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Bimbo Day RAI: simbolo della militarizzazione scolastica e della società
La segnalazione che commento non è la prima che arriva all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riguardante l’idea che i vertici RAI hanno dell’infanzia e, aggiungo, la forma di rispetto che mostrano verso i propri dipendenti per i cui figli e le figlie si prevedono solo diversioni anti-educative. Infatti, più volte organi di stampa e siti di associazioni di giornalisti hanno commentato le iniziative organizzate dall’azienda in occasione delle giornate Bimbo Day (clicca qui e anche qui). Durante una di queste giornate dedicate alle bambine e ai bambini, figlie/i dei dipendenti, le/i piccole/i invitati non giocano in un parco di attrazioni, non vedono personaggi dei loro cartoni animati preferiti, ma visitano una Disneyland in piccolo, gestita dalla Forze Armate (clicca qui). Il caso segnalato da Il Fatto Quotidiano, riguarda Saxa Rubra, sede RAI nella periferia nord di Roma, in cui vengono registrate la maggior parte delle offerte della rete nazionale, rete per la quale tutti paghiamo il canone, anche chi di noi la TV di stato proprio non la guarda e nemmeno ha il televisore. In questo luogo, già di per sé piuttosto squallido, è stato allestito, nel mese di giugno scorso, un teatro di guerra. In scena simulazioni di attacchi guerrieri, sagome di cani poliziotto, esercitazioni di tiro, e tutta la paraphernalia che è quanto può offrire un gruppo di soldati per mostrare in cosa consiste il loro lavoro di guerra, o, se si preferisce, seguendo il pensiero del Ministro Guido Crosetto, di difesa da eventuali attacchi nemici, quando non di difesa totale, anche civile, come abbiamo più volte segnalato con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Ormai, è costante la presenza dei militari di ogni forza nelle scuole. Si tratta di insegnare ad alunni, alunne e docenti come si gestiscono le emergenze, dall’arresto di un borsaiolo, alla reazione (educativa?) a fronte di fenomeni di bullismo nelle classi, di violenze domestiche, e altro della medesima classe. Classe in sui vengono inseriti i problemi sociali, di una società profondamente malata come la nostra. Le problematiche giovanili – che ne sono specchio – vengono trattate alla stregua di forme di delinquenza comune, punibili anche quando si tratta di minori, una gioventù spregiativamente definita maranza. Insomma, bambine e bambini preparatevi: nella vita si lotta, non si gioca per giocare come in una piazza tirando calci a un pallone o andando in altalena, no, ci si prepara ogni giorno alla guerra che verrà. Inoltre sarà bene che si impari, fin dalla scuola d’infanzia a diffidare dell’altro, soprattutto se povero e di carnagione scura, o semplicemente diverso dallo standard  a cui sono ascritte le persone allegre, ben vestite, sedute a tavole ben imbandite, nel tipico stereotipo della pubblicità della pasta o del tonno in scatola. Così come si potrà apprendere, usando precocemente i social, i dispositivi ricevuti a natale già a sei anni, che la tua opinione, la foto che posti, il contenuto che immetti in rete, è tutto rivolto a finti amici il cui pollici ti diranno che pensano di te, attraverso quello che pubblichi. Del resto, nelle Forze Armate vige solo il cameratismo, il camerata è il tuo compagno, quello a cui devi fedeltà nelle regole d’ingaggio. Il tuo superiore non è nemmeno il generale o il comandante, ma il caporale che – come nei film americani – sfoga su di te, soldato semplice, la sua frustrazione di graduato inferiore. La RAI da tempo, diciamo da quando è passata dalla scure berlusconiana degli anni Novanta alla terribile gestione dell’informazione durante l’Era Covid, è un’emittente di parte, abitata da pochi giornalisti coraggiosi a cui la vita è resa impossibile o addirittura letteralmente esposta (il caso di Sigfrido Ranucci). Il resto sono volti e voci privi di carattere proprio, appartenenti alla categoria servile, pronti a ogni compromesso. Anche la radio non è immune, perfino le rubriche più interessanti sono inquinati dal governo-pensiero. Si intavolano discussioni in cui le parti sono già d’accordo, non è previsto il contraddittorio. Visto che mi occupo di valutazione degli apprendimenti segnalo uno degli ultimi esempi di questo tipo di dibattito. Vi accedo casualmente, a trasmissione già iniziata, intorno alla 9 del mattino di lunedì 27 luglio scorso. A tema il Rapporto annuale INVALSI. Parlano solo estimatori dell’ente di ricerca, tutti convinti di avere la chiave, la fotografia anzi, dello stato del sistema scolastico nazionale (che va maluccio). Dati utili, utilissimi, hanno berciato i presenti, tra cui alcuni accademici. In qualche rara occasione siamo state invitate alla trasmissione Farenheit di Radio 3, sia io che Rossella Latempa, ma già erano altri tempi, oggi ci si deve adeguare (per ampie e documentate critiche al sistema INVALSI è prezioso il sito ROARS). Attaccare INVALSI, che usa indiscriminatamente i dati personali degli alunni per tracciare le fragilità, e non cessa di accusare gli insegnanti, attraverso statistiche farlocche, di non saper fare scuola e tanto meno valutare, è quasi come attaccare le Forze Armate. Si impara anche con un test vero-falso, elaborato da un algoritmo a obbedire, a non pensare. Giochino dunque bambine e bambini alla guerra, si addestrino a dire quel che ci si aspetta che dicano. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bambini attori e bambine attrici in erba per la propaganda militarizzante
Sul finire dell’anno scolastico e con i richiami giocosi dell’estate alle porte, le scuole hanno organizzato varie attività ludiche rilassanti soprattutto nelle fasce di età più giovani: associare questo momento tradizionalmente festoso ad altri simboli legati alla divisa, rappresenta un’attività propagandistica militarizzante che è tanto più odiosa quanto più si scende, appunto, nella fascia di età “target”. È quanto avvenuto, ad esempio, ai primi di giugno a Firenze, (clicca qui) nell’incontro organizzato dalla Florence Bilingual School presso la questura del capoluogo toscano: non sono mancati gli eroici, affettuosi ed accattivanti cani-poliziotto, angeli custodi a quattro zampe che proteggono i più piccoli dallo spaccio della “droga”, intesa naturalmente – vista l’età – come stupefacente-mostro-cattivo a prescindere dalla sostanza. Poi c’erano le volanti e le moto della squadra mobile, ormai oggetti extra-lusso dotati di tutti gli optional digitali e meccanici che fanno impallidire le “rustiche” Moto Guzzi di qualche anno fa o, più in là negli anni, (quando peraltro la criminalità organizzata viaggiava su altri “numeri”), l’Alfa “Giulia”, l'”Alfetta” o la più modesta “Giulietta”. Si tratta di dotazioni che, come abbiamo ricordato più volte, non trovano alcuna giustificazione nei dati statistici relativi alla criminalità e alla devianza in genere, in caduta libera, ormai da trent’anni, in quasi tutte le fattispecie di reato. Da una parte il paradigma repressivo delle istituzioni va a colpire, con i vari decreti muscolari (“anti-rave”, “Caivano”, “anti-maranza”, ecc.), fasce di età che al netto di tutte le critiche che possono essere rivolte loro, hanno dimostrato a fine 2025, con l’appoggio incondizionato e a-partitico a tutti i gruppi “Pro-pal” e alla causa palestinese e poi contro l’ultimo referendum, un alto livello di consapevolezza, dall’altro, sempre più spesso, attua strategie di plagio vero e proprio. Si arriva addirittura a spettacolini patetici di bassa manovalanza circense, come la bambina che, inginocchiata, interagisce con la volante “parlante” della Polizia di Stato (clicca qui) oppure si fa ricorso all’innato trasporto emotivo verso gli animali domestici utilizzati dalle forze dell’ordine come appunto i cani e in alcuni casi anche i cavalli. Ma l’apoteosi di una propaganda strappa-lacrime che coopta, in veste di attori, i più piccini, si ha in questo breve filmato, sempre della questura di Firenze, in cui un bambino di circa ai 4/5 anni, durante una lite tra papà e mamma, chiama il numero di emergenza, cui risponde prontamente una volante della Polizia che si propone impropriamente come una coppia di consulenti, mediatori familiari ante-litteram, mettendo pace tra marito e moglie. L’agente donna, consola la moglie che tiene in mano la cornice con la foto di lui e lei neo-sposi, un tempo felici ed abbracciati; contemporaneamente l’agente uomo, va dal marito violento a calmare le acque: il lieto fine, negli ultimi frame, è rappresentato dalla coppia fulmineamente e platealmente rappacificata e i due agenti che battono il cinque al bambino che pochi minuti prima si era attaccato al telefono per chiamare la volante (clicca qui). Questo video ha totalizzato oltre 14.000 visualizzazioni contro una media che si attesta intorno alle 200, a dimostrazione del fatto che coinvolgere i più piccoli, dalla pubblicità sui beni o servizi di largo consumo, fino alla propaganda militarizzante, premia sempre. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Fatto Quotidiano: La lettera del prof su Gaza, l’ispezione che non scopre nulla, la solidarietà: qualcosa non mi torna
DI MARINA BOSCAINO SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 26 LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Marina Boscaino, pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 26 luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla repressione che si è scatanata sulle scuole. «Mai avrei sperato che la storia riportata su questo blog un paio di settimane fa potesse diventare un caso nazionale, ripreso da altri media, commentato da influencer, rilanciato su siti e discusso in trasmissioni radiofoniche e televisive, denunciato da gruppi di docenti, come quelli dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola; e poi lettere di solidarietà di genitori, interventi di studenti e studentesse, persino di un gruppo di prèsidi in quiescenza sardi; e, ancora, 4 e più interrogazioni parlamentari, documenti sindacali, la solidarietà del mondo accademico. Una esplosione di indignazione. Con una petizione che, nei primi 4 giorni, ha raggiunto le 10mila firme e oggi viaggia ben oltre le 15mila…continua a leggere su www.ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Diffondiamo l’Alpinità”: la provincia di Vicenza destina 20.000 euro alla militarizzazione dei bambini del territorio
Nel mese di giugno la provincia di Vicenza, nelle persone del presidente Andrea Nardin e del consigliere con delega al bilancio Marco Zocca, ha consegnato ai presidenti delle cinque sezioni vicentine dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA) un contributo di 20.000 euro istituendo il bando Diffondiamo l’Alpinità. Con quell’importo si dovranno sostenere le attività educative e sociali organizzate dalle sezioni ANA e rivolte ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, del territorio: campi scuola, notti in tenda, caccia al tesoro sull’Ortigara, escursioni nei luoghi della Grande Guerra, attività di protezione civile, addestramenti con nozioni pratiche per affrontare le emergenze.  Dalla pagina istituzionale che ne dà notizia leggiamo che anche il presidente Andrea Nardin e il consigliere Marco Zocca sono alpini. Non è certo una stranezza, considerata la diffusione del culto delle penne nere in quel territorio ma questo dettaglio apre domande sulla evidente e discutibile circolarità, in questo caso, della distribuzione delle risorse pubbliche, dato che l’emittente dei fondi ha stretta relazione con i riceventi. Il supposto conflitto di interessi svanisce però, grazie all’esplicito riferimento fatto, in sede ufficiale, al protocollo di Intesa tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e l’Associazione Nazionale Alpini, rinnovato nel mese di dicembre 2025 e che apre alla presenza dei militari nelle scuole accreditandogli un valore di esempio di senso civico, cultura della solidarietà, tutela ambientale. In un nostro passato articolo ci siamo soffermati su come lo stesso protocollo preveda il rilascio di attestati di frequenza per tutte le attività extracurricolari svolte con l’ANA, attestati utili in sede di esame di maturità o da allegare al curriculum a fine percorso scolastico perché riconosciuti da altre associazioni che operano nell’ambito della formazione giovanile e della tutela del territorio. Andrea Nardin è anche sindaco di Montegalda, un comune di circa 3400 abitanti che da qualche anno vanta un frequentato centro di Ginnastica Dinamica Militare probabilmente nato sotto il suo doppio mandato di sindaco (qui il tag per gli altri nostri articoli sulla ginnastica dinamica militare) L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vede nel bando Diffondiamo l’Alpinità un esempio delle numerose iniziative portate sul territorio, negli ultimi anni, dal sistema della “difesa” per avvicinare tutta la popolazione, in modo particolare quella adolescente e giovane, e “acculturarla” e, perché no, anche arruolarla. Ci opponiamo all’impiego delle risorse pubbliche per la diffusione dei corollari della propaganda di guerra nella mentalità comune. Il purismo identitario nazionalista, la narrazione parziale e nostalgica della Storia, il sacrificio della propria vita per il bene della patria, l’interiorizzazione e la subordinazione a una gerarchia di comando rigidamente strutturata, sono principi nei quali noi non ci riconosciamo. E riteniamo pericolose e criminali le politiche che lavorano per il loro ritorno. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Livorno, dibattito “NON SIAMO CARNE DA MACELLO – contro la reintroduzione della leva militare e le politiche di riarmo”
SABATO 1 AGOSTO ORE 19 – LIVORNO TEATROFFICINA REFUGIO, SCALI DEL REFUGIO, QUARTIERE VENEZIA Il dibattito “NON SIAMO CARNE DA MACELLO – contro la reintroduzione della leva militare e le politiche di riarmo” sarà a cura di: Collettivo studentesco Scuola di carta, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Coordinamento antimilitarista livornese. Il dibattito si svolge all’interno dell’iniziativa Effetto Refugio, uno spazio vivo di dibattiti, musica, mostre, autoproduzioni, esposizione di libri e stampa alternativa, dal 29 luglio al 2 agosto, in concomitanza e in marcata alternativa alla kermesse cittadina di Effetto Venezia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perbacco.com: Spara che ti rinfresca
DI ANTONIO DI BACCO SU PERBACCO.COM DEL 26 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere il contributo scritto da Antonio Di Bacco, pubblicato su Substack il 26 giugno 2026, in cui cita il lavoro di denuncia fatto dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, partendo dalla diffusione ancora oggi dei giocattoli che richiamano alla guerra. Nel suo articolo ricorda la possibilità per docenti e genitori di sottrarsi alle attività organizzate a scuola con i militari. Per farlo potete usare il nostro Vademecum con modelli di mozioni da presentare nel Collegio docenti, opzioni di minoranza, diffide per genitori e studenti, diffide ai dirigenti. Riguardo alla raccolta firme per Un’altra difesa è possibile, citata nell’articolo, vi invitiamo a leggere qui alcune delle perplessità emerse negli ambienti pacifisti e antimilitaristi e che consideriamo degne di nota. «Dai fucili ad acqua agli zainetti Folgore: come ci si abitua alla divisa, partendo dai più piccoli. […]  Una volta era la pistola a tappo o, al massimo, la canna del giardino puntata sul fratello o il gavettone a tradimento che però più facilmente non arrivava al bersaglio. Adesso è un fucile d’assalto in miniatura, mitra con il caricatore a serbatoio da oltre 1 litro, repliche sempre più fedeli all’originale.  […] Passando dal parco giochi ai banchi di scuola, alcune aziende come Giochi Preziosi hanno pensato bene di vendere zainetti “Esercito”, “Folgore” o “Alpini” con uno slogan che è già tutto un programma: “Per sentirsi sempre in missione”…continua a leggere su www.perbacco.substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Francia: dalle discussioni informali in sala insegnanti alla campagna nazionale. Chi vuole la pace, prepara la pace.
Anche in Francia insegnanti e genitori si mobilitano contro la guerra. È quanto sta accaduto alla scuola media “Jean Lolive” di Pantin, nella provincia di Seine – Saint-Denis (nell’Île de France, stessa regione di Parigi), dove a maggio è stata lanciata la campagna “Ècole contre la guerre“. Su iniziativa del personale scolastico e dei genitori degli alunni di quella scuola, con il sostegno dei rappresentanti sindacali dell’Istruzione si è svolta un’affollata assemblea che ha visto la rappresentanza di 14 istituti scolastici della provincia. È durante l’incontro che si è deciso di condividere l’appello per trasformarlo in una petizione. Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, il ritorno della leva, in qualsivoglia forma e definizione (incluso quindi tutte le misure volte ad aumentare gli arruolamenti volontari), appare come un fenomeno strutturale europeo e, in tutta Europa, passa attraverso la militarizzazione delle scuole. Oltre a quanto mostrano la campagna de La conoscenza non marcia, le ricerche dell’Osservatorio e le stesse narrazioni delle varie istituzioni, ora anche questa notizia francese arriva a conferma che la “difesa” europea si è di fatto sostituita all’impegno green, dai fondi di investimento fino ai banchi di scuola. Riportiamo qui alcuni dei contenuti della petizione e le parole di un docente francese (clicca qui per visionare e firmare il testo completo della petizione). > «Non lasceremo sensibilizzare i nostri studenti alle questioni relative alla > difesa al fine di un riarmo morale della popolazione e in particolare dei > giovani». È dall’inizio dell’anno scolastico che il personale docente e non docente, discute della crescente militarizzazione della società in generale e della scuola in particolare. All’unisono denunciano questa militarizzazione messa in atto da Emmanuel Macron. Durante le assemblee sindacali hanno denunciato la necessità di fermare queste collaborazioni e questi moduli di propaganda, così come i corsi di difesa, i raduni civici, i libretti didattici che servono solo a catturare i giovani. Le e i firmatari chiedono fermamente che vengano sospesi sia la legge Blanchet, una legge ad hoc per militarizzare le scuole, in quanto volta a «rafforzare l’insegnamento della difesa nazionale nell’ambito del percorso di cittadinanza», sia l’aggiornamento della legge di programmazione militare che aggiungerebbe 36 miliardi di euro ai 432 già previsti per 2026-2030 a sostegno del riarmo. > «Questi dispositivi propagandistici mirano a distruggere la Scuola nelle sue > fondamenta, trasformandola in un luogo di indottrinamento. Laddove invece le > nostre professioni mirano a trasmettere le conoscenze e le competenze delle > nostre discipline, a stimolare lo spirito critico e la capacità di > riflessione». «Prima delle vacanze, con una mozione approvata all’unanimità e poi ripresa dal Consiglio di Istituto, abbiamo chiesto l’abbandono della legge Blanchet», dice un docente della scuola media Jean Lolive di Pantin e aggiunge: «Se dovesse essere approvata, non la applicheremo». Denunciano che malgrado molti e molte insegnanti abbiano manifestato contro il genocidio a Gaza, i sanguinosi attacchi di Trump in Iran, la guerra di Israele in Libano, la propaganda bellica dilaga e si è fatta più intesa. «Il governo e la presidenza della Repubblica intendono fare di noi, della scuola, «punti di riferimento per i giovani» a favore dell’esercito», scrivono le e gli insegnanti, che indicano come il militarismo serva anche a minare i diritti. L’aggiornamento della legge di programmazione militare poi prevede la possibilità di derogare alle norme in caso di “minaccia grave e attuale” – una formulazione ampia e vaga che consente ogni tipo di abuso. Come se non bastasse, le misure attuali vengono attuate a scapito delle ore di lezione. «Sono inoltre concepite per dividere la categoria. Tutti noi subiamo la precarietà delle nostre professioni, a causa della mancata rivalutazione dei nostri stipendi sotto E. Macron e, prima di lui, sotto F. Hollande, N. Sarkozy, J. Chirac e compagnia. Alcuni colleghi, per mancanza di denaro, accettano questi «progetti», non per ideologia, ma per necessità», continua il collega. > «Insomma, vogliamo insegnare. Vogliamo ore di lezione per le nostre materie. > Vogliamo che il numero di alunni per classe sia limitato. Come insegnanti, > assistenti sociali, infermieri e medici scolastici, non ce la facciamo più. > Vogliamo porre fine a questa politica di armamento che sta distruggendo i > nostri servizi pubblici». > «Chi vuole la pace, prepara la pace». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gaza, Shatila, Roma. Il viaggio di Reema tra istruzione, guerra e diritti umani
Reema Saleh viene da Gaza. Parliamo a lungo: della guerra, prima di tutto, poi del lavoro, della sua famiglia e dei viaggi che un giorno vorrebbe intraprendere. Infine, seguendo un improvviso slancio della memoria, torniamo indietro, fino al tempo in cui si annidano molti dei primi ricordi di una persona. GLI ANNI DELLA SCUOLA A GAZA Reema raccoglie i ricordi e torna a quando aveva sette anni. Nel suo racconto, però, questo tempo non era scandito soltanto dalle lezioni, dagli esami e dalle vacanze. A dettarne il ritmo erano soprattutto gli attacchi, le scuole chiuse all’improvviso e il rumore dei bombardamenti. Quasi ogni semestre, un’aggressione spezzava la vita quotidiana. Gli attacchi potevano cominciare all’improvviso, senza alcun preavviso. Per questo, a scuola, ai bambini insegnavano prima di tutto come evacuare l’edificio in sicurezza. Nel frattempo le lezioni continuavano, per quanto possibile, anche quando il semplice tragitto fino alla propria classe poteva trasformarsi in un rischio. «Da bambina mi chiedevo perché ci permettessero di andare a scuola mentre cadevano le bombe. Perché i miei genitori e i miei insegnanti insistevano tanto? Erano spesso arrabbiati, spaventati, a volte piangevano». All’inizio, racconta Reema, la notizia di un nuovo conflitto provocava nei bambini una reazione quasi naturale, accompagnata dalla speranza di non dover andare a scuola. Pensavano che le lezioni sarebbero state sospese e che avrebbero potuto restare a casa. Immediatamente, solo dopo quella prima, ingenua felicità arrivava la paura, insieme alla consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di molto grande. Nel 2008, però, quella percezione cambiò per sempre. Una delle guerre peggiori cominciò con un bombardamento israeliano vicino alla casa di Reema. Nel giro di poche ore venne uccisa Mayar, la bambina che sedeva accanto a lei in classe. Per Reema fu uno dei traumi più profondi della sua infanzia. Quando, alla fine degli attacchi, gli alunni e le alunne tornarono a scuola, Reema si sedette da sola. Accanto a lei era rimasto un posto vuoto. L’insegnante cercò, con fatica, di dare un significato a quell’assenza. «Se Mayar fosse qui con noi, o se potesse parlarvi, vi chiederebbe di continuare ad andare a scuola e di portare avanti anche il suo percorso. Non sarebbe felice se smetteste di studiare. Ora è in paradiso ed è felice che voi continuiate il vostro cammino». Poi, Reema pronuncia una data: «Il 27 dicembre 2008». Quel giorno ebbe inizio l’operazione militare israeliana “Piombo fuso”, l’attacco su Gaza che sarebbe proseguito fino al gennaio 2009. In quel periodo gli studenti si stavano preparando per gli esami di metà anno, quando cominciarono i bombardamenti. Le scuole chiusero per alcuni giorni, ma i libri rimasero aperti. I genitori di Reema riunirono i figli e le figlie in una stanza al centro dell’appartamento, lontana dalle pareti esterne. Era considerata il punto più sicuro della casa. Fuori, le esplosioni e il rumore delle armi continuavano senza sosta, mentre i bambini avrebbero dovuto concentrarsi sulle pagine da studiare per prepararsi a degli esami che forse non si sarebbero mai svolti. Reema non riusciva a capire cosa pretendessero da lei. Aveva paura e non riusciva a studiare. «Non voglio andare a scuola, non voglio studiare, c’è una guerra. Tanto cancelleranno gli esami», diceva a sua madre. > «Così stai facendo esattamente quello che vuole Israele», le veniva risposto. > «Non studi soltanto per superare un esame, ma per diventare una persona > istruita e per combattere l’occupazione». Le ripetevano che avrebbe dovuto continuare anche se gli esami fossero stati cancellati, anche se la scuola fosse stata bombardata o se gli insegnanti fossero stati uccisi. Allora Reema non riusciva ad accettarlo. Per lei, quando le lezioni venivano sospese, tutto doveva fermarsi. Oggi, Reema ha 31 anni e quei momenti le tornano alla mente con dei contorni più precisi. Comprende quanto la sua famiglia e i docenti cercassero di impedire che la paura spezzasse il percorso delle bambine e dei bambini. «L’istruzione era un diritto, una strada verso il futuro, come anche una forma di sopravvivenza, un modo per continuare a immaginare una vita oltre la guerra». DALLA STRISCIA A SHATILA Nel settembre 2022, ormai adulta, Reema lascia Gaza. Parte per il Libano grazie a una borsa di studio per frequentare un master della durata di due anni in Diritti umani, nello specifico i diritti dell’infanzia. A Beirut, nell’ambito delle attività del Global Campus Arab World, Reema comincia a lavorare con i bambini palestinesi e siriani del campo di Shatila, collaborando con una realtà locale che utilizza lo sport e le attività educative come strumenti di protezione e partecipazione. Basket, calcio, boxe, inglese, matematica, attività artistiche. > Per Reema, istruzione e protezione sono inseparabili. Nel campo di Shatila, > spiega, studiare è difficile. Le scuole private, che rappresentano gran parte > dell’offerta educativa libanese, sono troppo costose per molte famiglie, > mentre il sistema pubblico è stato ulteriormente indebolito dalla crisi > economica iniziata nel 2019. Anche le condizioni di vita nel campo rendono > complicato seguire un percorso scolastico regolare. In quei giorni, il pensiero di Reema torna inevitabilmente a Gaza, alle scuole distrutte, agli insegnanti uccisi e ai bambini costretti a interrompere le lezioni. È una realtà che osserva anche attraverso la storia della propria famiglia: sua nipote, suo fratello, i suoi cugini, le figlie e i figli delle sue amiche. «In quel periodo pensavo molto a cosa rappresentasse davvero la scuola. Quando un bambino ne è privato, non gli si sta negando soltanto il diritto all’istruzione. La scuola è anche un sistema di sostegno psicologico. È il luogo nel quale possono sentirsi al sicuro, incontrare gli altri, costruire amicizie e imparare a vivere insieme». La prima visita al campo di Shatila rappresenta per Reema un nuovo punto di svolta. «Quando sono arrrivata a Shatila sono rimasta sconvolta. Da tutto. Da bambina avevo studiato che, tra i campi palestinesi in Libano, Shatila era quello in cui le condizioni sono peggiori. Una volta giunta, ho visto che era davvero così». Shatila, il cui nome, nella memoria storica contemporanea, è inseparabile da Sabra, nasce nel 1949 nella periferia meridionale di Beirut, per accogliere una parte dei palestinesi espulsi o fuggiti dalle proprie case durante la Nakba (in arabo “catastrofe”, il termine con cui si indica l’esodo forzato e la perdita delle terre subiti dalla popolazione palestinese nel 1948, durante la nascita dello Stato di Israele). Quello che avrebbe dovuto essere un rifugio temporaneo si è trasformato, nel corso delle generazioni, in un insediamento permanente, densamente abitato e segnato dalla povertà, dalle restrizioni imposte ai palestinesi in Libano e dalle distruzioni della guerra civile. Anche a Sabra, il quartiere adiacente, vivevano numerosi palestinesi. Nel settembre 1982, durante l’invasione israeliana del Libano, dopo settimane di assedio su Beirut Ovest, la dirigenza e i combattenti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina avevano già lasciato la città in seguito a un accordo mediato a livello internazionale. Dopo l’assassinio del presidente libanese appena eletto, Bashir Gemayel, leader vicino alle milizie cristiano-falangiste, l’esercito israeliano occupò Beirut Ovest e circondò Sabra e Shatila. Tra il 16 e il 18 settembre, miliziani falangisti libanesi, alleati di Israele, entrarono nell’area e uccisero centinaia di civili, in gran parte palestinesi, tra cui donne e bambini. Le forze israeliane, che controllavano l’area circostante e avevano consentito l’ingresso delle milizie, non adottarono misure tempestive e adeguate per impedire o fermare il massacro. Durante la notte, l’area fu inoltre illuminata con razzi lanciati dapprima dagli aerei e poi, a intervalli, da postazioni di mortaio israeliane, consentendo ai falangisti di continuare a operare nei campi anche dopo il buio. È con questa storia alle spalle che Reema entra per la prima volta a Shatila. «Avevo studiato tutto questo a scuola, e adesso lo vedevo con i miei occhi. È stato come un ritorno improvviso al passato, a quando ero bambina e studiavo il massacro di Sabra e Shatila. Ora vedevo le conseguenze che aveva lasciato sulle nuove generazioni». A colpirla sono le carenze materiali del campo, la mancanza di sicurezza e soprattutto l’assenza di luoghi pensati per i bambini. «Tutto era terribile. I bambini non avevano nemmeno uno spazio adeguato in cui giocare o imparare. Era un ambiente del tutto inadatto alla loro crescita». Il gruppo con cui lavora cerca allora di intervenire con i mezzi disponibili. «La prima soluzione che siamo riusciti a realizzare, anche se molto piccola, è stata creare uno spazio per praticare lo sport. Accanto, è stata ricavata una piccola aula per i corsi e lo studio». Il lavoro a Shatila la porta inevitabilmente a pensare ai bambini di Gaza, dove il sistema educativo è stato distrutto insieme a ogni spazio che avrebbe dovuto garantire sicurezza. Le scuole, aggiunge, vengono colpite anche quando non funzionano più come luoghi di insegnamento, ma sono diventate rifugi per le famiglie sfollate. «A Shatila le scuole non sono state distrutte dalle bombe e il contesto è più sicuro. Ma l’istruzione rimane difficile da raggiungere. Le famiglie affrontano ostacoli economici e sociali, mentre per i giovani palestinesi anche l’accesso alle università, al lavoro e alla possibilità di viaggiare può trasformarsi in un percorso complicato». La differenza tra Gaza e Shatila è evidente. In un caso, la guerra distrugge fisicamente le scuole e uccide chi le frequenta. Nell’altro, gli edifici esistono, ma povertà, discriminazioni e restrizioni rendono comunque difficile esercitare il diritto allo studio. > Per Reema, è qui che le due esperienze si incontrano. Il filo comune è la > distruzione dell’istruzione e di tutto ciò che essa rappresenta per una > comunità. «Lo abbiamo visto anche durante questo genocidio: sono state distrutte università e scuole, sono stati colpiti professori, medici, insegnanti e studenti. Le scuole e gli studenti sono sempre stati tra i primi a pagare il prezzo della violenza. L’istruzione è una delle armi che i palestinesi hanno contro l’occupazione. Per noi è fondamentale, perché non puoi affrontare una battaglia se non hai gli strumenti per comprendere quello che accade». Quando ne parla, Reema pensa soprattutto a suo nipote. Ha sei anni e non è mai entrato in una scuola. Quando è iniziata la guerra ne aveva tre e non aveva ancora raggiunto l’età per frequentarla. «Non sa nemmeno che aspetto abbia una scuola. Sua madre cerca di insegnargli qualcosa nel luogo in cui vivono, che faticano a considerare una casa, perché non è una casa. Ha quasi dimenticato che cosa significhi la parola “casa”». Il bambino fatica ad accettare quelle lezioni improvvisate. «Dice a sua madre: “Non voglio studiare qui. Quando la guerra finirà e la scuola sarà ricostruita, allora potrò andarci”». Nella sua immaginazione, la scuola è ciò che non ha mai conosciuto, un luogo con giochi, compagni, insegnanti e attività. Invece, ora si ritrova a studiare in un rifugio per sfollati, circondato da centinaia di persone, e sua madre che prova a insegnargli. «In arabo, per descrivere l’inizio della crescita, usiamo l’immagine di una pianta appena messa a dimora. Per un bambino, la scuola è il primo terreno in cui mettere radici, il luogo da cui comincia a crescere». ROMA, CITTÀ RIFUGIO Il primo anno in Libano, Reema ottiene un permesso di soggiorno per motivi di studio. Il secondo, però, non riesce a rinnovarlo. Nel frattempo, comincia l’offensiva militare israeliana sul territorio palestinese e gli scontri raggiungono anche il Libano. Per una palestinese arrivata direttamente dalla Striscia, la permanenza nel Paese diventa difficile da inquadrare anche dal punto di vista amministrativo. «In Libano, in generale, quella palestinese non è una nazionalità ben accolta», racconta. La situazione di Reema è diversa da quella dei palestinesi nati e cresciuti nei campi libanesi. Lei è arrivata da Gaza per studiare. Una volta scaduto il permesso, però, si ritrova intrappolata nella stessa precarietà. Senza uno status legale non può lavorare, non può chiedere un visto per raggiungere un altro Paese e non può tornare a Gaza, ormai travolta dalla guerra. Rimane così bloccata. La possibilità di uscire dal Libano arriva attraverso i corridoi umanitari. Reema raggiunge Roma, dove viene accolta nel programma Shelter City, la rete internazionale delle “città rifugio” dedicata ai difensori e alle difensore dei diritti umani a rischio. A Roma il programma è coordinato da Un Ponte Per e offre una forma di accoglienza temporanea che comprende sia l’ospitalità materiale, sia la creazione di uno spazio in cui fermarsi, ritrovare sicurezza ed energie, ricevere una formazione e costruire relazioni con associazioni, istituzioni e altri attivisti e attiviste. Ogni percorso viene adattato alle esigenze della persona accolta. Per Reema significa poter restare in Italia per il tempo necessario senza rinunciare al desiderio di tornare, un giorno, a Gaza. Allo stesso tempo, il progetto le permette anche di continuare il lavoro sui diritti dell’infanzia iniziato tra Gaza e il campo di Shatila: frequenta un corso intensivo di italiano, incontra associazioni e comunità locali e porta in altre città il racconto dei bambini e delle bambine palestinesi. Foto di copertina, Palestina Gaza strip en 2015, Beit Hanoun. Foto Jordan Valley pubblicata da heatkernel su  Flick in Creative Commons.  L'articolo Gaza, Shatila, Roma. Il viaggio di Reema tra istruzione, guerra e diritti umani proviene da DINAMOpress.
July 27, 2026
DINAMOpress
Difesa civile. Sì, ma quale? Che ci faccio qui?
RILANCIAMO IL PRIMO DI TRE ARTICOLI PUBBLICATI DA ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATO SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” [i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.   C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’. Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta” [ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago. In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici. Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci. “ALTRA” E “ALTERNATIVA” NON SONO SINONIMI Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli. Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali. Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare. Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare. Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta. >  «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e > nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, > protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme > di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… > forme di difesa civile basate su principi non armati e > nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza > nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa > militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori > strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, > richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa > civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi > quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della > tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui > sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de > facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi]. IMMAGINE PUBBLICA E SOSTANZA EFFETTIVA… A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta. Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare. Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente. Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco. Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome. Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista. La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale. Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo. Ermete Ferraro [i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf [ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/ [iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/ [iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/ [v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/ [vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile” [vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Dal caso Fakir all’ordine pubblico nelle scuole: l’altro volto della militarizzazione
Il caso dell’uccisione di Fakir, a Bologna, ad opera dei due poliziotti, ci riporta ancora una volta al concetto di fondo, alla base della militarizzazione della società: il conflitto, il disagio o anche solo la sofferenza/fragilità anche psichica, in tutte le sue forme esteriori, a volte “plateali” e impressionanti, affrontato come un problema di ordine pubblico. Qualche anno fa nell’ex-istituto magistrale “Caetani“, una scuola superiore piuttosto nota, al centro di Roma, una ragazza di 14-15 anni, peraltro anche molto minuta di corporatura, come in analoghi casi, però di “mala-polizia”, stava dando in “escandescenza”, (termine un po’ abusato in questi ultimi anni e usato per Aldovrandi, Magherno e tanti altri) secondo dinamiche molto simili al mondo degli adulti, in cui tali azioni rientrerebbero nel cosiddetto “delirio iperattivo”: la fronte sbattuta ripetutamente contro le pareti di una classe (vuota), urla, movimenti repentini e scoordinati del corpo, banchi e sedie buttate rumorosamente a terra, ecc. Insomma, una situazione in cui il contenimento da parte di persone adulte, docenti ed operatori, educatori, insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, in teoria preparati a tali situazioni, potevano certamente mettere in campo soluzioni alternative alla chiamata delle forze dell’ordine in quel caso i Carabinieri. Vogliamo ricordare a tutti i colleghi e colleghe, ma anche a tutti i cittadini e le cittadine, che cosa riporta il sito ufficiale del numero di emergenza “112” ex-numero di emergenza dei Carabinieri: il numero unico europeo per le emergenze (NUE) 112 è il numero di telefono per chiamare i servizi di emergenza in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Prevede una centrale unica di risposta (CUR), nella quale vengono convogliate le linee 112, 113, 115 e 118. All’interno della Centrale gli operatori, formati per gestire la prima risposta alla chiamata, smistano le telefonate agli enti responsabili della gestione delle emergenze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco o il Soccorso sanitario). Dunque, è chi chiama che deve specificare in modo assertivo e convincente, fornendo tutti gli elementi oggettivi che si tratta di un’emergenza sanitaria e non di ordine pubblico, perché in caso contrario è sempre un poliziotto o un carabiniere che arriva e molto spesso si ritrova a dover applicare il proprio protocollo con il corpo dell’esagitato/a sbattuto a terra a pancia in giù e con due o tre agenti sopra di lui a contenerlo. In un istituto superiore, quindi, dove si insegnano pedagogia, psicologia e sociologia, docenti un po’ impauriti e/o sprovveduti, preferirono chiamare le forze dell’ordine proprio come se fosse, appunto, un problema di ordine pubblico. Quando la marginalità, la povertà socio-economica, lo stato di disoccupazione, vengono riclassificati sotto il capitolo della “colpa” con lo stigma sociale del demerito, ecco che si fa strada l’atteggiamento giustificazionista nei confronti del “lavoro sporco” fatto dai poliziotti in nome e per conto della società: questi omicidi, quando emergono e non rimangono nel dimenticatoio dei trafiletti delle cronache locali, vengono a loro volta derubricati in chiave di “tragiche fatalità” o “serie sfortunate di circostanze rivelatesi poi fatali”. La militarizzazione delle scuole passa anche attraverso le modalità di intervento qui sopra descritte, che non rappresentano affatto casi isolati: come, per esempio, quando ci si ritrova ad affrontare casi di presenza, vera o presunta, di sostanze stupefacenti, come la diffusissima cannabis: qui, spesso, l’atteggiamento da parte di molti colleghi e colleghe è analogo, se non ancora più repressivo. Il corpo docente, in quei casi, non dovrebbe passare dalla figura del pubblico ufficiale “civile” a quello con le stellette, ma affrontare il caso come una sfida professionale nel quadro del proprio ruolo sociale di educatore. In concreto, come avvenne qualche anno fa in un istituto scolastico superiore di Bracciano, area peraltro fortemente militarizzata, se un allievo quattordicenne tiene nervosamente e con “fare sospetto” uno zainetto, tornato in classe dopo essere andato in bagno e il docente presume che questo contenga della cannabis, non si sequestra il “corpo del reato” affinché la dirigente scolastica lo custodisca nella propria cassaforte; allo stesso modo, si può trovare una strategia alternativa alla chiamata della volante dei Carabinieri che (in divisa) fa irruzione nell’istituto proprio nel momento in cui c’è l’uscita degli studenti e delle studentesse per la fine delle lezioni! Il quattordicenne fu subito etichettato dagli altri studenti come “spacciatore” mentre i compagni di “bravate”, sapendolo sotto torchio nell’ufficio dei Carabinieri, come delatore/traditore. Questi due casi concreti, presi ad esempio, rappresentano l’altra faccia della medaglia della militarizzazione delle scuole in cui tutti i colleghi e le colleghe sono chiamati a trovare e provare soluzioni alternative a misure di semplice “ordine pubblico” che hanno ben poco di educativo e che non rappresentano di certo un esempio di prevenzione del disagio o della devianza, ma solo come più volte ricordato di deterrenza. Mentre scriviamo, ad una settimana esatta dal caso Fakir, a Cosenza, un altro giovane, Momo (qui l’articolo dell’Osservatorio), agli arresti domiciliari, con una diagnosi conclamata di depressione e appuntamento già fissato la settimana successiva presso il Centro di Igiene Mentale, durante l’ennesima perquisizione domiciliare da parte dei Carabinieri, dalla finestra della sua stanzetta da letto, si lancia nel vuoto trovando la morte. (https://www.radiondadurto.org/2026/07/24/cosenza-mohamed-amin-bessioud-morto-suicida-durante-un-controllo-di-carabinieri-interrogativi-sullintervento-e-sulla-tutela-delle-persone-fragili/). Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente