La scuola non ci dà gli strumenti, la lotta sìAll’indomani dello sciopero e dei cortei del 17 ottobre, il movimento
studentesco non ha rallentato. Le occupazioni, partite da Torino il 5 ottobre,
si sono estese a Roma, Napoli, Firenze, Genova, Bologna, Milano, Prato, Palermo
e a molte altre città, coinvolgendo decine di istituti. Lə studentə si
riprendono le aule e organizzano assemblee, pranzi sociali, sportelli
psicologici gratuiti e momenti di confronto. È un modo per mostrare, con i
fatti, cosa significa una scuola gestita da chi la vive ogni giorno.
La risposta è stata la repressione. Dopo i cortei di Milano, centinaia di
giovani sono stati accompagnati in questura, moltissimi dei quali minorenni. A
Torino, durante il corteo del 16 ottobre, tre minorenni sono stati portati al
carcere minorile. A Bologna molte scuole sono state chiuse per impedire le
occupazioni. Si risponde con le questure e le chiusure a chi chiede scuole
sicure, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e si oppone al decreto che
fissa un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime, a partire
dall’anno scolastico 2027/28.
Il movimento, però, guarda avanti. Sabato 24 ottobre i cortei sono stati
convocati in almeno otto città. Il 30 ottobre lə studentə saranno in piazza con
lo sciopero generale e il 20 novembre con lo sciopero studentesco europeo contro
la guerra. Non è un’esplosione passeggera, ma la costruzione di una
mobilitazione che vuole durare oltre l’autunno.
LICEO PLINIO: UN’OCCUPAZIONE
Partiamo dall’occupazione: quando è iniziata e quali sono le ragioni che vi
hanno portato a questa scelta?
Al Liceo Plinio siamo circa 1.600 studentə e abbiamo due sedi: quella centrale e
la succursale, qui vicino. L’occupazione è iniziata lunedì 19 ottobre, dopo
un’assemblea decisionale all’esterno della scuola. Abbiamo aspettato che
arrivassero anche lə studentə della succursale, poi abbiamo votato: la
maggioranza si è espressa a favore. A quel punto siamo entratə e abbiamo
cominciato a organizzarci.
Occupazione per noi non significa fermarsi: stiamo infatti costruendo corsi e
momenti di confronto quotidiani, legati alle nostre istanze politiche e alle
rivendicazioni che ci hanno portato a mobilitarci.
Abbiamo deciso di occupare guardando a ciò che sta succedendo a livello politico
e sociale, sia in Italia sia nel mondo, e anche alle proteste che arrivano dalla
Francia e dalla Spagna. Ci riconosciamo nelle richieste portate in piazza in
quei Paesi; a volte, anzi, ci sembra che la situazione nelle scuole italiane sia
persino peggiore, soprattutto in tema di condizioni di vita all’interno delle
strutture scolastiche.
Le questioni politiche nazionali hanno ripercussioni reali sulla scuola e
sull’istruzione. La mancanza di fondi impedisce di realizzare cambiamenti che
potrebbero migliorare concretamente, ad esempio, l’accesso all’istruzione e alla
socialità per le persone con disabilità. La nostra palestra, il cortile e la
stessa succursale, sono inaccessibili per mancanza di accessi e rampe.
EDILIZIA SCOLASTICA E DISAGIO NORMALIZZATO
Rispetto, appunto, alle condizioni di vita all’interno della vostra scuola,
molti dei problemi che avete oggi — bagni inagibili, acqua fredda, aule che si
allagano, freddo d’inverno, caldo d’estate e barriere architettoniche — sono gli
stessi di trent’anni fa e da allora non è stato fatto niente. Cosa ne pensate?
È assurdo che non vengano destinati fondi sufficienti all’istruzione pubblica,
alle scuole, all’edilizia e alla sanità, mentre si investono miliardi negli
armamenti o in azioni a supporto di un genocidio.
Nel frattempo, gli edifici scolastici vengono lasciati in condizioni
inaccettabili.
L’anno scorso, nella nostra scuola, alcune classi sono state chiuse perché era
crollato il soffitto: se ci fosse stato qualcunə, avrebbe potuto farsi male.
Già nelle assemblee cittadine avevamo cominciato a discutere di edilizia
scolastica e militarizzazione. Ci siamo accortə che alcune condizioni sono
diventate così abituali da sembrarci normali: nella nostra scuola ci sono bagni
rotti e li accettiamo come se fosse inevitabile; vediamo i ratti in cortile e ci
diciamo che va bene, perché ce n’è uno solo e non venti. Ma non dovrebbe essere
così.
Spesso si raccontano i giovani come in grado di adattarsi a tutto, proprio
perché giovani. Ma esiste una doppia narrazione su di voi. C’è, di contro, anche
quella che vi considera pigrə e perdutə. Come rispondete a questa narrazione,
che descrive la vostra generazione come disinteressata alla politica e
concentrata soltanto sui social?
Il problema è che si parla continuamente di noi senza parlare con noi. È
successo per i fatti di Milano e di Torino ed è successo anche con il dibattito
sui telefoni e sui social. Credo che da parte del Governo ci sia la volontà di
spostare l’attenzione su altro. Si dice che il motivo del disagio psicologico e
dell’infelicità delle persone giovani dipenda dal tempo passato su TikTok, senza
considerare ciò che ha davvero influito: la pandemia, le guerre e il contesto in
cui siamo cresciutə.
La nostra generazione parla di salute mentale più di quelle precedenti, ma
questo non significa necessariamente che stia meglio. Significa anche che oggi
c’è più consapevolezza e che, per fortuna, se ne può parlare. Non è corretto
ridurre tutto all’uso dei cellulari o alla mancanza di interessi. Bisognerebbe
chiedersi perché stiamo male e in quale mondo stiamo crescendo. Nessunə si
chiede il perché delle cose che facciamo.
Lo stesso accade quando si raccontano le proteste. Si parla delle vetrine
distrutte a Milano e si liquida tutto come il gesto di un gruppo di ragazzə
deficienti, senza chiedersi perché sia successo. Si descrive la violenza come
improvvisa, senza considerare la violenza sistemica a cui siamo sottopostə ogni
giorno e la repressione che viviamo anche negli spazi scolastici.
CENTRO E PERIFERIA: ALLARGARE LA MOBILITAZIONE
Avete poi citato le proteste francesi, ma il contesto italiano è diverso. In
Francia le mobilitazioni sono partite anche dalle banlieue; in Italia, invece,
le lotte studentesche sembrano spesso iniziare dai licei del centro, dove è più
facile avere occasioni e strumenti per politicizzarsi.
Sì, è una considerazione giusta. È necessario allargare il campo a tutta la
città, evitando che la mobilitazione resti circoscritta ai licei del centro, che
spesso hanno più strumenti per leggere ciò che succede. A differenza della
Francia, in Italia le lotte partono sempre dalle scuole del centro e mai dalle
periferie. Noi possiamo farlo perché siamo privilegiatə: abbiamo la possibilità
di acquisire conoscenze e di parlare di temi, come quello della Palestina, che
sono difficili e non sempre vengono raccontati in maniera corretta.
Avete quindi ragionato su come coinvolgere le periferie e gli istituti tecnici?
In Italia la situazione politica studentesca è più complicata anche per il
rapporto con le organizzazioni sindacali. Eppure, il 16 ottobre è stata una data
importante per molti istituti romani. Anche con la mobilitazione «Blocchiamo
tutto» dello scorso anno avevamo organizzato diverse assemblee cittadine: in
piazza si è vista la possibilità di collaborare, mettendo da parte le
appartenenze organizzative e coinvolgendo anche gli istituti tecnici.
Rispetto agli anni precedenti, e già a partire dall’anno scorso, vediamo un
legame più forte tra le lotte. «Blocchiamo tutto» ha avuto una dimensione
internazionale: osserviamo quello che succede altrove, ci riconosciamo nelle
rivendicazioni delle altre persone e prendiamo esempio dalle loro pratiche.
Si sta costruendo una solidarietà tra studentə, anche attraverso i contatti con
chi arriva da città come Milano e Torino. Forse non c’è ancora una comunicazione
diretta e strutturata tra tutte queste realtà, ma sta crescendo una forma di
sostegno e protezione reciproche.
Dobbiamo poi estendere le assemblee cittadine e costruire occasioni di confronto
con studentə di altri Paesi. Avevamo pensato di invitare alcunə compagnə
francesi, ma non ci siamo riuscitə; probabilmente organizzeremo un collegamento.
PARTECIPAZIONE: DIRITTI SULLA CARTA, OSTACOLI NELLA PRATICA
In una nota relativa alle occupazioni e alle manifestazioni di questi giorni, il
Ministro Valditara ha sostenuto l’inutilità delle occupazioni e delle
manifestazioni perché, a suo dire, all’interno delle scuole italiane esistono
già spazi e momenti previsti per il libero confronto studentesco. Vi ritrovate
in questa affermazione? Gli strumenti istituzionali vi permettono davvero di
esprimervi, decidere e migliorare la scuola?
Il ministro lo sentiamo soprattutto attraverso le barriere socioculturali e
patriarcali che continua a riproporre. Gli strumenti di partecipazione, sulla
carta, esistono, ma nella pratica spesso non riusciamo a utilizzarli pienamente.
Dopo l’occupazione, parlando con lə preside, ci è stato detto che avremmo dovuto
sfruttare gli spazi di partecipazione studentesca che già abbiamo. Ma come
possiamo farlo se incontriamo ostacoli persino nell’organizzare un’assemblea?
Prima dell’occupazione, ad esempio, volevamo svolgere un’assemblea nel cortile,
ma non ci hanno permesso di prendere le sedie, nonostante il terreno fosse
bagnato per la pioggia della sera prima.
Ci è stata presentata una questione di sicurezza: ma quale pericolo c’è nel
prendere una sedia da un’aula e portarla fuori? Sembra che nulla di quello che
facciamo vada bene.
Lə collaboratorə scolasticə ci hanno detto che era una “disposizione della
presidenza”, che a sua volta aveva detto che era una “disposizione dall’alto”. È
questo il punto: non ci viene mai detto chiaramente né il perché delle cose né
chi lo decide.
Non possiamo neppure svolgere le assemblee di classe previste senza la presenza
di unə docente, con la giustificazione che potrebbe succedere qualcosa. Ma
durante un’assemblea dobbiamo poter parlare dei problemi che viviamo, anche
quando riguardano unə insegnante. Se siamo obbligatə a discutere sempre in
presenza del personale docente, non abbiamo piena libertà di confronto.
Se ci vengono impedite le assemblee o vengono ostacolati i progetti, è difficile
sostenere che basti rivolgersi agli organi istituzionali per cambiare le cose.
Ci dicevate che durante questa occupazione state organizzando corsi e portando
avanti progetti vostri. Nella normale organizzazione scolastica vi viene data la
possibilità di proporre attività extra?
Nella nostra scuola esiste il comitato studentesco, composto dalle persone
rappresentanti di classe, di consulta e d’istituto. La componente studentesca
propone molti progetti: non è una proposta individuale, ma una richiesta
condivisa. Negli anni abbiamo elaborato tanti progetti, tra cui, ad esempio,
quello sui corpi e sull’educazione sessuo-affettiva: sono iniziative che partono
dal basso, ma non dovrebbero essere lasciate soltanto alla nostra iniziativa.
Sono state tutte bocciate. Rispetto al progetto «Abitari i nostri corpi», alcunə
professorə lo hanno apertamente ostacolato, impedendo che la discussione
arrivasse al collegio docenti.
A scuola si insiste sull’apprendimento delle formule matematiche, ma si dovrebbe
riconoscere anche il valore di percorsi che aiutano a comprendere le relazioni,
il rispetto e la società in cui viviamo.
Spesso ci viene risposto che la scuola offre già i corsi pomeridiani di Scuole
aperte e che dovremmo inserire lì le nostre iniziative. Ma sono due cose
diverse. Dopo sei o sette ore di lezione, chiedere a lə studentə di fermarsi per
un’altra ora o due significa raggiungere soprattutto chi ha già una certa
consapevolezza e la possibilità di partecipare. Noi vogliamo coinvolgere tuttə,
in modo trasversale, non soltanto chi frequenta già le assemblee o si interessa
a questi argomenti.
Quando proponiamo di svolgere le attività durante l’orario scolastico, ci viene
detto che vogliamo soltanto saltare le lezioni! È un modo per delegittimare le
nostre richieste. Lo stesso è successo durante il corteo del 16 ottobre, a cui
hanno partecipato circa 500 studentə: si finisce per accusarci di sottrarre
tempo allo studio, senza interrogarsi sulle ragioni della mobilitazione.
E quali attività extracurriculari vi propone invece la scuola?
Ogni anno abbiamo corsi legati alla cosiddetta “educazione alla legalità”.
L’anno scorso ad esempio è stato organizzato un viaggio in Sicilia sul tema
della mafia. Prima di quell’evento sono venuti a scuola alcuni Carabinieri e
avvocatə in giacca e cravatta a spiegarci quanto sia sbagliato compiere una
serie di azioni illegali, tra cui occupare la scuola.
L’anno scorso poi, unə nostrə professorə ha aderito a un progetto con
l’Aeronautica militare. È stata un’esperienza negativa: alcunə militari hanno
parlato a lungo di come il sessismo nelle Forze Armate non esisterebbe più e di
come sarebbe ormai stato sconfitto. È un esempio di come la militarizzazione
entri sempre di più nell’ambiente scolastico.
Anche quando si parla di droghe, vengono i Carabinieri a spiegarci quanto faccia
male fumare cannabis, mostrando immagini del cervello prima e dopo. Ci chiediamo
perché debbano essere loro a occuparsi di questo tema: non sarebbe più opportuno
coinvolgere professionistə della salute? E perché si insiste su alcune sostanze
senza affrontare con la stessa attenzione altri consumi, come quello dell’alcol?
SESSISMO, DISCRIMINAZIONE E SICUREZZA
Vorrei tornare sul sessismo. Avete provato a proporre progetti sull’educazione
sessuo-affettiva e sul rispetto dei corpi, ma avete incontrato ostacoli. Come
vivete, da giovani donne, la cultura patriarcale di questo periodo? Come
incidono sulle vostre relazioni i social e la pressione estetica? E quali
strumenti servirebbero per parlare del corpo, del consenso e delle relazioni?
Penso che noi non possiamo stare tranquille da nessuna parte: né per strada, né
a scuola, né a casa.
Non ci sentiamo mai al sicuro. Se esci la sera, trovi qualcuno che ti molesta;
può succedere a una festa, sull’autobus, in metropolitana, ovunque. Viviamo in
una situazione di disagio continuo.
E c’è sempre qualcunə prontə a giustificare quello che ti è successo. È una cosa
così frequente che finisce per essere normalizzata.
A volte, quando qualcuno fischia per strada, quasi ti senti sollevata: pensi che
si limiterà a quello, che resterà dall’altra parte della strada e non verrà a
importunarti direttamente.
Questo tipo di atteggiamenti deriva da una considerazione del corpo femminile
come oggetto. Attraverso i media, per esempio, le donne vengono spesso esibite
come elementi puramente decorativi, secondo uno standard di bellezza molto
preciso. Come affrontate questa pressione?
I social e la televisione alimentano continuamente l’idea che ciò che conta sia
come appariamo, non come siamo. Ci descrivono come soprammobili. La pressione
estetica diventa così ancora più presente nella vita quotidiana.
Quali strumenti può avere una giovane donna per uscire da questa gabbia,
soprattutto se non ha una formazione politica o transfemminista?
Non so se questa gabbia si possa distruggere, però penso che sia fondamentale
stare insieme, costruire una sorellanza e trovare sostegno nelle altre.
Voglio aggiungere una cosa: il patriarcato lo si può distruggere. Dobbiamo
crederci, perché è anche per questo che lottiamo.
È vero, ma mi rendo conto che il patriarcato è radicato anche dentro di me. Mi
considero una persona abbastanza politicizzata, eppure a volte mi accorgo di
riprodurre meccanismi maschilisti, anche durante le assemblee. È un percorso di
decostruzione lungo, perché siamo cresciute in una società costruita
culturalmente in un certo modo.
La decostruzione è difficile e richiede tempo: la lotta serve anche a cambiare
progressivamente il modo in cui pensiamo e agiamo. Le generazioni attraversano
fasi storiche diverse e ciascuna aggiunge qualcosa. Il linguaggio e la
consapevolezza che esistono oggi a scuola non sono paragonabili a quelli di
vent’anni fa. Il mondo in cui vivete è più complesso, ma dal basso si stanno
costruendo strumenti di comprensione e autodifesa. La scuola, però, spesso non
li fornisce.
Un’altra questione è quella legata all’integrazione: nella vostra esperienza
quotidiana, esistono davvero le divisioni – come quelle evocate dalle parole
“maranza” o “straniero” – di cui si parla nel dibattito pubblico?
Il Plinio si trova vicino a Termini e accoglie studentə che arrivano sia dal
centro sia dalle periferie: convivono quindi esperienze e background molto
diversi.
Il limite alla presenza di studentə stranierə nelle classi, di cui si è discusso
nel dibattito sulla scuola, è inutile. Trovo già problematico parlare di
«stranierə» come se fosse una categoria omogenea. Una misura di questo tipo
rischia di discriminare sulla base della provenienza e di mettere in discussione
il diritto all’istruzione pubblica, che dovrebbe essere garantito a tuttə come
previsto dalla Costituzione.
La cittadinanza, inoltre, è una questione complessa. Non si può ridurre una
persona all’immagine dell’immigratə arrivatə con i barconi, né trattarla come se
avesse meno diritto delle altre persone a frequentare la scuola.
DALL’AUTUNNO ALLA MOBILITAZIONE PERMANENTE
Dopo lo sciopero del 16 ottobre, che ha avuto una partecipazione importante,
come pensate di proseguire la mobilitazione? E come intendete rafforzare la
convergenza tra scuole del centro e della periferia, a livello nazionale ed
europeo?
La prossima data importante è il 30 ottobre, con lo sciopero per i porti, a cui
parteciperemo come scuola. Vogliamo continuare a costruire date di
mobilitazione, per evitare che succeda quello che è accaduto l’anno scorso con
la Palestina: quando l’attenzione mediatica è calata, anche la presenza nelle
strade si è ridotta.
Come collettivi ci siamo dettə che non dobbiamo limitarci all’autunno, il
periodo in cui si concentrano più manifestazioni e mobilitazioni, per poi
fermarci durante il resto dell’anno. La lotta deve essere continua.
State pensando anche di aprire vertenze specifiche sulle condizioni strutturali
delle scuole e di portare le vostre rivendicazioni al Ministero?
Stiamo ancora ragionando su come organizzarci, ma sì. Anche nell’ultima
manifestazione siamo andatə davanti al Ministero dell’Istruzione, perché è lì
che vogliamo far arrivare le nostre richieste. L’obiettivo è superare la
dimensione simbolica della protesta e fare in modo che le rivendicazioni si
traducano in interventi concreti. Dobbiamo fare pressione sulle istituzioni.
Una delle nostre rivendicazioni più immediate nei confronti della presidenza è
la creazione di una sorta di tavolo permanente per discutere dell’edilizia
scolastica. Fino all’anno scorso, all’interno del comitato studentesco, ci
eravamo divisə in commissioni: una transfemminista e una dedicata all’edilizia.
Quest’ultima raccoglieva, per esempio, fotografie dei soffitti che cadevano e
delle condizioni degli spazi.
È importante che queste iniziative partano anche da lə studentə, senza aspettare
che siano sempre lə professorə a occuparsene. Non possiamo delegare tutto a chi,
magari, non interviene. Vogliamo documentare i problemi, discuterli e
trasformarli in rivendicazioni collettive.
Tutte le foto sono di Marta D’Avanzo
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