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Volterra: “Disarmare le coscienze”, evento contro il riarmo e la normalizzazione della guerra
VENERDÌ, 18 SETTEMBRE 2026, ORE 17:30 SPAZIO ARCI, PIAZZALE XXV APRILE, BORGO SAN GIUSTO, VOLTERRA Volterra organizza “Disarmare le coscienze”, un incontro pubblico aperto a tutta la cittadinanza per parlare di riarmo, militarizzazione della società e di come la guerra stia diventando pericolosamente “normale“: nel linguaggio, nei media, nelle scuole, nelle scelte politiche. Sarà presente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, una rete di docenti, associazioni pacifiste e sindacalismo scolastico di base che monitora l’infiltrazione della cultura militare nelle scuole e promuove una cultura di pace e pensiero critico. Si affronterà anche il tema del riarmo in Europa e dell’aumento delle spese militari a scapito dello stato sociale e dell’istruzione. Seguirà un dialogo aperto con le associazioni e tutta la cittadinanza: spazio a domande, osservazioni e proposte per costruire insieme azioni e iniziative future. Le associazioni che aderiscono: ANPI Castelnuovo-Pomarance, ANPI Volterra, Circolo Arci Casa del Popolo Borgo San Giusto, Circolo Arci Garofano Rosso, Collettivo Antifascista Volterra, CUB Pisa e Volterra, Emergency Volterra, Libreria aVeglia, Ass. Mondo Migliore, Pace e Disarmo Volterra, SSB Pisa, Sanitari per Gaza, Spazio Libertario Pietro Gori, Tavolo per la Pace Val di Cecina e Ultima Frontiera. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Disertiamo la scuola di Valditara, per una scuola antirazzista
Durante l’estate il dibattito politico e mediatico è apparso sempre più orientato alla costruzione di un nemico interno: le persone migranti e razzializzate. Dalla proposta di legge sulla “remigrazione” al cosiddetto decreto “anti-maranza”, dalla retorica dell’Europa sotto assedio alle strumentalizzazioni sull’islam e alla violenza conclamata delle forze dell’ordine, si moltiplicano discorsi che alimentano un clima di emergenza permanente, facendo della questione migratoria il principale problema della collettività e oscurando le crisi strutturali del Paese. La stessa strategia investe la scuola, terreno privilegiato di questa offensiva ideologica, attraverso la costruzione dell’emergenza legata alla presunta “invasione” degli alunnə stranierə. È una linea perseguita da tempo dal governo, ma le recenti prese di posizione del ministro Valditara segnano un ulteriore irrigidimento e anticipano il clima politico con cui si apre il nuovo anno scolastico. Già a luglio la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera ha approvato la cosiddetta “risoluzione anti-islamizzazione”, promossa da Futuro Nazionale, che denuncia un presunto rischio di indottrinamento ideologico, politico e religioso nelle scuole. La dichiarazione di Rossano Sasso, secondo cui le classi sarebbero ormai «piccole moschee», ne rende esplicita la logica. > La risoluzione sembra così perseguire un duplice obiettivo: costruire un > nemico immaginario a fini propagandistici e colpire ulteriormente la libertà > di insegnamento, già sottoposta a crescenti limitazioni. Negli stessi giorni Ernesto Galli della Loggia, dalle pagine del “Corriere della Sera”, offre a questa impostazione una sponda culturale e intellettuale. Attraverso un lessico emergenziale e polarizzante, quantifica la presenza di studentə con background migratorio come «la maggioranza», «talora la quasi totalità», mentre gli ultimi dati del Ministero parlano dell’11,6% di alunnə con cittadinanza non italiana, con un picco del 17% in Lombardia. Una rappresentazione iperbolica, la sua, che trasforma l’aula in uno spazio “occupato”, sottratto allə studenti italianə. Nonostante il 65% di questa popolazione scolastica sia nata in Italia, Galli della Loggia descrive bambinə e ragazzə come portatorə di valori immutabili ed estranei, concentrandosi in particolare sulle famiglie musulmane rappresentate attraverso una logica di conflitto e incompatibilità culturale. > Anche le seconde generazioni scompaiono così nella rappresentazione di culture > intese come blocchi monolitici, mentre il dialogo tra scuola e famiglie viene > sostituito dalla retorica dello “scontro tra civiltà”. La scuola italiana finisce così per essere raccontata come una piccola “Fortezza Europa”: uno spazio assediato in cui difendere un’identità occidentale minacciata dall’alterità. DALL’INCLUSIONE ALL’ASSIMILIAZIONE Questo approccio assimilazionista ed eurocentrico era d’altronde già ampiamente presente nelle Indicazioni nazionali per il primo ciclo pubblicate oltre un anno fa, che Galli della Loggia ha contribuito a redigere come membro della commissione nominata dal Ministero. Indicazioni che hanno operato un vero e proprio “epistemicidio”, ossia la cancellazione sistematica di saperi, lingue e visioni del mondo, ignorando come la stessa storia europea, la filosofia o le matematiche siano il frutto di millenarie contaminazioni globali, incluse quelle del mondo arabo-islamico. > Presentare la cultura italiana come un blocco puro, internamente omogeneo e > separato dal resto del mondo costituisce una costruzione ideologica > colonialista che quelle Indicazioni hanno contribuito a consolidare, rendendo > oggi più agevole per la politica invocare una presunta “difesa” dei confini > culturali all’interno delle classi. La continuità tra produzione culturale e iniziativa politica diventa più evidente durante il mese di agosto. In diverse interviste rilasciate al “Corriere della Sera” e al “Messaggero”, e nel suo intervento al convegno di Comunione e Liberazione a Rimini, Valditara raccoglie e rilancia le argomentazioni di Galli della Loggia, conferendo alla logica assimilazionista e razzista una veste pienamente istituzionale e programmatica. DISTRUGGERE IL PLURILINGUISMO L’integrazione è una priorità del MIM, dice, non l’inclusione – un passo indietro che liquida con un colpo d’accetta anni di ricerche e pratiche pedagogiche – e manifesta preoccupazione per l’uso della lingua madre in famiglia, sostenendo che essa farebbe “disimparare” l’italiano appreso a scuola. Per questo, afferma, verranno organizzati corsi di italiano L2 anche per i genitori. È utile a questo proposito ricordare prima di tutto che le mille cattedre destinate all’insegnamento dell’italiano per alloglotti, previste per lo scorso anno scolastico e sbandierate come un successo personale dal Ministro, sono diventate 762 per il prossimo, un taglio che racconta molto più delle dichiarazioni demagogiche. > Inoltre, le idee del Ministro sul bilinguismo contrastano non solo con decenni > di ricerche sull’apprendimento linguistico, ma anche con i documenti di > indirizzo che orientano l’insegnamento delle lingue nelle scuole italiane. Il Quadro comune europeo di riferimento (QCER) promuove infatti lo sviluppo della competenza plurilingue, riconoscendo che le lingue conosciute da una persona costituiscono un repertorio integrato di risorse che si sostengono reciprocamente. Secondo questa prospettiva le competenze sviluppate nella lingua madre rappresentano una base che facilita l’apprendimento della lingua dello studio e delle altre lingue. Chiedere alle famiglie di rinunciare alla propria lingua nativa tra le mura domestiche non agevola lo sviluppo dellə figlə; al contrario, considerare l’idioma d’origine come un ostacolo da sradicare innalza rigide barriere emotive che compromettono il rendimento scolastico, alimentando forme di rifiuto di sé e della propria storia. La scuola è già oggi impreparata a valorizzare il plurilinguismo che la contraddistingue, è costantemente priva di investimenti strutturali, tende a inserire d’ufficio nella macro-categoria dei Bisogni Educativi Speciali lə studenti con background migratorio non appena riscontra una parziale padronanza dell’italiano. Questo automatismo rischia di marginalizzare i percorsi scolastici dellə ragazzə patologizzando la diversità linguistica ed equiparandola a una carenza cognitiva, attivando interventi puramente compensativi che abbassano le aspettative formative e penalizzano il reale potenziale di apprendimento. > Per valorizzare il plurilinguismo servirebbero, al contrario, investimenti > concreti dedicati alla formazione continua dellə insegnanti e dal > potenziamento di risorse umane specializzate.  Il plurilinguismo dovrebbe essere incentivato come patrimonio dell’intera comunità scolastica, abbandonando l’idea che la diversità sia uno svantaggio da superare per accelerare un’integrazione forzata, che rischia di tradursi in una vera e propria sottomissione culturale. A SCUOLA NON C’È ALCUNO SCONTRO DI CIVILTÀ La stessa logica assimilazionista emerge anche nelle dichiarazioni del Ministro in materia religiosa. Valditara – il quale, pur prendendo le distanze dalle posizioni di Vannacci, nei fatti rincorre la linea della destra estrema di Futuro Nazionale – si erge a difensore delle bambine annunciando un emendamento al decreto Sicurezza che vieterebbe il burqa in classe e richiamando le sanzioni previste dal decreto Caivano per i genitori che non mandano a scuola le figlie per motivi religiosi, fino a evocare la revoca del permesso di soggiorno. > Il corpo delle bambine diventa terreno di scontro ideologico per legittimare > politiche securitarie ed escludenti poiché il richiamo all’emancipazione viene > usato solo come strumento di disciplinamento e di riaffermazione di una > presunta superiorità dei valori occidentali. Un’altra proposta propagandistica del ministro Valditara è rafforzare l’applicazione del tetto del 30% di “alunni stranieri” per classe, già introdotto nel 2010 dalla ministra Gelmini. La categoria stessa di “straniero” è però problematica: dei circa 930mila studenti privə di cittadinanza, il 65,2% è natə in Italia, parla italiano e non ha mai visto il Paese di origine dei genitori. Secondo gli ultimi dati del MIM, le classi che superano il 30% di studenti natə all’estero – le uniche per cui avrebbe senso un supporto linguistico dedicato – sono appena lo 0,7% del totale nazionale. Trasformare questa percentuale marginale in uno spauracchio serve a consolidare l’idea di una scuola “sotto assedio”, occultando le vere criticità: il ritardo scolastico e il maggiore rischio di dispersione che riguardano in misura significativa gli studenti con background migratorio, legati a condizioni economiche e strutturali come la povertà familiare, la concentrazione delle famiglie più vulnerabili nelle periferie, il sottofinanziamento della scuola pubblica e il taglio di figure essenziali come docenti L2 e mediatorə interculturali. A questo si aggiunge una legge sulla cittadinanza che continua a definire “stranierə” ragazzə natə e cresciutə in Italia. Il tetto del 30% lascia inoltre intatto il problema della segregazione formativa: attraverso orientamenti scolastici condizionati da pregiudizi e bias di genere, classe e razza, le seconde generazioni vengono indirizzate verso gli istituti tecnici e professionali anche quando possiedono competenze elevate. Vulnerabilità economica, disuguaglianze territoriali e carenza di informazioni sul sistema educativo rafforzano questo meccanismo, i cui effetti si prolungano nel mondo del lavoro. > Il razzismo istituzionale si mostra così nella sua dimensione più concreta: un > dispositivo che organizza gerarchie nell’accesso all’istruzione e, attraverso > di esse, nel mondo del lavoro. Nel loro insieme, questi interventi restituiscono un’immagine coerente della scuola come luogo di difesa identitaria piuttosto che di costruzione democratica. La narrazione dell’invasione e dello scontro di civiltà tra i banchi serve a occultare le cause strutturali e materiali del disagio scolastico. Derubricare tensioni sociali ed economiche a problemi di “Ramadan” o di “velo” permette allo Stato di deresponsabilizzarsi rispetto alle proprie mancanze, trasformando la marginalizzazione in una questione di incompatibilità religiosa e culturale. UN PROGETTO DI SCUOLA RAZZISTA E NAZIONALISTA Ma il vero assedio alla scuola non proviene dalle persone migranti o musulmane, ma da un progetto politico nazionalista, razzista e autoritario che, attraverso l’emergenza permanente, punta a ridefinire il significato stesso dell’educazione pubblica. > La scuola, anziché essere raccontata come una trincea dove culture diverse si > scontrano, dovrebbe essere il luogo in cui si contrastano le disuguaglianze > educative e lavorative e si pratica un’educazione profondamente antirazzista. A noi insegnanti viene sempre più richiesto di presidiare la scuola come una Fortezza, di schierarci come soldati a difesa della cultura nazionale facendoci complici di un sistema scolastico che guida le seconde generazioni verso un destino di lavoro sottopagato e dequalificato. > A questa chiamata alle armi e alla riproduzione dello sfruttamento scegliamo > di sottrarci: disertiamo. Continuiamo a lavorare dentro e fuori le classi insieme a tutte lə insegnanti che da anni già lo fanno, costruendo quotidianamente pratiche di cittadinanza globale, di educazione alla pace, di antirazzismo, contro i confini e per la libera circolazione di persone, lingue e storie, riconoscendo che il futuro del Paese dipende dalla capacità di ripensarci – oltre il monolinguismo, la bianchezza, i confini nazionali e le gerarchie di classe e di razza nel mercato del lavoro – e non dalla costruzione di nuove trincee identitarie. Per rendere concreta questa trasformazione servono risorse stabili e strutturali, gestite direttamente dalle scuole, superando la logica di progetti e bandi saltuari affidati a enti esterni, che distribuisce le risorse in modo diseguale e finisce per amplificare le disuguaglianze territoriali. Occorre rendere sistemica la presenza dellə mediatorə culturali, in classe, nei colloqui con le famiglie e nell’orientamento; aumentare le cattedre di italiano per alloglotti e i fondi per libri, materiali e attività extracurriculari; garantire il tempo pieno su tutto il territorio nazionale e ampliarlo anche per le scuole medie; attivare sportelli di segretariato sociale per sostenere le famiglie nell’accesso ai servizi e alle piattaforme scolastiche, contrastando il digital divide; garantire infine allə insegnanti formazione retribuita sulla decolonizzazione dei saperi, la didattica antirazzista e il plurilinguismo. > Al contempo, come lavoratorə della scuola, crediamo urgente adeguare i salari > dellə insegnanti. Finché le “referenze inclusione” e “intercultura” resteranno > incarichi aggiuntivi con compensi simbolici, continueranno a gravare sul > “ricatto della cura”, tra volontariato e autosfruttamento. Serve smontare la narrazione della vocazione e dell’attitudine “materna” dellə insegnanti e riconoscere che didattica, inclusione e lavoro emotivo sono lavoro di riproduzione sociale, che richiede adeguata retribuzione e piena dignità. La scuola, però, non può fare tutto da sola: un cambiamento duraturo richiede interventi sul welfare, sulla cittadinanza, sulla sanità pubblica, sul lavoro e sul diritto alla città, capaci di garantire condizioni materiali dignitose anche fuori dalla scuola. la copertina è RDNE Stock project via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Disertiamo la scuola di Valditara, per una scuola antirazzista proviene da DINAMOpress.
September 13, 2026
DINAMOpress
Può un dirigente impedire al collegio di discutere una mozione su Gaza?
Mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza”: una volta svolta la lezione del primo giorno di scuola per Gaza e per la libertà d’insegnamento, ricordati di compilare il questionario A QUESTO LINK. Il primo giorno di scuola si avvicina e con esso la prima lezione dell’anno. È in questa circostanza che si apre lo spazio per portare in classe una delle sei attività proposte dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per la mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza“. Le attività sono inserite all’interno di una mozione da presentare in Collegio Docenti. Riportiamo di seguito e commentiamo il caso di una scuola in cui il dirigente, illecitamente, ha di fatto ostacolato l’operato di un organo collegiale. Indipendentemente dall’esito della mozione in Collegio Docenti, ogni docente è libero e libera di aderire alla mobilitazione durante le sue prime ore di lezione dell’anno in virtù della libertà d’insegnamento. A pochi giorni dall’inizio, ricordiamo che le cinque attività sono: * Lettura corale della poesia “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish (vedi qui a pagina 3); * Visione del video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia; * Volo di aquiloni o di aeroplanini; * Lettura della lettera del prof. Massimo Sabbatini del Liceo “Francesco Vivona” di Roma (vedi qui a pagina 4); * Visione del video “Rajieen” ( راجعين – “Torneremo”); * Visione del video del prof. Alessandro Barbero dal titolo “Nel 2030 ci sarà una guerra?“. La mozione in sostanza esprime «l’intenzione di parlarne [di quanto succede in Palestina], sia tra di noi che con i nostri studenti e le nostre studentesse, per approfondire e contribuire a far conoscere una tragedia umana di cui ancora è difficile vedere la fine, e di lavorare affinché memoria e azione siano, per le nuove generazioni, strumenti per una lettura critica della realtà e richiamo a un impegno quotidiano per la difesa dei diritti di chi non ha voce». Sottolineaimo che un Collegio Docenti ha pieno diritto di pronunciarsi in merito a tale questione, come stabilito per esempio dal Testo Unico del 1994 all’Articolo 7 comma 2: «Il collegio dei docenti ha potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell’istituto. In particolare cura la programmazione dell’azione educativa anche al fine di adeguare, nell’ambito degli ordinamenti della scuola stabiliti dallo Stato, i programmi di insegnamento alle specifiche esigenze ambientali e di favorire il coordinamento interdisciplinare. Esso esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ribadiamo questo aspetto a causa di una segnalazione. In un Collegio Docenti, un dirigente ha (colpevolmente) impedito la discussione sostenendo che: «Il collegio si esprime solo su questioni legate all’organizzazione e alla didattica della scuola. Quindi se voi proponete una vicinanza al popolo palestinese, è una cosa politica e le cose politiche non possiamo farle». È proprio qui che la mobilitazione arriva al suo nucleo più vivo: agire contro l’estrema e impunita oppressione del popolo palestinese rivendicando la libertà d’insegnamento attraverso una lezione in classe. Il dirigente ha colto pienamente. E ha scelto di abusare della sua posizione per impedire, in questa occasione, di discutere la mozione. Ha scelto di agire per mantenere il silenzio. Verrebbe da chiedergli chi è quindi che sta facendo una “cosa politica”. E verrebbe in mente il Freire della Pedagogia dell’Autonomia. > «Qual è la mia neutralità se non il modo comodo, forse, ma ipocrita, di > nascondere la mia scelta o la mia paura di accusare l’ingiustizia? “Lavarsi le > mani” di fronte all’oppressione è rafforzare il potere dell’oppressore, è > sceglierlo». Perché la mozione della mobilitazione riguarda sia il funzionamento didattico dell’istituto in modo diretto, attraverso la proposta delle attività didattiche per il primo giorno, sia in modo indiretto nel momento in cui si riconosce che la presenza oggi di un genocidio in corso. Un genocidio in cui il mondo in cui viviamo noi e i nostri e le nostre studenti è coinvolto pesantemente. E quindi un genocidio che dovrebbe avere ovvie conseguenze sull’azione educativa. E quindi sì, discuterne in Collegio Docenti è nostro diritto. Che la scuola italiana sia democratica non arriva dal nulla e sta a noi mantenerla tale. A noi con le nostre lezioni e i nostri collegi di questo anno che comincia e dei prossimi a venire. Il testo della mozione è a disposizione, e se non è stata discussa al primo collegio, nulla vieta di raccogliere un terzo delle firme dei docenti e obbligare il suo inserimento al successivo ordine del giorno. E poi, come possiamo discutere “programmando l’azione educativa”, sembrerebbe che ci siano leggi e leggi: > «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dike, fissò mai > leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un > mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono > d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra
LA GUERRA MONDIALE IN CUI CI TROVIAMO STA INCIDENDO IN PROFONDITÀ SULLE FORME MATERIALI E IDEOLOGICHE DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DEI SAPERI, SULLE CONDIZIONI DELLA RICERCA SCIENTIFICA DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI ACCADEMICHE, E SULL’INTEGRAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA TRA SCUOLE, UNIVERSITÀ E MERCATO. C’È BISOGNO DI APRIRE CAMPI DI SPERIMENTAZIONE COLLETTIVA SU COME COLTIVARE SAPERI ALTRI CONTRO UNA SOCIETÀ GERARCHICA E SEMPRE PIÙ PROIETTATA VERSO LA GUERRA Foto di Samuel Yongbo Kwon su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione, discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra, mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo. L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi da più di quattro anni. Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie. Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni, culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra, militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre le mura scolastiche e i dipartimenti universitari. La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche, e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di lavoro e di studio di milioni di persone. La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite. Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova legittimazione.  Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare, come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale, che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è immerso.  Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.  -------------------------------------------------------------------------------- Indice dell’opuscolo -------------------------------------------------------------------------------- In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie, all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa competizione internazionale. Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025, quando ha  auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026, dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di «investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle «scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca, istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti. Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025). Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati (anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del governo della scienza.  Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.  Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione. Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli. L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti dentro le scuole e le università. L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro, l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione, lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno. Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra, precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica. -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra (DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto e iniziativa politica (i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di legge del governo Meloni). Per saperne di più e organizzare una discussione del libro: laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte Connessioniprecarie.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
Fondazione Leonardo ETS: procura di Leonardo S.p.A. nel mondo dell’educazione
Com’è noto, la Fondazione Leonardo ETS sta producendo e mettendo “a disposizione” di docenti e studenti in tutta Italia una serie di materiali didattici, in particolare per le materie STEM. È naturale quindi porsi la seguente domanda: “Che legame esiste tra la Fondazione Leonardo ETS e l’azienda delle armi Leonardo S.p.A.?”  In particolare, è possibile affermare che «visto che la Fondazione vede nei propri organi direttivi alcune medesime figure apicali dell’azienda Leonardo S.p.A., piuttosto che a due entità distinte ci troviamo davanti a un continuum strategico e istituzionale»? Ebbene la risposta sembrerebbe affermativa, e anche più di quanto ci aspettavamo. Pubblichiamo qui di seguito alcune considerazioni sulla struttura della Fondazione Leonardo ETS, ottenute principalmente a partire dalla lettura del suo Statuto: * Le figure apicali della Fondazione Leonardo ETS sono sei: cinque a costituire il Consiglio di Amministrazione (Presidente incluso) e la sesta in qualità di Direttore Generale. * Leonardo S.p.A., in quanto “Socio Fondatore”, nomina ogni membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Leonardo ETS. * Il Consiglio di Amministrazione elegge il Presidente e individua il Direttore Generale. * Non esistono altri organi con potere decisionale all’interno della Fondazione Leonardo ETS. * Inoltre, quattro delle sei figure apicali della Fondazione Leonardo ETS occupano addirittura posizioni dirigenziali in Leonardo S.p.A. All’interno della Fondazione Leonardo ETS, chi decide? Per individuare le figure apicali della Fondazione, abbiamo analizzato la struttura della Fondazione a partire dal suo Statuto. Le figure che riconosciamo come “apicali” partecipano come:  * Socio Fondatore (Leonardo S.p.A.): nomina i membri del Consiglio di Amministrazione. * Consiglio di Amministrazione (Luciano Floridi, Antonio Liotti, Elena Napolitano, Pierpaolo Gambini, Assunta Galasso): è il centro della governance formale. Assume le decisioni fondamentali per la Fondazione, cioè stabilisce le linee di sviluppo della Fondazione e approva piano strategico e bilancio per attuarle. Nomina il direttore generale, il presidente, il comitato scientifico e gli aderenti alla Fondazione. * Presidente (Luciano Floridi): presiede le riunioni del Consiglio di Amministrazione (CdA) e ne organizza e coordina i lavori. Svolge funzione rappresentativa istituzionale della Fondazione, ha il «compito di tutelarne la reputazione e rappresenta la continuità della Fondazione e degli scopi prefissati nella sua missione». * Direttore Generale (Helga Cossu): viste le linee di sviluppo indicate dal CdA, elabora e dirige i modi per realizzarle. Cioè redige il piano strategico, predispone il bilancio e una volta che il CdA ha approvato entrambi, sovrintende l’organizzazione della Fondazione e gestisce il personale fino al raggiungimento o alla successiva ridefinizione degli obiettivi. Partecipa alle riunioni del CdA ma non è parte. Altre figure, coinvolte nella Fondazione ma senza potere decisionale, partecipano come: * Organo di controllo: organo consultivo contabile della Fondazione, interno, vigila sull’osservanza della legge e dello Statuto e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione. * Aderenti: «previo gradimento del Socio Fondatore» possono essere nominati Aderenti alla Fondazione le persone fisiche e giuridiche, pubbliche e private, gli enti o le associazioni che, condividendo le finalità della Fondazione, contribuiscono alla realizzazione dei suoi scopi, […] con contributi in denaro e/o di beni, materiali o immateriali, servizi o con attività professionali di particolare rilievo. * Staff: organico dipendente. Non sono Aderenti, sono la struttura operativa formale. In realtà molte più persone, sebbene non secondo contratto con la Fondazione, collaborano di fatto con essa nella realizzazione delle attività designate.  * Comitato scientifico: organo consultivo scientifico e culturale, generalmente esterno. Formula proposte e pareri al CdA in ordine ai programmi e alle attività della Fondazione e valuta gli aspetti tecnici e scientifici del piano strategico e delle proposte di progetto. * Advisory Board: ulteriore organo consultivo, generalmente esterno, composto da persone di spicco per particolari competenze e capacità di informare l’operato della fondazione. Chi sono quindi le figure apicali della Fondazione Leonardo ETS e che relazione hanno con Leonardo S.p.A.? 1. Antonio Liotti è consigliere della Fondazione e, contemporaneamente, dirigente di Leonardo in quanto “Chief People & Organisation Officer”. 2. Elena Napolitano è consigliere della Fondazione e, contemporaneamente, dirigente di Leonardo in quanto “Chief Compliance Officer” [ndr: per compliance si intende il rispetto delle “regole”: leggi, statuto e altre norme]. 3. Pierpaolo Gambini è consigliere della Fondazione e, contemporaneamente, dirigente di Leonardo in quanto ricopre un ruolo apicale nell’area innovazione e proprietà intellettuale dell’azienda. 4. Helga Cossu è Direttrice generale della Fondazione Leonardo e, contemporaneamente, dirigente di Leonardo in quanto “Chief Digital Identity & Outreach Officer”. 5. Assunta Galasso è consigliere della Fondazione e non è dirigente di Leonardo. Tuttavia, ha collaborato attivamente con la Leonardo S.p.A. in diverse occasioni, come per esempio nel progetto del Liceo Digitale di Roma denunciato dal recente dossier di BDS, oppure per una presentazione a Leonardo UK delle attività della Fondazione rivolte a studenti e insegnanti. 6. Luciano Floridi è presidente della Fondazione e non ha legami apparenti con Leonardo. Anche prima di ricoprire la carica, aveva avuto collaborazioni con la Fondazione, ma mai direttamente e/o apertamente con Leonardo. Quindi sì, è vero che la Fondazione Leonardo ETS può essere considerata come un’espansione de facto dell’azienda Leonardo S.p.A.. Ma vale anche di più: questa conclusione non è dovuta soltanto al fatto (vero) che la maggior parte delle figure apicali della fondazione ricoprono un ruolo dirigenziale anche nell’azienda, ma piuttosto al fatto che è l’azienda stessa a scegliere chi sono i membri del Consiglio di Amministrazione della fondazione e che tali membri, successivamente, nominano tutte le altre figure apicali della fondazione (Presidente e Direttore Generale). In particolare, anche se al prossimo cambio di cariche venissero designate persone del tutto prive di legami non solo dirigenziali ma perfino lavorativi con Leonardo S.p.A., queste saranno comunque state scelte da… Leonardo S.p.A. in “persona”. Quella più presente eppure la meno visibile. Concludiamo con un estratto di un’intervista del 2024 che Mattia Cavanna, Vice president technology & innovation di Leonardo Helicopters, rilasciò durante il Drone Contest che Leonardo organizza annualmente e a cui regolarmente partecipano le università e i politecnici italiani: « Noi questi studenti li avviciniamo… A loro fa piacere vedere un’applicazione pratica di quello che hanno studiato o nel corso tradizionale di laurea o nel loro phd. E a noi fa comodo perché sono una linfa fresca di idee e la forza lavoro del futuro». Elicottero militare Leonardo AW139 Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Per segnalazioni o domande, scrivi a osservatorionomili@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dalla Grecia, Epohi-gr: Contro la militarizzazione
DI DIMITRIS GKIVISIS SU WWW.EPOHI.GR DELL’8 SETTEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Dimitris Gkivisis, pubblicato sul sito greco epohi.gr l’8 settembre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La prima mobilitazione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si è svolta lunedì a Roma con grande successo, a causa della crescente presenza militare nell’istruzione, intesa come normalizzazione della guerra, con visite scolastiche alle basi militari, promozione delle carriere militari e lezioni tenute da ufficiali. L’Osservatorio si batte per la completa smilitarizzazione dell’istruzione e il ripristino del ruolo sociale delle scuole… continua a leggere su www.epohi.gr -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Corso di Cultura Aeronautica (Militare): anche a Sondrio l’Ufficio Scolastico collabora con le forze armate
Da alcuni giorni, nella fase di inizio anno scolastico, con la programmazione dei progetti e delle attività, è pervenuto alle scuole superiori della provincia di Sondrio, anche con accompagnatoria dell’Ufficio Scolastico Provinciale, la proposta di un “Corso di Cultura Aeronautica – Sondrio 2026”, per studenti tra i 16 ed i 20 anni, con finalità dichiarate di “informazione e orientamento dei giovani”. Il corso prevede alcuni incontri teorici sui principi del volo ed il funzionamento dell’aeroplano, un incontro di una mattinata di “familiarizzazione al velivolo” con addestramento alle procedure di imbarco e sbarco, una fase pratica con voli di ambientamento, effettuati e pilotati da istruttori di volo dell’Aeronautica Militare. Viene infine prospettato come premio ai tre migliori studenti del corso, uno stage di volo su aliante presso il Gruppo di Volo del 60° stormo di Guidonia. Obiettivo della fase teorica è coinvolgere fino a 160 studenti, stimabili intorno al 5% della popolazione scolastica individuata come target. Dopo una breve ricerca, troviamo che sia la strutturazione del corso che l’appoggio da parte del rispettivo ufficio scolastico sono punti saldi di un format già consolidato dall’Aeronautica Militare e, ahinoi, dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nel 2024, le città individuate per i corsi furono Catania, Siena, Vercelli e Pesaro, con un coinvolgimento totale di 585 ragazzi e ragazze tra i 16 e i 20 anni. Stessa storia nel 2025, in cui toccò a Ferrara, Imola, Gorizia, Udine, Trieste, Foligno e Crotone, per un totale di 595 studenti. Nel 2026 è già toccato a Ragusa e all’Aquila, dove 5 istituti hanno aderito, fornendo oltre 150 studenti, in linea con le altre città appena citate. Ora è il momento di Sondrio, dove però una segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università finalmente solleva la questione. L’iniziativa fa leva sull’indubbio fascino del volo. In provincia di Sondrio non si ha esperienza di esercitazioni di volo militare a bassa quota, ben note in altre aree alpine (qualcuno ricorda il Cermis?), esiste un solo piccolo aeroporto a pochi kilometri da Sondrio, utilizzato per voli di alianti. Escludendo gli elicotteri, ampiamente utilizzati in ambito montano per finalità civili (trasporto materiali e legname, elisoccorso, eliambulanze), è frequente osservare voli di alianti e di parapendio, che offrono l’opportunità di una prospettiva dall’alto del territorio e dell’ambiente montano. Altro aspetto seduttivo della proposta è la sua totale gratuità. Le modalità di strutturazione e presentazione del corso pongono però gli istruttori ed i piloti militari come unici interpreti della cultura del volo, con la sostanziale esclusione di istruttori e piloti civili e la presentazione surrettizia del pilota militare come un appassionato del volo, oltre che come un esperto del campo di indiscussa autorevolezza. I tre “migliori” studenti ricevono poi la proposta di uno stage di volo su aliante presso una base dell’aeronautica militare. Lo stage di quest’anno è durato una settimana e si è appena concluso, il 5 settembre, con un discorso del Generale Antonio Conserva, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ai 14 partecipanti: «Il vostro futuro è nelle vostre mani e, indipendentemente dal fatto che questo percorso possa tradursi in una professione nel mondo aeronautico oppure semplicemente in una passione da coltivare accanto alla vostra futura professione, sono certo che, grazie all’impegno e alla passione di tutti coloro che vi hanno accompagnato in questo cammino, abbiate potuto conoscere un’immagine dell’Aeronautica Militare impegnata quotidianamente su molteplici fronti. Abbiamo voluto trasmettervi questi valori perché siamo convinti che voi rappresentiate il futuro del nostro Paese e che sia fondamentale offrirvi gli strumenti per conoscere, comprendere e avvicinarvi a un settore, quello aeronautico e spaziale, che da sempre vede l’Italia protagonista e all’avanguardia. La nostra Nazione offre infatti numerose opportunità per entrare in contatto con questo mondo e, in questo particolare momento storico, molte potranno essere le strade che incontrerete: nell’Aeronautica Militare, nell’aviazione civile o nel settore industriale». La proposta che grazie all’alacre lavoro dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio è ora arrivata a tutte le scuole della provincia si presenta quindi con un profilo tranquillo. Il 60° stormo è dotato, oltre a caccia e elicotteri da combattimento, anche di alianti che vengono regolarmente utilizzati dagli studenti dell’Accademia dell’Aeronautica. E naturalmente saranno questi ad essere utilizzati anche per gli stage. Di fatto, però, vengono create svariate opportunità di confronto e influenzamento tra gli studenti e militari, con l’opportunità di tempi dilatati per avvicinare i partecipanti alle carriere in aviazione. E così si parte da un progetto scolastico e si arriva a 17 anni a tu per tu con la retorica del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, a parlare di: “Cosa vorresti fare dopo le superiori?”. È significativo che questa finalità latente non venga esplicitata; un aliante non è un F35, ma per insegnare a condurre un aliante non serve un pilota militare. Dalla sezione “Tra la gente” del report 2024 dell’Aeronautica Militare Uno degli alianti usati nello stage di quest’anno Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se anche le scuole della tua città sono entrate nel mirino dell’Aeronautica Militare per un Corso di Cultura Aeronautica, scrivici a osservatorionomili@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Rassegna Stampa: Prima di tutto la pace. Ma quale pace?, un contributo di Totò Caggese
DI TOTÒ CAGGESE SUL MENSILE IL CANTIERE DI SETTEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Totò Caggese, pubblicato sulla rivista il Cantiere per il numero di settembre 2006, in cui viene condivisa una riflessione sul concetto di pace, a partire da quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, e con riferimento alla Marcia Gravina-Altamura del prossimo 24 ottobre. «Il prossimo 24 ottobre si camminerà da Gravina ad Altamura. Una marcia per la pace che nasce nel cuore della Murgia e che prova a tenere insieme questioni che troppo spesso vengono affrontate separatamente: la guerra e il riarmo, la militarizzazione dei territori, la devastazione ambientale, il lavoro, le migrazioni, le frontiere, il colonialismo e l’autodeterminazione delle comunità. Il titolo scelto dal Comitato promotore è netto: «Prima di tutto la pace». Ma proprio perché la parola pace è diventata tanto necessaria quanto abusata, forse vale la pena aggiungere una domanda: quale pace? La domanda non vuole dividere una marcia prima ancora che parta. Al contrario… » …Continua a leggere chiedendo una copia a ilcantiere@autistici.org. La rivista è disponibile sia in formato cartaceo che in PDF online e la spedizione è disponibile per chiunque ne faccia esplicita richiesta. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pisa, 12 settembre: Sottrarsi alla guerra: antimilitarismo e obiezione di coscienza in Italia e in Europa
SABATO, 12 SETTEMBRE 2026, ORE 18 BIBLIOTECA FRANCO SERANTINI, VIA G. CARDUCCI N. 13, LOCALITÀ LA FONTINA, GHEZZANO (PISA) Nell’ambito dell’iniziativa che si svolgerà a Pisa per Liberazione in festa, organizzata dalla Biblioteca Franco Serantini, segnaliamo un dibattito dal titolo Sottrarsi alla guerra: antimilitarismo e obiezione di coscienza in Italia e in Europa. «Alla vigilia del vertice Nato di Ankara del luglio 2026, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte hanno pubblicato un documento congiunto per annunciare un definitivo cambio di paradigma: l’Europa deve smettere di pensare alla guerra come un evento lontano, da cui la possano difendere alleati potenti, l’Europa deve armarsi e difendersi direttamente. Questo significa convertire i propri sistemi industriali alla guerra, ma anche obbligare i ragazzi e le ragazze di tutti i paesi membri a fare la guerra in prima persona. L’obiezione di coscienza alla leva obbligatoria ha una storia molto importante nel nostro paese, ma anche un presente di enorme importanza per il futuro del continente europeo, ai fini di contrastare un destino bellico che sembra già deciso». Ne parliamo con Marco Labbate (storico) Serena Tusini (attivista) Testimonianze di mobilitazioni contro l’arruolamento: le esperienze della Germania e del Movimento No Base di Pisa introduce Andrea Traina (BFS-Issoreco) Marco Labbate è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici all’Università di Urbino e vicedirettore dell’Istituto di storia contemporanea di Pesaro-Urbino, autore del libro Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana (Pacini 2020). Serena Tusini è dottoressa di ricerca in Italianistica, insegna lettere nelle scuole superiori, è attiva nell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università, nato tre anni fa, in cui si occupa in particolare dei sistemi di leva a livello europeo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Murgia, Terra di Pace. Le contraddizioni di un territorio ancora militarizzato
C’è qualcosa di profondamente stridente nell’immaginare la Murgia vestita di mimetica. Da una parte c’è il territorio che da oltre vent’anni cerca di essere riconosciuto per ciò che è: un patrimonio naturale, paesaggistico, archeologico e culturale, il luogo dei pascoli, del grano, delle masserie, dei muretti a secco, delle lame e della pietra. Dall’altra c’è una Murgia che continua a essere considerata anche un grande spazio disponibile per le esigenze militari. La prossima Apulia Exercise, prevista dal 25 al 27 settembre nell’area a sud di Monte Caccia (clicca qui per la notizia), ne è una manifestazione emblematica. Quest’anno – si sottolinea – non saranno impiegate armi da fuoco. Ma non per questo si tratta di una semplice manifestazione sportiva: gli stessi organizzatori la definiscono soprattutto un’attività addestrativa, destinata a militari in servizio e in congedo, con un percorso di 25 chilometri e prove di infiltrazione, contro-interdizione, assalto a un posto di comando, uso di droni e simulazioni di intelligence. Perché una competizione militare deve svolgersi proprio qui nel Parco dell’Alta Murgia? Non è una domanda peregrina, è una domanda sul destino di un territorio. Perché questa terra, prima ancora di essere un parco, un geoparco o una meta turistica, è stata per decenni un territorio sottoposto alle esigenze della macchina militare. E la sua storia comincia molto prima delle esercitazioni di oggi. Pochi lo ricordano. Eppure, tra il 1959 e il 1963, nel cuore della Murgia barese e materana furono installate le basi dei missili americani Jupiter, armati con testate nucleari. Nel gennaio del 1963, durante la crisi di Cuba, gli Stati Uniti decisero di smantellare le basi Jupiter. E fu allora che la domanda sulla guerra e sul disarmo uscì dai confini delle discussioni politiche e diventò una questione concreta riguardante il territorio. Il 13 gennaio 1963 si svolse la Marcia della Pace di Altamura, promossa dal Comitato degli intellettuali baresi e lucani, con il sostegno di Tommaso Fiore, Fabrizio Canfora, organizzazioni sindacali e forze politiche della sinistra. Era una marcia contro la guerra, ma anche – e forse soprattutto – contro la trasformazione della propria terra in un ingranaggio della guerra. Pochi mesi dopo, l’ultimo Jupiter avrebbe lasciato la Murgia. Sembrava l’inizio di una storia diversa. Non lo fu. Tolti i missili, sulla Murgia arrivarono i poligoni militari. Negli anni Settanta e Ottanta il territorio fu progressivamente sottoposto a nuove forme di servitù. La Regione Puglia, con la deliberazione n. 400 del 23 febbraio 1983, destinò a poligoni militari permanenti circa 14.000 ettari, una superficie persino superiore alle richieste avanzate dalle autorità militari. I poligoni di Parisi Vecchio, Madonna di Buoncammino, Torre di Nebbia, Sentinella e Monte Scorzone divennero parte stabile del paesaggio murgiano. Ma quella presenza non fu accettata passivamente. Negli anni Ottanta furono soprattutto agricoltori e allevatori a mobilitarsi contro l’espropriazione dei terreni e contro un sistema che poteva sottrarre per lunghi periodi le loro terre all’attivitàagricola. Nel dicembre 1985 una nuova Marcia della Pace percorse il tratto Gravina-Altamura. Nel 1986 arrivò la straordinaria mobilitazione in occasione anche della lettera don Tonino Bello «Sogno di Isaia», sottoscritta da 10.000 cittadini. E il 19 dicembre 1987 una nuova, grande Marcia Gravina-Altamura, organizzata dal “Coordinamento contro la Militarizzazione e per lo Sviluppo dell’Alta Murgia”, portò in strada una partecipazione popolare di massa. Le marce riuscirono a congelare l’esproprio. Non riuscirono però a liberare la Murgia dalle servitùmilitari. Negli anni Duemila la mobilitazione riprese. L’8 novembre 2003 furono circa 15.000 le persone che parteciparono alla Marcia Gravina-Altamura, questa volta anche contro lo scandalo dei rifiuti tossici che aveva trasformato vaste aree della Murgia nella cosiddetta «Murgia avvelenata». Il 14maggio 2004 furono oltre 10.000. Quella stagione di mobilitazione contribuì a consolidare una consapevolezza nuova: la Murgia non era una terra marginale da utilizzare all’occorrenza, ma un patrimonio da tutelare e valorizzare.In questo lungo percorso nacque anche il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Una conquista importante. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: che cosa è diventato quel progetto? È questa la questione che non possiamo più rimuovere. È in tale prospettiva che acquista significato la Marcia Gravina-Altamura del 24 ottobre 2026 per la pace. Non è soltanto una manifestazione contro la guerra lontana. È una domanda rivolta al nostro stesso territorio: che cosa vogliamo fare della Murgia? Vogliamo continuare a considerarla uno spazio nel quale tutto può essere collocato, poligoni, esercitazioni, infrastrutture, servitù, scorie nucleari?Oppure vogliamo finalmente considerarla un bene comune, con una vocazione precisa: la tutela della natura, l’agricoltura, la ricerca, l’educazione, il turismo lento, la cultura, la salute, il lavoro, la vita delle comunità? La differenza non è soItanto linguistica. È una scelta politica. E c’è persino qualcosa di simbolico nel fatto che la Murgia venga attraversata contemporaneamente da pattuglie militari in esercitazione e da persone che marciano per la pace. LA MURGIA NON VUOLE ESSERE ADDESTRATA A FARE LA GUERRA. LA MURGIA HA BISOGNO DI ESSERE CONOSCIUTA E CURATA, VISSUTA E PROTETTA, PERCHÉ POSSA TORNARE PIENAMENTE A CIÒ CHE DEVE ESSERE: UNA TERRA DI VITA, DI LAVORO E DI COMUNITÀ. Giuseppe Dambrosio, Comitato Promotore Marcia Gravina-Altamura 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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