIONE” 13,00 dibattito 13.30 conclusioni, rilascio attestati di partecipazione Partecipazione gratuita, iscrizione direttamente al convegno o inviando nome, cognome e scuola a cobas.terni.prenotazioni@gmail.com. ATA E DOCENTI FUORI REGIONE POSSONO SEGUIRE IL CONVEGNO ONLINE, ISCRIZIONI SU cobas.terni.prenotazioni@gmail.com, VERRÀ INVIATO IL LINK IL 17 aprile. IL CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola D.M. del 25/07/2006, prot. 869 – MIUR -ESONERO dal SERVIZIO per il PERSONALE DELLA SCUOLA DI OGNI ORDINE E GRADO con diritto alla sostituzione ai sensi dell’art. 36 del CCNL Si allegano: il programma del corso di formazione/convegno, l’esonero dal servizio per il personale docente e ATA, l’iscrizione da inviare a  cobas.terni.prenotazioni@gmail.com. 2026_04_20_CESP_Terni_ISCRIZIONEDownload 2026_04_20_ Domanda-di-esonero-convegno-SCUOLA DELLA COSTITUZIONE O SCUOLA AZIENDA- CESP TRDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Noi c’eravamo. Solidarietà ai denunciati del 22 settembre a Milano
«BLOCCHEREMO TUTTO, BLOCCHEREMO ANCHE LE FOGNE. NON CI FOTTERANNO PIÙ CON LE LORO MENZOGNE. COMPLICI DI CRIMINI, LA STORIA NON DIMENTICA. VERITÀ E GIUSTIZIA, PALESTINA LIBERA» CANTANO LE FUCKSIA. 18 marzo 2026. A sei mesi dai fatti, la Questura di Milano notifica 27 denunce. Dodici riguardano attivistə tra Lambretta, Gaza Freestyle e Zam in relazione alla manifestazione del 22 settembre, promossa in occasione dello sciopero generale contro il genocidio, a sostegno del popolo palestinese e della missione della Global Sumud Flotilla. Milano è la piazza simbolo di quella giornata. Il corteo, forte di 30.000 persone, si svolge pacificamente fino all’arrivo davanti ai cancelli della stazione. In molte città italiane — da Palermo a Torino, passando per Venezia, Bologna e Brescia — vengono occupate stazioni, tangenziali e porti. Solo a Milano l’ingresso viene negato. È in quel momento che la richiesta si fa corale: tutti – giovani e adulti – spingono per oltrepassare i cancelli per un’occupazione annunciata come simbolica, nel quadro della giornata lanciata dallo slogan “blocchiamo tutto”. Non si apre alcun dialogo. Le forze dell’ordine intervengono prima con manganellate e successivamente con un fitto lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo nell’atrio della stazione. La tensione prosegue per ore. Gli scontri si spostano lungo via Vittor Pisani e si protraggono fino alla sera. Un lacrimogeno raggiunge anche un balcone, dove si sviluppa un principio d’incendio. Alcuni minori vengono fermati. I manifestanti restano sul posto fino al loro rilascio. Chi sono, allora, “tutti”? Il 22 settembre la piazza è gremita come non accadeva da anni. Non è una folla indistinta: accanto alla componente giovanile, emergono con forza le lavoratrici e i lavoratori del comparto scuola e istruzione. Alcune maestre partecipano con i bambini, rendendo visibile, in modo concreto, il legame tra educazione e responsabilità civile contro lo “scolasticidio” – tuttora in corso – in Palestina. È proprio da questa composizione che viene in mente lo slogan che da anni attraversa le manifestazioni francesi in sostegno alla popolazione palestinese — Nous sommes tous les enfants de Gaza / Siamo tutti bambini di Gaza. Quel “tutti” è soprattutto una presa di posizione collettiva e consapevole. È la risposta di una comunità educante che, di fronte alla negazione dei diritti umani, alla violazione della tutela dell’infanzia, del diritto internazionale e della libertà di stampa, ha scelto di essere partigiana. Una scelta che nasce anche dal riconoscimento delle due principali vittime del genocidio: i bambini, che dovrebbero godere della più alta forma di protezione, e i giornalisti, che hanno cercato di raccontare ciò che stava realmente accadendo, smentendo le narrazioni dominanti. In questo intreccio tra testimonianza e responsabilità, in quel “tutti” prende forma una comunità che non accetta il silenzio e rifiuta l’indifferenza. Ventimila bambini contava Save the Children a settembre 2025 in 23 mesi di guerra. Oltre 240 giornalisti secondo le stime ONU, sempre risalenti allo stesso periodo. Come si può insegnare la democrazia e i diritti umani senza essere esempio per i propri studenti, esercitando il diritto al dissenso, mentre i potenti del mondo cercano di far credere che la pace si costruisca sterminando popoli e devastando territori? Come può la comunità educante fingere di non sapere che nel “mondo occidentale” reprimere la resistenza palestinese e reprimere il dissenso contro la guerra sono espressioni delle stesse politiche autoritarie e sovraniste? E come non riconoscere che, nello scenario politico attuale, gli ideali di democrazia e di pace sono sotto attacco, nonostante si ritenesse di averli tutelati, nel secondo dopoguerra, attraverso la costruzione della comunità internazionale e l’elaborazione delle dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo e dell’infanzia? Che un accordo di pace, firmato dai signori della guerra, è servito soltanto a silenziare la stampa mainstream sui morti che continuano, comunque, ad esserci? È per questo che la comunità educante sostiene anche la nuova missione della Global Sumud Flotilla, perché di Gaza si continui ancora a parlare. Perché Gaza ha bisogno di tutti noi. Perché quello che succede a Gaza succede anche a noi. Perciò esprimiamo la nostra solidarietà ai denunciati di Milano e affermiamo “noi c’eravamo” e sosteniamo e diffondiamo la campagna per le spese legali “Io c’ero“. Come canta qualcuno “fino all’ultimo respiro noi saremo insieme a voi”, da ogni fiume ad ogni mare per una Palestina libera, per un mondo senza guerre. Leggi il comunicato su Milano in Movimento. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pisa, “Mese della prevenzione sugli abusi” diventa “Mese dei figli dei militari”: proteste dell’Osservatorio
Il mese di aprile è stato designato come “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori” negli Stati Uniti nel 1983[1], allo scopo di portare particolare attenzione sul tema dei maltrattamenti delle persone piccole e sulla necessità che le comunità lavorino insieme per il sostegno alle famiglie e la prevenzione di ogni forma di violenza[2]. All’interno delle forze armate, nelle basi USA e nelle scuole per la prole delle/dei militari, qui comprese la base militare di Camp Darby e la scuola elementare e media DoWEA (Department of War Education Activity) di Livorno questa ricorrenza diventa il “Mese dei figli di militari”. Un’occasione per far conoscere ai genitori i metodi della pedagogia amorevole, così lontani dall’addestramento militare? Per uscire dalle basi, conoscere i luoghi e creare occasioni d’incontro per la prole dei militari con le persone piccole del posto? Macché, niente di tutto questo. Leggiamo sul sito del DoWEA che “il Mese dei figli di militari” è un «momento per applaudire le famiglie dei militari, i loro figli e le loro figlie per i sacrifici quotidiani e le sfide che superano» e che «nel corso del mese, la DoWEA incoraggerà le scuole a organizzare eventi speciali per onorare i bambini militari e far sì che amministratori e presidi integrino i temi di questo mese nei loro doveri e responsabilità quotidiani. Questi sforzi ed eventi speciali sottolineeranno l’importanza di fornire ai bambini servizi e sostegno di qualità per aiutarli ad avere successo nello stile di vita militare mobile».[3] Il comma 1 dell’articolo 29 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 recita così: «Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità; b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona; e) sviluppare nel fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale».[4] La retorica di esaltazione dei “valori” militari che il “Mese dei figli di militari” mette in evidenza ci appare in contraddizione coi principi sopra citati. A queste persone piccole la carriera militare e la guerra vengono presentate non solo come necessarie, ma addirittura virtuose; devono convivere con l’idea che i propri genitori rischino la vita (e uccidano altre persone, magari piccole come loro, un aspetto che non viene sottolineato sul sito del DoWEA). Allora si organizzano feste e iniziative varie (aspettiamo il programma dettagliato per Camp Darby) per convincerle che sono esse stesse “Little troopers” (Piccoli soldati: è il nome di un’associazione che sostiene le famiglie delle/dei militari), protagoniste in quanto nate da soldatesse e soldati di grandi imprese patriottiche. Una manipolazione bell’e buona. Come si concilia tutto questo con l’educazione al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalle Nazioni Unite e delle civiltà diverse dalla propria? O con uno “spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”, per non parlare del rispetto dell’ambiente? Quando, storicamente e attualmente, l’esercito USA muove guerre di aggressione verso Paesi terzi e di controllo imperialistico, non certo di difesa del proprio territorio; guerre che sono sempre, anche, crimini ambientali di portata enorme. Poi, siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’indovina, ci chiediamo anche quanta pressione e condizionamenti ricevano figlie e figli delle soldatesse e soldati USA, a indirizzare le loro stesse vite verso la carriera militare e quanto lo sforzo formativo e l’impegno economico del DoWEA per «stimolare ogni studente a massimizzare il proprio potenziale e a eccellere a livello accademico, sociale, emotivo e fisico per prepararsi alla vita, all’università e alla carriera»[5] sia indirizzato a tale scopo, violando così anche il principio sancito dal paragrafo a) del succitato comma della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e il diritto all’autodeterminazione. Il “Mese dei figli di militari” ci sembra quindi in palese e ingannevole contraddizione col “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori”. La violenza sulle persone piccole in tutte le sue forme – fisica, sessuale, psicologica, emotiva, istituzionale, ecc. – nasce dalla pedagogia nera, ovvero il sistema “educativo” basato sul controllo da parte delle figure di riferimento adulte delle azioni, delle parole, del tempo, delle scelte delle persone piccole attraverso punizioni, umiliazioni, percosse, ricatti, giudizi, minacce, sensi di colpa, tecniche manipolatorie (il gaslighting, la menzogna “a fin di bene”, ma anche premi e lodi), fino agli insulti, le percosse, lo stupro, l’infanticidio. Il sistema “educativo” che insegna l’obbedienza cieca e la sottomissione a chi è più forte o comunque in una posizione di potere. Ora, quale stile educativo è meglio allineato alla pedagogia nera di quello militare che anzi ne è la massima espressione? Riusciamo a immaginare un ambito meno violento, meno rispettoso delle specificità e libertà individuali e dei diritti umani? Giustamente ci scandalizza il pensiero dei cosiddetti “bambini soldato”, le persone piccole che in alcuni Paesi sono costrette a imbracciare e usare le armi. Noi troviamo altrettanto disdicevoli la retorica militarista del “Mese dei figli di militari” e diciture come “Piccoli soldati” (“Little troopers”). A meno che, anche in questo caso, non si vogliano usare due pesi e due misure e giudicare le iniziative a seconda del Paese di provenienza, se più o meno ricco e potente. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa -------------------------------------------------------------------------------- [1] Child Welfare Information Gateway Archived 2010-08-28 at the Wayback Machine, History of National Child Abuse Prevention Month. 3 April 2009. [2] https://www.childwelfare.gov/preventionmonth/about-national-child-abuse-prevention-month/ [3] https://www.dodea.edu/month-military-child [4] Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ONU 1989. [5] https://www.dodea.edu/month-military-child
Cuba, gli effetti sulle telecomunicazioni del blocco imposto dagli USA
Parliamo spesso del blocco economico, commerciale e finanziario a cui Cuba è sottoposta dal 1962 da parte degli Stati Uniti per aver deciso di seguire un cammino diverso da quello programmato dalle varie amministrazioni statunitensi; occorre però, per fare chiarezza, analizzare ciò che il blocco provoca quotidianamente alla popolazione, partendo anche dalle piccole cose quotidiane. Uno degli effetti è la difficoltà nelle comunicazioni. Potrebbe sembrare una cosa marginale, ma si pensi ad esempio alla necessità di comunicare con parenti o amici residenti all’estero o con quelli che abitano sull’isola. Con lo sviluppo delle tecnologie digitali a Cuba quasi tutti possiedono uno smart phone. che viene utilizzato non solamente per collegarsi ai vari social network, ma anche per comunicare. La rapida diffusione di Whatsapp ha permesso ai cubani, come del resto agli altri abitanti del nostro pianeta, di comunicare con persone a costi praticamente inesistenti con . chiamate audio e video. A Cuba le tariffe telefoniche non sono alte, ma per un cubano anche questi costi rappresentano un limite alle comunicazioni. Usare le app di messaggistica rappresenta un modo economico per mantenere i contatti con i propri cari. Il sistema integrato di telecomunicazione per funzionare ha però bisogno di energia e a Cuba, dove la somministrazione elettrica è intermittente, comunicare diventa difficile. “Le telecomunicazioni non dovrebbero essere viste come strutture isolate, ma come un sistema interconnesso che deve instradare il traffico in tutto il Paese, il che richiede energia in ciascuno dei suoi punti”, spiega a Cubadebate Sybel Alonso Baldor, vicepresidente delle operazioni di rete di ETECSA, l’azienda telefonica cubana. Il fatto che una radiobase – una delle torri che diffondono il segnale dei cellulari – sia accesa non garantisce il servizio, poiché dipende anche da altri elementi intermedi della rete che devono disporre  di elettricità. Questo spiega situazioni frequenti per gli utenti: “Un utente di telefonia fissa può avere l’elettricità a casa sua, ma se la sotto stazione telefonica che supporta il suo servizio si trova in un circuito che non ha elettricità, questo renderà impossibile il suo utilizzo” spiega Baldor. L’energia elettrica fornita dalla rete resta per Cuba la principale fonte di alimentazione delle telecomunicazioni. Quando si verifica un black-out le centrali, le sotto stazioni della telefonia fissa, le radio basi per le linee cellulari e la trasmissione dei dati mobili vanno in panne. Ci sono centrali che dispongono di batterie che alimentano per un tempo compreso tra  le tre e le quattro ore, ma “di fronte ai lunghi black-out, molte di queste batterie non sopportano più la massima carica e quindi hanno notevolmente ridotto le loro prestazioni. Alle batterie si aggiungono i gruppi elettrogeni, il cui utilizzo è comunque limitato. Richiedono carburante per rimanere operativi”, sottolinea, Baldor aggiungendo che, sebbene alcuni siano stati riparati, altri non sono stati in grado di riprendersi dopo un uso intensivo. La loro autonomia dipende sia dalla disponibilità di carburante che dal livello di consumo di ogni sito, determinato dalla sua complessità e dalla loro  anzianità tecnologica. Inoltre il recente ordine esecutivo emesso da Donald Trump il 29 gennaio scorso ha praticamente bloccato qualunque importazione di petrolio e combustibile sull’isola. Questo ha colpito direttamente anche le telecomunicazioni, perché i gruppi elettrogeni non dispongono di carburanti per il loro uso ininterrotto nei momenti in cui manca la corrente elettrica. Ma nonostante la carenza, l’azienda telefonica  cubana ha cercato di mitigare gli effetti della penuria di carburanti e ha definito  le priorità. Secondo la direttiva, la fornitura di carburante è garantita “ai siti in cui si concentrano le principali piattaforme che gestiscono servizi come la telefonia mobile e fissa, l’accesso a Internet, i data center”, così come quelli incaricati di instradare il traffico a livello nazionale e provinciale. Tuttavia, il funzionario riconosce che altri nodi intermedi non sempre riescono a rimanere operativi, il che ha un impatto diretto sull’accesso finale degli utenti. “Negli ultimi giorni abbiamo contato nel Paese 1.250 radiobasi (47,5%), in media, che si spengono a causa degli effetti elettrici, mentre il numero di sottostazioni telefoniche è di circa 950 (56,5%)” riferisce Alonso Baldor. Gli effetti della mancanza di corrente elettrica sulle comunicazioni comunque variano a seconda del numero delle interruzioni elettriche. L’ETECSA dà priorità all’approvvigionamento energetico in centri chiave che sostengono la rete nazionale e il traffico dati nel Paese. In questo scenario, ha dovuto riorganizzare la sua operatività in base a criteri di estrema razionalità. “Abbiamo preso provvedimenti per risparmiare il più possibile il carburante che riceviamo”, spiega il vicepresidente a Cubadebate. Questa politica di risparmio ha comportato decisioni complesse e probabilmente anche impopolari. “Anche se tutti i centri sono importanti, purtroppo non possiamo garantire carburante per tutti”, quindi viene data priorità a quelli con il maggiore impatto sulla rete nazionale, continua il vicepresidente di ETECSA. Per questo ogni territorio ha adottato differenti soluzioni al fine di risparmiare il più possibile il carburante che gli è stato assegnato. Inoltre gli specialisti dell’azienda telefonica eseguono costantemente valutazioni per risparmiare i combustibili o decidere quale servizio deve avere priorità in un certo momento della giornata. Anche il settore delle comunicazioni ha iniziato ad usare energia prodotta dal fotovoltaico per ridurre i disagi causati dalla mancanza di combustibili. L’installazione di pannelli solari cerca di estendere il funzionamento degli impianti in mezzo alla crisi energetica. Nel mezzo della crisi, la spinta alle energie rinnovabili è diventata più rilevante. “L’uso di fonti rinnovabili era già tra i nostri obiettivi, tuttavia, la situazione attuale ci ha portato ad accelerare il ritmo”, sottolinea Baldor. Purtroppo però l’installazione dei pannelli solari non permette la completa autonomia energetica e il combustibile rimane comunque essenziale. Nonostante il contesto avverso, nel corso del 2025 sono stati effettuati investimenti mirati alla modernizzazione della rete, con cambiamenti tecnologici, espansione delle capacità e incorporazione di nuove frequenze nelle basi radio. In particolare, la copertura 4G ha raggiunto il 52% del territorio nazionale, è stata aumentata la capacità degli utenti in 300 siti, sono state abilitate frequenze di 900 MHz e 2100 MHz in più di 100 radiobasi e sono stati installati più di 140 nuovi siti. Come appare chiaro la situazione delle comunicazioni a Cuba resta difficile finché ci saranno problemi di energia elettrica. Il servizio di telefonia mobile, il più richiesto dalla popolazione, è quello che risente maggiormente della crisi energetica; il traffico alterna momenti di buona connettività a momenti di interruzione completa. Spesso le comunicazioni cadono o si interrompono momentaneamente, le pagine web vengono caricate in tempi medio lunghi, alcuni siti non sono accessibili perché i server sono situati negli Stati Uniti e a causa del blocco non sono raggiungibili. I social invece hanno ricevuto licenza da parte dell’amministrazione statunitense per operare sull’isola. Il motivo è molto semplice: Facebook, X, Whatsapp e gli altri social network sono utilizzati per diffondere false notizie tra la popolazione. I social vengono usati nella oramai nota guerra cognitiva che il popolo cubano, come del resto anche noi, subisce molte volte passivamente. Insomma, una cosa che per noi è diventata normale come leggere una notizia in un sito internet, mandare un video di 20 mega a un amico con Whatsapp, fare una videochiamata con un parente,  scaricare una nuova app sul cellulare per i cubani diventa una lotta quotidiana. Immaginare che anche queste limitazioni facciano parte della strategia degli Stati Uniti  per  insinuare nella popolazione un costante malessere e una pressione continua non credo sia pura fantasia. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 25, 2026
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