Gaza, Shatila, Roma. Il viaggio di Reema tra istruzione, guerra e diritti umaniReema Saleh viene da Gaza.
Parliamo a lungo: della guerra, prima di tutto, poi del lavoro, della sua
famiglia e dei viaggi che un giorno vorrebbe intraprendere. Infine, seguendo un
improvviso slancio della memoria, torniamo indietro, fino al tempo in cui si
annidano molti dei primi ricordi di una persona.
GLI ANNI DELLA SCUOLA A GAZA
Reema raccoglie i ricordi e torna a quando aveva sette anni. Nel suo racconto,
però, questo tempo non era scandito soltanto dalle lezioni, dagli esami e dalle
vacanze. A dettarne il ritmo erano soprattutto gli attacchi, le scuole chiuse
all’improvviso e il rumore dei bombardamenti. Quasi ogni semestre,
un’aggressione spezzava la vita quotidiana. Gli attacchi potevano cominciare
all’improvviso, senza alcun preavviso. Per questo, a scuola, ai bambini
insegnavano prima di tutto come evacuare l’edificio in sicurezza. Nel frattempo
le lezioni continuavano, per quanto possibile, anche quando il semplice tragitto
fino alla propria classe poteva trasformarsi in un rischio.
«Da bambina mi chiedevo perché ci permettessero di andare a scuola mentre
cadevano le bombe. Perché i miei genitori e i miei insegnanti insistevano tanto?
Erano spesso arrabbiati, spaventati, a volte piangevano».
All’inizio, racconta Reema, la notizia di un nuovo conflitto provocava nei
bambini una reazione quasi naturale, accompagnata dalla speranza di non dover
andare a scuola. Pensavano che le lezioni sarebbero state sospese e che
avrebbero potuto restare a casa. Immediatamente, solo dopo quella prima, ingenua
felicità arrivava la paura, insieme alla consapevolezza di trovarsi davanti a
qualcosa di molto grande.
Nel 2008, però, quella percezione cambiò per sempre. Una delle guerre peggiori
cominciò con un bombardamento israeliano vicino alla casa di Reema. Nel giro di
poche ore venne uccisa Mayar, la bambina che sedeva accanto a lei in classe.
Per Reema fu uno dei traumi più profondi della sua infanzia.
Quando, alla fine degli attacchi, gli alunni e le alunne tornarono a scuola,
Reema si sedette da sola. Accanto a lei era rimasto un posto vuoto. L’insegnante
cercò, con fatica, di dare un significato a quell’assenza. «Se Mayar fosse qui
con noi, o se potesse parlarvi, vi chiederebbe di continuare ad andare a scuola
e di portare avanti anche il suo percorso. Non sarebbe felice se smetteste di
studiare. Ora è in paradiso ed è felice che voi continuiate il vostro cammino».
Poi, Reema pronuncia una data: «Il 27 dicembre 2008». Quel giorno ebbe inizio
l’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, l’attacco su Gaza che sarebbe
proseguito fino al gennaio 2009. In quel periodo gli studenti si stavano
preparando per gli esami di metà anno, quando cominciarono i bombardamenti. Le
scuole chiusero per alcuni giorni, ma i libri rimasero aperti.
I genitori di Reema riunirono i figli e le figlie in una stanza al centro
dell’appartamento, lontana dalle pareti esterne. Era considerata il punto più
sicuro della casa. Fuori, le esplosioni e il rumore delle armi continuavano
senza sosta, mentre i bambini avrebbero dovuto concentrarsi sulle pagine da
studiare per prepararsi a degli esami che forse non si sarebbero mai svolti.
Reema non riusciva a capire cosa pretendessero da lei. Aveva paura e non
riusciva a studiare. «Non voglio andare a scuola, non voglio studiare, c’è una
guerra. Tanto cancelleranno gli esami», diceva a sua madre.
> «Così stai facendo esattamente quello che vuole Israele», le veniva risposto.
> «Non studi soltanto per superare un esame, ma per diventare una persona
> istruita e per combattere l’occupazione».
Le ripetevano che avrebbe dovuto continuare anche se gli esami fossero stati
cancellati, anche se la scuola fosse stata bombardata o se gli insegnanti
fossero stati uccisi.
Allora Reema non riusciva ad accettarlo. Per lei, quando le lezioni venivano
sospese, tutto doveva fermarsi.
Oggi, Reema ha 31 anni e quei momenti le tornano alla mente con dei contorni più
precisi. Comprende quanto la sua famiglia e i docenti cercassero di impedire che
la paura spezzasse il percorso delle bambine e dei bambini. «L’istruzione era un
diritto, una strada verso il futuro, come anche una forma di sopravvivenza, un
modo per continuare a immaginare una vita oltre la guerra».
DALLA STRISCIA A SHATILA
Nel settembre 2022, ormai adulta, Reema lascia Gaza. Parte per il Libano grazie
a una borsa di studio per frequentare un master della durata di due anni in
Diritti umani, nello specifico i diritti dell’infanzia.
A Beirut, nell’ambito delle attività del Global Campus Arab World, Reema
comincia a lavorare con i bambini palestinesi e siriani del campo di Shatila,
collaborando con una realtà locale che utilizza lo sport e le attività educative
come strumenti di protezione e partecipazione. Basket, calcio, boxe, inglese,
matematica, attività artistiche.
> Per Reema, istruzione e protezione sono inseparabili. Nel campo di Shatila,
> spiega, studiare è difficile. Le scuole private, che rappresentano gran parte
> dell’offerta educativa libanese, sono troppo costose per molte famiglie,
> mentre il sistema pubblico è stato ulteriormente indebolito dalla crisi
> economica iniziata nel 2019. Anche le condizioni di vita nel campo rendono
> complicato seguire un percorso scolastico regolare.
In quei giorni, il pensiero di Reema torna inevitabilmente a Gaza, alle scuole
distrutte, agli insegnanti uccisi e ai bambini costretti a interrompere le
lezioni. È una realtà che osserva anche attraverso la storia della propria
famiglia: sua nipote, suo fratello, i suoi cugini, le figlie e i figli delle sue
amiche.
«In quel periodo pensavo molto a cosa rappresentasse davvero la scuola. Quando
un bambino ne è privato, non gli si sta negando soltanto il diritto
all’istruzione. La scuola è anche un sistema di sostegno psicologico. È il luogo
nel quale possono sentirsi al sicuro, incontrare gli altri, costruire amicizie e
imparare a vivere insieme».
La prima visita al campo di Shatila rappresenta per Reema un nuovo punto di
svolta.
«Quando sono arrrivata a Shatila sono rimasta sconvolta. Da tutto. Da bambina
avevo studiato che, tra i campi palestinesi in Libano, Shatila era quello in cui
le condizioni sono peggiori. Una volta giunta, ho visto che era davvero così».
Shatila, il cui nome, nella memoria storica contemporanea, è inseparabile da
Sabra, nasce nel 1949 nella periferia meridionale di Beirut, per accogliere una
parte dei palestinesi espulsi o fuggiti dalle proprie case durante la Nakba (in
arabo “catastrofe”, il termine con cui si indica l’esodo forzato e la perdita
delle terre subiti dalla popolazione palestinese nel 1948, durante la nascita
dello Stato di Israele). Quello che avrebbe dovuto essere un rifugio temporaneo
si è trasformato, nel corso delle generazioni, in un insediamento permanente,
densamente abitato e segnato dalla povertà, dalle restrizioni imposte ai
palestinesi in Libano e dalle distruzioni della guerra civile.
Anche a Sabra, il quartiere adiacente, vivevano numerosi palestinesi. Nel
settembre 1982, durante l’invasione israeliana del Libano, dopo settimane di
assedio su Beirut Ovest, la dirigenza e i combattenti dell’Organizzazione per la
liberazione della Palestina avevano già lasciato la città in seguito a un
accordo mediato a livello internazionale. Dopo l’assassinio del presidente
libanese appena eletto, Bashir Gemayel, leader vicino alle milizie
cristiano-falangiste, l’esercito israeliano occupò Beirut Ovest e circondò Sabra
e Shatila.
Tra il 16 e il 18 settembre, miliziani falangisti libanesi, alleati di Israele,
entrarono nell’area e uccisero centinaia di civili, in gran parte palestinesi,
tra cui donne e bambini. Le forze israeliane, che controllavano l’area
circostante e avevano consentito l’ingresso delle milizie, non adottarono misure
tempestive e adeguate per impedire o fermare il massacro. Durante la notte,
l’area fu inoltre illuminata con razzi lanciati dapprima dagli aerei e poi, a
intervalli, da postazioni di mortaio israeliane, consentendo ai falangisti di
continuare a operare nei campi anche dopo il buio.
È con questa storia alle spalle che Reema entra per la prima volta a Shatila.
«Avevo studiato tutto questo a scuola, e adesso lo vedevo con i miei occhi. È
stato come un ritorno improvviso al passato, a quando ero bambina e studiavo il
massacro di Sabra e Shatila. Ora vedevo le conseguenze che aveva lasciato sulle
nuove generazioni».
A colpirla sono le carenze materiali del campo, la mancanza di sicurezza e
soprattutto l’assenza di luoghi pensati per i bambini.
«Tutto era terribile. I bambini non avevano nemmeno uno spazio adeguato in cui
giocare o imparare. Era un ambiente del tutto inadatto alla loro crescita».
Il gruppo con cui lavora cerca allora di intervenire con i mezzi disponibili.
«La prima soluzione che siamo riusciti a realizzare, anche se molto piccola, è
stata creare uno spazio per praticare lo sport. Accanto, è stata ricavata una
piccola aula per i corsi e lo studio».
Il lavoro a Shatila la porta inevitabilmente a pensare ai bambini di Gaza, dove
il sistema educativo è stato distrutto insieme a ogni spazio che avrebbe dovuto
garantire sicurezza. Le scuole, aggiunge, vengono colpite anche quando non
funzionano più come luoghi di insegnamento, ma sono diventate rifugi per le
famiglie sfollate.
«A Shatila le scuole non sono state distrutte dalle bombe e il contesto è più
sicuro. Ma l’istruzione rimane difficile da raggiungere. Le famiglie affrontano
ostacoli economici e sociali, mentre per i giovani palestinesi anche l’accesso
alle università, al lavoro e alla possibilità di viaggiare può trasformarsi in
un percorso complicato».
La differenza tra Gaza e Shatila è evidente. In un caso, la guerra distrugge
fisicamente le scuole e uccide chi le frequenta. Nell’altro, gli edifici
esistono, ma povertà, discriminazioni e restrizioni rendono comunque difficile
esercitare il diritto allo studio.
> Per Reema, è qui che le due esperienze si incontrano. Il filo comune è la
> distruzione dell’istruzione e di tutto ciò che essa rappresenta per una
> comunità.
«Lo abbiamo visto anche durante questo genocidio: sono state distrutte
università e scuole, sono stati colpiti professori, medici, insegnanti e
studenti. Le scuole e gli studenti sono sempre stati tra i primi a pagare il
prezzo della violenza. L’istruzione è una delle armi che i palestinesi hanno
contro l’occupazione. Per noi è fondamentale, perché non puoi affrontare una
battaglia se non hai gli strumenti per comprendere quello che accade».
Quando ne parla, Reema pensa soprattutto a suo nipote. Ha sei anni e non è mai
entrato in una scuola. Quando è iniziata la guerra ne aveva tre e non aveva
ancora raggiunto l’età per frequentarla.
«Non sa nemmeno che aspetto abbia una scuola. Sua madre cerca di insegnargli
qualcosa nel luogo in cui vivono, che faticano a considerare una casa, perché
non è una casa. Ha quasi dimenticato che cosa significhi la parola “casa”».
Il bambino fatica ad accettare quelle lezioni improvvisate. «Dice a sua madre:
“Non voglio studiare qui. Quando la guerra finirà e la scuola sarà ricostruita,
allora potrò andarci”».
Nella sua immaginazione, la scuola è ciò che non ha mai conosciuto, un luogo con
giochi, compagni, insegnanti e attività. Invece, ora si ritrova a studiare in un
rifugio per sfollati, circondato da centinaia di persone, e sua madre che prova
a insegnargli.
«In arabo, per descrivere l’inizio della crescita, usiamo l’immagine di una
pianta appena messa a dimora. Per un bambino, la scuola è il primo terreno in
cui mettere radici, il luogo da cui comincia a crescere».
ROMA, CITTÀ RIFUGIO
Il primo anno in Libano, Reema ottiene un permesso di soggiorno per motivi di
studio. Il secondo, però, non riesce a rinnovarlo.
Nel frattempo, comincia l’offensiva militare israeliana sul territorio
palestinese e gli scontri raggiungono anche il Libano. Per una palestinese
arrivata direttamente dalla Striscia, la permanenza nel Paese diventa difficile
da inquadrare anche dal punto di vista amministrativo.
«In Libano, in generale, quella palestinese non è una nazionalità ben accolta»,
racconta.
La situazione di Reema è diversa da quella dei palestinesi nati e cresciuti nei
campi libanesi. Lei è arrivata da Gaza per studiare. Una volta scaduto il
permesso, però, si ritrova intrappolata nella stessa precarietà. Senza uno
status legale non può lavorare, non può chiedere un visto per raggiungere un
altro Paese e non può tornare a Gaza, ormai travolta dalla guerra.
Rimane così bloccata.
La possibilità di uscire dal Libano arriva attraverso i corridoi umanitari.
Reema raggiunge Roma, dove viene accolta nel programma Shelter City, la rete
internazionale delle “città rifugio” dedicata ai difensori e alle difensore dei
diritti umani a rischio.
A Roma il programma è coordinato da Un Ponte Per e offre una forma di
accoglienza temporanea che comprende sia l’ospitalità materiale, sia la
creazione di uno spazio in cui fermarsi, ritrovare sicurezza ed energie,
ricevere una formazione e costruire relazioni con associazioni, istituzioni e
altri attivisti e attiviste. Ogni percorso viene adattato alle esigenze della
persona accolta.
Per Reema significa poter restare in Italia per il tempo necessario senza
rinunciare al desiderio di tornare, un giorno, a Gaza. Allo stesso tempo, il
progetto le permette anche di continuare il lavoro sui diritti dell’infanzia
iniziato tra Gaza e il campo di Shatila: frequenta un corso intensivo di
italiano, incontra associazioni e comunità locali e porta in altre città il
racconto dei bambini e delle bambine palestinesi.
Foto di copertina, Palestina Gaza strip en 2015, Beit Hanoun. Foto Jordan Valley
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